Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL COGLIONAVIRUS

 

NONA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

  

GLI IMPROVVISATORI

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

IL VIRUS

 

Introduzione.

Le differenze tra epidemia e pandemia.

I 10 virus più letali di sempre.

Le Pandemie nella storia.

Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.

La Temperatura Corporea.

L’Influenza.

La Sars-Cov.

Glossario del nuovo Coronavirus.

Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.

Il Coronavirus. L’origine del Virus.

Alla ricerca dell’untore zero.

Le tappe della diffusione del coronavirus.

I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.

I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.

A Futura Memoria.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.

Fattori di rischio.

Cosa risulta dalle Autopsie.

Gli Asintomatici/Paucisintomatici.

L’Incubazione.

La Trasmissione del Virus.

L'Indice di Contagio.

Il Tasso di Letalità del Virus.

Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.

Morti: chi meno, chi più.

Morti “per” o morti “con”?

…e senza Autopsia.

Coronavirus. Fact-checking (verifica dei  fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.

La Sopravvivenza del Virus.

L’Identificazione del Virus.

Il test per la diagnosi.

Guarigione ed immunità.

Il Paese dell’Immunità.

La Ricaduta.

Il Contagio di Ritorno.

I preppers ed il kit di sopravvivenza.

Come si affronta l’emergenza.

Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?  

Lo Scarto Infetto.

 

INDICE SECONDA PARTE

LE VITTIME

 

I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.

Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.

Eroi o Untori?

Contagio come Infortunio sul Lavoro.

Onore ai caduti in battaglia.

Gli Eroi ed il Caporalato.

USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

Covid. Quanto ci costi?

La Sanità tagliata.

La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.

Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?

Una Generazione a perdere.

Non solo anziani. Chi sono le vittime?

Andati senza salutarci.

Spariti nel Nulla.

I Funerali ai tempi del Coronavirus.

La "Tassa della morte". 

Epidemia e Case di Riposo.

I Derubati.

Loro denunciano…

Le ritorsioni.

Chi denuncia chi?

L’Impunità dei medici.

Imprenditori: vittime sacrificali.

La Voce dei Malati.

Gli altri malati.

 

INDICE TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

L’epidemia ed il numero verde.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Il Coronavirus in Italia.

Coronavirus nel Mondo.

Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

…in Africa.

…in India.

…in Turchia.

…in Iran.

…in Israele.

…nel Regno Unito.

…in Albania.

…in Romania.

…in Polonia.

…in Svizzera.

…in Austria.

…in Germania.

…in Francia.

…in Belgio.

…in Olanda.

…nei Paesi Scandinavi.

…in Spagna.

…in Portogallo.

…negli Usa.

…in Argentina.

…in Brasile.

…in Colombia.

…in Paraguay.

…in Ecuador.

…in Perù.

…in Messico.

…in Russia.

…in Cina.

…in Giappone.

…in Corea del Sud.

A morte gli amici dell’Unione Europea. 

A morte gli amici della Cina. 

A morte gli amici della Russia. 

A morte gli amici degli Usa. 

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CURA

 

La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

L'Immunità di Gregge.

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

Meglio l'App o le cellule telefoniche?

L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Epidemia e precauzioni.

Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.

La sanificazione degli ambienti.

Contagio, Paura e Razzismo.

I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?

Tamponi negati: il business.

Il Tampone della discriminazione.

Tamponateli…non rinchiudeteli!

Epidemia e Vaccini.

Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.

Il Costo del Vaccino.

Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.

Epidemia, cura e la genialità dei meridionali..

Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.

Gli anticorpi monoclonali.

Le Para-Cure.

L’epidemia e la tecnologia.

Coronavirus e le mascherine.

Coronavirus e l’amuchina.

Coronavirus e le macchine salvavita.

Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.

Attaccati all’Ossigeno.

 

INDICE QUINTA PARTE

MEDIA E FINANZA

 

La Psicosi e le follie.

Epidemia e Privacy.

L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Epidemia ed Ignoranza.

Epidemie e Profezie.

Le Previsioni.

Epidemia e Fake News.

Epidemia e Smart Working.

La necessità e lo sciacallaggio.

Epidemia e Danno Economico.

La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.

Il Supply Shock.

Epidemia e Finanza.

L’epidemia e le banche.

L’epidemia ed i benefattori.

Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.

Mes/Sure vs Coronabond.

La Caporetto di Conte e Gualtieri.

Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.

I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.

"Il Recovery Fund urgente".

Il Piano Marshall.

Storia del crollo del 1929.

Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e da rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.

Un Presidente umano.

Le misure di sostegno.

…e le prese per il Culo.

Morire di Fame o di Virus?

Quando per disperazione il popolo si ribella.

Il Virus della discriminazione.

Le misure di sostegno altrui.

Il Lockdown del Petrolio.

Il Lockdown delle Banche.

Il Lockdown della RCA.

 

INDICE SESTA PARTE

LA SOCIETA’

 

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

I Volti della Pandemia.

Partorire durante la pandemia.

Epidemia ed animali.

Epidemia ed ambiente.

Epidemia e Terremoto.

Coronavirus e sport.

Il sesso al tempo del coronavirus.

L’epidemia e l’Immigrazione.

Epidemia e Volontariato.

Il Virus Femminista.

Il Virus Comunista.

Pandemia e Vaticano.

Pandemia ed altre religioni.

Epidemia e Spot elettorale.

La Quarantena e gli Influencers.

I Contagiati vip.

Quando lo Sport si arrende.

L’Epidemia e le scuole.

L’Epidemia e la Giustizia.

L’Epidemia ed il Carcere.

Il Virus e la Criminalità.

Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

Il Virus ed il Terrorismo.

La filastrocca anti-coronavirus.

Le letture al tempo del Coronavirus.

L’Arte al tempo del Coronavirus.  

 

INDICE SETTIMA PARTE

GLI UNTORI

 

Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?

Un Virus Cinese.

Un Virus Americano.

Un Virus Norvegese.

Un Virus Svedese.

Un Virus Transalpino.

Un Virus Teutonico.

Un Virus Serbo.

Un Virus Spagnolo.

Un Virus Ligure.

Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.

Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.

La Bergamasca, dove tutto si è propagato.

Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.

Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.

Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.

La Caduta degli Dei.

La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.

Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.

I Soliti Approfittatori Ladri Padani.

La Televisione che attacca il Sud.

I Mantenuti…

Ecco la Sanità Modello.

Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.

 

INDICE OTTAVA PARTE

GLI ESPERTI

 

L’Infodemia.

Lo Scientismo.

L’Epidemia Mafiosa.

Gli Sciacalli della Sanità.

La Dittatura Sanitaria.

La Santa Inquisizione in camice bianco.

Gli esperti con le stellette.

Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.

Le nuove star sono i virologi.

In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…

Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.

Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.

Giri e Giravolte della Scienza.

Giri e Giravolte della Politica.

Giri e Giravolte della stampa.

 

INDICE NONA PARTE

GLI IMPROVVISATORI

 

La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Un popolo di coglioni…

L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

 “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Stare a Casa.

Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.

Non comprate le cazzate.

Quarantena e disabilità.

Quarantena e Bambini.

Epidemia e Pelo.

Epidemia e Violenza Domestica.

Epidemia e Porno.

Quarantena e sesso.

Epidemia e dipendenza.

La Quarantena.

La Quarantena ed i morti in casa.

Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.

Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.

Cosa si può e cosa non si può fare.

L’Emergenza non è uguale per tutti.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Dipende tutto da chi ti ferma.

Il ricorso Antiabusi.

Gli Improvvisatori.

Il Reato di Passeggiata.

Morte all’untore Runner.

Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.

 

INDICE DECIMA PARTE

SENZA SPERANZA

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

In che mani siamo!

Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.

Fase 2? No, 1 e mezza.

A Morte la Movida.

L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.

I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.

Fase 2: finalmente!

 “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.

Le oche starnazzanti.

La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.

I Bisogni.

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Non sarà più come prima.

La prossima Egemonia Culturale.

La Secessione Pandemica Lombarda.

Fermate gli infettati!!!

Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.

Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?

Gli Errori.

Epidemia e Burocrazia.

Pandemia e speculazione.

Pandemia ed Anarchia.

Coronavirus: serve uno che comanda.

Addio Stato di diritto.

Gli anti-italiani. 

Gli Esempi da seguire.

Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…

I disertori della vergogna.

Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus. 

Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.

Grazie coronavirus.

 

 

 

 

 

IL COGLIONAVIRUS

 

NONA PARTE

 

GLI IMPROVVISATORI

 

·        La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

L'Italia si ferma per il Coronavirus. Le misure del decreto di Palazzo Chigi. Il Corriere del Giorno il 5 Marzo 2020. Oltre tremila i contagi, crescono dell’8,95 per cento le guarigioni. Il Governo assicura aiuti a lavoratori e imprese. Ma i 3,6 miliardi pensati qualche giorno fa per il decreto sulle misure economiche potrebbero non bastare. Continuano a crescere i contagi – superata la soglia dei tremila – è record di guarigioni: ieri la percentuale dei casi guariti è salita all’8,95 per cento. Si tratta di 116 casi su un totale di 276. Per bloccare il coronavirus e limitare il contagio il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha firmato un nuovo decreto, mettendo di fatto l’Italia in quarantena: scuole e università chiuse fino al 15 marzo, campionato di calcio a porte chiuse per un mese, stop a tutti gli eventi affollati. Tutti devono stare distanza di sicurezza di un metro da altre persone. Una decisione questa senza precedenti che rischia di mettere letteralmente in ginocchio l’economia italia. “La situazione è grave, chiederò a Bruxelles la massima flessibilità” (cioè di aumentare il proprio debito pubblico), dice il Premier, che promette agli italiani: “Ci rialzeremo, come dopo il ponte Morandi“. Queste le misure previste dal decreto “per il contrasto e il contenimento sull’intero territorio nazionale del diffondersi del virus COVID-19“.

Chiuse scuole e università. Sospese  le attività didattiche sino al 15 marzo nelle scuole di ogni ordine e grado nonché la frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica, di corsi professionali, master e università per anziani, ferma in ogni caso la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza. I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza. Sono esclusi dalla sospensione i corsi post universitari connessi con l’esercizio di professioni sanitarie,  inclusi quelli per i medici in formazione specialistica.

Stop a eventi affollati e restrizioni per cinema e teatri. Sospesi i congressi, le riunioni, i meeting e gli eventi sociali, inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Eventi sportivi agonistici a porte chiuse. Il campionato di calcio di Serie A e gli eventi sportivi agonistici si svolgeranno a porte chiuse sino al 3 aprile.

Palestre. Gli sport di base in palestre o piscine sono ammessi solo se rispettano le norme di igiene e sempre la distanza di sicurezza di almeno un metro.

Massima attenzione per anziani e pazienti a rischio. E’ fatta espressa raccomandazione a tutte le persone anziane o affette da patologie croniche o con multimorbilità ovvero con stati di immunodepressione congenita o acquisita, di evitare di uscire dalla propria abitazione o dimora fuori dai casi di stretta necessità e di evitare comunque luoghi affollati nei quali non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Coronavirus, cosa devono fare sindaci e associazioni. I sindaci, enti territoriali e associazioni di categoria devono promuovere la diffusione delle informazioni sulle misure di prevenzione igienico, offrire attività ricreative individuali alternative a quelle collettive interdette dal  decreto, che promuovano e favoriscano le attività svolte all’aperto, purché svolte senza creare assembramenti di persone. Nelle pubbliche amministrazioni e, in particolare, nelle aree di accesso alle strutture del servizio sanitario, nonché in tutti i locali aperti al pubblico devono essere messe a disposizione degli addetti, nonché degli utenti e visitatori, soluzioni disinfettanti per l’igiene delle mani.

I concorsi. Adottate opportune misure organizzative nello svolgimento delle procedure concorsuali pubbliche e private  volte a ridurre i contatti ravvicinati tra i candidati e tali da garantire ai partecipanti la possibilità di rispettare la distanza di almeno un metro tra di loro.

Chi arriva in Italia da zone a rischio coronavirus. Chiunque  abbia fatto ingresso in Italia dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, o sia transitato e abbia sostato nei comuni nella zona rossa, a partire dal quattordicesimo giorno antecedente la data di pubblicazione del presente decreto, deve comunicare tale circostanza al dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per territorio nonché al proprio medico di medicina generale ovvero al pediatra di libera scelta.

Coronavirus e telelavoro. Durante lo stato di emergenza i datori di lavoro possono attuare lo smart working a ogni lavoratore, anche in assenza di accordi individuali.

Aumento dei posti letto negli ospedali. Il piano di Palazzo Chigi prevede anche l’aumento del 50 per cento dei posti letto in terapia intensiva e del cento per cento nei reparti di pneumologia e malattie infettive.

Aiuti a lavoratori e imprese. Il Governo assicura aiuti a lavoratori e imprese. Ma i 3,6 miliardi pensati qualche giorno fa per il decreto sulle misure economiche potrebbero non bastare.

Coronavirus, nuove regole in Parlamento: si vota solo di mercoledì. Pubblicato venerdì, 06 marzo 2020 su Corriere.it da Fabrizio Caccia. Al tempo del Coronavirus, i parlamentari si preparano anche psicologicamente. Prossima votazione in programma alla Camera: mercoledì prossimo, 11 marzo, per lo scostamento di bilancio. «Siederemo uno vicino all’altro, ma dovrebbe essere una roba veloce, un voto e via - dice Luca Carabetta, deputato M5S - mi preoccupa di più mercoledì 18, quando ci sarà la votazione sul Garante della Privacy, lì non si voterà da seduti, ma uno dopo l’altro dovremo entrare nell’urna con la scheda, insomma passeremo più tempo insieme in Aula, sarà una cosa lunga e soprattutto sarà impossibile rispettare il metro di distanza». Perché più tempo passa e più si è esposti al contagio, il ragionamento è semplice. La delibera dei Questori di giovedì 5 marzo ha posto paletti precisi: si voterà solo il mercoledì, molte commissioni sono state già sconvocate. Maria Teresa Baldini, la deputata di Fratelli d’Italia con la mascherina ormai divenuta celebre anche in Cina da dove le scrivono ammiratori, racconta che pure l’Intergruppo delle donne parlamentari, che stava lavorando a un progetto in vista dell’8 marzo, ha dovuto rinviare la sua riunione. La commissione Lavoro, invece, che sta lavorando sul taglio del cuneo fiscale, dovrebbe continuare a vedersi anche la prossima settimana. Però, insomma, ecco che alla Camera il day after, cioè il venerdì dopo la circolare dei Questori sulle nuove regole, si presenta ancora più tranquillo del solito: pochissimi clienti nella tabaccheria interna al Palazzo così come in banca e all’ufficio postale. La mitica barberia di Montecitorio aprirà invece solo il mercoledì, in concomitanza con l’Aula. Gli infermieri con i termoscanner all’ingresso misurano la temperatura a chi entra, c’è Amuchina ovunque, nei bagni e alla buvette. «All’inizio ci scherzavamo sopra,facevamo battute -racconta Patrizia Prestipino del Pd, Commissione Scuola, Cultura e Sport - Ma adesso il clima è cambiato,dai commessi del bar ai funzionari tutti ci adeguiamo con il massimo scrupolo al protocollo del governo. Ieri in ascensore sono salita con un collega e ci siamo messi ognuno al suo angolo: giochiamo ai quattro cantoni? Gli ho detto per stemperare un po’ la tensione. Ma ci sono delle distanze da rispettare ed è giusto così. Ad altre persone che volevano salire abbiamo detto, infatti, di aspettare la corsa successiva». D’ora in poi ciascun parlamentare potrà ricevere al massimo 3 ospiti al giorno e costoro non potranno più fare un salto in Transatlantico come prima per respirare da vicino il profumo del potere, ma dovranno accontentarsi di passeggiare avanti e indietro lungo la Galleria dei Presidenti. «Ho ricevuto ieri una persona che veniva da Milano ed era un po’ raffreddata - continua la Prestipino - all’ingresso i commessi si sono un po’ allarmati, lui ha cercato subito di tranquillizzarli: ‘Ho fatto già il tampone, sono negativo...’ ha detto. Il clima è questo, in fondo siamo lo specchio del Paese,le nostre paure sono quelle di tutti». Anche se si voterà solo di mercoledì, però, la macchina del Parlamento continua a muoversi. «Molte audizioni si faranno in videoconferenza - dice Carabetta (M5S) della X commissione Attività produttive - uno strumento che continuerà ad essere molto utile poi in futuro, dopo che sarà finita l’emergenza». Anche i giornalisti parlamentari si stanno organizzando. Marco Di Fonzo, il presidente dell’Asp (Associazione stampa parlamentare) racconta che è stato già chiesto e si spera di ottenerlo presto un microfono centralizzato per realizzare le interviste nella Saletta Troupe (l’ex Tabaccheria),mentre nella sala stampa dove si lavora ogni giorno a stretto contatto di gomito, la prevenzione sarà affidata soprattutto al buon senso dei singoli. «Mia mamma Liliana mi chiama otto volte al giorno per sapere se mi sono lavata le mani - racconta Giusy Versace, deputata di Forza Italia - Del resto il Parlamento è un incubatore naturale di virus perchè noi tutti veniamo da ogni parte d’Italia e viaggiamo in continuazione, parliamo con tante persone, assessori regionali, consiglieri comunali e purtroppo avete visto che il Corovinarus ha infettato anche alcuni di loro. Chissà, magari qualcuno di noi asintomatico il virus l’ha già avuto ed è guarito, non lo escluderei...». Lei fa parte della Commissione Affari sociali e della Bicamerale d’Infanzia: «Entro sera ci diranno il programma della prossima settimana - conclude la Versace - secondo me sarebbe stato meglio concentrare i lavori in sette giorni e poi magari chiudere due settimane. Votare solo di mercoledì è una misura che non capisco molto: non è che quel giorno il Coronavirus entra in sciopero».

La chiusura delle scuole è stata una scelta politica. Non tutti gli scienziati coinvolti dal governo la ritenevano necessaria. Da quanto risulta, infatti, il premier Giuseppe Conte si sarebbe assunto questa enorme responsabilità a prescindere dal parere non unitario del comitato tecnico-scientifico. E’ stata proprio una fonte autorevole del comitato a confermarlo al quotidiano La Stampa: la misura “è stata valutata come priva di evidenza scientifica soprattutto di limitata efficacia se non prolungata nel tempo”. E’ la stessa risposta fornita dagli esperti al governo dopo ore di fughe di notizie e quando ormai l’intero Paese era in fibrillazione e in attesa di una conferma. Sarebbe stato il solo presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro a dare il via libera. E’ l’unico nome che Conte cita durante la conferenza stampa convocata per ufficializzare lo stop e per dare una spiegazione a genitori e insegnanti di tutta Italia, dopo il pasticcio avvenuto sulla comunicazione. “La notizia fuoriuscita è stata completamente improvvida – ha detto Conte – In mattinata non ci siamo lasciati con una decisione finale in quanto avevamo demandato al professor Brusaferro un approfondimento per avere tutti gli elementi di valutazione”. Sono le conclusioni del premier Conte a dare un’evidente indicazione del dibattito tra gli esperti. “La valutazione tecnico-scientifica ci è arrivata da poco ed è mia responsabilità, in quanto firmatario del Dpcm, disporre la chiusura delle scuole“. Dunque Conte, come dimostrato dalle indiscrezioni arrivate in anticipo, era già orientato alla chiusura. Il parere del comitato quindi non gli avrebbe fatto cambiare la sua idea iniziale. Poco dopo le dichiarazioni di Conte l’Iss rimanda a un comunicato, pubblicato sul proprio sito, in cui vengono promosse “le misure di salute pubblica introdotte in questi giorni con lo scopo di evitare una grande ondata epidemica“, compresa la chiusura degli istituti scolastici. Brusaferro non ha partecipato alla quotidiana conferenza stampa presso la sede della Protezione civile. Per spegnere gli interrogativi su una sua possibile defezione in polemica con i colleghi, l’istituto pubblica una nota: «Il presidente ha semplicemente partecipato a un altro incontro”.  Il Coronavirus può attendere….

«La Corrida» e «I soliti ignoti» non andranno in onda per l’emergenza coronavirus: troppo pubblico in sala. Pubblicato giovedì, 05 marzo 2020 da Corriere.it. Era nell’aria dopo l’ultimo provvedimento del governo, ora è ufficiale La Corrida, di Carlo Conti che non può evidentemente prescindere dal pubblico in sala , non verrà trasmessa e così per «I soliti ignoti», con tutta quella teoria di concorrenti oltreché gli spettatori in sala. Per altri programmi, vedi «Amici» e «Ballando con le stelle», si sta valutando se realizzarli senza pubblico (come già accaduto per «Le Iene», la trasmissione di Barbara D’Urso, «La domenica sportiva» e «Che tempo che fa») oppure rinviarli. Ma, per il momento la seconda puntata della trasmissione di Maria De Filippi, in onda venerdì sera, è confermata.

Gigi Rock da Manduria a Milano sull'aereo svuotato dal Coronavirus. «Eravamo si e no una decina, mi sono sentito importantissimo come Mick Jagger che per non essere disturbato dai fans ha fatto prenotare un aereo tutto per lui». Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 06 marzo 2020. «Oggi sul volo Brindisi-Malpensa eravamo io e il comandante, neanche un’hostess, mi sono fatto il caffè da solo». La prende con ironia Gigi Rock (d'altronde è il suo mestiere), la surreale condizione di un volo di linea praticamente vuoto quando in altri tempi avrebbe registrato il tutto esaurito. L’artista manduriano che vive a Milano, è stato a Manduria dove vive ancora la sua anziana madre ed altri parenti. Una permanenza di pochi giorni prima del volo sull’aero di ieri svuotato dal coronavirus. «Eravamo si e no una decina, mi sono sentito importantissimo come Mick Jagger che per non essere disturbato dai fans ha fatto prenotare un aereo tutto per lui» scherza Gigi Rock, alla nascita Luigi Rossetti. L’ideatore del rockettaro metropolitano con chitarra e vestito alla Elvis con l’incipit, «ciao raga tutto rego?», racconta di aver trovato l’aeroporto di Malpensa come mai prima. «Era un altro deserto, pochissima gente, qualche gruppo di tre, quattro persone per lo più stranieri». Una desolazione come il resto d’Italia, al Nord più che al Sud, almeno sinora. Quando tornerà a Manduria, il comico cantautore, rispetterà rigorosamente l’auto isolamento fiduciario così come ha fatto in questi giorni di sole Messapico. Alla domanda se anche lui si è lasciato prendere dalla fobia del virus, Gigi risponde così: «devo essere sincero, io mi attengo alle regole, seguo le raccomandazioni, ma sono un grande fatalista, perciò continuo a vivere normalmente, senza paranoie». Però in Puglia sempre meglio che Milano, no? «In Puglia più che più sicuro mi sento bene perchè è una terra meravigliosa», giura l’artista che nella metropoli lombarda ha messo su famiglia e trovato lavoro. Che ora con il Covid-19 sta subendo un freno. «Erano state già programmate delle registrazioni con Zelig, ma anche queste sono state posticipate a chissà quando; meno male che sono milionario altrimenti sarebbe un problema», chiosa l’Elvis metropolitano.

L'Italia si chiude. Decisione senza precedenti: scuole chiuse in tutta Italia. "Bisogna salvare il Servizio sanitario". Conte e Speranza forzano la scelta nonostante il parere contrario degli esperti. Pietro Salvatori su huffingtonpost.it il 04/03/2020. Sulla chiusura delle scuole il primo vero cortocircuito interno alla maggioranza di governo sul coronavirus. Giuseppe Conte ha convocato a Palazzo Chigi in mattinata tutti i ministri. Sul tavolo un nuovo decreto per un’ulteriore stretta sulle misure per affrontare il contagio. Dopo quasi due ore filtra una notizia: le scuole verranno chiuse su tutto il territorio nazionale da giovedì fino al 15 marzo. La parte del governo più vicina al premier strabuzza gli occhi: “Questa è una forzatura, incomprensibili fughe in avanti”. “Una fuga di notizie improvvida”, la definirà qualche ora dopo con più understatement, ma con faccia severa il capo del governo. A nessuno all’interno dell’esecutivo è sfuggito che chiudere i cancelli di scuole e università in tutta Italia è una decisione dalla quale passa un’intera linea comunicativa, contribuisce forse più d’ogni altra a spostare la china di questi giorni difficili dal sottile crinale che divide il panico dalla calma. È stato il ministero della Salute a intestarsi più d’ogni altro la scelta. “Capiamo che ha un forte valore simbolico - spiegano fonti vicine a Roberto Speranza - ma segnala che la situazione è seria”. Il Partito democratico ha seguito fin da subito la medesima linea. Nicola Zingaretti ha parlato chiaro e tondo: “Una decisione giusta, il primo grande provvedimento economico è sconfiggere il virus”. A frenare sin da subito Italia viva: “Andiamo in controtendenza con quanto detto finora - la posizione del partito di Matteo Renzi - Così si rischia di creare il panico”. È su questo che si è incentrata la discussione dei ministri riuniti, quello che Conte ha definito con morbidezza “uno scambio che ha preso ampia parte” del summit governativo. Ad avere dubbi anche i 5 stelle. Mentre la notizia si diffondeva, dal ministero dell’Istruzione si tirava il freno a mano: “Aspettate, ora parla il ministro”. Lucia Azzolina si presentava davanti ai microfoni infrangendo ogni certezza: “Nessuna decisione è stata presa, aspettiamo il parere del comitato tecnico scientifico”. Un parere che era già noto a buona parte dei presenti, e che è stato affinato nei colloqui intercorsi subito dopo l’ora di pranzo: secondo gli esperti la misura di per sé non è dannosa, ma rappresenta un eccesso di prudenza. Perché, avrebbero spiegato gli esperti nominati dalla protezione civile, l’evidenza scientifica di una serrata di scuole e università è limitata. Ovvero: non ci sono prove che lo stop contribuisca ad arginare il contagio. Conte si è infilato in un giro di incontri con le parti sociali. Occorrono misure straordinarie, la posizione di Confindustria. “Servono scelte coraggiose, senza le quali è forte il rischio che l’emergenza sanitaria sfoci in una catastrofe economica”, va giù duro Angelo Margiotta, segretario generale della Confsal. Proprio di una “normalizzazione” dell’emergenza sanitaria parla Vincenzo Boccia, presidente degli industriali. Ma sarebbe stato proprio il parere del presidente del Consiglio a far pendere la bilancia verso la soluzione drastica, seguendo il principio che meglio eccedere in prudenza che rischiare per non aver messo in campo tutte le misure possibili. La strada scelta è stata dunque diversa. E prevede la chiusura delle scuole, appunto, ma anche di cinema, teatri, eventi sportivi e la sospensione di eventi pubblici e manifestazioni. Il ministero della Salute ripete senza sosta che la curva dei contagi non dà segni di normalizzazione, e che la saturazione dei reparti di terapia intensiva è un’ipotesi più che concreta. Conte lo ha detto in chiaro: “La priorità sono misure di contenimento o di ritardo della diffusione del coronavirus. Il sistema sanitario rischia di andare in sovraccarico”. Nessuno si è sentito di fare muro a quelle che sono, comunque la si voglia vedere, tentativi per superare il momento critico. Da stasera tutta Italia è zona gialla. 

Isteria da virus. Il centro di comando del Paese ha mostrato un caos decisionale e una irrefrenabile pulsione all’orgia comunicativa. È il quadro di una confusione sistemica, in termini di decisione e di immagine, accompagnata da una costante recita a soggetto dei singoli. Alessandro De Angelis su huffingtonpost.it il 04/03/2020. Solo alle sei di pomeriggio si capisce che le scuole saranno chiuse, nell’ambito di una conferenza stampa in cui il presidente del Consiglio parla la metà del tempo del pasticcio di giornata, tra fughe di notizie, smentite del ministro dell’Istruzione, incertezze e poi silenzi. Poco male se l’oggetto di questa confusione fosse la prescrizione, o questo o quel tema su cui spesso il Palazzo si avvita su se stesso. Il problema è che invece siamo di fronte a misure “eccezionali” per una situazione “eccezionale”, che hanno un impatto enorme sulla vita di milioni di famiglie. Ecco, è accaduto che, ancora una volta, il centro di comando del Paese ha mostrato una isteria decisionale e un’irrefrenabile pulsione all’orgia comunicativa, disvelando il dato strutturale di questa crisi, e cioè che non c’è una solida plancia di comando: la Azzolina che, dopo un vertice, smentisce ciò che fonti di governo avevano fatto trapelare ai giornali sulla chiusura delle scuole, poi un black out di ore, poi Conte che annuncia ciò che la Azzolina aveva negato, con lo spirito di chi si giustifica più che per spiegare, con la forza della scienza e la determinazione della politica, una situazione da “stato di guerra”. Insomma, l’emergenza che nel Paese del melodramma diventa un coro di acuti, in cui l’incontinenza dei singoli alimenta uno stato permanente di incertezza istituzionale. Qui la fuga di notizie non c’entra niente, non è questione di rapporto tra fonti e giornali. Qui c’entra il senso della gravità del momento che dovrebbe essere, in questi casi, il primo collante del governo. Parliamoci chiaro: il Paese sta dimostrando una straordinaria compostezza e una straordinaria maturità, di fronte a un’emergenza che è un’incognita e dopo un mese di messaggi contraddittori e di continui stop and go. Non un gesto di insofferenza, non un momento di alterazione collettiva. Il problema è la testa, non il corpo, che dall’inizio di questa storia, tra cambi di registro e annunci sui giornali, ha proceduto in modo poco ordinato, arrancando nello stress e nell’ansia da rincorsa della realtà. In un primo momento Conte l’ha cavalcata pensando che l’emergenza potesse essere un’opportunità per legittimarsi di fronte al Paese, quando ancora si viveva in un clima da imminente crisi di governo, auto-inducendosi un isolamento internazionale con l’Iraq e l’Eritrea che hanno chiuso i voli. Poi la svolta al contrario, in termini di minimizzazione, di fronte all’impatto in termini di immagine e di Pil, col Corona virus diventato “poco più di una influenza”. Si arriva, in ultimo, alle misure draconiane su partite di calcio e alle scuole, che trasformano l’Italia in una grande zona gialla e rossa, giallorossa, come il governo che ha impugnato qualche giorno fa la decisione del governatore delle Marche di chiudere le scuole, facendola bocciare dal Tar, per poi fare proprio come il “bocciato” aveva fatto. È il quadro di una confusione sistemica, in termini di decisione e di immagine, accompagnata da una costante recita a soggetto dei singoli: la Azzolina che smentisce una decisione che sarà presa, Patuanelli che annuncia la sua quarantena pur non essendo positivo (fortunatamente senza mascherina), Conte che, dopo essere andato dalla D’Urso in maglioncino, solo oggi registra via Facebook un messaggio, che non ha la solennità di un discorso di verità alla nazione, ma almeno è in giacca, cravatta e bandiera italiana ed europea alle spalle. La politica¸ il più grande strumento di servizio per il Paese, mostra, proprio nel momento più difficile, fragilità e subalternità al circo mediatico. In questo contesto, la grande “serrata nazionale antivirale” con la chiusura delle scuole e le porte chiuse alle partite è un ulteriore tassello della confusione. Nell’ambito del cortocircuito di una catena di comando che non c’è, tra protezione civile debole, governo incerto e nervosismo delle regioni, alla fine si è scelto di  affidarsi ai pareri degli scienziati più prudenti, come nel caso dell’Istituto superiore di Sanità. Ma non è un parere unanime, perché il “comitato scientifico” nominato dalla protezione civile esprime una neutralità a riguardo, ritenendo la misura non necessaria al momento. Una sorta di cessione di sovranità che rivela un’ansia crescente, fondata sul timore del “collasso” delle strutture sanitarie di fronte al dilagare dei contagi. Tutto racconta dell’assenza di una solida bussola decisionale e di una sovrapposizione di piani senza un baricentro. Più di un ministro del Pd, a ragione, e si tratta di quelli che provengono da una scuola politica più solida (non tutti sono scivolati di fronte alle telecamere) ha fatto notare al premier che, di fronte a una emergenza, palazzo Chigi non può essere il luogo di un dibattito permanente in cui tutti parlano di tutto, a prescindere dalle proprie competenze. Occorre una catena di comando certa, dove ognuno fa il suo mestiere. E il premier si occupa di tenere unito il Paese e indica una direzione, anche sull’economia perché, in questi casi, non c’è una politica dei due tempi “prima la salute, poi l’economia”, ma le due cose vanno di pari passo, nella misura in cui la recessione non né un antivirale né una cura. Tra il proliferare di sigle, esperti, voci, istituzionali e non, Istituto della sanità, protezione civile, ministri che quotidianamente dicono la propria, manca una figura, tecnica o politica, che si occupi della sensibilità del Paese, delle sue domande, delle sue paure, della sua vita destinata a mutare anche dopo la fine di questa emergenza, come dopo una guerra. Perché di questo si sta parlando, non di una verifica di governo. 

Dagospia il 5 marzo 2020. DALL’ACCOUNT TWITTER DI ROBERTO BURIONI. “Molti stanno usando l’assenza di evidenze per contestare la misura che chiude le scuole. Sfido chiunque a trovare una pubblicazione su come prevenire la diffusione di un virus comparso pochi mesi fa sulla faccia della Terra”. Considerati i numeri attuali, la chiusura delle scuole è un provvedimento indispensabile. Mi stupisco che qualcuno con un minimo di raziocinio possa non essere d’accordo.

Dagospia il 5 marzo 2020. Da “Circo Massimo - Radio Capital”. Oltre ai politici, anche i virologi si stanno dividendo sul nuovo coronavirus. “A dir la verità non siamo così tanti e pochi sono molto validi, gli altri sono solo pseudo-virologi - spiega a Circo Massimo, su Radio Capital, il professor Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia, "la nostra categoria non siede al tavolo del governo, non sta dando alcun apporto alle decisioni. Ci sono epidemiologi, infettivologi e igienisti che in questo momento di emergenza si arrogano il diritto di sapere di virologia”. In realtà, secondo il professore Caruso i virologi la pensano allo stesso modo: “Noi diciamo che il nuovo coronavirus non è simile all’influenza, è una follia dirlo. È un virus molto più aggressivo, che penetra nella popolazione velocemente e ora vediamo tutti i danni che sta facendo nelle persone più deboli: la metà di chi si infetta va in ospedale  con sintomi abbastanza seri, il 10% va in rianimazione e i decessi si attestano attestati al 3,5- 4%”. Imparagonabile col tasso di mortalità dell’influenza: “È allo 0,02%, perché siamo vaccinati", aggiunge il presidente Caruso nell’intervista con il direttore Massimo Giannini e Oscar Giannino, "ora siamo alle prese con un virus che conosciamo da poco e ovviamente non è la stessa cosa di un’influenza che conosciamo da mille anni". C'è stata divisione, invece, sulla chiusura delle scuole: Walter Ricciardi, membro dell'OMS e del comitato scientifico che affianca il governo nella gestione dell'emergenza, ha definito la misura "dannosa", mentre l'infettivologo Massimo Galli, dell'Ospedale Sacco di Milano, è favorevole: "Non dico che il dottor Ricciardi millanti: è un esperto e una persona di valore, è stato presidente dell'ISS. Lui ha sotto controllo la situazione centrale, a Roma. Galli, un carissimo amico, invece è sul posto, vede quello che sta succedendo in Lombardia. L'Italia è spezzata in due". Dove si schiera Caruso? "Per me la chiusura di atenei e scuole è un atto di coraggio apprezzabile: soprattutto in quelle regioni dove sono presenti piccolo focolai, non dobbiamo permettere che si espanda il virus ed è molto più probabile che accada nei momenti di aggregazione. In questi giorni si gioca la nostra partita: se cresce in maniera esponenziale, si espande anche nelle altre regioni; se si ferma, si ferma anche nelle altre zone. È un momento di pausa, in cui dobbiamo riflettere con qualcosa di fermo e non con qualcosa in movimento. Cerchiamo noi stessi di evitare assembramenti, con spirito civico”. Il professor Caruso fa poi un appello alla politica: “Il virus non muta nelle parti più fondamentali e questo ci fa ben sperare per poter fare un vaccino che possa essere efficace e per poter fare immediatamente dei farmaci. È importante però che ci siano fondi per la ricerca perché ce ne ricordiamo solo nei momenti di emergenza”.  Sui tempi per debellare il virus, il professore Caruso si augura che "finisca tutto, perché ci sono categorie più deboli. Da padre e da figlio, spero che possa smorzarsi con la bella stagione, come avviene spesso con le infezioni virali e respiratorie. Dobbiamo però aspettarci.

Chiara Baldi per “la Stampa” il 5 marzo 2020. «Prendere determinate posizioni è sempre stato impopolare e, purtroppo, sempre lo sarà. Ma tra l' impopolarità e il dovere di mantenere lucidità e rigore scientifico, sceglierò sempre il secondo». Il professor Massimo Galli, primario infettivologo dell' ospedale Sacco di Milano, non ha dubbi sulla bontà delle misure messe in campo dal governo. «Il principio fondamentale che anima queste iniziative estese a livello nazionale è che bisogna evitare che situazioni di affollamento e contatto facilitino la diffusione del virus».

Professore, era davvero necessario chiudere le scuole in Italia fino al 15 marzo?

«In un' aula i ragazzi passano molte ore e questo impedisce sia il distanziamento di un metro l' uno dall' altro sia la riduzione dell' affollamento, che si verifica al momento dell' entrata a scuola, dell' uscita e durante la ricreazione.

Se è vero che i bambini e gli adolescenti sono, vedendo i numeri, appena toccati da questa infezione per motivi che non sono ancora chiari, è anche vero che non è improbabile che facciano da "amplificatori" della diffusione del Covid19. Soprattutto nei confronti dei nonni che, come sappiamo, sono per età tra le persone che più rischiano nel momento del contagio».

Agli anziani viene consigliato di stare il più possibile in casa e di evitare contatti sociali. Non si rischia un po' di abbandono e solitudine?

«Mi rendo conto, da quasi 69 enne, che potrebbe sembrare una forma di emarginazione. Ma in realtà si tratta solo di adottare una maggiore attenzione alle fasce più deboli. Certo è che la comunità in generale e l' assistenza dovranno prendersi in carico in particolare gli anziani soli».

Un' altra delle misure riguarda la chiusura di cinema e teatri. Frequentare i luoghi di svago ci rende così tanto vulnerabili?

«Facciamo un esempio. Se una persona in sala non sa di essere contagiata - e può capitare - e tossisce, le goccioline emesse con la tosse entrano nell' ambiente e rischiano di infettare chi si trova un metro davanti a lui, un metro dietro a lui e un metro di fianco a lui. Se valgono i dati sulla trasmissione dell' influenza, potrebbero essere infettate anche persone sedute a distanza un po' maggiore. Poi, c' è il problema dell' affollamento al botteghino per comprare o ritirare il biglietto e gli spostamenti non strettamente necessari sui mezzi pubblici per arrivare al cinema».

Anche le manifestazioni sportive sono vietate al pubblico: si svolgeranno a porte chiuse. Cosa ne pensa?

«Pure questa decisione contribuisce a evitare che ci siano assembramenti e che le persone stiano a una distanza ravvicinata. E, di nuovo, contribuisce a ridurre in modo consistente gli spostamenti non indispensabili su autobus, tram e metropolitane».

Il governo ha consigliato anche di non stringersi la mano, di non baciarsi né abbracciarsi. Dobbiamo rinunciare ai nostri modi di fare?

«Purtroppo noi italiani dovremo, almeno per un periodo, rinunciare alla nostra espansività: è triste rinunciare ai baci ma ci dovremo adattare per un po'. Il frutto di questo sacrificio sarà però la possibilità di contribuire ad arrestare la circolazione e la diffusione di questo virus. Oggi siamo già molto avvantaggiati rispetto ai primi giorni in cui si sono presentati i primi contagiati da coronavirus, perché ora il nostro sistema sanitario è allertato, per cui se dovesse capitare un caso appena sospetto lo si individuerebbe subito attivando subito le misure adatte per isolarlo».

Ilario Lombardo per “la Stampa” il 5 marzo 2020. Non voleva chiudere le scuole di tutta Italia, Giuseppe Conte. Poi però lo ha fatto anche contro il parere del comitato tecnico-scientifico che lo consiglia. L'altro ieri sera il premier ancora era convinto che fosse una misura troppo d'impatto sul piano sociale, che avrebbe stravolto le vite degli italiani anche là dove il Covid 19 lo stanno conoscendo solo nei martellanti aggiornamenti dei media. Il ministro della Salute Roberto Speranza è per la chiusura. Anche il Pd. Conte ha un confronto acceso con Dario Franceschini. E quando va a dormire, dopo due vertici, ha i primi dubbi. La mattina di ieri cambia le cose, prima che l'Italia precipiti in una confusione generata dalla sbagliata gestione della comunicazione all'interno del governo. Conte si convince quando gli portano i numeri sui nuovi casi di contagi e vittime. In un giorno sono schizzati all' insù come mai prima. Si fa strada il terrore di aver sottovalutato la potenza del contagio, capace di sfondare il contenimento e di dilagare in tutto il Paese. Anche a Sud. È laggiù che vola il pensiero di Conte, a una sanità devastata, incapace di reggere all' urto del virus per strutture carenti, personale impreparato. Non si può correre questo rischio. Se la Lombardia, la regione meglio organizzata d' Italia, è allo stremo, al Sud, riflette Conte, «sarebbe il caos». La decisione dunque è presa. Se non si facesse questa forzatura il sistema nazionale sarebbe a un passo dal collasso. Ma siamo solo al prologo di una giornata di contraddizioni e sorprese nella quale genitori e insegnanti vengono trascinati da spettatori impotenti in un' altalena di informazioni, tra fughe in avanti, parziali retromarce, spaccature, divisioni, emerse di ora in ora. Conte è già intenzionato, sin dalla tarda mattinata, a registrare un messaggio alla nazione per le 20, tanto che vengono preallertati i programmi di quella fascia oraria. Prima di rendere ufficiale la notizia però vuole avere in mano il parere del comitato tecnico-scientifico. Che arriverà e non sarà favorevole. Walter Ricciardi è tra gli esperti il più contrario. Ma anche gli altri considerano la misura «inefficace se non prolungata nel tempo», oltre il 15 marzo. Come a Londra, dove è stato chiesto di sbarrare le aule per due mesi. Il rapporto degli scienziati però non farà cambiare idea a Conte. «Ha pesato sulla decisione - diranno da Palazzo Chigi - anche l' obiettivo di assicurare una piena omogeneità sul territorio rispetto a misure di fatto sin qui applicate in buona parte d' Italia sia pure con grande confusione». Intanto escono le indiscrezioni, mentre i ministri sono riuniti con il presidente del Consiglio. Le agenzie verificano da Palazzo Chigi e confermano. A questo punto però succede quello che non doveva succedere. Viene chiesto alla ministra dell' Istruzione Lucia Azzolina, del M5S, di uscire e dichiarare che «non è stata ancora decisa la chiusura». L'effetto è dirompente sull' opinione pubblica. Conte intuisce solo dopo qualche ora che il corto circuito è stato fatale per la credibilità del governo. È furioso, in cerca di un colpevole. Gli dicono che la notizia non è uscita dalla presidenza del Consiglio, anche se, raccontano, dal premier sarebbe partita la richiesta ad Azzolina di uscire con una toppa che si è rivelata disastrosa. «Sembra che diciamo una cosa e ne facciamo un'altra» commenta stizzito prima della conferenza. Qualche minuto dopo Conte è seduto nella sala stampa davanti ai giornalisti, accanto alla ministra. Conferma che le scuole saranno chiuse e fornisce una spiegazione che sa di scuse: «C'è stata una fuoriuscita di notizie improvvida». Conte è stato sopraffatto dal contismo. Quel mix di attento e lento studio dei documenti e comunicazione in tempo reale, che a un certo punto è andato in tilt. Un' armonia degli opposti che trova la sua sintesi nel video-messaggio alle famiglie riunite per cena. Conte appare quasi sollevato, abbozza un volto sorridente, per diffondere fiducia, sullo sfondo il giallo di una lampada, le bandiere d' Italia e di Europa, il colore ocra del calore di un padre che vuole rassicurare: «In caso di crescita esponenziale dei contagiati - dice - nessun Paese reggerebbe». 

Scuole chiuse fino al 15 marzo in tutta Italia: ufficiale la decisione del governo. Pubblicato mercoledì, 04 marzo 2020 su Corriere.it da Monica Guerzoni. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha confermato la chiusura di scuole e università in tutta Italia da domani, giovedì 5 marzo, fino al 15 marzo: «Per noi non è stata una decisione facile, abbiamo aspettato il parere del comitato scientifico», ha dichiarato in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. La misura è stata definita «prudenziale». La vice ministra dell’Economia Laura Castelli ha aggiunto: «Siamo consapevoli dell’impatto che una misura come la chiusura delle scuole potrà avere sui nuclei familiari e sul Paese, per questo ci stiamo muovendo con la massima celerità e determinazione a tutela dei lavoratori pubblici e privati. È in fase di definizione una norma che prevede la possibilità per uno dei genitori, in caso di chiusura delle scuole, di assentarsi dal lavoro per accudire i figli minorenni. Ne ho già parlato con il Ministro Gualtieri e gli altri Ministri competenti: faremo tutto quello che è necessario per venire incontro ai bisogni dei cittadini e delle famiglie e per ridurre al massimo i disagi». Il premier Giuseppe Conte ha sottolineato che le misure sono volte al «contenimento diretto del virus o di ritardo della sua diffusione perché il sistema sanitario per quanto efficiente e eccellente rischia di andare in sovraccarico» in particolare «per la terapia intensiva e sub-intensiva». Il governo, ha aggiunto Conte, sta «lavorando alacremente al decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) con le ultime misure. Lo voglio firmare questa sera - ha concluso - abbiamo già una bozza pronta». 

Coronavirus, lezioni a distanza: dalle elementari alle superiori le ricette per l'insegnamento online. C’è chi si affida al fai-da-te su WhatsApp e chi già sfrutta le grandi piattaforme online. Ma gli ostacoli tecnologici sono tanti. Corrado Zunino il 5 marzo 2020 su La Repubblica. Si può capire che cosa sarà, la scuola a distanza per otto milioni e mezzo di scolari e studenti, guardando chi ha già iniziato.

La primaria. A Parabiago, Nord-Ovest di Milano, 28 mila residenti, l’Istituto comprensivo Legnago 1 — infanzia, elementari, medie — è chiuso da lunedì scorso. La dirigente scolastica Monica Fugaro, arrivata solo lo scorso settembre, così ha organizzato le giornate per i più piccoli: ogni docente utilizza gli strumenti che conosce, che usa con destrezza, per arrivare ai bambini a casa. Ai discenti fra i tre e cinque anni le maestre stanno chiedendo di inventare storie sul mostriciattolo del coronavirus: «Affrontarlo fa superare la paura», spiega la preside. Alcune maestre hanno registrato letture e lezioni, che gli scolari ascoltano via WhatsApp «grazie ai genitori e spesso insieme ai nonni». Si cercano modalità semplici, basiche, come spiega Daniele Barca, lui preside dell’Ic3 di Modena (altra area chiusa alle scuole dagli scorsi giorni) ed esperto di lungo corso di scuola digitale. «La prima difficoltà è quella di ottenere le autorizzazioni dai genitori». Questi giorni possono essere riempiti, illustra, con una didattica non necessariamente tecnologica. «Ho suggerito ai docenti di avviare un concorso fotografico dal titolo “I miei giorni con il coronavirus”. Con i ragazzi di prima e seconda primaria una maestra legge libri — in alcuni casi possono essere poche pagine condivise sugli smartphone dei genitori — oppure suggerisce titoli da recuperare e leggere a casa. Il tempo dilatato — la nuova ordinanza indica due settimane di vacanza da scuola — avvicina al racconto, al testo lungo. «I compiti, per essere efficaci a questa età, devono essere sulla realtà o su un’idea di esplorazione». In terza, quarta e quinta elementare si può salire nell’impegno. Le discipline iniziano a essere nette: Scienze, Geografia, Storia. Si possono fare ricerche e approfondimenti, «e sulle lingue ci sono interessanti giochi online». Troppo presto per offrire lezioni via webcam: sotto i dieci anni la concentrazione a distanza è ancora un optional. Le valutazioni, con le scuole chiuse, sono sospese. «La prima settimana è quella dello stupore», dice chi è partito prima, «alla terza si va a regime».

Le medie. Le piattaforme per fare lezioni con gli studenti più grandi, a partire dalle scuole medie, ci sono: Google for education (non ha pubblicità), Classroom. Ma gli stessi registri elettronici — Axios, Spaggiari — possono diventare diari. «Per i docenti che non sono abituati a utilizzare questi sistemi non è semplice», spiega Barca, «e a casa molti ragazzi non hanno una connessione garantita». L’Ic Ungaretti di Melzo, ancora nella provincia di Milano, ingloba le medie Gavazzi. L’Istituto comprensivo è l’unico statale riconosciuto a livello internazionale come “Apple distinguished school”: La preside Stefania Strignano spiega: «Utilizziamo una didattica integrata con il digitale dai tre anni di età e questo ci sta facilitando anche con i ragazzi della secondaria superiore, abituati agli strumenti a distanza. Oggi, per affrontare l’emergenza, abbiamo previsto un modello di orario per collegarsi a una piattaforma e mantenere una scansione delle lezioni simile a quella della scuola. Gli studenti hanno condiviso tutto». Ci saranno videolezioni e momenti con domande ed esercitazioni. Lo strumento qui sarà il webinar, il seminario via internet.

Le superiori. All’Istituto tecnico economico di Busto Arsizio, Enrico Tosi, il professor Dennis Bignami sta preparando le sue due ore di Economia aziendale. Le invierà agli studenti via mail. Blocchi di video, si chiamano screen recording. Tre minuti da far digerire agli studenti. Poi andrà su Instagram e, sotto la voce “Storie”, aprirà una diretta per recepire le domande dei ragazzi e verificare il grado di comprensione. Chi non farà domande su “Insta”, risulterà assente e i genitori dovranno portare la giustificazione a scuole riaperte. Con lo stop alle lezioni di due settimane, al Tosi, sono pronti a passare alla fase “verifiche” e “interrogazioni”. 

Coronavirus, il calcio sarà a porte chiuse. Provvedimento fino al 3 aprile. Il Governo conferma le porte chiuse. Il ministro dello sport Spadafora: ''Sport continui con dovute cautele". Marotta: "Giocare senza pubblico unico strumento per portare a termine il campionato". Sei partite nel weekend: due sabato e quattro domenica fra cui Juventus-Inter. Intanto il presidente nerazzurro Zhang dona 100mila euro all'ospedale Sacco di Milano. La Repubblica il 04 marzo 2020. "Sospensione degli eventi e delle competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato". E' quanto previsto sullo sport contenuto nella bozza del nuovo Dpcm, per fronteggiare il coronavirus, e che rimarrà in vigore fino al 3 aprile. "Resta comunque consentito, nei comuni diversi da quelli della zona cosiddetta rossa, lo svolgimento dei predetti eventi e competizioni, nonchè delle sedute di allenamento degli atleti agonisti, all'interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse, ovvero all'aperto senza la presenza di pubblico; in tutti tali casi, le associazioni e le società sportive, a mezzo del proprio personale medico, sono tenute ad effettuare i controlli idonei a contenere il rischio di diffusione del virus COVID-19 tra gli atleti, i tecnici, i dirigenti e tutti gli accompagnatori che vi partecipano". Ed ancora "lo sport di base e le attività motorie in genere, svolte all'aperto ovvero all'interno di palestre, piscine e centri sportivi di ogni tipo, sono ammessi esclusivamente a condizione che sia possibile consentire il rispetto della raccomandazione di mantenere in ogni contatto sociale una distanza interpersonale di almeno un metro". La Figc ovviamente si è adeguata: "Tenuto conto delle disposizioni emanate e delle ulteriori indicazioni ricevute dal Governo per fronteggiare l'emergenza Coronavirus e salvaguardare la salute pubblica, al fine di evitare l'interruzione della competizione sportiva, nonchè di assicurarne lo svolgimento e consentirne la conclusione, la FIGC - si legge in una nota - ha disposto con apposito provvedimento, fino a nuova determinazione, che si giochino a porte chiuse tutte le gare organizzate dalla Lega Serie A". "Lo strumento delle porte chiuse potrebbe essere l'unico per poter portare a termine il campionato alla luce di quelle che sono le restrizioni che giustamente il governo ci sta indicando". Giuseppe Marotta, ad dell'Inter, aveva parlato così al termine della riunione di Lega di A al Coni per decidere sul calendario a causa dell'emergenza Coronavirus. "Il Consiglio di Lega ha ratificato la proposta delle 20 società, che è quella di riprendere le partite sospese. Questa al momento è la situazione". Juventus-Inter "si dovrebbe giocare domenica o lunedì" ha aggiunto Marotta spiegando che "in un momento di grande emergenza del paese, con gravissimi problemi di salute davanti a noi, dobbiamo assolutamente prendere coscienza di questo fatto e nel nostro ambito calcistico è evidente che il tentativo è quello di portare a termine il campionato con la massima regolarità, senza creare uno squilibrio competitivo. Lo scenario purtroppo di giorno in giorno subisce cambiamenti e nell'aria c'è anche un ulteriore provvedimento da parte del governo, per cui attendiamo. Navighiamo a vista, riconoscendo quello che è uno stato di emergenza". Intanto il presidente nerazzurro, Steven Zhang, ha annunciato la donazione di 100.000 euro al Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche "L. Sacco" di Milano, diretto dal prof.Massimo Galli. "L'Inter - spiega- ha un legame indissolubile con la città di Milano ed è orgogliosa della dedizione con cui tutto il personale del Ospedale Sacco sta facendo fronte alla eccezionalità della situazione. Fin dall'avvio dell'emergenza Coronavirus abbiamo seguito con particolare attenzione e apprensione l'evoluzione della situazione, sia come club sia come azionista, rimarcando in tutte le sedi come l'unica priorità fossero la salute pubblica e la sicurezza. È per questo motivo che FC Internazionale Milano sente il dovere di sostenere l'Ospedale Sacco", conclude.  La Serie A si avvia dunque a recuperare subito le 6 gare non disputate nell'ultimo week-end: 2 partite da giocare sabato 7 marzo e 4 domenica 8 marzo. Juve-Inter si giocherebbe così domenica sera (l'ipotesi di posticiparla a lunedì, per giocare con il pubblico, è evidentemente non più praticabile).

Spadafora: "Campionato va avanti a porte chiuse". "Sullo sport cercheremo di contemplare il prosieguo di tutte le attività e anche del campionato ma nel rispetto della salute di tutti. A porte chiuse? Si va verso questo tipo di provvedimento" aveva altresì spiegato il ministro per lo Sport, Vincenzo Spadafora, al termine della riunione a palazzo Chigi. "Il Dpcm che verrà emanato tra poco risponderà a tutti gli interrogativi e chiarirà tutti gli aspetti che riguardano il mondo dello sport ha detto poi Spadafora rispondendo al questione time alla Camera -. Posso dire che di sicuro si darà la possibilità di realizzare eventi e competizioni sportive esclusivamente a porte chiuse, dando anche indicazioni ben precise per la prevenzione sanitarie delle squadre, degli staff e di tutto il personale coinvolto. Nel Dpcm si dirà anche come e dove sarà possibile svolgere sport di base per tutti. Non è necessario, infatti, né utile bloccare tutto in tutto il territorio purché si rispettino le raccomandazioni che saranno indicate nel dpcm - ha aggiunto il ministro.-. Si intende consentire almeno allo sport di base ma anche a quello agonistico di continuare a essere svolto, con le dovute cautele". 

Il calcio a porte chiuse secondo Gianni Brera: "Si è giocato sul fondo di un cratere lunare". Il 6 novembre 1985 Juventus e Verona si affrontano in Coppa dei Campioni nel ritorno del secondo turno. L'Hellas è campione d'Italia in carica, i bianconeri campioni d'Europa e giocano al Comunale di Torino senza pubblico dopo la tragedia dell'Heysel. Il racconto di allora di Gianni Brera per Repubblica: "In quello strano silenzio, risuonavano agre concitate rauche le grida dei calciatori in affanno". Gianni Brera il 04 marzo 2020 su La Repubblica. La Juventus ha vinto 2-0. Sarei meno preciso se affermassi pari pari che la Juventus ha battuto il Verona. In realtà, si è giocato sul fondo di un cratere lunare o, che è immagine un poco più attendibile, sotto qualche metro di acqua limpida. La mancanza del pubblico ha rallegrato dapprima il vecchio stordito suiveur che io sono: in quello strano silenzio, risuonavano agre concitate rauche le grida dei calciatori in affanno, evidentemente intese a convincere tutti noi che si stesse davvero giocando una partita di Coppa Campioni. In effetti, si stava giocando una partita in perverso programma da mesi: però, non giuro di averla sofferta e ancor meno di averla goduta. Il Verona ha avuto sfortuna marcia. La tetragona Juventus - del tutto estranea per una volta ad ogni ubbia stilistica - ha trovato tutto facile sul proprio cammino. Se qualche difficoltà ha dovuto superare, dal limbo lontano della tribuna stampa, noi non ce ne siamo accorti. L'arbitro franco-renano Wurtz, il cui nome non significa salsiccia, bensì radice, ha forse deciso l'esito dall'alto della sua sicumera. In Francia, viene considerato il primo della classe. Vedendolo agire, uno di noi ha gridato: "Imparate a lagnarvi di Paparesta!". Wurtz ha dato solenne avvio alla partita. Nel primo quarto d' ora, nulla è stato combinato di buono né da una parte né dall'altra. Al 18' Mauro ha effettuato un diagonale da sinistra a destra: in area, si è bruscamente scansato Serena, fintando per non so chi: alle sue spalle era in agguato Briegel, che è stato sorpreso dalla finta e si è trovato a ricever palla sull' omero destro: aveva il tedesco l'ossuto gomito lievemente piegato all' infuori e Wurtz ci ha visto il buzzo malandrino della respinta volutamente fasulla: ha dunque esitato un poco ma poi ha fischiato il rigore. A questo punto ci siamo accorti che il professor Platini era sicuramente in campo: è avanzato infatti per battere col destro un rigoruzzo avaro e carogna come la sua riconosciuta bravura. Disilluso a quel barbino, il Verona è tornato all'attacco penando assai. Il centrocampo juventino teneva con piglio arcigno. Mauro ha ricevuto da Laudrup un'inattesa palla-gol al 23' e l'ha sparata su Giuliani. Del Verona non s' è visto nulla dopo il pallonetto di Volpati sul quale era uscito a vuoto Tacconi: Larsen aveva tentato di infilare, scoordinandosi peraltro malamente: da terrà, dov' era caduto, il demoniaco Brio ha salvato la faccia e la Juve con una prodigiosa rovesciata (4'). Altro episodio non ricordo se non quello finale imperniato su Larsen: un fortunato rimpallo di Marangon messo in campo al 32' per Galbagini, lo aveva illuso: doveva a questo punto e poteva segnare per l'1-1: il danese ha sparato su Tacconi un impavido (almeno a giudicarlo da lontano). E' tornato sotto il Verona alla ripresa, contando sul non ancora demeritato 1-1. Invano però Di Gennaro ha cercato Tacconi da fuori. Era squilibrato il Verona (e probabilmente arrabbiato per un episodio poco chiaro avvenuto nell' area avversaria) quando Mauro - stolidamente servito di rimessa - ha fatto diagonale da destra al 5' : affranto dal proprio errore, Giuliani ha colpevolmente esitato: un po' tutti i veronesi hanno avuto incertezze nei suoi dintorni: non però Serena, appostato sul centro-sinistra: la sua capa adusata ha incornato secondo momentanea giustizia: la palla del 2-0 juventino si è infilata beffarda alle spalle di un portiere che i colleghi napoletani, buoni d' animo, hanno imparato a definire "sc-fortunate". Sul 2-0, potevamo davvero andarcene. Calcio non se n' è più visto se non velleitario o banale. Il Verona ha tentato di attaccare e forse la Juventus non sperava di meglio. Il suo centrocampo era impostato come neppure lontanamente si era potuto vedere a Napoli. Non si sfiatava affatto Platini, ma sì Bonini e quel bravo cocciuto malandrino che risponde al nome di Manfredonia (sempre più accorto e misurato). Brio si faceva perdonare ogni utile rudezza. Scirea toccava con garbo e convinzione. Subito dopo il 2-0, era entrato Galderisi al posto di Marangon: si è visto però al 21' digitare con astuzia un pallonetto incornato da Briegel: purtroppo, la marachella del nanu non gli ha giovato: il suo tiro è finito fuori. La Juventus ha solo difeso, paga di sé, fino al 35', quando Laudrup ha rubato una palla a Ferroni e a Briegel e l'ha scagliata verso Giuliani in fervido volo. Nell'area juventina assediata si è visto - mi dicono - un mani alto di Serena e i veronesi hanno circondato Wurtz, che ha ammonito Tricella, il più indignato di tutti. Wurtz era fiero e solenne anche nell'errore: così, ha inflitto una punizione a Briegel che era volato in area juventina, simulando secondo lui il rigore. La partita non era mai riuscita a decollare sul piano tecnico ed io sono gerbido, ahimè, nel ricordarne tenui episodi. Rivedo per esempio Vignola crossare da sinistra e Tacconi mancare malamente la palla come altri, per sua fortuna, fra i quali re armadio Briegel. Nel finale, Trapattoni non ha resistito alla voglia di richiamare all'ordine Platini sostituendolo con Pin, che non è affatto asino ma vivo e senz' altro. Poi, anche Mauro è uscito per Pioli, al quale dunque spetterà il premio intero, povero figlio. Mauro ha giocato, che io ricordi e sappia, la sua miglior partita dall' avvio della stagione. Mentre si aspettava la fine, nella mia coscienza adusata fervevano contrasti di fierissima tempra sentimentale. Il mio caro Verona mi è sembrato subito in mora con la fortuna e con Wurtz: se avesse egualmente passato il turno - io mi dicevo fra i denti -, la Juventus avrebbe potuto dedicarsi meglio alla conquista non facile del ventiduesimo scudetto; però, in tutta onestà, dove sarebbe potuto arrivare "questo" Verona? Qualcosa è sempre quagliato male nel suo gioco ultimo: le ruggini dello scudetto sono rimaste: i nuovi innesti non hanno saputo colmare i vuoti lasciati dai partenti famosi: nanu Galderisi si è per giunta ferito al ginocchio: dal punto di vista dell'interesse nazional-calcistico, forse è più cattivante il passaggio di turno conquistato dalla collaudata Juventus. Sono considerazioni fatte senza cedere al sentimento, che deve ancora questo registrare, secondo nota barzelletta anti-juventina. L'arbitro si fa presso la panchina dalla quale il bravissimo Trap va gridando ai suoi: "Ritmo, ritmo!", e l'arbitro perplesso: "Non eravamo d'accordo per una 132?". A parte le piacevolezze e i vetri presi a zoccolate, debbo ricordare di aver ammirato Cabrini, Scirea, Mauro, Brio e Manfredonia in campo juventino; Volpati, Tricella, Di Gennaro, Vignola, Briegel in campo veronese. Qui chiudo per volare a San Siro. Chissà che non mi capiti di vedere qualcosa di meno triste laggiù. (La Repubblica, 7 novembre 1985) 

Emiliano Bernardini per il Messaggero il 5 marzo 2020. Si va avanti, sì ma a porte chiuse. E per almeno un mese. Tradotto fino al tre aprile e quindi per i prossimi 3 turni, compresi i recuperi fissati questo week end, niente tifosi negli stadi d'Italia. Ossia i 354 mila abbonati delle 20 squadre di serie A più gli spettatori che di volta in volta acquistano i biglietti dovranno guardare le partite in tv. Lo ha disposto il dpcm arrivato nel tardo pomeriggio di ieri che all'articolo 1 comma C stabilisce: «Sono sospesi altresì gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato». Ma c'è di più perché il decreto stabilisce anche che «le associazioni e le società sportive, a mezzo del proprio personale medico, sono tenute ad effettuare i controlli idonei a contenere il rischio di diffusione del virus Covid-19 tra gli atleti, i tecnici, i dirigenti e tutti gli accompagnatori che vi partecipano». Oggi alle 11 tutti i responsabili medici parteciperanno ad una videoconferenza in cui verrà spiegato il protocollo che dovranno utilizzare e trasmettere a giocatori e dirigenti. 

LE NUOVE DATE. Ora cosa succederà? Questa mattina verrà ufficializzato il nuovo calendario che come da, faticosi, accordi si volgerà così: subito i recuperi della settima giornata di ritorno con Samp-Verona sabato 7 alle 20,45 (che dovrebbe essere trasmessa da Dazn), domenica 8 alle 12,30 Milan-Genoa, alle 15 Parma-Spal e Sassuolo-Brescia, alle 18 Udinese-Fiorentina e alle 20,45 Juve-Inter. Poi il campionato slitterà di una giornata, con un'infrasettimanale in più il 13 maggio. Tre partite del sesto turno, Torino-Parma, Verona-Cagliari e Atalanta-Sassuolo, saranno programmate mercoledì 18 marzo. Resta senza data Inter-Samp in quanto i nerazzurri al momento non hanno slot per inserire il recupero. Messa nel limbo, invece, al momento la Coppa Italia. Le due semifinali saltate ieri ed oggi Juve-Milan e Napoli-Inter dovrebbero giocarsi il 20 maggio con la finale che verrebbe disputata prima dell'inizio della nuova stagione.

RESTANO LE SPACCATURE. C'è voluto l'intervento del governo, seppur tardivo, e successivamente quello della Figc per mettere a tacere le beghe da condominio che stavano gettando nel ridicolo l'intera serie A. Ai 20 presidenti di fatto è stato tolto il pallone e sono state imposte nuove regole per continuare a giocare in un momento di grande emergenza per il Paese. In Lega resta la conflittualità e non a caso l'ad Marotta ha proposto di convocare «un'assemblea per ritrovare unità». A proposito quella fissata per lunedì 9 è stata rinviata al 16 marzo. Di fatto il decreto del governo ha tenuto in vita ancora la stagione, anche se a porte chiuse. Una decisione che inevitabilmente avrà pesanti ripercussioni: basti pensare ai diritti tv (come si comporteranno le tv che hanno pagato per un prodotto e ore se ne trovano un altro?) e ai soldi di biglietti e abbonamenti che dovranno essere restituiti. Si va avanti, è vero ma resta il caos più totale. E a breve bisognerà lavorare al nuovo bando dei diritti tv e al rinnovo della carica del presidente di Serie A. 

E.B. per il Messaggero il 5 marzo 2020. Il condominio della serie A resta litigioso. Impossibile trovare pace. Gli interessi personali vengono sempre messi in prima pagina. E così è la Federcalcio ad assumersi la responsabilità. Subito dopo la firma del Decreto, da via Allegri con carattere d'urgenza è stato disposto che «per evitare l'interruzione prolungata, assicurare lo svolgimento e consentire la conclusione della competizione sportiva, con apposito provvedimento, fino a nuova determinazione, che si giochino a porte chiuse tutte le gare organizzate dalla Lega Serie A». Lo ha fatto la Figc, che ne ha la piena facoltà, perché la Lega di A non poteva assumersi la responsabilità di una decisione così grande che avrebbe esposto i club a cause milionarie. Ieri per quasi quattro ore si è andati avanti a bisticciare come se il calcio fosse una parte estranea al paese. Solo grazie agli interventi del presidente di Lega Dal Pino e del numero uno della Figc, Gravina che si è riusciti a portare a casa il risultato evitando altre figuracce. Eh già perché ad un certo punto si è rischiato davvero che saltasse tutto di nuovo con conseguenze disastrose. A Palazzo H, nella casa del Coni, con il capo dello sport Malagò a vigilare, il consiglio di Lega si è ritrovato unito più per forma che per sostanza. Nove club (Lazio, Juve, Inter, Milan, Fiorentina, Sassuolo, Udinese, Roma e Atalanta) a vario titolo si sono presentati a Roma. E sono state subito liti, tanto che più di una volta il presidente Dal Pino ha minacciato addirittura le dimissioni in mancanza di unità d'intenti. Ore di tensione in cui più che la necessità di trovare una via comune venivano trovati solo spunti per acuire le frizioni. In barba anche ai 18 sì, inviati tramite mail certificata, che garantivano l'accettazione delle decisioni prese tra lunedì e martedì. 

MAROTTA-AGNELLI. Il numero uno della Lazio e consigliere di Lega, Lotito spingeva per tenere aperte le porte. Litigando poi con il patron dell'Atalanta Percassi che tornava a pungolarlo ancora e provando a forzare per far sì che il 27° turno fosse recuperato il 13 maggio. Una soluzione che non è piaciuta per niente a Lotito: il patron della Lazio ritiene che spostando così avanti il turno il campionato ne risulterebbe alterato e falsato. Tanto da battersi affinché anche Juve-Inter non si giocasse il 13 maggio. A proposito, tra bianconeri e nerazzurri sono state ancora scintille. In particolare sul giorno in cui giocare il match scudetto: domenica o lunedì? Si giocherà con ogni probabilità domenica sera con buona pace di Agnelli che spingeva per lasciarla lunedì. Sulla scelta c'è anche una questione legata alle pay tv. Con la sfida di lunedì non ci sarebbe poi una gara di valore equivalente spendibile. L'ad Marotta ha poi messo l'accento su un aspetto: «Occorre indire di nuovo una assemblea, che sia formale o informale, per delineare una strategia precisa a salvaguardia del fenomeno sportivo e dei singoli club». Già, sempre quei singoli che insieme non fanno mai unione. 

Ivan Zazzaroni per il ''Corriere dello Sport'' il 4 marzo 2020. Il calcio italiano sta dando prova di grande unità e maturità avendo compreso perfettamente il senso dell’emergenza internazionale. Solidarietà, rispetto dell’avversario, educazione, toni bassi e una commovente attenzione nei confronti del tifoso sono i valori coltivati in queste ore dalla Lega, che non è un partito, bensì un’associazione che riunisce venti benefattori dello sport nazionale i quali non pensano affatto ai propri interessi: si preoccupano di offrire agli appassionati un prodotto di altissima qualità, oltre che il più etico degli spettacoli sportivi. La stessa Lega è peraltro sensibile anche ai temi del momento, dalla sostenibilità al green, al verde. Non a caso è passata da Abete a (Dal) Pino. Azzerata, dunque, la litigiosità dei Rosellini Old Boys, bandita l’indignazione. Il problema non sono loro, siamo noi, noi che non capiamo. Si impone uno sforzo comune per evitare di ragionare come un tempo: anche grazie ai social, l’etimologia e il valore delle parole non sono più gli stessi. Faccio un esempio: quando Steven Zhang sul suo profilo Instagram dà del “pagliaccio” a Dal Pino aggiungendo un affettuoso «si vergogni», non lo fa per offendere l’istituzione o la persona: l’ha spiegato molto bene l’Inter sottolineando che lui «ha a cuore sopra ogni cosa la salute pubblica dell’intera comunità e che le decisioni del presidente della Lega su porte aperte o porte chiuse avrebbero destato preoccupazioni perché sembravano suggerite da altre logiche rispetto alla salvaguardia della salute». Le “altre logiche” alle quali Zhang - che non è un ragazzino: a 28 anni non lo si è più - fa riferimento (non è l’unico) sarebbero quelle juventine. Ma da Torino si affrettano a far sapere che nessuno ha fatto pressioni sulla Lega e che forse l’Inter pensava di avere il diritto di giocare con loro soltanto a porte chiuse. Del resto Marotta l’aveva anticipato: «La proposta di giocare Juve-Inter lunedì 9 è di buonsenso, ma rispettando la logica del calendario». E quando la Lega ha presentato il nuovo calendario con Juve-Inter il 9, il primo dei due (su 20) a mettersi di traverso è stato proprio Marotta che «nel rispetto del calendario» avrebbe voluto affrontare di lunedì la Samp impegnata, sempre secondo il nuovo programma, due giorni prima col Verona. Minacce, avvocati in calore. Sbaglia dunque Enrico Mentana, interista e giornalista tra più bravi e popolari, quando scrive che «un presidente di una società di Serie A non può dare del pagliaccio al presidente della Lega Calcio. È vergognoso. Danneggia il suo club, delegittima il sistema, fa pensare a sostenitori e avversari che alla guida dell’Inter ci sia non una fi gura di polso ma un ragazzino miliardario che non va lasciato solo nemmeno sui social». Enrico è rimasto indietro, cosa che non gli capita quasi mai. Il linguaggio del calcio gli (e ci) è cambiato addosso. Per cui il prossimo dirigente che darà dello stronzo a un collega non dovrà essere deferito, né querelato, poiché il significato di quell’ingiuria oggi è questo: «sei una persona perbene e io ho a cuore la tua salute e il tuo benessere, trovo però inopportuno che tu non sia d’accordo con me. Cordialmente». Nessuno scandalo. Il dibattito calcistico è ancora a livelli sopportabili. Quasi civili. Se il bisticcio fosse nato con connotati politici, Dal Pino quella dei topi vivi non se la sarebbe fatta scappare.

PS1. Quello che abbiamo capito è che la Lega non può permettersi un presidente con pieni poteri, né un amministratore delegato, anch’egli eletto. Figuriamoci poi un direttore generale, ruolo vacante. I venti galletti ai quali non basta la salute non accettano di subire decisioni prese da altri: tornino al presidente fantoccio e si restituiscano un consiglio direttivo. Dimenticavo: il comitato scientifico del Governo suggerisce di «evitare per 30 giorni manifestazioni, anche quelle sportive, che comportino l’affollamento di persone e il non rispetto della distanza di almeno un metro». Chiedo aiuto a Batman.

Coronavirus, ma qual è la giusta distanza di sicurezza? Pubblicato mercoledì, 04 marzo 2020 su Corriere.it da Cristina Marrone. Un metro e 80 centimetri (o per essere precisi 1,82). Anzi no un metro. Però meglio un metro e mezzo. Nella nostra battaglia quotidiana contro il coronavirus la giusta distanza di sicurezza è diventata un rebus con indicazioni un po’ schizofreniche che hanno confuso un po’ le idee. Questa misura di sicurezza è legata al termine «droplet», cioé le gocciolone di saliva che vengono disperse nell’aria da chi starnutisce, tossisce e, in misura minore, da chi parla. Dal punto di vista scientifico la giusta misura di sicurezza da rispettare per evitare con certezza il contagio da Covid-19 è di 1,82 metri: in questo modo si sarà certi che nessuna di queste goccioline (piuttosto grosse, cadono per gravità) raggiungerà altre persone. Il calcolo è stato fatto in base a studi non specifici sul coronavirus, ma su altri virus che si trasmettono via «droplet» e ritenuti validi dalla comunità scientifica anche per questa nuova emergenza. Gli esperti hanno comunque più volte ribadito che la distanza corretta da mantenere sarebbe almeno un metro e mezzo . L’aspetto scientifico è un conto, quello realistico un altro. La distanza di 1,82 metri, che rappresenta la sicurezza quasi matematica di evitare di essere contagiati è di difficile applicazione. «I due metri sono la certezza, la scelta del metro è una misura ragionevole in termini di fattibilità, altrimenti molti uffici e luoghi pubblici dovrebbero essere chiusi» chiarisce Fabrizio Pregliasco che rassicura: «Ad ogni modo il discorso è probabilistico: la possibilità di essere raggiunti dalle goccioline si riduce man mano che ci si allontana dalla bocca del soggetto contagiato. Anche a un metro, seppur non ci sia certezza assoluta, diminuiscono le probabilità di essere contagiati. Un esempio per chiarire: a mezzo metro magari ci sono 10 goccioline, a un metro 5, a due metri appena 1. Naturalmente molto è legato anche alle condizioni ambientali, alla presenza di ventilazione, alla potenza di uno starnuto o di un colpo di tosse non protetti». Parlando si emettono «droplet» in quantità inferiore e più piccole e, in questo contesto il metro di distanza è ragionevole. In alcuni luoghi particolarmente affollati o dove ci sono persone che non si conoscono e quindi non si sa se potrebbero aver contratto il virus, sarebbe comunque meglio mantenere quell’iniziale metro e 82 centimetri di distanza. Che sia chiaro: non ci sono multe o sanzioni per chi si avvicina troppo. Sono indicazioni caldamente suggerite, sta poi al buon senso dei singoli adeguarsi per proteggere se stessi e gli altri.

Alessandra Ricciardi per “Italia Oggi” il 4 marzo 2020. Se ci fermiamo per un paio di mesi e ci occupiamo solo di salvare la pelle, forse potremmo uscirne con una semplice recessione, più o meno come nel 2008. Se invece ci intestardiamo a far ripartire l' economia subito, e questo aiuterebbe la circolazione del virus, potrebbe essere la catastrofe». Luca Ricolfi, sociologo, ordinario di Analisi dei dati all' Università di Torino, ha letto le informazioni disponibili sul Coronavirus - contagio, ammalati, morti - utilizzando le sue competenze statistiche. I risultati delle simulazioni fatte per la Fondazione David Hume (fondazionehume.it), di cui è presidente, sono choccanti: con gli attuali tassi di propagazione, se il virus non verrà rallentato drasticamente, potrebbero esserci centinaia di migliaia di decessi in pochi mesi. Decisiva una politica rigorosa di contenimento, in tal senso «le attività dovrebbero essere poste sistematicamente in folle, o meglio al regime di giri minimo necessario per la sopravvivenza fisica della popolazione».

I 3,6 miliardi di sforamento del deficit che la Ue potrebbe autorizzarci?

«Andrebbero utilizzati non per dare aiuti a pioggia alle imprese ma a rafforzare il Servizio sanitario nazionale con un' iniezione straordinaria di personale, attrezzature, posti letto. Altrimenti si rischia il collasso».

Domanda. Professore, lei stima che, con gli attuali trend di contagio e di morte, si possa arrivare anche ad avere 2-300 mila decessi. Una cifra terribile. Come arriva a questa conclusione? Qual è il metodo di calcolo?

Risposta. Il calcolo si basa su due parametri, uno (relativamente) noto e l' altro ipotetico. Il parametro noto è che, su 100 infetti, ne muoiono 2 o 3. Questo dato, da solo, ci dice che, ove avessimo 8 milioni di infetti (come in una comune influenza), il numero di morti sarebbe compreso fra 160 e 240 mila. Il parametro ipotetico è invece il tasso di propagazione del virus, che dipende da tanti fattori e al momento non è noto, ma a mio parere è nettamente superiore a 2 o a 2.5 contagiati per ogni infettato.

È qui che subentrano i modelli matematici di simulazione, che partono da ipotesi sul tasso di propagazione e controllano se le traiettorie che ne risultano sono compatibili con i dati noti, ossia con le serie storiche dei contagi accertati e, soprattutto, delle morti connesse al coronavirus. Queste ultime sono le più affidabili, perché dipendono solo dalla diffusione effettiva del contagio, e non dalle politiche sanitarie e diagnostiche messe in atto, come accade invece con le statistiche sul numero di positivi al test.

D. E cosa dicono le sue simulazioni?

R. Ebbene, le simulazioni mostrano che, se si vogliono generare serie storiche compatibili con la dinamica di quelle osservate, si è costretti a ipotizzare un tasso di propagazione più alto di 2.5. Qualche esperto, come il prof. Andrea Crisanti, virologo dell' Università di Padova, è arrivato a ipotizzare un tasso di 4 o 5 contagiati per infettato, che nelle simulazioni risulta più compatibile con i dati storici di un tasso di 2 o di 2.5. Ma il dramma è che, se il tasso di propagazione è davvero 4 o 5, e non si interviene con politiche di contenimento drastiche, il numero degli infettati non ci metterà molto ad arrivare a qualche milione, come accade con l' influenza stagionale.

D. Il calcolo statistico non sconta variabili, nella fattispecie potrebbero essere il caldo della primavera, l' indebolimento del virus stesso o l' efficacia delle misure prese dal governo. Che margini di errore hanno di solito analisi di questo tipo?

R. Le analisi basate su modelli matematici possono solo formulare ipotesi su eventuali meccanismi di attenuazione (o di amplificazione), perché la capacità di propagazione del virus non è un dato assoluto, o intrinseco, ma dipende da numerose condizioni al contorno, perlopiù sconosciute nelle loro dimensioni e nel loro impatto. Cionondimeno, la mera osservazione della dinamica attuale basta a suggerire che, per frenare il virus, occorrerebbero fattori di grandissimo impatto, come una elevata sensibilità al caldo, o una tendenza all' indebolimento nel ciclo delle mutazioni. Fra i fattori potenzialmente frenanti, però, ve n' è uno fondamentale, che nei miei modelli ho chiamato qt.

D. Cosa indica qt?

R. È la quota di malati «ritirati» dalla scena pubblica al tempo t e collocati in quarantena, in quanto precocemente diagnosticati come positivi al coronavirus. Ebbene, poiché (assieme alle norme comportamentali) l' incremento di q mediante una campagna massiccia di tamponi è l' unica arma che abbiamo, considero irresponsabile (per non dire altro) il comportamento del premier Giuseppe Conte, che qualche giorno fa ha esortato a fare meno tamponi. Se anziché straparlare di numero eccessivo di tamponi il governo avesse seguito il saggio consiglio del virologo Roberto Burioni di moltiplicarli, prevedendoli per chiunque abbia anche solo 37 gradi e mezzo di febbre, oggi la progressione del contagio sarebbe sensibilmente più lenta, e avremmo qualche speranza di fermarlo.

D. Tra Nord e Sud c' è qualche differenza? Ad oggi ci sono meno contagi.

R. Penso che l' esplosione dei contagi al Nord sia dovuta a due fattori distinti. Il primo è il caso, ossia che il Nord abbia avuto un paziente super-spreader (ultra-capace di infettare), che da solo ha dato luogo a una catena di contagi molto vasta, favorita dai protocolli seguiti nell' ospedale di Codogno, che per quel che ne so erano quelli vigenti, anche se inadeguati. Il secondo, decisivo, fattore è che sono tutte del Nord le regioni più produttive e internazionalizzate del Paese, ossia Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Io ho fatto calcoli separati per la propagazione al Nord e al Sud e, allo stato attuale dell' informazione disponibile mi risulta che la velocità di propagazione sia analoga.

D. L' Italia da zona franca è diventato focolaio europeo. Ma c' è chi sostiene che la differenza sia proprio nel numero (in eccesso) di tamponi fatti in Italia.

R. La considero una sciocchezza. In Italia il processo è partito un po' prima, per ragioni casuali, ma temo che gli altri paesi vedranno il medesimo film, a meno che qualche paese si decida a percorrere la strada-Burioni anziché il precipizio-Conte. Lì si vedrà quali paesi hanno una classe dirigente all' altezza.

D. A fronte di questa situazione, le autorità stanno via via riavviando le attività. Che segnali arrivano alla popolazione?

R. Errati. Le attività dovrebbero essere poste sistematicamente in folle, o meglio al regime di giri minimo necessario per la sopravvivenza fisica della popolazione. Io però distinguo nettamente fra l' intervento assistenziale e riparativo dello Stato (che è opportuno) e il tentativo di riaprire le attività, tornando alla vita normale (che produrrebbe effetti catastrofici). Quest' ultima cosa, il ritorno alla normalità, non possiamo ancora assolutamente permettercela.

D. Senza risorse massicce, il Servizio sanitario nazionale rischia di non farcela.

R. Rischia il collasso. A mio parere è praticamente certo che, nel giro di poche settimane, si comincerà a morire perché non ci sono abbastanza posti nei reparti di terapia intensiva.

È il guaio delle democrazie, che non possono costruire un ospedale in dieci giorni, né rinchiudere qualche milione di abitanti in una zona rossa, né proclamare il coprifuoco.

D. Lei sta seguendo il flusso di informazioni dei media? Come lo giudica?

R. Ne sono disgustato. Tutto continua con i consueti teatrini, in cui i soliti personaggi si scambiano opinioni (e qualche volta insulti) su cose più grandi di loro. È come la scena finale del Titanic, con la gente che balla mentre la nave affonda.

D. Che stima è possibile fare per quanto riguarda gli effetti sul pil?

R. Stime vere e proprie sono impossibili. Se proprio devo azzardare, però, di stime ne farei non una ma due. Se ci fermiamo per un paio di mesi e ci occupiamo solo di salvare la pelle, forse potremmo uscirne con una semplice recessione, più o meno come nel 2008. Se invece ci intestardiamo a far ripartire l' economia subito, e questo - come è elementare prevedere - anziché frenare il virus aiuta la sua circolazione, potrebbe essere la catastrofe. Che a quel punto non si misura sui punti di pil perduti ma, come in guerra, sul numero di morti.

D. Il governo italiano si accinge a incassare uno sforamento dei vincoli Ue pari a 3,6 miliardi di euro di maggiori risorse. Che effetto avrà?

R. Sono sempre stato ostile agli sforamenti del deficit, ma questo è uno dei pochi casi in cui lo troverei sacrosanto. Il problema, però, è come usarli i 3.6 milioni di euro. Io prevedo che il grosso sarà usato per soddisfare le innumerevoli richieste di risarcimento danni che pioveranno sul tavolo del governo, e ben poco resterà per l' unica vera emergenza: rafforzare il servizio sanitario nazionale con un' iniezione straordinaria di personale, attrezzature, posti letto.

Marco Palombi per il “Fatto quotidiano” il 6 marzo 2020. Allerta-allerta! La narrazione sul coronavirus è cambiata di nuovo. Breve riassunto: partiti da "allarme razzismo", passati per "oddio-la-peste-cinese" e poi per "cerchiamo di non esagerare", ora siamo al "si salvi chi può". Interprete massimo di questa nuova fase è il sociologo Luca Ricolfi, che ci ha fatto sapere su Italia Oggi che "se ci fermiamo per un paio di mesi e ci occupiamo solo di salvare la pelle, forse potremmo uscirne con una recessione", ma "se ci intestardiamo a far ripartire l' economia subito potrebbe essere la catastrofe". Numeri? Pronti: grazie alle simulazioni fatte per la Fondazione Hume - il cui algoritmo predittivo gira su un futuribile macchinario in cui palline di legno di vari colori si muovono sull' asse orizzontale spostate da un pappagallo che ripete "Empirismo!" - potremmo avere in Italia oltre 8 milioni di contagiati e 200-300 mila morti. Come già accaduto per certi dati sartoriali del suo ultimo successo letterario, c'è chi contesta il calcolo che ci guiderebbe alla temuta carneficina (temuta, certo, ma Gadda ci ha già spiegato quale abisso erotico e quali insidie del destino si nascondano sotto i timori, absit iniuria verbis, delle signore Menegazzi), ma noi tendiamo invece a fidarci e già vediamo l'Italia del futuro: sempre società signorile, ma assai meno di massa. Quanto al dibattito sui media, infine, facciamo senz'altro nostre le parole di Ricolfi: "Ne sono disgustato. Tutto continua coi consueti teatrini, in cui i soliti personaggi si scambiano opinioni (e qualche volta insulti) su cose più grandi di loro". Ecco.

Ilaria Capua “I divieti sono giusti. Rischiamo il collasso del sistema sanitario”. La virologa: “Tutelando gli anziani possiamo frenare la diffusione. I malati potrebbero essere cento volte di più di quelli dichiarati”. Gabriele Beccaria il 4 marzo 2020 su La Stampa.

«Sono misure ragionevoli - dice Ilaria Capua - e, per favore, aiutatemi a evitare un pericoloso fraintendimento». Parola della virologa che dirige l’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida.

Qual è il punto?

«Qualche anziano si è sentito tirato in ballo e c’è chi, giustamente, ha detto: “Scusate se esistiamo!”. Ma non è così. Gli anziani fanno parte delle categorie a rischio, come i pazienti di alcune patologie croniche, e che potrebbero soffrire le complicanze più gravi a causa del virus».

Sono loro i più in pericolo?

«Tutelando quelle persone, le persone fragili, stiamo aiutando tutti noi: solo così possiamo prevenire un picco di ammalati e un possibile collasso del Sistema Sanitario. Quegli individui sono altrettanti semafori verdi che possono favorire la diffusione del virus».

Siamo un Paese di anziani e l’allarme diventa globale.

«Dobbiamo scongiurare un effetto domino: non tutta la Sanità italiana, infatti, è efficiente e preparata come quella Lombarda».

A che punto è l’epidemia in Italia?

«Non lo sappiamo: i contagiati sono molti di più dei circa 2 mila dichiarati».

Quanti?

«Forse anche oltre 100 volte tanto».

Perché una differenza così clamorosa tra numeri ufficiali e dati possibili?

«Perché i test più usati individuano il virus e non gli anticorpi. Di conseguenza non sappiamo quanti siano gli infetti, contando sia i sintomatici sia gli asintomatici».

Chi sono gli asintomatici?

«Le persone che hanno contratto il virus, ma che ora sono immunizzate: si tratta di chi è guarito e di chi è stato colpito da un’infezione lieve, non degna di attenzione medica. Il numero totale, e reale, di queste persone è essenziale per fare qualsiasi tipo di previsione accurata».

Perché?

«Sono altrettanti semafori rossi, che tendono a bloccare la circolazione del virus. Sapere esattamente quanti sono questi individui ci permette di capire a che punto siamo con la curva epidemica».

Non teme che le misure consigliate, a cominciare dall’evitare le strette di mano, scatenino ulteriori psicosi e nuove polemiche?

«Evitiamo le polemiche. Dalla tutela delle persone fragili al rispetto delle distanze di cautela, le misure sono strumenti importanti: non fermano l’epidemia, ma mitigano il contagio. Così il virus si diffonde alla spicciolata, anziché di colpo. Siamo noi a controllare i tempi che altrimenti ci imporrebbe la biologia: il virus galopperebbe».

Gli italiani si sentiranno un popolo in quarantena?

