Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

LA LOMBARDIA

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

Descrizione: TUTTO MILANO.jpg

 

TUTTO MILANO E LOMBARDIA

I MILANESI ED I LOMBARDI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI ??

 

Quello che i Milanesi ed i Lombardi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Milanesi ed i Lombardi non avrebbero mai voluto leggere. 

Milano: la città da bere e la città di tangentopoli; la città delle toghe rosse e dell’impunità.

Milano: la città del.......

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

SOMMARIO

INTRODUZIONE

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LOMBARDIA. TERRA DI EVASORI FISCALI.

PARLIAMO DELLA LOMBARDIA.

LA MILANO DEI MORATTI.

MAFIA, PALAZZI E POTERE.

LA STRAGE DI STATO ED IL SUICIDIO DI STATO: IL RAPIDO 904, PIAZZA FONTANA E GIUSEPPE PINELLI.

LA BUFALA DELL’INQUINAMENTO.

LA TERRA DEI FUOCHI DEL NORD.

MILANO CAPITALE DELLO STUDIO.

MILANO: DA CAPITALE MORALE A CAPITALE DEL CAZO.

IL DUALISMO MILANO ROMA. LA RIVALITA' TRA DUE METROPOLI IN SOSTANZA UGUALI NEL DELINQUERE.

TRENORD: IL RACKET DEI BIGLIETTI.

DA FERROVIE NORD ALL'ATAC: CHI CONTROLLA I CONTROLLORI?

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

BERLUSCONI, CRAXI E IL PARTITO DELLE TASSE E DELLE MANETTE.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA……

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

TROPPI TESTIMONI INUTILI? PENA PIU’ ALTA!

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA. PARE UNA BARZELLETTA.

MAGISTRATI: FACCIAMO QUEL CHE VOGLIAMO!

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

ANCHE BORSELLINO ERA INTERCETTATO.

QUEL CHE SUCCEDE NEI TRIBUNALI. GENTE CHE VA, GENTE CHE VIENE. GENTE CHE  IMBROGLIA O SPARA.

BUROCRAZIA E SOLIDARIETA’. LA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

CORRUZIONE A NORMA DI LEGGE.

IL SUD TARTASSATO.  

L’ITALIA COME LA CONCORDIA. LA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

ESSERE BAUSCIA.

LA MAFIA HA CONQUISTATO IL NORD.

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

PATRIA, ORDINE. LEGGE.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO: LITURGIA APPARISCENTE, AUTOREFERENZIALE ED AUTORITARIA.

CASE POPOLARI A MILANO: DI EROI E DI MAFIOSI. 

"JE SUIS CRAXI”. LA MORALE CHE AVANZA. CRAXI, PISAPIA, ROBLEDO E GLI ALTRI. CORRUZIONE NEL CUORE DELLO STATO.

SONO PROCURE O NIDI DI VIPERE?

PALAZZO DI GIUSTIZIA: NON C'E' POSTA PER TE!

MAFIA E MAFIOSITA' IN LOMBARDIA.

LA LOMBARDIA E L’ESERCITO DEI CONSULENTI INUTILI.

PARENTOPOLI IN SALSA LEGHISTA OD ALTRO?

C’ERA UNA VOLTA LA MAFIA AL SUD E LE TANGENTI AL NORD. OGGI C’E’ LA MAFIA DEL NORD.

I MANETTARI INFILZATI.

ITALIA. NAZIONE DI LADRI E DI IMBROGLIONI.

IPOCRISIA ITALICA. E' TUTTO UN VOTO DI SCAMBIO. ERGO: SIAM TUTTI MAFIOSI.

ITALIANI. SIAM TUTTI LADRONI E MAFIOSI.

Il CASO DI MOTTA VISCONTI.

EDITORIA E CENSURA. SARAH SCAZZI ED I CASI DI CRONACA NERA. QUELLO CHE NON SI DEVE DIRE.

IL BERLUSCONI INVISO DA TUTTI.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: ELEZIONI CON ARRESTO.

BARONATO. EXPO LA NUOVA TANGENTOPOLI. E LA GUERRA TRA TOGHE.

LOMBARDIA, LA MADRE DEGLI AFFARI TRUCCATI.

MILANO: IL PALAZZO DI GIUSTIZIA, DEI VELENI E DEGLI INSABBIAMENTI.

MILANO: MA CHE SUCCEDE?

ANTIMAFIA ALLA MILANESE.

CLEAN CITY. TANGENTI A COLOGNO MONZESE.

I CUTRI'. MORIRE D'INGIUSTIZIA.

MAI DIRE ANTIMAFIA.

GIUSTIZIAMI.IT. OMERTA’ GIUDIZIARIE SVELATE DA GIORNALISTI LIBERI.

LE RAGAZZE DOCCIA, LA BABY PROSTITUZIONE E LA SOLITA INDIFFERENZA.

LA DIFFAMAZIONE, I GIUDICI, I GIORNALISTI ED ALTRE COSE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

LE COLLUSIONI CHE NON TI ASPETTI. AFFINITA' ELETTIVE.

L'ITALIA VISTA DALL'ESTERO.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

LA LEGA MASSONICA.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: TERRORISTICA E GIUDIZIARIA.

MILANO E L'EVASIONE FISCALE.

IN TRIBUNALE. PROFESSIONISTI SENZA DIGNITA’.

GIUSTIZIA. LA RIFORMA IMPOSSIBILE.

IL RISPETTO SI MERITA, NON SI PRETENDE!!

SILVIO BERLUSCONI: UN SIMBOLO PER TUTTE LE INGIUSTIZIE.

GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN QUESTA GIUSTIZIA.

UN PAESE IN ATTESA DI GIUDIZIO.

RIFORMA DELLA (IN)GIUSTIZIA?

DA QUANTO TEMPO STIAMO ASPETTANDO GIUSTIZIA?

GIUDICI, NON DIVENTATE UNA CASTA.

DA UN SISTEMA DI GIUSTIZIA INGIUSTA AD UN ALTRO.

MILANO: TOGHE SCATENATE.

CORTE DI CASSAZIONE: CHI SONO I MAGISTRATI CHE HANNO CONDANNATO SILVIO BERLUSCONI.

CHI E' ANTONIO ESPOSITO.

BERLUSCONI E CRAXI: DUE CONDANNATI SENZA PASSAPORTO.

DA ALMIRANTE A CRAXI CHI TOCCA LA SINISTRA MUORE.

BERLUSCONIANI CONTRO ANTIBERLUSCONIANI.

I ROSSI BRINDANO ALLA CONDANNA.

QUANDO IL PCI RICATTO' IL COLLE: GRAZIA ALL'ERGASTOLANO.

PASQUALE CASILLO E BERLUSCONI.

GLI INNI DEI PARTITI ED I PENTITI DEL PENTAGRAMMA.

ED I 5 STELLE...STORIE DI IGNORANZA.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

LA LOMBARDIA DEGLI SPURGHI.

OBBLIGATORIETA' DELL'AZIONE PENALE: UNA BUFALA. L’ITALIA DELLE DENUNCE INSABBIATE.

SE TU DENUNCI LE INGIUSTIZIE DIVENTI MITOMANE O PAZZO. IL SISTEMA E LA MASSOMAFIA TI IMPONE: SUBISCI E TACI. LA STORIA DI FREDIANO MANZI E PIETRO PALAU GIOVANETTI.

MASSONI. QUEGLI UOMINI IN NERO NASCOSTI TRA POLITICA, MAGISTRATURA ED AFFARI.

MASSONERIA: GLI INSOLITI NOTI CHE SONO IN MEZZO A NOI.

MAGISTRATI ED AVVOCATI MASSONI?

LA ZONA GRIGIA. QUANDO LA MAFIA VIEN DALL’ALTO.

SUD? NO GRAZIE! LA LOMBARDIA DEGLI ONESTI…CHI? MA MI FACCIA IL PIACERE!!!!!!!

RIFIUTI. MILANO COME GOMORRA.

LA PIOVRA PARLA LOMBARDO. MILANO, LE MANI SULLA CITTA’.

QUALE MAFIA? IL PREFETTO AL MARE, PAGA LIGRESTI.

PARLIAMO DELLA MILANO CORROTTA.

FILIPPO PENATI. IL SISTEMA SESTO NON ESISTE.

PARLIAMO DELLA MILANO MAFIOSA.

MILANO: OMICIDI DI STATO.

MILANO MAFIOSA - MILANO CRIMINALE.

MAI DIRE MILANO.

MAI DIRE INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE: “MESSI A TACERE PERCHE’ RICERCAVAMO LA VERITA’….”

PARLIAMO DELLA MILANO OMERTOSA: SOLO 4 TESTIMONI SU 20 CONFERMANO NEL PROCESSO LE DICHIARAZIONI RESE DURANTE LE INDAGINI.

PARLIAMO DELLA LEGA NORD PADANIA: RAZZISTA? LADRONA? TRAFFICONA? MAFIOSA?

PADANIA: PO' LENTONIA? BARBARIA? NO, LADRONIA!

CHI DI SPADA FERISCE, DI SPADA PERISCE.

CARROCIOPOLI.

LE GRANE GIUDIZIARIE DELLA LEGA.

ROMA LADRONA? NO. MILANO LADRONA!

LEGHISTI OMERTOSI E RAZZISTI?

IL BOSSI PENSIERO E L’EMULO DEI LEGHISTI.

MILANO: CAPITALE MORALE ?!?

GIUSTIZIA. SE SI LAMENTA CHI GESTISCE IL POTERE POLITICO ED ECONOMICO, COSA DEVE DIRE IL POVERO CRISTO……...

VECCHIE E NUOVE TANGENTOPOLI.

AFFITTOPOLI.

MAFIOPOLI.

PROCESSO AI ROS.

LA VERA STORIA DI TANGENTOPOLI.

MAGISTROPOLI.

IL CASO BOCCASSINI.

IL CASO MARRA.

IL CASO PIACENTINI.

IL CASO GROSSI.

IL CASO FORLEO.

IL CASO SANTANIELLO.

IL CASO PINATTO.

IL CASO CASTELLANO.

MALAGIUSTIZIA.

DENUNCE PENALI MAI ISCRITTE NEL REGISTRO GENERALE.

IL TRIBUNALE CONVOCA TOPOLINO E PAPERINA.

MORIRE A CAUSA DELL'INETTITUDINE DELLO STATO.

IMPUNITOPOLI.

ESAMOPOLI.

GASSOPOLI.

MALASANITA'.

RACKET DELLE POMPE FUNEBRI.

"VEDI MILANO E POI MUORI". SANITA': ARRESTI AL SANTA RITA.

TANGENTI: CONDANNA ALL'EX MINISTRO GIROLAMO SIRCHIA.

SERVIZIOPOLI TELEFONICA: INTERCETTAZIONI ILLEGALI.

SICUREZZOPOLI: BANDE IN DIVISA.

SPRECOPOLI.

CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI.

INGIUSTIZIA.

I BAMBINI DI BASIGLIO.

IL CASO BARILLA’.

IL CASO PALAU GIOVANNETTI.

I CASI MARIANI E CROSIGNANI.

GIOVENTU' A PERDERE.

PARLIAMO DI BERGAMO

PARLIAMO DI MAFIA.

PARLIAMO DI MASSONERIA.

PARLIAMO DI MAGISTROPOLI.

DOLORE E DELUSIONE.

POLIZIOTTI ALLE SLOT, NON PER STRADA.

PARLIAMO DI SPRECHI.

BREMBATE SOPRA: QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI. IL DELITTO DI YARA GAMBIRASIO.

PARLIAMO DI BRESCIA

BRESCIA INQUINATA.

ADRO E L’ARRESTO DEL SINDACO LEGHISTA.

PARLIAMO DEI BAMBINI MORTI AD ONO SAN PIETRO.

SPRECHI.

CARROCCIOPOLI.

INGIUSTIZIA.

AVVOCATOPOLI.

USUROPOLI.

SICUREZZOPOLI.

MAGISTROPOLI.

LA BANDA IN DIVISA.

IMPUNITOPOLI.

PARLIAMO DI COMO

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

LA STRAGE DI ERBA.

PARLIAMO DI CREMONA

MALAGIUSTIZIA.

PASSEGGERI ABBANDONATI.

PARLIAMO DI LECCO

LECCO MAFIOSA.

LA BANDA DEGLI ONESTI LECCHESI.

VIOLENZA DI STATO.

MALAGIUSTIZIA.

PARLIAMO DI MANTOVA

MANTOVA MAFIOSA.

CONCORSI PUBBLICI. E POI PARLANO DI MERITO.

STORIA DI ORDINARIA INGIUSTIZIA.

QUANDO I BUONI TRADISCONO. POLIZIA VIOLENTA.

PARLIAMO DI MONZA/BRIANZA.

QUALE MAFIA?

PARLIAMO DI PAVIA

QUALE MAFIA?

AMMINISTRATORI IN GALERA. NON SI SALVA NESSUNO.

MAFIE A PAVIA.

CHIARA POGGI. IL DELITTO DI GARLASCO. ALBERTO STASI. 16 ANNI: POCHI PER UN COLPEVOLE; TANTI PER UN INNOCENTE.

PARLIAMO DI SONDRIO

SONDRIO E LA MAFIA.

PARLIAMO DI VARESE

IL CALCIO: PEGGIO DI GOMORRA!

TRIBUNALE SOTTO ESAME.

VARESE E LA MAFIA.

VARESE E LA MASSONERIA.

AMMINISTRATOPOLI.

A PROPOSITO DI EVASIONE FISCALE.

OMICIDI DI STATO. GIUSEPPE UVA.

SESTO CALENDE. La storia di ordinaria follia.

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti. 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi. 

"Caso Expo insabbiato". Venezia indaga i giudici di Milano e Brescia. Le toghe lombarde nel mirino della Procura per la gestione dei fondi destinati alla giustizia, scrive Luca Fazzo, Martedì 19/09/2017, su "Il Giornale". Giudici sotto inchiesta, nel palazzo di giustizia che fu il simbolo della legalità: il tribunale di Milano, il tempio di Mani Pulite, roccaforte di magistrati inflessibili con chi bara con i soldi dello Stato, chi trucca gli appalti ed aggira le leggi. Ma la inflessibilità, a quanto pare, vale solo quando a sgarrare sono i comuni mortali. Se a violare le regole è un magistrato, tutto tace. Così per accendere i riflettori sugli inverosimili pasticci avvenuti sotto l'egida di Expo è dovuta muoversi una Procura molto lontana: Venezia, a 270 chilometri di distanza dagli affari e dai silenzi del tribunale milanese. È qui, in riva alla laguna, che è stato aperto il fascicolo di inchiesta che rischia di terremotare la giustizia milanese: e non solo. Che i quindici milioni di euro stanziati in nome di Expo per ammodernare la giustizia siano stati spesi (e in taluni casi sperperati) senza alcun controllo, saltando gare d'appalto con i pretesti più svariati, il Giornale e il blog Giustiziami lo hanno scritto a più riprese a partire dal 2014. Risultato: silenzio, muro di gomma. Fino a che non si muove l'Anac, l'Autorità anticorruzione, che ordina alla Guardia di finanza di indagare. A maggio scorso la Finanza invia a Raffaele Cantone, capo dell'Anac, un rapporto impressionante: dei 15 milioni stanziati, dieci sono stati spesi violando la legge. E per gli appalti più ricchi i vincitori sono stati individuati a tavolino prima ancora di scrivere il capitolato l'appalto, da un «gruppo di lavoro». Il guaio è che di quel gruppo di lavoro facevano parte tutti i capi degli uffici più delicati del «palazzaccio» milanese: tribunale, procura, corte d'appello, procura generale. Il Comune di Milano, cui il nuovo presidente del tribunale milanese, Roberto Bichi, cerca di rifilare la colpa, replica: nelle riunioni a decidere le spese e a indicare le aziende vincitrici erano i magistrati. Cantone manda il rapporto al procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco. Greco dovrebbe fare una cosa semplice: poiché i magistrati che avrebbero commesso i reati erano all'epoca tutti in servizio a Milano, e la legge, come è ovvio, prevede che una procura non possa indagare su se stessa, bisognerebbe prendere il fascicolo e mandarlo alla Procura di Brescia. Invece Greco si tiene le carte di Cantone, e le affida a due pm di sua fiducia; dopodiché non accade più nulla. A Brescia, nel frattempo, tutto tace: e d'altronde neanche Brescia potrebbe aprire una inchiesta, perché uno dei magistrati protagonisti degli appalti Expo è Claudio Castelli, allora in servizio a Milano e ora presidente della Corte d'appello bresciana. Ci sono, insomma, tutti i presupposti perché la storia dei milioni dai giudici milanesi alle aziende fidate finisca nel dimenticatoio. In questo risiko di insabbiamenti, alla fine arriva l'imprevisto: scende in campo la procura di Venezia, dove a giugno è arrivato un nuovo procuratore, Bruno Cherchi, lontano dai giochi correntizi. La procura del capoluogo veneto decide di muoversi per un motivo semplice: se tra i sospettati c'è Castelli, allora la competenza dell'intero fascicolo spetta proprio a Venezia. E la decisione di Venezia di scendere in campo vuol dire due cose precise: a Milano intorno agli appalti in tribunale sono stati commessi dei reati, e tra gli indagati - o da indagare - ci sono i magistrati milanesi. Cherchi, ieri, non commenta la notizia, anzi nemmeno riceve («il procuratore è impegnato tutta la settimana», fanno sapere dal suo ufficio). Ma la decisione di aprire il fascicolo è senza ritorno. «Adesso - dice una fonte vicina all'inchiesta - se ne vedranno di tutti i colori». Speriamo.

La casta dei giudici di Milano si autoassolve sui propri appalti. Sotto accusa oltre 12 milioni di commesse. Corte dei conti e Anac si rimbalzano la pratica. Che ora finisce a Venezia, scrive Luca Fazzo, Giovedì 15/06/2017, su "Il Giornale". Sono abituati a giudicare, adesso si ritrovano sotto tiro: e cose inconsuete accadono nel tribunale di Milano da quando l'Autorità Anticorruzione ha messo sotto accusa spese pazze e appalti disinvolti nel nome di Expo. Soldi che dovevano servire a migliorare l'efficienza della giustizia milanese; che sono stati, invece, sperperati in larga parte in spese inutili; e che sono comunque tutti andati ai soliti noti, saltando qualunque procedura di gara pubblica. Tutti i venticinque presidenti di sezione sono stati convocati dal presidente, Roberto Bichi, per organizzare la linea difensiva. Si chiudono in un'aula, all'uscita non rispondono. Facce tirate, clima alla Todo Modo. Bichi dirama un comunicato rivendicando l'onestà del tribunale di Milano e scaricando la grana: «Non eravamo noi la stazione appaltante», cioè non abbiamo assegnato noi i lavori. E così cerca di lasciare il cerino in mano in parte al ministero della Giustizia, in parte al Comune di Milano, retto all'epoca da Giuliano Pisapia. Ma il Comune ha in mano carte che spiegano come gli appalti siano stati gestiti seguendo proprio le indicazioni dei giudici. Una rogna gigantesca, insomma, che si è cercato di insabbiare. A tirare fuori i documenti che raccontano le malefatte in tribunale nel nome di Expo sono il 2 luglio 2014, quasi tre anni fa, il Giornale e il blog Giustiziami. Carte che non è stato facile avere: l'allora presidente della Corte d'appello Giovanni Canzio, ora primo presidente della Cassazione, si era rifiutato di consegnarle alla stampa; il funzionario del Comune addetto agli uffici giudiziari, Carmelo Maugeri, aveva sostenuto che andavano secretate. Alla fine era stata l'assessore ai Lavori pubblici del Comune, Carmela Rozza, a dare in visione il malloppo. E si era capito il perché di tanta discrezione: dodici milioni e mezzo di lavori, e neanche una gara d'appalto. Nel tempio della giustizia era come se le leggi non esistessero. Il 2 luglio 2014 il Giornale e Giustiziami divulgano i documenti. Nei mesi successivi, approfondiscono la vicenda con altri articoli. Incredibilmente, nulla accade. La Procura della Repubblica, sempre pronta a aprire inchieste, non muove un dito. L'Autorità nazionale Anticorruzione, così solerte a indagare quando ci sono di mezzo dei politici, adesso che di mezzo ci sono magistrati fa finta di niente: d'altronde il suo capo, Raffaele Cantone, è anche lui un magistrato (in aspettativa). Tace la Corte dei Conti. Un muro di gomma. Bisogna aspettare l'estate scorsa perché Marta Malacarne, che regge la Corte d'appello dopo la promozione di Canzio, e il nuovo procuratore generale Roberto Alfonso, decidano che si è taciuto troppo, e mandano una lettera all'Anticorruzione. In febbraio Cantone manda la Finanza in Comune. E ora stende un rapporto in cui si scopre che in un anno l'Anticorruzione non ha scoperto niente di nuovo: le irregolarità sono le stesse denunciate per filo e per segno dal Giornale. Diciotto appalti, in buona parte finiti a Finmeccanica attraverso Elsag, in parte a un altro colosso della stessa orbita, la Net Service di Bologna, tutti senza gara. A volte le gare vengono eluse col pretesto della «continuità» con lavori precedenti, a volte usando lo schermo della Camera di Commercio. Ma adesso chi indagherà? Cantone manda le carte alla stessa Corte dei Conti che da tre anni ha insabbiato un'altra inchiesta sugli sprechi giudiziari milanesi; e alla Procura di Milano, che apre lunedì scorso un'indagine «contro ignoti». Siccome a decidere furono all'epoca magistrati milanesi, il fascicolo in realtà dovrebbe andare per competenza alla Procura di Brescia, dove però è ora presidente della Corte d'appello Claudio Castelli, che delle operazioni milanesi fu uno dei registi. Quindi il fascicolo dovrebbe approdare addirittura a Venezia. Sarà un lungo psicodramma, quello che sta per investire il palazzaccio milanese.

Moratoria dei pm su Expo? Il pm snobba la questione. Nel suo ultimo discorso pubblico da Procuratore, Edmondo Bruti Liberati liquida con poche ma esplicite righe il tema della presunta "moratoria" concessa durante Expo per non infierire con arresti e avvisi di garanzia sull'andamento dell'esposizione universale, scrive Luca Fazzo Mercoledì 11/11/2015 su “Il Giornale”. "La Procura di Milano ha svolto il ruolo che le compete di accertamento rigoroso dei fatti di reato. "La magistratura penale non deve farsi carico di "compatibilitá"". Nel suo ultimo discorso pubblico da Procuratore, Edmondo Bruti Liberati liquida con poche ma esplicite righe il tema che da settimane, ma soprattutto nelle ultime ore, incombe sulla sua gestione della Procura di Milano: la presunta "moratoria" concessa durante Expo per non infierire con arresti e avvisi di garanzia sull'andamento dell'esposizione universale. Una sorta d conferma dell'esistenza della moratoria é venuta ieri dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, che nel suo discorso milanese ha ringraziato la magistratura per la "responsabilità " dimostrata in questi mesi. "Non ci siamo fermati checché se ne dica oggi in alcuni commenti", ha detto Bruti replicando agli articoli odierni innescati dal "ringraziamento" di Renzi. Bruti, che aveva assunto su di sé il coordinamento delle indagini sull'evento milanese, nega che una moratoria vi sia stata. Rivendica le inchieste compiute prima dell'avvio dell'esposizione, "la massima celerità" impressa alle indagini, che "ha consentito alla struttura Expo 2015 di adottare te elettivamente i provvedimenti per la sostituzione dei manager colpiti da custodia cautelare evitando ogni stasi nel periodo delicatissimo di predisposizione delle strutture di base dell'evento". "Spettava ad altre articolazioni istituzionali operare affinché seguissero iniziative gestionali ed amministrative atte a assicurare la prosecuzione delle opere in condizioni di ripristinata legalità ". Il riferimento é alle indagini che portarono all'arresto di alcuni tra i collaboratori più stretti del commissario di Expo Giuseppe Sala e di alcuni sopravvissuti di Tangentopoli. Se altre indagini si sono accumulate nel frattempo nei cassetti, e se daranno i loro frutti dopo la chiusura di Expo, lo si scoprirà solo nelle prossime settimane. Oggi Bruti Liberati dá l'addio alla carica, presentando il Bilancio sociale della procura che ha guidato per cinque anni. Alla presenza del ministro Andrea Orlando, Bruti rivendica numeri alla mano una serie di numeri che dimostrano come il lavoro quotidiano dei suoi ottanta sostituti abbia risposto sempre meglio alle esigenze di una città alle prese con i multiformi aspetti della criminalità. Vero. Ma lo stesso Procuratore sa bene che il tema cruciale é quello del rapporto con il potere politico. E su questo punto le polemiche non sono destinate a chiudersi con la sua uscita di scena. 

Trattativa Pd-magistrati. Renzi svela l'accordo con la procura di Milano: grazie per la vostra sensibilità, scrive Alessandro Sallusti Mercoledì 11/11/2015 su “Il Giornale”. In visita ieri a Milano per il dopo Expo, Matteo Renzi ha detto: «Ringraziamo i magistrati che hanno avuto sensibilità nel rispetto rigoroso delle leggi», svelando così un segreto di Pulcinella. Perché quello che tutti sapevano, e che nessuno osava dire, è che c'è stata una trattativa sull'asse Quirinale-Palazzo Chigi-Procura di Milano per sospendere le inchieste giudiziarie sui vertici dell'Expo per tutto il periodo della rassegna universale. Non si doveva rovinare la festa al governo di sinistra, non scalfire l'immagine di Giuseppe Sala, capo di Expo e futuro candidato sindaco del Pd a Milano. Altro che trattativa Stato-mafia. Qui siamo alla trattativa Stato-magistrati, che evidentemente - ce lo dice Renzi in persona - è andata a buon fine. Sarebbe interessante sapere chi ha trattato con chi, chi ha ordinato ai magistrati di fermarsi e chi a Palazzo di giustizia si è fatto garante dell'accordo. Verrebbe da dire: finalmente qualcuno fa valere l'interesse di Stato sulla furia devastatrice di pm incoscienti. Ma ci chiediamo anche perché questo sano principio non sia stato applicato durante la ventennale caccia a Silvio Berlusconi presidente del Consiglio, che enormi danni ha provocato all'interessato ma soprattutto al Paese. Ricordate l'avviso di garanzia - il primo a un premier in carica nella storia repubblicana - spedito da questi stessi magistrati a Berlusconi a Napoli, nel pieno della conferenza internazionale sulla criminalità organizzata? Non ci fu alcuna «sensibilità», né «rispetto delle leggi», tanto che l'allora premier fu poi totalmente assolto. Così come gli interessi del Paese sono stati negli anni calpestati con inchieste farlocche sui vertici delle nostre grandi aziende, da Eni a Finmeccanica, da Fastweb a Unicredit. Solo con un governo di sinistra i magistrati abbassano la testa e ripongono nei cassetti i faldoni delle intercettazioni. Questa è la prova che l'uso politico della giustizia non è una fantasia di qualche squilibrato. È un fatto. Le procure si muovono contro una parte, che è sempre la stessa, ma anche a difesa di una parte che, guarda caso, è pure quella sempre la stessa. Tutto ciò spiega anche perché Giuseppe Sala stia prendendo tempo prima di accettare la candidatura del Pd a guidare Milano: vuole sapere se il suo lasciapassare è scaduto con la chiusura dei cancelli di Expo o se sarà rinnovato fino alle elezioni, meglio all'infinito. Ma così la partita è truccata. E addio democrazia.

Trattativa Pd-pm milanesi: presto cadranno tutti i segreti. Dopo il plauso di Renzi ai giudici che hanno salvato Expo e Sala, il procuratore smentisce: "Nessuna moratoria". Bruti va in pensione, se ripartono le inchieste sarà la controprova, scrive Luca Fazzo Giovedì 12/11/2015 su “Il Giornale”. Procuratore, cosa c'è nei vostri cassetti? La domanda rimane senza risposta. Edmondo Bruti Liberati scivola via, inghiottito nel nugolo di agenti che scortano, pochi metri più in là, il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Per Bruti è il giorno dell'addio. Nell'aula magna del tribunale il Procuratore ha tenuto il suo ultimo discorso. Tra tre giorni andrà in pensione. È un addio amaro. Non solo perché Bruti se ne va anzitempo, sull'onda delle polemiche furibonde che hanno lacerato la Procura milanese, e che lo esponevano al rischio di essere esautorato dal Csm. Ma anche perché, manco a farlo apposta, alla vigilia del suo addio gli è piombato addosso un ringraziamento che somiglia a un killeraggio: quello del presidente del Consiglio.«Voglio ringraziare i magistrati di Milano per il rispetto rigoroso della legge ma anche del sistema istituzionale», aveva detto Matteo Renzi. Parole che a chiunque (compresi numerosi magistrati) sono suonate come la conferma ufficiale di quanto da mesi si dice nel Palazzo di giustizia milanese, e che solo un vecchio reporter iconoclasta come Frank Cimini aveva osato scrivere: l'esistenza di una moratoria tacita, un accordo tra potere politico e procura milanese per consentire a Expo di svolgersi al riparo da retate e avvisi di garanzia. «Nessuna moratoria - dice ieri Bruti - io sto ai fatti: le indagini su Expo sono state fatte». Se un riguardo c'è stato, dice il procuratore, è consistito nella «celerità dell'indagine» perché non si bloccassero i lavori dell'esposizione». Nient'altro. E il ministro Orlando prova anche lui a smosciare, spiegando che il «rispetto istituzionale» dimostrato dalla Procura milanese ha significato soltanto «fare ciò che impone la legge»: frase evidentemente priva di significato. E dunque? Di cosa parla davvero Renzi, quali accordi taciti o espliciti sono intercorsi in questi mesi perché non si disturbasse l'Expo di Giuseppe Sala? Per capire la portata di questi interrogativi bisogna andare indietro, alla nomina di Bruti alla guida della Procura cinque anni fa, conquistata grazie ad un accordo bipartisan in Csm fortemente voluto da Giorgio Napolitano: e a come il Quirinale abbia sempre vegliato su Bruti, considerandolo un magistrato non ottusamente chiuso nei codici ma aperto anche alle esigenze della società e della politica, e poi difendendolo apertamente anche nel momento più difficile, lo scontro con il suo vice Alfredo Robledo.Di questa interpretazione «politica» del suo ruolo, Bruti ha beneficiato a volte anche il centrodestra: come quando evitò il carcere a Alessandro Sallusti, o aprì la strada all'affidamento ai servizi sociali di Silvio Berlusconi. Ma è oggettivo che il caso più eclatante, l'inchiesta Sea dimenticata in cassaforte, ha tolto una rogna dal cammino della giunta rosso-arancione di Milano. Ed è altrettanto evidente che le inchieste su Expo che ieri Bruti rivendica si sono fermate tutte alla vigilia dell'esposizione. Dopo le retate del 2014, le indagini si sono fermate.Solo nelle prossime settimane, chiusa Expo e pensionato Bruti, si capirà se davvero, come si dice da tempo in tribunale, le notizie di reato relative all'esposizione siano continuate ad arrivare, e siano tenute sotto nomi di copertura in attesa della fine della moratoria.

Tutti a Milano, la città dove ogni cosa accade. La buona amministrazione, la rinascita urbanistica, il successo di Expo. Grandi imprese pubbliche e private trasferiscono da Roma uffici e dirigenti. Il potere si sposta sotto il Duomo. Ritratto del capoluogo lombardo in piena rinascita, scrive Denise Pardo su “L’Espresso”.  Milano. Una veduta dello skyline dei grattacieli di Porta Nuova, tra le guglie del Duomo. No, non è solo l'Expo il volano, l’algoritmo, la soluzione della metamorfosi. C’è pure Porta Nuova e il Bosco Verticale, ne vogliono uno identico anche in Cina. E l’Hangar Bicocca, Citylife, la Torre Isozaki di Allianz e la Fondazione Prada, ex distilleria recuperata ad arte, il bar serve unicamente panini gran gourmet, la Miuccia dice che il genere socializza. Poi la darsena, da non credere, ora finalmente è riempita d’acqua. Milano, città nuova dove tutto succede. Dopo anni grigi, di colpo, ha cambiato pelle. E si è rinnamorata di se stessa. Sono apparsi gli alberi e i piccoli giardini, il rilancio delle aree verdi lo varò il sindaco Albertini, con quel nome, per forza. Passano in fila indiana ricche cinesi vestite gran moda con il naso in su ad ammirare i grattacieli. Cerca casa Fabio Gallia, nuovo ad di Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte piena di dobloni pubblici. Il suo presidente Claudio Costamagna, avuto da Cesare-Matteo quel che aspettava da Cesare-Matteo, lascia malvolentieri il suolo meneghino, e se la Cassa dev’essere più di mercato, lui e la chiave del tesoro stanno il più possibile a Palazzo Litta, Corso Magenta. Torna a casa Corrado Passera, la Capitale è stata assai amara, Milano, come già in passato, forse potrebbe dare di più. A maggio si libera il Comune e lui ha parlato con Paolo Glisenti che al fianco di Letizia Moratti sognò l’Expo, vedi mai, si può provare. Il sindaco, Giuliano Pisapia, gran borghese rosso che non vuole ricandidarsi nonostante le suppliche romane è venerato come Padre Pio. Non è sovrannaturale la trasformazione di Milano in brulicante città turistica? Il traffico è spesso infernale. Le corsie sono ristrette in nome del ciclismo cittadino e Pisapia e cinque assessori danno il buon esempio, tanto non si spalancano i buchi e i crateri di Roma. Si fa lo slalom nelle strade invase dai viaggiatori, la città è al secondo posto tra le più visitate d’Italia, Firenze si piazza dopo di lei e sembra uno scherzo. Il dato non dipende dall’effetto Expo applaudito dalla stampa di mezzo mondo, dopo mesi di apocalittici anatemi e scandali nostrani. L’ascesa inizia ben prima. Ecco, il miracolo a Milano. Se questo non è miracolo, allora cos’è? A Milano, a Milano, persino per un week end, per famiglie e sublimi snob, la città è nel grand tour. Un grand tour in un crocevia più che mai politico, economico, internazionale, bancario esteticamente rivoluzionato e frutto di una ritrovata passione civile e del rigore calvinista della città. È bastato che saltasse il tappo del berlusconismo e nella Milano dalle mille anime - culturali, etniche, di censo - e dalle quattro linee della metropolitana, è tornato di botto il senso e l’orgoglio della comunità. Sette università, un quarto di milione di studenti da tutto il mondo, due orchestre sinfoniche, la Scala e va bene, ma anche la Verdi che è privata e un po’ arranca un po’ no, ma sopravvive. Intanto Etihad per togliersi dai pasticci romani valuta la possibilità di potenziare gli uffici milanesi e di incrementare il cargo su Malpensa sottraendolo al disastrato Fiumicino ancora in attesa del restyling. Che schiaffo per Roma! C’è chiasso allegro e tanti giovani, e persino la musica vicino alla Triennale completata e bellissima, accanto alla Galleria Vittorio Emanuele restaurata, e sulle rive dei Navigli. Anche le file all’Expo, nonostante ora siano esagerate, da class action come si è visto, sprigionano energia, elettricità. Nuovi bar ovunque, mentre il Comune è preso d’assalto dalle richieste di dehors, come a Parigi come a Londra. Chi se ne importa se il clima è quello che è. I romani che provengono da una Capitale diseredata, abbandonata a se stessa, ammutoliscono e commentano: «Prima Milano non era così». No, non era così. E ora che il restauro delle facciate, i virtuosismi architettonici, i segni dei mecenati mostrano l’inaspettata grande bellezza, è in arrivo un’altra svolta sostanziale, profonda, forse chirurgica: il cambio degli uomini, si aspettano nuovi venuti. C’è l’attesa del dopo. Il dopo Expo, il 31 ottobre si chiude. Il dopo Pisapia, a primavera tutti a casa. Il dopo Edmondo Bruti Liberati, il procuratore generale è già scaduto: sarà Francesco Greco o Ilda Boccassini che ha presentato la richiesta o magari la poltrona toccherà invece all’ex marito di lei, Alberto Nobili? Attendendo l’Antitrust, ecco anche il dopo “Mondazzoli”, la fusione Mondadori-Rizzoli: quali saranno i prossimi capitani delle letture? Si profila forse il dopo Angelo Scola viste le voci insistenti su un ritiro anticipato dell’arcivescovo di Milano, uno dei tredici disobbedienti firmatari della lettera al Papa contro il metodo del Sinodo (lui ha smentito). Molti metri sopra al cielo, in due delle torri simbolo della città si scruta l’avvenire. Cambierà qualcosa al vertice della Torre Unicredit, 239 metri zona Porta Nuova, a ridosso di Corso Como, (acquisti proibitivi, effetto assicurato da naufraga depressa), sopra piazza Gae Aulenti (altro luogo di turismo cult) dove Fabrizio Palenzona, vice presidente dai mille incarichi, anche presidente degli Aeroporti di Roma, è indagato dalla Direzione Antimafia di Firenze? Il cda della banca ha confermato la fiducia. Ma fino a poco fa, lui sembrava un intoccabile totem. Da una torre all’altra, a quella del Pirellone, sede del Consiglio regionale lombardo dove il vice presidente Mario Mantovani è stato arrestato per corruzione e la vicenda ha aperto una crisi negli equilibri politici già traballanti del Consiglio. A palazzo Marino, l’eredità Pisapia peserà come un macigno. Per la valenza politica a livello nazionale del risultato locale e per il ruolo della città nelle comunità economiche finanziarie del nuovo mondo: «i giovani del Far East», ha raccontato l’ad Expo Giuseppe Sala, «considerano Milano una delle mete più desiderate d’Europa». Meglio non farlo sapere a Parigi. A differenza di altre città italiane - si stenda un velo pietoso sulla Capitale - c’è ancora una società civile pronta a mettersi al servizio del bene comune. L’ha fatto l’avvocato Umberto Ambrosoli, sconfitto da Roberto Maroni. Sollecitato da Palazzo Chigi, proverà anche Sala, ex dirigente Pirelli, presentato a Letizia Moratti da Bruno Ermolli, ora diventato ardente renziano. C’è il tormentone Ferruccio de Bortoli, a sinistra, al centro, con una lista civica, non si sa! L’ex direttore del “Corriere della Sera” non è tipo da primarie. Nicchia, si favoleggia di un incontro con Renzi definito da lui in un editoriale «maleducato di talento». Ma le settimane passate nella Capitale come presidente della Commissione per il concorso Rai non saranno certo trascorse invano. La nebbia che non c’è più a Milano, è fitta invece intorno al nome del prescelto sull’altare berlusconian-leghista. Il potere si sposta e così anche Roma. L’hotel più alla moda è il nuovo Mandarin Oriental, ex Goldman Sachs, ex Cariplo. Chi c’è dietro? Giuseppe Statuto, l’immobiliarista saltato agli onori delle cronache con «i furbetti del quartierino» (anche l’albergo Four Seasons è suo). L’archistar Massimiliano Fuksas viene e va, racconta che la figlia Lavinia, designer di gioielli cresciuta tra Parigi e Roma, preferisce di gran lunga Milano. Si corre di qua e di là, c’è tanto da vedere, i lavori della Fondazione Feltrinelli, 2700 metri quadrati su cinque piani, il restauro della casa di Alessandro Manzoni, ossessione del banchiere Giovanni Bazoli, per decenni gran capo della finanza cattolica e di Banca Intesa-Sanpaolo, appena entrato nell’affollato club italiano dei presidenti emeriti. Comincia anche Bookcity, si parla del fatto che primo in Italia, il liceo classico Tito Livio sia diventato bilingue, anche il latino è spiegato in inglese. Pochi mesi prima di morire, il finanziere Robert de Balkany ha comprato uno stabile in via Bagutta, diventerà un luxury shop. A due passi, dal grande antiquario Carlo Orsi c’è un via vai di tycoon. Poi si attraversa la strada e su via Monte Napoleone appare la coda davanti alla nuova pasticceria Marchesi, storico marchio meneghino, panettoni indimenticabili, comprata da Miuccia Prada. Ora i petit choux e i bignè sono da passerella. Naturalmente i milanesi si lamentano un po’, elencano i difetti comuni a tante amministrazioni mentre Pisapia inaugura con il sindaco di Mosca Serghei Sobyanin una «diplomazia economica parallela delle città», canale complementare a quello fra Russia e Italia. A Mosca a Mosca! A Milano, a Milano! Ci sta tutta.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

LOMBARDIA. TERRA DI EVASORI FISCALI.

Biglietti Atm, scoperta truffa: 7mila abbonamenti venduti in nero. Nuovo esposto in Procura sulla truffa dei ticket: «Abbonamenti venduti in nero fino al 2105». L’azienda ritira la licenza a un rivenditore di Piola: scoperti incassi indebiti per 70 mila euro, scrive Gianni Santucci l'1 novembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Sono sei o settemila le tessere scomparse. Card «vergini» sulle quali inserire i codici per gli abbonamenti dei mezzi pubblici. Quelle tessere sono ancora oggi registrate (solo a livello virtuale) nei sistemi informatici dell’Atm, come se fossero ancora in mano dei dipendenti agli sportelli degli Atm Point: e invece non si trovano più. Il sospetto è che siano state «trafugate» da impiegati infedeli, masterizzate «in nero» e vendute ai clienti dirottando gli incassi.

L’ultima denuncia. Oltre ai biglietti clonati all’interno degli Atm Point e ai ticket venduti sottobanco dalle edicole, quello degli abbonamenti è il terzo filone attraverso il quale per anni, dall’interno, una cricca di impiegati ha sottratto incassi che invece sarebbero dovuti finire all’azienda, e dunque al Comune. A gennaio scorso Atm ha denunciato e licenziato 11 dipendenti che clonavano i biglietti. La settimana scorsa il Corriere ha raccontato che le proporzioni della truffa sono molto più ampie di quanto ipotizzato all’inizio (l’azienda parlò di 70 mila euro, mentre i danni sono al momento «incalcolabili») e che anche le edicole erano coinvolte. Una conferma di questo «fronte degli edicolanti» è arrivata qualche giorno fa: negli ultimi mesi Atm ha messo in campo «controlli maniacali» e grazie a queste nuove verifiche ha scoperto che l’edicola della fermata «Piola» sulla linea 2 del metrò stampava e vendeva biglietti in nero. La licenza è stata già revocata. In quattro mesi il titolare avrebbe accumulato 70 mila euro di «incassi indebiti» (che ora l’azienda recupererà non restituendo la fidejussione).

Le falle nel sistema. Il «buco» degli abbonamenti è riassunto in un esposto depositato qualche giorno fa in Procura. Risale al 2015, ma ancora oggi i sistemi informatici (per quanto descritto in quell’atto) ne tengono traccia. La procedura funziona così: ogni dipendente dello sportello ha fisicamente in mano una quota di tessere «vergini»; il numero di quelle tessere è registrato anche nella «fiduciaria», una cartella del profilo informatico personale dell’impiegato. Ogni volta che il dipendente vende un abbonamento, automaticamente il sistema dell’azienda legge l’operazione e la «contabilizza». In ogni momento, dunque, il numero di tessere registrate nella «fiduciaria» dovrebbe corrispondere a quello delle carte che l’impiegato ha fisicamente in mano. E qui sta il punto: negli scorsi mesi alcuni dipendenti hanno chiesto ai propri superiori come devono comportarsi perché hanno in mano un numero di card molto inferiore rispetto a quello ancora registrato dal sistema. L’ipotesi più plausibile è che la cricca che clonava i biglietti si sia appropriata di quelle sei-settemila tessere scomparse e le abbia vendute sottobanco. Le tessere sarebbero state masterizzate grazie a un computer (detto «diagnostico») che si trovava negli uffici Atm in Duomo ed era l’unico a poter caricare gli abbonamenti sulle carte al di fuori delle postazioni allo sportello. Per quanto risulta al Corriere, che ha incrociato diverse fonti per le verifiche, il filone degli abbonamenti in nero si sarebbe chiuso nel 2015, quando alcuni responsabili vennero a conoscenza della truffa, ma decisero di non denunciarla e non trasferire l’informazione ai vertici dell’azienda. Da quel momento però il computer al centro del raggiro è «scomparso».

Il finto rimborso. Con gli abbonamenti è stata fatta però anche una truffa più recente. A fine novembre 2017, un dipendente ora sotto inchiesta vende un abbonamento annuale «Viaggio ovunque in Lombardia» (che dà accesso all’intera rete dei trasporti regionali e costa 1.027,5 euro), ma stampa anche il suo «doppione» clandestino; il primo lo consegna al cliente, con il secondo simula che lo stesso cliente l’abbia restituito, chiedendo il rimborso (che, con tutta probabilità, è rimasto nelle mani dell’impiegato). Nella «distinta di restituzione», come destinatario, compare il nome di uno dei dipendenti licenziati. Un’ingenuità, che dice però la disinvoltura con la quale venivano fatte le truffe dentro l’azienda.

I controlli rafforzati. Da tempo Atm è impegnata in una politica di «smaterializzazione» del biglietto (obiettivo: 80 per cento di biglietti senza carta in 5 anni) e sta creando un nuovo sistema di «bigliettazione elettronica». L’attuale sistema informatico, quello con le falle che hanno consentito agevoli e prolungate truffe interne, sarà dunque sostituito. Ecco perché Atm non si concentrerà sulla revisione di una «macchina» ormai superata. L’azienda ha però incaricato la Kpmg di studiare tutte le procedure interne, individuare i punti deboli e trovare possibili soluzioni. Rispetto ai suggerimenti, Atm si è concentrata su controlli e organizzazione: non si accettano più assegni bancari (se non circolari); maggiore tracciabilità («pos» collegati alle casse degli sportelli); nuove verifiche informatiche su consegne e rese dei rotoli dei biglietti da stampare; accentramento di conteggi e rendiconti; verifiche su ogni cassa a fine turno.

Evasione, la Lombardia in testa alla classifica con 19,3 miliardi all’anno. "Stasera Italia" raccoglie le testimonianze dei commercianti tra le vie di Milano in debito con lo Stato, scrive il 19 settembre 2018 TGcom24. Con quasi 20 miliardi di euro all’anno non corrisposti, la Lombardia si piazza al primo posto nella classifica dell’evasione fiscale in Italia. Secondo i dati della Cgia di Mestre, ammonterebbe a 19,3 miliardi il conto che i lombardi dovrebbero all’erario. Tra le strade di Milano, però, si raccolgono testimonianze sconfortanti: “Ormai in questo Paese, chi ha un'attività è costretto a non intestarsi nulla, così se accade qualcosa, nessuno può venirci a prendere", dice un piccolo imprenditore ripreso dalle telecamere nascoste di "Stasera Italia". “Ormai evadere è diventato inevitabile. In città ci sono situazioni disperate, attività commerciali che devono al fisco 30-40mila euro. Ma come si fa a versarli tutti?” dice un commerciante della Galleria Vittorio Emanuele. In molti, infatti, aspettano il condono fiscale - ribattezzato "pace" – caldeggiato dalla Lega, con il quale potrebbero essere abbattuti debiti con lo Stato fino a un milione di euro.

Fisco, il procuratore Greco: «La Lombardia è la terra degli evasori». La regione è «di gran lunga» in testa per le istanze di «voluntary disclosure», seguita da Piemonte ed Emilia Romagna. Calabrò: «Il costo per le imprese per la presenza di mafia, camorra e ‘ndrangheta è molto alto», scrive il 23 ottobre 2018 "Il Corriere della Sera". «La Lombardia è la terra degli evasori fiscali. Ci sono state il 49,07% delle istanze di voluntary disclosure, in termini di capitalizzazione siamo al 47/48% del totale complessivo, che è di circa 60 miliardi di euro». Lo ha detto il procuratore di Milano, Francesco Greco, intervenendo al convegno su criminalità e tutela delle imprese, in Bankitalia a Milano. «È un problema serio - ha aggiunto - La Lombardia è di gran lunga al primo posto, poi ci sono il Piemonte e l’Emilia Romagna». «Mi fa piacere pensare - ha poi spiegato Greco - che qui si sia creato un network positivo, un circolo virtuoso, tra Procura, Guardia di Finanza, Agenzia delle entrate, commercialisti, per cui c’è stata una maggior richiesta» di emersione con la voluntary disclosure. Secondo il procuratore, la voluntary è un sistema positivo «perché è difficile aggredire capitali all’estero. Quindi meglio farli rientrare pacificamente». In più «ci ha creato un patrimonio informativo enorme, con cui tuttora stiamo organizzando per le nostre attività di indagini».

La criminalità organizzata. «Il costo per le imprese, per la presenza di mafia, camorra e ‘ndrangheta è molto alto. Si turba il mercato e si introducono elementi di concorrenza illecita, che penalizzano chi lavora onestamente. C’è un timore molto forte per le imprese». Così il vicepresidente di Assolombarda, Antonio Calabrò. «L’evasione fiscale, la corruzione e le illegalità mettono in seria difficoltà il meccanismo economico della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia Romagna, della Liguria e del Veneto, le aree in cui cresce di più il sistema Paese», ha aggiunto. «Ci sono molti anticorpi, un ottimo lavoro già in corso da parte degli inquirenti e della magistratura. Un lavoro fatto anche dall’Anac, ma è necessario anche avere una sensibilità dell’opinione pubblica, a partire dal mondo delle imprese. La mafia è un concorrente assoluto della civiltà», ha concluso Calabrò.

Milano, "Lombardia terra di evasori": l'allarme del procuratore Greco. Il capo della procura di Milano: "Qui quasi il 50% delle domande di voluntary disclosure". Calabrò, Assolombarda: "Evasione, corruzione, illegalità mettono a rischio il Paese", scrive il 23 ottobre 2018 "La Repubblica". "La Lombardia è la terra degli evasori fiscali. Ci sono state il 49,07% delle istanze di voluntary disclosure, in termini di capitalizzazione siamo al 47/48% del totale complessivo, che è di circa 60 miliardi di euro". Lo ha detto il procuratore di Milano, Francesco Greco, intervenendo al convegno su criminalità e tutela delle imprese, in Bankitalia a Milano. "E' un problema serio - ha aggiunto - La Lombardia è di gran lunga al primo posto, poi ci sono il Piemonte e l'Emilia Romagna". "Mi fa piacere pensare che qui si è creato un network positivo, un circolo virtuoso, tra procura, guardia di finanza, Agenzia delle entrate e commercialisti, per cui c'è stata una maggior richiesta di voluntary disclosure". In Veneto, fa notare il procuratore, "le percentuali sono vicine allo zero". Secondo Greco, la voluntary è un sistema positivo "perché è difficile aggredire capitali all'estero. Quindi meglio farli rientrare pacificamente". In più "ci ha creato un patrimonio informativo enorme, con cui tutt'ora stiamo organizzando per le nostre attività di indagini". Solo dalla Svizzera, ad esempio, sono arrivati 400mila conti bancari. Una preoccupazione forte, quella emersa al convegno, anche sul tema della criminalità organizzata. A margine è intervenuto il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò: "Il costo per le imprese, per la presenza di mafia, camorra e 'ndrangheta è molto alto. Si turba il mercato e si introducono elementi di concorrenza illecita, che penalizzano chi lavora onestamente. C'è un timore molto forte per le imprese". E ha aggiunto: "L'evasione fiscale, la corruzione e le illegalità mettono in seria difficoltà il meccanismo economico della Lombardia, del Piemonte, dell'Emilia Romagna, della Liguria e del Veneto, le aree in cui cresce di più il sistema Paese", ha aggiunto. "Ci sono molti anticorpi, un ottimo lavoro già in corso da parte degli inquirenti e della magistratura. Un lavoro fatto anche dall'Anac, ma è necessario anche avere una sensibilità dell'opinione pubblica, a partire dal mondo delle imprese. La mafia è un concorrente assoluto della civiltà". Anche il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha sottolineato che "il codice degli appalti non basta più, le mafie hanno trovato strade diverse per acquisire gli appalti che lo superano". Serve invece "una banca dati per inserire le imprese che partecipano agli appalti e smascherare i cartelli che puntualmente vengono costituiti" dalle organizzazioni criminali.

Evasione fiscale record in Italia: in testa Lombardia e Veneto, scrive Franco Busalacchi l'1 ottobre 2018 su I Nuovi Vespri. Guarda caso, le Regioni italiane dove di evade più il Fisco sono le due Regioni che vorrebbero attuare la ‘secessione dei ricchi’ tenendosi il cosiddetto residuo fiscale: Lombardia e Veneto. Questa mega evasione fiscale spiega perché la manovra del Governo tra grillini e leghisti è sbagliata: invece di indebitare l’Italia avrebbero potuto far pagare le tasse agli evasori. In perfetto stile democristiano, il governo del popolo dell’accoppiata Salvini-Di Maio, per racimolare un po’ di soldi da spendere dissennatamente e assicurarsi il favore del popolino, invece di aprire la stagione della caccia agli evasori fiscali, indebita pericolosamente le finanze statali. L’evasione fiscale in Italia rappresenta uno dei principali ostacoli al risanamento economico del Paese. Una vera e propria piaga. Lo dicono, ancora una volta, i numeri: a maggio 2018 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 4,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, con punte record nel Nord dove ha raggiunto il 6,5%. In termini di imposte sottratte all’Erario siamo nell’ordine di 180,7 miliardi di euro l’anno. Il nobile, operoso, civile Nord è il principe degli evasori.

In testa, poi, tra le Regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, risulta la Lombardia, con +6,3%.

Secondo e terzo posto spettano, rispettivamente, al Veneto con + 5,4% e la Valle d’Aosta con +5,1%.

A seguire la Liguria con +4,8%, il Piemonte con 4,7%.

Chiudono la graduatoria la Sacra Corona unita, con il 2,6%, la Camorra, con 1,0% e Cosa nostra con lo 0,6%.

La Lombardia, anche in valore assoluto, ha fatto registrare il maggior aumento dell’evasione fiscale. In percentuale, il dato lombardo aumenta, nel 2018, di circa il 7,2%.

In Italia i principali evasori sono gli industriali (33,2%) seguiti da bancari e assicurativi (30,7%), commercianti (11,8%), artigiani (9,4%), professionisti (7,5%) e lavoratori dipendenti (7,4%).

Non dobbiamo quindi farci illusioni di cambiamento. I dati riportati spiegano con cruda chiarezza perché nel “contratto Lega 5 stelle” (per carità non chiamatelo accordo politico che i 5 Stelle si risentono! Che ipocrisia!) la lotta all’evasione fiscale è affidata alla flat tax, e si basa sul seguente ragionamento ad minchiam: se diminuisce la pressione fiscale i contribuenti diventano onesti e pagheranno tutti tulle le tasse. Si può essere più subdoli e fasulli di così? E i 13 milioni di evasori totali che faranno? I pentiti? Quante sciocchezze contrabbandate per genialate! Mi riferisco ovviamente ai 5 Stelle e non a Salvini, che anche in questo settore ha portato a casa il risultato che voleva. Salvaguardando tutti i nordisti e segnatamente i lombardi, incivili e disonesti come lui. Questo patto è stato sottoscritto dal partito del popolo, quello stesso che ha abolito la povertà secondo le deliranti parole di Di Maio, il Robin Hood dei creduloni, senza togliere un centesimo ai ricchi e quindi contraendo debiti che qualcuno, non certo i ricchi con i soldi all’estero, prima o poi dovranno pagare.

PARLIAMO DELLA LOMBARDIA.

Quando Craxi sfido Pinochet nel cortile di casa, scrive Paola Sacchi il 16 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Settembre 1973, il giovane dirigente socialista vola a Santiago e rende omaggio alla tomba di Salvador Allende ucciso pochi giorni prima dai militari golpisti. A Milano e a Roma ancora non ci sono, ma nel resto del Paese e del mondo si continuano inaugurare vie e piazze a Bettino Craxi. Il Cile oggi renderà omaggio allo statista socialista, per l’impegno a favore delle cause di libertà e di democrazia, intitolandogli una “plazoleta” nello stesso cimitero dove è sepolto Salvador Allende. Era il settembre 1973, pochi giorni dopo il golpe del generale Augusto Pinochet, quando Craxi rischiò letteralmente la vita per deporre fiori sulla tomba del presidente trucidato dalla “Junta”. «Un paso mas y tiro» intimarono i carabineros al giovane e coraggioso vicesegretario e responsabile esteri del Psi, che sfidò la “Junta” alla guida di una delegazione socialista e dovette lasciare sulla ghiaia, sotto i mitra puntati, i garofani rossi. Provando, però, «più che paura rabbia». Il tributo di oggi non nasce solo da quel temerario gesto ma, come ricorda Stefania Craxi, figlia dello statista socialista, dall’impegno a sostegno del popolo cileno. La Plazoleta Bettino Craxi, che sorgerà nel Cementerio general de Recoleta di Santiago, sarà inaugurata nel corso di una cerimonia ufficiale, alla presenza della stessa Stefania, neo- senatrice di Forza Italia, dell’ex presidente Ricardo Lagos, dell’ambasciatore italiano Marco Ricci e del sindaco di Recoleta, Daniel Jadue. La Fondazione intitolata al leader socialista celebra l’evento con la pubblicazione di uno speciale del suo trimestrale Le-Sfide- Non c’è futuro senza memoria dove Stefania nella prefazione ricorda i suggerimenti di Craxi a Reagan per una transizione democratica in Cile e, senza ipocrisie, anche l’aiuto finanziario che il leader socialista dette alle cause di liberazione nel mondo. Un aiuto che Craxi tenne sempre separato e distinto dalla “miseria delle vicende giudiziarie che lo colpivano” negli anni di Tangentopoli. Ma, nell’opuscolo, è il “ricordo” che Craxi fa di quei giorni a Santiago a far venire un brivido. È un racconto lucido, asciutto, realistico, quasi da grande reporter più che da politico. Descrive la Moneda, cannoneggiata chirurgicamente, come «un grande monumento alla morte della democrazia». Osserva che «neppure nei quartieri bene del barrio alto la borghesia festeggiava, anzi lo champagne le si seccò in gola». Denuncia, come farà pubblicamente al suo rientro in Italia – le centinaia di cadaveri finiti alla morgue (da qui la cruda definizione “mattatoio Cile”) e le responsabilità del Nord America nel “soffocamento” dell’economia cilena, con un’analisi da provetto economista, che pur non dimentica di raccontare i disperati tentativi di nazionalizzazione di Allende. Ridicolizza l’ossessione anti-marxista dei militari che, ormai, attribuivano a Marx anche il libello più innocente, fino a liquidare il generale Leight, considerato il cervello della “Junta” e secondo il quale andava «estirpato in cancro marxista dal Paese», come «niente più che un gorilla gallonato». Denuncia poi l’arbitrio con il quale si spedi- va in galera un ladro di bicicletta, analizza le cause della fine del governo di Unidad popular, ma soprattutto, racconta la visita sulla tomba di Allende pochi giorni dopo il golpe militare. «Di buon mattino eravamo partiti da Santiago e avevamo raggiunto Vina del Mar. Quando arrivammo al cimitero di Santa Ines, dove Allende è sepolto nella tomba della famiglia Grove ( i Grove, sono parenti della moglie), il clima sembrava tranquillo…». Non fu così. Craxi capì subito che qualcosa non andasse affatto per il verso giusto quando, racconta, «all’ingresso del cimitero mi rivolsi all’impiegato dicendogli in spagnolo: siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende. E l’uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso. Poi, abbassò gli occhi senza rispondere». Quindi, «ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. In quel momento arrivò un ragazzino, uno di quei bambini tragici e meravigliosi che si incontrano in tutti i Paesi sottosviluppati e che si guadagnano la vita facendo da guida agli stranieri. Il bambino ci dice: vi mostro io dove è la tomba del presidente». La giornata viene descritta come «splendida», ma «l’atmosfera idilliaca dura poco», infranta dall’arrivo di un manipolo di carabineros, con «facce truci ed i mitra puntati» che si pararono davanti. Il più giovane dei soldati si piantò gambe tese e puntò il mitra carico, con un Craxi che potè sinistramente udire il clic della pallottola in canna. È a quel punto dovette lasciar cadere sulla ghiaia i garofani. «Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia la mia». Il tutto, fu filmato da un operatore della Rai a seguito della delegazione che, senza dare nell’occhio, chiede a Craxi una sigaretta e, come racconta il leader socialista, «mi buttò il rullino nel giubbotto». Craxi, costretto sotto tiro ad ordinare alla delegazione un dietro- front, si imbatte sulla via del ritorno in una donna: «Onorevole, chiedete per favore clemenza nei vostri paesi per i cileni». E così fu. L’impegno di Craxi per il popolo cileno, si manifestò in ogni sede, anche nel suo intervento davanti al Congresso degli Stati Uniti.

Lagos, ricorda il sostegno del socialismo mediterraneo, ma in special modo, l’aiuto di Craxi, che non li abbandonò mai: «In lui avemmo sempre un orecchio disposto ad ascoltarci, un leader a sostegno di tutte le cause della libertà». Oggi con la “Plazoleta” intitolata al compañero Craxi e non lontana dalla tomba del presidente Allende, fa capolinea, in un gioco del destino, una pagina di storia. Una tappa importante per quella che Stefania definisce «l’operazione verità sulla figura di mio padre».

Pillitteri: «Nella mia Milano da bere Armani sistemava le vetrine e la gente mi offriva il caffè». L’ex sindaco: nelle cene di Natale Bettino zittiva il fratello, scrive Pier Luigi Vercesi il 17 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". L’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri, 77 anni.

Paolo Pillitteri, le tirano ancora le monetine quando passa per strada?

«Quando mai? I milanesi sono sempre stati affettuosi con me. C’è stato un periodo che non avevo la macchina e andavo in centro a piedi. La gente diceva: “Piliteri, vegn chi a bev el cafè!”. Anche adesso mi fermano per strada: “Lei è mica il nostro sindaco?”. Io rispondo: sì, e sono interista».

Vuol farmi credere che c’è nostalgia della Milano da bere?

«Quando c’era la pubblicità del Campari la trovavano tutti bella. Anche i comunisti. La storia della Milano da bere corrotta l’hanno inventata dopo».

Negli anni Ottanta, però, arrivarono i nani e le ballerine...

«Muchela lì, ma in che film? Milano era la città della Scala, di Giorgio Strehler. La politica è finita quando si è cominciato ad aggredire gli avversari con gli slogan. Se quello là aveva l’amante, pensa che poi siano arrivati i chierichetti e i mariti fedeli? Si stava semplicemente passando dal comunismo al luogo-comunismo. Io ho fatto il sindaco dal 1986 al gennaio del ’92. Carlo Tognoli, prima di me, aveva fatto un lavoro magnifico. E siccome mi ritengo fortunato, a me è andata ancora meglio. La città balzò all’onore delle cronache internazionali perché vennero in visita Gorbaciov e poi Eltsin. Me la vedo ancora la folla in Galleria, i milanesi orgogliosi di essere al centro del mondo. E l’esplosione della moda? Lo sa com’è avvenuta? Un giorno, passeggiando in via Manzoni, alzo gli occhi e vedo Giorgio Armani in calzini che trafficava nella sua vetrina; picchio sul vetro e lui mi fa segno di entrare; cos’è, fai anche il vetrinista adesso?; lui: “Se non hai cura tu delle tue cose, chi deve averla?”. Ecco, il segreto di Milano è lì. Quando arrivai a Palazzo Marino, dopo un po’ feci la giunta con il Pci: i miglioristi li sentivo vicini. Bettino lasciava fare. A volte aggrottava il sopracciglio, ma non parlava e io facevo finta di non capire se era a favore o contrario».

Quindi la Milano da bere l’avete allestita con i comunisti?

«Erano in giunta! Il Pci si è messo a fare il moralista dopo. Come nei film, c’è stato il primo tempo e il secondo. Nel primo tutti partecipavano alla Milano da bere; nel secondo la Milano da bere diventava una vergogna».

Anche Mario Chiesa si sono inventati?

«Fu preso con le mani nel sacco. È una cosa diversa, non c’entra Milano. Io ero suo amico e sono rimasto di stucco. Poi è arrivata la valanga...».

La storia della caduta del Muro di Berlino, dello sfaldamento degli equilibri internazionali...

«Balle: è il caso. Certo, era il momento che sui partiti piovevano critiche. Bettino non l’ha capito. E non ha capito che il bersaglio principale era lui. Era l’anello più debole, si accorsero che arrancava e ci diedero dentro. A me piovvero in testa quattro o cinque processi. Uno chiamava l’altro e mi sono fatto un anno di servizi sociali da don Mazzi. Di Pietro lo conoscevo bene. Andavo a casa sua. Poi tutto è cambiato improvvisamente. Cosa doveva fare? Tonino ha cavalcato la sua ora e alla fine ha distrutto una Repubblica. Bettino intanto continuava a non crederci e la spallata definitiva ce la diedero il Pci, i loro amici e i poteri forti».

Quali poteri forti?

«Gli Agnelli, i De Benedetti, i Pirelli, quelli lì. Per salvarsi. Appena furono lambiti, fecero di tutto per sviare l’attenzione».

Lei li frequentava, per saperla così lunga?

«Certo. A Milano la figura del sindaco è eminente: ci sono il cardinale, il sindaco e basta. Se Romiti doveva parlare di una cosa importante andava dal sindaco. Romiti è un genio, cattivissimo nei giudizi. Lo portavo a passeggiare nei saloni di Palazzo Marino così si lasciava andare. Adesso deve riferire tutto al suo superiore, lo provocavo. Lui mi fissava: “Lo chiama superiore? Le cose le ha ereditate. Io e lei siamo mica qui per eredità!”».

Così mi alza la palla: non era lì per eredità ma perché era il cognato di Craxi!

«Lo ero da una vita. Prima era facile fare il cognato: contava niente. Dopo il Midas, quando divenne segretario del Psi, io avevo già una lunga esperienza politica, prima nel Psdi, con cui me ne andai quando ci fu la scissione, poi come assessore nel Psi. Fuori non me lo facevano pesare. Dentro al partito sì».

Ha conosciuto prima Bettino o la sorella Rosilde, diventata sua moglie?

«Rosilde. Eravamo in coda insieme per iscriverci all’università. Io Lettere, lei Giurisprudenza. Abbiamo cominciato a frequentarci con un po’ di tiramolla perché io avevo in testa il cinema. Mio papà, un maresciallo maggiore dei carabinieri siciliano andato a combattere con i partigiani in Valtellina, mi aveva regalato una sedici millimetri. Mi ero iscritto alla scuola di cinema, mi occupavo del Centro cinematografico universitario e cominciai a girare dei documentari. Bettino l’incontrai quando era assessore all’Economato. Un fornitore del Comune mi disse che voleva girare un documentario per far vedere che dava le merendine ai bambini nelle scuole. Mi precipitai e girai un filmato, che scontentò Craxi: gli avevo dedicato pochi secondi. Comunque sia, quando mi accorsi che trovare i produttori era impossibile, cercai di fare il critico cinematografico. Fidia Sassano, un bravo giornalista dell’Avanti!, mi disse che se ne stava andando il loro critico, così m’infilai».

Grazie a Bettino!

