Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL COGLIONAVIRUS

 

SESTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

LA SOCIETA’

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

IL VIRUS

 

Introduzione.

Le differenze tra epidemia e pandemia.

I 10 virus più letali di sempre.

Le Pandemie nella storia.

Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.

La Temperatura Corporea.

L’Influenza.

La Sars-Cov.

Glossario del nuovo Coronavirus.

Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.

Il Coronavirus. L’origine del Virus.

Alla ricerca dell’untore zero.

Le tappe della diffusione del coronavirus.

I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.

I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.

A Futura Memoria.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.

Fattori di rischio.

Cosa risulta dalle Autopsie.

Gli Asintomatici/Paucisintomatici.

L’Incubazione.

La Trasmissione del Virus.

L'Indice di Contagio.

Il Tasso di Letalità del Virus.

Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.

Morti: chi meno, chi più.

Morti “per” o morti “con”?

…e senza Autopsia.

Coronavirus. Fact-checking (verifica dei  fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.

La Sopravvivenza del Virus.

L’Identificazione del Virus.

Il test per la diagnosi.

Guarigione ed immunità.

Il Paese dell’Immunità.

La Ricaduta.

Il Contagio di Ritorno.

I preppers ed il kit di sopravvivenza.

Come si affronta l’emergenza.

Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?  

Lo Scarto Infetto.

 

INDICE SECONDA PARTE

LE VITTIME

 

I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.

Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.

Eroi o Untori?

Contagio come Infortunio sul Lavoro.

Onore ai caduti in battaglia.

Gli Eroi ed il Caporalato.

USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

Covid. Quanto ci costi?

La Sanità tagliata.

La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.

Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?

Una Generazione a perdere.

Non solo anziani. Chi sono le vittime?

Andati senza salutarci.

Spariti nel Nulla.

Epidemia e Case di Riposo.

I Derubati.

Loro denunciano…

I Funerali ai tempi del Coronavirus.

La "Tassa della morte". 

Le ritorsioni.

Chi denuncia chi?

L’Impunità dei medici.

Imprenditori: vittime sacrificali.

La Voce dei Malati.

Gli altri malati.

 

INDICE TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

L’epidemia ed il numero verde.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Il Coronavirus in Italia.

Coronavirus nel Mondo.

Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

…in Africa.

…in India.

…in Turchia.

…in Iran.

…in Israele.

…nel Regno Unito.

…in Albania.

…in Romania.

…in Polonia.

…in Svizzera.

…in Austria.

…in Germania.

…in Francia.

…in Belgio.

…in Olanda.

…nei Paesi Scandinavi.

…in Spagna.

…in Portogallo.

…negli Usa.

…in Argentina.

…in Brasile.

…in Colombia.

…in Paraguay.

…in Ecuador.

…in Perù.

…in Messico.

…in Russia.

…in Cina.

…in Giappone.

…in Corea del Sud.

A morte gli amici dell’Unione Europea. 

A morte gli amici della Cina. 

A morte gli amici della Russia. 

A morte gli amici degli Usa. 

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CURA

 

La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

L'Immunità di Gregge.

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

Meglio l'App o le cellule telefoniche?

L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Epidemia e precauzioni.

Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.

La sanificazione degli ambienti.

Contagio, Paura e Razzismo.

I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?

Tamponi negati: il business.

Il Tampone della discriminazione.

Tamponateli…non rinchiudeteli!

Epidemia e Vaccini.

Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.

Il Costo del Vaccino.

Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.

Epidemia, cura e la genialità dei meridionali.

Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.

Gli anticorpi monoclonali.

Le Para-Cure.

L’epidemia e la tecnologia.

Coronavirus e le mascherine.

Coronavirus e l’amuchina.

Coronavirus e le macchine salvavita.

Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.

Attaccati all’Ossigeno.

 

INDICE QUINTA PARTE

MEDIA E FINANZA

 

La Psicosi e le follie.                                                    

Epidemia e Privacy.

L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Epidemia ed Ignoranza.

Epidemie e Profezie.

Le Previsioni.

Epidemia e Fake News.

Epidemia e Smart Working.

La necessità e lo sciacallaggio.

Epidemia e Danno Economico.

La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.

Il Supply Shock.

Epidemia e Finanza.

L’epidemia e le banche.

L’epidemia ed i benefattori.

Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.

Mes/Sure vs Coronabond.

La Caporetto di Conte e Gualtieri.

Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.

I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.

"Il Recovery Fund urgente".

Il Piano Marshall.

Storia del crollo del 1929.

Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e ha rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.

Un Presidente umano.

Le misure di sostegno.

…e le prese per il Culo.

Morire di Fame o di Virus?

Quando per disperazione il popolo si ribella.

Il Virus della discriminazione.

Le misure di sostegno altrui.

Il Lockdown del Petrolio.

Il Lockdown delle Banche.

Il Lockdown della RCA.

 

INDICE SESTA PARTE

LA SOCIETA’

 

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

I Volti della Pandemia.

Partorire durante la pandemia.

Epidemia ed animali.

Epidemia ed ambiente.

Epidemia e Terremoto.

Coronavirus e sport.

Il sesso al tempo del coronavirus.

L’epidemia e l’Immigrazione.

Epidemia e Volontariato.

Il Virus Femminista.

Il Virus Comunista.

Pandemia e Vaticano.

Pandemia ed altre religioni.

Epidemia e Spot elettorale.

La Quarantena e gli Influencers.

I Contagiati vip.

Quando lo Sport si arrende.

L’Epidemia e le scuole.

L’Epidemia e la Giustizia.

L’Epidemia ed il Carcere.

Il Virus e la Criminalità.

Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

Il Virus ed il Terrorismo.

La filastrocca anti-coronavirus.

Le letture al tempo del Coronavirus.

L’Arte al tempo del Coronavirus.  

 

INDICE SETTIMA PARTE

GLI UNTORI

 

Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?

Un Virus Cinese.

Un Virus Americano.

Un Virus Norvegese.

Un Virus Svedese.

Un Virus Transalpino.

Un Virus Teutonico.

Un Virus Serbo.

Un Virus Spagnolo.

Un Virus Ligure.

Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.

Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.

La Bergamasca, dove tutto si è propagato.

Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.

Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.

Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.

La Caduta degli Dei.

La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.

Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.

I Soliti Approfittatori Ladri Padani.

La Televisione che attacca il Sud.

I Mantenuti…

Ecco la Sanità Modello.

Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.

 

INDICE OTTAVA PARTE

GLI ESPERTI

 

L’Infodemia.

Lo Scientismo.

L’Epidemia Mafiosa.

Gli Sciacalli della Sanità.

La Dittatura Sanitaria.

La Santa Inquisizione in camice bianco.

Gli esperti con le stellette.

Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.

Le nuove star sono i virologi.

In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…

Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.

Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.

Giri e Giravolte della Scienza.

Giri e Giravolte della Politica.

Giri e Giravolte della stampa.

 

INDICE NONA PARTE

GLI IMPROVVISATORI

 

La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Un popolo di coglioni…

L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

 “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Stare a Casa.

Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.

Non comprate le cazzate.

Quarantena e disabilità.

Quarantena e Bambini.

Epidemia e Pelo.

Epidemia e Violenza Domestica.

Epidemia e Porno.

Quarantena e sesso.

Epidemia e dipendenza.

La Quarantena.

La Quarantena ed i morti in casa.

Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.

Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.

Cosa si può e cosa non si può fare.

L’Emergenza non è uguale per tutti.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Dipende tutto da chi ti ferma.

Il ricorso Antiabusi.

Gli Improvvisatori.

Il Reato di Passeggiata.

Morte all’untore Runner.

Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.

 

INDICE DECIMA PARTE

SENZA SPERANZA

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

In che mani siamo!

Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.

Fase 2? No, 1 e mezza.

A Morte la Movida.

L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.

I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.

Fase 2: finalmente!

 “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.

Le oche starnazzanti.

La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.

I Bisogni.

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Non sarà più come prima.

La prossima Egemonia Culturale.

La Secessione Pandemica Lombarda.

Fermate gli infettati!!!

Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.

Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?

Gli Errori.

Epidemia e Burocrazia.

Pandemia e speculazione.

Pandemia ed Anarchia.

Coronavirus: serve uno che comanda.

Addio Stato di diritto.

Gli anti-italiani. 

Gli Esempi da seguire.

Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…

I disertori della vergogna.

Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus. 

Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.

Grazie coronavirus.

 

 

 

IL COGLIONAVIRUS

 

SESTA PARTE

 

LA SOCIETA’

 

·        Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile, che cosa significa quel giorno in più. Pubblicato mercoledì, 11 marzo 2020 da Corriere.it. È difficile in questi giorni così drammatici, guardare con distacco, i proverbi che associavano l’anno bisestile alle peggiori sfortune: «anno bisesto, anno funesto»”, «anno bisesto basta che passi presto»… e così via. Tradizioni che si ritengono legate ai cicli della terra e alle coltivazioni. E ripetere che non vi è alcuna evidenza scientifica e statistica non serve a nulla. D’altra parte i nostri nonni qualche memoria «a sostegno» dei proverbi l’avevano, come il terremoto di Messina nel 1908, o per restare più vicini quello nel Belice del 1968 o in Friuli nel 1976. Del tutto inutile elencare i terremoti avvenuti in anni non bisestili, che sono ovviamente un gran numero. Per sdrammatizzare un po’ e cercare di strappare un sorriso possiamo ricordare che per la cultura anglosassone quello bisestile è considerato al contrario un anno fortunato. In Irlanda in particolare chiamano il 29 febbraio il «leap day», giorno del salto. In quel giorno le ragazze possono chiedere al fidanzato di sposarle. Secondo alcuni era prevista anche una penitenza per quegli uomini che decidevano di rimanere scapoli a tutti i costi: dovevano regalare alle fidanzate dodici paia di guanti, uno per mese, per coprire la mano «orfana» di anello. Prima del 1582, era in vigore il calendario giuliano, introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C. e che «eccedeva» per 12 minuti ogni anno. Quella eccedenza sarebbe stata eliminata dal calendario gregoriano, varato da papa Gregorio XIII, nel 1582, quando infatti sparirono dieci giorni e chi andò a dormire il 4 ottobre si svegliò il 15. L’anno solare ha una durata di 365 giorni 5 ore 48 minuti e 46 secondi quindi non corrisponde ad un numero intero di giorni. L’anno bisestile serve a correggere questo scostamento. Bisestile, o bisesto, è una parola di origine latina. Per la precisione dal latino tardo bisextus «due volte sesto», secondo l’uso romano di contare due volte negli anni bisestili il sesto giorno prima delle calende di marzo, cioè il 24 febbraio. Calcolo facile siccome le calende (ricordate la parola calendario con cui abbiamo aperto questo 2020) identificavano il primo giorno del mese. Quindi accanto a questo sesto giorno se ne aggiungeva un altro, per questo detto «bisesto». Il calendario giuliano, decisione mantenuta poi in quello gregoriano, ha stabilito che questo giorno «doppio» cadesse oltre l’ultimo giorno del mese, quindi il 29 febbraio. L’unica differenza è che il calendario gregoriano per avvicinarsi sempre di più alla durata dell’anno solare introduce un’altra piccola variante: non considera bisestili gli anni secolari se non siano multipli di 400. Per capirci sono bisestili gli anni 1600, 2000, 2400... mentre non lo sono gli anni 1700, 1800, 1900, 2100, 2200 e così via. Quindi, per avvicinarsi il più possibile all’anno solare ci sono 97 anni bisestili ogni 400 anni. Ma uno scarto rimane lo stesso, pari a circa 26 secondi. Quindi nell’arco di 3.323 anni ci troveremo con un giorno in più. Evenienza di cui si occuperanno, se ne avranno voglia, i nostri trisnipoti nel 4905. Il 29 febbraio è stato senz’altro un giorno straordinario. I nati in questo giorno possono festeggiare il compleanno solo ogni quattro anni, ma potranno consolarsi facendo parte di una ragguardevole schiera. Tra i tanti, sono nati il 29 febbraio papa Paolo III (1468, nato Alessandro Farnese), il musicista Gioachino Rossini (1792), il pittore francese Balthus (1908). Nella storia non sono molti gli episodi che lo ricordano, ma uno riguarda il nostro Risorgimento. Il 29 febbraio 1848 Ferdinando II re delle due Sicilie accettò che venisse promulgata la Costituzione palermitana, nel tentativo di placare la rivolta scoppiata il 12 gennaio proprio a Palermo. Fu il primo episodio in un anno colmo di rivoluzioni e rivolte popolari, avviando quell’ondata di moti rivoluzionari che sconvolse l’Europa e che viene definita primavera dei popoli. La rivoluzione siciliana portò alla proclamazione di un «nuovo» Regno di Sicilia indipendente, che sopravvisse fino al maggio del 1849.

Il 2020 è bisestile, la leggenda dietro al 29 febbraio. Federico Dedori il 28/02/2020 su Notizie.it. È di nuovo 29 febbraio, il 2020 è bisestile, la leggenda dietro a questa rara data. I giorni dell’anno normalmente sono 365 ma ogni quattro anni 366 perché? La vox populi ha sempre diffidato di questo periodo. L’anno solare è il tempo che la terra impiega per girare intorno al sole e ritornare allo stesso punto di partenza. Girando anche su se stessa il periodo di tempo dell’anno solare è formato dall’alternanza del giorno e della notte. Possiamo quindi dire che la terra per girare intorno al sole ci mette 356 giorni ma non è vero, infatti l’anno solare dura teoricamente 365 giorni e quasi 6 ore. Nell’antichità questo problema è stato quasi sempre ignorato. A cercare di risolverlo fu per la prima volta Giulio Cesare con il suo Regifugium Cesare, riformando l’antico calendario, dove aggiunse un giorno ogni quattro anni. Febbraio ha una storia oscura fin dalla sua introduzione con Numa Pompilio, successore di Romolo, februarius è il momento dell’anno dedicato ai morti e agli dei inferi. Con il provvedimento di Cesare il punto di partenza dell’orbita solare della terra veniva superato anche se di poco. Fu con Papa Gregorio XIII che si decise allora di eliminare dal calendario 11 giorni. Così nell’anno della riforma gregoriana del calendario, nel 1582, dopo il 4 ottobre si passò direttamente al 15 ottobre. Da tutti questi calcoli e credenze deriva la preoccupazione e superstizione che nutriamo ancora oggi verso il febbraio con ventinove giorni.

Curiosità. Esiste anche il 30 febbraio: gli svedesi infatti stabilirono che il 1712 dovesse essere un anno “doppiamente bisestile”, ovvero con il 29 e il 30 febbraio. Per ricordare velocemente quali sono gli anni bisestili occorre tenere presente le annate nelle quali si tengono le Olimpiadi.

Storia del 29 febbraio: cos’è l’anno bisestile e perché cade ogni quattro anni? Pubblicato sabato, 29 febbraio 2020 da Corriere.it. Il 2020 è un anno bisestile. Significa che i giorni non sono 356, ma uno in più: oggi, il 29 febbraio. L’anno bisestile cade ogni 4 anni: l’ultimo che abbiamo vissuto è il 2016, il prossimo sarà il 2024. Ma che cosa significa questa definizione? Per capirlo, bisogna innanzitutto distinguere tra «anno civile» e «anno solare». Il primo, anno civile, è quello che vediamo sul calendario. Ovvero quello che dura, appunto 365 giorni. Mentre l’anno solare, il periodo che serve alla Terra per fare un giro completo intorno al Sole, è sempre uguale: 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi. Da ciò si deduce che, ogni anno, avanziamo circa 6 ore. Che poi vengono raggruppate per formare un giorno di 24 ore. Ogni quattro anni. Ed ecco l’utilità dell’anno bisestile e dell’introduzione del 29 febbraio nel calendario. C’è però un altro problema: anche con l’aiuto degli anni bisestili, avanziamo ogni anno qualche minuto. Non sono infatti 6 ore precise quelle che avanziamo, ma «circa» 6 ore. Ecco allora che per aggiustare il tutto si è deciso di rendere bisestili anche alcuni dei primi anni di secolo. Non tutti: sarebbe troppo. Soltanto quelli divisibili per 400. Il 2000 è stato un anno bisestile, ad esempio. Il 1900, no. Questo complesso calcolo per rendere il calendario civile il più possibile coerente con l’anno solare è stato inizialmente creato da Giulio Cesare nel 46 avanti Cristo. Anche prima di lui c’erano stati diversi tentativi di mettere ordine, soprattutto tra gli astronomi, ma è con il calendario giuliano che si porta la durata dell’anno da 355 a 365 giorni, viene eliminato il mese «aggiuntivo» di 20 giorni — ma era di durata variabile — per pareggiare i conti e viene data una regola un po’ più precisa. C’è anche da aggiungere che ai tempi ogni mese era diviso in calende, idi e none. Il giorno aggiuntivo viene inserito «il sesto giorno prima delle calende di marzo», che sarebbe il 24 febbraio. Negli anni bisestili, questo durava 48 ore al posto che 24. Quindi c’erano due giorni prima dei sesti giorni prima delle calende. Da qui il nome «Bisextus», bisestile. Il calendario è rimasto invariato per secoli. Si crede che solo nel Medioevo si sia iniziato a fissare il giorno in più, ogni 4 anni, il 29 febbraio. Mentre ad accorgersi del piccolo avanzo di pochi minuti e a volerlo correggere è stato Papa Gregorio XIII alla fine del XVI secolo. Per ovviare all’errore di tutti gli anni precedenti, nel 1582 impone una riforma che prevedeva di passare dal 4 ottobre direttamente al 15 ottobre. E poi aggiunge un nuovo anno bisestile ogni inizio di secolo dei secoli divisibili per 400. Nei secoli l’anno bisestile ha assunto le sfumature culturali più varie. Sono molti a considerarlo un anno sfortunato - solo superstizione, dura di più ma per il resto è uguale agli altri - tanto da essere nato anche il detto «anno bisesto, anno funesto». Questo perché febbraio, per gli antichi romani, era il mese dedicato ai morti. Quindi già di per sé poco allegro. Ma ci sono anche tradizioni popolari più curiose. Come quella irlandese, che voleva che le donne potessero dichiararsi agli uomini solo il 29 febbraio. Se l’uomo rifiutava, doveva però comunque dare qualcosa in cambio alla amata rifiutata: una moneta, un paio di guanti o un bacio. Mentre in Francia, dal 1980, c’è un giornale che esce solo il 29 febbraio, chiamato Le Bougie du Sapeur. I profitti vanno tutti in beneficenza. Ci sono persino dei protagonisti della storia che sono nati il 29 febbraio, come Papa Paolo III e Gioacchino Rossini. Quando festeggiano queste persone nate in un giono così particolare? Sicuramente non ogni quattro anni, ma il 28 febbraio o il primo marzo. Esistono anche due club che riuniscono ogni 4 anni tutti i figli dell’anno bisestile: il Club Mundial de los bisiestos, che si dà appuntamento a San Sebastian. E lo statunitense The honor Society of Leap Year Day Babies. Infine citiamo l’unico caso di 30 febbraio: in Svezia, nel 1712, si è aggiunto anche questo giorno in più.

Lucia Esposito per "Libero" il 29 marzo 2020. Eccolo qui, il 29 febbraio. Il giorno in più che si presenta ogni quattro anni con la sua zavorra di superstizioni e paure. Quest' anno cade di sabato e si affaccia in un mondo ostaggio del Coronavirus, in preda alla paura di un contagio globale. Una coincidenza, ovviamente - mica siamo superstiziosi - che tuttavia rafforza la credenza secondo cui l' anno bisestile sia portatore di sfighe di ogni tipo. Il 29 febbraio è l' essenza stessa dell' anno bisesto: è il giorno introdotto allo scopo di pareggiare i conti con le sei ore che avanzano ogni anno. Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all' astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l' imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico. Eventi tutt' altro che felici e da qui deriva l' idea che l' anno bisestile sia foriero di sventure. Molti proverbi rafforzano l' idea che gli anni più lunghi siano anche i più esposti ai capricci del caso e sconsigliano di avviare imprese e perfino di unirsi in matrimonio (Quando l' anno vien bisesto non por bachi e non far nesto; anno che bisesta non si sposa e non s' innesta). Ci sono detti ancora più tragici come: anno bisesto, anno funesto; bisestile chi piange e chi stride; e pure anno bisesto che passi presto. Modi di dire che fanno venire voglia di chiudere gli occhi e risvegliarsi tra quattro anni.

IL PASSATO Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Il 2016 è stato funestato dagli attentati a Bruxelles, Orlando e Nizza, seguiti dal terremoto in centro Italia. Ma chi crede a queste coincidenze dimentica tutte le sciagure - sia naturali che causate dagli uomini - di cui sono pieni i giornali e i tg tutti i giorni di ogni anno. Basti pensare al terremoto dell' Aquila del 2009, all' attentato alle Torri Gemelle del 2001, per non parlare dello scoppio della seconda guerra mondiale

E per il 2020? «La grande peste nella città marittima non cesserà prima che morte sarà vendicata del giusto sangue per preso condannato innocente, della grande dama per simulato oltraggio», lo scrive Nostradamus nella centuria 2:53 del suo libro di profezie. Per molti la "grande peste" di cui parla l' astrologo sarebbe l' epidemia di Coronavirus. E poco importa che il chiaroveggente indichi una città di mare. Ecco trovata la spiegazione: Wuhan non è bagnata dalle acque ma una delle ipotesi che circolano è che il virus abbia trovato nel mercato del pesce della città cinese il suo punto di partenza. La predizione è talmente vaga che, se si vuole, un collegamento con il virus lo si trova sempre. Nostradamus per il 2020 ha fatto altre quattro previsioni: considerato che siamo solo all' inizio di quest' anno bisestile, ecco che cosa possiamo aspettarci. La Gran Bretagna dovrebbe avere un nuovo re, ma il chiaroveggente non precisa se Elisabetta muoia o ceda volontariamente lo scettro. Nella Corea del Nord dovrebbe verificarsi un cambiamento di potere e in questa rivoluzione la Russia dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano. Infine, dovrebbe arrivare pure un devastante terremoto in California. Facciamo tutti gli scongiuri, dimentichiamo Nostradamus e abbracciamo l' idea del Nord Europa secondo cui gli anni bisestili portano, invece, prosperità e fortuna. Nei Paesi anglossassoni il 29 febbraio è l' unico giorno in cui sono le donne a poter chiedere la mano al fidanzato e non viceversa come vuole la tradizione. Fu San Patrizio a concedere questo onore alle signore dopo le pressioni di Santa Brigida. Se un uomo riceve una proposta il 29 febbraio è incastrato: deve per forza dire sì. Quest' obbligo è dovuto alla regina Margaret di Scozia che, nel XIII secolo, impose una tassa salatissima per i fidanzati che rifiutavano la proposta del 29 febbraio. Ancora oggi, in alcuni paesi nordeuropei i maschi che respingono una fanciulla nel giorno bisestile devono risarcirla regalandole abiti. E chi nasce il 29 febbraio? Leggenda vuole che sia fortunato. Forse perché anziché di ripiegare sul 28 febbraio o sul primo marzo, può scegliere di festeggiare il compleanno ogni quattro anni. E nascondere la sua vera età.

È di nuovo 29 febbraio, il 2020 è bisestile: la leggenda nera del "sesto bis". Superstizione: la vox populi non ha dubbi. E ha sempre diffidato di questa eccedenza periodica. Marino Niola il 28 febbraio 2020 su La Repubblica. Anno bisesto, anno dissesto. In materia la vox populi non ha dubbi. E ha sempre diffidato di questa eccedenza periodica. Una sporgenza del tempo che riequilibra l' anno sul piano astronomico ma lo sbilancia su quello simbolico. Fa quadrare il conto delle stagioni ma introduce nel calendario uno stato di eccezione.  Questa cattiva fama dell' anno più lungo viene da molto lontano. Dai tempi dei romani. E non è una semplice questione di misura, non dipende da un giorno in più o in meno. Ma dalla reputazione magica del mese in cui quel giorno supplementare viene fatto cadere. Perché febbraio non è solo il mese più corto. è anche il più compromesso con le potenze delle tenebre. Sin dai tempi di Numa Pompilio, il mitico successore di Romolo che lo aggiunge al calendario, februarius è il momento dell' anno dedicato ai morti e agli dei inferi. è l' ultimo mese dell' anno, quello in cui la società romana celebra i suoi riti di purificazione, chiamati februa - di qui il nome febbraio. Tra questi rituali, due in particolare spiegano l' aura sinistramente sacrale che circonda quest'ultima frontiera del calendario. I Feralia - all' origine dell' aggettivo ferale - che il ventunesimo giorno del mese aprono il varco al ritorno dei morti, e il Regifugium che rievoca la cacciata dei re e la fondazione della repubblica. Questa festa ricorre il 24. La data, detta anche "giorno sesto" perché precede di sei giorni le calende di marzo, segna simbolicamente la fine dell' anno. I giorni successivi sono tempo morto, un vuoto temuto e nefasto che dura fino al primo marzo. E proprio alla fatidica data del Regifugium Cesare, riformando l' antico calendario, aggiunge un giorno ogni quattro anni. Deve però fare i conti con la nota predilezione delle potenze infere per i numeri pari. I giorni di febbraio devono dunque restare ventotto. Il fondatore dell' impero salva allora capra e cavoli raddoppiando il giorno sesto. Nasce così il bisesto. Ovvero il sesto bis.  Da questo antico groviglio di simboli, di credenze, di calcoli, di superstizioni deriva quella legittima suspicione che nutriamo ancora oggi nei confronti del febbraio con ventinove giorni. Non temiamo certo di urtare la suscettibilità di Proserpina e Plutone. Ma continuiamo ad attribuire un surplus di significato a questa anomalia del tempo. A questo zoppicamento che richiede di essere corretto con un artificio che faccia camminare il calendario con passo regolare, mettendogli una stampella per riallineare l' incedere dei giorni e delle stagioni.  Non è un caso che i popoli più diversi rappresentino l' andatura difettosa del tempo come uno zoppicamento che va corretto. Come se l' anno di tanto in tanto andasse in asincrono e fosse necessario scongiurare questa ferale aritmia con una sorta di ortopedia simbolica. Dalla danza claudicante della Cina tradizionale ai saltellamenti descritti negli antichi testi talmudici, fino ai salterelli rituali dell' Europa moderna. In tutti i casi si scongiurava il pericolo di un passo irregolare dell' anno mettendolo in scena attraverso un esorcismo ritmico. Sostituendo i cicli della natura con quelli della tecnologia, i tempi astronomici con quelli elettronici, ci siamo liberati dalle stagioni dei nostri padri ma non dalle loro superstizioni. Semplicemente abbiamo tradotto le antiche credenze popolari in inquietudini postmoderne. E nonostante il tempo non ci basti mai, non siamo contenti di avere in agenda quella pagina in più. Fosse almeno festivo, il giorno bisesto sarebbe meno indigesto. (questo articolo è stato già pubblicato sull'edizione di Repubblica del 30 dicembre 2007)

·        I Volti della Pandemia.

Papa Francesco, Mattarella, Conte e De Luca, la classifica dei volti della Fase 1. Guido Barlozzetti su Il Riformista il 5 Maggio 2020. Chi sono i volti del tempo del Covid-19? Quali sono le figure che ci portiamo dietro da questa esperienza che va a segnare un primo paletto di scadenza?  Poco meno di due mesi per questa storia della clausura. La potremmo considerare come un periodo della nostra vita, addirittura un periodo della Storia se, presi dall’enfasi, ci venisse da dilatarla a una dimensione epocale. È una tentazione, che alimenta anche questo bisogno della comunicazione di trovare sempre titoli una volta si diceva cubitali, e trasformare il particolare e l’occasionale in Evento. Cosa che il Covid19 è stato, continua e continuerà a essere, ma non immergendolo in una piena mediatica spesso ridondante e compulsiva. E allora proviamo ad avviare un rewind e a mettere insieme un album, un po’ come si fa con le immagini dei calciatori, perché di immaginario si tratta, al confine forse con una realtà di cui ci resta solo quello che abbiamo visto. Comincerei con Papa Francesco. A lui dobbiamo le parole, i silenzi e le scene più potenti di questi giorni. La benedizione Urbi et orbi nel plumbeo di una serata fradicia di pioggia, il rito della Via Crucis, la solitudine affranta unita alla speranza e a quella domanda ripetuta come un mantra analitico «perché hai paura?». Papa Francesco ha esorbitato dalla cronaca e dal suo effimero ripetitivo e vizioso e si è posto sul bordo tra lo smarrimento e il mistero che si sublima nella sfida della fede, nell’estremità umana della preghiera e dell’invocazione. Un ecumenico profeta-antagonista del Covid, potente nella fragilità di un corpo malfermo e nel coraggio dell’umano che si rivolge al divino. Dopo il Papa, mettere, per responsabilità istituzionale, il Presidente della Repubblica, ancor più fedele al ruolo pedagogico che lo contraddistingue nella gestione di un ruolo che ai cittadini tutti si rivolge. Partecipazione e ingessatura della carica. Indimenticabile la sua solitudine con mascherina, nel silenzio del Vittoriano, la sua figurina esile e scura che scende la scalinata a rappresentare un Paese a distanza. E visto che l’umanità che c’è alla fine si fa strada, vale più di tutto la risposta fuori onda che dà all’operatore che gli dice del ciuffetto fuori posto, «non vado dal barbiere neanche io». Giuseppe Conte. Il nostro dirimpettaio, il Presidente del Consiglio doveva parlare e ha parlato, e per questo gli ansiosi e concorrenziali leader-speaker della nostra politica hanno avuto da ridire. Più volte si è affacciato dalla televisione e lo ha fatto con i toni che vengono dalla responsabilità in un’emergenza sconvolgente. Ha cercato di essere rassicurante anche quando le ordinanze che annunciavano non tranquillizzavano, si è rivolto ai cittadini e al loro senso di responsabilità, cercando di dare l’immagine di uno Stato presente, sollecito, organizzato. E, verrebbe da pensare, cos’altro avrebbe dovuto fare, spingere sull’allarmismo? Rovesciare su chi l’ascoltava l’ansia per i buchi, le difficoltà immani e per gli scricchiolii che pure ci sono stati? Semmai, qualche incrinatura: il singhiozzo degli orari delle apparizioni, il rischio di cortocircuito dei rinvii, lo scivolone della polemica frontale e tutta nell’agone scomposto della politica con i rappresentanti dell’opposizione e le lesinate apparizioni in Parlamento. I Governatori delle Regioni, ognuno con il suo stile. Restano le immagini del Presidente della Lombardia Fontana con la mascherina/senza mascherina, del Veneto Zaia, efficienza, siamo avanti e, se volete, seguiteci, e Jole Santelli della Calabria che i bar li riapre, comunque. Ma al top non può che esserci il reggente della Campania, De Luca, performance da fustigatore dei costumi incompatibili con la prossemica del Covid, salace, irriverente, humour sulfureo a chi tocca tocca, dalla pastiera a domicilio ai “cinghialoni come lui” che vanno in giro con le tute alla zuava, da denunciarli per offesa alla pubblica decenza. De Luca è un caso di anarchia discorsiva, che usa le parole come sciabolate e un tono di voce che sembra quello di un pirata con il coltello fra i denti pronto a colpire. Poi c’è il Prisma dei virologi. Tante facce, ognuna con la sua verità, un confine incerto tra l’autorevolezza e la capacità di persuasione, un irsuto del discorso può avere una straordinaria competenza e viceversa il sapere di un incantatore può lasciare a desiderare. E noi stiamo nel mezzo. Versioni diverse, il sacerdotale Burioni, l’inflessibile Capua, il ragionieristico Pregliasco, il colloquial/sussiegoso Galli... parliamo di stili di comunicazione, perché quelli vediamo. Nelle classifiche di merito e titoli – si fanno anche classifiche dei virologi – i nostri hanno risultati altalenanti (al top della rivista Scopus, Anthony Fauci, consigliere non sottomesso di Trump e in bella evidenza Alberto Mantovani/Humanitas e Giuseppe Remuzzi/ Ist. Mario Negri). Ma i talk spesso privilegiano quella strana cosa che è la televisività. Di contro alla scena pubblica ufficiale, Manzoni avrebbe detto “il volgo disperso che nome non ha” che si è espresso nei social come sui telefonini con una piena di riti apotropaici, i più vari, caricature, parodie, sberleffi, filmini di famiglia, reportage dal terrazzo di casa, confessioni, happening musicali.. Una galassia in espansione che prima o poi bisognerà esplorare. E, infine, c’è lui Il Covid-19, il Coronavirus con la sua immagini indolore e persino curiosa di uno di quei cuscinetti in cui sarti appuntano gli spilli, in questo caso con una rossa capocchia floreale. Mai fidarsi delle apparenze.