«Le contromisure si stanno adottando in tante altre nazioni: qui in Florida, approfittando dello “spring break” di metà semestre, ho detto ai miei collaboratori di lavorare da casa in attesa di direttive dal governatore. Un segnale di attenzione volontaria al problema: la pandemia c’è, ma noi sappiamo cosa fare per difenderci. Si tratta di ubbidire al buon senso e, come si dice, di stare dalla parte dei bottoni anziché delle asole».

Se tutto funzionerà, quanto durerà l’emergenza?

«Si tratta - come dicevo - di rallentare la diffusione del virus, poi il caldo ci aiuterà: i virus lo soffrono e la loro circolazione sarà più difficile».

L'opinione del virologo Coronavirus, Burioni: "Danno gravissimo da messaggi tranquillizzanti". Rai News 04 marzo 2020 "Io ho la sensazione che molta, troppa gente non abbia capito con che cosa abbiamo a che fare. Forse alcuni messaggi troppo tranquillizzanti hanno causato un gravissimo danno inducendo tanti cittadini a sottovalutare il problema". Così su Facebook il virologo Roberto Burioni, commentando una foto di una via centrale di Parma affollata con l'hashtag #parmanonsiferma. E in un altro post aggiunge: "La gente in questo momento deve stare a casa. Tutto quello che causa un affollamento DEVE ESSERE EVITATO". "Le scuole vanno chiuse" "Discutono ancora se chiudere o no le scuole? Secondo me non lo devono fare oggi, lo devono fare 'ieri', nel senso che si dovevano già chiudere prima". Così all'AGI il virologo Roberto Burioni, in merito all'ipotesi del governo di chiusura delle scuole fino a metà marzo. "Siamo di fronte a un'epidemia contagiosa e pericolosa - sottolinea Burioni - che potrebbe mandare in crisi il sistema sanitario nazionale. Per questo bisogna assolutamente fare di tutto per contenerla. Mi sorprende che qualcuno ancora discuta su 'se' chiudere le scuole quando dovremmo già pensare a 'come' chiuderle, pensando alle lezioni a distanza come stiamo già facendo nella mia università. Le aule scolastiche sono un punto di contagio, un modo perfetto per trasmettere il virus".

L’infettivologo: “Sono scelte impopolari, ma solo così si limita la diffusione del virus”. Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano: “È necessario ridurre i momenti di affollamento e contatto tra persone”. Chiara Baldi il 5 marzo 2020 su La Stampa. «Prendere determinate posizioni è sempre stato impopolare e, purtroppo, sempre lo sarà. Ma tra l’impopolarità e il dovere di mantenere lucidità e rigore scientifico, sceglierò sempre il secondo». Il professor Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, non ha dubbi sulla bontà delle misure messe in campo dal governo. «Il principio fondamentale che anima queste iniziative estese a livello nazionale è che bisogna evitare che situazioni di affollamento e contatto facilitino la diffusione del virus».

Professore, era davvero necessario chiudere le scuole in Italia fino al 15 marzo?

«In un’aula i ragazzi passano molte ore e questo impedisce sia il distanziamento di un metro l’uno dall’altro sia la riduzione dell’affollamento, che si verifica al momento dell’entrata a scuola, dell’uscita e durante la ricreazione. Se è vero che i bambini e gli adolescenti sono, vedendo i numeri, appena toccati da questa infezione per motivi che non sono ancora chiari, è anche vero che non è improbabile che facciano da “amplificatori” della diffusione del Covid19. Soprattutto nei confronti dei nonni che, come sappiamo, sono per età tra le persone che più rischiano nel momento del contagio».

Agli anziani viene consigliato di stare il più possibile in casa e di evitare contatti sociali. Non si rischia un po’ di abbandono e solitudine?

«Mi rendo conto, da quasi 69 enne, che potrebbe sembrare una forma di emarginazione. Ma in realtà si tratta solo di adottare una maggiore attenzione alle fasce più deboli. Certo è che la comunità in generale e l’assistenza dovranno prendersi in carico in particolare gli anziani soli».

Un’altra delle misure riguarda la chiusura di cinema e teatri. Frequentare i luoghi di svago ci rende così tanto vulnerabili? 

«Facciamo un esempio. Se una persona in sala non sa di essere contagiata – e può capitare – e tossisce, le goccioline emesse con la tosse entrano nell’ambiente e rischiano di infettare chi si trova un metro davanti a lui, un metro dietro a lui e un metro di fianco a lui. Se valgono i dati sulla trasmissione dell’influenza, potrebbero essere infettate anche persone sedute a distanza un po’ maggiore. Poi, c’è il problema dell’affollamento al botteghino per comprare o ritirare il biglietto e gli spostamenti non strettamente necessari sui mezzi pubblici per arrivare al cinema».

Migliaia di contagi da coronavirus, ma cosa c'è davvero dietro quei numeri? Anche le manifestazioni sportive sono vietate al pubblico: si svolgeranno a porte chiuse. Cosa ne pensa?

«Pure questa decisione contribuisce a evitare che ci siano assembramenti e che le persone stiano a una distanza ravvicinata. E, di nuovo, contribuisce a ridurre in modo consistente gli spostamenti non indispensabili su autobus, tram e metropolitane».

Il governo ha consigliato anche di non stringersi la mano, di non baciarsi né abbracciarsi. Dobbiamo rinunciare ai nostri modi di fare?

«Purtroppo noi italiani dovremo, almeno per un periodo, rinunciare alla nostra espansività: è triste rinunciare ai baci ma ci dovremo adattare per un po’. Il frutto di questo sacrificio sarà però la possibilità di contribuire ad arrestare la circolazione e la diffusione di questo virus. Oggi siamo già molto avvantaggiati rispetto ai primi giorni in cui si sono presentati i primi contagiati da coronavirus, perché ora il nostro sistema sanitario è allertato, per cui se dovesse capitare un caso appena sospetto lo si individuerebbe subito attivando subito le misure adatte per isolarlo».

Scuole chiuse in tutta Italia fino al 15 marzo. I dubbi degli scienziati: non serve. Il Dubbio il 4 marzo 2020. Il nuovo decreto non convince il comitato degli esperti. Il governo ha deciso di ricorrere alla più forte delle misure attese per fermare il diffondersi del Coronavirus in Italia. E lo ha fatto dopo una lunga riflessione e dopo aver investito il Comitato di esperti che affianca l’esecutivo. Sono stati gli scienziati a consigliare di tenere i bambini a casa. ma non solo. Fra le misure del decreto del Presidente del Consiglio c’è la chiusura degli stadi di calcio al pubblico. Le partite si svolgeranno regolarmente, ma rigorosamente a porte chiuse. E ancora: stop agli eventi pubblici anche in teatri e cinema, niente accompagnatori nelle sale d’aspetto dei pronto soccorso, evitare abbracci e strette mano, rinvio dei convegni che riguardano il personale medico. “Siamo concentrati ad adottare tutte le misure per ottenere l’effetto di contenimento diretto del virus o di ritardo della diffusione perché il sistema sanitario, per quanto efficiente, rischia di andare in sovraccarico”, spiega il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Abbiamo il problema con la terapia intensiva e sub intensiva se la crisi dovesse proseguire”. Conte ha voluto poi rivolgere un appello a tutti i cittadini: “Questa sfida non ha colore politico, va vinta con l’impegno di tutti. Siamo sulla stessa barca. Chi è al timone ha il dovere di indicare la rotta. Adesso sono in arrivo nuove misure e dobbiamo fare insieme uno sforzo in più”. La misura che fa più discutere è, tuttavia, la chiusura delle scuole, anche per l’impatto che ha nella vita quotidiana delle famiglie che dovranno organizzarsi per tenere i figli a casa.

I DUBBI DEL COMITATO DEGLI SCIENZIATI. Non è stato il comitato tecnico-scientifico a proporre al governo la misura della chiusura delle scuole. Gli esperti, a quanto si apprende, avrebbero espresso al contrario dei dubbi sull’opportunità di tale misura, perchè non supportata da evidenze scientifiche sulla reale efficacia rispetto al contenimento del virus, se non su tempi molto più lunghi. Dubbi espressi nel parere consegnato al governo ma solo consultivo. In serata, l’Istituto Superiore di Sanità ha poi pubblicato sul suo sito un focus in cui si sottolinea invece l’efficacia delle misure prese per prevenire una grande ondata di contagi.

DECISIONE SENZA PRECEDENTI. L’emergenza coronavirus oggi entra nella storia d’Italia con le misure annunciate dal governo: mai prima, neppure durante la Seconda guerra mondiale, sono state sospese su tutto il territorio nazionale le lezioni nelle scuole e nelle università. Salvo il coprifuoco, decretato nel tentativo di proteggere il Paese dai bombardamenti (prima degli angloamericani, quindi dei tedeschi), anche le attività di cinema e teatri non sono mai state sospese in modo generalizzato. Nessun italiano ha pertanto nozione, ne’ memoria diretta e personale, delle circostanze che il Paese vivrà fino al 15 marzo prossimo, qualora l’emergenza non convinca il governo a una proroga dei provvedimenti contenuti nel dpcm firmato questa sera dal premier Giuseppe Conte.

Le Camere penali: “Insensato chiudere le scuole e lasciare aperti i tribunali”. Il Dubbio il 6 marzo 2020. La lettera dei penalisti: “Tutelare gli utenti della giustizia”. Una lettera al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per chiedere “risposte inequivoche” sulle misure a tutela degli “utenti della giustizia” in relazione all’emergenza coronavirus. A scriverla è la Giunta dell’Unione delle camere penali. “Quali differenze il governo ritiene sussistano, ai fini dell’obiettivo di contenimento della diffusione del coronavirus, tra uno stadio, un’aula scolastica, una sala cinematografica, e invece un Tribunale?“, è la domanda che i penalisti rivolgono al ministro, sottolineando che “è giunto il momento di dare agli ‘utenti della Giustizia’ una risposta logicamente e scientificamente ineccepibile: perché non si può andare al cinema, ma si deve andare in udienza?”. “Sin dal diffondersi di questa epidemia, l’Unione delle Camere Penali ha ritenuto di schierarsi dalla parte di chi rifiuta allarmismi e isterie, e sceglie, come sempre, ragionevolezza e buon senso. Ma se avete deciso, e ne avrete avute tutte le ragioni, di chiudere le scuole di tutta Italia, dovete spiegarci perché non chiudere, salvi i processi urgenti ed indifferibili, i Tribunali – è la richiesta delle Camere penali – Ancor meno comprensibile è l’idea di rimettere ogni decisione ai responsabili degli uffici giudiziari, senza vincolarli a parametri univoci e categorici, ispirati e regolati dagli unici criteri rilevanti, cioè quelli della scienza medica e della tutela della salute pubblica”. A giudizio dell’Ucpi “è del tutto ovvio e condivisibile affermare che non possa essere rimessa agli avvocati la valutazione delle condizioni e dei parametri di salvaguardia della salute pubblica; ma perché questa ineccepibile considerazione non dovrebbe invece valere per un Procuratore della Repubblica o per un Presidente di Corte di Appello? In nome di cosa, cioè di quali cognizioni scientifiche si chiudono alcuni Tribunali, e se ne tengono aperti altri?“. “Ecco le domande alle quali ci attendiamo adeguate risposte da parte di chi ha la difficile responsabilità di governare un Paese. Dovreste comprendere Voi per primi che in una situazione di allarme sociale e di crescente ansia dei cittadini, regole di comportamento inspiegabilmente diverse adottate in relazione a situazioni equivalenti creano sconcerto, rabbia, smarrimento – denunciano i penalisti – ed avviano l’allarme verso la strada pericolosa della paura irrazionale e incontrollabile. Attendiamo fiduciosi le risposte Sue e del Governo del quale Ella è così autorevole parte, sin dalle prossime ore”, conclude la nota. 

Giustizia, nelle zone a rischio stop ai processi fino al 31 maggio. Ma si faranno quelli urgenti. I tribunali non chiudono. Decidono i capi degli uffici. Sì alle udienze per divorzi, minori, espulsioni. Stop ai permessi per i detenuti. Liana Milella il 06 marzo 2020 su La Repubblica. Fino al 31 maggio scatta il massimo stato di emergenza possibile in tutti i tribunali italiani. Con  il rinvio dei processi, sia civili che penali, che non hanno carattere di urgenza. Stop anche ai colloqui in carcere e ai permessi per i detenuti. Ma attenzione: la giustizia non è la scuola, quindi gli uffici giudiziari non solo non chiudono i battenti, ma non ci sarà alcun tipo di automatismo. Si valuterà, caso per caso, quale processo effettivamente debba essere rinviato  a dopo il 31 maggio e quale invece debba essere necessariamente fatto. Come per tutti i casi che riguardano le famiglie (ad esempio i divorzi), ma soprattutto i minori.

Il decreto legge di via Arenula. Tre articoli, e poco più di tre pagine. Chi ha potuto vedere il decreto legge del Guardasigilli Alfonso Bonafede, cui sta lavorando il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, lo descrive come un “cantiere tuttora aperto” perché fino all’ultimo momento potrebbe cambiare l’elenco delle emergenze irrinviabili. Perché, per 24 ore, proprio questo è stato l’oggetto di discussione in via Arenula: intervenire sul Coronavirus, per evitare qualsiasi tipo di possibile diffusione, ma al contempo non bloccare la macchina della giustizia italiana. Perché questo sarebbe un danno troppo grande, rispetto al quale - è il messaggio del ministero - chi opera in quel mondo, magistrati, avvocati, agenti penitenziari, ma anche parenti dei detenuti - devono fare ognuno la propria parte di responsabilità. 

Il rinvio a dopo il 31 maggio. Saranno i capi degli uffici giudiziari (il presidente della Corte di appello e il procuratore della Repubblica), dopo aver consultato sia i responsabili sanitari della Regione, sia il Consiglio dell’ordine degli avvocati, a decidere le misure sulla vita nei palazzi di giustizia e quindi sui processi da fare oppure da rinviare con l’obiettivo di evitare sia gli assembramenti che i contatti troppo ravvicinati tra le persone.

Le regole obbligatorie. I palazzi di giustizia, quindi, non chiudono. Ma vi potrà entrare solo chi potrà dimostrare di dover compiere atti effettivamente urgenti. Quindi anche gli orari di ingresso saranno ridotti. Mentre verrà potenziato un sistema di prenotazioni per fare in modo che chi deve compiere un atto urgente possa entrare in tribunale ad un orario prestabilito. 

I processi civili e penali. Il decreto è molto dettagliato nel capitolo che riguarda i processi. A cominciare dal divieto della presenza del pubblico. Anche per quelli civili saranno possibili collegamenti “da remoto” che garantiscano il contraddittorio ma evitino contatti diretti tra le persone. Quanto al rinvio delle udienze dopo il 31 maggio sono previste delle deroghe. In ambito civile, per esempio, si svolgeranno comunque le udienze che riguardano i divorzi, quando vi sia da decidere il mantenimento. Si faranno i processi sugli abusi familiari, ma anche quelli sulle espulsioni, nonché tutte le udienze che riguardano i minorenni che quasi sempre hanno carattere di urgenza. Saranno comunque i giudici a decidere caso per caso. Ovviamente, tra le urgenze, ci saranno soprattutto i processi con persone detenute, anche in custodia cautelare.

La prescrizione bloccata. Per tutti i processi rinviati la prescrizione resterà bloccata. Quindi non si perderà un solo giorno. Ricomincerà a decorrere quando l’emergenza sanitaria sarà terminata. 

Le regole per i detenuti. Videoconferenze per tutti i detenuti che devono prendere parte a un processo, ad esempio per essere interrogati. Blocco degli incontri direttivo tra detenuti e familiari, che saranno comunque garantiti ma probabilmente via telefono. Permessi premio e semilibertà bloccate ma solo dopo il via libera del Garante dei detenuti d’intesa con il magistrato di sorveglianza. 

Tribunali chiusi per virus vanno in tilt, giustizia congelata. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 5 Marzo 2020. Ieri mattina il Palazzo di giustizia di Milano era deserto come nemmeno in agosto. Un paio di magistrati sono risultati infetti, e il presidente del Tribunale ha disposto che i giudici del settore civile provvedano a rinviare “a data congrua” le cause chiamate sino al 9 marzo (è fatta eccezione per alcune categorie di procedimenti, come quelli d’urgenza o relativi al trattamento di posizioni personali molto delicate). Poi si vedrà. Intanto però è un macello. Già solo organizzare i rinvii delle udienze è difficile, perché non si fa con un fischio ma serve un provvedimento, che deve essere acquisito dalle cancellerie e comunicato. Sembra nulla ma è complicato, se moltiplichi la cosa per gli innumeri fascicoli che aggravano i ruoli. E poi i termini processuali sono stabiliti dalla legge, non puoi rifare un’agenda dei processi che li trascura. Per non parlare di quel che significa un simile blocco per le persone e le imprese inevitabilmente implicate in una situazione di giustizia congelata. Un guaio, insomma. Si tratta senz’altro di misure necessarie nella gestione di un’incertezza effettiva circa i pericoli di contagio e in vista di quelli, gravissimi, cui potrebbe essere esposta la stessa tenuta dell’efficienza amministrativa. Ma questo piccolo caso riguardante la giustizia milanese (piccolo per modo di dire visto che si tratta di un centro di interessi importantissimo) induce a riflettere molto seriamente sulle ragioni di uno stato di agitazione ben più vasto e che, identicamente, coinvolge pressoché ogni settore della vita sociale. E la riflessione, magari banale ma dovuta, è questa: siamo sicuri che questi provvedimenti di apparentemente necessario contenimento non siano l’effetto di comunicazioni inadeguate da parte dell’autorità pubblica, e di una concezione ormai completamente stravolta della convivenza civile? Ieri ero appunto in tribunale, dove ho constatato quella desolazione agostana. E La giudice con cui parlavo, come diciamo noi, “a margine” dell’udienza, la quale aveva pur doverosamente disposto le sedie l’una distante dall’altra, così che noi avvocati non si rischiasse contaminazione e di contaminare, mi confidava: decenni e decenni di pace e benessere ci hanno fatto credere di aver diritto di non soffrire, di non ammalarci, ma non è un diritto e se pure lo fosse avremmo comunque il dovere di accettarne la provvisorietà, la precarietà nel caso di vicende di questa portata. Parole ragionevolissime.  E non perché uno dovrebbe allargare le braccia e non far nulla davanti alla possibilità di ammalarsi, ma perché l’alternativa al pericolo non è l’assenza del pericolo, che non si può ottenere, ma la gestione ragionevole della situazione rischiosa. E a me pare che la sostanziale chiusura di un ufficio pubblico, mentre è disposta – come nel caso del tribunale milanese – per indiscutibili esigenze cautelari, trovi causa in realtà in motivi più profondi, motivi che di ragionevole non hanno proprio nulla e sono invece il segno di una contaminazione già avvenuta e più grave: l’idea, appunto, che occorra garantire un diritto che concretamente non si può garantire, il diritto di tutti a non ammalarsi al costo di arrestare la vita di un Paese intero.  Un Paese di vivi, ammalato di sicurezza. Per parte mia, eviterò di dare dettagli sull’impiegato che mi ha salutato con uno starnuto, all’uscita del tribunale.

·       Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Stefano Montefiori per corriere.it il 23 aprile 2020. «Tornare a casa». Ovunque nel mondo, quando è stato chiaro che l’epidemia di Covid-19 era un evento senza precedenti e che i governi si apprestavano a confinare la popolazione, molti — non solo turisti — hanno reagito con lo stesso istinto: tornare a casa, per affrontare la crisi nel Paese di origine o nella regione di appartenenza all’interno di uno stesso Stato. In molti casi questo ha significato un colossale esodo dalle grandi metropoli verso le zone rurali o più in generale le province. Un ripiegamento dettato da motivi economici e sentimentali, osservato nelle città occidentali come Parigi, Milano o New York ma anche a Mosca, Nairobi, Antananarivo. Oltre la metà dell’umanità vive, con modalità variabili, confinata in casa. Ma prima dell’entrata in vigore del lockdown, molti hanno avuto qualche ora di tempo per scegliere quale fosse, la casa in cui vivere rinchiusi per chissà quanto tempo. Le scene che si sono viste a Milano, con i treni all’improvviso carichi di cittadini diretti al Sud, si sono ripetute ovunque nel mondo. In Francia, secondo i dati resi noti da Orange (il primo operatore telefonico francese), oltre un milione di abitanti ha lasciato Parigi e la sua regione nella settimana precedente il confinamento. L’analisi delle celle telefoniche ha indicato che il 17% dei cittadini ha abbandonato la capitale, e che negli stessi giorni la popolazione dell’île de Ré (una località sull’Atlantico dove molti possiedono una seconda casa) è cresciuta del 30 per cento. L’esodo interno francese è stato accompagnato da molte polemiche perché molti lo hanno interpretato come l’ennesimo segno della frattura della società francese, divisa in classi sociali e colpita dalle diseguaglianze: i meno fortunati sono stati costretti a rimanere negli appartamenti di pochi metri quadrati dei palazzoni di periferia della Seine-Saint-Denis, il dipartimento «93» che è il più colpito dal virus e che oggi conosce di nuovo incidenti tra giovani e poliziotti; chi ha potuto, ha preso i treni e le auto ed è tornato nella mai così accogliente provincia francese, nelle dimore di famiglia o nelle seconde case. Tutte le sere alle 20 si aprono le finestre e si applaudono medici e infermieri: ma l’ovazione è tenue, perché in certi quartieri della capitale interi palazzi si sono svuotati dei loro abitanti. Lo stesso riflesso, l’abbandono della metropoli verso una provincia che spesso è il luogo di origine, si è avuto ovunque, per esempio in Madagascar. Richard Rakotoarisoa, padre di famiglia trentenne, ha raccontato alla Afp di essersi messo in marcia con altre centinaia di abitanti di Antananarivo, la capitale, sulla strada nazionale 7 per raggiungere la città di Antsirabe, a 150 chilometri. «I miei genitori sono agricoltori, là potremo vivere dei prodotti della terra, mentre nella capitale saremmo costretti ad attendere l’arrivo della carestia». In Kenya, colonne di auto hanno lasciato la capitale Nairobi in direzione dei villaggi di origine. L’esodo interno è stato accompagnato da accuse agli «untori», giudicati responsabili di portare il virus nelle zone fino a quel momento meno colpite. Ma finora, in Francia per esempio, non ci sono prove di un contagio simile: le regioni più colpite dall’epidemia restano quelle di Parigi e del Grand Est (Alsazia) mentre le altre, soprattutto a Ovest (per esempio Bretagna e Normandia) continuano ad avere pochi casi. L’esodo da un Paese all’altro ha riguardato turisti presi alla sprovvista ma anche lavoratori: per esempio centinaia di migliaia di ucraini, che hanno abbandonato i bar e ristoranti polacchi ormai chiusi e sono tornati a casa, nel Paese di origine.

La Francia, lo scenario all’italiana e la fuga da Parigi: stazioni prese d’assalto. Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Stefano Montefiori. «Non posso vivere per due mesi in 20 metri quadrati. Vado dai miei genitori in Normandia», dice Jacques, uno studente 22enne che sta approfittando delle ultime ore prima del blocco totale per lasciare Parigi e spostarsi in campagna. Sono migliaia le persone in fuga dalla capitale, non si trova più un treno per Bordeaux e la Gare Montparnasse, la stazione ferroviaria che serve l’Ovest della Francia, è affollata come prima delle vacanze natalizie o estive. Pochi fortunati hanno la mascherina, ma seguire le regole contro il coronavirus in queste condizioni è comunque impossibile: addio distanza di sicurezza di almeno un metro, c’è tempo fino alle 12 per non incorrere in sanzioni e molti ne approfittano, come se il rischio di essere contagiati o contagiare seguisse i tempi burocratico-organizzativi annunciati dal presidente Macron ieri sera in diretta tv, e precisati dal ministro dell’Interno poche ore dopo. Negli ultimi tre o quattro giorni, quando era evidente che il governo preparava gradualmente la popolazione al temuto «scenario all’italiana», il pensiero ha attraversato la mente di ognuno: restare o partire? Sono gli stessi meccanismi che hanno portato all’assalto ai treni in Italia la sera dell’annuncio del premier Conte, e i francesi per adesso riproducono anche in questo lo schema italiano: dopo le corse ai supermercati per fare scorte (la carta igienica il bene più ricercato), ecco l’idea di approfittare delle ultime ore per godere della libertà di movimento. Per giorni è circolato su WhatsApp un messaggio «Info Sénat» - in arrivo in teoria dal Senato, una fake news - che parlava di un coprifuoco tutti i giorni alle 18 a partire da mercoledì 18, e per cinque settimane. L’annuncio di Macron lunedì sera - blocco a partire dalle 12 di martedì - ha solo ristretto i tempi. Rispetto all’Italia, c’è qualche specificità francese: Parigi «intra muros», cioè senza la banlieue, ha una tra le densità per abitante più alte del mondo: 2 milioni 187 mila abitanti su una superficie di 105 chilometri quadrati. Più di New York, Londra o New Delhi. Vivere in una casa di 30-40 metri quadrati capita non solo a giovani o studenti ma anche a tante famiglie della classe media, quelle che ancora possono permettersi di vivere nella capitale. Il confinamento deciso da Macron per adesso è di quindici giorni, ma nessuno si fa illusioni. «Siamo in quattro, io, la mia compagna e i bambini di 11 e 6 anni, come facciamo a vivere per due mesi in tre piccole stanze senza un balcone?», dice Paul, insegnante 40enne che vive nel XV arrondissement, il quartiere delle famiglie. Come molti ha deciso di caricare l’auto e di andare in Bretagna, dove il fratello può ospitarlo. Chi non ha amici o parenti pronti ad aprire la casa agli ospiti cerca soluzioni su AirBnb. La Francia è vasta, a differenza dell’Italia ha molte zone disabitate o quasi, se Parigi è densamente popolata la provincia molto meno, ed ecco la tentazione: una ex fattoria sperduta nella campagna della Normandia, lontana dal mare ma con un enorme giardino privato di 2000 metri quadrati, 5 posti letto, ancora ieri veniva proposta a 1500 euro per un mese. Decine le offerte simili. Quell’annuncio è andato via in pochi minuti, tanti parigini sono pronti a stanziare una cifra importante per non restare imprigionati tra quattro mura. L’idea della fuga è stata favorita anche dalla foto di mezzi pesanti dell’esercito sul périphérique, la tangenziale che racchiude i venti arrondissement di Parigi. Gli stessi che magari venerdì sera riempivano i ristoranti o i cinema, o quelli che domenica si sono assiepati al sole, noncuranti, lungo le sponde del Canal Saint Martin o nei parchi, hanno visto all’improvviso in quella foto il segno della catastrofe in arrivo, la prova che l’esercito stava per occupare Parigi, motivo in più per scappare. In realtà quei mezzi venivano spostati da una base militare all’altra per il normale turnover verso il Mali, ma la psicosi è più forte della realtà. Tanti scappano verso Sud o verso Ovest perché l’Ile de France (la regione di Parigi) è assieme al Grand Est (Alsazia soprattutto) la regione più colpita, dove i casi sono più numerosi. «A Parigi avremo più probabilità di rimanere contagiati anche solo andando a fare la spesa - dice Anne Marie, incontrata per strada mentre sta caricando la macchina, le due figlie già dentro con le cinture allacciate -. Andiamo nel Lot, nel centro della Francia, a tre ore d’auto da Parigi. Lì i casi sono pochissimi, e se qualcosa andasse male gli ospedali saranno sicuramente meno affollati che a Parigi». E’ una scommessa. Ospedali forse meno affollati, ma anche con pochi letti nei reparti di rianimazione, quando ci sono. La scelta di partire è discutibile sul piano individuale, e criticata dai medici sul piano collettivo. «Così i pericoli aumentano, il confinamento è deciso per interrompere la diffusione del virus, questi comportamenti vanno in direzione esattamente contraria - dice Rémi Salomon, presidente della commissione medica degli Ospedali di Parigi -. Chi lascia in fretta la capitale rischia di portare il coronavirus nelle zone dove per il momento è poco diffuso». Già cordialmente detestati dai «provinciali» in tempi normali, i parigini potrebbero non essere accolti a braccia aperte.

Da "leggo.it" il 27 marzo 2020. Sono tantissimi gli italiani che vivono nel Regno Unito, e in migliaia sono tornati o stanno per tornare nel nostro Paese durante questa emergenza legata alla pandemia del coronavirus. Mentre in Italia da settimane si parla dei pericoli del contagio, e contemporaneamente in Gran Bretagna il premier Boris Johnson minimizzava la pandemia e un suo consigliere parlava di immunità di gregge, in tanti sono tornati in Italia con gli aerei messi a disposizione da Alitalia su richiesta della Farnesina. Sono rientrati pochi giorni fa anche i figli del sindaco di Bergamo Giorgio Gori e di Cristina Parodi, decisione che ha provocato non poche polemiche da parte della stampa britannica, in una situazione in cui se da una parte l'emergenza italiana ha portato il Governo a chiudere tutto per proteggere la salute dei cittadini, dall'altra le istituzioni britanniche hanno risposto con grande ritardo al diffondersi della pandemia. Secondo quanto scrive il sito LondraItalia.com, sono cinquemila gli italiani sono tornati nell’arco di tempo che va dallo scorso 13 marzo ad oggi, poco meno di due settimane: sulla tratta Heathrow Fiumicino sono sei i voli disponibili attualmente, e le prenotazioni arrivano fino al 6 aprile prossimo. A rientrare sono studenti, lavoratori stagionali e molti giovani che lavoravano in pub, caffè e ristoranti, e che con la loro chiusura hanno perso il lavoro. L'ambasciatore italiano a Londra Raffaele Trombetta a LondraItalia.com ha dichiarato come l'ambasciata abbia ricevuto migliaia di richieste: «Non è sempre stato semplice ma siamo riusciti a creare quel ponte operativo che ha permesso di far rientrare in Italia migliaia di nostri concittadini. Lavoriamo per offrire tutto il nostro supporto anche a coloro che vivono qui e che hanno scelto di rimanere. A quei quasi 700mila che compongono la comunità italiana in UK».

Coronavirus, gli untori e il diritto di tornare a casa. Ludovica Serafini su Il Quotidiano del Sud l'11 maggio 2020. Andando alla ricerca di sviluppi d’interesse per noi fuorisede rimasti al Nord causa lockdown, mi sono spesso imbattuta nella parola “untore”: ho dunque incolpato la mia eventuale ignoranza del reale significato del termine – se così abusato –, e quindi l’ho cercato sulla Treccani; non vi sorprenderà il significato: Untóre: Coloro che nella peste di Milano del 1630 furono sospettati di diffondere il contagio ungendo persone e cose (…) con unguenti malefici; contro di essi si scatenò l’ira popolare, si dette anche corso a persecuzioni. Non v’è però rispondenza della definizione, storicamente esplicativa, con il presente; per cui non me ne voglia la Treccani se ne ho elaborato un’altra: Untóre: Diffusore incauto di coronavirus che grava sulla già malconcia sanità di Regioni che fanno ancora i conti con la “Questione Meridionale”. Mosso da comprensibile paura o da inciviltà causa depennamento della materia “Educazione Civica” dai programmi scolastici, elude i DPCM per accalcarsi in stazioni e/o aeroporti o, se già nella sua residenza, per uscire causa “zonzo”. Sfruttatore di propaganda social tramite reperti fotografici correlati da immancabile #IoRestoaCasa, non indica di quale congiunto sia la non sua casa. Non è sinonimo di fuorisede, sebbene i termini siano più volte accostati. Es. “Untori, tornate solo per portarci il virus”. Qui mi rifaccio al molto apprezzato articolo del mio amico Osvaldo Vetere, “Il diritto di tornare a casa”, in cui il validissimo autore rimarca l’importanza favorire il rientro dei calabresi dislocati al Nord; cito testualmente: “non è facile vivere e affrontare questa emergenza in una casa che non è la propria, (…) vivere soli e lontano dai propri cari e non è facile neanche a livello economico quando non puoi lavorare a causa dell’emergenza o quando sei uno studente e i tuoi non possono mandarti soldi”. Amico mio, giusto una postilla: non è facile neppure essere esposti alla pubblica gogna solo perché vuoi andare a casa quando “vieni liberato”. Un’emergenza mai sperimentata necessariamente si trascina dietro svariati errori; d’altronde non c’è un prestampato con “le 10 regole del buon Governo”, di cui dotare chi è eletto a guida di un Paese. Per cui non biasimo né il Presidente Conte, né la Governatrice Santelli, né tantomeno le restrizioni. Tuttavia, da persona con spiccato civismo grazie alla presenza di “Educazione Civica” nel mio programma di scuola, non posso perdonare come noi fuorisede – legittimamente rientrati – siamo ancora adesso trattati. Molti mi hanno raccontato le loro esperienze nell’attesa – che non è mai un piacere, anzi è spasmodica – di tornare in modo “legale”. Se abiti da solo in una casa della quale paghi un affitto che non ti è stato sospeso; hai il tuo cuore lontano e da ciò sei leso; non fai la spesa perché temi il mancato distanziamento nelle code chilometriche fuori dal supermercato, e non rischi neanche la via online perché nelle sovrappopolate città del Nord il tuo ordine richiede almeno un paio di settimane; senti le sirene dell’ambulanza ogni venti minuti; non hai un medico di base cui rivolgerti se hai dei sintomi: è un’altra storia, davvero. Sogni la normalità, affidandoti a tecniche di rilassamento imparate online, a pagine che nessuno leggerà, ed a pianti isterici perché sei stanco di sentire che “Andrà tutto bene”. Andrà bene solo quando rientrerai, stanco, nella tua casa di bambino. Non un ritorno trionfante: dalla Calabria sei pur sempre andato via, ma mai fuggito. La tua Terra ti ha sempre richiamato, come nella frase di “Venuto al mondo” che recita: Tieni un capo del filo, con l’altro capo in mano io correrò nel mondo. E se dovessi perdermi tu tira. Lei tirerà sempre il filo che vi lega, lungo abbastanza da farti vedere il mondo, troppo lungo quando la vita ti costringe a restarne fuori. Quando siamo riusciti a rientrare, tutti ci siamo sottoposti a tampone, sebbene non fosse obbligatorio: abbiamo di nuovo fatto la cosa giusta. Il nostro premio? Quarantena obbligatoria. Più che lecito, naturalmente, se non fosse stata refertata e resa nota dai telegiornali la negatività di tutti tamponi in entrata dei fuorisede calabresi. E gli altri al bar. Che senso ha poi ritornare, se la nostra Terra non ci difende da chi imperterrito sostiene, nonostante le evidenze, che se i contagi risaliranno sarà colpa dei fuorisede? Cari organi regionali, dopo averci sedotto ci abbandonate di nuovo, fate in modo che l’opinione pubblica ci dipinga come paria indifendibili. E noi che volevamo solo tornare a casa in sicurezza dopo sacrifici di due mesi, magari senza straparlarne, sperando in un po’ di rispetto o, semmai, di riconoscenza. Danno e beffa. Mi rifugio tra le pagine della Treccani, cerco un vocabolo che riassuma come mi sento. Amarézza: Sapore di ciò che è amaro. In senso fig., dolore, tristezza mista a un sentimento di contrarietà, talora a lieve rancore. Amarezza di mamma, che appena mi ha visto mi ha detto: “hai gli occhi diversi”; amarezza di amici e conoscenti, che mi han detto “Il crimine paga, dovevamo scendere senza essere in regola”. Cari tutti: è davvero questo il messaggio che volete passi? Ludovica Serafini

Da Brescia alla Puglia, in furgone e poi a piedi in autostrada: 7 denunciati. Sono 7 operai, hanno abbandonato il veicolo al casello e sono tornati a casa a piedi. La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Marzo 2020. Sette operai di Molfetta e Terlizzi residenti a Brescia sono tornati a casa in Puglia, in violazione del decreto del Governo che vieta gli spostamenti tra città, lasciando il mezzo al casello autostradale e poi dirigendosi in città a piedi. Ad immortalare la marcia dei primi due sono state le telecamere comunali, costantemente monitorate dalla Polizia locale. E’ scattata quindi la segnalazione ai carabinieri che hanno identificato anche gli altri cinque e per tutti è scattata la denuncia. Stando a quanto ricostruito dagli investigatori, i sette, a bordo di un furgoncino a noleggio, sono partiti da Brescia dopo che le loro aziende hanno chiuso per via dei nuovi provvedimenti di contenimento del coronavirus. Sono riusciti ad attraversare l'Italia e hanno lasciato il mezzo nelle vicinanze del casello autostradale di Molfetta sull'A14. A quel punto, intorno alle 19.30 di ieri, hanno tentato il rientro a casa a piedi. Alcune delle 160 telecamere comunali li hanno ripresi mentre, con borsoni e trolley e mascherine sul volto, percorrevano i pochi chilometri dal casello alla città lungo la provinciale Molfetta-Terlizzi. I primi due, quelli ripresi dalle immagini della videosorveglianza, sono stati fermati subito dalla polizia locale. Le successive indagini hanno consentito di identificare gli altri cinque colleghi (quattro molfettesi e uno della vicina Terlizzi) che viaggiavano con loro, rintracciati quando erano già nelle rispettive abitazioni. Oltre alla denuncia, a tutti è stato ricordato l’obbligo di auto-isolamento per 14 giorni.

Coronavirus, l'illusione della grande fuga da Milano. Ecco i veri numeri degli spostamenti verso sud. Grazie ai dati della svizzera Teralytics, abbiamo analizzato i movimenti dalla Lombardia al Meridione in alcune giornate chiave. Il treno preso d’assaltato alla Stazione Centrale il 7 marzo è diventato un simbolo, ma quel giorno si mossero in 166. L’esodo in realtà era già avvenuto, soprattutto verso la Campania, che però è fra le meno colpite. Jaime D'Alessandro il 23 aprile 2020 su La Repubblica. Sembrava la grande fuga: immagini di persone che correvano verso l'ultimo treno in partenza la notte del 7 marzo prima della chiusura della Lombardia. Il simbolo della pandemia e non solo per le regioni del nord. In serata la notizia sulle intenzioni del governo aveva spinto a scappare d'improvviso prendendo d'assalto quel convoglio alla Stazione Centrale di Milano. Scopriamo oggi, grazie ai dati della svizzera Teralytics, che la percezione è piena di zone d'ombra. Durante quel sabato ad esempio si diressero al sud in 835 ma la maggior parte di loro usò aereo e macchina, con buona probabilità ben prima che trapelassero i dettagli sul decreto del Governo. Furono "solo" 166 quelli che salirono su un treno contro i 414 che scelsero di volare e i 257 che optarono per l'autostrada. La vera fuga in realtà era già avvenuta. Il 23 febbraio per l'esattezza. La Teralytics analizza i dati, resi anonimi, di 30 milioni di clienti italiani di alcune aziende telefoniche. Successivamente vengono elaborati espandendoli a tutta la popolazione, usando varie tecniche di machine learning, arrivando ad un'accuratezza del 95 per cento. Un tassello importante per le strategie di aziende coinvolte nel settore dei trasporti fino a ieri, oggi per chi si occupa di studiare la pandemia. La compagnia di Zurigo aveva già misurato per Repubblica la decrescita degli spostamenti durante l'esplodere dell'emergenza sanitaria, ben prima che Google, Facebook e infine Apple offrissero i loro dati sullo stesso fenomeno. Stavolta siamo scesi più nel dettaglio analizzando i movimenti di sola andata dalla zona di Milano alle aree del sud in giornate specifiche.

Torniamo al 23 febbraio, una domenica. Da Milano andarono via in 9149, quattromila in più rispetto alla media. Raggiusero Napoli soprattutto, poi Pescara, Chieti, Caserta, Bari, Salerno, Palermo e Cagliari. Si va dai quasi 550 che avevano come meta il capoluogo campano ai 151 che invece raggiunsero quello sardo. Era appena stato deciso lo stop delle attività scolastiche in Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli e fu quella con buona probabilità la vera molla dell'esodo. La Francia valutava di imporre controlli sanitari alle frontiere, l'Austria aveva prima annunciato poi ritirato il blocco dei treni dall'Italia. "E' emergenza nazionale", diceva Giuseppe Conte in televisione, mentre diventavamo il terzo Paese più colpito dopo Cina e Corea del Sud con con però "appena" 152 positivi e tre morti. Nulla rispetto a quel che avremmo visto poco dopo. Il 7 marzo, i casi erano saliti a 5883 e i decessi a 233.

Il 28 febbraio, alla vigilia dell'ultimo fine settimana prima della chiusura, si diressero verso il Meridione in 1640. Le notizie dal mondo cominciavano a farsi sempre più gravi con il crollo delle borse a causa della pandemia. In Italia i casi erano diventati 888 con 21 vittime. La partita Atalanta-Valencia si era già svolta, il 19 febbraio, con i 15293 tifosi (e non 40 o 50mila) che da Bergamo avevano raggiunto Milano. Sarebbero stati loro, stando alle stime, a diffondere il contagio.

Guardando ai dati della Teralytics e confrontandoli con le percentuali di casi positivi nelle varie regioni, con la Lombardia a fare da epicentro, verrebbe da pensare che a fine febbraio e inizio marzo il virus era ancora poco presente a Miliano al di là dei numeri ufficiali più bassi di quelli reali. Oppure la pandemia non ha seguito il flusso degli spostamenti in maniera didascalica non solo nelle due giornate chiave del 23 febbraio e il 7 marzo, ma anche durante tutto il periodo che va dal 20 febbraio al 10 Marzo. La destinazione più popolare in quel lasso di tempo è Caserta con oltre cinquemila persone, seguita da Teramo, Palermo, Chieti e ancora Campobasso, Bari e Foggia. Regioni, nella maggior parte dei casi, colpite relativamente poco. Per capire come è davvero andata, fra i tanti conti di questa pandemia che nei prossimi tempi bisognerà far tornare, c'è anche questo.

 LA FUGA AL SUD POTREBBE TRASFORMARSI IN UN’ECATOMBE – SONO ALMENO 41 MILA LE PERSONE RIENTRATE DAL NORD ITALIA NEL MERIDIONE. Natascia Ronchetti per "il Fatto quotidiano” il 12 marzo 2020. La fuga da Nord a Sud, dalle aree con il maggior numero di contagi da coronavirus al Meridione, si rivela sempre più massiccia. E sulle regioni del Sud ora pende una pesantissima spada di Damocle: la paura, tangibile, che siano destinate a diventare una nuova zona rossa, con migliaia di casi. Sono infatti salite a oltre 33.500 in due giorni, le autosegnalazioni dei rientri in Calabria, Sicilia, Campania, Puglia e Basilicata iniziati con la grande fuga scattata la sera dello scorso 7 marzo quando sono cominciate a trapelare le indiscrezioni sul decreto del premier Conte sulle misure restrittive in Lombardia e in 14 province del Settentrione. Ma se si fa un passo indietro, se si torna ai primi provvedimenti - come la chiusura delle scuole nel Nord - i numeri diventano ancora più drammatici: oltre 41 mila rientri. E questa è solo la punta dell' iceberg, molti altri potrebbero aver omesso le dichiarazioni. In Campania è la stessa Regione ad ammettere che a fronte di sole 1.700 autodenunce, i rientri potrebbero essere molti di più. E parliamo di migliaia. In Calabria le autosegnalazioni ieri erano circa 4 mila, ma si stima che le persone tornate qui siano almeno il triplo: 12 mila. È anche il risultato di una politica in tre fasi delle restrizioni. Prima le scuole e le università, i luoghi di aggregazione. Poi lo stop agli spostamenti, se non per effettive necessità, nelle aree del Nord con il numero più alto di contagiati. Infine, il decreto che ha fatto di tutto il Paese una zona protetta. Quelle oltre 41 mila persone rientrate - e le migliaia che non lo hanno denunciato - ora rappresentano una pesantissima incognita per regioni che non hanno sistemi sanitari forti come quelli di Lombardia, Emilia-Romagna o Veneto. La Calabria (18 casi accertati ieri, oltre 900 persone in quarantena) è la regione che rischia di pagare il prezzo più alto. Qui il sistema sanitario, commissariato, era già prossimo al collasso. Dispone di soli 148 posti letto in terapia sub-intensiva e 107 in rianimazione. Che però sono già vicini alla saturazione, perché occupati da persone affette da altre patologie, con percentuali che oscillano rispettivamente tra il 75 e il 90%. È l' ultima regione in Europa per rapporto tra posti letto e popolazione: la diffusione del contagio avrebbe un impatto disastroso. La Puglia conta oltre 13 mila autosegnalazioni dall' inizio dell' emergenza nel Nord, di queste 7.600 dal 7 marzo in poi, quando il rientro è diventato un' ondata. "Abbiamo migliaia di persone in quarantena - dice il presidente della Regione Michele Emiliano -. Questo ha già sovraccaricato il nostro sistema sanitario, più esile di quello dell' Emilia-Romagna, con la quale ci confrontiamo perché abbiamo più o meno lo stesso numero di abitanti, ma 15 mila operatori in meno. Per cinque anni non mi è stato permesso di ridurre il gap, adesso ho autorizzato migliaia di assunzioni". La sanità pugliese, ricorda Emiliano, ha una capacità massima di assorbimento. La sua soglia è di duemila contagiati, dei quali mille ricoverati. Oltre questo limite c' è il crollo. La Campania, che fino a ieri contava 154 casi di positività al virus, ha una soglia più alta (potrebbe reggere un massimo di tremila contagiati) ma è anche la regione maggiormente esposta alle incognite, visto che potrebbero essere migliaia le persone rientrate senza autosegnalarsi. Questo nonostante, come rileva il governatore Vincenzo De Luca, gli abitanti stiano dando prova di "compostezza e responsabilità". Ora ci vorranno alcuni giorni per capire se il virus è destinato a diffondersi rapidamente. "Valutiamo nelle prossime ore - dice De Luca -. Se servirà io non avrò problemi a chiedere la chiusura di tutto: resteranno aperti solo farmacie e negozi alimentari e supermercati". La Sicilia ha avuto il rientro più imponente. Oltre 21 mila autodenunce da quando è iniziata l' emergenza, 19.500 solo dal 7 marzo in poi. Per ora il numero dei contagiati è ancora contenuto (ieri erano 83) ma le conseguenze del rientro sono ancora tutte da verificare. "Stiamo predisponendo nuovi posti letto - spiega il presidente della Regione Nello Musumeci -, ne abbiamo pronti 200 per la rianimazione". Oggi si riunirà la giunta regionale. "Chiederemo alle cliniche di dare il loro supporto - prosegue Musumeci - e alle università di mettere in servizio gli specializzandi". Modesti, invece, i numeri della Basilicata: solo 775 rientri.

 Quella vita al tempo della peste "Siamo tornati a 700 anni fa..." La Studiosa e docente di storia medievale Zanoboni e i parallelismi tra le misure anti Covid e quelle prese ai tempi della peste. Paolo Stefanato, Domenica 25/10/2020 il Giornale. "Norme identiche a quelle di 700 anni fa”. Maria Paola Zanoboni, studiosa e docente di storia medievale, fin dal primo decreto legge d'emergenza emanato il 23 febbraio di quest'anno ha osservato con stupore come le misure di difesa collettiva nei tempi delle epidemie siano alla fine sempre le stesse: “Già nel Trecento, prima in Italia e poi in Europa, vennero promulgate norme che oggi ci appaiono di sconcertante attualità: il divieto di assembramento, di ritrovo, di spostamento delle persone, obblighi di isolamento, di quarantena, di comunicazione alle autorità. Esattamente le misure che stiamo sperimentando in questi mesi”. Ne è nato un libro, “La vita al tempo della peste – Misure restrittive, quarantena, crisi economica” (Jouvence, pagine 214, euro 18), nel quale l'autrice ripercorre le epidemie in Italia e in Europa che hanno avuto nel XIV e nel XVI-XVII secolo i loro apici. Molte le analogie con le misure anti Covid: “Oggi si chiudono i locali pubblici, allora si chiudevano le taverne. Niente commerci, facevano eccezione solo le farmacie e i negozi di alimentari. Si chiudevano le scuole, si cancellavano, come oggi, tutti i tipi di manifestazioni pubbliche, comprese fiere e mercati. Niente cerimonie religiose, funerali, processioni. Nel Cinquecento, durante la cosiddetta peste di San Carlo, furono allestiti altari nelle strade affinchè la gente potesse seguire la messa da finestre e balconi”. Racconta sempre Maria Paola Zanoboni: “Si diffonde fin dal XVI secolo la pratica della quarantena generale, il nostro lockdown, prima a Palermo, poi Milano, Firenze, Genova. Quest'ultima città emanò un decalogo di regole, tra cui l'obbligo di stare serrati in casa e il permesso per il solo capofamiglia di uscire al mattino per fare la spesa. A Palermo nel 1575 – poi copiata da Milano – di fronte all'indisciplina della popolazione furono erette delle forche in tutta la città nelle quali venivano sommariamente giustiziati coloro che uscivano di casa infrangendo le regole. A Chiavari fu uccisa all'istante una donna colpevole di non aver denunciato la morte di peste del marito”. Fin dal 1348 le città italiane, al Centro Nord e poi anche al Sud, furono le prime in Europa a darsi delle ferre regole sanitarie, poi copiate ovunque; furono istituite delle autorità apposite e fa dato il massimo rilievo al flusso di informazioni che potesse far prevedere l'arrivo della malattia da altre aree. Tali norme si diffusero in Francia, in Germania, ultima l'Inghilterra: anche qui la storia si ripete. Pessime, allora come oggi, le reazioni della gente, intollerante alle restrizioni della libertà e fortemente provata sotto il profilo economico: oltre che di peste, si moriva di fame. Per questo a Firenze, durante il lockdown del 1630, furono distribuiti sussidi economici e viveri, misure poi adottate ovunque: ma anche allora c'erano i furbi che restavano chiusi in casa se il sussidio era superiore al salario, e che uscivano per lavorare (nel caso potessero farlo) se era inferiore. Ovunque le autorità erano disperate anche perchè le regole fortemente impopolari innescavano le rivolte della gente: per perseguire l'igiene, venivano infatti bruciati materassi e arredi delle case più povere. Le spese che dovettero affrontare le amministrazioni furono enormi, anche perchè ai danni della peste si sommavano quelli provocati dalla crisi economica. Le casse delle città si prosciugavano in fretta. Per finanziare la sopravvivenza i metodi furono sempre gli stessi: aumento delle imposte indirette, emissioni forzose di titoli del debito pubblico, nuove tasse. Sullo sfondo, l'inflazione. A Milano nel secondo Quattrocento furono rilevanti le variazioni di valore del ducato l'oro rispetto alle monete d'argento d'uso comune: così si assistette a rincari enormi e generalizzati, mentre la vita quotidiana si faceva sempre più dura.

La stupidità fa più vittime del morbo, nel 1630 come nel 2020. Manzoni sapeva che gli  uomini, specie in caso di emergenza, sono deboli, irrazionali, ignoranti, ostili gli uni agli altri. Silvi Perugi l'1 Marzo 2020 su Il Quotidiano del Sud. Rileggere la descrizione che Alessandro Manzoni fa ne I promessi sposi, della pestilenza che intorno al 1630 colpì la città di Milano, fa un certo effetto ai tempi del coronavirus. Ho sempre sostenuto, fin da quando lo lessi e me ne innamorai sui banchi del liceo, che il romanzo per eccellenza della letteratura italiana contenga la risposta a qualunque domanda possibile sulla vita e le sue mirabolanti esperienze, e sia lo specchio più completo e sincero della natura umana, che evidentemente il suo autore ha conosciuto e rappresentato come nessun altro è mai riuscito a fare. Proverò qui a spiegarvi cosa intendo, ripercorrendo indegnamente il racconto del Maestro: Manzoni aveva già scritto tutto. Ma ai tempi del panico e dell’isteria generale, dei supermercati presi d’assalto, delle sassaiole contro i possibili contagiati, delle fughe dalle zone del contenimento dei possibili esposti al virus, è d’obbligo una precisazione: lungi da me paragonare le proprietà, gli effetti, la virulenza e la mortalità delle due malattie, la peste e la COVID-19. Non ne ho l’intenzione, né tanto meno le capacità. Negli ultimi capitoli del libro, una lunga digressione storica, in perfetto stile manzoniano, rievoca l’epidemia che tra la fine del 1629 e l’inizio del 1630 cominciò a dilagare nel nord Italia, in particolare nella zona intorno a Milano. Notate qualche somiglianza geografica e temporale con i giorni nostri? Non fatevi suggestionare, vale la pena di proseguire nel racconto. Anche allora il contagio in Lombardia arrivò da fuori: venne portato dai lanzichenecchi, di passaggio per raggiungere Mantova. I soldati delle fanterie mercenarie tedesche erano coinvolti nella guerra di successione del ducato, che vedeva contrapposte Spagna e Francia, e oltre a saccheggi e devastazioni, lungo il percorso seminarono la peste. Le autorità sanitarie di Milano nutrivano forti timori che il passaggio delle soldatesche potesse diffondere la malattia, perciò rappresentarono al governatore milanese il rischio incombente sulla città, chiedendo provvedimenti di prevenzione. La risposta fu sorda e cieca: “le esigenze belliche sono imprescindibili, confidiamo nella Provvidenza”. Tipo, “sospendiamo i voli diretti dalla Cina e rimettiamoci a Dio per chi arriva in Italia facendo scalo in altri paesi”. Ma torniamo al Manzoni. Mentre la peste si diffondeva nel territorio di Lecco e nel Bergamasco, il Tribunale di Sanità propose di stringere un cordone di sicurezza intorno alla città di Milano, per impedire l’ingresso alle popolazioni già colpite. Ma niente da fare. Anzi, vennero celebrate pubbliche feste in tutta l’area a rischio, per onorare la nascita del primogenito di Filippo IV, il re di Spagna, senza alcun timore che il concorso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Quando ormai era troppo tardi, iniziò la caccia al soldato che entrando a Milano con un fagotto di vesti comprate dai fanti tedeschi, aveva contribuito a diffondervi il mortale contagio. Spirò tre giorni dopo l’arrivo in città. Tutte le sue suppellettili vennero bruciate e internate al lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui. Le autorità, comunque, non erano più di tanto allarmate, e i festeggiamenti per il carnevale proseguirono. A preoccupare le persone era soprattutto il rischio di finire confinate in quarantena. Dunque, meglio nascondere i malati e coprire i decessi; meglio accusare i medici di diffondere voci infondate per dare lavoro alla sanità. Dal mese di marzo del 1630 la peste cominciò a mietere vittime in ogni angolo di Milano, rendendo drammatica evidenza ciò che fino a quel momento era stato negato o sminuito. A fine maggio si cominciarono a contare più di 40 nuovi casi al giorno. Le gride a quel punto proibirono di lasciare la città, minacciando pene severissime per chi avesse disubbidito. Quando ormai non serviva più a prevenire la crisi, ma solo ad esasperare una situazione già molto critica, si diffuse il panico generale. Con esso arrivarono le dicerie senza senso, eppure impossibili da fermare: sono alcuni uomini a propagare la peste, spargendo appositi unguenti venefici. Nella Storia della colonna infame, pubblicata in appendice al romanzo, Manzoni ricostruisce le vicende giudiziarie che coinvolsero due uomini, che vennero accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. Per fortuna, ai tempi nostri esiste una prova scientifica per dimostrare se si è o si è stati infetti e, dunque, possibili trasmettitori del virus. Basta attendere l’esito di un tampone, ma nel frattempo le dicerie non perdonano. Avete presente quelle sul fantomatico paziente zero, che poi si è rivelato sano come un pesce? Il continuo aumento dei decessi e l’infuriare del morbo spinsero alcuni amministratori cittadini a chiedere al cardinale Borromeo l’autorizzazione a svolgere una solenne processione per le strade, in cui fosse esposto il corpo venerato di San Carlo e si invocasse il soccorso divino per porre un freno alla terribile calamità. La processione venne indetta per l’11 giugno, partendo dal duomo cittadino. Attraversò tutti i quartieri della città, radunando una folla incredibile. Sin dal giorno successivo i decessi causati dal morbo crebbero in maniera vertiginosa. Evidentemente attraverso i contatti tra le persone radunatesi in strada, i contagi si erano moltiplicati. Ancora una volta la colpa fu attribuita all’azione degli untori, mescolatisi nel corteo in processione. Mi raccomando, in caso di epidemia, evitate i luoghi affollati. Dunque, tutti in coda nei supermercati a fare razzie. Nell’estate del 1630 la situazione a Milano divenne insostenibile. Il numero di decessi giornalieri arrivò a 500. Mentre i frati si prodigavano per portare assistenza ai malati e supplire alle mancanze delle autorità cittadine nel far fronte all’emergenza, ci fu anche l’esempio molto meno edificante di chi cercò di trarre vantaggio dalla catastrofe. I monatti, gli addetti a raccogliere i cadaveri e i moribondi lungo le strade per portarli al lazzaretto, usarono il loro potere per derubare gli ammalati o minacciarne le famiglie per estorcere loro del denaro. Vi ricordano per caso quelli che oggi speculano sul prezzo dei disinfettanti o che si fingono incaricati dalle Asl a fare tamponi a domicilio per truffare gli anziani? Qualcuno arrivò persino a travestirsi da monatto, attaccandosi un campanello al piede, approfittandone per compiere ogni sorta di ruberie. Il racconto di Manzoni si fa da storico a paradigmatico: come una parabola evangelica. A dimostrare il disfacimento del tessuto sociale a cui si giunse in città verso la fine di quella tremenda estate. A sottolineare l’incuria e la negligenza dimostrate dalle autorità milanesi nel sottovalutare il rischio del contagio e poi nel tacere e minimizzare la pestilenza quando ormai era in corso. Manzoni aveva già scritto tutto. Manzoni sapeva già tutto. Sapeva soprattutto che gli esseri umani sono deboli, irrazionali, ignoranti, ostili gli uni agli altri. Che, neanche a dirlo, la stupidità fa più vittime del morbo. Nel 1630 come nel 2020. Quella di chi è convinto di saperla più lunga di medici, esperti, virologi. Quella di chi antepone alle drastiche misure di prevenzione, esigenze economiche, lavorative, di svago, di libertà. Quella di chi esorcizza le proprie paure andando alla forsennata ricerca di un untore da incolpare. Quella di chi sottovaluta i rischi. Di chi sopravvaluta le conseguenze, alimentando il panico. Di chi se ne frega degli altri e in barba a qualunque recondito, infinitesimale barlume di solidarietà umana, non adotta misure di quarantena volontaria pur sapendo di essere tra coloro che sono stati esposti.

Bastano 14 giorni. Usateli per rileggere Manzoni.

 “Sono partiti prima della mezzanotte. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città e minacciavano le solite pene severissime, come la confisca delle case e di tutti i patrimoni, furono molti i nobili che fuggirono da Milano per andarsi a rifugiare nei loro possedimenti in campagna”. Scriveva così, Alessandro Manzoni, nel capitolo XVI de “I Promessi Sposi“. Allora era il 1827, ma il celebre scrittore parlava della peste che colpì la popolazione nel 1630. L’epidemia si diffuse – tra l’altro – in diverse zone dell’Italia settentrionale e il Ducato di Milano fu uno degli Stati più gravemente colpiti. Sono trascorsi decenni, eppure la situazione che ci troviamo a dover fronteggiare in questi giorni non sembra essere dissimile da quella di allora.

Coronavirus, rileggiamo Manzoni. Quella peste a Milano parla di noi. Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it Paolo Di Stefano. «La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia». Incipit del capitolo XXXI dei Promessi sposi. Così Manzoni si avvia a raccontare «quella calamità», che occupa questo e il capitolo seguente, senza coinvolgere personaggi immaginari e sostenendosi su documenti storici. Non solo Manzoni — molto prima di lui Tucidide e Boccaccio e dopo di lui Camus ne La peste e Saramago in Cecità — lega l’epidemia a riflessioni di tipo morale: la peste è uno stato d’eccezione che porta a galla vizi e virtù di una comunità, eroismi e viltà dei singoli individui, tutti quei tratti che altrimenti si nascondono nelle pieghe della quotidianità. Inoltre, se il flagello minaccia la tenuta fisica della popolazione rivelando la fragilità dell’essere umano, mette anche in discussione i suoi stessi valori e le norme di comportamento. E investe il rapporto tra verità e menzogna, tra vero e falso storico da una parte, nonché tra il vero e il falso delle notizie che si diffondono sul territorio: sono le false opinioni e credenze che riguardano tutti i gruppi sociali il vero obiettivo polemico di Manzoni. Il quale ironizza da par suo alludendo a quella «voce del popolo» che, assecondata dalla dabbenaggine dei governanti, restii ad ammettere i fatti per ragioni politiche ed economiche, sulle prime non vuol credere alla peste. Il suo racconto è un crescendo impressionante con passaggi da thriller, giocato com’è sul mistero e sulla stranezza perturbante di certe apparizioni: «Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi». E così quando i delegati arrivano «a provvedere» nei territori di Lecco, in Valsassina, sul Lago di Como, in Brianza, «il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca». Il romanzo di Renzo e Lucia è anche un intreccio di informazioni mancate e cercate a fatica, di annunci mai giunti a buon fine, di voci che si rincorrono senza certezze, di indicazioni sbagliate, di equivoci della comunicazione, di lettere non recapitate, di incognite sul destino dei congiunti e di itinerari smarriti: oggi la tv, la radio, le mail, i social e i navigatori satellitari risolverebbero buona parte dei problemi che affliggevano i personaggi di Manzoni nell’anno di grazia (di disgrazia) 1630. Buona parte ma non tutti. E viceversa ci sono costanti del comportamento umano che comunque ritornano nel 2020 come allora nonostante gli smartphone. Per esempio, la sottovalutazione colpevole e irresponsabile del contagio. Ecco che i messi del tribunale vengono sì tempestivamente sollecitati dal protofisico Ludovico Settala (un esperto in materia, per autorevolezza una specie di Burioni ottantenne, presidente della Commissione superiore della Sanità), ma si guardano bene dal prenderlo sul serio. E arrivando in ritardo sui luoghi dell’epidemia «trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi…». Lacerazione e morte sono causate dall’iniziale concorso di credulità popolare e miopia del potere. Appare con «forte meraviglia» a Manzoni la condotta di quella fetta di popolazione che, «non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo»: chi crederebbe, si chiede il narratore, che l’incombere del morbo, ormai evidente, non riesca a suscitare «un desiderio di precauzioni» o «almeno una sterile inquietudine»? Sta parlando degli antenati (certo più spaventosamente ignoranti) dei molti che fino a qualche giorno fa, pur sommersi dal diluvio dell’informazione, affollavano sconsideratamente i pub, gli happy hour, i supermercati come nulla fosse: «sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, che motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo». Altra differenza macroscopica è che allora, diversamente da oggi, la «medesima miscredenza» e cecità prevaleva anche nelle autorità pubbliche (tutte precocemente trumpiane?).Parziale eccezione il cardinal Federigo, un po’ più sollecito a lanciare l’allarme. La chiusa del capitolo XXXI rende al meglio il clima dell’epoca, ma anche la precisione e l’ironia che ci mette Manzoni nel descrivere il corso «storto» di certi discorsi e di certe parole pronunciate a sproposito. Un passo che più di tanti altri dovrebbe farci riflettere sulla responsabilità nell’uso della lingua, sulla «trufferia di parole», sugli inganni del linguaggio che contribuiscono ad ammorbare l’aria: «In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro (…). Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire». Anche nella Milano di quel tempo si va a caccia del paziente numero uno. Il «portator di sventura» pare identificarsi in un soldato italiano al servizio dell’esercito spagnolo: il suo nome non è certo e neppure è certa la data del suo ingresso a Milano. Si suppone che si sia fermato in casa di parenti, vicino ai cappuccini, prima di finire in ospedale con un bubbone sotto un’ascella e di morire nel giro di quattro giorni. Seguono il sequestro della casa e l’isolamento dei parenti, nonché il rogo dei vestiti, ma è tutto inutile, visto che un «semino» del morbo «non tardò a germogliare». È così che, con il «contatto e la pratica» (esattamente quel che oggi cerchiamo di evitare al motto #iorestoincasa), il male si va diffondendo: e con esso cresce «la cieca e indisciplinata paura» in parallelo con la caccia all’untore. Eccoci vicini alle tinte più cupe del sospetto, del delirio delle unzioni e del complotto, tipiche della Colonna infame. Anche nella Milano di quel tempo salta fuori il super commissario. Si chiama Felice Casati ed è il padre cappuccino che via via assume, nel racconto di Manzoni, un ruolo chiave, con l’incarico di sovrintendere al lazzaretto, dotato com’è di pieni poteri economici, organizzativi e giudiziari, ma soprattutto di carità cristiana nell’avvicinarsi ai malati: «sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte». Un Domenico Arcuri di quattro secoli fa? Molto di più, se «minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime». Un amministratore che lavora anche sul campo come tanti altri piccoli eroi di ieri e di oggi (allora i monaci, oggi medici e infermieri che fanno turni ospedalieri impossibili fino a crollare di stanchezza su una tastiera). È il momento in cui si vede «la pietà cozzar con l’empietà (di altri)»: l’eterna costante italiana (e non solo). Fatto sta che anche nel Seicento si costruiscono in quattro e quattr’otto strutture di soccorso: «bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno», si tirano su capanne di paglia per ospitare quattromila pazienti. Anche nel 1630 c’è l’esigenza di «tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria». Nella città devastata dalla morte e dal sospetto verso gli untori, oltre che dall’ignoranza che aggiunge «angustie alle angustie» e produce «falsi terrori», arriva Renzo. Il quale sa bene che le mura sono chiuse e non ci si può entrare senza «bulletta di sanità» (niente autocertificazione); ma sa bene anche che ogni ordine è mal eseguito e basta poco per disattenderlo. Infatti, entra grazie a una moneta. Così gli appare Milano vista dalle parti del naviglio: «Il tempo era chiuso, l’aria pesante, il cielo velato per tutto da una nuvola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole, senza prometter la pioggia; la campagna d’intorno, parte incolta, e tutta arida; ogni verzura scolorita, e neppure una gocciola di rugiada sulle foglie passe e cascanti. Per di più, quella solitudine, quel silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova costernazione all’inquietudine di Renzo, e rendevan più tetri tutti i suoi pensieri». Passato da una fase in cui ciò che gli faceva più terrore era il suo stesso terrore, scansata l’aggressione di un passante che lo prende per un untore, Renzo cammina per le strade abbandonate e squallide di Milano, non più dominato dalla paura ma alternando l’incomprensione, l’orrore di certe visioni cadaveriche repellenti con il coraggio e la speranza di raggiungere la meta (la casa di don Ferrante). Cammina e cammina sbucando in un luogo «che poteva pur dirsi città di viventi». Ma guardando le strade deserte e le case serrate, non può che pensare: «Ma quale città ancora, e quali viventi!».

Coronavirus, i nostri doveri. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Luciano Fontana. Quello che fino a qualche giorno fa sembrava inimmaginabile è accaduto. La Lombardia, molte province dell’Emilia Romagna, del Veneto, del Piemonte e delle Marche sono trasformate in un’enorme «zona di sicurezza»: non si potrà entrare o uscire nemmeno per motivi familiari e di lavoro, se non in casi eccezionali e «comprovati». All’interno delle città e dei paesi di questa area tantissime attività vengono bloccate e vietate. È uno scatto nelle misure (i cui dettagli si stanno ancora definendo) che ci mette di fronte, se qualcuno poteva non esserne ancora convinto, alla gravità della situazione. Il virus si diffonde e contagia tanti di noi, le terapie intensive, essenziali per curare i malati più gravi, sono al limite in Lombardia. Il lavoro di medici e infermieri, eroi di questi giorni, potrebbe non bastare se non venisse arginata rapidamente la diffusione del coronavirus. In questi giorni abbiamo ascoltato le preoccupazioni di tanti cittadini, imprenditori, commercianti e artigiani di questa parte d’Italia abituata da sempre a correre, porsi traguardi, innovare. Abbiamo capito tutti che le conseguenze sociali ed economiche di questa emergenza saranno pesanti e ci vorrà molto tempo per tornare alla normalità. Avremo il tempo per valutare se i comportamenti del governo e delle autorità pubbliche siano stati all’altezza della situazione. E se questi provvedimenti senza precedenti siano stati presi con la necessaria preparazione. Ora però è il tempo di fare tutto quello che serve per frenare e infine bloccare i contagi. Possiamo farlo solo ascoltando con attenzione cosa ci dicono gli esperti, adottando tutti i comportamenti e tutte le precauzioni che possono portarci fuori da questa situazione. Le regole le abbiamo ascoltate ossessivamente in questi giorni: regole sanitarie e regole di comportamento. Da quello che abbiamo visto nelle nostre strade, e nelle nostre comunità, non tutti le hanno rispettate. Qualcuno può aver pensato «non mi riguarda, a me non accadrà». Invece adesso è importante che tutti facciano la loro parte: chi ci governa, chi ci amministra, ma anche ognuno di noi. È il tempo della cautela e della responsabilità. Prima faremo tutto ciò che è necessario, prima ne usciremo. E torneremo a quello che ci manca, che ci fa sentire in un angolo. Consapevoli che una comunità come la nostra è forte perché è unita, responsabile e fiduciosa. Ha fiducia nei suoi medici, nei suoi ricercatori e in chi fronteggia il virus. Ha fiducia in sé stessa e capace, con i gesti di oggi, di guardare con ottimismo e voglia di ripartire a quel futuro che deve arrivare il prima possibile.

Coronavirus, in Lombardia si potrà entrare e uscire solo per gravi motivi. Chiusura per discoteche, palestre e impianti da sci. Pubblicato sabato, 07 marzo 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. L’ingresso in Lombardia e in alcune province di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte sarà consentito solo per motivi «gravi e indifferibili», di lavoro o di famiglia. Lo prevede il decreto che sarà emanato nelle prossime ore dal governo «per fermare il contagio da Coronavirus». Le restrizioni dovrebbero restare in vigore almeno fino al 3 aprile. Nel provvedimento viene stabilita una «zona di sicurezza» dove sono previste limitazioni strettissime. In particolare: sospensione delle attività sciistiche, sospensione di eventi pubblici. Chiusi musei, palestre, piscine, teatri, stop ai concorsi pubblici ad esclusione del personale sanitario. Bar e ristoranti dovranno mantenere l’obbligo di distanza di un metro altrimenti l’attività sarà sospesa. Le attività commerciali dovranno rispettare la distanza di un metro per i clienti altrimenti scatterà la sanzione. Se non riescono per motivi strutturali dovranno chiudere chiusura. Divieto di accesso pronto soccorso, hospice. Le riunioni di lavoro dovranno essere rinviate e si dovrà privilegiare lo smart working. Nel decreto c’è un invito a limitare la mobilità interna alle «zone di sicurezza». Nelle prossime ore scatteranno altri divieti in tutta Italia . Saranno chiuse discoteche, locali da ballo e feste, pub e sale giochi, sale scommesse e bingo. Non si potranno organizzare feste o eventi pubblici. I ristoranti e bar dovranno mantenere un metro di distanza. 

Quali sono le «comprovate esigenze» e come si dimostrano? I treni e gi aerei viaggiano? Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. I decreti in vigore prevedono una «zona rossa» e una «zona arancione».

Chi si può spostare? Dalla «zona rossa» non si può uscire e non si può entrare per nessun motivo. Dalla «zona arancione» si può entrare e uscire «soltanto per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o per motivi di salute». A chi si trova fuori al momento dell’entrata in vigore del decreto «è consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione e residenza». All’interno di entrambe le zone è chiesto di limitare gli spostamenti. Non ci si può spostare da una «zona arancione» all’altra se non per comprovate esigenze.

Quali sono le comprovate esigenze? Chi viene fermato dovrà dimostrare di avere le necessità di effettuare lo spostamento e dunque un certificato medico se si tratta di esigenze sanitarie oppure una lettera del datore di lavoro o un documento comprovante l’esigenza lavorativa.

Chi effettuerà i controlli? Il decreto affida «al prefetto l’esecuzione delle misure». I controlli devono essere effettuati dalle forze dell’ordine. Vuol dire che ci saranno posti di blocco ai caselli autostradali e controlli all’interno degli aeroporti e delle stazioni.

Si possono prendere i mezzi pubblici? Non ci sono limitazioni particolari per i trasporti urbani se non quella di mantenere il metro di distanza. I treni e gli aerei da e per le «zone arancioni» viaggiano regolarmente. Chi ne usufruisce dovrà però giustificare il viaggio.

Musei, palestre, piscine, discoteche, pub e sale giochi: si può entrare? Le attività sono sospese fino al 3 aprile e dunque il pubblico non può entrare.

Si possono frequentare bar e ristoranti? Le attività sono consentite mantenendo la distanza di un metro tra il personale e i clienti e tra i clienti. Chi non la rispetta rischia la chiusura. Chi non ha la metratura sufficiente per rispettarla deve chiudere.

Nei negozi si può entrare? Le attività commerciali sono aperte ma devono far rispettare la distanza di 1 metro. Nei centri commerciali e nei mercati devono chiudere il sabato e la domenica. Sono escluse farmacie, parafarmacie e negozi alimentari che devono comunque far rispettare la distanza di un metro tra il personale e i clienti e tra i clienti in fila.

Ci sono multe per chi non rispetta le prescrizioni? Chi non rispetta il decreto rischia la denuncia per l’articolo 650 del codice penale: inosservanza di un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene (2). Prevede l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro.

Quando entrano in vigore le nuove regole? Anche se il decreto non è stato ancora pubblicato in Gazzetta ufficiale, le prescrizioni valgono dalla mezzanotte tra sabato 7 marzo e domenica 8 marzo.

Coronavirus, a Milano Centrale il trasporto prosegue regolare: "Al momento nessuna direttiva". Daniele Alberti su La Repubblica Tv l'8 marzo 2020. Dalla giornata odierna fino a venerdì 3 aprile l'intera Lombardia e 14 altre province che cadono in Piemonte, Emilia Romagna, Marche sono diventate zona rossa. In particolare si indica ai residenti di "evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori", si legge nell'ultima bozza del decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Nella notte di sabato 7 marzo la stazione di Milano Porta Garibaldi è stata presa d’assalto da diversi cittadini per prendere l’ultimo treno delle 23.30 diretto a Salerno. Questa mattina in una stazione Centrale deserta la circolazione dei mezzi ferroviari è ancora regolare con diversi cittadini in partenza.

Stretta del governo, Lombardia e 14 province in isolamento. Conte: "Cambiare lo stile di vita". Un nuovo provvedimento del governo estende la zona rossa. Spostamenti bloccati, permessi solo in caso di emergenza. "Sospensione" su tutto il territorio nazionale per cinema, teatri, musei, sale da gioco e Bingo. Nelle zone blindate, invece, stop anche a palestre, piscine, centri benessere e stazioni sciistiche. Centri commerciali aperti solo dal lunedì al venerdì. Governatori critici. Lombardia: "Direzione giusta, bozza pasticciata". Emilia Romagna: "Cerchiamo soluzioni più coerenti". Veneto: "Soluzione sproporzionata". La Repubblica l'08 marzo 2020. Definite le nuove misure nazionali di contenimento dell'emergenza coronavirus. Nell'articolo 1 del nuovo decreto del governo, firmato alle 3.20 di questa notte e pubblicato oggi alle 13 in Gazzetta ufficiale, compare il divieto di ingresso e di uscita dalla Lombardia e da altre 14 province, e l'estensione delle zone controllate a Piemonte ed Emilia-Romagna. Nel dettaglio, le province diventate "zona rossa" sono le seguenti: Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti, Vercelli, Novara, Verbano Cusio Ossola e Alessandria. Tutte le nuove disposizioni sono valide dall'8 marzo fino al 3 aprile. Erano passate da poco le 2 di notte, quando  il presidente del Consiglio Conte ha tenuto una conferenza stampa, indispensabile dopo una lunga giornata piena di dubbi generati dalla diffusione di una bozza del decreto del governo. "È necessario chiarire quel che è successo, una cosa inaccettabile: un dpcm, che stavamo formando a livello di governo per regolamentare le nuove misure che entrano in vigore subito, lo abbiamo letto su tutti i giornali. Ne va della correttezza dell'operato del governo e della sicurezza degli italiani. Questa pubblicazione ha creato incertezza, insicurezza, confusione e non lo possiamo accettare". Conte ha spiegato di aver raccolto sino alle 19 le indicazioni e i pareri dei ministri competenti e presidenti di regioni, ma l'iter non era completato". "Adesso il decreto del presidente del Consiglio è stato elaborato nella sua versione definitiva: sono pervenute le osservazioni delle regioni e tra qualche ora sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale e sarà vigente". "Sarà consentito il rientro al proprio domicilio", ha sottolineato, "ma non possiamo più permetterci nelle aree previste dal decreto forme di aggregazione". "D'ora in poi chi avrà febbre da più di 37,5 gradi centigradi e infezioni respiratorie è fortemente raccomandato di restar presso proprio domicilio, a prescindere che siano positivi o no. Contattino il medico curante", ha spiegato Conte. "Divieto assoluto di mobilità per chi sia stato in quarantena, dobbiamo limitare il contagio del virus e evitare il sovraccarico delle strutture ospedaliere. Con il nuovo decreto non ci sono più le zone rosse, i focolai stabiliti all'inizio. Non c'è più motivo di tenere le persone di Vò e del lodigiano in una zona rossa confinate. Sono state create zone più ampie". "Queste misure - ha continuato il premier - provocheranno disagio ma questo è il momento dell'auto-responsabilità, non del fare i furbi. Tutelare soprattutto la salute dei nostri nonni". Sono sospese in tutta Italia, ha precisato Conte, manifestazioni, eventi, spettacoli di qualsiasi natura, compresi quelli cinematografici e teatrali, in qualsiasi luogo, pubblico o privato. E poi le attività di pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati, con sanzione della sospensione dell'attività in caso di violazione. Sospesa l'apertura dei musei e degli altri istituti di cultura. "Le forze di polizia - ha poi sottolineato il premier - saranno legittimate a chiedere conto ai cittadini che si muovono sui territori interessati dalle nuove norme per il contenimento del Coronavirus: è un divieto non assoluto di muoversi ma la necessità di motivarlo sulla base di specifiche indicazioni. E' insomma una ridotta mobilità". In Lombardia e nelle 14 province interessate dal nuovo dpcm sul Coronavirus bar e ristoranti potranno stare aperti dalle 6 alle 18 purché garantiscano almeno un metro di distanza tra i clienti: la sanzione della sospensione dell'attività in caso di violazione; "Ci rendiamo conto che è molto severa ma non possiamo più consentire contagi". Non pienamente soddisfatti i governatori di Lombardia ed Emilia Romagna. Attilio Fontana commenta: "La bozza del provvedimento del governo sembra andare nella direzione giusta ma non posso non evidenziare che sia a dir poco pasticciata". Più critico Stefano Bonaccini: "Ho chiesto al presidente Conte e al ministro Speranza, in una logica di leale collaborazione, di poter lavorare ancora alcune ore per addivenire alle soluzioni più coerenti e condivise". Il Veneto lo giudica "una misura sproporzionata" e chiede lo  stralcio delle "tre province di Padova Treviso e Venezia" dal decreto.  "Mi assumo la responsabilità politica di questo momento, ce la faremo" ha concluso Conte.

Fiorenza Sarzanini per Corriere.it l'8 marzo 2020. L’ingresso in Lombardia e in alcune province di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte sarà consentito solo per motivi «gravi e indifferibili», di lavoro o di famiglia. Lo prevede il decreto che sarà emanato nelle prossime ore dal governo «per fermare il contagio da Coronavirus». Le restrizioni dovrebbero restare in vigore almeno fino al 3 aprile. Nel provvedimento viene stabilita una «zona di sicurezza» dove sono previste limitazioni strettissime. In particolare: sospensione delle attività sciistiche, sospensione di eventi pubblici. Chiusi musei, palestre, piscine, teatri, stop ai concorsi pubblici ad esclusione del personale sanitario. Bar e ristoranti dovranno mantenere l’obbligo di distanza di un metro altrimenti l’attività sarà sospesa. Le attività commerciali dovranno rispettare la distanza di un metro per i clienti altrimenti scatterà la sanzione. Se non riescono per motivi strutturali dovranno chiudere chiusura. Divieto di accesso pronto soccorso, hospice. Le riunioni di lavoro dovranno essere rinviate e si dovrà privilegiare lo smart working. Nel decreto c’è un invito a limitare la mobilità interna alle «zone di sicurezza».  Nelle prossime ore scatteranno altri divieti in tutta Italia . Saranno chiuse discoteche, locali da ballo e feste, pub e sale giochi, sale scommesse e bingo. Non si potranno organizzare feste o eventi pubblici. I ristoranti e bar dovranno mantenere un metro di distanza.

(Misure urgenti di contenimento del contagio nella regione Lombardia e nelle province di Province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini; Pesaro e Urbino; Venezia, Padova, Treviso; Asti e Alessandria )

1. Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 nella regione Lombardia e nelle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria sono adottate le seguenti misure:

a) evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonche all’interno dei medesimi territori di cui al presente articolo, salvo che per gli spostamenti motivati da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza;

b) ai soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (maggiore di37,5° C) e fortemente raccomandato di rimanere presso il proprio domicilio e di limitare al massimo i contatti sociali, contattando il proprio medico curante;

c) divieto assoluto di mobilita dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena ovvero risultati positivi al virus;

d) sono sospesi gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, in luoghi pubblici o privati. Resta consentito lo svolgimento dei predetti eventi e competizioni, nonchè delle sedute di allenamento degli atleti agonisti, all’interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse, ovvero all’aperto senza la presenza di pubblico. In tutti tali casi, le associazioni e le società sportive, a mezzo del proprio personale medico, sono tenute ad effettuare i controlli idonei a contenere il rischio di diffusione del virus COVID-19 tra gli atleti, i tecnici, i dirigenti e tutti gli accompagnatori che vi partecipano. Lo sport di base e le attività motorie in genere, svolte all’aperto sono ammessi esclusivamente a condizione che sia possibile consentire il rispetto della distanza interpersonale di un metrod) si raccomanda ai datori di lavoro pubblici e privati di anticipare, durante il periodo di efficacia del presente decreto, la fruizione da parte dei lavoratori dipendenti dei periodi di congedo ordinario o di ferie;

e) sono chiusi gli impianti nei comprensori sciistici;

f) sono sospese tutte le manifestazioni organizzate, nonchè gli eventi in luogo pubblico

o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati; nei predetti luoghi e sospesa ogni attività;

g) l’apertura dei luoghi di culto e condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro. Sono sospese le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri;

h) sono sospesi i servizi educativi per l’infanzia di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65 e le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, nonchè della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, comprese le Università e le Istituzioni di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica, di corsi professionali, master, corsi per le professioni sanitarie e università per anziani, ferma in ogni caso la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza ad esclusione dei corsi per i medici in formazione specialistica e dei corsi di formazione specifica in medicina generale, nonchè delle attività dei tirocinanti delle professioni sanitarie, .Al fine di mantenere il distanziamento sociale, e da escludersi qualsiasi altra forma di aggregazione alternativa;

i) sono chiusi i musei e gli altri istituti e luoghi della cultura di cui all’articolo 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42;

j) sono sospese le procedure concorsuali pubbliche e private ad esclusione dei casi in cui la valutazione dei candidati e effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica; sono inoltre esclusi dalla sospensione i concorsi per il personale sanitario, ivi compresi gli esami di Stato e di abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo, e quelli per il personale della protezione civile, i quali devono svolgersi preferibilmente con modalità a distanza o, in caso contrario, garantendo la distanza di sicurezza interpersonale di un metro;

k) sono consentite le attività di ristorazione e dei bar, con obbligo, a carico del gestore, di far rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, con sanzione della sospensione dell’attività in caso di violazione;

l) sono consentite le attività commerciali diverse da quelle di cui alla lettera precedente a condizione che il gestore garantisca un accesso ai predetti luoghi con modalità contingentate o comunque idonee a evitare assembramenti di persone, tenuto conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza di almeno un metro tra i visitatori, con sanzione della sospensione dell’attività in caso di violazione. In presenza di condizioni strutturali o organizzative che non consentano il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro, le richiamate strutture dovranno essere chiuse);

m) e fatto divieto agli accompagnatori dei pazienti di permanere nelle sale di attesa dei dipartimenti emergenze e accettazione e dei pronto soccorso (DEA/PS), salve specifiche diverse indicazioni del personale sanitario preposto;

n) l’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite (RSA), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e non, e limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura, che e tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezione;

o) sono sospesi i congedi ordinari del personale sanitario e tecnico, nonchè del personale le cui attività siano necessarie a gestire le attività richieste dalle unita di crisi costituite a livello regionale;

p) sono adottate in tutti i casi possibili, nello svolgimento di incontri o riunioni, modalità di collegamento da remoto con particolare riferimento a strutture sanitarie e sociosanitarie, servizi di pubblica utilità e coordinamenti attivati nell’ambito dell’emergenza COVID-19, comunque garantendo il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro ed evitando assembramenti;

q) nelle giornate festive e prefestive sono chiuse le medie e grandi strutture di vendita, nonchè gli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati. Nei giorni feriali, il gestore dei richiamati esercizi deve comunque garantire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro, con sanzione della sospensione dell’attività in caso di violazione. In presenza di condizioni strutturali o organizzative che non consentano il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro, le richiamate strutture dovranno essere chiuse. La chiusura non e disposta per farmacie, parafarmacie e punti vendita di generi alimentari, il cui gestore e chiamato a garantire comunque il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro, con sanzione della sospensione dell’attività in caso di violazione;

r) sono sospese le attività di palestre, centri sportivi, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali (fatta eccezione per l’erogazione delle prestazioni rientranti nei livelli essenziali di assistenza), centri culturali, centri sociali, centri ricreativi.

Coronavirus, cosa si può fare e non fare fino al 3 aprile: il vademecum. Pubblicato martedì, 10 marzo 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Il premier Giuseppe Conte ha esteso a tutte le Regioni d’Italia, a partire da martedì 10 marzo e fino al 3 aprile, le misure già attive da domenica in Lombardia e in altre 14 province e relative all’emergenza Coronavirus (qui i dati aggiornati dell’epidemia). Ecco nello specifico cosa prevedono le misure del nuovo decreto. L’Italia — tutta — è definita «zona di sicurezza» (non si usa più il termine «zona rossa», e le vecchie «zone rosse» di Vo’ Euganeo e dei comuni del Lodigiano non esistono più) fino al 3 aprile 2020 per tentare di fermare la corsa del virus, che ha contagiato — al 9 marzo, stando ai dati forniti dalla Protezione civile — 9.172 persone, 463 delle quali sono morte (724 i guariti, oltre 700 in terapia intensiva: qui tutti i dati). Non si può uscire di casa a meno che non ci siano dei comprovati motivi: il decreto parla esplicitamente di divieto di spostamento se non per «comprovati motivi di lavoro» oppure «gravi esigenze familiari o sanitarie». La linea imposta dal decreto prevede di mantenere sempre, in ogni caso, la distanza di almeno un metro dalle altre persone.

Sono vietati tutti gli spostamenti e chi ha necessità di uscire di casa deve giustificarlo. Per essere esenti basta l’autocertificazione (ecco il modulo) . Si può utilizzare il modulo del ministero dell’Interno (scaricabile qui: la parte che occorre è a pagina 3). Il modulo che trovate, per ora, riporta ancora le indicazioni relative alle zone di sicurezza (Lombardia e 14 Province) ma vale già per tutto il territorio nazionale: insomma, se lo si scarica e compila, va bene per tutta Italia. Chi non può scaricarlo e stamparlo può copiare il testo su un foglio e portare la dichiarazione con sé. Chi deve fare sempre lo stesso spostamento può utilizzare un unico modulo specificando che si tratta di un impegno a cadenza fissa. La stessa modalità vale anche per chi ha esigenze familiari che si ripetono quotidianamente oppure a scadenze fisse e dunque può indicare la frequenza degli spostamenti senza bisogno di utilizzare moduli diversi. Ad esempio chi deve spostarsi tra i comuni per raggiungere i figli o altri parenti da assistere oppure per impegni di carattere sanitario. Se si viene fermati si può fare una dichiarazione verbale che le forze dell’ordine trascriveranno ma sulla quale potranno fare verifiche anche successive. Spetta poi al cittadino dimostrare di aver detto la verità.

Uscire per andare a lavorare si può: basta scriverlo nell’autocertificazione. Bisogna dimostrare le esigenze che non consentono lo smart working — cioè spiegare alle forze dell’ordine, nel caso in cui si venisse fermati, che la propria azienda non fa smart working o che, per il proprio ruolo, è materialmente impossibile evitare la presenza fisica in ufficio, in azienda, in studio.

Si può uscire per assistere un familiare malato oppure per andare a riprendere i figli in caso di separazione.

Certo: si può uscire per andare dal medico, fare analisi ed altri esami diagnostici, controlli. Ripetiamo però che, nel caso in cui si temesse di aver contratto il virus, non bisogna in nessun caso andare al pronto soccorso: bisogna chiamare i numeri verdi regionali (li trovate qui). Non solo: chi ha 37,5 di febbre non deve uscire di casa, come indicato con chiarezza nel decreto.

Si può uscire per fare la spesa — per questo è sbagliato, e pericoloso, affollarsi oggi nei negozi di alimentari per fare scorte — ma anche per tutti gli altri prodotti. I negozi sono aperti e dunque qualsiasi compera è consentita. L’importante è mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro .

È consentito andare a correre e fare altri sport all’aperto purché si stia a distanza dagli altri.

Sono aperti tutti i giorni - anche gli alimentari: ecco perché (ci ripetiamo, ma è meglio farlo) non occorre affollarsi ora nei negozi per fare scorte di cibo - ma nei centri commerciali e nei mercati devono essere chiusi il sabato e la domenica

Sì, sono aperte. Nei centri commerciali e nei mercati sono aperte il sabato e la domenica.

Sono aperti tutti i giorni, ma solo fino alle 18.

