Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

CONCORSOPOLI

 

ED ESAMOPOLI

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

L'ITALIA DELLE RACCOMANDAZIONI, DEI FAVORITISMI,

DEGLI ESAMI E DEI CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI

MAGISTRATI, NOTAI, AVVOCATI

ED OGNI ALTRA PUBBLICA FUNZIONE:

SELEZIONE NATURALE, COL TRUCCO !!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

(* Per l’esame truccato di avvocato, qui accennato, ho scritto appositamente un libro a parte).

 

Di Antonio Giangrande

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 

 

SOMMARIO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

DA GRANDE VOGLIO FARE IL POSTO FISSO. I MEGA CONCORSI.

LA STABILIZZAZIONE DEGLI AMICI SENZA CONCORSO PUBBLICO O CON CONCORSO FARSA.

RACCOMANDAZIONE E PRECARIATO.

IL PARADOSSO DEI CONCORSI PUBBLICI (TRUCCATI): NON ESSERE ASSUNTI.

I PRECARI DI STATO.

ABILITATI, SENZA POSTO.

IL PARADOSSO. RICERCATORI UNIVERSITARI BOCCIATI ALL’ABILITAZIONE MA COSTRETTI AD INSEGNARE.

LA FARSA DEGLI ESAMI SCOLASTICI.

L'ITALIA DEI FAVORITISMI (ANCHE IN FAMIGLIA).

CONCORSO INFINITO: CONCORSO TRUCCATO!

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

LA FINE DI UNA VITA FATTA DI BOCCIATURE.

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

CERVELLI IN FUGA.

PARLIAMO DELLA PROVA DI IDONEITA’ PROFESSIONALE PER GIORNALISTI.

PURE I VIGILI DEL FUOCO CON IL CONCORSO TRUCCATO…

CONCORSI PUBBLICI: E' NORMALE CHE...?

AGENZIA DELLE DOGANE, AGENZIA DELLE ENTRATE, FORZE DELL'ORDINE, INPS: LA BEFFA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE SENZA CONCORSO PUBBLICO O CON CONCORSO TRUCCATO.

PARLIAMO DELL'ESAME TRUCCATO DI COMMERCIALISTA E FARMACISTA.

MEDICINA. IL TEST D’INGRESSO ALL’UNIVERSITA’? TRUCCATO!

ABOLITE I CONCORSI PER I MEDICI, VINCONO SEMPRE I RACCOMANDATI.

MEDICI SPECIALIZZATI ED IL CONCORSO TRUCCATO.

I MEDICI DI FAMIGLIA ED IL CONCORSO TRUCCATO.

DALL’ACCESSO A NUMERO CHIUSO ALLE UNIVERSITA’ FINO ALLE LISTE D’ATTESA. IL RACKET DEI BARONI DELLA MEDICINA.

IL NUMERO CHIUSO ALLE UNIVERSITA’.

IL RACKET DEI BARONI. LISTE D’ATTESA OD ESTORSIONE MEDICA?

LA TRUFFA DEI TEST D'AMMISSIONE. DA PARTE DI CHI: DI CHI IMPEDISCE L'ACCESSO O DI CHI CERCA LA SCORCIATOIA?

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONI NEI CONCORSI PUBBLICI E NELLE ABILITAZIONI DI STATO.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

LA CERTEZZA DEL DIRITTO ED IL CONCORSO DEL REATO? GLI OCCHI DI REPORT SUI MAGISTRATI E LA RAI SI SPAVENTA.

SENZA CONCORSO PUBBLICO. LA PARENTOPOLI DELL’ANTIMAFIA E GLI INCARICHI FIDUCIARI NEI TRIBUNALI.

LA MORIA DEGLI AVVOCATI.

TUTTO PER MERITO...NIENTE PER RACCOMANDAZIONE.

MAMMA RAI, SPECCHIO D’ITALIA, FONDATA SULLA SELEZIONE TRUCCATA O SULL’ALBERO GENEALOGICO?

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI.

CONCORSI TRUCCATI. PATOLOGICO? NO, FISIOLOGICO!

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

CHI E’ IL MAGISTRATO?

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

LE DINASTIE DEI MAGISTRATI.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

L’ESAME PER GUIDE TURISTICHE E L’INAFFIDABILITA’ DELLE COMMISSIONI DI ESAME.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

VUOI CANTARE? IL CONCORSO E' TRUCCATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

CONCORSI TRUCCATI E NOMINE AD HOC PER TROMBATI E RICICLATI. ECCO PERCHE’ I POLITICI FAN FINTA DI NIENTE.

ESAMI E CONCORSI PUBBLICI: LA VIOLAZIONE DI OGNI REGOLA MORALE E GIURIDICA.  

COME SI DIVENTA MAGISTRATI: CHIEDETELO AD ANTONIO DI PIETRO.

MAGISTRATI PEGGIO DEI POLITICI. IL CSM DEI RACCOMANDATI ED I MAGISTRATI DIVENUTI TALI COL TRUCCO.

MAGISTRATI. SI DIVENTA COL TRUCCO.

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO.

LA MAFIA DEI CONCORSI PUBBLICI E DEGLI ESAMI DI STATO E L’OMERTA’ DEI MEDIA.

MAGISTRATURA: COME TI INSABBIO LE DENUNCIE PER UN CONCORSO TRUCCATO.

CONCORSO TRUCCATO IN REGIONE.

CONCORSO TRUCCATO AL MINISTERO DEGLI ESTERI: PER DIPLOMATICI.

CONCORSO TRUCCATO AL MINISTERO DEGLI ESTERI: PER INSEGNARE ALL’ESTERO.

CONCORSI TRUCCATI E PARENTOPOLI ALL'AGENZIA DEL DEMANIO.

PARLIAMO DEL CONCORSO IN POLIZIA.

CONCORSO TRUCCATO PER LA POLIZIA PENITENZIARIA.

LA NOMINA DEI PRESIDENTI DI SEGGIO E DEGLI SCRUTATORI.

CONCORSI TRUCCATI ED ESAMI DI STATO: LA GARA ALL’IMPUDENZA.

CONCORSO TRUCCATO ALLE ASL.

ASL MONZA BRIANZA. CONCORSO PER OSTETRICHE: CONCORSO TRUCCATO?

ESAMOPOLI E CONCORSOPOLI. ABOGADOS ED AVOCAT, GLI AZZECCAGARBUGLI ITALIANI NON LI VOGLIONO.

DISOCCUPATO PERCHE’ SBIRRO.

CONCORSI TRUCCATI PURE IN GERMANIA.

I FURBETTI DELLE BORSE DI STUDIO.

PARLIAMO DEL CONCORSO DELLA GUARDIA DI FINANZA.

ALLA DOGANA IL CONCORSO E’ COL TRUCCO.

CHI SA, PARLI? ALLORA CONFESSINO TUTTI!!

PARLIAMO DEI CRITERI DI VALUTAZIONE DELLE PROVE E DI CHI LI METTE IN PRATICA PER STABILIRE CHI MERITA E CHI NON MERITA DI DIVENTARE MAGISTRATO, AVVOCATO, NOTAIO, ECC.

LE TOGHE IGNORANTI.

A PROPOSITO DEI COPIONI ALL’ESAME DI AVVOCATO A LECCE.

AVVOCATI, MA ANCHE NOTAI E MAGISTRATI….COSI’ FAN TUTTI. COPIARE.

PARLIAMO DELLA POLIZIA LOCALE. CONCORSI PUBBLICI PER VIGILI URBANI.

CONCORSI PUBBLICI TRUCCATI. LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

ASSISTENTI PARLAMENTARI COL TRUCCO E L’IMPORTANZA DI AVERE UN QUESTORE IN PARLAMENTO.

CONTRORIFORMA FORENSE CONTRO I GIOVANI. AVVOCATURA: ROBA LORO IN PARLAMENTO. ALBI ED ORDINI DI STAMPO FASCISTA REITERATI DA LIBERALI E COMUNISTI.

QUANDO A FARE LE LEGGI SONO I NONNI CORPORATIVI IN PARLAMENTO. IMPEDIMENTO ALL’ACCESSO IN AVVOCATURA CON ESAME (TRUCCATO) E AGGRAVATO, CONSEGUITO IN ITALIA E RESISTENZA CONTRO L’ABILITAZIONE ESTERA.

CARABINIERI: TANGENTI PER ANDARE IN MISSIONE E LO SCANDALO DEL CONCORSO PER IL QUALE I VINCITORI RESTANO A CASA.

POCHI LUPI CON TANTE PECORE. ORDINI PROFESSIONALI E FUNZIONI PUBBLICHE, SE L’ESAME DI STATO DIVENTA UNA BEFFA O UNA TRUFFA ED I RESPONSABILI CRIMINALI IMPUNITI VANNO A PARLAR NELLE SCUOLE DI LEGALITA’.

PARLIAMO DI IMPUNITA'.

PARLIAMO DI FAVORITISMO ALLE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO. SOLITA TOLFA. LA SINISTRA NELLE SCUOLE A PARLAR DI LEGALITA’.

MAFIOSO E' CHI TI OBBLIGA OD IMPEDISCE DI ESSERE O DI FARE.

ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: 47 MILIONI DI FINANZIAMENTO DI STATO PER FARE ANTISTATO.

PARLIAMO DEI FAVORI ALLA POLITICA.

PARLIAMO DEI FAVORI AI SINDACATI.

PARLIAMO DEI FAVORI ALLA CASTA DELLE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI.

PARLIAMO DEI FAVORITISMI AL TERZO SETTORE. LE ONLUS.

PARLIAMO DI POLTRONOPOLI. AMICI E PARENTI, L’ALTRA CASTA NELLE MUNICIPALIZZATE.

PARLIAMO DI LAVORO. L’ITALIA DEGLI SFIGATI, DEI BAMBOCCIONI E DEGLI SCHIZZINOSI.

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE E CONCORSI TRUCCATI IMPUNITI: FAMILISMO, NEPOTISMO, CLIENTELISMO.

PARLIAMO DELLA RACCOMANDAZIONE: TUTTI LA RINNEGANO; TUTTI LA CERCANO.

UNA GENERAZIONE A PERDERE.

SIAMO UN PAESE DI FIGLI E FIGLIASTRI.

SE LA CASTA E' DENTRO DI NOI.

LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.

RACCOMANDAZIONE E LUOGO COMUNE.

ITALIANI: RACCOMANDATI E PURE BUGIARDI.

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE: FAMILISMO, NEPOTISMO, CLIENTELISMO. LE CERTEZZE E GLI STUDI EFFETTUATI.

DEFINIAMO LA RACCOMANDAZIONE.

I PARENTI ECCELLENTI DELLA POLITICA: DALLE DINASTIE PERPETUE A CHI 'SISTEMA' I FIGLI NEGLI UFFICI O LE MOGLI IN PARLAMENTO.

RACCOMANDATO E PARENTE.

UNISALENTO: IL GIOCO DELLE PARTI.

CONCORSI ACCADEMICI TRUCCATI IN ITALIA.

CONCORSI TRUCCATI: DIMOSTRAZIONE MATEMATICA.

L'UNIVERSITA', AFFARE DI FAMIGLIA.

PARLIAMO DEL CONCORSO PUBBLICO PER DIVENTARE DOCENTI.

INSEGNANTI E DIRIGENTI SCOLASTICI (Presidi), concorso col trucco.

PARLIAMO DI INSEGNANTI DI SOSTEGNO AI DISABILI.

BIDELLOPOLI E SUPPLENTOPOLI.

PARLIAMO DEL CONCORSO PER IL CORPO FORESTALE.

PARLIAMO DEL CONCORSO AL MINISTERO DELLA DIFESA.

INCHIESTA ESCLUSIVA. PARLIAMO DELLE RIFORME CHE NESSUNO VUOLE.

ANTONIO GIANGRANDE: VI SPIEGO COME IN ITALIA SI TRUCCANO I CONCORSI PUBBLICI. IL VADEMECUM DEL CONCORSO PUBBLICO TRUCCATO.

CONCORSO TRUCCATO ALL’AGENZIA DELLE ENTRATE.

LA CORTE DI CASSAZIONE E LA CORTE COSTITUZIONALE AVALLANO L'ILLEGALITA'.

CONCORSO TRUCCATO NELL'AVVOCATURA DI STATO.

CONCORSO TRUCCATO NEL NOTARIATO.

LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.

PROFESSIONI: ANTITRUST CONTESTA A 12 CONSIGLI DEGLI ORDINI DEGLI AVVOCATI POSSIBILI INTESE RESTRITTIVE DELLA CONCORRENZA.

NONOSTANTE I CONCORSI TRUCCATI PER DIVENTARE AVVOCATO.

VIVIAMO NEL PAESE DELLE CASTE.

L'ORDINE NON SI TOCCA.

UNO STUDIO SUI PROBLEMI DEGLI ORDINI.

QUELLE BARRIERE PER GLI ASPIRANTI AVVOCATI. I COGNOMI DI UNA PROFESSIONE. CHI CORREGGE LE PROVE DI AMMISSIONE.

CONTI PUBBLICI E LIBERALIZZAZIONI. L’INCHIESTA: LA PREVALENZA DEL “FAMILISMO”.

PARLIAMO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA. SONO LORO A DOVER SVELARE I CONCORSI TRUCCATI. CONCORSI TRUCCATI PER I MAGISTRATI AMMINISTRATIVI.

PARLIAMO DI CHI DOVREBBE PERSEGUIRE I REATI PER I CONCORSI TRUCCATI. CONCORSI TRUCCATI IN MAGISTRATURA.

CONCORSI TRUCCATI? LO CONSTATA LA MAGISTRATURA.

COMMISSIONE: COMPONENTI NECESSARI. COPIATURE - TRACCE CONOSCIUTE - PARERI DETTATI IN AULA DAI COMMISSARI. DIFFORMITA’ DI GIUDIZIO E DISPARITA' TERRITORIALI. TEMPO DI CORREZIONE INSUFFICIENTE.

MOTIVAZIONE AL GIUDIZIO NUMERICO.

IMPEDIMENTO ALL'ACCESSO AL GRATUITO PATROCINIO PRESSO IL TAR PER LE VITTIME DI UN CONCORSO TRUCCATO.

DAL CONCORSO TRUCCATO AL RAPPORTO TEMPESTOSO TRA CITTADINI E FISCO

  

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

DA GRANDE VOGLIO FARE IL POSTO FISSO. I MEGA CONCORSI.

A chi votare?

Nell’era contemporanea non si vota per convinzione. Le ideologie sono morte e non ha senso rivangare le guerre puniche o la carboneria o la partigianeria.

Chi sa, a chi deve votare (per riconoscenza), ci dice che comunque bisogna votare e votare il meno peggio (che implicitamente è sottinteso: il suo candidato!).

A costui si deve rispondere:

Votare a chi non ci rappresenta? Votare a chi ci prende per il culo?

I disonesti parlano di onestà; gli incapaci parlano di capacità; i fannulloni parlano di lavoro; i carnefici parlano di diritti.

Nessuno parla di libertà. Libertà di scegliersi il futuro che si merita. Libertà di essere liberi, se innocenti.

La vergogna è che nessuno parla dei nostri figli a cui hanno tolto ogni speranza di onestà, capacità, lavoro e diritti.

Fanno partecipare i nostri figli forzosamente ed onerosamente a concorsi pubblici ed a Esami di Stato (con il trucco) per il sogno di un lavoro. Concorsi od esami inani o che mai supereranno. Partecipazione a concorsi pubblici al fine di diventare piccoli “Fantozzi” sottopagati ed alle dipendenze di un numero immenso di famelici incapaci cooptati dal potere e sostenuti dalle tasse dei pochi sopravvissuti lavoratori.

Ai nostri figli inibiscono l’esercizio di libere professioni per ingordigia delle lobbies.

Ai nostri figli impediscono l’esercizio delle libere imprese per colpa di una burocrazia ottusa e famelica. Ove ci riuscissero li troncherebbero con l’accusa di mafiosità.

Ai nostri figli impediscono di godere della vita, impedendo la realizzazione dei loro sogni o spezzando le loro visioni, infranti contro un’accusa ingiusta di reato.

E’ innegabile che le nostre scuole e le nostre carceri sono pieni, come sono strapieni i nostri uffici pubblici e giudiziari, che si sostengono sulle disgrazie, mentre sono vuoti i nostri campi e le nostre fabbriche che ci sostentano.

L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. E non sarei mai votato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Si deve tener presente che il voto nullo, bianco o di protesta è conteggiato come voto dato.

Quindi io non voto.

Non voto perché un popolo di coglioni votanti sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Informato da chi mette in onda le proprie opinioni, confrontandole esclusivamente con i propri amici o con i propri nemici. Ignorata rimane ogni voce fuori dal coro.

Se nessuno votasse?

In democrazia, se la maggioranza non vota, ai governanti oppressori ed incapaci sarebbe imposto di chiedersi il perché! Allora sì che si inizierebbe a parlare di libertà. Ne andrebbe della loro testa…

Da grande voglio fare il posto fisso: sei davvero chi avresti voluto essere? Scrive Maria Piacente il 6 febbraio 2018 su v-news.it. “L’ Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Non si è mai capito se fosse una presa per i fondelli, una promessa o una speranza. A dare uno sguardo rapido e superficiale fuori dalla finestra, sembra comunque ancora un’utopia più che una certezza. I dati Istat relativi ad agosto del 2017 registrano un tasso di disoccupazione dell’11,2% e, a dirla tutta, non è questo il vero dato negativo e allarmante. Si è tanto parlato di una presunta ripresa economica dell’Italia e dell’occupazione giovanile in crescita, ma quello su cui si discute ancora poco e che andrebbe detto con una buona dose di doverosa e legittima rabbia, è che tra disoccupazione ed occupazione c’è una varietà di sfumature che merita analisi e approfondimenti. Perché purtroppo, i fatti ci dicono che, tra gli “occupati”, ci sono prevalentemente adulti ultracinquantenni, stanchi e strutti, che tardano ad andare in pensione e giovani che stentano a costruirsi un futuro perché oberati di prestazioni a chiamata, stage, apprendistato, tirocini non pagati e che credono ad ognuno di essi ogni volta, come fosse la prima. Come fosse quella della svolta. Quella del “stavolta mi sistemo”, del “posso stare senza pensieri, ho già seminato e ora è tempo di raccogliere i frutti dei miei investimenti”. Investimenti che sono di natura economica, temporale, psicologica, affettiva. Investimenti che sono sacrifici. Quei sacrifici “a buon rendere” ma che non rendono mai. E anche se il lavoro è tale perché, per definizione, prevede uno scambio tra una prestazione di natura manuale o intellettuale e una retribuzione, è altrettanto vero che oggi, se si è fortunati a lavorare, quasi mai facciamo il lavoro che sognavamo, per cui ci sentivamo inclini. E quindi, se sei tra gli eletti e percepisci uno stipendio o qualcosa che vagamente gli somigli, devi comunque fare i conti con lo scarto che c’è tra quello che sei e quello che avresti voluto essere. E non è roba di poco conto. “Cosa vuoi fare da grande?”  – Chiede un prete insegnante di religione alla sua scolaresca. E così a turno, ecco i bambini pronunciare con orgoglio i loro sogni: “La veterinaria, il musicista, lo scienziato”. “E tu, Checco, cosa vuoi fare da grande?” “Io da grande voglio fare il posto fisso, come te”. Questa scena tratta dalla commedia “Quo Vado” recitata da Zalone ha quella drammaticità ironica, quella spudoratezza, quella sincerità che caratterizzano tutti i suoi film. In particolare questo è rivelatore, specchio del funzionamento del nostro Paese, soprattutto della realtà meridionale. Ma cos’è davvero il posto fisso, questo mito archetipico da cui ci sentiamo attratti, verso cui bramiamo? È la sicurezza della quotidianità. È la garanzia di arrivare a fine mese, ma anche alla fine dell’altro e dell’altro ancora. È il porto sicuro, la zona di comfort, quella che circoscrive il perimetro del nostro essere e del nostro saper fare e non ci chiede di più. Al posto fisso noi bastiamo così: ci facciamo una promessa, una specie di giuramento, un contratto e staremo insieme per tutta la vita. In realtà io nemmeno lo dovrei sapere cos’è il posto fisso, quando sono nata si era già estinto. Beati coloro che ne hanno goduto e che hanno anche la sfacciataggine di ostentare che i loro non erano i “tempi d’oro”, erano loro ad essere migliori. Spesso mi sono imbattuta in discussioni di questo genere e a sostegno di questa tesi la più gettonata delle argomentazioni era “Voi non capite che avete più opportunità”.  Sublime. Applausi. Ovazione del pubblico.  Ho provato ad analizzare questa frase e a scorgervi una qualche logica intrinseca, un senso qualunque. Il compromesso, per quanto forzato, che sono riuscita a trovare è stato appunto che una quotidianità che si presenta sempre uguale è rassicurante ma anche triste. Non subendo drastiche alterazioni, non ci costringe a reinventarci continuamente. E dunque non è il posto ad essere fisso, saremmo noi in quel caso ad essere fissi, bloccati in una stagnante immobilità.  Ma anche qui, nonostante la lettura romanzata di quello che voleva essere semplicemente l’ammonimento di un adulto stile “non manca il lavoro, manca la voglia di lavorare” mi viene da obiettare che abbiamo forse più opportunità di essere, magari anche di fare, ma è sufficiente per essere “accolti” nel mondo del lavoro? Il mercato del lavoro oggi è spietato. Puoi veramente inventarti mille cose ma devi sperare che una sola funzioni e ti garantisca un minimo di sostentamento. Una ne pensiamo e ne facciamo cento, come il diavolo. Studiamo per essere qualcuno, lavoricchiamo per pagarci gli studi e non gravare sulla nostra famiglia e alla fine non siamo veramente né studenti, né lavoratori. Perché l’Università la seguiamo a singhiozzi e il lavoro non è tale da farci cullare sulla convinzione di avercela fatta.  Cani che si mordono la coda. Anime alla deriva. Barche controcorrente, come diceva Fitzgerald. Andare all’Università è un privilegio o una dannazione? Non lo so più. Ho sempre sostenuto la bontà della scuola come istituzione, l’educazione di cui si fa promotrice, la collettività che istruisce e che incanala verso altre vie. Ci prende poveri e ci fa uscire ricchi: di cultura, di saperi, di conoscenze, di competenze. Ma quanto è vero? Si interessa veramente a noi? Mira davvero a promuoverci come individui, a svelare i nostri talenti e ad incoraggiarli e supportarli? Ho spesso il sentore che sia diventata un semplice distributore di saperi, nemmeno poi così validi. Perché nel sostenere il motto (giusto, per carità) della continua preparazione, giacché nella vita non si finisce mai di imparare, alla fine non fa che rimarcare il nostro senso di inadeguatezza. Non siamo ancora abbastanza. Siamo ancora inopportuni, incompleti, povere larve che stentano a diventare farfalle. L’ università non ci dà tutto quello che dovrebbe darci, ma potrebbe farlo. In questo fallisce, profondamente. La regola del “Chi fa da sé, fa per tre”, la vince ancora. Se non approfondisci per conto tuo, non compri altri libri, non fai corsi aggiuntivi, la tua preparazione è veramente sterile se paragonata ad un mercato combattivo e agguerrito, pronto ad accaparrarsi l’ultima fetta di torta. E per quell’ultima fetta, noi funzioniamo al ribasso. Siamo cioè disposti a fare il più possibile per un tornaconto anche misero perché conta la visibilità, farsi conoscere, emergere dagli abissi dell’anonimato, combattere la guerra del “homo homini lupus”. E così continui a lavorare per quattro soldi per quei libri in più, quei corsi aggiuntivi, quei master, quelle specializzazioni, sperando di approntare medaglie al valore sul tuo curriculum che nessuno considererà perché, intanto, non avrai maturato la giusta esperienza sul campo. E il tempo passa, tiranno anche lui. E se avessi cominciato a lavorare prima per quello che avrei davvero voluto fare? Ti avrebbero richiesto un pezzo di carta e delle conoscenze teoriche di base che non avresti avuto per la fretta di rimboccarti le maniche. Dottori non si nasce, ci si diventa. Ed il gioco è tutto lì: troppo presto, troppo tardi. Prima la realizzazione professionale, poi una famiglia. Ma poi sarò vecchio per farmene una. E allora prima la famiglia. E come la campo una famiglia? Questa specie di arrampicata sociale che facciamo noi contro noi stessi, visto che il tessuto sociale non è supportivo, ci allontana o avvicina al nostro futuro? “Regina, reginella, quanti passi dobbiamo fare per arrivare al tuo castello?” Fai un lavoro qualunque per pagarti le spese perché devi fare necessariamente un tirocinio per il quale però non ti pagheranno, o fingeranno abilmente di pagarti, anche se tu offrirai le tue prestazioni senza finzioni. E soprattutto non ti azzardare a lamentarti di avere un lavoro remunerato che ti risarcisce del lavoro (perché anche il tirocinio è un lavoro) per cui non vieni pagato perché, appunto, “almeno hai un lavoro”. Scusate il gioco di parole, ma i fatti stanno esattamente così. Il problema è che in Italia non c’è una linea di demarcazione definita delle risorse di cui si dispone e si possono offrire e di quelle in cui siamo manchevoli ma di cui necessitiamo. Avere prima questa consapevolezza potrebbe aiutare ad indirizzare meglio le nostre scelte, per quanto ovviamente valga sempre il monito di fare quello che si vuole fare nella vita. Ma almeno in quel caso ci si farebbe due conti approssimativi sulla possibilità di realizzarsi qui o di espatriare. Perché noi non vogliamo essere etichettati solo come quelli che hanno maggiori opportunità. Vogliamo avere anche l’opportunità di concretizzare le opportunità. Di farle nascere, farle valere. Altrimenti sono fini a loro stesse. Con rammarico mi rivolgo alla mia amica che lavora 10 ore al giorno, 6 giorni su 7, per 450 euro al mese, all’ amica che è al suo terzo “tirocinio”, a chi si accontenta delle briciole, a chi lavora per il “punteggio”, a chi lascia casa ma spera che poi verrà trasferito, a chi si è dato per vinto e ha abbandonato gli studi per il lavoro che non gli piaceva ma lo fa come se fosse ciò che aveva sempre desiderato. A chi fa tre lavori ma non “appara” uno stipendio.  A me stessa, soprattutto, per ricordarmi che puoi anche smettere di credere in qualcosa, se non l’hai elaborata ti perseguiterà, ti investirà, pretenderà considerazione. E tu gliela dovrai dare. Perché possono tenersi pure il posto fisso ma i sogni no. Quelli non ce li tocca nessuno. A noi, generazione maledetta, coraggio. Che questo è quello di cui abbiamo bisogno per invertire la rotta di questo Paese.

Ribelliamoci. Pretendiamo QUEL lavoro. Lo dice il primo articolo della Nostra Costituzione.

Concorso Inps, in 22 mila col sogno del posto fisso. Maxi prova dopo 10 anni di blocco. La protesta sui social per il mancato rinvio: "Roma bloccata dalla neve, la prima prova è riuscire ad arrivare", scrive Claudia Marin il 28 febbraio 2018 su "Il Quotidiano.net. C’è chi è venuto perfino dalla Polonia, come una ragazza plurilaureata sposata con un italiano. C’è chi ha raggiunto la Capitale già la sera prima, per non rischiare di perdere l’occasione della vita. E chi è riuscito a registrarsi al volo per partecipare ai test dopo aver viaggiato l’intera notte in treno al gelo. E, sebbene molti candidati al concorso Inps siano riusciti a raggiungere in tempo utile i padiglioni della Nuova Fiera di Roma, moltissimi altri sono stati bloccati dalla neve e, soprattutto, dal disastro ferroviario che ha mandato in tilt la Stazione di Termini e l’intero sistema italiano di trasporto su rotaia. Per tutti, per chi ce l’ha fatta e per chi ha dovuto rinunciare, era o è ancora in palio, a seconda della roulette del destino, il sogno del posto fisso all’Inps. Da ieri e fino a stasera proprio nella Capitale è in scena il maxi-concorso dell’Istituto previdenziale per 365 posti da "analisti di processo", destinati, come rassicura il presidente Tito Boeri, a crescere di altri 730, che "prenderemo a scorrimento da questo concorso". Una mega prova, alla quale si sono iscritti in oltre 22 mila, ma che, alla fine della prima giornata, ha fatto registrare una presenza effettiva di circa il 40 per cento dei candidati nei capannoni della struttura alla periferia di Roma: 2.362 su 5.600 alla prima sessione della mattinata, qualche centinaio in più sui 5 mila del pomeriggio. Un concorsone, il primo dopo dieci anni di blocco, con l’inedita novità della correzione degli elaborati in diretta streaming su uno specifico canale Youtube: una soluzione all’insegna della trasparenza, con doppia telecamera e doppia visualizzazione, che porta la firma del professore bocconiano che dal 2014 guida l’ente pensionistico.  L’emergenza neve, gelo e ritardi ferroviari non ha bloccato, dunque, lo svolgimento della prova psico-attitudinale (60 domande a risposta multipla di informatica, logica, inglese e cultura generale, in 60 minuti) di una delle selezioni più attese dell’anno da migliaia di giovani brillantemente laureati: in economia, ingegneria gestionale o giurisprudenza, con tanto di certificato B2 di inglese (corrisponde al First certificate). E, non a caso, fin dalla sera prima e per tutta la giornata di ieri, sono rimbalzati sui social gli echi dell’avventura. «Nonostante le scuole siano chiuse e i trasporti vadano a singhiozzo, ci chiedono di venire a Roma», twitta uno dei 22mila candidati. Mentre un altro ironizza: «La prima prova è riuscire ad arrivare nonostante il meteo». Perché, «dal momento che i treni non ci sono, come ci presentiamo? Con lo shuttle?». «Non ho dormito», scrive un altro, ma sono «alla stramaledetta prova». Mentre in altri post si sottolinea la «fortuna» di essere «romani» o di avere la prova al secondo turno, quello pomeridiano. Non senza proteste per il mancato rinvio. «E' una vergogna, come fanno i fuorisede? A fare i concorsi non ci sono solo i romani», si ribellano altri giovani. E una ragazza disabile denuncia: «Vivo in una zona di montagna sommersa dalla neve, come devo fare?». E sugli stessi tasti battono le testimonianze raccolte dalla viva voce dei candidati prima e dopo che il concorsone cominciasse. «Cinque ore di attesa alla stazione di Napoli ieri – racconta un ragazzo poco più che ventenne - Ma alla fine ci siamo riusciti». «Ho saputo - commenta una neolaureata - di treni cancellati e di colleghi che non sono riusciti a raggiungerci e che quindi, immagino, faranno ricorso». E proprio sul rischio «ricorsi» si levano centinaia di voci in rete. Voci che non intaccano, però, la ferrea motivazione di coloro che hanno messo piede dentro la Fiera di Roma.  «Il sogno del posto fisso statale? Ebbene sì, certo che lo vogliamo», urlano tutti. Con lo sguardo in diretta streaming all’esito del test.  

Mega concorso Inps, un giorno di ordinaria follia a Roma. Si erano candidati in 22 mila per 365 posti da funzionario. Ma la prova scritta è diventata un incubo: sessioni di 6 ore per 60 domande, ritardi, ressa, disorganizzazione e proteste. La testimonianza a L43, scrive Davide Gangale il 28 febbraio 2018. Il Burian che ha congelato mezza Italia non ha fermato il mega concorso dell'Inps, destinato a concludersi il 28 febbraio 2018. In palio ci sono 365 posti da funzionario. Ma per le migliaia di persone (22 mila candidati in tutto, divisi in quattro sessioni) che il 27 febbraio si sono effettivamente presentate alla Nuova fiera di Roma per sostenere la prima prova scritta, il vero ostacolo da superare è stata la disorganizzazione.

NEOLAUREATA RIMASTA SOTTO CHOC. Lettera43.it ha raccolto la testimonianza di Simona (il nome è di fantasia), una giovane neolaureata in Giurisprudenza ancora «sotto choc». Era il suo primo concorso pubblico e l'esperienza è stata traumatica. «Sono arrivata alla Fiera alle 14.30, orario in cui ci avevano detto di presentarci. Avevano appena finito quelli della prima sessione, che erano lì dalle 8.30 del mattino».

UN'ORA DI PROVA, CINQUE DI RITARDI. Sei ore per rispondere a 60 domande a risposta multipla? No, perché la prova «è durata soltanto un'ora». E le altre cinque? «Ritardo, giustificato dagli organizzatori con problemi ai mezzi di trasporto. Ci hanno detto solo questo». Dalle 14.30 alle 16.30 ci hanno fatto stare in un androne senza nessun controllo: né metal detector, né poliziotti, nemmeno una fila. E un solo bagno.

LA TESTIMONIANZA DI SIMONA. E meno male che alla prima sessione, quella del mattino, secondo i numeri diffusi dall'Inps si sono presentati 2.362 candidati su 5.600: «Oltre il 40%», ha precisato il presidente Tito Boeri, «sono contento, è un dato più alto rispetto a quello che si è registrato in passato per concorsi di questo tipo». Chissà cosa sarebbe successo, viene da pensare, se si fossero presentati tutti...

CAOS ANCHE NEL POMERIGGIO. D'altra parte nel pomeriggio, per la seconda sessione, le cose non sono migliorate. «Dalle 14.30 alle 16.30 ci hanno fatto stare in un androne, in un primo padiglione, senza nessun controllo: né metal detector, né poliziotti, nemmeno una fila ordinata per lasciare la borsa al guardaroba». E in ogni padiglione «una sola toilet a disposizione»: una per gli uomini e una per le donne.

POCHI ADDETTI PER I QUESTIONARI. Un'altra mezz'ora d'attesa per entrare nel secondo padiglione, dove si doveva svolgere la prova e dove finalmente i candidati sono stati fatti accomodare. Ma a questo punto «è iniziato il caos, perché c'erano pochissimi addetti per distribuire i questionari. Una decina di persone in tutto, credo, e quindi è passata un'altra ora e si sono fatte le 18». Non è finita qui. Perché nel padiglione, in assenza di controlli, hanno fatto il loro ingresso «i contestatori del B2». Cioè un gruppo di esclusi dal concorso, perché privi della necessaria certificazione relativa alla conoscenza della lingua inglese. Il Tar ha respinto definitivamente il loro ricorso, ma a quanto pare non è bastato.

PERSINO I MODULI STAMPATI MALE. Una volta usciti i contestatori, poi, «alcuni legittimi partecipanti al concorso hanno scoperto che i loro questionari erano stati stampati male». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: «Hanno iniziato a lamentarsi e a gridare pure loro!», racconta Simona.

«NON VI ASPETTAVAMO COSÌ IN TANTI». Il tentativo dello speaker di riportare la calma ha avuto un effetto tragicomico. «Scusateci», ha detto al microfono, «ma siete tanti. Non ci aspettavamo tutte queste persone». Al colmo dell'esasperazione, una ragazza si è alzata in piedi e gli ha risposto urlando: «Era sufficiente guardare il numero delle domande!». Nessuno ha avuto il "coraggio" di replicare, racconta ancora Simona, ma dalla platea «è partito spontaneo un applauso». Insomma: la sessione del pomeriggio, convocata per le 14.30, è iniziata alle 19. «Nel bando c'era scritto che i telefoni cellulari andavano consegnati al guardaroba. Ma poi lo speaker ha detto che se qualcuno non li aveva consegnati avrebbe dovuto prenderli, spegnerli e metterli sul tavolo. In ogni caso ha aggiunto che l'aula era "schermata", quindi i cellulari non sarebbero serviti».

LANCIARSI A TERRA PER USCIRE FUORI. Dulcis in fundo, al termine delle prove, corrette in diretta streaming in nome della trasparenza, la ressa per uscire dai locali della Fiera. Racconta ancora Simona, un po' impaurita: «Nessuna fila ordinata. Tutti che scappavano, spingevano, moltissimi dovevano correre per andare a prendere il treno per tornare a casa. Ho visto persone lanciarsi a terra per recuperare la loro borsa. Io non me la sono sentita. Prima di alzarmi ho aspettato che se ne andassero tutti. Tanto, ormai, si era già fatto fin troppo tardi».

Sanità, a Bari in 16mila al concorso per 119 infermieri della Asl: le correzioni in diretta streaming. Le prove da lunedì 25 luglio a giovedì 28 luglio nei padiglioni della Fiera del Levante. Il governatore Emiliano: "E' la prima selezione che si tiene a Bari dopo lunghi anni di blocco delle assunzioni", scrive Antonello Cassano il 22 luglio 2016 su "La Repubblica". Spazio nursery per neomamme, box di attesa, personale di vigilanza e di assistenza, rinforzi di vigili urbani e di polizia. Sembra uno di quei mega concerti che attirano le grandi folle: invece quello che si terrà tra lunedì 25 e giovedì 28 luglio a Bari sarà uno dei più grandi concorsi pubblici mai organizzati in Puglia. Lanciato dall'Asl Bari nelle scorse settimane per coprire 199 posti di infermieri a tempo indeterminato, ha raccolto adesioni da tutta Italia: alla chiamata hanno risposto in 16mila. Un numero di partecipanti impressionante che ha spinto l'Asl a mettere su un'organizzazione complessa a partire dal luogo. Per via dell'elevato numero di partecipanti sono stati scelti non a caso i padiglioni 19 e 20 della Fiera del Levante. Le prove preselettive si terranno dalle 8 del mattino alle 19,30. La prova, della durata di 30 minuti, consisterà in una serie di quiz a risposta multipla sulle materie di cultura generale e di logica, oltre che su quelle previste per le prove d'esame. Dai 16mila di partenza, soltanto in 1.500 verranno selezionati per partecipare alle fasi successive. Oltre ai 199 più bravi che si assicureranno un posto a tempo indeterminato, il concorso servirà a stilare una graduatoria finale di merito riservata a coloro i quali risulteranno idonei. Una lista che rimarrà efficace per tre anni dalla data di pubblicazione e servirà per i fabbisogni di personale successi dell'Asl Bari e di altre aziende sanitarie pugliesi. Il concorso, insomma, sarà un grande evento. Non a caso anche il presidente della Regione, Michele Emiliano, sente di dover rivolgere un saluto ufficiale ai partecipanti: "Un grande evento in tutti i sensi. E' il primo concorso per infermieri che si fa in Puglia dopo tanti anni di silenzio ed è il frutto di un lavoro, realizzato nei mesi scorsi, di confronto serrato e costruttivo con le organizzazioni sindacali del comparto sanitario". Come ogni grande evento sono previste misure di sicurezza straordinarie, a partire da vigili urbani e polizia che presidieranno gli ingressi della fiera e dei padiglioni. All'ingresso dei padiglioni ci saranno il personale di vigilanza e assistenza alle prove, la cartellonistica con le indicazioni di accesso e il personale di assistenza per i candidati. "Sarà garantita la presenza di un presidio medico e di uno spazio nursery, per garantire alle candidate neomamme di poter far sostare il proprio bambino accompagnato da un familiare e nel caso per allattare prima della prova - anticipa il direttore generale dell'Asl Bari, Vito Montanaro - Saranno a disposizione anche box di attesa dedicati a donne in gravidanza e a candidati con particolari esigenze". Straordinarie anche le misure di selezione. La correzione degli elaborati sarà effettuata, in seduta pubblica e in diretta streaming presso la sede d'esame. Nell'ultima giornata di prove, il 28 luglio 2016, al termine dell'unica sessione prevista nel corso della giornata, dopo la relativa correzione dei compiti in forma anonima, si procederà sempre in seduta pubblica e diretta streaming alla lettura dei cartellini anagrafici (fino ad allora secretati) per la produzione della graduatoria nominativa.

Boom di domande per il concorso di Bankitalia, in 85mila per 30 posti. E da Palazzo Koch hanno avviato la prima scrematura per titoli, 8.140 ammessi agli scritti, scrive il 02/07/2017 "La Stampa". Quasi tremila candidati, precisamente 2.824, per ogni posto in palio, è questa la proporzione - la sproporzione - che esce fuori mettendo a confronto le domande arrivate con le disponibilità fissate per il concorso indetto dalla Banca d’Italia per assumere 30 vice assistenti. Le domande, inviate tramite la piattaforma online di via Nazionale, sono state circa 85 mila. Troppe per potere permettere a tutti di prendere parte alla prima prova. È scattata quindi una preselezione per titoli che ha di fatto alzato il requisito dal diploma alla laurea. Alla fine gli ammessi allo scritto sono poco più di 8 mila. Insomma solo uno su dieci potrà cimentarsi con il test a risposta multipla. Esame iniziale dopo il quale resteranno in 300. Per entrare nella graduatoria bisognerà poi passare una seconda prova, un colloquio. Una strada lunga ma agognata, probabilmente perché la vittoria assicurerebbe un posto fisso, in più targato Banca d’Italia. Una garanzia che ha fatto precipitare migliaia di persone a compilare la domanda. Il bando è datato 20 aprile e per inviare la richiesta di partecipazione c’è stato poco più di un mese (l’iscrizione era possibile fino al 29 maggio). Il 27 luglio usciranno le liste di quanti hanno superato l’esame per titoli. Ma intanto la banca fa sapere «che sono pervenute 84.745 domande» e «pertanto si effettua la preselezione per titoli», in base a cui «vengono ammessi alla prova scritta 8.140 candidati, quelli in possesso di un punteggio pari a 11,40», ovvero lo score più alto che si ottiene solo se si può vantare il voto massimo di maturità e una laurea magistrale o vecchio ordinamento (la triennale non basta) in una materia tra quelle indicate nel bando. Banca d’Italia aveva già previsto tutto l’iter per la preselezione, anche nel caso fossero pervenute oltre 3 mila domande. Asticella che è stata ampiamente superata. L’attesa era alta, i sindacati inizialmente parlavano di 60mila, non essendoci neppure un limite di età (se non aver superato i 18 anni). Ma il dato effettivo ha oltrepassato ogni aspettativa, sintomo di quanto un posto a tempo indeterminato può fare gola in questo momento. Ecco che l’oggetto del desiderio, magari anche di tanti Millennials, è un posto da impiegato, primo gradino della carriera operativa, che parte da 28.300 euro lordi annui (a cui vanno però aggiunte indennità e premi). La ricerca riguarda personale di «profilo amministrativo» con «mansioni esecutive» come «classificazione, archiviazione e protocollo di documenti» (non è escluso lo sportello). Le prove dovrebbero iniziare a fine anno, l’inserimento dovrebbe avvenire a metà 2018 e con tutta probabilità le posizioni saranno raddoppiate (da 30 a 60), anche perché la graduatoria dura quattro anni. A questo punto agli 8 mila preselezionati non resta che studiare per dare il meglio, intanto nel primo test: cento domande a risposta multipla tra diritto, economia, matematica, statistica e inglese. 

Milano, in 8 mila per 10 posti da infermiere al Policlinico, scrive l'Adnkronos il 14/06/2017. In 8 mila a contendersi 10 posti fissi da infermiere. Per capire la portata della sfida che si gioca oggi a Milano, basta pensare che in ballo c'è una 'divisa' ogni 800 aspiranti. A lanciare l'avviso di concorso pubblico è stato l'Irccs Fondazione Policlinico del capoluogo lombardo a fine aprile, ed è stato subito boom di domande. Per ospitare la folla di candidati richiamata da tutta Italia e proprio in queste ore alle prese con la pre-selezione (un test a risposta multipla di circa 50 domande), si è scelta la Fiera espositiva di Novegro, vicino all'aeroporto di Linate. Ed è stato necessario prevedere 3 turni da circa 2.700 persone. A fare gola non è solo il posto fisso - e uno stipendio di categoria D fascia iniziale, cioè circa 1.500-1.600 euro netti al mese (il valore esatto dipende da turni e indennità accessorie) - ma anche un buon piazzamento nella graduatoria: questo perché un altro ospedale che volesse assumere nuovi infermieri non ha bisogno di istituire un nuovo concorso, ma può selezionare il personale direttamente dalla graduatoria stilata al termine della selezione di oggi, che resta infatti valida per 3 anni. Dall'analisi dei dati di chi ha presentato domanda per il concorso lanciato dal Policlinico di Milano emerge che 7 aspiranti 'angeli della corsia' su 10 sono donne. L'età è varia, ci sono giovanissimi al primo concorso e persone che ne hanno all'attivo già più di uno. La percentuale di presentazione alla pre-selezione è dell'85% circa, su un totale di 8.063 iscritti al concorso. Il boom di domande non ha stupito il direttore amministrativo dell'Irccs di via Sforza, Fabio Agrò. "Anzi, noi ce ne aspettavamo molte di più - spiega all'AdnKronos Salute - Certo stiamo parlando di un numero altissimo di candidati. E d'altra parte i corsi di laurea in Infermieristica, per quello che osserviamo, costituiscono una delle migliori fonti di accesso al mercato del lavoro". "Dal nostro osservatorio - aggiunge Agrò - vediamo che l'esigenza che si riscontra, oltre al bisogno conclamato dell'Irccs, è anche dovuta al fatto che tanti infermieri inizialmente si muovono da Sud a Nord e ora c'è una fase di forte richiesta di ritorno a casa, nelle loro città di provenienza. Più è alta questa richiesta di mobilità, più cresce per noi la necessità di avere un bacino dal quale attingere per rimpiazzare. Quanto all'età di chi partecipa al concorso, abbiamo visto che ci sono tanti giovani che hanno finito da poco il corso di laurea triennale". Basteranno 10 posti a coprire il fabbisogno di infermieri all'interno dell'Irccs? "Verosimilmente no, non si esaurirà con i primi 10 posti - osserva Agrò - Probabilmente la graduatoria sarà usata anche a seguire". Intanto il manager esprime soddisfazione per come sta procedendo l'operazione concorso: "Finora è andato tutto bene. Sono andato a verificare personalmente questa mattina e mi ritengo soddisfatto per la logistica e per il posto scelto per il concorso, che ha avuto un impatto favorevole. I candidati arrivano da tutta Italia, molti hanno affrontato lunghi viaggi. E ho visto tanta partecipazione affinché le cose si svolgano con serenità e giustizia. Sono molto attenti a evitare che si ripetano situazioni in cui una scorrettezza di qualcuno manda in fumo i sacrifici di tanti", spiega Agrò, ricordando il recente 'intoppo' al maxi-concorso di Torino, inizialmente sospeso dal Tar dopo il ricorso di alcuni esclusi che parlavano di domande svelate sul web tra un turno e l'altro delle preselezioni. "Noi abbiamo visto qui un'ottima collaborazione e uno spirito positivo e ho avuto modo di raccogliere giudizi positivi su come è stato organizzato il tutto", prosegue. Quello offerto "è un modo per entrare nel mercato del lavoro" e c'è la possibilità di "veder crescere la propria capacità professionale", ma anche in alcuni casi di avanzare nella carriera, con il conseguimento della laurea specialistica, fino alla dirigenza. "Quindici anni fa la professione di infermiere nasceva e si concludeva allo stesso punto. Adesso ci sono strade diverse legate alla dirigenza infermieristica che è stata definitivamente sdoganata nel mondo sanitario".

Genova, in 12 mila per 200 posti da infermiere. "Il nostro è un viaggio della speranza". Sono arrivati da tutta Italia per la preselezione: 45 domande in 45 minuti, scrive Valentina Evelli l'11 luglio 2017 su "La Repubblica".

Il viaggio della speranza di 12mila aspiranti infermieri è partito da tutta Italia per concludersi davanti ai cancelli della Fiera di Genova dove oggi è in svolgimento il concorso. Anzi una preselezione che ridurrà a un terzo i partecipanti che mirano a vincere uno dei duecento posti da infermiere, cento a Genova e cento in Liguria. Non tutti assieme perché a regime si dovrebbe arrivare nel 2018. C’è chi è partito ieri mattina dal sud, chi ha trascorso la notte su una panchina oppure in pullman. Come i 500 ragazzi provenienti dalla Campania, Napoli e Caserta soprattutto che hanno noleggiato i bus per risparmiare sulle spese. La sfida è riuscire a rispondere nel modo giusto alle 45 domande di logica e cultura generale del test. Tempo massimo 45 minuti. L’ingresso previsto per le 9 di questa mattina alle 11 non era ancora terminato. Tra gli aspiranti infermieri in coda un gruppo di ragazze di Caserta: “E’ il terzo concorso che facciamo assieme in giro per l’Italia, ormai il nostro è diventato una specie di turismo concorsuale…”

LA STABILIZZAZIONE DEGLI AMICI SENZA CONCORSO PUBBLICO O CON CONCORSO FARSA.

Maestri diplomati e il concorso farsa. Senza bocciati il merito dov’è? L’emendamento della maggioranza e quel «concorso non selettivo» pensato per stabilizzare le maestre senza laurea. Ma se vengono tutti promossi che concorso è? Scrive Orsola Riva il 26 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". Chissà se il deputato grillino Luigi Gallo ha voluto davvero ispirarsi a Winston Churchill o è stato un caso. Per lui il Decreto dignità è come l’ora più buia (the “finest hour”, nelle parole dell’uomo che a un certo punto della Storia si ritrovò quasi solo a fare muro contro le potenze del Male). «Questa è l’ora delle norme giuste, equilibrate, costituzionali e che non cadano davanti al primo ricorso. Fino ad oggi i politici hanno scritto le norme in maniera oscena e hanno diviso il mondo della scuola in categorie da aizzare l’una contro l’altra. Non cascateci più». Così, il deputato cinquestelle ha perorato in Aula la causa dell’emendamento di maggioranza che prevede l’ennesima stabilizzazione di massa di docenti - in questo caso principalmente maestre senza laurea. Una grana che il governo gialloverde ha ereditato dai suoi predecessori ma la cui soluzione non appare certo improntata a quello spirito nuovo e diverso dalla «vecchia politica» di cui M5S si è fatto paladino. Come risolvere la questione di questi quasi 50 mila insegnanti di vecchio conio che si erano rivolti a un giudice per farsi assumere (e in alcuni casi avevano anche già ottenuto il posto con riserva) salvo poi essere bocciati dalla Consulta? Semplice. Prima si fa un decreto ad hoc che prevede di rinviare l’esecuzione della sentenza di 4 mesi. Poi, adesso, spunta un emendamento che, in nome della continuità didattica (quella stessa di cui il governo non si è ricordato quando ha tirato un frego sulla norma che prevedeva l’obbligo per tutti gli insegnanti di restare almeno per tre anni nella stessa scuola), garantisce loro di stare al proprio posto fino alla fine dell’anno come supplenti per poi salire in cattedra dal 2019 grazie a un «concorso straordinario» che di straordinario non ha nulla salvo il fatto di non essere un concorso. Ma che concorso è quello in cui tutti entrano e nessuno resta fuori? Mistero. L’unica condizione per passare è aver prestato almeno due anni di servizio negli ultimi 8: il che esclude dalla gara-non gara i maestri laureati di più fresco conio che non hanno al loro attivo abbastanza supplenze. E pazienza se magari sarebbero stati più qualificati loro di molti semplici diplomati magistrali per insegnare ai nostri figli a leggere scrivere e far di conto. Per loro presto sarà bandito un nuovo concorso. Perché loro sì che devono essere selezionati. Ma siccome al peggio non c’è mai fine, lo stesso emendamento prevede anche la stabilizzazione di tutti i cosiddetti idonei del concorso 2016. Maestre, maestri, ma anche professori e professoresse delle scuole medie e superiori che non hanno vinto il concorso, si sono solo «qualificati». Del resto con la norma di cui sopra entreranno alle elementari anche quelli che sono stati bocciati, quindi che problema c’è? Per il nuovo concorso per i giovani insegnanti con tanto di tirocinio ci sarà ancora molto anzi moltissimo da aspettare.

Ma ci sono altri gravi precedenti. L’INPS, il giorno 23 luglio 1999, ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il bando di un concorso per 1940 posti di collaboratore amministrativo, per la 7a qualifica funzionale. L' On. Michielon, da sempre in prima linea contro le truffe, il giorno 3 maggio 2000 ha presentato un'interrogazione nella quale chiede se corrisponde a verità il fatto che tutti i candidati del concorso Inps, hanno brillantemente superato le prove scritte e se corrispondono al vero le varie voci che narrano di strani episodi relativi a questo concorso “virtuale”. L'On. Michielon l’anno prima aveva presentato un'analoga interrogazione al Governo, la risposta che ricevette fu che "non esisteva alcuna addomesticatura del Concorso". L'onorevole Michielon, per nulla soddisfatto della risposta governativa emise un comunicato stampa. “La farsa continua".

"Confermate le mie accuse sul concorso truffa a 1.940 posti presso l'INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l'Ente”. “Con una replica imbarazzata - continua Michielon – il Governo, confermando un comportamento connivente, che ricorda molto i regimi totalitari con suffragi pari al 100 per 100 degli aventi diritto, ha ammesso che dei 1790 partecipanti alla selezione scritta del concorso, tutti hanno superato la prova”. “Fin dal giugno 1997 - spiega Michielon - l'INPS aveva individuato una carenza di personale quantificata in circa 3.650 unità, per la copertura della quale si riteneva necessario reperire risorse dall'esterno. Incredibilmente nel 1998 veniva bandito un concorso per soli 394 posti di collaboratore della VII qualifica funzionale, mentre l'anno successivo, nel luglio 1999, veniva indetto un "concorso" per titoli ed esami per 1940 posti nella medesima qualifica funzionale." “Già in una precedente interrogazione - prosegue il deputato del carroccio - cercavo di far luce su questo concorso-truffa, bandito ad hoc per sistemare quelle circa duemila unità di lavoratori impiegati in LSU presso l'INPS ed il cui bando richiedeva, come requisito essenziale per l'ammissione, l'aver partecipato a progetti di LSU per un periodo temporale che, guarda caso, coincideva esattamente con la durata di impiego dei LSU presso l'INPS.” “Alla luce del fatto che su 1790 partecipanti effettivi, 1790 risultano essere i candidati ammessi alle prove orali - prosegue il parlamentare leghista - ho presentato una nuova interrogazione contro questo concorso-truffa, che altro non è che la conferma di un posto di lavoro”. “Resta strabiliante il criterio di selezione - conclude Michielon - che ha fatto sì che per il concorso a 394 posti siano stati ammessi 11 mila candidati, mentre per il concorso a 1940 posti sono stati ammessi solo 1790 concorrenti, tutti risultati idonei dopo gli scritti. Ed inoltre, se i vincitori del concorso a 394 posti non sono stati ancora assunti in attesa della determinazione del Consiglio dei Ministri in relazione al numero massimo di assunzioni autorizzate per l'Istituto, il Governo deve ancora spiegare come si sia potuto bandire un concorso per ben 1.940 posti, peraltro a così breve distanza dal precedente”.

Regione Puglia, fra i 284 assunti senza concorso c'è chi è stato già promosso, scrive il 4 agosto 2018 Chiara Spagnolo su "La Repubblica". Alla base degli esposti presentati alla magistratura, all'Anac e al ministero dello Sviluppo la tesi che negli ultimi dieci anni siano stati favoriti amici e parenti di politici e dirigenti. E il precario promosso potrebbe non essere l'unico. Un precario promosso prima ancora di essere assunto: c'è anche questo caso nel dossier sulle 284 stabilizzazioni della Regione Puglia su cui indaga la Procura di Bari. Un paradosso che potrebbe essere frutto di un banale errore, e dunque facile da correggere, oppure sintomo della specifica volontà di favorire qualcuno. Se questa seconda ipotesi fosse vera, si configurerebbe un reato penale ovvero un falso ideologico di cui qualcuno potrebbe essere chiamato a rispondere. 

Regione Puglia, inchiesta su 284 stabilizzati: "Assunti senza concorso molti parenti illustri". Tra i precari che dal primo settembre saranno al lavoro ci sarebbero amici di assessori regionali in carica e parenti di componenti delle ex giunte Vendola, figli di dirigenti e amministratori locali vicini al centrosinistra, scrive il 29 luglio 2018 "La Repubblica". La Procura di Bari sta indagando sulla stabilizzazione di 284 lavoratori precari della Regione Puglia, che dal prossimo primo settembre saranno assunti a tempo indeterminato, senza avere affrontato un concorso. Tra i precari ci sarebbero amici di assessori regionali in carica e parenti di componenti delle ex Giunte guidate da Nichi Vendola, figli di dirigenti di vari uffici regionali e amministratori locali vicini al centrosinistra. L'inchiesta, secondo quanto riportato da Repubblica, è alle battute iniziali, con un fascicolo iscritto a modello 45, senza una notizia di reato ma con accertamenti delegati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno. L'inchiesta è un atto dovuto alla luce degli esposti presentati alla magistratura penale e alla Corte dei Conti, con contestuale diffida della Regione a sospendere le procedure per le assunzioni. Le presunte irregolarità, secondo quanto riferisce il quotidiano, sarebbero state commesse a partire da dieci anni fa, quando, sul finire della prima legislatura Vendola, i vari dipartimenti cominciarono ad assoldare personale a chiamata, senza sottoporlo a concorso, ma attingendo a short list o segnalazioni di dirigenti e assessori. Queste persone hanno accumulato negli anni titoli ed esperienza che sarebbero stati utilizzati, secondo quanto ricostruito da Repubblica, come argine rispetto all'ingresso di esterni. All'attenzione della Procura oltre all'elenco dei precari (222 categoria D e 62 C) c'è anche una lunga lista di documenti. Tra questi ci sono la delibera con cui la Giunta in carica, guidata da Michele Emiliano, il 14 settembre dell'anno scorso approvò la programmazione triennale del fabbisogno del personale, passando per la legge regionale 47 del 2014; e la determina del 3 luglio scorso con cui il dipartimento del Personale ha dato il via libera all'assunzione dei 284 precari impegnando un ulteriore milione e mezzo di euro.

Regione Puglia, pm indagano su 284 stabilizzazioni: sospetti di parentopoli di sinistra e le promozioni preventive. Nei giorni in cui sono iniziate le procedure per la firma dei contratti per l’immissione in ruolo, la procura vuole vederci chiaro sulle modalità di assunzione e su chi ne ha beneficato. Secondo numero si esposti sul tavolo di magistrati, Corte dei conti, Anac e Mise, tra i precari assunti ci sono amici di assessori regionali attualmente in carica, familiari di componenti delle ex giunte Vendola, ma anche figli di dirigenti di diversi uffici regionali e amministratori locali vicini al centrosinistra. Top secret i nomi, scrive Luisiana Gaita il 5 agosto 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Non solo assunti dalla Regione Puglia senza aver affrontato alcun concorso, ma al vaglio della magistratura ci sarebbero situazioni paradossali, come quella di almeno un precario promosso ancora prima dell’assunzione. Come riportato dal quotidiano La Repubblica, la Procura di Bari sta indagando, infatti, sulla stabilizzazione di 284 precari dell’Ente. Proprio in questi giorni sono iniziate le procedure per la firma dei contratti per l’immissione in ruolo che, sulla carta, dovrebbe scattare dal 1 settembre 2018. Il fascicolo dell’inchiesta, iscritto a modello 45, senza notizia di reato ma con accertamenti delegati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno, è stato aperto dopo diversi esposti presentati alla magistratura penale, alla Corte dei Conti, all’Anac e al ministero dello Sviluppo Economico, con contestuale diffida della Regione a sospendere le procedure di assunzione. Tra i precari stabilizzati amici di assessori regionali attualmente in carica e familiari di componenti delle ex giunte guidate da Nichi Vendola, ma anche figli di dirigenti di diversi uffici regionali e amministratori locali vicini al centrosinistra. Insomma, il sospetto è quello di una parentopoli pugliese. Nel frattempo continuano ad arrivare denunce.

L’INCHIESTA – Secondo quanto riferisce il quotidiano, le presunte irregolarità sarebbero state commesse a partire da dieci anni fa. Parliamo della fine del primo governo regionale Vendola. I vari dipartimenti, secondo quanto sostenuto in alcune denunce, hanno iniziato ad assumere personale a chiamata, con contratti a tempo determinato. Le modalità di selezione? Short list e avvisi pubblici. Nessun concorso, dunque. Negli anni, però, questi precari hanno accumulato titoli ed esperienze all’interno degli uffici regionali necessari per la stabilizzazione, riducendo al tempo stesso le possibilità di ingressi esterni. Secondo i primi accertamenti della magistratura, si tratta di un iter non in linea con quanto previsto dalla riforma Madia, che impone invece una procedura concorsuale e una verifica dei requisiti prima dell’assunzione a tempo indeterminato.

SE LA PROMOZIONE ARRIVA PRIMA DELL’ASSUNZIONE – In queste ore vengono analizzate nel dettaglio le posizioni di 284 precari, 222 di categoria D e 62 di categoria C. Al vaglio della magistratura anche diversi documenti, tra cui la delibera con cui la giunta Emiliano, il 14 settembre 2017 ha approvato la programmazione triennale del fabbisogno del personale e la determina del 3 luglio scorso con cui il dipartimento del Personale ha dato il via libera all’assunzione dei 284 precari impegnando un ulteriore milione e mezzo di euro. Ma è proprio dall’incrocio di nomi, documenti e avvisi pubblici, che la Procura di Bari ha notato qualche anomalia. Come riporta La Repubblica, tra i vari contratti già firmati dai precari sul punto di essere stabilizzati, ce n’è uno che parla di “assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato con attribuzione della categoria D” e di “posizione economica C1”. Si riferisce a un lavoratore che era inquadrato come categoria C e che non avrebbe partecipato e vinto alcun concorso, così da giustificare una promozione. Nel contratto in questione, tra l’altro, viene specificato che il dipendente “si impegna a svolgere le mansioni proprie della categoria D” non lasciando alcun dubbio sull’effettivo passaggio alla categoria superiore, anche se non è chiaro attraverso quali modalità questa sia avvenuta. Gli inquirenti stanno cercando di verificare se sia l’unico caso ‘anomalo’ tra i quasi 300 contratti al vaglio. Già in passato, in Puglia, il passaggio da una categoria all’altra aveva creato problemi alle giunte regionali.

INCHIESTA NUOVA, STORIA VECCHIA – Era accaduto alla fine degli anni Novanta, quando governatore era Raffaele Fitto. Circa 800 i promossi grazie a concorsi interni annullati poi dal Tar che impose alla Regione la retrocessione dei lavoratori. In seguito, la Corte costituzionale non lasciò dubbi, ribadendo il concetto che metà dei posti disponibili per ciascun concorso pubblico deve essere riservata agli esterni. Una lezione che, pare, non sia stata appresa. Secondo un esposto presentato alla Corte dei Conti, infatti, la Regione non ha ancora provveduto ad assumere dall’esterno un numero di persone tale da bilanciare quegli inquadramenti dichiarati incostituzionali nell’era Fitto.

Marche, denunciati 53 dirigenti della Regione. “776 assunzioni a tempo indeterminato senza concorso”. La Guardia di finanza ha ravvisato un danno all'ente di oltre 121 milioni di euro, pari agli stipendi erogati ai dipendenti, quasi tutti impiegati nel settore sanitario: "Non bandivano i concorsi oppure li predisponevano esclusivamente per assumere lavoratori predeterminati". L'accusa per tutti è di abuso di ufficio, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 23 aprile 2018. Hanno “stabilizzato” 776 persone senza concorso pubblico oppure predisponendo bandi “fotografia” scritti “esclusivamente per assumere dipendenti predeterminati”, tanto che in alcuni bandi “i requisiti sono stati ‘fotografati’ su quelli effettivamente posseduti dai lavoratori interessati”. È l’accusa rivolta dalla Guardia di finanza di Macerata, coordinata dalla procura di Ancona, a 53 dirigenti della Regione Marche al termine di un’indagine durata 18 mesi prospettando il reato di abuso d’ufficio. I dipendenti, tutti precedentemente inquadrati con contratti co.co.co., lavoratori socialmente utili o a tempo determinato, sarebbero così stati assunti a tempo indeterminato contravvenendo – secondo la Finanza – anche alla norma costituzionale che prevede l’ingresso alle dipendenze della pubblica amministrazione per concorso. Al termine dell’indagine svolta con esami testimoniali e documentali su tutto il territorio regionale, stando alla ricostruzione degli investigatori, il danno ammonterebbe a oltre 121 milioni di euro. Del quadro delineato dall’indagine è stata informata anche la Procura regionale della Corte dei Conti per valutare un eventuale danno erariale nei confronti della Regione. Dalle verifiche nell’operazione, spiega la Guardia di finanza in una nota, sarebbe emerso che tra il 2008 e il 2014 i dirigenti denunciati avrebbero “eluso la normativa di settore omettendo di predisporre i Piani triennali del fabbisogno di personale”, strumento fondamentale per preventivare la necessità di assunzioni, quasi tutte nell’ambito della sanità. L’omissione, per gli investigatori, ha determinato “una mancata verifica preventiva delle effettive esigenze” e “ha consentito la stabilizzazione indebita di 776 dipendenti già assunti a tempo determinato”. “In molti casi – spiega la Gdf – non sono state attivate le necessarie procedure di concorso pubblico mentre in altri si è proceduto alla predisposizione di bandi fotografia”. Provvedimenti che gli investigatori ritengono “illeciti” e predisposti “esclusivamente per assumere dipendenti predeterminati”. In certi bandi, concludono i finanzieri, “i requisiti previsti sono stati ‘fotografati’ su quelli effettivamente posseduti dai lavoratori interessati”. Denunciati anche 12 dipendenti– 11 per falso ideologico e uno per truffa aggravata – perché avrebbero “attestato falsamente in atti il possesso di requisiti in realtà non posseduti”.

Lavoro precario e processi di stabilizzazione del personale, scrive l'1.05.18 di Chiara Vannini su Nurse 24. Stabilizzazione di dipendenti in possesso di almeno tre anni di anzianità di servizio, anche non continuativi negli ultimi otto e procedure concorsuali riservate, in misura non superiore al cinquanta per cento dei posti disponibili, ai precari della PA. Come funziona la procedura di stabilizzazione del personale precario.

La stabilizzazione del personale precario a tempi della Legge Madia. La Legge Madia, da oggi al 2020, porterà centinaia di infermieri precari della PA a firmare il contratto a tempo indeterminato. Negli ultimi anni si è assistito sempre più all’utilizzo, da parte delle aziende sanitarie, del lavoro a tempo determinato, con un aumento esponenziale degli infermieri “precari”. Sebbene il vecchio Ccnl giustifichi i contratti a tempo determinato solamente in situazioni predefinite e limitate (come ad esempio per la sostituzione di gravidanze), i contratti a breve termine sembrano essere la misura di assunzione più utilizzata. I motivi sono da ricercare nei costi correlati ad un concorso pubblico in primis, e al fatto che, nonostante le assunzioni a tempo indeterminato, persiste un elevato turn over di infermieri che si spostano con le mobilità dalle aziende sanitarie del nord a quelle del sud. Questo comporta, alle aziende sanitarie, la necessità di assumere continuamente a tempo determinato, per far fronte alla carenza di personale. Per risolvere in parte il problema del precariato e per poter andare incontro a tutti quegli infermieri che da anni si vedono rinnovare il loro contratto ogni 6 mesi, la legge Madia, stabilendo alcuni criteri fondamentali, ha permesso o permetterà da quest’anno fino al 2020, di portare centinaia di lavoratori a firmare l’agognato contratto a tempo indeterminato. Requisito essenziale per gli infermieri è quello di essere in una graduatoria a tempo determinato o indeterminato (con chiamata a tempo determinato) e avere 3 anni di esperienza anche non continuativi negli ultimi 8. Oltre al decreto Madia, in vigore solo dallo scorso anno e applicabile dal 2018, alcune aziende sanitarie da sempre emettono bandi per la stabilizzazione del personale precario in servizio presso l’azienda che emette il bando stesso. Questo permette a chi è precario da anni di poter finalmente tirare un sospiro di sollievo, ma allo stesso tempo genera malumore fra coloro che attendono da anni un concorso per poter iniziare a lavorare. Lo stesso decreto Madia ha generato polemiche fra coloro che sono in graduatorie a tempo indeterminato e che vedono allungarsi i tempi di una chiamata, perché le aziende sanitarie devono dare la precedenza alle stabilizzazioni.

Contratto a tempo determinato, come funziona. Secondo il Ccnl della sanità le assunzioni a tempo determinato possono essere effettuate:

Per sostituire personale assente la cui assenza superi i 45 giorni consecutivi;

Per sostituire personale in gravidanza o puerperio e in astensione obbligatoria o facoltativa (aspettativa);

Per assunzioni legate a punte di attività per esigenze straordinarie per un periodo massimo di 6 mesi.

Per la copertura temporanea di posti vacanti per un periodo massimo di 8 mesi a patto che non ci sia già in atto un pubblico concorso Per svolgere progetti.

I limiti del contratto a tempo determinato. La direttiva comunitaria 1999/70/CE pone dei limiti di tempo ai contratti a tempo determinato. Se un lavoratore che non fa parte di una pubblica amministrazione dopo 36 mesi ha diritto alla conversione automatica del contratto a tempo indeterminato, per i pubblici dipendenti la legge non è applicabile, perché l’articolo 97 della Costituzione sancisce che l’accesso al pubblico impiego è vincolato al superamento di un concorso pubblico. L’unico modo quindi di passare da un contratto a tempo determinato ad un contratto a tempo indeterminato, è e resta quello di vincere un concorso pubblico.

La stabilizzazione prima del decreto Madia. La stabilizzazione del personale precario era una modalità già utilizzata prima della riforma Madia. Sebbene la riforma abbia normato in maniera dettagliata le modalità di stabilizzazione, definito i tempi e (non da ultimo) imposto alle aziende sanitarie di procedere alle misure di stabilizzazione, già con la legge 296/2006, all’art.1 comma 519 e 558, applicazione della legge finanziaria per l'anno 2007, era prevista la possibilità, per le pubbliche amministrazioni, di procedere alla stabilizzazione del personale, sulla base dei fabbisogni dell'amministrazione. I processi di stabilizzazione, secondo la legge, potevano essere effettuati nei limiti della disponibilità finanziaria stabilita nella stessa legge finanziaria. Lo stesso veniva definito anche nella legge finanziaria del 2008 (art. 3 comma 90 legge 244/2007) e in alcune leggi successive.

Procedura di stabilizzazione, come funziona. Sono numerose le aziende sanitarie che già dall’inizio del 2018 hanno dato inizio alle procedure per la stabilizzazione. In linea generale, le aziende sanitarie si sono innanzitutto trovate a fare una ricognizione di tutto il personale a tempo determinato che era in possesso dei requisiti.

I requisiti per accedere alla stabilizzazione. Ricordiamo che i requisiti per accedere alla stabilizzazione secondo il decreto Madia sono:

Essere in servizio, anche per un solo giorno dopo il 28 agosto 2015 con un contratto a tempo determinato presso l’amministrazione pubblica che deve procedere alla stabilizzazione;

Essere stati assunti a tempo determinato da una graduatoria, a tempo determinato o indeterminato, derivante da concorso/avviso pubblico per titoli e/o esami, per la figura professionale di appartenenza;

Aver maturato, al 31 dicembre 2017, nella stessa amministrazione che procede all’assunzione, almeno 3 anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi 8. Gli anni utili da conteggiare possono riferirsi anche a tipologie diverse di contratto (es. CoCoCo, libera professione, tempo determinato, ecc), ma devono riguardare la stessa attività e lo stesso inquadramento professionale.

In secondo luogo sono stati emessi bandi affinché i dipendenti potessero presentare la loro domanda; in alcune aziende sanitarie i bandi presentano anche il numero delle persone che possono essere stabilizzate subito. Tuttavia, poiché le graduatorie saranno valide per il triennio 2018–2020 per la copertura di turn over, pensionamenti, ecc. tutti coloro che non verranno subito stabilizzati, possono esserlo nel triennio di validità della graduatoria. Dopo la valutazione e il controllo dell’effettiva presenza dei requisiti (i dipendenti possono anche aver maturato esperienza presso un’azienda sanitaria diversa, purché pubblica) viene stilata una graduatoria degli aventi i requisiti, dopo aver assegnato un punteggio per ogni anno di anzianità maturata e dando la precedenza - come indicato nel decreto Madia - a tutti coloro in servizio al 22 giugno 2017 (giorno di entrata in vigore del decreto). Se in alcune aziende sanitarie la procedura di stabilizzazione si è già conclusa, altre aziende sono ancora in corso di definizione delle graduatorie. I tempi pratici, dal momento in cui termina la creazione delle graduatorie, è (o dovrebbe essere) abbastanza rapida, in quanto è stata già effettuata la valutazione dei requisiti e il dipendente può così essere chiamato in breve tempo a firmare il contratto a tempo indeterminato.

RACCOMANDAZIONE E PRECARIATO.

Assumi, assumi: qualcosa resterà. Più che la parafrasi del motto di Oscar Wilde (diffama, diffama: qualcosa resterà), a Palazzo Chigi sembra in voga la tattica, tipica della prima Repubblica, di assunzioni nel pubblico impiego. Tattica che veniva rafforzata in vista di un ciclo elettorale. All’epoca, però, non c’erano vincoli di bilancio da rispettare, e il debito volava rapido fino alle vette attuali. Con la legge finanziaria 2007 il governo Prodi sembra aver provato nostalgia per quelle pratiche. Tant’è che per il triennio successivo ha previsto di spendere un miliardo e 161 milioni di euro per ampliare gli organici della pubblica amministrazione (Forze di sicurezza, ma non solo). Risultato: potranno essere assunte più di 41mila persone. Esattamente gli abitanti di Macerata. Al tempo stesso, però, con un blitz lessicale, introduce in uno dei maxi-emendamenti approvati con la fiducia alla Camera, una profonda modifica al regime di sanatoria per i precari. Cambiando qualche avverbio, rende possibile l’assunzione di circa 50mila precari; soprattutto quelli con contratti a termine presenti nelle amministrazioni regionali. Una popolazione pari a quella di Pordenone. I costi di queste nuove assunzioni, che arrivano a un totale virtuale di 91mila (ma potrebbero essere anche di più, fino a sfiorare le 100mila unità), sono garantite dal maggior gettito fiscale.

Dai dati sulle entrate tributarie, è evidente come l’andamento del gettito sia estremamente legato alla dinamica del prodotto interno lordo. Ma se la congiuntura dovesse peggiorare (come prevede lo stesso governo), le assunzioni restano assunzioni: contabilizzate come spese certe; mentre le entrate che le garantiscono, inevitabilmente, sono destinate a scendere. E per finanziare gli aumenti di organico, dovranno essere sostituite da nuove tasse.

Lamberto Dini non ha votato per la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione, da lui definiti “amici degli amici”. Dini parla chiaro. Secondo lui la sanatoria “vuol dire che si assumono gli amici degli amici nei comuni e altrove. E poi si fa la sanatoria per passarli di ruolo. Vi sembra questa – conclude - una cosa seria?”.

Insomma, i cittadini pagheranno i raccomandati assunti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione, che, con falsa contrapposizione delle parti politiche, hanno visto sanare la loro posizione in tempo indeterminato senza concorso. Con una grande presa per i fondelli la sinistra e i sindacati hanno paragonato i lor signori, amici e parenti, ai veri precari del lavoro, loro sì sfruttati e malpagati.

Ma ci sono altri gravi precedenti. L’INPS, il giorno 23 luglio 1999, ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il bando di un concorso per 1940 posti di collaboratore amministrativo, per la 7a qualifica funzionale. L' On. Michielon, da sempre in prima linea contro le truffe, il giorno 3 maggio 2000 ha presentato un'interrogazione nella quale chiede se corrisponde a verità il fatto che tutti i candidati del concorso Inps, hanno brillantemente superato le prove scritte e se corrispondono al vero le varie voci che narrano di strani episodi relativi a questo concorso “virtuale”. L'On. Michielon l’anno prima aveva presentato un'analoga interrogazione al Governo, la risposta che ricevette fu che "non esisteva alcuna addomesticatura del Concorso".

L'onorevole Michielon, per nulla soddisfatto della risposta governativa emise un comunicato stampa. “La farsa continua" "Confermate le mie accuse sul concorso truffa a 1.940 posti presso l'INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l'Ente”. “Con una replica imbarazzata - continua Michielon – il Governo, confermando un comportamento connivente, che ricorda molto i regimi totalitari con suffragi pari al 100 per 100 degli aventi diritto, ha ammesso che dei 1790 partecipanti alla selezione scritta del concorso, tutti hanno superato la prova”. ”Fin dal giugno 1997 - spiega Michielon - l'INPS aveva individuato una carenza di personale quantificata in circa 3.650 unità, per la copertura della quale si riteneva necessario reperire risorse dall'esterno. Incredibilmente nel 1998 veniva bandito un concorso per soli 394 posti di collaboratore della VII qualifica funzionale, mentre l'anno successivo, nel luglio 1999, veniva indetto un "concorso" per titoli ed esami per 1940 posti nella medesima qualifica funzionale." “Già in una precedente interrogazione - prosegue il deputato del carroccio - cercavo di far luce su questo concorso-truffa, bandito ad hoc per sistemare quelle circa duemila unità di lavoratori impiegati in LSU presso l'INPS ed il cui bando richiedeva, come requisito essenziale per l'ammissione, l'aver partecipato a progetti di LSU per un periodo temporale che, guarda caso, coincideva esattamente con la durata di impiego dei LSU presso l'INPS.” “Alla luce del fatto che su 1790 partecipanti effettivi, 1790 risultano essere i candidati ammessi alle prove orali - prosegue il parlamentare leghista - ho presentato una nuova interrogazione contro questo concorso-truffa, che altro non è che la conferma di un posto di lavoro”. “Resta strabiliante il criterio di selezione - conclude Michielon - che ha fatto sì che per il concorso a 394 posti siano stati ammessi 11 mila candidati, mentre per il concorso a 1940 posti sono stati ammessi solo 1790 concorrenti, tutti risultati idonei dopo gli scritti. Ed inoltre, se i vincitori del concorso a 394 posti non sono stati ancora assunti in attesa della determinazione del Consiglio dei Ministri in relazione al numero massimo di assunzioni autorizzate per l'Istituto, il Governo deve ancora spiegare come si sia potuto bandire un concorso per ben 1.940 posti, peraltro a così breve distanza dal precedente”.

IL PARADOSSO DEI CONCORSI PUBBLICI (TRUCCATI): NON ESSERE ASSUNTI.

IL FATTO. Editoriale a cura del direttore del TGnorba online Enzo Magistà di giovedì 7 settembre 2017. Tema del giorno: i concorsi vinti nel settore pubblico non garantiscono più un posto di lavoro. «Il lavoro ti cambia la vita ma talvolta te la stravolge la vita. E’ la promessa o la speranza della certezza di un lavoro ad avere questo effetto. Di che cosa parliamo… In Italia esiste anche questo… Uno fa un concorso pubblico, lo vince e pensa: “Mi sono sistemato, mi sono sistemato per sempre, per la vita!”. Un po’ come accadeva nel film di Checco Zalone. Non sa, poveretto, non può sapere, che in Italia non basta vincere un concorso pubblico per trovare un lavoro. Il concorso è una promessa, una cambiale, non è una certezza. Intanto perché c’è una legge ancora in vigore, del periodo montiano, che blocca la validità dei concorsi, anche di quelli già conclusi. E poi perché la legge di riforma della Pubblica Amministrazione, la legge Madia, ha cancellato parecchie figure amministrative e professionali, rendendo inutili quelle assunzioni, anche vinte per concorso. E sono parecchi i concorsi già espletati che non servono più. Pensate un po’, in Italia c’è un sindacato dei vincitori di concorso non assunti, sapete quanti sono gli iscritti? 156.000. Ce ne sono tanti, anche pugliesi. Alla Regione, per fare un esempio, sono centinaia i vincitori di concorso tutt’oggi ancora precari da decenni. All’Inail in 400 attendono di essere assunti dopo aver vinto un concorso, 17 anni fa. C’è chi è andato in pensione senza avere mai preso in possesso del lavoro vinto per concorso. Insomma, il concorso ti salva la vita ma ti può anche uccidere. Allora sarebbe ora di cambiare. Sarebbe più facile, come avviene in altri Stati, premiare i titoli non gli esami. In quel caso, in questo caso, le assunzioni sarebbero immediate, elettroniche. Uno presenta i titoli, si fa una graduatoria, c’è chi vince e c’è chi perde in una giornata, in una settimana. Ma ancor di più sparirebbero le raccomandazioni. Vallo a spiegare però a chi dovrebbe fare questa riforma, la politica. Sarebbe come togliere pane e acqua a un affamato». 

Concorsi pubblici: non fidatevi mai delle promesse di questo Stato, scrive Stefano Feltri il 4 marzo 2015 su "Il Fatto Quotidiano". Avete vinto, almeno su Twitter. Cari #idoneiinlotta, il vostro “social bombing” ha ottenuto l’effetto sperato: ignorarvi è diventato impossibile, anche per noi giornalisti troppo presi dalle analisi macroeconomiche o dalla crisi della Grecia per seguire vicende intricate come la vostra. Ma ce l’avete fatta, non c’è giornalista che – almeno per sfinimento – possa dire di non essersi accorto della vostra storia. Fine della premessa. Veniamo al riassunto per chi non usa Twitter o non è un giornalista assediato dalle segnalazioni di un’ingiustizia che si è consumata nell’indifferenza generale. I concorsi pubblici in Italia saranno pure pieni di raccomandati, viziati da mille furbizie e spintarelle, ma sono anche difficili, spesso difficilissimi, richiedono anni di preparazione e anni per attenere i risultati. Per quanto defatiganti, migliaia di persone ci provano perché sanno di affrontare una selezione dura ma basata sul merito (o su una sua misurazione approssimata) e perché se uno vince, pur coi tempi da bradipo dello Stato, prima o poi avrà un lavoro sicuro e ben retribuito. Sbagliato! La legge di Stabilità approvata a dicembre stabilisce che i 20mila dipendenti in esubero delle Province (abolite, più o meno) devono essere ricollocati in altre amministrazioni pubbliche. Per far loro spazio, si stabilisce il blocco del turnover (chi va in pensione o cambia lavoro non viene rimpiazzato da un nuovo ingresso) e il blocco delle assunzioni degli “idonei” che speravano arrivasse il loro turno. Sono 84mila persone che hanno fatto un concorso, hanno ottenuto abbastanza punti da essere promossi ma la loro posizione in graduatoria non ha garantito l’immediata assunzione. Una legge del 2013 aveva prorogato le graduatorie fino al 2016, secondo lo spirito che prima di bandire nuovi concorsi lo Stato dovesse assumere le persone che aveva già giudicato idonee per le posizioni da coprire (anche per risparmiare, visto che un concorso per 10-15mila persone costa parecchio tra logistica e correzione). L’unica obiezione al “diritto acquisito” è che certe competenze invecchiano e quindi non ha molto senso assumere qualcuno che ha passato una prova selettiva vecchia di anni. Ma questo argomento meritocratico cade subito, visto che gli idonei non assunti vengono scavalcati da altri dipendenti statali che come unico merito hanno quello di aver lavorato negli ultimi anni in enti così inutili, le Province, che il Parlamento ha deciso di abolirle. È difficile risolvere il dilemma: licenziamo i 20mila delle Province per far spazio ai meritevoli? Diciamo a chi ha vinto un concorso di mettersi l’animo in pace, dando così il messaggio ai laureati di oggi che è meglio non fidarsi dello Stato? La politica ha combinato il guaio e tocca alla politica risolverlo. Ancora una volta, però, si conferma la percezione che nessun datore di lavoro è così iniquo, scorretto e inaffidabile quanto lo Stato.

P.A., l’esercito dei vincitori di concorso ma disoccupati da anni. Sono 100mila i vincitori di concorsi nella Pubblica amministrazione che, negli ultimi 10 anni, attendono ancora di essere chiamati in servizio. Alcuni in ruoli chiave, come le decine di psicologi che hanno vinto un impiego per lavorare nelle carceri. E poi i casi beffa, come i 107 funzionari ancora non assunti dall'Ice (Istituto per il commercio estero) e appena soppresso da Tremonti, scrive Patrizia De Rubertis il 12 luglio 2011 su "Il Fatto Quotidiano". In Italia c’è una macchina che funziona benissimo: è quella dei concorsifici. Muove un giro d’affari da 3 miliardi di euro l’anno, tutto a carico delle amministrazioni pubbliche che devono pagare commissioni, società esterne di consulenza e affitti per le sedi di esame. Funziona così bene che solo nel 2010 sono stati banditi da ministeri, enti locali, previdenziali e di ricerca, e amministrazioni provinciali e comunali oltre 7 mila concorsi. Peccato che – secondo la Cgil – ci siano già circa 100mila tra vincitori e idonei a concorsi nella P.A. pubblicati negli ultimi 10 anni che attendono di essere chiamati in servizio. Insomma, persone che hanno festeggiato un’assunzione mai arrivata, perché ogni anno nella manovra finanziaria viene inserito il blocco del turnover. Anche la legge varata l’altro ieri ha stoppato le assunzioni fino al 2014. Così, se da un lato, il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, annuncia l’esubero di 300mila lavoratori nel comparto pubblico, dall’altro, però, non ferma la stessa Funzione Pubblica che continua a concedere l’autorizzazione a concorsi che sfornano nuovi vincitori precari. Storie paradossali che andranno ad aggiungersi a quelle che già popolano il Comitato XXVII ottobre che riunisce vincitori e idonei di pubblico concorso ancora in attesa di assunzione.