«A Bettino non gliene fregava niente né del cinema né dell’Avanti!. Per di più, nel 1969 me ne andai con i socialdemocratici. Mi aiutò Renato Massari, un leader del Psdi. «Paolo — mi disse —, scadono le presidenze degli enti, una culturale la prendi tu». Mi propose la Triennale. Sei sicuro?, gli dissi. Capii dopo perché non me l’aveva contesa nessuno. C’era stato il ’68 e dopo un anno di occupazione era stata rasa al suolo. Renato, hanno spianato tutto! “Non importa, parliamo con Mariano Rumor” (presidente del Consiglio, ndr). Così mi spedirono a Palazzo Chigi con un tal Tonino Colombo, uno alto-alto, amico di un sottosegretario. Rumor ci venne incontro e si diresse verso il mio accompagnatore: “Carissimo presidente”, e lo abbracciò. Veramente sarei io quello della Triennale... “Ah sì, certo caro amico”. Rumor pagò i danni della Triennale e Massari mi candidò al Comune. Eletto, Renato chiese un assessorato per me. L’ultimo rimasto era quello alle Istituzioni culturali, al nulla, in pratica. Sindaco era Aldo Aniasi. Gli chiesi: dove mi metto? “Ci dev’essere un posto dalle parti della Guastalla. Già che ci sei, perché non aggiungi anche il turismo? Suona bene: assessore alla Cultura e al Turismo”. Io m’intendo di cinema — feci notare —, mettiamoci anche lo Spettacolo. “Perfetto”, concluse Aldo».

Craxi cercò mai di riportarla nel Psi?

«A un certo punto non mi trovavo bene nel Psdi e decisi di rientrare nel Psi. Nel frattempo c’era stato il Midas e Bettino era diventato segretario perché tutti pensavano: “Dura minga, dura no”. Invece era una spanna sopra gli altri. Il partito era allo sfascio perché non aveva una politica. Bettino puntò su un gruppo di giovani: Tognoli, io, Martelli, Gangi, Manzi, Ripa di Meana. Non era un solitario: decideva da solo, però ci sentiva spesso. Il lunedì ci vedevamo al Toulà o alla Cassina de’ pomm. Lui prendeva la matita e cominciava a tirare delle righe: “Forlani fa questo, bisogna vedere se Lama preme e come reagiscono i berlingueriani”, c’erano persino i liberali, Biondi... poi si rivolgeva a me... “e il tuo Saragat?”. Ma Bettino, sarà anche morto. Per dire che non lasciava nulla al caso».

Quando cominciaste a procurare soldi per il partito?

«Quando arrivò Bettino il Psi non aveva più un centesimo in cassa. C’erano da pagare gli stipendi dei funzionari e gli affitti delle federazioni. Chiese a chi aveva incarichi pubblici di contribuire. Poi c’erano i versamenti dei privati, come hanno sempre avuto tutti i partiti».

E dovevate rende favori con gli appalti...

«È storia, sì, però diciamo che c’era una sostanziale devozione al partito che si traduceva anche in forme di partecipazione. Quando il Psi cominciò a crescere arrivarono quelli che la passione per il Psi l’avevano meno».

Sta parlando anche di Silvio Berlusconi?

«Su Berlusconi bisogna capirsi. Quando decise di fare una Rai privata aveva già costruito interi quartieri, aveva dato case e lavoro. A Milano queste cose pesano. Ovvio che era un buon cavallo su cui puntare. C’era sotto un ragionamento di politico».

Come è stato vissuto in famiglia il dramma di Craxi?

«Rosilde non si è mai interessata granché alla carriera del fratello e non era particolarmente attratta nemmeno dalla mia. Insegnava alle scuole medie, tirava su i figli e doveva accudire il padre Vittorio. Quando rimase vedovo, venne a vivere con noi. Ogni tanto arrivava Antonio, l’altro fratello Craxi che faceva l’imprenditore, si era preso un’imbarcata per Sai Baba, era andato in India e ci credeva, contento lui. Bettino veniva da noi a Natale. Se Antonio attaccava il discorso del santone, diceva: “Sì, ne parliamo il prossimo Natale”. Vittorio, che era stato prefetto di Como e viceprefetto di Milano, morì nel ’92, ma fece in tempo a vedere che le cose si mettevano male. Stava comunque con Bettino. Chissà se intuì che avrebbe pagato per tutti...».

Strette di mano e aiuti personali per agganciare un componente laico del Csm e ottenere la nomina a presidente di tribunale, ma anche giro di favori e corruzione tra giudici e professionisti. Corruzione e nomine pilotate, inchiesta sui magistrati: trema anche la casta delle Marche. Strette di mano e aiuti personali per agganciare un componente laico del Csm e ottenere la nomina a presidente di tribunale, ma anche giro di favori a corruzione tra giudici e professionisti, scrive Stefano Pagliarini il 7 settembre 2018 su Anconatoday.it. Strette di mano e aiuti personali per agganciare un componente laico del Csm e ottenere la nomina a presidente di tribunale per Tito Preioni (attuale presidente della sezione Civile a Lodi) da una parte. Dall’altra un giro di presunti favori tra Giuseppe Bersani (presidente di sezione penale e facente funzioni di presidente, a Cremona, per anni giudice per le indagini preliminari a Piacenza) e una serie di professionisti che avrebbero sempre ottenuto con troppa facilità incarichi nell’ambito dei fallimenti. Parliamo di avvocati e commercialisti. Ed è soprattutto quest’ultima indagine ad interessare la Procura di Ancona che, sotto la supervisione del Procuratore capo Monica Garulli, ha inviato due sostituti dorici prima a Piacenza e poi a Cremona, per perquisire la casa e l’ufficio giudiziario del magistrato Giuseppe Bersani, indagato per corruzione. Mentre la Procura di Ancona è competente per reati commessi a Piacenza, quella di Venezia lo è su eventuali fatti a Cremona. I pm anconetani, al fianco dei colleghi della Procura di Venezia, sono convinti di come il giro di affari, che legava i professionisti privilegiati al magistrato compiacente, arrivasse fino alle Marche e Ancona. Il motivo? Quei professionisti hanno molti interessi e affari nel territorio marchigiano. Dunque le domande a cui cercano risposta gli inquirenti sono: il giro di corruzione fin dove poteva arrivare? E’ confinato all’area lagunare o si estenderebbe dal Po fino al Tronto? E la lista dei nomi iscritti sul registro degli indagati si potrebbe ampliare. Fatto sta che a Piacenza e Lodi, il pool di investigatori, piacentini e veneziani, presente anche il procuratore vicario di Venezia Adelchi d'Ippolito, ha perquisito le abitazioni dei due giudici e lo studio dell'avvocato Virgilio Sallorenzo, come raccontato in esclusiva già a Giugno da ILPIACENZA. Alla perquisizione dello studio del legale ha assistito anche, in qualità di difensore, l'avvocato Paolo Fiori. Una bufera giudiziaria esplosa nella città di Piacenza perché arriva a lambire il Consiglio superiore della magistratura (organo di autogoverno dei giudici) e svela un’indagine della procura di Venezia che ha indagato i due magistrati, con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Poi c’è il giudice Tito Preioni. I magistrati veneziani hanno aperto da mesi un fascicolo di indagine, su presunti tentativi di condizionare le procedure di nomina dei capi degli uffici giudiziari in favore dell’elezione di Preioni, movimenti che sarebbero stati effettuati fuori dalle procedure ufficiali. Infatti, secondo una più datata inchiesta de Il Corriere della Sera, sarebbe stato un avvocato piacentino, tale Virgilio Sallorenzo, a mettere in contatto i due giudici con un avvocato romano per agganciare un componente laico del Csm (Paola Balducci, ex parlamentare dei Verdi) e cercare voti che avrebbero garantito a Preioni l’incarico di presidente del Tribunale di Cremona. Sallorenzo, attualmente, è indagato dalla procura di Piacenza - le due indagini non sono collegate - con le ipotesi di bancarotta, falso e abuso di ufficio.

Favori per fare carriera, nei guai un giudice di Lodi. Perquisizione in Tribunale, i pm di Venezia: corruzione in cambio di una promozione, scrive Carlo D'Elia il 7 settembre 2018 su Il Giorno. Poco prima delle 8 è scattata la perquisizione in Tribunale a Lodi. Alcuni carabinieri in borghese si sono presentati nella sede di viale Milano, nell’ufficio del presidente della sezione civile Tito Ettore Preioni, indagato per corruzione in atti giudiziari. Il giudice di Lodi ha assistito all’attività degli inquirenti che avrebbero anche portato via per analizzarlo un pc dal suo ufficio. Il quadro accusatorio riguarda la nomina a presidente del Tribunale di Cremona cui Preioni, 65 anni, a Lodi dal 2012, avrebbe puntato. Indagato con lui il collega Giuseppe Bersani (presidente di sezione penale e facente funzioni di presidente a Cremona, per anni giudice per le indagini preliminari a Piacenza). Una bufera giudiziaria scoppiata a fine giugno che corre lungo il Po e arriva a scalfire il Consiglio superiore della magistratura (organo di autogoverno dei giudici). Ieri mattina, i carabinieri di Venezia hanno perquisito gli uffici dei due indagati nei rispettivi uffici di Lodi e Cremona. Nella vicenda è finito anche l’avvocato piacentino, curatore fallimentare, Virgilio Sallorenzo che, secondo l’indagine partita da Venezia, procacciava utili incontri a Roma. Secondo la procura di Venezia, Sallorenzo avrebbe pagato una trasferta (con treno, pranzo e albergo) nella Capitale ai due giudici per incontrare un avvocato romano e arrivare a un membro laico del Csm. Si tratterebbe di una spesa totale di circa 2mila euro. Alla trasferta avrebbero partecipato i giudici Preioni e Bersani. Durante la missione romana i due giudici avrebbero dovuto contattare un componente laico del Csm (Paola Balducci, ex parlamentare dei Verdi) per cercare voti fondamentali per garantire a Preioni l’incarico di presidente del Tribunale di Cremona. Un appoggio che poi non è stato trovato. La nomina infatti è andata al magistrato Anna di Martino (ex gup di Brescia) che si insedierà il 10 settembre. Le accuse sono ancora tutte da dimostrare, ma un altro aspetto delicato dell’indagine riguarda il ritorno lavorativo che avrebbe ottenuto il curatore fallimentare. Secondo l’accusa, l’avvocato piacentino avrebbe ricevuto un incarico professionale relativo a curatele e fallimenti proprio dalla toga lodigiana che era in corsa per la promozione.

Dopo Venezia, il giudice Bersani indagato anche ad Ancona. Nel mirino gli incarichi fallimentari all'amico avvocato, scrive "La Provincia Cr" il 7 settembre 2018. Dopo la procura di Venezia, anche la procura di Ancona indaga per "corruzione per l'esercizio della funzione" il magistrato Giuseppe Bersani, già Gip/Gup e giudice delegato ai fallimenti quando era al tribunale di Piacenza, la città dove risiede, e dal luglio dello scorso anno presidente di sezione a Cremona. In particolare, il fascicolo aperto dalla procura diretta da Monica Garulli e competente sulle indagine delle toghe emiliane, riguarda il filone principale dell’inchiesta nata a Piacenza a carico dell’avvocato Virgilio Sallorenzo e della moglie Marisa Bottazzi, lei commercialista, i quali, per l’accusa, avrebbero distratto centinaia di migliaia di euro dai fallimenti. Dall’amico Bersani, Sallorenzo ha ricevuto numerosi incarichi nelle pratiche fallimentari seguite dal magistrato. Incarichi definiti dai pm anconetani «privilegiati, in cambio di presunte dazioni di denaro». Dall’indagine piacentina sul «caso fallimenti» (pare che siano coinvolti altri professionisti, ndr), sarebbero emersi i tentativi di condizionare, al plenum del Csm, la nomina del presidente del tribunale di Cremona, posto a cui aspirava Tito Preioni, già magistrato a Cremona, presidente di sezione al tribunale di Lodi, in lizza con Anna di Martino, magistrato a Brescia, poi nominata capo dei giudici (arriverà a Cremona lunedì prossimo). E’ il filone dell’indagine aperta dal procuratore aggiunto di Venezia Adelchi D'Ippolito, competente sulle indagini delle toghe lombarde, che contesta ai magistrati Bersani e Preioni la corruzione in atti d’ufficio, in concorso con Sallorenzo. Secondo l’accusa, Sallorenzo ha pagato una trasferta a Roma (2 mila euro tra viaggio e soggiorno in un hotel di lusso) ai due magistrati e avrebbe fatto da intermediario affinché uno dei membri laici del Csm promettesse la nomina di Preioni a presidente del tribunale. Due giorni fa, su delega delle due procure, i carabinieri hanno perquisito la casa di Piacenza e l’ufficio in tribunale a Cremona di Bersani, l’ufficio a Lodi di Preioni e lo studio di Sallorenzo. 

Nomine al tribunale: perquisito l'ufficio del giudice Giuseppe Bersani, scrive Sara Pizzorni il 6 settembre 2018 su Cremona Oggi. Era il 27 giugno scorso quando la notizia dell’inchiesta di Venezia su tentativi di condizionare le nomine al tribunale aveva scosso il palazzo di giustizia di Cremona per il presunto coinvolgimento di due magistrati e di un avvocato: il giudice Giuseppe Bersani, attuale presidente della sezione penale, il collega Tito Preioni, ora presidente della sezione civile del tribunale di Lodi, in passato giudice a Cremona, e l’avvocato Virgilio Sallorenzo, tutti indagati con l’ipotesi di accusa di corruzione in atti d’ufficio. Oggi, a poco più di due mesi di distanza, gli uomini della polizia giudiziaria di Venezia, guidati dal procuratore Adelchi D’Ippolito, hanno effettuato una serie di perquisizioni a Piacenza, Lodi e Cremona negli uffici dei due magistrati e in quello dell’avvocato Sallorenzo, oltre che nell’abitazione di Bersani. A Cremona, la polizia giudiziaria, composta da sette persone, si è presentata alle 12,40 nell’ufficio del giudice Bersani, rientrato lunedì dalle ferie. Alla perquisizione, durata un’ora, ha assistito lo stesso magistrato. Già lo scorso mese di luglio gli inquirenti di Venezia avevano effettuato un primo accesso, ma in quell’occasione avevano solo acquisito della documentazione. Al centro dell’inchiesta, la corsa alla presidenza del tribunale di Cremona, vinta il 27 luglio scorso da Anna di Martino, già gip e presidente della sezione penale del tribunale di Brescia e che si insedierà a Cremona il prossimo lunedì. Si indaga su presunti tentativi di condizionare le procedure di nomina dei capi degli uffici giudiziari in favore dell’elezione di Preioni, movimenti che sarebbero stati effettuati fuori dalle procedure ufficiali, e anzi, come scriveva a giugno il Corriere della Sera, “con l’intervento di mediatori esterni che offrono alle toghe – magari alle stesse toghe dalle quali ricevono gli incarichi professionali – opportunità di accesso e di interlocuzione diretta con consiglieri del Csm in vista del voto”. Figura chiave nell’inchiesta sarebbe quella di Virgilio Sallorenzo, mantovano, avvocato e curatore fallimentare con studi a Piacenza e a Mantova, già indagato a Piacenza per abuso d’ufficio, falso e bancarotta per decine di fascicoli inerenti procedure fallimentari. Ipotesi di reato di abuso d’ufficio anche per la moglie Marina Bottazzi, lei commercialista, dimessasi il 9 giugno scorso dalla sua carica di amministratore unico di Tempi, agenzia per il trasporto pubblico di Piacenza. Oggi in procura a Piacenza, il procuratore di Venezia D’Ippolito si è presentato accompagnato da due pm della procura di Ancora, che per competenza si occupa delle indagini riguardanti i magistrati dell’Emilia Romagna. Nell’inchiesta di Venezia Sallorenzo avrebbe organizzato e pagato una trasferta romana dell’aspirante presidente del tribunale di Cremona Tito Preioni e del suo amico Giuseppe Bersani, che nel suo precedente ruolo di giudice fallimentare a Piacenza aveva affidato allo stesso Sallorenzo diversi incarichi come curatore fallimentare. Scopo del viaggio a Roma sarebbe stato quello di caldeggiare con un componente laico del Csm eletto dal centrosinistra (l’avvocato ed ex parlamentare Paola Balducci, che però poi non si era spesa in favore di Preioni) alleanze utili nel plenum per spostare i due voti necessari che sarebbero serviti per far vincere il magistrato in lizza, già fiducioso nei voti dei togati di centrodestra. Durante il viaggio a Roma, Sallorenzo, Preioni, Bersani e la Balducci avrebbero partecipato ad una cena insieme ad Antonio Villani, avvocato cassazionista già socio dello studio legale romano del consigliere Balducci e amico di Sallorenzo. A pagare sarebbe stato proprio il curatore fallimentare, che avrebbe sborsato 2.000 euro tra ristorante, treni e pernottamento per i due giudici in un albergo a cinque stelle di Roma. Pochi giorni prima, peraltro, proprio un collegio presieduto da Preioni aveva assegnato a Sallorenzo un incarico professionale. A dire no alla proposta di elezione di Preioni come presidente del tribunale di Cremona era stato il neo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che aveva informato il Csm dell’inchiesta della procura di Venezia riguardante i due magistrati Preioni e Bersani. “Non ritengo opportuno rilasciare dichiarazioni”, si era limitato a commentare a giugno il giudice Giuseppe Bersani, “confidando di chiarire la vicenda nel più breve tempo possibile”.

Pm sotto inchiesta a Brescia: «Aiutava i suoi indagati». Il magistrato Agostino Abate è indagato per la gestione di un fascicolo relativo a interessi di imprenditori e politici varesini. È accusato di favoreggiamento. Le testimonianze dei colleghi, scrive Giuseppe Guastella il 16 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". L’ex pm di Varese Agostino Abate, campano di origine, ha coordinato tra l’altro, le inchieste sull’omicidio di Lidia Macchi e sulla morte di Giuseppe Uva. Abuso d’ufficio e favoreggiamento sono reati pesanti sulle spalle di un pm accusato di aver «intenzionalmente» aiutato le persone su cui indagava ad uscire indenni da una sua inchiesta. Un’indagine della Procura di Brescia apre un nuovo squarcio su anni di lavoro nella Procura di Varese del sostituto Agostino Abate, che dal 2015 è stato trasferito d’ufficio dal Csm a fare il giudice a Como con l’accusa di irregolarità nei casi Uva e Macchi. Su Abate si riversa un’inchiesta della Procura di Brescia, competente sui magistrati di Varese, chiusa dal sostituto Mauro Leo Tenaglia e dal procuratore aggiunto Sandro Raimondi, che ora guida la Procura di Trento. Al centro ci sono alcune indagini sulla gestione della clinica privata «La Quiete» di Varese che vedevano coinvolti i fratelli Enrico Antonio Riva, Michele Riva e Sofia Riva Cristi che, dopo aver ceduto la struttura alla Ansafin dei fratelli Sandro e Antonello Polita, furono denunciati nel 2010 per non aver pagato tasse, contributi e sanzioni per 3,3 milioni, ma non furono iscritti nel registro degli indagati da Abate il quale, omettendo «qualunque approfondimento», ordinò anche a un capitano della Gdf di non lavorare più al caso. Tra le contestazioni c’è anche quella di essere riuscito, sostenendo un collegamento con una sua indagine, a farsi trasmettere dal collega Tiziano Masini un fascicolo con le denunce reciproche tra i Riva e i Polita, trattenuto per due anni senza indagare sui Riva. Per la Procura di Brescia, Abate ha violato la Costituzione che impone ai magistrati imparzialità e l’obbligo dell’azione penale procurando ai Riva un «ingiusto vantaggio» aiutandoli ad «eludere» le indagini e facendogli risparmiare spese legali, sanzioni e danni di immagine. Il ritardo nelle iscrizioni è l’accusa per Abate nei casi Uva, il giovane morto nel 2008 dopo essere stato arrestato e picchiato, e in quello di Lidia Macchi, violentata e uccisa nel 1987, che gli sono costati anche la perdita di 10 mesi di anzianità. «Addebiti basati su dati falsi», ha sostenuto. Le testimonianze agli atti descrivono il «clima anomalo» in Procura, come l’ha definito Masini, pm a Varese fino al 2012, ora aggiunto ad Alessandria. «Chi davvero comandava era il dottor Abate e si doveva tendere a non mettersi in collisione con lui». Luca Petrucci, che a Varese lavora dal 2005 come pm, racconta di quando Abate durante una riunione «minacciò i presenti dicendo: “Attenzione perché io so tutto di tutti”». Abate ha chiesto di essere interrogato dai colleghi bresciani. «Chiariremo tutto, siamo estranei alle accuse e respingiamo ogni accusa», dichiara il suo legale, l’avvocato Alberto Scapaticci. L’indagine è nata dalle denunce di Sandro Polita (per le altre i pm bresciani hanno chiesto l’archiviazione) il quale, assistito dall’avvocato Ivano Chiesa, dice che nonostante il fallimento di Ansafin e la perdita di 16 milioni per queste vicende, continua le sue attività. Ha scritto a ministro della Giustizia, Csm e Pg di Cassazione e di Milano. Chiede «provvedimenti urgenti» per gli anni di «illogica tolleranza» riservati al magistrato.

Ilda Boccassini, la figlia indagata per omicidio stradale: morto l'anziano travolto con lo scooter, scrive l'11 Novembre 2018 di Michele Focarete su Libero Quotidiano. Stava attraversando sulle strisce pedonali, di ritorno dal supermercato dove aveva fatto la spesa, quando è stato centrato in pieno da uno scooter. Un colpo tremendo e per il malcapitato non c' è stato più niente da fare: trasportato in ospedale, è morto qualche giorno dopo in sala di rianimazione. Vittima dell'incidente, avvenuto intorno alle 20 in viale Montenero a Milano, Luca Voltolin, 61 anni, medico infettivologo di tanti «ultimi»: si occupava infatti soprattutto di Aids e aveva lavorato nelle carceri di San Vittore e di Opera. Ad investirlo Alice Nobili, 31 anni, figlia dei magistrati Alberto Nobili e Ilda Boccassini. L'episodio è avvenuto il 3 ottobre scorso, ma nessuno ne ha dato notizia. Ad occuparsi della vicenda fu nientemeno che il capo della polizia locale, Marco Ciacci. Arrivò sul posto, dove incontrò il padre della giovane. Chiamò lui una pattuglia che arrivò in tre minuti e fece fare i rilievi del caso, acquisendo i filmati delle telecamere della zona. Luca Valtolin era cresciuto tra Brugherio e Monza, prima di trasferirsi a Milano per motivi professionali e familiari. Il magistrato aveva disposto l'autopsia così i funerali si sono potuti effettuare solo mercoledì 17 ottobre. Valtolin era responsabile della gestione dei malati terminali di Aids per Città metropolitana di Milano, ma aveva partecipato anche a missioni all' estero: In Yemen, Kazakistan, Congo, Russia. «Un medico - come ha detto don Leopoldo Porro durante l'omelia - che si è preso cura degli ultimi. Era vicino a coloro che la società emargina». Ora Alice Nobili è stata denunciata per omicidio stradale. Ma questo episodio è la goccia che ha indotto l'Usb, l'unione sindacale di base della polizia locale, ad uscire domani con un comunicato nel quale si mette in evidenza il perché non sia stata resa nota la notizia e si denuncia l'uso improprio delle pattuglie. A tal proposito, si fa riferimento ad un recente furto in casa di un dirigente comunale, per il quale sono state inviate sei pattuglie. Mai successo l'intervento dei «ghisa» per un furto in appartamento e mai accaduto che si facessero arrivare sei auto. Forse solo nel caso di una rapina in banca.

Milano, con lo scooter investe 61enne: la figlia dei magistrati Boccassini e Nobili indagata per omicidio stradale. L'incidente all'inizio di ottobre in viale Montenero. L'uomo ferito, il medico Luca Voltolin, era deceduto alcuni giorni dopo il ricovero. Sul posto era intervenuto il capo dei vigili, Marco Ciacci: polemiche, scrive "La Repubblica" solo l'11 novembre 2018. Attraversava sulle strisce pedonali in viale Montenero a Milano quando uno scooter l'ha travolto. Sembrava un incidente come tanti quello del 3 ottobre in viale Montenero in cui era rimasto coinvolto un pedone di 61 anni, Luca Voltolin, medico infettivologo, esperto di Aids. Ma Voltolin, trasportato in codice giallo al pronto soccorso, è morto pochi giorni dopo il ricovero a causa delle conseguenze dovute alla caduta, durante la quale aveva sbattuto la testa a terra. Lo scooter era guidato da Alice Nobili, 35 anni, figlia dei magistrati Ilda Boccassini e Alberto Nobili che ora è stata denunciata per omicidio stradale. Sul posto, dopo l'incidente, era intervenuto direttamente il capo della polizia locale Marco Ciacci. E proprio su questa circostanza, è scoppiata una polemica su Facebook alimentata dalla pagina "Comitato verità e giustizia per Antonio Barbato" che da mesi riporta i comunicati dell'ex comandante della polizia locale ed ex capo del sindacato dei vigili Usb. Barbato è stato sostituito, per volontà del sindaco Sala, proprio da Ciacci al vertice del comando della polizia locale, dopo che era rimasto coinvolto in un'indagine di Ilda Boccassini. "Se le cose sono andate come descritte - si legge in un post - riteniamo che il comandante debba dimettersi immediatamente". Chiediamo che anche su questa vicenda intervengano il consiglio comunale e tutti gli organi preposti a valutare in ogni sede i comportamenti tenuti dal comandante". Secondo quanto riportato dal quotidiano Libero che ha riportato la notizia, Voltolin è stato ricordato dal parroco Leopoldo Porro nell'omelia del suo funerale come "un medico che si è preso cura degli ultimi, vicino a coloro che la società emargina". Il suo funerale è stato celebrato lo scorso 17 ottobre.

Boccassini: figlia indagata per omicidio stradale. Ma nessuno parla..., scrive Lunedì, 12 novembre 2018 Affari Italiani. La figlia di Ilda Boccassini e Alberto Nobili ad ottobre urta con lo scooter un 61enne provocandone la morte. Ma la notizia non viene fatta trapelare. La figlia di Ilda Boccassini e Alberto Nobili indagata per omicidio stradale. E scoppia la polemica perchè sul tragico investimento, avvenuto il 3 ottobre a Milano, fino a ieri c'era stato un insolito riserbo che aveva impedito ai media di apprendere e divulgare le generalità delle persone coinvolte. Tutto è avvenuto in viale Monte Nero. Alice Nobili, 35 anni, urta con il proprio scooter sulle strisce pedonali il 61enne Luca Voltolin, medico infettivologo e dirigente della sanità pubblica, da febbraio responsabile dell'assistenza extraospedaliera ai malati di Hiv per conto dell'Ats di Milano. Morirà al Policlinico dopo sei giorni di coma. Alice Nobili finisce indagata per omicidio stradale ma nessuno, tra ambulanze, ospedali, magistrati di turno, polizia locale, forze dell’ordine, prefettura, divulga informazioni sui fatti. Ne riesce a scrivere solo ieri il quotidiano Libero. E il caso esplode. Perchè l'Usb, sindacato di base dei vigili urbani, solleva alcuni interrogativi sulle procedure adottate, spalleggiato dal "Comitato verità e giustizia per Barbato”, che sostiene Antonio Barbato, l’ex capo dei ghisa avvicendato dal sindaco Sala col dirigente di polizia giudiziaria Marco Ciacci. Sindacato e comitato sostengono che sul posto quel 3 ottobre si sarebbe recato lo stesso Ciacci, già collaboratore della Boccassini quando dirigeva la sezione di polizia giudiziaria della Procura. Una "violazione del codice di comportamento dei dipendenti pubblici", è l'accusa. Alla quale l'Usb ne aggiunge un'altra, come riporta il quotidiano Il Giorno: "A fine ottobre è stato richiesto l’intervento di ben sei pattuglie in emergenza, oltre pare a 2 auto della Polizia di Stato per un furto nell’appartamento di un alto dirigente del Comune. Le poche risorse della Polizia Locale non possono essere riservate al servizio del potente di turno".

Figlia Ilda Boccassini indagata per omicidio stradale. Ultime notizie, “insolito riserbo” sulla notizia. Alice Nobili, figlia di Ilda Boccassini indagata per omicidio stradale: investì in scooter un pedone poi morto, l’insolito riserbo sulla notizia fino ad oggi, scrive l'11.11.2018 Silvana Palazzo su "Il Sussidiario". Sono numerose le polemiche suscitate dalla notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio stradale della figlia di Ilda Boccassini e Alberto Nobili, due popolari magistrati. Alice Nobili avrebbe investito lo scorso 3 ottobre un medico 61enne sulle strisce, uccidendolo. L’uomo sarebbe morto poche ore dopo il ricovero a causa delle violenta botta alla testa riportata a causa dell’incidente. Oltre ad essere indagata per omicidio stradale, alla Nobili è stata ritirata la patente e sequestrato il mezzo. All’indagine però, come spiega Il Messaggero, ora fa seguito la polemica sollevata da Usb e relativa alla presenza sul luogo dell’incidente del comandante dei vigili urbani Marco Ciacci: “Siccome è risaputo che Ciacci ha collaborato per anni con Ilda Boccassini” quando dirigeva la sezione di polizia giudiziaria della Procura, la sua presenza, scrivono integrerebbe “una violazione del codice di comportamento”. Ma la polemica ora è anche un’altra, come spiega AffariItaliani: sul tragico investimento nel quale ha perso la vita un uomo, infatti, ci sarebbe stato un “insolito riserbo”. Ovvero, la notizia sarebbe trapelata solo nelle passate ore poichè i media erano stati impossibilitati ad apprendere e divulgare le generalità delle persone coinvolte. Solo ieri, infatti, a parlare della figlia di Ilda Boccassini e del medico 61enne, Luca Voltolin, rimasto vittima, è stato il quotidiano Libero. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

POLEMICHE SU INTERVENTO CAPO VIGILI. Stava attraversando sulle strisce pedonali quando uno scooter l’ha travolto. Sembrava un incidente stradale come tanti quello in cui era rimasto coinvolto un medico esperto di Aids. Trasportato in codice giallo al Pronto soccorso, è morto pochi giorni dopo il ricovero a causa delle conseguenze dovute alla caduta. Alice Nobili, figlia dei magistrati Ilda Boccassini e Alberto Nobili, è stata denunciata per omicidio stradale. Sulla vicenda è scoppiata una polemica anche perché sul posto era intervenuto direttamente il capo della polizia locale Marco Ciacci. L’ex comandante Barbato era stato sostituito, per volontà del sindaco Sala, dopo che era rimasto coinvolto in un’indagine di Ilda Boccassini. «Se le cose sono andate come descritte, riteniamo che il comandante debba dimettersi immediatamente», si legge in un post su Facebook, dove è stata creata la pagina “Comitato verità e giustizia per Antonio Barbato”. (agg. di Silvana Palazzo)

ILDA BOCCASSINI, FIGLIA INDAGATA PER OMICIDIO STRADALE. La figlia dei due magistrati Ilda Boccassini e Alberto Nobili è indagata dalla Procura di Milano per omicidio stradale. L’incidente risale al 2 ottobre, quando Alice Nobili piombò addosso ad un pedone in viale Monte Nero, in mezzo alle strisce pedonali. Il medico infettivologo Luca Voltolin cadde pesantemente a terra sbattendo la testa violentemente: fu trasportato in ospedale dall’ambulanza in codice giallo, ma le sue condizioni peggiorarono in codice rosso. I neurochirurghi del Policlinico provarono a salvarlo con un intervento, ma il 61enne morì dopo sei giorni di coma. Come riportato dal Corriere della Sera, è stata ricostruita la dinamica dell’incidente. Erano le 19.30 quando il pedone, al centro delle strisce pedonali, venne investito. L’impatto avvenne dopo che un’auto davanti allo scooter avrebbe bruscamente svoltato. Pur senza provocare lesioni dirette al pedone, Alice Nobili ha «indubitabilmente determinato la caduta mortale della vittima, che lascia la moglie e un figlio».

LE POLEMICHE PER L’INTERVENTO DI CIACCI. Per la figlia dei due ex procuratori aggiunti Alberto Nobili e Ilda Boccasini, si profila la certezza di dover scegliere un rito alternativo – quindi patteggiamento o rito abbreviato – per stare nella parte più bassa dell’etichetta di pena, che la legge fissa da 2 a 7 anni per questo reato. Il pm di turno intanto ha sequestrato il motorino ad Alice Nobili, mentre la prefettura ha in via amministrativa ritirato già la patente per 5 anni. Ma attorno alla 35enne è scoppiato anche la polemica del sindacato Usb, a causa della presenza del comandante dei vigili Marco Ciacci. Per il sindacato e il Comitato Barbato quel giorno sul luogo dell’incidente «sarebbe intervenuto sul posto prima delle pattuglie» proprio Ciacci, che per anni ha collaborato con Ilda Boccassini quando dirigeva la sezione di polizia giudiziaria della Procura. Questo integrerebbe «una violazione del codice di comportamento dei dipendenti pubblici». Si fa riferimento all’articolo 7, secondo cui “il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero di suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale”.

Uccide pedone: indagata la figlia della Boccassini, scrive Cristina Bassi, Lunedì 12/11/2018, su "Il Giornale". Un pedone investito da uno scooter sulle strisce, morto alcuni giorni dopo per le ferite riportate, e una persona indagata per omicidio stradale. Quest'ultima è Alice Nobili, 35enne figlia di due noti magistrati milanesi, Alberto Nobili e Ilda Boccassini. È stata lei a provocare lo scontro avvenuto intorno alle 19.30 del 3 ottobre scorso in viale Monte Nero, in una zona centrale della città. A riportare la notizia, non trapelata in un primo momento, è stato il quotidiano Libero. La vittima si chiamava Luca Voltolin, medico infettivologo di 61 anni. Stava rientrando dopo aver fatto la spesa. Travolto dallo scooter, ha battuto la testa sull'asfalto. In ospedale è sopravvissuto solo sei giorni. Alice Nobili è stata denunciata a piede libero. Il fatto ha acceso un aspro scontro interno alla polizia locale. Nel mirino è finito il comandante Marco Ciacci, ex capo della polizia giudiziaria in Procura. Lo accusano il sindacato Usb dei vigili, con un comunicato, e su Facebook il «Comitato verità e giustizia per Antonio Barbato». Barbato è l'ex comandante dei vigili, rimosso e sostituito con Ciacci un anno fa per essere finito (non indagato) in una intercettazione ambientale agli atti di una inchiesta anti mafia coordinata proprio dall'allora capo della Dda Boccassini. Secondo Usb e Comitato, Ciacci sarebbe stato chiamato immediatamente e sarebbe intervenuto di persona sul luogo dell'incidente, prima dell'arrivo delle pattuglie. Avrebbe quindi gestito «in modo personalistico» i rilievi e le indagini. «Da fonti interne - accusa il gruppo a sostegno del vecchio comandante - abbiamo appreso che non sarebbe stato eseguito l'alcol test, cosa che di norma, anche se non obbligatorio, in incidenti del genere andrebbe fatto». L'iniziativa di Ciacci viene spiegata così: «È risaputo che ha collaborato con Ilda Boccassini per numerosi anni». E ha violato l'articolo 7 del Codice di comportamento che impone al dipendente pubblico di non intervenire in vicende che coinvolgano parenti, amici o «persone con cui abbia rapporti di frequentazione abituale». Nel chiedere le dimissioni del comandante, si denuncia un secondo caso: «L'invio di ben sei pattuglie di polizia locale a casa del direttore generale del Comune che aveva subito un semplice furto».

Ilda Boccassini, la figlia e il pedone travolto e ucciso: l'inquietante scoperta sull'alcol-test, scrive il 13 Novembre 2018 Michele Focarete su "Libero Quotidiano". Come prevedibile, il Consiglio comunale di Milano di ieri è stato di fatto “un atto di accusa” nei confronti del comandante della polizia Locale, Marco Ciacci. In riferimento al suo comportamento durante l’incidente per il quale è stata indagata per omicidio stradale Alice Nobili, e sull’uso improprio delle pattuglie dei “ghisa”, i consiglieri Patrizia Bedori (M5S), Massimiliano Bastoni(Lega), Alessandro De Chirico, (FI) e Gianluca Corrado (M5S), hanno parlato di «atti gravi». Patrizia Bedori (M5S) ha addirittura usato termini pesanti come «episodi inquietanti», aggiungendo che «Ciacci non deve rispondere alla Procura, ma al Comune di Milano». Ha poi toccato l’argomento dell’ex vice comandate Silvio Scotti e direttore del settore procedure sanzionatore che fu costretto ad andarsene su pressioni dell’allora capo dei vigili, Tullio Mastrangelo e da Marco Granelli, ex assessore alla Sicurezza e alla polizia Locale, perché aveva fatto «un regalo» da 800 mila euro alla ditta per il recupero di auto abbandonate di Domenico Inga, rinnovandogli l’appalto. «C’è da chiedersi come mai Scotti», sottolinea Bedori, «dopo essere stato allontanato, viene ripreso nello stesso settore sempre come responsabile».

COMMISSIONE. Gianluca Corrado ha invece posto l’accento sull’intervento di sei pattuglie e la scientifica inviate per un furto nell’appartamento di un dirigente comunale. «Se fosse accaduto a me», sottolinea Corrado, «sarei andato al più vicino commissariato o dai carabinieri a sporgere denuncia. Come fanno tutti i comuni cittadini». È stata poi chiesta una commissione ad hoc per l’audizione del numero uno di piazza Beccaria. La richiesta di convocazione è firmata dai consiglieri del M5S, FI Lega e Milano Popolare. A questo punto c’è stata una difesa d’ufficio del vicesindaco con delega alla sicurezza, Anna Scavuzzo, che ha promosso un incontro per le 14 con le rappresentanze sindacali della polizia Locale che avevano mosso appunti all’operato in occasione dell’incidente stradale del 3 ottobre, nel quale aveva perso la vita un medico di 61 anni, investito sulle strisce pedonali dallo scooter guidato dalla Boccassini jr. «Da una prima analisi dell’attività svolta dagli agenti intervenuti negli episodi contestati», dice Scavuzzo, «appare che si siano eseguite le procedure standard che regolano l’attività della polizia Locale di Milano».

LA DINAMICA. «Riteniamo necessario», ribatte Giovanni Aurea, delegato Rsu della polizia Locale, «un chiarimento in risposta alle gravi accuse di scorrettezza lanciate dal sindacato Usb e la richiesta di dimissioni dell’ex comandante Antonio Barbato». All’incontro dovrebbe intervenire in videoconferenza anche il comandante Marco Ciacci, che in questi giorni si trova all’estero. È proprio sulla presenza di Ciacci sul luogo dell’incidente prima delle pattuglie che c’è contestazione. È risaputo che lui ha collaborato per anni con Ilda Boccassini quando dirigeva la sezione di polizia giudiziaria della Procura, e questo integrerebbe una violazione del codice di comportamento dei dipendenti pubblici, che all’articolo 7 dice: “Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero di suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale”. C’è anche discussione tra gli agenti del radiomobile sul non aver eseguito l’alcol test che non è obbligatorio ma in genere lo si fa anche per incidenti meno gravi. A dire però dei vigili intervenuti quella sera, la dinamica era chiara e la ragazza non dava segni che potessero indurre a pensare che avesse bevuto. L’omicidio stradale prevede una pena da 2 a 7 anni di carcere. Ma da 8 a 12 anni, quando chi provoca la morte è in stato di ebbrezza. Michele Focarete

«Vittima di complotto» Ex capo «ghisa» contro il Comune e la procura. L'esposto di Barbato alla Procura generale è l'accusa di un uomo voluto da tre sindaci, scrive Luca Fazzo, Mercoledì 16/05/2018, su "Il Giornale". La grana si preparava da dieci mesi, fin da quando Antonio Barbato, capo dei vigili, era stato rimosso dall'incarico. L'aveva presa malissimo e aveva giurato di vendicarsi. Da allora, un crescendo incessante di invettive sui social avevano tenuto viva la sua voglia di rivalsa. E ieri arriva la mossa finale: l'ex comandante dei «ghisa» si presenta a Palazzo di giustizia e deposita in Procura generale un esposto in cui chiama pesantemente in causa l'ex assessore alla Sicurezza, Carmela Rozza, che indica come la responsabile della sua cacciata; e investe inevitabilmente anche il ruolo del sindaco Beppe Sala. Barbato, costretto alle dimissioni dalle sue intercettazioni con l'imprenditore Alessandro Fazio, arrestato poi per i suoi rapporti con la criminalità organizzata, sostiene in sostanza di essere stato vittima di una macchinazione per lasciare spazio al suo successore: Marco Ciacci, dirigente della Polizia, a lungo capo della sezione investigativa della Procura della Repubblica. Ciacci, dice Barbato, doveva diventare capo dei vigili per fare un favore alla Procura. Nell'esposto, Barbato attribuisce alla Rozza una serie di confidenze in proposito. «Il nome di Marco Ciacci era già stato fatto al sottoscritto dall'assessore Carmela Rozza nel settembre 2016, quando in una conversazione privata la stessa aveva confidato che tale ufficiale da tempo ambiva di ricoprire il ruolo di comandante della Polizia locale di Milano e che all'uopo si doveva valutare la sua assunzione del Comune di Milano e specificamente nella polizia locale. Tale esigenza secondo l'assessore Rozza rispondeva al fine di assecondare la richiesta effettuata direttamente dai vertici della Procura di Milano al sindaco Sala, aggiungendo che sarebbe stata una buona cosa agevolare la richiesta della stessa Procura, viste le condizioni in cui versava il sindaco con i procedimenti giudiziari che aveva in corso». È un'accusa assai grave che insieme al sindaco e all'ex assessore tira in ballo anche la Procura della Repubblica: e infatti Barbato presenta l'esposto alla Procura generale che deve vigilare sui comportamenti della Procura. «Il sottoscritto - scrive l'ex comandante - non è in grado di valutare se, come asserito dall'assessore Rozza, la nomina di Ciacci sia stata effettivamente pilotata dai vertici della Procura della Repubblica»», né «se la fuga di notizie che lo hanno riguardato e gli sono costate il ruolo di comandante della polizia locale, siano state prodromiche a tale obiettivo». Le intercettazioni tra Barbato e Fazio, insomma, sarebbero state passate ai giornali per liberare il posto destinato a Marco Ciacci. Commenta la Rozza: «Sono le affermazioni di un uomo turbato che ancora non si è reso conto delle sue azioni e a cui non vale neanche la pena di replicare». È comunque un uomo che sotto tre sindaci è stato ai vertici della polizia locale, prima come vicecomandante e poi come capo. E la cui polemica da Facebook transita ora in un fascicolo giudiziario; quindi in qualche odo si dovrà venire a capo di cosa realmente sia accaduto. E lo stesso vale per un altro esposto, anch'esso mirato contro la Rozza, che un altro vigile ha depositato in Procura per accusare l'ex assessore di avere trasformato la gestione degli sfratti degli abusivi in una macchina per consenso elettorale, scegliendo d'intesa con i sindacati inquilini, gli occupanti da cacciare con la forza pubblica e quelli da salvare. «Certo - dice la Rozza - abbiamo scelto di sgomberare per primi i violenti e i pericolosi. E allora?». Nel frattempo, Barbato rende noto che i vertici di Amat, l'azienda comunale cui è stato destinato, hanno deciso di sottoporlo ad una visita attitudinale. «La finalità di tale accertamento è ovviamente la rimozione dall'incarico», dice.

Caso Barbato, l'affondo dell'ex comandante: "Dietro il mio successore c'è la Procura". E in un altro esposto un agente di Polizia locale accusa l'ex assessore Carmela Rozza, scrive il 15 maggio 2018 Il Giorno. Con un esposto depositato oggi, martedì 15 maggio, alla Procura generale di Milano, l'ex comandante della Polizia Locale di Milano Antonio Barbato chiede di far luce sulla nomina del suo successore, Marco Ciacci, che, stando alla sua ricostruzione, sarebbe stata "pilotata dai vertici della Procura di Milano". Nel documento, consultato dall'Agi, Barbato ricorda la sua "rocambolesca e fulminea sostituzione dal Comando della Polizia Locale" nell'agosto del 2017 dopo che il suo nome era finito negli atti dell'inchiesta della Dda sugli affari di presunti referenti e imprenditori legati al clan mafioso dei Laudani. In particolare, nelle carte venivano riferiti degli incontri tra Barbato (non indagato) e l'ex sindacalista Domenico Palmieri per l'idea (mai messa in pratica) di pedinare un delegato della Cisl. "Il nome di Marco Ciacci - scrive Barbato - mi era già stato fatto dall'assessore Carmela Rozza nel settembre del 2016 (Ciacci era un funzionario e non era ancora diventato dirigente della polizia di Stato), quando in una conversazione privata la Rozza aveva confidato che tale ufficiale, da tempo, ambiva a ricoprire il ruolo di Comandante della Polizia Locale e che all'uopo si doveva comunque valutare la sua assunzione nel Comune di Milano". Tale esigenza - è la tesi di Barbato, attuale dirigente della società Amat che affianca l'amministrazione nella gestione di mobilita ambiente e territorio - secondo l'ex assessore Rozza rispondeva al fine di assecondare la richiesta effettuata direttamente dai vertici della Procura di Milano al sindaco Sala, aggiungendo che sarebbe stata buona cosa agevolare la richiesta della stessa Procura di Milano, viste le condizioni in cui versava il sindaco con i procedimenti giudiziari che aveva in corso". Nel settembre del 2016, prosegue l'ex comandante, "Ciacci non aveva alcun requisito per ricoprire il ruolo di Comandante della Polizia Locale di Milano tanto è vero che non partecipava alla selezione pubblica vinta dal sottoscritto superando ben 31 partecipanti". L'"occasione buona", nella prospettiva di Barbato, "si è materializzata con l'audizione del sottoscritto alla Dda nel luglio del 2017". Secondo il denunciante, "Ciacci attualmente, secondo il Regolamento degli Uffici e dei Servizi del Comune di Milano, non possiede i requisiti minimi per occupare quel ruolo che sono partecipare a una selezione pubblica avendo svolto i compiti di dirigente per almeno 5 anni precedentemente all'incarico". Inoltre, nel suo caso "non è stata effettuata alcuna selezione pubblica e la procedura che lo ha riguardato si è tradotta in chiamata diretta, ad personam". Sempre oggi, un agente della Polizia Locale di Milano ha depositato in Procura un corposo esposto in cui ipotizza i reati di abuso d'ufficio, falso ideologico, traffico d'influenza e scambio di voto a carico dell'ex assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Carmela Rozza. Secondo l'esposto, "Rozza ha utilizzato il suo ruolo e il tema della gestione degli alloggi di edilizia popolare al fine di raggiungere l'obbiettivo di essere eletta nel Consiglio regionale della Lombardia, come poi avvenuto, conseguendo un successo notevole proprio per le sua attività che hanno sconfinato nella consumazione dei reati". In particolare, "sarebbe stata creata una rete sul territorio di persone che condizionavano in modo fazioso la scelta degli sgomberi da eseguire".

Le sorelle d'omertà “lombarde”, scrive il 23 giugno 2017 Ombretta Ingrascì su “La Repubblica”. Ombretta Ingrascì - Docente di Sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano. Il grande merito dei maxiprocessi istruiti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano nei primi anni novanta fu di mettere in luce non solo la presenza delle mafie in Lombardia, ma anche il ruolo delle donne al loro interno. A svelare la componente femminile delle famiglie mafiose fu soprattutto Rita Di Giovine, prima collaboratrice di giustizia della ‘drangheta, la cui testimonianza permise al dottore Maurizio Romanelli di colpire il feudo criminale che la madre di Rita, Maria Serraino, aveva instaurato negli anni ottanta intorno a Piazza Prealpi nella zona Nord-Ovest di Milano. Nipote di Ciccio Serraino della montagna, esponente di primo piano della 'drangheta di Reggio Calabria, Maria gestiva assieme al figlio Emilio un imponente traffico internazionale di stupefacenti (eroina, hashish e cocaina) e di armi, e operava nelle piazze milanesi in accordo con le altre famiglie della 'drangheta presenti nel territorio. Come l’operazione investigativa “Belgio” contro il clan Serraino-Di Giovine, anche l’indagine “Fiori della notte di San Vito”, condotta nel 1994 contro il gruppo 'dranghetista dei Mazzaferro attivi nella zona del Comasco, contribuì a sfatare lo stereotipo dell’assenza delle donne nella mafia. Nel banco degli imputati compariva Maria Morello, alla quale il collaboratore di giustizia Marcianò nelle sue deposizioni attribuì la qualifica di “sorella d’omertà” e il collaboratore Foti quella di “sorella d’umiltà”, carica che prevedeva, come scritto nella sentenza, servizi di “fiancheggiamento in ruoli non prettamente militari”. Nel 1976 il suo ristorante a Laglio, sul lago di Como, ospitò un summit di 'dranghetisti, finalizzato a creare su iniziativa di Mazzaferro una “camera di controllo” per l’attribuzione delle doti della 'drangheta in Lombardia. Anche dai processi celebrati in Lombardia negli anni 2000 emergono figure di donne pronte ad assumere ruoli attivi nelle mafie.  Più istruite e libere di muoversi rispetto al passato e al contempo ancora insospettabili per la loro appartenenza al genere femminile, le donne vengono usate per custodire le armi, riscuotere il denaro presso le vittime di estorsioni e usura, e per condurre operazioni di reinvestimento del denaro illecito nell’economia legale (si pensi per esempio ai casi di Luana Paparo e delle donne del clan Valle). Nonostante il crescente e sostanziale coinvolgimento delle donne nelle mafie, al di là del tradizionale ruolo di trasmissione del sistema culturale mafioso, permane la loro esclusione formale. Alle donne infatti non è concessa l’affiliazione tramite il rito di iniziazione e pertanto nemmeno la possibilità di ricoprire ruoli apicali (se non in modo temporaneo durante l’assenza degli uomini della famiglia). Non è un caso che l’indagine Crimine-Infinito del 2010 non abbia individuato nessuna donna in posizione di vertice. Infine, la penetrazione della 'drangheta in Lombardia non si è limitata al trasferimento delle strutture di base dell’organizzazione, i cosiddetti “Locali”, ma anche di pratiche di genere basate sul codice dell’onore. In altre parole la riproduzione del fenomeno non è avvenuta solo sul piano criminale, ma anche su quello culturale. Non sono rare storie di giovani donne cresciute nell’hinterland milanese costrette a fidanzarsi e a sposare uomini più anziani per motivi di alleanze tra clan; oppure di donne ossessivamente controllate per ragioni di reputazione onorifica; o anche di donne picchiate, come nel caso di Maria Serraino che, nonostante fosse temuta dagli uomini del suo gruppo e dagli avversari in veste di capo dell’organizzazione, subiva le violenze del marito. È a partire da questa condizione di subordinazione che alcune donne hanno trovato il coraggio di ribellarsi collaborando con la giustizia, come la già citata Rita Di Giovine nel 1993, oppure testimoniando contro i propri famigliari, come Lea Garofalo nel 2006, che venne uccisa nel 2009 per aver infranto la regola dell’omertà. La sua storia e quella della figlia Denise, che ha testimoniato durante il processo contro il padre, assassino della madre, non ha lasciato indifferenti un gruppo di studentesse delle scuole medie superiori e dell’università, che con la loro costante presenza in aula l’hanno supportata durante l’intero processo, lasciando un’importante testimonianza di senso civico di cui la città di Milano ha da cogliere l’eredità.

Inizio e fine della "mala" bergamasca, scrive il 15 agosto 2017 Luca Bonzanni su "La Repubblica". Dalle voci dei protagonisti sgorga il racconto di un fenomeno peculiare, caduto quasi nel dimenticatoio. È la Bergamo a cavallo degli Anni Settanta e Ottanta: rapine in banca, sequestri di persona, gioco d'azzardo. Ad agire sono gruppi autoctoni, biografie forgiate tra le valli della Bergamasca, con strutture organizzative solide, una diffusione capillare, un codice culturale forte e vincolante. La tesi "La malavita bergamasca: nascita, evoluzione, eredità di un fenomeno criminale", è lo spaccato di una criminalità che non c’è più, sgretolatasi di fronte all’avanzata di nuovi business illegali e di nuovi protagonisti, quella 'Ndrangheta giunta a colonizzare anche gli ultimi spicchi liberi del profondo Nord. Per quasi un ventennio, invece, il lato oscuro di Bergamo è stato rappresentato soprattutto dall’insieme organico delle «batterie», le «forme amicali-organizzative dei rapinatori degli anni Settanta», sorte prima in valle Seriana e poi «esplose» in val Cavallina sulla base di rapporti amicali e familiari, costantemente mediati dal ruolo fondamentale della «dimensione di paese». E' in quelle piccole cittadine di poche migliaia di abitanti, spesso arroccate nella morfologia della valle, che solidificano coperture e complicità tra criminalità e tessuto sociale. Perché? Perché, raccontano banditi, giudici, osservatori intervistati nel lavoro di ricerca, l’«assalto alle banche» fa «chiudere un occhio». Non è – a differenza dell’estorsione mafiosa – il piccolo commerciante a venir colpito: a finire nel mirino del crimine, ribaltando la tradizionale «asimmetria» carnefice-vittima, è la ramificazione territoriale di un’istituzione – la banca – avvolta di un forte ruolo economico, sociale, persino politico. Dall’inizio degli Anni Settanta alla fine degli Ottanta, la malavita bergamasca attraversa profonde trasformazioni. All’inizio c’è la scelta criminale di giovani appena usciti dalla ricostruzione post-bellica, poi è il turno di ragazzi cresciuti all’ombra del boom economico, nella continua tensione tra un benessere che lentamente va affermandosi e un consumismo travolgente che si riflette da Milano, metropoli di riferimento. Le “batterie” si amalgamano all’interno del carcere: è nel penitenziario cittadino che si forgia il codice culturale della malavita bergamasca. I membri «anziani» cooptano i giovani, sottoponendoli a un rito di iniziazione concreto, la «prova del silenzio»: chi non parla viene «protetto», entra in una «società di mutuo soccorso» basata sulla condivisione dei proventi delle rapine e sarà poi coinvolto in nuove rapine. La storia della malavita bergamasca racconta inoltre di un «pendolarismo criminale» verso Svizzera e Francia e della tentazione del grande salto: i sequestri di persona, che portano talvolta a contatti – rapimenti su commissione, compravendita di ostaggi – che lambiscono il mondo della ‘Ndrangheta. A fine Anni Ottanta, il fenomeno si esaurisce. Pesano i fattori tecnologici che «blindano» le banche, i fattori investigativi che conducono a pesanti carcerazioni, ma anche fattori criminali: il boom della droga e la crescente posizione delle mafie al Nord avviano la stagione della malavita bergamasca al tramonto. Nell’«atomizzazione» di questa criminalità autoctona, resistono solo sparute bande: gli ultimi bottini delle rapine diventano allora l’«accumulazione originaria» per un nuovo business illegale, l’usura. Ma il prestito a strozzo cambierà profondamente il rapporto tra questa criminalità e il tessuto sociale circostante.

Rapina con mitra, arrestato il figlio del procuratore di Brescia. Gianmarco Buonanno è accusato di far parte di una banda entrata in azione a Zogno, nella Bergamasca, in un supermercato alla fine di gennaio, scrive La Repubblica" il 5 febbraio 2018. Gianmarco Buonanno, 32 anni, figlio del Procuratore capo di Brescia Tommaso Buonanno, è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare per rapina a mano armata. E' accusato di far parte di una banda entrata in azione mercoledì scorso a Zogno, nella Bergamasca, in un supermercato Conad. Buonanno, che avrebbe impugnato una mitraglietta durante la rapina, è stato riconosciuto da alcuni video. I carabinieri, che hanno reso noto oggi la notizia, lo hanno arrestato sabato notte in casa. L'auto utilizzata da Gianmarco per allontanarsi dopo la rapina era intestata al padre procuratore capo di Brescia. Il particolare ha consentito ai carabinieri, oltre alle immagini della videosorveglianza, di risalire al figlio del magistrato, che è stato arrestato. Un suo complice era già stato arrestato subito dopo il colpo, che aveva fruttato 12 mila euro. Lo scorso marzo era finito nei guai, agli arresti domiciliari, l'altro figlio del procuratore, Francesco, per spaccio e consumo di cocaina tra gli ultras dell'Atalanta.

“Col mitra in una rapina”, arrestato il figlio del procuratore capo di Brescia. Gianmarco Buonanno è accusato di aver fatto parte di un commando che ha assaltato un supermercato, scrive Federico Gervasi il 5/02/2018 su "La Stampa". Gianmarco Buonanno, figlio del Procuratore capo di Brescia Tommaso Buonanno, è stato arrestato dai carabinieri di Zogno e di Bergamo in esecuzione dell’ordinanza del gip per rapina a mano armata. L’uomo, 32 anni, è accusato di far parte della banda di tre malviventi che lo scorso mercoledì sera a Zogno, nella Bergamasca, ha assaltato un supermercato Conad. Buonanno, armato di mitra, avrebbe minacciato i dipendenti per farsi consegnare l’incasso. In quell’occasione i banditi, tutti e tre a volto coperto, riuscirono a trafugare dalle casse ben 12 mila euro. Riconosciuto grazie alcuni filmati che avrebbero fotografato la targa della sua auto (intestata al padre), è stato fermato sabato notte mentre si trovava in casa e condotto nel carcere di Bergamo.  Il primo complice, Luigi Mazzocchi, un 49 enne pregiudicato di Seriate, era stato fermato alcune ore dopo il colpo, mentre il terzo avrebbe le ore contate. Mazzocchi nella propria abitazione nascondeva parte del bottino della rapina oltre che diverse armi utilizzate per effettuare l’assalto. Buonanno invece, 33 anni da compiere il prossimo 12 marzo e con problemi di tossicodipendenza, è attualmente coinvolto nell’inchiesta che ha denunciato due anni fa i maltrattamenti subiti dai pazienti ospiti della comunità Shalom di Palazzolo sull’Oglio, fondata da suor Rosalina Ravasio. Soltanto a febbraio dello scorso anno anche Francesco, secondogenito di Tommaso e fratello di Gianmarco ebbe alcuni guai con la giustizia. Infatti, il suo appartamento di Bergamo venne perquisito nell’ambito dell’operazione che ha portato in carcere ben quarantuno ultras dell’Atalanta per spaccio e consumo di cocaina poco prima di compiere le azioni violente fuori dallo stadio.  

Gianmarco Buonanno, la rapina al Conad con l’auto del padre procuratore. Il figlio del capo della procura di Brescia avrebbe brandito la pistola per intimorire le cassiere del supermercato di Zogno, scrive Mauro Paloschi il 6 febbraio 2018 su "Bergamonews.it". È stato inchiodato dalle telecamere che hanno ripreso l’auto intestata al padre. Il secondo arrestato per la rapina al Conad di Zogno dello scorso 31 gennaio non è un nome qualunque. Gianmarco Buonanno, 33 anni da compiere a marzo, tossicodipendente, è uno dei figli del procuratore capo di Brescia Tommaso Buonanno. I carabinieri della Compagnia di Bergamo e i colleghi di Zogno lo hanno arrestato nella notte di sabato 3 febbraio per rapina a mano armata. Era a casa del fratello più giovane Francesco. Il 32enne è accusato di far parte della banda che ha assaltato il supermercato zognese. Gli autori, almeno tre e con il volto coperto, avevano agito armati di mitraglietta, pistola e bastone. Dopo aver minacciato i cassieri si erano impossessati di circa 12mila euro. Buonanno avrebbe brandito la pistola per intimorire le cassiere. Gli investigatori sono risaliti al figlio del procuratore grazie ad alcuni filmati che avrebbero inquadrato la targa dell’auto intestata a suo padre. Gianmarco viaggiava con quella, i suoi complici con un’altra vettura, un’Audi A3, anch’essa individuata attraverso le immagini. Importante per le indagini, condotte dal pubblico ministero di Bergamo Lucia Trigilio, anche la testimonianza del titolare del punto vendita. Difeso dall’avvocato Roberto Bruni, Buonanno si trova nel carcere di Bergamo. Nelle prossime ore sarà interrogato dal gip per la convalida. Il primo a essere arrestato era stato Luigi Mazzocchi, un 49 enne pregiudicato di Seriate, fermato alcune ore dopo il colpo. Durante la perquisizione nella sua abitazione, gli inquirenti avevano trovato parte del bottino della rapina, oltre che diverse armi impugnate quella sera. Ora all’appello manca il terzo componente della banda. Gianmarco Buonanno è già coinvolto nell’inchiesta che ha denunciato due anni fa i maltrattamenti subiti dai pazienti ospiti della comunità Shalom di Palazzolo sull’Oglio, fondata da suor Rosalina Ravasio. A febbraio dello scorso anno anche Francesco Buonanno, secondogenito di Tommaso e fratello di Gianmarco ebbe alcuni guai con la giustizia. Infatti, il suo appartamento di Bergamo venne perquisito nell’ambito dell’operazione che vide coinvolti una quarantina di ultrà dell’Atalanta per spaccio e consumo di cocaina poco prima di compiere le azioni violente fuori dallo stadio.

Gianmarco Buonanno e quella strana denuncia contro il padre nel 2012. Il figlio del procuratore di Brescia, arrestato per rapina, nel 2012 aveva denunciato il padre, coinvolgendolo nell’inchiesta sulla Comunità Shalom, scrive Domenico Camodeca, Esperto di Cronaca, Autore dalla news su it.blastingnews.com". Proprio un destino strano quello della famiglia #Buonanno, Papà Tommaso è il procuratore capo di Brescia dall’8 ottobre 2013. Non si può dire che i suoi due figli, Gianmarco e Francesco, abbiano intrapreso la stessa carriera. Questa mattina all’alba, lunedì 5 febbraio, Gianmarco Buonanno è stato arrestato dai carabinieri di Bergamo e del paese vicino di Zogno con l’accusa di rapina a mano armata. È sospettato di aver fatto parte di una banda di tre persone che mercoledì 31 gennaio scorso, a volto coperto, avevano fatto irruzione armi in pugno in un supermercato Conad proprio nell’abitato di Zogno, riuscendo ad impossessarsi di 12mila euro di incasso. Gianmarco Buonanno sarebbe comunque stato riconosciuto grazie ai video girati dalle telecamere della zona. Il fratello minore, Francesco, era invece stato coinvolto nel febbraio 2017 in una indagine per spaccio di cocaina che coinvolgeva alcuni ultras dell’Atalanta. Ma sono i burrascosi rapporti tra Gianmarco e il padre Tommaso, e il mistero sul caso della #Comunità Shalom, a destare sospetti.

Il passato di Francesco e Gianmarco Buonanno. Per concludere il discorso sul 29enne Francesco Buonanno, durante l’inchiesta per spaccio sui tifosi della ‘Dea’ di un anno fa, la sua casa di Bergamo venne anche perquisita. Alla fine, però, il suo nome non è risultato tra i 41 arrestati. Qualcosa in più c’è invece da raccontare su Gianmarco Buonanno, 33 anni da compiere il 12 marzo, il quale, prima dell’arresto per rapina a mano armata di oggi, era già un nome noto alle forze dell’ordine, visti i suoi problemi con la tossicodipendenza.

E proprio all’abuso di sostanze stupefacenti è legata la vicenda che ha visto protagonista nel 2012, nei panni stavolta della parte lesa, proprio Gianmarco che, con le sue accuse, ha coinvolto in un’inchiesta giudiziaria il padre Tommaso.

La famiglia Buonanno e l’inchiesta sulle violenze nella Comunità Shalom. Prende avvio nel 2012 l’inchiesta sulle presunte violenze compiute sui pazienti della Comunità Shalom, il centro di recupero per tossicodipendenti di Palazzolo sull’Oglio, in provincia di Brescia, dove, secondo le accuse di alcuni familiari degli ospiti della struttura, si sarebbero verificati episodi di maltrattamenti, lesioni e veri e propri sequestri di persona. Tra le 36 vittime di queste presunte violenze ci sarebbe stato anche Gianmarco Buonanno il quale, denuncia di essere stato portato e trattenuto nella Comunità Shalom contro la sua volontà, venendo malmenato, costretto a lavori pesanti e imbottito di ansiolitici. Il padre Tommaso Buonanno, a quel tempo procuratore a Lecco, è ritenuto responsabile dal figlio, in quanto membro del comitato etico della Comunità Shalom. La procura di Brescia, nel 2012, non può far altro che indagare il collega Tommaso Buonanno, anche se la sua posizione verrà archiviata in breve tempo. Sorte contraria rispetto alle 43 persone per le quali è stato invece chiesto il rinvio a giudizio. A quel punto, l’8 ottobre 2013, Buonanno senior, viene nominato procuratore capo di Brescia. Intanto, il 26 luglio 2012, Gianmarco era riuscito a fuggire dalla comunità per restare nell’ombra fino ai clamorosi fatti accaduti oggi.

Spaccio e rapine, operazione contro ultras dell’Atalanta: indagato anche il figlio del procuratore di Brescia. Ventisei le misure cautelari per detenzione e spaccio di stupefacenti, estorsione, rapina e resistenza a pubblico ufficiale. Al figlio del magistrato Tommaso Buonanno, Francesco, contestato lo spaccio di gruppo che sarebbe avvenuto nel suo appartamento di Bergamo, che si trova nello stesso stabile di quello in cui risiede il padre procuratore, scrive Andrea Tornago il 7 marzo 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Nuova tegola sul procuratore di Brescia Tommaso Buonanno, già nel mirino del Csm per la “fuga” nell’arco di sei mesi di 9 pubblici ministeri su 21. In un’operazione della Squadra mobile di Bergamo e dello Sco della Polizia questa mattina è stata eseguita una perquisizione nell’abitazione del figlio, Francesco Buonanno, colpito dalla misura cautelare dell’obbligo di firma disposta dal gip di Bergamo. Il figlio del magistrato è finito nell’indagine condotta dal pm bergamasco Gianluigi Dettori nei confronti di 41 persone, in gran parte tifosi dell’Atalanta, che prima di assistere alla partita acquistavano e assumevano droga vicino allo stadio, incappucciandosi poi per compiere azioni violente. Ventisei le misure cautelari per detenzione e spaccio di stupefacenti, estorsione, rapina e resistenza a pubblico ufficiale. A Buonanno è contestato solo lo spaccio di gruppo che sarebbe avvenuto nel suo appartamento di Bergamo, che si trova nello stesso stabile in cui risiede il padre procuratore. La vicenda ha creato imbarazzo per il ruolo del padre del ragazzo coinvolto nella maxi inchiesta antidroga. Buonanno è infatti a capo della Procura che si occupa della Direzione distrettuale antimafia sotto cui ricadono anche gli uffici giudiziari di Bergamo. Prima di arrivare a Brescia, quando era ancora procuratore di Lecco, figurava tra gli indagati di un’inchiesta condotta dai colleghi bresciani su una comunità di recupero per tossicodipendenti, la ultracattolica Shalom di Palazzolo sull’Oglio. L’accusa per il magistrato era di sequestro di persona nei confronti del figlio Gianmarco, che sarebbe stato trattenuto per tre anni nella struttura contro la sua volontà: un fascicolo poi archiviato su richiesta del procuratore aggiunto Sandro Raimondi il 9 maggio 2013, poche settimane prima della nomina di Buonanno a capo della procura bresciana. Nel giugno del 2016 il Csm aveva aperto un procedimento nei confronti del procuratore Buonanno, in seguito al trasferimento di 9 pm, inclusi i due magistrati che sostenevano l’accusa nel processo Shalom, i pm Francesco Piantoni e Leonardo Lesti. Su richiesta del consigliere Nicola Clivio, la Prima commissione ha avviato un’istruttoria per accertare se “una così significativa defezione sia dovuta al casuale convergere di scelte personali dei magistrati, ovvero se criticità strutturali e ambientali abbiano in qualche misura determinato o favorito il fenomeno”. Ora la misura cautelare sul figlio del procuratore, su richiesta di un ufficio del suo stesso distretto, potrebbe portare a una nuova segnalazione al Csm, questa volta da parte della Procura generale di Brescia.