Sono vietati gli assembramenti: quindi anche all’aperto bisogna mantenere la distanza di sicurezza. Vietato stazionare davanti ai locali oppure in strada a gruppetti. La misura mira a impedire ai giovani di uscire o comunque di stare a distanza ravvicinata. Sono chiusi, in tutta Italia, fino al 3 aprile. Sono chiuse fino al 3 aprile.

Coronavirus: il vademecum del Governo su cosa fare e cosa no. Il Corriere del Giorno il 10 Marzo 2020. E’ possibile fare acquisti ma solo di stretta necessità (come ad esempio delle lampadine di ricambio se fulminate). E’ possibile e consentita l’assistenza ad anziani non autosufficienti. Ecco le misure del decreto #IoRestoaCasa spiegate con domande e risposte sul sito del governo:  semaforo verde per acquisti di stretta necessità , comprese ad esempio  le lampadine di ricambio se se ne fulmina una in casa, alle attività motorie all’aperto ma non in gruppo; all’assistenza dei cari anziani non autosufficienti.

ZONE INTERESSATE DAL DECRETO

Ci sono differenze all’interno del territorio nazionale? No, per effetto del Dpcm del 9 marzo le regole sono uguali su tutto il territorio nazionale e sono efficaci dalla data del 10 marzo e sino al 3 aprile.

Sono ancora previste zone rosse? No, non sono più previste zone rosse. Le limitazioni che erano previste nel precedente Dpcm del 1° marzo (con l’istituzione di specifiche zone rosse) sono cessate. Ormai, con il Dpcm del 9 marzo, le regole sono uguali per tutti.

SPOSTAMENTI

Cosa si intende per “evitare ogni spostamento delle persone fisiche”? Ci sono dei divieti? Si può uscire per andare al lavoro? Chi è sottoposto alla misura della quarantena, si può spostare? Si deve evitare di uscire di casa. Si può uscire per andare al lavoro o per ragioni di salute o per altre necessità, quali, per esempio, l’acquisto di beni essenziali. Si deve comunque essere in grado di provarlo, anche mediante autodichiarazione che potrà essere resa su moduli prestampati già in dotazione alle forze di polizia statali e locali. La veridicità delle autodichiarazioni sarà oggetto di controlli successivi e la non veridicità costituisce reato. È comunque consigliato lavorare a distanza, ove possibile, o prendere ferie o congedi. Senza una valida ragione, è richiesto e necessario restare a casa, per il bene di tutti. È previsto anche il “divieto assoluto” di uscire da casa per chi è sottoposto a quarantena o risulti positivo al virus.

Se abito in un comune e lavoro in un altro, posso fare “avanti e indietro”? Sì, è uno spostamento giustificato per esigenze lavorative.

Ci sono limitazioni negli spostamenti per chi ha sintomi da infezione respiratoria e febbre superiore a 37,5? In questo caso si raccomanda fortemente di rimanere a casa, contattare il proprio medico e limitare al massimo il contatto con altre persone.

Cosa significa “comprovate esigenze lavorative”? Come faranno i lavoratori autonomi a dimostrare le “comprovate esigenze lavorative”? È sempre possibile uscire per andare al lavoro, anche se è consigliato lavorare a distanza, ove possibile, o prendere ferie o congedi. “Comprovate” significa che si deve essere in grado di dimostrare che si sta andando (o tornando) al lavoro, anche tramite l’autodichiarazione vincolante di cui alla FAQ n. 1 o con ogni altro mezzo di prova , la cui non veridicità costituisce reato. In caso di controllo, si dovrà dichiarare la propria necessità lavorativa. Sarà cura poi delle Autorità verificare la veridicità della dichiarazione resa con l’adozione delle conseguenti sanzioni in caso di false dichiarazioni.

Come si devono comportare i transfrontalieri? I transfrontalieri potranno entrare e uscire dai territori interessati per raggiungere il posto di lavoro e tornare a casa. Gli interessati potranno comprovare il motivo lavorativo dello spostamento con qualsiasi mezzo (vedi faq precedente).

Ci saranno posti di blocco per controllare il rispetto della misura? Ci saranno controlli. In presenza di regole uniformi sull’intero territorio nazionale, non ci saranno posti di blocco fissi per impedire alle persone di muoversi. La Polizia municipale e le forze di polizia, nell’ambito della loro ordinaria attività di controllo del territorio, vigileranno sull’osservanza delle regole. Chi si trova fuori dal proprio domicilio, abitazione o residenza potrà rientrarvi? Sì, chiunque ha diritto a rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza, fermo restando che poi si potrà spostare solo per esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute.

È possibile uscire per andare ad acquistare generi alimentari? I generi alimentari saranno sempre disponibili? Sì, si potrà sempre uscire per acquistare generi alimentari e non c’è alcuna necessità di accaparrarseli ora perché saranno sempre disponibili.

È consentito fare attività motoria? Sì, l’attività motoria all’aperto è consentita purché non in gruppo.

Si può uscire per acquistare beni diversi da quelli alimentari? Si, ma solo in caso di stretta necessità (acquisto di beni necessari, come ad esempio le lampadine che si sono fulminate in casa).

Posso andare ad assistere i miei cari anziani non autosufficienti? Sì, è una condizione di necessità. Ricordate però che gli anziani sono le persone più vulnerabili e quindi cercate di proteggerle dai contatti il più possibile.

TRASPORTI

Sono previste limitazioni per il transito delle merci? No, nessuna limitazione. Tutte le merci (quindi non solo quelle di prima necessità) possono essere trasportate sul territorio nazionale. Il trasporto delle merci è considerato come un’esigenza lavorativa: il personale che conduce i mezzi di trasporto può spostarsi, limitatamente alle esigenze di consegna o prelievo delle merci.

I corrieri merci possono circolare? Sì, possono circolare.

Sono un autotrasportatore. Sono previste limitazioni alla mia attività lavorativa? No, non sono previste limitazioni al transito e all’attività di carico e scarico delle merci.

Esistono limitazioni per il trasporto pubblico non di linea? No. Non esistono limitazioni per il trasporto pubblico non di linea. Il servizio taxi e di Ncc non ha alcuna limitazione in quanto l’attività svolta è considerata esigenza lavorativa.

UFFICI E DIPENDENTI PUBBLICI

Gli uffici pubblici rimangono aperti? Sì, su tutto il territorio nazionale. L’attività amministrativa è svolta regolarmente. In ogni caso quasi tutti i servizi sono fruibili on line. E’ prevista comunque la sospensione delle attività didattiche e formative in presenza di scuole, nidi, musei, biblioteche.

Il decreto dispone per addetti, utenti e visitatori degli uffici delle pubbliche amministrazioni, sull’intero territorio nazionale, la messa a disposizione di soluzioni disinfettanti per l’igiene delle mani.

Nel caso di difficoltà di approvvigionamento di tali soluzioni e conseguente loro indisponibilità temporanea, gli uffici devono rimanere comunque aperti? Gli uffici devono rimanere comunque aperti. La presenza di soluzioni disinfettanti è una misura di ulteriore precauzione ma la loro temporanea indisponibilità non giustifica la chiusura dell’ufficio, ponendo in atto tutte le misure necessarie per reperirle.

Il dipendente pubblico che ha sintomi febbrili è in regime di malattia ordinaria o ricade nel disposto del decreto-legge per cui non vengono decurtati i giorni di malattia? Rientra nel regime di malattia ordinaria. Qualora fosse successivamente accertato che si tratta di un soggetto che rientra nella misura della quarantena o infetto da COVID-19, non si applicherebbe la decurtazione.

Sono un dipendente pubblico e vorrei lavorare in smart working. Che strumenti ho? Le nuove misure incentivano il ricorso allo smart working, semplificandone l’accesso. Compete al datore di lavoro individuare le modalità organizzative che consentano di riconoscere lo smart working al maggior numero possibile di dipendenti. Il dipendente potrà presentare un’istanza che sarà accolta sulla base delle modalità organizzative previste.

PUBBLICI ESERCIZI

Bar e ristoranti possono aprire regolarmente? È consentita l’attività di ristorazione e bar dalle 6.00 alle 18.00, con obbligo a carico del gestore di predisporre le condizioni per garantire la possibilità del rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, con sanzione della sospensione dell’attività in caso di violazione.

Si potranno comunque effettuare consegne a domicilio di cibi e bevande? Il limite orario dalle 6.00 alle 18.00 è riferito solo all’apertura al pubblico. L’attività può comunque proseguire negli orari di chiusura al pubblico mediante consegne a domicilio. Sarà cura di chi organizza l’attività di consegna a domicilio – lo stesso esercente ovvero una cosiddetta piattaforma – evitare che il momento della consegna preveda contatti personali.

Sono gestore di un pub. Posso continuare ad esercitare la mia attività? Il divieto previsto dal DPCM riguarda lo svolgimento nei pub di ogni attività diversa dalla somministrazione di cibi e bevande. È possibile quindi continuare a somministrare cibo e bevande nei pub, sospendendo attività ludiche ed eventi aggregativi (come per esempio la musica dal vivo, proiezioni su schermi o altro), nel rispetto delle limitazioni orarie già previste per le attività di bar e ristoranti (dalle 6.00 alle 18.00) e, comunque, con l’obbligo di far rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Cosa è previsto per teatri, cinema, musei, archivi, biblioteche e altri luoghi della cultura? E’ prevista la chiusura al pubblico su tutto il territorio nazionale.

SCUOLA

Cosa prevede il decreto per le scuole? Nel periodo sino al 3 aprile 2020, è sospesa la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado. Resta la possibilità di svolgimento di attività didattiche a distanza, tenendo conto, in particolare, delle specifiche esigenze degli studenti con disabilità.

UNIVERSITA’

Cosa prevede il decreto per le università? Nel periodo sino al 3 aprile 2020, è sospesa la frequenza delle attività di formazione superiore, comprese le università e le istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica, di corsi professionali, master e università per anziani. Resta la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza, tenendo conto, in particolare, delle specifiche esigenze degli studenti con disabilità. Non è sospesa l’attività di ricerca.

Si possono tenere le sessioni d’esame e le sedute di laurea? Sì, potranno essere svolti ricorrendo in via prioritaria alle modalità a distanza o comunque adottando le precauzioni di natura igienico sanitaria ed organizzative indicate dal Dpcm del 4 marzo; nel caso di esami e sedute di laurea a distanza, dovranno comunque essere assicurate le misure necessarie a garantire la prescritta pubblicità.

Si possono tenere il ricevimento degli studenti e le altre attività? Sì. Corsi di dottorato, ricevimento studenti, test di immatricolazione, partecipazione a laboratori, etc., potranno essere erogati nel rispetto delle misure precauzionali igienico sanitarie, ricorrendo in via prioritaria alle modalità a distanza. Anche in questo caso particolare attenzione dovrà essere data agli studenti con disabilità.

Cosa si prevede per i corsi per le specializzazioni mediche? Dalla sospensione sono esclusi i corsi post universitari connessi con l’esercizio delle professioni sanitarie, inclusi quelli per i medici in formazione specialistica, e le attività dei tirocinanti delle professioni sanitarie e medica. Non è sospesa l’attività di ricerca.

Cosa succede a chi è in Erasmus? Per quanto riguarda i progetti Erasmus+, occorre riferirsi alle indicazioni delle competenti Istituzioni europee, assicurando, comunque, ai partecipanti ogni informazione utile.

CERIMONIE ED EVENTI

Cosa prevede il decreto su cerimonie, eventi e spettacoli ? Su tutto il territorio nazionale sono sospese tutte le manifestazioni organizzate nonché gli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo, religioso e fieristico, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico (quali, a titolo d’esempio, cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati).

Si può andare in chiesa o negli altri luoghi di culto? Si possono celebrare messe o altri riti religiosi? Fino al 3 aprile sono sospese su tutto il territorio nazionale tutte le cerimonie civili e religiose, compresi i funerali. Pertanto è sospesa anche la celebrazione della messa e degli altri riti religiosi, come la preghiera del venerdì mattina per la religione islamica. Sono consentiti l’apertura e l’accesso ai luoghi di culto, purché si evitino assembramenti e si assicuri la distanza tra i frequentatori non inferiore a un metro.

TURISMO

Cosa prevede il decreto per gli spostamenti per turismo? Sull’intero territorio nazionale gli spostamenti per motivi di turismo sono assolutamente da evitare. I turisti italiani e stranieri che già si trovano in vacanza debbono limitare gli spostamenti a quelli necessari per rientrare nei propri luoghi di residenza, abitazione o domicilio. Poiché gli aeroporti e le stazioni ferroviarie rimangono aperti, i turisti potranno recarvisi per prendere l’aereo o il treno e fare rientro nelle proprie case. Si raccomanda di verificare lo stato dei voli e dei mezzi di trasporto pubblico nei siti delle compagnie di trasporto terrestre, marittimo e aereo.

Come trova applicazione la limitazione relativa alle attività di somministrazione e bar, alle strutture turistico ricettive? Le strutture ricettive possono svolgere attività di somministrazione e bar anche nella fascia oraria dalle ore 18 alle ore 6, esclusivamente in favore dei propri clienti e nel rispetto di tutte le precauzioni di sicurezza di cui al Dpcm dell’8 marzo.

Come si deve comportare la struttura turistico ricettiva rispetto ad un cliente? Deve verificare le ragioni del suo viaggio? Non compete alla struttura turistico ricettiva la verifica della sussistenza dei presupposti che consentono lo spostamento delle persone fisiche.

AGRICOLTURA

Sono previste limitazioni per il trasporto di animali vivi, alimenti per animali e di prodotti agroalimentari e della pesca? No, non sono previste limitazioni.

Se sono un imprenditore agricolo, un lavoratore agricolo, anche stagionale, sono previste limitazioni alla mia attività lavorativa? No, non sono previste limitazioni.

Coronavirus, chiuse Lombardia e 14 province: stretta per 16 milioni di abitanti. Redazione de Il Riformista 8 Marzo 2020. Alla fine l’incubo temuto si è materializzato: col decreto firmato nella notta dal presidente del Consiglio il governo ha messo buona parte del Nord Italia ‘in quarantena’ fino al 3 aprile. Il Dpcm mette nell’area off limits Lombardia e 14 altre province di Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Marche. Nella zona rossa entra infatti Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti, Alessandria, Novara, Vercelli e Verbano Cusio Ossola, tre province in più rispetto alla bozza iniziata a circolare già nella serata di sabato. Il totale di residenti interessati dal decreto supera i 16 milioni. Il decreto non prevede un “divieto assoluto”, come spiegato dallo stesso Giuseppe Conte in una conferenza stampa convocata alle 2 di notte. “Non si ferma tutto”, aggiunge il premier, treni e aerei saranno ancora disponibili ma sarà possibile muoversi solo per comprovate esigenze lavorative o per emergenze e motivi di salute. A far rispettare l’ordinanza ci penseranno le forze dell’ordine, che potranno fermare i cittadini e chiedere loro perché si stiano spostando nei territori della zona rossa.

LE RESTRIZIONI IN ZONA ROSSA – Per le aree in quarantena sono stati adottati provvedimenti estremi: da evitare lo spostamento delle persone in entrata e uscita dai territori in zona rossa, salvo se per per comprovate esigenze lavorative o per emergenze e motivi di salute; divieto assoluto di mobilità per le persone in quarantena; in caso di infezioni respiratorie o febbre superiore a 37.5° è fortemente raccomandato di restare a casa e limitare i contatti; sospesi eventi e eventi e competizioni sportive, con l’eccezione per atleti professionisti e di categoria assoluta, purché le attività si svolgano a porte chiuse; chiusi gli impianti sciistici; chiusi cinema, teatri, pub, sale scommesse, discoteche; chiuse anche le scuole e università, che potranno continuare le attività con la didattica a distanza; chiusi musei e istituti culturali; sospese le cerimonie civili e religiose, compresi i funerali; le attività di ristorazione e bar sono consentite dalle 6 alle 18 sempre nel rispetto della regola della distanza di almeno un metro fra le persone.

LE PAROLE DI CONTE – “Mi assumo la responsabilità politica di questo momento, ce la faremo”, ha detto il premier Conte nella conferenza stampa convocata in piena notte. “Non è un divieto assoluto ma una ridotta mobilità – ha precisato il presidente del Consiglio – Non si ferma tutto ma entrare nella logica che ci sono delle regole da rispettare. Lo dico a tutti: i nostri figli devono capire che non è occasione di contatto, ma leggere e seguire la didattica a distanza”. Conte ha rimarcato come il Paese sta “affrontando un’emergenza nazionale, lo abbiamo fatto dall’inizio con misure di massima cautela, senza sottovalutare. Ci stiamo muovendo con lucidità, coraggio, determinazione”. Il premier è anche tornato sulla fuga di notizie che ha consentito la pubblicazione di una bozza del decreto già nella serata di ieri, definendola “”irresponsabile” e “rischiosa per la sicurezza”.

LA FUGA DA MILANO – Dopo la pubblicazione della bozza del Dpcm, diverse centinaia di persone hanno preso d’assalto la stazione centrale di Milano per prendere i treni diretti verso il Mezzogiorno. Le persone, in barba all’appello alla responsabilità lanciato da tutte le autorità nazionali, per il timore di ritrovarsi improvvisamente bloccati in città con l’estensione della zona rossa, sono salite sui treni per “evadere” da Milano e dalla Lombardia. 

Coronavirus, la Lombardia diventa "zona rossa": fuga da Milano sui treni notturni, poi in stazione torna la calma. Uno dei treni presi d'assalto in serata. Centinaia di persone alla Stazione Centrale e a Porta Garibaldi hanno riempito i treni in partenza per il Sud. Terminal dei bus affollati di prima mattina. Sandro De Riccardis e Massimo Pisa l'08 marzo 2020 su La Repubblica. La bozza del decreto legge, che istituisce la "zona rossa" in Lombardia, ha provocato un assalto ai treni della notte alla stazione Garibaldi e Centrale di Milano. Con oltre 500 persone, tra i due scali milanesi, che hanno cercato di salire sugli ultimi convogli in partenza verso sud ancor prima che il premier Conte, nella notte, firmasse il decreto definitivo. Dopo il picco di ieri sera questa mattina c'era poca gente nelle stazioni milanesi, presidiate comunque da pattuglie di Polfer ed Esercito. Ma i viaggiatori sembrano essersi spostati al terminal dei pullman di Lampugnano, dove questa mattina già prima delle sette c'erano circa 150 persone ad attendere gli autobus: soprattutto stranieri, preoccupati di non poter tornare nel loro Paese, e studenti. Situazione tranquilla invece a Linate, con pochissime persone in partenza dallo scalo cittadino milanese. Al momento sono pochi i voli cancellati e quasi tutti di Alitalia: uno per Roma di mezzogiorno, uno per Perugia delle 15, uno per Francoforte delle 17.30 e uno per Bruxelles delle 17:35. Cancellato anche un volo Alitalia per Londra delle 20:30 e uno della compagnia Bruxelles Airlines delle 18:45. Parte invece il British Airways delle 17:00. Dopo le 22 in circa 400 si sono riversati nella stazione di Porta Garibaldi per tentare di prendere l'Eurocity night per Salerno. Quasi tutti sono riusciti a salire a bordo e il convoglio è partito con qualche minuto di ritardo. Almeno 150 erano invece le persone che hanno affollato le biglietterie e poi i vagoni dei treni verso il Sud in Centrale, per raggiungere le regioni d'origine prima dell'entrata in vigore del decreto legge del Governo, che comunque non avverrà prima di domani. Alla stazione Termini di Roma questa mattina non c'è nessuna comunicazione sulle nuove misure varate questa notte dal governo. Sui display sparsi sulle banchine non appaiono cancellazioni, e neppure annunci legati alle nuove disposizioni governative, e i treni verso il nord partono regolarmente. Al box informazioni di Italo ci tengono a specificare che essendo la misura di questa notte ancora non sono arrivate indicazioni in merito, ma che comunque nei giorni scorsi sono stati già cancellati dei treni e che stamattina quello in arrivo da Milano Centrale alle 9.15 non ha effettuato il servizio. Negli scali ferroviari è intervenuto il personale della polizia ferroviaria che ha cercato di sedare qualche piccolo momento di tensione. Ma arrivano notizie di molti residenti al Sud, temporaneamente a Milano, che - saputo del rischio di rimanere bloccati a lungo in Lombardia - hanno deciso di lasciare in auto il capoluogo lombardo. E arrivano anche notizie di famiglie in questo momento divise tra il capoluogo lombardo e le località di villeggiatura in Liguria o in Valle d'Aosta, con persone che si mettono in viaggio per raggiungere il resto dei congiunti e riportarli a Milano, prima che la Lombardia diventi ufficialmente "zona rossa". 

Coronavirus, Milano vista dal drone: strade deserte, palestre e centri commerciali chiusi. Coronavirus, stretta spiazza enti locali. Veneto: "Sproporzionata". Conte ha firmato nella notte un decreto che limita le possibilità di movimento nelle aree più colpite da covid 19. Fontana, avrei voluto misure più rigide. Valeria Pini l'8 marzo 2020 su La Repubblica. La stretta del governo e i provvedimenti per fermare il coronavirus sconcerta parte degli amministratori locali. ll premier Giuseppe Conte ha infatti firmato nella notte un decreto che limita le possibilità di movimento nelle zone più colpite da covid 19. Parliamo della Lombardia e di 14 province di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Marche. E questa mattina le reazioni sono state piuttosto critiche. Il Veneto si è opposto alla creazione delle tre zone di isolamento nella regione previste dal Dpcm. Nelle controdeduzioni inviate al governo, il comitato tecnico scientifico di supporto all'Unità di crisi aveva chiesto "lo stralcio delle 3 province di Padova Treviso e Venezia dal decreto". "Non si comprende - si legge nelle controdeduzioni - il razionale di una misura che appare scientificamente sproporzionata all'andamento epidemiologico". Critiche che motiva poco dopo il governatore Luca Zaia: "Noi veneti non ci siamo mai tirati indietro, io non mi sono mai permesso di dissentire, anche se c'erano misure che a volte avrei fatto in un'altra maniera. Ma questo decreto per un'interpretazione ha bisogno minimo di una circolare attuativa. Tutto magari ha una ratio, ma per noi veneti, in questo momento no". Il decreto non piace neanche al governatore del Piemonte, Alberto Cirio. "Abbiamo trattato fino alle 2 di notte per avere un decreto che avesse maggiore omogeneità, invece ci siamo svegliati con il nuovo decreto già firmato. Il governo ha fatto le sue valutazioni ma con il presidente della Conferenza delle Regioni Bonaccini c'era l'accordo per avere una maggiore interlocuzione. Il decreto fatto nella notte ha fatto strillare tanti sindaci, che hanno scoperto di essere in zone rosse, gialle non da una una telefonata, ma sul web o in tv". E sulla questione interviene anche Pareri negativi che non condivide il presidente della Lombardia Attilio Fontana. "Sarei stato un pochino più rigido nelle misure che attengono al cosiddetto distanziamento sociale, avrei cercato di impedire occasioni di contatto", ha detto, spiegando che molte personenon si sono rese conto della situazione. "Mi hanno mandato foto di code interminabili di piste da sci, fotografie di assembramenti nei bar. La gente non ha ancora capito che è una situazione in cui tutti dobbiamo fare uno sforzo, rinunciare a una parte della nostra libertà".  Fontana ha poi chiarito che chi deve spostarsi per lavoro lo può fare e le merci possono viaggiare. La posizione del governo non è piaciuta neanche a molti sindaci che da Nord a Sud hanno espresso dubbi e critiche. Il decreto che spiazza Maurizio Rasero, sindaco di Asti."Una follia, un disastro che non ci aspettavamo", spiega commentando la decisione di isolare per coronavirus anche la provincia di Asti. "Questa mattina saremo di nuovo convocati in Prefettura, dopo la riunione della notte, ma non sappiamo ancora di preciso cosa accadrà. Ad ora non ci é stato spiegato il motivo di questa scelta". Ieri sera prima della firma di Conte, il sindaco di Pesaro, Mattia Ricci, aveva espresso dubbi sulla bozza di decreto: "E' una cosa inaudita: già la  situazione è difficile, non ci vuole confusione istituzionale come abbiamo visto da parte del governo. "Registriamo una grande confusione: si prevede una limitazione di spostamento in entrata e in uscita dalla provincia di Pesaro-Urbino, ma ci sono molte cose non chiare". Da Casalpusterlengo, uno dei comuni della zona rossa lodigiana isolati da due settimane, arriva una bocciatura. Su Facebook, il sindaco Elia Delmiglio scrive: "Governo Conte = irresponsabili". "Prima denigrano il lavoro degli ospedali lodigiani, con ritardo istituiscono una zona rossa che ha fatto un grande sacrificio per salvaguardare la salute pubblica - attacca il sindaco leghista -. Ieri divulgano una bozza di decreto agevolando il fuggi fuggi delle persone su e giù dall'Italia. Successivamente firmano un Decreto pasticciato e dalle mille interpretazioni e che rischia di vanificare il sacrificio della zona rossa". Sul tema interviene anche il sindaco di Licata. "Raccomando alla cittadinanza intera di continuare a vivere nelle normalità, senza eccessivi allarmismi. Tenendo però ben presente la necessità di attenersi alle regole dettate dalle Autorità Sanitarie", dice il sindaco di Licata (Agrigento), Pino Galanti, ma "è importante che coloro i quali rientrano a Licata, provenendo da Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, devono comunicarlo". La paura dei contagi ha portato anche alla sospensione delle gare da parte della Lega Basket. "In seguito al nuovo decreto diramato dal Governo contenente misure urgenti di contenimento del contagio e conseguente Provvedimento di chiusura in Lombardia e in 14 province, la Lega Basket, in accordo con la Federazione Italiana Pallacanestro e sentite anche le società interessate, ha deciso di sospendere tutte le gare della settima giornata in programma domenica 8 marzo", scrive la Lega Basket sul sito. Una notizia, quella della Lombardia e delle aree isolate di apertura su gran parte dei siti internazionali, dalla Cnn ad Al Jazeera, passando per Bbc, Sky e Suddeutsche Zeutung. "Un quarto della popolazione italiana in quarantena", titola a tutta pagina il sito del Guardian. "Il Nord Italia mette in quarantena 16 milioni di persone", titola in apertura la Bbc. Wall Street Journal e Financial Times sono più cauti e danno la notizia come previsione: "L'Italia metterà in quarantena la Lombardia a causa del coronavirus", scrive il Ft. "L'Italia prevede un blocco su larga scala nel nord del Paese per combattere il coronavirus", titola il giornale di Wall Street.

La Lombardia diventa una sorta di zona rossa, così come alcune parti di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Marche in cui sarà consentito entrare o uscire solo per motivi "gravi e indifferibili". La Gazzetta del Mezzogiorno il 7 Marzo 2020. L'emergenza Coronavirus si prolunga in Italia: La Lombardia diventa una sorta di zona rossa, così come alcune parti di Veneto, Emilia Romagna e Piemonte in cui sarà consentito entrare o uscire solo per motivi "gravi e indifferibili". È una delle misure contenute nella bozza del decreto del governo per contenere il contagio del coronavirus. Undici province coinvolte fuori dalla Lombardia: Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria. In queste aree è prevista la chiusura di palestre, piscine, spa e centri benessere, dei centri commerciali nel week end,  musei, centri culturali e le stazioni sciistiche. Scuole chiuse fino al 3 aprile e stop a ogni tipo di manifestazione sportiva, si legge nella bozza del provvedimento. È previsto l'uso dell'esercito e delle forze armate, in caso di necessità, per rendere esecutive le misure previste dal decreto. 

TRENI PRESI D'ASSALTO: A MIGLIAIA TORNANO AL SUD - Migliaia di persone durante la notte hanno preso d'assalto le stazioni di Milano. Come mostrano le immagini, nella stazione di Milano Porta Garibaldi c'è la corsa a chi salta sull'ultimo treno per poter tornare a casa, nelle diverse regioni d'Italia. Probabilmente il panico si è creato a causa della bozza del decreto governativo. Secondo quanto si apprende non ci sarebbero già più posti liberi sui convogli diretti a Sud per la giornata di domani. La Regione intanto sta esaminando la possibilità di sorvegliare stazioni e aeroporti per tracciare i nomi di chi torna. 

I NUMERI - sono 5.061 i malati per Covid 19 nel Paese, con un incremento di 1.145 persone rispetto a ieri, e 233 i morti, 36 in più. Il nuovo dato è stato fornito dal commissario Angelo Borrelli nella conferenza stampa alla Protezione Civile. Sono 567 i malati ricoverati in terapia intensiva per coronavirus, 105 in più rispetto a ieri. Di questi 567 ben 359 sono in Lombardia, che ha avuto un incremento in un giorno di 50 casi. Sono invece 2651 i malati con sintomi ricoverati e 1843 quelli in isolamento domiciliare. Sono 589 le persone guarite dal coronavirus in Italia, 66 in più di ieri. Sulla base delle analisi effettuate sui decessi è evidente che il virus colpisce in maniera più aggressiva una precisa fascia di popolazione: ottant'anni di età media, con due o più patologie, una vittima su quattro è un uomo. E’ questa la fotografia dei 197 morti per coronavirus fatta dal presidente dell’Iss Silvio Brusaferro nel corso della conferenza stampa alla protezione Civile. «Dai dati emerge che le persone decedute - ha spiegato - nell’80% dei casi raggiungono due o più patologie, hanno un’età media di 81 anni e nel 28% dei casi sono donne». Le patologie, ha aggiunto, «sono le classiche cronico degenerative: patologie cardiache, diabete, malattie epatiche o persone portatrici di patologie neoplastiche». 

LE PRECAUZIONI DA SEGUIRE - «Abbiamo evidenze di atteggiamenti superficiali, servono grande attenzione e consapevolezza» sulle misure contro il coronavirus. L'Iss aggiunge che «anche dove ci sono pochi casi bisogna adottare questi comportamenti per far diffondere più lentamente l'infezione. L'andamento mostra oggi una crescita, focalizzata su alcuni poli, serve un supporto perché la circolazione attorno venga rallentata». «La mortalità riguarda persone molto anziane, con un’età media che supera gli 81 anni. Sono prevalentemente maschi, prevalentemente portatori di più patologie (l'80% ne più di due) e solo il 2% non ha più patologie» - sottolinea Brusaferro - «La sintomatologia - aggiunge - è rappresentata dall’associazione di febbre e difficoltà a respirare. Gli anziani con questi sintomi contattino il proprio medico, il 112, stiano a casa e non affollino i pronti soccorsi o le sale d’attesa dei medici». «Gli anziani si muovano il meno possibile dalla propria abitazione, evitino i luoghi affollati e non affollino le sale d’attesa degli studi medici». Un’analisi della mortalità da coronavirus in Italia mostra che «l'età media delle vittime è di oltre 81 anni, prevalentemente maschi e portatori di più patologie, l’80 per cento più di due, 60 per cento più di tre, solo due per cento non ne ha». «L'associazione di febbre e difficoltà a respirare sono i sintomi d’esordio: le persone stiano a casa e non affollino i pronto soccorso, specie gli anziani per la particolare fragilità del quadro italiano». Circa la stagionalità del virus allo stato non c'è alcuna evidenza scientifica che possa confermare o no l'eventuale ambientamento dell'infezione con temperature elevate, tuttavia l'allungamento delle giornate favorirebbe la frequentazione di luoghi all'aperto limitando quindi quelle situazioni di calca e affollamento in locali chiusi, che al momento rappresentano una delle maggiori possibilità del veicolo di contagio. L'Iss si rivolge in particolare a coloro i quali soffrono di dispnea e febbre, e che quindi rientrano in categorie a rischio. In questo caso i pazienti devono contattare subito il medico e le autorità sanitarie. 

LA SITUAZIONE IN PUGLIA, EMILIANO: SCHIERATI CON I VOLONTARI -  «In Puglia nessuno deve sentirsi solo. Mi riferisco alle persone che per diverse ragioni sono costrette a restare in casa per prevenzione, in quarantena fiduciaria o perché vivono una condizione di fragilità. Stiamo schierando un vero e proprio esercito di volontari per dare loro ogni tipo di supporto: sono i volontari della Protezione civile della Regione Puglia chiamati a raccolta per fronteggiare questa emergenza. Pugliesi che aiutano altri pugliesi con piccoli gesti che però in questo momento hanno un enorme valore. Ovviamente con tutte le precauzioni del caso e il sostegno della Regione Puglia». Con queste parole il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, comunica di aver disposto l’attivazione delle organizzazioni di volontariato per l’assistenza alla popolazione colpita dall’emergenza connessa al COVID 2019. Ad oggi - riferisce una nota - in tutta la Puglia sono circa 500 le persone che si trovano in quarantena fiduciaria (obbligo di rimanere a casa con sorveglianza attiva, a seguito di contatto stretto con un caso positivo al Covid 19). A queste, si aggiunge un’altra fascia di popolazione, in particolare persone rientrate dalle zone gialle (regioni e province con focolaio) alle quale i medici di famiglia hanno consigliato la permanenza domiciliare a casa sempre per motivi precauzionali. Ci sono poi le situazioni delle persone più fragili o anziane che, giustamente, per evitare rischi stanno rimanendo in casa: saranno i Comuni, attraverso i COC (centri operativi comunali) a individuarle e a metterle in contatto con la rete dei volontari della protezione civile per ricevere il supporto necessario. Il provvedimento è stato inviato ai Sindaci pugliesi, ai coordinamenti del volontariato della Protezione civile delle province, ai presidenti delle associazioni di volontariato iscritte all’elenco regionale di protezione civile e all’Anci.

LA SITUAZIONE IN BASILICATA - «Dobbiamo cercare di stare in casa il più possibile». E’ l’appello lanciato dal presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, «a tutta la comunità lucana». In Basilicata, finora, sono 4 i casi di contagio riscontrati, con un quarto che riguarda un professore dell’Università lucana residente in Puglia. «Cerchiamo - ha aggiunto Bardi - di uscire solo quando è strettamente necessario. Cerchiamo di rinviare viaggi fuori regione se non indispensabili». «Il sabato sera, la domenica e la pausa dalla attività scolastiche - ha aggiunto Bardi - deve essere una occasione per fermarsi a casa o non frequentare luoghi troppo affollati. Faccio appello al senso di responsabilità delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Avremo altri momenti per socializzare e per stare tutti insieme. Ma in questa fase così delicata vi chiedo un particolare senso di responsabilità. Capisco e comprendo bene la voglia di stare insieme, ma dobbiamo avere la pazienza di rinviare tutto questo a quando l’emergenza sarà solo uno sgradevole ricordo».

Secondo il governatore lucano, «la situazione è seria: cerchiamo di usare tutti gli strumenti di prevenzione individuali possibili. Lo dobbiamo ai nostri cari, lo dobbiamo alle nostre famiglie. Da parte nostra abbiamo messo in campo tutte le misure possibili a tutela della pubblica incolumità ma questo non basta. Ci vogliono anche comportamenti e responsabili. Mi affido - ha concluso Bardi rivolgendosi ai lucani - a tutti voi»

Repubblica.it l'8 marzo 2020. La bozza del decreto legge, che istituisce la "zona rossa" in Lombardia, ha provocato un vero assalto ai treni della notte alla Stazione Centrale e alla stazione Garibaldi di Milano. Con oltre 500 persone, tra i due scali milanesi, che hanno cercato di salire sugli ultimi convogli in partenza verso sud. Dopo le 10, in circa 400 si sono riversati nella stazione di Porta Garibaldi per tentare di prendere l’Eurocity night per Salerno. Quasi tutti sono riusciti a salire a bordo e il convoglio è partito con qualche minuto di ritardo. Almeno 150 erano invece le persone che hanno affollato le biglietterie e poi i vagoni dei treni verso il Sud in Centrale, per raggiungere le regioni d’origine prima dell’entrata in vigore del decreto legge del Governo, che comunque non avverrà prima di domani. Nei due scali è intervenuto il personale della polizia ferroviaria che ha cercato di sedare qualche piccolo momento di tensione. Ma arrivano notizie di molti residenti al Sud, temporaneamente a Milano, che – saputo del rischio di rimanere bloccati a lungo in Lombardia – hanno deciso di lasciare in auto il capoluogo lombardo. E arrivano anche notizie di famiglie in questo momento divise tra il capoluogo lombardo e le località di villeggiatura in Liguria o in Valle d’Aosta, con persone che si mettono in viaggio per raggiungere il resto dei congiunti e riportarli a Milano, prima che la Lombardia diventi ufficialmente "zona rossa".

Davide Falcioni per fanpage.it l'8 marzo 2020. Centinaia di persone stanno prendendo d'assalto le stazioni ferroviarie di Milano e del resto della Lombardia dopo la decisione del governo – che dovrebbe diventare ufficiale nelle prossime ore – di decretare la zona rossa in tutta la regione. Le immagini che arrivano dal capoluogo meneghino sono emblematiche: biglietterie automatiche prese d'assalto, vagoni che si stanno riempiendo all'inverosimile in barba alle indicazioni più volte ripetute in questi giorni, in particolare quella di evitare assembramenti e mantenere una distanza di almeno un metro uno dall'altro. Lo stesso avverrà nelle prossime ore e nella giornata di domani nelle altre province interessate dal decreto, quelle di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria, aree del paese dove non si potrà più entrare e da dove non sarà più possibile andarsene salvo motivi "gravi e indifferibili".

Estratto dell’articolo di Paolo Russo per “la Stampa” il 9 marzo 2020. Ed è proprio per evitare il collasso degli ospedali che il governo ha già in tasca il piano B, qualora entro una settimana la curva dei contagi non iniziasse a scendere. Mosse che andrebbero da un ulteriore irrigidimento delle disposizioni nelle attuali zone rosse a un loro allargamento, anche a sud della linea gotica. «Regioni come il Lazio e Roma sono particolarmente a rischio. Nei prossimi giorni la Capitale sarà sicuramente interessata», ha affermato Ricciardi dagli studi di Domenica In. Nulla di scontato, soprattutto se si comincerà a rinunciare a un po' di vita sociale. Anche se, intanto, Zingaretti ha servito l' antipasto, chiudendo da oggi palestre, piscine e centri benessere in tutto il Lazio.

Camilla Mozzetti e Marco Pasqua per “il Messaggero” il 9 marzo 2020. Tutti coloro che provengono dalle zone rosse e anche da quelle arancioni devono comunicare la loro presenza e i loro spostamenti, mettersi in contatto con le Asl e porsi in auto-isolamento. Per quanto tempo? Ogni casi verrà valutato a seconda delle circostanze. È questa una delle modifiche introdotte con l'ultima ordinanza della Regione Lazio firmata dall'assessore alla Sanità Alessio D'Amato e dal vicepresidente Daniele Leodori, dopo quanto accaduto sabato sera quando le stazioni di Milano sono state prese d'assalto da cittadini di altre Regioni che volevano tornare a casa. Ma il passaggio che «non vieta alle persone fisiche gli spostamenti su tutto il territorio nazionale per motivi di lavoro, di necessità e di salute», desta parecchie perplessità per l'ampiezza della platea dei possibili fruitori che - con una semplice autocertificazione - possono aggirare controlli e divieti. Nel dispositivo che impone le misure per chi negli ultimi 14 giorni ha viaggiato tra Roma e il Nord Italia rientravano alcune categorie che inizialmente avevano sollevato qualche protesta. Ad esempio i parlamentari e i piloti di aerei, che per motivi diversi sono costretti a spostarsi frequentemente tra Nord e Sud Italia per svolgere le loro attività. tra i deputati e i senatori, molti sono quelli che hanno fatto ritorno a casa e poi sono risultati presenti nei giorni scorsi a Montecitorio e Palazzo Madama. Se tutti avessero seguito scrupolosamente i divieti della prima ordinanza, «il rischio di arrivare a ridurre significativamente i numeri in Aula - spiega Walter Rizzetto, deputato Fdi originario di San Vito al Tagliamento in provincia di Pordenone ed eletto in Friuli-Venezia Giulia - sarebbe stato certo». Stesso scenario anche per i piloti di aerei che ovviamente in questi giorni hanno viaggiato da Nord a Sud del Paese. Intanto sempre la Regione Lazio ha inviato i Comuni ad adottare una misura di contenimento per gli assembramenti nei locali e nei luoghi di ritrovo dei giovani. Ieri l'assessore D'Amato postando su Facebook l'immagine di Ponte Milvio - nota zona di ritrovo dei giovani di Roma - ha lanciato l'hashtag #Nunsepofà sottolineando come gli assembramenti di persone sono i canali principali per la trasmissione del virus. Ma nell'ultimo Dpcm del governo ai ristoranti, ad esempio, non è stata imposta la chiusura alle ore 18, ma solo l'adozione di regole sul posizionamento dei tavoli al fine di mantenere i limiti di distanza. Il Campidoglio non ha ancora emanato nessun provvedimento in questa direzione ma intanto solo nello scorso weekend le stesse prescrizioni del governo proprio in merito ai locali sono state ampiamente disattese. Ed è nella Capitale che si registrano violazioni, talvolta eclatanti, alle prescrizioni governative circa la distanza minima da mantenere tra una persona e l'altra. Se, infatti, le discoteche tradizionali (da quelle cult come il Piper e Spazio 900, fino alle più piccole) hanno chiuso i battenti (il Room 26, sabato notte, si è inventato un dj-set in streaming sul proprio canale Facebook), altri locali hanno trovato un pericoloso escamotage per richiamare il pubblico di giovanissimi che si è trovato senza piste su cui poter ballare. Ecco, infatti, le cosiddette cene spettacolo: cibo, musica, e fiumi di alcol. Ma, soprattutto, tutti insieme, vicini-vicini, in locali (chiusi), saturi di persone. È successo in pieno Centro, in via della Conciliazione, dove al Chorus Cafè - l'altra notte, il pubblico si è lasciato trasportare dalla musica. Ma anche alle Palmerie, ai Parioli, dai tavoli alla pista improvvisata il passo è stato breve e su Instagram era un rincorrersi di storie danzate. Le stesse del ristorante fusion Me Geisha, a Monteverde, dove la voglia di far festa ha avuto la meglio sul buon senso. Alla Villa, popolare luogo di ritrovo al Fleming, la distanza tra i tavoli ma, soprattutto, il numero di persone presenti, trasformava il locale in una sorta di disco-pub improvvisato. E anche se in riva al mare, si è ballato a Maccarese, alla Rambla, con dj-set in spiaggia. Ma anche la movida all'aperto non si è adeguata alle nuove norme: da Ponte Milvio a Trastevere, i giovanissimi non hanno evitato gli assembramenti.

Coronavirus, Zaia si oppone a creazione di tre zone di isolamento. Mattia Pirola l'08/03/2020 su Notizie.it.  Il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, in merito ai provvedimenti per contrastare il Coronavirus, ha parlato di “misure sproporzionate ” per la sua regione. “Il Veneto si oppone alla creazione delle tre zone di isolamento previste dal Dpcm – ha scritto in un post su Facebook -. Nelle controdeduzioni inviate al Governo, sulla base delle conclusioni scientifiche cui il comitato tecnico scientifico è giunto stanotte, ho chiesto lo stralcio del blocco deciso per le 3 province di Padova Treviso e Venezia. A fronte di cluster circoscritti, e che non interessano in maniera diffusa la popolazione generale, non si comprende il razionale di una misura che appare scientificamente sproporzionata all’andamento epidemiologico”. Poi Zaia continua: “Nella lettera accompagnatoria alle controdeduzioni si sottolinea come l’impegno dimostrato dal sistema sanitario regionale contrasti con una misura di isolamento estremo dei territori individuati, che non ha avuto nessun confronto né scientifico né di lealtà istituzionale con i tecnici della Regione del Veneto“. “Nel documento vengono riepilogate – spiega -, con gli ultimi dati, le situazioni epidemiologiche nelle tre province da isolare – Padova, Venezia, Treviso – inserite nel Dpcm”. “Lo studio e la valutazione costante del trend dei casi e la ricerca dei contatti – conclude Zaia -, oltre allo sforzo organizzativo per l’ospedalizzazione dei pazienti sia nei reparti di malattie infettive che in terapia intensiva dimostrano l’impegno del sistema sanitario regionale”. Sulla stessa linea del Governatore del Veneto anche il Sindaco di Asti, indaco Asti, Maurizio Rasero. “Una follia (quella di chiudere la regione, ndr), un disastro che non ci aspettavamo. Questa mattina saremo di nuovo convocati in Prefettura, dopo la riunione della notte, ma non sappiamo ancora di preciso cosa accadrà. Ad ora non ci è stato spiegato il motivo di questa scelta. Sono giorni che monitoriamo la situazione, in stretto contatto con l’ospedale. Anche lì era tutto sotto controllo”.

Dagospia l'8 marzo 2020. IL TWEET DI SCONFORTO DI ROBERTO BURIONI. Non sono stato mai disfattista ma è difficile non diventarlo. Sono troppi nel nostro paese i cialtroni ignoranti, arroganti ed egoisti. La questione dei vaccini l'aveva suggerito, il coronavirus lo conferma drammaticamente.

Valentina Dardari per ilgiornale.it l'8 marzo 2020. Il virologo Roberto Burioni non le ha certo mandate a dire al governo. Subito dopo aver letto la bozza del Dcpm per cercare di contenere il coronavirus, ha postato il suo commento su Twitter. “Follia pura. Si lascia filtrare la bozza di un decreto severissimo che manda nel panico la gente che prova a scappare dalla ipotetica zona rossa, portando con sé il contagio. Alla fine l'unico effetto è quello di aiutare il virus a diffondersi. Non ho parole”. Più che chiara la posizione di Burioni che definisce pura follia quanto avvenuto. E ha rincarato subito la dose: “Non solo confonde. Porta la gente a partire dalla Lombardia (e dalle altre province con alto numero di casi) per altre zone, favorendo in modo irreparabile la diffusione del contagio. E' un comportamento totalmente irresponsabile”. Già, perché infatti, nella tarda serata di ieri, sono state centinaia le persone che hanno fatto in fretta e furia i bagagli per saltare sull’ultimo treno per raggiungere Roma e il Sud Italia. Creando non pochi problemi in fatto di sicurezza. Molte le critiche anche dai governatori del Nord Italia. Burioni aveva infatti sottolineato che con il coronavirus non solo si rischia di morire, ma si può finire in rianimazione. Ieri il virologo aveva spiegato che “si può andare al lavoro, al supermercato, ma non è il momento per cene, aperitivi, concerti, palestre. Bisogna stare a casa. E quando si esce bisogna sempre stare a un metro di distanza dalle altre persone, non dare strette di mano e lavarsi spesso le mani. Tutto quello che è possibile fare online, dobbiamo farlo on-line”. Ha poi ribadito che non si tratta di una semplice influenza ma di qualcosa di ben più grave. “Altro punto importante, non è vero che non si muore di coronavirus: si muore di coronavirus e soprattutto oltre che morire si finisce in rianimazione” ha tenuto a dire. Il pericolo poi è doppio, perché se i posti letti in rianimazione finiscono, non saranno solo i soggetti affetti da coronavirus a morire, ma anche coloro colti da infarto, ictus o traumi vari. La posizione di Burioni non cambia e resta coerente, sempre la stessa fin dall’inizio: la situazione è molto grave e la diffusione del virus è velocissima, non si tratta di una banale influenza.

Zaia: «Il Veneto non deve essere isolato, il nostro modello sta funzionando». Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Luciano Ferraro.  Mentre a Venezia si sentiva solo il rumore di qualche vaporetto senza passeggeri, alle due della notte tra sabato e domenica il governatore Luca Zaia scriveva al «pregiatissimo professor avvocato Giuseppe Conte» una lettera di otto righe. Per spiegare che il Veneto non è la Lombardia, che la situazione «è al momento sotto controllo» e che il decreto su Venezia, Padova e Treviso blindate «va riscritto stralciando le province venete». In tre fogli firmati dagli undici primari e studiosi che compongono il comitato scientifico che affianca l’unità di crisi veneta (tra questi c’è Francesco Zambon, coordinatore dell’Oms per le Regioni nell’emergenza Covid-19), sono elencati i motivi della controllata ribellione del governatore. A chi gli è vicino continua a ripetere che non è il momento delle polemiche e non è il caso di cantare vittoria, perché da un giorno all’altro tutto può cambiare. Ma è innegabile che la marcia del virus vista da Palazzo Balbi, la sede della giunta regionale sul Canal Grande, sembri più arrestabile che in altre zone del Nord. Il motivo, spiegano i medici veneti nel dossier spedito a Conte, è che la bomba di Vo’ Euganeo sembra essere stata disinnescata. Mettendo sotto esame tutto il paese, con due serie di 3.500 tamponi. «I positivi sono 84 (66 i residenti), di cui 10 ricoverati in reparto, 3 in terapia intensiva». Dopo due settimane di quarantena rigida, «dai primi dati sugli oltre mille tamponi analizzati si evidenzia come le misure di mitigazione di sanità pubblica applicate abbiano bloccato il diffondersi dell’infezione passando da circa il 3% della positività allo 0,05%». A Treviso, spiegano gli studiosi, il contagio è «quasi esclusivamente ospedaliero», dovuto ad una paziente del reparto di geriatria, senza estendersi in città. Come a Venezia, dove «i casi di positività riscontrati interessano quasi per la metà operatori sanitari». Tre casi per ora circoscritti che rendono «sporporzionata la misura dell’isolamento estremo» delle province venete. Con questa relazione inviata a Roma, Zaia ha ripetuto, dall’alba di ieri fino a tarda sera, con più interventi alla radio e in tv, che «il decreto sulle zone sotto sorveglianza va rivisto». «Non aiuta la definizione di zona rossa — ha ribadito dagli schermi di La7 —. Non possiamo fare diventare l’Italia dal punto di vista della comunicazione al pari di Wuhan. Parlo del Veneto, abbiamo un sistema sanitario che funziona, stiamo avendo buone risposte». Quello che fa irritare Zaia è che non ci sia stato, a differenza di quanto accaduto dall’inizio della crisi, un confronto con i governatori prima di emanare il decreto. «Avevamo chiesto di attendere fino a domenica mattina, ma ho dovuto mandare nella notte, in solitaria, il nostro dossier a Roma». Anche se il governatore ripete che «non è il momento di abbassare la guardia, perché bisogna restare preoccupati e vigili», non nasconde la contrarietà. E a chi gli chiede come si sentano i veneti dopo il decreto, risponde: «Responsabili, leali e angosciati». Significa che sono pronti a rispettare le norme, anche se «non sono di facile comprensione, perché servirebbe una circolare esplicativa». Uno dei dubbi principali è l’economia, con le migliaia di aziende venete che, si fa notare, stanno intasando i centralini della Regioni e del Comuni per chiedere lumi sulla circolazione delle merci. Cosa si può portare fuori dalle tre province, e con quale documentazione? Zaia rilegge il dossier tecnico inviato nella notte e aggiorna i dati. I pazienti in terapia intensiva sono 47. I positivi sono 670, tre quarti di questi non hanno sintomi, 18 i decessi, «quasi tutti con quadri clinici complessi». Dopo una notte insonne e dopo la più tesa tra le giornate da quando è comparso il coronavirus, il governatore si è di nuovo rivolto al «pregiatissimo professor avvocato Conte», non più con una lettera ma con una dichiarazione alle agenzie. Chiedendo di far sapere ai veneti i motivi della scelta di isolare Venezia, Padova e Treviso. «Ci dicono che è stato utilizzato un criterio percentuale sulla popolazione che non comprendiamo, avendo queste zone due cluster essenzialmente ospedalieri, attualmente circoscritti e messi in sicurezza, e il terzo riconducibile a Vo’ che ha visto cordone sanitario e quarantena per 3.500 persone con 66 positivi. Quando i criteri scientifici usati ci saranno resi noti, ne prenderemo atto». A tarda sera, le luci dell’unità di crisi riunita nella sede della Protezione civile a Marghera sono ancora accese. Bisogna dare attuazione ad un decreto non condiviso.

Coronavirus, la Svizzera non blocca i 67 mila frontalieri lombardi. Senza di loro in crisi anche la sanità. Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 su Corriere.it da Claudio Del Frate. La Svizzera non chiude la frontiera agli italiani, purché siano lavoratori. Benché provengano dalla zona più contaminata d'Europa, i 67.000 frontalieri lombardi hanno potuto recarsi questa mattina regolarmente al lavoro in Canton Ticino; a meno che le aziende abbiamo attuato forme di smart working. Gli italiani rappresentano ormai circa il 30% degli occupati a nord della frontiera di Chiasso e senza di loro si fermerebbero non solo interi settori dell'economia ma verrebbe messa alle corde anche la sanità che sta garantendo il contenimento del contagio in Svizzera (domenica i colpiti dal coronavirus erano 245, 58 dei quali in Ticino). La scelta di mantenere la frontiera «permeabile» è maturata in seguito a colloqui tra il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Mario e il suo omologo elvetico Ignazio Cassis ia(qui la mappa dei contagi in Itala). La posizione presa dalle autorità di Berna può essere sintetizzata così: gli italiani che sono occupati in Svizzera possono recarsi regolarmente al lavoro ma devono sempre portare con sé i documenti di permesso; le aziende sono invitate ad attivare forme di telelavoro o a far smaltire le ferie ai dipendenti; alle frontiere ma anche nelle fabbriche e negli uffici verranno intensificati controlli sanitari. L'afflusso in Svizzera di tutti gli altri italiani è bloccato; il divieto vale anche per gli studenti iscritti a università elvetiche (che al,pari delle altre scuole al momento non hanno fermato l'attività didattica). E dunque stamattina, pur con qualche rallentamento in più, il fiume dei frontalieri è defluito dalla Lombardia diventata «zona di sicurezza» per andare a lavorare in Ticino. Vengono segnalati sono casi sporadici di pendolari italiani che da qualche giorno hanno scelto di fermarsi a dormire in alberghi del Ticino. 

Alessandra Di Matteo per “la Stampa” il 9 marzo 2020. Quelle bozze giravano tra troppe mani, ormai al governo la pensano quasi tutti così. Di sicuro, non si placano le polemiche per quella «fuga dal Nord» innescata dalle notizie uscite sui media prima ancora che il decreto fosse approvato ufficialmente e, quindi, prima che chiunque potesse impedire alle persone di «scappare» dalle nuove zone rosse. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è davvero arrabbiato: «È necessario chiarire quel che è successo, una cosa inaccettabile. Ne va della correttezza dell' operato del governo e della sicurezza degli italiani». Nel mirino ci sono i presidenti di Regione. Vito Crimi, capo politico M5s lo dice abbastanza chiaramente: «Alle ore 19 (di sabato, ndr), la bozza del decreto è stata inviata ai presidenti di Regione. È la procedura: i governatori devono essere sentiti prima dell' emanazione del decreto. Poco dopo, la bozza viene diffusa su vari mezzi di informazione. Un fatto grave e inaccettabile». La Cnn, poi, ha tirato in ballo esplicitamente la Lombardia, sostenendo di avere avuto il Dpcm dallo staff del governatore Fontana. Una cosa che poi in parte corretta in serata, dal momento che la Cnn ha precisato di avere solo chiesto una «conferma» alla Lombardia delle bozze che già circolavano su altri media. Di sicuro, la Lega non ci sta: «È assolutamente falso - scrive l' account twitter del partito di Salvini - che regione Lombardia o qualsiasi canale Lega abbia diffuso in anteprima "bozze"». Una replica rivolta ai «poveretti a 5 Stelle che ci accusano». Per la Lega i responsabili vanno cercati «al governo». Ma anche tra gli alleati di governo in parecchi attribuiscono proprio al premier l' errore di fondo, quello di aver fatto circolare così tanto la bozza tra presidenti di Regione e ministeri vari. «Ce l' aveva davvero tanta gente - dice un ministro - può essere stato chiunque». E un parlamentare Pd aggiunge: «La verità è che sono stati ingenui: hanno seguito alla lettera la prassi, ma in un momento come questo non dovevano far girare la bozza. Solo telefonate per acquisire pareri, ma la bozza secretata fino all' ultimo. È come se Amato avesse fatto trapelare che voleva fare il prelievo sui conti correnti prima di farlo... ».

Coronavirus, polemica sulla "fuga di notizie" per il nuovo decreto. Fontana: «Nessuna anticipazione». Next Domenica 8 Marzo 2020. È polemica sulla "fuga di notizie" sul nuovo dpcm del governo che di fatto "blinda" la Lombardia e 14 province. Secondo il Pd la Cnn ha ricevuto la bozza del decreto governativo, ore prima dell'approvazione, dall'ufficio stampa della Regione Lombardia. «Solo per capire: ma qui la Cnn scrive di aver ricevuto la bozza del decreto governativo dall'ufficio stampa della Regione Lombardia». Ma davvero mentre il Governo lavorava con le Regioni sui dettagli del provvedimento lo staff del Presidente Fontana diffondeva bozze?». Se lo chiede su twitter Andrea Romano (Pd) allegando la foto del pezzo sul sito della Cnn in cui si legge che la bozza del Dpcm era stata girata alla tv americana dall'ufficio stampa della Regione Lombardia. Ma Fontana smentisce: «Dalla Lombardia non c'è stata nessuna anticipazione». «L'Ufficio stampa della Regione Lombardia ha appreso i contenuti della bozza del DPCM dell'8 marzo dai principali quotidiani online - precisa una nota - Pertanto, da parte nostra - prosegue la nota -, non è stata fatta alcuna anticipazione. Sono quindi del tutto infondate le ricostruzioni giornalistiche di un broadcaster internazionale a cui stata chiesta immediata rettifica». 

Fuga di notizie su decreto, la Regione Lombardia ha inviato la bozza. Piero de Cindio de Il Riformista l'8 Marzo 2020. L’ha detto chiaramente il presidente del consiglio Giuseppe Conte la scorsa notte: “la bozza del decreto sull’ampliamento della zona rossa una volta passato tra le mani delle regioni è finito sui giornali“. Il premier ha poi aggiunto che avrebbe indagato per scoprire i responsabili. Nonostante l’opinione pubblica si sia scatenata su un solitamente facile, anzi facilissimo, bersaglio come Rocco Casalino, stavolta non è stato l’ex concorrente del Grande Fratello a passare la notizia ai giornali. Infatti il portavoce di Conte, che aveva sbagliato tutto e fatto scoppiare la grana Azzolina in merito alla chiusura delle scuole, questa volta è stato muto come un pesce. E allora chi è stato? Leggendo tra le righe del discorso del premier risulta semplicissimo: i governatori, o chi per loro, e probabilmente uno di quelli della Lega. Più precisamente, però, la bozza è stata diffusa dall’ufficio stampa della Regione Lombardia secondo quanto riferito anche dalla CNN. In allegato l’articolo a firma Livia Borghese e Nicola Ruotolo per l’emittente del celebre network statunitense che riportano questa circostanza e confermano la fuga i notizie degli uffici di Attilio Fontana. In questo momento di grandissima difficoltà per tutta Italia nessuno avrebbe interesse a mettere in difficoltà l’esecutivo tranne una persona: Matteo Salvini. Il leader leghista a settimane sta infatti “sciacallando” sul coronavirus e attaccando il governo su questo tema. E stavolta l’avrebbe fatta grossa nonostante il suo motto sia sempre stato “prima gli italiani“, in realtà è “prima il mio interesse (politico)“. Infatti con la fuga di notizie è seguita quella da Milano e i governatori del sud sono dovuti correre ai ripari con le ordinanze emanate in fretta e furia su quarantena domiciliare per chi viene dalle zone rosse. Insomma dopo 7 mesi Salvini più che dare una spallata a Conte l’ha data all’Italia scatenando il panico nella sua regione.

La Cnn sostiene di aver ricevuto la bozza del decreto Coronavirus dalla Regione Lombardia. Enzo Boldi l'08/03/2020 su Giornalettismo.  La diffusione della bozza Dpcm Coronavirus prima che fosse approvato e reso pubblico da Palazzo Chigi ha provocato un grande confusione, compresa la presa d’assalto delle stazioni ferroviarie milanesi con cittadini che hanno provato a lasciare il capoluogo lombardo prima che le disposizioni diventassero effettive e ancor prima della conferenza stampa di Giuseppe Conte sul decreto. In Italia si cerca la fonte che ha diffuso in anteprima il documento (ancora incompleto) e dalla Cnn fanno sapere di aver ricevuto il testo dall’ufficio stampa della Regione Lombardia. Negli Stati Uniti la notizia è stata pubblicata dopo la mezzanotte e la prima testimonianza sul sito della Cnn risale intorno alle ore 1.30 della notte tra sabato e domenica 8 marzo. In quella prima news si parla delle disposizioni che in Italia stavano circolando già da alcune ore, dopo la diffusione della bozza Dpcm (quella che parlava di 11 province incluse nelle zone rosse e non 14 come indicato nel documento finale). All’inizio non si fa riferimento ad alcuna fonte, ma si parla di tema in discussione. Poi, intorno alle 5 di questa mattina, viene pubblicata la notizia definitiva dei provvedimenti comunicati da Giuseppe Conte in conferenza stampa: dalle 14 province inserire nell’elenco delle zone rosse alla chiusura dei confini della Regione Lombardia. Nello spiegare tutto ciò viene riportato anche il testo della bozza Dpcm circolata in Italia qualche ora prima, con questa annotazione: «Sent to CNN by the press office of the Lombardy regional authority» (Inviato alla Cnn dall’ufficio stampa della Regione Lombardia).

L’ufficio Stampa della Regione Lombardia. Si fa espresso riferimento alla bozza Dpcm sul Coronavirus di cui Giuseppe Conte ha parlato solo qualche ora dopo, con tutte le indicazioni (alcune errate, come il caso delle province zona rossa) previste dal decreto del governo italiano. Nel nostro Paese la notizia è iniziata a circolare qualche ora prima rispetto agli Stati Uniti, ma non è ancora chiara la fonte che abbia diffuso il documento in anteprima. Nel frattempo, alle 22.30 di ieri sera, Attilio Fontana aveva scritto.

Jacopo Iacoboni per La Stampa l'8 marzo 2020. Tentare una ricostruzione analitica e fredda, in questo caos, è difficile. Ma di una cosa si può essere certi: sulla vicenda del decreto che dispone di fatto la chiusura di gran parte del Nord abbiamo assistito a un gigantesco disastro comunicativo del governo. Non il primo, in questa drammatica emergenza del Coronavirus. Appena l’altro giorno, una storia analoga era accaduta con il provvedimento di chiusura delle scuole: pubblicato dall’Ansa, smentito dalla ministra Azzolina dopo appena un quarto d’ora, annunciato ufficialmente dalla stessa ministra quattro ore dopo, con dentro esattamente i contenuti riferiti dall’Ansa. Il nuovo disastro è ancora più grave, se possibile. I fatti di ieri sono questi. In serata, intorno alle 19, comincia a circolare la bozza del decreto con cui oggi il premier Conte ha severamente ristretto la possibilità di muoversi in Lombardia e 14 province del nord Italia. L’Ansa batte una notizia alle 19,33. La batte da Roma, non dalla Lombardia o dal Piemonte: stop ai ricoveri non urgenti. Al di là della notizia, che non colpisce più di tanto, il testo si conclude: “Così il decreto che l'ANSA ha potuto visionare”. Un testo governativo dunque è già fuori. E’ lo stesso che a breve uscirà? Di sicuro occorre un minimo di tempo per leggerlo, e prendere una decisione su cosa è più giusto fare della sua disposizione più grave: il nord bloccato. Poco più tardi, il Corriere della sera è in grado, fatte le sue verifiche, di andare online con un articolo di Fiorenza Sarzanini, che annuncia con quasi assoluta precisione le misure sul nord contenute nel decreto del premier (si parla di 11 province chiuse, alla fine saranno 14. Ma il testo e la ricostruzione sono precisissimi). Si scatena subito una certa polemica sui social network. In non pochi accusano i giornalisti di diffondere notizie non ufficiali, scatenando il panico. Diverse persone raccontano che alcune centinaia di milanesi hanno preso d’assalto le stazioni per andare via dal capoluogo della Lombardia nell’ultimo tempo utile. L’irresponsabilità, a caldo, viene scaricata immancabilmente sui media mainstream, che senza scrupoli e cinicamente avrebbero dato una notizia gravissima, ma non ufficiale. Poco a poco, però, la scena cambia. Si comincia a capire non solo che la notizia è vera, ma che è imminente la sua divulgazione ufficiale, e è stata fatta uscire da qualcuna delle autorità italiane. Non si sa per sciatta volontà, o per incapacità nel dominare i meccanismi della comunicazione in una grave emergenza sanitaria nazionale. Entrambe sarebbero opzioni gravi. Anche perché, a questo punto, comincia un grottesco scaricabarile. A tarda notte il premier Conte va in conferenza stampa e pronuncia una frase che ad alcuni pare un’accusa alle regioni. Anche se la frase non è del tutto chiara, lessicalmente. Conte dice: “L’abbiamo letto su tutti i giornali. Ne va della correttezza del governo. Ne va della sicurezza di tutti gli italiani. Perché questa pubblicazione, tra l’altro di una bozza non definitiva, ha creato incertezza, insicurezza, confusione. Cosa è successo? Decreto del presidente del Consiglio che significa? Esistono delle procedure a cui siamo tenuti: il decreto lo propone il ministro della Salute. Lo elabora e poi lo fa girare, perché bisogna raccogliere i pareri dei ministri competenti e di tutti i presidenti delle regioni. A quel punto lì ce lo siamo ritrovato su tutti i giornali”. Conte non attacca direttamente le regioni, e la sua frase potrebbe riferirsi a chiunque altro, anche ai “ministri competenti”, o agli staff del gabinetto. Tuttavia l’ultima parola che echeggia è: “i presidenti delle regioni”. O è una frase mal pronunciata, o si produce come l’impressione che il presidente del Consiglio stia additando le regioni. All’1,17 ora italiana, la Cnn mette online un articolo in cui è scritto che “stando a una bozza spedita anche alla Cnn dall’ufficio stampa della Regione Lombardia...”. Ma come sappiamo, la bozza è in circolazione a Roma da alcune ore prima, intorno dalle sette di sera. [update. L'ufficio stampa della Regione Lombardia, com’è ovvio, smentisce infatti, tempi alla mano, di avere anticipato ai media i contenuti della bozza del decreto contenente le restrizioni per fermare il contagio da coronavirus. «L'ufficio stampa della Regione Lombardia ha appreso i contenuti della bozza del Dpcm dell'8 marzo dai principali quotidiani online. Pertanto, da parte nostra, non è stata fatta alcuna anticipazione. Sono quindi del tutto infondate le ricostruzioni giornalistiche di un broadcaster internazionale a cui è stata chiesta immediata rettifica»]. La fonte originaria non è stata dunque lombarda? A fine conferenza stampa di Conte, ormai a notte fonda, interviene Rocco Casalino, portavoce di palazzo Chigi, e invita sbrigativamente i presenti a intervenire se ci sono questioni da porre: “Se ci sono domande parli”, dice a una giornalista. Nel frattempo altre discrasie appaiono evidenti. Conte ha aperto la conferenza stampa lamentando che la bozza circolata non era quella definitiva. Ma quando ha illustrato il testo definitivo, si è potuto facilmente constatare che era quasi identico a quello in giro da ore. Salvo due differenze: vengono sbarrate più province in Piemonte (solo Torino, Cuneo e Biella restano aperte benché  di fatto isolate), e è prevista la possibilità di rientrare al proprio domicilio per chi sia fuori. Un punto sottile, che sembra linguistico, viene fatto notare da Luca Sofri: si passa dalla bozza, che autorizzava a muoversi solo per "indifferibili esigenze lavorative", al testo definitivo, che dice "comprovate esigenze lavorative". Una relativa maggiore elasticità. Anche qui si può facilmente obiettare che il problema comunicativo resta notevole: cosa sono le “comprovate esigenze lavorative”? Non ci muoviamo tutti, forse, per lavoro “comprovato”, e non per divertimento? Sofri dà voce a una domanda che serpeggia: “C’è solo una cosa che sarebbe interessante sapere dai giornalisti con cui abbiamo discusso di queste cose, e che è un buco nella comprensione delle loro ragioni: ancora Casalino?” La risposta di palazzo Chigi è ovviamente negativa, al momento. Resta il fatto che – anche al di là di chi sia stato a far uscire il testo (i leakers potrebbero essere più d’uno) - la comunicazione di un decreto del presidente del Consiglio di tale gravità è affidata a precisi responsabili, e è centralizzata proprio per evitare che accadano vicende pericolose come quella di stanotte.

Il presidente della Regione Lombardia Fontana inchioda Conte ai suoi errori: "Pronto esposto in Procura". Il Corriere del Giorno il 9 Marzo 2020. “Oggi andrò a presentare un esposto alla Procura perchè mi sono rotto le scatole“. Questa la decisione intrapresa da Attilio Fontana, in merito alla vicenda della bozza del decreto del Presidente del Consiglio sulle nuove limitazioni per l’emergenza CoronaVirus, che è stata fatta circolare dagli uffici del Governo prima che il provvedimento venisse approvato. Nella giornata di ieri c’erano state diverse polemiche sulla diffusione della bozza del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sulle nuove misure più stringenti da prendere per arginare il contagio da CoronaVirus. La bozza ha iniziato a circolare già poco prima delle 20.30 di sabato sera, venendo ripresa dai principali siti d’informazione, compreso il CORRIERE DEL GIORNO. Intorno all’1.15, la CNN aveva rilanciato la notizia della bozza non definitiva, attribuendo il documento all’ufficio stampa della Regione Lombardia, tra le prime a criticare fortemente la circolazione di materiale confusionario e – come era stato definito subito “pasticciato". Inizialmente  quindi si era diffusa la voce che la Regione Lombardia aveva consegnato la bozza alla CNN, ma successivamente la stesso network televisivo americano ha precisato che dalla Regione in realtà era arrivata solo una conferma a una notizia che era già in possesso i giornalisti dell’emittente americana . Intervenuto in collegamento con Mattino 5, il Presidente Fontana ha chiarito il tutto: “La Cnn ha smentito di aver ricevuto la notizia dalla Regione Lombardia, così come anche il Tg1 ha smentito ed io oggi presenterò denuncia”. Il presidente Fontana  ha inoltre fatto sapere di aver ricevuto peraltro la copia del decreto “quando ormai era stata già diffusa sui social, cosa che mi ha lasciato perplesso“: a suo giudizio sono “stati anche i primi commenti” a creare panico, aggiungendo “L’unica cosa in cui la Regione Lombardia è intervenuta, è stata su una telefonata della CNN che chiedeva conferma del documento, che loro avevano già. Lo avevano ricevuto da Repubblica.  Si è cercato quindi come sempre di strumentalizzare la situazione “. Jonathan Hawkins, vicepresidente della Comunicazione CNN International, ha successivamente inviato una lettera a Fontana all’interno della quale si spiega che la CNN ha “applicato i rigorosi standard editoriali per verificare informazioni che erano già di pubblico dominio su quotidiani italiani e internazionali“(tra cui il Corriere della Sera e La Repubblica) e sui media internazionali tra cui l’agenzia Reuters ed il New York Times) . Per questo, il network americano ha chiesto spiegazioni all’ufficio stampa della Regione Lombardia: “I nostri corrispondenti – si legge nella lettera – hanno prestato molta attenzione a verificare la bozza del documento che circolava su altri media e di questo hanno chiesto spiegazioni all’ufficio stampa della regione Lombardia e ad altri contatti”. “Spero – conclude il dirigente della CNN – che questa mia nota possa chiarire ogni equivoco”.

Casalino ora è nel mirino: Conte pronto a silurarlo? La fuga di notizia di sabato non è piaciuta a Palazzo Chigi e a Giuseppe Conte. Il premier ha "ampliato" le deleghe di Maria Chiara Ricciuti, la portavoce numero due. Roberto Vivaldelli, Martedì 10/03/2020 su Il Giornale. La gravissima fuga di notizia di sabato sera sul coronavirus, che ha permesso la divulgazione sui quotidiani italiani della bozza del decreto del presidente del Consiglio che metteva in quarantena il Nord Italia, scatenando il caos e "l'assalto" ai treni verso il sud Italia dalle stazioni di Milano centrale e Garibaldi, non poteva che avere delle conseguenze. Come già chiarito dal nostro giornale, la responsabilità di quel bruttissimo pasticcio non è certamente della Regione Lomabardia, dato che la bozza del decreto era già circolata sui quotidiani italiani prima della pubblicazione del pezzo della Cnn (che citava, in una prima versione poi smentita, la stessa regione come fonte). È dunque probabile che la bozza sia stata divulgata da ambienti romani vicini al governo Conte. Già, ma da chi? Difficile dirlo. Sta di fatto, come riporta Jacopo Iacoboni su La Stampa, che quella fuga di notizia non è piaciuta affatto a Palazzo Chigi e al premier Giuseppe Conte. Il primo effetto della disastrosa vicenda, scrive La Stampa, è che, in un lunedì politicamente difficilissimo per Rocco Casalino, a Palazzo Chigi sono state ampliate sia pure in maniera informale le deleghe di Maria Chiara Ricciuti, la portavoce numero due, nella gestione della vicenda coronavirus. Maria Chiara Ricciuti potrebbe avere, d'ora in poi, a discapito di Casalino, sempre maggiori responsabilità e più voce in capitolo rispetto al passato per quanto concerne la comunicazione di Palazzo Chigi. La nuova "pupilla" del premier, abruzzese e laureata in scienze della comunicazione alla Sapienza, cominciò a lavorare per la politica con Pino Pisicchio, deputato dell’Italia dei Valori, il primo partito che usufruì della consulenza di Gianroberto Casaleggio. Ma può vantare anche un'altra esperienza molto interessante nel suo curriculum: tra 2013 e 2014, infatti, ha curato la comunicazione delle onlus di Igor Danilov, a lungo il referente principale di Gazprom Media in Italia.

Coronavirus, quel brutto pasticcio che ha provocato il caos. Rimane il giallo su chi ha fatto circolare la bozza del decreto prima del dovuto. A scagionare del tutto la Regione Lombardia è la lettera inviata in serata al presidente Attilio Fontana da Jonathan Hawkins, vice presidente della Comunicazione Cnn International, il quale spiega che in merito alla polemica sull'anticipazione della bozza del Dpcm "la Cnn ha applicato i suoi rigorosi standard editoriali per verificare informazioni che erano già di pubblico dominio, sia sui siti italiani (tra cui il Corriere della Sera e La Repubblica) che sui media internazionali (tra cui Reuters e il New York Times)". Secondo quanto ricostruito da Il Fatto Quotidiano, il primo giornale a dare la notizia del blocco della Lombardia e di altre 14 regioni alle ore 20:12 di sabato è stato il Corriere.it - insieme a Open - con un articolo a firma di Fiorenza Sarzanini. Qualche minuto dopo il Corriere.it, la notizia del contenuto del decreto è stata pubblicata anche dagli altri principali quotidiani online, quindi è stata la volta delle agenzie di stampa, e dei quotidiani internazionali. Nella giornata di ieri, il Presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato di voler "presentare un esposto alla Procura perché mi sono rotto le scatole". Sul caso della bozza di decreto sul coronavirus anticipata da alcuni organi di stampa si muove anche il Codacons, che ha presentato oggi un esposto alla Procura della Repubblica di Roma. "Chiediamo alla magistratura di accertare chi ha diffuso agli organi di stampa la bozza di decreto, generando il caos tra i cittadini e portando a spostamenti di massa in treno, pullman e auto dal Nord al Sud Italia, indagando i responsabili per il reato di concorso in epidemia e disponendo nei loro confronti la misura dell’arresto in carcere". afferma il presidente Carlo Rienzi.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 10 marzo 2020. Chiunque sia stato, sabato sera da Roma (non certo dalla regione Lombardia), a far uscire per primo la bozza del decreto del presidente del Consiglio che in sostanza metteva in quarantena il Nord, un fatto è certo: la cosa non è piaciuta per niente a Conte, e non è rimasta senza conseguenze. Il primo effetto della disastrosa vicenda è che, in un lunedì politicamente difficilissimo per Rocco Casalino, a Palazzo Chigi sono state ampliate sia pure in maniera informale le deleghe di Maria Chiara Ricciuti, la portavoce numero due, nella gestione della vicenda Coronavirus. Ricciuti resta il capo dell’ufficio stampa (in sostanza la vice di Casalino) ma tutti hanno notato ieri come lei abbia cominciato a muoversi con maggior autorità, nei rapporti con molti giornalisti, e sia ormai quasi più vicina al premier di quanto non lo sia Casalino stesso. Il che rende necessario capire bene chi sia, questa donna. E’ innegabile che abbia un ottimo rapporto con Conte, che si fida sempre più di lei. Maria Chiara Ricciuti è un personaggio fino a oggi rimasto molto sottotraccia, ma adesso potrebbe silenziosamente conquistare la posizione di persona più influente nella comunicazione del premier. Abruzzese di Miglianico, diplomata a Chieti, laureata in scienze della comunicazione alla Sapienza, figlia di un geometra, cominciò a lavorare per la politica con Pino Pisicchio, deputato dell’Italia dei Valori, il primo partito che usufruì della consulenza di Gianroberto Casaleggio – e un grande sifone nel reclutamento di personale nel mondo grillino. Ricciuti si è fatta notare innanzitutto perché, all’opposto di Casalino, ha lavorato senza concedersi mai la vanità del farsi notare, in questo senso davvero nell’ombra. Anche se ovviamente nel tempo è diventata sempre più conosciuta. Faceva parte del team stretto di Luigi Di Maio durante la campagna elettorale, assieme a Cristina Belotti, e per una certa fase ha anche curato i social network dell’allora capo politico M5S. Tutti guardavano alla Belotti, le cui mosse sono state più rumorose, e intanto a Palazzo Chigi ci è poi andata la Ricciuti. Da tempo Mariachiara è sempre più l’ombra di Conte e, ci informa il quotidiano “Il Centro”, quando è in giro per il mondo con Conte spedisce a casa, a papà Pantaleone, foto di Trump e degli altri leader del mondo visti da vicino. Lasciando stare il colore familiare, Gianluca De Feo su Repubblica raccontò invece un dettaglio interessante, che Ricciuti aveva esperienze speciali nella sua biografia: non tanto la laurea, semmai un lavoro, tra 2013 e 2014, a curare la comunicazione delle onlus di Igor Danilov, che fu a lungo il personaggio principale di Gazprom Media in Italia, un uomo che tra le sue tante attività aveva anche aperto una società di marketing digitale in Italia, e ha una serie di interessi legati alla cybersecurity. Danilov aveva anche un’associazione che, all’insegna del dialogo “bizantino”, gemellava comuni italiani e russi. Ricciuti diede una spiegazione abbastanza tesa a minimizzare di questo rapporto di lavoro: “Me lo presentò un'amica, una interprete dal russo che faceva traduzioni per lui. Sapevo del suo ruolo in Russia, ma sembrava avesse venduto le sue attività nei media. Io ho collaborato agli eventi sul dialogo culturale e la tradizione bizantina in diverse cittadine. Era un personaggio sempre pieno di idee, ma all'epoca non aveva interessi nella comunicazione e non si era dedicato a ricerche di quel tipo. Da anni non ne so più nulla”. La cosa non comparve nel suo curriculum, e lei spiegò così il perché: “Nel curriculum “si indicano solo gli incarichi importanti”. Siamo andati perciò a consultare il suo curriculum ufficiale: dove per tagliare la testa al toro non son menzionati incarichi tout court. Nulla. Come se fosse nata col Movimento 5 stelle. Fece un po’ di rumore anche il suo stipendio, quando venne fuori che Ricciuti guadagnava a palazzo Chigi 129.196mila euro lordi: soldi del tutto in linea con altre figure analoghe nel passato, sia chiaro, ma non proprio in linea coi predicozzi grillini sull’austerità e i soldi pubblici. Anche allora, però, tutto il fuoco delle polemiche se lo beccò Casalino. Ricciuti, curva sui dossier e abile a schivare ogni riflettore, ora marca davvero stretto il portavoce del premier.

Coronavirus, spostamenti e autocertificazione: ecco come funziona. In caso di esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute è consentivo uscire dalle zone a contenimento rafforzato, ma è necessario compilare un modulo fornito anche dalla Pubblica sicurezza. Cristina Nadotti su La Repubblica il 09 marzo 2020. Il Decreto della presidenza del Consiglio emanato ieri prevede già per questa mattina il monitoraggio nelle “aree a contenimento rafforzato”, tra le quali l'intera Lombardia e altre 14 province di Piemonte, Emilia, Veneto, Marche e Piemonte: Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini in Emilia Romagna, Pesaro e Urbino nelle Marche, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli in Piemonte, Padova, Treviso e Venezia in Veneto. In queste zone ci sono limitazioni agli spostamenti ma non c’è un divieto assoluto come era per le zone rosse. Per spostarsi per «esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute» è necessario presentare ai controlli certificazione che attesti il motivo per derogare alla direttiva di ridurre il più possibile il movimento da un'area all'altra (e con questo la diffusione del contagio). Le limitazioni riguardano le persone e non le merci. Chi si sposta per esigenze motivate potrà presentare ai controlli un'autocertificazione. Il modulo è stato messo a disposizione dal dipartimento di Pubblica sicurezza. Resta comunque il divieto assoluto a spostarsi, senza eccezioni, per le persone sottoposte a quarantena o positive al coronavirus. I controlli saranno eseguiti lungo le linee di comunicazione e le grandi infrastrutture dalla Polizia stradale e lungo la viabilità ordinaria anche dall’Arma dei carabinieri e dalle polizie locali. La Polizia ferroviaria curerà invece, con la collaborazione del personale delle Ferrovie dello Stato, delle autorità sanitarie e della Protezione civile, su tutte le linee ferroviarie controlli su tutti i passeggeri in entrata e uscita dalle stazioni per eseguire le verifiche sullo stato di salute dei viaggiatori con i termoscanner. Anche in stazione, come ai posti di blocco lungo le strade, per andare incontro ai cittadini che non hanno il modulo la Polizia ferroviaria fa compilare le certificazioni anche al momento all'apposito desk di controllo. Così come già avviato in precedenza, negli aeroporti saranno controllati i passeggeri in partenza e in arrivo e, anche in questo caso, sarà necessario esibire l'autocertificazione per muoversi dalle zone a contenimento rafforzato. Per i voli Schengen ed extra Schengen in partenza le autocertificazioni sono richieste solo per i residenti nelle “aree a contenimento rafforzato”; mentre in arrivo i passeggeri dovranno motivare lo scopo del viaggio.

Come è punita la violazione delle norme.  Il decreto stabilisce che chi viola le prescrizioni è punito con l’arresto fino a tre mesi e l’ammenda fino a 206 euro, secondo quanto previsto dall’articolo 650 del codice penale sull’inosservanza di un provvedimento di un’autorità. Ma pene più gravi possono essere comminate per chi adotterà comportamenti, come ad esempio la fuga dalla quarantena per i positivi, che possono configurare il reato di delitto colposo contro la salute pubblica, reato che persegue tutte le condotte idonee a produrre un pericolo per la salute pubblica. 

Chi viola i divieti rischia l’arresto. Ma per viaggiare basta autocertificarsi. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Una grande «zona di sicurezza» che comprende la Lombardia e 14 province e mira al «contenimento del contagio da coronavirus». Lo prevede il decreto del governo che libera le «zone rosse» del Lodigiano e del Padovano e fissa nuove regole per «evitare gli spostamenti». Un provvedimento che non blinda le zone ritenute a rischio ma di fatto divide in due l’Italia. Per tentare di fermare la corsa del Covid-19, scattano divieti in tutta la penisola e controlli affidati alle forze dell’ordine in porti, aeroporti e stazioni, dove saranno montati i termoscanner. Le verifiche all’interno di Comuni e Regione saranno invece «a campione» e dunque saranno i cittadini a dover dimostrare di avere necessità a varcare il confine della «zona di sicurezza» con un’autocertificazione. Per questo ieri sera la ministra Luciana Lamorgese — che ha istituito al Viminale una cabina di regia e ha convocato per oggi il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza — ha emanato la direttiva per fissare «percorsi canalizzati» per i passeggeri, stabilire le regole per gli accertamenti e i criteri per chi violerà le norme. Per tutti coloro che saranno fermati e forniranno una giustificazione senza riscontro scatterà la denuncia per inosservanza del provvedimento dell’autorità, l’articolo 650 del Codice penale punito con l’arresto fino a tre mesi e l’ammenda fino a 206 euro. Si è però deciso di potenziare le possibili sanzioni contro chi viola le norme prevedendo «la contestazione di delitti colposi contro la salute pubblica». La «veridicità dell’autodichiarazione potrà essere verificata anche con successivi controlli» e la raccomandazione alle forze dell’ordine è quella di ammonire il cittadino a dire la verità, ma in caso di riscontro negativo si procederà alla cattura. Un rischio previsto anche per viola la quarantena. Il decreto mira al «contenimento del contagio nella Regione Lombardia e nelle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia». Per questo impone di «evitare ogni spostamento delle persone in entrata e uscita dai territori individuati e negli stessi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità per motivi di salute». È stato il comitato tecnico scientifico a suggerire la creazione di un’unica «area arancione» ritenendo che la «cinturazione» di sole due zone non fosse necessaria. E per questo è stato «consentito il rientro presso il domicilio, abitazione o residenza». La direttiva ai prefetti stabilisce che «la Polizia ferroviaria curerà, con la collaborazione del personale delle Ferrovie dello Stato, delle autorità sanitarie e della Protezione civile, la canalizzazione dei passeggeri in entrata e in uscita dalle stazioni al fine di consentire le verifiche speditive sullo stato di salute dei viaggiatori anche attraverso apparecchi “termoscan”». Al momento dell’ingresso nell’area viaggiatori «saranno attuati controlli sui passeggeri acquisendo le autodichiarazioni». Controlli serrati per chi vola da e per i luoghi della «zona di sicurezza». Il Viminale ha deciso che «negli aeroporti delle aree dei territori “a contenimento rafforzato”, i passeggeri in partenza saranno sottoposti al controllo, oltre che del possesso del titolo di viaggio, anche della prescritta autocertificazione. Analoghi controlli verranno effettuati nei voli in arrivo nelle predette aree. Restano esclusi i passeggeri in transito». Nuove regole anche per chi va all’estero: «Per i voli Schengen ed extra Schengen in partenza, le autocertificazioni saranno richieste unicamente per i residenti o domiciliati nei territori soggetti a limitazioni. Nei voli Schengen ed extra Schengen in arrivo, i passeggeri dovranno motivare lo scopo del viaggio all’atto dell’ingresso». Il controllo di chi viaggia in macchina o sui Tir «avverrà lungo le linee di comunicazione e le grandi infrastrutture del sistema dei trasporti». Sarà la polizia stradale «a vigilare sulla rete autostradale e sulla viabilità principale verificando le autodichiarazioni», mentre sulla «viabilità ordinaria» toccherà « all’Arma dei carabinieri e alle polizie municipali». Il decreto consente la libera circolazione delle merci e questo — è stato poi spiegato — è stato deciso «per non interrompere l’attività produttiva e quella commerciale». In pratica basterà dimostrare che ci si sposta per consegne e approvvigionamenti — anche di generi che non rientrano nelle categoria di “prima necessità” — e non ci sarà alcun obbligo di andare in quarantena anche se il transito è avvenuto nella «zona di sicurezza». Venezia è stata dichiarata «zona di sicurezza» dunque «i passeggeri delle navi di crociera non potranno sbarcare per visitare la città ma potranno transitare unicamente per rientrare nei luoghi di residenza o nei Paesi di provenienza». Nei porti vengono invece effettuate verifiche analoghe a quelle dei viaggiatori che utilizzano altri mezzi e dunque passando attraverso i «corridoi» prestabiliti. Le regole per le navi dove ci fosse una persona positiva sono state fissate dalla protezione civile e prevedono l’individuazione di quattro porti — Civitavecchia, Bari, Ancona e Ravenna — dove farle attraccare. La procedura prevede che i crocieristi siano sottoposti al triage prima dello sbarco e vengano poi divisi tra asintomatici da destinare alle caserme e sintomatici da trasferire in ospedale. I nuclei familiari non dovranno essere divisi e i turisti stranieri saranno subito rimpatriati. I divieti imposti al di fuori della «zona di sicurezza» impongono la sospensione di tutte le attività sportive e di quelle sociali nelle discoteche, nei pub e nelle sale giochi. «Alle persone anziane e agli immunodepressi viene raccomandato di uscire dalla propria abitazione se non nei casi di stretta necessità» e lo stesso «limite agli spostamenti vale per tutte le altre persone». È invece proibito entrare nelle sale di attesa degli ospedali «agli accompagnatori dei pazienti» mentre le visite a chi si trova nelle case di riposo e negli hospice devono essere effettuate soltanto «se autorizzate dalla direzione sanitaria». La lotta contro il tempo per battere il coronavirus si muove su tre linee precise e indispensabili: seguire le regole, mantenere le distanze, spostarsi soltanto in casi eccezionali. 

«Niente blocchi per aziende e merci». Caos sui divieti,  il governo rassicura. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Enrico Marro. Il primo nel pomeriggio, quando una nota del ministero degli Esteri ha precisato che «le merci possono entrare ed uscire dai territori interessati. Il trasporto delle merci è considerato come un’esigenza lavorativa: il personale che conduce i mezzi di trasporto può quindi entrare e uscire dai territori interessati e spostarsi all’interno degli stessi, limitatamente alle esigenze di consegna o prelievo delle merci». Anche i lavoratori transfrontalieri, aggiunge la nota, «salvo che siano soggetti a quarantena o che siano risultati positivi al virus, potranno entrare e uscire dai territori interessati per raggiungere il posto di lavoro e tornare a casa». Poi in serata l’ordinanza della Protezione civile: i vincoli del dpcm Conte non si applicano al trasporto merci «da» e «per» la zona arancione e non sono vietati gli spostamenti alle persone fisiche per motivi di lavoro, di salute e di necessità. Un altro segnale di normalità sarà l’apertura come sempre della Borsa, questa mattina, anche se le attese sono negative e comunque di forte volatilità dei listini. Sul fronte dei consumi, «nei supermercati per il momento i rifornimenti ci sono», assicura Esselunga, e Confcommercio parla di «forniture alimentari regolari». L’Assolombarda ha diffuso una nota per le imprese delle province di Milano, Monza Brianza e Lodi, con dettagli pratici sul trasporto merci: gli autisti non possono scendere dai mezzi e devono indossare mascherine e guanti monouso. Se «il carico/scarico richiede la discesa dal mezzo deve essere mantenuta la distanza di sicurezza (1 metro)» e la documentazione di trasporto va «trasmessa in via telematica». Secondo la prefettura di Alessandria, i datori di lavoro, per facilitare i controlli delle forze di polizia, dovrebbero fornire ai dipendenti un’attestazione o un documento (tessera o simili) che comprovi il rapporto di lavoro. Oggi il banco di prova.