Come quella che ci ha raccontato Maria Cristina Tomaselli. “A maggio del 2004 – dice – il ministero di Grazia e Giustizia bandisce un concorso per 39 psicologi da assegnare negli istituti penitenziari”. Maria Cristina supera la prova preselettiva nella quale si presentano in 3mila, poi altri due scritti e infine l’orale. “Nel 2006 – continua – arriva la notizia che ti cambia la vita: ‘ho vinto’. Una gioia immensa che, purtroppo, svanisce poco dopo, quando noi vincitori scopriamo di non poter essere assunti per carenza di fondi”. Nel 2008 la beffa: la responsabilità delle assunzioni passa tutta al ministero della Salute, quindi alle Asl che, tuttavia per legge, non sono obbligate a chiamarli. “Lo sconforto – spiega Maria Cristina – diventa tale da pensare che il futuro sia solo nero”. I 39 vincitori decidono, quindi, di ricorrere al Tribunale del Lavoro di Roma che a maggio 2010 gli dà ragione, obbligando il ministero ad assumerli. Ma non c’è tempo per esultare, perché, dice la psicologa, “assurdo dell’assurdo, il ministero ricorre in appello e come unico contentino, dall’anno scorso, ci fa svolgere lo stesso lavoro con un contratto a progetto, di 45 ore mensili per 650 euro lordi”. Così mentre in Italia si muore di carcere, con le strutture vicine al collasso, lungo lo Stivale ci sono solamente 16 psicologi di ruolo e appena 450 che collaborano come consulenti esterni.

Altra situazione inverosimile è quella dei vincitori dell’Ice, l’Istituto del commercio estero che – nonostante fosse già nell’aria la sua soppressione, nel 2008 pubblica un bando per 107 posti. Si presentano in 15mila, tra cui Cinzia Nannipieri, trentenne laureata in Scienze Politiche e Master in Relazioni Internazionali. “Abbiamo svolto tre prove, ci ha raccontato. Lo scritto nel 2009 e l’orale agli inizi del 2010. Uscita la graduatoria, a stento credo ai miei occhi: sono arrivata 65°. Sono tra le vincitrici”. Ma anche in questa storia, i vincitori non fanno in tempo a stappare lo spumante, perché il ministro Tremonti all’inizio del 2010 prevede il taglio degli enti ritenuti inutili, tra cui quello proprio sull’attività di promozione delle imprese italiane all’estero. Ed anche se lo scorso anno l’istituto continua, comunque, a rimanere a galla, l’avvertimento del responsabile del personale dell’Ice è chiaro: “Sarete assunti da qui a 10 anni”. Una flebile speranza che è naufragata definitivamente in queste ore, visto che la manovra economica ha soppresso l’Ice, con gli uffici all’estero inglobati nelle ambasciate e i dipendenti italiani riassorbiti al ministero dello Sviluppo. “Un sogno infranto che – ammette Cinzia – è costato sudore e tempo”. Ad aiutarli non è, quindi, bastata la lettera che i vincitori hanno scritto la scorsa settimana al presidente delle Repubblica Napolitano chiedendogli “di lottare insieme”. Ora la speranza per i 107 dell’Ice e per tutti i vincitori e idonei di concorso è riposta nelle mani del Comitato Ristretto della Commissione Lavoro che ha il compito esaminare e accorpare i tre progetti di legge presentati da tre parlamentari: Cesare Damiano(Pd), Antonio Di Pietro (Idv) e Giuliano Cazzola (Pdl) che propongono il prolungamento della scadenza dei concorsi al 2013 e l’obbligo per le amministrazioni di pescare nel bacino dei vincitori prima di indire un nuovo bando. “Proposte che, secondo Damiano – interpellato da ilfattoquotidiano.it – hanno una chance di attuazione. Ma con questo governo è impossibile sbloccare le assunzioni. Intanto la mia richiesta di conoscere le sorti dei vincitori dell’Ice non ha ancora ottenuto risposta”.

Concorsi pubblici, l’esercito degli idonei e le loro speranze lavorative a scadenza: da gennaio graduatorie non più valide. Sono oltre 150mila persone, giovani e meno giovani, hanno superato decine di concorsi pubblici ma non hanno mai trovato lavoro stabile. Eppure un decreto legge del 2013 aveva disposto che prima di bandire nuove, costose e lunghe procedure selettive le assunzioni dovessero avvenire tramite lo scorrimento delle graduatorie. Che scadono il 31 dicembre prossimo. I movimenti: "Vogliamo una proroga. Esclusi dal clientelismo". Dalla giustizia alla sanità fino all'amministrazione pubblica, storia di un controsenso tutto italiano, scrive Luisiana Gaita il 2 novembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Hanno alle spalle anni di sacrifici e studi. Soprattutto di speranze. A scadenza: 31 dicembre 2016. Sono gli idonei ai concorsi pubblici, quelli che hanno partecipato e superato le selezioni indette dagli enti statali, ma non sono stati mai assunti perché le graduatorie ci sono, ma spesso si è fatto finta di non vederle. Si tratta di un esercito di giovani e meno giovani: stando ai dati del ministero, oltre 151mila sono le idoneità, ma molte si riferiscono alla stessa persona che ha partecipato a più selezioni. Eppure secondo comitati e movimenti che raggruppano gli idonei, si tratta di almeno di 150mila persone dato che il monitoraggio ministeriale ha censito le graduatorie di oltre 4mila enti sui più di 23mila conteggiati dall’Ipa (Indice delle pubbliche amministrazioni). Per tutti il limbo ha una fine: 1 gennaio 2017, giorno in cui le graduatorie saranno di fatto scadute e loro rimarranno con un pugno di mosche in mano. E pensare che tra di loro c’è anche chi ha superato fino a 18 concorsi. A questo si è arrivati perché le cose sono andate diversamente rispetto al decreto legge 101 del 2013: in piena austerity la norma aveva disposto che le assunzioni dovessero avvenire tramite lo scorrimento delle graduatorie prima di bandire costose e lunghe procedure selettive. Ed ora, a poco più di due mesi dalla scadenza, se non si interverrà con una proroga, i vari Enti dovranno bandire nuovi concorsi. Oppure procedere a esternalizzazioni e ‘chiamate dirette’. “Chiediamo la proroga dell’efficacia delle graduatorie in scadenza per altri due anni” ha detto a ilfattoquotidiano.it Alessio Mercanti, presidente del Comitato nazionale XXVII ottobre, che ha programmato per il 15 novembre una manifestazione davanti al ministero della Pubblica amministrazione. Nei giorni scorsi ha affrontato la questione anche il sindaco di Napoli De Magistris, mentre il Movimento unico nazionale vincitori idonei e concorsisti (Munvic, presieduto da Valeria Mancini) ha avviato un esposto alla Commissione europea con la collaborazione dello studio legale Leone-Fell, denunciando “un sistema che favorisce i clientelismi”. Il tutto mentre il premier Matteo Renzi annuncia il via libera a nuovi concorsi pubblici. E c’è chi, a più di 40 anni (e una lista di concorsi superati alle spalle), potrebbe anche dover ripartire daccapo.

VINCITORI, IDONEI E PRECARI. Inchiesta di Luisiana Gaita del 2 novembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". In ogni graduatoria di merito stilata in seguito a un concorso pubblico ci sono i vincitori (che hanno un immediato diritto all’assunzione) e gli idonei, inseriti nell’elenco in vista di future assunzioni per lo stesso profilo. Questi ultimi spesso lamentano di essere stati esclusi pur avendo superato diverse procedure mentre ci sono precari che lavorano negli enti pubblici spesso senza aver neppure partecipato ai concorsi. La responsabilità di tutto ciò per il Comitato nazionale XXVII “è del sistema, non certo dei precari che ad oggi sarebbe anche impossibile (oltre che illogico) mandare a casa”. Ma cosa dovrebbe accadere ottenendo la proroga della validità delle graduatorie? “Questo ci darebbe il tempo di metterci attorno a un tavolo – spiega Mercanti – e stabilire una priorità: vincitori, idonei e precari. Ci vuole la volontà politica. Il problema l’hanno creato tutti e tutti devono concorrere alla soluzione, anche perché è una questione seria che sta creando frustrazione, senso di impotenza e, in alcuni casi, tutto ciò ha portato anche a conseguenze sulla salute di questi ragazzi”. Il rischio è che il governo scelga di garantire l’assunzione solo ai vincitori oppure “che si proceda con una proroga differenziata – continua il presidente del comitato – magari facendo valere solo le graduatorie con la scadenza da una certa data in poi”.

LE GRADUATORIE E LA LEGGE – Ma cosa dice la legge a riguardo? Con l’obiettivo di contenere la spesa pubblica il cosiddetto decreto D’Alia (101/2013), convertito con la legge 125/2013 e la circolare 5/2013 del Ministero della Funzione Pubblica hanno disposto che, in caso la pubblica amministrazione avesse previsto nuove assunzioni, si sarebbe dovuto procedere in via prioritaria a far scorrere le graduatorie vigenti, la cui durata è stata appositamente prorogata fino al 31 dicembre 2016 e, comunque, per un periodo non inferiore a 3 anni dalla data di approvazione della graduatoria in questione. “Rifare ogni anno i concorsi significa spendere milioni di euro, un’enorme mangiatoia che ha creato clientelismi” spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Francesco Leone che, insieme al Munvic, ha avviato un esposto alla Commissione europea. “Secondo le segnalazioni che ci arrivano dal movimento – racconta – sono oltre 200mila gli idonei che si trovano in questa situazione ed è un paradosso visto che lo Stato ha speso denaro per selezionare la stessa persona in alcuni casi anche diciotto volte”.

LE RAGIONI DELLO STALLO – L’attuazione del decreto D’Alia è stata resa difficile sia dalla ricollocazione del personale delle Province, sia dalle limitazioni del turn over che i Governi hanno adottato. Secondo l’avvocato Leone una responsabilità importante ce l’hanno anche le amministrazioni. “Sono solite prescindere da quanto previsto dal nostro legislatore in materia di utilizzo delle graduatorie – spiega – preferendo, nella maggior parte dei casi, procedere all’indizione di nuovi concorsi”. Eppure già nel programma elettorale del Pd di Pier Luigi Bersani ‘Italia giusta’, nel 2013, era previsto il “divieto assoluto di ricorrere a somministrazione del personale e di attivare contratti ‘precari’ prima dell’esaurimento delle assunzioni di idonei in concorsi”. Senza parlare delle parole del ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia che l’anno dopo, nell’ottobre del 2014, prometteva: “Prima di nuovi concorsi esaurire graduatorie”.

LE GRADUATORIE SETTORE PER SETTORE. Inchiesta di Luisiana Gaita del 2 novembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Da circa due anni sul sito del Dipartimento della Funzione pubblica continua il monitoraggio delle graduatorie. Al 23 ottobre sono 4.092 gli enti registrati che hanno fornito i propri dati, per un totale di 16.335 graduatorie censite, la maggior parte delle quali scadrà a dicembre. Si tratta di 39.019 posti banditi, 33.860 vincitori assunti, 39.399 idonei assunti, 4.471 vincitori da assumere e, appunto, 151.378 idonei, anche loro in coda per un posto di lavoro. Nello specifico, per quanto riguarda gli idonei da assumere, il 38,7% compare negli elenchi delle graduatorie dei concorsi dei Comuni (55.581 persone per 7.243 graduatorie), il 33,2% ha superato concorsi banditi da Unità sanitarie locali (47.636 unità), il 6,2% dall’Università (8.969), il 3,8% dalle Province(5.475). Nei primi due settori, sono state censite rispettivamente 7243 graduatorie per i Comuni e 3291 per le Usl. Seguono gli istituti di ricerca e sperimentazione (4.704 gli idonei in attesa), gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (3.022 idonei da assumere) e il settore Ripam (Riqualificazione pubblica amministrazione), con una registrazione di 31 graduatorie (da assumere 187 vincitori e 2502 idonei). Secondo gli addetti ai lavori, però, non c’è troppo da affezionarsi a questi dati. “La circolare ministeriale n. 5/2013 – spiega l’avvocato Leone – prevede che tutte le graduatorie debbano essere trasmesse e pubblicate sul sito Monitoraggio Funzione Pubblica, ma molte amministrazioni non hanno provveduto a trasmetterle violando gli obblighi di trasparenza e il Dipartimento non ha così provveduto alla pubblicazione”. Anche il Munvic ha creato un proprio sito autonomo (munvic.it) all’interno del quale raccoglie le graduatorie attualmente vigenti.

DAL CONCORSO RIPAM ALLA GIUSTIZIA – Nei giorni scorsi anche il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, in una nota al ministro Madia, ha sottolineato la necessità di poter procedere ad ulteriori scorrimenti delle graduatorie del concorso RIPAM svoltosi nel 2010 per assumere giovani professionalità senza dover attendere i tempi lunghi di nuove ed onerose procedure concorsuali e far fronte “ai tanti pensionamenti che stanno falcidiando prestazioni fondamentali per i cittadini”. E il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Piercamillo Davigo ha lanciato l’allarme sullo stallo della Giustizia italiana, con la carenza di organico che rende difficile “convocare le udienze”, piuttosto che “aprire gli uffici” ai cittadini. Queste le cifre: mancano 9mila unità di personale amministrativo per una scopertura media degli organici del 21%, con punte del 50%. Nel frattempo i ministri della Giustizia e della Pubblica amministrazione, Andrea Orlando e Marianna Madia, hanno firmato il decreto che determina i criteri per l’avvio di mille nuove assunzioni di personale amministrativo non dirigenziale che potrà trovare immediato ingresso nel ruolo dell’amministrazione giudiziaria: 800 posti saranno riservati ai vincitori di concorso pubblico e 200 all’assunzione degli idonei delle graduatorie.

LA SANITÀ – Secondo l’avvocato Leone, uno dei settori dove maggiormente le amministrazioni hanno mostrato “la costante intenzione di procedere con l’indizione di nuovi concorsi” è quello della sanità. “In occasione dell’apertura dell’Anno Santo per il Giubileo – spiega – sono state disposte oltre 500 assunzioni, per lo più a tempo determinato e, in quell’occasione il Governo e il commissario ad acta per la Regione Lazio hanno completamente trascurato l’esistenza delle molteplici graduatorie di idonei e vincitori detenute dalle varie aziende ospedaliere regionali”. Tra le strutture interessate dal piano straordinario di assunzioni i policlinici ‘Umberto I’ e ‘Sant’Andrea’, “aziende che per prime sono state obbligate dai giudici amministrativi del Tar del Lazio ad applicare le disposizioni vigenti e quindi a far scorrere le graduatorie”.

LA CAMPAGNA E L’ESPOSTO. Inchiesta di Luisiana Gaita del 2 novembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Il Munvic e lo studio legale Leone-Fell hanno messo in piedi la campagna #Iomerito per tutelare la posizione dei vincitori e degli idonei dei concorsi pubblici. “Il nostro obiettivo – spiega Leone – è quello di trasformare le attuali graduatorie vigenti in graduatorie ‘ad esaurimento’, ossia prive di una scadenza predeterminata e dalle quali, finché vi saranno idonei, l’Amministrazione dovrà attingere per soddisfare il fabbisogno d’organico”. Invece, tanto per fare un esempio, negli ultimi mesi del 2015 lo studio legale ha presentato diffide per oltre 900 idonei e vincitori di concorso pubblico, invitando varie Pubbliche Amministrazioni ad utilizzare le proprie graduatorie, così come previsto dalla legge. Si è aperta una battaglia su più fronti. Da un lato i ricorsi davanti alle autorità competenti, dall’altro “un esposto alla Commissione Europea con il quale chiediamo l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia”. Al centro la situazione di oltre 500 tra vincitori ed idonei, appartenenti ad oltre 200 graduatorie (Polizia Municipale, Infermieri, Istruttori Amministrativi, Operatori Contabili, Operatori Amministrativi). “Ci sono anche i vincitori – spiega Leone – perché è bene ricordare che ad oggi circa 5mila di loro non sono ancora assunti”.

L’aspirante poliziotto, il funzionario, il disoccupato. Venti storie degli idonei che scendono in piazza. La beffa degli 80 mila che hanno superato il concorso pubblico. Il racconto delle vittime. Mercoledì la mobilitazione generale a Roma. Lo slogan: «Bisogna difendere il merito». «Il merito scende in piazza», è uno degli slogan che accompagneranno la manifestazione l’11 febbraio, scrive "La Stampa" il 09/02/2015.  Stop al turnover in ogni tipo di amministrazione, sia centrale che periferica, forze di polizia comprese, sino a tutto il 2016, ha sancito l’ultima legge di Stabilità che dei tanti concorsi banditi ha salvaguardato solo i vincitori. E gli 80 mila beffati si sono organizzati in coordinamenti, aperto pagine Facebook e lanciato una serie di hashtag su Twitter, da #idoneiinpiazza2015 a #piùsicurezza a #nobloccoassunzioneidonei per lanciare la mobilitazione. Dopodomani mattina saranno a Roma, davanti a Montecitorio. Ecco venti storie degli idonei che scendono in piazza: dall’aspirante poliziotto, al funzionario e alla disoccupata.  

“Il nostro sogno è una divisa”. Maximiliano Massa, Napoli, disoccupato. Concorso allievi agenti della Polizia di Stato del 2012. «Come è possibile in un periodo delicato come questo dopo gli ultimi eventi che hanno visto come protagonisti gruppi terroristici e come vittima l’unione europea compreso il nostro “bel paese”, non assumere personale nelle forze di polizia e armate idoneo e pronti a partire a costo zero, eliminando grandi sprechi in un periodo di grave crisi e deflazione in cui sta affondando la nostra nazione. Dopo vari ricorsi al Tar Lazio e manifestazioni a Roma spero di potar voce alle speranze di centinaia di ragazzi che vogliono come me di incoronare il sogno di indossare la divisa e rendersi totalmente al servizio dei cittadini onesti». 

Laura D’Ambrosio, 25 anni, provincia di Roma. Concorso allievo polizia penitenziaria 2011. «Attualmente lavoro come commessa, ma aspiro ad arruolarmi. Appena diplomata ho preso servizio nell’Esercito, quindi nel 2011 ho partecipato al concorso per diventare Allievo agente Polizia penitenziaria. Ho superato tutte le prove previste dal bando e mi hanno ritenuta idonea non vincitrice. In questi momenti, dove il terrorismo minaccia la nostra Italia e la delinquenza è in continuo aumento, è necessario investire nella sicurezza dei cittadini e allora perché non sbloccare il turn over e far scorrere le graduatorie degli ultimi cinque anni?».

E come lei anche Claudio S., 26 anni, di Aversa (CE), disoccupato che nel 2012, come Giuseppe Grande, ha partecipato al concorso per diventare Allievo Agente per la polizia penitenziaria, Ambra Saponangelo ed Eleonora Acacia, che nel 2013 hanno partecipato al concorso per diventare allievo finanziere, Salvatore Dara che nel 2008 ha partecipato al concorso per diventare allievo carabiniere, Stefano Montalto e Anna Viola che ha fatto lo stesso nel 2010, Alessio Gueccia, che nel 2014 ha partecipato al concorso per diventare allievo agente polizia di Stato e Claudio Catanzaro, 28 anni, che l’ha fatto due anni prima, e Nicola Russo che l’ha fatto nel 2011, Antonio La Mura, che nel 2014 ha partecipato al concorso 4Ist per diventare Allievo Maresciallo Carabiniere, Gianluca Buccolieri, 30 anni di Torre Santa Susanna (Brindisi), attualmente disoccupato.  

“Noi 250, immediatamente arruolabili”. Francesco F., 26 anni. Concorso per 650 Allievi Agenti della Polizia di Stato anno 2014. «Sono il portavoce di tutti gli idonei, ovvero circa 900 ma ad oggi, siamo rimasti esclusi e quindi fuori graduatoria, 250 unità! Anche in virtù dei drammatici eventi accaduti nella vicina Francia ed a seguito delle minacce che il nostro stato ha ricevuto dai terroristi islamici, tutti i Prefetti d’Italia vogliono e devono alzare la sicurezza nel nostro Paese. Manca il personale? Vorrei fare presente che noi 250 siamo le uniche unità a poter essere immediatamente arruolabili in quanto abbiamo tutti l’idoneità fresca (luglio/settembre 2014) e siamo gli unici a non avere il problema ostativo della seconda aliquota interforze. L’ assunzione di tutti gli idonei del nostro concorso, sarebbe un gesto doveroso da parte del governo, che faccia capire che effettivamente ha a cuore la sicurezza dei cittadini italiani”. 

“Sono emigrato in Svizzera, vorrei tornare». V.A., 31 anni, emigrato a Berna. Concorso polizia penitenziaria. «La mia storia e come tanti miei coetanei che io ritengo già miei colleghi in questo viaggio. Durante il concorso io seguivo anche corsi all’università e contemporaneamente seguivo la malattia di mio padre che a breve termine me lo avrebbe portato via. Ho lasciato l’università per andare all’estero a lavorare, cosa che ho fatto a malincuore ma purtroppo la situazione in famiglia non è la più rosea: mia madre ancora oggi prende 500 euro di pensione con un mutuo da pagare. Si parla tanto di collasso nelle carceri mentre ci sono carceri nuove completate ma non aperte perché manca personale, sono 8000 sotto organico la polizia penitenziaria ma al tempo stesso dal 2013 ci sono 1400 ragazzi in graduatoria lasciati a casa solo perché ora lo Stato ha deciso di risparmiare. Ma perché gli onesti cittadini che non è in grado di garantire la sicurezza?». 

“Applicare la legge D’Alia”. Nicola Rossi, concorso allievo finanziere del 2010. «Di questo concorso per 952 posti siamo circa 120 fuori graduatoria, di cui una buona parte è già entrata nelle forze di polizia in concorsi banditi dal 2010 ad oggi. Vi prego di parlarne, c’è la legge125/13 (D’Alia) che potrebbe essere applicata risparmiando così tanti soldi invece di bandire altri concorsi, soprattutto in questo periodo difficile».

“Combatto per i sogni dei nostri figli”. Rocco Antonucci. «Sono un papà di uno dei tanti ragazzi idonei non in graduatoria dei concorsi nelle Forze di Polizia ed Armate, nonché rappresentante di tutti i ragazzi idonei non in graduatoria della pagina Facebook “Idonei delle Forze Armate e di Polizia”. Stiamo parlando di giovani ormai delusi e frustrati per la vicenda e l’ingiustizia che stanno subendo dopo aver affrontato sacrifici insieme alle loro famiglie per superare un concorso per le forze di polizia. È dal 2011 che cerco di far realizzare il sogno di mio figlio ma inutilmente. Il sentimento che si prova in questi casi e le parlo da genitore è quello di impotenza, di rabbia e delusione verso le istituzioni. Dopo l’approvazione della legge D’ Alia e le speranze di vedere i sogni e le aspettative dei nostri ragazzi realizzati erano a mille ma purtroppo dopo varie interpellanze parlamentari sulla non applicazione della legge D’Alia sullo scorrimento delle graduatorie e ricorsi alla giustizia amministrativa i sogni di vedere i propri figli realizzarsi sono andati in frantumi e con essi tutte le speranze riposte. I nostri sono tutti ragazzi che vorrebbero indossare una divisa della Repubblica Italiana e salvaguardare la sicurezza dei cittadini che ne fanno parte». 

“Noi vittime dei tagli di spesa”. Candida Pignatiello, 39 anni, Napoli, disoccupata. Concorso 50 amministrativi B1 Inps del 2007. “E’ davvero frustrante essere idoneo di concorso in questo Paese, perché si deve assistere al fatto che mentre ti si blocca l’assunzione “per ridurre la spesa” devi vedere che poi si spendono “molti soldi” per far lavorare altri al posto tuo. Sono consapevole della necessità di ridurre la spesa, ma questo è il modo più sbagliato. Mi si consenta di ricordare che i dipendenti giustamente sono tutelati e ai precari è stata prorogata al 2018 la normativa speciale per la stabilizzazione. Mentre agli idonei che scadono nel 2016 è stata bloccata l’assunzione fino al 2016. Chiara volontà di farci fuori. E disparità di trattamento con i precari”.

“Ma davvero qualcuno attingerà dall’Inail?”. Giovanni, Catanzaro, professione avvocato. «Ho partecipato al concorso Inail 404, per il quale a tutt’oggi non sono stati assorbiti neanche la gran parte dei vincitori oltre agli idonei. A tal proposito segnalo il testo dell’interrogazione parlamentare dei sen. D’Alia e Dellai a cui ha risposto il sottosegretario al Lavoro, on. Cassano, il quale ha assicurato che in caso di richieste, la nostra graduatoria sarebbe stata ceduta al ministero della Giustizia o al ministero del Lavoro il quale ultimo aveva già chiesto l’autorizzazione ad assumere 131 funzionari eventualmente da altra amministrazione. L’Inail, dal canto suo, ha finito di assorbire gli esuberi nel mese di dicembre 2014 per cui dovrebbe ricominciare ad assumere già da quest’anno, ma di questo non vi è alcuna certezza. Si viaggia nell’incertezza più assoluta mentre basterebbe un po’ di buona volontà per chiarire la nostra, come tutte le altre vicende dei vincitori e degli idonei di tutti i concorsi e premiare il merito». 

“Spending review? Con gli idonei si risparmia”. Agostino Lo Piccolo. “Sono uno degli amministratori del gruppo idonei enti locali, presente su Fb e Twitter. Il gruppo è composto da migliaia di idonei come il sottoscritto, che dopo aver superato un concorso si sono visti negare il diritto al lavoro, per svariate ingiustizie messe in atto da Comuni, Regioni ecc. Il nostro scopo è quello di far applicare dagli enti locali la legge D’Alia, che prevede l’assorbimento delle graduatorie anche di altri enti locali limitrofi, prima dell’approvazione di nuovi concorsi. Quanto sopra darebbe il giusto merito a noi idonei, e in un periodo di spending review, farebbe risparmiare soldi pubblici per un nuovo bando di concorso”.

Fiorenzo Lipoli. Vari concorsi nella Pa. «La mia storia è uguale a quella di tanti altri. Dopo qualche anno come funzionario presso una Pa ho tentato la scalata alla dirigenza, e, mi si consenta, con un buono score concorsuale: 9 concorsi tentati, se non ricordo male, e 6 idoneità di cui 5 ancora attive. Molto bene pare...non proprio, ci sono 2 ostacoli, uno dei quali è costituito dalla limitazione delle assunzioni e paradossalmente non é quello più ostico. Il problema di fondo, a mio avviso, è la mancanza di certezze dal punto di vista del ruolo che la dirigenza deve assumere nel caso delle strutture tecniche. A mio avviso è troppo discrezionale l’accezione “personale specificamente qualificato nello svolgimento di attività relative ai sistemi informativi automatizzati” e per chi come me viene da una formazione scientifica spesso rimangono le briciole: a questo punto uno si chiede se non ha sbagliato i propri studi». 

“Ho provato a diventare dirigente, inutile”. Dario M. 46 anni, Cuneo, funzionario amministrativo. Concorso dirigenti ministero del Lavoro del 2006. «Sono funzionario del ministero del Lavoro e nel mio piccolo cerco di darmi da fare per uscire dallo schema del burocrate rassegnato e nullafacente, mi sono sempre dato da fare, per migliorare le mie performance e per non ingrigirmi. All’inizio molto contento per l’esito favorevole ho capito piano piano che il ministero non aveva alcuna intenzione di assumermi non solo perché aveva assunto nel frattempo dirigenti attraverso la mobilità oppure a contratto, ma perché nonostante i pensionamenti ha continuato a sostituire i posti vacanti tramite altri dirigenti nominati ad interim o deleghe di firma. Io intanto ho perso chance di assunzione ed il mio curriculum è rimasto bloccato senza speranza alcuna». 

“Così si sacrifica una generazione di ragazzi”. Mario Mascellino, 39 anni, di Petralia Sottana (Pa), laureato in architettura, disoccupato. Concorsi Ripam Abruzzo e Iacp Napoli. «Sono idoneo a 2 concorsi, entrambi fatti con il Formez, secondo la metodologia Ripam, che si avvale per la selezione di una commissione interministeriale e di un metodo molto trasparente. I concorsi sono il Ripam Abruzzo e Ripam Iacp Napoli. Sembra che la politica sia impermeabile alle nostre istanze. Sembra che si voglia in qualche modo ripartire azzerando tutto…a partire proprio dalle nostre aspettative, legittime, sacrificando una generazione di ragazzi, di uomini e donne, che credendo nello Stato, hanno partecipato ad una selezione pubblica e in queste circostanze vedono che il merito non è solamente sottovalutato, ma viene quasi sbeffeggiato».

“Non voglio morire di fame e frustrazione”. Antonella Catrambone, provincia di Catanzaro, collaboratrice giornale on line a titolo gratuito. Vari concorsi. «Non è semplice poter superare un concorso, ci vogliono molte ore di studio perché la materie sono tante e bisogna stare attenti ai continui aggiornamenti che caratterizzano le materie, soprattutto quelle giuridiche, quasi tutte. Non ho mai fatto concorsi nella mia regione, la Calabria, perché non c’ho mai creduto e dopo aver sostenuto versamenti per partecipazione ai bandi del comune di Catanzaro e della provincia non ho mai assistito all’espletamento del concorso. Ho speso molto tempo e danaro per partecipare ai concorsi su Roma, Milano, Bari, ho scelto la via legale per entrare a far parte della pubblica Amministrazione, non sono mai stata la precaria di alcun politico, de poi anche per questo ci vuole fortunati. Ho dato il mio tempo, la mia vita sociale annullata, i sacrifici dei miei genitori per cosa? Non accetto di sentirmi dire che alcuni (precari) vengono stabilizzati ed altri (idonei) non sono nulla. Che tipo di studio hanno fatto i precari rispetto a noi? Io non ce l’ho con loro ma con chi ha creato questa situazione, la politica».

“Ma che fine ha fatto la staffetta generazionale?”. Giovanna Esposito, 40 anni, S.Sebastiano Vesuviano (Na), impiegata/contabile ente formazione. «Ho partecipato al concorso al Comune di Napoli nel 2010 per il profilo di funzionario economico finanziario D3 (richiesta laurea in economia e commercio e l’abilitazione come dottore commercialista). Mi sono classificata 40°, i posti a concorso erano 23. Oltre al profilo per il quale ho concorso, ne erano previsti altri 9. I vincitori sono stati tutti assunti. Con l’approvazione nella legge di Stabilità del maxiemendamento che ricolloca i dipendenti in esubero dalle province negli enti locali e nelle altre amministrazioni dello Stato, il governo Renzi ha chiuso la possibilità di far scorrere le nostre graduatorie e di conseguenza la “Staffetta generazionale”, più volte sbandierata dal ministro Madia e dal governo Renzi, nobile intento volto all’ammodernamento della Pa rimane solamente uno slogan elettorale». 

“A Roma se non hai santi in paradiso…”. Maria Barile, Roma. Concorso Dap e Comune di Roma. «Io di idoneità ne ho conseguite 2: una al concorso per 110 funzionari contabili bandito dal Dap (Dipartimento Amministrazione penitenziaria) nel lontano 2004 e l’altra al concorso per 300 istruttori amministrativi al Comune di Roma. Quanto all’idoneità conseguita presso l’amministrazione capitolina, diciamo che ho messo quasi sin dall’inizio “una pietra sopra” dal momento che sono molto distante dall’ultimo candidato dichiarato vincitore e che date le “priorità...” del Comune di Roma, molto probabilmente impiegheranno 2 lustri per l’assunzione dei soli vincitori. Nel 2014 ne hanno infatti assunti 21 e tanti più o meno ne assumeranno nel prossimo triennio, purtroppo questa è la situazione. E per chi non ha “santi in paradiso” in Italia non sono rimaste più nemmeno le briciole».

“Vanno avanti solo i raccomandati”. Anna C., 46 anni di Torino. Concorso istruttore amministrativo. «Sono prima in graduatoria, nel 2010 sono stata chiamata per l’assunzione, colloquio effettuato con il segretario comunale e la responsabile ragioneria, confermata verbalmente assunzione per l’ufficio segreteria, dopo mesi di attesa, e solo a seguito di un mio sollecito, mi viene detto che la direzione ha deciso di procedere diversamente. L’ente procederà ad aumentare il monte ore a dei part-time per sopperire alla non assunzione. La discrezionalità esistente in materia, e la normativa che va sempre più contraddicendosi, porta gli enti a fare quel che più preferiscono, inserire personale precario (che non ha superato un concorso); raccomandati, che grazie ai contratti flessibili più disparati rubano letteralmente il posto ai vincitori e idonei di concorso, contratti di somministrazione, di cooperativa, tirocini, ecc». 

“Il mio slalom tra i tanti concorsi”. Maria Marsi. «Negli ultimi 5-6 anni ho partecipato vari concorsi banditi da comuni: sono riuscita ad ottenere l’idoneità solo in uno. In due concorsi, la cui commissione era presieduta dal famoso professor Pisapia, non ho superato la prova scritta per 1 punto: 100 domande, punteggio 69/70. Un concorso appena scaduto il bando è stato revocato. Un altro concorso è stato revocato 2-3 giorni dopo la prova scritta, di cui non si è saputo nulla. In un altro concorso ho superato i test, ma non la seconda prova scritta. Da segnalare che una volta giunto a conclusione, il comune ha ricevuto 5 ricorsi, una sospensiva dal Tar, ma nonostante ciò ha assunto subito la vincitrice, pagando persino un legale per costituirsi in giudizio davanti al Tar».

“Posto perso per un disguido”. Marcello Todde, 41 anni, Cagliari, disoccupato. Concorso 110 posti nell’area “C”, profilo professionale di contabile del 2003. «Dopo aver sostenuto una preselezione, due prove scritte ed una prova orale sono risultato idoneo al concorso alla posizione 197. Il 23 marzo 2012 sono stato contattato anch’io per dare la mia disponibilità ad assumere servizio, presso la Casa Circondariale di Tolmezzo il 30 marzo 2012. Passate 2 ore dalla mia accettazione, mi viene comunicato che l’idonea posizionata meglio di me in graduatoria aveva anch’ella accettato e mi si ringraziava comunque per la disponibilità...In realtà il posto non è stato ricoperto, n quanto, l’idonea (numero 196) che aveva accettato non si è poi presentata. La data di presa di servizio era fissata per venerdì 30 marzo ed il primo aprile è scattato il nuovo blocco delle assunzioni ed è da allora che attendo lo sblocco. In sostanza, ad oggi sono un “idoneo/vincitore” a spasso per colpa di una idonea indecisa ma soprattutto di un ufficio assunzioni che ha mal gestito la chiamata, forse a causa della solita burocrazia».

Il bluff dei concorsi inutili. 100mila vincitori senza posto. In un anno 7mila gare. Speranze deluse, denaro sperperato: per le commissioni lo Stato spende 3 miliardi l'anno, ma le prove sono una beffa ai candidati che riescono a superarle. Il compenso di esaminatore può arrivare a 7.500 euro. Ma per Brunetta ci sono 300mila esuberi, scrive Antonio Fraschilla il 19 novembre 19 novembre 2010 su “La Repubblica”. Simona Polselli da cinque anni attende che arrivi la raccomandata che potrebbe -  e che anzi avrebbe dovuto -  cambiarle la vita. Era certa di riceverla, tanto che con mamma, papà e fidanzato ha già festeggiato. Mittente atteso, il Comune di Roma. Una bella lettera di assunzione come vincitrice di concorso per educatrice di asili nido. Ogni giorno Simona guarda la casella della posta, ma dal Comune riceve solo multe. Un caso isolato? Non proprio. In Italia altre 100 mila persone sono nel limbo di Simona: hanno vinto un concorso e festeggiato un'assunzione mai arrivata. Un'attesa infinita. Spesso l'ente locale ha preferito nel frattempo rivolgersi a precari (per chiamata diretta). Oppure il ministero di turno ha puntato sulle consulenze esterne. E poi ogni anno, puntuale come un orologio, nelle leggi finanziarie è arrivato il blocco del turnover con il taglio delle piante organiche. L'ultima finanziaria, per esempio, ha stoppato le assunzioni fino al 2013. Peccato però che la macchina dei concorsi e delle illusioni continui ad andare avanti imperterrita. Perché? Per produrre cosa? Con quali speranze per i concorrenti? E infine: quanto costa alla collettività questo continuo promuovere ed eseguire concorsi che alla fine non creano occupazione? 

La macchina delle illusioni. Magari prima o poi, a patto di resistere tanti anni, l'assunzione arriverà. Tuttavia le spese della fabbrica dei concorsi sono esorbitanti. Il "giro d'affari" è pari a 3 miliardi di euro all'anno, tutto a carico delle amministrazioni costrette a pagare commissioni e a volte società esterne per la correzione dei compiti. Nel 2010 sono stati banditi dalle amministrazioni pubbliche oltre 7 mila concorsi. Che rischiano di non approdare a nulla, con il ministro Renato Brunetta che addirittura stima in 300 mila gli esuberi nel comparto pubblico e minaccia altri blocchi alle assunzioni. Secondo la Funzione pubblica Cgil oggi in Italia ci sono appunto 100 mila tra vincitori e idonei a concorsi banditi negli ultimi dieci anni che attendono di essere chiamati in servizio. "È una stima che abbiamo fatto raccogliendo le graduatorie pubblicate da diversi enti dal 2000 a oggi", dice il segretario nazionale della Fp Cgil, Fabrizio Fratini. Istituto commercio estero, ministero dell'Interno, ministero dei Beni culturali, ministero di Grazia e giustizia, e poi Inps e Inail, per non parlare di grandi Comuni, da Roma a Palermo, passando per Regioni come la Campania: non c'è amministrazione pubblica che non abbia persone da assumere con regolare concorso già concluso. 

Le storie sono le più disparate. E alcune vale la pena di raccontarle. Per esempio quella di Maria Cristina Tomaselli. Una storia che inizia a maggio del 2004, quando il ministero di Grazia e giustizia bandisce il concorso per 39 psicologi da assegnare agli istituti penitenziari, visto il tasso crescente di suicidi in carcere che si registrava fin dal 2001. "Ho pensato che per me, psicologa precaria, era arrivata finalmente l'occasione giusta", dice Tomaselli che, allora trentenne, si mette a studiare giorno e notte. Supera una prova selettiva nella quale si presentano in 3 mila, poi altri due scritti e infine l'orale. Nel 2006 il ministero pubblica la graduatoria definitiva: "Quando ho chiamato al ministero è ho chiesto di sapere a che posto mi ero classificata, non credevo alle mie orecchie: "Tomaselli? Lei è nelle prime trenta". Ho riattaccato il telefono. Ho richiamato, perché non ci credevo. E invece era vero, finalmente avevo un posto di lavoro fisso. Da Milano, dove vivevo allora, ho chiamato i miei genitori e il mio fidanzato, ero al settimo cielo. La sera stessa ho festeggiato in pizzeria con i miei amici più cari". Da allora, più di quattro anni, non una comunicazione ufficiale né un avviso sul sito Internet. "Non abbiamo più saputo nulla, nonostante ricorsi al Tar e sentenze del giudice del lavoro che ci riconoscono il diritto a essere assunti. Nel frattempo molti miei colleghi che hanno vinto quel concorso sono entrati in depressione, perché la delusione è stata troppo forte dopo i sacrifici immani per vincere quel concorso".

Simona Polselli, l'educatrice mancata di asili nido, ha un'altra storia: "Ho vinto un concorso bandito nel 2005 per 150 insegnanti. Ci siamo presentate in 4.500". Nel 2009 dopo tre prove d'esame è stata pubblicata la graduatoria: cento assunte dal Comune tra il novembre 2009 e settembre scorso. "Le altre 50, tra cui ci sono io, non saranno assunte. Ci hanno detto che i posti non sono più disponibili perché nel frattempo l'amministrazione ha stabilizzato 1.200 precarie. E dire che quando ho saputo di aver vinto quel concorso ho comprato, con un prestito, il posto auto sotto casa. Il prestito l'ho fatto, l'assunzione non è più arrivata". Vicende come quelle di Simona le hanno vissute i 150 vincitori del concorso per ispettori di vigilanza bandito dall'Inps, i 500 funzionari che nel 2008 hanno vinto il concorso del ministero dei Beni culturali, altri 230 amministrativi del ministero della Pubblica istruzione, o i 100 del concorso per categoria B del Miur. O, ancora, i promossi del concorso bandito dall'Inail nel maggio del 2007: prima prova al Palalottomatica di Roma con 15 mila concorrenti, seconda prova a Castelnuovo di Porto, terza prova orale nella sede dell'Inail all'Eur. Dopo la proclamazione dei vincitori, a febbraio di quest'anno, l'ente si è scordato del concorso. "Per vie informali - spiegano i vincitori - abbiamo saputo che a causa del blocco del turnover solo 25 saranno assunti entro l'anno e altri 25 nel 2011".

Concorsi per l'ente che non esiste. Uno dei casi più eclatanti riguarda il ministero della Difesa: "Qui ci sono 2 mila vincitori del concorsone per figure che vanno dagli elettricisti agli assistenti amministrativi, e solo 23 sono stati assunti. Non ha fatto meglio però il ministero dell'Interno che deve assumere ancora 115 assistenti amministrativi contabili e 80 collaboratori che nel 2008 hanno vinto delle prove di selezione", dice Alessio Mercanti, che guida il comitato "dei vincitori di concorso non assunti", che il mese scorso ha manifestato davanti a Palazzo Montecitorio. "Da Palermo ad Avellino, da Ragusa a Palagonia, passando per la Regione Campania e quella siciliana, sono decine gli enti che hanno bandito concorsi-bluff per chi li ha fatti e per giunta vinti, demolendo l'ultima certezza in questi tempi di lavoro precario: e cioè che chi vince un concorso ottiene un posto di lavoro". Mercanti, da quando è a capo del comitato, riceve ogni giorno segnalazioni da tutta la Penisola.

Ci sono addirittura casi in cui l'amministrazione appare schizofrenica. C'è da chiedersi: come è possibile? Come può accadere che da una parte stabilisca che un ente deve scomparire o ridurre la pianta organica e dall'altra approvi concorsi per nuove assunzioni che poi rimarranno solo sulla carta? Un caso esemplare è quello dell'Istituto del commercio estero, che nel 2008 ha messo a bando 107 posti in categoria C1. Alle prove si sono presentati in 15 mila. A questo concorso ha partecipato anche Giulia Nicchia, 31 anni, laureata Scienze internazionali, dottoranda e conoscenza di tre lingue, inglese, francese e russo: "Abbiamo svolto tre prove molto dure, e questo era il quinto concorso che provavo - dice Nicchia - Nell'aprile 2010 viene pubblicata la graduatoria definitiva. Ero a New York per studi e non credevo ai miei occhi: tra le prime 60 dell'elenco". Giulia torna in Italia a maggio: "Appena arrivata scopro che Tremonti ha previsto il taglio degli enti inutili, e tra questi c'è l'Ice. Ho capito subito che il mio sogno si sarebbe infranto". In Parlamento il testo della legge cambia e l'Ice rimane a galla. Ma arriva l'obbligo di ridurre l'organico del 10 per cento e avviare il blocco del turn over fino al 2013. "Siamo andati a parlare con il responsabile del personale: ci ha detto che ci avrebbero assunti da qui a 10 anni". Al Senato 30 deputati del Pd hanno presentato un'interrogazione. La domanda era semplice: perché l'Ice ha bandito un concorso da cento posti e non ha assunto nessuno? La riposta è stata laconica: "L'Ice ha calcolato male il suo fabbisogno in organico". Insomma, per l'istituto il concorso era inutile. I vincitori hanno chiesto l'accesso agli atti, scoprendo che nella pianta organica, nonostante il taglio, ci sono 107 posti da occupare. Intanto l'Ice vanta oltre 80 milioni di crediti dal ministero dell'Economia, che ne ha riconosciuti soltanto 40 e anche nel 2011 punta ad accorpare l'ente o riproporne la cancellazione. 

Chi ci guadagna con gli esami. Nonostante il blocco del turnover, il taglio dei finanziamenti agli enti locali e gli annunci del ministro Brunetta che stima in 300 mila gli esuberi nel comparto pubblico, la macchina dei concorsi in Comuni, Regioni, Province e ministeri vari è perennemente in moto. Soltanto a novembre scadono i bandi di 659 concorsi banditi dalla Lombardia alla Sicilia. Nel 2010 si stimano in circa 7 mila i concorsi in enti pubblici. Con costi a dir poco elevati. 

Ma chi ci guadagna? Chi mette in tasca questo enorme flusso di denaro pubblico che spesso viene speso inutilmente? I compensi per i componenti di commissione variano da ente a ente. In media un commissario per un concorso riceve un gettone che varia da 123 a 309 euro, più un ulteriore bonus per ogni compito esaminato che varia da 0,1 a 0,5 euro: per concorsi con 15 mila partecipanti si può arrivare a ricevere come commissario anche 7.500 euro, anche se a volte le amministrazioni fissano dei paletti, come il Comune di Treviso che non dà ai singoli commissari più di 3 mila euro. Ma Treviso è un'eccezione. L'Agenzia delle entrate ha calcolato, per un concorso bandito recentemente, il costo di 1.500 euro per ognuno dei 500 posti messi a gara: totale, 750 mila euro. Il Comune di Napoli ha bandito un concorsone per 534 posti da amministrativo (112 mila i candidati): stimando un costo di 3,2 milioni di euro e affidando al Formez l'incarico di correggere le prove scritte. Conti alla mano, facendo la media dei 7 mila concorso banditi, il giro d'affari per società del settore e componenti delle commissioni, che vengono scelti tra professionisti, giudici del Tar e dirigenti di altre amministrazioni interni o esterni, è di circa 3 miliardi di euro: tutti a carico delle casse pubbliche. Uno spreco? Sì, se si pensa al blocco delle assunzioni, fino al 20 per cento di chi va in pensione, stabilito per legge in tutti gli enti e le amministrazioni pubbliche. Allo stesso tempo, non mancano però i casi i cui a pagare sono i concorrenti. Il Comune di Roma ha pubblicato 22 bandi di concorso per 1.995 posti: i disoccupati che hanno fatto domanda sono 10 mila e hanno pagato 10 euro a testa per presentare la documentazione. 

Comunque a fronte dei concorsi con vincitori non assunti, non mancano i casi di assunzioni e incarichi affidati per compiti uguali a quelli messi a bando dalla stessa amministrazione. Qualche esempio? Il Comune di Palermo ha bandito nel 2001 un concorso per 400 posti da vigile urbano: un centinaio dei vincitori a oggi attende la chiamata ma la pianta organica dei caschi bianchi palermitani è stata riempita lo stesso, con la stabilizzazione dei cosiddetti "lavoratori socialmente utili", che non hanno mai affrontato alcuna selezione. Stesso discorso per 300 vincitori del concorso all'assessorato ai Beni culturali della Regione siciliana: dopo dieci anni non sono stati chiamati in servizio, nel frattempo è nata la Beni culturali spa, società solo formalmente privata dove sono state assunte per chiamata diretta 700 persone. Il ministero di Grazia e giustizia, che non assume nelle carceri 39 psicologi che hanno vinto il concorso nel 2006, continua a dare incarichi all'esterno per lo stesso impiego, per una spesa che supera il milione di euro all'anno: e in pianta organica nelle carceri ci sono solo 14 psicologi per 60 mila detenuti.

A volte invece accade che la stessa amministrazione freni alcuni concorsi e acceleri su altri, magari perché tra i vincitori ci sono parenti di politici e dirigenti dell'ente. Una commissione interna del ministero della Difesa ha scoperto, a esempio, che tra il 2005 e il 2008 in diversi concorsi banditi dall'amministrazione sono stati assunti mogli, figli e cognati di alti dirigenti del ministero che, puntualmente, sedevano nelle commissioni d'esame, scambiandosi favori. Altre amministrazioni invece, se hanno posti vacanti in pianta organica non chiamano gli idonei dell'ultimo concorso bandito, ma provano a farne altri: così i 2 mila idonei del concorso per vigili del fuoco eseguito nel 2000 rimangono a casa, mentre il comando dei vigili affronta altre spese per altri concorsi. E c'è chi non si pone nemmeno il problema di fare concorsi, volando alto sopra blocchi del turn over e stop alle assunzioni: la Protezione civile, con il placet di Guido Bertolaso, ha assunto 171 impiegati e dirigenti nel maggio scorso, trasformando contratti diretti di co. co. co in contratti a tempo indeterminato. I vincitori di concorso degli altri rami dell'amministrazione intanto attendono sempre meno fiduciosi. 

Polizia di Stato: il caso degli “idonei non vincitori”. Nonostante abbiano superato tutte le prove gli idonei non sono mai stati chiamati, scrive Giulia Galletta su “Stretto Web”. Giovani ragazzi che studiano, viaggiano, vanno in trasferta e soprattutto che superano prove. Questa è la realtà per tutti coloro che decidono di provare a superare un concorso pubblico. Questo avviene anche per i ragazzi che provano ad arruolarsi tra le file della Polizia di Stato. In questo caso però molti di loro, a causa delle graduatorie che non scorrono, non sono mai stati chiamati. Con la richiesta del Prefetto Giuseppe Pecoraro di incrementare l’organico della polizia a Roma, causa minaccia terroristica, ecco che il problema potrebbe essere risolto e perciò potrebbero essere chiamate ad arruolarsi delle unità in più, ma ciò non accade. Spinti da questa motivazione i partecipanti del sit in che si è tenuto ieri a Montecitorio hanno manifestato insieme a Gianni Tonelli segretario generale del Sap, fanno sapere che: “La nuova legge di stabilità prevede il blocco delle assunzioni per tutto il 2015 anche per le forze dell’ordine”. A sostenere questa causa anche il presidente della Lega Nord Matteo Salvini che si è interessato alla faccenda dichiarandolo anche in Parlamento.

La mail. «Il Governo non arruola 900 idonei al concorso in Polizia: come si combatte il terrorismo?»

Gentile Redazione del Mattino, siamo 900 giovani idonei al concorso per 650 allievi Agenti della Polizia di Stato indetto nel 2014 e a oggi non ancora concluso. Siamo tutti con il massimo del punteggio, e la stragrande maggioranza di noi provenienti dal meridione. Il nostro arruolamento sarebbe dovuto avvenire entro il 2014 ma il Governo lo ha posticipato per il 2015. Un concorso durato un anno e ancora non concluso…Il Governo prende tempo sulla pelle dei cittadini e temporeggia per assumerci! Dopo aver sostenuto importanti spese di natura economica e aver investito tanto tempo ed energie per arrivare ad ottenere la idoneità da parte del Ministero dell’Interno, siamo ancora parcheggiati a casa. Siamo giovani, capaci e volenterosi e vogliamo difendere con orgoglio il nostro martoriato Paese! E’ noto a tutti quello che è successo in questi giorni nella vicina Francia ed è noto a tutti che gli stessi autori della tragedia hanno indicato a chiare lettere che l’Italia potrebbe essere il loro prossimo obiettivo, soprattutto i grossi centri come, ad esempio, la città di Roma e perché no la nostra amata Napoli. E’ noto a tutti che la criminalità organizzata continua a produrre danni in tutto il nostro Paese ed è noto a tutti che la Polizia di Stato non ha più gli uomini ed i mezzi tali da poter garantire livelli elevati di sicurezza. Noi, qui a Napoli, siamo l’esempio lampante di come la Polizia di Stato sia sotto organico e quindi, non riesce più a fronteggiare i diversi atti criminosi alimentati anche dalla grave crisi economica in cui versa la nostra città. Il lavoro scarseggia ed anche la “brava gente” è costretta a darsi da fare in maniera non lecita per “tirare a campare”. Bene! Considerando il bisogno di garantire maggiore sicurezza che vi è nel nostro paese il Governo dovrebbe assumerci tutti e 900 subito e farci partire immediatamente per il corso da Allievi Agenti della Polizia di Stato. Basterebbe un ampliamento dei posti, per assorbire in toto la nostra graduatoria e poter avere a disposizione 250 unità in più del previsto che considerando il periodo in cui siamo sarebbero “oro colato”. Il nostro concorso usufruisce dei residui fondi anno 2014 (perché parte di essi sono stati utilizzati per assumere idonei non vincitori del precedente concorso anno 2013) e di quelli anno 2015. Per cui il Governo ha a disposizione le risorse tali da poterci assumere tutti! A fronte dei 3.000 circa poliziotti che andranno in pensione nel 2015 ed a fronte del turn over al 55% (ma che dal 2015 potrebbe essere elevato al 70%), considerando che fino al 1 Dicembre le assunzioni sono bloccate, tranne per il nostro concorso, come pensano di garantire gli adeguati servizi di prevenzione e controllo senza uomini e come fanno a non arruolarci tutti? Combattiamo il terrorismo islamico, la criminalità organizzata e ci prepariamo a fronteggiare i diversi impegni a cui è chiamato il nostro paese facendo tagli lineari sulla sicurezza e sugli organici della Polizia di Stato! Questa è la segnalazione che parte dai giovani idonei al concorso per 650 Allievi Agenti della Polizia di Stato indetto nell’anno 2014 tramite il Decreto Ministeriale del 7 Marzo e, ad oggi, non ancora concluso! Diciottomila uomini in meno nella sola Polizia di Stato e quarantamila in tutte le Forze dell’Ordine, 251 presidi pronti ad essere chiusi: questi sono i numeri, drammatici, che noi da idonei ad indossare la divisa della Polizia di Stato e da cittadini Italiani vogliamo segnalarvi. Questi sono i numeri drammatici a cui il nostro Governo pare non voglia trovare soluzioni. Noi 900 idonei al concorso per 650 Allievi Agenti della Polizia di Stato anno 2014 (ultimo concorso bandito dalla Polizia di Stato) ci appelliamo al buon senso del Ministro dell’interno Alfano e del Presidente del Consiglio Renzi e di tutti i politici di maggioranza e di opposizione, affinchè trovino rapidamente una soluzione per colmare questa carenza, inammissibile, di organico nelle Forze dell’Ordine e chiediamo, per il bene del nostro amato Paese, di ASSUMERCI TUTTI! Il Governo ha investito e speso dei soldi per la nostra selezione e sarebbe un peccato, considerando anche il bisogno di maggiore sicurezza che vi è nel nostro Paese, se non ci assumesse tutti e se non ci immettesse subito al corso per Allievi Agenti della Polizia di Stato! Circa 250 ragazzi del nostro concorso rischiano di restare esclusi e non essere assunti! Come può il Governo fare una cosa del genere avendo, la Polizia di Stato, una carenza di organico che ammonta a 18.000 unità ed essendo, l’età media dei Poliziotti, di 45 anni? Ci uniamo alle diverse segnalazioni fatte da tutti i maggiori sindacati di polizia, nella persona dei loro Segretari Generali che hanno richiesto URGENTEMENTE l’assunzione di più personale e chiediamo a questi ultimi, di proporre soluzioni concrete e fattibili al Ministero dell’interno ed una delle tante potrebbe essere sicuramente l’assunzione di tutti gli idonei del nostro concorso. Sarebbe impensabile e quasi ridicolo se a fronte di quello che sta succedendo e che potrebbe succedere nel nostro Paese, il Governo non assumesse tutto il personale immediatamente disponibile, senza dover spendere ulteriore soldi per bandire nuovi concorsi ed aspettare almeno un anno, affinchè si concluda un eventuale iter concorsuale. Noi siamo tutti pronti e arruolabili immediatamente. Francesco Filippone.

A proposito di sprechi e di concorsi pubblici truccati. Mai dire poliziotto. «Non solo non si può vincere un concorso pubblico, se non si ha la fortuna o la conoscenza giusta, ma quando si partecipa con oneri non indifferenti e lo si vince, spesso, esso rimane una chimera irraggiungibile, in quanto non si sarà mai chiamati a coprire quella funzione o quell’impiego pubblico al quale si ha diritto - spiega il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” www.controtuttelemafie.it , e scrittore dissidente che proprio sul tema dei concorsi pubblici truccati ha scritto un libro. Uno tra i tanti libri scritti dallo stesso autore e pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Inoltre egli ha aperto un gruppo Facebook “Abolizione dei concorsi truccati e liberalizzazioni delle professioni” al fine di sensibilizzare sul problema ed aggregare tutte le vittime di un sistema marcio di cooptazione - Io stesso ho partecipato al concorso per entrare in Polizia. Primo tra gli idonei agli scritti, paracadutista, disoccupato con moglie e figli, ma nelle fasi di selezione psico-fisiche e attitudinale qualcosa di avverso è intervenuto. La stessa cosa mi è successa al concorso per diventare autista degli automezzi speciali dedicati ai magistrati. Negli scritti (test a quiz) tra i primi, nella fase successiva qualcosa di avverso è successa. Potrei farmene una ragione e dire che è colpa mia, ma non posso tacere quanto capita ad altri poveretti. Esempio è la testimonianza, una delle tantissime, di una ragazza vincitrice di un concorso truffa in Polizia. Testimonianza di cui si rende pubblico conto. "Gentile Presidente, con la presente vorrei sensibilizzare la sua Attenzione per una questione che mi sta particolarmente a cuore. Il 17 Novembre del 1997 ho partecipato con tanto entusiasmo al Concorso di cui sopra riportando un punteggio di 7.14, risultando quindi idonea alle successive fasi di selezione psico-fisiche e attitudinale. E' stato denominato anche "Il Concorso delle BEFFE": Siamo stati abbandonati e mai arruolati nel ‘96 pur essendo idonei, al Concorso di 780 Allievi Agenti Polizia di Stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, IV Serie Speciale “Concorso ed Esami” nr.101 del 20.12.1996. Oggi anziché avvalersi di quella che è la nostra graduatoria, il Ministero dell'Interno continua a indire concorsi riservati solo ai VFP, SPERPERANDO ancora una volta DENARO PUBBLICO, rifacendosi all'articolo 16, comma 1 della Legge n. 226/2004 la quale cita testualmente: Dal 1° gennaio 2006 e fino al 31 dicembre 2020 i posti messi a concorso sono riservati esclusivamente ai Volontari in Ferma Prefissata (VFP) in servizio o in congedo. Ma che senso ha tutto questo? Esiste anche un gruppo su Facebook il quale è stato fondato al fine di raggruppare tutti quelli che come me, hanno visto violati i propri diritti e le proprie attese. Tale gruppo si chiama “780 Allievi Agenti Polizia di Stato”. Vogliamo dare voce a quest'ingiustizia. Vogliamo essere ARRUOLATI. Con L’occasione è gradito porgerle Cordiali Saluti. Giuseppina Currieri"».

Statali, beffati gli 80 mila che hanno superato il concorso. Sono idonei e in attesa del posto (anche da anni) ma non potranno mai averlo. La Legge di Stabilità ha bloccato il turnover e le graduatorie saranno cancellate, scrive Paolo Barone su “La stampa”. Speranze tradite. In molti hanno passato il concorso pubblico, sono stati considerati idonei ma poi il governo ha bloccato le assunzioni. Pensavano di avere in mano un biglietto della lotteria di quelli «buoni»: avevano passato il concorso pubblico, non l’avevano vinto, ma era stati comunque dichiarati «idonei» e prima o poi quel posto, stabile e garantito, tanto sognato (e sudato) l’avrebbero magari ottenuto ugualmente. Poi il governo ha deciso di abolire le province, si è ritrovato con 20mila persone da ricollocare e per questo ha bloccato tutte le nuove assunzioni. Stop al turnover in ogni tipo di amministrazione, sia centrale che periferica, forze di polizia comprese, sino a tutto il 2016, ha sancito l’ultima legge di Stabilità che dei tanti concorsi banditi ha salvaguardato solo i vincitori. E così per 80mila idonei, alcuni in attesa della «chiamata» ormai da anni, il «posto» si è volatilizzato. Forse per sempre, perché le graduatorie non solo in questo modo non scorreranno più, ma scadranno alla fine del 2016. Scade il blocco, scadono gli elenchi, insomma, e chi si è visto s’è visto. Per questo ora gli «idonei» hanno deciso di scendere in piazza a protestare. Si sono organizzati in coordinamenti, aperto pagine Facebook e lanciato una serie di hashtag su Twitter, da #idoneiinpiazza2015 a #piùsicurezza a #nobloccoassunzioneidonei per lanciare la mobilitazione. Dopodomani mattina saranno a Roma, davanti a Montecitorio. Ci saranno quelli del Comitato 22 procedure per la giustizia di Roma e i vincitori e idonei per 300 posti per la ricostruzione in Abruzzo, il Comitato idonei al concorso del Comune di Napoli e quelli dell’Iacp, e poi gli amministrativi B1-Inps, gli operatori dei centri di formazione di Roma e quelli Giunta della Regione Campania, della Difesa, dell’Interno, gli allievi marescialli carabinieri e chi ha partecipato al concorso per 650 allievi agenti di polizia nel 2014. In tutto, secondo le ultime stime del Formez, oggi gli idonei sono «ufficialmente» 84.040 (36.127 stanno nelle graduatorie degli enti locali e 31.277 nella sanità), presenti in 9225 differenti graduatorie, ma secondo alcune stime potrebbe essere anche il doppio. «Abbiamo deciso di scendere in piazza per far valere le nostre ragioni, per chiedere allo Stato di restituirci quei diritti che, non più tardi di un anno fa, ci aveva riconosciuto attraverso la legge promossa dal ministro D’Alia che prorogava tutte le graduatorie fino a fine 2016», spiega il presidente del Comitato XXVII Ottobre, Alessio Mercanti. In assenza di risposte si annuncia già un boom di ricorsi alla magistratura, sino ad arrivare alla Corte di giustizia europea per contestare la violazione del principio di non discriminazione, visto che il governo ha previsto una deroga per i Beni culturali. Per i comitati, infatti, «è cristallino l’intento dell’esecutivo: arrivare alla scadenza delle graduatorie senza poterci dare la possibilità (non l’assunzione certa) di subentrare “naturalmente” alle cessazioni del personale dipendente, altrimenti avrebbero previsto un’ulteriore proroga come peraltro è stato fatto per i contratti a termine. E magari, dopo il 2017, si ricomincerà a bandire concorsi che costeranno milioni di euro quando invece si può assumere fin da subito dalle graduatorie ad oggi valide». E il governo cosa risponde? Il ministro della Funzione pubblica Madia lo scorso dicembre, prima che scattasse il blocco, durante un question time, aveva assicurato che era «intenzione del governo tutelare le aspettative degli idonei prima di procedere a nuove assunzioni». Poi però è arrivata la legge di Stabilità, il quadro è cambiato completamente, ed ora si trova alle prese con una vera e propria bomba sociale innescata.  

Vinci il concorso ma lo Stato non ti assume. In Italia ci sono 87 mila persone che hanno superato le selezioni pubbliche ma non sono mai state ingaggiate. Adesso rischiano di veder svanire per sempre la speranza di quel posto cui hanno diritto. E scendono in piazza per far sentire la loro voce, scrive Paolo Fantauzzi su “L’Espresso”. C’è un esercito di invisibili che avrebbe diritto di entrare a far parte della macchina statale. Migliaia di persone che hanno regolarmente superato il concorso pubblico al quale hanno preso parte ma che sono rimaste fuori dalla porta. In gergo si chiamano “idonei non vincitori”: hanno tutti i requisiti per essere assunti ma sono risultati in eccesso rispetto ai posti a disposizione. Fino a qualche mese fa, come si conviene a degli invisibili, lo Stato non sapeva nemmeno quanti fossero. Poi è nata l’idea di dare vita a una ricognizione su scala nazionale e i numeri hanno confermato la dimensione abnorme di questo fenomeno: 84.080 persone, grosso modo quanti gli abitanti di una città di medie dimensioni come Como. Numeri ai quali aggiungere i 3.061 vincitori che invece al posto di lavoro avrebbero diritto da subito. In teoria. Tutti in fila, tutti in attesa di essere assunti dall’ente che ha bandito il concorso e che li ha riconosciuti adatti a ricoprire il ruolo ricercato. Si va dai 2 mila in attesa di essere assunti nei ministeri fino al comparto sanitario e agli enti locali, dove nelle graduatorie ci sono rispettivamente 31 mila e 36 mila idonei. E si tratta di numeri da considerare per difetto, visto che non tutte le amministrazioni hanno partecipato alla rilevazione, condotta dal Formez per conto del dipartimento della Funzione pubblica. Per ovviare a questa situazione, nel 2013 la riforma D’Alia aveva introdotto un principio improntato al risparmio e al buon senso: niente concorsi fino a quando non fossero stati assorbiti tutti gli idonei, in modo da riconoscere i diritti degli esclusi ed evitare di spendere soldi con nuove selezioni. La scorsa estate, in linea col suo principio di ricambio generazionale, il ministro Marianna Madia si era spinta ancora più in là, eliminando il cosiddetto vincolo capitario: ovvero non considerare più, ai fini delle nuove assunzioni, il numero dei pensionamenti ma solo i soldi che si risparmiano, in modo da liberare fino a tre posti con un semplice dirigente mandato a riposo. Solo che con l’ultima legge di stabilità, varata a fine anno, è arrivata la doccia gelata. A causa dei 20 mila esuberi causati dalla cancellazione delle Province, infatti, il governo ha deciso di interrompere fino al 31 dicembre 2016 le assunzioni degli idonei. Peccato che proprio quel giorno scadrà la proroga delle graduatorie stabilita dalla legge D’Alia. Risultato: chi ha i requisiti per essere assunto sarà congelato per due anni e, quando verrà tirato fuori dal freezer, risulterà essere “scaduto”. Di conseguenza l’idoneità diventerà carta straccia, senza più alcuna speranza di essere ingaggiati. «In pratica dei morti viventi» sintetizza Alessio Mercanti, presidente del comitato 27 ottobre, che per mercoledì 11 febbraio ha organizzato in piazza Montecitorio una manifestazione a difesa dei diritti degli idonei. «Il rischio serio è che si apra una guerra fra poveri tra dipendenti delle ex Province e vincitori dei concorsi. Ma noi non vogliamo questo, in fin dei conti siamo tutti sulla stessa barca». Salomonica la proposta: «Si potrebbe prevedere che i nuovi reclutamenti riguardino per metà gli ex provinciali e per metà gli idonei, in modo da contemperare le esigenze di tutti. Del resto la discrezionalità nelle assunzioni è sempre stata considerata la bibbia della Pubblica amministrazione, non si vede perché ora dovrebbe andare diversamente». Basta dare un’occhiata alle adesioni per rendersi conto che non ci sia concorso che abbia provocato le sue “vittime” e quanto vasto sia il fenomeno. Ci sono i comitati idonei del ministero dell’Interno e della Difesa, quelli per il concorso al comune di Napoli, alla Giunta campana, alla Regione Sardegna. E ancora: per i 300 posti per la ricostruzione in Abruzzo, gli aspiranti ambasciatori risultati idonei al concorso per segretari di legazione ma mai “riassorbiti”, per marescialli carabinieri e allievi di polizia, gli amministrativi dell’Inps, i centri di formazione della Provincia di Roma. Tutti in piazza, per chiedere rispetto.

Nella jungla dei concorsi pubblici. Quando non basta vincere per essere assunti. Inchieste Lavoro statale uguale posto fisso? Un’equazione che spesso, di incognite, ne contiene troppe. Non basta studiare per mesi o anni, sgomitare con altre migliaia di candidati affollando aule piene zeppe, per superare un concorso pubblico. Ma non è sufficiente neppure vincerlo per ottenere l’agognato posto di lavoro, quando a metterci lo zampino sono leggi, tagli, e misteri burocratici. Lavoro statale uguale posto fisso? Un’equazione che spesso, di incognite, ne contiene troppe. Non basta studiare per mesi o anni, sgomitare con altre migliaia di candidati affollando aule piene zeppe, per superare un concorso pubblico. Ma non è sufficiente neppure vincerlo per ottenere l’agognato posto di lavoro, quando a metterci lo zampino sono leggi, tagli, e misteri burocratici. E allora ci si trova ad aspettare per anni e anni il posto che si merita di diritto, rimanendo in un limbo fumoso senza sapere se e quando arriverà l’assunzione. In Italia sono più di 100mila, stando alle stime della Cgil, le persone coinvolte nella truffa dei concorsi pubblici. Il Sole24Ore ne ha stimate, invece, 70mila. Comunque sia, troppe. A lavorare nel pubblico sono, nel nostro Paese, più di 3 milioni (dati Conto annuale della Ragioneria dello Stato aggiornati al 2010). Di questi, oltre 174mila sono atipici (di cui oltre 91mila con contratti flessibili, più di 31mila interinali e socialmente utili, e 51mila in Polizia ed Esercito. Tra chi è a tempo indeterminato, il 32,1% è impiegato nella scuola (tranne l’università), il 21,2% nel Servizio Sanitario Nazionale, il 15,8% nelle Regioni e autonomie locali, seguiti da Polizia (9,8%), ministeri (5,4%), Forze Armate (4,5%). Un costo, quello dei dipendenti pubblici, che si aggira sui 165 miliardi di euro (ci scusiamo coi lettori per aver erroneamente scritto, sul cartaceo, ‘milioni’, ndr.). E, come dicevamo, lavorare nella Pubblica Amministrazione spesso comporta il superamento di un concorso: prima si scova il bando sulla Gazzetta Ufficiale, si cercano manuali per prepararsi alle prove, spesso molto dilazionate nel tempo. Infine, ecco la graduatoria, con il suo elenco dei vincitori, destinati ad essere assunti, e di idonei, che non hanno diritto subito al posto e rimangono in attesa per eventuali futuri inserimenti. Ma non sempre le cose vanno come dovrebbero andare. Per quanto riguarda le graduatorie dei concorsi ancora in vigore (ossia ancora aperte), approvate dopo il 30 settembre 2003, si parla di ben 7164 posti (escluso il settore sicurezza) banditi da 68 enti tra organi centrali, ministeri, agenzie, enti previdenziali, enti di ricerca ed enti pubblici non economici. Di questi, è stato assunto il 69% dei vincitori e appena l’11% degli idonei (dati del Dipartimento Funzione Pubblica del Ministero per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione). Ma quanti sono i concorsi pubblicati in Gazzetta ogni anno? Stando alle stime di Concorsi.it, possono arrivare fino a 10mila. Non esistono invece dei numeri ufficiali resi disponibili da fonti pubbliche, «anche se», come spiega Maria Barilà, direttore dell’Ufficio per l’organizzazione, il reclutamento, le condizioni di lavoro ed il contenzioso nelle pubbliche amministrazioni (UORCC) del Ministero per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, «si sta lavorando su una banca dati che raccoglierà le informazioni sui concorsi banditi da tutte le amministrazioni pubbliche». Se e quando sarà, meglio tardi che mai. Tra vincitori e idonei c’è, però, qualcuno che rimane fuori. E aspetta. Nel frattempo trova altri lavori, si barcamena, si arrabbia, invecchia. Come sta succedendo a circa 300 concorsisti Inail. Il concorso dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro era stato bandito nel 2007 per 404 posti da amministrativo (c1) e le prove terminate 3 anni dopo. Graduatoria pubblicata nel 2010, a oggi gli assunti sono appena 95. Gli altri? Restano in attesa. Come nel caso di Francesco (nome di fantasia: i vincitori non assunti preferiscono non rendersi riconoscibili), 35 anni, di Salerno: «Ho sempre creduto nella Pubblica Amministrazione e desiderato lavorarci per ambizione personale. Ho sempre partecipato a concorsi, pensavo di avere il futuro assicurato, invece ora mi ritrovo con nulla di certo». Ed è proprio dal caso di questi 404 che è nato il Comitato XVII Ottobre, fondato da Alessio Mercanti che, pur non coinvolto dalla vicenda in prima persona, da lavoratore Inail ne ha sentito parlare e ha deciso così di mobilitarsi. Il 27 ottobre 2010 è sceso in piazza, a Montecitorio, insieme a oltre 200 idonei in attesa di assunzione. E da allora segue le tortuose vicende di vincitori e idonei non assunti, sia attraverso il sito che il gruppo su Facebook. «Il principale ostacolo alle assunzioni non solo per l’Inail ma per tutta la P.A.», spiega, «è il blocco del turn over, che stabilisce un tetto del 20%. Questo vuol dire che per 100 persone che vanno in pensione, un ente pubblico ne può assumere solo 20». A stabilirlo è stato l’art. 66, comma 7, del d.l. 112/2008 (convertito nella legge 133 del 6 agosto 2008), che ha previsto sia per il 2010 che per il 2011 il tetto di assunzioni (riducendo dal 60% al 20% il numero di assunzioni già previsto dalla precedente Finanziaria 2008, art. 3, comma 102, legge 244/2007). Ma il blocco non si è fermato là: il successivo d.l. 78 del 2010 (art.6, comma 5) lo ha esteso, sempre al 20%, al 2012 e 2013, e di recente il d.l. 98/2011 ha applicato il tetto anche al 2014 (art.16). Insomma, l’attuale normativa prevede il blocco ancora per altri 3 anni. A questo si è aggiunto il decreto di ferragosto del 2011, che obbliga gli enti pubblici a tagliare ulteriormente gli organici entro il 31 marzo 2012 di un numero non inferiore al 10% della spesa complessiva relativa al numero dei posti di organico (art. 1 del d.l. 138/2011 del 13 agosto). «Quando sono stati banditi i concorsi, il regime delle assunzioni si fondava su vincoli meno stringenti», precisa Maria Barilà direttore UORCC. «Le misure per contenere spesa pubblica e livelli occupazionali contenute nelle manovre che si sono susseguite negli ultimi 3 anni hanno di fatto impedito le assunzioni programmate». «Il Comitato», spiega ancora Mercanti, «sostenuto dai partiti dell’attuale maggioranza (Pd-Pdl-Terzo Polo) presenti in Commissione Lavoro della Camera, ha collaborato a stendere una proposta di legge che prevede: il blocco dei concorsi fino al 2014 per consentire l’assorbimento di vincitori e idonei già inseriti in graduatoria; una proroga fino al 2014 della validità delle graduatorie, con un balzo in avanti di 2 anni rispetto al Milleproroghe; la richiesta di “pescare” dalle graduatorie, e non dalle agenzie interinali, anche quando bisogna assumere lavoratori a tempo determinato. Siamo fiduciosi e speriamo di avere l’ok delle altre Commissioni». Attualmente si è detta favorevole la Commissione Affari Costituzionali, mentre si attendono i pareri della Commissione Giustizia e della Commissione Finanze. Un altro passo avanti è invece l’emendamento 1.30 al decreto Milleproroghe, a firma dell’On. Cesare Damiano (Pd), approvato il 18 gennaio 2012, che prevede la proroga fino al 31 dicembre 2012 delle graduatorie approvate dopo il 30 settembre 2003. «Con questo emendamento», ha commentato Mercanti, «abbiamo “salvato” 400 persone le cui graduatorie sarebbero scadute il 31 dicembre 2011, relative a Regione Campania, ASL di Foggia e altri enti». Ad avere subito le imposizioni del d.l. 78/2010 sono stati i partecipanti al concorso per funzionario c1 dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero (ICE), ente che è stato poi addirittura eliminato. La graduatoria del concorso, che si è svolto tra il 2009 e il 2010, era composta da 300 persone: 107 vincitori, gli altri idonei. A maggio 2011 erano stati assunti solo i primi 4 vincitori in graduatoria, ma a luglio la legge 111/2011 voluta dall’allora ministro delle Finanze Giulio Tremonti ha soppresso l’ICE. «Il blocco del turn over», commenta Carla (nome di fantasia), 36 anni, vincitrice non assunta, «è una limitazione forte soprattutto per una P.A. piccola come l’ICE, che contava poco più di 600 dipendenti. Io ci ho messo un anno e mezzo per prepararmi al concorso e come gli altri vorrei il posto di lavoro che ci siamo guadagnati. Abbiamo anche presentato un’interpellanza e un’interrogazione al Senato e 2 interrogazioni alla Camera. La risposta? L’ente avrebbe bandito un concorso per troppi posti e ora non può assumere. Evidentemente per il centrodestra l’ICE era inutile e costava troppo». Intanto, fino a dicembre 2011 i 600 dipendenti dell’ex ICE sono stati inquadrati sotto il Ministero dello Sviluppo Economico (pur rimanendo a “lavorare” nei locali delle sedi originarie), mentre con il decreto SalvaItalia del governo Monti l’ente è diventato Agenzia per la promozione all’estero e internazionalizzazione delle imprese italiane e, mentre andiamo in stampa, si attende un decreto per la sua riorganizzazione. E i vincitori del concorso? «Siamo 103 e non abbiamo idea di che fine faremo», racconta Carla, «per questo ci stiamo muovendo per vie legali». Ma c’è anche un paradosso: «Il giorno dopo la soppressione dell’ICE, il 7 luglio scorso», prosegue, «è stato pubblicato un decreto che autorizzava alcuni enti pubblici ad assumere, e tra questi persino l’ICE, appena soppresso». Un’autorizzazione che, naturalmente, era ed è solo sulla carta. E Carla, che è laureata in Scienze Politiche, nell’attesa lavora a chiamata per una società di ricerche di mercato. «Quando ho vinto il concorso», racconta amareggiata, «ero contentissima: prima inviavo il cv ovunque e non ricevevo risposta. Mi dicevo: “Faccio il concorso e sono a posto”. E invece ho “beccato” il concorso sbagliato». Stanno aspettando di essere assunti da 6 anni, invece, i 39 psicologi penitenziari vincitori di concorso al Ministero di Giustizia pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel 2004 e durato, con un iter complesso, ben 2 anni. Prima il blocco delle assunzioni ha impedito il loro inserimento per 3 anni, poi è subentrato un decreto a negare il posto di lavoro conquistato di diritto. Il decreto dell’1 aprile 2008 ha infatti sancito il passaggio della Medicina Penitenziaria alle ASL. «Questo», spiega Silvia (nome di fantasia), giovane psicologa vincitrice di concorso, «prevede che le ASL possano avvalersi, per assumere, delle graduatorie dei concorsi, ma non hanno l’obbligo di farlo, e di fatto stanno trattando i vincitori di un concorso pubblico come fossero degli idonei. La nostra assunzione, così, non è più un diritto ma una facoltà». Silvia sottolinea poi un’altra assurdità: il trasferimento della Medicina Penitenziaria al SSN era già previsto con il decreto legislativo 230 del 1999, ossia 4 anni prima che fosse bandito il concorso. Insomma, hanno dovuto studiare per un posto che una legge precedente già non garantiva. Inoltre, la medicina penitenziaria attualmente, invece di avvalersi dei 39 psicologi che hanno vinto il concorso, ricorre alla consulenza di 450 psicologi esterni. Le ASL, dal canto loro, stanno bandendo nuovi concorsi per psicologi, senza utilizzare la graduatoria dei 39 vincitori e spendendo altri soldi pubblici. «In tutta Italia», fa notare Silvia, «ci sono solo 16 psicologi assunti per 200 carceri e circa 60mila detenuti. Gli oltre 400 psicologi che lavorano nelle carceri sono consulenti esterni senza prospettiva di stabilizzazione, e adesso rischiano persino il posto precario. Noi siamo esausti di questa situazione: quello che doveva essere l’inizio di una carriera professionale nella P.A., di un lavoro utile socialmente e appagante, si è rivelato un calvario senza fine». Al momento, questi professionisti, in seguito all’intervento dell’ex ministro alla Salute Ferruccio Fazio e a una ventina di interrogazioni parlamentari, stanno lavorando al progetto Mare aperto. «Non abbiamo un vero contratto», spiega Mariacristina Tomaselli, coordinatrice del gruppo dei 39 psicologi, «ma collaboriamo per un tot di ore a settimana, pagati 14 euro l’ora e senza tutele e i contributi dobbiamo pagarceli da soli. Insomma, ci aspettavamo un posto a tempo indeterminato, invece abbiamo avuto un progetto precario e mal pagato. Il 31 marzo la collaborazione scade e non sappiamo nemmeno se sarà rinnovata». Intanto, nel 2012 ci sarà la discussione del secondo grado di giudizio perché il gruppo coordinato dalla psicologa Tomaselli aveva avviato nel 2008 una causa contro il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, che è ricorsa in appello dopo la sentenza emessa dal giudice del lavoro che dichiarava il diritto dei vincitori all’assunzione immediata. Tra ingiustizie concorsuali e grovigli normativi, si scopre una realtà nemmeno troppo sommersa, una nuova “fucina” di disoccupati, illusi e poi lasciati a se stessi, che coltivavano il sogno di un posto fisso che si è infranto ancor prima di realizzarsi. Inchiesta pubblicata sul n. 9 di Walk on Job – febbraio-marzo 2012 -

Ma perché tutto quanto è taciuto dai giornalisti. Perché?

Questa scuola non è “buona”: i vincitori del concorso restano senza cattedra. L’anno scolastico si prospetta tutt’altro che buono. Dopo la concessione della mobilità e il ritorno dei prof nelle regioni di residenza, i vincitori del concorso – soprattutto al Sud – sono rimasti con la corona e senza assunzione, scrive Lidia Baratta il 10 Settembre 2016 su “L’Inkiesta". Da quest’anno, in teoria, si sarebbe dovuta tirare una riga, andare verso la “Buona scuola” e lasciarsi alle spalle quella “cattiva”. Con il concorsone per gli insegnanti e l’addio alla “supplentite” annunciato da presidente del Consiglio e ministra Giannini, sembrava che l’ordine potesse tornare nel caotico mondo della scuola italiana, fatto di fasce, graduatorie, punteggi, abilitazioni. Invece anche quest’anno tra docenti e studenti regnerà il caos. Con la beffa che molti vincitori del concorso resteranno con la corona e senza cattedra, vedendo sfumare – almeno per il momento – il sogno dell’assunzione. Perché, a quanto pare, qualcuno al ministero ha fatto male i conti. Così, con molta probabilità, promossi e bocciati torneranno ancora a fare i supplenti.

Precari nonostante il concorso. L’anno scolastico si prospetta tutt’altro che buono. La previsione è che il tanto atteso concorsone per 64mila cattedre, con circa il 50% dei candidati bocciati, non riuscirà a coprire tutti i posti messi a bando. Anche perché le prove per la selezione dei docenti non saranno concluse entro settembre come era stato annunciato. Secondo il contatore di TuttoScuola.com, a una settimana dal 15 settembre, termine ultimo per le nomine in ruolo, era stato approvato poco meno di un terzo di quelle previste. Quindi, con molta probabilità, la metà delle cattedre resterà vuota. E anche i pochi che già sanno di aver superato il concorso non hanno affatto trovato la tanto attesa immissione in ruolo ad aspettarli. Anzi. «Ho vinto il concorso, ma non ho gioito neanche un attimo», racconta una giovane aspirante prof calabrese. Il perché si trova nei numeri: al momento non ci sono posti disponibili per assumere i docenti vincitori. O meglio, c’erano. Poi il ministero dell’Istruzione ha disposto la cosiddetta mobilità straordinaria, permettendo ai docenti fuori sede di avvicinarsi nella propria città o regione. Le domande di trasferimento sono state più di 200mila. E tanti hanno fatto richiesta di conciliazione contro l’algoritmo usato dal Miur per assegnare i posti di ruolo. Così tante cattedre sono state occupate, senza che i posti riservati al concorso venissero accantonati. Il risultato è che i posti ci sono anche, ma si sono spostati in altre regioni. Ma se la mobilità è nazionale, il concorso invece è regionale. E soprattutto nelle regioni del Centro Sud, con il ritorno di molti insegnanti prima dislocati provvisoriamente al Nord, i posti disponibili si sono ridotti al lumicino. Il 7 settembre è arrivata la comunicazione: il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha firmato il decreto che dà il via libera alle immissioni in ruolo. Al netto della mobilità, i posti disponibili sono 29.720, di cui 7.221 per il sostegno. Di questi, quasi 19mila posti andranno nelle regioni settentrionali, meno di tremila nel Mezzogiorno e il resto nel Centro Italia. Senza dimenticare che i posti disponibili, poi, vanno divisi con gli iscritti nelle Graduatorie a esaurimento (Gae), che il governo vuole far scomparire del tutto e che comprendono anche persone che non hanno mai svolto un giorno di supplenza. «Ci sono classi di concorso in alcune regioni che hanno zero disponibilità. Allora perché bandire lo stesso il concorso?», si chiedono i vincitori. Prendiamo ad esempio la classe per matematica e scienze in Calabria: 101 posti messi a concorso, 52 persone hanno superato la selezione, ma i posti disponibili ora sono solo due. La classe di tecnologia per le medie, con 86 posti banditi e 28 vincitori, risulta con soli tre posti disponibili. Fino al paradosso per cui la classe di filosofia e storia rischia di non avere nessun posto disponibile in tutta Italia. Se la mobilità è nazionale, il concorso invece è regionale. E soprattutto nelle regioni del Centro Sud, con il ritorno di molti insegnanti prima dislocati provvisoriamente al Nord, i posti disponibili si sono ridotti al lumicino.

