Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

LECCE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

TUTTO SU LECCE

I LECCESI SONO DIVERSI DAGLI ALTRI?!?!

 

 

 

 

 

Quello che i Leccesi non avrebbero mai potuto scrivere.

Quello che i Leccesi non avrebbero mai voluto leggere.

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

MAI DIRE ANTIMAFIA. QUELLI CHE SONO ANTIMAFIOSI. QUELLI CHE SONO PER LA LEGALITA'.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

MARITATI FAMILY.

LOREDANA CAPONE & FRIENDS.

NOEMI DURINI. IL DELITTO DI SPECCHIA.

PARLIAMO DI LECCE.

LEGULEI COPIONI.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LECCE E LE SUE UTOPIE: CULTURALI, SPORTIVE, GIUDIZIARIE.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO.

ANGELA PETRACHI. IL DELITTO DI MELENDUGNO. LA CONDANNA DI GIOVANNI CAMASSA E’ UN ERRORE GIUDIZIARIO?

LECCE E CAGLIARI: AVVOCATI CON LE PALLE.

ANCHE QUESTA E’ MAFIA. IL PIZZO DEGLI OMBRELLONI.

MAI DIRE ANTIMAFIA.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. LA MAFIA E’ LO STATO.

IL CASO DEL FINANZIERE GIUSEPPE FABIO ZECCA E LA GUERRA CON LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI LECCE.

CASO YLENIA ATTANASIO. I MAGISTRATI FAVORIRONO L'IMPUTATO?

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE, MA NON PER TUTTI.

A PROPOSITO DEI COPIONI ALL’ESAME DI AVVOCATO A LECCE.

AVVOCATI, MA ANCHE NOTAI E MAGISTRATI….COSI’ FAN TUTTI. COPIARE.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

SPECIALE PAOLO PAGLIARO E TELERAMA.

SPECIALE CANALE 8 TV.

SPECIALE ANTENNA SUD.

MAGISTRATI SOTTO INCHIESTA.

MAGISTRATI INDIPENDENTI?

GIUSTIZIA AD OROLOGERIA? CONDANNATO RAFFAELE FITTO.

POLITICA ED INFORMAZIONE: CORRUTTELA MEDIATICA E FAZIOSITA’ O GIUSTIZIA AD OROLOGERIA?

ACCORPAMENTO. BRINDISI E MOLTA PARTE DELLA SUA PROVINCIA SCEGLIE LECCE.

GIUDICI CONTRO GIUDICI.

FIDARSI DI CHI? CONCORSI TRUCCATI O INSABBIAMENTI?

MAI DIRE MAFIA, MAFIOSO E MAFIOSITA’.  MAGISTRATI INDAGATI: TANTI; ARRESTATI: ZERO.

UNA UNIVERSITA': UNA CITTA'.

A PROPOSITO DI MAGISTRATI POLITICIZZATI:

I CONTRIBUTI ALLE TV LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

SALENTO MASSONE.

SALENTO MAFIOSO.

COMUNE, IL VASO DI PANDORA.

CONCORSOPOLI A LECCE. ACCESSO ALL'AVVOCATURA.

ACCESSO ALL'ACCADEMIA BELLE ARTI.

MALAGIUSTIZIOPOLI.

AVETRANA, DELITTO DI SARAH SCAZZI E DINTORNI.

COPERTINO. IL FATTACCIO ALLA SCUOLA MORVILLO-FALCONE.

GALATINA E LE SNIFFATE IN OSPEDALE.

GALLIPOLI, MAFIOPOLI.

GALLIPOLI E L'ASSENTEISMO.

GALLIPOLI. BANCOPOLI E INGIUSTIZIOPOLI.

MAGLIE. AMBIENTE E GIUSTIZIA: CHI COPRE CHI?

MORCIANO DI LEUCA E LA POLITICA.

NARDO'. BANCOPOLI E INGIUSTIZIOPOLI.

PARABITA E LA MAFIA.

PORTO CESAREO E GLI ABUSI EDILIZI.

RUFFANO E LA POLITICA.

SANARICA E LA POLITICA.

SAN DONATO E LA PUBBLICA DECENZA.

SPECCHIA E LA POLITICA.

LOTTE DI POLTRONE. CHI COMANDA A LECCE? ADRIANA POLI BORTONE "POLI POLTRONE" O RAFFAELE FITTO "IL PETTINATO, FIGLIO DI UN VECCHIO DEMOCRISTIANO"?

XILELLA FASTIDIOSA: RESPONSABILITA' DI STATO.

LA PAROLA CAZZO NEL DIALETTO SALENTINO.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

MAI DIRE ANTIMAFIA. QUELLI CHE SONO ANTIMAFIOSI. QUELLI CHE SONO PER LA LEGALITA'.

Lecce, arrestato pm: favori e prestazioni sessuali per aggiustare indagini su medici e dirigenti Asl. Emilio Arnesano in carcere come il dirigente dell'azienda sanitaria Carlo Siciliano, ai domiciliari il dg Narracci e un'avvocata che avrebbe offerto prestazioni sessuali per far pilotare al magistrato i procedimenti da lei seguiti, scrive Chiara Spagnolo il 6 dicembre 2018 su "La Repubblica". Una piscina abusiva dissequestrata e un'inchiesta nei confronti di un dirigente dell'Asl di Lecce archiviata: è iniziata così l'inchiesta che ha portato in carcere Il sostituto procuratore di Lecce Emilio Arnesano, accusato di corruzione e abuso d'ufficio dalla Procura di Potenza. Il magistrato avrebbe anche chiesto e ottenuto favori sessuali da giovani avvocate, in cambio di aiuto nei procedimenti a loro assegnati e negli esami di abilitazione. In carcere è finito anche Carlo Siciliano, dirigente dell'azienda sanitaria, mentre gli arresti domiciliari sono stati disposti per Ottavio Narracci, direttore generale Asl, Giorgio Trianni e Giuseppe Rollo, dirigenti Asl, Benedetta Martina, avvocato di Lecce. Per Antonio Salvatore Ciardo è stato disposto il divieto di dimora a Lecce. È stata inoltre sequestrata una piscina in casa di Trianni e la barca di Arnesano, del valore di 18.400 euro che sarebbe il profitto della corruzione. L'inchiesta, condotta della guardia di finanza di Lecce, riguarda numerosi episodi di corruzione, di cui il magistrato si sarebbe macchiato per indirizzare procedimenti giudiziari e lui assegnati in maniera favorevole rispetto a quegli indagati che gli promettevano regalie. Nella richiesta di custodia cautelare, il pm potentino Francesco Curcio parla di "un collaudato sistema di vendita delle funzioni giudiziarie, in cui garantiva favori a dirigenti e medici della Asl". In merito alle contestazioni che riguardano i dirigenti Asl, il pm Francesco Curcio parla invece di "Un collaudato sistema di vendita delle funzioni giudiziarie, in cui Arnesano garantiva reiteratamente favori a dirigenti e medici dell'Asl, a partire dagli amici di Carlo Siciliano". Per quanto riguarda Narracci (che fino al 2015 era stato direttore sanitario dell'azienda salentina e da gennaio scorso ne è diventato direttore generale), per esempio, è stato certificato l'intervento di Arnesano per indirizzare favorevolmente un processo per peculato di cui era protagonista e nell'ambito del quale fu effettivamente assolto. Storia simile per Giorgio Trianni, dirigente dell'azienda, protagonista di un'indagine per la costruzione di una piscina abusiva, marchiavi alta con tanto di dissequestro della struttura da parte del magistrato finito in carcere. In cambio di tale favore, Arnesano avrebbe ricevuto da Trianni un soggiorno con battute di caccia. Altri favori li avrebbe ottenuti dagli altri dirigenti dell'Asl e anche da molti medici. Da Siciliano, per esempio, avrebbe avuto un'imbarcazione di dodici metri a un prezzo di gran lunga inferiore a quello di mercato nonché "mazzette" in contanti su cui sono ancora in corso le indagini. Da medici in servizio nelle strutture sanitarie salentine, invece, avrebbe avuto trattamenti di favore nelle prenotazioni di visite mediche, nella prenotazione di interventi non solo per se ma anche per familiari e amiche.  "Ho preso atto dell'ordinanza e voglio specificare che nessuno dei capi di imputazione ha a che fare con le attività dell'Asl di Lecce". Lo ha sostenuto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano che adesso dovrà nominare un commissario per sostituire il numero uno dell'azienda sanitaria locale.

Barca, soldi e sesso per «aggiustare» indagini: arrestato un pm a Lecce. Domiciliari anche per dirigenti Asl. Il magistrato Emilio Arnesano in carcere: avrebbe favorito le cause di una avvocatessa e «venduto» indagini relative ai manager sanitari, scrive La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Dicembre 2018. Emilio Arnesano, pubblico ministero a Lecce, è stato arrestato stamani su ordine del gip di Potenza, nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica del capoluogo lucano su favori e prestazioni sessuali ottenuti dal magistrato. È stato disposto anche il sequestro di un’imbarcazione e di oltre 18 mila euro nei confronti dello stesso magistrato, «in quanto profitto del reato di corruzione». Il gip di Potenza ha posto agli arresti domiciliari altre quattro persone nella stessa inchiesta che ha portato all’arresto del pm di Lecce, Emilio Arnesano. Sono tre dirigenti dell’Asl di Lecce - Ottavio Naracci, direttore generale, e due dirigenti, Giorgio Trianni e Giuseppe Rollo, e dell’avvocato Benedetta Martina. Inoltre, è stato ordinato il divieto di dimora a Lecce dell’avvocato Salvatore Antonio Ciardo. Arnesano è accusato di «delitti commessi con abuso e vendita delle proprie funzioni» di magistrato. Durante indagini durate circa quattro mesi, sono emersi, a carico del pm di Lecce, «episodi di corruzione in atti giudiziari, di induzione a dare o promettere utilità e di abuso di ufficio». Arnesano avrebbe «venduto, in più procedimenti, l'esercizio della sua funzione giudiziaria in cambio di incontri sessuali ed altri favori». In particolare è finito sotto la lente investigativa della Procura della Repubblica di Potenza il «rapporto corruttivo, consolidato e duraturo», con l’avvocato Benedetta Martina (agli arresti domiciliari): il pm «pilotava procedimenti in cui gli indagati erano assistiti dall’avvocato Martina, ottenendo in cambio prestazioni sessuali» dal legale.

LE ARCHIVIAZIONI PER I VERTICI ASL - In relazione agli arresti domiciliari decisi dal gip per i tre dirigenti della Asl di Lecce, Arnesano avrebbe garantito loro «l'esito positivo di procedimenti giudiziari a carico», ottenendo in cambio una barca di 12 metri a piccolo prezzo, soggiorni gratuiti e interventi medici agevolati. Il pm è accusato di aver chiesto (e poi ottenuto dal Tribunale di Lecce) l’assoluzione di Narracci dall’accusa di peculato e abuso d’ufficio, indagine nata a seguito di una denuncia anonima recapitata all’allora governatore Nichi Vendola e relativa all’uso personale, da parte di Narracci (all’epoca direttore sanitario della Asl di Lecce), di un’auto aziendale che avrebbe utilizzato per gli spostamenti personali dalla residenza di Fasano alla sede della Asl di Lecce.

AVEVA ANCHE AGEVOLATO L'ESAME DI UN AVVOCATO - Emilio Arnesano, il pm di Lecce arrestato stamani su ordine del gip di Potenza (la Procura del capoluogo lucano è competente per i reati commessi dai magistrati del distretto della Corte di Appello di Lecce), agevolò anche l’esame orale di avvocato di una «giovane collega" dell’avvocato Martina. Arnesano contattò l’avvocato Ciardo, componente della commissione d’esame, e l’avvocato Federica Nestola superò la prova. Nell’ufficio del pm ci fu un incontro (fra Arnesano, Ciardo e Nestola) in cui furono «definite le domande» da porre alla candidata. Il pm, inoltre, intervenne presso il presidente del collegio di disciplina dell’Ordine degli avvocati di Lecce, Augusto Conte, su richiesta dell’avvocato Manuela Carbone. Anche in tal caso ci fu un incontro fra Arnesano e Conte, durante il quale "la richiesta veniva avanzata e accettata": il pm, poi, chiese all’avvocato Carbone, «in cambio del suo intervento, delle prestazioni sessuali». Le indagini che hanno portato all’arresto, stamani, del pm di Lecce, Emilio Arnesano, sono cominciati con una «singola e specifica notizia di reato» a carico del magistrato da parte della Procura salentina, inviata alla Procura della Repubblica di Potenza. La segnalazione riguardava un provvedimento di dissequestro di una piscina di Giorgio Trianni, dirigente dell’Asl di Lecce, "con successiva richiesta di archiviazione della notizia di reato». Arnesano, in cambio, ottenne da Triani «un soggiorno con annesse battute di caccia». Oggi il gip ha disposto il sequestro della piscina «risultata oggetto di mercimonio» fra Arnesano e Trianni, di una barca e di 18.400 euro del magistrato, «in quanto profitto del reato di corruzione».

EMILIANO: «FATTI NON LEGATI ALL'ATTIVITA' DELLA ASL» - «Ho preso atto dell’ordinanza e voglio specificare che nessuno dei capi di imputazione ha a che fare con le attività dell’Asl di Lecce». Lo ha sostenuto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, parlando oggi a Bari con i giornalisti dei tre dirigenti dell’Asl di Lecce - Ottavio Naracci, direttore generale, e due dirigenti, Giorgio Trianni e Giuseppe Rollo - posti agli arresti domiciliari su ordine del gip di Potenza nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del pm di Lecce, Emilio Arnesano. «Nessuna delle imputazioni ha a che fare quindi con le attività dell’Asl di Lecce e men che mai della Regione Puglia. Sono relazioni personali, per quel che ho capito ed ammesso che - ha spiegato Emiliano - siano provate dagli uffici giudiziari, tra singole persone effettivamente dipendenti Asl con un singolo magistrato. Si tratta di fatti privati che la magistratura esaminerà e giudicherà ma che nulla hanno a che vedere con nostra attività. Ora dovrò nominare - ha concluso Emiliano - un commissario che sostituisca il direttore generale in questo momento agli arresti domiciliari».

Lecce, favori e prestazioni sessuali: arrestato il pm Emilio Arnesano. Ai domiciliari il direttore generale dell’Asl. Secondo l'accusa, il sostituto procuratore ha "venduto, in più procedimenti, l'esercizio della sua funzione giudiziaria in cambio di incontri sessuali ed altri favori". Per quanto riguarda il coinvolgimento di tre dirigenti dell'azienda sanitaria salentina, il magistrato ha garantito loro "l'esito positivo di processi giudiziari a carico" ricevendo benefit e trattamenti di riguardo, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 6 dicembre 2018. Corruzione in atti giudiziari, induzione a dare o promettere utilità a pubblico ufficiale e abuso di ufficio. Con queste accuse, sono state arrestate sei persone a Lecce in un’inchiesta della Procura di Potenza, competente sui magistrati del distretto della Corte d’Appello del capoluogo salentino. Perché tra gli arrestati c’è anche Emilio Arnesano, sostituto procuratore della procura leccese. Due persone, il pm Arnesano e il dirigente della Asl di Lecce Carlo Siciliano, sono finiti in carcere; altre quattro ai domiciliari: sono il direttore generale della Asl di Lecce, Ottavio Narracci, due dirigenti dell’Asl (Giorgio Trianni e Giuseppe Rollo) e l’avvocato Benedetta Martina. Disposto anche un divieto di dimora nei confronti dell’avvocato Salvatore Antonio Ciardo. Le misure cautelari sono state firmate dal gip del tribunale di Potenza e le indagini sono state effettuate dalla Guardia di Finanza di Lecce. Sotto sequestro una piscina, oggetto di un procedimento penale, e un’imbarcazione ritenuta profitto del reato del delitto di corruzione. L’inchiesta della Procura lucana verte anche su favori e prestazioni sessuali ottenuti dal magistrato. Arnesano è accusato di “delitti commessi con abuso e vendita delle proprie funzioni” di magistrato. Durante indagini durate circa quattro mesi sono emersi, a carico del pm di Lecce, “episodi di corruzione in atti giudiziari, di induzione a dare o promettere utilità e di abuso di ufficio”. Arnesano avrebbe “venduto, in più procedimenti, l’esercizio della sua funzione giudiziaria in cambio di incontri sessuali ed altri favori”. Tre gli episodi contestati. In particolare è finito sotto la lente investigativa della Procura della Repubblica di Potenza il “rapporto corruttivo, consolidato e duraturo”, con l’avvocato Benedetta Martina (agli arresti domiciliari): il pm “pilotava procedimenti in cui gli indagati erano assistiti dall’avvocato Martina, ottenendo in cambio prestazioni sessuali” dal legale. In uno dei casi contestati dall’accusa, il pm intervenne presso il presidente del collegio di disciplina dell’Ordine degli avvocati di Lecce, Augusto Conte, su richiesta dell’avvocato Manuela Carbone. Anche in tal caso ci fu un incontro fra Arnesano e Conte, durante il quale “la richiesta veniva avanzata e accettata”: il pm, poi, chiese all’avvocato Carbone, “in cambio del suo intervento, delle prestazioni sessuali”. Secondo l’accusa, Emilio Arnesano agevolò anche l’esame orale di avvocato di una “giovane collega” dell’avvocato Martina. Arnesano contattò l’avvocato Ciardo, componente della commissione d’esame, e l’avvocato Federica Nestola superò la prova. Nell’ufficio del pm ci fu un incontro (fra Arnesano, Ciardo e Nestola) in cui furono “definite le domande” da porre alla candidata. Infine, sempre stando alle indagini, il pm avrebbe chiesto prestazioni sessuali ad un’altra avvocata che gli aveva chiesto di intervenire in suo favore con il presidente del collegio di disciplina costituito presso l’Ordine degli avvocati di Lecce. Per quanto riguarda gli arresti domiciliari decisi dal gip per i tre dirigenti della Asl di Lecce, Arnesano avrebbe garantito loro “l’esito positivo di procedimenti giudiziari a carico”, ottenendo in cambio una barca di 12 metri (sequestrata) pagata in contanti ad un prezzo ritenuto dagli inquirenti di gran lunga inferiore al prezzo di mercato. Oltre all’imbarcazione, per l’accusa il pm ha ottenuto soggiorni gratuiti e interventi medici agevolati, nella prenotazione di visite mediche, nella prenotazione di interventi per familiari, nelle visite a persone di sua conoscenza. Sotto la lente degli investigatori è finito il dissequestro di una piscina di un altro dirigente Asl (Giorgio Trianni, pure arrestato) da parte del pm Arnesano, titolare del procedimento penale di cui lo stesso ha poi chiesto l’archiviazione, che sarebbe avvenuto in cambio di un soggiorno con annesse battute di caccia. Le indagini che hanno portato all’arresto di Emilio Arnesano sono cominciate con una “singola e specifica notizia di reato” a carico del magistrato da parte della Procura salentina, inviata alla Procura della Repubblica di Potenza. La segnalazione riguardava proprio il dissequestro della piscina del dirigente Asl Giorgio Trianni, “con successiva richiesta di archiviazione della notizia di reato”. Oggi il gip ha disposto il sequestro della piscina “risultata oggetto di mercimonio” fra Arnesano e Trianni, di una barca e di 18.400 euro del magistrato, “in quanto profitto del reato di corruzione”.

Favori sessuali in cambio di provvedimenti giudiziari: arrestato il pm Arnesano. Ai domiciliari il direttore Asl Narracci e due primari, scrive Alessandro Cellini Giovedì 6 Dicembre 2018 su Il Quotidiano di Puglia. Terremoto giudiziario nella Procura e nella Asl di Lecce: in manette è finito il pubblico ministero Emilio Arnesano, arresti domiciliari per il direttore generale Ottavio Narracci. In carcere anche Carlo Siciliano, dirigente Asl. Arresti domiciliari per Giorgio Trianni e Giuseppe Rollo, primari rispettivamente dei reparti di Neurologia e Ortopedia dell'ospedale "Vito Fazzi" di Lecce, e Benedetta Martina, avvocato del Foro di Lecce. L'accusa è di corruzione in atti giudiziari, induzione a dare o promettere utilità a pubblico ufficiale e abuso di ufficio. I provvedimenti sono stati eseguiti questa mattina dai militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Lecce.

I favori sessuali. L'inchiesta, condotta dalla Procura di Potenza (cui è passata, per competenza, visto il coinvolgimento di un magistrato salentino), è durata quattro mesi ed è partita da un'indagine a carico del pm Arnesano e di altre persone avviata dalla Procura di Lecce. Al centro dell'inchiesta, un provvedimento di dissequestro di una piscina disposto dal pm Arnesano, con relativa richiesta di archiviazione del fascicolo a carico di Trianni. Quest'ultimo, poi, avrebbe offerto dei soggiorni con battute di caccia al magistrato leccese. Nel corso degli approfondimenti svolti dalla Procura potentina, poi, sarebbero emersi ulteriori episodi corruttivi a carico di Arnesano. Gli investigatori sostengono che il pm avesse «venduto, in più procedimenti, l'esercizio della sua funzione giudiziaria in cambio di incontri sessuali e di altri favori». Il magistrato avrebbe stretto un «rapporto corruttivo» con l'avvocato Benedetta Martina: «In numerose occasioni il sostituto procuratore pilotava procedimenti in cui gli indagati erano assistiti dall'avvocato Martina ottenendo in cambio prestazioni sessuali dalla medesima». E sempre finalizzato a ottenere prestazioni sessuali sarebbe stato l'interessamento per una praticante avvocato, affinché potesse superare l'esame di abilitazione. In questo contesto, Arnesano avrebbe contattato un avvocato componente della commissione d'esame, con il quale si sarebbe incontrato (alla presenza dell'avvocato Martina e della praticante) per concordare le domande all'esame.

Il fronte Asl. «Ulteriore e collaudato sistema di vendita delle funzioni giudiziarie». Così la Procura di Potenza definisce il capitolo relativo ai favori ottenuti dai dirigenti Asl. Avrebbe garantito in favore dei dirigenti indagati l'esito positivo dei procedimenti giudiziari che li riguardavano. In cambio, Arnesano avrebbe ottenuto diverse utilità. Tra queste: una imbarcacazione di dodici metri a un prezzo di gran lunga inferiore a quello di mercato, peraltro pagato in nero. Grazie a questo, Arnesano si sarebbe impegnato a far assolvere Narracci (come poi è accaduto) in un procedimento per peculato. Il pm, secondo gli inquirenti, «otteneva non solo, come si è visto, soggiorni gratuiti e imbarcazioni a prezzi di saldo, ma anche trattamenti di favore da parte dei medesimi dirigenti della Asl nella prenotazione di visite mediche, nella prenotazione di interventi per familiari, nelle visite a proprie amiche e così via».

L'intermediazione. Un altro aspetto dell'inchiesta, sempre nell'ambito del filone sullo scambio di favori e prestazioni sessuali, avrebbe visto coinvolta un'altra avvocatessa del Foro di Lecce, che aveva chiesto ad Arnesano di intervenire in suo favore con il presidente del Collegio di disciplina costituito presso l'Ordine degli avvocati di Lecce, l'avvocato Augusto Conte. Questi contatti, effettivamente, avvenivano e avevano esito positivo, secondo la Procura di Potenza. Anche in questo caso Arnesano avrebbe chiesto all'avvocatessa prestazioni sessuali in cambio del suo intervento.

I sequestri. La Guardia di finanza, su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza, ha sequestrato la piscina di pertinenza di Trianni (che dalle indagini è risultata oggetto di mercimonio tra il pm Arnesano, titolare del procedimento penale nel quale la piscina era sottoposta a sequestro, e Trianni); l'imbarcazione oggetto della corruzione contestata ad Arnesano, e la somma di 18.400 euro, entrambe al pm leccese. 

«Mai dire antimafia» scrive Antonio Giangrande, il noto autore di saggi sociologici che raccontano di una Italia alla rovescia, profondo conoscitore ed esperto del tema e presidente nazionale di una associazione antimafia.

«Il mio intento è dimostrare che la mafia siamo noi: i politici che colludono, i media che tacciono, i cittadini che emulano e le istituzioni che abusano ed omettono – spiega Antonio Giangrande – Quando Luigi Vitali, noto avvocato brindisino, era sottosegretario alla Giustizia col Governo Berlusconi ed Alfredo Mantovano, noto magistrato leccese, era sottosegretario agli Interni, a loro espressi il mio disappunto su come mal funzionava la giustizia nei tribunali e sull’accesso criminoso alle professioni togate e sulla censura e le ritorsioni operate dai magistrati nei confronti delle notizie a loro scomode e come tante associazioni pseudo antimafia erano sostenute in modo amicale finanziariamente, mediaticamente e politicamente a danno di altre. Addirittura alla regione Puglia è impedita l’iscrizione al registro generale alla Associazione Contro Tutte le Mafie, di cui sono presidente, per poter tranquillamente finanziare le loro associazioni amiche. Mantovano non mi ha mai risposto, Vitali ad un mia telefonata in diretta su TBM, una televisione privata di Taranto, in cui gli chiedevo cosa intendesse per Mafia, mi rispose che certamente non la intendeva come la intendevo io. Questo in modo da crearmi grande imbarazzo ed a palese tutela del sistema di potere di cui egli in quel preciso momento ne faceva parte, salvo cambiar opinione quando vittima ne diventa egli stesso. Da allora ho aspettato di sapere come effettivamente loro intendessero la lotta alla mafia ed essere degno come loro di essere dalla parte dell’antimafia. Dai fatti succeduti ed acclarati, però, penso che io avessi e continuo ad aver ragione».  

"Personalmente abolirei l’udienza preliminare che è diventata, col tempo, tutt'altro di quello che aveva immaginato il legislatore. Da filtro rigoroso dei presupposti per un giudizio si è trasformata in una tappa di smistamento per il dibattimento". Così l’ex deputato del Pdl ed ex sottosegretario alla Giustizia Luigi Vitali commenta in una nota, pubblicata su "La Gazzetta del Mezzogiorno, il rinvio a giudizio deciso dal gup di Brindisi nei confronti dello stesso ex parlamentare e di quasi tutta la maggioranza del consiglio comunale del 2012 di Francavilla Fontana (Brindisi) per presunti vantaggi ottenuti attraverso il piano locale delle farmacie. All’epoca dei fatti anche Vitali era consigliere comunale. "Sono più che sicuro – aggiunge Vitali – che non vi potrà essere nessun giudice che possa condannare i consiglieri comunali per aver esercitato, in piena autonomia e libertà, le loro prerogative. Sarebbe un colpo mortale alla democrazia. Dal fascicolo, infatti, non risulta, nonostante le puntuali, prolungate ed articolate indagini, nessun rapporto e/o contatto tra alcun consigliere comunale ed il presunto favorito dott. Rampino nè con altri farmacisti". "Nutro massima fiducia nella giustizia e, pertanto, attendo con assoluta serenità il processo" commenta da parte sua il senatore di Forza Italia Pietro Iurlaro, anch’egli rinviato a giudizio per la stessa vicenda. "Sempre nel pieno rispetto del lavoro della magistratura - prosegue Iurlaro – trovo comunque discutibile che si possa contestare ad un consigliere comunale qualsiasi responsabilità di natura penale per aver contribuito, con un voto di natura politica, all’approvazione di una delibera dell’esecutivo che si sostiene. Almeno quando, come poi sembrerebbe che le stesse indagini abbiano appurato, non emergono in alcun modo rapporti tra gli stessi consiglieri e i farmacisti coinvolti nella vicenda". Iurlaro si dice quindi "ottimista", confidando che "l'intera procedura possa svolgersi in maniera serena per concludersi, infine, nel più breve tempo possibile".

Torna la polemica sui professionisti dell’antimafia, scrive Mario Portanova su “Il Fatto Quotidiano”. Non a Palermo, ma – specchio dei tempi – a Milano. La celebre invettiva di Leonardo Sciascia contro Paolo Borsellino, ospitata in prima pagina dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987 è risuonata oggi nell’aula bunker del carcere di San Vittore a Milano, nella terza udienza del “maxiprocesso” alla ‘ndrangheta lombarda scaturito dall’operazione Infinito del 13 luglio scorso. A riesumarla ci ha pensato Roberto Rallo, il legale di Giuseppe “Pino” Neri, il consulente tributario accusato di essere un uomo di vertice della criminalità calabrese trapiantata al Nord. I nuovi “professionisti dell’antimafia”, secondo l’avvocato Rallo, sono le associazioni antiracket che si costituiscono parte civile “di processo in processo”, da Reggio Calabria a Milano, “anche se nessuno dei loro iscritti è stato materialmente danneggiato dagli imputati”. E così facendo “realizzano soltanto l’autoreferenzialità delle loro associazioni, spendendo tra l’altro soldi pubblici”, visto che in genere ricevono finanziamenti. Sono due le sigle attive contro il “pizzo” che si sono costituite al processo milanese: Sos Impresa di Confesercenti e la Federazione della associazioni antiracket e antiusura italiane, di cui è presidente onorario Tano Grasso.

Un nuovo scandalo investe i professionisti dell’Antimafia, scrive Angela Camuso su “Il Corriere della Sera”. Dopo i casi clamorosi di Rosy Canale e dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole, arriva la notizia che la Corte dei Conti di Napoli sta indagando su un corposo trasferimento di fondi pubblici a favore di un pugno di associazioni antiracket le quali, secondo i giudici contabili, sarebbero state privilegiate a discapito di altre, in violazione della legge sugli appalti. La posta in gioco è alta: 13 milioni e 433 mila euro stanziati da Bruxelles che fanno parte del cosiddetto Pon-Sicurezza, ovvero il Programma Operativo Nazionale finanziato dalla Comunità Europea con la finalità di contrastare gli ostacoli allo sviluppo del nostro Mezzogiorno. I soldi sono arrivati da Bruxelles solo agli inizi del 2012, ma registi dell’operazione, concepita a partire dal 2008 con l’approvazione dei singoli progetti poi finanziati dal Pon, furono l’allora sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano; l’allora commissario antiracket Giosuè Marino, diventato in seguito assessore in Sicilia della giunta dell’ex Governatore Lombardo indagato per mafia; nonché l’allora presidente dell’autorità di gestione del Pon-Sicurezza e al contempo vicecapo della polizia Nicola Izzo, il prefetto travolto dallo scandalo sugli appalti pilotati del Viminale. Da quanto ad oggi ricostruito dal sostituto procuratore generale della Corte dei Conti della Campania Marco Catalano, fu questo l’asse che selezionò i pochi partners a cui destinare i fondi secondo quelli che sembrano essere criteri arbitrari, visto che molte altre associazioni analoghe – tra cui ad esempio la nota “Libera” - risulterebbero avere i medesimi requisiti di quelle prescelte e dunque avrebbero potuto anch’esse ricevere i finanziamenti su presentazione di progetti, se solo ci fosse stato un bando pubblico di cui invece non c’è traccia. Nell’albo prefettizio, per il solo Mezzogiorno, risultano attive oltre cento associazioni antiracket. Tuttavia i fondi del Pon sono stati destinati soltanto a: “Comitato Addio Pizzo” (1.469.977 euro); Associazione Antiracket Salento (1.862.103 euro) e F.A.I. (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura), che pur raggruppando una cinquantina di associazioni ha ottenuto finanziamenti per 7 milioni di euro in qualità di soggetto giuridicamente autonomo. Altri 3.101.124 euro sono infine andati a Confindustria Caserta e Confindustria Caltanissetta. La F.A.I., il cui presidente è il popolare Tano Grasso, ha sede a Napoli ed è per questo, essendo competente in quel territorio, che il fascicolo di indagine è finito sul tavolo della Corte dei Conti della Campania. L’istruttoria infatti è partita la scorsa estate a seguito di un esposto in cui si evidenziavano le presunte violazioni. Così il sostituto procuratore Catalano ha iniziato a lavorare, prima acquisendo una serie di documenti, presso il ministero dell’Interno e presso la prefettura di Napoli. Successivamente, sono stati escussi a sommarie informazioni diversi funzionari della stessa prefettura a vario titolo responsabili dell’erogazione dei fondi e dei presunti mancati controlli. Alla Corte dei Conti questi funzionari, secondo quanto trapelato, avrebbero confermato di aver agito su indicazione del Ministero e ora l’indagine è nella sua fase conclusiva e cruciale. Si prospetta l’esistenza di un illecito amministrativo che potrebbe aver prodotto un danno erariale sia in termini di disservizi sia in termini di sprechi visto che, paradossalmente, molte delle associazioni escluse dai finanziamenti continuano a svolgere, supportate dal solo volontariato, attività identiche, per qualità e quantità, a quelle messe in pratica da chi ora può contare su contributi pubblici erogati in deroga a ogni principio di trasparenza. Per questi motivi, già a marzo del 2012, le associazioni “La Lega per la Legalità” ed “S.O.S. Impresa” avevano inviato una lettera al ministro Cancellieri, denunciando la “mercificazione” dell’attività contro il pizzo, l’esistenza di una “casta dell’antiracket” e, addirittura, alcuni casi di nomine ‘politiche’ ai vertici di associazioni antimafia diventate a parere dei firmatari della missiva mera merce di scambio, in una logica di premi e promesse elettorali. “Prendiamo il caso di Maria Antonietta Gualtieri, presidentessa dell’Antiracket Salento e già candidata a Lecce sei anni fa nella lista civica di Mantovano…” insinua Lino Busà, presidente di S.O. S Impresa. La lettera al Ministro e le successive polemiche furono oggetto l’anno scorso di pochi articoli comparsi sulla stampa locale ma poi sulla vicenda calò il silenzio. Ora l’indagine della Corte dei Conti sembra dimostrare che la questione va al di là di una lotta fratricida. Le decisioni che presto prenderanno i giudici contabili preludono infatti a nuovi inquietanti sviluppi. Una volta chiusa questa prima istruttoria, gli atti potrebbero essere trasferiti in procura. Se ciò avverrà, sarà il tribunale penale a dover accertare se il presunto illecito amministrativo sia stato commesso per errore o se, invece, nella peggiore delle ipotesi, la violazione della legge sugli appalti sia stata dolosa e dunque funzionale a un drenaggio sottobanco di soldi pubblici, negli interessi di qualcuno.

Antiracket, i conti non tornano, scrive Arnaldo Capezzuto su “Il Fatto Quotidiano”. Progetti teleguidati. Bandi sartoriali. Contratti di lavoro per gli amici. Incarichi solo su segnalazione. Consulenze a compagni di merenda. Assegnazione di fondi e finanziamenti pubblici su preciso mandato. Creazione di scatole vuote per l’affidamento e poi il propedeutico assegnazione dei beni confiscati. Centri studi che non si sa cosa studino. Strani consorzi. Associazioni di associazioni. Federazioni di associazioni. Cooperative di associazioni. E’ proprio un vero e proprio guazzabuglio il variegato mondo dei professionisti dell’anticamorra. Per non parlare di sportelli e sportellini, vacue campagne di sensibilizzazione come sagre di paese e poi i dibattiti a chili, le iniziative, gli anniversari con lacrime incorporate, l’editoria di promozione, le segreterie organizzative, gli uffici e le tante sedi distaccate. E’ chiaro che la trasparenza è un termine sconosciuto nel mondo dei professionisti della legalità. Mai e dico mai troverete in questa giungla uno straccio di bilancio, di nota spese, di un computo analitico sulle entrate e uscite, un rendiconto dei contributi pubblici. Impossibile trovarne traccia. Non si conoscono i criteri di come si utilizzino i denari dell’anticamorra. Tutto è nascosto, tutto è segreto, tutto è gestito nell’ombra. Accade a Napoli ma è come dire Italia. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che la Corte dei Conti di Napoli, ovvero i giudici contabili, stigmatizzano questo modus operandi o quanto meno una pratica alquanto disinvolta nell’affollato mondo dei professionisti della legalità. I giudici – a più riprese- vagliando corpose documentazioni con atti formali chiedono, interrogano, dispongono approfondimenti, delucidazioni alle pubbliche amministrazioni quali erogatori: dalla Ue, ai Ministeri, alla Regione, alla Provincia, ai Comuni. Capita spesso che i giudici della Corte dei Conti debbano smascherare consulenze ad personam accordate a Tizio, Caio e Sempronio accreditati come esperti di “Camorrologia” come puro scambio di favori. Gli importi sono fissati da un prezzario segretamente in vigore, i zeri sono svariati. Prendo spunto dall’ultimo accertamento della Corte dei Conti di Napoli, di cui ha dato notizia solo Corriere.it. Nel mirino dei giudici partenopei è finito il mondo dell’antiracket e dell’usura. Mi sembra che dopo i casi clamorosi di Rosy Canale e dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole mi sembra – a naso – davvero di trovarci di fronte ad un’altra storiaccia. Al centro delle indagini sono finiti i Pon-Sicurezza cioè il Programma Operativo Nazionale finanziato dalla Comunità Europea per contrastare gli ostacoli allo sviluppo del nostro Mezzogiorno. Pare che il F.A.I. (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura), che raggruppa una cinquantina di associazioni antiracket e facente capo a Tano Grasso abbia ottenuto finanziamenti per 7 milioni di euro. Una cifra – secondo le indagini – sproporzionata in considerazione delle tante realtà operanti in Italia e che si occupano da anni di lotta al racket e all’usura. Il sospetto è che l’iter per l’assegnazione di questa pioggia di denaro pubblico non sia stata molto trasparente. La Corte dei Conti di Napoli insomma sospetta un illecito amministrativo che avrebbe provocato un danno erariale. Gli accertamenti sono stati avviati grazie all’esposto della “Lega per la Legalità” ed “S.O.S. Impresa” dove in una lettera denunciavano la “mercificazione” dell’attività contro il pizzo, l’esistenza di una “casta dell’antiracket” e, addirittura, alcuni casi di nomine ‘politiche’ ai vertici di associazioni antimafia diventate a parere dei firmatari della missiva mera merce di scambio, in una logica di premi e promesse elettorali. C’è un ampio spazio dove Tano Grasso saprà documentare e chiarire la posizione del Fai. Ma desta qualche perplessità – sinceramente – la nascita di una newsletter quindicinale “Lineadiretta” dove il Fai ha stanziato per la copertura di dodici mesi di pubblicazione la somma di centomila euro. L’unica certezza è che i giudici della Corte dei Conti di Napoli sapranno scrivere una parola di verità a tutela dei tanti che lottano in silenzio la camorra.

Lecce, truffa sui fondi per le vittime: presa la presidente di un'associazione antiracket Maria Antonietta Gualtieri. Arrestati due funzionari comunali. Trentadue le persone indagate: fra loro c'è anche l'assessore comunale al Bilancio, Attilio Monosi. Al setaccio una convenzione del 2012 con il Viminale, scrive Chiara Spagnolo il 12 maggio 2017 su "La Repubblica". Con 2 milioni di euro di finanziamenti pubblici avrebbe dovuto aprire tre sportelli a Lecce, Brindisi e Taranto per assistere le vittime dell'usura e del racket. Quei soldi invece, attraverso assunzioni fittizie, false missioni, fatture e rendiconti creati ad arte sono finiti - secondo l'accusa - nella tasche della presidente dell'associazione antiracket Salento, Maria Antonietta Gualtieri, leccese di 62 anni. Un video girato dalla guardia di finanza di Lecce documenta quanto accadeva nell'ufficio della presidente antiracket: c'era un viavai di persone, ritenute complici del raggiro, che portavano alla donna buste piene di contanti che Gualtieri apriva, contava e metteva in borsa. Dalla disinvoltura con la quale tutti agivano si capisce che era un'operazione di routine. La bufera giudiziaria si è abbattuta sull'amministrazione comunale salentina nel giorno in cui si avvia la presentazione delle liste elettorali per le elezioni dell'11 giugno. L'inchiesta sui presunti illeciti ha portato in carcere una stretta collaboratrice della presidente, Serena Politi, e due funzionari del Comune di Lecce: Pasquale Gorgoni dell'ufficio Patrimonio (già coinvolto nell'inchiesta sulle assegnazioni delle case popolari) e Giuseppe Naccarelli dell'ufficio Ragioneria. Gli sportelli aperti solo sulla carta. Gualtieri, secondo gli investigatori, avrebbe promosso a Lecce, Brindisi e Taranto l'apertura degli Sportelli antiracket, ma soltanto sulla carta. In realtà gli sportelli, secondo quanto emerge dall'indagine, sarebbero fittizi: attraverso una falsa rendicontazione di spese sostenute per il personale, acquisizione di beni e servizi o di trasferte mai sostenute, attestavano falsamente la loro operatività relativa al servizio di assistenza fornito alle vittime e al numero di denunce raccolte, alterando anche il raggiungimento degli obiettivi richiesti dal progetto.

Le somme restituite in contanti. L'associazione antiracket gestita da Gualtieri, secondo l'accusa, con l'appoggio di professionisti compiacenti - avvocati, commercialisti, esperti del settore bancario - avrebbe anche stipulato contratti di collaborazione fasulli con dipendenti esistenti soltanto sulla carta, emettendo buste paga fasulle per prestazioni mai effettuate. Le somme indebitamente percepite dai fittizi collaboratori grazie alle false rendicontazioni presentate all'ufficio del commissario Antiracket - secondo quanto accertato dagli investigatori - venivano successivamente restituite in contanti alla stessa presidente dell'associazione.

Gli altri indagati. Politi è agli arresti domiciliari. Gli altri tre sono stati condotti in carcere dopo aver assistito alle perquisizioni nei rispettivi uffici e abitazioni. Le ipotesi di reato - contestate nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giovanni Gallo su richiesta dei sostituti procuratori Massimiliano Carducci e Roberta Licci - sono corruzione e truffa e riguardano le azioni di un presunto sodalizio criminale che sarebbe capeggiato proprio da Gualtieri. Un provvedimento di interdizione dai pubblici uffici è stato emesso nei confronti dell'assessore comunale al Bilancio, Attilio Monosi (anch'egli coinvolto nell'inchiesta sugli alloggi popolari), candidato al consiglio comunale in una delle liste che sostengono il candidato sindaco del centrodestra Mauro Giliberti: Monosi si è dimesso, ma correrà comunque per le comunali.

Sequestrati 2 milioni di euro. Proprio nelle ore in cui la guardia di finanza stava notificando le ordinanze del gip, a Palazzo Carafa era in programma la presentazione ufficiale dei candidati. In totale sono quattro le ordinanze di custodia cautelare (tre in carcere e una ai domiciliari) disposte dal gip, sette le misure interdittive dai pubblici uffici e 32 sono le persone indagate. Sequestrato anche l'equivalente di somme indebitamente percepite dal ministero dell'Interno, pari a 2 milioni di euro.

Il coinvolgimento del Comune. Un altro capitolo dell'inchiesta ha riguardato le presunte collusioni con pezzi dell'amministrazione comunale di Lecce. A partire da un funzionario pubblico che avrebbe fatto carte false per far sì che alcuni lavori di ristrutturazione dell'ufficio dello Sportello antiracket venissero pagati dal Comune anziché dal commissario Antiracket. L'obiettivo - secondo la tesi investigativa - era agevolare il costruttore che ha effettuato i lavori e che avrebbe poi avuto un occhio di riguardo per il funzionario pubblico per altri interventi eseguiti nella sua abitazione.

I lavori mai ultimati. Anche le ristrutturazioni eseguite all'ufficio dello Sportello antiracket di Brindisi sarebbero state viziate da anomalie, relative a false certificazioni di interventi mai ultimati da parte di dipendenti comunali. Ad aggravare ulteriormente la situazione di Gualtieri c'è il fatto che avendo appreso che alcuni suoi collaboratori erano stati convocati dalla finanza per gli interrogatori, li avrebbe istruiti sulle versioni da fornire al fine di cercare di nascondere i numerosi illeciti commessi al fine di ottenere indebitamente i soldi del Fondo antiracket, sottraendoli al loro legittimo utilizzo.

Antiracket Lecce, da anni polemiche accuse e sospetti sulla presidente dell’associazione arrestata. “In un momento come quello attuale, particolarmente critico per l’economia del Paese, cancri sociali come il racket e l’usura insidiano il sistema produttivo, mettendo radici”. Così parlava Maria Antonietta Gualtieri ad aprile 2013 nel presentare un convegno dell’Antiracket Salento a Brindisi e oggi arrestata per truffa aggravata, scrive Luisiana Gaita il 12 maggio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". “In un momento come quello attuale, particolarmente critico per l’economia del Paese, cancri sociali come il racket e l’usura insidiano il sistema produttivo, mettendo radici”. Così parlava Maria Antonietta Gualtieri ad aprile 2013 nel presentare un convegno dell’Antiracket Salento a Brindisi. Eppure, secondo la procura di Lecce, che ha lavorato all’indagine sulla presunta truffa finalizzata a ottenere un finanziamento da due milioni di euro destinato alle vittime del racket e dell’usura, molto era già accaduto. Tanto che già in passato si era gettata qualche ombra sull’operato dell’associazione, ben prima dell’operazione della Guardia di Finanza scattata oggi nel Salento. Ma negli ultimi anni l’Antiracket Salento è stata al centro di polemiche, accuse, sospetti e anche inchieste che, in un modo o nell’altro, l’hanno coinvolta.

LA POLEMICA – A giugno 2013 a fare andare su tutte le furie Maria Antonietta Gualtieri furono le parole del presidente della Camera di Commercio di Brindisi Alfredo Malcarne che annunciava l’apertura presso l’ente di uno sportello antiracket. “Solo noi siamo l’unico sportello riconosciuto dal ministero dell’Interno finanziato con i fondi Pon sicurezza” si affrettò a chiarire la presidente, ricordando che l’associazione era l’unica ad aver firmato un protocollo con la Procura della Repubblica. “Vorrà pur dir qualcosa – aggiunse – ci sono associazioni che sono cattive imitazioni”. Poi le accuse ad altre realtà del territorio: “Ce ne sono alcune dalle quali ho subito pressioni – disse – perché non vogliono che cambino le cose. Con il loro atteggiamento favoriscono il consenso sociale alla criminalità, non aiutano le vittime di racket e usura. Tanto da pensare che ci possano essere delle infiltrazioni”. Inevitabili le reazioni. Come quella del presidente antiracket di Mesagne (Brindisi) Fabio Marini: “Una cosa è certa, noi siamo un’associazione non profit composta da vittime del racket e dell’usura che hanno deciso di lottare e aiutare gli altri, facciamo volontariato, mentre lo sportello antiracket Salento vive perché ha ottenuto un finanziamento di 2 milioni di euro”.

L’INDAGINE DELLA CORTE DEI CONTI DI NAPOLI – E a proposito di quel finanziamento, a gennaio 2014 si diffuse la notizia che la Corte dei Conti di Napoli stava indagando sul trasferimento di fondi pubblici a favore di alcune associazioni antiracket. Al centro i 13 milioni e 433mila euro stanziati dall’Unione Europea e arrivati agli inizi del 2012 che facevano parte del Pon-Sicurezza, il Programma Operativo Nazionale finanziato per lo sviluppo del Mezzogiorno. E al Sud nell’albo prefettizio risultavano attive oltre cento associazioni antiracket. I fondi, però, furono destinati solo a tre di esse, tra cui l’Antiracket Salento, che ha ottenuto qualcosa come un milione e 862mila euro. Già a marzo del 2012, in realtà, le associazioni ‘La Lega per la Legalità’ ed ’S.O.S. Impresa’ avevano inviato una lettera all’allora ministro Anna Maria Cancellieri, denunciando l’esistenza di una vera e propria “casta dell’antiracket”. Lino Busà, presidente di S.O.S Impresa, commentando l’indagine fece proprio il suo nome: “Prendiamo il caso di Maria Antonietta Gualtieri, presidentessa dell’Antiracket Salento e già candidata a Lecce sei anni fa nella lista civica di Alfredo Mantovano”. La presidente smentì di essere coinvolta nell’indagine della Corte dei Conti, sottolineando la correttezza dell’iter che aveva portato al finanziamento degli sportelli antiracket. Di fatto l’associazione non ha partecipato ad alcun bando pubblico. E Busà ricordava che sia le norme italiane che quelle europee prevedono, invece, “bandi ed avvisi pubblici”, arrivando a parlare di “una trattativa privata”.

LO SCANDALO DEI CONSULENTI CHE CHIEDEVANO SOLDI – Un anno dopo, nel luglio 2015, un’altra inchiesta della procura di Lecce ha coinvolto l’associazione. Un avvocato e un commercialista sono finiti nel registro degli indagati, accusati di avere estorto denaro durante la loro attività di consulenti allo sportello Antiracket di Lecce. Nel fascicolo del procuratore Cataldo Motta si parlava di parcelle che andavano dai 100 ai 900 euro per gli imprenditori che si rivolgevano all’associazione per chiedere pareri sui tassi di interesse dei mutui accesi con le banche. In quella occasione, però, le accuse partirono proprio dalle denunce presentate da un imprenditore, dalla presidente dell’associazione Maria Antonietta Gualtieri e da altre due persone. Il rapporto di collaborazione tra i due consulenti e lo sportello antiracket si interruppe, ma i consulenti depositarono una una querela per calunnia contro la presidente Gualtieri.

Ed ancora…

Taranto, minacce sessuali a giornalista: indagato il capo dello sportello antiracket. Michele Cagnazzo è accusato di aver inviato una lettera minatoria rivolta anche contro se stesso: secondo gli investigatori lo scopo era quello di accreditarsi come paladino antiusura, scrive l'8 settembre 2017 "La Repubblica". Era a capo dello Sportello antiracket Casartigiani di Taranto e in questa funzione aveva svolto diverse iniziative contro le estorsioni, invitando imprenditori e cittadini a ribellarsi e offrendo loro assistenza legale. Ora è accusato, ed è stato chiesto il rinvio a giudizio per aver simulato minacce e avvertimenti pur di essere sotto i riflettori della cronaca. Nel mirino anche una giornalista, collaboratrice del Quotidiano di Puglia. Dovrà affrontare un processo, perchè ritenuto responsabile di minaccia aggravata, Michele Cagnazzo, 50enne residente a Taranto con precedenti specifici e "da sempre autoreferenziatosi quale paladino di onestà e giustizia per le sue campagne antiracket e antiusura", dicono dalla questura di Taranto in una nota. "A tradirlo - secondo gli investigatori - è stata proprio la sua eccessiva e malcelata voglia di protagonismo attraverso una tanto inquietante quanto maldestra strategia". "Nello scorso marzo il quotidiano pubblicava un articolo a firma in cui veniva presentata l'istituzione dello sportello antiracket di Casartigiani Taranto, di cui Cagnazzo era responsabile. Pochi giorni dopo la pubblicazione, nella sede di Taranto della testata fu recapitato un plico al cui interno vi erano pesanti minacce di morte ai referenti dello sportello antiracket e di stupro alla redattrice dell'articolo se non avesse smesso di occuparsi di tali fenomeni criminosi". La denuncia delle minacce violente e sfondo sessuale, in particolare a ridosso della giornata dell'8 marzo, ha allarmato la Digos di Taranto, che, nel giro di pochi giorni è riuscita a individuare il presunto colpevole delle intimidazioni". E' stato così appurato che le minacce non provenivano da esponenti della malavita organizzata, ma da chi voleva costituirsi una posizione meritoria all'interno dello sportello antiracket. Secondo gli investigatori, la lettera avrebbe generato un tale clamore mediatico da cui poter trarre vantaggi "visto che conteneva anche minacce contro lo stesso Cagnazzo". Chiuse le indagini, il sostituto procuratore Enrico Bruschi ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio sulla base di "chiari e concreti elementi di colpevolezza". "Apprendo dalla stampa con sconcerto, ma con animo tranquillo, lo scempio e l'indecenza della notizia che mi riguarda e cercherò nei prossimi giorni non solo di capire ma di chiarire nelle sedi opportune la mia posizione, totalmente estranea nel merito dell'accaduto", replica Cagnazzo in una nota sostenendo che si sta cercando di delegittimarlo. "Quello che mi preme rimarcare da uomo, marito, padre e poi professionista, impegnato da circa vent'anni nella lotta alla criminalità organizzata e mi dispiace se qualcuno non lo abbia compreso - afferma ancora Cagnazzo - che l'obiettivo era fermarmi, fermarci. E' notoria l'azione che stavamo svolgendo sul territorio in ambito antiracket e antiusura, abbiamo subito attacchi e abbiamo risposto in maniera inequivocabile ed incontrovertibile. Abbiamo cercato di risvegliare coscienze ponendo sul campo strategie contro racket e usura, che qualcuno continua ad affermare che a Taranto questi fenomeni non esistono".

«Zitta o ti violentiamo», sotto inchiesta direttore antiracket. Le minacce a una giornalista di Quotidiano, scrive Alessandra LUPO su "Il Quotidiano di Puglia" Giovedì 7 Settembre 2017. Credeva di raccontare una cosa bella, Alessandra Macchitella, giornalista tarantina trentenne, collaboratrice del Nuovo Quotidiano di Puglia che dalle colonne del giornale aveva scritto dell’istituzione di un nuovo sportello antiracket nella città di Taranto, nato in seno a CassaArtigiani. Ma purtroppo quell’articolo le è costato caro: pesanti minacce anonime e mesi di ansia che l’hanno costretta a farsi accompagnare anche negli spostamenti più banali, condizionando pesantemente il suo lavoro. Fino alla svolta delle indagini, del tutto inattesa, arrivata ieri. Tutto era iniziato nel marzo scorso, infatti, dopo che la collega aveva scritto del nuovo ente, di cui era responsabile Michele Cagnazzo, intervistando il cinquantenne tarantino promotore di numerose campagne antiusura e antiracket. Pochi giorni dopo la pubblicazione degli articoli, però, nella sede tarantina del Quotidiano giunse una lettera contenente minacce di morte non solo contro i responsabili dello sportello ma anche rivolte alla giornalista. In un plico, infatti, le fotocopie di due articoli, uno sullo sportello e l'altro riguardante la diffusione di droga nel quartiere. In entrambi i volti e la firma cerchiati con mirini e frasi minacciose. Alla giornalista, però, è stato riservato anche un altro trattamento: quello della minaccia di violenza sessuale qualora si fosse occupata ancora di lotta all’usura e al racket delle estorsioni. “Ti stupriamo: lascia droga, racket e usura: sei avvisata”, si legge accanto al suo nome e in un’altra lettera una sua fotografia con una scritta a penna sul volto. Immediata la denuncia, con l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Taranto e l’avvio delle indagini affidate alla Digos. Indagini condotte in maniera «eccellente», tanto dal punto di vista umano che professionale, ha spiegato la vittima. E che hanno portato alla svolta decisiva: secondo gli inquirenti a inviare la missiva non sarebbe stata affatto la malavita tarantina, come si credeva in un primo momento, bensì lo stesso Cagnazzo - allora responsabile dello sportello antiracket - evidentemente a caccia di visibilità per la sua attività. Nei suoi confronti la Procura tarantina, nella persona del sostituto procuratore Enrico Bruschi, ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di minaccia aggravata. I poliziotti sono arrivati a lui attraverso le immagini di videosorveglianza dell’ufficio postale, dove l’uomo si era recato a inviare la raccomandata. A confermare i sospetti è stata poi la perizia calligrafica sui fogli. Ora sarà il giudice delle indagini preliminari a decidere nell’udienza che si terrà a novembre. Ma intanto il caso fa riflettere per vari motivi: il primo, senza voler generalizzare, è che un reato come la minaccia di morte e stupro possa maturare in un’associazione antiracket. Il secondo, ancora più odioso, riguarda il sessismo strisciante nella maldestra vicenda: tutti sono minacciati di morte ma la giovane donna anche di stupro. Alessandra, che si occupa spesso di tematiche di genere, dev’essere sembrata la vittima ideale tanto più che la lettera è stata spedita alla vigilia della festa della donna. Un tempismo perfetto insomma, tra gli elementi di una miscela mediatica potenzialmente esplosiva che secondo chi indaga avrebbe voluto richiamare sullo sportello solidarietà e interesse. Il giornale, però, decise di non divulgare le lettere minatorie ma di sporgere invece denuncia. «Io venni contattata dalla redazione per il plico - racconta Alessandra - ma per tutelare le indagini non ne scrivemmo mantenendo il massino riserbo». Ora, se l’uomo sarà riconosciuto colpevole - lei potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo e tornare alla vecchia vita. «La cosa più brutta è stato essere bloccata - racconta ancora -: per un po’ non ho potuto occuparmi per precauzione di alcune tematiche, ma quello che mi ha davvero ferita delle minacce è stato il riferimento alla violenza sessuale, un modo di colpirmi non solo come giornalista ma come donna».

Taranto. Una lettera di minaccia per tutti. Questa vicenda dovrebbe far riflettere un pò di più i cittadini di Taranto, le forze dell’Ordine, ma soprattutto i giornalisti locali, che hanno notoriamente. e non soltanto secondo il sottoscritto un brutto vizio: dare troppa visibilità alle persone, quando invece nel nostro lavoro si dovrebbe concentrare l’attenzione sui fatti, scrive Antonello de Gennaro l'8 settembre 2017 su "Il Corriere del Giorno". Alessandra Macchitella, è una giornalista tarantina trentenne, una persona molto educata che e soprattutto una collega che rispetta il prossimo, ed i suoi colleghi, ed è per questo che la stimiamo. Alessandra è una collaboratrice del Nuovo Quotidiano di Puglia e sulle pagine di questo giornale aveva scritto un articolo sull’apertura di un nuovo sportello antiracket nella città di Taranto, nato in seno a Confesercenti-Confartigianato, associazioni alle quali Michele Cagnazzo ha fatto causa per ottenere un assunzione a tempo indeterminato, per poi passare armi…e bagagli sotto le insegne di Casartigiani-Confcommercio insieme ai quali operava, come questi video dimostrano.

Cagnazzo con precedenti specifici e da sempre autoreferenziatosi quale paladino di onestà e giustizia per le sue campagne antiracket e antiusura, si è tradito proprio per la sua eccessiva e malcelata voglia di “protagonismo” attraverso una tanto inquietante quanto maldestra strategia. Nessuno meglio del sottoscritto può capirla avendo ricevuto per oltre un anno lo stesso trattamento, a mezzo di atti vandalici sulla macchina, lettere diffamatorie rigorosamente “anonime” diffuse in lungo e largo per la città, lettere di minacce, culminato con l’incendio della mia autovettura nello scorso marzo avvenuto lo scorso marzo a Taranto. Avvenimento questo, le cui indagini ancora sono in corso, che ha indotto il nuovo Prefetto di Taranto a disporre l’alzamento del livello di tutela sulla mia persona affidato alla Polizia di Stato che vigila sulla mia incolumità in occasione dei miei soggiorni nel capoluogo jonico. Anche la vicenda che ha coinvolto la giovane collega Macchitella era iniziata nel marzo scorso, a seguito di un articolo che la collega aveva scritto sul Quotidiano del nuovo sportello antiracket, di cui era responsabile il cinquantenne tarantino Michele Cagnazzo, promotore di numerose campagne anti-usura e antiracket intervistandolo. Articolo che è costato molto caro alla Macchitella. Infatti le sono subito arrivate pesanti minacce anonime ed ha dovuto vivere mesi di tensione e preoccupazione che l’hanno costretta ad essere sempre accompagnata anche negli spostamenti più brevi, condizionando pesantemente la sua vita personale ed il lavoro che ha sempre svolto diligentemente. Qualche giorno dopo la pubblicazione arrivò presso la redazione di Taranto del Nuovo Quotidiano di Puglia una lettera piena di minacce di morte non solo contro i responsabili dello sportello ma anche nei confronti della giornalista. All’interno della busta vi erano le fotocopie di due articoli, uno sulla la diffusione della droga e dei volti cerchiati con mirini e minacce esplicite. Alla collega Macchitella, invece, era stato scelto anche un altro “metodo”: quello della minaccia di violenza sessuale se si fosse occupata nuovamente di lotta all’usura e del racket delle estorsioni. Con delle pesanti minacce molto esplicite: “Ti stupriamo: lascia droga, racket e usura: sei avvisata” scritto accanto al suo nome, ed in un’altra lettera una sua fotografia con una scritta minacciosa a penna sul volto. Chiaramente venne presentata una querela, con l’apertura di un’inchiesta da parte e l’avvio delle indagini affidate alla Digos dalla Procura di Taranto.

Il capo della redazione di Taranto del Nuovo Quotidiano di Puglia, decise con saggezza ed intelligenza, di non divulgare le informazioni ma di sporgere invece denuncia. “Venni contattata dalla redazione per il plico – racconta la Macchitella – ma per tutelare le indagini non ne scrivemmo». Ora, se l’uomo sarà riconosciuto colpevole – lei potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo e tornare alla vecchia vita. «La cosa più brutta è stato essere bloccata – racconta ancora – per un po’ non ho potuto occuparmi per precauzione di alcune tematiche, ma quello che mi ha davvero ferita delle minacce è stato il riferimento alla violenza sessuale, un modo di colpirmi non solo come giornalista ma come donna». Ma ieri vi è stata una svolta nelle indagini “condotte in maniera eccellente, tanto dal punto di vista umano che professionale”, ha commentato questa mattina la Macchitella sul Quotidiano, Infatti le indagini sono arrivate alla svolta decisiva: secondo gli investigatori ad inviare la lettera non sarebbe stata responsabile la malavita tarantina, ma lo stesso Cagnazzo – all’epoca dei fatti  responsabile dello sportello antiracket – il quale evidentemente è una delle tante persone di Taranto a caccia di uno stipendio e di visibilità per la propria attività che sopravvive esclusivamente grazie a contributi e fondi “pubblici”.  Secondo la Polizia di Stato la lettera, inviata il 7 marzo e che sarebbe dovuta pervenire alla destinataria proprio il giorno della “festa della donna”, avrebbe generato un tale clamore mediatico da cui poter trarre vantaggi, visto che conteneva anche minacce contro se stesso riconducibili all’asserita attività di contrasto ai fenomeni criminali estorsivi quale responsabile dello sportello Antiracket.

La procura di Taranto ha chiesto il   rinvio a giudizio del Cagnazzo con l’accusa di “minaccia aggravata” sulla base quindi di chiari e concreti elementi di colpevolezza grazie all’ulteriore supporto di accertamenti tecnico-scientifici. Gli investigatori della Digos sono arrivati alla sua identificazione infatti attraverso le immagini filmate del sistema di videosorveglianza dell’ufficio postale, da cui era partita la raccomandata dalle quali si vede il Cagnazzo mentre spedisce la lettera di minacce. I sospetti sono stati confermati dalla perizia calligrafica disposta sui fogli scritti a mano. Adesso sarà quindi il giudice delle indagini preliminari a decidere per la fissazione nell’udienza che potrebbe tenersi a novembre. Questa vicenda dovrebbe far riflettere un pò di più i cittadini di Taranto, le forze dell’Ordine, ma soprattutto i giornalisti locali, che hanno notoriamente. E non soltanto secondo il sottoscritto un brutto vizio: dare troppa visibilità alle persone, quando invece nel nostro lavoro si dovrebbe concentrare l’attenzione sui fatti. E’ questo malvezzo che porta poi delle persone mitomani desiderose di uscire dal torpore del loro anonimato e spesso di un’esistenza insulsa e squallida, e fare qualsiasi cosa per apparire, di vedere il suo none e la sua fotografia pubblicata sulla carta stampata o online pur di “esserci”. Forse un pò di autocritica e di maggiore attenzione e riflessione servirebbe alla stampa locale a riprendersi dal torpore in cui vegeta ed a ritrovare la voglia di fare giornalismo, che non si fa solo con le interviste o le conferenze stampa, ma con la cronaca fatta per strada, con le inchieste che fanno scaturire indagini e provvedimenti della magistratura. Tutto ciò cari lettori è il “vero” giornalismo. Il resto è noia per chi legge e spesso anche per chi scrive ricevendo quando va bene… somme che oscillano fra i 5 ed i 10 euro netti ad articolo. Concludendo non possiamo che essere felici che questa amara vicenda sia finita, e che finalmente il sorriso possa ritornare sul viso della splendida collega Alessandra Macchitella, e complimentarci con la Polizia di Stato per l’efficienza dimostrata nel corso dell’indagine. Restiamo in attesa di poter scrivere qualcosa di simile sulla vicenda dell’incendio dell’autovettura. Chi ha scritto quelle volgari minacce ad Alessandra Macchitella ci auguriamo possa ricevere una pesante punizione dalla Giustizia, e non solo, ma anche dalla città, emarginando lui e chi ha avuto fiducia nello “strumentale” operato di quella specie di uomo che si chiama Michele Cagnazzo.

Ma di lui si è già parlato sul giornale di Antonello De Gennaro. Il 27 febbraio 2015. Aggredito da 3 uomini il responsabile dello sportello antiracket, scrive "Il Corriere di Taranto". Michele Cagnazzo, responsabile di uno sportello antiusura ed antiracket di Taranto, 48enne originario di Bari ha denunciato ai Carabinieri di essere stato avvicinato e spintonato mentre si trovava in viale Magna Grecia da dei malviventi subito dopo essere uscito da una banca, venendo aggredito da tre uomini. Cagnazzo a seguito dell’aggressione è caduto per terra, e quindi si è rialzato rifugiandosi all’interno della banca, per poi recarsi in ospedale e sottoporsi a degli accertamenti, a seguito delle quali sono state riscontrate lesioni all’omero giudicate guaribili in 30 giorni. I tre ignoti aggressori si sono immediatamente dileguati. I Carabinieri del Nucleo Operativo Radiomobile dopo aver raccolto la sua testimonianza, hanno quindi avviato le indagini per identificare i responsabili ed accertare se l’aggressione sia riconducibile all’attività professionale della vittima.

Caso della giornalista minacciata: interviene il responsabile dell'associazione antiracket. Michele Cagnazzo: «Sono estraneo a quanto mi è stato contestato», scrive "Manduria Oggi" l'8/09/2017. «Apprendo dalla stampa con sconcerto ma con animo tranquillo, lo scempio e l’indecenza della notizia che mi riguarda e cercherò nei prossimi giorni non solo di capire ma di chiarire nelle sedi opportune la mia posizione, totalmente estranea nel merito dell’accaduto». A parlare è Michele Cagnazzo. «Magari questa può sembrare un’autodifesa, ma non lo è se si va a guardare oltre la becera notizia, ovvero nel merito, che nulla ha d’interesse pubblico se non un unico obiettivo: delegittimarmi. Nel merito ci ritornerò più avanti. Quello che mi preme però sottolineare da uomo, marito, padre e poi professionista, impegnato da circa vent’anni nella lotta alla criminalità organizzata e mi dispiace se qualcuno non lo abbia compreso, che l’obiettivo era fermarmi, fermarci. E’ notoria l'azione che stavamo svolgendo sul territorio in ambito antiracket e antiusura, abbiamo subito attacchi e abbiamo risposto in maniera inequivocabile ed incontrovertibile. Abbiamo cercato di risvegliare coscienze ponendo sul campo strategie contro racket e usura che qualcuno continua ad affermare che a Taranto questi fenomeni non esistono. Ritornando nel merito, qualcuno dovrà spiegarmi quale interesse abbia avuto a disincentivare l’attività giornalistica in materia di mafia, usura ed estorsioni con squallide minacce che non mi sono mai appartenute? L’attività della stampa e dei giornalisti rappresenta l’essenza del nostro stesso lavoro? Poi chiunque volesse inviare una minaccia, credo che non lo farebbe entrando in una posta munita di videosorveglianza e per di più facendo una raccomandata con nome e cognome e manoscrivendola? Questo credo che equivalga a fare una rapina e lasciare il proprio documento d’identità. Credo che tutti dovremmo porci questi interrogativi, come credo che non avessi bisogno di tale ingiustificata e becera pubblicità. La mia storia di uomo è molto chiara, a torto o ragione. La mia storia è stata costellata di minacce di vario tipo e genere, ma ho sempre continuato mettendoci la faccia a rischio continuo della mia incolumità fisica (vedasi aggressione subita nel 2015). Questa ne è un’incancellabile ed eterna testimonianza. Come diceva il compianto G. Falcone: “Quando si entra in un gioco grande o ti ammazzano o ti delegittimano”».

Chi è Michele Cagnazzo? Lo scopriamo dal suo blog e da quello che lui scrive di se stesso.

MICHELE CAGNAZZO NOMINATO RESPONSABILE "UFFICIO ANTIRACKET-ANTIUSURA" A TARANTO. Lunedì 13 aprile 2015. Un ufficio antiracket-antiusura è l’iniziativa presentata questa mattina dalla Confesercenti e dalla Confartigianato di Taranto. Presenti all’incontro il Presidente di Confesercenti Taranto Vito Lobasso, Fabio Paolillo per Confartigianato, Michele Cagnazzo, criminalista ed esperto in Scienze criminologiche applicate, nominato coordinatore e responsabile dell’Ufficio. La promozione dell’apertura dell’Ufficio Antiracket–usura da parte delle due associazioni, con annesso Centro di ascolto, vuole offrire ai soggetti che denunciano usura ed estorsioni una completa assistenza per la soluzione dei problemi economici e finanziari, per affrontare le situazioni di crisi delle piccole e medie aziende associate. Il fenomeno dell’usura a Taranto e provincia è estremamente insidioso, anche alla luce dell’attuale crisi economica. Di conseguenza, le risposte al fenomeno sono affidate alla messa in atto di strumenti di contrasto e di repressione da un lato e di sostegno e di prevenzione dall’altro. Ed è proprio su questi aspetti che si concentrerà l’attività del nuovo Ufficio Antiracket – usura. L’obiettivo dello sportello è quello di assicurare una necessaria azione di sostegno nei confronti delle piccole e medie imprese che sono vittime del racket. “Avremmo preferito non aver bisogno di creare questa attività – afferma il Presidente di Confesercenti Vito Lobasso – purtroppo però il nostro territorio ha questa esigenza. Il messaggio che ci preme veicolare ai piccoli e medi commercianti è di fare sempre affidamento sulla nostra presenza, in quanto perseguiamo tutti lo stesso scopo: la tutela della legalità”. Lobasso mette in evidenza un’iniziativa presentata precedentemente che mira ad allontanare questi fenomeni, Operazione ripresa, un’intesa a quattro tra Interfidi, BCC di San Marzano, Confartigianato e Confesercenti per sostenere il rilancio dell’artigianato e del commercio sul territorio tarantino. Confesercenti e Confartigianato hanno stipulato una convenzione con il consorzio di garanzia collettiva fidi Interfidi con lo scopo di assistere le piccole e medie imprese nell’accesso al credito. “A Taranto la situazione non è allarmante ma preoccupante – specifica il criminalista Michele Cagnazzo – il 42% delle imprese sono sotto estorsione ed usura e circa 8.600 famiglie, per un giro d’affari complessivo di 300 milioni di EURO. Dobbiamo fare i conti con una tipologia di reati subdoli perché vivono di silenzio e omertà. L’ufficio si rivolgerà a tre categorie, in fase preventiva alle imprese che hanno un sovraindebitamento e difficoltà economiche, quindi a rischio usura; una seconda categoria a chi è già sotto usura e racket ma non ha ancora maturato la decisione di denunciare e una terza categoria per chi ha già fatto denuncia, a cui forniremo assistenza amministrativa e tutoraggio in fase di ripresa dell’azienda per portare ad accedere ai fondi di solidarietà. Vogliamo far recuperare la normalità alla vittima”. Oltre ai dati numerici che derivano dall’Osservatorio statistico nazionale Confesercenti, il messaggio di Cagnazzo si riassume in una frase: “Ci siamo, non siete più soli”. Il responsabile dell’ufficio Cagnazzo lancia anche una provocazione al sindaco di Taranto: “Perché il Comune attraverso un regolamento interno non propone sgravi fiscali per le imprese che denunciano fenomeni di racket ed usura?”. “Molti problemi non sono denunciati per paura – afferma Fabio Paolillo di Confartigianato – ma si può uscire da questi fenomeni mostrando fiducia allo Stato”. Presente all’evento anche il Questore di Taranto Giuseppe Mangini che dichiara: “Abbiamo il dovere di affiancarvi. Tutte le iniziative che servono ad aumentare la sensibilità verso questo problema trovano il nostro sostegno”.