Ultrà Atalanta: 20 arresti per spaccio, rapine e violenze negli stadi. Indagato anche il figlio del procuratore. Giri di cocaina dentro e fuori lo stadio, poi i raid incappucciati. Coinvolti anche un 73enne e 63enne. Obbligo di firma per il figlio del procuratore capo di Brescia Buonanno, risponde di detenzione e spaccio di droga, scrive Paolo Berizzi il 7 marzo 2017 su "La Repubblica". I "bomboni" e le torce sparate contro la polizia intervenuta per fermare un assalto a un pullman di tifosi interisti. Le cariche in pieno centro, in mezzo allo shopping del sabato pomeriggio, come non si erano mai viste prima a Bergamo. Gli scontri di quel 16 gennaio 2016 al termine di Atalanta-Inter erano rimasti impressi nella memoria di chi c'era: ma tutto il resto, o meglio il "contorno" - lo spaccio sistematico di cocaina prima e durante le partite, gli scontri scatenati sotto effetto delle sostanze, le rapine, i tentativi di estorsione e le spedizioni punitive per recuperare i crediti delle attività di spaccio - è un mondo che viene a galla adesso, almeno da un punto di vista investigativo. La Squadra Mobile di Bergamo e lo Sco della polizia di Stato ci hanno lavorato su per un anno e mezzo: il risultato, per ora, sono venti persone arrestate, quasi tutti ultrà atalantini. Tra gli indagati anche il figlio del procuratore capo di Brescia Tommaso Buonanno. Francesco Buonanno ha avuto la misura cautelare dell'obbligo di firma disposta dal gip. Il figlio del magistrato dovrà presentarsi il sabato e la domenica in questura a Bergamo per firmare. In mattinata le forze dell'ordine hanno effettuato una perquisizione a casa del figlio del magistrato: è accusato di detenzione e spaccio di droga. Ma lo spaccio era "una attività sistematica per una parte degli ultras nei confronti dei supporter", ha spiegato il direttore dello Sco, Alessandro Giuliano. Tra i 42 indagati figura anche Claudio "Bocia" Galimberti, leader della curva atalantina lontano dagli stadi perché oggetto di nove Daspo. Dalle indagini emerge quello che, secondo gli investigatori, era diventato una sorta di modus operandi adottato dalle frange più estreme della Curva Nord: caricarsi di coca prima di incappucciarsi e entrare in azione all'esterno dello stadio per cercare lo scontro con le tifoserie avversarie. Gli scontri dopo Atalanta-Inter del 16 gennaio di un anno fa sono stati uno dei casi più eclatanti. Stando all'indagine denominata "Mai una gioia" (dal titolo di uno striscione esposto in curva dagli ultrà, anche una loro frase abituale), c'era dunque un giro di spaccio nell'ambiente della tifoseria organizzata nerazzurra. Alcuni dei soggetti fermati sarebbero stati anche protagonisti di rapine. La polizia ha stretto il cerchio intorno a un gruppo di italiani, a un cittadino albanese e un serbo, in prevalenza ultras dell'Atalanta, dediti alla cessione di ingenti quantitativi di droga, anche tra i tifosi della tifoseria stessa. Tra gli indagati figurano anche un 73enne e 63enne. Le misure cautelari firmate dal giudice delle indagini preliminari (i reati di cui si parla sono resistenza a pubblico ufficiale, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, rapina) riguardano dunque una ventina di persone: 11 finiranno in carcere, le altre 9 saranno sottoposte ad altri provvedimenti, tra arresti domiciliari e obblighi di firma. I particolari dell'inchiesta verranno spiegati nel dettaglio dal procuratore della Repubblica di Bergamo, Walter Mapelli, dal sostituto Gianluigi Dettori e dal questore Girolamo Fabiano, con i dirigenti dello Sco. Si torna dunque a parlare degli ultrà dell'Atalanta, e ancora una volta per casi di cronaca nera e giudiziaria. Uno spartiacque, in questa lunga storia di tifo e violenze, era stato il maxi processo a carico di 143 persone (tra cui anche alcuni ultrà del Catania) per una scia di episodi tra i quali l'assalto alla Berghem Fest di Alzano Lombardo ad agosto 2010: bombe carta lanciate durante la manifestazione della Lega Nord per protestare contro l'introduzione della tessera del tifoso voluta dall'allora ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Il maxi processo agli ultrà, procedimento inedito per Bergamo, si era chiuso in primo grado con condanne per 47 anni, 10 mesi, 10 gg di carcere e 30 mila euro di multe, nel complesso, a 50 supporter atalantini (37 quelli assolti). L'imputato numero 1 era proprio Claudio "Bocia" Galimberti. Per lui il pm Carmen Pugliese aveva chiesto una pena di sei anni: il giudice Maria Luisa Mazzola l'ha dimezzata (tre anni). La sentenza di appello, a novembre 2016, ha confermato nel complesso il verdetto di primo grado ma ha ridotto di un mese le pene ai tifosi che hanno partecipato all'assalto di Alzano Lombardo perché il reato di radunata sediziosa è stato considerato prescritto (anche la pena inflitta a Galimberti è stata scontata a 2 anni e 11 mesi). Gli ultrà e il loro capo, dunque. Quel "Bocia" che, nonostante i Daspo, secondo la Digos continua a essere il leader indiscusso della curva atalantina. Tra le misure applicate a Galimberti anche la sorveglianza speciale (riservata solitamente ai mafiosi): la sera del 5 settembre 2015, fresco di notifica di un nuovo Daspo quinquennale, mentre allo stadio Comunale l'Atalanta giocava per il trofeo Bortolotti, il Bocia si presentò in questura spalleggiato da un centinaio di ultrà. A quanto pare non fu solo un sit-in di protesta: stando alle accuse Galimberti - già protagonista in passato di un'aggressione ai danni del giornalista de l'Eco di Bergamo, Stefano Serpellini -  entrò in questura arrabbiatissimo, minacciando e insultando il dirigente della Digos, Giovanni Di Biase. Comportamento che gli costò una denuncia per minacce aggravate e oltraggio a pubblico ufficiale.

Dottor Borrelli, come risponde al giudice Salvini? Chiede Piero Sansonetti il 24 giugno 2017 su "Il Dubbio". Ieri abbiamo pubblicato su questo giornale un’intervista al magistrato Guido Salvini, il quale ci ha svelato una storia veramente inquietante. Ci ha raccontato di come fu ostacolato in tutti i modi dalla Procura di Milano, quando stava lavorando alacremente all’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. All’epoca guidata da Francesco Saverio Borrelli, il magistrato celeberrimo per avere governato il pool di “mani pulite”, quello di Di Pietro e Davigo, che nei primi anni novanta rase al suolo la Prima Repubblica, la democrazia cristiana e il partito socialista. Dottor Borrelli, cosa ci dice di quelle inchieste sulle stragi? Salvini ricostruisce una delle vicende più oscure della storia italiana del dopoguerra: la stagione delle stragi. Che precedette, e certamente in qualche modo influenzò, la lotta armata e gli anni di piombo. Precisamente parliamo della prima fase delle stragi, e cioè del quinquennio che va dal 1969 al 1974 (poi ci fu una seconda fase, sanguinosissima, negli anni 80). La ricostruzione di Salvini avviene non sulla base di uno studio storico, o di una sua opinione di intellettuale, ma sulla base delle indagini che lui stesso ha svolto, con un certo successo, negli anni ottanta e novanta. Queste indagini riguardarono, in momenti diversi, due degli episodi chiave dello stragismo, e cioè il devastante attentato alla Banca dell’Agricoltura di di piazza Fontana, che avvenne e Milano nel dicembre del 1969 e che diede il via alla strategia della tensione, e poi la strage di Brescia, fine maggio 1974. Per la strage di Brescia si è arrivati martedì scorso alla conclusione giudiziaria con la condanna all’ergastolo, 43 anni dopo, di due degli autori. Per la strage di piazza Fontana, che cambiò faccia alla lotta politica in Italia – dando la parola alla violenza e alle armi e provocando la morte di quasi 2000 persone, tra le quali molti leder politici, compreso Aldo Moro, e molti poliziotti, magistrati, giornalisti – nessuno è in prigione, anche se, soprattutto grazie alle indagini di Salvini, si è ormai scoperto quasi tutto. Gli autori e i mandati della strage di piazza Fontana e quelli della strage di Brescia erano gli stessi: militanti neonazisti collegati a settori dei servizi segreti. E l’obiettivo – sostiene Salvini – era quello di destabilizzare il paese e rendere possibile una svolta reazionaria, o addirittura un colpo di stato simile a quello avvenuto nel 1967 in Grecia. Questa strategia si interruppe intorno al 1974 con la fine del regime dei colonnelli greci e poi con la caduta degli ultimi due governi totalitari di destra in Europa, e cioè quello della Spagna e quello del Portogallo.

Cosa denuncia Salvini? Racconta di come quando toccò a lui prendere in mano una indagine (quella su piazza Fontana) nata male e proseguita peggio, tra omissioni, incompetenze e depistaggi, le cose iniziarono a cambiare e pezzo a pezzo apparve un mosaico che lasciava capire le responsabilità e le complicità nell’attentato del ‘ 69. Si trattava di lavorare su indizi e anche su prove precise, che Salvini aveva individuato. Ed era possibile e vicina la conclusione dell’inchiesta. A quel punto però in Procura nacque una forte opposizione a Salvini. Per quale ragione? Questo, Salvini non lo spiega, ma noi ci permettiamo di avanzare qualche ipotesi. E’ assai probabile che l’opposizione fosse dovuta essenzialmente alle invidie e alle lotte del potere dentro la magistratura. E lui fu ostacolato, e persino messo sotto inchiesta e accusato davanti al Csm. Per sette anni di seguito dovette pensare a difendersi, mentre la sua inchiesta andava alla malora, le prove si perdevano per strada, i testimoni venivano messi fuori causa. Probabilmente alla Procura di Milano interessava poco assai della strage, che ormai era vecchia di 20 anni e aveva scarse possibilità di influire sulla lotta politica e sui rapporti di forza. Mentre l’inchiesta su Tangentopoli era molto più attuale, e aveva riflessi enormi sulla battaglia politica, sui rapporti tra i partiti, sull’orientamento dell’opinione pubblica. E anche sui nuovi assetti di potere dentro la magistratura. Alla fine Salvini vinse la battaglia, e il Csm riconobbe la sua assoluta innocenza. Però ebbe la carriera stroncata, e cioè l’obiettivo che si poneva qualcuno in Procura fu raggiunto. Noi possiamo anche stabilire che della carriera del dottor Salvini, e delle ingiustizie che ha subito, non ce ne frega assolutamente niente. Benissimo. Però è difficile dire che non ci frega niente neppure della verità su quegli anni, che hanno modificato la storia dell’Italia. E dunque, a parte le scuse a Salvini, dal dottor Borrelli ci aspettiamo qualche spiegazione.

Guido Salvini: «La mia guerra solitaria per sconfiggere gli stragisti», scrive Rocco Vazzana il 23 giugno 2017 su "Il Dubbio". «Un periodo storico è ormai ricostruito: Ordine Nuovo spargendo il terrore doveva fungere da detonatore affinché il mondo militare attuasse una svolta autoritaria simile a quella greca». «Un periodo storico è ormai ricostruito: Ordine Nuovo spargendo il terrore doveva fungere da detonatore affinché il mondo militare attuasse una svolta autoritaria simile a quella che vi era stata in Grecia con il golpe dei colonnelli». Guido Salvini, ex giudice istruttore nel processo di Milano sulla strage di Piazza Fontana, commenta così la sentenza definitiva della Cassazione su Piazza della Loggia.

Ci son voluti 43 anni per arrivare a una verità processuale. È una vittoria o una sconfitta dello Stato?

«Contrariamente a ciò che pensano molti, per me è una vittoria dello Stato di oggi. È stato possibile ottenere la verità perché solo a partire dagli anni 90, con la caduta del Muro di Berlino e l’apertura degli archivi dei servizi d’informazione, sono arrivate le prime testimonianze dagli ambienti della destra eversiva che hanno fatto luce sulle stragi. Inevitabilmente nei processi di questo tipo i tempi sono molto lunghi, si tratta comunque di un risultato che illumina un’altra pagina del quinquennio più tragico della strategia della tensione: quello che va dal 1969 al 1974».

Possiamo dire che tutti i responsabili della bomba a Brescia siano stati individuati?

«Non tutti i responsabili delle stragi di Piazza della Loggia e Piazza Fontana sono stati individuati. Possiamo però dire che con le sentenze di Brescia e Milano, la paternità dell’ideazione e dell’esecuzione di queste stragi è certa. Le stesse sentenze di assoluzione per Piazza Fontana affermano che la strage fu commessa dalle cellule venete di Ordine Nuovo ed è riconosciuta in via definitiva la responsabilità di Carlo Digilio (neofascista reo confesso, ndr), come confezionatore dell’ordigno, che beneficiò della prescrizione grazie alla sua collaborazione. E la sentenza di Brescia irroga condanne all’ergastolo indirizzate ad appartenenti alle stesse cellule venete di Ordine Nuovo».

Due stragi e un’unica firma dunque…

«Sì, e probabilmente un identico esplosivo: il Vitezit di fabbricazione jugoslava. Due stragi che rappresentano l’inizio e la fine di un progetto eversivo. Nel mezzo, tante altri attentati e altre stragi, come quella del luglio 1970: un treno deragliò vicino alla stazione di Gioia Tauro per una bomba sui binari. Ci furono 6 vittime e a piazzare l’ordigno, secondo la sentenza, furono esponenti di Avanguardia Nazionale di Reggio Calabria, l’organizzazione gemella di Ordine Nuovo che operava nel Sud».

Cosa succede nel 74? Perché quel progetto eversivo viene accantonato?

«Perché ormai la situazione era mutata: cadono i regimi fascisti in Grecia, Portogallo e Spagna. Inizia una distensione internazionale, finisce anche l’epoca di Nixon e quel progetto diventa antistorico».

Chi sono Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, i due uomini condannati per la strage di Brescia?

«Due militanti che si pongono ai due estremi della catena di comanda degli ordinovisti veneti. Carlo Maria Maggi era il responsabile dell’organizzazione per tutto il Veneto, non solo un ideologo, ma il capo che pianificava le campagne operative. Era in diretto contatto con il centro di Roma e con il mondo militare. Maggi era quindi lo stratega del gruppo. Maurizio Tramonte, invece, è un personaggio di modesta levatura che a un certo punto raccontò al Sid di Padova di aver partecipato alle riunioni preparatorie della strage di Brescia e di aver fornito appoggio logistico all’operazione. Lo racconta come fonte “Tritone”, cioè come informatore. Era dunque un elemento di collegamento, che dimostra come una parte dei Servizi segreti e il mondo dei neofascisti fossero allora in stretta connessione».

Dunque la condanna di “Tritone” rappresenta un’implicita condanna a una parte dello Stato?

«È certo molto indicativa delle collusioni dello Stato in quell’epoca. E non dimentichiamo che nel processo di Catanzaro su Piazza Fontana furono condannati i vertici del SID per aver fatto fuggire in Spagna imputati o testimoni decisivi come Guido Giannettini, un agente di alto livello dello stesso Sid legato a Freda e Marco Pozzan, che di Freda era il braccio destro».

Cosa ha rappresentato Ordine Nuovo per la storia del nostro Paese?

«Era un’organizzazione di stampo decisamente neonazista, con un buon livello ideologico e organizzato a due livelli, con circoli pubblici e cellule segrete molto esperte nell’uso dell’esplosivo e delle armi. Si trattava di un’organizzazione che, per il suo anticomunismo, era considerata da una parte dello Stato come “cobelligerante” per impedire uno scivolamento a sinistra del quadro politico italiano. Moltissimi uomini di Ordine Nuovo erano del resto legati al mondo militare o al Sid».

Cosa dice la sentenza della Cassazione di pochi giorni fa sulla stagione della tensione?

«Insieme a tutte le altre ci dice che tutti gli attentati di quell’epoca, circa un centinaio, furono materialmente commessi da Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale con un benevolo “controllo senza repressione” da parte dei Servizi di sicurezza italiani e probabilmente americani nell’ottica di un mantenimento dell’Italia in quadro decisamente conservatore».

Lei ha detto che l’esito del processo «premia l’impegno della Procura di Brescia», mentre su Piazza Fontana «la Procura di Milano non ha fatto altrettanto ed ha usato la maggior parte delle sue energie soprattutto per attaccare il giudice istruttore». A cosa si riferiva?

«Per parecchi anni la Procura di Milano non si è mai occupata della destra eversiva, nonostante le mie sollecitazioni. Quando decise di intervenire, Saverio Borrelli incaricò di affiancarmi una sostituta appena arrivata in Procura e completamente digiuna di indagini sul terrorismo. Perdipiù una collega che invece di collaborare dichiarò guerra a me, allora giudice istruttore, con l’idea che l’indagine fosse interamente assorbita dalla Procura».

Non si fidavano di lei?

«Credo che si trattasse di un senso di fastidio perché un altro ufficio, l’Ufficio Istruzione, aveva raggiunto risultati impensabili mentre la Procura aveva sottovalutato il caso. Quando si fecero vivi i sostituti della Procura entrarono, per inesperienza, in collisione con tutti i testimoni, non mossero un passo avanti e invece di collaborare con me pensarono bene di far aprire dal Csm un procedimento di incompatibilità ambientale nei miei confronti cioè di farmi cacciare da Milano. L’obiettivo era impadronirsi di un’indagine sulla quale comunque da soli non erano in grado di ottenere alcun risultato. Ad esempio quando la Procura andò a Catanzaro per fotocopiare gli atti del vecchio processo su Piazza Fontana acquisì l’agenda del 1969 di Giovanni Ventura. Non si accorsero nemmeno che lì dentro c’era il nome di Carlo Digilio e i riferimenti ad un casolare vicino a Treviso dove Ventura, Zorzi e tutti gli altri veneti avevano la base logistica con le armi e gli esplosivi. Digilio aveva raccontato di questo casolare e le assoluzioni in dibattimento vi furono anche perché quella base non era stata trovata. La conferma stava in quelle agende, ma la Procura non si accorse nemmeno di avere in mano la prova regina. Qualche anno dopo la Procura di Brescia studiò la stessa agenda e trovò subito il casolare che stava ancora lì. Ma ormai era tardi».

Perché la ritenevano incompatibile con la sede di Milano?

«II Csm, che all’epoca accoglieva qualsiasi cosa dicesse la Procura di Milano, aprì nei miei confronti il procedimento per “incompatibilità”, una procedura barbara che spesso significa solamente che sei diventato sgradito a qualche magistrato più potente di te. Mio padre è stato magistrato a Milano per 40 anni. Io, all’epoca lo ero da 20, avevo fatto importanti indagini in tutti i settori, lì c’era tutta la mia vita. Sette anni di procedimento con la minaccia di trasferimento possono schiantare una persona. E in più, non riuscivano a capirlo, hanno paralizzato l’ultima parte dell’indagine su Piazza Fontana, la fase decisiva. Io dovevo difendermi tutti i giorni dai loro attacchi e contemporaneamente correre a fare gli interrogatori con Digilio. Furono sette anni di inferno anche se alla fine vinsi il procedimento al Csm. Francesco Saverio Borrelli, che di mio padre era stato collega per tanti anni in Assise, dovrebbe ricordare che ha giocato con la mia vita e con quella della mia famiglia. Aspetto ancora le sue scuse».

«Giustizia milanese affidata a società dei paradisi fiscali», scrive Giovanni M. Jacobazzi il 23 giugno 2017 su "Il Dubbio".  Lo storico cronista di giudiziaria Frank Cimini ha rivelato per primo il caso che scuote Palazzo di Giustizia: le gestione dei fondi Expo da parte dei magistrati. Ora pronostica: “La verità verrà fuori grazie allo scontro fra le correnti”. Intanto l’Ordine dei Milano sceglie la procedura più trasparente per la gara sui servizi di supporto, finanziati dall’avvocatura. “Solo le correnti della magistratura sono in grado di fare chiarezza sul modo in cui sono stati spesi al Palazzo di giustizia di Milano i fondi governativi assegnati in occasione di Expo2015”. Non usa mezzi termini Frank Cimini, lo storico cronista di giudiziaria del Mattino che per primo, già nel 2014, raccontò sul sito giustiziami.it le “anomalie” nelle procedure di spesa dei 16 milioni di euro stanziati per informatizzare il Tribunale del capoluogo lombardo. Affidamenti senza gara ai quali fa da contrappunto la procedura con “gara europea” adottata dall’Ordine forense di Milano per scegliere il servizio di supporto agli uffici. Sulle spese di competenza delle toghe, finite nel mirino dell’Anac, l’altro giorno il gruppo di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice dei giudici, ha chiesto formalmente al Csm di fare chiarezza “per salvaguardare il prestigio e la credibilità dell’Ordine giudiziario”. “L’Anac di Cantone – dice Cimini arriva con anni di ritardo. Molti affidamenti, fin da subito, presentavano aspetti poco chiari”. Ad esempio quelli alla Ediservice del gruppo Edicom, società che si occupa fra l’altro della pubblicità accessoria dei procedimenti esecutivi o fallimentari che i giudici della seconda e della terza sezione civile impongono ai loro delegati. Questa società fornisce anche il personale per le cancellerie. “Oltre ad aver vinto la gara – dice Cimini – con un ribasso da brivido del 72%, è normale che una società che lavora per il Tribunale abbia la sede nel Delaware, un paradiso fiscale, e nessuno ad oggi sia in grado di dire di chi sia la proprietà?”. I servizi offerti dalla Ediservice hanno fatto storcere la bocca a diversi magistrati. “Inutili e dispendiosi” disse in una riunione il giudice della terza civile Marcello Piscopo. Su queste vicende, prima dell’intervento dell’Anac che ha trasmesso il dossier alla Procura ed alla Corte dei Conti, un procedimento penale a Milano era stato comunque aperto. Nel 2016 il pm Paolo Filippini, dopo aver scritto che “lo sviluppo dell’indagine deve passare necessariamente dalle condotte dei magistrati milanesi fruitori di questi servizi resi dalla ditta Edicom”, trasmise gli atti ai om bresciani. I quali, dopo 8 mesi, restituirono gli atti ai colleghi di Milano in quanto “il mero sospetto” non era sufficiente per determinare la loro competenza che scatterebbe solamente se si iscrivesse un magistrato nel registro degli indagati. “Ripeto, questa vicenda potrà essere risolta solo con l’intervento delle correnti delle toghe e Mi ha in questo momento la forza per farlo”, aggiunge Cimini. Il riferimento è al fatto che Magistratura indipendente ha avuto solo di recente un exploit a Milano: 51 voti nel 2008, 181 alle elezioni dello scorso maggio per l’Anm. Milano è poi il feudo del togato di Mi Claudio Galoppi, alle ultime elezioni per il Csm il magistrato più votato in Italia. Da quanto emerso fino ad oggi, furono soprattutto le toghe di Unicost e Area ad essere coinvolte nelle procedure di affidamento dei fondi Expo. Da qui, forse, il desiderio di Mi di regolare qualche conto. Ed a proposito di risorse economiche destinate al funzionamento della giustizia milanese, si segnala dunque la decisione dell’Ordine degli avvocati di Milano di fornire anche per i prossimi 2 anni il personale di supporto agli uffici. Un servizio affidato con gara europea, per maggiore trasparenza e nel rispetto della più recente normativa in tema di concorrenza e appalti. “Continuiamo ad offrire il nostro contributo al funzionamento del sistema giustizia milanese, sia pure nel quadro di un graduale ridimensionamento da tempo annunciato e concordato con i capi degli uffici”, ha dichiarato il presidente dell’Ordine Remo Danovi.

Appalti con i fondi di Expo collaudati dai magistrati contro la legge. Le procedure di affidamento da 8 milioni per l’informatica degli uffici giudiziari. La segnalazione della Guardia di Finanza: «Violato il codice su chi deve verificare le commesse», scrive Luigi Ferrarella l'11 giugno 2017 su "Il Corriere della Sera". Magistrati collaudatori d’appalti nonostante il divieto di legge. In 18 delle 72 procedure d’appalti da 8 milioni per l’informatica degli uffici giudiziari di Milano con i fondi Expo 2015, al centro dell’esposto dell’Anac di Raffaele Cantone alla Procura, al pg della Cassazione e alla Corte dei Conti, c’è un problema non solo sul «prima», cioè sulle violazioni-deroghe-frazionamenti-conflitti di interesse che nel 2010-2015 avrebbero viziato le procedure di cui si è qui riferito ieri, ma anche sul «dopo», e cioè sul momento dei collaudi. I finanzieri del generale Gaetano Scazzeri hanno infatti segnalato a Cantone come la verifica della conformità o del funzionamento delle commesse appaltate risulti essere stata svolta in 13 occasioni da commissioni di collaudo delle quali facevano parte anche 9 magistrati, alcuni provenienti anche da fuori Milano. Il che è vietato dalla legge, posto che il Codice degli appalti, in tema di collaudi, alla lettera A del comma 3 dell’articolo 314 del drp 207/210 stabilisce: «Incarichi di verifica della conformità non possono essere affidati ai magistrati ordinari, amministrativi o contabili, e agli avvocati e procuratori dello Stato, in attività di servizio». Tra funzionari comunali e dirigenti ministeriali e consulenti, i ruoli non appaiono sempre chiari all’Anac. È il caso della già trattata presenza informale e tuttavia operativa nei tavoli tecnici di Giovanni Xilo quale apparente consulente del Tribunale (ma forse pure della Camera di Commercio, e comunque anche, rileva ora l’Anac, socio unico di un’azienda in rapporti diretti e indiretti con una delle società assegnatarie degli appalti). Ed è il caso anche di un aspetto collaterale alla fornitura da 2,8 milioni che nel giugno 2015 venne fatta convogliare su Maticmind spa e Underline spa argomentando come giustificazione l’«opportunità di individuare un unico interlocutore» e un unico lotto per due accorpate esigenze. Qui la principale doglianza dell’Anac resta che non vi fosse invece alcun nesso tra l’appalto per l’hardware e l’appalto per la segnaletica degli uffici; ma, oltre a ciò, all’Anac non appare comprensibile né che il direttore del settore Gare Beni Servizi del Comune di Milano, Nunzio Paolo Dragonetti, sembri aver compiuto atti in qualità di Responsabile unico del procedimento (Rup), incarico invece ufficialmente del direttore comunale della Gestione Uffici giudiziari, architetto Carmelo Maugeri; né che nella commissione di collaudo degli hardware figuri poi il dirigente del Cisia di Milano (terminale locale dell’informatica del ministero), Gianfranco Ricci, che come referente per la stazione appaltante aveva già partecipato proprio al progetto di potenziamento dei centri dati gestiti dal Cisia. Un ulteriore capitolo di anomalie investe le forniture informatiche sottoposte all’adesione al Mepa-Consip, cioè al Mercato elettronico della Pubblica amministrazione. Qui, quando arrivano le offerte delle varie società, la stazione appaltante deve per legge rispettare il termine minimo di 10 giorni per la ricezione: invece in 5 gare, del valore totale di 600.000 euro nel 2010 e 2012 e 2014 e 2015, il Comune di Milano non ha rispettato questo termine, aggiudicando le forniture già dopo 5, 7 o 8 giorni a Telecom Italia, Itm Informatica Telematica Meridionale srl, Dottcom srl. In altre due gare sul circuito MePa-Consip, inoltre, l’Anac critica l’artificioso frazionamento della spesa con il quale una commessa unitaria sarebbe stata divisa in due procedure da 47.890 euro (i progetti «Udienza facile» e «Orientamento interattivo») aggiudicate entrambe alla Eway Enterprise Business Solutions.

Appalti informatici al tribunale di Milano. E’ giallo nel giallo. Non solo commesse assegnate a sigle e imprese in odore mafioso, ma addirittura, per svariati lotti, poi collaudate da magistrati. E contro la legge. Ai confini della realtà. Invece, ben dentro il pianeta giustizia di Casa nostra, scrive il 12 giugno 2017 Paolo Spiga su “La Voce delle Voci”. Scrive il Corriere della Sera del 12 giugno: “magistrati collaudatori d’appalti nonostante il divieto di legge. In 18 delle 72 procedure d’appalti da 8 milioni per l’informatica degli uffici giudiziari di Milano con i fondi Expo 2015, al centro dell’esposto dell’Anac di Raffaele Cantone alla Procura, c’è un problema non solo sul prima ma anche sul dopo e cioè sul momento dei collaudi”. Commissioni di collaudo “delle quali facevano parte anche 9 magistrati, alcuni provenienti anche da fuori Milano. Il che è vietato dalla legge che stabilisce: ‘Incarichi di verifica della conformità non possono essere affidati a magistrati ordinari, amministrativi o contabili, e agli avvocati e procuratori di Stato, in attività di servizio’”. Se succede addirittura al Tribunale di Milano, per appalti giudiziari, e con la presenza di magistrati nelle stesse commissioni di collaudo, figurarsi cosa può succedere in altre parti d’Italia. Sorge spontanea la domanda: ma quella normativa così pomposamente recitata dalla lettera A del comma 3 dell’articolo 314 del DPR numero 207/210 cosa ci sta a fare? Al solito, facciamo le norme inondate da codici e codicilli che non vengono rispettate da nessuno, tantomeno dagli stessi magistrati? Uno dei casi più eclatanti di giudici-collaudatori fu, negli anni ’80, quello delle toghe incaricate di verificare i lavori del dopo terremoto in Campania, sisma che si è trasformato in una grande occasione per il decollo della camorra spa, di faccendieri e imprese di partito, ma anche un ottimo ingranaggio per tanti professionisti, in pole position i magistrati. Resta storico un documento presentato da alcuni magistrati contro altri magistrati nel 1989 davanti al Csm nel quale veniva puntato l’indice contro le toghe collaudatrici, un folto numero in Campania, chiamate a suon di milioni di lire, all’epoca, per verificare la congruità – non si sa con quale perizia tecnica – di opere pubbliche costate una barca di soldi. Opere sulle quali avrebbero caso mai indagato in un momento successivo, come è successo con l’inchiesta sul dopo terremoto, dieci anni di carte e processi buttati al vento, e a loro volta costati altre palate di milioni allo Stato. Un processo – quello del post sisma ’80 – ovviamente morto di prescrizione, tanto per cambiare…

Cantone: con i fondi Expo 18 appalti illeciti del Tribunale di Milano. L’Anac su Comune, magistrati e ministero: 8 milioni tra gare aggirate e conflitti d’interesse, scrive Luigi Ferrarella il 10 giugno 2017 su "Il Corriere della Sera". Almeno 18 delle 72 procedure d’appalti per l’informatica del Tribunale di Milano, per oltre 8 dei 16 milioni di euro di fondi Expo 2015 stanziati da un decreto legge nel 2008, per l’Anac sono stati viziati fra il 2010 e il 2015 da violazioni del codice degli appalti, da illeciti affidamenti diretti senza bando con la scusa dell’unicità del fornitore per straordinarie ragioni tecniche, da artificiosi frazionamenti pianificati o da accorpamenti privi di senso, da immotivate convenzioni con enti esterni come la Camera di Commercio, e da potenziali conflitti di interesse nei tavoli tecnici. È una radiografia-choc l’esposto che l’«Autorità nazionale anti corruzione» di Raffaele Cantone ha inviato — sulla scorta di un rapporto del Nucleo della GdF del generale Gaetano Scazzeri — non solo alla Corte dei Conti (per i danni all’erario), ma anche alla Procura Generale della Cassazione (per eventuali profili disciplinari a carico di magistrati), e alla Procura della Repubblica di Milano per gli impliciti rilievi penali di turbative d’asta. Benché solo cartolare, la ricostruzione Anac è impietosa sul quinquennio dei tecnici del Comune stazione appaltante (era Moratti e Pisapia); dei vertici del Tribunale (con la presidenza di Livia Pomodoro e l’Ufficio Innovazione dell’attuale presidente della Corte d’Appello di Brescia, Claudio Castelli); dei dirigenti Dgsia/Cisia (braccio informatico del ministero della Giustizia di Alfano-Severino-Cancellieri-Orlando); della Camera di Commercio di Carlo Sangalli; di singole toghe e consulenti. La conclusione dell’Anac, nutrita anche dalle mail pre-contratti, è infatti che i membri del «Gruppo di lavoro per l’infrastrutturazione informatica degli uffici giudiziari di Milano» in molti casi avessero già deciso di non fare gare pubbliche e di affidare invece in via diretta, nel preteso nome di una più spedita efficienza, gran parte delle commesse a società già “mirate” come Net Service e Elsag Datamat; e che il Comune-stazione appaltante, oltre a individuarle preliminarmente, incaricasse poi il ministeriale Dgsia/Cisia di trovare di volta in volta cosmetiche giustificazioni tecniche. Nel 2015, ad esempio, «urgenti migliorie» a un pezzo del processo civile telematico sono suddivise in due contratti da 256.000 e 835.000 euro assegnati, su richiesta della ministeriale Dgsia, alla Net Service nel presupposto riguardassero «lo stesso codice sorgente (il cuore del software, ndr) mantenuto dalla società», e si trattasse quindi di un affidamento diretto per eccezionalità tecnica del fornitore (II comma art. 57). Ma in realtà, proprio in base ai precedenti contratti con la società, il suo codice sorgente era già diventato proprietà del Ministero, dunque libero di rivolgersi ad altri fornitori meno onerosi, e di così sottrarsi all’altrimenti monopolio di fatto. Analogo meccanismo, prospettato dal comunale responsabile unico del procedimento, arch. Carmelo Maugeri, nel 2013 porta ad esempio 323.000 euro alla Guerrato spa per la centrale elettrica di una sala server.

Altro esempio nel giugno 2015, quando la ragione per convogliare su Maticmind spa e Underline spa una fornitura da 2,8 milioni viene addotta nella «opportunità di individuare un unico interlocutore» e un unico lotto per due accorpate esigenze: peccato, nota l’Anac, che non vi fosse alcun nesso tra l’appalto per hardware e l’appalto per la segnaletica degli uffici giudiziari. Singolare, poi, la convenzione del maggio 2013 che, per potenziare il sito Internet e la rete Intranet del Tribunale, il Comune stipula con la Camera di Commercio in quanto «gli Uffici giudiziari hanno comunicato che da tempo è in essere un rapporto consolidato con la Camera di Commercio in ordine all’esecuzione di attività varia», e quindi «risulta opportuno» andare avanti così. Un prolungamento che vale in due rate 250.000 euro. Sui quali ora l’Anac esprime «forti perplessità», vista anche la facile reperibilità sul mercato di quelle competenze. Per tacere dell’infelice precedente dell’autunno 2012, quando il presidente della Digicamere scarl (controllata da Camera di Commercio) non aveva segnalato di aver patteggiato il reato di omesso versamento dell’Iva.

Pur senza un ruolo formale, al tavolo tecnico partecipava come consulente del Tribunale un esperto di organizzazione (già per Camera di Commercio e Ordine Avvocati), Giovanni Xilo, che però l’Anac ora lamenta fosse anche altro. Nel 2012 e 2014 la sua società C.O. Gruppo srl aveva avuto rapporti economici (in qualità di fornitore) con la Net Service, una delle aziende assegnatarie degli appalti del Tribunale; Net Service nel 2012-2013-2014 aveva retribuito incarichi a tre persone; e nel giugno 2014 queste tre avevano comprato da Xilo l’82% della sua società C.O. Gruppo srl, continuando a lavorare per Net Service. Collegamenti diretti o indiretti tra Xilo e Net Service — li riassume ora l’Anac — tali da aver potuto «influenzare», anche solo potenzialmente, il ripetuto ricorso del Comune alla norma sul fornitore unico a favore di Net Service.

L’accusa del funzionario del Comune: «Gli appalti irregolari dell’Expo li gestivano i magistrati», scrive il 16 giugno 2017 "Il Dubbio". La vicenda era stata tirata fuori qualche giorno fa dall’Anac di Raffale Cantone che aveva rilevato 18 irregolarità su 72 procedure di appalto relative all’informatizzazione del Tribunale milanese. I bandi dei fondi Expo destinati all’informatizzazione del tribunale venivano gestiti dai magistrati. Lo dice al Dubbio Carmelo Maugeri, un architetto che seguiva la gestione degli uffici giudiziari per conto del comune. Ma andiamo con ordine. Non più tardi di due settimane fa, l’Anac di Raffale Cantone ha rilevato 18 irregolarità su 72 procedure di appalto relative all’informatizzazione del Tribunale milanese per un valore di 8 milioni di euro (su 16) di fondi governativi stanziati per Expo2015. Il dossier è stato trasmesso la scorsa settimana alla Corte dei Conti (per eventuali danni erariali), alla Procura di Milano (perché valuti eventuali aspetti di carattere penale) e alla Procura Generale presso la Cassazione (per la valutazione, sotto il profilo disciplinare, delle condotte dei magistrati che si sono occupati di queste procedure). Fra le toghe prese di mira da Cantone, in particolare, l’ex presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro, ora in pensione, e l’ex presidente dell’Ufficio Gip Claudio Castelli, attuale presidente della Corte d’Appello di Brescia. La contestazione principale è quella di aver speso senza gara ma con affidamenti diretti la maggior parte dei fondi a disposizione. “L’escamotage” usato è stato l’articolo 57 comma due del vecchio codice sugli appalti, quello che consente di fare affidamenti diretti allo stesso fornitore già in precedenza individuato dall’amministrazione. Il sito giustiziami. it, gestito dal celebre cronista giudiziario Frank Cimini e dalla collega Manuela D’Alessandro, già due anni fa, prima di essere ripreso da tutti i quotidiani, aveva segnalato che qualcosa nelle procedure d’informatizzazione del Tribunale di Milano non andava nel verso giusto. Roberto Bichi, attuale presidente del Tribunale di Milano e all’epoca dei fatti vicario di Livia Pomodoro, mercoledì ha convocato una riunione con i suoi 25 presidenti di sezione per fare il punto della situazione. Alcuni partecipanti hanno descritto un clima teso dove l’imbarazzo era palpabile. Al termine un comunicato che “scarica” tutte le responsabilità sul comune di Milano: «Non risulta che il Tribunale abbia mai assunto il ruolo di stazione appaltante». «Se ci sono state irregolarità – prosegue Bichi – auspico che emergano al più presto per dirimere dubbi, evitare illazioni, e non ledere l’immagine del Tribunale». All’epoca direttore del Settore Uffici Giudiziari per il comune era l’architetto Carmelo Maugeri. Fino allo scorso anno, prima della riforma voluta dal Ministro Andrea Orlando che ha affidato questo compito al dicastero di via Arenula, i comuni avevano in carico la gestione degli uffici giudiziari. Maugeri, tirato indirettamente in causa, non ci sta e ribatte. «Si sta facendo grande confusione in questa vicenda, cercando di scaricare le responsabilità», dice al Dubbio. In particolare «è vero che il comune di Milano in questa vicenda ha svolto il ruolo di stazione appaltante, ma è anche vero che erano i magistrati milanesi e i dirigenti della Dgsia (Direzione Generale per i Sistemi Informativi del Ministero della Giustizia) coloro che decidevano in che modo dovessero essere spesi i fondi Expo 2015. L’autonomia degli uffici del comune di Milano era molto limitata. Parole pesanti alla quali Maugeri aggiunge: «Ci sono le mail fra gli uffici del comune e i magistrati che provano ciò. Io non sapevo – prosegue Maugeri nemmeno cosa fosse, per fare un esempio, il processo civile telematico: il comune di Milano ha sempre fatto quello che dicevano i magistrati. Anzi, quando si decise di non procedere più con gli affidamenti diretti ma con una gara europea per l’automatizzazione dell’Unep (Uffici Notificazioni Esecuzioni e Protesti), un progetto che doveva rendere elettroniche le notifiche dei provvedimenti giudiziari, ci fu un “irrigidimento” da parte di alcuni magistrati», aggiunge Maugeri. «Alle riunione operative – sottolinea l’architetto – partecipavano tutti i vertici degli uffici giudiziari milanesi dell’epoca, nessuno escluso. Io, comunque, ritengo di aver fatto tutto correttamente, anche per quanto attiene i vari affidamenti diretti», precisa Maugeri sottolineando come «nei mesi scorsi la Guardia di Finanza ha sequestrato tutti gli incartamenti relativi ai fondi Expo. Compresi i vari verbali delle riunioni operative». Su come andrà a finire questa vicenda Frank Cimini è tranchant: «Ci sono di mezzo magistrati, la verità non la sapremo mai».

La mensa delle beffe, scrive Sabato 20 maggio 2017 Massimo Gramellini su "Il Corriere della Sera". A Milano il presidente del Codacons, paladino dei consumatori, non paga da anni la mensa scolastica delle figlie perché - dice - il cibo non è un granché. Riesco a malapena a immaginare le sofferenze quotidiane di questo esteta. Al bar paga il caffè soltanto quando è buono, altrimenti niente. In edicola compra tre giornali ma ne paga uno, perché gli altri due hanno dei titoli che non lo convincono. Stesso discorso per i parcheggi: paga quelli all’ombra. I posti al sole francamente no. Quanto agli autobus, dipende. Se lo costringono a restare in piedi, il presidente viaggia senza obliterare. Se invece riesce a sedersi, allora timbra il biglietto con magnanimità. A meno che l’autista prenda una buca: in quel caso ritiene suo dovere di cittadino indignato astenersi. Non si creda che il dottor Marco Maria Donzelli sia mosso da bieco menefreghismo. Al contrario. È il ruolo istituzionale che lo obbliga a prendersi cura dei diritti dei consumatori, cominciando dai suoi per mere ragioni di prossimità. Nell’illuminante intervista rilasciata a Rossella Verga del Corriere ha spiegato che il cibo della mensa «non è in linea con l’alimentazione che intendiamo seguire». Quale sia questa linea non è dato sapere. Ma è quanto basta perché si senta autorizzato a non pagare. Vorrei denunciare al Codacons le migliaia di cittadini milanesi fuori linea che si ostinano a finanziare la mensa dei figli per consentire a quelli del presidente di mangiare a sbafo e a lui di recitare la parte della vittima. 

Il presidente del Codacons non paga la mensa del figlio: «Cibo indigesto». Donzelli tra i morosi storici del Comune: «Non pago dal 2008, ma io mi sento danneggiato. Noi vorremmo portare il cibo da casa. Invece ci viene impedito», scrive Rossella Verga il 19 maggio 2017 su "Il Corriere della Sera". Tra gli insolventi storici della Milano Ristorazione c’è anche lui: l’avvocato Marco Maria Donzelli, presidente nazionale del Codacons, in prima fila nelle proteste dei consumatori e nella regia della class action contro la Spa del Comune partita nel 2010 e sulla quale non si è ancora scritta la fine. Da anni non paga la mensa delle tre figlie, ma non si sente in difetto. Anzi. «Ci sentiamo danneggiati, non morosi», dice.

Avvocato Donzelli, nell’elenco dei morosi c’è anche lei, il paladino dei consumatori. Non è un po’ bizzarro?

«Ho una causa personale aperta con il Comune, che è partita parallelamente alla class action intrapresa come Codacons. Come famiglia abbiamo deciso di non pagare più la mensa perché gli inadempimenti di Milano Ristorazione e del Comune erano troppo gravi».

Da quanto tempo non versa la quota a MiRi?

«Da quando è cominciato l’iter giudiziario, attorno al 2008. Un percorso lunghissimo tuttora in fase istruttoria. Ma solo l’ultima delle mie figlie è ancora alle elementari e per lei, che ha 10 anni, non stiamo pagando i bollettini. Le altre, che hanno 15 e 18 anni, sono uscite. Mi pare che per la loro refezione non ci siano pendenze debitorie».

Sua figlia ogni giorno usufruisce della mensa: le sembra giusto non pagarla?

«Siamo obbligati a usufruire di questa mensa. Noi avremmo voluto portare il cibo da casa, ma ci è stato impedito. Non potevamo fare altrimenti. Io e mia moglie lavoriamo, per noi è impossibile andare a prendere la bambina all’ora di pranzo».

Di fatto la scuola garantisce il pasto, sempre.

«Ripeto: non abbiamo potuto fare diversamente che mandare nostra figlia a scuola sottoponendola a Milano Ristorazione. Lei mangia pochissimo: solo pane e arance. Il cibo della mensa o non è buono o comunque non è in linea con l’alimentazione che intendiamo seguire noi».

Sa che a Milano ci sono 28 mila insolventi per le mense scolastiche. Un bel peso sulle spalle della collettività.

«Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che non tutti hanno problemi legati alla crisi economica. Per molti evidentemente non pagare è una scelta, perché non è stata data la libertà di alimentare diversamente i propri figli. Il vicesindaco e assessore all’Educazione, Anna Scavuzzo, sulla possibilità di far consumare a scuola il pasto portato da casa ha un atteggiamento che sembra ispirato a principi del Medioevo, in contrasto con la direzione scolastica».

Torniamo alle inadempienze di Milano Ristorazione. Perché ha fatto causa?

«Per il comportamento illecito della società. Mi riferisco alle inadempienze rispetto al contratto stipulato con il Comune. All’epoca delle contestazioni, nel 2008, veniva utilizzata la carne trita vietata, pesce extracomunitario non conforme. Olio in bottiglie di plastica e non nel vetro. Niente grammature ma cibo distribuito ad occhio».

Se dovesse perdere la causa pagherebbe gli arretrai?

«Beh certo, saremmo costretti».

Maroni e le consulenze d’oro ad amici e avvocati all’ombra della Regione, scrivono Andrea Sparaciari e Valerio Mammone il 9 maggio 2017 su "it.businessinsider.com". Roberto Maroni è un ottimo passepartout: basta aver lavorato una volta per lui per vedersi spalancate le porte delle società controllate o partecipate da Regione Lombardia. Così è successo a Luca Morvilli, l’esperto in comunicazione olistica che nel 2013 ha contribuito alla sua vittoriosa campagna elettorale per le regionali. Tra il 2014 e il 2016, Morvilli ha ottenuto tre consulenze in tre anni da due società controllate dalla Regione, per un importo totale di 192 mila euro. Il primo a ingaggiarlo è stato Eupolis – l’istituto di ricerca, statistica e formazione della Regione – che gli ha commissionato lo sviluppo di “una strategia di comunicazione olistica, nell’ambito del Programma di attività Ufficio Studi”. Il contratto prevede un compenso di 48 mila euro in 10 mesi. Nel 2015 e nel 2016 Morvilli fa il bis con Ferrovie Nord Milano SpA, la holding che gestisce i trasporti ferroviari lombardi, guidata dal leghista ed ex segretario generale della Regione Andrea Gibelli. I contratti – di cui Business Insider è in grado di dare conto in esclusiva – sono due: nel 2015 Fnm affida a Morvilli una consulenza di sei mesi per il “riposizionamento del brand Fnm”. Valore: 48 mila euro, come era già accaduto per Eupolis. Nel 2016 l’esperto in comunicazione raddoppia impegno e stipendio: la consulenza annuale vale 96 mila euro, ma qualcosa va storto e il 31 ottobre 2016 il contratto viene rescisso in anticipo. Alla fine Morvilli incasserà “soltanto” 26 mila euro. Fnm – un po’ come la Cia – non conferma e non smentisce le cifre: durante l’ultima assemblea degli azionisti dello scorso aprile il presidente Gibelli si è limitato a ribadire che «la comunicazione olistica è una cosa seria». Silenzio anche da parte di Morvilli, al quale abbiamo chiesto – fra l’altro – se avesse mai lavorato con società partecipate o controllate da Regione Lombardia prima dell’insediamento di Maroni. “Le clausole di riservatezza previste dai contratti – ci ha scritto – non mi consentono di rispondere”. Secondo Isabella Votino, portavoce del Governatore Maroni, “le collaborazioni di Morvilli con Eupolis ed Fnm non sono certamente state decise dal Presidente”. L’esperto in comunicazione olistica, in ogni caso, è un “amico alle prime armi” se paragonato al vero pupillo di Bobo Maroni, il suo confidente e avvocato personale Domenico Aiello. Nel 2015 il legale calabrese ha ottenuto almeno due consulenze da Fnm: la prima, come si legge nel verbale dell’assemblea degli azionisti del 2016, “ha ad oggetto la costituzione in un procedimento penale ed ha un corrispettivo, valutato secondo tariffa, per la fase del giudizio per massimi 100.000 euro a seconda delle udienze; (…). La seconda consulenza ha un ammontare massimo di 50.000 euro». Tutto normale, si penserà, se non fosse che il giorno prima dell’assemblea Aiello negò di aver ricevuto incarichi dalla holding dei trasporti lombardi. “Me lo ricorderei – disse al Fatto Quotidiano – Al massimo potrei essere stato pagato per le spese legali come controparte di Fnm, ma non ho firmato nessun contratto con Norberto Achille (ex presidente della holding, finito male per una storia di “spese pazze”, ndr) per una consulenza legale”. Aiello, insomma, era consulente di Fnm a sua insaputa. Il sodalizio tra Aiello e Maroni risale ai tempi del Ministero degli Interni, quando il non ancora governatore della Lombardia fu indagato per finanziamento illecito ai partiti (la sua posizione fu poi archiviata). Da quel momento, il legale si è trasformato nel “Mr Wolf” personale del Presidente e ha gestito una lunga serie di patate bollenti: lo scandalo dei diamanti comprati con i fondi del Carroccio; la costituzione di parte civile di Regione Lombardia nel processo Maugeri: un compito che Aiello ha svolto bene, ottenendo dal tribunale, come scrive in un’interrogazione il consigliere regionale del Pd Bruni, il versamento di circa “15mila euro di spese legali alla Regione» a fronte di una parcella da 188 mila euro (pagata con soldi pubblici). Una cifra «spropositata», secondo Bruni che si è rivolto alla Corte dei Conti per danno erariale. Non basta, aiello ha ricevuto dal Pirellone incarichi anche nel processo contro l’ex capo di Infrastrutture Lombarde, Antonio Giulio Rognoni, in quello per i danni dell’ex enfant prodige della Lega, il consigliere Fabio Rizzi, accusato di aver intascato tangenti da Maria Paola “Lady Dentiera” Canegrati. Non mancano poi le consulenze alle altre controllate della Regione: oltre alla già citata Fnm, Aiello viene arruolato anche da Aler (nel 2013) e da Pedemontana. Ma dove il rapporto tra Maroni e Aiello si dimostra granitico è nel processo che vede imputato iBobo per induzione indebita e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente. Secondo il pm Fusco, Maroni avrebbe fatto ottenere un contratto di lavoro in Eupolis a una ex collaboratrice (Mara Carluccio) e avrebbe fatto pressioni affinché un’altra sua ex collaboratrice (e per i pm, sua amante), Maria Grazia Paturzo, partecipasse a un viaggio istituzionale a Tokyo a spese di Expo. Quando il presidente della Lombardia scopre di essere indagato dai pm Fusco e Addesso nomina immediatamente Aiello – ça va sans dire – suo difensore personale, il quale giustamente inizia le sue lecite e doverose indagini difensive. Chiede quindi alcuni documenti a Expo spa, ma il cda della società ne fornisce solo una parte. Pur di averli, Aiello si rivolge in procura, lamentando di non riuscire a ottenere le carte. Tuttavia, anche i magistrati milanesi ritengono che quei documenti non siano necessari né pertinenti all’inchiesta. A quel punto Maroni, con un colpo a sorpresa, decide di far dimettere il rappresentante della Regione nel cda di Expo spa, Fabio Marazzi, sostituendolo con chi? Esatto, proprio con l’avvocato Domenico Aiello, che da quel momento, in qualità di consigliere avrà accesso a tutte le carte della società. In molti allora sottolinearono quanto fosse quantomeno inopportuno che nel cda di Expo spa sedesse l’avvocato di un indagato, azionista di Expo spa, finito nelle pesti proprio per aver fatto presunte pressioni sulla società. Per Maroni questo conflitto non c’è mai stato e ha tirato dritto, facendo guadagnare da allora ad Aiello 27 mila euro l’anno come membro del board della società. Torniamo a oggi: quel processo si sta celebrando (si fa per dire) in questi giorni e, in caso di condanna, Maroni decadrebbe dalla sua carica in base alla legge Severino. In realtà non si sta celebrando affatto, visto che le udienze saltano una dopo l’altra a colpi di legittimo impedimento: prima perché Bobo era candidato come consigliere comunale a Varese, poi perché l’avvocato Aiello era in sciopero, oppure perché colpito da mal di schiena talmente lancinanti da impedirgli di essere in aula. Malesseri certificati dai medici, che però stanno trasformando il procedimento in una pantomima: alla terza udienza consecutiva saltata a causa del mal di schiena del legale, i giudici hanno ordinato una visita fiscale a casa. Neanche fosse un impiegato pubblico assenteista. «Questo processo è fermo da più di due mesi e così rischia uno stop fino alla primavera del 2018», ha sbottato il solitamente mite pm Fusco. Di questo passo si potrebbe andare avanti ancora per un anno, proprio quando si dovrebbe tornare a votare in Lombardia. Una coincidenza? Forse, di sicuro chi trova un amico (presidente), trova un tesoro.

A Milano il tribunale è un colabrodo. Nel palazzaccio fascicoli incustoditi e controlli inefficaci Per l'aula bunker spesi 11 milioni. E non ci si può entrare, scrivono Luca Fazzo e Monica Serra, Domenica 09/04/2017, su "Il Giornale". L' armadietto con la vetrina è al suo posto, al terzo piano del palazzo di giustizia di Milano: a due passi dalla sala stampa, a quattro dalle aule di tribunale sempre affollate di processi. Dentro dovrebbe esserci il defibrillatore, l'attrezzo salvavita obbligatorio per legge nei luoghi di lavoro.

Ma l'armadietto è vuoto, da anni. Se qualcuno - avvocato, giudice, imputato - si sentisse male nei pressi, i soccorritori seguendo le frecce si troverebbero davanti alla vetrina vuota, e il tizio andrebbe al Creatore. Che fine abbia fatto il defibrillatore non si sa. Ma una cosa è certa: se questa violazione avvenisse in una società privata, il titolare verrebbe incriminato dai magistrati. Ma qui, dove comandano i magistrati, nessuno incrimina nessuno. La faccenda del defibrillatore è solo un dettaglio, nel lungo viaggio che il Giornale ha compiuto nel tempio della Giustizia milanese. Un viaggio che da oggi e per tre puntate verrà raccontato con immagini forti sul sito internet, ilGiornale.it: e sarà interessante scoprire se davanti alla cruda eloquenza di queste immagini si continuerà a fare finta di niente. La sfilza di leggi che vengono violate nel palazzo che delle leggi è il simbolo è lunga e variegata: dalle norme sugli infortuni alla tutela della privacy, qui sembra che lo Stato chiuda un occhio. Per buona parte di queste mancanze è già pronta la solita scusa: mancano le risorse. Peccato che contemporaneamente vengano sprecati soldi in grande quantità per opere interminabili, inutili, bizzarre, di cui nessuno - ovviamente - è disposto a prendersi la responsabilità. Tra gli sprechi (lasciando stare le due Passat blindate nuove di zecca, assegnate a magistrati di cui non risulta siano esposti a particolare pericoli; o episodi grotteschi come il tappeto rosso di trentacinque metri apparso di recente nell'anticamera del Procuratore generale) l'esempio più vistoso sono sicuramente gli innumerevoli megaschermi affissi in ogni angolo del palazzo, costati quasi tre milioni di euro, da anni perennemente accesi e mai utilizzati: a parte due di essi a pian terreno, che trasmettono gli slogan della Associazione magistrati (gli avvocati della Camera penale hanno protestato contro l'abuso a fini privati di un bene pubblico: invano). Ma il caso più eclatante è quello dell'aula bunker che i vertici del tribunale chiesero all'inizio degli anni Novanta di realizzare accanto al carcere di Opera, e mai del tutto terminata, oggetto di una inchiesta anch'essa interminabile (in fondo sono colleghi...) della Corte dei Conti. La versione ufficiale è che ora il bunker è quasi pronto. Purtroppo manca la strada per raggiungerlo. Il procuratore generale Roberto Alfonso, intervistato dal Giornale.it, dice che a realizzarla sarà il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Ma al Dap replicano che al massimo possono ricavare un percorso all'interno del penitenziario: così per assistere a una udienza pubblica si dovrebbe passare per un carcere. Oltretutto a cosa serva un simile bunker in un'epoca in cui i maxiprocessi non si fanno quasi più è di difficile comprensione. Costo dell'opera, di rincaro in rincaro: oltre undici milioni di euro.

Di fronte a questi sperperi, diventa difficile giustificare il degrado che regna all'interno del Palazzo. Cortili e sotterranei trasformati in discariche. Aule affollate lungo i cui muri si aggrovigliano matasse di fili scoperti. Cantieri in cui non potrebbe entrare nessuno, e invece di libero accesso. Le famose balaustre che ad ogni piano separano dallo strapiombo delle scale e degli androni, e che arrivano a stento al ginocchio, col rischio di cadere nel vuoto al primo malore: oltre a costituire un incentivo a gesti inconsulti da parte di chi qui si aggira in condizioni di fragilità emotiva. e infatti in passato già due persone si sono lanciate nel vuoto. Da anni si parla di rialzarle ma, tranne un piccolo tratto non è stato fatto nulla. Dell'incuria e del degrado che regnano all'interno del tribunale il sintomo più sconcertante sono però le centinaia e centinaia di fascicoli giudiziari che giacciono alla mercè di chiunque, pronti per essere consultati o addirittura prelevati. Anche in zone «sensibili» del palazzaccio, come l'ufficio del Giudice per le indagini preliminari, basta aprire un armadio per venire a scoprire passaggi delicati e dolorosi della vita delle persone incappate nei meccanismi della giustizia. I filmati che troverete sul sito del Giornale dimostrano senza possibilità di smentita la facilità di accesso a questi dati in teoria super-riservati. Infine il tema della sicurezza antiterrorismo, reso drammatico dall'impresa di Claudio Giardiello, l'imprenditore che il 9 aprile 2015 uccise un giudice, un avvocato e un coimputato. Nel primo anniversario del massacro, il procuratore generale Roberto Alfonso annunciò l'avvio di un piano per la sicurezza del palazzo, «la proposta sarà inviata al ministero che la vaglierà e potrà dare il via libera. Per fine 2016 la prima tranche di lavori dovrebbe essere ultimata». Ultimata? Oggi, secondo anniversario della tragica impresa di Giardiello, non è neanche cominciata.

Milano, Vallanzasca e io. Rapine, sequestri, omicidi. Era la Banda della Comasina, guidata da uno dei banditi più mediatici d’Italia. Il suo ex braccio destro, Rossano Cochis, racconta quegli anni di sangue e follia: «Bische, night club, coca, auto, donne e mitra. Eravamo una miscela esplosiva», scrive Piero Colaprico il 23 marzo 2017, su "L'Espresso". Ancora scuote la testa e ride, Rossano Cochis, al ricordo: «C’era un pugile, uno che ha vinto la medaglia alle Olimpiadi e ha conquistato anche il titolo mondiale, e lo portavo io in macchina a una bisca. Era così contento, in quel periodo, che s’è messo a ridere e a gridare dal tettuccio aperto della Porsche il suo slogan e il suo programma. «Per tre cose vale la pena vivere, la coca, la figa e la malavita», così continuava a ripetere nel vento. Eh, insomma, a volte penso che sia un po’ la sintesi di quei nostri anni. Il bandito più carismatico di Milano era Francesco Turatello, Francis Faccia d’Angelo, ed era lui, prima degli incontri di questo pugile, che faceva passare la voce, così nessuno poteva dargli nemmeno un grammo, e non si sgarrava, guai con il Francis». Erano gli anni Settanta, che per Cochis e i suoi compari si chiusero con sei mesi vissuti da mucchio selvaggio. Era il tragico ’76, consumato tra evasioni dalle carceri, sparatorie mortali, sequestri di persona, guerre di gang. Con lui, Renato Vallanzasca e gli altri della banda della Comasina trasformati in un «pericolo pubblico». Oggi, dopo trentasette anni di detenzione, «venticinque sempre in cella», Cochis, detto Nanun, è tornato nelle strade e ha accettato d’incontrarci nello studio del suo avvocato, Ermanno Gorpia.

Arrivato ai settant’anni d’età, l’ex rapinatore conserva la faccia di uno con il quale sarebbe meglio non litigare. Un piccolo dettaglio aiuta a capire: da semilibero era stato mandato a lavorare in una comunità di recupero. Là era facile che qualche parente si presentasse con un paio di amici, per riprendersi i figli fermati per furto. Da quando è toccato a Cochis aprire la porta della comunità agli estranei, quelle scene sono radicalmente cessate. La notizia ci era arrivata da un magistrato di sorveglianza e gli chiediamo se corrisponde al vero: «Sì, andava così, gli spiegavo chi ero, gli motivavo perché insistere non sarebbe servito e che era meglio pensare al bene dei ragazzi, quindi se ne andavano. Strano che proprio uno come me dovesse fare l’uomo d’ordine, eppure…».

Eppure, è un sopravvissuto. Gli altri del gruppo originario? «Ormai», risponde, «sono tutti morti, a parte me e Renato», il bel René, tornato clamorosamente dietro le sbarre per una storia di mutande rubate in un supermercato. E come cominciò la loro storia funesta? «Ero nel carcere di Lodi, in attesa di giudizio, per una rapina che non avevo commesso, e grazie alla legge Valpreda, che stabiliva un tetto massimo alla carcerazione preventiva, uscii. Ero stato rappresentante di un grissinificio vicino a Bergamo, provai a tornare, ma mi dissero “Ti riprendiamo, però niente stipendio, solo provvigioni, se ti va”. Non era un ricatto? Decisi di trasferirmi a Milano e con un altro conosciuto in carcere, Vito Pesce, frequentavo il bar gelateria Adriana, in via Padova. C’erano anche Pino Digirolamo, Franco Cornacchini, Antonio Rossi, Enrico Merlo, insomma, una batteria di rapinatori. Tramite un altro, che è vivo e non nomino, facemmo qualche colpo a Milano, a Vimodrone, poi la Edilnord di Brugherio, la banca del Monte dei Paschi di Siena a Milano 2, che poi rifeci con Renato Vallanzasca nel ’76, appena evaso, e tutt’e due le volte c’erano in cassa esattamente dieci milioni di lire. A proposito, mentre nel ’76 tornavamo nel nostro imbosco, che era a Milano San Felice, ci facemmo al volo anche un’altra banca a Pantigliate e il giorno dopo sul giornale c’era un titolone: “Arrestati tre minorenni, li hanno riconosciuti”. Uhè Renato, leggi, e che cosa facciamo?, dissi. Quando ci presero, chiamammo il giudice Gatti. “Quando l’impiegato è scappato è caduta la macchina per scrivere, in paese c’era un funerale”, insomma gli spiegammo che eravamo stati noi a colpire, così i minorenni vennero scarcerati e noi ci prendemmo 14 anni, anche perché era stata ferita una guardia giurata. Avevamo portato con noi uno che ripeteva “Non me la sento, non me la sento”, sudava freddo, allora gli ho detto di smetterla e di non preoccuparsi, che avremmo fatto tutto noi. Bastava che lui tenesse sotto tiro “il” guardia e stesse calmo. Infatti, ha puntato la pistola e gli ha tirato, e l’ha preso alla gamba, ma si può? Che gente…».

Più si ascolta il flusso di parole di Cochis, più fluisce il magma incandescente di quell’epoca di morte perennemente in agguato. Sembra quasi incredibile confrontare le epoche, ripensare a quanto alto fosse il tasso di violenza quotidiana, spicciola o mortale, comunque inevitabile: «Io fui arrestato per il sequestro e l’omicidio di Carlo Saronio, ma non c’entravo nulla, e lo sanno tutti. Quello che se la cantò, il suo amico, il Fioroni, lo disse espressamente a verbale. “Ho incontrato Cochis insieme con Carlo Casirati, che ha ucciso Saronio con l’iniezione sbagliata, e gli abbiamo proposto di fare il sequestro con noi, ma ha rifiutato”. Chiaro, no? Invece mi mandò a chiamare il magistrato Gerardo D’Ambrosio. “So che lei sa tutto, perciò se lei parla, esce con me da San Vittore stasera stessa. Se invece fa l’omertoso, le spicco il mandato di cattura per sequestro e omicidio”, disse. Beh, gli ho scaraventato addosso la scrivania e m’hanno portato in isolamento sotto il Primo Raggio. Il giorno dopo mi consegnano davvero il mandato di cattura. Allora m’arrabbio e vado sui tetti del carcere, quando mi acciuffano, mi portano a Pisa, poi alla Capraia, poi alla Spezia, da dove evado d’estate, con le lenzuola. E così, aprendo una macchina posteggiata grazie alla chiave della scatoletta del tonno, arrivo a Voghera, poi a Milano, dove ritrovo Vito Pesce e, con lui, Renato Vallanzasca. L’avevo già conosciuto in carcere, per la rapina che aveva fatto al supermercato di via Monterosa. Così, da evaso, andai a dormire con lui, che allora stava con Patrizia Cacace, dividevamo il lettone matrimoniale. E lì per lì, con Marco Carluccio, con Antonio Colia detto Pinella e un bergamasco, Silvio Zanetti, di cui adesso posso fare il suo nome, ho saputo che è morto, nacque l’anima della banda Vallanzasca, quelli che io chiamavo i muli, perché tiravamo gli altri. In questi ultimi anni è apparsa sui giornali Antonella D’Agostino, che poi ha sposato Renato, ma nessuno di noi sa chi è. Anzi la prima volta che l’ho vista era il ’90, o il ’91, ed era la donna di un certo Cicciobello».

Rapine e sparatorie si moltiplicano, un delirio di proiettili circonda la banda come un nugolo di mosche circonda i cadaveri. Oggi si ascoltano non pochi politici straparlare di «città della paura» o commentare il ruolo dei giornalisti, ed è come se si fosse smagnetizzata la memoria: «Noi non evitavamo il conflitto a fuoco, tutto qui». In che senso, Cochis? La spiegazione è brutalmente lineare: «Non c’era uno studio, un piano, niente. Noi arrivavamo su macchine rubate di grosse cilindrata, in cinque. Due uomini che entrano in banca, uno fa la cassaforte e l’altro i cassetti. Due che stanno in strada, con i mitragliatori, e uno fa da palo sulla porta. Sapessi quante volte arrivava una pattuglia e faceva velocemente inversione, noi tiravamo bene, in via Serra a Milano, quando andammo a fare le buste paga dell’Alfa Romeo, io e Mario Carluccio bloccammo da soli sette macchine della questura, e non so quanti caricatori abbiamo sparato. Sì, se penso a molte delle nostre azioni provo rammarico. E poi, guardami, è passata la mia vita, ma come è passata? In una gabbia, ecco come».