Altro che talk show, Papa Francesco e la Regina Elisabetta insegnano cos’è la vera comunicazione. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 18 Aprile 2020. Credo che uno dei modi più divertenti per passare il tempo in questa stagione di arresti domiciliari sia andare a vedere i notiziari degli altri Paesi, basta avere una parabola e il decoder. Per poi assaporare il piacere di tornare sulle nostre emittenti e ridere senza che ci sia davvero molto da ridere. Ma bisogna pure ammazzare il tempo, specialmente quello della nostra era virale. Dal confronto con le altrui News , Talk show inclusi, è più facile apprezzare il fatto che le nostre emittenti, effettivamente, emettono. In senso proprio: gemono, essudano, secernono, spurgano ed emettono. Emettono prediche, essudano emozioni da quattro soldi, diffondono predicazioni politiche e pro e (molto meno) anti governative, tanto che sembra di essere in una Repubblica fondamentalista. Ed ecco infatti che il più laico di tutti, pare proprio il Papa. Io non sono un papista di questo papa, ma comincio ad apprezzarlo. Ha un body language calmo e ci ha fatto tenerezza mentre avanzava come un onesto scarabeo leggermente oscillante per il peso del suo corpo e dei suoi anni, su quella piazza San Pietro vuota e lucida di pioggia. Fa delle prediche, non si può negare, ma tutte accettabili. Persino Elisabetta seconda – di cui siamo segretamente invaghiti per i filmati del 1946 che la mostrano mentre gioca a palla prigioniera con la sorella e gli eccitati marinai su una nave da guerra in rotta per l’Africa – vestendo ora di giallo canarino, ora di verde appassito, ma anche di un nero coleottero, parla ai sudditi con la stessa vocina ordinata senza esitazioni né sbavature emotive che aveva usato alla radio da bambina quando il governo di Winston Churchill prese la decisione di togliere i bambini alle famiglie di Londra e spedirli in treno in località sicure. Allora, la piccola Elisabetta aveva espresso alla radio la sua calma solidarietà alle famiglie costrette a dividersi. E per questo oggi, la straordinaria regina si è di nuovo rivolta al suo popolo ricordando esattamente quel preciso evento: oggi dovete separarvi dai vostri padri e nonni per proteggere la loro vita, così come durante la guerra i bambini furono separati dai genitori, affinché fosse protetta la loro. Tradotto: “Dobbiamo accettare oggi la separazione nelle famiglie così come la accettammo durante la guerra quando ero una bambina e ve lo chiedevo come ve lo chiedo oggi”. Un messaggio forte e pacato. Da noi non si usa. I messaggi devono essere lacrimosi come un parmigiano di vent’anni, sprizzare eccellenza, perché anche mentre ci esponiamo nelle condizioni più tristi e perdenti, continuiamo a darci dell’eccellenza a vicenda. E naturalmente questa maledetta pandemia ha fatto polpette di quel che restava della comunicazione in lingua italiana che nelle nostre News: ha imbarbarito e perfezionato il bipolarismo tra leccaculismo governativo e l’ingiuria isterica ripetitiva. Manca del tutto un teatro televisivo in cui vada in scena lo spettacolo dello scontro fra le idee opposte. Non esiste. Nessuno è disposto ad ascoltare una posizione diversa dalla sua senza dare segnali di insofferenza, furia, o senza sovrapporsi a gran voce. Credo che alcuni di voi lettori stiate covando la domanda corretta, cui io risponderò scorrettamente. La domanda corretta è: per favore, fai nomi e cognomi, indica le trasmissioni, nomina i membri delle varie compagnie di giro che si alternano nelle diverse testate. La risposta scorretta è che non lo farò nella presunzione che a questo vuoto possiate rimediare voi lettori con una certa facilità. Vedete, è inutile aprire polemiche che non portano da alcuna parte. Una delle cose più adorabili del nostro Paese e anche del sistema linguistico televisivo ad esso connesso, e che noi italiani ci piacciamo molto così come siamo lascia perdere se di destra o di sinistra. Purtroppo questa è una qualità che pochi ci invidiano, tranne noi stessi. È cresciuta una generazione di conduttrici, generalmente belle e intelligenti, e di anchorman, ai quali non frega una cippa di ciò che dicono gli ospiti, perché hanno una scaletta scritta dalla Gestapo in cui a quel minuto preciso ti devono far vedere un “contributo” girato in qualche posto sfigato e che non c’entra niente con quello che si sta dicendo. Ma hanno imparato a memorizzare le ultime due o tre parole dette dall’ospite per riversarle sul successivo, mentre quello che stava parlando prova l’eccitante sensazione di un ostaggio in tuta arancione cui da dietro qualcuno abbia tagliato la gola con un grosso coltello. Tutti hanno imparato, ancor prima del Corona virus che ha comunque rivoluzionato il presente e il futuro, che non si deve mai dire “sì”, ma “assolutamente sì”. Pippo, sei d’accordo? “Assolutamente sì”, fa Pippo dalla piazza di Bruzzino Inferiore. I conduttori solo raramente seguono quel che dicono gli ospiti perché non pensano che sia loro compito farlo e hanno quasi sempre qualcos’altro per la mente. Gli ospiti delle compagnie di giro – le individuate subito cuius regio eius religio, secondo la rete e il main stream – si laureano presto in leccaculismo reciproco, un’arte che consiste nel premettere una serie di saluti e festosi apprezzamenti per tutti i presenti, usando quel sistema che la natura usa per proteggere i cuccioli: i cuccioli, anche di una scolopendra, sono sempre così carini che non li vorresti ammazzare. Mi rendo conto di fornire con queste banali riflessioni gli strumenti per un gioco di società familiare per le serate davanti ai telegiornali virali e tutti gli altri talk. A meno che non parli uno scienziato. In Italia è stato inoculato un siero paralizzante del cervello, emanato direttamente dallo schermo, che impedisce di concepire sia pure il pensiero che un tizio presentato come virologo, epidemiologo, ma anche esperto di solo colon o di lobi dell’orecchio, possa essere un deficiente. Il siero è paralizzante e il nuovo linguaggio televisivo ha decretato che la scienza non è una attività di ricerca viva e intelligente, fatta di ipotesi e di verifiche e di errori e di correzioni, ma che è invece un Tabù di fronte al quale ci si può solo sdraiare adoranti e penitenti. Così, fra tanti esimi ricercatori di qualità, vengono esposti in tabernacolo televisivo anche una discreta quantità di esimi cialtroni. La gente è invitata ad adorare, in attesa che compaia il signor Primo Ministro gratta-e-vinci della storia il quale si produce in lezioni di ipnotismo e quando deve pronunciare parole con troppe consonanti le agglutina in un mormorio. Scusate, non ho fatto nomi, ma li potete scrivere a matita a piè di pagina per passare nuove straordinarie serate Covid-19, sezione News e dintorni.

La 94enne Elisabetta II dà scacco all’impacciato Boris Johnson. Guido Barlozzetti su Il Riformista il 7 Aprile 2020. Un discorso della Regina Elisabetta al popolo è un evento. E viene da chiedersi cosa carichi questa apparizione televisiva della Queen di un significato così particolare che forse soltanto a lei e a pochissimi altri è concesso. E la risposta sta nella lunghissima continuità del Regno e nel modo in cui Elisabetta continua a svolgere la sua funzione. La Regina è diventata l’identità-mito di se stessa e come tale si offre e viene percepita, sta qui, davanti a noi, e al tempo stesso in un altrove, rassicurante e fuori dal tempo. C’è, come un nume tutelare e, quando serve, si manifesta. Non capita spesso che Elisabetta parli e questa rarità non fa che dare forza e autorevolezza a queste occasioni e a lei che ne è la protagonista. La Regina esce dalla Chiacchiera, dice quanto deve e quanto basta, un messaggio secco, rassicurante e chiaro che s’impone per la sintesi lapidaria che lo caratterizza. Era accaduto solo quattro volte, l’ultima volta nel 2012 per il Giubileo di Diamante dei sessant’anni del Regno. Prima, Elisabetta aveva deciso di parlare solo e sempre in occasioni straordinarie, la Guerra del Golfo nel 1991, la morte della Regina Madre e quella di Lady Diana. E se si torna alla prima apparizione ufficiale, bisogna risalire al 21 aprile del 1947, quando in occasione del ventunesimo compleanno e cinque anni prima di diventare Regina, dichiara con una promessa che è un impegno, che la sua vita «breve o lunga, sarà dedicata al vostro servizio». Adesso, è il Covid-19 che l’ha decisa a uno speech inevitabilmente storico. È apparsa nello schermo della televisione, vestita di verde, la collana e gli orecchini di perle, una spilla, i capelli inappuntabili…e subito è cominciata l’analisi pedante dei dettagli, alla ricerca di corrispondenze tra il modo in cui ha deciso di presentarsi e l’occasione. Difficile trovare sfasature, Elisabetta è arbiter di se stessa, non segue le mode, le oltrepassa perché non risiede del flusso della quotidianità e nel rutilante ed effimero vortice dei consumi e delle apparenze. Anche su questo versante, in ogni caso, conferma di risiedere su un altro piano. Elisabetta, infatti, appartiene stabilmente all’ordine simbolico dove le figure valgono e s’impongono perché tengono insieme due livelli che ai più sono preclusi, una qualità personale che si cementa negli anni, fatta di affidabilità, autorevolezza, prestigio e dedizione al compito, e l’istituzione che si rappresenta, di cui si è transitori depositari e che viene consegnata per presidiarla e riconsegnarla poi a chi verrà. È la Regina e al tempo stesso la Regina Elisabetta, in un binomio che tende alla coincidenza, dovuta certo alla lunghezza di un Regno, ma anche e soprattutto all’immagine con cui questo connubio inscindibile si è offerto ed è stato percepito. E non deve colpire il fatto che il breve discorso non contenga dichiarazioni a effetto o costruite per diventare il titolo di un giornale, no, la Regina parla nella distanza/prossimità in cui si trova, distante perché non può che essere altrove, prossima perché è proprio quella distanza che le consente di essere rassicurante e protettiva, mentre guarda senza una piega dalla tv. Appare, e già questo è un segno di sovrana sollecitudine, si rivolge a chi la ascolta e dice ciò che ci si aspetta da lei. Ricorda il «momento sempre più impegnativo e… di rottura nella vita del Paese», i lutti, le difficoltà finanziarie, «gli enormi cambiamenti nella quotidianità di tutti». Ringrazia gli operatori della sanità, il duro lavoro di chi, fuori, assolve al dovere di ogni giorno, e chi aiuta in casa persone più vulnerabili. Sottolinea che «insieme stiamo affrontando questa malattia» e che l’unità e la risolutezza sono le condizioni per superarla. Poi guarda avanti, nella posizione di chi il tempo lo misura sulla lunga durata, e si augura che i posteri potranno dire che «i britannici di questa generazione sono stati forti, come ogni altra volta». E infine chiude sul pilastro delle doti british: l’autodisciplina, la tranquilla risolutezza «condite dal buon umore». Una sintesi antropologica enunciata con fierezza secolare. Insomma, Elisabetta ricorda, ringrazia, rassicura, spera. Come un augusto genitore – con in più la Corona – che si prende cura dei figli che in questo caso sono il popolo britannico. Nessun accenno ai reami del Commonwealth che pure sono sotto la sua sovranità. I British la sentiranno sicuramente come un’apparizione salutare, non dico salvifica o taumaturgica, come accadeva con i Re francesi a cui per secoli si attribuiva il potere di guarire dalla scrofolosi. Nello stesso momento in cui Elisabetta parlava alla Country, il primo ministro Boris Johnson veniva ricoverato per accertamenti legati all’infezione contratta una decina di giorni fa. Non è il caso di ironizzare, e però come non notare la tempra inossidabile della Regina a fronte del suo premier decisionista e un poco scapestrato!? E viene da pensare a quando, fra decenni e decenni, la Queen più longeva, capace di battere anche il record di durata della Regina Vittoria, non potrà più apparire, e verranno a sostituirla eredi in cui si fatica a riconoscere la stessa monolitica complessione. Ma, forse, ne abbiamo il sospetto, la Regina potrebbe anche non essere sottoposta alle contingenze della nostra vita… A noi, che di lei sudditi non siamo, la sua vista ha ricordato il cielo che un tempo si pensava delle stelle fisse, quelle che risplendono comunque e in ogni caso. Qualunque cosa accada quaggiù.

·        Partorire durante la pandemia.

Bambini nati durante il lockdown, le storie di Giulia, Mariachiara, Eleonora e Matteo. Rossella Grasso su Il Riformista il 18 Giugno 2020. Durante il lockdown sono nati 116 milioni di bambini in tutto il mondo. Per tutti loro e per i loro genitori è iniziata una nuova avventura senza precedenti, quella di nascere nel pieno di una pandemia. Andrea, Carolina e Barbara non si aspettavano di ritrovarsi da sole in sala parto, Luciano non avrebbe mai potuto immaginare che avrebbe vissuto questo momento così importante della sua vita in auto fuori una clinica senza sapere il momento esatto in cui Giulia, la sua primogenita, avrebbe visto la luce e Marinù non poteva sapere che il primo bacio al nipotino appena nato lo avrebbe potuto dare solo 15 giorni dopo il suo arrivo a casa. Le difficoltà che hanno dovuto affrontare i genitori di Giulia, Marichiara, Eleonora e Matteo sono state molteplici. Prima l’ansia di dover partorire durante una pandemia, dover entrare in un ospedale con il rischio di contrarre il virus. “È stato terribile vivere gli ultimi mesi di gravidanza bombardati dalle notizie sul coronavirus – racconta Luciano – la paura cresceva ogni giorno”. Poi il parto, da sole, senza che nessuno aspettasse le neomamme fuori la porta per abbracciarle e gioire insieme. C’è chi come Andrea è entrata in ospedale accompagnata dalla mamma Marinù che poi è dovuta rimanere sempre in stanza per tre giorni senza mai poter uscire. “Ho aspettato in stanza anche durante il parto cesareo – racconta Marinù – Ero in ansia da morire, pensavo: e se qualcuno in sala parto ha il covid e non lo sa?”. “Per me la cosa più butta è stata quella di non poter toccare il mio bambino – racconta Andrea – Appena è nato lo potevo solo sentir piangere. Poi l’ho visto un giorno e mezzo dopo nel nido, bardata di mascherina. Gli ho potuto dare il primo bacio solo quattro giorni dopo quando lo abbiamo portato a casa”. “Il peggio è stato non poter condividere tutte queste emozioni con tutti i miei amici e parenti – racconta Claudia – Ho desiderato a lungo questa bambina e la gioia era immensa. Ho potuto condividerla solo tramite whatsapp”. Purtroppo la paura del virus e di una nuova ondata di contagi impone ancora regole ferree soprattutto negli ospedali e nelle strutture sanitarie. Così i disagi toccheranno ancora a molte mamme. “Una cosa bella come una nascita in questo periodo è diventata un po’ triste – dice Andrea – ma non preoccupatevi: non c’è niente di più bello di stringere al petto il proprio bambino. Questo dà la forza di superare qualsiasi cosa”.

Partorire durante la pandemia, il racconto di Carolina: “Prima fa paura, ma il bello arriva quando nasce”. Rossella Grasso su Il Riformista il 3 Luglio 2020. Sono tantissime le mamme che in tutto il mondo hanno partorito durante la pandemia. Se per i contagi il peggio per il momento sembra essere passato, nelle strutture sanitarie continuano a persistere tanti disagi per le mamme che ancora devono partorire. Tra queste c’è Carolina, una giovane ormai neomamma che ha raccontato il suo parto in un epoca complicata “destinata ad essere raccontata nei libri di storia”, come dice lei. Il racconto inizia a poche ore prima di entrare in clinica. “Non ho paura – dice – è più che non me l’aspettavo che questo momento andasse così. Avevo sempre immaginato di poterlo condividere con tutte le persone a me care e invece per via del rischio covid nemmeno il mio compagno potrà starmi vicino”. Per evitare qualsiasi rischio, le strutture sanitarie hanno eliminato la possibilità per le donne di essere accompagnate in sala parto e in molti casi persino nelle stanze, per fare compagnia alle degenti. “Il mio compagno potrà vedere il bimbo solo attraverso il vetro in un appuntamento prestabilito – continua il racconto Carolina – E con me ci sarà mia madre ma solo in stanza, non potrà assistermi in sala parto. All’inizio mi sono molto dispiaciuta per tutto questo poi però ci ho fatto l’abitudine e mi sono detta che il bello sarebbe venuto soltanto dopo, quando sarebbe nato il mio piccolo Ivo”. Tra i disagi c’è anche quello di non aver potuto comprare nulla per preparare l’arrivo del nascituro. “Io ho partorito quando la pandemia era appena finita – dice – ho dovuto acquistare tutto online: per me non c’è stato nessun giro per i negozi in cerca di vestitini o dell’occorrente che volevo. Ma alla fine ho trovato tutto ciò che mi serviva”. Per tutte le mamme il momento del parto resta indelebile nella memoria delle mamme. Per chi nasce dopo il fatidico marzo 2020 continuerà ancora ad essere molto diverso da come se l’aspettavano in tanti. “Non importa la paura, le difficoltà o i disagi: avere il proprio bimbo tra le braccia è l’esperienza più bella che ci possa mai essere”.

Cosa significa nascere durante l'emergenza Coronavirus. Da mesi nei reparti maternità si vive tra tamponi, tute e mascherine. Ma l'ospedale di Bagno a Ripoli (Firenze) non ha mai chiuso ai papà la porta della sala parto. E questi scatti ci restituiscono dei momenti di eccezionale normalità. Angiola Codacci-Pisanelli l'8 luglio 2020 su L'Espresso. Per fortuna è andata bene: «Perché mica mi ci tenevano lontano da mio figlio. Scalavo il muro, entravo dalla finestra. Ho fatto il calcio fiorentino, io, e non c’è da nascondersi, nel nostro ambiente siamo abbastanza suonati…» È andata bene perché Devid il suo Dario l’ha visto nascere: a differenza di quasi tutti i padri di bambini venuti al mondo subito dopo l'arrivo del Covid in Italia, lui in sala parto, nell’ospedale Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli (Firenze), c’è potuto entrare. Non come quel suo amico che all’ospedale di Careggi, pochi giorni fa, è rimasto fuori: «Gli hanno fatto il tampone, hanno detto che appena arrivava il risultato lo facevano entrare. Lui è rimasto in macchina ad aspettare, ma ci sono volute otto ore per controllare che lui fosse negativo, e intanto il suo bambino era già nato». Nascere al tempo del coronavirus è un’impresa speciale. Tra corsi pre-parto da remoto, tamponi a scadenze fisse e visite vietate a parenti e amici, è andata per aria tutta una tradizione di riti di accompagnamento della mamma e di accoglienza del neonato. «Quando è iniziata l’epidemia, abbiamo saputo che ai padri non era più permesso entrare in ospedale, e l’idea di non poter essere lì con Samanta mi metteva molto in ansia», racconta Lorenzo, che in pieno lockdown è diventato papà di Alice ed Emma. «Poi ci hanno parlato dell’ospedale di Bagno a Ripoli, abbiamo preso contatto con loro e ci siamo rassicurati». Durante il lockdown, la procedura standard teneva i padri del tutto fuori dall’ospedale: al momento del parto accompagnavano la compagna in accettazione e dopo quattro o cinque giorni andavano a riprendere lei e il neonato. Regole così strette da provocare un aumento delle richieste di partorire a domicilio. Lo conferma Giulia, la mamma di Dario: «Senza Devid accanto non ci sarei potuta stare, avrei scelto di partorire in casa». Con l’arrivo della fase 3, le regole di sicurezza si sono un po’ allentate e per assistere al parto serve solo il tampone anche per il futuro papà. Per il resto, la routine non è cambiata di molto. «Ma finalmente è scomparsa la paura», commenta Alberto Mattei, primario di ostetricia e ginecologia a Bagno a Ripoli. «Si torna a interessarsi delle problematiche che si presentano ogni giorno in ospedale: gli spazi e gli orari di visita stanno tornando normali. È iniziata la fase di convivenza con il virus, e l’eventuale sintomatologia viene ora valutata con senso clinico e non come un allarme rosso ad ogni starnuto». Però proprio il suo reparto è stato uno dei pochissimi in Italia a garantire una gestione delle nascite il più possibile normale anche durante il lockdown: «Pur mantenendo norme di sicurezza stringenti, abbiamo voluto mantenere la possibilità per il padre di partecipare ad un evento così importante, spesso unico nella vita di tutti noi. Il primo punto è stato quello di eseguire il maggior numero di tamponi alle donne in prossimità del parto: le donne, sicuramente negative, hanno potuto partorire in sicurezza per sé, per il padre e per gli operatori sanitari». E tutto questo mantenendo la vocazione per il “parto dolce” che l’ospedale di Bagno a Ripoli ha consolidato negli anni: «La nostra è una azienda molto grande, sia nei numeri che nell’estensione territoriale», spiega ancora Mattei, «comprende tre province e sette punti nascita. I casi più delicati vengono concentrati in altri ospedali, mentre il nostro ha da sempre una vocazione e una preparazione molto pronunciata per l’umanizzazione del parto. Da noi le ostetriche curano con grande passione l’esigenza delle coppie di vivere appieno il momento più alto della loro vita insieme». Mantenere questo approccio anche nei giorni più duri dell’epidemia è stata una scelta di successo: «Abbiamo avuto ottimi risultati e un numero di nascite più alto dello stesso periodo negli anni precedenti». Oltre a ecografie, cardiotocografia e altri usuali controlli delle ultime settimane di gravidanza, in questo periodo le donne devono fare anche il tampone: «Dovevamo farlo ogni sei giorni», ricorda Giulia. «Poi, quando sono andata per l’ultimo tampone, sono iniziate le contrazioni e cinque ore dopo Dario era lì». E se il tampone fosse stato positivo? O in caso di emergenza? Le procedure previste le spiega Mattei: «Dopo un tampone positivo, o se non era arrivato il risultato, la donna rimaneva in un’aria speciale, al di fuori del reparto. In caso di urgenza, invece, c’era una sala parto riservata in cui l’assistenza alla partoriente seguiva le procedure sanitarie previste per chi era positivo al covid»: quindi medici e ostetriche indossavano le tute sterili e le doppie mascherine che abbiamo visto nei servizi fotografici dai reparti più a rischio. «Ma ricordo bene la prima volta che ha partorito una donna che poteva essere positiva al covid», continua Mattei. «Medici, ostetriche, pediatri hanno passato ore in abiti che li rendevano molto più vicini esteticamente a un astronauta che a un medico, ma riuscivano a trasmettere umanità e gioia». Per una donna che aspetta un bambino in questo periodo, la quarantena non è ancora finita: «stay safe, stay home» è un motto obbligato perché entrare in contatto con una persona positiva renderebbe molto più complicata la gestione del parto. «Io sono stata sempre in casa, uscivo solo per le visite mediche», conferma Eleonora, che da poche settimane ha messo al mondo il terzo figlio, Andrea. «E poi si stava sempre tutti imbacuccati, anche durante le ecografie. Le altre volte vedere quelle immagini è stata un’emozione grande, ma stando a distanza di sicurezza non mi sono nemmeno potuta godere lo spettacolo, non riuscivo a vedere bene lo schermo». Anche i parenti si finisce per sentirli solo per telefono. E poi niente visite dei nonni in ospedale, e poche anche adesso che i nipotini sono arrivati a casa: «Ma questo non è solo un danno», commenta Giulia con franchezza toscana. «Significa anche avere meno rotture di scatole...». A Bagno a Ripoli però il personale ha fatto sentire tutti in famiglia: «Per questo mi complimento con i miei collaboratori, medici e ostetriche», commenta Mattei. «Perché l’aspetto umano non si insegna e non si impara, ma si ha dentro, o non si ha. Soprattutto durante il lockdown ho avuto l’impressione forte di vedere persone che remavano nella stessa direzione: sanitari e puerpere si aiutavano a vicenda per far prevalere la vita e l’entusiasmo sulla malattia». Nel racconto delle mamme dell’era Covid gli esempi del calore umano del personale medico sono una quantità: «Sono riusciti a farci sentire come se fuori dall’ospedale non stesse succedendo niente di speciale», assicura Lorenzo. La sua compagna, Samanta, è ostetrica, ma assicura: «Quando si partorisce tutto quello che si sa in teoria si offusca. Stavo seguendo un corso di preparazione in piscina ma dopo due incontri è stato interrotto, e mi è mancato molto. Anche preparare il corredino per le bambine è stato complicato, con i negozi chiusi e la paura di uscire di casa. Ce la siamo cavata un po’ grazie al commercio online, molto per le cose usate che ci sono arrivate grazie alla solidarietà di altre mamme, che si sono fatte in quattro per procurarci tutto quello che serviva». Eleonora, che prima di Andrea di bambini in questo stesso ospedale ne aveva avuti due, dice che «si notava una disponibilità ancora maggiore rispetto al normale. Avevo paura, sì, perché per me era il terzo cesareo e sapevo che è un intervento delicato. Però solo questo mi metteva ansia: l’atmosfera era tranquilla, rilassata, con mio marito subito fuori dalla sala operatoria. Ci siamo sentiti coccolati. Pensi che il bambino è stato in incubatrice e quando ci hanno dimessi l’infermiera che lo aveva seguito non era di turno: la sera stessa mi è venuta a trovare a casa...» Unico problema, l’obbligo di usare la mascherina: «Io la metto quanto vi pare», commenta Devid, «ma la mamma no, non potete obbligarla, è una tortura: come si fa a fare il travaglio senza poter respirare a pieni polmoni?». Ora la vita sta ricominciando al ritmo normale. Eleonora ha già ripreso il lavoro: «Sono veterinaria, mi occupo di controlli alimentari e ho sempre lavorato da casa». Resta il ricordo di un’esperienza diversa da quella vissuta dalle altre mamme. Restano le foto fatte da Malou Scuderi, che normalmente nei reparti maternità ci va su invito dei genitori che vogliono un servizio fotografico del parto, e questa volta invece ci è entrata per testimoniare come si viveva in quelle stanze in questo periodo eccezionale. «Chissà cosa diranno le bambine quando vedranno le foto» si chiede Samanta. «Vorranno sapere perché babbo e io portavamo quella buffa mascherina. O forse no: forse dovremo continuare a portarla per anni, e loro ormai ci saranno abituate».

·        Epidemia ed animali.

"Rischiamo di perdere il controllo". Dopo la pandemia c'è l'incubo panzoozia. Il virus potrebbe diffondersi anche tra le specie animali. L'avvertimento della virologa Ilaria Capua: "Potrebbe essere il primo virus pandemico che diventa una panzoozia. Così perderemo il controllo". Francesca Bernasconi, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale.  "C’è un arcobaleno alla fine della tempesta Covid, tra le nuvole possiamo già intravederne i colori...". Ma, secondo la virologa Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, non bisogna fermarsi qui. Perché nonostante le buone notizie relative al vaccino, il rischio potrebbe non essere finito. E sotto i riflettori finisce il mondo animale, che rischiano di essere contagiati e diffondere il virus in modo incontrollato, come successo ai visoni in Danimarca. "È una prospettiva che il mio gruppo di ricerca aveva già segnalato in tempi non sospetti, prima che scoppiasse il caso in Danimarca e altrove", ha rivelato la virologa in un'intervista all'Huffington Post, citando un articolo risalente allo scorso maggio, in cui si parlave del rischio del Covid-19 di "essere il primo virus pandemico che diventa una panzoozia, cioè che colpisce anche tante specie animali". In particolare, secondo un altro studio pubblicato a settembre, "i mustelidi (la famiglia dei visoni e dei furetti, per intenderci) sono animali che possono diventare serbatoio per questo fenomeno panzootico. Ad oggi sappiamo che i mustelidi sono molto ricettivi - ci sono stati casi anche in Olanda e negli Stati Uniti - e non abbiamo dati sui mustelidi selvatici". La circolazione del virus negli animali, soprattutto in quelli selvatici, potrebbe far "perdere definitivamente il controllo dell’infezione. È impensabile fare sorveglianza e andare a controllare le donnole o le faine nel loro habitat naturale. Il virus chiaramente potrebbe mutare in un’altra specie animale e questo potrebbe minare le nostre possibilità di controllare la pandemia". Sull'arrivo del vaccino, la Capua precisa: "La luce alla fine del tunnel c’è e c’è sempre stata. Da questi fenomeni epocali l’umanità è sempre sopravvissuta, anche quando non c’erano i vaccini, i monoclonali, gli antibiotici". Ma la luce non è rappresentata solamente dal vaccino. Si è arrivati, in questi mesi, anche a "una migliore comprensione della malattia, protocolli di intervento precoce, trattamenti come la sieroterapia, farmaci come gli antivirali e i cortisonici, e poi addirittura una terapia miracolosa come quella basata sugli anticorpi monoclonali". Inoltre, le ultime notizie parlano di più vaccini in arrivo: "Siamo di fronte a una situazione unica- commenta la Capua all'Huffington Post- È per questo che bisogna organizzarsi per avere dei piani di distribuzione che tengano conto delle specificità dei diversi vaccini che verranno approvati". Essendo più di uno, saranno diverse anche le tecniche di conservazione e di somministrazione: per questo è necessario un piano preciso, in grado di "mettere in campo un mix di organizzazione e flessibilità". La Capua, nel corso dell'intervista, commenta anche lo studio pubblicato dall'Istituto Tumori di Milano, che sostiene la presenza del Covid-19 in Italia fin dal settembre 2019: "Questo dovrebbe essere un dato confermato da altri studi europei- ha detto- Non c’è ragione per credere che il virus sia arrivato in Italia mesi prima rispetto ad altri Paesi europei. Se questo dato verrà confermato da studi analoghi fatti in Germania, Francia, Spagna, allora vorrà dire che il virus è circolato per molto tempo sotto traccia: saremmo di fronte a un fallimento clamoroso del meccanismo di sorveglianza, un fatto gravissimo. C’è da augurarsi che si siano sbagliati; nell’attesa di conferme, meglio essere cauti". Relativamente alla seconda ondata, la virologa precisa le modalità utili per affrontare la "pandemic fatigue", il senso di stanchezza e avvilimento causati dal ritorno del Covid-19: "Innanzitutto, bisogna capire che esiste, che ci rende tutti molto più fragili", che porta le persone a dire "basta". "È una resa alimentata anche dal fatto che arrivano messaggi contraddittori o segnali di grande speranza, che poi ovviamente vengono subito ridimensionati- precisa Capua- Un tale zig zag emozionale - gioia / disastro – provoca per forza questo meccanismo psicologico. Ci si sente disorientati, stanchi, impotenti di fronte a un caos soverchiante". Per poter combattere questa situazione è necessario che ognuno alzi "il proprio tollerometro, perché siamo in una situazione eccezionale, tiriamo fuori il nostro senso di gregge, secondo il quale se un lupo mangia la mamma pecora, gli agnellini li allatta un’altra mamma pecora. Diventiamo comprensivi, troviamo spazio per l’ascolto ma non per gli attacchi e lasciamo cadere le provocazioni. Alzare il tollerometro, mettere la mascherina e dare il buon esempio è tutto ciò che possiamo fare". Ma la pandemia nasconde anche un "arcobaleno", che può dare all'Italia e a tutto il mondo la "possibilità di ripartire in un modo più sostenibile".