Michele Cagnazzo ex IDV, l'Italia dei Valori di Di Pietro, il partito della sedicente legalità.

Si legge sempre dal blog di Michele Cagnazzo.

CAGNAZZO E ZAZZERA (IDV): “TUTTI CON UN’AGENDA ROSSA TRA LE MANI". Venerdì 17 luglio 2009. “Sarà un modo per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta, un modo migliore però per ricordarlo sarebbe anche trovare l’agenda rossa che Paolo aveva con sé nella strage di Via D’Amelio. Colui che ancora oggi possiede questa agenda si nasconde, ricattando mezza classe politica nei Palazzi della vecchia e cattiva politica”. A parlare sono Pierfelice Zazzera e Michele Cagnazzo, rispettivamente Segretario Coordinatore Regionale e Responsabile dell’Osservatorio Regionale sulla Legalità – Dipartimento Antimafia-Prevenzione-Sicurezza. Pertanto Lunedi 20 luglio invitiamo davanti alla Procura della Repubblica di Bari associazioni e cittadini che ancora oggi tengono alle sorti di questo Paese, per restituirgli un volto nuovo e credibile, e per chiedere semplicemente delle risposte allo Stato. Dove l’agenda rossa di Paolo Borsellino sottratta nella strage di Via D’Amelio rappresenta una probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra. Continuano Zazzera e Cagnazzo “dopo 17 anni riteniamo che nulla sia cambiato. Anzi la mafia si è trasformata da associazione a delinquere in sistema democraticamente rappresentato. E questo riteniamo costituisca la prima ed autentica emergenza del nostro Paese, oltre all’impressione che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le conoscano in tanti, ma siano tutti d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis, per sempre. Tutto ciò concludono Zazzera e Cagnazzo “perché l’agenda rossa costituisce la scatola nera della seconda Repubblica”.

E poi...

Di Stanislao indagato nella rimborsopoli pugliese, scrive il 19 gennaio 2016 Barbara Orsini su "Rete 8". Secondo la procura di Bari l’ex parlamentare dell’Idv, Augusto Di Stanislao, avrebbe percepito indebitamente rimborsi per benzina e alberghi: è indagato insieme ad altre due persone. Guai giudiziari per l’ex parlamentare dell’Idv ed ex consigliere regionale Augusto Di Stanislao: il suo nome, insieme a quello di altre due persone, è finito nel registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta della procura della Repubblica di Bari su rimborsi indebitamente percepiti. Una sorta di rimborsopoli pugliese che vede Di Stanislao indagato nella veste di commissario regionale dell’Idv in Puglia: l’arco temporale passato al setaccio è quello che va da giugno 2011 a marzo 2013. Un’inchiesta innescata dalla denuncia di un dirigente del partito di Antonio Di Pietro, tal Michele Cagnazzo, che ha fatto finire nel ciclone giudiziario l’ex tesoriera regionale del partito in Puglia e un suo braccio destro. L’accusa per tutti, incluso Di Stanislao, è di appropriazione indebita: si parla, nello specifico, di rimborsi per oltre 8500 euro divisi tra spese di carburante, ristoranti e alberghi. Un caso in particolare è balzato agli occhi degli inquirenti: un rifornimento di benzina per un pieno alla ‘Maserati 3200′ di Di Stanislao a cui ci si domanda se l’ex dell’Idv avesse diritto oppure no. Accuse ancora tutte da provare in sede dibattimentale.

Idv, spunta il sex-gate. Prestazioni sessuali in cambio di una promessa di lavoro in Parlamento. A Bari una denuncia contro il senatore Pedica e l'onorevole Zazzera. La donna parla apertamente di ricatti, ovviamente tutti da dimostrare, scrive Riccardo Bocca su "L'Espresso" il 16 giugno 2011. Non bastavano le recenti amarezze elettorali, a guastare il trionfo dell'Italia dei Valori ai referendum. Adesso c'è anche la denuncia presentata il 14 giugno alla Procura di Bari da Michele Cagnazzo, esperto di criminalità organizzata ed ex responsabile per l'Idv dell'Osservatorio pugliese sulla legalità. La storia che emerge da queste pagine è un misto di sesso e politica, segreti e fragilità umane. Uno scenario tutto da dimostrare, naturalmente, al centro del quale si trova C. M., una donna di 31 anni che Cagnazzo incontra nell'aprile 2010 negli uffici baresi dell'Italia dei Valori. "Dopo alcune frequentazioni", scrive nella denuncia, "mi accorsi del fatto che versava in uno stato di non indifferente alterazione emotiva", tant'è che in seguito, acquisita maggiore familiarità, "mi confidava di essere stata vittima di insistenti avances e ricatti da parte del senatore della Repubblica Stefano Pedica e del deputato Pierfelice Zazzera, entrambi iscritti all'Idv". Personaggi non secondari. Zazzera, 43 anni, all'epoca dei fatti era parlamentare Idv e coordinatore regionale del partito in Puglia. Mentre il senatore Pedica, 53 anni, ha una storia che parte dalla Democrazia cristiana, continua nell'Udr di Francesco Cossiga, e sfocia dopo la fondazione del Movimento cristiano democratici europei nel partito dipietrista. "La stessa M.", scrive Cagnazzo, "mi riferiva che, avendo partecipato in qualità di simpatizzante a diversi dibattiti e conferenze, aveva conosciuto entrambi gli esponenti". E che tutti e due avrebbero iniziato, in tempi diversi, "a compulsarla con insistenti inviti e richieste di appuntamenti al di fuori dell'ordinaria attività politica". L'intenzione della donna ("Laureata in giurisprudenza e inoccupata") nell'accettare una serie di inviti, è a detta di Cagnazzo "comprendere se ci fossero opportunità di lavoro". Tant'è che Zazzera, "avendone carpito lo stato di necessità (...) continuò a tempestarla di telefonate e sms con ripetuti inviti a incontri clandestini", svoltisi all'hotel A. di Massafra (Taranto) "dal maggio 2009 all'ottobre 2009". Circostanze, recita la denuncia, che "si possono evincere benissimo dai registri presenze del suddetto albergo", e che comprenderebbero la promessa di Zazzera a M. "di farle ottenere un posto di lavoro presso l'ufficio legislativo del Parlamento ". In cambio, si legge, l'onorevole "chiedeva favori sessuali", e M., "per quanto mi ha riferito, proprio perché versava in gravi difficoltà (...) accettò di accondiscendere alle richieste". In questo contesto, dunque, va ambientata la seconda parte della vicenda. A un certo punto, Cagnazzo racconta che Zazzera avrebbe invitato "M. a Roma presso il proprio alloggio privato dicendole che era necessaria la presenza di lei, sia perché consegnasse il curriculum, sia per sottoscrivere (...) documenti finalizzati a perfezionare un rapporto di lavoro". L'onorevole, anche in quei giorni, avrebbe chiesto alla donna "insistentemente prestazioni sessuali, promettendole in cambio il proprio definitivo interessamento per la stipula di un contratto". Dopodiché, scrive Cagnazzo, "M., per quanto mi ha riferito, accettò di avere ancora un rapporto sessuale". Sentendosi però precisare da Zazzera che, "se avesse voluto guadagnare definitivamente il ruolo, avrebbe dovuto dedicare le medesime attenzioni sessuali al senatore Pedica"; il quale, "secondo quanto disse Zazzera, avrebbe anche lui messo la buona parola". Il resto è presto sintetizzato. Pedica, denuncia Cagnazzo, avrebbe raggiunto la donna all'hotel M. di Brindisi. Un incontro in cui "il senatore disse che per avere determinati benefici, avrebbe dovuto avere rapporti sessuali con lui". Da parte sua, si legge nella denuncia, "M. accettò ed ebbe, nel dicembre 2009, un rapporto sessuale con il senatore". E sarebbe stato il preludio di un ulteriore appuntamento, "sempre a fini sessuali, nel gennaio 2010". Finché, "constatando che nulla si muoveva sul fronte del lavoro, M. interruppe i rapporti anche telefonici con i due". Scoprendo in seguito, "con somma sorpresa, di risultare tra i candidati alle elezioni regionali 2010 per la Puglia, nella lista Idv, pur non avendo mai proposto né tantomeno accettato la propria candidatura". Per quest'ultimo aspetto, riferisce Cagnazzo assistito dall'avvocato Renato Bucci, la signora "mi disse di essersi rivolta a un legale". E sempre Cagnazzo, a seguito di questa vicenda, dichiara di essersi autosospeso da responsabile dell'Osservatorio Idv pugliese sulla legalità: "Cosa che avvenne nel maggio 2010". Ora tocca agli inquirenti il non facile compito di scoprire che cosa sia veritiero, e cosa eventualmente no, in questa brutta vicenda. Una verifica che, per evidenti ragioni, si spera avvenga al più presto.

Sempre dell’IDV.

Lecce, “shopping coi soldi di una vittima della strada”. Arrestato l’avvocato dello Sportello diritti. Francesco D'Agata, già coordinatore dell'Italia di valori in Salento e paladino dei consumatori in diverse trasmissioni tv nazionali, è accusato di aver truffato una donna senegalese, trattenendo 283mila euro su un risarcimento di oltre 600mila riconosciuto dal Fondo vittime della strada, scrive Tiziana Colluto il 12 ottobre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Si è fidata. Perché lui da sempre è stato al fianco dei più deboli, dei consumatori, dei migranti. Lei, ambulante senegalese, il sospetto di poter essere truffata lo ha anche avuto, una volta, ma è stata rassicurata con tanto di sentenza, poi risultata falsificata. Nella bufera finisce Francesco D’Agata, avvocato leccese di 39 anni, noto in tutta Italia per essere attivo nello “Sportello dei diritti” fondato dal padre Gianni, oltre che per essere stato ospite non di rado di trasmissioni televisive sulle reti nazionali e già coordinatore provinciale dell’Italia dei Valori nel Salento.  Per lui, il gip Cinzia Vergine ha disposto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Ai domiciliari l’ex collega di studio, l’avvocato Graziano Garrisi, 38 anni. Non è detto che il cerchio sia già chiuso, perché le indagini vanno avanti e molto potrebbe emergere dai documenti sequestrati nelle scorse ore durante le perquisizioni. “D’Agata ha potuto usare il suo background di assistenza nei confronti dei più deboli, approfittando della condizione di minorata difesa della vittima” è l’atto di accusa lanciato in mattinata dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta (nella foto). Un porto sicuro lo studio legale di Francesco D’Agata, nella stessa sede dello Sportello dei diritti, in città. La 34enne senegalese, residente nel Salento, non ci ha pensato due volte, anche perché a presentarglielo è stato un connazionale, cognato dell’avvocato. L’uomo giusto, insomma, a cui affidare il suo caso, decisamente serio: nell’aprile 2010, a San Cesario di Lecce, è stata travolta da un’auto, riportando lesioni gravissime. Il responsabile di quel terribile incidente non è mai stato scoperto. Ha intentato, dunque, la causa per il risarcimento danni: il 22 giugno 2015, il Tribunale Civile di Trieste ha imposto al Fondo vittime della Strada di versare a suo favore la somma di 636mila euro, comprensivi di spese. Allianz, la compagnia designata, lo ha fatto in due tranche, con bonifici su un conto corrente intestato alla donna, con domiciliazione presso lo studio legale e sul quale Francesco D’Agata, secondo gli inquirenti, ha operato “a insaputa della signora e senza informarla delle numerose operazioni e movimentazione di denaro”. Alla vera vittima è arrivata solo una parte di quei soldi: 353mila euro. Anche a lei dev’essere sembrato poco, a fronte dei danni patiti. “A richiesta della medesima e per comprovare la bontà del suo operato, D’Agata ha esibito copia conforme all’originale della sentenza falsificata, in quanto alterata negli importi”, è ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel provvedimento che sarebbe stato ritoccato, la cifra riportata è di 335.565 euro, oltre 22.800 di compensi e 3mila di spese. Stando alle indagini, condotte dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di finanza, D’Agata ha taciuto “la effettiva liquidazione della somma di 636mila euro in favore dell’assistita trattenendo per sé la restante parte di 283mila euro”. Di questi, 160mila euro erano già stati incassati e 122mila euro “bloccati in extremis”, dopo che la vera titolare del conto corrente lo ha congelato in seguito ad un primo colloquio con la polizia giudiziaria. Al caso, infatti, si è giunti indagando su altro. A carico di D’Agata, come di altri due avvocati leccesi ora indagati, è arrivato un anno fa un esposto. Una donna torinese, la cui storia ha fatto il giro d’Italia per gli episodi di mobbing denunciati, lamentava l’infedele patrocinio: nonostante le rassicurazioni e 4mila euro già versati, il suo ricorso in Cassazione non è mai stato depositato. È stata lei a fornire il numero di conto corrente, che ha fatto da filo d’Arianna. “Abbiamo capito che c’era sotto qualcosa quando abbiamo visto che quel conto era intestato alla signora senegalese, che ha dichiarato di non saperne nulla”, ha spiegato il pm Massimiliano Carducci. I movimenti bancari ricostruiti dagli investigatori hanno consentito di tracciare il corso dei soldi: acquisti di mobili, viaggi, la cabina al mare. Ma a pesare non è questo shopping, bensì quello residuale, 43mila euro impiegati in spese professionali. È per questi che si contesta il reato più grave, quello di autoriciclaggio, che si affianca a quello di truffa aggravata continuata, falso in atto pubblico e infedele patrocinio aggravato dall’aver approfittato delle condizioni personali, di disagio culturale e sociale della vittima. “Francesco D’Agata è sereno”, ribadisce il suo legale Luigi Rella. Risponde di concorso negli stessi reati Graziano Garrisi, assistito dall’avvocato Giancarlo Dei Lazzaretti. Al primo sono stati sequestrati conti correnti e beni per il valore complessivo di 203mila euro; al secondo, invece, 15.500 euro, soldi che avrebbe speso utilizzando indebitamente la carta prepagata rilasciata alla donna senegalese, presentandosi al bancomat opportunamente incappucciato.

"A Lecce case popolari a elettori del centrodestra": indagati il sindaco Perrone e Poli Bortone. Inchiesta dei pm salentini sull'affidamento degli alloggi dopo l'esposto del Pd: tra i 46 avvisi di garanzia anche due assessori comunali, l'ex ministra del governo Berlusconi e il deputato di Marti (Cor), scrive Chiara Spagnolo il 28 febbraio 2017 su "La Repubblica". Indagati eccellenti nell'inchiesta della Procura di Lecce sull'assegnazione delle case popolari nel capoluogo salentino: la richiesta di proroga delle indagini formulata dai pm ha fatto venire fuori i nomi del sindaco uscente Paolo Perrone e dell'ex sindaca Adriana Poli Bortone, del deputato Roberto Marti (Cor, già assessore comunale) e degli attuali componenti della giunta Nunzia Brandi e Damiano D'Autilia. Il terremoto arriva in piena campagna elettorale, con Perrone che cerca di passare il testimone al giornalista Mauro Giliberti e si ricandida come consigliere comunale. Quarantasei, in totale, le persone su cui si concentrano le indagini dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria, coordinate dai sostituti procuratori Massimiliano Carducci e Roberta Licci, che stanno passando al setaccio gli atti relativi al periodo fra il 2006 e il 2016. L'ipotesi - ancora parzialmente da verificare - è che l'assegnazione degli alloggi popolari di Lecce sia stata improntata a criteri poco trasparenti. Dettata da favoritismi più che dal rispetto delle regole e da una serie di atti pilotati in favore di elettori del centrodestra, come dimostra il fatto che tra gli indagati figurano anche numerosi dirigenti del Comune. A fare scattare le indagini furono gli esposti presentati negli anni da diversi esponenti del Pd, a partire dall'assessora regionale alle Attività economiche, Loredana Capone, che nel 2012 fu candidata sindaco a Lecce. Fu lei a denunciare in Procura e al prefetto l'esistenza di "un contesto elettorale a rischio" e nella stessa direzione andarono qualche anno più tardi la viceministra Teresa Bellanova e il parlamentare pd Salvatore Capone, recapitando ai magistrati un articolato dossier sul meccanismo di assegnazione delle case popolari. Tra la documentazione al vaglio degli investigatori, le testimonianze di inquilini che lamentavano richieste di mazzette da parte di esponenti politici per il mantenimento dell'assegnazione, le visite nel corso delle campagne elettorali, le occupazioni abusive e molti altri presunti illeciti. I reati, contestati a vario titolo, vanno dall'associazione per delinquere alla corruzione, abuso d'ufficio, falso materiale e ideologico, truffa.

Lecce, favori nell’assegnazione di case popolari: indagati il sindaco Perrone, Adriana Poli Bortone e il deputato Marti. I reati ipotizzati dalla procura salentina sono falso, abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio e invasione di edifici. 46 le persone sotto inchiesta, tra loro - oltre all'attuale primo cittadino e all'ex ministro del governo Berlusconi - anche due assessori comunali, i due ultimi segretari di palazzo di città. Secondo l'accusa, gli indagati avrebbero agevolato determinati inquilini a colpi di sanatorie di occupazioni abusive, semplici delibere, passaggi indebiti dalle case parcheggio agli alloggi. Tra questi ci sono anche persone ritenute vicine ai clan della Scu, scrive Tiziana Colluto il 28 febbraio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Nel bel mezzo della campagna elettorale per le amministrative, a Lecce deflagra la bomba alloggi popolari. Emergono nomi eccellenti dal vaso di Pandora della lunga inchiesta che tiene col fiato sospeso la politica cittadina. Il punto di partenza degli inquirenti è noto: presunti favori nell’assegnazione delle case in cambio di sostegno alle elezioni del 2012 e anche prima. Nel registro degli indagati finisce, ora, l’attuale sindaco Paolo Perrone, che ha annunciato che tornerà a correre in prima persona a sostegno del candidato del centrodestra Mauro Giliberti. Poi, ci sono l’ex primo cittadino Adriana Poli Bortone e il deputato fittiano Roberto Marti, già assessore alla Casa del Comune di Lecce. Si aggiungono gli attuali assessori alle Politiche giovanili e al Welfare, Damiano D’Autilia e Nunzia Brandi; i due ultimi segretari comunali Domenico Maresca e Vincenzo Specchia; il capo di Gabinetto Maria Luisa De Salvo; i dirigenti Luigi Maniglio, Nicola Elia e Raffaele Attisani; l’ex consigliere regionale di Azzurro Popolare Aldo Aloisi. I reati ipotizzati sono quelli di falso, abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio e invasione di edifici. Sono 46 in totale i nomi che emergono dalla richiesta di proroga delle indagini preliminari notificata nella giornata di ieri dai militari del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza. Nell’atto presentato al gip Giovanni Gallo e a firma dei pm Roberta Licci e Massimiliano Carducci, compaiono anche altri dipendenti comunali e molti residenti delle case popolari della zona 167. Intere palazzine di via Potenza, via Pistoia, Piazzale Cuneo e Piazzale Genova sarebbero state assegnate con criteri poco trasparenti, tra il 2006 e il 2016. Per almeno 28 appartamenti, cioè, si sospettano attribuzioni senza requisiti, a colpi di sanatorie di occupazioni abusive, semplici delibere, passaggi indebiti dalle case parcheggio agli alloggi. Il tutto con la presunta influenza degli amministratori e commistione dei dipendenti di Palazzo Carafa, per agevolare precisi gruppi di inquilini. Tra questi ci sono anche persone ritenute vicine ai clan della Scu. La contiguità con ambienti della criminalità organizzata in questo settore è stata uno dei terreni su cui ha vigilato anche la commissione parlamentare antimafia, durante la sua visita a Lecce un anno fa. Ed è uno dei temi che ha visto impegnato il prefetto Claudio Palomba in prima persona, con la sorveglianza esterna del Settore casa del Comune. Le faglie di questo terremoto giudiziario vengono da lontano, dagli esposti che avvelenarono la precedente campagna elettorale per le amministrative. Due anni fa, si sentirono le prime scosse, quando vennero notificati i primi quattro avvisi di garanzia a due assessori della giunta Perrone, attualmente ancora in carica, Attilio Monosi e Luca Pasqualini, oltre che ad un consigliere comunale Pd e a un dirigente comunale. L’accusa, allora, fu di aver messo in piedi una vera e propria associazione a delinquere bipartisan, ritenuta la regia di “gravi e plurimi favoritismi” negli iter burocratici relativi all’assegnazione delle case popolari, “con grave evidente danno dei legittimi aspiranti all’assegnazione”. Stando ad una indagine di Nomisma Federcasa, Lecce resta, probabilmente non a caso, la capitale d’Italia delle occupazioni abusive, con la percentuale più alta in relazione al numero di abitanti: a vivere nelle case popolari senza requisiti è un inquilino su tre.

Inchiesta alloggi popolari, D’Autilia: “io estraneo ai fatti”. Perrone: “atto dovuto”. In merito all'inchiesta sugli alloggi popolari intervengono l'assessore comunale comunale Dmiano d'Autila, che si dice estraneo ai fatti, e il primo cittadino Paolo Perrone, fiducioso nell'operato nella Magistratura, scrive il 28 febbraio 2017 TrNews. L’assessore comunale Damiano D’Autilia interviene in merito all’inchiesta della Procura di Lecce sulle case popolari, definendosi “estraneo ai fatti”. “Sono rimasto amareggiato per essere stato raggiunto da un avviso di garanzia da parte della Procura di Lecce– afferma- durante la mia esperienza amministrativa non ho mai avuto ruoli o incarichi che potessero essere riconducibili alla vicenda relativa all’assegnazione degli alloggi di proprietà comunale”. Per il primo cittadino Paolo Perrone si tratta di un “un atto dovuto e, per certi versi– dice- sono sollevato da questa inchiesta, che dimostrerà in modo inequivocabile la nostra correttezza”. Sull’ipotesi che la vicenda possa gravare sulla campagna elettorale del candidato del centro destra precisa che la faccenda ha una duplice chiave di lettura: “se fossimo stati condannati -conclude- avrebbe potuto gravare. Laddove l’indagine dimostri la nostra lealtà, per noi potrebbe essere una spinta”.

"Mai interessata agli alloggi, se ne occupavano Marti e Perrone", scrive Paola Ancora su “Il Quotidiano di Puglia” l'1 Marzo 2017. «Mi sono chiesta che c’entro io. Non mi sono mai occupata di case. Se ne occupavano gli assessori: Marti, Perrone». Adriana Poli Bortone, ex ministro e parlamentare e sindaco della città dal 1999 i primi mesi del 2007, liquida con queste parole la notizia dei nuovi sviluppi nell’inchiesta sulla gestione delle case popolari che la vede indagata. Poche parole e l’indicazione di coloro che, all’epoca della sua amministrazione e a suo avviso e memoria, si occupavano di case quando lei sedeva sulla poltrona di sindaco: gli ex assessori, oggi rispettivamente parlamentare e sindaco, Roberto Marti e Paolo Perrone, indagati come lei.

Senatrice come ha reagito alla notizia di essere indagata?

«Veramente io ho saputo di questo fatto dai giornali. Non so nemmeno che dire. Mi sono chiesta che c’entro io».

Lei è stata sindaco fino all’inizio del 2007 e l’inchiesta copre un arco temporale dal 2006 al 2015.

«Sì, ma io non mi sono mai occupata di case. Gli assessori se ne occupavano: Marti, Perrone. Loro se ne occupavano. è la prima volta che vengo a conoscenza di certe cose. E mi ripropongo di andare a capire se posso almeno sapere e chiedere di che si tratta, di che parliamo».

Olimpiadi Concorso infermieri ASL LE: I tempi dei vincitori. ASL Lecce, si assumono gli infermieri che per primi fanno le domande e non per meriti, scrive il 17 gennaio 2017 Lucio Marengo direttore di Metropoli. “Se la Costituzione stabilisce che nella pubblica amministrazione si entra per concorso pubblico, la Asl di Lecce si supera e comunica che per l’avviso pubblico per personale infermieristico il criterio sia l’ordine di arrivo delle domande. Un’escalation di assurdità, proprio a ridosso dalle elezioni amministrative, che avvalora i dubbi sulla questione che abbiamo avanzato nei giorni scorsi: è venuto il momento di un intervento diretto e deciso del presidente Emiliano”. Così il presidente del Gruppo consiliare di Forza Italia, Andrea Caroppo. “Facciamo un passo indietro. Era già incomprensibile, come abbiamo denunciato insieme ai sindacati, -prosegue- la pubblicazione di un avviso per incarichi infermieristici della durata di 60 giorni, mentre si licenziavano gli infermieri precari già in servizio prima della scadenza dei contratti. Ma se non bastava già questa moltiplicazione di precari, ora arriva la grande beffa: molti interessati non sono riusciti a trasmettere le domande di partecipazione perché la casella Pec della Asl risulta piena. E ancora, il gran finale: la Asl comunica agli infermieri precari di non inoltrare più le domande perché il criterio di assunzione è quello –rullo di tamburi – dell’ordine di trasmissione della stessa domanda. In altre parole, non si assume chi ha più meriti, ma chi ha avuto la fortuna di venire a conoscenza prima dell’opportunità. Il che, chiaramente, ci fa pensare ancora più ad una manovra dal sapore elettorale, ledendo non solo i diritti di coloro che sono stati licenziati prima del tempo, ma anche di chi ha trasmesso la domanda e che magari, pur essendo più meritevole di altri, si vede superato da coloro che hanno appreso dell’avviso prima (magari grazie a qualche ‘uccellino’ che vuole accaparrarsi qualche voto in più)”. “Per questo – conclude Caroppo – chiedo formalmente l’intervento del presidente-assessore Emiliano per il ritiro immediato dell’avviso pubblico ed il ripristino dei principi di trasparenza e meritocrazia nella pubblica amministrazione”.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Caso Bellomo, le forti parole di Filippo Facci dopo le testimonianze delle allieve, scrive robertogp il 28/12/2017 su "NewNotizie.it". Come redazione di ‘NewNotizie.it‘ abbiamo preferito non parlare della pietosa vicenda riguardante il consigliere di Stato Francesco Bellomo, il quale si trova adesso indagato dalla procura di Bari, Milano e Piacenza per estorsione, atti persecutori e lesioni gravi. In breve, Francesco Bellomo, consigliere di Stato nonché magistrato, conduceva dei corsi volti ad affrontare al meglio l’esame di accesso alla magistratura; l’accusa rivoltagli negli ultimi giorni si precisa in diverse testimonianze di allieve o ex allieve che accusano l’uomo di alcune clausole molto particolari presenti nel contratto d’iscrizione ai suoi corsi. Veniva ad esempio richiesto alle studentesse di recarsi al corso truccate, con tacchi alti, minigonna e altre peculiarità espresse nel dettaglio all’interno del contratto. Altre bizzarre clausole erano presenti nel foglio da firmare, quali ad esempio che il fidanzamento del o della borsista era consentito solo in seguito all’approvazione personale di Bellomo o addirittura la revoca della borsa di studio in caso di matrimonio. Filippo Facci, giornalista di ‘Libero Quotidiano‘ ha espresso il suo parere riguardo la vicenda sostenendo che le allieve che hanno sporto denuncia abbiano “una fisiologica propensione a essere zoccole (auguri per qualsiasi carriera) oppure siano troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato”. Seppur i toni siano decisamente sopra le righe, Facci spiega con tre motivazioni il perché di una frase così forte: “Il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l’ esame per magistrato; i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi e infine, alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso”. Facci ricorda infine che “l’ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali”. Mario Barba

Filippo Facci per Libero Quotidiano il 28 dicembre 2017. I dettagli su quanto il consigliere Francesco Bellomo sia porco (copyright Enrico Mentana) li trovate in un altro articolo, e così pure gli aggiornamenti sui «contratti di schiavitù sessuale» (copyright Liana Milella, Repubblica) che imponeva a qualche allieva. Ciò posto, scusate: 1) il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l'esame per magistrato; 2) i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi; 3) alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso. Detto questo, insomma: una che accetta di vestirsi in un certo modo, e così truccarsi, e i tacchi e le calze, una che accetta clausole che vietavano i matrimoni e condizionavano i fidanzamenti e autorizzavano a mettere in rete ogni dettaglio sessuale, una che crede che altrimenti avrebbe pagato 100mila euro di penale, beh, una così ha una fisiologica propensione a essere zoccola (auguri per qualsiasi carriera) oppure è troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato: troppo facile da circonvenire o corrompere, comunque sprovvista dell' equilibrio necessario a decidere della vita altrui. Lo diciamo non solo perché l'ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali, ma perché molte borsiste di Bellomo, magistrati, anzi magistrate, lo sono già diventate.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

“La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

Intervista al sociologo storico Antonio Giangrande, autore di un centinaio di saggi che parlano di questa Italia contemporanea, analizzandone tutte le tematiche, divise per argomenti e per territorio.

Dr Antonio Giangrande di cosa si occupa con i suoi saggi e con la sua web tv?

«Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché dice che “La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

«Libri, 6 italiani su dieci non leggono. In Italia poi si legge sempre meno. Siamo tornati ai livelli del 2001. Un dato resta costante da decenni: una famiglia su 10 non ha neppure un libro in casa. I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero, scrive il 27 dicembre 2017 Cristina Taglietti su "Il Corriere della Sera". La gente usa esclusivamente i social network per informarsi tramite lo smartphone od il cellulare. Non usa il personal computer perchè non ha la fibra in casa che ti permette di ampliare più comodamente e velocemente la ricerca e l'informazione. La gente, comunque, non va oltre alla lettura di un tweet o di un breve post, molto spesso un fake nato dall'odio o dall'invidia, e lo condivide con i suoi amici. Non verifica o approfondisce la notizia. Non siamo nell'era dell'informazione globale, ma del "passa parola" totale. Di maggiore impatto numerico, invece, è la ricerca sui motori di ricerca, non di un tema o di un argomento di cultura o di interesse generale, ma del proprio nome. Si digita il proprio nome e cognome, racchiuso tra virgolette, per protagonismo e voglia di notorietà e dalla ricerca risulta quanti siti web lo citano. Non si aprono quei siti web per verificare il contenuto. Si fermano sulla prima frase che appare sulla home page di Google o altri motori similari, estrapolata da un contesto complesso ed articolato.  Senza sapere se la citazione è diffamatoria o meritoria o riconducibile all'autore da lì partono querele, richieste di rimozione per diritto all’oblio o addirittura indifferenza».

Ha un esempio da fare sull’impedimento ad informare?

«Esemplari sono le querele e le richieste di rimozione. Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento)».

E sull’indifferenza…

«Le faccio leggere un dialogo tra me e un tizio che mi ha contattato. Uno dei tanti italiani che non si informa, ma usa internet in modo distorto. Uno di quel popolo di cercatori del proprio nome sui motori di ricerca e che vive di tweet e post. Un giorno questo tizio mi chiede “Lei ha scritto quel libro?”

E' un saggio - rispondo io. - L'ho scritto e pubblicato io e lo aggiorno periodicamente. A tal proposito mi sono occupato di lei e di quello che ingiustamente le è capitato, parlandone pubblicamente, come ristoro delle sofferenze subite, pubblicando l'articolo del giornale in cui è stato pubblicato il pezzo. Inserendolo tra le altre testimonianze. Comunque ho scritto anche un libro sul territorio di riferimento. Come posso esserle utile?

“Volevo giusto capire, io mi sono imbattuto per caso nell'articolo, cercando il mio nome... E sotto l'articolo ho visto un link che mi collegava al suo saggio...Capire più che altro perché prendere articoli di giornale su altra gente e farne un saggio... Sono solo curiosità”.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte - spiego io. - I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale. In generale. Dico, in generale: io non esprimo mie opinioni. Prendo gli articoli dei giornali, citando doverosamente la fonte, affinchè non vi sia contestazione da parte dei coglioni citati, che siano essi vittime, o che siano essi carnefici. Perchè deve sapere che i primi a lamentarsi sono proprio le vittime che io difendo attraverso i miei saggi, raccontando tutto quello che si tace.

"Siccome io le ho detto mi sono solo imbattuto per "caso"... Io ho visto questa cosa e sinceramente l'ho letta perché ho visto il mio nome, ma se dovessi prendere il suo saggio e leggerlo non lo farei mai. Perché: Cerco di lavorare ogni giorno con le mie forze. I miei aggiornamenti sono tutt'altro. Faccio tutto il possibile per offrirmi un futuro migliore. Sono sempre impegnato e non riuscirei a fermarmi due minuti per leggere".

Rispetto la sua opinione - rispondo. - Era la mia fino ai trent'anni. Dopo ho deciso che è meglio sapere ed essere che avere. Quando sai, nessuno ti prende per il culo...

"Ma per le cose che mi possono interessare per il mio lavoro e il mio futuro nessuno mi può prendere per il culo ... Poi è normale che in ogni campo ci sia l'esperto…"»

Come commenta...

«Confermo che quando sai, nessuno ti prende per il culo. Quando sai, riconosci chi ti prende per il culo, compreso l’esperto che non sa che a sua volta è stato preso per il culo nella sua preparazione e, di conseguenza sai che l’esperto, consapevole o meno, ti potrà prendere per il culo».

Comunque rimane la soddisfazione di quei quattro italiani su dieci che leggono.

«Sì, ma leggono cosa? I più grandi gruppi editoriali generalisti, sovvenzionati da politica ed economia, non sono credibili, dato la loro partigianeria e faziosità. Basta confrontare i loro articoli antitetici su uno stesso fatto accaduto. Addirittura, spesso si assiste, sulle loro pagine, alla scomparsa dei fatti. Di contro troviamo le piccole testate nel mare del web, con giornalisti coraggiosi, ma che hanno una flebile voce, che nessuno può ascoltare. Ed allora, in queste condizioni, è come se non si avesse letto nulla».

Concludendo?

«La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla...e vota. Nel paese degli Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, i nostri politici sono generatori automatici di promesse (non mantenute), osannati da giornalisti partigiani. Questa gente che non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla, voterà senza sapere che è stata presa per il culo, affidandosi ai cosiddetti esperti. I nostri politici gattopardi sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti»

L'informazione sulla politica? In Italia è troppo di parte (per 6 lettori su 10). I risultati di una ricerca del Pew Research Center di Washington in 38 Paesi: l'Italia è tra gli Stati dove la fiducia nell'imparzialità dell'informazione politica è più bassa. Per sette giovani su 10 è la Rete il luogo principale dove trovare notizie, scrive Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington, il 11 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Solo il 36% degli italiani pensa che giornali, televisioni e siti web riportino in modo accurato le diverse posizioni politiche. Tra i Paesi occidentali solo gli spagnoli, con il 33%, e i greci, con il 18%, sono più critici. (In fondo all'articolo, la classifica completa). È uno dei risultati emersi dallo studio del Pew Research Center di Washington, appena pubblicato. Una ricerca di grande impegno, condotta dal 16 febbraio al 8 maggio 2017, raccogliendo 41.953 risposte in 38 Paesi.

Precisione e attendibilità. In tempi di «fake news» (qui la guida di Milena Gabanelli e Martina Pennisi), gli analisti del Pew Center hanno chiesto quanto siano considerati precisi, attendibili i media sui temi della politica. Tra gli Stati occidentali spiccano le percentuali di chi approva il lavoro di stampa e tv nei Paesi Bassi (74%), in Canada (73%) e in Germania (72%). Segue il gruppo intermedio con Svezia (66%) Regno Unito (52%), Francia (47%). Italia, Spagna e Grecia sono in coda. Negli Stati Uniti, già provati da un anno di presidenza di Donald Trump, il 47% degli interpellati apprezza il modo in cui vengono trattate le notizie politiche.

Meglio sugli Esteri. I numeri cambiano, anche sensibilmente, su altri quesiti. In Italia, per esempio, il 46% considera accurata l’informazione che riguarda l’azione di governo; il 60% quella sui principali eventi mondiali. In generale, considerando tutti i Paesi, il 75% del campione non considera accettabile un’informazione apertamente schierata su una posizione politica e il 52% promuove i media.

Per 7 giovani su 10 l'informazione è in Rete. Interessante anche il capitolo sulle news online. Si parte da un esito scontato, (i giovani si informano su Internet), per arrivare a compilare una classifica sul gap tra le diverse fasce di età tra gli utenti del web. Al primo posto il Vietnam, dove l’84% dei giovani tra i 18 e i 29 anni consulta la rete almeno una volta al giorno, contro solo il 10% degli ultra cinquantenni (gap pari al 74%). L’Italia è al terzo posto: 70% di giovani e 25% di navigatori oltre i cinquant’anni (gap del 45%). Gli Stati Uniti sono il Paese dove le distanze generazionali sono più ridotte: il 48% del pubblico più anziano consulta Internet, contro il 69% dei più giovani.

DUE PESI E DUE MISURE. Nicola Porro: "Fake news? No: se le scrive Repubblica, il giornale progressista", scrive il 28 Novembre 2017 "Libero Quotidiano". "Le fake news sono tali solo se non riguardano un tema politicamente corretto e non sono scritte a titoli cubitali...", scrive Nicola Porro sul suo profilo Twitter. Repubblica, sottolinea il vicedirettore de Il Giornale, "a pagina 4 sparava con grande evidenza un numero impressionante: 6.788.000. E la didascalia recitava: Italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza pari al 31,6%". Peccato che questa notizia sia assolutamente "falsa, doppia come un gettone. Il tutto a corredo di un pezzo che chiede maggiori risorse contro il femminicidio: cioè maggiori tasse per far sì che una donna su tre (così spiega la didascalia) non debba più subire ignobili violenze". Quel numero, continua Porro, "è un macigno" e "il giornale antibufale per eccellenza, e cioè Repubblica", non ci dice "da dove esce". Bene, continua Porro, "nasce da un rapporto Istat del 2015 su dati del 2014", e "non si tratta di un dato puntuale, ma di un sondaggio. Cioè non ci sono 6,7 milioni di donne che hanno denunciato o lamentato o raccontato una violenza. C’è un sondaggio su un campione di 24.761 donne". Proprio così. Non solo, "si dice che il 31,6% delle donne italiane subisce violenza". Ma la maggior parte di loro subisce quella psicologica: il 22% della popolazione nazionale secondo l'Istat, e cioè 4,4 milioni su 6,7 milioni delle loro stime, si lamenta solo della violenza psicologica e non già di quella fisica. Grave comunque, ma ci sarà una differenza tra l’una e l’altra".

Firenze, le fake news dei giornali sugli stupri inventati. Diversi quotidiani nazionali hanno pubblicato la notizia: A Firenze nel 2016 false 90% delle denunce per violenza sessuale. Il questore smentisce, scrive Domenico Camodeca, Esperto di Cronaca l'11 settembre su "it.blastingnews.com". “Tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a #Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90% risulta falso”. È questo il passaggio incriminato, privo di virgolette nella versione originale, di un articolo apparso il 9 settembre scorso sui quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX, a margine di una intervista al ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sui fatti legati all’ancora presunto stupro di Firenze. Anche altre testate, tra cui Il Messaggero, Il Gazzettino e Il Mattino (o, almeno, questa la ricostruzione fatta dalla giornalista del Fatto Quotidiano Luisiana Gaita) hanno poi rilanciato la notizia che, però, si è rivelata essere una #Fake News, una bufala insomma. A smentire i Media ci ha pensato il questore di Firenze Alberto Intini: “Secondo la banca dati della polizia solo 51 denunce per#violenza sessuale nel 2016 e, nei primi 9 mesi del 2017, solo 3 da parte di ragazze americane”. Di fronte alla presunta fake news smascherata, Stampa e Secolo decidono di non mollare, virgolettano la frase da loro pubblicata e la attribuiscono a una non meglio precisata “fonte istituzionale attendibile”, anche se coperta dal segreto professionale. Dunque, a Firenze, nel 2016, ci sono state tra le 150 e le 200 denunce per violenza sessuale (reato che va dal palpeggiamento al vero e proprio stupro), oppure solo 51?. E poi, è vero che le denunce presentate dalle donne americane sarebbero false per il 90%? Sostenitori della prima tesi sono, come detto, le redazioni di Stampa e Secolo le quali, nella nota apparsa successivamente in calce al pezzo contestato, spiegano che “i dati cui fa riferimento la fonte non sono nelle statistiche ufficiali perché non sono ancora confluiti nei database Istat”. Una pezza di appoggio abbastanza fumosa che, infatti, il procuratore di Firenze Intini contraddice fornendo i numeri provenienti dalla banca dati della polizia. Per non parlare dell’altra fake news che tutte le studentesse Usa in Italia sarebbero assicurate contro lo stupro Infatti, come ha spiegato anche Gabriele Zanobini, avvocato delle due ragazze protagoniste della vicenda, l’assicurazione stipulata dalle donne americane che si recano in Italia è generica e comprende ogni tipo di incidente o aggressione in cui si può incorrere.

«Denzel Washington sostiene Trump», la bufala su Facebook. Ennesimo caso di propaganda veicolata da American News, sito che posta contenuti falsi per orientare il dibattito. L’attore trasformato in un supporter del presidente eletto, scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 16 dicembre 2016. Tanto Denzel Washington risponde ad un giornalista che gli chiedeva un’opinione sulle fake news e sul ruolo dell’informazione moderna. Se non leggi i giornali sei disinformato, se invece li leggi sei informato male. Quindi cosa dovremo fare? chiede il giornalista, Washington replica: “Bella domanda. Quali sono gli effetti a lungo termine di troppa informazione? Una delle conseguenze è il bisogno di arrivare per primi, non importa più dire la verità. Quindi qual è la vostra responsabilità? Dire la verità, non solo arrivare per primi, ma dire la verità. Adesso viviamo in una società dove l’importante è arrivare primi. “Chi se ne frega? Pubblica subito” Non ci interessa a chi fa male, non ci interessa chi distrugge, non ci interessa che sia vero. Dillo e basta, vendi! Se ti alleni puoi diventare bravo a fare qualsiasi cosa. Anche a dire stronzate” tuona il celebre attore e regista.

I giornalisti professionisti si chiedono perché è in crisi la stampa. Le loro ovvie risposte sono:

Troppi giornalisti (litania pressa pari pari dalle lamentele degli avvocati a difesa dello status quo contro le nuove leve);

Troppi pubblicisti;

Troppa informazione web;

Troppi italiani non leggono.

La risposta invece è: troppo degrado intellettuale degli scribacchini e troppi “mondi di informazione”. Quando si parla di informazione contemporanea non si deve intendere in toto “Il Mondo dell’Informazione”, quindi informazione secondo verità, continenza-pertinenza ed interesse pubblico, ma “I Mondi delle Informazioni”, ossia notizie partigiane date secondo interessi ideologici (spesso di sinistra sindacalizzata) od economici.  Insomma: quanto si scrive non sono notizie, ma opinioni! I lettori non hanno più l’anello al naso e quindi, diplomati e laureati, sanno percepire la disinformazione, la censura e l’omertà. In questo modo si rivolgono altrove per dissetare la curiosità e l’interesse di sapere. I pochi giornalisti degni di questo titolo sono perseguitati, perchè, pur abilitati (conformati), non sono omologati.

FAKE NEWS, GIORNALI E MORALISMI SENZA PIÙ NOTIZIE, scrive Alessandro Calvi il 22 dicembre 2017 su "Stati Generali". Certo, il problema sono le fake news; eppure, si dovrebbe dire anche dell’informazione di carta, di certe sue degenerazioni; o forse oramai è tardi, forse l’informazione è già morta e quello pubblicato dalla Stampa mercoledì 22 novembre – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – ne è il perfetto necrologio. Quella frase l’ha scritta Mattia Feltri dopo aver chiesto scusa ai lettori per aver costruito un pezzo su una notizia poi rivelatasi falsa; e però quella chiusa – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – sembra dirci che i giornali oramai ritengono di poter fare a meno di fatti e notizie, accontentandosi delle opinioni, anche di quelle costruite su notizie false; il necrologio del giornalismo, appunto. La storia è piuttosto semplice. Feltri aveva dedicato una puntata della sua rubrica «Buongiorno» alla notizia secondo cui una bimba di 9 anni sarebbe andata in sposa a un uomo di 45 anni e poi da questo sarebbe stata violentata; tutto si sarebbe svolto nella comunità musulmana di Padova. Ebbene, dopo aver spiegato che di questo genere di storie si conosce poco o nulla poiché «avvengono dentro comunità chiuse, regolate dalla connivenza, persuase di essere nel giusto per volere divino», Feltri ricordava la «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta, un po’ genericamente recriminatoria» contro «i Weinstein e i Brizzi di tutto il mondo» e concludeva: «Tanta agitazione per ragazze indotte o costrette a concedersi in cambio di una carriera nel cinema è comprensibile e condivisibile, ma tanto silenzio per donne e bambine sequestrate a vita, in cambio di niente, è spaventoso». Ecco: peccato che alla fine sia uscito fuori che la storia della sposa bambina era falsa. A Feltri non è restato che ammettere l’errore e chiedere scusa, non rinunciando però ad affermare che, sebbene la notizia fosse falsa, «la riflessione sopravvive». E invece no: ché, anzi, a sopravvivere è semmai tutto quell’apparato fatto di notazioni e coloriture – «tanta agitazione» o «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta» – il quale, al venir meno dei fatti, si rivela per quello che è: una semplice impalcatura ideologica, forse persino un po’ infastidita da quella «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta». Tuttavia, il problema non è certo Feltri al quale piuttosto si dovrebbe riconoscere d’essere un gran signore avendo fatto ciò che pochi fanno: ammettere l’errore e chiedere scusa. D’altra parte, capita a tutti di sbagliare, soprattutto se ogni giorno – ogni giorno! – si è costretti a trarre una morale dalle notizie, con metodo oramai quasi industriale; è capitato anche al più inossidabile, al più inarrestabile, tra i dispensatori di morali e opinioni, Massimo Gramellini; la ricostruzione che fornì Alessandro Gilioli sull’Espresso di uno di questi errori – e di mezzo c’è sempre una fake news presa per buona – vale la lettura. Ma, appunto, il problema non è l’errore in sé, poiché l’errore può capitare. Il problema, sta invece nell’essere oramai diventata accettabile – tanto che non s’è visto alzarsi neppure un sopracciglio – un’affermazione come quella secondo cui «la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive». Il problema riguarda una idea di giornalismo che sembra prescindere dai fatti, per cui le opinioni oramai precedono la cronaca la quale spesso trova spazio soltanto se è in grado di confermare le opinioni, altrimenti se ne fa a meno, poiché comunque «la riflessione sopravvive». Il problema sta insomma nel fatto che l’informazione è stata da tempo ridotta a mero dispensario di opinioni, anche senza più fatti a sostegno. Di recente, sugli Stati Generali, è stato pubblicato un intervento – «Se noi giornalisti siamo sempre meno credibili, ci sarà un perché» – di Fabio Martini, anch’egli giornalista del quotidiano La Stampa, col quale non si può che concordare. E, peraltro, da queste parti si è ragionato spesso sulla crisi del giornalismo, e in particolare sulle conseguenze della marginalizzazione della cronaca. Lo si era fatto ad esempio prendendo spunto da fatti drammatici, come le stragi delle quali i quotidiani quasi non danno più notizia, e si era fatto lo stesso anche a partire da vicende più vicine, come il mancato racconto dell’agonia del lago di Bracciano. Di recente lo si è fatto a proposito di come l’informazione ha trattato le vicende di Ostia e del Virgilio. Comunque sia, il tema è sempre lo stesso: dai primi anni Novanta la cronaca inizia a essere massicciamente sostituita da altro, in particolare dai retroscena; e questo cambia tutto: cambia l’informazione e cambia anche il rapporto tra giornali e potere. «Sulle pagine dei giornali – si perdonerà l’autocitazione da quell’articolo che prendeva a pretesto la vicenda di Ostia per parlare di giornalismo – si affacciano sempre più massicciamente spifferi di Palazzo, brogliacci, verbali. Sembra che il lettore, attraverso la lettura di un verbale riportato pedissequamente dai giornali, possa essere immerso dentro la notizia senza più filtri né mediazioni. Sembra una rivoluzione. È invece l’esatto opposto. Per farsene una idea, basterebbe chiedersi chi dirige il traffico, chi sceglie quali verbali far uscire e quali spifferi lasciar trapelare. Ecco: per lo più, sono le fonti a stabilirlo, se non altro perché sono le fonti che conoscono a fondo il contesto. Insomma, sostituendo lo spazio della cronaca con il retroscena e rarefacendo sempre più il tradizionale lavoro di inchiesta giornalistica, i giornali si sono disarmati e consegnati alle fonti, quindi al potere». Il passaggio dalla cronaca al retroscena, e l’affermarsi progressivo delle opinioni sui fatti, finisce per trasformare anche la scrittura dei giornali. Il linguaggio della cronaca diventa sempre più simile a quello degli editoriali, intessuto di pedagogismi e di toni moralisticheggianti che non dovrebbero trovare spazio nel resoconto di un fatto. Anche questo contribuisce ad allentare il rapporto con la realtà, finendo per trasformare la cronaca – quando ancora trova spazio in pagina – in un racconto di maniera che non dice più molto del mondo. E non è ancora tutto. In questi giorni sono usciti in libreria due libri – non uno, due! – che Michele Serra ha dedicato alla rubrica che da anni cura per Repubblica, «L’amaca». In quello dei due che costituisce l’esegesi dell’altro, Serra scrive che gli anni nei quali iniziò a scrivere corsivi – «gli anni della post-ideologia», afferma – non erano più quelli di Fortebraccio e della sua ferrea faziosità. In realtà, rispetto all’epoca di Fortebraccio stava cambiando soprattutto il contenitore nel quale il corsivo veniva collocato: stavano cambiando i giornali e stava cambiando persino il giornalismo. Prima, informazione era per lo più il resoconto di un fatto e quindi aveva un senso l’esistenza di editoriali e corsivi; poi, con la marginalizzazione della cronaca e l’editorializzazione dell’intero giornale, i corsivi finiscono annegati in un mare di opinioni senza più cronaca, poiché, come s’è appena visto, la cronaca ha lasciato il posto al retroscena il quale ha a sua volta contribuito all’avvicinamento della informazione al potere attraverso il disarmo nei confronti delle fonti. In questo contesto, anche la funzione dei corsivi finisce per essere stravolta rispetto all’epoca di Fortebraccio: e il rischio permanente è che si passi dal graffio contro il potere al moralismo che accarezza lo stato delle cose e che massaggia il potere o la pancia dei lettori. Imboccata questa strada – sostituita la cronaca con il retroscena, scollegata l’informazione dai fatti, ridottala a ragionamento che può essere persino basato su una notizia falsa, stravolta infine la funzione dei corsivi – i giornali si sono ridotti a raccontare sempre meno le cose del mondo e per questo hanno sempre meno lettori e sono sempre più in crisi. A sentire chi i giornali li fa, però, il problema sarebbe soprattutto quello delle fake news o della rete che ruba lettori. E quindi si finisce per ritenere che la soluzione per recuperare lettori e credibilità sia quella di differenziarsi dalla rete, lasciando alla stessa rete il notiziario e concentrandosi ancor di più sulle opinioni. Lo ha spiegato piuttosto chiaramente il direttore di Repubblica Mario Calabresi presentando la nuova veste del giornale, scrivendo di aver addirittura «raddoppiato lo spazio per le analisi e i commenti». Bene. Ma davvero abbiamo bisogno di tutte queste opinioni? Possibile che si abbia tutta questa sfiducia nella capacità dei lettori – sempre che ai lettori si raccontino anche i fatti – di formarsi da sé una opinione? Non sarà, infine, che a forza d’andar dietro alle opinioni si stia rischiando di rendere ancor più flebile il rapporto tra giornali e fatti, oltre a quello oramai quasi evanescente tra giornali e lettori? Lo dirà il tempo. Tuttavia, proprio nel giorno in cui Calabresi annunciava il raddoppio delle analisi e dei commenti, la nuova Repubblica esordiva in edicola con una grande intervista al premier spagnolo Rajoy firmata dallo stesso Calabresi e posta in apertura di edizione. Quello stesso giorno, gli altri giornali raccontavano come Amsterdam avesse sfilato a Milano l’Agenzia europea del farmaco anche per il mancato accordo tra governo italiano e governo spagnolo. Ebbene, nella intervista uscita su Repubblica al capo di quel governo non c’era neppure una domanda su quel fatto. Sarà stata un scelta di opportunità, sarà stato perché l’intervista era stata chiusa prima, comunque si è rimasti con la sensazione che mancasse qualcosa. Quella scelta è stata legittima, certo; difficile però poi lamentarsi se i lettori quel qualcosa non lo cerchino più nei giornali.

Una Costituzione troppo elogiata. Commenti positivi si arrestano sistematicamente alla prima parte del testo, mentre la seconda è ampiamente discutibile e discussa, scrive Ernesto Galli della Loggia il 12 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Non si può proprio dire che abbia destato un grande interesse il settantesimo anniversario appena trascorso dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica. Alla fine dell’anno passato, l’evento è stato naturalmente e doverosamente commemorato da tutte le autorità del caso ma nella più completa distrazione della gente immersa nelle festività natalizie. E altrettanto doverosamente esso ha innescato l’ormai consueto ciclo di celebrazioni ufficiali. Che stavolta ha preso la forma di un «viaggio della Costituzione» – organizzato dalla Presidenza del Consiglio - attraverso dodici città italiane ognuna destinata a essere sede di una lezione su un tema centrale della Carta (tra i quali temi fanno bella mostra di sé Democrazia e Decentramento, Stato e Chiesa e Diritto d’asilo, Solidarietà e Lavoro, mentre manca, assai significativamente, il tema della Libertà). Come di prammatica è stata organizzata anche una mostra itinerante, ovviamente multimediale, nella quale ciascuno dei dodici articoli principali è commentato dalla voce di Roberto Benigni, confermato anche in questa occasione nel suo ruolo ormai ufficiale di aedo della Repubblica. Paradossalmente, tuttavia, proprio l’assenza d’interesse da parte del pubblico unita alla piattezza celebrativa condita dei soliti discorsi esaltanti il «testo vivo» della Carta, la sua «sintesi mirabile» e così via magnificando, sono serviti a sottolineare per contrasto qualcosa che è assolutamente peculiare della nostra scena pubblica. Vale a dire la centralità che in essa ha la Costituzione. Una centralità beninteso tutta verbale, fatta per l’appunto di un continuo discorrere sulla Costituzione in ogni circostanza plausibile e implausibile, di una sua incessante evocazione ed esaltazione, di una profusione di elogi per ogni suo aspetto: per la sua saggezza, per la sua lungimiranza, completezza, incisività, bellezza stilistica, e chi più ne ha più ne metta. Credo che in tutta Europa non esista una Carta costituzionale fatta oggetto di un altrettanto inarrestabile fiume di parole laudative, così come credo che non esista un’altra classe politica (ma ci si aggiungono volentieri anche preti e vescovi) che se ne riempia tanto la bocca come quella italiana. A cominciare da coloro che rappresentano le istituzioni, il cui discorso, appunto, è, per la massima parte e in qualsivoglia circostanza più o meno «nobile», una trama di richiami di volta in volta ammonitori o storico-encomiastici alla Costituzione. È una caratteristica così tipicamente italiana da richiedere una spiegazione. La quale credo stia nel fatto che l’ufficialità italiana, non riuscendo a immaginarsi depositaria di un qualunque destino collettivo né investita di una qualunque prospettiva nazionale, non considerandosi attrice credibile e tanto meno portavoce di un qualunque futuro significativo del Paese, sa di non poter fare altro che richiamarsi al passato. Quando in una qualunque circostanza celebrativa la suddetta ufficialità è chiamata a dire di sé e di ciò che rappresenta in modo «alto», essa sa di non essere in grado di spingere lo sguardo avanti, di non avere la statura per dar voce a un progetto o a un destino, e quindi è costretta inevitabilmente a volgere lo sguardo all’indietro, solo all’indietro: cioè per l’appunto alla Costituzione. Naturalmente uno sguardo essenzialmente contemplativo: infatti, lungi dall’essere una retorica in vista dell’azione, la retorica ufficiale della Repubblica è vocazionalmente una retorica della memoria. La dimensione dei foscoliani «Sepolcri», insomma, è ancora e sempre la nostra: anche se oggi priva degli «auspici» che a suo tempo secondo il poeta da essi avremmo dovuto trarre. C’è ancora una considerazione da fare circa il discorso sulla Costituzione tipico della ufficialità italiana. Ed è che esso, nella sua abituale, pomposa, glorificazione del testo, tende sistematicamente a nascondere due verità. La prima è che forse quel testo medesimo così compiuto e perfetto non è, visto che fino a oggi sono almeno 16 (per un totale di oltre venti articoli) le modificazioni che è stato ritenuto utile o necessario apportarvi: e quasi sempre su aspetti per nulla secondari. La seconda verità nascosta dalla magniloquenza celebrativa quando nei suoi elogi si arresta, come fa sistematicamente, alla prima parte della Carta, riguarda la natura viceversa ampiamente discutibile e discussa della seconda parte, quella che tratta dei modi in cui il Paese è quotidianamente e concretamente governato e amministrato. Non a caso il modo come in Italia funzionano l’esecutivo, la giustizia, le Regioni o la burocrazia, non è mai fatto oggetto di attenzione e tanto meno di elogi dal discorso sulla Costituzione. Accortamente i ditirambi sono riservati solo ai massimi principi: alla solidarietà, al ripudio della guerra o al diritto allo studio e via dicendo. Sul resto, silenzio. Con il risultato che modificare ciò che pure a giudizio di moltissimi andrebbe modificato di questa seconda parte si rivela da sempre di una difficoltà titanica, dal momento che la cosa può facilmente essere fatta passare per un subdolo attacco ai principi suddetti. Ma se la Costituzione è così massicciamente presente nel discorso pubblico italiano questo avviene per un’ultima ragione, pure questa patologica. E cioè perché essa viene continuamente adoperata come arma contundente nella lotta politica quotidiana, piegata a suo uso e consumo. In realtà è la Costituzione stessa che si presta a esser adoperata in tal modo. Infatti, il lungo elenco di articoli dal 29 al 47 — articoli astrattamente prescrittivi riguardanti i rapporti «etico sociali» ed economici (l’astrattezza sta nello stabilire come obbligatori per la Repubblica, nella forma perlopiù di altrettanti «diritti» dei cittadini, una lunga serie di costosissimi obiettivi di una vasta quanto assoluta genericità) — tali articoli, dicevo, si prestano molto bene a essere fatti valere a difesa polemica di qualsiasi esigenza contro qualsiasi politica di qualsiasi governo. Non a caso, un tale uso strumentalmente politico della Costituzione cominciò fin dalla sua entrata in vigore, e si può dire che da allora non ci sia stato esecutivo italiano di destra o di sinistra che nelle più svariate occasioni non sia stato accusato in un modo o nell’altro di violare la Costituzione. Inutile dire quanto anche una simile pratica abbia contribuito e contribuisca a impedire che intorno alla Costituzione stessa si formi quell’aura di «sacralità» che invano i suoi celebratori vorrebbero.

MARITATI FAMILY.

Sui corsi e ricorsi storici, inutile dirlo: la Rete ha buona memoria.

Correva l’anno 1994. Il pubblico ministero pugliese, Alberto Maritati, stava indagando su un finanziamento illecito erogato - tramite assegno - dal patron delle Cliniche Riunite di Bari a Massimo D'alema.

Nel giugno del 1995, quel processo fu archiviato per decorrenza dei termini di prescrizione, su richiesta dello stesso pm Maritati. Il gip Concetta Russi, con queste parole dispose l’archiviazione:

“Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti, e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci. Con riferimento all’episodio riguardante l’illecito finanziamento al Pci, l’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato”.

D’Alema, dunque, confessò di aver percepito un finanziamento illecito per il Partito comunista. E tuttavia, non venne condannato e non finì in gattabuia grazie alla prescrizione del reato da lui compiuto. Destino diverso toccò agli indagati di Di Pietro.

Va aggiunto, inoltre, che il pubblico ministero di questo processo, Alberto Maritati, fu candidato - per volontà di D’Alema - alle elezioni suppletive del giugno 1999 (si era liberato un seggio senatoriale, dopo la morte di Antonio Lisi). E divenne sottosegretario all’Interno del governo presieduto dallo stesso D’Alema. Ancora oggi, Maritati, siede al Senato nelle fila del Partito democratico.

Dalle mie parti si dice: una parola è poca, e due sono troppe.

Specialmente se è tutto un corso e ricorso storico. Il sostituto procuratore generale ha chiesto ai giudici della corte d’appello di Bari di confermare la condanna a 3 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a Lucio Tarquinio, già consigliere regionale e vice presidente del Consiglio e Nicola Cardinale, ex direttore generale degli ospedali riuniti, accusati di turbativa d’asta per l’appalto per la vigilanza nella cittadella ospedaliera. L’accusa sostiene che il politico esercitò indebite pressioni sul manager per favorire una ditta; la difesa chiede l’assoluzione. Il pg Angela Tomasicchio ha chiesto la conferma delle nove condanne inflitte in primo grado per i due filoni dell’inchiesta Vigilantes.

Il presunto intreccio tra politica e affari nella sanità pugliese, sulla quale sta indagando la Procura di Bari, avrebbe un precedente che risale a 15 anni fa. Lo sostiene nel prossimo numero di Panorama, in edicola venerdì 14 agosto, Francesco Cavallari, ex re delle cliniche private baresi, arrestato nel 1994, che nel giugno 1995 patteggiò la pena di 22 mesi per associazione mafiosa e alcuni episodi di corruzione. "Dalle mie dichiarazioni - racconta Cavallari a Panorama - rimasero coinvolti una sessantina di politici. Tra loro c'era anche il socialista Alberto Tedesco (coinvolto nell'attuale inchiesta barese ed eletto senatore nel PD), ma non venne indagato. Io non mi spiego la decisione del pm".

Tra le dazioni di danaro a cui fa cenno Cavallari, ce n'è una di 20 milioni di lire che l'ex re delle cliniche private dice di aver fatto a Massimo D'Alema, ma i pm baresi chiesero e ottennero l'archiviazione dell'accusa per finanziamento illecito ai partiti. Cavallari ricorda: "Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire".

Ma nell'inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni... Cavallari afferma: "Nell'agenda inizialmente annotai il nome "D'Alema" poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai come "Massimo". Il PM Alberto Maritati, poi eletto senatore nel PD, non mi ha creduto".

I rapporti fra Cavallari e l'ex premier iniziano a metà degli anni Ottanta e durano diversi mesi. "Fu Antonio Ricco, commercialista e direttore generale delle mie cliniche, oggi consulente personale del sindaco Emiliano (Ricco è indagato per corruzione in un'inchiesta sulla costruzione del centro direzionale San Paolo, ndr), a presentarmelo: andava in giro a chiedere soldi per conto del Partito comunista".

Cavallari incontrò il funzionario più volte: "Io, nel chiarire la mia posizione a Maritati, spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato. Una volta, a Roma, D'Alema sottolineò questi progressi, ma mi raccomandò un atteggiamento più dialogante nei confronti del sindacato rosso e non solo verso Cisl e Uil".

Un discorso che per gli avvocati di Cavallari prefigurava altri reati oltre al finanziamento illecito. Maritati fu di diverso avviso. Quattro anni dopo, il 30 giugno 1999, il magistrato viene eletto senatore e il 4 agosto è nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema.

Nel frattempo Cavallari venne condannato a 18 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa: "Non potevo reggere oltre, ero già stato operato al cuore: patteggiai". Fu l'unico condannato su un'ottantina di imputati.

Per l'ex re della sanità pugliese l'accusa di mafia resta indigesta: "Assumevo ex detenuti o i loro familiari per non saltare in aria. Che vantaggi avevo? La quiete". Per i magistrati, invece, i dipendenti «mafiosi» intimidivano il sindacato, anche se non ci sono state condanne. I carabinieri segnalarono episodi di tensione nell'azienda. «Macché minacce, mi sono salvato dalla Cgil grazie a D'Alema!" dice Cavallari.

Le coincidenze tra ieri e oggi non sono finite. Dalla memoria riemerge anche la figura di una affascinante ragazza bionda: "Io quella Patrizia D'Addario l'ho conosciuta. Me la presentò un giornalista con cui si accompagnava. Mi chiese di poter intrattenere i nostri ammalati con giochi di prestigio. Era una brava prestigiatrice, molto bella e di classe. Ma il direttore sanitario mi sconsigliò l'iniziativa".

Non finisce qui. E’ un pozzo senza fondo la Mele-story ricostruita dal superteste Francesco Cavallari. L' "amico Vittorio" viene dipinto, nei verbali di Milano e di Perugia, come un uomo che direttamente non chiede mai, ma che può contare su chi chiede per lui. Tra l'alto magistrato Vittorio Mele e il ras della sanità barese Cavallari c’è Antonio Ricco, il faccendiere amico di tutti i partiti della prima Repubblica. E Ricco, senza esitazioni, sollecita regali e soldi, promettendo e ottenendo in cambio favori giudiziari. Oggi Ricco conferma tutto quanto non gli nuoce - le feste, i viaggi, le frequentazioni -, nega quanto può danneggiarlo direttamente: un assegno, una busta con i soldi, i contributi in denaro. Ma Cavallari va avanti. Racconta di un costoso anello che fu portato alla signora Mele.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Lo scaricano tutti. Anche il maggiordomo”. Editoriale di Marco Travaglio: “La malavitola”. In basso: “Lampedusa, il Cpa in fiamme: la rabbia degli africani disperati”. Fotonotizia: “Bossi è fuori dalla storia”.

Tutta l'Italia ne parla, a secondo della fazione. Intanto il procuratore di Bari Antonio Laudati è indagato dalla Procura di Lecce.

La sua iscrizione era nell’aria. Ed è la conseguenza della trasmissione degli atti dell’inchiesta della Procura di Napoli sul presunto ricatto al premier, atti in cui si ipotizzano ritardi nell’indagine barese sulle escort utilizzate da Gianpaolo Tarantini per allacciare rapporti affaristici. Nei dialoghi intercettati dalla Procura partenopea il procuratore Laudati viene indicato come colui che avrebbe cercato di favorire Gianpi e, soprattutto, di evitare la divulgazione delle intercettazioni scomode di Silvio Berlusconi. Abuso d’ufficio e favoreggiamento personali sono le ipotesi per le quali è stato aperto il fascicolo che è sul tavolo del procuratore Cataldo Motta. Un fascicolo blindato, la cui titolarità il capo della Procura leccese (competente ad indagare sui fatti che coinvolgono i magistrati del distretto della Corte d’Appello di Bari) divide con il suo aggiunto Antonio De Donno.

L’inchiesta avviata a Lecce dovrà chiarire se Gianpaolo Tarantini, parlando al telefono con il direttore ed editore dell’Avanti Valter Lavitola, diceva il vero quando riferì che il procuratore capo Laudati avrebbe chiesto ai suoi legali di patteggiare la pena per evitare tanto una nuova esposizione pubblica al presidente Berlusconi, con l’avviso di conclusione delle indagini e la conseguente diffusione degli atti e delle intercettazioni, quanto anche un processo pubblico che avrebbe comportato l’interrogatorio dello stesso Tarantini.

«L’ha fatto apposta Laudati questo, perché, si sono messi d’accordo, nel momento in cui riaprono l’indagine e non mandano l’avviso di conclusione, non escono pubbl... non diventano pubbliche le intercettazioni». Sono le parole di Tarantini trascritte dagli investigatori napoletani ed inserite nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti dello stesso Tarantini, della moglie Angela Devenuto e del direttore e editore dell’Avanti Valter Lavitola per la presunta estorsione ai danni del premier. Soldi pretesi per assicurare versioni concordate e di basso profilo sulla vicenda delle escort.

C’è, poi, un’altra intercettazione. La voce è sempre quella di Tarantini: «Quello a Nicola gli ha messo l’ansia... ha detto che è catastrofica... che il suo ruolo è fallito... perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». Nella conversazione, almeno secondo quanto ipotizzato dagli investigatori napoletani, il riferimento dovrebbe essere all’avvocato Nicola Quaranta, all’epoca difensore di Tarantini, e al procuratore Laudati (“quello”). L’intercettazione è del 5 luglio 2011.

Pochi giorni prima nella Procura di Bari si era consumato lo strappo fra Laudati e l’ex sostituto Giuseppe Scelsi, che per primo ha indagato sulla scuderia di escort di Tarantini e che ora è sostituto alla Procura generale di Bari. Alla base della frizione c’è l’iniziativa di Laudati che avrebbe ordinato alla Guardia di Finanza di consegnare a lui anziché a Scelsi l’informativa finale sull’indagine relativa al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione. Sul punto l’ex pm ha trasmesso un esposto al Csm e il contenuto è materia che interessa anche l’inchiesta della Procura di Lecce.

«Un procuratore se indagato non può continuare a svolgere il suo ruolo con la serenità e il dovuto prestigio che deve caratterizzare la sua funzione. Per questo mi dichiaro a completa disposizione delle Procure di Napoli e Lecce». Così si era espresso Laudati all’indomani della diffusione del contenuto delle intercettazioni di Tarantini sul suo conto, lasciando intendere che si sarebbe dimesso qualora fosse stato indagato. L’inchiesta, intanto, va avanti. Nel fine settimana i magistrati leccesi insieme con quelli napoletani hanno sentito i loro colleghi baresi: Giuseppe Scelsi e Eugenia Pontassuglia che ha ereditato il fascicolo. Sul contenuto il riserbo è massimo.

Il 19 settembre 2011 infine, c’è stata l’audizione durata quattro ore di Giuseppe Scelsi davanti alla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura sull’esposto presentato dall’ex pm contro il procuratore Laudati. Laudati sarà ascoltato il giovedì successivo. Abuso d’ufficio, favoreggiamento, addirittura tentata violenza privata. Il procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, si ritrova indagato dai colleghi di Lecce per il «caso Tarantini». Ben tre ipotesi di reato e con questo biglietto da visita giovedì è atteso davanti alla prima commissione del Csm, che potrebbe decidere un suo trasferimento d’ufficio. Per non parlare dell’eventuale azione disciplinare, che è proprio dietro l’angolo.