"Ho noleggiato un'auto, poi...". La fuga già finita di Capuozzo. La città meneghina vincerà questa guerra attenendosi alle regole, bloccando il contagio. E lo si può fare solo evitando di muoversi. Il racconto di Capuozzo. Michele Di Lollo, Lunedì 09/03/2020, su Il Giornale. Quello che è successo ieri, l’assalto ai treni e alle autostrade, la fuga da Milano, aiutata dalla disastrosa comunicazione di un decreto, è comprensibile, ma ingiusto. Da questa guerra si esce solo bloccando il contagio. E lo si può fare solo evitando di muoversi. Toni Capuozzo continua il suo diario giornaliero da una Milano capitale del coronavirus. Scrive come ormai ogni giorno il suo post su Facebook. Un consiglio di famiglia - una famiglia in cui lui è il fragile, perché immunodepresso e vecchio - gli ha affettuosamente suggerito di andarsene, perché, non è di grande aiuto e può diventare un peso. Lo hanno aiutato a prenotare un’auto per tornarmene nel suo Friuli, contando sul fatto che un tesserino di giornalista e una lunga storia di posti di blocco evitati lo avrebbe aiutato a farlo. "Sono andato all’autonoleggio, e l’impiegata mi ha raccontato dell’assalto della notte. Ho pensato a un incontro che non ho visto, domenica mattina, nel territorio neutro dell’Idroscalo, tra la mia nipotina e suo papà: credo che lei non lo vedesse da una settimana, o più: è medico in terapia intensiva". Si sono guardati da lontano, senza sfiorarsi. "Mia figlia mi ha detto che forse è meglio se davanti alla bambina ci mettiamo tutti le mascherine, così si abitua, e non trova troppo strano quel padre, quando potrà rivederlo. Ho pensato di non essere io quello fragile, e ho deciso di restare. Ho noleggiato l’auto, per sentirmi libero di farlo in qualunque momento, e per girare come con uno scafandro la città che non avevo mai sentito così mia fino a quel momento". Ha posteggiato sotto casa, Capuozzo. Sperando che i vigili abbiano altro cui pensare. C’è abituato: è una piccola Sarajevo senza gloria, questa, è solo un posto dove le ambulanze non arrivano più sotto casa in quindici minuti ma in più di un’ora: hanno troppo da fare. Capuozzo ha una piccola, balzana proposta da fare al sindaco Sala. Il prossimo 7 dicembre riunisca tutta la città a San Siro o in un posto più grande. “Siamo gente che non ha ascoltato i nostri vecchi, che non sa che cos’è una guerra, e forse per questo immaginava fuggito da una guerra chiunque cercasse solo un futuro migliore. Siamo gente che ha pensato di essere street fighter con un tatuaggio, o una rissa in discoteca. Siamo gente che non poteva non essere promossa e non poteva fare compiti troppo gravosi. Siamo gente che predica la solidarietà e accumula seconde case, che ama la globalizzazione e paga un filippino che gli pulisca casa. Diciamo prima gli italiani, ma intendiamo dire prima noi stessi. Scambiamo le appartenenze politiche per ideali, e le liti da reality per passioni: ci colleghiamo con la Casa, quanti milanesi se ne sono andati? Siamo gente che pensa che resistere sia far finta di niente, aperitivi o mostre”. E dunque il sindaco Sala dovrebbe, il prossimo Sant’Ambrogio, dare un simbolico ambrogino. Di latta o di bronzo, a tutti quelli restati, per amore, per forza, per dovere, per pigrizia, perché non avevano dove andare, perché non hanno avuto il tempo di decidere. "È ovvio, prima i medici e gli infermieri, gente cui abbiamo lasciato il terribile compito di decidere chi salvare e chi non ce la facciamo. Poi gli altri, tutti quelli restati in una città senza rumore, come se avesse messo le pantofole dei vecchi, addio a scarpe da jogging e tacchi, suole da manager o anfibi da rapper. Tutti quelli che non sapevano dove andare, e sono andati a dormire. Tutti quelli che avranno superato un virus che in fondo era poco più di un’influenza. Tutte le mamme e i papà, e i single. Tutti gli anziani, e specie quelli soli, e specie quelli che sanno che troveranno il tutto occupato in sala di terapia, non si prenota come usava nei ristoranti ora vuoti e chiusi. Premiati con quella onorificenza che io ho ricevuto e non è bastata a farmi sentire milanese, allora". Dovrebbero essere premiati non perché abbiano fatto qualcosa di speciale. Solo perché non hanno fatto associare, in giro per l’Italia, la parola "milanese" al sospetto, al fastidio, alla preoccupazione, al ganassa invadente. "Ieri mattina sull’Idroscalo splendeva un sole prepotente, incurante degli umori. Da Linate, lì a fianco, decollava un aereo all’ora, o meno. Il cielo era lucido, e la trasparenza rivelava l’arco delle montagne. È un paradosso struggente che nella Milano con l’aria migliorata si possa morire perché manca l’ossigeno". 

Coronavirus, la lunga notte del tassista: “Non erano clienti, ma persone in fuga da Milano”. Le Iene News l'8  marzo 2020. Stazioni e treni assaltati, persone che hanno abbandonato in fretta e furia Milano e la Lombardia. C’è chi ha vissuto in prima linea il panico della notte più lunga dell’emergenza del coronavirus. A Iene.it parla un tassista in servizio nelle ore precedenti alla firma del nuovo decreto che impone divieti e allarga la zona rossa nel Nord Italia. Stazioni invase da centinaia di persone, treni assaltati per fuggire dai nuovi divieti per contenere i contagi da coronavirus. La firma del nuovo decreto che blinda per un mese la Lombardia e 14 province di Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto è stata attesa con la fuga da Milano e dalle grandi città lombarde. C’è chi è testimone diretto della notte più lunga delle ultime due settimane da quando è scoppiata l’epidemia. Non sono stati assaltati solo treni e mezzi pubblici, ma anche i taxi. Tra loro c’è chi ha contattato Iene.it per raccontare quelle ore di servizio. “Sono le 17 di sabato, quando sto per iniziare il turno in centro a Milano. Tra i colleghi girano voci di clienti che prendono il taxi anche per lunghe percorrenze, c’è chi addirittura si è fatto portare fino a Roma”, racconta il nostro tassista che preferisce mantenere l’anonimato. Ma quelle voci sono solo l’inizio del panico generale che è scattato poche ore dopo. Attorno alle 21.30 le strade vengono invase da persone che hanno al seguito i loro trolley. Da pochi minuti è trapelata la bozza del decreto che in nottata verrà firmata dal premier Giuseppe Conte. Prevede l’estensione della zona rossa a tutta la Lombardia e nelle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia. Il governo dispone infatti il "vincolo di evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita e anche all'interno dei medesimi territori". Ci si muoverà solo per “comprovate esigenze lavorative”, “situazioni di necessità” e “spostamenti per motivi di salute”. Per le strade e stazioni milanesi è il panico. “Attorno alle 22, due ragazze mi chiedono di accompagnarle alla stazione di Lampugnano. Avrebbero preso un Flixbus, uno di quegli autobus per lunghe tratte, per Firenze”, racconta il nostro tassista. Finito questo giro deve ripetere lo stesso itinerario. “Inizio a capire che questi non sono normali clienti, ma persone che scappano dalla città. Un altro mi chiede di portarlo alla stazione di Lampugnano perché sta per incontrarsi con i genitori. Nel frattempo un collega accompagna altre persone a Linate perché sarebbero partite per l’Abruzzo”. Più passano i minuti più la situazione degenera. C’è chi ai treni a lunga percorrenza e agli autobus preferisce il taxi. All’una di notte un altro ragazzo si rivolge per le vie del centro al nostro tassista. Destinazione: Torino, vuole andare dalla fidanzata. “Aveva la mascherina. Siamo partiti e in un’ora e mezza l’ho riportato a casa”. Da lì ha ripercorso lo stesso tragitto in senso opposto. In mezzo ha fatto tappa in autogrill per un caffé e alle 4 ha finito il turno. “Da due settimane i turisti sono completamente spariti. Abbiamo fatturato solo il 30% che facciamo normalmente, solo grazie a chi viaggia per lavoro”, racconta. E ora anche lui ha paura di questi nuovi divieti: “Immagino che il lavoro si fermi ancora di più. Spero che si ricordino di noi partite Iva alla fine di questa emergenza”.

Nicole Cavazzuti per “il Messaggero”  il 9 marzo 2020. È già stata soprannominata la notte della fuga da Milano. Altro che Milano da bere e capitale della night life. Priva di traffico di giorno e deserta di notte, da quando è esplosa l'emergenza coronavirus il capoluogo lombardo ricorda piuttosto un triste paesino del Far West. Con tanto di gente pronta a tutto per andarsene dopo che le misure per contenere la diffusione dell'epidemia sono state inasprite. E se negli ultimi giorni si erano già intensificate le partenze, dopo che la bozza del decreto è stata diffusa dai giornali sabato sera, la situazione è precipitata. Dalle 21.30 la Stazione Garibaldi è stata invasa da centinaia di persone intenzionate a lasciare la città prima che scattasse il divieto di entrare e uscire dalla Lombardia. E molte hanno preso l'ultimo treno per Salerno, quello delle 22, partito carico come un carro di bestiame con numerosi viaggiatori privi di biglietto, disposti a pagare la multa pur di non perdere l'occasione di fuggire. Poi, una volta chiusa la Stazione Garibaldi, gli ultimi fuggiaschi sono andati in Centrale, dove poco dopo le 5 partono i primi treni per tutta Italia. E dove, fin dalle 2 del mattino e nonostante i cancelli ancora serrati, si è formato un gruppetto (inizialmente sparuto, via via sempre più folto) di gente decisa ad andarsene prima dell'entrata in vigore dell'ordinanza. Determinata, a prescindere dalla situazione personale e dalle possibili conseguenze a livello sociale. Qualcuno con la mascherina, la maggioranza senza. A un certo punto un elegante signore anziano a passeggio con il cane al guinzaglio ha notato l'assembramento e si è avvicinato con aria perplessa. «Sciagurati! Siamo un popolo di furbetti privo di senso civico, che antepone il proprio tornaconto personale al bene collettivo», ha sibilato con un chiaro accento milanese. «Queste persone possono diffondere il virus tra parenti e amici e vanificare così in buona parte i sacrifici di un'intera regione. Diamine! Non ci vuole un virologo per prevedere che i casi di contagio si moltiplicheranno nei prossimi giorni. E non solo in Lombardia, ovunque», ha aggiunto con tono secco prima di voltare le spalle sdegnato. Che dire? In effetti se tra chi ha lasciato la città all'alba non mancavano turisti stranieri e italiani residenti altrove, persone insomma motivate da un reale bisogno di raggiungere la propria casa, molti dei presenti in Centrale erano invece lavoratori e studenti fuori sede che un tetto dove dormire l'avevano. È il caso di una coppia di ragazzi liguri, per esempio. «Non mi sono posta il problema che possa contagiare i miei parenti o i miei amici. Semplicemente, ho deciso di tornare a casa prima che Milano venisse blindata», ha ammesso lei. Meno sconsiderato Davide Rasconi, un giovane di Ferrara nel capoluogo lombardo per lavoro: «Quando è stata divulgata la bozza del nuovo decreto, a Milano è scoppiato il panico. In una situazione così incerta e caotica, chi ha potuto ha fatto armi e bagagli e si è affrettato a partire», ha raccontato. E ancora: «Sono conscio che questi esodi di massa contribuiranno a incrementare la diffusione del virus. È stato un errore diffondere quella bozza, ma quando sai che potresti rimanere bloccato beh, come fai a restare? Corro un rischio, ma appena arrivato visiterò la guardia medica». Lo abbiamo chiamato qualche ora dopo: risultato negativo al controllo, Davide nel pomeriggio di ieri era a spasso per le vie del centro di Ferrara. «Il mio treno non era affollato e nemmeno sugli altri binari c'era tantissima gente. Chi voleva partire era già partito ormai». In questo fuggi fuggi generale, c'è stata pure una fanciulla che ha abbandonato il capoluogo lombardo per raggiungere Roma in taxi! Costo della corsa? Appena 1200 euro.

(ANSA il 9 marzo 2020) - I carabinieri hanno denunciato due giovani di 20 e 25 anni, provenienti da Parma, che stavano andando all'aeroporto Marconi di Bologna per prendere un aereo per Madrid, violando così l'area interessata dalle misure del dpcm per limitare il contagio da coronavirus. Durante un controllo stradale, alla richiesta di specificare il motivo per cui si trovavano fuori dalla loro provincia hanno risposto che stavano andando all'aeroporto per partire per viaggio di piacere. Entrambi sono stati denunciati.

Negramaro, Sangiorgi: la mia canzone per fermare chi scappa. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 da Corriere.it. Ecco il post che Giuliano Sangiorgi, frontman dei Negramaro, ha pubblicato domenica 8 marzo sui social per invitare i fan a restare a casa. Che prima o poi l’emergenza finirà. «Le immagini di tutte quelle persone che ieri scappavano da Milano e assalivano l’ultimo treno che li avrebbe riportati a casa, dai propri affetti, sono ancora impresse nella mia mente... Cucino il ragù della domenica, fingo che sia tutto normale , come sempre. Giro e rigiro quel sugo, che Stella ama tanto. Smetto, lo faccio riposare e penso che ho del tempo per mettere nero su bianco i miei pensieri e, magari, ho il tempo pure di cantarli, prima di riprendere la cura del mio ragù. Sento che è giusto condividere queste parole nuove con voi, scritte per voi, per me... per capire o per cercare almeno di farlo. La musica, tante volte, mi ha aiutato a comprendere, a comprendermi. Tante canzoni, quelle rimaste nel cassetto, ma vi assicuro, mi hanno aiutato tanto, anche senza essere pubblicate, senza essere dei successi. Questa no, voglio dedicarvela, per annullare le distanze e per sentirvi in questa stanza tutti. Torno al mio ragù e vi aspetto, aspetto che tutto torni a girare nel senso giusto come questo mio ragù, come questa mia canzone... Restiamo a casa. Sono giorni che ci penso... Vorrei incontrarti, ma non si può. Sono ore, lunghe ore passate solo ad aspettare che qualcuno sappia dire qualcosa che faccia sperare, che questa maledetta storia sia sul punto di finire e insieme, finalmente, noi domani torneremo a uscire A incontrarci per le strade come un tempo in un locale, con un sogno e una birra in mano e una strana gioia, qui, nel cuore, che è difficile da capire perché sembra sia normale #. Ma da questi giorni qui tutto sarà un po’ speciale. E intanto noi restiamo a casa, così... In quel cassetto ho molti libri e un bel film Facciamo finta che là fuori piove e che quel sole tarda ad arrivare Ma è solo tempo da rispettare. Che dici potremmo fare l’amore? Approfittiamone per ricordare quanto è importante la vita insieme. È poco tempo! C’è solo da aspettare! Ti giuro torneremo a fare l’amore... Per ora resta casa qui con me. Per ora resta a casa. Fallo per te e per me E per noi!»

Fuga da Milano, centinaia in stazione per andare via prima che sia zona rossa. Redazione de Il Riformista l'8 Marzo 2020. Alcune centinaia di persone si sono recate nei pomeriggio e in serata alla stazione di Milano per “scappare” in vista dell’approvazione del decreto sulla zona rossa. Le persone, in barba all’appello alla responsabilità lanciato da tutte le autorità nazionali, per il timore di ritrovarsi improvvisamente bloccati in città con l’estensione della zona rossa, stanno provando a prendere treni ed “evadere” da Milano e dalla Lombardia. La stazione centrale del capoluogo lombardo e la stazione di Porta Garibaldi sono state prese d’assalto da centinaia di persone per gli ultimi treni della sera soprattutto in direzione Roma e Sud Italia. A generare il caos è senz’altro il decreto del governo e la bozza trapelata nelle scorse ore che ha generato caos e polemiche. Infatti delle decisioni così drastiche, probabilmente, non andavano comunicate in questo modo ma a cose fatte per evitare isterismi collettivi. Intanto il rischio maggiore è che queste persone in fuga possano allargare il contagio.

IL DECRETO – Il Dpcm firmato nella notte mette nell’area off limits Lombardia e 14 altre province di Piemonte, Emilia Romagna, Marche. Nella zona rossa entra infatti Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti, Alessandria, Novara, Vercelli e Verbano Cusio Ossola, tre province in più rispetto alla bozza iniziata a circolare già nella serata di sabato. Il totale di residenti interessati dal decreto supera i 16 milioni. Il decreto non prevede un “divieto assoluto”, come spiegato dallo stesso Giuseppe Conte in una conferenza stampa convocata alle 2 di notte. “Non si ferma tutto”, aggiunge il premier, treni e aerei saranno ancora disponibili ma sarà possibile muoversi solo per comprovate esigenze lavorative o per emergenze e motivi di salute. A far rispettare l’ordinanza ci penseranno le forze dell’ordine, che potranno fermare i cittadini e chiedere loro perché si stiano spostando nei territori della zona rossa. Per le aree in quarantena sono stati adottati provvedimenti estremi: da evitare lo spostamento delle persone in entrata e uscita dai territori in ‘zona rossa’, salvo se per per comprovate esigenze lavorative o per emergenze e motivi di salute; divieto assoluto di mobilità per le persone in quarantena; in caso di di infezioni respiratorie o febbre superiore a 37.5° è fortemente raccomandato di restare a casa e limitare i contatti; sospesi eventi e eventi e competizioni sportive, con l’eccezione per atleti professionisti e di categoria assoluta, purché le attività si svolgano a porte chiuse; chiusi gli impianti sciistici; chiusi cinema, teatri, pub, sale scommesse, discoteche; chiuse anche le scuole e università, che potranno continuare le attività con la didattica a distanza; chiusi musei e istituti culturali; sospese le cerimonie civili e religiose, compresi i funerali; le attività di ristorazione e bar sono consentite dalle 6 alle 18 sempre nel rispetto della regola della distanza di almeno un metro fra le persone.

Appello di un napoletano che lavora a Milano: “Restiamo qui, non portiamo il Coronavirus dai nostri genitori”. Redazione de Il Riformista l'8 Marzo 2020. Nella psicosi collettiva che ha colpito ieri sera il Nord Italia, con centinaia di persone che hanno raggiunto la stazione centrale di Milano per prendere il primo treno e fare ritorno nel Mezzogiorno, c’è chi mantiene la lucidità. ‘Il Riformista’ ha raccolto infatti l’appello di Luigi, napoletano di 37 anni residente nel capoluogo lombardo, che non si è fatto prendere dal panico dopo la pubblicazione della bozza del decreto, poi firmato e pubblicato nella notte dal governo Conte, che istituisce misure stringenti per fronteggiare il Coronavirus in tutta la Lombardia e in 14 province tra Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Marche. “Sono un uomo napoletano di 37 anni. Vivo a Milano con mia moglie dal 2014. Per necessità, certo. Ma anche per scelta, non devo e non posso nasconderlo. Chiedo a tutti i miei contatti che sono più o meno nelle mie stesse condizioni di fare come me e restare in questi giorni a Milano”, spiega Luigi. “Evitando tutti gli strascichi polemici, ritengo sia un atto di responsabilità – continua il suo appello – Io non so se ho il CoronaVirus, ma so che alla mia età e con le mie condizioni di salute, se dovessi contrarlo potrei combatterlo. E so che se ormai ce l’ho, non voglio rischiare di contagiare mia madre o i miei suoceri, da cui inevitabilmente andrei se decidessi di tornare a Napoli. E so anche che non vorrei gravare ulteriormente su una sanità che, seppur resistente e forte, non ha di certo bisogno di ulteriori pesi”. Infine l’appello finale: “Fermiamoci e pensiamo, prima di farci prendere dal panico. È un atto di responsabilità”.

Coronavirus, la testimonianza: «Io, scappato con BlaBlaCar dalla Lombardia: avevo paura». Parla uno studente universitario pugliese fuggiasco: «Non mi giudicate, ho agito di pancia». Graziana Capurso su La Repubblica il 09 Marzo 2020. «Non giudicatemi, ho avuto paura». Francesco (nome di fantasia) studente universitario pugliese, da anni a Monza, vuole restare anonimo. Sa di aver sbagliato. Di aver agito di pancia e che qui, se dovessero scoprirlo, lo metterebbero alla gogna. Ma proprio non ce l'ha fatta a restare fermo nella sua stanza in affitto. È uno dei «fuggiaschi», che durante l’altra notte ha abbandonato la Lombardia dopo la fuga di notizie riguardanti il decreto governativo che istituiva in tutta la Regione la «zona rossa» per frenare il contagio da coronavirus. «Lo so, è imperdonabile ciò che ho fatto. Me ne vergogno anche. Non prendetemi per un furbo. Anzi, mettetevi nei miei panni». «Il panico - prosegue - è scattato all'improvviso e l'unica cosa cui pensavo era cercare un modo per poter ritornare dai miei genitori». Da lì la ricerca di un posto in treno. «Ho pensato di scendere da Milano Centrale, ma vista la calca ho capito che la soluzione migliore era un viaggio in auto». I controlli in autostrada sono differenti e sfruttando l’incertezza legislativa in cui si trovava l’Italia durante la notte, Francesco ha bloccato un posto con Blablacar ed è «sceso» indisturbato. Mentre frotte di fuorisede si sono riversati in stazione e sui bus per avviare il controesodo degli «impauriti», lui all'alba era già a casa con il suo trolley. «È irrazionale la paura, so che potrei mettere a rischio i miei cari, ma giuro che non mi muoverò di casa. Resterò in quarantena anche oltre il necessario, se serve. Non ho febbre. Non ho nulla. L'importante per me è avere vicino mia mamma e poterla guardare negli occhi e non attraverso una videochiamata sul cellulare».

Coronavirus, studentessa di ritorno da Milano: "La quarantena? Meglio a Napoli". La Repubblica Tv il 9 marzo 2020. Napoli, arrivano i passeggeri in fuga dal Nord nella Stazione centrale. "Sicuramente ci aspetterà un periodo di quarantena ma meglio a casa di altrove" dice una studentessa del treno proveniente da Milano ed arrivato questa mattina nel capoluogo campano dopo esser stato bloccato per diverso tempo all'altezza di Villa Literno . "Sicuramente - prosegue - rispetteremo quanto previsto dal decreto, staremo a casa e faremo quello che è giusto. Io già sarei dovuta partire, ho solo anticipato un di qualche ora la partenza. Siamo tutte studentesse ed è chiaro che essendo sole e studiando in un'altra città abbiamo preferito tutte tornare a casa per fare lì la quarantena e non essere sole. Il treno non è affollato come si crede". 

Fuga dal Nord per il Coronavirus, calabrese lancia #IoNonTornoAlSud: “Lasciate le valigie vuote, il Sud ci ringrazierà”. Rossella Grasso de Il Riformista il 9 Marzo 2020. “Chi l’avrebbe mai detto? Eppure è così. Questa volta l’unico modo per aiutare la nostra terra è non tornare”. Inizia così il commuovente appello sui social di Rosanna Grano, giovane calabrese fuori sede, che poi è diventato anche una petizione su Change.org. Un messaggio rivolto a chi, come lei, vive lontano da casa e che dopo i decreti restrittivi per arginare l’epidemia di coronavirus è stato preso subito dalla tentazione di fuggire, di tornare a casa. Di tornare al Sud. Ma Rosanna chiede a chi come lei è migrato lontano da casa a restare lì dove sono. E lancia l’hashtag per sensibilizzare tutti a non foralo e per condividere questo sforzo. “Mandateci gli scatti delle vostre valige vuote e chiuse con l’hashtag #IoNonTornoAlSud #NoiNonTorniamoAlSud”. “Siamo quelli degli abbracci, dell’accoglienza, dell’ospitalità – continua l’appello – Siamo quelli del sole e del mare, del cibo buono e dell’aria pulita. Siamo quelli che hanno preso in mano una valigia, ci hanno chiuso dentro speranze, ambizioni, scelte dolorose e cuori impavidi nonostante le circostanze, e sono partiti”. Quello che racconta Rosanna è la condizione di tantissimi ragazzi che sono partiti in cerca di un futuro migliore e adesso si ritrovano costretti a non poter tornare a casa. “Ci siamo messi alla ricerca di un posto che potessimo chiamare casa, anche se casa non sarebbe mai stato perché casa è una sola – si legge nell’appello di Rosanna –  Abbiamo condiviso spazi comuni con coinquilini improbabili, abbiamo imparato a muoverci in città con i tram, le metro, gli autobus (e non “pullman”, come li avevamo sempre chiamati prima). Abbiamo fatto da Cicerone agli amici e ai parenti che ci venivano a trovare, sentendoci più grandi e più indipendenti. Salvo poi ammettere a noi stessi di sentirci un po’ soli la domenica, quando i pranzi in famiglia ce li facevamo raccontare al telefono o con i video su WhatsApp”. “Siamo sempre noi, quelli che hanno affollato le università dell’Italia e del mondo con schiere di parenti e amici, tutti arrivati per festeggiare i nostri successi. Per dirci che sì, i nostri e i loro sacrifici erano valsi a qualcosa. I sacrifici, nostri e loro. Anche per loro, genitori, nonni, parenti vari, non sarà stato semplice accettare la distanza. Eppure, ci hanno sostenuto, moralmente ed economicamente. Ci hanno inviato senza sosta negli anni gli ormai famosi pacchi da giù, riserve di cibo per loro, testimonianza di amore per noi”. “Siamo lontani, alcuni di noi anche da molti anni. E sentiamo sempre, ancora, che la nostra casa è "gggiù". Sarà sempre così. Però adesso non è il momento di farsi prendere dalla malinconia di casa, dalla paura di non poter tornare, dal bisogno di stringere forte le persone che amiamo di più. Un nostro abbraccio ora non è un gesto d’amore. Tutt’altro. Non avere la febbre, sentirci in salute, non tossire, credere di non essere mai entrati in contatto con persone affette da coronavirus, non è sufficiente per dire di non essere stati contagiati”. “Dobbiamo essere responsabili. Potremmo essere noi, giovani, sani, e sconsiderati, il veicolo del contagio. Serve un atto di responsabilità. Nei confronti di chi amiamo, nei confronti di chi ci ha sempre sostenuto e ci ha permesso di diventare grandi e indipendenti altrove. Il tempo e le circostanze ci chiedono di fare un grande atto di coraggio e di responsabilità. Forse il più forte atto di coraggio e di responsabilità che siamo mai stati chiamati a fare nei confronti della società e poi anche delle nostre piccole grandi comunità che dal Sud ci portiamo dentro ovunque nel mondo”. “Non torniamo a casa, non ora. Diamo una speranza alla nostra terra, alle persone che amiamo, all’Italia intera di uscire da questa emergenza. Fermiamoci un attimo. Ritorniamo ad avere lucidità e pazienza. Torneremo a casa quando potremo. Come abbiamo sempre fatto. Teniamo vuote e chiuse le nostre valige, conserviamole. Nessun panico: siamo tutti insieme. Seguiamo le indicazioni del Ministero della Salute, rispettiamo i divieti. Diamo un segnale di ringraziamento anche alle città e ai posti che ci hanno accolto e sono diventati la nostra seconda casa. Per un giorno, un anno o una vita. Abbiamo ogni strumento per non sentirci soli. C’è internet, ci sono i telefoni, le serie tv, le foto, le dirette, le storie. E ci sono i social. Raccontiamolo questo sforzo. Il Sud ci ringrazierà”. 

Coronavirus, il post di Katya è virale: “Caro papà, ti amo talmente tanto che resto qui”. Pubblicato da Redazione Blitz il 10 Marzo 2020. “Caro papà, ti amo talmente tanto che resto qui”. Con questo messaggio condiviso su Facebook, Katya Imbalzano, calabrese residente in Lombardia, ha commosso il web. In piena emergenza coronavirus, mentre i suoi concittadini, presi dal panico per il decreto che blindava la Lombardia scappavano e prendevano d’assalto i treni per il Sud, Katya ha deciso di restare a casa per scongiurare eventuali rischi di contagio. La stessa decisione che 48 ore dopo il premier Giuseppe Conte ha esteso all’Italia intera. Il suo post, così carico di senso civico e rispetto, è diventato così virale: oltre 3omila like e altrettante condivisioni. Queste le parole che Katya ha rivolto al suo papà, che vive a Reggio Calabria: “Caro papà, in queste ore tutti stanno scappando da Milano per raggiungere i loro cari giù. Io non l’ ho fatto. Non pensare che non ti ami…ti amo talmente tanto che ho deciso di starti lontana. Mi dici che stai bene e stai prendendo tutte le precauzioni necessarie… e va bene così…. Ti amo a distanza”.

I pugliesi restano a Milano per tutelare le famiglie, i nonni commossi sul web: “Vi vogliamo bene”. Redazione de Il Riformista il 9 Marzo 2020. Da Foggia a Lecce sono tanti i fuori sede che sono tornati a casa in Puglia approfittando della manciata di minuti prima dell’avvio del decreto coronavirus. Ma sono anche molto numerosi quelli che hanno deciso di non muoversi dalle zone rosse.  Una scelta sofferta ma fatta con grande responsabilità. Studenti e lavoratori hanno deciso di rimanere dove si trovavano al dine di “tutelare la salute dei propri cari”. Sui social girano commenti di ogni tipo, tra gli insulti a chi ha deciso di partire e gli “io resto” di chi ha lasciato la valigia nell’armadio. E i nonni non sono rimasti in silenzio e hanno affidato ai social i loro ringraziamenti: “Vi vogliamo bene e , state certi, quando il Coronavirus resterà soltanto un brutto ricordo, nei nostri cuori ci sarà spazio anche per il bel ricordo delle vostre azioni razionali e responsabili. Quando tutto sarà finito vi aspetteremo qui a braccia aperte”. Intanto sono 2.545 le persone che hanno compilato il modulo di autosegnalazione online per dichiarare di essere rientrate in Puglia da Lombardia e province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro, Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treciso e Venezia. Dal 29 febbraio sono 9.362 i moduli di autosegnalazione per dichiarare di essere ritornati in Puglia. 

Io resto al nord perché amo il sud. Redazione de La Voce di Maruggio il 9 Marzo 2020. Io resto al nord perché amo il sud!!! Sono delle parole semplici e contraddittorie tra di loro ma rafforzano un principio di responsabilità e amore per la propria terra, ad esplicitarle è Salvatore Cosma originario di Avetrana ma da 15 anni ormai residente a Reggio Emilia che costituisce una delle province dell’Emilia Romagna delimitata come zona rossa in quanto presenti diversi casi di infezione da corona virus. A seguito della bozza di decreto ministeriale fatta circolare sabato sera in Lombardia è avvenuto il finimondo … Treni, autobus e caselli presi d’assalto per ritornare al sud incuranti di poter diffondere il virus anche al sud. “Io ho fatto mio l’hashtag” io resto al nord perché amo il sud,” perché ritengo che ci siano tanti modi per amare il sud, la propria famiglia di origine ed i conterranei” afferma Cosma, ” per questi motivi resto al nord, continuo la mia vita con tutte le accortezze e restrizioni del caso al fianco della mia famiglia e ogni tanto tiro un sospiro pensando alla mia famiglia di origine al dover rinunciare di rivederli al compleanno imminente del mio piccolo e penso tra me e me… prima la salute”. “Teniamo duro” – sentenzia Cosma – “applichiamo a mena dito tutte le accortezze e prima o poi ne usciremo, lontano dal sud e con la Puglia ed Avetrana nel cuore” .

Coronavirus, fuga da Milano: io non sono partita, ma non condannate chi lo ha fatto. Federica Rana il 09/03/2020 su Notizie.it. "Ho scelto di rimanere a Milano, ma non me la sento di erigermi su un piedistallo e puntare il dito contro chi è andato via". La testimonianza di un'insegnante fuorisede. Detesto il momento in cui arrivo in classe e mi tocca fare il solito predicozzo moralistico. Magari stavolta avranno copiato da Wikipedia, non avranno rispettato i termini di consegna oppure si saranno comportati in modo ingiusto con i loro compagni. Eppure, profondo respiro mentre varco la soglia, e giù con l’importanza dell’autorialità, con il mondo lì fuori che non aspetta noi, con “la nostra libertà finisce quando inizia quella degli altri”. È il mio dovere, sono una docente, giovane e comprensiva, ma su certe questioni non si può proprio scendere a compromessi. Noi dobbiamo formare dei cittadini. Adesso, però, non posso vestire i panni della docente. Non so nulla sul Covid-19 e mi attengo a quello che la comunità scientifica e lo Stato mi impongono di fare. Non me la sento di fare pistolotti moralistici a nessuno.

La fuga da Milano nella notte di sabato 7 marzo. Sabato sera il tempo sembrava scorrere lentissimo e mai avrei creduto di vivere una situazione del genere a Milano, la città europea e superconnessa dove ho deciso di vivere. Ho avuto paura e pensato di fare la valigia e andare via. Ho pensato anche a tutta la leggerezza con cui, spiegando della peste del Trecento, solitamente parlo di epidemie, carestie e calo demografico come fenomeni ovviamente connessi. Ho scritto ai miei, dicendo loro che avevo paura, e pianto al telefono con le mie sorelle. No, non sono una cittadina modello. Non sono rimasta a Milano perché le sono riconoscente, perché ho in mente solo il bene della collettività ed è la luce che illumina la mia via. Sono rimasta a Milano perché ho paura per i miei cari, per la mia città e per la comunità, ma anche perché a Milano c’è ormai casa mia, i miei libri e il mio lavoro, perché voglio continuare a inviare le audiolezioni ai miei ragazzi per sentirmi viva, perché non voglio fare la profuga per chissà quanto, perché avevo paura di prendere un treno o un aereo andando a casa tanto quanto di contrarre il virus a Milano, perché non voglio essere stigmatizzata, proprio lì, nel mio Sud.

Il ritorno al Sud e l’impatto sulla comunità. Credo che chi sia partito sia da condannare. La morale e l’etica ci impongono di rimanere qui, di evitare il contagio, di essere maturi e prenderci le nostre responsabilità, anche lontano dai nostri cari. Sarò un’irresponsabile, ma allo stesso tempo non me la sento di erigermi su un piedistallo e puntare il dito contro chi è andato via. Forse il mio è solo il frutto ingenuo della non piena competenza in campo scientifico, virologico e sanitario. Tuttavia, quella paura non l’ho ancora lavata via e non me la sento, umanamente, di presentarmi come modello di comportamento civico e gettare fango, mediatico soprattutto, contro chi è scappato. Ho terrore dell’impatto che questo esodo possa avere, anche sui miei cari e sulla comunità che io in persona ho voluto tutelare. Spero, tuttavia, che chi sia tornato sia coscienzioso e segua le indicazioni della quarantena volontaria. Sì, hanno sbagliato, ma non riesco a condannarli a pieno. L’empatia non giustifica tutto, ci sono comportamenti giusti e comportamenti sbagliati, ma io non mi sento migliore di nessuno.

Da huffingtonpost.it il 10 marzo 2020. Disposta a tutto pur di scappare da Milano. Anche a pagare 1.200 euro e a viaggiare di notte, in taxi, per 6 ore. Destinazione Roma, ovvero casa. Un bacio al fidanzato che resta lì e via, prima che quella città che ormai conosce come le sue tasche diventi una prigione. Michela ha 30 anni e sale a bordo di Como 47. È la macchina di Melchiorre, tassista da 20 anni. “La radio mi ha avvisato che la corsa era per Roma e mi ha chiesto se ci fossero problemi - racconta - Io l’ho accettata senza pensarci è il mio lavoro. Ovviamente, prima di partire, ho chiesto alla ragazza se sapeva a che spesa sarebbe andata incontro. Lei si era già informata e non si è scomposta”. Ore 22.30, Melchiorre ingrana la marcia e parte. In giro non c’è nessuno da giorni, il lavoro scarseggia pure per le auto bianche. Solo la stazione Centrale è affollata di persone che se ne vogliono andare dalla zona rossa. Ma Michela vuole stare tranquilla, nemmeno lo ha cercato il treno, ha scelto il taxi. Preleva i soldi prima e dopo mezzanotte, ce ne vogliono tanti per arrivare a Roma. “Sono abituato a viaggiare di notte, ho la musica che da sempre mi tiene compagnia - spiega Melchiorre - Non avevo sonno. Lei invece a un certo punto si è addormentata”. Seicento chilometri sono tanti, soprattutto se hai cominciato a lavorare alle 17. Alle 4.30 la scritta Roma sulle indicazioni stradali si fa sempre più grande. Ultimo casello autostradale e casa per Michela è a una manciata di chilometri. Destinazione Balduina, e l’aria sa già di famiglia. ″È scesa la mamma per pagare la corsa, 1.200 euro, anche se la ragazza aveva pagato quasi tutto - dice il tassista - Ho tirato giù una valigia grande e una piccola e le ho salutate”. Michela e la mamma si sono avviate a casa, sotto braccio. La voglia di normalità in una situazione anomala. Melchiorre rimette in moto la sua macchina. A Roma fa ancora freddo la mattina presto. Però gli uccelli hanno cominciato ad annunciare l’alba. Sul lungotevere non ci sono macchine: “Quanto è bella Roma, mi sono ritrovato a dire a voce alta. I palazzi si riflettevano sul fiume, e intorno c’era aria di normalità. Quella che manca a Milano, dove dovrò tornare”. Ma quella è un’altra storia, i bar stanno aprendo: “Un cornetto e un cappuccino, grazie. Anzi, due cornetti”. 

"Chiudono tutta la Lombardia". Assalto alla stazione di Milano. La bozza del decreto Coronavirus mette in fuga le persone da Milano. Biglietterie e treni presi d'assalto nella serata di sabato. Rosa Scognamiglio, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. Gente in fuga alla stazione di Milano con tanto di bagagli al seguito e mascherina sanitaria ben salda al volto. Biglietterie prese d'assalto e scale mobili quasi al collasso. È la fotografia di un paese in preda al panico, piegato della psicosi ingenerata tanto dalla esplosione di una eventuale pandemia quanto dalla suspance per le comunicazioni tardive del Governo sulle nuove misure relative allo spostamento delle persone nei territori assediati dal virus. Stavolta la posta in gioco è più alta del previsto e l'indiscrezione relativa alla blindatura della Lombardia fa scappare tutti a gambe levate. Un pasticcio madornale, goffo e deleterio. Si tratta dell'effetto boomerang prodotto dalla bozza del decreto coronavirus varato dal Consiglio dei Ministri che, nonostante i reiterati annunci di un'imminente sottoscrizione, allo scoccare della mezzanotte di sabato non ha ancora ricevuto il benestare del premier. Insomma, ci sarebbe uno scartafaccio ma mancherebbe la firma. Soltanto dopo ore di spasmodica attesa, infatti, nella notte di domenica 8 marzo, Conte annuncia l'approvazione dei provvedimenti. "Leggerete tutto domani sulla Gazzetta Ufficiale", si rivolge alla stampa prima di ritirarsi nuovamente nelle stanze di Palazzo Chigi. Ma ormai la frittata è fatta e, mentre il Cdm mette a segno l'ennesimo strafalcione, centinaia di persone si sono già messe in marcia da Milano verso il sud del Paese col rischio concreto di diffondere agevolmente l'epidemia. Tutto comincia pressapoco alle ore 20, quando le testate giornalistiche e i notiziari nazionali anticipano parte del contenuto relativo alla bozza del nuovo decreto. Tra le varie limitazioni in elenco, si evidenzia la necessità di "chiudere la Lombardia" con ingresso e uscita garantita solo per motivi "gravi e indifferibili" di lavoro e famiglia. Bastano due righe di troppo, frutto di una comunicazione istituzionale parecchio dinoccolata, a scatenare il pandemonio. Appresa l'indiscrezione, decine di persone si riversano in massa alla stazione centrale di Milano in ricerca di un treno che possa condurli lontano dal capoluogo meneghino, fuori dai confini serratissimi della Lombardia. Le destinazioni sono varie e disparate: da Roma a Catanzaro, passando per Firenze fino a Bari o Napoli. E poco importa se gli unici convogli disponibili non rispondono agli standard della modernità, ciò che conta è garantirsi la fuga dalle terre del virus prima che giunga una interdizione ufficiale alla libera circolazione delle persone nelle province off limits di Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. "C'è l'ho fatta, sono riuscita a prendere un biglietto su un InterCity per Roma", racconta una ragazza in un video amatoriale circolato su Facebook. Intanto, tutt'attorno è solo un grande caos di provvedimenti non confermati e silenzi ministeriali. 

Il treno della vergogna. Andrea Indini l'8 marzo 2020 su Il Giornale. La paura, per carità, va compresa. Ma vedere centinaia di persone correre in stazione, a Milano, per prendere l’ultimo treno, l’Intercity che alle 23.20 di ieri sera è partito da Garibaldi, per lasciare la Lombardia messa in quarantena dal governo è davvero vergognoso. Non solo perché svela un’isteria immotivata, ma perché è la rappresentazione plastica di un pericoloso egoismo. Davvero nessuno di questi ha avuto la forza di starsene tranquillo in casa, magari a guardarsi una serie tv di Netflix o a leggersi un buon libro? Davvero hanno pensato, tutti ammassati negli scompartimenti e nei corridoi, di riuscire a sfuggire così dal contagio del coronavirus? Davvero a nessuno di loro è venuto in mente che, se portatore sano, rischia nei prossimi giorni di contagiare qualche parente o amico e quindi di allargare ulteriormente l’epidemia? Certo, ieri sera, qualcuno ha pasticciato. La fuga di notizie sulla bozza, che estendeva la zona rossa alla Lombardia e ad altre province in Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna e che anticipava le restrizioni durissime per 16 milioni di persone che vivono in queste zone, ha sicuramente contribuito a scatenare il panico. Verissimo. Ma non credo che sarebbe cambiato poi tanto se i “prodi”, che ieri notte hanno assaltato la stazione Garibaldi di Milano (video), avessero appreso il contenuto del decreto questa mattina. La corsa a fare la valigia e a salire su un treno o un autobus, che li avrebbe riportati a casa, sarebbe stata identica. Sui social l’esodo ha scatenato un odio violentissimo: chi è rimasto ha accusato chi è partito di aver voltato le spalle a una Regione che, dopo averli accolti, gli ha dato tanto; chi invece si troverà i fuggiaschi tra le scatole, li teme come degli “untori”. Il rischio, a ben vedere, è proprio questo: questa fuga immotivata finirà per estendere ulteriormente il contagio facendo esplodere l’epidemia anche nel Sud Italia e trasformando l’intero Paese in una immensa “zona rossa“. Ci auguriamo, ovviamente, che questo non accada. Ma la minaccia è alta. Da quando il coronavirus ha iniziato a mordere l’Italia, abbiamo dovuto assistere a drammatici esempi di egoismo. In molti si sono voltati dall’altra parte lasciando il nostro Paese da solo a combattere in prima linea. Lo hanno fatto la Francia e la Germania. E, ovviamente, lo ha fatto pure l’Unione europea scaricando l’emergenza sulle nostre spalle. Tuttavia, c’è chi quotidianamente si impegna in prima persona in questa lotta. Penso ai medici, agli infermieri e, più in generale, a tutto il personale che da settimane guarda in faccia il virus. Sono loro i nostri angeli. Con turni massacranti, stanno gestendo una situazioni al limite della sopportabilità umana. E penso anche a quegli imprenditori che hanno messo mano ai portafogli per donare svariati milioni alle strutture ospedaliere. Soldi che potranno servire a trovare una cura, a comprare nuovi macchinari per tenere in vita i contagiati, a coprire gli stipendi dei nuovi assunti o, più semplicemente, per salvare anche solo una vita in più. Guardiamo, quindi, a loro. E affidiamoci a questi eroi che restano e che tutti i giorni combattono anche per quelli che scappano.

Coronavirus, i controlli: rientrate al sud 25.000 persone. Multe ai furbetti della quarantena. Alessandra Ziniti il 10 marzo 2020 su La Repubblica. Chiavari, i mezzi della polizia municipale passano per le strade con i megafoni: «Attenzione, si invita la cittadinanza a restare il più possibile a casa per evitare il contagio». E siamo in Liguria, fuori dalla zona arancione dove accanto alla moral suasion i prefetti hanno messo in piedi una più o meno energica azione di posti di blocco e controlli per garantire il rispetto del decreto che limita gli spostamenti a quelli di lavoro o strettamente necessari e ferma tutte le attività. Gli almeno venticinquemila che nel weekend e ancora ieri sono fuggiti con ogni mezzo dalle regioni del nord per far ritorno a casa al centro-sud, ma anche in Toscana e Liguria, danno l’immagine plastica di quanto la moral suasion non basti a convincere le persone, soprattutto i giovani a rimanere a casa. E ora, dopo essersi registrati sui siti delle Regioni che hanno emesso ordinanze autonome, sono tutti in quarantena fiduciaria. E ci sono ancora decine di bus segnalati in arrivo. Quasi nessuno di coloro che si sono presentati ieri mattina alla stazione centrale di Milano sapeva se poteva partire o meno e tantomeno era informato della necessità dell’autocertificazione per il viaggio. E così, per paradosso, in stazione si è formata una lunghissima fila di gente in coda (non certo ad un metro di distanza) davanti al check point al quale polizia ferroviaria e militari chiedevano i documenti e distribuivano i moduli per l’autocertificazione delle «comprovate esigenze di lavoro, di salute o di necessità», che consente gli spostamenti. Il modulo è scaricabile dal sito del ministero dell’Interno, chi si deve muovere deve compilarlo e portarlo con sé. Chi non ne è in possesso potrà compilarlo davanti alle forze dell’ordine che controlleranno la veridicità della dichiarazione successivamente. Se si mente scatta la denuncia e si rischia l’arresto fino a tre mesi. E multe e denunce per chi ha violato le regole non si sono fatte attendere: per le due donne, appena tornate dalla Lombardia a Vibo Valentia, che invece di rispettare la quarantena se ne sono andate al ristorante a festeggiare l’8 marzo, per le due ragazze che ad Agrigento si sono filmate davanti ad uno dei locali della movida postando poi il video su Instagram vantandosi di essere riuscite ad aggirare i divieti della zona arancione in Lombardia. O per i due ragazzi di Parma, che hanno aspettato tutta la notte fermi in auto vicino l’aeroporto di Bologna nel tentativo di prendere il volo e non rinunciare alla vacanza a Madrid. C’è stato pure chi, come due turisti bergamaschi, è riuscito ad arrivare alla meta agognata, in questo caso Procida, ma è stato intercettato e rispedito indietro, o chi — a Modena — si è visto chiudere il locale per aver comunque organizzato una serata con trenta ballerine e decine di clienti.

La linea del Viminale è quella dell’informazione prima e della tolleranza zero poi. «È stata una giornata molto difficile — ha detto la ministra dell’Interno Lamorgese al Tg1 —. Siamo in una situazione di emergenza e ogni cittadino deve collaborare con le autorità. Ho chiesto ai prefetti di fare attività di comunicazione istituzionale perché i cittadini devono avere informazioni chiare. Voglio lanciare un messaggio ai giovani, non alimentino la movida, questa disinvoltura può causare danni ai loro amici, ai loro familiari». Controlli a tutti gli aeroporti delle zone arancioni, posti di blocco all’ingresso e all’uscita delle principali direttrici di Milano, termoscanner alle stazioni e al porto di Venezia. E in molte città gli agenti della polizia municipale hanno tirato fuori il metro per verificare il rispetto delle distanze di sicurezza in negozi, bar e ristoranti.

I controlli sugli spostamenti: "Tracciati con gli smartphone". Tramite i gestori telefonici si potrebbero tracciare i flussi delle partenze di massa: così potrebbe scattare una maxi quarantena. Luca Sablone, Martedì 10/03/2020, su Il Giornale. L'obiettivo principale è chiaro: rallentare i contagi da Coronavirus. Un traguardo che però è stato messo a serio rischio dalla recente partenza di migliaia di persone da Nord a Sud. Da qui l'avvertimento lanciato da Piero Marcati, matematico della Scuola Superiore di Studi Avanzati Gran Sasso Science Institute (Gssi): "Già adesso, il numero di positivi raddoppia ogni due giorni e mezzo". A suo giudizio risulta evidente come l'arrivo al meridione di potenziali positivi "richiede immediate politiche di quarantena", altrimenti il pericolo è dietro l'angolo ed è piuttosto inquietante: "Tra pochissime settimane si potrebbero raggiungere i livelli della Lombardia". Lo scenario drastico potrebbe essere evitato grazie all'identificazione di "tutti i telefoni cellulari che, ad esempio, il 7 marzo erano agganciati a celle telefoniche milanesi e che il giorno dopo si sono agganciate a celle a sud dell'Emilia-Romagna". Tramite i gestori telefonici, che eventualmente potrebbero fornire tutte le informazioni specifiche del caso, potrebbe essere possibile tracciare i flussi delle partenze di massa e sapere fino a dove sono arrivati. E c'è anche un passaggio ulteriore che andrebbe seriamente preso in considerazione: rintracciare quelle persone e metterle in quarantena; la misura sarebbe estesa anche alla catena di contatti. "Ma va fatto subito", ha avvertito l'esperto di modelli di previsione delle dinamiche delle epidemie.

Il problema della privacy. Con le dovute cautele, sarebbe possibile non ledere il diritto alla privacy? Luca Bolognini ha spiegato a Il Fatto Quotidiano che da un punto di vista giuridico "chi dice che non sarebbe costituzionale non dice una cosa corretta", poiché l'ordinamento europeo "lascia dei margini per limitare le libertà personali in casi di situazioni estreme, con l'art. 23 del Regolamento generale sulla protezione dei dati del 2016". Dunque un'emergenza di sanità pubblica di estrema gravità lo renderebbe costituzionale. Il presidente dell'Istituto italiano per la Privacy ha poi aggiunto: "Deve essere garantito da una legge dello Stato che preveda tutele rigorose della privacy, anche di temporalità". Polizia e militari potrebbero essere così sostituiti dalle app: ne esistono già alcune che - sulla base di un algoritmo che assegna il livello di rischio contagio per ogni singolo individuo - dichiarano automaticamente la messa in quarantena. In molti sostengono che la diffusione del Covid-19 è combattuta in tal modo da Cina e Corea del Sud. Maya Wang, ricercatrice senior della Cina per Human Rights Watch, ha dichiarato: "In Cina è probabile che il virus sia un catalizzatore per un'ulteriore espansione del regime di sorveglianza, come lo sono stati le Olimpiadi del 2008 di Pechino o l'Expo di Shanghai nel 2010. Dopo questi eventi, le tecniche di sorveglianza di massa sono diventate permanenti".

Salvatore Dama per Libero Quotidiano il 9 marzo 2020. La follia collettiva scatta nella serata di sabato. Quando, in seguito alle prime indiscrezioni trapelate dal consiglio dei ministri, inizia a girare voce di una imminente estensione della zona rossa a tutta la Lombardia. Le stazioni ferroviarie di Milano si riempiono di fuorisede. Soprattutto Garibaldi, dove sta per partire l' intercity notturno diretto a Salerno. Le immagini dell' esodo rimbalzano sui social, il professor Burioni accusa gli emigranti di ritorno di portarsi in valigia il virus. E immediata è la reazione dei governatori del Sud Italia. Il primo a reagire è Michele Emiliano. Alle 2.31, in un post su Facebook, il governatore intima ai pugliesi di ritorno di non mettere piede nella sua Regione. L' ex magistrato non vuole avere niente a che fare con i lombardi. E tratta i paesani trapiantati all' ombra della Madonnina come degli untori da respingere alle frontiere. «Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti», scrive Emiliano suoi social nottetempo, «fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l' autobus alla prossima fermata. Non portate nella vostra Puglia l' epidemia lombarda, veneta ed emiliana scappando per prevenire l' entrata in vigore del decreto legge del Governo». E' follia collettiva, appunto. Perché l' esecutivo non ha ancora preso nessuna decisione. Ma ovunque girano bozze del decreto della presidenza del Consiglio. La fuga di notizie è un danno enorme. Nessuno vigila sull' imminente contenimento della Lombardia, così chi vuole se la dà a gambe. Allora le Regioni del Sud, finora fatte salve dal contagio per culo o per opera divina, reagiscono in maniera brutale. Si respira una sorta di razzismo al contrario. Stop all' invasione, dicono i sudisti, aiutiamo i padani a casa loro. Alla fine sono pochi i pugliesi che salgono sul treno per tornare da mammà. I più scelgono il bus o l' auto. Ma non è un esodo biblico. Eppure Emiliano prepara subito una bella ordinanza che dispone l' obbligo di quarantena fiduciaria per 14 giorni imposta a tutti coloro che decidono di tornare dalle zone chiuse dal nuovo Dpcm. L' idea piace. Tanto che nel giro di qualche ora tutte le altre sei Regioni del Sud si adeguano con ordinanze analoghe. Di qui succede il delirio. In Campania, in seguito alla disposizione presa dal presidente Enzo De Luca, un treno proveniente da Milano e diretto a Napoli viene fermato due volte in provincia di Caserta. Sale a bordo la Polizia Ferroviaria e identifica tutti i viaggiatori prima dell' arrivo alla stazione di Napoli Centrale. Succede lo stesso a Salerno in un bus proveniente sempre da Milano e diretto a Matera.

Ritorsioni Le ordinanze dei presidenti delle Regioni meridionali sono in sostanza sette fotocopie: coloro che sono tornati a partire dal 7 marzo provenienti dalla Lombardia e dalle 14 province indicate dal nuovo Dpcm «hanno l' obbligo di comunicarlo». E, in caso di «comparsa di sintomi», gli emigranti devono «avvertire immediatamente il medico». Emiliano non si placa. In un video pubblicato in mattinata, minaccia ritorsioni contro chi vuole fare il furbo: in caso di mancata osservanza degli obblighi previsti dall' ordinanza, ci sarà l' arresto. Ma non si capisce chi dovrà fare rispettare queste disposizioni. Nel caso pugliese l' ordinanza indica i prefetti. Tuttavia il Viminale contraddice gli sceriffi sudisti. In una nota si precisa che le ordinanze delle Regioni contenenti delle direttive ai prefetti relative all'emergenza coronavirus «non risultano coerenti con il quadro normativo». La stessa ministra dell' interno Luciana Lamorgese fa sapere che sta lavorando a una direttiva rivolta ai prefetti «per dare attuazione uniforme e coordinata delle disposizioni del Dpcm» con le misure per il contenimento del Coronavirus «che investono profili di ordine e sicurezza pubblica». In serata il presidente della Protezione Civile Angelo Borrelli smentisce definitivamente i governatori del Sud con un' altra ordinanza: non sono vietati gli spostamenti per motivi di lavoro e di salute sul territorio nazionale: «Le Regioni si uniformino», intima il commissario incaricato a gestire l' emergenza.

L’ira su quelli che da Milano sono tornati «giù» di corsa. Famiglie divise dal virus: «Ci infettate, state sui treni». Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 su Corriere.it da Giusi Fasano. Fino a due giorni fa tornare a casa era una festa. Da ieri puoi passeggiare in paese come se nulla fosse, certo, ma vai a spiegarlo alla cugina, allo zio, all’amico d’infanzia, che «tanto io sto bene, sta’ tranquillo». Se vieni da Milano, da Vo’ Euganeo, dal Lodigiano, da una qualunque delle aree di contagio, essere «giù» è un aggravante e (giustamente) prudenza e timori hanno il sopravvento. Al punto che negli sguardi delle persone puoi quasi leggere le didascalie: sei scappato da Milano, eh; vieni qui a infettare tutti noi; ma non ti vergogni? Ecco. Da ieri mattina va così per chi, sabato sera, ha scelto la fuga verso Sud dalle stazioni milanesi di Garibaldi e Centrale prima che chiudessero le aree rosse del decreto. Fatti salvi i genitori, che sono felici di riavere a casa i figli al momento senza lavoro o senza lezioni, tutti gli altri sono in rivolta. E se per l’amico o il parente «scappato giù» almeno resta un saluto a distanza antivirus, per chi non si conosce montano proteste e richieste alla politica locale: di espulsione, di isolamento, di controllo, perfino di carcere. «Mio cugino è uno di quelli che è letteralmente fuggito da Milano ed è tornato a Palermo» racconta dal suo profilo twitter Leonardo (@leo_Thewall). Mio padre mi ha detto che lo ha visto passeggiare beatamente in centro. Questo significa essere idioti. Mio padre non è sceso dalla macchina e l’ha salutato da lontano». «Il cugino di mio padre che è scappato da Milano è deficiente» annuncia al mondo Em (@SUHOLY), «mio padre che però lo vuole accogliere in casa lo è il triplo». Sui social, via whatsapp o nelle videochiamate delle famiglie divise dalla geografia e dal Covid-19, la paura del contagio non racconta la storia dell’insurrezione del Sud contro il Nord, piuttosto svela piccole sommosse intrafamiliari in nome della salvezza comune. Lo zio che a malapena saluta il nipote da lontano, appunto, il figlio che se la prende con il padre irresponsabile, perfino amicizie che finiscono. Un signore che si firma Agankure, per dire. Dal suo account (@AganKureAKAcSen) rivela che «un amico di mia moglie da Milano è scappato per tornare in Calabria. Lo abbiamo chiamato dicendogli che non si deve azzardare ad avvicinarsi a casa dei miei suoceri che solitamente con educazione va a trovare. Con una buona dose di intimidazione...». Loro, i fuggiaschi del sabato sera milanese, nel giro di poche ore sono diventati i meno amati dagli italiani. Alcuni sono scesi dai treni e tanti saluti a tutti, ma molti - per esempio quelli degli Intercity per Napoli o gli altri sugli autobus Flixbus diretti a Caserta e poi a Matera - sono stati fermati e identificati dalla polizia oppure attesi alla meta da ambulanze per misurare la temperatura. Per tutti quarantena fiduciaria (obbligata per febbri oltre 37.5), dopo un «viaggio da incubo», in un treno in ritardo e affollato perché molta gente è salita senza biglietto pur di non restare bloccata a Milano. Sotto i profili facebook dei governatori regionali che prevedono quarantena per chi arriva dalle aree del contagio, migliaia di messaggi di utenti approvano e propongono altro. La signora Teresa Nardone scrive a Michele Emiliano: «mettete esercito, carabinieri, polizia, posti di blocco in giro, chiedete i documenti a tutti questi pazzi». Marco Scarabbaggio suggerisce: «Fateli venire in Puglia però lasciateli sul treno in quarantena». Ilaria Bellino ipotizza «l’oblio anche per i familiari che accolgono in casa il parente fuggito dal Nord». Al governatore Vincenzo De Luca Mary Durni chiede: «Mettetegli i braccialetti per gli arresti a casa, già si vede che non rispettano le regole», mentre riguardo alla quarantena fiduciaria Anna Chianese la butta lì: «Presidente non fidiamoci...». Il tweetdi @suxior (nome in codice: MancoMorta) va di logica: «Se mia sorella scappasse da Milano e si presentasse a casa mia, a parte una serie infinita di schiaffi, la chiuderei subito in cantina perché se la scoprissero darebbero fuoco alla casa con noi dentro. E allora è meglio stare a Milano». In effetti, messa così...

Coronavirus, la fuga nella notte, poi lo stop: Intercity fermato nel Casertano. Il treno Intercity notte 797 proveniente da Milano è rimasto fermo per circa un'ora nel Casertano. Predisposti controlli nelle stazioni di Napoli e Salerno. Giorgia Baroncini, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. La fuga verso Sud per il timore di restare bloccati a Milano e in Lombardia è iniziata nella notte. Appena i giornali e i notiziari hanno rivelato ieri sera parte della bozza del nuovo decreto, è scoppiato il panico. Subito centinaia di persone hanno preso d'assalto la stazione centrale di Milano e quella di Porta Garibaldi per fare ritorno nelle regioni del Sud: video e foto pubblicate sui social mostrano le biglietterie affollate e i treni in partenza dal capoluogo lombardo pieni. Dopo la prima bozza, a tarda notte il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato il decreto imponendo così misure ristrettive e riducendo fortemente la mobilità in Lombardia e in altre 14 province. E questo ha messo in moto le persone che si sono subito riversate nelle stazioni per raggiungere le città del Centro e Sud Italia (guarda il video). Pochi minuti prima delle 23, dalla stazione di Porta Garibaldi, è partito l'ultimo treno verso il Sud. Gente ammassata e seduta per terra pur di scappare dalla Lombardia: così l'Intercity797 proveniente da Torino Porta Nuova ha lasciato il Nord con a bordo centinaia di passeggeri. Poi lo stop: il treno è rimasto fermo per circa un'ora all'altezza di Villa Literno, in provincia di Caserta. La Polizia Ferroviaria ha acquisito i documenti dei viaggiatori, che saranno segnalati alle Asl competenti per il periodo di quarantena domiciliare di 14 giorni obbligatoria nelle proprie abitazioni. Alla stazione centrale di Napoli è scattato il protocollo per il coronavirus, d'intesa con la Protezione Civile. In mattinata sono giunti nel capoluogo campano altri due treni provenienti da Venezia e Torino: anche in questo caso sono stati effettuati controlli a campione, così come sta avvenendo al terminal bus alle spalle della stazione ferroviaria. Dopo la fermata di Napoli, l'Intercity ha ripreso la sua corsa verso Salerno. Come riporta l'Agi, in stazione, fonti della Prefettura confermano l'allestimento due presidi della Polizia e del personale sanitario che sottoporranno tutti i passeggeri ad un questionario per comprendere da dove arrivano e se presentano eventuali sintomi. "D'intesa con Regione Campania, Prefettura, Questura, Asl e Protezione Civile è stato attivato un immediato servizio di presidio all'arrivo di bus e treni provenienti dalla zona rossa. Tutti i passeggeri sono sottoposti ad identificazione, controlli sanitari e quarantena obbligatoria", ha spiegato il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli. Alla stazione ferroviaria di Salerno, in attesa dell'Intercity, intorno alle 12 è arrivato un Frecciarossa a bordo del quale il personale sanitario ha eseguito i controlli sanitari sui passeggeri.

Coronavirus, l’«esodo» dal Nord: controlli a treni e autobus in arrivo a Salerno. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 da Corriere.it. Controlli sanitari e quarantena obbligatoria per tutti quelli che arrivano dal Nord, con autobus o treni. Non ha perso tempo il sindaco di Salerno, Enzo Napoli, quando ha saputo dell’arrivo in massa di studenti e lavoratori originari del Sud che, alla notizia del decreto di chiusura della Lombardia, hanno deciso di tornare alle proprie case di famiglia nonostante l’invito del premier Giuseppe Conte. E così già in tarda mattinata sono state avvistate le prime ambulanze ad accogliere gli autobus Flixbus in piazza della Concordia. Nessuno, a quanto si apprende, ha superato i 37,5 gradi. Il Flixbus è poi ripartito per Matera. Nell’area c’erano tre ambulanze oltre alla Polizia di Stato e alla Polizia locale. Intanto è bloccato a Villa Literno (Caserta), il treno Intercity Notte 797, partito alle 22,55 di ieri dalla stazione di Milano Centrale e diretto a Napoli. Le vetture sono molto affollate per la presenza di centinaia di persone. L’arrivo del treno alla stazione di Napoli Centrale era previsto intorno alle 10 e alle 10.50 il convoglio sarebbe stato a Salerno. Ma quello del sindaco di Salerno non è l’unico provvedimento per arginare il potenziale contagio che potrebbe dilagare con l’arrivo di centinaia di persone dal Nord. Molti sindaci campani, hanno preso iniziative simili, da Praiano a Camerota a Sapri. E la Regione Campania ha emesso un’ordinanza con l’obbligo di isolamento domiciliare per chi viene dalla zona rossa: dovranno «mantenere lo stato di isolamento fiduciario per 14 giorni dall’arrivo con divieto di contatti sociali». Ed osservare «il divieto di spostamenti e viaggi», rimanendo raggiungibili «per ogni eventuale attività di sorveglianza», si legge nel provvedimento firmato da Vincenzo De Luca. Come lui, si sono già mossi molti altri governatori. Il primo è stato Michele Emiliano, che nella notte ha annunciato su Facebook l'ordinanza: Considerato che l’esodo di un così elevato numero di persone provenienti dalle zone cosiddette rosse potrebbe comportare l’ingresso incontrollato in Puglia di soggetti a rischio di trasmissione del virus, con conseguente grave pregiudizio alla salute pubblica» l’ordinanza dispone per tutti coloro che «hanno fatto ingresso in Puglia dal 7 marzo provenienti dalla Regione Lombardia e dalle province» indicate dal nuovo Dpcm «di comunicare tale circostanza al proprio medico di medicina generale» di «osservare la permanenza domiciliare con isolamento fiduciario per 14 giorni, di osservare il divieto di spostamenti e viaggi; di rimanere raggiungibile per ogni eventuale attività di sorveglianza». «Chi sbarca in Sicilia, con qualsiasi mezzo, provenendo dalle zone rosse del Nord, ha il dovere di informare il medico di base e porsi in autoisolamento»: ordinanza restrittiva anche per la Sicilia. «Se tutti manteniamo la calma e il senso di responsabilità, riusciremo a gestire e superare anche questo particolare momento. Noi siciliani abbiamo affrontato ben altre calamità e non ci arrendiamo. Ma ognuno faccia la propria parte», ha esortato Musumeci dal suo isolamento domiciliare dove si trova da ieri per precauzione dopo il contatto avuto mercoledì a Roma con il collega Zingaretti. Quarantena obbligatoria anche per chi prova a raggiungere la Calabria, dove la governatrice Jole Santelli è «al lavoro senza sosta per preservare la nostra terra da chi non ha ben compreso la gravità del rientro senza controllo. Ritornare dal Nord in modo incontrollato mette in pericolo la nostra terra e gli affetti di tutti. Non fatelo. Fermatevi». Santelli, dopo aver chiesto il blocco delle partenze verso la Calabria, che «rischia di creare una bomba emergenziale», chiede controlli sui treni e nelle stazioni dei pullman.

Leggo.it l'8 marzo 2020. Coronavirus in Italia. È arrivato con oltre 4 ore di ritardo il treno Intercity partito da Milano ieri sera alle 21.34 e il cui arrivo era previsto a Napoli alle 9,36. Il ritardo è dovuto ai controlli effettuati sul convoglio in attuazione dell'ordinanza del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che stabilisce «l'isolamento domiciliare per chi arriva dalle zone interessate dal decreto». Inoltre sul convoglio, preso d'assalto ieri sera alla stazione di Milano, molti passeggeri erano sprovvisti di biglietto per la fretta di salire sui vagoni. Tantissime persone - secondo quanto riferito da fonti Polfer a Caserta - sono salite ieri sera da Milano sul treno per tornare al Sud, molti senza biglietto. Il convoglio è stato fatto fermare due volte nel Casertano, perché la Polizia Ferroviaria doveva identificare tutti i viaggiatori prima dell'arrivo alla stazione di Napoli Centrale, essendo stata anche emanata proprio stamani dal governatore De Luca l'ordinanza che obbliga chi arriva dalla Lombardia o altre zone rosse a mettersi in quarantena. Il primo stop c'è così stato a Sessa Aurunca, dove la tensione tra i passeggeri, convinti di doversi sottoporre a controlli medici, ha però spinto le forze dell'ordine a far ripartire il treno. Il convoglio è stato poi fermato a Cancello Scalo: oltre cento persone sono state identificate, non senza problemi, tra cui alcune decine senza biglietto. Blindata da questa mattina la stazione di Salerno dove, dopo il decreto approvato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sono scattati i controlli a tutti i passeggeri in arrivo dalle zone a rischio contagio. Operazioni che avevano già interessato chi viaggiava a bordo dei bus Flixbus, fermati in piazza della Concordia per i controlli sanitari. Poi la task force si è spostata alla stazione ferroviaria. Medici e sanitari, indossando le tute anticontaminazione, sono saliti a bordo dei convogli per identificare i passeggeri, annotando la loro provenienza e la temperatura corporea. I controlli hanno riguardato un Frecciarossa proveniente da Milano - che è rimasto fermo al binario 2 per oltre cinquanta minuti - e un Italo che arrivava da Roma. La task force proseguirà per l'intera giornata: nel pomeriggio, infatti, sono attesi altri bus e treni in arrivo a Salerno e provenienti dal Nord Italia.

Il governatore De Luca: «Serve il pugno di ferro  contro il contagio». Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Monica Guerzoni. Enzo De Luca, presidente della Campania, invoca Padre Pio, chiede al governo il «pugno di ferro» e sospira: «Sono state 24 ore difficili per noi».

Si aspettava la grande fuga dal Nord?

«C’è stata un’ondata di arrivi imprevista e ingovernata, con la conseguente paura diffusa di una penetrazione di massa del contagio. Abbiamo dovuto emettere ordinanze immediate per identificare tutti i cittadini arrivati dalle zone a rischio e sottoponendoli a isolamento domiciliare controllato».

Come farete a garantire la quarantena?

«Non è facile, perché chi è rientrato con i mezzi propri sfugge al controllo. Sono impegnate le forze dell’ordine, i Comuni, le Prefetture, le Asl».

Perché voi governatori non riuscite a coordinarvi con il governo?

«Sulla gestione di questo passaggio, è indubbio che abbiamo scontato elementi di disorganizzazione».

Dove ha sbagliato Palazzo Chigi?

«Al di là di un ritardo obiettivo nell’individuazione del focolaio, mi pare che il governo e il ministero della Salute abbiano lavorato con serietà. Considero produttivo il rapporto di collaborazione con le Regioni. Poi, passata l’emergenza, dovremo capire dove vi sono state criticità».

Sul treno per Napoli c’erano contagiati?

«Un solo caso di febbre, ma non abbiamo notizie certe sulla causa».

Gli italiani non capiscono la gravità dell’epidemia?

«Qui da noi, come al Nord, si registrano episodi gravi di irresponsabilità individuale. Nei locali, la norma di distanza di almeno un metro è illusoria e ingestibile. Di notte centinaia di ragazzi affollano i pub. Se la realtà è questa, bisogna impegnare le forze di polizia a chiudere i locali che contravvengono alle regole. Per evitare la diffusione di massa del contagio, occorre il pugno di ferro. Se non lo farà il governo, lo faremo noi».

Il sistema sanitario in Campania reggerà?

«Provo a immaginare, con i brividi addosso, cosa sarebbe successo qualche anno fa, con la nostra sanità commissariata e disastrata. Oggi, grazie al lavoro rigoroso di questi anni, stiamo reggendo, con una attività di prevenzione straordinaria da parte delle Asl. Ma se il numero di contagi cresce la situazione diventa pesante».

Come vi state attrezzando?

«Realizzando il nostro Piano B, per raddoppiare i posti letto di terapia intensiva. E sperimentando sui pazienti, con risultati significativi, farmaci innovativi utilizzati dall’Istituto Pascale nelle terapie oncologiche».

Pensa ci sia bisogno di un supercommissario come Bertolaso?

«L’unico supercommissario con il curriculum adeguato per la Campania sarebbe Padre Pio, ma evitiamo di complicarci la vita e rafforziamo la linea di comando».

Coronavirus, l'ira di De Luca: «Il 40% di quelli che sono rientrati dal Nord non va in isolamento».  Il Mattino  Martedì 10 Marzo 2020. «Diamo per scontato che il 30-40% di coloro che sono rientrati dal Nord sfuggirà al dovere elementare di civiltà dell'autoisolamento». Lo ha detto il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca a Radio Kiss Kiss. «Non credo - ha detto De Luca - che abbiamo numeri enormi sul rientro ma quando avremo numeri certi li diremo. Le persone rientrate con bus, treni e aerei sono state controllate all'arrivo dai medici ma è evidente che centinaia di persone sono rientrate con mezzi propri, in auto. Ricordo che abbiamo emesso un'ordinanza per obbligare tutti a mettersi in isolamento domiciliare protetto per due settimane». 

Coronavirus Campania, De Luca: “1733 rientrati dal Nord in isolamento”. Sky il 10 marzo 2020. “Se dovessimo avere, tra queste persone, una percentuale elevata di contagiati, sarebbe un problema", ha aggiunto il presidente della Regione. "Sono migliaia le persone rientrate. Ne abbiamo identificate 1733 che adesso sono in isolamento domiciliare. Se dovessimo avere, tra queste persone rientrate, una percentuale elevata di contagiati, sarebbe un problema", ha detto il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, a Radio Crc. "Chiedo - ha aggiunto - a chi è rientrato con mezzi propri, in auto, di segnalare la propria presenza sul territorio".

De Luca: “Sovraccarico di lavoro per medici e infermieri”. "Una situazione preoccupante è quella dei medici, che mano mano si stanno contagiando: abbiamo 6 medici positivi alla Federico II. La situazione - ha aggiunto De Luca - rischia di aggravarsi nei prossimi giorni e c'è un evidente sovraccarico di lavoro per medici, infermieri e personale amministrativo. Cominciamo ad avere problemi anche da quel punto di vista. Al momento - ha spiegato il governatore - il quadro è questo: ieri sera contavamo 147 persone contagiate, quindi più 9 rispetto al giorno prima, 2 persone guarite, 44 in terapia intensiva".

Altri due laboratori per i tamponi. "Abbiamo avuto l'autorizzazione ad utilizzare altri due laboratori per i tamponi, quindi da oggi li esaminano anche il Moscati di Avellino e il Ruggi di Salerno, così da velocizzare ancora di più i tempi per individuare chi ha problemi. Attualmente - ha proseguito De Luca - l'unico laboratorio accreditato era quello dell'ospedale Cotugno che proseguirà e farà anche supervisione sugli altri due centri. Su questo dobbiamo essere estremamente attenti e avere prudenza: ho notizie che negli ultimi giorni ci sono laboratori privati che fanno tamponi il più delle volte a pagamento ai cittadini che lo richiedono. I tamponi vanno fatti con grande serietà e affidabili altrimenti rischiamo risultati fantasiosi". De Luca ha sottolineato anche l'improvvisa carenza di donatori di sangue: "La mancanza di sangue è una delle tematiche che più mi preoccupa, abbiamo 7 bambini, oggi, in attesa di un trapianto di midollo al Santobono e c'è poco sangue disponibile. Faccio un appello a donatori: che riprendano a donare sangue, non c'è nessuna preoccupazione nel farlo. Vedremo di mettere in campo anche un camper per far stare tutti più tranquilli, bisogna fare in modo che non ci sia una carenza di sangue".

L'ipotesi di chiudere le attività commerciali. "I cittadini di Napoli, ieri, hanno dato una prova di compostezza straordinaria. A Napoli in giro non c'era nessuno", poi aggiunto De Luca che parlato anche dell'ipotesi di chiusura di tutte le attività commerciali tranne quelle indispensabili: "Credo che la Lombardia e il Veneto facciano bene a fare quella richiesta: meglio interrompere tutte le attività economiche. Il sindaco di Bergamo dice 'facciamo come se fossimo a ferragosto'. Teniamo conto che in Lombardia ci sono dei numeri eccezionali, ci sono oltre 5mila contagi e una grande difficoltà sulla terapia intensiva. Valutiamo nelle prossime ore, se servirà io non avrò problemi a chiedere la chiusura di tutto, e cioè resteranno aperti sono farmacie e negozi alimentari e supermercati". Il governatore ha anche stimolato le forze dell'ordine a controllare il rispetto delle nuove regole: "Se facciamo le ordinanze e poi non ci sono i controlli il sistema non funziona, per questo faccio appello alle forze dell'ordine e alla polizia municipale perché siano attivi. Non si può tollerare chi abbassa a metà la saracinesca per continuare a fare un po' di attività. Se alle 18.00 chiudono le attività commerciali, bisogna controllare. Chi non si attiene alle ordinanze, compie un reato penale, perchè la diffusione di epidemia è un reato penale grave". 

Coronavirus, il post shock del prof: «A chi rientra da zone rosse, le mafie impongano quarantene domiciliari». Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Alessio Ribaudo. «Chiedo alle mafia, alla ‘ndrangheta, alla sacra corona unita e alla camorra, nei vasti territori da loro controllati, di imporre la quarantena domiciliare obbligatoria a tutti i loro corregionali improvvidamente rientrati a casa dai loro domicili al Nord rientranti nella zona rossa». Non è una «richiesta» effettuata sui social da un parente di un boss o la battuta, mal riuscita, di un cabarettista. È, invece, il post pubblico — poi rimosso dopo poche ore — che Alessandro Campi, professore di Scienze politiche all’Università di Perugia e direttore della Rivista di politica, ha scritto sul suo profilo Facebook. Un post che arriva dopo le infinite polemiche sulle persone che sabato notte sono precipitosamente andate via dal Nord per tornare al Sud. Il docente va oltre nel suo post. «Nel caso esse non riescano, con le proprie forze, a garantire il rispetto di questa elementare norma di prudenza, riterrei ragionevole da parte loro chiedere la collaborazione delle autorità pubbliche dello Stato italiano». Qualora non fosse chiaro il suo pensiero, precisa anche: «In questo momento tutte le istituzioni debbano collaborare». Un’equiparazione inaccettabile — neanche se avesse un tono ironico — fra la criminalità organizzata e gli organismi dello Stato. Il professor Campi, nato 59 anni fa a Catanzaro, è stato dal 1989 al 1996 responsabile dell’ufficio stampa e Centro Studi di Confindustria Umbria. Dal 1997 al 2002, è stato ricercatore presso la cattedra di Storia delle dottrine politiche del dipartimento di filosofia dell’Università di Perugia. Poi, nello stesso ateneo, è diventato professore associato di Storia delle dottrine politiche e, attualmente, è docente di Scienza politica. È stato dal 1999 al 2002, segretario generale della Fondazione Ideazione e, scrive sul suo sito internet, ricopre «attualmente l’incarico di direttore scientifico della Fondazione Farefuturo». Una fondazione di cultura politica, che ha fra i suoi scopi «quello di promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell’Occidente nel quadro di una rinnovata idea d’Europa, forte delle proprie radici e consapevole del proprio ruolo nei nuovi scenari internazionali». È presieduta dal senatore Adolfo Urso (FdI). Però sul sito della fondazione, aggiornato al 19 ottobre 2019, però il suo nome di Alessandro Campi non compare.

Da gazzettadelsud.it il 10 marzo 2020. Ha suscitato polemiche e sconcerto il post pubblicato alcune ore fa su Facebook da Alessandro Campi, professore ordinario di scienza politica all’università di Perugia. "Chiedo alla mafia, alla 'ndrangheta, alla Sacra corona unita e alla camorra - ha scritto il docente- di imporre, nei vasti territori da loro controllati, la quarantena domiciliare obbligatoria a tutti i loro corregionali improvvidamente rientrati a casa dai loro domicili al Nord rientranti nella zona rossa. Nel caso esse non riescano, con le proprie forze, a garantire il rispetto di questa elementare norma di prudenza, riterrei ragionevole da parte loro chiedere la collaborazione delle autorità pubbliche dello Stato italiano. In questo momento tutte le istituzioni debbono collaborare". "L'ho scritto e l’ho anche cancellato - si giustifica Campi - il senso del paradosso andrebbe capito, ma evidentemente non è questo il momento giusto". Cari amici della Gazzetta del Sud, ma davvero avete preso anche voi sul serio un post su 'Facebook' che voleva solo essere un paradossale commento a quello che è successo ieri sera con la fuga da Milano verso il Sud di parecchi nostri connazionali timorosi di restare confinati entro la 'zona rossa'? Un paradossale invio a rispettare le disposizione della autorità statali, che stanno invitando tutti a starsene a casa e a non circolare, lo avete scambiato per un messaggio choc. Davvero non me ne capacito. Capisco il momento delicato. Ma forse bisognerebbe avere la capacità, proprio in questi momenti, di discernere le cose importanti da quelle che non lo sono. Ovviamente ho provveduto a rimuovere il post, se questo rischia di esserne l'effetto. Vi ringrazio per l'attenzione. Cordialmente, Alessandro Campi

Coronavirus, rientri di massa al Sud: in migliaia si autodenunciano. Controlli per chi rientra nella stazione ferroviaria di Potenza. In Sicilia, Puglia e Campania quarantena per chi arriva dalla Lombardia. L'allarme dell'assessore regionale alla Salute: "Ci sarà un numero altissimo di casi portato dal Nord". L'Iss mette in guardia su Roma: "Il virus sta cominciando a circolare". La Repubblica il 09 marzo 2020. Sono circa 2mila500 soltanto in Puglia le persone che hanno risposto al provvedimento del presidente della Regione, Emiliano, e hanno segnalato di essere rientrati da una delle zone di contenimento del coronavirus. L'appello del  governatore Emiliano in un video Facebook ha sortito i primi effetti: "Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti: fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l'autobus alla prossima fermata". E ancora: "Non portate nella vostra Puglia l'epidemia lombarda".

L'Iss mette in guardia su Roma: "Il virus sta cominciando a circolare".  "A Roma il virus sta già incominciando a circolare, anche se le catene di trasmissione sono per ora piccole. Ne dobbiamo prendere atto perché altrimenti si fa il patatrac come a Lodi di nuovo. Solo che stavolta eravamo avvertiti". Sono parole decise quelle di Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss), intervenuto sull'emergenza nuovo coronavirus a 'Radio anch'iò su Rai Radio 1. "E' chiaro che bisogna anche in qualche modo usare dei deterrenti per chi se ne va in giro, crea assembramenti o fa le feste nei locali chiusi in questo periodo, perché è da incoscienti". "Certamente - ragiona l'esperto - se si fossero messe in atto le misure che sono state messe in atto in Cina a Wuhan e nell'Hubei, saremmo più ottimisti. E' chiaro che per noi è difficile, non sarebbe probabilmente realizzabile. Allora bisogna ricorrere alla responsabilità e al senso civico dei cittadini e usare anche qualche metodo deterrente". Però l'invito dello specialista è a usare il senso di responsabilità, e ai giovani dice: "Anche loro avranno padri, nonni e zie. Quindi sarebbe il caso che si responsabilizzassero".

Intanto in Sicilia l'assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, ha lanciato l'allarme  "C'è un numero altissimo di casi aggiuntivi che si potrebbero determinare per questo esodo dal Nord al Sud che è stato indotto". Il Sud isola chi arriva dalle zone a rischio. In Campania il governatore De Luca ha firmato un dispositivo per cui chi dal 7 marzo è tornato dalle zone rosse in regione deve rimanere in quarantena a casa. Questo nonostante le misure prese anche in Sicilia: il governatore Musumeci ha deciso la quarantena per chi arriva dalle zone rosse. Sospesa l'attività nelle palestre. La sanzione prevista è l'arresto fino a tre mesi. Matrimoni e funerali in forma privata. Intanto in questa settimana l'obiettivo è di contenere il contagio e tutte le autorità ripetono la necessità di rispettare le regole del decreto del Governo e la quarantena. In Italia l'ultimo bollettino ufficiale diramato dal commissario straordinario Borrelli  conta 7.375 positivi (la mappa), con un bilancio di  366 deceduti.

La campagna social #Iorestoacasa. In rete continua la campagna virale #iorestoacasa, un inno collettivo, divertente e ironico, sulla bellezza di fermarsi tra le quattro mura. Perr convincere soprattutto i giovanissimi a fermarsi e a non fare gruppo,  a sostegno di #iorestoacasa sono arrivati artisti, cantanti e musicisti. Fiorello, Jovanotti, Ligabue, Sangiorgi e Paola Turci, Francesca Archibugi, Paolo Sorrentino, ma anche politici, medici, ministri, tra video e canzoni scritte di getto per addolcire l'esilio casalingo. Una mobilitazione subito applaludita dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini: "Ringrazio i tanti i protagonisti della musica, del cinema, dello spettacolo che in queste ore stanno promuovendo sui social la campagna #iorestoacasa. Un messaggio importantissimo per i ragazzi".

Le rivolte nelle carceri. Altro fronte caldo da tenere sotto controllo, anche oggi,  è quello delle carceri. In tutta Italia forti tensioni ,dopo la decisione di sospendere, in via preventiva, i colloqui.  Tre detenuti sono morti nel corso della rivolta scoppiata ieri nel carcere di Modena. Durissima la protesta - con il sequestro di due agenti - a Pavia, sedata solo nella tarda serata di ieri. Le proteste hanno riguardato anche Salerno, Napoli e Frosinone, Vercelli, Alessandria, Palermo, Bari e Foggia. Nel primo pomeriggio i detenuti di Poggioreale, protestando per le misure di prevenzione per il Covid-19, si sono barricati nell'istituto.

Coronavirus, il Sud si isola: 7 Regioni ordinano la quarantena per chi arriva dalle zone rosse. Redazione de Il Riformista l'8 Marzo 2020. Obbligo di quarantena domiciliare per chi proviene dalla Lombardia e dalle province di Modena, Parma Piacenza, Reggio Emilia, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria, le ‘zone rosse’ previste dal decreto del Governo Conte firmato nella notte dal premier. È la decisione drastica presa dalla Puglia, in apprensione dopo l’esodo della serata di ieri da Milano verso il Mezzogiorno, con centinaia di persone che prese dal panico dopo l’uscita sui media della bozza del decreto, hanno deciso di scappare. Il governatore Michele Emiliano ha formato un’ordinanza nella notte, pubblicando poi un appello su Facebook rivolto ai suoi concittadini: “Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti: fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l’autobus alla prossima fermata”. E ancora: “Non portate nella vostra Puglia l’epidemia lombarda, veneta ed emiliana. State portando nei polmoni dei vostri fratelli e sorelle, dei vostri nonni, zii, cugini, genitori il virus che ha piegato il sistema sanitario del Nord Italia. Avreste potuto proteggervi come prescritto, rimanendo in casa e adottando tutte le precauzioni che ormai avrete imparato”. Per quanto riguarda l’ordinanza della Regione Puglia, viene precisato che in caso di comparsa dei sintomi dei deve “avvertire immediatamente il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o l’operatore di sanità pubblica competente sul territorio”. L’inosservanza degli obblighi previsti dall’ordinanza “comporterà le conseguenza sanzionatorie come per legge (articolo 650 del Codice penale, se il fatto non costituisce più grave reato)”.

LE ALTRE REGIONI MERIDIONALI – Lo stesso provvedimento è stato preso in ordine sparso anche da altri governatori del Mezzogiorno. A firmare ordinanze per la quarantena domiciliare delle persone provenienti dal Nord Italia sono state Sicilia, Calabria, Campania, Abruzzo, Molise e Basilicata.

Smentito l’esodo di massa, ma il Sud è in rivolta: «Identificate chi parte e mettetelo in quarantena». Il Dubbio l'8 marzo 2020. Polfer e aeroporti negano la fuga dalla Lombardia, ma sulle bacheche Facebook del meridione sale la protesta. I governatori: «tutti in quarantena». «Identificateli, fermateli, metteteli in quarantena». Quando sulle pagine Facebook comincia a girare il video della stazione di Milano, popolata in piena notte di gente con valigia in mano, pronta a scappare dalla Lombardia prima della “chiusura” dei confini, a diffondersi non è il Coronavirus, ma il panico. «Statevene a casa», ammonisce qualcuno, mentre qualcun altro prova a fare valere il proprio «irresponsabili» tramite la tastiera. Parola che poche ore dopo il premier Giuseppe Conte rivolge a chi ha fatto trapelare quella bozza – poi modificata – che avrebbe seminato il panico tra coloro che, di li a poco, si immaginavano in un carcere delimitato dai propri confini territoriali. Ma quegli assalti, poche ore dopo, vengono smentiti. Non c’è nessun tipo di ressa a Milano Centrale, comunica la Polfer, ma gente che sostiene di aver anticipato la propria partenza. Anzi, la città appare deserta. Molti arrivano con la mascherina sul volto, spiegando di aver deciso di partire dopo la firma del decreto da parte del governo. «Ho anticipato per non rischiare», dice una giovane diretta a Venezia, da zona rossa, dunque, a zona rossa. E nemmeno a Linate si sarebbe ipotizzata alcuna ressa: i banchi dei check-in Alitalia sono anzi quasi vuoti, eccetto la presenza di chi aveva già programmato il proprio viaggio. Ma a gettare nel panico il meridione sono i video, rimbalzati di bacheca in bacheca, che riprendono centinaia di persone dirigersi verso i binari, pronti ad abbandonare la Lombardia prima della sua chiusura ufficiale. Dalla pagina Associazione Ferrovie in Calabria"#coronavirus: queste sono le immagini quasi in diretta, dalla stazione di #Milano Porta Garibaldi: i treni Intercity Notte verso il sud Italia sono letteralmente presi d'assalto, per il timore che dalle prossime ore, dalle zone rosse, non sia più possibile entrare ed uscire. Sembra un brutto film, ma purtroppo è tutto vero…non possiamo fare altro che ribadire a chi ci segue, di rispettare alla lettera i protocolli imposti dal Governo, al fine di limitare il più possibile la diffusione del virus. Ricordando sempre che, in Calabria, le condizioni del sistema sanitario sono note a tutti, ed una eventuale forte diffusione del virus anche nella nostra Regione, sarebbe devastante. In questo video, diffuso dall’Associazione ferrovie di Calabria, la situazione ieri notte alla stazione di Milano Porta Garibaldi: i treni Intercity Notte verso il sud Italia, riporta la pagina, si sono riempiti da gente in fuga, incurante delle difficoltà dei sistemi sanitari del meridione che, in caso di nuovi contagi, rischierebbero di non poter sopperire alle necessità. E così è scoppiata l’ira del web. «Se fosse accaduto il contrario ci avrebbero aspettati con i fucili», dice una donna, mentre qualcun altro insiste: «cosa non si capisce della frase “siate responsabili”?». «Sarà contagio di massa», ipotizza qualcuno, maledicendo il governo. «Le smentite? Guardate i video, sentite cosa dicono gli intervistati: sono partiti dopo aver letto la bozza, altro che».