AGI l'8 settembre 2020 - "Dal punto di vista medico il messaggio è chiaro: bisogna smetterla di vivere a contatto con gli animali come si usa fare in molti paesi dell'Asia". È l'invito che il genetista Mauro Giacca, professore del King's College di Londra, ha rivolto in occasione di un incontro a Trieste su “Come migliorare il nostro rapporto con la Natura dopo il coronavirus”, nell'ambito del programma del Science in the City Festival di Esof2020. "Il fatto di vivere a stretto contatto tra uomini e animali ci ha regalato l'influenza aviaria, la suina, la Sars e ora il coronavirus. In Africa ha portato ebola. Quindi, bisogna stare lontano dagli animali". "Gli animali", ha spiegato Giacca, "sono pieni di virus, molti di questi hanno la facilità di fare il salto di specie". Ma "noi siamo impreparati, non siamo evoluti per difenderci dai virus degli animali". Ognuno, dunque, deve stare nel proprio spazio. "Non stiamo a contatto con allevamenti massicci di polli", ha puntualizzato il genetista, "di suini, non lasciamo i mercati con le bestie vive che si toccano e si portano a casa. Se dobbiamo fare allevamento e macellazione dobbiamo farlo in ambienti protetti, igienicamente controllati". "Non è un caso", ha concluso Giacca, "che queste malattie siano partite dagli animali in Asia e Africa e non in Europa o in altri Paesi. Ci sono abitudini millenarie che fanno sì che ci sia questo rapporto con gli animali che e' totalmente inconcepibile in un pianeta di 7 miliardi di persone".

Il Covid non si trasmette con le zanzare: uno studio italiano conferma. Notizie.it il 04/07/2020. Dopo il chiarimento dell'ISS, uno studio scientifico condotto a Padova risponde alla domanda: "Il Covid si trasmette con le zanzare?" Dopo dubbi e paure, uno studio tutto italiano conferma: il Covid non si trasmette con le zanzare. La ricerca è stata condotta dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro, in provincia di Padova.

Il coronavirus non si trasmette con le zanzare: la ricerca. Lo studio è stato condotto da Fabrizio Montarsi, responsabile del team di zooprofilassi che ha studiatogli insetti. La ricerca è stata fatta in partnership con virologi e biologi molecolari, insieme all’Istituto superiore di Sanità di Roma. L’esito è confortante: le zanzare esaminate non sono portatrici del coronavirus. Il virus, entrato nell’insetto attraverso un pasto di sangue infetto, non si replica all’interno dell’animale. In questo modo, la zanzara non riesce a inoculare il Covid-19 all’interno di un ospite, quindi un essere umano: “Noi qui a Legnaro abbiamo testato la zanzara Tigre, l’Aedes albopictus, mentre in Iss hanno lavorato sia sulla Tigre che sulla zanzara comune, la Culex pipiens. Il risultato è stato lo stesso” ha detto il dott. Montarsi a Repubblica: “Dopo il pasto infetto, abbiamo ucciso le zanzare congelandole a -20. Le zanzare impiegano qualche giorno a digerire, e solo allora, quando hanno digerito, mangiano di nuovo. Quindi, analizzando gruppi di insetti a intervalli regolari a distanza dal pasto abbiamo dimostrato che quando la digestione era terminata, il virus non l’avevano più. Di conseguenza non potevano, non possono, iniettarlo in un altro ospite” ha spiegato.

L’Iss tranquillizza sulla zanzara. Il timore che la zanzara potesse trasmettere il virus è aumentata con l’aumento del caldo estivo. La ricerca ha avvalorato quanto dichiarato di recente dall’Istituto Superiore di Sanità. I dati preliminari di una ricerca hanno appurato che né la zanzara comune né quella tigre possono infettare le persone con le loro punture, visto che il virus non sarebbe in grado di replicarsi nel loro organismo. Anche nel caso dovessero pungere un positivo, le zanzare non agirebbero da tramite. “A oggi non c’è alcuna evidenza scientifica di una trasmissione attraverso insetti che succhiano il sangue, quali zecche o zanzare, che invece possono veicolare altri tipo di virus, responsabili di malattie come la dengue e la febbre gialla” hanno commentato i ricercatori dell’ISS. Il coronavirus resta un virus respiratorio e, come tale, può essere trasmesso solo attraverso goccioline derivanti da starnuti e colpi di tosse, detti nel gergo droplets.

Perché i maiali ci fanno paura: così fanno "esplodere" il virus. I maiali sono in grado di mescolare i virus dell'uomo e degli uccelli, creando nuovi patogeni, tra cui quelli potenzialmente pandemici. Il virologo Palù: "Regole stringenti per gli allevamenti". Francesca Bernasconi, Sabato 04/07/2020 su Il Giornale.  Un nuovo virus isolato in Cina potrebbe diventare una minaccia, scatenando una pandemia globale. È stato chiamato G4EA H1N1 e unisce un ceppo trovato negli uccelli europei e asiatici, quello dell'influenza suina (H1N1), che ha causato la pandemia del 2009 e uno dell'H1N1 nordamericano che ha diversi geni dal virus dell'influenza aviaria, umana e suina. Gli scienziati hanno scoperto il nuovo ceppo nei maiali di diversi allevamenti, tanto da identificarlo come "predominante nelle popolazioni suine dal 2016".

I maiali fanno paura. I virus influenzali, come quello che ha scatenato la pandemia da H1N1 e quello appena scoperto, sono centinaia e, come spiega all'Agi Giovanni Maga, direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igm), "trovano negli uccelli migratori acquatici il loro principale serbatoio naturale". Ma, per passare a l'uomo è necessario "un incubatore, ovvero una specie intermedia in cui avviene il rimescolamento genetico grazie al quale il virus è in grado di trasmettersi all'uomo". E uno degli animali che si è prestato ad essere l'ospite intermedio tra virus zoologici e umani è stato, nella storia, il maiale. Questo perché i suini, oltre ai patogeni della propria specie, possiedono virus aviari e umani. Come ha spiegato ad AdnKronos, il virologo Giorgio Palù, presidente delle società italiana ed europea di virologia, i maiali "hanno caratteristiche peculiari perché hanno recettori dell'influenza sia per i virus aviari sia per quelli umani" e funzionano come "una sorta 'provetta' in grado di mescolare i virus dell'uomo e degli uccelli", dando origine a nuovi patogeni. "Quello che avviene- aggiunge Maga- è un rimescolamento nei geni degli agenti patogeni, per cui si producono quelli che vengono definiti riassortanti, cioè nuovi virus che occasionalmente possono passare all'uomo. Per questo i ricercatori inglesi si sono posti il problema di verificare se in questi anni H1N1, che è oggi in circolazione come virus influenzale stagionale, avesse subito dei rimescolamenti". Lo studio, che ha raccolto i dati in vari allevamenti, ha permesso di individuare diversi ceppi virali che mostrano il rimescolamento dei geni. Tra questi, c'era anche il G4, considerato predominante. "Il gruppo di ricerca- spiega Maga- ha inoltre utilizzato una coltura per dimostrare che G4 ha la capacità di riconoscere i recettori dell'organismo umano e di replicarsi all'interno delle cellule umane". Per questo, il G4EA H1N1 viene considerato in grado di trasmettersi all'organismo umano".

Il problema degli allevamenti. A mettere in guardia sui rischio dello sviluppo di nuove pandemie è il virologo Giorgio Palù, che mette l'accento sul problema degli allevamenti, in particolare su quelli dei maiali. Secondo l'esperto, è necessario "evitare modifiche incontrollate di nicchie ecologiche: modifiche che danno spazio alla nascita di nuovi virus, la forma di vita più diffusa sul pianeta". Per questo, chiede a gran voce all'Organizzazione mondiale della sanità di promuovere "regole chiare e sorveglianza per tutti gli allevamenti, in particolare quelli di maiali". In Cina, spiega Palù, "ci sono grandi allevamenti intensivi di maiali. E molte volte queste strutture si trovano ai bordi delle risaie, dove trasmigrano le anatre, che spesso sono portatrici del virus influenzale". Un dettaglio importante, data la capacità dei maiali di assorbire i virus dei volatili e degli uomini, rischiando di mescolarli. Regole stringenti sono necessarie, a causa delle azioni umane: "Stiamo modificando il pianeta - spiega ancora Palù -abbattiamo le foreste facendo sì che i pipistrelli non infettino solo gli animali selvatici ma vengano addirittura nelle nostre case, come è avvenuto con Ebola in Africa, con lSars-Cov-1 e Sars-Cov-2. E in diversi altri casi. Modifichiamo il pianeta non solo a livello del clima, deforestando e con globalizzazione di persone e merci, ma anche cambiando le nicchie ecologiche o con coltivazioni massive di animali esposti a tutto". Proprio per questo, "l'Oms dovrebbe far sì che tutti i Paesi possano applicare le regole di prevenzione che conosciamo bene da tempo. Come non permettere allevamenti di maiali vicino alle risaie, o il consumo di animali selvatici. E anche imporre la sorveglianza costante degli allevamenti". Lo studio, a detta di Maga, rappresenta "un campanello d'allarme". Infatti, la presenza di virus potenzialmente pandemici negli animali e nei suini in particolare, ha causato 5 pandemie influenzali dalla fine dell'800 fino ad oggi: "L'ultima del 2009 non ha avuto conseguenze particolarmente gravi, ma è assolutamente imprevedibile cosa potrebbe accadere con la prossima". Ma, specificano gli esperti, manca ancora un gradino per la diffusione, cioè la trasmissione da uomo a uomo. E "la probabilità che questa particolare variante causi una pandemia è bassa", tanto che lo studio è stato definito un "gioco di ipotesi". 

Da ilmessaggero.it il 20 giugno 2020. Non si placa l'emergenza Coronavirus nei mattatoi della Germania: sono 1.029 i dipendenti dell'industria della carne tedesca Toennies risultati positivi finora al test del Covid. Lo ha reso noto il Consiglio della circoscrizione di Guterloh, nel Land del Nordreno-Vestfalia. L'esplosione dell'infezione aveva già portato alla chiusura delle scuole e degli asili infantili nei giorni scorsi. Di fronte alla gravità della situazione, il ministro presidente del Land, Armin Laschet, (Cdu), non ha escluso un ritorno del lockdown a livello regionale. Al momento l'infezione è localizzata, ma se questo dovesse cambiare - ha affermato ieri sera parlando a Duesseldorf - potrà diventare necessario anche un lockdown a tappeto nella regione». Laschet si è detto particolarmente preoccupato dal momento che molti dipendenti dell'impresa vengono da diverse città della Vestfalia.

Da "Ansa" il 5 luglio 2020. Alcuni focolai di Covid si sono manifestati negli ultimi giorni in un'area del Mantovano. L'ultimo ha riguardato un salumificio di Viadana e così al momento sono cinque le attività produttive in cui si è sviluppato il contagio (considerando anche una nella vicina Dosolo), tra macelli e salumifici, che contano un totale di 68 dipendenti positivi. L'ultima segnalazione dell'Ats Valpadana arriva dal salumificio Fratelli Montagnini di Viadana, dove ieri le squadre Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) sono intervenute per sottoporre a tampone 26 dipendenti, dopo che uno di loro era stato ricoverato in ospedale con febbre alta. L'esito dello screening ha consentito di scoprire 5 positivi, tra cui 3 dipendenti di una cooperativa che lavorano nel salumificio. L'Ats ha predisposto ieri la chiusura del macello e oggi è attesa la sanificazione. Salgono a 68 i lavoratori (non tutti residenti nel Mantovano) contagiati nei 5 macelli, di cui due ricoverati in ospedale, in condizioni che non sarebbero gravi. 

Pierangelo Sapegno per “la Stampa” il 6 luglio 2020. Adesso è Mantova il cuore del Covid, pochi chilometri racchiusi in una piana che puzza di soldi e di maiali, con un macello dietro l'altro e i campanili che spuntano all'orizzonte. Qui dove la vita affonda nel sole asfissiante della Padania e nella sua frenesia di ricchezza, il virus ha rimesso implacabile le proprie radici. In dieci giorni, mille tamponi e 68 contagi fra i lavoratori di due salumifici e tre macelli, dipendenti diretti o reclutati da cooperative, molti dei quali extracomunitari, riproducendo pari pari l'incubo che aveva spaventato la Germania appena finito il lockdown, quando oltre 1200 infettati erano apparsi all'improvviso fra gli uomini che faticano con i maiali - qualche volta torturandoli - quasi tutti emigrati dall'Est Europeo rientrati dopo la quarantena, senza averne osservato le rigide imposizioni. E' ancora presto per affermare che si è ripetuto pure da noi lo stesso perverso meccanismo. Ma il sospetto c'è. Per adesso le autorità sanitarie si sono limitate a far sapere che in tutti i 5 luoghi colpiti dal Covid, «i protocolli sarebbero stati regolarmente rispettati». Certo è che c'è qualcosa di inspiegabile e preoccupante in questa esplosione. E' cominciato tutto al salumificio Gardani di Viadana, nella riva sinistra del Po, solo afa, pianura e le gaggie sugli orli del fiume: 11 contagiati. Subito dopo, secondo focolaio al Macello Ghinzelli, ancora Viadana: 41 su 450 dipendenti. Poi Macello Martelli, a Dosolo: altri 5. Salumificio Rosa, di nuovo Viadana: 6. L'altro ieri, Macello dei fratelli Montagnini: 5. Le prime quattro strutture continuano a funzionare regolarmente. Solo l'ultima ha temporaneamente interrotto l'attività. Tre di questi posti sono nella zona industriale di Gerbolina, quasi attaccati fra di loro, uno dietro l'altro, come capannoni dalla produzione intensiva, a raffigurare il mito di una società che non si ferma mai. Anche il coronavirus non si ferma mai. E ora, il timore è che questa sia solo la punta dell'iceberg. Non a caso, le autorità hanno appena disposto di estendere lo screening a tutti i macelli della zona. Sono stati ordinati altri mille tamponi che verranno effettuati a partire da oggi. Se le prime verifiche delle autorità sanitarie hanno accertato che queste cinque strutture sono tutte a norma di legge, e che quindi molto probabilmente, proprio come in Germania, i responsabili di questa diffusione del Covid sarebbero i lavoratori stranieri che avrebbero portato da fuori il contagio, non possiamo illuderci che il mondo dei maiali sia quello di Orwell e del suo Napoleon. Molte volte le fattorie degli animali sono luoghi di tortura, qui come altrove, posti dove risuonano le loro urla straziate, con i box sporchi e sovraffollati e i maialini sofferenti che vengono strappati dalle madri allontanate a calci per spingerle nei recinti. Nei macelli gli animali vanno per morire. E un mondo che rischia di morire appena si ferma può mai avere pietà di loro? Se uno è mai entrato in una di quelle gabbie dove vengono ammassati i maiali, gli sarà rimasto in mente il fango dei corridoi, percorso da uomini con gli stivali alle ginocchia, e il ricordo di certi lamenti che coprono i grugniti, come grida di dolore urlate al vuoto. Non chiedetevi se piangono il loro destino. E' la legge di una società massificata che deve dare d mangiare a tutti. La Lega Antivivisezione, la Lav, ha però lasciato delle immagini agghiaccianti che restituiscono ai nostri occhi tutta la crudeltà dei luoghi costruiti per la morte, dove i lavoratori castrano i maialini di un mese senza anestesia e senza somministrare nemmeno alcun analgesico per attutire il dolore, e poi li marchiano afferrandoli per le orecchie con le dita che gli schiacciano gli occhi fino a farli sanguinare. Dove gli orifizi anali vengono chiusi con una spilla da balia, e gli animali gettati nei recinti ancora sanguinanti, e tatuati anche se hanno grossi prolassi. Code e testicoli mutilati sono dati in pasto alle scrofe. Gli ascessi vengono incisi, il pus sporca le gabbie. I piccoli suini sono gettati nei box come vecchie scarpe, buttati via brutalmente. Le celle frigorifere sono piene di animali che non sopravvivono al dolore. Può darsi che siano semplicemente le regole del gioco. Il team investigativo della Lav aveva chiesto alla regione Lombardia l'immediata chiusura di quelle strutture. Ma è così che muoiono i maiali anche al tempo del Covid.

Focolai, contagi e vittime: l’inferno dei mattatoi. Federico Giuliani il 22 giugno 2020 su Inside Over. Il Covid si diffonde a macchia d’olio all’interno dei mattatoi di tutto il mondo. L’ultimo allarme arriva dagli Stati Uniti. Anche qui, proprio come in Germania, i lavoratori contagiati dal virus aumentano giorno dopo giorno. Molti di loro sono morti, altri si trovano in gravi condizioni. “Quello che sappiamo è che i lavoratori stanno morendo, e stanno morendo anche gli ispettori dei macelli”, ha spiegato Neal Barnard, medico e fondatore dell’associazione Physicians Committee for Responsible Medicine citato dal Corriere della Sera. La domanda che in tanti si fanno è: perché le grandi aziende della carne devono fare i conti con simili stragi? Gli esperti hanno provato a dare una risposta basandosi sulle condizioni di lavoro.

La diffusione dei virus nei mattatoi. Due potrebbero essere i fattori principali. Primo: le scarse misure di sicurezza adottate dagli impiegati, spesso in azione senza indossare i dispositivi di protezione individuale e rispettare le distanze. Secondo: le basse temperature che permetterebbero una maggiore sopravvivenza del virus. Riguardo quest’ultima ipotesi, anche gli scienziati cinesi sono convinti che gli ambienti refrigerati possano aiutare il Sars-CoV-2 a proliferare. Emblematico il caso del mercato di Xinfadi, a Pechino, dove un focolaio potrebbe aver avuto origine dall’importazione di alimenti congelati. In un primo momento sembrava che il responsabile fosse il salmone proveniente dall’Europa; in seguito il pesce è stato scagionato, anche se i funzionari stanno adesso indagando sulla pista che porta dritta agli imballaggi e alle spedizioni di cibo.

Stati Uniti e Germania: situazione critica. Tornando ai mattatoi, secondo quanto riferito da un rapporto del Farm Animal Investment Risk and Return (FAIRR) ben oltre il 70% “delle più grandi e quotate aziende che commerciano carne, pesce e latticini sono da considerare a rischio elevato nel favorire nuove pandemie di origine zoonotica”. Un rapporto pubblicato a giugno dal Food and Enviroment Reporting Network ha evidenziato come nella prima parte del mese, in Europa, vi fossero 2670 casi confermati di Covid tra gli addetti degli impianti di lavorazione carne. In questo momento la situazione è particolarmente critica negli Stati Uniti e in Germania. Negli Usa si contano 24mila contagi e 92 decessi tra i dipendenti dei mattatoi, e questi numeri, nel frattempo, potrebbero già essere aumentati. Nello stato del Dakota del Sud, ha spiegato Barnard, più della metà dei casi di Covid sono stati riscontrati nel macello della Smithfield, una società cinese che possiede stabilimenti anche negli Stati Uniti. “Non è la sola – ha aggiunto lo stesso Barnard – Sta succedendo a macelli di altre società come Tyson o Jbs. Ci sono focolai in oltre 200 strutture sparse in tutto il Paese”. La situazione non è diversa in Germania, dove pochi giorni fa sono stati riscontrati 650 positività in uno stabilimento Tonnies situato nel Nordreno-Vestfalia. Risultato? Quarantena obbligatoria per più di 7mila lavoratori del gruppo. In questo caso i focolai sono stati collegati al rientro in terra tedesca di lavoratori provenienti dall’est Europa. In ogni caso, fonti di agenzia confermano che ci sono stati diversi focolai nei mattatoi tedeschi nelle ultime settimane, che hanno spinto il governo a imporre regole di sicurezza più rigorose per l’industria e vietare la pratica dell’uso di subappaltatori. E l’aumento dell’indice Rt in Germania (arrivato a 2.88) è un chiaro segnale di quanto possa essere fondamentale la sicurezza di questi centri: necessari per l’alimentazione della popolazione tedesca ma altrettanto centrali nella lotta al coronavirus.

Il virus preferisce i mattatoi? Federico Giuliani il 18 giugno 2020 su Inside Over. Dalla Germania agli Stati Uniti, dal Canada all’Irlanda passando per Regno Unito, Australia e Brasile. Questi sono soltanto alcuni dei Paesi che devono fare (o hanno fatto) i conti con pericolosi focolai di Covid-19 esplosi all’interno di grandi aziende che lavorano la carne. Se nei primi mesi della pandemia erano gli ospedali a essere considerati gli incubatori e diffusi per eccellenza del virus, adesso i riflettori sono puntati sui mattatoi. In Germania, al momento, la situazione è particolarmente critica. A Dortmund, dall’inizio della settimana, sono stati riscontrati 657 casi positivi di coronavirus tra i dipendenti di un macello. Le autorità sanitarie del comune di Guetersloh hanno subito messo in quarantena circa 7mila persone, tra cui tutti i lavoratori dell’impianto, che ha temporaneamente sospeso la lavorazione. Le scuole e i centri ricreativi della zona sono stati chiusi. Il consigliere distrettuale Sven Georg Adenauer ha spiegato che l’azienda, facente parte del gruppo Toennies, uno dei più importanti dell’industria della carne in Germania, resterà chiusa per un periodo di tempo compreso tra i 10 e i 14 giorni.

In Germania la situazione è critica. Per quale motivo i mattatoi sono diventati così pericolosi? Tornando al caso tedesco, l’azienda colpita ha spiegato che l’esplosione dei contagi sarebbe da ricollegare al rientro sul posto di lavoro di centinaia e centinaia di addetti originari dell’Est europa. Questi, per lo più rumeni e polacchi, dopo aver trascorso un lungo weekend in patria, avrebbero viaggiato fino a 17 ore stipati in bus affollati senza rispettare alcuna misura di prevenzione anti contagio. A quanto pare nessuno dei lavoratori presentava sintomi, anche se con i primi test sono emersi i primi 128 positivi. Un portavoce di Toennies si è scusato per l’accaduto, sottolineando che le basse temperature presenti nell’impianto agevolano l’infezione. In realtà, fa notare i più che il freddo, a provocare l’impennata dei contagi sarebbero le condizioni in cui sono costretti a vivere gli stranieri dell’Est, alloggiati da Toennies in dormitori insalubri e privi delle minime regole sanitarie da rispettare per scongiurare la diffusione del virus. Già “spaventata” dai salmoni, la Cina ha bloccato l’importazione di carne di maiale dall’azienda. Secondo quanto annunciato oggi dell’Amministrazione generale delle dogane, a tutti i prodotti del mattatoio tedesco è stato vietato l’ingresso in Cina a partire dal 17 giugno.

Perché si creano focolai nei grandi macelli. A proposito dei mattatoi, il Guardian ha definito questi luoghi “caotici e folli”. A preoccupare gli epidemiologi sono almeno due aspetti. Il primo è che le particolari condizioni di lavoro hanno spesso impedito agli addetti di dotarsi di ogni protezione e applicare il distanziamento sociale. Il secondo riguarda la forza di lavoro in sé. Molto spesso i lavoratori sono immigrati, talvolta irregolari, che sfuggono a ogni controllo e vivono in veri e propri dormitori sovraffollati. Un contesto ideale per la diffusione del virus. Dulcis in fundo, i grandi macelli non hanno mai smesso di lavorare, neppure durante le fasi più critiche della pandemia. Stando a quanto riportato dal Midwest Center for Investigative Reporting, alla fine di maggio oltre 10mila contagi avvenuti negli Stati Uniti sarebbero da ricollegare ai mattatoi.

Il Covid si diffonde nei macelli del mondo, ma in Italia non si fanno neanche i tamponi. Dalla Germania agli Usa, negli impianti di lavorazione della carne scoppiano focolai. Nel nostro Paese una filiera poco trasparente rende invece impossibile capire cosa succede davvero. Francesco De Augustinis l'1 luglio 2020 su L'Espresso. Centinaia di casi positivi in giro per il mondo, nuovi focolai, una curva che non accenna a rallentare: l’impatto del Covid-19 sull’industria globale della carne e sui suoi lavoratori continua ad alimentare la preoccupazione dei governi e delle autorità sanitarie. Un problema che tocca gli Stati Uniti, il Brasile, l’Argentina, l’Australia. E non risparmia l’Europa e l’Italia, dove la scarsa trasparenza della filiera rende difficile capire davvero quanto il Coronavirus abbia colpito i lavoratori del settore. Negli ultimi giorni è esploso il nuovo caso in Germania, che ha coinvolto il macello più grande di Europa nel Nord Reno-Vestfalia dove sono lavorati ogni anno 16 milioni di suini e impiegati quasi 7 mila dipendenti. Il 17 giugno le autorità hanno confermato l’esistenza di un focolaio di Covid19, con oltre 1.300 casi di contagio già accertati. Non un caso isolato: secondo un dossier del Food and Environment Reporting Network (Fern) già prima del caso tedesco si contavano 2.670 casi di contagio negli impianti di lavorazione carne. Negli Stati Uniti il legame tra macelli e diffusione del Covid è di gran lunga più marcato che in Europa. Secondo lo stesso dossier Fern, a inizio giugno il conteggio era arrivato a 20 mila casi e 92 vittime tra i lavoratori. Alcuni focolai americani hanno persino superato il caso tedesco, come nel macello di suini Smithfield di Sioux Falls, in South Dakota. Si tratta di uno dei principali impianti del Paese, con 3.700 dipendenti e una capacità di macellare 19.500 capi ogni giorno. Qui già a inizio maggio si contavano oltre 1.000 casi di Covid tra dipendenti e contatti diretti. Il ruolo dei macelli nella diffusione del Covid negli Stati Uniti è diventato così evidente che un’inchiesta di Usa Today ha provato a incrociare i dati di contagio della popolazione con le aree dove si trovano i macelli . I risultati hanno mostrato un aumento dell’incidenza dell’epidemia del 75 per cento nelle contee dove si trovano le strutture. Il moltiplicarsi di casi ha spinto le autorità e le aziende in Europa a fare tamponi a tappeto nei macelli dove si rilevavano anche piccoli focolai. In questo modo sono emersi focolai in 19 strutture in Irlanda (956 casi in tutto), una avicola in Galles (158 casi), tre in Francia (115, 54 e 9 casi), tre in Olanda (147, 21 e 28 casi), una in Belgio (70 casi) e sei in Spagna. In tutti questi casi la quasi totalità dei lavoratori era asintomatica. Alla fine di maggio anche il principale macello della Danimarca, di proprietà della Danish Crown, è stato chiuso per alcuni giorni mentre il 2 giugno l’associazione dei produttori del Regno Unito ha chiesto aiuto al governo per la mancanza di forza lavoro. In Italia del rapporto tra Covid e macelli si è discusso in riferimento a un impianto in Puglia, il macello dell’azienda Siciliani di Palo del Colle. Qui a fine aprile le autorità hanno contato complessivamente 71 casi positivi su 500 dipendenti, innescando la chiusura dello stabilimento per due settimane. «La società ha avuto notizia dall’autorità sanitaria che quattro lavoratori in servizio presso il reparto di macellazione erano risultati positivi al Coronavirus», ricostruisce l’azienda. La Siciliani racconta quindi di aver «programmato, di concerto con le autorità sanitarie, l’esecuzione di un’importante campagna di circa cento tamponi, che ha prevalentemente interessato i lavoratori del reparto in questione. Quello che non è noto è che tutti i soggetti risultati positivi ai test condotti in azienda sono del tutto asintomatici e che l’approccio innovativo adottato ha condotto, mediante uno screening a tappeto di natura esclusivamente cautelativa, all’identificazione di positività che altrimenti non sarebbero emerse». In altre parole, secondo l’azienda, questo focolaio sarebbe rimasto occulto se di fronte a casi isolati di positività non fossero stati disposti tamponi a tappeto su tutti i dipendenti. Gli allevamenti industriali si rivelano sempre più dannosi e favoriscono il salto di specie dei virus. E questa pandemia mette sotto accusa un intero sistema di produzione e consumo. Nel resto del Paese, fino al mese di giugno, non sono emersi altri focolai, ma non sono stati effettuati tamponi a tappeto neanche di fronte ad alcuni casi di positività nelle strutture. «Dobbiamo ricordarci che fino a poco tempo fa non c’era disponibilità di fare tamponi», sostiene François Tomei, presidente di Assocarni, sigla a cui sono associati 120 macelli (ma non quello di Palo del Colle) che rappresentano circa il 70 per cento della produzione in Italia. Solo qualche giorno fa con il nostro partner Unisalute abbiamo lavorato sul tema dei test e dei tamponi. Un mese e mezzo fa la stessa Unisalute ci ha detto che non potevamo farne, neanche privatamente. L’unico mezzo che avevamo era quello di essere molto prudenti». Secondo Assocarni, nei macelli associati i casi di lavoratori positivi al Covid sono stati poche unità. Uno dei macelli più colpiti dal lockdown è stato probabilmente l’impianto Inalca di Ospedaletto Lodigiano. Lo stabilimento, circa 750 dipendenti (di cui 650 circa in appalto), ha dimezzato la sua attività all’inizio dell’epidemia trovandosi ai margini della prima zona rossa di Codogno. «I primi Comuni che hanno dichiarato zona rossa erano vicini al macello, Casalpusterlengo, Codogno, per cui siamo stati messi tutti in quarantena, più della metà siamo rimasti a casa, chiusi nel Comune, e l’azienda è andata avanti con pochissima gente», racconta un dipendente. Quando è passata la quarantena, hanno lasciato a casa più della metà di noi con la cassa integrazione, così hanno creato le condizioni per il distanziamento». Secondo una fonte sindacale interna all’azienda, in quelle prime settimane di epidemia «parecchie produzioni sono state spostate all’impianto Inalca di Castelvetro (di Modena, ndr), dove sono stati assunti altri 50 interinali». In questo impianto, riferisce la fonte, l’azienda e il sindacato hanno verificato quattro casi positivi al Covid, più una dipendente dell’amministrazione. Dopo i casi confermati, aggiunge la fonte, non sono stati fatti tamponi a tappeto agli altri dipendenti. «Sul piano della sicurezza, l’azienda è partita in ritardo. All’inizio abbiamo lavorato a ritmi straordinari, non avevamo protezioni, la gente era pigiata, lavoravamo anche il sabato e la domenica. Poi quando c’è stata la chiusura del governo ci si è messi pian piano in sicurezza». In questi giorni il comitato per la sicurezza dei lavoratori dell’impianto Inalca di Castelvetro ha chiesto di effettuare test sierologici a tutti, ma - secondo fonti sindacali - l’azienda non avrebbe risposto. L’Inalca non è stata disponibile per un’intervista sul tema contagi nelle proprie strutture, né a permetterci di visitare l’impianto. Fonti sindacali denunciano opacità anche in altri macelli in Italia, in particolare proprio per quanto riguarda il mondo dei lavoratori in appalto, che spesso rappresentano la maggior parte della forza lavoro. «Dal nostro osservatorio, possiamo dire che in provincia di Modena c’è stata qualche decina di contagi nei macelli», afferma Marco Bottura, sindacalista Flai Cgil, basandosi su dati statistici Inail e segnalazioni degli stessi lavoratori positivi, «possiamo sospettare che ci siano stati focolai che non conosciamo in tutto il sistema appalti, dove ci sono molti lavoratori stranieri membri di comunità che vivono a stretto contatto e vanno a lavoro con mezzi in comune. Ma ad oggi abbiamo solo notizie per vie traverse o di qualcuno che è venuto a farsi patrocinare». Dello stesso avviso Roberto Montanari, Unione sindacale di base di Piacenza, che rappresenta anche operai della logistica che lavorano nei macelli attraverso gli appalti: «Noi non abbiamo un numero preciso di contagiati. Sappiamo che ci sono stati contagi perché sappiamo quali nostri iscritti hanno usufruito della quarantena». Sono 168 i comuni della Regione a rischio ambientale per eccessivi carichi di azoto legati agli allevamenti intensivi. Eppure continua il flusso di denaro pubblico, mentre le piccole aziende che producono in modo ecologico scompaiono in silenzio. L'indagine dell’Unità investigativa di Greenpeace. Uno stato di agitazione e uno sciopero sono stati proclamati a inizio marzo dai lavoratori dell’impianto Aia di San Martino Buon Albergo (Verona), uno dei macelli avicoli più grandi d’Italia con oltre 2.200 dipendenti e 160 mila polli macellati ogni giorno. «Nel settore della macellazione e della lavorazione delle carni avicole è quasi impossibile trovare il distanziamento perché i lavoratori sono gomito a gomito», afferma Paolo Vaghini, sindacalista Fai Cisl di Verona. « A parere nostro bisognava ridurre un po’ le linee. L’azienda per far fronte all’aumento della richiesta di mercato invece ha attivato unilateralmente lo straordinario obbligatorio», rimasto fino ai primi di giugno. Secondo Vaghini lo stato di agitazione è stato ritirato dopo che l’azienda ha assicurato ai lavoratori dispositivi di protezione individuale e una migliore gestione dei turni. Il sindacalista non possiede dati esatti dei numeri di contagio nell’impianto, ma parla di alcune unità, e conferma che a oggi nello stabilimento non sono stati fatti tamponi o test a tappeto. Anche nell’area di Forlì e Cesena, distretto di produzione avicolo, fonti diverse riferiscono di casi di Covid negli impianti di macellazione avicoli: «Ci sono stati casi nei macelli», afferma un dipendente di un’associazione di lavoratori. «In Romagna abbiamo molti macelli avicoli e ci sono stati casi anche qui, ma sono riusciti a individuarli: in genere hanno creato un sistema a squadre, in modo che quando si rilevava un’infezione in un turno si fermava tutto il turno, che non aveva mai commistione con altri turni, con altri settori». Alessandro Scarponi di Uila Uil riferisce che nel periodo dell’epidemia anche il principale macello di Amadori, a San Vittore, ha assunto 100 nuovi dipendenti per far fronte alla produzione. Negli ultimi giorni di giugno fonti di stampa riferiscono di due nuovi focolai scoperti in un macello e in un impianto di lavorazione carni nel Mantovano, ciascuno con 12 casi accertati di lavoratori positivi al Covid19. Nel macello, situato a Viadana e di proprietà del gruppo Pini, l’azienda ha chiesto di fare i tamponi a tutti i 400 dipendenti per conoscere la reale dimensione del focolaio. Alla luce dei focolai nati nel mondo intorno a questo tipo di impianti, la scelta di fare tamponi a tappeto in caso di alcuni lavoratori positivi al virus sembra quanto mai necessaria. Resta poi inesplorato un altro aspetto, quello della logistica che ruota intorno a questa industria. «Nella città dove abito ci sono all’incirca 10 mila persone che lavorano nella logistica, tra questi ci sono quelli dei macelli», continua Roberto Montanari. «Hanno continuato a girare per tutto questo periodo. Piacenza è una delle città che ha avuto il massimo numero di contagiati e morti. È difficile pensare che così tante persone che giravano non abbiano contribuito alla diffusione del virus». 