Che ha fatto Laudati per meritare tutti questi guai? L’accusa è pesante, infangante: quella di aver voluto controllare le indagini su Gianpaolo Tarantini, anche per rallentare la diffusione delle intercettazioni tra il faccendiere e le ragazze portate alle feste del premier. E questo per favorire, più che Tarantini, Silvio Berlusconi. La grande colpa di Laudati, insomma, sarebbe quella di non aver fatto abbastanza per inchiodare il Cavaliere. Il sospetto nasce da intercettazioni in cui Giampaolo Tarantini e il direttore de L’Avanti Valter Lavitola parlano di presunti accordi degli avvocati con lui. E lo sostiene il suo grande accusatore, l’ex pm Giuseppe Scelsi, oggi alla procura generale barese. La tentata violenza privata sarebbe proprio nei confronti dell’ex titolare dell’inchiesta, che a luglio 2011 ha inviato un esposto al Csm, poi ha ripetuto la sua versione dei fatti di fronte ai colleghi leccesi e napoletani e lunedì 19 settembre a Palazzo de’ Marescialli. Così, da inquisitore di Tarantini (lo ha fatto anche arrestare) Laudati diventa indagato.

Passa in ombra la pubblica autodifesa in cui il procuratore capo racconta della situazione trovata in Procura al suo arrivo a settembre 2009, con i sostituti che a suo dire lavoravano a ruota libera, senza coordinamento e, soprattutto, con le continue e clamorose fughe di notizie sui giornali. Quello che Laudati descrive come un necessario mettere ordine nell’ufficio, imporre regole ferree ai pm, maggiore controllo sulla Guardia di finanza per i compiti di polizia giudiziaria e assoluto riserbo verso i mass media, per Scelsi è imposizione verticistica, interferenza sospetta, come quella di avocare a sé, di fatto, la delicata inchiesta sulle escort.

Sembra che il primo titolare delle indagini si sia sentito sotto accusa per il sospetto che proprio dal suo computer siano fuggite le prime notizie a luci rosse sull’escort Patrizia D’Addario e le altre, pubblicate dal Corriere della Sera proprio il giorno dell’insediamento di Laudati. Il rapporto tra i due (il primo vicino alla corrente di Magistratura indipendente, l’altro militante in Magistratura democratica) comincia male e prosegue peggio. Al pm vengono affiancati due colleghi per l’inchiesta scottante, lo stress sale, gli attriti con il capo pure e Scelsi chiede il trasferimento alla Procura generale. Ma prima vuole a tutti i costi l’informativa finale delle Fiamme gialle. La sollecita. A tre giorni dalla sua uscita, salta l’ultima riunione per le ferie dei colleghi e non ci riesce. Scelsi lascia con l’amaro in bocca, si sente defraudato e, forse anche per pararsi da eventuali attacchi, scrive al Csm.

Lunedì 19 settembre 2011, alla prima commissione presieduta dal laico Nicolò Zanon, ripete la sua versione calcando la mano. Accusa Laudati di aver imposto alla Guardia di finanza di consegnare solo a lui la famosa informativa. Lo stabilisce una direttiva del Capo del dicembre 2009, ma lui la contesta. Contesta addirittura l’opportunità della riunione di coordinamento delle indagini indetta da Laudati, parla di ritardi voluti, di intromissione verticistica nelle inchieste, di suggerimenti a Tarantini, di uso personalistico delle Fiamme Gialle da parte del procuratore, con un «pool» che rispondeva solo a lui. Addirittura, di un’«indagine parallela» alla sua. E Laudati viene crocifisso.

Il senatore del Pd Alberto Maritati - dalemiano, sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi e amico di vecchia data dell’avvocato della D’Addario, Maria Pia Vigilante - nell’estate 2009 chiese informazioni all’ex pm barese Pino Scelsi sulle indagini che riguardavano Tarantini appena perquisito. E lo fece su incarico di Roberto De Santis, dalemiano di ferro. A riferirlo è proprio Scelsi, nel suo interrogatorio a Lecce su Laudati, procuratore di Bari indagato. «Laudati mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga delle notizie pubblicate sul Corriere della Sera, preceduta dalle dichiarazioni di D’Alema (quelle sulla «scossa nel governo», ndr) (...) era a me addebitabile, o che comunque io avrei contribuito (...). Risposi che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare la mia indagine con improvvide rivelazioni, e che peraltro dalla stessa indagine risultava che Tarantini era legato ad ambienti vicini all’area politica di D’Alema (...). Feci presente a Laudati che io personalmente avevo avuto richieste di informazioni da parte di Alberto Maritati, vicino all’ambiente di D’Alema, e che avevo categoricamente rifiutato di dare notizie, come tra l’altro risultava da alcune conversazioni intercettate sull’utenza di De Santis, persona assai vicina a D’Alema e suo compagno di barca».

DALEMIANI PREOCCUPATI

Dalle intercettazioni, prosegue Scelsi, «risultava sia l’incarico dato da De Santis a Maritati di raccogliere informazioni (…), sia la risposta di Maritati che aveva riferito a De Santis l’impossibilità di avere alcuna informazione (…)». Un episodio che Scelsi avrebbe raccontato anche al predecessore di Laudati, Marzano, e all’ex coordinatore della Dda Marco Di Napoli. Interessante anche alla luce di una dichiarazione di Tarantini in un verbale di novembre 2009, di cui parla anche Scelsi nel suo interrogatorio: «Angelillis (uno dei due pm che Laudati affiancò a Scelsi, ndr) aveva chiesto al Tarantini di riferire sui suoi rapporti con De Santis e Tarantini aveva dichiarato di essersi rivolto, dopo le perquisizioni, a De Santis chiedendogli di attivarsi presso qualche politico presumibilmente vicino ai magistrati. A detta di Tarantini, De Santis non aveva mai dato risposta». Dunque, se non era nell’interesse di Tarantini, per conto di chi Maritati e De Santis avevano cercato informazioni?

«MI MANDA ALFANO»

Scelsi non risparmia stoccate a Laudati che prima dell’insediamento, a suo dire, tenne una riunione coi finanzieri Bardi, D’Alfonso e Paglino: «Laudati fece un discorso chiaro, che era molto amico del ministro della Giustizia, che “gli aveva concesso l’onore del tu”, e che in virtù di quest’amicizia aveva garantito per me, così impedendo l’avvio dell’attività ispettiva sul mio operato. Aggiunse che era stato mandato a Bari per conto del ministro della Giustizia».

IL COMPLOTTO «ROSSO»

Anche l’altra pm del caso escort, Eugenia Pontassuglia, ha riferito che tra i temi da sottoporre a Gianpi in uno degli interrogatori, «si era individuato quello dell’esigenza di comprendere (…) i rapporti tra De Santis, Tarantini e D’Alema (che da alcune intercettazioni risultava essere presente in Sardegna nello stesso periodo in cui c’era Tarantini, agosto 2008) e se vi fosse collegamento» tra questi e il rapporto «che la D’Addario aveva avuto con Berlusconi», per valutare «la possibilità che vi fosse stato un accordo tra i tre in virtù del quale Tarantini avesse messo in collegamento D’Addario con Berlusconi (ipotesi che la Pontassuglia alla luce degli atti dice «poter essere esclusa», ndr)». Tanti indizi, non fanno un complotto.

Dagli interrogatori di Scelsi, Pontassuglia e Paglino uno spaccato della procura barese divorata da guerre fra magistrati e polizia giudiziaria e attraversata da presunte omissioni e depistaggi.

Trenta pagine di verbali resi da due sostituti procuratori di Bari e da alte cariche della Guardia di Finanza. Le carte depositate dalla procura di Napoli e Lecce nell'ambito del processo Tarantini raccontano la rete assai ingarbugliata, tanto da risultare preoccupante, che si è sviluppata a Bari intorno all'inchiesta su Gianpi e le prostitute da portare al presidente del Consiglio. Una rete fatta di guerre tra magistrati e polizia giudiziaria e piena di presunte omissioni e depistaggi. Con dietro lo spettro di un complotto. In mezzo ci sono accuse molto dure mosse dal pm Scelsi e da alcuni finanzieri al lavoro di Laudati accusato di aver ritardato e controllato le indagini su Tarantini. Ma ci sono anche le parole sofferte di Eugenia Pontassuglia, il sostituto che più di tutti ha seguito l'indagine (ascoltando per esempio tutte i file audio delle intercettazioni telefoniche) e che si trova costretta a rispondere di accuse incrociate, a volte anche durissime e forse strumentalizzate, tra i colleghi al fianco dei quali ha lavorato in questi mesi. Ecco i sunti dei verbali di tutti i testimoni dell'indagine ascoltati in questi mesi dalla procura generale di Bari e dai magistrati di Lecce e Napoli.

GIUSEPPE SCELSI

"Confermo il contenuto dell'esposto indirizzato al Csm. (...) Quando fu pubblicata l'intervista di Patrizia d'Addario e fu pubblicata sui giornali la notizia dell'inchiesta, la collega Elisabetta Pugliese mi disse che Laudati, già nominato dal Csm procuratore di Bari, mi cercava e aveva bisogno di parlarmi. Mi misi in contatto con lui e mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga delle notizie preceduta dalle dichiarazioni dell'onorevole D'Alema era me addebitabile. Risposi a Laudati che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare la mia indagine con improvvide rivelazioni e che peraltro dalla stessa indagine risultava che Tarantini era legato ad ambienti vicini all'area politica di D'Alema. In quella stessa occasione o forse successivamente feci presente al collega Laudati che io personalmente avevo avuto richieste di informazioni da parte dell'onorevole Alberto Maritati, vicino all'ambiente di D'Alema, e che avevo categoricamente rifiutato di dare notizie, come tra l'altro risultava da alcune conversazioni intercettate sull'utenza di Roberto De Santis, persona assai vicina a D'Alema e suo compagno di barca. Dalle conversazioni intercettate, infatti, risultava sia l'incarico dato da De Santis a Maritati di raccogliere informazioni sulla vicenda per la quale erano state disposte le perquisizioni, sia la risposta di Maritati che aveva riferito a De Santis della impossibilità di avere alcuna informazione stante la mia categorica chiusura.

Il testo integrale della lettera del 7 agosto 2009 di Niki Vendola, Presidente della giunta regionale, alla Digeronimo, P.M. antimafia di Bari.

Gent.ma Dott.ssa Digeronimo, l’amore per la verità non mi consente più di tacere.

Ho l’impressione di assistere ad un paradossale capovolgimento logico per il quale i briganti prendono il posto dei galantuomini e viceversa. Io ho la buona e piena coscienza non solo di non aver mai commesso alcun illecito nella mia vita, ma viceversa di aver dedicato tutte le mie energie a battaglie di giustizia e legalità. “Nichi il puro” titola “Panorama” per stigmatizzare le mie presunte relazioni con un imprenditore che non conosco e a cui ho chiuso, dopo trent’anni, una discarica considerata un autentico eco-mostro (stupefacente notare che “L’Espresso” pubblica un articolo fotocopia del rotocalco rivale: sarebbe carino indagare sul calco diffamatorio che origina questa singolare sintonia di scrittura!). In effetti mi considero un puro: e non rinuncio ad aver fiducia nel genere umano e a credere che la giustizia debba alla fine trionfare. In questi anni di governo ogni volta che ne ho ravvisato la necessità ho adottato provvedimenti tanto tempestivi quanto drastici a tutela delle istituzioni: sono fatti noti, che fanno la differenza tra il presente e il passato.

Ma la sua indagine, dott.ssa Degironimo, sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla. Per antico rispetto verso la magistratura e verso di lei ho evitato, in queste settimane, di reagire alla girandola di anomalie con le quali si coltiva un’inchiesta la cui efficacia si può misurare esclusivamente sui Tg.

La prima anomalia è che lei non abbia sentito il dovere di astenersi, per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta.

La seconda anomalia riguarda l’aver trattenuto sotto la competenza della Procura Antimafia una mole di carte che hanno attinenza con eventuali profili di illiceità nella Pubblica Amministrazione.

La terza riguarda l’acquisizione di atti che costituiscono il processo di gestazione di alcune leggi, come se le leggi fossero sindacabili dall’autorità inquirente.

La quarta riguarda la incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta: che si svolge, in ogni suo momento, a microfoni aperti e sotto i riflettori. Così per la mia convocazione in Procura. Così per l’inaudita acquisizione dei bilanci di alcuni partiti e addirittura di alcune liste elettorali. Il polverone si è mangiato i fatti: quelli circostanziati legati al cosiddetto sistema Tarantini: e nella festosa scena abitata da questo imprenditore io, a differenza persino di alcuni magistrati, non ho mai messo piede.

Lei è così presa dalla sua inchiesta che forse non si è accorta di come essa clamorosamente precipita fuori dal recinto della giurisdizione: sono diventato io, la mia immagine, la mia storia, la posta in gioco di questa ignobile partita. Non dico altro. Il dolore lo può intuire. Qualcuno sta costruendo scientificamente la mia morte. Per me che amo disperatamente la vita è difficile non reagire. Le chiedo solo di riflettere su queste scarne parole.

Firmato: Nichi Vendola

Il Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, replica sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 aprile 2009, contrattaccando, alla interrogazione al Ministro della Giustizia, Alfano, dei senatori Pd sul suo conto, segnalando la "coincidenza" con iniziative e decisioni del Csm.

Il Ministro Alfano ha disposto un’ispezione Ministeriale presso la Procura di Bari per verificare il suo modus operandi, mentre il CSM ha respinto un esposto di Fitto contro la stessa Procura. "In Spagna - scrive Fitto in una nota - un ministro della giustizia socialista si dimette per essere stato fotografato a caccia con un magistrato che indaga sul partito popolare. Da noi alla fine ci si mette anche una "casta" togata che siede "pro tempore" sui banchi del Senato a interrogare il Ministro Alfano. Sei pubblici ministeri su nove firme. Nomi celebri: Finocchiaro, Casson, D'Ambrosio, Della Monica ma anche: Gianrico Carofiglio, fino all'altro giorno pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Bari, dove la moglie, Francesca Romana Pirrelli esercita la stessa attività nel pool che indaga sui reati contro la Pubblica Amministrazione, competente quindi sul Comune di Bari del quale è sindaco l'ex collega magistrato e compagno di partito del marito, Michele Emiliano. Competente anche sulla Regione Puglia. Tra l'altro dello stesso magistrato e della moglie magistrata circolano nella Rete foto in atteggiamenti di grandi familiarità con parenti stretti del Presidente Vendola. Firmatario anche Alberto Maritati, già sostituto procuratore presso la Procura di Bari e successivamente applicato a Bari dalla Direzione Nazionale Antimafia. Celebre per avere suscitato un immenso clamore con la cosiddetta "Operazione Speranza", alla metà degli anni novanta, che vide decine di persone tra arrestate e variamente imputate in una serie di procedimenti che, dopo ben più di un decennio, si sono conclusi tutti con assoluzioni in tutti i gradi di giudizio. Ma ebbe di che consolarsi con un patteggiamento. Né va dimenticato che nella stessa indagine Maritati si imbatté in esponenti politici dai quali, senza difficoltà, in seguito ottenne la candidatura nel medesimo partito".

Secondo Fitto, poi, "non va dimenticato che è sindaco di Bari Michele Emiliano, magistrato presso la Procura della stessa città e che a lungo indagò sulla cosiddetta Missione Arcobaleno, ipotizzando reati gravissimi a carico di tutta una serie di alti esponenti di quello che, con nuova denominazione, è diventato il partito del quale è segretario regionale e che, a suo tempo lo candidò a sindaco del Comune di Bari". E "che sono stato definito "mafioso" in un`intervista al giornale La Repubblica da Marco Di Napoli, magistrato impegnato in un`indagine sulla mia persona. Segue in proposito una denuncia penale e un procedimento civile". Così come "un altro magistrato, Roberto Rossi, analogamente impegnato in un`indagine sulla mia persona si lasciava fotografare in ridente condivisione con una assessore comunale di Bari dei Verdi, nel corso del cosiddetto Vaffa Day in svolgimento nella stessa città nella quale esercita il suo delicato ufficio. Peraltro compiendo eloquente gesto".

Inoltre, "un altro firmatario non magistrato, Nicola Latorre ha sicuramente minuziosa conoscenza di tutte queste vicende". "Per il resto - prosegue il ministro- vale il criterio opinabilissimo dell'opportunità che una serie tanto nutrita di magistrati si impegni in politica e che alcuni lo facciano all'indomani di indagini delicatissime a carico di esponenti dello stesso partito che finisce con il candidarli? Va da sé: liberi tutti.... E mi si vuole negare la libertà di un esposto, più volte integrato in questi mesi con ulteriori elementi, peraltro nel più rigoroso rispetto delle regole e che riguardano per ciò che mi concerne intercettazioni ambientali tra avvocati e indagati in colloqui precedenti all'interrogatorio, iscrizione nel registro degli indagati e successiva autorizzazione alle intercettazioni distanza di 23 mesi dalla notizia di reato e senza che ci fossero fatti nuovi e in coincidenza con la mia campagna elettorale, indagini preliminari che durano 7 anni. Telefonate intercettate e riportate in brogliacci come "non inerenti" e il cui contenuto è invece totalmente riferibile alla, vicenda. Telefonate riportate con degli omissis, contenenti invece brani che attribuiscono diverso significato. Tentativo con diversi ostacoli durato 2 anni per poter esercitare il mio legittimo diritto, previsto dal Codice di ascoltare tutte le telefonate e non solo quelle scelte dai P.m. E potrei continuare".

"Peraltro - conclude Fitto- vedo che con una velocità del tutto inusitata, non solo si mobilitano le associazioni dei magistrati locale e nazionale, ma lo stesso CSM non archivia, come si è detto, ma eccepisce la sua non competenza, a tempo di record, sul mio esposto e, sempre a tempo di record, si dispone a intervenire sul caso dell'ispezione come ci informa, per agenzia, il Consigliere del CSM, Ciro Riviezzo, che appartiene alla stessa corrente di alcuni pubblici ministeri titolari delle indagini a mio carico. Sicuramente tutte strane coincidenze".

A questo si aggiunge che il palazzo di giustizia di via Nazariantz a Bari è "illegale, incapiente e insicuro". Ne è convinto il procuratore della Repubblica del capoluogo pugliese, Antonio Laudati, riferendosi alla struttura in cui sono ospitati da diversi anni gli uffici della procura della Repubblica, del gip-gup, del dibattimento penale di primo grado, il tribunale del Riesame e le sezioni di polizia giudiziaria.

“E' illegale perchè non rispetta la legge 626 (sulla sicurezza nei luoghi di lavoro) per cui tra poco – ha detto sorridendo – dovrò autodenunciarmi e trasmettere gli atti alla procura di Lecce. E’ incapiente perchè lo Stato paga 30 vice procuratori onorari che devono lavorare per l’ufficio ma, non avendo una sistemazione, lavorano a casa loro o portano fascicoli della procura nei loro studi legali. E’ insicuro anche perchè ieri è stato sequestrato un coltello a serramanico che veniva clandestinamente introdotto. Si tratta di un fatto serio perchè l’introduzione dell’arma era legata ad un’udienza che doveva essere tenuta”.

“Spero – ha concluso Laudati – che gli avvocati possano essere al mio fianco, anche perchè ho visto le aule di udienze e, onestamente, mi sembrano un caso unico in Italia in cui anche la figura dell’avvocato viene completamente svilita. Sono sicuro e convinto che le istituzioni locali vorranno collaborare per migliorare la situazione”.

I colloqui di Laudati: «A Bari una lobby di giudici e politici», scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Non solo il racconto di un’inchiesta su un presunto «complotto istituzionale», fascicolo reso noto da Panorama ma che, in realtà, non sarebbe mai esistito. Nelle frasi riferite dall’ex procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati a un cronista del settimanale, che le avrebbe registrate di nascosto, emergono giudizi non lusinghieri sui colleghi magistrati in servizio a Bari. Le conversazioni, che sarebbero avvenute a Bari tra fine gennaio e inizio febbraio 2010, sono state depositate in un procedimento civile, a Milano, dove si discute in appello sul risarcimento danni che Patrizia D’Addario, reclutata da Gianpaolo Tarantini per partecipare a feste nelle residenze dell’allora premier Berlusconi, ha chiesto a Panorama. In primo grado la donna, assistita dall’avvocato Fabio Campese, ha ottenuto un risarcimento di 55mila euro. Sulla base delle trascrizioni di quei colloqui la D’Addario ha anche depositato una querela per diffamazione ai danni di Laudati che la definisce una «ricattatrice». E così si scopre che l’ex procuratore barese definisce, in quelle conversazioni, «disastrosa» la situazione nel suo ufficio. Basti pensare che, a suo giudizio, «c’era una guerra tra lobby politiche e giornalistiche, dalla Procura di Bari si fa carne da macello» perché era «diciamo permeabile». Il procuratore avrebbe illustrato al cronista, Giacomo Amadori una «questione inesplorata», ovvero «il rapporto che lui (Tarantini, ndr) aveva con l’ambiente giudiziario, a queste feste quanti magistrati ci andavano?». Riferendo una frase di tale Cosimo, Laudati dice: «Lì non dovevate mandare un procuratore, dovevate togliere cinquanta magistrati». È l’intero contesto a fare storcere il naso al magistrato oggi in servizio alla Dna, imputato a Lecce con l’accusa di avere favorito Berlusconi e Tarantini durante le indagini sulle escort. Laudati parla del presidente del Tribunale che è stato presidente della Regione, di Emiliano che «va a fare il sindaco», di Maritati che «fa le indagini su D’Alema e va a fare il sottosegretario, va a fare il parlamentare». Di conseguenza, dice senza sapere di essere registrato, «è ovvio che esiste un cordone ombelicale. Penso che dopo il Csm dovrà farsi una sessione speciale».

“Toghe... patate e cozze”. Emiliano, Carofiglio, Maritati e le storie di malagiustizia pugliese.

“Toghe…patate e cozze” di Tommaso Francavilla e Franco Metta, edito da Nuova Stampa. Un lavoro che parte dalla mini-tengentopoli pugliese fino all’operazione “Arcobaleno” passando per l’operazione “Speranza”.

"Toghe...patate e cozze" è il titolo del libro scritto dal giornalista castellanese Tommaso Francavilla, edito da nuova stampa Bari. Un lavoro certosino che parte dalla mini-tangentopoli pugliese all'operazione arcobaleno passando per l'operazione speranza. 141 pagine dove Francavilla, insieme all'opinionista di Puglia D'oggi Franco Metta, raccontano come dall'aula di un tribunale si approdi a quella di Montecitorio, chiamando in causa esempi come quelli di Carofiglio, Maritati, Emiliano. Ovvero: come avviare indagini eclatanti e guadagnarsi un posto in Parlamento, naturalmente tra i banchi della sinistra.

Da “Il Giornale” del 19 giugno 2009 a firma di Gian Marco Chiocci un dettagliato resoconto. "Per inquadrare la sibilla D’Alema può esser utile soffermarsi sui rapporti tra l’ex leader ds e la magistratura pugliese, barese in primo luogo. Per farlo occorre lavorare pazientemente d’archivio, compulsare avvocati, carabinieri e pm locali non schierati, leggere con attenzione atti processuali e (suoi) proscioglimenti contestati, sfogliare un recentissimo libro dal titolo curioso (Toghe, patate e cozze, scritto da Tommaso Francavilla e Franco Metta) ma dai contenuti devastanti per l’immagine del preveggente ex leader ds. Che si è preoccupato di far eleggere in Parlamento alcuni corregionali pm, mentre altri se li è portati al governo, e uno l’ha messo addirittura a fare il sindaco nonostante fosse il titolare dell’inchiesta sugli sperperi miliardari della missione Arcobaleno dove figurava pure il suo nome.

La storia è lunga. E ha natali lontani. Parte ovviamente dall’ondata giustizialista nazionale cavalcata dal Pci e portata avanti dai magistrati d’area, nei primi anni Novanta, tra avvisi di garanzia e carcerazioni preventive. Tra il 1990 e il 1995 cambiano cinque presidenti regionali, altrettanti sindaci baresi, non c’è giorno senza che più consiglieri comunali e funzionari di partito finiscano indagati o arrestati. Solo una parte (indovinate quale) è casualmente risparmiata dalle inchieste. Un’intera classe politica viene tolta di mezzo, e a nulla varrà la tardiva consolazione delle assoluzioni di massa degli indagati eccellenti e dei flop nelle aule di giustizia. Per l’ascesa in politica dei protagonisti pugliesi con la toga, gli esempi si sprecano. Il più eclatante riguarda la cosiddetta «Operazione Speranza», con riferimento al re delle cliniche private Francesco Cavallari e alle presunte tangenti elargite a destra come a sinistra. Tantissimi politici si ritirarono dalla politica attiva e bastò l’annuncio intimidatorio, poi rivelatosi inesatto, di una «seconda ondata», per bloccarne altri o per dirottarli all’improvviso altrove, come Pino Pisicchio pronto a candidare il fratello in Forza Italia, dopodiché riparò sotto Lamberto Dini (poi con Di Pietro). Si salvarono solo i comunisti, si salvò soprattutto D’Alema accusato d’aver intascato qualche soldarello pure lui quand’era ancora segretario del Pci pugliese e consigliere regionale. Il reato venne «derubricato» in «illecito finanziamento» datandolo prima dell’amnistia del 1989. Reato prescritto, pratica archiviata. Non tutti sanno che D’Alema, su quel finanziamento generosamente elargito dal boss della sanità, qualcosina aveva ammesso a verbale dopo che Cavallari al pm l’aveva tirato in ballo quale suo referente in Regione. Poi il re delle cliniche aggiunse: «Sa, signor magistrato. Non nascondo che in una circostanza particolare ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D’Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci». Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema. Il quale è stato generoso anche con un altro suo inquisitore: Michele Emiliano, sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, già titolare del procedimento sugli sperperi della missione Arcobaleno per aiutare i profughi kossovari che sfiorò proprio D’Alema e pezzi del suo governo, come il sottosegretario Barberi (rinviato a giudizio) e l’imputato sottosegretario diessino Giovanni Lolli, per il quale il gip, su sollecitazione del pm Di Napoli, ha dichiarato il non luogo a procedere insieme a un altro ex ds, Quarto Trabacchi. L’inchiesta che per bocca del pm Emiliano inizialmente prometteva sfracelli e di cui poi chiese a sorpresa l’archiviazione (contestata dal procuratore Di Bitonto), col tempo s’è lentamente arenata fino alla contestuale candidatura del pm Emiliano – benedetta da D’Alema - a sindaco di Bari. Prima di entrare in politica, Emiliano ha iniziato a lanciare invettive politiche contro il sindaco precedente sulla scarsa lotta alla criminalità da parte dell’amministrazione cittadina eppoi s’è scoperto garantista di se stesso quando il suo nome comparve in una intercettazione telefonica con cui una famiglia mafiosa gli faceva la campagna elettorale, in vista di una vittoria che per la prima volta spostò a sinistra i quartieri più «a rischio» di Bari: oggi, insieme a Maritati, fa a gara a straparlare di pericolo di voto di scambio con la criminalità.

Ma non c’è solo Bari nell’orbita di interesse della magistratura militante considerata vicina a D’Alema. C’è l’intera Puglia. C’è Taranto, dove la procura ha messo ripetutamente sott’inchiesta le ultime tre amministrazioni di centrodestra i cui rappresentanti sono stati «condannati a trascorrere decenni nelle aule di giustizia a discolparsi all’infinito da ogni genere di incriminazioni» – scrivono Metta e Francavilla –, senza riuscirci nel caso del povero Mimmo De Cosmo, ma solo perché morto anzitempo, stroncato dalle persecuzioni. In procura a Taranto, nel 2007, a ridosso delle amministrative, calò l’allora sottosegretario Maritati, insieme a esponenti locali dei Ds. Voleva perorare un’accelerazione delle inchieste a carico degli ex amministratori di centrodestra. L’unico a ribellarsi fu il procuratore capo che parlò di un assedio stalinista al suo ufficio, «volto a fargli aprire comunque inchieste anche in assenza di adeguati fondamenti». E c’è Brindisi, dove il potere dalemiano imperniato sul triangolo Bargone–La Torre-Di Pietrangelo «avrebbe fortissimi riferimenti nel palazzo di giustizia - si legge sempre nel libro-shock – e aveva scientificamente massacrato la vecchia guardia democristiana e socialista, con la quale pure aveva condiviso molte vicende, quali la gestione – tramite il vicepresidente dell’Enel Valerio Bitetto, che chiamò in causa D’Alema – dei succulentissimi appalti della centrale nucleare a costruirsi negli anni ’80...». L’inchiesta era quella sulle operazioni fatte intorno a un famoso rigassificatore inglese, inchiesta che si soffermò su alcune società off-shore in paradisi fiscali riconducibili a Bargone coinvolte nelle indagini che avevano inguaiato l’ex sindaco Antonino.

Intanto nella metà del 1995 inizia a far parlare di sé, anche per inchieste «politiche», un altro magistrato predestinato a sedere a Palazzo Madama col Partito democratico: Gianrico Carofiglio. Sul pm-giallista si è abbattuta l’ira del ministro pugliese Raffaele Fitto a causa della moglie del neoparlamentare che è nel pool sui reati contro la pubblica amministrazione, competente quindi a indagare «sul Comune di Bari guidato da un collega e amico del marito». Prima ancora la sinistra aveva puntato sul pm barese Nicola Magrone, oggi procuratore a Larino, autore di uno spettacolare arresto, «a ridosso delle elezioni politiche del 1994, con due imputazioni rivelatesi assolutamente fasulle, del Cda dell’Irccs “De Bellis” il cui presidente era stato designato quale possibile candidato del Polo. Fu il suo ultimo atto prima di mettersi in aspettativa in vista dell’elezione alla Camera». L’inchiesta poi abortì. Come sono abortiti tantissimi altri procedimenti nati nei confronti di esponenti del centrodestra a ridosso delle elezioni.  

IL PROBLEMA GIUSTIZIA-POLITICA IN ITALIA, scrive il 20 agosto 2013 Michele Imperio su "Lanotteonline.com". “Le parole che arrivano dal Pdl – spiega Crosetto – non solo dalla Santanchè, ma anche da Cicchitto o da Schifani, non possono essere ignorate o sottovalutate. Possono essere condivise o meno, ma arrivano da uno dei principali partiti italiani che, sul punto, è granitico e compatto. La loro tesi è tanto semplice quanto devastante: un potere o un ordine dello Stato, la Magistratura, non assolve alla sua funzione in modo equilibrato, ma anzi la utilizza per colpire una persona o un gruppo di persone”. Per cui “non è comprensibile l’appoggio ad un governo che considera invece il lavoro dei giudici totalmente legittimo, rispettoso della democrazia e inattaccabile”. E’ quanto dichiara il coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto. Non ci sfugge il senso politico di queste parole. Però l’on.le Guido Crosetto ci sembra scettico sulla possibilità che la Magistratura non assolva alla sua funzione in modo equilibrato, ma anzi la utilizza per colpire una persona o un gruppo di persone”. Il problema non è nemmeno questo caro on.le Crosetto! Il problema vero è che ormai si è creata una totale compenetrazione fra alcuni Magistrati e alcune aree politiche (P.D. e ex area Fini ora area Monti) e che ormai ci sono alcuni Magistrati i quali considerano quelle aree politiche delle proprie esclusive pertinenze e in questo spirito aggrediscono non solo esponenti di altre aree politiche ma addirittura esponenti di quelle stesse aree politiche che non stanno ai loro giochi. Vogliamo spigarci con dei casi concreti per cui prendiamo come riferimento una regione a caso, la Puglia per esempio.

Tutti dicono che in Puglia il segretario regionale del P.D. sarebbe tale Sergio Blasi. Niente di più falso! Sergio Blasi è solo una testa di paglia perchè il vero segretario regionale del P.D. pugliese è un ex Magistrato che si chiama Alberto Maritati il quale agisce nell’ombra. Sarà perchè Alberto Maritati ha un figlio Alcide Maritati che fa anche lui il Magistrato (giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Lecce) e quindi non vuole creargli imbarazzo, sarà che egli intende occultare questa compenetrazione fra magistratura e P.D., fatto sta che a detta di tutti Alberto Maritati cela il suo vero ruolo di segretario regionale del P.D. dietro quello apparente di Sergio Blasi. Tanto per dirne una, prima delle ultime elezioni politiche Alberto Maritati ha ammesso lui stesso di aver offerto personalmente un posto di senatore nel P.D. al Procuratore della Repubblica di Taranto Franco Sebastio (fui proprio io a………), iniziativa che – come tutti possono comprendere – è di mera competenza del segretario regionale. Naturalmente di Lecce, sua città di residenza, egli è anche il vero segretario provinciale. Sandro Frisullo ex-vicepresidente della regione Puglia arrestato processato e condannato dal Tribunale di Bari per lo scandalo della malasanità era suo uomo. La Procura della Repubblica di Bari non gli ha riservato alcun riguardo e questo spiega molte cose di cui diremo dopo. I veri segretari provinciali delle altre province pugliesi sono essi pure Magistrati o ex Magistrati o parenti di Magistrati. A Bari per esempio il P.D. è conteso da Michele Emiliano ex Magistrato e da Giuseppe Scelsi Magistrato in carica e ora sostituto procuratore generale della Corte di Appello di Bari (prima, fino al 2011, Sostituto procuratore presso il Tribunale di Bari con delega alle indagini anti-mafia). Michele Emiliano è una persona molto per bene ed è collegato a Niky Vendola, anch’egli persona moralmente regolare e a Massimo D’Alema. Però è una persona che parla a mezza bocca. Non dice tutto quello che dovrebbe dire nelle sedi opportune. Nelle intercettazioni depositate nel processo sulla malasanità pugliese ci sono alcune telefonate in cui il governatore Niky Vendola intercede presso l’allora assessore alla sanità Alberto Tedesco molto vicino al giudice Giuseppe Scelsi affinchè fosse nominato primario dell’Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti un luminare barese Nicola Logroscino trasferitosi negli Stati Uniti d’America ove era arrivato addirittura ad essere professore universitario della celebre Università di Harvard e che per motivi personali voleva rientrare a Bari. In un paese normale questo professore avrebbe visto aprirsi davanti a lui tutte le porte. Invece nelle telefonate intercettate l’assessore alla sanità Alberto Tedesco il quale pare avere più potere di Vendola, mostra di essere contrario a questa nomina. Al che Vendola gli rinfaccia che è la massoneria che non vuole questa nomina e che lui Tedesco ne è asservito. In un paese normale il Magistrato che avesse ascoltato questa intercettazione avrebbe convocato Vendola e Tedesco nel suo ufficio e avrebbe detto loro: Sentite un po’ ma com’è ‘sta storia che la Massoneria gestisce le nomine dei primari ospedalieri? Invece niente! Non succede niente! Anzi per iniziativa del giudice Desirèe De Gironimo Vendola e non Tedesco viene messo sotto processo per concussione! Ha fatto pressioni indebite su Tedesco per sollecitare la nomina di un primario! In un successivo momento dell’indagine risulta, sempre dalle intercettazioni telefoniche, che Vendola seccato di questo atteggiamento di Tedesco, voleva sostituire l’assessore alla sanità Alberto Tedesco con Lea Cosentino all’epoca dirigente del’ASL barese. Michele Emiliano viene a saperlo e trafelato gli telefona dicendogli: Per carità! Non lo fare! Se lo fai il potere legale e il potere illegale ti massacreranno! Anche qui in un paese normale il Magistrato inquirente avrebbe convocato Emiliano nel suo ufficio e gli avrebbe detto: Senti! Non esci vivo di qui, se prima non mi dici da chi è composto questo Potere Legale e questo Potere Illegale che vogliono massacrare Vendola! Invece niente! Non è stato fatto niente! Nemmeno una domanda! Dalle stesse indagini è poi risultato che:

1. Il Magistrato Giuseppe Scelsi (antagonista di Vendola e di Emiliano) intercettava abusivamente il telefono di altri Magistrati;

2. Il Magistrato Giuseppe Scelsi faceva pervenire a suoi amici (tal Roberto De Santis) informazioni riservate su indagini in corso attraverso un suo indagato (Gianpaolo Tarantini)

3. Il Magistrato Giuseppe Scelsi convocava nel suo ufficio avvocati di testimoni di sue inchieste per concordare con essi le deposizioni dei testi medesimi;

4. Il Magistrato Giuseppe Scelsi ha lasciato morire negli armadi del suo ufficio alcune inchieste senza mai chiedere nè l’archiviazione, né il rinvio a giudizio;

5. Il Magistrato Giuseppe Scelsi aveva ottimi e frequenti rapporti con Alberto Tedesco il quale ha letteralmente coperto d’oro suo fratello medico Michele Scelsi con incarichi ultra-retribuiti di ogni tipo e specie.

Voi mi chiederete: ma quanti procedimenti disciplinari ha subito questo Magistrato? Nessuno! Assolutamente nessuno! Anzi è stato promosso sul campo da Sostituto Procuratore della Repubblica a Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello sempre a Bari, sua città d’origine.

Sono stati invece sottoposti a procedimento penale e disciplinare e poi trasferiti i Magistrati non affiliati a congreghe politiche come Magistratura Democratica o Magistratura Indipendente che hanno cercato di contrastarlo e precisamente i Magistrati Antonio Laudati e Giuseppe De Benedictis.

Partiamo da quest’ultimo. La Regione Puglia affida stranamente la metà di tutti gli appalti sui rifiuti a un imprenditore di Altamura tal Dante Columella. A un certo punto una piccola emittente di Altamura di un tale Alessio De Palo comincia a criticarlo nelle sue trasmissioni radiofoniche. Columella si querela e nascono alcuni processi per diffamazione dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Bari che in genere vengono seguiti dal Procuratore onorario. Ma in questo caso tute le udienze di De Palo vengono stranamente seguite in udienza dal Procuratore Aggiunto del Tribunale di Bari il quale a quell’epoca era Marco Dinapoli (Magistratura Indipendente) ora Procuratore di Brindisi di cui ci toccherà parlare di nuovo in seguito per un altro caso increscioso. In un momento successivo Dante Columella si infastidisce, assolda due pregiudicati e fa picchiare a sangue Alessio De Palo. Di qui nascono le inchieste sui rifiuti che poi diventeranno anche inchieste sulla malasanità pugliese perchè business e illegalità della sanità e business e illegalità dei rifiuti risultano stranamente collegati. Il giudice delle indagini preliminari è tal Giuseppe De Benedictis, il quale – pare – si chiama in disparte questo De Palo e si fa raccontare tutto ciò che sa sui rapporti fra Alberto Tedesco e Dante Columella, riversando poi in parte queste confidenze nelle ordinanze con le quali dispone l’arresto di Alberto Tedesco. Apriti cielo! Riportiamo fedelmente da “Il Fatto quotidiano”: L’ordinanza che ieri ha disposto l’arresto del senatore Alberto Tedesco (Pd) va ben oltre la dimensione giudiziaria. Le 316 pagine firmate dal gip Giuseppe de Benedictis e i retroscena dell’indagine sono uno schiaffo in faccia all’intera classe politica pugliese. “Tedesco – scrive il gip – quale assessore della sanità della Regione Puglia ed esponente politico di spicco, organizzava e guidava l’intera struttura in modo da pilotare le nomine dei dirigenti delle Asl pugliesi, effettuate dalla giunta regionale, verso persone di propria fiducia e attraverso questi controllava la nomina dei direttori sanitari in modo da dirottare le gare di appalto e le forniture verso imprenditori a lui legati da vincoli familiari o da interessi economici ed elettorali”. Pensate voi che il Magistrato estensore di questa ordinanza di 316 pagine Giuseppe De Bendictis sia stato premiato o promosso? Assolutamente no! Forse non ci crederete! Ma il dott. De Benedictis, poco tempo dopo questa ordinanza, è stato arrestato, sospeso dal servizio e trasferito di sede! L’arresto poi è avvenuto attraverso un vero e autentico blitz! Da parte di un Magistrato di Caserta tal Corrado Lembo, con il quale il vero segretario del P.D. di Puglia Alberto Maritati ben si conosce. Approfittando di un convegno giuridico che si teneva a Bari il Magistrato Corrado Lembo Procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere (il quale era negli anni 1992-93 Procuratore nazionale Antimafia aggiunto insieme ad Alberto Maritati si è portato con i suoi carabinieri di Caserta a Bari e ha arrestato Giuseppe De Bendictis. E sapete perché? Perché Giuseppe de Benedictis era un appassionato collezionista d’armi e a Caserta gli avevano rifilato come arma comune da sparo, un arma che in realtà era da guerra. Ovviamente senza che lui ne sapesse niente. Quindi quale sarebbe la sua responsabilità? Ma Vitaliano Esposito, fratello del noto Antonio Esposito, all’epoca Procuratore Generale della Cassazione lo aveva sospeso dal servizio e poi trasferito a Matera, la Procura di Lecce lo aveva messo sotto inchiesta per detenzione abusiva d’arma. Giuseppe De Benedictis in principio ha fatto resistenza (ricorsi al TAR e quant’altro) ma poi si è rassegnato al trasferimento perchè un Magistrato di Bari gli si è avvicinato e gli ha detto: Senti! Noi magistrati qui a Bari ci dobbiamo fare la guerra e tu è meglio che te ne vai perché tu sei l’origine del casino! De Benedictis esercita ora le sue funzioni nel Tribunale di Salerno. Negli anni bui 92-93 si dice ci fosse un trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. La signora Ada Siclari figlia di Bruno Siclari allora Procuratore nazionale antimafia, mi riferisce che il padre non ne poteva più delle interferenza dei Servizi Segreti nella sue inchieste. Maritati e Lembo hanno da fare la stessa lamentela?

Ma passiamo a Laudati. E’ il 2011. Nel Tribunale di Bari infuria la guerra fra le toghe. Non si contano più i Magistrati che si intercettano a vicenda, gli interrogatori che finiscono sulle prime pagine dei giornali. Qualche giorno prima di insediarsi ufficialmente come Procuratore della repubblica Antonio Laudati viene a Bari e indice una riunione dei Magistrati e dice: datevi una calmata! Perchè così non si può più andare avanti! Ma ecco la ritorsione e la disinformazione! Non lo poteva fare! E lo ha fatto invece per ostacolare già da allora l’inchiesta sull’imprenditore Gianpaolo Tarantini, che “forniva” escort per le feste di Silvio Berlusconi puntando a ottenerne in cambio favori per le sue attività economiche – questa la controreplica e il capo d’accusa della Procura della Repubblica di Lecce che lo ha incriminato e del CSM che prima lo ha incolpato, lo ha prosciolto poi lo ha incolpato di nuovo e lo ha trasferito! Altro capo d’accusa: sarebbe stato d’accordo con Vendola e Vendola gli avrebbe finanziato un convegno. Allora va completata la storia di Vendola. “Voci” riferiscono che Alberto Maritati il segretario regionale ombra del P.D. non può vedere Vendola. Tanto perchè Vendola, fa il riottoso non vuole stare nella stessa coalizione di Gianfranco Fini, non vuole appoggiare Mario Monti e quindi toglie voti alla coalizione che è cara ai magistrati (area Monti-P.D.). Se lo si elimina giudiziariamente – questo è il ragionamento – il partito si scioglie e quei voti torneranno a bomba.

Questa è la vera ragione per cui Niky Vandola ha subito due processi e ne stava per subire un terzo. Del primo (Logroscino) abbiamo parlato. Il secondo è assolutamente analogo al primo: pressioni perchè fosse nominato primario un luminare anche lui proveniente dagli Stati Uniti d’America (il prof. Paolo Sardelli). Naturalmente viene assolto. Ma qui succede un fatto strano! il P.M. requirente (sempre Desiré De Gironimo) fa un esposto e mette per iscritto (badate bene: per iscritto!) che Vendola non è stato assolto perchè la sua accusa era totalmente sballata e campata in aria ma perchè dieci anni prima aveva pranzato in una tavolata di trenta persona con il giudice che lo aveva giudicato (Susanna De Felice). Qui però il CSM ha funzionato. Susanna de Felice fa un controesposto al CSM e Desirè De Gironimo viene messa sotto processo disciplinare e viene sballata presso la Procura di Roma. Ma c’è un terzo caso in cui in cui Niky Vendola ha rischiato di essere messo – ancora una volta capoticamente – sotto processo. Avviene a Taranto dove nel processo per l’inquinamento dell’Ilva un g.i.p. Patrizia Todisco scriva un’ordinanza di 500 pagine (Badate! 500 pagine!) per sollecitare i P.M. a incriminare Vendola il quale – secondo lei – avrebbe fatto pressioni per allontanare dall’ARPA il presidente Giorgio Assennato. Falso! Giorgio Assennato era stato nominato e addirittura riconfermato proprio da Vendola in persona! Quando Clementina Forleo assunse la stessa iniziativa per sollecitare l’incriminazione di esponenti del P.D. successe il finimondo. A momenti veniva assassinata. Qui invece niente! Non è successo niente!

Ma la città pugliese in cui è più visibile l’evoluzione pro-magistrati del P.D. è Taranto. A Taranto fino a poco tempo fa la scena politica del P.D. era dominata da due figure, il presidente della Provincia Gianni Florido molto amico di un sacerdote (don Gino Romanazzi) ma non imparentato ad alcun Magistrato e l’on.le Michele Pelillo cognato di un Magistrato. Il principio ormai imperante è questo: se vuoi fare politica a certi livelli nel P.D. devi essere o un magistrato o un ex magistrato o un puparo di un magistrato o un parente di un magistrato. Michele Pelillo però non voleva fare il deputato bensì il sindaco di Taranto. Ma è stato ostacolato in questo suo progetto dai vertici della grande industria siderurgica (Emilio Riva) e dal suo compagno di partito Gianni Florido, i quali hanno appoggiato invece la ricandidatura dell’uscente Ippazio Stefano esponente politico vicino a Niky Vendola, che infatti è stato rieleltto sindaco. Ebbene Emilio Riva è stato arrestato, Nicola Riva figlio di Emilio è stato arrestato, Fabio Riva altro figlio di Emilio è tuttora latitante, Gianni Florido è stato arrestato e rimarrà recluso – stante l’annuncio dei Magistrati – per tutta la durata del processo sull’Ilva (cioè anni ed anni di carcerazione preventiva). Solo coincidenze? A Brindisi invece domina la Destra Estrema eversiva e quindi i magistrati della Procura sono quasi tutti di M.I. cioè di destra (area Monti-Fini). Dei piromani che più volte hanno incendiato le masserie di Clementina Forleo non se ne è saputo più niente. Non ha scoperto nulla Alberto Santacaterina (M.I.) prima, non ha scoperto nulla Nicolangelo Ghizzardi (M.I.) poi. I telefonisti muti che mandavano minacce? Nulla di nulla! La Forleo ci sta rompendo i c………..! disse una volta al suo avvocato il sostituto brindisino Alberto Santacaterina, processato, prosciolto e promosso di grado, oggi sostituto procuratore distrettuale antimafia a Lecce.

Brindisi – lo ricordiamo – è sede di quella celebre centrale eversiva dei Servizi segreti deviati specializzata in omicidi tramite falsi incidenti stradali (genitori di Clementina Forleo, Lorenzo Necci Ferdinando Esposito (tentato) e chissà quanti altri ancora) oppure in attentati dinamitardi a scopo omicidiario (omicidio della studentessa Melissa Bassi dinanzi la scuola Falcone-Morvillo di Brindisi il 19 maggio 2012 da parte dell’ordinovista Giovanni Vantaggiato). Per un certo tempo l’ufficio è stato anche diretto da Franco Freda trasferitosi appositamente da Verona a Brindisi per questa ragione. Ora Freda si è portato in altra sede. Ma a Brindisi ritroviamo come Procuratore capo quel famoso Marco Dinapoli quello che pur essendo Procuratore aggiunto del Tribunale di Bari seguiva personalmente tutti i processetti a carico di Alberto De Palo (del quale era parte lesa Dante Columella). Ebbene Marco Dinapoli è stato clamorosamente sottoposto a procedimento disciplinare di fronte al Consiglio superiore della magistratura per i contatti avuti con Franco Orlando, l’avvocato difensore di Giovanni Vantaggiato, killer reo confesso dell’attentato contro la scuola “Morvillo Falcone” in cui perse la vita Melissa Bassi il 19 maggio 2012. Secondo l’accusa, il procuratore avrebbe contattato e poi fornito al legale del killer alcune “sentenze e commenti di dottrina” utili a dimostrare l’insussistenza della aggravante della “finalità terroristica” contestata a Vantaggiato.

Che esito ha avuto il procedimento? Prosciolto! Ed allora chiediamo: è ancora scettico l’on. Guido Crosetto sul fatto che ci sia oggi un problema giustizia in Italia come denunciano da tempo da Silvio Berlusconi, Fabrizio Cicchitto o Renato Schifani. Non pare a lui come pare a noi che invece sia stata passata ogni misura? Michele Imperio

Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 50 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.

In una effervescente intervista rilasciata in esclusiva alla Gazzetta del Mezzogiorno nel luglio 2013, Cavallari ammise: «Sì sono ancora innamorato di mia moglie. Le ho detto che finiremo la nostra storia insieme». Una boutade? Chissà...Francesco Cavallari, nel tempo, ha affinato le sue doti di comunicatore, che sono sempre state il suo punto di forza, fin dall’epoca dei giri faticosissimi che toccano a ogni informatore scientifico che si rispetti, epoca in cui - si narra - manteneva il sorriso anche dinanzi alle porte sbattute in faccia. Ma ora si è fatto più acuto, più sottile, più ironico. Nelle rarissime dichiarazioni pubbliche è stato chiaro a tutti quanti messaggi cifrati stesse inviando a personaggi di ogni genere, pesci grandi e piccoli, amici, ex amici, vecchi nemici, uomini e donne. E ai magistrati, ovvio. Dalla donna che per prima lo fece arrestare (l’attuale procuratore generale di Bari, Anna Maria Tosto) al suo più grande accusatore (Alberto Maritati, già procuratore nazionale antimafia aggiunto poi anche sottosegretario di un governo di centrosinistra), fino a uno dei giovani pubblici ministeri che firmò le richieste di arresto dell’«Operazione Speranza» (Michele Emiliano, l’attuale presidente della Regione Puglia). E adesso? Il 2016 potrebbe essere l’anno della cancellazione del reato di associazione mafiosa, della restituzione dei beni confiscati e del trionfale ritorno a Bari. E - chi può dirlo? - delle clamorose rivelazioni che, 22 anni dopo l’arresto, a 77 anni d’età, Cavallari potrebbe infine decidersi a fare. Raccontando davvero la storia che solo qualcuno conosce, che solo in pochi hanno intuito. I pochissimi amici che gli sono rimasti accanto in tutto questo tempo (tanti altri hanno preso il volo dopo il rovesciamento di fortune) parlando di «Cicci» amano citare una canzone di Francesco De Gregori, «Il panorama di Betlemme», quando il vecchio soldato sul campo di battaglia dice «... io non sono quel tipo di uomo che si arrende senza sparare». Ecco, questo era (forse è ancora) Francesco Cavallari, l’uomo in doppiopetto e cravatta che con la ventiquattrore di similpelle girava come una trottola dal lunedì e al sabato e la domenica andava a messa con le suore negli istituti religiosi, preparando in cuor suo la grande scalata alle vette del successo. Dei beni che forse un giorno lo Stato gli restituirà, anche la villa di Rosa Marina (attualmente occupata da un’associazione che di tanto in tanto porta i disabili al mare): «Qui passerò i miei prossimi 50 anni di vita», confidò fiducioso Cicci alla Gazzetta nel luglio 2013. Contento lui.

Sanità, Politica ed Affari. E’ già successo a Bari nei primi anni 90, dice Antonio Procacci in un suo servizio su Telenorba. Fu un vero terremoto. Un’ottantina le persone indagate e una trentina gli arrestati. Alla fine ha pagato solo uno: Francesco Cavallari. Il re delle cliniche private. Fu arrestato nel maggio ’94 e scarcerato a novembre, quando cominciò a svuotare il sacco. Fece i nomi, e che nomi: da i ministri Lattanzio e Formica al sottosegretario Lenoci; dall’ex presidente della giunta regionale Michele Bellomo all’ex senatore Alberto Tedesco, a cui, secondo il racconto fatto all’allora pm Alberto Maritati, oggi compagno di partito dell’ex assessore, diede un contributo di 40 milioni di lire per la campagna elettorale di Lenoci, pochi mesi prima del sui arresto. E poi parlò di magistrati, funzionari pubblici, direttori generali di ASL e persino di giornalisti. Partito come informatore scientifico, Cavallari ha costruito un impero. Il più grande della sanità italiana ed europea. Con 10 cliniche private e 4000 dipendenti: pagando mazzette finanziano campagne elettorali ed assumendo centinaia di dipendenti sponsorizzati dai politici e dalla malavita locale. Tutto annotato in agende e sul computer in un file denominato, non a caso, mala.doc. “Sono l’unico imprenditore che non si è potuto sottrarre ai ricatti dei politici, malavita organizzata, magistrati e forze dell’ordine” ha sempre sostenuto e dichiarato Cicci Cavallari, che era solito favorire l’acquisto di materiale sanitario da fornitori che li venivano segnalati dai politici. Nulla di nuovo nella successiva inchiesta “Tarantini”. All’epoca non c’era la droga e neanche le escort, anche se una giovanissima Patrizia D’Addario fu presentata pure a Cavallari, ma con l’intento di fargli eseguire giochi di prestigio in alcune serate nelle sue cliniche. C’erano già, invece, i viaggi regalati, però, non ai medici, bensì ad alcuni giudici e funzionari regionali. La grande differenza di ieri, rispetto ad oggi, la fanno, però, soprattutto i soldi. Davvero tanti: 4,5 miliardi di vecchie lire, secondo le ultime stime che l'ex re delle CCR avrebbe pagato a tutti: dal PCI, come ammesso da Massimo D’Alema, fino all’MSI. Chi più, chi meno, un po’ tutti confermarono di aver intascato mazzette da Cavallari, anche se alla fine, gogna mediatica a parte, nessuno, o quasi, ha pagato. Anzi, è la Regione Puglia che deve pagare a Cavallari 63 milioni di euro per TAC, risonanze magnetiche e ricoveri in esubero non saldati ai tempi dello scandalo. Fu proprio Tedesco, all’epoca assessore alla Sanità, a stoppare i pagamento alle CCR, come ha ricordato recentemente il re Mida della Sanità. Per non parlare delle parcelle degli avvocati, che hanno difeso molti di quei politici e rigorosamente a carico dello Stato. Alcuni di essi si sono ritirati dalla scena, altri invece, sono ancora sugli scudi.

Il giudice morto che turba un pm e un senatore Pd, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”, Lun, 26/09/2011 con Massimo Malpica. Le inchieste sulla sanità pugliese, le accuse tra magistrati, gli esposti al Csm, le denunce in Procura. I veleni tra le toghe baresi di questi giorni, che vedono l'ex pm Scelsi contrapposto al capo dell'ufficio giudiziario del capoluogo, Laudati, ricalcano una storia oscura di 15 anni fa. Nel 1994 la Procura di Bari indaga su un re della sanità pugliese, Francesco Cavallari, presidente delle Case di cura riunite. Al lavoro ci sono quattro pm. Alberto Maritati (l'attuale senatore Pd che a detta di Scelsi, nel 2009, gli chiese notizie sull'affaire Tarantini per conto del dalemiano De Santis) e Corrado Lembo della Direzione nazionale antimafia, Giuseppe Chieco e Pino Scelsi (lo stesso che oggi accusa Laudati) della Dda locale. Procuratore capo facente funzioni è Angelo Bassi.

Bassi non è una toga rossa. Non ha colori. A dicembre '94 difende Antonio Di Pietro: «Si sono disfatti di un magistrato scomodo facendo disperdere intorno a lui il senso della giustizia», detta alle agenzie. Quando però il mese prima Silvio Berlusconi era stato raggiunto da un avviso di garanzia alla conferenza Onu sulle mafie, Bassi aveva apertamente parlato di «scempio». Non sui giornali, ma in ufficio sì. Tanto era bastato, racconta oggi la moglie, Luigina, per inquadrarlo come «non allineato». Di certo, da quel momento la sua vita prende una piega drammatica. Bassi, come tanti a Bari, conosce Cavallari, che è sotto intercettazione. Viene registrato un colloquio tra l'aggiunto e l'indagato. I due si danno del tu, si chiamano per nome. E poi, un giorno, a dicembre del 1994, Bassi va a casa di Cavallari per interrogarlo. «Essere andato a interrogare Cavallari, che intendeva collaborare, a casa sua (...) bastò a far decretare la mia fine», racconta lui stesso, a luglio del 1997, a Carlo Vulpio del Corriere della Sera. I «colleghi» che indagano su Cavallari lo denunciano alla procura di Potenza (allora competente per i magistrati baresi, ora è Lecce, come Laudati sa bene) e al Csm. Bassi si ritrova indagato: abuso di potere e omissione di atti d'ufficio le ipotesi di reato. Il Csm a settembre del 1995 lo trasferisce a Napoli: incompatibilità ambientale. E l'otto novembre '96 viene rinviato a giudizio dalla procura di Potenza. Proprio due dei suoi «accusatori», Scelsi e Chieco, in udienza confermano che Bassi «li raggiunse nel loro ufficio per informarli dell'incontro con Cavallari», nel corso del quale Bassi aveva raccolto una confidenza, utile per un'indagine che vedeva Maritati parte lesa a Potenza, subito trasmessa dagli stessi pm alla procura lucana. Non sembra un comportamento da favoreggiatore. Infatti il 14 marzo '97 Bassi viene assolto perché il fatto non sussiste. La motivazione della sentenza è devastante per gli accusatori dell'ex procuratore, e stigmatizza in particolare Maritati. Che, pur in conflitto di interessi, come inquirente e come parte lesa di quelle dichiarazioni, secondo il giudice «non ha avvertito la necessità di astenersi dal prendere parte a qualsiasi iniziativa del suo ufficio in relazione ad un fatto che lo riguardava personalmente, ed abbia anzi redatto unitamente ai colleghi Chieco e Scelsi la relazione inviata in data 23-12-94 al procuratore della Repubblica di Potenza». Bassi, assolto in tribunale, il giorno dopo la sentenza viene condannato in ospedale, dove gli viene diagnosticata una malattia in fase terminale. Morirà un anno dopo, non prima di aver denunciato i suoi accusatori Maritati, Scelsi, Chieco e Lembo che si ritrovarono sotto indagine a Potenza in un fascicolo. Archiviato. Come archiviata finì la denuncia degli stessi pm da parte di Cavallari, che nella maxi-inchiesta barese che aveva coinvolto anche big della politica come Massimo D'Alema (percettore per sua stessa ammissione di un finanziamento da Cavallari, ma il reato era prescritto) era stato, alla fine, l'unico condannato, patteggiando 22 mesi. Decisivo per chiudere l'indagine potentina in cui Cavallari denunciava «gravi violazioni» dei pm, fu il nastro di un colloquio in procura a Bari di Maritati e Chieco con lo stesso Cavallari, in cui l'imprenditore rivelava ai suoi interlocutori una sorta di «complotto» della politica contro di loro. Deja-vu? Fatto sta che Cavallari, di fatto, li scagiona mentre, a Potenza, li accusa. Tutto normale? Insomma. Maritati, come rimarcava in un'interrogazione del '97 l'allora senatore di An Ettore Bucciero, era «al contempo indagato (...) e magistrato inquirente che raccoglie e registra le dichiarazioni confidenziali del suo accusatore». Un delirio. Ma non è la sola stranezza. Quel verbale viene chiuso con Maritati che fa presente come alle «11.50 del giorno 12 febbraio 1996, Cavallari è uscito dalla nostra stanza», a Bari. Eppure lo stesso Cavallari quel giorno, secondo gli atti del procedimento della procura lucana, venne convocato e interrogato dai pm Nicola Balice ed Erminio Rinaldi. Alle 12: dieci minuti dopo, a 140 chilometri di distanza. E i due magistrati, ascoltando il nastro barese dell'ubiquo imprenditore, invece di stupirsi della strana coincidenza di date, chiesero (e ottennero) l'archiviazione per il futuro senatore Maritati e per i suoi colleghi. Chi tocca certi fili muore, come Bassi.

Maritati & C.: “liberammo Bari”. Adesso chi ci libererà da loro? Si chiede Nicola Picenna su “Toghe Lucane”. L'inchiesta “Speranza” (31 imputati) e l'inchiesta “Toghe Lucane” (34 indagati) hanno molto in comune, oltre al numero degli indagati che quasi quasi coincide. Entrambe ipotizzano una vasta rete di corruttela fra imprenditori, politici, magistrati e delinquenza comune e non. Entrambe sembrano destinate a finire in un nulla di fatto. Tutti assolti in appello (tranne Francesco Cavallari che aveva scelto il patteggiamento) quelli di “Speranza”. Tutti in attesa che si pronunci il Gip sulla richiesta di archiviazione tombale, per “Toghe Lucane”. Uno dei PM che aveva condotto le indagini nell'inchiesta “Speranza”, Alberto Maritati, difende il suo operato: “può anche succedere che l'accusa venga rovesciata con una sentenza di assoluzione, ma non per questo si deve pensare che il pm sia stato un cieco persecutore”. Anche il Procuratore Capo, Giuseppe Chieco, difende l'operato della Procura di cui ha la responsabilità, criticando quello del dr Luigi de Magistris dopo che gli indagati da quest'ultimo – nel “filone” Marinagri, troncone rilevante del “Toghe Lucane, sono stati assolti. Nel processo “Speranza”, “non si deve pensare che il pm sia un cieco persecutore. I provvedimenti cautelari da noi richiesti sono passati al vaglio di tre giudici: il gip, il Tribunale del Riesame e la Cassazione”, così parla Alberto Maritati. Nel procedimento “Toghe Lucane-Marinagri” il provvedimento (cautelare) del sequestro del cantiere è stato confermato dal Gip, dal Riesame, dalla Cassazione e, per altre due volte, nuovamente dal Gip. Ma De Magistris viene dipinto come un “cattivo magistrato”. Nel procedimento penale “Toghe Lucane” il pensiero infamante è obbligatorio. “Di regola il pm che svolge le indagini è lo stesso che sostiene l'accusa anche nel dibattimento e, a certe condizioni, anche in appello. I pm non hanno seguito il procedimento fino alla conclusione... e il processo è stato spezzettato in tanti tronconi: questo secondo me ne ha decretato la fine”. Così parla Maritati del processo “Speranza” e non si sbaglia. Per “Toghe Lucane” è lo stesso. Il primo pm (Luigi de Magistris) viene sottratto all'inchiesta; gli subentra Vincenzo Capomolla che spezzetta “Toghe Lucane” in tanti tronconi. Nel momento topico del processo anche Capomolla evapora. Arriva Cianfrini che in pochi minuti valuta quintali di atti giudiziari e chiede l'assoluzione. Gabriella Reillo, Gup dalle indiscusse capacità valutative, assolve. “Quell'inchiesta ha liberato Bari da una cappa... Cavallari controllava la città. Così come ha detto egli stesso a noi e come ha detto a voi (Corriere del Mezzogiorno, ndr) nell'intervista conferma di aver distribuito 4 miliardi di lire ai politici e non solo”; sempre Maritati che parla apertis verbis. Anche per “Toghe Lucane” emergeva la “cappa” o, come scrisse De Magistris, “l'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, alla truffa aggravata ai danni dello Stato ed al disastro doloso”. Che Bari si sia liberata da quella cappa, alla luce delle recenti inchieste sulla sanità pugliese, appare affatto certo. Come accade in Basilicata, dove gli indagati da De Magistris (in buona parte) occupano ancora i posti di comando e controllo. Se non che, a guardare tutto, si scopre che Giuseppe Chieco, oggi fra gli indagati in “Toghe Lucane” è stato fra i PM dell'inchiesta “Speranza” insieme con Maritati. Che Chieco e Maritati furono indagati per abuso d'ufficio in una inchiesta tenuta dalla Procura di Potenza da cui vennero prosciolti grazie alle improvvide dichiarazioni rese loro (che strano) proprio da Francesco Cavallari. Era il 12 febbraio 1996, in Procura a Bari, presenti Chieco, Maritati e Cavallari. Ma Cavallari nega e si scopre che in quello stesso giorno, a quella stessa ora, Cavallari Francesco veniva interrogato a Potenza. Carte false, Chieco e Maritati vennero salvati da carte false autoprodotte. “Liberammo Bari” dice Maritati, ma chi ci libererà da loro? p.s. Qualcuno chieda ad Alberto Maritati, perché la quota parte dei 4 miliardi finita nelle tasche di Massimo D'Alema finì con la prescrizione e come mai egli decise di candidarsi proprio nel partito di Max e come fu che, eletto alle suppletive, D'Alema lo volle immediatamente sottosegretario nel I e II governo di cui era Presidente del Consiglio. Qualcuno chieda a Maritati perché non indagò Alberto Tedesco, indicato fra i percettori di una quota consistente dei “soliti” 4 miliardi; come oggi risulta indagato per analoghe operazioni poste in essere da assessore della giunta “Vendola”. Qualcuno chieda a Maritati come fa a sostenere lo sguardo dei parenti di quel magistrato coperto da accuse infamanti ma poi assolto per non aver commesso il fatto. Qualcuno gli chieda perché, ancora oggi, non sente vergogna ogni qualvolta ne richiama la memoria, tradendolo anche da morto, come di un magistrato colpevole di inqualificabili (ma inesistenti) reati.

POLEMICHE. PAOLO PERRONE SMENTISCE ALLUSIONI POLITICHE’SU ALCIDE MARITATI, IL GIUDICE CHE DETTE IL PREMIO DI MAGGIORANZA AL SINDACO, scrive il 24 febbraio 2018 Lecce cronaca (g.p.). Paolo Perrone ha mandato questa mattina un comunicato ai giornali, per chiarire quanto detto in consiglio comunale giovedì. Prima di lasciargli la parola, pubblicandolo integralmente, a beneficio dei nostri lettori ricordiamo che le parole di Paolo Perrone furono da molti interpretate come un’allusione a presunte simpatie politiche di Alcide Maritati, figlio di Alberto, prima magistrato, poi a lungo esponente politico di spicco del Partito Democratico; e diamo conto di un comunicato dell’ Associazione Nazionale Magistrati, di poche ore fa, in cui i giudici dichiarano “inammissibile ogni subdola illazione e insinuazione sull’operato del giudice Maritati”. E ora la parola a Perrone. Sulla questione dell’assegnazione del premio di maggioranza l’ex sindaco Paolo Perrone interviene per chiarire nuovamente la posizione già espressa in aula, alla luce delle considerazioni di queste ore da parte dell’Anm leccese. “A causa della fuorviante interpretazione data sul momento dal sindaco Salvemini – spiega – sono costretto a fornire un ulteriore chiarimento rispetto a quanto dichiarato in Consiglio comunale sulla questione dell’assegnazione del premio di maggioranza e puntualizzato, invano, poco dopo nella stessa seduta. Ribadisco innanzitutto di aver espresso un giudizio tecnico sull’operato della commissione elettorale che ho dedotto, come tanti, dalla semplice interpretazione della legge che sul punto risulta essere molto chiara. Le ragioni per cui non ho condiviso il verdetto della commissione, peraltro, sono le stesse per le quali le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato lo hanno poi bocciato. Rispetto invece al concetto che Salvemini “sapesse” dell’attribuzione al centrosinistra del premio di maggioranza prima dello stesso verdetto della commissione – puntualizza ancora Perrone – devo specificare che si tratta di una valutazione squisitamente politica. Valutazione non casuale, perché io, come tutti, abbiamo letto il post su facebook di Carlo Salvemini dello scorso primo luglio (abbondantemente ripreso dai mezzi di informazione) nel quale dice testualmente a proposito della volontà di offrire la presidenza del Consiglio a Mauro Giliberti “… è una scelta che annuncio prima della proclamazione degli eletti in consiglio comunale che lascia intatta – nonostante quel che tanti immaginano ed annunciano – l’assegnazione del premio di maggioranza alla mia coalizione”. Sulla base di queste parole, come ho fatto già nei mesi scorsi, ho stigmatizzato in Consiglio il fatto non che Salvemini conoscesse in anticipo il verdetto della commissione, ma che volesse far intendere alla città di avere comunque una maggioranza in virtù della già acquisita “convergenza” di qualche consigliere non eletto nel centrosinistra. Salvemini “sapeva” di avere una maggioranza, non il verdetto della commissione. Ciò grazie alle trame intessute da Salvemini e da Delli Noci in quelle convulse giornate i cui effetti evidentemente sono arrivati sino ai nostri giorni, come dimostra il fatto che il centrodestra non sia compatto e non sia riuscito a raccogliere le firme di tutti per le dimissioni e lo scioglimento del Consiglio. Rivendico il senso del mio intervento in aula – conclude – e mi rendo conto con profondo rammarico che le letture emerse in queste ore, anche autorevoli, sono figlie della interpretazione volutamente sbagliata data da Carlo Salvemini, che sa perfettamente di doversi togliere dall’imbarazzo che gli elettori leccesi scoprano a giorni il frutto degli accordi sottobanco stipulati per assicurarsi la permanenza a Palazzo Carafa”.