In men che non si dica, i governatori sono corsi ai ripari, tentando di contenere il panico e, soprattutto, fermare i rientri, annunciando quarantene e chiedendo di fermare l’esodo.

«Ore 2.31, ho firmato l’ordinanza per obbligare alla quarantena chi arriva in Puglia dalla Lombardia e dalle 11 province del nord», ha annunciato su Facebook il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. «Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti: Fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l’autobus alla prossima fermata. Non portate nella vostra Puglia l’epidemia lombarda, veneta ed emiliana scappando per prevenire l’entrata in vigore del decreto legge del Governo. State portando nei polmoni dei vostri fratelli e sorelle, dei vostri nonni, zii, cugini, genitori il virus che ha piegato il sistema sanitario del nord Italia. Avreste potuto proteggervi come prescritto, rimanendo in casa e adottando tutte le precauzioni che ormai avrete imparato. Ma avete preso una decisione sbagliata – ha sottolineato Emiliano – Non ho purtroppo il potere di bloccarvi, ma posso ordinarvi di comunicare il vostro arrivo ai medici di famiglia e di rimanere a casa in isolamento fiduciario per 14 giorni. Se volete evitare queste conseguenze, se siete in Lombardia o nelle altre province indicate, non tornate adesso in Puglia e se siete già in viaggio ritornate indietro. So cosa state provando. Ma dovete essere lucidi».

Mentre Jole Santelli, governatrice della Calabria, ha definito una «follia» l’esodo verso il sud, ed in particolare verso la Calabria. «Siamo preoccupati ed a lavoro senza sosta per preservare la nostra terra da chi non ha ben compreso la gravità del rientro senza controllo. Ritornare dal nord in modo incontrollato mette in pericolo la nostra terra e gli affetti di tutti. Non fatelo, fermatevi, seguite le regole, proteggetevi e proteggeteci come prescritto. L’esodo incontrollato porterà all’aumento esponenziale del contagio anche da noi – ha sottolineato -. È evidente che una sanità come quella calabrese, vessata da anni da tagli selvaggi, non è in grado di reggere una situazione di totale emergenza.Occorrono provvedimenti urgenti e seri di contenimento e sicurezza che non è nel potere della Regione emanare. Chiedo il blocco delle partenze verso la Calabria, per ordinanza regionale noi stiamo facendo i controlli negli aeroporti, ma non possiamo chiudere ingressi, treni e pullman. Il governo blocchi l’esodo verso la Calabria che rischia di innescare una bomba emergenziale. Chiediamo immediati ed urgenti controlli su treni e nelle stazioni dei pullman. Non è nei miei poteri bloccare gli arrivi dalla zona arancione. La Calabria non è in grado di reggere un’emergenza sanitaria grave. Io sto firmando un’ordinanza urgente che dispone la quarantena obbligatoria per chi arriva dalle 14 province, un provvedimento per cui chiedo la collaborazione attiva dei sindaci, subito».

È in corso, intanto, una riunione della Polizia Ferroviaria a Milano Centrale per l’attuazione del decreto che ieri ha reso l’intera Lombardia e 11 province zona circondata da cordone sanitario. La Polfer si prepara infatti al pattugliamento delle stazioni e ai controlli per evitare uscite dalla regione non previste dalla norma, sebbene al momento non siano state ancora date disposizioni precise in merito, che arriveranno in giornata.

(ANSA l'8 marzo 2020) - Imposta la quarantena a tutti coloro che rientrano in Abruzzo dalla Lombardia e dalle zone indicate nel Dpcm. Lo prevede un'ordinanza della Regione - firmata dal vicepresidente perché il governatore è in isolamento - dopo il "vero e proprio esodo 'biblico'" delle ultime ore. Il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, parla di "ordinanza di difficile applicazione e altrettanto difficile monitoraggio se non sarà accompagnata da una vasta e coscienziosa collaborazione dei diretti interessati e delle loro famiglie". "E' una follia. La diffusione della bozza di decreto sulla nuova zona rossa sta portando ad un vero esodo verso il sud e verso la Calabria. Siamo preoccupati e al lavoro per preservare la nostra terra da chi non ha ben compreso la gravità del rientro senza controllo. Ritornare dal Nord in modo incontrollato mette in pericolo la nostra terra e gli affetti di tutti. Non fatelo. Fermatevi!". E' l'appello della presidente della Regione Calabria Jole Santelli. "Seguite le regole, proteggetevi e proteggeteci - prosegue Santelli - come prescritto. L'esodo incontrollato porterà all'aumento esponenziale del contagio anche da noi. È evidente che una sanità come quella calabrese, vessata da anni da tagli selvaggi, non è in grado di reggere una situazione di totale emergenza. Occorrono provvedimenti urgenti e seri di contenimento e sicurezza che non è nel potere della Regione emanare. Chiedo con forza un'assunzione seria di responsabilità da parte del governo nella gestione delle partenze. È evidente che la situazione sta sfuggendo al controllo. Chiedo il blocco delle partenze verso la Calabria, per ordinanza regionale stiamo facendo i controlli negli aeroporti, ma non possiamo chiudere ingressi, treni e pullman". "Il Governo blocchi l'esodo verso la Calabria - sottolinea ancora la Governatrice - che rischia di innescare una bomba emergenziale. Chiediamo immediati ed urgenti controlli sui treni e nelle stazioni dei pullman. Non è nei miei poteri bloccare gli arrivi dalla zona arancione. La Calabria non è in grado di reggere un'emergenza sanitaria grave. Sto firmando un'ordinanza urgente che dispone la quarantena obbligatoria per chi arriva dalle 14 province, un provvedimento per cui chiedo la collaborazione attiva dei sindaci, subito". "Chiunque arrivi in Calabria o vi abbia fatto ingresso negli ultimi quattordici, giorni dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico, la misura della quarantena obbligatoria con sorveglianza attiva". E' quanto prevede un'ordinanza firmata da Jole Santelli, presidente della Regione Calabria "che introduce misure straordinarie a seguito dell'evoluzione che ha avuto l'emergenza Coronavirus nelle regioni settentrionali. Un'evoluzione che ha spinto tante persone residenti al Nord a far ritorno in Calabria". "È necessario comunicare questa misura - prosegue Santelli - al proprio medico di Medicina Generale o Pediatra di Libera Scelta oppure telefonando al numero verde regionale 800-767676 o al Dipartimento di Prevenzione dell'Azienda Sanitaria Provinciale territorialmente competente, che adotterà le misure necessarie. I Dipartimenti di Prevenzione dovranno fornire giornalmente al Dipartimento Tutela della Salute e Politiche Sanitarie e al Prefetto territorialmente competente, le informazioni relative ai soggetti posti in quarantena o isolamento domiciliare con sorveglianza attiva, secondo il format appositamente definito. Le società di autolinee e Trenitalia sono tenute a comunicare l'elenco dei passeggeri provenienti dalle zone indicate dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ai Dipartimenti di Prevenzione territorialmente competenti, anche tramite i sindaci. I Prefetti delle Province regionali, invece, dispongono verifiche presso le stazioni ferroviarie, aeroportuali, le stazioni delle autolinee interregionali. I sindaci, in qualità di autorità locale di protezione civile, dovranno valutare l'apertura del Centro Operativo Comunale con l'attivazione di attività di "Assistenza alla popolazione" e "Volontariato", dedicate alle categorie fragili e ai cittadini sottoposti a quarantena o isolamento domiciliare. Sul sito istituzionale della Regione Calabria sarà a breve pubblicata una scheda censimento per il monitoraggio dei rischi da Covid-19. Dovrà essere compilata da chiunque arrivi in Calabria o vi abbia fatto ingresso negli ultimi quattordici, giorni dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico".

Puglia, obbligo di quarantena per chi torna dal Nord. Emiliano: "Ci state portando il virus". Nella notte, dopo il decreto del governo sull'istituzione delle nuove zone rosse, il provvedimento del governatore per l'emergenza Coronavirus. Poi un messaggio su Facebook: "Fermatevi e tornate indietro". La Repubblica l'08 marzo 2020. La Puglia in apprensione per gli arrivi dal Nord, a poche ore dallla firma del decreto con cui il governo ha istituito le nuove zone rosse, e nella notte il presidente della Regione, Michele Emiliano, ha firmato un'ordinanza. Il provvedimento del governatore "obbliga chi proviene dalla Lombardia e dalle province di Modena, Parma Piacenza, Reggio Emilia, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria a comunicare tale circostanza al proprio medico di medicina generale" e soprattutto di "osservare la permanenza domiciliare con isolamento fiduciario" - la quarantena, in altre parole - "mantenendo lo stato di isolamento per 14 giorni". Emiliano ha affidato poi a Facebook un messaggio rivolto a tutti i pugliesi che stanno rientrando dal Nord. "Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti: fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l’autobus alla prossima fermata". E ancora: "Non portate nella vostra Puglia l’epidemia lombarda, veneta ed emiliana. State portando nei polmoni dei vostri fratelli e sorelle, dei vostri nonni, zii, cugini, genitori il virus che ha piegato il sistema sanitario del Nord Italia. Avreste potuto proteggervi come prescritto, rimanendo in casa e adottando tutte le precauzioni che ormai avrete imparato". Tornando all'ordinanza, si ricorda che "in caso di comparsa di sintomi" si deve "avvertire immediatamente il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o l'operatore di sanità pubblica competente sul territorio" e che "la mancata osservanza degli obblighi" imposti dal provvedimento "comporterà le conseguenza sanzionatorie come per legge - articolo 650 del Codice penale - se il fatto non costituisce più grave reato". L'articolo 650 prevede che "chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall'autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d'ordine pubblico o d'igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a 206 euro".

Fuga dal nord, Emiliano ferma l’esodo: quarantena obbligatoria per chi arriva. Pugliesi fermati a Milano: «Vogliamo tornare». Provvedimento nella notte per arginare il rischio di un contagio diffuso nella regione. Nicola Pepe l'8 Marzo 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha firmato nella notte una ordinanza che impone la quarantena obbligatoria di 14 giorni a chi arriva dal Nord in queste ore in particolare dalla Lombardia e dalle 14 province di Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Marche oggetto di un decreto legge del Governo varato in nottata. Un provvedimento reso necessario dopo le immagini e le notizie diffuse nella tarda serata che raccontavano di treni presi d’assalto al Nord da parte di centinaia di persone alcune delle quali sono state disposte a pagare la multa e viaggiare stipate come sardine pur di tornare a casa al Sud. ”Non ho il potere di bloccare queste persone” ha scritto il Governatore in un post su Facebook ma ha esortato questa gente anche a tornare indietro pur di evitare di diventare veicoli di contagio per familiari pugliesi esponendoli al Covid 19. Una marea umana incontrollabile a fronte della quale il Governatore non ha potuto far altro che imporre la quarantena obbligatoria nei confronti di queste persone. Un atto dovuto la cui efficacia è legata allo spirito di responsabilità dei singoli interessati. "State portando nei polmoni dei vostri fratelli e sorelle, dei vostri nonni, zii, cugini, genitori il virus che ha piegato il sistema sanitario del nord Italia.- scrive Emiliano - Avreste potuto proteggervi come prescritto, rimanendo in casa e adottando tutte le precauzioni che ormai avrete imparato. Il Governatore parla di decisione sbagliata e aggiunge: "Se volete evitare queste conseguenze, se siete in Lombardia o nelle altre province indicate, non tornate adesso in Puglia e se siete già in viaggio ritornate indietro".

Ecco uno stralcio di ordinanza con gli obblighi prescritti: "Tutti gli individui che hanno fatto ingresso in Puglia con decorrenza dalla data del 7/03/2020, provenienti dalla Regione Lombardia e dalle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti e Alessandria, hanno l’obbligo:

- di comunicare tale circostanza al proprio medico di medicina generale ovvero al pediatra di libera scelta o all’operatore di sanità pubblica del servizio di sanità pubblica territorialmente competente;

- di osservare la permanenza domiciliare con isolamento fiduciario, mantenendo lo stato di isolamento per 14 giorni;

- di osservare il divieto di spostamenti e viaggi;

- di rimanere raggiungibile per ogni eventuale attività di sorveglianza;

- in caso di comparsa di sintomi, di avvertire immediatamente il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o l’operatore di sanità pubblica territorialmente competente per ogni conseguente determinazione". In caso di «comparsa di sintomi, di avvertire immediatamente il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o l'operatore di sanità pubblica territorialmente competente per ogni conseguente determinazione». «La mancata osservanza degli obblighi di cui alla presente ordinanza - si sottolinea - comporterà le conseguenze sanzionatorie come per legge». Saranno i prefetti ad assicurare «l'esecuzione delle misure disposte con la seguente ordinanza» che è stata trasmessa anche ai sindaci.

UNIVERSITARI PUGLIESI BLOCCATI A MILANO - «Noi stiamo aspettando il pullman per andare a Bari, arriva alle 10 ma siamo venuti presto per capire che succedeva. All’inizio volevamo restare, ma tutti i nostri amici che stanno al Nord sono già giù». A raccontarlo sono tre studenti pugliesi che frequentano l’università a Milano. «I corsi sono sospesi - aggiungono - gli esami non si capisce come si daranno e quando. Tutti i nostri compagni di corso sono partiti la scorsa settimana». «Io a casa non ho più le mie inquiline - spiega una di loro - Ho fatto le valigie e vado dai miei finché posso». Un uomo in biglietteria chiede se il servizio di trasporto funziona o se verrà bloccato. «Mah non penso stamani - gli rispondono - e forse nemmeno oggi». «Meno male - risponde - finché non è finito questo casino non me ne torno proprio».

CONTROESODO DA BARI A MILANO -  Contro esodo ai tempi del coronavirus. Si chiama Angela ed era a Monopoli fino a qualche ora fa per seguire i lavori di ristrutturazione di una casa di famiglia, ma leggendo le notizie sulla chiusura totale della Lombardia ha prenotato il primo treno per Milano per tornare a casa. Un Intercity partito da Bari alle 11.55 e che a Milano arriverà dopo circa 12 ore di viaggio. «Stanotte mi sono allarmata - racconta Angela -. Io di solito non mi allarmo mai, sono una persona positiva, però le informazioni della chiusura totale della Lombardia, sia in entrata che in uscita, mi hanno allarmata e di corsa sono riuscita a trovare questo treno». Riguardo agli inasprimenti delle disposizioni per evitare il contagio da coronavirus che limitano l’ingresso nella zona rossa dice: «Sono residente e devo per forza entrare perché ho la famiglia. Immagino uno scenario di chiusura. Di gente che non si muove, si muove poco». Quanto alla paura di ammalarsi, netta la risposta di Angela: «No».

Coronavirus, rientro dal Nord: oltre 2500 autosegnalazioni in un giorno, 10mila totali. Ordinanza è valida. “L’ordinanza della Regione Puglia è valida e va rispettata” lo dichiara il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. La Gazzetta del Mezzogiorno l'08 Marzo 2020. Oltre 2mila persone di rientro dal Nord (2545 - dato aggiornato al 9 marzo) hanno compilato il modulo di autosegnalazione online per tornare in Puglia. (Dato aggiornato fino alle ore 21). «L’ordinanza della Regione Puglia è valida e va rispettata» ha dichiarato il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. In totale, dal 29 febbraio ad oggi, sono 9362 i moduli on line di autosegnalazione per dichiarare di essere rientrati in Puglia. Il dato è in continuo aggiornamento. Il capo dell’Avvocatura regionale Rossana Lanza spiega: “Le disposizioni interpretative rese dal Capo di protezione civile sulla portata dell’art.1 lettera A del DPCM 8 marzo 2020 confermano e non sono in contrasto con quanto stabilito dal presidente della Regione Puglia che ha disposto l’obbligo di isolamento fiduciario per 14 giorni per chi rientra in Puglia al fine di soggiornare nel proprio domicilio, abitazione o residenza. L’ordinanza della Regione Puglia non impedisce l’ingresso nel territorio pugliese, bensì impone solo un obbligo di cautela al sol fine di prevenire la diffusione del virus, trattandosi di individui che provengono da zone per le quali la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri con il medesimo DPCM ha disposto di evitare ogni spostamento in entrata e in uscita, salvo che per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o per motivi di salute. Quanto agli ulteriori chiarimenti interpretativi relativi ai casi in cui non si applicano le disposizioni limitative del DPCM, anche il presidente della Regione Puglia ha emanato una ordinanza con la quale specifica i casi in cui le limitazioni della sua ordinanza non si applicano”. Negli obblighi per chi rientra in Puglia da Lombardia e dalle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia, per soggiornare nel proprio domicilio, abitazione o residenza (con decorrenza dalla data del 7/03/2020) c’è quello di comunicare tale circostanza al proprio medico di medicina generale o pediatra di libera scelta o all'operatore di sanità pubblica del servizio di sanità pubblica territorialmente competente. Oppure di compilare il modulo online di autosegnalazione sanita.puglia.it/autosegnalazione-coronavirus. Chi rientra dalle zone indicate deve osservare la permanenza domiciliare con isolamento fiduciario, mantenendo lo stato di isolamento per 14 giorni e il divieto di spostamenti e viaggi; rimanere raggiungibile per ogni eventuale attività di sorveglianza; in caso di comparsa di sintomi, deve avvertire immediatamente il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o l’operatore di sanità pubblica territorialmente competente per ogni conseguente determinazione. “La risposta di 2000 pugliesi all’ordinanza è un fatto positivo – dichiara il presidente Michele Emiliano – compilando il modulo per segnalare il loro arrivo in Puglia di fatto queste persone si mettono in isolamento a casa per 14 giorni, i pugliesi stanno dimostrando grande senso di responsabilità. Un pensiero riconoscente va anche alle migliaia di nostri corregionali che hanno deciso di rimanere al Nord per senso di responsabilità nei confronti dei loro cari e della loro terra. Sono tantissimi e dalla Puglia a loro va il nostro grazie”. 

Coronavirus, le voci in aeroporto a Bari: «Nessuno ci controlla la temperatura». Pochi voli, ma ecco le testimonianze di chi era sul Milano Malpensa-Bari. Leonardo Petrocelli su La Gazzetta del Mezzogiorno il 09 Marzo 2020. «Mi ha sorpreso terribilmente il lassismo in aeroporto, sul nostro volo in partenza da Milano Malpensa c’erano a malapena 15 persone. Né ai controlli in partenza né a quelli in arrivo ci hanno misurato la temperatura». Luigi, 54 anni, rientrato ieri a Bari con un volo dal capoluogo lombardo, cuore del contagio, punta l’indice sulla mancata misurazione della temperatura di chi è appena tornato dalle «zone rosse». La questione, già postasi nei giorni scorsi, torna sul tavolo del dibattito. Per disposizione del Ministero della Salute il termoscanner è obbligatorio all’arrivo per chi giunge dall’estero (anche come scalo intermedio) o da Roma Fiumicino, ma la logica dovrebbe suggerire la necessità di estenderlo anche a chi approda dalle «zone rosse». Senza sottovalutazioni. Quella dell’esodo per via aerea è infatti una questione che può essere affrontata da due angoli visuali diversi. Il primo è quello della conta dei passeggeri: nei voli arrivati ieri a Bari da Milano, Bergamo e Venezia-Treviso i passeggeri erano pochissimi, dai 15 ai 25 a viaggio. Velivoli semi-vuoti dunque, per ragioni che non sfuggono all’intuito: diversamente da treni, macchine e pullman, l’aereo rappresenta una via di fuga molto più «stretta». Il biglietto è nominale, si sa da dove parti e dove arrivi, e i controlli - sanitari, quando capita, o della polizia - sono dietro l’angolo. Difficile eludere «l’occhio» dello Stato. E, infatti, i «fuggitivi» dell’ultima ora hanno scelto asfalto o rotaie per il proprio esodo. Le lamentele dei tassisti per le prenotazioni saltate e i grandi spazi deserti in aeroporto stanno lì a testimoniare un clima generale di dismissione. Ma c’è anche un’altra angolazione da cui affrontare il problema: se è vero che i passeggeri sono pochi, è altrettanto vero che i voli sono tanti. Solo ieri, dalle «zone rosse», ne sono approdati a Bari più di dieci. Basta fare una moltiplicazione: dieci voli con venti passeggeri fa 200 persone. Un numero non proprio irrilevante. Chi è rientrato per via aerea, però, non si scompone. Tutti battono sullo stesso punto: «Vivo qui, avevo necessità di tornare. Le disposizioni delle autorità? Faremo tutto quello che serve», è il ritornello. Qualcuno, però, esibisce già qualche indecisione. È il caso di una giovane studentessa dell’Università di Udine, arrivata ieri da Venezia-Treviso carica di valige: «Sono tornata per il funerale di mia nonna. L’isolamento? Vedremo, ora non so». Più rassicurante Antonio, reduce con famiglia da una vacanza proprio a Venezia: «Sono sicuro che non ci tratteranno da untori anche perché non potevamo certo rimanere in albergo per un mese. Siamo qui e faremo tutto ciò che ci chiederanno di fare». Le testimonianze si susseguono sulla stessa linea ma non mancano elementi che aggiungono confusione a confusione: c’è chi a Venezia è stato controllato pur non venendo da fuori, chi si è armato di mascherina perché «in aereo tossivano tutti» e chi, infine, un bacio e un abbraccio ai parenti li dà comunque, altro che isolamento. Chiudono la carrellata coloro che, invece, da Bari tornano su, lì nelle zone dove il contagio impazza. Un volontario della Croce rossa di Abano Terme, ad esempio, ci racconta di essersi concesso qualche giorno di vacanza in Puglia dopo aver trasportato contagiati da Vo’ a Padova. Ma ci sono anche casi meno borderline come Donato e Valentina in partenza per Venezia con due figlie di 7 e 4 anni al seguito. Le bimbe indossano la mascherina, loro no. Tirano un sospiro: «Dobbiamo rientrare, la nostra vita è in Veneto. Speriamo bene, soprattutto per le piccole».

Coronavirus Puglia: stop a ricoveri, visite ambulatoriali ed esami non urgenti in ospedale. Sospese le attività di front office anche nei Cup: prenotazioni solo al telefono o su internet. La Gazzetta del Mezzogiorno l'08 Marzo 2020. Nell’ambito delle misure per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da Coronavirus - CoVID-19, il direttore del dipartimento Promozione della Salute, Vito Montanaro, ha comunicato con una nota che da oggi sono sospese in via straordinaria tutte le attività sanitarie non urgenti nelle strutture pubbliche. Le prestazioni urgenti e indifferibili restano invece garantite. Il provvedimento serve ad evitare la presenza in ospedale di pazienti che potrebbero infettarsi. L’obiettivo è anche quello di garantire la disponibilità di un congruo numero di posti letto sia nelle degenze mediche che chirurgiche.E anche a rendere disponibili più sanitari nelle attività di contrasto al contagio durante il picco epidemico. Stop quindi a ricoveri, visite ambulatoriali, esami diagnostici e operativi, gli esami di laboratori, i day service, non urgenti.Sono sospesi i ricoveri programmati sia medici che chirurgici che non siano giudicati indifferibili dai sanitari. Sarà possibile effettuare solo i ricoveri programmati per pazienti oncologici e per quelli provenienti dal Pronto Soccorso, che siano considerati dai sanitari indifferibili. Si svolgeranno regolarmente i piani terapeutici, le somministrazioni di farmacoterapia e tutte quelle prestazioni che non si possono rimandare in quanto potrebbero procurare un potenziale danno al paziente, quali ad esempio dialisi, terapie oncologiche-chemioterapiche, PET-TAC, radioterapia, e naturalmente tutti gli esami, le visite ed ogni altra prestazione connessa alla procreazione, alla nascita ed alla diagnosi prenatale ed al parto. Si svolgeranno regolarmente le donazioni di sangue, per le quali si continua a fare appello ai donatori per far fronte al calo delle scorte.  A partire da domani è prevista inoltre la sospensione temporanea delle operazioni di sportello all’interno dei CUP per evitare la sosta dei pazienti nelle sale di aspetto e davanti agli sportelli, fatta eccezione per i pagamenti dei ticket relativi a prestazioni urgenti. Tutte le altre operazioni - come prenotazioni e/o disdette - saranno garantite esclusivamente per via telematica (salute.puglia.it ) o telefonica. Per ridurre ogni rischio di contagio, sono già in vigore provvedimenti per la riduzione dei punti di accesso in ospedali e ambulatori. L’accesso ai reparti ospedalieri di degenza sarà consentito in modo rigorosissimo esclusivamente durante l’orario di visita ad un solo visitatore per paziente al giorno. Stesse limitazioni negli ambulatori, dove sarà garantito l’accesso ad un solo accompagnatore per paziente.

ECCO I NUMERI UTILI: 

- Numero Verde 800888388: prenotazioni telefoniche nella fascia oraria 8.00-19.00 dal lunedì al venerdì, attivo solo da rete fissa.

- Numero 080 9181603: prenotazioni telefoniche nella fascia oraria 8.00-19.00 dal lunedì al venerdì.

Coronavirus a Matera, positivi padre e figlio: erano entrati in contatto con turisti della zona rossa. Il test effettuato all'uomo in mattinata dopo l’unico sui 36 tamponi, giunti dalle province di Potenza e di Matera. La Gazzetta del Mezzogiorno l'08 Marzo 2020. Salgono a cinque in Basilicata i casi di persone positive al coronavirus: l’ultimo a risultare contagiato è un giovane, figlio di un uomo - quarto lucano in ordine di contagio - ricoverato nell’ospedale «Madonna delle Grazie» di Matera. Lo ha reso noto la task force della Regione Basilicata: il giovane, che «è seguito a casa», nei giorni scorsi «è venuto in contatto con turisti provenienti dalla zona rossa». La scoperta della sua positività al covid-19 è avvenuta grazie ad un tampone effettuato «durante l’accertamento della catena di contatti del padre». La task force lucana, infine, ha precisato che «al momento non è in corso la processazione di altri tamponi». 

Coronavirus, Basilicata, il governatore Bardi ordina la quarantena per chi arriva dalle «zone rosse». Salgono a 5 i positivi. Stazione ferroviaria e terminal bus presidiate da Protezione civile e volontari. La Gazzetta del Mezzogiorno l'8 Marzo 2020. Salgono a cinque in Basilicata i casi di persone positive al coronavirus: l’ultimo a risultare contagiato è un giovane, figlio di un uomo - quarto lucano in ordine di contagio - ricoverato nell’ospedale «Madonna delle Grazie» di Matera. Lo ha reso noto la task force della Regione Basilicata: il giovane, che «è seguito a casa», nei giorni scorsi «è venuto in contatto con turisti provenienti dalla zona rossa». La scoperta della sua positività al covid-19 è avvenuta grazie ad un tampone effettuato «durante l’accertamento della catena di contatti del padre». La task force lucana, infine, ha precisato che «al momento non è in corso la processazione di altri tamponi».

L'ORDINANZA DI BARDI - Il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, così come il suo collega della Puglia, Michele Emiliano, ha emanato l’ordinanza n. 3 che prevede misure urgenti per arginare il diffondersi del Covid-19 sul territorio lucano. In particolare, l’ordinanza prevede che chiunque proviene in Basilicata dalle zone rosse, cioè dalla Regione Lombardia e dalle Province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia, è obbligato a mettersi in quarantena, osservando l’isolamento fiduciario, e a comunicare la propria presenza al medico di medicina generale, se si è minori al pediatra di base, o al Numero Verde istituito dalla Regione Basilicata 800996688. Agli stessi soggetti è richiesto, ancora, di evitare contatti sociali, di osservare il divieto di spostamenti e viaggi e di rimanere raggiungibili per le attività di sorveglianza. Se compaiono sintomi, si deve avvertire immediatamente il medico di base, il pediatra o l’operatore di sanità pubblica territorialmente. L’ordinanza è immediatamente esecutiva ed è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale e sul sito istituzionale della Regione Basilicata. Ecco alcuni stralci:  «Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, tutti i soggetti che rientrano a far data dall’8 marzo 2020 nella regione Basilicata, provenienti dalla regione Lombardia e dalle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia, devono osservare le seguenti misure:

- comunicare tale circostanza al proprio medico di medicina generale, ovvero pediatra di libera scelta, ovvero al numero verde appositamente istituito dalla Regione 800996688;

- osservare la permanenza domiciliare, con isolamento fiduciario, mantenendo lo stato di isolamento per quattordici giorni;

-  evitare contatti sociali;

-  osservare il divieto di spostamenti e/o viaggi;

- rimanere raggiungibili per le attività di sorveglianza;

- in caso di comparsa di sintomi, avvertire immediatamente il medico di medicina generale, o il pediatra di libera scelta o l’operatore di sanità pubblica territorialmente competente per ogni conseguente determinazione».

«La mancata osservanza degli obblighi di cui al precedente comma 1, lettere da a) a f), comporta l’applicazione delle conseguenze sanzionatorie indicate all’articolo 4, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020».

Coronavirus Basilicata, 699 persone rientrate dal Nord. Azzerate visite nei Sassi. Salgono a 8 i contagi. La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Marzo 2020. Sono 699 le persone provenienti dalle altre regioni italiane rientrate in Basilicata e censite fino a questo momento dalla Protezione civile: lo ha reso noto la task force della Regione Basilicata.

Intanto «sono otto i tamponi giunti in mattinata all’ospedale 'San Carlo' di Potenza per essere analizzati, a cui potrebbero aggiungersene altri nelle prossime ore: i risultati di laboratorio verranno resi noti in serata». Infine, la task force ha definito «stazionarie le condizioni di salute dei sette pazienti lucani risultati positivi nei giorni scorsi al nuovo coronavirus». 

8 I CONTAGIATI -  In Basilicata sono saliti a otto i casi di Coronavirus. Lo ha reso noto - attraverso l’ufficio stampa della giunta lucana - la task force regionale, specificando che «dei tamponi analizzati oggi nel laboratorio dell’ospedale San Carlo di Potenza, sette sono risultati negativi, uno positivo».

Il caso positivo registrato oggi «riguarda un uomo di 70 anni, di Potenza, che si trova in quarantena nella propria abitazione. È già stato programmato dagli specialisti il tampone sulla moglie».

Nel comunicato è anche evidenziato che «uno dei due pazienti di Matera positivi al Coronavirus, ricoverato nel reparto di malattie infettive dell’ospedale 'Madonna delle Graziè, nelle ultime ore è stato trasferito in rianimazione a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute». 

AZZERATE VISITE NEI SASSI - Un calo nei primi due mesi del 2020 dell’80-90%: questo calcolano gli operatori turistici di Matera, ma la sensazione, camminando oggi nei rioni Sassi «deserti», è quella che il Coronavirus, prima con la paura e poi con le decisioni del Governo, abbia di fatto azzerato il turismo della città che nel 2019 è stata Capitale europea della Cultura.

I dati dello scorso anno parlano di circa un milione di visitatori; le immagini e i «ricordi» - perché, nonostante siano passate solo poche settimane dalla cerimonia di chiusura dell’anno da «Capitale», sono proprio ricordi - raccontano di piazze piene e di vie e viuzze dei Sassi inondate da turisti. Un’inondazione reale - poi diventata «virale» attraverso i video diffusi sui social e arrivati in tutto il mondo - c'è stata il 12 novembre, con i Sassi travolti dall’acqua e dal fango.

Da quel momento in poi - anche se tutto tornò alla normalità in pochissime ore - la storia recente di Matera ha svoltato, questa volta però in senso negativo: sono aumentate le cancellazioni per il fine 2019 e sono invece notevolmente diminuite le prenotazioni per l’inizio 2020.

Le prime settimane del nuovo anno hanno quindi lasciato gli operatori molto delusi. In tanti, in particolare tra i gestori di bar, ristoranti, B&B e affittacamere, si sono accorti che i conti non tornavano più e che il «boom» stava volgendo al termine, cominciando a pensare di chiudere. E negli ultimi giorni la paura del coronavirus ha inflitto un altro colpo pesantissimo all’economia cittadina, fino ad arrivare a una mattina che, a Matera - ma forse mai come a Matera se si pensa a tutto quello che c'è stato nel 2019 - è stata surreale. Di reale, nel primo giorno dell’entrata in vigore del nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, c'è una città che ha perso per strada i turisti e che teme un tracollo. A parecchi pare inevitabile.

LE PAROLE DI BARDI -  Il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, ha chiesto ai sindaci lucani «il massimo sforzo» per «organizzare servizi di recapito beni di prima necessità e farmaci, soprattutto rivolti alle persone anziane e ai cittadini con problemi di assistenza": l’obiettivo comune «è di fornire a tutti i cittadini, soprattutto agli anziani, il supporto necessario per evitare il più possibile i movimenti sul territorio».

Bardi, è scritto in una nota dell’ufficio stampa della giunta regionale, con l’Unità di crisi regionale sul Coronavirus ha incontrato oggi alcuni componenti del Consiglio direttivo dell’Anci «per approfondire, nel dettaglio, tutta le questioni legate alla gestione dell’emergenza». Il coordinatore della Task force regionale, Ernesto Esposito, ha poi spiegato che la Regione ha «avviato uno studio epidemiologico, prendendo a riferimento i dati della Lombardia, per avere indicatori utili a comprendere la possibile evoluzione del contagio in Basilicata».

Lo studio «fornirà in anticipo suggerimenti utili su come ottimizzare l’assistenza sanitaria che ad oggi può contare su 60 postazioni di terapia intensiva, una metà delle quali deve essere resa disponibile anche per altre esigenze mediche» e, ha aggiunto Esposito, «stiamo censendo strutture utili per organizzare eventuali spazi di quarantena». Il presidente dell’Anci, Salvatore Adduce, ha invece ricordato che in relazione alla chiusura delle scuole «si è anche valutata la possibilità di aumentare le corse dei pullman sui quali viaggiano molti lavoratori, al fine di garantire la sicurezza delle sedute».

Coronavirus, l'esercito dei "rientrati" Più di 7mila in Sicilia. Sono 7 mila i giovani che hanno fatto rientro dal Nord e che si sono registrati sulla piattaforma della Regione Siciliana. Intanto i turisti bergamaschi in quarantena a Palermo tornano a casa. Vincenzo Ganci, Lunedì 09/03/2020, su Il Giornale. L'assessore alla salute della Regione Siciliana fa il punto della situazione coronavirus. Tra giovani che hanno fatto rientro dal Nord e chi invece, dopo la quarantena torna a casa al Nord. “Cominciamo con una buona notizia: stamattina lasceranno Palermo i turisti di Bergamo che erano stati in quarantena da noi, a loro rivolgo un buon rientro a casa”. Ha annunciato l’assessore alla salute della Regione siciliana, Ruggero Razza, intervenuto a Omnibus su La7. Oggi la comitiva di turisti bergamaschi in quarantena per due settimane all’Hotel Mercure di Palermo lasceranno il capoluogo siciliano. Si tratta di una trentina di persone che erano in compagnia della prima paziente risultata positiva a Palermo. Ieri hanno voluto ringraziare i palermitani e i siciliani che in questi giorni sono stati vicini ai turisti portando anche pietanze tipiche siciliane. “La Sicilia sta lavorando in maniera molto forte come le altre regioni, stiamo potenziano le terapie intensive aggiungendo 100 posti e arrivando a 500 posti nell’isola”, ha aggiunto l’assessore Razza. “Stiamo realizzando delle strutture sanitarie collegate al contenimento dell’emergenza – dice Razza – Noi abbiamo dimostrato in queste settimane di avere contenuto abbondantemente l’ipotesi di contagio”.

L'esodo dei giovani dal Nord. L’assessore ha poi parlato dell’esodo di cittadini dal Nord e diretti in Sicilia e nelle altre regioni del Sud. “Stiamo adottando delle misure di contenimento – ha spiegato Razza – abbiamo chiesto ai ragazzi di registrarsi sul sito della Regione e lo hanno fatto in oltre 7.000, perché in questo momento è determinante potere tracciare la presenza sul territorio di chiunque raggiunge la Sicilia dalle regione di area rossa o gialla. Noi dobbiamo fare tesoro dell’esperienza della Lombardia o del Veneto – dice – dobbiamo lavorare per incrementare il numero di posti letto in Sicilia”. "Abbiamo dimostrato in queste settimane di essere in linea con tutte le regioni e abbiamo contenuto il contagio. La mia preoccupazione è legata al numero fortissimo di casi aggiuntivi per questo esodo indotto al Sud". Sottolinea l'assessore della Regione siciliana. "C'è un numero altissimo di casi aggiuntivi che si potrebbero determinare per questo esodo dal Nord al Sud che è stato indotto". É la denuncia dell'assessore Razza. Intanto è terminata la quarantena anche per i 276 migranti salvati in mare, in tre diverse operazioni, e imbarcati due settimane fa sulla nave Ocean Viking. I migranti hanno trascorso due settimane in stato di quarantena nell'hotspot di Pozzallo (Ragusa). Insieme ai migranti è stato isolato anche l'equipaggio della nave di Sos Meditérranée e Medici senza Frontiere. Da oggi potranno iniziare i trasferimenti in altri centri di accoglienza.

Rientrata la protesta dei detenuti. Ad aggiungersi alle preoccupazioni del governo regionale anche le proteste dei detenuti per le limitazioni alle visite dovute al Decreto sul coronavirus. É rientrata in nottata la protesta nel carcere "Antonio Lorusso" di Palermo, dove i detenuti ieri a tarda sera hanno incendiato lenzuola e coperte, sbattendo le stoviglie sulle sbarre delle celle. Una protesta determinata dai timori di contagio al coronavirus e alle restrizioni anche ai colloqui con i familiari, necessarie per il contenimento del contagio. Fiamme, grida e rumori percepibili dall'esterno dove, in strada, c'erano i familiari che hanno bloccato il traffico sulla Circonvallazione, ostruendo la carreggiata con le automobili. "Non sappiamo cosa succede là dentro - dicevano i familiari in strada - ma non siamo solo noi che possiamo contagiarli. Anche gli agenti della polizia penitenziaria devono fare il tampone". Sul posto le volanti delle forze dell'ordine, la polizia di stato e i vigili del fuoco. La direzione del carcere ha cercato il dialogo con i detenuti e a notte fonda la protesta è rientrata. Stamattina, a scopo preventivo, in circonvallazione nei pressi del penitenziario, sono presenti personale e mezzi della Polizia di stato, ma al momento non risulta nessuna protesta.

·        Un popolo di coglioni…

Parafrasi ed Assioma con intercalare. Non ho nulla più da chiedere a questa vita che essa avrebbe dovuto o potuto concedermi secondo i miei meriti. Ma un popolo di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito, informato, curato, cresciuto ed educato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Chi ci ha rincoglionito? I media e la discultura in mano alle religioni; alle ideologie; all’economie. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora ho il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

Lettera al ''Giornale'' il 20 ottobre 2020. Tale Simona Bonafè (Pd) in tv, ospite di Nicola Porro, ha testualmente affermato «non facciamo gli italiani più imbecilli di quanto non siano». Informo la svampita onorevole che gli italiani non meritano di essere offesi da una scappata di casa che sostiene un governo che dell' imbecillità ha fatto una bandiera! Giuseppe Metelli

Risponde Tony Damascelli sul ''Giornale'' il 20 ottobre 2020. Gentile signor Giuseppe ogni volta che leggo o ascolto una corbelleria mi tornano alla mente le battute di Totò, il quale anticipava i tempi non immaginando comunque che addirittura i rappresentanti delle istituzioni scendessero al ruolo di comparse e battutisti. Lei segnala, appunto, un passaggio delle parole pronunciate dalla parlamentare Bonafé Simona la quale, in coerenza con il proprio cognome, dunque in buona fede, ha detto testualmente. «non facciamo gli italiani più imbecilli di quanto non siano». Meglio avrebbe fatto a usare la prima persona plurale del verbo, dunque «..di quanto non siamo..» ma mi rendo conto che questo sarebbe stato un salto culturale e di coscienza che una esponente di questo governo non può avere, appartenendo a un clan esclusivo di nati già imparati. Ecco perché mi è tornata in mente la frase del principe De Curtis: «Lei è un cretino, si informi», un riassunto che spiega tutto, un invito che è una condanna alla berlina pubblica.  Può darsi che noi italiani siamo così cretini che nemmeno una parlamentare può immaginarlo, ma si dovrebbe presumere che la nostra imbecillità derivi proprio dal fatto di essere rappresentati da simili personaggi. Non voglio scadere nelle facili e volgari provocazioni ma spesso la Bonafé è scivolata in modo imprevedibile e goffo, scambiando congiunto con congiuntivo, un errore di sbaglio si potrebbe dire per mettersi allo stesso livello ma, come sostiene la stessa deputata di Azzate, non siamo mica tutti imbecilli.

Hanno prima istituito le zone rosse contagiate dal Virus Padano con limiti invalicabili e poi hanno permesso agli infettati di quelle zone di varcare i limiti e di contagiare il Sud.

Hanno prima chiuso gli stadi del nord per timore del contagio del Virus Padano e poi hanno permesso la trasferta a Lecce degli infettati atalantini.

Oggi hanno unificato l’Italia. Se prima si erano dati al lassismo, oggi, nell’onda lunga giustizialista, hanno ristretto l’Italia ai domiciliari con misure draconiane.

Tutti contagiati. Ergo: niente vizi privati; niente servizi pubblici.

Tra queste misure si è previsto la chiusura delle scuole in tutta Italia. Come se le scuole fossero veicolo di contagio in territori dove il virus non c’è.

 Come dire: gli ulivi del Salento sono infettati dalla Xylella? Tagliamo le piante in Liguria.

Vada per gli stadi ed ogni manifestazione sportiva, per non avvantaggiare nessuno. Ma cosa centrano le scuole.

Se uno Stato non riesce a garantire la sicurezza dalla violenza e dall’illegalità.

Se uno Stato non riesce a garantire la salubrità degli edifici pubblici da contaminazioni e contagi.

Se uno Stato non riesce a fare ciò: è uno Stato che non merita rispetto.

Chiudono i parchi per le passeggiate

e liberano i treni degli infettati

Coronavirus: rinchiudono i sani per difenderli dai malati. La logica vorrebbe: relegare gli infettati in quarantena. Come? Individuarli col tampone a tappeto. Il costo sarebbe inferiore rispetto al blocco dell'economia. Ci hanno sottoposto alla cultura del sospetto. Diffidiamo, addirittura, dei nostri affetti. Ristretti ai domiciliari perdiamo gli ultimi momenti importanti con i nostri vecchi e i primi dei nostri giovani.

Scegliere la deficienza. È tutta questione di… volontà. Alessandro Bertirotti il 6 aprile 2020 su Il Giornale. In questo articolo, che evidenzia lo stato attuale delle cose virulente in questa nazione, emerge una serie interessante di dati, che conducono ad altrettante riflessioni. Io scelgo di proporvene una sola, fra quelle che considero più significative, ovviamente dal mio punto di vista, come sempre. Mi riferisco al titolo di questo articolo, ossia alla capacità di scegliere che ogni essere umano, dalla prima infanzia in poi (0-3 anni), esercita quotidianamente. Questo sano esercizio, fondamentale per la sopravvivenza, nella nostra specie si caratterizza perché è veicolato dalla coscienza. Ed una delle più importanti funzioni della coscienza umana è l’esercizio dell’attenzione. Quest’ultima, a sua volta, è frutto di una cosiddetta percezione selettiva. Bene, per sintetizzare, le cose stanno come segue. Noi percepiamo la realtà selezionandola in base all’attenzione che poniamo ad alcune cose, rispetto ad altre; quindi, prendiamo coscienza di questa selezione e agiamo scegliendo come comportarci di fronte ai dati che abbiamo incamerato. Mi sembra un processo chiaro, lineare e sereno. Non comporta un’alterazione della nostra capacità di comprendere il mondo, anzi, è proprio tale procedimento che dimostra la nostra attività cognitiva. Ma, questo stesso procedimento ci dice anche come e in quale misura avviene la comprensione del mondo che ci conduce a scegliere. Noi ascoltiamo (e consiglio, a questo proposito, di ascoltare solo una volta al giorno le notizie nei media…) tutto ciò che sta accadendo oggi al mondo, grazie al saggio avvento di zio Covid-19. Ognuno di noi seleziona ciò che è degno di attenzione, ne diviene cosciente e prende una decisione, ossia sceglie, circa il comportamento da adottare. Un comportamento che lui/lei stesso/a porta avanti, che ha conseguenza anche, ora più che mai, per l’intera collettività. Dunque: coloro che escono di casa, per fare gli affari propri, come se nulla fosse; coloro che dicono di pensare alternativamente al mainstream (nel quale, fra l’altro, si muore…), credendo di sconfiggere con la forza della mente zio Covid-19; coloro che scrivono autocertificazioni false; coloro che dicono che gli operatori sanitari sono eroi, dimenticando che per anni lo Stato ha tagliato loro fondi su fondi, ma hanno continuato a votare i cialtroni che ci governano da decine di anni; coloro che si preoccupano di pensare che si può ritornare a vivere, come sempre e come prima; ebbene, tutte queste tipologie di individui scelgono di essere deficienti. E lo scelgono, perché sono deficienti. Punto.

Carla Vistarini per Dagospia il 29 marzo 2020. "Sono quasi venti giorni che siamo chiusi in casa a decine di milioni. Ora, se l'incubazione del coronavirus è di 14 giorni massimo come dicono, ormai chi sta bene o è sano da prima, o è sano perché può considerarsi immune o è sano perché l'ha avuto in modo asintomatico, e può ragionevolmente supporre di averlo superato (considerati sempre i 14 giorni). Bene, decidendosi a fare tamponi a tappeto per avere la conferma di quanto sopra esposto, si potrebbe tornare, almeno a scaglioni, e con le dovute cautele (mascherine, distanza di sicurezza, ecc.) a una vita quasi normale. Soprattutto al lavoro, ai propri cari, e a cercare di riacciuffare il riacciuffabile di questo Paese e di questa economia che stanno lentamente morendo. Altrimenti che si diano chiare e giustificate, scientificamente e socialmente parlando, ragioni per continuare a tenere (quo usque tandem?) decine di milioni di persone, presumibilmente sane e immuni, in quarantena. Farlo sine die e senza strategie è un rischio colossale le cui conseguenze, a parte quelle che iniziano a essere visibili già ora, si prospettano catastrofiche. Qui non si sta dicendo di fare uscire tutti, ma di fare uno screening per capire chi può uscire. Tenere 60 milioni di persone a casa a tempo indeterminato (perché è questo che sta succedendo ora) è una bomba sociale. Senza contare che non esiste al mondo la garanzia di estinzione del virus in assoluto per sempre e ovunque, e quindi la possibilità di contrarlo, pur se inferiore, resterà, come per ogni altra patologia. Ma non per questo per le altre patologie stiamo barricati in casa. Corriamo il ragionevole rischio. Si chiama vita. Il campa cavallo non porta da nessuna parte. O meglio, il campa cavallo, molto più che il virus, alla fin fine porta ai cipressi (quei famosi cipressi che "a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar...", come diceva Giosuè, premio Nobel).

Vincenzo Magistà : Tgnorba 4 marzo 2020. «A tutto c’è rimedio, anche al Coronavirus. Ma, a quanto sembra, nulla, nulla può guarire dalla idiozia. L’idiozia sta facendo danni irreparabili. Hanno cominciato i social a diffondere il terrore. Stanno continuando gli idioti. Gli idioti sono quei soggetti che, sempre sui social, stanno prendendo di mira le persone risultate positive ai controlli. I contagiati, così come vengono definiti, con la stessa terminologia che si usava ai tempi della peste. E loro da appestati vengono trattati. Un esempio della più cieca ed assurda inciviltà. Queste persone andrebbero sostenute, difese, rispettate. E, invece, ricevono insulti, offese, emarginazione. Loro, i figli , le famiglie. C’è da vergognarsi. Anche in questi casi, però, c’è da indentificare i responsabili delle denigrazioni e denunciarli. Così come una denuncia la merita questo giornale che adesso vedrete. Che anziché Libero (Quotidiano, nda), è stupido e idiota. Una vera miscela esplosiva, fra l’altro. “Il Virus va alla conquista del Sud” leggete questo titolo. Così titola con entusiasmo questo giornale milanese e leghista: “trenta infetti in Campania, undici nel Lazio, cinque in Sicilia e sei in Puglia. Ora sì che siamo tutti fratelli”. Verrebbe da lanciargli qualcosa contro, se ne avessimo la possibilità. Potremmo rispondergli che, invece di fare gli stupidi, dovrebbero piangere per le loro sventure., perché poi gli untori sono proprio loro: i lombardi, che da soli contano 1500 infetti. Noi ne abbiamo in tutto il Sud, insieme, meno dei loro morti, che sono 55. Adesso si rallegrano per averci contagiato. Come se ci fosse da guadagnare qualcosa in questo. La supesanità lombarda è allo stremo: denuncia tutti i propri limiti. Gli ospedali, la Regione Lombardia chiedono aiuto a noi. E un giornale che “Libero” non è per niente si permette di ironizzare sull’Unità d’Italia realizzata attraverso il Coronavirus. Adesso siamo tutti uguali: Coronavirus al Nord; Coronavirus al Sud. No, no, no signori. L’Italia resta ancora divisa: spaccata in due. Da una parte il Nord: il Nord degli untori. Quello che infetta. Dall’altra, purtroppo, il Sud infettato. Però, una volta tanto, stiamo meglio noi».

Da corrieredellosport.it il 17 marzo 2020. Nuovi casi di positività al Coronavirus nella rosa del Valencia. La società ha diramato una nuova nota specificando che “tutti sono asintomatici e sono in quarantena presso le proprie abitazioni”. Nel comunicato si fa anche riferimento alla partita di Champions contro l’Atalanta: “Nonostante le rigide misure adottate dal club dopo aver giocato una partita di UEFA Champions League a Milano il 19 febbraio 2020, un'area che giorni dopo è stata confermata ad alto rischio dalle autorità italiane, allontanando il personale dall'ambiente di lavoro e dal pubblico in generale, gli ultimi risultati mostrano che l'esposizione ha causato circa il 35% dei casi positivi”.

Coronavirus, il caso Valencia: «Da noi il 35 per cento di contagiati dopo la partita di Milano con l’Atalanta». Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Salvatore Riggio. C’è grande paura al Valencia. Si percepisce, si tocca per mano. Il club spagnolo ha fatto sapere che il 35% del gruppo (non solo calciatori, ma anche membri dello staff) che il 19 febbraio scorso ha giocato a Milano contro l’Atalanta per l’andata degli ottavi di Champions finita 4-1 per i nerazzurri, è risultato positivo al test del coronavirus. «Nonostante le rigide misure adottate dal club — è scritto in una nota del club — dopo aver giocato una partita di Champions League a Milano, un’area confermata ad alto rischio dalle autorità italiane giorni dopo, gli ultimi risultati mostrano che l’esposizione legata alle partite ha causato circa il 35% dei casi positivi». La nota del Valencia — club della città dove è stato registrato il primo morto spagnolo per coronavirus il 13 febbraio — aggiungepoi: «».Sono tutti casi asintomatici e tutti i contagiati si trovano nei propri domicili con monitoraggio medico e misure di isolamento, e realizzano con tranquillità il piano di lavoro preparato per loro Nei giorni scorsi il club aveva annunciato i contagi dei giocatori Garay, Gaya e Mangala, del dottor Aliaga e del team manager Camarasa. Ora ci sono altri nove casi, anche se non sono più stati fatti i nomi. Quello che preoccupa, oltre naturalmente all’epidemia interna, è che il Valencia, poi, è andato a giocare a San Sebastian, ha giocato in casa col Betis,ha viaggiato a Vitoria (città con un alto numero di contagi) e poi ha affrontato di nuovo l’Atalanta a porte chiuse al Mestalla.

Paolo Berizzi e Paolo Griseri per “la Repubblica” il 22 marzo 2020. Una concentrazione abnorme. Qual è stato il detonatore che ha fatto esplodere il caso Bergamo e l' aumento esponenziale dei contagi? E ancora: l' epidemia nel bergamasco e quella di Milano hanno avuto un punto di contatto? All' unità di crisi della Protezione civile, negli ultimi giorni, ha cominciato a farsi strada un' ipotesi. Qualcosa di più di una suggestione, qualcosa di meno di una certezza scientifica, del resto ormai impossibile da provare. E cioè che a spiegare l' anomalia di quel cluster possano essere una data e una partita. Atalanta-Valencia, 19 febbraio 2020, ottavi di Champions League, stadio San Siro, Milano. Per molto, troppo tempo, si è cercato il paziente 0, il primo positivo che avrebbe contagiato gli altri. Fatica sprecata. Per questo si è cominciato a rileggere a posteriori un mese di calvario lombardo provando a rispondere non più alla domanda «chi ha contagiato chi», ma a cercare che cosa possa aver aiutato la diffusione del contagio. Massimo Galli, responsabile del reparto malattie infettive al Sacco di Milano: «Certamente - dice - quella partita può essere stata un importante veicolo di contagio. Penso che l' epidemia sia partita prima, nelle campagne, durante le fiere agricole e nei bar di paese. Ma il fatto di concentrare decine di migliaia di persone della stessa zona nello stesso luogo può essere stato un importante fattore di diffusione ».

19 febbraio, dunque. Lo stadio milanese, se l' ipotesi è corretta, diventa l' appuntamento di Samarcanda che trasforma una festa dello sport nell' incipit di una tragedia. Possibile? È una fatto che pochi giorni prima accada qualcosa. In un cimitero spagnolo e in una trattoria di Zogno, sulla sponda del Brembo. Il 13 febbraio, nella regione Valenciana muore un uomo, che soltanto il 3 marzo, quando ne verrà riesumato il cadavere, risulterà positivo al coronavirus. È il primo decesso accertato per Covid-19 in Spagna. Lo conferma il 3 marzo Ana Barcelo, responsabile della sanità della regione di Valencia: «Una persona morta il 13 febbraio nella nostra regione è risultata positiva al coronavirus». Il 13 febbraio, sei giorni prima della partita di San Siro, l' epidemia aveva dunque già colpito nel sud della Spagna. Quell' uomo era un caso isolato? O tra i 2.500 fan che arriveranno a Milano la settimana successiva c' è qualcuno già infetto? Il 14 febbraio, nella trattoria-pizzeria "Da Cecca" di Zogno si festeggia San Valentino. Il menù è eccellente come testimoniano i commenti dei clienti: «Uella, che atmosfera da sogno ». «Presente, tutto ottimo e grazie allo staff». Ma non è una serata da sogno. Il 23 febbraio, e sono ancora i post a confermarlo, i clienti di quella sera vengono contattati dall' Asl perché uno degli avventori è risultato positivo al coronavirus.

13 e 14 febbraio: il virus gira nella regione valenciana e a Zogno, venti chilometri da Alzano e Nembro, due degli epicentri del contagio. Mancano sei e cinque giorni a San Siro. Si dirà: un indizio. E a posteriori. È però un fatto che il giorno dell' andata degli ottavi l' esodo dei bergamaschi che raggiungono il Meazza coinvolge più di 45 mila tifosi (record di sempre per l' Atalanta). Arrivano da ogni dove: da Bergamo, dalla pianura, dalle valli. Vogliono esserci nel giorno in cui il calcio orobico scrive la storia. I pullman, censiti dal tifo organizzato, sono 28. Poco più di 1.500 persone. Gli altri, la maggior parte, arrivano in macchina.  Due ore per fare 50 chilometri. Ci sono tra loro anche quelli che abitano nei 38 comuni della val Seriana, uno dei focolai del contagio. Sono 540 persone secondo quanto Repubblica ha ricostruito in base ai dati forniti dal tifo organizzato. Molti raggiungono direttamente lo stadio e sostano sul piazzale Angelo Moratti, antistante agli ingressi. Altri consumano l' attesa passeggiando nel cuore della città, in piazza Duomo, dove fraternizzano con i tifosi del Valencia (nonostante il loro gemellaggio con i "nemici" dell' Inter) che non assomigliano neppure alla lontana agli ultrà neri della Dinamo Zagabria (incontrati a fine novembre). È una festa documentata dalla diretta di Bergamo Tv dove, tra gli altri, il giornalista Cesare Zapperi racconta: «Prima di venire qui mi sono fatto un giro in piazza Duomo. C' era un' atmosfera bellissima. Ho preso la metro. C' erano tifosi del Valencia e dell' Atalanta insieme. Una festa dello sport». Piazza Duomo, da lì la metro con un cambio per arrivare a San Siro. È un dettaglio che va annotato. Perché sulla metropolitana sale anche il giornalista spagnolo Kike Mateu (intervistato in questa pagina) risultato positivo al Covid-19 pochi giorni dopo. E lì è sicuro di aver contratto il virus. 45 mila tifosi - e davvero non importate quale fosse il loro passaporto, quanti fossero infetti, sintomatici o quanti asintomatici - sono l' evento che può aver creato l' innesco. È un fatto che il 4 marzo, 14 giorni esatti dopo la partita di San Siro, la curva dei contagi bergamasca subisce un' impennata. Sappiamo anche che cosa accade dopo. Il 9 marzo l' Atalanta parte per Valencia dove il giorno dopo giocherà il ritorno a porte chiuse. Nove giorni prima ha disputato una surreale partita di campionato a porte aperte a Lecce.  Proprio quel giorno si ammalerà di coronavirus un ristoratore locale. Il 16 marzo il Valencia rende ufficiale che «il 35 per cento del personale della società, giocatori e personale tecnico, risulta positivo al coronavirus». L' Atalanta cancella immediatamente il calendario di allenamenti previsto nei giorni successivi. Mette in quarantena precauzionale i suoi calciatori facendo sapere informalmente che non c' è nessun caso di contagio e annuncia che gli allenamenti riprenderanno il 24 marzo, il giorno in cui l' Italia dovrebbe uscire di casa. Sapendo che così non sarà.

Coronavirus, positivo il titolare di un locale: «Ha ospitato tifosi dell'Atalanta». Poli Bortone: «Il sindaco si dimetta». Il Quotidiano di Puglia Giovedì 12 Marzo 2020. «Nella pizzeria, prima della partita con il Lecce, c'erano tifosi dell'Atalanta»: lo sostiene l'emittente Sportitalia, che ha raccolto la testimonianza di alcuni supporter della squadra nerazzurra, in trasferta nel capoluogo salentino poche settimane fa. Quel match fu preceduto da molte polemiche e diverse critiche alle istituzioni, perché fino all'ultimo - nonostante i dubbi sollevati dalla stessa Us Lecce - non si sono ottenute indicazioni precise sul fatto che la partita dovesse essere giocata a porte chiuse o aperte alla luce della zona di provenienza dei tifosi dell'Atalanta, Bergamo appunto, fra le più colpite dal coronavirus. 

"Tifosi dell'Atalanta nella pizzeria, poi il contagio": la denuncia...All'indomani della notizia del contagio di un pizzaiolo di Lecce, la scoperta: i tifosi nerazzurri sarebbero stati proprio in quel locale, prima della partita. Inevitabile, dunque, oggi la polemica politica. «Se è vero - scrive la consigliera di minoranza, già senatrice, Adriana Poli Bortone - che ci sono stati tifosi dell'Atalanta nel locale di proprietà dell'uomo positivo al Covid 19, ancora una volta ci convinciamo della superficialità con cui il sindaco Carlo Salvemini ha affrontato il pericolo del coronavirus nella nostra città. Ricordiamo la totale incuranza in consiglio comunale quando, per tempo, ponemmo il problema della prevenzione preoccupati del messaggio di assoluta superficialità che proveniva dalla sorridente foto del sindaco e dell'intera giunta in un ristorante cinese, quasi a sottolineare una forma di scherno verso chi avvertiva una giusta e corretta preoccupazione».  «Fare adesso post categorici - prosegue Poli Bortone - è come mettersi l'anima in pace dopo essersi assolutamente spogliato delle sue prerogative di autorità sanitaria che al di là delle direttive nazionali e regionali avrebbe dovuto autonomamente mettere in atto in modo categorico e risoluto per la sicurezza dei cittadini e a tutela della loro salute. All'epoca, mi riferisco all'ingresso dei tifosi dell'Atalanta, avrebbe dovuto insistere in tutte le sedi opportune per evitare che venissero in città tifosi e persone provenienti da quelle che ormai erano zone rosse. Ma nessun cenno abbiamo avuto di questa sua importante competenza e funzione tant'è che tra le altre cose, non abbiamo notato nessun intervento di igienizzazione e sanificazione in città. Né precauzione alcuna, a partire dalla compresenza di almeno 30 persone in commissione, stampa compresa, in ambienti di pochi metri quadri. Insomma una superficialità totale di cui stiamo cominciando a pagare le conseguenze. Salvemini dovrebbe amettere la sua incapacità, fare una doverosa ammissione e un unico proclama: dimissioni. Mentre il virus si diffondeva in città (anche sabato e domenica i locali erano pieni zeppi di gente senza controlli di alcun tipo) lui era impegnato a discutere una delibera di dubbia legittimità sulla costruzione di un impianto di rifiuti». Contattato per telefono, il sindaco Carlo Salvemini ha preferito non commentare. 

Le “perle” della settimana. Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano 2 Marzo 2020.

Dilemmi esistenziali. “In tavola. Voi lo mangereste mai un topo o un pipistrello?” (“sondaggio” su sito web di Libero, 29.2). Mangiato un’altra volta pesante, eh?

Uomini e topi. “… si riesce persino a distinguere fra un leghista serio, Luca Zaia (e basta), e un Cazzaro Verde” (Marco Travaglio, il Fatto quotidiano, 27.2). “Li abbiamo visti tutti i cinesi mangiarsi i topi vivi” (Luca Zaia, Lega, presidente Regione Veneto, 28.2). Due pirla al prezzo di uno.

Immunodeficienza/1. “Se la situazione degenera è possibile che prenderemo misure come a Wuhan” (Attilio Fontana, Lega, presidente Regione Lombardia, In mezz’ora, Rai3, 23.2). “Questo virus è poco più di una normale influenza” (Fontana, 25.2). “La collaborazione con il governo è ottima” (Fontana, 24.2 ore 13.15). “Le parole di Conte sono inaccettabili e per certi versi offensive. Parole in libertà” (Fontana, 24.2, ore 22.46). “Il governo inizia a essere fuori controllo” (Fontana, 25.2). Facciamo tre.

Immunodeficienza/2. “Il video con la mascherina lo rifarei” (Fontana, Repubblica, 28.2). Cioè: si leva la prima o ne mette due, una sull’altra?

Immunodeficienza/3. “Richiamiamo i medici dalla pensione” (Fontana, 1.3). E mandiamoci lui.

Il Conte Ciano. “Conte usa parole quasi fasciste ed evoca i pieni poteri, si dimetta” (Riccardo Molinari, capogruppo Lega alla Camera, 25.2). Chi si crede di essere, Salvini?

Non chiama. “Ad oggi non ho più sentito Conte… Sono stato ad aspettare la sua telefonata per darmi appuntamento, ma non l’ho più sentito” (Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell’Istruzione, ex M5S, Un giorno da pecora, Rai Radio1, 27.2). Strano che il premier non trovi un’oretta per chiamare Fioramonti, invece di occuparsi delle solite cazzate.

Terrenovirus. “Voglio che si sappia chiaramente, i cittadini devono sapere di cosa stiamo parlando. É bene che i cittadini conoscano la realtà. É bene che la informazione giunga corretta e non sia offuscata o ottenebrata dalla pur importante e preoccupante situazione derivata dal Terrenovirus” (Renzo Tondo, deputato Noi con l’Italia, dibattito alla Camera sul decreto Intercettazioni, 25.2). Giusto: se c’è un nuovo virus in circolazione, gli italiani devono sapere. Incluso il medico curante dell’on. Tondo.

Aridatece Cuffaro. “Se i turisti arrivano dal Nord sarebbe bene che non arrivassero” (Nello Musumeci, centrodestra, presidente Regione Sicilia, 26.2). Furbo, lui: così adesso arriveranno da tutto il resto del mondo.

Il Verano Illustrato. “Sanità distrutta, nazione infetta” (copertina dell’Espresso con tre uomini in tuta sterile e mascherona, 1.3). Poi tutti a domandarsi da dove nascerà mai tutto quel panico.

Condonavirus. “Salvini: ‘Stop alle cartelle in tutta Italia. Vanno sospesi subito gli adempimenti fiscali’” (La Verità, 29.2). Lui ci prova sempre. Poi magari ci spiega con quali soldi paghiamo gli stipendi ai medici e agli infermieri.

La pulce con la tosse/1. “Quando la politica riprenderà la sua vita normale, renderò ufficiali decisioni che altrimenti avrei già preso” (Ivan Scalfarotto, Iv, sottosegretario agli Esteri dopo la minaccia di dimissioni stoppate da Renzi, Repubblica, 1.3). Ma fai pure anche subito.

La pulce con la tosse/2. “I politici soffrono di una strana malattia, il sondaggismo” (Matteo Renzi, leader Iv, Corriere della sera, 29.2). Ora che lo danno sotto il 3%, gli stanno sul cazzo pure i sondaggi.

Triplo salto carpiato. “Ennesima prova, l’immigrazione porta malattie. Esportiamo la polmonite. Italiani portano il Covid in Arabia, Africa e Brasile” (Lorenzo Mottola, Libero, 29.2). Giusto: fermiamo subito i barconi carichi di italiani in partenza da Lampedusa.

Codice a sbarre. “Che vergogna Cecchi Gori dietro le sbarre a 78 anni”, “Andare in carcere a 78 anni: scoppia il caso Cecchi Gori” (Luca Fazzo, il Giornale, 1.3). Per la cronaca, Cecchi Gori (condannato definitivamente a 8 anni e 6 mesi), è in ospedale, piantonato dalla polizia penitenziaria. Che vergogna.

Il titolo della settimana/1. “Il salone di Ginevra non teme le malattie” (Libero, 28.2). “La Svizzera cancella il salone di Ginevra” (Il Messaggero, 29.2). Temeva le malattie.

Il titolo della settimana/2. “Nessun allarme Coronavirus, ma bisogna informare bene” (Antonio Lamorte, Il Riformista, 22.2). Se lo dice Lamorte, siamo in una botte di ferro

L’allarmismo, gli inviti alla calma e le gaffe. Il virus manda in confusione i governatori. I leghisti Fontana e Zaia tra l’esigenza di tutelare la salute pubblica e le direttive del governo “nemico”.  La Stampa l''1 Marzo 2020. Emergenza sanitaria, virus scatenati, cittadini spaventati, polemiche, quarantene, crisi di nervi e diplomatiche. Non sono stati giorni facili per nessuno, figuriamoci per i presidenti delle regioni, soprattutto quelle in prima linea sul fronte dell’epidemia: Lombardia e Veneto. Dunque Attilio Fontana e Luca Zaia. Entrambi leghisti, entrambi sostenitori dell’eccellenza dei loro rispettivi sistemi sanitari, entrambi sotto pressione da subito. Qualche gaffe era forse inevitabile. La mascherina faticosamente indossata in mondovisione da Fontana e la battuta di Zaia sui cinesi che si nutrono di topi vivi, però, erano sicuramente evitabilissime. La battaglia, anche politica, è complessa. Perché, oltre che con il Covid-19, i governatori lombardo-veneti hanno dovuto combattere su due fronti: l’opinione pubblica, da mettere in allerta senza scatenare il panico, e il governo giallorosso, dunque nemico, anche perché imprevidentemente buonista. Così, ancora il 22, con il primo contagiato a Codogno, Fontana chiedeva di «controllare di più chi entra». Il 23, con i milanesi che prendono d’assalto i supermercati come i loro antenati manzoniani i forni, e la città che blinda tutto, anche i simboli più sacri, il Duomo, la Scala, San Siro, le sfilate di moda e perfino gli aperitivi, il governatore arriva a dire che si farà «come a Wuhan se la situazione degenera». In attesa dei monatti nelle strade, i governati fanno incetta di penne (intese come pasta, e per carità solo quelle rigate, le altre si sa che non trattengono il sugo...). Intanto Zaia chiude le università ma per bloccare il Carnevale di Venezia, magari un tantino più affollato, aspetta la domenica, quando alla fine dei festeggiamenti mancano due giorni: come chiudere Natale a Santo Stefano. Ma è lunedì 24 il giorno della crisi politica più grave. Di fronte alle regioni che vanno in ordine sparso, ognuna con la sua ordinanza fai-da-te, Giuseppe Conte esibisce il pugno di ferro nel guanto di velluto del suo involuto burocratichese: «Potremmo scegliere misure che contraggono le prerogative dei governatori», insomma commissariarli. Fontana, che alle 13.15 aveva dichiarato «per adesso la collaborazione con il governo è ottima», alle 22.46 definisce la sparata di Conte «inaccettabile e, per certi versi, offensiva. Parole in libertà». Zaia invece sostiene che «ci vuole una regia nazionale sulle ordinanze», e forse per questo in Veneto copiano pari pari quella dell’Emilia-Romagna dimenticandosi però di sostituire, appunto, il nome della regione. Curioso che per criticare il premier il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, dica che «Conte usa parole quasi fasciste ed evoca i pieni poteri», già chiesti in estate da qualcun altro durante la marcia sul Papeete. En passant, si distingue il governatore dem delle Marche, Luca Ceriscioli, che chiude le sue scuole infischiandosene del parere del governo e aprendo un’altra mezza crisi istituzionale. Intanto sbrocca Conte. E accusa i medici di Codogno, chiusi da giorni nel loro ospedale, a corto di tamponi e mascherine ma non di malati, di non seguire i protocolli. «Noi purtroppo abbiamo seguito quelli del governo»; «Siamo stati lenti? Non per colpa nostra»; «Il governo inizia a essere fuori controllo», le repliche di Fontana. Così alla videoconferenza del 25 è rissa. Cosa nell’occasione abbia esattamente urlato Fontana a Conte è controverso: il «vaffa» forse c’è stato o forse no, mentre i testimoni sono indecisi se, nella concitazione del momento, il presidente della regione abbia dato a quello del Consiglio del «cialtrone» o del «ciarlatano». Sta di fatto che, al solito, deve intervenire il Presidente Mattarella a mettere i puntini sulla «i» di Italia invitando tutti al «senso di responsabilità e di unità». Segue pace, o almeno tregua, fra Roma e Milano. Intanto però ci si è accorti che, a forza di allertare e allarmare, in tutto il mondo l’Italia sta diventando l’appestata o l’untrice, e fra turismo ed export ci rimettiamo una barca di soldi. La parola d’ordine è tornare alla normalità, o almeno provarci. Il sindaco Beppe Sala lancia l’hashtag #Milanononsiferma, toglie il coprifuoco ai bar e proclama solenne che «la cultura è vita» pochi minuti prima che si scopra che un corista della Scala è contagiato. Proprio in questo momento di ottimismo, e siamo ormai al 26, Fontana annuncia che una sua collaboratrice è stata trovata positiva e, in diretta Facebook, cerca di strangolarsi mettendosi una mascherina del tipo sbagliato e che non avrebbe alcuna ragione di indossare. Il video, ovviamente, fa il giro del mondo in un clic. Perfino il re dei gaffeur, Danilo Toninelli (sì, c’è ancora!) parla di «inutile allarmismo». Fontana non si pente («Il video con la mascherina? Lo rifarei»), ma la scena gli viene rubata da Zaia che, tutto sommato, finora non aveva sbagliato nulla. Quindi decide di andare in tivù a dire che i cinesi si lavano poco e, appunto, mangiano topi vivi. Mentre qualcuno ripesca le foto delle pantegane messe a essiccare in piazza a Belluno nell’«inverno della fame» del 1917 (ma almeno erano morte), l’ambasciata cinese si dichiara «basita» aprendo una crisi diplomatica di cui non si sentiva il bisogno. Finita qui? No, regala subito un’altra perla Nello Musumeci, presidente della Sicilia, spiegando che «se i turisti arrivano dal Nord sarebbe bene che non arrivassero», benvenuti. In Italia siamo sempre lì, al Regno delle Due Sicilie contro il Ducato di Milano. Ma chi governa i governatori?

Visto da Valerio Marini il 10/03/2020 su Malpensa24: il confronto tra Italia e Cina alle prese col coronavirus. Sorridere per provare a sdrammatizzare? Ma anche il sorriso rischia di spegnersi subito. Così la vede Valerio Marini, il nostro vignettista, che, a modo suo, fa il confronto tra Italia e Cina alle prese con il coronavirus. Più di un editoriale. Basta leggere.

CINA:

– Scoppia il virus.

– Quarantena da subito.

– Sospensione attività lavorative.

– Esercito per sanificare le strade.

– Costruzione ospedali in 10 giorni.

ITALIA:

– Arriva il virus.

– No, ma non è virus.. è che non ti sei messo la maglia della salute

– Muore 70 anni, 89, anni, 90 anni

– Eh.. ma tanto erano vecchi

– Sì, ma poi non campi più con la loro pensione

– Altri morti

– Allora è il virus, zona rossa

– Scappiamo dalla zona rossa

– Svaligiamo il supermercato

– No, le penne lisce no!

– Mettiamo in piedi la scopa

– Facciamo l’amuchina in casa

– Chiudiamo le scuole

– E allora andiamo in vacanza

– No, ma non devi andare in vacanza, a casa devi stare

– Riapriamo le scuole

– Chiudiamo gli stadi

– Riapriamo gli stadi

– Rimandiamo le partite

– Richiudiamo gli stadi

– Richiudiamo le scuole

– Tutti in discoteca

– Guardate che riapriamo le scuole!

– Tutti in discoteca lo stesso

– Chiudiamo le discoteche

– Apriamo le zone rosse piccole e facciamo le zone rosse grandi, le zone arancioni e le zone così e così

– E io me ne scappo al sud che ci sta u’ sol, u mar, a parmiggian e’ mammà e soprattutto non ci sta u’ virus

– Ma non ci sono i posti letto!

– Pazienza, piglio la sdraio

– Si ma cristo!!!

– Cristo lo puoi vedere in streaming sul canale youtube del papa

– Non ci dovete andare al sud, cazzo!

– Allora tutti a Riccione

– Ma chiudono tutto, non ci si può muovere

– Si sta a casa, ma puoi uscire

– Se esci giustifichi ma anche no

E siamo solo a martedì 10 marzo.

·        L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

(ANSA il 9 marzo 2020) - "Ospedali in tilt, contagi in crescita, rivolte ed evasioni nelle carceri, crollo in Borsa, risparmi persi. Ho sentito gli alleati, ho telefonato al presidente Conte per chiedere un incontro. Sono vicino a tutte le persone che soffrono e che sono spaventate, insieme possiamo superare questo momento. Serve mettere in sicurezza il Paese estendendo le misure di emergenza sanitaria della cosiddetta "zona rossa" a tutto il territorio nazionale, la salute degli italiani viene prima di tutto". Lo chiede Matteo Salvini. "In questi giorni ho ripensato ad alcune vecchie letture, a Winston Churchill. Questa è la nostra 'ora più buia'. Ma ce la faremo". Lo scrive su Instagram il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, facendo riferimento all'emergenza che il Paese sta attraversando per il Coronavirus. "Le misure che sono state prese sono state comunicate come molto dure. Ma non lo sono. Anzi, io credo che, nei prossimi giorni, servirà altro. Il virus sta correndo molto più velocemente dei nostri decreti. Personalmente, credo che ormai tutta Italia debba essere considerata come una zona rossa. Altrimenti diamo un messaggio contraddittorio. E questo vale anche a livello economico. Tutto il Paese soffre il crollo economico, non solo i focolai". Così Matteo Renzi nell'enews. "Sono misure senza precedenti nella storia della Repubblica ed è normale che ci siano dubbi e domande ma il modo migliore per rilanciare l'Italia è sconfiggere il virus e per farlo dobbiamo limitare più possibile le occasioni di proliferazione del virus". Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in diretta Facebook. "Dobbiamo cambiare le nostre abitudini, le misure vanno prese sul serio e affrontate con responsabilità. Se volete aiutare i nostri medici e i nostri eroi" che lottano contro il coronavirus, bisogna "limitare al massimo le opportunità di contagio", perché "c'è un 10% che finisce in terapia intensiva e più sale il numero dei contagi più la terapia intensiva potrebbe non farcela in tutta Italia Stiamo a casa il più possibile". Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Bergamo, l'Eden produttivo che è diventato la Wuhan italiana. In una settimana la città è diventata una trincea sanitaria e l’unica soluzione è l’invito al coprifuoco. A Nembro ed Alzano Lombardo, i due principali focolai, i sindaci si sono dati regole rigidissime. Paolo Berizzi il 10 marzo 2020 su la Repubblica. Nella Wuhan d’Italia la gente parla poco: si bada alla sostanza e il pragmatismo è una condizione dell’anima. Più esci dalla città e più è così. Anche Bergamo, come il capoluogo della provincia di Hubei, l’incubatore del coronavirus, nella Cina centrale, è un polo commerciale. Intorno ci sono laghi, fiumi, parchi, grappoli di industrie e capannoni. Ma è come se tutto adesso fosse sigillato in un incubo. Un mondo intermedio scandito dalla paura, dall’incertezza. Nemmeno una settimana e l’Eden produttivo bergamasco si è trasformato in una trincea sanitaria rovente: l’area più compromessa, e più in difficoltà, del Paese. «La situazione è molto, molto grave — dice in un videomessaggio il sindaco, Giorgio Gori — . Entro fine mese il numero di persone che avranno bisogno degli ospedali crescerà esponenzialmente e non saremo in grado di soddisfare quel bisogno se non limitiamo drasticamente i contatti. Restate a casa. È l’unica soluzione possibile». L’invito al coprifuoco rende il clima. Di una provincia ricca e solida, che però in sette giorni si scopre fragilissima e vulnerabile. Se la curva non scende, la provincia, già in ginocchio, rischia di diventare un lazzaretto. Mentre stiamo scrivendo, sono le 19.30 di ieri, i casi di contagio da Covid-19 sono schizzati a 1245 (erano 997 venerdì sera, +248 in un giorno): primo territorio nel bollettino del Ministero della Salute.

I numeri gelano. Nella bergamasca i contagi galoppano a un ritmo impressionante, più che altrove. Gli ospedali sono al collasso e i medici ora, vedendo che la gente non percepisce il reale grado di pericolo, scelgono la terapia d’urto: riferiscono cosa succede nei reparti. In tempo reale. Daniele Macchini è chirurgo all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo. «La situazione è drammatica. La guerra è esplosa e si combatte giorno e notte. Viaggiamo al ritmo di 15-20 ricoveri al giorno. Tutti per lo stesso motivo. I risultati dei tamponi arrivano uno dopo l’altro: positivo, positivo, positivo. Gli esami che escono dalla radiologia — riporta il medico — danno sempre lo stesso responso: polmonite interstiziale bilaterale. Tutti pazienti da ricoverare. Qualcuno già da intubare e va in terapia intensiva. Per altri invece è tardi… ». Il problema nel problema è la carenza di ventilatori. «Ogni ventilatore diventa come oro. Quelli delle sale operatorie che hanno sospeso la loro attività non urgente diventano posti da terapia intensiva che prima non esistevano». Ci si organizza così ovunque: dall’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, a quello di Treviglio, al Bolognini di Seriate. «Quando le terapie intensive diventano sature, se ne creano altre. Oppure si trasportano i pazienti in altre regioni». Tre da Bergamo sono stati portati a Trieste. Il punto è che 1245 contagiati (contabilità in continua e finora inarrestabile crescita) su una popolazione di poco più di un milione di abitanti (tanti ne conta l’intera provincia, il capoluogo si ferma a 120mila) tracciano una media spaventosa: basti pensare che la città metropolitana di Milano (3,5 milioni di abitanti) di casi ne ha 400. Via Trucca, guard rail che costeggia l’ospedale Giovanni XXIII. Qualcuno ha appeso uno striscione di ringraziamento: “Medici e infermieri siete i nostri eroi. Bèrghem #molamìa” (“Bergamo non mollare”). Per fronteggiare l’emergenza Covid, da 48 ore, sono state coinvolte anche le case di cura private: i pazienti contagiati ma in via di guarigione vengono sistemati in queste strutture. Quanto durerà l’allarme? «Sarà una guerra lunga», dice il professor Walter Ricciardi, Oms e consigliere del ministro della Sanità. «Mancavano appena due giorni al collasso degli ospedali» lombardi, spiega commentando le misure restrittive che isolano la Lombardia.

Qui si è formato un nodo. La graticola mediatica (zona rossa si, zona rossa no) sulla quale per una settimana sono rimasti adagiati i comuni di Nembro e Alzano Lombardo — i due principali focolai della provincia, 27mila abitanti e 376 aziende — si è risolta così: i sindaci hanno messo in campo provvedimenti per “approfondire” il Dpcm governativo. Tradotto: da ieri polizia, carabinieri e polizia locale controllano con posti di blocco chi esce dalla valle Seriana. Verifiche anche nei locali e nei negozi (per scongiurare assembramenti). Ora: è vero che la chiusura dei due tra i paesi più produttivi della provincia avrebbe creato “danni economici enormi”, come dice il sindaco di Alzano, Camillo Bertocchi, ma adesso che lo stop è arrivato a maglie più larghe, i dubbi riguardano la messa in pratica delle limitazioni. Molti pensano che la chiusura doveva essere fatta prima. «Adesso il virus ha già preso il largo», dice Sergio Carminati del “Mo Caffè” di Alzano. Sulla vetrina campeggia quella che il commerciante definisce la sua massima. “Meglio essere pessimisti e avere ragione piuttosto che essere ottimisti e avere torto”. C’è, in effetti, anche un dato. Ricostruendo il viaggio lombardo del Covid-19 i medici bergamaschi hanno il fondato sospetto che il virus abbia provocato contagi e decessi a Bergamo e in valle Seriana prima ancora che nel lodigiano. Non se ne ha avuta evidenza immediata è perché i tamponi sono stati fatti con qualche giorno di ritardo. La morte una settimana fa del geriatra 61enne Ivo Cilesi — che abitava a Cene, 7 km da Nembro (98 contagi compreso il sindaco) - è stata la piega dell’escalation. «Ci siamo mossi tardi — ammette Giorgio Gori — . È il momento di fermarsi, ognuno faccia la sua parte». Effetti: Ryanair ha tagliato i voli nazionali da e per l’aeroporto di Orio al Serio fino all’8 aprile. Tra ieri e oggi oltre 2mila tifosi dell’Atalanta sarebbero dovuti partire per Valencia per assistere alla partita di ritorno degli ottavi di Champions League (si giocherà a porte chiuse). All’arrivo all’aeroporto spagnolo il capitano dell’Atalanta Alejandro Gomez è stato circondato (senza la distanza di sicurezza di 1 metro) dai cronisti spagnoli che volevano intervistarlo. “Non potete fare un’intervista ora?”. All’insistenza di chi lo ha rincorso con le telecamere, Gomez ha replicato amaro: “Pagliacci!”. 

Coronavirus, Conte: “Italia zona protetta”. Al via zona rossa ovunque. Le Iene News il 9 marzo 2020. Tutta Italia diventa zona rossa per il diffondersi del coronavirus che ha contagiato oltre 9mila italiani. Lo ha annunciato il presidente Conte in conferenza stampa: “Italia zona protetta”. La zona rossa si estende a tutta Italia per il diffondersi del coronavirus con un aumento delle restrizioni e dei divieti in tutta la nazione. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella conferenza stampa iniziata alle 21.30 il 9 marzo, a seguito dell’aumento delle persone risultate positive e dei decessi. “Abbiamo adottato una nuova decisione come governo, consapevoli come sia difficile cambiare le proprie abitudini. Lo sto sperimentando anche su me stesso, e parlo anche dei giovani. Sono abitudini che con il tempo, alla luce delle nostre raccomandazioni, potranno essere modificate. Ma il tempo ora non c’è. Stanno crescendo i contagi e anche le persone decedute", ha detto Conte. "Le nostre abitudini quindi vanno cambiate ora, dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia. Lo dobbiamo fare subito e ci riusciremo solo se tutti ci adatteremo. Per questo ho deciso di adottare misure ancora più stringenti per contenere l’avanzata del coronavirus e tutelare la salute dei cittadini. Per questo sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare con l’espressione: “io resto a casa”. Non ci sarà più zona rossa, ci sarà “Italia zona protetta”. Gli spostamenti dovranno essere motivati da comprovate ragioni i lavoro, casi di necessità e motivi di salute. Aggiungiamo il divieto di assembramenti anche per i locali aperti al pubblico. Da oggi quindi varranno le misure che inizialmente abbiamo adottato per le zone settentrionali a tutta Italia”, ha concluso Conte. Per questo da oggi sono attive le misure che inizialmente sono state adottate per le zone settentrionali a tutta Italia. Resteranno sospese le attività didattiche in tutte le scuole di ogni ordine e grado, università comprese fino al 3 aprile. "Il patrimonio di esperienza che ci restituisce anche il dato incoraggiante della zona rossa di Lodi, deve portarci a fare un sacrificio ulteriore in tutta Italia. Possiamo battere il virus. Ma ora servono regole ferree ovunque", ha commentato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Al momento sono 9.172 i casi di coronavirus in Italia. Di questi 7.985 sono gli italiani attualmente positivi, 724 quelli guariti e 463 i decessi con un aumento di 97 unità in appena 24 ore. L’1% dei decessi si registra tra i 50 e 59 anni, il 10% tra 60 e 69, 31% tra 70 e 79, 44% tra 80 e 89, 14% ultranovantenni. I contagiati in totale sono saliti di 1.598 unità in un giorno, arrivando a quota 7985. Un forte incremento si è registrato in Lombardia con 5.469 positivi al coronavirus, cioè 1.280 più di ieri. I decessi di persone risultate positive al coronavirus sta aumentando anche in Veneto con 113 decessi in Piemonte, 20 in Veneto, 10 nelle Marche.  "La minaccia di una pandemia sta diventando molto reale, ma sarà la prima che potrà essere controllata", ha detto in giornata il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Ghebreyesus. Da domenica sono state attivate misure stringenti e divieti in tutta la Lombardia e in 14 province tra Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. La firma del decreto è stata anticipata da una bozza che ha iniziato a circolare creando scene di panico in tutta la regione. Centinaia di persone si sono riversate nelle stazioni per prendere d’assalto i treni verso il Sud Italia. Nelle ore successive si sono diffusi sempre più appelli a restare nelle proprie case per evitare il diffondersi del contagio.

Coronavirus, estese a tutta Italia le restrizioni della "zona rossa". Il Corriere del Giorno il 10 Marzo 2020. Il governo estende da domattina a tutta Italia le misure varate per la Lombardia e per 14 Province: ci si potrà muovere esclusivamente per “comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità” o per “motivi di salute”. Il Governo ha esteso a tutto il resto d’ Italia, a partire da oggi martedì 10 marzo,  fino al 3 aprile, le misure sinora vigenti in Lombardia e in altre 14 province e relative all’emergenza “CoronaVirus“. Da questa non ci sarà più una “zona rossa”, ma ci sarà tutta l’Italia “zona protetta”  che tutti i cittadini devono rispettare, da nord a sud, per contrastare l’avanzata del CoronaVirus. Le misure erano state disposte con un decreto nella notte tra sabato e domenica, prevedono il divieto di spostamento ad eccezione di “comprovati motivi di lavoro” oppure per “gravi esigenze familiari o sanitarie“. Tutto il Paese viene quindi messo in allarme o sicurezza (per come lo si voglia vedere) nel tentativo di interrompere l’estensione del virus, che ha contagiato ad oggi, sulla base dei dati forniti dalla Protezione Civile ,  9.172 persone, 463 delle quali sono morte (anche se l’ Istituto Superiore di Sanità deve ancora accertare ed ufficializzarne le cause) , oltre 700 in terapia intensiva e 724 le persone guarite. Conte si è presenta in sala stampa da solo, per quello che è senza dubbio l’annuncio più drammatico della sua esperienza di governo: “Abbiamo adottato una nuova decisione che si basa su un presupposto: tempo non ce n’è“, ribadisce. “I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante dei contagi, delle persone ricoverate in terapia intensiva e subintensiva e ahimè anche delle persone decedute. La nostre abitudini quindi vanno cambiate. Vanno cambiate ora. Ho deciso di adottare subito misure ancora più stringenti, più forti“. Il provvedimento è quello atteso ed ormai ritenuto inevitabile: “Sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare come ‘io resto a casa‘. Non ci sarà più una zona rossa nella penisola. Ci sarà l’Italia zona protetta“. Il Presidente del consiglio ha elencato tutti i punti fondamentali della nuova regolamentazione. A cominciare dalle scuole e le università: “Chiuse fino al 3 aprile”. “Non è stata una decisione facile – ha commentato Conte –  sappiamo che stiamo chiedendo alle famiglie e ai genitori con figli uno sforzo non trascurabile ma il futuro dell’Italia è nelle nostre mani e ognuno deve fare la sua parte. Che ha fatto un nuovo balzo in avanti:  i morti sono 463, altri 97 in sole 24 ore, i malati quasi 8.000, circa 1.600 in più. “Siamo ben consapevoli di quanto sia difficile cambiare tutte le nostre abitudini”, ha detto Conte. “Ma non abbiamo più tempo: c’è una crescita importante dei contagi e delle persone decedute. Quindi dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia e lo dobbiamo fare subito“. Il provvedimento che il Consiglio dei Ministri ha varato ieri sera e  che entrerà in vigore da questa mattina con il “plauso” delle regioni, informato il Quirinale  “può essere chiamato – ha detto Conte – “io resto a casa”” . Esso prevede, tra l’altro, un divieto di assembramento in tutta Italia; spostamenti possibili solo per motivi di lavoro, necessità o salute; lo stop delle scuole fino al 3 aprile insieme a quello di tutte le manifestazioni sportive, campionato di calcio compreso. Stop quindi al calcio ed a tutte le attività sportive,. Per il premier, infatti, “non c’è ragione per cui proseguano le manifestazioni sportive, abbiamo adottato un intervento anche su questo”. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sostenuto che  per contrastare l’avanzata del virus: “non c’è tempo, occorre rinunciare tutti a qualcosa per tutelare la salute dei cittadini” sostenendo che “oggi è il momento della responsabilità. Non possiamo abbassare la guardia“. “Non è all’ordine del giorno una limitazione dei trasporti pubblici, per garantire la continuità del sistema produttivo e consentire alle persone di andare a lavorare”, ha precisa il premier. Sarà quindi possibile “l’autocertificazione“ per la giustificazione degli spostamenti, “ma se ci fosse una autocertificazione non veritiera ci sarebbe un reato”, precisa. Il testo del decreto estende a tutta la penisola le misure varate domenica . “I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante dei contagi, delle persone ricoverate in terapia intensiva e subintensiva e ahimé anche delle persone decedute. La nostre abitudini quindi vanno cambiate. Vanno cambiate ora. Ho deciso di adottare subito misure ancora più stringenti, più forti”, ha sostenuto Conte, aggiungendo “Sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare come “io resto a casa”. Non ci sarà più una zona rossa nella penisola. Ci sarà l’Italia zona protetta“.