Per la scuola giovane e digitale possiamo aspettare. «Renzi e la Giannini sostenevano di voler svecchiare la scuola assumendo giovani insegnanti con grandi competenze digitali e linguistiche», racconta una delle vincitrici del concorsone, che ha alle spalle anche un dottorato negli Stati Uniti. «Questa cosa almeno per quest’anno non avverrà e forse solo per pochissimi di noi succederà nei prossimi anni, visto che gli assunti con le Graduatorie a esaurimento e quelli che hanno goduto della mobilità sono soprattutto insegnanti ultra50enni o che non hanno mai insegnato». La sentenza della Corte di giustizia europea del 2014 diceva che hanno diritto all’assunzione i precari italiani della scuola con almeno 36 mesi di servizio. «Non tutti quelli delle Gae!», sottolineano gli aspiranti prof. «Noi vincitori del concorso abbiamo già fatto tra l’altro un concorso pubblico, quello del Tfa, passando una selezione, pagando 2.500 euro per l’iscrizione, seguendo corsi e facendo esami. E alla fine l’insegnamento è che più fai e peggio è». È vero che la graduatoria del concorso ha una durata di tre anni, e che i vincitori potrebbero venire assunti nei prossimi anni. Ma il rischio è che i posti in alcune regioni non torneranno più, facendo sfumare l’assunzione. Ecco perché molti, al Sud, stanno chiedendo di sapere almeno quanti andranno in pensione quest’anno per fare due calcoli e capire quante cattedre si libereranno. Il punto è che nel momento in cui verrà stilata la graduatoria del prossimo concorso a cattedra del 2019, le attuali graduatorie decadranno. E addio concorsone. Senza dimenticare che, passi per l’estate trascorsa a studiare, molti aspiranti prof per partecipare alle prove del concorso hanno rinunciato ad altre occasioni o posti di lavoro. «Lavoravo in una scuola in Piemonte e mi sono licenziata per studiare e partecipare al concorso, continuando a sostenere le spese d'affitto», racconta una ragazza. «Ho partecipato e vinto in cinque classi di concorso, ma al momento non ci sono posti disponibili». Renzi e la Giannini sostenevano di voler svecchiare la scuola assumendo giovani insegnanti con grandi competenze digitali e linguistiche. Questa cosa almeno per quest’anno non avverrà e forse solo per pochissimi di noi succederà nei prossimi anni, visto che gli assunti con le Graduatorie a esaurimento e quelli che hanno goduto della mobilità sono soprattutto insegnanti ultra50enni o che non hanno mai insegnato​.

Il gioco delle tre carte. Mentre al Sud – dove in tanti vogliono fare l’insegnante anche perché altri lavori non ce ne sono – le cattedre sono scomparse, in molte regioni del Nord ora c’è invece un surplus di cattedre libere perché molti insegnanti durante l’estate si sono spostati. Il sindacato Anief ha già annunciato che impugnerà al Tar il decreto del ministero sulle immissioni in ruolo con le disponibilità ridotte. Chiedendo, come extrema ratio, la possibilità di assunzione anche al di fuori della regione in cui il concorso è stato vinto. E con i posti vuoti, liberati dai docenti in mobilità, l’avvio regolare della scuola al Nord sembra un miraggio. Vanno assegnate ancora migliaia di cattedre, mentre in molte regioni settentrionali si torna in classe il 12 settembre. Ed entro il 15 tutti gli studenti italiani saranno seduti ai banchi. Una volta suonata la campanella quindi, riprenderà il valzer delle supplenze. Che sono tutt’altro che scomparse. Dopo l'approvazione della riforma della “Buona scuola” a luglio 2015, delle 103mila assunzioni annunciate, per l’anno 2015/2016 il Miur è riuscito a piazzarne soltanto 87mila e 600. In tanti si sono rifiutati di spostarsi fuori dalla regione di residenza e i posti sono rimasti vacanti. E «anche quest’anno, secondo le nostre previsioni, le supplenze saranno più di 80mila», spiega Corrado Colangelo, della Flc Cgil. «Rispetto all’anno scorso, la famosa “supplentite” diminuirà sì e no di uno zero virgola qualcosa, non di più». E così pure i tanti bocciati del concorsone, spalmati nelle fasce di aspiranti prof, serviranno ancora a mandare ancora avanti la macchina della scuola. «Resto in seconda fascia. Intanto aspetto che mi chiamino di nuovo per una supplenza», racconta uno dei bocciati. «Difficile che mi chiameranno per la mia classe di concorso. Potrei essere chiamato per il potenziamento, o più probabilmente andrò a fare di nuovo l’insegnante di sostegno». Perché, tra parentesi, il numero di specializzati per il sostegno resta ancora insufficiente. La “Buona scuola”, anche per quest’anno, può aspettare.

PUBBLICHIAMO UN TESTO DI RETTIFICA ALL’ARTICOLO PRECEDENTE INVIATOCI DA TIZIANA DE CHIARA, AMMINISTRATORE DEL GRUPPO FACEBOOK “DOCENTI GAE COORDINAMENTO NAZIONALE”. Purtroppo quest’anno non è, come lei sostiene nel suo articolo, uno spartiacque tra il prima della “Buona Scuola” e il dopo la “Buona Scuola”: la Legge 107 non ha risolto i problemi atavici della scuola, primo fra tutti la “supplentite”, termine tanto caro al nostro premier, perché le cattedre del nord erano e sono scoperte, mentre al sud continua ad esserci un surplus di docenti che non si riesce a collocare, il tutto provocato sia dall’emendamento Puglisi, che derogando il vincolo triennale di permanenza dei neo assunti nelle loro sedi di appartenenza, ha gettato nella disperazione ben 45000 docenti iscritti nelle GaE, che si sono visti rubare il tanto agognato ruolo per via delle assegnazioni provvisorie, che hanno fagocitato tutte le cattedre autorizzate dal MEF, che dal concorso-truffa, che ha immesso nel mondo della scuola nuovi docenti, che non trovano collocamento a fronte di un concorso superato. · In merito all'osservazione riportata nel suo articolo del 10/09/2016 su "LINKIESTA" Le Graduatorie ad Esaurimento non saranno mai cancellate: la legge 107 recita:” per l'assunzione del personale docente ed educativo, continua ad applicarsi l'articolo 399, comma 1, del testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, fino a totale scorrimento delle relative graduatorie ad esaurimento; i soggetti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento del personale docente sono assunti, ai sensi delle ordinarie facoltà assunzionali, nei ruoli di cui al comma 66, sono destinatari della proposta di incarico di cui ai commi da 79 a 82 ed esprimono, secondo l'ordine delle rispettive graduatorie, la preferenza per l'ambito territoriale di assunzione, ricompreso fra quelli della provincia in cui sono iscritti. Continua ad applicarsi, per le graduatorie ad esaurimento, l'articolo 1, comma 4-quinquies, del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 134, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2009, n. 167” comma 109 lettera c. A sostenere tutto ciò il ministro Giannini, nel suo intervento a "POLITICS", programma in onda il martedì su RAI 3, del 13/09/2016, ha ribadito che le GaE saranno esaurite fino all'ultimo iscritto con la modalità assunzionale del 50% dal concorso e 50% da GaE. · Nel suo articolo lei sostiene che i docenti delle GaE non hanno svolto il loro servizio nella scuola pubblica. Mi perfetto di farle notare che la scrivente ha superato l’ultimo concorso abilitante del 1999- 2000 ed ha alle sue spalle 16 anni d’insegnamento tutti svolti nelle scuole statali e come me 45000 colleghi. Forse lei si riferisce ad alcuni casi che si sono evidenziati nella Fase C, dove “colleghi”, che svolgevano altro lavoro, ora, per magia renziana si trovano a occupare la sedia della docenza senza sapere dove mettere le mani, senza conoscere l’ABC della docimologia. · Nel suo articolo lei dice che i posti “sono stati spostati in altre regioni”. Ma le cattedre sono sempre state in altre regioni, e non in quelle del centro-sud. In una puntata di “PORTA A PORTA” il sottosegretario di Stato del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca nel Governo Renzi Davide Faraone dichiarò che visto che non si potevano spostare gli alunni da Nord a Sud, si spostavano i docenti da Sud a Nord. Il ministro Giannini, nel suo intervento nella trasmissione citata sopra, ha rimarcato una cosa nota ai docenti: il 67% delle cattedre è al centro nord, mentre l'80% dei docenti è al centro sud. Vista la mobilità di quest'anno era prevedibile che le immissioni in ruolo sarebbero state zero, sia per le GaE che per i concorsi. Per ovviare a questo problema i colleghi potevano andare a svolgere il concorso nelle regioni dove c’era la possibilità del ruolo, se questa era la loro primaria preoccupazione. · Per quanto riguarda lo svecchiamento della scuola, se si riferisce alla nostra età anagrafica, non è colpa nostra se da decenni inseguiamo il ruolo, che ci sfugge di volta in volta perché il ministro di turno, per biechi interessi di partito, favorisce il numero maggiore di docenti. Se poi lei si riferisce alle metodologie e competenze d’insegnamento, le posso dire che il progetto “Scuola 2.0” personalmente lo porto avanti già da un bel po’: si lavora col “cloud”, per scambi in tempo reale di notizie e conoscenze, dalla L.I.M. siamo passati ai proiettori interattivi multimediali e ai pennini ottici, in classe si mette in pratica la “flipped classroom”, tutto questo per motivare, stimolare e spronare gli studenti ad uno studio fattivo e innovativo. · Per quanto attiene la questione dei 36 mesi, la questione è molto complessa e va chiarita fin dagli albori. Il Miur è stato più volte sanzionato dalla UE alla stabilizzazione di tutti i precari con 36 mesi e più di servizio su posto vacante. Il governo ha pensato bene di risolvere la questione con un piano nazionale di assunzione, denominato legge 107, con la qual cosa l’illecito giuridico ora è stato cancellato. La sua osservazione che sostiene che al Sud si vuole fare l’insegnante perché non c’è altro lavoro, la trovo un luogo comune trito e ritrito e francamente non rende giustizia a tutti quei colleghi che la mattina dicono “io vado a scuola” e non “io vado a lavoro”. L’insegnamento è un lavoro dell’anima che non tutti possono svolgere: noi maneggiamo un materiale duttile e malleabile ma altamente pericoloso: la coscienza dei ragazzi. Ciò che un ragazzo apprende nell’età evolutiva lo renderà l’uomo di domani: ed è data a noi docenti questa delicata missione. Per concludere la informo che il governo vuole riconvertire tutti i docenti, che con l’emendamento Puglisi non si sono mai mossi dalle loro province e che sono in esubero, sul sostegno mediante “corsettini” di pochi giorni, se non di ore, a fronte di docenti altamente formati presenti nelle GaE. Il sostegno non può essere un escamotage per il governo per risolvere i propri pasticci.

I PRECARI DI STATO.

Così un esercito di lavoratori invisibili tiene in piedi la Pubblica amministrazione, scrive Salvo Intravaia su “La Repubblica”. Quanti sono i precari nella scuola, nella sanità, nei Ministeri e negli enti? Secondo l'agenzia governativa Aran 317mila. Ma per la Cgia di Mestre sono almeno un milione perché mette nel conto tutte le figure non stabili. A partire da i "liberi professionisti" che sono invece dei dipendenti mascherati. Il governo ha messo in cantiere nuovi concorsi con posti riservati. Ma la Consulta ha mandato ai giudici europei tutta la questione dei lavoratori atipici perché un decreto Ue, recepito dall'Italia, prevede la stabilizzazione dopo tre anni. Vittorio ha vinto il concorso della scuola bandito nel lontano 1990 e da allora aspetta di essere assunto. Già, perché la graduatoria del suo concorso è miracolosamente ancora in vigore. Ogni anno, si reca in Provveditorato sperando che sia finalmente arrivato il suo turno. Ma poi se ne torna a casa e continua ad aspettare. Nel frattempo, la sua barba si è imbiancata e i suoi capelli sono diventati più radi: ventitré anni di attesa per un posto che sembrava a portata di mano sono troppi in qualsiasi paese. Oggi, ha 54 anni e aspetta sempre. Nel 1990, alla sua età si poteva andare in pensione, Vittorio non solo non ci è andato, ma non è stato neppure assunto. E ancora aspetta. Stesso destino per Giuseppe Scaglione, anche lui di Palermo, che di anni ne ha addirittura 62 ed è in lista per essere assunto come professore di Costruzioni dal lontanissimo 1988, lo scorso millennio. Quando il suo nome comparve per la prima volta nelle graduatorie degli insegnanti precari, il muro di Berlino era ancora una ferita sul Vecchio continente, mentre adesso frotte di turisti affollano il checkpoint Charlie per le foto ricordo. Due storie, quelle di Vittorio e Giuseppe, che sembrano l'esatto paradigma del precariato lavorativo italiano: uno status che, per definizione, dovrebbe essere temporaneo si trasforma in una situazione quasi perenne. Come accade in alcuni Comuni siciliani, dove ci sono precari da 18/20 anni che reggono interi settori strategici. Oppure infermieri, personale tecnico e anche qualche medico precari nella sanità da 15 anni. O gli stagionali tra i vigili del fuoco. Ma quanti sono i precari pubblici nel nostro Paese? Secondo l'Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni), i precari del pubblico, sono -  dato del 2011 -  poco meno di 317mila, secondo la Cgia di Mestre, (l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese che produce ricerche sullo stato del Paese) sono invece tre volte di più: quasi un milione. Troppi? Il fatto è che si può essere precari anche da liberi professionisti, spiegano da Mestre. L'esercito delle cosiddette partite Iva spesso nasconde una sacca di precariato involontario: se vuoi lavorare, devi farlo alle nostre condizioni. Per la Cgia di Mestre vanno considerati come precari i lavoratori dipendenti con contratto a termine involontari, quelli cioè che lavorerebbero a tempo indeterminato se venisse data loro la possibilità di farlo: i lavoratori part-time involontari, ma anche collaboratori e liberi professionisti che presentano contemporaneamente tre vincoli di subordinazione (un solo committente, imposizione dell'orario di lavoro e utilizzo dei mezzi dell'azienda).  Ed è difficile eccepire visto che le tre condizioni sono tipiche del lavoro subordinato. Analizzando i dati dell'Istat, ci si accorge che su oltre 22 milioni di lavoratori italiani -  dato del mese di luglio del 2013 -  soltanto il 53,6 per cento -  poco più di 12 milioni -  lavora stabilmente e a tempo pieno, Il resto sotto varie forme è precario. Un mondo fluido e mutevole dove è difficile distinguere tra liberi professionisti "per scelta" e involontari, come li definisce l'Istituto italiano di statistica: lavoratori che accettano di lavorare col part-time o con la partita Iva "in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno". Con il Pubblico impiego, lo Stato e gli enti locali, che, anziché promuovere lavoro stabile per garantire sicurezza alle famiglie, attinge a piene mani dall'enorme serbatoio del bisogno di lavoro che, all'articolo 4, la Costituzione sancisce come un "diritto". "È scandaloso", sbotta Gianni Faverin della Cisl "Se un posto di lavoro non serve più, lo Stato e gli enti locali dovrebbero abolirlo. Se invece è necessario per assicurare un servizio ai cittadini per anni, allora occorre stabilizzare il lavoratore. Non è corretto per lo stesso lavoratore e per la società mantenere un lavoratore precario per anni e anni". La Costituzione all'articolo 97 afferma che "agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge" e il decreto legislativo 368 del 2001 -  che attua una direttiva europea in materia di contratti a tempo determinato -  stabilisce che dopo tre anni di proroghe "il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato", salvo i casi previsti dalla legge. Per questa ragione, su ricorso dell'Anief (Associazione professionale e sindacale della scuola), la Corte costituzionale ha rinviato ai giudici lussemburghesi l'eventuale trasformazione di 200mila rapporti di lavoro nella Pubblica amministrazione da lavoro precario a contratti a tempo indeterminato. Trasformazione che sta alla base della stabilizzazione dei precari. I comparti del Pubblico impiego che sfruttano maggiormente l'enorme sacca di precariato esistente in Italia sono soprattutto: scuola, sanità, enti locali, università e vigili del fuoco. In alcuni casi, come quello degli enti locali, il blocco contenuto nelle ultime Finanziarie impedisce alle regioni di bandire i concorsi. E il precariato "di Stato" lievita. Secondo l'Aran tra scuola e sanità si contano 170mila precari, mentre la Cgia di Mestre ne conta quasi 515mila. Oltre 57mila per l'Aran, 118mila per la Cgia di Mestre, i precari della Pubblica amministrazione -  Stato ed enti locali -  oltre 4mila quelli dell'Università e 3mila e 600 i vigili del fuoco, lavoratori specializzati che rischiano la vita ogni giorno e non sono neppure stabili. A fare l'identikit del lavoratore sempre in bilico ci pensano a Mestre: diplomato, meridionale e con uno stipendio medio di 836 euro mensili. Ma adesso arriva il cosiddetto decreto D'Alia che dichiara guerra al precariato. L'intenzione è meritoria: "Viene rafforzato il principio in base al quale" -  si leggeva nel comunicato di Palazzo Chigi del 26 agosto "il ricorso al lavoro flessibile nella Pubblica amministrazione è consentito esclusivamente per rispondere a esigenze temporanee o eccezionali: ne deriva che nella Pubblica amministrazione non è consentito sottoscrivere contratti elusivi del reclutamento tramite concorso.  Il tutto al fine di evitare, per il futuro, la formazione di nuovo precariato". Il decreto, per ridurre il precariato nel settore pubblico, percorre due strade: nuovi concorsi riservati a coloro che nell'ultimo quinquennio hanno maturato almeno tre anni di servizio nella pubblica amministrazione; proroga fino al 31 dicembre 2015 delle graduatorie dei concorsi pubblici approvate dal primo gennaio 2008. Buoni propositi. O risposta politica in attesa che si pronuncino i giudici europei.

La beffa di Stato per 11mila docenti. Da possibile eccellenza a ultimi della fila, scrive Salvo Intravaia su “La Repubblica”. Li chiamano "tieffini", secondo la riforma Gelmini rappresentavano gli insegnanti "giovani e meritevoli", quelli che sarebbero entrati in classe solo dopo aver fatto un super corso all'università. Invece oggi si trovano dietro a tutti gli altri precari e per loro la cattedra diventa un miraggio. Sfigati o precari di serie C? C'è solo l'imbarazzo della scelta, ma la sostanza non cambia. Il variegato mondo dei precari della scuola ha anche i suoi "figli di un Dio minore". Si tratta di 11mila persone appena abilitate secondo la riforma Gelmini costrette quest'anno addirittura ad elemosinare una supplenza dai loro colleghi non abilitati: una situazione che sembra assurda, ma che rappresenta una delle tante contraddizioni della scuola italiana che ormai non meravigliano quasi più nessuno. I 183mila "precari storici" inseriti nelle Graduatorie ad esaurimento (le Gae) sono infatti in una botte di ferro: le liste provinciali di cui fanno parte sono (quasi) blindate e spetterà a loro per i prossimi anni metà dei posti concessi per le immissioni in ruolo. A seguire, nell'inferno del precariato scolastico nostrano figurano i supplenti di serie B e quelli di serie C. I primi sono i 66mila precari non abilitati che dall'anno scolastico 1999/2000 al 2011/2012 hanno racimolato tre anni di supplenza in una scuola statale o paritaria. E che adesso hanno l'occasione di acciuffare l'abilitazione all'insegnamento attraverso una corsia preferenziale: il cosiddetto Percorso abilitante speciale (Pas), che consentirà loro in un anno di ottenere l'abilitazione all'insegnamento. E dopo, in fondo al purgatorio dei precari della scuola, i cosiddetti "tieffini": coloro che hanno ottenuto l'abilitazione all'insegnamento attraverso il Tirocinio formativo attivo, il Tfa. Gli 11mila tieffini che scalpitano per sedere in cattedra nell'immaginario gelminiano dovevano rappresentare l'avanguardia degli insegnanti "giovani e meritevoli" del terzo millennio ma adesso figurano ultimi tra gli ultimi. Ecco perché. Tre anni fa, la riforma Gelmini della formazione iniziale dei docenti ha infatti previsto che per diventare insegnanti di scuola media e superiore occorre seguire corsi universitari a numero programmato quinquennali con un altro anno di appendice per seguire un Tirocinio (formativo attivo) in classe: in tutto, sei anni di studio ed esami. Ma per i primi anni di applicazione il decreto prevede che coloro che sono in possesso di una laurea del vecchio ordinamento o di una laurea triennale più una laurea magistrale, conseguita entro il 2010, potevano ottenere l'abilitazione all'insegnamento seguendo il solo tirocinio di un anno, con esame finale, riservato ad un numero limitato di candidati. Per oltre 20mila posti messi a disposizione dal ministero la selezione ha abilitato soltanto 11mila nuovi insegnanti. Che adesso rappresentano l'ultima ruota del carrozzone scolastico italiota. Il perché è presto detto. I tieffini e gli abilitati attraverso i Pas, dopo avere sborsato migliaia di euro per seguire i corsi universitari predisposti per l'occasione, potranno inserirsi soltanto nelle graduatorie d'istituto, da cui si assegnano le supplenze "brevi". Ma soltanto dal 2014. Quest'anno, sono in coda a tutti, anche ai colleghi non abilitati. Di entrare nelle graduatorie ad esaurimento -  da cui vengono reclutati gli immessi in ruolo e che consentono di acciuffare le supplenze per tutto l'anno -  non se ne discute. E tra questi, i tieffini saranno in coda perché i compagni dei Pas avranno un punteggio più alto, visto che possono vantare almeno tre anni di servizio che dà luogo a punteggio. Per i primi, la "terra promessa" doveva essere la riforma del reclutamento che l'ultimo governo Berlusconi non riuscì a portare a termine. E, adesso, si trovano in mezzo al guado dell'ennesima incompiuta italiana: la riforma dell'intero percorso per sedere in cattedra (formazione universitaria degli nuovi insegnanti e nuovo reclutamento) rimasta a metà. 

Università regno dei precari. Vietato sognare il posto fisso, scrive Valerio Mammone su “La Repubblica”. Sei su dieci hanno un contratto atipico, l'instabilità colpisce ricercatori e docenti. L'allarme dei sindacati: con la riforma Gelmini nessuna regolarizzazione e un esercito di disoccupati. Entrate in un'università italiana e puntate il dito su una persona a caso: se non è uno studente, avete sei probabilità su dieci di aver indicato un precario. Secondo i dati del Miur, nel 2012 l'università italiana ha raggiunto un traguardo notevole: fra docenti e ricercatori il 60 per cento lavora con un contratto precario. Tra chi si occupa di ricerca (dottorandi, ricercatori a tempo determinato e indeterminato e assegnisti di ricerca) la percentuale sale al 69 per cento. Mentre fra i professori quasi uno su due ha il contratto precario. Alla fine del 2012, i "contrattisti" erano 27.664 a fronte di 29.271 fra professori ordinari e associati. Sognare un posto a tempo indeterminato, in un'università italiana, è proibito per legge. Le norme della riforma Gelmini che riguardano il personale precario (assegnisti, ricercatori e professori a contratto) si concludono sempre con la stessa frase: "I contratti di cui al presente articolo non danno luogo a diritti per l'accesso ai ruoli universitari". Tradotto dal burocratese: "Scordatevi il posso fisso". Nei prossimi anni il precariato è destinato ad aumentare: "Le università", dice Domenico Pantaleo, segretario nazionale Flc Cgil "sono diventate una fabbrica di precari. La legge Gelmini ha precarizzato persino la figura del ricercatore, sostituendo quelli a tempo indeterminato, destinati a sparire, con i ricercatori a tempo determinato". Francesco Vitucci, segretario nazionale dell'Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi), è dello stesso parere: "Lo Stato negli ultimi anni ha utilizzato il precariato per far fronte ai tagli e far sopravvivere l'istituzione dell'università. Se non avesse sfruttato gli assegnisti di ricerca, i professori a contratto e altre figure, le università sarebbero implose". Secondo i piani dell'ex ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, la riforma avrebbe dovuto eliminare il "precariato stabile e consentire esclusivamente ai meritevoli di proseguire l'attività di ricerca". Ma secondo l'Adi, la legge ha solo creato i presupposti per un esercito di disoccupati. Entro il 2020, il 93 per cento degli assegnisti di ricerca che alla fine del 2012 lavoravano nelle università italiane abbandonerà per sempre la carriera accademica. Il restante 7 per cento sarà reclutato come ricercatore a tempo determinato, con la possibilità di inserimento in ruolo. I disoccupati, conti alla mano, saranno 12.555 su un totale di 13.500 assegnisti. Il precariato, nelle università, non riguarda soltanto la ricerca ma anche l'attività didattica, a causa dell'impiego massiccio dei professori a contratto. Questi docenti "sono stati introdotti nel 1980 per arricchire il percorso universitario attraverso il contributo di esperti del mondo delle professioni", dice Alessandro Bellavista, ordinario di Diritto del lavoro all'Università di Palermo, "ma col passare degli anni, e con l'ampliamento dell'offerta formativa, sono stati usati anche come canale per parcheggiare giovani studiosi in attesa di una posizione migliore". Per capire il perché di questo aumento basta dare un'occhiata ai contratti, che nel migliore dei casi prevedono compensi irrisori e spesso sono gratuiti.  La riforma Gelmini ha tentato di limitare questo abuso, impedendo il rinnovo dei contratti per più di 5 anni e fissando un tetto del 5 per cento a quelli gratuiti (sul totale dei professori e ricercatori di ruolo in servizio nell'ateneo) obbligando le università a stipularli solo con "esperti di alta qualificazione" che abbiano già un reddito lordo non derivante dalla stessa università pari o superiore a 40mila euro. Le maglie imposte dalla riforma, però, erano troppo stringenti: il decreto semplificazioni varato dal governo Monti ha quindi eliminato le barriere di reddito introdotte dalla legge Gelmini per evitare lo sfruttamento di giovani precari. "Così è probabile", dice Alessandro Bellavista "che si continuerà nella prassi di assegnare contratti a titolo gratuito a quei giovani (o già attempati) studiosi disponibili a tutto pur di rimanere nel mondo universitario". Per gli altri contratti di docenza la legge ha stabilito un compenso minimo di 25 euro lordi l'ora, con cui l'università si assicura, oltre alle lezioni, anche la presenza del docente agli esami, il ricevimento studenti e l'assistenza tesi.

Quando la salute è senza contratto. Medici e infermieri con la partita Iva, scrivono Vittoria Iacoviello e Maria Elena Scandaliato su “La Repubblica”. Timbrano il cartellino, sono nei turni di ferie, ma per loro non ci sono né garanzie né tutele. Nella Sanità il ricorso a contratti atipici è diventato la regola per aggirare il blocco delle assunzioni. A Nord come a Sud. Entrano al lavoro e timbrano il cartellino, fanno turni, notti, reperibilità come fossero dipendenti, ma in realtà a fine mese emettono una fattura e pagano più contributi previdenziali dei loro colleghi a tempo indeterminato. L'assicurazione è a loro carico, non hanno ferie e le loro "consulenze" o "collaborazioni" sono perennemente appese al filo del rinnovo del loro rapporto con la Asl. Da questi camici bianchi atipici però dipendono anche la salute e la vita di molti pazienti. Questi medici, infermieri e tecnici, infatti hanno spesso alte specializzazioni, sono impiegati in reparti particolarmente delicati come la Neonatologia intensiva dell'Umberto I di Roma (in cui sono la metà del personale), il Pronto soccorso pediatrico, ma anche la Cardiochirurgia, le ambulanze, la Radiologia. I camici bianchi a partita Iva sono in tutti i settori della sanità pubblica. Sono tanti e difficili da calcolare, da Nord a Sud, il loro orizzonte di speranza si chiama "assunzione", ma ogni volta che viene promesso un nuovo concorso il concetto sembra non riuscire a emergere dalle semplici promesse elettorali dei governatori locali o dai proclami di politici di qualsiasi schieramento. Loro sono lì e portano avanti la macchina della salute assieme ai colleghi assunti, lavorando esattamente allo stesso modo ma con un gap di diritti notevole. Al Policlinico Umberto I di Roma sono più di duecento, il direttore generale Domenico Alessio con una lettera alla Regione Lazio inviata lo scorso 20 febbraio chiedeva di "indire un concorso pubblico per l'assunzione diretta degli infermieri con un punteggio che tenga conto degli anni già prestati al Policlinico" e poi "attivare procedure per l'assunzione diretta del personale ausiliario già in servizio al Policlinico, così da preservare la professionalità acquisita, il diritto di assistenza nelle strutture sanitarie pubbliche, la dignità e sicurezza dei lavoratori super sfruttati per far ingrassare i padroni di ditte e cooperative". I mesi sono passati siamo ancora allo stesso punto. Un medico che lavora in ospedale, ma è considerato lavoratore "autonomo" paga anche una percentuale più alta di contributi all'Empam (ente previdenziale della categoria) cui versa ogni anno il 12,5 per cento dello "stipendio", mentre i colleghi assunti regolarmente pagano soltanto la percentuale su quanto guadagnato effettivamente con prestazioni fuori dal settore pubblico. I falsi "liberi professionisti" di libero hanno ben poco. E la riforma Fornero ha dato il colpo di grazia. Molte Aziende sanitarie, per sopperire alla carenza degli organici, aumentata esponenzialmente a causa del blocco del turn over, si sono avvalse della disciplina contenuta nell'articolo 7 del Decreto legislativo 165 del 2001 per stipulare contratti libero professionali con medici, biologi, farmacisti e psicologi. Secondo la norma infatti: "Per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali, con contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa, a esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria, in presenza degli" specifici "presupposti di legittimità". Un'anestesista, che preferisce rimanere anonima per evitare guai, ci racconta: "Ho lavorato anche tra un contratto e l'altro, senza sapere cosa sarebbe stato di me e senza assicurazione. L'ho fatto per senso del dovere, nel mio reparto se scioperi i pazienti non rimangono in attesa, muoiono. Se ci fosse stato qualche problema, non so cosa avrei fatto, non avrebbero neanche potuto ipotecarmi la casa, sono in affitto. Lavoriamo in condizioni di stress estremo e il precariato è la fune sulla quale cerchiamo ogni giorno di rimanere in equilibrio". E a Nord lo scenario non cambia. A Milano il Pio Albergo Trivulzio (quello dove iniziò l'inchiesta Mani Pulite) gestisce tre residenze assistenziali e due istituti di riabilitazione per anziani, oltre a diversi ambulatori specialistici, un hospice per malati incurabili e alcune comunità alloggio. Tutto all'interno di strutture pubbliche, amministrate dal Comune e dalla Regione Lombardia. Come a Roma, anche qui precari e partite Iva si mischiano ai colleghi "strutturati": basta fare un giro nei corridoi di via Trivulzio per vedere decine di "liberi professionisti" strisciare il badge in entrata, uscita e pausa pranzo, come fossero dei dipendenti. Su 1400 lavoratori, circa 200 sono "collaboratori" o partite Iva; difficile, invece, quantificare il personale di cooperativa che si incontra in tutti i reparti. Le gare cui partecipano le cooperative, infatti, prevedono solo la fornitura di un ammontare di ore assistenziali, come richiesto dalla Regione; quanti siano gli operatori sanitari necessari a garantirle non è interesse del Pio Albergo. "Semplicemente, non possiamo fare concorsi. E per assumere a tempo indeterminato è necessario bandire un concorso pubblico", spiega Giovanni Maria Soro, direttore generale del Trivulzio. "L'ultimo era stato indetto nel 2011, ma è stato subito bloccato dalla gestione commissariale. Poi è stato decretato il blocco del turn over e non abbiamo assunto più nessuno". In realtà, negli ultimi anni sono stati chiamati a lavorare decine di nuovi infermieri, medici e fisioterapisti. Il paradosso è che sono stati contrattualizzati come "collaboratori" o "liberi professionisti", nonostante siano tenuti a rispettare orari e turni, e a pianificare le ferie proprio come i loro colleghi subordinati. Inoltre, sono stati scelti non tramite concorso pubblico (come la legge impone) ma attraverso una "procedura comparativa", che cerca di salvare almeno la parvenza di una selezione trasparente del personale. Tra gli avvisi affissi nella bacheca del Pio Albergo, infatti, ecco due nuove "procedure comparative" per il conferimento di 21 "incarichi libero professionali": fisioterapisti, logopedisti e assistenti sanitari chiamati a lavorare come dipendenti, ma senza le relative garanzie. Un infermiere del Trivulzio, anche lui rigorosamente anonimo, racconta: "Lavoro tra le 150 e le 160 ore al mese, con una retribuzione lorda che va dai 2500 ai 2800 euro. Sembra una bella cifra, ma con la partita Iva pago delle tasse salatissime, e devo anche pensare da solo a pensione e assicurazione contro malattia e rischio biologico". In effetti, i lavoratori a partita Iva sono pagati solo per le ore effettivamente lavorate: chi resta a casa perché ammalato o infortunato (magari sul lavoro) non riceve nulla. Su tutto, poi, incombe l'interruzione del rapporto lavorativo, che il Trivulzio può imporre senza particolari preavvisi o spiegazioni. Basta inimicarsi un superiore o un dirigente e lo stipendio rischia di saltare da un mese all'altro. Ecco perché nessuno vuole parlare a viso aperto della propria precarietà: "C'è poco da lamentarsi. Con questi contratti ti possono licenziare quando vogliono". Giovanni Maria Soro difende comunque le scelte del Trivulzio: "Noi non costringiamo nessuno. Quando facciamo la procedura comparativa diciamo chiaramente che il rapporto è di tipo libero-professionale. Certo, le ore sono quelle e la struttura sanitaria prevede per forza di cose una turistica, ma nessuno ha mai fatto ricorso". In effetti, la tentazione di fare causa per l'assunzione a tempo indeterminato passa in fretta. Un fisioterapista, a partita Iva per anni e oggi collaboratore a progetto, racconta di essersi rivolto a un avvocato: "Mi ha sconsigliato di far causa al Pat, perché nessun giudice ha mai costretto un ente pubblico ad assumere a tempo indeterminato. Forse potrei ottenere un indennizzo economico, ma perderei sicuramente il posto di lavoro". Il bilancio del Trivulzio nel 2012 è stato chiuso con un buco di 9 milioni di euro, due in meno rispetto al 2011; un miglioramento relativo, dovuto alla vendita di immobili per un valore di 3 milioni di euro. Il Pio Albergo Trivulzio, infatti, gestisce un patrimonio mobiliare e immobiliare di 400 milioni: ciononostante, i servizi assistenziali per gli anziani - ovvero l'attività principale del Pat, che comprende anche la residenza nelle strutture e la riabilitazione -  rendono sempre meno, perché gli utenti solventi, a causa della crisi, sono in netta diminuzione, e il Comune può coprire sempre meno spese. Difficile, quindi, prevedere uno sblocco delle assunzioni attraverso nuovi concorsi. Particolare curioso, in questo contesto di austerity e sacrifici, sono le retribuzioni dei nove dirigenti del Pat: in media, ognuno di loro percepisce 105mila euro annui. Lo stesso Soro guadagna circa 123mila euro, cui si aggiunge un 20% in più in base ai risultati. Liberi professionisti anche loro, ma con qualche incentivo in più.  

Lavoro, lo Stato ignora le sue leggi. "Nel Pubblico impiego diritti negati", scrive Maria Elena Scandaliato su “La Repubblica”. Ai precari utilizzati come avessero contratti a tempo indeterminato i giudici negano l'assunzione. Al massimo possono puntare a un risarcimento, ma nessuno ha fissato dei parametri precisi così si va da 3mila euro per tre anni da abusivo a 20 mensilità. Nell'immaginario italiano lavorare per lo Stato significava sistemarsi a vita. Oggi non è più così: il Pubblico impiego è diventato un enorme serbatoio di partite Iva, cococo e contratti a termine. Con l'aggravante che il "precario di Stato" ha ben poche speranze di essere stabilizzato, rispetto a un omologo del settore privato. "I requisiti del rapporto di lavoro subordinato sono gli stessi nel privato come nel pubblico", spiega il giuslavorista Alberto Guariso, esperto di lavoro nella Pubblica Amministrazione. "Se la prestazione è continuativa, soggetta a direttive, con vincolo di orario e utilizzo di mezzi esclusivi del datore di lavoro, il rapporto professionale, che sia pubblico o privato, è di tipo subordinato". Questo significa che medici e infermieri impegnati negli ospedali pubblici come collaboratori o liberi professionisti (magari muniti di cartellino da timbrare) sono a tutti gli effetti dei lavoratori subordinati, che lo Stato dovrebbe assumere a tempo indeterminato dopo regolare concorso. "Purtroppo, le cose non vanno così", continua l'avvocato Guariso. "Ciò che cambia tra pubblico e privato sono proprio le conseguenze della violazione del vincolo di subordinazione". Lo Stato, infatti, sembra essere esente dal rispetto delle sue stesse leggi: ad esempio, se un infermiere lavora come subordinato, ma è pagato a partita Iva, nessun giudice potrà stabilizzarlo, imponendo alla struttura ospedaliera un contratto a tempo indeterminato. Ciò che avviene nel privato, dove spesso le finte collaborazioni sono trasformate per via giudiziale, nel pubblico trova un invalicabile muro di gomma. "È una situazione anomala, ma in fondo ha una sua logica", sostiene il giuslavorista. "Se introducessimo il potere del giudice di trasformare un contratto a termine a tempo indeterminato, la cosa si presterebbe ad abusi: quanti 'amici' verrebbero chiamati per qualche mese senza concorso in un ufficio pubblico, e poi assunti a vita dopo aver fatto causa?". Nella pratica, però, sbarrare la strada ad eventuali furbi produce un'immediata violazione del diritto: da un lato del lavoratore, impiegato come un dipendente, ma senza le relative garanzie; dall'altro della stessa comunità, laddove lo Stato seleziona del personale senza bandire un concorso pubblico. Il ricorso al precariato nella Pubblica Amministrazione nasce ufficialmente con il decreto legislativo 165 del 2001 (Testo unico del pubblico impiego). In realtà il problema esisteva già, come dimostrano le numerose "prestazioni d'opera" cui i Comuni hanno sempre attinto. "Già negli anni Novanta il Comune di Milano stipulava i cosiddetti 'contratti d'opera' per attività che non erano affatto occasionali. Basti pensare ai giovani impiegati negli uffici per stranieri o nell'organizzazione di eventi, che non erano iscritti a nessun albo professionale ma venivano pagati a prestazione, pur svolgendo veri e propri lavori d'ufficio". La legge del 2001 è scaturita proprio dalla necessità di sanare questa situazione. "Tra l'altro, l'articolo 36 del Testo unico da un lato specifica che i contratti impropri non possono trasformarsi in rapporti a tempo indeterminato, ma dall'altro prevede che in caso di utilizzo illegittimo della flessibilità il lavoratore abbia diritto a un risarcimento del danno subìto". La stessa Corte di Giustizia Europea, chiamata in causa dai lavoratori italiani, ha confermato che il rapporto di lavoro non può essere trasformato dal giudice; al tempo stesso ha imposto all'Italia di prevedere sanzioni effettivamente dissuasive del ricorso illegittimo al precariato. "Con l'introduzione del risarcimento è scattata una lunga serie di cause. Purtroppo il legislatore non ha indicato dei parametri economici, quindi i tribunali hanno stabilito le liquidazioni più strane", racconta il giuslavorista. "Tempo fa un giudice, per un contratto illegittimo di tre anni presso l'ospedale Sacco, ha comminato un risarcimento di appena 3mila euro. Certo, a volte sono riconosciute cifre pari a 20 mensilità, ma è tutto discrezionale". Può capitare, quindi, che lavoratori impiegati per cinque o dieci anni con contratti a termine impropri si trovino in mano un bel gruzzolo, ma senza il posto di lavoro. Una soluzione anomala, che grava sulla finanza pubblica e licenzia professionalità ormai consolidate. Discorso a parte meritano le partite Iva, ultimo gradino -  a ribasso -  della pubblica precarietà. Guariso spiega che anche laddove sussista un chiaro rapporto di subordinazione il risarcimento del danno, per loro, non è affatto scontato. "Questa sanzione è prevista per i contratti a termine e in somministrazione. Certo, si possono ottenere i contributi e l'eventuale differenza di retribuzione, ma il risarcimento non è obbligatorio". E dire che lo Stato pullula di partite Iva, soprattutto nella sanità. "Negli ospedali se ne trovano tante perché medici e infermieri appartengono a un ordine professionale. Ecco perché lavorano a partita Iva e con contratti di collaborazione coordinata e continuativa". In effetti, il cococo è rimasto in piedi solo per la pubblica amministrazione e per gli ordini professionali. "Poi c'è il problema della pensione: le partite Iva sono pagate bene e raramente fanno causa. In questo modo trascurano la loro situazione contributiva rimandandola all'ultimo momento. Quando dovranno smettere di lavorare, però, si renderanno conto che non hanno diritto a niente, e sarà un duro colpo". Il giuslavorista fa l'esempio di un gruppo di psicologi impiegati da dieci anni presso una Asl della provincia di Milano. Potrebbero lavorare come "convenzionati" -  tipologia contrattuale simile al cococo, propria di medici e psicologi -  e aver diritto almeno alle ferie. Invece no: lavorano come professionisti a partita Iva, pur essendo dei subordinati soggetti a orari precisi e destinati sempre allo stesso ambulatorio. "Pubblicano degli avvisi con cui rinnovano l'incarico sempre agli stessi, per uno o due anni. Quando abbiamo fatto causa, la Asl li aveva persino cancellati dal bando, e abbiamo dovuto fare un ulteriore ricorso perché continuassero a lavorare". Dietro questi abusi, alla fine, c'è sempre una questione di soldi: "Il convenzionato ha le ferie, il cococo o cocopro i contributi... Quando si ottiene una minima tutela da una parte, si aprono nuovi spazi a ribasso da un'altra, come quelli dell'incarico a partita Iva. Chissà dove arriveremo". L'Unione Europea è comunque contraria all'abuso dei contratti a termine. La normativa comunitaria, infatti, prevede anche il principio della non discriminazione, secondo cui il lavoratore a termine deve essere pagato nella stessa misura del suo omologo "comparabile" a tempo indeterminato. "Anche qui sono nati innumerevoli contenziosi, basti pensare agli importi collegati alla produttività", racconta l'avvocato. "La Croce Rossa, ad esempio, assume al 60% personale a termine cui non vengono pagati premi incentivanti, che sono una parte consistente della retribuzione. Di fatto questi premi sono assegnati senza un particolare collegamento a obiettivi specifici: se il traguardo sono 100 trasporti al mese, è ovvio che tutti hanno contribuito. E allora perché chi è assunto ha diritto al premio e chi è a termine no?"  Dal 2001 a oggi ci sono state almeno una decina di modifiche al Testo Unico. "Di anno in anno, i governi cercano di allargare il ricorso al precariato perché senza flessibilità nella pubblica amministrazione lo Stato non ce la fa. Puntualmente, poi, si rendono conto che si crea confusione e malcontento, e allora fanno l'ennesima riforma in cui ribadiscono il carattere eccezionale del lavoro flessibile". Una specie di fisarmonica, insomma. Nella quale, purtroppo, sono incastrate da anni migliaia di vite, in attesa di una stabilizzazione sempre più chimerica.

ABILITATI, SENZA POSTO.

Abilitati ma da anni senza posto: parte class action dei professori universitari. Sono già più di mille i ricercatori e i docenti pronti al ricorso al Tar: rischiano di dover fare una nuova certificazione perché quella conseguita per titoli è in scadenza, scrive Ilaria Venturi il 28 febbraio 2018 "La Repubblica". Abilitati, ma esclusi dalle università. E' l'esercito delle migliaia di docenti e ricercatori che hanno ottenuto l'abilitazione scientifica nazionale ma che non sono ancora stati chiamati dagli Atenei. E che ora rischiano di dover rifare la prova perché la "certificazione", conseguita attraverso un esame per titoli davanti a una commissione, è in scadenza. Dopo sei anni, infatti, non vale più, diventa carta straccia. Di qui la rabbia e la preoccupazione degli universitari pronti ora al ricorso al Tar. In poche settimane il Cipur, coordinamento dei professori di ruolo, ha raccolto 1.070 adesioni per l'azione legale. Si prefigura una vera e propria class action degli accademici con la quale dovrà fare i conti il ministero e il mondo della politica dopo le elezioni.

· LA PROTESTA. "Un assurdo, l'abilitazione non può scadere", la protesta che monta tra gli abilitati, circa 50 mila ad oggi. Quelli più coinvolti sono quelli che hanno conseguito l'abilitazione nelle prime tornate del 2012: su 7.149 abilitati per la prima fascia, risultano al Cipur (e i numeri sono per difetto) non chiamati dagli atenei in 3.512, mentre sui 14.779 abilitati per la seconda fascia i non chiamati sarebbero 2.122. Tutti potenziali interessati al ricorso. La presidente del Cipur, Rosa Daniela Grembiale, parla di "apartheid" all'interno del personale universitario: stesso lavoro, ma canali per la progressione di carriera discriminanti. Tre sono i ricorsi pronti a partire a marzo: i primi due, che hanno già raccolto 916 adesioni, riguardano i docenti associati e i ricercatori a tempo indeterminato (vecchia figura pre Gelmini) abilitati: perché per loro scade l'abilitazione, mentre questo non accade per i ricercatori di "tipo B" introdotti dalla legge Gelmini, domanda il Cipur? Sullo sfondo il fatto che tutte le abilitazioni professionali, come quelle degli insegnanti di scuola, non prevedono una scadenza. "Noi chiediamo che sia così anche per gli universitari", insiste il Cipur e non solo.

· LE PETIZIONI ONLINE. Tante le petizioni online, come quella partita dal politecnico di Bari in cui si chiede, tra l'altro, di istituire una graduatoria nazionale degli abilitati alla quale le università possono attingere secondo le loro necessità. Il dibattito è acceso nei social. C'è anche una pagina Facebook dedicata. Il Cipur promuove infine un terzo ricorso, che ha raccolto per ora 151 adesioni, per chiedere la stabilizzazione dei ricercatori di "tipo A", quelli che scadono dopo 3 anni rinnovabili di 2, in nome della legge Madia che prevede assunzioni a tempo indeterminato dopo 36 mesi di contratti a termine. "Per i centri di ricerca questa legge è stata applicata, noi chiediamo che lo sia anche per i ricercatori precari nelle università", spiega Rosa Daniela Grembiale. "Non possiamo formare professionalità e poi perderle".

· LA MANCANZA DI FONDI. Il nodo degli abilitati sta nel numero esiguo di concorsi rispetto alle necessità, in un processo di reclutamento che procede col contagocce per mancanza di fondi. Non è automatico il passaggio dall'abilitazione, necessaria, alla chiamata per concorso da parte degli atenei. Ma l'effetto che si è creato è un numero spropositato di abilitati rispetto ai posti banditi per progredire di carriera (da ricercatore a associato a ordinario). Un meccanismo che mostra ora i suoi limiti. Al 31 luglio 2015 erano stati banditi appena 1.326 concorsi per ordinari e associati su 22.717 abilitati (meno di sei concorsi ogni cento abilitati). A ricordarlo è una petizione, che alcuni mesi fa ha raccolto in poco tempo 400 firme, promossa dal professor Francesco Mancuso dell'università di Salerno, in cui si chiedeva (ma nessuna risposta è arrivata) alla ministra Valeria Fedeli di "voler prolungare la validità delle abilitazioni degli anni 2012 e 2013, evitando così di colpire ulteriormente quella 'generazione di mezzo' di docenti e ricercatori, già peraltro duramente provata da anni di blocco degli scatti di carriera", e lo stanziamento di fondi straordinari per le chiamate in ruolo anche per il 2018-19. "L'abilitazione in sé non è una assicurazione di avanzamento di carriera, ma al momento è l'unica strada" osserva il docente. Quindi, ingiusto farla scadere. La sua situazione è quella di tanti. "La mia abilitazione scadrà nel 2020, ma nel mio dipartimento dal 2012 ad oggi sono stati chiamati appena tre colleghi: non ce la farò. Mi iscriverò a quella nuova". L'ultima chiamata per la tornata 2016 è il 6 aprile. Poi chissà. Certo è che si prevedono una marea di domande.

IL PARADOSSO. RICERCATORI UNIVERSITARI BOCCIATI ALL’ABILITAZIONE MA COSTRETTI AD INSEGNARE.

PROFESSORI E RICERCATORI UNIVERSITARI. IL RECLUTAMENTO NEGLI ULTIMI 50 ANNI. Parte I: gli anni ’60. Parte II: gli anni ’70. Parte III: gli anni ’80.

Sommario delle tre parti: I docenti universitari nei primi anni sessanta. Per entrare nei ruoli di assistente o di professore bisognava superare un concorso. La sistemazione degli assistenti straordinari. Il nuovo ruolo dei professori aggregati. Il fallimento della riforma Gui. Le anticipazioni di una riforma mai avvenuta. Le “misure urgenti” del 1973. La bomba ad orologeria dei precari. I decreti Pedini e le nuove regole per i concorsi a cattedra. Gli assegni di formazione professionale per contrastare la disoccupazione giovanile. Riforma e sanatoria del 1980.  Ruolo dei ricercatori, permanente o “ad esaurimento”? I concorsi per il ruolo di ricercatore. Un nuovo canale di reclutamento universitario anomalo: i tecnici laureati.

(Fonte: A. Figà Talamanca, Roars 20 e 25-01-2014, 02-02-2014)

I docenti universitari nei primi anni sessanta

All’inizio degli anni sessanta del secolo scorso, i docenti delle università italiane si distinguevano in professori di ruolo (a loro volta distinti in professori ordinari e professori straordinari), professori incaricati, ed assistenti.

Gli assistenti secondo l’art.1 della Legge 18 marzo 1958 n. 349, facevano parte del personale insegnante e si distinguevano in: a) Assistenti ordinari, nominati dal Ministro in seguito a pubblico concorso per titoli ed esami, b) Assistenti incaricati nominati dal Ministro (dal Rettore a partire dal 1967) in temporanea sostituzione degli assistenti ordinari, c) Assistenti straordinari nominati dal Consiglio di Amministrazione dell’Università, d) Assistenti volontari nominati dal Rettore.

Professori di ruolo ed assistenti ordinari erano inquadrati nel cosiddetto “ruolo A” del pubblico impiego, che prevedeva tredici “gradi”, il primo grado essendo riservato al Presidente della Corte di Cassazione. I professori ordinari iniziavano (dopo lo straordinariato) con il grado VI, corrispondete a “colonnello” e potevano raggiungere il grado III, che corrispondeva a “generale di corpo d’armata”. L’assistente ordinario iniziava con il grado XI, corrispondente a “sottotenente”, e poteva raggiungere il grado VIII, corrispondente a “maggiore”, solo dopo aver ottenuto la Libera Docenza, e la relativa “conferma”.  Il professore straordinario che, come vedremo, era sostanzialmente un professore ordinario “in prova” apparteneva al grado VII, corrispondente a “tenente colonnello”.

I professori incaricati erano nominati dal Ministro, su proposta del Consiglio di Facoltà per un anno accademico, previo nulla osta espresso (a titolo consultivo) dalla prima sezione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. L’incarico poteva essere non rinnovato. Tuttavia la Legge 24 febbraio 1967, n. 62 introdusse una “graduatoria” nella assegnazione degli incarichi che privilegiava prima di tutto i liberi docenti già incaricati. La graduatoria, tuttavia, era suscettibile di “deroghe” nel “superiore interesse degli studi”.

Per i professori e gli assistenti di ruolo era previsto un organico nazionale ed il loro stipendio era corrisposto direttamente dal Ministero del Tesoro (attraverso i suoi uffici provinciali). Anche il compenso dei professori incaricati era corrisposto dal Tesoro, ma al posto delle limitazioni associate ad un “organico” si applicavano regole che limitavano il numero dei possibili incarichi retribuiti, in relazione al numero delle materie fondamentali e complementari previste dall’ordinamento didattico, e tenuto conto delle cattedre effettivamente ricoperte da professori di ruolo. Il Consiglio di Facoltà poteva però (fino al 1973) conferire incarichi di insegnamento “a titolo gratuito” per tutte le materie complementari previste dall’ordinamento didattico.

Gli assistenti incaricati, proposti dal titolare della cattedra cui l’assistente era assegnato, erano nominati per il periodo in cui il posto era vacante (per cessazione, o congedo del titolare). Anche lo stipendio degli assistenti incaricati veniva pagato dal Ministero del Tesoro.

Gli assistenti straordinari, sempre scelti sulla base di una proposta del titolare di un insegnamento, erano invece remunerati a carico del bilancio dell’università o dell’istituto di appartenenza. Il numero degli assistenti straordinari non tardò a gonfiarsi non appena emersero prospettive di ingresso facilitato nei ruoli degli assistenti ordinari. Il trucco utilizzato per superare le restrizioni di bilancio fu quello di chiedere agli assistenti straordinari di rinunciare al compenso, che veniva formalmente erogato dall’istituto di appartenenza, ma subito versato nelle casse dello stesso istituto. Per quanto irregolare appaia oggi questa pratica essa era molto frequente specialmente nelle discipline mediche. Stiamo parlando di un’epoca in cui la riforma fiscale del 1973 non era ancora vigente e la contabilità degli istituti era tenuta in modo molto approssimativo.

Gli assistenti volontari erano nominati dal Rettore su proposta di un professore ufficiale. C’erano delle limitazioni (piuttosto larghe) al numero di assistenti volontari che potevano essere nominati presso una cattedra, ed anche a limitazioni ai possibili rinnovi. Nel 1967 fu bloccata la possibilità di nominare nuovi assistenti volontari e fu eliminata ogni limitazione al rinnovo. Per gli assistenti volontari non era previsto alcun compenso, ma potevano essere retribuite “ad horas” le esercitazioni da loro effettivamente impartite. Una legge del 1962 fissava in lire 2.000 il compenso dovuto per ogni ora di esercitazione.

La “Relazione della Commissione di Indagine sullo Stato e sullo Sviluppo della Pubblica Istruzione in Italia”, all’Allegato 1 III, così quantifica il personale insegnante delle università in servizio nel 1963: 2.067 professori di ruolo, 3.208 professori incaricati (esclusi i professori incaricati che erano anche professori o assistenti di ruolo), 3.583 assistenti di ruolo, 669 assistenti incaricati, 4.245 assistenti straordinari, e infine 12.675 assistenti volontari. Da notare che mentre alle Facoltà di Medicina apparteneva il 21% dei professori di ruolo, le stesse Facoltà raccoglievano oltre il 38% degli assistenti di ruolo, il 50% degli assistenti straordinari ed il 43% degli assistenti volontari.

Per entrare nei ruoli di assistente o di professore bisognava superare un concorso. Il concorso per assistente di ruolo era bandito dall’Università che, su proposta del Consiglio di Facoltà, nominava la Commissione che era presieduta dal professore titolare della cattedra alla quale il posto di assistente era assegnato. Di regola il titolare della cattedra era un professore di ruolo, ma poteva succedere, ed in effetti succedeva talvolta, che la cattedra risultasse scoperta e che il titolare della cattedra fosse un professore incaricato.

L’esito del concorso di assistente prevedeva la designazione di tre “idonei” (in ordine alfabetico) tra i quali il titolare della cattedra cui il posto era assegnato poteva scegliere il vincitore. Gli altri due “ternati” conservavano per due anni l’ “idoneità” che consentiva loro di essere nominati assistenti di ruolo per un posto vacante della stessa disciplina senza un ulteriore concorso, naturalmente su proposta del titolare della cattedra cui il posto era assegnato.

Il concorso per professore di ruolo era bandito dal Ministro su proposta dell’università che disponeva della relativa cattedra scoperta. E’ opportuno chiarire che ad ogni facoltà universitaria era assegnato, direttamente dal Ministero (e senza l’intervento del Senato Accademico o del Consiglio di Amministrazione) un certo numero di cattedre, che ne costituivano l’organico. Il Consiglio di Facoltà, a sua discrezione, assegnava le cattedre scoperte all’una o all’altra disciplina, purché prevista (anche come materia complementare) dall’ordinamento didattico dei corsi di laurea afferenti alla facoltà. Una volta assegnata una cattedra ad una disciplina il Consiglio di Facoltà poteva chiedere che fosse bandito un concorso per ricoprirla. La richiesta non era automaticamente soddisfatta. Bisognava prima acquisire il parere della prima sezione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, un “corpo consultivo” del Ministero costituito da 24 professori ordinari eletti dai professori di ruolo delle diverse facoltà, e da tre rappresentanti eletti, rispettivamente, dagli assistenti ordinari, dai “liberi docenti”, e dai professori incaricati.  Prima di dare parere favorevole ad un concorso, il Consiglio Superiore accertava, a sua discrezione, che vi fossero esperti della relativa disciplina, e che non vi fossero “ternati”, cioè vincitori di concorso, per la stessa disciplina che non erano stati “chiamati” da una facoltà.

La Commissione, composta da cinque professori ordinari, era eletta da tutti i professori di ruolo della stessa disciplina (o di disciplina strettamente affine, come deliberato dal Consiglio Superiore) e dai professori di ruolo delle facoltà coincidenti con la facoltà cui apparteneva la cattedra a concorso. Per fare un esempio se la cattedra a concorso era quella di Economia Politica presso una facoltà di Giurisprudenza, votavano tutti i professori di tutte le facoltà di Giurisprudenza e tutti i professori di Economia Politica o Politica Economica delle altre Facoltà. La commissione, nominata dal Ministro, sulla base dei risultati delle elezioni, poteva designare una terna di vincitori secondo una graduatoria precisa. I vincitori potevano essere chiamati da qualsiasi facoltà avesse un posto scoperto, tuttavia nessun “ternato” poteva prendere servizio prima di chi lo precedeva nella graduatoria, ed il primo in graduatoria, se chiamato dalla facoltà che aveva messo il posto a concorso, non poteva prendere servizio altrove. Di regola infatti il primo vincitore occupava il posto messo a concorso e gli altri due andavano alla ricerca di una facoltà che li chiamasse. Ma la regola ammetteva eccezioni, e poteva darsi addirittura il caso che il posto messo a concorso non fosse ricoperto, e che tutti i ternati fossero chiamati altrove.

Il vincitore di un concorso una volta chiamato da una facoltà entrava nei ruoli come professore straordinario. Dopo tre anni il professore straordinario era sottoposto ad una verifica dell’attività svolta nel triennio, da parte di una commissione nominata dal Consiglio Superiore. Se l’esito di questa verifica era positivo il professore straordinario era promosso “ordinario” ed iniziava una carriera che si sviluppava solo per anzianità. In caso di esito negativo al professore straordinario potevano essere concessi altri due anni di prova, al termine dei quali poteva essere promosso ordinario, ovvero espulso dai ruoli. E’ possibile che questa seconda eventualità non si sia mai verificata.

Nella sostanza il reclutamento iniziale, come assistente, veniva lasciato alla discrezionalità del professore titolare dell’insegnamento, l’affidamento di compiti didattici “ufficiali”, come professore incaricato, era deciso dai consigli di facoltà, e l’entrata in ruolo come professore di un candidato, anche esterno al sistema universitario, veniva decisa da una commissione eletta dai professori a livello nazionale.

Si deve osservare che, almeno fino al 1973, l’assistente, anche se assistente ordinario, era gerarchicamente subordinato al titolare della cattedra cui era assegnato. In effetti il titolare della cattedra poteva proporre la cessazione dal servizio di un assistente ordinario per “esigenze della ricerca scientifica”. In linea di principio queste esigenze erano definite dal direttore dell’istituto o “cattedra”. Ne segue che si poteva chiedere la cessazione dal servizio di un assistente anche molto attivo nella ricerca scientifica che si occupava tuttavia di problemi diversi da quelli che interessavano il direttore. La proposta di cessazione formulata dal direttore doveva essere approvata dal Consiglio di Facoltà ed era ammesso il ricorso al Senato Accademico da parte dell’interessato. Contro la decisione del Senato Accademico era possibile ricorrere al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Non mancarono tuttavia casi in cui tutti i ricorsi furono respinti. Comunque la possibilità di chiedere la cessazione di un assistente di ruolo rafforzava notevolmente l’autorità del titolare della cattedra. Bisogna dire che a partire dalla Legge 18 marzo 1958, n. 349, non fu più possibile chiedere la cessazione dal servizio di un assistente che avesse conseguito la libera docenza.

Ci sono altri aspetti dello stato giuridico degli assistenti, definito dalla citata legge del 1958, che meritano una menzione al fine di chiarire la loro posizione all’interno del sistema universitario. Gli assistenti di ruolo dopo cinque anni di servizio potevano chiedere di passare all’insegnamento nelle scuole secondarie. Con questo passaggio ottenevano anche una promozione (al IX grado della Pubblica Amministrazione). Cessavano dal servizio gli assistenti che entro dieci anni dall’entrata in ruolo non conseguivano la Libera Docenza. Gli assistenti che non erano in grado di conseguire la libera docenza erano incoraggiati dunque a passare alla scuola secondaria.

Dobbiamo anche ricordare che fino alla metà degli anni sessanta non esistevano forme di sostegno finanziario per chi, dopo la laurea, voleva perfezionarsi negli studi o avviarsi alla ricerca. La posizione aperta a chi voleva continuare gli studi e intraprendere la carriera accademica era quella di assistente volontario, ed eccezionalmente quella di assistente straordinario o assistente incaricato. Fu la Legge 31 ottobre 1966, n. 942 ad istituire borse di studio per i “laureati da non oltre un triennio”. Le borse erano annuali e rinnovabili. In seguito (Legge 24 febbraio 1967, n.62) furono previste “borse di studio di addestramento didattico e scientifico”, di durata biennale e rinnovabili per un ulteriore biennio. A queste borse potevano concorrere i laureati da non più di quattro anni e, senza limitazioni di anno di laurea,  gli assistenti volontari. La stessa legge stabiliva che non potevano essere nominati nuovi assistenti volontari, una indicazione chiara che i borsisti di addestramento didattico e scientifico avrebbero dovuto sostituire gli assistenti volontari.

Negli anni sessanta maturarono due importanti novità nel reclutamento dei docenti.

La sistemazione degli assistenti straordinari.

La prima fu la previsione di concorsi a posti di assistente di ruolo riservati agli assistenti straordinari con cinque anni di servizio. La riserva assieme alla istituzione di un numero di posti riservati pari al numero degli aventi diritto alla riserva, fu introdotta dalla già citata Legge 24 febbraio 1967, n. 62. In realtà una “sistemazione” degli assistenti straordinari era già prevista dal 1962. Proprio per questo una norma del 1962 vietò la nomina di assistenti straordinari che non occupassero la stessa posizione nell’anno accademico 1961-62. In pochi anni, a partire dal 1967, divennero assistenti di ruolo “ope legis”, con concorsi riservati, circa 4.000 assistenti straordinari, di cui la metà appartenenti alle Facoltà di Medicina.  Negli stessi anni aumentarono anche, di circa 3.000 unità i posti di assistente assegnati con concorso aperto a tutti i laureati.

Il nuovo ruolo dei professori aggregati.

L’altra novità nello stato giuridico e nel reclutamento dei docenti fu l’introduzione del ruolo dei professori aggregati (Legge 25 luglio 1966, n.585). Uno dei difetti, da molti lamentato, dello stato giuridico del personale docente era l’assenza di posizioni intermedie tra quella dell’assistente e quella del professore di ruolo. Nel 1958 la legge che aveva reso effettivamente stabile la posizione dell’assistente ordinario abilitato alla libera docenza, aveva parzialmente corretto questo difetto. L’assistente ordinario libero docente, specie se titolare di un incarico di insegnamento, poteva essere considerato un docente stabile a tutti gli effetti. In vista della prevedibile espansione del sistema universitario, si ritenne tuttavia opportuno creare una posizione intermedia che, a differenza della posizione di assistente, non fosse gerarchicamente subordinata al professore titolare di cattedra. La proposta di istituire un ruolo di professori aggregati era anche contenuta nella già citata Relazione della Commissione di Indagine sullo Stato e sullo Sviluppo della Pubblica Istruzione in Italia che fu presentata al Ministro della Pubblica Istruzione il 24 luglio 1963.

Nel reclutamento dei professori aggregati furono introdotte due importanti innovazioni. Prima di tutto il concorso non si riferiva ad una singola disciplina ma ad un “gruppo di discipline” affini. In secondo luogo al concorso potevano partecipare cittadini stranieri o apolidi.  La titolarità di un gruppo di discipline non significava che il professore aggregato potesse scegliere quale disciplina insegnare tra quelle del gruppo, ma piuttosto che la vincita di un concorso non conferiva automaticamente al vincitore la titolarità di una disciplina. Il compito didattico veniva assegnato dal Consiglio di Facoltà che effettuava la chiamata e poteva essere modificato successivamente alla chiamata “con il concorso dell’interessato”. Poteva anche succedere che al professore aggregato fossero assegnati solo compiti di direzione di ricerca e nessun insegnamento.

La Commissione di concorso era composta da cinque membri di cui tre sorteggiati e due eletti dai professori delle discipline appartenenti al “gruppo” per il quale era bandito il concorso. Il concorso prevedeva anche una discussione dei titoli presentati ed una lezione. La legge prevedeva anche che concorsi diversi per il medesimo gruppo di discipline fossero unificati (fino ad un massimo di tre posti a concorso) e che, in caso di più posti a concorso, la commissione fosse composta da sette membri. Tuttavia in sede di applicazione della norma il Consiglio Superiore decise di evadere questa disposizione distinguendo gruppi sostanzialmente equivalenti, con piccoli ritocchi, cioè aggiungendo o sottraendo una disciplina complementare.

Lo stato giuridico del professore aggregato era molto simile a quello dell’attuale professore associato. C’erano due importanti differenze: i professori aggregati partecipavano ai consigli di facoltà, ma il numero degli aggregati che partecipavano al consiglio non poteva superare la metà dei professori di ruolo. Nel caso di un eccesso di professori aggregati era prevista l’elezione di una rappresentanza. La seconda differenza era che un professore aggregato di materie cliniche svolgeva automaticamente il ruolo di primario, mentre, come vedremo, il professore associato non ha diritto automaticamente ad una posizione “apicale” all’interno del sistema ospedaliero.

L’organico previsto dei professori aggregati avrebbe dovuto raggiungere nel 1969 le mille unità. I primi concorsi furono però banditi solo nel 1969. Il ruolo dei professori aggregati fu tuttavia soppresso nel 1973 con il passaggio “ope legis” dei professori aggregati in servizio alla posizione di professore straordinario.

Il fallimento della riforma Gui.

Nella primavera del 1968 naufragò sugli scogli della contestazione studentesca un disegno di legge governativo che avrebbe dovuto riformare il sistema universitario recependo le proposte della citata “Commissione di Indagine sullo Stato e sullo Sviluppo della Pubblica Istruzione in Italia”. Venne meno infatti il parziale consenso delle forze politiche, anche di opposizione, e del sindacato degli assistenti (Unione Nazionale Assistenti Universitari) sui necessari provvedimenti di riforma per l’Università. Si fece strada allora l’idea “rivoluzionaria” propugnata dai sindacati in competizione tra loro e dai partiti di sinistra, di uno stato giuridico dei docenti che non prevedesse distinzioni gerarchiche o di livello nel personale docente. Le parole chiave che riassumevano questo (peraltro assai confuso) programma erano “docente unico”. Al ruolo del docente unico avrebbero dovuto accedere con percorso in qualche modo facilitato tutti gli assistenti ed i professori incaricati. Secondo la versione più estrema sarebbero stati promossi a “docente unico” anche i borsisti.

Le anticipazioni di una riforma mai avvenuta.

Questo programma non fu mai attuato, tuttavia la Legge 11 dicembre 1969, n. 910 ne introdusse alcune “anticipazioni”. Prima di tutto non veniva più richiesta la libera docenza per la conferma in ruolo degli assistenti. Tutti gli assistenti ordinari in servizio al 31 ottobre del 1969 avevano diritto di restare in ruolo fino al pensionamento, raggiungendo per anzianità i gradi del pubblico impiego precedentemente raggiungibili solo dai liberi docenti, e cioè il grado IX ed il grado VIII. Una legge successiva (Legge 10/11/1970, n. 924) abolì poi anche gli esami di libera docenza. Il titolo di libero docente, peraltro, non fu abolito per chi già lo possedeva.

La stessa Legge 910 del 1969 introdusse la prima proroga automatica degli incarichi di insegnamento universitari. La proroga fu confermata dalla Legge 22 gennaio 1971, n. 4, e poi dalla Legge 3 giugno 1971, n.360, nella previsione della definitiva “stabilizzazione” degli incarichi operata dal Decreto Legge 580 del 1 ottobre 1973, convertito in legge dalla Legge 30 novembre 1973, n. 766.

I docenti universitari nei primi anni settanta.

Le “misure urgenti” del 1973.

Quest’ultimo provvedimento legislativo, denominato “Misure urgenti per l’università”, oltre a rendere permanenti (fino all’entrata in vigore della riforma universitaria) gli incarichi universitari, estese ai professori incaricati la partecipazione ai consigli di facoltà e promosse “ope legis” tutti i professori aggregati a professore straordinario. Inoltre lo stesso decreto istituì 7.500 nuove cattedre (da distribuire in tre anni). In realtà furono distribuite subito solo 2.500 nuove cattedre, che furono, in parte, destinate a trasferimenti, e per la maggior parte destinate a concorsi disciplinati da una nuova normativa. Si prevedevano infatti concorsi per “gruppi di discipline” anziché per singole materie. Le commissioni non furono più elettive ma sorteggiate tra i titolari delle discipline appartenenti al gruppo o ad esse “affini”. Ogni commissione, composta da cinque membri, poteva attribuire al più dieci cattedre, per cui per grossi gruppi di discipline erano previste più commissioni. Ad esempio per il concorso per il gruppo di discipline di “Analisi Matematica” furono sorteggiate cinque commissioni diverse che svolsero i loro lavori una dopo l’altra in modo da escludere i candidati dichiarati vincitori dalle commissioni che le avevano precedute. Particolarmente impegnativo (per il Consiglio Superiore) fu il problema di stabilire l’ambito del sorteggio per nuove discipline con un numero di titolari molto ridotto rispetto al numero delle cattedre a concorso. Questo fu, ad esempio, il caso delle discipline informatiche già molto richieste dalle facoltà ma con pochissimi professori che ne erano titolari.

In analogia a quanto era già avvenuto per i professori aggregati il provvedimento del 1973 apriva i concorsi a cattedra ai cittadini stranieri, a condizione che nel paese di cui erano cittadini vigessero “norme o accordi di reciprocità che riconoscano uguali diritti ai cittadini italiani”.

Il decreto interveniva anche sulle borse di studio ministeriali, che, dal 1962 avevano preso il nome di “borse di addestramento didattico e scientifico” ed erano biennali e rinnovabili per un ulteriore biennio. Queste borse furono inspiegabilmente soppresse ed al loro posto furono previsti “assegni biennali di formazione scientifica e didattica”. Si trattava di un cambiamento apparentemente solo nominale, che consentiva però di promuovere i “borsisti di addestramento” a “contrattisti”. Infatti le nuove norme istituivano novemila “contratti quadriennali” , di cui tremila erano riservati agli inquadramenti “ope legis” dei “borsisti di addestramento” e seimila erano destinati a concorsi riservati a diverse categorie: ai titolari di assegno di formazione didattica e scientifica, agli ex borsisti del CNR e di altri enti di ricerca presso le università, agli assistenti volontari, ai laureati che avevano svolto esercitazioni retribuite, e ai “medici interni con compiti assistenziali”, una categoria, quest’ultima, non prevista da alcuna norma precedente ma che era stata inventata  dalle Facoltà di Medicina quando fu vietata la nomina di assistenti volontari. Aperti a tutti i laureati avrebbero dovuto essere invece i concorsi per gli “assegni di formazione didattica e scientifica”, che erano previsti nella misura di tremila assegni ogni anno. In realtà gli assegni furono banditi solo per il 1973. Nel corso del 1974 entrarono complessivamente 12.000 soggetti in posizioni destinate, come vedremo, a divenire permanenti.

Il decreto modificò anche lo stato giuridico degli assistenti. Prima di tutto si stabilì che il ruolo degli assistenti sarebbe divenuto “ad esaurimento” alla fine del 1977, o, a seconda delle interpretazioni, alla fine del 1978. In attesa della chiusura del ruolo i concorsi sarebbero stati riservati ad alcune categorie di laureati (inizialmente titolari di contratto, o di assegno, e tecnici laureati, e borsisti di addestramento). I concorsi avrebbero previsto un solo vincitore per ogni posto, anziché una terna. Venivano direttamente inquadrati, a domanda, nel ruolo degli assistenti coloro che risultavano compresi in una “terna” di vincitori di un concorso ad un posto di assistente. Veniva anche formalmente abolita la dipendenza di un assistente dal titolare della cattedra. Nella formulazione della legge, “le competenze amministrative nei loro confronti già spettanti al titolare della disciplina vengono trasferite al Consiglio di Facoltà”.

Una conseguenza del raddoppio effettivo degli organici dei professore di ruolo conseguenti alla promozione dei professori aggregati e alla distribuzione di 2.500 nuove cattedre, fu, come era prevedibile, il blocco di nuovi concorsi a cattedra, nonché la mancata distribuzione delle ulteriori 5.000 cattedre che il decreto aveva promesso di distribuire entro il 1975. Quando nel 1979, si ritenne di riaprire i concorsi, anche a seguito della bocciatura in parlamento del decreto Pedini (di cui si dirà dopo), si sentì il bisogno modificare le norme sulla formazione delle commissioni. Fu approvata allora la Legge 7 febbraio 1979.

La bomba ad orologeria dei precari.

Il decreto del 1973 conteneva una bomba ad orologeria destinata a scoppiare a distanza di quattro o cinque anni. Infatti dopo quattro anni di fruizione venivano a scadere, tutti assieme, gli assegni di studio rinnovati per un secondo biennio ed i contratti quadriennali. Alle soglie del 1978 si presentavano quindi almeno 10.000 “precari” destinati, sulla carta, a perdere la loro posizione nell’università. In realtà una parte dei contratti, quelli attribuiti direttamente “ope legis” decorrevano dal 1 novembre 1973. Bisognava quindi predisporre una soluzione prima dell’autunno del 1977. E infatti, nella primavera del 1977 fu reso pubblico un accordo tra il Ministro della Pubblica Istruzione e i sindacati CGIL, CISL e UIL, che concordata una riforma dell’assetto del personale docente universitario che prevedeva due “fasce” di docenti (professori associati e professori ordinari) rinnegando l’abolizione del ruolo dei professori aggregati deliberato per decreto quattro anni prima. Era previsto il passaggio “ope legis” degli assistenti di ruolo nella “fascia” degli associati. Si chiariva così la motivazione vera per l’abolizione del ruolo degli aggregati. L’esistenza di un ruolo intermedio raggiungibile per concorso avrebbe reso più difficile la promozione “ope legis” di tutti gli assistenti ad una posizione del tutto equivalente. L’accordo restava nebuloso sulla futura sistemazione di assegnisti e contrattisti ma ne prevedeva la proroga a tempo indeterminato.

I decreti Pedini e le nuove regole per i concorsi a cattedra.

L’unica conseguenza immediata di questo accordo fu una disposizione legislativa di proroga di assegni e contratti fino al 31 ottobre 1978, che risolveva, per il momento, il problema dei contratti in scadenza il 1° novembre 1977 (Legge 25 ottobre 1977, n. 808, art. 23). Gli accordi però furono recepiti dal Decreto Legge 21 ottobre 1978, n. 642, il cosiddetto Decreto Pedini. Questo decreto non fu convertito in legge, per decadenza dei termini. Ci fu infatti una forte opposizione del mondo accademico, guidata in gran parte da Paolo Sylos Labini, il quale attaccò violentemente il decreto sulle pagine del quotidiano “Repubblica”. L’opposizione del mondo accademico fu recepita in parlamento dal gruppo “sinistra indipendente” all’interno del quale fu molto attivo Luigi Spaventa. L’opposizione si concretò in una sorta di ostruzionismo cui prese parte anche il senatore democristiano Siro Lombardini, che fu richiamato dal capogruppo democristiano. Infine furono i radicali, presenti in Parlamento (in particolare Mauro Mellini) ad affossare la legge di conversione del decreto con un aperto ostruzionismo, che si svolse anche nelle ore notturne.

Il Decreto Pedini fu seguito da un secondo decreto che si limitava soltanto a prorogare contratti, assegni e borse in attesa di una riforma. Fu anche approvata durante il Ministero Pedini, una legge (Legge 7 febbraio 1979, n. 31) che riformava le regole per i concorsi a cattedra introducendo un sistema misto di elezioni seguite da sorteggio, e istituiva un Consiglio Universitario Nazionale provvisorio ponendo termine alla lunga proroga della prima sezione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.  Secondo le nuove norme il numero dei commissari dipendeva dal numero dei concorrenti (cinque se il numero dei candidati non superava sessanta, sette se il numero dei candidati era superiore a sessanta ma non superava ottanta, nove se il numero dei candidati superava ottanta). Si procedeva quindi alla elezione di un numero di potenziali commissari doppio di quello necessario, per poi, tra gli eletti, sorteggiare i commissari.

Gli assegni di formazione professionale per contrastare la disoccupazione giovanile.

Una conseguenza dei decreti Pedini fu naturalmente il blocco di tutte le borse di studio presso le università, ed in particolare delle borse bandite dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Questo non impedì al CNR di approvare un programma di “assegni di formazione professionale” nelle discipline biologiche e mediche, che potevano essere fruiti anche negli istituti universitari e che erano riservati ai giovani iscritti alle “liste della disoccupazione giovanile”, previste dalla Legge 285 del 1977, una legge che si proponeva appunto di contrastare il fenomeno della “disoccupazione giovanile”. Proprio nel 1978 la Legge 285 del 1977 fu modificata ed integrata (dal Decreto legge 6 luglio 1978, n. 351 convertito in Legge 4 agosto 1978, n. 479) in modo da consentire agli “enti del parastato”, come era il CNR, di usufruire delle disponibilità finanziarie della Legge per programmi di “ricerca scientifica e applicata”. Il programma si presentava “senza oneri per il CNR”, in quanto per la spesa si attingeva ai fondi previsti per la Legge 285. Fu il prof. Luigi Rossi Bernardi, rappresentante degli assistenti e professori incaricati nel Comitato per le Scienze Biologiche e Mediche, e presidente dello stesso Comitato, che predispose il programma, ottenendone anche il finanziamento a carico dei fondi della legge sulla disoccupazione giovanile. Furono previsti un migliaio di assegni. La metà degli assegni erano riservati a diplomati, che furono assegnati però in massima parte a studenti universitari che una volta laureati si unirono agli altri nell’aspirare un posto da laureato. Quasi tutti gli assegni erano per la formazione nell’ambito delle scienze biomediche. L’autore del programma, Luigi Rossi Bernardi poco dopo fu promosso a professore ordinario di biochimica e fu nominato presidente del CNR al termine del mandato di Ernesto Quagliariello. Gli assegnisti della Legge 285 esauriti i tre anni di “formazione” si trasformarono, come prevedibile, in un altro gruppo di “precari” da sistemare nelle università o negli enti di ricerca. La loro “sistemazione definitiva”, disposta dalla Legge 18 gennaio 1989, n. 14, si rivelò più difficile del previsto, in quanto le norme che avevano istituito gli assegni avevano pudicamente omesso di prevederne direttamente l’assunzione nei ruoli delle università e degli enti di ricerca. Alla fine parte degli assegnisti andarono a ingrossare le file dei “tecnici laureati” universitari, dei quali si tratterà più avanti.

I docenti universitari nei primi anni ottanta.

Riforma e sanatoria del 1980.

A Pedini, che lasciò il Ministero nel marzo del 1979, succedette per pochi mesi Giovanni Spadolini che si limitò a distribuire la seconda tranche di cattedre previste dal Decreto Legge 580 del 1973 e a bandire concorsi a cattedra con le nuove norme. Fu il nuovo ministro, del primo governo Cossiga, il liberale Salvatore Valitutti, a mettere a punto un disegno di legge di riforma che ripartiva dalle disposizioni del decreto Pedini. Valitutti cercò di ottenere il consenso di quella parte del mondo accademico che si era schierata contro il decreto Pedini. Atteggiandosi ad estraneo alle forze politiche e sindacali che avevano promosso l’indiscriminato “ope legis”, si recò ripetutamente, la sera, a casa di Paolo Sylos Labini, per ottenere, se non il consenso, almeno una condizione di non belligeranza. Le condizioni dettate dalle riunioni notturne in casa Sylos Labini furono in parte recepite nel disegno di legge presentato dal Ministro, ma furono travolte dalla Commissione Cultura della Camera la cui discussione era guidata dalla forte personalità di Alberto Asor Rosa, che rappresentava l’opposizione di sinistra. Alla fine venne fuori un testo che, pur mantenendo la struttura del decreto Pedini e dei precedenti accordi sindacali, ne attenuava gli automatismi, rispondendo così alle critiche di indiscriminate assunzioni e promozioni che avevano affossato il decreto Pedini. Venne così approvata una legge delega, la Legge 21 febbraio 1980, n. 28, che, oltre a trattare del personale docente, introdusse anche nel sistema universitario italiano i “dipartimenti” ed il dottorato di ricerca. Il decreto legislativo che scaturì da questa legge delega è il Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n.382, che fu messo a punto in gran parte dal nuovo Ministro Adolfo Sarti, che succedette a Valitutti, a partire dal 4 aprile 1980, a seguito dell’uscita del partito liberale dalla coalizione di governo.

Le nuove norme prevedevano la divisione dei docenti in tre “fasce”: professori ordinari (e straordinari), professori associati e ricercatori universitari. Prevedevano anche una sanatoria per l’accesso alla seconda e alla terza fascia.

Avevano diritto ad entrare in ruolo come professori associati sulla base di giudizi di idoneità pronunciati da commissioni nazionali elettive tutti gli assistenti di ruolo, i professori incaricati con tre anni di servizio. La sanatoria si preoccupò anche di tutelare il diritto a partecipare ai giudizi di idoneità dei professori incaricati a titolo gratuito nominati dopo l’entrata in vigore nel 1973 delle norme che vietavano il conferimento di “nuovi incarichi gratuiti”. Molte facoltà avevano infatti ritenuto che fosse lecito conferire nuovi incarichi purché non si introducessero nuove discipline.

Assieme agli assistenti e professori incaricati, che erano i principali destinatari della sanatoria, furono ammessi ai giudizi di idoneità anche i “tecnici laureati” per i quali i presidi delle facoltà avessero certificato lo svolgimento di attività didattica. Diverse sentenze della Corte Costituzionale ampliarono la platea degli aventi diritto. Alla fine, ad esempio, furono ammessi alle idoneità anche gli assistenti delle cliniche universitarie che non appartenevano ai ruoli universitari, ma appartenevano ai ruoli ospedalieri.

Erano previste due “tornate” idoneative, nel senso che chi non era giudicato idoneo poteva partecipare ad un secondo giudizio idoneativo. Una terza tornata era prevista per chi avesse maturato il diritto a partecipare dopo la scadenza della prima tornata.

Gli esiti dei giudizi di idoneità furono quelli prevedibili: solo una piccola minoranza degli “aventi diritto” risultò esclusa dalla idoneità. Fu cruciale per assicurare la promozione di tutti gli assistenti delle Facoltà di Medicina il disposto del quarto comma dell’art. 102 del DPR 382 del 1980, che prevedeva che, di regola, il professore associato non ricoprisse le funzioni di primario nelle cliniche universitarie, ma fosse inquadrato, nella gerarchia ospedaliera, a “livello intermedio”. Questa disposizione consentiva di mantenere la struttura gerarchica delle facoltà di medicina nonostante la promozione degli assistenti a “professore di ruolo”. Non c’era bisogno di aprire nuovi reparti per ospitare nuovi primari: la promozione a professore associato di un assistente non ne mutava nella realtà quotidiana lo “status”.

Le norme sui professori associati stabilivano anche le regole per i “concorsi liberi”. Era prevista una commissione formata da tre professori ordinari e due professori associati. Anche in questo caso la commissione era estendibile fino ad un massimo di nove commissari in dipendenza del numero dei concorrenti. La commissione era formata con un sistema misto di elezioni e sorteggio, invertendo però il procedimento previsto dalle norme del 1979 per i concorsi di prima fascia. Si sorteggiavano prima potenziali commissari in numero triplo di quello necessario per formare la commissione e poi si procedeva ad elezioni con l’elettorato attivo spettante ai docenti del raggruppamento ed elettorato passivo spettante ai docenti preventivamente sorteggiati. Dopo l’esame dei titoli, la commissione decideva se ammettere i candidati alle prove successive che consistevano in una lezione ed una discussione dei titoli da parte del candidato.

Il DPR 382 del 1980 prevedeva anche l’accesso, attraverso giudizi di idoneità, al ruolo di ricercatore universitario di una lunga lista di “precari” appartenenti a nove diverse “categorie”: a) titolari dei contratti istituiti nel 1973, b) titolari di assegni biennali, c) titolari di borse di studio ministeriali, d) borsisti del CNR e di altri enti di ricerca, dell’Accademia dei Lincei e della Domus Galileiana, e) perfezionandi della scuola normale e della scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento di Pisa, f) titolari di borse o assegni di formazione o addestramento didattico e scientifico comunque denominati, istituiti su fondi destinati dal consiglio di amministrazione su bilanci universitari, g) assistenti incaricati o supplenti e professori incaricati supplenti, h) lettori assunti con pubblico concorso, i) “medici interni” assunti con delibera del Consiglio di Amministrazione (detti MIUCA).

Queste categorie furono ulteriormente ampliate da sentenze della Corte Costituzionale, che, ad esempio, ammise alle idoneità per diventare ricercatore anche i medici interni assunti con delibera di un Consiglio di Facoltà.

Il Decreto Legislativo 382 del 1980 aveva anche ampliato l’organico dei docenti fissando a 30.000 il numero dei professori, di cui la metà professori associati. Tuttavia, inizialmente, il numero dei posti di professore associato fu determinato dai posti necessari per inquadrare gli idonei, incrementato di 6.000 posti. Veniva anche fissato a 16.000 il numero dei posti di ricercatore universitario, di cui 4.000 da assegnare per concorso. Di questi 4.000 posti teorici, la metà avrebbe dovuto essere messa a concorso entro il 1980-81.

Quanto ai posti di professore furono destinati a concorsi “liberi” 2.800 posti di professore di seconda fascia e 2.000 posti di prima fascia. Ci vollero diversi anni perché questi concorsi fossero svolti. Ritardarono in particolare i concorsi di seconda fascia, perché si ritenne che non potessero essere svolti contemporaneamente ai concorsi di prima fascia, dal momento che alcuni professori associati avrebbero potuto trovarsi nella condizione di commissari di un concorso di seconda fascia e concorrenti di un concorso di prima fascia.