COME DA COPIONE 

Salvato dagli amici il giudice a tavola con Vendola prima di assolverlo. Per prosciogliere la De Felice accolte come decisive le testimonianze della sorella del governatore e del pm vicino alla famiglia, scrive Giacomo Amadori il 24 Ottobre 2013 su "Libero Quotidiano. Tanto rumore per nulla. Dopo oltre dieci mesi dall’iscrizione sul registro degli indagati per abuso d’ufficio, il tribunale di Lecce ha deciso di archiviare la posizione del gup Susanna De Felice. Per chi non la ricordasse, il gup De Felice il 30 ottobre 2012 prosciolse il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola da un’accusa di abuso d’ufficio per la riapertura dell’iscrizione a un concorso da primario. La decisione di De Felice, recentemente trasferita alla Corte d’appello di Taranto, fece infuriare i due pm, Francesco Bretone e Desireé Digeronimo, i quali scrissero (e per questo oggi sono indagati per calunnia) ai loro superiori lamentando i presunti rapporti amicali tra il giudice e la famiglia Vendola, in particolare Patrizia, sorella del governatore. Per quell’accusa il procuratore di Lecce Cataldo Motta iscrisse sul registro degli indagati De Felice. Due mesi dopo, nel febbraio 2013, il settimanale Panorama pubblicò un’intervista a Patrizia Vendola, in cui la stessa ammetteva una sessantina di incontri con il giudice, in occasioni conviviali. A testimonianza di uno di questi il settimanale pubblicò la foto della festa di compleanno di una cugina dei Vendola, Paola Memola, risalente all’aprile 2007. A quel pranzo parteciparono De Felice, il compagno (oggi marito) Achille Bianchi, all’epoca pubblico ministero a Trani, e altri quattro magistrati tra cui Francesca Romana Pirrelli e Gianrico Carofiglio, pm, scrittore ed ex senatore Pd. Proprio Carofiglio a settembre ha officiato le nozze dei suoi carissimi amici De Felice e Bianchi.  Al tavolo erano seduti, davanti a una caprese di pomodori e mozzarella (un particolare importante), pure Nichi Vendola e il fidanzato Ed Testa. Per esplicitare ulteriormente i rapporti di amicizia tra Patrizia Vendola e questo gruppo di magistrati, Panorama pubblicò pure diverse immagini vacanziere della Vendola con Carofiglio e Pirrelli. Nonostante questi elementi, il gip Alcide Maritati (figlio dell’ex senatore Pd ed ex sottosegretario del governo D’Alema Alberto Maritati), ha deciso di prosciogliere De Felice, accogliendo la richiesta di archiviazione del procuratore Motta, firmata il 24 luglio scorso.  Per Motta la De Felice non avrebbe dovuto astenersi nel processo Vendola. Il motivo? La donna in una nota del 17 settembre 2012 aveva avvertito il suo capo della frequentazione con Patrizia Vendola, specificando, però, che questa si sarebbe «limitata a sporadici incontri in locali pubblici per feste o cene per lo più organizzate da colleghi e che lei non era mai stata a casa della Vendola né quest’ultima a casa sua». Tranne che in occasione della morte del padre di Nichi e Patrizia Vendola, nel 2009, quando il giudice si recò nella casa avita dei Vendola per porgere le condoglianze. Una circostanza che Motta non ha ritenuto spia di un rapporto non solo formale.  Il procuratore di Lecce nel ritenere il comportamento della De Felice ineccepibile fa proprie le dichiarazioni di due testimoni chiave, Francesca Pirrelli e la stessa Patrizia Vendola, le cui parole «contribuiscono ad una valutazione di assoluta legittimità del comportamento della dottoressa De Felice in quanto essere delineano con ricchezza di particolari una situazione di rapporti con la dottoressa De Felice analoga a quella descritta da quest’ultima al presidente aggiunto della sua sezione e tale da escludere che il loro rapporto potesse essere qualificato con il termine “frequentazione”». Motta non è scalfito nelle sue certezze neppure dalle immagini della festa: «Le fotografie pubblicate da Panorama non costituiscono affatto smentita delle dichiarazioni rese da Patrizia Vendola suoi suoi rapporti con De Felice, confermati da Francesca Romana Pirrelli» scrive. Al procuratore, per chiedere l’archiviazione, sembrano bastare le dichiarazioni della sorella dell’imputato prosciolto e dell’amica dell’indagata, quella Pirrelli che con De Felice ha condiviso diverse vacanze, comprese quella del 2011 a Santorini, in Grecia. Per Motta le immagini pubblicate da Panorama hanno scarso significato: «La fotografia che ritrae la giudice De Felice seduta allo stesso tavolo cui sedeva Nicola Vendola, in un contesto conviviale, non documenta alcuna frequentazione tra di due e non esclude l’occasionalità della partecipazione della partecipazione di De Felice a quell’incontro, per altro risalente, secondo le stesse indicazioni giornalistiche, a oltre sette anni fa, durante i quali evidentemente non è stata trovata alcun’altra fotografia che ritraesse Susanna De Felice “insieme” con una persona che sei anni dopo sarebbe stata da lei giudicata». In poche parole per il procuratore, visto che Panorama non le ha trovate, allora non esistono altre immagini che ritraggano il giudice insieme con il suo futuro imputato. Ma forse questa certezza avrebbe dovuto dargliela la sua polizia giudiziaria e non un’inchiesta giornalistica. In realtà per arrivare a tali conclusioni il magistrato non ha sentito l’esigenza di convocare come testimone sulla vicenda il cronista di Panorama autore degli articoli né di sequestrare i computer delle parti coinvolte. Lì forse avrebbe trovato altri scatti interessanti, come risulta a Libero. Infatti nel marzo scorso il compagno di Patrizia Vendola, Cosimo Ladogana si è presentato alla Digos di Bari per autodenunciarsi di furto: ha giurato di aver consegnato lui le foto della festa a Panorama e di averle sottratte dal computer della fidanzata. Nel suo pc gli specialisti della polizia postale hanno recuperato altre immagini riguardanti il gruppo in questione. Per esempio i provini di una visita a casa di Carofiglio e Pirrelli da parte del giudice De Felice, Patrizia Vendola e altri amici nel maggio del 2012. Il mese prima dell’inizio del processo al governatore. Di queste foto Panorama ha parlato in un articolo precedente alla richiesta di archiviazione.  Tra i documenti rinvenuti nel computer di Ladogana c’è pure un’email di Carofiglio, in cui accusa Ladogana: «È inutile ribadire la gravità della situazione che hai generato, perché la conosci anche tu». L’ex cognato di Vendola risponde: «Ho preso delle decisioni e ho intrapreso delle iniziative solo ed esclusivamente con l’intento di colpire una precisa persona (il cronista ndr) e non certo tutti NOI».  In quelle ore la compagnia è particolarmente agitata per la pubblicazione delle foto. Eppure Motta, nella richiesta di archiviazione, liquida in questo modo l’inchiesta giornalistica: «I commenti che negli articoli pubblicati accompagnano le foto sembrano più indirizzati ad alimentare una “caccia alle streghe”, che a indicare elementi per cui la dottoressa De Felice avrebbe dovuto astenersi dal giudicare Vendola». Per avvalorare la sua tesi il procuratore chiama di nuovo in causa Francesca Romana Pirrelli, moglie di quel Carofiglio che ha appena unito in matrimonio De Felice e Bianchi: «Pirrelli ha “delineato” la marginalità della partecipazione (alla festa ndr) della dottoressa De Felice e l’occasionalità della presenza del presidente Vendola sopraggiunto alla fine del pranzo per assistere al taglio della torta da parte della cugina della quale si festeggiava il compleanno». Anche in questo caso sarebbe bastato guardare le foto per rendersi conto che sul tavolo ci sono solo piatti di caprese e altre pietanze, ma della dolce nemmeno l’ombra. Adesso per Vendola resta in piedi solo un’accusa di diffamazione, per aver dichiarato di essere stato «perseguitato» dal pm Digeronimo. Questo, Motta, non glielo ha perdonato. Giacomo Amadori

Sessione d’esame d’avvocato 2000-2001. Presidente di Commissione, Avv. Antonio De Giorgi, Presidente Consiglio Ordine degli Avvocati di Lecce. Sono stato bocciato. A Lecce le anomalie aumentano. La percentuale di idonei si diversifica: 1998, 60 %, 1999, 25 %, 2000, 49 %, 2001, 36 %. Mi accorgo che paga essere candidato proveniente dalla sede di esame, perché, raffrontando i dati per le province del distretto della Corte D’Appello, si denota altra anomalia: Lecce, sede d’esame, 187 idonei; Taranto 140 idonei; Brindisi 59 idonei. Non basta, le percentuali di idonei per ogni Corte D’Appello nazionale variano dal 10% del Centro-Nord al 99% di Catanzaro. L’esistenza degli abusi è nel difetto e nell’eccesso della percentuale. Il TAR Lombardia, con ordinanza n.617/00, applicabile per i compiti corretti da tutte le Commissioni d’esame, rileva che i compiti non si correggono per mancanza di tempo. Dai verbali risultano corretti in 3 minuti. Con esperimento giudiziale si accerta che occorrono 6 minuti solo per leggere l’elaborato. Il TAR di Lecce, eccezionalmente contro i suoi precedenti, ma conforme a pronunzie di altri TAR, con ordinanza 1394/00, su ricorso n. 200001275 di Stefania Maritati, decreta la sospensiva e accerta che i compiti non si correggono, perché sono mancanti di glosse o correzioni, e le valutazioni sono nulle, perché non motivate. In sede di esame si disattende la Direttiva CEE 48/89, recepita con D.Lgs.115/92, che obbliga ad accertare le conoscenze deontologiche e di valutare le attitudini e le capacità di esercizio della professione del candidato, garantendo così l'interesse pubblico con equità e giustizia. Stante questo sistema di favoritismi, la Corte Costituzionale afferma, con sentenza n. 5 del 1999: "Il legislatore può stabilire che in taluni casi si prescinda dall'esame di Stato, quando vi sia stata in altro modo una verifica di idoneità tecnica e sussistano apprezzabili ragioni che giustifichino l'eccezione". In quella situazione, presento denuncia penale contro la Commissione d’esame presso la Procura di Bari e alla Procura di Lecce, che la invia a Potenza. Inaspettatamente, pur con prove mastodontiche, le Procure di Potenza e Bari archiviano, senza perseguirmi per calunnia. Addirittura la Procura di Potenza non si è degnata di sentirmi.

Atto a cui si riferisce: C.5/05316 Ferrovie del Sud est e servizi automobilistici srl (FSE) è una società a responsabilità limitata con socio unico il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. FSE esercisce i servizi di... 

Interrogazione a risposta in commissione 5-05316 presentato da DE LORENZIS Diego testo di Lunedì 13 aprile 2015, seduta n. 407 DE LORENZIS, PETRAROLI e COZZOLINO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che: 

Ferrovie del Sud est e servizi automobilistici srl (FSE) è una società a responsabilità limitata con socio unico il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. FSE esercisce i servizi di trasporto pubblico di competenza regionale ai sensi dell'articolo 8 del decreto legislativo n. 422 del 1997; la proprietà della stessa società, in attuazione dell'accordo di programma stipulato dallo Stato con la regione Puglia in applicazione del citato articolo 8, doveva essere trasferita all'ente regionale che ne ha rifiutato più volte l'acquisizione, per cui la competenza in merito risulta della regione Puglia, ad eccezione di tutto ciò che attiene alla verifica tecnica dei presupposti di sicurezza per la messa in esercizio dei rotabili oggetto delle forniture stesse, verifica posta a carico dei competenti uffici tecnici del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti; 

da diverse fonti stampa si apprende che la Corte dei Conti e diverse procure italiane stiano indagando sugli acquisti dei treni e dei vagoni da parte di FSE con l'ipotesi di «spese gonfiate» rispetto ai prezzi di mercato dei mezzi utilizzati; 

da fonti stampa della Gazzetta del Mezzogiorno del 25 marzo 2015, si apprende che i ROS abbiano acquisito tutti gli elenchi delle consulenze di FSE in cui risulterebbe il ruolo dell'imprenditore salentino Roberto De Santis, considerato amico del sottosegretario Umberto del Basso De Caro. Lo stesso De Santis è rinviato a giudizio a Milano per illecito finanziamento ai partiti nella cosiddetta «inchiesta Penati». Sempre dallo stesso articolo si apprende che intorno alle FSE ci sia un giro di consulenze che avrebbero permesso che la stessa società sia stata utilizzata come una «camera di compensazione di reciproci favori che aveva come fine ultimo la conquista di appalti e incarichi milionari»; 

dalle stesse fonti stampa, nella lista dei consulenti di FSE risulterebbero anche l'avvocato Stefania Maritati figlia dell'ex senatore del centro sinistra Alberto Maritati e la moglie dell'imprenditore Giampaolo Tarantini, quest'ultimo noto per altre vicende giudiziarie; 

sempre dalla stessa fonte stampa, sembrerebbe che le FSE fossero agli ordini di Ettore Incalza, dal 2001 al 31 dicembre 2014 a capo della struttura tecnica di missione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, recentemente coinvolto dalle inchieste giudiziarie e arrestato il 16 marzo 2015 nell'ambito dell'inchiesta «Sistema» della procura di Firenze e che i fondi in contanti che il GIP ha valorizzato per negare la scarcerazione di Incalza, siano stati trovati nella sede di GSF, società che ha ricevuto, dal 2008 al 2011 da FSE, incarichi per un importo di 2,5 milioni di euro. Secondo la prospettazione di accusa è il faccendiere Francesco Cavallo ad aver reso possibile che l'amministratore unico di FSE, Francesco Fiorillo, presentato a Cavallo da Roberto De Santis, affidasse un incarico al nipote del monsignor Francesco Gioia –: 

se il Ministro interrogato abbia avviato una indagine interna per fare chiarezza sui rapporti di cui in premessa tra Ettore Incalza, anche tramite intermediari, le Ferrovie Sud est e i soggetti che hanno effettuato consulenze per FSE; 

quale sia la spesa complessiva e la spesa per ogni anno, per consulenze delle Ferrovie Sud est dal 2001 ad oggi e quali siano i soggetti che hanno ricevuto incarichi di consulenza; 

per quale motivo non vengano pubblicati sul sito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e di FSE i bilanci della medesima società; 

quali iniziative, per quanto di competenza, intenda adottare il Ministro interrogato per fare chiarezza sulle vicende legate alle Ferrovie Sud est. (5-05316)

Le carte dello scandalo, scrive Massimiliano Scagliarini il 20 Marzo 2016 su La Gazzetta del Mezzogiorno. In dieci anni le Ferrovie Sud-Est hanno sperperato 272 milioni di euro tra consulenze, spese legali e un’incredibile esternalizzazione di servizi. Hanno arricchito un manipolo di fortunati, ed in alcuni casi anche intere famiglie. E così hanno scavato un fossato profondo, i 310 milioni di debiti che oggi mantengono la società a un passo dal baratro. È il fulcro della relazione che ieri il commissario straordinario Andrea Viero ha depositato al ministero delle Infrastrutture (con 10 giorni di anticipo sul termine fissato dalla legge) per analizzare le cause del disastro. Cause «innumerevoli, stratificate e complesse», scrive Viero, tra cui figura l’«ingiustificato ricorso a consulenze ed esternalizzazioni di servizi», e l’«opacità» nella direzione investimenti. Gli ampi poteri dell’ex amministratore Luigi Fiorillo «non sono stati adeguatamente controbilanciati»: forse per questo dal 2004 al 2013 l’avvocato tarantino si è portato a casa 13,7 milioni di euro, comprese le 9 consulenze che si è auto-assegnato «in palese conflitto di interessi» e che gli hanno fruttato 4,9 milioni. Dal 2006 al 2015, dunque, Sud Est ha speso 83 milioni per l’esternalizzazione della contabilità, 116 per quella dei sistemi informativi, 73 per le consulenze e le spese legali. Una valanga di soldi, se si pensa che nello stesso periodo la manutenzione di treni e autobus è costata 42 milioni: praticamente consulenze e contratti si sono mangiate il 20% dei ricavi. Molti degli esempi erano già noti, vedi gli incarichi legali all’ex presidente della Provincia di Bari, Marcello Vernola. Ma la palma degli sperperi va ai 5 milioni per l’archivio. Nel 2005 Fiorillo incarica una archivista di Maglie, Rita Giannuzzi, per 8.900 euro al mese che poi diventeranno 9.500. Qualche mese dopo spunta un’altra consulenza (altri 6.650 euro al mese, poi saliti 7.500) per curare l’archivio storico: la ottiene il professor Franco Cezza, commercialista, marito della Giannuzzi. Siccome hanno famiglia, ecco pure il figlio Gianluca Cezza, avvocato: altri 9.000 al mese per dotare i documenti di codici a barre. Quando Viero chiama la Giannuzzi, al telefono risponde l’agenzia generale della Hdi assicurazioni. Coincidenza: è la società che da anni fornisce indisturbata le polizze alla Sud-Est per quasi 5 milioni l’anno (quando la procedura viene vinta da Sai, Fiorillo la annulla). Viero ha disdetto con Hdi e sta risparmiando il 25%, ed a gennaio ha disdetto anche le consulenze della famiglia Cezza che per l’archivio ha già incassato 2,9 milioni. In casa Cezza, comunque, c’è un altro avvocato, Giovanni Luca: tramite la Legalitax, di cui fa parte, ha preso 300mila euro. Non è l’unica famiglia che ha trovato casa in Sud-Est. Le società Bit (biglietti), Centro Calcolo (buste paga) e Eltel facevano capo ai fratelli romani Eugenio e Ferdinando Bitonte: dal 2006 al 2015 hanno fatturato 83 milioni, oggi i loro dipendenti (si veda articolo a destra) sono stati assorbiti in Sud-Est. Ma del resto l’ex direttore del personale, stipendio 220mila euro, residente a Roma, veniva a Bari con 98 euro l’ora di indennità di trasferta. E gli avvocati? Il romano Angelo Schiano dal 2001 ha maturato 27 milioni di compensi: si è scoperto che faceva parte dell’Organo di vigilanza dell’azienda, e che quando è stata sottoscritta una transazione per le parcelle non pagate Fse si fa rappresentare da un avvocato «che risulta aver avuto rapporti di collaborazione» con Schiano: per questo Viero ne chiederà l’annullamento. Ma ci sono anche i 7.500 euro al mese (dal 2001) all’avvocato Stefania Maritati, figlia dell’ex sottosegretario Alberto, inizialmente avvocato di Fiorillo nell’indagine sui treni d’oro. Domani Viero porterà le carte in Procura, a Bari. Sperando che serva a qualcosa.

Sud Est, ora si indaga a Roma sui Ministeri. La procura capitolina apre un fascicolo: presto sarà sentito il commissario Viero, scrive Massimiliano Scagliarini il 16 ottobre 2016 su La Gazzetta del Mezzogiorno. L’idea è probabilmente di verificare eventuali reati commessi da dipendenti ministeriali, e - forse - anche di esplorare i collegamenti con la politica. Anche la Procura di Roma ha infatti aperto un fascicolo sul saccheggio delle Ferrovie Sud-Est, su cui già lavorano da gennaio i magistrati di Bari. Ma l’obiettivo dell’inchiesta che il procuratore Giuseppe Pignatone ha affidato a uno dei suoi aggiunti potrebbe essere molto diverso: esplorare il secondo livello delle responsabilità, quello finora trascurato. L’apertura dell’inchiesta, al momento senza indagati, è definita un atto dovuto. A marzo la relazione del commissario Andrea Viero, consegnata alla Procura e ai giudici contabili di Bari, fu inviata dal ministro Graziano Delrio anche agli uffici giudiziari della Capitale. Gli accertamenti delegati alla sezione di Pg della Finanza sono in corso già da qualche settimana, e prevedono l’interrogatorio di alcuni testimoni: a fine mese verrà sentito lo stesso commissario Viero. Non è detto che Roma decida di portare avanti l’inchiesta, perché la competenza territoriale sui reati contro il patrimonio è pacificamente nelle mani dei colleghi baresi, peraltro già al lavoro da molti mesi con un pool di pm. La Capitale potrebbe, al più, indagare sugli omessi controlli da parte delle strutture ministeriali: il ministero delle Infrastrutture, proprietario delle Ferrovie Sud-Est, è infatti intervenuto soltanto dopo l’insediamento di Delrio nonostante i segnali della crisi fossero evidenti già da molti anni. L’ex amministratore unico Luigi Fiorillo, per 23 anni alla guida dell’azienda, venne confermato dai ministri Corrado Passera e Maurizio Lupi quando già i bilanci erano in profondo rosso. Nel frattempo, la Procura di Bari continua ad approfondire i contenuti della relazione di Viero per verificare le ipotesi di peculato, abuso d’ufficio e truffa a carico di Fiorillo e altre 13 persone tra ex consulenti e dirigenti dell’azienda. Un numero provvisorio che sembrerebbe destinato ad allungarsi. Il Nucleo di polizia tributaria della Finanza di Bari sta acquisendo documentazione su spese, collaborazioni e sulle società che negli anni della gestione Fiorillo hanno beneficiato degli appalti milionari, società che (come il caso di Filben e Sil) sono riconducibili agli stessi soggetti. La priorità dei pm Francesco Bretone e Luciana Silvestris, che si occupano del troncone relativo alle consulenze, riguarda poi la verifica della congruità delle parcelle. In cima alla lista ci sono l’avvocato romano Angelo Schiano, che risulta creditore delle Sud-Est per oltre 12 milioni, e l’ingegnere salentino Vito Antonio Prato, che in un decennio ha ottenuto (in proprio e attraverso il suo studio professionale) parcelle per 50 milioni. Sia Schiano che Prato figurano già nell’elenco degli indagati. La Procura ha affidato una consulenza per verificare se le cifre già liquidate, ma anche quelle richieste, siano in linea sia rispetto alle tariffe vigenti sia rispetto all’attività effettuata. Un approccio che riguarda molti altri consulenti, quasi tutti avvocati. La Procura di Bari ha ad esempio fatto acquisire, nella sede delle Sud-Est e nello studio professionale, la documentazione relativa agli incarichi svolti dall’avvocato leccese Stefania Maritati, figlia dell’ex sottosegretario ed ex magistrato Alberto. Il padre inizialmente era avvocato di Fiorillo, la figlia nel 2006 ha ottenuto un incarico di consulenza da 7.500 euro al mese rinnovato nel 2011 per altri 5 anni. I magistrati vogliono capire quale sia stata la controprestazione resa dall’avvocato Stefania Maritati (che al momento non risulta indagata): agli atti dell’azienda sono stati rinvenuti soltanto pochi fogli. Ma a prescindere dalle singole responsabilità, la Procura di Bari è convinta che le maxi-consulenze siano state determinanti nell’affondare le Sud-Est: e per questo mira a contestare agli indagati anche la bancarotta.

I 50 mln di consulenze d'oro che Sud-Est vuole bloccare. Cosa c'è nel piano di salvataggio. Tra i creditori anche gli uomini vicini a Fiorillo: sono indagati per bancarotta, scrive Massimiliano Scagliarini il 20 Maggio 2017 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Quasi 50 dei 310 milioni di debiti delle Ferrovie Sud-Est riguardano «fornitori contestati». È la definizione utilizzata dal piano di concordato per raggruppare appalti e consulenze d’oro: quelle stipulate dall’ex amministratore unico Luigi Fiorillo e oggetto dell’indagine per bancarotta della Procura di Bari. Sulla carta sono creditori come gli altri. Nei fatti, quelle spese potrebbero aver portato la società a un passo dal crac: tanto che molti dei nomi inseriti nella lista risultano oggi indagati. In pole position c’è l’avvocato romano Angelo Schiano, tra i primi a finire sul registro degli indagati, che vanta nei confronti di Sud-Est crediti per 14,9 milioni di euro dopo averne già incassati negli anni oltre 10: il suo collega di studio Pino Laurenzi è in credito di 917mila euro. Al secondo posto lo studio legale barese Riccardi, con 5,4 milioni. Poi le società dei romani Ferdinando e Eugenio Bitonte, padre e figlio, entrambi indagati: Bit (4,9 milioni), Centro Calcolo (3,5 milioni) ed Eltel (1 milione) si occupavano rispettivamente di informatica, buste paga e biglietti a costi che già il commissario Andrea Viero aveva ritenuto fuori mercato. Ancora: la misteriosa Eade, una società di informatica (4,3 milioni) su cui le indagini della Procura stanno facendo emergere ramificazioni strane. Poi i tanti professionisti: l’architetto barese Domenico Massimeo, che reclama 2 milioni di euro per la progettazione di un’opera peraltro mai realizzata; l’ingegnere romano Sandro Simoncini (1,8 milioni) che già era stato in parte pagato attraverso la cessione di un credito Iva. E poi la Filben (2,3 milioni) e la Sil (1,2 milioni) di Carlo Beltramelli, imprenditore bolognese pluri-indagato a Bari e a processo per i treni d’oro insieme a Fiorillo, e la Green Field System di Roma (1,1 milioni), quella spuntata nelle indagini di Firenze sulle grandi opere, ritenuta dalla Procura la «tasca» dell’ex grand commis ministeriale, il brindisino Ercole Incalza, non a caso primo commissario delle Sud-Est nel 2001. Il piano di concordato depositato in Tribunale (avvocati Andrea Zoppini, Vincenzo Chionna e Michele Lobuono), che Sud-Est non ha ritenuto di mettere a disposizione nonostante si tratti di un atto pubblico e che la «Gazzetta» ha comunque acquisito, sul punto è piuttosto chiaro. Per quelle consulenze e quegli appalti «sono sorti ragionevoli dubbi di fondatezza con riferimento al loro perfezionamento e/o alla loro esecuzione». Nelle ultime tre settimane Sud-Est ha dunque inviato contestazioni agli interessati, e annuncia azioni legali: «La società - è detto nel piano - sta perseguendo in sede civile tutte le azioni necessarie all’accertamento delle reali pretese delle controparti». È evidente lo stretto legame di questo passaggio con l’indagine per bancarotta. È stata la stessa Procura di Bari, del resto, a chiedere la presentazione di un concordato preventivo come condizione per rinunciare all’istanza di fallimento presentata la scorso anno. E, del resto, la società guidata dall’ad Andrea Mentasti non potrebbe mai pagare chi dovesse essere ritenuto responsabile di bancarotta. Nell’elenco figurano, tra gli altri, l’avvocato barese Marcello Vernola, ex presidente della Provincia di Bari, che aveva già agito nei confronti di Sud-Est con un decreto ingiuntivo (245mila euro). Ci sono tutti i componenti della famiglia Cezza di Maglie, gli archivisti d’oro di Fiorillo (sono costati 5 milioni): la moglie Rita Giannuzzi (103mila euro), il marito Franco Cezza (60mila), i figli Gianluigi (76mila) e Giovanni Luca (19mila). Ancora, la Svicat (carburanti) dell’ex assessore regionale Fabrizio Camilli che forniva il gasolio dei treni a prezzi superiori al mercato (200mila euro). E poi l’avvocato Stefania Maritati, figlia dell’ex sottosegretario Alberto (76mila euro) che è stato il primo avvocato di Fiorillo nella vicenda dei treni d’oro. Se l’azienda del gruppo Fs riuscirà a non pagare, tutto o parte di quei 50 milioni finiranno nelle tasche dei fornitori, cui al momento il concordato destina solo 59,9 milioni a fronte dei 124 di debito totale: per pagare consulenze e appalti d’oro, insomma, Fse deve falcidiare le aziende locali. Da questo meccanismo si salveranno invece le imprese che hanno effettuato lavori finanziati da fondi europei: 55,2 milioni spesi per elettrificazione, sicurezza e i nuovi elettrotreni. Verranno infatti pagati in prededuzione, cioè prima di tutti e integralmente, «in ragione del vincolo di destinazione impresso dalla normativa dell’Unione europea e nazionale sui fondi pubblici», di cui Sud-Est è «mero soggetto erogatore». È un caso destinato probabilmente a fare giurisprudenza.

I furbetti delle ferrovie, scrive Vittorio Bobba il 18 marzo 2018 su weeklymagazine.it. In questo nostro Bel Paese non passa giorno che non si scopra un episodio di corruzione, di malversazione, o di peculato. Sembra farlo apposta: gli amministratori – soprattutto pubblici – hanno lo strano vizietto di volersi arricchire ai danni dei contribuenti. E’ di questi giorno la notizia che l’ex pm Ingroia, fustigatore dei costumi soprattutto di chi è più a destra di lui (e sono tanti!) è sotto accusa per la sua gestione della società regionale di servizi informatici “Sicilia e-Servizi” nella quale la Guardia di Finanza ha scoperto sprechi per 150 mila euro ed ha pertanto sequestrato i beni dell’ex magistrato rosso. Questi fatti purtroppo non fanno quasi più notizia, tanto siamo abituati a pestare di queste deiezioni ad ogni passo, ma succede talvolta che un episodio sia così clamoroso da far arricciare i capelli in testa anche all’arbitro Collina. E’ il caso dell’ex commissario governativo, legale rappresentante e amministratore unico delle Ferrovie del Sud Est Luigi Fiorillo, 56 anni, avvocato originario di Taranto, la cui sfacciataggine nel fare man bassa dei denari pubblici è pressoché unica nel suo genere. Il fatto di cronaca è noto: undici persone tra cui Fiorillo sono da alcune settimane ai domiciliari dopo un blitz della polizia tributaria di Bari per vari reati, tra i quali bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, peculato nonché dissipazione e distrazione di ingenti quantità di denaro. Le misure sono state disposte dal gip di Bari, Alessandra Susca, che ha disposto anche sequestri patrimoniali per 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati tra Bari, Lecce, Roma, Bologna e Maglie. Le indagini hanno accertato un crac da 230 milioni nella gestione della società partecipata dal ministero dei trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità. L’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari è stata notificata, oltre che all’ex amministratore Luigi Fiorillo, ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società, a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci FSE, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e all’ex assessore regionale ai Trasporti Fabrizio Romano Camilli in quota a Forza Italia. Il giudice ha anche ordinato la disattivazione delle linee telefoniche e internet delle abitazioni degli arrestati e le rispettive utenze mobili. Inoltre nei confronti del responsabile tecnico di FSE Nicola Alfonso, attualmente in pensione, il gip ha applicato la misura dell’interdizione temporanea dall’attività di consulenza per la gestione della logistica aziendale. I fatti contestati si riferiscono a un periodo di 15 anni, dal 2001 al 2015. L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di FSE, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, “…una lunga serie di atti e decisioni – spiega il gip – che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario”. Già questa descrizione sommaria dei tanti reati commessi da Fiorillo e dai suoi accoliti lascia presagire un "fumus delinquentiae" anormalmente corposo, ma ciò che stiamo per raccontarvi (e, credete, è solo la punta dell’iceberg) è di un’enormità mai vista. I debiti accumulati in quindici anni da Fiorillo e dai suoi compagni di bagordi raggiungono la considerevole cifra di 300 milioni di euro e sarebbero stati causati dalla esternalizzazione – a costi sempre crescenti – di servizi informatici e contabilità, progettazione e direzione dei lavori, gestione dell’archivio, forniture di carburanti, compensi professionali e altri servizi. Personalmente l’avvocato tarantino dal 2004 al 2013 si è portato a casa 13,7 milioni di euro, comprese le 9 consulenze che si è auto-assegnato «in palese conflitto di interessi» e che gli hanno fruttato 4,9 milioni. I compensi ufficiali erano quasi modesti: 100 mila euro annui per l’incarico di Dirigente distaccato di Fse e 48 mila euro come amministratore unico. Fiorillo si era qui di sentito in dovere di integrare quello stipendio da fame, tanto che ha percepito una somma lorda di oltre 20 milioni di euro in undici anni, dei quali solo 338 mila come compensi riconosciuti dall’assemblea dei soci». Per arrivare a questa cifra record si era assegnato poco meno di 5 milioni di euro quali compensi per attività di supporto (leggi: consulenze), senza averne le competenze, in 39 appalti di lavori pubblici su tutto il territorio regionale, addebitandoli come spese per il personale. Ma aveva anche sottoscritto contratti Co.co.co a suo nome per oltre 7 milioni per attività – secondo il GIP – mai svolte. Alcuni dipendenti di FSE ascoltati durante le indagini hanno dichiarato che “nessun funzionario poteva realisticamente opporsi alle decisioni di Fiorillo dato che ciascuno di essi temeva di essere licenziato”. Infatti Fiorillo, come riportato negli atti, “approfittava sistematicamente dei suoi poteri stipulando contratti palesemente contrari all’interesse della società, sia per le modalità di scelta dei contraenti, sia per la sproporzione economica dei contratti pur consapevole del grave stato di crisi della società e del tutto insensibile ai moniti del collegio sindacale… Contraria all’interesse della società anche la moltiplicazione di contratti e incarichi con identico oggetto”. Ma il bello deve ancora venire: Fiorillo e gli allora vertici di FSE avrebbero anche affidato incarichi a prezzi assurdi, stipulando contratti senza gara e falsificando i bilanci. “L’esosità dei compensi – è scritto nelle imputazioni – determinava una spesa illogica, artefatta e assolutamente fuori mercato”. Il giro d’affari (ossia l’ammontare dei fondi pubblici confluiti nelle casse di FSE) stimato dai consulenti della Procura di Bari si aggira intorno ai 2 miliardi di euro fino al commissariamento del dicembre 2015, più del 10 per cento dei quali dissipati attraverso le spese più folli e ritenuti dagli inquirenti causa del crac. Altri 19 milioni euro (poi non ammessi a passivo e quindi non rimborsati dalla Regione Puglia) sarebbero stati spesi per studi geologici e coordinamento della sicurezza in cantieri sulla tratta Bari-Taranto e nell’Area Salentina. Non finisce qui: tra i fondi dissipati secondo i pm ci sono quasi 27 milioni di euro dati all’avvocato Schiano per attività di assistenza e consulenza legale. Dal 2006 al 2015, dunque, Sud Est ha speso 83 milioni per l’esternalizzazione della contabilità, 116 per quella dei sistemi informativi (ma secondo alcune fonti erano “solo” 53!), mentre 73 milioni sono stati bruciati per le consulenze e le spese legali. Una valanga di soldi, se si pensa che nello stesso periodo la manutenzione di treni e autobus è costata 42 milioni: praticamente consulenze e contratti si sono mangiate il 20% dei ricavi.

E gli avvocati? Il romano Angelo Schiano dal 2001 ha maturato 27 milioni di compensi: si è scoperto che faceva parte dell’Organo di vigilanza dell’azienda, e che quando è stata sottoscritta una transazione per le parcelle non pagate FSE si fa rappresentare da un avvocato «che risulta aver avuto rapporti di collaborazione» con Schiano: per questo Viero ne chiederà l’annullamento. Ma ci sono anche i 7.500 euro al mese (dal 2001) all’avvocato Stefania Maritati, figlia dell’ex sottosegretario Alberto, inizialmente avvocato di Fiorillo nell’indagine sui treni d’oro. Continuando la rassegna di questo museo degli orrori, ulteriori 53 milioni di euro sarebbe stati indebitamente erogati per la gestione di servizi informatici. Altre contestazioni riguardano poi l’acquisto e la manutenzione di treni dalla società dell’imprenditore Beltramelli della società Filben Srl (già imputato con Fiorillo per truffa in un altro processo sulla manutenzione dei convogli) con dissipazione di fondi per circa 9 milioni, spese di carburante per 14 milioni (40% oltre il prezzo di mercato), 16 milioni per la gestione di polizze assicurative e predisposizione dei bandi di gara e 1,3 milioni di euro per l’affitto e i servizi di pulizia di un appartamento nel centro di Roma. Già, perché nonostante avesse l’ufficio a Bari Fiorillo viveva a Roma, da dove dirigeva il suo piccolo ma ricchissimo regno facendosi non solo pagare l’affitto di un appartamento in centro, ma anche l’indennità di trasferta! Naturalmente per trasferirsi occorre un’automobile, pertanto Fiorillo si era dotato di un autista personale (nonostante la società ne avesse uno!) a cui rimborsava a spese dei contribuenti la modesta somma di 14000 euro al mese. Ovviamente in questo esilio, dorato finché si vuole ma pur sempre esilio, il poveretto cercava di consolarsi concedendosi qualche piccolo e innocente lusso, come ad esempio la bottiglia di vino acquistata il 1° giugno 2009 presso l’Enoteca Capranica per “soli” 2.600 euro, pagando un conto complessivo di 2.836 euro per una cena di tre persone, e la quasi quotidiana frequentazione della costosa sala da the “Babington’s”. All’azienda aveva anche addebitato 1 milione e 300 mila euro per l’affitto e i servizi di pulizia dell’appartamento nella capitale. Il giudizio formulato nell’ordinanza non lascia spazio a interpretazioni: “Se sono ammissibili in generale spese necessarie per la rappresentanza della società nella Capitale, lo sono solo se comprovate da effettive ragioni di rappresentanza. La quotidianità dell’acquisto di cioccolate calde, biscottini e vini costosissimi a spese dei contribuenti dimostra invece la non inerenza all’incarico”. E tra gli altri esempi viene citato il rimborso di 14 mila euro al mese per l’autista, pur essendo la società dotata dello stesso servizio. Stando al capo d’imputazione principale, Fiorillo, l’amministratore occulto Schiano e il revisore Vitucci “…tenevano i libri e le altre scritture contabili in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari”. Inoltre, “…tenevano la contabilità confondendo in un unico conto corrente (il n. 13.000 presso BNL) gli importi provenienti dalla attività di concessione del servizio ferroviario (euro 135 milioni di contributi regionali + euro 16 milioni dalla vendita dei biglietti) con quelli relativi ai finanziamenti europei e regionali (danaro pubblico e vincolato al singolo progetto finanziato) che la società gestiva quale stazione appaltante (pari a euro 850 milioni nel corso degli anni), utilizzando fondi riferiti al contratto di servizio per gli investimenti e viceversa, non rendendo possibile, se non in modo parziale e solo attraverso il complicato esame di documentazione extra-contabile, la ricostruzione della contabilità”. Attraverso queste operazioni, essi “… incidevano sulla gestione finanziaria quanto ai debiti verso la banca e sul conto economico quanto ai costi degli oneri bancari, aggravando l’esposizione debitoria di FSE i cui gli interessi bancari passivi, dal 2007 al 2016, hanno inciso per euro 60 milioni (in parte causati dagli utilizzi per anticipazioni di investimenti)”. Non possiamo poi non accennare ai quasi 3 milioni di euro usati per la gestione dell’archivio storico, affidata al professor Cezza e ai suoi familiari. Questa è forse la nota più comica di tutta la pantomima: mai sazio, anzi famelico come non mai, nel 2005 Fiorillo si inventa la ristrutturazione dell’archivio storico delle Ferrovie Sud Est (che non crediamo essere proprio l’archivio Vaticano). Naturalmente tra i 1400 dipendenti di FSE non ne trova uno adatto al ruolo, quindi decide di affidare l’incarico attraverso una consulenza. La scelta cade su Rita Giannuzzi, un’archivista di Maglie. Il contratto di consulenza viene stipulato per complessivi anni 8 + 9 = 17 (sì, avete letto bene!). La consulenza ha un valore di 8900 euro al mese, poi diventati 9500. La cifra non deve spaventare: se considerate che Fiorillo ne erogava 14000 mensili all’autista capite bene quanto poco importante riteneva essere l’incarico di archivista! Ben presto però, la poveretta si accorge che si tratta di un lavoro immane, lo dice a Fiorillo il quale cerca un nuovo consulente come coadiutore della sfortunata donna. E chi ti pesca? Il marito, prof. Franco Cezza, ottantaduenne commercialista, al quale assegna un’altra consulenza di complessivi anni 8 + 9 = 17 ma a soli 6500 euro al mese poi saliti a 7.500. A questo punto facciamo due conti: 9500 + 7500 = 17000 euro mensili, che sulla distanza di 17 anni avrebbe portato nelle casse dell’allegra famigliola (potranno mica essere tristi, no?) la bellezza di 3.468.000 euro! Ma siccome i due tengono famiglia, ecco pure il figlio Gianluca Cezza, avvocato: a lui altri 9.000 euro al mese (per 17 anni, ça va sans dire) per dotare i documenti di codici a barre, più un forfait di 300 mila euro attraverso lo studio Legalitax di cui fa parte! Nel momento in cui questa immensa pentola di serpenti fu scoperchiata (correva l’anno 2016) il nuovo commissario straordinario Andrea Viero chiamò la Giannuzzi. Al telefono rispose l’agenzia generale della Hdi assicurazioni. Coincidenza: è la società che da anni forniva indisturbata le polizze alla Sud-Est per quasi 5 milioni l’anno (quando la procedura viene vinta da Sai, Fiorillo la annulla). Viero ha disdetto con Hdi e sta risparmiando il 25%, ed a gennaio 2017 ha disdetto anche le consulenze della famiglia Cezza che per i lavori dell’archivio ha già incassato 2,9 milioni. I Cezza non sono comunque l’unica famiglia che ha trovato casa in Ferrovie Sud-Est. Le società Bit (biglietti), Centro Calcolo (buste paga) e Eltel facevano capo ai fratelli romani Eugenio e Ferdinando Bitonte: dal 2006 al 2015 hanno fatturato a FSE 83 milioni e oggi i loro dipendenti sono stati assorbiti in Sud-Est. Del resto l’ex direttore del personale, stipendio 220mila euro, residente a Roma, veniva a Bari con 98 euro l’ora di indennità di trasferta. Dicevamo che la Guardia di Finanza ha effettuato sequestri patrimoniali per oltre 90 milioni, somma del tutto insufficiente visto che “… le somme irregolarmente erogate da Sud Est – ha detto il procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe – superano i 230 milioni di euro”. Ferrovie Sud Est è una società interamente partecipata dal Ministero dei Trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata circa un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità. Ci chiediamo (e cercheremo conferme in questo senso) se il Ministero dei Trasporti si costituirà parte civile nei confronti degli accusati. Nella vicenda è anche intervenuto il governatore pugliese Michele Emiliano, il quale ha dichiarato: “… in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva spoliazione e depauperamento dell’azienda, che fino all’intervento dei commissari straordinari prima e di Ferrovie dello Stato per la gestione poi non riusciva a garantire i servizi minimi in sicurezza. (…) La magistratura sta facendo chiarezza su quegli anni bui” nella gestione delle Ferrovie Sud Est, “durante i quali in pochi si sono arricchiti e in molti non sono riusciti ad andare a scuola, all’università, al lavoro o semplicemente nei luoghi di vacanza, forse anche perché gli amministratori pensavano a costituirsi cospicui e illeciti patrimoni personali invece di far funzionare treni e bus. Completeremo quindi la bonifica della società e consegneremo ai pugliesi linee rinnovate e sicure, contraddistinte dalla capillarità che è propria delle antiche Sud-Est”. C’è da chiedersi quanto siano da prendere sul serio le dichiarazioni di un governatore (ed ex-magistrato) che in tempi non lontani si è distinto quale fine conoscitore di cozze pelose e di appalti sui parcheggi, oltre alle sue estemporanee prese di posizione sugli ulivi, sui gasdotti e sull’ILVA di Taranto. La fase processuale di questo clamoroso scandalo non è ancora iniziata, dovendosi giustamente attendere la conclusione delle indagini investigative che – statene certi – porteranno alla luce ulteriori schifezze. Certo i fatti sono scandalosi, ma la loro enormità non toglie alla vicenda un aspetto umoristico, ancor più alimentato da un fatto assai curioso, che avrebbe forse potuto suonare di presagio: il professor Cezza è anche autore di un manuale tecnico, scritto con l’altro figlio, Gianluca, dal titolo “La liquidazione coatta amministrativa”. Non c’è che dire: un vero esperto che non trascura, dopo la teoria, la sperimentazione scientifica!

LOREDANA CAPONE & FRIENDS.

La "Associazione Contro Tutte le Mafie" - ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell'attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura - UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. Il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d'armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all'albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l'associazione presso l'albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all'associazione, autorizzato dall'apposita commissione parlamentare. L'editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d'inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", il sunto e l'elenco degli scandali e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.

La associazione "Libera" è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se "Libera" fosse l'unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all'Albo regionale.

200 mila euro. In favore della Cooperativa “Terre di Puglia – Libera Terra” (100 mila euro) e dell’Associazione Libera di don Luigi Ciotti (100 mila euro).

La cooperativa denominata «Terre di Puglia – Libera Terra» è formata da giovani pugliesi e si occupa della gestione dei terreni agricoli e degli altri beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Attualmente, in partenariato con la Prefettura e la Provincia di Brindisi, con l’Associazione Libera ed Italia Lavoro Spa, gestisce un progetto che prevede l’impiego a fini agricoli dei terreni confiscati alle mafie nella provincia di Brindisi, nei comuni di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico.

L’Associazione Libera di don Luigi Ciotti in Puglia sosterrà il progetto MOMArt (Motore Meridiano delle Arti), che prevede la trasformazione di una ex discoteca di Adelfia (Ba), centrale di spaccio e illegalità, in un luogo generatore di sviluppo sociale e civile per i giovani pugliesi.

Per il raggiungimento di questo obiettivo la Giunta il 15 luglio 2008 ha approvato un protocollo d’intesa tra Regione Puglia, Tribunale di Bari, Commissario governativo per i beni confiscati e Associazione Libera.

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie denuncia una palese ingiustizia e discriminazione politica che viene perpetrata da parte della Giunta della Regione Puglia guidata da Nicola Vendola e dal suo assessore competente Loredana Capone.

«Sin dal 27 settembre 2008, avendone titolo anche in virtù di una verifica della Guardia di Finanza che ne attesta la reale attività, il sodalizio nazionale riconosciuto dal Ministero dell’Interno ha chiesto l’iscrizione all’Albo Regionale delle associazioni antiracket ed antiusura – dice il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie -. La risposta che è stata data è che l’Albo non è stato ancora costituito, nonostante in pompa magna si sia dato risalto della sua emanazione per legge. Intanto però la Giunta Vendola si prodiga a finanziare ed a promuovere “Libera” e le sue associate in ogni modo, pur non essendo iscritta all’albo non ancora costituito. Ciò che dico è confermato dalle varie determine di finanziamento delle varie convenzioni e così come appare su “Striscia La Notizia” del 18 novembre 2011. In occasione del servizio di Fabio e Mingo in tema di favoritismi e privilegi l’assessore alle risorse umane, Maria Campese, pur non essendo competente sulla materia della mafia, in bella vista presso i suoi uffici sfoggiava un muro tappezzato di manifesti di “Libera”, da cui si palesava la scritta “I beni confiscati sono Cosa Nostra”.

Spero che questa ipocrisia antimafia cessi e la Giunta Vendola sia meno partigiana, perché oltre a discriminarle, perché non sono comuniste, nuoce a quelle associazioni che si battono veramente contro le mafie. Spero che sia dato dovuto risalto alla denuncia, in quanto abbiamo bisogno del sostegno istituzionale per poter continuare a svolgere la nostra attività.»  

Turismo e risorse ambientali.

“Ci vogliono brutti, sporchi e cattivi”

19 settembre 2016. Dibattito pubblico a Otranto, in Puglia, sul tema: "Prospettive a Mezzogiorno".

Il resoconto del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Nel Salento: sole, mare e vento. Terra di emigrazione e di sotto sviluppo economico e sociale dei giovani locali. Salentini che emigrano per mancanza di lavoro…spesso con un diploma dell’istituto alberghiero. Salentini che perennemente si lamentano della mancanza di infrastrutture per uno sviluppo economico e che reiteratamente protestano per i consueti disservizi sulle coste e sui luoghi di cultura. Salentini con lo stipendio pubblico che si improvvisano ambientalisti affinchè si ritorni all’Era della pietra. Salentini con la sindrome di Nimby: sempre no ad ogni proposta di sviluppo sociale ed economico, sia mai che i giovani alzino la testa a danno delle strutture politiche padronali. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. La fotografia che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento. Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto, quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. Salentini che dalla nascita fin alla morte si accompagnano con le stesse facce di amministratori pubblici retrogradi che causano il sottosviluppo e che usano ancora il metro di misura dei loro albori politici: per decenni sempre gli stessi senza soluzione di continuità e di aggiornamento.

Presente al convegno Flavio Briatore, fine conoscitore del tema, boccia il modello turistico italiano, partendo proprio dalla Sardegna del suo Billionaire. Intanto per il caro trasporti: «Hanno un'isola e non lo sanno - dice Briatore alla platea del convegno - pensano che la gente arrivi per caso. La gente arriva o via mare o via aerea: sono due monopoli, per cui fanno i prezzi (che vogliono). Se tu vai da Barcellona a Maiorca, quattro persone sul traghetto spendono 600 euro. Da Genova ad Alghero ne spendono 1600. L'80 per cento degli amministratori - aggiunge ancora Briatore - non ha mai preso un aereo. Come si fa a parlare di turismo senza averlo mai visto?».

Briatore è poi passato alla Puglia, dove nell’estate 2017 aprirà il Twiga Beach di Otranto grazie a una cordata di imprenditori locali ed ha criticato l'offerta turistica del territorio, sottolineando in particolare la mancanza di servizi adeguati alle esigenze dei turisti più facoltosi, sorvolando sulla mancanza di infrastrutture primarie: «Se volete il turismo servono i grandi marchi e non la pensione Mariuccia, non bastano prati, né musei, il turismo di cultura prende una fascia bassa di ospiti, mentre il turismo degli yacht è quello che porta i soldi, perché una barca da 70 metri può spendere fino a 25mila euro al giorno. Masserie e casette, villaggi turistici, hotel a due e tre stelle, tutta roba che va bene per chi vuole spendere poco - ha affermato Briatore - ma non porterà qui chi ha molto denaro. Ci sono persone che spendono 10-20mila euro al giorno quando sono in vacanza, ma a questi turisti non bastano cascine e musei, prati e scogliere - ha continuato l'imprenditore - io so bene come ragiona chi ha molti soldi: vogliono hotel extralusso, porti per i loro yacht e tanto divertimento». Non poteva essere altrimenti: Briatore ha puntato il dito sulle mancanze di infrastrutture a sostegno di quelle strutture turistiche mancanti ad uso e consumo di un’utenza diversificata e non solo mirata ad un turismo di massa che non guarda alla qualità dei servizi ed alla mancanza di infrastrutture. Una semplice analisi di un esperto. Una banalità. Invece...

Sulle affermazioni di Briatore si è scatenato un acceso dibattito, in particolare sui social: centinaia i commenti, quasi tutti contro.

I contro, come prevedibile, sono coloro che sono stati punti nel nerbo, ossia gli amministratori incapaci di dare sviluppo economico e risposte ai ragazzi che emigrano e quei piccoli imprenditori che con dilettantismo muovono un giro di affari di turismo di massa a basso consumo con scarsa qualità di servizio.

L’assessore regionale Sardo Maninchedda: «A parole stupide preferisco non rispondere».

Francesco Caizzi, presidente di Federalberghi Puglia replica alle parole dell’imprenditore: «La Puglia non è Montecarlo, Briatore si rassegni. La Puglia ha hotel che vanno dai 2 stelle ai 5 stelle, dai bed & breakfast agli affittacamere. Sono strutture per tutte le tasche e le esigenze, ma con un unico denominatore comune: rispettano l’identità del luogo. Questo significa che non ci si può aspettare un’autostrada a 4 corsie per raggiungere una masseria. È probabile che si dovrà percorrere un tratto di sterrato, ma nessuno ha mai avuto da ridire su questo. Anzi, fa parte del fascino del luogo».

Loredana Capone, assessore imperituri (governo Vendola per 10 anni e con il Governo Emiliano), che ha concluso da poco un lavoro di diversi mesi sul piano strategico del turismo, ha illustrato il punto di vista di un eterno amministratore pubblico: «Dobbiamo partire da quello che abbiamo per puntare ai mercati internazionali. Come stiamo nei mercati? Prima di tutto evitando qualsiasi rischio di speculazione e abusivismo. È puntando sulla valorizzazione del patrimonio, residenze storiche, masserie, borghi, che saremo in grado di offrire un turismo di qualità, capace di portare ricchezza. Non i grandi alberghi uguali dappertutto, modelli omologati e omologanti. Anche gli investimenti internazionali puntano al recupero più che alla nuove costruzioni». Loredana Capone, assessore imperituri (governo Vendola per 10 anni e con il Governo Emiliano), che ha concluso da poco un lavoro di diversi mesi sul piano strategico del turismo, ha illustrato il punto di vista di un eterno amministratore pubblico: «Dobbiamo partire da quello che abbiamo per puntare ai mercati internazionali. Come stiamo nei mercati? Prima di tutto evitando qualsiasi rischio di speculazione e abusivismo. È puntando sulla valorizzazione del patrimonio, residenze storiche, masserie, borghi, che saremo in grado di offrire un turismo di qualità, capace di portare ricchezza. Non i grandi alberghi uguali dappertutto, modelli omologati e omologanti. Anche gli investimenti internazionali puntano al recupero più che alla nuove costruzioni».

Gianni Liviano presenta interrogazione su attività di Apulia Film Commission. Nell'interrogazione a risposta scritta il consigliere liviano chiede di fornire chiarimenti in merito alle eccezioni sollevate dall'Ordine di vigilanza di Apulia Film Commission, scrive il 25 settembre 2018 "Il Corriere di Taranto". È una lunga serie di rilievi quella mossa, all’indirizzo dell’operato di Apulia Film Commission, dal consigliere regionale del Gruppo Misto, Gianni Liviano, e tutti racchiusi in una interrogazione a risposta scritta indirizzata al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e per conoscenza al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, e alla Corte dei Conti. Si tratta di un lavoro minuzioso e certosino portato avanti dal consigliere regionale tarantino e che fa seguito a quello sull’affidamento al Teatro pubblico pugliese della somma di 1 milione di euro nell’ambito del “Polo territoriale delle Arti e della Cultura Fiera del Levante 2018“. E, allora, eccoli i rilievi: assenza puntuale nella trasmissione dei flussi informativi; assenza dell’autorizzazione da parte del consiglio di amministrazione di Apulia Film Commission per  l’accordo di cooperazione per la realizzazione integrata di servizi pubblici finalizzati alla valorizzazione, promozione e comunicazione della puglia come destinazione turistica e come industria culturale cinematografica sottoscritta in data 20/10/2017 tra il presidente della Fondazione Apulia Film Commission e l’Agenzia Regionale PugliaPromozione con durata di tre anni a partire dall’accordo; assenza, all’interno del nuovo “regolamento per il reclutamento del personale dipendente e per l’instaurazione dei rapporti di collaborazione” ( approvato dal c.d.a. in data 24 aprile 2018), delle procedure di affidamento di incarichi professionali, e il non recepimento, all’interno del l’art. 7 di tale regolamento “commissioni esaminatrici”, di quanto suggerito dall’Organismo di vigilanza nel parere espresso in data 31 luglio 2017, e approvato dal c.d.a. il 1 agosto 2017, sui criteri di nomina delle commissioni;  assenza di trasparenza nelle procedure finalizzate alla richiesta di sponsorizzazione della fondazione; abuso nell’utilizzo della procedura di affidamento diretto anche nelle more dell’assenza dei requisiti di unicità ed esclusività nei servizi offerti e la non chiarezza delle motivazioni che inducono all’individuazione di tale procedura di aggiudicazione; individuazione di soggetti affidatari direttamente da parte del direttore generale dell’Afc e non già da parte del rup; assenza, nelle determine di nomina, delle motivazioni  che hanno condotto alla scelta dei commissari delle commissioni esaminatrici; assenza dei riferimenti alle dichiarazioni di assenza di conflitti di interessi e di cause di incompatibilità; assenza sul sito della Fondazione dei curricula dei commissari. “Si tratta – spiega ancora Liviano – di rilievi espressi dall’Organismo di vigilanza della stessa fondazione Apulia film commission (che fa riferimento all’assessorato all’Industria turistica e culturale presieduto dall’assessore Capone) nei verbali di maggio e del 13 e del 18 luglio del 2018.  Ecco – conclude Liviano – di questi rilievi chiedo conto nella mia interrogazione (che si allega)”. Pubblichiamo, di seguito, il testo dell’interrogazione a risposta scritta indirizzata al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e, per conoscenza, al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, nonché alla Corte dei Conti.

«Premesso che  

- l’Organismo di vigilanza (Odv) monocratico della fondazione Apulia film commission (Afc), istituito ai sensi dell’art. 6 del decreto legislativo 231 del 2001 e rappresentato dal dott. Ernesto De Vito il quale riveste anche la funzione di responsabile della prevenzione della corruzione e trasparenza giusta nomina del cda di Afc del 27 marzo 2017;

– lo stesso organismo si è recentemente riunito, tra l’altro, nelle date 21 maggio 2018, 13 luglio 2018 e 18 luglio 2018;

– in data 21/05/2018, nel verbale di riunione, l’Odv ha segnalato un’assenza nella trasmissione dei seguenti flussi informativi (con richiesta di invio immediato):

a) adempimenti presso le autorità pubbliche di vigilanza e presso gli enti pubblici per l’ottenimento delle autorizzazioni, abilitazioni, licenze, concessioni o provvedimenti simili attraverso un report delle richieste di autorizzazioni e licenze presentate. L’Odv indica, altresì, che il referente per l’invio di tali documenti è il direttore generale, che la periodicità di invio sarebbe semestrale e che allo stato all’Odv non era mai arrivato alcun flusso in merito;

b) rendicontazioni contributi, sovvenzioni e finanziamenti erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dall’unione europea attraverso un riepilogo delle rendicontazioni effettuate e segnalazioni di eventuali anomalie o altre criticità. L’Odv indica altresì che il referente per l’invio di tali documenti è l’ufficio gestione e rendicontazione progetti, che la periodicità di invio sarebbe trimestrale e che allo stato all’Odv l’ultimo flusso era pervenuto in data 05/05/2017;

c) sponsorizzazioni, partnership e rapporti commerciali con soggetti privati attraverso un report su sponsorizzazioni, partnership e rapporti commerciali con soggetti privati con indicazione degli importi e dell’oggetto.  L’Odv indica altresì che il referente per l’invio di tali documenti è il direttore generale, che la periodicità di invio sarebbe semestrale e che allo stato all’Odv non era mai arrivato alcun flusso in merito;

– in data 13/07/2018 nel verbale di riunione l’Odv:

a)  lamenta di non aver ancora ricevuto il flusso informativo sulle sponsorizzazioni e partnership effettuate dalla Fondazione;

b) esamina a campione l’accordo di cooperazione per la realizzazione integrata di servizi pubblici finalizzati alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e come industria culturale cinematografica sottoscritta in data 20/10/2017 tra la Fondazione Apulia Film Commission e l’Agenzia Regionale Puglia Promozione con durata di tre anni a partire dall’accordo, esamina le schede riepilogative delle spese effettuate a valere su detto accordo, chiede copia delle determine del rup sulle spese di importo più rilevante con particolare riferimento agli affidamenti diretti,  e  segnala l’assenza della delibera del consiglio di amministrazione di autorizzazione alla realizzazione di tale attività, nonostante la firma dell’accordo stesso da parte del presidente consiglio di amministrazione;

c) prende atto che il nuovo “regolamento per il reclutamento del personale dipendente e per l’instaurazione dei rapporti di collaborazione”, approvato dal c.d.a. in data 24 aprile 2018, a differenza del precedente regolamento per il reclutamento del personale non disciplina le procedure di affidamento di incarichi professionali ma solo l’assunzione di personale dipendente e l’instaurazione di rapporti di collaborazione e che l’art. 7 di tale “commissioni esaminatrici”, non recepisce quanto suggerito dall’Odv nel parere espresso in data 31 luglio 2017 e approvato dal c.d.a. il 1 agosto 2017 sui criteri di nomina delle commissioni.

d) fa richiesta al c.d.a di chiarire se l’attuale regolamento per il reclutamento del personale ha abrogato quanto deliberato il 01 agosto 2017 sui criteri di nomina delle commissioni o se tali criteri sono ancora validi eventualmente integrando l’art. 7 e per quanto riguarda l’affidamento degli incarichi professionali di stabilire se sia da considerarsi ancora in vigore il precedente regolamento per la parte riferibile a tali conferimenti di  incarichi ovvero si proceda alla predisposizione di un nuovo regolamento che vada a disciplinarli;

– in data 18/07/2018 nel verbale di riunione l’Odv:

a) raccomanda di prevedere una procedura di evidenza pubblica anche per le richieste di sponsorizzazione della Fondazione al fine di rendere più trasparente l’individuazione dello sponsor e permettere ad altri operatori economici di partecipare;

b) esamina a campione le modalità di affidamento del servizio di accoglienza e ospitalità per l’evento “BIFeST 2018” (per la quale è stato disposto l’avvio della procedura di affidamento diretto da assegnare con il criterio del minor prezzo attraverso un’indagine di mercato effettuata attingendo dall’elenco dei fornitori presente sulla piattaforma regionale Empulia a seguito della quale sono stati individuati cinque operatori idonei a soddisfare la domanda. Tra questi cinque operatori il servizio di accoglienza e ospitalità è stato affidato alla ditta PROTEM COMUNICAZIONE SRLS). Al fine di garantire l’integrità e la correttezza delle modalità di presentazione delle offerte, l’Odv suggerisce o di inserire una password che permetta l’apertura delle offerte dopo il termine di scadenza stabilito o che si proceda tramite invio delle offerte in busta chiusa;

c) esamina a campione gli affidamenti diretti di importo maggiormente rilevante assegnati all’interno dell’accordo di cooperazione per la realizzazione di servizi volti alla promozione della Puglia come destinazione turistica e come industria cinematografica tra Afc e PugliaPromozione (già sopra riportato).  In particolare esamina la determina di affidamento diretto del 1/12/2017 all’associazione CHERLOVEKMAKAK per servizi di promozione e marketing nell’ambito della fiera internazionale di Mosca e la determina di affidamento diretto del 21/06/2018 alla stessa associazione per servizi di promozione, organizzazione e allestimento. L’Odv evidenzia che per tali affidamenti diretti la scelta dell’operatore è ricaduta sempre sullo stesso fornitore, (così come per un precedente affidamento diretto nell’ambito del progetto Riff 2017) e che dai servizi offerti non si evince l’esclusività e l’unicità degli stessi. Inoltre esamina la determina di affidamento diretto del 07/03/2018 alla SOCIETA’ COOP PASSO UNO PRODUZIONI, sempre nell’ambito dell’accordo succitato. Rispetto a questo affidamento diretto l’Odv rileva che, oltre a non rilevarsi dai servizi offerti l’esclusività e l’unicità degli stessi, le procedure sono state adottate con determinazioni del direttore generale e non con determinazione della responsabile unica del procedimento (rup). L’Odv esamina anche la determina di affidamento diretto dell’11/05/2018 al gruppo TERRAROSS e nella stessa data alla società LE BUL snc. L’odv osserva che in entrambi i casi non è stato adeguatamente motivato il ricorso all’affidamento diretto;

d) l’Odv esamina la nomina delle commissioni di valutazioni da parte del Direttore Generale a partire dal 1 agosto 2017 data in cui è stato ratificato il parere rilasciato dall’Odv. L’Odv rileva che nelle determine di nomina dei componenti delle commissioni non sono riportate le motivazioni che hanno condotto alla scelta dei commissari individuati da Apulia film commission, che non sono riportati i riferimenti alle dichiarazioni di assenza di conflitti di interessi e di cause di incompatibilità, che sul sito della Fondazione non vi è evidenza dei curricula dei commissari.

CONSIDERATO che Dai verbali dell’Odv si evince:

–  l’assenza puntuale nella trasmissione dei flussi informativi sopra indicati;

–  l’assenza dell’autorizzazione da parte del consiglio di amministrazione di Apulia Film Commission per  l’accordo di cooperazione per la realizzazione integrata di servizi pubblici finalizzati alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e come industria culturale cinematografica sottoscritta in data 20/10/2017 tra il presidente della Fondazione Apulia Film Commission e l’Agenzia Regionale PugliaPromozione con durata di tre anni a partire dall’accordo;

–  l’assenza, all’interno del nuovo “regolamento per il reclutamento del personale dipendente e per l’instaurazione dei rapporti di collaborazione”, ( approvato dal c.d.a. in data 24 aprile 2018), delle procedure di affidamento di incarichi professionali, e il non recepimento, all’interno del l’art. 7 di tale regolamento “commissioni esaminatrici”, di quanto suggerito dall’Odv nel parere espresso in data 31  luglio 2017 e approvato dal c.d.a. il 1 agosto 2017 sui criteri di nomina delle commissioni;

–  l’assenza di trasparenza nelle procedure finalizzate alla richiesta di sponsorizzazione della fondazione;

–  la frequenza nell’utilizzo della procedura di affidamento diretto anche nelle more dell’assenza dei requisiti di unicità ed esclusività nei servizi offerti e la non chiarezza delle motivazioni che inducono all’individuazione di tale procedura di aggiudicazione;

–  l’individuazione di soggetti affidatari direttamente da parte del direttore generale dell’Afc e non già da parte del rup;

– l’assenza nelle determine di nomina, delle motivazioni che hanno condotto alla scelta dei commissari delle commissioni esaminatrici, l’assenza dei riferimenti alle dichiarazioni di assenza di conflitti di interessi e di cause di incompatibilità, l’assenza sul sito della Fondazione dei curricula dei commissari;

  Il sottoscritto Gianni Liviano nella sua qualità di consigliere regionale CHIEDE alle SS.VV di fornire chiarimenti in merito alle eccezioni sollevate dall’Odv e indicate nella presente interrogazione».

Dopo l’AFC anche Pugliapromozione nel ciclone per affidamenti diretti. Liviano: “Chi c’è dietro la Protem?”, scrive il 26 settembre 2018 Telerama News. Non c’è solo l’Apulia Film Commission a generare dubbi e sollevare polveroni per l’affidamento diretto di incarichi senza passare da procedure pubbliche. Nel mirino ora finisce anche Puglia Promozione, agenzia satellite della Regione Puglia. Nel primo caso a finire sotto la lente dell’Organismo di vigilanza interno di Apulia, e poi in una interrogazione e in una segnalazione alla Corte de Conti da parte del consigliere tarantino Gianni Liviano, sono stati gli incarichi per 37mila euro conferiti alla Protem Comunicazione per servizio accoglienza al Bi&Fest, e ripetuti affidamenti diretti alla Cherlovek makak, anch’essa di Lecce. Perché tanti e tutti diretti? Si chiede l’organismo di vigilanza. E la stessa domanda ora viene posta a Puglia Promozione. Con la specifica che dal 2016 al 2018 le cifre salgono e gli affidamenti diretti avrebbero superato anche l’ostacolo della soglia dei 40mila euro. A fare due conti sempre Liviano. E così, dai dati aggregati, risulterebbe che in due anni: l”88% di bandi si sarebbero chiusi con affidamenti diretti. Per la precisione 590 affidamenti per un valore di 11 milioni 110mila euro.  Ma non solo: ci sarebbero anche 43 procedure negoziate previa pubblicazione del bando per un totale di euro 1 milione 648 mila euro, procedure senza bando per ulteriori 2 milioni di euro e altre varie procedure dello stesso tenore. In più alcune società come la Protem e la società Salento d’Amare che orbita sempre nel raggio della prima, risultano destinatarie di affidamenti. Di qui le nuove richieste di Liviano: “Considerato che in molti casi non sono indicati i nomi beneficiari degli affidamenti, che l’importo massimo consentito per questo tipo di procedura – 40mila euro – è stato superato spesso, che oltre alle due società già citate risultano essere stati assegnati fondi anche a associazioni datoriali come Confindustria e Confartigianato, perché si è agito così? E, chiude Liviano, “il rappresentante legale della Protem è vicino a personaggi impegnati nella politica?”. Intanto i vertici di Pugliapromozione difendono l’operato dell’agenzia spiegando che gli affidamenti diretti sono possibili. Che le scelte fatte hanno seguito le disposizioni normative, che la quasi totalità degli affidamenti diretti ha seguito procedure comparative. E che sarà tutelato il nome dell’agenzia.

Appalti, Pugliapromozione: affidamenti a società Protem senza gara. Dopo i rilievi su Apulia Film Commission. Ex assessore Gianni Liviano: «Nell'agenzia il 92% di contratti senza gara», scrive Massimiliano Scagliarini il 27 Settembre 2018 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Dal 2016 a oggi la società leccese Protem ha beneficiato da parte di Pugliapromozione di cinque affidamenti per un totale di 135mila euro, quattro dei quali senza gara. Un altro affidamento per 20mila euro (con gara) è andato alla Salento D’Amare, riconducibile a Massimiliano Torricelli, lo stesso amministratore della Protem. Dopo il caso degli appalti alla Apulia Film Commission, sollevato dall’Organo di vigilanza e amplificato da un esposto dell’ex assessore Gianni Liviano, la Protem spunta pure in un’altra delle agenzie regionali riconducibili al mondo della cultura. E la politica, specie quella salentina, rumoreggia. Torricelli è figlio dell’ex consigliere comunale del Pd di Lecce, Antonio, recentemente coinvolto nell’indagine sulle case popolari, uomo vicinissimo all’attuale assessore alla Cultura, Loredana Capone. In Protem ha lavorato come art director (non è un segreto: il suo curriculum è pubblicato su Linkedin) anche Antonio Martella, che tutti ricordano in Regione nella segreteria della Capone nell’assessorato allo Sviluppo economico, dove si occupava dei rapporti con le Camere di commercio pugliesi. Liviano, ex assessore alla Cultura, fatto fuori da Emiliano proprio per via di un affidamento diretto alla società di un suo amico, ieri ha presentato una seconda interrogazione incentrata proprio sugli affidamenti diretti in Pugliapromozione e sul ruolo di Protem. Ne emerge che dal 2016 a venerdì scorso l’agenzia regionale per il turismo ha effettuato 590 affidamenti diretti, pari all’88% degli affidamenti totali, per 11 milioni di euro, pari al 70% di quanto complessivamente speso. Se si aggiungono le 63 procedure negoziate, si sale al 92% della spesa totale effettuata senza procedura di gara. «L’importo massimo di 40.000 euro per l’affidamento diretto risulta essere superato in svariate circostanze - secondo Liviano - e alcune società, come Protem e Salento d’Amare, risultano essere destinatarie svariate volte di affidamenti diretti». «Il consigliere Liviano ha preso una cantonata - risponde il direttore generale Matteo Minchillo - anche le procedure sotto soglia hanno avuto contenuto comparativo, quegli affidamenti diretti con unico partecipante sono motivati dal fatto che si tratta di attività in continuazione rispetto ad altre attività affidate con procedura comparativa. Ma siamo comunque molto lontani dall’80% di cui parla Liviano».

"Affidamenti diretti". L' attacco di Liviano a PugliaPromozione finirà in Tribunale, scrive il 28 settembre 2018 "Il Corriere del Giorno". Puntuale ed immediata la replica di Matteo Minchillo direttore generale di PugliaPromozione: “Nessun caso appalti. Le affermazioni del consigliere regionale Giovanni Liviano che riguardano i bandi e gli affidamenti diretti di PugliaPromozione sono false, appaiono strumentali e sono fortemente lesive dell’immagine dell’Agenzia regionale PugliaPromozione. Per questo l’Agenzia intraprenderà ogni azione possibile per tutelare il proprio operato”. Nella sua interrogazione il consigliere regionale del Gruppo Misto (eletto nelle liste di Emiliano) , il tarantino Gianni Liviano si chiede  “Perché PugliaPromozione ha fatto un uso diffuso dell’istituto dell’affidamento diretto anche per importi superiori ai 40mila euro? E quali sono le ragioni per le quali risultano ancora aperte procedure del 2017 oltre che del 2018 e quali le ragioni per cui spesso non sono indicati i nomi delle società aggiudicatarie dei bandi?”. Questi alcuni dei quesiti alla base dell’interrogazione che il consigliere regionale ha indirizzato al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e per conoscenza al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, ed all’ Anac l’  Autorità nazionale anticorruzione. Un’interrogazione molto dettagliata quella di Liviano che quanto riguarda l’attività di PugliaPromozione, l’agenzia regionale per la promozione turistica pugliese che punta a fare chiarezza su diversi punti. Tra le contestazioni evidenziate da Liviano nella sua interrogazione il fatto “che alcune società, a mero titolo esemplificativo si cita la società Protem srl e la società Salento d’amare, risultano essere svariate volte destinatarie di affidamenti diretti e che risultano essere destinatari di fondi alcune associazioni datoriali, Confindustria Lecce e Confartigianato Lecce”. Una nostra fonte interna alla società di promozione regionale, racconta che la rabbia di Livianosarebbe esplosa dopo i ripetuti rifiuti del vertice di Puglia Promozione ad assumere l’addetto stampa del consigliere regionale, sin dai tempi in cui era assessore al turismo, incarico da cui dovette dimettersi dopo aver assegnato un contratto ad un suo sostenitore elettorale. Puntuale ed immediata la replica di Matteo Minchillo direttore generale di PugliaPromozione : “Nessun caso appalti. Le affermazioni del consigliere regionale Giovanni Liviano che riguardano i bandi e gli affidamenti diretti di PugliaPromozione sono false, appaiono strumentali e sono fortemente lesive dell’immagine dell’Agenzia regionale PugliaPromozione. Per questo l’Agenzia intraprenderà ogni azione possibile per tutelare il proprio operato”. Minchillo evidenzia invece come “PugliaPromozione procede secondo la legge, con bandi e procedure ad evidenza pubblica» e precisa che “non è vero affatto che il 92 per cento delle attività dell’agenzia sono state assegnate con affidamento diretto; lo stesso Liviano parla di 670 bandi, il che vuol dire che a monte dell’affidamento esiste sempre una procedura ad evidenza pubblica. La polemica dunque del consigliere è finalizzata a generare l’idea, da lui affermata, che PugliaPromozione eroghi risorse a pioggia senza procedure comparative. È questo il dato falso che lede l’immagine di PugliaPromozione le cui procedure sono invece assistite da trasparenza e correttezza, oltre che nel rispetto delle norme del codice”. Il direttore dell’Agenzia Regionale del Turismo pugliese ricorda inoltre che il Collegio dei Revisori dei Conti “non ha mai mosso rilievi, così come gli organi di controllo europei, che hanno certificato la spesa, validando le procedure. Il consigliere Liviano riporta dati confusi e mischiati e definisce affidamenti diretti quelli che sono quasi sempre atti di conclusione di procedure di evidenza pubblica. Ora, come quando lui era Assessore al Turismo. I reali affidamenti diretti nel 2018, per esempio, sono solo due. Se il consigliere Liviano avesse richiesto all’Agenzia le informazioni di cui aveva bisogno, gli sarebbero state prontamente fornite”. Minchillo elenca alcuni numeri abbastanza significatici ed indicativi: “Ai bandi e alle procedure di evidenza pubblica hanno partecipato centinaia di imprese e di associazioni: dal 2016 al 2018 sono stati 909 i partecipanti a Inpuglia 365 fra imprese, associazioni e comuni per un totale di 3 milioni 627.541 euro. Dal 2017 ad oggi sono stati 216 i partecipanti al bando per gli infopoint per un totale di 2 milioni 407mila euro; persino sugli educational Pugliapromozione effettua avvisi pubblici, perché riteniamo che attraverso una sana competizione tra i territori si può ottenere una migliore promozione dell’intera Puglia. Perciò – conclude la nota – le accuse lanciate dal consigliere appaiono doppiamente lesive dell’immagine dell’Agenzia, della Regione e dell’intera Puglia con il suo comparto turistico”.