I retroscena della decisione del Governo Conte. Il premier Conte aveva cercato di resistere fino all’ultimo,   provando ad arginare er un giorno intero  il pressing del Pd, delle opposizioni e dei presidenti delle Regioni che sin dal mattino gli chiedevano tutti la stessa cosa: misure di contenimento più drastiche e omogenee sull’intero territorio nazionale per fermare l’epidemia. Una serie di restrizioni senza precedenti, che l’avvocato foggiano fino all’ultimo ha tentato di evitare per paura delle ricadute sull’economia. Quando però gli hanno letti  l’ultimo bollettino della Protezione civile, più 25 per cento di contagi in meno di ventiquattrore, ha capito che “tempo non ce n’è”. In serata prima della conferenza stampa ha riunito i capidelegazione del Governo e dato l’annuncio: “Nella penisola non ci sarà più una zona rossa”, trasformando poi in conferenza stampa l’affermazione in  “ci sarà l’Italia zona protetta” a partire da oggi, senza più differenze fra la Lombardia e il resto del Paese. A metà pomeriggio i presidente delle Regioni l’avevano ribadito ai ministri Boccia, Speranza e De Micheli collegati in videoconferenza da Roma: la progressione del virus è impressionante e pericolosa, non si può più aspettare, occorrono provvedimenti più forti, regole uguali per tutti, altrimenti sarà il caos. Intimando che in caso di inerzia del Governo, ognuno avrebbe fatto da sè adottando singole ordinanze di contenimento. “I locali pubblici devono chiudere alle 18” ha preteso il presidente della Campania Vincenzo De Luca (Pd)  “l’apertura di bar e ristoranti mantenendo un metro di distanza è ingestibile e non ha riscontri nella realtà». In assoluto accordo con il vicepresidente del Lazio Daniele Leodori, che aveva lanciato sui social il giorno prima la campagna #iorestoacasa, adottata ieri dal premier Conte.  Una spinta “politica” dai territori, impossibile da controllare e frenare, della quale il ministro Boccia si è subito fatto “messaggero” presso il premier spingendolo di fatto a cedere. Troppe incertezze ed errori che hanno i convinto Palazzo Chigi che qualcosa va cambiato. “Stiamo ragionando sul da farsi» dirà Conte in coda delle conferenza stampa, “io avverto l’opportunità di un coordinamento per l’approvvigionamento di macchinari e attrezzature sanitarie. È un ruolo che potrebbe affiancare il capo della protezione civile”. Una decisione invocata ieri anche dal centrodestra, che ha proposto anche la nomina di un “supercommissario all’emergenza” in grado di caricarsi sulle spalle la gestione dei fondi e il coordinamento di tutte le operazioni necessarie a sconfiggere l’epidemia. Un ruolo delicatissimo per il quale Salvini e Berlusconi hanno fatto il nome di Guido Bertolaso. affiancato nelle ultime ore dall’ipotesi Gianni De Gennaro. Una ipotesi  che però non piace a tutti nel governo, sopratutto al M5S, fortemente preoccupato che una personalità “forte” finisca per commissariare il capo della protezione civile Angelo Borrelli, vicino a Conte, i quali cederebbero dal “podio “mediatico. Da questa mattina di martedì 10 marzo, quindi chiunque dovrà spostarsi da un Comune all’altro dovrà avere una giustificazione e presentare una autocertificazione per il controllo. Le modalità per autocertificare la motivazione del proprio spostamento sono state definite ieri: occorre un modulo da esibire (questo il link per scaricarlo)  al momento del controllo. Chi non può scaricarlo e stamparlo può copiare il testo e portare la dichiarazione con sé. Chi per motivi di lavoro o di salute deve effettuare sempre lo stesso spostamento può utilizzare un unico modulo specificando che si tratta di un impegno a cadenza fissa. La stessa modalità vale anche per chi ha esigenze familiari che si ripetono quotidianamente oppure a scadenze fisse e dunque può indicare la frequenza degli spostamenti senza bisogno di utilizzare moduli diversi. Ad esempio chi deve spostarsi tra i comuni per raggiungere i figli o altri parenti da assistere oppure per impegni di carattere sanitario. Se si viene fermati si può fare una dichiarazione che le forze dell’ordine trascriveranno ma sulla quale potranno fare verifiche anche successive. Spetta in ogni caso comunque  al cittadino in caso di controlli,  dimostrare di aver dichiarato il vero. Una buona notizia. Il paziente “uno” (cioè il primo ad essere stato affetto dal CoronaVirus), il  38enne manager dell’Unilever, residente a Codogno, ricoverato a Pavia  è stato trasferito dalla terapia intensiva a quella sub intensiva. “È stato cioè “stubato” in quanto ha iniziato a respirare autonomamente”. Lo ha reso noto l’assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera.  

L’emergenza e il decreto, arriva il via libera (con riserva) anche da Salvini. Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 su Corriere.it da Francesco Verderami. Il dramma è che nessuno può prevedere quanto sarà lungo il tunnel e cosa ci sarà alla fine. Perciò l’incontro di oggi tra il premier e i leader dell’opposizione sarà un atto dovuto verso il Paese in piena emergenza. Il resto, cioè «il referendum, le Regionali, i tentativi di ribaltone, le elezioni, il Conte-ter è roba evaporata», come dice Casini, secondo cui «il coronavirus segna uno spartiacque»: «Il suo impatto sarà peggiore dell’undici settembre e quando ce lo saremo lasciati alle spalle, ci accorgeremo che sarà cambiato tutto, anche nel Palazzo». Sono considerazioni che accomunano i vertici del centrodestra, se è vero che il forzista Tajani riconosce come «alla politica in questo frangente non pensa nessuno», se è vero che la Meloni garantisce «collaborazione e responsabilità», e se è vero che Salvini — dopo le telefonate con Conte e Zingaretti — ha anticipato ai suoi di non voler andare a Palazzo Chigi «per fare il rompiscatole». L’unità nazionale è l’inevitabile conseguenza della crisi sanitaria, che si è portata appresso la crisi economica e gravi tensioni di ordine pubblico, soprattutto nelle carceri. Per molto meno sono caduti governi, in altri casi. Ma non è questo il caso. «Ora il tema non è chi avrebbe potuto fare meglio», sostiene l’ex ministro leghista Centinaio: «Intanto vanno salvate le persone». Così, in vista dell’appuntamento di oggi, era evidente ieri sera il denominatore comune tra le misure decise dal governo e alcune richieste dell’opposizione: da una parte l’estensione della «zona rossa» a tutta Italia, invocata da Salvini «per mettere in sicurezza il Paese»; dall’altra uno sforamento maggiore del deficit, che il ministro dell’Economia Gualtieri ha fatto sapere di voler portare a una decina di miliardi e che il leader del Carroccio considera «un acconto». È ovvio che il clima di unità nazionale è cosa diversa da un governo di unità nazionale. Infatti Salvini pubblicamente marca la distanza, sostenendo che le decisioni di Palazzo Chigi sono «un primo passo apprezzabile ma non risolutivo». E la Meloni, che teme provvedimenti non risolutivi e ne vorrebbe altri più radicali, proporrà oggi a Conte una soluzione sotto forma di domanda: «Non sarebbe meglio chiudere tutto il Paese per due settimane?». Anche le schermaglie sul commissario all’emergenza sono parse al dunque una coda delle vecchie polemiche politiche: tra chi (il centro-destra e Renzi) reclama il ritorno di Bertolaso alla Protezione civile con l’intento di commissariare Conte; e chi (il premier) vede in prospettiva nel clima di unità nazionale un’insidia per il suo ruolo. Sono retaggi di un passato che scompare davanti al dilagare del contagio. Un tempo la nota del pd Orlando sulla rivolta nelle carceri, quelle parole con cui ha attaccato Salvini per criticare indirettamente anche il Guardasigilli Bonafede, avrebbero incendiato il Parlamento. Ma il Parlamento è di fatto chiuso: sopravvissuto a chi voleva farne «luogo di bivacco», capace di resistere agli oltraggi di cappi giustizialisti esposti in Aula ai tempi di Tangentopoli, mutilato dalla riforma che ne ha ridotto i seggi, d’ora in avanti si riunirà solo per varare le misure sul Coronavirus, fino al termine dell’emergenza. L’intesa raggiunta dai presidenti delle Camere anche con i gruppi di opposizione, prevede che per il voto con cui si autorizzerà lo scostamento di bilancio saranno presenti solo 350 deputati a Montecitorio e 161 senatori a Palazzo Madama non provenienti dalle zone del Nord maggiormente colpite dal Covid-19. Ieri il Transatlantico era deserto, la famosa buvette e la barberia avevano le luci spente. Nessun boatos e niente trame di Palazzo: c’è il virus e c’è l’unità nazionale. Perché il Paese deve attraversare un tunnel di cui non si vede la fine.

Spostamenti, scuole e bar, Conte alla fine si convince: “Tutta l’Italia zona protetta”. Il governo estende all’intero Paese la stretta adottata già nella zona arancione. Il Pd e la maggior parte delle Regioni chiedevano scelte più severe. Giuliano Foschini e Giovanna Vitale il 10 marzo 2020 su La Repubblica. Un intero Paese in quarantena. Assediato da un nemico invisibile. Da sconfiggere con ogni mezzo, prima che sia tardi. Alle dieci sera Giuseppe Conte va in tv per annunciare che l’ora delle scelte irrevocabili è arrivata. «I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante delle persone in terapia intensiva e purtroppo delle persone decedute» esordisce. «Le nostre abitudini vanno cambiate adesso: dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia. Lo dobbiamo fare subito e ci riusciremo solo se ci adatteremo a queste norme più stringenti». Una decisione per nulla indolore, fa capire il capo del governo, adottata dopo aver informato il Quirinale. Perché «se a repentaglio è la salute dei cittadini bisogna scegliere» insiste. E usare le maniere forti. Dunque gli spostamenti saranno consentiti solo in casi strettamente necessari; scuole e università resteranno chiuse fino al 3 aprile; il campionato verrà fermato; gli assembramenti vietati. «Il futuro è nelle nostre mani, ognuno faccia la propria parte» l’appello finale rivolto ai cittadini perché rispettino le nuove norme «con senso di responsabilità». Ha cercato di resistere fino all’ultimo, il premier. Per un giorno intero ha provato ad arginare il pressing del Pd, delle opposizioni e dei presidenti di Regione che sin dal mattino gli chiedevano tutti la stessa cosa: misure di contenimento più drastiche e omogenee sull’intero territorio nazionale per fermare l’epidemia. Una serie di restrizioni senza precedenti, che l’avvocato pugliese tenta fino all’ultimo di evitare per paura delle ricadute sull’economia. Quando però gli leggono l’ultimo bollettino della Protezione civile, più 25 per cento di contagi in meno di ventiquattrore, capisce che «tempo non ce n’è». A sera riunisce i capidelegazione del governo e dà l’annuncio: «Nella penisola non ci sarà più una zona rossa», dirà poi in conferenza stampa, «ci sarà l’Italia zona protetta». Già a partire da oggi. Tutta di un colore solo, quello del massimo rischio, senza più differenze fra la Lombardia e il resto del Paese. A metà pomeriggio i governatori l’avevano ribadito ai ministri Boccia, Speranza e De Micheli collegati in videoconferenza da Roma: la progressione del virus è impressionante, non possiamo più aspettare, servono provvedimenti più forti, regole uguali per tutti, altrimenti è il caos. Pronti, in caso di inerzia dell’esecutivo, a fare ciascun per sé, adottando singole ordinanze di contenimento. «I locali pubblici devono chiudere alle 18» ha tuonato il presidente della Campania Vincenzo De Luca, «l’apertura di bar e ristoranti mantenendo un metro di distanza è ingestibile e non ha risconti nella realtà». In linea con il vicepresidente del Lazio Daniele Leodori, che il giorno prima sui social aveva lanciato la campagna #iorestoacasa, ieri adottata dal premier. «Dobbiamo fare un’unica zona rossa per tutta Italia» la richiesta perentoria del governatore pugliese Michele Emiliano, spalleggiato dal collega del Friuli Massimiliano Fedriga. Una spinta impossibile da frenare. Di cui Boccia si fa subito portatore presso il premier. Costringendolo di fatto a capitolare. Da giorni sia il Pd sia Leu con il ministro Speranza avevano chiesto a Conte un intervento più severo. Invocato ieri pure dal centrodestra, che ha proposto anche la nomina di un supercommissario all’emergenza in grado di caricarsi sulle spalle la gestione dei fondi e il coordinamento di tutte le operazioni necessarie a sconfiggere l’epidemia. Un ruolo delicatissimo per il quale sia Salvini sia Berlusconi hanno fatto il nome di Guido Bertolaso. Insidiato nelle ultime ore da Gianni De Gennaro. Un’opzione che però non piace a tutti nel governo. Non al M5S, preoccupato che una personalità forte finisca per commissariare il capo della protezione civile Angelo Borrelli, vicino a Conte. Mentre il Pd ha manifestato qualche perplessità. Ma incertezze ed errori hanno i convinto Palazzo Chigi che qualcosa va cambiato. «Stiamo ragionando sul da farsi» dirà Conte alla fine della conferenza stampa, «io avverto l’opportunità di un coordinamento per l’approvvigionamento di macchinari e attrezzature sanitarie. È un ruolo che potrebbe affiancare il capo della protezione civile”. 

Coronavirus: spostamenti, spesa, salute, cosa si può fare? Tutte le regole per l'Italia "zona protetta". Cristina Nadotti il 10 marzo 2020 su La Repubblica. Il padre separato chiede sui social: "Mio figlio sta con la madre in un altro comune, potrò andare a trovarlo due volte a settimana?". E il figlio che si occupa dei genitori anziani che vivono in un'altra Regione si chiede se usufruendo della legge 104 potrà  continuare ad assisterli. E c'è anche chi si chiede se potrà fare la passeggiata quotidiana. Fermo restando che, come recita il Decreto, bisogna "evitare ogni spostamento" ed "è vietata ogni forma di assembramento" anche all'aperto, e che sono chiusi ovunque cinema, teatri, palestre, matrimoni, funerali e nel weekend anche i centri commerciali, ma è garantita l'apertura di negozi di alimentari e farmacie: si può uscire di casa per fare la spesa. I bar e ristoranti possono aprire solo dalle 6 alle 18. Chi ha più di 37,5 di febbre deve stare a casa. In attesa di risposte più specifiche ad alcuni quesiti, ecco i punti principali del decreto.

Lavoro e necessità. I cittadini su tutto il territorio nazionale possono muoversi solo per "comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o spostamenti per motivi di salute". Non si ferma la circolazione delle merci né il trasporto pubblico. E' possibile andare a fare la spesa. Chi si sposta sul territorio può autocertificare le ragioni per cui lo fa ma per chi trasgredisce o dichiara il falso sono previste sanzioni che vanno fino all'arresto.

Stop assembramenti. E' la novità annunciata da Conte, non prevista fino a ieri neanche nelle zone "arancioni": basta feste e raduni, sono vietati ovunque assembramenti in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

Febbre e quarantena. Chi abbia sintomi da infezione respiratoria e febbre maggiore di 37,5 gradi centigradi, è "fortemente raccomandato" di restare a casa e contattare il proprio medico. Il divieto di muoversi è "assoluto" per chi sia stato messo in quarantena o sia positivo al virus.

Calcio: fermo il campionato, non le coppe. Si fermano tutti gli sport, incluso il campionato di calcio, ma possono tenersi a porte chiuse competizioni internazionali. Gli atleti professionisti e olimpici possono allenarsi.

Sport: palestre no, parchi sì. Sono chiuse le palestre, ma si può fare sport all'aria aperta rispettando la distanza di un metro.

Chiuse piscine, centri benessere, centri termali, centri culturali e ricreativi.   

Chiusi gli impianti da sci.

Piste chiuse in tutta Italia.

Ferie e congedi. Si "raccomanda" ai datori di lavoro pubblici e privati di promuovere la fruizione di ferie e congedi. Sono invece sospesi i congedi dei medici. E' applicabile il lavoro agile anche in assenza di accordi aziendali.

Stop svaghi. Sospese tutte le manifestazioni e gli eventi: fermi i cinema, teatri, pub, scuole da ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche. Chiusi musei e siti archeologici.

Bar e negozi. Bar e ristoranti possono aprire solo dalle 6 alle 18 con obbligo di garantire la distanza di almeno un metro, pena la sospensione dell'attività. La regola della distanza vale per tutti i negozi che possono stare aperti ma se sono all'interno dei centri commerciali chiudono nei weekend. Nessun fermo per alimentari, farmacie e parafarmacie.

Ferme scuole e esami patente. Scuole e università restano chiuse fino al 3 aprile. Stop a tutti i concorsi, tranne quelli per titoli o per via telematica, si fermano anche gli esami per la patente. Unica eccezione i concorsi per i medici.

Le chiese. I luoghi di culto possono aprire solo se in grado di garantire la distanza di almeno un metro: sospese le cerimonie civili e religiose, inclusi i funerali. 

Coronavirus, spostamenti e autocertificazione: ecco come funziona. Il modulo per l'autodichiarazione degli spostamenti. In caso di esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute è consentivo uscire dalle zone a contenimento rafforzato, ma è necessario compilare un modulo fornito anche dalla Pubblica sicurezza. Cristina Nadotti il  9 marzo 2020 su La Repubblica. Il Decreto della presidenza del Consiglio emanato ieri prevede già per questa mattina il monitoraggio nelle "aree a contenimento rafforzato", tra le quali l'intera Lombardia e altre 14 province di Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Marche: Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini in Emilia Romagna, Pesaro e Urbino nelle Marche, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli in Piemonte, Padova, Treviso e Venezia in Veneto. Da domani le misure saranno estese all'intero territorio nazionale. Ci sono limitazioni agli spostamenti, ma non c'è un divieto assoluto come era per le zone rosse. Per spostarsi per "esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute" è necessario presentare ai controlli certificazione che attesti il motivo per derogare alla direttiva di ridurre il più possibile il movimento da un'area all'altra (e con questo la diffusione del contagio). Le limitazioni riguardano le persone e non le merci. Chi si sposta per esigenze motivate potrà presentare ai controlli un'autocertificazione. Il modulo è stato messo a disposizione dal dipartimento di Pubblica sicurezza. Resta comunque il divieto assoluto a spostarsi, senza eccezioni, per le persone sottoposte a quarantena o positive al coronavirus. I controlli saranno eseguiti lungo le linee di comunicazione e le grandi infrastrutture dalla Polizia stradale e lungo la viabilità ordinaria anche dall'Arma dei carabinieri e dalle polizie locali. La Polizia ferroviaria curerà invece, con la collaborazione del personale delle Ferrovie dello Stato, delle autorità sanitarie e della Protezione civile, su tutte le linee ferroviarie controlli su tutti i passeggeri in entrata e uscita dalle stazioni per eseguire le verifiche sullo stato di salute dei viaggiatori con i termoscanner. Anche in stazione, come ai posti di blocco lungo le strade, per andare incontro ai cittadini che non hanno il modulo la Polizia ferroviaria fa compilare le certificazioni anche al momento all'apposito desk di controllo. Così come già avviato in precedenza, negli aeroporti saranno controllati i passeggeri in partenza e in arrivo e, anche in questo caso, sarà necessario esibire l'autocertificazione per muoversi dalle zone a contenimento rafforzato. Per i voli Schengen ed extra Schengen in partenza le autocertificazioni sono richieste solo per i residenti nelle "aree a contenimento rafforzato"; mentre in arrivo i passeggeri dovranno motivare lo scopo del viaggio.

Come è punita la violazione delle norme.  Il decreto stabilisce che chi viola le prescrizioni è punito con l'arresto fino a tre mesi e l'ammenda fino a 206 euro, secondo quanto previsto dall'articolo 650 del codice penale sull'inosservanza di un provvedimento delle autorità. Ma pene più gravi possono essere comminate per chi adotterà comportamenti, come ad esempio la fuga dalla quarantena per i positivi, che possono configurare il reato di delitto colposo contro la salute pubblica, reato che persegue tutte le condotte idonee a produrre un pericolo per la salute pubblica. 

Orlando (Pd): "Serve una task force del ministero". "Leggo dichiarazioni a ruota libera sulle carceri e sui tragici eventi di queste ore rilasciate da persone che non sanno nemmeno di cosa stanno parlando e invocano "pugno di ferro" e azioni militari. Se avessero davvero parlato con le donne e gli uomini della polizia penitenziaria, con i dirigenti degli istituti, gli educatori, il personale sanitario che opera nelle carceri, saprebbero che il carcere è una realtà complessa che si regge su equilibri delicatissimi. Le scorciatoie proposte preparano soltanto il peggio". Lo scrive in un post sulla sua pagina Facebook il vice segretario del Pd, Andrea Orlando. "Questi equilibri sono stati progressivamente compromessi dal sovraffollamento che è cresciuto in modo incontrollato in questi due anni. Il virus li ha completamente travolti. Continuare ad utilizzare slogan ad effetto non serve a nulla. La situazione che si è determinata evidenzia un fatto: questa emergenza è stata affrontata senza alcuna preparazione da parte del dipartimento competente. La catena di comando è fortemente indebolita. Il ministro costituisca da subito una task force e chiami a raccolta tutte le competenze che in questi anni sono state marginalizzate in nome di un opinabile spoil system. Questa squadra riprenda il confronto con le organizzazioni sindacali e con la dirigenza territoriale, dialoghi costantemente con il Garante e la magistratura di sorveglianza, assuma subito le misure necessarie per dare sollievo alle realtà maggiormente esposte e al personale".

Da corriere.it il 10 marzo 2020. La questura di Milano ha organizzato pattuglie all’ingresso di tutte le grandi direttrici della città. Il servizio è in corso di disposizione: almeno una volante con due uomini sarà posta a controllo degli ingressi nel Comune, per seguire la direttiva del Dpcm. Fra le grandi strade pattugliate ci saranno via Novara, via Lorenteggio, via Palmanova. Saranno impiegati uomini dei commissariati di zona e delle Volanti dell’Upg. Si tratterà di posti di controllo «mobili» che verranno rimodulati nelle diverse aree della città. Questo dopo la direttiva inviata dal Viminale alle prefetture per monitorare gli spostamenti dei cittadini nelle aree più critiche per il coronavirus. Anche nelle stazioni e negli aeroporti sono partiti i controlli sul rispetto delle nuove direttive, che permettono gli spostamenti solo per necessità, per motivi di lavoro o di salute. Le persone controllate se non hanno con sé una documentazione possono firmare «un’autodichiarazione - spiegano dalla Prefettura - su modello fornito al momento dalle stesse forze dell’ordine». Ai viaggiatori in partenza dalla Stazione Centrale gli agenti della Polizia Ferroviaria spiegano che chi viaggia deve avere una autocertificazione che spiega perché si spostano. Per andare incontro ai cittadini che non hanno il modulo la Polizia ferroviaria fa compilare le certificazioni anche al momento all’apposito desk di controllo. Per i viaggiatori che arrivano a Milano in treno i controlli vengono fatti invece a campione e chi è senza la certificazione la può compilare. Sono tante le persone che non devono partire oggi ma nei prossimi giorni e che sono arrivate alla Stazione Centrale solo per chiedere informazioni sulle modalità della partenza. «Vivo e lavoro a Milano ma vorrei tornare a casa mia in Friuli per stare con mia madre fino a quando non finisce l’epidemia - ha spiegato un cittadino -. Sono venuto qua a chiedere come posso fare per partire e mi hanno detto di presentami con il biglietto e una autocertificazione dove dichiaro il perché del mio viaggio. Avevo solo il dubbio di fare la procedura giusta».

Lorenzo De Cicco per “il Messaggero” il 10 marzo 2020. «Devo assistere la nonna». E via, si passa oltre. Verso Roma o verso il Sud. Basta avere in tasca l'autocertificazione scaricabile sul web e si passano i controlli dalle aree più a rischio, come la Lombardia e le altre 14 province del Nord dichiarate inizialmente zone arancioni. Anzi, non serve nemmeno stampare il modulo del Ministero dell'Interno e portarselo dietro, dopo averlo compilato a penna. Possono essere gli uomini delle forze dell'ordine - così ha disposto il Viminale - a fornire l'attestato, da far redigere sul momento a chi è stato fermato in auto o è sceso dal treno. I controlli su chi ha mentito, in ogni caso, partiranno solo in una seconda fase. Quando chi si è messo in viaggio è già arrivato a destinazione da un pezzo. Col rischio di avere trasportato il virus nel posto del (momentaneo) trasloco. La fuga dalle zone dove l'epidemia è più diffusa, non pare ostacolata più di tanto, le maglie sembrano larghe. Non solo per i pendolari che si devono obbligatoriamente spostare nel raggio di qualche chilometro, per motivi di lavoro o di salute. Il modulo di «autodichiarazione» fornito dal Dipartimento della Pubblica sicurezza si mantiene vago. Tocca solo certificare che «il viaggio è determinato» da uno di questi 4 fattori: «Comprovate esigenze lavorative», «situazioni di necessità» non meglio specificate, «motivi di salute» o ancora il «rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza». Così si legge nel documento a portata di download, dopo la circolare interpretativa sfornata dalla Protezione civile. Anche l'obbligo di restare in isolamento per chi arriva dal Nord - misura prevista da alcune ordinanze regionali, come quella del Lazio - ieri è stato ulteriormente allentato. Vale, ma non per tutti. Basta dichiarare che il viaggio è per motivi di lavoro e niente auto-quarantena, se non si hanno sintomi. Peraltro, anche quando qualcuno riferisce della trasferta, rischia di trovare il centralino intasato (è successo ieri) oppure nessuno controlla il rispetto delle precauzioni. «Le autocertificazioni? Nel momento del controllo possiamo intervenire solo se si ravvisano palesi incongruenze, altrimenti è tutto demandato a verifiche successive», spiega Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il sindacato autonomo di polizia. «Se uno nel foglio scrive devo assistere mia madre, o mia nonna, passa avanti. Ovviamente non è che si può controllare sul momento se è vero o no. Quello, in caso, avviene dopo». Non è certo responsabilità degli uomini delle forze dell'ordine, operativi giorno e notte lungo lo Stivale. La falla semmai sembra risiedere nelle direttive troppo blande. Giustificativi compilati sulla base di ragioni spesso difficilmente verificabili. Salvo appunto incoerenze conclamate. Per dire, a Bologna i carabinieri hanno fermato a un posto di blocco due studenti di Parma (tra le cinque province dell'Emilia-Romagna diventate zone arancioni), che andavano all'aeroporto col biglietto per Madrid, in vacanza. Tutti e due denunciati. A Genova invece la polizia di frontiera ha respinto un gruppo di persone che voleva imbarcarsi su un traghetto diretto in Sardegna. Ma a parte questi casi, chiunque abbia una giustificazione più o meno verosimile, per quanto generica, può superare i posti di blocco. A poco rischiano di servire, allora, le sanzioni previste: da una multa di 206 euro fino a tre mesi di carcere. Oltre al reato di mentire al pubblico ufficiale (da 1 a 5 anni). «Se qualcuno dice una fesseria e non si può dimostrare, cosa si potrebbe fare? - si chiede Cesario Bortone, segretario della Consap (Confederazione sindacale autonoma di Polizia) - Ci si basa sulla parola e sul buon senso dei cittadini. Poi ovviamente se qualcuno dice il falso, ci saranno provvedimenti. Ma i controlli non si possono fare sul momento». Le falle nel sistema di contenimento rischiano di avere inficiato anche le ordinanze regionali, come quella sfornata dal Lazio, che a prima vista sembrava molto severa. Roma non è un focolaio, ma potrebbe registrare - dicono gli esperti della sanità - migliaia di casi. La Pisana, domenica, aveva previsto l'isolamento per chiunque arrivasse dal Nord. Ieri le misure sono state allentate, esentando chiunque abbia viaggiato per «comprovate esigenze lavorative», private o pubbliche. I centralini per avvisare dell'approdo a Roma, peraltro, sono andati in tilt. Tanto che la Regione ha dovuto allestire una pagina web (regione.lazio.it/sononellazio, online da ieri sera) per evitare di intasare le linee telefoniche. «Purtroppo l'autocertificazione è relativa e i centralini con poche persone e tantissime chiamate rischiano di non rispondere a tutti», racconta Antonio Magi, presidente dell'Ordine dei medici della Capitale. Chi controlla poi sulle persone in isolamento (magari a casa di amici disposti a ospitare)? Se non si hanno sintomi, nessuno. Anche qui, ci si affida al senso civico. Che non sempre, purtroppo, c'è.  

Sospensione serie A: l’unico precedente è nel 1915 per la prima guerra mondiale (e fa ancora discutere). Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 su Corriere.it da Salvatore Riggio. Con un’Italia in emergenza e in lotta contro il coronavirus, lo spettro della sospensione del campionato di serie A è molto vicino. Lo chiedono il ministro Vincenzo Spadafora, il presidente del Coni Giovanni Malagò e il presidente dell’Aic Damiano Tommasi. In agenda, a Roma, per domani martedì 10 marzo, è in programma un Consiglio straordinario della Figc con il presidente Gabriele Gravina che dovrà prendere una decisione in merito. Sfogliando gli almanacchi, esiste un solo caso di campionato sospeso,quello della stagione 1914-1915. Tutto fermato a causa dell’ingresso dell’Italia, il 24 maggio 1915, nella prima guerra mondiale poco meno di un mese dopo il patto di Londra del 26 aprile. Un episodio che la Lazio ricorda bene perché lo scudetto andò al Genoa prima della finalissima nazionale che sarebbe stata tra i rossoblù (primi nel girone nord) e i biancocelesti (primi del centro-sud). Un caso che ancora oggi è disputa legale — portata avanti da Claudio Lotito, patron della Lazio, e dall’avvocato Gian Luca Mignogna — per rivendicare l’assegnazione ex equo dello scudetto del 1915. Ancora oggi tutta la documentazione è sui tavoli della Figc in attesa di una decisione definitiva. Da quando esiste il girone unico (stagione 1929-1930) mai un campionato è stato sospeso. C’è da ricordare, però, la stagione 1973/1974, quando l’Italia fu in apprensione per il colera a Napoli. Però, quel campionato non fu fermato e la Lazio di Tommaso Maestrelli vinse così il suo primo scudetto. Domani, quindi, potrebbe arrivare la prima sospensione del campionato di serie A che, al momento, vede in testa la Juventus con 63 punti, seguita da Lazio (62) e Inter (54, ma con una gara da recuperare, quella con la Sampdoria).

Così Conte si è convinto a chiudere tutta l'Italia. Dal mattino, i presidenti delle Regioni facevano pressioni sul premier, chiedendo di trasformare l'Italia in un'unica "zona rossa". Così Conte ha deciso di approvare le strette per tutta la Penisola. Francesca Bernasconi, Martedì 10/03/2020, su Il Giornale. "Le nostre abitudini vanno cambiate adesso". Con queste parole, ieri sera, Giuseppe Conte ha annunciato la "chiusura" dell'Italia. Il Paese è stato messo "in quarantena" e le misure applicate domenica alla Lombardia e in altre 14 province, sono state estese a tutta la Penisola. Una scelta dolorosa, quella presa dal presidente del Consiglio, che lui stesso ha definito "difficile": "C'è una crescita importante dei contagi e delle persone decedute- aveva spiegato- non abbiamo più tempo". Così, l'Italia è diventata un'unica "zona protetta". Nessuno spostamento consentito, se non in casi necessari, scuole, asili e università chiusi fino al 3 aprile e divieto di assembramenti: queste le misure entrate in vigore da questa mattina. Secondo quanto riporta Repubblica, il premier avrebbe provato a resistere al pressing di opposizioni e presidenti di Regione che, dal mattino, gli chiedevano di estendere le misure pensate per la Lombardia a tutta l'Italia. "Le misure che sono state prese sono state comunicate come molto dure. Ma non lo sono. Anzi, io credo che, nei prossimi giorni, servirà altro. Il virus sta correndo molto più velocemente dei nostri decreti. Personalmente, credo che ormai tutta Italia debba essere considerata come una zona rossa", aveva scritto Matteo Renzi, che chiedeva di "limitare il contagio", adottando misure stringenti in tutto il Pese: "C'è solo una zona rossa, si chiama Italia. Interveniamo subito". Sulla stessa linea si era espresso anche il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga: "Ho proposto al Governo che vengano prese delle misure fortissime di contenimento del Coronavirus e uniformi su tutto il territorio nazionale- aveva detto in conferenza stampa- La nostra proposta è quella di assumere misure fortemente più stringenti: meglio che l'Italia diventi zona rossa per un periodo limitato, ma che il problema si affronti e si risolva". Il governatore chiedeva la chiusura di ogni "attività non indispensabile". A dare man forte a Fedriga erano intervenuti anche Vincenzo De Luca, presidente della Campania, che aveva invocato il "pugno di ferro", con la possibilità di chiudere i locali pubblici alle 18, e il governatore pugliese Michele Emiliano, a sostegno di un'unica zona rossa. Così, dopo il bollettino della protezione civile, che annunciava una crescita di contagi del 25%, rispetto al giorno prima, il presidente del Consiglio si sarebbe convinto ad approvare le misure estese a tutta Italia. A far pensare ad un'azione in questa direzione era stato il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, che nella conferenza della protezione civile aveva detto: "Noi riteniamo che il processo di omogeneizzazione delle regole sia in corso e pensiamo possa essere chiuso in pochissimo tempo". Concordi nell'approvazione di misure valide per tutta Italia erano anche i rappresentanti del centrodestra, che sostenevano la nomina di un supercommissario per l'emergenza: "Io dico che bisogna nominare un supercommissario", aveva detto la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che indica in Guido Bertolaso un possibile candidato, sostenuta da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. 

Coronavirus, assalti ai supermercati nella notte. Il governo: «Non è necessario ed è contrario alle motivazioni del decreto». Pubblicato martedì, 10 marzo 2020 da Corriere.it. Supermercati presi d’assalto alla vigilia dell’estensione delle prescrizioni per tutta Italia. Dopo il discorso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha annunciato misure restrittive in tutta Italia per contenere l’epidemia di coronavirus, in diverse città italiane si sono formate lunghe file nei supermercati h24, con la gente in coda fuori con i carrelli in attesa del turno per entrare. Un copione che si era già visto qualche settimana fa. Al Todis di via Tuscolana a Roma i clienti sono entrati scaglionati, con i commessi che hanno controllato il flusso, concedendo ingressi poco per volta e imponendo la distanza di sicurezza alle casse ed uso dei guanti al reparto ortofrutta. Stessa cosa al Carrefour h24 a Garbatella. «Le persone fanno incetta anche di saponi e disinfettanti, l’alcol va a ruba ed è praticamente esaurito», ha dichiarato un commesso all’Ansa. Ma è successo anche a Torino, nel supermercato di corso Monte Cucco e in numerosi altri punti vendita h24 del centro, come riferito da Torino Oggi. Stesse scene a Napoli, sempre nei market aperti tutti la notte: anche nella città campana si registrano carrelli pieni di scorte e code. L’Ansa riferisce inoltre che a Palermo, nel supermercato h24 di via Libertà, sono dovuti intervenire gli agenti di polizia per evitare tafferugli. Palazzo Chigi ha spiegato che non ce ne è bisogno perché la spesa è garantita. «Il decreto del Presidente del Consiglio firmato oggi prevede la possibilità di uscire di casa per motivi strettamente legati al lavoro, alla salute e alle normali necessità, quali, per esempio, recarsi a fare la spesa. Non è prevista la chiusura dei negozi di generi alimentari, che anzi rientrano tra le categorie che possono sempre restare aperte. Non è necessario e soprattutto è contrario alle motivazioni del decreto, legate alla tutela della salute e a una maggiore protezione dalla diffusione del Covid-19, affollarsi e correre ad acquistare generi alimentari o altri beni di prima necessità che potranno in ogni caso essere acquistati nei prossimi giorni. Non c’è alcuna ragione di affrettarsi perché sarà garantito regolarmente l’approvvigionamento alimentare», è stato spiegato in una nota della presidenza del Consiglio.

Da liberoquotidiano.it il 10 marzo 2020. Da Nord a Sud, i supermercati notturni sono stati presi d’assalto. Dopo il nuovo decreto annunciato dal premier Giuseppe Conte, in Italia si è scatenata una sorta di “corsa alle armi”. Assolutamente inutile, perché fare la spesa non rientra tra le restrizioni delle nuove misure che interessano tutte le regioni: i negozi di generi alimentari rimarranno regolarmente aperti anche durante l’emergenza e quindi sarà possibile fare la spesa in qualsiasi momento. Anzi, è consigliabile evitare assembramenti come quelli delle ultime ore: sono inutili e pure pericolosi perché aumentano il rischio di contagio. Invischiati nelle lunghe code dei supermercati, a Napoli sono stati fotografati anche tre calciatori del club di De Laurentiis. Si tratta di José Callejon, David Ospina e Fernando Llorente: i tre sono frequentatori abituali dei punti vendita notturni, ma stavolta si sono ritrovati nel mezzo di una grande folla e non sono passati inosservati.  

"Si può andare a fare la spesa", ma nella notte parte l'assalto ai supermercati. Supermercati notturni presi d'assalto da Torino a Palermo nonostante il decreto per contrastare il coronavirus consenta di andare a fare la spesa. Palazzo Chigi in una nota: "Sarà garantito regolarmente l'approvvigionamento alimentare". Alessandra Benignetti, Martedì 10/03/2020, su Il Giornale. Il primo effetto della conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, che ieri ha annunciato l’estensione delle disposizioni in vigore nelle "zona rossa" a tutta la Penisola, è stato quello di riversare centinaia di persone nei supermercati aperti 24 ore su 24. È successo a Roma, Napoli, Palermo, Pescara, ma anche a Torino e in altre città del nord. Nonostante sui social circolassero già i dettagli del decreto "Io resto a casa", in cui è specificato che sono concessi gli spostamenti verso supermercati, mercati rionali e farmacie, oltre ad essere assicurato l’approvvigionamento di merci nei punti vendita, a prevalere è stata la psicosi. E così la scena all’ingresso dei supermercati notturni di mezza Italia è stata la stessa a cui abbiamo assistito qualche settimana fa a Codogno o nei comuni del Lodigiano. Decine di persone in fila, con la mascherina, tenute a distanza di sicurezza dal personale. A Roma i negozi di alimentari aperti h24 sono stati presi d’assalto in diversi quartieri, dal Tuscolano a Montesacro, passando per la Garbatella. Tra i prodotti più acquistati ci sono beni di prima necessità come latte, acqua e farina. E poi saponi, disinfettanti ed alcol etilico, come riferiscono alcuni commessi al Corriere della Sera.

In Campania decine di persone si sono precipitate davanti agli ingressi dei negozi di corso Europa a Napoli, ad Avellino, Benevento e Salerno per fare incetta di beni di prima necessità. Stesse scene anche a Palermo, dove in molti hanno sfidato la pioggia battente per entrare nel supermercato h24 di via Libertà ed assicurarsi pasta, pane, carne e acqua. A nulla sono servite le rassicurazioni del titolare dell'esercizio, che ha cercato di placare l'ansia dei clienti, garantendo che la merce sarebbe arrivata anche nei prossimi giorni. Le persone hanno continuato ad accalcarsi e non è mancato neppure qualche momento di tensione, tanto da rendere necessario l’intervento di alcuni agenti di polizia, come riferisce l’Ansa. Una nota di Palazzo Chigi, quindi, ha ribadito che il decreto "prevede la possibilità di uscire di casa per motivi strettamente legati al lavoro, alla salute e alle normali necessità, quali, per esempio, recarsi a fare la spesa". "Non è prevista la chiusura dei negozi di generi alimentari, che anzi rientrano tra le categorie che possono sempre restare aperte", si legge nel comunicato della presidenza del Consiglio. "Non è necessario e soprattutto è contrario alle motivazioni del decreto, legate alla tutela della salute e a una maggiore protezione dalla diffusione del Covid-19 – viene specificato inoltre nella nota - affollarsi e correre ad acquistare generi alimentari o altri beni di prima necessità che potranno in ogni caso essere acquistati nei prossimi giorni". "Non c'è alcuna ragione di affrettarsi perché sarà garantito regolarmente l'approvvigionamento alimentare", ribadiscono da Palazzo Chigi per rassicurare i più allarmisti ed evitare assembramenti di persone fuori dai negozi. 

 Da ansa.it il 10 marzo 2020. File di quasi un'ora per entrare al supermercato - anche per rispettare la distanza di un metro tra gli utenti - tante richieste di bicchierini monouso per degustare il caffè al bar, volti coperti da mascherine e anche qualche signora dal coiffeur. Napoli, stamattina, si è risvegliata così dopo che tutta l'Italia è diventata 'zona rossa' per l'emergenza Coronavirus. Strade per niente deserte, almeno nella zona a ridosso di piazza Municipio dove tanti sono gli uffici. Chi è in fila al supermercato giura che non è per l'emergenza Covid19 e per la paura di restare senza cibo: "E' una spesa normale, vengo qui ogni giorno", ripetono tutti. Intanto le file ci sono, ma stamattina soprattutto per rispettare la distanza di un metro tra le persone. Nessun caos all'interno, anzi. In alcuni market lo speaker ripete in continuazione di rispettare la distanza e di usare i guanti nei reparti di frutta e verdura. Nei bar "ci aspettavamo di peggio", raccontano i titolari.  "Non entrano in gruppo, sono tutti molto attenti a stare distanti - dicono - l'unica richiesta che è aumentata è quella dei bicchierini in monouso". C'è anche chi, il caffè lo degusta con due amiche al tavolino. "Sono americana e vivo a Napoli da due anni - racconta Lauren - devo dire che mi hanno chiamato i miei parenti per chiedere se in strada ci fosse la polizia e se potessi uscire di casa. Certo, è un po' tutto surreale e facciamo attenzione ma per ora Napoli sta reagendo in maniera tranquilla". E se stamattina tanti vanno in giro indossando le mascherine, qualche signora si concede anche la piega dal coiffeur. 

(AWE/LaPresse il 10 marzo 2020) - L'ordine di idee per lo sforamento per far fronte all'emergenza coronavirus è di 10 miliardi. Così il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli a Circo Massimo su Radio Capital.

Maurizio Giannattasio e Stefano Landi per corriere.it il 10 marzo 2020. L’appello alle aziende perché permettano il lavoro a distanza ai propri dipendenti. L’appello ai ragazzi e alle ragazze perché rinuncino alla movida. Ma soprattutto l’orientamento che sta prendendo sempre più forma compiuta in queste ore tra chi deve decidere regole e divieti da mettere in campo per cercare di ridurre il contagio. Riguarda la chiusura dei negozi e delle attività, chiaramente non di prima necessità, che rappresentano un polo d’attrazione per tanta gente che in base al decreto dovrebbe restare a casa evitando uscite inutili. Il sindaco di Milano Beppe Sala ne sta parlando con i suoi colleghi primi cittadini lombardi e con i vertici della Regione. Si sta pensando a una chiusura temporanea a fronte però di un cospicuo e rapido intervento finanziario da parte del Governo che permetta di far fronte agli stipendi dei dipendenti. Un po’ quello che è successo a Hong Kong, dove a fronte della serrata di un mese sono stati corrisposti forti aiuti economici non solo ai commercianti e agli imprenditori, ma a tutti i cittadini, tra cui i dipendenti degli esercizi commerciali chiusi con una cifra pari a 1.175 euro. D’altra parte, le difficoltà di negozi e attività sono sotto gli occhi di tutti. Basta andare nel salotto di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele e dintorni. Le chiusure sono a macchia di leopardo, una serranda giù un’altra su, una vetrina illuminata, un’altra spenta. E non stiamo parlando di piccoli e medi imprenditori, ma anche di grandi marchi che sicuramente hanno spalle più robuste per sopportare il peso di una chiusura. Ogni decisione però verrà presa collegialmente insieme alla Regione e agli altri sindaci perché è impensabile che ogni città e ogni territorio faccia di testa propria ma se si scorrono le centinaia di commenti al nuovo post di Sala, la stragrande maggioranza dei cittadini chiede un intervento in questo senso: chiudere immediatamente i negozi, i bar, i ristoranti, i mercati e tutte quelle attività non essenziali. Che poi è la stessa corrente che sta montando all’interno della categoria. Gli stessi negozianti, che si ritrovano con un buco d’affari tra il 70 e l’80 per cento, cominciano a chiedersi quanto valga la pena mettere a rischio la salute dei propri dipendenti. Numeri ribaditi ieri da Confimprese che ha spiegato come gli incassi siano scesi del 96% nel mondo della moda e dell’80 tra food e ristorazione. Nei primi due giorni di coprifuoco a Milano tira un’aria strana, con la gente che si muove nell’incertezza con le autocertificazioni nel taschino. Lunedì sono iniziati i controlli. L’approccio della prefettura è stato quello di concedere un approccio morbido, ma ora si inizierà a multare con severità crescente. Non camion e furgoni, ma le auto. La questura ha organizzato le squadre che pattuglieranno l’ingresso e l’uscita di tutte le grandi direttrici della città, coinvolgendo i commissariati di zona. Sono posti di blocco mobili, nel senso che si sposteranno per coprire la città. Anche nelle stazioni e aeroporti sono partiti gli interrogatori per capire chi davvero si muove per necessità. Alla stazione si è partiti con controlli a campione, più stringenti in aeroporto dove anche lunedì sono stati cancellati un centinaio di voli su Malpensa e altrettanti su Linate. Ci sono poi i numeri del bollettino medico quotidiano: da questo punto di vista Milano città «tiene», con 208 persone contagiate (37 più di domenica) e 9 morti.

Lorenzo De Cicco per “il Messaggero” l'11 marzo 2020. Si tengono la mano solo gli innamorati, in questa strana Roma ai tempi del Coronavirus. Gli altri - perlopiù bardati di mascherine o coi guanti in nitrile infilati fino al polso - disegnano strane traiettorie per non incrociarsi, sulle strade svuotate o sui marciapiedi mai così sgombri. Si allargano i giri nel segno del «distanziamento interpersonale» che raccomandano gli esperti, per schivare lo spettro del contagio. Si pazienta in coda fuori dalla farmacia, o alle poste, o al supermarket, senza nemmeno uno sbuffo, stavolta. Si è tutti un po' più gentili, con circospezione, mentre ci si guarda e si attende: «Prego tocca a lei», «ma no, si figuri», tutti staccati a un metro o più, nessuna prevaricazione da shopping, della serie «c'ero prima io». Tanto lo spazio non manca: la Capitale, nel primo giorno da zona protetta, si sveglia come in un ferragosto atipico, le vie semi-deserte, ma senza feste e anzi, con un senso di inquietudine. Pure i turisti, al contrario dell'estate, scarseggiano. Tanto che spariscono addirittura gli abusivi abituati a smerciare paccottiglie intorno ai monumenti. Nei paraggi del Colosseo, nemmeno un centurione solitario. Solo qualche chitarrista di dubbio talento. Il colonnato di San Pietro, vuoto. I salta-fila illegali per i Musei vaticani? Zero. Davanti a Fontana di Trevi, sciama qualche decina di stranieri appena, mentre di solito ci si accalca a bordo vasca con i vigili che si scapicollano da un capo all'altro dei marmi col fischietto in bocca, per evitare indecorose scalate sul monumento. Ieri, invece, niente. E sembra subito avere poco senso, nel pomeriggio, la notizia di una «chiusura» della vasca, messa in atto dai pizzardoni con tanto di (poco artistica) barriera pieghevole da cantiere stradale. C'è poco o nulla da «contingentare», in questo caso. Difatti, già a sera lo steccato di plastica viene scostato e si passa di nuovo accanto al gioiello del Barocco. Nel day 1 dell'isolamento romano, non resta traccia della Capitale degli ingorghi. Eravamo secondi al mondo per traffico dopo Bogotà? Ieri con le restrizioni del governo e gli appelli #iorestoacasa, sulle consolari si scorreva come capita solo all'alba. Un Lungotevere surreale, all'ora di punta tra le 6 e le 7 di sera, accoglieva i pochi veicoli sfreccianti. Il Centro storico - dove ora il Comune riaprirà le Ztl - sembra più vuoto delle periferie, dove qualche auto in più c'è. Ma il colpo d'occhio impressiona un po' ovunque. I bus, coi sedili sempre liberi, addirittura puntuali senza gli imbottigliamenti. Colpisce la sequenza tetra delle vetrine spente o delle saracinesche tirate giù. Quasi 4 negozi su 10 ieri non hanno proprio aperto, raccontano da Confesercenti. «Altri ci hanno provato, per qualche ora - dice il presidente Valter Giammaria - ma il 50% ha chiuso nel primo pomeriggio. Dopo le 18, quando scattava la chiusura di bar e ristoranti, sarà rimasta alzata meno di una saracinesca su 10, a dire tanto». Prima, all'ora di colazione o a pranzo, qualche tavolino fuori dai locali ancora resisteva, per i pochi clienti di passaggio. A Ponte Milvio addirittura si trovava parcheggio. Sparita la movida chiassosa e irresponsabile vista fino all'altro giorno, con le comitive stipate sui tavolini che se ne infischiavano dell'allerta virus. E dei pericoli. Già prima delle 18, hanno chiuso quasi tutti i locali. Altri esponevano un cartello: «Riapriamo a metà aprile». Anche Trastevere, altro rione dello sballo by night, mostrava una faccia diversa, insolitamente taciturna. E pure qui, dalle 6 di sera, si sparecchiava, tutti via. Con le palestre chiuse per decreto, ci si allena correndo accanto al Tevere. Jogging sempre a distanza. A volte, in mascherina. «Si suda di più, ma è meglio», raccontano due amiche mentre saettano su una ciclabile sgangherata. Restano aperti i supermercati e gli alimentari, quelli sì, come al solito. Al Lidl della Magliana c'è una guardia giurata all'ingresso. Per fortuna non si notano altri assalti agli scaffali, come lunedì notte. Le file, anche lunghe, invece sì. Uguali a quelle che si srotolano sui marciapiedi davanti alle Poste. All'ufficio accanto alla piramide Cestia, la coda sarà di cento metri. Pure fuori dai negozi spuntano i cartelli «si entra 2 per volta». O 3 per volta, a seconda degli spazi. E tanti medici della mutua non accettano più visite, se non si è gravi: chi vuole una ricetta, chiama e ritira le pillole in farmacia. Si aspetta un po' tutti che passi la nottata del Covid. E tanti, scrollando le spalle, nelle chiacchiere debitamente distanziate, lo dicono: «Passerà».

Franca Giansoldati per “il Messaggero” l'11 marzo 2020. La messa è (quasi) finita. Per la prima volta da tempo immemore la Basilica di San Pietro è di fatto off-limits persino ai pellegrini. Ieri mattina decine di persone si sono viste rifiutare l'ingresso in piazza nonostante assicurassero di voler entrare per recitare una preghiera e scattare una foto. I poliziotti di turno che controllavano il percorso obbligato verso i metal detector dai quali poi si accede ai varchi per la Basilica dove è sepolto San Pietro, sono stati inflessibili. «Non si passa». Il decreto d'urgenza per contenere l'epidemia non ammette deroghe fino al 3 aprile. In piazza e da lì alla basilica - si può entrare solo per necessità, motivi di lavoro o ragioni di salute. Di fatto ieri mattina l'amara sorpresa era stampata sul volto dei turisti di passaggio ignari di questo eccezionale inasprimento. Gli agenti di polizia controllavano meticolosamente tutti. Hanno fatto entrare in basilica alcuni giornalisti ma solo dopo che hanno mostrato i tesserini. Era una ragione di lavoro. Poi hanno persino controllato il tesserino di un cardinale di curia che transitava dalla piazza. Anche a lui gli hanno chiesto dove andasse e per quale motivo. Per tutta risposta ha dovuto tirare fuori il documento di riconoscimento. Sono giorni complicati e strani per tutti e il Vaticano è sospeso in un clima quasi irreale, come non era mai accaduto. L'altra sera i quattro maxischermi sulla piazza sono rimasti illuminati con una scritta in italiano e inglese che invitava la gente a rispettare la distanza di sicurezza tra una persona e l'altra. Restano aperte la farmacia e il supermercato dello Stato, ma con ingressi contingentati. Da oggi chiusa al pubblico anche la mensa, e al suo posto consegna pasti su richiesta. «Il Vaticano ha firmato un accordo con lo Stato italiano in merito anche a temi di salute pubblica. Questo è un caso fuori dall'ordinario che va inquadrato in quello che sta succedendo. La regola per il controllo della piazza, restando ai Patti lateranensi, prevede due situazioni. La cosiddetta piazza aperta, come è oggi, con i poteri della polizia che arrivano fino al sagrato della basilica, e la piazza chiusa (per esempio quando ci sono cerimonie) dove la polizia italiana si ferma al colonnato» spiega il costituzionalista Francesco Clementi. Di fatto però le verifiche sulla piazza limitano, come effetto secondario, anche l'accesso alla basilica che è extraterritoriale. Il Vaticano però ha accettato di buon grado questa misura perché la situazione è grave e l'obiettivo prioritario è salvaguardare la vita delle persone e, in ultima analisi, impedire i contagi. A San Pietro sono state nel frattempo abolite le celebrazioni quaresimali del Capitolo fissate per questi giorni. Francesco stamattina leggerà la catechesi dell'udienza dalla biblioteca. Per non creare confusione a proposito dell'invito che aveva rivolto ai preti a portare l'eucarestia ai malati di Covid-19, il Vaticano è dovuto correre ai ripari e precisare che potrà avvenire ma solo «nel rispetto delle misure sanitarie stabilite dalle autorità italiane». 

Chiude anche San Pietro,  a Roma controlli in strada: «Tutti a casa». Pubblicato mercoledì, 11 marzo 2020 da Corriere.it. «Il modulo? Quale modulo?» Dopo giorni di notiziari televisivi sulle zone rosse del Nord, ieri Roma si è svegliata sotto un cielo blu cobalto e dal racconto virtuale è precipitata nel reality dell’emergenza coronavirus. Pattuglie di vigili urbani, polizia e carabinieri (in zone strategiche come piazza Mazzini o via Cristoforo Colombo, Ostiense, san Giovanni) hanno fermato romani in macchina (moltissimi con le mascherine alla guida) chiedendo l’autocertificazione dello spostamento e di quale urgenza si trattasse. Sbalordimento. Spiegazioni che «tutti a casa» non è uno slogan ma un obbligo. Nel pomeriggio dalla questura e dai vertici delle altre forze dell’ordine è arrivata una indicazione ferrea: controlli serrati su spostamenti e autocertificazioni, tutti a casa significa solo e soltanto tutti a casa. Anche a Roma. La prima reazione della Capitale all’annuncio di Giuseppe Conte di lunedì sera è stata identica a quella di altre città del centro-sud: il rituale assalto notturno al supermercato. File serali davanti a quelli aperti fino a tardi in via Aurelia, Casal Palocco o in via Tuscolana. Qualche ressa. Molte foto sulla Rete. Ma martedì mattina presto Roma ha subito mostrato la sua millenaria capacità di metabolizzazione. Verso le 9 strade semivuote, l’asse dei Lungotevere libero come in piena estate, piazza Venezia senza l’ingorgo fisso, il gran dispiego di vigili urbani ha contribuito al miracolo, complice la chiusura delle scuole e di non pochi uffici privati. Metropolitana semivuota. Rare file alle fermate dell’Atac. Ma Roma è Roma, c’è sempre il risvolto grottesco: l’azienda pubblica di trasporti ha deciso l’isolamento degli autisti, le porte anteriori non si aprono più e molti conducenti hanno creato «isole» per l’area guida usando la plastica arancione degli eterni cantieri delle buche o i bandoni di plastica stesi dai vigili urbani per i divieti di sosta eccezionali. Un rimedio de noantri sfilacciato e balordo. L’assalto sotto le stelle ai banconi degli alimentari, col passare delle ore, si è trasformato in un approccio più rilassato, con i servizi d’ordine delle guardie private assoldate dalle marche della grande distribuzione: tutti in fila, ad almeno un metro di distanza come da regole, ingressi a scaglioni ordinati, precedenza a persone anziane o a donne in attesa. Stessa procedura davanti alle farmacie. La folla che di solito si trova all’interno dei locali, si fraziona sui marciapiedi. Davanti a una nota farmacia in viale Aventino, un uomo di mezza età mormora: «Va bene tutto, ma due giorni fa stavo nella calca a Porta Portese». Già. Perché nella Roma che fino all’annuncio di Conte di lunedì sera aveva cancellato l’emergenza, è accaduto anche questo: non solo i gruppi di adolescenti nei locali della movida con la complicità di incoscienti titolari preoccupati unicamente di far cassa (dieci sonore multe, e sono poche) ma anche migliaia di romani intruppati nel solito corpo a corpo tra i banchi di Porta Portese per godersi la bella domenica mattina. Altro che movida. Col passare delle ore, e prima del richiamo del pomeriggio, il traffico è aumentato e sono cresciuti i segnali di normalità. Furgoni impegnati nel carico e scarico in mezzo alla strada col metodo romanesco del «minutino» («un minutino e mi tolgo...», con corsetta da copione). L’impagliatore di sedie di via Sabotino col suo banchetto sul marciapiedi come in un giorno qualsiasi. Ma tante notizie hanno ricordato l’emergenza: la chiusura della Basilica e di piazza San Pietro, la circolazione dei turisti e dei pedoni vietata intorno a Fontana di Trevi — due simulacri di Roma, una sonora sveglia alla Capitale — mentre da lunedì sono inaccessibili Colosseo, Fori Imperiali, Foro Romano e Palatino. Nei bar, caffè serviti a distanza doverosa, spesso segnalata con i nastri adesivi a terra. Molti locali hanno optato per la chiusura, come l’antica trattoria Sora Margherita in piazza Cinque Scole («ci vediamo il 3 aprile») o le prime gelaterie appena riaperte e già chiuse, come Miami, notissima tra Monteverde e Trastevere (cartello: «per contribuire a migliorare la situazione attuale»). Tanti ristoranti si riciclano: dal servizio ai tavoli alla consegna a domicilio, ben sapendo che la stagione delle tavolate tra amici e parenti chissà quando tornerà. «Da Fortunata» in corso Rinascimento ecco piatti di fettuccine fatte in casa take away preparati dalla sorridente addetta che impasta in vetrina. Grande fermento distributivo nelle abitazioni dei romani in tante macellerie di quartiere: polpette, arrosti, polli pronti. Ma le abitudini capitoline registrano anche cambiamenti più profondi. La sospensione del rito della Messa domenicale proprio qui, nella Città dei Papi: la pratica cattolica è da tempo in crisi, la frequenza sta calando di anno in anno e c’è chi teme che molte parrocchie potrebbero riprendersi con immensa fatica dall’effetto coronavirus. E poi, amarissima, la scomparsa dell’addio collettivo a chi se ne va. Cioè a chi muore, per usare un verbo più duro. Niente funerali religiosi, di tutte le fedi, e nemmeno commiati laici con abbracci tra parenti e amici. Chi muore se ne va dall’ospedale o da casa direttamente col carro funebre verso uno dei cimiteri cittadini. Più di una rimozione.  

Ansa il 12 marzo 2020. - Aeroporti di Roma informa di aver predisposto un piano di ridimensionamento dell'operatività dei terminal passeggeri di Fiumicino e Ciampino. Da sabato 14 marzo verrà chiuso il terminal per i passeggeri dei voli di linea dell'aeroporto G.B. Pastine di Ciampino. A partire da martedì 17 marzo, nell'aeroporto "Leonardo da Vinci" di Fiumicino verrà temporaneamente chiuso il Terminal 1. Tutte le operazioni di check-in, i controlli di sicurezza e la riconsegna bagagli verranno effettuate al Terminal 3 che resta operativo. La decisione si è resa necessaria a causa delle molteplici cancellazioni di voli da e per l'Italia annunciate da molte compagnie aeree che operano normalmente sui due scali della Capitale. Rimarranno invece invariate le attività di Aviazione Generale, quelle degli Enti di Stato e l'aviazione cargo. Le piste di volo dei due scali rimarranno pienamente agibili e non subiranno variazioni operative. Negli ultimi giorni è stimato rispettivamente nel 45 e poi oltre il 50 per cento il calo di passeggeri nel sistema aeroportuale romano, per gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino, per effetto delle progressive riduzioni complessive dei voli. Lo si apprende in ambito aeroportuale. Emerge, a vista, la riduzione delle presenze nelle aerostazioni a causa della sospensione dei collegamenti decisa da diversi Paesi da e per l'Italia e per la riduzione operativa stabilita da compagnie aeree. E' sempre più probabile una chiusura dell'aeroporto di Linate per effetto delle ultime misure del Governo per contenere l'avanzata del coronavirus. Secondo quanto apprende l'ANSA è in arrivo infatti un decreto del Ministero dei Trasporti che riguarderebbe, oltre allo scalo milanese, anche altri aeroporti in tutto il territorio nazionale.

Coronavirus, Ryanair ed Easyjet cancellano voli sull'Italia. Trenitalia, i posti «distanziati». Le due compagnie aeree cancellano ogni collegamento dopo ordinanza del Governo. E da Gruppo Fs misura anti virus. La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Marzo 2020. Ryanair ha annunciato oggi la sospensione dell’intero programma di voli da/per l’Italia e sul territorio nazionale, a seguito alle misure messe in atto Governo italiano sull'intero Paese per contenere la diffusione del virus Covid-19. Nel dettaglio, dalle 24.00 di mercoledì 11 marzo fino alle 24.00 di mercoledì 8 aprile, Ryanair sospenderà tutti i voli nazionali italiani. Dalle 24.00 di venerdì 13 marzo fino alle 24.00 di mercoledì 8 aprile, Ryanair sospenderà tutti i voli internazionali da/per l’Italia. Tutti i passeggeri interessati riceveranno notifiche via e-mail nella giornata di oggi, con le informazioni su queste cancellazioni. I viaggiatori che hanno l’esigenza di rimpatriare possono ottenere un cambio gratuito per un volo Ryanair precedente a quello prenotato e operante fino alla mezzanotte di venerdì, 13 marzo. I clienti interessati da queste cancellazioni potranno scegliere tra un rimborso completo o un credito di viaggio che potrà essere riscattato sui voli Ryanair nei prossimi 12 mesi. Ryanair, spiega la nota, continua a seguire scrupolosamente le linee guida dell’OMS e del Governo nazionale e tutte le restrizioni di viaggio. La situazione si modifica di giorno in giorno e tutti i passeggeri dei voli interessati da divieti di viaggio o cancellazioni vengono informati via e-mail con proposte di cambio volo, rimborso completo o credito di viaggio. Anche Easyjet si aggiunge ai vettori che hanno deciso di sospendere tutti i voli da e per l’Italia: l'annuncio della grande compagnia low cost britannica è arrivato oggi pomeriggio, per ora sono cancellati tutti gli aerei in partenza o in arrivo negli aeroporti italiani per i prossimi due giorni, con successive revisioni previste fino al 4 aprile. Lo stop di EasyJet, dopo quello di British Airways e del colosso irlandese Ryanair, oltre che di Jet2, porta verso l’azzeramento temporaneo i collegamenti aerei fra Italia e Regno Unito. Trenitalia (Gruppo FS Italiane), intanto, ha avviato l’utilizzo di un nuovo criterio per la prenotazione dei posti a bordo delle Frecce. La nuova funzione di prenotazione, ideata e realizzata da FSTechnology FSTechnology (società del Gruppo) garantisce il rispetto delle distanze di sicurezza prescritte dalle disposizioni in materia di prevenzione e diffusione del virus COVID-19, mantenendo invariato il comfort offerto ai viaggiatori. Per essere più chiari in caso di prenotazione il sistema scegliere i posti nel rispetto delle distanze (ad esempio in caso di gruppo da 4, saranno disponibili solo i due posti diagonali). Il nuovo criterio di prenotazione è un’ulteriore azione, dopo quelle già avviate dal Gruppo FS Italiane a tutela dei viaggiatori e dipendenti: potenziamento delle attività di sanificazione e disinfezione dei treni e dei luoghi di lavoro, riducendo gli intervalli di tempo fra una sessione di pulizia e la successiva; installazione a bordo dei treni dispenser di disinfettante per le mani;     istituzione di una task force intersocietaria per monitorare costantemente l’evoluzione della situazione e garantire il coordinamento di tutti gli interventi disposti dai provvedimenti governativi in materia. Sui canali di vendita di Trenitalia, inoltre, è aggiornata l’offerta commerciale con tutte le modifiche. Le informazioni sulla circolazione dei treni sono disponibili su App Trenitalia e il sito web trenitalia.com.

Il coronavirus ferma i treni: cancellate le corse altavelocità da nord a sud. Cancellati i treni che da nord raggiungono il sud. Nelle prossime ore la viabilità dovrebbe essere rimodulata. Il Dubbio il 10 marzo 2020. In seguito al decreto legge che ieri sera ha esteso la “zona rossa” a tutta Italia, si fermano anche i collegamenti su rotaia. Questa mattina moltissimi passeggeri sono arrivati nelle stazioni solo per trovare il loro treno alta velocità cancellato. Nonostante le parole di ieri del premier Conte, che aveva garantito la continuità del trasporto pubblico, sono interrotti la maggior parte dei collegamenti da nord a sud, sia da Milano che dal Veneto. In partenza, per ora, sono solo le corse dei regionali. La notizia della cancellazione non è stata comunicata via messaggio o via mail ai viaggiatori, che si sono trovati in stazione senza sapere cosa fare. Trenitalia ha previsto un rimborso totale dei biglietti, da poter ottenere o nella biglietteria della stazione oppure via internet. Secondo gli operatori, la viabilità ferroviaria dovrebbe venire rimodulata nelle prossime ore. 

Da corriere.it l'11 marzo 2020. Trenitalia ha ideato una nuova funzione di prenotazione a bordo delle Frecce al fine di garantire il rispetto delle distanze di sicurezza prescritte dalle disposizioni in materia di prevenzione e diffusione del virus Covid-19. Una procedura che è stata messa a punto da FSThecnology, società del gruppo Fs Italiane. In pratica, la disposizione dei posti liberi assomiglia un po’ a una scacchiera, con i viaggiatori che potranno sedersi solo alternando le poltrone e mai uno di fronte all’altro.

I criteri e le motivazioni. «Il nuovo criterio di prenotazione è un’ulteriore azione, dopo quelle già avviate dal gruppo a tutela dei viaggiatori e dipendenti – si legge in una nota diffusa dalla società – ovvero: potenziamento delle attività di sanificazione e disinfezione dei treni e dei luoghi di lavoro, riducendo gli intervalli di tempo fra una sessione di pulizia e la successiva; installazione a bordo dei treni dispenser di disinfettante per le mani; istituzione di una task force intersocietaria per monitorare costantemente l’evoluzione della situazione e garantire il coordinamento di tutti gli interventi disposti dai provvedimenti governativi in materia». 

·        La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Da #MilanoNonSiFerma a #RestateACasa: la genesi di un'emergenza sottovalutata e gestita con superficialità. Coronavirus: Milano non si è fermata, così si è ammalata. Faccia qualcosa prima che la valanga dei contagi ci travolga, la smetta di nascondere la testa sotto la sabbia”. Fabrizio Boschi il 10/03/2020 su Notizie.it.  Milano non ce la fa più. La Lombardia non ce la fa più. Altri 15 giorni così e sarà collasso totale. Non doveva andare così. Non poteva. Non si doveva arrivare a questo. Ma, in un modo o in un altro, errore dopo errore, ci siamo arrivati. Il nostro peggior incubo adesso è realtà. Un nemico viscido e invisibile che rende questa la peggiore delle guerre. Tanti errori, soprattutto all’inizio. Troppa superficialità. Molte sottovalutazioni. Ricordate quando i giornalisti venivano offesi perché additati di essere degli sciacalli, di provocare panico nella popolazione con messaggi troppo allarmistici? Ecco, forse invece erano fin troppo poco allarmistici quei toni. Anche Milano ha sottovalutato il problema. E non poco.

Quando il 28 febbraio i morti erano appena 12 ci sembravano già un’enormità, non era ancora nulla.

Adesso che, dopo 11 giorni, sono 463 sembra una guerra. Eppure appena dieci giorni fa la percezione della gravità della situazione, non era ancora presente nella popolazione. Lo era già negli ospedali ma non nella popolazione. Forse le istituzioni sapevano già ma per non allarmare i cittadini hanno tenuto nascosto per troppo tempo il problema. Come ha fatto, all’inizio, la Cina del resto. E quando non è stato più possibile tenerlo nascosto ormai era già fuori controllo. Per questo il 27 febbraio Beppe Sala invitata i cittadini a non fare “stupide” scorte ai supermercati, a non aver paura “che è solo un’influenza”, a non abbandonare le proprie abitudini. . “Non abbiamo paura, Milano non si ferma“, con tanto di maglietta ostentata su Instagram. Il video del sindaco Sala, dell’Italia che non si arrende, diventa virale. Il Bosco verticale, piazza Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, persone che si muovono, lavorano e cantieri in movimento. E poi la scritta: “Milioni di abitanti. Ogni giorno facciamo miracoli, ogni giorno abbiamo ritmi impensabili, ogni giorno portiamo a casa risultati importanti. Ogni giorno non abbiamo paura, Milano non si ferma”. Il sindaco posta sui social #MilanoNonSiFerma e il video e l’hashtag vuole dire alla città di reagire al Coronavirus. Sembra passato un anno e invece sono solo 11 giorni. Lo spot si conclude con le scritte di altre città coinvolte dall’emergenza, come Codogno, Lodi, Torino, Genova, Firenze, Palermo e tutta l’Italia. Appena una settimana dopo le cose sono precipitate. Sala non si sente più. Forse dalla vergogna. Perché ora l’hashtag di Sala è esattamente l’opposto: “#RimaneteACasa”. L’atteggiamento, forse troppo incauto delle settimane precedenti, ha fatto arrabbiare molti milanesi. Sala rilascia una lunga intervista sul Corriere della Sera intitolata: “L’appello di Sala scuote i milanesi: “Rimanete in casa il più possibile””. Non proprio un appello ma al massimo un invito che non scuote proprio nessuno invece: inutile adesso, ovvio, ripetutissimo, dunque tardivo. Parole al vento, poco credibili dette da lui, a causa dell’atteggiamento ondivago e contraddittorio che ha sempre tenuto, frutto del suo smodato ego manifestato sia nella vita pubblica, quanto in quella privata. Sala nelle scorse settimane è andato a mangiare nei ristoranti cinesi di via Paolo Sarpi, così come il fidanzato di Selvaggia Lucarelli, il cuoco Lorenzo Bigiarelli, che ha fatto della campagna pro cinesi una sua grottesca crociata personale. Sia lui che Sala volevano ridicolamente dimostrare che il virus che faceva morti a Wuhan era una bufala razzista e xenòfoba, montata per insidiare gli interessi dell’antica e operosa comunità orientale di Milano. Così come ha fatto anche Enrico Rossi, l’illuminato governatore della Toscana, che oltre che proteggere i suoi amici Rom, è anche paladino degli interessi dei commercianti e imprenditori cinesi di “Plato”. Dopo qualche settimana, quando il Coronavirus si è presentato all’uscio di casa di centinaia di milanesi e ai cancelli dell’ospedale anti-infettivo Sacco con tutta la sua virulenza, il presuntuoso e sicuro di sé sindaco Sala ha pensato bene di contrapporvi la foto del suo virile torace con la t-shirt “Milano non si ferma”. Una uscita degna di un Salvini, inaccettabile per chi ha responsabilità di primo cittadino. Una mancanza di rispetto per medici e ricercatori che invece avevano già ben chiaro quello che stava per succedere. Ora, con migliaia di cittadini che scappano nella notte, dopo che qualcuno ha fatto trapelare la bozza del decreto che chiudeva la Lombardia, e adesso l’ipotesi di chiudere tutto, Sala lancia il suo farsesco contrordine: “Rimanete in casa il più possibile”. E il Corriere della Sera, fedele e ossequioso foglio quasi di famiglia, prono lo asseconda. Dopo questi clamorosi e fuorvianti scivoloni, cominciati con “mangiamo cinese”, proseguiti con “Milano non si ferma” e finiti con la risibile resa del “rimanete a casa”, forse è il caso che Sala taccia e faccia parlare solo chi è competente. I suoi messaggi hanno già provocato anche troppi danni alla comunità. Forse è proprio per causa dei suoi predicozzi sul “non fermarsi” che adesso Milano e la Lombardia sono fermi, in ginocchio. E chissà per quanto ancora.

Ettore Livini per “la Repubblica” l'11 marzo 2020. La scorta di culurgiones preparati dalla mamma - roba che in altri tempi sarebbe andata esaurita in 24 ore - è tristemente quasi intatta in frigorifero. I tavoli sono quasi vuoti. I tre dipendenti che lavoravano in cucina sono a casa da due giorni, in permesso e ferie. Il coronavirus ha capovolto il mondo di ristoranti e bar italiani. E Ignazio Cuboni, titolare del Baia Sardinia di Milano, uno dei gioielli nascosti della gastronomia meneghina, non può far altro che leccarsi le ferite. I conti sono semplici: «A mezzogiorno un mese fa facevo 150 coperti. Sa quanti ne ho fatti oggi? Diciotto». Lui e i suoi colleghi, dice Fipe-Confcommercio, rischiano di perdere 4 miliardi in tre mesi. La Lombardia chiede addirittura la serrata totale per combattere il coronavirus. E il fronte del fornello e del cappuccino rischia (come tanti altri pezzi d'Italia) una mezza Caporetto. «Io non dormo più per il magone», dice Cuboni. Non è difficile capire perchè: «Ho tremila euro al mese di bollette tra gas e luce, poi c' è l' affitto. In questi giorni devo pagare fornitori e contributi dei dipendenti». Totale: 25 mila euro di uscite al mese «mentre incasso anche meno di 200 euro al giorno». Per ora resiste, servendo catalane di mazzancolle e carpacci di ricciola in takeaway fino alle 18. «Ma se le cose vanno avanti così per un mese non so come faremo a tenere aperto». «Siamo alla desertificazione» conferma Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio. I 330 mila ristoranti italiani fatturano 86 miliardi e danno lavoro a 1,2 milioni di persone. «Oggi molti hanno i ricavi quasi azzerati - dice Stoppani -. Servono interventi urgenti e non misure tampone». Un salvagente per il settore è allo studio del governo. Ma Caterina D' Urso, titolare di un bar e del ristorante giapponese Garibaldy di Stradella, non è molto ottimista. Il balletto di disposizioni anti-coronavirus è stato una via crucis per la ristoratrice pavese: «Prima ci hanno bloccato dopo le 18, poi ci hanno fatto riaprire, ora mettono nuovi limiti. Era meglio chiudere tutto subito e garantirci un sostegno economico », dice. Martedì è giorno di mercato davanti al suo bar e alla cassa si battono di solito 450 euro di cappuccini, brioches e caffè. «Oggi siamo a quota 100». Che fare? «I dipendenti ci verranno incontro, ho chiesto un' estensione del fido alla banca, ho bloccato un po' di pagamenti. Ma è un effetto domino, per il paese sarà un danno enorme». Bar e ristoranti - dice - «sono mucche da mungere. A cosa serve pagare le tasse se poi quando hai bisogno non hai niente indietro?». Il governo sembra pronto a dare l' ok al congelamento di mutui e scadenze fiscali. «Nei primi dieci giorni di crisi, i ristoranti nelle aree esposte hanno perso 212 milioni - calcola Giancarlo Banchieri, numero uno Fiepet, organizzazione di settore di Confesercenti - Ora serve l' ok alla cassa integrazione in deroga ». I grandi chef, invece, chiedono chiarezza e regole uguali per tutti: «Meglio chiudere tutto per un periodo più limitato», dice la lettera aperta dei Ristoratori responsabili milanesi (un elenco che - da Peck a Pont de Ferr - raccoglie molti nomi storici nomi della tavola lombarda). Le decisioni prese finora - lamentano - favoriscono chi opera di giorno. E per fortuna è arrivato l' ok all' uso delle cucine per la consegna a domicilio dopo le 18, «una soluzione che ammortizza la crisi». Destinata comunque, dicono i master chef senza troppi giri di parole a rischiare di causare «chiusure e licenziamenti di molti addetti». Vale per gli stellati ma anche per le (eccellenti) trattorie di campagna come il Cavallo di Scipione Ponte: «Io ho chiuso per tutelare la salute dei dipendenti e tengo aperto solo il bar», dice il titolare Marco Dioni. Martedì nel locale al confine tra le provincie di Parma e Piacenza sarebbe il giorno della "Buzeca", la trippa parmigiana. Invece i fornelli sono rimasti spenti. E Dioni, un po' per «distanziamento sociale» e un po' per sdrammatizzare, si è limitato a servire caffè, torte e cappuccini dalla finestra che dà sulla strada. «Io per un mese ce la posso ancora fare - calcola Cuboni del Baia Sardinia - . Poi non so. Siamo realtà familiari, non aziende con centinaia di dipendenti che possono andare a Roma a battere i pugni sul tavolo». Lui, dallo Stato, si aspetta un segnale forte: «Il fisco vede in tempo reale quanti scontrini batto ogni giorno e sa in che condizione siamo ora - spiega offrendo ai tre clienti ai tavoli un bicchiere della staffa di filu 'e ferru - . Rinviare bollette e mutui serve a poco. Quando riapriremo non avremo i soldi per gli arretrati. Meglio un taglio alle tasse fino a quando la crisi non sarà finita». Altrimenti la dieta imposta al settore dal coronavirus rischia di andare di traverso a lui e a tutti i ristoratori tricolori. 

COMITATO RISTORATORI RESPONSABILI Lettera aperta

Milano, 9 marzo 2020. Egregi Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente della Regione Lombardia, Ministro della Salute e Sindaco della Città Metropolitana di Milano, redigiamo la presente per esprimere la nostra solidarietà come cittadini all'opera difficilissima di gestione dell'emergenza che state svolgendo. Come tutti siamo preoccupati, ma anche fiduciosi della forza che insieme come comunità possiamo avere se agiamo con coscienza e responsabilità. Prendiamo atto delle disposizioni redatte nel DPCM emanato in data 8 Marzo 2020 dettato dall'evoluzione dell'epidemia COVID-19. Ci rendiamo tutti conto della gravità della situazione e siamo pronti a fare i sacrifici necessari laddove siano dettati da logiche opportunità. La decisione di consentire l'apertura dei bar e ristoranti come da ART.1 comma n) del suddetto decreto pone tuttavia delle grandi perplessità di cui vogliamo rendervi partecipi:

1) per la natura del servizio offerto da esercizi di somministrazione la richiesta di mantenere il metro di distanza interpersonale è praticamente impossibile da far rispettare. La promiscuità è ineliminabile tra personale di servizio e cliente e tra i clienti stessi anche nel caso si dispongano di tavoli delle misure adeguate;

2) lasciare i gestori delle attività come baluardo di prevenzione del contagio che impongono la suddetta distanza a rischio di sanzione è un provvedimento che facciamo fatica a condividere;

3) la maggior parte di questi esercizi opera nelle ore serali. Lasciare la possibilità di tenere aperto fino alle 18 crea una disparità significativa tra esercizi che lavorano durante il giorno e altri che lavorano prevalentemente la sera;

4) mantenere gli esercizi aperti e raccomandare alla popolazione di non muoversi da casa propria equivale a condannare tali esercizi al fallimento;

5) non si contempla la possibilità di poter effettuare il delivery anche oltre le ore 18, misura questa che potrebbe almeno mitigare l'effetto crisi per alcune tipologie di attività;

6) in sintesi, nel miglior scenario possibile, l'inevitabile crollo degli incassi porterebbe alla chiusura e al licenziamento di molti addetti. Ci chiediamo pertanto se abbia senso chiudere tutto tranne i ristoranti e i bar. Se il fine ultimo è quello di evitare la socialità tout court, per quale motivo si vuole lasciare la possibilità di contatto e contagio in luoghi dove è intrinsecamente più difficile regolamentarla? Paradossalmente musei e cinema che devono rimanere chiusi hanno più possibilità di far rispettare le distanze regolamentando gli accessi.

Egregi Presidente del Consiglio e Presidente della Regione Lombardia, ci rendiamo conto della gravità della situazione e siamo pronti a conformarci alle direttive, ma siamo preoccupati come cittadini circa l'effettiva efficacia di misure prese a metà e come imprenditori della sopravvivenza delle nostre aziende. Chiediamo di essere ascoltati quanto prima e di lavorare insieme per trovare una soluzione più intelligente possibile. I punti che proponiamo vengano presi in considerazione con la massima urgenza sono:

1) opportunità di chiudere del tutto gli esercizi di somministrazione: meglio un periodo di contenimento più severo ma più limitato nel tempo;

2) istituzione di un fondo di emergenza per le imprese in difficoltà;

3) cassaintegrazione in deroga per i prossimi tre mesi per i dipendenti del settore: solo così potremmo restare aperti senza agonizzare economicamente;

4) sospensione degli oneri tributari per i prossimi 3 mesi, compresi quelli comunali (COSAP e altri);

5) moratoria per credito bancario; sospensione delle bollette.

La maggior parte di noi seguendo la propria coscienza ha già chiuso la propria attività. Ma temiamo che sia necessario farlo tutti. Non affrontare questi nodi porterebbe a una situazione di completa incertezza e probabili effetti negativi anche sul contenimento del contagio e una quasi certa emorragia di imprese che o licenziano in massa o soccombono senza poter più contribuire. Il mondo ci sta guardando. Cogliamo l’occasione per dimostrare a tutti che sappiamo rispettare le regole ed essere responsabili per la comunità. Non vorremmo in un futuro essere additati come coloro che hanno sacrificato il bene pubblico per il proprio orticello. Siamo a disposizione per un dialogo costruttivo e tempestivo. Comitato Ristoratori Responsabili

Peck, Milano

Trippa, Milano

Ratanà, Milano

Princi, Milano

Il Liberty, Milano

Røst, Milano

Spazio, Milano

Poporoya, Milano

Al Pont de Ferr, Milano

Ca-ri-co Milano

Dabass, Milano

Il Nemico, Milano

Infernot, Pavia

Cascina Vittoria, Pavia

Vineria Eretica, Milano

Mestè, Milano

Antica Osteria del Mare, Milano

Onest, Milano

Botticella, Pavia

Bicerin, Milano

Fingers, Milano

Pastamadre, Milano

Kanpai, Milano

Bar Banco, Bar Elettrocadore, Milano

Nebbia, Milano

Wood Banco e Cucina, Milano

Deus Cafè, Milano

Shannara3, Milano

Shannara Ristorante, Milano

Taglio, Milano

Burbee Artisanal Burger&Beer, Milano

Loolapaloosa, Milano

Besame Mucho, Milano

Gialle&Co, Milano

Neta, Milano

Il Cavallante, Milano

Cibi di Strada, Pavia

Mandarin 2, Milano

Ciotto, Milano

*drinc, Milano

Tàscaro, Milano

Ciz Cantina e Cucina, Milano

Cafè Gorille, Milano

Trattoria del Nuovo Macello, Milano

Tipografia Alimentare, Milano

Erba Brusca, Milano

Antica Osteria dei Sabbioni, Milano

Solo Crudo, Milano

Frigoriferi Milanesi, Milano

The Botanical Club, Milano

Elita Bar, Milano

142 Restaurant, Milano

Trattoria dei Cacciatori, Peschiera Borromeo (MI)

Mu Dimsum, Milano

Gennaro Esposito, Milano

Pizza Bistrot, Milano

Trattoria Mirta, Milano

La Cantina di Franco, Milano

Caffè del Lupo, Milano

Esco Bistro Mediterraneo, Milano

28 Posti, Milano

Altrimènti, Milano

Motelombroso, Milano

Flor, Milano

Fratelli Torcinelli, Milano

La Brisa, Milano

Trattoria del Gallo, Vigano di Gaggiano (MI)

Trattoria Angolo di Casa, Pavia

Dell’Angolo, Vittuone (MI)

Da Martino, Milano

Hygge, Milano

Ral Coctail Bar, Milano

Plaza Cafè, Milano

Osteria al Coniglio Bianco, Milano

Bussarakham, Milano

Bullona, Milano

Vino al Vino, Milano

Upcycle Bike Cafè, Milano

Osteria della Madonna, Pavia

Hu Hancheng, Milano

Kandoo, Milano

Le Api Osteria, Milano

Ristorante Zibo, Milano

Insieme, Milano

Cantine Isola, Milano

La Ravioleria Sarpi, Milano

Manna, Milano

Sushi Kòboo, Milano

Asola e Gerri, Milano

Chinesebox, Milano

Bob, Milano

Aguasancta, Milano

Sine Ristorante Gastrocratico, Milano

Nuova Arena, Milano

Torre degli Aquila, Pavia

Trattoria Caselle, Morimondo (MI)

Lon Fon, Milano

Osteria Nuovo Convento, Milano

Ta Hua, Milano

Locanda del Carmine, Pavia

Antica Mescita Origini, Pavia

Lacerba, Milano

Vinoir, Milano

Testina, Milano

Valhalla la Brace degli Dei, Milano

Vinyl Pub, Milano

Gelateria Vier Bar, Pavia

La Taverna Anzani, Milano

La Taverna Gourmet, Milano

Muzzi, Milano

Alvolo, Pavia

DistrEat, Milano

Fontana: "Il coronavirus è poco più di una normale influenza". Il presidente della Regione Lombardia ad alcuni Paesi europei: "Forse dovrebbero un po' rivedere la loro appartenenza all'Unione". Poi ringrazia medici e infermieri: "Persone eroiche". Francesca Bernasconi, Martedì 25/02/2020, su Il Giornale. Alcuni Paesi dell'Europa "forse dovrebbero un po' rivedere la loro appartenenza all'Unione, dopo che si inizia a fare discriminazioni nei nostri confronti". A pensare è il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, riferendo al Consiglio regionale sull'emergenza coronavirus. Una discriminazione dovuta al virus che sarebbe, a detta del governatore, "poco più di una normale influenza". Il presidente della Regione Lombardia cerca di "sdrammatizzare", nel tentativo, forse, di placare gli animi dei cittadini: "Questa è una situazione senza dubbio difficile- specifica-ma non così tanto pericolosa". Infatti, Fontana spiega come il virus sia aggressivo e rapido nella sua diffusione, ma "molto meno nelle conseguenze": "È poco più di una normale influenza", riferisce, precisando di aver usato le parole dei "tecnici". Inoltre, Fontana ricorda che "le persone decedute sono o molto anziane o con una compromissione derivante da patologie importanti". "C'è qualcuno che crede in questo Paese- ha aggiunto- e che vuole che questo Paese superi le difficoltà". Ma ora, secondo Fontana, le difficoltà non sarebbero solamente quelle dovute direttamente alla diffusione del Covid-19 in Italia, ma anche quelle derivanti dai comportamenti di alcune altre nazioni europee. Un aiuto concreto, invece, sarebbe arrivato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarela, che "ci è stato molto vicino e mi ha incaricato di estendere il ringraziamento a tutto comparto della sanità e non solo". Il capo dello Stato, riferisce Fontana, "si sente molto vicino a noi che stiamo combattendo questa battaglia per la salute dei cittadini. Il sostegno del presidente della Repubblica ci fa sentire un pò più forti e ci fa sentire che c'è una parte buona della politica che crede ancora in questo Paese. Grazie al presidente della Repubblica che ci è vicino". In merito alla diffusione del coronavirus, Fontana riferiche: "Questa settimana probabilmente il contagio continuerà ad aumentare e soltanto alla fine di questa settimana potremmo avere notizie più precise". Sembra che il contagio "sia partito dall'area dei 10 comuni nella 'zona rossa'" e i dati vanni in quella direzione: "I contagiati di altre parti della Lombardia che avevano avuto relazioni con quel territorio o con cittadini di quel territorio sono circa 85-90% dei contagi registrati nella nostra regione". E sul record europeo di contagi in Italia, il presidente Fontana dice:"Il numero è alto anche perchè la nostra Regione ha deciso di iniziare un'attenta valutazione delle persone che hanno le condizioni per essere ritenute affette da questo virus a allora abbiamo fatto tanti tamponi e tanti esami". Sarebbe questa, quindi, una delle motivazioni che hanno fatto scoppiare i casi italiani di malati: "Chiaro che facendo tanti esami abbiamo trovato tanti che erano stati colpiti da questa infezione". Il governatore della Regione Lombardia spiega anche le conseguenze del virus sull'economia, definendo l'arrivo del Covid-19 "un'ulteriore botta": "Al Governo abbiamo chiesto di intervenire e di aiutare gli imprenditori grandi, piccoli e medi, gli esercizi commerciali e quelle attività imprenditoriali che comunque subiranno un grave danno da questa situazione e il governo si è impegnato- spiega- Oggi a Roma con Patuanelli ci sarà un incontro". E sulle misure messe in atto nel tentativo di limitare la diffusione del virus, dice: "Abbiamo preso provvedimenti che non avremmo voluto prendere, perchè incidono sulla libertà dei nostri cittadini e sulla situazione economica della Regione". Infine, Attilio Fontana ha voluto ringraziare "il nostro sistema sanitario fatto da medici, infermieri, ma anche da gente che magari non si vede neanche e che lavora nell'ombra. Ci sono persone che sono da considerare eroiche, gente che non guarda l'orario di lavoro, gente che non torna a casa, medici che per paura di infettare la loro famiglia hanno deciso di vivere in ospedale per continuare a lavorare. A loro si deve dire grazie e questa è la dimostrazione che il sistema Lombardia funziona e che la nostra è una vera comunità".