Una gabbia rimasta sotto i riflettori. La banda della Comasina, nonostante siano passati i decenni, non viene dimenticata: «L’avvocato Rosica, uno che ci difendeva, ci chiese un favore. Andammo dalle parti di piazzale Corvetto, dove abitava, e Renato rilasciò un’intervista a un giornalista amico dell’avvocato, uno che mi pare lavorava al “Corriere d’Informazione”. Ecco, Renato con le parole ci sa fare» e, da quel momento, diventa uno dei banditi più mediatici d’Italia, di quell’Italia in cui l’Anonima sequestri mette angoscia alle famiglie, il terrorismo incalza, Cosa nostra fa affari al nord (Luciano Liggio, capo della mafia, viene arrestato nel 1974 a Milano, in via Ripamonti) e si muore ammazzati in pieno centro, come accadde in piazza Vetra: «Era il novembre del ’76, eravamo andati là solo per un sopralluogo. L’obiettivo erano le esattorie comunali, ma non da fare quel giorno stesso. Infatti Franco Careccia cammina disarmato, c’eravamo resi conto che un’irruzione armata rischiava di diventare una carneficina, che era meglio filare il furgone Mondialpol e attaccare dopo che caricano le valigie, piazzando dietro il cinema Alcione una macchina di copertura. Dunque, per il sopralluogo ci sono Careccia, Carluccio e un marsigliese. I tre entrano nel bar all’angolo, che è di fronte a una banca e un impiegato chiama la questura, segnalando facce sospette. Così arrivano due volanti e l’agente Ripani scende e spara, colpisce Mario Carluccio al fianco, ma Mario spara a sua volta e centra Ripani con sei colpi, e nel frattempo un altro poliziotto, Zanetti, spara e prende Mario in fronte, e cade accanto a Ripani, sono lì, uno accanto all’altro, e in via Molino delle Armi riesco a caricare Pinella, il migliore di tutti noi, e Renato, e me li porto via. Renato diceva sempre che con me dietro e con Colia davanti sarebbe andato contro chiunque. Colia aveva carisma, lui aveva la batteria della Comasina, io quella di via Padova, Mario Carluccio i rapinatori della Brianza. Ci consideravamo un’élite, ma eravamo una miscela esplosiva. Renato era brillante, divertente, quando si lavorava era molto deciso, anche perché la sua megalomania era troppo forte, non lo faceva arretrare su niente. Tant’è vero che siccome ero stato nei paracadutisti avevamo pensato di attaccare la caserma a Pisa, per prenderci i Fal, non se n’è fatto niente perché avevamo troppa carne al fuoco».

Messi in cima alla lista dei ricercati, cominciano anche con i sequestri di persona. Il più citato è quello di Emanuela Trapani, che aveva sedici anni: «S’è detto anche troppo, lei stessa sa che non è stata trattata male. Una volta, per esempio, s’è lamentata che nella stanzetta dov’era chiusa vedeva la tv in bianco e nero, allora Renato l’ha portata dove stavano gli altri, davanti alla tv a colori e tutti si sono messi in testa il cappuccio per non essere riconosciuti, lei era l’unica a vedere il programma a volto scoperto». Possibile? Una scena che sembra tratta da un quadro di Magritte? «Oppure, un’altra volta s’è lamentata mangiava da schifo, e voleva la pizza, ma solo quella che fanno vicino casa sua. Renato ha detto va bene, ma ai tri or de not soo andà mii in quella pizzeria».

A Milano non s’è mai capito come nacque la guerra tra la banda Vallanzasca e la banda Turatello. Non si davano ombra, frequentavano gli stessi locali, uno del Lello Liguori in corso Europa, uno in piazza Santa Tecla, poi il famoso Derby del cabaret milanese di via Monterosa, un teatrino in Porta Romana dove si esibiva Gianni Magni, il William’s, il New Gimmy, che era di Turatello, e per ballare si andava al Parco delle Rose, ma solo in estate. Perché dunque spararsi addosso? Semplicemente perché esistono notti difficili che non si dimenticano: «Ero con Vito Pesce, venivamo via dalla latteria che aveva in corso Lodi Lia Zennari, era tardissimo, ma andammo giù al night che Francis Turatello aveva in piazza Cantore, a fianco della gelateria Pozzi. Dentro c’erano già Tigre e Spaghettino, io ero con le stampelle e avevo lasciato all’Isola la mia auto, con un mitra nel cofano. Non sapevo che c’era un casino in corso, perché Spaghettino aveva assaltato una bisca di Francis e il mio amico Vito nella stessa bisca aveva cambiato un assegno da 25 milioni per perdita di gioco. Quindi, poteva sembrare che c’entrasse, comunque li lascio a discutere, sono tutti amici, e vado tranquillamente a prendere la macchina, ma quando torno c’è Vito che esce tutto sballato. “Guarda”, ed è pieno di sangue. Allora tiro fuori il mitra e glielo do, lui corre alla porta del night e mitraglia verso le scale, poi salta su in macchina e filiamo. Mi dice che Francis ha acchiappato Spaghettino, gli ha aperto la gola e ha detto al Tigre di bloccare Vito, ma quello ha preso il coltello per tagliare il pane e gliel’ha infilato nella schiena. La lama gli era rimasta dentro, l’ha estratta, è tutta storta. “Rossano, mi dice, non farmi morire, vendicami”. Sono tornato indietro e ho sparato anch’io, sfiorando Turatello».

Da allora, le bande s’inseguono per farsi fuori, anche se nel night sia Pesce sia Spaghettino s’erano salvati: «Una volta ci arriva dritta che portano a Turatello i soldi delle bische, allora io, Renato e Tonino Furiato, che poi morirà nella sparatoria al casello di Dalmine, gli fottiamo tutti i soldi, e non ci siamo tenuti 5 lire, li abbiamo fatti arrivare ai detenuti: “Dite a Francis che stavolta prendo soldi, la prossima volta la pelle”, è il messaggio che lascia Renato. E quasi ci riusciamo in via Mac Mahon, quando vediamo due auto ferme davanti al bar della sorella dell’attrice Agostina Belli e riconosciamo Gianni Scupola e Spedicato. “Se ci sono loro, c’è anche Francis”, allora torniamo indietro, nel frattempo si sono spostati, ma li affianchiamo, Renato si sporge dal finestrino e gli tira due cannonate con la 357 Magnum e filiamo. E l’unico che salta giù dalla macchina chi è? Francis, con la mitraglietta Skorpion, e ci corre dietro. All’altezza di via Caracciolo sento un colpo alla testa, “Renato forse è finita” dico, invece erano pezzi di vetro. La strada fa un saltino, quello mi ha salvato. La sera ho contato tutti i buchi che aveva fatto nella carrozzeria, pareva un gruviera. Quando abbiamo fatto pace, Francis voleva sapere, “Ma chi era quell’autista della madocina?”».

La banda Vallanzasca finisce la sua corsa nel febbraio del ’77: «Renato era andato nella bergamasca per curare un nipote del miliardario Pesenti e io, con Tonino Rossi e Merlo a Torino, per un nipote di Pirelli. Volevano mettere a segno due sequestri e scappare dall’Italia. Renato quando guidava faceva lo scemo, sorpassa a destra, cambia corsia, così qualcuno segnala un auto con tre drogati a bordo e la polizia va a bloccarli al casello. Un agente tiene il mitra puntato, Renato scende dalla macchina e invece dei documenti, come faceva sempre, prende un libretto d’assegni, l’agente istintivamente abbassa il mitra e lui gli spara al volo, centrandolo al cuore. Scende anche Furiato, che spara all’agente a terra, ma dall’altra auto rispondono. Furiato muore, Renato che cercava di prendere il mitra all’agente morto viene centrato al sedere. Riesce a scappare a piedi e vado io a prenderlo. Lo portiamo a fare le lastre in un centro diagnostico di Milano, poi a Roma, dove abbiamo un contatto con un medico. Ma il destino è strano».

Saranno presi tutti, ma non grazie alle indagini: «Ci sono due sorelle che hanno ciascuna un amante, una sta con il medico che cura i criminali, e l’altra con un colonnello dei carabinieri, capito che intreccio? Poi il medico è morto, l’hanno riconosciuto solo dallo stetoscopio, ma non siamo stati noi».

Quel «noi» della Comasina s’è perso. Antonio Colia, uscito dal carcere, è morto in un incidente di moto, e Cochis non è potuto andare al funerale: «Ho il divieto di frequentare pregiudicati e là, per salutarlo, c’era tutta la Milano di quegli anni», dice e, per quanto possa apparire strano a chi non conosce la mala, Cochis diventa talmente triste che smette di parlare.

Milano, l’ultimo saluto al boss tra applausi e alleanze. Volo di palloncini e parata di capi clan al funerale spettacolo di Mimmo Pompeo. In chiesa serbi, skin e le curve «nere» dello stadio. Dalla Svizzera due uomini a bordo di una misteriosa Porsche, scrive Cesare Giuzzi il 19 marzo 2017 su “Il Corriere della Sera”. Venti palloncini bianchi e rossi salgono verso il cielo di via Antonini. Dalla chiesa di Santa Maria Liberatrice un applauso saluta l’uscita della bara di legno chiaro. Ad accogliere l’anima di Mimmo Pompeo, la mattina del 28 febbraio, c’è un cielo grigio e carico di pioggia. Dentro e fuori la chiesa ci sono uomini che si muovono circospetti. A gruppetti di due o tre per volta. Ci si scambia un saluto veloce, ma soprattutto si osserva. Gli occhi cercano chi manca. Perché l’assenza, ai funerali come ai matrimoni, segna alleanze rotte, accordi spezzati, amici e nemici. E l’assenza a un funerale come quello di Mario Domenico Pompeo, morto a 64 anni per un tumore, prima ancora che uno sgarbo verso il morto e la sua famiglia, può valere una croce sul proprio futuro.

Porsche e trafficanti di droga. Ci sono due tizi arrivati dalla Svizzera, cantone dei Grigioni, stretti in giacche blu troppo leggere per il cielo incerto di fine febbraio. Hanno indosso identiche scarpe Hogan, stesso colore del blazer. La Porsche Cayenne è intestata a una società di leasing, viene parcheggiata frettolosamente davanti all’ingresso della chiesa, tanto che sarà necessario spostarla poco più tardi per permettere ai mezzi delle pompe funebri di accompagnare il feretro di Mimmo verso l’ultimo viaggio. I due tizi arrivati dai Grigioni hanno gli occhi lucidi. Restano in piedi sul sagrato e fissano lo sguardo oltre il portone della parrocchia lasciato aperto. Si vede l’altare e il prete che celebra le esequie davanti ai familiari in prima fila. Ma si vedono anche tizi serbi vestiti in scarpe nere e giubbotto scuro di pelle. Ci sono i ragazzi dello stadio, cresciuti a curve ed estrema destra, e con loro il capo milanese del movimento skin Domenico Bosa, quel Mimmo Hammer amico del trafficante montenegrino Milutin Tiodorovic e degli uomini del clan di Pepé Flachi. Ci sono i Tallarico e i Pittella, nomi in ascesa nel quadrilatero delle vie dei fiumi di Bruzzano. Perché nonostante Mimmo Pompeo vivesse da anni in via Antonini, il suo regno è sempre stato dalla parte opposta della città. In quella Bruzzano dove ha rappresentato gli interessi della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel Crotonese, o a San Siro dove per trent’anni ha gestito il ferreo e inespugnabile controllo dei paninari, quelli della salamella fuori dallo stadio che senza il benestare di Pompeo non avrebbero neppure potuto versare un bicchier d’acqua. C’era tutta la malavita che conta quel 28 febbraio in via Antonini, riunita per le grandi occasioni: compaesani calabresi, ma anche siciliani e slavi. Perché il potere dei Pompeo inizia negli anni Ottanta all’epoca dei catanesi di Epaminonda, affonda le sue radici nella parentela con Ginetto Di Paola, killer degli otto morti al ristorante «La strega» di via Moncucco nel ‘79, fino all’alleanza con i calabresi del boss Pepé Flachi, legato al potentissimo clan De Stefano di Reggio Calabria. Lo chiamavano il letterato, il filosofo, perché aveva la casa piena di libri. Nessuno sa se li abbia letti tutti per davvero, ma dicono fosse soprattutto un uomo di pace. Di mediazione. Il collante che per anni ha tenuto in piedi le flebili alleanze tra killer cocainomani e boss della droga, ras di quartiere e piccoli padrini. E ora la morte di Pompeo potrebbe riaprire vecchie ferite e lasciare campo libero alla brama dei giovani cresciuti mentre i padri marcivano in galera dopo le retate e gli ergastoli degli anni Novanta. E ridisegnare la mappa della criminalità a Milano. Perché nonostante per la politica lo spauracchio siano soprattutto stranieri e povericristi, la malavita a Milano resta potente ed effervescente.

La coop e Mafia capitale. Lo confermano gli ultimi due agguati avvenuti a Bruzzano e a Quarto Oggiaro, che con gli uomini dei Pompeo hanno più di un legame. E lo indicano le ultime analisi degli investigatori che si occupano di droga e criminalità organizzata: «A Milano nonostante qualcuno forse può pensare il contrario — riflette un inquirente — coca e mafia vanno di pari passo. Si pensa molto al riciclaggio e alle infiltrazioni finanziarie, ma la mafia povera, quella delle estorsioni e della droga sta risalendo indisturbata» In mezzo ci sono traffici, vecchi nomi (sempre gli stessi) ma anche affari, che somigliano agli scenari evocati da Mafia capitale. Con una cooperativa che dà lavoro ai detenuti semiliberi e che ottiene appalti pubblici in affidamento diretto e d’urgenza grazie ai contatti con le istituzioni e la politica. Un caso che riguarda in particolare un comune dell’hinterland di Milano. Motore (e ideatore) della cooperativa un ex detenuto per concorso in omicidio, un nome pesantissimo della mala degli anni Novanta. Con lui, proprio grazie al lavoro all’interno della cooperativa, anche un ex killer (fine pena 2030) ancora molto influente sulla mala della zona. E subito tornato a interessarsi di droga ed estorsioni. Altra storia, altri scenari. Sui quali gli accertamenti sono appena partiti ma che vedrebbero insieme malavitosi e complicità politiche locali, in particolare con esponenti cresciuti nelle file del Partito democratico. «Un caso di scuola», raccontano gli investigatori. Di come la mafia è tornata a riprendersi il terreno lasciato dopo le retate degli anni Novanta. Del resto, lo dicevamo, i nomi sono sempre gli stessi. E questo è importante per due motivi: una garanzia di «serietà» nell’ambiente criminale, e la certezza che nessuno avrà bisogno di farsi altre domande di fronte a nomi che da più di trent’anni segnano la presenza criminale nell’hinterland di Milano.

Pallottole ed equilibri mancati. Ma torniamo a quel 28 febbraio e alle esequie del fu Mimmo Pompeo. In chiesa insieme ai parenti c’erano anche uomini della famiglia Pittella. Anche loro sono originari del Crotonese e come i Pompeo vivono da una vita a Bruzzano. Qui, in via del Danubio, i poliziotti del commissariato Comasina hanno arrestato il 13 marzo Paolo Pittella, 37 anni, una lunga lista di precedenti sulle spalle. Stava per salire su una Porsche Panamera e sparire verso la Calabria. Un mese prima, la sera del 15 febbraio, aveva avuto una discussione in strada con un uomo di 57 anni, titolare di una lavanderia di via Achille Fontanelli, Giorgio Melis. Gli aveva sparato un colpo di pistola a una gamba. Nell’ambiente si pronuncia una parola a bassa voce: estorsione. E anche se gli investigatori per il momento vanno molto cauti, sono anni che si parla del ritorno del racket nelle zone della Comasina e di Bruzzano. Del resto lo hanno confermato anche le inchieste antimafia Redux e Caposaldo, che sei anni fa hanno riportato dietro le sbarre gli uomini di Pepé Flachi. Paolo Pittella, in passato, è stato fermato dalle forze dell’ordine insieme a Gino Pompeo, nipote di Mimmo, e dal quale si dice abbia ereditato il controllo del business dei paninari. Con Pittella viene controllato anche un altro pregiudicato per «rapina, sequestro di persona, armi e droga». Si chiama Salvatore Geraci, ed è legato ai Pompeo e ai Tallarico. Tre giorni dopo il funerale di Mimmo, a Milano si torna a sparare. E questa circostanza, secondo gli investigatori, potrebbe non essere casuale. Ma anzi un segnale che qualcosa nei delicati equilibri della mala rischia di rompersi. È il pomeriggio del 3 marzo e davanti a un bar di via Longarone, a Quarto Oggiaro, viene ferito a una gamba Gianluca Ricatti, 27 anni, qualche precedente legato allo spaccio. Suo padre Giuseppe ha un lungo pedigree criminale, soprattutto per rapina. Per gli investigatori dietro all’agguato c’è un regolamento di conti legato a un debito di droga. Pompeo, Pittella, Tallarico, Flachi, Scirocco, Toscano, nomi che tornano anche in un’altra storia che ruota intorno ad un’officina della zona nord di Milano. Stavolta insieme alla droga si parla di traffico d’armi e di doppifondi ricavati in auto sportive. Affari che servono a mantenere intere famiglie e che ingrassano i clan della droga che dalla periferia cittadina si stanno trasferendo verso l’hinterland dove il presidio delle forze dell’ordine è inferiore e dove, tra capannoni, aree dismesse e villette identiche, si confondono senza attirare l’attenzione. Nella geografia criminale ci sono luoghi che resistono. Come la Comasina, lo stesso Quarto Oggiaro, Bruzzano, ma anche l’intramontabile piazza Prealpi, regno del clan Serraino-Di Giovine. I Serraino sono stati spazzati via dalla seconda guerra di mafia in Calabria a metà degli anni Ottanta. Ai Di Giovine è toccato invece in dote il pentito Emilio, che grazie alla sua collaborazione negli anni Novanta ha portato a un centinaio di arresti. Oggi ci sono quelli che allora erano solo bambini. E il traffico di droga è ripreso. Completamente. Ma il clan di piazza Prealpi potrebbe cadere ancora a causa di un collaboratore. Un narcos catturato di recente in Spagna che dal carcere sta raccontando affari e anche il (presunto) progetto di un attentato a un uomo delle istituzioni. 

…DI BERGAMO. Le toghe a tavola fanno festa coi boss del narcotraffico. Spuntano le foto di tre magistrati bergamaschi con Patrizio e Massimo Locatelli: finiti in carcere dopo il papà per traffico di droga. Della famiglia di malavitosi parla Roberto Saviano nel suo ultimo libro "ZeroZeroZero", scrive Matteo Pandini il 9 aprile 2013 su “Libero Quotidiano”. «Il nome di un trafficante di droga non lo ricorda mai nessuno». Lo scrive Roberto Saviano nel suo ultimo libro, ZeroZeroZero, in cui parla di cocaina e spiattella la storia del boss bergamasco Pasquale Claudio Locatelli. Attualmente è in carcere: poco dopo il suo arresto finirono in cella pure i due figli Patrizio e Massimiliano. Saviano si sorprende che nessuno, neanche nella provincia lombarda, avesse sentito puzza di bruciato quando i rampolli facevano fortune con un’industria edile come la Lopav Spa, mentre il papà-boss era già in galera con accuse pesantissime e il sospetto di legami con i clan di mezzo mondo, tra cui quello camorristico dei Mazzarella. Saviano ha ragione: nessuno sembrava sospettare. Neanche i magistrati bergamaschi. Tanto che alcuni di loro, tra i più seri e brillanti, facevano festa e pranzavano proprio con i figli del narcotrafficante. Facendosi addirittura fotografare per una rivista locale. Era infatti successo che poco prima di essere arrestati per ordine del gip di Napoli, i due ragazzi avessero organizzato un evento per riunire i 150 dipendenti e le relative famiglie. Era domenica 19 settembre 2010. Alle Ghiaie di Bonate, oltre ai titolari e agli operai, c’erano parecchi ospiti vip. Qualche politico. Alcuni religiosi, come l’arcivescovo Gaetano Bonicelli. E soprattutto tre magistrati: Carmen Pugliese, Angelo Tibaldi, Mario Conte. Non erano soli. C’era anche un ispettore di polizia in servizio in Procura. Questo dicono le fotografie. In più, alcuni dei presenti ricordano di aver visto pure il direttore del carcere di Bergamo Antonino Porcino e un sottoufficiale della Guardia di Finanza. Carceri e fughe - Circa un mese dopo, Patrizio e Massimiliano Locatelli finiranno in manette con l’accusa di concorso in traffico di stupefacenti e riciclaggio. Gli hanno sequestrato beni per circa 10 milioni. Già questo avrebbe dell’incredibile. Ma il peggio è che il padre, Pasquale Claudio, era un fuoriclasse della malavita. Saviano lo racconta bene nel libro. Quando aveva vent’anni si dedicava al furto di auto di grossa cilindrata. Locatelli - scrive Saviano - è furbo e inizia a imparare le lingue per allargare i suoi interessi. Austria. Francia. Poi Spagna. S’inventa parecchi soprannomi e si stabilisce in una villa nei dintorni di Saint-Tropez. Viene arrestato nel 1989. In casa gli trovano 41 chili di coca colombiana. Finito nel carcere di Grasse per scontare una decina di anni, si rompe un braccio. Gli agenti lo trasportano a Lione. Quando arriva a destinazione, un commando attacca la scorta e scappa col boss. È fuga. Va in Spagna e si fa chiamare «Mario di Madrid». Come racconta Saviano, è l’uomo di riferimento dei narcos colombiani in Europa e proprietario di una flotta navale per il traffico internazionale di cocaina. Non proprio un pesce piccolo, insomma. Lo scrittore lo definisce un «broker della polvere». E scrive: «Ha intuìto che l’eroina come mercato di massa stava finendo, mentre il mondo ne consumava ancora tonnellate». Nel 1991 riuscirà a scappare da una villa nel Bresciano, dove era andato dalla sua compagna Loredana. Pochi anni più tardi verrà pizzicato con un avvocato e il sostituto procuratore di Brindisi: nel processo il magistrato riuscirà a dimostrare di non sapere chi fosse Pasquale Locatelli e verrà prosciolto. Evidentemente, qualche boccone con le toghe sono un vizio di famiglia. Dopo anni di galera in Spagna, il boss torna nella prigione di Grasse (quella dell’evasione), ma nel 2004 devono estradarlo a Napoli. Una sentenza della Corte di cassazione gli ridà la libertà. E Locatelli senior torna in Spagna, dove fa dentro e fuori da galera distribuendo false identità. Intanto i due figli sono rimasti in Italia e mettono in piedi la Lopav Spa, che si occupa di pavimentazioni. Vincono pure un appalto da 500mila euro all’Aquila. Oltre a quello per il nuovo centro commerciale di Mapello, Bergamo, che a fine 2010 verrà scandagliato per la scomparsa della 13enne Yara Gambirasio, inghiottita nel buio di Brembate Sopra il 26 novembre 2010 e trovata cadavere tre mesi dopo. Nel maggio 2010 Pasquale Locatelli finisce in carcere, dopo che gli inquirenti avevano pedinato proprio il figlio che lo stava raggiungendo in Spagna. Pochi mesi dopo, anche i rampolli subiranno lo stesso trattamento. Nel corso delle indagini su Yara, era emerso che il padre della ragazza, Fulvio Gambirasio, aveva avuto rapporti di lavoro con la Lopav. Per Saviano, aveva addirittura testimoniato in un processo contro Pasquale Locatelli. Ma la pista di un possibile collegamento con la scomparsa della 13enne è stata abbandonata in fretta. Sostituti procuratori - Erano tanto sicuri di sé, i rampolli Locatelli, da invitare a pranzo dei magistrati.  Angelo Tibaldi fu tra i più giovani ed efficaci sostituti procuratori che indagarono sugli episodi di corruzione che, nell’era di Tangentopoli, riguardavano anche Bergamo. Da anni è giudice del tribunale civile. Carmen Pugliese è attualmente il sostituto procuratore di maggior anzianità della Procura orobica. Si è occupata di più settori: dallo spaccio di droga alla pedofilia. Mario Conte, già sostituto procuratore a Bergamo e oggi giudice del tribunale civile, negli anni ’90 ha lavorato anche a Milano con Di Pietro. Recentemente è stato assolto dalla Corte d’assise di Milano dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nel procedimento che lo vedeva imputato per i suoi rapporti con i carabinieri del Ros del generale Giampaolo Ganzer. Questa volta ha ragione Saviano. «Il nome di un trafficante di droga non lo ricorda mai nessuno».

CAPITALE MORALE: PER LADY DENTIERA DIRE “TERRONI” NON È REATO. MA LA SECONDINA..., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016. «Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Ormai, le retate delle forze dell'ordine portano in galera i moralisti meneghini a lotti di decine. E anche questa volta, è finito dentro il potente leghista Fabio Rizzi, “braccio destro” di Roberto Maroni, presidente della Regione. Regione Lombardia: il che spiega perché è ancora al suo posto e non si e dimesso, come i boati a mezzo stampa avrebbero preteso se presidente e Regione fossero stati da Roma in giù (mica si tratta di due chili di cozze pelose!). Già nell'altra retata di moralisti a mazzetta incorporata, appena qualche mese fa, finì in galera un altro “braccio destro” di Maroni, il suo vice alla Regione, e sempre per appalti nella Sanità. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita». Il che mostra che lady Dentiera cercava già una scusa per darsi latitante all'estero. Ci ha pensato troppo e ora ha tempo per continuare a pensarci in galera. Toc, toc...! Milady... Indovini di dov'è la secondina? Non lo sa, glielo ha detto e non lo capisce? Ha detto qualcosa, tipo: «Chini cazzu sugnu eu?». Glielo traduco, è calabrese, significa: «Chi cazzo sono io?». Quindi lei adesso le risponde, educatamente e civilmente: «Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia». Vedrà che lei avvia un dialogo sull'etimo del termine, che favorirà la crescita culturale di entrambi. Toc, toc...! Milady... Indovini di dov'è la cuoca? Non lo sa, glielo ha detto e non lo capisce? Ha detto qualcosa, tipo: «Chi cazz song'ije?». Glielo traduco, non è proprio napoletano, ma siamo sempre in Campania, significa: «Chi cazzo sono io?». Quindi lei adesso le risponde, educatamente e civilmente: «Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia». E poi, buon appetito. Tanto, i denti o la dentiera, non le mancano.

Malasanità anche in Lombardia: pazienti fantasma, protesi 14 volte, scrive il 15 settembre 2016 la Redazione Blitz Quotidiano. Malasanità anche in Lombardia: pazienti fantasma, protesi 14 volte. Pazienti fantasma che esistono solo per giustificare fatturazioni inventate, ticket imposti a esenti ignari di esserlo, protesi applicate anche 14 volte, medicazioni refertate per interventi mai eseguiti… L’elenco delle malefatte negli ospedali di mezza Lombardia, escludendo la grassa corruzione nel sistema degli appalti, è scritto nero su bianco sul rapporto che l’ex generale della Finanza Mario Forchetti ha redatto per incarico di Roberto Maroni: oggetto, i troppi casi di malasanità in Lombardia, proprio la regione che negli anni si è guadagnata una altissima reputazione per la gestione della salute pubblica. Pubblica fino a un certo punto: se vuoi curarti i denti, prenoti all’ospedale ma vieni visitato in ambulatori privati, quasi sempre di proprietà di Paola Canegrati, la “zarina dei denti” lombarda, ci informano Simona Ravizza e Gianni Santucci sul Corriere della Sera. “A titolo esemplificativo – scrive Forchetti – sono stati individuati in un solo ospedale (in un anno) 338 pazienti con esenzione per patologia che hanno ricevuto prestazioni in solvenza. Non è chiaro se i pazienti fossero consapevoli di avere diritto al trattamento con il Servizio sanitario nazionale con il pagamento del solo ticket”. C’è chi, rimbalzato come una pallina da ping pong tra Vimercate e Niguarda, s’è visto inserire per quattordici volte la stessa protesi provvisoria. Ai malati numero 22, 58 e 164 sono state fatturate medicazioni delle ferite chirurgiche in assenza di un’estrazione del dente (ma com’è possibile disinfettare una ferita se non c’è stata un’incisione?). Ad altri sono stati messi ponti con una sola corona (quando il minimo sono tre). (Corriere della Sera) La cosa grave, anche rispetto ai clamorosi scandali di corruzione esplosi negli ultimi anni, riguarda la qualità delle cure, cioè l’impatto reale di certi maneggi sulla pelle dei pazienti. Scrive l’ex generale: “È evidente che i controlli non sono stati efficaci (…). Il sistema di compartecipazione da parte dell’ospedale (che prende una percentuale sul fatturato, ndr) ha sicuramente attenuato l’interesse-dovere allo svolgimento di puntuali controlli”.

«La protesi messa 14 volte e i ticket chiesti a chi è esentato». Lombardia, il dossier voluto da Maroni sui casi di corruzione nella sanità, scrivono Simona Avizza e Gianni Santucci il 15 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera”. Nei meandri della sanità corrotta, lì nell'ospedale modello alle porte di Milano, nell'edificio nuovo di zecca di Vimercate, in un solo anno ben 338 pazienti sono stati costretti a pagare pesanti parcelle per le cure ai denti anche se avevano il diritto di curarsi gratis in quanto malati cronici. E c'è chi, rimbalzato come una pallina da ping pong tra Vimercate e Niguarda, s'è visto inserire per quattordici volte la stessa protesi provvisoria. Ai malati numero 22, 58 e 164 sono state fatturate medicazioni delle ferite chirurgiche in assenza di un'estrazione del dente (ma com'è possibile disinfettare una ferita se non c'è stata un'incisione?). Ad altri sono stati messi ponti con una sola corona (quando il minimo sono tre). Una storia di scandali I casi sono messi uno in fila all'altro in un verbale di 75 pagine firmato dall'ex generale della Finanza Mario Forchetti, oggi uomo forte del governatore Roberto Maroni e da lui incaricato di passare al setaccio il sistema sanitario lombardo, troppo spesso travolto da scandali giudiziari. L'ultimo è quello che lo scorso 16 febbraio ha portato in carcere (e poi al patteggiamento) il leghista Fabio Rizzi, padre della riforma della Sanità. L'inchiesta della Procura di Monza, partita dalla denuncia di un revisore dei conti, Giovanna Ceribelli, ha portato alla luce appalti truccati per un valore annuo di 34 milioni nel business delle cure dentarie. Coinvolti gli ospedali di mezza Lombardia. Sulla pelle dei malati te evidenziato dalla Procura. Le carte mostrano, per la prima volta, come la corruzione può danneggiare direttamente i malati. Succede che i pazienti pensano di entrare in un ospedale pubblico, ma in realtà gli ambulatori dove vengono curati sono privati, in mano sempre alla stessa imprenditrice, Paola Canegrati, la cosiddetta «zarina dei denti» (che si trova ancora agli arresti per corruzione). E così, malati con il diritto di curarsi gratis per patologie croniche vengono invece dirottati su interventi a pagamento; i preventivi di spesa sono artefatti; i ticket possono essere pagati inutilmente; le prestazioni sono ripetute allo scopo di fare cassa; i materiali scadenti. Pazienti fantasma? Lo scenario della corruzione è duplice, ma in entrambi i casi allarmante: o negli ospedali di mezza Lombardia per anni sono stati curati pazienti fantasma, inventati al solo scopo di fatturare a danno delle casse pubbliche; oppure ai malati sono state fatte prestazioni inutili, eseguite per guadagnare sulla loro pelle. Si scoprono porcherie d'ogni tipo: «A titolo esemplificativo scrive Forchetti tariffa più vantaggiosa rispetto a quella prevista per il Servizio sanitario: una prima visita costa 24 euro contro 28 euro. Tale scelta tariffaria ha consentito probabilmente di dirottare prestazioni dal Sistema sanitario al regime di solvenza con conseguente danno erariale per la Regione e un maggiore incasso per il service e l'ospedale». Le prestazioni vengono ripetute sullo stesso malato in ospedali diversi, ma sempre a guida di società di Paola Canegrati: «Può essere utile un controllo dettagliato sulle prestazioni erogate a questi utenti. Su un codice fiscale scelto casualmente si riscontrano (...) prestazioni in quantità ripetute (14 inserzioni di protesi provvisorie in un paziente esente per patologia)». Addio qualità delle cure Per curare bene i malati ci deve essere un obiettivo irrinunciabile: «Bisogna tutelare Il caso Fatturate medicazioni di ferite chirurgiche, ma non era mai stato fatto l'intervento il cittadino che accede ai servizi sanitari, tanto più se esternalizzati (...). Il paziente che accede al service è convinto di entrare in uno degli ospedali prestazioni in solvenza. Non è chiaro se i pazienti fossero consapevoli di avere diritto al trattamento con il Servizio sanitario nazionale con il pagamento del solo ticket». C'è chi paga anche se non deve e chi paga più del dovuto: «Ci si può chiedere se il ticket è stato calcolato in modo corretto, scrivendo su ogni ricetta otto prestazioni (più ricette vengono fatte, più ticket vengono pagati, ndr)». Le visite a pagamento Ogni metodo è buono per incassare: «Per le visite si riscontra nel listino solventi una del Servizio sanitario regionale e a esso si affida con una certa sicurezza». Un principio che è stato dimenticato: «E evidente si legge nei documenti che i controlli non sono stati efficaci (...). Il sistema di compartecipazione da parte dell'ospedale (che prende una percentuale sul fatturato, ndr) ha sicuramente attenuato l'interesse-dovere allo svolgimento di puntuali controlli». Alla faccia della qualità delle cure.

Scandalo sanità, le intercettazioni: il pianto della dirigente per l’assunzione del figlio. Tra soldi nascosti in mansarda e appalti «esclusivi» per i«lumbard», i protagonisti dell’inchiesta che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Canegrati e Rizzi e quello che si sono detti al telefono, scrive Cesare Giuzzi il 17 febbraio 2016 su "Il Corriere della Sera". 

1. Paola Canegrati, la Mandrake della Sanità. Nata a Monza, 54 anni. Partita come impiegata, viene nominata amministratore delegato della società per la quale lavora. In pochi anni fonda un impero di aziende odontoiatriche e si aggiudica la maggior parte degli appalti della Sanità lombarda. È la mattina del 16 aprile 2014, Paola Canegrati parla al telefono con il dirigente degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano, il fedelissimo Massimiliano Sabatino. Il «Gruppo Canegrati» vuole mettere le mani sugli Icp di Milano e Sabatino, che dovrebbe controllare la regolarità delle procedure d’appalto in realtà tiene aggiornata la manager e si confronta costantemente con lei, anche sulle procedure per evitare i controlli. L’imprenditrice deve rispondere ad una lettera di chiarimenti sull’attività delle sue aziende. La preoccupazione è massima: «Bisogna fare una roba che abbia un senso».

Paola Canegrati: Senti, allora due cose....la prima cosa è: stamattina io ho telefonato a una certa dottoressa Restelli perché ieri mi chiama il dottor Ortaglio.....fregola che gli devo mandare l’elenco di tutte le attrezzature di Cusano, Cologno...non mi ricordo più quali...mi pare questi due...stamattina arrivo in ufficio, vedo la lettera...che mi è arrivata ieri pomeriggio...consegna per oggi!...ho chiamato e gli ho detto...allora...va bene che io sono brava e che sono Mandrake...ma neanche...cioè...sulle acque non mi viene ancora molto bene...camminare...ci sto provando ma affondo...capisci? e quindi... 

Sabatino: Sì è lui che vuole accelerare per poter produrre il capitolato che non so a chi caz... deve farlo vedere. 

Canegrati: Io capisco perfettamente ma non mi può chiedere la roba la sera per la mattina..perché...

Sabatino: E tu gliela mandi quando puoi....gliela mandi quando... 

Canegrati: esatto cioè...te lo volevo dire cioè che non è cattiveria ma la lettera è mandata ieri ore dodici con scadenza per oggi....anche perché io gli devo fare un lavoro serio, gli voglio allegare tutte le fatture con tutti i valori...pipi e pipà...cioè fare una roba che ha un senso!

2. Fabio Rizzi, l’uomo di Maroni e i soldi in mansarda. Varesino di Cittiglio, medico anestesista, ex senatore della Lega Nord, Fabio Rizzi 49 anni, è il plenipotenziario del governatore Roberto Maroni. Viene nominato presidente della commissione Sanità ed è a lui che il governatore affida la stesura della nuova legge regionale sulla Sanità. È la mattina del 17 gennaio 2015, Fabio Rizzi viene intercettato in un’ambientale mentre parla con la compagna Lorena Pagani, 43 anni, ora ai domiciliari, di 15 mila euro nascosti in soffitta. Denaro che, durante le perquisizioni eseguite martedì mattina dai carabinieri, però non sarà ritrovato. 

Pagani: Tu come fai i pezzettoni da cinquecento che hai su...in mansarda?

Rizzi: Perché? 

Pagani: E’ un casino adesso versarli.

Rizzi: Perché è un casino versarli? 

Pagani: E non li prendono in banca eh! 

Rizzi:I cinquecento? 

Pagani: Neanche i duecento! 

Rizzi:I duecento! I duecento perché ......c’è stato una roba di...falsificazione.

Pagani: Va beh!, a me quando salgo in Banca... 

Rizzi: Vabbè c’ho anche qualche duecento mi sa.

Pagani: Uhe!!! Un botto ne hai di duecento.

Rizzi: No! Cinquecento e cento.

Pagani: Ah! te li ho rimessi su eh i quattrocento Fabio!, il giorno dopo, ...te li volevo mettere su già la sera stessa.

Rizzi: Terribile! Quei soldi lì probabilmente finiranno...nell’arredamento (i due devono arredare la nuova casa, ndr).

Pagani: : Quant’è che c’è su, quindicimila euro? E che ci fai con quindicimila euro? 

Rizzi: Beh!!.... (La donna ride, ndr).

Pagani: Prendi la cucina!

3. Mario Longo, in Lombardia lavorano i lombardi. Mario Longo, 50 anni, già consulente della società Eupolis, riconducibile a Regione Lombardia, imprenditore nel settore odontoiatrico, è nello staff del presidente della Commissione Sanità, Fabio Rizzi. È lui a tenere i rapporti con l’imprenditrice Paola Canegrati, è lui ad intervenire quando bisogna «aggiustare» le cose. È il 14 gennaio 2015. Mario Longo e il presidente Fabio Rizzi vengono intercettati mentre parlano dell’affare Stomatologico. I dirigenti dell’ospedale vogliono rivolgersi ad un’azienda svizzera. La «cricca» interviene sui vertici dell’Azienda ospedaliera. La regola? Gli appalti devono rimanere in Lombardia.

Longo: Il messaggio per lo Stomatologico forte e chiaro!

Rizzi: recepito o no? 

Longo: Tu pensa che il presidente manco lo sapeva! 

Rizzi: A posto siamo! Molto bene.

Longo: Sai chi è che faceva il furbo tanto per cambiare? Seghezzi.

Rizzi: Bella testa di caz...! 

Longo: Che ti manda tanti saluti...io l’ho ricambiato e gli ho detto: vieni a farti vedere, però! Che ti spiego un paio di dettagli.

Rizzi: Bravissimo.

Longo: Hai capito? E io gli ho detto chiaramente che in Lombardia lavorano i lombardi!Rizzi: e beh è chiaro cazzo! 

Longo: E che siccome noi siamo azionisti di quella struttura privata perché come Regione Lombardia gli diamo un puttanaio di soldi... 

Rizzi: no ma al di là di tutto, voglio dire...se stiamo portando avanti il discorso della rete del chilometro zero e tutto il resto, voglio dire...si fa quello e basta! punto.

Longo: no no gliel’ho detto... 

Rizzi: l’importante è che lui abbia recepito forte e chiaro! 

Longo: forte e chiaro, l’ho perd...l’ho battezzato e perdonato per la questione Bruccoli...perché lui, sai, già era molto sulla difensiva ...gli ho detto guarda, sbagliano tutti...tu sappi che noi siamo qui e ascoltiamo tutti, hai un problema? chiamami io ti ricevo, lo risolviamo! sei nella nostra...se ovviamente possibile per noi. E poi gli ho detto: tu l’hai letta la riforma?...ah no a dirti la verità...ho detto, guarda, adesso te la mando... 

Rizzi: (ride).

Longo: leggitela bene...e capirai che il chilometro zero è il...la colonna portante... 

4. Roberto Maroni e la riforma della Sanità targata Rizzi. Roberto Maroni, governatore lombardo dal 2013, ex ministro e leader della Lega Nord. Varesino, è lui a scegliere la nomina di Rizzi alla guida della commissione Sanità lombarda. Attualmente Maroni, dopo l’arresto dell’ex assessore Mario Mantovani, detiene proprio le deleghe sulla Sanità. È il 7 luglio 2014. Paola Canegrati è diretta in Svizzera insieme a Luca Galli. In auto parlano della nomina di Rizzi, della sua ascesa voluta dal governatore Roberto Maroni in vista della riforma della Sanità in Lombardia. Canegrati: Ho sentito Longo stamattina... m’ha detto... “allora...il Senatore Rizzi è stato ufficialmente nominato come l’interlocutore per la sanità dal presidente Maroni”...g’ho dit (gli ho detto, ndr) “congratulazioni”... Luca... (inc)... adesso questo qui s’è fatto fare questa.... progetto dentiere pazienti anziani... el ciapa utantamila euro l’anne (prende ottantamila euro l’anno, ndr).

Galli: Il Mario? 

Canegrati: Si... per non fare un caz... 

Galli: Sì, lo so, tu devi vedere cosa (inc) conviene fare ... le cazzate... 

Canegrati: Che poi il lavoro g’al fu mi ne (lo faccio io, ndr).

Galli: Si comunque... se puoi tienilo buono... che comunque sono quelle persone pericolose... 

Canegrati: Quello sì, figurati... lo tengo altro che buono... più buono di così... lui prende i soldi e io lavoro...ascolta...cosa fa? 

Galli: Purtroppo.

Canegrati: Non va bene... non è sufficiente tenerlo buono così?...

Il nome del governatore Maroni sbuca anche in un’altra intercettazione, quella tra Longo e Paolo Enzo Brusini, dirigente ospedaliero del 12 maggio 2014. Ecco il sunto dei carabinieri: Longo e Brusini parlano del progetto di cui fa parte Longo agli Icp, dicendo che è stato fortemente pubblicizzato da Rizzi e dallo stesso Maroni. In tal senso Longo si lamenta della poca collaborazione (del Dg degli Istituti clinici di perfezionamento, ndr). 

Longo: tu sai che lui l’ha osteggiato in tutti i modi possibili e immaginabili... Fabio (Rizzi, ndr) ha fatto una prova di forza e gliel’ha messo lì in modo inconfutabile (il progetto, Ndr) e lui adesso vuol far fare una figura di mer...a Fabio... perché quello è... poi io gli sto sul culo di riflesso... 

Brusini risponde che lui (il Dg) è un direttore e non deve fare politica. Longo aggiunge che lui non comprende che è lì dov’è (il Dg di Icp) in quanto scelto dalla politica. Longo e Brusini continuano a commentare la figura del Dg e poi iniziano a parlare di altre vicende e di una riunione che ha convocato Maroni per l’indomani con tutti i direttori generali. Brusini si aspetta che Maroni li esorti a fare attenzione e Longo afferma che si tratterà di una riunione operativa in quanto gli è stato spiegato in un incontro con Fabio (Rizzi, ndr) che le aziende (ospedaliere) sono tutte ferme. Longo dice che dopo li fatti giudiziari Maroni deve dare un segno di controllo. Brusini teme che per far vedere che Maroni controlla, blocchi gli spostamenti dei Dg.

5. Pietrogino Pezzano, il dottor Dobermann e la Canegrati. Nato a Palizzi (Reggio Calabria) 68 anni fa, ex direttore dell’Asl di Monza, allevatore di dobermann, al tempo dell’indagine è il compagno di Paola Canegrati e direttore sanitario delle sue aziende. L’indagine viene avviata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano seguendo proprio le vicende di Pietrogino Pezzano. Il manager della sanità viene fotografato durante l’inchiesta Infinito-Crimine sulla ‘ndrangheta in Lombardia, insieme ad alcuni esponenti dei clan di Desio. La vicenda provoca molte polemiche culminate poi nel 2011 nella rivolta di 19 sindaci dell’hinterland milanese contro la sua nomina a direttore dell’Asl Milano 1. La nomina viene bloccata e Pezzano si ritira. Va in pensione ma non abbandona il business della Sanità e diventa direttore sanitario delle aziende della compagna Paola Canegrati. I carabinieri seguono i movimenti del «dottor dobermann» come viene soprannominato dagli amici e scoprono la rete di aziende del «Sistema Canegrati». L’indagine, partita dai legami con la ‘ndrangheta al Nord, finisce per concentrarsi sulle vicende di corruzione in Lombardia. Intercettati dai carabinieri Paola Canegrati e il commercialista delle sue società Giancarlo Marchetti parlano della vendita di una parte dell’azienda. Canegrati commenta che ha dato un sacco di soldi a un sacco di gente. Dice anche di aver dato un sacco di soldi anche a Pietro. La conversazione termina con i due che si chiedono cosa ne faccia Pezzano di tutti quei soldi e che commentano come la storia d’amore tra il Pezzano e la Canegrati stia volgendo al termine.  Marchetti si poneva il problema di giustificare agli aspiranti acquirenti il costo del suo esorbitante stipendio (nel 2013 risulta avere percepito 210.999 euro da Elledent e 50.000 euro da Servicedent).

Marchetti: il dottor Pezzano...non sta facendo assolutamente…non è assolutamente un direttore generale, ma neanche lontanamente lo è.

Canegrati: dobbiamo giocarci…dobbiamo pensare in questo tempo come gli vendiamo Pezzano… questo sì… non posso dirgli che non ha mai fatto niente...

6. Massimiliano Sabatino, il «controllore» e la «cucciola». Massimiliano Sabatino è il dirigente della struttura “Gestione e controllo dei processi organizzativi e marketing sanitario” degli Istituti clinici di perfezionamento. Grande amico della manager Paola Canegrati, secondo i magistrati non solo è al suo servizio ma CP. Massimiliano Sabatino, scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, «si è dimostrato avere una relazione più che amicale (oltre che professionale) con Canegrati, finanche appellata ‘cucciolo’, ‘amore’; la frequentava in occasioni extralavorative e si prodigava di darle consigli e informazioni anche su futuri controlli da parte della Asl nei centri dalla stessa gestiti, così da permetterle di trovarsi preparata o di regolarizzare per tempo eventuali situazioni critiche”. Prosegue il giudice per le indagini preliminari: «La sua vicinanza a Canegrati è tale che la propria funzione di dirigente pubblico preposto anche alla vigilanza della corretta gestione dei centri, è totalmente svilita ed assoggettata a favore del pressoché quotidiano interessamento e intervento in via riservata al fine di favorire Paoletta, mettendola al corrente di informazioni riservate, concordando con la stessa condotte e strategie da tenere nell’ambito della gestione dei centri e scagliandosi contro i suoi più solerti colleghi. Intercettata è la stessa Canegrati a spiegare, chiaramente, il ruolo del dirigente degli Istituti clinici di perfezionamento nel sistema di corruzione: Canegrati: chel bagai chi (questo ragazzo qui, in dialetto, ndr) gli voglio bene davvero...è un ragazzo...direzione generale degli Icp... quello col quale sto facendo la “marchetta dell’Opt”.

7. Pietro Caltagirone, una carriera ai vertici della Sanità. Pietro Caltagirone, 56 anni, direttore generale dell’ospedale di Desio e Vimercate. Ex socialista craxiano, uno dei manager di punta dell’era formigoniana. Per lui, il giudice ha disposto l’obbligo di dimora. Pietro Caltagirone, nel suo ruolo di Direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Desio e Vimercate, si occupa della nuova gara per i servizi Odontostomatologici dell’ospedale. Bando che secondo gli inquirenti viene «costruito su misura» sulle esigenze del gruppo Canegrati. Scrive il gip: «Gravi indizi della responsabilità penale derivano proprio in ragione della carica da ciascuno rivestita e dell’attiva partecipazione nella formazione di siffatto bando illegittimo e farcito di clausole e di termini palesemente pregiudizievoli e univocamente orientati a favorire Canegrati». E Caltagirone non è nuovo a vicende di corruzione: «Quanto ai precedenti penali, va, in particolare evidenziato che Caltagirone è stato condannato, tra l’altro, per i reati di cui agli artt. 323, 479 c.p. (falso e abuso d’ufficio, ndr)».

8. Patrizia Pedrotti e il pianto per l’assunzione del figlio. Patrizia Pedrotti, 53 anni, direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera di Desio e Vimercate. È finita ai domiciliari. Era già stata coinvolta in un’indagine per reati analoghi e sospesa dalle funzioni in seguito ad un’indagine della Procura di Milano. In un’intercettazione scoppia in lacrime quando la manager Canergati le annuncia l’assunzione del figlio Davide. È l’aprile del 2014, Patrizia Pedrotti, direttore amministrativo dell’ospedale di Desio e Vimercate, parla al telefono con l’imprenditrice Paola Canegrati. La manager le comunica l’avvenuta assunzione del figlio Davide presso una delle sue aziende, la Servicedent srl. «La gratitudine di Pedrotti, commossa fino alle lacrime, era infinita», scrivono gli inquirenti. Ecco la telefonata: 

Pedrotti: Paola...(piangendo).

Canegrati Eh... cosa c’hai? 

Pedrotti: Scusami... 

Canegrati: Non piangere, hai un bellissimo ragazzo... 

Pedrotti: Oh Paola, tu non sai... 

Canegrati: Hai un bellissimo ragazzo, veramente proprio un... 

Pedrotti: Era felicissimo, mi ha detto mamma finalmente qualcosa di positivo anche per... 

Canegrati: Allora, hai un bellissimo ragazzo, mi sembra una persona molto seria... Pedrotti: Sì lo è. 

Canegrati: Io sono stata molto determinata... 

Pedrotti: Me l’ha detto, m’ha detto mi sembrava di parlare con te, vi assomigliate un casino... 

Canegrati: Eh... io sono stata molto determinata, venerdì viene firma il contratto, lunedì comincia, io gli ho detto per me non ci sono... cioè... figli e figliastri, tu fai il tuo mestiere... 

Pedrotti: Esatto, guarda davvero devi dirglielo, riprendilo, sgridalo, perché deve capire nel mondo del lavoro quanto si fa fatica, però guarda, ti giuro Paola... poverino... 

Canegrati: Mi è sembrato, mi è sembrato veramente un ragazzo che ha valore, l’unica cosa che gli ho detto, gli ho detto lei comincia da questo posto che è il Cup, tra virgolette dopodiché se io valuterò che lei ha le capacità e le possibilità, di spazio e di tempo per migliorare ce n’è per tutti. 

Successivamente Canegrati dice a Pedrotti che farà togliere il piercing all’occhio al figlio dell’interlocutrice e la stessa la ringrazia più volte piangendo. 

Canegrati: Venerdì alle 11 viene firma il contratto lunedì comincia. 

Pedrotti: Madonna guarda, veramente mi hai reso la donna più felice della terra in questo momento ti giuro... 

Canegrati: Sono felice per te. 

Pedrotti: No davvero guarda... 

Canegrati: Ti abbraccio. 

Pedrotti: Anch’io, non sai quanto guarda, potessi ti... ti... ti farei un monumento ti giuro. 

Sanità lombarda: 20 anni di scandali giudiziari. L'arresto di Rizzi è soltanto l'ultimo capitolo. Da Poggiolini a Poggi Longostrevi fino a Mantovani: i casi di appalti pilotati, corruzione e malaffare in Regione, scrive di Francesca Buonfiglioli il 16 Febbraio 2016 su “Lettera 43”. Appena il tempo di spiegare la portata della riforma - o, meglio, «evoluzione» come la preferisce definire Roberto Maroni - del Sistema socio-sanitario lombardo, «perché 'riforma'», spiegava il governatore il 18 gennaio 2016, «evoca qualcosa che non funziona, mentre il Sistema socio-sanitario in Lombardia è una eccellenza» - che ecco piombare sul Pirellone un nuovo scandalo. Tra i 21 arresti spiccati il 16 febbraio nell'ambito dell'operazione Smile su presunte irregolarità in appalti odontoiatrici presso aziende ospedaliere lombarde c'è pure Fabio Rizzi, presidente della Commissione Sanità e Politiche sociali del Consiglio regionale nonché braccio destro di Bobo e padre di quell'«evoluzione» della Sanità più volte decantata dal governatore. L'accusa nei confronti del leghista è pesante: associazione per delinquere. L'indagine della procura di Monza è però solo l'ultimo capitolo del libro nero della Sanità lombarda. Che va dall'arresto di Duilio Poggiolini, il Re Mida della Sanità o il boss della malasanità, e arriva fino alle manette scattate ai polsi di Mario Mantovani, console berlusconiano, ras della sanità regionale ed ex vice presidente lombardo. In mezzo ci sono mazzette, truffe, vacanze e viaggi sospetti, turbative d'asta. Ma anche emoderivati infetti e cliniche degli orrori.

1993: Tangentopoli scoperchia gli affari di Poggiolini. Nella bufera milanese di Tangentopoli finì nel 1993 Duilio Poggiolini, presidente della Commissione per i farmaci dell'allora Comunità economica europea e iscritto alla P2. Secondo il pool di Di Pietro, Poggiolini era a libro paga delle case farmaceutiche per fare inserire i farmaci nei prontuari manipolandone i prezzi. A riscuotere le mazzette delle multinazionali era la moglie Pierr di Maria, anch'essa arrestata e morta nel 2007. Quando venne catturato latitante sotto falso nome in una clinica di Losanna, gli inquirenti trovarono su un conto svizzero intestato alla consorte 15 miliardi di vecchie lire. Nulla in confronto al cosiddetto 'tesoro Poggiolini': lingotti d'oro, gioielli, quadri, monete antiche, rubli e banconote nascoste perfino nei puff e nei materassi della sua abitazione all'Eur. Il boss della malasanità è poi tuttora sotto processo nell'ambito dell'inchiesta napoletana sul plasma infetto fornito dal Gruppo Marcucci. Secondo l'associazione politrasfusi, tra il 1985 e il 2008 le vittime di trasfusioni sono state 2.605. Ironia della sorte, l'ottobre 2015 l'87enne Poggiolini è stato trovato in una casa di riposo abusiva alle porte di Roma, tra anziani maltrattati, ammassati e confezioni di sedativi.

1997: Poggi Longostrevi e lo scandalo delle prescrizioni d'oro. Per un Re Mida della Sanità nazionale, ce n'era uno di quella lombarda: Giuseppe Poggi Longostrevi, medico e proprietario di una rete di cliniche private nel Milanese. Nel 1997 un'inchiesta mise con le spalle al muro centinaia di medici di famiglia che prescrivevano scintigrafie presso le strutture convenzionate di proprietà di Longostrevi dietro compenso (dalle 50 alle 100 mila lire) più il 15% del valore degli esami di laboratorio e regali da parte del manager. Secondo l'accusa, molti esami non vennero nemmeno effettuati. In compenso fioccavano i rimborsi da parte della Regione. La Corte dei conti stimò i danni causati all'erario in 60 miliardi. Ma c'è di più: Poggi Longostrevi tra il '96 e il '97 aveva pagato una mazzetta da 72 milioni di lire a Giancarlo Abelli, allora presidente della Commissione Sanità in Regione Lombardia. «Una consulenza», spiegò Abelli, già braccio sanitario di Roberto Formigoni. «Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione», confessò invece Longostrevi, che dopo nove mesi agli arresti si tolse la vita con una overdose di barbiturci. «Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto... Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore». Ciò che accadde ad Abelli che dopo lo scandalo delle ricette ottenne la poltrona alla Sanità. Alla fine se la cavò con un processo per false fatture. Ma visto che non si dimostrò la volontà di evadere le tasse, fu assolto dall'accusa di frode fiscale, continuando la sua carriera al Pirellone al fianco del Celeste e poi come fedelissimo di Silvio Berlusconi a Roma. È scomparso il 26 gennaio 2016.

2011: Daccò e l'impero del Celeste. In piena era formigoniana la sanità regionale è stata sconvolta da un altro scandalo: il crac della Fondazione San Raffaele, centro d'eccellenza di Don Verzé. Nel mirino nel novembre 2011 è finito Pierangelo Daccò, uomo vicino a Comunione e liberazione, accusato di distrarre milioni dall'ospedale: avrebbe ricevuto denaro in contante dal vice di Verzé, Mario Cal, poi finito suicida. Tra l'altro fu lui a gestire l'acquisto del nuovo aereo privato del prete-manager, intascandosi una consulenza da un milione di euro. Affare che provocò 10 milioni di buco nel bilancio dell'ente. Il nome di Daccò però è legato anche all'inchiesta sui fondi neri del Pirellone alla clinica Maugeri in cui è accusato di aver distratto circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e finti appalti. Vicenda che vede imputato anche l'amico ed ex governatore lombardo Formigoni con cui il faccendiere condivideva feste, cene, vacanze e viaggi. Che, secondo l'accusa, in realtà erano benefit per ottenere favori dalla Regione. Il Celeste è stato così rinviato a processo per associazione a delinquere e corruzione assieme, tra gli altri, all'ex assessore regionale alla Sanità Antonio Simone e allo stesso Daccò. Nel 2012 Formigoni si difese parlando di quelle vacanze in Sardegna come «scambi tra persone amiche» e «viaggi di gruppo in cui alla fine si conguagliano le spese», negando di aver mai ricevuto «regalie». Ferie a tre che la moglie di Simone Carla Vites - accusata di riciclaggio - aveva invece definito «weekend “romantici” a cui mio marito non mi portava. Daccò trascinava in vacanza gente che aveva fatto voto di castità, povertà e obbedienza, facendoli ballare come bambini deficienti».

2015: bufera sul ras della Sanità lombarda Mantovani. I guai della Sanità lombarda dall'impero del Celeste passano alla gestione di Roberto Maroni, colui che brandendo una ramazza aveva promesso di disinfestare la Lega dagli scandali bossiani. Eppure il Barbaro sognante si è dovuto arrendere alla realtà dei fatti. A ottobre del 2015 è infatti finito in manette il suo vice ed ex assessore alla Sanità, il forzista Mario Mantovani con l'accusa di corruzione e concussione per appalti nella sanità, compresa una gara sul trasporto dei dializzati. In carcere sono finiti pure il collaboratore del berlusconiano, Giacomo di Capua, capo di gabinetto dell'assessorato e mente dei manifesti «Via le Br dalla procura», e Angelo Bianchi, ingegnere del provveditorato alle opere pubbliche per la Lombardia e la Liguria, già rinviato a giudizio per presunti appalti truccati in Valtellina. Tra i 12 indagati compare anche il leghista Massimo Garavaglia, assessore all'Economia e vicinissimo a Maroni. Avrebbe agito per turbare la gara «per l'affidamento del servizio di soggetti nefropatici sottoposti al trattamento dialitico». Mantovani - signore di Arconate di cui è stato sindaco per quasi 15 anni, badante di Mamma Rosa, la madre di Berlusconi, che ha assistito fino all'ultimo e organizzatore dei pullman di anziani in occasione delle manifestazioni di Silvio - è un altro dei ras della Sanità lombarda: alla sua famiglia fanno capo la società Immobiliare Vigevanese che realizza residenze socio assistenziali e la Fondazione Mantovani che gestisce alcune di queste strutture. Come slogan ha: «Il valore della vita, il calore della famiglia, la forza della solidarietà».

2016: Rizzi, Longo e il legame tra imprenditoria e politica. E ora con l'arresto di Rizzi, medico anestesista e rianimatore, segretario provinciale del Carroccio di Varese dal 2006 al 2008, e dal 2008 al 2013 senatore, Bobo deve fare fronte a un nuovo terremoto. L'indagine, coordinata dalla procura di Monza, ha ricostruito l'operato di un gruppo imprenditoriale accusato di aver corrotto funzionari delle gare di appalto pubbliche lombarde, bandite da diverse aziende ospedaliere per la gestione esterna di servizi odontoiatrici, riuscendo ad aggiudicarsele. Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla corruzione e alla turbativa d'asta per i servizi odontoiatrici esternalizzati in Lombardia. Con Rizzi è finito in carcere l'imprenditore Mario Valentino Longo, componente dello staff del consigliere. I due sarebbero stati pagati dal gruppo imprenditoriale al centro dell'inchiesta con il finanziamento della campagna elettorale di Rizzi per le elezioni regionali del 2013. E successivamente con versamenti tra cui una tangente di 50 mila euro e una serie di finte consulenze, per 5 mila euro al mese, fatturate dalla moglie di Longo. Al centro dell'inchiesta c'è l'imprenditrice Maria Paola Canegrati, considerata il «vertice» del sistema corruttivo. Secondo gli inquirenti, le società a lei riferibili tra cui la Elledent e la Service Dent (del gruppo Odontoquality con sede ad Arcore-Monza), in 10 anni avrebbero preso il monopolio dei servizi odontoiatrici appaltati in esterno dagli ospedali lombardi. Rizzi e Longo avrebbero favorito l'imprenditrice in gare di appalto bandite dalle Aziende Ospedaliere Istituti Clinici di Perfezionamento (del 2015, da 45 milioni di euro) e Ospedale di Circolo di Busto Arsizio (del 2014, da 10 milioni di euro). Gare che secondo l'accusa erano puramente formali. Canegrati stessa, dal 2013, avrebbe tessuto una rete di azione a livello amministrativo con funzionari pubblici corrotti, i quali erano a libro paga del suo gruppo imprenditoriale. Si parla di un giro di affari di 400 milioni di euro.

2007: non solo tangenti, anche i morti della clinica Santa Rita. Ma la malasanità lombarda non è solo fatta di mazzette, benefit e appalti truccati. È fatta anche di morti. Nel 2007 un'operazione della Guardia di finanza e della procura di Milano hanno portato alla luce gli orrori della clinica Santa Rita di Milano dove venivano effettuate operazioni chirurgiche senza che fossero necessarie solo per incassare i rimborsi della Regione. Il primario di chirurgia toracica Pier Paolo Brega Massone è stato condannato all'ergastolo anche in Appello con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per la morte di quattro pazienti e 45 casi di lesioni.

Expo, l'inchiesta per mafia arriva dopo la vittoria di Sala. Le mani di Cosa nostra sugli appalti e sull'allestimento degli stand: 11 in cella e c'è l'ombra di Messina Denaro, scrive Stefano Zurlo, Giovedì 7/07/2016, su “Il Giornale”. Le mani di Cosa nostra sull'Expo. Sul padiglione della Francia, sulla passerella, sui presidi della Guinea Equatoriale, del Qatar, di altri Paesi e sponsor. Pare una fiction è la realtà che sfregia il tanto celebrato modello Milano. E non tanto per il risvolto penale, pure corposo, con l'arresto di 11 persone, tutte però estranee al circuito di Fiera-Expo. Ma per il contesto, per l'assenza disarmante di controlli, per il fatto, sottolineato dal pm Paolo Storari in conferenza stampa, «che i codici etici fossero solo carta e ancora carta che rimaneva lì». E Ilda Boccassini, che ha coordinato l'inchiesta in cui si contesta l'associazione a delinquere con l'aggravante della finalità mafiosa, rimarca con un sorriso disincantato che «nella storia della repubblica italiana non è cambiato mai nulla». E così alla fine della catena troviamo gli affidamenti diretti, come li chiamano i magistrati, che la Nolostand, società controllata da Fiera Milano spa, dà all'oscuro consorzio Dominus Scarl per montare e smontare alcuni padiglioni di Expo. E ci imbattiamo in un lessico conosciuto da chi scava nei rapporti fra criminalità organizzata e criminalità economica: le cartiere che producono false fatture, i prestanome, i doppi fondi a casa degli indagati per nascondere il denaro nero. E lo sconcertante scivolone dell'avvocato Danilo Tipo, stimato ex presidente della Camera penale di Caltanissetta oggi in manette, che viene fermato con 300mila euro e si giustifica serafico: «È una parcella in nero che non c'entra con questa storia». Il consorzio Dominus, specializzato sulla carta nell'allestimento di stand, fattura 20 milioni in tre anni, soldi che i due protagonisti di questa storia, Giuseppe Nastasi e Liborio Pace, fanno girare, dopo aver evaso tutte le tasse possibili, anche verso i forzieri siciliani di Cosa nostra. E le famiglie di Pietraperzia e Castelvetrano, il «regno» del boss dei boss Matteo Messina Denaro. «Un fenomeno inquietante», lo definisce il procuratore capo Francesco Greco. Vengono i brividi e ci si chiede cosa sarebbe successo se l'inchiesta fosse emersa prima del ballottaggio fra Stefano Parisi e Giuseppe Sala che di Expo è stato il commissario unico. I tempi però non c'erano. La Boccassini aveva chiesto le manette tre-quattro mesi fa, ma una malattia del gip ha allungato i tempi di qualche settimana. L'inchiesta è partita su segnalazione dei carabinieri di Rho più di un anno fa e non ha portato, ripete Boccassini, almeno per ora, a individuare «responsabilità penali all'interno dell'ente Fiera e nella società Expo». E però è evidente il disagio del procuratore aggiunto che parla di «sciatteria, superficialità, negligenza». I dirigenti di Nolostand trattavano a occhi chiusi con Pace e Nastasi ed evidentemente ignoravano tutti i segnali che avrebbero consigliato molta, molta prudenza. «Fra l'altro - spiega Storari - in Fiera era arrivata una lettera anonima che diceva senza tanti giri di parole: Nastasi è un mafioso. Ma la lettera finì nel cestino». E così, dettaglio che oggi appare surreale, Nastasi aveva tranquillamente un ufficio in Fiera. E lui e Pace riuscirono nel luglio dell'anno scorso a incontrare il nuovo amministratore delegato di Fiera Milano Corrado Peraboni. Sarebbe stato sufficiente seguire il codice etico: «L'amministratore legale di Dominus è il padre di Nastasi, Calogero, che ha 71 anni e vive a Pietraperzia ma i dirigenti di Nolostand trattavano con il figlio che non è neanche un dipendente della società». È un quadro davvero deprimente quello che esce dalle indagini. Anche se gli intercettati sembrano temere il presidente dell'Anac Raffaele Cantone: «Li ha messi tutti in fila». Le infiltrazioni mafiose vanno avanti come e più di prima. I cronisti vorrebbero capire meglio, ma Greco li stoppa: «State facendo politica». E congeda tutti quanti.

Quella tempistica che favorisce la sinistra. Quello che tutti temevano è successo. Puntuale, a differenza della procura di Milano, scrive Giannino Della Frattina, Giovedì 7/07/2016, su "Il Giornale". Quello che tutti temevano è successo. Puntuali come i treni al tempo di Mussolini, le mani delle famiglie mafiose si sono allungate sul mega business dell'Expo. Molto meno puntuale, forse, è stata la procura di Milano che prima di disporre 11 arresti per associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa nostra, ha aspettato che l'allora commissario Expo Giuseppe Sala, poi candidato dal centrosinistra a sindaco di Milano (e i cui più stretti collaboratori sono da tempo finiti in carcere), vincesse la sua sfida elettorale. Di pochi voti, tanto che viene ora da chiedersi come sarebbe andata a finire la partita con Stefano Parisi se le manette per gli appalti sui padiglioni Expo fossero scattate 15 giorni prima del voto e non 15 giorni dopo. Nervo scoperto per i magistrati, visto che ieri dopo aver convocato una conferenza stampa per raccontare le meraviglie dell'indagine, se ne sono andati seccati quando è stato chiesto loro conto di una tempistica quantomeno sospetta e di un «modello Milano» che non ha saputo tenere di fronte alle infiltrazioni della mafia. Il solito brutto atteggiamento di magistrati che non vedono come la libertà di informazione non preveda domande buone o domande cattive, ma solo buone risposte a domande comunque legittime. A meno che ancora una volta la corporazione non abbia voluto chiudersi a riccio per difendere il collega Raffaele Cantone, quel commissario dell'Autorità nazionale anticorruzione che era stato chiamato al capezzale dell'Expo dopo la raffica di arresti e che era stato presentato come l'unico taumaturgo capace del miracolo di un grande evento mafia free. E, invece, non è stato così. Per Expo e Fiera non ci sono responsabilità penali, precisa la procura. Ma è un fatto che i controlli non abbiano funzionato e che le responsabilità ci debbano essere se la mafia è arrivata nel cuore dell'Expo, a costruire i suoi padiglioni più importanti come quello della Francia. E vien da chiedersi dentro quale baratro sia finito il Paese se le cosche di Pietraperzia e Castelvetrano, che dette i natali a Giovanni Gentile e oggi ricorda i Messina Denaro, possono permettersi di far scorrere «un fiume di soldi in nero» dentro l'evento più importante e più sorvegliato degli ultimi decenni. Facendo diventare, alla faccia del «Modello Milano» tanto vantato da Sala e da Renzi, Expo e Fiera Milano il bancomat di Cosa nostra. Ma gettando qualche ombra anche sulla magistratura sospettata, come fatto intravedere in un'intervista l'ex procuratore Bruti Liberati, di aver concesso all'Expo una «moratoria» che ha congelato chissà quante indagini. Alla faccia dell'obbligatorietà dell'azione penale e del «non poteva non sapere». Moratoria prolungata alla chiusura di Expo a ottobre dalla decisione di Renzi di candidare Sala sindaco. E adesso? Finisce qui o ci sono altri fascicoli nel congelatore dei magistrati da tirar fuori?