Liviano attacca, PugliaPromozione risponde. Il consigliere: "Si sta accontentando tutti". La replica: "Falso!" Scrive il 27 settembre 2018 "Il Corriere di Taranto". “Perché PugliaPromozione ha fatto un uso diffuso dell’istituto dell’affidamento diretto anche per importi superiori ai 40mila euro? E quali sono le ragioni per le quali risultano ancora aperte procedure del 2017 oltre che del 2018 e quali le ragioni per cui spesso non sono indicati i nomi delle società aggiudicatarie dei bandi?”. Sono solo alcuni dei quesiti alla base dell’interrogazione che il consigliere regionale del Gruppo Misto, Gianni Liviano, ha indirizzato al presidente del Consiglio regionale, Mario Loizzo, e per conoscenza al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, nonché al responsabile dell’Anac. Questa volta è l’attività di PugliaPromozione, agenzia regionale per la promozione turistica, a finire sotto la lente di ingrandimento del consigliere Liviano. Un’interrogazione molto dettagliata per quanto riguarda l’attività di PugliaPromozione e che punta a fare chiarezza su diversi punti. “Al di là della dimensione etica dell’intera vicenda che segnalo nella mia interrogazione – spiega Liviano -, il ricorso agli affidamenti sotto soglia significa che, così, si sta accontentando un po’ tutti e che, quindi, alla base non c’è un vero progetto nè una programmazione degna di tal nome”. Altri punti evidenziati nell’interrogazione, il fatto che alcune società risultano essere svariate volte beneficiare di affidamenti diretti e che risultano essere destinatari di fondi anche associazioni datoriali. Di qui la risposta del Direttore generale di Pugliapromozione Matteo Minchillo: “Nessun ‘caso appalti’ in Pugliapromozione. Le affermazioni del consigliere regionale Giovanni Liviano che riguardano i bandi e gli affidamenti diretti di Pugliapromozione sono false, appaiono strumentali e sono fortemente lesive dell’immagine dell’Agenzia regionale Pugliapromozione. Per questo l’Agenzia intraprenderà ogni azione possibile per tutelare il proprio operato. Pugliapromozione procede secondo la legge, con bandi e procedure ad evidenza pubblica. Non è vero affatto che il 92 per cento delle attività dell’agenzia sono state assegnate con affidamento diretto; lo stesso Liviano parla di 670 bandi, il che vuol dire che a monte dell’affidamento esiste sempre una procedura ad evidenza pubblica.  La polemica dunque del consigliere è finalizzata a generare l’idea, da lui affermata, che Pugliapromozione eroghi risorse a pioggia senza procedure comparative. E’ questo il dato falso che lede l’immagine di Pugliapromozione le cui procedure sono invece assistite da trasparenza e correttezza, oltre che nel rispetto delle norme del codice. Ciò emerge chiaramente dal sito di Pugliapromozione su cui sono pubblicate tutte le determine delle procedure ad evidenza pubblica, tra cui bandi ed avvisi. D’altronde il Collegio dei Revisori dei Conti non ha mai mosso rilievi, così come gli organi di controllo europei, che hanno certificato la spesa, validando le procedure. Il consigliere Liviano riporta dati confusi e mischiati e definisce affidamenti diretti quelli che sono quasi sempre atti di conclusione di procedure di evidenza pubblica. Ora, come quando lui era Assessore al Turismo. I reali affidamenti diretti nel 2018, per esempio, sono solo due. Se il consigliere Liviano avesse richiesto all’Agenzia le informazioni di cui aveva bisogno, gli sarebbero state prontamente fornite in modo completo e probabilmente non avrebbe inteso le definizioni associate ai Cig (codici identificativi di gara), presenti sul DMS, come reali “affidamenti diretti”, ma come atti conclusivi delle procedure selettive, come realmente sono. Del resto è noto, invece, anche a tutti agli organi di stampa che ne hanno dato ampia diffusione, che ai bandi e alle procedure di evidenza pubblica di Pugliapromozione  – Inpuglia 365, infopoint, co-branding, educational, media Planning – hanno partecipato centinaia di imprese e di associazioni: dal 2016 al 2018  sono stati 909 i partecipanti a Inpuglia 365 fra imprese, associazioni e comuni per un totale di 3 milioni 627.541 euro.  Dal 2017 ad oggi sono stati 216 i partecipanti al bando per gli infopoint per un totale di 2 milioni 407mila euro; persino sugli educational Pugliapromozione effettua avvisi pubblici, perché riteniamo che attraverso una sana competizione tra i territori si può ottenere una migliore promozione dell’intera Puglia. E questo solo per fare alcuni esempi. Per ottenere le risorse di Pugliapromozione, insomma, concorrono i comuni, le imprese, le agenzie perché più ampia é la partecipazione e più si va verso la qualità delle proposte selezionate. Questo è stato l’indirizzo dell’Assessorato al Turismo e questa la strategia contenuta nel Piano strategico del Turismo. Perciò le accuse lanciate dal consigliere appaiono doppiamente lesive dell’immagine dell’Agenzia, della Regione e dell’intera Puglia con il suo comparto turistico”.

Questo, invece, il testo dell’interrogazione di Gianni Liviano:

“PREMESSO

– che come si evince dal sito agenziapugliapromozione,it, nella pagina indicata come bandi di gara e contratti: informazioni sulle singole procedure in formato tabellare, l’agenzia regionale Pugliapromozione ha aggiudicato nel periodo dal 1/1/2016 al 21/9/2018 un numero pari a 670 bandi per un ammontare complessivo di euro 15.833.225,22;

– che tali bandi sono stati così ripartiti:

1. anno 2018 n. 182 per un ammontare complessivo di euro 5.550.873,11;

2. anno 2017 n. 362 per un ammontare complessivo di euro 8.191.098,00;

3. anno 2016 n. 126 per un ammontare complessivo di euro 2.141.254,11;

– che nell’anno 2018 i bandi sono stati aggiudicati secondo le seguenti procedure:

1. n. 159 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA: AFFIDAMENTI DIRETTI per un totale di euro 2.598.452;

2. n. 1 PROCEDURA risultante ancora APERTA per un totale di euro 408.900,00;

3. n. 2 PROCEDURE NEGOZIATA PREVIA PUBBLICAZIONE DEL BANDO per un totale di euro 269.881,14;

4. n. 19 PROCEDURE NEGOZIATE SENZA PUBBLICAZIONE DEL BANDO per un totale di euro 2.003.639,63;

5. n 1 PROCEDURA NEGOZIATA DERIVANTE DA AVVISI CON CUI SI INDICE LA GARA per un totale di euro 220.000,00;

– che nell’anno 2017 i bandi sono stati aggiudicati secondo le seguenti procedure:

1. n. 321 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA. AFFIDAMENTI DIRETTI per un totale di euro 6.902.811,00;

2. n.1 PROCEDURA risultante ancora APERTA per un totale di euro 9.049,00;

3. n. 38 PROCEDURE negoziate PREVIA pubbl. bandi per un totale di euro 1.054.147,11;

4. n. 2 PROCEDURE ristrette derivanti da AVVISI con cui si indice la gara per un totale di euro 228.722,00;

– che nell’anno 2016 i bandi sono stati aggiudicati secondo le seguenti procedure:

1. 110 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA: AFFIDAMENTI DIRETTI per un totale di euro 1.606.119,95;

2. n. 2 AFFIDAMENTI IN ECONOMIA: COTTIMO FIDUCIARIO per un totale di euro 28.000;

3. n. 3 PROCEDURE NEGOZIATE PREVIA PUBBLICAZIONE BANDO per un totale di euro 324.197,00;

4. N. 10 PROCEDURE RISTRETTE per un totale di euro 171.063,16;

5. N. 1 PROCEDURE NEGOZIATE SENZ A pubblicazione di bando per un totale di euro 11.875;

che pertanto nel triennio considerato, i dati risultano così aggregati:

1. n. 590 AFFIDAMENTI DIRETTI (88,05% dei bandi complessivi) per un totale di euro 11.110.383,29 euro (pari al 70% dell’importo complessivo erogato);

2. n. 43 PROCEDURE NEGOZIATE PREVIA PUBBLICAZIONE BANDO (6,42% deibandi complessivi) per un totale di euro 1.648.225 (pari al 10,41%);

3. n. 20 PROCEDURE NEGOZIATE SENZA PUBBLICAZIONE BANDO (2,98%) per un totale di euro 2.015.514,63 (pari al 12,73%);

4. n. 3 PROCEDURE NEGOZIATE DERIVANTI DA AVVISI CON CUI SI INDICE LA GARA per un totale di euro 428.722,00;

5. n. 10 PROCEDURE RISTRETTE per un totale di euro 171.063,16;

6. n. 2 AFFIDAMENTI A COTTIMO FIDUCIARIO per un totale di euro 28.000;

7. n. 2 PROCEDURE NEGOZIATE DERIVANTI DA AVVISI CON CUI SI INDICE LA GARA per un totale di euro 428.722;

8. n. 2 PROCEDURE APERTE per un totale di euro 417.949,00.

CONSIDERATO:

– che in molti casi non sono indicati sul sito i nomi di soggetti di impresa beneficiari di affidamenti diretti o di procedure negoziate previa pubblicazione dei bandi;

– che l’importo massimo di 40.000 per l’affidamento diretto risulta essere superato in svariate circostanze;

– che alcune società (a mero titolo esemplificativo si cita la società Protem srl e la società Salento d’amare) risultano essere svariate volte destinatarie di affidamenti diretti;

– che risultano essere destinatari di fondi alcune associazioni datoriali (Confindustria Lecce e Confartigianato Lecce p.e.s);

CHIEDE ALLA S.V.

– di conoscere le ragioni per cui sono state adottate queste modalità nell’aggiudicazione dei bandi;

– in particolare le ragioni per cui si è fatto un utilizzo così diffuso dell’istituto dell’affidamento diretto anche per importi superiori a 40.000;

– se il rappresentante legale della società Protem è persona vicina a personaggi impegnati nel mondo della politica;

– quali sono le ragioni per cui risultano sul bando ancora aperte procedure nel 2017 (oltre che del 2018);

– quali sono le ragioni per cui nel sito non sono spesso indicati i nomi delle società aggiudicatarie dei bandi”. 

Il capogruppo di FI in Consiglio regionale, Rocco Palese, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Il Sindacato lavoratori della Comunicazione (Slc) aderente alla Cgil concorda come noi sull'illegittimità ed inutilità del progetto “Puglia Night Parade” 2008, puntando il dito accusatore sui benefici e sui ritorni dell'iniziativa tanto decantati dall'accoppiata Ostillio-Vendola, mente e braccio del più colossale spreco di denaro pubblico che la storia regionale ricordi e rileva che dei 6 milioni di euro della spesa prevista, solo il 5% (300.000 euro) andrà agli artisti pugliesi, mentre la parte da leone la faranno artisti di fama nazionale ed internazionale, il cui “peso" nel cast individuato è pari all'88%.

"Per giorni ho resistito alla tentazione di chiamare giornali e tv per dire ciò che penso sulla questione Notti Bianche regionali; ma essendo venuto a conoscenza di troppi particolari, non posso che gridare Vergogna! - Questo dice Mauro Arnesano, della “Notte Bianca” di Lecce... quella vera! - Per due anni consecutivi ho organizzato a Lecce l’evento “Notte Bianca”, che ha coinvolto ogni volta circa 300.000 persone, consentendo  a chiunque ha voluto aderire la possibilità di esserci, di farsi conoscere,  di divertirsi. Il tutto è stato sempre organizzato CON IL SOLO CONTRIBUTO DI PRIVATI, SENZA RICEVERE UN SOLO EURO NE’ DALLA REGIONE PUGLIA, NE’ DAL COMUNE DI LECCE, NE’ DALLA PROVINCIA DI LECCE. Le richieste di contributo non hanno avuto neanche l'onore di una risposta, sarebbe costata al massimo 60 centesimi di francobollo".

Oggi la Regione Puglia spende circa 6 MILIONI di Euro, di danari di tutti, per organizzare un evento “Le Notti Bianche Regionali”, il corrispondente dell’intera somma prevista per la cultura regionale nel quinquennio 2007-2013.

Io, nell’organizzare la Notte Bianca a Lecce, ho scelto una strategia completamente diversa: ho preferito 57 eventi gratuiti dislocati in tutta la città, coinvolgendo anche le periferie fino alle più tarde ore possibili (mission dell'evento, far vivere i luoghi della città di notte); ho scelto di promuovere gli  artisti locali (che rappresentavano il 90% dell’offerta culturale), anziché pagare solo quelli di fuori; ho coinvolto nell’apertura gli esercizi commerciali, ma anche  musei,  luoghi di interesse architettonico e culturale, Università,  Fondazioni, Enti, Associazioni di volontariato, culturali etc etc. Ho scelto un periodo morto, quando “non gira una lira”, ed ho saputo offrire il tutto esaurito ad alberghi, Ristoranti, Bar, Pub,  bed and breakfast ed anche alle Ferrovie dello Stato sulla tratta Roma-Lecce. Dopo tutto questo bel lavoro (che è stato possibile solo grazie alla collaborazione dei volontari, che non hanno preso un Euro ed hanno lavorato notte e giorno, con me per primo), qualcosa però abbiamo ricevuto dalla Regione, il patrocinio GRATUITO del Presidente della Regione Vendola  e dell'assessore Godelli: come si direbbe volgarmente in gergo, “se è gratis, ungimi tutto”….

Regione Puglia. L' assessore Capone querela il consigliere regionale Gianni Liviano, scrive Il Corriere del Giorno il 24 ottobre 2018. Anche l’ agenzia Pugliapromozione si riserva di procedere con ogni azione possibile a tutela della sua immagine., nei confronti del consigliere regionale tarantino del Gruppo misto, Gianni Liviano. “Dietro un’agenzia come questa, ci sono persone che ogni giorno si impegnano con passione e responsabilità, gestiscono fondi pubblici per la promozione turistica del territorio, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti, e sono profondamente colpite da affermazioni del tutto infondate che discreditano l’onorabilità personale e dell’ente”. Il consigliere regionale tarantino del Gruppo misto, Gianni Liviano, che è stato per un brevissimo periodo anche assessore della Giunta Emiliano, essendo stato eletto in una delle liste civiche a supporto della candidatura a Governatore di Michele Emiliano,  non si dà pace e continua a generare sospetti sugli appalti dell’ agenzia regionale  Pugliapromozione, attaccando l’assessore regionale alla Cultura e turismo, Loredana Capone (la quale ha sostituito proprio Liviano dopo le sue dimissioni alla guida dell’ assessorato)  accusandola di aver favorito alcuni soggetti, nella gestione dei fondi pubblici sul turismo. Quegli stessi fondi per cui il consigliere regionale tarantino a suo tempo dovette dimettersi. Il consigliere regionale tarantino ieri mattina in una conferenza stampa ha sostenuto che le sue sei interrogazioni relativamente alle partecipate regionali Pugliapromozione, Apulia Film Commission e Teatro Pubblico Pugliese sarebbero tutte rimaste senza risposta . Nelle sue interrogazioni Liviano poneva tutta una serie di interrogativi in relazione ad assunzioni, nomine dei componenti esterni, bandi e finanziamenti rivolgendosi anche al presidente del consiglio regionale, Mario Loizzo, ed al presidente della Giunta regionale, Michele Emiliano, chiedendo se i bandi di gara contenessero requisiti ed elementi di valutazione obiettivi che garantiscano a chiunque partecipi pari opportunità e assenza di “valutazione privilegiata“. Liviano ha insistito ieri in particolare su un punto evidenziando “l’adozione con frequenza inaudita dell’affidamento diretto nella erogazione di fondi da parte delle partecipate regionali”. Livianoha chiesto inoltre “per quale ragione sono sempre frequenti i nominativi di alcune società e per quali ragioni alcune aziende risultano appartenenti sempre alle stesse persone, in una sorta di meccanismo a scatole cinesi. Vorrei anche sapere se è vero che alcune persone che hanno lavorato negli anni con l’assessore Capone sono dipendenti, hanno o hanno avuto delle prestazioni lavorative con alcune di queste società“. Non contento delle gravi accuse mosse al termine della conferenza stampa Liviano ha voluto anche polemizzare con il presidente Emiliano: “Ha parlato di sforzo da parte dell’Agenzie di superare le rigidità burocratiche e mi fa specie che un presidente della Regione, per di più magistrato, immagini che le leggi siano delle rigidità burocratiche, ma comprendo che a seconda dell’opportunità del momento valga tutto ed il contrario di tutto“. Con una nota l’assessore regionale alla Cultura e al Turismo Loredana Capone oltre ad annunciare delle azioni legali, ha replicato alle gravi affermazioni odierne del consigliere regionale Gianni Liviano: “Il consigliere Liviano ha varcato ogni limite di tolleranza e di pazienza. Sino a quando si esercitano le legittime prerogative del consigliere rispetto all’azione amministrativa della Giunta e degli Assessori è un discorso, ma quando la critica politica si trasforma, come in questo caso, in gravissime illazioni e si attaccano direttamente le persone, allora non può essere tollerata, specie da chi, come me, ha sempre improntato il proprio operato all’onestà, alla legittimità ed alla correttezza dei comportamenti. Sono costretta, pertanto, ad intraprendere ogni azione giudiziaria, civile e penale nei confronti del consigliere Liviano a tutela del mio buon nome, del mio operato e dell’immagine dell’Assessorato che rappresento“. L’ assessore Capone  prosegue nella sua nota: “In merito alle 7 interrogazioni del consigliereGiovanni d’Arcangelo Liviano  nonostante ne abbia appreso l’esistenza dai suoi comunicati stampa, ho chiesto subito alle agenzie regionali, Pugliapromozione, Apulia Film Commission eTeatro Pubblico Pugliese, di fornirmi una dettagliata relazione in merito alle richieste e alle osservazioni del consigliere, impegnando su ogni opportuna verifica anche il dirigente della sezione competente“. La Capone conclude la sua nota precisando inoltre che “Ho già inoltrato le risposte alle prime interrogazioni  inerenti il Teatro Pubblico Pugliese ed Apulia Film Commission ed attendo il completamento dell’istruttoria di Pugliapromozione per inoltrare le altre“. A confutare le gravi accuse di Liviano, anche una nota di Matteo Minchillo Direttore Generale di Pugliapromozione: “Il Consigliere D’Arcangelo Liviano è confuso e dice cose incoerenti con la realtà. Oggi in conferenza stampa è tornato a parlare delle presunte irregolarità relative all’aggiudicazione dei bandi di Pugliapromozione. Sostiene, infatti, che dei 670 «bandi» di Pugliapromozione, 590 sarebbero affidamenti diretti. Ha detto bene: bandi. Il che vuol dire che il consigliere sa che a monte dell’affidamento esiste sempre una procedura ad evidenza pubblica. Perché le definizioni associate ai Cig (codici identificativi di gara), presenti sulla piattaforma DMS(Destination Management System), non sono sempre “affidamenti diretti», ma soprattutto atti conclusivi di procedure selettive“. “Le sue illazioni – prosegue  la nota di Matteo Minchillo– sono sconfessate dai dati. Dal 2016 al 2018 gli affidamenti diretti sono stati solo il 7,6% del totale, le gare il 78,6% mentre il 13,8% affidamenti ad esclusivisti (Fiera di Rimini, Fiera di Milano Bit, ecc.). Per quanto riguarda l’avvicendamento delle imprese affidatarie, su cui Liviano mostra delle perplessità, un dato per tutti: dal 2012 la percentuale di rotazione è di oltre 70%. D’altra parte il consigliere Liviano afferma che negli affidamenti diretti «il più gettonato» sarebbe un gruppo di società; di fatto gli affidamenti alle società di tale gruppo incidono sul monte totale nell’ultimo triennio per lo 1,86%“. “Puntualmente l’Agenzia sta ultimando le relazioni richieste dall’Assessore in riscontro alle interrogazioni del Consigliere Liviano a cui sarà data risposta in sede di Consiglio regionale. – conclude la nota del Direttore Generale Minchillo.  “Nel frattempo l’Agenzia Pugliapromozione si riserva di procedere con ogni azione possibile a tutela della sua immagine. Dietro un’agenzia come questa, ci sono persone che ogni giorno si impegnano con passione e responsabilità, gestiscono fondi pubblici per la promozione turistica del territorio, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti, e sono profondamente colpite da affermazioni del tutto infondate che discreditano l’onorabilità personale e dell’ente”.

Striscia la Notizia 24 novembre 2018 il servizio di Pinuccio sull’appaltopoli pugliese. Pinuccio intervista l’Avv. Loredana Capone, Assessore Turismo e Cultura della Regione Puglia.

Pinuccio all’esterno sulla spiaggia: Carissimi amici ritorniamo a parlare di appalti in Puglia. Qualche tempo fa vi abbiamo fatto vedere alcune società con nomi di fantasia: Polpo, Pasticiotto, Riccio che erano tutte collegate alle stesse persone...ad una stessa società, che si chiama Protem. Abbiamo cominciato a fare questi servizi perché l’organo interno di valutazione della Regione aveva sollevato alcuni dubbi rispetto alla rotazione delle aziende che vincevano appalti, soprattutto in alcuni settori: quelli della Cultura e del Turismo. A questo punto andiamo a parlare con l’assessore che si occupa di turismo e cultura per avere dei chiarimenti. No Sabino?

Sabino: sono emozionato.

Capone: Gli affidamenti diretti sono una percentuale minima, mediamente il 7, 6% nel corso del triennio. Il resto sono procedure di gare o procedure negoziate.

Pinuccio: anche sulle procedure negoziate, diciamo, non è proprio trasparente il sito. Perché diciamo che nella procedura negoziata io vorrei sapere chi partecipa.

Capone: appunto è tutto qui guardi.

Pinuccio: E sì però non è online.

Pinuccio all’esterno: l’organo di valutazione interna dice un fatto, lei ne dice un altro.

Sabino: se la vedessero loro.

Pinuccio all’esterno: se la vedessero loro, però poi ci sono state anche delle interrogazioni che hanno sollevato alcuni dubbi all’interno dell’assegnazione dei bandi di “Puglia Promozione”, che è quest’ente che si occupa di turismo che dipende sempre dallo stesso assessorato. E si sono fatte, anche, in queste interrogazioni dei nomi. Dei nomi di persone che sono di Protem, questa società, e che però vengono accostate alla Capone. Ovvero: Conte e Martella. Li conosci Sabino?

Sabino: non li conosco.

Pinuccio all’esterno: però queste persone vengono taggate nelle foto della Capone in campagna elettorale. Sai che vuol dire?

Sabino: non conosco questo tago.

Pinuccio all’esterno: no, taggato vuol dire ti taggo, così poi magari vieni, vieni a vedere, così il fatto. Queste due persone l’assessore le conosce.

Pinuccio: è curioso, è una coincidenza vedere che alcuni dello staff elettorale che l’hanno appoggiata anche in campagna elettorale si trovano a lavorare in queste aziende.

Capone: una cosa sono le coincidenze, una cosa è la legalità. Per noi vale la legge. E non ci sono coincidenze che tengano.

Pinuccio: diciamo che è gente che lei può avere incontrato come ha incontrato migliaia di persone.

Pinuccio all’esterno: Sabino, allora sarà pure una coincidenza che ha fatto la testimone di nozze a Martella insieme a Conte.

Sabino: sicuro?

Pinuccio all’esterno: e che cosa ti devo dire.

Capone: quando lei ha fatto il servizio che io ho visto e di cui la ringrazio, ho chiesto subito chiarimenti a Puglia Promozione e devo dire anche all’ufficio, perchè potesse fornirmi, diciamo, delucidazioni, rispetto a queste aziende che sembrano collegate dal suo…

Pinuccio: parliamo del gruppo Protem. Sono collegate. Sono le stesse persone del gruppo di amministrazione.

Capone: ecco. Questi chiarimenti sono stati forniti con una nota che abbiamo depositato, proprio in risposta anche all’interrogazione, che poi il giorno dopo è stata fatta.  Ed emerge come la procedura è stata fatta nella piena legalità. Se ci sono, come dire, delle elusioni della norma, di quello si tratterebbe. Ben venga che magari ci sia un regolamento ancora più intransigente. Ancora più, come dire, stringente, relativamente a questa opportunità. Però sempre rispettando il codice degli appalti, perché altrimenti avremmo il caso contrario. Avremmo il ricorso da parte delle imprese.

Pinuccio: qua si parla di opportunità.

Pinuccio all’esterno: Un’altra coincidenza è che del gruppo Protem, di queste società, uno dei soci che vediamo spesso è Gabriele Torricelli, che è il vice segretario cittadino di Lecce del PD. Sabino questo lo deve conoscere per forza.

Sabino: io non ti conosco…

Capone: io conosco Torricelli Gabriele senz’altro. Sta ne PD. Io sono del PD ed ovviamente sono assessore regionale che è eletta in quel collegio. Ma questo prescinde totalmente dal mio rapporto con le agenzie e con le gare.

Pinuccio all’esterno: Va bè. Questo lo conosce, però la legge. Tutto legale. Non centra niente con le società.

Sabino: conoscere non vuol dire amare.

Pinuccio all’esterno: va bè, però c’è una coincidenza strana. Quando la Capone diventa assessore allo sviluppo economico nasce la Protem, che si occupa di software e in qualche modo lavora con l’assessorato. Quando la Capone è diventata assessore al turismo nascono due società con le stesse persone, che si occupano di turismo ed ottengono finanziamenti da Puglia Promozione, ovvero dall’assessorato al turismo.

Sabino: io non ti conosco…

Pinuccio all’esterno. Adesso parliamo di altre due società riconducibili ad una stessa persona che si chiamano Password Ad e 365 giorni in Puglia. Anche queste lavorano con Puglia Promozione, ma queste, Sabino, le deve conoscere per forza.

Sabino: io non ti conosco…non so chi sei…

Pinuccio: La società Password Ad le dice qualcosa?

Capone: …no!

Pinuccio: è colei che ha comprato il dominio del sito “LoredanaCapone.it” e lavora con Puglia Promozione. Anche questa è una coincidenza che però….

Capone: Password Ad….

Pinuccio: Puglia 365….non le dice niente? Sono due società gemelle.

Capone: non conosco. Non lo gestisco neanche direttamente. Quindi…non conosco questa persona.

Pinuccio: lo gestisce una società, comunque…

Capone: nel senso che è il dominio...no, no…

Pinuccio: il sito lo gestisce un’altra società.

Capone: no! Nel senso che c’è una società che ha il dominio, di cui, oggettivamente, non ricordo neppure il nome, perché feci una cool ed ha vinto questa società.

Pinuccio fuori capo: sono titolari del suo sito personale, ma non li conosce. Quindi è un poco ingrata, Sabino…

Sabino: mi spiace ma non li conosco

Pinuccio all’esterno: Sabino, non si ricorda. Ora gli facciamo vedere un video, in cui si capisce che lei e il titolare di queste aziende si conoscono.

Sabino: io non li conosco…

Pinuccio all’esterno: vedete, qui a sinistra, c’è il titolare di Password AD e sentite la Capone cosa dice: “tre anni fa…no quattro anni fa andai a vedere…Diciamo, ho ricevuto Nevio che mi ha chiesto: ma perché la regione non si interessa alla nostra fiera?”

Pinuccio all’esterno: Adesso parliamo di una persona che conosce sicuramente: Alessandra Caiulo, che in queste foto di facebook di Loredana Capone faceva parte del suo staff in campagna elettorale. Questa persona ha delle consulenze al Teatro Pubblico Pugliese, che è un altro ente che dipende dall’Assessorato alla Cultura ed il Turismo e nel 2016 ha avuto una consulenza da Puglia Promozione per seguire un evento della Protem cofinanziato da Puglia Promozione. Pure l’evento, Sabino…

Sabino: questa neppure la conosco…

Pinuccio all’esterno: Tutto legale…

Capone: Alessandra Caiulo lavora con una attività in Teatro Pubblico Pugliese e segue tutte le attività culturali che noi facciamo con il Teatro Pubblico Pugliese. Quindi è frequentemente accanto a me perché si occupa proprio della comunicazione culturale proprio in virtù di questo ruolo che svolge.

Pinuccio all’esterno: Sabino, allora sono solo rapporti istituzionali con questa persona. Però nelle foto che adesso vediamo, insomma, sembrano un poco amiche. Sta pure questo video boomerang. Abbiamo trovato una intervista alla Caiulo, in cui lei stessa conferma di essere addetto stampa dell’assessore dal 2011. Ma è addetto stampa dell’assessore o è consulente del Teatro Pubblico Pugliese?

Sabino: boh…non ho capito!

Pinuccio all’esterno: Però noi ci poniamo una domanda: tutto legale, sì, però è una questione di opportunità. Ovvero: è opportuno che persone che hanno fatto parte dello staff elettorale di un politico, in questo caso di un assessore, poi si ritrovano ad orbitare nell’attività dell’assessorato? Sabino vuoi dire qualche cosa?

Sabino: io non ti conosco...non so chi sei?

NOEMI DURINI. IL DELITTO DI SPECCHIA. 

Noemi una morte annunciata e le solite responsabilità.

Noemi, la madre in tribunale: «Sono fiduciosa», scrive Il Quotidiano di Puglia Giovedì 4 Ottobre 2018. «Ce la faremo a fare giustizia, ragazzi, ce la faremo. Oggi é il giorno della verità che tutti, specialmente io, stiamo aspettando da un anno». Lo ha detto Imma Rizzo, la madre di Noemi Durini, parlando con i giornalisti al suo arrivo al Tribunale dei Minorenni di Lecce dove é in corso l'ultima udienza del processo, con rito abbreviato, in cui é imputato Lucio Marzo, il 18enne di Montesardo salentino reo confesso dell'omicidio della sua fidanzata Noemi, uccisa il 3 settembre del 2017. Il corpo della ragazza fu scoperto solo dopo 10 giorni sotto un cumulo di pietre in una campagna di Castrignano del Capo. Imma Rizzo é arrivata accompagnata dalla figlia Benedetta e dal suo legale, l'avvocato Mario Blandolino. È tutta vestita di verde. «Come la speranza che non ho mai perso», ha risposto ai giornalisti che le facevano notare il significato del colore dei suoi vestiti. «Sono serena - ha aggiunto Rizzo - perché sono stata sempre fiduciosa, sin dal primo giorno. Vediamo se oggi cominceranno a funzionare un pò queste leggi». La madre di Noemi, nei due giorni precedenti il processo iniziato il 2 ottobre, aveva preferito non essere presente in aula. «Ho preferito restare in disparte e ascoltare - ha spiegato - ma oggi é il giorno della verità». In aula é presente anche il padre di Noemi, Umberto, e il nonno Vito. Non ci sono invece i genitori di Lucio, su sua espressa richiesta. Fuori dal tribunale ci sono anche le amiche del cuore di Noemi che indossano una maglietta con la stampa del volto di Noemi e la scritta «L'amore é un'altra cosa». Dopo la controreplica del pm Anna Carbonara, il gup Aristodemo Inguscio si ritirerà in Camera di consiglio per la sentenza

Omicidio Noemi Durini, il fidanzato Lucio Marzo condannato a 18 anni e 8 mesi. Il 18enne reoconfesso è stato condannato dal Tribunale dei Minorenni di Lecce dove il processo si è celebrato con rito abbreviato, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 4 ottobre 2018. Diciotto anni e 8 mesi di reclusione. È la condanna stabilita dal Tribunale dei minorenni di Lecce per Lucio Marzo, il 18enne reo confesso dell’omicidio della sua fidanzata sedicenne Noemi Durini, uccisa il 3 settembre del 2017 e il cui corpo fu ritrovato dieci giorni dopo in campagna. Il gup Aristodemo Ingusci mercoledì aveva respinto le istanze del difensore di Marzo e fissato per oggi la sentenza, arrivata poco dopo mezzogiorno. La pm Anna Carbonara aveva chiesto 19 anni e mezzo di carcere, cumulando l’omicidio e i reati connessi emersi nel corso del processo. Il procedimento per la morte della 16enne di Specchia, in provincia di Lecce, il cui cadavere venne ritrovato nelle campagne salentine di Castrignano de’ Greci sotto un cumulo di pietre, si è svolto con rito abbreviato, garantendo lo sconto di un terzo della pena all’imputato. La giovane, secondo il medico legale, morì “per insufficienza respiratoria acuta conseguente ad asfissia da seppellimento mediante compressione del torace e dell’addome”. Noemi era quindi in vita quando il suo assassino l’ha ricoperta con delle pietre di un muretto a secco ed è morta dopo una lenta agonia. L’esame autoptico aveva evidenziato che il fendente inferto con un coltello da cucina, la cui punta è stata rinvenuta conficcata nella nuca della vittima, non è stato letale, poiché la lama non è entrata nella scatola cranica. Secondo Vaglio, inoltre, la presenza di tagli sull’avambraccio sinistro della ragazza dimostrerebbero il tentativo della 16enne di difendersi mentre le percosse al capo potrebbero aver prodotto “una commozione cerebrale” che l’aveva resa incosciente anche a causa di “una lesione laringea”. L’assassino, quindi, stando al perito, l’ha picchiata, poi ferita e ne avrebbe quindi trascinato il corpo privo di coscienza nell’uliveto per circa 5 metri per poi seppellirlo. Il peso delle pietre avrebbe provocato quindi l’asfissia e l’insufficienza respiratoria.

Noemi Durini, fidanzato Lucio Marzo condannato a 18 anni. Omicidio Noemi Durini, oggi la sentenza per Lucio Marzo: condannato a 18 anni di carcere. La mamma della vittima, Imma Rizzo “no soddisfazione, lei non c'è più…”, scrive il 4 ottobre 2018 Niccolò Magnani su "Il Sussidiario". «Non c'è soddisfazione di nulla. Mia figlia non c'è più. Ora Lucio resterà in carcere per 18 anni e 8 mesi, spero che rifletta su quello che ha fatto», ha detto la mamma di Noemi Durini, Imma Rizzo, uscendo dal Tribunale di Lecce dopo la sentenza letta dal gup. Ha poi sottolineato, «Mi aspettavo anche 30 anni, non basta una vita per un gesto come questo». Secondo l’avvocato della difesa, Luigi Rella, la condanna è stata invece molto alta e non è stato riconosciuta la nuova richiesta di perizia psichiatrica sul ragazzo: «Vedremo le motivazioni e capiremo. Lucio sta male e ha bisogno di aiuto, la pena è troppo gravosa». Il Tribunale ha infatti accolto di fatto tutte le richieste del pm - 19 anni di carcere - non tenendo invece conto delle richiesta dei legali difensivi che volevano l'esclusione dell'aggravante della premeditazione nonché «la riqualificazione da soppressione del cadavere in semplice occultamento». 

LUCIO CONDANNATO A 18 ANNI E 8 MESI DI CARCERE. Lucio Marzo è stato condannato a 18 anni e 8 mesi di reclusione per l’omicidio efferato della fidanzatina 16enne Noemi Durini, nell’orrendo delitto di Specchia dello scorso settembre: lo ha deciso il Tribunale dei Minorenni di Lecce dove il processo sia celebrato con rito abbreviato, con annessa garanzia di sconto di un terzo della pena. Viene così confermata in pieno la tesi della Procura e la superperizia portata come prova centrale del processo: Noemi Durini, secondo il medico legale, morì «per insufficienza respiratoria acuta conseguente ad asfissia da seppellimento mediante compressione del torace e dell’addome». Era ancora in vita quando è stata sepolta viva, il che rende ancora più tragica e drammatica la fine della sua esistenza per mano dell’ira furente dell’allora fidanzatino. È stato poi il peso delle pietre avrebbe provocato quindi l’asfissia e l’insufficienza respiratoria. 

DELITTO NOEMI DURINI: L’ATTESA DELLA MAMMA. Per Lucio Marzo oggi sarà il “giorno della verità”: lo ha detto prima di entrare in tribunale a Lecce la mamma di Noemi Durini, la 16enne trucidata dal fidanzatino reo confesso lo scorso 3 settembre 2017. Mamma Imma Rizzo è arrivata per quella che è l’ultima giornata del processo con rito abbreviato nei confronti di quel ragazzino, oggi 18enne, che ha picchiato e sepolto viva la sua fidanzata per motivi ancora non del tutto chiari. In sede di inchiesta e processo, numerose versioni, depistaggi e “false piste” sono state “provate” da Lucio e dalla sua famiglia, ma oggi saranno i giudici a dover decidere se confermare la richiesta di pena a 18 anni avanzata dalla pubblica accusa. «Ce la faremo a fare giustizia, ragazzi, ce la faremo. Oggi é il giorno della verità che tutti, specialmente io, stiamo aspettando da un anno», ha aggiunto ancora la madre di Noemi, vestita di verde come la speranza che nutre «Sono serena perché sono stata sempre fiduciosa, sin dal primo giorno. Vediamo se oggi cominceranno a funzionare queste leggi».

COSA RISCHIA LUCIO MARZO: OGGI LA SENTENZA. Omicidio abbietto e con futili motivi, oltre all’occultamento di cadavere: Lucio Marzo rischia grosso, anche se vi sono diversi punti poco chiari specie sul fatto di aver utilizzato o meno dei complici, su tutti il padre Biagio. Alla sbarra per ora c’è solo il giovanissimo maggiorenne ma possibili “clamorose” novità potrebbero sorgere nei prossimi mesi; il difensore di Lucio Marzo ha chiesto una nuova perizia psichiatrica. Secondo il suo legale, il ragazzo all'epoca dei fatti non fosse in sé, quindi non stesse bene né seguendo le giuste cure. Lo ha confermato lo stesso papà di Lucio ieri a La Vita in Diretta, «mio figlio non stava bene, non stava seguendo le cure di cui aveva bisogno». Difficile pensare che oggi non si arrivi a sentenza dura per Lucio ma ipotesi di “attenuanti” o di nuovi elementi investigativi non sono da escludere, seppur in maniera assai poco “probabile”. Ad incastrare Lucio c’è la famosa “superperizia” della Procura secondo cui Noemi sarebbe stata picchiata a mani nude, poi accoltellata e seppellita mentre era ancora viva. Secondo quanto da lui raccontato, quella sera Noemi lo pressava per uccidere i suoi genitori che si opponevano alla loro relazione, simulando una rapina in casa: a quel punto la decisione di ucciderla.

Omicidio di Noemi Durini, il fidanzato condannato a 18 anni e 8 mesi. La giovane fu uccisa il 3 settembre 2017. Il 18enne reo confesso aveva nascosto il cadavere, che fu ritrovato dopo 10 giorni, scrive il 4 ottobre 2018 Quotidiano.net. Lucio Marzo, il 18enne reo confesso dell'omicidio della sua fidanzata sedicenne Noemi Durini, è stato condannato a 18 anni e 8 mesi di reclusione. Lo ha deciso il Tribunale dei Minorenni di Lecce dove il processo si è celebrato con rito abbreviato.  Il pm Anna Carbonara aveva chiesto per il fidanzato di Noemi la condanna a 18 anni di carcere. La richiesta di una nuova perizia psichiatrica per il ragazzo, reo confesso, è stata rigettata. L'OMICIDIO - Il ragazzo di Montesardo Salentino, dopo l'omicidio avvenuto il 3 settembre del 2017, nascose il corpo della ragazza che abitava a Specchia, Lecce. Il cadavere fu scoperto solo dopo 10 giorni sotto un cumulo di pietre in una campagna di Castrignano del Capo. Noemi era stata malmenata e accoltellata a morte.  I GENITORI DI NOEMI - "Non c'è soddisfazione, mia figlia non c'è più". Sono le prime parole di Imma Rizzo, la madre di Noemi, dopo la lettura della sentenza di condanna. "Ora resterà (Lucio Marzo, ndr) in carcere per 18 anni e 8 mesi, spero che rifletta su quello che ha fatto", aggiunge. "Mi aspettavo anche 30 anni, non basta una vita per un gesto come questo", dice lasciando l'aula. Parlando con i giornalisti al suo arrivo al Tribunale dei Minorenni di Lecce, dove era in corso l'ultima udienza del processo, la donna aveva detto: "Non potrò mai perdonarlo, bisogna dargli l'ergastolo". Nei giorni scorsi aveva parlato anche il padre della vittima, Umberto Durini. "Io non ho odio, lo dico col cuore - le sue parole a La Vita in Diretta, su Rai 1 -. Lui ha il diritto di rifarsi una vita, però 20 anni o 18 li deve fare in galera". 

Omicidio Noemi: il fidanzato condannato a 18 anni e 8 mesi. La sentenza del Tribunale dei minori di Lecce per il 18enne Lucio Marzo reo confesso del delitto della sua fidanzata di 16 anni nel settembre 2017. La madre di Noemi Durini: "meritava l'ergastolo, non potrò mai perdonarlo", scrive Globalist il 4 ottobre 2018. E' stato condannato a 18 anni e 8 mesi di reclusione Lucio Marzo, il 18enne di Montesardo Salentino reo confesso dell'omicidio della sua fidanzata di 16 anni Noemi Durini, uccisa il 3 settembre del 2017. Lo ha deciso il Tribunale dei Minorenni di Lecce dove il processo si è celebrato con rito abbreviato. Il corpo della ragazza fu scoperto solo dopo 10 giorni sotto un cumulo di pietre in una campagna di Castrignano del Capo. Il Tribunale ha sostanzialmente accolto le richieste avanzate dal pm Anna Carbonara che aveva chiesto 18 anni per l'omicidio e un altro anno e mezzo per reati collaterali. L'avvocato difensore di Marzo, Luigi Rella, aveva giudicato alta la pena richiesta e aveva chiesto una nuova perizia psichiatrica, con la nomina di nuovi consulenti, il riconoscimento delle attenuanti generiche, l'esclusione dell'aggravante della premeditazione nonché la riqualificazione da soppressione del cadavere in semplice occultamento. Ma le sue richieste non sono state accolte. "Vedremo le motivazioni e capiremo", ha detto il legale ribadendo che "Lucio sta male e ha bisogno di aiuto". "Non c'è soddisfazione di nulla - ha detto dopo la sentenza Imma Rizzo, la madre di Noemi - mia figlia non c'è più. Ora Lucio resterà in carcere per 18 anni e 8 mesi, spero che rifletta su quello che ha fatto. Mi aspettavo anche 30 anni, non basta una vita per un gesto come questo". "Non potrò mai perdonarlo - ha aggiunto la madre di Noemi - meritava l'ergastolo. Con Lucio ci siamo guardati negli occhi e in quello sguardo c'era un anno intero di sofferenza. La parola perdono non esiste perché non potrò mai perdonarlo. Lui dovrà chiedere perdono a Noemi e alla sua coscienza". "Non ha mai chiesto perdono - ha aggiunto il padre di Noemi, Umberto Durini - non mi ha mai guardato in faccia. Era impassibile, lucido e cosciente di quello che ha fatto. Diciotto anni sono giusti, deve marcire in galera".

Colpo di scena nell’omicidio di Noemi Durini, Lucio scrive al padre della ragazza, scrive il 17 aprile 2018 Elisabetta Francinella su "Velvetnews.it". Si riaccendono i riflettori sull’omicidio di Noemi Durini, la 16enne di Specchia brutalmente uccisa il 3 settembre del 2017. Il fidanzato, inizialmente reo confesso del delitto, ha cambiato nuovamente versione dei fatti puntando il dito contro suo padre. Umberto Durini, papà della giovane, lancia un appello per sapere la verità. Il fidanzato di Noemi Durini, il 18enne accusato di aver ucciso brutalmente la studentessa di Specchia di soli 16 anni il 3 settembre del 2017, ha cambiato nuovamente versione dei fatti, ma questa volta ha puntato il dito contro suo padre. In una missiva il giovane di Montesardo, che al momento dell’omicidio aveva soltanto 17 anni, ha confessato una nuova verità su quel tragico giorno. Cosa abbia rivelato nello specifico nella lettera non è ancora stato reso noto per tutelare le indagini, ma stando quanto emerso si è soffermato sul ruolo del padre nell’omicidio di Noemi Durini, il quale avrebbe preso parte nella fase di seppellimento del corpo della studentessa. Il giovane Lucio è stato ascoltato il 30 marzo scorso dalla pm Anna Carbonara della Procura dei Minori, davanti al suo avvocato difensore Luigi Rella. Per il momento gli inquirenti stanno cercando di verificare se quanto sostenuto nell’ultima missiva sia attendibile. Ospite de La Vita in Diretta è intervenuto in merito il papà di Noemi, Umberto Durini. Il padre della povera vittima ha rivelato ai microfoni del programma di Rai 1, nella puntata andata in onda il 16 aprile, di aver ricevuto una lettera dal carcere in cui si trova il fidanzato della figlia. “Ho ricevuto una lettera da Lucio, non dico molto in merito a quello che dice il testo ma posso solo citare le ultime righe”, afferma Umberto Durini aggiungendo: “Mi ha detto che io sono un padre per lui, mi ha detto che mi ha voluto bene, mi ha detto che amava Noemi”. Rivolgendosi direttamente al 18enne lancia un appello: “Prendi una decisione, fai qualcosa dopo quello che mi hai detto nella lettera. Io ti aiuterò, racconta tutto. Tuo padre ti abbandonerà come ha fatto in altre occasioni. Se davvero credi di avermi voluto bene, fai qualcosa e racconta tutta la verità. Insieme io e te possiamo avere giustizia per Noemi”. Quest’ultima versione dei fatti del fidanzato di Noemi Durini sembra assai discordante con le precedenti, specialmente con la prima avvenuta pochi giorni dopo l’omicidio di Noemi Durini, dove Lucio si assunse la piena responsabilità dei fatti dichiarandosi il solo responsabile del delitto. Nei mesi scorsi il giovane aveva ritrattato tutto, puntando il dito contro il meccanico di Patù Fausto Nicolì, iscritto per atto dovuto nel registro degli indagati. 

Omicidio Noemi Durini, il padre: “Lucio mi ha scritto dal carcere”, nuovo colpo di scena, scrive Michela Becciu il 17 aprile 2018 su Urban Post. Omicidio Noemi Durini ultime notizie: ieri a La vita in diretta è intervenuto in diretta da Specchia Umberto Durini, il papà della 16enne assassinata lo scorso 3 settembre e per il cui delitto è in carcere il suo fidanzato (minorenne all’epoca dei fatti), Lucio Marzo. Il caso è tornato alla ribalta della cronaca poiché il giovane, recluso nel carcere minorile di Quartucciu (Cagliari), dopo avere inizialmente confessato il delitto ha, in due tempi, ritrattato parzialmente la sua versione dei fatti. In una prima lettera fatta recapitare ai magistrati attraverso la polizia penitenziaria, accusò infatti Fausto Nicolì di avere materialmente commesso il delitto (il 50enne meccanico di Patù è infatti indagato a piede libero come atto dovuto), lo scorso 30 marzo, però, Lucio ha rivelato una sua nuova verità dei fatti, chiamando in causa anche suo padre Biagio. Lucio ha in sostanza rivelato che suo padre lo avrebbe aiutato a seppellire il corpo della povera Noemi che – stando alle indiscrezioni emerse dalla autopsia sarebbe morta per asfissia, e sarebbe stata sepolta viva – ancora agonizzava quando le furono gettati addosso i massi che l’assassino ha trovato a portata di mano sul luogo del delitto, una zona di campagna a Castrignano del Capo. La sua nuova versione dei fatti è al vaglio della magistratura che, sebbene non ne siano ancora emerse le prove oggettive, dalla prima ora aveva ipotizzato che il ragazzo non poteva aver fatto tutto da solo, anche perché il corpo di Noemi sarebbe stato trascinato per diversi metri prima di essere sepolto dai massi.

Lucio: «Papà mi aiutò a seppellire Noemi», scrive Erasmo Marinazzo su Il Quotidiano di Puglia Sabato 14 Aprile 2018. E ora tira fuori ancora un’altra verità sulla fine della fidanzata Noemi Durini, 15 anni, di Specchia. E sostiene che il padre lo aiutò a seppellirla sotto ad un cumulo di pietre. Una verità che come le altre - almeno sette quelle raccontate finora da L.M., di Alessano, 17 anni all’epoca dell’arresto del 13 settembre dell’anno scorso - viene valutata dagli inquirenti attendendo gli esiti della perizia di tipo biologico, genetico e molecolare su tutti i reperti sequestrati. E tenendo conto anche delle conclusioni della perizia psichiatrica: «L.M. proietta su altri intenzioni ed azioni nel concreto agite da lui». Ed ancora: «Ha compreso il disvalore e l’abnormità del gesto commesso. Proprio per tale ragione egli ha avuto la rapida e perseverante premura di allontanare da se’ ogni possibile sospetto. E, dopo la confessione, ha più volte disorientato gli interlocutori verso alterne versioni dei fatti che, per quanto goffe, sono state organizzate secondo rappresentazioni per lui giuridicamente più favorevoli». Dunque, tanti e fondati i dubbi sulla possibilità che L.M. racconti cosa sia effettivamente accaduto. Non raccolse credibilità già la penultima versione della morte di Noemi: ad uccidere la sua fidanzata fu l’amico in comune F.N., 49 anni, di Patù, scrisse in una lettera il 5 gennaio scorso. L’uomo fu iscritto nel registro degli indagati e poco dopo venne interrogato in Procura alla presenza dell’avvocato difensore Luca Puce. Come atto dovuto, senza altro seguito. Ha preso invece un’altra piega, al momento, l’inchiesta della Procura ordinaria e della Procura per i minorenni sull’ultima versione riferita da L.M., anche questa volta con una corrispondenza: il giovane in regime di custodia cautelare per le accuse di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, nonché di occultamento di cadavere, è stato raggiunto a Bari per essere interrogato dai pubblici ministeri Donatina Buffelli Anna Carbonara, alla presenza degli avvocati difensori Luigi Rella e Paolo Pepe. Una procedura diversa da quella seguita per F.N., dunque. Perchè? Va ricordato che il padre di L.M. fu iscritto sul registro degli indagati per concorso in occultamento di cadavere (è difeso dagli avvocati Luigi Piccinni e Stefano De Francesco) quando il 13 settembre il ragazzo fece trovare il corpo di Noemi. Al netto di quello che ha detto la consulenza psichiatrica sulla tendenza di L.M. di cercare di allontanare da se’ il terribile peso di aver ucciso la ragazza per cui aveva perso la testa, l’inchiesta ha ancora la necessità di spazzare via alcune zone d’ombra. In particolare l’arma mai ritrovata, quel coltello di cui venne trovato un centimetro di punta nel cranio della ragazza. E cosa L.M. fece rientrando a casa dopo aver abbandonato il corpo di Noemi nelle campagne fra Santa Maria di Leuca e Castrignano del Capo. L.M. ha riferito che il padre lo avrebbe aiutato a ricoprire il corpo di Noemi di pietre. Il che - se fosse vero e la verità non è stata dimostrata ancora nemmeno a livello indiziario - renderebbe tutto più complicato per il genitore: la consulenza medico legale di Roberto Vaglio sostiene che Noemi fosse ancora viva quando finì sotto un cumulo di pietre. Respirava. Morì soffocata e non per le tante lesioni causate da colpi di pietra e pugni. Lo riferì lo stesso L.M. nel corso della perizia psichiatrica: «Quando sono andato via io, Noemi era viva. Lo so...diceva “che cogl...che cogl”, diceva. “Che mi hai fatto, che mi hai fatto”». Si cercano riscontri all’ultima variante di questa tragedia. Anche di tipo oggettivo: le analisi nel laboratorio dei carabinieri del Ris di Roma sui reperti. Fra i quali le unghie di Noemi, per verificare se nel tentativo di difendersi abbiano trattenuto brandelli di pelle e a chi, eventualmente, appartengano. Come pure sulle tracce di sangue trovate sulla Fiat 500 di L.M. e su tutto ciò che è stato sequestrato nella casa di famiglia.

Noemi Durini, il papà della 16enne di Specchia: “Lucio racconta la verità”. “Lucio, se davvero vuoi hai voluto bene a Noemi racconta la verità”: è questo l’appello che papà Umberto ha voluto lanciare ai microfoni della Vita in diretta. Il ragazzo gli avrebbe anche scritto una lettera dal carcere, scrive il 17 aprile 2018 "Lecce news 24". Rompe il silenzio in cui si era rifugiato in attesa di conoscere la verità, Umberto Durini che ai microfoni della trasmissione pomeridiana di Rai 1 “La Vita in diretta” ha voluto parlare della morte di Noemi e lanciare un appello a Lucio, rinchiuso nel carcere di Quartucciu: «Mia figlia forse era ancora viva quando è stata seppellita» ha dichiarato, ricordando gli ultimi dolorosi minuti di vita della 16enne di Specchia. Non più soltanto una paura: come ha confermato l’autopsia, la studentessa respirava ancora quando è stata ricoperta dalle pietre di un muretto a secco in quella campagna che per 10 giorni ha “nascosto” il corpo della 16enne agli occhi di chi la stava cercando. «Domenica sono stato nel luogo in cui hanno ritrovato mia figlia a Castrignano del Capo, nei massi ho visto tutta la crudeltà». «Se davvero hai voluto bene a mia figlia, come hai scritto nella lettera che mi hai inviato, racconta la verità e liberati da questo fardello» ha aggiunto papà Umberto che, fin da subito, ha puntato il dito contro il papà di Lucio, quel Biagio che su Facebook aveva definito “un cancro” il fidanzamento ufficiale dei due ragazzini condiviso sui social. In studio era presente anche il generale Luciano Garofano che, nel ruolo di consulente, ha assistito tutti gli accertamenti eseguiti dal maresciallo dei carabinieri del Ris di Roma, Vincenzo Verdoliva: «Sono emersi particolari scontati e altri sorprendenti, che potrebbero far luce sulla verità» ha dichiarato rispettando il segreto istruttorio. Le indagini vanno avanti, sul tavolo degli inquirenti c’è ora l’ultima versione fornita dal ragazzo di Montesardo che – questa volta – ha chiamato in causa il papà, lo ha accusato di averlo aiutato a seppellire il corpo di Noemi. Certo, il dubbio che il ragazzo non poteva aver fatto tutto da solo c’è stato da sempre. Il corpo della ragazzina è stato trascinato per diversi metri e ricoperto di pietre, ma al momento si tratta solo di parole, le ennesime di un ragazzo che fino a questo momento non ha mai saputo dire la verità.

Le verità di Lucio, un nuovo lungo interrogatorio per l’assassino di Noemi. L'ex fidanzato della 16enne di Specchia assassinata e abbandonata nelle campagne è stato sentito nel carcere minorile di Bari, scrive A.Mor. il 6 aprile 2018 su Lecce Prima. Un lungo interrogatorio alla presenza del suo legale, l’avvocato Luigi Rella, nel carcere minorile di Bari, per raccontare una nuova o più dettagliata versione sulla morte di Noemi Durini, la 16enne di Specchia assassinata e ritrovata nelle campagne di Castrignano del Capo a distanza di dieci giorni dalla scomparsa il 3 settembre scorso. Lucio, l’ex fidanzato della ragazza assassinata, è comparso nuovamente dinanzi agli inquirenti, ultimo capitolo di una lunga storia di morte e misteri. I due consulenti nominati dal gip del Tribunale per i minorenni hanno intanto stabilito che Lucio era capace di intendere e di volere al momento dei fatti e può sostenere il giudizio. Nel decreto di fermo il sostituto procuratore della Repubblica Anna Carbonara ha contestato l’omicidio premeditato, per aver provocato “la morte di Noemi prelevandola alle 4.51 dalla sua abitazione con la Fiat 500 di proprietà della sua famiglia e conducendola in aperta campagna colpendola con l’uso di corpi contundenti; con le aggravanti di aver commesso il fatto con premeditazione, per motivi abietti o futili e di aver agito con crudeltà”. Il 18enne ha dichiarato “di essersi immesso lungo uno strada che lo conduceva verso il centro abitato di Castrignano del Capo ma prima di arrivarvi, svoltava a sinistra lungo una strada sterrata. Qui dichiarava di essersi parcheggiato e, con la scusa che si sarebbero fumati una sigaretta, scendeva dall’auto insieme a Noemi con la quale si addentrava in un uliveto dove poi, approfittando di un momento propizio, colpendola con un coltello al collo, continuando a colpirla con delle pietre alla testa”. Poi si sarebbe allontanato “dal luogo dei fatti repentinamente con la propria autovettura disfacendosi del manico del coltello avvolto nella propria maglietta in un luogo che non ha saputo indicare”. L’autopsia ha stabilito che Noemi era ancora viva quando fu sepolta con dei sassi e abbandonata nelle campagne di Castrignano del Capo all’alba del 3 settembre. Il medico legale ha indicato come causa del decesso la morte per asfissia. Non furono dunque le lesioni al collo compatibili con delle ferite da arma da taglio, e alcune alla testa riconducibili all’utilizzo di un corpo contundente come una pietra, a uccidere Noemi, che fu lasciata agonizzante a morire nella terra.

NOEMI DURINI. La difesa di Lucio: "Voleva uccidere i miei genitori" (Quarto Grado). Noemi Durini, spunta un nuovo indagato, accusato dal fidanzato reo confesso: si tratta del 49enne Fausto Nicolì, amico di entrambi. Il padre di Lucio commenta la notizia, scrive il 19 gennaio 2018 Emanuela LOngo su Il Sussidiario. Durante la puntata di Quarto Grado in prima serata su Rete Quattro c'è stato ampio spazio per la retrospettiva sul caso dell'omicidio di Noemi Durini. E oltre alle accuse nei confronti di Fausto Nicolì, è stata ripercorsa anche la testimonianza di Lucio, il fidanzato della ragazza, che non ha mai fatto mistero del rapporto teso che c'era tra la sua famiglia e quella di Noemi. Tanto che a più riprese Lucio ha testimoniato riguardo al fatto che Noemi avesse voluto addirittura uccidere i suoi genitori. "L’ho uccisa perchè mi aveva chiesto di sterminare la mia famiglia, voleva che uccidessi i miei genitori." Questa d'altronde è sempre stata la versione di Lucio anche al momento dell'arresto, quando tutti i sospetti per l'assassinio di Noemi hanno finito per convergere su di lui. La testimonianza, trasmessa durante la puntata di venerdì sera di Quarto Grado, ha fatto emergere diverse incongruenze contestate anche dallo stesso Fausto Nicolì dopo le accuse ricevute a sua volta dalla famiglia di Lucio. (agg. di Fabio Belli)

"DEVO DIFENDERMI DA QUESTE BELVE". In attesa della nuova puntata di Quarto Grado, che oggi si occuperà del caso di Noemi Durini, la trasmissione Pomeriggio 5 ha trasmesso l'intervista a Fausto Nicolì, l'uomo indagato dopo le accuse rivolge dall'assassino reo confesso Lucio, fidanzatino della vittima. Quest'ultimo avrebbe accusato l'uomo non solo di aver ucciso Noemi ma anche di avere un giro di prostituzione. Fausto si è detto molto amareggiato ma allo stesso tempo "sollevato" in quanto i carabinieri ora potranno fare piena luce sulla sua posizione. Ai microfoni della trasmissione Mediaset, ha risposto anche alle accuse del padre di Lucio. Rispetto alle accuse di omicidio commenta: "Come tutte le sere, come sempre era a casa a dormire. Non c'è un granello di prova nei miei confronti né una motivazione per cui avrei dovuto farlo". C'è poi la seconda accusa, quella di favoreggiamento della prostituzione minorile: l'uomo ha ammesso di aver mandato solo pochi messaggi in un anno alla ragazza, in orari abbastanza accettabili, smentendo anche le parole del giovane secondo il quale era solito andare in casa sua. "Io mi devo difendere dalle accuse di queste belve", ha chiosato, riferendosi alla famiglia intera di Lucio. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

FAUSTO NICOLI' REPLICA ALLE ACCUSE. Il giallo di Noemi Durini, la giovane salentina uccisa brutalmente lo scorso settembre potrebbe essere ancora molto lontano dalla sua soluzione. Nonostante la confessione del giovanissimo fidanzato, Lucio, il quale ha raccontato nel suo interrogatorio choc, passo dopo passo come avrebbe ucciso la ragazza e tentato poi di occultarne il cadavere, ora spunterebbe una novità incredibile. Potrebbe non essere stato da solo a commettere l'atroce delitto o, addirittura potrebbe essere stato qualcun'altro ad uccidere Noemi. Lucio ha infatti cambiato la sua versione accusando apertamente Fausto Nicolì, considerato "il responsabile morale" anche dal padre del 18enne in quanto sarebbe riuscito ad insinuarsi nella vita dei due ragazzi. Ora però, Fausto, anche alla luce delle nuove accuse, è stato iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto, ma potrebbe esserci dell'altro. Secondo le novità emerse dal programma di Canale 5 condotto da Barbara d'Urso, l'uomo risulta essere oggi indagato per omicidio volontario e sfruttamento della prostituzione minorile. All'indomani dell'intervista ai genitori di Lucio, i quali hanno nuovamente parlato di Fausto dicendosi "assetati di verità", Fausto ha rilasciato una intervista al programma Pomeriggio 5 alla quale si è detto molto arrabbiato ed amareggiato. "Come rispondo alle accuse di omicidio? Come tutte le sere ero in casa a dormire", ha detto alle telecamere della trasmissione. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

NOEMI DURINI, IL COLPO DI SCENA: NUOVO INDAGATO. Novità importanti nel caso di Noemi Durini, la sedicenne di Specchia, nel Salento, scomparsa misteriosamente il 3 settembre e rinvenuta 10 giorni dopo cadavere, massacrata e nascosta sotto un cumulo di pietre nelle campagne di Castrignano del Capo. Accusato del delitto, finora era stato il giovane Lucio M., fidanzatino all'epoca dei fatti ancora 17enne della vittima, secondo il quale avrebbe agito per impedire alla ragazza di uccidere i suoi genitori, come aveva promesso di fare. Ora però, ecco il colpo di scena: nonostante la precedente confessione, Lucio avrebbe tirato in ballo il nome di Fausto Nicolì, meccanico 49enne di Patù ed amico della coppia. Citato in una lettera inviata agli inquirenti, come spiega La Stampa, Lucio avrebbe accusato l'uomo di aver ucciso Noemi con un colpo di pistola. Per questo la procura di Lecce ha iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto il nome del meccanico. A confermare la notizia all'AdnKronos nella giornata di ieri è stato l'avvocato difensore di Nicolì. A carico di quest'ultimo sarebbe già stata compiuta una perquisizione durante la quale sono stati prelevati soprattutto dei supporti informatici. Riparte da qui la nuova puntata della trasmissione Quarto Grado che, in attesa dell'interrogatorio a carico del meccanico seguirà da vicino la vicenda con gli ultimi importanti risvolti. Proprio Fausto Nicolì, in passato aveva già denunciato per calunnia Lucio in quanto durante un interrogatorio aveva accusato l'uomo di aver tentato di spingere Noemi ad uccidere i genitori del fidanzato, accuse confermate anche dal padre e dalla madre del ragazzo. L'avvocato Luca Puce, difensore di Nicolì, oltre a confermare che si tratti di un atto dovuto, ha spiegato che durante la perquisizione non sarebbe stato trovato nulla di rilevante. "Il mio assistito si è liberato, ora è più tranquillo e sollevato, come lo sono io. Ma è anche indignato per questa accusa infondata", ha aggiunto.

NOEMI DURINI: LE PAROLE DEL PADRE DI LUCIO (QUARTO GRADO). Nel frattempo, la trasmissione Pomeriggio 5 ha trasmesso nella puntata di ieri una doppia intervista al padre ed alla madre di Lucio, che hanno commentato le ultime novità sul delitto della povera Noemi Durini. Biagio, padre del giovane in carcere, è da sempre convinto che non tutta la verità su quanto accaduto sarebbe ancora emersa. "Ho avuto sempre dei dubbi che mio figlio avesse potuto fare tutto da solo", ha esordito il padre al programma di Canale 5. L'uomo ricorda di essere anche lui indagato in quanto gli inquirenti hanno sempre sostenuto che ci sia stato qualcuno insieme al figlio ed ora, alla luce della novità emersa, si è detto sollevato, confermando la sua estraneità rispetto alle accuse. Il padre in carcere avrebbe spronato Lucio a dire tutta la verità e di fronte alla possibilità che si sia autoaccusato del delitto di Noemi senza averlo commesso, Biagio ha commentato: "Può essere per svariati motivi, per paura della famiglia...”. "Il sospetto che ci fosse altro sotto l'ho sempre avuto ma non gli ho mai detto di fare dei nomi", ha aggiunto l'uomo intervistato. "Io ho sete vi verità io voglio sapere chi ha fatto cosa", ha aggiunto. Biagio ha poi svelato che suo figlio non starebbe affatto bene e che in dall'inizio Lucio lo avrebbe messo in guardia spronandolo a proteggere la sorella. "Ora riesco a spiegarmi quello che sta succedendo", ammette. "Lui mi ha detto che, una volta fuori dal carcere, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stato uccidere Fausto. Io adesso ho capito per quale motivo", ha chiosato, riferendosi alle ultime novità in merito all'iscrizione nel registro degli indagati del 49enne.

Noemi, il fidanzato ritratta «L'ha uccisa il meccanico». L'assassino reo confesso ci ripensa e con una lettera del 3 gennaio consegnata alla Polizia penitenziaria accusa Fausto Nicolì, meccanico 48enne di Patù, coinvolto nella vicenda per fatti secondari, scrive il 14 Gennaio 2018 Francesco Oliva su La Gazzetta del Mezzogiorno. Una lettera per dichiarare la propria innocenza e accusare un amico di Noemi Durini dell’omicidio della fidanzata. L.M., assassino reo confesso della studentessa di Specchia, ci ripensa. Cambia le carte in tavola e in una missiva fornisce un’altra dinamica, un altro movente e, soprattutto, l’identità di un altro assassino. Ad uccidere la 16enne di Specchia sarebbe stato Fausto Nicolì, meccanico 48enne di Patù, già immischiato nella vicenda per fatti secondari. Ora, però, finisce al centro dell’indagine. L.M. ha consegnato la lettera ad un agente di polizia penitenziaria il 3 gennaio scorso nel carcere di Quartucciu dove si trova detenuto. La missiva è stata trasmessa alla Procura dei Minori di Lecce e allegata agli atti d’indagine. Nella lettera, il 18enne di Montesardo salentino racconta che quella sera (il 3 settembre, giorno della scomparsa della 16enne) si trovava con Noemi a Castrignano del Capo nel luogo in cui poi la giovane sarebbe stata uccisa. La coppia sarebbe stata raggiunta da una Seat Ibiza. Dall’auto sarebbe sceso Fausto Nicolì. L’uomo avrebbe consegnato alla ragazza una pistola, con la quale Noemi avrebbe voluto uccidere i genitori di L.M., secondo le dichiarazioni fornite dallo stesso giovane. A quel punto gli animi si sarebbe scaldati. Sarebbe nata una discussione culminata poi nella coltellata inferta da Nicolì al capo della vittima. Pronta la replica dell’avvocato di Nicolì, il legale Luca Puce: «Non avendo ancora una cognizione completa di quella che, a tutti gli effetti, appare come l’ennesima fantasiosa esternazione da parte di L.M., allo stato, qualsivoglia dichiarazione di intenti nell’interesse dell’assistito sarebbe prematura sebbene accuse così infamanti e impiantate sul nulla lascino basiti e, verosimilmente, non potranno non essere sottoposte, in chiave punitiva, all’autorità giudiziaria». Il contenuto della missiva ribalta le prove sinora acquisite dagli inquirenti che avevano raccolto la confessione dell’allora minorenne subito dopo il suo arresto quando L.M. raccontò di aver ucciso Noemi con un coltellata alla nuca. E di quel lungo interrogatorio, nella serata di venerdì, alcuni stralci sono stati mandati in onda dalla trasmissione televisiva «Quarto Grado». In un passaggio, L.M. si rivolge ai pm riferendo che la sua intenzione è quella di proseguire negli studi, diplomarsi, diventare elettrotecnico e trasferirsi con i suoi genitori a Milano. Dichiarazioni che non hanno comunque condizionato i periti della Procura e del Tribunale: nel loro elaborato, depositato di recente, il giovane è stato giudicato capace di intendere e di volere e in grado di affrontare un processo.