"Lo studio: cani e gatti che vivono con Covid positivi possono infettarsi”. Le Iene News l'11 giugno 2020. Il professor Sergio Rosati ci spiega alcuni dei risultati di uno studio in corso di pubblicazione sul coronavirus e la possibilità di trasmetterlo a cani e gatti. “Su oltre 200 campioni analizzati tra cani e gatti, risulta che circa il 12% dei gatti e il 4% dei cani hanno sviluppato gli anticorpi all’infezione da coronavirus”. Sergio Rosati, professore di scienze veterinarie all’Università di Torino, ci spiega lo studio in corso di pubblicazione del suo dipartimento in collaborazione con l’Università di Bari e una rete di laboratori di diagnostica veterinaria. “Lo studio è nato circa due mesi fa”, spiega Rosati, “quando abbiamo sollecitato i colleghi veterinari per creare una rete a livello nazionale che consentisse di capire il ruolo di cani e gatti in questo contesto epidemico. Abbiamo chiesto di ricevere campioni di sangue di questi animali che coabitavano con pazienti accertati positivi al coronaviurs. Lo abbiamo fatto nella speranza di non trovare nulla”, aggiunge il professore. “Si tratta di uno studio retrospettivo: abbiamo chiesto campioni di sangue che sono stati raccolti dopo la fine della quarantena del proprietario, in modo da non sottoporre a rischi gli operatori che dovevano fare i prelievi. Quindi si tratta di una fotografia di cosa è successo nelle settimane precedenti”. “In questi studi si vanno a cercare gli anticorpi nel sangue degli animali”, continua Rosati. “Ovvero una traccia del fatto che gli animali si sono infettati. Oltre al consenso informato dei proprietari abbiamo chiesto anche alcune abitudini: se l’animale vive in casa o fuori, se ha avuto contatti ravvicinati con il paziente positivo e per quanto tempo”. “Abbiamo esaminato circa 200 campioni tra cani e gatti e più del 12% dei gatti e il 4% dei cani avevano sviluppato gli anticorpi”, conclude Rosati. “Tutti gli animali con anticorpi erano conviventi con uno o più pazienti Covid positivi. Quindi la fonte dell’infezione sarebbe stato il proprietario. Nella maggioranza dei casi si trattava di infezioni asintomatiche negli animali. Con qualche eccezione, in cui è stata riportata una serie di sintomi che potrebbero essere compatibili con l’infezione, ma su questo non possiamo dare al momento un dato certo. C'era ad esempio un caso di rinite, uno di polmonite e un caso trombosi". “Quello che viene fuori dallo studio”, continua il professore Rosati, “è che oggi possiamo dire che una certa percentuale di animali che sono a contatto con pazienti infetti si sono infettati. Quindi le precauzioni che prendiamo per non infettare altre persone dovrebbero essere prese anche per non infettare gli animali. Sarebbe bene che il positivo non avesse contatti ravvicinati con il proprio animale proprio per tutelarlo. Gli animali sono vittime in questa pandemia, non possono essere considerati untori. Non ci sono al momento evidenze che cani o gatti possano trasmettere il virus all’uomo: la linea di trasmissione è uomo-animale, nei pochi casi che abbiamo documentato”. “L’unico sospetto che c’è stato di trasmissione animali-uomo al momento è quello dei visoni in Olanda”, dice il professore riferendosi ai due allevatori di visoni che si sospetta siano stati contagiati dagli animali. Un sospetto che ha portato all’abbattimento di 10mila visoni in Olanda. “E’ comunque plausibile che il virus sia arrivato ai visoni dall’uomo e in condizioni di allevamento intensivo si possa essere poi diffuso tra gli animali”. "Nel caso del cane o del gatto", dice il professore nel video che potete vedere qui sopra, "che non vivono in contesti di allevamenti intensivi, noi non creiamo quelle condizioni per cui il gatto possa poi alimentare la catena di trasmissione virale". "Il nostro studio", conclude il professor Rosati, "consolida una raccomandazione che abbiamo sempre fatto: trattiamo i nostri animali come tratteremmo i nostri familiari”. 

Dall’uomo al visone e viceversa: ecco come il virus potrebbe essere mutato. Federico Giuliani su Inside Over il 9 novembre 2020. Un’epidemia nel bel mezzo di una pandemia, e per giunta in uno dei Paesi che meglio sta contenendo il Sars-CoV-2. È questo il doppio paradosso con cui deve fare i conti la Danimarca, nuovo osservato speciale d’Europa. Già, perché Copenaghen, che al momento, dall’inizio dell’emergenza, conta poco meno di 60mila casi e quasi 800 morti, è stata costretta a lanciare un inaspettato allarme per la comparsa di un ceppo di Covid-19 correlato ai visoni. Ad ora sono 12 le persone colpite da questa particolare mutazione del virus, 11 nel nord e una nella Danimarca occidentale. Lo spauracchio degli esperti è che la diffusione di una variante del coronavirus possa rendere vane le ricerche sul vaccino e compromettere tutti gli sforzi fin qui fatti per frenare l’emergenza sanitaria globale. Il motivo è presto detto: il “nuovo” Covid-19 interverrebbe sull’organismo delle persone infette indebolendo la capacità dei loro organismi di formare gli anticorpi. E quindi mettendo a rischio l’immunità in vista di un futuro antidoto. A quanto pare, la malattia generata dal virus mutato non sarebbe grave ma pericolosa quanto basta per trasformare in carta straccia gli studi fin qui effettuati sul misterioso agente patogeno. L’istituto di ricerca danese Statens Serum Institut non ha usato mezzi termini: “Nel peggiore dei casi, rischiamo che la pandemia ricominci da capo con sede in Danimarca”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che “sta lavorando con le autorità danesi sulla ricerca e sugli sforzi per controllare il fenomeno”, ha fatto sapere che saranno necessari ulteriori studi per risolvere il rebus.

L’inferno degli allevamenti di visone. Nel frattempo il governo danese non ha potuto far altro che blindare le sette regioni in cui si sono concentrati i casi. Più di 250.000 persone nel nord della Danimarca sono entrate in lockdown. Ma da dove arriva la variazione mutata del coronavirus? Niente meno che dagli allevamenti di visone che si trovano un po’ in tutto il Paese, uno dei principali esportatori mondiali di pellicce di questo piccolo animaletto. Il governo danese ha ordinato l’abbattimento di tutti i 15 milioni di visoni allevati nelle 1.139 fattorie della Danimarca. Lo State Serum Institute, ha sottolineato il Guardian, ha riscontrato dallo scorso giugno almeno 214 persone contagiate da versioni del coronavirus legate proprio ai visoni, anche se, come detto, finora solo 12 soggetti sono stati infettati dal ceppo mutato, riscontrato in cinque allevamenti. “Dobbiamo abbattere completamente questa variante del virus”, ha detto il ministro della Salute danese Magnus Heunicke non nascondendo la potenziale gravità della situazione. E la situazione presente all’interno degli allevamenti di visone presenta le condizioni ideali per consentire la proliferazione dei virus. Proprio come nei wet market asiatici, abbiamo spazi strettissimi, gabbie ammassate l’una sull’altra e tanti animali disposti su lunghi corridoi, pronti per essere uccisi e trasformati in pellicce. Se aggiungiamo il liquame che talvolta bagna i pavimenti – dal sangue delle bestiole agli escrementi passando per altri liquidi – il contatto incessante tra gli allevatori e i visoni e le non sempre adeguate protezioni indossate dagli addetti, il gioco è fatto. Siamo di fronte a uno scenario perfetto per la zoonosi, ovvero il salto di specie.

Condizioni favorevoli. Per capire cosa potrebbe essere accaduto in Danimarca dobbiamo fare un passo indietro e spostarci in Olanda, nei pressi di Amsterdam. Qui, a giugno, si sarebbero registrati i primi “contagi incrociati” tra esseri umani e visoni. Dieurne, una municipalità di quasi 32mila abitanti, è stata teatro di due eventi singolari. In un allevamento di visoni sono stati segnalati casi di animali infettati dal virus Sars-CoV-2. Inoltre, due lavoratori dell’allevamento sarebbero stati contagiati dagli stessi visoni (il condizionale, come detto, è d’obbligo). Immediata la risposta delle autorità: il ministro dell’Agricoltura olandese ha annunciato l’abbattimento di oltre 10mila visoni da allevamento nei luoghi in cui erano stati constatati casi. “Sulla base dei nuovi risultati della ricerca in corso sulle infezioni da virus Sars-CoV-2 presso allevamenti di visoni, è plausibile che si sia verificata un’infezione da visone ad essere umano. Sembra anche, da questa ricerca, che i visoni possano avere Covid-19 senza mostrare sintomi”, affermava il governo olandese lo scorso maggio. Adesso che la stessa situazione si è ripetuta in Danimarca – molto più grave dato il numero di visoni allevati – gli esperti stanno iniziando a studiare il fenomeno con una certa attenzione.

Dall’uomo al visone, dal visone all’uomo. L’ipotesi più plausibile è che un lavoratore di un allevamento, forse asintomatico, possa aver infettato un visone. A quel punto, complici le condizioni favorevoli (spazi stretti e affollati), il virus avrebbe colpito a ripetizione tutti gli animali presenti nelle gabbie. Nel corso delle settimane, contagio dopo contagio, il Sars-CoV-2 potrebbe aver subito qualche mutazione tale da renderlo leggermente diverso dalla sua forma iniziale. A quel punto un visone infettato dalla nuova variante potrebbe averlo restituito ai lavoratori dell’azienda. Più di 50 milioni di visoni all’anno vengono allevati per la loro pelliccia, principalmente in Cina, Danimarca, Paesi Bassi e Polonia. Sono stati segnalati focolai negli allevamenti di animali da pelliccia in Paesi Bassi, Danimarca, Spagna, Svezia e Stati Uniti, e milioni di animali sono stati abbattuti. I visoni, come i loro parenti stretti furetti, sono noti per essere suscettibili al coronavirus e, come gli esseri umani, possono mostrare una serie di sintomi, fra cui anche la polmonite. Il visone si infetta dagli esseri umani. Ma il lavoro di indagine genetica avrebbe mostrato che in un piccolo numero di casi, nei Paesi Bassi e ora in Danimarca, il virus avrebbe compiuto il percorso inverso: dal visone all’uomo. Al momento sono in corso studi per scoprire come e perché i visoni siano stati in grado di diffondere l’infezione.

Da "huffingtonpost.it" il 5 novembre 2020. Il primo ministro danese, Mette Frederiksen, ha fatto sapere il governo intende abbattere tutti i visoni negli allevamenti del Paese, circa 15 milioni, per ridurre al minimo il rischio che ritrasmettano il coronavirus agli esseri umani. Frederiksen ha riferito che il rapporto di un’agenzia governativa che mappa il Covid-19 ha mostrato una mutazione nel virus trovata in 12 persone nella parte settentrionale del Paese, che sono risultate infettate dai visoni. Il ministro della Sanità, Magnus Heunicke, ha detto che la metà dei 783 casi di Covid-19 nel nord della Danimarca “sono legati” al visone. ”È molto, molto serio - ha affermato Frederiksen - Pertanto, il virus mutato nei visoni può avere conseguenze devastanti in tutto il mondo”. La Danimarca è uno dei principali esportatori mondiali di pellicce di visone, producendo circa 17 milioni di pellicce all’anno. Kopenhagen Fur, una cooperativa di 1.500 allevatori danesi, rappresenta il 40% della produzione mondiale delle pellicce di questo animale. La maggior parte delle esportazioni va in Cina e Hong Kong. Secondo le stime del governo, l’abbattimento dei 15 milioni di visoni del Paese potrebbe costare fino a 5 miliardi di corone (785 milioni di dollari). Il capo della polizia nazionale Thorkild Fogde ha detto che “dovrebbe accadere il prima possibile”. Il ministro danese per l’Alimentazione, Mogens Jensen, ha riferito che 207 aziende sono state infettate, rispetto alle 41 del mese scorso, e la malattia si è diffusa in tutta la penisola occidentale dello Jutland. Il mese scorso, la Danimarca ha iniziato ad abbattere milioni di visoni nel Nord del paese. Il governo ha promesso di risarcire gli allevatori. Il Paese ha registrato 50.530 infezioni e 729 decessi.

Covid e visoni, emergenza in Danimarca. E l'Italia cosa aspetta a chiudere gli allevamenti? Le Iene News il 06 novembre 2020. Allarme e misure di emergenza in Danimarca dopo che 214 persone sono state contagiate dai visoni con una forma di coronavirus mutata. Il problema potrebbe riguardare anche gli allevamenti in Italia: due in Lombardia non rispetterebbero le norme igieniche necessarie e si conterebbero già due casi secondo la Lav. Che chiede al governo di vietare l'allevamento di visoni nel nostro paese. “Vietate definitivamente in Italia l'allevamento di visoni e di animali per la produzione di pellicce”. È l’appello della Lav, la Lega antivivisezione al governo italiano dopo l’emergenza che sta coinvolgendo la Danimarca dove 214 persone sono state infettate dai visoni con una forma di coronavirus mutata (12 in particolare da una variante che sarebbe meno sensibile agli anticorpi). Per questo sono stati vietati gli spostamenti di 280mila persone che vivono nella zona del nord dello Jutland vicino ai grandi allevamenti intensivi di questi animali, in un paese che è il secondo più grande produttore al mondo di pellicce dopo la Cina. Le misure sono state annunciate in diretta tv dalla premier Mette Frederiksen, assieme all’abbattimento di 17 milioni di esemplari. Tutto sarebbe partito da un allevamento intensivo danese in cui migliaia di visoni convivono in spazi estremamente limitati. Qui il virus “trova un ambiente ideale per replicarsi, evolvere e dunque subire mutazioni”, spiegano dalla Lav. Gli animali si ritrovano a convivere in gabbie strettissime: non hanno spazio per muoversi, arrampicarsi o nuotare. Questa specie di carnivori semiacquatici si ritrova in queste condizioni a dover vivere anche tra i cadaveri dei loro simili. Stando in gabbia, basta solo che un animale sia infetto per trasmettere il virus a tutti i suoi simili. “Questi piccoli carnivori sono stati chiamati in causa come una specie intermedia che potrebbe traghettare il virus dall’ambiente selvatico del pipistrello all’uomo” ci ha spiegato Sergio Rosati, professore di Scienze veterinarie all’università di Torino nel video che potete vedere qui sopra. “Le condizioni di un allevamento intensivo possono amplificare le infezioni, in una stretta promiscuità in cui il virus potrebbe adattarsi a una nuova specie ed essere fonte quindi di infezioni anche per noi”. A questo si aggiunge il mancato rispetto delle norme igieniche in alcuni allevamenti: ci sarebbe personale che entra nelle gabbie senza alcuna protezione, né mascherine, né calzari o tute. Ma neppure le strutture seguirebbero le norme di sicurezza garantendo delle zone dove è possibile isolarsi tra l’interno e l’esterno dell’allevamento per igienizzarsi e decontaminarsi. Questo problema riguarda anche l’Italia che conta oltre 60mila visoni. Ci sono 8 allevamenti: 3 in Lombardia tra Brescia e Cremona, 2 in Veneto tra Padova e Venezia, altrettanti in Emilia-Romagna e uno in Abruzzo. Secondo la Lav due allevamenti lombardi non avrebbero rispettato le norme igieniche con animali sofferenti e allevatori privi di protezioni. “Almeno due campioni prelevati nel mese di agosto dai visoni di un unico allevamento sono risultati positivi al Sars-Cov-2 e l’informazione è arrivata solo dopo i nostri numerosi e insistenti appelli e le nostre istanze di accesso agli atti”, fa sapere la Lav. Non è stata presa però alcuna decisione in merito “invece di avviare un rigoroso screening con test diagnostici in tutti gli allevamenti di visoni in Italia”. “Ha senso continuare ad allevare migliaia di visoni per la produzione di pellicce consapevoli che può portare all’ulteriore diffusione del coronavirus anche in una forma mutata e potenzialmente più pericolosa?", si chiede Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free. Alla sua domanda ne aggiungiamo un’altra: non è arrivato il momento di chiudere gli allevamenti di visoni, destinati alla produzione di pellicce? C’è chi è disposto a farlo come Massimiliano Filippi. “Se il governo decidesse di chiudere gli allevamenti, chiuderei anche il mio”, ci ha detto. “Ma dovrebbero dare un compenso per convertire l’attività”.

Coronavirus nei visoni, l'Italia sta facendo il possibile per scongiurare il pericolo? Le Iene News l'11 novembre 2020. L’Italia avrebbe atteso oltre due mesi prima di comunicare il primo contagio dei visoni nei nostri allevamenti. Perché? E perché non ha fatto i test di massa come in Olanda? Giulia Innocenzi proverà a rispondere a tutte queste domande nel servizio in onda giovedì a Le Iene. Perché l’Italia avrebbe impiegato più di due mesi per comunicare all’Organizzazione mondiale della sanità animale il primo caso di visone contagiato? E perché non ha testato tutti gli allevamenti come ha fatto l’Olanda, ma solo quelli dell’allevamento col caso di positività? Sono alcune delle domande che solleva Giulia Innocenzi su come l’Italia ha gestito l’allarme coronavirus negli allevamenti di visoni, nel servizio che andrà in onda giovedì nella puntata de Le Iene. La Danimarca, primo paese in Europa per la produzione di pellicce, sta abbattendo i suoi 17 milioni di visoni, dopo che è stato scoperto una mutazione di coronavirus avvenuta dopo che l’uomo ha contagiato i visoni, e gli animali hanno trasmesso a loro volta il virus all’uomo. Il rischio è che la nuova variante di coronavirus, infatti, potrebbe rendere meno efficace il vaccino in produzione, che si basa sul covid originale. Così la Danimarca, per scongiurare il pericolo, ha deciso di abbattere tutti i visoni sul suo territorio. E l’Italia? Il primo caso di visone contagiato risale al 10 agosto in provincia di Cremona, e viene scoperto perché in seguito alla positività di un lavoratore si procede a testare gli animali dell’allevamento. Viene trovato soltanto un altro animale positivo. Con una lettera indirizzata all’Organizzazione mondiale per la sanità animale l’Italia dà conto dei contagi avvenuti. Ma aspetterebbe più di due mesi per farlo: la lettera è datata infatti 30 ottobre. E cioè tre giorni dopo che la Lav, l’associazione per i diritti degli animali, rende pubblica la notizia dei visoni contagiati in Italia, dopo che finalmente gli enti preposti rispondono ai loro pressanti quesiti. L’Italia ha aspettato davvero tutto questo tempo prima di informare la comunità internazionale? Se sì, perché, visto che la tempestività è una delle armi fondamentali per combattere il coronavirus? E perché l’opinione pubblica non è stata informata? Gli abitanti nei pressi dell’allevamento non avevano diritto di sapere cosa stava avvenendo? C’è un altro aspetto su cui la Innocenzi mette la lente d’ingrandimento, e cioè le misure preventive adottate dalle autorità sanitarie. In Olanda, dopo il primo caso di contagio già nel mese di maggio, sono stati istituiti test obbligatori a tutti gli esemplari di visoni negli allevamenti per pellicce. In Italia, invece, si è proceduto a fare i test soltanto nell’allevamento dove sono stati registrati i primi contagi (1124 su 26.000 animali). Per gli altri allevamenti, come scritto nella circolare del ministero datata 14 maggio, si chiede di osservare gli animali e verificare se hanno sintomi, come l’inappetenza o problemi respiratori, e poi eventualmente procedere ai test. E i casi asintomatici? Perché non è stato fatto un test di massa anche in Italia proprio come in Olanda, dove così hanno scoperto numerosi focolai? Infine, quanti sono gli allevamenti di visone operativi oggi in Italia? Secondo il ministero della Salute, come risulta nella comunicazione fatta all’Organizzazione mondiale della sanità animale, 9. Secondo la Lav, che ha fatto un censimento chiedendo direttamente alle singole Regioni, 8, per un totale di poco più di 60.000 animali. Tutte domande che Giulia Innocenzi ha rivolto al ministero della Salute, ma dall’ufficio stampa le hanno risposto che la richiameranno. C’è tempo fino a domani sera, prima della puntata de Le Iene, per dipananare ogni dubbio.

In Spagna 100mila visoni saranno abbattuti perché positivi al coronavirus. Le Iene News il 17 luglio 2020. Dopo l’Olanda e la Danimarca, anche in Spagna sono tantissimi i visoni d’allevamento che verranno uccisi perché risultati positivi al coronavirus. A Iene.it aspettando Le Iene Giulia Innocenzi ha intervistato il professor Sergio Rosati: “Le condizioni di un allevamento intensivo possono amplificare l’infezione tra la specie”. Dopo l’Olanda e la Danimarca, anche in Spagna tantissimi visoni verranno abbattuti perché positivi al coronavirus. Sono i circa 100mila i capi dell’allevamento di La Puebla de Valverde, nella regione di Aragona, l’87% dei quali è risultato positivo. Le autorità locali ne hanno disposto l’abbattimento “per evitare il rischio di trasmissione del virus alle persone”, come ha detto il ministro dell’Agricoltura dell’Aragona Joaquin Olona, anche se non esistono prove certe che il coronavirus si trasmetta dai visoni all’uomo. Il primo caso di abbattimento di visoni per sospetto contagio era stato quello in Olanda, dove due allevatori avevano contratto il coronavirus. Intervistato da Giulia Innocenzi per Iene.it: aspettando Le Iene a proposito di questo sospetto contagio, il professor Sergio Rosati, ha spiegato: “È plausibile che un lavoratore in questi allevamenti abbia contagiato il visone”. “I visoni come i furetti sono specie suscettibili, quindi in grado di essere contagiati dall’uomo”, ci aveva spiegato. “Inoltre le condizioni di un allevamento intensivo possono amplificare l’infezione tra la specie”. “I visoni stanno in gabbia negli allevamenti e questa è una sicurezza”, ha replicato Massimiliano Filippi, allevatore di visoni, nell’intervista che potete vedere qui sopra. “Così non possono scappare”.  Il problema degli allevamenti sembra però essere che se si contagia un animale, si contagiano anche tutti gli altri. Così chiediamo a Filippi se non sia arrivato il momento di chiudere gli allevamenti di visoni, destinati alla produzione di pellicce. “Ci sono tante cose futili che produciamo. Se il governo decidesse di chiuderli chiuderei anche il mio, ma dovrebbero dare un compenso per convertire l’attività”. Intanto, però, sono già tanti i visoni abbattuti per il coronavirus. I casi dei visoni abbattuti per il coronavirus hanno portato la Lav, insieme a Fur free alliance e a Essere animali, a tornare a chiedere all’Italia di vietare gli allevamenti di animali per produrre pellicce. Secondo Essere animali nel nostro Paese, a dicembre 2019, sono attivi una decina di allevamenti che secondo la loro stima avrebbero ucciso oltre 100mila animali. L’Italia infatti, insieme a Francia, Portogallo e Irlanda, è uno dei pochi Paesi europei a non aver ancora introdotto il divieto di allevamento di animali allo scopo di produrre pellicce. Forse l’arrivo di una nuova e devastante epidemia, che come vi abbiamo raccontato con il nostro Gaston Zama è stata proprio causata dal nostro sfruttamento ai danni degli animali, spingerà finalmente la politica a mettere un freno a queste terribili pratiche.

Virus trasmesso dall'uomo. Coronavirus, focolaio in un allevamento di visoni: animali salvati dal macello. Redazione su Il Riformista il 4 Maggio 2020. Risultati positivi al coronavirus i visoni di un allevamento in Olanda saranno così salvati dal macello per essere trasformati in pellicce. L’allevamento, infatti, è stato segnalato come focolaio dell’infezione dopo che alcuni dipendenti hanno mostrato sintomi di Covid-19. Al momento si ritiene che sia stato l’uomo a trasmettere il virus all’animale e non viceversa. L’Istituto olandese per la sanità pubblica e l’ambiente (Rivm) ha deciso che gli animali non saranno abbattuti perché la macellazione potrebbe esporre il personale a rischi maggiori. Vietato anche il trasferimento dall’allevamento per evitare di diffondere l’infezione. I lavoratori dell’allevamento dovranno ora essere forniti i dispositivi di protezione e dovranno segnalare la comparsa negli animali di ogni segno clinico dell’infezione. Secondo i ricercatori, nonostante la marginalità del fenomeno, non può essere escluso l’impatto di infezioni animali sulla salute umana e per questo l’allevamento olandese sarà trasformato in un laboratorio naturale per studiare l’epidemia in questa specie. Saranno quindi avviate una serie di analisi sugli animali contagiati e su quelli morti. I visoni, allevati soprattutto nel Nord-Est della Cina, sono infatti una delle specie nelle quali potrebbe essere nato il nuovo coronavirus.