La lettera anonima sull’ “amministratore mafioso” cestinata in Fiera Milano. Com’è possibile che una società leader mondiale negli allestimenti fieristici non si accorga di fare affari con due tizi sedicenti amministratori di un consorzio che sono in realtà poco più di Totò e Peppino alla prese con la vendita della fontana di Trevi? Per la Procura di Milano è potuto accadere per sciatteria, ma non ci sono reati (almeno per il momento), scrive Manuela D’Alessandro il 6 luglio 2016 su “Giustiziami”. “Ora state facendo politica”, ha ammonito il fresco procuratore capo Francesco Greco i cronisti che insistevano durante la conferenza stampa sulle presunte responsabilità penali di Fiera Milano nel non accorgersi che la sua controllata Nolostand spa aveva affidato in violazione dei codici etici la costruzione dei padiglioni di Expo a Giuseppe Nastasi e Liborio Pace, arrestati per associazione a delinquere finalizzata a reati fiscali aggravata dalla finalità mafiosa. I due si presentavano come amministratori del consorzio Dominus ma sarebbe bastata una visura camerale per constatare che maneggiavano milioni di euro senza alcun titolo. I codici etici della Fiera prevedono che i contatti coi collaboratori esterni avvengano “con la persona fisica o giuridica che rappresenta la parte”. Di Liborio Pace si poteva sapere che era stato imputato in un procedimento per mafia, concluso con la sua assoluzione. Ma ancor di più sconcerta quello che si sarebbe potuto sapere su Giuseppe Nastasi. Il 16 marzo arriva in Fiera una lettera che viene cestinata in cui viene definito un “mafioso”. Ebbene: se vi arrivasse la soffiata che una persona a cui state affidando dei lavori per voi molto preziosi cosa fareste? Enrico Mantica, il direttore tecnico di Nolostand (non indagato), telefona a Nastasi e lo informa che qualcuno va raccontando che lui è un mafioso. Scrivono i giudici della sezione misure di prevenzione che hanno commissariato Nolostand: “Nastasi e Mantica discutono della lettera anonima ricevuta dal dirigente di Fiera Milano (“è arrivata una lettera che poi quando passa gliela faccio vedere…”). Mantica appare a quel punto restio nel proseguire telefonicamente l’argomento (“No, eh, ci sono altre cose che poi meglio che ne parliamo di…Quando può…meglio evitare di parlarne al telefono dai!)”. I due poi effettivamente si incontrano e, stando a quanto racconta Nastasi a un’amica, Mantica non è apparso turbato dal contenuto della lettera anonima: “Mi ha detto stia sereno…e mi è apparso serenissimo, tranquillo”. E così, chiosano i giudici, “per nulla scalfiti dal contenuto della lettera i rapporti tra Giuseppe Nastasi e i vertici operativi di Fiera Milano – Nolostand spa divengono sempre più fitti con il passare dei giorni, al fine di ottenere la proroga del contratto di servizi con Nolsotand spa per il triennio 2016 – 2028 (…)”. Nolostand è stata commissariata: la legge prevede che per questa misura non è necessario che l’azienda abbia commesso reati, basta solo che il libero esercizio di un’attività economica, a causa di una condotta dei sui dirigenti censurabile sul piano colposo, abbia l’effetto di agevolare persone indagate per gravi reati”. 

Trattativa Pd-pm milanesi: presto cadranno tutti i segreti. Dopo il plauso di Renzi ai giudici che hanno salvato Expo e Sala, il procuratore smentisce: "Nessuna moratoria". Bruti va in pensione, se ripartono le inchieste sarà la controprova, scrive Luca Fazzo, Giovedì 12/11/2015, su "Il Giornale. Procuratore, cosa c'è nei vostri cassetti? La domanda rimane senza risposta. Edmondo Bruti Liberati scivola via, inghiottito nel nugolo di agenti che scortano, pochi metri più in là, il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Per Bruti è il giorno dell'addio. Nell'aula magna del tribunale il Procuratore ha tenuto il suo ultimo discorso. Tra tre giorni andrà in pensione. È un addio amaro. Non solo perché Bruti se ne va anzitempo, sull'onda delle polemiche furibonde che hanno lacerato la Procura milanese, e che lo esponevano al rischio di essere esautorato dal Csm. Ma anche perché, manco a farlo apposta, alla vigilia del suo addio gli è piombato addosso un ringraziamento che somiglia a un killeraggio: quello del presidente del Consiglio. «Voglio ringraziare i magistrati di Milano per il rispetto rigoroso della legge ma anche del sistema istituzionale», aveva detto Matteo Renzi. Parole che a chiunque (compresi numerosi magistrati) sono suonate come la conferma ufficiale di quanto da mesi si dice nel Palazzo di giustizia milanese, e che solo un vecchio reporter iconoclasta come Frank Cimini aveva osato scrivere: l'esistenza di una moratoria tacita, un accordo tra potere politico e procura milanese per consentire a Expo di svolgersi al riparo da retate e avvisi di garanzia. «Nessuna moratoria - dice ieri Bruti - io sto ai fatti: le indagini su Expo sono state fatte». Se un riguardo c'è stato, dice il procuratore, è consistito nella «celerità dell'indagine» perché non si bloccassero i lavori dell'esposizione». Nient'altro. E il ministro Orlando prova anche lui a smosciare, spiegando che il «rispetto istituzionale» dimostrato dalla Procura milanese ha significato soltanto «fare ciò che impone la legge»: frase evidentemente priva di significato. E dunque? Di cosa parla davvero Renzi, quali accordi taciti o espliciti sono intercorsi in questi mesi perché non si disturbasse l'Expo di Giuseppe Sala? Per capire la portata di questi interrogativi bisogna andare indietro, alla nomina di Bruti alla guida della Procura cinque anni fa, conquistata grazie ad un accordo bipartisan in Csm fortemente voluto da Giorgio Napolitano: e a come il Quirinale abbia sempre vegliato su Bruti, considerandolo un magistrato non ottusamente chiuso nei codici ma aperto anche alle esigenze della società e della politica, e poi difendendolo apertamente anche nel momento più difficile, lo scontro con il suo vice Alfredo Robledo. Di questa interpretazione «politica» del suo ruolo, Bruti ha beneficiato a volte anche il centrodestra: come quando evitò il carcere a Alessandro Sallusti, o aprì la strada all'affidamento ai servizi sociali di Silvio Berlusconi. Ma è oggettivo che il caso più eclatante, l'inchiesta Sea dimenticata in cassaforte, ha tolto una rogna dal cammino della giunta rosso-arancione di Milano. Ed è altrettanto evidente che le inchieste su Expo che ieri Bruti rivendica si sono fermate tutte alla vigilia dell'esposizione. Dopo le retate del 2014, le indagini si sono fermate. Solo nelle prossime settimane, chiusa Expo e pensionato Bruti, si capirà se davvero, come si dice da tempo in tribunale, le notizie di reato relative all'esposizione siano continuate ad arrivare, e siano tenute sotto nomi di copertura in attesa della fine della moratoria.

La guerra in Procura termina con la “condanna” di Robledo. Milano, dopo la querelle con Bruti Liberati il Csm ha deciso: sarà aggiunto a Torino ma perde di sei mesi di anzianità, scrive Paolo Colonello l'1 giugno 2016 su "La Stampa". La triste guerra Bruti-Robledo finisce come finiscono tutte le guerre: nel modo peggiore. Soprattutto per Alfredo Robledo, l’ex capo dell’anticorruzione milanese, già trasferito cautelarmente a Torino e da ieri «condannato» dalla sezione disciplinare del Csm alla perdita di 6 mesi di anzianità e all’allontanamento definitivo dall’ufficio di Milano, con però la restituzione delle funzioni di procuratore aggiunto sempre a Torino (decisione presa sulla base di una sentenza delle sezioni riunite civili di Cassazione che avevano bocciato la retrocessione di un altro magistrato). Magra consolazione per un magistrato che ancora l’altro ieri, davanti ai membri della commissione disciplinare si era difeso con forza sottolineando di «aver vissuto 39 anni limpidi in magistratura. Per me questa accusa è atroce. L’accusa di scambio di favori è per me infamante». Ieri il magistrato, davvero amareggiato, non ha voluto commentare gli ultimi avvenimenti che lo hanno visto suo malgrado protagonista. La vicenda è quella delle carte che Robledo avrebbe chiesto all’avvocato della Lega Nord, Domenico Aiello, per conoscere in anticipo le mosse dell’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini in una causa per calunnia aggravata. Il pg della Cassazione nella sua requisitoria aveva chiesto una pena più severa con la perdita di un anno di anzianità. Ieri il collegio ha accolto parzialmente le richieste avanzate dai pg Alfredo Viola e Pietro Gaeta che contestavano a Robledo di essere venuto meno «ai doveri di imparzialità e riserbo», nonché di «aver usato la propria qualità di magistrato al fine di conseguire vantaggi ingiusti per sé». In sostanza, secondo l’accusa, l’ex pm avrebbe messo in atto uno «scambio di favori» con l’avvocato della Lega Nord che in quel momento difendeva gli interessi del partito proprio davanti a Robledo, il quale indagava sul Carroccio per i rimborsi facili. Di più: secondo i pg, Robledo avrebbe addirittura scambiato con il legale notizie riservate sulla sua inchiesta. I dialoghi tra Robledo e il legale vennero registrati in alcune un’intercettazioni della procura di Reggio Calabria che stava indagando su una storia di criminalità organizzata che vedeva coinvolto un cliente dell’avvocato Aiello. E proprio questo rappresentò il colpo definitivo per Robledo che proprio in quel periodo aveva accusato il suo ex capo Bruti Liberati di una gestione opaca dell’ufficio giudiziario e in particolare di aver dimenticato in un cassetto un’inchiesta sulla vendita di un pacchetto azionario della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi. Indagine successivamente archiviata dallo stesso tribunale, Robledo è stato però assolto da altre accuse: quella di aver recato «un indebito vantaggio» all’avvocato della Lega, suggerendogli di inviargli un’istanza poi non accolta; e soprattutto di aver tenuto un comportamento scorretto nei confronti di altri colleghi dell’ufficio giudiziario e dello stesso procuratore Bruti Liberati.  

Robledo incompatibile a Torino. Lo scivolone del Csm nel verdetto. La sezione disciplinare lo nomina pm nella città dove era giudice. Ma la legge non lo consente, c’è incompatibilità tra le due funzioni, scrive Luigi Ferrarella il 6 giugno 2016 su “Il Corriere della Sera”. Un magistrato che stia esercitando le funzioni di giudice in un tribunale può passare a esercitare le funzioni di pm nella Procura della medesima sede? Certo che no: per le norme sull’ordinamento giudiziario ormai da molti anni non è più possibile, c’è incompatibilità tra le due funzioni, nella stessa sede il giudice non può diventare pm, e viceversa. Eppure è l’errore commesso proprio dal Consiglio superiore della magistratura (Csm) una settimana fa quando, decidendo nel processo disciplinare di merito di condannare alla perdita di 6 mesi di anzianità l’ex procuratore aggiunto milanese Alfredo Robledo per i suoi contestati rapporti con l’avvocato della Lega Domenico Aiello, ne ha disposto il trasferimento alla Procura di Torino con le stesse funzioni di vicecapo dei pm: dimenticando che il futuro pm torinese Robledo già da un anno sta esercitando proprio nel tribunale di Torino le funzioni di giudice alle quali nel febbraio 2015 il Csm lo aveva obbligato allorché lo aveva rimosso d’urgenza da Milano nella fase cautelare dell’azione disciplinare. Trasferimento che di fatto aveva risolto lo scontro con il procuratore Bruti Liberati, di cui Robledo nel 2014 aveva denunciato al Csm l’asserita violazione dei criteri di lavoro della Procura. Poiché non si è mai creata una situazione analoga, è difficile prevederne le conseguenze o le toppe che il Csm potrà mettervi. Tanto più che le motivazioni di questo errato dispositivo di sentenza — ormai votato martedì scorso dalla camera di consiglio (dopo oltre 3 ore) e letto in udienza — devono ancora essere scritte dai giudici disciplinari Leone-San Giorgio-Palamara-Clivio-Pontecorvo: gli stessi che nel 2015 nel giudizio cautelare avevano già trasferito d’urgenza Robledo da Milano e che, richiesti perciò dal difensore Antonio Patrono di astenersi per opportunità nella causa di merito, hanno invece ritenuto di restare in forza della giurisprudenza sulla specificità della giustizia disciplinare. Al netto di tesi e antitesi sulle 4 imputazioni (due concluse con assoluzione, due sfociate in condanna su presupposti di fatto che la difesa lamenta travisati), il pasticcio finale nel verdetto è l’ultima peculiarità di un procedimento disciplinare già singolare per come ad esempio era maturata nella prima udienza in aprile l’audizione dell’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini. I procuratori generali di Cassazione, Gaeta e Viola, avevano infatti chiesto al collegio di acquisire una lettera inviata da Albertini dopo che questi (i pg ipotizzavano in qualità di «parte offesa» dalle condotte disciplinari contestate a Robledo) era stato ammesso dal presidente Csm Giovanni Legnini ad accedere agli atti. I giudici disciplinari, sorpresi, avevano ordinato l’espunzione della lettera dagli atti del disciplinare, escludendo che Albertini potesse esserne ritenuto «parte offesa»: a posteriori si è peraltro saputo che Legnini aveva autorizzato l’accesso di Albertini agli atti non come «parte offesa» nel giudizio disciplinare su Robledo, ma come parte «interessata» in cause bresciane penali e civili con Robledo (anche se ad esempio proprio il gip di Brescia aveva risposto no all’analoga richiesta di Albertini di accesso alle intercettazioni dell’archiviazione penale di Robledo). I pg avevano allora proposto al Csm l’audizione di Albertini; la difesa aveva obiettato che Albertini non era inserito nella lista testi dell’accusa, i cui tempi erano scaduti da tempo; ma i giudici disciplinari si erano richiamati ai propri poteri di convocare chiunque ritenessero utile per l’istruttoria. E così Albertini, uscito dalla porta come lettera, era rientrato dalla finestra come audizione al Csm: non esattamente neutra, posto che di Albertini la Procura di Brescia mesi fa aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio (il processo finirà dopo l’estate) con l’accusa di aver in precedenza calunniato proprio Robledo.

Vendevano verdetti a 5mila euro. Presi altri due giudici tributari. Si allarga l'inchiesta milanese, nuovi arresti. La cricca aggiustava sentenze in cambio di mazzette. Il mercato svelato dai messaggi conservati al computer, scrive Cristina Bassi Luca Fazzo, Martedì 15/03/2016, su "Il Giornale". Spudoratamente e spensieratamente, si raccontavano per mail l'andazzo delle camere di consiglio «aggiustate» a suon di euro: «Ho dovuto lottare, tenere a bada l'aggressività picchiosa del rappresentante dell'ufficio, la testardaggine del giudice relatore». Così la cricca della giustizia tributaria celebrava i suoi successi, con messaggi rimasti nei computer: e che ieri a Milano spediscono agli arresti altri due magistrati, accusati di avere incassato tangenti - modeste e quasi miserabili nel loro importo - per decidere sui ricorsi contro l'Agenzia delle entrate. L'indagine partita il 17 dicembre con l'arresto del primo giudice, Luigi Vassallo, non accenna a placarsi. Dopo Vassallo era finita in galera la sua collega Marina Seregni, ora tocca a Luigi Pellini e Gianfranco Vignoli Rinaldi, in servizio rispettivamente presso la commissione tributaria regionale e provinciale. Ma nelle carte asciutte dell'ordinanza di custodia a finire sotto accusa è l'intero sistema della giustizia tributaria, doppio lavoro ben retribuito per giudici di professione, avvocati, commercialisti: che in queste vicende si fanno passare sotto il naso un mercato a cielo aperto delle sentenze. Per scoperchiare il tombino è servita dapprima la denuncia di uno studio legale, che a dicembre permise l'arresto di diretta di Vassallo con una tangente di 5mila euro: nella sua cassetta di sicurezza erano poi saltati fuori 267.250 euro in contanti, separati e catalogati mazzetta per mazzetta. Ma poi è arrivata la gola profonda: Mirella Orbani, da ventott'anni segretaria di Vassallo, che ha messo nero su bianco gli episodi cui le era toccato assistere. «Invernizzi (anche lui arrestato, ndr) venne in studio con una busta contenente 60mila euro in contanti (...) ricordo che erano tutte banconote da 500 euro». Del malloppo, Vassallo (che secondo il mandato di cattura aveva una pubblica e notoria fama di «aggiusta processi») ai suoi colleghi incaricati della sentenza distribuiva poi le briciole: 5mila euro a testa in buste intestate dentro i cesti natalizi. C'è da dire si prendeva anche «la briga» di preparare la sentenza favorevole che poi veniva materialmente stesa dai colleghi. I quali si preoccupavano di inoltrargli il provvedimento finale prima ancora che venisse depositato. Nello studio di Vassallo viene trovata la bozza di lavoro della sentenza a favore di Invernizzi, con la firma di un solo giudice e senza i timbri del protocollo. A fare da tramite c'era pure un ex finanziere, Agostino Terlizzi, indagato a piede libero. E a colpire è la spensieratezza, il senso di impunità con cui i giudici della cricca si muovevano (agli atti c'è persino un pranzo a tre tra Vassallo, Pellini e l'imprenditore in cerca di aiuto), testimoniata anche dal materiale trovato senza sforzo dalla Gdf nello studio del giudice regista dei verdetti comprati. Tra l'altro c'è l'elenco dei componenti di tutte le sezioni della commissione tributaria, con evidenziati quelli destinati a occuparsi delle cause care agli amici: un asterisco per il presidente Gabriella D'Orsi, che non si accorgerà della combine; un doppio asterisco per il relatore, il ragionier Rigoldi, che cercherà in ogni modo di opporsi; una croce per il giudice Vignoli Rinaldi, quello che in camera di consiglio eseguirà alla lettera i suggerimenti della cricca.

Tangenti Milano, arrestati altri due giudici tributari: "60mila euro nei cesti di Natale". Nell'inchiesta coinvolto anche un ex militare della guardia di finanza e Luigi Vassallo, già arrestato insieme nel principale dell'inchiesta. Nel settore, annotano gli investigatori, aveva la fama di "aggiusta processi", scrive Franco Vanni il 14 marzo 2016 su “La Repubblica”. Ancora arresti per tangenti, altri due giudici tributari che finiscono in manette con l'accusa di aver intascato mazzette per annullare accertamenti tributari del valore di milioni di euro. Dopo Luigi Vassallo - filmato dagli investigatori mentre intasca il denaro - e la collega Marina Seregni, gli uomini della guardia di finanza che seguono l'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Laura Pedio sono tornati in azione. E non è detto che all'inchiesta non si aggiungano nuovi capitoli tanto che il procuratore facente funzione, Pietro Forno, scrive in un comunicato che le indagini hanno consentito di delineare "un sistema corruttivo ramificato e ben conosciuto in certi ambienti che verosimilmente interesserà anche altre persone, giudici tributari, imprenditori e altri che a vario titolo fungono da mediatori e che approfittano della propensione di alcuni soggetti a ricorrere a scorciatoie e a sistemi illeciti per sistemare le proprie pendenze verso il fisco e non si fanno scrupolo di ricevere somme di denaro per corrompere coloro che sono disposti a farsi corrompere". I due giudici arrestati per corruzione in atti giudiziari sono il commercialista Luigi Pellini e l'avvocato Gianfranco Vignoli Rinaldi (tutti e due ai domiciliari), insieme all'imprenditore Matteo Invernizzi. Mentre un'altra ordinanza (è la terza nel giro di tre mesi) è stata notificata a Vassallo. Gli investigatori annotano che "il carattere sistematico e professionale delle condotte criminose poste in essere gli ha fatto meritare, tra i professionisti del settore, la fama di "aggiusta processi" presso le Commissioni Tributarie". Al centro dell'indagine c'è una tangente da 60mila euro che sarebbe stata consegnata divisa in banconote da 500 euro e nascosta all'interno di pacchi natalizi. La presunta corruzione riguarderebbe due sentenze, una della commissione tributaria provinciale, l'altra quella regionale. In questa tranche dell'inchiesta è indagato anche un ex militare della guardia di finanza, Agostino Terlizzi. Secondo le accuse sarebbe stato il tramite tra Vassallo e l'avvocato di Invernizzi. Per questo ruolo di intermediazione Terlizzi avrebbe percepito delle somme dallo stesso Vassallo. "Vassallo riceveva da Matteo Invernizzi, amministratore di fatto di Eurocantieri Srl, la somma di oltre 60mila euro, con l'impegno di garantire al contribuente provvedimenti favorevoli". È quanto si legge nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano Emanuela Cannavale. E ancora: "Vassallo consegnava 5mila euro a Luigi Pellini, perchè accogliesse il ricorso pendente davanti alla 50esima sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia". Il pagamento della tangente, secondo quanto accertato dalla Procura, risalirebbe al 20 dicembre 2013. Cinquemila euro, sempre parte della tangente da 60mila pagata da Invernizzi, sarebbero stati corrisposti anche al giudice tributario Gianfrano Vignoli Rinaldi. "Vassallo - si legge nell'ordinanza - consegnava la somma di 5mila euro a Vignoli Rinaldi perchè accogliesse il ricorso pendente di fronte alla II sezione della Commissione Tributaria Provinciale".  L'ordinanza ricostruisce anche i risultati delle perquisizioni fatte a casa e negli uffici dello stesso Vassallo dopo che il 17 dicembre 2015 fu arrestato in flagranza di reato per avere intascato una tangente di 5mila euro da personale della multinazionale Dow Europe Gmbh, che collaboravano con gli inquirenti. Furono proprio i dirigenti della multinazionale a decidere di denunciare Vassallo. E a quell'incontro, durante il quale il giudice intascò la tangente, parteciparono uomini della guardia di finanza. "Presso il domicilio di Vassallo - si legge ancora nell'ordinanza - sono state rinvenute due buste contenenti denaro contante per complessivi 12.500 euro". Altro contante "per complessivi euro 17.500" è stato trovato presso la sede dello studio legale di Vassallo. Ma il sequestro più consistente è avvenuto nella sua banca: "Sono state rinvenute due cassette di sicurezza intestate a Vassallo contenenti numerose banconote raccolte in buste... per complessivi 267.250 euro". E le annotazioni che Vassallo accompagnava al contante portano proprio a Matteo Invernizzi. "Risultano riferimenti a 'Matteo' e 'Inv'" scrive il gip. Presso lo studio di Vassallo è inoltre stata sequestrata "ampia documentazione riferibile a contenziosi tributari di Invernizzi". E' la segretaria ventennale di Vassallo a spiegare in che modo il denaro, presunto frutto della corruzione, venisse veicolato a chi si prestava ad 'aggiustare' le sentenze. L'escamotage, stando al racconto di M.O., sarebbe stato quello dei cesti natalizi. "Mi mostrate una fotocopia dell'elenco dei cesti natalizi - afferma la donna, sentita come teste - da consegnare per l'anno 2013 dove tra i destinatari dei cesti individuati come 'Grande' c'è il nominativo di Pellini oltre a un appunto manoscritto di Vassallo che indica la dicitura 'Ok. Luigi 20.XII'. Effettivamente il documento che mi mostrate consiste nell'elenco dei cesti natalizi da consegnare che io stessa ho preparato sempre su indicazione dell'avvocato Vassallo (...)". Nello scambio di mail fra i giudici tributari indagati, emerge il modo chiaro il modo in cui venivano "aggiustate" le sentenze. Sul caso Invernizzi, nell'ottobre 2010, Vassallo scrive a Vignoli Rinaldi: "Caro Gianfranco, è con certo imbarazzo che ti scrivo ... Confido in te e negli stimatissimi colleghi ... certo che ci sarà il giusto riconoscimento delle buone ragioni della parte". Risponde Vignoli Rinaldi: "Dopo ampie discussioni, ho convinto Presidente e Relatore ad accogliere il ricorso". Gli indagati si lamentano anche dell'atteggiamento del resto del collegio, estraneo alla corruzione.

Tangenti ai giudici tributari nei cesti dei regali di Natale. Marina Seregni è coinvolta nello stesso giro di tangenti che ha portato in carcere a dicembre il giudice tributario Luigi Vassallo. La società Swe-Co Sistemi al centro delle nuove indagini: una parte dei 65 mila euro sarebbe stata girata da un giudice all’altro, scrive Giuseppe Guastella il 28 gennaio 2016 su "Il Corriere della Sera". È «certa l'esistenza di ulteriori episodi illeciti posti in essere dagli indagati, nonché il coinvolgimento di altri soggetti», scrive il gip Manuela Cannavale ordinando ieri l'arresto del giudice tributario Marina Seregni e notificando l'ordinanza in carcere all'avvocato Luigi Vassallo, giudice tributario di secondo grado già arrestato a dicembre. Le indagini della Procura rischiano di allargarsi a macchia d'olio nelle commissioni tributarie. Seregni, commercialista 69enne di Monza, era stata già indagata con l'arresto di Vassallo il quale, chiedendo una tangente da 30mila euro dalla multinazionale tedesca Dow Europe per aggiustare un processo in cui la professionista era relatrice, aveva detto che avrebbe dovuto girare a lei parte della tangente. A mettere le manette a Vassallo mentre intascava la mazzetta erano stati i militari della Gdf avvertiti dai legali della società. Le indagini hanno travolto anche Marina Seregni collegando sempre più la sua attività giudiziaria a quella di Vassallo, dentro e fuori le aule. La Gdf ha scoperto che il legale aveva ottenuto un'altra mazzetta, stavolta da 65mila euro, da Luciano Ballarin, titolare (indagato) della Swe-Co sistemi srl, un'azienda di elettronica di Milano. In ballo c'erano 1,9 milioni di euro che la società avrebbe dovuto pagare al termine di un processo tributario in cui la Seregni era giudice. La sentenza, depositata l'11 gennaio, quasi un mese dopo l'arresto di Vassallo, dava ragione alla società e cancellava le richieste dell'Agenzia delle entrate, ma il documento risultava scritto con il computer del legale e controfirmato dalla Seregni che, in questo modo, confermava «la volontà di continuare impunemente a porre in essere il reato, sebbene sapesse di essere attenzionata» dagli inquirenti, scrive il gip. Perquisendo l'abitazione, lo studio e le cassette di sicurezza di Vassalli, la Gdf ha trovato 265mila euro in contanti che, per i pm, non sono compatibili con la sua attività di legale. La conferma arriva dalla sua segretaria che, dopo aver dichiarato che Vassallo seguiva pochissimi processi, ha aggiunto che nello studio c'era chi portava denaro in contante: «Giustificava le somme di denaro che chiedeva ai clienti - ha dichiarato - con la necessità di corrispondere un parte di quelle somme ai giudici per ottenere sentenze favorevoli». Aveva anche un «tariffario» che era «ripartito per i vari gradi di giudizio» e una contabilità «nera» delle mazzette, che teneva in buste con sopra ancora il nome dei corruttori, che per gli investigatori non sarà difficile identificare. Il «carattere sistematico e professionale» delle «condotte criminose» di Vassallo gli «ha fatto meritare tra i professionisti del settore, la fama di "aggiusta processi"».

Tangenti per addomesticare sentenze: arrestato a Monza giudice tributario. Con l'accusa di corruzione in atti giudiziari è finita al carcere di San Vittore la commercialista Marina Seregni, 70 anni, di Monza. Secondo le indagini della Procura di Milano la donna era complice di Luigi Vassallo, già arrestato a dicembre 2015 in un sistema collaudato di mazzette per garantirsi decisioni favorevoli, scrive Ersilio Mattioni il 28 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Intascavano tangenti per addomesticare le sentenze sui contenziosi fiscali e poi si dividevano i soldi. Con questa accusa, stamattina all’alba, è stata arrestata dalla Guardia di finanza Marina Seregni, commercialista 70enne di Monza, giudice tributario di primo grado e collega di Luigi Vassallo, anche lui giudice tributario ma in Appello, finito in carcere il 17 dicembre 2015 (e tuttora detenuto a Opera, dove oggi gli è stato notificato un altro ordine di custodia cautelare per il nuovo episodio corruttivo) per essere stato colto in flagranza mentre incassava 5mila euro, prima tranche di una mazzetta da 30mila. Seregni, accusata di corruzione in atti giudiziari, è stata portata nel carcere milanese di San Vittore. L’inchiesta, denominata ‘Dredd’ (come il celebre film del 2012, diretto da Pete Travis, uscito in Italia col sottotitolo ‘La legge sono io’), è stata condotta dai pubblici ministeri Eugenio Fusco e Laura Pedio, coordinati dal procuratore aggiunto Giulia Perotti. La giudice Seregni era già stata interrogata nel dicembre 2015, per via di una telefonata di Vassallo registrata sulla sua segreteria. Il collega le diceva di avere urgenza di parlare con lei a proposito di due processi, per poi aggiungere: “Anche di una pratica che mi interessa”. La commercialista monzese aveva respinto ogni addebito e si era anzi dichiarata “vittima” di una millanteria. Così era tornata a casa senza capi di imputazione. Le indagini della Procura di Milano però avrebbero portato a conclusioni decisamente diverse. Dall’analisi dei documenti sequestrati nello studio di Vassallo sarebbe infatti emerso un collaudato sistema di corruttele: Vassallo, per conto di privati e aziende che avevano guai con il fisco, avrebbe agito in qualità di giudice per ‘aggiustare’ le sentenze o in qualità di intermediario rivolgendosi ad altri giudici compiacenti. Fra questi, secondo i pm Fusco e Pedio, ci sarebbe stata anche Seregni, con la quale Vassallo avrebbe poi diviso i proventi delle tangenti, versate in contanti oppure ‘mascherate’ da false fatturazioni di consulenza. Da ciò le accuse, per Vassalli e Seregni sia di “corruzione in atti giudiziari” sia di “induzione indebita a dare o promettere utilità”, in base agli articoli 319 ter e 319 quater del codice penale. Accuse formulate dalla Procura e avallate dal Gip Manuela Cannavale, che ha firmato l’arresto in carcere. In particolare, i magistrati contestano una tangente di 65mila euro da parte di Luciano Ballarin, amministratore unico della Swe-co Sistemi Srl, versata a Vassallo e da quest’ultimo divisa con Seregni, per ‘addolcire’ una sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano, la quale aveva mosso contro la Swe-Co Sistemi Srl, per conto dell’Agenzia delle entrate, una contestazione fiscale di circa 14 milioni di euro. La vicenda – che ricorda ‘Mani Pulite’, con tanto di bustarelle e arresti in flagranza grazie a militari in borghese e banconote ‘segnate’ – ha origine nel novembre 2015 con la denuncia della Dow Europe Gmbh, multinazionale della chimica che fattura 58 miliardi di dollari l’anno, che vanta 53mila dipendenti in tutto il mondo e che aveva in corso un contenzioso fiscale. I rappresentanti della società, contattati da Vassallo, non si erano però piegati alla logica corruttiva e avevano denunciato il giudice tributario in Procura, pur fingendo di stare al suo gioco. Il giorno della consegna del denaro, nello studio della società Crowe Horwath Saspi di Milano, fra gli impiegati si erano infiltrati i militari della Fiamme Gialle, poi intervenuti per arrestare Vassallo per “induzione indebita a dare o promettere utilità”, mentre incassata la prima tranche della tangente. Il ruolo di Seregni, che non era emerso con sufficiente chiarezza allora, appare agli inquirenti oggi più che evidente: per la Procura i due giudici tributari erano d’accordo e agivano “in concorso tra loro”. Fa una certa impressione che Vassallo, avvocato cassazionista, professore a contratto all’Università di Pavia e da anni giudice nelle controversie fiscali, abbia lavorato in tempi recenti, nel 2013, con enti pubblici come Regione Lombardia (nell’Osservatorio della mediazione tributaria per conto dell’Agenzia delle Entrate) e sia stato presidente di organismi di vigilanza di grandi gruppi industriali (come per esempio la Bracco Real Estate) con un incarico preciso: prevenire i reati societari. Secondo i magistrati inquirenti l’inchiesta sul finora inesplorato mondo delle commissioni tributarie potrebbero aprire scenari inediti, degni di nuova Tangentopoli.

Così l'ex sindacalista Cgil tramava con "Lady dentiere". L'intreccio nelle intercettazioni: liste pilotate per favorire i privati. Oggi l'interrogatorio del leghista Rizzi: "Chiarirò tutto". Il Pd vuole sfiduciare il governatore Maroni. Lui attacca: "Difenderò la riforma", scrivono Cristina Bassi e Maria Sorbi, Giovedì 18/02/2016, su "Il Giornale".  «Cucciola» e «amore»: così l'ex sindacalista e paladino della buona sanità pubblica si rivolge alla manager dell'odontoiatria, perno dello scandalo che ha portato in carcere tra gli altri il consigliere lombardo della Lega Fabio Rizzi. Massimiliano Sabatino e Maria Paola Canegrati sono finiti nell'inchiesta «Smile» della Procura di Monza. Anche loro sono in cella. Sabatino è noto nella sanità milanese, per anni sindacalista della Cgil e oggi dirigente degli Istituti clinici di perfezionamento. A lui sono dedicate decine di pagine nell'ordinanza di custodia del gip Emanuela Corbetta. Secondo gli inquirenti, Sabatino aiutava l'amica a ottenere appalti. E si poneva «sistematicamente a servizio» della Canegrati, garantendole «ogni informazione utile interna all'amministrazione, così asservendo la funzione pubblica agli interessi imprenditoriali e personali» della donna. In cambio di denaro e altri vantaggi. «Senti tesorino, ci vediamo nei prossimi?», chiede lei. Risposta: «Ho bisogno di fare il punto su Niguarda, perché... noi siamo un po' in ritardo cucciola». Sabatino poi non si scompone quando l'amica gli spiega come dirottare i pazienti sui servizi a pagamento. «Sposteremo la maggior parte dell'attività sulla solvenza», dice al telefono la «Mandrake» (così si autodefinisce) delle dentiere. Faremo liste d'attesa per il Servizio sanitario, aggiunge, «che vanno alle calende greche». Conclude il gip: la funzione pubblica dell'ex sindacalista «è totalmente svilita e assoggettata a favore» di «Paoletta». A casa di Rizzi i carabinieri hanno trovato quasi 17mila euro in contanti (1.900 in un congelatore) e una busta con 5mila franchi svizzeri. E sempre dalle intercettazioni emergono altri dettagli sui suoi affari. Come che dalla costruzione di un ospedale pediatrico in Brasile contava di ricavare «un paio di milioni a testa», dice al telefono alla compagna indagata, e di «estinguere i mutui». C'è poi un riferimento della Canegrati all'ex vicepresidente della Lombardia Mario Mantovani, ai domiciliari per un'altra inchiesta, che vorrebbe «entrare a far parte di questa grande famiglia». Immediata la reazione del legale di Mantovani, Roberto Lassini: «Mai nessun rapporto è intercorso tra lui e le società coinvolte nell'indagine monzese». Intanto oggi alle 12 Rizzi e il suo braccio destro Mario Longo saranno interrogati nel carcere di Monza. «Voglio chiarire tutto quanto prima e difendermi dalle accuse» (di associazione per delinquere e corruzione), ha dichiarato l'ex senatore attraverso il difensore Monica Alberti. E mentre lui scalpita per raccontare la sua versione dei fatti, in Regione monta il «processo» politico. Non solo Rizzi è stato scaricato dalla Lega (il leader Matteo Salvini lo ha subito estromesso dal partito) ma lo scandalo dell'odontoiatria rischia di paralizzare i lavori sulla riforma della sanità, che lui stesso ha scritto. Pd e Patto civico questa mattina depositeranno una mozione di sfiducia contro la giunta Maroni. Fino a che il provvedimento non verrà discusso nell'aula del Consiglio regionale (si presume il primo marzo) non si presenteranno ai lavori della commissione sanità, dove si sta lavorando al testo bis della riforma. «Difenderò la riforma con l'aiuto degli onesti, ho passato mille tempeste» annuncia Roberto Maroni. «Emergerà presto che su Maroni non c'è nulla di storto» è sicuro Umberto Bossi. «Dobbiamo mettere anticorpi forti nel sistema sanitario che è quello più aggredibile perché c'è la cassa - sostiene il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin - Lo scandalo non fa bene alla sanità lombarda che è una delle migliori del nostro paese».

Tangenti e pochi controlli. "Le protesi fatte coi piedi". Nelle intercettazioni il business dell'odontoiatria. Il gip: "Politica mezzo per accumulare ricchezze", scrivono Cristina Bassi e Luca Fazzo, Mercoledì 17/02/2016, su "Il Giornale". Una manager nel campo dell'odontoiatria, Paola Canegrati, che per ottenere appalti nelle aziende ospedaliere lombarde corrompe un politico e un suo stretto collaboratore: il consigliere regionale della Lega Fabio Rizzi e Mario Longo. E una serie di dirigenti sanitari «al servizio» dell'amica fornitrice, con cui si accordano sulle gare. È il sistema descritto dal gip di Monza Emanuela Corbetta. Rizzi e Logo «abusando dei propri ruoli e poteri, inducevano i funzionari pubblici preposti alla gestione dei servizi di odontoiatria» e «gli amministratori delle strutture private e private convenzionate» a favorire la Canegrati. Coinvolte anche le compagne di Rizzi e Longo, Lorena Pagani e Silvia Bonfiglio, prestanome in alcune società e usate per «ricevere il prezzo della corruzione». La Canegrati voleva espandersi anche in Toscana. Rizzi, le dice Longo in un'intercettazione, «in questo è veramente bravo», nel «progetto di estensione. Di estensione del modello Lombardo dentro casa di chi ci ha insegnato come si faceva il sociale fino a ieri e gli facciamo vedere come il modello lombardo invece funziona e funziona molto bene, anche tra i comunisti». C'è un côté brasiliano. L'affare della costruzione di un ospedale pediatrico nella regione del Goias. «Dobbiamo puntare sulla politica estera», dice Longo a Rizzi. E il consigliere alla compagna: «Dall'ospedale in Brasile potrebbero venir fuori un paio di milioni a testa». Lei risponde: «Ne basterebbe uno... No? Facciamo uno... Anche mezzo basta! Non ti risolve la vita ma ti alleggerisce tutto». La Canegrati dal 2004 ottiene affari per 400 milioni di euro. Longo e Rizzi - «a libro paga», per gli inquirenti - molti vantaggi. Il primo, tra l'altro, soldi «a fronte di fatture relative a prestazioni inesistenti emesse dalla Bonfiglio nei confronti della Servicedent», una delle società della Canegrati. Che spiega a Longo: «Facciamo una consulenza di 80mila euro all'anno (...) in modo che nessuno dice niente e siamo tutti belli e a posto». Inoltre «il pagamento della somma di euro 7.978,8 relativa all'esecuzione di opere di imbiancatura» di casa e studio. Il consigliere invece «parte delle spese della campagna elettorale» del 2013. Scrive il gip: «Le prime elargizioni economiche dell'indagata Canegrati risultano risalire al pressoché totale (stando alle dichiarazioni di Longo) finanziamento della campagna elettorale di Rizzi per le elezioni regionali lombarde». Dice Longo a un interlocutore: «Ti dico una cosa riservatissima, la campagna elettorale di Fabio l'ha sostanzialmente finanziata al 100% la dott.ssa Canegrati». Entrambi poi avrebbero incassato quote societarie e una mazzetta da 50mila euro. Spesso le prestazioni e il materiale della Canegrati sono «di pessima qualità». I responsabili dei controlli negli ospedali lo sanno, ma «omettono i doverosi rilievi» e attribuiscono alle aziende dell'amica «il massimo punteggio». Nelle intercettazioni si parla di «corone protesiche» che sono «normalmente fatte con i piedi». Ammette un indagato: «Mediamente Elledent (un'altra società della zarina dell'odontoiatria, ndr) lavora grossomodo con il cu...». L'allarme del gip: Rizzi e Longo «hanno fatto del potere politico lo strumento per accumulare ricchezze, non esitando a strumentalizzare le idee del partito che rappresentano, a intimidire facendo valere la loro posizione chi appare recalcitrante alle loro pretese». La Pagani infine pone una questione a Rizzi, ha sentito che le banconote da 500 euro sono difficili da usare: «Tu come fai i pezzettoni da cinquecento che hai su in mansarda?». Lui: «Perché?», risposta: «È un casino adesso versarli» e poi: «Quant'è che c'è su, quindicimila euro?».

Primarie Milano, polemiche su voto cinesi. Pd: “Accuse discriminatorie”. Salvini: “Che pena”. Il voto degli stranieri il primo giorno ha rappresentato il 4 per cento (su un totale di 7mila e 750 persone). Il Partito democratico, dal deputato Fiano al segretario milanese Bussolati, cerca di respingere le accuse in merito a gruppi di cinesi alle urne per Giuseppe Sala. Il leader del Carroccio: "Povera città", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 7 febbraio 2016. “Il voto dei cinesi per Sala alle primarie di Milano? Polemiche irricevibili e disgustose”. “Gli stranieri al voto? E’ un successo della democrazia”. Mentre la metropoli inizia il secondo giorno di votazioni per la scelta del candidato sindaco di centrosinistra, il Partito democratico cerca di rispondere alle accuse di “operazioni sospette” ai seggi con gruppi di cinesi che vanno alle urne per votare Giuseppe Sala. Dal deputato dem Emanuele Fiano al segretario Pd di Milano Pietro Bussolati, dall’establishment si difende l’iniziativa. Il fantasma per tutti è quello di Genova esattamente un anno fa e Napoli nel 2011 quando proprio il voto degli stranieri creò casi controversi alle primarie e polemiche senza fine. All’attacco il leader del Carroccio Matteo Salvini: “Che pena, povera Milano e povera sinistra”. A raccontare a ilfattoquotidiano.it quello che è successo nelle scorse ore è stato il presidente di seggio della sezione Lama Carlo Bonaconsa: “Non sembra un voto consapevole. Non sanno leggere l’italiano e aprono le schede per chiedere dove votare”. Nel primo giorno di votazioni, in cui erano aperti solo 9 dei 150 seggi previsti per oggi, si sono presenti 7mila e 750 elettori. Il voto straniero ha rappresentato il 4 per cento. Poco prima del silenzio elettorale la comunità cinese aveva espresso il proprio endorsement per il candidato Sala con un annuncio in lingua mandarina, come raccontato dal Fatto Quotidiano. Nel quartiere cinese di Milano (zona Paolo Sarpi) è stato allestito un gazebo dove i rappresentanti della comunità spiegano come andare a votare e si offrono per accompagnare gli elettori alle urne”. Il primo a replicare alle accuse è stato il deputato Pd Emanuele Fiano, ex candidato alla primarie che si è poi ritirato per sostenere Sala: “È inaccettabile”, ha detto, “che chi manifesta contro il razzismo si scagli oggi contro nostri concittadini e connazionali di origine straniera che hanno deciso di partecipare direttamente e coscientemente alla scelta di chi sarà il candidato sindaco”. Fiano, che è anche responsabile sicurezza del Partito democratico, ha aggiunto: “Trovo irricevibili e disgustose le polemiche di alcuni noti e notissimi ‘compagni’ della piazza milanese, alcune che insinuano brogli, altre con chiare venature diciamo discriminatorie, per non dir di peggio. Ancor più a fronte dei dati di affluenza rivelati oggi che parlano di clima di regolarità e correttezza e che indicano nel 4% la partecipazione di cittadini stranieri. Chi oggi alimenta queste polemiche, e magari ieri come noi insorgeva contro la destra dei caterpillar e dei respingimenti in mare, non si vergogna di non gioire oggi che il centrosinistra di Milano nelle sue primarie dimostra che il futuro è già qui, che noi siamo già una città aperta, che l’unico modo di avere integrazione vera è che tutti siano protagonisti della loro vita scegliendo direttamente chi li governa o rappresenta?”. Tutto regolare anche per il segretario metropolitano del Pd di Milano Pietro Bussolati: “L’affluenza ai seggi delle primarie anche di residenti di origine straniera va considerata un successo della democrazia, non un problema. Significa che questi concittadini (che a Milano rappresentano quasi il 15% della popolazione, ed oggi alle primarie hanno votato per il 4% del totale) si sentono parte integrante della vita milanese e vedono in queste consultazioni una grande occasione di partecipazione”.

Boom di cinesi ai seggi per votare Sala, è polemica. Troppi stranieri per Mr. Expo, protesta Sel. Alle urne oltre 7mila persone, il 4% sono immigrati, scrive Chiara Campo, Domenica 7/02/2016, su "Il Giornale".  La Cina non è mai stata così vicina (alle primarie del Pd). Per tutto il week end gli elettori del centrosinistra scelgono il candidato sindaco per Milano, ma già ieri si sono già accese polemiche per i troppi cinesi in fila ai seggi. Sembra una fotocopia del caso Liguria: il candidato alle regionali Sergio Cofferati un anno fa denunciò brogli («un voto inquinato da marocchini e cinesi») e rifiutò l'esito a favore della renziana Raffaella Paita. La storia sembra ripetersi, per tutta la giornata c'è stato un clima di sospetti e accuse dirette ai sostenitori di Giuseppe Sala. I quattro in corsa a Milano - la vicesindaco Francesca Balzani supportata da Pisapia e Sel, il commissario Expo dai renziani, l'assessore Pierfrancesco Majorino e l'outsider Antonio Iannetta - hanno votato tutti ieri mattina. Sala, residente in centro, ha dovuto attendere 40 minuti in coda. Anche lì, elettori con gli occhi a mandorla. «Sono anche loro milanesi, se vincerò spero che entro la fine del mio mandato non verranno più chiamati immigrati ma italiani, sono parte della popolazione». Dovrebbe avere il dente avvelenato: giorni fa ha ammesso che dei crediti milionari che la società Expo deve ancora riscuotere all'estero, la quota maggiore (e ad alto rischio) riguarda proprio la Cina. Ma qui sembra avere molti fan. In qualche negozio della Chinatown milanese ieri venivano mostrati facsimile della scheda elettorale con la croce sul nome Sala («ci hanno detto che è buono per noi cinesi»). Nel quartiere è stato allestito anche un gazebo per dare informazioni sul voto, all'inizio con i manifesti dei candidati (con una sproporzione pro Sala), poi dopo le prime proteste al comitato dei garanti sono spariti. In zona Isola, stesso tifo per Mr. Expo: alcuni cinesi a domanda negano di essere elettori Pd «siamo qui per votare Sala, tutti i cinesi votano Sala». In viale Monza viene allontanato un orientale che distribuisce ai connazionali in fila il «santino» con il nome di Mr. Expo. Si creano momenti di tensione nel pomeriggio quando arrivano a gruppi e vogliono compilare collettivamente i moduli. Un rappresentante di lista riferisce che «c'erano persone che indirizzavano i votanti cinesi, gente portata qui in maniera evidentemente organizzata. Abbiamo visto una donna con una busta che conteneva passaporti e permessi di soggiorno. Movimenti che non si capivano». Viene convocato il segretario milanese del Pd, il renziano Pietro Bussolati, che difende la correttezza delle operazioni: «La comunità cinese ha espresso la volontà di partecipare alle primarie, proprio Sel aveva chiesto di aprire il voto agli immigrati e ora non comprendo le proteste». Matteo Salvini della Lega ha commentato: «Che pena, povera Milano e povera sinistra!». In serata Sel ha provato a gettare acqua sul fuoco ma le comunità straniere di Milano sono intervenute parlando di pregiudizi. L'affluenza ieri è stata di 7.750 elettori (il Pd ne attende almeno 67mila), il 4% stranieri. I seggi rimarranno aperti oggi dalle 8 alle 20.

Salvini: "Cinesi alle primarie del Pd. Povera Milano, povera sinistra". "File di cinesi, molti dei quali intervistati dalle tivù non parlano neanche italiano, votano il renziano Sala alle primarie Pd per Milano. Che pena, povera Milano e povera sinistra!". Così il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini sulle primarie democratiche, scrive Luca Romano, Sabato 6/02/2016, su "Il Giornale". Milanesi in coda per la prima giornata di primarie del centrosinistra, che decideranno chi sarà il candidato sindaco della coalizione tra Francesca Balzani, Antonio Iannetta, Pierfrancesco Majorino e Giuseppe Sala. Ad attendere l'esito è anche il centrodestra che poi scoprirà le sue carte e, soprattutto, il nome del suo candidato sindaco. Ma la prima giornata della consultazione popolare per scegliere il candidato sindaco è stata segnata dalle polemiche sul voto degli immigrati. Ad attaccare è il segretario della lega Matteo Salvini, che se la prende con l'afflusso di cinsesi nei gazebo: "File di cinesi, molti dei quali intervistati dalle tivù non parlano neanche italiano, votano il renziano Sala alle primarie Pd per Milano. Che pena, povera Milano e povera sinistra!". Il Pd respinge le critiche: il responsabile sicurezza Emanuele Fiano le bolla come "irricevibili e disgustose". I cittadini stranieri che hanno votato, sottolinea, sono stati il 4 per cento, e tutti regolarmente residenti a Milano. Intervengono anche le associazioni delle varie comunità straniere: somali, cinesi e sudamericani hanno diffuso una nota congiunta in cui smentiscono che ci sia stato "voto di scambio". Oggi i seggi allestiti erano 9, uno per ogni zona della città, aperti dalle 8 alle 18. I votanti sono stati 7.750. Le code ai seggi sono iniziate poco dopo l'apertura e, sempre in modo ordinato, sono proseguite per raggiungere il picco in tarda mattinata. Come hanno sottolineato gli organizzatori delle primarie le file di oggi sono dovute al fatto che i cittadini di ogni zona avevano a disposizione solo un seggio per il voto, mentre domani saranno 150 quelli aperti in tutta la città, dalle 8 alle 20. In coda per votare si sono messi questa mattina anche i quattro candidati. Il primo è stato Iannetta che ha votato ad un circolo Pd di Porta Genova verso le 10. Stesso orario, le 11, per i due candidati e colleghi nella giunta Pisapia, Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino. La prima ha votato al circolo Pd Molise-Calvairate in Zona 4, accompagnata da marito e figli. "Speriamo che tanti milanesi vadano alle urne - ha commentato la vice sindaco - per arrivare così al cuore delle primarie, che è il protagonismo dei cittadini". Stessa impressione positiva per l'assessore alle Politiche sociali del Comune, Majorino, che ha votato in Zona 5: "Mi pare una grande festa democratica e popolare - ha detto - e a quanto ho visto tutto sta procedendo bene". Alle 12 si è presentato al seggio della zona 1, quella del centro città, anche il commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, accompagnato dalla moglie. Per lui la coda è durata circa 40 minuti. "In coda forse mi toglierò un po' di ansia - ha spiegato ai cronisti - del resto per me è la prima volta come candidato. Se le code ci sono c'è da aspettarsi una bella affluenza". Mentre il centrosinistra sceglie il suo candidato il centrodestra attende ma ancora "per pochi giorni". "Se non è questione di ore è questione di giorni - ha spiegato il consigliere politico di Forza Italia, Giovanni Toti, parlando della scelta del candidato a margine di un incontro del partito a Milano -. Subito dopo le primarie arriverà la nostra scelta". Se il candidato sarà l'ex city manager del Comune di Milano, Stefano Parisi, "immagino dovrà essere lui ad accettare definitivamente l'investitura", ha concluso.

Affitti in Galleria, resistono cinque furbetti, scrive Massimiliano Mingoia il 4 febbraio 2016 su “Il Giorno”. In Galleria Vittorio Emanuele 5 «furbetti» resistono ancora con affitti scontatissimi, ma hanno il contratto scaduto e lo sfratto in mano. Se a Roma si parla ancora di Affittopoli, a Milano la situazione è un po’ diversa. Nel Salotto, il cuore del capoluogo lombardo, lo scandalo di Affittopoli c’è stato eccome. Negli anni Ottanta, quelli della Milano da bere, gli inquilini con affitti da privilegiati erano 83. Trent’anni dopo, sono rimasti in 5. Vip nei paraggi? Non risulta. Si tratta di inquilini che negli anni Ottanta sono entrati nel Salotto con affitti a equo canone o assegnazioni dirette con un unico minimo denominatore: canoni d’affitto irrisori. Tutto merito delle amicizie con i politici dell’epoca. Quanto incassa attualmente il Comune da questi cinque contratti d’affitto? Appena 35 mila euro all’anno, poco meno di 600 euro al mese per appartamento, circa 7 mila euro all’anno. Poco, pochissimo, considerando che sono case a pochi metri da Piazza Duomo. In Galleria c’era anche un’altra casta di privilegiati: le associazioni amiche dei politici del Comune. Per loro uffici prestigiosi vista Galleria e poche lire da sborsare ogni mese per il canone. Anzi, pochi euro. Perché fino a un paio d’anni fa una ventina di associazioni aveva ancora sede nel Salotto con affitti ultra-scontati. L’operazione trasloco, avviata dall’ex assessore al Demanio Lucia Castellano e completata dall’attuale assessore Daniela Benelli, ha portato al trasferimento delle associazioni in un immobile di via Duccio da Boninsegna. Missione compiuta. Tra gli inquilini della Galleria, però resistono ancora cinque «furbetti». La Benelli commenta: «Sì, è vero, ci sono ancora 5 inquilini che pagano canoni di affitto bassi, ma la procedura di sfratto nei loro confronti è già stata avviata». L’assessore ripete i numeri: «Negli anni Ottanta c’erano 83 contratti d’affitto a prezzi scontatissimi, adesso siamo scesi a 5. C’è una bella differenza. Negli ultimi anni la lotta contro i privilegi a Milano c’è stata». Ogni riferimento alla situazione di Roma, naturalmente, è puramente voluto. La Benelli sottolinea che l’operazione più importante portata avanti dal Comune in questi anni è stata il trasloco delle sedi delle associazioni dalla Galleria a via Duccio da Boninsegna: «Ci ha permesso di fare bandi anche per i piani alti del Salotto e di valorizzare in verticale l’immobile. I numeri parlano chiaro: la redditività della Galleria è passata dagli 11 milioni di euro del 2011 ai quasi 30 milioni di euro del 2015». 

Pisapia "apre" la sua casa, è quella di Affittopoli, scrive Massimiliano Mingoia il 25 febbraio 2011 su “Il Giorno”. Su "Oggi" il candidato sindaco e la sua compagna fotografati nell’appartamento in corso di Porta Romana. «Giuliano Pisapia ci apre in esclusiva le porte di casa sua, con la compagna Cinzia Sasso». È l’11 gennaio scorso. Il settimanale Oggi presenta così una lunga intervista nella dimora del candidato sindaco del centrosinistra Giuliano Pisapia, avvocato ed ex parlamentare di Rifondazione comunista. A corredo del servizio vengono scattate 12 fotografie, che si possono tuttora vedere nella versione on line del settimanale. Pisapia in cucina che beve un caffè e naviga su Internet. Pisapia in salotto insieme alla compagna, la giornalista di Repubblica Cinzia Sasso, tra un divano bianco, tende arancioni e un tavolo con una tovaglia rossa. Fin qui nulla di strano. Peccato che la dimora che il candidato sindaco presenta come quella in cui vive, almeno a dar retta al servizio di Oggi, sia la casa di corso di Porta Romana 116/A di proprietà del Pio Albergo Trivulzio. Sì, parliamo proprio dell’appartamento di 118 metri quadrati affittato alla Sasso per un canone annuo di 6.864 euro. Pochini, 6.864 euro all’anno, per una casa in pieno centro e di quella metratura. Non a caso la dimora è tra quelle finite nello scandalo di Affittopoli. La Sasso, quando il suo appartamento è stato citato tra quelli del Pat, si è difesa così in una lettera inviata ai quotidiani: «Vivo da 22 anni in quell’appartamento. Il primo contratto di affitto era del 1989, quando ancora non conoscevo Giuliano (...) Dal 2008 il mio contratto è scaduto; nel frattempo ho trovato un’altra casa e ho mandato al Pat una lettera di disdetta del contratto di affitto. Giuliano, da oltre trent’anni, è residente e abita in un’altra casa di sua proprietà». Una domanda sorge spontanea: allora perché il servizio per Oggi è stato realizzato nell’appartamento di corso di Porta Romana 116/A? Perché il candidato sindaco ha deciso di aprire all’occhio della giornalista e agli scatti del fotografo proprio quella dimora? Lui, Pisapia, per commentare il caso Affittopoli, a caldo ha parlato di «fango». Qualche giorno fa invece ha aggiunto: «Se leggerezza c’è stata è stata di non aver chiarito velocemente alcune questioni». E ha concluso così: «Non tollero che colpiscano il mio affetto più grande per colpire me». E ora ecco spuntare il servizio e le foto di Pisapia che «ci apre in esclusiva le porte di casa sua, con la compagna Cinzia Sasso». Un’altra leggerezza?

Cos’è la storia di “Affittopoli”. L'ennesima vicenda di affitti a prezzi vantaggiosi e persone molto poco bisognose. Il Pio Albergo Trivulzio è l'ente che nel 1992 diede inizio a Tangentopoli, scrive “Il Post” il 20 febbraio 2011. Da giorni le pagine dei giornali, soprattutto quelle della cronaca di Milano, sono invase dall’ennesimo “scandalo” politico descritto con l’ennesimo neologismo che finisce in -poli, come Tangentopoli, Vallettopoli, Bancopoli, Calciopoli, Parentopoli, eccetera eccetera. Stavolta il neologismo è “Affittopoli”, già utilizzato altre volte in passato per storie simili a questa. Il tema è sempre lo stesso: affitti a prezzi molto favorevoli offerti a personaggi tutt’altro che bisognosi, spesso orbitanti intorno alla politica locale. Di cosa parliamo. A Milano il Comune, il Policlinico e il Pio Albergo Trivulzio – tra un po’ vi spieghiamo cos’è – possiedono un patrimonio di 3700 case, negozi, locali gestiti in modo poco trasparente. Da settimane i giornali pubblicavano racconti di affitti ridicoli pagati per immobili che, per dimensione e collocazione, sul mercato avrebbero comportato rette doppie o triple. Quattro stanze vista Duomo a 450 euro al mese, quando sul mercato con 450 euro si affitta, forse, un monolocale sgangherato fuori città. Settanta metri quadri in via Bagutta, a due passi da via Monte Napoleone, a 330 euro al mese. Non solo: poca chiarezza nei criteri per l’assegnazione di questi appartamenti, voci su bandi “riservati”, racconti di facoltosi professionisti subentrati ad affitti vantaggiosi sottoscritti da genitori e parenti vari. Il Pio Albergo Trivulzio nasce come ospizio per anziani, a Milano, fondato nel Settecento da un nobile – Tolomeo Trivulzio, appunto – che decise di donare il suo intero patrimonio alla fondazione di un ospizio per anziani poveri. Nel Novecento il Pio Albergo Trivulzio è diventato un ente che gestisce moltissimi immobili, il cui nome ufficiale è infatti Azienda di servizi alla persona Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio. Ora, il Pio Albergo Trivulzio ha conosciuto il suo momento di maggiore notorietà nel 1992: in particolare quando il suo presidente, Mario Chiesa, viene colto in flagrante mentre intasca una tangente da sette milioni di lire. Su di lui indaga un pm della procura di Milano, Antonio Di Pietro. È l’inizio di Tangentopoli. Il Comune quindi nei giorni scorsi ha chiesto al Trivulzio di rendere noti i nomi degli inquilini e criteri di assegnazione dei 1400 appartamenti proprietà dell’ente. A un certo punto Fabio Nitti, direttore generale del Trivulzio, viene chiamato a relazionare davanti alla commissione casa del Comune. La riunione si tiene a porte chiuse, come richiesto dallo stesso Trivulzio, ma alcuni consiglieri raccontano alcune delle parole di Nitti, che avrebbe detto che il Trivulzio dà le case «a chi ha più soldi». La consigliera comunale Ciabò, presidente della commissione, ha detto che «il criterio del massimo reddito è assurdo, e crederci non è facile. La verità potrebbe essere peggiore, ossia che le case vadano agli amici, senza tanti criteri. Vogliamo vederci chiaro». Poi arriva la smentita degli avvocati del Trivulzio, che dicono che il reddito non è ilcriterio ma uno dei criteri per l’assegnazione degli immobili. Anche sull’identità degli inquilini il Trivulzio è molto opaco. Come «per ragioni di privacy» avevano chiesto di tenere l’audizione a porte chiuse, «per ragioni di privacy» non intende diffondere l’elenco degli inquilini. «Mi batterò perché gli inquilini non siano dati in pasto alla morbosità del pubblico», dice Emilio Trabucchi, presidente dell’ente. Il Comune però preme, il sindaco Moratti chiede «la massima trasparenza» e nel frattempo fornisce i dati sulle sue proprietà. La stampa continua a chiedere i dati. I sindacati degli inquilini si oppongono, «preoccupati dalla possibile gogna mediatica». Poi arriva il garante della privacy a dirimere la questione, e dice che i dati devono essere consegnati al Comune, che ne ha fatto richiesta. Inoltre non c’è alcuna norma che impedisca la pubblicazione di quegli elenchi: sono dati pubblici, non esiste nessuna privacy da tutelare. E quindi i dati vengono consegnati al Comune. L’elenco completo degli inquilini viene reso pubblico e dopo poche ore è sui giornali, qui si può scaricare il pdf. In mezzo c’è di tutto: Daniele Cordero di Montezemolo, stilista e fratello del più celebre Luca, la giornalista di Mediaset Claudia Peroni, la presidente dell’ordine degli architetti Daniela Volpi, il politologo Giorgio Galli (910 euro al mese per 127 metri quadrati), la compagna di Aldo Brancher, il direttore generale del Milan Ariedo Braida, l’attrice Gaia Amaral, Carla Fracci. Poi molti politici del PdL o del centrodestra: il presidente del consiglio comunale di Peschiera Borromeo, consiglieri comunali di Milano, l’ex tesoriere di Forza Italia. Solo alcuni di questi pagano affitti in linea con le quote di mercato: molti pagano rette molto al di sotto. Il caso di cui si è parlato di più, in questi giorni, è quello che coinvolge indirettamente il candidato del centrosinistra a sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. La sua compagna, Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica, è infatti una degli inquilini delle case del Trivulzio: 118 metri quadri in corso di Porta Romana a circa 900 euro al mese, molto al di sotto dei prezzi di mercato. È stata la stessa Sasso a descrivere la sua condizione scrivendo al Corriere della Sera: «Sento il ronzio delle api attorno al miele, preferisco violare la mia privacy e raccontare i fatti miei». Sasso scrive che il primo contratto col Trivulzio risale al 1989, «quando ancora non conoscevo Giuliano», e che le spese di manutenzione e ristrutturazione sono a suo carico. Precisa che Pisapia risiede da un’altra parte, che il suo contratto è scaduto nel 2008 e che non è mai stato rinnovato. Sasso dice a Libero di non ricordare come era entrata in contatto col Trivulzio, Filippo Facci ha ricostruito la vicenda a partire dalle parole di Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano. Negli ultimi giorni sia la procura di Milano che la Corte dei Conti hanno aperto delle inchieste per verificare la gestione del patrimonio immobiliare da parte del Pio Albergo Trivulzio. La Lega ha chiesto a Pisapia di ritirare la sua candidatura, questo ha detto di non averne alcuna intenzione. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, starebbe facendo pressioni sul presidente dell’ente assistenziale, Emilio Trabucchi, perché questo lasci l’incarico e permetta così al sindaco di nominare un commissario straordinario.

LA MILANO DEI MORATTI.

Gian Marco, figlio di Angelo, fratello di…La gloriosa (o cupa) saga dei Moratti, scrive il 27 Febbraio 2018 "Il Dubbio". Dei Moratti, che sono una piccola famiglia Kennedy prosperata sui navigli milanesi, Gian Marco, scomparso ieri a 81 anni, era il più schivo, il meno mondano, quasi uno sconosciuto per il grande pubblico. Come si dice in gergo uno con i piedi per terra. Ma anche l’erede naturale di papà Angelo da cui ha raccolto il bastone del comando. Mentre il fratellino Massimo si trastullava con l’Inter, sperperando centinaia di milioni di euro in bidoni più o meno esotici (ma anche vincendo un Triplete), lui gestiva gli affari di famiglia, la “roba”. E lo faceva lontano dalle ribalte, centrato come una quercia, tenendo i conti a posto e garantendo profitti a tutti. Un po’ preoccupato per le iniziative sbilenche di Massimo, ma senza fastidi o paternalismi: come tutti i grandi clan i Moratti sono sempre stati uniti, ai limiti del tribalismo, anche quando le idee non coincidono, anche quando i principii e le battaglie divergono, la famiglia prima di tutto, la famiglia davanti a tutto. Forse è così che si diventa una dinastia, proteggendosi gli uni con gli altri. Una ricchezza che galleggia sul petrolio quella dei Moratti, la prima pietra l’ha posata Angelo, classe 1909, anche se la stirpe deve tutto ai bisnonni paterni, due modesti agricoltori della bassa bergamasca che diedero alla luce 21 figli, i 14 maschi tutti laureati, le sette femmine in convento oppure maritate con qualche buon partito. Non come i Rockfeller che sotto il sedere si sono trovati fiumi di oro nero, l’Italia quella fortuna non l’ha mai avuta ma neanche lo spirito di conquista un po’ ribaldo e un po’ squaloide degli americani, così papà Angelo si dedica al commercio del greggio e alla costruzione di raffinerie; benzine, diesel e kerosene hanno ormai soppiantato i vecchi combustibili come torba e carbone, si apre una nuova era industriale, i Moratti ne saranno protagonisti assoluti. Il primo impianto alla fine degli anni ‘ 40 ad Augusta in provincia di Siracusa con materiali acquistati in Texas e poi trasportati in Sicilia, è la Rasiom che poi cederà alla Esso. Negli anni 50, sempre ad Augusta fonda la Prora, azienda che di trasporto marittimo. La realizzazione più grande però è in Sardegna a Sarroch quando nel 1962 costruisce la Saras, una raffineria monstre che nel corso del tempo è diventato il più importante polo petrolifero del Mediterraneo, un colosso che lavora 15 milioni di tonnellate di greggio ogni anno, che sarà la gallina dalle uova d’oro per tutta la famiglia non senza polemiche e accuse di violare la sicurezza dei lavoratori, come nel 2009 quando tre operai persero la vita per un’intossicazione da azoto. Nel 2006, quando la Saras approda in Borsa i Moratti intascano 750 milioni di euro, i più maligni dicono che la cifra corrisponda euro più euro meno ai passivi accumulati da Massimo nella fornace nerazzurra. Naturalmente c’è l’Inter, la grande Inter di Suarez, Corso, Mazzola e soprattutto del “mago” Helenio Herrera, di cui sarà presidente come il figlio minore Massimo, ma vincendo molto di più e spendendo molto, molto di meno. E poi le poltrone dei consigli di amministrazione, dal Corriere della sera alla Mobil, dalla Texaco alla Esso, la vicepresidenza di Confindustria. In questa saga del capitalismo meneghino il futuro di Gian Marco, primogenito assennato, è già scritto, il suo posto già tenuto al caldo: «La tua America è questa sedia» gli dice papà Angelo, chiedendogli di restare a Milano e di rinunciare agli Stati Uniti, tappa obbligata per i rampolli dell’epoca. Finito il liceo ci sono i 18 mesi di servizio militare e poi giù, a capofitto, con il lavoro. Sempre lontano dai riflettori, anche quando negli anni 60 è uno dei ragazzotti più ricchi d’Italia e anche uno dei più ambiti. In vacanza l’immancabile Versilia dove sfreccia con una lambretta bianca, educatissimo, abbronzatissimo ma sempre con quel piglio riservato, quasi aristocratico, che non lo ha mai abbandonato: se avesse recitato nel Sorpasso di Dino Risi sarebbe stato senz’altro il timido e Trintignant, di sicuro non il guitto Gassman. Di lui si innamora la sofisticata Lina Sotis che lo sposa a soli 18 anni nel 1962, nascono due figli: Angelo (ancora!) e Francesco. L’unione però non funziona e nel 1967 arriva il divorzio. Lina Sotis diventerà la sacerdotessa del bon-ton nella Milano da bere degli anni 80, Gianmarco invece incontra la donna della sua vita: Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, di origini aristocratiche, la sua famiglia ha fondato la prima società italiana di brokeraggio assicurativo. Riservatissimi sulla vita privata, si consacrano agli affari e alla politica delle donazioni in beneficienza. Massimo invece sposa Michela Enza Bossi detta “Milly”, militante ecologista con gusti frikkettoni, amante del subcomandante Marcos che solca Milano con la sua bicicletta scassata. Gli orientamenti, le posizioni politiche, le scelte di società di questa dinasty lombarda sono in fondo una metafora dell’Italia e delle sue divisioni, ma allo stesso tempo testimoniano una fibra comune, una generosità istintiva che scorre nelle vene dei Moratti: Massimo e Milly, progressisti, di sinistra, finanziatori di Emergency, Gian Marco e Letizia conservatori, di destra, finanziatori della comunità di San Patrignano di Vincenzo Muccioli. Letizia è stata presidente della Rai, sindaca della Madonnina e ministra berlusconiana dell’Istruzione, Milly ha invece sostenuto Giuliano Pisapia come sindaco di Milano proprio contro la cognata. Le due donne si sono anche scontrate durante le elezioni, con Milly che accusò il governatore Formigoni di manipolare Letizia. Ma quando le luci della politica si spengono e ci si ritrova tutti insieme, le differenze si appianano, le distanze scompaiono, i rancori evaporano e la famiglia prevale su tutto il resto. Proprio come i Kennedy.