Noemi, il fidanzato prova a scaricare la colpa: "L'ho uccisa perché voleva sterminare la mia famiglia". Interrogatorio fiume nella notte: il 17enne sostiene che la vittima aveva con se un coltello e che lui avrebbe tentato di dissuaderla. Con quella stessa arma l'avrebbe uccisa. Trasferito in carcere, ha rischiato il linciaggio, scrive Chiara Spagnolo il 14 settembre 2017 su "La Repubblica". "L'ho ammazzata perché premeva per mettere in atto l'uccisione di tutta la mia famiglia": così avrebbe detto agli inquirenti, alla presenza del proprio legale, il 17enne sottoposto da mercoledì 13 settembre a fermo per l'omicidio volontario di Noemi Durini, la sedicenne di Specchia il cui cadavere è stato trovato, sepolto dalle pietre, a 11 giorni dalla sua scomparsa. Il ragazzo è stato ascoltato in un lungo interrogatorio terminato nella notte. Un interrogatorio in cui avrebbe cambiato versione più volte. Inizialmente sarebbe emersa la pista della gelosia: "Aveva troppi amici". Poi l'improvviso ribaltone. Il ragazzo avrebbe raggiunto alle 5 del mattino del 3 settembre scorso a casa della sedicenne: voleva cercare di dissuaderla a mettere in atto il piano che, forse, doveva essere attuato proprio in quella giornata. Il ragazzo ha anche detto che con sé Noemi, quando è uscita dalla sua abitazione, aveva un coltello, a dimostrazione - a suo avviso - della determinazione della giovane di portare avanti il progetto di eliminazione di chi ostacolava il loro amore. Con quello stesso coltello, lui l'avrebbe uccisa.

L'arresto. Il 17enne stato portato in carcere nella tarda serata di mercoledì 13 settembre L.M., il 17enne di Alessano che ha ucciso la fidanzata sedicenne Noemi Durini di Specchia - scomparsa da casa il 3 settembre - nascondendone il cadavere sotto un mucchio di sassi in una campagna vicino Santa Maria di Leuca. Quando è uscito dalla caserma di Specchia ha sfidato le decine di persone che lo attendevano con un ghigno e un gesto di saluto, rischiando che si trasformasse in realtà il linciaggio mediatico iniziato qualche ora prima su internet. Il ragazzo era in evidente stato di alterazione psichica, al termine dell'ennesimo interrogatorio, concluso con il fermo di polizia giudiziaria che dovrà essere convalidato dal gip nelle prossime ore. Le accuse contestate sono omicidio volontario e occultamento di cadavere, mentre il padre B.M. risponde di concorso in occultamento di cadavere. Secondo gli inquirenti avrebbe aiutato il figlio a nascondere il corpo o quantomeno le prove dell'avvenuto omicidio.

Il ritrovamento. E' stato proprio il diciassettenne a portare i carabinieri sul luogo in cui ha cercato di nascondere la fidanzata dopo averla uccisa: un fondo in località San Giuseppe di Castrignano del Capo, a una ventina di chilometri da Specchia. Il corpo era ricoperto da pietre scardinate da un muretto a secco... Noemi indossava i vestiti che aveva all'alba del 3 settembre: leggins neri, scarpe da ginnastica, una maglietta. Stando ai primi accertamenti, effettuati dai carabinieri delle investigazioni scientifiche, è plausibile che sia stata uccisa proprio nel luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere. La zona mercoledì pomeriggio è diventata meta di un vero e proprio pellegrinaggio da parte dei familiari di Noemi, gli amici, tanti curiosi. Nella notte, vicino alla tomba improvvisata sono stati posti lumini e candele.

Le denunce della famiglia. I genitori di Noemi osteggiavano da tempo la relazione della figlia con L.M. Lui era considerato "un poco di buono" come ha riferito la nonna Vincenza Cacciatore, ma la ragazza non voleva ascoltare i consigli di chi le diceva di lasciarlo. Al contrario, più volte la sedicenne si era allontanata da casa insieme al fidanzato e su facebook continuava a pubblicare fotografie e dichiarazioni di amore. Di recente, però, sul social era comparso anche un post che lasciava intravedere un sottofondo di violenza in quella relazione che lei si sforzava di fare apparire normale. "Non è amore se ti picchia" recitava la poesia condivisa da una pagina molto frequentata dalle teen ager. A dimostrazione di una situazione difficile già da mesi ci sono anche le due denunce che la mamma di Noemi, Imma Rizzo, aveva presentato nei confronti del diciassettenne alla Procura dei minori di Lecce. Ne erano nati due procedimenti - uno penale per violenza privata, l'altro, civile, per verificare il contesto familiare in cui vive il giovane e se fossero in atto azioni o provvedimenti per porre fine alla sua indole violenta - ma nessuno dei due ha portato a provvedimenti cautelari. Una cautela che, alla luce di quello che è accaduto, viene letta come una sottovalutazione del problema da parte delle autorità preposte. Anche per questo motivo, il nonno materno Vito Rizzo ha puntato il dito contro chi avrebbe potuto fare qualcosa e non l'ha fatto. "Se fossero intervenuti per tempo non sarebbe successo - ha detto -. Ora ci aspettiamo che la legge faccia ciò che deve". A confermare la natura violenta del rapporto tra i due adolescenti, anche il cugino di Noemi, Davide, che ha raccontato di botte e lividi, spiegando che L.B. "non voleva che lei uscisse con nessuno e manifestava la sua gelosia anche in modo molto forte".

Il lutto. A Specchia, intanto, è stato proclamato il lutto cittadino. Il sindaco Rocco Pagliara ha manifestato la disponibilità dell'amministrazione a sostenere anche economicamente la famiglia Durini in questo momento particolare, mentre il parroco Don Tonino ha invitato la comunità a pregare affinché la famiglia possa trovare conforto nella fede. Mercoledì pomeriggio la casa di Noemi in via Madonna del Passo è stata meta cdi un continuo pellegrinaggio di parenti e amici, considerato che in un paese piccolo come Specchia tutti conoscevano la ragazzina o l'avevano frequentata. La mamma Imma, che ha appreso la notizia del ritrovamento del cadavere mentre stava per lanciare un appello per le ricerche in Prefettura a Lecce, si è sentita male ed è stata sottoposta a trattamenti sedativi. Poi si è rinchiusa in casa, da dove non è mai uscita per tutta la giornata di mercoledì. La sorella 22enne Benedetta, invece, ha fatto la spola con la casa dei parenti in cui è stata ospitata la sorellina di 9 anni, assistita da una psicologa, che ha cercato di evitare l'assalto mediatico, chiedendo rispetto per il dolore della famiglia. Benedetta - che il 28 ottobre dovrebbe laurearsi a Reggio Emilia - martedì ancora manifestava speranza: "Noemi tornerà e festeggeremo insieme", diceva. Ma, appresa la notizia della morte, si è lasciata andare alla rabbia: "Lo sapevate tutti e non avete fatto niente".

SVOLTA DOPO LA SCOMPARSA DELLA STUDENTESSA DI SPECCHIA. Scrive il 13 Settembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Ha rischiato il linciaggio il 17enne reo confesso dell’omicidio della sedicenne Noemi Durini quando, poco fa, è uscito dalla sede della stazione carabinieri di Specchia dove è stato ascoltato per molte ore alla presenza del proprio difensore e del procuratore capo del tribunale dei minori Maria Cristina Rizzo. All’uscita il giovane si è reso protagonista di atteggiamenti irriguardosi e di sfida alzando la mano destra in segno di saluto alla gente che gli fischiava contro e lo apostrofava. «L'ho ammazzata perché premeva per mettere in atto l’uccisione di tutta la mia famiglia": così avrebbe detto agli inquirenti, alla presenza del proprio legale, il 17enne sottoposto da ieri sera a fermo per l’omicidio volontario di Noemi Durini, la sedicenne di Castrignano del Capo il cui cadavere è stato trovato ieri, sepolto dalle pietre, a 11 giorni dalla sua scomparsa. Il ragazzo è stato ascoltato in un lungo interrogatorio terminato nella notte. L’avrebbe uccisa - ha raccontato il 17enne - con lo stesso coltello che Noemi aveva portato con sé. "Ho reagito - questo il racconto di Lucio - di fronte all’ ostinazione di Noemi a voler portare a termine il progetto dello sterminio della mia famiglia». «Ero innamoratissimo di lei": è questa una delle frasi che Lucio, il 17enne omicida reo confesso dell’omicidio di Noemi Durini avrebbe detto durante l'interrogatorio che si è svolto nella notte, alla presenza del suo difensore, nella stazione dei carabinieri di Specchia. «Dopo lo sterminio della mia famiglia volevamo fuggire a Milano». E’ uno dei passaggi fatti dal 17enne di Alessano reo confesso dell’omicidio della sedicenne di Specchia, Noemi Durini. Nell’interrogatorio che si è concluso nella notte il ragazzo ha raccontato agli investigatori del progetto di sterminio della sua famiglia che Noemi premeva fosse messo in atto per vivere liberamente il loro amore. Subito dopo l’uccisione dei componenti della famiglia di lui, i due - sempre secondo il racconto dell’omicida reo confesso - avrebbero progettato di fuggire a Milano e a prova di quanto da lui detto, il giovane ha affermato agli investigatori che avrebbero potuto trovare sotto il suo letto una lista di numeri di telefono di Milano, numeri di telefono di luoghi dove era possibile poter dormire. 

«Vigile e cosciente della sua posizione». Così il procuratore per i minori di Lecce Maria Cristina Rizzo, presente all’interrogatorio terminato nella notte, ha definito il 17enne reo confesso dell’omicidio di Noemi Durini.

Noemi Durini era scomparsa da casa il 3 settembre scorso: l’ultima sua immagine è stata catturata da una telecamera di sorveglianza e risale alle 5 del mattino di quel giorno. Si vede una Fiat 500 bianca sulla quale sale e alla cui guida si trova il fidanzato 17enne che oggi, a 11 giorni dalla scomparsa della ragazzina, ha confessato l’omicidio. Nell’immagine si vede l’utilitaria arrivare e fermarsi in via San Nicola, a Specchia, a poche centinaia di metri da casa della giovane. A bordo ci sono i due fidanzati, con il 17enne al volante della vettura intestata alla madre. Agli inquirenti, per giorni, il 17enne, di Alessano, ha raccontato di aver accompagnato la sedicenne nei pressi del campo sportivo di Alessano e di averla lasciata lì. Ma la versione del ragazzo, sin dal primo momento, non ha convinto gli investigatori che hanno concentrato l’attenzione sul 17enne, un ragazzo dalla personalità violenta. E c'è un breve filmato che descrive bene il suo carattere: il 17enne è stato ripreso mentre rompe a colpi di sedia i vetri di una vecchia Nissan Micra parcheggiata per strada ad Alessano. L’auto sarebbe di una persona con la quale il giovane avrebbe avuto un acceso litigio e risalirebbe alla scorsa settimana, pochi giorni dopo la scomparsa di Noemi e poco tempo dopo un alterco avuto con il padre della sedicenne che si era recato ad Alessano per avere informazioni sulla figlia. I famigliari di Noemi avevano un rapporto conflittuale con il 17enne: non volevano che la sedicenne avesse una relazione con lui. Qualche tempo fa la mamma di Noemi aveva segnalato alla magistratura minorile il ragazzo a causa del suo comportamento violento. Per questo motivo erano sorti accesi contrasti tra le due famiglie. A far temere il peggio è stato il fatto che Noemi aveva lasciato a casa il cellulare, i documenti e i soldi. Numerosi gli appelli dei famigliari, soprattutto della nonna e della sorella di Noemi, Benedetta, che il 28 settembre deve laurearsi e che proprio ieri aveva detto ai giornalisti di essere ottimista: 'alla mia laurea - aveva detto - ci sarà anche leì. Invece oggi la confessione del ragazzo.

Il cadavere della sedicenne è stato trovato sotto dei massi, adagiato per terra, in una campagna, a Castrignano del Capo, a 30 chilometri da Specchia, il paese dove viveva la ragazza. A condurre gli investigatori sul posto è stato lo stesso ragazzo che è indagato per omicidio volontario assieme al papà 41enne. Sul luogo del ritrovamento del cadavere ci sono i magistrati della procura ordinaria e di quella dei minorenni che si stanno occupando del caso. I genitori della 16enne hanno appreso della confessione del 17enne mentre erano in prefettura a Lecce dove doveva cominciare una conferenza stampa alla quale dovevano partecipare. La mamma di Noemi è stata colta da malore ed è stato richiesto l’intervento di un’ambulanza. La ragazzina, come confermano i primi esami medico legali, è stata uccisa con una pietra il giorno della sua scomparsa. Per le ricerche di Noemi erano stati utilizzati anche i cani molecolari. Gli investigatori hanno cercato nei casolari abbandonati, negli inghiottitoi, nei pozzi e nelle grotte tra la cittadina in cui viveva la ragazzina, Specchia, il paesino in cui risiede il suo fidanzato 17enne, Alessano, fino al Capo di Leuca. I vigili del fuoco del Saf ieri si sono calati con un’autoscala nelle Vore di Barbarano, una voragine profonda circa 40 metri. Ma della ragazzina nessuna traccia. Da qui la decisione, di accelerare gli accertamenti iscrivendo, stamani, i nomi del 17enne e del padre di quest’ultimo indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere (l'ìnformazione di garanzia è stata notificata nel corso di una perquisizione nella sua abitazione). Il diciassette reo confesso dell’omicidio di Noemi Durini è in una caserma dei carabinieri dopo aver fatto trovare oggi, nelle campagne di Castrignano del Capo, il cadavere della fidanzata 16enne scomparsa il 3 settembre. Nei suoi confronti sarà emesso un provvedimento cautelare. Sul luogo in cui è stato trovato il corpo sono al lavoro i carabinieri del Ris per i rilievi di rito e i magistrati. La strada che porta al luogo di ritrovamento del cadavere è delimitata da un nastro rosso e nessuno può avvicinarsi. Anche i giornalisti sono tenuti a distanza. Qualche settimana fa il fidanzato 17enne e presunto assassino di Noemi Durini era stato denunciato alla Procura per i minorenni dalla mamma di Noemi, Imma Rizzo, a causa del suo carattere violento. La donna, che temeva per la sorte della figlia che da un anno frequentava il giovane, chiedeva ai magistrati di intervenire per far cessare il comportamento violento del ragazzo e per allontanarlo dalla figlia. Ne erano nati due procedimenti: uno penale per violenza privata, l’altro, civile, per verificare il contesto familiare in cui vive il giovane e se fossero in atto azioni o provvedimenti per porre fine alla sua indole violenta. Procedimenti - a quanto è dato sapere - che non hanno portato ad alcun provvedimento cautelare, come il divieto di avvicinarsi alla sedicenne, ma che sono stati attualizzati dalla Procura per i minorenni solo dopo la denuncia di scomparsa di Noemi. L’unica conseguenza che ha prodotto la denuncia della mamma della 16enne è stato un inasprimento dei rapporti tra le famiglie dei due fidanzati. Il fidanzato e presunto assassino di Noemi «era possessivo e geloso, non voleva che mia cugina vedesse altre persone, la picchiava». Lo dice Davide, cugino di Noemi, la sedicenne scomparsa il 3 settembre da Specchia il cui cadavere è stato trovato oggi nelle campagne di Castrignano del Capo dopo la confessione del 17enne. "Noemi, assieme ai genitori, era andata anche in caserma per denunciare le aggressioni subite dal diciassettenne, e aveva ancora i segni della violenza sul volto - racconta il giovane -, ma non è stato fatto nulla».

L’abitazione a Specchia in cui viveva Noemi Durini, la ragazza di 16 anni scomparsa il 3 settembre scorso il cui cadavere è stato trovato oggi dopo che il fidanzato 17 enne ha confessato di averla uccisa, è presidiata a distanza dai carabinieri e da alcuni amici della famiglia. Nessuno dei parenti della ragazza ha voglia di parlare ed è stato chiesto alle forze dell’ordine di evitare riprese per tutelare la privacy. Dal portone di casa di Noemi entrano ed escono parenti e amici della ragazza in un clima di grande tristezza che traspare dai volti della gente. La strada - via Madonna del Passo - è stata parzialmente transennata proprio per rispettare il dolore dei famigliari della ragazza. «Sono sgomento. È una tragedia difficile da metabolizzare": lo ha detto il sindaco di Specchia, Rocco Pagliara, commentando il ritrovamento del cadavere della sedicenne Noemi Durini, il cui omicidio è stato confessato dal fidanzato 17enne. Il primo cittadino poco fa è entrato nell’abitazione in cui la sedicenne uccisa viveva con la sorella Benedetta e la madre, che è separata dal padre, per portare il cordoglio di tutta la comunità locale, ma non ha potuto parlare con la madre della ragazza perché la donna stava riposando, prostrata dal dolore. Il sindaco ha intanto proclamato da subito il lutto cittadino, che ovviamente si protrarrà sino al giorno dei funerali di Noemi. «Ci abbiamo creduto sino alla fine - ha detto ancora il sindaco - abbiamo lavorato dal primo momento sperando nella buona notizia, abbiamo chiesto ai media di tenere i riflettori accesi sulla vicenda. Poi stamani il prefetto ci ha dato la terribile notizia». Il sindaco ha riferito che domani alle 17 incontrerà il parroco di Specchia per concordare iniziative di sostegno alla famiglia di Noemi, mentre il Comune sta pensando di accollarsi le spese del funerale della sedicenne.

«L'ho vista per l’ultima volta il sabato precedente alla scomparsa - dice singhiozzando il nonno, Vito - era tranquilla». L'uomo piange quasi costantemente, cerca di darsi forza appoggiandosi al muro di un’abitazione, a pochi metri da quella della sua nipote, e fuma nervosamente un piccolo sigaro. A chi gli mette una mano sulla spalla per consolarlo, lui risponde: "La forza prima o poi se ne va». Scuote la testa quando gli si dice che la mamma di Noemi aveva denunciato per due volte per violenze il fidanzato di sua nipote. «L'ho visto solo una volta" ricorda, forse pensando se avrebbe mai potuto fermarlo. Un ragazzo che sarebbe stato tradito - contrariamente a quanto si era saputo inizialmente - anche da alcune tracce ematiche trovate nell’auto da lui guidata e lasciate probabilmente dopo il delitto, nonostante una presunta opera di pulizia delle stesse tracce.

Un ragazzo violento. A 17 anni era già in cura al Sert per uso di droghe leggere, aveva subito tre trattamenti sanitari obbligatori in un anno e aveva qualche guaio con la giustizia. Pur non avendo la patente, guidava regolarmente la Fiat 500 della mamma, fatto di cui si vantava con gli amici. Non riusciva a controllarsi, era irascibile con tutti, anche con la sua fidanzata, una studentessa ribelle e innamoratissima di lui, tanto da assecondarlo ogni volta, anche se il ragazzo la picchiava perché geloso e possessivo. E’ questo il ritratto che gli investigatori fanno sulla personalità del fidanzato di Noemi Durini, che oggi ha confessato il delitto della sedicenne scomparsa da Specchia all’alba del 3 settembre. Ciò che descrive meglio la personalità del giovane è un breve video, acquisito dai carabinieri, nel quale il 17enne, la scorsa settimana, è stato ripreso con un cellulare da un automobilista mentre rompe a colpi di sedia i vetri di una vecchia Nissan Micra parcheggiata per strada ad Alessano. L’auto sarebbe di una persona con la quale il giovane avrebbe avuto un acceso litigio pochi giorni dopo la scomparsa della minorenne e poco tempo dopo un alterco avuto con il padre di Noemi che si era recato ad Alessano, città in cui vive la famiglia del 17enne, per avere notizie sulla figlia. Ma c'è di più. Qualche settimana fa il ragazzo era stato denunciato alla Procura per i minorenni dalla mamma di Noemi, Imma Rizzo. La donna chiedeva ai magistrati di intervenire per far cessare il comportamento violento del ragazzo e per allontanarlo dalla figlia, che frequentava con qualche difficoltà l’istituto professionale 'Don Tonino Bellò di Alessano. Il fidanzato «era possessivo e geloso, non voleva che mia cugina vedesse altre persone, la picchiava», racconta Davide, cugino della vittima. L'unica conseguenza che ha prodotto la denuncia della mamma della 16enne è stato un inasprimento dei rapporti tra le famiglie dei due fidanzati. Forse a causa delle violenze subite la ragazzina, il 23 agosto, aveva condiviso di Facebook il post di Amor De Lejos, Amor De Pendejos in cui si vede il volto emaciato di una ragazza alla quale la mano di un giovane imbavaglia la bocca. Sul polso del ragazzo c'è un tatuaggio con la scritta 'Love?'. "Non è amore se ti fa male. Non è amore - è scritto - se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore, se ti picchia. Non è amore se ti umilia (...). Il nome è abuso. E tu meriti l’amore. Molto amore. C'è vita fuori da una relazione abusiva. Fidati!». Ma Noemi non si è fidata, ha voluto rischiare. All’alba del 3 settembre è uscita da casa per incontrare il fidanzato, forse dopo una telefonata, ed è stata uccisa. E pensare che un mese fa, il 12 agosto, i due avevano festeggiato il loro primo anno di fidanzamento. Noemi aveva scritto su Fb: «E non stupitevi se siamo ancora qua, abbiamo detto per sempre e per sempre sarà!». 

Noemi: dopo ore d’interrogatorio, il fidanzato “saluta” la folla e lascia la caserma. Esplode la rabbia, scrive TRNews il 14 settembre 2017. Pochi minuti dopo la mezzanotte, il fidanzato di Noemi ha lasciato la caserma dei carabinieri di Specchia. Fuori, ad attenderlo, diversi cittadini pieni di rabbia e rancore. Inutile commentare le urla e le parole di disprezzo contro il ragazzino, che proprio nella tarda mattinata di mercoledì 13 settembre ha confessato l’omicidio della 16enne, indicando agli inquirenti il luogo in cui si è verificata la tragedia e dove nelle scorse ore è stato recuperato il cadavere: all’interno di una campagna di Castrignano del Capo, in una fossa ricoperta da sassi, a ridosso di un muretto. I carabinieri hanno cercato di calmare i cittadini, chiamando anche alcuni rinforzi davanti all’ingresso. Poi, dieci minuti dopo la mezzanotte si è aperta la porta e lui, con una felpa bianca e cappuccio, “ha salutato”, ha sorriso alla folla e subito dopo è salito in fretta e furia sull’auto della pattuglia, tra le urla di disprezzo e rabbia di un’intera comunità che ora chiede solo giustizia.

La 16enne ammazzata a colpi di pietra. Il procuratore: “lui aveva problemi psichici”, scrive TrNews il 13 settembre 2017. Un cumulo di pietre, ai piedi di un muretto a secco, è stata la tomba di Noemi per dieci giorni. Il suo corpo è stato portato via da pochi minuti, intorno alle 17, dopo ore estenuanti per poter tirarlo via e ricomporlo degnamente, prima di trasferirlo nella camera mortuaria del Vito Fazzi per l’autopsia. Sul posto, in un oliveto a due passi dal mare di Leuca, resta lo sgomento. La Scientifica ha effettuato i rilievi, ma la calca è tanta e oltre ai giornalisti ci sono tanti, troppi curiosi. Quel che appare certo è che la 16enne di Specchia sia stata uccisa qui, a colpi di pietra, e trascinata sotto al muro, coperta da vari massi. Era visibile solo il suo piede. Lo stato in cui il cadavere è stato ritrovato è compatibile con un decesso avvenuto dieci giorni fa. Il luogo è stato indicato dallo stesso fidanzato, durante la confessione resa ai carabinieri. Non si conosce ancora il movente, probabilmente gelosia, non si sa se all’alba di quella domenica 3 settembre, dopo averla presa da casa con la 500 bianca, lui – che da minorenne non poteva neppure guidare – l’abbia portata qui per cercare un po’ di intimità o per provare ad avere un chiarimento o se fosse già nelle sue intenzioni scegliere questo luogo per arrivare al peggio. Se sia stato un delitto premeditato o d’impeto saranno le indagini a dirlo. Ma è sicuro che il fidanzato di Noemi dei problemi li aveva già. “Problemi psichici documentati”, come ribadito dal procuratore capo Leonardo Leone De Castris, sul posto assieme alla dottoressa Maria Cristina Rizzo della Procura dei Minori. Il dolore è tanto. Nei campi arriva anche il sindaco di Castrignano del Capo, Santo Papa, commosso ed esterefatto: “sono qui per portare la mia solidarietà alla famiglia e alla comunità di Specchia”, dice. Il cerchio si era stretto sin da subito attorno al 17enne di Montesardo. Il pressing di questi giorni lo ha portato a confessare un delitto in cui nessuno, inizialmente, pensava si potesse tramutare l’ipotesi di una fuitina tra fidanzati.

Noemi, il giorno più buio. Il fidanzato confessa: “L’ho uccisa io”, scrive il 13 settembre 2017 TRNews".  “Mi dispiace comunicarvi una triste notizia: è stato trovato il corpo senza vita di Noemi”. Con queste parole ha inizio una terribile giornata, quella che nessuno avrebbe mai voluto vivere. A pochi minuti dalla notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del fidanzato di Noemi, con l’accusa di omicidio volontario, ecco giungere la sua confessione del luogo in cui era stata uccisa e sepolta. Una confessione che ha fatto saltare anche la conferenza stampa con la famiglia e che ha fatto calare un triste sipario, dopo 10 giorni di ansia e attesa. Inutile commentare il malore della mamma di Noemi dopo aver appreso la notizia, che ha portato in una folle corsa sul luogo del ritrovamento: a Castrignano del Capo, in una campagna, in località San Giuseppe. Sul posto vigili del fuoco, 118, protezione civile, i Ris, i Saf, mentre a pochi passi tantissima gente, amici e parenti si sono radunati tra abbracci, lacrime e tanta rabbia. Alle 17.00 le nostre telecamere sono riuscite ad avvicinarsi sul posto dove Noemi è stata uccisa e poi sepolta in una fossa, coperta da pietre, a ridosso di un muretto a secco. La morte risalirebbe al giorno stesso in cui la ragazza è scomparsa da Specchia: domenica 3 settembre. Poco dopo, in un rispettoso silenzio, il corpo della 16enne è stato prelevato e portato via su un carro funebre a margine di una giornata ancora piena di punti interrogativi e con un’unica certezza: Noemi non c’è più.

Il 17enne in caserma per tutto il giorno, indagato anche il padre, scrive il 13 settembre 2017 "TrNews". Il fidanzato di Noemi è stato trattenuto in caserma, a Specchia, per tutto il giorno, dopo la confessione che ha permesso ai carabinieri della locale stazione di ritrovare il corpo. È indagato per omicidio volontario e occultamento di cadavere. E un avviso di garanzia per sequestro di persona e occultamento di cadavere è stato notificato anche al papà del 17enne assassino reo confesso. L’atto, dovuto, gli è stato notificato in occasione della perquisizione nell’abitazione di famiglia a Montesardo, frazione di Alessano. Stamattina, invece, si era invece appreso che il papà del 17enne era sottoposto ad indagini per omicidio volontario in concorso con il figlio. Qualche settimana fa, il 17enne era stato denunciato alla Procura per i minorenni dalla mamma della vittima, Imma Rizzo, a causa del suo carattere violento. La donna chiedeva ai magistrati di intervenire per far cessare il comportamento violento del ragazzo e per allontanarlo dalla figlia. Da lì sono scaturiti due procedimenti: uno penale per violenza privata, l’altro, civile, per verificare il contesto familiare in cui vive il giovane e se fossero in atto azioni o provvedimenti per porre fine alla sua indole violenta. Procedimenti – a quanto è dato sapere – che non hanno portato ad alcun provvedimento cautelare, come il divieto di avvicinarsi alla sedicenne, ma che sono stati attualizzati dalla Procura per i minorenni solo dopo la denuncia di scomparsa di Noemi. L’unica conseguenza che ha prodotto la denuncia della mamma della 16enne è stato un inasprimento dei rapporti tra le famiglie dei due fidanzati.

Lo strazio della mamma di Noemi, lapidata a 16 anni dal fidanzato. «Hanno portato via la mia pazzarella», scrive Francesco Sozzo, Giovedì 14 Settembre 2017, su “Il Mattino”. «Hanno ritrovato Noemi. Morta». Imma non regge. Grida e crolla in uno dei saloni della Prefettura di Lecce, mentre aspettava di partecipare ad una conferenza stampa convocata dalla famiglia e dal legale, Mario Blandolino per fare l'ennesimo appello alla figlia. Ma era morta. «Lo sapevate, lo sapevate tutti che lui l'aveva ammazzata». Non si dà pace mamma Imma Rizzo. Aveva provato in ogni modo a convincere sua figlia Noemi,16 anni, che era meglio lasciarlo perdere quel ragazzino che l'amava in maniera così morbosa. Che non voleva uscisse con altri, che frequentasse gli amici, soprattutto che la picchiava. Perché mamma Imma prima dell'estate aveva provato anche a denunciarlo L.M., il fidanzatino-assassino. Ma senza risultati. La pazzareddha de casa, la chiamava mamma Imma, ovvero la pazzerella di casa. Purtroppo non ha potuto mandare il messaggio alla sua figlia. In tarda mattinata la Procura ha avvisato il prefetto Claudio Palomba: il fidanzato della giovane ha confessato. L'ha uccisa lui. E ha fatto trovare il corpo. Era in Prefettura mamma Imma, insieme con la sorella maggiore di Noemi, Benedetta, quando ha saputo che non c'era più nulla da fare. Da lì a poco l'arrivo, a sirene spiegate, di un'ambulanza nel cortile della Prefettura. Imma non ha retto alla notizia. «Ha avuto una forte reazione emotiva», si è limitato a dire il prefetto di Lecce. Al riparo dei fotografi, in uno dei saloni della Prefettura, Imma si è disperata, ce l'aveva con tutto il mondo, con la famiglia del fidanzato, con lo stesso ragazzo. Non si dava pace, diceva che forse si sarebbe dovuti intervenire prima. «Se l'avessimo cercata prima...», continuava a dire. A gridare la rabbia, furibonda, incontenibile, invece è stata la cugina di Noemi, Alma Morciano. Arrivata sul posto, in mezzo a centinaia di curiosi che pian piano hanno intasato la provinciale, Alma ha urlato: «Lo sapevate tutti». A fermarla il padre, che l'ha abbracciata stretta, quasi per non farla muovere, per cercare di calmarla. Ma Alma non si è data pace: «Vi ammazzo tutti», ha gridato piangendo. Intanto a Specchia la protezione civile e i carabinieri hanno provveduto a limitare l'accesso alla gente in via Madonna del Passo dove vivono la mamma, la sorella e i nonni di Noemi. In strada, appoggiato ad un muro, jeans e camicia a quadri, c'è nonno Vito. Capelli bianchi, occhi azzurri, viso rigato dal sole e dalle lacrime: «Chi è stato a compiere tutto questo è un bastardo e un animale che non capisce niente». Imma non nascondeva la sua contrarietà alla relazione che Noemi aveva con il 17enne di Montesardo. In cuor suo sperava che la storia finisse. Da mamma sapeva che quello non poteva essere amore. Era una relazione malata dalla quale non è riuscita a difendere la figlia Immediato l'intervento dei medici del 118, arrivati in Prefettura per assisterla. Imma è in casa con il suo dolore e con quella speranza ormai infranta. Aveva lottato, era convinta di poter ritrovare Noemi sana e salva. Invece così non è stato. A portargliela via, quell'amore adolescenziale troppo malato.

Noemi poteva essere ancora viva, il ragazzo poteva essere fermato prima, scrive il 14 settembre 2017 "La voce di Venezia". Noemi potrebbe essere oggi ancora viva, se “Qualcuno avesse fatto qualcosa”. Questa la sensazione che trapela dal dolore il giorno dopo la scoperta della tragedia. La casa di Noemi, alla fine di un vicolo che porta al numero 73 di via Madonna del Passo, nel borgo antico di Specchia, è presidiata a distanza dai carabinieri. Niente telecamere, accesso consentito solo a parenti e amici della sedicenne uccisa dal fidanzato 17enne la cui relazione era mal vista dalla famiglia della ragazza, tanto che la madre di lei aveva denunciato per due volte il ragazzo accusandolo di picchiare la sedicenne. Noemi ha vissuto qui fino al 3 settembre scorso, giorno della sua scomparsa e probabilmente della sua morte, viveva con la madre, Imma Rizzo, con la sorella maggiore Benedetta, prossima laureanda, e la sorellina di 9 anni. “L’ho vista per l’ultima volta il sabato precedente alla scomparsa – dice singhiozzando il nonno, Vito – era tranquilla”. L’uomo piange quasi costantemente, cerca di darsi forza appoggiandosi al muro di un’abitazione, a pochi metri da quella della sua nipote, e fuma nervosamente un piccolo sigaro. A chi gli mette una mano sulla spalla per consolarlo, lui risponde: “La forza prima o poi se ne va”. Scuote la testa quando gli si dice che la mamma di Noemi aveva denunciato per due volte per violenze il fidanzato di sua nipote. “L’ho visto solo una volta” ricorda, forse pensando se avrebbe mai potuto fermarlo. Un ragazzo che sarebbe stato ‘tradito’ – contrariamente a quanto si era saputo inizialmente – anche da alcune tracce di sangue trovate nell’auto da lui guidata e lasciate probabilmente dopo il delitto, nonostante una presunta opera di ‘pulizia’ delle stesse tracce. In via Madonna del Passo, transennata per 200 metri per rispettare il dolore della famiglia di Noemi, oggi si parlava a bassa voce, si camminava a testa bassa e c’era chi, passando a piedi, rivolgeva uno sguardo furtivo a quel vicolo, ma probabilmente avrebbe voluto abbracciare chi sta vivendo momenti terribili dietro quelle mura. “Sono sgomento, è una tragedia difficile da metabolizzare” dice il sindaco di Specchia, Rocco Pagliara, pensando a come improvvisamente il suo paese di sole cinquemila anime sia finito sotto i riflettori. Pagliara è appena uscito da casa di Noemi, ma non ha potuto parlare con la madre della ragazza. In quei frangenti stava riposando, spiega, la donna è distrutta dal dolore. “Ci abbiamo creduto fino all’ultimo di trovarla viva – ripete – abbiamo cercato subito di far coordinare le ricerche e chiesto ai media di non spegnere mai i riflettori sulla scomparsa di Noemi. Poi stamani il prefetto ci ha dato la notizia che non avremmo mai voluto sentire ed è crollato tutto”. Il fidanzato e presunto assassino di Noemi “era possessivo e geloso, non voleva che mia cugina vedesse altre persone, la picchiava”, racconta Davide, cugino della sedicenne. “Noemi, assieme ai genitori, – continua il ragazzo – era andata anche in caserma per denunciare le aggressioni subite dal diciassettenne, e aveva ancora i segni della violenza sul volto – racconta il giovane -, ma non è stato fatto nulla”. A Specchia già da oggi è stato proclamato il lutto cittadino, che proseguirà fino al giorno dei funerali di Noemi, di cui il Comune dovrebbe accollarsi l’onere. Domani il sindaco incontrerà il parroco del paese per concordare iniziative concrete dell’intera comunità locale a sostegno della famiglia della ragazza. Specchia non vuole dimenticare, ma ripartire da una tragedia senza precedenti. Noemi Durini, ira dei familiari: autorità sapevano ma non hanno fatto niente.

Nonostante la denuncia per violenze della madre della 16enne uccisa, la Procura dei minori non ha mai emesso misure cautelari nei confronti del fidanzato reo confesso, scrive Tgcom il 14 settembre 2017. "Tutti sapevano e nessuno ha fatto niente". E' l'urlo lanciato, in prefettura a Lecce, dalla sorella maggiore di Noemi Durini dopo la confessione del fidanzato killer. E ora ci si chiede come mai le autorità non siano intervenute prima allontanando il 17enne quando era ancora possibile. Era risaputo che il giovane avesse comportamenti violenti nei confronti della ragazza. Le violenze erano state denunciate dalla madre di Noemi alla Procura dei minori. Ne erano nati due procedimenti: uno penale per violenza privata, l'altro, civile, per verificare il contesto familiare. Ma, nonostante questo, nessun divieto di avvicinamento era stato attivato dalla Procura dei minori che ha attualizzato il provvedimento cautelare solo dopo la denuncia della scomparsa. La rabbia della famiglia - "La picchiava. Era possessivo e geloso, non voleva che mia cugina vedesse altre persone, la picchiava", afferma il cugino della vittima. "Noemi, assieme ai genitori, era andata anche in caserma per denunciare le aggressioni subite e aveva ancora i segni della violenza sul volto – racconta il giovane – ma non è stato fatto nulla". "Bisognava intervenire, allontanarlo prima e affidarlo a una casa di cura ma la legge comanda, fa quello che vuole", ha detto da parte sua il nonno.

La tragedia di Noemi, le denunce nel vuoto e un ragazzo-uomo sbagliato, scrive il 13 Settembre 2017 "Piazza Salento". Il ragazzo era stato soggetto a diversi trattamenti sanitari obbligatori; era stato denunciato dalla madre di lei per gli atteggiamenti violenti e con la richiesta di allontanarlo; si erano avviati due procedimenti, uno penale per violenza privata, l’altro civile per vedere se ci fossero programmi o interventi per curare l’indole del 17enne L.M.. Niente. Non era accaduto niente, nessun provvedimento cautelare a difesa di Noemi Durini, visti anche i rapporti di carabinieri e servizi sociali sulla situazione. Solo alla notizia della scomparsa della ragazza, La Procura per i minori aveva preso in mano il fascicolo. L’unica conseguenza pratica alla denuncia di Emma Rizzo era stato un inasprimento dei rapporti, già molto tesi, tra le due famiglie. Quella del 17enne non vedeva di buon occhio quel rapporto con una 16enne giudicata troppo indipendente e libera; quella della 16enne messa in guardia tra l’altro dai segni delle violenze subite dalla propria congiunta. Come faceva un 17enne a guidare la macchina in un paese in cui tutti si conoscono e sanno che non aveva l’età? L’aveva presa di nascosto dalla madre, come nell’alba del 3 settembre, per l’ultimo definitivo viaggio con lei? Noemi esce di casa alla chiamata giunta al cellulare, esce senza portare niente con sé, evidentemente convinta di dover sostenere l’ennesimo litigio – forse perché non aveva voluto uscire in quel sabato – e poi di poter tornare in casa. Tra i due le grandini di foto da innamorati folli si susseguono ad abissi di divieti e scontri. Lei si va convincendo, sostenta dalle amiche del cuore, che non si può andare avanti così. Il 12 agosto su Facebook pubblica risvolti drammatici di questa relazione: “Non è amore se ti fa male, se ti controlla, se ti picchia, se ti umilia, se si fa paura, se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piacciono, se ti impedisce di studiare o di lavorare, se ti tradisce, se ti fa sentire piccola, stupida, pazza…”.  Se ne sta convincendo ma non è ancora pronta a troncare. I suoi familiari lo vorrebbero. Quando scoprono il letto vuoto la mattina di domenica sanno già cosa pensare. Quando il padre si reca ad Alessano per incontrare il giovane e chiedere notizie l’alterco è dietro l’angolo ed infatti scoppia. Uno dei tanti degli ultimi mesi. Ma ormai poco importa quanto poteva succedere – se magari ci fossero state risposte più tempestive da parte delle autorità chiamate in causa – e non è stato. “La legge…la legge fa quello che vuole, dice quello che vuole …” commenta amaro il nonno di Noemi in una dichiarazione a Telenorba. Certo non gli interessa che adesso siano arrivati tre magistrati (il Procuratore capo, il magistrato della Procura ordinaria e quello dei Minori). Però spera nella giustizia: “Il lavoro non lo ha fatto da solo”, ripete convinto. Il riferimento logico sembra essere al padre di lui, sotto inchiesta per il momento. Quel corpo trasportato in una stradina che collega Castrignano del Capo a Leuca e poi nascosto alla meglio sotto un cumulo di pietre potrebbe aver richiesto l’aiuto di qualcuno per arrivare lì dove lo hanno trovato. “C’è chi nasce e chi muore, io da morto sono rinato” ha scritto pochi giorni fa nella rete social il giovane. E ancora. “Ho smesso di affezionarmi alle persone, tanto o ti lasciano o ti tradiscono”.  A seguire un grande adesivo al gruppo Truceklan, rapper romani particolarmente violenti. Non stava bene l’omicida e non da ora. E non solo perché pensava di essere il padrone di una donna. Omicidio volontario e occultamento di cadavere sono i reati di cui dovrà rispondere, lui che voleva entrare nel mondo dei grandi dalla parte più sbagliata. “Ora che so per certo che quello che ho visto e pensato è la causa di tutto questo – scrive una amica della vittima – non posso far altro che ricordare i momenti trascorsi con te… quando mi chiamavi e mi chiedevi aiuto, ti vedevo distrutta, ti dicevo di lasciarlo… ma non ne hai avuto modo”. Il luogo dove ha giaciuto per dieci giorni Noemi adesso ha qualche cero e mazzi di fiori. Una cosa normale, in questi casi, per una vita che ha preso alla fine un’altra strada.

Quell’amore controverso e i retroscena su fb. Il padre di lui: “un cancro”, scrive il 13 settembre 2017 Trnews. Se di amore si può parlare, quello tra Noemi Durini e Lucio di sano sembra proprio non aver avuto nulla. Un rapporto che non poteva certamente godere della benedizione della famiglia di lei, che più volte aveva visto rientrare a casa la figlia con segni di violenza sul corpo, stando alla denuncia sporta dalla madre. Ma i retroscena viaggiano in rete, e riguardano anche il padre di lui: lo scorso 11 agosto Noemi aggiorna lo stato sentimentale sul suo profilo fb da “single” in “fidanzata ufficialmente”. Il padre di Lucio è il primo a commentare: “un cancro” scrive. A tenere in vita in legame dunque, tra un tira e molla e l’altro, erano solo i due giovani protagonisti di una storia che è culminata in tragedia. Lo scorso 12 agosto Noemi pubblica sul suo profilo un photo collage di lei e Lucio insieme in più occasioni: si abbracciano, si baciano, sorridono all’obiettivo. “E non stupitevi se siamo ancora qui -scrive Noemi- abbiamo detto per sempre, e per sempre sarà”. Lei che il suo Lucio “non lo avrebbe dato neanche se lo avesse avuto doppio” così come scrive in uno dei tanti post dedicati a lui. Il “per sempre” però non manca neanche nei post di lui: “andiamo via” cita la sua immagine di copertina, e poi “ho bisogno di te” scrive. Ma in quelle stesse pagine tante ombre: Noemi, più volte, condivide post e citazioni sull’amore violento, “quello che lascia lividi e cicatrici e che in realtà amore non è”. Intanto lui racconta, sempre a mezzo post, di quella fiducia persa nelle persone: “ho smesso di affezionarmi -scrive lo scorso 9 agosto- tanto o ti abbandonano o ti tradiscono”. I due profili, poco dopo la confessione e il ritrovamento del cadavere di Noemi, si trasformano nuovamente: il sole e la luna. Sulla bacheca fb di lei tantissime le immagini e le dediche. Amici, compaesani, compagni di scuola: “ti ricorderemo così: felice spensierata -scrivono- un angelo strappato via troppo presto dalla violenza, rifugio degli incapaci”. Sulla bacheca di lui, invece, va in scena il linciaggio di chi ancora non si spiega come abbia potuto un 17enne uccidere e tacere tanto a lungo proprio lei, Noemi, che per lui la vita l’avrebbe data, ma certamente non così. E.Fio

Chi l’ha visto, i genitori del fidanzato di Noemi Durini scoprono in tv che il figlio ha confessato. Una delle scene più brutali della tv italiana: Chi l'ha visto? ha mandato in onda l'intervista in cui il padre di Lucio, Biagio Marzo, faceva pesanti insinuazioni nei confronti di Noemi Durini e la dipingeva come una poco di buono. Poi la notizia, scrive "Next Quotidiano" giovedì 14 settembre. Ieri a Chi l’ha visto è andata in onda una delle scene più brutali della storia della televisione italiana. I genitori del fidanzato di Noemi Durini, che ieri ha confessato di aver ucciso la fidanzata 16enne e di aver nascosto il cadavere, sono stati intervistati da Paola Grauso mentre il figlio si trovava alla stazione dei carabinieri di Specchia. I due erano ignari di quanto stesse succedendo e hanno appreso dalla giornalista che il figlio aveva confessato. Chi l’ha visto? ha mandato in onda l’intervista in cui il padre Biagio faceva pesanti insinuazioni nei confronti di Noemi Durini e la dipingeva come una poco di buono, seguita dalla reazione dei due alla notizia della confessione del figlio. Al padre del ragazzo ieri sera è stato consegnato un avviso di garanzia per sequestro di persona e occultamento di cadavere. L’atto è stato notificato all’indagato in occasione della perquisizione in corso nell’abitazione di famiglia a Montesardo, frazione di Alessano. Stamani si era invece appreso che il papà del 17enne era sottoposto ad indagini per omicidio volontario in concorso con il figlio. Ma è quello che si è visto e sentito nell’intervista di Chi l’ha visto ad aver shockato di più. Nell’intervista il padre Biagio ha infatti raccontato di un rapporto difficile tra i due ragazzi ma ha anche detto, tra l’altro in un italiano perfetto e senza usare nemmeno una parola di dialetto, che la ragazza era “esperta”, volendo alludere che lei ha in qualche modo circuito il figlio; ha anche raccontato un episodio – del quale non si era fatto parola prima – che riguardava Noemi, la quale si sarebbe nascosta in un armadio di casa loro per non farsi vedere dai genitori di notte per poi andare nella camera del figlio. Il padre ha anche offerto una spiegazione per il video, pubblicato ieri proprio da Chi l’ha visto?, in cui si vede il ragazzo ora accusato di omicidio mentre rompe i vetri di un’automobile parcheggiata con una sedia. Secondo Biagio il figlio sarebbe andato ad un appuntamento con il padre di Noemi e altri parenti della ragazza che lo avrebbero aggredito, poi ha chiamato i carabinieri per denunciare l’aggressione e ha spaccato i vetri dell’automobile per non consentire ai proprietari di andarsene con l’auto in attesa dei carabinieri. L’auto, ha sempre detto il padre del ragazzo, non era assicurata e per questo è stata sequestrata. Il padre ha anche detto che il figlio è stato sottoposto a tre trattamenti sanitari obbligatori a causa di Noemi (in realtà i TSO sono stati fatti per abuso di sostanze stupefacenti). E che la ragazza aveva sobillato il ragazzo ad uccidere i genitori, pagando anche un tossicodipendente per portare a termine un misterioso “accordo” per farli fuori. Proprio mentre raccontavano queste storie, Paola Grauso li ha informati che la ragazza era stata ritrovata, senza specificare se viva o morta. Quando lo ha detto, i due genitori si sono lasciati andare a grida d’esultanza: poi la giornalista ha aggiunto che la ragazza era morta e che il figlio ha confessato e i due genitori si sono lasciati andare a gesti e urla di disperazione. Il servizio si è concluso con la madre del ragazzo che ha urlato: “Siamo morti adesso. Morti”. Ieri intanto il giovane ha rischiato il linciaggio mentre usciva dalla sede della stazione carabinieri di Specchia dove è stato ascoltato per molte ore alla presenza del proprio difensore e del procuratore capo del tribunale dei minori Maria Cristina Rizzo. All’uscita, racconta l’ANSA, il giovane si è reso protagonista di atteggiamenti irriguardosi e di sfida alzando la mano destra in segno di saluto alla gente che gli fischiava contro e lo apostrofava. Ad attenderlo c’erano oltre un migliaio di persone, soprattutto giovani, che si erano radunate in via Giovanni XXIII, dove ha sede la stazione dei carabinieri. Il 17enne, nei confronti del quale da oggi c’è un provvedimento di fermo del pm con l’accusa di omicidio volontario, col cappuccio della felpa sulla testa, ha sorriso, sfidando la gente e provocando la reazione dei presenti che hanno tentato di raggiungerlo e di aggredirlo nonostante il cordone di sicurezza dei carabinieri. Il giovane è stato fatto salire a fatica su un mezzo dei carabinieri ed è stato poi condotto presso la compagnia dei carabinieri di Tricase in attesa di essere portato in carcere.

Omicidio Noemi: una veggente l'aveva ''vista'' in una casetta di pietre. La sconcertante storia rivelata alla giornalista del TgNorba, scrive il 13 settembre 2017 Telenorbaonline. Nella drammatica vicenda di Noemi Durini, la ragazza di 16 anni trovata uccisa stamani nelle campagne di Castrignano del Capo, c’è spazio anche per una storia inquietante che riguarda una medium di Casarano. Nei giorni scorsi, infatti, un’amica della famiglia Noemi che si era rivolta a una veggente per chiedere che l’aiutasse a ritrovare la ragazza di Specchia scomparsa dal 3 settembre scorso. Ecco cosa scrive la veggente in un sms: "Vedo Noemi, la vedo in una casetta di pietre, in campagna e io la vedo arrabbiata. La vedo con due persone". E poi in un successivo messaggio ha scritto: “Non la vedo più”. Il messaggio della veggente, con la data, è stato mostrato dalla donna che lo ha ricevuto alla giornalista del TgNorba Stefania Congedo. Il messaggio era stato consegnato anche ai carabinieri.

Omicidio di Noemi, chi è il "fidanzatino" killer. Ecco come si giustifica il diciassettenne che ha ucciso la ragazza: "L'ho ammazzata perché premeva per sterminare la mia famiglia", scrive il 14 settembre 2017 Panorama. A 17 anni un ragazzo dovrebbe guardare al futuro mosso da grandiosi progetti. Ma i progetti che aveva il "fidanzatino" killer che ha ucciso la sua ragazza sedicenne, Noemi Durini, erano progetti di violenza e morte. Reo confesso, nella notte tra il 13 e il 14 settembre è stato interrogato nella stazione dei carabinieri di Specchia (Lecce), alla presenza del difensore. Dopo aver cambiato versione più volte, ha sostenuto di aver ucciso Noemi perché la giovane voleva portar avanti il piano - ordito insieme - di uccidere la famiglia di lui, che avrebbe osteggiato il loro rapporto. Ecco i dettagli.

Come si giustifica il diciassettenne: "Ero innamoratissimo di lei", ha detto L., il 17enne omicida, originario di Alessano (Lc). "L'ho ammazzata perché premeva per mettere in atto l'uccisione di tutta la mia famiglia": così avrebbe spiegato agli inquirenti. Il minorenne è sottoposto a fermo per l'omicidio volontario di Noemi Durini, la sedicenne di Specchia il cui cadavere è stato trovato il 13 settembre, sepolto dalle pietre nella campagna di Castrignano del Capo, a 11 giorni dalla sua scomparsa, dopo che il giovane ha indicato agli investigatori il luogo dove cercare. "L'ho uccisa con un coltello che Noemi aveva con sé quando è uscita dalla sua abitazione", ha detto ancora, per cercare di avallare la sua versione dei fatti: un progetto di sterminio della famiglia di lui che Noemi premeva fosse messo in atto per vivere liberamente il loro amore. "Dopo lo sterminio della mia famiglia volevamo fuggire a Milano". Subito dopo l'uccisione dei componenti della famiglia di lui, i due - sempre secondo il racconto dell'omicida reo confesso - avrebbero progettato di fuggire a Milano e, a prova di quanto da lui detto, il giovane ha raccontato agli investigatori che avrebbero potuto trovare sotto il suo letto una lista di numeri di telefono di Milano, numeri di telefono di luoghi dove era possibile poter dormire. L. avrebbe quindi ucciso Noemi con lo stesso coltello che lei aveva portato con sé: "Ho reagito di fronte all'ostinazione di Noemi a voler portare a termine il progetto dello sterminio della mia famiglia". Il procuratore per i minori di Lecce Maria Cristina Rizzo, presente all'interrogatorio, ha definito il diciassettenne "vigile e cosciente della sua posizione". L. è stato trasferito in una casa protetta.

Ecco perché il "fidanzatino" ha confessato. Il "fidanzatino" di Noemi, scomparsa il 3 settembre scorso, è stato subito sospettato. A inchiodare il giovane una telecamera di sicurezza di Specchia che aveva inquadrato Noemi la mattina del 3 settembre, attorno alle 5, presumibilmente dopo essere uscita dalla sua abitazione: dopo aver percorso alcune decine di metri, era salita a bordo della Fiat 500 intestata alla madre del diciassettenne ma che proprio il minorenne guidava (pur non avendo la patente, la guidava regolarmente, fatto di cui si vantava con gli amici). Da quel momento di Noemi, che aveva lasciato a casa soldi, cellulare e documenti, si era persa ogni traccia. L. inizialmente ha a lungo sostenuto di aver accompagnato Noemi nei pressi del campo sportivo di Specchia e di averla lasciata lì. Sono state delle piccole tracce ematiche, trovate nell'auto utilizzata per allontanarsi da casa di Noemi, a far crollare il giovane. Si tratta di tracce molto piccole perché il ragazzo avrebbe pulito per bene tutto. Nella prima ispezione cadaverica, il medico legale Roberto Vaglio ha rilevato la presenza di alcune lesioni sul collo di Noemi. L'esame autoptico dovrà stabilire se quelle lesioni siano state provocate con un'arma da taglio oppure dall'azione di larve durante gli 11 giorni in cui il corpo della vittima è rimasto seppellito.

Un ragazzo dall'indole violenta. L. è descritto come un ragazzo dall'indole aggressiva. Proprio la mamma di Noemi Durini lo aveva denunciato alla Procura per i minorenni, a causa del suo carattere violento. La donna, che temeva per la sorte della figlia che da un anno frequentava il giovane, chiedeva ai magistrati di intervenire per far cessare il comportamento violento del ragazzo e per allontanarlo dalla figlia. Ne erano nati due procedimenti: uno penale per violenza privata, l'altro, civile, per verificare il contesto familiare in cui vive il giovane e se fossero in atto azioni o provvedimenti per porre fine alla sua indole violenta. L'unica conseguenza che ha prodotto la denuncia è stato un inasprimento dei rapporti tra le famiglie dei due fidanzati. "Era possessivo e geloso, non voleva che Noemi vedesse altre persone, la picchiava", racconta il cugino della vittima. Gli inquirenti lo ritraggono come un ragazzo che non riusciva a controllarsi, era irascibile con tutti, anche con la sua fidanzata, una studentessa ribelle e innamoratissima di lui, tanto da assecondarlo ogni volta, anche se il ragazzo la picchiava per gelosia. A conferma di questo ritratto c'è un breve video in cui L. è stato ripreso, la scorsa settimana, mentre rompe a colpi di sedia i vetri di una Nissan Micra parcheggiata per strada ad Alessano. L'auto apparterrebbe a una persona con la quale il giovane avrebbe avuto un acceso litigio proprio sulla sorte di Noemi. 

Il sindaco di Specchia: ''Il fidanzato di Noemi già segnalato ai carabinieri". L'amministrazione comunale si farà carico delle spese del funerale, scrive il 13 settembre 2017 Telenorbaonline. "Nei giorni scorsi avevamo avuto notizie sul fatto che il fidanzato di Noemi fosse violento e su presunte percosse subite dalla ragazza, fatti che non sono normali, ma che evidentemente da parte dei genitori e anche delle istituzioni sono stati sottovalutati". E' duro il monito del sindaco di Specchia (Lecce), Rocco Pagliara, a poche ore dal ritrovamento del cadavere di Noemi Durini. La notizia della morte di Noemi ha provocato profonda commozione a Specchia, il piccolo centro del Capo di Leuca dove la ragazza viveva insieme alla madre. Il sindaco spiega che "c'era stata una denuncia da parte dei carabinieri di Alessano arrivata al Tribunale dei Minorenni". E aggiunge: "La mamma, o forse gli stessi carabinieri, d'ufficio, avevano attivato una procedura di segnalazione, come magari ce ne sono a centinaia. Non so se ciò abbia scatenato ancora di più questa violenza, ma fatto sta che, come la madre e la nonna di Noemi mi hanno raccontato, la ragazza era stata invitata a lasciare il fidanzato. Che io sappia la segnalazione stava facendo il percorso per arrivare a qualcosa di più, ma purtroppo non c'è stato il tempo di portare a termine il procedimento". Rocco Pagliara, che nel pomeriggio, ha riunito la sua giunta per dichiarare il lutto cittadino e per adottare misure di sostegno alla famiglia, aggiunge: "Pensiamo di accollarci le spese dei funerali e di coordinare tutti gli aiuti che, spontaneamente, i miei concittadini vogliono indirizzare ai familiari della ragazza".

Omicidio Noemi, il vescovo: ''Tragedia oltre la nostra comprensione'', scrive il 13 settembre 2017 Telenorbaonline. "Noemi era una ragazza che cercava di vivere in maniera solare, aperta alla vita e all'amore". Così Imma, la madre di Noemi Durini, ha descritto al vescovo di Ugento, don Vito Angiulli, la figlia uccisa dal fidanzatino. Il prelato ha fatto visita questa mattina ai familiari della ragazza chiusi nella loro abitazione di Specchia. "Questi avvenimenti così tragici - ha detto il prelato dopo l'incontro - vanno oltre la nostra capacità' di comprensione". Imma, la mamma di Noemi - ha riferito mons. Angiuli - è estremamente provata ma sta trovando conforto nella fede e nella preghiera”. "Ci sono due ragazzi coinvolti in una vicenda veramente triste, che affidiamo alla misericordia di Dio", ha aggiunto ribadendo di non voler esprimere giudizi e di non volere entrare in dinamiche che sarà la magistratura a dover appurare.

Noemi, Tribunale aveva deciso di affidarla ai servizi sociali. 17enne: meglio se mi uccidevo. Ha rischiato il linciaggio il 17enne reo confesso dell’omicidio della sedicenne Noemi Durini quando è uscito dalla sede della stazione carabinieri di Specchia, scrive il 14 Settembre 2017 “La Gazzetta del Mezzogiorno". «Voleva che ammazzassi la mia famiglia. L’ho uccisa per questo». Scarica le colpe su Noemi, il suo presunto assassino; tira in ballo chi non può più difendersi, il fidanzato diciassette, dopo averla uccisa e abbandonata sotto un mucchio di pietre al bordo della strada: «quello che ho fatto è stato per l’amore che provo per voi. Noemi voleva che io vi uccidessi per potere avermi con sé». Ci sono ancora tanti punti da chiarire nell’ennesima triste storia della provincia italiana più profonda, in cui la ragazzina sedicenne è la prima vittima ma non l’unica. Nodi che la confessione del ragazzo, che esce dalla caserma dei Carabinieri dopo l’arresto con lo sguardo di sfida e rischia di essere linciato dalla folla inferocita, non scioglie. Perché per capire davvero come è andata bisogna, prima, ricostruire il rapporto tra i due, le relazioni tra le famiglie, gli odi reciproci. E mettere ordine ai veleni del paese. Definire quello che gli investigatori e gli inquirenti chiamano il contesto. «Diciamo - racconta uno di loro - che la situazione socio familiare di entrambe le famiglie era di qualche disagio, per usare un eufemismo». Tre Tso negli ultimi sei mesi e la prescrizione di farmaci inibenti atti di ira e collera per il ragazzo, la segnalazione dei servizi sociali per un’assistenza al Sert per Noemi sono lì a confermarlo. Atti ufficiali come il provvedimento del tribunale dei minori che chiedeva sempre ai servizi sociali di farsi carico di Noemi. Peccato sia arrivato quando lei era già scomparsa e, probabilmente, morta. Quella mattina del 3 settembre, ha raccontato in sostanza il ragazzo, Noemi voleva trasformare lui e lei in novelli Erika e Omar. Quando alle 5 del mattino è andato a prenderla, lei si è presentata con un coltello. «L'ho uccisa con quello - ha raccontato - ho reagito di fronte alla sua ostinazione nel voler portare a termine il progetto di sterminare la mia famiglia». Parole che non potranno trovare alcuna conferma e dunque, dicono gli investigatori, vanno prese per quello che sono: dichiarazioni di un ragazzo confuso e malato, che ha però confessato l’omicidio. Tra l’altro, aggiungono, non c'è al momento alcuna traccia del coltello di cui parla il diciassettenne: fin quando non verrà eseguita l’autopsia non sarà possibile dunque stabilire se sul corpo di Noemi vi siano delle ferite compatibili con un’arma da taglio. Di certo c'è l’odio tra le due famiglie, culminati nelle denunce reciproche a distanza di venti giorni l’una dall’altra. Per lesioni quella dei familiari di Noemi; per atti persecutori quella presentata dai genitori del ragazzo. Stalking. «Lui non doveva guardarsi intorno se c'era qualche ragazza - sostiene la madre del giovane - subiva da lei e ultimamente ha reagito così. Reagiva, quando la vedeva. Lei gli ha fatto il lavaggio del cervello, l’ha fatto diventare un mostro». «Ma se era lui che era geloso marcio» replica Leila, la migliore amica di Noemi. «Me lo avrà detto centinaia di volte, che voleva lasciarlo. Ma aveva paura. E aveva ragione: una volta le ha riempito la faccia di lividi solo perché aveva guardato una moto. Una moto, capisci? Lui era convinto che avesse guardato il ragazzo che c'era sopra ma lei manco lo aveva visto quello». «Noemi era una ragazza che cercava di vivere in maniera solare, aperta alla vita e all’amore». Così Imma, la madre di Noemi, ha descritto al vescovo di Ugento, don Vito Angiulli, la figlia uccisa dal fidanzatino. L’interrogatorio di garanzia, che ancora non è stato fissato, forse servirà a fare un po' di chiarezza ulteriore. A partire dal ruolo del padre. L’uomo avrebbe detto che il figlio, la sera prima del ritrovamento del corpo, gli rivelò quel che aveva fatto e gli chiese di accompagnarlo dai carabinieri. «Se hai le palle ci vai da solo» gli ha risposto lui, a conferma che questa è innanzitutto una storia di degrado familiare e che il diciassettenne è l’altra vittima. Forse ha cominciato a capirlo anche lui, chiuso in una struttura protetta da ieri sera e sorvegliato a vista per evitare che tenti di uccidersi. «Ho sbagliato - continua a ripetere - se mi fossi ammazzato si sarebbe evitato questo casino».

L’accusa della mamma di Noemi Durini su presunte inerzie della Procura per i minori di Lecce non resterà inascoltata. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha chiesto all’ispettorato di verificare se ci sono state sottovalutazioni e se l’omicidio della sedicenne poteva essere evitato. Per questo gli ispettori svolgeranno accertamenti preliminari sull'operato dei pm minorili a cui era giunta la denuncia della mamma di Noemi contro il fidanzato 17enne della ragazza, che ieri ha confessato l’omicidio. Sulla vicenda anche la prima commissione del Csm ha chiesto al comitato di Presidenza l’apertura di una pratica. Ispettori e Csm dovranno verificare anche un altro particolare finora inedito: anche la famiglia del ragazzo, a 15-20 giorni di distanza dalla denuncia della famiglia Durini, aveva denunciato la ragazza per stalking. Le denunce incrociate risalirebbero al maggio scorso e proverebbero l’astio crescente tra le due famiglie, tanto che il padre del 17enne si era spinto a commentare su Facebook che il fidanzamento tra Lucio e Noemi era "un cancro». La commissione del Csm potrebbe ora acquisire le denunce e verificare che tipo di approfondimenti sono stati disposti dai magistrati che le hanno ricevute. 

Omicidio Noemi, il Csm aprirà una pratica. Approfondire il perché le denunce della mamma non furono ascoltate, scrive il 14 settembre 2017 Telenorbaonline. Il Consiglio superiore della magistratura aprirà una pratica sul caso dell’omicidio di Noemi Durini. Non cade nel vuoto l'accusa della madre di Noemi Durini, la sedicenne uccisa dal fidanzato a Specchia, sulle inerzie che ci sarebbero state in relazione alle sue denunce e per comportamenti violenti del ragazzo. La prima commissione del Csm ha infatti chiesto al comitato di Presidenza l'apertura di una pratica sul caso. La donna, Imma Rizzo, avrebbe presentato queste denunce alla procura per i minorenni di Lecce.

Omicidio Noemi, il ministro Orlando dispone ispezione. Verificare perché le denunce della mamma siano rimaste inascoltate, scrive il 13 settembre 2017 Telenorbaonline. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha disposto accertamenti preliminari tramite gli ispettori del ministero sul caso dell'omicidio di Noemi Durini, su cui indaga la Procura dei minorenni di Lecce. L’ispezione servirà a verificare perché le ripetute segnalazioni da parte della mamma di Noemi non siano state recepite tempestivamente. La signora Imma, infatti, aveva denunciato più volte episodi di percosse nei confronti della ragazza. Perché quelle richieste di aiuto non sono state poi seguite da provvedimenti cautelari? Gli stessi familiari di Noemi si dicono convinti che si poteva fare di più per evitare questo efferato delitto. Gli investigatori, analizzando anche i social network, hanno appurato che il rapporto tra i due ragazzi ultimamente era complicato. L'ultimo post pubblicato da Noemi su Facebook è del 23 agosto. La ragazza aveva pubblicato una foto di una giovane con il viso pieno di lividi e la mano di un uomo che le chiude la bocca, accompagnata da queste parole: "Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere quello che sei. Non è amore, se ti picchia. Non è amore se ti umilia. Non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piace. Non è more se dubiti della tua capacità intellettuale. Non è amore se non rispetta la tua volontà. Non è amore se fai sesso. Non è amore se dubiti costantemente della tua parola. Non è amore se non si confida con te. Non è amore se ti impedisce di studiare o di lavorare. Non è amore se ti tradisce. Non è amore, se ti chiama stupida e pazza. Non è amore se piangi più di quanto sorridi. Non è amore, se colpisce i tuoi figli. Non è amore, se colpisce i tuoi animali. Non è amore se mente costantemente. Non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola. Il nome è abuso. E tu meriti l'amore. Molto amore. C'è vita fuori da una relazione abusiva. Fidati!".

L'amica di Noemi: aveva paura di lasciarlo, scrive il 14 Settembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno".  «Me lo avrà detto centinaia di volte, che voleva lasciarlo. Ma aveva paura. E aveva ragione: una volta le ha riempito la faccia di lividi solo perché aveva guardato una moto. Una moto, capisci? Lei amava le moto, ma lui era convinto che avesse guardato il ragazzo che c'era sopra. Lei manco lo aveva visto quello». Leila continua a tormentarsi le mani, mentre continua a guardare verso il vicolo dove abitava Noemi Durini, come se la sua amica dovesse uscire da un momento all’altro. Leila è la migliore amica della sedicenne di Specchia uccisa dal fidanzato; con lei ha passato giornate intere a raccontarsi sogni e paure, amori e delusioni. «Stavamo sempre insieme - racconta - eravamo unitissime». Ma chi era Noemi, Leila? «Era una ragazza solare, piena di vita. Aveva sempre il sorriso e quando doveva sfogarsi veniva da me. Una volta, ero a casa, lei è arrivata senza dirmi nulla. E appena è entrata mi ha detto: Leila abbracciami». E perché, si sentiva sola? «No, non era sola - risponde la ragazzina toccandosi i capelli - ma aveva bisogno di affetto, tanto affetto. E poi Noemi era forte, tanto forte». Leila si ferma un attimo. Poi aggiunge: «solo con lui era debole». Secondo la ragazza, la storia tra i due era nata per caso. Una sera in cui si incontrano quattro ragazzi. «Noemi stava con il miglior amico» del suo assassino, racconta. «Quella sera una ragazza di Alessano si è baciata con lui e allora lei, per fargliela pagare, ha baciato» l’altro ragazzo. Che era, appunto, il diciassettenne che poi l’ha uccisa. «All’inizio il loro rapporto era sereno, Noemi andava anche a casa sua e aveva un buon rapporto con i genitori». E poi cosa è successo? Leila si chiude. «Quello che ti posso dire è che non è vero che tutto è cominciato quando lei si nascose nell’armadio a casa sua, come dice qualcuno. Ha litigato con il padre. E lo ha fatto per il suo ragazzo». Oltre la ragazza non va, anche perché su questo aspetto è già stata sentita dai carabinieri. Certo è che lui però la picchiava. «E pure più volte - dice Leila - Lei lo amava, cento volte mi ha detto che voleva lasciarlo ma non ci riusciva. Aveva paura e aveva questo sentimento che non la faceva ragionare». Ma quando l’hai vista l'ultima volta. «Dopo ferragosto, poco prima che sparisse. E' venuta da me. Vuoi sapere se abbiamo parlato di lui? No, forse è stata l’unica volta che non l’abbiamo fatto. Era serena e felice».

Noemi, la pm minorile: "Guerra tra le due famiglie". Il papà e la mamma del 17enne: "Meglio un morto che tre". Ministro e Csm inviano a Lecce gli ispettori per capire se ci sono stati ritardi nell'affrontare le segnalazioni arrivate al tribunale dei minorenni di Lecce. Il ragazzo guardato a vista nella casa protetta dove è rinchiuso, scrive Chiara Spagnolo il 15 settembre 2017 su "La Repubblica". “L’ho fatto per voi, per salvarvi”: il diciassettenne di Alessano, reo confesso dell’omicidio di Noemi Durini ha scritto ai genitori di avere assassinato la fidanzatina sedicenne di Specchia perché lei aveva ordito un piano per ucciderli ed essere libera di vivere la relazione d’amore. In un bigliettino che la madre del giovane ha tirato fuori davanti alle telecamere de “La Vita in diretta” c’è la conferma dell’ultima versione che il 17enne ha fornito ai carabinieri nell’interrogatorio del 13 settembre, finito il quale è stato arrestato. Non è chiaro se si tratti di un manoscritto originale (nonostante la firma in lettere maiuscole sul retro) e neppure il motivo per cui i genitori non l’hanno consegnato agli investigatori, che hanno perquisito più volte l’abitazione familiare di Alessano. Così come non è chiaro se corrispondano alla verità le dichiarazioni del padre del diciassettenne (indagato per concorso nell’occultamento di cadavere), secondo il quale il figlio - la sera prima della confessione - gli avrebbe raccontato di avere assassinato la fidanzata. Le ispezioni di ministero e Csm. Tali questioni complicano ulteriormente il quadro investigativo, sul quale si è abbattuto anche il ciclone degli accertamenti disposti dal ministero della Giustizia e dal Csm per verificare se il Tribunale dei minori di Lecce abbia vagliato tempestivamente la denuncia della mamma di Noemi, che chiedeva di allontanare quel ragazzo violento dalla sua bambina. La segnalazione è stata fatta prima dell’estate, a luglio il tribunale dei minorenni ha chiesto una relazione ai Servizi sociali del Comune di Specchia, che è stata inviata nello stesso mese. Il 31 agosto dal Tribunale è partito un provvedimento di affidamento di Noemi ai Servizi sociali e al Sert, che è giunto a destinazione il 5 settembre, quando la ragazzina era già morta. Tale provvedimento sarebbe servito a disporre un aiuto per la sedicenne e, forse, avrebbe potuto salvarla. Se avrebbe potuto essere più rapido lo disporranno gli ispettori romani, dopo la valutazione della documentazione sul caso che sarà acquisita negli uffici giudiziari salentini. Gli inquirenti di Lecce. Sulle denunce incrociate e il tempismo dei provvedimenti, a Lecce bocche cucite. Il procuratore generale della Repubblica, Antonio Maruccia, si trincera dietro un “no comment”, la procuratrice presso il Tribunale dei minori, Maria Cristina Rizzo, spiega che sono in corso le verifiche sui tempi delle denunce e i successivi provvedimenti nonché sul contenuto delle stesse, tenendo in considerazione il fatto che "alla base di tutto c'è una guerra tra famiglie". Meno criptico il sindaco di Specchia, Rocco Pagliara, che ha chiesto ai Servizi sociali il fascicolo su Noemi e chiarito che “la nostra assistente sociale ha ricevuto a luglio una richiesta di relazione sulla situazione della famiglia dal Tribunale dei minori e l’ha evasa nello stesso mese, dopo aver ascoltato la ragazza e anche la madre”. Il documento è poi arrivato al magistrato che il 31 agosto ha emesso un provvedimento di affidamento della sedicenne ai Servizi sociali e al Sert. Al vaglio degli inquirenti, però, ci sono anche le denunce che la famiglia del ragazzo ha presentato allo stesso Tribunale contro Noemi, accusata di atti persecutori. Le indagini. Intanto, proseguono le indagini sull’omicidio, nel tentativo di chiarire i numerosi punti oscuri rimasti. Innanzitutto quelli relativi alle complicità, a partire da quella presunta del padre ma anche di altri componenti della famiglia. L’automobile con cui il diciassettenne all’alba del 3 settembre è andato a prendere Noemi a casa della madre ed è stata sequestrata dopo il ritrovamento di tracce di sangue all’interno. Le modalità dell’omicidio invece potranno essere chiarite solo dopo l’autopsia, che sarà effettuata lunedì dal medico legale Roberto Vaglio. Sul corpo della ragazzina sono presenti segni di pietre (spiegabili anche con il fatto che era sepolto da pezzi di un muretto a secco) e tagli (che il giovane ha dichiarato di avere effettuato con un coltello ma potrebbero anche essere stati provocati da animali). Il fidanzato, dal canto suo, è stato trasferito in una località protetta, in considerazione del pericolo che potrebbe correre in carcere, visto che già all’uscita della caserma di Specchia - mercoledì sera - è stato sottratto al linciaggio da parte della folla. Nella struttura penitenziaria è controllato a vista per evitare che possa commettere atti autolesionistici. A questa intenzione farebbe pensare il biglietto in cui ha scritto: “Ho sbagliato, potevo uccidermi e avrei evitato questo casino”.