Coronavirus, in Olanda abbattuti 10 mila visoni dopo casi di sospetta trasmissione del contagio all'uomo. Pubblicato lunedì, 08 giugno 2020 su La Repubblica.it da Gabriella Colarusso. La decisone è presa: l’Olanda abbatterà circa 10mila visoni da pelliccia dopo che sono stati individuati due possibili casi di trasmissione del virus Sars-CoC-2 dagli animali all’uomo. Alla fine della scorsa settimana, gli allevamenti intensivi hanno già cominciato gli abbattimenti: casi di infezione tra gli animali sono stati trovati in 10 fattorie del Paese, secondo la Food&Wares authority olandese. “Tutte le fattorie di allevamento di visoni in cui vi è un’infezione saranno eliminate e le fattorie in cui non vi sono infezioni non lo saranno”, ha spiegato la portavoce dell’agenzia. Gli animalisti avevano cercato di bloccare l’abbattimento, ma il via libera è arrivato dopo che il tribunale di Amsterdam ha bloccato il ricorso presentato dalle associazioni. I primi casi di coronavirus negli allevamenti erano stati individuati ad aprile, a maggio il governo aveva comunicato due casi di trasmissione dagli animali all’uomo, i primi fuori dalla Cina. I visoni, anche cuccioli, verranno abbattuti con il gas, i corpi smaltiti e le aziende sanificate. Le associazioni animaliste che si battono contro la produzione e il commercio di pellicce chiedono la chiusura degli stabilimenti produttivi: “Chiediamo ai 24 Paesi in tutto il mondo che consentono ancora l’allevamento di visoni di valutare molto rapidamente la situazione e le prove provenienti dai Paesi Bassi”, ha dichiarato Claire Bass, direttore della Humane Society International del Regno Unito. Secondo l’organizzazione, Cina, Danimarca e Polonia sono i maggiori produttori di visoni, ogni anno vengono abbattuti 60 milioni di visioni per le pellicce. In Olanda, secondo i dati la Federazione olandese degli agricoltori Pelt riportati dalla Reuters, ci sono 140 allevamenti di visoni che esportano 90 milioni di euro di pellicce l’anno. In Italia sulla vicenda è intervenuto Massimo Comparotto, presidente dell’Oipa, organizzazione internazionale protezione animali: “Ci appelliamo al Governo italiano affinché decida la chiusura di tutti gli allevamenti di animali da pelliccia in Italia, purtroppo ancora attivi in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Abruzzo, prevedendo il recupero e la riabilitazione degli animali”, ha dichiarato. “In questi stabilimenti gli animali vivono per lo più in pessime condizioni igieniche e lo stress che subiscono dalla nascita all’uccisione è altissimo, costretti come sono a subire un'angusta cattività in scenari d’inferno”. 

Coronavirus, chi si prende cura degli animali domestici dei pazienti? Antonino Paviglianiti il 20/04/2020 su Notizie.it. Coronavirus, ma dove vanno a finire gli animali domestici se si trovano in case di pazienti positivi? Chi si prende cura di loro? Dove finiscono gli animali domestici durante il periodo di coronavirus? L’iter, a volte, sembra uguale: il paziente – a casa, spesso da solo – si ammala disperatamente. L’ambulanza arriva finalmente per portarlo via. Quindi, una seconda squadra, vestita con una tuta ignifuga, segue per salvare un membro della famiglia abbandonato nel caos e improvvisamente bisognoso di un nuovo ‘ricovero’: l’animale domestico del paziente. Ed è quanto sta accadendo, per esempio, a El Rifugio di Madrid: le squadre di questa associazione finiscono per collocare gli animali domestici in case adottive con persone che si prenderanno cura di loro. Migliaia di animali in Spagna sono stati dimenticati in uno dei più grandi e mortali focolai di coronavirus del mondo. Allo stesso tempo, la richiesta di adottare cani e gatti è aumentata durante il blocco. “La grande notizia è che ora ci sono molte più persone che si sono offerte di prendersi cura di un animale domestico rispetto al numero che abbiamo dovuto salvare”, ha dichiarato Nacho Paunero, presidente di El Refugio. Ma l’intensità dell’epidemia del Paese sta sollevando alcune questioni etiche e pratiche per i lavoratori della protezione degli animali. Sono preoccupati che la fretta di adottare animali domestici non sia sempre nel miglior interesse degli stessi e in alcuni casi hanno iniziato a porre dei limiti. Gli amministratori dei rifugi si stanno chiedendo quanto siano impegnati i proprietari adottivi a tenere i loro nuovi animali domestici o se li abbandoneranno dopo la fine dell’emergenza. Poiché il passeggio con cane è una delle poche attività esenti dal rigoroso blocco della Spagna, i lavoratori del rifugio per animali temono che ciò abbia spinto la domanda di adozioni. Dal 14 marzo, il paese ha tenuto i suoi 47 milioni di residenti sotto stretto controllo e attentamente monitorati, vietando a quasi tutti, compresi tutti i bambini, di fare anche una breve passeggiata fuori casa. “Se hai fretta di adottare, vedo che è un segnale molto negativo, soprattutto perché è chiaro che ci sono persone che vogliono adottare per avere una scusa per camminare per le strade – il che a sua volta significa che questi animali potrebbero essere restituito a noi o abbandonato”, ha dichiarato Javier Rodellar, presidente di Anerpa, un’associazione per la protezione degli animali. Rodellar ha dichiarato che il suo gruppo ha sospeso tutte le adozioni e limitato i tirocini temporanei alla sua cerchia di volontari e sostenitori da quando la Spagna è stata chiusa a metà marzo. Da allora ha respinto almeno 50 richieste di adozione. Anerpa sta proteggendo tutti i suoi animali per ora, ha detto Rodellar, una decisione che sta ribassando considerevolmente le sue finanze. Ha riconosciuto che le associazioni spagnole per il benessere degli animali si sono divise sulla questione, con alcuni ragionamenti secondo cui qualsiasi badante è meglio di niente. Luz Vaillo, che gestisce un rifugio nella città di Salamanca, ha affermato di aspettarsi che molti dei sette cani adottati il ​​giorno prima che il blocco della Spagna entrasse in vigore saranno restituiti, ma è fiducioso che nel frattempo si troveranno ben. “È impossibile sapere cosa motiva esattamente qualcuno, quindi possiamo solo sperare che nessuno abbandonerà di nuovo un cane non appena tutte le restrizioni di movimento saranno revocate”, ha affermato la signora Vaillo. El Refugio sta mettendo gli animali domestici solo in affidamento per ora. “Faccio una distinzione tra un’adozione, che è per sempre, e la necessità di trovare una soluzione di emergenza temporanea”, ha dichiarato Paunero, di El Refugio. In alcuni casi, i proprietari di animali domestici si sono ammalati in rapidità scioccante. “Nei casi più drammatici, purtroppo, abbiamo dovuto prelevare un animale da un appartamento subito dopo che i servizi di emergenza avevano rimosso il cadavere del suo proprietario”, ha affermato Paunero. Quello che succede dopo per gli animali domestici è spesso l’improvvisazione. Mentre El Refugio organizza missioni di salvataggio a Madrid, le sorti di altri animali domestici in Spagna spesso rimangono in bocca al passaparola: un vicino chiede se qualcuno può aiutare, un soccorritore che cerca di trovare un parente. In genere, se il proprietario ha una possibilità di tornare a casa, il nuovo accordo è temporaneo. Come per Antonio Viñas, 46 anni, ricoverato in ospedale a Madrid, “è successo tutto un po’ troppo all’improvviso” per fare piani di emergenza per il suo cane, Augusto, uno Spitz tedesco bianco con la faccia color crema. Augusto è stato collocato nella casa dei vicini, Ariel Framis, 15 anni, e sua madre, Alicia, che non avevano mai incontrato il signor Viñas, ma hanno accettato di accogliere Augusto dopo aver sentito da un amico che un cane nel loro quartiere aveva urgentemente bisogno di cure. Ora, Ariel e sua madre inviano aggiornamenti quotidiani al Sig. Viñas, condividendo foto e storie su Augusto che “chiaramente portano un po’ di gioia nel suo letto d’ospedale”, ha detto la signora Framis. Anche Ariel ha tratto beneficio dal prendersi cura di Augusto. “Abbiamo sempre pensato di avere un cane, ma non sembrava davvero possibile perché viviamo in un appartamento, mia mamma lavora e normalmente sono a scuola o all’allenamento di basket”, ha detto Ariel. “Ma ora sono bloccato a casa e mi diverto davvero a giocare con Augustus”.

Caterina Maniaci per “Libero quotidiano” il 2 aprile 2020. Milo è un bel cavallo giovane. Vivace, affettuoso, sempre pronto a sgambettare felice nel prato adiacente al suo box, ancora più felice quando vagabonda, a passeggio nei campi, con il suo padrone, che appena può scappa da Milano e lo raggiunge in questo maneggio in un angolo della campagna milanese. Ora da giorni Milo guarda sconsolato al di là del ristretto orizzonte del suo box, aspettando un giorno dopo l' altro che il suo amico torni. Ma i giorni passano e lui non arriva, è già tanto che qualcuno lo faccia mangiare e gli faccia fare qualche giro alla corda. Il suo padrone, isolato a casa, non sa che fare. «Che ne sarà di lui, se non posso andarci io?», si dispera l' uomo. E il suo grido d' allarme si associa a quello di molti altri. «Perché il cane si può portare a fare una passeggiata, per farlo muovere, e il cavallo no?», è infatti la domanda legittima che si stanno facendo tutti coloro che hanno scelto di condividere la propria vita con questi meravigliosi animali. Le disposizioni governative impediscono gli spostamenti e quindi di raggiungere i maneggi. Eppure i cavalli sono animali da compagnia e molto spesso sono anche un necessario aiuto in molte attività, dalla ippoterapia - che aiuta disabili, autistici - a lavori agricoli, ad attività turistiche, allo sport a livello agonistico. All' associazione Italian Horse Protection di Volterra, in Toscana, sta arrivando una valanga di accorate richieste di aiuto. Raccontano storie come quelle di Milo e del suo amico. Il presidente di Ihp Sony Richichi ha lanciato un nuovo allarme: «Oltre che per la grande sofferenza che i cavalli stanno subendo a causa della forzata reclusione nei box, siamo molto preoccupati per il fatto che la sospensione delle attività, specialmente se dovesse protrarsi nel tempo, potrebbe indurre alcuni centri ippici a dare via i cavalli per sopravvenute difficoltà. È concreto il rischio che centinaia di cavalli vengano ceduti ai commercianti e che molti finiscano al macello». Ad Agazzano, nella campagna intorno a Piacenza, c' è un luogo che si contrappone a queste visioni desolate. Ma anche qui le preoccupazioni e la consapevolezza dei rischi non mancano. Li ha molto chiari Nicoletta Carnazzi, nella sua azienda agricola e allevamento di cavalli di Rio Fontanino, che gestisce con il marito, insieme alla NGA Horses, società sportiva dilettantistica, dove si danno lezioni di equitazione. O almeno si davano, fino a un mese fa. «Ci occupiamo di una cinquantina di cavalli, tra quelli nostri e quelli a pensione. Da oltre tre settimane i proprietari non possono venire, quindi siamo noi - io, mio marito, il nostro lavorante, e persino mio figlio quattordicenne - a portare sul paddock i cavalli, gli facciano mangiare l' erba, insomma ci occupiamo di loro, dalla mattina alla sera. Lo facciamo volontariamente, senza costi aggiuntivi. Questa è un' oasi felice, con tanto spazio libero, gli animali non rischiano certo l' incuria. I proprietari telefonano, chiedono notizie, noi mandiamo le foto dei cavalli e loro si rincuorano», racconta a Libero Nicoletta. Ma, si chiede, cosa avverrà tra uno o due mesi, se i proprietari non dovessero più farcela a pagare le loro rette? E che succede in maneggi e allevamenti più piccoli, dove si moltiplicano le difficoltà, dove non c' è nessuno che possa portare a camminare i cavalli, che sono confinati in spazi ridotti, se non addirittura nei box? «Una cosa è certa», afferma Nicoletta, «un cavallo non può rimanere fermo a lungo, ne va della sua vita. E soffre di solitudine. Se i proprietari non possono occuparsene, se la crisi che arriverà dopo questa emergenza li costringerà a non poter più pagare la pensione, che fine faranno questi animali? Come saranno ridotti dopo mesi di inattività, di cibo razionato e senza pulizia?» Se almeno si potesse permettere ai proprietari di andare una volta alla settimana dai loro cavalli, per accudirli...Esiste un mondo di attività, di produttività, di lavoro, di passione che rischia di finire in pezzi. Le cifre non sono cosa da poco. «Penso a quello che sta succedendo da noi. Stop alle lezioni di equitazione, l' allevamento è fermo, anche perché le nostre fattrici non sono state ingravidate e quindi non figlieranno. E tutte le attività sportive, le gare, l' indotto? Perdite immense...». Mantenere un cavallo, praticare l' equitazione non è cosa da privilegiati, non è un' attività di nicchia. «Ci sono persone che anche con uno stipendio di 1200 euro al mese riescono a ritagliare una quota per quella che è una vera passione, un legame affettivo inossidabile», spiega ancora Nicoletta Carnazzi. Anche perché pagare un maneggio può costare dai 200 ai 600 euro al mese, costi non impossibili. Senza contare che per molti bambini con disabilità la terapia con il cavallo è irrinunciabile.

Dagospia il 24 marzo 2020. Da “la Zanzara - Radio 24”. A un certo punto il conduttore Giuseppe Cruciani gli chiede: ho visto nei necrologi anche dei cacciatori morti per il coronavirus. E Paolo Mocavero, capo dell’associazione 100 per 100 animalisti, risponde così: “E chi se ne fotte. Non me ne frega niente, dov’è il problema? Per le altre persone mi dispiace un sacco, massimo rispetto. Dei cacciatori morti non me ne frega niente. Il cacciatore è un uomo di merda. Se muore, io godo. Devono morire tutti, sti pezzi di merda. Voi dite quello che volete, io dico quello che penso”. Così dice Mocavero durante La Zanzara su Radio 24. Ma vorresti che morissero tutti di coronavirus, domanda ancora Cruciani?: “Magari, questa sarebbe una gran bella cosa. Per tutte le altre persone sono dispiaciuto come te, come altri animalisti. Dei cacciatori me ne sbatto i coglioni, devono morire tutti”. Dunque saresti contento se il virus uccidesse in maniera selettiva tutti i cacciatori: “Sarebbe un colpo al superenalotto, una botta di culo mai vista”. I cacciatori potrebbero fare lo stesso ragionamento con te: “Assolutamente. Sono liberi di pensarlo e ci mancherebbe altro. Il mio non è odio. Gli animalisti al contrario dei cacciatori salvano le vite, non le tolgono. Sono due cose un po’ diverse. Se crepa un cacciatore vuole dire che animali vivono, quindi il cacciatore può andarsene affanculo. Se muore me ne sbatto i coglioni”. Ma alcune associazioni hanno fatto delle donazioni per combattere il virus, voi cosa avete fatto: “Hanno fatto questa donazione per ripulirsi l’immagine di merda che hanno. E poi non saranno soldi loro, ricevono un sacco di sovvenzioni. Così sono buoni tutti”

Da “Libero quotidiano” il 23 marzo 2020. Arrivano tranquille quando il sole è sorto da poco, sguazzano tutto il giorno nell' acqua approfittando ella bella stagione e soprattutto dell' improvvisa mancanza degli umani. Il precedente avvistamento risale a un anno fa. Ma ora le anatre sono tornate nella fontana della Barcaccia, in piazza di Spagna a Roma, e chissà se sono le stesse. Ora si cercherà di capire la loro provenienza: c' è pure il sospetto che qualcuno le abbia abbandonate. «Le stiamo notando da almeno tre giorni - ha raccontato un agente della polizia Municipale in servizio proprio nella piazza - arrivano all' alba e poi la sera volano via per poi tornare».

DAGONEWS il 21 aprile 2020. Ci sono voluti 45 minuti, ma alla fine ce l’hanno fatta. Un gruppo di poliziotti è stato chiamato all’inseguimento di un maiale a Stamford, nel Connecticut. Ma l’animale non ne voleva sapere di farsi acchiappare e per quasi un’ora gli agenti sono stati impegnati in un rocambolesco inseguimento. Il tutto filmato dalla telecamera di sicurezza di un poliziotto che, inconsapevolmente, stava girando un’esilarante scena destinata a diventare virale. Alla fine il maiale è stato acchiappato e la sua corsa è finita sotto a un bidone che la polizia ha usato per bloccarlo e restituirlo ai proprietari.

Gianluca Roselli per il “Fatto quotidiano” il 21 aprile 2020. A colpire di più è forse il video in cui si vedono due piccoli cerbiatti , due "bambi", tranquillamente a passeggio nel centro storico di Casale Monferrato . Poi si fermano incantati, davanti alla vetrina di un parrucchiere, naturalmente chiuso. Ci rimangono diversi secondi, incuriositi. Come a chiedersi: ehi, dove siete finiti tutti? Poi se ne vanno trotterellando, e uno di loro quasi scivola con gli zoccoli sul pavé lustro. Ma in questi giorni sembra di essere dentro il Libro della Giungla. Perché sono tantissimi gli avvistamenti di animali nelle città e a ridosso dei centri abitati. A Montebelluna (Treviso) è stata filmata una famiglia di anatroccoli a passeggio in centro: davanti la mamma, dietro una decina di piccoli. A Prato un vigile urbano scorta una famiglia di papere che attraversa la strada. "Prego, passate pure". A Milano nei parchi si sono rivisti i leprotti , mentre alcune anatre sono comparse in piazzale Cadorna. A Roma si è più abituati, tra gabbiani e cinghiali che rovistano nella monezza. Ma, da quando è iniziato il lockdown, pure nella Capitale si sono fatti avvistamenti miracolosi. Nel parco dell' Appia, istrici e volpi , sugli alberi del Lungotevere, addirittura i barbagianni . A far compagnia ai piccoli pappagalli verdi di cui Roma è solitamente piena. Più noi umani siamo invisibili, asserragliati in casa per l' emergenza Covid, più gli animali si riprendono i loro spazi. "Noi siamo prepotenti e invasivi. Appena facciamo un passo indietro, loro riacquistano terreno. Li vediamo nei centri urbani perché non avvertono il pericolo. Gli animali sono molto curiosi: senza automobili e uomini non si sentono minacciati e vengono in esplorazione, alcuni anche in cerca di cibo. Gli spettacoli naturali cui assistiamo in questi giorni sono tra le poche cose positive del virus", osserva Mario Tozzi, geologo del Cnr e volto televisivo della Rai. Altri animali visti sul web in ordine sparso. Un meraviglioso daino che gioca con le onde sul litorale della Maremma . Una famiglia di oche in fila indiana a Marina di Pietrasanta . Chissà, magari neanche loro vogliono più vedere i milanesi incolonnati sul lungomare di Forte dei marmi Tre maestosi cervi a spasso nelle vicoli di un borgo in Abruzzo . A Burano , a pelo d' acqua, si sono rivisti i cigni. Due caprioli sono stati ripresi nel giardino di una scuola ad Alba , in Piemonte. E poi ci sono i pesci. Nel porto di Napoli e a Cagliari si sono rivisti i delfini , mentre alcuni polpi sono stati filmati sulla banchina di Marina Grande a Capri . Sempre nelle acque del porto di Napoli avvistati pure alcuni tonni e qualche squaletto. In Trentino, invece, si è rivisto pure l' orso M49 : l' animale catturato la scorsa estate perché ritenuto "problematico", che poi è riuscito a scappare dal centro faunistico del Casteller (Trento) scavalcando un recinto elettrificato. Ma sono gli avvistamenti in città a fare più effetto. Strade deserte e animali che scorrazzano, come in certe scene di film catastrofisti, dove la razza umana si è estinta, o quasi. O come la città fantasma di Pripyat, vicino Chernobyl, rimasta deserta dopo l' incidente nucleare del 1986 e oggi colonizzata dagli animali selvatici. "Quando l' emergenza finirà speriamo che ci rimanga memoria di tutto questo e magari un pizzico di consapevolezza in più di essere anche noi ospiti nella natura", aggiunge Tozzi. Per il momento, finché siamo costretti a stare in casa, godiamoci lo spettacolo.

Delfini nei porti, lepri in città, cervi in piscina: la riscossa della natura in tempi di quarantena. Pubblicato lunedì, 23 marzo 2020 su Corriere.it da Donatella Percivale. Video e segnalazioni di animali in libertà arrivano un po’ da tutta Italia, dimostrando come la natura finalmente indisturbata riconquista lentamente i propri spazi. È oramai noto il caso di Venezia dove le acque, normalmente torbide e melmose, in questi giorni di serrata sono diventate talmente trasparenti da far intravedere i numerosi pesci che le abitano. Anche gli uccelli sembrano apprezzare gli inaspettati silenzi della laguna: una coppia di Germano Reale ha infatti scelto di realizzare il proprio nido sul pontile di attracco dei vaporetti, nel cuore di Piazzale Roma.E sempre in Sardegna, a Sassari, poche sera fa, una famigliola di cinghiali è stata avvistata fra Piazza Italia e Corso Umberto, in pieno centro storico, dove indisturbata ha razzolato tra le aiuole cittadine spingendosi fino al quartiere di Luna e Sole. Non solo cinghiali: a Pula, nel sud ovest della Sardegna, gli avvistamenti di cervi e daini sono all’ordine del giorno. Alla ricerca di erba fresca e arbusti succulenti, i magnifici esemplari lasciano gli attigui boschi di Su Gutturu Mannu per raggiungere indisturbati i campi da golf e le ville del Resort di Is Molas — nel Cagliaritano, non lontano dalla strada statale 195 — approfittando della magnifica piscina deserta e dedicarsi, perché no, anche un tuffo ristoratore.

Coronavirus, come disinfettare le zampe del cane? Pubblicato lunedì, 16 marzo 2020 su Corriere.it. Sono membri della famiglia e come tali cani e gatti vanno tutelati. Tenendo la giusta distanza quando rientriamo in casa, se siamo dovuti usciti per lavoro o per fare la spesa, evitando di accarezzarli per un po’, e adottando semplici precauzioni per “bonificare” il loro pelo e le zampe se il gatto è stato in libera uscita o abbiamo portato fuori il cane. I suggerimenti dei medici veterinari vanno contestualizzati all’oggi, perché «non si sa esattamente quanto Covid19 possa rimanere efficace fuori da un ambiente umano e quindi infettare», spiega Francesco Bucchia, medico veterinario che lavora nella Capitale. L’igiene delle zampe «può essere garantita sia per i cani sia per i gatti lavandole al rientro da un’uscita con acqua e euclorina che è una simil candeggina ma con l’attenzione di far seguire poi un attento risciacquo, perché a lungo andare queste sostanze possono irritare le zampe». Mentre si procede, bisogna usare sempre guanti e mascherina. Non dimenticando che siamo noi i potenziali vettori del virus. Per il manto, invece, l’ideale è avere a disposizione alcol a 90 gradi. «Non l’alcol denaturato, perché è amaro e soprattutto per i gatti risulta veramente insopportabile – spiega il dottor Bucchia –, nella proporzione del venti per cento, un misurino di alcol e quattro di acqua. La soluzione abbassa notevolmente la carica infettante. Se si esce con il cane in passeggiata il rischio che possa ‘caricare’ il virus sul pelo è relativo, il problema è se però va a fare le feste a un umano. Ecco perché al rientro è bene pulire il pelo con la soluzione alcolica con una salviettina come spolverando una polvere immaginaria e poi per almeno mezz’ora, meglio ancora un’ora, tenere la giusta distanza. Ricordiamoci che il virus passa attraverso le nostre vie respiratorie e dunque l’igiene che instauriamo nelle relazioni tra persone valgono per i nostri pet». Anche i cani dovrebbero adeguarsi a uscite meno frequenti e strettamente essenziali alle esigenze fisiologiche. Resta il punto fermo che «il virus permane nell’ambiente se trova cellule umane vive e i pet dobbiamo immaginarli come oggetti veicolatori non come potenziali soggetti infettivi». Per i gatti che vivono in casa, stesse tutele adottate per gli altri componenti della famiglia. Se c’è la possibilità di lasciarli riparati in una stanza diversa da quella di chi sia risultato positivo, o di cedere loro (così a un cane) la poltrona dove vanno sempre a rifugiarsi, meglio ancora.

Da adnkronos.com l'11 aprile 2020. Avere un cane potrebbe aiutare contro il nuovo coronavirus? Uno studio italiano effettuato dall’Università Cattolica di Roma, in collaborazione con l’Università Magna Graecia di Catanzaro e l’Università di Milano, ha portato a scoprire una grande somiglianza nella struttura della proteina spike del coronavirus umano con quella del cane e del bue, suggerendo dunque l’ipotesi - tutta da dimostrare però - che l'esposizione a questi animali domestici possa dotarci di difese immunitarie naturali, in grado di attenuare i sintomi di un’eventuale infezione da Covid-19. Questa ipotesi di lavoro preliminare potrebbe portare in futuro a nuovi trattamenti e vaccini, ma anche a nuovi approcci diagnostici. Lo studio, descritto sul sito del Policlinico Gemelli di Roma - in uno spazio dedicato alle nuove 'Pillole anti Covid-19' - suggerisce anche una possibile spiegazione alla grande variabilità dei quadri clinici osservati nel caso di infezione da Covid-19 (da quelli fatali, a quelli paucisintomatici). Ma come nasce questa ipotesi? Lo studio di bioinformatica, pubblicato online su “Microbes and Infection”, ha realizzato un confronto tra identikit molecolari di coronavirus infettanti specie animali diverse della sequenza aminoacidica della proteina Spike del Sars CoV-2, usata dal virus per penetrare nelle cellule, confrontandola con quella di altri coronavirus imparentati da un punto di vista tassonomico e dotati di un tropismo per altre specie animali. I risultati hanno rivelato una bassa omologia di sequenza della proteina Spike del Sars-CoV2 con quella del coronavirus respiratorio del cane (36,93%), del coronavirus bovino (38,42%) e del coronavirus enterico umano (37,68%). "Ma andando a restringere l’analisi alle sequenze che si sa essere riconosciute dal sistema immunitario, i cosiddetti epitopi del SarS CoV-2 - spiega Maurizio Sanguinetti, direttore del Dipartimento Scienze di laboratorio e infettivologiche del Policlinico Gemelli e ordinario di microbiologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore - abbiamo riscontrato un'elevata percentuale di omologia rispetto ai coronavirus tassonomicamente correlati. Di particolare interesse risulta la grande somiglianza delle sequenze dell’epitopo 4 del coronavirus respiratorio canino con quelle del SarS CoV-2". I risultati dello studio, appena pubblicato, aprono la strada a nuove ipotesi di lavoro per cercare di comprendere i meccanismi biologici alla base dell’infezione virale. In particolare, gli autori ipotizzano che una precedente esposizione al coronavirus del cane potrebbe garantire un’immunizzazione almeno parziale, in grado di attenuare i sintomi di un’eventuale infezione da Covid-19. Somiglianze importanti sono emerse anche tra gli epitopi della proteina Spike del SARS CoV-2 e il coronavirus bovino (il cui genoma e le cui proteine sono stati inclusi in alcune delle formulazioni vaccinali impiegate in medicina veterinaria su animali da reddito). "Gli animali insomma - conclude Sanguinetti - potrebbero aver avuto un ruolo critico nell’innesco e nell’evoluzione di questa epidemia (che ricordiamo essere una zoonosi), sia come serbatoio virale, ma anche agendo come fonte benefica di particelle virali immuno-stimolanti, in grado di offrire protezione contro il Sars CoV-2 circolante, attenuandone i sintomi". Una ipotesi di lavoro, che andrà vagliata da studi ed esperimenti ad hoc, concludono i ricercatori.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 7 aprile 2020. Due cani e un gatto a Hong Kong, un altro gatto in Belgio. E, ora, una tigre malese in uno zoo di New York, contagiata dal custode e risultata positiva al coronavirus. Il primo caso negli Usa, che riaccende i riflettori sul rapporto tra Covid-19 e animali, soprattutto domestici, e sui rischi di trasmissione dell'infezione. Per il momento gli esperti sembrano d'accordo: si tratta di un virus che ha avuto un'origine animale - arriva da un pipistrello - e che, mutando, è arrivato all'uomo. Ma adesso sono proprio gli uomini ad essere untori: non ci sono prove che gli animali possano diventare veicoli di contagio. Ma, al contrario, rischiano di ammalarsi, anche se sembra sviluppino sintomi lievi. Come Nadia, appunto, la tigre di 4 anni che vive in uno degli zoo del Bronx. In tutti i casi registrati nel mondo - sono solo cinque - all'origine dell'infezione negli animali ci sarebbe la malattia dei proprietari, affetti da Covid-19. E, in quello di Nadia, il contagio sarebbe partito da un membro dello staff dello zoo, inizialmente sintomatico ma che negli ultimi giorni è risultato positivo al virus. Adesso nella stessa struttura sono sotto osservazione altre tre tigri e tre leoni africani: tutti hanno mostrato sintomi simili a quelli di Nadia, cioè tosse secca inappetenza. I casi a livello mondiale sono ancora troppo pochi per parlare di trend, o per trarre conclusioni certe. Il virologo Roberto Burioni sottolinea che «il fatto che gli animali possano essere contagiati non è solo un elemento negativo», perché «questo ci potrebbe permettere di avere un notevole vantaggio nella sperimentazione dei vaccini. Una delle cose che ha rallentato moltissimo la ricerca di un vaccino contro Hiv è stata la mancanza di modelli animali. Per questo virus, invece, potremmo averli. I nostri amici a quattro zampe potrebbero darci una mano fondamentale». Mentre Roberto Cauda, infettivologo del policlinico Gemelli di Roma, spiega che, analizzando i dati relativi ai contagi e vedendo che il numero di soggetti colpiti nel mondo supera il milione, mentre ci sono pochissimi casi di animali ammalati, «risulta evidente che il contagio avviene da uomo a animale, più che il contrario. Bisogna però tenere presente che il virus è venuto da un animale, non domestico, e che ha fatto salto di specie». Il professor Cauda sottolinea quindi che «un contagio di ritorno da animale ad uomo potrebbe succedere, anche se, almeno in questo momento, gli animali non sono una sorgente di infezione. Ma questo virus impariamo a conoscerlo giorno dopo giorno. Ad oggi possiamo dire che gli animali domestici non sembrano essere coinvolti, quindi bisogna evitare di trattarli come nemici. Anzi, è necessario proteggerli e prendere precauzioni». E di precauzioni parla anche l'Istututo superiore di sanità, in una scheda realizzata da Umberto Agrimi, direttore del Dipartimento sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria. «Poiché la sorveglianza veterinaria e gli studi sperimentali suggeriscono che gli animali domestici siano, occasionalmente, suscettibili a Sars-CoV-2, è importante proteggere gli animali di pazienti infetti, limitando la loro esposizione». Secondo Agrimi, «non esiste alcuna evidenza che gli animali domestici giochino un ruolo nella diffusione di Sars-CoV-2 che riconosce, invece, nel contagio interumano la via principale di trasmissione». Ma visto che si tratta di una situazione in evoluzione, è necessario ridurre il più possibile l'esposizione degli animali al contagio, evitando contatti ravvicinati con pazienti infetti. Sono anche utili altre precauzioni di base: lavarsi bene le mani dopo avere accarezzato cani o gatti, o dopo avere toccato lettiere o ciotole, pulire le zampe degli animali dopo una passeggiata fuori, evitare di baciarli, di farsi leccare in faccia e di condividere cibo. Anche il ministero della Salute ha chiarito il rapporto tra diffusione del coronavirus e animali domestici: l'attuale livello di contagio in Italia «è il risultato della trasmissione da uomo a uomo - si legge nel vademecum - Ad oggi, non ci sono prove che gli animali da compagnia possano diffondere il virus». Tuttavia, specificano dal ministero, dal momento che gli animali e l'uomo possono condividere alcune malattie è necessario che vengano adottate sempre le normali misure raccomandate.

Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 4 aprile 2020. La storia si svolge ad Anzio, in provincia di Roma, e le autorità sanitarie della Regione Lazio stanno indagando: un uomo, che abitava solo, è risultato positivo a Covid-19. A causa delle sue condizioni, è stato ricoverato, ma prima di andare in ospedale ha chiesto a una coppia di vicini di dar da mangiare al gatto che restava solo. Purtroppo, dopo pochi giorni, anche i due vicini si sono ammalati, positivi al tampone. Ora si sta svolgendo, come si fa in casi come questi, una meticolosa indagine epidemiologica. Si vuole comprendere se il contagio dei vicini sia avvenuto per canali indipendenti, se al contrario ci sia stato un contatto con l' uomo che per primo si è infettato, se il coronavirus sia rimasto sulle superfici dell' appartamento. Ma si stanno anche studiando le condizioni del gatto, perché vi sono già stati casi di animali domestici contagiati; è giusto però precisarlo: gli esperti ritengono improbabile che cani e gatti possano contagiare a loro volta l' uomo. Spiega l' assessore alla Salute del Lazio, Alessio D' Amato: «Abbiamo dato mandato all' istituto zooprofilattico di fare i tamponi sull' animale che è in buone condizioni. Attendiamo gli esiti». Ieri l' Istituto superiore di Sanità ha spiegato: «Gli animali domestici sono suscettibili a Sars-CoV-2 ed è importante proteggerli dai pazienti affetti da Covid-19, limitando la loro esposizione. Fino al 2 aprile sono solamente quattro i casi documentati: in tutti i casi all' origine dell' infezione vi sarebbe la malattia dei loro proprietari affetti da Covid-19».

RESTO DEL MONDO Nelle settimane scorse si è parlato molto del caso del cane contagiato a Hong Kong e poi morto, anche se secondo gli esperti intervistati dal South China Morning Post «è assai improbabile che Covid-19 sia stata la causa del decesso dell' animale». Successivamente un altro cane e un gatto sono risultati positivi nell' ex colonia britannica. Anche in Belgio invece è stato segnalato il caso di un gatto positivo: la facoltà di medicina veterinaria di Liegi ha riferito che in un felino è stata determinata un' infezione da coronavirus. Osserva Ilaria Capua, docente all' Università della Florida, intervistata su Radio Rai 2 nel corso della trasmissione Caterpillar: «Con il primo contagio da Covid-19 su un gatto è arrivato il colpo di coda che ci aspettavamo. Essendo un virus di origine animale, ora torna a infettarli. Bisogna così gestire anche l' infezione degli animali, sia domestici come l' esemplare felino, sia quelli negli allevamenti. E questo sarà un enorme problema di gestione sanitaria pubblica». Secondo l' Istituto superiore di Sanità «nei cani e nel gatto osservati ad Hong Kong l' infezione si è evoluta in forma asintomatica». «Il gatto descritto in Belgio ha, invece, sviluppato una sintomatologia respiratoria e gastroenterica a distanza di una settimana dal rientro della proprietaria dall' Italia. L'animale ha mostrato anoressia, vomito, diarrea, difficoltà respiratorie e tosse ma è andato incontro a un miglioramento spontaneo a partire dal nono giorno dall' esordio della malattia. Essendo Sars-CoV-2 un virus nuovo, occorre intensificare gli sforzi per raccogliere ulteriori segnali dell' eventuale comparsa di malattia nei nostri animali da compagnia, evitando tuttavia di generare allarmi ingiustificati». Secondo l' Iss, insomma, «non esiste alcuna evidenza che cani o gatti giochino un ruolo nella diffusione epidemica di Sars-CoV-2 che riconosce, invece, nel contagio interumano la via di trasmissione. Tuttavia, la possibilità che gli animali domestici possano contrarre l' infezione pone domande in merito alla gestione sanitaria degli animali di proprietà di pazienti affetti da Covid-19».

Da leggo.it il 28 febbraio 2020. Primo caso di contagio del Coronavirus sugli animali: il cane di una donna infetta è stato messo in quarantena a Hong Kong dopo che alcuni campioni prelevati dall'animale sono risultati positivi al virus. Lo hanno annunciato le Autorità, secondo cui non c'è rischio di contagio da parte dell'animale. Il cane non ha sintomi della malattia, ha affermato il ministero competente. Ma «i campioni prelevati dalle cavità nasali e orali sono stati trovati positivi per il virus Covid-19», ha detto un portavoce. Il cane è stato prelevato a casa della sua proprietaria mercoledì, una donna di 60 anni ricoverata in isolamento. Non ci sono prove che animali come gatti o cani possano trasmettere il virus all'uomo, ma il ministero ha stimato che gli animali domestici di persone infette dovrebbero stare in quarantena per 14 giorni. Saranno condotti ulteriori test sul cane, che rimarrà in isolamento fino a quando non risulterà negativo. Hong Kong conta 93 casi di Coronavirus, tra cui due morti. 

Da ilmessaggero.it il 3 aprile 2020. Un gatto domestico è risultato positivo al coronavirus a Hong Kong, dove vive insieme a una donna contagiata dal Covid-19 e attualmente in quarantena. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero dell'Agricoltura e della Pesca, spiegando che l'animale è stato testato nonostante non presentasse i sintomi della malattia. Si tratta del secondo caso confermato al mondo, dopo un gatto domestico risultato positivo in Belgio. La donna con cui vive, 25 anni, è risultata positiva al test dopo aver frequentato un bar di Hong Kong. Le sue condizioni sono giudicate serie.

Da "leggo.it" il 18 marzo 2020. E' morto il cane che a Hong Kong era stato sottoposto ai test per il coronavirus diventando così famoso in tutto il mondo. Il decesso è avvenuto lunedì, due giorni dopo la fine della sua quarantena iniziata il 26 febbraio in un centro della città. La notizia è stata resa pubblicata dal Dipartimento per l'Agricoltura, la Pesca e la Conservazione dell'ex colonia britannica (Afcd), che ha precisato che non sono state accertate le cause del decesso poiché la proprietaria non ha dato il consenso per l'autopsia. Il cane, ha scritto il South China Morning Post, era un volpino di Pomerania di 17 anni. E fonti mediche hanno chiarito al giornale che molto probabilmente il cane non è morto di coronavirus. Il cane, anziano e risultato più volte "debolmente positivo" al coronavirus, era stato "liberato" sabato dalla sua quarantena dopo che erano risultati negativi gli ultimi test effettuati il 12 e il 13 marzo. Nel frattempo è guarita la sua padrona, una 60enne ricoverata il 25 febbraio e dimessa l'8 marzo. "Il cane non aveva sviluppato alcun nuovo sintomo - hanno detto le fonti mediche interpellate dal South China Morning Post - E' molto improbabile che il virus abbia contribuito alla morte del cane". Gli esperti continuano a sottolineare come non esistano prove di trasmissione dell'infezione dall'animale all'uomo. A difesa dei quattro zampe si moltiplicano gli appelli contro l'abbandono.

Cane contagiato da coronavirus, l’esperto: «Un caso non fa testo. Accadde già con i gatti per la Sars». Pubblicato giovedì, 05 marzo 2020 su Corriere.it da Paola D’Amico. Come il coronavirus abbia contagiato il cane di Honk Kong, il volpino di Pomerania messo in quarantena (come i suoi proprietari) da qualche giorno, al momento non si sa. Ma il professor Canio Buonavoglia, docente di Malattie Infettive al Dipartimento di medicina veterinaria dell’Università di Bari, suggerisce: «Il cane può avere avuto contatto con il virus ma mi sento di escludere che sia l’’untore’. Probabilmente, in questo caso, dobbiamo dire attenti all’uomo».

Quindi professore?

«Il consiglio è per chi viene trovato positivo all’infezione ed è in isolamento, trattare il proprio cane con le stesse precauzioni adottate per gli altri abitanti della casa, come se si trattasse di un bambino. Niente carezze, niente contatti». Un suggerimento che le autorità di Hong Kong, dopo l’esplosione del caso, hanno tradotto con l’efficace slogan: «Non baciate i vostri animali di casa».

Facciamo un passo indietro. Al cane è stato fatto un secondo tampone dopo la prima indagine?

«Le prime informazioni parlavano di una bassa concentrazione virale nei tamponi fatti nel naso e nella bocca del cane. Questo dato all’inizio è stato valutato come “strano”, la bassa positività del virus nei tamponi non indicava una infezione violenta nell’animale e quindi, come è poi avvenuto, tutti noi ci aspettavamo che avrebbero rifatto i test per confermare il dato. Il primo pensiero, infatti, era stato che si trattasse di una presenza “passiva” del virus passato dalla proprietaria al cane esattamente come su altre superfici. Hanno rifatto il test il 28 febbraio e di nuovo il cane è risultato positivo, ma sempre su livelli molto bassi».

Questo cosa significa?

«Fa ipotizzare che in qualche misura il virus si sia replicato negli organi del cane».

Come interpretare questi dati?

«Potrebbe trattarsi di un passaggio occasionale del virus dai proprietari verso il cane. Il che può accadere conoscendo i coronavirus che sono virus molto abili a muoversi da una specie a un’altra. Ma questa informazione va presa con le pinze. Perché al momento abbiamo un dato unico, che potrebbe anche non significare niente. Anche il virus della Sars vent’anni fa ha avuto una fase di passaggio nei gatti, ma questo non ha comportato una valutazione epidemiologica significativa».

Cosa occorrerebbe per un quadro più chiaro?

«Sapere per esempio se altri tamponi sui cani/pet sono stati fatti e quanti. Al momento non si sa».

Poi?

«Cercare gli anticorpi nel cane contagiato. Questo potrebbe dirci che ha sopportato la replicazione del virus . Insomma, questa è una storia che va seguita con attenzione e andrà valutata. Intanto, cerchiamo di avere nei confronti dei nostri pet il massimo dell’attenzione, se siamo positivi al coronavirus, evitiamo contatti anche con loro».

Da "adnkronos.com" il 29 marzo 2020. Dopo il cane a Hong Kong, è la volta del primo gatto positivo a Covid-19, in Belgio. "Di recente, la facoltà di medicina veterinaria di Liegi ha riferito che in un gatto è stata determinata un'infezione da coronavirus. Il gatto viveva con il suo proprietario, che ha iniziato a mostrare i sintomi del virus una settimana prima del gatto", ha detto Steven Van Gucht, presidente del comitato scientifico belga e responsabile della Divisione malattie virali a Sciensano, Istituto nazionale belga per la salute pubblica e per quella animale. Lo riferisce The Brussels Times. "Vogliamo sottolineare che questo è un caso isolato. Non ci sono indicazioni che sia comune. Inoltre, in questo caso, stiamo parlando di una trasmissione da uomo ad animale, non viceversa. Il rischio di trasmissione da animale a uomo è molto piccolo", ha aggiunto. Il virus può sopravvivere sugli oggetti, per diverse ore o addirittura giorni, secondo FPS Public Health.

Animali domestici e coronavirus: non lo trasmettono ma sono a rischio contagio. Dopo il caso del cane positivo a Covid-19 i consigli delle autorità. Non ci sono evidenze di trasmissione all'uomo. Ma semmai, come accaduto a Hong Kong, il contrario. Elvira Naselli il 02 marzo 2020 su La Repubblica. Un cane debolmente positivo al coronavirus a Hong Kong e scatta l'allarme tra tutti coloro che hanno in casa cani o gatti. Si ammaleranno anche loro, e cosa rischiano? E, soprattutto, come distinguere una (ormai augurabile) rinite dai primi segnali del coronavirus? Infine, non ci era stato detto che non correvano alcun rischio? Sì, ribattono le proprietarie impaurite sui blog, ma lo avevano detto anche dei bambini e poi si sono ammalati anche loro. Tra chi sostiene che la notizia sia una bufala e chi medita l'isolamento dei suoi animali domestici si inserisce il nostro Istituto superiore di sanità, che ribadisce: non ci sono prove che gli animali da compagnia diffondano il virus. Quanto al potersi ammalare, bisogna precisare che il cagnolino non ha alcun sintomo di malattia ma vive in casa con una persona che invece è malata. L'ipotesi più probabile è che quindi la positività del cane (tracce del virus sono state trovate sulla mucosa orale e nasale) sia dovuta alla malattia della proprietaria. E al fatto di vivere in un ambiente contaminato.

Niente leccate. L'americano Cdc (Center for Disease Control and Prevention) di Atlanta dedica un intero paragrafo a "Covid-19 e animali", dando una serie di consigli. Il primo è fondamentale: limitare i contatti con animali domestici e altri animali se si è malati di Covid-19, così come si evitano i contatti con le persone, almeno finché non avremo informazioni aggiuntive sul virus. Quindi chi è malato e ha un cane o un gatto, consigliano, è preferibile che ceda ad altri membri della famiglia (sani) la gestione del proprio pet. Se si vive da soli la precauzione è quella di indossare una mascherina e di lavare sempre le mani, prima e dopo aver toccato l'animale. Evitando comunque baci, leccate, condivisione di cibo, coccole troppo intime e ravvicinate. Sempre che siate malati.

Il documento americano. Il documento governativo americano è comunque tranquillizzante: nonostante il virus sia arrivato all'uomo da un animale, adesso la trasmissione di Covid-19 è uomo-uomo e non c'è motivo di credere che qualunque animale, compresi quelli che vivono in casa, possano essere fonte di infezione. E del resto non ci sono casi di animali malati, ma un solo caso di animale positivo e senza segni di malattia.

Dati inconsistenti. "In genere i coronavirus degli animali non si trasmettono all'uomo - ragiona Umberto Agrimi, direttore del Dipartimento sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria dell'Istituto superiore di Sanità - cani e gatti hanno i propri e l'uomo ha i suoi. Il salto di specie non è inusuale ma in questo caso è verosimile che sia stata la donna a infettare il cane e che il virus sia presente nella mucosa del cane come su piatti o tovaglioli utilizzati. Il dato è comunque preliminare e inconsistente. Per pura curiosità scientifica farei i tamponi agli animali domestici dei malati, se non ci fosse la necessità di concentrare gli sforzi sugli uomini. Detto questo, se in Cina imporranno regole strette di tutela delle specie selvatiche e domestiche sarei molto contento. E non solo per ragioni etiche, ma di conservazione delle specie".

Coronavirus, un cane si è ammalato. In Cina è psicosi per il contagio animale. Le Iene News l'1 marzo 2020. A Hong Kong il primo caso registrato di cane positivo al coronavirus: la padrona era già malata, non è chiaro come si sia contagiato. Intanto in Cina è terrore per il possibile passaggio del virus dagli animali, che però è negato dall’Oms: c’è chi addirittura avrebbe ucciso i cani a bastonate. Un cane è stato contagiato dal coronavirus a Hong Kong: la notizia è stata resa nota dall’Organizzazione mondiale della sanità. È il primo caso confermato di animale domestico che si ammala del nuovo virus che sta mietendo migliaia di morti nel mondo. La padrona dell’animale, secondo quanto detto dai funzionari dell’Oms, è una delle persone infettate dal coronavirus a Hong Kong. Il cane è stato messo in quarantena in una struttura, in attesa che i successivi controlli confermino la positività. A quanto sembra, comunque, sarebbero stati trovati bassi livelli di virus nel sangue dell’animale. Inoltre il cane non avrebbe sintomi della malattia e non è chiaro se possa essere contagioso oppure no. Non è nemmeno chiaro come abbia contratto il coronavirus: si pensa infatti che la malattia non possa passare da animale a uomo, ma anche qui le certezze sono poche. È sicuro, invece, che dalla Cina arrivano notizie e segnalazioni di maltrattamenti di animali da parte della popolazione terrorizzata dal virus: la nuova malattia, secondo quanto si conosce finora, sarebbe arrivata agli uomini proprio da alcuni animali selvatici. I principali sospettati sono i pipistrelli e i serpenti. Potrebbe proprio essere questa la ragione per cui alcune persone sembra abbiano aggredito cani e altri animali per strada, spaventati da un possibile contagio: secondo l’Oms però non sembra essere possibile il passaggio del coronavirus da animali di compagnia come i cani e i gatti. Nel video che vedete qui sopra si vedono alcune persone che aggrediscono cani per strada in Cina, sembra proprio a causa della psicosi da contagio. E le notizie di maltrattamenti di animali purtroppo si moltiplicano, anche se come vi abbiamo detto si ritiene impossibile il contagio da cani e gatti. Il dramma del coronavirus però sta portando anche a un insperato effetto collaterale positivo: le autorità della Cina hanno infatti proibito di consumare la carne di animali selvatici acquistata da mercati locali, come quello di Wuhan da cui si ritiene possa essere partito il primo contagio. E c’è anche chi si sta spingendo oltre: Shenzhen ha infatti proposto di diventare la prima città della Cina a proibire il consumo di carne di cane e gatto. “Nei paesi civilizzati gli animali da compagnia non vengono mangiati”, dice la proposta di legge. Oltre alle aggressioni e ai maltrattamenti, comunque, c’è chi si sta prendendo cura come sempre dei proprio compagni animali. E anzi, c’è persino chi si sta spingendo un po’ oltre: nella foto che vedete qui sopra, presa dall’account Instagram del Guardian, si vedono alcuni cani portati a passeggio con le mascherine! 

Coronavirus: tigre positiva allo zoo del Bronx a New York. Sotto osservazione altre 3 tigri e 3 leoni con stessi sintomi. La Repubblica il 05 aprile 2020. Una tigre ospitata nello zoo del Bronx, a New York, è risultata positiva al test del coronavirus. Lo riportano diversi media americani, tra cui l'agenzia Bloomberg, che citano una nota della fondazione Wildlife Conservation Society. La tigre malese si chiama Nadia, ha 4 anni ed è il primo animale a risultare positivo negli Usa. Sotto osservazione anche tre altre tigri e tre leoni con gli stessi sintomi. Si sospetta siano state infettate da un dipendente del giardino zoologico.

Da ilmessaggero.it il 6 aprile 2020. E' positiva al coronavirus anche una tigre ospitata nello zoo del Bronx, a New York. Lo riportano diversi media americani, tra cui l'agenzia Bloomberg, che citano una nota della fondazione Wildlife Conservation Society. La tigre malese si chiama Nadia, ha 4 anni ed è il primo animale a risultare positivo negli Usa. Sotto osservazione anche tre altre tigri e tre leoni con gli stessi sintomi. Si sospetta siano state infettate da un dipendente del giardino zoologico.

Basta con la bufala dei gatti che portano il virus. Incolpevoli amici pelosi tirati in ballo dai virologi. Azzurra Barbuto per “la Verità” il 5 aprile 2020. Ci risiamo. Ogni volta che un esperto apre la bocca, crea un danno. E ci tocca metterci la pezza. Informazioni imprecise o incomplete, purtroppo, gettano nel panico la popolazione o la inducono a compiere scelte sbagliate. Venerdì sera, intervistata su Radio Rai 2, la virologa Ilaria Capua, direttore dell' One Health Center of Excellence all' Università della Florida, ha affermato: «Con il primo contagio da Covid-19 su un gatto è arrivato il colpo di coda che ci aspettavamo. Essendo un virus di origine animale, ora torna ad infettarli. Bisogna così gestire pure l' infezione degli animali, sia domestici come l' esemplare felino, sia quelli negli allevamenti. E questo sarà un enorme problema di gestione sanitaria pubblica». Adesso milioni di italiani, se il proprio micio starnutisce, si domandano se abbia contratto il Corona. E lo guardano con sospetto, magari negandogli pure le coccole per timore di ammalarsi e finire in terapia intensiva. Capua ha trascurato di specificare ciò che sarebbe stato indispensabile specificare: così come hanno reso noto sui propri siti internet l' Istituto Superiore di Sanità e l' Organizzazione Mondiale della Sanità, i nostri pelosetti possono essere contagiati dall' uomo, ma non sono contagiosi, ossia non trasmettono il virus agli esseri umani. Tuttavia questi ultimi potrebbero veicolarlo ai primi. Vittime più che vettori «Occorre evitare di generare allarmi ingiustificati. Vivendo in ambienti a forte circolazione virale a causa della malattia dei loro proprietari, non è inatteso che altresì gli animali possano, occasionalmente, contrarre l' infezione. Ma, nei casi osservati, gli animali sono stati incolpevoli vittime», ha reso noto l' Iss. Il quale ha inoltre puntualizzato che è opportuno proteggere le bestie, evitando di metterle a stretto contatto con i pazienti affetti da Covid-19 finché questi non sconfiggano il virus. Si legge ancora sullo stesso sito che «fino al 2 aprile sono solamente 4 i casi documentati di pet contagiati. E in tutti e 4 all' origine della infezione vi sarebbe la malattia dei loro proprietari affetti da Covid-19». Dunque non esiste nessun precedente al mondo di individuo infettato dal proprio cane o gatto. Né vi è traccia di alcuno studio che attesti la possibilità, quantunque recondita, che micio o fido possano passare il Corona ai proprietari. In estrema sintesi, non vi sono prove che i nostri quattro zampe possano costituire un vettore di infezione. I casi ad oggi accertati di contagio da uomo ad animale sono 4: due cagnolini di Hong Kong, un micio della stessa area e un altro che si trova in Belgio. Il gatto cinese, che è in quarantena dal 30 marzo, non ha mostrato gravi segni della malattia, quello belga invece ha sviluppato una sintomatologia respiratoria e gastroenterica (vomito, diarrea, anoressia, tosse) a distanza di una settimana dal rientro della proprietaria dall' Italia. Le sue condizioni sono migliorate spontaneamente a partire dal nono giorno dall' esordio dei primi sintomi. Si ritiene che entrambi i felini siano stati infettati dai rispettivi proprietari. Il micio di Anzio E poi c' è il micio di Anzio, provincia di Roma. Un signore è stato ricoverato a causa del Covid-19 e, prima di essere trasportato in ospedale, ha chiesto ad una coppia di vicini di prendersi cura del proprio gatto. Dopo qualche dì anche questi si sono ammalati risultando poi positivi al test del tampone. È escluso che sia stato il felino, che sta bene, a passare il virus ai vicini, più probabile che essi siano entrati in contatto con il corona nella casa del ricoverato o pure in altre occasioni. L' indagine epidemiologica in corso svelerà l' arcano. Ancora una volta sarà confermato ciò che è emerso da centinaia di esperimenti eseguiti in tutto il globo: i nostri amici a quattro zampe non diffondono il Covid-19. Al massimo se lo beccano, per colpa nostra. Ecco perché i centri statunitensi per il controllo e la prevenzione della malattie raccomandano ai soggetti con Coronavirus di limitare il contatto con i loro animali domestici, evitando pure di accarezzarli, essere leccati nonché di condividere con loro cibo precedentemente manipolato da noi.

Cani addestrati a fiutare la malattia. Marinella Meroni per “Libero quotidiano”. Il cane è considerato il miglior amico dell' uomo, e non è un caso. Tra le sue molte doti ne ha una, un bene prezioso che mette a disposizione degli esseri umani, in grado di salvare vite in tante occasioni: il suo olfatto. Sono ormai note le capacità, grazie al suo fiuto, di trovare persone scomparse, sommerse dalle neve o sotto le macerie, individuare droga, esplosivi etc. Ma soprattutto il suo fiuto è usato in medicina. Ci sono cani capaci di individuare alcuni tipi di tumore, come al seno, a polmoni e melanoma, con una precisione di oltre il 97%, e indicare anche i primi stadi di Parkinson, morbo di Addison, malaria, infezioni batteriche, diabete, Alzheimer. Ma l' ultima novità riguarda l' emergenza Coronavirus. In Inghilterra è partito l' addestramento di un gruppo di cani per fiutare e scoprire le persone infette da Coronavirus, anche asintomatiche. Il progetto è nato grazie ad un team di esperti inglesi del Medical Detection Dogs che stanno lavorando in collaborazione con la London School of Hygiene and Tropical Medicine e la Durham University. Dicono: «Siamo sicuri che i cani possano rilevare il Covid-19. Stiamo addestrando i cani in modo che siano pronti nel giro di 6 settimane, per fornire una diagnosi rapida e non invasiva, in grado di controllare chiunque, comprese le persone asintomatiche. Un metodo veloce, efficace e non invasivo in grado di assicurare che le risorse limitate della sanità inglese vengano utilizzate solo quando davvero necessarie e che i test clinici vengano utilizzati solo dove sono realmente necessari». Inoltre spiega Claire Guest, co-fondatrice di Medical Detection Dogs, «stiamo cercando di trovare il modo più sicuro per "catturare" l' odore del Covid-19 dai pazienti e sottoporlo ai cani. Questi ultimi sono addestrati allo stesso modo di quelli che il centro studi ha già allenato per rilevare malattie come il cancro, il Parkinson e le infezioni batteriche, annusano campioni virali e insegniamo loro a rilevarli anche nelle persone asintomatiche. Sono anche in grado di individuare lievi variazioni della temperatura corporea, quindi aiutare a trovare persone che hanno la febbre, per ciò potrebbero essere dispiegati in spazi pubblici e aeroporti per provare a identificare viaggiatori infetti». Aggiunge il professor James Logan, capo del Dipartimento di controllo delle malattie della London School of Hygiene & Tropical Medicine: «I nostri precedenti lavori hanno dimostrato che i cani sono in grado di rilevare gli odori delle persone affette da diverse patologie, come la malaria, con una precisione elevata. Sappiamo che altre malattie respiratorie come il Covid-19 cambiano l' odore del nostro corpo, quindi c' è un' alta possibilità che i cani siano in grado di rilevare ciò». D'altronde l' Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato che i cani non possono essere infettati né contagiati dagli umani, e lo stesso vale per gli altri animali domestici. L' olfatto del cane è 100 mila volte superiore rispetto a quello umano, ha un numero di recettori 40 volte più alti del nostro, noi ne abbiamo circa 5mila, un cane tra i 125 e i 250 milioni. Ed è per questo che ancora una volta grazie al loro prezioso fiuto potranno salvare vite umane.

Da ilmessaggero.it il 6 aprile 2020. Un alligatore è stato visto (e ripreso) vagare fuori da un centro commerciale della Carolina del Sud. L'animale non ha trovato nessun umano sulla sua strada, quella di Barefoot Landing a Myrtle Beach, e quindi nessun ostacolo per la passeggiata "umana" nei giorni del lockdown da Coronavirus. Il video, girato da Clifford Sosis, è stato condiviso migliaia di volte sui social: «La natura si sta riprendendo una parte della nostra città». La polizia locale, dopo le numerose segnalazioni, ha scritto sulla sua pagina Facebook: «Questa mattina è stato avvistato un alligatore sulla spiaggia. Abbiamo riferito alle persone che non c'è nulla che si possa fare, lasciamo che la natura faccia il suo percorso. Il motivo della presenza dell'animale è dettato dall'assenza delle persone in spiaggia».

Estratto dall'articolo di Riccardo Luna per "la Repubblica" il 22 marzo 2020. Il National Geographic ha segnalato delle fake news meno dannose ma non per questo meno infondate: su Tik Tok e Instagram nei giorni scorsi diversi utenti hanno condiviso foto di delfini e cigni nei canali deserti di Venezia e di elefanti; mentre su Weibo, un social network cinese, circolavano foto di elefanti che avevano invaso un villaggio e si erano ubriacati bevendo vino. Quello che tiene assieme questo tipo di post, secondo la prestigiosa rivista, è una presunta rivincita della natura mentre gli esseri umani si sono barricati in casa. Ma i cigni a Venezia non sono una novità, soprattutto a Burano; le foto dei delfini erano state scattate in Sardegna. Mentre in Cina c' è stata una indagine governativa per venire a capo della questione e si è scoperto che una dozzina di elefanti la settimana scorsa hanno effettivamente fatto irruzione in un paio di villaggi, ma questo accade abitualmente. E comunque non erano gli elefanti della foto postata sui social. 

Donatella Trunfio per "greenme.it" il 22 marzo 2020. L’immagine degli elefanti satolli, ubriachi e stesi a terra dopo aver bevuto "vino di mais" e aver mangiato a enormi quantità, ha fatto il giro del mondo creando una certa ilarità. Il problema è che in questo scatto, in realtà, non c’è nulla da ridere. Si sono spinti fin dentro un villaggio nella provincia dello Yunan in Cina alla ricerca di cibo. Quattordici elefanti di varie dimensioni che hanno fatto razzia di mais, ma anche di ‘vino di mais’ a tal punto da finire sdraiati (addormentati) in una piantagione di tè. L’immagine ci rimanda a due realtà: la prima è che gli elefanti si sono spinti fino al villaggio perché a seguito del coronavirus, c’è ancora allerta e restrizioni sul fatto di poter uscire e condurre un’esistenza normale. Così come i delfini che sono tornati nei porti e la coppia di germano che ha nidificato sul pontile di Venezia, anche questi elefanti si sono spinti vicino le case. La seconda, più drammatica, è che quegli elefanti erano a caccia disperata di acqua e cibo per via della perdita di habitat naturale e che sono addirittura arrivati a bere del vino, ubriacandosi. I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova la biodiversità. Siccità, ondate di calore, uragani, ma soprattutto disboscamento illegale e bracconaggio per l’avorio, minano la vita degli elefanti che finiscono inevitabilmente per arrivare fino ai villaggi, con il rischio (in condizioni normali) di essere anche feriti e uccisi. Soprattutto nelle piantagioni di tè il rischio di rimanere intrappolati nelle “trincee” costruite per irrigare è alto, come già denunciato più volte, soprattutto in India. Nessuno sa se la foto che sta girando sui social sia vera. Alcuni elefanti hanno recentemente attraversato un villaggio nella provincia dello Yunnan, in Cina, ma la loro presenza non è fuori dalla norma.

Coronavirus, gli animali invadono le città vuote. Elefanti ubriachi in Cina. Redazione de Il Riformista il 20 Marzo 2020. Prima dell’emergenza coronavirus i macachi venivano nutriti dai turisti che affollavano i templi in Thailandia. Le scimmie adesso arrivano nelle città in cerca di cibo. I cervi in Giappone invadono le strade e le volpi si incontrano sempre più spesso tra campagne e centri abitati d’Europa. In Italia i delfini sono tornati nel porto di Cagliari e il germano reale a nidificare a Venezia. È la natura che, complice il lockdown di città e attività produttive, sembra reclamare i suoi spazi. Ma la storia più strana arriva dalla Cina, riportata su Weibo, popolare social network cinese, e poi ripresa su più canali. Un gruppo di elefanti nella zona di Xishuangbanna, nella provincia dello Yunnan avrebbe fatto irruzione in un villaggio e avrebbe finito per ubriacarsi. Proprio così: i pachidermi si sono ubriacati. Virali ormai le foto degli animali che, dopo l’incursione, si sono stesi a terra in una piantagione. Ecco come sarebbe andata la storia: approfittando dei villaggi deserti gli elefanti selvaggi avrebbero invaso i campi dei contadini. Dopo essersi cibati di canne da zucchero e mais, gli animali avrebbero scovato anche un distillato alcolico prodotto dai contadini. E così i 14 animali di questo gruppo hanno finito per accasciarsi, sbronzi, in un campo adibito alla coltivazione di tè. La vicenda, che le autorità locali non hanno confermato, è stata ripresa anche dal conservazionista indiano Parveen Kaswan, collaboratore di IUCN ed esperto di elefanti, che su Twitter ha spiegato: “È un dato di fatto che gli elefanti adorano l’alcool, sono anche bravi a scoprirlo”. Quello che è sicuro, è la notifica di altre segnalazioni presso l’ufficio forestale della zona di Yunnan dove gruppi di elefanti hanno fatto irruzione e fatto anche danni presso attività e magazzini.