Moratti, stirpe di potere. Dall'impero di raffinerie ai salotti dell'alta finanza. La Saras, a cui ha dedicato tutta la carriera, vale 1,7 miliardi. Gli intrecci con Eni e Agip, scrive Marcello Zacché, Martedì 27/02/2018, su "Il Giornale". Moratti in Borsa significa Saras, la società da 1,7 miliardi di valore il cui controllo (il 50,02%) è detenuto in parti uguali dalle due società in accomandita dei fratelli Gian Marco e Massimo. Ma è il primo, scomparso ieri a 81 anni (di 9 anni più vecchio dell'ex padrone dell'Inter), ad averci dedicato tutta la vita. Fin dalla sua fondazione, nel 1962, poi come amministratore delegato e, dal 1981, da presidente. L'idea di una raffineria di petrolio l'aveva avuta il padre, Angelo, classe 1909, durante un viaggio in Texas nel primissimo dopoguerra. A Milano, da giovane rappresentante di combustibili, Angelo aveva intuito il futuro dell'oro nero. E così, nel 1948, acquistata la raffineria texana, l'aveva smontata, trasportata sull'Atlantico e ricostruita in Sicilia, ad Augusta. È la Rasiom. Prove tecniche di Saras, la raffineria che i Moratti costruiscono in Sardegna nel 1962, a Sarroch, contribuendo allo sviluppo dell'intera comunità locale, che in 20 anni raddoppia i residenti. Raffineria, per l'appunto: un business che funziona ricevendo il petrolio grezzo e trasformandolo in prodotti da rivendere. Tipicamente combustibili quali benzine, oli, gasolio. Questo fa Gian Marco fin da ragazzo. E questo fa di Saras e della famiglia Moratti un anello strategico del boom economico italiano da un lato, e un tassello finanziario e relazionale dei cosiddetti poteri forti dall'altro. Fare i petrolieri nell'Italia del dopoguerra significa occupare una posizione chiave nel modello di sviluppo industriale, specie in un'economia di trasformazione come la nostra. Per questo Eni e Agip hanno bisogno dei Moratti per non lasciare la formazione dei prezzi finali ad altri, nel momento in cui in Italia agiscono anche le sette sorelle e soprattutto la Esso, che a sua volta utilizza raffinerie italiane (per esempio il gruppo Monti). Non a caso è la stessa Agip, nel 1969, a rilevare il 15% di Saras, quota che resterà in pancia all'Eni fino al 2001. Così, già dagli anni Sessanta, Gian Marco con il padre entrano da protagonisti nel complesso equilibrio tra governo, politica estera, aziende pubbliche e capitali privati che ha in Eni e Montedison i poli energetici, in gruppi come Fiat e Pirelli i campioni industriali e nella Mediobanca di Enrico Cuccia la grande regia bancaria e finanziaria. In questa chiave basti ricordare che quando nel 1973 passarono di mano rilevanti pacchetti di minoranza del Corriere della Sera, a rilevarli furono gli Agnelli e i Moratti. E molti videro dietro all'impegno della famiglia milanese lo zampino della stessa Eni. È in questo ambiente che Gian Marco sviluppa le doti di imprenditore accorto, dai nervi saldi, e di manager attento a tutti gli aspetti delle sue aziende che gli vengono riconosciute da chi oggi ne parla ricordandolo. Doti che tornano utili nei diversi momenti di difficoltà economiche e geopolitiche dei suoi 56 anni in Saras. Come la crisi petrolifera del '73 o, per citare casi più recenti e gestiti in prima persona, la crisi libica del 2011 e le sanzioni del 2016 alla Russia (che era entrata nel 2013 nell'azionariato Saras al 13% con il gruppo Rosneft). Le stesse doti che lo portano al vertice della Unione Petrolifera (la potente lobby dei petrolieri) per nove anni, dal 1988 al 1997; e che nel 1996 lo hanno visto vicino alla candidatura per il vertice di Confindustria, scelto dalla borghesia industriale milanese in contrapposizione allo strapotere della Fiat di Maurizio Romiti. Tra le operazioni più significative c'è senz'altro la quotazione in Borsa di Saras, che Gian Marco colloca nel 2006. E che si è rivelata un vero affare: i Moratti vendettero il 33% per 1,7 miliardi, a 6 euro per azione, per una valutazione della società pari a oltre 5,5 miliardi. Collocamento che si rivelò però disastroso, con i titoli in calo deciso per anni. Oggi valgono 1,8 euro. Ne seguì anche un'inchiesta della Procura (Gian Marco fu sentito come teste), con il sospetto che il prezzo del collocamento fosse stato gonfiato dalle banche incaricate. Ma l'intero dossier finì poi archiviato. Tra le pagine più tristi ci sono invece le tragedie di Sarroch del 2009 e 2011: quattro operai morti asfissiati da esalazioni. A cui sono seguite lievi condanne di manager o patteggiamenti. Storie che hanno molto colpito Gian Marco, che nel gruppo ha sempre investito per i migliori standard di sicurezza. E che ha risarcito le famiglie con l'importo massimo previsto. Pur consapevole che non può mai bastare.

MAFIA, PALAZZI E POTERE.

Il terremoto parte da Reggio Calabria. Nelle carte dell'inchiesta Breakfast la ragnatela di relazioni per promuovere prefetti, "silenziare" Bossi, lucrare sul Ponte sullo Stretto. Tutto parte dalle telefonata di Domenico Aiello, il legale (calabrese) di Maroni, scrive Martedì 08 Dicembre 2015 il “Corriere della Calabria”. Il prossimo terremoto giudiziario (non manca nulla: dai rapporti di potere tra la Lega e Berlusconi agli intrighi politici attorno al Ponte sullo Stretto, ai patti indicibili tra istituzioni, industriali e mondo dello sport) ha come epicentro la Procura di Reggio Calabria. È l'inchiesta "Breakfast", della quale il Fatto Quotidiano in edicola martedì anticipa stralci che potrebbero far tremare pezzi importanti del potere. Cominciando dalle nomine del ministero dell'Interno e dei prefetti. Tra i quali il commissario del Comune di Roma Francesco Paolo Tronca, che avrebbe chiesto una mano al potere leghista per diventare prefetto di Milano nel 2013. Il passepartout per i giochi nei Palazzi sono le intercettazioni che vedono protagonista Isabella Votino, storica portavoce del governatore della Lombardia Roberto Maroni. Colloqui che spaziano lungo tutto l'arco politico italiano, con importanti passaggi calabresi. L'incipit, innanzitutto. Il Fatto Quotidiano pubblicherà le intercettazioni telefoniche e ambientali dell'indagine Breakfast, condotte dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria. L'inchiesta, condotta dal pm Giuseppe Lombardo sotto il coordinamento del procuratore capo Federico Cafiero, va avanti in gran segreto da tempo. Gli investigatori si sono imbattuti nel "terremoto politico" dopo aver attivato intercettazioni nei confronti dell'avvocato Aiello, legale di fiducia del governatore Maroni e della Lega. Ma anche compagno di Anna Maria Tavano, ex direttore generale della Regione Calabria, successivamente assunta come manager in Lombardia. L'attività di indagine era stata avviata per appurare i rapporti di Aiello con il consulente legale Bruno Mafrici, figura chiave in Breakfast, un uomo le cui relazioni spaziano – secondo le informative della Dia – dalla politica leghista al clan De Stefano. In parallelo, avanzavano le intercettazioni sulla portavoce di Maroni Isabella Votino. «A prescindere dalla rilevanza penale – scrive Marco Lillo sul quotidiano diretto da Marco Travaglio –, quelle conversazioni devono essere pubblicate perché i fatti che svelano sono di rilievo pubblico. La sensazione anzi è che qualcuno abbia messo un coperchio su un pentolone pieno di storie imbarazzanti per i poteri dello Stato». Un dietro le quinte del potere sull'asse Roma Milano, dunque. Illuminante per svelare certe dinamiche. Non c'è solo il prefetto Francesco Paolo Tronca nei brogliacci. Ci sono gli accordi tra Maroni e Berlusconi per convincere Bossi a mettersi da parte, le sponsorizzazioni dell'ex Cavaliere in vista di Expo, il presunto ricatto (sempre di B.) a Maroni. E il tentativo dell'amministratore delegato di Impregilo, Pietro Salini, di "fottere" lo stato «con la complicità della portavoce dell'allora segretario della Lega, sempre Isabella Votino, per ottenere il pagamento delle penali per un miliardo di euro della mancata costruzione del Ponte sullo Stretto». C'è molta Lega, nel passaggio tra vecchio e nuovo corso. E, ovviamente, un ruolo centrale ha l'avvocato calabrese Domenico Aiello. Un professionista che, vuole l'aneddotica più accreditata, sarebbe entrato nel "cuore" di Maroni per la comune fede milanista, per diventare un punto di snodo dei principali interessi lumbàrd. Aiello telefono a vari procuratori per tessere la sua tela, chiedendo informazioni e audizioni. E le loro risposte sono le più disparate: c'è chi chiude senza lasciare possibilità, chi apre le porte e chi, addirittura, chiede favori. Un quadretto poco edificante. L'epicentro è la Calabria. E un'inchiesta esplosiva sulla quale qualcuno ha cercato di mettere il coperchio.

Tronca e le carriere dei prefetti, a decidere è la portavoce. Le telefonate svelano il sistema delle nomine. Isabella Votino da 9 anni è la collaboratrice più stretta del governatore lombardo Roberto Maroni: a lei si rivolgono gli aspiranti a una carica, per informazioni e aiuto. In una conversazione intercettata nel 2012 racconta i retroscena sull'arrivo in prefettura a Milano dell'attuale commissario al Comune di Roma, Francesco Paolo Tronca. Che al Fatto dice: "Escludo categoricamente di averle chiesto una raccomandazione", scrive Marco Lillo l'8 dicembre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". A chi ha chiesto una mano per agguantare la poltrona di prefetto di Milano nel 2013 Francesco Paolo Tronca? Secondo Isabella Votino, la storica portavoce di Roberto Maroni, il prefetto si sarebbe raccomandato a lei e al potere leghista. Non è l’unica questione che emerge dalle intercettazioni telefoniche di un’indagine della Procura di Reggio Calabria che oggi sveliamo. Qual è l’imprenditore che Silvio Berlusconi sponsorizza per i lavori della Città della Salute a due passi da Milano in occasione di Expo? E come ricatta Maroni per ottenere l’alleanza alla vigilia delle elezioni che determineranno l’attuale equilibrio politico italiano e lombardo? Con quali parole l’ex premier minaccia di sguinzagliare i giornali di destra alla stregua di pit bull per indurre a più miti consigli l’alleato riottoso? Come si sono accordati Berlusconi e Maroni per convincere Umberto Bossi a mettersi da parte in silenzio? Come fa l’amministratore delegato della maggiore impresa di costruzioni italiana, Pietro Salini di Impregilo, a tentare di “fottere” lo Stato (a partire dal presidente della Repubblica) con la complicità della portavoce dell’allora segretario della Lega, Isabella Votino, per ottenere il pagamento delle penali per un miliardo di euro della mancata costruzione del Ponte sullo Stretto? Come fa il presidente del Coni Giovanni Malagò a proporre alla Lega un’alleanza tra padani e generone romano? Con quali parole vanta le potenzialità di una macchina di consenso con milioni di tesserati per ottenere un voto utile a sbaragliare il rivale Raffaele Pagnozzi? E quali trattative ci sono tra Matteo Salvini e i vecchi leghisti dietro al patto del febbraio 2013 tra il nuovo segretario federale del Carroccio e Bossi? Perché la Lega ha evitato di costituirsi parte civile contro l’ex tesoriere Francesco Belsito nei processi per le ruberie dalle casse del partito? Come rispondono i vari procuratori interessati dalle manovre dell’avvocato Domenico Aiello quando il legale dei leghisti chiede con tono perentorio informazioni e audizioni? Perché un procuratore “duro e puro” chiude ogni comunicazione con parole secche mentre altri pm lasciano le porte aperte e qualcun altro chiede all’avvocato della Lega un favore? Infine, come si decidono le nomine dei commissari strapagati delle grandi aziende in crisi firmate dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi nel 2014? E tanto altro ancora. A partire da oggi, per molti giorni, Il Fatto Quotidiano pubblicherà le intercettazioni telefoniche e ambientali dell’indagine Breakfast della Procura di Reggio Calabria, condotte dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria sotto il coordinamento del pm Giuseppe Lombardo e del procuratore capo Federico Cafiero De Raho. L’indagine va avanti in gran segreto da tempo. Tanto segreto. Troppo tempo. Probabilmente le intercettazioni nei confronti dell’avvocato Aiello (attivate nel 2012 per appurare i suoi rapporti con il consulente legale Bruno Mafrici, che era indagato) e sulla portavoce di Maroni Isabella Votino non porteranno a nulla. A prescindere dalla rilevanza penale, quelle conversazioni devono essere pubblicate perché i fatti che svelano sono di rilievo pubblico. La sensazione anzi è che qualcuno abbia messo un coperchio su un pentolone pieno di storie imbarazzanti per i poteri dello Stato. Il Fatto ha visionato le telefonate e ha deciso di far conoscere all’opinione pubblica come funziona dietro le quinte il potere sull’asse Roma-Milano. Le nomine dei prefetti spettano al Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno. Però c’è una bella signorina di 36 anni, nata a Montesarchio in provincia di Benevento, che sembra avere influenza sulle scelte. Si chiama Isabella Votino e gli aspiranti a una carica le chiedono informazioni e aiuto. Da nove anni è la collaboratrice più stretta di Roberto Maroni. Il suo potere però è più penetrante di quello di una mera portavoce di un governatore lombardo. Sarà per i suoi rapporti stretti con Silvio Berlusconi che poi l’ha voluta nel gennaio 2014 per vitalizzare la comunicazione del Milan, ma tra la fine del 2012 e inizio del 2014, quando è intercettata dalla Dia di Reggio Calabria, sembra una sorta di zarina del Viminale, nonostante Maroni non sia più il ministro. Il 18 dicembre del 2012 a Palazzo Chigi c’è Mario Monti e al Viminale c’è la Cancellieri. La Votino è “solo” la collaboratrice più intima del neo-segretario della Lega Nord, Roberto Maroni quando Luciana Lamorgese, Capo del Dipartimento personale e risorse del ministero dell’Interno, la chiama. Votino le racconta i retroscena della carriera del prefetto Francesco Paolo Tronca. L’attuale commissario nominato da Alfano e Renzi al Comune di Roma, secondo Votino, si sarebbe fatto raccomandare dalla Lega per diventare prefetto di Milano nel 2013, trampolino di lancio per la sua carriera.

Isabella Votino (V): Avevo incrociato Tronca, dopo di che lui mi ha chiamato dicendomi..

Luciana Lamorgese (L): Ma lui ti ha chiamato?

V: Perché io l’avevo incrociato… poi avevo parlato con te e tu, onestamente, mi avevi lasciato intendere che, come dire, non se ne faceva nulla e allora io gli ho detto guarda dico, vuoi che ti dica, cioè…

L: Ma perché lui voleva sapere da te i fatti?

V: No no lui ovviamente voleva in qualche modo che si caldeggiasse… perché non ne fa mistero che vuole venire a Milano.

L: Eh certo! (ride)

V: Ma questo cioè legittimamente e allora ma sai fuori dai giochi tu che, ovviamente voglio dire … meglio lui che un altro, cioè, che noi neanche conosciamo (…) Luciana, io non te lo devo dire che … cioè, noi preferiamo che vieni tu che…

L:(ride) (…) io voglio prima capire qual è la situazione … cioè, nel senso, anche da vedere Roma che cosa…

Il Prefetto Luciana Lamorgese in sostanza fa presente all’amica che la sua prima scelta è la nomina a Roma e Milano è per lei una subordinata. Nel luglio 2013 sarà nominata capo di gabinetto dal ministro Angelino Alfano, al posto di Giuseppe Procaccini, travolto dal caso Shalabayeva. La sera del primo giugno 2013 Isabella Votino chiama Maroni per sapere se il vicecapo della polizia Alessandro Marangoni andrà a fare il prefetto di Milano (alla fine ci andrà solo due anni dopo, pochi giorni fa, per pura coincidenza, ndr). La sta cercando Tronca e Maroni commenta che certamente Tronca la sta chiamando perché vuole sponsorizzare la sua nomina. Due minuti dopo Votino chiama Tronca. L’allora capo dipartimento dei Vigili del fuoco la invita a essere sua ospite nelle tribune riservate alla festa del 2 giugno a Roma. Lei declina l’invito e prende il discorso della nomina sostenendo che è stata rinviata a luglio. Tronca le chiede di continuare a seguire lei la vicenda. Votino conclude dicendo che però circola voce che potrebbe essere nominato Marangoni. Invece l’8 agosto del 2013 il nuovo ministro dell’interno Angelino Alfano nomina Tronca prefetto. A settembre 2013 la Dia intercetta la conversazione tra un funzionario molto importante della polizia di Milano, Maria José Falcicchia, e la sua amica Isabella Votino. Falcicchia (prima donna nominata proprio in quel periodo capo della anticrimine della Squadra mobile di Milano) chiede se Tronca è stato scelto da loro, cioè dalla Lega nord. La portavoce di Maroni risponde che loro lo hanno messo a capo dei Vigili del fuoco e che lo hanno sponsorizzato loro. Tronca non è l’unico prefetto di Milano che ha rapporti con Isabella Votino. Dal 2005 al gennaio del 2013 su quella poltrona c’era Gian Valerio Lombardi, famoso per come ha accolto nel 2010 l’amica di Berlusconi Marysthell Polanco in Prefettura e per la frase sfortunata (ma gradita a Maroni) sulla mafia che a Milano “non esiste”. Il 22 novembre 2012 il prefetto Lombardi, nato a Napoli nel 1946, chiede alla portavoce di Maroni: “Come sono i rapporti tra il nostro (Roberto Maroni, ndr) e il presidente della Regione Veneto?”. Votino risponde che con Luca Zaia i rapporti sono buoni. E Lombardi pronto: “Quindi se gli dobbiamo chiedere una cortesiola per una mia lontana parente che aveva un’aspirazione che dipende proprio da lui… possiamo vedere…”. Votino lo rinvia a un caffè nel fine settimana. Passa qualche mese e il Prefetto, dopo la scadenza del mandato, è a caccia di poltrone. Il 17 giugno 2013, dopo la nascita del governo Letta, si propone come sottosegretario perché “anche Alfano potrebbe aver bisogno di qualcuno fidato…”. Invece Alfano sceglie altre persone. E così a lui ci devono pensare i lombardi. Isabella Votino dimostra di non essere una portavoce qualunque quando suggerisce a Maroni di nominare Lombardi commissario dell’Aler, l’Azienda lombarda edilizia residenziale. Il governatore chiama il vicepresidente Mario Mantovani (poi arrestato per altre vicende) e ottiene il suo ok alla nomina. Ed è proprio Votino a comunicare la lieta notizia al prefetto che ringrazia ma aggiunge: “Si guadagna una qualcosetta?”. Rassicurato (da commissario prende il 60 per cento in meno ma oggi da presidente Aler guadagna 75 mila euro lordi all’anno) accetta l’incarico. Il 18 giugno Isabella Votino lo chiama per dirgli che appena è uscito il suo nome sui giornali è scoppiata la polemica per le sue vecchie dichiarazioni sulla mafia che a Milano non esiste. Però nessuno ferma Maroni e così Lombardi è tuttora al suo posto. Il prefetto Tronca, sentito dal Fatto Quotidiano, spiega: “Non ricordo questa telefonata con Isabella Votino. Non avevo una confidenza particolare con lei. Può darsi che le abbia detto, come mi è capitato con tante altre persone, che aspiravo a diventare prefetto di Milano. È una carica così importante che ci vuole la non controindicazione soprattutto delle istituzioni più rilevanti, e Maroni era allora presidente della Regione Lombardia”. E quella frase di Isabella Votino? Perché dice al telefono a una sua amica che loro hanno sponsorizzato Tronca e che l’avevano nominato prima anche a Capo del dipartimento dei Vigili del fuoco? “Io sono stato nominato capo dipartimento da Maroni e fu un gradito fulmine a ciel sereno: da prefetto di Brescia diventavo capo dipartimento dei vigili del fuoco. C’è una spiegazione però. Io – prosegue Tronca – mi ero occupato di Protezione civile anche da funzionario alla Prefettura di Milano. Ho gestito il coordinamento dell’incidente di Linate nel 2001 e in quel frangente ho conosciuto l’allora ministro dell’interno Maroni però non ho mai chiesto una raccomandazione anche perché non avevo particolari rapporti”. Allora perché chiede a Votino di “continuare a seguire la vicenda” della nomina a prefetto? Perché la invita a Roma per la festa del 2 giugno del 2013? “Probabilmente volevo che mi tenesse informato visto che Maroni avrebbe saputo come finiva. Mentre escludo categoricamente di avere chiesto alla Votino una raccomandazione. Comunque io sono stato nominato dal ministro Alfano”. Da Il Fatto Quotidiano del 08/12/2015.

LA STRAGE DI STATO ED IL SUICIDIO DI STATO: IL RAPIDO 904, PIAZZA FONTANA E GIUSEPPE PINELLI.

Rapido 904, 31 anni fa la strage. Storia, immagini, testimoni. Il 23 dicembre 1984 una bomba sul treno Napoli-Milano esplode in galleria nei pressi di S. Benedetto Val di Sambro. I morti sono 17, i feriti 267, scrive il 23 dicembre 2015 Edoardo Frittoli su “Panorama”. L'anno scorso, a trent'anni esatti dalla "Strage di Natale", che segnò il passaggio dal terrorismo eversivo alla guerra di mafia degli anni '80-'90, la storia e le testimonianze dei sopravvissuti e dei soccorritori sono state raccolte in un progetto di crowdfunding promosso dal fotografo e documentarista Martino Lombezzi e dall'Associazione tra i familiari delle vittime della Strage del rapido 904. L'obiettivo del progetto è il finanziamento di un documentario di circa 50 minuti sui tragici eventi del 23 dicembre 1984 con le testimonianze di chi quella sera era sul rapido e di chi fu chiamato a intervenire per i soccorsi alle vittime di una strage quasi dimenticata. Avvenuta nello stesso tratto di binari dove 10 anni prima si era consumata la strage del treno "Italicus".

Castiglione dei Pepoli (BO). Vigili del Fuoco. Ore 19,15 del 23 dicembre 1984. È una sera fredda e umida quella dell'antivigilia di Natale del 1984. Il telefono della caserma dei Vigili del Fuoco di Castiglione dei Pepoli, paese dell'Appennino Tosco-emiliano, squilla. Dall'altro capo del telefono è la centrale operativa del 115 di Bologna. Chiedono l'intervento del distaccamento per uno scoppio nella galleria ferroviaria dell'Appennino, la Direttissima. Pochi istanti dopo il comandante Gianpaolo Bacchetti raduna gli uomini della sua squadra, i primi sette. Dà poi disposizioni a una seconda squadra di altri sette pompieri di prepararsi per una seconda uscita sulle Fiat Campagnola. I vigili del fuoco avviano l'autopompa, la radio gracchia e in pochi istanti i lampeggianti blu invadono il cielo scuro dell'Appennino. La strada per raggiungere la galleria ferroviaria dalla stazione di San Benedetto Val di Sambro è lunga. Circa 13 chilometri. Ma il mezzo corre e arriva all'imbocco della galleria quando la piccola la stazione è ancora deserta. Nel filmato seguente, realizzato da Martino Lombezzi, il comandante Bacchetti e i membri della sua squadra raccontano la loro esperienza di soccorritori della "Strage di Natale".

Galleria "Direttissima" dell'Appennino. Località Vernio. Ore 19,06 del 23 dicembre 1984. Il treno rapido 904 era in servizio, il 23 dicembre 1984, sulla tratta Napoli-Milano. Si muove dal binario 11 poco dopo mezzogiorno dalla stazione di Napoli Centrale, gremito di passeggeri in viaggio per le festività natalizie. ll percorso fino a Firenze prosegue secondo la tabella di marcia. Durante la sosta alla stazione di S.Maria Novella, qualcuno posa due pesanti valigie sulla griglia portabagagli della carrozza 9. Poi il treno riparte. Intorno alle 19 il convoglio imbocca la galleria ferroviaria più lunga d'Europa. Sono 18 km nel ventre dell'Appennino e il treno 904 è inghiottito a tutta velocità dalla galleria inaugurata nel 1934, nota come la "Direttissima". Giunto in località Vernio, alle 19,06 il treno deflagra per l'esplosione degli ordigni ad alto potenziale contenuti nelle due valige della carrozza 9, innescate da un telecomando. E' l'inferno. Il treno devastato dalla carica esplosiva piomba nel buio della galleria, tutti i finestrini esplodono, la linea elettrica è interrotta. Dopo attimi di silenzio surreale iniziano i lamenti e le urla strazianti dei feriti più gravi e dei passeggeri che cercano i propri parenti e amici in stato di shock. Il treno è fermo a 8 km. Dall'imbocco Sud e a 10 dall'uscita in direzione di Bologna. Il primo a dare l'allarme e prestare la prima assistenza ai feriti è il controllore Gian Claudio Bianconcini, alla luce fioca dei neon di emergenza della galleria, che presto si esauriranno. I feriti meno gravi cominciano ad avviarsi a piedi verso l'uscita Nord. A metà del tunnel i superstiti trovano la stazione intermedia chiamata "Precedenze", dove il marciapiedi diviene più largo. Nel frattempo i pompieri di Bacchetti percorrono a piedi il tunnel lungo lo stretto marciapiedi reso scivoloso dall'umidità e attorno alle 20,20 incontrano i primi superstiti sconvolti. A quel punto da San Benedetto arriva un piccolo carrello di servizio delle FS che si inoltra verso il convoglio e dove poco dopo caricherà i feriti più gravi verso l'uscita nord. Pochi minuti dopo, quando l'aria è già irrespirabile per gli effetti dell'esplosione, un locomotore diesel aggancia due carrozze sulle quali vengono fatti salire i feriti più lievi, che sbucano dalla galleria attorno alle 21,15. A San Benedetto li attendono le ambulanze di Bologna Soccorso, la centrale operativa che diventerà il primo nucleo del 118 in Italia. Nella galleria, restano i morti. Sono 16, divenuti poi 17 per un decesso successivo. Ci sono anche due bambini. Quando il resto del convoglio è trainato fino a San Benedetto Val di Sambro, dal cielo cade la prima neve.

23 dicembre 2014: La voce dei sopravvissuti. Il progetto sulla Strage di Natale, raccoglie le testimonianze dei superstiti dell'attentato di 30 anni fa. Ecco alcuni estratti raccolti da Martino Lombezzi.

Antonio Calabrò, uno dei feriti più gravi del rapido 904, ricorda il suo stato di incoscienza dopo il ricovero. “Mi sentivo benissimo, come se dovessi andare ad una festa, come quando un fidanzato va al primo appuntamento con la fidanzata, bellissimo, leggero, in perfetta forma, e mi sembrava come di galleggiare, e mi rendevo conto come se non avessi limiti, potevo andare dappertutto (…) ho visto delle persone, delle donne, con la mascherina, il vestito verde, e stavano tagliando degli abiti, degli abiti a qualcuno, e quindi mi incuriosii: “ah, ma chi è questo poverino?” ah ma io devo andarmene. Non devo perdere tempo, sto così bene. Ma vediamo un attimo chi è questo, forse non sta bene, stanno tagliando gli abiti, così vado a vedere e ho detto cavolo, ma quello sono io!”

Filomena Albanese parla insieme al marito Mariano, era in viaggio con lui, giovani, appena sposati. “Appena sposati, da poco, organizzammo un viaggio per sfuggire, tra virgolette, dal bradisismo. Perché lui aveva preso un esaurimento nervoso. Era il periodo del bradisismo e a Pozzuoli si ballava, così decidiamo di andare a passare il natale con i fratelli a Milano. …questo rumore... non me la ricordo neanche l’esplosione. Mi ricordo solo questo fuoco che entrava dai finestrini rotti. E quindi non capivamo se avevamo avuto un incidente, se ci eravamo scontrati con un altro treno. Pensavo un incidente, forse. Poi dopo un bel po’ il treno riesce a fermarsi e ovviamente nel buio ci siamo catapultati, senza pensare, che dall’altro lato potesse arrivare l’altro treno. E ci siamo buttati dalle porte sventrate del treno. E lì poi c’era questo capotreno, che ci urlava di non scendere e di stare attenti perché sui binari c’erano pezzi di corpi." “Poi da lì cambia tutta la nostra vita. Da quel momento cambia tutto. Praticamente cambia lo stile di vita, cambia il modo di pensare, cambia la tua sicurezza perché tutto ti fa paura, ogni piccola cosa, ogni rumore ti dà fastidio. Per esempio mi ritrovo adesso che ho 54 anni quasi, che non posso neanche sentire una sirena, un bimbo che piange, perché non tanto io, ma mio marito dà in escandescenza, non riesce proprio a sopportare nessun tipo di rumore più. Quindi anche in casa, anche se c’è una festa, diventa…ecco.. non riesci più a sentire un volume alto. O di voce o di radio o una sirena o un’ambulanza, qualsiasi rumore lui non lo tollera”

Cinzia D’Esposito. Studentessa, viaggia da sola verso Milano. "Io all’epoca avevo 24 anni, studiavo ancora e stavo per laurearmi in architettura. Tutto mi cadeva addosso, il buio, all’improvviso si spense tutto, e l’unica cosa che tutti potevano fare era urlare, insomma un macello totale. Riuscimmo comunque, una volta resici conto che alcuni di noi potevano stare all’impiedi, seguendo le urla, seguendo un flusso generale di urla, riuscimmo a capire che potevamo scendere dal treno, scendere dalla carrozza, e questo tra le macerie, passando sopra ferro vetri, i vetri che ci avevano colpito, passando sopra tutte queste cose, come trasportati, senza essere coscienti di niente. Non penso di averla fatta coscientemente quest’operazione di scendere o vedere o dove mettere i piedi per andare, di questo assolutamente sono convinta, proprio come uno viene trascinato da un’onda. Subito ci rendemmo conto che c’era qualcuno che non rispondeva più, che stava male, che perdeva sangue, io stessa perdevo molto sangue dalla testa, da dietro l’orecchio sinistro avevo questa grossa ferita, e ferite in faccia, però nessuno vedeva e io non vedevo gli altri. Noi siamo stati in galleria alcune ore, su questo bordo della galleria, con le persone ferite, che cercavano di passare, questo fumo e questa distruzione attorno, le urla di questa signora che chiamava la figlia, in questa situazione siamo stati alcune ore, poi finalmente ci portarono, se non mi sbaglio con una carrozza di prima classe, fuori dalla galleria. Come entrai in quello che doveva essere forse la biglietteria delle stazione di San Benedetto Val di Sambro allestita ad infermeria, come entrai così uscii, perché vidi che in questa situazione di emergenza c’erano persone distese, persone gravissime proprio. Persone con flebo, fiumi e fiumi di sangue, allora io me ne andai. Quando la carcassa del rapido 904 giace alla stazione di S.Benedetto, arrivano le prime, contradditorie rivendicazioni ai giornali e alle agenzie di stampa. Alle 22,25 una telefonata a "Paese Sera" indica gli autori della strage nel nucleo terroristico di estrema destra "Ordine Nuovo". Poco dopo le 23 alla redazione de "Il Giorno" è la volta della "Rosa dei Venti". All'Ansa di Genova la voce anonima indica come responsabili i neofascisti di "Terza Posizione". Al "Messaggero" di Roma si indicano i NAR, i "Nuclei Armati Rivoluzionari". 

In realtà queste false rivendicazioni avevano lo scopo di depistare e di ribadire una presunta recrudescenza dei protagonisti degli anni di piombo e della "strategia della tensione". Lo Stato era avvisato, la violenza eversiva non era vinta. Le indagini portarono in realtà a responsabilità diverse e composite. L'arresto del mafioso palermitano Giuseppe Calò avvenuto per altri motivi 4 mesi dopo la strage del rapido 904, misero in luce i veri responsabili, riconducibili principalmente a Cosa Nostra, alla Camorra, ad alcuni esponenti della banda della Magliana, alla loggia P2 e alle frange neofasciste. Nel covo di Pippo Calò e del complice Guido Cercola furono ritrovate apparecchiature elettriche ed esplosivo compatibili con la strage del 23 dicembre. A fornire il detonatore a distanza sarebbe stato il tedesco Friedrich Schaundin. Al maxiprocesso di Palermo dinnanzi al giudice Giovanni Falcone, le trame che portavano ai mandanti dell'attentato apparvero chiaramente dopo le deposizioni del 1985. Fu coinvolto anche un boss della camorra, Giuseppe Misso, noto come il "boss del Rione Sanità". Le condanne per Calò e Cercola sono di ergastolo. Quest'ultimo si suiciderà in carcere nel 2005. Durante le indagini emergerà la responsabilità di un politico, il parlamentare dell'MSI Massimo Abbatangelo. Questi avrebbe fatto da tramite per la consegna dell'esplosivo agli attentatori e condannato a 6 anni di reclusione. Nell'aprile 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss dei Casalesi Totò Riina come mandante della strage del treno 904. Il processo si è aperto a Firenze il 25 novembre 2014. E 'tuttora in corso. 

L'ELENCO DELLE VITTIME

Giovanbattista Altobelli (51)

Anna Maria Brandi (26)

Angela Calvanese in De Simone (33)

Anna De Simone (9)

Giovanni De Simone (4)

Nicola De Simone (40)

Susanna Cavalli (22)

Lucia Cerrato (66)

Pier Francesco Leoni (23)

Luisella Matarazzo (25)

Carmine Moccia (30)

Valeria Moratello (22)

Maria Luigia Morini (45)

Federica Taglialatela (12)

Abramo Vastarella (29)

Gioacchino Taglialatela (50 successivamente)

Giovanni Calabrò (67 successivamente)

31 anni fa la strage del Rapido di Natale. Il colpo di coda degli anni di piombo, scrive “Il Corriere della Sera” del 23 dicembre 2015. 23 Dicembre 1984: il Rapido 904 parte dalla stazione centrale di Napoli diretto a Milano, carico di passeggeri che si spostano per le feste natalizie. Il treno percorre lo stesso tratto segnato da una tragedia simile 10 anni prima, il 4 agosto del 1974, quando il treno Italicus esplose poco prima dell’ingresso nella galleria appenninica di San Benedetto Val di Sambro. La storia si ripete, ma questa volta gli attentatori attendono che il convoglio raggiunga il centro della galleria per massimizzare gli effetti dell’ordigno esplosivo. Moriranno 16 persone, oltre ai quasi 300 feriti, tra passeggeri e personale del convoglio, e la tragedia del Rapido 904 verrà identificata dalla Commissione Stragi come il momento di passaggio tra il terrorismo eversivo e la guerra di mafia degli anni ’80 e ’90. Alle 19.08 il treno è colpito da un’esplosione violentissima mentre percorre a circa 150 km orari la galleria detta “direttissima” inaugurata nel 1934, 18 km nel ventre dell’Appennino, la più lunga d’Europa. Si scoprirà poi che durante la sosta nella stazione fiorentina di Santa Maria Novella, qualcuno ha posato due valigie all’interno della Carrozza 9: sono cariche di ordigni ad alto potenziale che vengono azionati a distanza da un telecomando. Il centro del convoglio viene devastato, la linea elettrica è interrotta, tra i passeggeri è il panico, e dopo qualche secondo di silenzio scoppiano le urla e i lamenti dei feriti. Nella foto l’ingresso sud della galleria. Viene subito attivato il freno di emergenza, fermando il treno a 8 km dall’ingresso sud e 10 da quello nord, e allo shock dei passeggeri si aggiunge il freddo dell’inverno appenninico. Il controllore Gian Claudio Bianconcini, al suo ultimo viaggio in servizio, chiama i soccorsi da un telefono di servizio presente in galleria e, sebbene ferito, sopravvive all’esplosione. Immediatamente viene predisposto un piano di emergenza dalla centrale di Bologna, ma i soccorsi hanno molte difficoltà a raggiungere il luogo dell’esplosione: la linea elettrica è saltata e la tratta è rimasta isolata, mentre il fumo della deflagrazione blocca l’accesso sud della galleria dove si concentra inizialmente l’intervento delle squadre di emergenza. Nella foto i primi soccorsi. I primi soccorritori giunti sul posto racconteranno di aver trovato uno scenario spettrale, avvolto in un fortissimo odore di polvere da sparo. Sarà proprio il controllore Bianconcini a organizzare i primi soccorsi con l’aiuto di alcuni colleghi e passeggeri, nonostante il freddo e il buio, dato che i neon di emergenza della galleria, isolata elettricamente, avevano poca autonomia. Al personale del treno verranno poi conferiti un Encomio Solenne e una medaglia d’oro. Per agganciare le carrozze di testa rimaste intatte e per caricare i feriti viene impiegata una locomotiva diesel, guidata a vista nel tunnel, ma nel gruppo di soccorsi è stato inviato un solo medico. I feriti vengono quindi portati alla stazione di San Benedetto e dopo aver ricevuto le prime cure, i più gravi sono trasportati a Bologna da una quindicina di ambulanze che viaggiano scortate da polizia e carabinieri. I soccorsi ai feriti leggeri dureranno fino alle cinque del mattino. Viene allestito rapidamente un ponte radio e la Società Autostrade mette a disposizione un casello riservato per il servizio di emergenza. Il piano dei soccorsi allestito quella notte è il frutto delle misure predisposte dopo la Strage dell’Italicus di dieci anni prima e questa operazione sarà la prima sperimentazione del sistema centralizzato a Bologna per la gestione delle emergenze. Nonostante le condizioni ambientali estremamente avverse, l’operato dei soccorritori fu ammirevole per l’efficienza dimostrata, tanto che poco dopo il servizio centralizzato di Bologna divenne il primo nucleo attivo del servizio di emergenza 118. Alla grande abilità e organizzazione delle forze dell’ordine e dei soccorritori si aggiunse anche una certa fortuna: cominciò a nevicare solo dopo la conclusione delle operazioni di trasporto, e il vento soffiò via i fumi dell’esplosione verso sud, rendendo più facile l’accesso alla galleria. Nella foto un ferito con un regalo di Natale. All’alba la tragedia appare in tutta la sua gravità: ecco cosa resta delle carrozze colpite dall’esplosione. Questi i nomi e le età delle vittime: Giovanbattista Altobelli (51 anni), Anna Maria Brandi (26), Angela Calvanese (33), Anna De Simone (9), Giovanni De Simone (4), Nicola De Simone (40), Susanna Cavalli (22), Lucia Cerrato (66), Pier Francesco Leoni (23), Luisella Matarazzo (25), Carmine Moccia (30), Valeria Moratello (22), Maria Luigia Morini (45), Federica Taglialatela (12), Abramo Vastarella (29) e due persone che moriranno in seguito a causa delle ferite riportate: Gioacchino Taglialatela e Giovanni Calabrò. La manifestazione in Piazza Maggiore a Bologna all’indomani della strage. Anche a Milano la gente scende in strada all’indomani della strage di Natale; nella foto alcune personalità durante il corteo: da destra Franco Cervetti, Barbara Pollastrini, Luigi Corbani e Antonio Pizzinato, 24 dicembre 1984. La Procura della Repubblica di Bologna predispone una perizia chimico-balistica per capire le dinamiche dell’esplosione e analizzare il materiale utilizzato. Poco dopo un testimone afferma di aver visto una persona sistemare due borsoni sulla carrozza 9 durante la sosta a Firenze, motivo per cui l’inchiesta passa alla Procura della Repubblica del capoluogo toscano. Nel marzo del 1985 vengono arrestati a Roma, per reati legati al traffico di droga, Guido Cercola e il pregiudicato Giuseppe Calò, noto mafioso palermitano. Nel covo dei due arrestati, in un edificio rustico presso Rieti, verranno rinvenuti, oltre ad alcuni chili di eroina, un apparato ricetrasmittente, delle batterie, antenne, cavi, armi ed esplosivi. Le perizie condotte dimostreranno che l’esplosivo trovato nel covo ha la stessa composizione di quello usato nell’attentato del Rapido 904. Il 9 gennaio del 1986, il Pubblico Ministero Pierluigi Vigna imputa formalmente la strage a Calò e a Cercola, motivando la decisione con queste parole: « ...con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata, che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura, per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato». Dalle indagini emergono dei rapporti tra Cercola e un tedesco, Friedrich Schaudinn, che sarebbe stato incaricato di produrre alcuni dispositivi elettronici da usarsi per attentati, trovati poi nell’abitazione di Pippo Calò. Vengono a galla diverse linee di collegamento tra Calò, mafia, camorra napoletana, gli ambienti del terrorismo eversivo neofascista, la Loggia P2 e persino la Banda della Magliana. Rapporti su cui faranno luce le dichiarazioni di personaggi al centro di altre inchieste, tra cui Cristiano e Valerio Fioravanti, Massimo Carminati e Walter Sordi. Le deposizioni che spiegano i legami tra questi distinti ambienti della criminalità emergono più chiaramente al maxiprocesso contro la mafia dell’8 novembre 1985, di fronte al giudice istruttore Giovanni Falcone. La Corte di Assise di Firenze il 25 febbraio 1989 commina la pena dell’ergastolo con l’accusa di strage a Pippo Calò, Cercola e ad altri personaggi legati ai due: Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi e Giuseppe Misso (nella foto durante il processo). Inoltre, la Corte decreta 28 anni di detenzione per Franco Di Agostino e 25 per il tedesco Schaudinn, più una serie di altre pene ad altri personaggi emersi dall’inchiesta, per il reato di banda armata. Gli ergastoli saranno poi confermati in Assise nel marzo 1990, mentre Misso, Pirozzi e Galeota verranno assolti per il reato di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo e Schaudinn sarà assolto dal reato di banda armata, ma condannato a 22 anni per la strage. Tutto viene ribaltato l’anno successivo dalla Cassazione presieduta dal giudice Corrado Carnevale, provocando l’ira del sostituto Procuratore generale Antonino Scopelliti, il magistrato poi ucciso dalla mafia, che aveva chiesto la conferma degli ergastoli per Pippo Calò e Guido Cercola. Viene comunque disposto un nuovo giudizio dinnanzi ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Firenze. Quest’ultima sentenza arriva il 14 marzo del marzo 1992, confermando gli ergastoli per Calò e Cercola, 24 anni per Di Agostino e 22 per Schaudinn. La condanna di Misso viene commutata a tre soli anni per detenzione di esplosivo, mentre quelle di Galeota e Pirozzi sono ridotte a un anno e sei mesi: tutti e tre assolti dai reati di strage. Un corteo di protesta a Bologna.  Quello stesso giorno, Galeota e Pirozzi (nella foto segnaletica), insieme alle rispettive mogli, fanno ritorno a Napoli e subiscono un agguato: la loro auto viene speronata e mandata fuori strada da alcuni killer della camorra che li seguono sull’autostrada A1. I killer lasciano sul terreno i corpi di Galeota e di sua moglie, mentre Giulio Pirozzi e la moglie riescono a sfuggire a una vera e propria esecuzione di camorra, che getta una luce ancora più sinistra sulla vicenda della strage di Natale. L’altro protagonista della vicenda, Guido Cercola, si suiciderà nel 2005 nel carcere di Sulmona, soffocandosi con i lacci delle scarpe. La sentenza riconoscerà infine la “matrice terroristico-mafiosa” dell’attentato, mentre alle famiglie delle vittime che hanno fatto ricorso in Cassazione toccherà un’ingiusta sconfitta e l’amara beffa di dover pagare le spese processuali. Nella foto la mostra fotografica “Per non dimenticare”, allestita nella stazione di Bologna in ricordo della strage di Natale.  Il 27 aprile 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emette un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso Toto Riina come mandante della strage. All’apertura del processo, il 25 novembre 2014, la Direzione Distrettuale Antimafia napoletana inserirà l’attentato in un disegno strategico per far apparire l’attentato come un fatto politico e come risposta al maxi processo a Cosa Nostra. Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti. Dalla vicenda processuale del Rapido 904 andata avanti per 5 lunghi giudizi, emerge un quadro inquietante in cui, alla strategia eversiva di destra, si lega la manovalanza mafiosa e camorristica che organizza ed esegue con meticolosa “professionalità” la strage. Nella foto la testimonianza di Rosaria Manzo, presidente dell’Associazione familiari delle vittime del Rapido 904, nell’aula di Montecitorio durante la celebrazione del “Giorno della memoria”, dedicato alle vittime del terrorismo, il 9 maggio 2014. Il 14 aprile 2015 Riina viene assolto per mancanza di prove: la sentenza sconfessa la tesi dell’accusa secondo cui sarebbe stato il «determinatore» della strage.

31 anni dopo la strage di Natale, Rosaria: “Devo ricordare”, scrive Gigi Marcucci il 23 dicembre 2015 su “Consumatrici”. “L’assoluzione di Totò Riina? Leggeremo le motivazioni della sentenza, noi non abbiamo mai cercato un colpevole, ma il colpevole”. E la ricerca, quando si sale ai piani alti di una strategia eversiva non è mai semplice, nemmeno dopo 31 anni, nemmeno a tanta distanza da quel 23 dicembre 1984. Se si sapesse, al di là di ogni ragionevole dubbio, chi ha dato l’ordine di mettere una bomba su un treno, si saprebbe anche perché l’ha fatto, quali erano i suoi referenti politici e cosa sperassero di guadagnare, se i mandanti avessero semplicemente intenzione di distogliere l’attenzione degli inquirenti dalle operazioni sempre più complesse della mafia imprenditrice, se invece mirassero a destabilizzare il sistema politico, o avessero a cuore tutti e due gli obiettivi. La strategia del terrore indiscriminato. La bomba esplose il 23 dicembre 1984, uccise 16 persone, ne ferì 267, lasciò tracce indelebili in centinaia di vite. La chiamarono la strage di Natale, perché anche questa volta lo scoppio doveva falciare a caso e nulla è più casuale della folla che riempie una stazione o un vagone ferroviario. L’obiettivo è fare in modo che tutti pensino o dicano: “Lì potevo esserci io”. Uccidere senza ragioni apparenti è la scorciatoia di chi vuole seminare il terrore. Sul treno c’era suo padre, il secondo macchinista. Era successo quattro anni prima, alla stazione di Bologna (85 morti e oltre 200 feriti), dieci anni prima sul treno Italicus (12 morti, 48 feriti). Successe anche sul rapido 904, diretto da Napoli a Milano, carico di gente che tornava a casa per le vacanze o andava a trovare i parenti. Rosaria Manzo, poco più di 30 anni, madre di una bimba, quella storia l’ha solo sentita raccontare, ma oggi è la presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime del rapido 904, che si batte perché anche le ultime zone d’ombra vengano illuminate. Su quel treno c’era suo padre, come secondo macchinista. Rimase ferito e fino a pochi anni fa ha rifiutato di occuparsi di quella vicenda. Non voleva ricordare né essere ricordato: una reazione frequente in chi rimane vittima di una violenza apparentemente inspiegabile. Poi le spiegazioni, con le dichiarazioni di collaboratori di giustizia del calibro di Leonardo Messina, cominciarono ad arrivare. E della strage, nel novembre del 2012, cominciò a occuparsi anche la figlia Rosaria. “Per chi c’era, ci sono immagini che non potranno mai essere dimenticate e magari la tentazione di rifugiarsi nel silenzio. Il fatto di essere donna mi aiuta ad affrontare i problemi con una delicatezza diversa, soprattutto nel rapporto con i familiari di chi non c’è più. Una spiegazione di quanto è accaduto non ce la daranno mai, perché niente può spiegare razionalmente una cosa del genere”. E allora una spiegazione bisogna cercarla. Possibilmente senza scaricare su una persona sola la responsabilità di un’azione che ha richiesto elaborazioni complesse, contatti inconfessabili tra organizzazioni criminali e spezzoni dello Stato, menti più raffinate di quelle di un mafioso latitante. Anche se questo mafioso si chiama Totò Riina, già capo dei capi di Cosa nostra, recentemente assolto dall’accusa di essere stato il mandante della strage. “Non cerchiamo un capro espiatorio ma i responsabili, che secondo me possono essere trovati nel punto in cui si incrociano mafia e eversione di destra”. Una pista che spesso ha trovato conferme impensabili nelle varie fasi del terrorismo di matrice mafiosa. Uno dei casi più clamorosi è la presenza di un ordinovista, Pietro Rampulla, nel commando che minò un pezzo di autostrada per uccidere il giudice Giovanni Falcone. Per la strage del rapido 904 sono stati già condannati con sentenza definitiva camorristi e un mafioso di rango come Pippo Calò, capo mandamento della famiglia di Porta Nuova e, ciò che più conta, punto di raccordo tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli della Banda della Magliana, l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn. Alcuni imputati, come l’ex deputato missino Massimo Abbatangelo, hanno visto l’accusa di strage derubricata in quella di detenzione di esplosivo. Recentemente lo stesso Abbatangelo ha respinto, in un’intervista, anche quest’ultima accusa. “Io non dico che c’entri lui personalmente”, spiega Rosaria Manzo, “ma bisogna ancora capire da dove veniva quell’esplosivo e a chi era diretto”. Solo le risposte a questi interrogativi possono sciogliere il grumo di paura che toglie fiducia nel futuro, blocca il flusso dei ricordi, strozza la voce nella gola dei superstiti. Intanto il tempo passa, i testimoni invecchiano o scompaiono. Anche per questo o forse soprattutto per questo, Rosaria Manzo ha deciso di non stare a guardare e di iniziare a combattere contro il tempo e l’oblio. Per riempire il vuoto tra chi ha visto più di quanto sia umanamente possibile sopportare e chi di quella strage non sa nulla. “Questo è un compito che ora tocca ai giovani”, spiega, “e io ho deciso di non tirarmi indietro”.

A 46 anni dalla strage di Piazza Fontana, scrive Nicola Tranfaglia su “Antimafia Duemila” il 13 dicembre 2015. Ventidue anni fa, nel settembre 1993, ebbi tra le mani perché l'editore romano Coletti me lo aveva spedito un libretto intitolato il Memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano a cura di Francesco M. Biscione, uno studioso che, alcuni anni dopo, avrebbe scritto un libro che io considero ormai il migliore sullo statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse pubblicato l'anno scorso dalle edizioni Kaos. (S. Flamigni, "Patto di omertà, Il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro. I silenzi e le menzogne della versione brigatista." Ebbene in quel memoriale, riportato parzialmente anche nella relazione presentata da Giovanni Pellegrino a conclusione dei lavori della Commissione Stragi due anni dopo, Aldo Moro dice a proposito della strage di Piazza Fontana presso la Banca nazionale dell'Agricoltura, avvenuta il 12 dicembre 1969 nella ex capitale lombarda, frasi significative che voglio citare prima di rievocare, sia pure brevemente, quei tragici avvenimenti." Moro scrive a pagina 53 in quel Memoriale: "Io però, personalmente e intuitivamente, non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (e manifestare) almeno come solida ipotesi che questi ed altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra ed avessero l'obbiettivo di scatenare un'offensiva di terrore indiscriminato (tale è proprio la caratteristica della reazione di destra) allo scopo di bloccare certi sviluppi evidenti che si erano fatti evidenti a partire dall'autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere." Quella strage possiamo dirlo oggi con certezza fu la "madre di tutte le stragi successive", fece esplodere un chilogrammo di tritolo e provocò 17 morti e 88 feriti. A Roma ci furono 16 feriti: una alla banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due all'Altare della Patria in piazza Venezia. Da Milano il prefetto Libero Mazza, su segnalazione dell'Ufficio Affari Riservato del Viminale diretto allora da Luigi D'Amato, avvertì il presidente del Consiglio dei Ministri, Mariano Rumor: "L'ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi." La sera stessa intervistato da Tv7 Indro Montanelli espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici per varie ragioni e vent'anni dopo ribadì quella tesi affermando: "Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni. Prima di tutto, forse per una specie di istinto, di intuizione ma poi perché conosco gli anarchici: gli anarchici non sono alieni dalla violenza ma la usano in altro modo: non sparano mai nel dubbio, non sparano mai nascondendo la mano. Quindi, quell'infame attentato non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico ma non apparteneva certamente alla vera categoria che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa...". A quell'avvenimento tragico si legano la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli che non è mai stato chiarito dalla magistratura e che ancora oggi è difficile se non impossibile ritenere sia stato un suicidio perché l'anarchico aveva un alibi fondato e perché sapeva di essere innocente. In seguito, o meglio il 17 maggio 1972, a lungo considerato da una parte dei media come il possibile autore della morte di Pinelli, il commissario Luigi Calabresi venne ucciso da militanti di estrema sinistra, gli stessi che avrebbero fondato il movimento terroristico di Prima Linea. E tuttavia, a 46 anni dai fatti, è il caso di ricordare che la pagina di storia che parte da piazza Fontana e prosegue con la nascita e le imprese di terrorismi di opposto colore (dai Nar alle Brigate Rosse e a Prima Linea) attende sul piano giudiziario, come su quello storico, una ricostruzione che è ancora difficile, se non impossibile, compiere.

Si riportano alcuni brani del capitolo contenuto nel libro “La Strage di Stato”. "Come' è morto Giuseppe Pinelli

E' circa la mezzanotte di lunedì 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano. Giunto nell' atrio dell'ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. E' indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimanere ancora qualche minuto, fare un attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno li' di fronte a lui, dall'altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa già che nella mattina e' stato arrestato un anarchico di nome Valpreda; c'entrerà davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell'ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdì delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori. L'uomo, Aldo Palumbo, cronista dell'Unità di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed è un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per metà sul selciato del cortile, per metà sulla terra soffice dell'aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l'allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui è uscito. La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell'incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio è avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a "circa mezzanotte", poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: "Pinelli è morto alle ore undici e 57 minuti del lunedì notte 15 dicembre". Ai primi di Febbraio, dall'inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dalla questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l'intervento di una autoambulanza, è stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si può stabilire con certezza l'attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si è trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l'orologio quando avviene un incidente del genere? E' un fatto però che nel frattempo sono successe due cose strane. Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che è la magistratura, e non la polizia, che si occupa dell'inchiesta sulla morte di Pinelli? Perchè preoccuparsi tanto dell'orario di chiamata dell'ambulanza se le cose si sono svolte così come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra. Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si è avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno è entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato nè le tredicimila lire che erano in una borsa, che pure devono aver visto poichè la borsa è stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un'altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu vicino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si è trattato di un avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase. Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell'anarchico morto suicida. In realtà ce ne sono molti altri, e sono questi. Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell'ufficio politico; non si è dato quindi nessuno slancio. Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioè nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemmeno quella di portare le mani a proteggersi durante la "scivolata". La polizia fornisce nell'arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perchè è scivolato lungo il muro. Ma questa versione è stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l'ultima, la più credibile, fornita in "esclusiva" il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottoufficiali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo "cercò di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida" I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l'allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi. Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando "E' la fine dell'anarchia". Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto. Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia è esplosa nel corso di un interrogatorio che si svolgeva in una atmosfera del tutto legittima, civile e tranquilla, con scambio di sigarette ed altre delicatezze del genere. L'anarchico Paquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe ed il lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza: "Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perchè parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all'ufficio di Pagnozzi (un'altro commissario, come Calabresi, dell'ufficio politico: n.d.r.); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un'altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso, mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffè, ed abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto "Pino, perchè ce l'hanno con noi?" e lui molto amareggiato mi ha detto: "si, ce l'hanno con me". Sempre nella stessa serata del lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse, mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione. Dopo un po', verso le 11, 30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa ed ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po' di tempo c'è stato il cambio della guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando "si è gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno ance detto che hanno cercato di trattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioè la stessa caduta di Pinelli n.d.r) Calabresi non è' assolutamente passato per quel pezzo di corridoio". Dunque l'ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non è stato così tranquillo come si è cercato di far credere, ed è falso anche che al momento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perchè queste menzogne? La risposta può essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti. "Quando l'anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione dell'ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza, aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere provocato da ragioni organiche (cioè il gran colpo dell'impatto con il terreno o qualcos'altro) oppure psicologiche (cioè lo stato di tensione precedente alla caduta, ma questa sembra un'eventualità meno valida.) Il particolare che stupì i medici fu che il corpo, almeno da un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna ne perdeva sangue dalle orecchie e dal naso, come avrebbe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente la testa. Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un'altra domanda in chi non ha mai voluto credere nella versione del suicidio: se è vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all'altezza del collo, quale si sarebbe potuta produrre battendo al suolo il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano ne volto e testa non presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi ad una seconda domanda: non è possibile che quella lesione al collo fosse stata provocate prima della caduta? Come e da cosa non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia quella antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come Karatè. Fossero stati interrogati, quei due medici (che hanno prestato cure a Pinelli morente n.d.r.) avrebbero potuto raccontare un altro episodio. Quella notte del 16 Dicembre, nell'atrio del Fatebenefratelli regnava una grande confusione. Si era trasferito tutto lo stato maggiore della polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era presente anche all'interno della sala di rianimazione dove i due medici tentavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli, tranquillo, silenziose, non molto turbato dalla vista dell'operazione di intubazione orotracheale e di ventilazione con il pallone di Ambù alla quale l'anarchico veniva sottoposto, un poliziotto in borghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo all'occhiello della giacca, non si allontanò neanche per un attimo dal lettino dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo(...) Chi gli ha dato l'ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorità che non è tollerato negli ospedali? E perchè è entrato, cosa pensava o temeva che Pinelli potesse dire prima di morire?" I risultati dell'autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. I due medici - Gilberto Bontani e Nazareno Fiorenzano - che hanno tentato di salvare Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane più tardi, e dietro istanza della moglie dell'anarchico, viene interrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui è affidata che nel mese di maggio 1970 si concluderà con un sibillino verdetto di "morte accidentale" (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito...). Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano è stato interrogato, nel palazzo di giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo ha pesantemente "avvertito" che il caso Pinelli è un caso da archiviare, e perciò è meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma cosa può aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli morente? La testimonianza che egli rilascia a un collega prima di essere interrogato dal magistrato e questa:

1) Gli infermieri che raccolsero Pinelli ebbero l'impressione che fosse già morto.

2) il massaggio cardiaco esterno fu praticato da un infermiere di nome Luciano.

3) solo eccezionalmente - e per lo più in vecchi dallo scheletro rigido - il massaggio cardiaco può produrre incrinature alle costole.

4) da quando fu raccolto, e fino alla morte Pinelli non emise nè un lamento nè una parola.

5) quando Pinelli arrivò al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non aveva più polso, pressione e respirazione. Appariva decelebrato; ma il dottor Fiorenzano non ebbe l'impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.

7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso polso e pressione. Respiro che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi ecc. confermano che (parole testuali) "si trattava di un morto cui avevano dato un po' di vita vegetativa" Rianimazione sospesa dopo 90'.

8) Il dottor Guida arrivo tre minuti dopo Pinelli. Disse al dottor Fiorenzano che non poteva fare nulla contro l'irreparabile, ebbe l'aria di scusarsi e se ne andò.

9) Il dottor Fiorenzano ignorava l'identità del ferito, che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irritò molto i poliziotti.

10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole, che si era buttato dalla finestra. Sembra ripetessero una formula."

Piazza Fontana, 46 anni dopo. Alla ricerca della verità sulla morte di Pinelli, scrive “Dire” l’11 dicembre 2015. Nel pomeriggio del 12 dicembre di 46 anni fa una bomba da 7 chili di tritolo devastò la Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano. I morti furono 17, i feriti 88. Per l’Italia iniziò una stagione di terrore. La vicenda processuale fu lunghissima e intricata. Al termine del processo, nel maggio del 2005, ai parenti delle vittime vennero addebitate le spese processuali. La Cassazione assolse i tre imputati (Delfo Zorzi come esecutore della strage, Carlo Maria Maggi come organizzatore e Giancarlo Rognoni come basista), tuttavia affermando che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo (gruppo di estrema destra di stampo neofascista) capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987 (fonte Wikipedia). Nei giorni immediatamente successivi alla strage venne fermato, tra gli altri, un ferroviere anarchico, Giuseppe Pinelli. Il 15 dicembre venne interrogato nei locali della Questura di Milano. Erano presenti diverse persone: tre sottufficiali di Polizia, un ufficiale dei Carabinieri, un agente, Antonino Allegra e il commissario Luigi Calabresi. Durante l’interrogatorio, con una dinamica mai chiarita, Pinelli volò dalla finestra del quarto piano e morì. Calabresi, vice capo dell’Ufficio politico, venne ritenuto da formazioni di estrema sinistra responsabile della morte di Pinelli. Venne ucciso in un attentato da terroristi di sinistra il 17 maggio 1972. Vennero riconosciuti responsabili alcuni esponenti di Lotta continua: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. “La strage di Piazza Fontana è stata un po’ il nostro 11 settembre. E in un momento in cui purtroppo piangiamo le vittime di Parigi, non dobbiamo dimenticare le scene terribili di distruzione e di morte della Banca dell’Agricoltura, il 12 dicembre di 46 anni fa a Milano”. Guido Salvini, il giudice che ha condotto l’ultima istruttoria su Piazza Fontana, a ‘Voci del mattino’, radio 1 Rai, nel 46esimo anniversario della strage, che provocò 17 morti e 88 feriti. “Nel giugno scorso, la corte d’assise d’appello di Brescia ha condannato per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, il capo di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi e un suo uomo, Maurizio Tramonte – ha continuato-. Io credo che si possa dunque affermare che le piste che si sono seguite nella riapertura delle indagini sia a Brescia che a Milano, fossero quelle giuste. Identici i contesti organizzativi, identici addirittura gli imputati, come Maggi. E anche se per Piazza Fontana non si è giunti a una condanna dei singoli responsabili, nelle sentenze milanesi si diceva chiaramente che l’ideazione e la commissione di quella strage erano da attribuire senza dubbio a Ordine Nuovo”. Per il magistrato si tratta di “una continuità di responsabilità, dunque, da Milano a Brescia, che nessuno può mettere in discussione, è ormai storicamente accertata, ed è il senso del nostro lavoro di quegli anni. C’è da dire poi - ha aggiunto Salvini - che il nuovo prefetto di Milano, Marangoni, ha fatto una dichiarazione coraggiosa, affermando che vuole aprire un canale di dialogo con la famiglia Pinelli. Mi sembra molto importante questa iniziativa, perché quella sera, in cui l’anarchico cadde da una finestra della Questura di Milano, nel corso di un interrogatorio, vi erano, in quella stanza, cinque persone tra carabinieri e poliziotti. Nessuno li ha mai rintracciati. Io credo sarebbe utile comunque verificare se qualcuno di essi sia ancora vivo, e capire se all’epoca, per spirito di servizio, per vincoli di fedeltà all’interno del corpo di Polizia, non disse tutto quella che poteva dire, e che adesso sarebbe utile per comprendere cosa realmente avvenne”. “Forse- ha sottolineato- non è stato un suicidio, come ci è stato raccontato, forse non è stato nemmeno omicidio volontario, come sostengono altri, ma forse si è trattato di un incidente avvenuto in seguito a pressioni o a comportamenti non corretti, da parte degli esponenti della forze dell’ordine, che a quel punto hanno visto la situazione sfuggire loro di mano. Quindi plaudo a questa iniziativa del prefetto Marangoni e la stessa famiglia Pinelli si è detta d’accordo in questa ulteriore ricerca della verità”.