Omicidio di Noemi Durini: denunce, verifiche e provvedimento in ritardo. «Solo schiaffi non sembrava grave». I lividi sul volto, le fughe da casa, i problemi a scuola. Mamma Imma era molto preoccupata per Noemi e per la tormentata relazione con quel ragazzo che considerava la causa prima dei suoi mali, scrive il 14 settembre 2017 "Il Corriere della Sera”. I lividi sul volto, le fughe da casa, i problemi a scuola. Mamma Imma era molto preoccupata per Noemi e per la tormentata relazione con quel ragazzo che considerava la causa prima dei suoi mali. «È violento, sbandato e pericoloso, fate qualcosa per favore».

Era lo scorso maggio quando bussò alla porta del comandante dei carabinieri di Specchia, Giuseppe Borrello, chiedendo che venisse allontanato da Noemi. Lo fece formalmente, presentando una denuncia contro di lui e in qualche modo anche un po’ contro Noemi, visto che lei continuava a frequentarlo, prigioniera forse di un vortice dal quale non usciva. «E non stupitevi se siamo ancora qua, abbiamo detto per sempre e per sempre sarà», scriveva il 12 agosto per festeggiare il primo anno di fidanzamento. Contro tutto e contro tutti. Nonostante le botte, le furiose litigate e i tre Tso (trattamento sanitario obbligatorio) a cui è stato sottoposto il diciassettenne di Alessano negli ultimi sei mesi. La madre aveva però capito che Noemi era entrata in un tunnel pericoloso e con lei l’aveva capito anche la sorella di Noemi, Benedetta, entrambe unite nella condanna del ragazzo.

A luglio al tribunale dei minori. Oltre alla denuncia finita alla procura per i minorenni di Lecce, Imma Rizzo aveva chiesto anche l’intervento dei servizi sociali perché sentiva che la situazione poteva sfuggire al suo controllo. Il primo luglio è stata convocata da un assistente del Tribunale dei minori. «Se è un problema, se può essere d’aiuto a mia figlia, intervenite anche su di lei», aveva implorato quel giorno. E il tribunale ha chiesto al Comune di Specchia una relazione sulla situazione familiare di Noemi. «Sulla base di questo documento e di valutazioni autonome dei magistrati, il Tribunale ha emesso un provvedimento di presa in carico della ragazza da parte dei servizi sociali», ha spiegato il sindaco di Specchia, Rocco Pagliara. Il provvedimento sarebbe però giunto sul tavolo degli operatori sociali solo il 6 settembre. Troppo tardi. Noemi era già stata uccisa e sepolta sotto un cumulo di pietre nelle campagne di Castrignano del Capo.

«Di segnalazioni così ne arrivano a decine». Le domande sono naturalmente quelle: perché si è perso tanto tempo? Perché non si è fatto nulla per bloccare un giovane violento? Gli inquirenti rispondono in modo univoco: «Perché dalla denuncia non emergeva una situazione gravissima. Alla ragazza erano stati dati pochi giorni di prognosi per lesioni da schiaffeggiamento: di denunce come quella ne arrivano a decine». E i Tso? E il fatto che il ragazzo scorrazzasse in macchina senza patente? «Sui trattamenti stavamo facendo delle verifiche», rispondono alla Procura per i minorenni. «Quanto alla patente, se solo l’avessimo scoperto una volta…», conclude amaro il comandante dei carabinieri.

Dietro alla tragedia emerge un ambiente di forte degrado. Due famiglie che si odiavano: quella di lei e quella di lui, entrambi a rifiutare ferocemente i fidanzati dei loro figli. Dopo la denuncia della madre di Noemi è stata la volta dei genitori di lui, che hanno puntato il dito sulla ragazza presentando una controdenuncia. La madre del giovane ha caricato le parole con la polvere da sparo: «È stata lei a farlo diventare un mostro, hanno mandato gente da Taviano per ucciderlo». Senza pietà. «Follie», ha tagliato corto l’avvocato che assiste la famiglia di Noemi, Mario Blandolino. Con lui, mamma Imma ha indagato per prima sulla scomparsa della figlia. Sapeva che era sparita fra le 2 e le 7 del mattino del 3 settembre. Ha cercato una telecamera nella zona, l’ha trovata, ha visionato il filmato e ha scoperto che Noemi era uscita alle cinque di notte per incontrare il suo fidanzato diventato assassino.

I genitori del killer di Noemi: "Così ha rovinato nostro figlio". I genitori dell'assassino di Noemi Durini ai microfoni di "Chi l'ha visto": "Ha aggredito e graffiato nostro figlio", scrive Luca Romano, Giovedì 14/09/2017 su "Il Giornale". La vicenda dell'omicidio di Noemi Durini si arricchisce di nuovi retroscena. Per il delitto della 16enne di Specchia nel Leccese è stato arrestato il fidanzato. Ma in questa storia emerge sempre più la famiglia del killer. Il padre, anche lui finito nell'inchiesta, ai microfoni di Rai Tre a Chi l'ha visto, poco prima di apprendere della confessione del figlio e del ritrovamento del cadavere della ragazza, ha parlato del rapporto che Noemi aveva col ragazzo: "Questa ragazza è entrata in casa mia ben accetta come la fidanzatina di mio figlio, circa un anno fa. Dopo neanche un mese, invitata a una festa qua vicino con mio fratello, ha piazzato un casino della madonna contro una ragazza chiamata Rebecca. Per gelosia. Mi ha detto 'ti devo fare impazzire'. Mi ha detto di tutto 'drogato, coglione'. Ho tollerato tutto per amore di mio figlio. Una notte, al mio rifiuto di chiamare sua madre per dirle che rimaneva qui a dormire, lei due notti dopo è entrata dalla finestra, si è nascosta nell'armadio e nottetempo è andata a dormire con mio figlio. Era fine gennaio". Poi ha aggiunto: "Quella ragazza è cresciuta in mezzo alla strada da quando aveva 12 anni - continua -. Aveva un bagaglio d'esperienza molto più grande di mio figlio, era lei che comandava nel gruppo. Una volta mi chiamano dalla scuola: 'Guardi che li ho visti con i miei occhi, la ragazza ha assalito suo figlio e lui è tutto graffiato'. Era lei che picchiava lui. Addirittura gli diceva di scannarci. Aveva trovato i soldi da dare a un certo tipo per comprare una pistola per spararci. Era tutt'altro che una brava ragazza. Era una ragazza cresciuta allo stato brado". Il padre del ragazzo infine avrebbe raccontato che il figlio sarebbe stato sottoposto a tre trattamenti Tso puntando il dito contro la ragazza. Ma su questo punto altre fonti sostengono che il ragazzo sia stato sottoposto a questo tipo di trattamento per l'uso di droghe leggere.

Omicidio Noemi, il padre del fidanzato contro la vittima: “Cresciuta in strada, incitava mio figlio a scannarci”. In una intervista a Chi l’ha visto? Biagio Marzo, il padre del 17enne che ha ucciso la fidanzatina Noemi a Specchia, si scaglia contro la vittima: “Basta balle, era lei che picchiava mio figlio, lo incitava a ucciderci”. Pochi minuti dopo la scoperta della confessione di suo figlio. La moglie: “Dai Biagio, è finita”, scrive il 14 settembre 2017 Angela Marino su "Fan Page". "Incitava mio figlio a scannarci tutti e due, era gelosa, era lei che lo picchiava. Basta balle in Tv: era tutt'altro che una brava ragazza". Sono le parole che precedono un momento surreale, carico di tensione, quello in cui i genitori di Lucio, il diciassettenne di Specchia, accusato dell'omicidio della fidanzatina, apprendono in Tv che il proprio figlio ha confessato. L'intervista è stata trasmessa da Rai Tre, nella puntata del 13 settembre del programma Chi l'ha visto?. Le immagini mostrano l'inviata della trasmissione condotta da Federica Sciarelli, Paola Grauso, nella casa del diciassettenne. La signora Marzo, madre di Lucio e moglie di Biagio, a sua volta indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere, comincia a raccontare del periodo che ha preceduto la scomparsa di Noemi Durini, avvenuta lo scorso 3 settembre dalla cittadina di Specchia, nel Leccese.

"Mi vergognavo di quel fidanzamento". "Abbiamo passato un anno di inferno, stiamo prendendo gli ansiolitici", premette, poi interviene il marito Biagio, tratteggiando un ritratto duro della sedicenne: "È entrata in casa mia ben accetta come la fidanzatina di mio figlio, è cominciato un rapporto malato, era gelosa, mi ha chiamato con tutti gli epiteti, mi ha detto chiaramente che mi avrebbe fatto impazzire, mi ha chiamato drogato. Per la salute mentale di mio figlio ho tollerato il rapporto con questa ragazza purché lo facessero fuori dal paese, perché mi creava vergogna". "Mio figlio ha avuto tre trattamenti sanitari obbligatori, da quanto ha conosciuto questa ragazza". "È un po' strano, no?", chiede la giornalista: "Perché ha avuto tre TSO?". "Perché gli è dato di volta il cervello, da quando è ha incontrato questa ragazza – la prima ragazza della sua vita – è successo il finimondo. A un mio diniego di chiamare sua madre e di informarla che sarebbe rimasta a casa mia, la notte dopo si è infilata dalla finestra, si è chiusa nell'armadio e nottetempo è andata a dormire con mio figlio". "Si erano innamorati questi due ragazzi – fa notare Paola Grauso – "sembrava una cosa da ragazzini". "Pur avendo un anno meno di mio figlio aveva un ‘bagaglio' molto più grande, era lei che comandava tra i due".

Le accuse alla vittima. Sull'atteggiamento violento di suo figlio Lucio descritto da amici della coppia dice: "Mi ha chiamato un professore dalla scuola dicendo di aver visto Noemi che assaliva mio figlio, era tutto graffiato: era lei che picchiava mio figlio". "Però dicono anche il contrario" ribatte l'inviata. Ancora per giustificare quanto dicono amici e conoscenti dei ragazzi, Marzo aggiunge: "Dopo tre trattamenti sanitari", "Voleva togliersela da dosso!", si intromette la moglie, per poi lasciare la parola al marito, che racconta: "Alla festa del patrono del paese (pochi giorni prima della morte di Noemi, ndr) lei gli è andata incontro dicendo: "Ti voglio bene, ti amo" e lui per scollarsela le ha dato quattro schiaffoni". Al riferimento della giornalista al video circolato online che ha immortalato Lucio mentre distrugge l'auto del padre di Noemi, poco dopo la scomparsa della fidanzatina, Marzo risponde: "Il padre di Noemi gli ha dato un pugno, allora mio figlio con una sedia gli ha sfasciato tutti i vetri, in modo che no scappassero, per bloccarli, perché sapeva che non avevano i documenti dell'auto". "Non è questo il modo" fa notare ancora una volta la Grauso. Secondo quanto affermato da Marzo, il padre della ragazza avrebbe sferrato un pugno in volto a Lucio, provocandogli una ferita con sei punti di sutura all’arcata di un occhio. In reazione, il giovane gli ha sfagliato l’auto per non farlo andare via in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine. Secondo Marzo, Noemi avrebbe aizzato suo figlio contro di loro: "Incitava mio figlio a scannarci tutti e due, aveva trovato un somma di denaro da dare a un certo tipo per comprare una pistola per spararci. Sentito questo ho sporto querela perché fosse allontanata da mio figlio. Basta balle in televisione, era tutt'altro che una brava ragazza, era una cresciuta allo stato brado, in strada da quando aveva 12 anni". Quanto al proprio ruolo nella vicenda, a fronte delle accuse di sequestro e occultamento di cadavere, precisa: "Sono stato un genitore accorto e ho visto tutti i cambiamenti di mio figlio, sta ragazza usava una tecnica per obbligare mio figlio ai suoi voleri: ti lascio e mio figlio sbatteva la testa contro il muro, per terra, quando ho visto queste cose ho dovuto intervenire coi sanitari. Lui aveva bisogno della mia presenza per sentirsi più uomo davanti a lei".

L'ultima sera. Pochi minuti prima che arrivi la notizia della confessione di Lucio, suo padre ribadisce ancora una volta la sua versione dei fatti riguardo alla notte della scomparsa: "Si danno un appuntamento per il sabato notte, avendo mio figlio l'auto a disposizione. "‘Per favore, usciamo', gliel'ha chiesto piangendo lei!", interviene la moglie. "Mio figlio – riprende la parola Marzo – voleva prendersi un momento di intimità, molto probabilmente lei, però, era pronta a scendere dall'auto. Di fronte c'era una macchina scura parcheggiata, Noemi è scesa e si è incamminata verso la macchina, è salita e se ne sono andati". "A me Lucio ha detto: ‘Stai sereno, quando la troveranno capiranno che io non c'entro niente'".

La notizia choc della confessione. "Hanno trovato la ragazza", lo interrompe la giornalista. "Bene! Son contento!", commenta prima di essere interrotto: "È morta e Lucio ha confessato". Marzo si accascia con le braccia sul tavolo, urlando: "Hanno creato un mostro!". "Hanno esasperato mio figlio – grida la moglie – suo padre (riferito a Noemi, ndr) ha mandato gente di Taviano per ammazzarlo, un tossico. "Siamo morti!" gridano insieme, poi la madre di Lucio si rivolge al marito: "Biagio è finita, dai".

Dopo la messa in onda dell'intervista, la conduttrice di Chi l'ha visto?, Federica Sciarelli, ha preso le distanze da quanto detto dai genitori di Lucio sul conto di Noemi.

Pomeriggio 5, la madre dell'assassino di Noemi in tv: "Adesso sto meglio", scrive il 14 Settembre 2017 "Libero Quotidiano”. Sconcerto in diretta tv. A Pomeriggio 5, il programma di Barbara d'Urso su Canale 5, si parla del caso di Noemi Durini, la 16enne leccese uccisa dal fidanzato di 17 anni che ieri, mercoledì 13 settembre, ha confessato il delitto. Il ragazzo, ora, prova a scaricare la colpa dell'omicidio su di lei, accusandola di voler uccidere la sua famiglia. La mamma del killer, che ha appreso della confessione del figli ieri in tv a Chi l'ha visto?, lo difende: “Si è liberato, mio figlio. Siamo stati noi a denunciare l’allontanamento, non la famiglia della ragazza”, ha raccontato alla d’Urso. Che poi ha rivelato: “Ha subito tre TSO per colpa di questa ragazza, l’ha fatto diventare un mostro”. E non ha lesinato particolari inquietanti: “Lei col coltello in mano lo voleva far venire a casa nostra”. Un crescendo di violenza (verbale) quello della donna. Che alla fine pronuncia le parole più sconcertanti: "Mi sento meglio ora”.

Sciarelli, il delitto di Noemi e la pornografia dell'orrore. Che senso ha mandare in onda la reazione dei genitori dell'omicida della ragazza alla confessione del figlio? Non è giornalismo. Solo cibo per gli intestini già infiammati degli italiani, scrive Francesca Buonfiglioli il 14 settembre 2017 su "Lettera 43". Quale è il limite della pornografia televisiva? Fino a dove le ragioni dello share si possono spingere in un servizio che si dice pubblico? Se esistevano dei paletti la puntata di Chi l'ha visto? mandata in onda il 13 settembre non solo li ha superati: li ha sradicati.

PORNOGRAFIA DELL'ORRORE. Focus della trasmissione, e non poteva essere altrimenti, l'omicidio della 16enne di Lecce. Che tale è diventato quando il fidanzato di appena un anno più grande ha confessato di averla massacrata portando gli inquirenti nel luogo in cui aveva nascosto il cadavere. Fino ad allora, almeno nei familiari, era rimasta viva la speranza che la ragazza fosse scomparsa, fuggita da una relazione che definivano malata. Per questo, l'inviata di Federica Sciarelli aveva intervistato i genitori del 17enne. Mentre padre e madre difendono il figlio, gettando fango sulla ragazza scomparsa, la giornalista riceve via messaggio la notizia della confessione. «Hanno trovato Noemi», dice la giornalista in modo asettico interrompendo la filippica del padre, che ora risulta indagato perché sospettato di aver aiutato il figlio a nascondere il corpo.

LA REAZIONE DEI GENITORI SBATTUTA IN PRIMA SERATA. «È morta. Suo figlio dice di averla ammazzata». La scena che segue può essere lasciata all'immaginazione. Ma non per la trasmissione. Che decide di mandare in onda il servizio registrato nonostante tutto. Sì, registrato è bene sottolinearlo. «Immagini forti», «nemmeno noi lo sapevamo», balbetta Sciarelli da studio lanciano il "contributo". No, non sono immagini forti. La reazione scomposta di due genitori sbattuta in prima serata è pornografia del dolore. Non c'è altra definizione possibile. Non c'è notizia. Non c'è "servizio". Ci sono solo disperazione, rabbia, urla, visi che si sciolgono in smorfie, pugni sbattuti sul tavolo dati in pasto a un pubblico che già sa. Sa che il ragazzo ha confessato, che quei genitori stanno in realtà offendendo una vittima. Senza saperlo, loro (su questo punto le indagini sono in corso). Una scena rilanciata come scoop pure sui social della trasmissione, con tanto di fotogramma dell'attimo della rivelazione. E che ha solo un effetto: accendere l'odio nello spettatore, come se ce ne fosse bisogno. Su Twitter in tempo reale qualche account di satira rilancia addirittura un meme della madre dell'omicida che grida: «La Gif per voi era d'obbligo: Siamo morti», è il commento. E cinguetta: «Si è ripartiti col botto». Non c'è molta differenza con la cronaca morbosa dei dettagli dello stupro di Rimini pubblicata e rivendicata da Libero e altri quotidiani. Pornografia e voyeurismo che lontani dal tutelare le vittime, le usano come arma per una battaglia ideologica. Politica. Di share e copie vendute.

IL PRECEDENTE DI AVETRANA. Chi l'ha visto? non è nuovo a porcherie di questo genere. Nel 2010 mentre Concetta Serrano, mamma di Sarah Scazzi, era in collegamento da Avetrana in studio arrivò la notizia del possibile ritrovamento del corpo. «Ha capito cosa sta succedendo?», chiese Sciarelli alla donna. «Se vuole interrompere il collegamento lo può fare in ogni momento». «Chiami i carabinieri, si metta in contatto con gli investigatori». Serrano era ormai ridotta a una statua senza reazioni, mentre le telecamere indugiavano sul suo volto-non volto. «È una notizia terribile, di grande imbarazzo, che non vorremmo mai dover confermare», andò avanti Sciarelli. Dimenticando che l'unico dovere che aveva in realtà era interrompere quell'obbrobrio in diretta per tutelare una vittima.

TRASH DELL'ORRORE. Questo non è giornalismo. Non è servizio né tantomeno è pubblico. È trash dell'orrore e del dolore, della disperazione, cibo per gli intestini infiammati dei telespettatori. Sono forconi virtuali dati in mano a una folla inferocita che ogni giorno, sui social e davanti ad altri schermi, invoca la pena di morte, la giustizia fai-da-te, la tortura. Nella "migliore" (sic) delle ipotesi, la tragedia e l'orrore diventano una gif, una presa in giro, un meme. O un costume di carnevale come accadde con «zio Michè».

Assassinio di Noemi Durini: “Chi l’ha visto?”, interrogazione parlamentare di Dario Stefàno. Il senatore salentino parla di "inaccettabile voyeurismo giornalistico". Attacco anche dal direttore del tgnorba: come il caso Scazzi, si è risolto di mercoledì, scrive "Noi Notizie" il 14 settembre 2017. Il direttore del tgnorba fa questo ragionamento. Il ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi avvenne di mercoledì sera, nella sera della diretta tv di “Chi l’ha visto?”. Il ritrovamento del corpo di Noemi Durini, con indagine nei confronti del fidanzato che ha confessato, di mercoledì. Il giorno di “Chi l’ha visto?”. Coincidenza, dice Enzo Magistà che però fa un richiamo ad autorità della sicurezza e autorità della comunicazione. L’attacco alla trasmissione di Raitre è frontale. Una trasmissione che, si osserva da qua, ha comunque contribuito a risolvere un sacco di casi di scomparsa, con il ritorno a casa di tanta gente. Stavolta, peraltro, quella trasmissione è nell’occhio del ciclone, per il caso di Noemi Durini. Vicenda che finisce anche in parlamento. Di seguito un comunicato diffuso dal senatore Dario Stefàno: “Questo metodo, se da un lato non rispetta la dignità e la privacy dei soggetti coinvolti da questi terribili episodi, dall’altro interpreta con modalità inopportune e incoerenti la necessità di trasferire notizie ai telespettatori. E’ una testimonianza allarmante della deriva che talvolta può assumere un certo modo di concepire il servizio televisivo, in particolar modo di una rete pubblica”. Sono le parole che si leggono in una interrogazione presentata nel pomeriggio dal senatore Dario Stefàno, Presidente de La Puglia in Più, indirizzata al Ministro dello Sviluppo Economico, a seguito del servizio andato in onda su Rai 3 durante la trasmissione “Chi l’ha Visto?” sul caso Noemi Durini. “Tale approccio – continua Stefàno – tende a porsi in piena sintonia con la diffusa e censurabile tendenza alla rincorsa senza scrupoli degli ascolti, nella cui prospettiva la spettacolarizzazione delle sventure più intime e raccapriccianti viene usata come una delle leve più efficaci e a portata di mano. Queste modalità sviliscono e mercificano ciò che nella vita vi è di più alto, drammatico e riservato, come per esempio il dolore e la sofferenza delle persone”. “Il Garante per la protezione dei dati personali si è già pronunciato più volte, in senso critico, a proposito del principio di essenzialità dell’informazione e a proposito della diffusione di dati, soprattutto in presenza di minori coinvolti”. “La giornalista inviata – conclude Stefàno – non era certo la figura deputata e competente per dare comunicazione di tale terribile notizia e degli esiti delle indagini agli interessati, soprattutto se quella notizia riguardava un soggetto di minore età, e credo che la scelta di mandare in onda questo servizio necessitasse di ben altra valutazione rispetto a quella operata”.

IL FATTO  14/09/2017 TGNorbaonline. Editoriale a cura del direttore Enzo Magistà di giovedì 14 settembre 2017. Tema del giorno: l'omicidio della sedicenne Noemi Durini compiuto dal reo confesso Lucio Marzo. C’è chi trova paralleli tra il delitto di ieri, di Specchia e quello di 7 anni fa di Avetrana. Sforzo inutile. Si tratta di delitti diversi. Maturati in ambienti diversi. Ispirati da follie diverse. Realizzati da personaggi diversi. C’è una sola concomitanza fra i due delitti: lo spettacolo finale. O meglio, la spettacolarizzazione televisiva che se n’è fatta. Ai più, forse, sarà sfuggita. Non a noi. Sarah Scazzi venne ritrovata un mercoledì sera in diretta televisiva. Mentre un troupe di “Chi la visto?” si trovava in casa della vittima ad intervistare sua madre. E propria alla madre in diretta televisiva venne detto, venne comunicata la notizia che il corpo della figlia era stato ritrovato grazie alla confessione di Michele Misseri. Il corpo di Noemi Durini, la ragazza di Specchia, è stato ritrovato sempre di mercoledì. Mentre una troupe della stessa trasmissione televisiva si trovava in casa dell’assassino ad intervistare i suoi genitori, ai quali è stata data in diretta la notizia del ritrovamento e dell’arresto del figlio. Che coincidenza! E queste sono le uniche che si possono fare tra i due casi: la presenza delle telecamere di “Chi la visto”. Bravissimi i nostri colleghi, ma è tutto merito loro? Un sospetto, consentitecelo, è legittimo. Anche se, attenzione, due indizi non fanno una prova. Valgono, però, una denuncia e la facciamo, perché non vorremmo trovarci ad un terzo caso. Perché allora lo Stato, lo Stato e chi lo rappresenta a livello di informazione e di controllo del territorio, allora sì che dovrebbe farsi un profondo esame di coscienza. Perché non si può giocare con queste tragedie tenendole in sospeso per settimane, per giorni, in attesa che arrivi un mercoledì sera.

Di seguito si riportano i commenti idioti pubblicati su giornali che dovrebbero essere capitani di credibilità. Invece riportano scarabocchi di chi fa della volgarità e dell’ignoranza il suo stile di vita.

Diffamando gratuitamente un padre, che per il momento è solo indagato. Poi, i più meschini e diffamatori, di chi non è ancora sazio nell’oltraggiare il Salento ed Avetrana in particolare che nella vicenda non ha nulla a che fare.

Se questi son giornalisti… “Ma nessuno si fa troppe domande, giù nel Basso Salentino, tra Specchia e Alessano, belle ville di vacanza della swinging Puglia e terre riarse dei poveracci, masserie rifatte a bed and breakfast e pozzi sperduti nel buio. Come ad Avetrana, del resto, l’omertoso paese di Sarah Scazzi, che dista un’ora di strada da qui, ma meno d’un sospiro di silenzio da questa trama mostruosa, quest’altra, quasi in fotocopia, di un’altra ragazzina sepolta nei campi, di altre famiglie disfunzionali o malate, di familismi amorali che diventano delitto e complicità, perché la legge non varca l’orto di casa”. Goffredo Buccini 13 settembre 2017 Corriere della Sera.

Non aspettatevi, però, tutela della comunità da parte degli amministratori locali.

Noemi, le denunce inutili e quel padre complice. Nel silenzio agghiacciante le grida disperate dei parenti, lacrime come pioggia acida, amarissima, conclusione di undici giorni che racchiudevano ancora la speranza di rivedere Noemi, viva, scrive Tony Damascelli, Giovedì 14/09/2017, su "Il Giornale". Non c'è soltanto il nonno eroe che perde la vita cercando di salvare la propria famiglia, con lui morta nel fango buio dell'alluvione. Non c'è soltanto un padre che tenta invano di salvare il proprio figlio e la propria moglie dai fumi della solfatara. Livorno e Pozzuoli sono nuvole bianche, pagine stracciate da un'altra cronaca nera. C'è anche un padre bastardo che aiuta il proprio figlio assassino a nascondere il cadavere di una ragazza di sedici anni, uccisa per amore violento e miserabile esistenza. L'uliveto, uno dei mille, nella campagna di Castrignano del Capo, mostra alberi antichi, malati di xylella; sotto i rami bruciati dalla maledetta, giaceva il corpo straziato di Noemi, appena e vilmente coperto da alcune pietre staccate dal muretto a secco davanti al quale era stato lasciato dai due delinquenti, dopo averla finita, a colpi di pietra, qualche metro più in là, dove la terra è diventata più rossa, di sangue, poi coperta e bonificata dalla calce viva. Nel silenzio agghiacciante le grida disperate dei parenti, lacrime come pioggia acida, amarissima, conclusione di undici giorni che racchiudevano ancora la speranza di rivedere Noemi, viva. Undici giorni nei quali tutti sapevano, molti supponevano, alcuni mormoravano, nessuno interveniva. Il Salento scopre l'orrore dopo un'estate di follia turistica, le masserie e le spiagge ritrovano il silenzio di settembre, la bara bianca si è portata via Noemi mentre attorno è incominciata la sagra del macabro, la processione dei pellegrini non verso il santuario di Santa Maria di Leuca, là dove si uniscono i due mari, le acque dell'Adriatico e quelle dello Ionio, ma sono curiosi ignoranti che vogliono vedere, quasi toccare, il luogo del misfatto, scattare fotografie, portare via un ricordo maligno, larve e insetti umani come sono larve e insetti quelli che ammorbavano l'aria intorno al luogo del delitto. Padre e figlio, il complice e l'assassino, sono un'altra immagine, l'ultima in ordine di tempo, di una terra che ha già offerto la storia miserabile di Avetrana, un altro padre che decise di nascondere il cadavere di una nipote, una ragazza bambina, uccisa da altre mani di famiglia, una follia mafiosa, una complicità schifosa che denuncia una miseria sociale ed esistenziale che si aggrappa alla droga, al furto, alla violenza domestica, alle minacce, ai ricatti. Sarah Scazzi e Noemi Durini sono vittime di realtà fintamente felici, di giovinezze falsamente libere e indipendenti. Sono segnali di fumo nero e acre di una società tossica che fugge alle proprie responsabilità, che non affronta e, soprattutto, non comprende il pericolo, non risolve le denunce, dieci, cento, mille, di violenze, di soprusi, di aggressioni, perché ormai fanno parte del quotidiano, di una movida che conduce all'immobilità di menti e di corpi. Adolescenti alla ricerca della libertà e famiglie sfatte, disgraziate, disperate, senza grazia, senza speranza. L'omicidio di Noemi Durini non è un semplice fatto di cronaca nera. È la sirena di allarme che continua a suonare mentre pensiamo che si tratti di un cattivo funzionamento, di una finestra socchiusa, di una porta lasciata aperta per caso. Invece è la gioventù che si spegne nel degrado, nella polvere di sogni facili, è la storia di famiglie che non sono più tali, di padri che non sono eroi ma assassini e complici, di madri silenziose, vittime codarde. Il Salento è la terra bellissima de «lu sule, lu mare e lu ientu». Nell'uliveto di Castrignano del Capo, il sole è calato, il mare è appena oltre il muretto a secco e il vento puzza di morte.

NOEMI SI POTEVA SALVARE. Violenze e soprusi per la 16enne uccisa: tutti sapevano. Ma indifferenza e omertà hanno prevalso Il fidanzato confessa: massacrata con le pietre. Padre indagato per occultamento di cadavere, scrive "Il Quotidiano di Puglia" (Taranto) il 14 Settembre 2017. La tensione era palpabile ieri mattina nelle Procure ed al comando provinciale dei carabinieri. Era attesa una giornata decisiva per l’inchiesta sulla scomparsa di Noemi Durini. La svolta tuttavia, l’ha data il fidanzato quando si è presentato dai carabinieri per confessare. Una decisione presa spontaneamente? In realtà il ragazzo ha sentito addosso tutta la pressione degli indizi raccolti in questi giorni dagli inquirenti e confluiti inequivocabilmente verso di lui. A cominciare dalle due tracce di sangue trovate nella Fiat 500 con cui è andato a prendere Noemi verso le quattro di domenica mattina 3 settembre e portata all’autolavaggio subito dopo. Peraltro che fossero insieme lo dimostra anche il filmato di un impianto di videosorveglianza: la pressione quel ragazzo l’ha sentita anche grazie al giro nelle campagne fatto martedì pomeriggio con i carabinieri e deve essersi sentito con le spalle al muro quando ieri mattina gli è stato notificato l’avviso di garanzia sotto forma di decreto di perquisizione della casa. Il caso è stato preso particolarmente a cuore dagli inquirenti. Da Roma, su richiesta della Procura, sono arrivati gli specialisti delle ricerche degli indizi invisibili ad occhio nudo: i carabinieri del Ris. Ed anche il Ros con la sezione specializzata in crimini violenti. Le ricerche per le campagne hanno visto l’impiego della protezione civile, dei volontari e dei reparti speciali dei vigili del fuoco. Ieri c’era anche un elicottero che sorvolava sul Basso Salento. E poco dopo mezzogiorno e mezzo è atterrato a Castrignano del Capo, in contrada San Giuseppe. Nello spiazzo libero da alberi, più vicino a quella campagna di muretti a secco ed ulivi dove poco prima L.M. 17 anni, di Montesardo, ha accompagnato i carabinieri. Il dispositivo delle ricerche e delle indagini ha chiuso un caso che ha destato preoccupazione con il passare dei giorni: la ragazza è scomparsa domenica 3 settembre, il martedì successivo la madre ha sporto denuncia. Ha preso un po’ di tempo perché la ragazza altre volte si era allontanata da casa senza dire nulla, per fare ritorno non più tardi di un giorno, un giorno e mezzo. Resta da capire, e se ne occuperanno la Procura ed il Tribunale per i minorenni, come sia possibile che una ragazza di 16 anni venga ammazzata dal fidanzatino, nonostante due “Trattamenti sanitari obbligatori” ne abbiano dimostrato la pericolosità.

Il tormento di Noemi, la paura e le fughe tra le braccia del suo assassino, scrive Goffredo Buccini il 13 settembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Come tutte le sedicenni, Noemi aveva un confidente: Facebook. Così, forse, sarebbe bastato porsi qualche domanda in più, leggendo quella poesia rilanciata sul suo profilo in un post del 23 agosto, appena undici giorni prima d’essere lapidata in mezzo agli ulivi e i muri a secco della campagna leccese: «Non è amore se ti fa male/ non è amore se ti controlla/ non è amore se ti picchia/ non è amore se ti umilia...», un grido di dolore di tutte le donne violate e abusate dai loro uomini infami.

Ma nessuno si fa troppe domande, giù nel Basso Salentino, tra Specchia e Alessano, belle ville di vacanza della swinging Puglia e terre riarse dei poveracci, masserie rifatte a bed and breakfast e pozzi sperduti nel buio. Come ad Avetrana, del resto, l’omertoso paese di Sarah Scazzi, che dista un’ora di strada da qui, ma meno d’un sospiro di silenzio da questa trama mostruosa, quest’altra, quasi in fotocopia, di un’altra ragazzina sepolta nei campi, di altre famiglie disfunzionali o malate, di familismi amorali che diventano delitto e complicità, perché la legge non varca l’orto di casa.

Quello che ha confessato d’averla uccisa ha un anno più di lei, 17: dunque ha diritto all’anonimato e dovremmo chiamarlo «fidanzatino», se appellativo e diminutivo non suonassero come una bestemmia. Uno sbandato, dicono di lui, «che ha già fatto tre Tso», terapie obbligatorie, sussurrano. «Uno che viveva in paranoia», tanto da sfasciare a seggiolate, in un allucinante video girato e rigirato su Whats App, l’utilitaria del papà di Noemi venuto a chiedergli notizie della figlia sparita da giorni. Uno «con problemi psichici» ha ammesso perfino il Procuratore che indaga assieme ai carabinieri. Già. Tra queste case basse e candide a ridosso della Provinciale per Leuca, tra questi vicoli lastricati di nulla, la vita si spreca nella noia, la giovinezza sfuma così, uno spinello, due, il rap sparato nello stereo, la luna sopra la testa che sballa, le notti che non muoiono all’alba, la voglia di qualcosa di più forte. Noemi da più d’un anno si stava perdendo appresso a quel suo ragazzo balengo, era già stata bocciata a scuola, era presa di lui e al tempo stesso da lui terrorizzata. Le amiche dicono: «La picchiava». Lo ha detto, inutilmente, anche la mamma di Noemi, Imma, che aveva fatto denuncia al Tribunale dei minori contro il ragazzo quando la figlia le era tornata con la faccia gonfia; ma si sa come sono le indagini in certi casi. Il sindaco di Specchia, Rocco Pagliara, dice che «le cose sono state sottovalutate» e che «le istituzioni non sono senza colpa». Nessuno è senza colpa e tuttavia occorre pietà per ciascuno. Prima di tutto per la famiglia di lei, adesso arroccata nella piccola casa di Specchia, in via Madonna del Passo: con mamma Imma è rimasta solo la figlia più grande, Benedetta; il papà se n’è andato ma vive a cinquecento metri; i nonni poco lontano. Il 28 settembre Benedetta si laurea e nei giorni in cui la sorella era sparita e tutti la cercavano perfino con gli immancabili veggenti e coi cani molecolari (sì, quelli diventati famosi al tempo di Sarah) le aveva lanciato un tenero appello: «Non puoi perderti la mia festa, torna». Pensavano all’ennesima fuga, in quei giorni d’attesa e speranza. Era complicato da un pezzo stare dietro a quella ragazzina smarrita e innamorata che su Facebook postava pure le acconciature da mezzo matto di lui, scrivendo orgogliosa «anche se ne potessero fare due non ve lo darei comunque». Come al solito, paura e malìa. Solita trappola: «Mi pesta perché tiene tanto a me». Cinque volte in tre mesi era scappata Noemi. E quando non scappava tornava alle sei di mattina. Un cugino la portava spesso a Montesardo, la frazione di Alessano, dove abitava lui. E lui stava lì ad aspettarla, ormai sempre più sospettoso, geloso, «vuoi lasciarmi, vuoi tradirmi...». Colpa di lei, certo, si sa, è sempre colpa di una lei, no?, quando un lui la riempie di botte per amore...Vito, il nonno materno, lo dice senza girarci attorno: «Bisognava intervenire prima. Quello là andava rinchiuso in una casa di cura. E penso che il lavoro non l’abbia fatto da solo», aggiunge in un soffio. Quel soffio spalanca un incubo dentro l’incubo. Perché assieme al ragazzo è sotto accusa il padre, Biagio, uno che descrivono in lite perenne con la giustizia, senza un lavoro stabile, uno che s’arrangia. Uno che di Noemi diceva: «È un cancro per mio figlio». Chissà quanto c’è di vero; gli odi tra le due comunità, Specchia e Alessano, sono radicati come piante secolari. Si odiavano le famiglie, finché l’odio non è tracimato anche sull’amore di due poveri adolescenti già traballante di suo. Dicevano che l’accusa per il padre fosse «tecnica». Dovevano perquisire la 500 bianca su cui il ragazzo ha portato via Noemi la notte del 3 settembre. Lui, a 17 anni e in barba alla legge, guidava abitualmente. Ma la macchina è del papà, sarebbe stato un «atto dovuto». E tuttavia: qualcuno l’ha lavata la macchina, cancellando almeno le tracce più visibili. E tuttavia: i tabulati potrebbero raccontare di qualche telefonata alle cinque del mattino, le celle telefoniche potrebbero ricostruire qualche spostamento inspiegabile se non in un quadro di complicità. E il quadro s’è fatto più fosco, dunque. Ancora una volta viene in mente Avetrana: l’ombra di zia Cosima che cattura Sarah, quella di zio Michele, schiavo di famiglia e di masseria, che si china a nascondere Sarah nel pozzo. Un pozzo così simile alla tomba di pietre che ha sepolto gli incubi di Noemi e la mala coscienza di chi non li ha scacciati in tempo.

Ordine giornalisti: osservare doveri deontologia, scrive il 14 Settembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". Un invito «ad osservare i doveri deontologici nell’esercizio del diritto di cronaca, pur nel comprensibile coinvolgimento emotivo» viene rivolto con una nota a tutti gli iscritti dall’Ordine dei giornalisti della Puglia in relazione alla vicenda di Specchia (Lecce) dell’uccisione della sedicenne Noemi Durini da parte del fidanzato 17enne. «Cronache e immagini devono, in casi come questi - spiega l'Ordine dei giornalisti - richiedere un supplemento di professionalità, che impone pertanto di applicare i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network. Il diritto all’informazione, specie quando si tratta di vicende che riguardano i minori, impone di elaborare e diffondere con ogni accuratezza possibile ogni dato, ogni immagine, ogni notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti ed essenzialità dell’informazione».

Specchia. Noemi Durini e Lucio Marzo. Un film già visto, come Sarah Scazzi. Lucio Marzo, fidanzato di Noemi, ha confessato ed ha fatto trovare il corpo. Per il delitto di Sarah Scazzi, Michele Misseri, reo confesso, anch’egli ha fatto trovare il corpo, ma non è stato condannato per l’omicidio. Chi sarà condannato per il delitto di Noemi Durini?

Non aspettatevi, però, tutela della comunità da parte degli amministratori locali, se non fumo negli occhi.

Omicidio Noemi, Specchia non ci sta: “chi offende la nostra città ne risponderà in Tribunale”. Con una delibera di Giunta è stato deciso di dare mandato a un legale che avrà il compito di tutelare buon nome della città, scrive il 29 settembre 2017 Lecce news. Sono trascorse due settimane esatte da quel 13 settembre, quando, a seguito della confessione del fidanzato, è stato ritrovato, nascosto tra i sassi di un terreno agricolo di Castrignano del Capo, il corpo senza vita della giovane Noemi. L’omicidio della 16enne di Specchia ancora fa parlare e riempie le pagine di tutti, proprio tutti, gli organi di informazione locale e nazionale. Una vicenda triste, tristissima, quella della giovane studentessa che ha sconvolto moltissime persone ma, soprattutto, la comunità di Specchia che ancora piange la scomparsa della sua piccola concittadina. Naturalmente, non poteva essere diversamente, ripetiamo, questa storia ha avuto una eco mediatica importante e, per certi versi, sproporzionata. In questo contesto non sono mancati i riferimenti negativi nei confronti della piccola e bellissima cittadina del Salento, impegnata da sempre nel promuovere le proprie bellezze storico-artistiche-architettoniche e culturali del proprio entroterra. Con il trascorre degli anni, infatti, Specchia è divenuta un’eccellenza turistica della provincia di Lecce, si è affermata come uno dei borghi più belli d’Italia, dei comuni gioiello d’Italia ed è stata insignita della Bandiera arancione del Touring Club, oltre a ospitare ogni estate 10mila turisti provenienti da ogni dove. Non è, quindi, quel “Villaggio dal nome sconosciuto, che si è conosciuto a causa dell’omicidio di Noemi e che non ha futuro”, come è stato scritto in alcuni articoli. Per questo motivo l’Amministrazione comunale ha deciso di tutelare il buon nome della città e, nella giornata di oggi, con una Delibera di Giunta ha fornito atto di indirizzo per la nomina di un legale che ponga in essere ogni azione utile a tutelarne il nome, l’immagine e l’onorabilità. In questi ultimi tempi, è bene chiosarlo, si è un po’ tracimato e, senza dubbio, anche la comunità specchiese può essere definita una “vittima” di tutto ciò.

Specchia, il sindaco chiede i danni: «Lesa la nostra immagine», scrive Donato Nuzzaci su "Il Quotidiano di Puglia" Sabato 30 Settembre 2017. Sconvolta dal dolore per la tragica vicenda di Noemi Durini - la 16enne trovata morta nelle campagne di Castrignano del Capo dopo circa 10 giorni dalla notizia della scomparsa -, la comunità di Specchia cerca ora di rialzarsi, non senza togliersi qualche sassolino dalla scarpa. L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Rocco Pagliara, ha deciso di fare il punto sul racconto a livello mediatico di questo drammatico evento, arrivando ad una prima conclusione: mandato legale per difendere l’immagine di Specchia che in determinati servizi giornalistici «è stata denigrata nella maniera peggiore». Così ha deliberato l’altro giorno la giunta comunale prendendo atto che, a suo dire, in tanti «hanno provato a descrivere Specchia entrando in una realtà che non conoscevano e della quale si è parlato in modo spropositato, sbagliato e non consono rispetto a ciò che ogni giorno si vive in questa comunità». «Il paese ha un tessuto sociale e culturale sano ed è complessivamente un borgo vivo e sopra la media sia in termini qualitativi che quantitativi», spiega il sindaco Pagliara. «Qualche giornalista ha definito Specchia “un villaggio dal nome sconosciuto”, “villaggio senza età né futuro” e altre espressioni che a nostro avviso sono insinuazioni completamente infondate e diffamatorie», si legge nella delibera.

«TERRE DI NIENTE E DI NESSUNO…» Avetrana e Specchia come «le pietraie dell’Afganistan» è un articolo apparso il 21 settembre 2017 sui giornaletti locali a bassa tiratura. Si riferisce ad un testo del giornale on-line Lettera43 che pubblica un articolo a firma del giornalista Massimo del Papa con un titolo e contenuto che non è stato gradito al vice-sindaco di Avetrana Alessandro Scarciglia. Nell’articolo il giornalista paragona Avetrana e Specchia “alle pietraie dell’Afganistan,” e così Alessandro Scarciglia, a nome del Comune di Avetrana, ha segnalato l’autore del contenuto all’Ordine dei Giornalisti delle Marche chiedendo “di verificare l’eventuale presenza di violazioni etiche e morali del giornalista e di tenere informato il Comune di Avetrana sugli esiti di una eventuale azione che il Consiglio di Disciplina volesse intraprendere.” Qui di seguito la segnalazione integrale inviata All’OdG delle Marche dal vice sindaco: «Ill.mo Ordine, con la presente voglio segnalare un articolo pubblicato in data 18 settembre 2017 sul giornale on-line “LETTERA 43” a firma del giornalista sig. Massimo Del Papa, dal titolo “Avetrana, Specchia e le pietraie d’Italia figlie del Grande Fratello” e dal sottotitolo “Villaggi dai nomi sconosciuti, che un giorno tutti imparano per le ragioni più atroci. Villaggi senza età né futuro. Storditi davanti a un televisore, incantati da personaggi che non esistono”. Il giornalista Del Papa, nel paragonare il comune della giovane vittima di Specchia (LE) al Comune di Avetrana (TA), usa, a parere dello scrivente, termini alquanto offensivi nei confronti dell’intera comunità di cui mi onore di amministrare. Di seguito riporto alcuni passaggi del suddetto articolo che fanno riferimento ai comuni di Avetrana e Specchia:

• “terre di niente e di nessuno, senza speranze, che i telegiornali mostrano simili a pietraie dell’Afganistan”;

• “qui la gente si limita a sospettare altre forme di vita su altri pianeti mostrati dalla televisione, neanche internet, che serve a chattare la non-vita di ogni minuto”;

• “nelle pietraie del Sud d’Italia riparte la faida”;

• “la televisione è ancora l’unico antidoto alla noia della pietraia, insieme alle canne e, a volte, altra roba più forte”;

• “non si vuole dire che chi guarda il Grande Fratello poi diventa balordo e criminale, si vuole semplicemente dire che, nelle mille pietraie d’Italia, l’orizzonte culturale è quello, la speranza di vita è quella”.

Non starò certo qui ad annoiare l’ Ill.mo Ordine dei Giornalisti elencando le bellezze naturalistiche e storiche dei nostri luoghi o i diversi concittadini che si sono distinti (e continuano a farlo) per vari meriti in ambito nazionale ed internazionale; non starò qui a dire che negli ultimi anni il turismo cresce a livello esponenziale grazie all’impegno dei privati e delle pubbliche amministrazioni che quotidianamente, con umiltà, sacrifici e amore per la propria terra, si impegnano ad offrire servizi migliorativi. E non starò certo qui ad annoiare con una difesa di parte sull’onorabilità del comune di Avetrana e dei suoi cittadini. Sono qui solo ad esprimere la propria rabbia (e a rappresentare quella degli abitanti di Avetrana) per quanto scritto nell’articolo in questione. Si chiede al Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti delle Marche, che legge in copia, di verificare l’eventuale presenza di violazioni etiche e morali del giornalista e di tenere informato il Comune di Avetrana sugli esiti di una eventuale azione che il Consiglio di Disciplina volesse intraprendere. Per le eventuali contestazioni penali e/o civili ci stiamo consultando con i legali del Comune per verificare la fattibilità di un’azione giudiziaria che possa ridare dignità alla città di Avetrana, da troppo tempo martoriata ed infangata da certa stampa. Nell’esprimere la massima stima all’Ordine dei Giornalisti di tutta Italia, porgo sinceri saluti. Alessandro Scarciglia (Vicesindaco Comune di Avetrana)».

Sicuramente è il massimo che da questi amministratori locali ci si potesse aspettare.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Popolo di Avetrana, se avete un po’ di dignità ed orgoglio, indignatevi e condividete questo post su quanto ha scritto contro gli avetranesi Nazareno Dinoi, amico dei magistrati di Taranto (ma non dei magistrati di Bari, per cui è stato processato a Lecce per aver diffamato il Procuratore Laudati) e direttore de "La Voce di Manduria", un giornalino locale di un paese vicino ad Avetrana. Il "mandurese" diffama indistintamente tutti gli avetranesi, e non me ne spiego l'astio, e gli amministratori locali e la loro opposizione non sono capaci di difendere l’onore di Avetrana contro la gogna mediatica programmata sin dal 26 agosto 2010 e protratta da giornalisti da strapazzo sui giornali ed in tv.

“La triste fine di Sarah Scazzi ha dato improvvisa notorietà al piccolo paese di Avetrana altrimenti sconosciuto ai più. Ha portato luce su un paese in ombra infastidendo chi vi abita. Ed è anche sugli avetranesi che il caso Scazzi si è contraddistinto per un’altra peculiarità: l’omertà, il visto e non visto, il non ricordo, il forse, il lo so ma non ne sono sicuro, il meglio farsi gli affari propri. Un popolo onesto che di fronte alla richiesta di coraggio si è tirato indietro. Anche in questo caso parlano i numeri e i dati: gli investigatori hanno ascoltato poco più di duecento persone, per la maggioranza avetranesi, poche hanno detto di aver visto qualcosa, nessuno si è presentato spontaneamente per aiutare la giustizia con l’amaro risultato che resterà negli annali delle cronache giudiziarie: dodici di loro sono stati indagati per falsa testimonianza o addirittura per favoreggiamento. Un record in negativo con cui Avetrana e gli avetranesi dovranno fare i conti.”

Il giornalista, come lui si definisce, dovrebbe sapere che i conti si fanno alla fine. Per ora omette di contare i due imputati assolti dall'accusa di favoreggiamento...o questo per omertà o censura non si può dire?

Quarto Grado. Nuzzi, Longo ed Abbate, Avetrana vi dice: vergogna!

Per il resto ospite è Grazia Longo, cronista de “La Stampa”, che si imbarca in accuse diffamatorie, infondate e senza senso: «…e purtroppo tutto questo è maturato in seno ad una famiglia ed anche ad un paese dove mentono tutti…qui raccontano tutti bugie».

Vada per i condannati; vada per gli imputati, ma tutto il paese cosa c’entra?

Ospite fisso del programma è Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, che anche lui ha guizzi di idiozia: «io penso che da tutto quello che ho sentito una cosa la posso dire con certezza: che se domani qualcuno volesse scrivere un testo sull’educazione civica, di certo non dovrebbe andare ad Avetrana, perché al di là della veridicità o meno della dichiarazione della ex compagna di Ivano, al di là della loro diatriba, è chiaro che qui c’è veramente quasi un capannello di ragazzi che nega, un’alleanza tra altri che si mettono d’accordo: mamma ha visto questo, mamma ha visto quest’altro. Ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile scalfire, scavalcare questo muro, veramente posto tra chi deve fare le indagini e la verità dei fatti? E’ difficilissimo. Cioè, la sicurezza, la nostra sicurezza è nelle mani di noi.»

Complimenti ad Abbate ed alla sua consistenza culturale e professionale che dimostra nelle sue affermazioni sclerotiche. Cosa ne sa, lui, dell'educazione civica di Avetrana?

Fino, poi, nel prosieguo, ad arrivare in studio, ad incalzare lo stesso Claudio, come a ritenerlo egli stesso di essere omertoso e reticente. Grazia Longo: «…però Claudio anche tu devi parlare, anche tu, scusa se mi permetto, dici delle cose e non dici. Io non ho capito niente di quello che hai detto. Tu sai qualcosa e non lo vuoi dire!»

Accuse proferite al fratello della vittima…assurdo!

Eppure questi amministratori locali sono stati interpellati dal sottoscritto dr Antonio Giangrande:

Al Presidente del Consiglio Comunale di Avetrana

Per il sindaco di Avetrana e la Giunta Comunale

Per i consiglieri comunali

Avetrana lì 3 giugno 2015

Oggetto: Art. 47/49 Statuto di Avetrana. Richiesta di convocazione di un Consiglio Comunale monotematico attinente il Caso Sarah Scazzi per la ricerca di strumenti di tutela dell’immagine e della reputazione del paese e dei suoi cittadini di fronte alla gogna mediatica a cui è perennemente sottoposto.

Il sottoscritto Dr Antonio Giangrande, scrittore, nato ad Avetrana il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni, 51, presidente nazionale della Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, direttore di Tele Web Italia e vice presidente della Associazione Pro Specchiarica, sodalizio di promozione del territorio, con sede legale in via Piave 127 ad Avetrana, tel 0999708396 cell. 3289163996,

premesso che sin dal 26 agosto 2010, dal momento della scomparsa di Sarah Scazzi in Avetrana, i cittadini del paese sono oggetto di una gogna mediatica senza soluzione di continuità che non trova pari in nessun altro caso di cronaca nazionale ed internazionale. Da allora ho scritto 3 libri sul delitto, rendicontando giorno per giorno eventi avvenuti e commenti elargiti in tutta Italia. Per gli effetti ho verificato che di Avetrana si è fatta carne da macello. Se da una parte, per quanto riguarda i protagonisti della vicenda, il diritto di cronaca è tutelato dalla Costituzione italiana, quantunque per esso non vi è giustificazione quando per loro questo si travalica. E’ criminale, però, quando si coinvolgono in questa matassa tutti gli altri cittadini di Avetrana che nulla centrano con la vicenda. Eppure dal 26 agosto 2010 tutti gli avetranesi sono stati dipinti come retrogradi, omertosi e mafiosi. Chi riesce ad andare oltre i confini della “Cinfarosa” si accorge che Avetrana è conosciuta in tutto il mondo e certo non in toni lusinghieri. Tanto da far mortificare i suoi cittadini e far pagare loro fio per colpe non commesse. Non basta il mio prodigarmi a favore di Avetrana attraverso la pubblicazione dei miei libri o di video o di note stampa sui miei o altrui blog per ristabilire la verità. Io sono sempre un semplice cittadino che non fa testo e questo è un limite, oltretutto, chi mi segue, per come mi conosce, non pensa che io sia di Avetrana e ciò rende meno efficace la posizione da me assunta. D’altra parte, però, a difesa dei diritti di Avetrana si è notato una certa mancanza di iniziativa adeguata da parte dell’Amministrazione Comunale, tanto meno la minoranza ha adottato misure opportune di pungolo o di critica. Il tutto per mancanza di coraggio o di impreparazione comunicazionale. E per questo nei libri non ho mancato di rilevare l’ignavia atavica degli amministratori. Poco si è fatto e quel poco è risultato al di più dannoso. Se da una parte può essere considerato opportuno, con oneri per la comunità, costituirsi parte civile nei confronti di chi si addita prematuramente come responsabile e comunque non ha nulla da risarcire, intollerabile è che Pasquale Corleto, avvocato per il Comune di Avetrana, che dovrebbe tutelare l’immagine degli avetranesi, dica in pubblica udienza inopinatamente: «Avetrana è una città di gente che lavora e vi preannunzio per andare sempre più in fretta LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI. Se ad Avetrana non ci fosse stata gente sana, non avremmo potuto parlare della contestazione d'accusa di sequestro di persona». Io non sono come Michele Misseri. Io non mi accuso di essere un assassino!

A Specchia il 29 settembre 2017 si è dato mandato ad un legale per presentare un atto contro i diffamatori che poteva essere fatto motu proprio senza spese con una semplice querela di parte. Ad Avetrana anziché presentare motu proprio la querela contro i giornalisti diffamatori, il 29 agosto 2017 il Consiglio Comunale ha approvato la spesa fuori bilancio di oltre 42 mila euro per un avvocato, non di Avetrana, per prendersela con i Misseri. Anzichè prendersela con i giornalisti, si sono spesi oltre 40 mila euro per un avvocato, Pasquale Corleto di Lecce e non di Avetrana, per prendersela con i Misseri e per dire “LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI”.

Comunque, l’inadeguato contrasto da parte del Comune di Avetrana ha portato all’apice dell’ignominia.

In occasione della notifica dei 12 gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari fatti notificare a quanti, secondo l’accusa, erano a conoscenza di fatti e particolari riguardanti l’omicidio e hanno taciuto, o peggio detto il falso, dinanzi ai pubblici ministeri o alla corte d’assise, i media si sono sbragati.

Nel caso dell'omicidio di Sarah Scazzi, trattato molto spesso da “Quarto Grado” su “Rete 4” di Mediaset la redazione (guidata da Siria Magri) si è attestata su una linea prevalentemente conforme agli indirizzi investigativi della pubblica accusa, cioè della Procura della Repubblica di Taranto. Tanto che i suoi ospiti, quando sono lì a titolo di esperti (pseudo esperti di cosa?) o, addirittura, a rappresentare le parti civili, pare abbiano un feeling esclusivo con chi accusa, senza soluzione di continuità e senza paura di smentita. A confermare questo assioma è la puntata del 15 maggio 2015 di “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi ed Alessandra Viero e curato da Siria Magri.

A riprova della linea giustizialista del programma, lo stesso conduttore è impegnato a far passare Ivano come bugiardo, mentre il parterre è stato composto da:

Alessandro Meluzzi, notoriamente critico nei confronti dei magistrati che si sono occupati del processo, ma che sul caso trattato è stato stranamente silente o volutamente non interpellato;

Claudio Scazzi, fratello di Sarah;

Nicodemo Gentile, legale di parte civile della Mamma Concetta Serrano Spagnolo Scazzi.

Solita tiritera dalle parti private nel loro interesse e cautela di Claudio nel parlare di omertà in presenza di cose che effettivamente non si sanno.

Per il resto ospite è Grazia Longo, cronista de “La Stampa”, che si imbarca in accuse diffamatorie, infondate e senza senso: «…e purtroppo tutto questo è maturato in seno ad una famiglia ed anche ad un paese dove mentono tutti…qui raccontano tutti bugie».

Vada per i condannati; vada per gli imputati; vada per gli indagati; ma tutto il paese cosa c’entra?

Ospite fisso del programma è Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, che anche lui ha guizzi di idiozia: «Io penso che da tutto quello che ho sentito una cosa la posso dire con certezza: che se domani qualcuno volesse scrivere un testo sull’educazione civica, di certo non dovrebbe andare ad Avetrana, perché al di là della veridicità o meno della dichiarazione della ex compagna di Ivano, al di là della loro diatriba, è chiaro che qui c’è veramente quasi un capannello di ragazzi che nega, un’alleanza tra altri che si mettono d’accordo: mamma ha visto questo, mamma ha visto quest’altro. Ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile scalfire, scavalcare questo muro, veramente posto tra chi deve fare le indagini e la verità dei fatti? E’ difficilissimo. Cioè, la sicurezza, la nostra sicurezza è nelle mani di noi.»

Complimenti ad Abbate ed alla sua consistenza culturale e professionale che dimostra nelle sue affermazioni sclerotiche. Cosa ne sa, lui, dell'educazione civica di Avetrana?

Fino, poi, nel prosieguo, ad arrivare in studio, ad incalzare lo stesso Claudio, come a ritenere egli stesso di essere omertoso e reticente. Grazia Longo: «...però Claudio anche tu devi parlare, anche tu, scusa se mi permetto, dici delle cose e non dici. Io non ho capito niente di quello che hai detto. Tu sai qualcosa e non lo vuoi dire!»

Accuse proferite al fratello della vittima…assurdo! Tutto ciò detto di fronte a milioni di spettatori creduloni.

Si noti bene: nessun ospite è stato invitato per rappresentare le esigenze della difesa delle persone accusate o condannate o addirittura estranee ai fatti contestati.

Per questi motivi

SI CHIEDE ALLA SV VOSTRA

Non essendoci fin qui, colpevolmente, nessun provvedimento adottato per motu proprio, ossia d’ufficio, nonostante le segnalazioni verbali al presente ufficio di presidenza, al sindaco, al vice sindaco ed ad esponenti della minoranza, di convocare ai sensi dello Statuto del Comune di Avetrana, come previsto dagli artt. 24 comma 3, 29, 37, attraverso la presente richiesta di pubblico interesse inoltrata in virtù del dettato dello Statuto del Comune di Avetrana, ex art. 47, in qualità di presidente di una associazione ed ex art. 49 da semplice cittadino, un consiglio comunale monotematico per le motivazioni in oggetto, opportunamente pubblicizzato e partecipato. In tale sede si ricerchino e si adottino, finalmente all’unanimità ed in unione, adeguati e netti strumenti di tutela dell’onorabilità di Avetrana e dei suoi cittadini, come per esempio una denuncia per diffamazione a mezzo stampa e relativa azione civile contro i giornalisti ed al direttore del programma televisivo citati. Altresì aggiungersi una campagna stampa istituzionale, affinchè, a tale delibera adottata, sia data ampia rilevanza nazionale in modo tale che la querela non sia fine a se stessa ma attivi un clamore mediatico. In questo modo, dal dì di approvazione in poi, sia di monito a tutti e, finalmente, tutti si possano lavare la bocca prima di pronunciare qualsivoglia considerazione malevola sul nostro paese.

Comunque qualcosa va fatto, in quanto la misura è abbondantemente colma e con vostra responsabilità.

Mi è stato consigliato di soprassedere alla mia proposta, ovvia e normale in altri luoghi, ma forse considerata estemporanea ad Avetrana. Io non dispero, considerando, nonostante tutto, Avetrana un paese normale.

Con ossequi. Dr Antonio Giangrande

“La triste fine di Sarah Scazzi ha dato improvvisa notorietà al piccolo paese di Avetrana altrimenti sconosciuto ai più. Ha portato luce su un paese in ombra infastidendo chi vi abita. Ed è anche sugli avetranesi che il caso Scazzi si è contraddistinto per un’altra peculiarità: l’omertà, il visto e non visto, il non ricordo, il forse, il lo so ma non ne sono sicuro, il meglio farsi gli affari propri. Un popolo onesto che di fronte alla richiesta di coraggio si è tirato indietro. Anche in questo caso parlano i numeri e i dati: gli investigatori hanno ascoltato poco più di duecento persone, per la maggioranza avetranesi, poche hanno detto di aver visto qualcosa, nessuno si è presentato spontaneamente per aiutare la giustizia con l’amaro risultato che resterà negli annali delle cronache giudiziarie: dodici di loro sono stati indagati per falsa testimonianza o addirittura per favoreggiamento. Un record in negativo con cui Avetrana e gli avetranesi dovranno fare i conti.” Così scriveva il 29 luglio 2015 Nazareno Dinoi sul Corriere del Mezzogiorno – Corriere della Sera e su “La Voce di Manduria”. Un giornalista che sicuramente i conti li deve fare con la sua coscienza e la sua professionalità, in quanto ha qualche problema nello scrivere con libertà e verità stante la sua propensione a favore della posizione dei magistrati, di cui è ampio megafono, e dedito alla menzogna, se parla di Avetrana come paese omertoso sol perché i suoi amici magistrati lo hanno fatto passare come tale, anche se in questo è in buona moltitudine compagnia con i suoi colleghi pseudo giornalisti. Altra sedicente giornalista, tal Annalisa Latartara, non nuova ad exploit del genere (si pensi viene dalla nordica Taranto), lo stesso giorno e sempre a proposito ha scritto su “Il Corriere del Giorno” di Taranto: «Ma l’opera di depistaggio della famiglia Misseri è stata agevolata dall’omertà di chi ha visto e non ha raccontato nulla, né di sua spontanea iniziativa, né dinanzi agli investigatori. Di chi chiamato a deporre in aula non ha detto tutto quello che sapeva.» Ma contro i pregiudizi non ci sono limiti. Da ultimo e non sarà l’ultima volta, un sedicente giornalista, tal Paolo Ojetti, il 7 marzo 2013 in riferimento al delitto di Sarah Scazzi ha scritto su “Il Fatto Quotidiano”: «Quello che alla fine lascia pensosi è il “contesto”, una alchimia di arcaico e ipermoderno, di barbarie da profondo sud e di spregiudicato uso dei media da parte di assassini e di comprimari…E il movente? Messaggini erotici da tenere segreti. Ricatti sessuali adolescenziali. Difesa della purezza familiare, valore dalla cintola in giù che giustifica tuttora violenza, stupro, incesto, femminicidio. Può anche darsi che la cronaca nera punti solo all’Auditel. Ma, almeno in questo caso, è stato uno schiaffo benefico che riporta con i piedi sulla terra di un paese arretrato». In riferimento al gruppo di Sarah Scazzi il sedicente giornale “padano” di Taranto, “Taranto Sera”, scrive «Un gruppo in cui non si sarebbe disdegnata qualche pratica parecchio ‘spinta’, inconfessabile, a maggior ragione in un contesto come quello di un piccolo paese del profondo Mezzogiorno, quale Avetrana.» Ed ancora altro sedicente giornalista, tal Pasquale Amoruso e sempre a riguardo su “Il Quotidiano Italiano” (padano anch’esso) di Bari ha scritto: «L’omertà è il vero strumento di contrasto alla Giustizia nel caso Scazzi. L’omertà di Giovanni Buccolieri, il fioraio di Avetrana che dichiarò di aver visto zia e cugina costringere Sara in lacrime salire in macchina, salvo poi ritrattare la sua versione, dicendo di non aver visto effettivamente la scena, ma piuttosto, di averla sognata, e l’omertà di tre suoi parenti, indagati per favoreggiamento personale e intralcio alla Giustizia. L’omertà dei nove testimoni le cui dichiarazioni contrastano con le prove in mano agli inquirenti e l’omertà di chi, pur sapendo come stanno le cose, perché qualcuno c’è, non parla per preservare, non so cosa sia peggio, un assassino o una rispettabilità ormai perduta. Insomma, quante persone occorrono per uccidere una ragazzina? Tutte quelle che non parlano.» Ed ancora. «Sullo sfondo di queste tesi difensive, però, il ficcante lavoro della procura che abbiamo visto nelle udienze passate ha scandagliato con accuratezza la grande mole di indizi, intercettazioni, testimonianze e confidenze, entrando anche e soprattutto, non dimentichiamolo questo, nell’humus sociale, culturale e familiare nel quale si è realizzato il terribile omicidio.» Dice a mo di lacchè dei magistrati Walter Baldacconi, direttore del TG di Studio 100 tv, emittente “Padana” con sede a Taranto, criticando le tesi difensive di Nicola Marseglia e le prese di posizione di Franco Coppi in merito al fuori onda che hanno dato l’imput all’astensione dal processo Scazzi della Trunfio e della Misserini.»

Ma Nazareno Dinoi quando le cose non le sa, perchè le scrive? Scrive Giovanni Caforio il 9 aprile 2017 su Viva Voce web. Informare è giusto. Diffamare è un altro conto. E su questo il direttore de La voce di Manduria dovrebbe preoccuparsi. Seriamente. Questa mattina il cellulare è impazzito: “Corri, ho una notizia incredibile per te!” Era questa la prima chiamata domenicale. Incontro al bar e sul bancone, assieme all’ottimo caffè dell’Elio bar, mi trovo la copia festiva del Quotidiano di Puglia. Titolone “Il racket delle sepolture dietro l’attentato al sindaco di Sava”. Addirittura. Il caffè viene sorseggiato in modo anomalo. E’ troppa la curiosità di leggere l’articolo che con il titolo copre tutta la prima pagina. E poi è scritto da Nazareno Dinoi, mica uno qualunque! Ma andiamo all’articolo e ai passi che hanno colto il nostro stupore e la nostra incredulità. “La sostituta procuratrice, Ida Perrone chiederà il rinvio a giudizio” e quindi, vuol dire che non lo ha ancora chiesto, pertanto non c’è nessuna richiesta sul tavolo di rinvio a giudizio ma solo indagini. Andiamo avanti, e qui viene la lode al sindaco pro tempore savese: “Del giovane ma coraggioso sindaco che da poco eletto cominciava ad interessarsi di cose evidentemente pericolose”. Stop su questo passo. Dinoi scorda, o fa finta di scordare, che il “giovane sindaco” aveva prolungato il contratto con la Global Work per un altro anno quando la stessa era stata bandita pochi mesi prima dalla DDA di Lecce per infiltrazioni camorristiche nella sua Manduria. Ma questo Dinoi lo ha scordato? Proseguiamo. Un dato importantissimo: l’attentato fu subito da IAIA nell’aprile del 2013. La gara d’appalto per i servizi cimiteriali fu espletata nel gennaio 2015. “Anche la gara d’appalto al cimitero era stata aggiudicata facendo ricorso alle minacce”. Falso. Doppiamente falsa questa affermazione. Ecco perché: fui invitato io a presiedere nell’ufficio del dirigente al Patrimonio, arch. Alessandro Fischietti, all’apertura delle buste delle ditte che concorrevano per la gara di aggiudicazione dei lavori all’interno dell’area cimiteriale. Furono 4 le ditte che parteciparono. Di queste 4 una fu esclusa in quanto mancava parte della documentazione richiesta. Delle restanti tre, due presentarono un ribasso del 21.50% e l’altra del 24,50%. La terza, quella della cooperativa di D’Ambrogio presentò un ribasso del 41%. E visto che la gara d’appalto parlava del massimo ribasso, l’architetto Alessandro Fischietti affidò in seduta stante alla Cooperativa Aurora, che vedeva Fernando D’Ambrogio presidente, la gestione dei lavori cimiteriali per due anni. Data questa stabilita dalla gara. Quindi, caro Dinoi, non ci sono state ne minacce ne tanto altro che lasci trasparire nel tuo articolo. Il Comune di Sava, in questo caso rappresentato dal dirigente al Patrimonio architetto Alessandro Fischietti attento e vigile sull’evolversi della seduta di aggiudicazione, non ha potuto far altro che legittimare la gara. E non ha obbligato l’ente savese ad affidare per forza la gara alla Cooperativa Aurora. Ed era tutto regolare!!! Ero testimone di tutta l’operazione, come si dice, oculare!!! Quanto all’attentato alla sorella del primo cittadino, mi devi spiegare caro luminare del giornalismo come fa un auto che parte da Torre ovo, e fare circa una dozzina di chilometri, e poi fermarsi e notare che i bulloni della sua ruota sono stati svitati? Me lo spieghi, per favore? Ma la dinamica sappiamo cos’è? La sappiamo bene? Non abbiamo il tuo curriculum giornalistico, e questo non ci cambia la vita, ma abbiamo la logica delle cose …Giovanni Caforio

Curriculum giornalistico? Ma non è infermiere?