Ruolo dei ricercatori, permanente o “ad esaurimento”?

La Legge 28 del 1980, pur avendo distribuito 4.000 posti di ricercatore da destinare a concorso libero aveva deliberatamente rinviato ogni decisione sul futuro di questo ruolo. L’ultimo comma dell’art. 7 della Legge 28 stabiliva infatti che: “Dopo quattro anni dall’entrata in vigore della presente legge, il Ministro della Pubblica Istruzione, sentito il Consiglio Universitario Nazionale, presenta al Parlamento un disegno di legge per definire il carattere permanente o ad esaurimento della fascia dei ricercatori confermati e nella prima ipotesi il relativo stato giuridico. Con a stessa legge sono ridefiniti i compiti e gli organici del ruolo dei ricercatori, sulla base delle esperienze didattiche e di ricerca nel frattempo compiute e dei risultati dell’attuazione dei corsi per il conseguimento del dottorato di ricerca, dei movimenti del personale docente e delle esigenze di un corretto ed equilibrato rapporto tra le diverse fasce del personale stesso.”

Nel frattempo ai ricercatori universitari si applicava lo stato giuridico degli assistenti. Tuttavia nel dicembre del 1984, in ossequio alle disposizioni di legge il Ministro (Franca Falcucci) predispose una bozza di disegno di legge che confermava il mantenimento del ruolo, che fu inviata al Consiglio Universitario Nazionale (CUN) per il prescritto parere. Nonostante il parere favorevole del CUN, il disegno di legge fu ritirato e sostituito da un altro disegno di legge che prevedeva invece la “messa ad esaurimento” del ruolo dei ricercatori. La Ministra si era infatti uniformata al parere delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL anziché al parere del CUN. Il nuovo disegno di legge non ebbe però vita facile in Parlamento. La messa ad esaurimento dei ricercatori fu osteggiata dalla “Assemblea Nazionale dei Ricercatori Universitari” un sindacato autonomo che raccoglieva la maggioranza dei ricercatori ed era guidato da Nunzio Miraglia, un ricercatore di ingegneria di Palermo.

Ma anche i docenti delle facoltà di scienze e di ingegneria si resero presto conto che, se fosse stato confermato il mantenimento del ruolo, i concorsi in atto per le cattedre di seconda fascia avrebbero liberato migliaia di posti di ricercatori, prevalentemente nell’area delle scienze e dell’ingegneria, dove, appunto, erano più numerosi i concorsi di seconda fascia. Al contrario, la soppressione del ruolo dei ricercatori avrebbe comportato la soppressione di tutti i posti liberati dai vincitori dei concorsi di seconda fascia. Fu così che il Comitato di Coordinamento delle Associazioni Scientifiche Italiane prese posizione contro il disegno di legge. La opposizione di parte del mondo accademico era anche motivata dal timore che le posizioni “a tempo determinato” previse dal disegno di legge generassero, come era avvenuto per altre simili posizioni, una “vertenza” sulla sistemazione dei “precari”. Alla fine, nel 1987, ci fu un nuovo repentino cambiamento e, prima delle elezioni che si svolsero nella primavera fu emanato il Decreto Legge 2 marzo 1987, convertito con modificazioni dalla Legge 22 aprile 1987, n. 158. Questo provvedimento, oltre a introdurre il regime di tempo definito per i ricercatori (la ragione principale dell’urgenza) confermava la permanenza del ruolo istituendo anche 3.000 nuovi posti.

Tuttavia le nuove norme non ridefinivano lo stato giuridico dei ricercatori, che rimaneva legato a quello degli assistenti di ruolo, una figura ormai scomparsa. Bisognava aspettare la Legge 14 novembre 1990, n. 341 perché divenisse possibile affidare un insegnamento ad un ricercatore confermato.

I concorsi per il ruolo di ricercatore.

I concorsi per il ruolo dei ricercatori erano banditi localmente sulla base di una delibera della facoltà. Il consiglio di facoltà designava un membro della commissione, mentre gli altri due (un ordinario ed un associato) erano estratti a sorte da terne designate dal Consiglio Universitario Nazionale. Molto spesso era il “membro interno” a suggerire almeno una delle terne al CUN. Talvolta bastava suggerire un solo nome (sufficiente a costituire una maggioranza assieme al membro interno) perché i sorteggi, scarsamente pubblicizzati, potevano essere facilmente manipolati. Per effetto di queste norme ambigue i concorsi per ricercatore si riducevano molto spesso alla ufficializzazione della scelta che il membro interno della commissione aveva già fatto tra i propri allievi. In pratica, la facoltà, con la scelta del “membro interno” delegava ad un solo professore il diritto di conferire un posto di ruolo ad un suo allievo.

Un nuovo canale di reclutamento universitario anomalo: i tecnici laureati.

Tra le varie categorie che avevano accesso ai giudizi di idoneità per diventare professore associato, quella dei tecnici laureati era l’unica che corrispondeva ad un ruolo che non era soppresso. Ogni tecnico laureato che diveniva professore associato lasciava libero un posto che poteva essere riassegnato. Al contrario delle cattedre e dei posti di ricercatore i posti di tecnico laureato erano assegnati dal Ministero direttamente alle “cattedre” senza che sulla loro assegnazione si potessero esprimere le facoltà, i senati accademici o i consigli di amministrazione delle università. Il Ministero, o per meglio dire, l’onnipotente direttore generale per l’università che si trovò molto spesso a ricoprire anche il ruolo di Capo di Gabinetto, poteva quindi disporre di un contingente di qualche migliaio di posti di tecnico laureato con i quali gratificare a sua discrezione i cattedratici che si presentavano a chiedere favori. Come è naturale, di questi favori usufruirono prevalentemente i cattedratici della Facoltà di Medicina di Roma, che arrivò ad annoverare un migliaio di tecnici laureati. Si racconta anche (senza peraltro disporre di prove) che al professore che veniva a chiedere un posto di tecnico laureato il Direttore Generale rispondesse che era disposto a dargli due posti purché uno dei posti fosse assegnato secondo le sue indicazioni. Dobbiamo aggiungere che le procedure del concorso per diventare tecnico laureato consentivano al “direttore della cattedra” cui il posto era assegnato una totale discrezionalità. Infatti la commissione nominata dal Consiglio di Facoltà era presieduta dal cattedratico cui era stato assegnato il posto. Ciò non toglie, naturalmente, che molti tecnici laureati reclutati dopo il 1980 fossero scientificamente ben più competenti dei loro predecessori nel ruolo, i quali erano stati promossi a professore associato, questi ultimi infatti si erano formati prima dell’introduzione e del consolidamento in Italia della “evidence based medicine”.

Come era prevedibile, allo scadere dei tre anni di servizio, i nuovi tecnici laureati si affrettarono a far domanda di partecipazione alla terza tornata di idoneità per diventare professori associati. Il Ministero, in applicazione della legge, inizialmente li escluse, ma fu sufficiente che un Tribunale Amministrativo Regionale (mi sembra la sezione di Latina del TAR del Lazio) sospendesse i provvedimenti di esclusione perché tutte le domande fossero inviate alle commissioni. Molte commissioni si pronunciarono (naturalmente a favore dei candidati) prima che una sentenza definitiva del Consiglio di Stato stabilisse che i tecnici laureati assunti dopo l’entrata in vigore del DPR 382 del 1980, cioè dopo il 1° agosto 1980, non erano ammessi ai giudizi di idoneità. Non fu accolto nemmeno il ricorso di alcuni tecnici laureati alla Corte Costituzionale, nonostante si sussurrasse che il figlio di un giudice costituzionale fosse interessato al ricorso. A questo punto il Ministero dell’Università, avrebbe dovuto fermare le procedure per le idoneità dei tecnici assunti dopo il 1° agosto 1980, sulla base della “sentenza pilota” (che formalmente si applicava ad un solo ricorso) e del rigetto del ricorso da parte della Corte Costituzionale. Il Ministero decise di accelerare le procedure, insistendo anche presso il Consiglio Universitario Nazionale perché gli atti delle commissioni fossero approvati. Si creò così un gruppetto di tecnici laureati esclusi dalle idoneità a professore associato che avevano tuttavia completato le procedure idoneative. Questo gruppetto di “miracolati” riuscì infine ad ottenere una sanatoria che superava, annullandole, le sentenze del Consiglio di Stato che avevano escluso dalle idoneità i tecnici laureati assunti dopo il 1° agosto 1980. Infatti il comma 7 dell’art. 8 della Legge n. 370 del 1999 dispone che: E’ legittimamente conseguita l’idoneità di cui agli articoli 50, 51, 52 e 53 del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, da parte dei tecnici laureati di cui all’articolo 1, comma 10, penultimo periodo, della Legge 14 gennaio 1999, n. 4, anche se non in servizio al 1° agosto 1980 i quali, ammessi con riserva ai relativi giudizi per effetto di ordinanze di sospensione dell’efficacia di atti preclusivi alla partecipazione, emesse da i competenti organi di giurisdizione amministrativa, li abbiano superati.

Questa disposizione non si applicava ai tecnici laureati assunti troppo tardi per poter partecipare anche alla terza tornata delle idoneità ad associato. Essi alla fine dovettero accontentarsi di concorsi riservati per il ruolo di ricercatore universitario come disposto dalla citata Legge 14 gennaio 1999, n.4. Disposizioni analoghe contenute in altri disegni di legge erano state bocciate per mancanza di copertura finanziaria. La Legge n.4 del 1999 superava questo ostacolo autorizzando le università a bandire i concorsi riservati, utilizzando, anticipatamente, i fondi liberati dalla soppressione dei posti di tecnico laureato conseguente al passaggio dei tecnici al ruolo di ricercatore.  Entrarono così nei ruoli di ricercatore oltre 2.000 tecnici laureati (erano 2.196 al primo settembre 2001, secondo un servizio de IlSole24ore, quando non tutti i concorsi riservati erano stati banditi e svolti). In ogni caso, il “canale di reclutamento” costituito mediante le posizioni di tecnico laureato ha svolto un ruolo non indifferente, dopo le sanatorie del 1980, specialmente nelle facoltà di Medicina ed in particolare nelle facoltà di Medicina di Roma “La Sapienza”.

Si deve anche osservare che tra i tecnici laureati che usufruirono dei concorsi riservati c’erano anche alcuni dei titolari di assegno di formazione professionale di cui alla Legge 285 sulla disoccupazione giovanile. Infatti la Legge 18 gennaio 1989, n. 14 che sistemava definitivamente gli assegnisti stabiliva che essi non potevano essere inquadrati come ricercatori. Pertanto molti assegnisti che operavano presso istituti universitari vennero inquadrati come tecnici laureati, salvo usufruire di un secondo scivolo per diventare ricercatori.

Oggi....2014.....

Università, beffa per gli aspiranti prof: "Troppo specializzati, vi bocciamo". Decine di esclusi eccellenti in rivolta: "Favoriti i parenti dei baroni".

Mentre Matteo Renzi pensa di ricostruire l'Italia dalla scuola, qualcun altro vuol finire di distruggerla all'università, scrive Giovanni Valentini su “La Repubblica”. Una pioggia di ricorsi amministrativi s'è abbattuta sull'ultimo concorso per l'Abilitazione scientifica nazionale 2012-2013 per professori ordinari e associati che prelude poi a quella didattica con la chiamata e l'assunzione in ruolo. È una montagna di carta bollata che minaccia ora di provocare una valanga di annullamenti o di revisioni, sconvolgendo la vita già travagliata dei nostri atenei. Nell'ambito della controversa riforma Gelmini, il ministero della Pubblica istruzione aveva disposto una nuova procedura di abilitazione, introducendo la meritocrazia come principale criterio di valutazione. Questa avrebbe dovuto fondarsi su elementi trasparenti e oggettivi, definiti "bibliometrici", forniti dalla produzione scientifica di ciascun candidato nei rispettivi curricula: cioè monografie, articoli o citazioni pubblicati da riviste specializzate. Ma successivamente sono stati inseriti criteri aggiuntivi, del tutto discrezionali, in forza dei quali le commissioni di valutazione hanno ribaltato le graduatorie, suscitando anche alcune interrogazioni parlamentari.

LA FARSA DEGLI ESAMI SCOLASTICI.

Questo è l’esempio di come non si affronta il problema dell’esame scolastico truccato. Non fare informazione, ma sciorinare conati di vomito anti meridionale. Così è stato con la modifica degli esami di abilitazione forense. Il leghista ingegnere Roberto Castelli, che di cose giuridiche, come di cose meridionali, poco ne capisce, si è inventato un esame forense con la transumanza dei compiti. Perché, a suo dire, il marcio dell’esame forense era insito nelle sedi di esame dei distretti giudiziari del sud. L’abilitazione forense: truccata era, più truccata è.

Insomma si parla di fuffa e di opinabili opinioni personali e mai dell’oggettivo incontestabile. E con questo spirito fanno la politica del non capisco un cazzo, ma faccio le leggi. Purtroppo questi sono i ministri e i direttori di giornale che ci meritiamo.

L’esame di maturità ridotto a farsa, scrive il 30 gennaio 2014 il nordista Mario Giordano su "Libero Quotidiano". La maturità ha ancora un senso? Oppure va abolita? La domanda diventa obbligatoria, dal momento che numerosi ragazzi dell’ultimo anno delle superiori, in questi giorni, stanno lasciando da parte volutamente la preparazione all’esame. Dovranno infatti concentrarsi sui testi di ammissione all’università (...) (...) (medicina, veterinaria, architettura), che per la prima volta in Italia sono stati anticipati ad aprile, dopo l’indecoroso balletto della scorsa estate. Dunque nelle prossime settimane chi sogna di diventare medico, veterinario o architetto non ha scelta: o si prepara per il test o si prepara per la maturità. E per molti studenti essere messi di fronte a questa scelta, già di per sé, è un’ingiustizia. Da sempre ci raccontiamo, magari anche con eccessi di enfasi, che quello della maturità è un «passaggio fondamentale della vita». Sulle «notti prima degli esami» c’è un’epopea romantica, fatta di canzoni, film, emozioni, ricordi, palpitazioni: non c’è cena di ex compagni di scuola che non rievochi quel momento che per molti è stato il più importante della vita scolastica. E allora: come mai adesso passa in secondo piano? Com’è che molti saranno costretti a considerarlo solo un’appendice secondaria rispetto alla prova per entrare in università? E com’è che il voto di maturità, che è stata la medaglia al valore per intere generazioni di studenti, all’improvviso si trasforma in un dettaglio quasi irrilevante? Al ministero spiegano che i test ad aprile fanno parte degli «standard europei». A settembre, dicono, è troppo tardi, a luglio s’è provato a fare l’anno scorso ma è stato un patatrac. Dunque non restano, dal loro punto di vista, altre soluzioni, anche se questa produce effetti evidentemente devastanti. Il primo effetto è che il voto di maturità viene, per l’appunto, svuotato di ogni valore ai fini dell’ammissione all’università. Prenderai 100? O 62? Sei stato un bravo studente per cinque anni? O hai fatto il minimo indispensabile per essere promosso, passando i tuoi giorni in sala giochi o nelle vie dello shopping? Per chi vuol diventare medico (o veterinario o architetto) non fa differenza. Quello che conta è il test. Il quiz d’ingresso. La grande roulette dell’ammissione all’università. Per l’amor del cielo: non staremo certo qui a difendere il valore legale dell’esame di maturità. Fra i pilastri del pensiero liberale (almeno da Einaudi in poi) c’è proprio l’idea che ciascuno dev’essere valutato per quel che sa fare e non per il pezzo di carta che porta in tasca. È noto, per altro, che i voti di maturità sono spesso distorti dalla selezione geografica: prendere 100 in un liceo a Crotone è da sempre leggermente più semplice che prenderlo al Berchet di Milano, i voti alti negli istituti della Puglia sono decisamente superiori a quelli registrati in Lombardia. Quest’anomalia dura da sempre, lo sappiamo, non è mai stata risolta. E non vorremmo che proprio l’incapacità di trovare una soluzione a questo problema avesse spinto il ministero a scegliere la via più breve: siccome il voto di maturità non è attendibile, lo si archivia come una inutile formalità. Ma se fosse così, allora, bisognerebbe avere il coraggio di andare fino in fondo e abolire del tutto quell’esame, che invece viene ancora investito della massima retorica nazionale. Che senso ha accendere i fari di tutti (scuola, famiglie, informazione…) sulla maturità, se non la si considera attendibile? Che senso ha spingere i ragazzi per cinque anni a impegnarsi in vista di una prova fondamentale se poi quella prova non è affatto fondamentale, ma anzi non vale nulla? Delle due l’una: o la maturità è importante e allora deve essere considerata a tutti gli effetti anche per entrare in università, oppure non lo è. E allora può essere eliminata. Ovviamente esistono anche soluzioni alternative, come quella adottata in Francia dove tutti vengono ammessi al primo anno di università e la selezione viene effettuata al secondo anno. Ma quello che assolutamente è sbagliato è quello che sta succedendo, in modo frettoloso e improvvisato, oggi in Italia: i test ad aprile (senza nemmeno adeguato annuncio) e la maturità a giugno, come se nulla fosse cambiato. Al netto di possibili incidenti di percorso (che cosa succede se uno studente passa il test e viene poi bocciato alla maturità?), questo determina incertezza, confusione e conseguenze pericolose. Una su tutte: i ragazzi che sognano di fare i medici o gli architetti, quelli magari più coscienziosi e ambiziosi, quelli che tengono molto alla loro preparazione e al loro futuro, sono messi nella condizione di dover rinunciare a qualcosa. O rinunciano al loro sogno professionale o rinunciano a concludere bene il loro ciclo di studi. In ogni caso, vengono mortificati nelle loro migliori intenzioni. E un Paese che mortifica i giovani nelle loro migliori intenzioni è inevitabilmente destinato a finire male

Questo invece è il modo di affrontare il tema, facendo informazione.

L'inutile rito della maturità. Il solo esame che conta è quello del lavoro. Il resto è fuffa. Spreco, scrive Vittorio Feltri, Venerdì 20/06/2014, su "Il Giornale". Quando una cosa è totalmente inutile, tutti ne parlano con foga. Pagine e pagine di giornale. Servizi televisivi a iosa. Perfino dibattiti. Il superfluo appassiona. Pensate che ogni anno, in questa stagione, puntuali come il destino arrivano gli esami di maturità. E nelle riunioni noiose e ripetitive di redazione c'è sempre un tizio con le lenti da miope che salta su e dice: chi fa il pezzo sulla maturità? Il direttore alza gli occhi al soffitto e sbuffa: già, me n'ero dimenticato. Si capisce lontano un chilometro che non è seccato perché colto in fallo di memoria: figuriamoci. Il problema è che non ne può più di occuparsi degli studenti che per la prima volta nella vita affrontano una prova seria, presentandosi davanti a una commissione di professori (esterni) che li giudicheranno degni o no di essere considerati adulti e preparati. Preparati a che? In redazione non manca mai uno spiritoso rompiballe che sghignazzando risponde: preparati all'adulterio. Che battuta! Quando si parla di esami di maturità emerge in ciascuno di noi, inevitabilmente, il liceale di terza B che fu e che non perde occasione per divertire i compagni (i colleghi). Quando, ai tempi, eravamo in aula e qualcuno diceva una qualsivoglia sciocchezza, la classe si sbellicava. L'insegnante sopportava dieci secondi poi, scocciato, con un pugno sulla cattedra, invitava a smetterla di fare i fessi. Tornava il silenzio. Ma durava poco. Bastava che cadesse sul pavimento un astuccio da un banco e la ridarella - notoriamente contagiosa - esplodeva di nuovo. Il docente sconfitto sorrideva e scuoteva la testa. La scena che ho appena descritto - suppergiù - si ripete ogni 12 mesi, in giugno, nelle nostre riunioni allorché all'ordine del giorno si presenta la necessità di vergare un articolo (preferibilmente due o tre) sulla maturità. Non c'è giornalista che abbia il coraggio di dire apertamente di fottersene di questo rito in cui sono coinvolti milioni di ragazzi, tra i quali ormai i nostri figli. E allora si attacca a snocciolare qualche idea per trattare il tema in modo originale. Potremmo intervistare uno psicologo che spieghi lo stato d'animo dell'esaminando, oppure un esperto che suggerisca come superare l'ansia, oppure consultare un dietologo in grado di elencare una serie di alimenti da consumarsi alla vigilia degli scritti e che aiuti il povero studente stressato a rendere al massimo. Qualsiasi banalità è accolta, magari senza entusiasmo, ma non scartata. Un minimo di eccitazione si avverte allorché un capo della sezione culturale, aggrottando la fronte per dimostrare che è un intellettuale, consiglia di fare un'inchiestina per sondare i cosiddetti Vip (politici, scrittori, registi, attori e bischeri vari) affinché raccontino le loro esperienze di studenti. Questa proposta - lo dico perché ho una pratica semisecolare - ottiene unanimi consensi. Sempre. Il Vip è sacro e merita di essere ascoltato. Il dì appresso, apri il giornale e leggi una collezione di luoghi comuni - i medesimi pubblicati l'anno precedente - da far accapponare la pelle. Gli intervistati, dandosi un sacco di arie, rammentano i voti rimediati come per dire - in puro stile marchese del Grillo - io ero io e voi non eravate e continuate a non essere un cazzo. La stragrande maggioranza degli intervistati è costituita da fenomeni. Ce ne fosse uno capace di affermare: cari signori, gli esami di maturità sono una farsa pazzesca. Perché se un ragazzo ha completato con successo le elementari (basilari) e le medie, e ha esaurito il ciclo delle superiori, arrivando fino alla quinta, significa che il suo corso scolastico è terminato e può spalancare le porte dell'università. Se quel ragazzo fosse un cretino o un lazzarone irrecuperabile sarebbe stato bloccato prima del traguardo, non sul filo di lana. Non fosse così, sarebbero da respingere i professori, non gli studenti. Insomma non ha senso che un giovane abbia studiato 13 anni, giungendo - più o meno a fatica - a fine corsa, e che poi debba pure sostenere un esame-burla teso a scoprire se egli sia idoneo o no a diplomarsi. Se è idoneo, il corpo insegnante deve saperlo. Se non è idoneo, c'è da domandarsi per quale motivo sia arrivato in fondo. Basta per favore con questa pantomima. La prova di italiano uguale per tutti è un'idiozia. Un conto è il liceo classico e un conto è l'istituto per geometri. Le tracce il più delle volte fanno inorridire. Non tracciano nulla se non i limiti di un sistema che si è rinnovato nei contenitori ma non nel contenuto. Siamo ancora qui a discettare di Salvatore Quasimodo: eppure, quando il poeta ricevette il Nobel, qualcuno - non dirò chi, indovinatelo - dichiarò: a caval donato non si guarda in bocca. Poveri maturandi. In quest'ultima tornata di balordaggini spacciate per test esplorativi sono stati chiamati a commentare una genialata di Renzo Piano, l'architetto e senatore a vita: le periferie meritano di essere manutenute come Dio comanda altrimenti vanno in vacca. Anzi, le periferie saranno le belle città di domani se opportunamente «rammendate». Chi non è d'accordo? Ma che c'entrano simili concetti con la maturità di un perito chimico? Qui i soli che non meritano la maturità sono i governanti che si ostinano a spendere miliardi per finanziare un assetto scolastico privo di logica e che produce soltanto disoccupati. Il solo esame che conta è quello del lavoro. Il resto è fuffa. Spreco.

Esami Stato I grado? Una farsa, vanno aboliti. Lettera di Mario Bocola del 18 giugno 2017 su "Orizzontescuola.it". Gli esami di terza media sono una vera e propria farsa, un teatrino del nulla dove si promuove il nulla. Andrebbero aboliti e lasciati nel curriculum scolastico dello studente soltanto gli esami di maturità, anche se a modesto avviso andrebbero aboliti anche quelli perché stanno diventando anch’essi una presa in giro. Ormai gli studenti sanno che, anche se non studiano, verranno comunque promossi. A che serve mantenere in vita gli esami di licenza media dove campeggiano tesine multidisciplinari prelevate ex abrupto da motore di ricerca Wikipedia e incollate lì solo per far vedere alla commissione e al Presidente (esterno) che funge da semplice notaio il quale certifica che le carte sono a posto, consapevole del lavoro svolto a monte dei docenti che per un triennio hanno seguito i propri alunni. Non serve alcunchè scrivere infinite pagine di certificazione delle competenze se poi al termine del ciclo di studi si andranno a valutare le incompetenze più che le competenze finali. Tanto vale abolire completamente gli esami di licenza media tanto gli studenti che non hanno appreso durante un triennio non potranno acquisire conoscenze tali agli esami da certificare di aver raggiunto delle competenze da spendere nel corso della vita. Altro che curricolo verticale o orizzontale e Indicazioni per il curricolo predisposte dal Ministero dell’Istruzione. Se andiamo ancora più su nel corso degli studi, cioè all’Università anche lì sarebbe da rivedere tutto: l’unica cosa seria che è rimasta nelle Università è la tesi di laurea perchè anche in quel segmento d’istruzione le cose devono cambiare per farla diventare una cosa seria. Ormai lo studio serio ed impegnato è diventato una chimera. Ecco perché la scuola sta cadendo così in basso e sarà difficile risalire la china nel rivedere studenti seri ed impegnati dove lo studio è una cosa seria!

Quella farsa tragicomica chiamata Esame di Stato. Non la definiscono più maturità forse perché di maturo c'è solo il degrado della scuola italiana e di gran parte dei suoi attori diretti e indiretti, scrive Domenico Del Nero su "Totalità". Maturità? Ma di chi? Viene da chiedersi se l’esame di maturità, oltre e più che gli studenti (per i quali ora si usa la più asettica formula di “esami di stato”) non dovrebbero farlo in diversi, prima di riversare la propria carica distruttiva sui ragazzi.

A partire dai “saggi” (!!!???)  del ministero: queste entità strane e non meglio identificate, che ogni anno  si mettono a “cucinare” le prove da somministrare a docenti  e candidati.  Sarebbe opportuno fare a costoro un bell’esame, giusto per capire se capiscono qualcosa di dinamiche scolastiche, di programmi, di lezioni. Possiamo disquisire sino alla nausea – e alla noia mortale – se, come e quanto la scuola italiana sia invecchiata. Tutto quel che si può dire è che sino ad adesso tutti o quasi i tentativi di riforma dal secondo dopoguerra a oggi non hanno fatto che peggiorare la situazione (riforma Gelmini compresa, anzi in prima posizione), tanto che se mai c’è da chiedersi con stupore come faccia il malato a esser ancora vivo.  Ma è un malato di cui, dichiarazioni demagogiche a parte, non importa nulla a nessuno: non produce moneta sonante, anzi costa.  C’è un piccolo particolare: dovrebbe produrre cervelli e garantire il futuro della nazione.  Ma un cervello pensante, specie per la classe politica odierna a tutte le latitudini, è peggio di una pantegana.  Quindi: si derattizzi e si elimini la scuola, tanto più cretini ci sono in giro e più possibilità ha questa democrazia fasulla di tenersi in piedi e mantenere nel lusso i propri grotteschi boiardi. Ma per tornare agli autori della tracce: quelle della prima prova di quest’anno hanno brillato per una grande assente: la letteratura italiana. Forse i “saggi” del ministero non sanno che fra le istituzioni scolastiche sopravvivono ancora i licei, nei quali si fa appunto,  quella “ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura” , come la definì in un momento di sconforto Italo Svevo ( salvo poi ripensarci, per sfortuna di chi non ama la Coscienza di Zeno)  ma che in fondo è una delle poche cose che ancora ci impediscono di trasformarci del tutto in un gregge di pecore informatiche dedite esclusivamente al consumo di nozioni e informazioni globalizzate, indigeste e soprattutto non digerite.  Ed è veramente curioso un “ambito artistico letterario” in cui si parla molto di individuo e società di massa ma in chiave molto più sociologica che letteraria, mentre poi per il resto si naufraga (tanto per cambiare) tra stato mercato e democrazia, un cocktail di omicidi politici male assortito e peggio assemblato, e per l’ambito tecnico scientifico quello che nel ministero della Pubblica Istruzione (e non solo) sembra essere il grande assente: il cervello.

I genitori: mamme, babbi, nonne, zie e pure il gatto di casa sull’orlo di una crisi di nervi. Il mammismo, altra piaga quanto mai purulenta dell’italico orbe, scatena i suoi tentacoli.  Sembra che i “bambini” e le “bambine” che sono tutti o quasi ormai con patente e diritto di voto (difficile dire quale delle due sia la iattura maggiore) debbano partire per il fronte e negli zaini invece di libri e vocabolari vi siano tende, moschetti e bombe a mano.   Vero è che certe stupidaggini che si sentono agli esami sono peggio di mine anti uomo, ma in quel caso le vittime sono piuttosto gli esaminatori …   E non è questione di ordine di scuola, istruzione, ceto sociale etc.: anzi, a volte i peggiori sono proprio professionisti, dirigenti e docenti di vari ordini e gradi, magari implacabili con i figli altrui, ma pronti a difendere la propria prole anche a colpi di avvocato se necessario …. E soprattutto quando del tutto superfluo, assurdo e indecoroso. Non è un atteggiamento generalizzato, ovviamente, ma sin troppo diffuso sì.

Docenti: galassia quanto mai variegata e variopinta. Ovviamente ci sono professionisti seri, convinti che l’esame sia tante volte il primo impegno importante per un giovane e cercano di abbinare serietà ed equilibrio, mettendo lo studente a proprio agio ma senza fargli le coccole da un lato o mostrargli le tenaglie dall’altro. Né tate né aguzzini, insomma, e cercando soprattutto di capire quanto è stato proficuo per il giovane il corso di studi: non solo in termini di conoscenze ma anche di sicurezza di sé, capacità di muoversi, proprietà di linguaggio. Questo è, o dovrebbe essere, “maturità”. Per fortuna è una categoria meno scarna di quel che si possa pensare, compresi tanti giovani precari guardati magari con assurdo “nonnismo” e sprezzante superiorità da parte di qualche collega che confonde il ruolo e l’anzianità di servizio con la qualità dell’insegnamento.  Purtroppo però, come in tutte le categorie, professionali e non, c’è anche “altro”.

Frustrati: gente che magari ha collezionato un anno di pernacchie e sberleffi nella propria scuola e non sarebbe capace di tenere la disciplina neppure in una classe di educande monache di clausura. Di solito forniti di preparazione superficiale, si sentono in dovere di mettere sotto processo studenti, docenti, dirigenti scolastici e già che ci sono pure i custodi delle scuole che hanno la disgrazia di averli come commissari esterni.

Massaie: categoria altrettanto esiziale, frequente (in modo unisex) soprattutto tra i docenti di materie letterarie. E’ gente che dopo la tesi di Laurea, per solito, non ha scritto niente di più della lista della spesa e al massimo ha pubblicato il necrologio di qualche parente. Eppure, gente siffatta, per un triennio e poi come commissari d’esame, dovrebbe tanto per dirne una insegnare agli studenti il “saggio breve” e “l’articolo di giornale”, per poi giudicarlo anche in sede d’esame.  Un po’, insomma, come chiedere a un radiologo di effettuare un’operazione chirurgica, tanto sempre di medicina si tratta. Darebbero a tutti il massimo dei voti, perché si sa, ogni scarafone è bello a mamma sua e ogni somaro è un’aquila per la sua fattoressa. 

Sessantottini in servizio permanente effettivo: sono quelli/e per cui non il sei politico è ampiamente superato: ora bisogna passare al sei e mezzo, meglio ancora se al sette e già che ci siamo anche all’otto. Come la sciagurata categoria precedente (ma per motivi diversi) vorrebbero dare tutti voti “agli estrogeni”, con il risultato che poi, quando i giovani geni sono davvero messi alla prova, si sgonfiano clamorosamente e spesso indecorosamente.  E’ incredibile la fantasia con cui cercano cavilli per” fertilizzanti”: quello più comune è che il candidato è un bravo ragazzo/a, quasi l’esame debba essere un certificato di buone maniere. Senza contare che la valutazione del percorso scolastico è data dal cosiddetto “credito” e dai voti di ammissione: il voto d’esame dovrebbe riguardare l’atto finale e basta. Certo, un minimo di considerazione alla persona e alla storia dello studente è legittima e pure auspicabile, ma non può diventare il fattore determinante: anche perché queste figure/i di solito non brillano per imparzialità e il loro criterio è spesso la simpatia o la tonalità di “rosso” che lo studente professa ….

E per chiudere in positivo, c’è poi una categoria particolarmente sfortunata, che potremmo definire “dei carrozzieri”. Sono quei disgraziati insegnanti che si trovano con classi il cui livello medio è decisamente sotto quello del mare e che un disgraziato si trova a “ereditare” magari proprio all’ultimo anno da qualche collega fedifrago, emigrato verso lidi più fortunati.  Le cause della condizione di diffuso semianalfabetismo cronico possono essere di vario genere e non è detto che siano sempre attribuibili ai ragazzi (anzi), anche se qualche “tonno” (per seguitar la metafora marina) avrebbe fatto meglio a farsi inscatolare in qualche altro ordine di scuola: inutile insistere con il liceo classico se non si riesce distinguere l’italiano dal cinese mandarino. In ogni modo in fondo ormai ci sono e bisogna cercare di fargli fare un esame almeno decoroso e senza…sprofondare dalla vergogna. A volte, soprattutto quando non la colpa non è dei ragazzi, si hanno però risultati (e soddisfazioni) insperate.

Resterebbero gli studenti, ma qui all’alta fantasia manca la possa …. O ci vorrebbe un capitolo a parte.

Maturità 2017, così ho aiutato mio nipote a copiare. Ma i docenti non sorvegliano? Scrive Andrea Carlino, Lunedì, 26 Giugno 2017 su "Tecnica della scuola". Alla maturità non si può copiare. Il Miur, nel corso degli anni, ha dato sempre regole più severe per vigilare su smartphone, tablet e calcolatrici. Anche i docenti devono stare attenti a sorvegliare. Però c'è sempre qualcuno che la fa franca, come testimonia una lettera inviata al Corriere della Sera. "Mercoledì mattina, ore 9 del mattino, sono appena uscita dalla doccia. Mi arriva una telefonata, è mio nipote. Mi urla quasi nelle orecchie, mi chiede di guardare WhatsApp. Apro l’app, terrorizzata, e mi ritrovo di fronte pagine e pagine fotografate di tracce con il timbro del Miur. A quel punto realizzo, confusa, che mi stava chiamando da un’aula del suo liceo classico, dove si sta svolgendo la prova di italiano, la prima prova del suo esame di maturità. E poi, più lucida e terrorizzata, capisco che mi sta chiedendo aiuto, è disperato, vuole che io gli faccia un tema". Non posso, non voglio, lo trovo eticamente sbagliato e poi so benissimo che lui è in grado di farlo senza alcun aiuto esterno, studia costantemente, scrive benissimo, non ha bisogno di me. Spero che gli sequestrino il telefono, che inizino le ronde, che tutto si risolva in un nulla di fatto. E invece, mentre mi vesto velocemente, il telefono continua a lampeggiare. Ha individuato la traccia giusta, provo una trattativa, gli dico che al massimo posso metterlo sulla buona strada, che gli darò qualche indicazione per iniziare. Niente, non ascolta ragioni, è in preda al panico, e non so come dal suo banchetto di maturando continui a mandarmi messaggi insistenti. Cedo, mio malgrado. Siedo al computer, munita di I-Pad, per ingrandire la traccia e fare qualche ricerca veloce. Il tema mi appassiona, si parla di progresso e di come quello materiale non vada sempre di pari passo a quello civile. Pesco dalla memoria labile una reminescenza di Leopardi, mi chiedo se potrei citare Verga per contrasto, alla fine cito Kant e Platone come è suggerito dalla traccia. E poi inizio a parlare delle conquiste del secolo, e delle storture individuali che ci offre la cronaca. Ho l’ansia, il cuore in gola, non voglio fare quello che sto facendo e in più comincio a sentirmi anch’io una maturanda. “Allora? A che punto sei?”, scrive come se mi stesse ascoltando. Sono le 10.45 quando mi decido a fotografare le due paginette scritte al computer e a mandarle via whatsApp. Aspetto che le legga, sono spaventata, non ho riletto una sola parola e vorrei non assumermi la responsabilità di questa operazione truffaldina. Ma lui è finalmente felice, comincia evidentemente a copiare, e si placa. Io provo a uscire, ho una giornata intensa, voglio dimenticare quell’esame di maturità forzato, a 50 anni passati. Quando mi scrive di nuovo sono le 11.30: “Grazie, va benissimo, potresti cambiarmi solo un po’ il finale?”. E’ troppo, gli dico che sono fuori, non posso. Entro in macchina, provo a calmarmi, ma continuo a chiedermi arrabbiata dove sono i professori, perché gli hanno permesso di scrivermi, di copiare, di eludere i controlli: se potessi ora li affronterei di persona per capire cosa è andato storto. Ma parte il radiogiornale, c’è Affinati che commenta le tracce, tira fuori la citazione di Leopardi....fiuuu, anche stavolta, forse, me la sono cavata".

Furbizia, sveltezza, caparbietà, possono eludere qualsiasi strategia di controllo.

"Qualcosa sfugge sempre - ammette Federica Valentuni, commissaria esterna per fisica al liceo scientifico Peano di Monterotondo. Su 46 alunni, noi eravamo 5-6, basta che ti avvicini a qualcuno che ti chiede un chiarimento e uno studente alle tue spalle può passare un foglio o copiare. Purtroppo per loro è una prassi: lo fanno quasi tutto l’anno, in quasi tutti i compiti, sono allenatissimi".

Sempre al Corriere della Sera parlano alcuni docenti impegnanti negli Esami di Stato: "Noi controlliamo che tutti consegnino all’ingresso il telefonino o qualsiasi dispositivo, come l’Apple watch, che possa permettergli di comunicare con l’esterno - precisa Chiara Fornaro, vicepreside del liceo classico D’Azeglio di Torino e commissario interno per latino - Il problema però può sorgere se qualcuno ha un secondo cellulare. Anche se copiare un compito di italiano è complicato, e poi noi ci schieriamo: ci sono sempre due professori davanti, due dietro, e qualcuno che gira tra i banchi. E’ impossibile tirare fuori un cellulare senza che nessuno se ne accorga".

Questi signori di Torino sono gli incorruttibili? Sono la fonte del dr. Mario Giordano, sopracitato?

Il prof. Angelo Scassa, insegnante in un istituto tecnico di Torino ed ex commissario d’esame spiega il 22 giugno 2017 su Rete 7 perchè – secondo lui – la maturità sia, in realtà un esame semplice. “Spesso - ricorda l’insegnante - viene pilotato dalla commissione stessa”.

«L’esame di maturità è quasi una farsa. Ho partecipato 14 volte come commissario d’esame di Stato e posso garantire che gli studenti hanno ben poco da temere. D’altra parte basterebbe vedere un dato ufficiale: il 99,5% degli studenti viene promosso. Io parlo della mia esperienza, avendo solo insegnato negli istituti tecnici e in studi professionali. In istituti in cui le materie fondamentali sono appunto quelli appartenenti alla meccanica, all’elettronica, all’informatica. E via dicendo. Ho visto di tutto e di più. Quando ero commissario interno all’istituto Beccari di Torino, ho visto il taroccamento sistematico degli esami di maturità, mediante crediti rigonfiati e quelle cose che sto dicendo mi son costate anche una sospensione all’insegnamento per 40 giorni contro la quale ho fatto ricorso al giudice del lavoro che mi ha dato ragione 3 volte in 3 diverse cause del lavoro e contemporaneamente ho subito anche un processo penale per diffamazione e anche questo processo penale ha accertato che era vero quello che io avevo affermato. Si tarocca perché si vuol far vedere che l’Istruzione in Italia va bene. Soprattutto l’istruzione professionale e tecnica. In Germania va effettivamente molto bene. In Italia va molto male. Il taroccamento ha lo scopo di far vedere che ci stiamo allineando agli Stati europei più evoluti. Il problema è, per l’appunto, che non si vuol ammettere lo stato di degrado assoluto della scuola secondaria superiore per quanto riguarda l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale. Ci sono tre modalità per taroccare gli esami di Stato.

La modalità numero uno è quella di presentare (questo accade ancora recentemente), di presentare i ragazzi con crediti scolastici gonfiati. Come si gonfiano i crediti scolastici? Una delle vie più veloci è quella di calcolare in modo anomalo i crediti degli anni precedenti, oppure di fare un’altra cosa: di presentare gli allievi con dei crediti che non corrispondono alla loro media reale. Questa è una modalità per facilitare gli esami di Stato. Attualmente i punti che concorrono su 100 all’esame di Stato dovuti alla formazione di 3 anni, gli ultimi 3 anni, sono 25, e quindi questi crediti vengono gonfiati in questo modo.

La seconda modalità è quella di fare una seconda prova. La prova molto temuta dagli studenti in maniera tale che non sia risolvibile. In questo modo, spesso e volentieri, i commissari cosa fanno: assegnano agli allievi il massimo della votazione. Quindi 15/15 perché la prova non è risolvibile. Quando io ho fatto una denuncia al Tribunale di Torino, perchè la prova non era risolvibile, il Tribunale di Torino l’ha archiviata dicendo che in fin dei conti era soltanto un errore del ministero. La Procura l’ha archiviata, sì il tribunale, poi il Gip l’ha archiviata. Non si capisce come si possono giudicare gli allievi su una prova che non è risolvibile. Ad esempio la maturità del 2007 per i T.I.M. presentava un esercizio sulle pompe centrifughe che non era risolvibile. La maturità 2013 sempre per i Temi per l’Industria Meccanica presentava un esercizio che non era risolvibile in quanto richiedeva l’ausilio di un diagramma di Moliere: il diagramma per il vapore acqueo. Una tavola di circa un metro quadro, con varie linee: isobari, isocore e via dicendo, che gli allievi non possedevano e quindi non potevano risolvere l’esercizio. Quindi quasi tutti gli allievi in quel tipo di scuole avevano 15/15 come punteggio assegnato in quanto il problema non era risolvibile. Nel 2011 l’esame di Stato era addirittura incentrato su un esercizio banale che riguardava il teorema di Bernulli. Il teorema di Bernulli che nulla ha a che fare con quelli che in realtà erano i problemi di macchine a fluido. Quindi questa è la seconda modalità con la quale gli studenti vengono aiutati.

La terza modalità, la più sconcia ancora, sconcia, è quella che i commissari si fanno il calcolo di quanti punti servono ai ragazzi per passare l’esame. E quindi spesso e volentieri il punteggio all’orale coincide con i punti necessari ad avere la sufficienza.  

Maturità 2013: "E' una farsa". Il racconto di un professore, scrive Tommaso Caldarelli il 2 Luglio 2013 su "Studenti". Ancora testimonianze sugli esami-farsa: una studentessa fa praticamente scena muta sul programma di Filosofia ma per la commissione è da 100. Maturità 2013, ancora testimonianze e racconti di esami che diventano vere e proprie farse: ecco un racconto di un professore commissario esterno di Filosofia alle prese con il programma di un istituto Psico-Pedadogico sperimentale, in cui le materie esterne risultano essere Filosofia e Scienze sociali. Ebbene, siccome durante l'anno il programma di Filosofia è stato svolto poco e male, il professore si trova a poter interrogare su pochissime materie. Dal documento didattico firmato dai professori e dalla classe, infatti, risulta che il programma svolto si limita a pochissimi autori dell'ultimo anno. Il programma di Filosofia comprende solo 6 autori (Hegel, Schopenhauer, Kierkegaard, Marx, Nietzsche e Freud) perchè un'ora di Filosofia viene svolta in compresenza con Scienze sociali. Infatti, nel documento del 15 maggio vi è una parte di programma di Filosofia svolto in compresenza con Scienze sociali (firmato da insegnante ed alunni) ma che NON può essere oggetto di interrogazioni orali "perchè i ragazzi non l'hanno studiato". Fino a qui, il tutto avrebbe potuto anche verificarsi in una qualsiasi altra scuola d'Italia. Il problema è che i membri interni della commissione premono affinché alunni poco preparati persino su questi pochi autori vengano premiati con il massimo dei voti alla maturità. Il che, spiega il professore, rende inutile l'intero esame. Ecco cosa è capitato durante l'interrogazione di una candidata. "A una ragazza che ha totalizzato il punteggio di 62 agli scritti era già stato aumentato il punteggio di tre punti per darle la possibilità, con un buon orale, di totalizzare 100", spiega il prof.. Oggi c'è stato il colloquio orale e in Filosofia è andata proprio male (scena muta alle domande: il concetto di alienazione in Hegel, apollineo e dionisiaco in Nietzsche), in Scienze sociali e Matematica (le altre due materie esterne) l'allieva ha dimostrato una preparazione più che sufficiente ma non buona e tanto meno ottima. Eppure la commissione vuole comunque premiarla con un bel 100 perché il percorso scolastico dell'alunna è stato "ottimo". E allora, si chiede il professore, "a che serve fare gli esami se i voti sono già decisi?" E voi che ne pensate: deve contare di più l'esame o il percorso scolastico?

Maturità? Inutile e costosa. Da abolire, scrive Alex Corlazzoli il 27 giugno 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Alex Corlazzoli, Maestro e giornalista. “La maturità in Italia valorizza ancora le conoscenze; è indubbio che, però, abbia bisogno di un tagliando. Lo stiamo facendo; l’anno prossimo ci saranno delle sorprese. Per dare agli studenti un esame sempre più aggiornato, che apra verso il futuro; sia esso all’università o nel mondo del lavoro”. Sono le parole del ministro dell’istruzione Stefania Giannini. L’inquilina di viale Trastevere parla di tagliando ma a lei che fa parte del governo del rottamatore vale la pena porre una domanda: non è arrivata l’ora di abolire questo inutile esame? Ci sono almeno quattro buoni motivi per provare a rispondere a questa domanda.

Il primo: in molti si affannano ancora a spiegare che questo è un esame serve per crescere, per cambiare, per chiudere un cerchio. La scrittrice Antonella Landi sul “Corriere Fiorentino” di ieri scriveva: “La maturità è come una dichiarazione d’amore: sai che te la giocherai tutta lì, in quel luogo e in quel momento e che dovrai farlo bene o perderai qualcosa che per te conta. Non a caso, quando la maturità finisce, nessuno è mai uguale a prima che le prove iniziassero”. Forse dovremmo mettere la parola fine a questa visione romantica dell’esame di Stato e lasciare ad Antonello Venditti il compito di farci ancora sognare “La notte prima degli esami”. Lo spiega bene dalle stesse colonne del “Corriere Fiorentino”, Mario Lancisi: “E’ la vita di tutti i giorni un susseguirsi di esami”. La vera prova di maturità è la preoccupazione di un lavoro da trovare in questo Paese o quella di quale ateneo frequentare.

Il secondo: quel “voto” serve a nulla, ha solo, purtroppo, un “valore legale” che andrebbe abolito. Quando ci si presenta dal datore di lavoro non viene più chiesto il voto della maturità ma cosa sai fare. Inoltre come ha spiegato Giorgio Abravanel, “gli atenei non credono più ai voti di maturità così organizzano i loro test di ingresso”.

Il terzo: la nostra maturità è una farsa. Al nostro esame di Stato sono ammessi il 96% dei ragazzi e lo superano il 99% (secondo i dati del Miur): “Non è selettivo; dà esiti diversi a seconda della discrezionalità di ciascuna commissione; non fornisce un vero quadro delle competenze acquisite; non orienta né per l’Università né per il lavoro. Una soluzione sarebbe abolirla (la maturità, ndr) tout court lasciando che siano le università a selezionare gli studenti in ingresso”, ha spiegato in questi giorni il direttore della Fondazione “Giovanni Agnelli”. Non solo. Oggi il nostro esame di Stato è composto da tre prove più il colloquio finale: il vecchio tema (sempre più scontato), la prova per indirizzo e il cosiddetto “quizzone” dove i ragazzi devono prepararsi su tutte le materie per essere pronti a rispondere alle domande scelte dalla commissione che opterà solo per alcune discipline. Una prova “tarocca” visto che il 38% dei ragazzi (secondo un’indagine di Skuola.net) conosce prima le materie grazie alla bontà dei professori.

Il quarto: il nostro esame ha un costo non indifferente per le tasche degli italiani. Solo per i commissari esterni si valuta una spesa di 150 milioni di euro. Più circa trenta milioni per i presidenti. Senza contare il costo sulle famiglie per ripetizioni, materiale. Dall’altro canto basterebbe guardare alla Finlandia dove alla fine degli studi obbligatori non c’è alcun esame ma viene rilasciato un certificato con i risultati ottenuti in test svolti durante il percorso. Così in Svezia e in Islanda non c’è alcuna prova di maturità.

Un’ultima questione: se proprio non si vuole abolire forse è il caso di iniziare a pensare ad una maturità europea, una prova che certifichi le medesime competenze in ogni Stato, dando ad essa un valore da spendere ben oltre i propri confini.

L'ITALIA DEI FAVORITISMI (ANCHE IN FAMIGLIA).

Il figlio preferito: non lo si ammette, eppure esiste. Una ricerca dice perché. Un libro, The favourite child e varie ricerche affermano il 75% delle mamme ha un prediletto. E lo stesso è per i padri. L’importante è confessarlo a sé stessi e cambiare, scrive Maria Luisa Agnese il 3 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Il figlio preferito c’è, ma non si dice. Nessun genitore confesserebbe chi è il cocco fra la sua prole: è questo il segreto dei segreti, gran tabù indicibile, inconfessabile, anche se ben presente in una zona indefinita fra mente e cuore di madri e padri. Ma la domanda non va fatta, è sconveniente per qualsiasi genitore. A meno che non ci sia garanzia di anonimato. Le ricerche parlano chiaro. Il 75% delle mamme ammette di avere un prediletto (ricerca 2016 del Journal of Marriage Psicology), mentre in un’indagine dello stesso giornale di qualche anno prima confessavano lo stesso sentimento anche i padri, al 70%. Quindi, assodato che i favoritismi ci sono — e nella speranza di non essere mai messi nella condizione di Meryl Streep che nel film La Scelta di Sophie è costretta dai nazisti a scegliere chi sacrificare fra figlia e figlio — prenderne consapevolezza deve essere, oggi, la soluzione migliore. È quanto sostiene la psicologa americana Ellen Weber Libby nel suo ultimo libro The favorite Child, il figlio prediletto: non rimanere vittima di sensi di colpa, ma guardare la realtà dentro di noi per neutralizzare gli effetti negativi che i favoritismi possono scatenare, sia nei figli prescelti, caricati di troppo aspettative, che in quelli negletti, colpiti nell’autostima. «Il favoritismo esiste, ma non deve più essere un tabù o una vergogna: va affrontato, per migliorare i rapporti familiari», scrive Libby. Perché nel grande caleidoscopio dei sentimenti la percezione che ogni figlio ha di sé è importante, ma può anche essere fuorviante in quanto è legata a periodi della vita dei genitori o dei figli: «Spesso si dice che sono i primogeniti i favoriti», aggiunge lo psicologo Alberto Pellai. «Ma bisogna tener conto che i figli nascono in zone diverse della vita dei genitori, e ogni figlio intercetta un pezzetto della loro storia. Il primogenito spesso riceve più cure, ma questo non vuol dire che riceva anche più amore; significa solo che i genitori, inesperti e più ansiosi, fanno il rodaggio con lui». Libby poi dà anche alcuni suggerimenti per una politica più sana di equilibrio familiare. Primo non fare paragoni, non dire mai «Perché non fai come tuo fratello?», ogni figlio è unico e diverso. Secondo: non fare quel che un tempo si diceva figli e figliastri. Se in casa c’è un Maradona in erba che vuol giocare tutti i week end a calcetto, non dimenticarsi di onorare anche le passioni sportive della piccola, più portata per la pallavolo. Un tempo studiava solo il primogenito, oggi si cerca di onorare i talenti di ognuno, perché non succeda come in casa Pennacchi, dove negli anni Sessanta il piccolo e talentuoso Accio non poteva andare al classico perché «basta un figlio che andrà all’università», come poi raccontato da Antonio Pennacchi nel Fasciocomunista, diventato film dal titolo Mio fratello è figlio unico (rubando l’idea al mitologico brano di Rino Gaetano). Terzo: Cercare un feedback, mettersi alla prova, chiedendo ad amici e parenti un parere su se stessi come genitori: insomma non stancarsi di confrontarsi. E infine, quarto: Saper ascoltare i loro lamenti, le loro recriminazioni. «Se vi accusano di favoritismi, resistete alla tentazione di negare o di giustificarvi, ma state a sentire e cogliete l’opportunità di dialogo». Ma soprattutto, aggiunge Pellai «fate domande, è un modo per scoprire le diverse esigenze di ogni figlio». Alberto Pellai e sua moglie Barbara Tamborini, psicopedagogista a sua volta, hanno due maschi e due femmine. Capita mai che qualcuno vi venga a dire di sentirsi trascurato, figlio negletto? «Tutti i giorni, ognuno viene a dirci che pensa che favoriamo gli altri. E questa è la garanzia che abbiamo fatto un ottimo lavoro».

I genitori hanno il figlio preferito? Più del 70% ammette di sì. Uno studio americano ha confermato che c'è quasi sempre un trattamento preferenziale. Spesso riguarda i primogeniti. Sicuro invece che la «contesa» sulla primazia e il senso di disparità influiscano negativamente sull'autostima, scrive Simona Marchetti il 12 aprile 2016 su "Il Corriere della Sera". Gli amici uno se li cerca, ma i fratelli (o le sorelle) se li trova e fin dal primo vagito del nuovo arrivato è una lotta senza esclusione di colpi per conquistarsi il favore dei genitori e diventare così il figlio “prediletto”. Perché anche se i genitori giurano il contrario, un favorito c'è sempre. L’ennesima conferma arriva da uno studio trasversale iniziato nel 1989 dalla sociologa Katherine Conger dell'Università della California, Davis, e condotto su un campione di 384 coppie di fratelli adolescenti (divisi da non più di 4 anni di differenza) e sui rispettivi genitori, seguiti per tre anni, con due incontri annuali. Risultati alla mano, pubblicati sul Journal of Family Psychology, il 70% dei padri e il 74% delle madri hanno confessato di avere un trattamento preferenziale nei confronti di uno dei figli, senza però specificare quale. «È giusto che i genitori riconoscano finalmente di trattare i figli in maniera diversa - spiega la dottoressa Silvia Vegetti Finzi, che ha appena pubblicato il libro "Una bambina senza stella". Le risorse segrete dell'infanzia per superare le difficoltà della vita" - perché tutti meritano un trattamento personalizzato. Come efficacemente spiega un detto americano, "il primogenito è più intelligente, ma il secondogenito se la cava meglio nella vita": questo perché i genitori tendono a proiettare sul primo figlio tutte le loro aspettative, mentre i fratelli minori hanno sì lo svantaggio di essere relegati nelle retrovie ma, al tempo stesso, anche il vantaggio di essere "schermati" dai primogeniti e di potersi quindi muovere più liberamente e senza condizionamenti». Peccato però che i secondogeniti intervistati dal team della Conger non abbiano dato affatto l'impressione di saper gestire questa "condizione di vita privilegiata" di cui parla la Vegetti Finzi ma, al contrario, abbiano ammesso come la disparità di trattamento da parte dei genitori nei loro confronti abbia poi avuto delle ripercussioni negative sulla loro autostima. Non solo. I figli minori hanno anche confessato di ritenere i fratelli maggiori i veri “cocchi” di mamma e papà, sensazione peraltro condivisa dalla maggior parte degli stessi primogeniti che, a precisa domanda, ha infatti confermato di considerarsi effettivamente il figlio preferito. «Le conclusioni alle quali siamo giunti con la nostra ricerca sono state piuttosto sorprendenti - ha detto la dottoressa Conger alla rivista Quartz - perché, fermo restando che ognuno è convinto che il fratello o la sorella goda di un trattamento migliore da parte dei genitori e si senta, di conseguenza, il figlio non prediletto, l'ipotesi di partenza era che sarebbero stati i primogeniti quelli maggiormente colpiti dalla percezione di questa disparità, proprio a causa della loro condizione di figli maggiori e, quindi, con maggiori responsabilità e aspettative da parte dei genitori e, invece, non è stato così». Come conferma al "New York Times" la dottoressa Barbara Howard, assistente pediatrica alla Johns Hopkins University School of Medicine, «la sensazione di non essere il figlio preferito è spesso causa di problemi comportamentali. Del resto, è impossibile che un genitore non abbia un figlio preferito e la percezione di questo favoritismo è uno dei motivi principali della rivalità fra fratelli».

“Il figlio prediletto esiste”. Si tende a preferire il bambino che ci assomiglia di più, che ha lo stesso carattere o gli stessi capelli, il bambino-specchio che realizza il nostro sogno di immortalità. I genitori infrangono il tabù, scrive Stefano Montefiori il 23 marzo 2014 su "Il Corriere della Sera". Il tabù famigliare più grande, perché più diffuso, è quello sul figlio preferito. Nessun genitore ammette, prima di tutto a se stesso, di averne uno, e molti sono pronti a fornire zuccherose rassicurazioni come «l’amore di una mamma non si divide come le fette di una torta, quando nasce un nuovo bambino c’è una nuova torta intera di affetto anche per lui». Non è vero. I genitori spesso non lo sanno neppure, ma mentono. Le preferenze esistono, sono sempre esistite. Solo che in passato erano chiare, evidenti e riconosciute, anche socialmente: il primogenito ereditava tutto. Dal XX secolo in poi si è fatta strada la giusta convinzione che nelle famiglie non debbano esserci figli e figliastri, nel patrimonio e nell’affetto. Tutti o quasi ci provano, ma i rapporti speciali nascono e — ignorati, negati, repressi — resistono. Per questo in Francia sta avendo successo il libro di due docenti dell’Università di Nantes, Catherine Sellenet (Psicologia e Sociologia) e Claudine Paque (Letteratura), che indagano sul più comune non detto della vita famigliare. Accanto a segreti spaventosi e per fortuna relativamente rari (violenza, incesto), c’è quello banalissimo del «cocco di mamma», che molti hanno sperimentato in almeno una delle versioni, in qualità di figli o di genitori. «La preferenza esiste e la sua negazione non fa che danneggiare la relazione, talvolta pervertirla», scrivono le autrici di “L’enfant préféré, chance ou fardeau?” (edizioni Belin), che aggiungono: «Accettare la realtà della preferenza per uno dei propri figli potrebbe aiutare a ridurre i danni sia sull’eletto sia sugli altri fratelli». Le autrici hanno interrogato 55 genitori: all’inizio del colloquio neanche uno ha ammesso di avere preferenze per un figlio o una figlia in particolare. Alla fine l’80 per cento lo ha riconosciuto. Spesso è l’uso delle parole, il nomignolo, a tradire, come quel padre che cita «il primo figlio», «la più piccola», e poi racconta estasiato di «giocare a calcio con Paul», il prediletto chiamato per nome. Oppure quella madre che parla lungamente di François, Anne e infine arriva a «Josephine, la mia principessa», che unica ha diritto all’iperbole. Il libro è pieno di empatia per i genitori che cercano di fare del proprio meglio, ma la tesi è che bisogna cominciare a indagare sul perché si formano le preferenze e sugli effetti che hanno sui bambini: «una fortuna o un fardello?», si chiede il titolo. Intanto, cosa spinge un papà o una mamma ad avere una predilezione? L’unica socialmente accettata è verso il figlio svantaggiato, più debole o colpito da handicap. Le altre, inconfessabili, sono spesso generate da un riflesso narcisistico: si tende a preferire il bambino che ci assomiglia di più, che ha lo stesso carattere o gli stessi capelli, il bambino-specchio che realizza il nostro sogno di immortalità. E poi il bambino facile che va bene a scuola, non solo perché pone meno problemi, ma soprattutto perché ci risparmia la fatica di dubitare di noi stessi e ci conferma nella riuscita di genitori, grande imperativo della nostra era. Sellenet e Paque sottolineano che nell’attuale mondo di mamme e papà consapevoli e molto presi dalla loro missione, tutte le responsabilità vengono scaricate sui figli. Litigate tra voi, bambini cari? È perché siete di animo poco generoso, siete gelosi. In realtà, quando i figli trovano il coraggio di accusare un padre o una madre di fare preferenze, il più delle volte hanno ragione, hanno captato piccoli segnali molto eloquenti, un tono della voce, un’indulgenza in più, o anche solo una porzione migliore nel grande rito strutturante del pasto tutti insieme a tavola. Il libro non auspica un ritorno al passato, a Menelao che nell’Odissea preferisce serenamente Megapente o a Abramo al quale Dio chiede di sacrificare Isacco proprio perché è il preferito, senza dubbio alcuno. Ma genitori più onesti con sé stessi potrebbero agire per controllare le conseguenze dei loro sentimenti. Prevale una specie di sindrome da «La scelta di Sophie», il celebre e tremendo film nel quale i nazisti costringono la madre Meryl Streep a scegliere chi salvare tra il maschio e la femmina. In condizioni normali, ammettere con sé stessi una predilezione non dovrebbe essere così straziante.

Oltretutto preferire un figlio, proprio come discriminarlo, non equivale a fargli un favore. Il prediletto sarà probabilmente più sicuro di sé, affidabile, esperto nel sedurre le figure di responsabilità (dopo i genitori in famiglia, gli insegnanti a scuola e i superiori nel lavoro), ma pure oggetto della gelosia dei fratelli, patirà di sensi di colpa e da adulto farà forse più fatica a trovare una strada autonoma, lontana dall’amore in cerca di retribuzione di quei bene intenzionati, attenti, e bugiardi genitori.

“Figlio preferito? Inutili i sensi di colpa”. E’ normale provare attrazione verso un figlio piuttosto che verso un altro? Come gestire questo sentimento perché possa essere positivo e non frustrante per il prediletto e per gli altri fratelli? Parla l’esperto, scrive Paola Coen su "Stai Bene". Figli preferiti e figli che si sentono messi da parte. Il prediletto in casa è una realtà che molti genitori, spesso attanagliati dai sensi di colpa, rifiutano. Perché succede? E’ normale provare attrazione verso un figlio piuttosto che verso un altro? Come gestire questo sentimento perché possa essere positivo e non frustrante per il prediletto e per gli altri fratelli? Lo abbiamo chiesto a Paola Ulissi, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

E’ normale che un genitore abbia un figlio preferito?

“Sì è abbastanza normale perché siamo umani. Il problema è come viene gestita questa preferenza. Nel senso che ci sono genitori smaccatamente preferenziali, quasi a rasentare una patologia o a scatenare nei figli una patologia…”.

Ci spieghi meglio.

“Pensiamo ai figli viziati, o quelli incapaci di tollerare le frustrazioni, o di cavarsela nel vita di tutti i giorni. Il fatto è, però, che ci sono figli più simpatici, più presenti, che si fanno amare di più. Queste loro caratteristiche positive, rispetto agli altri fratelli magari più musoni o capricciosi, attraggono di più il genitore che li preferisce agli altri piccoli”.

Un genitore si deve sentire in difetto se predilige un figlio piuttosto che per un altro?

“No, il senso di colpa non serve a nulla. Se un genitore ha la consapevolezza di prediligere un figlio piuttosto che un altro deve sapere di dover compensare questa maggiore attrazione. Preferire è umano e lo facciamo con tutti. L’importante è esserne consapevoli. Per quel che riguarda i figli è la consapevolezza che ci può aiutare ad essere giusti nell’affetto, nella relazione, nella stimolazione alla crescita e all’indipendenza”.

Il figlio preferito è anche quello più amato?

“Non si ama un figlio più di un altro. Si ama in maniera diversa. Magari c’è un figlio che in un determinato momento della vita ha bisogno di maggiore attenzione e va sostenuto, mentre l’altro può camminare con le sue gambe. Anche noi siamo diversi quando nascono i figli…”.

In che modo?

“Per esempio quando arriva il primo figlio, spesso, siamo impreparati. Al secondo o terzo figlio, invece, siamo più sicuri, ma meno disponibili. Quel che conta quando diventiamo genitori è di essere attenti ai bisogni del bambino”.

Il figlio preferito ha un vantaggio o uno svantaggio nello sviluppo della propria personalità?

“Dipende da come è stato preferito. Essere preferiti non vuol dire necessariamente essere avvantaggiati o avere avuto qualche cosa in più. Per fare un esempio limite. In molte patologie della schizofrenia, per esempio, il doppio legame è un legame simbiotico, dove la mamma preferisce quel figlio ma non lo spinge all’individualità, non lo spinge alla separatezza e all’individuazione di sé, ma lo spinge a rimanere quasi nella pancia”.

I genitori preferiscono i secondogeniti. Sui primi nati, più controllo, pressioni e maggiori aspettative. Chi nasce dopo incontra più permissivismo e generosità, scrive "Stai Bene". Chi nasce per primo sarà più vessato dai genitori. Che sono sempre più severi, nei confronti dei primogeniti: li controllano, li limitano, li assillano, li opprimono con le loro aspettative. Quando avranno preso confidenza con il loro ruolo di genitori, all´arrivo dei figli successivi insomma, saranno molto più rilassati e accomodanti. Conseguenza: i secondogeniti si troveranno decisamente meglio dei fratelli maggiori. E' il risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista "The Economic Journal", realizzata per cercare di capire come la ricchezza di una famiglia possa incidere sull´educazione dei figli, sulla vita dei genitori, sul rapporto tra genitori e figli, sul ruolo che il nucleo familiare può avere nella società. I ricercatori non hanno solo fatto i conti in tasca alle famiglie, ma si sono serviti anche dell´aiuto di sociologi e psicologi che hanno immaginato dei giochi di ruolo ai quali hanno fatto partecipare genitori e figli. Questi confronti generazionali hanno dimostrato che i genitori diventano più indulgenti crescendo e che, di conseguenza, sono molto più rigidi con i figli maggiori che con i più piccoli. Dall'indagine sono emerse anche altre indicazioni. L´atteggiamento di ribellione tipico degli adolescenti nei confronti dei genitori è il risultato di una reazione all´atteggiamento degli adulti: sebbene sia normale che gli adolescenti si ribellino come passaggio necessario per affermare la propria individualità, l'entità della ribellione e la gravità delle azioni dimostrative dipendono dall´educazione ricevuta in famiglia. Una tesi che ha trovato conferma dagli sviluppi delle nuove tecnologie della diagnostica per immagini. Lo psichiatra Giorgio Bressa, per esempio, cita nel suo libro "Reduci dall’adolescenza" che gran parte dei comportamenti, positivi ma anche patologici, che ognuno di noi acquisisce nella fase della crescita dipendono dal modo in cui la fisiologica ribellione degli adolescenti verso i genitori e in generale verso il mondo delle regole, viene affrontata con i metodi educativi adottati dai genitori. Bressa ricorda che è nella fase dell’adolescenza, tra gli 11 ed i 15 anni che si forma nella parte frontale del cervello quella componente cerebrale che presiede al giudizio critico. Cosa che emerge chiaramente dall’evoluzione dell’immagine di quella parte del cervello evidente dalle Tac effettuate ad età diverse.

Il figlio trascurato non è sempre svantaggiato. Il senso di colpa dei genitori è, certamente, verso il figlio svantaggiato, quello che riceve meno attenzioni. E le conseguenze, in effetti, possono esserci. Ecco che fare, scrive "Stai Bene". Il senso di colpa dei genitori è, certamente, verso il figlio svantaggiato, quello che riceve meno attenzioni. E le conseguenze, in effetti, possono esserci. Gli inglesi chiamano questa particolare condizione “Lfs” (less favoured sindrome), la sindrome del meno favorito). Sono spesso i genitori dar fuoco alle polveri e far scatenare una carica di esplosività, rivalità tra fratelli. Non sempre gli interventi di mamma e papà sono giusti, equilibrati e sereni.

Ma siamo sicuri che essere svantaggiati è sempre negativo per chi vive questa condizione? No, dicono gli esperti. Questo bambino può essere più forte del fratello o sorella preferiti. Perché colui a cui tutto è concesso, potrebbe essere impreparato ad affrontare le difficoltà della crescita per il solo fatto che la sua strada non è mai stata in salita. Cosa deve fare dunque un genitore? Inutile cercare l’uguaglianza tra i figli, ma i genitori dovrebbero cercare di valorizzare ciascun individuo e il sentimento che li lega a loro, convincendoli che ciò che si prova per uno non sarà mai uguale a quello per gli altri. Questo rappresenta il primo passo per una crescita sana, perché rafforza la loro autostima e risponde all’esigenza di sentirsi amati per quel che sono. L’unica cosa cui dobbiamo prestare molta attenzione è che l’altro o gli altri figli “non preferiti” costruiscano su questa delusione o gelosia dei comportamenti reattivi e impropri come il rancore verso i genitori o i fratelli. Ma un genitore si deve sentire in difetto se predilige un figlio piuttosto che per un altro? “Figlio preferito? Inutili i sensi di colpa”. Parla lo psicologo, scrive Staibene.it. Paola Ulissi, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva ha idee chiare: “No, il senso di colpa non serve a nulla. Se un genitore ha la consapevolezza di prediligere un figlio piuttosto che un altro deve sapere di dover compensare questa maggiore attrazione. Preferire è umano e lo facciamo con tutti. L’importante è esserne consapevoli. Per quel che riguarda i figli è la consapevolezza che ci può aiutare ad essere giusti nell’affetto, nella relazione, nella stimolazione alla crescita e all’indipendenza”.

Università, Italia prima per nepotismo (ma i dati dicono che sta migliorando). Lo studio su «Pnas»: sono stati contati i docenti con lo stesso cognome. É record rispetto a Francia e Usa. In Campania, Puglia e Sicilia i casi più ricorrenti. Ma la legge del 2010 funziona, diminuiscono le percentuali nel resto d’Italia. Troppi i prof insegnano nella città dove sono nati, scrivono Gianna Fregonara e Alessio Ribaudo il 3 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Una mappa, non proprio edificante, che mostra come nelle università italiane il nepotismo sia un fenomeno più marcato rispetto ai nostri dirimpettai francesi o agli Stati Uniti. Per quanto riguarda le disparità di genere invece non c’è alcuna differenza: a tutte le latitudini sono marcate. È questa la fotografia scattata dalla ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences(Pnas) dell’Accademia delle scienze degli Stati Uniti. Gli autori sono Stefano Allesina e Jacopo Grilli che lavorano nell’ateneo di Chicago. «Abbiamo analizzato i cognomi di 133 mila ricercatori italiani, francesi e delle migliori università pubbliche Usa — spiega Allesina, carpigiano di 41 anni, docente di Ecologia e Biologia evoluta nell’ateneo dell’Illinois —. Poi, con metodi statistici elementari, abbiamo dimostrato similarità e differenze tra i vari sistemi». Per esempio: gli accademici italiani, specialmente al Sud, tendono a lavorare dove sono nati e cresciuti mentre gli americani si spostano molto di più e hanno una forte immigrazione nelle discipline scientifiche. Il lavoro di analisi è stato lungo. «Abbiamo contato il numero di ricercatori con lo stesso cognome, in ogni dipartimento — dice Allesina — e l’abbiamo confrontato con quello che ci si aspetterebbe se le assunzioni fossero casuali secondo diverse ipotesi. L’abbondanza di ricercatori con lo stesso cognome nello stesso dipartimento potrebbe essere dovuta a effetti geografici (alcuni cognomi sono tipici di una zona) o da una immigrazione specifica (molti ricercatori in informatica negli Stati Uniti provengono dall’Asia). Se la ridondanza non si spiega così, allora potrebbe essere dovuta a professori che fanno assumere parenti stretti». In Italia, si può vedere il bicchiere anche mezzo pieno. «Abbiamo analizzato i dati dal 2000 al 2015 — racconta il docente — e il fenomeno è in calo. Nel 2015 ci sono anomalie solo in Campania, Puglia e Sicilia e i settori disciplinari con segni di nepotismo più evidenti sono Chimica e Medicina. Però, nel 2000 erano sette su 14». I motivi della diminuzione sono vari. «La riforma universitaria del 2010 ha proibito di assumere parenti dei docenti ma, soprattutto, la diminuzione è data dai pensionamenti e dalla riduzione delle assunzioni». «Non misconosco e non nego il fenomeno che è lo specchio della nostra società — avverte Gianni Puglisi, decano della conferenza dei rettori delle università — e questo malcostume va combattuto prima con l’etica e poi con il codice penale. L’università italiana, però, ha ancora grande dignità e lo dimostra il fatto che molti nostri laureati sono assunti pure da atenei stranieri. Non sia una scusa, ma le ricorrenze non sempre significano nepotismo. Ci sono altri docenti con il mio cognome ma nessuno è mio parente o affine. Neanche alla lontana».

Università italiane, nepotismo in calo ma resiste in alcune facoltà. Due ricercatori hanno dimostrato somiglianze e differenze tra i sistemi universitari italiano, francese e statunitense. Concludendo che nei nostri atenei il fenomeno dei dipartimenti passati di padre in figlio si è ridotto negli ultimi 15 anni. Grazie a un articolo della legge Gelmini e al mancato turn over, scrive Corrado Zunino il 3 luglio 2017 su "La Repubblica". C'è un nuovo lavoro del biologo Stefano Allesina, 41 anni, di Carpi, da otto stagioni professore al Dipartimento di Ecologia e Biologia evolutiva dell'Università di Chicago. Nel 2011 aveva pubblicato un rumoroso studio sul tema del nepotismo accademico che certificava come alcune discipline nelle università italiane, Legge, Medicina e Ingegneria su tutte, mostravano una grave scarsità di cognomi suggerendo che il nepotismo fosse la causa dei cognomi mancanti: su 60.288 docenti italiani c'erano settemila casi di omonimia, più della metà di quanto ci si potesse attendere. Il nuovo lavoro - "Nepotismo nei sistemi accademici" - ora sostiene che la Legge Gelmini è riuscita davvero ad abbassare le aliquote dei dipartimenti passati da padre in figlio negli atenei d'Italia. Questa volta - per Last name analysis of mobility, gender imbalance and nepotism across academic systems pubblicato oggi dalla prestigiosa rivista Pnas, organo dell'Accademia delle scienze statunitense - il professor Allesina, laureato a Parma e volato presto negli States "per mancanza di spazio nel mio Paese", ha collaborato con un altro migrant italiano, Jacopo Grilli, lui fisico di trent'anni, laureato alla Statale di Milano e ora arruolato nell'"Allesina Lab" di Chicago, laboratorio privato che mette il calcolo al servizio delle scienze ambientali. Insieme, analizzando liste di nomi ricavate da siti web pubblici, i due ricercatori hanno dimostrato somiglianze e differenze tra il sistema accademico italiano, francese e statunitense. Il professor Allesina e il postdoc Grilli hanno raccolto le generalità dei docenti italiani che nel 2000 (erano 52.004), nel 2005 (cresciuti a 60.288), nel 2010 (scesi a 58.692) e nel 2015 (crollati a 54.102) lavoravano nello stesso dipartimento e hanno ipotizzato che, se il numero dei "cognomi uguali" era superiore alle attese e la sorpresa non era spiegabile con ragioni geografiche o di immigrazione specifica, allora l'abbondanza delle ripetizioni nominali poteva dipendere "dall'abbondanza di professori che fanno assumere parenti stretti". Grilli e Allesina hanno analizzato l'impatto della Legge Gelmini, la "240", che contiene una norma - articolo 18 - che dal 2010 proibisce l'assunzione di parenti fino al quarto grado all'interno dello stesso dipartimento. I risultati ottenuti mostrano che il nepotismo in quindici anni è calato. Nel 2000 sette settori disciplinari su quattordici (la metà) mostravano i segni dell'assunzione familiare. Nel 2015 questo numero si è ridotto a due (Chimica e Medicina). La Legge Gelmini, dicono i ricercatori, non è l'unico fattore che ha portato al decremento del nepotismo: "Il declino era in parte visibile precedentemente ed è dovuto anche ai professori che sono andati in pensione e non sono stati rimpiazzati". L'università italiana è stata "sostanzialmente macellata negli ultimi dieci anni", sostiene Grilli, "con il 10 per cento dei posti persi complessivamente e alcune discipline in cui il personale è stato ridotto di un terzo". Ancora Allesina: "Il nepotismo segnala un problema più generale nel reclutamento. Se un professore può mettere in cattedra il figlio, allora potrà mettere in cattedra chiunque". Sottolinea il ricercatore, ora a Chicago: "Risolvere il problema del reclutamento proibendo l'assunzione di parenti è come risolvere la minaccia delle fughe di gas nella miniera uccidendo il canarino messo come cavia". Significa, ovvero, che l'abbassamento dei conflitti di interesse parentali dovuto a una legge ad hoc ancora non segnala un'inversione di metodo - l'assunzione basata sul merito - nelle università d'Italia. "La famiglia è la croce e delizia della società italiana, il sistema universitario riflette questa situazione", conclude Stefano Allesina. Ancora oggi i ricercatori nel nostro Paese tendono a lavorare dove sono nati e cresciuti mentre gli accademici americani sono caratterizzati da una grande mobilità e da una forte immigrazione, soprattutto dall'Asia, nelle discipline tecniche. In Italia il nepotismo sembra concentrarsi nel dieci per cento dei dipartimenti e in alcune regioni come Campania, Puglia e Sicilia. Con questo lavoro abbiamo risposto alle critiche avanzate sul primo lavoro da alcuni gruppi di divulgazione universitaria: oggi dimostriamo senza ombra di dubbio che i casi di omonimia in eccesso sono dovuti a parentele".

CONCORSO INFINITO: CONCORSO TRUCCATO!

Concorso con irregolarità: come si impugna? Lo sai che? Scrive il 3 luglio 2017 “Legge per Tutti. Come contestare un bando di concorso e lo svolgimento delle selezioni se si verificano irregolarità; i termini per procedere davanti al Tar. Quando si parla di concorsi pubblici c’è sempre, da un lato, la speranza di cambiare vita con un posto fisso nella pubblica amministrazione, ma dall’altro lato la consapevolezza di quanto difficile sia ormai diventato il raggiungimento di questo obiettivo. Le prove selettive sono sempre più rigorose e, a questo, spesso si aggiungono domande equivoche e procedure poco trasparenti. Alcuni poi, dopo l’esclusione dal concorso, hanno la certezza che non tutto si è svolto correttamente. Non capita poche volte, ad esempio, che nella preventiva fase di pubblicazione delle domande e delle risposte ci siano degli errori; così come la stessa aggiudicazione dei posti, successiva alla selezione, avvenga in modo non del tutto corretto. I ricorsi, insomma, sono sempre dietro l’angolo. Ebbene, come si difende il candidato? Come si impugna un concorso con irregolarità? Di tanto cercheremo di dare le linee guida principali in questo articolo. Prima però di spiegare come si contesta un concorso pubblico ricordiamo che è la stessa Costituzione [1] a stabilire che, a tutti gli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede dopo aver superato un apposito pubblico concorso, il quale viene disciplinato da un precedente bando. Il concorso è necessario anche per i successivi avanzamenti di carriera dentro la PA. Lo scopo del concorso pubblico è quello di accertare – previo esame dei titoli (titoli di studio, esperienze lavorative, corsi di formazione, ecc.) o prove di selezione – l’attitudine del candidato a ricoprire il posto bandito dallo Stato o da un ente pubblico. Il regolamento del concorso è contenuto nel bando, il quale non può violare le norme di legge, diversamente sarebbe illegittimo e potrebbe essere impugnato davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR). Ad esempio sarebbe illegittimo un bando che vieti la partecipazione ai cittadini non italiani benché appartenenti alla Comunità Europea o il bando che imponga determinati limiti di età.

Come contestare il concorso illegittimo. Vediamo ora come fare se non viene rispettata la normativa che disciplina lo svolgimento del concorso o vi sono irregolarità nello svolgimento del concorso stesso. Se il candidato ha il sospetto fondato di essere stato escluso da un concorso irregolare, può impugnare il provvedimento di “bocciatura” con ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR). Si tratta del giudice competente tutte le volte in cui una delle due parti è una pubblica amministrazione e il cittadino interviene in una posizione di “subordinazione”. Difatti, quando si parla di assegnazione di posti tramite concorsi, il diritto non tutela l’interesse del candidato, ma quello della collettività (ossia l’interesse pubblico) alla selezione del soggetto più preparato. Dunque, il candidato non vanta un diritto soggettivo, ma un diritto più affievolito che si chiama «interesse legittimo». Tale interesse viene cioè tutelato solo nella misura in cui esso corrisponda a quello pubblico della scelta del più bravo. Di conseguenza, può impugnare il concorso illegittimo solo chi è stato escluso o ha avuto una posizione in graduatoria inferiore a quella sperata.

Entro quanto tempo si può impugnare un concorso illegittimo? Il ricorso contro un concorso illegittimo deve essere proposto entro 60 giorni dalla comunicazione del provvedimento che si vuole impugnare. Per il ricorso – che come abbiamo detto va presentato al Tar – bisogna dare mandato a un avvocato il quale potrebbe ridurre il costo della parcella nel momento in cui a difendere non è solo un candidato ma diversi. Entro tali 60 giorni, il ricorso deve essere notificato sua all’ente pubblico che ha bandito il concorso che agli altri candidati che sarebbero danneggiati qualora il ricorso venisse accolto dal TAR (perché, ad esempio, potrebbero ottenere una collocazione in graduatoria inferiore a quella loro attribuita dall’ente pubblico prima del ricorso al TAR). La mancata notifica del ricorso entro tale termine non consente di contestare più in futuro il concorso. Ad esempio: la legge consente di richiedere un’altezza minima per accedere al pubblico impiego solo in casi tassativamente elencati [2]: in particolare nelle selezioni per entrare a far parte delle Forze Armate, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, ecc. Qualora un bando di concorso prevedesse un requisito minimo di altezza anche in un caso non previsto dalla legge, chi non avesse il suddetto requisito potrebbe far ricorso al giudice amministrativo regionale per impugnare il bando o il provvedimento che lo esclude dal concorso.

Se si vince un concorso pubblico si è già assunti? No, è necessario che l’ente pubblico approvi la graduatoria e richieda i documenti necessari (casellario giudiziario e certificato di cittadinanza). A questo punto, se si è dimostrato di avere tutti i requisiti, l’ente pubblico deve necessariamente provvedere alla nomina. Non mancano sentenze di condanna alla pubblica amministrazione per non aver provveduto ad assegnare i posti ai vincitori del concorso benché lo stesso sia stato regolarmente espletato e sia stato emesso il provvedimento di aggiudicazione. Se pertanto la PA non dovesse provvedere all’assunzione del vincitore del concorso quest’ultimo potrebbe far ricorso al TAR.

Concorsi pubblici: 100 milioni di costi al mese, e poi ci sono i ricorsi. L'Italia è il Paese dei concorsi, spesso ribaltati dai ricorsi presentati al Tribunale amministrativo. E i costi lievitano: 1 miliardo e 400 milioni nel 2014, scrive Alessandro Pignatelli il 4 Luglio 2017 su "Nano press". Per soli due concorsi pubblici, 393.413 candidature. Posti a disposizione: appena 800, da cancelliere, 30 da vice assistente della Banca d’Italia. Per il primo concorso, sono arrivate 308.468 domande, per il secondo 84.745. Del resto, in un Paese come l’Italia con la disoccupazione giovanile al 40 per cento, ogni occasione è buona per tentare di fare un vero e proprio terno al Lotto. Tante le domande, tanta la necessità di scremare. E così, Bankitalia ha dovuto escludere 76mila diplomati che, puntualmente, stanno mettendo a punto i ricorsi. I sindacati ringhiano contro via Nazionale: escludere i non laureati è discriminatorio. Il Tar potrebbe riammetterli, anzi con tutta probabilità li farà. Aveva già annullato una delle regole del bando: per essere ammessi alla prova scritta, bisognava aver preso almeno 105 come voto di laurea. L’Italia dei concorsi fa rima sempre con l’Italia dei ricorsi. A luglio del 2016 il primo concorso regionale per 40 infermieri negli ultimi nove anni era stato annullato dal Tar del Lazio. Sei mesi dopo, sempre il Tribunale amministrativo aveva fermato il concorso per 150 infermieri a Torino, dopo che in 2.500 avevano già superato le selezioni. E vogliamo parlare del concorsone del Comune di Roma? Bandito nel 2010, è stato sospeso per sette anni. Ma non per colpa del Tar, questa volta. Prima la defenestrazione del presidente di commissione, il capo dei vigili urbani. Poi la scoperta che le buste lasciano intravedere il contenuto. Infine, la seconda e la terza commissione dimissionarie. Un pasticciaccio non brutto, orribile. A giorni, se tutto andrà bene, ci saranno gli orali. Si entrerà in graduatoria senza la certezza dell’assunzione. C’è chi l’esame lo passa molto bene, ma poi riceve una busta che non conteneva la lettera d’incarico, ma l’annullamento delle prove. “Le prove non rispettano, in termini di eccessiva complessità, le indicazioni del bando per quanto attiene alle prove d’idoneità in esso contenute, con conseguenze violazione della lex specialis che il bando stesso costituisce”. Ci sono anche i costi, naturalmente: il 45% di chi affronta un concorso, studia almeno cinque mesi senza lavorare. “Costi così elevati possono scoraggiare i candidati più capaci e con migliori prospettive di mercato”. Il costo opportunità per il Paese, sopportato nel 2014 per 280mila partecipanti ai concorsi pubblici, ha superato il miliardo e 400 milioni. Vale a dire più di cento milioni al mese. E poi, spesso, i concorsi vengono ribaltati dai tribunali.