Coronavirus, la rivalsa di Fontana: "Sbeffeggiato quando ho lanciato l'allarme. Ora recuperare il tempo perduto". Il governatore della Lombardia torna sulle polemiche scatenate nei giorni scorsi dalle sue parole e dalle sue iniziative. La Repubblica l'11 marzo 2020. "Per due settimane si è continuato raccontare che il coronavirus era poco più di un'influenza, che non ci si doveva preoccupare, e chi cercava di attirare l'attenzione sulle pericolosità di quello che invece poteva succedere veniva sbeffeggiato o addirittura insultato come è successo a me. Oggi bisogna recuperare questo terreno perduto". Il governatore della Regione Lombardia si toglie un sassolino (forse anche qualcosa di più) dalla scarpa, tornando alle polemiche scatenate nei giorni scorsi dalle sue dichiarazioni e decisioni. Fontana ha anche commentato la decisione del governo di accogliere le sue richieste per ulteriori restrizioni in Lombardia:  "Ha prevalso il buon senso. Il coronavirus si può contrastare solo con misure rigorose. Sono certo - aggiunto il governatore -  che non solo i lombardi, ma tutti gli italiani, valuteranno positivamente questo provvedimento. Con la consapevolezza che i sacrifici di oggi sono necessari per ripartire più forti domani". E sulla situazione della sanità lombarda: "Nessuno viene lasciato indietro - dice Fontana -. Abbiamo medici che hanno dei principi etici insuperabili. Questa è una preoccupazione che ci angoscia, che possa succedere una cosa di questo genere in futuro, il fatto che possano non esserci più letti di terapia intensiva sufficienti per i pazienti che li necessitano".

Marco Antonellis per Dagospia il 12 marzo 2020. Conte è passato dal no di due giorni fa alla zona rossa al sì di ieri sera dopo aver visto che il piano della Lombardia, spalleggiata da Salvini e Meloni, di chiudere tutto (quindi anche le fabbriche) non era appoggiato da Confindustria e avrebbe portato in pochi giorni a difficoltà di approvvigionamento nei supermercati ("se chiudo la Barilla e le altri grandi aziende dell'alimentare che succede?"). La questione era spinosa perché, ragionavano a Palazzo Chigi, gli Stati confinanti, tranne la sola Francia, ci hanno chiuso le frontiere (altri invece hanno chiuso collegamenti aerei e navali senza contare il blocco di Trump con l'Europa arrivato nottetempo) per cui è difficilissimo importare merci e l'Italia non è come l'Hubei che intorno a sé ha tutta la Cina che produce: se chiudiamo le fabbriche e le grandi aziende del paese chi produrrà i beni di prima necessità ora che non li possiamo nemmeno più importare dall'estero? Così si è optato per una linea più soft consentendo alle grandi aziende di operare purché in una logica di massima sicurezza sanitaria. A questo punto, considerato che si sarebbe trattato di una chiusura "morbida", Conte ha pensato di giocarsela in prima persona, mettendo nell'ombra Fontana e la destra. Su questa linea era anche il Pd che infatti, nella riunione dell'altra sera della Conferenza Stato Regioni tramite il Lazio di Zingaretti aveva fatto mettere a verbale: "Si a provvedimenti più duri, ma che valgano in tutta Italia. No a macchie di leopardo". Con questa sponda, ieri sera Conte si è potuto presentare nelle case di tutta Italia come l'unico referente e punto di equilibrio di tutta Italia (cosa che in futuro potrà tornargli utile per la corsa al Quirinale, suo vecchio pallino). Ora non resta che aspettare (e pregare, magari con Papa Francesco che ieri ha affidato le sorti dell'Italia alla Madonna del Divino amore) sperando che in una decina di giorni il virus inizi a decrescere.

Coronavirus, l’annuncio di Conte: «Chiusura di bar, negozi e uffici in tutta Italia». Pubblicato mercoledì, 11 marzo 2020 su Corriere.it da Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini. L’Italia è stata blindata. Dopo la richiesta arrivata dalla Lombardia, il governo decide che tutta la penisola sarà “zona rossa” per contenere l’epidemia di coronavirus (qui i dati aggiornati a oggi, 11 marzo: 12.462 casi e 827 morti). Chiudono i negozi, gli uffici. Chiudono tutti gli esercizi pubblici, i bar e i ristoranti. Saranno limitati gli spostamenti delle persone alle esigenze davvero indispensabili come la spesa e i farmaci. Per ore Palazzo Chigi ha lavorato a un decreto ad hoc per la sola Lombardia, che da giorni, spaventata per l’aumento esponenziale dei contagi e dei morti, invocava di «chiudere tutto». Ma poi al vertice del governo hanno prevalso le tesi del ministro Francesco Boccia (che ha spinto per varare norme omogenee, valide per tutto il territorio nazionale) e il pressing di Roberto Speranza. Il responsabile della Salute da giorni insiste sulla linea dura e l’asse con il presidente lombardo Attilio Fontana è stato fondamentale per convincere Giuseppe Conte ad assumersi il peso di una decisione forte e grave. «Speranza è quello meno timido, il ministro di Leu ha capito tutto», ha confidato ai collaboratori il governatore leghista. Il Pd, che contestava «misure a macchia di leopardo», è d’accordo. Il M5S, che aveva spinto per respingere la prima versione della lettera di Fontana a Conte, perché «debole, vaga e incompleta», sostiene la decisione del governo. E Matteo Renzi non può che gioire visto che da giorni, in asse con Matteo Salvini, chiedeva al premier il coraggio di un altro, energico giro di chiave. Nella lettera trasmessa dalla Regione Lombardia al presidente Giuseppe Conte che aveva sollecitato una richiesta dettagliata erano state elencate le attività da chiudere. In particolare. «Tutte le attività commerciali al dettaglio, ad eccezione di quelle relative ai servizi di pubblica utilità, ai servizi pubblici essenziali, alla vendita di beni di prima necessità e alle edicole; tutti i centri commerciali, gli esercizi commerciali presenti al loro interno e dei reparti di vendita di beni non di prima necessità; i mercati sia su strada che al coperto e le medie e grandi strutture di vendita; bar, pub, ristoranti di ogni genere; attività artigianali di servizio (es. parrucchieri, estetisti, ecc..) ad eccezione dei servizi emergenziali e di urgenza; tutti gli alberghi e di ogni altra attività destinata alla ricezione (es. ostelli, agriturismi, ecc..) ad eccezione di quelle individuate come necessarie ai fini dell’espletamento delle attività di servizio pubblico; sospensione di tutti i servizi mensa sia nelle strutture pubbliche che private; chiusura di tutti i servizi terziari e professionali, ad eccezione di quelli legati alla pubblica utilità».

Coronavirus, negozi e locali chiusi in tutta Italia fino al 25 marzo. Garantiti servizi essenziali, alimentari e farmacie. Possibili riduzioni trasporti. Conte: "Torneremo ad abbracciarci". L'annuncio del premier: "Stop anche a parrucchieri, centri estetici, servizi di mensa, ristoranti, bar. Le fabbriche resteranno aperte, ma solo con misure di sicurezza. Aperti anche benzinai, edicole, tabacchi, lavanderie, servizi bancari, assicurativi, postali. L'effetto del nuovo sforzo si vedrà tra 14 giorni". Il nuovo commissario per le terapie intensive è Domenico Arcuri. Tiziana Testa l'11 marzo 2020 su La Repubblica. Stop a tutte le attività non essenziali fino al 25 marzo. L'Italia verso lo stop. Almeno fino al 25 marzo. Il governo annuncia una nuova stretta nel contrasto al coronavirus. Il premier, Giuseppe Conte, parla in diretta Facebook - alle 21.45 - in un discorso a tratti anche drammatico. "Grazie agli italiani che compiono sacrifici. Stiamo dando prova di essere una grande nazione", comincia. Poi elenca le nuove misure, premettendo: "Ho fatto un patto con la mia coscienza, al primo posto c'è la salute degli italiani". Quindi spiega: "Saranno chiusi tutti i negozi tranne quelli per i beni di prima necessità, come farmacie e alimentari".

Coronavirus, quali negozi restano aperti e le attività chiuse. Sono sospese dunque le attività di bar, pub, ristoranti (per tutto il giorno e non solo dopo le 18). Mentre restano garantite le consegne a domicilio. Chiudono parrucchieri, centri estetici, servizi di mensa, mercati di ogni tipo. Saranno invece aperti tabacchi, lavanderie ed edicole. Lavoreranno anche idraulici, meccanici, benzinai e pompe funebri. Le industrie resteranno aperte ma con "misure di sicurezza", cioè purché garantiscano iniziative per evitare il contagio.

Chiusi invece i reparti aziendali "non indispensabili" per la produzione. E le aziende sono invitate a incentivare ferie, congedi retribuiti e smart working. "Garantiti i servizi bancari, assicurativi, postali, e i trasporti", con possibili riduzioni però per quanto riguarda quelli locali - le regioni decideranno caso per caso - i taxi, ma anche treni, aerei e trasporti marittimi. Insomma, misure improntate a un difficile equilibrio, che provano a evitare la serrata totale, per consentire all'economia in qualche modo di restare a galla. Ci saranno infatti accordi locali tra aziende, regioni e sindacati. Il premier annuncia anche la nomina di un commissario per le terapie intensive con "ampi poteri": Domenico Arcuri, l'uomo attualmente alla guida di Invitalia. Dovrà coordinare gli acquisti per le strutture sanitarie e potrà anche darà il via a nuove linee di produzione. "Se i numeri dovessero continuare a crescere, cosa nient'affatto improbabile - dice ancora Conte - non significa che dovremo affrettarci a varare nuove misure. Non dovremo fare una corsa cieca verso il baratro. Dovremo essere lucidi e responsabili". Il discorso si conclude con un messaggio-appello: "Restiamo distanti oggi per abbracciarci domani". Il decreto, firmato in tarda serata dal presidente del consiglio, è accolto da reazioni positive delle opposizioni, a partire da Matteo Salvini ("Il governo ha ascoltato il grido di aiuto di medici, infermieri, lavoratori, imprenditori, sindaci e governatori) e Giorgia Meloni ("Recepite le nostre proposte"). D'accordo anche Antonio Tajani di Forza Italia. Già prima dell'intervento in diretta di Conte aveva parlato il numero due del Pd, Andrea Orlando: "Il Pd sosterrà con determinazione le ulteriori misure".  E Matteo Renzi, leader di Italia Viva: "Bene la stretta, ora pensiamo alla liquidità per famiglie e imprese". E Luigi Di Maio, che posta sui social il tricolore: "Noi ce la faremo. L'Italia ce la farà". Restano aperti stampatori ed edicole. Nel momento di massima emergenza l'intera filiera dell'informazione continuerà ad operare quale presidio essenziale di servizio pubblico e di democrazia. Restiamo uniti, collegati ed informati. Ce la faremo. #coronavirus. Il governo ha trovato una sintesi dopo una giornata di riunioni. Una giornata contrassegnata dal pressing di molte regioni, a partire dalla Lombardia e dal governatore Attilio Fontana, all'insegna dell'appello: "Chiudete tutto". Perplessità erano invece arrivate da Confindustria Lombardia. Che però a fine serata commenta: "Le decisioni di Conte meritano rispetto e gratitudine. Grazie per il senso di responsabilità e di equilibrio".

Coronavirus, il testo del dpcm 11 marzo 2020 sulla chiusura delle attività commerciali. La Repubblica l'11 marzo 2020.

Vista la legge 23 agosto 1988, n. 400;

Visto il decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19» e, in particolare, l’articolo 3;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2020, recante “Disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 23 febbraio 2020;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 febbraio 2020, recante “Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 47 del 25 febbraio 2020;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1° marzo 2020, recante “Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 52 del 1° marzo 2020;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 4 marzo 2020, recante “Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull’intero territorio nazionale”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 55 del 4 marzo 2020;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 marzo 2020, recante “Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 dell’8 marzo 2020;

Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 9 marzo 2020, recante “Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull'intero territorio nazionale pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.62 del 9 marzo 2020”;

Considerato che l’Organizzazione mondiale della sanità il 30 gennaio 2020 ha dichiarato l’epidemia da COVID-19 un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale;

Vista la delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, con la quale è stato dichiarato, per sei mesi, lo stato di emergenza sul territorio nazionale relativo al rischio sanitario connesso all'insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili;

Considerati l'evolversi della situazione epidemiologica, il carattere particolarmente diffusivo dell'epidemia e l'incremento dei casi sul territorio nazionale;

Ritenuto necessario adottare, sull’intero territorio nazionale, ulteriori misure in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19;

Considerato, inoltre, che le dimensioni sovranazionali del fenomeno epidemico e l’interessamento di più ambiti sul territorio nazionale rendono necessarie misure volte a garantire uniformità nell’attuazione dei programmi di profilassi elaborati in sede internazionale ed europea;

Su proposta del Ministro della salute, sentiti i Ministri dell'interno, della difesa, dell'economia e delle finanze, nonché i Ministri delle infrastrutture e dei trasporti, dello sviluppo economico, delle politiche agricole alimentari e forestali, dei beni e delle attività culturali e del turismo, del lavoro e delle politiche sociali, per la pubblica amministrazione, e per gli affari regionali e le autonomie, nonché sentito il Presidente della Conferenza dei presidenti delle regioni;

DECRETA:

ART. 1 (Misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale)

Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 sono adottate, sull’intero territorio nazionale, le seguenti misure:

Sono sospese le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità individuate nell’allegato 1, sia nell’ambito degli esercizi commerciali di vicinato, sia nell’ambito della media e grande distribuzione, anche ricompresi nei centri commerciali, purché sia consentito l’accesso alle sole predette attività. Sono chiusi, indipendentemente dalla tipologia di attività svolta, i mercati, salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari. Restano aperte le edicole, i tabaccai, le farmacie, le parafarmacie. Deve essere in ogni caso garantita la distanza di sicurezza interpersonale di un metro.

Sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo su base contrattuale, che garantiscono la distanza di sicurezza interpersonale di un metro. Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto. Restano, altresì, aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande posti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situati lungo la rete stradale, autostradale e all’interno delle stazioni ferroviarie, aeroportuali, lacustri e negli ospedali garantendo la distanza di sicurezza interpersonale di un metro.

Sono sospese le attività inerenti i servizi alla persona (fra cui parrucchieri, barbieri, estetisti) diverse da quelle individuate nell’allegato 2.

Restano garantiti, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie, i servizi bancari, finanziari, assicurativi nonché l’attività del settore agricolo, zootecnico di trasformazione agro-alimentare comprese le filiere che ne forniscono beni e servizi.

Il Presidente della Regione con ordinanza di cui all’articolo 3, comma 2, del decreto legge 23 febbraio 2020 n. 6, può disporre la programmazione del servizio erogato dalle Aziende del Trasporto pubblico locale, anche non di linea, finalizzata alla riduzione e alla soppressione dei servizi in relazione agli interventi sanitari necessari per contenere l’emergenza coronavirus sulla base delle effettive esigenze e al solo fine di assicurare i servizi minimi essenziali. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro della salute, può disporre, al fine di contenere l’emergenza sanitaria da coronavirus, la programmazione con riduzione e soppressione dei servizi automobilistici interregionali e di trasporto ferroviario, aereo e marittimo, sulla base delle effettive esigenze e al solo fine di assicurare i servizi minimi essenziali.

 Fermo restando quanto disposto dall’articolo 1, comma 1, lettera e), del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020 e fatte salve le attività strettamente funzionali alla gestione dell’emergenza, le pubbliche amministrazioni, assicurano lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente, anche in deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi di cui agli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81 e individuano le attività indifferibili da rendere in presenza.

In ordine alle attività produttive e alle attività professionali si raccomanda che:

sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza;

siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti nonché gli altri strumenti previsti dalla contrattazione collettiva;

siano sospese le attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione;

assumano protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, con adozione di strumenti di protezione individuale;

siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro, anche utilizzando a tal fine forme di ammortizzatori sociali; 

per le sole attività produttive si raccomanda altresì che siano limitati al massimo gli spostamenti all’interno dei siti e contingentato l’accesso agli spazi comuni;

in relazione a quanto disposto nell’ambito dei numeri 7 e 8 si favoriscono, limitatamente alle attività produttive, intese tra organizzazioni datoriali e sindacali.

10)  Per tutte le attività non sospese si invita al massimo utilizzo delle modalità di lavoro agile.

ART. 2 (Disposizioni finali)

1. Le disposizioni del presente decreto producono effetto dalla data del 12 marzo 2020 e sono efficaci fino al 25 marzo 2020.

2. Dalla data di efficacia delle disposizioni del presente decreto cessano di produrre effetti, ove incompatibili con le disposizioni del presente decreto, le misure di cui al  decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 8 marzo 2020 e del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 9 marzo 2020.

3. Le disposizioni del presente decreto si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione.

Roma,  

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

IL MINISTRO DELLA SALUTE

Allegato 1 COMMERCIO AL DETTAGLIO

Ipermercati

Supermercati

Discount di alimentari

Minimercati ed altri esercizi non specializzati di alimentari vari

Commercio al dettaglio di prodotti surgelati

Commercio al dettaglio in esercizi non specializzati di computer, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni, elettronica di consumo audio e video, elettrodomestici

Commercio al dettaglio di prodotti alimentari, bevande e tabacco in esercizi specializzati (codici ateco: 47.2)

Commercio al dettaglio di carburante per autotrazione in esercizi specializzati

Commercio al dettaglio apparecchiature informatiche e per le telecomunicazioni (ICT) in esercizi specializzati (codice ateco: 47.4)

Commercio al dettaglio di ferramenta, vernici, vetro piano e materiale elettrico e termoidraulico

Commercio al dettaglio di articoli igienico-sanitari

Commercio al dettaglio di articoli per l'illuminazione

Commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici

Farmacie

Commercio al dettaglio in altri esercizi specializzati di medicinali non soggetti a prescrizione medica

Commercio al dettaglio di articoli medicali e ortopedici in esercizi specializzati

Commercio al dettaglio di articoli di profumeria, prodotti per toletta e per l'igiene personale

Commercio al dettaglio di piccoli animali domestici

Commercio al dettaglio di materiale per ottica e fotografia

Commercio al dettaglio di combustibile per uso domestico e per riscaldamento

Commercio al dettaglio di saponi, detersivi, prodotti per la lucidatura e affini

Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet

Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato per televisione

Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto per corrispondenza, radio, telefono

Commercio effettuato per mezzo di distributori automatici

Allegato 2

Servizi per la persona

Lavanderia e pulitura di articoli tessili e pelliccia

Attività delle lavanderie industriali

Altre lavanderie, tintorie

Servizi di pompe funebri e attività connesse

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 12 marzo 2020. E' il momento dei mille dubbi. L' Italia intera si trova a fare i conti con le misure di contenimento del virus, e tutti s' interrogano su quel che si può e non si può fare. Per regolarsi, c' è ora un decalogo di Palazzo Chigi. E ci sono le slide della polizia di Stato, rilanciate sui social istituzionali. Il messaggio è che la gente deve attenersi alle indicazioni di frenare al massimo le frequentazioni. Il vademecum della polizia è severo. «Dovremmo evitare ogni contatto con gli altri e quindi rimanere tutti a casa», l' esordio. Fatta questa premessa, l' ultimo decreto del presidente del Consiglio prevede delle deroghe. Ma per l' appunto devono essere eccezioni per motivi di lavoro, di salute e di necessità. «Sono deroghe - scrive ancora la polizia - che nascono nell' interesse della comunità, e non dei bisogni dei singoli, con l' eccezione di ciò che riguarda lo stato di salute di ciascuno. È per questo motivo che non ci si può spostare per fare una passeggiata (se lo facessimo tutti, ci si ritroverebbe in massa in strada) o per andare a trovare un amico». È quanto prescrive anche il vademecum del governo. Le uscite vanno limitate al massimo. E si può uscire per acquistare beni diversi da quelli alimentari? «Sì - scrive palazzo Chigi - , ma solo in caso di stretta necessità: acquisto di beni necessari, come ad esempio le lampadine che si sono fulminate in casa». E con i propri cari anziani non autosufficienti? «È una condizione di necessità. Ricordate però che gli anziani sono le persone più vulnerabili e quindi cercate di proteggerle dai contatti il più possibile».

Le forze di polizia sono chiamate a far rispettare i divieti. Come è noto, a infrangerli si rischia una condanna fino a 3 mesi, e se si viola la quarantena il reato diventa molto più grave e si rischia una condanna fino a 3 anni. Al ministero dell' Interno, però, si coglie un gran malumore verso chi, da Palazzo Chigi, ha deciso prescrizioni oggettivamente contraddittorie. Come si concilia, infatti, la chiusura delle scuole e dei luoghi di ritrovo con il permesso di fare jogging? E se era ovvio prevedere la possibilità di uscire di casa per fare la spesa o per recarsi in farmacia, perché restano aperti bar e ristoranti fino alle 18? Ecco, il disorientamento del cittadino è anche il disorientamento delle forze di polizia che dovrebbero far rispettare il decreto. Perciò il vademecum della polizia ha necessitato di una lunga preparazione. Alla fine, leggendolo, si capisce che il ministero dell' Interno spinge per una interpretazione molto rigorosa delle norme. «Si può visitare un genitore anziano, se è solo e malato, non quando ne sentiamo la mancanza. E per i singoli casi che ci interrogano, basta che ciascuno risponda alla domanda: è davvero necessario spostarmi? La risposta la conosciamo noi e non il poliziotto che ci ferma per il controllo».

Quand'è che si si può uscire? «Solo per comprovate esigenze primarie non rinviabili. Fare la spesa per sostentamento (quanto più vicino possibile). Evitare gli acquisti superflui. Situazioni familiari urgenti (congiunti malati). Gestione quotidiana degli animali domestici (esigenze fisiologiche e veterinarie dell' animale). Attività sportiva e motoria all' aperto purché a distanza di almeno 1 metro». In fondo, è quel che il premier Giuseppe Conte diceva in conferenza stampa: agli italiani si chiede una prova di responsabilità più che di ottemperare a un divieto. Se però si deve entrare nel merito, alla domanda «Posso uscire per lavoro?», e già c' è da notare che la deroga è nell' uscire di casa non nel muoversi in macchina, la risposta nel decalogo della polizia è: «Solo per comprovati motivi». Documenti da esibire a un controllo: l'autocertificazione, ma anche una attestazione rilasciata dal datore di lavoro. Segue avvertenza: «Ogni autodichiarazione verrà attentamente verificata». Al ministero dell' Interno sono consapevoli, comunque, che non ci potrà mai essere un agente ad ogni portone per inseguire e reprimere comportamenti irresponsabili. Se gli italiani non fanno la loro parte, sarà tutto inutile. Quindi, alla domanda «Cosa posso fare per aiutare?», segue questa risposta: «Segui e condividi solo le raccomandazioni provenienti da fonti ufficiali. Soprattutto resta a casa. Solo con il senso civico è possibile superare questo momento e proteggere la nostra salute e quella di anziani e persone gravemente malate».

Giuliano Benvegnù per corriere.it il 12 marzo 2020. Come per i supermercati dopo il decreto del 7 marzo, anche dopo questo annuncio di Conte, che prevede la chiusura dei bar, c'è stata la corsa all'ultimo pacchetto di sigarette. A piedi, in auto o col motorino, molte persone si sono messe in fila ai distributori automatici di sigarette. tra loro il mood è per tutti lo stesso: "devo stare a casa, almeno le sigarette" Anche se si è poi sparsa la notizia che i tabaccai rimarranno aperti, gli avventori non hanno cambiato idea: "Tanto ormai sono qui.."

Camilla Mozzetti per “il Messaggero” l'11 marzo 2020. La prima ondata è partita al mattino, tra l'agitazione e la ressa che ha animato l'autostazione Tibus alla Tiburtina, quella da dove partono i pullman per la Campania, l'Abruzzo, il Molise, la Calabria. Per un attimo, a guardare i video che ieri giravano sui social, sembrava replicato il modello Milano quando sabato scorso centinaia di persone hanno invaso le stazioni ferroviarie per lasciare la Lombardia dopo le restrizioni decise dal governo. E quando queste stesse restrizioni sono state allargate a tutta Italia - e dunque anche a Roma - con l'annuncio del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la Capitale si è fatta trovare impreparata sul fronte dei controlli. Ovviamente non sulla stazione di Termini che rappresenta il primo scalo ferroviario della città. Ma qui era anche abbastanza scontato. Alla stazione Tibus, invece, che serve annualmente milioni di pendolari, le autocertificazioni - le stesse che solo la sera prima erano state imposte come obbligatorie per chi intende muoversi da una città all'altra, da una Regione all'altra lungo l'intero Stivale - non sono pervenute. E questo perché nessuno le ha chieste ai passeggeri che, a loro volta, in un caso su due, non avrebbero avuto nulla da mostrare. È vero pure che per garantire le verifiche bisogna anche dare il tempo per organizzare i controlli e alle persone le informazioni su regole che non possono essere tradite, ma ieri pomeriggio alle 16.52, diverse ore dopo le fughe mattutine e con oltre 14 ore di distanza dall'annuncio del presidente del Consiglio, sempre lo stesso piazzale (da cui pure sono partiti diversi pullman) contava decine di persone che quel foglio di carta non l'avevano compilato e neanche stampato. Rari i cittadini davvero coscienziosi e attenti alle nuove regole, che avevano scaricato dal sito del ministero dell'Interno quell'autocertificazione e che pure l'avevano compilata. Chiedere in biglietteria era inutile: «Lo deve scaricare, stampare e compilare». «Ma lei non ha una copia da potermi dare?» «No». «Scusi ma poi a chi lo devo fare vedere? Chi me lo deve controllare?». Silenzio. Sul piazzale oltre alla vigilanza privata che, come spiegava una dipendente, non è tenuta a svolgere questa mansione non c'era l'ombra di un agente di polizia, carabiniere, vigile urbano. «Devo tornare a Teramo - spiegava Gianni (lo chiameremo così) volto coperto dalla mascherina - e il foglio ce l'ho: eccolo». Già compilato di tutto punto e conservato nel porta documenti insieme alla patente. «Ma nessuno me l'ha chiesto». C'era Romina che doveva tornare in Sicilia, ma alla domanda sull'autocertificazione ha risposto confusa: «Ah sì quella, ma la devo davvero compilare?». Ieri sera il Questore Carmine Esposito dopo una riunione che ha chiamato a raccolta tutte le forze dell'ordine ha firmato l'ordinanza che stabilisce come saranno svolti i controlli e da chi. Il dispositivo effettivamente entra in funzione oggi, anche se ieri sera le pattuglie di carabinieri, polizia, finanza e vigili urbani erano già a lavoro per verificare che i locali chiudessero alle 18 e che nei luoghi della movida ma un po' in tutta la città non ci fossero assembramenti di persone. Le verifiche verranno svolte da quel personale che in maniera diversa e a vario titolo si occupa già del controllo del territorio. Ma da oggi non saranno controllate più capillarmente solo le stazioni ferroviarie e (forse) quelle dei pullman ma anche i locali o le palestre. Non solo. A Roma saranno previsti dei posti di controllo per verificare i motivi che spingono i cittadini a uscire di casa giacché l'invito è quello di restare chiusi ed evitare gli spostamenti. E dunque anche in città - fanno sapere dalla Questura - chi si muove per lavoro o per reali necessità dovrà dimostrarlo se verrà fermato durante un controllo. Che ci si trovi in auto, a piedi o su un bus si dovrà spiegare la ragione: motivi di lavoro, commissioni domestiche (come la spesa), attività sportiva all'aperto, visite a familiari o congiunti malati, necessità legate agli animali domestici. Le conseguenze sono note: i trasgressori possono essere denunciati per violazione del decreto e incorrere nel caso sia positivi al Covid o in quarantena alla reclusione da uno a 12 anni, all'arresto fino a 3 mesi e all'ammenda di 206 euro.

Da ilsole24ore.com l'11 marzo 2020. Fca chiude temporaneamente alcuni impianti italiani nell’ambito delle misure per contrastare la diffusione del coronavirus. Si fermano le fabbriche di Pomigliano oggi, giovedì e venerdì, Melfi e la Sevel giovedì, venerdì e sabato, Cassino giovedì e venerdì. Tutti gli stabilimenti italiani saranno coinvolti in interventi straordinari.

Interventi «straordinari». Da quanto si apprende dal gruppo si tratta «interventi straordinari» che arriveranno anche, in alcuni casi, alla chiusura temporanea di singoli impianti per mettere in atto tutte le misure possibili per minimizzare il rischio di contagio tra i lavoratori. In particolare, saranno ridotte le produzioni giornaliere con un minor addensamento di personale nelle principali aree di lavoro. In ogni stabilimento saranno inoltre fatti interventi specifici di igienizzazione delle aree di lavoro ed in particolare delle aree comuni di relax, degli spogliatoi e dei servizi igienici.

Al via processo di igienizzazione. Le azioni di igienizzazione dei singoli locali proseguiranno anche successivamente a questo primo intervento straordinario. Questi nuovi importanti interventi rafforzano le misure di sicurezza che sono state immediatamente implementate all’esplosione del virus in Italia nelle scorse settimane e che sono state comunicate a tutti i lavoratori italiani con molteplici strumenti di comunicazione interna (Employee Portal, locandine nei siti produttivi, informative dei singoli responsabili delle risorse umane).

Facilitazione del lavoro a distanza. Tra le principali azioni, la facilitazione del lavoro a distanza per gli impiegati e l’applicazione di rigidi controlli e misure di sicurezza nelle mense e agli accessi di tutti i siti del gruppo. Tutte le altre strutture amministrative di Fca continueranno regolarmente le loro attività nel rispetto delle norme e delle disposizioni governative con al tempo stesso il mantenimento delle misure di sicurezza e igiene applicate fin dal primo momento dell’esplosione del virus Covid-19.

Mario Ajello per “il Messaggero” l'11 marzo 2020. Ingressi scaglionati al Carrefour di Garbatella. In fila, all'ingresso, dove non c'è come quasi ovunque lo spazio legislativo di un metro tra una persona e l'altra, ci si diverte tutti insieme - i miei starnuti su di te, le mie risate mischiate alle tue ed è tutto poco asettico - a vedere sui telefonini quello spezzone del film in cui Albertone fa: «Mentre il mondo combatteva, io resistevo in cantina, chiuso, solo, senza luce, senz'acqua, con il vino, solo, il vino». «Ed è uscito - chiede a Sordi la sua spalla - quando è finita la guerra?». «No, quando è finito il vino». Risate nella coda dei romani pronti a entrare nel supermercato e a espugnarlo portandosi via tutto, e anche - qui come altrove - tanto vino. Visto che tocca stare chiusi in casa con la moglie o con il marito, tanto vale affrontare questa strana situazione un po' alticci. E comunque, molti negozi chiusi nel deserto romano, supermercati presi d'assalto di giorno e di notte, Coronavirus vissuto chissà perché come un insensato inizio di carestia - la Protezione Civile assicura: «Il cibo non finirà» - ma c'è un senso di affollata mestizia. Di comune consapevolezza di stare tutti pericolosamente sulla stessa barca. Di paura condivisa e solo in certi casi conflittuale (al megastore del Villaggio Olimpico l'altra notte hanno fatto quasi a botte per qualche pacco di spaghetti) e sarebbe pittoresco da raccontare, ma purtroppo così non è, un clima manzoniano da assalto dei forni (capitolo XII dei Promessi Sposi). «Pane! Pane! Aprite, aprite! Eran le parole più distinte nell'urlío orrendo della folla. E in risposta: giudizio, figliuoli! Voi andate, tornate a casa. Pane ne avrete ma non in questa maniera». La maniera scelta dai romani terrorizzati, ma per lo più composti nello loro spaesamento da virus, è quella di fare incetta di tutto, «la guera è guera» come al tempo del bombardamento su San Lorenzo. E in attesa che il bacillo sterminatore raggiunga il massimo della sua potenza di fuoco, meglio non morire di fame: pasta (perfino le ingiustamente maltrattate penne lisce), fagioli e piselli in scatola, latte a lunga conservazione (non sia mai la quarantena duri un anno o due), caffè, tonno che non invecchia mai e surgelati che durano, ecco i prodotti più comprati. Il rischio, lo dicono tutti, è che stare inchiodati a casa a non fare nulla porta a mangiare sempre. E come minimo lo spettro del Coronavirus (a proposito, ecco al Flaminio la birra Corona e l'avvertenza: «Il virus non c'entra») fa ingrassare. Ma nella paura dell'ignoto ci si aggrappa al frigo pieno. Intanto il servizio a domicilio di Amazon è al collasso per troppe richieste. Esselunga non garantisce sui tempi di consegna perché sono troppe le richieste. Idem gli altri colossi: «Il limite delle tre ore? In tempo di pace si poteva rispettarlo, ma adesso è l'inferno». Chi ironizza però sui romani che saccheggiano gli scaffali un po' si sbaglia. Alla Coop in Prati spiegano, e hanno ragione, che «se fai il pieno adesso, poi non esci di casa due, tre, dieci volte, e così che otre a tutelarti rispetti davvero le regole». Chi spende, e i casi non mancano, specie a Roma Nord, anche 500 euro di spesa in una botta sola è dunque un patriota più di quello che compra poco subito perché tornerà tante volte a comprare ancora anche se il governo gli dice che deve limitare le uscite? La condivisione di una pena, anche alimentare, si compone di scene strane. Due amiche casualmente capitate nella stessa fila d'ingresso al supermercato di via Riboty dietro Piazzale Clodio, si riconoscono nonostante la mascherina e la sciarpa fin sopra al naso e non si parlano se non a gesti e da lontano: per non infettarsi. Talvolta capita addirittura nella ressa da supermercato che persone che si conoscono fanno finta di non conoscersi, per non mettere in comune i loro eventuali bacilli. E questo è un modo, magari scortese, per essere solidali e per difendersi a vicenda. E anche quest'altro lo è: «Nun ce se dà la mano, stammi lontano»: ecco il nuovo saluto in uso a Roma, nei supermercati e ovunque, che unisce un po' di paura perché il momento è tragico e un po' di classica autoironia da quiriti, gente che ne ha viste tante e le ha superate tutte. Ma stavolta è dura. A via Flaminia c'è il mega store discount Fresco. Quasi di fronte c'è la mensa della Caritas. I clienti in fila fuori dal supermercato guardano dall'altra parte della strada i poveri in attesa del rancio e si sfogano: «Se l'emergenza continua, e l'economia continua a crollare, alla mensa della Caritas ci finiamo pure noi». Non improbabile. Anche se tutti speriamo che il virus si arrenda presto. Così si torna tutti al ristorante.

Coronavirus, la «Grande Bellezza» di Roma è rimasta senza ammiratori. Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it. E’ una grande bellezza senza ammiratori, senza turisti che spalancano la bocca, che scattano selfie, che sporcano con i loro gelati trasbordanti o i pasti frugali tra le mani. Nessun cicalare, nessun rumore, nessun ambulante a venderti rose, nessun rito scaramantico, nessuna monetina nell’acqua. Persino i tanti odiati gladiatori da cinquanta euro a selfie sono spariti e la fontana di Trevi si può ammirare come in una ripresa di Sorrentino ne «La grande bellezza»: assoluta, neutra, intonsa. La piazza dei grandi raduni, quella che non si riesce a vedere vuota nemmeno nelle albe romane in cui trovi sempre qualche ciurmaglia di ragazzini su di giri a menare le loro bottiglie semivuote, è una vasca vuota. Una piazza del Popolo senza popolo, senza annunci, senza programmi da diramare per il futuro. L’unico programma è quello della chiusura dei siti archeologici, di tutta questa “grande bellezza”. L’unico avviso è più un invito stampato su fogli A4: per piacere restate a casa, evitiamo il contagio. Sembra che a parlare siano gli stessi monumenti che esclamano: “Fate in modo che possiamo presto tornare a stupirvi”. E poi c’è quel Colosseo che sembra ancora più mastodontico senza le colonne di turisti attorno a limarne l’altezza. Il sito archeologico italiano più visitato. Di quei 7,5 milioni di presenze registrate l’anno scorso in fila sognando le gesta dei gladiatori se ne vedono solo un paio di coppie. I piccioni beccano in perimetri di sanpietrini che mai avrebbero sognato di calcare. Ai Fori Imperiali passa un calesse e ai pochi altri attorno non pare vero di vederci seduti due turisti. A piazza di Spagna c’è una signora che guarda i gradini deserti, consulta la sua guida e poi ritorna a osservarla incerta. Come dire “Ma sono nel posto giusto? Dove sono le persone appollaiate su queste scale, dove sono tutti quegli imitatori di Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze romane? In realtà quelli erano spariti già prima del coronavirus grazie a un’ordinanza della sindaca Virginia Raggi che impedisce a chiunque di consumare la celebre gradinata. E sono sparite anche le buche per le strade; nessun inciampo, nessun incidente, nessuna immondizia maciullata da gabbiani, nessuna lamentela.

Lettera di Carla Vistarini a Dagospia l'11 marzo 2020. Caro Dago, stamattina ho fatto una passeggiata (finché si può...) qui intorno dalle mie parti. Ho provato ad affacciarmi a quattro farmacie per vedere (mi veniva da ridere ma ci ho provato) se avevano delle mascherine, e si sono messi a ridere loro, i farmacisti. Zero mascherine. Bene, avevo portato una sciarpa e me la sono messa davanti a bocca e naso, un po' alla John Wayne nei film di cowboy. Piccolo escamotage, a qualcosa servirà. Pochissima gente in giro, e tutti che, nell'incrociarsi, sgusciano via come se si sentissero colpevoli di qualcosa. E' giusto sgusciare via, per paura del contagio, ma, se stiamo a due metri di distanza, almeno uno sguardo, non dico un sorriso, ma uno sguardo normale sarebbe bello scambiarselo. Niente, tutti a testa bassa. Poi ho visto qualcuno, quattro o cinque persone non di più, in fila fuori del piccolo supermarket del quartiere. Le porte erano chiuse e facevano entrare una persona solo quando un'altra usciva. Ho gettato un'occhiata all'interno: era vuoto, o quasi. E allora perché alimentare il panico imponendo una fila inutile a quattro gatti? Poco più in là altri quattro gatti fuori della banca e dentro il vuoto cosmico. Non si capisce proprio il senso di certe scelte. Proseguo la mia camminata nel deserto dei tartari e, poco più, in là vedo un solerte ausiliario del traffico, ben protetto da una mascherina, che faceva le multe alle macchine parcheggiate. Ora io mi domando: non c'è un'anima in giro, non c'è traffico, le auto sono parcheggiate bene, non disturbano nessuno, forse non avranno rinnovato il ticket, magari l'hanno dimenticato, chiusi in casa come tutti. Perché accanirsi? Allora mi avvicino al tizio e gli chiedo "Ma in questo deserto e questa situazione non sarebbe meglio soprassedere?". E lui, abbastanza furioso: "M'hanno fatto uscì de casa, e io jè faccio le multe". Capito? Il fatto è che questa situazione surreale, questo virus, ci sta svelando cose di noi stessi, che noi nati e vissuti senza aver mai visto (per fortuna) guerre, né carestie, né altri drammi collettivi del genere, mai avremmo potuto immaginare, se non nei libri di fantascienza o di psicanalisi. E spaventa un po' rendersi conto che immediatamente quasi tutti perdono di vista quelle regole interiori basate su logica, umanità e buon senso, che ci hanno consentito fino a oggi, molto più delle semplici leggi, di vivere in una parvenza di civiltà e democrazia. Sono cose piccole, per fortuna, ancora, e spero restino tali senza degenerare in atmosfere da day after, ma sono campanelli d'allarme. Pian pianino me ne sono tornata verso casa, con la mia sciarpa alla John Wayne, che ho abbassato dal viso per sorridere a quei pochi che incontravo e dal cui sguardo smarrito di risposta ho capito che pensavano "aiuto, i marziani". Un paio però hanno risposto al sorriso. Meno male. Noi, marziani a Roma.

Nicola Porro contro il governo: "Coronavirus, qualcuno ha seriamente pensato a quanto possiamo resistere in casa?"  Libero Quotidiano l'11 marzo 2020. Lo sfogo di un recluso per coronavirus, ovvero Nicola Porro, l'animatore della Zuppa di Porro e firma de Il Giornale. Tappato in casa per coronavirus, ora dopo ora, continua il suo cannoneggiamento contro il governo, contro Giuseppe Conte e la sua farraginosa gestione dell'emergenza. Ora, nel mirino di Porro ci finisce però anche la Lombardia, la richiesta di Attilio Fontana di serrata totale. E anche in questo caso, su Twitter, la firma non usa mezzi termini: "Chiudere tutto? Ok, ma mi chiedo ci diamo dei tempi?", premette polemico. Dunque riprende: "Facciamo stabilire al prossimo comunicato di Casalino&WInston. Qualcuno seriamente ha fatto dei calcoli su quanti giorni possiamo resistere chiusi?". E Porro si dà anche una risposta: "Naa". Un altro punto, decisivo, a cui il governo sembra non aver pensato. Chiudiamo tutto? Ok, ma mi chiedo ci diamo dei tempi? Facciamo stabilire al prossimo comunicato di casilino&Winston. Qualcuno seriamente ha fatto dei calcoli su quanti giorni possiamo resistere chiusi? Naaaa

·        Conta più la salute pubblica o l’economia?

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Dagospia il 12 marzo 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Ciao Dago, si parla di tutte, ma proprio di tutte le categorie lavorative. Eppure c'è un esercito silenzioso di migliaia e migliaia di lavoratori negli studi notarili che continuano ad avere contatti quotidiani con le persone, senza in molti casi quelle garanzie richieste dai vari decreti. Non ne parla nessuno, proprio nessuno. Eppure secondo me in questi giorni credo che fare una compravendita/un mutuo in più o meno sia davvero marginale. Non salviamo vite umane accidenti, concordi? Da un lato è vero, il Notaio in quanto pubblico ufficiale deve continuare a svolgere la sua attività. Non lo si può fare a porte chiuse?? Io non metto in ballo la mia salute e quella dei miei cari per fare un atto notarile in più o meno. Il Notaio rappresenta lo Stato e lo Stato è stato chiaro, no? Non mi sembra, ci sono (stima mia personale) almeno 20000 / 30000 persone che tutti i giorni si recano a lavoro a cui devi sommare il numero di persone che incontrano durante il giorno. Scusa per lo sfogo, ma c'è paura. Reale. Non solo del virus, ma anche del Signor Notaio, che rappresenta lo Stato col culo di queste persone. Chiudete gli studi notarili al pubblico. Grazie infinite, anche solo per aver letto il mio sfogo.

Dagospia il 12 marzo 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Al lettore che ha scritto a proposito di studi notarili aperti, vorrei semplicemente far presente (è normale che non lo sappia) che l’articolo 142 lettera c) della legge notarile (16 febbraio 1913 n. 89) punisce con la destituzione il notaio che abbandona la sede notarile in caso di malattie epidemiche o contagiose. Anche i notai sono preoccupati per la propria salute, per quella dei propri dipendenti e per quella dei cittadini che necessitano della loro pubblica funzione, ma sono pubblici ufficiali e ciascuno di essi ha giurato "di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e tutte le leggi dello Stato e di adempiere da uomo di onore e di coscienza le funzioni che gli sono affidate". Cordiali saluti Notaio Fabio Diaferia.

La protesta dei rider: «Noi senza mascherine, la nostra salute vale più di una pizza». Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it da Alessandro Trocino. La prima settimana, dicono, vi divertirete a cucinare, a sperimentare nuovi piatti, infornare focacce, impastare tagliatelle. Poi la voglia passerà e rimarrà come unica alternativa alla pasta in bianco e alla scatoletta, il servizio di consegna di cibi pronti o quasi pronti. Chiusa ogni forma di ristorazione, le grandi piattaforme del settore potenziano motori e app per reggere la domanda e molti ristoranti si convertono nel servizio di delivery. Ma è sicuro il delivery? Quali norme di sicurezza rispettano imprese e rider che consegnano il cibo? Che ci sia un problema serio, lo dimostra la protesta degli stessi rider, con alcuni collettivi che invitano allo sciopero. Il problema della sicurezza è tanto sentito che il governatore della Campania Vincenzo De Luca ha vietato le consegne dopo le 18, con un’ordinanza. Il Comune di Bologna ha annunciato controlli per i fattorini. E la segretaria nazionale del Pd invita il governo a «valutare misure per la sicurezza dei lavoratori». Ma il problema lo pongono gli stessi rider, che nei giorni scorsi avevano denunciato i primi casi di contagio, spiegando di sentirsi trattati come «untori» e chiedendo un reddito garantito per stare a casa, come tutti. Quattro collettivi sindacali — Riders Union Bologna e Roma, Riders per Napoli e Deliverance Milano — denunciano i rischi a cui vanno incontro. E annunciano: «Noi ci fermiamo. Invitiamo le/i riders ad astenersi dal servizio fino a tutta la durata delle ordinanze restrittive». Secondo questi collettivi, «le indicazioni di sicurezza fornite dal governo nel nuovo decreto sull’emergenza Coronavirus non sono possibili da rispettare per le app del food delivery. La nostra salute vale più di una pizza, di un sushi, di un panino». E ancora: «Se distribuire cibo a casa diviene indispensabile, ci devono pensare lo Stato, la Protezione civile e gli organi preposti». Perché la protesta? Perché le aziende, spiegano, non sono in grado di fornire il materiale necessario: oltre alla normale dotazione — giacca catarifrangente ed impermeabile, luci, gomitiere, ginocchiere e casco — le imprese dovrebbero fornire la mascherina certificata, i guanti usa e getta e il gel disinfettante. I riders di Napoli denunciano: «Glovo e Deliveroo hanno mandato mail raccomandando ai fattorini di indossare guanti e mascherini. Ma non ce le impongono, altrimenti dovrebbero fornircele e non l’hanno fatto finora». Mentre a Bologna i riders chiedono al governo al Cassa integrazione. In Cina, come mostra un video, i rider venivano controllati quasi militarmente: prima di ogni consegna dovevano farsi controllare la temperatura, segnata poi sullo scontrino, e farsi spruzzare l’antibatterico addosso e sullo zaino. Mascherina e guanti obbligatori. E in Italia? Situazione decisamente diversa. È vero che tutti rispettano rigorosamente le norme igienico-sanitarie haccp (Hazard analysis and critical control points, ovvero un insieme di procedure che ha l’obiettivo di preservare la salubrità degli alimenti), ma per il resto si va un po’ in ordine sparso e non c’è un obbligo di mascherine e guanti. Simone Ridolfi, Ceo di Deliveroo, servizio di consegna romano, assicura il rispetto delle norme di sicurezza: «L’unico problema che abbiamo è con le mascherine. Non si trovano per tutti. L’altro giorno sono dovuto andare fino a Frosinone a fare rifornimento». Uno della questioni principali è il contatto diretto tra rider e cliente. Il pagamento in contanti è un possibile veicolo di infezioni: «Stiamo pensando di eliminarlo — spiega Ridolfi —, ma a Roma, in particolare per gli anziani, è il metodo di pagamento preferito». Pagando via app, magari facendosi aiutare, si minimizzano i rischi. A Wuhan il 95.5% delle consegne è avvenuto senza interazione umana. La catena Domino’s Pizza ha attivato il servizio Contactless: il rider lascia le pizze davanti alla porta, o dove stabilito. Lo stesso fa Just Eat. Il decalogo di AssoDelivery AssoDelivery (Deliveroo, Glovo, Just Eat, Uber Eats e Social Food) ha messo a punto insieme alla Fipe (Federazione pubblici esercizi) un decalogo con alcune linee guida. Tutti devono seguire scrupolosamente le raccomandazioni del ministero della Salute. «I ristoratori mettono a disposizione del proprio personale prodotti igienizzanti, assicurandosi del loro utilizzo tutte le volte che ne occorra la necessità e raccomandano di mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro nello svolgimento di tutte le attività. I ristoratori definiscono delle aree destinate al ritiro del cibo preparato per le quali osservano procedure di pulizia e igienizzazione straordinarie. Queste aree devono essere separate dai locali destinati alla preparazione del cibo. Il ritiro del cibo preparato e la relativa consegna avviene assicurando la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro e l’assenza di contatto diretto. Il cibo preparato viene chiuso in appositi contenitori (o sacchetti) tramite adesivi chiudi-sacchetto, graffette o altro, per assicurarne la massima protezione. Il cibo preparato viene riposto immediatamente negli zaini termici o nei contenitori per il trasporto che devono essere mantenuti puliti con prodotti igienizzanti, per assicurare il mantenimento dei requisiti di sicurezza alimentare. La consegna del cibo preparato avviene assicurando la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro e l’assenza di contatto diretto. Chiunque presenti sintomi simili all’influenza resti a casa, sospenda l’attività lavorativa, non si rechi al pronto soccorso, ma contatti il medico di medicina generale o le autorità sanitarie». Come si vede, nessun obbligo di mascherina e guanti, considerati evidentemente non necessari, viste le altre cautele. Se nei primi giorni, la paura ha fatto diminuire di molto la richiesta, dopo il decreto di chiusura totale dei ristoranti, c’è stato un forte aumento della richiesta di consegne. Amazon Prime Now, il servizio di consegna della spesa, è rimasto bloccato a lungo a Milano e Torino e attualmente a Roma segnala «disponibilità limitata, a causa dell’elevata richiesta; le fasce di consegna potrebbero essere limitate». Stessa situazione per le grandi catene di supermercati — da Esselunga a Pam — che però riescono a tenere testa alle domanda. Molti dei food delivery più noti — da Just Eat a Deliveroo — hanno arricchito l’offerta in queste ultime ore delle proposte di ristoranti che, impossibilitati ad aprire, si sono inventati un modo per sopravvivere, preparando piatti da consegnare per asporto (anche se il costo di intermediazione, intorno al 30 per cento, non consente grandi guadagni).

Emergenza coronavirus, la rabbia nelle fabbriche aperte. Scioperi spontanei: "Non siamo carne da macello". Si moltiplicano le segnalazioni di sindacati e lavoratori arrabbiati per la scelta di mantenere le linee aperte e per gli atteggiamenti delle aziende. I metalmeccanici chiedono lo stop per sanificare fino al 22 marzo: "Pronti allo sciopero". Conte convoca una videoconferenza. La Repubblica il 12 Marzo 2020. La decisione di chiudere l'Italia dei negozi e degli esercizi commerciali, ma lasciare aperte le fabbriche e le attività produttive sta generando forti ripercussioni negli stabilimenti italiani. Scioperi spontanei sono segnalati da Brescia a Mantova, i sindacati sono in allarme perché vengano garantiti i livelli di sicurezza dal punto di vista sanitario. Nel pomeriggio le sigle dei metalmeccanici escono allo scoperto unitarie: Fim, Fiom, Uilm ritengono necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, "a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro". Sottolineando che "i lavoratori sono giustamente spaventati", i sindacati avvertono che sono "pronti allo sciopero se necessario". L'escalation di episodi e preoccupazioni - di cui si è fatto portavoce anche Andrea Orlando per il Pd - porta il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a convocare per domani mattina alle 11 una videoconferenza da Palazzo Chigi con le associazioni industriali e i sindacati e alla presenza dei ministri del Lavoro, Nunzia Catalfo, dell'Economia, Roberto Gualtieri, e della Salute, Roberto Speranza. Oggetto della discussione, riportano fonti di Palazzo Chigi, sarà "l'attuazione delle previsioni contenute nell'ultimo Dpcm riguardanti i protocolli di sicurezza nelle fabbriche a tutela della salute dei lavoratori".

La Fiom: "Decreto inaccettabile, tutelare i lavoratori". La Fiom aveva già reagito in mattinata reagito al nuovo decreto sull'emergenza coronavirus con una dura nota che spazia dal bisogno di proteggere il lavoro degli operai a quello di tutelare la loro salute. La segretaria generale Francesca Re David definisce "inaccettabile la mancanza nel nuovo Dpcm di misure e iniziative volte alla protezione dei lavoratori che stanno garantendo la tenuta economica del Paese in una condizione di grave emergenza" e chiede "al governo la convocazione urgente di un confronto per affrontare la situazione di emergenza dei lavoratori metalmeccanici". La Fiom chiede di "mobilitarsi da subito per iniziative tese a verificare che ai lavoratori siano garantite dalle imprese le condizioni di salute e sicurezza anche attraverso fermate per una riduzione programmata delle produzioni". E ribadisce quindi "la necessità dei provvedimenti urgenti governativi sugli ammortizzatori sociali".

Si moltiplicano proteste e scioperi per la sicurezza. Da ogni parte del Paese, intanto, arrivano segnalazioni di lavoratori che lamentano scarsa attenzione da parte dei datori e che di conseguenza incrociano le braccia. Alla Ast di Terni sono state indette otto ore di sciopero, a partire dalle 6 di domani, per ogni turno di lavoro per i diretti e per l'indotto, fino al terzo turno del 13 marzo compreso: la mossa delle Rsu e delle segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Ugl e Usb, in segno di protesta per la mancata adozione da parte dell'azienda di misure ritenute "idonee" per il contenimento del coronavirus. Alla Fincantieri di Marghera i sindacati confermano la protesta dettata dall'emergenza sicurezza. "Impossibile rispettare le regole - dicono all'Ansa tre carpentieri in sub appalto -, non si può fare questo lavoro stando a distanza di un metro l'uno dall'altro sarebbe meglio chiudere tutto. Questo virus è un casino e non ci sentiamo protetti".

"Non siamo carne da macello". Anche nel bresciano si segnala una mattinata di scioperi spontanei in alcune fabbriche che non hanno chiuso la produzione, con gli operai che chiedono maggiori: "Non siamo carne da macello" é stato detto dagli operai di alcune aziende della provincia che chiedono la sospensione dell'attività per 15 giorni. "Stiamo discutendo con le aziende per capire come affrontare questa situazione. Registriamo scioperi in quattro o cinque realtà" ha detto il segretario della Cgil di Brescia Francesco Bertoli. "Ci sono aziende anche grandi che si sono fermate, mentre altre che per motivi di commesse legate a penali, sono in difficoltà e non possono sospendere la produzione. Il nostro obiettivo - aggiunge il segretario della Cgil di Brescia - è quello di riuscire ad ottenere quantomeno delle riduzioni di orario per garantire la sicurezza agli operai". Un altro caso è quello dei lavoratori della Corneliani di Mantova, fabbrica dello storico marchio di moda da uomo, decidono di scioperare "per tutelare la loro salute". Si tratta di 450 operai che hanno incrociato le braccia stamattina in modo spontaneo "per chiedere che non ci siano cittadini di serie A e di serie B: la salute è una ed è di tutti". L'Usb (Unione sindacale di base) proclama un pacchetto di 32 ore di sciopero dei settori industriali non essenziali, chiedendo "misure drastiche ed esigibili dai lavoratori, che salvaguardino la salute e il salario". Un richiamo arriva anche da Tarnato, dove la Fim Cisl denuncia il comportamento di Leonardo a Grottaglie denuncia la mancata adozione di tutele per i lavoratori. La compagnia ribatte che è in piedi una "serie di misure" per contenere il rischio di contagio.

Vittorio Feltri: "Sindacati pericolosi come il Coronavirus, vogliono farci morire". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 14 marzo 2020. Ammetto di non avere mai avuto simpatia per i sindacati quindi, nell' articolo che sto scrivendo, sarò forse condizionato dal pregiudizio. Molti anni orsono quando essi ogni due per tre proclamavano uno sciopero, impedivano ai lavoratori di entrare in fabbrica istituendo dei picchetti davanti ai cancelli. Da lì non si passava, chi tentava di farlo veniva coperto di botte, cosicché la maggioranza degli operai rincasava, ovviamente senza la paga. Oggi le cose sono cambiate e non c' è più nessuno che percuota i cosiddetti crumiri. Però l' insensatezza sindacale permane. Ieri alcuni tribuni del popolazzo se ne sono usciti con questa brillante idea: se bisogna che gli italiani se ne stiano riparati in casa per ridurre al minimo i rischi di contagio, è necessario chiudano anche gli opifici che sfornano prodotti di vitale importanza. Se l' assurda proposta venisse accolta dal governo, va da sé che non solo si paralizzerebbe completamente il Paese, ma il popolo che non è morto a causa del virus morirebbe di inedia. Mi spiego con un esempio basico. Cremonini è il più grande allevatore di bestiame che, una volta macellato, serve ad alimentare milioni di persone. Se il suo personale, numerosissimo, cessasse di sgobbare, sparirebbe dal mercato la carne. Che io non mangio perché non mi va, ma di cui la maggioranza dei miei compatrioti ritiene di non potere fare a meno. Lo stesso discorso sussiste per mille altri generi di consumo. Se smetti di approntarli, automaticamente non li trovi al supermercato e forzosamente non sei in grado di acquistarli. È pacifico, non tutti gli articoli in vendita sono indispensabili, tuttavia parecchi di essi sì. Se le fabbriche e le officine, le ditte grandi o piccole, non li immettono più nel circuito commerciale, la gente non campa più. Chi non crepa di Corona muore di fame, che non è una gioiosa alternativa alla polmonite letale. Immagino che questi sintetici ragionamenti siano chiari a qualsiasi persona, tranne ai sindacalisti che insistono: fermiamoci tutti così scamperemo in blocco alla infezione senza distinzioni di appartenenza sociale. Essi non tengono conto che i cittadini non si nutrono di aria bensì hanno l' urgenza di soddisfare alcune esigenze, tipo pranzare, bere, usufruire della luce elettrica e roba simile. Se impedisci loro di appagarle poiché preferisci che ogni singolo individuo stia sul divano a grattarsi il ventre, in ossequio alle disposizioni velleitarie della cosiddetta triplice, non solo si ferma il mondo ma l' umanità va all'altro mondo. 

Se si fermano fabbriche e imprese affonda l’Italia. Giuliano Cazzola de Il Riformista il 13 Marzo 2020. Nell’antica cultura contadina c’era una regola che si tramandava da una generazione all’altra: in caso di catastrofe, prima del raccolto, si devono mettere in salvo le sementi, perché sono loro a garantire che ci sarà un futuro e che la vita potrà rinascere. Con questa consapevolezza Alcide Cervi riuscì a sopravvivere e a custodire la memoria dei sette figli fucilati dai nazi-fascisti. Anche noi, in quest’ora gravissima, abbiamo il dovere di salvare le nostre sementi: le strutture produttive, le fabbriche, le aziende. Non c’è un prima e un dopo; in questi frangenti non vale il principio, un po’ opportunista, del primum vivere deinde philosophari. La pandemia virale deve evitare, nella misura del possibile, l’esplodere di una pandemia economica. Ecco perché considero giusta la linea fino a ora seguita dal governo: procedere lungo un’escalation di misure di prevenzione che non paralizzino l’intero Paese. Non è dimostrata né sostenibile (pertanto è vana) la speranza che un intervento di chiusura totale di ogni attività possa affrettare la conclusione dell’emergenza. È in coerenza con una linea di gradualità che il governo non ha accolto le richieste – provenienti dalle Regioni più in difficoltà – di decretare anche la chiusura delle imprese. Certo, la sfida è difficile, perché le misure da adottare nei reparti per la sicurezza dei lavoratori non hanno precedenti a cui risalire, almeno di tale estensione e diffusione del contagio. Ma se e quando finirà questa pandemia, non possiamo trovarci in un deserto. La ripresa ci sarà soltanto se – restando nella metafora – saremo riusciti a “salvare le sementi”. I nostri nonni e i nostri padri difesero le fabbriche con le armi, quando i nazisti volevano smontarle e trasferirle in Germania. Durante la battaglia di Inghilterra, le fabbriche continuarono a lavorare sotto le bombe. Poi, parliamoci chiaro: è possibile un blocco totale? Se la popolazione deve continuare a nutrirsi va salvaguardata la filiera agro-alimentare: dal campo, all’industria di trasformazione, ai mercati generali, fino ai punti vendita. I prodotti non viaggiano sui droni. Anche il sistema dei trasporti deve funzionare. Lo stesso dicasi per le forniture di energia (luce, gas, benzina, ecc.) e per gli uffici pubblici. Le ultime misure del governo hanno giustamente tenuto conto di queste esigenze, ivi comprese quelle del credito e dei mercati assicurativi e finanziari. Il governo ha allargato i cordoni della borsa, salendo nel giro di una settimana da uno stanziamento di 3,6 miliardi a 25 miliardi, senza tener conto (con il consenso della Ue) delle regole di bilancio e del livello del deficit. L’impiego di queste risorse dovrà rafforzare la trincea avanzata della sanità, tutelare i lavoratori attraverso nuovi e più estesi ammortizzatori sociali, consentire una pausa negli adempimenti fiscali da parte delle imprese e dei cittadini e quant’altro. Tutto bene. Attenzione, però: non possiamo permetterci di cercare la salvezza stando tutti seduti sul divano. Non si deve disarmare né per due settimane né mai. Sarebbe come bruciarsi i vascelli alle spalle. Quello, pur fondamentale, alla salute non può trasformarsi in un “diritto tiranno”, in nome del quale tutti gli altri diritti sociali e di libertà possono essere sacrificati. Non lo pensa e non lo dice solo chi scrive; si tratta di un principio solenne recentemente ribadito dalla Presidente della Consulta Marta Cartabia. La Corte ha affermato che «il diritto assoluto diventa un tiranno» e che pertanto occorre «tenere unito ciò che apparentemente non poteva trovare un contemperamento, la tutela della salute, dell’ambiente, ma anche il diritto al lavoro e i diritti economici dell’impresa. Istanze tutte buone ma che, se affermate in modo assoluto, rompono il tessuto sociale, e la necessità di bilanciare». In sostanza, le risorse non devono servire all’istituzione di un nuovo RdC (dove la lettera C sta per contagio), non possiamo rassegnarci a rilasciare ai cittadini una tessera annonaria da utilizzare, se e quando i rifornimenti di generi alimentari cominceranno a scarseggiare (magari anche a causa di approvvigionamenti eccessivi da parte di taluni consumatori), tanto da consentire un florido mercato nero delle banane al pari di quello delle mascherine. Il nostro Paese ha compiuto un percorso che può essere utile ad altri; soprattutto perché – a differenza della Cina – ci siamo mossi con trasparenza anche a costo di essere considerati gli untori del “virus venuto dal freddo”.

Guai, però, a essere faciloni, a pensare che ci siano delle scorciatoie per uscire dal labirinto. L’apparato produttivo del Paese non può cavarsela grazie a una liquidità usata come assistenza, come reddito di sopravvivenza. Deve continuare a “far girare” le macchine negli opifici. Ricordiamoci: prima di tutto le sementi. 

Conta più la salute pubblica o l’economia? Deborah Bergamini de Il Riformista il 13 Marzo 2020. Sta emergendo una differenza sostanziale nella gestione del contagio fra noi e gli altri grandi paesi europei in questa fase critica di diffusione del Coronavirus. È macroscopica, la scopriamo giorno dopo giorno. E si spiega partendo da una semplice domanda: perché in Italia i numeri dei contagiati sono così più alti rispetto a Germania o Francia o Gran Bretagna?  La storia del nostro Paese untore non regge più. Ha retto per alcuni giorni, sufficienti a provocare per noi un danno economico e di immagine incalcolabile. Ma la Storia corre a passi veloci e ora dobbiamo guardare in faccia una nuova realtà. Gli altri paesi ci hanno osservato con attenzione in queste settimane e sono stati portati a muoversi in modo diverso. Noi abbiamo nostro malgrado prodotto una case history mondiale che gli altri hanno studiato e scelto per ora di non riprodurre. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo affrontato subito apertamente l’arrivo del virus, abbiamo comunicato momento per momento, in modo anche estremamente caotico e controproducente, l’evolversi delle cose, ci siamo affidati al nostro ben radicato rapporto con la sanità pubblica, col nostro corpo medico e infermieristico, che nonostante i tagli draconiani a cui sono stati sottoposti in questi anni rimane uno dei migliori al mondo. Ci siamo appoggiati alla consuetudine fiduciaria e diretta che abbiamo con le strutture sanitarie pubbliche. Abbiamo voluto proteggerci e curarci denunciando e rendendo pubblica da subito tutta l’entità dell’emergenza. Abbiamo voluto, cioè, entrare totalmente nel problema. Non abbiamo pensato subito agli effetti della diffusione del virus per la nostra economia. Il nostro primo riflesso è stato quello della cura e dell’assistenza alla persona.  La nostra scelta ha avuto, lo sappiamo, un costo economico altissimo, che tutti adesso siamo chiamati a condividere. E chi ci osserva fuori dai nostri confini ha preso buona nota. Gli altri Paesi si stanno dimostrando inspiegabilmente più lenti di noi nell’applicazione di misure atte a registrare e arginare l’evoluzione del contagio, eppure l’esempio dell’Italia mostra chiaramente che non c’è tempo da perdere. Quanto intensamente nelle altre nazioni europee ci si dedica a monitorare in modo capillare l’entità del contagio e a prendere con rapidità le necessarie drastiche azioni di contenimento? I numeri resi pubblici e le cose fatte fin qui ci dicono che la risposta è: troppo poco. Anche perché quelle azioni, una volta intraprese, hanno un costo epocale, e i governi lo sanno. È come se si avesse onta a trattare il fenomeno nella sua gravità per timore delle inevitabili ripercussioni sociali ed economiche. È come, cioè, se in tempi di globalizzazione la salute dell’economia finisse per essere considerata prioritaria rispetto a quella della popolazione. È un criterio diverso rispetto a quello applicato in Italia, ma sembra affacciarsi in tutta la sua chiarezza. Anche in questo caso, è impossibile calcolarne le conseguenze. In termini di gestione della cosa pubblica viene prima la salute dei cittadini o l’economia? Attorno a questa domanda si agitano in questi giorni i dubbi e le incertezze delle cancellerie, con perimetri di sensibilità diversi che provengono dalle caratteristiche specifiche di ciascuna nazione e dalla personalità dei loro leader di governo. Ecco, le caratteristiche di ciascuna nazione vengono fuori prima di tutto, preso atto che l’Europa come entità politica non esiste e non esisterà ancora per lungo tempo. Quali caratteristiche sta mostrando il nostro popolo in questo drammatico frangente? Quelle di sempre: solidarietà, flessibilità – che sconfina spesso nel disordine – e una voglia incontenibile di vincere anche la guerra più difficile guardando dritto negli occhi il nemico.  Motivo per cui questa guerra la vinceremo.

·        Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

Francesco Floris per affaritaliani.it il 13 marzo 2020. “Oggi ho ricevuto lo stipendio di febbraio: 535 euro. Mancano 415 di fuori busta”. Il suo commento? “Ora mi tocca fare la parte dello stronzo che in tempo di crisi va a chiedergli i soldi”. A parlare è il cameriere di un ristorante stellato di Milano, menù degustazione a partire da 100 euro a testa, vino escluso. Un'attività in affitto in zona Corso Como, contratto di locazione da quattro anni, ha abbassato le serrande lunedì. Da giorni il titolare non risponde alle chiamate dei dipendenti. Solo un messaggio WhatsApp: “Aspettate la cassa integrazione”. Una di loro ha fatto un salto al Caf per sicurezza, prima che i centri di assistenza fiscale a loro volta sospendessero le attività di ufficio. Ha scoperto di non avere i contributi versati. Non solo quelli dell'ultimo trimestre. Da molto più tempo. In attesa di ulteriori decreti del Governo “L'azienda che sa di non aver versato i contributi non fa nemmeno la domanda di cassa integrazione, perché sa che gli verrà respinta”, spiega l'avvocato Lorenzo Venini, esperto giuslavorista dello Studio Diritti e Lavoro di Milano. Sulla carta esiste la possibilità di regolarizzare le posizioni entro il mese successivo per le aziende che dispongono di liquidità in cassa. Come del resto il lavoratore in questa situazione ha diritto non solo al sostegno temporaneo ma ad essere indennizzato con l'intero stipendio da parte del datore. Nei fatti non è ciò che accade e si finisce a fare cause di lavoro contro qualcuno che magari non esiste più. Lo hanno detto in molti. Vale la pena ripeterlo. Il Covid-19 ha solo mostrato che il re è nudo. Il virus mette in evidenza le debolezze strutturali del mercato del lavoro meneghino, per troppo tempo incensato con gli aggettivi che da cinque anni dominano il discorso pubblico sulla città: “agile”, “smart”, “dinamica”. I lavoratori dei grandi gruppi del centro attendono fiduciosi la comunicazione dell'azienda. Quattro righe che però significano continuità retributiva: “Oggetto: sospensione del rapporto per richiesta assegno ordinario di integrazione salariale”. È l'intervento del fondo F.I.S. dell'Inps. Per tutti fino al 3 aprile ma molti hanno già messo in conto fino al 3 maggio. Per ora si sta a casa in ferie o con permessi e rol non goduti. In busta paga tornano a comparire antiche voci del diritto del lavoro italiano, come le “ex festività soppresse”: sono giorni di festa non più riconosciuti dall'ordinamento che danno diritto ad ore di permesso retribuite. Nel 2020 San Giuseppe, l'Ascensione, San Pietro e Paolo e la Festa dell'Unità Nazionale. Lunedì ha chiuso i battenti il Gruppo Calzedonia: Intimissimi, Tezenis, Falconieri, Atelier Emé, oltre alla casa madre. Il giorno dopo ha fatto la stessa cosa Inditex (Zara, Bershka, Pull and Bear, Massimo Dutti e altri). E a cascata tutti i marchi, grandi e piccoli, della moda che affollano il quadrilatero milanese e lo zone dello shopping che fino all'ultimo avevano tenuto accesi i registratori di cassa, pur vuoti da giorni, in uno strano gioco d'attesa reciproca in cui nessuno voleva fare la prima mossa. Nonostante situazioni al limite del paradossale: oltre alle perdite del tenere aperto senza fatturare, si sono verificati casi di piccoli negozi con una o due commesse a gestirli e che si ritrovano all'interno persone senza dimora con problemi di salute mentale, senza sapere come comportarsi. Nella moda ci sono anche i primi licenziati: causale scritta “mancato superamento della prova”. Causale a voce: il virus. Verranno impugnati, ma chissà quando. I tribunali chiusi (ma cancellerie aperte) e la sospensione dell'attività giudiziaria fanno sì che sia lecito aspettarsi un aumento vertiginoso di cause e contenzioso in futuro. Fra locali, pub e piccole attività si diffonde ora ulteriore scontento. Si sentono tagliati fuori dalle misure annunciate e poi prese a mezzo ordinanza dal sindaco Beppe Sala. Che riguardano i mercati scoperti, Area C, Area B, le soste auto, l'acquisto di dispositivi di protezione individuale per alcune categorie, nidi, mense e affitti nel patrimonio di proprietà comunale. Niente sconti per le attività. Solo differimento o rateizzazione di alcune tasse nel corso dell'anno. L'economia soffre e le prime vittime sono i rapporti umani e interpersonali di lavoro, soprattutto fra chi sa di non avere diritto ad alcuna tutela o ammortizzatore sociale: “Il mio capo per il quale lavoro tre giorni a settimana senza contratto, 600 euro al mese fissi, non mi ha semplicemente avvertito del fatto che dalla seconda metà di febbraio non avremmo più lavorato” racconta un libero professionista. “Sto ancora spettando lo stipendio di gennaio e su whatsapp le mie richieste hanno la spunta azzurra ma non mi risponde”.

·        “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Coronavirus, #iorestoacasa spopola in Europa. L’inventore Sensi: «Idea di mio figlio, troppi ragazzi in giro». Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it da Claudio Bozza. Tutta l’Europa riprende la campagna social #iorestoacasa, partita dall’Italia. L’invito a non uscire per motivi non indispensabili, quando si e’ iniziata ad avvertire la pericolosità del contagio da coronavirus Covid-19, è stato lanciato su Twitter, giorni fa, dal deputato del Partito Democratico Filippo Sensi, ex portavoce del premier Matteo Renzi, molto influente sui social con il profilo @nomfup. L’hashtag ha avuto subito grande presa, tanto da dare il nome al decreto in vigore dal 10 marzo con le misure per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, ripreso da tutti i vip (come Jovanotti, Emma Marrone, Ligabue e Fiorello) e rilanciato continuamente in rete dai politici. Da qualche giorno anche molti paesi europei lo stanno usando: #JerestealaMaison, #quedateencasa, #stayathome. L’onorevole Sensi spiega come è nato l’hashtag: «L’idea me l’ha data mio figlio Tommaso, a casa appunto. Vedeva tutti i suoi coetanei in giro la sera e mi ha detto che il messaggio di restare a casa doveva arrivare ai ragazzi, che ci voleva una campagna capace di arrivare ai piu’ giovani e io ho pensato di lanciare questo hashtag». Oggi hashtag #iorestoacasa continua a spopolare. «Su Tik Tok sono stati superati i 60 milioni di contatti», aggiunge Sensi, ricordando che «il primo a crederci è stato il ministro Franceschini e il lavoro dei ministeri dei Beni culturali e della Salute è stato prezioso». Può una campagna social aiutare a comprendere quali devono essere i comportamenti corretti? «Può, se aiuta a sensibilizzare bene — conclude Sensi, alias @nonmfup —, ma non surroga l’impegno e la responsabilità individuale. Non è un gioco di società».

Io resto a casa: dalla corsa in balcone alla cena in videocall, tutti modi per ingannare la distanza ed essere felici. Rossella Grasso de Il Riformista il 12 Marzo 2020. Le nuove direttive impongono di stare a casa e non avere nessun contatto con altre persone se non per motivi indispensabili. In meno di 24 ore tutti si sono organizzati per annullare le distanze usando l’ingegno, la fantasia e la tecnologia.

LA CENA IN STREAMING – Internet è uno strumento che mai come in questo periodo fondamentale per annullare le distanze e farci sentire in contatto (virtuale). Ci fa stare bene sapere di poter ingannare le distanze con le persone che amiamo di più. Per non rinunciare nemmeno alle cene tra amici c’è chi ha organizzato una tavolata virtuale: appuntamento alle 21 videocall, stesso menù, un brindisi e la cena in compagnia è fatta. Probabilmente aveva ragione Domenico Modugno a cantare che “la lontananza è come il vento, spegne i fuochi piccoli e accende quelli più grandi”, perchè il pretesto della quarantena, del non potersi vedere, ha spinto in tanti a videochiamare amici vicini e lontani che magari in altri tempi non avremmo chiamato. Così l’amicizia si riaccende in formato schermo. Ed è molto divertente.

COMPLEANNO – Sono in tanti a soffrire il divieto di fare feste. È dura soprattutto per chi festeggia il compleanno proprio in questi giorni. Ma Regali e candeline possono essere meno tristi usando l’ingegno. In certe circostanze può tornare utile il vecchio caro paniere, quello che a Napoli è il ‘panaro’: il cestino in plastica o in vimini con il manico legato a una corda. Basta uscire sul balcone o calarlo giù dalla finestra e tutti possono passare a consegnare un regalo (velocemente e con moderazione). Si possono spegnere insieme anche le candeline facendo una semplice videochiamata collettiva. Così il “tanti auguri a te” resta il momento imperdibile dell’anno da condividere con i propri cari.

CORSA IN BALCONE – Gli amanti dello sport devono rinunciare agli allenamenti in palestra. Ma gli irriducibili hanno trovato una soluzione: la corsa in balcone. Succede a Napoli dove un’amante dello sport ha inaugurato la sua personale pista da corsa sul suo balcone.

L’ALLEGRIA A DISTANZA – Dopo la dichiarazione di Conte a reti unificate e il divieto di uscire di casa, sono partite anche le iniziative di solidarietà e allegria a distanza. Ci si da appuntamento alla finestra tramite social e a una certa ora si inizia a cantare, ballare o semplicemente salutare. A Napoli l’appuntamento è per Venerdì 13 marzo, alle ore 12. “Invitiamo tutti i napoletani ad affacciarsi ai propri balconi o alle proprie finestre per un saluto a distanza. Dimostreremo che siamo uniti – anche se costretti a stare chiusi nelle nostre abitazioni – nel combattere questo nemico subdolo e invisibile! Dimostreremo che siamo in grado di sconfiggerlo con la perseveranza e il rispetto delle regole!”, recita il messaggio che circola di smartphone in smartphone. A Pagani, in provincia di Salerno, le persone si sono date appuntamento al balcone per ballare e suonare al ritmo delle musiche popolari utilizzate in occasione della feste della Madonna delle Galline.

CONCERTI IN STREAMING – Molti artisti hanno dovuto annullare i loro concerti per via del decreto “Io resto a Casa”. Anche in questo caso le dirette in streaming aiutano a non perdere il piacere della buona musica. Tanti artisti come Emma, Jovanotti, Gianna Nannini danno appuntamento ai loro fan e suonano da casa per un concerto intimo e quasi esclusivo. Anche il teatro sta diventando a portata di divano.

LEZIONI ONLINE – Il tempo libero ultimamente spopola e stanno esplodendo anche le visualizzazioni di tutorial su come fare qualcosa o cucinare qualcosa. Alex Britti ha addirittura messo su una serie di lezioni di chitarra online sui suoi canali social.

DISEGNI AI BALCONI – Tra le mamme gira l’invito social a sedersi con i propri bambini e disegnare. Sole, arcobaleni, fiori, colori e felicità. Ma soprattutto la scritta “andrà tutto bene”. “Fate i disegni e appendeteli fuori alle finestre e ai balconi, Tutto pronto per il lieto fine che certamente ci sarà”, c’è scritto nell’appello. E così le città si stanno colorando con i disegni di tutti i bambini che con i colori trasmettono il messaggio più vero.

A Milano denunciato un senzatetto per strada: "Violato il decreto coronavirus". Ronda della carità: "Non sanno più dove andare". L'uomo, un clochard di nazionalità ucraina, fermato dalla polizia a Lambrate. L'associazione: "Abbiamo dovuto chiudere il centro diurno, le tante persone che sono per strada non sanno dove andare e non hanno più aiuto". La questura poi ha fatto sapere: "La denuncia non andrà avanti". Zita Dazzi il 12 marzo 2020 su la Repubblica. Un cittadino senzatetto di nazionalità ucraina, con regolare permesso di soggiorno, è stato denunciato a Milano da una volante del commissariato di Polizia di Lambrate "in quanto non ottemperava alle disposizioni del decreto" con le norme per il contenimento del coronavirus. Lo hanno trovato questa mattina in via Crescenzago "all'altezza del palo 37" - si legge nella denuncia penale che gli è stata consegnata - invece che stare al chiuso, come prevedono le disposizioni firmate dal presidente del Consiglio Conte su richiesta anche delle autorità regionali lombarde. Certo non una scelta per mettere in pericolo qualcuno, ma una necessità dettata dal fatto di non avere dimora, come almeno altre 300 persone in questo momento a Milano. La questura in serata ha fatto sapere che il provvedimento non verrà portato avanti e che tutti i senzatetto non verranno sanzionati né denunciati per l'inosservanza del decreto. "Evidentemente una persona che vive in strada non ha una casa dove stare - dice  Magda Baietta, presidente dell'associazione Ronda della carità che lo conosce e ora sta cercando di aiutarlo -. Di solito viene al nostro centro diurno, ma da questa settimana siamo chiusi anche noi. E quindi come questo cittadino, decine di altri senza dimora rischiano di subire una denuncia penale. E' assurdo, bisognerebbe aiutare chi in questo momento è più esposto e in pericolo, non causargli danni giudiziari". Problemi di questo tipo vengono segnalati anche dalla Croce Rossa che in questi giorni sta facendo i doppi turni per aiutare i senza dimora, che vagano per la città disperati, alla ricerca di cibo e di aiuti, cambiando anche zona rispetto a quella dove dormono di solito. "Si sono spostati dal centro e stanno più in periferia - dicono a Croce Rossa - Facciamo anche più fatica del solito a rintracciarli e a spiegare loro che cosa sta succedendo. Ovviamente loro hanno una percezione molto strana della realtà, non si rendono conto dei pericoli e spesso non credono nemmeno a quello che diciamo loro. In più non c'è cibo, non ci sono aiuti per loro, non ci sono più punti di riferimento". Croce Rossa sta andando con i suoi volontari a visitare i senzatetto che si rivolgono alle mense ancora aperte e al rifugio Caritas di via Sammartini.

#Iorestoacasa, in Italia ci sono 50 mila senza tetto: e loro come fanno? Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it. La fila per accedere al dormitorio «La palma» a Napoli, attraversa parte del rione Sanità. «Noi li accogliamo, li facciamo disinfettare, lavare e cambiare e chi vuole può anche cenare - Spiega Danilo Tuccillo, presidente della cooperativa la locomotiva, che gestisce il dormitorio - poi però la mattina devono andare via e a quel punto saranno per strada per tutta la giornata e, ovviamente, la conseguenza è che il rischio contagio aumenta per tutti. Noi non abbiamo avuto alcuna indicazione dalle istituzioni per quanto riguarda un eventuale gestione dell’emergenza: per esempio non sapremmo come fare per approntare una quarantena, inoltre i volontari che ogni sera vengono a darci una mano, con le nuove disposizioni non possono muoversi. Anche il nostro piccolo bus che accoglierebbe nove persone, ora fa più viaggi portandone non più di quattro. È un servizio importante perché per arrivare qui bisogna fare una salita molto ripida e non tutti ce la fanno perché ci sono tanti anziani». In tutto a «La palma» arrivano un centinaio di persone la maggior parte tra i 35 e i 55 anni, ma ci sono anche tanti giovani e anziani. Alle otto del mattino c’è una signora anziana che ha difficoltà a camminare che si trattiene fuori al portone del dormitorio per sorseggiare il suo caffè. Ora dove vai? - le chiedo. «Su una panchina e lascio che passi il tempo». E il coronavirus? Sai che dovresti stare a casa? «Ma io una casa non ce l’ho. Che devo fare? Non c’è soluzione». Sono storie in bilico tra il dramma e la poesia. Rosaria è più giovane e mentre lascia la struttura, con un sorriso dice che va a farsi una passeggiata a Mergellina. Alcuni di loro sono redattori e venditori del periodico “Scarp de Tennis”. «I guadagni della vendita del giornale è una piccola fonte di reddito per i senzatetto – spiega Laura Guerra, che coordina la redazione napoletana – purtroppo però abbiamo dovuto chiudere e quindi a loro mancherà anche questo tipo di sostentamento». Luciano dell’Isola ha 50 anni, è uno dei venditori. Ha perso lavoro e genitori e da tempo vive in strada. «La pandemia ci spaventa ma cerchiamo di fare il possibile per tutelarci e tutelare anche gli altri. Per esempio io evito i luoghi affollati e quindi pur dovendo girovagare tutto il giorno, cerco di trovarmi dei posti in cui non c’è tanta gente. Il problema di questi giorni è che hanno chiuso anche le mense e quindi ci danno giusto i cestini ma non possono accoglierci nei locali. E’ una situazione difficile per le persone anziane che soffrono il freddo e per quelle che non accedono ai dormitori e sono costrette a dormire per strada. Noi siamo gli ultimi e restiamo anche in condizioni di emergenza invisibili».

Coronavirus in Italia: #iorestoincasa, ma chi una casa non ce l’ha? Giampiero Casoni l'11/03/2020 su Notizie.it. Nel paese vivono, ai margini di quella stessa società che oggi trova nel tetto domestico l’ultima trincea contro il virus, oltre 50mila senza tetto, persone cioè che a casa ci vorrebbero stare, ma che una casa non ce l’hanno. Un vecchio adagio dell’esercito recita che un plotone è efficiente quando marcia alla velocità del suo uomo più lento e quando il suo uomo più lento è comunque più veloce del più veloce dei nemici, un’utopia smargiassa la cui difficilissima realizzazione sta trovando polpa in questi giorni bui, in cui l’Italia intera si è idealmente irregimentata per far fronte alla minaccia Covid 19. È presto spiegata: nel paese vivono, ai margini di quella stessa società che oggi trova nel tetto domestico l’ultima trincea contro il virus, oltre 50mila senza tetto, persone cioè che a casa ci vorrebbero stare, ma che una casa non ce l’hanno. Non sono tutti uguali, nella misura in cui ci sono diversi modi di non avere una casa dietro le cui finestre arroccarsi in attesa che passi la buriana: da chi una casa proprio non ce l’ha e dorme sotto i ponti o in stazione a chi vive in regime di insicurezza abitativa e chiama casa una baracca di lamiera che lascia passare i procioni, altro che le particole della nuova Sars. E tutto questo si porta a traino altre croci che, sotto la greve campana dell’epidemia, scandiscono i rintocchi dell’allarme sociale: dato che vivere non è solo avere un parapioggia e un materasso, queste persone mangiano nelle mense sociali ed hanno una quotidianità scandita dalla deambulazione urbana. Camminano perché non hanno altro da fare, perché non hanno Netflix, i like a Commenti Memorabili, la moglie in vena di streap, il fidanzatino della figlia travestito da platano e infoiato fuori dal giardino di casa o il vecchio romanzo mai scritto da tirare fuori dal cassetto impolverato. Sono vulnerabili e rappresentano non solo l’anello debole nel sistema di profilassi generale, ma anche, anzi, ancor più, l’immagine che scacciamo via dagli occhi quando alziamo il riscaldamento e ci accucciamo in divano ad aspettare il 3 aprile con un occhio ai bollettini medici. Dietro queste persone c’è un piccolo ma agguerrito esercito di eroi, che li cura, li assiste, li informa con tutte le difficoltà figlie del dover interagire con gente che, per battage esistenziale, ha l’asticella del rischio e della sofferenza messa più in alto dei cimenti di Bubka, che guarda alla mascherina o all’amuchina come noi guarderemmo al tartufo di Alba. Davanti a queste persone ma dietro finestre coinbentate ci siamo noi, noi a casa, noi al calduccio, noi che nella lotteria del contagio e della morte abbiamo la mano migliore da calare sul tavolo, noi miopi perché forse il momento lo richiede ma che forse, dico forse, eravamo mezze talpe già da prima dell’emergenza. Noi che ciechi proprio non possiamo permetterci di esserlo, perché alla fine, anche solo a buttarci un pensiero a quella gente lì, è tutto un problema di marciare assieme, come quel plotone: alla velocità del più lento di noi. Così alla fine della guerra, quel Tricolore che oggi intasa le nostre pagine social diventerà coperta che non si sarà limitata a tenere al calduccio la testa e il petto, ma avrà protetto anche i piedi. 

Coronavirus, «State a casa» ma chi una casa non ce l'ha non sa che cosa fare. Più di seimila senzatetto rischiano multe e arresto ma non hanno scelta. Ansa - CorriereTv il 12  marzo 2020. "State a casa", ha detto agli italiani il premier Giuseppe Conte, ma per chi una casa non ce l'ha il problema diventa enorme. Chi è in giro senza giustificato motivo rischia una multa e in casi limite anche l'arresto. I seimila senzatetto della capitale però non hanno alternative al riparo di fortuna in strada o nei parchi. A lanciare l'allarme sono i tanti volontari che ogni giorno assistono queste persone, come Paola: "Sono allo sbando, non c'è nessuno che gli spieghi cosa stia accadendo e soprattutto nessuno che gli dia alternative. I centri di giorno chiudono, per le nuove norme hanno anche ridotto gli ingressi. Vivono in macchine o in ripari di fortuna". "Non so cosa sia questo Coronavirus - ci dice Abdersatar, tunisino senza casa- ne ho sentito parlare all'ospedale dove sono andato per fare delle analisi e dove mi hanno fatto il tampone (negativo, ndr). Questa mattina la polizia mi ha fermato, voleva farmi la multa".

Da vita.it il 13 marzo 2020. Una riflessione necessaria, in questi giorni di emergenza, sulla condizione che le persone senza dimora e i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare. Come riusciranno, queste persone, che non hanno un'abitazione, ad affrontare un potenziale isolamento? In tanti, al Binario 95, il centro di accoglienza alla Stazione Termini di Roma (foto), ci dicono: #vorreirestareacasa, ma qual è la mia casa?

Persone senza casa. Una persona senza dimora è una persona che non ha un'abitazione e, in molti casi, non ha una residenza. Secondo la classificazione ETHOS di FEANTSA (Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora), esistono quattro categorie per individuare la grave esclusione abitativa:

- le persone senza tetto;

- le persone prive di una casa;

- le persone che vivono in condizioni di insicurezza abitativa;

- le persone che vivono in condizioni abitative inadeguate.

Tutte queste categorie stanno comunque ad indicare l'assenza di una (vera) casa. Dalle persone che vivono in strada o in ricoveri di fortuna a quelle accolte in centri di accoglienza e dormitori, passando da chi è ospite in strutture per rifugiati e richiedenti asilo, fino a tutti coloro utilizzano mense sociali, servizi a bassa soglia e di orientamento per rispondere alle proprie necessità in assenza di una dimora. Oltre a non avere una casa nella quale isolarsi, le persone senza dimora sono comunque costrette ad utilizzare le mense per nutrirsi e i centri di accoglienza per dormire, entrambi luoghi in genere affollati e promiscui, nei quali la distanza minima non può essere, in molti casi, rispettata. Chi non ha un’abitazione, inoltre, pur avendo compreso la gravità della situazione e sforzandosi con buona volontà di rispettare le regole, ha molta difficoltà ad adeguarsi alle norme igieniche di base previste dal DPCM, per non parlare della complessità nel reperire i dispositivi di protezione, perché non ne ha le possibilità economiche.