Sarah Martinenghi per torino.repubblica.it il 20 marzo 2020. Mai così tante persone si sono interessate ad avere in adozione un cane o un gatto come in questi giorni di isolamento. Non solo per questione di compagnia, evidentemente, ma anche, viene il dubbio, per poter avere la scusa di uscire di casa e portare a spasso il cucciolo. L’Enpa Torino ha ricevuto già centinaia di chiamate da parte di torinesi disponibili ad aprire le porte di casa ad un animale abbandonato. Così che oggi su facebook  l’ente di protezione animali ha rivolto un appello pregando di non chiamare più: “Basta con le telefonate: Buongiorno vorrei adottare un cane o un gatto così mi fa compagnia in questi giorni... grazie”. “In questo momento la gente si sente particolarmente sola e ha anche più tempo da dedicare a un animale - spiega Tiziana Berno, responsabile del canile  - ma quando l’emergenza sarà finita? Cosa succede? Che i cani tornano indietro”. La preoccupazione è rivolta alle adozioni lampo, che potrebbero rivelarsi dei boomerang e portare a nuovi abbandoni, con la fine del periodo di isolamento. L’unico cucciolo urgente da adottare, in questo momento è un cucciolo di maremmano di due mesi, Orso, che sarà disponibile, comunque, quando sarà terminata l’emergenza da Coronavirus. “C’è da dire che riceviamo decine di telefonate ogni giorno, ma poi di persona nessuno sta venendo qui a vedere i cani che ci sono - continua la responsabile - Noi in questo momento siamo autorizzati ad essere aperti, anche perché riceviamo tutte le urgenze veterinarie”.  

L'Enpa cerca di fare chiarezza sulle voci secondo cui gli animali domestici siano veicolo di contagio. Redazione di Panorama il 30 marzo 2020. Gli animali domestici sono contagiosi? E' in atto un boom di abbandoni? Dobbiamo pulire le zampe dopo la passeggiata? E ancora dobbiamo fare più spesso il bagno ai nostri animali di casa? In questi Vero o falso? Le bufale e le verità sugli animali ai tempi del Coronavirus.  Nei giorni concitati sono girate parecchie fake news, non ultima la necessità di lavare le zampette ai cani con l'uso della candeggina. Si tratta di notizie che possono essere estremamente dannose per i nostri amici a quattro zampe e proprio per questo l'Ente Nazionale Protezione Animali ha deciso di ripetere ancora una volta i comportamenti dannosi da diffidare, smontando le più diffuse bufale che stanno girando sugli animali in questi giorni. Gli animali domestici sono contagiosi? Falso! Ripetiamo a gran voce quello che l'Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute hanno già ribadito in diverse comunicazioni ufficiali: gli animali domestici non trasmettono COVID- 19 e non sono recettivi. Accademia del Volo Cepu Scopri di più Accademia Del Volo Ann. C'è un boom di abbandoni? Falso. Per fortuna non c'è un boom di abbandoni. Il problema sono le adozioni, un po' a rilento, a causa delle difficoltà di movimento delle persone. Dobbiamo fare il bagno spesso agli animali di casa? Falso. Il lavaggio porta via il sebo del cane, uno strato di difesa molto importante che previene eritemi, arrossamenti. Il bagno andrebbe fatto circa quattro volte l'anno, non tutti i mesi. Fondamentale anche l'uso di saponi specifici per animali. Dobbiamo pulire le zampe dopo la passeggiata? Vero. Anche se sul tema ci sono pareri discordanti può essere una buona abitudine pulire le zampette al rientro dalla passeggiata. Come? L'ideale sarebbe preparare una bacinella di acqua tiepida (mi raccomando non troppo calda o si fanno danni) con dentro un po' di sapone per cani o bicarbonato. Assolutamente NON usare candeggina e neanche i saponi per umani. Immergere le zampette e poi assicurarsi di asciugarle bene con un asciugamano sempre fresco e pulito, da cambiare ogni volta. Per i più pigri si possono anche utilizzare al rientro le salviette igienizzanti per animali, anche se, con l'immersione è sicuramente più semplice e veloce pulire accuratamente. Possiamo far uscire il cane ogni volta che vogliamo tanto passeggiare fa bene? Falso. Ovviamente ogni cane ha capacità e caratteristiche diverse quindi in questo caso il consiglio è di non cambiare le abitudini del cane prima della quarantena, poi se esce una volta in più non succede nulla, ma è importante non stravolgere le sue abitudini. Portare a passeggio il cane dal balcone è una buona idea? Falso. Sono girate diversi video di persone che, per non uscire di casa, stanno calando il cane dal balcone. E' un comportamento assolutamente inaccettabile! E chi decide di fare una cosa così insensata può andare incontro ad una denuncia! Carla Rocchi, presidente nazionale Enpa: "Le fake news ormai sono diventate un nemico quotidiano da combattere e, quando hanno come oggetto gli animali, possono anche rivelarsi letali. Per questo come Enpa non ci stanchiamo mai di ripetere quali sono i comportamenti dannosi da evitare. I nostri animali sono una incredibile risorsa, ora più che mai, dobbiamo prendercene cura con amore e consapevolezza".

Coronavirus, è caos su acquisti e adozioni di cani. Decreti, circolari e ordinanze anti-coronavirus hanno bloccato le adozioni e gettato sul lastrico gli allevatori di cani di razza. Elena Barlozzari, Martedì 31/03/2020 su Il Giornale. Nel ginepraio di decreti, circolari e ordinanze per contenere la diffusione del coronavirus si perde l'orientamento. Il governo prescrive di limitare al massimo gli spostamenti, ammettendo delle eccezioni. Tra queste rientrano anche l'adozione o l'acquisto di animali da compagnia? Purtroppo la risposta non è univoca, e il rischio di essere sanzionati è sempre dietro l'angolo. Secondo Carla Rocchi, presidente dell'Ente Nazionale Protezione Animali, contrariamente a quello che si potrebbe pensare "le adozioni di cani e gatti da canili e rifugi non sono sospese". In una circolare del Ministero della Salute, infatti, la fattispecie rientra nelle attività che "possono essere differite", quindi non c'è un divieto espresso. Una regola di buon senso per evitare il sovraffollamento, perché l'emergenza sanitaria non è servita a fermare gli abbandoni: ogni anno in Italia sono più di 150mila. Certo, le modalità di adozione non sono più le stesse, e cambiano da caso a caso. "È necessario contattare le strutture via telefono per capire come muoversi", chiarisce la Rocchi. Il consiglio è quello di rivolgersi a rifugi che siano nel proprio comune di residenza, allegando all'autocertificazione la documentazione che comprovi l'adozione. Eppure in queste settimane si moltiplicano le richieste di aiuto da parte di dipendenti e volontari, arrivati allo stremo. Le adozioni sono ferme. "Questo perché - spiega la Rocchi - le regole generali posso trovare tramite le diverse aziende sanitarie locali correttivi che variano da regione a regione". Inoltre, le adozioni fuori comune sono sospese dalla regola della "assoluta urgenza" richiesta per giustificare questo genere di spostamenti. E non solo. Come chiarisce Diana Lanciotti, fondatrice del Fondo Amici di Paco, "incide anche il fattore psicologico, con la paura che c'è in circolazione, le persone preferiscono restare a casa e rimandare le adozioni a settembre". "Ci auguriamo - conclude - che questo periodo di attesa non li scoraggi e che in autunno ci sia un boom di adozioni consapevoli". Un discorso a parte, invece, va fatto per chi alleva cani di razza. Il governo ha stilato un elenco di attività produttive che sfuggono alla sospensione, indicandole tramite i rispettivi codici Ateco. Gli allevamenti di cani sono una di queste. Ma in una successiva circolare del Ministero della Salute viene specificato che "gli animali non destinati ad attività produttive e zootecniche" possono essere trasportati "solo per esigenze connesse alla salute e al benessere degli animali". Quindi? Regna la confusione più totale e gli allevamenti rischiano il sovraffollamento. "Ho ventidue cuccioli prenotati prima dell'emergenza e pronti per essere consegnati, non so più dove metterli e non so come devo muovermi", ci racconta Angela, che alleva Labrador e Golden Retriever. "I cani non sono delle scarpe che si possono stoccare in magazzino - attacca - più crescono e più diventa difficile sistemarli". "In più - aggiunge - i costi di gestione stanno lievitando, come faccio?". Una situazione che sta mettendo in ginocchio il settore cinofilo, portando gli allevatori alla disperazione. "Normalmente sono gli acquirenti ad andare a prendere il cucciolo ma, in tempi di emergenza come questo, chiediamo di essere messi nelle condizioni di poterlo trasportare noi senza rischiare di essere sanzionati", propone Pietro Paolo Condò, presidente del club Cani Compagnia. "Il rischio - avverte - è che qualcuno risolva le cose per conto proprio e decida di abbandonare i cani che non riesce più a gestire". La questione è stata sollevata anche dal senatore di Fratelli d'Italia Andrea De Bertoldi, "recentemente è stata liberalizzata la vendita al dettaglio di semi, piante e fiori ornamentali, chiediamo che venga disposto altrettanto per i cani che non sono oggetti ma esseri viventi". E per dare ossigeno alla categoria il senatore ha presentato un subemendamento al decreto Cura Italia che prevede l'estensione "anche ai gestori di attività cinofile della sospensione dei versamenti delle ritenute dei contribuiti previdenziali e assistenziali e dei premi per assicurazione obbligatoria".

In tempi di coronavirus non abbandonate i cani: sono la miglior cura contro la depressione. Pubblicato venerdì, 20 marzo 2020 da F. Rondolino su Corriere.it. «Ci segnalano da più parti l’abbandono di animali domestici, cani in particolare. Comportamento particolarmente deprecabile, anche perché non c’è alcuna possibilità di diffusione del contagio da Covid-19 tramite i nostri animali»: sono le parole, insieme preoccupate e autorevoli, di Angelo Borrelli, il capo della Protezione civile. Anche la Croce Rossa e l’Ordine dei veterinari di Roma hanno lanciato un appello, rilanciato anche dal nostro canale Animalia e sostenuto da molti personaggi dello spettacolo e della cultura, per convincere le persone a non abbandonare i loro animali perché non sono in nessun modo e in nessuna circostanza contagiosi. Onestamente, però, non penso che sia la paura del contagio a spingere un certo numero di nostri concittadini a comportarsi in un modo così sbagliato. Sebbene all’inizio della pandemia siano circolate voci allarmanti, in particolare su un cane di Hong Kong (che effettivamente è morto, poverino, ma non era positivo e aveva 17 anni: un’età da Guinness dei primati), è stato immediatamente chiarito dalle autorità sanitarie e politiche di tutto il mondo che il pericolo di contagio semplicemente non esiste perché il Covid-19 colpisce soltanto l’uomo (altri tipi di coronavirus colpiscono soltanto i cani, o i gatti). Temo invece che la causa di tanti scellerati abbandoni sia semplicemente la pigrizia dei proprietari, o la difficoltà di gestire un animale in casa quando la casa improvvisamente diventa una specie di carcere in cui tutta la famiglia è costretta a convivere, o anche – e su questo il nostro governo dovrebbe riflettere – l’oggettiva difficoltà a portare il cane a fare la sua passeggiatina due volte al giorno nel caos di decreti, norme, inviti, divieti, autocertificazioni e controlli quasi sempre casuali e soggettivi. Ma se il governo e i governatori, in questo come in tutti gli altri aspetti della crisi, ben più drammaticamente gravi, si dimostrano impreparati, contraddittori e spesso del tutto incapaci, non per questo siamo autorizzati a sbarazzarci del nostro compagno a quattro zampe, neppure se siamo costretti a vivere in una manciata di metri quadri. La compagnia di un animale è una delle migliori cure conosciute contro lo stress e la depressione, e accudirlo è una fonte di soddisfazione e di serenità in queste nostre giornate improvvisamente vuote. Dunque vivere con un animale è, a conti fatti, più un vantaggio per noi che per lui. Quanto a me, che già ho il privilegio, inestimabile di questi tempi, di vivere in campagna, il turno settimanale allo stallo gestito dai volontari di Pasqualina & Friends è diventato ancora più prezioso: non soltanto perché si passa qualche ora all’aria aperta, ma anche e soprattutto perché, perdonate il bisticcio, dai cani può venire quel calore umano che tra noi umani è ormai proibito. Se adottare un cane in queste settimane può essere complicato, e non tutte le amministrazioni locali lo consentono, chi ha un po’ più di tempo a disposizione può contattare il canile o lo stallo più vicino: può darsi che abbiano bisogno di una mano. E a guadagnarci sarete voi.

Marco Pasqua per "ilmessaggero.it" il 17 marzo 2020. Difficile dire se certi abbandoni siano già legati alla paura immotivata (l’Organizzazione mondiale della Sanità è stata chiara) della trasmissione del Coronavirus da animale a uomo. Fatto sta che alcune associazioni animaliste registrano alcuni casi singolari, che riguardano cani di razza. Nello specifico, un Dalmata, ritrovato a Roma Sud, all’altezza della Tuscolana, fuori dal Raccordo (e che, per fortuna, in poche ore ha trovato qualcuno per un pre-affido). Ma anche quello di un Husky, con collare e guinzaglio rosso, trovato in questi giorni nella zona del Verano. Anche per evitare altri abbandoni, la Croce Rossa Italiana e l’Ordine dei medici veterinari di Roma, hanno fatto partire una campagna di sensibilizzazioni, che vanta, tra i promotori, Lino Banfi, Giancarlo Magalli, Enzo Salvi. «Noi non siamo contagiosi», è il nome dell’iniziativa. «Gli allarmi diffusi sui social con notizie errate e fake news hanno creato una situazione di panico facendo registrare, recentemente, un incremento ingiustificato degli abbandoni», denunciano i responsabili della campagna, che aggiungono: «Ad oggi  non ci sono prove scientifiche del fatto che gli animali possano contrarre il Covid-19 o essere loro stessi veicolo di trasmissione per l’uomo».

La fake news sul boom dei cani abbandonati ​a causa del coronavirus. La presidente dell’Ente nazionale per la protezione degli animali smentisce la fake news sull'aumento di abbandoni dei cani per paura del Covid-19. Bianca Elisi, Domenica 22/03/2020 su Il Giornale. Sono settimane confuse e paurose. Ogni giorno nelle nostre vite cambia qualcosa. Mentre cerchiamo di adattarci a una nuova quotidianità siamo bombardati da informazioni sull’emergenza coronavirus. Notizie che non sempre si rivelano vere. Una delle più grandi bufale circolate in queste ore ha a che fare con i nostri amici a quattro zampe. C’è chi sostiene che gli abbandoni siano in aumento. Dicono che è tutta colpa di una paura infondata e che in tanti guardino ai propri animali domestici come una minaccia. Si teme che possano trasmettere il Covid-19. Sulla questione è anche intervenuto il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli con un appello: “Non abbandonateli, non è dimostrata la possibilità di contagio”. È persino nata una challenge che continua a rimbalzare social network: “Postate una foto del vostro amico peloso e scrivete #iononticontagio, non mi abbandonare”. Ma cosa c’è di vero in questa storia? Nulla. È solo un passaparola che a furia di circolare è diventato virale. La smentita sul presunto aumento degli abbandoni è arrivata da Carla Rocchi, presidente dell’Ente nazionale per la protezione degli animali (Enpa). Sentita dall’Adnkronos la Rocchi ha spiegato che la notizia “è assolutamente priva di qualunque fondamento”. Il problema semmai è un altro: "Abbiamo riscontrato un comprensibile rallentamento delle adozioni nelle ultime due settimane", ha detto la Rocchi. Un’ovvia conseguenza della quarantena. Il decreto del governo non ha espressamente vietato le adozioni, tuttavia ha stabilito che le movimentazioni di animali debbano essere differite “salvo eccezioni inderogabili legate al benessere degli animali”. Un modo per ridurre le occasioni di contagio, ma anche per contrastare i furbetti. Quelli che per eludere le restrizioni sono disposti a tutto: persino a prendere un cane. Servendosi dell’animale per giustificare uno spostamento che altrimenti sarebbe vietato. Il vero boom, infatti, non riguarderebbe affatto gli abbandoni, bensì i tentativi di accaparrarsi un cane. Tanto che in Sardegna le adozioni nei canili comunali sono state bloccate. “Quando è scattata quest’emergenza, abbiamo ricevuto tramite l’Assl, una nota dall’assessorato regionale della Sanità, che ha deciso di chiudere al pubblico tutti i canili”, spiegano all’Agi i dipendenti dal canile di Cagliari. “Con l’emanazione del decreto, sono state sospese tutte le adozioni, anche per disincentivare le persone a trovare la scusa per poter uscire da casa”, aggiungono. In lizza per adottare un cane ci sarebbero soprattutto famiglie con bambini: “Ci hanno detto che, approfittando della chiusura degli istituti scolastici, ora avrebbero potuto seguire bene il cane. Ci hanno contattato anche persone che da molto tempo hanno un nostro animale in affido, a distanza, per chiederci se ci fosse la possibilità di avvicinarsi in canile per prenderlo e portarlo a casa”. Insomma, tutto d’un tratto diverse persone hanno deciso di aprire la loro porta di casa a un cane. Più che una certezza di tratta di un sospetto. E allora viene da chiedersi: chissà se alla fine di questo periodo buio rimarranno dello stesso avviso. “L’auspicio è che quando terminerà questa emergenza possa esserci un’ondata di adozioni consapevoli - spiegano ancora da Cagliari - ci auguriamo che le persone colgano l’occasione per riflettere meglio”.

Davide Turrini per "ilfattoquotidiano.it" il 17 marzo 2020. Il problema sarà reggere l’impatto quando aumenteranno gli abbandoni e diminuiranno le adozioni”. Al canile di Lodi ci si dà da fare il quadruplo rispetto a un mese fa. Sperando che la situazione complicata dell’oggi non peggiori domani. Geograficamente nell’occhio del contagio da coronavirus fin dal 21 febbraio anche le strutture del Nord Italia che accudiscono cani e gatti abbandonati provano a far quadrare il cerchio tra restrizioni del movimento individuale, chiusure al pubblico e il solito amorevole accudire le loro amate bestiole. “Facendo turni lunghissimi stiamo garantendo tutti i servizi necessari per i nostri cani”, spiega la responsabile del canile lodigiano al fattoquotidiano.it. “I nostri volontari nell’emergenza si sacrificano. Hanno i permessi per spostarsi preparati dal nostro presidente. Il nostro veterinario è a disposizione 24 ore su 24 e abbiamo scorte di cibo per almeno tre mesi. Il problema sorgerà nelle prossime ore perché per decreto giovedì 12 marzo ci è stato imposto il blocco delle adozioni e i soli utenti che potranno venire in canile saranno i proprietari dei cani accalappiati per venire a riprenderseli”. “Mi preoccupano i cani che erano già stati prenotati e sarebbero dovuti andare nella loro nuova casa”, racconta Serena Fiorilli dal canile di Trebbo di Reno, il canile comunale della città di Bologna che ospita oltre 130 cani e decine di gatti. “Abbiamo paura che molte adozioni previste si perdano. In questo momento le persone che prima si erano avvicinate con prudenza non mettono più al primo posto l’idea di condividere la propria vita con un animale”. Eppure la “quotidianità” in canili e gattili fino al penultimo dcpm di domenica 8 marzo e all’ultimo dcpm di mercoledì 11 marzo procedeva piuttosto liscia, con le ovvie e obbligatorie precauzioni, come nelle settimane precedenti. “Il giorno successivo alla chiusura delle scuole fuori dalla porta avevamo la ressa. In alcuni momenti anche venti, trenta persone in attesa. Nelle famiglie con bambini era nato spontaneo il desiderio di iniziare a vivere con un cane. Avessimo saputo che tutto quell’assembramento non volontario aumentava i rischi del contagio avremmo lavorato in maniera differente”, ricorda Rina, la responsabile del canile di Colzate che si trova in un altro epicentro del contagio, la Val Seriana a pochi chilometri da Bergamo città. “Come tutti siamo stati presi dal panico, ma abbiamo reagito con calma e determinazione. Tutti i pomeriggi non ci devono essere che più di tre volontari al lavoro con le distanze di legge l’uno dall’altro – continua la donna -, la fortuna, in mezzo a questa situazione d’emergenza, è che per i nostri cani non è cambiato niente. La nostra struttura è a un passo dal bosco e dal fiume così i quadrupedi continuano a fare le loro sgambate sereni”. “Non siamo in sofferenza, anzi siamo sotto i numeri di capienza standard”, sottolinea Michele De Gennaro l’addetto stampa del comune di Milano con delega alle comunicazione per le attività dell’assessorato allo Sport, Turismo e Qualità della vita sotto cui ricade il Parco Canile e Gattile di Milano, gestito poi da Oipa e Arcadia. “Da martedì 10 marzo non accedono più i volontari, ma solo i dipendenti che gestiscono la struttura. L’attività in generale è chiaramente diminuita, perché ora sono attivi solo i servizi online dove puoi informarti sulle adozioni nel futuro quando il canile riaprirà. Noi siamo un’eccellenza italiana del settore, manteniamo bilanciate entrate ed uscite in modo virtuoso. Ora ospitiamo 150 cani e 125 gatti. Ci aspettiamo qualche abbandono di animali soprattutto da parte di anziani e malati, ma ad esempio nei giorni in cui si parlava del primo contagio per Coronavirus su un cane di Hong Kong non abbiamo registrato alcun abbandono o qualsivoglia paura”. “L’amore per cani e gatti vince sempre anche in questi momenti delicati. Siamo riusciti ad ottenere i lasciapassare anche per le gattare che vanno a portare cibo nelle colonie feline limitrofe”, ricorda Cinzia Maddalena del Gattile di Conegliano in provincia di Treviso. “Ora abbiamo una trentina di gatti adulti e a breve arriveranno i cuccioli, pensate che c’è già chi, speranzoso che dal 3 di aprile tutto torni alla normalità, ha già prenotato i gattini ancora in gestazione”. Al gattile di Conegliano si arriva anche ad oltre 30 adozioni a mese, a fronte comunque di un abbandono annuo, nell’intera provincia di Treviso, di oltre 1100 felini. “A breve comincerà a mancare sostegno economico proprio per i cuccioli. Hanno bisogno di vaccini e continui check-up. I nostri veterinari ci aiutano, ma l’elemento maggiore di criticità sarà quello delle spese sanitarie”, conclude la Maddalena -, “a livello personale ho un’unica gioia: in questo momento difficilissimo posso rimanere più tempo a casa con i miei cani e gatti. Non gli toccherà più vivere scene buffe e solitarie come nel film Pets. Sarò lì con loro in attesa che l’emergenza finisca”.

·        Epidemia ed ambiente.

Nei giorni del coronavirus, il fantasma di Venezia è una medusa che nuota nei canali. Repubblica tv il 22 aprile 2020. Si è detto e scritto molto dei canali di Venezia tornati puliti e trasparenti a causa - ma sarebbe meglio dire per merito, in questo caso - del lockdown. Ma questo video girato dallo zoologo Andrea Mangoni, appena una settimana fa, supera ogni immaginazione: si scorge una medusa, nell'acqua, e il riflesso dei palazzi veneziani rende il suo movimento ancora più surreale. "A volte basta cambiare il proprio punto di vista, per ammirare un fantasma muoversi attraverso i palazzi veneziani" scrive appunto Mangoni sulla sua pagina Facebook, dove ha condiviso questo filmato. E aggiunge: "Complice l'eccezionale calma dei canali di Venezia dovuta all'assenza delle imbarcazioni, questa medusa polmone di mare (Rhizostoma pulmo) nuotava nelle acque trasparenti vicino al ponte dei Bareteri". Va detto che già nello stesso punto, nel 2016, era stata avvistata una grande medusa. Ma le acque trasparenti delle ultime settimane hanno reso ancora più straordinario il passaggio dell'animale marino ripreso da Mangoni. Video: Facebook/Andrea Mangoni

Aldo Grasso per il Corriere della Sera il 19 aprile 2020. I cieli non sono mai stati così limpidi, ci assicurano i satelliti dell' Ente spaziale europeo. «È la prima volta che vedo questo effetto di ripulitura dell' aria in un' area così vasta», sostiene una ricercatrice della Nasa. L' acqua è tornata limpida persino in laguna, a Venezia. È il paradiso terrestre sognato da Greta Thunberg, quel cielo di Lombardia così bello quand' è bello, è il Nuovo Mondo invocato da Jeremy Rifkin, l' altra mattina a «Radio anch' io», frutto della resilienza, la parola epidemica che risolve i problemi. Un paradiso terrestre da cui però è scomparsa l' umanità, in segregazione domiciliare per via della quarantena. Per fortuna c' è Internet a salvare i nostri rapporti, a permetterci di lavorare, ad avere ancora il mondo a portata di clic. Nei confronti dell' ambiente abbiamo commesso imperdonabili errori, ma il progresso (che ci ha consentito di realizzare tantissimi sogni, tra cui il web) ha un costo: «Sogni gratis non ce ne sono, è sempre una questione di energia» (Antonio Pascale). Acqua azzurra, acqua chiara ma anche benessere, salute pubblica e acqua calda. Non ci resta che la via del compromesso tra il rispetto dell' ambiente e l' irrinunciabile: è la via più difficile, la più complessa ma la sola praticabile. Altrimenti la decrescita felice sarà solo infelicità crescente, un accidioso lockdown.

Luca Bertevello per ilgazzettino.it il 30 marzo 2020. Non solo il coronavirus. L'Est asiatico sembra dispensare minacce a piene mani, stavolta sotto forma di polveri sottili. Ciò che è accaduto negli ultimi giorni ha pochi precedenti: le correnti gelide di inizio settimana hanno pescato aria continentale dalla zona del Mar Caspio e dei deserti del Karakorum che poi le correnti di Bora hanno riversato sui Balcani e sulla pianura padano-veneta. Normalmente si tratta di correnti secche, che hanno il pregio di ripulire l'aria come è accaduto molte volte in passato dopo forti stagnazioni. Non è stato così. Intrappolate nel cuore del continente asiatico, le polveri inquinate si sono messe in marcia, catturate da queste correnti che, come un nastro trasportatore, le hanno depositate sulle nostre regioni. Ieri notte i valori di pm10 sono schizzati alle stelle in tutto il Nordest e rimarranno su concentrazioni straordinariamente elevate almeno fino alle prime ore di lunedì. Non una bella notizia nel periodo di massima emergenza che sta vivendo il paese, dato che la correlazione fra elevate concentrazioni di smog e maggior incidenza di malattie respiratorie è scientificamente dimostrata. L'esposizione prolungata al pm10 porta ad avere una minor capacità di contrastare le infezioni alle vie respiratorie e può rendere perfino critica la condizione di quei pazienti che hanno problemi cronici. I dati delle centraline di rilevamento dell'Arpav fanno capire bene la portata del fenomeno: in un periodo, ultima decade di marzo, in cui la concentrazione media di polveri sottili si attesta storicamente fra i 20 e i 30 microgrammi per metro cubo, ieri c'è stato un picco di 164 nel parco dei Colli Euganei, di 237 in via Beccaria, 239 alla Bissuola, 226 in via Tagliamento e 235 a Rio Novo, tutte stazioni di rilevamento dislocate fra Mestre e Venezia; nella Marca Trevigiana punte di 225 in via Lancieri di Novara, a Treviso città, di 195 a Mansuè e di 167 a Conegliano. Non si sono salvate neppure Adria (171) e Legnago, 142. Si tratta di valori massimi, certo. Ma in molti casi il livello delle polveri sottili non è mai sceso sotto i 120 mg-m3 nell'intero arco delle 24 ore. Se possibile la situazione in alcuni zone attraversate dal flusso continentale sono state ancor peggiori: la vicina Lubiana ha raggiunto un picco di 400 microgrammi per metro cubo, record assoluto per la capitale slovena che mai da quando esistono le rilevazioni, aveva sperimentato un inquinamento di questa portata. D'altronde l'aria fredda, più pesante dell'aria calda, ha permesso al particolato di depositarsi negli strati più prossimi al suolo e lì rimarranno fino a quando non cambierà drasticamente la circolazione atmosferica. Questo dovrebbe accadere da lunedì quando torneranno scenari pienamente invernali su tutto il nord Italia con possibilità di rovesci nevosi innescati da aria fredda ma di contributo artico. A quel punto anche lo smog verrà spazzato via restituendoci un contesto più salubre. Ma fino ad allora c'è una buona ragione in più per restare dentro casa.

Che fine ha fatto Greta? Tornerà ma il mondo sarà diverso. La Repubblica il 22 marzo 2020. Come porti avanti gli scioperi delle scuole che fai ogni venerdì da 82 settimane, ora che le scuole di mezzo mondo sono chiuse? E come progetti le marce globali per il clima, quando siamo barricati in casa da giorni e ci staremo forse per mesi? Il coronavirus ha colpito anche Greta Thunberg e la battaglia dei giovani per cambiare il nostro modo di stare sul pianeta terra. Chiariamo: Greta sta bene. L’ho vista l’altro giorno su Zoom, la piattaforma di videoconferenze che adesso va per la maggiore. Non eravamo soli: c’era qualche altro centinaio di ragazzi e ragazze (ma in video si sono viste solo ragazze). Le chiedevano: e adesso? E noi che facciamo? La crisi del coronavirus come cambia quella del cambiamento climatico? Ci ascolteranno ancora i potenti della Terra? Greta stava nella sua casa di Stoccolma, in felpa nera, ogni tanto il suo cane entrava nell’inquadratura: “Stiamo molto insieme”. A un certo punto ha anche detto che fra le altre cose che sta facendo, sta imparando a fare l’uncinetto; e non sembrava una battuta. Strana la vita, davvero: quando in Cina si sono registrati i primi casi, a dicembre, TIME l’aveva messa in copertina come persona dell’anno. Nel 2019 aveva esordito a gennaio andando a Davos, in Svizzera, urlando ai ricchi e potenti del pianeta “la casa è in fiamme”; ed a settembre era a New York, dopo aver attraversato l’Atlantico a vela per non inquinare, a dire alle Nazioni Unite “How dare?, come vi permettete di non fare nulla?”. E adesso che si fa, Greta? Adesso si ascoltano gli esperti, si seguono le indicazioni degli scienziati, ha detto, lo ha sempre detto del resto. Certo questa crisi non cancellerà quella climatica, perciò dovremo farci trovare pronti, ma per il futuro, non adesso, perché adesso non ci ascolteranno, e non venitemi a dire che l’inquinamento si riduce perché la gente sta chiusa in casa, questa è una tragedia, la gente muore. E ha concluso così: ascoltate gli esperti (di nuovo) prendetevi cura di voi stessi e dei vostri cari, siate felici. Era diversa da come l’abbiamo vista (e ammirata) per oltre un anno. Un po’ confusa, ha ammesso. Ma tornerà, Greta, perché il coronavirus e il cambiamento climatico non sono due crisi alternative, ma due fenomeni che hanno lo stesso punto di arrivo: l’esigenza di ripensare il nostro modo di stare sul pianeta Terra. Tornerà, e il mondo sarà già un po’ diverso. 