Scalfari e la lettera aperta sul caso Pinelli, scrive Pietro Mancini su “Affari Italiani” Sabato, 28 novembre 2015. Secondo "Il Foglio", lo storico fondatore, Eugenio Scalfari, 91 anni, non scriverà più gli editoriali della domenica sul suo giornale. "Dal 17 gennaio prossimo, non scriverò più su "Repubblica", ha esternato, dopo essere stato informato, prima da Ezio Mauro e poi da don Carlo De Benedetti, che Mario Calabresi sarebbe arrivato a dirigere il quotidiano, che il giornalista calabrese fondò, il 14 gennaio 1976, cioè, quasi esattamente, 40 anni fa. Scalfari firmò una lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli, menzionata anche come appello (o manifesto) contro il commissario di polizia e Capo dell'Ufficio politico della Questura di Milano, Luigi Calabresi, padre di Mario. Fu un duro documento in cui numerosi politici, giornalisti e scrittori chiesero la destituzione di alcuni funzionari, ritenuti artefici di gravi omissioni e negligenze, nell'accertamento delle responsabilità sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra, mentre era in stato di fermo, presso la questura di Milano, nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, condotte dal commissario Calabresi. Il 10 giugno 1971, la lettera fu, inizialmente, sottoscritta da 10 firmatari: Mario Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccararo, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin e Mario Spinella. La lettera aperta fu pubblicata sul settimanale L'Espresso, il 13 giugno, a margine di un articolone di Camilla Cederna, intitolato Colpi di scena e colpi di karate. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli. Il titolo si ispirava all'ipotesi, emersa da alcune prime indiscrezioni sulle ferite ritrovate sul corpo di Pinelli, sostenuta da Lotta Continua e da diversi ambienti extraparlamentari, che la defenestrazione di Pinelli fosse, cioè, stata causata da un colpo di karate. Le settimane successive, il 20 e il 27 giugno, la missiva venne ripubblicata, con l'adesione di centinaia di personalità del mondo politico e intellettuale italiano, fino a giungere a 757 firme. Il linguaggio, usato nella lettera, caratteristico di quegli anni di aspri e violenti scontri ideologici, fu, particolarmente, diretto ed accusatorio, al punto che, successivamente, in tempi e modi diversi, alcuni dei firmatari rivedettero le loro posizioni. Norberto Bobbio, ad esempio, in una lettera aperta indirizzata ad Adriano Sofri, pubblicata su la Repubblica il 28 marzo 1998, parlò, apertamente, di «orrore» nel rileggere quelle parole, distinguendo, tuttavia, il merito del comunicato, sul quale non intese ritrattare, e il linguaggio. Altri, invece, come Paolo Mieli e Carlo Ripa di Meana, ritrattarono la sottoscrizione dell'appello, ritenendo che esistesse un nesso di causalità con l'omicidio del commissario Calabresi, avvenuto circa un anno dopo. Giampaolo Pansa, invece, declinò l'invito a firmare l'appello, affermando che dette «un avallo al successivo assassinio di Calabresi». Delitto, spietato, che fu commesso il 17 maggio 1972, a Milano, dinanzi alla abitazione del commissario, per mano d'un commando di due uomini, con alcuni colpi di arma da fuoco. Dopo un iter processuale, particolarmente travagliato, solo nel 1997 si giunse a una sentenza, in Corte di Cassazione, che condusse ad arresti e a condanne definitive: queste individuarono in Ovidio Bompressi e in Leonardo Marino (divenuto il "pentito", sulle cui parole si basò l'accusa) come esecutori materiali del delitto e in Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri i mandanti, stangati per il reato di concorso morale in omicidio, ma senza l'aggravante del terrorismo. I quattro appartenevano, all'epoca dell'omicidio, alla formazione extraparlamentare Lotta Continua, della quale Sofri e Pietrostefani erano stati i fondatori e, all'epoca, erano avversari del commissario Calabresi, da loro accusato della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, dopo la strage di piazza Fontana. Il 9 gennaio 2009, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza nel delitto effettivo di concorso morale in omicidio, Adriano Sofri (poco prima dell'estinzione della pena, scontata nel carcere di Pisa, avvenuta 3 anni dopo), si assunse la corresponsabilità morale dell'omicidio, per aver scritto, tra l'altro, che «Calabresi sarai suicidato» e per aver rifiutato, all'epoca, di deplorare il delitto.

Piazza Fontana, telefonata dopo 46 anni. Il prefetto alla vedova Pinelli: parliamoci, scrivono Nicola Palma e Luca Salvi il 12 dicembre 2015 su “Il Giorno” - Un primo contatto. Una telefonata di pochi minuti per instaurare un rapporto. Per sentirsi e conoscersi. In vista di un futuro incontro, che a questo punto pare avvicinarsi sempre di più. A quarantasei anni dalla morte di Giuseppe “Pino” Pinelli, ieri pomeriggio il neoprefetto di Milano Alessandro Marangoni ha chiamato Licia Rognini, ottantasettenne vedova del ferroviere anarchico precipitato il 15 dicembre 1969 in circostanze mai del tutto chiarite da una finestra della Questura, dov’era trattenuto per accertamenti relativi all’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana avvenuto tre giorni prima. E il passo del nuovo numero uno di corso Monforte, già al vertice di via Fatebenefratelli tra il 2010 e il 2012, è arrivato proprio nell’immediata vigilia dell’anniversario della strage di matrice neofascista che diede il via alla cosiddetta “strategia della tensione”. «Sì, hanno chiamato – fa sapere Claudia Pinelli, secondogenita di Pino e Licia – ma per ora non è stato fissato nessun incontro. È stato il primo contatto tra il prefetto e mia madre, in assoluto la prima volta che un questore o prefetto ci chiama in 46 anni. Un passo che non viene da noi, ma noi ci siamo. Se vorranno proporci un incontro e se durante questo incontro avranno delle cose da dirci, noi ascolteremo e poi valuteremo». Un passo importante? «Diciamo – aggiunge Claudia – che un passo importante è stato fatto quando il presidente Giorgio Napolitano ha riconosciuto mio padre come vittima innocente della strage di piazza Fontana. Dopo tutti questi anni, qualsiasi contributo alla verità e alla memoria è gradito». E la mente va alla mattina del 9 maggio 2009, quando, entrambe invitate dall’allora capo dello Stato nel Salone dei Corazzieri del Quirinale in occasione del Giorno della memoria per le vittime del terrorismo, Licia Rognini e Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi, si strinsero la mano «guardandoci negli occhi dopo 40 anni». A sei anni e mezzo da quell’incontro, la mossa del massimo rappresentante del Governo in città, il prefetto Alessandro Marangoni. Che, come preannunciato una settimana fa nella conferenza stampa di insediamento a Palazzo Diotti, ha lanciato «il segnale»: «Sono convintissimo – aveva dichiarato sabato scorso – che si debba ripensare al rapporto con la famiglia Pinelli: viviamo un momento particolare, dove ci sono spazi di discussione e confronto, dove non dobbiamo temere di aprirci, di affrontare pagine di storia». Promessa mantenuta. Marangoni ha gettato il seme, «senza pretese che la pianta cresca dopo tre giorni». Magari ce ne vorrà qualcuno in più, ma ormai il percorso è stato avviato. E certamente il gesto di distensione dell’ex vicecapo della polizia è stato apprezzato dalla signora Licia, che si sarebbe presa un po’ di tempo per riflettere. Plaude all’iniziativa il giudice Guido Salvini, che si occupò dell’inchiesta sulle trame nere dalla quale è scaturito l’ultimo processo ai presunti responsabili della morte di 17 persone e del ferimento di altre 88: «Marangoni ha fatto una dichiarazione coraggiosa – ha dichiarato a una trasmissione di Radio 1 affermando che vuole aprire un canale di dialogo con la famiglia Pinelli". Ora non resta che aspettare. Con pazienza.

Piazza Fontana, prefetto chiama la vedova Pinelli dopo 46 anni. Le figlie: “Lo incontreremo”. Alla vigilia della commemorazione Marangoni ha telefonato alla vedova del ferroviere anarchico precipitato il 15 dicembre 1969 da una finestra della Questura, dov'era trattenuto per accertamenti relativi all’attentato di tre giorni prima. Oggi la risposta: "Lo vedremo, senza nessuna aspettativa", scrive Il Fatto Quotidiano il 12 dicembre 2015. Licia Pinelli e le figlie incontreranno il prefetto di Milano, Alessandro Marangoni, che l’11 dicembre ha telefonato alla vedova del ferroviere. Lo hanno detto le figlie di Pinelli, il ferroviere anarchico precipitato il 15 dicembre 1969 da una finestra della Questura, dov’era trattenuto per accertamenti relativi all’attentato di tre giorni prima. Il prefetto “ha chiesto un incontro che verrà fissato a breve e a cui parteciperemo tutte e tre, volentieri anche – hanno spiegato -. Noi siamo pronte ad ascoltare qualsiasi cosa arrivi”. Giunte in piazza Fontana con il corteo degli anarchici, dopo la conclusione della commemorazione ufficiale per il46esimo anniversario della strage, le figlie di Giuseppe Pinelli, Claudia e Silvia, hanno raccontato così la chiamata ricevuta dalla madre Licia da parte del prefetto di Milano, Marangoni. Una telefonata, spiegano, “assolutamente inaspettata”. A chi chiede loro che effetto ha fatto alla famiglia questa iniziativa, rispondono: “Molto positivo, qualsiasi cosa arrivi siamo pronte ad ascoltare”. Nessuna aspettativa particolare, invece, per quelli che saranno i contenuti dell’incontro. “Sentiremo che cosa vorrà dirci. Non ci aspettiamo niente perché sono passati 46 anni”, dicono, limitandosi a segnalare che “il contatto c’è stato realmente e quindi vedremo che cosa comporterà e se aprirà qualcosa”. La notizia corre di bocca in bocca nel doppio corteo del 12 dicembre, quello in piazza Fontana per commemorare la strage, presenti anche la leader della Cgil Camusso e il sindaco Pisapia, e quello cui hanno preso parte le figlie di Pinelli, Claudia e Silvia. A commentare l’improvviso e inatteso “disgelo” è stato proprio Giuliano Pisapia che nelle dichiarazioni ha voluto ricordare strage e morte di Pinelli insieme, nel giorno del ricordo. “Conosco la sensibilità del prefetto e la telefonata alla vedova Pinelli penso sia stata importante”, ha detto il sindaco. Nel frattempo il 7 dicembre il circolo anarchico Ponte delle Ghisolfa, che conserva l’eredità storica e simbolica di Pinelli, ha scritto una lettera al sindaco per chiedergli di rendere quel ricordo effettivamente visibile. La lettera parte dai tentativi di rimozione dei predecessori (Pillitteri, De Corato) per arrivare all’oggi, con la richiesta di individuare uno spazio idoneo a ospitare il quadro di Enrico Baj “I funerali dell’anarchico Pinelli” che nel 2012 fu esposto ma da tre anni è confinato “in cantina”.  “Quell’opera – si legge – è parte fondamentale della memoria e della storia di questa città e come tale appartiene a tutti. La galleria che la detiene è disposta a donarla alla città affinchè possa essere esposta permanentemente in uno spazio adeguato. Benchè sollecitato più volte, anche con raccolte di firme, il comune non ha mai dato una risposta”.

Piazza Fontana, figlie di Pinelli: "Ascolteremo il prefetto ma non ci aspettiamo niente", scrive “Il Giorno” il 12 dicembre 2015. "L'incontro verrà fissato a breve e vi parteciperemo tutte e tre, volentieri". Lo annunciano le figlie di Giuseppe "Pino" Pinelli, Claudia e Silvia, dopo la telefonata del prefetto Antonio Marangoni alla mamma Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico precipitato il 15 dicembre 1969 da una finestra della Questura, dov'era trattenuto per accertamenti relativi all'attentato di tre giorni prima. Le figlie di Pinelli, anche a nome della madre, a margine della manifestazione in ricordo della strage hanno detto: "Noi siamo pronte ad ascoltare qualsiasi cosa arrivi". È stata una telefonata assolutamente inaspettata di cui non avevamo nessun sentore - hanno raccontato durante la manifestazione promossa dagli anarchici -. Vediamo se si aprirà qualcosa e sentiremo cosa il prefetto vorrà dirci. Non ci aspettiamo niente, sono passati 46 anni, cosa dovremmo aspettarci?". L'incontro si terrà la settimana prossima. Marangoni, subito dopo il suo insediamento, aveva detto che era ora di ripensare al rapporto con la famiglia Pinelli e ieri, con la sua telefonata alla signora Licia, ha stabilito un primo contatto con i famigliari del ferroviere. Un gesto, quello del neoprefetto apprezzato dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: "Conosco la sensibilità del prefetto e la telefonata alla vedova Pinelli penso sia stata importante", ha detto il sindaco al termine della cerimonia di commemorazione delle vittime. "Ho avuto un'ulteriore conferma di quanto il nuovo prefetto conosca Milano - ha concluso il primo cittadino -, abbia forte sensibilità, conosca il nostro passato e presente e possa accompagnarci per il futuro di una città che adesso è al centro del mondo". Alla manifestazione partita da piazza della Scala erano presenti anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia e lo stesso prefetto Alessandro Marangoni. "Credo che sia utile per tutti ricordare e continuare a cercare la verità e mantenere viva la democrazia - ha detto Camusso - unico vero antidoto a tutte le forme di violenza e terrorismo". Subito dopo, in piazza, è arrivato il corteo degli anarchici. I manifestanti hanno esposto uno striscione nero con la scritta: "Strage di stato. Valpreda innocente e Pinelli assassinato".

C'è piazza Fontana. Si ferma Milano (ma non i violenti). Silenzio e fasce tricolore per ricordare la strage. Blitz di anarchici e centri sociali contro le banche, scrive Cristina Bassi Domenica 13/12/2015 su "Il Giornale". Milano ricorda Piazza Fontana. Con il silenzio e le fasce tricolore, con i gonfaloni e i richiami alla conciliazione contro tutti i terrorismi. Ma pochi metri più in là volano i fumogeni e manifestanti incappucciati imbrattano le facciate delle banche. La città del 12 dicembre è sdoppiata. Non è un caso se i due cortei non si incontrano. Quello ufficiale, con le autorità e il sindaco Giuliano Pisapia in testa, parte da piazza della Scala e arriva nel luogo della strage di 46 anni fa in tempo per commemorare l'esatto momento dell'esplosione: le 16.37. Quello «contro», più nutrito (circa 400 persone), viene tenuto a distanza fino a quando, intorno alle 17.30, i discorsi di Pisapia e dei rappresentanti dei parenti delle vittime, della Uil, dell'Anpi e del Comitato permanente antifascista sono finiti. Gli anarchici sfilano per «Ricordare le stragi di ieri, fermare le guerre di oggi». Partono da porta Venezia e arrivano davanti alle targhe per Giuseppe Pinelli. Non si incontrano, per ora, neppure il prefetto Alessandro Marangoni e Claudia e Silvia, le figlie dell'anarchico morto tragicamente in Questura tre giorni dopo la strage. Il primo in piazza accanto al sindaco, le seconde arrivate con il corteo anarchico. Anche se durante la cerimonia tutti ricorderanno Pinelli insieme alle altre 17 vittime. Insieme a sindaco e prefetto ci sono, tra gli altri, Susanna Camusso, il vicesindaco Francesca Balzani, il presidente del Consiglio comunale, Basilio Rizzo, l'assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, l'assessore regionale all'Istruzione Valentina Aprea, il presidente di Italia unica Corrado Passera. «Milano non si stanca di alzare la sua voce unitaria e libera contro il terrorismo e ogni forma di violenza - ha detto Pisapia dopo aver partecipato alla deposizione delle corone davanti alla Banca nazionale dell'Agricoltura -. Non dimenticheremo mai la strage di Piazza Fontana - aveva scritto sul proprio profilo Facebook -. Non dimenticheremo mai le 17 vittime del terrore stragista di estrema destra. Non dimenticheremo mai Giuseppe Pinelli». Susanna Camusso ha invitato a «ricordare e continuare a cercare la verità e mantenere viva la democrazia». E ha risposto alle domande sulle divisioni nel centrosinistra milanese: «Bisogna lavorare per arrivare a un'ipotesi unitaria, nello spirito dell'esperienza positiva di questa ella giunta». Il controcorteo lascia sul terreno fumogeni e pozze di vernice. Agli anarchici si aggiungono alcuni manifestanti turchi, con bandiere curde, e contro il consolato di via Larga partono oggetti vari e ortaggi. Il palazzo è protetto da una barriera di transenne. Lanci di fumogeni e vernice anche contro alcune banche, come la Banca Etruria di via Mazzini. Sfilano collettivi e centri sociali. Lo striscione del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa recita «Piazza Fontana strage di Stato. Valpreda innocente, Pinelli assassinato». Oltre alle bandiere curde con l'immagine di Ocalan e a quelle nere degli anarchici ci sono vessilli palestinesi e con falce e martello. Sulla targa del Comune per Pinelli la parola «morto» è stata «corretta» in ucciso». Massiccia la presenza delle forze dell'ordine e nessun incidente.

GLI INGLESI DICANO LA VERITÀ SU PIAZZA FONTANA - NEL LIBRO “COLONIA ITALIA” TUTTE LE OPERAZIONI SPORCHE DELLA GRAN BRETAGNA IN ITALIA DAL DOPOGUERRA AGLI ANNI ’70 - LONDRA FACEVA GUERRA A ROMA PER IL CONTROLLO DEL MEDITERRANEO.

Tra i nomi dei giornalisti “amici” citati tratti dalle carte inglesi, si va da Gaetano Afeltra, direttore del Corriere della sera, a Ettore Bernabei, il superpresidente Rai. Ci sono gli "avvicinati" e gli "attenzionati" - Luciana Castellina piacque molto agli inglesi che si sperticano in elogi anche per Piero Ottone…, scrive Descrizione: http://adv.ilsole24ore.it/RealMedia/ads/Creatives/default/empty.gifPierangelo Maurizio per “Libero Quotidiano” il 30 ottobre 2015. “Le armi da noi fornite hanno un effetto pari ad una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Se vogliamo raggiungere qualche risultato, dobbiamo usare altri metodi, e sta a noi architettarli…”. Basterebbero queste 32 parole per giustificare il tomo di quasi 500 pagine scritto da Mario Josè Cereghino e Giovanni Fasanella (Colonia Italia, Chiarelettere) da ieri in libreria. È dedicato alla propaganda occulta e alle operazioni sporche condotte nel nostro Paese in nome di Sua maestà britannica nel Dopoguerra e fino agli Anni '70. Passando per la strage di Piazza Fontana fino al sequestro Moro. Il documento citato, uno delle centinaia di file desecretati e custoditi al Public Record Office di Kew Gardens, è la nota inviata nel gennaio del '69 da Colin MacLaren, alto funzionario dell'Ird (Information Research Department). Più che un allarme è l'annuncio di una guerra non dichiarata all'Italia. Le righe successive sono state cancellate. Ieri nel recensire il libro nelle pagine della Cultura Simone Paliaga ha riassunto al meglio la mappa dell'influenza e del controllo di Londra sui media italiani, addirittura dall' Unità d'Italia. Ma in questo secondo lavoro, dopo Il golpe inglese, Cereghino e Fasanella illuminano anche le grey e le black operations, il lavoro sporco. Il movente? Una questione di vita e di morte. Il ruolo egemone nel Mediterraneo, il controllo del Medio Oriente - toh, tutti temi di attualità - e la via del petrolio. Dalla Persia (Iraq) alla Libia e Malta l'ex impero britannico in declino stava perdendo le posizioni chiave. Sotto la spinta di Enrico Mattei, il padre-padrone dell'Eni, prima e poi dell'azione ancora più spregiudicata dell'allora ministro degli Esteri, di nome Aldo Moro. E veniamo alla strage alla Banca dell'agricoltura a Milano, 12 dicembre 1969. Nel 2001 - chiedo scusa per l'autocitazione - in un mio libro (Piazza Fontana: tutto quello che non ci hanno detto) concludevo che a Londra, come minimo, sapevano in anticipo. Poco più di un'intuizione. Il 7 dicembre sul settimanale inglese The Observer il corrispondente da Atene Leslie Finer pubblica il progetto dei colonnelli greci di estendere il golpe fascista anche in Italia. Il 14 dicembre '69, boom. Appena due giorni dopo la strage - che tempismo - sempre The Observer, a firma Neal Ascherson, Michael Davie e Francis Cairncross da Roma, conia un neologismo che sarà un tormentone: «Nessuno è così pazzo da accusare il presidente Saragat per le bombe. Ma oggi l'intera sinistra afferma che la sua "strategia della tensione" incoraggia indirettamente l'estrema destra nel proseguire con il terrorismo». È la madre di tutte le bufale, la matrice cui da noi si abbeverano per decenni la vulgata e perfino le inchieste giudiziarie. Cereghino e Fasanella hanno fatto di più. Hanno trovato le carte. Leslie Finer era anche corrispondente della Bbc da Atene, nutrito dalle veline dell'Ird: lo scoop, più che probabilmente, glielo hanno passato i servizi britannici. Quanto agli inventori della "strategia della tensione", Neal Ascherson è un ex Royal marines, il Mi6 voleva arruolarlo. Francis Cairncross è la nipotina di John Cairncross. Zio John, per 30 anni corrispondente da Roma, è uno dei superagenti inglesi che fa parte del celeberrimo "Ring of five", "il gruppo di Cambridge" che lavora anche per Mosca. Che altro? Il 12 dicembre '69 è il giorno della chiusura della basi aeree inglesi in Cirenaica. E la Banca nazionale dell'agricoltura è l'istituto utilizzato per le transazioni commerciali tra l'Italia e la Libia di Gheddafi. Ma com'è stato possibile, perché tanta acquiescenza acritica verso la propaganda d' Oltremanica? I documenti di Kew Gardens forniscono una risposta. È semplicemente impressionante la capacità inglese, che i due autori ricostruiscono, di infiltrazione e di condizionamento su giornalisti, sindacalisti, politici, giuristi, "opinion maker" italiani. Le parti più preziose del libro sono gli elenchi in appendice. I nomi. C'è la lista delle personalità in contatto con l'ambasciata inglese fino al '40 e degli agenti e dei collaboratori del Soe (Special operations executive) durante la guerra: tutto lo stato maggiore del partito d' azione, buona parte di quello repubblicano e liberale, diversi democristiani, qualche comunista o ex comunista. Poi ci sono i "clienti" o "contatti" (coloro ritenuti fidati che ricevono regolarmente i materiali informativi dell'Ird e tenuti a non rivelare le fonti). Tra i nomi citati tratti dalle carte inglesi, per fare qualche esempio, si va da Gaetano Afeltra, direttore del Corriere della sera, a Ettore Bernabei, il superpresidente Rai. Ci sono gli "avvicinati" (con i quali è stato stabilito un contatto) e gli "attenzionati" (quelli su cui vengono redatte note e schede). Dopo un incontro con Luciana Castellina nel '71 un funzionario dell'ambasciata di Porta Pia è entusiasta: «La gente del Manifesto è civile. Dobbiamo senz' altro mantenere i contatti con loro. Il clima qui non è deprimente come quello che si respira a Botteghe Oscure». Gli elogi per Pierleone Mignanego, più noto come Piero Ottone, un altro direttore del Corriere e opinionista del gruppo Repubblica-L' Espresso si sprecano: «Uno dei più influenti corrispondenti italiani» (1948), l'ultima nota del '78 lo definisce «un solido amico del Regno Unito. Ha l'hobby della vela e dimostra meno dei suoi 52 anni». Sul Dossier Mitrokhyn, ovvero la (presunta) rete sovietica di spie e di intossicazione dell'informazione e della politica italiane, ci abbiamo fatto una commissione parlamentare. I nomi a volte sono gli stessi. Nel caso delle talpe inglesi nel Belpaese sarebbe auspicabile perlomeno un'ampia riflessione. Il Regno Unito è un Paese amico-rivale, il governo inglese potrebbe fare un bel gesto: togliere gli omissis alla nota di Mr. MacLaren. Cari amici inglesi, ora diteci la verità su Piazza Fontana (almeno). Solo tra 30-50 anni saranno consultabili i documenti su quello che è successo nel e contro il nostro Paese dal '92…

COLONIA ITALIA, IL LIBRO CHE SPIEGA COME GLI INGLESI CI CONTROLLANO DA OLTRE UN SECOLO. Intervista di Massimiliano Pennone del 29 ottobre 2015 su “Il Rottamatore”. È da oggi in libreria e in ebook “Colonia Italia”, il nuovo libro di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino che racconta la guerra senza quartiere condotta per tutto il Novecento dalla diplomazia di Sua Maestà per controllare l’opinione pubblica italiana in funzione degli interessi economici e politici inglesi. Abbiamo chiesto a Giovanni Fasanella, giornalista e scrittore, qualche anticipazione sul libro.

Giovanni, “Colonia Italia” è un seguito de “Il Golpe inglese”, quali tasselli aggiunge al volume precedente? Quali sono le parti della storia nascosta che questo libro aggiunge ai tuoi lavori precedenti?

“Colonia Italia” aggiunge molti tasselli, sulla base di nuovi documenti trovati negli archivi di Stato di Kew Gradens, a Londra. Rivela l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta della diplomazia e dei servizi segreti britannici, e ne ricostruisce i meccanismi di funzionamento. Porta alla luce un apparato che ha controllato per un secolo gran parte dell’informazione italiana, con l‘obiettivo di orientare l’opinione pubblica e, di conseguenza, le scelte politiche dei partiti e dei governi in funzione degli interessi inglesi.

Quali interessi?

Soprattutto quelli petroliferi in alcune aree strategiche del Nord Africa e del Medio Oriente. Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, il controllo dell’Italia da parte inglese è sempre stato, quindi, un obiettivo di primaria importanza. Controllo politico-culturale e talvolta anche militare per impedire che il nostro Paese si trasformasse in un pericoloso concorrente, in una minaccia per la Gran Bretagna nei suoi possedimenti coloniali.

Nel libro dedicate più capitoli ai processi di mistificazione delle informazioni, alle macchine del fango e alla disinformazione sistematica. Gli Italiani si prestano più “facilmente” a questi brainwashing? Puoi dirci di più?

Gli italiani? Mica tutti. Comunque, il panorama dell’informazione e dell’industria culturale influenzato dalla macchina occulta britannica è davvero impressionante, stando a quello che emerge dagli archivi. Per gran parte dell’élite italiana, Londra è stato un punto di riferimento importante a partire dal Risorgimento. I legami intrecciati allora da correnti politico-culturali, famiglie aristocratiche, potentati economici e gruppi editoriali con il Regno Unito si sono irrobustiti nelle fasi successive della nostra storia. Per questi ambienti, la capitale britannica è sempre stata il faro e la bussola che ne hanno illuminato e orientato la navigazione nelle acque agitatissime della politica italiana. Erano (sono) ambienti «anglosassocentrici», per usare un neologismo coniato da Eugenio Scalfari nel suo splendido libro “La sera andavamo in via Veneto”.

E le macchine del fango?

Ci stavo arrivando. Oggi possiamo dire con un ragionevole margine di certezza che alcune campagne ossessive contro personaggi della nostra politica non in linea con le coordinate britanniche furono ispirate proprio da quella macchina della propaganda occulta e condotte dai suoi terminali italiani, spesso all’insaputa degli stessi giornali e giornalisti. Che non sempre conoscevano l’origine di certe notizie (a volte vere, a volte verosimili, a volte false) e i canali attraverso i quali giungevano sino a loro. Perché uno dei principi su cui si fondavano le strategie d’influenza dei servizi inglesi era, appunto, che la fonte delle “veline” doveva rimanere rigorosamente segreta.

Ci fai i nomi dei “bersagli” a cui ti riferisci?

Sul terreno sono rimaste vittime eccellenti. Per esempio, Alcide De Gasperi, che non impedì ad Enrico Mattei di fondare l’Eni e non ne contrastò le strategie “aggressive” (dal punto di vista britannico, naturalmente) nelle aree petrolifere più sensibili. De Gasperi fu costretto al ritiro dalla politica a causa di uno scandalo completamente inventato. Stessa sorte capitò al suo pupillo ed erede politico Attilio Piccioni, travolto dall’ondata di fango sollevata dal caso Montesi, in cui venne coinvolto ingiustamente il figlio Piero. E vogliamo parlare, poi, delle campagne che precedettero l’uscita di scena, diciamo così, dello stesso Enrico Mattei e di Aldo Moro? Macchine del fango, ma non solo. Fra i tanti documenti trovati a Londra ce n’è uno che fa rabbrividire. Ne cito testualmente un passaggio: «Le armi da noi fornite hanno ormai un effetto pari a quello prodotto da una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Se vogliamo raggiungere qualche risultato, dobbiamo usare altri metodi, e sta a noi architettarli...» E’ un documento inviato a Londra nel 1969 dal responsabile della propaganda occulta dell’ambasciata a Roma, Colin MacLaren, il quale segnalava l’inefficacia dei metodi tradizionali, diciamo così, di fronte a una leadership politica italiana non rassegnata al ruolo di protettorato britannico.

Vuoi dire che passarono a metodi più “brutali”?

La pagina in cui si parla degli «altri metodi» purtroppo è ancora oggi oscurata. Vorrà pur dire qualcosa, o no? Tieni conto del contesto. L’Eni aveva già emarginato gli interessi britannici in Persia e in Egitto. Nel 1969 ci fu un ulteriore salto di qualità della politica italiana che avrebbe portato il nostro Paese, di lì a poco, a conquistare posizioni di forza anche in Libia e in Iraq, aree che Londra considerava –cito ancora testualmente- «per importanza, seconde solo alla Gran Bretagna stessa». Insomma, l’Italia cresceva ed espandeva la sua influenza, avviandosi a diventare addirittura la quarta potenza economica mondiale, sorpassando la Gran Bretagna, il cui impero coloniale era ormai solo un pallido ricordo del passato. Uno smacco terribile, per una nazione che aveva vinto la Seconda guerra mondiale e aspirava allo status di potenza globale. Se nel 1953 Churchill ordinò ai suoi apparati di impartire una lezione agli «infidi alleati italiani», solo perchè avevano violato l’embargo petrolifero imposto dalla Gran Bretagna contro l’Iran di Mossadeq, possiamo immaginare quale fu la reazione di Londra dopo l’espulsione delle sue compagnie petrolifere anche dalla Libia e dall’Iraq. E quale fosse lo stato d’animo britannico nei confronti di Aldo Moro, il principale protagonista della politica italiana tra il 1969 e la prima metà degli anni Settanta.

Qualcuno potrebbe darvi dei “complottisti”. Cosa cambia fra voi e gli allarmisti della Rete? Quali sono gli strumenti e i mezzi che danno autorità al vostro lavoro?

Le ricerche d’archivio e i documenti danno credibilità al nostro lavoro. Questo fa la differenza. Noi non inseguiamo piste e teoremi indimostrabili, e a volte anche ridicoli, che nascono e si diffondono in modo incontrollato attraverso la rete. Noi siamo costretti ad usare la rete per far conoscere all’opinione pubblica i risultati delle nostre ricerche. Risultati che spesso vengono “silenziati” dalla stampa. E alla luce di quello che abbiamo letto (e continuiamo a leggere) nei documenti di Kew Gardens, ne comprendo bene le ragioni. Ma posso dire qualcosa sui cosiddetti “anticomplottisti”?

Certo.

Alcuni di loro sono in buona fede e hanno ragione: in effetti, circola molta spazzatura. Molti altri, però, sono “anticomplottisti” per interesse, fanno di tutta l’erba un fascio mettendo in un unico calderone denigratorio propalatori di panzane e ricercatori che lavorano su documenti e testimonianze attendibili, materiali quasi mai vagliati dagli storici. Ti potrei fare una mappa con nomi e cognomi di questo genere di “anticomplottisti”, dividendoli per categorie. Gli “agenti di influenza”: negano anche l’evidenza per impedire che si stabiliscano connessioni e si ricostruiscano contesti di verità. I “ricattabili”: personaggi che hanno vissuto l’esperienza del terrorismo e della lotta armata o che ne sono stati ai margini, ma non ne hanno mai pagato pegno e nel frattempo si sono costruiti delle carriere dorate. Gli “opportunisti”: gente che blatera per compiacere i propri mecenati. E poi i “pappagalli”: muovono la lingua sulla base di riflessi condizionati modaioli. Sono “anticomplottisti” mossi soltanto da un insano bisogno di proteggere, occultandole, storie politiche o familiari o personali a volte piuttosto imbarazzanti.

Una possibile obiezione: ha fatto tutto la Gran Bretagna, e gli Usa?

Tra Usa e Gran Bretagna c’è sempre stata una profonda differenza sul “problema italiano”. Sin dall’immediato dopoguerra. Per gli americani, l’Italia era una nazione cobelligerante, che aveva contribuito a liberarsi dal nazifascismo combattendo a fianco degli Alleati. Per la Gran Bretagna, invece, era una nazione sconfitta, punto e basta. Con tutto ciò che ne sarebbe derivato in termini di condizionamenti politici ed economici. E questo ha fatto la differenza. Perché mentre Washington ha condotto una guerra in gran parte condivisibile al comunismo, Londra ha combattuto anche contro l’Italia.

La strage di piazza Fontana Un inglese indaga ancora Se trent' anni ci sembrano pochi. La strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 ha pesato in modo greve sulla politica e sulla società. Sono stati celebrati da allora cinque processi, la magistratura continua a indagare, ma la strage, con i suoi sedici morti innocenti, è ancora oggi senza giustizia. Senza un mandante, e senza neppure un esecutore materiale. La verità politica, il tentativo della destra di fermare con la violenza il cammino delle riforme, è data per scontata dagli uomini di buona volontà. Una verità giudiziaria, invece, non esiste, anche se non sono state poche le prove che nelle Corti d'Assise hanno legittimato quella verità politica. Dagli archivi della revisione, poi, che dovrebbe essere il sale della storia, se priva dell'ossessività e della strumentalizzazione politica in uso oggi, non è uscito nulla. Non un pentito e nemmeno un "pentito", non un documento, non una testimonianza risolutiva. Gli scheletri sono rimasti negli armadi, la ricerca della verità un gioco al massacro per depistare le indagini, per far sì che una nebbia fitta cancellasse le responsabilità degli uomini degli apparati dello Stato, i servizi segreti, coinvolti nella strage, individuati, condannati. La stessa nebbia che quella mattina del 15 dicembre 1969, il giorno dei funerali, copriva la città. Milano pareva un catafalco nero di dolore. Adesso ai funerali delle vittime la gente applaude in modo liberatorio o televisivo, quando le bare escono dalle chiese. Ma quel giorno un sovrumano silenzio pesava su piazza del Duomo e sulle strade tutt'intorno. Quasi mezzo milione di persone, appiccicate tra loro in un unico corpo solidale protetto dal servizio d'ordine degli operai delle fabbriche, era venuto nel cuore della città a esprimere angoscia e affetto, ma anche a dire che la democrazia è un bene sommo, di tutti. Da difendere con un altolà ben deciso di cui quel silenzio era il segno dolente e insieme minaccioso contro chi avesse intenti eversivi. La città in quegli anni era gonfia di furori che attraversavano tutte le classi sociali. Divisa in due fazioni, senza possibilità di mediazione, tra gli innocentisti che rifiutavano la colpevolezza dell'anarchico Valpreda, il capro espiatorio, e i colpevolisti. Fu per molti una rivelazione quella dello Stato o di una sua parte che tramava contro se stesso e fu per non pochi (come succede nei grandi casi della vita) l'occasione di scoprire se stessi battendosi in nome della verità e della giustizia. Milano rammentava la Parigi dei tempi del capitano Alfred Dreyfus, accusato nel 1894 d' aver venduto ai tedeschi cinque documenti segreti dell'esercito francese. Fu condannato al carcere a vita all'Isola del Diavolo e degradato. Ebreo, fu una vittima dell'antisemitismo. Subì oltraggi, falsificazioni. Fin quando Zola pubblicò la famosa lettera, J'accuse, che chiedeva la revisione del processo. Dreyfus fu riabilitato, ebbe la Legion d'onore. Valpreda, dopo anni di prigione, stenta la vita come può. La memoria e la pietà. Nel gennaio 1992, il settimanale Cuore pubblicò i temi in classe che una professoressa di italiano di Trezzo d'Adda diede ai suoi studenti di ragioneria sulla strage di piazza Fontana. Nessuno o quasi di quei ragazzi di 17 anni sapeva nulla. A mettere la bomba erano state le brigate rosse, il bandito Vallanzasca. La confusione dell'ignoranza toccava vertici tragicomici. Scrive di quell'episodio uno storico e sociologo inglese, John Foot, autore di un saggio, finora inedito, su piazza Fontana. Ricercatore all'University College London, 33 anni, nipote di Michael Foot, il leader laburista sconfitto dalla Thatcher nel 1983, allievo di Paul Ginsborg, ha scritto molto sulla storia di Milano, soprattutto sulla Milano operaia. Il suo approccio, nel nuovo saggio, è insolito, una microanalisi di quel che successe allora: i luoghi, la piazza, i funerali, gli anniversari, le lapidi, gli slogan, la divisione, analizzati con puntigliosa precisione anglosassone. Nella storia di piazza Fontana c'è stato nei decenni un accumularsi di fatti, processi, conflitti che hanno creato stanchezza, abbandono, rifiuto. Come possono ricordare quello che non hanno mai saputo?, scrive Foot riferendosi ai ragazzi del tema. Esiste un diritto a dimenticare anche per i parenti delle vittime? Il legame fra giustizia, verità e memoria, scrive anche, è stato spezzato e questo ha annullato ogni capacità di reazione. Scrive ancora che la memoria collettiva è una specie di mito. Senza la forza di un movimento di massa, anche le più appassionanti vicende collettive avvizziscono e muoiono. O vivono semplicemente sulla morta arena delle lapidi che nessuno guarda più. Stajano Corrado Pagina 2 (7 dicembre 1999) - Corriere della Sera

I documenti UK che fanno gelare il sangue: da Enrico Mattei ad Aldo Moro. Pubblicato a Claudio Messora su “BioBlù”. Ho intervistato Giovanni Fasanella, giornalista che da anni scava in quella storia italiana che nessuno vi racconta, autore di oltre 21 libri. Insieme a Mario José Cereghino ha scritto “Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra”. Sono cose che dobbiamo sapere.

Quando si pensa alle ingerenze dall’estero nei confronti del nostro Paese si pensa sempre agli Stati Uniti d’America. 

"Basta aprire una cartina geografica e vedere dov’è l’Inghilterra, un’isola del Nord Europa, dove sono stati per molti decenni – a ancora oggi – i suoi interessi economici, strategici, militari. In Nord Africa, nel Medio Oriente e in Estremo Oriente. E cosa c’è tra la Gran Bretagna e i suoi interessi? C’è il Mediterraneo e, al centro del Mediterraneo, l’Italia. Quindi già dai tempi del Risorgimento, l’Italia per la Gran Bretagna era una postazione di fondamentale importanza, attraverso la quale poteva controllare i suoi domini e le sue rotte marittime".

Che cosa succede dalla seconda guerra mondiale in poi?

"L’Italia perde la guerra e, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, c’è una visione molto conflittuale sul problema Italia: per gli Stati Uniti noi eravamo un paese cobelligerante, cioè che si era autoliberato dal nazifascismo combattendo al fianco degli alleati. Per la Gran Bretagna invece noi eravamo un paese sconfitto tout-court. Punto e basta. Quindi un paese soggetto ai vincoli, imposti attraverso trattati internazionali, dalle potenze vincitrici alle nazioni sconfitte. Questo ha determinato il corso degli eventi della storia successiva, praticamente fino ai giorni nostri. Al tavolo della pace, quando le grandi potenze vincitrici cominciarono a spartirsi il mondo in aree di influenza, all’interno del campo atlantico la Gran Bretagna pretese e ottenne, dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, una sorta di diritto di supervisione sull’Italia. Quindi l’Italia, dalla seconda guerra mondiale in poi, è paese che appartiene all’area di influenza britannica".

Questa influenza come si è esplicata?

"C’è una differenza importante tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti hanno combattuto anche in Italia una guerra contro il comunismo. La Gran Bretagna non ha combattuto solo quella, ma anche una guerra contro l’Italia, in modo particolare contro quella parte della classe dirigente italiana del secondo dopoguerra – penso ai De Gasperi, ai Mattei, ai Fanfani, ai Vanoni fino agli Aldo Moro – sovranista, cioè che pur nel contesto di un’alleanza internazionale, l’alleanza atlantica, si muoveva con una propria visione sulla base di un proprio interesse nazionale. Era l’Italia del dopoguerra, uscita a pezzi, che però voleva crescere, riprendersi, ricostruire le proprie istituzioni, il proprio sistema economico e per poterlo fare aveva bisogno di quella materia prima che è il sangue, l’ossigeno per ogni sistema, e cioè il petrolio, l’energia. Questo è stato all’origine di un conflitto con la Gran Bretagna che dura ancora oggi".

Facciamo dei nomi: Enrico Mattei…

"La Gran Bretagna, che ha esercitato un controllo pressoché assoluto sul nostro sistema di informazione, ha usato la stampa, i giornali, gli opinion leader, gli intellettuali per orientare l’opinione pubblica e tentare di condizionare le scelte politiche dei partiti e dei governi. Una di queste grandi scelte su cui la Gran Bretagna ha tentato di condizionarci è stata la politica mediterranea, la politica energetica, petrolifera dell’Italia. De Gasperi, Presidente del Consiglio nel 1953, aveva il mandato britannico di sciogliere l’AGIP. Mattei, nel 1953, era stato messo alla presidenza dell’Agip per scioglierla. E invece di sciogliere l’AGIP lui fondò l’ENI, grazie anche a un decreto di De Gasperi. E dopo aver fondato l’ENI, Mattei cominciò ad attuare una propria politica. Non era accettata l’Italia di Mattei, dell’ENI, al tavolo delle grandi compagnie internazionali, in modo particolare di quelle britanniche, con pari dignità. Era ammessa a sedersi, tutt’al più, su uno strapuntino, ma Mattei e l’Italia di quegli anni non volevano assolutamente dipendere dal punto di vista energetico dalla Gran Bretagna. Per cui cercarono autonomamente le fonti di approvvigionamento, offrendo ai paesi produttori di petrolio, che erano quasi tutti controllati dalle compagnie britanniche, condizioni più favorevoli. C’era la famosa regola del fifty-fifty: 50% ai produttori, 50% alle compagnie petrolifere straniere. Questa era una regola imposta dalle sette sorelle. Mattei cambiò le regole dello scambio, proponendo il 25% alle compagnie e il 75% ai produttori: i paesi produttori trovarono più conveniente fare affari con l’Italia che non con la Gran Bretagna. Questo disturbò parecchio gli inglesi. La rivelazione di questo libro è l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta britannica. E questa macchina venne scagliata contro De Gasperi e contro il suo erede politico Attilio Piccioni, attraverso la macchina del fango. De Gasperi venne coinvolto in uno scandalo, il famoso scandalo Guareschi – De Gasperi delle lettere che poi risultarono false, fabbricate dalla propaganda occulta inglese, e Piccioni venne coinvolto in un altro scandalo, quello famosissimo di Wilma Montesi, la ragazza trovata morta su una spiaggia di Tor Vaianica. Il figlio, Piero Piccioni, venne coinvolto in quello scandalo e il padre, Ministro degli Esteri, sodale di De Gasperi e protettore di Enrico Mattei, venne travolto da quell’ondata di fango. E poi lo scandalo si rivelò infondato, perché le responsabilità del figlio di Piccioni non erano quelle che la campagna ispirata dalla macchina occulta britannica gli aveva attribuito, tant’è che Piero Piccioni qualche anno dopo fu prosciolto, risultò innocente. Questo è solo un esempio di come la Gran Bretagna è intervenuta pesantemente nelle nostre vicende interne, e adesso ho citato due episodi che sono collegati alla guerra specifica energetico-petrolifera. L’Iran di Mohammad Mosaddegh, primo ministro iraniano, aveva nazionalizzato il petrolio britannico. La Gran Bretagna reagì imponendo l’embargo e l’Italia dell’ENI e di De Gasperi violarono quell’embargo.Winston Churchill, allora premier britannico – nel libro ci sono dei documenti desecretati inglesi – ordinò ai suoi apparati di dare una lezione agli italiani, perché avevano osato violare l’embargo imposto dagli inglesi contro l’Iran".

E quindi, la morte di Mattei?

"Sono emersi nuovi documenti sulla guerra scatenata dalla macchina della propaganda occulta contro Enrico Mattei. Mattei, attraverso la sua politica, emarginò progressivamente le compagnie che curavano gli interessi britannici, in aree che gli inglesi consideravano, per importanza – sto citando testualmente un documento -, seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa. Aree come la Libia, come l’Egitto, come l’Iran, come l’Iraq che per gli inglesi erano di vitale importanza. Mattei andò a ficcare il naso, con la sua politica, in queste zone, disturbando, anzi emarginando addirittura nel corso degli anni la presenza britannica. In questi documenti Mattei venne definito dagli inglesi – cito testualmente – “un pericolo mortale per gli interessi britannici nel mondo”. E c’è un altro documento che fa venire la pelle d’oca. E’ del 1962. Gli inglesi dicono: “[Mattei] è una verruca, è un’escrescenza da rimuovere in ogni modo. Abbiamo tentato di fermarlo in tutti i modi e non ci siamo riusciti: forse è giunto il momento di passare la pratica alla nostra intelligence”. Sei mesi dopo Enrico Mattei morì in un incidente aereo che oggi sappiamo con certezza, anche sul piano giudiziario, essere stato causato da un atto di sabotaggio".

E Aldo Moro?

"La vicenda di Aldo Moro si colloca esattamente nello stesso contesto della vicenda di Enrico Mattei. Aldo Moro è stato l’erede della politica mediterranea di Enrico Mattei. Tra il 1969 e il 1975, Aldo Moro è stato l’ispiratore della politica estera italiana. Era Ministro degli Esteri in diversi Governi, e riuscì a mettere a segno ulteriori colpi contro gli interessi inglesi. Certo, non è che gli italiani scherzassero, a loro volta. In Libia nel 1969, con Moro ministro degli esteri, ci fu un colpo di stato che rovesciò la monarchia filo britannica e portò al potere il colonnello Muammar Gaddafi, addestrato nelle accademie militari italiane. E’ vero che Gheddafi cacciò via gli italiani, ma subito dopo nazionalizzò il petrolio che era controllato dalle compagnie britanniche, espulse dalla Libia le basi militari britanniche e iniziò un rapporto privilegiato con gli italiani, grazie al quale l’Italia conobbe un periodo di grande benessere economico. E poi, negli anni successivi, ci furono altri colpi messi a segno, come in Iraq, dove il regime nazionalista aveva espropriato, nazionalizzato il petrolio controllato dalle compagnie britanniche e l’ENI era riuscita a penetrare anche lì, grazie ovviamente ai successori della politica energetica di Mattei, ma soprattutto grazie alla politica estera di Aldo Moro. Tra i documenti di “Colonia Italia”, ce n’è uno che veramente fa venire i brividi, riportato con tutti i suoi riferimenti archivistici, per cui chiunque voglia andare a controllare può farlo. Nel gennaio del 1969 il responsabile della macchina della propaganda occulta a Roma dice: “Attraverso la macchina della propaganda occulta non abbiamo ottenuto grandi risultati contro questa classe dirigente italiana”. Quindi invita il suo Governo: “Dobbiamo adottare altri metodi”. Quali metodi? Questa parte del documento è oscurata ancora oggi. E’ ancora oggi coperta dal segreto. Io chiedo continuamente agli opinionisti, ai direttori dei giornali, alla stampa: “Ma perché non chiedete al Governo britannico la desecretazione di quella parte del documento in cui sono spiegati gli altri metodi da utilizzare contro l’Italia a partire dal 1969?”. Nel 1969 ci fu la strage di piazza Fontana e iniziò una stagione di sangue, lo stragismo, il terrorismo, che toccò il suo punto più alto con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. E anche qui c’è da dire qualcosa a proposito dell’intervento britannico. Nel 1976 – questo è provato, perché lo dicono gli stessi documenti inglesi desecretati e conservati nell’archivio di Stato di Kew Gardens, a disposizione di tutti – ci fu un tentativo di colpo di stato organizzato o progettato dagli inglesi nei primi sei mesi del 1976 per bloccare la politica di Aldo Moro. Quel progetto venne sottoposto all’attenzione degli alleati francesi, tedeschi e americani. I francesi aderirono immediatamente, perché l’Italia era un concorrente temibile anche per i francesi, non solo per gli inglesi, mentre americani e tedeschi si mostrarono mostro più scettici, e dissero agli inglesi: “Ma voi siete pazzi! Un colpo di stato in Italia, a parte i contraccolpi negativi nell’opinione pubblica per l’alleanza atlantica, ma poi c’è una sinistra forte, c’è una organizzazione sindacale molto radicata, cioè ci sarebbe una reazione e quindi un bagno di sangue”. Gli inglesi allora misero da parte il progetto di un colpo di stato vero e proprio, classico. Però c’è un altro documento, pubblicato nel libro. Scrivono: “Visto che non è possibile attuare un colpo di stato militare classico, per l’opposizione di Germania, e Stati Uniti d’America, passiamo al piano B”. Qual era questo piano B? Purtroppo anche in questo caso, come nel documento che ho citato prima, c’è soltanto il titolo. E il titolo è agghiacciante. Testualmente: “Appoggio a una diversa azione sovversiva per bloccare Aldo Moro”. Quale poteva essere questa azione sovversiva, naturalmente io non lo so, perché anche questa parte del documento è ancora oggi secretata, protetta dal segreto. A suo tempo venne oscurata persino agli americani e ai tedeschi. E anche in questo caso non mi trattengo dal chiedere agli opinionisti italiani, alla stampa italiana: “Siamo in un paese in cui rivendichiamo tutti i giorni verità e giustizia, beh: quando ci troviamo di fronte a documenti di questo tipo, ma che ci vuole a chiedere agli inglesi di desecretare anche questo documento per capire quale poteva essere la diversa azione sovversiva contro Moro?”. Magari non c’entra nulla con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, le cui responsabilità   ovviamente ricadono sulle brigate rosse italiane. Magari, attraverso la desecretazione di quel documento, scopriamo che la diversa azione sovversiva con cui gli inglesi volevano bloccare Aldo Moro era una scampagnata soltanto una scampagnata della regina Elisabetta in Italia. Ci sono due documenti drammatici, che segnano due fasi drammatiche della nostra storia: Piazza Fontana e l’assassinio di Aldo Moro. Entrambi questi documenti sono incompleti. Sono ancora oggi secretati. E visto che la Gran Bretagna è un paese nostro amico, addirittura nostro alleato, sarebbe utile per noi sapere se questo paese amico ha avuto un qualche ruolo, oppure no, nella strage di Piazza Fontana e nell’assassinio di Aldo Moro".

La manipolazione dell’opinione pubblica italiana da parte della Gran Bretagna è ancora in essere, oppure nel tempo si è attenuato?

Allo stato delle nostre ricerche, che ovviamente continuano – non posso fare riferimenti precisi, per il momento, a documenti sui quali stiamo ancora lavorando -, sulla base di quello che abbiamo letto e pubblicato finora, ho ragione di ritenere che oggi il controllo britannico sul nostro Paese sia ancora più forte di prima.

“DesecretateloAdesso”: ecco il file UK che svela tutto sugli anni di piombo, scrive Claudio Messora su “I Complottisti” il

17/12/2015.

Nell’ultima intervista che ti ho fatto, hai citato alcuni documenti parzialmente desecretati che svelerebbero le connessioni dei servizi segreti britannici con i nostri cosiddetti anni di piombo. Oggi vuoi svelarne uno, tra i tanti contenuti nel tuo libro “Colonia Italia”.

"Sì, si tratta di uno dei documenti più inquietanti che Mario Josè Cereghino e io abbiamo trovato negli archivi di Stato britannici. È un documento del 1969, tre fogli, redatto da un alto funzionario dell’IRD. Che cos’era l’IRD? Era lo strumento della propaganda occulta dei servizi segreti e della diplomazia del Governo di Sua Maestà britannica. Questo documento è datato gennaio 1969. Il funzionario dell’IRD, che si chiamava Colin McLaren, era appena stato in Italia per un giro di ricognizione sulla situazione politica del nostro Paese e si era reso conto che gli strumenti della propaganda occulta fino ad allora usati non avevano ottenuto l’effetto sperato, cioè quello di costringere il Governo italiano a fare delle scelte di politica estera favorevoli agli interessi britannici".

Per un approfondimento su questo tema rimandiamo i lettori alla nostra intervista precedente. Tuttavia, brevemente, vogliamo contestualizzare il periodo nel quale ci muoviamo?

"Siamo nel 1969, cioè nella fase di profonda crisi del centro-sinistra e quindi di apertura del dialogo tra Aldo Moro e il Partito Comunista di Enrico Berlinguer. Berlinguer era appena stato nominato vice-segretario del partito, quindi si assisteva all’avvicinamento del Partito Comunista all’area di Governo. Ma, soprattutto, la politica mediterranea italiana si era fatta molto più aggressiva, ancora più aggressiva di quella dei tempi di Enrico Mattei. L’Italia era particolarmente attiva in Libia dove, di lì a pochi mesi, un colpo di Stato avrebbe rovesciato la monarchia filo-britannica e avrebbe portato al potere il colonnello filo-italiano Muammar Gheddafi".

In questo contesto arriva dunque questo documento. Che cosa dice?

"E’ un rapporto di un funzionario dell’IRD, Colin McLaren, che invita il suo governo a fare di più in Italia. Il lavoro che era stato fatto negli anni precedenti non aveva prodotto gli effetti sperati. Per McLaren, si trattava degli stessi effetti di una pallina di ping pong lanciata contro Golia. Così il rapporto invita il Governo del Regno Unito ad adottare altri metodi, ancora più pesanti".

Ovviamente questi metodi non li conosciamo, perché parte di questo documento è ancora oggi secretato. Infatti se si guarda il documento che tu hai scovato, si può vedere che esistono degli spazi bianchi dove chiaramente è stato occultato qualcosa…

"Si può vedere innanzitutto che c’è un timbro rosso che dice: “questa è una copia”. Cioè: il documento riversato nell’archivio di Stato di Londra è solo una copia! L’originale è ancora oggi conservato sotto chiave nell’archivio dell’IRD. E in questo documento ci sono alcune parti oscurate: è stato censurato. Il punto 4 per esempio è quello in cui è visibile la censura a occhio nudo, quello in cui si parla dei contatti occulti tra l’ambasciata britannica a Roma e, probabilmente, giornalisti o comunque contatti dell’intelligence inglese in Italia. Però punti più importanti oscurati sono il decimo e l’undicesimo. Voglio leggervi la traduzione in italiano integrale perché è davvero inquietante. In quei punti Colin McLaren dice: “Le armi da noi fornite”, cioè i materiali di propaganda occulta dell’IRD, “hanno ormai un effetto pari a quello prodotto da una pallina di ping pong scagliata contro Golia. Se vogliamo raggiungere qualche risultato, dobbiamo usare altri metodi e sta a noi architettarli. Al contempo, dobbiamo essere certi che l’ambasciatore britannico a Roma e i funzionari di lungo corso della legazione accolgano la tesi secondo la quale noi siamo giustificati a tentare di fare di più”. Fare di più: cioè passare ad altri metodi e convincere l’ambasciata britannica a non protestare, cioè “a non rompere le balle”. Ecco, quali erano questi metodi? Questa è la parte del documento che è stata depurata e che quindi è ancora oggi sotto coperta".

Dopo la pubblicazione di questo documento, in Italia cosa succede?

"Questo documento, dicevo, è del gennaio 1969. A partire da febbraio comincia a muoversi un personaggio che è una vecchia conoscenza dell’intelligence britannica sin dalla seconda guerra mondiale, e cioè il “Principe nero Junio Valerio Borghese, capo della famigerata Decima MAS repubblichina. Junio Valerio Borghese progetta un tentativo di colpo di Statoe, sulla base di documenti desecretati anche dalle autorità americane che noi abbiamo consultato, emergono contatti continui tra Borghese e le autorità americane. In modo particolare con gli addetti dell’ambasciata di Roma: contatti e incontri durante i quali Borghese tenta di convincere gli americani ad appoggiare il suo progetto di colpo di Stato o, quantomeno, a mantenere un atteggiamento di neutralità. Inizia in quel periodo, dalla primavera del 1969, la stagione delle bombe, perché cominciano a esplodere bombe un po’ ovunque in giro per l’Italia, fino a toccare il punto più alto, il più drammatico: il 12 dicembre del 1969 con la strage di Piazza Fontana, in una filiale della Banca dell’Agricoltura a Milano. Qui va citato un investigatore molto bravo, il Senatore Giovanni Pellegrino, che ha diretto per quasi sette anni la cosiddetta “Commissione stragi” arrivando alla conclusione che la bomba di piazza Fontana era strettamente collegata al progetto di golpe di Junio Valerio Borghese. Piazza Fontana avrebbe dovuto provocare una reazione nel Paese. Avrebbe dovuto alimentare una domanda d’ordine alla quale avrebbe dovuto rispondere, appunto, Junio Valerio Borghese con il suo governo forte. Ma il golpe Borghese non andò in porto. Perché? Mariano Rumor, come ha accertato la Commissione Pellegrino, si rifiutò di dichiarare lo stato di emergenza che avrebbe innescato il golpe di Borghese. E così il “Principe nero”, il capo della Decima MAS, dovette rinviare il suo progetto di un anno. Che cosa accade tra il dicembre del 1969 e il dicembre del 1970, cioè in questo anno? Accade che Borghese riallaccia i suoi rapporti con l’ambasciata americana, continua il suo pressing sui rappresentanti americani a Roma, in modo particolare sulla CIA perché appoggino il suo tentativo. Dirò dopo qual è la risposta americana, ma intanto bisogna dire ai nostri lettori che la notte dell’Immacolata, cioè la notte dell’otto dicembre del 1970, Junio Valerio Borghese arrivò a un passo dalla conquista del potere".

Quarantacinque anni fa…

"Si! Esattamente quarantacinque anni fa i suoi uomini penetrarono nel Ministero dell’Interno e saccheggiarono l’armeria. Stavano per entrare nel palazzo del Quirinale, per sequestrare il Presidente della Repubblica dell’epoca, Giuseppe Saragat, e costringerlo ad affidare l’incarico di formare un nuovo governo militare golpista a un uomo di Borghese, e altri uomini di Borghese stavano già per penetrare anche nella sede della RAI, da dove Borghese avrebbe dovuto annunciare la lista del nuovo governo golpista quando, in dirittura d’arrivo, quel tentativo di Borghese si bloccò. Questo è rimasto un mistero per molti decenni: non s’è mai capito perché quel tentativo venne bloccato proprio sul filo di lana. Una risposta possibile, oggi, c’è: arriva, ancora una volta, dai documenti americani desecretati di recente. Uno in particolare, quello in cui l’addetto militare dell’ambasciata americana a Roma James Claviofa un lungo resoconto dei contatti tra Borghese e gli americani e, alla fine, invita l’amministrazione americana a mollare Borghese perché dietro Borghese, dice testualmente James Clavio, c’è l’intelligence britannica!"

Ahhhhh!

"Ora, nessuno può dire con certezza matematica che dietro la strage di piazza Fontana e dietro il tentativo di golpe di Borghese ci fossero gli inglesi, ma gli indizi sono veramente robusti e inquietanti. Tenuto conto anche del fatto che una settimana prima che esplodesse la bomba a piazza Fontana, la stampa inglese anticipò di una settimana non solo quello che sarebbe avvenuto di lì a poco, ma ne diedero addirittura la chiave di lettura, cioè un depistaggio preventivo che dura fino a oggi, perché in base a quello che scrissero i giornali inglesi, addirittura una settimana prima della strage di piazza Fontana, noi continuiamo a pensare che quella fu una strage di Stato, compiuta dalla Stato italiano e dai suoi apparati deviati. Invece il quadro probabile che emerge è molto, ma molto diverso ed è quello di una strage e di un tentativo di colpo di Stato commissionati dall’intelligence britannica alle sue quinte colonne interne italiane. Cioè non una strage di Stato, ma una strage contro lo Stato italiano per la sua politica mediterranea e per l’evoluzione della sua politica interna di apertura al Partito Comunista. Ecco, io vorrei allora rivolgere un appello. Innanzitutto, all’ambasciata britannica a Roma perché faccia pressione sul proprio governo affinché le parti ancora oggi secretate di questo documento vengano rese pubbliche. Ma siccome ho qualche dubbio che da parte britannica possa venire una decisione così illuminata, allora faccio appello anche agli italiani, alle tante associazioni delle vittime sorte dopo la strage di piazza Fontana, perché facciano a loro volta pressione sulle autorità britanniche, sulle autorità italiane, sulla stampa che continua scandalosamente a tacere su questo punto, anche sui giornali, sugli opinionisti, sugli intellettuali perché gli inglesi desecretino questa parte del documento e ci aiutino a capire se loro hanno avuto o no, come noi pensiamo, un ruolo nella strage di piazza Fontana e nel tentativo di golpe di Junio Valerio Borghese".

Dovrebbero fare pressione anche i blogger, l’informazione libera e indipendente in rete, chi gestisce i social media…

"Visto il silenzio vergognoso della stampa italiana, io mi rivolgo anche ai blogger, all’informazione della rete che può fare davvero molto, perché a sua volta faccia circolare questo documento e eserciti la sua pressione perché questa parte della storia italiana non può davvero continuare a rimanere oscura".

Il libro postumo del poliziotto sulla notte in cui morì Pinelli. Antonino Allegra si è spento a 91 anni. Il figlio: pubblicherò le sue memorie. Nel dicembre del ‘69 era capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, scrive Andrea Galli il 2 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Antonino Allegra aspettava la morte. Per gli insistenti attacchi delle malattie (conseguenze d’una pesantissima bronchite nel 2003, che l’aveva costretto a rinunciare alle adorate sigarette), per la spossante stanchezza della vecchiaia (aveva 91 anni) e per svelare i propri segreti. In un libro di memorie. Rigorosamente postumo. Sabato pomeriggio, nella parrocchia Regina Pacis di via Quarenghi, nel quartiere di Bonola, periferia Nordovest, non lontano dall’abitazione in un anonimo palazzo di sette piani, i funerali dell’ex poliziotto, questore a Trieste e Torino, direttore al ministero dell’Interno dell’Ufficio ispettivo, ma nell’opinione pubblica rimasto «legato» al dicembre 1969, quand’era capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano. Gli ultimi anni di vita, dopo essersi ritirato in pensione in anticipo per star vicino alla moglie bisognosa di cure, Allegra li ha trascorsi a scrivere. Pagine e pagine per raccontare quello che i giornalisti hanno invano continuato a chiedergli. Ovvero che cosa davvero successe, in quelle vicende come nel delitto di Luigi Calabresi, nel 1972. Allegra, spentosi mercoledì, non aveva mai risposto. Al telefono, al citofono, braccato per strada nelle passeggiate verso il bar, aveva sempre taciuto. Ora c’è il libro che il figlio Salvatore, imprenditore, pubblicherà. «Aveva chiesto di farlo soltanto alla sua scomparsa. Anche con me ha evitato certi discorsi. Diceva che non ero pronto... Ha pianificato tutto. Come il “secondo” matrimonio, da vedovo, con una donna albanese che s’era occupata di mia mamma malata e che successivamente ha seguito papà. Era scappata da Tirana perché perseguitata. L’ha sposata per garantirle un futuro sereno». Chi è stato Allegra? Quanto ha inciso, nel resto dei suoi giorni, l’anno tragico 1969? Su Pinelli ha «coperto» responsabilità? Ha difeso qualcuno? E per quale motivo non ha mai voluto pubblicamente «difendersi»? Il figlio Salvatore dice che ripeteva una frase: «Sono un funzionario dello Stato e ho il dovere di mantenere il segreto». Ma è chiaro che non può bastare. O forse sì. Nel luglio 2000, nella seduta numero 73 della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Allegra ascoltò gli interrogativi di senatori e deputati. Domanda: «Perché subito dopo piazza Fontana le indagini vennero indirizzate sugli anarchici?». Risposta di Allegra, una persona corpulenta con voce ferma, originario di Santa Teresa di Riva, novemila abitanti sul mare, in provincia di Messina: «Non è vero... Non dicemmo che si trattasse di certi o di altri... Si decise di accompagnare in Questura il maggior numero possibile di esponenti di gruppi di estrema destra e di estrema sinistra». Domanda: «Il dottor Calabresi per anni seguì i fatti relativi all’estrema sinistra... Chi è in una certa area viene a conoscenza di notizie che non verbalizza perché rimangono confidenze... Può essere che sia arrivato a scoprire qualcosa di molto importante per cui doveva essere fermato?». Risposta di Allegra: «Se avesse scoperto qualcosa di molto importante lo avrei saputo». E altri avvenimenti, con al centro il furore sanguinario delle Brigate rosse, incrociarono la storia di Allegra. Il quale, per ammissione del figlio che ha scelto un altro percorso («Ne faccio parte da ventisei anni»), nonostante la forte insistenza «declinò le offerte della Massoneria». Conosceva mezza Italia, Antonino Allegra. Compreso Silvio Berlusconi che, riferisce il figlio, «è stato il mio padrino alla cresima». Ma tornando alle memorie, a che punto sono? «Non posso anticipare... C’è un unico giornalista, che papà apprezzava: Pansa... E sappia che, ad esempio su Pinelli, tanto non è stato svelato». Com’è morto l’anarchico? «Nessuno vuol credere a un ruolo del Kgb... Papà... conosceva forse troppo... Adesso verrà alla luce. No, aspetti, nessuna strategia di marketing, nessuna volontà di approfittarmi della situazione... Ho amato mio padre, mi ha dato e insegnato la vita. Il libro è un atto doveroso, anzi obbligatorio». 

LA BUFALA DELL’INQUINAMENTO.

La bufala del grande inquinamento. Negli ultimi 14 anni l'aria a Milano è stata molto meno pulita di oggi. Il blocco è servito solo a peggiorarla, scrive Chiara Campo Sabato 02/01/2016 su “Il Giornale”. Contrordine, l'aria di Milano non è più da bollino rosso. Dopo una settimana di allarmi e polemiche, nell'ultimo giorno del 2015 i livelli delle polveri sottili sono tornati tra i 32 e 36 microgrammi al metro cubo (la soglia di allarme è fissata a 50). Il Comune ha provveduto a diramare una nota per sostenere che «anche i tre giorni di blocco del traffico» hanno contribuito al risultato: «Per la prima volta dopo 35 giorni il Pm10 è sceso sotto i limiti di legge». Un tentativo maldestro di giustificare lo stop ai motori: dopo il primo giorno l'aria in città era persino peggiorata, un flop. E il bollettino sulla qualità dell'aria di Arpa Lombardia certifica che nella città governata dalla giunta ambientalista di Giuliano Pisapia il Pm10 nel 2015 è stato «fuorilegge» per 101 giorni, quasi uno su tre. E tre volte tanto quei 35 giorni che la normativa europea fissa come tetto massimo degli sforamenti in un anno intero. Il 2014 (particolarmente piovoso) le polveri sono state off limits per 68 giorni, l'anno prima 81. Ma andando indietro nel tempo, quello che oggi i Verdi definiscono «un annus horribilis» è stato persino tra i migliori dal 2002 ad oggi. I giorni da bollino rosso, a parte l'eccezione del 2010 (con 84) sono stati sempre stati più numerosi. Tredici anni fa si arrivò al picco di 163, nel 2004 scesero a 134 poi di nuovo su a 148 nel 2006 e due anni dopo già a 110. A conferma, come ha ribadito più volte nelle ultime settimane il presidente della Regione Lombardia, che «i provvedimenti estemporanei non servono nulla», siano blocchi auto, domeniche a piedi o targhe alterne. Il termometro dello smog dal 2002 ad oggi dimostra che le «performance» sono legate alla situazione meteo e alle condizioni geografiche e climatiche sfavorevoli in cui si trova la Pianura Padana. Servono piuttosto dei provvedimenti strutturali, come il rinnovo dei mezzi pubblici più inquinanti. «Tutto quello che potevo fare come sindaco l'ho fatto - ha sostenuto ieri Pisapia -, e ben prima che intervenisse il governo» con il piano antismog presentato dal ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti prima di capodanno a governatori e sindaci dell'Anci. In quattro anni è mezzo, è invece la lettura dell'ex vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, esponente di Fratelli d'Italia, «la giunta Pisapia non ha adottato alcun provvedimento veramente efficace. Area C (il ticket d'ingresso da 5 euro per entrare in centro con l'auto) serve solo a fare cassa». Paradossalmente, le polveri sottili registrate dalle centraline dell'Arpa collocate in Area C hanno sempre valori superiori rispetto alle altre zone della città. E «il calo delle polveri di queste ore è dovuto solo al cambio del meteo, non certo di un blocco del traffico che ha causato solo danni e disagi a cittadini e commercianti».