Bavaglio all’informazione, ASL Taranto: Due procedimenti disciplinari in poco tempo a infermiere – giornalista, scrive il 28 settembre 2017 "La Voce di Maruggio". “Per me si tratta di un bavaglio”. Nazareno Dinoi dipendente ASL infermiere presso il 118 di Manduria, vive a Manduria e come giornalista ha curato gli articoli di cronaca nera sulla drammatica storia di Sarah Scazzi ad Avetrana. È il direttore de “La Voce di Manduria”, collabora con il Quotidiano di Puglia, ha collaborato per il “Corriere del Mezzogiorno è anche scrittore e autore di diversi libri tra cui “Dentro una vita” e “Sarah Scazzi, il pozzo in contrada Mosca”. Giornalista di cronaca nel tempo libero, finito nelle ultime ore dentro la notizia, per una vicenda che lo vede contrapposto all’ Asl di Taranto. “Ho sempre scritto senza mai avere problemi di alcun tipo – ci ha raccontato a telefono – fino a quando il consigliere regionale Giuseppe Turco, a gennaio, ha presentato un esposto contro di me, secondo cui le due attività di infermiere e giornalista sono incompatibili. Da lì è partito un procedimento disciplinare, a marzo ho avuto la sospensione senza stipendio per un mese. La motivazione addotta dalla Asl è che io non potevo avere la partita iva, necessaria per documentare gli introiti della mia attività giornalistica. Ovviamente ho fatto opposizione e ne discuteremo davanti al Giudice del lavoro a novembre”. “Adesso mi è arrivata un’altra contestazione. In sostanza -spiega – mi dicono che posso fare il giornalista, senza però trattare argomenti che riguardano la Asl, genericamente, senza entrare nello specifico; non mi dicono, per esempio, che non posso scrivere di malasanità. La cosa particolare, però, è che gli articoli oggetto della contestazione riguardano una vicenda di cronaca nota a tutti, l’omicidio di una signora al Pronto Soccorso dell’ospedale di Taranto commesso da uno squilibrato”. “Nel primo pezzo riporto fedelmente degli estratti dai comunicati stampa del Sindaco, dell’Onorevole Vico e del consigliere Borraccino; nel secondo riporto una delibera pubblicata sul sito della Asl, accessibile da chiunque, per cui l’Azienda Sanitaria Locale si costituirà parte civile quando inizierà processo per il delitto della signora. Il 3 ottobre si riunirà la commissione di disciplina e mi aspetto che ci andranno con la mano pesante, parliamo di due contestazioni in breve tempo. Lo stesso contratto prevede l’inasprimento della pena”. “Che tutto sia iniziato con l’esposto di Turco non lo dico io, lo scrive la stessa Asl nelle motivazioni del provvedimento di sospensione. Ora, non mi dicono che io non posso scrivere, cosa che tra l’altro non si può fare perché viola il diritto costituzionale della libertà d’espressione, però così passa il messaggio che non posso scrivere cose scomode a loro, ed è brutto”.

Va bene, ma gli amministratori locali e con essi l’opposizione consiliare cosa hanno fatto?

«Nonostante lo smacco giudiziario e l’offesa mediatica a tutta la popolazione avetranese il sindaco della ridente località, Mario De Marco, del Popolo delle Libertà, e la sua giunta cosa fanno? Anziché prendersela con chi ci sputtana, le loro ire si rivolgono alle parti più deboli, forse responsabili di delitti che, però, niente hanno a che fare con le insinuazioni o le vere e proprie accuse di omertà ed arretratezza sociale e culturale della comunità. «Avetrana - si legge nell'atto di parte civile - si è guadagnata la triste fama di cittadina quasi omertosa, simbolo di un profondo sud, vittima ancora oggi di troppi luoghi comuni. Sono note le spedizioni dei cosiddetti turisti dell'orrore - continua l'avvocato Corleto - che si sono avventurati nei luoghi simbolo della vicenda: le vie in cui si trovano le abitazioni della famiglia di Sarah e della famiglia Misseri, lo stesso cimitero che ospita la tomba di Sarah, nonché il pozzo di campagna nel quale è stato rinvenuto il cadavere della ragazzina sono stati meta di veri e propri pellegrinaggi. In questa dolorosa vicenda ci sono due vittime. La prima è certamente Sarah, l'altra è la città di Avetrana». «Gli Avetranesi hanno nel cuore Sarah e sono offesi dal comportamento della famiglia Misseri. Perché a prescindere dalle singole responsabilità che saranno accertate nel dibattimento, sono stati loro a innescare la morbosa attenzione dei media su questo caso e la conseguente ripercussione negativa per l'immagine della nostra comunità», rincara la dose il vicesindaco Alessandro Scarciglia.  «In tutta questa situazione la popolazione di Avetrana è rimasta letteralmente disorientata, privata della propria serenità, impossibilitata ad osservare il dovuto silenzio e rispetto nei confronti della giovane vittima, nonché violentata in ogni aspetto della quotidianità, oltre che letteralmente assediata dai mezzi di informazione». Una «sete di giustizia», continua il documento della costituzione di parte civile, per «un’offesa enorme, una ferita profonda che merita di essere valutata e adeguatamente riparata in sede giudiziaria». Per gli amministratori che si dichiarano parte offesa, quindi, «il nome di Avetrana è ormai tristemente associato al crimine del quale sono chiamati a rispondere gli imputati» che dovrebbero così, se condannati, rifondere la somma «che sarà poi quantificata - ha spiegato il penalista Corleto - in un secondo tempo e in sede civilistica». Lo stesso avvocato che dovrebbe difendere la reputazione di Avetrana afferma inopinatamente: «Avetrana è una città di gente che lavora e vi preannunzio per andare sempre più in fretta LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI. Se ad Avetrana non ci fosse stata gente sana, non avremmo potuto parlare della contestazione d'accusa di sequestro di persona». E MENO MALE CHE DIFENDE L'ONORE DI AVETRANA, perchè gli Avetranesi non gettano i bambini nei pozzi!!!! L’avvocato Pasquale Corleto il quale, in rappresentanza del Comune di Avetrana, ha fatto un’esposizione giuridica che ha ricalcato, potenziandola, la tesi dei pubblici ministeri. Difendendo a suo parere subito la «parte sana» della comunità avetranese (e meno male se fosse stato il contrario?), per il cui danno all’immagine ha chiesto 300 mila euro di risarcimento danni, il penalista leccese ha esordito dicendo che «la popolazione di Avetrana non è omertosa, è fatta di persone buone», fatta eccezione, ha aggiunto diffamando gratuitamente, prima con un’intervista a Blustar TV e poi in aula, coloro che in giudizio non sono. «Il collegio dei Falsi, cioè Valentina (Misseri) e compagni, che buttando a mare tutti gli avvocati precedenti, hanno imposto questa linea della banda del falso che come Ivano Russo sono i giganti del turpiloquio e del depistaggio: una serpe. E’ il soggetto più turpe, più viscido. La serpe che entra nel processo. Che parla fuori, dentro le aule, le interviste, alle telecamere e tutto ciò che sapete, quando deve dire qualcosa di concreto, è questo il vangelo dettato dalla regia. Quando si sono visti con le mani al collo non potevano più dire chiacchiere a gente con la toga e dicono non ricordo». Avetrana: omertà e mafia, luoghi comuni che si rincorrono. «Un massacro gestito con metodi mafiosi. Sarah Scazzi è stata massacrata ed è un massacro peggiore per le condotte successive al delitto che denotano un metodo mafioso, da 416 bis. Sarah non doveva essere solo uccisa - ha spiegato Nicodemo Gentile, l’avvocato degli Scazzi - ma doveva sparire ed essere annientata. Non doveva esistere più. Doveva diventare uno di quei tanti volti che fanno parte dell'esercito di scomparsi.» Chi rappresentava Avetrana avrebbe fatto meglio a cercare e catalogare in questi anni ogni articolo di stampa ed avrebbe dovuto registrare ogni intervento delle miriadi trasmissioni tv per far rendere il conto delle loro denigrazioni ai rispettivi responsabili, siano essi ignoranti giornalisti o che siano pseudo esperti improvvisati. Come non dar ragione all’altra parte politica di Avetrana: «Sono Cinzia Fronda, cittadina del paese di Avetrana e segretaria sezionale del Partito Democratico. Scrivo da cittadina di un paese devastato, maltrattato, violentato da tanto orrore. Ovviamente mi riferisco al caso Scazzi che da qualche giorno è tornato prepotentemente alla ribalta. Ho sentito diversi giornalisti che con una facilità pericolosa e poco professionale, secondo la mia opinione, continuano a denigrare Avetrana e i suoi abitanti facendoci passare per quelli omertosi, ignoranti e, perché no? Cittadini di serie C2! Sono veramente stanca di questo continuo maltrattamento mediatico, vorrei fare presente che la maggior parte dei cittadini di Avetrana sono persone normali, con una cultura normale, con una vita normale e che non mi sembra assolutamente giusto che si faccia di tutta l'erba un fascio. Con tutto il rispetto per gli abitanti di Brembate, che hanno anche amministratori di rispetto che ben si sono guardati dall'esporsi in maniera esagerata, non cedendo al fascino mediatico, vorrei far presente che lì la famiglia di Yara ha chiesto il silenzio stampa e allora tutti a parlarne bene mentre per il caso di Avetrana si continua a dare addosso agli abitanti perchè molti continuano ad amare intrattenersi con i giornalisti, anche quando sarebbe il caso di smettere di parlare a vanvera e lasciare che gli inquirenti facciano serenamente il loro lavoro. Basta violenze mediatiche, Avetrana non è il paese dei mostri, è un paese che ha voglia di riprendere a vivere normalmente e serenamente». Peccato che anche lei si è limitata a dire parole, parole, parole...»

Giustizia, d’ora in avanti i processi facciamoli solo in tv, commenta Antonello Caporale su “Il Fatto Quotidiano”. Quanto costa un processo? Ma soprattutto quanto vale un omicidio? Uno a caso. Per Yara Gambirasio la Procura di Bergamo quanti soldi ha speso per raggiungere la sua verità? Mille, diecimila, centomila, un milione di euro? Di più? E cosi fa sempre? Si impegna fino allo spasimo per giungere a una giusta condanna, foss’anche l’ultimo derelitto a chiedere giustizia? E sempre a proposito di soldi: la famiglia accusata dell’efferato omicidio di Avetrana, per non parlare delle altre, a quali fondi occulti attinge per avvalersi di quella tribù di avvocati, criminologi, psichiatri, analisti tutti di eccellente e prezioso curriculum? Ma soprattutto: la severità dell’indagine, lo scrupolo col quale accusa e difesa avanzano indizi o li neutralizzano è amore per la verità o (anche) frutto dell’aspettativa del tempo di esposizione in televisione e dunque del fatturato che ne deriverà dalla notorietà acquisita? Voglio spiegarmi meglio: tutti questi bei processoni che producono faldoni zeppi di documenti e di consulenze, tonnellate di prove e controprove, sono il risultato di una sincera sete di giustizia o solo, e purtroppo, il magico saldo del bisogno ossessivo di tv? Perché, nel caso fosse vera la seconda ipotesi, varrebbe la pena saltare il tribunale e infilare l’imputato, i suoi accusatori e i suoi difensori, dopo averli fatti passare in sala trucco, direttamente in uno studio televisivo.

E' iniziato il 3 luglio 2015 il processo per l'omicidio di Yara Gambirasio. E subito si è attivato il circo mediatico, con dispiegamento di telecamere ed analisi chiamati a interpretare la psico-somatica dell'imputato. Sarebbe invece il caso di spegnere le luci dei riflettori: per una difesa garantista di chi è accusato e per il rispetto della povera vittima, scrive Gianluca Veneziani su “L’Intraprendente”. Eccolo là, l’imputato, arrivare abbronzatissimo, in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, nel tribunale di Bergamo per l’inizio del processo a suo carico. Ed eccolo là, il circo mediatico che si riattizza, pronto a scrutare ogni minimo gesto dell’uomo accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, a cogliere ogni suo segno di cedimento, a interpretare il “suo muovere continuamente i piedi” – scrivono le agenzie – “come un sintomo di nervosismo”. Ed eccole lì, le troupe televisive, munite di arnesi in grado di riprendere senza comprendere, e i curiosi assembrarsi davanti all’ingresso del Palazzo di giustizia e addirittura accamparsi dal giorno prima pur di assistere all’Evento, immortalare l’Evento, essere spettatori e al contempo protagonisti di quell’Evento. A prescindere da quale sarà l’esito della vicenda giudiziaria, l’esordio non è stato affatto buono, perché ha dato il segnale che il processo a Massimo Bossetti possa trasformarsi nella versione aggiornata, 2.0, del caso Avetrana. Con una spettacolarizzazione mediatica fuori luogo (magari con qualche tablet e smartphone in più rispetto ad alcuni anni fa), con la stessa attenzione morbosa, quasi voyeuristica, su dettagli insignificanti, con l’elevazione preventiva dei protagonisti del fattaccio di cronaca a icone del Male o viceversa del Bene (spietati carnefici o, al contrario, vittime della giustizia, perché così vuole la semplificazione giornalistica), e quindi con la riduzione di quello che è stato un dramma familiare abnorme (la morte di una ragazza di tredici anni) a pretesto di un ennesimo fenomeno di costume e malcostume italico. Sarebbe bene piuttosto che il processo rientrasse nei ranghi e nei canoni che più gli sono propri, cioè quelli giudiziari. E sarebbe opportuno in primo luogo per Bossetti, la cui immagine rischia di essere cannibalizzata da tv e giornali e associata, in modo indelebile, a quella del “mostro”. In un sistema garantista la difesa dell’imputato e la sua reputazione come innocente fino a sentenza definitiva dovrebbero passare anche dalla tutela della sua privacy e dalla sua non eccessiva esposizione mediatica. Ci vorrebbe pudore anche nel (non) mostrare il volto del (presunto) colpevole, una sobrietà nel non utilizzare il suo corpo come cavia sulla quale psicologi d’accatto possano esercitare le loro fasulle velleità ermeneutiche (vedi il tic della gamba). Ma il ridimensionamento del processo a un ambito meno prossimo all’avanspettacolo sarebbe soprattutto una forma di rispetto nei confronti della piccola vittima e della sua memoria. Sarebbe doloroso vedere Yara costretta alla sorte mediatica di Sarah Scazzi, ridotta a oggetto di assurdi sondaggi e ricostruzioni post-mortem (“Ma a chi stava più antipatica, secondo voi, a zio Michè o alla cugina Sabrina? Votate!”), a pedina di un gioco macabro funzionale allo share nonché a destinataria simbolica di indecenti pellegrinaggi dell’orrore. Ricordare così il nome di una persona significa offenderne la memoria, visitare così la sua tomba significa profanare il luogo in cui riposa. Lasciamo dunque che la giustizia faccia il suo corso, senza processi preventivi e complementari fuori dall’aula e nei salotti tv, e lasciamo che i morti seppelliscano i morti, custodendo le spoglie della piccola Yara, affinché il suo nome non venga ulteriormente violato dal chiacchiericcio e dai “si dice”. Prendiamo esempio dai genitori della ragazzina di Brembate di Sopra, che hanno deciso di non figurare in aula, di non farsi attirare dalle luci dei riflettori, imprigionati nel ruolo di “vittime da compiangere” che impone loro il copione, ma hanno preferito stare in disparte, preservare in silenzio il loro dolore, senza renderlo osceno, volgare, inautentico, magari con un pianto studiato durante un talk show. E prendiamo le distanze dalle parole dello stesso Bossetti, che ha chiesto a gran voce che le telecamere fossero presenti in aula, affinché «tutti possano vedere, in quanto non ho niente da temere o da nascondere», volendo diventare forse il protagonista dell’ennesima saga mediatico-giudiziaria all’italiana, in onda sui migliori schermi. Il Male si compie al buio, in una periferia abbandonata, lontani da occhi indiscreti. Ma poi la celebrazione del rito che dovrebbe giudicarlo e, in caso, punirlo, la si vuole necessariamente a porte aperte, a favore di telecamera, alla presenza del pubblico in aula e degli spettatori a casa. C’è una contraddizione palese: il marcio si occulta ma il suo lavacro (che può essere gogna o catarsi, comunque espiazione) deve essere guardato da tutti, senza vergogna. Quasi che la visibilità del giudizio e della pena possa ridurre la potenza del Male, alleviare i nostri animi e assolverci per non essere stati presenti e non aver voluto vedere, quando c’era da assistere e da non voltare lo sguardo altrove.

Intanto Avetrana non è più scenario di un efferato delitto, ma set del film “Belli di papà”, scrive “Manduria Oggi”. La comunità avetranese ha “adottato” la troupe, composta da circa 70 unità fra attori ed equipe tecnica, del film diretto da Guido Chiesa, che ha come protagonista uno dei pilastri del cinema e del teatro italiano contemporaneo: Diego Abatantuono. Non più scenario di un efferato delitto, trasformato in una sorta di romanzo noir ancora alla ricerca dell’ultimo capitolo che sveli trame e colpevoli e al centro di una smisurata attenzione mediatica. Da una decina di giorni, Avetrana è il set del film “Belli di papà”, che si propone come uno dei “cine panettoni” del prossimo Natale. Uno strumento efficace per offrire al grande pubblico un volto differente di questo centro. La comunità avetranese ha “adottato” la troupe, composta da circa 70 unità fra attori ed equipe tecnica, del film diretto da Guido Chiesa, che ha come protagonista uno dei pilastri del cinema e del teatro italiano contemporaneo: Diego Abatantuono. Con lui recitano anche Francesco Facchinetti (al debutto in un film), Matilde Gioli, Andrea Pisani, Francesco Di Raimondo e alcuni attori pugliesi (fra questi, Uccio De Santis e Umberto Sardella). Dopo alcune scene girate a Roma e a Taranto, attori e cineoperatori si sono stabiliti ad Avetrana. Hanno “invaso” alberghi, ristoranti e bed & breakfast, che registrano il “tutto esaurito”, soprattutto nei week end, quando i protagonisti del film vengono raggiunti da familiari o amici. Non solo un ritorno di immagine notevole dal grande schermo per questa cittadina, che si sforza di cancellare un neo che ne offusca qualità e pregi, ma anche un riscontro economico immediato più venale. «Siamo felicissimi e orgogliosi per questa scelta» sono le parole di Emanuele Micelli, operatore culturale del posto, che si è offerto di svolgere gratuitamente il ruolo di “location manager”, collaborando, gomito a gomito, con la troupe per l’organizzazione logistica. «I ritorni sono sotto gli occhi di tutti: non solo quelli diretti e immediati per le attività ricettive (che, a mio avviso, non si discostano dagli introiti prodotti da un paio di stagioni estive), ma soprattutto quelli di immagine. Tutta l’Italia potrà ammirare le bellezze di una cittadina purtroppo assurta alla notorietà per un delitto». Diverse scene sono già state girate nel centro storico della cittadina dell’estrema area orientale della provincia. Presto le telecamere si sposteranno all’interno dello storico palazzo Pignatelli e di un capannone della zona industriale. Anche Torre Colimena ha conquistato gli scenografi di “Belli di papà”: sono state effettuate tre giornate di registrazione nel ristorante “da Caterina” e, presto, una scena sarà ambientata nella pescheria “Mancini”.

Però Guido Chiesa bacchetta i giornalisti: “Giornalismo etico modello AVETRANA”...mi domando, perché (quasi) nessuna testata - nazionale e peggio ancora locale - cita il nome di AVETRANA. Giriamo “Belli di papà” per 1 settimana a Roma, 1 a Taranto (città di sorprendente fascino), e 4 settimane, dico Q-U-A-T-T-R-O a AVETRANA, paese in provincia di Taranto al confine con quella di Lecce, città semplice e ospitale, con una delle più belle spiagge d’Italia. La gente ci ha accolto con una disponibilità straordinaria. Ora, mi domando, perché (quasi) nessuna testata – nazionale e peggio ancora locale – cita il nome di AVETRANA, preferendo menzionare le pur belle e ospitali San Michele Marzano (dove faremo 3 giorni di riprese) e Manduria (1 giorno)? Forse perchè non vogliono insudiciare le loro testate con il nome di un paese in cui è accaduto un tragico fatto di cronaca? Ma allora smettiamo di parlare di Padova per via di Michele Profeta o Roma per la banda della Magliana. E basta parlare di Firenze come città di Dante, dei Medici o del Battistero, perché c’è stato Pacciani e la città è marchiata a vita. E via dalle mappe Novi Ligure, Cogne, Erba, ecc. Cari amici giornalisti, io vi adoro e rispetto, ma vi prego, non offendete con le vostre “dimenticanze” tanta brava gente che qui vive, lavora ed è giustamente orgogliosa del suo paese. Ve l’abbiamo detto e ripetuto, non potete far finta di non saperlo: noi giriamo a AVETRANA e ne siamo felici. Felici di far sì che per almeno un po’ – speriamo per tanto – questo paese sia ricordato per qualcosa di positivo, speriamo divertente. Con affetto. Post pubblicato sulla pagina di Fb di Guido Chiesa, regista, e sul suo blog, poi ripreso da “La voce di Maruggio”.

Come nessuno parla dei natali e del "tesoretto di Avetrana". Tesoretto che i locali sognano di trovare con la cosiddetta "Occhiatura", ossia non come se ne dà il significato ordinario come il rito contro il malocchio o i buchi del formaggio, ma un divenir in sogno di un buco (occhiatura), indicato da un parente morto, in cui scavare e trovare un piccolo anfratto che porta ad una antica tomba o la bocca di una grotta dove vi è custodito un antico tesoro. O il lascito nascosto dai "Scianari" o dai "Masciari" o addirittura dallo "Zù Lauru". Le Gatte masciare. Queste streghe si trovano a Bari e possono trasformarsi in gatti e girovagare per la città di notte, operando i loro malefici. Al tramonto, si dice, questa donne si ungono di olio masciaro, che permette loro di potersi gettare nel vuoto, dai tetti delle case, e volare. Ecco dunque che ritorna l'unguento come uno degli strumenti magici delle streghe. Il termine masciaro sembra derivi dal latino megaera, da cui appunto proviene il nostro megera, che significa strega, maga. C'è un piccolo collegamento fra le gatte masciare pugliesi e le cogas sarde: se un uomo era convinto che un gatto fosse in realtà una strega, poteva recitare una formula magica e il gatto si sarebbe immediatamente trasformato in una donna nuda. Erano inoltre chiamati masciari coloro che si erano venduti al demonio e potevano così entrare in possesso di poteri straordinari. Janare. Le janare sonno terribili streghe della Campania – nei pressi di Caserta esiste il monte Ianaro, che da loro ha preso il nome – brutte e con lunghe zanne di cinghiale. Vestono con un mantello nero macchiato di sangue. Poteva penetrare nelle fessure delle finestre diventando vento e si dice che rubasse asini e cavalli nelle stalle, riportandoli all'alba stremati. Il suo nome probabilmente deriva da Dianare, ossia le sacerdotesse di Diana. Laùru. Da piccolo ricordo che i vecchi mi raccontavano del "lauro". Nei racconti è un piccolo gnomo o folletto dispettoso con un cappello in testa. Si dice che Lu Laùru appare di notte, e seduto sulla pancia fa svegliare il malcapitato che dorme a causa della difficoltà nel respirare e togliendogli la forza di qualsiasi movimento. Se chi svegliandosi riesce a sottrargli il cappello, lui pur di riaverlo è pronto ad esaudire un desiderio. Si raccontava di questo folletto che di notte andava ad intrecciare la coda dei cavalli o i crini e guai a scioglierli: l'animale sarebbe morto. Nella realtà si tratta di ben 1915 monete, venute alla luce in contrada “Demani” nel 1936, scrive “Manduria Oggi”. Ben 1915 monete in argento della Repubblica Romana e, nello specifico, 1.669 denari e 241 quinari, coniate fra il 211-195 e il 38 avanti Cristo. E’ una parte del “tesoretto” di Avetrana, venuto alla luce nel 1936, in contrada “Lupara”, in una zona denominata “Demani”. Si narra, infatti, che attraverso questa straordinaria scoperta archeologica, in un orciolo di terracotta, furono recuperate quasi quattromila monete romane, ben conservate e non ancora poste in commercio. Quest’ultimo particolare lascia presagire la probabile esistenza in zona di un vero e proprio cono romano. La riproduzione fedele di queste monete, oggi custodite nel Museo di Taranto, sarà consegnata alla città di Avetrana dal Soprintendente ai Beni Culturali della Puglia, Luigi La Rocca, nel corso di una cerimonia che si terrà domani sera 9 giugno 2015, alle 18,30, nell’aula delle assemblee della Banca di Credito Cooperativo di Avetrana. Si tratta di uno dei ritrovamenti più significativi in materia di monetazione archeologica. Si narra che per il “tesoretto di Avetrana” al rinvenimento è seguito l’occultamento e, in un secondo tempo, il tentativo di alienazione. Questi tentativi il più delle volte si concludono con l’intervento delle forze dell’ordine e il sequestro del materiale. Anche il “tesoretto di Avetrana” non è sfuggito a questa infausta “prassi”. Infatti coloro che lo rinvennero cercarono di venderlo al Museo Provinciale di Lecce, ma la notizia venne diffusa, qualche tempo dopo, sulla stampa e, pertanto, la Guardia di Finanza si attivò per recuperare il gruzzolo. Fu poi Ciro Drago, all’epoca direttore del Reale Museo Nazionale di Taranto, a condurre in porto il recupero come si evince anche dalla una lettera del 26 agosto 1936, conservata nell’archivio storico della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia. Il materiale venne sequestrato e poi confiscato ed infine assegnato al Museo di Taranto dove tuttora si trova. Il “tesoretto”, seppur in copia, ritornerà a partire da domani ad Avetrana, su iniziativa dell’Amministrazione Comunale e dell’associazione turistico-culturale “Terra della Vetrana”, grazie alla sponsorizzazione garantita dalla Banca di Credito Cooperativo di Avetrana e sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia. «Potremo conoscere e apprezzare in tutta la sua bellezza il “tesoretto”» annuncia l’assessore al Marketing Territoriale, Enzo Tarantino. «Ovviamente si tratterà di una fedele riproduzione, mentre ai presenti verrà donato il catalogo illustrativo delle monete esposte, nella consapevolezza che esso possa costituire fonte di arricchimento e l’avvio di un percorso virtuoso che incrementi sempre più l’apporto di materiali provenienti dal passato, fosse anche solo in riproduzione, dimenticati dalla memoria comune, al fine di produrre alimento alla coscienza di quel sano spirito di appartenenza ad una comunità ed alla sua storia». Una prima parte del “tesoretto di Avetrana” è ritornata nel centro ionico. Si tratta delle prime cinquanta monete su un totale di 1915 della Repubblica Romana (211-38 a.C.), ritrovate nel maggio del 1936 in una campagna di Avetrana. Sono state riprodotte, in argento come le originali, dal restauratore, avetranese anch’egli, Cosimo De Rinaldis. Potranno essere inizialmente ammirare all’interno della Banca di Credito Cooperativo di Avetrana, che ha sostenuto finanziariamente l’iniziativa, per poi entrare a far parte della mostra archeologica già esistente, arricchendola, nella casamatta del torrione. «Questa operazione si inquadra nell’ottica della diversificazione dell’offerta turistica della nostra cittadina» hanno rimarcato sia il sindaco Mario De Marco, sia l’assessore al Marketing Territoriale, Enzo Tarantino. «Non solo mare e gastronomia, ma anche le testimonianze della nostra storia. Con la riproduzione delle prime cinquanta monete di quel “tesoretto”, intendiamo riappropriarci di una parte delle radici culturali della nostra cittadina, un patrimonio che vogliamo far scoprire anche alle nuove generazioni». La riproduzione eseguita dal tecnico restauratore della Soprintendenza, Cosimo De Rinaldis. La professionalità e il legame forte per la sua terra alla base della riproduzione in argento delle prime cinquanta monete del “tesoretto di Avetrana”. Tecnico restauratore della Soprintendenza, Cosimo De Rinaldis, avetranese, ha le “mani d’oro”. Nella sua ormai lunga carriera ha recuperato e restituito al loro originario splendore migliaia di preziosissimi reperti archeologici, venuti alla luce in diverse regioni del sud. Proprio per questa sua straordinaria abilità, fu inserito, ad esempio, nella squadra dei quattro restauratori cui fu affidato, qualche lustro fa, il delicato compito di ridar lustro agli “Ori di Taranto”. E’ stato lui a far da tramite fra Comune di Avetrana e associazione “Terra della Vetrana” con la Soprintendenza per i Beni Archeologici affinchè questo sogno potesse realizzarsi. «Ho impiegato pochi giorni per riprodurre le prime cinquanta monete» ci racconta Cosimo De Rinaldis, che poi ci spiega le tecniche e i materiali utilizzati. «Per i calchi, abbiamo scelto materiali che non potessero danneggiare in alcun modo le monete. Il calco è stato realizzato con gesso di fusione, mentre il metodo che ho seguito è stato quello denominato “a cera persa”». Per De Rinaldis la “sfida” continua. E’ stato proprio il Soprintendente La Rocca ad annunciare la prossimo operazione: la riproduzione delle due “pintadere” ritrovate nella grotta “Dell’Erba” di Avetrana. Si tratta degli antesignani degli attuali clichè, che venivano utilizzate come stampo o timbro per decorare il corpo, il pane o i tessuti.

Non aspettatevi, però, tutela della comunità da parte degli amministratori locali.

A Specchia, come ad Avetrana, si aspettavano i giornalisti con le palle, ma son arrivati solo…i coglioni.

Intervista, critiche a Chi l'ha visto. Iniziato «turismo del macabro». La rabbia del parenti: «È una vergogna, mancano solo le bancarelle per le noccioline», scrive il 14 Settembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno".  Critiche su Chi l’ha visto che ieri sera ha mandato in onda un’intervista ai genitori del ragazzo, presunto assassino della fidanzata, Noemi Durini, nel corso della quale è l’inviata a dare loro la notizia della confessione del figlio. A puntare l’indice contro la scelta sono i sindacati dei giornalisti; critiche anche dall’Aiart, l’associazione cattolica che si occupa di tv. «La decisione dell’inviata della trasmissione Rai Chi l’ha visto di comunicare ai genitori del presunto assassino di Noemi Durini la notizia della morte della ragazza e della confessione del ragazzo e la successiva messa in onda di immagini che ne mostravano lo strazio e la disperazione rappresentano una pagina di pessimo giornalismo e un tentativo crudele di spettacolarizzare una tragedia», affermano Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi, e il segretario dell’Usigrai, Vittorio Di Trapani, augurandosi che la Rai e la conduttrice del programma, Federica Sciarelli, "con la sensibilità e la professionalità che la contraddistinguono, trovino il coraggio di chiedere scusa alle persone coinvolte e ai telespettatori». Parla di «brutta pagina della televisione» Massimiliano Padula, presidente dell’Aiart, che in un intervento per l'agenzia stampa della Cei sottolinea che si è scritta «un’altra pagina della storia della televisione annientando, non soltanto ogni regola deontologica (minori, famiglie, fascia protetta, segreto istruttorio, questi sconosciuti), ma dando un calcio in faccia a chi, suo malgrado, si ritrovava davanti al televisore, in un mercoledì sera qualunque, poco dopo l’orario di cena, magari insieme ai propri figli». Per Padula «non c'è diritto di cronaca che tenga di fronte alla tracotanza di una scelta irresponsabile che dimostra come l’informazione possa precipitare in baratri così profondi e irrespirabili». Nel corso dell’intervista, realizzata in un momento in cui ancora non c'era stata la svolta nelle indagini, comunicata alla giornalista con una notizia sul telefonino proprio in quel momento, i genitori del ragazzo presunto assassino (ma che ancora non era tale) non fanno altro che parlare male della ragazza attribuendo solo a lei ogni responsabilità del rapporto difficile tra i due giovani. Il padre, che sostanzialmente è l'unico a rispondere, anche a nome della moglie, dice anche come la presenza della giovane non fosse gradita nella loro casa. Quando ricevono la notizia mostrano prima contentezza per il ritrovamento, poi stupore alla notizia che è stata trovata morta, infine disperazione nel sapere che il figlio ha confessato. Una reazione che va vista, però, anche alla luce delle affermazioni dello stesso padre di oggi, secondo le quali era stato informato dell’omicidio dal figlio già martedì sera.

«Inizia il rito del turismo del macabro». Non ha usato mezze misure il filosofo Mario Carparelli per definire sui social l’enorme afflusso di curiosi che ieri pomeriggio si sono recati in via San Giuseppe alla notizia del ritrovamento del cadavere di Noemi Durini. «Leuca è già invasa dai turisti del macabro - ha scritto il Presidente del Presidio del libro del Capo di Leuca – abbiate pietà e rispetto». Una folla enorme, un via vai sostenuto di persone che si informavano su quanto accaduto e che commentavano frammenti di notizie che trapelavano sia attraverso i social che sui mass media. «Manca solo che mettano le bancarelle per le noccioline - ha commentato infastidito uno zio di Noemi che si è recato sul posto insieme ad alcuni familiari - e qui possono organizzare una fiera. Vergogna – ha aggiunto prima di invitare moglie e figlio a lasciare la piccola frazione di Castrignano del Capo – la piccola Noemi non ce la ridarà indietro nessuno». La campagna in cui è stato ritrovato il corpo della vittima si trova quasi ai margini (occorre seguire un tratto di strada sterrata che conduce all’interno) di una via di comunicazione molto trafficata in questo periodo, che collega Castrignano alla marina di Santa Maria di Leuca e sulla quale, poco distante, si innestano gli svincoli della statale 274 per Gallipoli. Raggiungere il posto è stato quindi facile per chi ha voluto osservare da vicino l’evolversi degli eventi (di cui riferiamo a parte) tanto che il cavalcavia della statale è stato trasformato in una sorta di balcone di osservazione privilegiato. Gran da fare anche per i vigili urbani di Castrignano, che hanno dovuto smistare il traffico verso Leuca e impedire l’avvicinamento dei veicoli non autorizzati, mentre un doppio cordone con nastri di sbarramento era stato disposto da carabinieri e protezione civile alcune centinaia di metri prima del sito in cui si trovava il cadavere. Lo stesso medico legale Roberto Vaglio ha avuto non poche difficoltà ad attraversare la folla con la sua auto prima di raggiungere gli investigatori.

La giustizia complice dell'assassino, scrive Manila Alfano, Venerdì 15/09/2017, su "Il Giornale".  Il dopo fa sempre impressione. E rabbia. Donne che si scoprono essere state vittime due volte; del compagno violento prima e della giustizia, che troppo spesso non ce la fa ad arrivare in tempo. Denunce che cadono letteralmente nel vuoto. Donne offese due volte perché quando parlano e trovano il coraggio di raccontare, di stracciare il velo del pudore e dell'umiliazione nessuno le ascolta davvero. Secondo l'Istat solo il 12 per cento delle vittime denuncia il partner, ma di questa quota arriva a condanna una percentuale dello zero virgola. Perché non succede niente? Dove sono i pm, i giudici, qui che il tempo è tutto, che spesso fa la differenza tra la vita e la morte. Fascicoli accartocciati in uno straziante imbuto in cui scorrono le storie di sangue che ogni giorno riempiono l'Italia. Un imbuto regolato dalla magistratura. Troppe volte le denunce restano in un cassetto, troppe volte esaminate con superficialità, prese poco sul serio, troppe volte non si dà il giusto peso al grido di queste donne. Troppe volte i pubblici ministeri e i giudici trattano con burocratica distanza questioni che sono sangue e sofferenza. Nessuno certo ha la bacchetta magica, ma spesso la magistratura non è al passo con l'evolversi della situazione, e troppe volte le violenze sfociano in morti annunciate e che quindi si potevano evitare. E di chi è la colpa? Noemi aveva solo sedici anni e una mamma spaventata che era corsa a denunciare. Ma a cosa è servito? Giordana aveva vent'anni e una bambina piccola di quattro anni. Lei il passo lo aveva fatto; il coraggio lo aveva anche trovato. Era andata dai carabinieri per stanare l'uomo che la picchiava e la spaventava a morte. Uccisa dall'ex il giorno dell'udienza per stalking. Troppo tardi anche per Marianna, lei che aveva implorato e bussato alle porte di tutti collezionando dodici denunce. «Con questo coltello ti ucciderò». Lo aveva detto ai pm che sono stati condannati perché un giorno lui poi l'ha fatto davvero. In passato il problema era il silenzio, le vittime che non parlavano, preferivano subire e non dire. Nel 2010 i dati sulle violenze erano ancora nebulosissimi proprio per questa cappa che aleggiava sulla privacy delle case. Chi soffriva lo faceva in silenzio. Le vittime erano passate da 101 nel 2006 a 127 nel 2010 e la maggior parte delle donne erano rimaste sempre a tacere. Ancora oggi, 8 volte su 10 la donna non chiede aiuto. Ma se lo avessero fatto si sarebbero salvate? Purtroppo non è sempre così. Ora alcune cose stanno cambiando. Ma il problema spesso è anche dove si fanno le denunce perché l'Italia è a macchia di leopardo. C'è una legge del 2001 che permette l'allontanamento del partner violento. Ci sono zone - più spesso al nord - in cui si riesce ad ottenerlo dopo due giorni e altre in cui occorrono tre mesi. Un tempo assurdo. Giorni e notti dove può accadere di tutto. Dove lui ha tutto il tempo di mettere in pratica il suo piano omicida. E di farlo con calma.

Noemi, le richieste di aiuto che non sappiamo più ascoltare, scrive Rosario Tornesello su "Il Quotidiano di Puglia". Se ne è andato anche il sorriso. Il suo, per primo. Aveva scritto su Facebook che non glielo avrebbe portato via nessuno, mai. Sbagliava. Noemi aveva l’età in cui si credono vere alcune cose, false altre, errando spesso in entrambi i sensi: se ne sognano di immortali, come l’amore; se ne scoprono di laceranti, inattese e autentiche, come il dolore. Lei le ha vissute tutte, e velocemente. Non è bastato a proteggerla. L’adolescenza ha ritmi accelerati, fasi convulse, scarti improvvisi. Troppo per la mente umana degli altri, gli adulti, a volte lenta, spesso distratta, per poter valutare, capire, agire. Se ne è andata col suo sorriso. L’assassino - fidanzato no, risparmiamocelo, ché la parola rimanda ad altro e lui non era quest’altro - gliel’ha strappato a colpi di pietra, seppellendolo in campagna. «Ero esasperato», ha detto confessando l’orrore e ammettendo il delitto, come se le cose fossero allineate in sequenza logica. «Ero esasperato, l’ho uccisa». Non è questo l’epilogo scritto? Non si fa così nell’era certificata del femminicidio? In questa sciagurata stagione, infinita e perciò fuori dal tempo, di cui prima o poi capiremo le cause per trovare i rimedi che non siano nella spirale necessaria e inutile della pena e del carcere, non funziona così? «Ero esasperato». L’ha uccisa. Cos’altro resta? Qualcuno dirà che la forma in fondo è sostanza, e che perciò la cornice stretta e angusta, per forza di cose alienante, di un paesino del profondo sud sia il contesto in cui ritrovare - volendo - le chiavi di lettura di un delitto, l’ennesimo, seguendo le figure classiche della tragedia: l’amore, la gelosia, le famiglie contro, l’omertà, il nulla che aleggia fino al dramma finale. Morte e dolore, sangue e lacrime, tutto assieme. Ma buona parte di questa riflessione si porta appresso il dubbio che no, stavolta forse non c’entra. A partire dal sud, non così profondo, e dal paese, non così depresso. E quanto alla gelosia, da qualsiasi lato brandita, difficile inquadrarla come sentimento quando latitano equilibrio e senso di responsabilità. Qui sono mancati l’uno e l’altro. Ed è mancata, soprattutto, una generale capacità di ascolto. Disperati sono i casi umani, non i luoghi. Ci sono codici e canali comunicativi che sembrano ormai aver perso il ruolo salvifico dell’allarme. Evidente, concreto, palpabile. Il frastuono che rende possibile tutto e il contrario di tutto nell’epoca della “post-verità” dilagante e del “fake” imperante, dentro e fuori la Rete, annacqua gli elementi con cui il pericolo si fa presente in quanto fatto reale e visibile. La madre aveva denunciato in caserma le percosse subite da Noemi quattro mesi fa, un giorno che l’aveva vista rientrare piena di lividi e di lacrime. Non basta? La stessa ragazza aveva compilato un post, l’ultimo, sul suo profilo Facebook, il 23 agosto scorso. Ore 13.30, immagine eloquente: una donna picchiata e oltraggiata, una mano d’uomo a tapparle la bocca, sul polso un tatuaggio: Love? “Non è amore se ti fa male; non è amore se ti controlla; non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore, se ti picchia; non è amore se ti umilia”. Neanche questo è bastato. E in paese tutti, o quasi, sapevano dei contrasti, delle accuse reciproche e dei tormenti. Tra le foto che abbiamo visto e ancora vedremo, sui giornali e in internet, ce n’è una di Noemi che colpisce per la sua radiosità: sguardo fiero, sorriso oltre il rossetto, sulla mano sinistra alcune lettere scritte a penna, una per ogni dito. Se ne scorgono quattro, la quinta si intuisce: “Happy”. Ma è durato poco. Così la tragedia si compie: non abbiamo saputo ascoltare le richieste di aiuto. Non siamo stati in grado di interpretare l’allarme, leggere l’emergenza, intuire il dramma. Non sono bastati la denuncia formale e il messaggio multimediale, le voci di piazza e i trattamenti sanitari. Il silenzio e l’omertà qui davvero c’entrano poco, anzi nulla. È sud, ma non così profondo; non così depresso. Tanto da poter, persino, non essere sud. Perché questo omicidio non è più disgrazia locale ma sciagura universale replicabile ovunque, nella nostra indifferenza, più volte testata e brevettata, qui e altrove. Eccoli i risultati. Noemi è sgusciata fuori dalla porta di casa nel buio della notte, poco prima che sorgesse il sole, il 3 settembre. Incontrando il suo assassino (fidanzato no, davvero no) è scivolata fuori dalla propria vita, ma non dalla nostra. Ritroveremo il suo sorriso solo quando ritroveremo noi stessi.

Noemi, oggi l'interrogatorio del 17enne sotto accusa per omicidio premeditato. Il ragazzo che ha confessato di aver ucciso la sedicenne di Specchia scomparsa il 3 settembre scorso e fatto ritrovare il corpo, sarà sentito per la convalida del fermo nella località protetta dove è ospitato dopo l'arresto, scrive Chiara Spagnolo il 16 settembre 2017 su "La Repubblica". L'omicidio di Noemi Durini - la sedicenne scomparsa da Specchia il 3 settembre - è stato premeditato dal fidanzato che non sopportava l'idea che lei potesse lasciarlo. Lo scrive la Procura dei minori di Lecce nel decreto di fermo con cui il 13 settembre ha imposto la custodia cautelare al diciassettenne di Alessano, che ha confessato il delitto e consentito il ritrovamento del corpo della ragazza, sepolta otto un cumulo di pietre in una campagna a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca. Omicidio aggravato dalla premeditazione, nonché dai futili motivi e dalla crudeltà è l'accusa ipotizzata allo stato, anche sulla scorta della testimonianza di un amico, al quale il ragazzo avrebbe manifestato l'intenzione di uccidersi o di uccidere la compagna. Gli inquirenti, dunque, non credono alla versione fornita dal giovane, secondo il quale il delitto sarebbe scaturito d'impeto nel tentativo di fermare Noemi che, all'alba di quel 3 settembre, era uscita di casa armata di un coltello per andare a uccidere i genitori di lui. Così come, al momento, non ha riscontro l'accusa lanciata dal padre di Noemi, Umberto Durini, contro il papà del ragazzo: "Protegge suo padre, ha fatto tutto lui". Tali parole sono state pronunciate davanti alle telecamere nella mattinata di venerdì 15 settembre, dopo un tentativo di irruzione di Umberto nell'abitazione di Montesardo (frazione di Alessano) in cui vive la famiglia del 17enne. La tensione è salita alle stelle e per riportare la calma è stato necessario l'intervento dei carabinieri.

Umberto si è sfogato duramente: "Il ragazzo era stato cacciato di casa, dormiva nei casolari, io l'ho accolto da me, gli ho comprato i vestiti, mia figlia l'amava e per questo sono andato da suo padre e mi hanno aggredito e chiamato delinquente". La sua teoria - che vedrebbe l'altro padre in un ruolo attivo nell'omicidio - al momento non ha alcun riscontro investigativo. "Interrogheremo il papà di Noemi - dicono dal palazzo di giustizia di Lecce - se ha notizie circostanziate da fornire le ascolteremo". Intanto sul fronte investigativo si lavora nel tentativo di capire quale sia stata l'arma del delitto, considerato che la tac effettuata sul cadavere dal medico legale Roberto Vaglio ha mostrato l'assenza di fratture sul cranio e dunque escluso che la morte della sedicenne sia avvenuta a causa dei colpi di pietra. Possibile che l'arma utilizzata sia un coltello, così come ha raccontato il ragazzo, che ne attribuisce la proprietà a Noemi. I dubbi sul punto potrebbero essere sciolti nell'interrogatorio del diciassettenne che comparirà davanti alla gip del Tribunale dei minori di Lecce, Addolorata Colluto alla presenza della pm Anna Carbonara e degli avvocati difensori Luigi Rella (lo stesso che difese Cosima Serrano, la zia di Sarah Scazzi condannata all'ergastolo insieme alla figlia Sabrina Misseri) e Paolo Pepe. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando è a Lecce per partecipare alle Giornate del Lavoro della Cgil. Non si esclude che il ministro possa incontrare i vertici degli uffici giudiziari di Lecce, dopo l'avvio di un'ispezione sul caso Noemi. L'obiettivo delle verifiche è capire se provvedimenti più tempestivi da parte del Tribunale dei minori, a cui la mamma della sedicenne aveva chiesto l'allontanamento del fidanzato violento, avrebbero potuto salvare la ragazza. I primi documenti sarebbero già stati acquisiti dagli ispettori negli uffici giudiziari salentini. "Abbiamo ritenuto opportuno intervenire perché a una prima valutazione sono emerse delle condotte nell'attività dei magistrati che possono far supporre delle abnormità - ha detto il ministro -. Gli atti sono stati acquisiti da poco, non ci sono ancora novità". La verifica riguarderebbe la cosiddetta "abnormità funzionale", ovvero ipotetici comportamenti dei magistrati, che potrebbero aver determinato una stasi nel procedimento in atto, che riguardava la richiesta di allontanamento del fidanzato manesco. Allo stadio embrionale anche l'indagine del Csm, che martedì esaminerà il caso nella riunione del Comitato di Presidenza e deciderà se avviare un procedimento disciplinare.

Omicidio di Noemi Durini, il papà: «La colpa? È del padre del ragazzo». Le accuse del papà della 16enne davanti alla casa dell’assassino. La madre: dai servizi sociali solo promesse, scrive Andrea Pasqualetto il 15 settembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Maglietta nera, testa pelata, faccia scura e un incontenibile furore. Ieri mattina il padre di Noemi si è presentato così a casa dei genitori del ragazzo che ha confessato di aver ucciso sua figlia. Non sono state carezze: «Bastardo, vieni fuori!». E giù calci sul cancello, fortunatamente chiuso, peraltro ripreso dalle telecamere della trasmissione Quarto grado. Arriva un carabiniere che cerca di fermarlo: «Durini, stai calmo!». Umberto Durini decide di mollare la presa e, visibilmente alterato, prova a spiegare le ragioni di tanto odio: «Non potevano vedere mia figlia». Biascica, si dispera, racconta la sua versione dei fatti mentre guarda con ferocia la casa del presunto assassino: «Quella mattina mia figlia è uscita per chiarire. Subito dopo essere salita in macchina il ragazzo deve averla stordita con un pugno...». Secondo Durini il ragazzo l’avrebbe portarla a casa sua. «Il padre ha fatto tutto il resto, l’ha finita e buttato il cadavere. Io il ragazzo lo perdono, protegge suo padre ma non lo salverà». Parole pesanti come pietre. Una convinzione che non si capisce dove trovi fondamento, in quali prove se non in una sensazione radicata dentro se stesso, l’ennesima esplosione del grande odio maturato nell’ultimo anno fra queste due famiglie. Ma per gli inquirenti la verità, al momento, è un’altra: il fidanzato l’ha uccisa (una Tac eseguita ieri ha escluso che l’arma fosse una pietra) e il padre l’ha aiutato a nascondere il corpo sotto un cumulo di sassi. Durini ricorda quasi con comprensione quel «ragazzo pazzo. Il papà l’aveva cacciato e lui andava a dormire nelle case abbandonate. Noemi era commossa e mi diceva “aiutiamolo noi”. L’ho così ospitato per tre mesi a casa mia (è separato dalla moglie, ndr). Gli ho comprato sigarette, vestiti, medicine...». Ma la moglie, Imma, ha visto il pericolo in quel ragazzo e a maggio l’ha denunciato. «Dopo la denuncia sono venuto qui da loro, volevo parlare, volevo trovare un punto d’incontro — prosegue lui —. E loro mi hanno trattato da delinquente. “Non vogliamo drogati”, dicevano a me che non so nemmeno cosa sia la droga».

Imma lo sostiene: «Mia figlia era allegra, educata e rispettosa. È nata in una famiglia sana, ecco perché è morta. Se è morta è colpa di quell’uomo (intende il padre del ragazzo, ndr)...». Imma Rizzo è incredula di fronte ai genitori del diciassettenne che hanno usato parole di disprezzo per la figlia uccisa: «Con quale coraggio parlano ancora di Noemi?». Nel giorno in cui il ministro Orlando parla di «abnormità nell’attività dei magistrati», la madre di Noemi tira in ballo gli assistenti sociali: «Dal 19 luglio mi avevano promesso che sarebbero intervenuti per aiutarmi a fare un piano rieducativo per mia figlia... e invece non è successo. Vedevo che la situazione mi stava sfuggendo di mano, per questo mi sono rivolta a loro. Ma non volevo rinchiuderla in qualche istituto. Volevo soltanto che ci aiutassero». Nel frattempo Durini si calma e si allontana dall’odiata casa. Si affaccia la madre del ragazzo. Dice che il padre di Noemi ha sfasciato una macchina parcheggiata dall’altra parte dell’abitazione. Esce anche il padre e conferma. In effetti, dietro casa, c’è un’automobile con il lunotto in frantumi. Ma quella macchina non è loro, precisano i genitori del diciassettenne che oggi sarà interrogato dal gip dei minori. Pare sia del fratello di un vicino di casa, che vive Torino. Ma Durini, questo, non lo sapeva.

A «Studioaperto» del 15 settembre 2017 lo sfogo della donna nei confronti dei genitori del fidanzato-omicida intervistato da «Quarto Grado». A Studio Aperto, telegiornale di Italia1, è andata in onda un'intervista esclusiva, realizzata da «Quarto Grado», alla mamma di Noemi, la 16enne di Specchia, in Salento, che sarebbe stata uccisa dal fidanzato, come da lui stesso confessato. Nell’intervista prosegue la lotta a distanza tra le due famiglie, quella di lui e quella della vittima: «Queste persone hanno sempre calunniato mia figlia e gli inquirenti lo sanno».

Noemi, è scontro fra le due famiglie. La mamma della 16enne: sono tutti complici, lʼhanno minacciata. Il papà della vittima: "Ad ucciderla è stato il padre del ragazzo". La mamma del fermato: "Lei aveva comprato una pistola per ucciderci", scrive Tgcom il 15 settembre 2017. Non trova pace Noemi Durini. A 48 ore dalla svolta nelle indagini e dal ritrovamento del corpo nel Leccese, la sua famiglia accusa quella del fidanzato 17enne. A loro volta i genitori del reo confesso rispondono per le rime, accusando la vittima di aver addirittura comprato una pistola per ucciderli. La madre del fermato: "Noemi aveva la pistola"- Secondo la madre del presunto omicida, Noemi era una ragazza diabolica. Ai microfoni di Pomeriggio Cinque la donna ha raccontato di "averla vista con i miei occhi. E' stata espulsa dalla scuola perché aveva picchiato una ragazza". Affrontando la situazione psicologica del figlio, ha invece spiegato che lui "doveva fare la terapia, un po' la lasciava, un po' la riprendeva. Noemi? So che ha fatto la colletta per comprare una pistola e uccidere me, mio marito e mia figlia dodicenne. E' diabolica". La donna ha quindi definito "una persona pericolosa" il padre di Noemi. Le accuse del padre di Noemi - Davanti ai microfoni di Quarto grado era stato il padre di Noemi a dare il via alla battaglia a distanza. Umberto Durini si era presentato davanti all'abitazione di Alessano dove abitano i genitori del 17enne e ha accusato il padre del ragazzo. "Lui ha ucciso Noemi", ha attaccato. Il ragazzo "sta nascondendo suo padre, lo protegge, ma quello non si salverà, ha fatto tutto lui", ha sottolineato, sostenendo di voler perdonare il giovane per quello che ha fatto. La mamma di Noemi: "Hanno calunniato mia figlia, ci sono le minacce" - L'ultima, per ora, a prendere la parola è stata Imma Durini. Ai microfoni di Quarto Grado la donna ha difeso la figlia: "E' nata in una famiglia sana: mentre lei (riferito al padre del fermato, ndr) non la poteva vedere, perché suo figlio doveva diventare il secondo delinquente come lei". E ancora: "Hanno calunniato mia figlia, che invece voleva fare la crocerossina con quel ragazzo. Queste persone hanno sempre mandato calunnie nei confronti di mia figlia e gli inquirenti lo sanno: prenderanno i tabulati e ci saranno le minacce vocali, telefoniche, con messaggi di Whatsapp o altri messaggi normali". Un fiume in piena la donna in tv. "Noemi era sempre allegra, educata e rispettosa. Così la devono ricordare... come la ricordiamo noi, non la vedo più entrare in casa per colpa loro... la devono pagare tutti in questa famiglia, tutti! Sono tutti complici!" ha poi ribadito la mamma. "Gli assistenti sociali non sono intervenuti. Dal 19 luglio mi avevano promesso che sarebbero intervenuti per aiutarmi e fare un piano rieducativo per mia figlia... e invece non è successo", ha proseguito Imma Rizzo. "Perché - ha aggiunto la donna - vedendo la situazione con mia figlia che mi stava un po' sfuggendo, ho chiesto aiuto ai servizi sociali... ma non perché mia figlia dovesse essere rinchiusa, ma perché mia figlia doveva essere aiutata insieme alla mamma".

Noemi Durini, la rabbia della madre: “Su mia figlia solo calunnie”, scrive il 15 settembre 2017 "Diretta news". Continua a non darsi pace Imma Rizzo, la mamma di Noemi Durini, uccisa barbaramente dal fidanzato Lucio Marzo e trovata nelle campagne del Sud Salento due giorni fa. La donna più volte aveva denunciato le violenze perpetrate dal 17enne nei confronti della figlia. E’ stata proprio la donna disperata a ribadire questo aspetto appena si è diffusa la notizia della morte: “Lo sapevate, lo sapevate tutti che lui l’aveva ammazzata”, ha urlato. Proprio per questa ragione, il ministro della Giustizia Orlando ha avviato un’inchiesta sulla procura per i minorenni di Lecce. Gli ispettori dovranno accertare se realmente siano rimaste inevase le denuncia di Imma Rizzo. Intanto, il papà di Noemi è tornato ad accusare Biagio Marzo, padre di Lucio, sostenendo che a suo avviso sarebbe lui l’assassino della figlia. Imma Rizzo, in queste ore, ha voluto difendere la memoria della figlia barbaramente uccisa in un’intervista alla trasmissione televisiva Quarto Grado. Ha sottolineato la mamma di Noemi Durini: “Mia figlia è una ragazza solare, che parlava con tutti. Le piaceva avere amicizie con tutti, però queste persone cattive me l’hanno portata via”. La donna ha aggiunto: “Queste persone hanno sempre calunniato mia figlia e gli inquirenti lo sanno. Quando prenderanno i tabulati, emergeranno le minacce telefoniche, con messaggi Whatsapp e anche con messaggi normali”. Imma Rizzo poi guarda fisso la telecamera e si rivolge al padre dell’assassino reo confesso della figlia: “Quindi signor Marzo, lei può dire a me qualunque cosa, ma mia figlia non la deve toccare mai più”. La mamma di Noemi Durini respinge poi le accuse secondo le quali la 16enne avrebbe anche tentato di acquistare una pistola per poi uccidere i ‘suoceri’: “Mia figlia non si sarebbe mai permessa, anche perché mia figlia è nata in una famiglia sana, in una famiglia perfetta e proprio per questo si è ritrovata morta. Lei, signor Marzo, non la poteva vedere, perché suo figlio doveva diventare un delinquente come lei. E mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo”.

La mamma di Noemi Durini a Quarto Grado: “Sono tutti complici”, scrive Filomena il 16 settembre 2017 su "Ultime notizie flash". Per la prima volta in tv in una lunga intervista, la mamma di Noemi Durini, la signora Imma, parla alle telecamere di Quarto Grado, nella puntata in onda il 15 settembre 2017. Una intervista piena di rabbia, di dolore e di disperazione. Il racconto della vita di sua figlia, le difficoltà. “Io avevo chiesto aiuto, mi ero resa conto che mia figlia sfuggiva alla mia educazione. Per questo mi sono rivolta agli assistenti sociali. Non di certo perchè la rinchiudessero ma perchè mi dessero una mano, usando la loro competenza. E nessuno mi ha aiutato” queste le parole della signora Imma. Noemi era una ragazzina veramente speciale. Anzi… è tuttora una ragazzina speciale, perché ci guida da lassù. Lei sta con noi… è un pezzo di cuore che resterà sempre qua dentro. Noemi era solare e lo potete chiedere a tutti. Era sempre allegra, le piaceva dialogare e avere amicizie. Però queste persone cattive me l’hanno portata via. All’inizio hanno fatto finta di volerle bene. Ma quando hanno visto che mia figlia veniva da una famiglia di onesti, di persone che si guadagnano un pezzo di pane lavorando da mattino a sera per mantenere la famiglia… hanno visto che non potevano competere. Questa, forse, è la risposta più giusta. Con l’onestà e il lavoro delle persone che sudano dalla mattina alla sera, no, non ce la facevano… Sono persone disoneste: lo sanno tutti. Però, adesso, che purtroppo Noemi quelle brutte persone me l’hanno portata via… perché sono veramente delle brutte persone…, la devono smettere di infangare la memoria di mia figlia".

La mamma di Noemi parla di sua figlia ricordando come fosse amata e ben voluta da tutti. E anche la sorella di Noemi ha qualcosa da dire per descrivere quello che era il comportamento del fidanzato di Noemi. Quando ha capito che aveva usato violenza contro sua sorella gli ha proibito di entrare in casa e gli ha detto di non farsi vedere in paese, lui per tutta risposta, l’avrebbe minacciata. Le due donne sono convinte di una cosa: Noemi voleva fare la crocerossina e ha pagato per questo suo errore. La signora Imma invita i genitori di Lucio a lasciare da parte le sceneggiate. Crede nella giustizia e aspetta che sia faccia davvero luce su quanto accaduto: ci sono dei messaggi, delle mail, i tabulati. Le indagini dimostreranno come sono andate davvero le cose e Noemi potrà riposare in pace. "Mia figlia è nata in una famiglia sana, perfetta: ecco perché è morta. Mia figlia, grazie a lei, signor Biagio, a lei che non la poteva vedere, perché suo figlio doveva diventare il secondo delinquente come lei… Mi assumo tutte le mie responsabilità e con questo ho chiuso".

Il veto di mamma Imma sui funerali: “Niente banda o show, sennò urlo”. Il paese di Specchia preparava esequie solenni coi maxischermi. La madre della ragazza: “No, solo la bara a casa per l’ultimo saluto”, scrive Francesco Grignetti il 15/09/2017 su "La Stampa". Ora che Noemi non c’è più, il suo cadavere parla. Urla. Ma quella famiglia che era diventata invisibile agli occhi del paese, con i suoi drammi, la sua caduta nella povertà, dieci anni di vita agra che nessuno aveva voluto vedere, e ora pure il precipizio di un violento in casa, non ci sta a diventare icona di un dolore troppo ostentato per essere del tutto sincero. A caldo, a Specchia è nato un comitato spontaneo che aveva immaginato di fare le cose in grande: camera ardente in un locale comunale, feretro che sfila per la strada principale del paese, banda, contorno di motociclisti «perchè Noemi amava tanto le moto». E poi fiori da tutte le parti, gigantografia, messa solenne, forse pure gli altoparlanti e i maxi schermi in piazza. Invece no, mamma Imma rifiuta ogni pompa esteriore. La sua voce arriva ferma nella sala comunale dove ieri sera, attorno alle 19 si sono trovati in tanti, con assessori e parroco, a progettare l’ultimo saluto. «No a tutto - ha scandito la madre - non voglio fiori, non voglio sfilate e banda. Voglio solo che mi portino la bara a casa per un ultimo saluto, io e lei, con la nostra famiglia e basta. E poi dritti in chiesa. Dove nessuno deve neppure gridare, perché se no griderò io, con il dolore che provo, ci manca pure che qualcuno faccia lo show». Niente altoparlanti, allora. E se proprio ci devono essere le motociclette, «le voglio con il motore spento».  Così parlò mamma Imma. Che palesemente rifugge tutti questi eccessi un po’ sospetti dell’ultima ora. Ha altro a cui pensare. Un cuore spezzato per non essere riuscita a impedire quel che aveva visto avvicinarsi. Si è sentita abbandonata da tutto e da tutti. Si capisce lo sfogo della cugina, Alma, che quando è accorsa, l’altra sera, ha preso a spintoni i troppi curiosi che affollavano la stradina dove Noemi abitava, urlando «Lo sapevate tutti!». Forse no, forse nessuno sapeva. Ma questo non assolve il paese. Nessuno sapeva perché nessuno voleva sapere. Una mamma che da dieci anni si spaccava la schiena per portare avanti la famiglia, dopo che il marito l’aveva mollata senza un perchè e soprattutto senza un soldo. Nella piazza del paese, dove si fa il punto della situazione come accade da tempi antichi, il signor Giuseppe, dalla soglia della sua bottega di ciabattino, ammette: «Lo sapeva tutto il paese che Imma faticava a tirare avanti, con le due figlie grandi del primo matrimonio e poi la terza figlia del nuovo compagno. Per un periodo ha fatto da badante ad alcuni vecchi. Da qualche tempo aveva trovato un lavoretto nel paese vicino, in un asilo, dove teneva i bambini». Anche il parroco, don Antonio, non sapeva. Si torce le mani per il dispiacere. «Imma è una donna di fede, partecipa alle attività parrocchiali, è nel coro. Ma con me non si è mai confidata. Io, che Noemi avesse un ragazzo, l’ho saputo solo ora. E pensare che quel ragazzo è del mio paese. Se Imma me ne avesse parlato, chissà, mi sarei attivato».  Imma aveva preferito investire lo Stato. Due denunce ben particolareggiate alla magistratura. E nessuna risposta. Di questo ora i magistrati leccesi parleranno con gli ispettori inviati dal ministro Orlando. Qualcosa doveva avere detto anche ai carabinieri, tanto che il maresciallo del paese, Giuseppe Borrello, è andato quasi a colpo sicuro sul fidanzato violento. Conferma, il maresciallo, che la signora Imma «ci fece un paio di segnalazioni nei mesi scorsi, perché la figlia non era tornata a casa la notte». Piccole ragazzate, aveva pensato il maresciallo.  Già, la famiglia invisibile si trovava a fronteggiare un tumore dilagante in casa, con il ragazzo manesco e quella adolescente ribelle che non aveva mai digerito sul serio la rottura tra i genitori e forse nemmeno l’entrata in scena di un padrino, ma nessuno ha alzato un dito. Una totale solitudine. Fatto sta che nell’ultimo anno Noemi viveva da una parte, la mamma da un’altra, il padre desaparecido nonostante vivesse nello stesso fazzoletto di case, la sorella all’università. E Lucio, il suo lui, era diventato qualcosa di importante. Un salvagente. Nonostante le mattane, la gelosia, le botte che ogni tanto partivano a casaccio. Una volta era tornata piena di lividi e lo zio Rocco non riusciva a darsi pace che quei due ancora filassero. Raccontano in tanti che dopo la separazione tra i genitori, fossero stati i nonni materni, Vito e Vincenza, a tirare su quella bambina in crisi. «Io - dice la giovane Paola, al bancone del bar nella strada principale del paese - quando vedo alla televisione certe storie, mi sembrano così lontane che non le sento reali. Poi capita qui accanto, a una che conoscevo e ha quasi la mia età, e non riesco a crederci. Posso toccare con mano la cattiveria». Il giorno dopo lo show di Lucio, intanto, Imma ha realizzato che il rischio è l’infermità mentale. «Quello se la cava facendo il pazzo». E il Comune ha deciso di stanziare dei soldi per un buon avvocato. Si costituirà parte civile. In fondo a Imma e a Noemi glielo devono.

Noemi, il genitore accusa il papà del fidanzato: ha fatto tutto lui. Sabato mattina l'interrogatorio di garanzia del 17enne. Gli ispettori del ministero hanno acquisito gli atti, scrive il 15 Settembre 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". «Ha fatto tutto lui». Umberto Durini non ha dubbi: a provocare la morte di sua figlia Noemi non è stato il fidanzato diciassettenne reo confesso ma suo padre, che provava nei confronti della ragazzina «un odio indescrivibile». Con il passare dei giorni, quello che era il dramma di una sedicenne che ha avuto l’unica colpa di innamorarsi del ragazzo sbagliato diventa sempre più una faida tra famiglie. Intrisa di veleni e rancori. Dove Umberto trovi tutte queste certezze, non è dato sapere: le indagini dei carabinieri e della procura di Lecce non hanno ancora chiarito il ruolo del padre di Lucio, che resta indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere. Una serie di accertamenti sono in corso e qualche risposta potrebbe arrivare dall’autopsia sul corpo della ragazza, che si terrà martedì, e dall’esame delle macchie di sangue rinvenute sulla 500 con cui alle 5 del mattino del 3 settembre il ragazzo è andato a prendere Noemi. Allo stato, dunque, l’ipotesi più probabile resta quella che il ragazzo abbia confessato al padre quello che aveva fatto e questi lo abbia aiutato a far sparire il corpo di Noemi. O, quantomeno, a pulire l’auto dopo che il giovane si era liberato del cadavere della fidanzata. Umberto Durini è convinto però che sia andata in tutt'altro modo e anche se non dice mai in maniera chiara che è stato il padre di Lucio ad uccidere sua figlia, la sua ricostruzione dei fatti è tutta in quella direzione. Tanto che di prima mattina si è presentato davanti a casa della famiglia di Lucio ad Alessano urlando e cercando di entrare. «Me l’ha uccisa, vieni fuori bastardo, vieni fuori» ha inveito più volte, con i carabinieri che a fatica sono riusciti a fermarlo. Poi l’uomo si è calmato e si è sfogato con i cronisti. Noemi «era la ragazza più brava del mondo. Non era perfetta, ma era brava e onesta». Una sedicenne che una settimana prima di sparire sembrava aver trovato finalmente la pace, stando a quello che dice il padre. «Stava finalmente bene, tornava a casa tutte le sere alle 20 e mi abbracciava. Era riuscita a lasciarlo, anche se lo amava e lo adorava». Ma era Lucio il problema? «No» risponde lui. E torna indietro nei mesi. «Lui con me era come un agnello. Quando l’hanno cacciato di casa, perché vedeva mia figlia, è venuto a dormire da me. Andava a dormire nelle baracche e io me lo sono portato a casa. Gli ho preso le medicine in farmacia, gli ho dato i vestiti e le sigarette. E lui si era calmato». Sono stati i suoi genitori, il padre in particolare, a far precipitare tutto. «Dopo le denunce di mia moglie avevo la verità davanti agli occhi e non volevo vederla - sostiene Umberto Durini - Però sono andato da loro, volevo parlare, io sono una persona che parla non un violento. Volevo trovare un punto d’incontro. E loro mi hanno aggredito. Mi hanno trattato come un delinquente, dicevano “noi non vogliamo avere a che fare con i drogati”. A me? Che non so neanche dove sta la droga». Quella famiglia, aggiunge, «provava un odio indescrivibile per mia figlia, un odio che non era comprensibile». Accuse condivise anche dalla mamma di Noemi, Imma. «Mia figlia era allegra, educata a rispettosa. E’ nata in una famiglia sana, ecco perché è morta» dice la donna, che poi si rivolge direttamente al padre del presunto assassino. «Mia figlia, grazie a lei, a lei che non la poteva vedere» è morta, «perché suo figlio doveva diventare il secondo delinquente come lei...Mi assumo tutte le mie responsabilità». L’odio secondo Umberto Durini è esploso definitivamente la mattina del 3 settembre. L’uomo si mette le mani sul viso, poi si volta verso la casa del padre del presunto assassino, e sibila. «Io Lucio lo perdono. Io voglio suo padre e basta, perché so tutto. Quella mattina mia figlia è uscita per chiarire. Subito dopo essere salita in macchina il ragazzo deve averla tramortita con un pugno». E poi? «E poi è venuto qua - Umberto indica la casa del padre di Lucio -. Il padre ha capito la situazione e ha detto “ci penso io”. E’ lui che ha fatto tutto il resto». L’uomo si ferma, poi riattacca. «Lucio sta nascondendo suo padre, lo protegge. Ma non lo salverà. Ha fatto tutto lui e ha fatto festa come un bambino a Disneyland».

LA TAC ESCLUDE LA MORTE PER LA PIETRA - Noemi non è stata uccisa con un colpo di pietra alla testa. Lo hanno escluso i risultati di una Tac eseguita, alla presenza del medico legale Roberto Vaglio, nella camera mortuaria dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce sul corpo della ragazza, scomparsa da casa il 3 settembre scorso, presumibilmente ammazzata la stessa mattina e il cui corpo, nascosto sotto un cumulo di pietre, è stato trovato due giorni fa nelle campagne di Castrignano del Capo (Lecce) su indicazione del presunto omicida reo confesso, il fidanzato di 17 anni. Dall’esame non emergerebbero segni di fratture scheletriche sul cadavere, né tanto meno alla testa e questo fa escludere l'ipotesi iniziale che la ragazza sia stata uccisa a colpi di pietra. Domani alle 10,30, nella casa protetta dell’hinterland leccese in cui è rinchiuso in stato di fermo, ci sarà l'interrogatorio di garanzia del 17enne dinanzi al gip del tribunale per i minorenni di Lecce. Il ragazzo, quando ha confessato il delitto, disse di aver ucciso Noemi con un coltello che la ragazza avrebbe portato con sé uscendo da casa il 3 settembre. Della presunta arma del delitto non è stata trovata traccia, ma per sciogliere i dubbi su come la sedicenne di Specchia sia stata uccisa sarà decisiva l’autopsia che dovrebbe essere eseguita lunedì prossimo. Un primo esame esterno del cadavere, il gio