Rischi per i servizi di accoglienza. I servizi attuali, quali centri di accoglienza e dormitori, non sarebbero in grado di garantire assistenza agli ospiti positivi al virus. Nel caso in cui un solo ospite si ammalasse, tutta la struttura potrebbe essere preclusa e, se messa in quarantena, verrebbe meno il servizio per altre decine di utenti. Se il problema si estendesse a livello nazionale tra i servizi di accoglienza, dormitori, ma anche tra mense, sportelli di orientamento e servizi di bassa soglia, il rischio, da scongiurare assolutamente, sarebbe la tentazione di voler chiudere tutto il sistema di supporto alle persone senza dimora riportando in strada almeno 50mila uomini e donne (stima Istat 2014) che peraltro, avendo scarse risorse per fronteggiare il virus, sarebbero potenziali veicoli di contagio. Per superare queste difficoltà occorre uno sforzo congiunto tra pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore che si occupano di persone senza dimora. Uno sforzo che sia orientato al mantenimento dei servizi in sicurezza e alla predisposizione di luoghi di potenziale autoisolamento per le persone senza dimora che dovessero essere malate; che faciliti la distribuzione presso i centri di presidi come maschere, guanti e gel; che sia orientato ad accettare che la vita dei centri di accoglienza possa cambiare in termini di orari e procedure, in modo da fare fronte a questo momento di crisi con la necessaria flessibilità anche amministrativa.

Cosa stiamo facendo nelle nostre strutture? Nel frattempo a Roma, al Binario 95, all'Help Center al magazzino Nextop MSC e al Rifugio Sant'Anna per donne fragili, così come anche negli altri centri partner della nostra rete nazionale, gli operatori continuano a fornire l'assistenza necessaria a chi ha più bisogno, con una giusta informazione sulle procedure da adottare in caso di rischio, attraverso una cartellonistica multilingue semplificata e ben visibile. Sono stati, inoltre, predisposti i dispositivi di sicurezza, quali gel, mascherine e fazzoletti, e sono state intensificate le pulizie delle superfici e degli ambienti, con una sanificazione ad hoc delle docce, dopo ogni utilizzo. Ci si attiene al rispetto della distanza minima di sicurezza e al contingentamento dell’afflusso delle persone negli ambienti unici, ma soprattutto si cerca anche di ridare conforto e vicinanza a chi, senza casa e senza famiglia, sta in questi giorni vivendo momenti di particolare tensione e di paura sentendosi ancora più isolato.  “Informare, proteggere, organizzare, queste le parole d’ordine nelle nostre strutture di accoglienza - afferma Alessandro Radicchi, fondatore del Binario 95 e direttore dell'Osservatorio nazionale della solidarietà nelle stazioni italiane -, dobbiamo proteggere le persone senza dimora che ospitiamo e tutelare il lavoro dei nostri operatori. Chiediamo alle istituzioni, comunali in particolare, di non lasciarci soli ed iniziare a pensare da subito alla possibilità di predisporre dei luoghi dedicati alla quarantena di chi una casa non la ha. Guardando al futuro, penso che questa emergenza debba spingerci a rivedere il sistema di accoglienza, ripensando il ruolo dei centri e dando il giusto valore all’estrema responsabilità di cui si fanno carico nel sostenere persone che non hanno altre forme di supporto, come la famiglia. Bisognerà ripensare agli investimenti sull’housing, all’importanza di centri più piccoli, meno legati ai grandi numeri, al dialogo con il servizio sanitario nazionale, che in molti luoghi è già estremamente proficuo. L'emergenza sta cambiando la nostra vita. Speriamo che questo cambio porti ad una nuova visione che non escluda ancora di più chi vive ai margini”.

Tutti i nostri ospiti vorrebbero stare a casa, ma qual è la loro casa?

·        Stare a Casa.

Da leggo.it il 30 aprile 2020. Checco Zalone rallegra la quarantena degli italiani e lo fa con una canzone ispirata in tutto e per tutto dagli ultimi sviluppi dell'emergenza coronavirus e dal nuovo Dpcm studiato in vista della fase due. Il comico pugliese, infatti, ha scritto il brano "L'immunità di gregge" raccontando le sensazioni vissute dagli italiani, alle prese da quasi due mesi con un lockdown non semplice da affrontare. La canzone è un chiaro richiamo ad un conterraneo illustre di Checco Zalone come Domenico Modugno: anche lo stile del comico pugliese, al secolo Luca Medici, sembra ispirato ad una delle leggende della musica italiana. Tra affetti pronti a ricongiungersi, restrizioni e autocertificazioni, il brano di Checco Zalone racconta tutte le vicissitudini dei cittadini italiani in quarantena. «Una canzone per voi, due note in allegria» - spiega il comico - «Mai come in questo periodo bisogna evitare di dire mai come in questo periodo».

TESTO

Ricordo le tue ultime parole

aspetta che sboccino le viole

febbraio è troppo triste e fuori piove

te la darò di marzo

il giorno 9

balordo fu quel giorno buio e tetro

drin, sono io, accirimi, chiudi in casa

che il presidente disse: “almeno un metro”

da allora aspetto invano in questa stanza

due cose stringo in mano, una è la speranza

arriverà

l’immunità di gregge

sui monti e sulle spiagge

la pecora più bella sarai tu

amore mio

vedrai, tutto andrà bene

e l’ultimo tampone

sarò io per te

la quarantena, sai, è come il veneto

spegne i focolai piccoli ma più accenderne di grandi

come quello che arde nel mio cuore

lui non resta a casa, il mio cuore va per le strade

scavalca muri, varca portoni

perché anche un cuore si rompe i coglioni

arriverà

l’immunità di gregge

sui monti e sulle spiagge

la pecora più bella sarai tu

amore mio

tu dimmi solo dove

ti porto un 19

che Covid non è

Irina è la tua giornata fortunata

sai cos’è un toyboy

Ode ai pastori, ultimi esempi di un’umanità perduta. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 29 Aprile 2020. I pastori forse nemmeno lo sanno della pandemia, corrono troppo veloci, davanti o dietro i propri compagni di vita. Ogni anno di questi tempi, Tommaso lo si può trovare nella Valle dei Mulini dietro a Uggiate Trevano, guarda il cielo per osservare i falchi in agguato sopra il suo gregge di 700 bestie: pecore, capre, asini e cani, sono una poesia che marcia per tutto l’inverno sulla Pianura Padana e a giugno prende i sentieri antichi dell’alpeggio. Migliaia e migliaia di bestie in un su e giù che appare eterno, dal piano al monte, sospinte da una quarantina di pastori nomadi di cui il tempo si è scordato, lasciandoli scorrere come sabbia dentro infinite clessidre sfondate. I pastori, tutti, sono poesia: «la luna illumina la pianura solitaria. Un corso d’acqua, qua largo, là stretto, serpeggia fra le stoppie nere, e sparisce luccicando all’orizzonte, ove pare che vada a gettarsi silenzioso in un mare di vapori azzurri, in un vuoto lontano. Sono le prime ore della notte. Il pastore guarda le greggie pascolanti», scolpiva fra prosa e poesia Deledda, e Alvaro proseguiva «non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali», e D’Annunzio, in sola poesia, «ora lungh’esso il litoral cammina La greggia. Senza mutamento è l’aria. Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquio, calpestio, dolci romori. Ah perché non son io cò miei pastori?». Non è esistito un tempo in cui le lettere migliori, in prosa, poesia o canzone non abbiano innalzato un’ode al pastore: sardo, calabrese, abruzzese o di qualunque isola del mondo, e qualcuno, di certo, ne starà imprimendo elegia per i millenni a venire. Difficile che qualcuno si cimenti in un inno al manager o all’influencer, ora o nel futuro, pur se sappiamo che ogni petto umano cova sentimenti. Ci sono mestieri e professioni in cui solo una parte si potrebbe riconoscere, e poi ci sono categorie umane di cui elettivamente ogni uomo fa parte. Il pastore non è un lavoro, è un’elezione di umanità di cui ognuno di noi conserva l’iscrizione nei geni. A ciò è dovuta l’empatia per i pastori, per questo gli si perdonano le ecatombi, inevitabili, perché somigliano a un sacrificio pagano di cui tutti abbiamo memoria. Il pastore è il legame indissolubile fra l’uomo e Mana Gi, la madre terra, resiste per la propria famiglia, per se stesso, per noi, rimane aggrappato con le unghie all’ultimo brandello di umanità che il cinico sistema economico in cui stiamo affogando concede. E tutti siamo stati pastori di ogni isola, e tutti vorremmo esserlo ancora, pastori. Che sono l’ultima poesia d’Occidente.

Caterina Maniaci per Libero Quotidiano il 20 aprile 2020. Dal balcone Giulietta salutava il suo Romeo, in quel di Verona. Peccato che non fosse autentico, come tutta la storia che non ha precisi riscontri - e del resto al tempo in cui Shakespeare scriveva la sua commedia, sembra che in Inghilterra il balcone fosse del tutto sconosciuto, dato che il clima inclemente non lo contemplava - ma i veronesi sono riusciti a farne un' icona amata in tutto il mondo e capace di attirare milioni di turisti. Da un balcone Mussolini ha proclamato l' entrata in guerra dell' Italia nel 1940 e sempre da un balcone, anche se più esattamente si tratta di un loggiato, si affaccia il nuovo Pontefice appena eletto, dopo il Conclave. Questo angolo della casa, che, ammettiamolo, abbiamo spesso ignorato, lasciandolo agli appassionati di giardinaggio o ai fanatici del sole a tutti i costi, ora più che mai appare alla ribalta. Anzi, diventa la ribalta. Dai balconi, nelle prime settimane di reclusione forzata, si è ballato e cantato, si sono organizzati aperitivi e incontri galanti, poi, mano a mano, la voglia di cantare e ballare è andata scemando, ma i balconi lentamente si stanno trasformando in micro stabilimenti balneari: si tirano fuori sdraio e asciugamani, ci si stende al sole in ciabattine e costume, si fa finta, insomma, di essere già in vacanza. In realtà si rimane sempre nel solito balcone, che ora appare come un dono del cielo, trasformato in luogo da cui continuare a guardare il mondo, sia pure da lontano. Così nasce spontaneo chiedersi chi ha avuto l' idea impagabile di far nascere questo spazio che tanta parte ha avuto nella storia, nell' arte e nella vita sociale. Bisogna andare indietro nel tempo, fino al 1218 a.C., sulle rive del Nilo. Regna il faraone Ramses III, illuminato e amante delle cose belle. A Luxor ha creato un palazzo meraviglioso, con una innovazione particolare: ha una sporgenza verso l' esterno al centro della facciata. Da qui il faraone sovrintende alle cerimonie di corte. Può essere ammirato, e può controllare, dall' alto, la situazione. babilonesi e persiani Dall' Egitto dei faraoni i balconi si diffondono: a Babilonia diventano famosi i giardini pensili che sono una modifica colorata e fascinosa della "sporgenza rientrata" di egiziana memoria. E poi in Persia, in Grecia, e a Roma, dove si costruiscono loggiati di legno sopra i Fori imperiali, per permettere alla gente di assistere agli spettacoli. Nel mondo arabo diventano più ristretti, l' unico angolo da cui le donne possono guardare quel che succede fuori dalle mura di casa. Per via delle influenze arabe anche in Spagna, in Andalusia in particolare, e in Sicilia, i balconi diventano un elemento architettonico dominante. Si diffondono in tutt' Italia e dunque non possono rimanere fuori dallo sguardo degli artisti. Compare nei quadri e nei progetti degli architetti rinascimentali. Raffaello ne progetta uno destinato a diventare un capolavoro assoluto, quello di palazzo Pandolfini a Firenze. I balconi sono protagonisti nella pittura ottocentesca, tra Macchiaioli (come non ricordare Le ricamatrici di Adriano Cecioni, 1865-1866) e Impressionisti, come testimoniano Caillebotte, Manet... In Italia, durante le passioni e gli impeti risorgimentali, i balconi vengono addobbati con il tricolore. Nelle ultime settimane, insieme ai panni da stendere, sono ricomparse le bandiere, sventolate dai balconi al ritmo dell' inno. Scatti d' orgoglio patrio e bucati a parte, i balconi ora ritrovano anche, la loro antichissima origine di giardini pensili. La Coldiretti, infatti, rileva che c' è stato un boom di fiori e piante riapparsi in terrazza, ma anche di semi, piantine e fertilizzanti per allestire centinaia di orti domestici. Sei italiani su dieci hanno scoperto di avere il pollice verde (o almeno presumono di averlo) e si rifugiano tra gerani e basilico.

Da "leggo.it" il 16 aprile 2020. Felicità, servirebbe tanto in questi giorni. E allora ci ha pensato Al Bano Carrisi a portarne un po': il cantante si è recato non distante dal Policlinico di Bari e si è fermato fuori dalla struttura che ospita gli operatori intonando le parole e le note della sua canzone più famosa: Felicità. Un omaggio, un supporto morale, per tutti i pazienti ricoverati nella struttura attraverso un gesto rivolto al personale medico-sanitario che da settimane è alle prese con la gestione e le difficoltà derivate dall’emergenza sanitaria del coronavirus anche in Puglia. La musica ha interrotto, per qualche minuto, quella delicata routine a cui erano tutti abituati. Il filmato di quell’esibizione è stato pubblicato tra le Instagram Stories del Policlinico di Bari che ha voluto, poi, ringraziare il cantante di Cellino San Marco ricostruendo – in un breve video – quel suo omaggio ai pazienti e al personale medico-sanitario che lavora incessantemente all’interno della struttura pugliese. Al Bano si è fermato al di fuori dell’Hi Hotel, la struttura che da diverse settimane ospita gli operatori sanitari del Policlinico di Bari che – per evitare di diffondere il contagio (con infezione che si possono prendere all’interno del Covid Hospital nel quale lavorano) – non stanno tornando a casa dai loro cari e familiari. Per questo motivo le note di Felicità sono un piccolo omaggio per fare forza a loro che, ogni giorno, sono alle prese con la realtà che sembra essere molto meno felice.

Coronavirus, concerto di Andrea Bocelli nel Duomo di Milano deserto: "Una preghiera con milioni di voci". Il concerto del tenore, ascoltato da 2,7 milioni di spettatori in diretta su Youtube, si è concluso sulle note di Amazing Grace, l'unico brano cantato all'esterno. La Repubblica il 13 aprile 2020. Un abbraccio collettivo a tutte le grandi capitali del mondo in lockdown per il Coronavirus quello che arriva dal Duomo di Milano attraverso il canto di Andrea Bocelli. Il concerto del tenore, ascoltato sul finale da 2,7 milioni di spettatori in diretta su Youtube, si è concluso sulle note di Amazing Grace, l'unico brano cantato all'esterno, con alle spalle la solitaria e maestosa cattedrale. Il messaggio di speranza delle parole della canzone ("Attraverso molti pericoli, insidie e fatiche sono passato/ La Grazia mi ha condotto in salvo fino a qui/e la Grazia mi condurrà a casa") è accompagnato dalle immagini delle strade deserte di Parigi, Londra e New York, alcune delle capitali più colpite dal covid19. "Credo nella forza di pregare insieme e credo nella Pasqua cristiana, simbolo di una rinascita di cui tutti, credenti e non, abbiamo ora bisogno. La generosa, coraggiosa, propositiva Milano e l'Italia tutta saranno di nuovo, prestissimo, un modello vincente, motore di un Rinascimento che tutti auspichiamo", ha detto - in un messaggio tradotto anche in inglese - l'artista. La performance, promossa dalla città di Milano e dalla Veneranda Fabbrica del Duomo, è stata prodotta e curata da Sugar Music e Universal Music. Cinque i brani in scaletta: Panis Angelicus (César Franck) Ave Maria (Johann Sebastian Bach), Sancta Maria (Pietro Mascagni), Domine Deus (Gioacchino Rossini) e Amazing grace (John Newton). "Custodirò l'emozione di questa esperienza inedita e profonda, di questa Santa Pasqua che l'emergenza ha reso dolente, ma al contempo ancora più feconda, tra le memorie in assoluto più care". Queste le parole del cantante al termine del concerto. "Quella sensazione d'essere contemporaneamente solo, come lo siamo tutti, al cospetto dell'Altissimo - ha detto Bocelli -, eppure di esprimere la voce della preghiera di milioni di voci, mi ha profondamente colpito e commosso. L'amore è un dono. Farlo fluire è scopo primario della stessa vita. E con la vita, ancora una volta, mi trovo in debito. La mia gratitudine va a chi ha concepito questa opportunità, il Comune di Milano e il Duomo, ed a tutti coloro che hanno accolto l'invito e si sono uniti in un abbraccio planetario, raccogliendo quella benedizione del Cielo che ci restituisce coraggio, fiducia, ottimismo, nella certezza della fede".

Coronavirus, Bocelli solo davanti al Duomo di Milano deserto: canta Amazing Grace per le capitali chiuse. Repubblica Tv il 13 aprile 2020. E' un abbraccio collettivo a tutte le grandi capitali del mondo in lockdown per il coronavirus quello che arriva dal Duomo di Milano attraverso il canto di Andrea Bocelli. Il concerto del tenore, che si tenuto in un Duomo deserto, si è concluso all'esterno della cattedrale sulle note di "Amazing Grace". Il testo della canzone è un messaggio di speranza ("Attraverso molti pericoli, insidie e fatiche sono passato/ La Grazia mi ha condotto in salvo fino a qui/e la Grazia mi condurrà a casa") rivolto all'Italia e al mondo intero. L'ultima interpretazione è stata accompagnata dalle immagini delle strade deserte di Parigi, Londra e New York, alcune delle capitali più colpite dal covid19. "Credo nella forza di pregare insieme e credo nella Pasqua cristiana, simbolo di una rinascita di cui tutti, credenti e non, abbiamo ora bisogno. La generosa, coraggiosa, propositiva Milano e l'Italia tutta saranno di nuovo, prestissimo, un modello vincente, motore di un Rinascimento che tutti auspichiamo", ha detto in un messaggio tradotto anche in inglese l'artista italiano. La performance, promossa dalla città di Milano e dalla Veneranda Fabbrica del Duomo, è stata prodotta e curata da Sugar Music e Universal Music. Cinque i brani in scaletta: Panis Angelicus (César Franck) Ave Maria (Johann Sebastian Bach), Sancta Maria (Pietro Mascagni), Domine Deus (Gioacchino Rossini) e Amazing grace (John Newton).

La quarantena, i balconi e lo sfondo libreria. Roberto Marino il 13 aprile 2020 su Il Quotidiano del Sud. Colpa del balcone. Sempre. Povero Matteo Salvini, neanche sul suo poggiolo privato riesce a trovare pace. Lui era lì ad arringare gli italiani, con tanto di inquadratura studiata dal guru che lo ha indottrinato, quando un vicino gli ha urlato: «Matteo, sono tutte stronzate». Ci è rimasto male il Capitano del Carroccio che tra citofoni e palazzi non ne azzecca una. Cosa volete farci, è il primo contraddittorio autentico nell’era delle distanze. Il balcone è una fissa italiana. Ci sono passate le farse e le tragedie. Ha cominciato Romeo, poi un disastro continuo. Ne sono volati via di calendari tra una sciagura e l’altra. E ora, in questo periodo di clausura domiciliare, chi non ce l’ha si mangia le mani. Le agenzie di stampa rilanciano continue immagini di persone sul balcone: chi legge, chi sta al computer, chi guarda il vuoto della strada, chi suona, chi fa la calza, chi stira, chi si fa un selfie. Non è un posto che porta fortuna, il balcone, basta vedere quello che è capitato ai Cinque Stelle di recente. Con la quarantena, invece, gli italiani hanno rivisitato gli angoli di casa, anche quelli dimenticati e frequentati solo da cani e gatti domestici con l’hobby dell’esplorazione. Con il divieto di uscite, c’è stato un rifiorire di collegamenti con telefoni, ipad e computer. Abbiamo così scoperto che in tutte le abitazioni c’è una libreria. Da dove siano sbucate resta un mistero. Visto che il 70 per cento e più del Belpaese non sfiora neanche un libro all’anno; e che la percentuale di quelli che ne leggono uno ogni sei mesi non arriva a dieci. Invece tutti si fanno riprendere con dietro dei libri, pure quelli che l’ultima volta che hanno sfogliato qualcosa è stato per le istruzioni del cellulare. Ci tengono a far sapere che la cultura è entrata nelle loro case, anche se ci resta in quarantena perenne e non accompagna sempre i solerti proprietari degli scaffali. L’unica eccezione ai libri è stata la regina Elisabetta del Regno Unito di Inghilterra. Alle sue spalle, durante uno storico e sobrio discorso, oggetti di preziosa porcellana e scenario da tinello di eleganza rustica. Ma lei non ha bisogno di leggere romanzi. Ci pensano figli, nipoti e affini a rendere la vita piena di colpi di scena. Quello che le è capitato in famiglia in mezzo secolo è più intrigante e sconvolgente di un’intera biblioteca. Potrebbe consolarsi con i libri di evasione, ma il rango non le permette di perdere contatti con i doveri della realtà. Tanto, se non sono i parenti. c’è sempre un premier maldestro a farla stare con il fiato sospeso.

Ora d'aria in Francia, negozi per anziani in Slovacchia: tutte le quarantene in Europa. Guanti obbligatori in Polonia, mascherine un po' ovunque, autocertificazioni digitali o di carta o sull'onore. Ecco come i vari paesi stanno affrontando le misure di contenimento da coronavirus. Federica Bianchi l'8 aprile 2020 su L'Espresso.

E così il primato di Braveheart spetterà all'Austria: sarà lei la prima a tentare di riprendere una parte della vita quotidiana pre-Covid aprendo dopo le vacanze di Pasqua e gradualmente, nel giro di un paio di due mesi, la sua intera economia, scuole escluse, proprio quando la Svezia, l'unico Paese europeo senza nessuna misura di distanziamento sociale, ha deciso di fare marcia indietro e seguire le orme del resto d'Europa. Non tutti i cittadini europei ne usciranno allo stesso momento così come non tutti gli Europei sono entrati nel confino con le stesse modalità. Per noi la sola cosa certa di questa permanenza casalinga è che non esiste certezza. Se in Italia, in Spagna e in Francia, i Paesi più colpiti, senza autocertificazione non si lascia la propria abitazione e qualsiasi attività fisica all'aperto è ancora proibita, in Olanda e Belgio i cittadini sono incoraggiati a fare esercizio fisico nei tanti, vasti parchi cittadini. Ma attenzione: non tutto è semplice come sembra.

In Italia ci sono volute ben quattro versioni dell'auto dichiarazione cartacea da riempire prima di uscire di casa per arrivare alla versione definitiva, in una ricerca, per approssimazione infinita, di una quadra che permettesse di impedire al virus di propagarsi ma fosse pur sempre accettabile.

Così in Belgio le autorità hanno sì permesso l'accesso a parchi e boschi in questi giorni straordinari di primavera, dopo mesi di pioggia, ma, subito dopo hanno corretto il tiro: soltanto se raggiungibili a piedi o in bicicletta. L'auto è riservata agli spostamenti strettamente necessari, come andare in ospedale o al supermercato (i supermercati hanno dovuto smettere le consegne a domicilio per eccesso di richieste): dunque chi ce la fa a pedalare fino a un parco o a un bosco bene, gli altri, soprattutto i bimbi, a casa.

La Francia ha poi imposto un limite orario all'esercizio all'aperto: un'ora e solo nel raggio di un chilometro da casa, come da autocertificazione personale. La cosa valeva inizialmente anche per gli approvvigionamenti ma poi i francesi hanno protestato, lamentandosi delle file chilometriche di fronte ai supermercati, e ora la polizia è più tollerante con chi torna a casa con i sacchetti della spesa. Il modello francese è poi stato letteralmente copiato in Romania: un certificato sull'onore per uscire ma solo per ragioni vitali come la salute, il supermercato o l'aiuto a membri della famiglia in difficoltà. E quando, come in Francia, la distanza è passata da 500 metri a un chilometro è aumentato anche l'importo della multa: da 38 a 135 euro per arrivare a 200 se si è sorpresi per la seconda volta in due settimane. Se poi le regole non sono rispettate per quattro volte nel giro di un mese allora multa si eleva a 3.750 euro e sei mesi di carcere, eventualità più pratica che teorica visto che sono decine le persone già in attesa di passare davanti a un giudice. Contestualmente però 3.500 carcerati che avevano solo due mesi rimasti di pena da scontare sono stati liberati a patto di rimanere a casa.

In Russia, alle porte dell'Unione, in carcere rischia invece di andare chi si allontana più di 100 metri da casa propria. E visto che oltre Urali le preoccupazioni democratiche sono alquanto labili, il governo ha già fatto sapere che Mosca munirà ogni cittadino di uno speciale codice a barre legato al luogo di residenza per controllarne gli spostamenti. Misure di sicurezza temporanee, dicono.

Nessun modulo o applicazione in Germania invece, dove chi esce di casa per una buona ragione, incluso l'esercizio fisico, «basta che lo spieghi alla polizia», con la consapevolezza che i posti letto in unità intensiva, i più numerosi del Vecchio Continente, non sono mai stati un problema.

Italia e Spagna sono gli unici due Paesi che, con oltre 100mila contagiati registrati e migliaia di morti, hanno chiuso ogni produzione non essenziale ben oltre Pasqua. In Spagna restano aperte solo le farmacie, gli uffici postali e i supermercati, e le multe possono raggiungere i 30mila euro. Perfino i giornalisti sono sotto osservazione e a circolare sono pochi, tutti muniti di permesso speciale rilasciato dalla propria azienda. Non ovunque è obbligatorio portare al supermercato i guanti come in Polonia o la mascherina in Austria. Ma nella Repubblica Ceca, in Slovenia e in Slovacchia la mascherina bisogna sempre averla addosso quando si esce di casa. In Slovacchia però si può circolare liberamente. Sempre in Slovacchia gli over 65 hanno l'intera mattinata (9-12) a loro esclusivamente riservata all'interno dei supermercati, tempo ridotto invece a un'ora in Paesi come il Belgio.

In Inghilterra i moduli cartacei o virtuali non sono necessari e, sebbene tutti siano invitati a stare a casa, andare al lavoro è ancora un buon motivo per uscire e, anche se i ragazzi, come nel resto d'Europa, sono per lo più a casa, i lavoratori dei settori chiave possono continuare a inviarli a scuola in mancanza di alternative.

Anche in Croazia, dove i trasporti pubblici sono stati sospesi o rallentati, l'uscita dalle proprie abitazioni è libera ma in gruppi inferiori a 5 persone e il modulo è in forma elettronica, cosa che permette l'automatico rifiuto di uscita a chi deve restare in quarantena.

Il formato elettronico del permesso di uscita si trova anche in Grecia, che per una volta sembra avere seppellito la sua impossibile burocrazia e arretratezza informatica che, almeno prima del virus, la relegavano al 26esimo posto su 27 dell'Indice della Società digitale. Ad Atene basta riempire un modulo elettronicamente sul proprio cellulare per potere uscire di casa. Non solo. Con il lockdown il governo di Atene ha lanciato diverse piattaforme online che non avrebbero dovuto vedere la luce per mesi: adesso è possibile ottenere online la maggior parte dei certificati nazionali dallo stato di famiglia al quello di residenza, e poi i titoli universitari e qualsiasi dichiarazione sull'onore. Se c'è un aspetto della vita contemporanea a cui questa crisi ha fatto fare balzi da gigante questo è proprio il settore digitale. Perfino in Bulgaria, tra la sorpresa dei cittadini, quasi tutte le scuole pubbliche e private sono riuscite a portare le classi online in soli 5 giorni. «Qualcosa che da noi non non sarebbe mai stato possibile in una situazione normale», racconta Alex, pilota d'aereo e padre di due figli. Difficile adesso credere che i cittadini di mezza Europa siano disponibili a tornare indietro. Il virus potrebbe avere infettato definitivamente carta e biro.

Nonno si uccide: “Non posso vivere senza vedere mio nipote”. Redazione de Il Riformista il 9 Aprile 2020. Sono tutte nel bigliettino lasciato per i familiari le motivazioni del gesto estremo compiuto da un anziano di Savona, che dopo tanti giorni di quarantena ha deciso di togliersi la vita buttandosi dalla finestra di casa. “Non riesco a vedere il mio nipotino. Non ha più senso vivere così”, queste le parole utilizzate dall’anziano sul foglio trovato dalle forze dell’ordine, intervenute sul luogo della tragedia dopo la segnalazione dei vicini. Il suo gesto estremo, raccontato dal ‘Secolo XIX’, non è purtroppo isolato. Nei giorni scorsi altri due anziani di Savona si erano tolti la vita, moralmente e psicologicamente fiaccati dall’obbligo di restare chiusi a casa, lontani dagli affetti familiari o dagli amici con i quali scambiare quattro chiacchiere. Gli anziani sono infatti una delle categoria a maggior rischio non solo di infezione da Coronavirus, ma anche per le conseguenze del lockdown in corso in tutta Italia. Carlo Vittorio Valenti, direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’Asl 2 di Savona, fornisce una sua ricetta per fare fronte all’emergenza: “Non bisogna sentirsi soli, è una fase passeggera, che verrà superata”, spiega al quotidiano ligure. “È importante che le persone sappiano che può accadere di sentirsi demoralizzati in una situazione del genere – spiega Valenti – Ma è altrettanto importante cercare un aiuto, perché è superabile. La depressione è caratterizzata proprio dal fatto che la persona vede il tempo che si ferma senza più riuscire a guardare avanti. L’aiuto in questo caso rimette in moto il tempo e ristabilisce il giusto ordine delle cose. Oggi gli anziani non possono vedere figli e nipoti, ma potranno tornare a farlo. I centri di salute mentali sono sempre aperti, per le urgenze, per gli appuntamenti programmati, ma, se la situazione è grave, gli operatori possono anche andare a casa. La disperazione del momento può essere affrontata con un supporto telefonico e anche per un breve periodo, atto a spezzare la situazione depressiva”.

Coronavirus, anziano si suicida in quarantena: “Non vedo mio nipote”. Annalibera Di Martino il 09/04/2020 su Notizie.it. A Savona un anziano è morto suicida dopo essersi lanciato dalla finestra di casa a causa della quarantena da coronavirus che lo costringeva a vivere lontano da amici e parenti, in particolare il nipote. Prima di compiere il gesto fatale ha scritto un biglietto d’addio: “Non riesco a vedere il mio nipotino. Non ha più senso vivere così”. A Savona un uomo si è gettato dalla finestra di casa perché non ha retto l’isolamento della quarantena. Questo caso si aggiunge ad altri due episodi di suicidio da parte di anziani, sempre a Savona, soffocati dall’obbligo di rimanere a casa lontano da amici e parenti. Proprio i parenti, in particolare il nipotino, l’ultimo anziano si è riferito nel suo biglietto d’addio. “Non riesco a vedere il mio nipotino – ha scritto l’uomo-. Non ha più senso vivere così”. Sono tante le storie di allontanamento tra amici, parenti ed anche tra padri e figli, come papà Francesco che si è dovuto allontanare per l’isolamento dalla figlia down Federica.

Le parole degli esperti. In merito alla questione dell’isolamento e le conseguenze che può comportare il distanziamento sociale nelle persone anziane è intervenuto Carlo Vittorio Valenti, direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’ Asl 2 di Savona. “Non bisogna sentirsi soli, è una fase passeggera, che verrà superata”– scrive l’esperto-.”Può accadere di sentirsi demoralizzati in questa situazione. Gli anziani non possono vedere figli e nipoti, ma torneranno a farlo. I centri di salute mentale sono sempre aperti e se la situazione è grave, gli operatori possono anche andare a casa”.

Istat: tutti in casa, ma per il 40% dei ragazzi spazi esigui e un terzo delle famiglie non ha il computer. La reclusione forzata per contenere l'epidemia ha messo a dura prova sia gli spazi abitativi, sovraffollati per quasi la metà delle famiglie, che la disponibilità di strumenti per il lavoro e lo studio, non omogenea. Penalizzato soprattutto il Mezzogiorno. RUR: case italiane in media 81 metri quadri, più piccole di quelle giapponesi, spagnole, francesi e tedesche. Rosaria Amato il 6 Aprile 2020 su La Repubblica. L'obbligo di rimanere a casa ha fatto emergere nel giro di poche settimane tutti i problemi legati all'inadeguatezza di molte abitazioni, all'insufficienza delle competenze informatiche e degli strumenti per lavorare e studiare a distanza. Oltre un quarto degli italiani vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, rileva l'Istat in un'indagine appena diffusa, la quota sale al 41,9% per i minori. Le case abitate dagli italiani, emerge da un'indagine del think tank RUR (al quale partecipano, tra gli altri, Cdp, Unipol, Federcasa, Intesa Sanpaolo e Tim) in media misurano 81 metri quadrati, meno dei 95 del Giappone e dei 97 della Spagna, o dei 109 della Germania e dei 112 della Francia. E dunque questo rende più difficile la convivenza forzata per 24 ore al giorno, soprattutto con l'obbligo di ricavare per tutti o parte dei componenti della famiglia spazi adeguati di studio e di lavoro. Secondo Eurostat, tra i grandi Paesi europei l'Italia vive in una condizione abitativa più disagiata con il 30,9% dei nuclei con una disponibilità di spazi residenziali inferiore agli spazi europei di riferimento. Al 30,9% italiano si contrappone l'8,2% della Francia, il 6,3% della Germania e il 5% della Spagna. "Gli italiani, seppur forzatamente, stanno riscoprendo la vita domestica.- osserva il presidente della RUR Giuseppe Roma - ed è inevitabile che emergano i pregi e i difetti della propria abitazione. Il modello abitativo tutto proiettato verso l'esterno ci ha fatto sottovalutare le prestazioni dell'immobile in cui viviamo e ora ne rileviamo i limiti. Di questo bisognerà tenerne conto anche nel gestire la sacrosanta regolamentazione del lockdown". Le condizioni di disagio abitativo possono anche arrivare, attesta l'Istat, a condizioni di grave deprivazione: il 5% degli italiani vive in abitazioni che presentano problemi strutturati o che non hanno il bagno o la doccia con l'acqua corrente o che hanno problemi di luminosità. Ma non si tratta solo degli spazi. Lavorare o seguire le lezioni scolastiche o universitarie in casa richiede un'adeguata attrezzatura, di cui la media delle famiglie non dispone. Il 33,8% delle famiglie, rileva l'Istat, non ha computer o tablet in casa, la quota scende al 14,3% però nelle famiglie con almeno un minore. Pur sempre una percentuale elevata. Inoltre solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet: per gli altri vale la gestione comune, con tutti i problemi e la sovrapposizione di impegni del caso in questo periodo. Nel Mezzogiorno la quota delle famiglie senza computer sale al 41,6%, un dato che potrebbe ancora di più scavare un solco nel grado di apprendimento scolastico tra le varie aree del Paese. C'è anche una forte differenza a vantaggio dei grandi centri, mentre nelle piccole città è più alta la quota di chi non ha un computer. Tra l'altro non è detto che chi dispone di un computer sia in grado di usarlo. Nel 2019 tra gli adolescenti di 14-17 anni che hanno usato Internet negli ultimi tre mesi ben due su tre hanno competenze digitali basse mentre solo meno di tre su dieci si attesta su livelli alti.

DAGONEWS il 5 aprile 2020. Stare al sicuro a casa durante la pandemia è un lusso offerto ai ricchi: i lavoratori a basso reddito non hanno altra scelta che essere in giro e a lavorare. È quanto emerge dai dati sugli spostamenti di Cuebiq,  analizzati dal New York Times. A circa 297 milioni di americani - circa il 90 percento della popolazione - è stato ordinato di rimanere a casa dopo che almeno 38 governatori hanno firmato dei decreti che impongono alle persone di rimanere a casa. Ma mentre i ricchi si sono rintanati nelle loro case o sono fuggiti nelle loro seconde case lontane dalle città, le persone più povere negli Stati Uniti continuano a muoversi e hanno un rischio maggiore di essere contagiati. Non a caso, ad esempio a New York, i quartieri che sono più in emergenza sono il Queens e il Bronx. In generale i dati mostrano che le persone di tutte le fasce di reddito si muovono meno di quanto facessero prima dell'epidemia, ma le persone più ricche stanno a casa molto di più, specialmente durante la settimana lavorativa. Anche le persone nei quartieri a basso reddito delle aree metropolitane hanno drasticamente ridotto i loro movimenti, ma c'è stato un nuovo picco di movimenti dopo il terzo fine settimana di marzo con l'inizio della settimana lavorativa. Nelle aree in cui la differenza tra i più ricchi e i più poveri è meno netta, entrambi i gruppi hanno continuato a muoversi. «La gente vuole parlare di questo virus come un agente patogeno che colpisce tutti indistintamente, ma in realtà non lo è - ha detto al Times il dottor Ashwin Vasan, medico e professore di sanità pubblica presso la Columbia University – Si sta insinuando nelle fessure della nostra società». Ad accentuare la disparità di movimento è anche il tipo di lavoro differente tra le classi povere e i ricchi. Molti dei lavori classificati come essenziali sono spesso ricoperti da persone delle classi inferiori. Tra di loro ci sono coloro che lavorano nei negozi di alimentari, i lavoratori delle case di cura, il personale dei magazzino e i fattorini. Se lasciano il loro lavoro non hanno alcun diritto e non possono accedere all’indennità di disoccupazione. Quindi questi lavoratori non hanno altra scelta se non quella di recarsi al lavoro, spesso su metropolitane affollate. Al contrario, molti lavori ad alto reddito stanno dietro una scrivania, non sono considerati essenziali e o lavorano da casa o possono accedere alla disoccupazione. Gli spostamenti sono più frequenti tra i poveri anche per andare al supermercato. Fare scorte è un lusso che si possono permettere i ricchi.

Eleonora Barbieri per “il Giornale” il 5 aprile 2020. È dalla metà del secolo scorso che Franco Ferrarotti, uno dei padri della sociologia italiana (nel 1961 fu il primo a ottenere una cattedra, alla Sapienza di Roma, dove è ancora Professore emerito), osserva e studia la società nel nostro Paese. E ora che sta per compiere 94 anni (dopodomani), occasione per la quale l'editore Marietti 1820 ha deciso di pubblicare le sue Opere, delle quali usciranno gli ultimi due volumi (di sei) proprio questo mese, la società sembra vivere uno stravolgimento inaspettato, causato dalla pandemia di Coronavirus, che ci ha costretti a rimanere chiusi nelle nostre case, a cambiare abitudini di vita, ad adattarci a forme nuove di studio e di lavoro e ad avere a che fare con nuove paure e nuove preoccupazioni per il futuro. «Io sono chiuso qui, nella mia casa di Roma, e passo il tempo studiando, scrivendo, lavorando. Per me non è cambiato molto, ma per molti, che devono andare a lavorare fuori di casa, è dura...».

Proprio a questo proposito, professore, la situazione in cui ci troviamo sta facendo esplodere le differenze sociali?

«In maniera tremenda. E le dirò di più: c'è questo monito del Governo, restate a casa, non uscite, che va assolutamente rispettato, ma... e chi non ce l'ha, la casa? E chi ce l' ha, ma è un piccolo appartamento, in affitto, dove bisogna vivere in due adulti con due figli, e tocca prenotarsi per andare in bagno?».

Quindi?

«Quindi bisogna restare a casa, ma serve una casa comoda. Se lo spazio non c' è, o se la casa è inadeguata?».

È l' unico modo per arginare il virus.

«Dobbiamo stare a casa ma, proprio il fatto di doverci stare, significa aggravare, e rendere evidenti sotto gli occhi di tutti, le disuguaglianze sociali».

La più evidente qual è?

«Quella che colpisce il ceto medio e medio-basso, che cominciava a stare bene, ma in gran parte ha delle abitazioni inadeguate».

Ci sono persone, magari genitori soli, con due o tre figli, che devono uscire per andare a lavorare. E intanto dovrebbero anche aiutare i figli con la scuola...

«Sperimentiamo le conseguenze della pandemia in termini di stratificazione sociale, una stratificazione resa insopportabile dalle condizioni in cui siamo costretti. Sono situazioni drammatiche. La novità è che, mentre fino a tre mesi fa usavamo come criterio della disuguaglianza il reddito disponibile e la sua sicurezza, oggi dobbiamo aggiungere una nuova dimensione, legata allo spazio vitale, il Lebensraum dei tedeschi, e che è diventato il segnale più netto».

E i soldi non contano?

«Una famiglia del ceto medio, o medio-basso, che stava bene, all' improvviso si ritrova chiusa in casa, con i figli che non vanno a scuola e, magari, qualche vecchio nonno: è un problema tremendo, e insolubile monetariamente. Non si tratta dei seicento o dei mille euro, non è questo il punto. Bisogna misurare fino a quando potremo sopportare una situazione del genere».

Molti sono chiusi in casa, in una situazione quasi insopportabile. Però chi può lavorare da casa è in una condizione di maggiore sicurezza rispetto a chi deve recarsi al lavoro, magari con i mezzi pubblici e a contatto con altre persone. Si crea un' ulteriore disuguaglianza?

«Laddove è possibile, in questo momento il telelavoro è un privilegio. Però la maggior parte dei lavoratori subordinati non può lavorare da casa, come i metalmeccanici, o chi lavora nell' agricoltura. Sembra quasi una vendetta della natura, o del destino, che il Presidente degli Stati Uniti debba ammettere che la raccolta delle derrate è in una situazione di grave crisi, perché mancano i messicani che vanno a lavorare in California... E così avviene al Sud, dove gli ortaggi vanno a male, e si stima una perdita del 30 per cento».

Il telelavoro è un'opportunità?

«In una situazione così grave e di emergenza, per chi può, e può farlo decentemente, il telelavoro è una soluzione. Ma attenzione, il lavoro non è solo lavoro, è anche l' ambiente di lavoro, i compagni e le compagne: è un fatto sociale, non solo tecnico-produttivo, e questo aspetto si perde».

L'ambiente di lavoro è così importante?

«L'ambiente di lavoro a volte è tremendo, con gli screzi, i pettegolezzi, gli amorazzi e tutto quello che chiunque abbia lavorato in fabbrica o in ufficio conosce, o il mobbing fra impiegati... Però è importante e ha una sua funzione sociale, che viene meno nel telelavoro. Il telelavoro è una forma di distanziamento sociale che testimonia il venir meno della insiemità della società: è asociale, se non addirittura antisociale».

Ma in questo momento...?

«È il male minore, perché siamo in una situazione drammatica. Però questo dramma, questo virus, fa emergere anche la fragilità e i limiti del nostro delirio di onnipotenza tecnica. Fino a pochi mesi fa si parlava di tornare sulla Luna, di andare su Marte, dei robot che ci avrebbero sostituiti sul lavoro, che ci avrebbero fatto da badanti. Erano vaneggiamenti...».

La tecnica però ci aiuta.

«La tecnica è un valore importante ma, appunto, tecnico: è una perfezione priva di scopo, non ci dice da dove veniamo, non ci dice dove siamo e non dice nulla su dove andremo. La tecnica va governata. Grazie a questa sciagura siamo usciti dall' illusione che con la tecnica si possa risolvere tutto: ci sono dei valori strumentali, come la tecnica, e ci sono valori umani, come la giustizia sociale, il riconoscimento del valore della persona, il senso di uguaglianza, che questa terribile situazione ci fa riscoprire nella loro universalità».

Secondo le stime, una famiglia su cinque non può far seguire le videolezioni ai figli. Anche sulla scuola si misura la discriminazione?

«Secondo me questo numero è anche troppo positivo. Le famiglie italiane non possono offrire ai figli questi strumenti, ad alcuni servirebbero almeno tre computer... Questa è un'altra dimensione che misura la disuguaglianza sociale. E comunque la telelezione non risolve il problema: non c'è surrogato del rapporto diretto, faccia a faccia, fra l' insegnante e i suoi studenti».

E dopo, quando l'emergenza sarà finita, che cosa succederà?

«O si penserà, o meglio ci si illuderà, di poter tornare al mondo com'era prima, oppure - spero - i gruppi di chi governa e di chi influenza l'opinione pubblica capiranno che dobbiamo uscire da un sistema in cui il profitto, che è necessario, come indice sicuro di gestione razionale di un' impresa, sia concepito solo in termini di contabilità. Dovremo considerare le condizioni minime indispensabili per l' equilibrio eco-sistemico della società».

Che significa?

«Produrre a misura d' uomo. Non pensare solo alla massimizzazione cieca e furiosa del profitto, che può rompere l'equilibrio della comunità, e di cui oggi paghiamo un prezzo duro: serve un nuovo concetto di sviluppo, ritmato sulle esigenze dell' uomo, che non sono illimitate e assolute. Come diceva il mio maestro Adriano Olivetti, bisogna industrializzare senza disumanizzare. Sa, ho sempre pensato che la globalizzazione fosse quella delle grandi multinazionali».

E invece?

«La vera globalizzazione la sta realizzando il virus: colpisce tutti in tutto il mondo, nessuno è escluso. Questa è una esperienza davvero globale, una sfida tremenda e se, dopo, torneremo al mondo com' era prima, sarà la fine».

Da ilmessaggero.it il 30 marzo 2020. Choc a Villaguattera di Rubano, nel Padovano, dove un uomo di 54 anni si è soffocato con un sacchetto di cellophane in testa dopo aver scoperto di essere positivo al Coronavirus. Il fatto è accaduto sabato mattina ma è stato reso noto oggi. A dare l'allarme è stata la famiglia del fratello che abita nella villetta in fianco a quella dove si è consumata la tragedia. Davanti a casa, prima di accedere, i militari hanno trovato due foglietti con su scritto «Chiamate il 118, non entrate perché è contaminato». I militari della stazione di Rubano sono entrati insieme ai sanitari con tutte le precauzioni e in casa e hanno trovato l'uomo, titolare di una piccola impresa della zona, ormai esanime. Il pubblico ministero di turno dopo un primo esame del cadavere, ha restituito la salma alla famiglia per le esequie. «Sono affranta, mi dispiace che come comunità non riusciamo a intercettare queste profonde sofferenze» ha detto il sindaco di Rubano Sabrina Doni.

Davide Turrini per ilfattoquotidiano.it il 31 marzo 2020. Matrimonio in crisi a causa del coronavirus? Ci pensa lo psicoterapeuta britannico Andrew G. Marshall a darvi alcuni consigli per mantenere il vostro rapporto di coppia nei giorni di quarantena forzata e condivisa. Marshall parte dal presupposto di alcuni dati veri registrati in Cina a fine febbraio. A Dazhou, nella provincia del Sichuan, nella Cina sudoccidentale, dalla fine di febbraio almeno 300 coppie hanno fissato un appuntamento con un consulente matrimoniale per divorziare. Un’altra città, Fuzhou, nella provincia del Fujian è stata così sopraffatta dalle richieste che hanno fissato un limite al numero di divorzi consentiti ogni giorno, cioè dieci. “Le cifre che provengono dalla Cina non sono rassicuranti – ha spiegato Marshall – i funzionari cinesi dicono che c’è stato un aumento significativo di separazioni nelle coppie perché “trascorrono troppo tempo insieme a casa”. Trentacinque anni di esperienza nel campo dei rapporti di coppia, una ventina di libri pubblicati sull’argomento, Marshall mette in fila alcuni consigli pratici per non far scoppiare la coppia ai tempi del Covid-19. Caso numero uno: lavorare in due a casa, modello smart working. Marshall traccia una via mediana tra chi alza confini invalicabili casalinghi (chiudersi in una stanza e riemergere giusto a pranzo e cena) e chi mescola doveri e chiacchiere in un caos babelico. “Ci vogliono confini flessibili. Magari mettersi d’accordo per una pausa caffè, nessuna interruzione verbale ma qualche messaggino oppure una mail”. Problema numero due: la quarantena si protrae ad libitum e il partner, come non dargli torto, viene colpito da un attacco isterico/apocalittico sul suo futuro professionale e sociale. Suggerimento di Marshall: se nel rapporto in questo momento sei il “vincitore” e l’altra/o la vittima “mettiti nei panni della vittima (…) ma soprattutto ascoltala: chiedile “dimmi di più”, “come si può fare diversamente”, “quindi quello che stai dicendo è (riassumendo il suo punto di vista)”. Terzo problema: di fronte ti trovi l’ottimista modello è solo un’influenza, oppure il pessimista moriremo tutti lasciati soli in una corsia d’ospedale. Suggerimento dello psicoterapeuta: “riprendere il mito di Icaro e Dedalo” ovvero va bene non andare troppo verso il sole facendo sciogliere le ali di cera, ma nemmeno andare troppo in basso rischiando di bagnarsi le piume delle ali rischiando di non volare egualmente più. “Nelle crisi diventiamo più simili a noi stessi, ma dovete immaginare le questioni controverse tra voi come ci fosse un’altalena (emotivo/razionale; pessimista/ottimista, ecc…)”. Ebbene, “proprio come su un’altalena se ti trovi in alto spingi un po’ verso il basso e di rimando il partner scenderà quasi pari a te”. Quarta questione: il Coronavirus modificherà parecchie cose rispetto alla società che conoscevamo nel passato. Marshall suggerisce che tendenzialmente il cervello umano non riesce a percepire le opportunità quando vive un pericolo, quindi invece di parlare di problemi meglio parlare di momenti in cui le cose hanno funzionato. Lo psicoterapeuta inglese suggerisce che questo metodo usato spesso nelle aziende porta a risultati stratosferici soprattutto nell’imparare nuovamente a dividersi i compiti casalinghi tra cui buttare la spesa, riordinare gli armadi, pulire per terra e, aggiungiamo noi, visto che a parte in Francia li abbiamo solo noi italiani, compilare i lasciapassare senza errori di riga, numero e in una lingua decente.

Coronavirus, 10 motivi per essere felici in quarantena e smetterla di lamentarci. Pinella Petronio il 30 marzo 2020 su notizie.it. Senza sottovalutare il dramma della pandemia di Coronavirus, ci sono almeno 10 buoni motivi per essere felici in quarantena e smetterla di lamentarci. L’appuntamento quotidiano con il Bollettino della Protezione Civile alle 18. Le mille teorie di scienziati e virologi che pensano di avere ciascuno la verità in tasca e che ci fanno sprofondare in uno stato confusionale da cui non riusciamo ad uscire. I complottisti. Le polemiche. Lo sciacallaggio politico. Il cinismo. L’ignoranza. Mascherina sì, mascherina no. Quelli che cantano dai balconi. Quelli che odiano chi canta dai balconi perché dicono sia mancanza di rispetto per le vittime di Coronavirus. Le catene su whatsapp. La paura per quello che c’è fuori. La preoccupazione per il lavoro congelato fino a data da destinarsi. Ma si può essere felici in una situazione del genere? Sì, possiamo esserlo. Possiamo esserlo un po’ ogni giorno, anche se siamo in quarantena da ormai tre settimane.

Essere vivi. Ogni mattina, quando apriamo gli occhi, facciamo un respiro profondo per verificare che i nostri polmoni funzionino ancora. Appurare che funzionano. Sentirsi grati a Dio per questo.

Trovare modi alternativi per festeggiare il compleanno di un amico che compie gli anni in quarantena. Organizzare una videochiamata con gli amici più stretti. Reperire i palloncini che abbiamo in casa da Capodanno del 1998. Vestirsi bene, mettersi un filo di rossetto, preparare un piccolo aperitivo. Stappare una bottiglia di bolle insieme a lui. Il party che aveva sognato ci sarà, come quel viaggio che aveva preventivato di fare per festeggiare il suo compleanno. Serve solo pazienza. Il tempo è tutto quello che in questo momento abbiamo.

Ascoltare i nostri idoli cantare al pianoforte in diretta Instagram le canzoni che ci hanno accompagnati per tutta la vita. Perché la musica è conforto, leggerezza, ricordo, riflessione e serenità. Perché la musica ci salva sempre.

Fare un houseparty con la nostra migliore amica. Chiacchierare con lei come fossimo sedute al tavolo del bar dove siamo solite pranzare. Giocare con la sua bimba, a casa dal nido, che ci sorride dallo schermo arricciando il naso e salutando con la manina.

Sentire tutta la nostra famiglia ed essere confortati dal sapere che stanno tutti bene.

Vedere crescere il nostro nipotino, anche se dallo schermo di un telefonino. Vederlo prima camminare incerto, poi sicuro e spedito, poi correre da una parte all’ altra della casa, mentre saluta case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, perché nel frattempo ha anche imparato a dire “Ciao ciao”. È incredibile quante cose imparano a fare nel giro di poche settimane.

Le piccole botteghe di quartiere, che si stanno adoperando per non farci mancare nulla in questi giorni di reclusione e di lunghe code al supermercato. Il momento esatto in cui suonano alla porta e ti recapitano frutta e verdura fresca, litri di vino (non è un bene di prima necessità, ma in questi giorni difficili un bicchiere di rosso è un vero conforto), uova fresche, pane e latte. Addentare laprima fragola di stagione. Esprimere un desiderio.

Aprire la finestra e rendersi conto che è primavera. Lo sa il sole diventato più caldo e lo sa l’albero nella piazza di fronte che si è riempito di foglie verdi su quei rami che prima erano spogli. Le lenzuola fresche di bucato. Anzi, ancora meglio. La combinazione lenzuola pulite, shampoo appena fatto e pigiama profumato di ammorbidente.

Prepararsi un piatto di spaghetti alle vongole. O uno di Gricia. O uno di pasta al forno. O un risotto. Insomma, coccolarsi con il cibo (e senza troppi sensi di colpa) può regalarci un momento distraordinaria felicità.

Questo non significa essere frivoli e superficiali, sottovalutare il dramma della pandemia o non avere il cuore a pezzi per chi non ce l’ha fatta. Questo significa imparare a vivere meglio, forse anche bene, in una situazione di temporanea cattività.

Alberto Mattioli per “la Stampa” il 30 marzo 2020. Dal Quirinale giurano che si è trattato di uno sbaglio vero, invece che di un geniale colpo di comunicazione. Fatto sta che il fuorionda dell' ultimo discorso alla Nazione di Sergio Mattarella, finito su tutti i social, l' ha reso ancora più simpatico di quanto non fosse già. Il Presidente che lamenta l' impossibilità di sistemare un candido boccolo ribelle perché «nemmeno io vado dal barbiere» non ha fatto solo il pieno di tweet e di rispettosi sorrisi. Fotografa anche un danno collaterale dell' epidemia: quello del popolo al mondo più attento all' aspetto e che riesce anche a curarlo di più, insomma modestamente noi italiani, impossibilitato a farsi bello. Come tante Manon lì a brontolare «Dispettosetto questo riccio!», ma senza un Figaro di pronto intervento. Le tragedie vere, ovvio, sono ben altre. Però questo virus sta infliggendo all' intera Italia anche la disfatta del look, la Caporetto dell'eleganza, l' Otto settembre dello chic. Infatti sul web, l' unica agorà rimasta aperta, è tutto uno sfogo e un lamento. Dopo tutta questa reclusione, finte bionde (o more, o rosse) sono ormai state smascherate da ricrescite impietose. La prima vittima della reclusione permanente è la loro permanente. Franano complicate architetture pilifere e arditi riporti, hipster isterici sono in crisi da astinenza dal barbiere di fiducia, e avere recluso con sé qualcuno in grado di maneggiare forbici e rasoio è altrettanto ambito che convivere con Bottura o Cracco (noi single, al solito, siamo spacciati). Il revival risorgimentale, fra Inni e Tricolori, non è solo sui balconi, ma nelle facce di chi li occupa: tutti zazzeruti come Garibaldi, baffuti e barbuti come Vittorio Emanuele II, talmente peloso che la Regina Vittoria ne fu scandalizzata. E non parliamo degli abiti. Con una vita sociale ridotta a "scendere" il pattume e a "pisciare" il cane (sic, e la Crusca si arrenda), c' è gente già curatissima che da settimane vive in pigiama e ciabatte quando proprio vuol mettersi in ghingheri indossa la tuta. Gli aperitivi su Skype svelano celebrate bellezze ed ex dandy spettinati, disordinati, sciatti (forse anche non lavatissimi? Chissà. Certo, in tinelli spesso deplorevoli). Ora, sarà certo giusto, come raccomandano tutti dal Papa in giù, fare della catastrofe un' occasione di palingenesi generale. Benissimo puntare sull' essere e non sull' apparire, concentrarsi sull' essenziale, diventare belli dentro invece che fuori. Ma, conoscendo gli italiani, scommetteremmo che non hanno soltanto voglia di uscire. Hanno soprattutto voglia di uscire per andare dal parrucchiere e dall' estetista, a fare shopping e in palestra. Memento mori, ma in ordine. Se Apocalisse dev'essere, che sia almeno elegante.

Massimiliano Parente per il Giornale il 29 marzo 2020. Insomma, è come se fossimo tutti agli arresti domiciliari, un' esperienza straniante per tutti. E io, tra una partita alla Playstation e una serie su Netflix, mi domandavo come passano vip, scrittori, intellettuali la loro quarantena. Per cui mi sono attaccato al telefono e ho chiesto a chi mi veniva in mente cosa faceva.

Il primo della mia lista è stato Silvan, con cui amo spesso chiacchierare. «L' esperienza più assurda è stata andare a fare la spesa, per la prima volta in vita mia. Avevo un cappello, gli occhiali scuri, la mascherina, l' impermeabile, sembravo l' uomo invisibile. Ci ho messo due ore, perché non trovavo niente». Grazie alla quarantena abbiamo scoperto un trucco che Silvan non sa fare: trovare un barattolo in un supermercato.

Invece Roberto D' Agostino non se la passa tanto male, anche perché dice che non è più un essere umano. «Sono un computer con due gambe e la panza, e pensa, sono passato da due a tre milioni di visitatori». Se le case editrici sono chiuse, e i giornali vivacchiano, Dagospia va alla grande.

Marisa Laurito mi risponde con la sua voce allegra e sento rumore di pentole, di mestoli, «Ma che fai cucini?». «Io cucino sempre, anche se ora non posso invitare nessuno.» Anche Enrica Bonaccorti si dedica alla casa ma differenza della Laurito «vorrei tanto imparare a cucinare», e così Barbara D' Urso, «ho già preso un chilo», fa. «Tranquilla», le dico, «mi piaci anche chubby».

Giampiero Mughini fa la vita di sempre: «sto chiuso in casa a leggere.

È il lusso della vita». Vittorio Feltri continua a lavorare senza problemi: «La mia vita non è cambiata. Mangio e dormo a casa mia, a Milano, e il resto della giornata come al solito lo trascorro a Libero. Mi manca un ristorante dove ogni tanto recarmi a cena per svago. Mi manca anche il Bar Basso dove al sabato e alla domenica mi facevo uno spritz con mia moglie. Per il resto, nessun problema. La mia vita come tutte le vite è una catena di banalità».

Tra i miei amici scrittori Barbara Alberti è passata dallo stare chiusa nella casa del Grande Fratello Vip a stare chiusa in casa sua, e osserva: «Non c' è più un millimetro di tv radio rete che sia esente dal virus, 10 per cento informazione, 90 per cento chiacchiere vane che provocano ansie intollerabili. Appena ascolto mi sento tutti i sintomi, e aspetto la morte. Ho l' orecchio destro a pezzi, perché la gente chiusa in casa si attacca al telefono».

Telefonino che tormenta anche Diego De Silva: «Vivo piantato al computer come un nerd fuoricorso. Ma il vero protagonista di questi domiciliari è il telefonino. Tu sei lì che aspetti con ansia il nuovo modello dell' autocertificazione, che proprio non vedi l' ora di sapere le novità, e ecco che ti arriva un video spiritosissimo. Allora lo apri, lo vedi fino in fondo e dici: Ah ah ah, com' è divertente questo video».

Piersandro Pallavicini, sublime scrittore e scienziato, mi dice: «Non sono abbastanza sereno per scrivere narrativa. Allora leggo e guardo Vita da strega e Omicidi in paradiso in tv». Idem, Giuseppe Culicchia legge molto e guarda serie tv, «poi un giorno sì e l' altro no mi infilo una tuta da palombaro e esco a fare la spesa».

Gipi, il fumettista più bravo d' Italia, non mi dice niente perché non vuole essere nominato nei miei articoli, si è già dovuto dissociare più volte da me neppure potessi contagiarlo peggio del Coronavirus, e mi sbatte giù il telefono, quindi lo rispetto e non lo nomino, Gipi.

Emilio Pappagallo, il direttore di Radio Rock, commenta che come me neppure prima usciva mai di casa, a parte per andare in radio, ma proprio adesso che non può farlo per decreto ha una gran voglia di uscire.

Sempre restando tra i protagonisti della radio, chiedo anche a Giuseppe Cruciani, che mi racconta la sua giornata. «Ho sempre odiato le folle, però mi mancano terribilmente. Vado in radio. Ritorno a casa. Incursioni compulsive su Netflix, Prime, Sky e altro per scegliere l' ennesima serie dopo averne viste dieci in quattro giorni e scegliere puntualmente quella sbagliata. Sprofondare nel divano. Alzarsi rincoglionito la notte, azzannare cioccolata fondente cento per cento, la più amara sul mercato, sonno tormentato. Speranze zero. Vaffanculo».

Infine, per quanto mi riguarda sto scrivendo un libro insieme al neuroscienziato Giorgio Vallortigara, che sarà pubblicato da La Nave di Teseo, e parlerà dell' esistenza e dell' essere umano. Perfetto scriverlo di questi tempi, abbiamo trovato anche un titolo molto rassicurante: Lettere dalla fine del mondo. Amen.

La mappa della nostra era glaciale: così il coronavirus ha congelato l’Italia. Dal blocco della Lombardia, tra le prime zone rosse del Paese insieme a Emilia Romagna e Veneto, fino al lockdown. Fermare il Paese per arginare la diffusione della pandemia. Nell'arco di un mese come sono cambiati gli spostamenti degli italiani? Ecco la mappa interattiva che mostra quanto è diminuita la mobilità della popolazione. Marco Belpoliti il 29 marzo 2020 su La Repubblica. Vista dallo spazio la Terra presenta diversi colori, ma quello dominante è il blu a causa dell’ossigenazione dell’atmosfera che la circonda. Il poeta Paul Eluard, ben prima che gli astronauti della NASA la fissassero in una serie di memorabili scatti, aveva scritto nel 1929 che “la Terra è blu come un’arancia”. Secondo il tempo atmosferico, coperta o no dalle formazioni stratiformi di nuvole biancastre, il nostro Pianeta appare da distante una sfera avvolta dai mari: blu e azzurro sui margini. Nella visione azimutale offerta da Teralytics, a partire dalla data del 23 febbraio una porzione minuscola del Pianeta, l’inconfondibile Stivale, isole comprese, passa in modo progressivo dal giallo punteggiato di rosso all’azzurro. A ben guardare la mappa degli spostamenti degli italiani si nota già a quella altezza la tendenza alla colorazione azzurra della Lombardia nelle aree attorno a Lodi e territori limitrofi, e in Veneto nella zona prossima alla costiera adriatica. Mentre il cursore della mappa interattiva avanza sciorinando una data dopo l’altra, l’azzurro pallido scivola sempre più verso sud, in Romagna e nelle Marche, come un’inarrestabile colata. Giorno dopo giorno tutto si tinge di azzurro, seppure tra macchie rosse – le zone montane – e il giallo del Centro Sud ancora molto attivo negli spostamenti. Il 10 marzo la Penisola è infine completamente azzurra e il blu diviene assai intenso dal 15 del medesimo mese. Sembra che un’era glaciale abbia di colpo investito l’Italia, segno d’un raffreddamento improvviso del clima: tutto si è fermato. Il blu è il colore della profondità, il colore preferito dalla stragrande maggioranza delle persone, contrapposto al rosso, che è invece il colore del calore, dell’azione, del movimento e della congestione. Nel corso della sua storia la Terra ha conosciuto diverse glaciazioni, l’ultima è la cosiddetta “piccola glaciazione” avvenuta tra la metà del XIV secolo e la metà del XIX. L’abbassamento improvviso della temperatura del Pianeta Blu portò a una serie d’inverni molto freddi nell’Europa e nell’America del Nord. Qualcosa di simile sembra avvenire in queste ultime settimane. L’Italia diviene blu marino, profondo come il fondo d’un oceano. La fossa delle Marianne dell’immobilità viaria è il Trentino – blu tendente al nero – e la Valle d’Aosta, le due regioni ai piedi delle montagne. Una macchia compatta scura è il segnale che la stasi è diventata dominante. L’Italia si è non solo virtualmente, ma anche realmente, ossigenata. Le strade sono deserte: statali, superstrade, autostrade e svincoli sono attraversati solo da camion, Tir e autoarticolati, e solo rare autovetture. Le città italiane somigliano sempre più alle fotografie di Gabriele Basilico: vuote e deserte, come se fossero state abbandonate dai loro abitanti fuggiti altrove. Nel simbolismo medievale il blu era un colore pacifico, il simbolismo contemporaneo, secondo Michel Pastoureau, ne fa un colore neutro. Nella mappa della mobilità congelata questa neutralità non s’evidenzia. Sembra invece che l’Italia sia stata ricoperta di colpo dalle acque, da cui era emersa molti milioni di anni fa per diventare il più bel posto del mondo: il Bel Paese.

L'impatto del coronavirus sulla mobilità degli italiani. Jaime D'Alessandro il 29 marzo 2020 su La Repubblica. Il movimento è la chiave di ogni epidemia, dice molto non solo di come si propaga ma anche delle nostre reazioni. Quel che state vedendo è un’elaborazione della Teralytics, azienda cofondata a Zurigo nel 2013 dal trentunenne Georg Polzer, sull’intensità degli spostamenti in Italia fra il 23 febbraio e il 25 marzo. Regioni che pian piano diventano azzurre e poi blu, con il crollo della mobilità, e altre dove invece parallelamente il tasso di spostamenti aumenta prima della chiusura definitiva delle attività nel Paese. “Abbiamo usato i dati delle sim telefoniche di 27 milioni di persone. Dati anonimi, ovviamente”, racconta Polzer. “Da sempre, il nostro lavoro consiste in questo: l’analisi di informazioni provenienti dagli operatori telefonici che la Teralytics è in grado di rendere omogenei e quindi trasformare in un tassello importante per le strategie di aziende coinvolte nel settore dei trasporti. Non è un lavoro semplice, serve un gruppo specializzato, per questo le telco si affidano a società come la nostra”. La compagnia svizzera, 60 dipendenti tutti attorno ai trent’anni e due sedi principali in Svizzera e Stati Uniti, compie queste analisi usando le informazioni prodotte da circa mezzo miliardo di persone dagli Stati Uniti a Singapore. E ora, con il Coronavirus, ha deciso di dare una mano “per spiegare a tutti quanto può esser pericoloso spostarsi durante una pandemia”, come spiega il confondatore. Prendete il 5 marzo, l’ultimo picco prima che l’Italia si tingesse gradualmente di blu. Nel Paese gli spostamenti erano in media già calati del cinque per cento. Ma si andava dal meno 33 di Lodi al più 14 di Matera, il più 37 di Cosenza, il più 10 di Perugia. Tre giorni dopo, quando Milano chiude e c’è un’ultima fuga verso il Sud, tutte le regioni sono ormai ferme con un meno 28 per cento sulla media della mobilità prima dell’emergenza sanitaria. Le ultime aree in positivo si registrano il 6: Terni in Umbria, Quartu e Sant’Elena in Sardegna, Avellino in Campania. Il 25 marzo l’Italia è una chiazza blu scuro, anche se con sfumature diverse, e si arriva a meno 71 per cento. “Ora stiamo proponendo un progetto basato su questo tipo di analisi al governo tedesco”, conclude Georg Polzer. “Quella che vediamo qui è una misurazione dell’intensità degli spostamenti, dunque non una ricostruzione di quanti ad esempio si sono mossi da un punto A ad un punto B”. Ma possono arrivare a quel dettaglio volendo, dando un quadro molto utile a chi cerca di arrestare il contagio limitando i danni.

La storia di Elsa, anziana che telefona a caso: “Le mie uniche amiche sono morte, mi fai compagnia?” Redazione de Il Riformista il 23 Marzo 2020. “Salve, sono Elsa e sono sola. Le mie due uniche amiche sono morte, vuole parlare un po’ con me?” Così esordisce al telefono una signora anziana chiusa nella sua casa di Bergamo da ormai ventisette giorni. Dopo la morte delle sue due uniche amiche con cui condivideva chiacchierate e qualche ora di svago, Elsa è rimasta da sola e l’unica compagnia che riceve è quella del servizio della spesa a domicilio. Come sappiamo le restrizioni dettate dal governo a seguito dell’emergenza coronavirus non permettono ravvicinamenti o contatti prolungati, per questo quando i volontari le consegnano la spesa lasciano le buste fuori dalla porta ed è l’unico momento in cui Elsa può avere la vicinanza di qualcuno. Così un giorno la signora Elsa prende il telefono e comincia a comporre numeri a caso pur di parlare con qualcuno e avere un po’ di compagnia. La storia, riportata da MilanoEvents, è stata raccontata da Franco, un uomo anche lui chiuso in casa da quasi quattro settimane con la sua famiglia che è stato ben lieto di passare un po’ di tempo a chiacchierare con Elsa. Infatti, l’anziana signora prima di Franco aveva parlato con altre persone che però, seppur in maniera gentile, l’hanno respinta non capendo forse lo stato di Elsa e la sua esigenza di sentirsi meno sola. Così al terzo tentativo è riuscita a rintracciare la bontà di Franco che le ha tenuto compagnia: “Buon pomeriggio, mi scusi, lei non mi conosce e il suo numero l’ho fatto a caso, prendendolo dall’elenco telefonico. Sono Elsa, di Bergamo, vivo sola e sono chiusa in casa da ventisette giorni, non ho nessuno. Il mio telefonino è un po’ vecchiotto come me, ma fa ancora il suo dovere. La spesa me la portano una volta a settimana alcuni volontari e me la lasciano fuori dalla porta con un buongiorno e se ne vanno, sono tanto cari – continua Elsa-. Le mie amiche purtroppo non ci sono più e avevo bisogno di ascoltare qualcuno, perciò mi son detta provo a fare qualche numero, i primi due mi hanno mandato a quel paese, ma in modo gentile. Mi può dire gentilmente con chi sto parlando e chi è che mi sta ascoltando, mi dica anche solo un buon buongiorno”. Così dopo una conversazione di mezz’ora in cui si sono raccontati un po’ di storie per conoscersi, Franco ha invitato Elsa a richiamarlo ogni volta che ne sentisse l’esigenza. La storia di Elsa è in realtà quella di molte persone anziane che in questi giorni si sentono sole e che, soprattutto, rischiano il pericolo di non poter ricorrere in un aiuto qualora incorressero in un malore o avessero bisogno di una mano. Per questo alcuni comuni, come quello di Bergamo, hanno aderito ad una campagna per suggerire di stare vicino alle persone sole. Lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in risposta ad una lettera ricevuta dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier , ha posto l’accento sulla profonda importanza che la generazione più anziana ha per la società, soprattutto come guida per quella più giovane e che in questo momento drammatico sta subendo una decimazione. In questi giorni l’invito è dunque quello di stare più vicino alle persone sole con particolare attenzione per la popolazione anziana.

Coronavirus, convivenza «stretta» in appartamento? Le regole della psicologa (e l’importanza dell’ordine). Pubblicato martedì, 24 marzo 2020 su Corriere.it da Chiara Maffioletti. Una guida per vivere bene a casa. Quando l’impensabile diventa il quotidiano, cambiano anche i consigli di cui si ha bisogno. E così, se storicamente ci si prepara alla vita fuori dal nido, in queste lunghe giornate di convivenza prolungata è più che mai indispensabile riflettere su come stare al meglio dentro case che — per quanto grandi — sembrano quasi sempre piccolissime. Peggio, ovvio, se i metri quadrati da condividere sono pochi davvero, come per la maggior parte delle famiglie che abitano in città. La mappa dell’esistenza di molti si esaurisce in due o tre stanze che, vista l’emergenza, vanno ripensate per essere sfruttate al meglio. La psicologa e psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi non ha dubbi in proposito. «Partiamo dalla cucina — dice —. Anche in questi giorni è il cuore operativo della casa, ma può diventare tante cose diverse a seconda di chi la sfrutta. L’idea è che chi di solito ne ha il monopolio, provi il piacere della latitanza, lasciando cucinare chi di solito lo fa meno». In questo modo, frigo e fornelli «possono trasformarsi in un laboratorio. Vedo più spesso uomini per cui la cucina è un territorio di sperimentazione: si mettono al lavoro e nel mentre sembrano scienziati, creando sempre una certa suspense». In questo senso, l’idea è lasciar fare, «lasciar fare il più possibile senza interferire. Chi è solito stare in cucina deleghi agli altri il più possibile, ma sempre con la regola che chi fa poi pulisce anche». E se vale per gli adulti, c’è una nuova dimensione che questo spazio può avere anche per i bambini: «Per loro può diventare una sala giochi: lì è possibile coinvolgerli in ricette semplici, o riordinando la spesa o le posate: mettere in ordine le cose è sempre molto importante per tutti, perché è un’attività tranquillizzante e consente di riordinare anche i propri pensieri». Il salotto è un area in cui gli spazi «devono essere regolamentati strettamente: non vanno sovrapposti gli impegni. È chiaro che se una persona vuole guardare la tv, l’altra invece sta giocando e l’altra ancora sta facendo lezioni scolastiche da remoto, il tasso di litigio potenziale si alza a dismisura. Per evitare che accada bisogna stabilire tutto con orari precisi, come se fossimo in un convento medievale: del resto siamo una comunità che vive in clausura. Quindi, la soluzione è scandire il tempo con orari precisi in cui si fanno le diverse attività. In generale, il mio consiglio è di lasciare che il tempo dedicato al pranzo e alla cena veda tutti seduti attorno al tavolo, meglio se con la televisione spenta: solitamente non si riesce a parlare per la fretta delle nostre giornate, ora invece c’è la possibilità di fermarsi e lasciarsi andare alla condivisione». Quello della camera da letto è un capitolo a parte: «Se gli spazi vanno sfruttati più che mai, la camera da letto, specie quella matrimoniale, dovrebbe rimanere il più possibile vuota e silenziosa. Un luogo dove chi ha bisogno di quindici minuti di pausa possa ritirarsi senza timore di essere interrotto dal tran-tran. Insomma, uno spazio riservato». Se il salotto diventa campo giochi, sala ritrovo, area scuola, la camera matrimoniale dovrebbe restare il posto in cui si cerca e si trova silenzio. Diverso l’approccio con la cameretta dei bambini: «In questa situazione non vanno ossessionati con il rimettere in ordine ogni giorno, ma almeno una volta alla settimana un grande riordino con loro va fatto: serve per riflettere, è utilissimo. Aiutarli a scegliere che giochi non sono più adatti alla loro età è un modo per metterli in contatto con la loro evoluzione, con il loro diventare grandi. Vanno quindi incentivati a liberarsi dei giochi che non usano più: anche se si possono innescare dinamiche conflittuali è importante metterli di fronte alla conferma della loro crescita». Quindi, uno spazio molto delicato: il bagno. «Parola d’ordine: turni. E poi, come per la cucina, il bagno va lasciato come lo si era trovato. Suggerisco un po’ più di indulgenza con gli adolescenti: spesso per loro è un buon ritiro e visto che tra tutti gli adolescenti sono i più colpiti da questa reclusione serve con loro più tolleranza». Balconi e terrazzi, infine, «vanno valorizzati il più possibile, anche quelli condominiali. Per piccoli che siano vanno considerati, per prendere un poco di aria, o di sole. Meglio ancora se possono essere utilizzati per fare una qualche attività fisica, dallo stretching in su. In generale, quello che più aiuta in una condizione come quella che stiamo vivendo è la fantasia: il morale alto arriva il più delle volte da lì».

Coronavirus, quanto ancora usiamo i mezzi pubblici città per città. Panorama 20 marzo 2020. Sono i napoletani ad avere quasi smesso di usare autobus, metropolitane, tram e treni regionali. In Campania si sora il 90 per cento. La situazione in Italia A brevissima distanza seguono palermitani e trapanesi, dove la diminuzione in confronto a due mesi fa è dell'88,6 per cento. Più operosi rimangono i genovesi (-80,2 per cento) e i veneziani (-81,9 per cento). Mentre Roma e Milano si piazzano su una via di mezzo tra i due estremi: nella capitale il calo degli spostamenti è dell'84,3 per cento (e coincide quasi con Torino), all'ombra della Madunina è dell'83,4 per cento. A dirlo sono le rilevazioni a cura di Moovit, tra i leader mondiali nel trasporto pubblico, presente in 220 centri del Bel Paese. Qui sotto ci sono i graci città per città, che riettono anche le diverse modalità decise dal governo per fermare le attività e chiudere la stragrande maggioranza dei negozi. Prima avviate in alcune zone del Nord Italia, poi in tutto il Bel Paese. La considerazione complessiva che si può fare è che, specie negli ultimi giorni, non si va mai sotto la soglia dell'80 per cento nell'abbandono. Oppure, ribaltando la lettura, al massimo il 20 per cento dei cittadini continua a prendere i mezzi pubblici. Fino alla settimana scorsa non era così. In città come Roma il calo era davvero contenuto e una considerazione analoga si può fare per Palermo o Genova. Molto interessante l'andamento di Venezia, che ha avuto un picco per tutta l'ultima parte di febbraio, no a vedere le frequenze scemare lentamente. Molto dipende dal fatto che la laguna si è progressivamente svuotata di turisti. «Monitorando l'affluenza dei passeggeri a bordo dei mezzi pubblici si ha una fotografia completa della situazione in Italia» afferma Samuel Sed Piazza, country manager di Moovit in Italia. «Ciascun paese ha risposto all'emergenza Coronavirus con tempi e modalità differenti, tempi completamente sovrapponibili alle curve di utilizzo della nostra app da parte degli utenti. Al lavoro del nostro gruppo operazioni, si aggiunge un contributo straordinario dei volontari della community digitale che, dai territori, aggiornano costantemente l'app con tutte le modiche al servizio di trasporto pubblico in oltre 220 città italiane». Al di là degli andamenti, questi grafici ci dicono una cosa rassicurante. Ed è bene ribadirla: l'uso dei mezzi pubblici è crollato un po' ovunque. E diversi esperti hanno confermato che vagoni e vetture sono luoghi in cui il contagio si propaga facilmente. La speranza è che averli lasciati semivuoti abbia permesso di rispettare le distanze di sicurezza a bordo e dunque contribuire a far scendere la curva che ci interessa di più: quella dei contagi.

Stefania Piras per “il Messaggero” il 20 marzo 2020. Strade vuote? No, non completamente. Dalle rilevazioni della Polizia di Roma Capitale emerge che ci sono ancora persone e auto in giro. Sono tante, troppe, e non aiutano la politica del contenimento del Coronavirus. E un altro dato che spicca è questo: chi si sposta con l'automobile capita anche che faccia degli incidenti. E quando chiama i vigili per i rilievi non sa fornire una spiegazione valida sul perché si trovasse fuori casa. E infatti per un tamponamento avvenuto tre giorni fa, i due automobilisti coinvolti sono stati denunciati. Gli ultimi dati aggiornati parlano di incidenti dimezzati. Prendendo come riferimento l' arco temporale da lunedì 9 marzo (giorno in cui scatta il primo importante decreto di stop alla circolazione) al 15 marzo e mettendolo a confronto con i cinque giorni della settimana precedente sul territorio urbano di Roma, c' è stato un calo sensibile degli incidenti. Si sono più che dimezzati. Dal 9 al 15 marzo si sono verificati 173 sinistri, di cui un terzo con feriti. La settimana prima, dal 2 all' 8 marzo erano molti di più: 506. Prendendo una giornata tipo come mercoledì 4 marzo su tutto il territorio capitolino si sono registrati 118 interventi per incidenti stradali con feriti e senza. Mentre nella giornata di mercoledì 11 marzo ci sono stati 46 incidenti. Meno della metà. E tra questi pochi casi emergono spostamenti non necessari. Dal Comando della Polizia Municipale si attendono comunque una ulteriore riduzione degli incidenti in questi giorni. Si aspettano soprattutto di non trovare persone in strada senza motivo. É importante infatti rispettare tutti i limiti imposti per contenere il contagio. In tempi normali, senza restrizioni al traffico, rapportando i morti e i feriti alla popolazione, Roma si colloca al 4° posto nella classifica delle sette città più grandi per quel che riguarda i tassi mortalità (con 5,2 morti ogni 100mila abitanti) e al 5° posto per i feriti (544 feriti ogni 100mila abitanti). Gli utenti deboli sono pedoni e anziani. Nel 2018 a Roma sono stati registrati circa 1.720 incidenti circa in cui sono rimasti coinvolti anche dei pedoni. La metà dei decessi di pedoni è a carico di persone anziane, di età superiore ai 65 anni, mentre per i feriti un terzo era a bordo di veicoli (conducenti o accompagnati), con un' età compresa tra i 30 e i 44 anni. Comparando il tasso medio di mortalità della città nel suo complesso - che è pari a 5 morti ogni 100mila abitanti - si rileva che ben 8 dei 15 municipi hanno un tasso di incidentalità superiore al valore medio. Guida la graduatoria il IV municipio, con un tasso di mortalità di 8,5 morti ogni 100mila abitanti, il 70% in più della media generale. Numeri che nei prossimi report dovranno fare i conti con un marzo decisamente atipico per l' incidentalità ma anche per il traffico.

Coronavirus, ora che l’ozio è legge a noi italiani non piace più. Giampiero Casoni il 23/03/2020 su Notizie.it. È la forma che ci ha fatto amare l’ozio. Finché ce lo davamo noi lo rincorrevamo, oggi che ce lo danno altri ci pare più una regola da violare che non come un’opportunità da cogliere. Gli italiani e l’ozio hanno una lunga e collaudata amicizia e, a voler essere gentili, i due non si sono mai accapigliati più di tanto. Al di là dei regionalismi che vorrebbero il Bel Paese fratto in settori dove l’ozio diventa via via totem da venerare o aberrazione da combattere, stare in panciolle piace a tutti. Però noi italiani all’ozio ci dobbiamo arrivare autarchici e sornioni, morbidi diciamo. Se il fancazzismo ce lo impone una regola, o peggio una legge, allora cambia tutto, allora fare qualcosa ad ogni costo diventa una questione di principio. Anche se la cambiale da pagare è morire sfiatando l’anima in un lettino di terapia intensiva impestati da Covid 19, anche se la deroga potrebbe partorire la condanna a morte per chi ti sta vicino o incrocia la tua strada. E cassare il tutto con il più laconico dei “siamo fatti così” sa di schiaffo in faccia a quella storia di civiltà e autodeterminazione che noi italiani, in tempi di quiete sociale, siamo sempre pronti a tirar fuori come un pagliaccetto ammonitore per chiunque volesse metterci in discussione. Ma non abbiamo capito una cosa, neanche ora che la vite è stata stretta ancor più: che questi non sono i tempi gigioni della speculazione farlocca che evochiamo per far vedere, rigorosamente sui social, che le biblioteche le abbiamo inventate noi. Questi sono tempi dove la tragedia si è fatta polpa di ogni attimo, accucciata un bivio essenziale e scarno: o si sta a casa oppure si prende il virus, si scarrozza il virus, si attacca il virus e si innesca un meccanismo per cui qualcuno, con probabilità altissime, smette di vivere e scatena una tempesta di dolore e devastazione emotiva in qualcun altro e alla via così, in una mattanza frattale. È la matematica della sofferenza che proprio ci sfugge, anche quando quei numeri ci dicono che il cancellino sta in mano a noi e che la lavagna è dove viviamo, facciamo la spesa, compriamo medicine e mesti andiamo al lavoro. Ma noi no: fino ad uno sputo di ore fa noi si scivolava nel sintetico della tuta e si andava per ciclabili a fare jogging ad ansimare fiati spezzati in gola ad altri coglioni come noi, noi si organizzava la bisbocciata condominiale per sputacchiare particole di birra tiepida sui nasi di chi con noi aveva promosso quel convivio scemo, noi ci si intruppava in auto a bighellonare intorno all’isolato in cerca di uno spinello con quella battuta cretina di quel film cretinissimo pronta a spiegare tutto mentre ridevamo come ebeti: “Di qualcosa si dovrà pur morire”. E si badi bene, l’uso dell’imperfetto è imperfettissimo ché c’è ancora chi si cimenta. Si tratta di un esorcismo sociale che fa tanto figo e allontana l’immagine di tua madre che si strozza nel muco sotto una tendina di plastica perché tu volevi vivere quando buon senso e legge ti dicevano che dovevi sopravvivere. E la cosa grave è che il buon senso dovrebbe sempre giocare d’anticipo sulla regola e lasciarla indietro di due spanne, facendo in modo che la legge certifichi uno stato di fatto già acquisito per cultura sociale, non che determini una severa sterzata in abitudini altrimenti inviolabili e incasellate nella menata collutorio delle sacre libertà individuali. Pare sfuggire a molti che per avere delle libertà individuali serve che ci siano individui vivi che ne possano godere. E tutto questo, anche a fare la tara all’etica, con uno Stato che tutto sommato ci aveva chiesto di stare in casa a poltrire, ad ammazzarci di streaming, supplì e social, ad ingrassare assieme a quegli affetti di cui sentenziavamo grevi di sentire tanto la mancanza quando la vita era normale, quando dirlo faceva sciallo ma non faceva danno, perché avevi sempre una scappatoia per non praticare quello di cui pontificavi serio, hai visto mai nonno rompa un po’ troppo i cosiddetti. È la forma che ci fotte, quella forma che ci impedisce di capire che la statistica è la legge più maledetta di tutte, perché dice che se hai la testa nel frigo e il culo nel forno dovresti stare mediamente bene, e invece hai solo le testa ghiacciata e il culo in fiamme. È la forma che ci ha fatto amare l’ozio fin quando ce lo davamo noi ed oggi che ce lo danno altri ce lo fa vedere come una regola da violare e non come un’opportunità da cogliere. Perché quell’opportunità, a voler dare un peso alle parole oggi che moriamo di Covid, scavalca gagliarda l’immagine di noi che troneggiamo pigri sul divano mediamente certi che la conta finale delle bare non includerà noi o chi amiamo. Quell’opportunità, a voler correggere questo immane strabismo, si chiama vita.

La rivincita degli sdraiati. Serena Coppetti il 17 marzo 2020 su Il Giornale. Alza lo sguardo dal cellulare e mi pianta gli occhi addosso. Mi sento nell’angolo, con lo  spazio che si stringe come dentro un bel golfino di cachemire appena uscito da un lavaggio sbagliato. “Ma-sai- quante-ore-di-utilizzo-mi-dà?”. L’adolescente in pigiama h24 sorride e scandisce le parole bene bene. Aspetta una risposta.  Vorrei gridare no, che non lo voglio sapere, per favore per favore non me lo dire. Ma non grido. Più che altro per i vicini. E non dico neanche niente perchè tutti gli psicologi hanno detto e ripetuto di cercare di allentare le inevitabili  tensioni da convivenza forzata facendo finta  di non sentire. A volte.  Questa è una di quelle.  Quindi mi tappo le orecchie. Pure quello virtualmente, come tutto il resto di questi tempi. Perchè me lo dirà, eccome se me lo dirà, non vede l’ora. Come biasimarla d’altronde? È  la sua rivincita. La loro rivincita. La rivincita degli sdraiati. Mi rivedo girare come una matta per casa e anche fuori via telefono.  “Smetti di usare quel cellulare” “non puoi stare così tanto davanti alla playyyy” metti via il computer, tecnologia sempre tecnologia, basta,  ti rimbambirai, ma esci no? non vedi che c’è il sole? vai a correre, una passeggiata che so porta fuori il cane almeno quello!  Vabbè sai che c’è? Allora porti giù la spazzatura…Voci corali di genitori a qualunque latitudine d’un tratto zittite. C’è il virus. Il coronavirus che si è insinuato nelle nostre vite. E se anche siamo sani, o portatori sani o chi può dirlo, questo bastardo con la corona dietro si è portato anche una miriade di valletti. Niente di biologico per carità, per questa corte del re che si è un po’ impadronita di noi tutti. Si è intrufolata nelle nostre case, tra le nostre 4 mura di gente che rispetta le regole,  che si è spartita la casa per le videochat, le videolezioni, lo smartwork, la smartschool, la ginnastica e ha ribaltato il ribaltabile. Gli sdraiati sono stanchi di sdraiarsi.Vogliono uscire. Portare fuori il cane. Almeno scendere per la spazzatura. Sono stufi del cellulare, di guardare la tv, del computer. Vogliono tornare a scuola. Cioè dico: vogliono-andare-a-scuola. Gli mancano persino i prof e non siamo alle elementari dove la maestra ti manca quasi come la mamma se non la vedi per due giorni. È la loro rivincita. Il cellulare è diventato l’àncora di salvataggio di un mondo capovolto dove ci si litiga il WiFi come i centimetri quadrati. Il cellulare ti porta fuori, ti fa vedere gli amici, la fidanzatina, ti fa chattare con i compagni mentre la prof parla parla parla parla. E il resoconto del tempo trascorso on line che diligentemente ti viene riportato non conta più un bel niente. Perché otto-due ci sono le lezioni eppoi il rientro al mercoledì dalle due alle quattro. Eppoi vuoi non distrarti un po’ alla play, dopo oddio sono  all’ultima puntata di Elite, alle 18 aperivirus e houseparty… Ogni tanto azzardo… ehi  ma non potremmo fare che so un bel gioco di società, riguardare i filmini di quando eravate piccoli? “Mamma” (mi incolla nell’angolo, sempre quello del golfino di cachemire, l’adol