Il Paese dei concorsi infiniti: 100 milioni al mese di spesa e ricorsi sempre in agguato. Il concorso della Banca d'Italia per 30 posti di vice assistente. La corsa al posto fisso alimenta la fabbrica delle selezioni, che durano anni o finiscono al Tar come per Bankitalia, scrive Sergio Rizzo il 4 luglio 2017 su “La Repubblica”. Quanto grande sia la fame del posto fisso, nell'Italia dove la disoccupazione giovanile non si schioda dal 40 per cento o giù di lì, lo dice un numero: 393.413. Come se l'intera città di Bologna si fosse presentata in blocco per partecipare a soli due concorsi pubblici. Per la miseria di appena 830 stipendi: 800 da cancelliere, tanto da scatenare gli appetiti di 308.468 persone, e 30 vice-assistenti della Banca d'Italia, con 84.745 concorrenti. Ma la cifra sarebbe stata ancora più sorprendente se al concorso per quei posticini a via Nazionale non fossero stati esclusi in 76 mila diplomati. Ragion per cui sono già pronti i ricorsi per bloccare tutto. I sindacati sono sul piede di guerra perché sostengono che tagliar fuori chi non è laureato sarebbe discriminatorio. E su come potrebbe andare a finire non si possono nutrire particolari dubbi, se è vero che il Tar aveva già bocciato la regola del bando che poneva come limite minimo per l'ammissione un voto di laurea non inferiore a 105. Se c'è una regola, in questo Paese nel quale un articolo della Costituzione (97) prescrive che "agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede tramite concorso" è che non ce n'è uno nel quale fili tutto liscio. Prendete quello per i cancellieri. Per un mese la Fiera di Roma si è trasformata in un girone dantesco, finché il giudice del Lavoro di Firenze Stefania Carlucci ha intimato al ministero della Giustizia di riammettere la signora Mehillaj Orkida, un'albanese esclusa perché non in possesso della cittadinanza italiana. Ha fatto ricorso e il tribunale le ha dato ragione, considerando che la clausola dell'italianità in un concorso per cancellieri "non pare compatibile con la giurisprudenza comunitaria". Sospendendo, di conseguenza, la procedura degli esami "sino alla conclusione del giudizio di merito in modo da permettere ai cittadini comunitari e agli stranieri (...) di essere rimessi in termini per la presentazione delle domanda e partecipare con riserva al concorso". A luglio dello scorso anno era toccato invece al Tar del Lazio, come ha raccontato Marco Ruffolo sulle pagine del nostro Affari & Finanza, annullare il primo concorso regionale per 40 infermieri bandito negli ultimi nove anni. Sei mesi dopo gli esami per l'assunzione di 34 impiegati sono finiti sotto la mannaia del Tar dell'Umbria, mentre il Tar del Piemonte bloccava il concorso per 150 infermieri a Torino, dopo che in 2.500 avevano già superato le selezioni. Ma questo è niente rispetto a quello che è successo per il concorsone del Comune di Roma, con il quale si sarebbe dovuto fra l'altro rimpinguare di 300 unità il corpo dei vigili urbani della Capitale. Bandito nel 2010, è stato sospeso per sette anni. E qui, per una volta tanto, quella magistratura amministrativa che spesso e volentieri imprigiona il Paese con le sue decisioni (al punto che Romano Prodi si è schierato a un certo punto per la sua abolizione) non c'entra nulla. Prima la defenestrazione del presidente di commissione, il capo dei vigili urbani. Quindi la scoperta che le buste lasciavano intravedere il contenuto. Infine una seconda e una terza commissione dimissionarie. Insomma un pasticcio incredibile, che solo adesso pare avviato all'esito finale: a giorni, sembra, ecco gli orali. Per le assunzioni, poi, si vedrà. Perché una cosa è superare il concorso, un'altra è avere la certezza di essere assunti. A una signora di Pavia che l'esame l'aveva superato, e brillantemente, per l'assunzione alla locale Asl, è per esempio capitato di ricevere anziché la lettera d'incarico una comunicazione in cui si annunciava l'annullamento delle prove. Il motivo l'ha spiegato Luigi Ferrarella sul Corriere: le prove "non rispettano, in termini di eccessiva complessità, le indicazioni del bando per quanto attiene alle prove di idoneità in esso contenute, con conseguente violazione della lex specialis che il bando medesimo costituisce ". Le domande sono troppo difficili, quindi non vale: ci credereste? Per contro, procede invece senza intoppi il concorso per laureati in beni culturali bandito nell'estate del 2016 con un quesito sul materiale di cui sono composti i Bronzi di Riace con tre possibili soluzioni: a) legno; b) marmo); c) bronzo. Il fatto è, hanno spiegato gli studiosi Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucio Rizzica in un “Occasional paper” della Banca d'Italia, che il sistema dei concorsi italiani fa acqua da tutte le parti, fornendo un contributo fondamentale allo scadente livello della nostra burocrazia. Intanto "le caratteristiche strutturali del sistema di reclutamento non sembrano adeguatamente favorire l'ingresso dei candidati migliori". E poi i costi, non trascurabili. Il 45% di chi affronta un concorso studia almeno cinque mesi senza lavorare. Per poi finire magari invischiato in un groviglio inestricabile di ricorsi. Costi così elevati possono scoraggiare "i candidati più capaci e con migliori prospettive di mercato". Con il risultato di avvantaggiare "coloro che hanno più tempo da dedicare alla preparazione della prova, generalmente i non occupati. Nostre analisi", argomenta il dossier, "mostrano che la probabilità di superare un concorso dipende in maniera sostanziale da quest'ultima variabile piuttosto che dall'abilità del candidato". Non bastasse, le prove sono basate su quesiti nozionistici, facendo passare in secondo piano altre valutazioni importanti, quali per esempio le motivazioni personali. Si è calcolato che il "costo opportunità" per il Paese sopportato nel 2014 per 280 mila partecipanti ai concorsi pubblici abbia superato il miliardo e 400 milioni. Più di cento milioni al mese, e per trovarsi spesso e volentieri con un pugno di mosche in mano.

Miglioriamo i concorsi, non abbandoniamoli. Innanzitutto, bisogna fare, come nel Regno Unito, un calcolo annuale delle uscite per figure professionali e per territorio, nonché una verifica dei posti da coprire, in relazione agli obiettivi, scrive Sabino Cassese il 4 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Per 800 posti di cancelliere, 308.468 domande. Per 30 posti di vice assistente alla Banca d’Italia, 84.745 domande. Appena le procedure di concorso vengono avviate, decisioni di sospensione o di annullamento dei Tribunali amministrativi regionali. Costi amministrativi molto alti per lo svolgimento delle prove, una grande quantità di ore destinate dai concorrenti a memorizzare nozioni. Il sistema dei concorsi pubblici non funziona e va abbandonato? Dobbiamo modificare la norma costituzionale secondo la quale «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso»? Provo a spiegare perché il sistema dei concorsi vada conservato, mentre ne vanno modificate le regole di svolgimento. Nel 1946, i nostri costituenti erano preoccupati della imparzialità e della competenza degli impiegati pubblici. Avevano sotto gli occhi le nomine per meriti fascisti e una pubblica amministrazione spesso composta di personale poco qualificato, scelto privilegiando compagni di cordata, commilitoni, camerati. Si ispirarono, quindi, a due criteri. Il primo era quello della eguaglianza delle opportunità: se c’è un posto libero, questo non deve essere riservato a qualche privilegiato; si deve dare a tutti la opportunità di accedervi. Il secondo era quello della competenza: nella scelta, da fare in concorrenza, bisognava premiare i «capaci e meritevoli» (come dice un altro articolo della Costituzione). L’esigenza di evitare nepotismo e patronato politico, e quella di escludere gli incompetenti confluirono nel meccanismo del concorso, che assurse all’onore di principio costituzionale. Dopo la Costituzione, molte cose sono accadute. Si è cercato in ogni modo di aggirare il principio costituzionale, creando enti privati, assumendo precari poi stabilizzati (un’altra infornata è in corso), inventando l’ircocervo dei concorsi riservati (se sono riservati, non sono aperti a tutti, quindi non sono concorsi). Per evitare mezzucci diretti a favorire qualche concorrente, sono state ingessate le procedure di concorso, in modo che le commissioni debbono seguire binari rigidamente prefissati. Per assenza di intelligenza, le prove di concorso hanno seguito l’andazzo della peggiore scuola, richiedendo sforzi mnemonici, imponendo una preparazione sui manuali, glorificando il nozionismo, senza misurare invece la capacità di affrontare problemi, le doti morali, la tenacia e la perseveranza, le qualità nei rapporti con gli altri. A tutto questo si aggiunge ora la disoccupazione giovanile, specialmente quella dei laureati, e la scarsità di offerte di nuovi posti: di qui valanghe di domande. Se l’attuale modo di svolgimento dei concorsi fa acqua, si deve abbandonare il sistema di reclutamento mediante concorsi, dimenticare che tutti i cittadini sono eguali e debbono poter competere in condizioni di eguaglianza, rinunciare al sistema del merito? O non si deve, piuttosto, conservare il sistema, modificandone lo svolgimento? Faccio qualche esempio dei modi in cui si potrebbe migliorare lo svolgimento dei concorsi. Innanzitutto, fare, come nel Regno Unito, un calcolo annuale delle uscite per figure professionali e per territorio, nonché una verifica dei posti da coprire, in relazione agli obiettivi. In questo modo, non si fanno maxi-concorsi ogni decennio, ma concorsi mirati con cadenze regolari. Poi, come in Germania e in America, unificare le procedure con una specie di centrale per la provvista di personale. In terzo luogo, orientare e preparare al concorso: lo fanno, in Francia, Istituti e Centri di preparazione, dislocati in tutte le regioni, con classi preparatorie e anche con formazione a distanza. Quarto: prendere esempio dal sistema inglese di reclutamento per il «civil service», dove, come prova preliminare e selettiva, si forniscono «test» (e relative risposte) che consentono un «self assessment» o una «on line selection»: ci si mette alla prova da soli e, se non si è capaci, non ci si presenta alle prove. Quinto: non fare prove che copiano malamente esami universitari, ma valutare la formazione, l’esperienza, la capacità di risolvere problemi, le attitudini. Conseguentemente, nominare nelle commissioni di concorso psicologi e esperti di risorse umane. Da ultimo, moltiplicare i programmi di «internship», che consentono di fare «stages», mettono alla prova quotidianamente, facilitano una valutazione più ponderata nei concorsi. Questi sono solo alcuni esempi dei molti modi in cui il sistema della competizione aperta, fondata sul merito (questo vuol dire concorso) può essere svolta. Miglioriamo, dunque, i concorsi, non abbandoniamoli.

Ospedali senza medici, ma i giovani laureati sono costretti alla fuga. Anche quest‘anno quasi diecimila giovani medici resteranno fuori dalle scuole di specializzazione, costretti ad andare all’estero o a cambiare mestiere. Mentre nei nostri ospedali i pochi specialisti sono costretti a turni massacranti, scrive Lidia Baratta il 5 Luglio 2017 su "L'Inkiesta". I pronto soccorso sono allo stremo. I tempi di attesa massimi non vengono rispettati per mancanza di personale. Gli ospedali lamentano la carenza di specialisti. Eppure anche quest’anno circa diecimila giovani laureati in medicina verranno esclusi dalla formazione specialistica e non potranno lavorare. E più di un migliaio faranno le valigie e andranno a lavorare all’estero. Con uno spreco enorme di denaro, visto che per formare un medico spendiamo circa 150mila euro di soldi pubblici. Il ministero dell’Istruzione a metà maggio ha fatto sapere che il bando del concorso di ammissione alle specializzazioni per il 2017/2018 è stato rinviato. Con buona pace di chi aveva rinunciato già a un lavoro estivo. Bisognerà quindi aspettare la fine del mese di luglio o l’inizio di agosto per vedere qualcosa. E le prove saranno rimandate a ottobre. Con la conseguenza che aumenterà il numero dei candidati, che potrebbe arrivare – secondo il sindacato sanitario Anaao – anche a 16-17mila unità, per una stima di circa 7.700 posti disponibili, di cui circa 1.100 borse regionali destinate alla medicina generale. A conti fatti, oltre 9mila giovani medici, cioè quasi due su tre, saranno tagliati fuori da qualsiasi possibilità di formazione post laurea, bloccati in un “imbuto formativo”. E nelle scuole di specializzazione più ambite, dove il numero di partecipanti è maggiore, questo rapporto è destinato a essere ancora più alto. Mentre dalle regioni si chiede maggiore personale e gli ospedali soffrono la carenza di professionisti. Il fenomeno peggiora di anno in anno. Oltre ai neolaureati in medicina e chirurgia, 7.882 nel 2016 secondo i dati di Almalaurea, al concorso accedono i laureati di diverse sessioni a cavallo di due anni accademici diversi e anche tutti i medici abilitati che negli ultimi due o tre anni sono rimasti fuori dai concorsi. Nel 2016, per 6.133 posti per la specializzazione e circa 300 contratti regionali, i candidati erano 12mila, il doppio. Gli attuali 64mila studenti di medicina come media avranno a disposizione 38.178 posti in specialità in sei anni a partire dal 2016. Secondo una stima dell’Anaao, quindi oltre 28mila medici senza specializzazione saranno costretti a espatriare o a cambiare mestiere nei prossimi anni. Con casi limite come quello di Matera, dove nonostante 14 posti vuoti, ai concorsi non si presenta nessuno. Dopo aver passato il test di ingresso al corso di laurea, fatto una sessantina d’esami e l’esame di Stato, arrivi alla specializzazione e ti dicono: “C’è posto solo per la metà di voi, gli altri possono emigrare”. Tra chi esce dal sistema per ragioni d’età e chi si specializza c’è una differenza di 7-800 medici l’anno. «È assurdo che ci siano migliaia di medici che non possono proseguire la formazione e quindi non possono lavorare», dice Giorgio Raho, giovane medico pugliese, animatore della pagina Facebook “Riforma la medicina”, che nel 2015 propose all’allora ministro Maria Chiara Carrozza una proposta di riforma della laurea e del percorso post laurea. Poi il governo cadde e non se ne fece più niente. «Dopo aver passato il test di ingresso al corso di laurea, fatto una sessantina d’esami e l’esame di Stato, arrivi alla specializzazione e ti dicono: “C’è posto solo per la metà di voi, gli altri possono emigrare”». La pagina Facebook “Doctors in fuga” conta oltre 28.500 membri. Le richieste di consigli e aiuto dei giovani medici italini per trasferirsi altrove sono all’ordine del giorno. Tutto questo mentre nei nostri ospedali, tra blocco del turn over e i bilanci regionali contingentati, l’età media cresce ben oltre i 50 anni. E soprattutto nei reparti chirurgici e di medicina interna, si arriva a casi di 15 giorni di lavoro consecutivo, senza straordinari e notti pagate. Con conseguenze devastanti, come abbiamo più volte raccontato, sullo stato psicofisico degli operatori sanitari. L’ex ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha ridotto di un anno il percorso della formazione specialistica, aumentando di circa mille unità il numero delle borse di studio a disposizione nelle scuole di specializzazione tagliato in precedenza. Eppure i posti non bastano a coprire il fabbisogno regionale. E le cose andranno peggiorando. Secondo le previsioni dell’Anaao, nei prossimi dieci anni 47.248 medici dipendenti andranno in pensione senza essere del tutto rimpiazzati. Ed entro il 2023, 21.700 medici di medicina generale si ritireranno. Già oggi, tra chi esce dal sistema per ragioni d’età e chi si specializza c’è una differenza di 7-800 medici l’anno. Per fare un esempio, ogni anno vanno in pensione circa 650 pediatri, ma dalle scuole di specializzazione ne escono circa 300. Tra gli anestesisti, 800-900 vanno in pensione ogni anno, ma solo 550 si specializzano. Lasciando posti scoperti negli ospedali e nelle Asl. E non perché in Italia non ci siano medici. Le stime sulla disoccupazione tra i camici bianchi si aggirano tra le 10mila e le 16mila unità. Molti neolaureati restano alla porta, senza potersi specializzare, dividendosi tra i turni in guardia medica e le case di riposo. L’alternativa è andare all’estero. Nel 2014, 2.363 medici hanno fatto domanda per fuori dall’Italia, con un aumento del 600% in soli cinque anni. Circa un migliaio alla fine parte, andando a occupare le corsie di ospedali stranieri. Mentre da noi i reparti si svuotano. E i nostri medici, per coprire le carenze d’organico, fanno i doppi turni e si ammalano di burnout.

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

L’eterno fascino del concorso. Palasport, sale da cinema, hangar, hotel, palestre, saloni delle fiere. Così migliaia di giovani inseguono il sogno di un impiego. Diecimila giovani per 14 posti da poliziotto a Milano, 1099 ragazze per un posto da infermiera a Cremona, scrive Dario Di Vico il 25 febbraio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Un giovane fotografo, Michele Borzoni, ha investito una buona quota del suo tempo per girare e ritrarre l’Italia dei concorsi. Le sue istantanee sono state pubblicate a Parigi nell’ambito del Festival de Circulation(s), una manifestazione che ospita il meglio della giovane fotografia europea. Dobbiamo essergli grati perché ci ha regalato uno spaccato di quell’Italia che, volente o nolente, insegue l’impiego nella funzione pubblica. Borzoni ci dice che in qualche maniera quello che era il sogno dei padri oggi si ripropone anche per i figli. Gli hotel, i palasport, i saloni delle fiere, le palestre, le sale spettacoli e persino gli hangar che Michele ha fotografato sono gremiti di ragazzi e ragazze — rigorosamente distanziati per evitare che possano copiare — che aspettano di staccare il loro biglietto della lotteria. Diecimila giovani per 14 posti da poliziotto a Milano, 2.813 concorrenti per 12 posti nelle scuole materne a Firenze, 238 ragazzi per un posto in un laboratorio medicale a Palermo. Con una calcolatrice si può stilare una classifica delle (scarse) probabilità di farcela e in testa nella graduatoria del miraggio c’è il posto da infermiera a Cremona per il quale si sono mobilitate 1.099 ragazze. Borzoni sostiene che questi esami sono «il tempio della burocrazia italiana» ed è difficile dargli torto. Non solo assomigliano alla più classica delle lotterie ma iscriversi non è nemmeno facile, e capita anche che chi va a sostenere la prova d’esame in realtà sia solo una quota parte di quanti, fiduciosi, prima si erano iscritti e poi hanno lasciato perdere. Si potrà obiettare che le foto di Borzoni non ci rivelano niente che già non sapessimo ma oggi non deve essere il tempo del cinismo. Lo zoccolo duro della disuguaglianza italiana sta lì, nei numeri di una disoccupazione giovanile tra le più alte d’Europa. Si tenta di aggredirla ma purtroppo la sproporzione tra i posti che si generano e quelli che sarebbero necessari è clamorosa. Le istantanee di Borzoni, dunque, ci invitano a non desistere. È una battaglia che dobbiamo continuare a combattere e non è concesso di arrendersi.

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

Una buona parola per tutti. Da Andreotti a Giolitti le suppliche per posti e case, scrive Matteo Pucciareli il 20 marzo 2017 su "La Repubblica". "Il signor Paolo M., da Latina, ha in corso presso codesto ente una domanda di assunzione. È possibile accontentarlo?". Firmato, Giulio Andreotti. Oppure: "Mi consenta di segnalarle, per quanto riguarda le Istituzioni di diritto romano, il professor Emilio B.". Firmato, Aldo Moro. Ancora: "Ti unisco l'appunto relativo al signor Ignazio S. e ti prego di un particolare interessamento in suo favore". Firmato, Oscar Luigi Scalfaro. Linguaggio semplice, asciutto, diretto: le lettere su carta intestata e protocollate sono decine, alcune scritte a mano, tutte datate fra i primi anni '50 e metà degli anni '60. I mittenti sono deputati della Democrazia cristiana, dirigenti della Cisl, monsignori; i destinatari sono ministri, sottosegretari e dirigenti di aziende parastatali. Un ufficio di collocamento parallelo, la Prima Repubblica in tutta la sua "ingenuità", per certi versi: si chiedeva un alloggio popolare per tal famiglia, un aumento di stipendio per l'invalido di guerra, la revoca di un trasferimento per un padre di famiglia e così via. Tutti scrivono, chiedono "ogni possibile benevolenza" e i "possibili consentiti riguardi" ai propri interlocutori, affinché intercedano: Emilio Colombo, Francesco Cossiga, Ciriaco De Mita, Arnaldo Forlani, Antonio Gava, Giorgio La Pira, Giovanni Leone, Antonio Segni, don Luigi Sturzo, Paolo Emilio Taviani, Benigno Zaccagnini. Dc in maggioranza assoluta, come si vede. Tra i documenti una sola firma extra-scudocrociato: quella del socialista Antonio Giolitti. Le missive erano tutte tra i faldoni dell'Archivio di Stato e come siano arrivate fin qui, su queste pagine, è una storia nella storia: l'impiegato Dante S. venne dislocato agli uffici archivistici dell'Eur a inizio anni '80. Persona mite, politicamente moderata - figlio di emigranti emiliani che prima si trasferirono in Inghilterra, poi in Libia e solo dopo la guerra rientrarono in Italia, a Roma - e senza particolari fervori rivoluzionari, alla visione di quelle centinaia e centinaia di lettere di raccomandazione non la prese bene. Le trafugò, una dopo l'altra, con l'idea di farne dono al figlio, allora militante della sinistra extraparlamentare. Sperando che fosse lui, in qualche modo, a "vendicare" quell'ingiustizia. Quello spaccato di storia contemporanea è rimasto per 35 anni dentro uno sgabuzzino, gelosamente custodito.

Ogni comunicazione è una storia a sé. Il deputato fiorentino della sinistra dc Renato Cappugi scrive al collega Pietro Germani: "Ti unisco un promemoria riguardante un nostro carissimo amico dell'Azione cattolica, Dc, Acli, Sindacati liberi. Desidera essere riassunto presso l'Intendenza di Finanza di Firenze. Ti prego, con eccezionale interesse, di voler fare tutto quanto è in tuo potere a tal fine". Ma le cose evidentemente vanno male e due mesi dopo Cappugi riscrive a Germani, gli spiega che il suo elettore è amareggiato: "Rileva la fortuna, diciamo così, che purtroppo hanno quasi sempre i "compagni" ogni qual volta si trovano a competere con i nostri". Cappugi continua: "Si tratta di uno dei nostri a prova di bomba e, credi, fa male al cuore pensare che non sia possibile trovare il modo di metterlo a posto. Vedi, caro Germani, se mi dai un buon consiglio e se mi aiuti...".

La Cisl nel 1954 chiede a un deputato della Dc, commissario governativo all'Ente economico zootecnia, di non far pagare al sindacato le spese processuali di una causa intentata in passato (e persa) contro lo stesso ente: "Fu intentata a nostra insaputa dal vecchio segretario provinciale di Perugia. Sono certo che non mancherà il tuo interessamento", scrive il segretario generale aggiunto Bruno Storti. Un altro onorevole ancora, prega lo stesso destinatario che venga pagata con celerità la liquidazione "di un nostro bravo attivista che si è tanto adoperato nella campagna elettorale. Mi faresti cosa gradita se potessi assecondare il suo desiderio".

Nel 1962 il sottosegretario sardo Salvatore Mannironi scrive al presidente delle case degli impiegati statali Umberto Ortolani (poi diventano uomo della P2): "L'appuntato dei carabinieri Sebastiano R., domiciliato a Tempio Pausania, deve eseguire alcuni lavori indispensabili ai servizi igienici per una spesa prevista di 77mila lire. Le sarò grato se vorrà esaminare la possibilità di autorizzare detti lavori con spese a carico dell'istituto, trattandosi di una somma molto elevata per le limitate possibilità economiche del R.". Un altro ras della Dc calabrese, Riccardo Misasi, sottosegretario anche lui, comunica che "Francesco Z. ha avanzato domanda per ottenere in affitto un locale, possibilmente nel lotto II° delle scuole elementari, nella borgata di Torrespaccata, da adibire a bar".

Ci si interessa anche per motivazioni in apparenza minori. Il ministro Bernardo Mattarella, padre dell'attuale presidente della Repubblica, interpella Heros Cuzari, presidente dell'Ente zolfi italiani: "Con la tua cortese lettera mi hai comunicato la concessione di un sussidio straordinario di 15mila lire a favore del signor Ignazio A. ma l'Ufficio regionale di Palermo trasmetteva un vaglia cambiario di 10mila lire. Ti sarò grato se vorrai gentilmente chiarirmi i motivi della discordanza ". Talvolta le richieste sono pressanti. L'arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro si rivolge all'"illustrissimo commendatore" commissario dell'Ente zootecnia: perora la causa di Giorgio G., che vorrebbe essere assunto. Viene descritto come una persona di "ineccepibile moralità, di fini sentimenti, attivo, capace e laborioso, da me ben conosciuto perché da un anno dà la sua opera, animata di spirito caritatevole, volontariamente, presso la mia segreteria. Il poter vedere sistemato questo giovane sarebbe per me causa di molto contento". Il monsignore viene accontentato, ma con un impiego di soli tre mesi. Allora Lercaro riscrive: "Abuso della sua gentilezza se le chiedo che il G. sia trattenuto e riconfermato?". La sponsorizzazione non sortisce effetto, allora insiste con una ulteriore lettera: "Le sarò grato se vorrà benevolmente accogliere questa mia ulteriore umile richiesta e dar consistenza alle aspirazioni del G.". Allora finalmente G. viene assunto a tempo indeterminato alla Gestione centri latti di Bologna: "La prego di gradire il mio più devoto e profondo ossequio", ringrazia il cardinale.

Non è facile fare contenti tutti. Nel 1958 il senatore liberale Edoardo Battaglia quasi si sfoga con il principe Franco Lanza di Scalea, presidente dell'Ente zolfi: "Tu sai che io di richieste ne ho infinitamente assai e sono in grado di fornirti dall'usciere al segretario particolare più abile. Allora gradirei sapere quali dovrebbero essere le qualità della persona (almeno una) che potresti assumere".

La piaggeria trasuda dalle formule di saluto: "carissimo", "devoti saluti", "distintamente ossequio", "vivi ringraziamenti", "devotissimo", "obbligatissimo". Una tra tante suona perlomeno più originale: "tante affettuosità".

Il regno dell’omertà e del privilegio. Perché in Italia vincono i mediocri. Il nuovo libro di Sergio Rizzo, «La Repubblica dei Brocchi», denuncia i comportamenti senza vergogna della classe dirigente pubblica e privata, scrive Ferruccio De Bortoli l'1 novembre 2016 su "Il Corriere della Sera". Il dominio esercitato dal ceto dirigente burocratico su un’Italia bendata che non è in grado di controllarlo. La Repubblica dei Brocchi di Sergio Rizzo (Feltrinelli) è un tagliente atto d’accusa nei confronti della classe dirigente italiana. Spietato. Non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Nel leggerlo mi è venuto in mente, non solo per assonanza, un pamphlet pubblicato nella Francia d’inizio secolo scorso. La République des Camarades, ovvero dei compari, di Robert de Jouvenel, riproposto in Italia, qualche anno fa, a cura di Emanuele Bruzzone. Quando la democrazia deperisce nella ragnatela delle amicizie compiacenti, gli interessi particolari e le relazioni oscure. Ma il racconto giornalistico di Rizzo è così ricco di episodi di malcostume o di semplice incoerenza o stupidità da ridurre, nel confronto, lo scritto sui mali della Terza Repubblica francese alla mera fisiologia del potere. Nel caso italiano di normale c’è molto, troppo. La furbizia elevata a dote ostentata della vita sociale, la facilità con cui si violano le norme senza pagarne mai un dazio in termini di minore reputazione, la tendenza a sentirsi sempre vittime, imputando agli altri i mali del Paese. Al punto che lo straordinario saggio di Rizzo sul declino della classe dirigente (pubblica e privata, sia ben chiaro) italiana, poteva benissimo avere un altro titolo. I brocchi hanno talento. Sono inaffondabili. Sono esempi di successo. E a volte abbiamo la netta sensazione che, alla fine, vincano loro. Rizzo ha la freddezza del giornalista e commentatore d’inchiesta, attento al dettaglio, che non fa sconti, ma non è privo di speranza. Riconosce le tante qualità del Paese, le molte eccellenze, il capitale sociale della solidarietà e termina il suo libro con quelli che lui chiama piccoli consigli. Codici etici, per esempio, che non siano solo foglie di fico stese sul miope corporativismo italiano. Quello che fa dire ai tanti che si comportano bene: siamo tutti colleghi, dunque diamoci una mano. E chiudiamo un occhio, non si sa mai, prima o poi potrebbe accadere anche a noi. Un impegno autentico nel moralizzare la politica, magari attuando quell’articolo 49 della Costituzione sulla trasparenza e la democraticità della vita dei partiti. Oppure accogliendo, quando si formano le liste per le elezioni di qualsiasi natura, il «piccolo consiglio» di Gustavo Ghidini, storico fondatore del Movimento consumatori: dichiarare pendenze penali, situazione patrimoniale, interessi in conflitto. Proposta tanto semplice da essere caduta sempre nel vuoto. Del resto l’articolo 54 della Costituzione recita: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore». Sia l’articolo 49 sia il 54 della Costituzione del 1948 sono rimasti largamente inattuati. È giusto riformare, ma forse è anche doveroso attuare. Senza vergogna. Ecco il filo conduttore delle tante storie raccontate da Rizzo. A volte si rimane senza parole, potremmo persino dire ammirati, nel costatare l’immensa fantasia giuridica degli italiani. Che cosa non si fa per mantenere un vitalizio, per giustificare un privilegio, e persino per aggirare i risultati di un concorso. Come quello della Asl (oggi si chiamano Ats) di Pavia, vinto da un’unica candidata, evidentemente sgradita, e annullato perché le domande sono state ritenute «troppo difficili». Un’eccezione si trova sempre. Per far sì, ad esempio, che i dirigenti statali chiamati a ricoprire incarichi negli organi collegiali delle società pubbliche, siano pagati a dispetto della gratuità inizialmente prevista per legge. O consentire a un prefetto di assumere la carica di sindaco della sua città. La burocrazia è refrattaria ad essere giudicata (le resistenze alla pur lieve riforma Madia ne sono una prova). Rizzo ricorda un’indagine del 2014, secondo la quale tutti i dirigenti pubblici di prima fascia hanno avuto una valutazione non inferiore a nove su dieci. Tutti geni o tutti, in qualche modo, complici. Il sindacato non è da meno, specie quello nel pubblico impiego e nelle municipalizzate. All’Azienda trasporti di Roma è prevista la concessione, nel 2016, di 131 mila ore di agibilità sindacale, corrispondenti al lavoro di 82 persone, per un costo di 4,3 milioni. Il dopolavoro, cioè il sindacato, gestisce mense ed altri servizi. A costi d’affezione. Chi ha proposto di sostituire la mensa, costosa come un ristorante stellato, con i buoni pasto si è visto tagliare le gomme della sua auto. A proposito di gomme, quelle dei mezzi circolanti in città sono fornite da una società esterna gestita da un funzionario Atac in aspettativa. C’è posto per tutti, parenti e amici, meglio se di sindacalisti importanti. Il servizio, o quello che resta, per gli utenti, può aspettare. Non stupisce nessuno che un ex giudice della Corte costituzionale difenda contro lo Stato un condannato per truffa. Né che membri dell’Avvocatura si rivolgano al Tar contro la decisione del governo di mandarli in pensione a 70 (settanta!) anni, o che magistrati si rivolgano alla Corte costituzionale per contestare un taglio in busta paga. Certo, sono cittadini come gli altri. L’esempio, come servitori dello Stato, censurabile. La classe dirigente privata non è migliore di quella pubblica. Spesso persino peggiore. «Burocrazia, concorrenza inesistente, incarichi affidati sulla base di relazioni personali. Eccole qui — scrive Rizzo — le cause del degrado generale di certe professioni». Le vicende dei dopo terremoto sono assai significative per giudicare il ruolo, non sempre professionale, dei tecnici chiamati a fare le perizie. Rizzo ricorda che il cratere del sisma che colpì, nel 2002, il Molise riguardava 14 comuni. Aumentati in seguito a 83, ovvero tutti quelli della provincia di Campobasso. Tranne uno. Guardiaregia, il cui sindaco non aveva denunciato danni. E probabilmente non è passato come un custode della legalità. I troppi scandali bancari pongono un interrogativo sulla qualità e la moralità di diversi manager, consiglieri d’amministrazione, sindaci, revisori e sulla loro incapacità di vedere o denunciare pratiche sospette. E aprono uno squarcio — che Rizzo indaga in profondità — su una certa omertà territoriale, sull’orgoglio delle appartenenze che sconfina spesso in complicità. Anche la Confindustria, nel suo gigantismo rappresentativo, fa parte della Repubblica dei Brocchi. Emergono le figure dei professionisti delle associazioni, collezionisti d’incarichi. Un mondo che riproduce al proprio interno difetti che denuncia come inaccettabili per la politica e per il resto della società.

LA FINE DI UNA VITA FATTA DI BOCCIATURE.

La lettera di Michele che si è ucciso a trent'anni perchè stanco del precariato e di una vita fatta di rifiuti. La denuncia dei genitori: "Nostro figlio ucciso dal precariato, il suo grido simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni". Michele ha scritto: "Non posso passare il tempo a cercare di sopravvivere". Ecco il suo scritto-denuncia, scrive il 7 febbraio 2017 "Il Messaggero Veneto". Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele - dice la madre - ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni».

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino. Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento. P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi. Ho resistito finché ho potuto”. Michele

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

Il bamboccione antifascista di Giampaolo Rossi su “Il Giornale” il 9 febbraio 2017.

“Mamma, io esco a fare la rivoluzione!!” “Va bene, ma hai messo la maglia di lana?” Pensate sia un dialogo surreale? Non lo è. Nei giorni in cui in Italia scoppia la polemica per la figlia del ministro Padoan a capo dei cortei di clandestini e in America i nipotini di Soros mettono a ferro e fuoco Università e quartieri, picchiando, distruggendo e impedendo ai “fascisti trumpisti” di parlare “per difendere la democrazia” da un Presidente eletto democraticamente, in Germania il settimanale Bild pubblica i dati di una ricerca realizzata dal BfV (l’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione) uno degli organi dell’intelligence tedesca. La ricerca riguarda i reati a sfondo politico commessi a Berlino nel periodo 2009-2013, città dove la violenza politica negli ultimi anni è salita vertiginosamente; in tutto 1523 reati, la maggior parte dei quali compiuti dall’estrema sinistra.

“Papà scusa, mi dai la paghetta che devo comprarmi una molotov?” “Tieni ma non spenderti tutto come tuo solito!”. La ricerca del BfV traccia un identikit socio-antropologico dell’estremista di sinistra colpevole di reati politici; e il dato più eclatante (e più divertente) è che il 92% di loro vive ancora con mamma e papà. Si, avete capito bene: i campioni della rivoluzione, gli eroici antifascisti, i nuovi partigiani rimangono inguaribili mammoni. Sembrano cattivi, spietati, ideologicamente motivati, ma sotto le loro tute nere, i cappucci e la kefiah, batte “nu piezz’ ‘e core”; perché loro, tra un sampietrino e una spranga, uno slogan e una bandiera rossa, non schiodano dall’uscio domestico e si divertono a fare la rivoluzione con i soldi di papà. Predicano di abbattere le frontiere delle nazioni (retaggi borghesi e imperialisti) per accogliere immigrati e clandestini ma si tengono bene alzate quelle di casa propria. Secondo la ricerca, l’identikit del bamboccione antifascista germanico colpevole di reati politici è questo: maschio (84%), di età compresa tra i 18 e 29 anni (72%), studente o disoccupato (uno su tre), con istruzione bassa (34% scuola media, 29% diploma). I reati commessi dal bamboccione antifascista sono violenza, aggressione, incendio doloso, resistenza a Pubblico ufficiale; più raro il tentato omicidio. Il suo obiettivo sono per lo più persone fisiche (60%), prevalentemente poliziotti ma anche un 15% di avversari di destra.

“Mamma esco, vado a spaccare la testa ad un nemico del proletariato”. “Va bene, ma ricordati di prendere il latte quando rientri, sennò domani niente colazione!” Il bamboccione antifascista è una figura ancora più ridicola del radical-chic; è la sua involuzione antropologica. È il prodotto narrativo di una società che trasferisce la noia nella politica. Il bamboccione è carico di odio per il mondo perché incolpa il mondo del proprio fallimento; è un walking dead che si muove in gruppo perché da solo non ha alcuna consapevolezza di sé: in pratica è solo un nickname. Se il fighetto radical chic è un dandy ideologico, ricco e ipocrita e cattivo che copre con l’odio ideologico il senso di colpa per il suo benessere (di cui spesso non ha alcun merito), il bamboccione antifascista è il sottoprodotto di una modernità neanche liquida ma liquefatta. Mamma e papà non rappresentano il valore della famiglia, il legame fondante di un ordine naturale, ma solo l’area di parcheggio tra la Play Station e la rivoluzione. Tra il bamboccione di Berlino, lo studentello intollerante dell’Università liberal americana, il “rivoluzionario al cachemire” del Mamiani e la figlia di un ministro che guida i cortei di clandestini, si trova le stesse ridicola contraddizione: “Ci chiamano banditi, ci chiamano teppisti, ieri partigiani, oggi antifascisti”. E figli di papà…

La Veronica di Padoan, scrive il 24/08/2016 Massimo Gramellini su "La Stampa”. Tra gli indignati di professione c’è chi si è molto stupito che la figlia del ministro Padoan sia scesa in piazza armata di megafono contro la pigrizia del governo nella lotta al caporalato. Dove andremo a finire con questi ragazzi ribelli, signora mia. Che se poi hai il privilegio di avere un padre ministro, non faresti prima a protestargli addosso mentre addenta il cornetto della colazione? Senza contare che è tipico dei bambocci viziati della borghesia di sinistra abbracciare la causa esotica dei migranti sfruttati nelle campagne anziché solidarizzare con la nonnina di razza bianca che non arriva a fine mese. Queste le gocce di saggezza che grondavano dal web e da certe prime pagine vergate da campioni della coerenza intellettuale sempre pronti a eccitarsi appena scorgono un sospetto di contraddizione. A noi del reparto Ingenui ha invece colpito che come luogo di villeggiatura ferragostana la figlia di un ministro abbia preferito il cortile della prefettura di Foggia alle spiagge di Ibiza (o di Capalbio, dai). E che ci sia ancora qualcuno disposto a battersi per difendere relitti di un’antica civiltà come il rispetto dei contratti di lavoro. Se fossi Padoan, sarei orgoglioso di averle trasmesso certi valori. Qualcuno si scandalizzerà che la figlia di un ministro sia di sinistra. Ma a vent’anni succede e nel caso di Padoan pare lo sia stato persino lui, addirittura fino a non molto tempo fa.

La figlia di Padoan in piazza per i profughi con i centri sociali. L'agitatrice di immigrati è Veronica, pupilla di quel ministro dell'Economia che ha sempre difeso a spada tratta quei circa 4 miliardi di spesa pubblica che l'Italia dedica all'accoglienza dei richiedenti asilo, scrive l'8/02/2017 "Diario del web". Sembra assurdo, ma c'è una figlia di un ministro che è scesa in piazza a fianco dei centri sociali per manifestare contro le politiche sull'immigrazione del governo Gentiloni, considerate troppo restrittive. La cosa si fa ancora più assurda quando si scopre che l'agitatrice di profughi è Veronica Padoan, pupilla di quel Pier Carlo che ha sempre difeso a spada tratta quei circa 4 miliardi di spesa pubblica che l'Italia dedica all'accoglienza dei richiedenti asilo. Veronica è stata immortalata in un video che documenta la protesta dei clandestini che vivono nella tendopoli abusiva di San Ferdinando a Rosarno: lei è lì fra i promotori di quel corteo organizzato senza preavvisi fra le vie del paese, che con Rosarno, ospita il maggior numero di immigrati della provincia di Reggio Calabria. E' stata proprio la figlia di Padoan a guidare una delegazione che ha incontrato le istituzioni locali per avanzare le solite richieste retoriche: «Documenti subito», «Una casa e un lavoro per tutti», «Via le frontiere». Schiaffi in faccia ai residenti di quella sfortunata provincia che devono affrontare oltre a una cronica mancanza di lavoro anche servizi allo sbando, dalla sanità ai trasporti passando per l'assistenza sociale. La tendopoli di San Fernandino poi ha aggravato la situazione, portando in quel lembo di Calabria spaccio, prostituzione, degrado, il campo è un ammasso di baracche di fortuna dove l'immondizia viene smaltita con roghi in mezzo ai giacigli, e ha abbassato i diritti dei lavoratori più umili, con il racket del caporalato che si è sempre più ingrassato.

La figlia di Padoan guida la rivolta dei clandestini (insieme ai centri sociali). Le condizioni delle tendopoli sono al limite del disumano. E monta la rabbia degli italiani, scrive Michel Dessì, Martedì 7/02/2017, su "Il Giornale". È Veronica Padoan, figlia del Ministro dell'Economia, che guida il corteo di protesta organizzato assieme agli immigrati «sans papier» della tendopoli abusiva di San Ferdinando, il Comune della provincia di Reggio Calabria che, con Rosarno, ospita il maggior numero di africani e mediorientali, quasi tutti clandestini e senza documenti, fra quelli arrivati in gommone fino alle scalette delle navi della nostra Marina Militare. In molti si sono chiesti cosa ci facesse, fra tanti irregolari, la rampolla di un rappresentante del governo italiano, ma la domanda è rimasta senza risposta. Veronica Padoan, la giovane accanita manifestante, protetta dai suoi commilitoni del collettivo «Campagna in Lotta», era quasi irriconoscibile, nascosta dal cappuccio del suo giaccone. Una cosa è certa: è assieme a lei che un gruppo di immigrati è entrato a Palazzo per incontrare le istituzioni. Il tutto è accaduto nelle prime ore del giorno: i cittadini del piccolo comune pianigiano, usciti di casa per le quotidiane necessità, si sono trovati davanti un corteo di protesta organizzato, come spesso accade, senza alcun preavviso, dai centri sociali e dai più facinorosi tra gli ospiti della tendopoli. A preoccupare i sanferdinandesi, i toni sostenuti delle ormai arcinote richieste: «Documenti subito», «migliori trattamenti», «case e lavoro». Considerando le condizioni precarie di vita (sanità al collasso, trasporti scadenti, servizi sociali inesistenti) e la mancanza di lavoro anche per i lavoratori calabresi (non bisogna dimenticare che San Ferdinando è, assieme a Gioia Tauro e Rosarno, uno dei tre Comuni sul cui territorio insiste il porto. Così come non si deve dimenticare che proprio in quel porto si potrebbe consumare, a breve, una delle più gravi tragedie del lavoro degli ultimi anni: il licenziamento di oltre 400 lavoratori, paventato già parecchie volte negli ultimi mesi, le richieste degli stranieri risultano essere quasi fuori luogo. In realtà, la condizione di vita degli immigrati nelle tendopoli di San Ferdinando, è al limite del disumano. Capanne costruite con pali e legni di fortuna, coperte con teli di plastica, cartoni e cartelloni stradali, senza servizi igienici, immerse in dune di spazzatura che viene, ciclicamente, bruciata, sprigionando gas mefitici e dannosi alla salute di tutti. Promiscuità, uso e spaccio di sostanze stupefacenti, prostituzione e sfruttamento, caporalato e continui atti di violenza. A volte sedati dall'intervento delle Forze dell'Ordine, invitate ad intervenire dagli stessi immigrati; ma, molto spesso, finiti male, perché risolti senza l'intervento della Legge e regolamentati da patti tribali incomprensibili dalla Società Civile. La convivenza coi locali sta diventando, di giorno in giorno, sempre più difficile. E non solo per i problemi legati all'igiene e al malaffare: la rabbia delle famiglie italiane poggia su critiche pesanti anche alle istituzioni che non sono riuscite, in questi anni di immigrazione incontrollata, a difendere decenni di lotte sociali a tutela dei diritti dei lavoratori. In queste contrade, c'è chi, come Giuseppe Lavorato, è morto nel difendere i braccianti e le loro fatiche. E, dunque, sembra un ritorno ad un medioevo economico, la paga quotidiana a 25 euro per tutti, bianchi e neri, considerando l'eccessiva richiesta di lavoro anche sottopagato. La polveriera Piana di Gioia Tauro potrebbe esplodere da un momento all'altro. Come avvenne nel 2010. Anche per colpa di qualche «studentello» fricchettone che pensa di poter raccattare qualche minuto di celebrità a danno di tanti, italiani e non, che combattono ogni giorno contro il mostro della sopravvivenza.

La polizia contro la figlia di Padoan: "Il ministro prenda le distanze da questa vergogna". "E’ dannosissimo cavalcare l'emergenza immigrazione con il populismo di piazza. La figlia del ministro dovrebbe saperlo bene", scrive Michel Dessì, Martedì 7/02/2017, su "Il Giornale". Dopo le immagini da noi pubblicate, che ritraggono la figlia del Ministro dell’Economia al fianco degli extracomunitari in protesta, scoppia la polemica. “Sarebbe bello vedere una donna così vicina al mondo istituzionale e partitico fare un corteo pro forze dell'ordine. Soprattutto in una regione come la Calabria, dove lo Stato è in guerra contro l'anti stato.” Dichiara al Giornale.it Giuseppe Brugnano, segretario regionale del Coisp Calabria. Mentre i carabinieri e la polizia sono impegnati quotidianamente a mantenere l’ordine e, soprattutto, la calma all’interno della grande tendopoli c’è chi fomenta l’odio organizzando manifestazioni di piazza. “E’ inaccettabile che i corrispondenti di Radio Onda Rossa, “fratelli” del collettivo “Campagna in lotta”, di cui fa parte proprio Veronica Padoan, apostrofino in diretta radiofonica gli agenti di polizia in servizio per mantenere l’ordine pubblico come “sbirri”. E’ dannosissimo cavalcare l'emergenza immigrazione con il populismo di piazza. La figlia del ministro dovrebbe saperlo bene. Ogni volta che gli agenti entrano in quel campo abusivo rischiano la vita. Le risse sono all’ordine del giorno. Come dimenticare i tragici fatti di qualche mese fa dove, un carabiniere, intervenuto per sedare una rissa fra immigrati, è stato ferito al viso e, per legittima difesa, ha sparato uccidendo un migrante. Dobbiamo evitare che si ripeta una tragedia del genere. Veronica Padoan si vergogni! Auspichiamo che il padre, il ministro Padoan, prenda ufficialmente le distanze da questo mondo in cui gravita la figlia.” Conclude Brugnano. Gli oltre duemila immigrati che vivono nel ghetto di San Ferdinando chiedono documenti e, soprattutto, una nuova tendopoli. Già promessa mesi fa dalla regione Calabria, la quale ha stanziato 300 mila euro. Ma tutto è fermo.

Veronica Padoan: "Questa non è giustizia". E la figlia del ministro attacca: "Se il governo non ci ascolta porteremo la nostra protesta fino a Roma. La nuova legge aiuta l'illegalità", scrive Giuliano Foschini su "La Repubblica" il 23 agosto 2016. Scusi, ma davvero lei è la figlia del ministro Padoan? "Se permettete, non dovrebbe essere importante chi sono, ma quello che dico". Fuori dalla Prefettura di Foggia una decina di ragazzi e ragazze, italiani e migranti, protestano contro il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, i parlamentari, i rappresentanti della Prefettura e dei sindacati, che stanno discutendo della nuova legge sul caporalato. Con il megafono in mano c'è Veronica Padoan, figlia del ministro dell'Economia, Piercarlo. "Caro ministro dell'ingiustizia... ", comincia così, megafono in mano, uno dei messaggi che lancia a Orlando mentre, insieme ai compagni, grida: "Assassini in giacca e cravatta, assassini con la divisa".

Sono anni che chiedete una nuova legge sui braccianti. Ora quella legge è pronta, voluta da questo governo. Perché siete qui a protestare?

"Perché non è certo quello che serve. L'unico strumento reale per cambiare le cose sono i contratti nazionali di lavoro e gli accordi provinciali: sono l'unica maniera, seppur minima, per eliminare lo sfruttamento o parte di esso".

Che significa?

"Non inserire la questione del trasporto e dell'abitazione all'interno dei contratti significa regalare l'illegalità ai caporali. E questi signori lo sanno bene. Sanno che gli strumenti per cambiare le cose sono proprio quei contratti che loro hanno firmato. Sanno che la legalità del territorio e del lavoro in agricoltura passa attraverso la legalità di chi ci lavora. È una storia così banale, così triste, così vera".

Ma davvero lei è la figlia del ministro dell'Economia? Ne ha parlato con suo padre?

Veronica prende in mano il megafono. "Ministro Orlando, ci vediamo a Roma, perché se non ci ascoltate dobbiamo andare da un'altra parte". Poi, mano verso la Prefettura, il coro: "Questo palazzo non serve a un ca...".

Veronica Padoan e gli eredi ribelli dei politici, scrive Francesca Buonfiglioli il 23 agosto 2016. Da Marco Donat-Cattin fino alla figlia di Padoan. Passando per Delrio junior. Quando l'erede del politico è scomodo. O si schiera contro le istituzioni. «Se permettete, non dovrebbe essere importante chi sono ma quello che dico», ha detto secca Veronica Padoan, figlia del ministro dell'Economia, intercettata durante una manifestazione contro il caporalato e le condizioni subumane dei lavoratori del ghetto di Rignano garganico. Megafono alla mano ha minacciato: «Ministro Orlando, ci vediamo a Roma, perché se non ci ascoltate dobbiamo andare da un’altra parte». E poi, indicando il Palazzo della Prefettura, si è unita al coro in rima baciata: «Questo palazzo non serve a un ca...». Veronica Padoan è ricercatrice presso l'Ires, l'istituto di ricerche economico-sociali della Cgil, e da anni si occupa di tematiche legate all'immigrazione e al mercato del lavoro. «Ha collaborato con numerosi istituti di ricerca e istituzioni», si legge in un suo stringatissimo cv pubblicato anni fa da Social Europe, una casa editrice digitale londinese, «tra cui l'Anci, l'ufficio statistico del Comune di Roma, l'Iprs (Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali) e l'Osservatorio sull'immigrazione dell'Ires».

Decisamente una strada diversa da quella intrapresa dalla sorella Eleonora che dal primo luglio 2015 è dipendente a tempo indeterminato di Cassa depositi e prestiti. Contratto arrivato senza concorso perché la Cdp non rientra nella Pa, ma «a seguito di una procedura di job posting iniziata nel novembre del 2014» e «volta a valorizzare professionalità interne al gruppo». E infatti Eleonora lavorava come economista alla Sace, controllata dalla Cassa depositi e prestiti.

Veronica Padoan, però, non è certo la prima né l'unica figlia ribelle di un politico o di un rappresentante delle istituzioni.

Donat-Cattin e Prima Linea. A metà degli Anni 70 Marco Donat-Cattin, figlio del noto Carlo esponente della sinistra sociale della Dc, tra i fondatori della Cisl e pluriministro, prese parte alla costituzione di Prima Linea. Con il nome di Comandante Alberto divenne uno dei leader dell'organizzazione terroristica. Identificato dalla polizia nel 1980 grazie alla testimonianza dell'ex compagno Roberto Sandalo, riuscì a riparare in Francia, ma venne estradato in Italia l'anno dopo. Lo scandalo travolse il padre che si dimise da ogni incarico di partito prendendosi una pausa dalla vita politica e pure l'allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga accusato in un primo momento di aver agevolato la fuga del terrorista avvertendo il padre Carlo che il figlio era ricercato. Dissociatosi da Prima Linea, Donat-Cattin jr beneficiò della riduzione della pena ottenendo gli arresti domiciliari nel 1985. Tre anni dopo morì in un incidente stradale.

Tommaso Cacciari. Tra le calli di Venezia, invece, si consuma da anni la querelle dei Cacciari. A dare grattacapi a Massimo, ex sindaco della Serenissima, è stato il nipote Tommaso no global e tra i leader dei centri sociali veneziani e figlio di Paolo, fratello del filosofo ed ex deputato di Rifondazione. I sabotaggi al Mose e alcuni atti dimostrativi tra Venezia e Milano sono costati a «Cacciari il Giovane» (copyright Giancarlo Galan) grane giudiziarie. Nonché le reprimende dello zio che a più riprese aveva condannato le modalità di lotta del nipote. Ex «portiere di notte», su Twitter oggi si definisce «attivista del laboratorio occupato Morion e del Comitato NoGrandiNavi - NoMose, antifascista».  Insomma, le barricate, nonostante gli anni che passano, stanno ancora in piedi.

Michele Delrio. Tornando ai figli di ministri, pure in quel di Reggio Emilia Michele Delrio, detto Billo, uno dei nove figli dell'ex sindaco e ministro, decise di abbandonare il politically correct e attaccare su Facebook il governo Letta di cui suo padre era stato responsabile delle Autonomie regionali. «Sfido chiunque a dirmi un provvedimento a lungo termine che abbia approvato questo governo», aveva tuonato il giovane arbitro di calcio nel febbraio 2014, pochi giorni prima della caduta dell'esecutivo. «In 10 mesi nulla è stato fatto in tema di lavoro, oltre a rifinanziamento a cassa integrati. Pasticcio sull’Imu, pasticcio su Bankitalia, pasticcio su decreto carceri. Al Paese non serve un eroe ma un governo, che possibilmente governi e non punti a sopravvivere». Un'uscita da cartellino giallo per alcuni, ma che Michele non rinnegò: «Dico quel che penso indipendentemente da mio padre», commentò chiudendo la questione. A dirla tutta, però, Delrio jr un suo eroe lo aveva già e da tempo visto che nel 2012, appena 20enne, aveva creato un coordinamento cittadino per appoggiare Matteo Renzi alla primarie. Annunciando la nascita del gruppo, spiegò sempre sul social con entusiasmo: «Siamo un gruppo di amici, di ragazzi che non si rassegnano all’idea di dover consegnare la politica ai disonesti. Il nostro gruppo si chiama “Adesso!! Kairos” e vogliamo dare voce a chi non ha più la forza di alzarla e dare dignità a coloro che l'hanno persa. Matteo Renzi rappresenta una ventata di cambiamento, di politica fatta dal basso, di quella politica che si sporca le mani lavorando e sudando la fiducia del popolo. Abbiamo voglia prima di tutto di ricominciare a sognare, di tornare ad impegnarci, a credere in qualcosa e non in qualcuno». Endorsement che anticipò addirittura quello del padre. 

Figli ribelli, contro il sistema, contro lo Stato o contro il governo. Ma nulla in confronto a chi il parricidio lo organizzò per davvero. O almeno così racconta la storia.  Nel 2 a.C., Giulia Maggiore, unica figlia naturale di Augusto e moglie di Tiberio, fu arrestata con l'accusa di adulterio e tradimento per aver congiurato contro suo padre. Dopo l'esilio a Ventotene, morì forse di stenti a Reggio Calabria. Il rimorso non abbandonò mai Augusto, che parlando della figlia si narra prendesse a prestito le parole dell'Iliade: «Vorrei essere senza moglie, o essere morto senza figli».

La politica sfasciafamiglie. Dalla figlia di Padoan, occhiali da sole e megafono, che protesta contro i "giochini del governo", al figlio diciottenne di Yoram Gutgeld (consigliere economico di Matteo Renzi) in piazza contro il Jobs Act mentre suo padre elogia le riforme in un’intervista sul Financial Times. Il privato è dibattito, scrive Annalena Benini il 24 Agosto 2016 su “Il Foglio”. Veronica Padoan, figlia del ministro dell’Economia, ha protestato contro “i giochini” del governo. Occhiali da sole, capelli sciolti e megafono, ha manifestato pacificamente con il suo gruppo di attivisti davanti alla prefettura di Foggia, in occasione della visita del ministro della Giustizia Andrea Orlando (“bene, abbiamo l’interlocutore adatto”, ha detto con sarcasmo al megafono Veronica Padoan quando il ministro è arrivato). La questione è quella del lavoro nelle campagne dei braccianti stagionali, non solo extracomunitari, con le baraccopoli fatiscenti e abusive, il caporalato, migliaia di persone sfruttate e sottopagate, niente docce, niente tutele. E’ una battaglia che Veronica Padoan combatte da molto prima che suo padre diventasse ministro del governo Renzi, è qualcosa che attraversa la famiglia, i legami personali, il sangue, e ha bisogno di affermarsi anche controvento, come (ma in modo più evidente e serio) nei pranzi della domenica in cui non siamo mai d’accordo con nostra madre, nostro padre, i figli, sui destini del mondo, sui modi per salvarlo, e anche su chi è meglio votare. Veronica Padoan parla, accesa e severa, dei “signori del palazzo” e dei giochini del governo, anche se in questo governo c’è suo padre, e rivela l’umanissima, vitale tradizione del dissidio politico famigliare, anche doloroso, anche difficile da sopportare, che non viene pacificato da un ruolo importante né dalla fiducia personale. Si diventa adulti anche per contrarietà, si cerca la differenza, il conflitto, l’autonomia. Mai come mio padre, penserà forse il figlio di Yoram Gutgeld (consigliere economico di Matteo Renzi) che a diciotto anni, da presidente del Movimento studentesco milanese, ha protestato in piazza contro il Jobs Act e contro l’ingresso dei privati nella scuola pubblica, mentre suo padre elogiava le riforme in un’intervista al Financial Times. Padri e figli, mariti e mogli, litigano per la politica da sempre (la compagna di Matteo Orfini, madre dei suoi figli, ha raccontato lui stesso, “dà ragione a chi fa opposizione a noi, lei è oltre il Pd”) e in queste discussioni, in questi contrasti, in questo darsi torto, c’è anche il gusto di non essere mai d’accordo, di cercare di convincere l’altro, senza riuscirci quasi mai, perfino divertendosi a battere i pugni sul tavolo, a rincorrersi in bagno per continuare a litigare agitando fogli di giornale, citando a memoria stralci di talk-show notturni, anche negando il like all’ultimo severissimo giudizio politico postato su Facebook. Ci sono storie più dolorose: Giovanni Amendola e suo figlio Giorgio discutevano perché il padre era antifascista ma liberale e il figlio antifascista ma attratto dal comunismo (aderì al Pci dopo la morte del padre), ma non è immaginabile una riunione di famiglia, una cena di Natale in cui, al primo accenno alla politica, alla Costituzione, alle riforme, alla scuola, nessun parente cominci ad agitarsi sulla sedia, a sbuffare, a diventare rosso per la rabbia, a scuotere la testa con aria sarcastica. Ci si calma, di solito, quando qualcuno di molto saggio grida, dalla cucina: chi vuole un caffè?

Quella lunga lista di figli di papà che giocano a rinnegare i genitori. Veronica Padoan non è sola, scrive il 24 Agosto 2016 “Il Tempo”. Dall’altro ieri Veronica Padoan ha aggiunto un’altra pagina all’eterno diario dello scontro figli-genitori. Ordinario e fisiologico in tutte le famiglie, diventa suggestivo, e vagamente retorico, quando tra le parti opposte della barricata si piazzano uomini politici - e di governo- con la relativa progenie. Così la rampolla di Piercarlo, ministro dell’economia, è scesa in piazza a Foggia con tanto di megafono manifestando contro la visita di un collega di suo padre, il Guardasigilli Andrea Orlando, perorando la causa dei braccianti extracomunitari stagionali. Non vi è traccia, al momento, di reazioni pubbliche dell’augusto genitore. Al contrario di quanto fece, nel 2014, l’allora vice ministro agli Esteri Lapo Pistelli, quando il figlio liceale scese in piazza in una di quelle tradizionali manifestazioni contro le politiche del governo (tocca un po’ a tutti) sulla scuola. Pistelli senior la prese con ironia: «La prossima volta parliamone a cena a casa», scrisse sul suo profilo Facebook. Crisi familiare sventata dunque. Più complessa fu invece l’esperienza di Paolo Guzzanti, quando oltre ad essere editorialista del Giornale, nel 2001 fu eletto senatore con Forza Italia. Erano gli anni di girotondi, dell’«editto bulgaro», del mondo della cultura di sinistra lancia in resta contro Berlusconi. In prima linea si distingueva Sabina Guzzanti, regista e attrice figlia di Paolo. Suo padre le scrisse una lettera aperta, cercando di spiegarle la vera natura del berlusconismo. Lei le rispose con una mail privata in cui lo accusava, rivelò lui con comprensibile amarezza, di far parte «di un’accolita di delinquenti», perchè «Forza Italia e la Casa delle Libertà sono sinonimo di mafia, razzismo, fascismo, antidemocrazia». Può capitare, poi, che tra il padre politico e il figlio si incunei un certo ribellismo tipico dell’età, foriero di imbarazzi per il ruolo del genitore. Pare che, negli ultimi tempi, Barack Obama sia alle prese con le intemperanze festaiole della figlia Malia, ormai maggiorenne, paparazzata a fumare quel che ha tutta l’idea di essere uno spinello. Agli annali sono anche i rapporti burrascosi che ci furono tra George H. Bush e suo figlio, il discolo George W. Entrambi sarebbero diventati rispettivamente il 41esimo e il 43 esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Ma nel 1973 non lo sapevano e così ecco un adirato George senior, allora presidente del Partito Repubblicano, accogliere sulla porta di casa il figlio ubriaco dopo una notte brava che lo voleva prendere a pugni. Ben più drammatiche furono alcune vicende di casa nostra. Carlo Donatt Cattin, esponente e uomo di governo diccì a cavallo tra i ’70 e gli anni ’80, ebbe la propria carriera politica compromessa dalla scelta compiuta da suo figlio Marco di abbracciare la lotta armata, nella schiera di Prima Linea, il gruppo guidato da Sergio Segio. Marco, negli anni, si dissociò dal percorso terroristico, ma poco dopo la vita gli presentò il conto più amaro, e morì investito dopo che si era fermato a soccorrere alcuni automobilisti coinvolti in un tamponamento. Prima di Donatt Cattin, anche Attilio Piccioni, ministro democristiano negli anni ’50, ebbe guai per via del figlio. Piero, compositore, fu infatti coinvolto nello scandalo Wilma Montesi, una ragazza trovata morta sul litorale di Tor Vajanica; dietro quel cadavere si delineava uno scenario di scandali nella Roma post bellica, in una mondanità sfrenata ribollente di orge e droga a fiumi. Piccioni Jr alla fine fu scagionato, ma suo padre nel frattempo si era dovuto dimettere da ministro degli Esteri. Ai giorni nostri, poi, ci sono alcuni casi più o meno noti di ribellismi elettorali. Due anni fa, a San Giorgio di Piano, in provincia di Bologna, il figlio del locale segretario Pd si è candidato al Comune con i Cinque Stelle, risultando eletto. Poi c’è anche il caso contrario, quando è il padre a ribellarsi al figlio. È il caso di Giambattista Borgonzoni, padre di Lucia, candidata leghista a sindaco di Bologna che è riuscita ad arrivare al secondo turno. Lui, moderato di sinistra, tessé pubblicamente le lodi alla figlia ma annunciò che no, la Lega non l’avrebbe mai votata. Perché i figli, quando ci si mettono sono spietati. Ma anche i genitori…

Di padre in figlia: italiani ultimo pensiero. Veronica Padoan, ricercatrice Cgil e pargola del ministro, alla testa di una protesta dei migranti, scrive “Il Giornale d’Italia” il 23/08/2016. C’era una pasionaria, ad attendere il ministro Andrea Orlando ieri a Foggia. Arrabbiata, per dire un eufemismo, nera: nera come gli occhiali da sole e come la quindicina di manifestanti dietro alle sue spalle. Capeggia la rivolta di “Campagna in lotta”, vorrebbe veder chiuso il “ghetto” di Rignano Garganico dove migranti economici (quelli che una volta sarebbero stati definiti semplicemente clandestini: ma si ha la sensazione che dirlo oggi siamo ormai vietato) vivono nelle baracche in attesa di lavorare nei campi e si chiama Veronica Padoan. Già, come il ministro dell’Economia. Di cui è, d’altronde, figlia. “È dal 2014 che la Giunta Vendola aveva millantato di smantellare il ghetto. Il problema non sono queste micro-comunità – il suo grido – il problema è che non si organizza effettivamente il lavoro nei campi”. E sfoggia, nelle interviste sotto la Prefettura, grande cognizione del tema. D’altronde è una ricercatrice dell’Ires, l’istituto di ricerca sociale fondato dalla Cgil e oggi sotto l’egida della Fondazione Di Vittorio. È anche convincente, quanto meno per chi ancora è succube di certe suggestioni assistenzialistiche che nell’Italia di oggi hanno ben poco senso. Per accorgersi di questa verità, la pasionaria Veronica, dovrebbe semplicemente cercare nella rubrica del suo smartphone il nome “papà”, e chiedere soldi. Oppure, potrebbe rivolgersi alla voce “Eleonora”. È sua sorella, anch’ella Padoan, da poco assunta alla Cassa Depositi e Prestiti con contratto a tempo indeterminato. La Cdp è considerata il bancomat preferito dal governo: chissà che non si trovi qualche “risorsa” per abbattere il ghetto e dare casa, diritti e lavoro alla quindicina di cui Veronica s’è messa a capo. D’altronde, da poche settimane, Eleonora Padoan si occupa all’interno della Cassa (ossia il gruppo pubblico che gestisce il risparmio postale degli italiani ed è controllato proprio dal Tesoro, cioè da papà…) del settore cooperazione e sviluppo internazionale. Che con la Cgil da un lato e i migranti nei campi dall’altro, guarda un po’, pare avere una competenza diretta.  Li troverà, la protettrice dei migranti, i soldi, per un progettino già pronto e firmato Cgil? C’è da ritenersene certi. Poi ci penserà Pier Carlo, a spiegare agli italiani che per loro risorse non ce ne sono, per il patto di stabilità, la richiesta di flessibilità, il Pil col fiato corto e i segnali di ripresa.

Dall'asilo nido ai posti di prestigio Cosa fanno gli eredi dei ministri. Eleonora Padoan assunta alla Cassa depositi e prestiti, la sorella è alla Cgil, Delrio jr fa l'arbitro di calcio. Molti bimbi e under 18, scrive Paolo Bracalini, Giovedì 22/12/2016, su "Il Giornale". Se Manuel Poletti ha una carriera già brillante nel mondo coop coi fondi pubblici di Palazzo Chigi, altri rampolli di governo non sono ancora sistemati a dovere. Sarà che avendo meno di 10 anni, alcuni ancora neonati, è un po' prestino per fare i dirigenti o i dipendenti di una coop rossa. Si faranno, bisogna avere pazienza. C'è poi che diversi ministri non hanno proprio figli (condizione che, in politica, può risparmiare svariate occasioni di imbarazzo), a iniziare dal primo ministro, Paolo Gentiloni, sposato senza eredi, come pure il Guardasigilli Andrea Orlando («45 anni ma eterno Peter Pan» dicono di lui gli amici), o la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli, che non ha la laurea ma un marito sì (e pure lui sindacalista e senatore Pd, Achille Passoni), e non risulta avere figli. Senza contare la sottosegretaria Maria Elena Boschi, che è addirittura single. Mentre altri giovani titolari di ministeri hanno pargoli in età da asilo nido (il renziano Luca Lotti, Marianna Madia, Beatrice Lorenzin), o under 18 (come i ministri Angelino Alfano e Carlo Calenda, quarantenne già padre di quattro figli, o il trentenne Maurizio Martina). Con i ministri più anziani però, tipo il titolare del Tesoro Pier Carlo Padoan, si rintracciano curriculum di rampolli già in carriera. La figlia Eleonora Padoan, dopo aver ricoperto il ruolo di senior economist alla Sace, società pubblica di prodotti assicurativi e finanziari, nel 2015, cioè quando il padre era già da oltre un anno ministro dell'Economia, è stata assunta dalla Cassa depositi e prestiti, società controllata all'82% proprio dal ministero del padre. Posto di lavoro ottenuto dalla figlia di Padoan «a seguito di una procedura di job posting iniziata nel novembre del 2014», spiegò la Cdp proprio al Giornale. Non un concorso vero e proprio, ma «una procedura volta a valorizzare professionalità interne al gruppo». Anche l'altra figlia, Veronica Padoan, ricercatrice all'Inca-Cgil, si può incontrare nei pressi di qualche ministero. Fuori, però, a protestare contro il governo in qualche corteo. Questa estate era a Foggia, megafono in mano, insieme ad una quindicina di attivisti e lavoratori africani della rete «Campagna in lotta» a contestare il ministro della Giustizia sulle condizioni di lavoro dei braccianti extracomunitari. Il ministro Graziano Delrio (Infrastrutture) di figli ne ha nove, cinque femmine e quattro maschi («Dopo il nono, abbiamo detto basta»). Anche solo per il calcolo della probabilità, qualche Delrio jr attivo in politica c'è. Renziano, ovviamente, ma senza incarichi di prestigio per ora. Trattasi di Michele Delrio, ventenne, talmente renziano che su Facebook stroncò il governo Letta («Non ha fatto nulla») di cui il padre era ministro. Le cronache locali riportano poi l'hobby di arbitro di calcio di Michele Delrio. Con côté di polemiche incluse, come quando arbitrò un Barletta-Casarano, e fu accusato di faziosità: «Non vorrei che il risultato maturato ieri, sia il frutto di una macchinazione politica a nostro danno...» si infuriò il presidente del Casarano, eliminato dal Barletta calcio. Il ministro all'Ambiente Gian Luca Galletti (Udc), da cattolico, tiene molto all'educazione, e vieta ai figli la visione di cartoni animati volgari, e non solo quelli. «Ho vietato ai miei figli più piccoli di vedere i Simpson e Beppe Grillo - twittò Galletti - Violenza e parolacce non fanno bene ai piccoli. E neanche ai grandi». Mentre Angelino Alfano, da ministro dell'Interno, assicurò che il rischio terrorismo non avrebbe modificato le sue scelte da padre: «Io sono papà di due bambini di 14 e 9 anni, anche loro andranno in gita scolastica e io li autorizzerò. E segnalo che loro non godono della tutela di cui gode suo padre». Per la ministra della Difesa Roberta Pinotti, si era vociferato di un importante destinato alle figlie dopo una missione in Kuwait, oltre ad un Rolex. Ma la Pinotti ha smentito: «Non mi occupo dei regali, c'è una stanza al ministero dove sono custoditi». Poi c'è la neoministra, ma con lunga esperienza politica, Anna Finocchiaro, sposata con Melchiorre Fidelbo. La Finocchiaro ha due figlie, Miranda e Costanza. E su Linkedin c'è il profilo di una Miranda Fidelbo, giovane avvocatessa che dopo un tirocinio al Parlamento Europeo, ora lavora nello studio Severino di Roma. Quello dell'ex ministro Paola Severino.

Poletti jr e gli altri figli dei ministri col lavoro assicurato. Dai banchi del governo hanno attaccato precari, bamboccioni, choosy. E ora pure gli expat. Ma a casa loro..., scrive "Lettera 43” il 21 dicembre 2016. Prima furono i bamboccioni, poi i choosy, gli sfigati e, ancora, i nostalgici della «monotonia» del posto fisso. Poteva Giuliano Poletti non dare il suo contributo alla lista di offese governative ai giovani disoccupati, non ancora laureati o desiderosi di un tempo indeterminato che non arriva mai? Certo che no. E così il ministro del Lavoro davanti alla fuga di 100 mila giovani all'estero ha commentato in modo sprezzante che «questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi». Inutili le scuse per l'espressione un po' troppo colorita, soprattutto davanti a una disoccupazione giovanile al 36,4% (anche se è il valore più basso degli ultimi quattro anni, sic), al neo schiavismo dei voucheristi e all'aumento della precarietà effetto del Jobs Act. Il primogenito di Poletti, invece, è uno di quei giovani (nel senso italico del termine visto che di anni ne ha 42) «non pistola» che hanno deciso di restare in patria. E dire che l'ex sottosegretario Michel Martone lo avrebbe definito uno «sfigato» visto che è sensibilmente fuoricorso («Se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato», a essere precisi). Chissà poi cosa ne pensa il padre, visto che nel 2015 il ministro cadde in un'altra boutade impopolare sui fuori corso. «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», disse agli studenti all'inaugurazione di Job&Orienta. Una giustificazione, però, Poletti jr ce l'ha: in questi anni si è dedicato al lavoro e alla famiglia, ha raccontato al Fatto quotidiano. Già il lavoro. Manuel dirige il settimanale Sette Sere Qui diffuso tra Faenza, Lugo Ravenna e Cervia. L'editore è la Coop Media Romagna di cui il figlio del ministro è presidente. Il giornale nel 2015 ha ottenuto 190 mila euro di contributi pubblici, 521.598 in tre anni. Ma lui, ha assicurato, guadagna 1.800 euro al mese. Il solito welfare cooperativo. Come si diceva, Poletti non è certo il solo ad avere preso di mira i giovani, salvo poi poter vantare prole sistemata, stipendiata e soddisfatta. E molto probabilmente pure meritevole e talentuosa, ma questo è un altro discorso. Si prenda per esempio l'ex premier Mario Monti che definì monotono il posto fisso. «I giovani devono abituarsi all'idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia», disse a febbraio 2012. «È bello cambiare e accettare delle sfide». E, infatti, suo figlio Giovanni Monti di lavori ne ha cambiati parecchi, sempre fissi però. L'enfant prodige bocconiano, classe '73, dopo un po' di "gavetta" come consulente alla Bain and Co, è passato dalla vicepresidenza di Citigroup a quella di Morgan Stanley. Nel 2009 entrò in Parmalat chiamato dall'allora commissario straordinario Enrico Bondi per occuparsi di business development. Esperienza che finì con dimissioni ctinte di giallo. Presso quali lidi sia approdato Monti jr difficile dirlo oggi, anche perché ai tempi della bufera cancellò il suo profilo da Linkedin. Invece, come ha ricordato Il Giornale, qualcosa in più si sa di Federica Monti, la secondogenita, che ha lavorato presso lo studio Ambrosetti, quelli dell'omonimo forum di Cernobbio. Alla faccia della monotonia, Federica ha pure sposato Antonio Ambrosetti: tutta casa e lavoro, insomma. Dai monotoni ai choosy, il passo è breve. Anche Elsa Fornero, che di Monti era ministro del Lavoro, invitò a smettere di cercare un posto a tempo indeterminato. «Il lavoro fisso?», disse, «Un'illusione». Insomma, aggiunse materna, «non bisogna mai essere troppo "choosy" (schizzinosi, ndr), meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale». Sua figlia Silvia Deagliodeve essere stata fortunata. Nata nel 1974, sposata con un dirigente Unicredit, Deaglio è professore associato alla facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Torino, lo stesso in cui insegnano i genitori. Per sconfiggere la monotonia montiana, la professoressa ricoprì anche un ruolo come «responsabile dell'unità di ricerca» della fondazione HuGeF, attiva nel campo della genetica. Un cervello non in fuga il suo. Anche perché, come scrisse il Fq, la fondazione riuscì a ottenere dai ministeri della Salute e della Ricerca «quasi 1 milione di euro in due anni, 500 mila nel 2008, 373.400 e 69 mila nel 2009». Ma i tecnici non sono stati gli unici ad aver dispensato consigli (non richiesti) alla popolazione di giovani precari italiani. Nel 2008 pure Silvio Berlusconi propose la sua ricetta. Durante la trasmissione Tg2 Punto di vista, a una ragazza che chiedeva come fosse possibile mettere su famiglia senza un'occupazione stabile rispose: «Da padre il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo». Dopo nove anni, quello del Cav resta - purtroppo e al netto delle comprensibili polemiche - l'unico bagliore di realtà. A sua insaputa.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

Ripubblichiamo un pezzo di Bruno Trentin intitolato "A proposito del merito" uscito sull’Unità nel 2006. "La meritocrazia come criterio di selezione degli individui al lavoro ritorna alla moda nel linguaggio della sinistra e del centrosinistra, dopo il 1989; ma prima ancora con la scoperta fatta da Claudio Martelli a un Congresso del Psi sulla validità di una società «dei meriti e dei bisogni». In realtà, sin dall’illuminismo, la meritocrazia che presupponeva la legittimazione della decisione discrezionale di un «governante», sia esso un caporeparto, un capo ufficio, un barone universitario o, naturalmente un politico inserito nella macchina di governo, era stata respinta. Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet respingevano con rigore qualsiasi criterio, diverso dalla conoscenza e dalla qualificazione specializzata, di valutazione del «valore» della persona e lo riconoscevano come una mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio. Ma da allora, con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante; e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale. Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito; quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa. Un sistema di inquadramento e di organizzazione del lavoro apertamente alternativo alla qualifica definita dalla contrattazione nazionale e aziendale. Ma molto presto questa utilizzazione dei premi di merito o dei premi tout court giunse alla penalizzazione degli scioperi e delle assenze individuali (anche per malattia), quando di fronte a poche ore di sciopero o alla conseguenza di un infortunio sul lavoro (mi ricordo bene una vertenza all’Italcementi a questo proposito), le imprese sopprimevano anche 6 mesi di premio. È questa concezione del merito, della meritocrazia, della promozione sulla base di una decisione inappellabile di un’autorità «superiore» che è stato cancellato con la lotta dei metalmeccanici nel ‘69 e con lo Statuto dei diritti del lavoro che nel 1970 dava corpo alla grande idea di Di Vittorio di dieci anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del Pci, si astennero al momento della sua approvazione, solo perché esclusa dalla partecipazione al Governo. Ma quello che è più interessante osservare è come, alla crisi successiva del Fordismo e alla trasformazione della filosofia dell’impresa, con la flessibilità ma anche con la responsabilità che incombe sul lavoratore sui risultati quantitativi e qualitativi delle sue opere, si sia accompagnato in Italia a una risorgenza delle forme più autoritarie del Taylorismo, particolarmente nei servizi, santificata non solo dal mito del manager che si fa strada con le gomitate e le stock options, ma dalla ideologia del liberismo autoritario. Con gli «yuppies» che privilegiano l’investimento finanziario a breve termine, ritorna così per gli strati più fragili (in termini di conoscenza) l’impero della meritocrazia.

A questa nuova trasformazione (e qualche volta degrado) del sistema industriale italiano ha però contribuito, bisogna riconoscerlo, l’egualitarismo salariale di una parte del movimento sindacale, a partire dall’accordo sul punto unico di scala mobile, che ha offerto, in un mercato del lavoro in cui prevale la diversità (anche di conoscenze) e nel quale diventa necessario ricostruire una solidarietà fra persone e fra diversi, una sostanziale legittimazione alle imprese che hanno saputo ricostruire un rapporto diverso (autoritario ma compassionevole) con la persona sulla base di una incomprensibile meritocrazia. Non è casuale, del resto, che, di questi tempi, il concetto di merito, sinonimo di obbedienza e di dovere, abbia ritrovato un punto di riferimento nel sistema di promozione e di riconoscimento delle organizzazioni militari nel confronto del comportamento dei loro sottoposti. Le stesse osservazioni si possono fare per i «bisogni», contrapposti negli anni 60 del secolo scorso, alle domande che prevalgono nel vissuto dei cittadini nella società dei consumi. Era questa anche la convinzione di un grande studioso marxista come Paul Sweezy. Sweezy opponeva i «needs» (i bisogni reali, le necessità) ai «wants» (le domande, i desideri), attribuendo implicitamente ad uno stato illuminato e autoritario la selezione, «nell’interesse dei cittadini» fra gli uni e gli altri. Come se non fossero giunti i tempi in cui le domande e i desideri, pur influenzati dalla pubblicità, di fronte alle dure scelte e alle priorità imposte dalla condizione del lavoro e dalle lotte dei lavoratori si trasformano gradualmente in diritti universali, attraverso i quali, i cittadini, i lavoratori (non un padrone o uno stato illuminato), con il conflitto sociale, riuscirono a far progredire la stessa nazione di democrazia. Meriti e bisogni o capacità e diritti? Può sembrare una questione di vocabolario ma in realtà la meritocrazia nasconde il grande problema dell’affermazione dei diritti individuali di una società moderna. E quello che sorprende è che la cultura della meritocrazia (magari come antidoto alla burocrazia, quando la meritocrazia è il pilastro della burocrazia) sia riapparsa nel linguaggio corrente del centrosinistra e della stessa sinistra, e con il predominio culturale del liberismo neoconservatore e autoritario, come un valore da riscoprire. Mentre in Europa e nel mondo oltre che nel nostro paese, i più noti giuristi, i più noti studiosi di economia e di sociologia, da Bertrand Swartz a Amartya Sen, a Alain Supiot si sono affannati ad individuare e a riscoprire dei criteri di selezione e di opportunità del lavoro qualificato, capaci di riconciliare – non per pochi ma per tutti- libertà e conoscenza; di immaginare una crescita dei saperi come un fattore essenziale, da incoraggiare e da prescrivere, introducendo così un elemento dinamico nella stessa crescita culturale della società contemporanea. La «capability» di Amartya Sen non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si traduca in precarietà e regressione. Ma essa rappresenta anche l’unica opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, «governando» il proprio lavoro. Perché questa sordità? Forse perché con una scelta acritica per la «modernizzazione», ci pieghiamo alla riesumazione – in piena rivoluzione della tecnologia e dei saperi – dei più vecchi dettami di una ideologia autoritaria. Forse qui si trova la spiegazione (ma mi auguro di sbagliare) della ragione per cui malgrado importanti scelte programmatiche del centrosinistra in Italia, per affermare una società della conoscenza come condizione non solo di «dare occupazione» ma anche per affermare nuovi spazi di libertà alle giovani generazioni, la classe dirigente, anche di sinistra, finisce per fermarsi, in definitiva, di fronte alla scelta, certo molto costosa, di praticare nella scuola e nell’Università ma anche nelle imprese e nei territori, un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita, aperto, per tutta la durata della vita lavorativa, come sosteneva il patto di Lisbona, a tutti i cittadini di ogni sesso di ogni età e di ogni origine etnica (e non solo per una ristretta elite di tecnici o di ricercatori, dalla quale è pur giusto partire). Speriamo che Romano Prodi che così bene ha iniziato questo mandato, sia capace di superare questa confusione di linguaggi, e di rompere questo handicap della cultura meritocratica del centro sinistra. Anche un auspicabile convegno sui valori, le scelte di civiltà di un nuovo partito aperto alle varie identità e alla storia dei partiti come della società civile, dovrebbe, a mio parere, assumere il governo e la socializzazione della conoscenza come insostituibile fattore di inclusione sociale.

Psicologia sociale: il familismo amorale nell’Italia di oggi, scrive Andrea Bellelli il 4 marzo 2014 su "Il Fatto Quotidiano". Andrea Bellelli Professore Ordinario di Biochimica, Università di Roma La Sapienza. La qualità dei servizi pubblici in Italia, soprattutto nel meridione, è da sempre oggetto di lamentele e proteste. Se in alcuni casi gli italiani hanno piena ragione (la giustizia italiana è stata spesso condannata per la sua lentezza nelle sedi internazionali), in altri casi il loro giudizio è ingeneroso e contrasta con le valutazioni internazionali (questo accade ad esempio per la ricerca o per la sanità). Una marcata discrepanza tra il giudizio popolare e quello oggettivo costituisce un problema di studio per la psicologia sociale. Molti spunti di riflessione possono essere tratti da un’importante ricerca di Edward C. Banfield pubblicata nel libro The moral basis of a backward society (Free Press, Usa). Lo studio fu condotto sessant’anni fa in un paese della Basilicata, nascosto sotto il nome fittizio di Montegrano, usando metodiche avanzate (per l’epoca) che includevano il test di appercezione tematica (TAT), e interviste strutturate e non strutturate. Banfield, con la moglie (italiana) e i due figli, rimase a Montegrano per quasi un anno. Lo studio di Banfield costituisce certamente uno dei più interessanti e originali contributi alla questione meridionale, almeno pari, se non superiore, a quelli di Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci e Carlo Levi (autori che Banfield conosceva bene). La tesi centrale dello studio è che, accanto alle problematiche precedentemente individuate, ne esiste una socio-culturale, non individuata in precedenza, che Banfield chiama familismo amorale: “… i montegranesi si comportano come se seguissero la seguente regola: massimizza il guadagno materiale, a breve termine, della tua famiglia ristretta; assumi che tutti gli altri facciano lo stesso” (p. 83). Le regole del familismo amorale, come si vede, sono in effetti due: la prima indica all’individuo cosa fare; la seconda gli offre un facile modo per interpretare il comportamento altrui e relazionarsi con la società. Sebbene entrambe siano deleterie per il progresso socio-economico a medio o lungo termine, la seconda è particolarmente dannosa, perché inquina i rapporti sociali ed impedisce che si formi un rapporto di collaborazione e fiducia con il governo e le istituzioni locali o nazionali: “… la dichiarazione di una persona o di una istituzione, di essere ispirata dall’interesse per la cosa pubblica, anziché per il proprio, è vista come una frode” (p. 95); “in una società di familisti amorali sarà opinione comune che chi esercita il potere sia egoista e corrotto… il votante userà il voto … per punire” (p. 99). Non è in discussione, evidentemente, l’esistenza di funzionari pubblici corrotti e di servizi inefficienti (ampiamente analizzati da Banfield), ma l’idea che tutti i funzionari siano necessariamente corrotti e tutti i servizi necessariamente inefficienti e meritevoli di punizione; e non di rado i paesani intervistati da Banfield esprimevano ammirazione per il regime fascista (al potere fino a dieci anni prima dello studio) ritenuto capace di controllare e punire i suoi funzionari. In effetti, la collaborazione tra gli operatori e gli utenti del servizio è essenziale ai fini della qualità del risultato e nessun servizio può funzionare correttamente se è disprezzato dagli utenti. Banfield riteneva che due fattori causali fossero specialmente importanti nel determinare questo atteggiamento: la povertà e l’elevato tasso di mortalità, che cooperano nel produrre una condizione psicologica di perenne apprensione e inducono l’individuo a privilegiare scelte a breve termine. Poiché oggi le condizioni economiche sono migliorate, e l’aspettativa di vita è aumentata, la forma culturale del familismo amorale dovrebbe pian piano scomparire. Ma la cultura popolare cambia lentamente e non è difficile riconoscere i modi di pensare descritti nel libro di Banfield nella società contemporanea. Non si può non notare, ad esempio il desiderio di punizione nei confronti dei dipendenti pubblici che anima tanti cittadini, al punto di fargli apprezzare dei nemici dei lavoratori come gli ex ministri Brunetta e Gelmini; o la diffusa opinione che, se esistono realtà di eccellenza in questo paese, esse siano tutte concentrate in pochissime istituzioni tutte rigorosamente localizzate a nord del Po.