Blocco auto dannoso «Prima dello stop l'aria era più pulita». I dati dell'agenzia per l'ambiente Maroni attacca: «Misura inutile» Il Comune: «Aspettiamo domani», scrive Maria sorbi Mercoledì 30/12/2015 su “Il Giornale”. Mettiamola così: i pranzi no stop di Natale e Santo Stefano hanno avuto più effetti sullo smog del blocco del traffico. La pigrizia post panettone ha fermato più auto. Dal 25 al 27 dicembre si sono registrate meno polveri sottili rispetto a lunedì, primo giorno delle limitazioni anti polveri sottili. A confermare i dati sono i tecnici dell'Arpa: «Il blocco del traffico non è stato sufficiente - spiega Silvia Bellinzona, direttore del settore monitoraggi ambientali - I dati migliori sono stati registrati nei giorni precedenti. Tra l'altro nel primo giorno di blocco abbiamo registrato un andamento delle polveri differente nei vari Comuni. E non sempre i livelli migliori sono stati misurati nelle città che hanno effettuato il blocco auto». Milano compresa. Ma il sindaco Giuliano Pisapia non perde la speranza e cerca di mettere una pezza sull'evidente fallimento del provvedimento. «Valutazioni più puntuali andranno ovviamente fatte a conclusione delle tre giornate di limitazione del traffico stabilite dall'ordinanza - si legge in una nota del Comune, diffusa per prendere tempo - La misura è stata già utile a contenere i livelli di inquinanti nell'aria in una fase di alta pressione». «Milano senz'auto, ma le polveri aumentano» twitta il presidente lombardo Roberto Maroni dopo aver letto i dati delle centraline anti smog: «È la conferma che i blocchi estemporanei non servono». Lo stesso commento arriva da più parti politiche. Il coordinatore regionale di Forza Italia Mariastella Gelmini rileva: «Il blocco non è servito a nulla. Anche Renzi è costretto ad ammettere che non sono le automobili il nemico da combattere». «Le politiche di riduzione dell'inquinamento - commenta Nicolò Mardegan, lista civica Noixmilano - sono da costruire con cura, prevenendo situazioni di emergenza». Non risparmia parole forti contro il sindaco il leader leghista Matteo Salvini: «La trovata di quell'ignorante di Pisapia è servita solo a rovinare la giornata a migliaia di persone che lavorano. Perché il Pm10 a Milano, dopo una giornata senza circolazione delle auto, è persino aumentato al contrario di quanto accaduto a Monza che non ha adottato misure del genere e dove comunque il Pm10 è diminuito». A fargli eco sono gli esponenti leghisti in Regione Lombardia: «Per combattere l'emergenza occorrono interventi strutturali - spiega il capogruppo Massimiliano Romeo - non certamente quelli messi in campo dalla sinistra, che sulla questione sta facendo solo un'operazione di propaganda mediatica». Oggi la Regione Lombardia, durante l'incontro a Roma con il ministro all'Ambiente Gianluca Galletti, chiederà contributi di 2 miliardi di euro in cinque anni per attuare politiche ambientali più incisive: a cominciare da un'azione comune a tutte le Regioni della pianura padana.

Ecco la verità sullo smog, scrive Nicola Porro su "Il Giornale" del 29 dicembre 2015. La mini polemica tra il sindaco Pisapia e Beppe Grillo su smog e alberi tagliati a Milano, conforta la tesi dello storico Robert Conquest: «Tutti sono di destra nelle cose di cui si intendono». Pisapia sembra un pericoloso conservatore quando ricorda al leader dei Cinque stelle che sì, a Milano, sono stati tagliati circa cinquecento alberi, ma per far posto ad una verde metropolitana. Entrambi, vittime dell’integralismo ambientale, sbagliano però il bersaglio. Non è certo che questo inquinamento sia così mortale come lo dipingono (tra poco lo vedremo) ma è sicuro che nulla ha a che vedere con il mito della deforestazione. In Italia si realizza, i sorrisi si evitino please, un censimento pubblico degli alberi. Ebbene non è mai esistita una stagione (in migliaia di anni dicono gli esperti) con un maggior numero di foreste. Vi sembra grossa? Anche a chi scrive, ma è così: abbiamo 210 alberi pro capite. Negli ultimi dieci anni, mentre ci raccontavano del consumo del suolo e piripi piripa, in Italia abbiamo piantumato quasi fossimo dei maniaci di Hay Day. Ecco i numeri totali: nel 2005 avevamo 10,4 milioni ettari di bosco (circa un terzo della nostra superficie); dieci anni dopo l’estensione è salita ad 11 milioni. Il che vuol dire 600mila ettari di boschi in più. Nella sola Lombardia si sono sviluppati 26mila ettari di boschi e foreste aggiuntivi. Tra un po’ gli alberi diventeranno come i cinghiali in Maremma: un discreto fastidio per gli abitanti del luogo. La relazione tra deforestazione ed inquinamento non funziona più. Anzi, a voler essere polemici essa si sarebbe invertita: più alberi uguale più inquinamento. Tocca inventarne un’altra. E la tendenza riguarda l’intero continente. L’Europa (la fonte questa volta è Forest.org) dal 1990 al 2015 ha piantumato come una pazza. La superficie boschiva è cresciuta di 17,5 milioni di ettari, per intendersi è come dire che in Europa nell’ultimo quarto di secolo è nato un bosco grande come tutto il Friuli Venezia Giulia ogni anno. Piogge acide (ve le ricordate?) permettendo. Come la mettiamo allora con i 68mila morti in più dell’Italia che si registreranno nel 2015? E di cui i politici illuminati si fanno un gran cruccio. Per Grillo rischiano di essere legati proprio all’inquinamento. Anche l’Oms parla di record di «morti premature», causa smog. Partiamo da una piccola considerazione: quella dei morti è l’unica statistica che si riesce a fare con precisione prima della fine del periodo di osservazione. Ma prendiamoli pure per buoni. Nel 2015 ci potrebbero essere più morti (lo ricordava anche Silvio Garattini) grazie alla chimica. Ma non quella inquinante: quella buona. Grazie alla quale siamo tra le popolazioni più longeve del mondo. Si arriva ad un punto in cui però tocca morire: non più a 70 anni, ma in media per le donne in Italia a 84 anni. Questa media si è spostata in avanti e ciò corrisponde ad un effetto statistico semplice: bassa mortalità ieri, recupero oggi. Garattini addirittura ci ricorda come la folle campagna antivaccini (tra cui quelli influenzali soprattutto per i più anziani) stia determinando una piccola, ma pericolosa, epidemia nelle fasce di popolazione più a rischio. Riguardo all’Oms e ai suoi morti non bisogna aggiungere molto a quanto scritto da Umberto Veronesi: «Morti premature è un termine ambiguo su cui sono scettici molti scienziati. Tumori al polmone e malattie cardiovascolari riconducibili in qualche modo all’aria che respiriamo sono in diminuzione». Avanti con la prossima frottola ambientalista. Ps. Per favore considerate la vostra responsabilità ambientale prima di non stampare questo articolo. Se potete, stampatelo su un bel foglio di carta A4, alimenterete così l’industria cartaia, di cui l’Italia era un’eccellenza, contribuirete a generare posti di lavoro e al taglio degli alberi in eccesso.

LA TERRA DEI FUOCHI DEL NORD.

I sospetti sugli incendi nelle fabbriche del milanese. Una scia di incendi sospetti sta coinvolgendo le aziende dell'hinteland di Milano. Nel 2018, quasi quattro roghi al mese. L'allarme di Legambiente, scrive Nadia Francalacci il 12 aprile 2018 su "Panorama". Una scia impressionante di incendi ed esplosioni “sospette”. La Lombardia, negli ultimi mesi, sembra andare a fuoco. O meglio, le aziende dell’hinterland milanese che, a cadenza settimanale, vengono distrutte da roghi improvvisi. L’ultimo caso all’alba del 12 aprile, all'interno di una ditta a Pregnana Milanese, a pochi chilometri dal capoluogo. Il rogo, scoppiato attorno alle ore 5 nell'area parcheggio della azienda" Ventrice società cooperativa Trasporti Italia", ha completamente distrutto tre dei suoi tir. Due degli autoarticolati erano vuoti, il terzo conteneva materiale chimico presumibilmente di tipo farmaceutico. Si tratta di un incendio doloso? Una domanda lecita considerando che l'origine della maggior parte degli incendi avvenuti con una media di circa 4 casi al mese dall'inizio del 2018, è dolosa. Le cause del rogo presso la Ventrice società cooperativa Trasporti Italia, sono ancora in corso di accertamento da parte dei vigili del fuoco e dei carabinieri, così come è allo studio di tecnici specializzati stabilire se il materiale chimico sversatosi sul piazzale sia inquinante. Certo è, che tutti e tre i mezzi andati distrutti, sembrerebbero essere coperti dall’assicurazione.

Nel 2018 quasi 4 incendi al mese. L’incendio a Pregnana Milanese è il quattordicesimo dall’inizio dell’anno. L’ultimo è avvenuto solo 5 giorni fa, all’interno di una ditta di detersivi a San Donato Milanese. Il primo del 2018, invece, risale al 4 gennaio con l'incendio a Corteolona in un capannone sede di una discarica abusiva. Ventiquattr’ore dopo è toccato alla Sinergi di Besana Brianza e il 18 gennaio alla Suez ex-Ecoltecnica di Baranzate. Nel cuore della notte di sabato 3 febbraio, poi è divampato un altro incendio in una discarica di rifiuti di via Radizzone, a Mariano Comense. Quattro giorni dopo, il 7 febbraio, è toccato alla azienda Ecosfera di Bulgarograsso, Como: un'esplosione origina le fiamme che la distruggeranno completamente. Il 13 febbraio scorso, è andata a fuoco anche la sede di stoccaggio rifiuti di Amsa, il 16 febbraio, sempre a Baranzate in via Monte Bisbino, a prendere fuoco è stata una discarica abusiva e il 19 febbraio, invece, è toccato al capannone di una ditta che si occupa di smaltimento di rifiuti ferrosi nel comune di Pioltello. Ma la scia di incendi che hanno interessato le discariche o i capannoni di stoccaggio rifiuti, risale all’anno scorso.

I fatti del 2017. Era il luglio 2017, quando un incendio doloso divampa nel deposito di rifiuti di Bruzzano. A settembre nella ditta di Mortara, in provincia di Pavia, vanno a fuoco decine di tonnellate di rifiuti speciali. Tre mesi dopo le fiamme nello stabilimento di Bruzzano, tocca al deposito di rifiuti industriali di Cinisello Balsamo sempre di proprietà della Carluccio srl. Non è stata risparmiata dalle fiamme, il 22 febbraio scorso, neanche una azienda chimica a Cuggiono Milanese, dove è andata completamente distrutta l'ala della fabbrica dove venivano lavorati i solventi. Il 7 marzo un incendio all’interno di una piccola azienda di pulitura di metalli distrugge completamente lo stabile. Madre e figlio, nel tentativo salvare l’azienda, rimangono gravemente ustionati. Solo cinque giorni dopo, un vasto incendio scoppia attorno alle 7 all’interno della Alfa Maceri, una azienda che si occupa di stoccaggio di carta a Cologno Monzese.  "Questi incendi sono allarmanti. Non può non definirsi “anomala” e preoccupante la frequenza con la quale si susseguono e in una zona così ristretta - dichiara a Panorama.it, l’onorevole Ermete Realacci, Presidente onorario di Legambiente – gli incendi all’interno di aziende, in particolare quelle che operano nel settore dei rifiuti, possono avvenire ma non certamente con questa cadenza”.

I rifiuti e le mafie. “Il settore dei rifiuti è pervaso da interessi illeciti spesso legati alle mafie e alla criminalità organizzata - prosegue Realacci - non a caso gli incendi dolosi sono considerati dagli investigatori dei campanelli d'allarme del potere mafioso sul territorio, insieme alle estorsioni. Quindi è fondamentale che si innalzi, in questa area geografica, non solo l’attenzione dello Stato ma anche la presenza di forze dell’ordine”. “Spesso questi incendi di origine dolosa vengono appiccati per occultare e ‘smaltire’ rapidamente materiali pericolosissimi che l’azienda non doveva detenere- continua il presidente onorario di Legambiente- con conseguenze disastrose sulla salute dei cittadini. La diossina che si sprigiona da questi incendi, infatti, è notevolmente superiore a quella prodotta da un inceneritore. Questi roghi, come quelli nella terra dei fuochi, diventano ancor più devastanti per la salute di un inceneritore di Acerra”.

LOMBARDIA, TERRA DEI FUOCHI NEL NORD, scrive Giorgia Venturini il 06/02/2018 su "Magzine". In Italia lo smaltimento dei rifiuti è un vero e proprio business. Il mercato illegale che si nasconde dietro al ciclo dei rifiuti vale miliardi di euro, in aumento ogni anno. A trainare questa crescita di proventi illeciti non è solo la Campania. Nel mirino, oggi, è la Lombardia, la “terra dei fuochi” del Nord. Negli ultimi mesi sono, infatti, molte le imprese di stoccaggio e deposito rifiuti che hanno preso fuoco. L’ultima, in ordine cronologico, è quella di via Radizzone a Mariano Comense (CO), in fiamme la notte dello scorso sabato 3 febbraio. Le indagini, in corso per accertare l’origine del rogo, non escludono il dolo. Nel 2017, sono state avvolte nel fumo, invece, le imprese di stoccaggio di rifiuti speciali nelle provincie di Brescia, Milano e Pavia. La prima a bruciare, l’anno scorso, è stata la Special rifiuti s.r.l. a Calcinato (BS). Il deposito di rifiuti prende fuoco il 16 marzo del 2017. Neanche ventiquattro ore dopo, è la volta della discarica di Faeco s.r.l., ora Green up, a Bedizzole (BS). La stessa discarica brucerà anche il 24 maggio e il 30 maggio dello stesso anno. Non è da meno la provincia di Pavia. Il 6 settembre del 2017 va a fuoco la ditta di smaltimento rifiuti Eredi Bertè a Mortara. Pochi giorni fa, il 3 gennaio, a bruciare, invece, è il deposito di stoccaggio a Corteolona. Da record, tuttavia, resta la provincia di Milano: secondo i dati elaborati dal comando provinciale dei vigili del fuoco sono, infatti, ben 185 gli incendi nel 2017 legati allo smaltimento di rifiuti. Due, in particolare, gli incendi che hanno fatto discutere: quello divampato nell’impresa di stoccaggio e recupero rifiuti non pericolosi a Bruzzano (MI) il 24 luglio 2017 e quello a Cinisello Balsamo (MI) il 2 ottobre 2017, entrambe gestite dalla Carlucci s.r.l.. Le autorità competenti hanno rilevato che gli impianti risultavano privi di un certificato di prevenzione incendi (CPI) costringendo, pertanto, la società a sospendere immediatamente qualsiasi attività connessa alla ricezione, stoccaggio, smaltimento e recupero rifiuti. Dubbie restano anche le modalità con le quali è stato appiccato l’incendio: i vigili del fuoco giunti sul luogo hanno, infatti, trovato il portone dell’impianto spalancato, formulando l’ipotesi che l’incendio sia stato voluto dagli stessi gestori. Ma cosa si nasconde dietro questi incendi? Secondo quanto emerge dalla relazione del gennaio scorso della Commissione parlamentare d’inchiesta sui reati ambientali, le ipotesi che spiegano il fenomeno sono tante. Dalla fragilità degli impianti (spesso non dotati di sistemi adeguati di sorveglianza e controllo) ai rari controlli sulla gestione che portano a situazioni di sovraccarico degli impianti e quindi ad un alto pericolo di incendi. Infine, c’è la pista dolosa: la possibilità di sovraccarico di rifiuti dà luogo, infatti, ad incendi dolosi “liberatori”. «Le imprese tendono ad abbassare i costi affidandosi a chi gestisce il ciclo dei rifiuti in modo illegale. E bruciare i rifiuti è il modo più economico e veloce per smaltirli», dice Sergio Cannavò.  «Ogni azienda produce rifiuti speciali e il loro smaltimento è affidato alle imprese di stoccaggio. Tutto questo però ha un costo – spiega l’avvocato Sergio Cannavò, responsabile del centro di azione giuridica di Lega Ambiente Lombardia -. Le imprese, dunque, tendono ad abbassare i costi affidandosi a chi gestisce il ciclo dei rifiuti in modo illegale. E bruciare i rifiuti è il modo più economico e veloce per smaltirli». Non solo, il rischio di essere scoperti è quasi nullo: i rifiuti, infatti, non transitano dalle dogane e sono facilmente nascondibili lontani dai centri abitati. «Inoltre, qualora venisse scoperto questo mercato illegale, vengono avviati procedimenti penali a carico di ignoti che poi, nella maggior parte dei casi, cadono in prescrizione», aggiunge l’avvocato. L’aumento degli incendi al Nord conferma l’inversione del flusso dei rifiuti rispetto a storiche emergenze che hanno in passato colpito le regioni meridionali. Ciò è direttamente proporzionale ad un’elevata concentrazione degli impianti di recupero e smaltimento rifiuti in Lombardia, spiegata semplicemente dal fatto che qui, rispetto alle altre regioni d’Italia, è maggiore la presenza di impianti industriali. Tuttavia, se al Sud questo fenomeno è da attribuire quasi unicamente alla criminalità organizzata, al Nord, questo crimine, di matrice economica, non riguarda unicamente gruppi criminali. Roberto Pennisi: «In Lombardia sono coinvolte soprattutto le imprese legali più che i mafiosi. Forse è questo il vero problema: è molto più difficile indagare sulle imprese legali, che su quelle illegali». «Anzi, in Lombardia sono coinvolte soprattutto le imprese legali, più che i mafiosi. Forse è questo il vero problema: è molto più difficile indagare sulle imprese legali, che su quelle illegali», precisa Roberto Pennisi, procuratore della Direzione Nazionale Antimafia responsabile dei reati legati all’ecomafia. «Per le imprese il vero profitto deriva dal risparmio che ottengono nello smaltire direttamente i loro rifiuti in modo illegale, piuttosto che ricorrere ad imprese di stoccaggio legali. Eppure, per evitare qualsiasi tipo di rischio ambientale, basterebbe adempiere le normative in vigore». Una di queste è il testo unico ambientale (Dlgs 152/2006) che punisce a un massimo di sei anni di reclusione chi appicca il fuoco a rifiuti abbandonati, ovvero depositati in maniera incontrollata. Ad oggi, però, né questa normativa né i controlli sul territorio sono sufficienti per mettere un freno al reato di combustione illecita di rifiuti. Intanto, le discariche della Lombardia continuano a bruciare.

Rifiuti. È al Nord la nuova terra dei fuochi: in 3 anni oltre 100 roghi, scrivono Antonio Maria Mira e Simona Rapparelli venerdì 5 gennaio 2018 su Avvenire. Le anticipazioni della presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Chiara Braga (Pd), dopo l'incendio nel Pavese. Il Pavese come la terra dei fuochi. Sono in tanti a farci un pensiero: c’è chi se lo tiene per sé, chi lo scrive sui social e chi invece lo ritiene un paragone insostenibile. Certo è che l’ultimo incendio scoppiato in provincia in ordine di tempo nel comune di Corteolona e Genzone, Bassa Pavese, nel tardo pomeriggio di mercoledì 3 gennaio, con un rogo di sospetta origine dolosa in un capannone in disuso che raccoglieva materiale plastico e gomma ha riproposto un film già visto: esattamente come era accaduto il 5 settembre del 2017 a Mortara, sempre in provincia di Pavia, con le fiamme allo stabilimento Eredi Bertè (stoccaggio di rifiuti speciali e metalli). Gli abitanti della zona sono tornati così in queste ultime ore a fare i conti con gli appelli dei sindaci e del prefetto che raccomandano di non uscire di casa, di tenere serrate porte e finestre e di non consumare frutta e verdura dagli orti. L’incendio alla Bertè era andato avanti per ben otto giorni, si era parlato di pericolo diossina, le colonne di fiamme e fumo erano visibili in tutta la provincia di Pavia ma anche in altre zone della Lombardia e la preoccupazione dei residenti in realtà non si è mai assopita del tutto. Senza contare le fiammate che spesso si sprigionano dallo stabilimento Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (uno dei più grandi d’Italia): nell’ultimo anno sono stati ben tre gli episodi di incendio (dicembre 2016, febbraio e maggio 2017) che hanno messo in allarme l’intera zona anche a causa degli intensi boati che hanno preceduto le fiamme.

Che cosa succede?

«Quella zona era già stata oggetto di un nostro approfondimento specifico a dicembre, con un sopralluogo nell’impianto di Mortara che aveva avuto un incendio a settembre». Lo ricorda Chiara Braga, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti che il 10 gennaio presenterà una specifica relazione sugli incendi negli impianti. «A Camere sciolte – spiega la parlamentare del Pd – non possiamo più svolgere attività di indagine, sopralluoghi, audizioni che su questo nuovo caso sarebbero state molto interessanti. Possiamo solo concludere il lavoro istruttorio».

Ma già gli elementi raccolti sono molto importanti.

«È il primo monitoraggio su scala nazionale di questo fenomeno che ha riguardato negli ultimi tre anni circa 260 episodi, il 10% in discariche, tutto il resto in impianti di selezione, trattamento, stoccaggio. Il 40% di questi episodi, dati forniti dalle Arpa e dalle Procure, è al Nord. Abbiamo fatto una panoramica di tutto quello che siamo riusciti a ricostruire di questi ultimi tre anni. E con alcuni focus di approfondimento, con missioni e audizioni a Vidor, in provincia di Treviso, Bedizzole, in provincia di Brescia, Mortara, in provincia di Pavia, Cinisello Balsamo, in provincia di Milano e Caserta».

Sicuramente i casi sono molto diversi. Per un terzo sono ancora in corso le indagini della magistratura. «Per alcuni si è trattato di cattiva gestione degli impianti. Ma la dimensione, l’articolazione e anche le caratteristiche del fenomeno. Continua Braga - ci dicono che è sbagliato guardarli come singoli episodi mentre sono spesso casi spia di pezzi del ciclo dei rifiuti che non funzionano correttamente. Può esserci l’illecito, la mala gestione, certamente sono questioni su cui bisogna alzare il livello di guardia a tutti i livelli, sia quello della prevenzione che quello delle indagini». E spiega che nella relazione si tenterà di dare anche qualche indicazione su come provare ad analizzare, studiare, contrastare questo fenomeno alla luce dei dati certificati e raccolti. Invece di guardare i singoli casi, insomma, leggendoli nella sua complessità si possono aprire gli occhi su alcune caratteristiche utili per prevenirlo e contrastarlo meglio.

Gli incendi «sono episodi spia». Il Nord d'altronde sta diventando attrattivo per alcune filiere di rifiuti differenziati fatti in tutt’Italia dove magari non ci sono impianti o ci sono forti carenze, e la filiera lascia molto a desiderare. «Il mercato si allarga e all’interno è possibile che entrino operatori non corretti - continua Braga -. Ci può essere una pressione eccessiva di impianti in certi territori e forse anche, come spesso accade e accertato dalle indagini, la presenza di attività illecite». Che ci sia la criminalità organizzata o no è da verificare e dimostrare con le indagini, «però che ci sia una zona grigia di cattiva gestione del ciclo dei rifiuti, questo è certo». Tutti elementi che concorrono a un fenomeno che negli ultimi tre anni è cresciuto in maniera molto significativa. Gli incendi poi sono episodi spia di problemi più ampi che stanno dietro. «Quando c’è il fuoco è perché dietro forse ci sono questioni più complesse, illecite, che vengono in qualche modo "risolte" facendole sparire con le fiamme. Il caso di Mortara - conclude la parlamentare - è molto significativo: l’impianto era molto pieno, era previsto un sopralluogo dell’Arpa proprio in quei giorni e casualmente c’è stato l’incendio. Non si può dire che sia stato appiccato dolosamente, sono in corso le indagini…ma certo la coincidenza c’è».

La Cina e la mafia. Di diversa opinione il consigliere Roberto Pennisi, che coordina il gruppo della Procura nazionale antimafia sui crimini ambientali: «Da quando c’è stato il blocco dell’esportazione di rifiuti di plastica verso la Cina - spiega - i nostri trafficanti hanno cominciato ad avere problemi. E così hanno trasformato l’Italia in Cina. Soprattutto le regioni del Nord». E torna a denunciare: «Questa non è ecomafia, ma attività imprenditoriale criminale. È da tempo che lo diciamo. Fin quando c’è stata la disponibilità della camorra veniva comodo rivolgersi a loro - continua Pennisi -. Ora è proprio il sistema economico a muoversi illegalmente. Perché mancano gli impianti. La verità è che ci vogliono i termovalorizzatori, ovviamente gestiti bene. Invece i nostri rifiuti li mandiamo all’estero dove vengono bruciati producendo energia. Oppure ci rivolgiamo al mercato illecito nazionale». Che utilizza capannoni e stabilimenti per l’acquisizione a più non posso di rifiuti: «Li prende e poi quando non ne può più… i rifiuti bruciano».

Viaggio in Lombardia: è qui l’altra «Terra dei fuochi». Un pool di magistrati si sta occupando dei reati connessi allo smaltimento illegale: decine le inchieste aperte su sversamenti illegali nel Bresciano e vicino Milano, scrive Amalia De Simone il 3 gennaio 2015 su "Il Corriere della Sera". C’è un’altra terra dei fuochi in Italia, una pattumiera che ingoia rifiuti provenienti dall’est Europa, dall’Australia e dai principali distretti industriali del nord Italia. E’ una terra dei fuochi che ha ancora poca voce, che in pochi conoscono e di cui molti vorrebbero non si sapesse niente. Si trova in Lombardia, sviluppata a macchia di leopardo prevalentemente nelle zone del bresciano, alle porte di Milano, nel bergamasco, intorno ai piccoli fiumi che finiscono nel lago d’Iseo e in aree che arrivano fino all’Emilia Romagna. Il problema legato allo sversamento di rifiuti tossici non è recente ma da alcuni mesi l’attenzione è altissima per la scoperta di scorie provenienti dall’estero e sversate nella provincia di Brescia. Per questo, il procuratore generale della Corte d’Appello di Brescia, Pier Luigi Maria Dell’Osso che fino all’anno scorso era il procuratore nazionale antimafia aggiunto, ha voluto che un pool di magistrati si occupasse dei reati connessi allo smaltimento illegale dei rifiuti e ha chiesto ed ottenuto una sezione della Dia a Brescia.

Le inchieste. Le inchieste aperte che riguardano prevalentemente la zona di Montichiari sono ormai decine e attualmente sono in corso approfondimenti investigativi su alcune aziende che gestiscono discariche nella zona. “Ci sono stati carichi perfino da Australia e Slovenia e non sono certamente casi isolati – ha spiegato Dall’Osso in una delle interviste raccolte per le video-inchieste sulla terra dei fuochi del nord realizzate per “Corriere.it” - Arrivano sia in container dai porti che su rotaie. Anzi, stiamo vigilando una serie di linee ferroviarie semi dismesse dei distretti industriali”. Secondo Dell’Osso tutto questo avviene perché i rifiuti sono un problema per tutti i paesi: “Il fatto che il territorio bresciano abbia una grossa esperienza ed una articolazione territoriale di discariche lecite e illecite, fa sì che diventi un territorio particolarmente appetibile. Infatti può essere competitivo dal punto di vista dei costi perché è una realtà di grandissima estensione ed evidentemente ha anche una organizzazione che rende più sicure le consorterie criminali mafiose che operano in questo settore”.

Trenta milioni di scorie. Le associazioni ambientaliste parlano di oltre 30 milioni di tonnellate di scorie accumulate sul territorio bresciano dal dopoguerra ad oggi e secondo lo storico ambientalista bresciano Marino Ruzzenenti ogni anno si producono anche fino ad un milione di tonnellate di scorie. In effetti basta farsi un giro a Montichiari per rendersi conto della situazione: discariche che si estendono per chilometri e chilometri. Cave, colline di scorie laghetti artificiali incorniciati da campi coltivati, esattamente come nella terra dei fuochi campana. Quella che era una florida pianura negli ultimi anni è diventata una zona collinare. Vicino a Bergamo il corpo forestale dello stato sta facendo accertamenti su una collinetta su cui c’è un parco giochi con un enorme scivolo perché c’è il sospetto che sia stata realizzata con scorie di fonderia come una serie di opere pubbliche tra cui gallerie o la BreBeMi, la bretella autostradale che collega Brescia Bergamo e Milano, finita nel mirino della procura proprio per gli sversamenti illeciti di rifiuti. Il comandante del corpo forestale di Bergamo Rinaldo Mangili racconta che negli anni Novanta i liquami industriali venivano spacciati addirittura per ammendanti agricoli e che le autobotti, approfittando della pioggia aprivano i bocchettoni lungo le strade e spargevano via i liquami che finivano nei campi coltivati.

Argini-sandwich. I torrenti della provincia di Bergamo spesso hanno argini che sembrano sandwich: guarnizioni, scarti di fonderia, scarti di industrie tessili che di tanto in tanto si staccano e seguono il corso d’acqua che si getta in altri fiumi e laghi (soprattutto quello d’Iseo) e irriga i campi coltivati circostanti portandosi dietro il veleno. Anche in questa zona l’incidenza dei tumori è molto alta anche se non è stata mai fatta una indagine epidemiologica specifica sul territorio. I medici per l’ambiente di Brescia e alcune associazioni di mamme denunciano una altissima incidenza di tumori infantili. Stesso allarme anche alle porte di Milano: a Buccinasco, per esempio, dove per anni la ‘ndrangheta ha fatto il bello e il cattivo tempo approfittando della speculazione edilizia. Come dimostrano numerose inchieste della dda di Milano imprenditori collegati alle cosche calabresi e da tempo residenti in zona, da un lato costruivano e dall’altro nascondevano rifiuti industriali. Oppure a Pioltello, periferia est di Milano dove c’è un sito d’interesse nazionale finito nel mirino degli investigatori per la bonifica dell’ex Sisas, un’area che accoglieva oltre 280 mila tonnellate di rifiuti industriali. Tra gli indagati ci furono anche i vertici della Daneco, società che nel frattempo si è aggiudicata i lavori per la costruzione del termovalorizzatore di Salerno.

MILANO CAPITALE DELLO STUDIO.

Otto atenei. Boom di stranieri. Occupazione, start-up. E un sistema che fa collaborare pubblico e privato. Per questo più di una matricola su 10 in Italia quest'anno ha scelto il Duomo per la laurea. Un mondo che produce ricchezza, promesse, e sviluppo. Ma anche business, e nuove disuguaglianze, scrive Francesca Sironi il 10 dicembre 2015 su “L’Espresso”. Milano? per tutti è la moda, il Duomo, il design, i cumenda, l’happy hour. Raramente si pensa alla città per le sue università. Eppure è dentro gli atenei che oggi risorge quella centralità persa con il tramonto dei salotti buoni dell’industria e delle banche sempre più in crisi. Con 183mila studenti, 36.320 dipendenti fra professori e segretari, 400mila metri quadri occupati soltanto dal Politecnico, un mercato frenetico di appartamenti e posti letto per fuori sede, le facoltà milanesi sono diventate una metropoli nella metropoli. Un motore che ha cambiato la fisionomia di interi quartieri, che attrae capitali, che importa giovani dall’estero e mette i semi di nuove startup. Un motore pronto a conquistare, adesso, i resti del post-Expo. Più di una matricola su 10, in Italia, ha scelto Milano per instradarsi verso la laurea, quest’anno. Per la precisione, il 13 per cento del totale nazionale. Dieci anni fa era l’11: i neo-iscritti sono in calo ovunque, ma qui meno che altrove. Perché? Per intuirlo basta osservare l’ombra lasciata dagli aspiranti alle facoltà a “numero chiuso”: al test di Ingegneria del Politecnico hanno partecipato a settembre 11.380 ventenni. Nel 2011 erano 7mila e 700, per lo stesso numero di posti (circa 5.500). In Statale hanno dovuto trovare spazio per far svolgere la prova a migliaia per poche centinaia di posti in Beni Culturali, Scienze della comunicazione, Biotecnologie, Chimica e Informatica (+19 per cento). Lo stesso per le facoltà di Medicina, con l’assalto ai corsi in inglese. Cos’hanno di così sexy gli atenei milanesi? «Semplice: troviamo lavoro, diamo certezze», è la prima risposta di Graziano Dragoni, direttore generale del Politecnico: «Per alcuni nostri indirizzi l’occupazione dopo la laurea è del 100 per cento». Insomma: pensano subito al futuro, i ragazzi. Ma c’è anche altro: «Conta la qualità. A Milano competiamo con il resto del mondo, non solo con l’Italia», riassume Andrea Sironi, rettore della Bocconi, dove il 75 per cento dei frequentanti arriva da fuori Lombardia: «Per ingegneria, economia, design e medicina la Ricerca attrae qui fondi di eccellenza e premi europei. E con la nuova generazione di rettori stiamo facendo sistema». Il “sistema” è una terza via fra cooperazione e concorrenza intrapresa nel 2012 da atenei pubblici e privati, insieme: Cattolica, Politecnico, Bocconi, Statale, San Raffaele, Humanitas, Bicocca. La funzionaria del Comune Giuseppina Corvino ricorda bene quella prima riunione “galeotta” che fece scattare l’amore fra dei rettori appena eletti, convocata a Palazzo Marino per rendere la città più favorevole agli studi: «C’era un entusiasmo nuovo», racconta: «Oggi Milano è la seconda meta scelta in Europa dagli studenti in Erasmus, dopo Barcellona». Oltre ad assessori e dirigenti si sono imbarcate poi le accademie (dal Naba alla Marangoni, al Conservatorio), Camera di Commercio, fondazione Cariplo, in parte Assolombarda, i musei. Ne è nata un’intesa che sta dando i primi risultati. A partire dai servizi per aiutare iscritti e docenti stranieri negli ingorghi burocratici del permesso di soggiorno e negli obblighi fiscali: ostacoli che tengono l’Italia ai margini rispetto ai poli che attraggono talenti con visti agevolati e prestiti. Da noi non è possibile, ma con queste innovazioni, dicono, si prova almeno a dare una mano. Poi: una card di sconti per la cultura. E ancora accordi “trasversali”. Una coppia di super-ricercatori di Chicago, ad esempio, si è appena trasferita sui Navigli grazie a uno scambio che permetterà a lui di insegnare in Bocconi e a lei di continuare i suoi esperimenti in Statale. Alcuni atenei stanno pensando di avviare anche Phd interdisciplinari fra sedi, per aumentarne l’impatto. Il risultato è concreto: gli universitari stranieri a Milano sono oggi 12.301, il 6,7 per cento degli iscritti, triplicati rispetto al 2004. A Roma sono il 4,6. In Italia la media è del 4,2. Attrarre giovani dall’estero è diventata un’esigenza per gli atenei italiani, colpiti dalla crisi di vocazioni post-diploma e dalle imposizioni ministeriali in termini di classi, docenze e contributi alla Ricerca. Anche per questo i dipartimenti puntano ai master e ai corsi in inglese per internazionalizzarsi. Nonostante le proteste della Crusca (e di diversi prof) al Politecnico le magistrali “English speaking” sono passate da 7 (nel 2006) a 35, e gli stranieri iscritti sono oltre duemila, arrivati da Iran, Cina, India, Turchia, Colombia. Humanitas, con la medicina in inglese, ha fatto subito il pieno. In occasione di Expo la Camera di Commercio ha stimato un indotto per la città pari a duecento milioni di euro dagli iscritti extracomunitari. Soltanto di pagamenti diretti, per frequentare lauree e master, gli allievi milanesi versano più di 670 milioni di euro all’anno, extra rispetto ai fondi ministeriali. «Le università sono generatori di ricchezza», conferma Gianluca Vago, rettore della Statale: «Ricerche dimostrano che dove c’è un ateneo che attrae, le istituzioni investono per migliori infrastrutture, che servono a tutti. Poi ci sono le spese dei ragazzi per vitto e alloggio, certo, ma anche uno sviluppo a lungo termine: i laboratori portano brevetti, quindi tecnologia, quindi potenziale innovazione». Potenziale, perché le aziende lombarde non sembrano così ricettive nei confronti degli atenei: «È difficile convincere le piccole imprese a “sfruttarci”», racconta il direttore generale del Politecnico: «Insistiamo, fondiamo consorzi e reti. Ma ora i nostri sforzi sono soprattutto nelle startup». Altre gocce di ricchezza possibile che cadono qui e là: le società di ricercatori, dottorandi, professori, che spendono per portare sul mercato le loro idee. Sono il must del momento. Ogni ateneo ha il suo spazio. La Bocconi ad esempio ha appena aperto, insieme al Comune e alla Camera di Commercio, un nuovo “incubatore”, riservato ai giovani che vogliono fondare capitali. E ogni ateneo vanta le sue esperienze, riuscite o meno. Milano diventa così la città-esperimento dove si affacciano sempre più co-working, uffici condivisi da freelance (anche la Cgil ne ha inaugurato uno); si aprono bar dove una scrivania con wifi e caffè costa 200 euro al mese; Palazzo Marino investe in spazi per creativi dentro l’ex Ansaldo; o ancora i locali promuovono “lavoro e brunch” la domenica. Tutto questo attivismo non riesce ancora, però, a trasformarsi sempre in reale opportunità di un futuro, lasciando che la disoccupazione continui così a invitare alla fuga migliaia di giovani ben formati, ora anche in inglese, dalle sedi lombarde. E il boom degli affari intorno all’università ha prodotto anche nuove disuguaglianze: «Vedi quelle case? Hanno prezzi inaccessibili, per noi: 650 euro al mese la singola, 350 in doppia», raccontano due ragazze del “Collettivo studenti” di Bicocca passeggiando fra le costruzioni di fianco ai dipartimenti. Sugli alloggi a fitti calmierati Statale e Bicocca riescono a rispondere al60 per cento delle domande, la Cattolica al 70, Bocconi al 56, il Politecnico - che ha il maggior numero di richieste - al 35, e sta infatti cercando di costruire nuovi posti letto. Intanto le attiviste mostrano anche altro. Ad esempio il libretto per i voti, diventato una carta di credito: ogni matricola è costretta ad aprire un conto con la Banca di Sondrio. O gli spiazzi di cemento fra le aule, dove, dicono: «Se proponi anche solo una merenda pubblica arrivano i vigilantes privati perché “non si possono fare assembramenti”». Ma non dovrebbero essere spazi di confronto? «È vero. Le facoltà devono avere il coraggio di riportare in primo piano il loro fondamento: quello di essere un luogo libero, laico, indipendente di produzione del sapere», riflette Vago. C’è però qualcosa che non ha perso un passo, in questi anni: ed è il cambiamento della città a fianco dell’espansione delle università. La ciminiera si staglia a due passi da dove avanza una ragazza sui tacchi con la corona d’alloro, applaudita dai parenti. La vecchia Milano si sovrappone alla nuova. Le aule e i laboratori, le feste di laurea e gli afterhour di matricole, sfondano gli spazi lasciati vuoti da rulli e raffinerie. «La città ha bruciato 200mila posti di lavoro nel settore manifatturiero, negli ultimi trent’anni. E ha conquistato 200mila studenti», racconta l’assessore all’urbanistica Alessandro Balducci, ex prorettore del Politecnico: «L’università è stata il motore delle più grandi trasformazioni urbane dell’ultimo periodo, a Milano: le periferie delle ex fabbriche sono state occupate dall’insegnamento». È successo in Bicocca, fra il 1991 e il ’99, con i dipartimenti della Statale a prendere gli ingressi di quella che un tempo era la vastità Pirelli. È successo in Bovisa, dove dal 1992 al 2008 il Politecnico ha riempito di designer le strade scivolate nel degrado alla scomparsa di Montecatini, Ceretti & Tanfani, Officina del Gas. Studenti al posto di operai. Oggi gli universitari a Milano sono il 13,6 per cento del totale dei residenti. A Roma, la capitale dalla monumentale Sapienza, sono il 6,6. La metà. Ed è un record anche a livello europeo, batte persino Londra che è sotto il 5 per cento. La Statale si è detta pronta a portare questa svolta - la forza dei banchi contro l’abbandono in periferia - nell’area rimasta vuota dell’Expo. Propone di trasferire 20 dipartimenti e sedi per gli esperimenti scientifici. Ma ora attende di capire come si accorderà il suo piano con quello presentato invece dal premier Matteo Renzi: un maxi-centro di Ricerca che ha come capofila l’Istituto italiano di Tecnologia di Genova. Aspettando che governo, Comune e Regione definiscano la partita dei fondi e degli spazi, una cosa è certa: i padiglioni smantellati dovranno far largo a libri e microscopi.

Milano è bellissima ma non diteglielo. Una città che si reinventa sempre. Dove il continuo cambiare è una camaleontica natura. Pudica, senza smancerie né vanità. Per chi riesce a capirla, sempre più seducente e fiabesca nel suo saper dare speranza, scrive Aldo Nove su “L’Espresso”. Milano è bellissima. ma non vuole che si sappia. Probabilmente non è molto milanese esserlo. Certo non è milanese ostentarlo. Milano è bellissima ma che non lo si dica, per carità, non sarebbe serio. È troppo forte la sua natura di città funzionale, la sua storia di città “dove si va per lavorare”. Milano non ha tempo per guardarsi allo specchio, e quando lo fa coglie indistinto il fiume elettrico delle persone che l’attraversano (come la raffiguravano i futuristi cent’anni fa), indaffarate ciascuna a inseguire il suo destino, in un intreccio che sembra un lento snodo autostradale di vite che s’affollano al casello, pagando il pedaggio. Per andare dove, poi. La crisi, quella che ci attanaglia ovunque e non ha localizzazione, essendo giustappunto globale, ha dato a Milano un ulteriore scossone, ne ha vanificato ancora di più l’identità. Se il lavoro viene meno, in questa città è tale la pressione del fare che allora tutto inizia a girare a vuoto, ma continua a girare. Una giostra fuori asse. Un caleidoscopio esploso. Milano è veloce, non indugia su se stessa, non si guarda. Ma è piena di volti, di storie. Sono mutati i tratti somatici. Basta fare un giro in tram e guardare dentro e fuori da quel tram. Il mix è vivacissimo. Cinesi, pugliesi, africani, milanesi, filippini, inglesi, bergamaschi, russi. Una comunità frenetica che parla la lingua del lavoro che non c’è più e allo stesso tempo si reinventa a una velocità impressionante. Anni fa un filosofo francese, con una certa lungimiranza, inventò una nuova scienza sociale, e la battezzò così: “dromologia”. La scienza della velocità. Milano ne è il laboratorio. Non c’è mai tempo, e l’assenza (di tempo, appunto) è la sua dimensione interiore, la sua cifra più misteriosa e smaccata. Per chi riesce a coglierla, è seducente. È così indaffarata, Milano. Il futuro preme, lo fa in continuazione e non importa cosa rechi con sé. Non importa neanche se arrivi davvero o no: com’è arrivato l’Expo, alla fine. La Madonnina che domina il Duomo è la regina della trasformazione, il centro di una ruota che gira a pieno ritmo. Lo senti fisicamente. Chi arriva da qualunque parte d’Italia alla stazione Centrale se ne accorge. Appena sceso dal treno sente come una mano che lo afferra alle spalle, e lo spinge. Bisogna incominciare a correre, e diventare milanesi. Il paesaggio muta, ma è nella sua camaleontica natura. Muta sempre. E anche se s’inceppa lo fa con un suo ritmo, nella magnanimità dell’apparenza. Negli ultimi anni, quelli in cui la crisi si è fatta sentire, le strade di Milano sono diverse. Molte attività hanno chiuso. Ma è ben difficile che ciò assuma una forma definita. Viene in mente un film bellissimo uscito da poco di Alejandro Jodorowski, “La danza della vita”. Racconta di una città in crisi e le vetrine dei negozi sono tutte chiuse con la stessa identica scritta “Chiuso per fallimento”. Milano no. Se chiude riapre subito dopo. Ecco allora tutta la nuova teoria delle attività alternative. Quella triste dei compratori di oro e quella altrettanto triste delle sale per giocatori d’azzardo, con tanto di angolo fumatori perché il vizio si accompagna al vizio. E poi la pletora dei “centri benessere” cinesi, sui quali si vocifera che spesso il benessere a cui si allude riservi ben poco originali deviazioni rispetto a quello delle più lussuose spa. Ma sono tutte maldicenze. Sono solo nuove attività. Ritornano ciabattini e artigiani che si offrono per riparare un po’ di tutto, dalle scarpe agli ombrelli fino agli oggetti simbolo del nostro tempo, i cellulari. Milano oggi pullula di cliniche per tablet e di boutique per iPhone. A Milano puoi stare sicuro che trovi in poco tempo la più memorabile cover per telefonini del mondo. Milano anche da morta è viva. Poi ha i suoi malesseri. Da decenni ad esempio soffre della sparizione di uno degli elementi che più l’hanno caratterizzata, la nebbia. «A Milano c’è la nebbia» è un luogo comune talmente potente che in molti non sanno che non c’è più. Come un vestito, si abbinava bene al ritmo alienato di questa città, ne accompagnava la narrazione. Poi è sparita. Ma Milano resta nebbiosa dentro. Il suo grigiore ha una densità impalpabile e coriacea che è statuto e non ha bisogno di corrispettivo meteorologico. E oggi che si estende in verticale (con i nuovi grattacieli che hanno sostituito il bosco di Gioia offrendo allo storico quartiere di Isola uno skyline che sembra newyorkese ma non troppo) le carte si sono confuse ancora di più. Ed è bello pensare come permanga, in certi angoli poco conosciuti dei Navigli, la Milano ottocentesca ritratta per sempre da Ermanno Olmi nel suo “L’albero degli zoccoli”, all’ombra di modernissimi palazzi lucenti. Passato e futuro in fondo non contano. Conta solo il presente e il presente è tanto, è massiccio a Milano. I letterati ne hanno sempre parlato male. Se andiamo a rileggere i grandi poeti che nel Novecento hanno trattato le virtù meneghine, di virtù ne troviamo ben poca. Da Giovanni Raboni a Milo De Angelis, da Giovanni Testori a Franco Loi, Milano ne esce sempre male. Ma ne esce. Perché Milano non è un’amante, è una moglie. Diceva bene Giovanni Giudici, altro poeta milanese per adozione, che è più facile dirle “ti voglio bene” che non “ti amo”. Si amano Venezia e Roma. Ma Milano offre altre più pudiche e persistenti passioni. Ti ci affezioni e ne diventi parte. Di sicuro, a Milano c’è posto per tutti. Ce n’è sempre stato. Dalla Milano dei meridionali a quella dei cinesi, l’invasione è lo status quo e Milano metabolizza tutto, in una forma che possiamo tranquillamente definire accoglienza. Senza smancerie. Alla milanese. Multietnica per vocazione, il suo centro è ovunque, in una fuga prospettica sterminata di storie, e in questa fuga c’è la sua poesia. Del resto, la parola “poesia” deriva dal verbo greco che significa “fare”. Milano fa. Milano produce Milano e in fondo è tutto qua. Un tutto che ne contiene moltissimi altri, mondi che contengono mondi: cinesi che lavorano in attività italiane che poi i cinesi rilevano e dove gli italiani tornano a lavorare come dipendenti. Palazzi che soppiantano boschi per poi recuperarli sulle loro pareti come giardini verticali. Milano è un frullatore di vicende e di stili. E la vetrina dello store della grande marca si presta a diventare, la notte, il rifugio di uno dei tantissimi indigenti che la popolano. Quelli che lo sono per vocazione, quelli che la vita ha preso da sempre a calci e quelli che si sono ritrovati poveri di punto in bianco perché hanno perso il posto fisso che fisso non era. Una fiaba per adulti, Milano, dai multipli finali. Imprevedibile, è capace di lasciar posto a una parola delicata. Che nel 2015 è difficile da dire, e forse Milano riesce in qualche modo a preservarla. È una parola molto preziosa. È il vero motore di Milano. È la parola “speranza”.

MILANO: DA CAPITALE MORALE A CAPITALE DEL CAZO.

Milano si è riappropriata "del ruolo di capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno e che tutti auspichiamo possa avere". Lo ha detto il presidente dell'Autorità Nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, ricevendo dalle mani del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il Sigillo della Città. Alla cerimonia di consegna del 28 ottobre 2015 hanno partecipato anche il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, e il procuratore Edmondo Bruti Liberati. “Modello Expo difficile da esportare a Roma” - Per il presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, inoltre, il modello realizzato per Expo a Milano, caratterizzato da "profonda sinergia istituzionale è difficilmente esportabile senza questa sinergia. Stiamo cercando di esportarlo a Roma ma a Roma è questo che manca". E ha continuato: "Ho incontrato difficoltà, in parte superate anche con l'impegno perché il Comune di Roma non è fatto solo dei soggetti di Mafia Capitale, ma è fatto di moltissime persone per bene. Il problema è trovare una squadra che funzioni. Nell'Amministrazione abbiamo trovato punti di riferimento importanti, anche nel Comune, ma la sinergia che si è verificata a Milano è difficile da esportare come modello. L'idea di lavorare tutti con lo stesso obiettivo, pur nel rispetto della divisione dei ruoli, non è sempre facile da esportare in altre realtà". "Le mie parole non sono critiche" -  Cantone, dopo le polemiche seguite al suo intervento, ha poi voluto precisare che le sue parole non "sono critiche a Roma ma un pungolo" per stimolare l'idea che si formi anche nella Capitale un modello di sinergia istituzionale".

Ho dovuto risentirlo più volte...non potevo crederci..., "Milano è Capitale morale" lo ha detto Cantone e fra i presenti, (non posso smettere di ridere), c'era Bruti Liberati, il Procuratore denunciato per irregolarità nell'assegnazione di fascicoli sulla corruzione nella Pubblica amministrazione…..

Expo, dalla tregua giudiziaria all'avviso di garanzia a Beppe Sala. Nel 2015 Renzi ringraziò la procura di Milano "per la sensibilità istituzionale dimostrata". Oggi quella tregua sembra finita. E Sala risulta invischiato nell'inchiesta, scrive Franco Grilli, Venerdì 16/12/2016, su "Il Giornale".  Con l'iscrizione di Giuseppe Sala per falso materiale e ideologico "esplode" l'inchiesta sulla Piastra dei servizi di Expo, l'appalto più ricco dell'Esposizione universale che venne assegnato con un ribasso del 42 per cento alla società Mantovani. Proprio questa indagine segnò l'acme del cruento scontro nella procura di Milano tra l'allora capo Edmondo Bruti Liberati (ora in pensione) e l'aggiunto Alfredo Robledo, poi trasferito a Torino per i suoi rapporti con l'avvocato della Lega, Domenico Aiello. In seguito ai contrasti sulla gestione di questo fascicolo, nel giugno del 2014, Bruti si autoassegnò tutte le indagini sull'evento costituendo la cosiddetta "Area omogenea Expo" che, di fatto, estrometteva l'allora capo del pool reati contro la pubblica amministrazione dalle inchieste sulla manifestazione. La "sanguinosa" battaglia tra le due toghe è la costante di tutto il complesso rapporto tra la magistratura e l'Expo per la cui buona riuscita l'ex premier Matteo Renzi, nell'agosto dell'anno scorso, aveva ringraziato anche la procura di Milano "per la sensibilità istituzionale dimostrata". Oggi quella tregua, che era stata mantenuta anche durante la campagna elettorale per il Comune di Milano, sembra essere finita. E Sala risulta così invischiato in un'inchiesta già in corso da mesi. "Finalmente - ha commentato Robledo - la magistratura si è ripresa la sua veste istituzionale, liberandosi dalle influenze della politica e delle correnti". Il 20 marzo 2014 arrivano i primi arresti legati all'evento nell'ambito di un'indagine su Infrastrutture lombarde (Ilspa), controllata della Regione Lombardia. Finiscono in carcere il dg Antonio Rognoni e Pierpaolo Perez, responsabile dell'ufficio gare. I pm indagano sui metodi di assegnazione delle consulenze e per la prima volta mettono nel mirino anche i lavori di Expo. Ai domiciliari vanno il direttore amministrativo di Ilspa, Maurizio Malandra, quattro avvocati e un ingegnere che si sarebbero spartiti incarichi per un milione e 200mila euro. L'inchiesta su Ilspa si allarga nei mesi successivi e il 9 maggio finisce a San Vittore Angelo Paris, responsabile acquisti di Expo, assieme all'ex Dc Gianstefano Frigerio, all'ex Pci Primo Greganti e all'ex forzista Luigi Grillo. Imprenditori e politici della prima Repubblica, nomi già noti alle cronache giudiziarie, che, per i pm, costituiscono la "cupola degli appalti di Expo" e avrebbero truccato, tra l'altro, l'assegnazione dei lavori per le "Vie d'acqua" e l'"Architettura dei servizi". Tutti patteggeranno pene fino ai tre anni di carcere. Qualche mese dopo, a ottobre, la procura "chiarisce" chi avrebbe beneficiato delle commesse per le "Vie d'acqua": il responsabile del Padiglione Italia Antonio Acerbo, il manager Andrea Castellotti e l'imprenditore Giandomenico Maltauro, che avrebbe promesso 150mila euro al figlio di Acerbo, Livio, come consulenze. In gran segreto, durante l'Esposizione, Sala viene indagato per abuso d'ufficio in relazione all'affidamento diretto a Eataly dei servizi di ristorazione in due padiglioni di Expo, con presunti vantaggi per la società di Oscar Farinetti. La vicenda aveva già sollevato l'interesse dell'Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone. A gennaio 2016 si viene a sapere che Sala era stato indagato, ma la sua posizione è già stata archiviata. "Dubbi esistenti e condivisibili (quelli di Cantone, ndr) sulla mancata osservanza della normativa originaria sugli appalti", si legge nel decreto di archiviazione. Ma l'ex ad di Expo non deve essere processato perché "non risulta univocamente dimostrato l'elemento psicologico richiesto dal reato di abuso d'ufficio". Con quell'appalto senza gara, Eataly ottenne "un indiscutibile vantaggio contrattuale", ma "non è dimostrabile che Sala abbia agito intenzionalmente per procurare un vantaggio ingiusto". Un'inchiesta della Dda guidata da Ilda Boccassini ipotizza che ci fosse la mafia dietro l'elegante padiglione in legno della Francia e gli stand del Qatar, della Guinea Equatoriale, del Camerun e perfino dietro alla passerella che ha portato milioni di visitatori a immergersi nelle attrazioni dell'Esposizione. Lo scorso luglio la Guardia di finanza arresta ventidue persone accusate di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari con l'aggravante di avere favorito gli interessi di Cosa Nostra, in particolare la famiglia di Pietraperzia (Enna). Al centro dell'indagine da cui sono scaturiti due processi ancora in corso, le presunte infiltrazioni della criminalità organizzata nella Fiera di Milano attraverso la controllata Nolostand che viene commissariata. Nello stesso periodo la procura di Reggio Calabria fa arrestare quattordici persone legate agli Aquino-Coluccio. Il clan si vantava del fatto che "il 70 per cento dei lavori di Expo" fosse stato fatto da loro. Sono accusati di avere ottenuto subappalti per opere di primo piano come la Piastra, gli stand di Ecuador e Cina, il Padiglione Italia, rampe e reti fognarie del sito. Adesso Sala è indagato dalla Procura generale di Milano per le modalità con le quali nel 2012 Expo sostituì un componente della commissione aggiudicatrice per l'appalto sulla Piastra. Già nella richiesta di avocazione dell'indagine sull'appalto più ricco di Expo, il pg Felice Isnardi contestava ai pm che ne avevano chiesto l'archiviazione "il mancato esercizio dell'azione penale" per la falsità di due verbali che era stata evidenziata anche in un'annotazione della Guardia di finanza datata 31 maggio 2013. Stando alla ricostruzione degli investigatori, i verbali sarebbero stati falsificati per velocizzare la tempistica della nomina che, altrimenti, seguendo le procedure di legge, avrebbe fatto slittare l'avvio dei lavori mettendo a rischio l'apertura stessa dell'Esposizione.

Il sindaco Sala indagato per un falso targato Cl. Ecco tutte le accuse della nuova inchiesta sull’Expo. Il primo cittadino di Milano sotto accusa per la presunta retrodatazione di una nomina. Per il maxi-appalto da 272 milioni, invece, l’inchiesta coinvolge due ex manager pubblici e tre imprenditori del Mose di Venezia, scrive Paolo Biondani il 16 dicembre 2016 su "L'Espresso". Spesso in Italia la situazione è grave, ma non seria. L'ennesima conferma della perenne attualità del pensiero di Ennio Flaiano si ricava dagli ultimi sviluppi dell'inchiesta-bis sull'Expo 2015. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura generale di Milano e si è autosospeso dalla carica in attesa di chiarire la sua posizione giudiziaria, di cui non conosce ancora nulla. L'Espresso ha ricostruito la complessa vicenda esaminando gli atti dell'inchiesta e interrogando personalmente i magistrati che hanno coordinato le indagini. Il risultato, in sintesi, è che Sala è sotto accusa per una data. E' indagato per aver firmato un atto amministrativo del 17 maggio 2012, che in realtà è stato scritto solo tredici giorni più tardi, il 30 maggio 2012. A preparare l'atto retrodatato, e quindi falso rispetto alla data indicata, è stata una squadra di funzionari regionali che però non obbedivano a Sala, ma ad Antonio Rognoni, l'ex manager dei grandi appalti della Regione Lombardia, fedelissimo dell'allora governatore ciellino Roberto Formigoni. Nel periodo della presunta falsificazione dell'atto, Rognoni e la sua squadra erano in guerra burocratica contro Sala e il suo staff. E nei mesi successivi sono stati tutti arrestati per molte altre corruzioni, a cominciare da Rognoni. Ecco il quadro completo delle accuse ipotizzate dalla Procura generale nella nuova inchiesta che ha coinvolto anche il sindaco di Milano. La cosiddetta “piastra” è la base dell'esposizione universale: la struttura di fondo a cui si appoggiano tutti i padiglioni e costruzioni varie. La gara d'appalto viene celebrata solo tra dicembre 2011 e maggio 2012, dopo anni di liti interne al centrodestra tra la Regione di Formigoni e il Comune dell'allora sindaco Letizia Moratti. A gestire gli atti della procedura è Infrastrutture Lombarde, la controllata della Regione diretta dall'ingegner Rognoni, che per legge fa da «consulente tecnico-amministrativo» alla società Expo 2015, guidata invece da Sala. I tempi della gara sono strettissimi: c'è il rischio di non finire i lavori in tempo. Gli inquirenti, negli atti dell'inchiesta, spiegano più volte che proprio questo era il peccato originale dell'Expo: i tempi troppo ridotti hanno imposto procedure d'urgenza. Alla gara per la piastra partecipano 20 gruppi di grandi imprese. La base d'asta è di 272 milioni. A sorpresa vince la cordata capeggiata dalla Mantovani spa, con un ribasso eccezionale: meno 41,80 per cento. Oltre ad offrire il prezzo più vantaggioso (solo 165 milioni), l'azienda veneta ha presentato il progetto tecnicamente migliore, come riconosce lo stesso staff (ostile) di Infrastrutture. In quei mesi la Guardia di Finanza sta intercettando tutti, per l'inchiesta che nel 2014 porterà in carcere Rognoni e gli altri tecnici regionali accusati di corruzione. Sala non gestisce la gara e quando il suo staff gli comunica che ha vinto la Mantovani, chiede ai suoi collaboratori se si tratti di un'impresa seria. I dirigenti di Expo gli spiegano che è una grande azienda, con mezzo miliardo di fatturato, che sta realizzando il Mose di Venezia. La Mantovani all'epoca non è ancora coinvolta negli scandali di corruzioni esplosi solo a partire dal 2013. Informato della vittoria della Mantovani, Rognoni ha una reazione durissima: è furibondo, perchè avrebbe voluto far vincere la cordata di Gavio-Impregilo. A chiedere quel risultato, secondo le intercettazioni, erano gli uomini di Formigoni. Di qui le manovre che, sempre secondo le nuove indagini, rappresentano la prima ipotesi di reato: Rognoni ordina al suo staff di costringere la Mantovani a raddoppiare le garanzie. I suoi stessi collaboratori vengono intercettati mentre definiscono «oscene» e «pericolose» le sue pressioni: «Un ricatto alla Mantovani». Ottenuto l'appalto, la Mantovani inizia i lavori, ma chiede continue varianti, lamentando di dover eseguire progetti altrui, sbagliati e lacunosi. Le intercettazioni dei tecnici regionali confermano le gravi carenze progettuali («Abbiamo dimenticato gli ascensori!»). Quindi la Mantovani chiede 170 milioni di euro in più. Alla fine si accontenta di un extra di 95 milioni. In questo modo raggiunge quota 260 milioni: poco meno della base d'asta che aveva promesso di ribassare. Un troncone della nuova indagine punta quindi a verificare chi abbia concesso quegli aumenti di prezzo e se fossero giustificati. Gli indagati in questo filone sono cinque: Angelo Paris e Antonio Acerbo, due ex dirigenti di Expo di area berlusconiana, già arrestati e condannati per altre corruzioni; Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani e grande pentito (dal 2013) dell'inchiesta sulle maxi-corruzioni per il Mose di Venezia; e gli imprenditori Erasmo e Ottaviano Cinque, titolari della Socostramo, un'azienda in cordata con la Mantovani. Uno dei capitoli più delicati dell'indagine riguarda proprio il ruolo della Socostramo: Baita, a Venezia, ha confessato che si trattava di un'azienda fantasma, che incassava milioni senza fare niente. I titolari apparenti erano solo prestanome, utilizzati per far arrivare soldi a un politico: Altero Matteoli, ex ministro del governo Berlusconi. Il sindaco Giuseppe Sala, per l'appalto della piastra, non risulta indagato. La seconda accusa, una tentata turbativa d'asta, riguarda solo un imprenditore: Paolo Pizzarotti, titolare di una grande azienda di Parma, che guidava la cordata classificatasi al secondo posto. L'accusa nasce dagli interrogatori di Baita. Il manager della Mantovani ha dichiarato ai magistrati che, dopo essersi aggiudicato l'appalto, sarebbe stato avvicinato da Pizzarotti, che gli avrebbe chiesto di ritirarsi, per poi dividersi a metà l'affare. La cordata di Pizzarotti aveva proposto un ribasso inferiore di circa il 20 per cento. Se la Mantovani avesse rinunciato, quindi, Expo avrebbe dovuto pagare molte decine di milioni in più. Che Pizzarotti, secondo Baita, era pronto a girare alla Mantovani. Che invece ha rifiutato. Di qui l'ipotesi di un tentativo, fallito, di truccare la gara ormai aggiudicata. Il sindaco di Milano è sotto indagine per aver firmato un atto datato 17 maggio 2012: la nomina dei 5 commissari della gara per la piastra e di due supplenti. Le intercettazioni di Rognoni e dei suoi collaboratori mostrano che il 15 maggio erano stati nominati solo i cinque titolari della procedura di gara, senza le due riserve Solo nei giorni successivi i tecnici di Infrastrutture Lombarde, tutti intercettati, scoprono che due commissari, tra cui Acerbo, sono incompatibili, perchè hanno già altri incarichi in Expo. Quindi dovrebbero dimettersi, con il rischio di invalidare tutto l'appalto e non finire in tempo i lavori per l'Expo. La soluzione viene escogitata nei 13 giorni successivi: lo staff di Rognoni viene intercettato mentre prepara il nuovo atto di nomina, che comprende anche i due supplenti. Il documento, scritto al computer, è pronto soltanto il 30 maggio. Ma sull'atto che viene portato alla firma di Sala, che ha il compito di nominare formalmente i commissari, compare la data del 17 maggio. Di qui l'interrogativo a cui dovrà rispondere la nuova indagine: Sala era consapevole di firmare un atto falsificato da altri? L'intera inchiesta, che era stata aperta dall'ex procuratore aggiunto Alfredo Robledo, sembrava essersi chiusa nei mesi scorsi con una richiesta di archiviazione. Firmata dagli stessi tre pm che lavoravano con Robledo durante il suo feroce scontro con l'ex procuratore Edmondo Bruti Liberati. Il giudice Andrea Ghinetti ha però bloccato l'archiviazione, fissando un'apposita udienza. Quindi gli avvocati dei cinque indagati originari hanno potuto leggere e fare copia di tutti gli atti. Intanto però la procura generale, con il sostituto pg Felice Isnardi, ha avocato e quindi riaperto l'inchiesta. E allargato gli indagati anche a Sala da una parte e Pizzarotti dall'altra. Che però, come nuovi indagati, sono gli unici a non aver ancora potuto vedere nessun atto giudiziario: l'inchiesta riaperta è tornata segreta. La Procura generale ha chiesto al gip Ghinetti altri sei mesi di indagini, ma ora conta di chiudere la nuova inchiesta-bis nel giro di un paio di mesi.

Appalti Expo, Sala si autosospende: "Mi serve tempo per capire". Pg: disponibili a interrogarlo. La riunione con i capigruppo, il faccia a faccia con gli assessori poi in prefettura per comunicare la decisione. I due reati contestati: falso materiale e falso ideologico. L'ipotesi: data falsata su due verbali. La lettera con cui lascia, scrive Alessia Gallione e Oriana Liso il 16 dicembre 2016 “La Repubblica”. "La mia (futura) assenza è motivata dalla personale necessità di conoscere vicende e fatti contestati". Non parla, ma scrive il sindaco Sala che si è autosospeso dopo aver avuto notizia di essere indagato nell'inchiesta sulla 'piastra' Expo (per falso ideologico e materiale su una data falsificata nei verbali), mentre dalla procura generale arriva la massima disponibilità ad ascoltarlo. Il sindaco di Milano, difeso dall'avvocato Salvatore Scuto, potrebbe decidere di presentarsi nei prossimi giorni davanti al pg Felice Isnardi per difendersi dalle contestazioni. Una 'mossa' che potrebbe servire a convincerlo della sua estraneità ai fatti persuadendolo a stralciare la sua posizione da quella degli altri indagati in vista di una richiesta di archiviazione e uscire così anche dal 'limbo' politico dell'autosospensione. I poteri alla sua vice. La giornata è iniziata con una giunta straordinaria durata un'ora e mezza nel corso della quale ha spiegato agli assessori ciò che aveva detto ai suoi uomini di fiducia già nel corso della notte: Sala non ha cambiato idea e ha affrontato una giornata emotivamente tesa, nel corso della quale ha preparato la transizione dei poteri ad Anna Scavuzzo, la sua vice. Alle 11.30 ha lasciato il Comune dall'ingresso secondario di via Case Rotte per non incontrare i giornalisti ed è andato a Palazzo Diotti, in corso Monforte, dove ha incontrato il prefetto. Il prefetto ha preso atto della decisione. Si è trattato più di una forma di cortesia istituzionale, dal momento che gli articoli cui si è appellato Sala per l'autosospensione non rientrano nel quadro normativo entro il quale il prefetto può intervenire. Marangoni, dunque, ha preso atto. E il sindaco ha ribadito la sua posizione anche in una lettera che ha spedito al presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolè, alla sua vice in Comune, Scavuzzo, e all'omologa del Consiglio metropolitano, Arianna Censi. "Mi serve tempo per capire". "La mia assenza - ha scritto, appunto, il sindaco - è motivata dalla personale necessità di conoscere innanzitutto le vicende e i fatti contestati, pertanto fino al momento in cui mi sarà chiarito il quadro accusatorio, ritengo di non poter esercitare i miei compiti istituzionali". Quanto tempo sia necessario non è facile dirlo, ma chi gli sta vicino ritiene non si tratti di troppo tempo. Anche perché il Consiglio Comunale convocato oggi per la prossima settimana potrebbe voler