Il familismo amorale e il potere degli stupidi. L'intera società italiana ha adottato da tempo quello che nel 1958 il sociologico Edward C. Banfield definì “familismo amorale” che, unito alla cooptazione, porta gli "stupidi" ai posti di comando. Ne deriva una profonda arretratezza culturale evidente nel settore della ricerca dove sempre di più i buoni risultati si ottengono all’estero, scrive Rodolfo Guzzi il 24 gennaio 2015 su “La Voce di New York". Negli ultimi vent'anni la società italiana è regredita non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto dal punto di vista culturale. La mancanza di un programma culturale e di un programma economico conseguente hanno portato la società italiana al livello in cui è: fanalino di coda di ogni classifica. Anzi no, qualche primato lo detiene, ma tutti in negativo: la libertà di stampa, la corruzione e via dicendo. Ma da dove viene questo degrado? In un controverso saggio sociologico Edward C. Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (in traduzione italiana Le basi morali di una società arretrata, 1976, Il Mulino) studiando il Borgo di Chiaromonte, un paese della Basilicata, e comparando i dati in suo possesso con quelli delle comunità rurali della provincia di Rovigo e del Kansas giunse alla conclusione che “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo" porta inevitabilmente all’arretratezza. Egli chiamò questo comportamento: familismo amorale. Altri autori hanno ripreso in tempi recenti questo concetto e basta guardare alla società italiana per capire che essa è fortemente permeata di familismo amorale. È di pochi giorni fa un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera che fa un elenco dei figli e parenti che stanno in Parlamento, non come parlamentari ma con cariche operative. Basta guardare ai figli e parenti dei baroni universitari e in particolar modo di quelli di Medicina per rendersi conto che tutta la nostra società ha adottato da tempo il metodo del familismo amorale: lo sguardo si può estendere all'intero sistema fino ai più piccoli anfratti della struttura pubblica italiana. Finanche il primo ministro oramai viene cooptato, non eletto: ne abbiamo avuti tre negli ultimi anni, alla faccia del popolo sovrano. Nel 1976 Carlo M. Cipolla scrisse The Basic Laws of Human Stupidity (poi pubblicato in italiano nel 1988 come Allegro ma non troppo, Il Mulino) in cui si divertì ad approfondire il tema della stupidità umana. Cipolla vede negli stupidi un gruppo che riesce ad operare con incredibile coordinazione ed efficacia, di gran lunga più potente delle maggiori organizzazioni siano esse mafie o lobby industriali. Chi è lo stupido? È uno che danneggia se stesso e gli altri. Gli altri non se ne accorgono subito, ma nel frattempo il danno è fatto irrimediabilmente. Insomma l’aver adottato il metodo del familismo amorale unito alla forma di cooptazione alla fine porta inevitabilmente ad assurgere ai posti di comando degli “stupidi” con le conseguenze che abbiamo detto: l’arretratezza culturale da cui non si riesce ad uscire e i danni che diventano sempre più profondi. Questo vale per ogni settore ed in particolare per il settore della ricerca dove sempre di più i buoni risultati si ottengono stando all’estero. Basti pensare ai nostri ultimi premi Nobel: tutti hanno ottenuto all’estero i risultati che hanno portato all’onorificenza. Non proprio tutti: uno di questi è stato Daniele Bouvet, uno svizzero naturalizzato italiano, che vinse il premio Nobel per la Medicina. Tuttavia il suo nome è caduto nell’oblio e pochi lo ricordano. E poi i recenti assegni di ricerca dell’European Research Council (ERC), vinti per lo più da italiani che operano all’estero. Il 2014 è stato l’anno in cui c’è stata la più alta emigrazione degli ultimi anni, complice la crisi economica, la discriminazione per aree di interesse funzionali al potere, ma anche per mancanza di un progetto culturale a largo spettro che coinvolga la nostra società verso una sua rinascita in primo luogo del miglior vivere utilizzando le potenzialità della ricerca, dell’impresa, del turismo e dei beni culturali. Nel frattempo speriamo che chi è emigrato utilizzi il potenziale di conoscenza che ha acquisito per rinnovare profondamente questo paese, uscendo finalmente dal familismo amorale che permea la società italiana.

Dal familismo amorale al familismo immorale. Famiglie italiane e società civile, scrive Francesco Benigno l'1 Luglio 2010 su “Italiani Europei”. In un’Italia in cui abbondano i “bamboccioni” e in cui emerge una tendenza ad “ereditare” anche gli incarichi pubblici tornano in auge le riflessioni sull’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella sfe­ra pubblica. Ad un familismo che avrebbe ormai as­sunto i caratteri dell’amoralità – se non dell’immo­ralità – viene imputato il mancato radicamento dell’etica pubblica nel nostro paese. Quanta realtà e quanta mistificazione vi sono nel delineare questa presunta antitesi fra familismo e civismo? Periodicamente la famiglia torna sotto i riflettori dell’opinione pubblica, indagata come possibile matrice dei mali del “bel Paese”, scrutata come depositaria e riproduttrice delle virtù e, più spesso, dei vizi del carattere nazionale. In una recente intervista a “La Repubblica”, in cui vengono sintetizzati i risultati di una ricerca storica collettiva dedicata alle famiglie italiane nel Novecento, Paul Ginsborg ha riproposto nuovamente il tema del familismo come una possibile chiave di lettura della realtà italiana contemporanea. In un’Italia ripiegata su se stessa, in cui le giovani generazioni faticano a staccarsi dalle mura domestiche per progettare un futuro autonomo (i bamboccioni del ministro Brunetta), in cui ruoli politici e candidature passano disinvoltamente di generazione in generazione come fossero ereditarie (il figlio del ministro Bossi), e in cui recenti scandali coinvolgono responsabilità genitoriali (la «casa per la figlia» del ministro Scajola), conviene interrogarsi ancora – sostiene lo storico inglese naturalizzato italiano – sul concetto di familismo. Familismo è un’espressione famosa nel lessico delle scienze sociali, soprattutto dopo che nel 1958 lo studioso statunitense Edward Banfield ebbe coniato il concetto di «familismo amorale» per designare i comportamenti, descritti come angustamente individualistici, della gente di Montegrano (in realtà Chiaromonte, un isolato villaggio lucano). Lo studio di Banfield ha avuto una larga eco nel dibattito pubblico sulla questione meridionale, divenendo per alcuni (ma in modo assai contestato) una delle possibili spiegazioni delle carenze dello spirito pubblico nel Sud del paese. Successivamente, da Carlo Tullio Altan a Robert Putnam, è stato una ricorrente fonte di ispirazione per tutti coloro che si sono impegnati in schemi dualistici di raffigurazione della storia italiana. Ora Ginsborg lo recupera e, pur criticandolo, ne allarga la portata, fino ad usarlo per descrivere l’intero atteggiamento del “paese Italia”: anzi, richiamando il ben noto detto del «tengo famiglia» – e definito sorprendentemente non uno stereotipo ma la sintesi di «una filosofia antica e tipicamente italiana» – egli attribuisce al familismo, non più solo amorale ma ormai scopertamente immorale, il mancato radicamento di un’etica pubblica, di quel senso della collettività che è invalso nelle scienze sociali chiamare civicness. La tesi di Ginsborg, modellata sugli schemi dicotomici cari a tanta sociologia classica, è a prima vista suadente, e sembra anzi farsi forza di una sorta di riconoscimento immediato, un asseverarsi intuitivo che si nutre di evidenze: in Italia oggi saremmo di fronte alla ricorrente tendenza al tradimento della fedeltà allo Stato per arricchire parenti e consanguinei. Il familismo amorale, tracimando, si mescolerebbe così con l’uso delle risorse pubbliche per interessi privati, con il clientelismo. Può essere interessante rilevare – osserva Ginsborg – come nell’Europa mediterranea «questi fenomeni antichi non muoiano mai, ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa impressione nell’Italia di oggi è il prevalere dell’organizzazione verticale tra patrono e cliente su quella orizzontale tra cittadini. Nella precarietà del mercato del lavoro diventa fondamentale la relazione con il potente che garantisce determinati accessi per te e per i tuoi figli, da qui un legame di gratitudine e asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con cittadinanza, diritti e democrazia». Al fondo starebbe dunque una verità nascosta: insieme alla tardiva formazione dello Stato democratico, la chiave di volta dell’eccezione italiana, quel qualcosa che impedisce alla nazione di essere un paese normale, sarebbe il familismo, e cioè l’eccessivo potere assegnato alla famiglia nella società e nella sfera pubblica italiane. Il familismo svolge così nella visione di Ginsborg quel ruolo che un tempo era assegnato dalla retorica nazionalista al «particolarismo», un principio distruttivo e disgregatore di più ampie e morali solidarietà. La contrapposizione non potrebbe essere più netta: da una parte l’individualismo egoista nutrito nella culla familista e dall’altra l’etica pubblica solidaristica, cresciuta nell’alveo della società civile; da un lato una ricorrente tentazione alla gretta chiusura familistica e dall’altro una società civile colta, indipendente, reattiva, pronta ad organizzarsi e ad esprimere valori universalistici di partecipazione e di associazione; e ancora, per un verso un assetto sociale in cui il rapporto dominante è quello tra l’individuo e la famiglia, per l’altro compagini in cui al centro della vita individuale sta la relazione, variamente disposta, con lo Stato. A questa contrapposizione idealtipica corrisponde puntualmente una distribuzione geografica, o meglio una geopolitica dei valori. Secondo Ginsborg sarebbe familista l’Europa mediterranea: un insieme variegato e composito formato in buona sostanza dall’area dei cosiddetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) più i paesi mediorientali di tradizione islamica, descritti – questi ultimi – come comunità endogamiche, use al frequente matrimonio tra cugini primi e alla coabitazione delle coppie sposate coi genitori del maschio: tratti familiari che, uniti alla strutturazione clanica, avrebbe condizionato in senso negativo la crescita della società civile. In buona sostanza, l’accostamento di regioni così diverse funziona solo in negativo: esse sarebbero tutte segnate da una debole civicness a causa di strutture familiari troppo forti; sorta di controprova del successo del core nordeuropeo dello sviluppo economico (e insieme morale). In questa parte privilegiata del mondo (Inghilterra, Olanda e Scandinavia, più alcune aree della Germania e degli Stati Uniti) l’esistenza di famiglie più deboli e meno gerarchiche avrebbe permesso agli individui la libertà, gli spazi e i tempi per la partecipazione alla vita pubblica, da Ginsborg identificata con «la possibilità di sperimentare ed esplorare liberamente il variopinto mondo dell’associazionismo». La tesi della contrapposizione tra famiglie forti e famiglie deboli si può dimostrare, sostiene Ginsborg – che riprende qui tesi avanzate dal demografo David Reher – grazie all’analisi di tre piani distinti: quello delle strutture di coresidenza, dei sistemi demografici familiari e dei valori casalinghi. L’analisi comparativa delle strutture familiari di coresidenza è stata introdotta nel dibattito delle scienze sociali da Peter Laslett, uno dei padri della moderna storia della famiglia. Nella sua visione le famiglie inglesi (ma non irlandesi o scozzesi) e più in generale nordeuropeo-occidentali sarebbero state caratterizzate dal Cinquecento in poi da alcune caratteristiche specifiche: struttura nucleare, età tardiva della sposa, residenza neolocale. Grazie a queste caratteristiche, la famiglia inglese, portatrice di comportamenti virtuosi secondo l’etica maltusiana (con un’età tardiva al matrimonio cui corrispondeva un minor numero di figli) sarebbe stata il vero motore occulto della marxiana «accumulazione originaria», prodromo della rivoluzione industriale. A questo idealtipo dello sviluppo corrisponde, nella tipologia di Laslett, un idealtipo dell’arretratezza, costituito da famiglie variamente allargate, patriarcali, conviventi per più generazioni sotto lo stesso tetto, ordinate da strutture gerarchiche e costrittive, modellate sulle descrizioni fornite da antropologi anglosassoni dell’Europa meridionale e orientale: famiglie di pastori berberi o balcanici, di mezzadri toscani, di contadini calabri, di pescatori cantabrici. Va da sé che questi due modelli risultano – in quella visione – inscritti in un percorso evolutivo, un processo che prevede il passaggio da forme ritenute tradizionali o primitive ad altre reputate moderne. Questo schema semplificato e riduttivo è stato da tempo criticato e in gran parte abbandonato, ma la sua influenza continua ad avvertirsi nel discorso delle scienze sociali e nel dibattito pubblico. Malgrado l’evidenza, ad esempio, che in gran parte del Mezzogiorno la famiglia nucleare sia stata storicamente prevalente e le strutture di famiglie estese e complesse siano state invece minoritarie, l’idea che si possa trovare nella composizione familiare la chiave dell’arretratezza, il santo Graal della backwardness, non è stata mai abbandonata. È accaduto così che, scoperta negli anni Ottanta la cosiddetta Terza Italia, l’area valligiana centrosettentrionale a piccola impresa industriale diffusa, ci si è chiesti se non fosse da cercare nella struttura complessa, gerarchica e patriarcale della famiglia estesa mezzadrile, nella sua abitudine alla cooperazione nell’uso delle risorse comuni (il podere) il segreto del successo economico di questa parte del paese; laddove alla famiglia nucleare meridionale, descritta “alla Banfield” sarebbe venuta a mancare questa fondamentale risorsa cooperativa. In breve, patriarcale o nucleare che sia la famiglia, il risultato non cambia mai, se si continua inutilmente a porre la struttura familiare come pietra filosofale nell’eterna ricerca alchemica delle ragioni del sottosviluppo economico (o civico). Il secondo piano chiamato in causa da Ginsborg è quello dei sistemi demografici familiari. Si tratta di uno schema interpretativo elaborato a suo tempo dal demografo John Hajnal, che aveva prospettato l’esistenza nell’Europa moderna (dal XVI secolo in poi) di due sistemi familiari prevalenti e opposti fra loro: il primo, quello nordoccidentale, contraddistinto da una elevata età al matrimonio (soprattutto femminile) e strutture di residenza neolocali, e caratterizzato dall’abitudine di abbandonare presto la casa paterna per andare a servizio; il secondo, mediterraneo e orientale, a bassa età al matrimonio, segnato dalla preferenza per la convivenza di più generazioni nella stessa casa e dalla riluttanza a lasciare la famiglia d’origine. Questo schema, fuso in vari modi col precedente e formulato ancora una volta per spiegare le ragioni (virtuose) del primato economico nordoccidentale, divideva l’Europa secondo un’immaginaria linea disposta tra San Pietroburgo a Trieste, sì da isolare l’Europa nordoccidentale, vincente, e separarla dalla meno corretta, attardata e perdente “altra Europa” meridionale e orientale. Anche in questo caso le critiche all’impostazione di Hajnal non sono mancate, e hanno toccato sia l’inesistenza di una correlazione tra strutture neolocali ed età al matrimonio, sia l’inefficacia di isolare l’età al matrimonio come unica variabile indipendente e cioè senza considerare il regime demografico (soprattutto i tassi di mortalità) in cui è inscritta. Ma se l’applicabilità dello schema di Hajnal all’Europa preindustriale è assai dubbia, l’opportunità di isolarne solo un tratto (come l’età di abbandono della casa dei genitori) per determinare l’esistenza di famiglie “forti” o “deboli” oggi, a “rivoluzione demografica” da tempo conclusasi (con la conseguente completa equiparazione di tutti gli indicatori demografici fondamentali), appare alquanto controversa. Il dubbio grava specialmente sull’intento di inferire dalla comparazione delle diverse età nella fuoriuscita dalla famiglia di origine non un diverso livello delle opportunità, una differente struttura delle chances di mobilità, una variabile disposizione del mercato delle abitazioni, dei servizi e così via (tutte carenze rispetto a cui le strutture familiari possono funzionare da “ammortizzatori”) ma argomenti a sostegno di una tendenza culturale, riassumibile nello stereotipo indimostrato dell’italiano “mammone”, ovvero la predisposizione italica (ma poi, a seconda dei casi, meridionale, mediterranea oppure orientale) a convivere fino all’età adulta sotto lo stesso tetto dei propri genitori, una specie di tara insita nel carattere nazionale. Viceversa, la tendenza inglese di mandare presto i figli fuori di casa, un tempo a servizio, oggi a studiare, non viene collegata ad un sistema ereditario, quello dello one sole heir, che prevede la possibilità per i genitori di concentrare l’asse ereditario su un unico figlio a scelta, con la conseguente necessità di far sì che gli altri si costruissero una propria strada fuori dalle mura domestiche; e v’è da chiedersi se tale plurisecolare tradizione giuridica, decisamente volta alla conservazione del patrimonio familiare in barba a principi di elementare equità non possa con qualche ragione essere qualificata, essa sì, come “familista”. Infine, Paul Ginsborg, sulla scorta dei suoi studi precedenti, propone di dividere le famiglie in “aperte” e “chiuse”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una polarità. Da una parte ci sono le famiglie che «sviluppano al loro interno, nelle loro conversazioni e tradizioni, un’apertura nei confronti della società e dei suoi problemi, una disponibilità dei componenti ad impegnarsi in associazioni e movimenti, un concetto della casa come spazio domestico poroso e accogliente»; mentre dall’altra «quelle che considerano la famiglia come una fortezza e vivono la vita familiare come un bene prezioso in costante pericolo»: queste ultime famiglie sono autoreferenziali e non aperte, come è evidente dalle loro case, che rifletterebbero questi atteggiamenti «sia nell’architettura sia nei sistemi di protezione». Anche in questo caso nessuna relazione è ipotizzata tra architettura e sistemi di protezione abitativa e livelli di reddito e di criminalità (reali o percepiti) del contesto sociale. Quest’ultima polarità si affiancherebbe così alle prime due, anche se con modalità piuttosto oscure, sicché non è chiaro se sia lecito aspettarsi una relazione positiva tra una certa struttura familiare, un dato sistema familiare e determinati valori casalinghi. È interessante notare come questa ripresa della chiave interpretativa familistica avvenga tuttavia in un clima intellettuale profondamente diverso da quello in cui essa fu forgiata: durante il mezzo secolo di storia del concetto di familismo amorale il tema cardine verso cui si è indirizzata l’analisi è stato quello dello sviluppo economico – verso il quale esso finiva per svolgere in negativo più o meno lo stesso ruolo che l’etica protestante svolge nella celeberrima tesi di Max Weber relativa allo sviluppo del capitalismo. Oggi, tuttavia, tale prospettiva appare per molti aspetti usurata. È significativo che sia stato proprio Ginsborg a rigettare l’avventurosa affermazione formulata da Francis Fukuyama in un suo libro intitolato “Trust” secondo la quale il familismo andrebbe in sostanza considerato un freno al dispiegarsi della fiducia collettiva e dunque alla qualità dello sviluppo economico capitalistico, con la conseguente classificazione delle liberaldemocrazie in più moderne e sviluppate (Germania, Giappone, Stati Uniti) e meno moderne (Cina, Corea del Sud, Francia e Italia). Nello stroncare tali elucubrazioni, fondate sulla ripresa di un concetto carico di «insensato determinismo antropologico», Ginsborg ricordava giustamente come tutta l’industria più avanzata e attiva sia in Italia, e non solo in Italia, a base familiare. È interessante in questa discussione il ruolo che finiva per giocare il Meridione come antitipo della modernità. Fukuyama infatti – basandosi ancora una volta su Banfield – indicava il Sud dell’Italia come un caso estremo, come l’area limite dell’Europa progredita, quella in cui la fiducia collettiva non poteva dispiegare i suoi benefici effetti sull’economia a causa di un tratto culturale familista che egli qualificava in modo assai bizzarro come «confucianesimo»: affermazione che oggi nessuno si sentirebbe di ripetere, non perché il confucianesimo non sia stato un credo che abbia privilegiato il ruolo della famiglia, ma perché, nel frattempo, lo straordinario successo industriale cinese ha insinuato più di qualche dubbio non solo sulla veridicità ma anche sulla semplice sensatezza di queste contrapposizioni. Vi è in queste tesi un tratto evidentemente paradossale: il comportamento degli abitanti di Montegrano, così scopertamente orientato a massimizzare l’utile, diviene il prototipo di un’etica in fondo anticapitalistica; e ciò dopo che – com’è stato acutamente notato – sin dai filosofi morali scozzesi del Settecento la retorica liberista ha teorizzato l’ostinato e angusto perseguimento di fini personali come necessaria premessa al dispiegarsi del bene collettivo, secondo la celebre palingenesi dei vizi privati in pubbliche virtù. Il familismo resuscitato da Ginsborg non è più dunque quello di una volta; non costituisce più una chiave per spiegare il maggiore o minore successo economico: egli ne opera una vistosa revisione, torcendo il concetto in senso culturalista ed etico. Opponendosi a quelle concezioni del capitale sociale che da un lato puntano a sganciarlo dal sistema dei valori, e dall’altro a farne una base per nuove tassonomie economiche, questa visione tende a qualificare il capitale sociale come impegno civico, e a ribadire un nesso tra civismo e alcune pratiche associative, distinte sul piano valoriale e, verrebbe da dire, politico. La società civile viene infatti descritta come un essere fragile e in pericolo, assediata da mali antichi e nuovi, che hanno il nome di clientelismo, corruzione, familismo, nepotismo, monopolio mediatico. Si tratta, in altre parole, di un malato, per il quale Ginsborg propone la cura della democrazia partecipativa economica, citando l’esempio dei soviet ma sostituendo il soggetto portatore delle speranze di rinnovamento: non più evidentemente la classe operaia ma «la popolazione urbana istruita del Nord del mondo», solo provvisoriamente (anche se alquanto volontariamente) «assoggettata al capitalismo consumista e all’arricchimento personale». Evidentemente non tutti i modi di partecipare alla vita sociale risultano, in questa prospettiva, «civici» allo stesso modo: non lo sono i rapporti di vicinato, una partecipazione che «non equivale al vero impegno civico», non l’appartenenza alle associazioni di categoria, inficiate da evidenti interessi particolaristici, non i legami comunitari e l’affiliazione a movimenti di rivendicazione locale a base identitaria, sospetti di razzismo e xenofobia, e non (si suppone) quel vasto mondo, alquanto elitario, di club e associazioni di ex allievi, sorta di compagnonnage delle professioni liberali così diffuso in quella cultura anglosassone che affida al college una parte importante della formazione dei giovani. Ma soprattutto sembra esservi in questa concezione del civismo uno spazio limitato per la partecipazione basata su schemi ideologici o ideologico-religiosi: dovendosi in questo caso prendere in considerazione non solo i dimostranti di Teheran e di Bangkok e i partecipanti all’universo del volontariato ma evidentemente anche i membri dei movimenti del risveglio religioso cristiano, i fanatici antisionisti, gli iscritti a partiti che propugnano l’ineguaglianza sociale o l’esaltazione di figure di leader telegenici dal senso civico alquanto incerto. E dire che nella raccolta di saggi contenuti in “Famiglie del Novecento” vi erano esempi molto diversi, in grado di allargare la visione a famiglie cattoliche familiste ma disobbedienti ai precetti dell’enciclica “Humanae Vitae” del 1968 o a famiglie comuniste fortemente coese (entro quelle reti di vicinato e di comunità intessute di tradizione politica costitutive delle cosiddette Regioni rosse) ma al contempo devote al partito, controfigura e promessa dello stato socialista che verrà, e in un modo così assoluto da fare esclamare a Marina Sereni: «Il Partito si è fuso per me con la mia vita privata così strettamente e completamente da darmi sempre la certezza di essere una particella di quella immensa forza che porta il mondo in avanti». Solo una visione fortemente limitata della società civile permette di opporla specularmente al familismo, un’attitudine di cui non viene spiegato sulla base di quali parametri possa essere indagata. Gli studi condotti in questo senso dai sociologi mediante interviste qualitative volte a comprendere cosa la gente pensi della propria famiglia e della società che la circonda offrono migliori spunti di riflessione. Loredana Sciolla, ad esempio, ha argomentato con forza che, scomponendo il concetto di cultura civica nelle sue componenti diverse (valoriale, fiduciaria, identitaria) la supposta antitesi tra familismo (l’atteggiamento di chi ha fiducia esclusivamente nella famiglia) e civismo risulta falsa, che gli italiani non mostrano un abnorme attaccamento alla famiglia ma simile o anche inferiore a quello di popoli di radicata cultura civica, che le regioni meridionali sono meno familiste della media nazionale e più inclini ad avere fiducia nelle istituzioni. Sicché non resta che concludere con Giulio Bollati che «ogni discorso sull’indole, la natura, il carattere di un popolo appare come un’equivoca combinazione di conoscenza e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si vuole debba essere».

Il paese degli egoisti con il record di donatori d'organi. Chiaromonte, sui monti lucani, fu descritto dal sociologo Banfield come culla dell'anti solidarietà. Ma è una bufala, scrive Nino Materi, Lunedì 23/01/2017, su "Il Giornale". A Chiaromonte, 1.933 abitanti in provincia di Potenza, due avventori del bar-ristorante-affittacamere La porta del Pollino discutono. E nell'aria echeggiano frasi un po' surreali, del tipo: «Amorali noi? Amorale sarà lui. Certo lui non era un donatore di organi come noi». Ma chi è il deprecato «lui»? Si tratta del professor Edward C. Banfield (Bloomfield, 1916 - Vermont, 1999) politologo e sociologo statunitense, autore del saggio The moral basis of a backward society del 1958 (tradotto per Il Mulino come Basi morali di una società arretrata), in cui introdusse la nozione di «familismo amorale», attribuendone l'«infamia» proprio al modo di «relazionarsi tipico dei chiaromontesi».

«A Banfield, se fosse ancora vivo, dovremmo far leggere la ricerca della nostra amica» riprende la coppia del bar. L'«amica» in questione è la giovane sociologa Antonietta Di Lorenzo, autrice dello studio «Arcipelago donazioni», in cui si dimostra come Chiaromonte sia «la capitale italiana delle donazioni di organi», con una percentuale doppia rispetto alla media nazionale. E così i chiaromontesi si interrogano su un quesito che li assilla non poco: «Ma noi siamo il paese amorale descritto da Banfield o il paese virtuoso descritto dalla Di Lorenzo?». Disonore o onore di Chiaromonte dipendono da questi due «opposti estremismi». «Avere una reputazione in bilico tra bene e male è la nostra condanna - ci racconta Vito Telesca, emigrato al nord ma con Chiaromonte nel cuore -. Quando ero studente lessi il saggio di Banfield ne soffrii tantissimo. Questa ricerca è una rivincita». Ma in cosa consiste tecnicamente il «familismo amorale»? Nel «massimizzare solo i vantaggi della propria famiglia ristretta, e pensare che tutti gli altri si comportino alla stessa maniera». Tradotto: farsi gli affari propri senza uscire dall'area ristretta del proprio clan. Ma probabilmente Banfield non aveva mai letto l'aforisma di Leo Longanesi che nel '45 scrisse: «La bandiera nazionale italiana dovrebbe recare una grande scritta: tengo famiglia». E di aforismi è pratico anche Angelomauro Calza, animatore del sito giornalistico-satirico TiGiuro cui la «maldicenza» di Banfield su Chiaromonte non va proprio giù: «La società italiana (e non solo quella italiana) è intrisa di nepotismo e raccomandazioni. Il mondo della politica è lo specchio di una parentopoli nazionale che abiura la meritocrazia premiando invece i furbetti dell'opportunismo. E Banfield che fa? Fa affondare le radici di questo diffuso malcostume solo nel terreno di Chiaromonte?». Allora Banfield si è inventato tutto? «Io penso - ci spiega Calza, figlio del poeta Carlo Calza - che Banfield abbia ipotizzato a tavolino la sua teoria, individuando in Chiaromonte il posto giusto per ambientarla. Magari anche raccogliendo suggerimenti che giovavano a opportunità di politiche internazionali degli Usa in quel periodo, Banfield mise piede su terra di Chiaromonte, per dimostrare, non per studiare e poi elaborare, come da decenni si millanta». Una difesa d'ufficio che però trova concreti riscontri di una ricerca della sociologa potentina, Antonietta Di Lorenzo. Mi sono concentrata sulla donazione degli organi a livello sia europeo che nazionale - spiega Di Lorenzo -. Poi, restringendo il mio campo d'azione, sono andata a cercarmi i dati riguardanti la Basilicata: l'elemento clamoroso che ho riscontrato è stato il dato registrato a Chiaromonte, che ha fatto registrare il più alto numero di donazioni per milioni di persone». Una prova di grande altruismo e solidarietà, con tanti saluti per il Banfield-pensiero. Ma da cosa nasce la «conversione» virtuosa? A venirci in soccorso è l'archivio storico del Comune di Chiaromonte dove si conserva memoria di una tragedia emblematica: nel 1995 Rosella Popia, una ragazza di Valsinni (paese limitrofo a Chiaromonte) morì a seguito di un incidente stradale e i suoi genitori decisero di donare gli organi. Una scelta che provocò un effetto-domino che venne ribattezzato «fenomeno Rosella»: a Chiaromonte, dove la madre di Rosella era ostetrica, la popolazione iniziò a sottoscrivere disponibilità alle donazioni. Un trend di generosità che da allora non si è mai fermato. Il tutto mentre a Valsinni si registrava, sempre grazie al «fenomeno Rosella», un altro piccolo record positivo: la fondazione della prima sede Aido (Associazione italiana donatori di organi) della Basilicata. La tesi di Banfield è quindi completamente da smontare? «Probabilmente sì - sostiene Di Lorenzo -. Nel '50 uscivamo da due guerre mondiali, è normale che si cercasse di racimolare quel che era possibile in primis per se stessi e per i propri cari». Peccato che Banfield parlasse essenzialmente di «profondi atteggiamenti e convinzioni interiori» che di materiale avevano ben poco. Ma ormai sono in molti i sociologi moderni che ritengono quella di Banfield una teoria superata. Tra loro spicca, ad esempio, Alessio Colombis: «Parlare ancora oggi del familismo amorale, senza prenderne le distanze, significa continuare a diffondere un grave pregiudizio nei confronti della popolazione chiaromontese e lucana in genere, che, rispetto alle altre del Mezzogiorno, era - ed ancora oggi in gran parte rimane - non solo priva di criminalità organizzata ma anche più genuina e più vicina allo spirito comunitario». Ma c'è anche chi vede nel familismo qualcosa non di non necessariamente amorale, anzi il suo opposto. Come Isaia Sales che scrive: «Collocare nella propria scala di affetti e di interessi i familiari prima degli estranei non è una cosa moralmente sanzionabile, né tanto meno chi lo fa è (agli occhi della pubblica opinione, ndr) necessariamente un pessimo cittadino. I Bush padre e figli sono stati presidenti degli Stati Uniti, la famiglia Kennedy è stata una specie di dinastia politica, Clinton e la moglie hanno occupato per anni la scena politica americana, in Italia gli Agnelli hanno trasmesso il potere sulla Fiat da quattro generazioni». Conclude sarcastico Angelomauro Calza, autore tra l'altro di un pamphlet su Giovanni Passannate, l'anarchico lucano autore nel 1878 di un attentato fallito alla vita del re Umberto I: «Perfino il nostro ex premier Renzi non è stato eletto dal popolo sovrano, ma cooptato nelle stanze del potere». Quando si dice il «cooptismo amorale».

La cooptazione è nella Costituzione, scrive il 2 ottobre 2012 "Wittgenstein.it". Alessandra Moretti – portavoce della campagna Bersani per le primarie e vicesindaco di Vicenza – ha saggiamente smontato un luogo comune e motivo di indignazione a comando: quello che vede il male dei mali nella “cooptazione” in quanto tale, a prescindere dai suoi criteri. Ne avevo scritto così in Un grande paese. Negli anni passati in Italia si è molto criticata la cooptazione. Abbiamo chiamato così il sistema per cui qualcuno accede a posti di più o meno grande responsabilità o rispettabilità, in quanto scelto da qualcun altro che abbia il potere di promuoverlo. E pensando che questo generico procedimento fosse responsabile di ogni mancato apprezzamento del merito, abbiamo stabilito che il problema fosse la cooptazione. Abbiamo associato un significato fortemente negativo a una parola che si riferisce genericamente alla scelta di qualcuno, senza farci domande sui criteri effettivi di quella scelta. Ogni promozione è diventata cooptazione, ogni cooptazione scandalo. Abbiamo convenuto che la radice da estirpare fosse la cooptazione, senza riflettere sul fatto che sistemi di cooptazione rendono efficaci istituzioni, comunità e aziende da sempre, e che persino la Costituzione prevede la cooptazione rispetto a diversi poteri dello Stato: indicando che si diventi ministri, o assessori, per cooptazione. Abbiamo discusso di: cooptazione. Abbiamo discusso di una parola. E tutto quel che abbiamo concluso è: la-cooptazione-è-sbagliata. E oggi Moretti condivide, con ragioni personali ma ben fondate. Meritocrazia e cooptazione (o nomina) non sono concetti necessariamente in conflitto tra loro. All’interno di un’organizzazione, sia economica che sociale, alcuni incarichi sono assegnati per via elettiva altri per via concorsuale e altri ancora tramite nomina o cooptazione. I meriti, le qualità, le doti per cui viene nominato un dirigente sono sempre oggettivi?  Si può parlare di meritocrazia? Credo che buon capo, come un buon dirigente si possano valutare anche sulla base della qualità dei collaboratori di cui scelgono di avvalersi, ma rimane pur sempre un metodo discrezionale. Anche il nostro attuale Premier ed i Ministri della nostra Repubblica sono dei cooptati.

Se la classe dirigente rappresenta solo se stessa e i suoi amici, scrive Daniele Marini su “L’Inkiesta” il 29 Maggio 2012. L’Italia soffre di un sistema di rappresentanza a circuito chiuso. Che si genera e alimenta tutta al suo interno. L’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è focalizzata sul ceto politico, sulla casta. Giustamente. Sono quelli che portano la responsabilità maggiore delle scelte che ricadono su cittadini, famiglie e imprese. Ma se i politici sono lo specchio del Paese, allora dobbiamo porci qualche interrogativo in più. A maggior ragione dopo giorni di discussione sugli esiti delle recenti amministrative, sulla (presunta) antipolitica di una parte consistente della popolazione, sul fenomeno del Movimento 5 stelle. In questo senso, bene ha fatto Luca Ricolfi sulle colonne de La Stampa (27.5.2012) a sollevare il tema spinoso della classe dirigente. Che non è soltanto quella politica, appunto. Ma quella che alberga nei mondi associativi e della rappresentanza organizzata, nelle organizzazioni sindacali così come nelle banche, nelle sue fondazioni e negli enti intermedi. Con diverse gradazioni, i leader dei partiti politici, soprattutto di quelli personali e carismatici (come la Lega, Forza Italia prima e il PdL poi. Ma anche il centrosinistra non ne è esente), hanno realizzato un meccanismo di selezione della classe dirigente dove il criterio della fedeltà e dell’adesione ha fatto aggio su quello del merito, della professionalità e della critica. In una sorta di “familismo amorale”, rafforzato da un “con me o contro di me”, si è inverata una selezione per esclusione progressiva. Dove le voci critiche e riflessive sono diventate, poco alla volta, eretici da marginalizzare. Il problema è che un meccanismo analogo ha intessuto anche gli altri ambiti dei mondi della rappresentanza. Inverando – per riformulare la locuzione di Ricolfi – un meccanismo di “cooptazione a ripetere”. Senza voler fare tutto di un’erba un fascio, tuttavia è sufficiente, per esempio, fare un’esplorazione all’interno delle organizzazioni sindacali, dove i gruppi dirigenti cambiano sì, ma spostandosi da una categoria all’altra, limitando al massimo così l’ingresso di nuove forze. Oppure nell’ambito delle associazioni imprenditoriali. In questo caso, i ruoli di vertice hanno meccanismi di rinnovo più celeri (fatto salvo che negli anni recenti non sono pochi i casi in cui modifiche statutarie tendono a prolungare la durata degli incarichi), ma poi si assiste alla chiamata a incarichi di rappresentanza nei mondi collaterali, come quello bancario o assicurativo. Da qui, a loro volta, risulta facile cooptare all’interno di questi ambiti altre persone considerate vicine, che condividono i medesimi interessi e partecipano dei medesimi gruppi di potere. L’esito finale è lo sviluppo di un insieme di relazioni e regole vischioso che rende praticamente impossibile, se non in modo estremamente lento e complesso, un ricambio effettivo della classe dirigente. E rende questi gruppi dirigenti impermeabili alle sollecitazioni che vengono dall’esterno. Impermeabili perché la reciprocità delle loro relazioni le spinge ad auto-sostenersi e proteggersi. Tutto ciò spiega perché questi sistemi di rappresentanza sono incapaci: 1) di riformare le proprie organizzazioni; 2) di guardare al futuro e fare scelte strategiche, perché ripiegate sulla propria conservazione; 3) di percepire il distacco che si è generato nei confronti dei cittadini, degli aderenti, dei soci. È l’esito del meccanismo della “cooptazione a ripetere”. Un meccanismo che, a mio avviso, prende avvio negli anni ’70, quando i mondi dell’associazionismo e della rappresentanza non costituiscono più il canale privilegiato della formazione per l’approdo all’esperienza politica. Quando gli stessi partiti hanno via via smesso di formare nelle apposite scuole la loro classe dirigente. La “cooptazione a ripetere” si può rompe per un evento traumatico proveniente dall’esterno, com’è stato nel caso di Tangentopoli o, più di recente, com’è nel caso del PdL e della Lega. O perché emerge una leadership culturale in grado di esprimere e imporre una vision, nuovi valori dell’azione della rappresentanza. Una nuova leadership non può che venire dalle giovani generazioni. Finora, quelle che hanno tentano di approcciare questi percorsi più spesso hanno abbandonato sfiduciati e si sono dedicati ad altro. Esprimono il loro essere classe dirigente in altre forme: nell’imprenditoria, nella cooperazione, nell’associazionismo volontario. Una leadership per diventare tale necessita comunque di incubatori, di contenitori dove si realizzino percorsi di formazione e di educazione alla politica. Ciò non significa tornare alle forme del passato. Sarebbe impossibile. Ma offrire luoghi strutturati dove lo spazio della riflessione e dell’esercizio della critica sia la materia d’insegnamento quotidiana. Là dove ciò si realizza, i giovani non si sottraggono. La sfida della creazione di una classe dirigente del futuro si gioca nella sua formazione.

Merito e cooptazione, scrive Matteo su "tidiverticompany.com". Non mi piacciono le citazioni, sono un fare sfoggio della propria ignoranza, per dirla alla Nino Frassica. Però a volte capita che qualcuno, molto prima di noi, abbia espresso certi concetti meglio di tutti quelli che sono venuti dopo quindi ho bisogno di menzionare due aforismi. Uno é di la Rochefocauld che diceva che tutti sembriamo degni delle cariche che non ricopriamo. Il secondo appartiene al Saggio Confucio che raccomandava di non dolersi se non si vedono riconosciuti i propri meriti. La vera fonte di rammarico deve essere nel non saper riconoscere quelli altrui. Cito queste due massime per parlare riguardo la cooptazione che consiste nell’aggregare ad un organo collegiale candidati scelti da uno o piú membri del collegio stesso, in genere i più anziani o potenti. Questa maniera di fare é tipica delle corporazioni e delle associazioni di categoria. É molto diffusa anche nelle università, in politica e in tutti i centri da cui si sviluppa una qualsivoglia forma di potere. É una delle ragioni principali per cui si parla di casta riferendosi ad alcuni settori della società particolarmente chiusi, autoreferenziali che appaiono formati da persone occupate esclusivamente nel mantenere i privilegi acquisiti ( la casta dei notai, la casta della politica etc..). In maniera impropria si potrebbe utilizzare la parola “raccomandare” per descrivere alcune azioni insite nel termine cooptazione. Il più grosso dei danni compiuti da questa pratica non é quello di aver messo incapaci in posizioni di responsabilità, spesso ai più alti livelli decisionali. Non é neanche quello di aver, per proprietà transitiva, lasciato nel dimenticatoio gente di talento che per virtù varie avrebbe meritato soddisfazioni e compiti maggiori. Il danno consiste in due aspetti complementari: primo, l’aver fornito a un esercito di mediocri la giustificazione migliore ai propri insuccessi. Così, dopo anni di brutti voti perché” il professore non sa spiegare” o “perché al professore sto antipatico”, il mediocre potrà continuare a giustificarsi dicendo: “non mi assumono perché se non sei raccomandato non vai da nessuna parte”. Io chiamo questo ragionamento sindrome del tennista pensando a quei giocatori che se la prendono con la racchetta perché hanno sbagliato il passante. Il secondo aspetto é il senso di delegittimazione che circonda tutti quelli che sono riusciti a raggiungere una carica ambita da altri: sei diventata la conduttrice di un programma RAI? Tutti pensano che te la fai con il direttore di rete dimenticando le lunghe ore di lezioni di dizione, recitazione, sceneggiatura, danza canto che hai preso. Diventi assistente di un noto barone universitario? Questo perché qualcuno ti ha raccomandato e non perché il professore in te ha visto qualità superiori o una maggiore passione rispetto agli altri studenti. Fai strada in azienda? Sei uno yes man prono e sottomesso al capo. Fai carriera in politica? Sei un individuo squallido, pronto a ricattare, malversare, colluso, sceso chissà a quali inconfessabili compromessi. É ovvio che qualcuno che ha una opinione del genere dei suoi superiori non ci lavorerà che male, con crescente frustrazione e acredine di tutte le persone coinvolte.

Le raccomandazioni diventano così la scusa principale che molti mediocri utilizzano per consolarsi dei propri insuccessi e sentirsi migliori di quello che in realtà sono. Diffidate di chi fa della guerra contro il “familismo amorale”, il nepotismo, la cooptazione la propria principale ragione d’essere. La vera persona intelligente queste cose le mette in conto come parte delle difficoltà che si incontrano normalmente nell’ambito lavorativo. Magari cerca di utilizzarle a suo vantaggio. Sicuramente cerca di adattarsi e sviluppare meccanismi di compensazione che gli permettano di continuare a progettare, pensare. Vivere. Con questo non sto difendendo una prassi che ostacola pesantemente lo sviluppo del Paese e che crea migliaia di persone frustrate e insoddisfatte. Però, ho voluto portare all’attenzione un altro aspetto spesso trascurato: il giustificazionismo di molti che si sentono esclusi da vere e presunte spartizioni di incarichi.

CERVELLI IN FUGA.

Poletti, il calcetto e tutte le gaffe su giovani e lavoro. Dai "bamboccioni" di Padoa Schioppa alla monotonia del posto fisso di Monti. Oltre Poletti, tutti i politici che sono scivolati sui giovani e il loro futuro, scrive Maria Franco il 29 marzo 2017 su "Panorama". Questa volta non si è trattato di un congiuntivo sbagliato, di un errore di geografia, di una citazione erroneamente attribuita e nemmeno di sviste sulla Costituzione. A scatenare la polemica che ha investito il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è stata infatti una frase espressa in italiano corretto, secondo molti anche onesta nel contenuto ma per tutti tragicamente inopportuna.

Il calcetto. Incontrando gli studenti dell'istituto tecnico professionale Manfredi-Tanari di Bologna, Poletti ha infatti suggerito loro di coltivare il più possibile le relazioni sociali. Nulla di male se non avesse anche aggiunto che per trovare lavoro è “più utile giocare a calcetto che mandare in giro curricula”. Molte ricerche gli danno ragione: secondo i dati Isfol solo il 3% trova lavoro attraverso i centri per l'impiego mentre “l’Italia continua ad essere un paese – ha dichiarato il Commissario straordinario dell'ente pubblico di ricerca Stefano Sacchi - dove per trovare lavoro conta moltissimo la rete di conoscenze che un individuo può mettere in campo”. Eppure il ministro è stato travolto da critiche e attacchi e le opposizioni, Lega e Movimento 5 Stelle in testa, ne hanno chiesto le dimissioni.

I cervelli in fuga. D'altra parte il ministro del Lavoro non è nuovo a questo tipo di esternazioni scivolose. Qualche mese fa, a colloquio con dei giornalisti in difesa del Jobs Act, Poletti usò frasi piuttosto sprezzanti nei confronti di chi decide di lasciare l'Italia per cercare miglior fortuna all'Estero: “conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Anche allora il ministro tentò di correggere il tiro e si scusò: “non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l'Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all'estero. Penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri”. Un'altra polemica risale a circa un anno fa quando sempre Poletti dichiarò che “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”.

Fornero e i giovani “choosy”. Tra i ministri meno amati nella storia della Repubblica italiana, Elsa Fornero viene ancora oggi ricordata come la professoressa che ha sbagliato i conti sui cosiddetti “esodati” e che ha dato dei “choosy” (schizzinosi) ai giovani che non si accontentano di ciò che gli viene offerto quando si affacciano al mondo del lavoro. Per esattezza ciò che allora fece la ministra fu elargire loro il consiglio di “non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi”. Ricordando ciò che ella era solita dire sempre ai suoi studenti, Fornero suggeriva che fosse opportuno prendere subito il primo lavoro che capitava per poi “da dentro” guardarsi intorno. Anche in questo caso sarebbe ipocrita negare che il 99% dei genitori italiani suggeriscano la stessa cosa ai loro figli. Ma da un ministro del Lavoro i giovani italiani si aspettano non consigli bensì soluzioni che li sottraggano a un futuro da precari a tempo indeterminato.

Monti e il posto fisso. Certo è che dentro il governo Monti, di cui Fornero ha fatto parte, il posto fisso non ha mai goduto di un particolare favore. “Che noia” dichiarò infatti l'allora premier Mario Monti a Matrix. “I giovani devono abituarsi all'idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare”. Peccato che in un Paese dove, secondo dati Istat, la disoccupazione giovanile si attestava a gennaio al 40,6%, il problema non è più nemmeno quello di trovare un posto fisso ma di trovarne uno qualsiasi.

Anna Maria Cancellieri e i mammoni. Quasi che denigrare i giovani fosse diventata l'ossessione di molti dei membri del governo Monti, anche l'allora ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri non si fece scappare l'occasione di lanciare la propria personale bombetta. Intervistata da Tgcom24, la ministra che fu costretta a dimettersi quando da Guardasigilli del governo Letta fu coinvolta nel caso Ligresti, in una sola frase Cancellieri rievocò la celebre etichetta di “bamboccioni” appiccicata addosso ai giovani dal Padoa Schioppa e ribadì il giudizio espresso da Monti sul posto fisso: “Siamo fermi al posto fisso nella stessa città – disse infatti – di fianco a mamma e papà...”.

Martone e gli sfigati. Sui giovani, il lavoro e il loro futuro anche l'allora viceministro al Welfare (sempre del governo Monti) volle consegnare alle cronache una perla di presunta saggezza ma di dubbia opportunità. Alla sua prima uscita pubblica, un convegno sull'apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, Michel Martone bollò infatti come uno “sfigato” chi a 28 anni ancora non è riuscito a mettersi una laurea in tasca. “Dobbiamo dire ai nostri giovani - disse il vice della Fornero - che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa”. Anche in questo caso il consiglio dall'alto, paternalistico e secchione, di un “giovane” particolarmente fortunato, fu respinto al mittente con profluvio annesso di infuocate polemiche.

Padoa Schioppa e i bamboccioni. A conquistarsi il titolo di “madre di tutte le gaffe” fu quella scappata allo scomparso ministro dell'Economia nel secondo governo Prodi Tommaso Padoa Schioppa. Nel presentare la finanziaria del 2007, l'allora titolare di via XX Settembre disse infatti che le misure a favore delle famiglie sarebbero servite anche “a mandare i 'bamboccioni' fuori di casa". Cioé incentivare l'uscita di casa da parte dei giovani che adesso restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”. Ma quanti sono quelli che non si rendono autonomi per scelta? Una domanda che evidentemente il ministro non si pose o che non ritenne opportuno porsi per evitare di essere in futuro ricordato solo per questo episodio nonostante una prestigiosa e lunga carriera ai vertici sia della Commissione europea che della Banca d'Italia.

Brunetta e l'Italia peggiore. Anche perdere la pazienza in pubblico può giocare brutti scherzi a chi fa politica. È successo per esempio al capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta all'epoca in cui era ministro della Funzione Pubblica. Al termine del suo intervento a un convegno sull'innovazione, un gruppo di precari chiede di prendere la parola. Il ministro chiamò sul palco due donne (precarie dell'agenzia tecnica del ministero del Lavoro) e appena quelle pronunciarono la parola “precarie”, Brunetta scese dal palco pronunciando uno stizzito “siete l'Italia peggiore”.

Poletti, Padoa-Schioppa, Berlusconi: dieci anni di battute contro i giovani precari. "Meglio il calcetto del curriculum" è stato solo l'ultimo sfottò di una lunga serie di uscite governative. Da Donne sposate mio figlio! agli sfigati senza ancora una laurea, scrive Wil Nonleggerlo il 28 marzo 2017 su "L'Espresso". Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti "Sfigati", "poco occupabili", "bamboccioni", "choosy"”. Insomma, "l'Italia peggiore". Dieci anni di crisi economica, dieci anni di battutine, sfottò, consigli imbarazzanti per studenti, precari e mondo del lavoro in generale. Ecco la risposta governativa ad una disoccupazione giovanile che veleggia stabile sul 40%, tra le più alte dell'Eurozona. L'ultimo caso riguarda il ministro del Lavoro Poletti: inviare curricula? Meglio il calcetto, crea più opportunità. Scivoloni di questo tipo non riguardano ovviamente solo i governi Renzi-Gentiloni, partono da Padoa-Schioppa e attraversano 10 anni di esecutivi, politici e tecnici. Li abbiamo raccolti per voi.

- Meglio il calcetto dei curricula (Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti agli studenti dell'istituto tecnico professionale Manfredi-Tanari di Bologna - 27 marzo 2017): Nella ricerca di un lavoro "il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale", si creano più opportunità "a giocare a calcetto che a mandare in giro i curricula".

- Dopo lo scoppio delle polemiche il ministro Poletti prova a spiegare meglio il concetto (28 marzo 2017): "Critiche? È una stupidaggine sintetizzare in una riga due ore di dialogo con i ragazzi. Il calcetto, se volete, è la metafora della relazione sociale".

- Fuori dai piedi (Il ministro Poletti a colloquio con i giornalisti a Fano - 19 dicembre 2016): "Bene così: se 100mila giovani sono andati via non vuol dire che qui siano rimasti 60 milioni di pistola. Quelli che se ne sono andati è bene che stiano dove sono, il Paese non soffrirà sicuramente nel non averli più tra i piedi".

- Consigli per la laurea (Il ministro Poletti - non laureato - durante la convention di Veronafiere "Job&Orienta" - 26 novembre 2015): "Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21".

- Italiani poco occupabili (Enrico Giovannini, ministro del Lavoro nel governo Letta - 9 ottobre 2013): "L'Italia esce con le ossa rotte dai dati dell'Ocse diffusi ieri: dati che ci mostrano come gli italiani siano poco 'occupabili', perché molti di loro non hanno le conoscenze minime per vivere nel mondo in cui viviamo e non costituiscono capitale umano su cui investire per il futuro".

- Choosy (Elsa Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti, durante un convegno a Milano - 22 ottobre 2012): "I giovani escono dalla scuola e devono trovare un'occupazione. Devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi". 

- Sfigati (Michel Martone, viceministro del Lavoro del governo Monti, alla sua prima uscita pubblica, in un convegno sull’apprendistato organizzato dalla Regione Lazio - 24 gennaio 2012): "Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi, dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato".

- Precari, siete l'Italia peggiore! (Renato Brunetta, ministro per la Funzione Pubblica del governo Berlusconi, risponde così ad un gruppo di precari durante la terza edizione della “Giornata Nazionale dell’Innovazione” - 14 giugno 2011): Il ministro invita due donne che chiedono di fare una domanda sul palco, ma non appena pronunciano la parola "precari" Brunetta perde completamente la pazienza: "Grazie, arrivederci. Questa è la peggiore Italia!". Uscendo dalla sala strapperà pure il cartellone dei manifestanti.

- La ricetta di Berlusconi contro la precarietà: donne, sposate mio figlio! (L'allora premier risponde ad una studentessa che nel corso della rubrica del Tg2 Punto di vista gli chiede come sia possibile, per una giovane coppia, farsi una famiglia senza un lavoro stabile - 13 marzo 2008): "Intanto bisognerebbe che in questa giovane coppia - ed è un consiglio che da padre mi permetto di dare a lei - dovrebbe cercarsi magari il figlio di Berlusconi o di qualcun altro... Lei col sorriso che ha potrebbe anche permetterselo!".

- I bamboccioni (Tommaso Padoa-Schioppa, ministro delle Finanze del governo Prodi, promuovendo agevolazioni all'affitto per i più giovani - 6 ottobre 2007): "Mandiamo i bamboccioni fuori casa!".

 “Sfigati”, disse il dottor Michel Martone, viceministro per un quarto di stagione. “Bamboccioni”, disse il ministro Tommaso Padoa Schioppa. “Choosy”, schifiltosi e pigri, così il ministro Elsa Fornero. “Giovani in fuga? Conosco gente che è meglio non averla tra i piedi”, dice il ministro Giuliano Poletti in carica al dicastero del Lavoro. In principio fu Tommaso Padoa Schioppa. Nel 2007 l'allora ministro dell'Economia, scomparso nel 2010, definì "bamboccioni" i giovani italiani. "Mandiamoli fuori di casa", disse all'epoca. E giù polemiche, con l'Italia spaccata tra bamboccioni sì e bamboccioni no. Da allora è stato un susseguirsi di sparate sui ragazzi del Belpaese. Fornero, Martone, Giovannini e il 26 novembre 2015 Giuliano Poletti secondo cui una laurea presa a 28 anni con 110 e lode non serve a un fico.

Basta! Ora siamo pure incompetenti. Da Padoa-Schioppa a Fornero, da Martone a Giovannini: i ministri se la prendono sempre con gli italiani in difficoltà. Bamboccioni, choosy e chi ne ha più ne metta. Ma perché non si guardano allo specchio? 9 ottobre 2013 da Libero quotidiano. Dopo “choosy”, “scansafatiche” e “bamboccioni”, ora gli italiani sono pure “incompetenti”. Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, dopo sei mesi a palazzo Chigi centra subito l’obiettivo: farsi odiare da chi lavora e soprattutto da chi un lavoro non ce l’ha. Intervenendo a un convengo sul Senato sui 10 anni della legge Biagi, Giovannini afferma: “L’Italia esce con le ossa rotte dai dati dell’Ocse diffusi ieri: dati che ci mostrano come gli italiani siano poco occupabili, perché molti di loro non hanno le conoscenze minime per vivere nel mondo in cui viviamo e non costituiscono capitale umano su cui investire per il futuro”. Affermazioni pesanti di per sé, ancora di più se a pronunciare è il ministro del Lavoro”. Ma il ministro non fa marcia indietro: “Quelle cifre – ha aggiunto – ci mostrano quanto siamo indietro in termini di capitale umano e di occupabilità. La responsabilità di questa situazione – ha concluso – è di tutti”. Il dato di ieri dell’organizzazione mostrava come l’Italia sia tra gli ultimi posti al mondo per le competenze fondamentali necessarie a muoversi nel mondo del lavoro e della vita sociale. Ma quei dati di certo non sono il passaporto per poter definire gli italiani come “incompetenti” e “inoccupabili”. Insomma Giovannini si accoda subito alla buona tradizione di offese che sono piovute sugli italiani negli ultimi anni. Giovannini come la Fornero – L’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero qualche mese prima di lasciare il suo incarico disse chiaramente: “Gli italiani costano tanto e lavorano poco”. La bordata era arrivata subito dopo l’attacco ai giovani disoccupati che, sempre la Fornero, definì “choosy”, ovvero “stizzinosi, con poco spirito di adattamento”. Infine l’attacco di Giovannini è in linea con quello dell’ex ministro del Tesoro, Tommaso Padoa Schioppa che definì i giovani disoccupati come “bamboccioni”. Mentre l’ex sottosegretario al Lavoro, Martone disse che “laurearsi dopo i 28 anni, è roba da sfigati”.

Bamboccioni, choosy, pistola: quando i ministri fanno infuriare i giovani, scrive Ugo Barbàra su "Agi" il 20 dicembre 2016. Le scuse non bastano a fugare le nubi di tempesta che si addensano sul ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. "Non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l'Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all'estero" ha detto dopo che sul web si è diffusa alla velocità della luce una sua affermazione riportata dalla stampa su alcuni giovani andati all'estero, "questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi". "Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso", si legge nella nota di precisazione. "Penso, semplicemente", aggiunge, "che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri. Ritengo, invece, che è utile che i nostri giovani possano fare esperienze all'estero, ma che dobbiamo dare loro l'opportunità tornare nel nostro paese e di poter esprimere qui le loro capacità e le loro energie". 

Il Fatto Quotidiano traccia un parallelismo tra le parole di Poletti e quelle di Claudio Scajola, che definì "rompicoglioni" Marco Biagi, il giuslavorista ucciso il 19 marzo del 2002 dalle nuove Brigate Rosse. Ricercatori, ma anche liberi professionisti di livello, imprenditori, inventori di start up: per Poletti meglio che se ne siano andati, ad arricchire con le loro conoscenze, la loro capacità di intuito e di analisi, la loro immaginazione e fantasia, altri paesi. 

Non è la prima volta che Poletti attira su di sé le ire dei laureati. Poco più di un anno fa se ne uscì con un'altra frase destinata a scatenare ondate di polemiche: "rendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21". Ma non è l'unico, tra i vertici delle istituzioni, a primeggiare per impopolarità tra i giovani. 

In ottobre è stato il ministero dello Sviluppo economico a fare una gaffe non da poco: la blogger Eleonora Voltolina aveva trovato in un opuscolo destinato agli investitori esteri un invito forse allettante per loro, ma non lusinghiero per i lavoratori italiani il cui senso era questo: costano poco anche quando hanno un elevato tasso di scolarizzazione. 

Nell'ottobre del 2012 fu l'allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero, a finire sotto il fuoco delle polemiche per una frase sui giovani che non devono essere troppo schizzinosi al momento dell'ingresso nel mercato del lavoro. “Non devono essere troppo choosy nella scelta del posto di lavoro. Meglio cogliere la prima occasione e poi guardarsi intorno”.

Dieci mesi prima, nel gennaio del 2012, era stato il viceministro del Lavoro, Michel Martone, a dare degli 'sfigati' ai giovani: "Se a 28 anni non sei ancora laureato - aveva detto partecipando a un incontro sull'apprendistato - sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari".

Nell'ottobre del 2007 era stato l'allora ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa a usare un termine destinato a diventare di uso comune nel dibattito politico. Le misure a favore delle famiglie, disse presentando la finanziaria, serviranno anche "a mandare i 'bamboccioni' fuori di casa. Cioé incentivare l'uscita di casa da parte dei giovani che adesso restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi". 

La guerra infame del potere contro i giovani di questo Paese. Da Poletti alla Fornero. Ma il suo capostipite fu il ministro Padoa Schioppa, passato alla storia con la sua invettiva contro "i giovani bamboccioni", scrive Luca Telese il 20 dicembre 2016. Dei pistola. Malagente. Persone indesiderate da tenere - addirittura - fuori dall'Italia. L'incredibile gaffe del ministro al Lavoro Giuliano Poletti questa volta va studiata nel dettaglio. E non per ridicola e flebile richiesta di scuse che ha seguito l'infelice sortita, ma perché - purtroppo - non rappresenta un caso isolato. "Se 100mila giovani se ne sono andati dall'Italia - ha detto il ministro con incomprensibile fare aggressivo - non è che qui sono rimasti 60 milioni di 'pistola'". Il ministro del Lavoro, conversava amabilmente con i giornalisti a Fano e pochi minuti prima aveva difeso il Jobs Act del governo e aperto alla possibilità di rivedere le norme sui voucher. Già questa, a ben vedere, era una manifestazione di stato confusionale, visto che solo tre giorni prima lo stesso ministro si augurava una crisi anticipata del suo governo, pur di impedire il referendum abrogativo sui voucher e sull'articolo 18. Ma evidentemente, mentre fingeva di aprire, Poletti sembrava anche interessato a punire, se non altro sul piano simbolico: "Intanto - osservava stilando il suo atto d'accusa - bisogna correggere un'opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei 'pistola'. Permettetemi di contestare questa tesi". E a questo punto che era arrivato il colpo di grazia, la mazzata sui reprobi. "Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi". A chi si riferisse Poletti, non è dato di saperlo, resterà un mistero. Però ci sono almeno due indizi importanti da seguire. Il primo: le parole del ministro arrivano dopo un preferendo in cui le tesi del governo sono state bocciate a maggioranza quasi unanime, dagli elettori compresi nella fascia anagrafica fra i 18 e i 35 anni. La seconda, però, è molto più profonda, sottile, e merita una riflessione.

Denigrare i giovani è diventato uno sport nazionale. La guerra infame ed ideologica dei governi italiani contro i giovani in questo paese parte da lontano, e non è stata incominciata da Poletti. Ha il suo capostipite nelle parole scioccanti del ministro Padoa Schioppa che con il sorriso sulle labbra la sua celebre invettiva contro "i giovani bamboccioni". Italiani infantili e colpevoli perché incapaci di trovare una strada, mammoni, desiderosi di protezioni, pappe pronte e tutele. Non era che l'inizio. Quindi dopo il ministro dell'ulivo, fu la volta della ministra Fornero, la sacerdotessa del rigore con la lacrima facile, in uno dei suoi momenti di melodrammatica megalomania, si lanciò in una invettiva contro "i choosy", gli schizzinosi, contro i ragazzini che non hanno voglia di fare la propria parte. La faceva egregiamente lei, peraltro, massacrando i pensionati, battezzando con le sue lacrime di coccodrillo, battaglioni di esodati.

E che dire dell'allora sottosegretario al lavoro, Michel Martone? Anche lui ci era andato giù duro: "Hai 28 anni e non ti sei ancora laureato? Allora sei uno sfigato". A queste frasi, divenute ormai proverbiale, si sono aggiunte decine di dichiarazioni, di gaffe rivelatrici, di infortuni lessicali, seguiti da scuse più o meno maldestre in alcuni casi, e da nessuna scusa, nella maggior parte. Piuttosto che considerare questo florilegio una collezione di parole dal sen fuggite, o casi isolati, bisognerà rassegnarsi a prendere in considerazione questo repertorio di errori come una sorta di inconsapevole ma fluente manifesto ideologico. Come una dichiarazione di guerra a una classe sociale, anagrafica, che le classi dirigenti italiane considerano nemica. Mentre smantellavano diritti in tutte le leggi sul lavoro a partire dal pacchetto Treu, mentre colpivano la #buonascuola, mentre bastonavano, e non solo metaforicamente la precarietà, costruivano una apartheid di diritti, i governi italiani si sono dati la staffetta in un opera di demolizione psicologica delle loro vittime. Non sono loro ad avere colpa dell'esodo, non nel loro la responsabilità della fuga dei cervelli, non sono loro ad essere deficitari nelle loro risposte e iniqui nel loro operato. Con un geniale riflesso istintivo, hanno trasformando le loro vittime in carnefici, e viceversa.

Per alcuni i privilegi sono ormai una grazia dovuta. A sentire le sparate di Poletti e dei suoi epigoni, è chi paga il prezzo delle loro politiche che si deve vergognare e non viceversa. C'è dietro questa retorica cattiva, anche qualcosa di più, un istinto corporativo. La classe dirigente dei garantiti, che pensa a se stessa, ai propri figli e ai propri privilegi come ad una grazia dovuta. Come al biglietto di ingresso nel club dell'aristocrazia e delle elite. A tutti gli altri, invece, guarda come una masnada di usurpatori, disperati che si affollano bussando alle porte delle loro fortezze. I giovani che sono partiti, in verità, sono quelli che non rinunciano a muovere l’ascensore sociale. Sono quelli che non si mettono in fila di fronte ai nonni e ai baroni. Sono quelli che non accettano la geometria di potere delle vecchie e nuove caste, coloro che non vogliono pagare la tassa d'ingresso nelle corporazioni garantite. Fra qualche anno, quando tutto sarà più chiaro, le Fornero e i Poletti, che in questi anni la stampa e i media hanno trattato con i guanti di velluto, saranno ricordati come i razzisti americani degli anni ‘60, quelli che sorridevano con i colletti inamidati, mentre dormono coperture ideologica discorso lui, ai cappi, e ai roghi in cui si bruciavano i "negri" che non volevano piegarsi e accettare la parte dello zio Tom.

PARLIAMO DELLA PROVA DI IDONEITA’ PROFESSIONALE PER GIORNALISTI.

La precarietà dei giornalisti invisibili, scrive il 16 dicembre 2017 Valentina Tatti Tonni su "Articolo 21". Al pari degli altri danno senso alla verità, ma non sono retribuiti e il loro lavoro non è riconosciuto. In Italia c’è un sistema, perlopiù marcio che le cronache ben conoscono. In Italia per conoscere e volendo tutelare l’esercizio di una professione, c’è bisogno di un Ordine di categoria che come una grande impresa regoli gli iscritti con un badge (tessera di riconoscimento) e un’imposta annuale. Potranno lavorare in modo “regolare” solo i soci onorari dell’impresa. Tutti gli altri si sentiranno o saranno, poco labile la differenza, cittadini fuorilegge che svolgono una professione che non gli compete. C’è una diffusa credenza, falsa per il resto del mondo nel quale non esiste alcun Ordine perentorio e nel quale si è quello che si fa, che si diventi professionista solo entrando in possesso di questo magico libretto, lungi la riconoscenza che avrebbe potuto avere Joseph Pulitzer in assenza. Giornalista ed editore puro americano, di certo non si sarebbe sentito meno rispetto a un qualunque collega italiano. L’Italia dunque è una Repubblica fondata sul lavoro circoscritto a pochi eletti. I restanti fuori da questa ristretta cerchia, passano l’esistenza tra un contratto e un lavoro in nero. Nero come la borsa in tempo di guerra. Con un fazzoletto di volontà ben ripiegato nella tasca della giacca, nella loro mente sanno di essere buoni giornalisti ma si potrebbe affermare in loro l’idea di non essere considerati uguali dagli altri colleghi, non tanto per la giacca quanto per i diritti che si nascondono sotto. “Come hai fatto ad accettare un lavoro nero e sporcare così la professione?” si sentirà chiedere con astio, con tutte le colpe rovesciate in capo. E’ vero, avrebbe potuto non accettare e non avere alcuna visibilità, smettere di cercare l’opportunità giusta anche se spesso questo significherà ripiegare la passione e l’istinto. Avrebbe potuto vendere il suo ideale e il suo buon cuore al miglior offerente, barattare il pensiero prima che potesse giurare la sua lealtà alla Costituzione e alla deontologia. Avrebbe persino potuto evitare qualunque interferenza con la parola, sì, ma cosa sarebbe diventato senza la sua identità a contatto con la pelle? Non è giusto fare generalizzazioni. Esistono persone che sono riuscite nel loro intento, pur non avendo parenti o amici pronti a soccorrerli e indirizzarli. Sono riusciti a imboccare una strada e arrivare fino al traguardo senza scuole di giornalismo né aiuti di sorta. Tuttavia ogni persona ha una sua storia, ed è per questo presumo che il legislatore abbia voluto una legge costruita per assistere la professione, che prevedesse le sue problematiche e tentasse di risolverle. La precarietà in questo senso duplice è una di queste problematiche. E’ precario il lavoratore con un contratto provvisorio di cui si ci si attenda un cambiamento e dunque alla quotidianità vi si leghi un’aspettativa e un’ansia maggiore, ma è precario anche quel lavoratore d’altro canto minacciato per il suo operato o in alternativa imputato dinnanzi a una Corte composta di suoi pari che lo giudicheranno “colpevole di Giornalismo”. La condanna è la derisione ma non è possibile schierarsi per ricevere una miglior difesa, poiché da tale imputazione non ci si macchia per assenso generale ma per comportamento. Queste leggi approvate per rendere la precarietà meno illegale di fatto favoriscono l’incongruenza della disparità, non rendendo alcun merito a chi di questo lavoro ha fatto il suo mantra e la sua missione. Accedere a questo lavoro dovrebbe essere una possibilità, non un privilegio. E invece, le possibilità per accedervi sono ad oggi esclusive: frequentazione di una scuola biennale, il praticantato o la pubblicazione di un numero di articoli firmati e stipendiati in modo continuativo, queste le alternative per accedere alla professione. Il problema però è che a dispetto di dieci anni fa, la continuità è una chimera, così come il contratto, il pagamento, il praticantato, per una grande fetta di imprese editoriali presenti sul territorio non è neanche un’opzione. Va da sé che, esclusa la parentela e una dose di fortuna, il giornalismo resti un mondo a sé stante dove non tutti quelli che vogliono entrarvi a far parte ci riescono e, sia detto che, spesso, non è per mancanza di volontà ma a causa della privazione di tutta una serie di cose, come il fatto che sembra non esista più il mentore che ti dica: “Questo pezzo fa schifo, riscrivilo” e da queste sole piccole parole ti trasmetta il suo sapere e mantenga in te il coraggio di tentare. No, oggi il sapere è inserito dentro un cassetto elettronico, sterile e senza spessore umano. Così quella che si gioca è una corsa a ostacoli per vincere la penna d’oro, una corsa nella quale la competitività va a braccetto con la desolante paura di non essere abbastanza. Essendo l’Ordine un ente pubblico che gestisce l’albo associativo dei giornalisti italiani, dal 1963 anno della sua fondazione obbliga chiunque voglia intraprendere la professione a iscriversi e rispettare le sue leggi. Chiunque altro operi da freelance, non iscritto ad alcun registro, pur rispettando le leggi dell’albo cui vorrebbe appartenere per una forma di dipendenza, istiga tutti alla verità ma è un fuorilegge a tutti gli effetti. Se scrive o filma con cognizione lo può fare solo con le dovute precauzioni da cittadino, allargando così sotto di sé la piaga della casta. Può paragonarsi a un abile narratore, ma se vuole sfruttare la pazienza e l’insegnamento di un giornalista la cui realtà si misura con il badge di inserimento deve rischiare un ruolo che si sente addosso ma che non ha. Appartengono a questa fascia di professionisti, i giornalisti invisibili che vivono anni in un limbo fatto di sacrifici. Se lavorano in nero non è per compiacenza ma per necessità, e anzi, sapendo che prima o poi qualcuno potrebbe accorgersi del loro “stato temporaneo”, quasi in attesa trepidante di un visto speciale, sfoderano dalla penna o dalla telecamera un rigoroso senso morale e critico per ovviare al senso di manifesta inadeguatezza nella quale l’Ordine ci colloca. Se è lecito che non tutti si improvvisino del mestiere, che allo stesso modo verrebbe il dubbio del buon operato se un calzolaio si mettesse di punto in bianco a vendere viaggi, diverso sarebbe il caso di un calzolaio che in seguito a dovuti studi e approfondimenti abbia scoperto che è la pianificazione e la vendita del viaggio per conto terzi a rendere la sua vita migliore, sarebbe allora questo il modo per riconoscergli la possibilità di cambiare. Il giornalista invisibile, ugualmente, non può invece essere riconosciuto per l’inosservanza di un iter burocratico e la sua vita dovrà essere vincolata, senza per questo smettere di dare un senso alla verità rischiando tutto quello che gli basterebbe oltrepassare il confine per essere.

O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un'agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere.

Firenze, studente chiede a Mentana come diventare un giornalista. Lui lo gela: Hai un piano B? Scrive Andrea Lattanzi il 15 dicembre 2017 su “la Repubblica.tv”. "Nelle scuole di giornalismo ci sono giornalisti vecchi che insegnano il giornalismo di un'altra epoca. Sarebbe come se Napolitano insegnasse il Pci a Civati". Il direttore del Tg La7 Enrico Mentana, invitato all'università di Firenze per un'iniziativa sul giornalismo al tempo del web, risponde così a uno studente che gli chiedeva quali prospettive per i giovani nel giornalismo. "Il caso del giornalismo è emblematico di tutti i mestieri - ha detto Mentana - nei quali si va in pensione troppo tardi e non si assumono giovani". L'appello ai giovani resta quello già scritto su Facebook a inizio 2017: "Scendete in piazza ogni giorno, organizzatevi".

Enrico Mentana attacca: "Nelle scuole di giornalismo ci sono giornalisti vecchi che insegnano ai giovani com'era il giornalismo quando erano giovani loro. Sarebbe come se Napolitano insegnasse il Pci a Civati. Non serve a niente", scrive Francesco Curridori, Domenica 17/12/2017, su "Il Giornale". "Nelle scuole di giornalismo ci sono giornalisti vecchi che insegnano ai giovani com'era il giornalismo quando erano giovani loro. Sarebbe come se Napolitano insegnasse il Pci a Civati. Non serve a niente". Il direttore del Tg La7 Enrico Mentana, invitato all'università di Firenze per un'iniziativa sul giornalismo al tempo del web, risponde così a uno studente che gli chiedeva quali siano prospettive per i giovani che vogliono intraprendere la carriera giornalistica. "Se fossi un giovane scenderei costantemente in piazza a protestare. Non c'è chances per le nuove generazioni e il caso del giornalismo è emblematico anche per tutte le altre professioni", spiega Mentana. "Per permettere a chi fa il giornalista oggi e lo faceva ieri e l'altro ieri di continuarlo a fare, - spiega il direttore de La7 - si sono compromessi i futuri posti di lavoro e non c'è stato alcun tentativo di autoriforma della categoria per consentire un accesso agevolato ai giovani". "Questo - conclude - nell'ambito della crisi fa sì che, non essendo possibile per le garanzie contrattuali che hanno licenziare i giornalisti, è diventato impossibile negli ultimi dieci anni assumerne di nuovi".

“La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”. Intervista al sociologo storico Antonio Giangrande, autore di un centinaio di saggi che parlano di questa Italia contemporanea, analizzandone tutte le tematiche, divise per argomenti e per territorio.

Dr Antonio Giangrande di cosa si occupa con i suoi saggi e con la sua web tv?

«Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché dice che “La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

«Libri, 6 italiani su dieci non leggono. In Italia poi si legge sempre meno. Siamo tornati ai livelli del 2001. Un dato resta costante da decenni: una famiglia su 10 non ha neppure un libro in casa. I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero, scrive il 27 dicembre 2017 Cristina Taglietti su "Il Corriere della Sera". La gente usa esclusivamente i social network per informarsi tramite lo smartphone od il cellulare. Non usa il personal computer perchè non ha la fibra in casa che ti permette di ampliare più comodamente e velocemente la ricerca e l'informazione. La gente, comunque, non va oltre alla lettura di un tweet o di un breve post, molto spesso un fake nato dall'odio o dall'invidia, e lo condivide con i suoi amici. Non verifica o approfondisce la notizia. Non siamo nell'era dell'informazione globale, ma del "passa parola" totale. Di maggiore impatto numerico, invece, è la ricerca sui motori di ricerca, non di un tema o di un argomento di cultura o di interesse generale, ma del proprio nome. Si digita il proprio nome e cognome, racchiuso tra virgolette, per protagonismo e voglia di notorietà e dalla ricerca risulta quanti siti web lo citano. Non si aprono quei siti web per verificare il contenuto. Si fermano sulla prima frase che appare sulla home page di Google o altri motori similari, estrapolata da un contesto complesso ed articolato.  Senza sapere se la citazione è diffamatoria o meritoria o riconducibile all'autore da lì partono querele, richieste di rimozione per diritto all’oblio o addirittura indifferenza».

Ha un esempio da fare sull’impedimento ad informare?

«Esemplari sono le querele e le richieste di rimozione. Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento)».

E sull’indifferenza…

«Le faccio leggere un dialogo tra me e un tizio che mi ha contattato senza conoscermi, nonostante la mia notorietà. Uno dei tanti italiani che non si informa, ma usa internet in modo distorto. Uno di quel popolo di cercatori del proprio nome sui motori di ricerca e che vive di tweet e post. Un giorno questo tizio mi chiede “Lei ha scritto quel libro?”

E' un saggio - rispondo io. - L'ho scritto e pubblicato io e lo aggiorno periodicamente. A tal proposito mi sono occupato di lei e di quello che ingiustamente le è capitato, parlandone pubblicamente in modo disinteressato, come ristoro delle sofferenze da lei subite, pubblicando l'articolo del giornale in cui è stato pubblicato il pezzo. Inserendolo tra le altre testimonianze. Comunque ho scritto anche un libro sul territorio di riferimento. Come posso esserle utile?

“Volevo giusto capire, io mi sono imbattuto per caso nell'articolo, cercando il mio nome... E sotto l'articolo ho visto un link che mi collegava al suo saggio...Capire più che altro perché prendere articoli di giornale su altra gente e farne un saggio... Sono solo curiosità”.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte - spiego io. - I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale. In generale. Dico, in generale: io non esprimo mie opinioni. Prendo gli articoli dei giornali, citando doverosamente la fonte, affinchè non vi sia contestazione da parte dei coglioni citati, che siano essi vittime, o che siano essi carnefici. Perchè deve sapere che i primi a lamentarsi sono proprio le vittime che io difendo attraverso i miei saggi, raccontando tutto quello che si tace.

"Siccome io le ho detto mi sono solo imbattuto per "caso"... Io ho visto questa cosa e sinceramente l'ho letta perché ho visto il mio nome, ma se dovessi prendere il suo saggio e leggerlo non lo farei mai. Perché: Cerco di lavorare ogni giorno con le mie forze. I miei aggiornamenti sono tutt'altro. Faccio tutto il possibile per offrirmi un futuro migliore. Sono sempre impegnato e non riuscirei a fermarmi due minuti per leggere".

Rispetto la sua opinione - rispondo. - Era la mia fino ai trent'anni. Dopo ho deciso che è meglio sapere ed essere che avere. Quando sai, nessuno ti prende per il culo...

"Ma per le cose che mi possono interessare per il mio lavoro e il mio futuro nessuno mi può prendere per il culo ... Poi è normale che in ogni campo ci sia l'esperto…"»

Come commenta...

«Confermo che quando sai, nessuno ti prende per il culo. Quando sai, riconosci chi ti prende per il culo, compreso l’esperto che non sa che a sua volta è stato preso per il culo nella sua preparazione e, di conseguenza sai che l’esperto, consapevole o meno, ti potrà prendere per il culo».

Comunque rimane la soddisfazione di quei quattro italiani su dieci che leggono.

«Sì, ma leggono cosa? I più grandi gruppi editoriali generalisti, sovvenzionati da politica ed economia, non sono credibili, dato la loro partigianeria e faziosità. Basta confrontare i loro articoli antitetici su uno stesso fatto accaduto. Addirittura, spesso si assiste, sulle loro pagine, alla scomparsa dei fatti. Di contro troviamo le piccole testate nel mare del web, con giornalisti coraggiosi, ma che hanno una flebile voce, che nessuno può ascoltare. Ed allora, in queste condizioni, è come se non si avesse letto nulla».

Concludendo?

«La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla...e vota. Nel paese degli Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, i nostri politici sono generatori automatici di promesse (non mantenute), osannati da giornalisti partigiani. Questa gente che non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla, voterà senza sapere che è stata presa per il culo, affidandosi ai cosiddetti esperti. I nostri politici gattopardi sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti».   

L’ORDINE DEI GIORNALISTI: QUANTO SONO TRASPARENTI I GUARDIANI DELLA VERITA’? Scrive Zaira Bartucca il 13 dicembre 2017 su "Scenari economici". Riceviamo e pubblichiamo da una nostra lettrice che ci invia anche ampissima documentazione, in parte allegata. Pensiamo che meriti una lettura attenta. In Gran Bretagna e in Olanda, non esiste un organismo pubblico che rappresenti i giornalisti. In Germania, l’esercizio della professione è libero. In Austria un solo sindacato, diviso in categorie, regola la professione del giornalista. In Finlandia, l’iscrizione all’Unione dei giornalisti finlandesi non è obbligatoria. E in Italia? Esiste una vera e propria costellazione di sigle, Casse, sindacati, fondi e fondazioni (Inpgi, Casagit, Fnsi, fondazioni Murialdi, fondazione Cutuli, ecc.) su cui governa un “ente di diritto” nato nel 1925 (ai tempi del fascismo), che non trova omologhi nei Paesi europei: l’Ordine dei Giornalisti. Il suo ruolo – proprio come accadeva ai tempi del Duce – è quello di regolare l’attività degli iscritti, richiamando, sanzionando o radiando i giornalisti non graditi. L’Odg, da marzo presieduto dal napoletano Carlo Verna dopo le dimissioni rumorose di Enzo Iacopino, è diviso in consigli territoriali, uno per ogni regione. Gli incarichi sono intercambiabili o cumulabili: è facile essere consigliere dell’Odg e contemporaneamente sedere su un’altra poltrona di un sindacato di categoria. Consiglieri, presidenti, docenti, aziende: attorno all’Ordine gravita un giro di persone e di affari difficile da penetrare, visto l’ovvio silenzio dei giornalisti che fanno parte della categoria e che non sono liberi di documentare quanto avviene.

SEMPRE LE SOLITE AZIENDE…Prendiamo i bandi di gara per l’affidamento dei servizi informatici per la prova di idoneità professionale: dal 2014 è sempre la fortunata Smartbrand s.r.l., con la benedizione della responsabile di sempre Nadia Spader (secondo lo stesso sito dell’Odg, dal 2009 a oggi) a vincere. Che si tratti dell’unica azienda sul territorio nazionale ad avere i requisiti per assistere i candidati nel corso dell’esame di Stato, appare un po’ difficile da credere: Smartbrand, azienda di consulenza e software di Napoli, non ha neppure un sito web. Strano, per un’azienda che si occupa di informatica. Eppure l’Ordine continua a preferirla di anno in anno. Il nome che salta all’occhio nella documentazione sull’ultimo bando di gara, è invece quello dell’azienda Skill Lab, con sede legale in via dell’Epomeo 219, a Napoli: lo stesso indirizzo di Smartbrand s.r.l. (in realtà le sedi sono diverse dal punto di vista legale, ma l’attività di marketing di Skill Lab viene svolta, come da immagine nella stessa sede di Smartbland. Skill Lab quindi potrebbe essere semplicemente registrato presso uno studio professionale, Nd SE).

I bandi di gara, all’Odg, non durano il tempo utile (per ogni sessione di esami – in genere ce ne sono due all’anno – c’è un nuovo bando), ma circa un lustro: dal 2007 a oggi, sempre facendo riferimento alla documentazione pubblicata sul sito dell’Odg, sono state solo 3 le aziende vincitrici: D&D s.r.l, Lapis s.r.l e Smartbrand/Skill Lab: aziende che l’Odg reputa idonee e competenti ma di cui, nei fatti, non è possibile trovare alcun riferimento. Riferimenti mancano anche nei documenti solo sporadicamente vidimati da Nadia Spader: elenco dei partecipanti, riferimenti delle aziende vincitrici: all’Odg, che si fregia del nome di “ente di diritto”, è permesso omettere tutto.

E SEMPRE LE SOLITE FACCE. Quello di Nadia Spader non è l’unico caso di nomina “vita natural durante”: Saverio Cicala è segretario della Commissione esami quasi “onorario”: dal 2014 a oggi, non si è staccato dalla segreteria neppure una volta. Il suo curriculum non sembra tra i più convincenti in assoluto: ex giornalista del Giorno, nel lontano 1989 ha vinto il premio Walter Tobagi. Oggi è un placido nonnino in età pensionabile, ma tenace nel mantenere l’incarico che, di sessione in sessione, l’Odg gli rinnova. Non si tratta certo dell’unico giornalista in Italia a poter occupare il posto di segretario della Commissione esami: più di 10 anni di iscrizione all’Albo dei professionisti e un documento in cui si manifesta la propria disponibilità a diventare commissario, sono criteri sufficienti – almeno apparentemente – per far parte dei “magnifici quindici”. La scelta definitiva, però, è sempre dei vari consigli e, contro ogni logica di trasparenza e meritocrazia, avviene su segnalazione. Sempre a proposito di curricula, il dirigente Mario Gallucci si compiace nel curriculum redatto per l’Ordine il 10 febbraio del 2017, di conoscere “il sistema operativo Windows” e di utilizzare i “principali programmi del pacchetto Office ed equivalenti”: un po’ poco per un ente che, per il 2015, ha speso più di un milione e duecento per il suo personale in attività.

LA COMMISSIONE “ORRORI”. Sempre tornando alla commissione esami, le sue scelte, in generale, non sembrano delle più azzeccate: di anno in anno, le varie commissioni hanno bocciato giornalisti come la madre di Report Milena Gabanelli e Giulia Innocenzi, nata giornalisticamente nella fucina di Michele Santoro. E non sono nuove a gaffe o a veri e propri strafalcioni: nel 2013 la clamorosa confusione tra gip e pm di cui ha dato conto il sito dell’Espresso, nell’ultima sessione, la 126esima, l’utilizzo fantasioso della grammatica italiana, con apostrofi al posto degli accenti, mancanza di punti fermi, utilizzo indiscriminato di “ed” e “ad” dove la “d” non serve, o di frasi come “presentato per vedere approvato il loro rifiuto di accogliere”.

LE COMMISSIONI DEI SONNAMBULI. La Commissione esami, aiutata da una sotto-commissione quando il numero di candidati supera le 400 unità, nell’ultima sessione (che ha visto la partecipazione di 191 unità), ha corretto una media di 12 elaborati per componente. Per farlo, ha impiegato quasi un mese e mezzo, al ritmo di meno di un elaborato al giorno (il 24 ottobre il solito Ergife Palace Hotel di Roma ha ospitato gli esami scritti e solo il 30 novembre la commissione ha pubblicato l’esito). Non è l’unica ad aver bisogno di dosi massicce di caffè quando è “al lavoro”: Alessandra Torchia è la responsabile della Prevenzione della corruzione e della trasparenza amministrativa. Sua prerogativa è, senz’altro, quella di redigere piani triennali, in cui oltre a criteri base e modus operandi, non viene rilevato nulla. Anche le segnalazioni sugli episodi di corruzione presso il suo ufficio rimangono lettera morta. “È tutto normale – chiosa al telefono sollecitata sui bandi di gara dove a vincere è sempre le stesse azienda, forte della laurea conseguita all’Università Magna Graecia di Catanzaro – e non ci sono problemi. L’Ordine dei giornalisti è un ente di diritto”, e come tale, fa quello che gli pare.

Zaira Bartucca: Speriamo che qualcuno si faccia sentire in materia. L’Ordine dei Giornalisti è un ente di diritto che dovrebbe essere gestito in modo trasparente. Se così non è diviene inutile.

Rompiamo il muro di silenzio sull'Ordine dei Giornalisti, scrive Zaira Bartucca su "Italiachange.org". L'Ordine dei Giornalisti - che non trova omologhi in nessun altro Paese europeo - è nato nel 1925 per controllare l'esercizio della professione, che veniva permessa solo ai giornalisti graditi a Mussolini e al suo regime. Novantatré anni dopo, in uno Stato repubblicano fondato su principi costituzionali e democratici, appare sorpassata la visione corporativa di un "ceto" che ha perso tutta la vocazione di tutela degli iscritti, ma non quella a preservare gli interessi economici di quanti vi gravitano attorno in qualità di presidenti, consiglieri, componenti delle varie commissioni, docenti. Tra Ordine nazionale e ordini regionali, commissioni consultive e gruppi di lavoro, sono più di un migliaio i privilegiati titolari di incarichi d'oro che vengono spostati da una poltrona all'altra, foraggiati dalle quote di iscrizione e dalle tasse degli oltre 100mila iscritti ai vari albi. Lo scorso marzo, è stato l'ex presidente dell'Odg Enzo Iacopino a dire, dimettendosi, basta: “Prevalgono - ha dichiarato - un gioco perverso e irresponsabile di opposte militanze, il settarismo, la superficialità, le urla, le volgarità. Ci sono polemiche alimentate da ‘professori del diritto’, che si dividono equamente tra analfabeti del diritto e oltre”. Eppure questo marasma di "incompetenze e strette di mano" può contare su diversi milioni l'anno: cinque quelli dichiarati nel 2013, per quanto non resti cosa semplice indagare su un organismo che si fa paladino della libertà di stampa ma che nei fatti appare torbido, privo di trasparenza. Attorno all'Ordine gravitano aziende, altri organismi simili, persone. Un "giro di affari" più che un ente in grado di tutelare i propri iscritti, garantendo loro l'esercizio della professione e tutelandoli nelle diverse sedi. Eppure l'Ordine, protetto dal silenzio degli stessi giornalisti che temono ritorsioni quali la cancellazione dall'Albo o richiami disciplinari, si sente protetto. E' ora di rompere questo silenzio. Alberto Moravia, Milena Gabanelli, Giulia Innocenzi, sono solo alcuni dei bravi e competenti giornalisti che, in tempi diversi, l'Odg ha pensato di escludere. E' dunque lecito domandarsi: qual è il suo ruolo se non è in grado neppure di adottare criteri meritocratici - ma spesso solo clientelari - per l'accesso alla professione? E' giusto che il governo provveda a mantenere in vita un organismo che serve a rinfrescare, senza nessun tornaconto per la collettività e neppure per i giornalisti, le tasche di pochi? Al ministro con delega all'Informazione e alla Comunicazione Luca Lotti, al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e a tutti i parlamentari senza colore politico, chiediamo, nell'interesse di tutti, di farsi promotori di iniziative che portino alla cancellazione di questo organismo di stampo fascista, che contribuisce a dare una brutta immagine dell'Italia all'estero, relegandola a tempi bui che è meglio dimenticare. Ai giornalisti precari, a quelli che vogliono esercitare i propri diritto di cronaca e di critica, a chi crede nella libertà di stampa, ai cittadini stanchi di contribuire all'ennesimo spreco, chiediamo il sostegno per questa petizione: porteremo queste firme in Parlamento, per una Legge di iniziativa popolare fatta da noi, per tutti noi. Basta privilegi di pochi. Ha aderito alla petizione anche il Portavoce M5S alla Camera dei Deputati Paolo Parentela. 

Zaira Bartucca, come lei stessa scrive, nasce nel 1986 a Lamezia Terme. Qualche anno dopo inizierà a scrivere, per non smetterla più. Passerà con una certa disinvoltura dal giornalino venduto a cinque anni ai parenti per 500 lire (in proporzione si stava meglio allora) a, vent’anni dopo, testate larghe di propositi ma strette di manica. Si laurea - incurante dei rischi - in una facoltà di Beni culturali. Vince il Premio ComuniCal 2014 ma se ne accorge solo a premiazione avvenuta. Qualche mese dopo, stavolta rendendosene conto, partecipa alla trasmissione di Canale 5 Striscia la Notizia. Ha intervistato Vittorio Sgarbi senza che lui dicesse neppure una volta “capra”. Tifa Napoli ma vorrebbe che Paulo Sousa fosse un giorno l’allenatore della sua squadra del cuore.

La giornalista Zaira Bartucca si aggiudica il premio “ComuniCal 2014”, scrive il 25 novembre 2014 "Tropeaedintorni.it". Il primo posto per la giornalista vibonese. Promosso dal Consiglio regionale e dal CoreCom, punta alla valorizzazione degli operatori calabresi dell’informazione. Ad aggiudicarsi il premio Zaira Bartucca giornalista vibonese Zaira Bartucca – promosso dal Consiglio regionale della Calabria e dal Comitato regionale per le Comunicazioni – per il miglior “articolo pubblicato su quotidiani o periodici online calabresi”, in ex aequo con Maria Crisafi de “L’Ora della Calabria. L’articolo in questione, “Il lavoro? Si inventa”, pubblicato il 24 luglio scorso sul “Corriere della Calabria”, ha messo in risalto l’esperienza di alcuni giovani informatici calabresi o che sulla Calabria hanno deciso di scommettere, mettendo a frutto progetti di rilancio occupazionale e del territorio (Domenico Perna con il progetto “Nonni Digitali”, Nicola Procopio e il suo team con “Magic bus app” e Paolo Daniele e il suo team con “Baleno”). La premiazione ha avuto luogo a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale e del Corecom: «il concorso riservato ai giornalisti pubblicisti e professionisti iscritti all’Ordine regionale della Calabria e al sindacato Giornalisti Calabria – ha fatto sapere il presidente del Corecom Alessandro Manganaro – punta alla valorizzazione delle competenze degli operatori calabresi dell’informazione orientano il proprio impegno ad allargare i confini della comunicazione di qualità». Per ciascuna delle quattro sezioni, gli articoli e i servizi saranno pubblicati sul magazine del Consiglio regionale Calabria on web e remunerati, per i primi classificati, secondo quanto previsto per i titolari di rubrica dello stesso magazine, e per i secondi e terzi classificati secondo quanto previsto per i collaboratori dello stesso magazine. «Alla giuria che ha selezionato i lavori – ha detto Zaira Bartucca – va il mio ringraziamento per la scelta operata. Sono grata del fatto che il mio articolo sia stato considerato un contenuto di qualità e orientato al buon giornalismo. Le mie congratulazioni vanno, invece, ai colleghi premiati assieme a me in questa e nelle altre sezioni». Alla cerimonia di premiazione hanno preso parte, oltre al presidente del Corecom Calabria Alessandro Manganaro, i componenti Gregorio Corigliano e Carmelo Carabetta, il dirigente Rosario Carnevale, il capo di Gabinetto della presidenza del consiglio regionale Pasquale Crupi e il segretario del sindacato Giornalisti della Calabria e vicesegretario nazionale della Fnsi Carlo Parisi, componenti la commissione aggiudicatrice del Premio.

Esami giornalisti, l’Ordine spieghi quei 75 nomi in più, scrive Zaira Bertocca il 9 gennaio 2018 su "Scenarieconomici.it". RICEVIAMO E RILANCIAMO QUESTE INTERESSANTI DOMANDE. "Avvocati, commercialisti, docenti. In Italia il “corpus” in materia di esami professionalizzanti truccati, è piuttosto vasto. C’è chi, come lo scrittore Antonio Giangrande, ha impostato su questa materia contributi dettagliati e ben documentati. Escamotage in sede di esame, cognomi “musicali” che ricordano subito quelli dei colleghi (spesso dirigenti) del proprio ordine professionale, modi più o meno fantasiosi di segnare un elaborato: i ferri del mestiere del perfetto commissario sembrano essere questi. Tanti hanno avuto la possibilità di familiarizzarvi, per esperienza diretta o per quanto reso noto da giornali e tv. Così l’esercito dei ricorrenti al Tar cresce, si infoltisce, di giorno in giorno. Non stupirebbe più di tanto, quindi, se a essere colpita fosse anche la categoria dei giornalisti, con la compiacenza dell’ordine di riferimento che, a differenza dei vari omologhi, può contare sul silenzio di tutte le testate e di tutti i giornalisti. A chi interessa crearsi problemi con l’organismo che eroga pensioni o privilegi, e che ha il potere di inoltrare richiami disciplinari o di radiare un iscritto? A me, che credo nell’inutilità di un ordine dei giornalisti, che cozza con ogni evidenza con i principi democratici e con quelli della libertà di stampa, non importa più di tanto. Spero dunque che qualcuno possa farsi promotore di una scelta coraggiosa dando spazio a questo contributo. Altrettanto, spero che le Procure e chi di competenza acquisiscano tutto il materiale utile per accertare i criteri di accesso agli esami orali che avranno luogo a Roma in Via Sommacampagna, nella sede dell’Ordine, domani stesso. Prove che, in attesa che venga fatta chiarezza, andrebbero sospese. Ho partecipato in qualità di candidata alle prove scritte dell’esame per giornalisti professionisti del 26 ottobre del 2017. L’esclusione dalle prove orali, che ritengo ingiustificata, è stata il pretesto per scavare dentro un meccanismo che desta più di una perplessità. In sede di esame è stato piuttosto frequente sentire candidati lagnarsi del fatto che sia stata estratta una busta anziché un’altra, quasi che in qualche modo fossero stati messi a conoscenza del loro contenuto. Asserzione che, tuttavia, non è facile documentare. Quello che invece è facilmente riscontrabile, è che ben 75 ammessi agli orali di domani non hanno sostenuto le prove scritte propedeutiche al colloquio. Il raffronto può essere fatto agevolmente scorrendo le liste degli ammessi agli scritti e agli orali presenti sul sito dell’Odg. Un numero piuttosto elevato, che l’Ordine dei giornalisti è chiamato a spiegare per fugare ogni dubbio su possibili episodi di corruzione. Perché 75 candidati non hanno sostenuto la prova scritta? Come mai i cognomi degli ammessi agli orali, di sessione in sessione, ricordano in percentuali strabilianti quelli di consiglieri, dirigenti, presidenti degli ordini regionali o componenti di organismi simili (Fnsi, Inpgi, ecc.)? E’ giusto che i “documenti” presenti sul sito dell’Ordine siano costantemente sprovvisti di riferimenti anagrafici, timbri, date, firme? Per quale motivo dal sito – a seguito di segnalazioni alla commissione Anti-Corruzione interna all’Odg – spariscono i documenti sui bandi di gara aperti alle aziende di informatica che danno assistenza in sede di esame? Azienda, per meglio dire, perché, dal 2014, la fortunata è sempre la stessa. Il mio lavoro di giornalista, consiste nel documentare quello che vedo, e nel fare domande. All’Ordine spetterebbe dare delle risposte, alla Procura della Repubblica, fare il proprio lavoro per accertare la presenza di dinamiche diverse da quelle previste dalla legalità".

E spunta pure un esame truccato da giornalista professionista, scrive “Tuscia Web” ed “Oggi Notizie”. Viviana Tartaglini potrebbe aver truccato l’esame da giornalista professionista. Sarebbe questo, secondo il Messaggero, il nuovo risvolto nell’inchiesta della Procura di Viterbo per tentata estorsione che coinvolge il direttore del giornale locale l’Opinione Paolo Gianlorenzo e la collega Viviana Tartaglini. Una notizia finita sulla prima pagina del quotidiano nazionale. Secondo quanto riportato dal giornale, Viviana Tartaglini avrebbe saputo in anticipo la traccia dell’esame professionale e si sarebbe fatta scrivere l’articolo da un collaboratore. Per la giornalista spunta così una nuova ipotesi di reato che, se verificata, aggraverebbe la sua posizione. Ieri, infatti, gli agenti della polizia giudiziaria, su mandato della Procura di Viterbo, avrebbero bussato alla porte dell’Ordine nazionale dei giornalisti a Roma, sequestrando la prova scritta dell’esame di Stato per l’iscrizione all’albo dei professionisti sostenuta nel gennaio del 2011 dalla giornalista. “Il sospetto – secondo quanto riporta il Messaggero – è che la giornalista fosse in possesso del titolo della traccia da svolgere durante la prova professionale già nei giorni precedenti e che la mattina del 18 gennaio si sia limitata a copiare quanto per lei era già stato scritto da altri. E ieri, durante il sequestro, sarebbe arrivata la conferma”. Due le modalità per accedere alla prova: o tramite corso universitario presso facoltà o scuole di giornalismo accreditate dall’Ordine. Oppure facendosi assumere da una redazione come praticante e, passati diciotto mesi, presentare la domanda. Poi l’esame di stato che tra l’altro consiste nella redazione di un articolo durante la prova. Per la Tartaglini le cose sarebbero andate diversamente. “A quanto pare – si legge nel Messaggero - la Tartaglini, a pochi giorni dall’esame invia una mail a un giornalista con cui lo incarica di redigere un articolo di sessanta righe su un evento sportivo, tema motociclismo”. Un particolare che sarebbe finito negli atti del fascicolo aperto dal pm Massimiliano Siddi, dopo la denuncia di alcuni soci della cooperativa editrice dell’Opinione. Tutto è ora al vaglio degli inquirenti che dovranno dimostrare la nuova ipotesi di reato a carico della Tartaglini.

PARLIAMO DEI BRAVI CHE NON POSSONO ESERCITARE, EPPURE ESERCITANO. MILENA GABANELLI.

Questa è “Mi-Jena Gabanelli” (secondo Dagospia), la Giovanna D’Arco di Rai3, che i grillini volevano al Quirinale. Milena Gabanelli intervistata da Gian Antonio Stella per "Sette - Corriere della Sera".

Sei impegnata da anni nella denuncia delle storture degli ordini professionali: cosa pensi dell'idea di Grillo di abolire solo quello dei giornalisti?

«Mi fa un po' sorridere. Credo che impareranno che esistono altri ordini non meno assurdi. Detto questo, fatico a vedere l'utilità dell'Ordine dei giornalisti. Credo sarebbe più utile, come da altre parti, un'associazione seria e rigorosa nella quale si entra per quello che fai e non tanto per aver dato un esame...».

Ti pesa ancora la bocciatura?

«Vedi un po' tu. L'ho fatto assieme ai miei allievi della scuola di giornalismo. Loro sono passati, io no».

Bocciata agli orali per una domanda su Pannunzio.

«Non solo. Avrò risposto a tre domande su dieci. Un disastro. Mi chiesero cos'era il Coreco. Scena muta».

Come certi parlamentari beccati dalle Iene fuori da Montecitorio...

«Le Iene fanno domande più serie. Tipo qual è la capitale della Libia. Il Coreco!».

Essere bocciata come Alberto Moravia dovrebbe consolarti.

«C'era una giovane praticante che faceva lo stage da noi. Le avevo corretto la tesina... Lei passò, io no. Passarono tutti, io no».

Mai più rifatto?

«No. Mi vergognavo. Per fare gli orali dovevi mandare a memoria l'Abruzzo e io lavorando il tempo non l'avevo».

Nel senso del libro di Franco Abruzzo, giusto?

«Non so se c'è ancora quello. So che era un tomo che dovevi mandare a memoria per sapere tutto di cose che quando ti servono le vai a vedere volta per volta. Non ha senso. Ho pensato che si può sopravvivere lo stesso, anche senza essere professionista».

Aldo Busi è stato bocciato all'esame di giornalismo, scrive “La Repubblica”. Il celebre scrittore aveva scelto di svolgere il tema di cronaca nera: immaginare un'intervista ai genitori di un ragazzo morto per overdose. Un capolavoro secondo l'autore di Sodomie in corpo undici ambientato nel Bresciano, dove sono nato. La commissione esaminatrice, però, non lo ha giudicato così. L'articolo doveva essere lungo 60 righe, mentre Busi ne ha scritte più di 100, e non avrebbe avuto il taglio giornalistico richiesto. Se è vero che Busi ha scritto più di 100 righe quando ne venivano richieste 60 ha commesso un errore tecnico-professionale molto grave ha commentato Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia. Chi come me viene dalla scuola del Giorno di Italo Pietra sa benissimo che non c'è notizia che non possa essere raccontata in 50 righe. Un tempo col piombo si poteva anche essere un po' più elastici, ma oggi, con le nuove tecnologie, è fondamentale che il giornalista sappia rispettare le lunghezze. L'articolo-scandalo di Busi è intanto richiestissimo da settimanali e mensili disposti a pagare cifre altissime per poterlo pubblicare. La commissione esaminatrice deve decidere, però, se consentire o meno la restituzione del tema all'autore. Sono particolarmente fiero di annunciare la mia bocciatura all' esame ha detto l'autore non appena è uscito l'elenco degli ammessi alla prova orale è una riprova che chi ama la verità e sa scriverla non può essere un giornalista, ma solo uno scrittore. La ridicola corporazione dei giornalisti in Italia una volta di più dimostra la merdina in cui sta nuotando da quando c'è. A forza di esigere protezioni particolari e benefici per meriti inesistenti ha aggiunto lo scrittore si finisce con l'essere esposti su tutti i fronti e infatti non per niente i giornalisti sono equiparati ai magistrati. Adesso posso dire: evviva, mi considero promosso con 110 e lode nell'ordine della vita. Gli è andata male, capita a tutti ha commentato Guido Guidi, presidente dell'Ordine dei giornalisti. Ma perché insulta tanto la categoria quando proprio lui ne vuole far parte?

Indro Montanelli, durante la sua permanenza al fronte aveva iniziato a scrivere un libro-reportage, che diede alle stampe all'inizio del 1936, mentre era ancora all'estero. L'opera, XX Battaglione Eritreo, in maggio fu recensita favorevolmente da Ugo Ojetti (sul Corriere della Sera) e da Goffredo Bellonci; la sua tiratura raggiunse le 30.000 copie. Il padre di Indro, Sestilio, si trovava in Africa Orientale per dirigere una commissione di esami per militari e civili dell'esercito residenti nelle colonie. Intercedesse presso il direttore del quotidiano di Asmara La Nuova Eritrea, Leonardo Gana, facendolo assumere. Montanelli ottenne così la tessera di giornalista.

Interessante ricordare anche in questo caso Montanelli. Domanda: come mai non diventò mai giornalista professionista? Per sua scelta o perchè .... le commissioni di esame sono composte da commissari dall’incerta preparazione. Inadatti a correggere chi, forse, è meglio di loro e non sono all'altezza di giudicare le prove d'esame dei candidati eccellenti.

Giornalisti, tracce d'esame 2013 con errori. E la gaffe viene "sbianchettata" online. I testi distribuiti durante la prova scritta, che ha visto bocciato un candidato su due tra cui Giulia Innocenzi, presentavano varie imprecisioni: una clamorosa confusione tra pm e gip, nomi sbagliati e persino il biglietto d'addio di Carlo Lizzani trascritto male. Possibile che la commissione non se ne sia accorta? Si chiede Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso”. Grazie a Giulia Innocenzi, conduttrice di "Servizio Pubblico", la 115esima sessione dell'esame di Stato per diventare giornalista professionista è finita sui giornali di mezza Italia. La ventinovenne è stata infatti bocciata allo scritto, e la notizia (chissà perché) ha fatto il giro del web e dei giornali, su cui si sono cimentati - con ironie e sfottò - i commentatori e i telespettatori che non hanno in grande simpatia la collaboratrice di Michele Santoro. Una campagna stampa martellante, tanto che è dovuto intervenire il presidente dell'Ordine Enzo Iacopino, spiegando che la prova d'esame può essere «falsata dalla tensione, e non fotografa certamente le reali capacità» dei candidati. «Non dovrei dirlo proprio io, ma non è il tesserino che fa di una persona un giornalista». La Innocenzi è capitata in una sessione particolarmente dura: il 44 per cento dei candidati, infatti, non è riuscita a prendere il minimo (36) per passare agli orali. In genere la media dei bocciati viaggia sul 25 per cento. Stavolta la commissione è stata severissima, falcidiando quasi la metà dei ragazzi. Tuttavia la stessa commissione - composta da 5 esperti giornalisti professionisti e da un sostituto procuratore di Frosinone - ha fatto degli errori gravissimi nelle tracce d'esame che - commessi da un candidato - ne avrebbero comportato bocciatura sicura. Errori che poi sono stati malamente corretti sui documenti pubblicati sull'Ordine dei giornalisti alla fine dell'esame. L'Espresso ha avuto il documento originale consegnato ai candidati lo scorso 15 ottobre, ossia la traccia destinata a chi avesse voluto scegliere l'articolo di cronaca, in genere il più gettonato tra gli aspiranti professionisti. Una serie di lanci di agenzia (inventati) da trasformare in un pezzo. Ebbene, se il pm protagonista della vicenda immaginaria viene chiamato prima in un modo (Galese) e poi in un altro (Galesi) - segno di un refuso non corretto - a un certo punto la traccia indica che è il pubblico ministero stesso «a decidere se convalidare o meno il fermo» di alcuni sospetti. Anche i cronisti alle prime armi sanno che - come indica il codice di procedura penale - è il giudice per le indagini preliminari a poter ordinare la convalida del fermo. Il magistrato può solo fare la richiesta. Strano - e grave - che i commissari giudicanti di un esame di Stato non conoscano la differenza tra un gip e un pm. Accortisi dell'errore, sul sito dell'Ordine dei giornalisti sono corsi ai ripari, pubblicando la traccia "sbianchettata": la frase incriminata è scomparsa, e a penna è stata aggiunta la frase «chiederà al gip». Per chi s'è preparato per mesi, sborsando 400 euro come tassa per sostenere l'esame (a cui aggiungere i soldi per raggiungere Roma e il pernottamento: L'Ergife, l'hotel dove si tiene l'esame, è convenzionato e costa 140 euro a notte) un errore di questa portata ha il sapore della beffa. «Ci si aspetterebbe professionalità assoluta», spiega una ragazza che non è passata «ma non è così. È inaccettabile». Anche perché un altro errore, meno grave, c'era anche nella prima traccia di spettacoli, sulla recente scomparsa di Carlo Lizzani. Il regista si è gettato dalla finestra un mese fa, lasciando - come segnalarono le agenzie di stampa il 5 ottobre - un criptico biglietto d'addio ai familiari: «Stacco la chiave». I commissari, chissà perché, hanno semplificato il biglietto d'addio a modo loro, e la frase s'è trasformata in: «Stacco la spina». Anche nella seconda traccia di economia c'è, infine un'imprecisione: si legge che «entro oggi (il 15 ottobre, giorno dell'esame, ndr) il governo deve presentare in Parlamento la legge di stabilità». Non è così: la Finanziaria quel giorno era solo stata approvata dal Consiglio dei ministri: solo nei prossimi giorni verrà discussa dal Parlamento.

GIULIA INNOCENZI E L’ESAME TRUCCATO DI GIORNALISMO.

Uomini di fiducia, persino competenti. Concorsi pubblici? si fa per dire, scrive Claudio Visani su su “L’Indro”. L’ultimo caso a Faenza, protagonista il Sindaco Giovanni Malpezzi, Pd, renziano doc. Ci risiamo. La malapianta delle selezioni pubbliche truccate, fatte apposta per scegliere discrezionalmente chi si vuole ma senza avere il coraggio di difendere le proprie scelte fiduciarie, usando le norme che dovrebbero favorire professionalità, merito e trasparenza solo per farsi belli e pararsi il sedere dalle critiche politiche e dai ricorsi, non conosce fine. Me ne occupo da diversi anni sul mio blog. Contro concorsopoli ho fatto battaglie all’Ordine dei giornalisti e presentato ricorsi legali col sostegno del sindacato. Contro i bandi sartoriali cuciti addosso ai vincitori predestinati da pubbliche amministrazioni che non esitano a prendersi gioco dei tanti disoccupati che ancora credono nell’etica della politica, ho scritto denunce sui media e cercato di smuovere l’opinione pubblica. Niente, non è servito a niente. Non c’è verso di cambiare l’andazzo della malapolitica. L’ultimo caso è di pochi giorni fa. Il Sindaco di turno – Giovanni Malpezzi, Pd, renziano doc, primo cittadino di Faenza - vuole rafforzare il suo staff e migliorare la sua comunicazione. Più che la professionalità gli interessa la fedeltà delle persone che sceglierà e che, peraltro, ha già in mente. C’è una norma che gli consente di fare nomine ‘fiduciarie’ (l’articolo 90 della legge 267/2000 sugli enti locali) per gli incarichi legati al suo mandato politico. Ma procedere alla nomina diretta lo esporrebbe a critiche. E lui mica è uno che distribuisce incarichi per calcolo o fedeltà politica: ci mancherebbe. Lui è uno che ci tiene al rispetto sostanziale delle regole, che guarda solo all’interesse pubblico mica a quelli personali o degli amici. Così fa uscire un bell’avviso per una selezione pubblica: fumoso, generico, di quelli che non si capisce bene chi si voglia selezionare e per fare cosa. L’avviso parla della «copertura di due posti di istruttore amministrativo (categoria C), con contratto a tempo determinato, presso l’ufficio di staff del Sindaco del Comune di Faenza». Precisa che «la durata del contratto di lavoro è legata alla scadenza del mandato del sindaco», e che «i candidati devono essere in possesso del diploma di istruzione secondaria superiore» (??), «oltre ai requisiti generici previsti per le selezioni pubbliche»Il passaparola dice, invece, che il Sindaco cerca, in particolare, qualcuno che gli curi l’informazione e la comunicazione, ma nell’avviso ci si guarda bene dal fare riferimento alla legge che regola questa attività nelle pubbliche amministrazioni (la legge 150/2000) e alle figure professionali che dovrebbero esercitarla (i giornalisti iscritti all’Ordine professionale). Indica genericamente, tra le funzioni, la «cura delle relazioni politiche istituzionali, interne ed esterne del Sindaco e della Giunta». L’avviso, casualmente, esce all’inizio di agosto e scade due giorni dopo Ferragosto. Nonostante questo arrivano al Sindaco 79 domande. La fame di lavoro è grande in tutti i campi, e in quello dell’informazione di giornalisti a spasso ce n’è sempre di più. Il bando precisa che le domande «saranno inizialmente esaminate dal Servizio personale e organizzazione» e che successivamente «il Sindaco provvederà poi ad individuare i soggetti a cui affidare l’incarico, previa analisi dei curricula prodotti e sulla base delle esperienze e competenze specifiche». Dice anche che il Sindaco, dopo l’analisi dei curriculum, «valuterà se convocare i candidati per un eventuale colloquio individuale». L’11 settembre il sindaco comunica di aver proceduto alla nomina dei due nuovi addetti al suo staff. Non risulta che ci siano stati colloqui. Anzi, non risulta che ci sia stata nemmeno una risposta di cortesia alle domande presentate. Il comunicato precisa che, però, i due sono stati «selezionati mediante procedura pubblica, così come prescritto dall’art. 90 del Testo Unico degli enti locali». Uno dei due è quello che c’era già, un «diretto collaboratore» del primo cittadino. L’altro, spiega il comunicato, è «un laureato in Scienze Politiche e relazioni internazionali». Che c’entri con la comunicazione non si sa. Poi, fatto sicuramente secondario e ininfluente, è anche un ex Consigliere comunale del partito del Sindaco che doveva essere rieletto e invece è rimasto a piedi. Il Sindaco precisa, puntigliosamente, che «oggetto di valutazione sono state in primis la conoscenza politico-amministrativa del territorio, l’esperienza acquisita presso pubbliche amministrazioni, le conoscenze informatiche e degli strumenti di comunicazione multimediali e le competenze relazionali». Poi, finalmente, arriva al punto, con queste due frasi da incorniciare: «Come è prassi, risulta evidente che il ruolo di consiglio e di supporto nell’azione politica del Sindaco e della Giunta necessiti anche di elementi fiduciari irrinunciabili». «So bene che ogni nomina -soprattutto in politica- può generare critiche ed anche contrapposizioni e strumentalizzazioni. Al riguardo, sono molto sereno, perché ho scelto due persone valide e capaci di gestire i compiti richiesti». La prima frase è un inno all’ipocrisia: ma se voleva due fiduciari, perché non li ha nominati direttamente, avendo il coraggio della scelta e assumendosene la responsabilità? Perché ha messo in piedi tutto l’ambaradan della selezione pubblica prendendo così per i fondelli gli altri 77 che hanno partecipato a una gara truccata, il cui esito era già deciso in partenza? La seconda frase, infine, è un monumento alla coda di paglia: per prevenire o ribattere alle critiche, si dice sereno perché ha scelto due persone valide e capaci. Perché, oltre che fedeli li voleva forse anche incapaci?

Fermiamo la concorsopoli per i giornalisti negli enti pubblici. Sempre più rare, quasi sempre truccate. Non se ne può più delle selezioni ad personam per giornalisti della pubblica amministrazione. I casi clamorosi, scrive Claudio Visani su “Globalist”. Sempre più rari. Quasi sempre finti. Spesso truffaldini. Sono i "bandi sartoriali" per giornalisti cuciti addosso ai vincitori predestinati dalle pubbliche amministrazioni di ogni colore e di ogni latitudine. Sono i concorsi e le selezioni che servono non a prendere i più bravi ma a parare il culo ad amministratori e dirigenti. Quelli che fin dall'inizio hanno già scelto i loro "fiduciari" per i posti disponibili, ma non sanno o non vogliono prendersi la responsabilità di nominarli direttamente, anche quando la legge glielo consentirebbe, ad esempio per gli incarichi ad alta professionalità o per gli incarichi di tipo politico. Oppure vogliono, semplicemente, evitare l'interrogazione o l'esposto dell'oppositore di turno che - in caso di chiamata diretta - chiede come mai per quel posto non si è proceduto a una selezione pubblica. Oppure, ed è la pratica peggiore ma molto diffusa, vogliono semplicemente "farsi belli", andare sui media come quelli che fanno le cose per bene, che perseguono il merito nell'interesse dei cittadini e dell'ente che rappresentano. Di tutto questo verminaio non se ne può veramente più. Le finte selezioni. Le ultime due finte selezioni di cui ho conoscenza diretta sono state fatte al Dams di Bologna e al Comune di Crema. Nel primo caso veniva offerto un posto da addetto stampa per un anno, con contratto co.co.co. da 20mila euro. Alla selezione, per soli titoli, hanno partecipato più di ottanta giornalisti. In palio c'erano 30 punti: 15 venivano assegnati a chi aveva (testuale nel bando) "esperienze professionali maturate presso amministrazioni del Comparto Università nei peculiari ambiti di attività del profilo e con le caratteristiche del profilo medesimo, con contratto di lavoro subordinato e non subordinato". Indovinate quanti avevano quel requisito e hanno preso quei 15 punti? Uno solo. Il vincitore, ovviamente. Nel secondo caso, a Crema, il nuovo sindaco cercava un addetto stampa. Selezione per titoli, contratto part-time di pubblico impiego da 18 ore alla settimana per 800 euro lordi al mese. Offertina così così, ma con la fame di lavoro che c'è sono arrivate ugualmente 200 domande, da mezza Italia. In prima battuta ne vengono selezionate 25 e il sindaco, a quel punto, decide di chiedere ai selezionati una prova scritta da remoto, on line. La procedura è insolita, per niente trasparente (chi valuta chi e con quali criteri?) ma sembra propendere a una selezione meritocratica. Su 25 concorrenti ne vengono selezionati 4 che vengono chiamati dall'amministrazione a un colloquio supplementare. A quel punto, e solo a quel punto, la giunta che fa la selezione finale (anche questa una curiosa pratica) dice papale papale che è pregiudizievole la presenza quotidiana in ufficio, 3 ore al giorno per 6 giorni. Il che equivale a dire che serve la residenza in zona, dal momento che 3 dei 4 finalisti risiedono uno tra Milano e Como, uno a Parma e l'altro a Bologna, cioè a ore di auto, quindi interessati a modalità diverse di lavoro (telelavoro, ad esempio) perchè se devono fare presenza quotidiana in ufficio si mangiano il magro compenso in viaggi. Un solo concorrente, peraltro dei 4 l'unico non giornalista, è di quelle parti. Indovinate chi è stato scelto. Un malcostume dilagante. Ma perché si devono prendere per il sedere in questo modo le persone? Si rendono conto o no questi dirigenti pubblici, questi sindaci o assessori, che così facendo non fanno l'interesse del loro ente o della loro comunità? Che, anzi, macchiano il loro stesso mandato e danno un contributo straordinario all'antipolitica? La disoccupazione anche tra i giornalisti ormai è diffusissima. Gli editori non assumono più, vogliono fare i giornali senza giornalisti. I posti da giornalista nelle pubbliche amministrazioni sono una merce sempre più rara. E le poche selezioni che ancora si fanno nove volte su dieci sono truccate. E' un malcostume diffuso contro il quale l'Ordine e il sindacato dei giornalisti fanno ancora troppo poco. La battaglia contro "concorsopoli". Alla "concorsopoli" dei giornalisti ho dedicato un bel po' di lavoro negli anni passati. Per un certo periodo ho monitorato selezioni e concorsi pubblici in tutta Italia. Ho documentato come la gran parte dei bandi fosse redatta in maniera non conforme alla legge, che prevede ancora come unico requisito obbligatorio (ripeto, obbligatorio) per l'ammissione alle selezioni sia l'iscrizione all'Albo dei giornalisti. Gli altri titoli - dalla laurea alle lingue, dall'essere pubblicista piuttosto che professionista, fino alle precedenti esperienze lavorative - possono servire per alzare i punteggi ma non per escludere i concorrenti. Ho segnalato le violazioni continue alla legge 150 che regola l'attività giornalistica negli uffici stampa pubblici, in particolare per la mancata netta separazione che dovrebbe esistere tra i ruoli di portavoce e addetto stampa. Ho denunciato, in particolare, la pratica dilagante dei bandi e delle selezioni "ad personam", raccontando ciò che avevo avuto modo di incrociare direttamente. I casi più clamorosi. Ecco un riepilogo dei casi più clamorosi. Alla Regione Calabria cercavano il direttore di un giornaletto istituzionale on-line. Un incarico da ben 120mila euro lordi l'anno. E un bando così smaccatamente personalizzato che chiamai al telefono il dirigente regionale incaricato della selezione per protestare, il quale mi invitò a presentare ricorso. L'ho fatto. Non mi è tornata indietro nemmeno la ricevuta di ritorno della raccomandata. Alla Regione Sardegna, invece, uscì un bando per assumere 4 colleghi con la qualifica di capo servizio. Tra i titoli richiesti, c'era la conoscenza della lingua sarda. Il mio amico Giancarlo Ghirra, allora segretario nazionale dell'Ordine, mi spiegò che c'era una vecchia legge che equiparava la Sardegna alle Regioni bilingui e che qualcuno l'aveva riesumata per mettere quel requisito ed essere così sicuro che non ci fossero intrusi nella selezione. Alla Fondazione Cineteca di Bologna il bando per assumere a tempo indeterminato il capo ufficio stampa, addirittura non prevedeva l'iscrizione all'Albo dei giornalisti. In compenso chiedeva la laurea, la conoscenza della lingua inglese, tre anni di esperienza in materia di cinema. Evidentemente il prescelto non era un giornalista. L'Università di Bologna persevera con un bando per un incarico di lavoro autonomo di quasi due anni, egregiamente retribuito (134mila euro lordi nel biennio). Questa volta assume un "capo ufficio stampa e portavoce", due figure che per legge dovrebbero essere incompatibili tra loro. Al Comune di Modena, infine, per rinnovare due contratti di lavoro precari in scadenza all'ufficio stampa, viene bandita una selezione pubblica per due co.co.co. della durata di 20 mesi discretamente retribuiti (60mila euro per l'addetto stampa, 80mila per il vice capo ufficio stampa). Arrivano 324 domande. Una commissione seleziona una decina di curriculum (con quali criteri non è dato sapere). I superstiti vengono chiamati a un colloquio che è solo "conoscitivo" della persona, non affonda su competenze, capacità, attitudini. Ma che basta alla commissione per scegliere i due "fortunati". Che, guarda caso, sono il vice capo ufficio stampa e l'addetto stampa uscenti. Ovvero, i due colleghi precari scaduti, immagino validissimi, che vengono rinnovati nel loro incarico per altri 20 mesi. I ricorsi e il bando virtuoso. Ovunque ci si volta, si vede - quanto meno - il trionfo dell'ipocrisia e l'inabissamento dell'etica. Ma dalla denuncia del malcostume intollerabile dei bandi "sartoriali" e delle selezioni pubbliche "truffaldine" dove vincono gli amici degli amici e non i più bravi, qualcosa nasce. In due casi, alla Provincia di Trento e ancora all'Università di Bologna, per due bandi che non rispettavano le normative vigenti (in particolare per i requisiti della laurea e dell'anzianità di servizio), con il sostegno del Sindacato (a Trento) e dell'Ordine dell'Emilia-Romagna (a Bologna) presentammo ricorsi al Capo dello Stato. In un caso, a Trento, il bando venne modificato positivamente prima del pronunciamento del giudice. Nell'altro il Consiglio di Stato respinse il ricorso, ma con motivazioni di tipo procedurale e non di merito. Anche da quel lavoro di inchiesta e denuncia nasce poi l'iniziativa del sindacato nazionale dei giornalisti (la Fnsi) del bando virtuoso per le assunzioni dei giornalisti nella pubblica amministrazione. Un bando che definisce i criteri che si dovrebbero seguire per la selezione e la contrattualizzazione, che nell'autunno del 2012, su mia iniziativa (allora ero consigliere nazionale) è stato fatto proprio anche dall'Ordine e inserito nella carta dei doveri dei giornalisti degli uffici stampa. Sindacato e Ordine rilancino la battaglia. Le iniziative di Ordine e Fnsi per promuovere il bando con le pubbliche amministrazioni, tuttavia, complice anche la crisi, sono state poche e non hanno dato risultati apprezzabili. Anche se c'è una Regione, l'Umbria, che ha approvato un protocollo di intesa (Regione, Province, Comuni, Ordine, Sindacato) per la selezione dei giornalisti, la definizione del loro profilo professionale all'interno degli uffici stampa e l'applicazione del contratto giornalistico. Iniziative apprezzabili, rimaste però in gran parte sulla carta. Per questo c'è la necessità di rilanciare una battaglia che è anzitutto di civiltà e moralità pubblica soprattutto in questo periodo di crisi, contro ogni "concorsopoli". I colleghi che sono disposti a sostenerla si facciano avanti. Il Sindacato e l'Ordine dei giornalisti li ascoltino, li organizzino e rilancino l'iniziativa su questo tema.

Quando un esame truccato, truccabile, o comunque irregolare miete vittime illustri e scoppia la bagarre.

Tra ipergarantiti e affamati, il disordine dei giornalisti. «Mettere i giornalisti nel calderone delle liberalizzazioni è sbagliato. Senza l’Ordine sarebbe la giungla», ha detto Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Eppure la professione sembra già una giungla, divisa ormai tra chi ha i diritti (ma solo il 19% degli iscritti ha un contratto giornalistico) e chi lavora per poche lire ad articolo (tra i free lance, 6 su 10 hanno un reddito lordo annuo inferiore ai 5.000 euro). Tutti i dati nella nostra infografica, quinta della serie sulle liberalizzazioni. Reportage su “L’Inkiesta” a cura di Carlo Manzo e Paolo Stefanini. Ha collaborato Christiana Antoniou.

Come si diventa giornalista?

La professione è regolata dalla legge 69 del 1963. Non è necessaria la laurea, è sufficiente la licenza di scuola media superiore. I giornalisti si dividono in professionisti e pubblicisti. È professionista chi esercita in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. È pubblicista chi svolge attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercita altre professioni o impieghi.

Giornalista professionista. Per diventare professionista e iscriversi nel relativo elenco, è necessario:

A) svolgere il praticantato (18 mesi presso una redazione giornalistica) o frequentare una scuola di giornalismo (biennale) riconosciuta dall’Ordine. Nel primo caso è necessario frequentare anche uno dei corsi di formazione o preparazione teorica (anche “a distanza”), della durata minima di 45 ore, promossi dal consiglio nazionale o dai consigli regionali dell’ordine;

B) superare l’esame di idoneità professionale. Il praticante deve sostenere la prova di idoneità professionale entro 3 anni dalla data di iscrizione nel registro dei praticanti.

Giornalista pubblicista. Per iscriversi nell’elenco dei pubblicisti è necessario aver svolto un’attività giornalistica continuativa e regolarmente retribuita, per almeno due anni e comprovarlo con elenco di articoli, giustificativi fiscali e dichiarazione del direttore responsabile su carta intestata.

I free lance. Chi è già iscritto all’albo come pubblicista e svolge attività giornalistica da almeno tre anni, con rapporti di collaborazione coordinata e continuata, con una o più testate qualificate allo svolgimento della pratica giornalistica, può chiedere al consiglio regionale dove risiede l’iscrizione al registro dei praticanti e sostenere l’esame. È obbligatoria l’iscrizione all’istituto di previdenza.

L’esame. Prevede una prova scritta e una orale.

Lo scritto (che solo dal 2009 viene svolto con il computer, in precedenza con la macchina per scrivere) consiste:

A) nella sintesi di un articolo in un massimo di 30 righe di 60 caratteri ciascuna, per un totale di 1.800 battute;
B) nello svolgimento di una prova di attualità e di cultura politico-economico-sociale riguardante l’esercizio della professione (questionari a risposta aperta);

C) nella redazione di un articolo su argomenti di attualità scelti dal candidato tra quelli, in numero non inferiore a sei (interni, esteri, economia-sindacato, cronaca, sport, cultura-spettacolo) proposti dalla commissione. L’articolo non deve superare le 45 righe da 60 caratteri ciascuna per un totale di 2.700 battute compresi gli spazi.

L’orale consiste in un colloquio diretto ad accertare la conoscenza di: elementi di storia del giornalismo; elementi di sociologia e di psicologia dell’opinione pubblica; tecnica e pratica del giornalismo; ordinamento giuridico della professione di giornalista e norme contrattuali e previdenziali; norme amministrative e penali concernenti la stampa; elementi di legislazione sul diritto di autore; etica professionale; elementi di diritto pubblico. Comprende anche la discussione di un argomento di attualità, liberamente scelto dal candidato e anticipato in forma scritta con una tesina (5500/6000 battute).

La Commissione d’esame. La commissione di esami è composta da due magistrati, designati dal presidente della Corte d’appello di Roma, e da cinque giornalisti professionisti, iscritti nel relativo elenco da non meno di dieci anni, non facenti parte del Consiglio nazionale o di Consigli regionali, dei quali almeno quattro esercitino la propria attività presso quotidiani, periodici, agenzie di stampa e presso un servizio giornalistico radiotelevisivo, in ragione di uno per ciascuno di detti settori di attività. Il segretario della commissione è scelto tra professionisti iscritti nel relativo elenco da almeno cinque anni. La commissione non può esaminare un numero di candidati superiore a 400. Se supera lo scritto un numero superiore vengono create delle sottocommissioni.

Il ruolo dell’ordine.

I Consigli.

– provvedono alle iscrizioni all’Albo professionale e alle cancellazioni;

– hanno poteri di vigilanza per la tutela del titolo di giornalista, in qualunque sede, anche giudiziaria, e contro l’esercizio abusivo della professione;

– garantiscono l’osservanza delle norme di etica professionale, «vigilando sulla condotta e sul decoro degli iscritti» e adottando provvedimenti disciplinari nei confronti di coloro che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro o alla dignità professionale o di fatti che compromettano la propria reputazione e la dignità dell’ordine.

Le sanzioni sono:

l’avvertimento viene inflitto nel caso di abusi o mancanze di lieve entità e consiste nel richiamo del giornalista all’osservanza dei suoi doveri;

– la censura, è connessa ad abusi o mancanze di grave entità e consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata;

– la sospensione dall’esercizio professionale può essere inflitta nei casi in cui l’iscritto abbia compromesso, con la sua condotta, la propria dignità professionale;

-la radiazione è diretta a sanzionare la condotta dell’iscritto che abbia gravemente compromesso la dignità professionale sino a renderla incompatibile con la permanenza nell’Albo. La legge prevede la reiscrizione, su domanda dell’interessato, trascorsi cinque anni dal giorno della radiazione.

L’INPGI. Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani “Giovanni Amendola”. Attua la previdenza e l’assistenza in favore dei giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti titolari di un rapporto di lavoro subordinato di natura giornalistica e dei familiari a loro carico. È una fondazione dotata di personalità giuridica di diritto privato, soggetta alla vigilanza del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Provvede al

– trattamento di pensione di invalidità, vecchiaia, anzianità e superstiti;

– trattamento economico in caso di tubercolosi;

– trattamento in caso di disoccupazione;

– assegni per il nucleo familiare;

– trattamento in caso di infortunio;

– forme ulteriori di previdenza e assistenza.

LA CASAGIT. Cassa Autonoma di Assistenza Integrativa dei Giornalisti Italiani “Angiolo Berti”. È un’associazione di natura privata, a carattere nazionale e senza fini di lucro. È ispirata ai principi della mutualità e assicura ai soci e ai loro familiari un sistema integrativo al Servizio Sanitario Nazionale.

LA FNSI. Federazione Nazionale della Stampa Italiana. È il sindacato nazionale unitario dei giornalisti italiani (federazione fra le associazioni regionali). Stipula i contratti collettivi di lavoro e assicurare ai giornalisti l’assistenza sindacale anche in collaborazione con le Associazioni Regionali di Stampa e le strutture sindacali aziendali (Comitati e fiduciari di redazione). 

Giulia Innocenzi bocciata all’esame di giornalismo. Succede anche ai vip. Ed era già successo, ma prima che divenissero "big", a Milena Gabanelli e a Paolo Mieli. Giulia Innocenzi è stata bocciata all'esame per diventare giornalista professionista. La pupilla di Michele Santoro non ha superato la prova scritta dell'esame di Stato. Pare che abbia sviluppato la traccia su amnistia e indulto, ma non si conoscono i motivi per i quali il suo tema non ha raggiunto la sufficienza. 

L’ordine dei giornalisti va abolito? Altro che dileggi, una medaglia per la Innocenzi. Bocciata all’esame da giornalista, gestito da burocrati della notizia. Il vero test sono i lettori, scrive Luca Telese su “L’Inkiesta”. Sembra una disputa tra giornalisti ma non lo è: la presunta polemica contro Giulia Innocenzi, bocciata all’esame di giornalismo e sbeffeggiata ieri su Libero, e oggi sulla prima pagina del Giornale e poi in un coretto turbinoso di siti sciacalleschi e di parassiti dileggiatori contenti di gridare dagli al vip è il simbolo di una follia tutta italiana.

La prima insensatezza è evidente a chiunque abbia già passato l’esame di giornalismo: ovvero l’assurdo di considerare come un giudizio attendibile un concorsone taroccato per costituzione, in cui puó capitare di andare benissimo o malissimo per puro caso, una lotteria in cui si essere interrogati sullo scibile umano, perché la materia teorica di chi deve fare il giornalismo è appunto pura tuttologia: diritto, codice civile, Costituzione, storia, storia del giornalismo, titolistica, grafica, solo per citare alcuni dei tanti sterminati campi. Ricordo una meravigliosa risposta di Alberto Ronchey: «Lei è un intellettuale, uno studioso, un giornalista, ora anche un ministro: si sente un tuttologo?». E lui, magistralmente aveva risposto: «Anche». Una prova per tuttologi, dunque.

L’altro paradosso è che il concorso lo fa sia chi è già giornalista da dieci anni, sia chi non lo farà mai. Lo fanno persone che hanno già un lavoro (da giornalista) e anche persone che hanno un altro lavoro (magari collaterale, o anche diverso, ma vogliono la medaglietta). Quindi la contraddizione di questo concorso è che non garantisce nessun posto, ma al massimo una abilitazione a professionisti che poi il lavoro se lo trovano, o se lo dovrebbero trovare da soli. Per cui la prima domanda da farsi è: ma se uno fa già il giornalista da dieci anni, come può non ottenere l’abilitazione a fare quello che già fa? E se non la ottiene lo ha fatto abusivamente? Come si puó bocciare Giulia Innocenzi nello scritto? Possibile che Giulia improvvisamente non si ricordi più come si scrive? Che abbia fatto proprio all’esame errori di grammatica o di sintassi? Possibile ma improbabile.  Vero è, invece, che bocciare uno famoso da sempre soddisfazione ai burocrati designati. In altri casi bocciare dei giovani anonimi da soddisfazione allo stesso modo, perché ti fa pensare di avere un ruolo edificante.

Sembra che stia difendendo la Innocenzi, di cui parlerò tra poco, ma in realtà parlo di tante storie che conosco benissimo, compresa la mia. Sono entrato in una redazione nel 1989, ho potuto fare il sospirato concorso - ci si accede in base a requisiti previdenziali - solo nel 2001. Perché all’epoca (con ancora più rigore di oggi) a nulla valeva l’anzianità professionale, era solo quella clausola contributiva che ti abilitava alle prove scritte e orali. Quando dopo dodici anni finalmente ho potuto iscrivermi al corso di preparazione dell’ordine, scrivevo tutti i giorni sul Giornale da due anni. Prima di allora, per altri tre anni avevo lavorato al settimanale del Corriere della sera e al Corriere della sera, firmando articolesse, aperture, prime pagine. Il collega che mi aveva corretto il compito di prova, evidentemente non aveva mai letto il mio nome nemmeno per sbaglio. Meglio così. Era animato da un sano pregiudizio verso i colleghi più giovani e si ritenne libero di esprimerlo. Non dimenticherò mai quel giorno: ci riconsegnarono i compiti e ci umiliarono dicendo che eravamo una generazione che non sarebbe mai arrivata a scrivere sui giornali. Il collega designato dall’ordine mi riconsegnó il mio compito aveva costellato di appunti rossi e blu tutta la pagina. Mi disse, con un accento dialettale marcato: «L’Italiano bisogna saperlo scrivere: soggetto, predicato e complemento oggetto». Era meglio essere mediocri che eleganti, un ammonimento importante.

In sostanza andó a finire così: fui bocciato al corso dell’ordine, come un somaro, e promosso con pieni voti all’esame. Se i selezionatori fossero stati invertiti sarei stato bocciato come Giulia, all’esame, perché in due settimane non era certo cambiato il mio modo di scrivere. Se ci fossimo scambiati il compito io e un collega disoccupato che era con me in quel corso preparatorio, sicuramente mi sarei depresso, forse avrei gettato la spugna.

Infine l’ultima perla: se ci sono due quotidiani che sparano sull’ordine, in Italia, sono Libero e Giornale. Hanno sparato a palle incatenate contro questa istituzione per motivi spesso sensatissimi, ma improvvisamente se bisogna sbeffeggiare una giornalista che lavora con il "nemico" Santoro, l’Ordine diventa una Cassazione. "La maestrina bocciata", titola soddisfatto Il Giornale. Ma se una giornalista fa delle interviste ed esprime delle opinioni in tv fa il maestrino? Deve essere bocciato perché sembra presuntuoso? Perché è nemico o viene percepito come nemico da qualcuno? Secondo me, la Innocenzi, che paga il prezzo della sua visibilità sul l’altare dove di solito si preferisce la mediocrità operosa al talento, merita una sola cosa, oggi: una medaglia. 

Giulia Innocenzi bocciata all'esame di giornalismo. Ma un anno fa voleva abolire l'Ordine, scrive “Fan Page”. La star di Servizio Pubblico bocciata alla prova scritta. Fino a pochi mesi fa diceva: "Sono per l'abolizione dell'Ordine, sono praticante solo per via del contratto". Giulia Innocenzi è stata bocciata alla prova scritta prevista dall'esame di stato valido per conseguire l'iscrizione all'elenco professionisti dell'Ordine dei giornalisti. Insomma, non sarà – almeno a questo giro – giornalista professionista. Le prove sono due, scritta e orale, Giulia Innocenzi non è riuscita a superare il primo ostacolo, costituito da un articolo, da una sintesi giornalistica e da un questionario su temi attinenti la professione. La questione non è tanto la bocciatura: autorevoli colleghi prima di lei non sono riusciti a passare quest'ostacolo (a volte molto gioca l'emozione). La questione, secondo me, è un'altra. Perché Giulia Innocenzi vuole diventare giornalista professionista visto che è a favore dell'abolizione dell'Odg? Lo ha detto a più riprese lei stessa e qui c'è un eloquente post del maggio 2012. “Premesso che rispetto il pensiero di tutti, ci deve essere qualcosa che mi sfugge nel ragionamento di questa lettrice di Libero: sarebbe una battaglia di "giustizia" impedirmi di lavorare nel campo dell'informazione perché "non iscritta all'albo dei giornalisti"? Per completezza: sono per l'abolizione dell'ordine dei giornalisti, che è obsoleto, liberticida e corporativo, e attualmente risulto come praticante perché Santoro è uno dei pochi che applica contratti giornalistici.” L'aspirante collega di “Servizio pubblico”, vera star dei social network, scriveva all'epoca: “Sono per l'abolizione dell'ordine dei giornalisti, che è obsoleto, liberticida e corporativo, e attualmente risulto come praticante perché Santoro è uno dei pochi che applica contratti giornalistici”. Quindi nel 2012 la Innocenzi sosteneva di essere iscritta nel registro dei praticanti (fase di 18 mesi propedeutica all'esame da professionista) solo per garantirsi il contratto Fieg-Fnsi che Michele Santoro ha applicato ai giornalisti di Servizio Pubblico (per molti dei colleghi della redazione del programma di La7 si tratta di un patto a tempo che vale per tutta la durata della trasmissione e che può non essere rinnovato l'anno successivo). E poi, cos'è successo? Giulia Innocenzi ha cambiato idea? Ora vuol far parte della ‘casta'? O anche in questo caso è solo questione di soldi?

Quando la bocciatura a un esame diventa notizia, scrive “Rai News 24”. Incredibile polemica sul web: Giulia Innocenzi, giovane collega di Michele Santoro a "Servizio pubblico", non passa lo scritto dell'esame da giornalista. E i "nemici" della trasmissione si scatenano in sfottò. Anche la diretta interessata sbotta su Facebook. E' uno degli argomenti che da 24 ore impazzano sulla Rete: sui social network, sui siti di informazione. Giulia Innocenzi, giovane giornalista della "scuderia" di Michele Santoro a "Servizio pubblico", non ha passato l'esame da giornalista, non superando le prove scritte dell'ultima sessione. La notizia, giudicata di rilievo nazionale da Libero, è rimbalzata ovunque. Prima i critici abituali della trasmissione, cui la Innocenzi prende parte, hanno cavalcato il suo "infortunio" all'esame di abilitazione per dare a Santoro e Travaglio dei "cattivi maestri". Botta e risposta sui social network. Poi è toccato a Facebook e Twitter fare da casse di risonanza per sfottò di ogni tipo. Una notizia (?) che ha attirato l'attenzione di alcune firme importanti del giornalismo italiano: da Luca Telese a Pierluigi Battista, tutti a prodigarsi in messaggi di solidarietà alla giovane collega. Sotto esame, a questo punto, ci è finito l'ordine professionale e le sue modalità di accesso: chi difende la Innocenzi dal barbaro attacco sostiene che sia l'esame stesso ad essere inattendibile, falsato e da rivedere. Insomma, se una come Giulia Innocenzi non passa l'esame vuol dire che la prova è da rivoluzionare. La risposta di Giulia: "Siete dei poracci". E infine, tocca proprio a Giulia rispondere agli attacchi. Anche lei, che finora aveva mantenuto il controllo e un certo riserbo, sbotta su Facebook così: "Ci sono persone che si alimentano solo dei misfatti degli altri. Ragionano così: a me va di m..., a te deve andare peggio. Queste persone mi fanno pena, perché sono povere. E anche con tutto l'oro del mondo non si arricchirebbero di certo. Rimarranno sempre dei poracci".

Dopo aver criticato aspramente l'Ordine dei Giornalisti, Giulia Innocenzi ha tentato comunque di entrarne a far parte, scrive “Affari Italiani”. La preferita di Michele Santoro non ha però superato la prova scritta necessaria per diventare giornalisti professionisti. A poco sembra esserle servito il praticantato da Michele Santoro e la star di Servizio Pubblico dovrà ripetere l'esame nonostante la sua fama di "maestrina". La stampa di destra si è subito scatenata contro l'aspirante giornalista indirizzandole commenti e sondaggi a risposta multipla con insinuazioni anche pesanti su questo mancato risultato ottenuto. In difesa della giovane quasi-giornalista pupilla di Michele Santoro sono scesi in campo molti, tra i quali anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino che ha giustificato la defaillance di Giulia Innocenzi: "Il non aver superato la prova è solo un incidente. Scherzando con i colleghi dico loro che durante gli esami sono in una fase di semi infermità mentale. […] Il Presidente dell’Ordine non dovrebbe dirlo, ma non è il tesserino che fa di una persona un giornalista". Altri sostegni sono arrivati da ulteriori colleghi, che hanno manifestato solidarietà a Giulia Innocenzi e spostato il dibattito sull’utilità o meno del tesserino da giornalista, scagliandosi contro l’Ordine e rivendicando la stessa posizione espressa dal presidente Iacopino. Su Facebook e Twitter, ironie e sfottò, ma anche difese a spada tratta, si sono moltiplicate in un istante. Invidie e gelosie professionali, rivalse. Eccone qualcosa tra i commenti più clementi: «Giulia Innocenzi go home! Dio esiste» (steph@docst). E poi altri: «Come godo», «boriosetta», «saccente». Non mancano le polemiche sul senso dell’esame di Stato. «Una sanatoria» scrive Emiliano Liuzzi, direttore dell’edizione online del Fatto Quotidiano. Michele Ruschioni, direttore di «Noiroma», sorta di Dagospia dell’Urbe, attacca tranchant la collega sul suo profilo facebook: «Ora non è che st’esame sia indicativo di quanto uno sappia fare il mestiere. Però dal momento che è istituito tocca superarlo. Non ci vuole uno scienziato per rimediare un 36. Bisogna solo saper scrivere». Mattia Feltri, inviato della Stampa, twitta a difesa.«La bocciatura all’esame di giornalismo di @giuliainnocenzi dimostra la ridicola inutilità dell’esame medesimo ». Così anche dall’Espresso. Ecco Riccardo Bocca - «Dopo tante batoste, l’Ordine dei giornalisti recupera credibilità grazie a Giulia Innocenzi. Un gesto generoso, farsi bocciare all’esame» -e Alessandro Gilioli: «Penosi e biliosi gli attacchi a Giulia Innocenzi per l’esame non passato eh. Ripigliamoci dai. Che poi conosco colleghi “professionisti” che te li raccomando». 

Giulia Innocenzi bocciata all’esame di giornalismo, scrive Riccardo Ghezzi, su “Quelsi”. Ci sono aspiranti giornalisti che prima di ottenere l’agognato tesserino sono costretti a superare le fasi di una lunga gavetta: collaborazioni o mansioni in redazioni sottopagate, due anni di sfruttamento, corsi talvolta costosi, master fuori portata per chi non è particolarmente facoltoso. Si arriva al primo step, quello del tesserino da pubblicista, poi c’è chi riesce a compiere l’ulteriore salto: un anno e mezzo di assunzione come praticante presso una qualsiasi redazione e poi l’esame per l’abilitazione allo status di professionista. Tutto questo dopo almeno quattro anni di sacrifici anche economici.
E poi c’è Giulia Innocenzi, che la gavetta la fa in un talk show in prima serata, davanti a milioni di spettatori. Come se fosse una giornalista già arrivata, al culmine della sua carriera, tanto da poter dispensare lezioni ai colleghi o intervistare esponenti politici in auge, come “l’odiato” Silvio Berlusconi, peraltro con esiti discutibili. Per Giulia Innocenzi quella di Annozero e Servizio Pubblico è stata una sorta di “scuola di giornalismo”. Peccato che non fosse uno stage, né una collaborazione occasionale, ma una trasmissione in prima serata, in teoria agognato approdo dopo la lunga gavetta di cui sopra. Questi però sono problemi di Santoro, essendo in capo a quest’ultimo la scelta dei profili professionali considerati più idonei e competenti al fine di garantire un’informazione di qualità.

Se Santoro ha voluto che la sua trasmissione fosse una “palestra” per una aspirante giornalista professionista, buon per lui. Ciò che stupisce, semmai, è che nonostante questo Giulia Innocenzi sia stata bocciata all’esame di giornalismo.

Ebbene sì, la pupilla del dissacrante presentatore non ce l’ha fatta. Un articolo pubblicato su liberonews di oggi, a firma Matteo Pandini, riporta la notizia in qualche modo clamorosa: Giulia Innocenzi non ha superato l’esame scritto.

Pandini ricorda anche una polemica tra Giulia Innocenzi e il giornalista Aldo Grasso. Davvero incredibile, per una ragazza che più volte aveva impartito lezioni a destra e manca. Anche a dei direttori come Maurizio Belpietro e Augusto Minzolini. Un atteggiamento che era stato notato anche da Aldo Grasso. Sul Corriere della Sera, all’indomani della puntata-show di Berlusconi da Santoro, il critico s’era chiesto: “Quell’aria di supponenza da dove le deriva? Si crede la più autorevole del reame?”. Aveva addirittura scritto, Grasso, che la Innocenzi “ha un tono così saccente che predispone al peggio il telespettatore”. Dubitare delle qualità professionali di Giulia Innocenzi non è mai stata lesa maestà. Ora, però, i dubbi rischiano di diventare certezze.

Giulia Innocenzi all’esame di giornalismo. Ironie e sfottò. E lei: «Mi fanno pena, poracci!». Il web si infiamma con le prese in giro scrive Alessandro fulloni su “Il Corriere della Sera”. Quel che scrive su Facebook è questo. «Ci sono persone che si alimentano solo dei misfatti degli altri. Ragionano così: a me va di m..., a te deve andare peggio. Queste persone mi fanno pena, perché sono povere. E anche con tutto l’oro del mondo non si arricchirebbero di certo. Rimarranno sempre dei poracci». Lo sfogo è quello di Giulia Innocenzi, 29 anni, riminese, giornalista di «Servizio Pubblico» e volto noto della trasmissione anche per le polemiche in diretta con direttori come Augusto Minzolini e Maurizio Belpietro. Il 15 ottobre Innocenzi non ha passato lo scritto dell’esame di Stato per l’iscrizione all’albo de i giornalisti professionisti. Prova severissima che una certa ansia la mette, figurarsi, anche alle firme eccellenti tra le quali si conteggiano, anche in tempi recenti, bocciature non pronosticabili. E appunto: il kappaò di Innocenzi è stata giudicata una notizia dal quotidiano «Libero» che ne ha dato conto con una certa perfidia. «Davvero incredibile, per una ragazza che più volte aveva impartito lezioni a destra e manca». E ancora. «Ora la fidanzata di Pif, ex Iena e applauditissimo alla Leopolda durante la recente convention renziana, dovrà ripartire da capo. D’altronde, diventare professionista non è una passeggiata. Anche se ti chiami Giulia Innocenzi e frequenti “una vera scuola di giornalismo” - così ha definito la sua esperienza di lavoro la stessa Innocenzi  - come quella di Santoro». Apriti cielo. Su Facebook e Twitter, ironie e sfottò, ma anche difese a spada tratta, si sono moltiplicate in un istante. Invidie e gelosie professionali, rivalse. Eccone alcuni tra i commenti più clementi: «Giulia Innocenzi go home! Dio esiste» (steph@docst). E poi altri: «Come godo», «boriosetta», «saccente». Non mancano le polemiche sul senso dell’esame di Stato. «Una sanatoria» è la sintesi di Emiliano Liuzzi, responsabile dell’edizione online del «Fatto Quotidiano». Michele Ruschioni, direttore di «Noiroma», sorta di Dagospia dell’Urbe, attacca tranchant la collega sul suo profilo Facebook: «Ora non è che st’esame sia indicativo di quanto uno sappia fare il mestiere. Però dal momento che è istituito tocca superarlo. Non ci vuole uno scienziato per rimediare un 36. Bisogna solo saper scrivere». Mattia Feltri, inviato della «Stampa», twitta a difesa.«La bocciatura all’esame di giornalismo di @giuliainnocenzi dimostra la ridicola inutilità dell’esame medesimo ». Così anche dall’«Espresso». Ecco Riccardo Bocca - «Dopo tante batoste, l’Ordine dei giornalisti recupera credibilità grazie a Giulia Innocenzi. Un gesto generoso, farsi bocciare all’esame» - e Alessandro Gilioli: «Penosi e biliosi gli attacchi a Giulia Innocenzi per l’esame non passato eh. Ripigliamoci dai. Che poi conosco colleghi “professionisti” che te li raccomando». A difesa della Innocenzi c’è anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino. L’endorsement arrabbiato compare sulla bacheca della 115esima sessione d’esame, quella sotto tiro e che ha visto una mezza falcidie: oltre il 44 per cento rispediti a casa. L’appello - in gran parte raccolto - è proprio per i candidati, invitati a «mostrare dignità». «Sapete, per averla vissuta, che prova è l’esame. Il giudizio, positivo o negativo, è falsato dalla tensione e non fotografa certamente le vostre reali capacità. Invece perfino l’esame viene usato per delle volgarità. Mi riferisco alla campagna contro Giulia Innocenzi. Mi piacerebbe un sussulto di dignità da parte vostra - è l’esortazione di Iacopino -: un documento non di solidarietà (non conosco praticamente Giulia, ma credo abbia spalle larghe e forti) ma di denuncia di un modo di fare informazione che passa sopra la vita e i sentimenti delle persone». I «mi piace» sono stati moltissimi. Ma qualche intervento ha spostato il tiro: «Ricordatevi dei precari, e dello sfruttamento che c’è in tante redazioni».

La maestrina Innocenzi bocciata in giornalismo I colleghi esultano in rete. Passo falso della collaboratrice di Santoro all'esame di Stato, scrive Cristina Bassi su “Il Giornale”. La «patente» di giornalista gliel'ha data nientemeno che Michele Santoro. Peccato che l'Ordine professionale non sia d'accordo. Giulia Innocenzi, fedelissima collaboratrice del teletribuno fin dai tempi di Annozero e riconfermata a Servizio Pubblico, è stata bocciata all'esame scritto per ottenere il tesserino da professionista. Un bello smacco per una che, non ancora compiuti i trent'anni, si è già cucita addosso il ruolo di maestrina del giornalismo d'inchiesta. Con un mentore del calibro di Santoro ci si aspetterebbero risultati migliori: «Quella di Michele è una vera scuola di giornalismo», aveva detto Giulia. O forse è così facile sentirsi un fenomeno da affrontare il compitino un po' pedante dell'esame dell'Ordine con una po' di puzza sotto il naso. D'altra parte l'abbiamo vista in moto con Vauro e con in braccio il sosia del cane Dudù nello spot della trasmissione su La7 e in altre occasioni impartire lezioni in studio nientemeno che a direttori di giornali. All'indomani della storica puntata con Silvio Berlusconi ospite fu il severo critico del Corriere Aldo Grasso a chiedersi: «Si crede la più autorevole del reame? Ha un tono così saccente che predispone al peggio il telespettatore». Poco più che ventenne Giulia Innocenzi si dedica alla politica con il Pd e i Radicali. Poi passa al giornalismo che - come diceva un grande di cui spesso ci si sente chiedere all'esame da professionista - «è sempre meglio che lavorare». Vola subito su Rai2 sotto l'ala protettrice del talent scout Santoro, scrive sul Fatto e la sua carriera sembra irresistibile. Non fosse per quei guastafeste dell'Ordine nazionale. Scrive il sito di Libero infatti che la giovane praticante si è presentata alla sessione qualche settimana fa, ma non compare nell'elenco degli ammessi agli orali pubblicato dal sito dell'Odg. Inutile dire che la notizia ha già fatto il giro del web e che non pochi colleghi - come Riccardo Bocca dell'Espresso - cantano vittoria al grido di «Finalmente l'Ordine riacquista credibilità...». È vero che per essere un bravo giornalista non c'è bisogno di un pezzo di carta. Lo dimostra il fatto che anche Milena Gabanelli fu bocciata all'esame. È vero anche che l'Ordine è considerato da molti un ente inutile da abolire. Ma finché esiste, chi vuole praticare il mestiere deve passare attraverso le sue maglie. Anche le allieve preferite di Santoro.

Giulia Innocenzi bocciata all'esame di giornalismo, scrive “Libero Quotidiano”. I particolari sul giorno del test a Roma: alla lettura delle tracce la maestrina di Santoro e Travaglio sorrise. Torna sulla terra, la maestrina Giulia Innocenzi. La santorina e travaglina, come una comune mortale, è stata bocciata all'esame di Stato: non è (ancora) una giornalista professionista. Semplicemente, ha stabilito la commissione capitolina, non è idonea. Non è la prima né sarà l'ultima bocciata celebre (tra gli altri, nella storia di questo mestiere, Paolo Mieli e Milena Gabanelli). Però, l'Innocenzi bocciata, fa un certo effetto: la bacchettatrice di giornalisti professionisti stroncata all'esame di abilitazione professionale. Ma tant'è, la notizia ve l'abbiamo data già qualche ora fa. Su Libero in edicola giovedì 31 ottobre, a firma di Matteo Pandini, un lungo approfondimento sulla bocciatura della maestrina di Servizio Pubblico. Alcuni particolari divertenti: Giulia, lo scorso 15 ottobre, s'era presentata all'esame di Stato con una profetica maglietta, che recitava "che ansia". Alcuni dei presenti tra gli aspiranti professionisti giurano che alla lettura delle tracce, la Innocenzi abbia sorriso, come a dire: questo è il mio pane, non avrò problemi. Invece di problemi ne ha avuti: bocciata, appunto. Nonostante la traccia che avrebbe scelto, quella su amnistia e indulto: un tema sul quale i "cattivi maestri", Michele Santoro e Marco Travaglio, non l'hanno evidentemente preparata a sufficienza.

Giulia Innocenzi insulta Libero: "Poveracci, vi nutrite dei misfatti altrui". Bocciata all'esame di giornalismo scrive “Libero Quotidiano”. Lei è Giulia Innocenzi, la fedelissima di Michele Santoro e di Marco Travaglio. Una notizia, la bocciatura: lei è un personaggio molto in vista sul piccolo schermo, molto seguita sui social network, molto disucussa, molto criticata (tanto quanto lei è sempre in prima fila a bacchettare e criticare tutti quelli che non la pensano come lei). Dunque, normale che si parli di questo fatto. E, attenzione, di questo fatto, e non "misfatto", come lo definisce lei. La risposta e l'attacco a Libero è arrivato su Facebook: "Ci sono persone che si alimentano solo dei misfatti degli altri. Ragionano così: a me va di merda, a te deve andare peggio. Queste persone mi fanno pena, perché sono povere. E anche con tutto l'oro del mondo non si arricchirebbero di certo. Rimarranno sempre dei poracci". Sorvolando sugli insulti e i giudizi morali, ci limitiamo a ribadire la differenza tra "fatto" (la sua bocciatura) e "misfatto". Le notizie, e una giornalista (seppur non professionista) lo dovrebbe sapere, devono essere date, e spesso una notizia è determinata dalla rilevanza pubblica del suo protagonista. Infine un'ultima considerazione. Premesso che nessuno si alimenta dei "misfatti" della Innocenzi, non si può non notare come Giulia, Michele Santoro e Marco Travaglio, abbiano costruito una carriera sui "misfatti" o presunti tali di Silvio Berlusconi. Partendo dalla recente condanna Mediaset, ma passando attraverso le molteplici forzature che, negli anni, si sono sprecate. Per ultima, e soltanto per pescarne una dal mazzo, la grottesca comparsata di Michelle Bonev negli studi di Servizio Pubblico. Telese, Battista, Feltri, etc: tutti a difendere la Innocenzi Piuttosto insegnatele qualcosa...

Levata di scudi pro-Giulia, finita nel mirino per la bocciatura all'esame di Stato. E la santorina diventa una scusa per abolire l'ordine, scrive “Libero Quotidiano”. Un esercito di giornalisti in campo per difendere la giornalista bocciata all'esame di Stato. Giulia Innocenzi non ha superato la prova di abilitazione professionale. Per primo Libero ha rilanciato la notizia, poi ripresa un po' ovunque. Una notizia che scatenato diverse ironie sulla "maestrina" rimandata a settembre e sui "cattivi maestri", Michele Santoro e Marco Travaglio. Di contro, in molti, sono scesi in campo in difesa della santorina (e contro l'ordine dei giornalisti). Il presidente - Tra gli alfieri schierati in difesa di Giulia c'è anche Enzo Iacopino, presidente dell'ordine nazionale dei giornalisti: "Considero la giornalista praticante Giulia Innocenzi molto brava. Il non aver superato la prova è solo un incidente", scrive su Facebook. Poi aggiunge: "Il presidente dell'Ordine non dovrebbe dirlo: ma non è il tesserino che fa di una persona un giornalista". Di fatto, Iacopino nega l'importanza dell'esame di Stato. Simile il ragionamento di Luca Telese, che sul suo blog su Linkiesta parla di "siti sciacalleschi" e "parassiti dileggiatori", ovvero quelli che hanno riportato la notizia della bocciatura. Telese si spinge più in là, parlando dell'"assurdo di considerare come un giudizio attendibile un concorsone taroccato per costituzione, in cui può capitare di andare benissimo o malissimo per puro caso". Telese - L'ex conduttore di In Onda prosegue: "La domanda da farsi è: ma se uno fa già il giornalista da dieci anni, come può non ottenere l'abilitazione a fare quello che già fa? E se non la ottiene lo ha fatto abusivamente? Come si può bocciare Giulia Innocenzi nello scritto? Possibile che Giulia improvvisamente non si ricordi più come si scrive? Che abbia fatto proprio all'esame errori di grammatica o di sintassi? Possibile ma improbabile". Non ha dubbi Telese: sbagliato bocciarla. Sembra quasi adombrare un "complottone". Per fugare i sospetti, forse, sarebbe interessante poter leggere il testo della Innocenzi, il testo che le è valso la bocciatura. La schiera dei difensori della santorina è fitta. E, come detto, nel mirino, ci finisce anche l'Ordine. Apre le danze Mattia Feltri de La Stampa, che cinguetta: La bocciatura all'esame di giornalismo di Giulia Innocenzi dimostra la ridicola inutilità dell'esame medesimo.

Gli risponde Pierlugi Battista del Corriere della Sera: E dell'Ordine dei giornalisti, residuo fascista unico in tutto il mondo democratico occidentale.

Quindi Marco Alfieri, direttore de Linkiesta, che rilancia l'intervento di Telese. Ma ha senso l'ordine dei giornalisti o l'esame è quello dei lettori?

Non poteva mancare un "aiutino" da un collega del Fatto Quotidiano, Emiliano Liuzzi: la mia solidarietà all'ottima collega Giulia Innocenzi è brava, a differenza di molti. l'esame da giornalista? solo una sanatoria.

Quindi Simone Spetia, di Radio24: A me, invece, guarda un po' Giualia Innocenzi fa simpatia, pensa tu. Di base non prenderei l'esame da giornalista come qualcosa di indicativo, né nel bene, né nel male.

Infine un intervento a sorpresa, quello di Nicola Porro, vicedirettore de Il Giornale che riportava la notizia della bocciatura della Innocenzi in prima pagina: bocciata all'esame di giornalismo? Un mondo di rosiconi che gode. Che schifezza.

Chi è Giulia Innocenzi?

Le età dell'Innocenzi. Ritratto di Giulia, pupilla di Santoro che ha cercato sponsor in tutti i partiti. Da An ai Radicali, da Montezemolo al Pd, scritto da Giovanni Florio per "Lettera 43.it". Non tutti i giornalisti o presunti tali riescono a farsi eleggere, altri sgomitano per trovare comunque un partito sponsor che ti curi la carrierina, specie in Rai dove ogni cronista ha il suo bravo cartellino, e la ricerca di santi in paradiso può essere frenetica. Prendete una come Giulia Innocenzi, scoperta non si sa bene dove da Santoro, uno che non si fa mai scappare le belle guaglione (remember le precedenti santorine, Costamagna, Simonetta Martone, Bianca Berlinguer, Rula Jebreal, Margherita Granbassi, Beatrice Borromeo e via sfilando...), in questo abbastanza simile al suo sfidante (nella diretta televisiva in agenda per il 10 gennaio), Berlusconi, altro apprezzatore di doti femminee (alla faccia delle centinaia di giornaliste precarie meno carucce della Innocenzi, catapultata in tivù dal nulla). Ebbene, la signorina si sta dando un gran da fare coi partiti. È possibile, ad un comune mortale italiano, passare rispettivamente da An, Radicali, Montezemolo, Pd di Renzi e poi Pd di Bersani, rimanendo nel frattempo anche con Santoro, Vauro e Travaglio simpatizzanti di Grillo? Ebbene sì, alla Giulia è riuscita questa giostra psichedelica. Cosa non si farebbe per avere un partito che ti sponsorizza, specie poi se sei di bell'aspetto, voce indispensabile nel curriculum di una giornalista. Lo spettatore santoriano può crederla semplicemente santoriana, ma si sbaglia, nel beauty case la Innocenzi conserva una dozzina di tessere di partito, anche opposti, non si sa mai. E' di sinistra? No perché ha iniziato nei giovani di Alleanza nazionale, come ha rivelato lei stessa in un programma: «Okay, a 16 anni mi sono iscritta ad Azione giovani, il movimento giovanile di An. Però dopo aver assistito alla prima riunione, sono andata via». Com'è noto infatti tutti noi prima ci iscriviamo ad un partito e soltanto dopo ci imbuchiamo in una riunione per vedere com'è, e se non ci piace passiamo ad altra iscrizione. Percorso logico senza dubbio interessante. Dunque, seppur insoddisfatta dai giovani di An, è di destra? Neppure. Non paga di Azione giovani, la Innocenzi in drammatica ricerca di padrini politici ci ha provato coi Radicali, che la l'hanno fatta subito presidente degli Studenti Coscioni, che - non fraintendiamo - è il cognome dello storico militante Luca Coscioni. La Innocenzi risultava ancora qualche mese fa nel comitato Radicali italiani e fidanzata «con un commercialista militante radicale». Beh allora è una radicale? La accendiamo? Ma va. In contemporanea o quasi la trottola partitica Innocenzi ci ha provato infatti pure col Pd, da radicale ex Alleanza nazionale, ma le cose gli sono andate male, mentre intanto ha cominciato a fare le domandine ai giovani da Santoro, vicino a Di Pietro e Grillo. A quel punto la ragazza a caccia di partito ha fatto l'ennesima piroetta, e si è materializzata nei capelli di Luca Cordero di Montezemolo. Costernati, l'abbiamo ritrovata infatti nel comitato di Italia Futura, cioè appunto l'associazione-partito di Montezemolo, presentata come «blogger e conduttrice tivù ed esperta di politiche giovanili». Esperta di politiche giovanili, e chi non lo è? Ma non era radicale? Ma non era di An? Ma non era del Pd? No è di Montezemolo, dove risulta ancora tra i membri dell'associazione. Anzi no, è del Pd. Ebbene sì, perché, visto che Montezemolo tentennava troppo e che ci sto a fare in un partito che poi non candida nessuno, la Innocenzi si è ributtata sul Pd. Sì ma quale, quello di Renzi o quello di Bersani? Tutti e due, che domande. A settembre, prima delle primarie, fa sapere che aspetta di vedere il programma, «ma se Renzi si candiderà a presidente del Consiglio io ne sarò felice». Lui ricambia l'interesse presentando a Firenze l'opera prima della Innocenzi, Meglio fottere. Poi però Renzi perde le primarie, e lei va da inviata di Servizio Pubblico a intervistare il candidato premier del Pd, Bersani. Con frasi durissime come: «Mi scusi se le faccio una domanda dopo la lasagna», spronandolo, da radicale di azione giovani e montezemoliana, a dire qualcosa di sinistra contro la Fiat di Marchionne (amministratore delegato nell'azienda di cui Montezemolo è stato presidente). Per il momento si è fermata sul Pd, anche perché probabilmente è il partito destinato a vincere le elezioni. Peccato perché le mancano ancora la Lista Monti, Fermare il declino, la lista Ingroia, il M5S, l'Udc, il movimento di Emilio Fede...

Pif: “Sì, sono fidanzato con Giulia Innocenzi. Ma non la sposo”, scrive “Oggi”. Il mattatore di Mtv rivela per la prima volta il legame che lo lega con la giornalista-musa di Michele Santoro. "Niente nozze", assicura. "Ma magari... un figlio sì". L'intervista esclusiva su Oggi. Pif, l’ex Iena oggi star di Mtv, ammette per la prima volta di essere fidanzato con Giulia Innocenzi, la giovane giornalista-musa di Michele Santoro. E lo fa dalle pagine di Oggi in edicola. «Giulia Innocenzi l’ho conosciuta due anni fa», spiega Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, nell’intervista esclusiva che pubblica Oggi. «Il 25 giugno è il nostro anniversario… Ci siamo conosciuti a Palermo, al corteo di un movimento giovanile che è sparito dopo un mese, il Movimento delle forchette rotte». Pif aggiunge: «Mi chiede se vogliamo metter su famiglia? Sono domande che non si fanno: sono troppo giovane per il matrimonio, ho solo 41 anni!», scherza. E poi si fa serio: «Ma se capita un bimbo, va benissimo». Così dice Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, il giornalista ex Iena che con «Il Testimone» su Mtv conduce interviste e inchieste di successo, al settimanale Oggi. Dove per la prima volta emerge il suo legame con la collaboratrice di Santoro a «Servizio Pubblico» Giulia Innocenzi. Nell’intervista che Oggi pubblica nel numero in edicola, Pif parla anche di Saviano, Berlusconi, Grillo, Carmen Consoli, Jovanotti e del suo film, «La mafia uccide solo d’estate», che prende in giro Cosa Nostra. «A Palermo bisogna essere o bianchi o neri«, racconta Pif nell’intervista a Oggi, «perché la mafia è grigia, ti trascina verso di sé… Ed è dappertutto: mentre giravo, mi sono reso conto che il posto dove giocavo a pallone da piccolo era proprio di fronte alla casa di Vito Ciancimino. Ciancimino riceveva Bernardo Provenzano, magari al boss è arrivata pure qualche pallonata…». Il film non ha ricevuto finanziamenti dalla Regione Sicilia. «In realtà non volevo i soldi, ma il patrocinio: avrebbe significato che la Regione la pensa come me sulla mafia», dice Pif, che racconta: «Avevo appuntamento alle quattro con l’assessore al turismo della giunta Lombardo. Passa mezz’ora e niente. Un’ora e nulla. Poi, dopo un’ora e mezza arriva un funzionario e mi dice: “L’assessore non la può ricevere perché è arrivata la Cucinotta”».

E’ interessante conoscere i mistificatori di Stato: i difensori a spada tratta degli Ordini Professionali e dell’Esame di Stato, così come dei concorsi pubblici.

GIORNALISTI. BUONI E CATTIVI CON L’ABILITAZIONE COL TRUCCO.

Vittorio Feltri, "Buoni e Cattivi”. "Se Michele Santoro è giornalista è colpa mia che l'ho promosso", scrive su “Libero Quotidiano”. Buoni e cattivi è il nuovo libro scritto da Vittorio Feltri con Stefano Lorenzetto (Marsilio, pp. 544, euro 19,50): un catalogo di 211 nomi e volti noti di politica, magistratura, imprenditoria, giornalismo, spettacolo e sport passati al vaglio dei ricordi e del giudizio come sempre lucidissimo del «Vittorioso». L’elenco dei personaggi, dalla A di Agnelli alla Z di Zeffirelli, evoca un po’ Montanelli, con i suoi ritratti di figure decisive, anche se non sempre positive, del nostro tempo. E si presta a un sequel. Il catalogo, un po’ the best of e un po’ bestiario, è anche una raccolta di pagelle. Si parte dalle eccellenze, come Oriana Fallaci e Nino Nutrizio, cui viene assegnato un 10 e lode. Si passa a Giorgio Napolitano e Matteo Renzi, che ottengono rispettivamente 4½ e 5. E si arriva ai somari, come Alfano, Amato e Boldrini che prendono 3, e ai peggiori - Cederna, Fini e Lusi - cui spetta il 2. La vera sorpresa è Marco Travaglio,«forse il più bravo giornalista d’Italia», cui Feltri regala un 9. Ci sono gli inaffidabili, come Sandro Pertini, che voleva far arrestare Feltri a Nizza. Ci sono le coppie come Hunziker-Trussardi, che Feltri fece incontrare. Poi figurano gli editori-fregatura, come Montezemolo che costò a Feltri, direttore de l’Europeo, 150 milioni di lire per videocassette scadenti e Urbano Cairo, che fece sborsare a Feltri 300 milioni di lire per un aumento di capitale di Libero non sottoscritto; e Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente Ior, che avrebbe dovuto essere tra gli editori di Libero. E poi Giuliano Ferrara, alla cui lista «Aborto? No, grazie» Feltri diede a sorpresa il suo voto.

Anche volendo, non potrei parlare male di lui. Se lo facessi, equivarrebbe a spararmi nei marroni. Si dà infatti il caso che Santoro sia diventato giornalista professionista con il mio contributo, giacché facevo parte della commissione all’esame di Stato che lo promosse e gli consentì l’iscrizione all’Ordine nazionale dei giornalisti. Era il 1982. Me lo ricordo perché erano in corso i Mondiali di calcio in Spagna, quelli vinti dall’Italia con Sandro Pertini in tribuna d’onore. L’unico motivo per cui accettai di far parte della commissione esaminatrice – composta da due magistrati designati dal presidente della Corte d’appello di Roma e da cinque giornalisti professionisti, iscritti nel relativo elenco da non meno di 10 anni – si chiamava Alberto Cavallari. Pur di allontanarmi dal direttore che mi mobbizzava, diedi la mia disponibilità all’Ordine e ottenni dal Corriere il permesso retribuito per trasferirmi a Roma a selezionare gli aspiranti scribacchini. Da allora, mai più ripetuta l’incresciosa esperienza. Non si rivelò un lavoro di tutto riposo. Era da poco stato liberalizzato l’accesso alla professione e venivano ammessi agli esami d’idoneità professionale anche cineoperatori, fotoreporter, conduttori di radio e televisioni private. Una bolgia. Saranno stati almeno 400 candidati. Un bel po’ li segammo alla prova scritta di aprile. Ne restarono in campo 250 agli orali di maggio e giugno. Fra questi, Santoro. E non solo: ho sulla coscienza altri tipi sinistri di quella sessione, come Giuseppe D’Avanzo, Curzio Maltese, Federico Rampini, Loris Campetti, Daniele Protti, Maurizio Mannoni e Cinzia Sasso, la cronista della Repubblica che, dopo aver tirato la volata a Giuliano Pisapia, se l’è sposato due mesi prima che diventasse sindaco di Milano. Roba che temo ancora, a distanza di anni, una class action da parte dei lettori per i guasti che la combriccola ha provocato. Attilio Bolzoni, mafiologo presso la medesima Repubblica, per fortuna no. Quello non mi può essere addebitato. Infatti non superò l’interrogazione. Lo bocciammo e dovette ripresentarsi all’esame l’anno successivo. Il che non gli ha impedito, trascorso un quarto di secolo, di vincere il premio È giornalismo, alias premio Stalin. Come si vede, il merito prima o poi viene sempre riconosciuto. Basta avere solo un po’ di pazienza e mettersi in coda sulla corsia giusta. Da quell’infornata uscì anche qualche firma ortodossa, per esempio Mauro Crippa, oggi gran sacerdote dell’informazione Mediaset, e Mauro Tedeschini, fior di professionista che ha già collezionato cinque direzioni: il Quotidiano Nazionale, Italia Oggi, Quattroruote, La Nazione e Il Centro. La vita del commissario esaminatore aveva qualche risvolto piacevole. Feci comunella con Giuseppe Pistilli, vicedirettore del Corriere dello Sport, il quale sedeva con me nel sinedrio. La sera andavamo a cena insieme. Il ponentino e il Frascati ci aiutavano a dimenticare le miserie cui avevamo assistito durante la giornata nel valutare i candidati. Ancora non avevo maturato la convinzione che l’Ordine dei giornalisti fosse un ente inutile, anzi peggio: dannoso. Pistilli contribuì a instillarmi qualche sospetto, illustrandomi come funzionava la commissione d’esame. Esempio: un aspirante scriba ti era stato raccomandato o ti stava a cuore? Bene, si trattava di farsi dare da lui le prime righe dell’articolo che aveva steso durante la prova scritta. Nessuno comincia un pezzo nella stessa maniera del compagno di banco, chiaro no? Perciò, non appena s’iniziava la lettura ad alta voce e in forma anonima degli elaborati, all’udire l’attacco familiare il commissario dava un calcetto sotto il tavolo a chi gli stava accanto. Costui a sua volta sferrava un calcetto al commissario più vicino, e avanti così. Con sei calcetti, il candidato era promosso. Dopodiché ricevevi a tua volta altri colpi negli stinchi e dovevi restituire il favore ricevuto. In questo modo passavano l’esame (e lo passano tuttora) asini sesquipedali. A quell’epoca Santoro non era proprio un giovincello: 31 anni. Pesava 20 chili meno di adesso. Aveva i capelli scuri (non tinti) e un bel volto da meridionale intelligente. Gli occhi erano da matto furbissimo. Non rammento nulla della sua prova scritta. L’orale, viceversa, ce l’ho stampato nella memoria. Non era ancora un personaggio televisivo, ma si capiva che trattavasi di predestinato: lingua sciolta, grande capacità d’improvvisare, prontezza di riflessi. Non ebbe alcuna difficoltà a superare la formalità richiesta dalla legge per esercitare un mestiere che, per quanto sia stato burocratizzato in modo indecente, s’impara solo facendolo con passione. E lui di passione ne ha sempre avuta, fin troppa, al punto che in breve tempo me lo ritrovai in video. Conduceva Samarcanda con assoluta padronanza del mezzo. Non ne fui sorpreso. I dati d’ascolto del programma erano da capogiro: 7 milioni di telespettatori. Che per Rai 3 erano uno sproposito. Da lì in poi Santoro galoppò sicuro da un successo all’altro (Il rosso e il nero, Tempo reale) fino a sconfinare in territorio nemico nell’autunno del 1996, quando lasciò la Rai per diventare conduttore di Moby Dick sull’Italia 1 del Berlusca. Non male per uno che proveniva dal nucleo maoista dell’Unione comunisti italiani e da Servire il popolo. Aveva inventato una formula nuova che piaceva specialmente alla gente di sinistra. Per la prima volta il pubblico partecipava alle discussioni, non era relegato ai margini con l’esclusivo compito di applaudire a comando. Un format sostanzialmente rimasto immutato nel tempo, che consente a Santoro di furoreggiare, amato e odiato, comunque atteso nelle sue performance. Ogni volta fa centro: con Sciuscià, con Il raggio verde, con Annozero, con Servizio pubblico. Ogni volta costringe anche chi lo detesta ad accendere il televisore, magari solo per sacramentargli contro. La polemica, la provocazione, la faziosità sono gli ingredienti che hanno sempre reso le sue trasmissioni imperdibili. È un arruffapopolo, un Masaniello, una birba, un efferato scassapalle costantemente al centro dell’attenzione. Silvio Berlusconi, oltre ad assumerlo, gli ha anche offerto il destro, da premier, di potersi atteggiare a martire dell’informazione sulle note di Bella ciao. Altro che «editto bulgaro». È stata l’apoteosi dello scugnizzo riccioluto, che con una cantata da partigiano stonato s’è guadagnato, nell’ordine: l’elezione a europarlamentare dell’Ulivo; il successivo ritorno in Rai per sentenza di un giudice del lavoro; un risarcimento dei danni stratosferico (1,4 milioni di euro); il reintegro nel ruolo di conduttore dei programmi di prima serata; la riconsegna in diretta del Santo Graal – il microfono – nientemeno che dalle mani di Adriano Celentano, durante una celebre puntata di Rockpolitik chiusa da Santoro al quadruplice grido di «viva la fratellanza, viva l’eguaglianza, viva la cultura, viva la libertà». Olà! In quell’occasione, con tono accorato, assicurò alle figlie che lo stavano guardando d’aver sempre «agito con onestà e correttezza». Peccato che, mentre lo diceva, continuasse a strofinarsi il naso con la mano. Rammento che si toccava la proboscide ogni dieci secondi. Ahi ahi. Evidente indizio di menzogna, avrebbe concluso Desmond Morris, studioso del comportamento umano e animale. Quando si raccontano bugie, aumenta la produzione di catecolamine, le mucose nasali s’ingrossano e subentra l’impellente e inconsapevole necessità di grattarsi le frogie per calmare il fastidioso prurito. Comunque per me Santoro, al netto del suo settarismo intollerabile, potrebbe anche infilarsi le dita nel naso e resterebbe comunque bravo. Mille volte meglio lui di quel cicisbeo di Giovanni Floris. Quello proprio non lo reggo, lui e il suo sorrisino da ebete. Voto: 6.

"Buoni e Cattivi", il libro di Vittorio Feltri: le pagelle a Fazio, Littizzetto, Serra e altri 2mila vip, su “Libero Quotidiano”. Buoni e cattivi è il nuovo libro scritto da Vittorio Feltri con Stefano Lorenzetto (Marsilio, pp. 544, euro 19,50): un catalogo di 211 nomi e volti noti di politica, magistratura, imprenditoria, giornalismo, spettacolo e sport passati al vaglio dei ricordi e del giudizio come sempre lucidissimo del «Vittorioso». L’elenco dei personaggi, dalla A di Agnelli alla Z di Zeffirelli, evoca un po’ Montanelli, con i suoi ritratti di figure decisive, anche se non sempre positive, del nostro tempo. E si presta a un sequel. Il catalogo, un po’ the best of e un po’ bestiario, è anche una raccolta di pagelle. Si parte dalle eccellenze, come Oriana Fallaci e Nino Nutrizio, cui viene assegnato un 10 e lode. Si passa a Giorgio Napolitano e Matteo Renzi, che ottengono rispettivamente 4½ e 5. E si arriva ai somari, come Alfano, Amato e Boldrini che prendono 3, e ai peggiori - Cederna, Fini e Lusi - cui spetta il 2. La vera sorpresa è Marco Travaglio,«forse il più bravo giornalista d’Italia», cui Feltri regala un 9. Ci sono gli inaffidabili, come Sandro Pertini, che voleva far arrestare Feltri a Nizza. Ci sono le coppie come Hunziker-Trussardi, che Feltri fece incontrare. Poi figurano gli editori-fregatura, come Montezemolo che costò a Feltri, direttore de l’Europeo, 150 milioni di lire per videocassette scadenti e Urbano Cairo, che fece sborsare a Feltri 300 milioni di lire per un aumento di capitale di Libero non sottoscritto; e Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente Ior, che avrebbe dovuto essere tra gli editori di Libero. E poi Giuliano Ferrara, alla cui lista «Aborto? No, grazie» Feltri diede a sorpresa il suo voto. Chi l’avrebbe mai detto: è diventato qualcuno grazie a Forza Italia. La trasmissione si chiamava così. Andava in onda su Odeon Tv, emittente privata appartenente a Calisto Tanzi, il boss della Parmalat che, tre lustri dopo, tutti avrebbero fatto finta di non aver mai conosciuto. Correva l’anno 1988. In studio Roberta Termali e Walter Zenga. Io partecipavo in veste di ospite fisso. C’era anche Cristina Parodi, con una sua rubrica, «La ragazza con la valigia», che la portava in giro per l’Italia a fare interviste. E infine lui, Fabietto. Un pistolino da oratorio. Mi divertiva con le sue imitazioni. Solo che non riuscivo a riconoscere i personaggi che imitava. Alla fine del programma, si andava tutti insieme a bere un’ombra al bar. Non è che sia molto cambiato da allora, mi assicura mia figlia farmacista che gli vende i cachet per il mal di testa .. Con quella sua aria da santificetur, Fazio mostrava grande deferenza nei miei confronti. Poi il sacrista dal collo torto tentò un paio di volte di farmi passare per fesso. Siccome è cresciuto a omogeneizzati di coniglio, ricorreva sempre a un complice. A Diritto di replica fu quel povero guitto di Sandro Paternostro, il corrispondente da Londra della Rai che ha lasciato nella storia del giornalismo più tracce di tintura Testanera che non d’inchiostro. Paternostro dirigeva quattro o cinque giovanotti, vestiti come assistenti di volo, che sfottevano ospiti ignari della trappola. Superfluo precisare che il programma andava in onda su Rai 3. A Quelli che il calcio si servì di quell’altro mandolone che risponde al nome di Gene Gnocchi, scelta battesimale un po’ infelice, considerato il corredo cromosomico d’infima qualità. Il sinistrume ha questa fissa: incastrare il giornalista diverso. Persino il Festival di Sanremo, con Fabio Fazio presentatore, è diventato di sinistra. Era ora. Di destra in Italia rimane solo il bagno al posto della doccia, ultimo orgoglio di una borghesia sempre più piccola piccola. È la prova che Forforina ha un suo talento naturale: quello di saper fiutare che aria tira. Non ha mai sbagliato un refolo, veleggia sempre con il vento a favore. Un fuoriclasse. Guadagna in un anno quello che io, ben pagato, incasso in tre: 2 milioni di euro. Il suo ultimo contratto, portato alla firma del direttore generale della Rai, proponeva fino al giugno 2017 il modico compenso di 5 milioni e 400.000 euro. Ignoro se Luigi Gubitosi ci abbia apposto in calce il proprio autografo. V’è da augurarsi di no, soprattutto dopo che al Festival di Sanremo 2014 il moscio conduttore s’è perso per strada 3 milioni di ascoltatori. Lo dico da contribuente che versa due canoni di abbonamento, uno a Milano e l’altro a Bergamo. Il sosia ligure di Bashar El Assad dà il meglio di sé nel ruolo di presentatore e conduttore... non è mai successo che abbia molestato con domande impertinenti qualche potente, in particolare se progressista, mentre ha manifestato una prontezza eccezionale nel prendere in giro qualunque povero cristo, in particolare se privo di protezioni politiche. D’altronde le tracce per le sue interviste sono preparate da un pool di autori ben locupletati, nel quale primeggia Michele Serra, ex Unità. Da solo, Faziosino non sarebbe neppure in grado di chiedere che tempo che fa. Ultimamente si è specializzato come piazzista di prodotti editoriali. In pratica occupa l’intera trasmissione del servizio pubblico per reclamizzare i libri scritti da suoi amici. (A proposito: ma i libri non sono prodotti come gli altri? non hanno un prezzo di copertina? non fanno guadagnare editori, autori e librai? e dunque non si tratta di pubblicità occulta?) Quando pubblicai Il Vittorioso, mi sarei aspettato, da ingenuo quale sono, che m’invitasse nel salottino domenicale di Rai 3. Mi sarei accontentato anche del sabato. Ero persino disposto a sopportare un grosso sacrificio: la presenza di Luciana Littizzetto. Niente da fare. Un collega mi spiegò che figuravo nella black list faziosa, in quanto il mio Giornale s’era occupato in passato della villona del nostro sulle alture di Celle Ligure (...) oggetto di esposto dell’opposizione per i massicci lavori di ristrutturazione che vi sono stati eseguiti. In compenso Fazio invita a Che tempo che fa il giornalista e scrittore Massimo Gramellini e gli riserva quasi mezza puntata affinché possa magnificare la sua ultima fatica letteraria. Poco importa che costui sia incidentalmente anche collaboratore fisso del medesimo Che tempo che fa. Poi blaterano tanto del conflitto d’interessi. Alessandro Di Pietro, conduttore di Occhio alla spesa su Rai 1, è stato licenziato in tronco perché avrebbe lodato in modo eccessivo la Aliveris, una pasta di soia per diabetici. Invece Gramellini può autopromuoversi il romanzo Fai bei sogni nella stessa bottega Rai che lo retribuisce, vendere oltre 1 milione di copie epperò va tutto bene madama la marchesa. Basta che il pistolino ci metta sopra il suo bel timbrino. Ma andate a nascondervi, moralisti del pifferino. Voto: 4.

L’esercito dei tesserini marroni: chi sono i giornalisti italiani, scrive il 7 novembre 2013 Giuliano Lebelli su "Primato Nazionale”. Si è parlato molto, nei giorni scorsi, della bocciatura di Giulia Innocenzi, conduttrice di “Servizio Pubblico”, alla 115esima sessione dell’esame di Stato per diventare giornalista professionista. La supponenza della giovane ha certo esacerbato i toni, anche se, da quanto si è appreso, la sessione sembra essere stata piuttosto sui generis. Assieme alla maestrina di Santoro non ha passato l’esame il 44% dei candidati, laddove in genere la media dei bocciati si attesta sul 25%. Hanno fatto discutere, inoltre, i gravi errori inseriti nelle tracce composte da cinque esperti giornalisti professionisti e da un sostituto procuratore di Frosinone: nell’articolo di cronaca, basato su finti lanci d’agenzia distribuiti ai candidati, un pm (il cui cognome era peraltro riportato in due modi differenti) doveva “decidere se convalidare o meno il fermo”, prerogativa che spetta però al gip e non certo al pm. Psicodramma Innocenzi a parte, la figuraccia dell’Ordine dei giornalisti è clamorosa. Ma è solo l’ultima stranezza di un carrozzone parassitario che sembra ormai aver esaurito ogni funzione. Bollato spesso come “creazione fascista”, l’Ordine nasce in realtà con la legge n. 69 del 3 febbraio 1963 ed entra in vigore il 12 marzo 1965. Il fascismo, nel 1925, si era limitato all’istituzione di un “albo generale dei giornalisti professionisti”.

Una persona su 526 è giornalista. Ma quanti sono oggi gli operatori dell’informazione sotto la tutela dell’Odg? Secondo il rapporto sulla professione giornalistica in Italia 2013, dal titolo “Il paese dei giornalisti”, elaborato da Lsdi (Libertà di stampa diritto all’informazione), presentato qualche giorno fa, in Italia una persona ogni 526, a fine 2012, aveva in tasca il famoso tesserino marrone, per un totale di 112 mila giornalisti. Di questi, però, meno della metà è attiva, ovvero solo 47.727 hanno una posizione Inpgi aperta. Ciascun iscritto è obbligato a pagare una quota annua di 100 euro, per circa undici milioni di euro globali. Questi centomila giornalisti si dividono in pubblicisti e professionisti. L’iscrizione all’albo dei professionisti prevede un esame di Stato che può essere sostenuto da chi abbia lavorato per 18 mesi in una redazione con contratto da praticante. L’esame prevede due prove, una scritta e una orale. I giornalisti non professionisti possono invece iscriversi all’albo dei pubblicisti dopo aver pubblicato un certo numero di articoli. A differenza dei professionisti, non è prevista per il pubblicista la prova di idoneità professionale, ma i consigli regionali del Lazio, della Sicilia e della Campania richiedono un colloquio informativo che viene sostenuto subito prima del rilascio del tesserino. Questo anche per tentare di mettere un freno all’andazzo allegro che aveva ampiamente screditato la figura del pubblicista.

Amici degli amici. Quanto appena detto risponde all’eterna domanda di tanti giovani. “Come faccio a diventare giornalista?”. Questo, almeno, dal punto di vista burocratico. Come fare a lavorare davvero nel mondo del giornalismo è invece tutto un altro paio di maniche. Provate a cercare sui siti dei maggiori quotidiani italiani: mai un bando, mai l’annuncio di nuove assunzioni, spesso manca addirittura un indirizzo mail apposito per inviare curricula, quando non compare in modo spietato l’avviso esplicito a non importunare la redazione con scoccianti richieste di lavoro. Come si fanno allora le nuove assunzioni (quando se ne facevano: oggi, con la crisi, il settore è completamente in ginocchio)? Semplice: amici degli amici, nepotismo, raccomandazioni. Prendete i cognomi dei principali giornalisti italiani e confrontateli con quelli di 30 anni fa: sono tantissimi quelli che ricorrono. Quando c’è di mezzo il giornalismo pubblico, dove ci sarebbe l’obbligo di una maggiore trasparenza, le cose non cambiano di molto. Il 28 giugno scorso, per esempio, Rai e Usigrai avevano siglato un accordo per reclutare 35 “nuove risorse” dalle “scuole di giornalismo” e altre 40 tra i giornalisti interni all’azienda, ma “utilizzati con altra qualifica o forma contrattuale”. Infine, all’articolo 2 era scritto: “L’Azienda avvierà entro settembre un’iniziativa di selezione pubblica per future esigenze di nuovo personale giornalistico”. A tutt’oggi, però, del concorso non si sa assolutamente nulla. Le trentacinque “nuove risorse”, tuttavia, sono state individuate tra gli ex allievi della Scuola di Perugia, chiamati direttamente a lavorare in Rai senza alcuna selezione.

Proletariato culturale. La corsa al tesserino si basa del resto su una erronea percezione della dimensione economica della professione. Molti dei centomila operatori dell’informazione vanno, infatti, a ingrossare le fila di un vero proletariato culturale. Il giornalismo è in effetti uno dei settori in cui più è diffuso il precariato e il lavoro sommerso. Soltanto nel dicembre 2012 la Camera ha approvato la legge sull’equo compenso per i giornalisti freelance e i collaboratori autonomi, ma ancora oggi non si vedono risultati concreti e i giornali locali (ma anche quelli nazionali) sono pieni di collaboratori pagati 10 o 5 o addirittura 3 o 2 euro ad articolo. I lavoratori dipendenti, oggi, sono circa 19 mila, gli autonomi 28 mila. La media generale delle retribuzioni è di circa 33.500 euro all’anno, ma è di 62.459 per i dipendenti e di 11.278 per gli autonomi. In pratica, sul totale degli iscritti all’Ordine, meno di un giornalista su cinque ha un contratto a tempo indeterminato.

Un settore sovvenzionato. Un altro degli aspetti controversi del giornalismo italiano è il fatto di gravare fortemente sulle casse dello Stato a causa dei contributi pubblici all’editoria. Si calcola che dal 1990 a oggi, i giornali italiani abbiano ricevuto circa 850 milioni di euro di contributi pubblici. Nel 2011 lo Stato ha speso circa 80 milioni di euro in fondi per l’editoria. Circa 40 milioni in meno rispetto al 2010. Il contributo diretto stimato per l’anno prossimo è sui 67 milioni di euro. Sul sito del governo italiano sono consultabili, nel dettaglio, i finanziamenti erogati fino al 2011. Vi troviamo testate note come Il Manifesto (€ 2.598.362,85), Il Foglio (€ 2.251.696,55) o Avvenire (€ 3.796.672,83). Stupiscono di più i 691.110,82 euro percepiti da Il Romanista. O le alte cifre destinate a giornali locali come la Voce di Romagna (€ 1.587.723,78) o il Quotidiano di Sicilia (€ 1.420.055,25). Per non parlare delle somme folli destinate ai giornali per gli italiani residenti all’estero: lo Stato spende € 1.948.145,56 per informare gli italoamericani attraverso America Oggi o € 1.266.106,40 per il Corriere Canadese destinato agli italiani in Canada. Consola, se non altro, che Buddismo e Società abbia percepito solo € 21.141,50 e che Italia Ornitologica costi al contribuente appena € 27.783,87. Uno studio del 2011 del Reuters Institute for the study of journalism dell’università di Oxford ha dimostrato che in realtà lo Stato italiano spende in media 15 euro all’anno per abitante per sostenere i giornali. La Finlandia è il Paese che elargisce la quantità maggiore di fondi pubblici (59 euro annui per abitante), seguono la Francia (20), appunto l’Italia, poi la Gran Bretagna (12), la Germania (6,4) e gli Stati Uniti (2,6). Nella classifica l’Italia è terza, ma ha un ritorno irrisorio in termini di nuovi lettori. Il nostro Paese è risultato infatti ultimo nella graduatoria per copie vendute ogni 1.000 abitanti: 103. In Finlandia sono 483, in Francia 152, in Germania 283, nel Regno Unito 307 e negli Usa 200. Al di là della demagogia che spesso regna sull’argomento, il finanziamento pubblico ha comunque una sua ratio: si tratta di garantire il pluralismo delle idee e la diversificazione dell’offerta culturale, che non può essere lasciata unicamente in balia del mercato. Gli esempi citati sopra mostrano tuttavia che non è il finanziamento in sé, ma le modalità con cui esso viene erogato che destano perplessità. Mentre testate storiche chiudono, infatti, quotidiani che nessuno conosce o che trattano di argomenti surreali e ultraminoritari continuano a ricevere sovvenzioni statali.

Interessi e corruzione. A quali interessi rispondono le principali testate italiane? In Italia non esiste la figura, tipicamente anglosassone, dell’editore puro, ovvero dell’imprenditore che opera esclusivamente nell’editoria. Tutti i padroni dei giornali, di fatto, fanno principalmente altro. Nello specifico, Repubblica risponde al gruppo L’Espresso, cioè al discusso Carlo De Benedetti. Il Corriere fa parte del gruppo Rcs, di proprietà dei principali operatori finanziari, bancari e industriali italiani. Il Messaggero e tutta una serie di giornali locali sono del gruppo Caltagirone. Fiat è la proprietaria de La Stampa. Confindustria, l’associazione degli industriali, possiede invece Il Sole 24 ore. Il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi. Tutto ciò limita di molto l’indipendenza politica dei giornali italiani. Ma attenzione: oltre al condizionamento degli editori, i giornalisti italiani sono anche preda di una corruzione diffusa a livello individuale. Enrico Mentana, ex direttore del Tg5 e attuale direttore del Tg di La 7, uno dei volti più noti della tv italiana, ha così raccontato questo fenomeno: «Il capo delle relazioni esterne dell’Alitalia e il capoufficio stampa della Fiat erano il santo graal più inseguito dalle redazioni italiane a metà degli anni 80. Dal Manifesto al Giornale. Mammelle ausiliarie. Il tornaconto era reciproco. Sa com’è, per derogare al rigore bisogna essere in due […] A metà degli anni 80 in redazione girava una battuta. […] Invece di chiamare la Hertz telefonate all’ufficio stampa della Fiat. Ma magari la Fiat di allora fosse stata la Hertz. Alla Hertz le macchine le paghi. L’abitudine al comodato gratuito invece era generalizzata. I miei colleghi prendevano macchine in prestito senza pagare. Una cosa ridicola, francamente ridicola. Un altro tipo di commercio a chilometri zero. I giornalisti sono stati e sono ancora una categoria “disponibile”. Senza dubbio […]. Per anni i cronisti di moda e quelli che si occupano di sanità sono stati scorrazzati gratis in giro per il mondo. Venivano perfino inviati a spese delle case farmaceutiche ai congressi sulla lotta contro l’Aids […] Se non usi passaggi aerei non devi dire grazie a nessuno. Invece nel silenzio generale di Fnsi, Ordine e Rai assistiamo ogni anno a campionati di sci per i giornalisti, a tornei di tennis e sagre senza mai aver letto un richiamo netto: “È vietato prendere auto in prestito”. O sbaglio?».

Casta grande mangia casta piccola. Questo aspetto non è in contraddizione con quanto si diceva sopra circa il proletariato dell’informazione. Diciamo il giornalismo è a due velocità. Sopra la gran massa dei giornalisti pagati miseramente, che svolgono un lavoro oscuro, esiste una vera e propria casta colma di privilegi e di fatto intoccabile. A costoro, il senso di onnipotenza gioca a volte brutti scherzi. Basta ricordare quello che successe a margine della strage di Brindisi del 19 maggio 2012. Fra i primi cronisti giunti sul posto ci fu Sandro Ruotolo. Seguendo le indagini, il noto cronista progressista si lasciò andare a una serie di indiscrezioni su internet in un momento in cui l’identità del responsabile era ancora ignota. Su Twitter, Ruotolo scrisse: «Il cognome sarebbe Strada. Il sospettato si chiamerebbe Claudio». Poi altri dettagli: «Quartiere popolare. Lui mano offesa. Vive con il fratello e una signora. All’ultimo piano di un palazzo. Edilizia popolare». Infine, venne messa sul social network una fotografia del palazzo in cui abitava il presunto killer. Poi, però, le indagini appurarono che quella bomba era stata messa da tutt’altra persona. Un anno e mezzo dopo, non risulta che contro Ruotolo siano stati presi provvedimenti dall’autorità giudiziaria o dall’Ordine dei giornalisti. Insomma, una parte del giornalismo italiano pensa di poter fare e dire tutto ciò che vuole impunemente. In realtà i limiti al diritto di cronaca sono stati sanciti da una sentenza della Corte di Cassazione del 18 ottobre 1984, insegnata nelle scuole di giornalismo con il nome di “sentenza decalogo”, proprio perché si ritiene che essa dica tutto quel che c’è da dire su cosa si può e cosa non si può dire. Per la Cassazione, il giornalista deve sempre attenersi a tre principi: “utilità sociale dell’informazione”, “verità dei fatti esposti e “forma ‘civile’ della esposizione dei fatti”. Il tribunale fa di più, entrando nel merito di ciò che il giornalista esplicitamente non può fare. Non può, per esempio, dire una verità incompleta o utilizzare alcune forme espressive lesive della dignità delle persone. Ovvero non può sottintendere accuse senza formularle in modo esplicito (“sottinteso sapiente”), non può operare “accostamenti suggestionanti”, citando in un articolo fatti slegati dalla notizia principale ma lasciando intendere che un legame in fondo vi sia, non può ricorrere “al tono sproporzionatamente scandalizzato e sdegnato”. Chi legga quotidianamente i giornali italiani può ben rendersi conto di quanto queste regole siano ogni giorno calpestate. Tale onnipotenza di fatto trova un limite solo quando quella giornalistica si scontra con una lobby più forte. Una è per esempio quella dei magistrati, che in Italia hanno un potere abnorme. Se andiamo a vedere le (poche) storie di giornalisti italiani che sono finiti in carcere o hanno rischiato di andarci, vediamo che spesso c’entrano degli scontri con i magistrati. L’ultimo caso è quello del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, condannato a un anno e due mesi di carcere e a 5000 euro di pena pecuniaria, per diffamazione a mezzo stampa, per aver pubblicato sul suo quotidiano la notizia (falsa) che un giudice di Torino avrebbe costretto una ragazza ad abortire. Il Presidente della Repubblica in persona ha commutato la pena in una multa pecuniaria. Ma in passato, fra i pochissimi giornalisti che in Italia sono seriamente finiti nei guai, ricordiamo anche Vincenzo Sparagna e Valter Vecellio, della rivista satirica Il Male, condannati a due anni e mezzo per il testo di una vignetta sulla magistratura scritto nel 1979. O Lino Jannuzzi, condannato a due anni e cinque mesi per articoli ritenuti diffamatori sui magistrati che si occuparono del caso Tortora. Va citato anche Giovannino Guareschi, condannato nel 1950 per vilipendio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e nel 1954 per diffamazione dell’ex Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Guareschi scontò 409 giorni di carcere. Come si vede, i giornalisti che finiscono nei guai sono quelli che danno fastidio a chi è più potente di loro. Ma per il normale cittadino, quella giornalistica resta una casta onnipotente, privilegiata e capricciosa.

I GIORNALISTI? SONO PIU’ DISONESTI DEI POLITICI.

«I giornalisti? Sono più disonesti dei politici». Lunga intervista a Massimo Fini, sull'onestà del giornalismo e sulla fedeltà a sé stessi, di Andrea Coccia su “L’Inkiesta”. Quando sei convinto di avere un appuntamento a casa di Massimo Fini alle 6 di sera e alle 4, mentre stai riguardando le domande che ti sei preparato, il telefono squilla con il suo nome sullo schermo, sei portato a pensare che l’intervista che stavi aspettando da settimane non sia esattamente partita con il piede migliore. Prima di rispondere ti schiarisci la voce, poi scorri il tuo ditone sullo schermo e rispondi: «Sì, pronto, buonasera... sì... effettivamente... alle 6... non c’è problema... in un quarto d’ora sono lì...». La prima volta che vidi Massimo Fini fu un pomeriggio di settembre della prima metà degli anni Duemila, mi sembra il 2004. Eravamo a Mantova, lui in una delle sue rare apparizioni festivaliere — a presentare Sudditi. Manifesto contro la democrazia, che era uscito da poco per Marsilio — io nelle vesti di un giovane volontario del Festivaletteratura, di quelli con la maglietta blu. Non avevo idea di chi fosse, non lo avevo mai sentito nominare e men che meno l’avevo sentito parlare o avevo letto qualche suo articolo. Era un perfetto sconosciuto, ma mi capitò di prestare servizio proprio al suo evento, e lo ascoltai, seduto per terra, con le gambe formicolanti, per una bella oretta e mezza. Alla fine, quando mi alzai, ebbi la netta sensazione di non essere esattamente la stessa persona di quando mi ero seduto. E non soltanto perché non sentivo più la gamba destra. Nei dieci anni che separano quella gamba formicolante da quel telefono che vibra sono successe un sacco di cose: Fini ha scritto altri libri — ma non è più tornato a Mantova — ha cominciato a scrivere sul Fatto Quotidiano (che all’epoca ancora non esisteva) e ha fondato un movimento. Io, invece, che intanto sono decisamente meno giovane e non metto più magliette blu nemmeno durante il Festival, di Massimo Fini mi sono letto un sacco di libri: cominciando da Sudditi, che lessi d’un fiato proprio quella sera, passando poi per Il vizio oscuro dell’Occidente, il Di[zion]ario erotico, La Ragione aveva torto?, il Mullah Omar e Ragazzo, fino a Il Conformista, piccola bibbia del giornalismo sulle cui pagine torno spesso, soprattutto nei momenti di difficoltà. Insomma, Massimo Fini è per me un personaggio dannatamente affascinante. E lo è per un motivo che insieme è molto semplice e molto raro: è uno dei pochissimi giornalisti che oggi, in Italia, è dotato di una straordinaria onestà intellettuale, di un’irriducibile coerenza con se stesso che viene sempre prima di ogni altra cosa e che lo ha portato spesso a giocarsi tutto — visibilità, carriera, fama — pur di non sacrificarla. È per tutte queste cose che il 3 giugno, alle 5 del pomeriggio, accompagnato dall’immancabile ansia tipica di questi incontri, mi sono ritrovato nel salotto di Massimo Fini, un salotto stracolmo di libri, impilati sul tavolo, appoggiati disordinatamente su sedie e tavolini, pigiati nella libreria-muraglia, su scaffali dalla tassonomia diligentemente etichettata.

«Sono figlio di un giornalista», attacca lui, alla mia domanda su come ha iniziato a scrivere per i giornali, «ma per ribellismo non ho voluto fare il lavoro di mio padre, almeno all’inizio. È per questo che da giovane ho fatto un sacco di lavori diversi. Ho lavorato alla Pirelli — un lavoro straziante — ho fondato un’agenzia pubblicitaria e molte altre cose».

Uhm, tanti lavori diversi. Mi ricorda qualcosa.

E poi che è successo?

«Poi, a un certo punto, il caso ha voluto che la prova dell’esame di Stato di magistratura alla quale partecipai, a Roma, era truccata. A quel punto, quando tornai a Milano chiesi agli amici di mio padre — a cui non avevo mai chiesto la cosa più normale, ovvero di farmi entrare nel mondo del giornalismo — se quella storia dell’esame di magistratura truccato avesse potuto interessare qualcuno. A me sembrava una cosa grossa, eppure non ebbi nessun riscontro: pareva che non interessasse. A quel punto decisi di andare a bussare alle porte dell’Avanti!, dove non sapevano nulla di me, e proposi la storia. All’Avanti! mi dissero che in quel momento non c’era nessuno dei suoi che poteva occuparsene e mi chiesero di provare a scriverlo io. Lo scrissi e piacque molto. Il direttore, però, mise subito le mani avanti, e mi disse che non c’erano possibilità di entrare all’Avanti!, che c’era già la coda e che poi non ero neppure socialista. Ma che se volevo potevo andare lì ogni tanto, due o tre ore al giorno, per fare esperienza, naturalmente non pagato. Così capii che questo mestiere, che avevo rifiutato per ribellismo verso mio padre, in realtà mi piaceva.»

Bussare alle porte dei giornali per riuscire a cominciare, scontrarsi con la fila di persone che per diritti di nascita o di censo ti precedono, fare esperienza senza essere pagato. Non avrei mai pensato che la vita di un aspirante giornalista negli anni Sessanta fosse così simile alla nostra...

L’Avanti! era organo del partito socialista, o sbaglio? Come ti sei trovato in un contesto del genere?

«Ti confesso che è stato certamente il periodo migliore della mia vita. Lavoravo con facilità, l’Avanti! a quei tempi — a parte una decina di funzionari di partito che però non contavano un cazzo, che stavano lì a occupare la sedia e prendersi lo stipendio — era come una piccola squadra di calcio e quindi ho avuto l’opportunità di seguire casi importanti: il caso Calabresi, quello Feltrinelli. Il PSI non era al governo e quindi noi avevamo la massima libertà e l’ambiente mi piaceva un sacco, un ambiente libertario, interessante. C’era il capocronista — che tra l’altro mi pare che non fosse neanche socialista, ma comunista — che conosceva tutta la città, c’erano intellettuali strani, persone decisamente interessanti.»

Perché te ne sei andato?

«Accadde che mi fecero due proposte. Fu grazie all’interessamento di Camilla Cederna: una mi arrivò dall’Europeo e l’altra dall’Espresso. Scelsi l’Europeo e, come tutte le scelte che ho fatto in vita mia, scelsi in modo completamente irrazionale.»

Come cambiò la tua vita all’Europeo?

«Per la mia vita lavorativa quella all’Europeo è stata un’esperienza importantissima: era un grande giornale. Si lavorava ancora seguendo regole molto severe e c’era la possibilità di viaggiare, anche se io per la verità mi occupavo soprattutto di Italia. Però da un punto di vista personale fu un periodo abbastanza difficile. L’ambiente in redazione era cupo, il direttore — che all’epoca era Tommaso Giglio — era una sorta di sadico padre padrone. Io in realtà me la sono sempre cavata, in fondo. Ero il più giovane, mi avevano preso tutti in simpatia, quindi l’ho subita fino a un certo punto, però c’era un’atmosfera abbastanza pesante. Lì sono rimasto fino al 1976, quando Giglio se ne andò e cominciarono ad arrivare una serie di direttori abbastanza scandalosi, fino ai socialisti di Martelli, e da un rigore che era alla base della storia del giornale, la faccenda si tramutò in una roba comica e dilettantesca.»

In che senso comica?

«Ma sì, sai quelle cose molto italiane. Un esempio su tutti: ricordo un inviato che fu assunto e che pretese che lo fosse anche la sua ragazza che, per l’amor di dio, aveva anche un bel culo, però non sapeva fare niente. Insomma, un dilettantismo clamoroso.»

Cambiò qualcosa solo all’Europeo o fu un cambiamento più generale?

«Fu un cambiamento totale e definitivo del mondo del giornalismo e avvenne a metà degli anni Settanta, quando la politica entrò a piedi uniti nel giornalismo. Prima esistevano ancora i cosiddetti “editori puri”. Lo erano Rizzoli e Mondadori, per esempio. Poi sono cambiate le cose, e i politici sono entrati sia direttamente, sia attraverso i comitati di redazione, che erano spartiti tra schieramenti politici. È da lì che è cambiato tutto.»

Tu come hai vissuto questo cambiamento?

«Ho avuto la fortuna di affermarmi in qualche modo prima di questa storia, verso la fine degli anni Settanta. E infatti nel 1979 me ne sono andato a spasso, a fare il freelance. Una scelta rischiosissima, insomma. Certo, la fortuna era che queste redazioni, seppur pletoriche, mi affidavano dei pezzi. Senza contare che all’epoca mia moglie faceva l’insegnante e portava lo stipendio a casa. In quel periodo mi misi su un progetto molto interessante insieme ad Aldo Canale: fondammo un settimanale che si chiama Pagina, un’operazione interessante, anche se abbiamo molte colpe, lo ammetto.

Si accende una sigaretta, io intanto ne rollo una di tabacco e l’accendo anch’io. Lasciamo cadere la cenere in un piccolo posacenere pieno di sigarette spezzate, appoggiato su un libro dalla copertina blu, sporco di cenere: una vecchia e splendida edizione del Viaggio al termine della notte di Céline.»

Che genere di colpe?

«Abbiamo fatto scrivere gente come Giuliano Ferrara, Ernesto Galli Della Loggia, c’era anche Pigi Battista che era un nostro giovane di bottega, e molti altri. In realtà è stato un gran bel giornale, soprattutto per merito di Canale. Solo che a un certo punto, visto che eravamo un settimanale liberale con venature anarchiche — che erano quelle che portavo io — i socialisti fecero di tutto per toglierci la poca pubblicità che avevamo. E noi, che vivevamo grazie ai soldi di Canale, alle vendite — circa 13mila copie, che non erano affatto male — ma soprattutto grazie alla pubblicità, a quel punto abbiamo dovuto chiudere. La nostra colpa era semplicemente di non essere un organo del partito socialista.»

E poi?

«Poi passai al Giorno, proprio in virtù di Pagina, perché il direttore Magnaschi — forse il miglior direttore che ho avuto — leggeva Pagina e gli piacevano molto i miei pezzi, soprattutto le stroncature, un po’ alla Papini. Mi ricordo che una volta ero disoccupato e stavo sfogliando un giornale di scommesse ippiche cercando di capire su quale cavallo puntare a Milano e, proprio in quel momento, mi chiamò Magnaschi proponendomi di scrivere un pezzo su un’enciclica papale — all’epoca il papa era Karol Wojtila. Gli serviva il mio pezzo per fare il contraltare laico a un altro pezzo, e io accettai. Non sapevo un caz... ehm, ero lontano mille miglia da questa cosa, della storia della Chiesa non sapevo un bel niente, e telefonai a un mio amico comunista, professore a Savona che, come tutti i comunisti, ne sapeva un sacco della storia della Chiesa, lui mi diede qualche dritta e io in due ore avevo scritto il pezzo. Zucconi, per provarmi, mi chiese l’articolo entro le quattro, io lo feci, andò in pagina e funzionò. Da quel momento iniziai una collaborazione con il Giorno che proseguì fino a che ci furono Zucconi e Magnaschi. Fu un ottimo periodo, perché è vero che il giornale era in pratica dell’Eni, quindi un po’ del Psi e un po’ della Dc, però Zucconi era molto abile, e riusciva ad accontentare Craxi e contemporaneamente a garantire libertà alla redazione. Io proprio lì ho scritto le cose più tremende contro la partitocrazia. Zucconi era un gran volpone, quando qualcuno gli diceva che il giornale era troppo buono con i partiti, tirava fuori il fatto che lasciava scrivere me, quando invece aveva delle grane per quello che scrivevo io se la cavava dicendo che in fondo era una rubrica sola, un punto di vista personale, mi dava del pazzo e se la cavava così. Insomma, con questo trucchetto delle tre carte noi alla fine avevamo la nostra libertà.»

Hai avuto buoni rapporti con i tuoi direttori?

«Sì, e devo dire che anche quelli che non mi hanno amato mi hanno sempre difeso. C’era un impegno, forse anche un bravura da parte loro, che ha fatto sì che non avessi mai grossi problemi. Qualcuno mi detestava, certo, però c’era ancora il concetto del rispetto per il lavoro fatto bene e mi lasciavano lavorare.»

E invece con chi hai avuto problemi?

«Con i sindacati e con i colleghi. Con i sindacati perché a un certo punto hanno appiattito tutto, non valeva più né la qualità né la quantità del lavoro, e non solo, succedeva anche che tu andavi in giro a lavorare alle tue inchieste o alle tue storie e quelli che restavano in redazione tramavano e intrecciavano rapporti avanzando di carriera, mentre tu te ne rimanevi sempre allo stesso posto. Con i colleghi era una questione di competizione, cose normali, ma c’erano anche lotte interne, mafiette, cricche e gruppi di interesse. In ogni caso, tutte queste dinamiche a partire dal 1979 non mi interessarono più molto. Al Giorno mi fecero un contratto che mi permetteva di essere libero dalla redazione, e tutte queste cose faticosissime che ti tolgono energia me le sono potute evitare.»

Mi racconti della tua esperienza all’Indipendente?

«Quella per me è stata l’ultima grande stagione, all’Indipendente di Feltri, quando non gli era ancora passato sopra il Berlusconismo. Il momento era molto favorevole. Si era rotto il consociativismo dei partiti, c’era Mani pulite, un fenomeno che Feltri ha cavalcato alla grande, indulgendo anche su posizioni molto forcaiole che ha poi cambiato, diventando garantista quando è andato a lavorare per Berlusconi.»

Che tipo di giornale era?

«Era un giornale molto aperto, fu per questo che forse riuscì a coinvolgere lettori provenienti da tanti settori diversi, con diverse idee politiche, anche. Tra i collaboratori scelti da Feltri c’era chi era di destra e chi di sinistra, ma il tutto aveva una sua faccia, che era la sua, quella di Feltri, che aveva inventato il feltrismo e abbiamo vissuto un anno e mezzo straordinario, con una redazione molto giovane e motivata. Siamo passati da 20mila a 120mila copie nel giro di pochi mesi. Vivevamo in una specie di sogno, quello di un giornale libero, perché il nostro editore Zanussi era uno che ci permetteva di fare tutto: pensa che un giorno arrestarono il nostro amministratore nell’ambito di alcune inchieste di Mani pulite e noi uscimmo con quel pezzo in prima pagina. Insomma, eravamo liberi sul serio. Solo che un giorno d’agosto, Feltri mi invita a cena e mi fa la terrorizzante domanda: «ma se vado al Giornale vieni con me?» E allora io li a spiegargli che era un errore, da ogni punto di vista, sia professionale che politico, e che lo era anche per lui. Insomma, finiamo la cena un po’ brilli tutti e due e lui, bicchiere in mano, alza il calice e dice «ma sì, in culo a Berlusconi, restiamo all’Indi!». Il giorno dopo aveva firmato.»

È curioso, per un trentenne come me, sentir parlare in questo modo di Feltri, per noi nati negli anni Ottanta lui è solo quello che è ora. Che cosa è successo?

«Per Vittorio ha contato per prima cosa il fatto che non si dovrebbe mai nascere poveri — al Giornale gli offrivano un miliardo, da noi prendeva 250 milioni — ma soprattutto aveva capito che Berlusconi era il più forte in quel momento e dunque decise di lasciare quella straordinaria avventura. Abbiamo litigato molte volte su questa cosa, gli ho detto di tutto, anche se poi siamo sempre rimasti in contatto. E devo dire che l’ultima volta che ci siamo sentiti, mi sembra un annetto fa, anche lui ha ammesso che, in fondo, era stata una scelta sbagliata. Prima era il Feltri anarchico di destra, libero e indipendente, poi gli passò sopra il berlusconismo. In quegli anni, però, successe una cosa ben più grave: fu spazzato via tutto ciò che si era in qualche modo opposto alla partitocrazia: la Lega, che fu inglobata, Funari, emarginato, Feltri, comprato, e così andare. Hanno fatto quello che credo cercheranno di fare con Grillo e con il Movimento 5 Stelle.»

Eccoci arrivati alla politica, a Grillo — «siamo amici da trent’anni» — al Movimento 5 Stelle, ovvero a un potenziale pantano. Per un attimo mi spaventa l’idea di vedere la conversazione prendere quella strada, che poco c’entra, anzi quasi per niente, con quello a cui volevo arrivare.

Tornando al giornalismo, che è quello che mi interessa, che cosa significa essere intellettualmente onesti?

«L’onesta intellettuale è un atteggiamento mentale che dovrebbe rappresentare la normalità. Significa trattare nello stesso modo chi ti sta simpatico e chi ti sta antipatico. Una cosa se secondo te è sbagliata, o giusta, lo devi riconoscere indipendentemente da chi la fa. Questo vuol dire essere coerente e onesto intellettualmente, se no fai l’agitatore, che è un altro mestiere. Purtroppo oggi quasi tutti i giornali, piccoli o grandi che siano, sono tutti schierati o da una parte o dall’altra. Certo, questo è un discorso che riguarda soprattutto gli editorialisti, poi all’interno della redazione c’è ancora chi fa servizi, cronaca e reportage molto bene. Mi viene in mente Paolo Rumiz, per esempio. Essere coerenti vuol dire anche che se una volta affermi una cosa e il giorno dopo il suo contrario, per lo meno devi ammetterlo e ricordarlo al tuo lettore. Il grande corruttore in questo senso è stato Eugenio Scalfari, il quale incominciò a dire una cosa per poi dire il suo contrario sei mesi dopo, finché arrivò all’apice assoluto e, in un articolo su Bettino Craxi, scrisse una seconda parte in cui riusciva a smentire ciò che lui stesso aveva detto nella prima. Un tempo questo non sarebbe stato possibile, perché come diceva Giorgio Bocca esisteva una «società degli eccellenti».»

Che cosa intendeva?

«È un concetto da prendere con le molle, ma insomma, certe cose non le potevi fare, se no eri squalificato. Poi è saltato tutto, e infatti lo vediamo nel giornalismo di oggi, ma anche nella politica. «Stai sereno», dice Renzi a Letta, e dopo due giorni gli ha preso il posto. Ecco, almeno per queste cose, un tempo l’Italia era diversa, c’erano delle regole, anche non scritte, ma certe cose non le potevi fare. E non solo nel giornalismo anche nella vita quotidiana. Era un’Italia, quella dei Cinquanta e Sessanta, in cui l’onestà era un valore per tutti: per la borghesia, se non altro perché dava credito, per il mondo contadino, in cui se venivi meno alla parola data o a una stretta di mano venivi escluso dalla comunità, e anche per le classi medie e il proletariato.»

E cosa è cambiato?

«Purtroppo, a un certo punto c’è stato un cambiamento antropologico dell’intera società italiana, e il giornalismo è stato in parte coinvolto, ma in parte è stato anche corruttore e protagonista.»

Quale è stato il punto di rottura?

«Il boom economico, l’idolatria del quattrino. L’idolatria del quattrino ha cambiato gli italiani radicalmente: ora ci si vende per niente. Lo vediamo tutti i giorni, i recenti scandali che abbiamo visto ne sono la prova. E non ci si vende mica per grandi cose, tutt’altro. Io capirei anche una donna che si vende per uno smeraldo che vale un miliardo, abbagliata dalla ricchezza. Ma una che si vende per una cena in un bel ristorante o per delle cose ancora più miserabili, cose che anche un barbone rifiuterebbe, non posso proprio accettarlo. Il dio quattrino è diventato l’unico idolo condiviso di questo paese. Questa è la verità.»

Che responsabilità hanno avuto i giornalisti?

«Il giornalismo e gli intellettuali — uh, che brutta parola — hanno delle responsabilità gravissime, forse maggiori della stessa classe politica.»

Dici che intellettuale è una brutta parola. Perché il termine “intellettuale” è diventato un insulto in questo paese?

«Credo che dipenda dal fatto che gli intellettuali hanno tradito il loro compito, il loro mestiere. E qual è il mestiere dell’intellettuale o del giornalista è, per usare una vecchia formula un po’ usurata, quella del cane da guardia del potere, il controllore. Un ruolo che in alcune parti del mondo ancora esiste, penso agli Stati Uniti, paese che detesto per molti motivi, ma a cui bisogna dare questo merito: la stampa, o almeno, delle parti della stampa sembrano ancora avere l’indipendenza minima, quella che ti permette quando parli dell’Afganistan, per esempio, di criticare l’operato del tuo governo e del tuo esercito.»

E in Italia?

«In Italia la stampa ha smesso da molto tempo di fare il suo mestiere, è totalmente versipelle, ma ci sono esempi di tutti i tipi. Giuliano Ferrara direi che ne è l’emblema, perché è una persona intelligente, anche se in questo caso l’intelligenza mi sembra una aggravante più che un’attenuante. In ogni caso, è questo mondo quello di cui parlo: i Ferrara, i Della Loggia, i Panebianco, i Battista e via dicendo, sono loro che hanno squalificato il lavoro del giornalista. Ma ci sono anche esempi positivi, penso ai Rizzo, agli Stella, che hanno fatto parecchia gavetta e che sono degli ottimi giornalisti. Il problema è che restano in uno stato di perenne gavetta, non avranno mai il peso che può avere un editorialista del Corriere della Sera, che poi non si sa nemmeno più perché debbano essere loro gli editorialisti del Corriere.»

Qual è il prezzo che un giornalista paga per difendere la propria onestà intellettuale?

«Come paga? Be’, con la marginalizzazione, l’estromissione, l’annullamento. Del resto, non si può fare la rivoluzione con la mutua, come pretendevano quelli del '68. Se ti metti contro devi essere disposto a pagarne il prezzo e il prezzo è quello. Ma c’è anche da dire che non è quasi mai una scelta, nel mio caso sta scritto nel Dna, non avrei mai potuto fare altrimenti.»

Credi che una nuova generazione di giornalisti possa cambiare le cose?

«È molto difficile. Prima di tutto perché è difficilissimo entrare. Una volta assumevi il figlio del collega o il nipote di un politico, ma insieme assumevi anche uno bravo. Adesso quelli bravi fanno molta più fatica. Ritornando alla mia storia, io ho avuto la fortuna di essermi affermato un po’ prima di quando cambiarono le cose. Oggi un ragazzo non so come potrebbe fare. Forse il web sarà utile in questo senso, per creare qualcosa di nuovo e indipendente, anche se la rete ha tutta una serie di problemi che non rendono affatto facile emergere. Con l’abbondanza che può offrire il web farsi notare è sempre più un’impresa eccezionale.»

Cosa ne pensi del finanziamento pubblico ai giornali?

«La legge che era nata per finanziare i giornali che erano organi di partito qualcosa di giusto ce l’aveva. Nell’ingenuità dei nostri padri costituenti, questa legge permetteva di fare un giornale anche a chi non aveva per forza un potere economico alle spalle. Poi invece è andata a finire come vediamo oggi: basta un sotterfugio e due parlamentari per aggirare la legge. È la solita storia italiana, insomma, non è che non ci sono buone leggi, è che le buone leggi vengono continuamente bypassate e diventano un’altra cosa.»

Il problema è sempre la disonestà?

«Sì, ma anche se forse tanto seri non lo siamo mai stati, una volta, almeno a livello popolare, un senso di onestà di fondo lo avevamo, io un po’ l’ho vissuto. C’era un rispetto delle regole che iniziava addirittura dalla strada. Per dire, quando eravamo piccoli, nel dopoguerra, noi abbiamo vissuto per strada e c’erano piccole faide di continuo tra gruppi diversi. Però anche lì, anche nelle risse tra ragazzini, c’erano delle regole: se uno cadeva per terra non lo potevi più toccare, non si potevano dare calci, ma solo pugni, se qualcuno si faceva male sul serio gli si dava una mano. Cominciava da lì, dalla strada. C’era tutto un mondo di regole, che poi erano le stesse della vecchia malavita milanese che, fino a Vallanzasca compreso, queste regole le rispettava: sarà stato pure un codice malavitoso, ma almeno era un codice. Quella che è sparita è proprio un’etica pubblica condivisa.»

Sono anni che ti batti contro il conformismo, in particolare contro quella specie di professionismo dell’anticonformismo che, facendo un giro completo, diventa il peggior conformismo. Com’è la situazione ora?

«Non è cambiato poi molto. Ci sono tantissimi finti anticonformisti in Italia, ci sono sempre stati, e se ne stanno benissimo incistati in quello che si chiama pensiero unico, che non sanno nemmeno bene che cos’è.»

Qual è il pensiero unico?

«È il pensiero uscito dalla rivoluzione industriale, che si basa su una distinzione netta tra destra e sinistra, che sono in realtà due facce della stessa medaglia. Questo quando sono onesti intellettualmente. Quando sono disonesti sembrano anche la stessa faccia, perché fondamentalmente si conformano al potente del momento. È normale, è quello di cui parlava Flaiano quando diceva “salire sul carro del vincitore”. Adesso c’è Renzi, prima c’era Berlusconi, poi chi sa chi ci sarà...»

Ti sembra di vedere oggi qualcuno che sfugge da questa dinamica?

«No. Una volta i giornali davano spazio anche a personaggi eterodossi. Certo li usava come foglia di fico, ma almeno li faceva scrivere. Pensa all’esempio di Pasolini, che ha scritto cose micidiali sulle pagine del Corriere della Sera, opinioni eterodosse che oggi non hanno più spazio. Questo tipo di intellettuale è esistito in Italia per molto tempo. Mi vien da pensare anche a una parte della carriera di Bocca, o di Montanelli. Adesso però io non riesco a vedere personaggi di questo genere, di questa statura intellettuale. Faccio fatica, non me ne vengono in mente, e questo probabilmente perché o non riescono ad accedere alla professione oppure, se ce la fanno, pagano un prezzo altissimo, ovvero la quasi completa emarginazione. In ogni caso l’effetto è lo stesso: non si vedono.»

Chi sono i conformisti dell’anticonformismo oggi?

«Sono ancora e sempre i finti anticonformisti, sono una classe di miracolati, è sempre la solita compagnia, il solito giro. E infatti non sentirai o non leggerai mai nelle loro trasmissioni o nei loro articoli, qualcosa di diverso dal solito, di eterodosso. Ti faccio un esempio che mi riguarda: una volta — una sola — sono stato invitato da Ballarò. Era una puntata con D’Alema e si parlava della guerra in Serbia, che io ho sempre giudicato inutile e cogliona. Ho spiegato il perché di questa mia convinzione, ovvero che, al di là del fatto che non avevamo nessun contenzioso con la Serbia e che, anzi, avevamo sempre avuto rapporti discreti, Milosevic in quel momento era una specie di gendarme dei Balcani e, proprio grazie all’intervento della Nato, è stato sostituito da una organizzazione di criminali enormi. E dove fanno i migliori affari questi gruppi criminali? Ovviamente nel paese ricco più vicino, ovvero l’Italia. Bene, io a Ballarò non ci sono più tornato. Magari sbaglio, dicendo queste cose, ma se non mi invitano non è per quello, è perché queste cose non le vogliono sentire. Insomma, o fai parte della compagnia del giro, quella dei Fazio, dei Saviano, dei Gramellini, o non avrai spazio. Per avere spazio devi essere cooptato da qualcuno. Prendiamo l’esempio di Luttazzi, così non parliamo solo di me, Luttazzi è uno che riempie i palazzetti dello sport con i suoi spettacoli, e forse interesserebbe a qualcuno se lo facessero passare in televisione, ma Luttazzi in televisione non ci rientrerà mai più, perché non fa parte di nessun gruppo, non fa parte della compagnia del giro.»

Cosa ne pensi delle scuole di giornalismo?

«Secondo me le scuole non servono a niente, semplicemente perché il giornalismo non è una cosa che si può insegnare. Quando mi chiamano nei licei o, ma molto più raramente nelle università, a tenere delle lezioni di giornalismo io non so che dire. Penso che il giornalismo lo si impari facendolo. Una volta il sistema per entrare nella professione era avere molta tenacia, bussare a tutte le porte, ma erano tempi diversi, i giornali assumevano ancora, era più facile. Ora invece è tutto molto più complicato e mi sembra che le scuole di giornalismo siano lì per cooptare gente cooptabile, ma non hanno quasi nulla a che fare con l’insegnamento della professione. Il problema è che molti ragazzi non hanno alternative, perché oggi quasi non ce ne sono. Un tempo era diverso. Feltri in questo era molto bravo per esempio. Quando eravamo all’Indipendente, visto che eravamo un piccolo giornale e non potevamo assicurarci i ragazzi che uscivano dalle scuole, noi leggevamo sempre i quotidiani locali per trovare firme che ci piacessero, poi li mettevamo alla prova e se ci piacevano li tenevamo. È un po’ quello che è successo a me, ma non mi pare che questa strada oggi sia praticabile. Un altro aspetto preoccupante e molto pericoloso per chi inizia a fare questo lavoro è il pagamento, che ormai è sceso a quote veramente ridicole, mi pare che si arrivi addirittura a meno di cinque euro al pezzo. Utilizzano questi ragazzi, fanno fare loro lavori molto importanti, inchieste o altro, e poi, quando hanno 30-32 anni, che poi è il momento in cui vorresti anche poter decidere qualcosa della tua vita, ti scaricano e ne prendono altri, tanto ormai alla qualità non bada più nessuno. È una specie di selezione al contrario, assolutamente pazzesca, perché chi ha qualche talento a un certo punto se lo va a giocare da qualche altra parte, e quindi restano quelli che di talento non ne hanno, oppure quelli che hanno una vocazione e una tenacia talmente forte che resiste a tutto questo. Ripeto, è estremamente pericoloso mettersi a lavorare in questo settore, magari lavorarci per cinque o dieci anni pagato pochissimo e, dopo un po’, ritrovarsi con niente in mano.»

Quando hai iniziato era molto diverso?

«Anche una volta la gavetta la facevi pagato pochissimo, ma avevi la certezza, se lavoravi bene, che dopo due o tre anni di gavetta poi il giornale ti assumeva, quindi poteva veramente considerarsi un investimento. Ora non è più così.»

Credi che l’informazione sia vicina a una fine o a un nuovo inizio?

«Credo che l’informazione sia finita. Non il nostro mestiere, ma l’informazione. Questo naturalmente è un ragionamento di un vecchio, quindi magari è da prendere con le pinze, però io ne sono abbastanza persuaso: l’informazione è finita per eccesso di informazione. È quello che ti insegnano al primo anno di economia: il primo cucchiaio di minestra ti salva la vita, il secondo ti nutre, il terzo di fa piacere, ma, alla lunga, il decimo ti uccide. Noi siamo attraversati di continuo da messaggi, non solo di tipo informativo, ma anche pubblicitari, per cui non riusciamo più a ritenere nulla di quel che leggiamo. Qualche anno fa lessi un articolo americano che spiegava come i giovani cresciuti in era pre-televisiva avessero una quantità di informazioni molto superiore ai loro coetanei nati dopo. Non parlo di qualità, ma di quantità. È un processo naturale, oserei dire di difesa. Come non puoi emozionarti di tutto, così non puoi ritenere tutto. Non credo che sia una morte definitiva, perché non c’è mai nulla di definitivo, però per gli anni a venire sono molto pessimista, non per difetto, ripeto, ma per eccesso.»

E come si fa a cambiare senza far esplodere i server?

«Eh eh eh... l’altro giorno mi hanno intervistato per una piccola televisione e mi hanno fatto una domanda simile. Io ho risposto che preferivo stare zitto, non volevo essere arrestato. Sai — e qui superiamo i confini del giornalismo — i veri cambiamenti avvengono soltanto quando ci si ritrova in condizioni di crisi veramente profonda. Se ci fosse una crisi economica veramente forte, e adesso non ci siamo ancora, allora forse le persone si sveglierebbero e non farebbero come adesso, che tirano a campare. E questo vale per tutto, non soltanto per l’informazione. L’informazione è un campo strano: se leggi soltanto quella main stream sai che al 90 per cento è taroccata, se invece cerchi in rete ti ritrovi con una massa talmente vasta di informazioni che non sai più nemmeno come gestirla.»

Qual è l’errore peggiore che può fare un giornalista?

«Non scrivere quello che vede e non dire quello che pensa, senza dimenticare mai che quello che pensa non è la verità assoluta, visto che non c’è nessuna verità. La cosa peggiore che può fare un giornalista è non essere onesto. Io l’ho sempre detto: se in un’inchiesta dovessi scoprire che mia madre è una puttana, scriverei che mia madre è una puttana. Questo deve fare il giornalista. Naturalmente non c’è una verità oggettiva, non esiste, ma questo è un tema più profondo, qui sfociamo nella metafisica. C’è un bellissimo film degli anni Cinquanta di Akira Kurosawa che si chiama Rashomon. Kurosawa ti fa vedere la scena di un samurai e di sua moglie che vengono aggrediti in un bosco. Lei viene stuprata e lui ucciso. Poi c’è il processo, e al processo ognuno racconta la sua verità. E Kurosawa ti fa vedere ogni volta la stessa scena, senza cambiare una virgola, ma ogni volta la verità è diversa. Esiste l’obiettività relativa, non quella assoluta. Se tu dici che nel 2000 il Mullah Omar ha proibito la coltivazione dell’oppio in Afghanistan e che nel 2001 la produzione di stupefacenti in Afghanistan è crollata a quasi zero, dici una verità oggettiva, basata sui dati. Anche se dici che ora la produzione di oppio dell’Afghanistan è pari al 93% della produzione mondiale e che i talebani la usano per finanziarsi dici la verità. Ma se non hai detto la prima parte, non stai facendo buona informazione, la stai appiattendo. La verità che emerge da una realtà appiattita è una mezza verità. E le mezze verità sono peggiori delle menzogne.»

Si può cambiare il conformismo della maggioranza?

«Ora che sono arrivato alla venerabile età di 70 anni posso dirti che sono molto deluso, e anche molto pessimista. Certo che quando ho iniziato anch’io pensavo che nel mio piccolo avrei contribuito a cambiare le cose, ma con il tempo mi sono reso conto che non è così, o almeno non è stato così. Anzi, le cose sono andate di male in peggio. È anche vero però che la delusione è responsabilità di chi si illude. Io ho sempre inseguito, non solo nel giornalismo, ma anche nella vita, cose di questo genere. L’utopia di certo non paga, ma nemmeno cose meno ambiziose dell’utopia.»

Che rapporto c’è tra l’idea che hai di una storia prima di incontrarla sul posto e quello che poi ti trovi di fronte?

«Quando vai sul posto e la realtà che incontri corrisponde esattamente alla realtà che ti sei immaginato, allora stai sbagliando qualcosa. Perché la realtà non è mai quella che tu stando a casa tua e leggendo quello che ti pare ti puoi immaginare. Una cosa del genere mi è capitato in Sudafrica, c’erano decine di articoli sulla situazione, ma erano tutti uguali, potevano essere scritti da dovunque, da Washington o da Roma. La realtà che mi trovai di fronte quando arrivai sul posto era un po’ diversa da quella che si raccontava, era più complessa del quadretto che vedeva i bianchi come dei mascalzoni e i neri come delle vittime. Era anche così, certamente, ma non era solo così. Vale il principio fondamentale del nostro mestiere, quello che disse una volta Nino Nutrizio, direttore de La Notte: «il giornalismo si fa prima coi piedi, poi con la testa». Prima devi andare sul posto, osservare, parlare, ascoltare eccetera. È solo dopo che viene la testa.»

Se dovessi indicare i tuoi maestri, che nomi faresti?

«Prima di tutto Curzio Malaparte, poi, come personaggio più abbordabile e più vicino direi Giorgio Bocca. Poi ce ne sono altri, sotto traccia, come Buzzati, Flaiano, Prezzolini, se dovessi far vedere a un ragazzo come si scrive su un giornale farei leggere loro, e poi Montanelli, se non altro per l’eleganza e la chiarezza dell’esposizione.»

Un'ultima domanda, forse la più difficile: qual è il peggior errore che può fare un uomo?

«Non essere coerente con se stesso. Ora mi spiego con un esempio estremamente crudo. Io sono convinto che si debba essere all’altezza delle proprie cattive azioni, anche delle peggiori. Voglio dire, ciò che per me è intollerabile è il mafioso che scioglie un bambino nell’acido e poi, la sera, va a un club e si commuove sentendo My Way di Frank Sinatra. Preferisco, a questo tipo di personaggio, un nazista che è crudele, ma è crudele coerentemente, fino in fondo. È il tradimento che tu fai a te stesso la cosa peggiore che puoi fare come uomo: tradire se stessi vuol dire non essere uomini, e non ne vale la pena. Ho avuto recentemente una polemica con il solito Feltri, che mi ha fatto un ritratto in cui mi ha definito un grande giornalista mancato. «Sì», gli ho risposto io, «può essere, però ho preferito essere un giornalista mancato che un uomo mancato». Una scelta difficile, è vero, infatti come vedi non vivo in una reggia. E mi fanno ridere quelli che mi dicono che è facile parlare dal mio salotto, che vengano a vederlo, il mio salotto... eh eh eh...»

Sono passate quasi tre ore da quando sono entrato in quella casa piena di libri, mi sono già fumato tre sigarette e bevuto due bicchieri di vino — un buon rosso — insieme a Fini. Spengo il registratore, mi alzo e faccio per dirigermi alla porta. Ma prima mi fermo, tiro fuori dallo zaino una copia usurata e pesante de Il Conformista e gliela porgo. Slegando la bicicletta, proprio davanti al portone di Fini, mi è venuto in mente che non la facevo mai da ragazzo, questa cosa del chiedere gli autografi. Poi ho pensato una cosa stupida, che forse si iniziano a chiedere gli autografi quando si passa i trent’anni perché è l’esatto momento in cui si capisce sul serio quanta fretta abbia il tempo.

LA RAI, L’INFORMAZIONE E LA DESTRA ITALIANA.

Qual è il misfatto? Mazza: "Fini mi ossessionava col cognato". In un libro, Mauro Mazza e Adolfo Urso scrivono la storia di 20 anni di destra: fino a quando gli intrighi hanno seppellito An. © 2013 Lit Edizioni srl Per gentile concessione dell’editore di Mauro Mazza e Adolfo Urso.  Un viaggio nella destra italiana lungo vent’anni. Dal 1993, anno della candidatura di Gianfranco Fini a sindaco di Roma, al 2013. Quando si compie l’esclusione dalle liste del Pdl di gran parte degli esponenti di An. È questo l’arco di tempo preso in esame da Mauro Mazza e Adolfo Urso per raccontare la «parabola» degli eredi della Fiamma missina nel libro, edito da Castelvecchi, Vent’anni e una notte (382 pp, 19,50 euro), da oggi in libreria. La notte in cui, appunto, Silvio Berlusconi azzera di fatto la presenza degli ex An nel Pdl. Non mancano, corredati da documenti e foto, retroscena inediti sull’ascesa e il declino di Fini. Delle cui mosse entrambi gli autori - Mazza da direttore del Tg2 prima e di Raiuno dopo, Urso come parlamentare e viceministro – sono stati testimoni privilegiati. L’ex presidente della Camera non ne esce bene. Come quando, sono i giorni della rottura con il Cavaliere nel 2010, non esita a definirsi con orgoglio un «kamikaze iracheno», pronto a farsi «esplodere e a morire, pur di sancire la fine politica di Silvio Berlusconi». E questo nonostante una mediazione con l’ex premier che sembrava sul punto di essere raggiunta. Ma Fini, rivela Urso, «ogni volta alza il prezzo, perché vuole la rottura, solo la rottura». Non poteva mancare il capitolo, di cui pubblichiamo un estratto, del rapporto con il «cognato» Giancarlo Tulliani, che Fini cerca di favorire in ogni modo attraverso le pressioni sui dirigenti della Rai a lui più vicini come lo stesso Mazza e Guido Paglia, ex responsabile delle relazioni esterne di viale Mazzini. Ma Fini è solo uno dei tanti protagonisti del ventennio d’oro della destra italiana. Un’avventura che adesso, complice il fatto che An abbia perso la sua battaglia politica «nell’ultimo giro di pista», è costretta a ripartire da zero. Con «forma e leader diversi da quelli del passato». Perché «non servono reduci, ma innovatori».

MAURO MAZZA. Un anno dopo le elezioni politiche stravinte, nella primavera 2009, si decide il nuovo organigramma della Rai. Mauro Masi, già segretario generale a Palazzo Chigi, è il nuovo direttore generale. Per me si parla con insistenza della possibilità di essere nominato direttore del Tg1, dopo sette anni alla guida del Tg2. Sarebbe un passaggio naturale. Si sa bene che la linea editoriale del maggiore telegiornale del servizio pubblico è sempre in sintonia con quella del governo in carica. È un’altra verità che alcuni non ammettono, ma è un dato consolidato e immutabile.

Bene, a un certo punto, comincia a circolare la voce che mi sarà proposta la direzione di Rai Uno, la rete «ammiraglia» della Rai. Insomma, da un ruolo giornalistico a uno manageriale, sia pure di grande rilievo, il più importante nella macchina produttiva dell’azienda. Io manifesto qualche riserva. Ma è lo stesso Gianfranco Fini a rassicurarmi e a incoraggiarmi ad accettare. In fondo – penso – anche il direttore uscente Fabrizio Del Noce è un giornalista e ha fatto un buon lavoro come direttore di rete. Rifletto ancora un po’ e mi decido per il sì.  [...] Molto presto capirò anche i motivi della sponsorizzazione di Fini. Mi chiede di tornarlo a trovare a Montecitorio e, nel suo ufficio, trovo un impomatato giovane mai visto prima. Me lo presenta. È Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, la compagna di Gianfranco. Il ragazzo vuole produrre programmi per la tv. Fini mi chiede di dargli una mano. Ci tiene moltissimo e mi affida quella patata bollente. Tulliani chiede subito di realizzare trasmissioni importanti attraverso una sua società – mi dice – che conta buoni autori e ottime idee. Lo vedo un paio di volte: non ha misura, né esperienza, né buone maniere. Valuto un paio di sue proposte. Una mi pare buona per un piccolo spazio pomeridiano: una rubrica di quindici minuti sul rapporto figli-genitori. Gli ascolti sono buoni. «Per quest’anno bisogna accontentarsi, facciamo bene questo e poi si vedrà», provo a spiegargli. Ma Tulliani non si accontenta. Ha fretta e smania. Esagera. Una volta, al telefono, è addirittura sgarbato. Gli rispondo per le rime. Decido di non vederlo né sentirlo più. Mando a Fini un biglietto, gli chiedo di risparmiarmi ogni ulteriore contatto con il «cognato» e gli suggerisco di tenerlo a freno, anche perché circolano voci di altre sue smanie, con altri dirigenti Rai e con esponenti politici di governo. Sono certo che il mio rapporto trentennale con Fini non ne risentirà. Invece, da allora, non l’ho più visto né sentito. Le sue scelte politiche successive, per me scellerate, faranno il resto.

ADOLFO URSO. Questo tuo racconto conferma quello che, dal 2009, è sempre più evidente. Nelle decisioni e nelle scelte di Gianfranco Fini il fattore privato diventa prevalente, anche perché non c’è più un partito come An che, strutturalmente indirizzato, ha sempre tutelato il suo leader. Nel caso della Rai, quei suoi fattori personali mutano la politica e l’atteggiamento della Destra non berlusconiana nei confronti del servizio pubblico. Da sempre, dai tempi del vecchio Msi, si è tentato di conquistare una nostra presenza, sia pure marginale, per esercitare un’opera di moralizzazione e di controllo. Il diritto di rappresentanza all’interno della Rai è stato una battaglia storica per il Msi. Negli anni Ottanta, il missino Guglielmo Rositani venne nominato sindaco revisore dei conti e riuscì a incidere, vera spina nel fianco per amministratori allora abituati a spese facili spesso fuori controllo. All’epoca, Rositani era vicino a Franco Servello, a sua volta in relazione con l’imprenditore tv Silvio Berlusconi, ma certamente non succube dei suoi interessi. Dal 1994, con la Destra al governo, il compito istituzionale di occuparsi della Rai è assunto innanzitutto dal ministro Tatarella, che [...] considera quel ruolo assolutamente decisivo sia per la nostra proiezione pubblica sia per limitare il potere di Berlusconi. Alla sua morte, il pallino passerà di fatto a Gasparri che lo contenderà dapprima a Storace e, successivamente, a Landolfi, presidenti della commissione di vigilanza e quest’ultimo, infine, anche ministro (2005-2006). Forse attraverso questi ultimi, allora molto vicini a lui, Fini tenta di avocare al vertice del partito la questione-Rai, altrimenti appannaggio di Gasparri che Fini considera da tempo troppo allineato al Cavaliere.

MAURO MAZZA. In effetti, l’entrata in scena di Tulliani crea difficoltà, imbarazzi e rotture. È nota la vicenda che ha avuto protagonista Guido Paglia, responsabile Rai per le relazioni esterne e animatore di un centro studi che per lungo tempo ha tenuto assieme moltissimi dirigenti, giornalisti e dipendenti vicini ad An. La sua lite con Fini risale al 2008, quando gli viene presentato il neo-cognato [...]. Paglia prova a dargli una mano. Ci riesce relativamente. Fini lo chiama alla Camera e consente a Tulliani di insinuare, davanti a lui, che Paglia abbia «altri interessi» che gli impedirebbero un intervento in suo favore. Fini non apre bocca. Paglia, furioso, si alza e se ne va. Fine del rapporto. Guido racconterà l’episodio solo molto tempo dopo, saputo di un intervento personale di Fini per impedire che lui fosse nominato vicedirettore generale della Rai.

LE CONFESSIONI DI PAOLO MIELI.

Giusto per capire da che parte stanno. E per renderci conto che la sinistra non è da meno. Libero, 5 maggio 2008. LE CONFESSIONI DI PAOLO MIELI di Barbara Romano.

Giornali, zero. Libri, a non finire nello studiolo del Pontifex Rcs Maximus Paulus Secundus: così Massimo Giannelli ha vignettizzato Paolo Mieli. Più che l'ufficio del due volte direttore del Corriere della Sera, sembra la Biblioteca Ambrosiana. Volumi di ogni foggia, spessore ed età torreggiano sulla sua scrivania, dietro la quale si staglia il tradizionale armamentario enciclopedico di via Solferino: la Treccani dal 1938 a oggi. Di lato, il computer, fisso sull'homepage di Dagospia. C'è persino un'edizione del 1564 delle "Opere Morali" di Cicerone avuta in dono dalla Fallaci, che lui tiene sotto chiave nel cassetto. Assieme a un tomo di Hermann Rauschning, "Hitler mi ha detto..." (Edizioni delle Catacombe), datato 1944: altro regalo di Oriana. Mieli è così: (poco) direttore e (molto) prof. «Sarà un retaggio di mio padre», spiega, «ma mi sta molto a cuore la doppia identità: se una cade l'altra va avanti. Ecco perché considero fondamentale avere due lavori». Oltre a dirigere il Corriere, da cinque anni tiene un corso di Storia contemporanea alla Statale di Milano. «È lì che mi sento veramente arrivato», confessa. «Il giornalismo, invece, è relativo. È quando sto in cattedra o correggo una tesi e ho a che fare con gli studenti, che mi sento veramente un padreterno». Non che non gli piaccia fare il direttore. L'unica foto nell'ufficio è quella che lo ritrae assieme ai padri fondatori del Corriere, accanto a un manifesto di Mao. Ce l'ha messa tutta a risalire la china dopo l'emorragia di copie provocata dal suo editoriale dell'8 marzo 2006 in cui invitava i lettori a votare Prodi. Ora i dati Audipress lo premiano. Nell'ultima rilevazione il Corriere segna un +4,1%, contro il +1,6% di Repubblica. E addirittura un +5,6 rispetto all'autunno 2006. Letto ogni giorno da 2.722.000 persone, il quotidiano diretto da Mieli è quello che cresce di più in Italia (dopo Libero: +4,5%).

Pensa di aver riparato al danno prodotto con il suo endorsement in favore di Prodi?

«Certo. Anzi, quel 5% di lettori del Corriere che reagirono male all'endorsement li abbiamo ripresi e sono anche cresciuti di numero. Perché hanno avuto modo di interpretare il senso di quella scelta».

Lei suggerì loro di votare Prodi, non c'è molto da interpretare.

«La mia non era una scelta di schieramento. L'endorsement, per come lo intendevo io, era di tipo anglosassone: ci lasciava anche liberi di criticare il governo quando andava criticato».

Quanti elettori fece perdere al Corriere?

«In quella primavera-estate ci fu uno scostamento di qualche decina di migliaia di copie».

Il suo vicedirettore Massimo Mucchetti, nel libro "Il Baco del Corriere", racconta che furono 40mila le copie perse.

«Confermo».

Quando decise di schierare il Corriere aveva previsto simili effetti?

«Quando uno fa una scelta di quel tipo mette in conto che le conseguenze possano essere complesse. Ma quei lettori, col tempo, sono rientrati».

Sì, ma allora creò il panico in azienda. Nel Cda del 14 luglio 2006, l'ex ad di Rcs, Vittorio Colao, denunciò che il bilancio risultava gravato da 12 milioni di oneri aggiuntivi necessari per tamponare la perdita di 40 mila copie prodotta dal suo editoriale.

«In effetti, la mia scelta creò dei problemi. Ma penso di aver fatto bene».

Quindi lo rifarebbe?

«No, col senno di poi non lo rifarei».

Si è pentito dell'endorsement?

«No, perché ho fatto una scelta che rientra nei canoni del giornalismo più moderno. Ovviamente mi brucia ancora il bailamme che ne scaturì. Ma pur rimanendo una cicatrice sulla mia immagine, alla lunga sono convinto che il mio sarà considerato un precedente positivo».

Se non si è pentito, perché dice che non lo rifarebbe?

«Se tutti i lettori fossero in grado di capirne il senso, lo rifarei. Ma se c'è anche una piccola minoranza che fraintende, non ne vale la pena. I direttori degli altri grandi giornali fanno continuamente l'endorsement, ma con la mano sotto il tavolo».

I dati sulle vendite del Corriere spesso vengono contestati. Nel computo rientrano solo le copie vendute o anche quelle distribuite sugli aerei e quelle regalate?

«I dati sulle copie vendute sono forniti mese per mese dalle aziende editoriali che valutano le copie all'ingrosso, mettendoci dentro tutto: copie vendute in edicola, porta a porta, in tandem con altri giornali e quelle regalate».

Tutti hanno visto i camion distribuire gratis il Corriere...

«Tutti i giornali distribuiscono copie gratis, Libero compreso. Non è che sugli aerei non c'è Libero».

Non più. Ma è possibile sapere quante sono le copie del Corriere effettivamente vendute?

«Ogni giornale ha il suo dato sulle copie diffuse, ma quello sulle copie effettivamente vendute non è scomponibile da quello delle copie regalate».

Nell'editoriale dell'8 marzo lei si schierò con l'Unione e Berlusconi disse: «Sapete che prima delle elezioni, gli azionisti del Corriere prima e Paolo Mieli poi, vennero da me a garantirmi l'appoggio al voto?". Andò veramente così?

«Incontrai Berlusconi prima del voto e parlammo della situazione politica in generale, ma non gli garantii assolutamente nulla».

A Capri, al congresso dei giovani di Confindustria di ottobre, lei fu durissimo contro il governo: «Le cose fatele, non limitatevi a dirle». Se non è una retromarcia questa...

«Prodi ha dato una buona prova di governo. Ma la sua maggioranza si è comportata in maniera veramente disdicevole. Siccome il mio endorsement l'ho fatto nei confronti del governo Prodi e della possibilità di questa maggioranza di dimostrarsi all'altezza della prova, penso che almeno uno dei due termini del mio editoriale fosse radicalmente sbagliato».

Chi voterà questa volta?

«Devo ancora decidere se rifarò o no l'endorsement. Siccome probabilmente non lo rifarò, o almeno non nei termini in cui l'ho fatto nel 2006, se dicessi chi voto è come se lo rifacessi».

Ma non l'ha già rifatto con il suo editoriale dell'8 febbraio scorso, che benediceva la corsa solitaria di Veltroni?

«No, tant'è vero che non ha avuto l'effetto dell'endorsement. Quell'editoriale voleva essere una constatazione, che di lì a poche ore si è rivelata giusta».

Quale?

«Veltroni, con la sua scelta di andare da solo, ha messo in moto un processo virtuoso e per il centrosinistra e per il centrodestra. Quindi do un giudizio positivo di tutte e due le forze ai nastri di partenza».

Chi vincerà le elezioni?

«Mi sembra una partita tutta da giocare. Ma se fossi uno scommettitore inglese punterei tutto su Berlusconi».

Lei è stato due volte direttore del Corriere, dopo aver diretto la Stampa, passando per Repubblica e l'Espresso. Quando va a dormire la sera si sente Dio onnipotente o un uomo a corto di desideri?

«Io ho un sacco di desideri e quando vado a dormire ho un sacco di pensieri. Molti di lavoro, ma anche pensieri lieti».

Come ha fatto a inanellare una carriera così strepitosa?

«Ho cominciato a lavorare molto giovane in un'Italia che era molto diversa. Nel 1967, un diciottenne appena uscito dal liceo poteva essere assunto in un giornale prestigioso come l'Espresso, allora diretto da Eugenio Scalfari. Tutto un altro mondo il giornalismo a quei tempi. Pensi: si poteva persino licenziare. Tant'è che quattro anni dopo io fui licenziato».

Perché Scalfari la licenziò?

«Perché l'azienda viveva un momento di difficoltà economica. Ma mi tennero con un contratto di collaborazione e due anni dopo mi riassunsero».

Cosa fece nel frattempo?

«Ne approfittai per laurearmi in Storia contemporanea con Renzo De Felice, il grande storico del fascismo, e divenni suo assistente. Mi laureai nel 1972 con una tesi sul corporativismo fascista in pieno periodo di contestazione».

Come visse il '68?