Coronavirus e altre epidemie: perché sono legate ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità. Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Alessandro Sala. C’è uno stretto legame tra la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici, le alterazioni degli habitat naturali e la diffusione delle zoonosi, ovvero le malattie trasmesse dagli altri animali all’uomo e di cui anche l’attuale coronavirus che è diventato pandemia fa parte. E per capirlo basterebbe pensare al pangolino. Forse non tutti lo conoscono, soprattutto alle nostre latitudini, ma questo mammifero insettivoro che ha il corpo ricoperto da scaglie che assomigliano ad una corazza da samurai, è una delle specie più a rischio che esistano. Tutte le sue otto varianti sono considerate in via di estinzione dallo Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, e la ragione di questo è da ricercare nel commercio illegale. Antiche credenze hanno fatto diventare questo curioso animaletto un ricercatissimo (e redditizio) oggetto del desiderio, sulla base della credenza anti-scientifica che le sue scaglie e la sua carne possano avere miracolosi poteri taumaturgici e afrodisiaci. Che c’entra dunque il pangolino? Secondo alcuni studi potrebbe essere stato proprio lui la specie «ospite» che ha consentito il transito del coronavirus dal pipistrello all’uomo. Non tutti gli studi sono concordi sul ruolo del pagolino come vettore, gli italiani del l’Univeristà Campus Bio-Medco di Roma tendono per esempio a scagionarlo. Ma sono state trovate corrispondenze tra il genoma del virus Sars-Cov-2 e quelle dei pangolini comprese tra l’85,5 e il 92,4% degli esemplari esaminati. E anche qualora non fosse lui il «taxi» che ha consentito il passaggio dal pipistrello all’uomo — il cosiddetto spillover raccontato anche nell’omonimo libro del 2012 di David Quammen — quello su cui tutti non hanno dubbi è il fatto che vi sia stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano. Un passaggio che, sottolinea un report del Wwf pubblicato nei giorni scorsi — «Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi», a cura di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli e con anche la consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro - è strettamente legato ai mutamenti di clima e ambiente causati dall’azione dell’uomo. La tesi è molto semplice: le principali epidemie degli ultimi anni — Ebola, Sars, Mers, influenza aviaria o suina ma anche l’Hiv che causa l’Aids — sono di origine animale. E ad influire la loro diffusione è stata la riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio. Le foreste, per esempio, sono sempre state custodi di una vastissima biodiversità e la presenza contemporanea di tante specie animali differenti ha messo i virus di fronte al cosiddetto «effetto diluizione»: avendo la probabilità di attaccare anche specie non ricettive, i virus non trovano un ambiente fertile in cui propagarsi e di conseguenza si bloccano, si indeboliscono, si estinguono. La deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli, alla produzione di legname e carta o all’avanzata delle aree urbane ha di fatto cancellato parte di questo «gregge» multiforme e multi-specie che come una sorta di prima linea permetteva di mantenere una maggiore distanza tra i virus che potremmo definire «selvatici» e l’essere umano. Il quale si è invece spinto sempre più, per esplorazione o caccia (anche a specie protette), all’interno delle stesse foreste pluviali, i principali scrigni di biodiversità del pianeta, aumentando i rischi di contagio. Come se tutto ciò non bastasse, sempre l’uomo ha pensato bene di catturare specie animali selvatiche per farne cibo o per la realizzazione di prodotti derivanti da varie parti dei loro corpi. Del resto, sembra ormai assodato che l’origine dell’attuale coronavirus sia da ricercare nel mercato di animali vivi di Wuhan, uno dei tanti «wet market» cinesi in cui la fauna anche selvatica viene esposta viva e poi macellata al momento (il motivo è spesso la mancanza di frigoriferi o congelatori, che impedisce di mettere in vendita animali già morti). In questo modo si realizza uno spargimento di sangue che favorisce la trasmissione del virus da specie a specie. In ogni caso, che l’ospite sia stato il pangolino o che il contagio sia avvenuto direttamente tra pipistrello e uomo attraverso il sangue poco cambia: il dato di fatto è che all’origine del probabile contagio iniziale c’è una pratica, la vendita di fauna selvatica, che dovrebbe invece essere ostacolata su scala globale. E a dire il vero anche la Cina lo ha capito imponendo divieti a seguito del dilagare della Covid-19. La carne di animali selvatici, la cosiddetta «bushmeat», viene spesso consumata da persone povere, che non hanno altre risorse alimentari e che per questo nelle zone rurali dei Paesi poveri o in via di sviluppo si adattano a considerare cibo specie che in Occidente mai e poi mai ci sogneremmo di considerare alimento, come per esempio le scimmie, catturate nella natura selvatica (da cui il termine bushmeat). Ma, evidenzia il Wwf, c’è anche un retaggio culturale che spinge famiglie di origine africana (ma anche di altre aree del Sud del pianeta) emigrate in aree urbane e diventate benestanti a chiedere, per il mantenimento di un legame con la tradizione del Paese di origine, questo tipo di carne, che diventa di conseguenza oggetto di commercio internazionale. La circolazione di animali, vivi o morti, provenienti dal cuore delle foreste pluviali contribuisce alla diffusione dei patogeni. Insomma, la relazione diretta tra i comportamenti sbagliati dell’uomo, la perdita di habitat e foreste e la diffusione di malattie è abbastanza evidente. L’equilibrio che la natura era in grado di stabilire viene meno per effetto delle attività umane. Di qui anche il riferimento ai cambiamenti climatici: laddove non è la ricerca di nuovi spazi e nuovi terreni a cancellare direttamente le foreste, sono le nostre azioni indirette a farlo. Il rapporto del 2019 dell’Ipbes, il comitato internazionale e intergovernativo scienza-politica che per conto dell’Onu si occupa di biodiversità e ecosistemi, parla chiaro: il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino sono stati modificati in modo significativo e circa 1 milione di specie animali e vegetali, come mai si era verificato fino ad oggi nella storia dell’umanità, sono a rischio estinzione. Dati che fanno il paio con quelli del Living Planet Report del Wwf del 2018, che spiega come in circa 40 anni il pianeta abbia perso in media il 60% delle popolazioni di invertebrati. E ancora, su tutto, va considerato che negli ultimi 50 anni la popolazione umana mondiale è raddoppiata, aumentando così il bisogno di risorse che ha portato ad un impoverimento delle risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento: i gas serra, per esempio, sono raddoppiati dal 1980 ad oggi e hanno contribuito fortemente all’ormai acclarato aumento di almeno un grado della temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale. Tutte queste azioni scellerate da parte dell’uomo, che non possono più essere considerate inconsapevoli, hanno non soltanto dei costi umani ma anche dei costi economici notevoli. Basti pensare anche a quanto debbano oggi investire le economie mondiali per fare fronte ai contraccolpi dovuti alla pandemia in corso, che pure è solo agli inizi. «Ecco perché è fondamentale riuscire a proteggere gli ecosistemi naturali, conservare le aree incontaminate del pianeta, contrastare il consumo e il traffico di specie selvatiche, ricostruire gli equilibri degli ecostistemi danneggiati e anche frenare i cambiamenti climatici — commenta Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia —. Serve quello che abbiamo definito un New deal for nature and people, che permetta di dimezzare la nostra impronta sulla terra. Iniziare a ricostruire gli ecosistemi distrutti, che sono la rete di protezione naturale da epidemie e catastrofi, è il primo passo da fare». Anche perché, come recita la citazione di Quammen che apre il report, «là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro, come polvere che si alza dalle macerie».

Autostrade e città deserte, fabbriche a ciclo ridotto; il Covid-19 aiuta a migliorare la qualità dell'aria. E può essere un bene anche per la lotta al virus. Barbara Massaro il 23 marzo 2020 su Panorama.  Esiste un rapporto diretto tra inquinamento atmosferico e diusione del Coronavirus. La scoperta è stata confermata qualche giorno fa dai risultati di uno studio curato da un team di ricercatori italiani e medici Il Coronavirus abbatte trafco e inquinamento: i dati della Società italiana di Medicina Ambientale (Sima). Gli studiosi hanno incrociato i dati del periodo tra il 10 e il 29 febbraio. Da una parte del graco hanno posto quelli provenienti dalle centraline di rilevamento delle Arpa, le agenzie regionali per la protezione ambientale, dall'altra i dati del contagio da Covid-19 riportati dalla Protezione Civile, aggiornati al 3 marzo, tenendo conto del ritardo temporale intermedio di 14 giorni pari al tempo di incubazione del virus. La conclusione è stata che si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 e PM2,5 e il numero di casi infetti da Covid-19.Se, quindi, l'inquinamento atmosferico favorisce la diusione del contagio da Coronavirus potrebbe essere altrettanto vero che la diminuzione sensibile delle polveri sottili nell'aria faciliti la battaglia mondiale contro il Covid-19. I nuovi dati che arrivano della missione Copernicus Sentinel-5P dell'Agenzia spaziale europea mostrano in maniera chiara come sopra la pianura padana – esattamente come accaduto in Cina – stia diminuendo in maniera sensibile la nuvola rossa di diossido di azoto. Questa è la conseguenza più evidente del rallentamento delle attività produttive e soprattutto degli spostamenti privati responsabili del 70% dell'inquinamento urbano da diossido d'azoto. A Milano negli ultimi 10 giorni la concentrazione di PM10 nell'aria non ha mai superato la quota limite di 50 milligrammi per metro cubo, mentre a metà gennaio il livello medio giornaliero era tra i 79 e i 96 milligrammi. Nella prima metà di febbraio le cose non sono cambiate e la concentrazione diaria di polveri sottili era sempre compresa tra i 79 e i 92 mg/m3. I dati che arrivano da Arpa Lombardia attualizzati agli ultimi 10 giorni evidenziano un sensibile crollo del PM10 sotto la / Madonnina. Il livello minimo è stato raggiunto il 13 marzo quando non è mai stata superata una quota media di PM10 di 17 mg/m3 e il massimo d'inquinanti atmosferici sono stati rilevati il 17 marzo quanto la centralina di Viale Marche ha segnato i 42 mg/m3. Lo stesso vale anche per altri focolai lombardi del contagio. La qualità dell'aria di Codogno, ad esempio, tra gennaio e febbraio era pessima con livelli di PM10 costantemente sopra quota 50. Tra il 10 e il 17 marzo, invece, il livello di PM10 nell'aria ha oscillato tra i 20 mg/m3 e i 44 mg/m3. A Bergamo, nella stessa settimana, le polveri sottili hanno raggiunto un massimo di 35 mg/m3 e un minino di 14 mg/m3 e a Brescia la forbice è stata tra i 18 mg/m3 e i 44 mg/m3 del 17 marzo. Ogni anno in Italia per le conseguenze dello smog muoiono circa 34.000 persone ovvero quasi 100 al giorno. Si tratta di decessi causati da patologie sviluppate a causa dell'inquinamento come asma, polmoniti, patologie cardiache e respiratorie. Le polveri sottili, infatti, rappresentano una sorta di autostrada per virus e batteri che trovano negli inquinanti un ottimo transfert per arrivare all'uomo e quanto accaduto col Coronavirus non fa che confermare questo. Un virus tanto potente e devastante come il Covid - 19 in ambienti saturi di ossidi di azoto e polveri sottili ha trovato l'occasione per deagrare e diondersi in tutta la sua potenza. In Cina in primis, e poi in pianura padana, ma anche nella regione di Madrid e in generale in tutte le zone a più alta concentrazione di inquinanti. Si tratta delle aree dove sono stati registrati i maggiori focolai nazionali di diusione del Covid -19. In questo senso l'arrivo della bella stagione e la drastica diminuzione dell'inquinamento globale dovuto alle misure nazionali di contenimento del contagio potrebbero favorire la vittoria della battaglia "uomo contro Coronavirus". La diminuzione del livello di polveri sottili nell'aria è coerente e proporzionale al crollo del traco urbano ed extraurbano in pianura padana. L'esempio di Milano è lampante. Se nelle prime due settimane d'emergenza il traco privato era diminuito del 15, 20% (i dati arrivano dall'Osservatorio mobilità del Comune di Milano), nella terza settimana il calo è stato del 63%. / Ancora più drastica la riduzione dell'utilizzo dei mezzi pubblici che già a inizio emergenza erano stati dimezzati e ora segnano un calo del 90%. Reggono i mezzi di servizi che, a fronte di una prima diminuzione di circolazione del 10%, tra giovedì e venerdì della scorsa settimana sono scesi al – 45%. E se il traco nell'Aerea B di Milano è diminuito del 60% nella terza settimana di blocco, l'ingresso dei taxi nell'Area C è arrivato a scendere dell'89% nelle ore serali.Interessante osservare la variazione dell'utilizzo di mezzi di sharing o comunque alternativi a autobus, tram e metropolitane. I dati dell'Osservatorio Telepass, infatti, mostrano come a inizio emergenza, a fronte della diminuzione nell'utilizzo dei mezzi pubblici, si era vista un'impennata nell'utilizzo di forme alternative di spostamento come i monopattini elettrici o scooter e bici in sharing. Il Comune di Milano, però, ha fatto notare che, da quando il blocco agli spostamenti si è irrigidito anche i mezzi in sharing sono entrati in crisi con un calo del 78% del noleggio auto dell'85% di bici e moto e dell'89% dei monopattini. Praticamente azzerato il mercato dei bus turistici che nelle ultime 3 settimane è arrivato a segnare un – 97%. Diminuito drasticamente è anche il traco extraurbano. Osservatorio Telepass sottolinea che solo il traco merci è praticamente immutato mentre Autostrade per l'Italia, tramite la concessionaria Atlantia, fa sapere che i passaggi dai caselli nella direzione di tronco di Milano (Lombardia, più basso lodigiano e parmense) sono diminuiti nella settimana tra il 9 e il 15 marzo del 65,5%. Autostrade per l'Italia, inoltre, ha reso noto che, solo nell'ultima settimana, il traco autostradale sull'intero sistema nazionale è calato del 56,3% mentre la precedente era diminuito del 40% e quella ancora prima del 22,7%. Questo signica che sempre più italiani stanno rispettando l'obbligo di rimanere in casa e di non uscire salvo strette emergenze o motivi di lavoro e questo oltre a contenere il contagio migliora la qualità dell'aria e rende la vita dicile al Covid19. Su base annua, facendo una media dei primi due mesi dell'anno, il traco sulla rete autostradale italiana, è diminuito del 8,3%.

Coronavirus, il calo dello smog nel Nord Italia visto dal satellite. Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it da Giovanni Caprara. Quanto la minaccia e la diffusione di Covid-19 cambi la situazione nella nostra vita quotidiana lo certificano anche i satelliti dallo spazio. Ora è il satellite Sentinel-5 dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, e della Commissione Europea, a mostrarci come nell’aria dell’Italia settentrionale l’inquinante biossido di azoto abbia ridotto la sua presenza fino quasi a dissolversi riducendosi ad un velo impercettibile. Questo gas fa parte della famiglia degli ossidi d’azoto presenti in varie dosi e generati dalla combustione dei combustibili fossili soprattutto dagli impianti di riscaldamento, motori dei veicoli, combustioni industriali, centrali di potenza. Caratterizzato dal colore rosso bruno e da un odore forte e pungente, è tossico ed irritante ed essendo più denso dell’aria tende a rimanere vicino al suolo. Noto è il suo effetto negativo sui polmoni e su chi ha problemi respiratori, aggravandoli. Per questo è in vigore il limite orario di 200 microgrammi per metrocubo; un limite da non superare più di 18 volte all’anno. Ora l’inquietante nube rossastra che il bacino padano mostra di frequente con record a livelli mondiali, in questi giorni sembra quasi scomparsa come mostrano le foto diffuse via Twitter da Santiago Gasso, ricercatore all’Università di Washington e in collaboratore della Nasa. Grazie a Tropomi, che è lo strumento dedicato alle indagini dello stato della troposfera (parte abitata dell’atmosfera) installato sul satellite europeo, è stato possibile documentare il consistente cambiamento che naturalmente è l’effetto della riduzione della circolazione dei veicoli e delle attività produttive imposto dalle circostanze, oltre alla chiusura delle scuole. Meno scarichi e minore inquinamento. Lo stesso effetto era stato rilevato nei cieli della Cina dai satelliti della Nasa e dell’Esa agli inizi di marzo dove i livelli di biossido d’azoto erano scesi del trenta per cento. L’Esa ha una serie di “Sentinelle” in orbita che documentano la salute dell’ambiente sotto i vari aspetti: terra, acqua e aria. E anche l’Asi italiana ha un potente satellite Prisma che assieme alla costellazione dei satelliti CosmoSkymed mirano al controllo ambientale, alle emissioni nocive e allo studio delle condizioni del territorio. Purtroppo il risultato documentato da Sentinel-5 è frutto di limitazioni alla nostra vita quotidiana provocate dalla minaccia del Coronavirus e non da strategie ambientali. Ma pur nell’amarezza della circostanza le immagini satellitari dimostrano che cambiare è possibile.

Marco Cimminella per businessinsider.com il 4 marzo 2020. È l’altro effetto, indiretto, dell’epidemia di coronavirus. La qualità dell’aria sulla Lombardia è cambiata negli ultimi giorni: la riduzione del traffico e delle attività produttive e commerciali, conseguenti all’adozione delle misure regionali e alle indicazioni sanitarie per contenere il contagio, ha contribuito a determinare un taglio delle emissioni. “Il cambiamento del livello di Pm10 è in parte dovuto a condizioni meteorologiche, ma è anche stato causato da una minor inquinamento prodotto dall’uomo”, spiega a Business Insider Italia Guido Lanzani, responsabile Arpa Lombardia per la qualità dell’aria. La minore circolazione delle auto e il rallentamento dei ritmi di lavoro nelle aziende hanno contribuito a una diminuzione delle concentrazioni di particolato nell’atmosfera. Basta dare un’occhiata alle mappe dell’Arpa Lombardia per rendersene conto: dal 25 febbraio 2020 al 2 marzo i colori degli indicatori (che segnalano le stazioni fisse presenti sul territorio) mutano, passando dal rosso (dai 50 ai 100 µg/m³) al celeste (da 0 a 20 µg/m³). “Non è semplice spiegare nel dettaglio questo fenomeno. Innanzitutto perché l’intervallo di tempo considerato, di circa 7 giorni, è troppo breve e non abbiamo tutti i dati necessari per valutare in quali quantità i diversi fattori hanno contribuito a questo miglioramento della qualità dell’aria”, precisa Guido Lanzani. Che aggiunge: “Possiamo però dire che non dipende solo da condizioni atmosferiche favorevoli alla dispersione degli inquinanti”. In effetti, i primi giorni dopo l’adozione dei provvedimenti del governo locale, i livelli di Pm10 registrati dalle stazioni dell’Arpa non avevano subito grosse modifiche. “Se guardiamo i dati di Codogno relativi al 25 febbraio, la media giornaliera di Pm10 era ancora piuttosto alta. La stazione rilevava 82 µg/m³. Solo nei giorni successivi, la quantità di particolato si è ridotta gradualmente, in provincia di Lodi e nel resto della regione”. Secondo l’esperto, le ragioni di questo cambiamento sono diverse. In primo luogo, sono mutate le condizioni meteorologiche: “Il vento e poi ancora le perturbazioni degli ultimi giorni hanno comportato un ricambio della massa d’aria; condizioni diverse rispetto a quelle di gennaio, che hanno invece favorito il ristagno degli inquinanti”. E le disposizioni per affrontare l’emergenza del coronavirus hanno fatto il resto: “Il calo del traffico e la minore attività produttiva hanno sicuramente avuto un impatto sulla qualità dell’aria”. È così che le varie stazioni di Milano riportano dal 27 febbraio al 2 marzo livelli di Pm10 che oscillano tra i 12 e i 35 µg/m³ . Misurare l’impatto preciso dei vari fattori è impossibile per il momento, visto che i dati raccolti finora non sono sufficienti. Le informazioni disponibili forniscono un’indicazione del loro impatto sull’inquinamento atmosferico in questi giorni in Lombardia. Ma probabilmente non si spiega tutto con la riduzione del traffico e delle attività produttive e commerciali o con le mutate condizioni atmosferiche: ad esempio, restano da chiarire gli effetti che hanno avuto l’allevamento intensivo e l’agricoltura. Inoltre questi dati offrono qualche spunto di riflessione, visto che la circolazione delle auto è calata, tra smartworking e isolamento autoinflitto, ma presumibilmente è aumentato l’utilizzo del riscaldamento domestico.

Dagospia il 17 marzo 2020. Da “la Zanzara - Radio 24”. “Se il mondo fosse stato vegano non ci sarebbe stato il coronavirus”. Lo dice convinta Daniela Martani, militante veg ed ex protagonista del Grande Fratello, a La Zanzara su Radio 24.  La Martani attribuisce le responsabilità del contagio al cattivo rapporto che l’uomo ha con gli animali selvatici. “Noi vegani – dice - siamo gli unici ad evitare che si diffondano questi virus. Mangiando la carne e certi tipi di animali si diffondono i virus. Avete mai sentito di un virus che deriva dai ceci, dai fagioli o dalle verdure?”. “Ma vi siete informati – aggiunge – da dove vengono questi virus, la sars, la peste suina, la mucca pazza? Vengono dal rapporto sbagliatissimo che noi abbiamo con gli animali. La natura si ribella, la natura si riequilibra. Facciamo un esempio. Quando gli agricoltori si lamentano che ci sono troppi cinghiali, che cosa succede? Si ordina di sparare ad un certo numero di cinghiali. Perché la natura non dovrebbe fare la stessa cosa con noi? Noi siamo in troppi. Siccome la natura è intelligente, si riequilibra. Ad un certo punto dice qua siamo al di sopra del limite...Questo virus potrebbe riequilibrare un po’ la popolazione del pianeta”. Dice poi la Martani : “I vegani hanno meno possibilità di prendere il virus, il sistema immunitario è molto più elevato rispetto a chi mangia carne, quest’anno non mi sono presa nemmeno un raffreddore”. Ma che dici, perché?: “Non è una stronzata. Ci sono due motivi. Il corpo deve essere alcalino ed assumendo cibi acidi si abbassano le difese immunitarie. La carne è uno degli elementi acidi. Seconda cosa. Il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo sono utilizzati negli allevamenti intensivi. Quindi quando si mangia un pezzo di carne si fa probabilmente una cura antibiotica. Molti decessi sono causati dalla batterio resistenza, che è bassa proprio perché si mangia carne piena di antibiotici. Se tu sei vegano, hai molte più possibilità di resistere al coronavirus”. Fosse vero quello che dici il governo dovrebbe bloccare la circolazione della carne: “Sicuramente una cosa che avrebbe dovuto fermare immediatamente sono i mattatoi e gli allevamenti intensivi. E poi l’area più colpita è la Pianura Padana e lì c’è la maggiore concentrazione di allevamenti intensivi”.

Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 7 marzo 2020. C' è un curioso effetto collaterale del Coronavirus: passata la buriana ecologista fatta di borracce di vetro, slogan verdi e guerra ai polimeri, torniamo ad essere -come diceva un vecchio detto- "bollicine della plastica in mano a divinità nervose". Nonostante il terrore del virus che dimorerebbe sulle "superfici lisce" (vetro e metallo soprattutto) per almeno 9 giorni, riecco la plastica fare irruzione, prepotente, nelle nostre vite. L' accurato reportage di Piazzapulita su La7 in un reparto ospedaliero di terapia intensiva ha reso plasticamente -scusate il bisticcio- l' idea del cambio di paradigma: mostrava un impressionante garbuglio di corpi malati e intubati, di provette, di fili aggrovigliati come serpenti tra mascherine, di drappelli di infermieri in tute (di plastica) e respiri mozzati. La plastica, dunque, come ultimo baluardo della resistenza. Appare un tantino sfocata, oggi, la foto di Ursula Von Der Leyen e Greta Thunberg, le amazzoni del compostabile, che levano le loro voci verso l' investimento ambientalista da 1000 miliardi di euro ora procrastinato al 2050; e che organizzano la cancellazione del Plasmix, la plastica non riciclabile- a vantaggio di un mondo biodegradabile. Fino a qualche mese fa, anche giustamente, era tutto un tripudio di New Green Deal: si offrivano incentivi a chi rispolverava recipienti in vetro e terracotta; si elevava la plastic tax a indispensabile tributo etico ecc ecc. Oggi, invece, in tempi di emergenza epidemica, la salute della Terra slitta in second'ordine rispetto a quella degli uomini. E la plastica diventa una sorta di mantra inconsapevole, di elemento salvifico, di timone nella tempesta del contagio. Per dire. Onde evitare il propagarsi del Covid-19, la catena Starbucks ha sospeso in Nord America l' utilizzo delle tazze personali, che comportavano per il cliente uno sconto di 10 centesimi sulle bevande, iniziativa lanciata nel 2010 per ridurre il consumo di bicchieri di carta usa-e-getta; e ha ripristinato tazzine e bicchieri monouso, in plastica. Le scuole alla prossima (speriamo) riapertura delle mense sostituiranno i cestoni per il pane e la frutta in sacchettoni. Di plastica. L' Unionplast ha chiamato a raccolta le aziende italiane produttrici di stoviglie in plastica monouso per distribuirle negli ospedali e nei presidi delle Zona Rossa. A Pechino si vendono scudi di plastica tra sedili anteriori e posteriori, a separare la zona del conducente da quella dei passeggeri; mentre nei ristoranti di Hong Kong vanno di moda i "separè trasparenti anti-contagio", ovviamente in plastica. E decine di migliaia di flaconi -in plastica- di disinfettanti e antibatterici sbarcano ogni giorno nei negozi, tra gli uffici, nelle mense: la loro confezione, la loro forma, si è insinuata naturalmente nel nostro quotidiano spazio fisico, nelle nostre tasche tra il portafoglio, il telefonino e -per alcuni- lo spazzolino da denti (anch' esso in plastica). Nel nostro immaginario si sta sfarinando l' immagine della giovane Greta Thunberg e riprende a troneggiare quella del vecchio Giulio Natta, Nobel per la Chimica che diede al polimero una dignità che sembrava persa nella furia dell' economia circolare. Beninteso: l' eccesso di plastica va combattuto per ridare ossigeno a un mondo che abbiamo preso in prestito ai nostri figli. Ma la comune opinione si domostra, come sempre, volatile quanto una zaffata di etilene. Diceva Marcello Marchesi: «Questa è l' epoca della plastica. Memoria di plastica, classe di plastica, raccomandato di plastica. Sembra pesante è leggera, sembra cedevole è resistentissima. Insomma, è l' epoca di tutto ciò che sembra ma non è». Per l' appunto...

Coronavirus ed emissioni di Co2, l’aria è più pulita ma non è una buona notizia: perché? Pubblicato martedì, 10 marzo 2020 su Corriere.it da Milena Gabanelli. Sulla rete autostradale il traffico è calato, nella settimana dal 25 febbraio al 4 marzo, del 18% in media (dati Aspi). Il traffico pesante è stato stabile con un leggero rialzo, anche perché sono aumentate le vendite online, mentre i veicoli leggeri hanno registrato un meno 20%. Meno auto anche sulle statali e in città. A Milano le telecamere dell’area B (quella che comprende il solo territorio cittadino) hanno registrato ingressi in calo del 20%, mentre quelle dell’area C hanno registrato una media del 63% in meno dal 25 febbraio al 4 marzo. La media del calo delle città dell’Emilia Romagna è stata del 12%. La riduzione dotale del CO2 da traffico veicolare, secondo una stima dell’Ispra, è stata di 139.960 tonnellate. A pulire l’aria ci ha pensato il vento. Sui data Arpa Lombardia, confrontando la media degli inquinanti della la settimana precedente l’emergenza Coronavirus con quella successiva, dal 24 febbraio al 1 marzo, c’è stato un calo di monossido di carbonio, biossido di azoto, biossido di zolfo e Pm10 in tutte le città della Regione Lombardia. Sono 15.481 le scuole fra statali e paritarie in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna che hanno chiuso completamente la prima settimana d’emergenza (poi molte hanno riaperto solo per attività di segreteria). Impossibile sapere con esattezza se tutte abbiano spento il riscaldamento, sappiamo però che lo hanno fatto in molti, come le 40 scuole di Ferrara e i 158 plessi della città metropolitana di Milano. Sulla base del consumo di gasolio, metano, e teleriscaldamento fatto dalla città metropolitana Milano in 155 scuole da metà ottobre a metà Aprile (115 milioni di kw/h termici) Ispra ha potuto calcolare una stima di minor emissioni di C02 nelle tre Regioni in una settimana per un totale di 78.000 tonnellate. Dal 2 marzo tutte le 53.500 scuole (statali e paritarie) italiane sono chiuse: sono 7.682.635 gli studenti a casa. Nelle ex zone rosse di Lombardia e Veneto sono state 3.543 le aziende che hanno sospeso l’attività. Le dimensioni, le attività e i consumi sono molto diversi fra loro e quindi è impossibile calcolare la quantità di minor emissioni. Dal 3 all’8 marzo gli scali milanesi di Malpensa e Linate hanno registrato la cancellazione del 50% dei voli (da 700 a 350 al giorno), per un totale di 2.100 voli (fonte Assaeroporti). La riduzione dei passeggeri, invece, è stata del 65%, ma è destinata ad arrivare all’80% nei prossimi giorni. A Fiumicino, invece, è stato cancellato il 21% dei voli, pari a 1.131 movimenti in meno, ma la percentuale salirà nei prossimi giorni al 45-50%. Lato passeggeri si registra un dimezzamento. Il totale dei movimenti in meno negli aeroporti italiani dal 15 febbraio al 4 marzo è stato di 3.398, pari a un calo di 1.761.328 passeggeri in meno. Ma le riduzioni aumenteranno con gli stop dei voli annunciati martedì 10 marzo dall’Austria, dalla Spagna e da Ryanair, Iberia, Air Malta, British Airways. Ma in quanto si traduce questo minor movimento come emissioni di gas serra? Un aereo di corto raggio consuma in media 10.000 kg di kerosene. Sul medio raggio (Milano-Dubai) 45.000, sul lungo raggio da 50.000 (Roma-New York) a 60.000 (Roma-Rio de Janeiro). Il consumo, però, dipende da tante variabili (il vento, il carico, il tipo di aereo). La stima di minori emissioni di C02 dovuta al calo di traffico aereo in arrivo e partenza dal territorio italiano, calcolato da Transport & Environment sull’ultima settimana di febbraio, è di 140.973 tonnellate (dati dell’ultima settimana di febbraio a confronto con la stessa settimana del 2019, calcolo di Transport & Environment). La stima di Ispra include anche la prima settimana di marzo ed arriva a 210.000 ton. Il totale quindi calcolato solo sulle tre regioni, relativo a una settimana di riscaldamenti spenti, due settimane di minor traffico automobilistico e aereo (ed esclusi i consumi di riscaldamento delle aziende chiuse) ammonta ad una minor emissione di CO2 per 428.000 tonnellate (qui tutti i dati ). L’equivalente delle emissioni annuali della centrale termoelettrica Ponti sul Mincio di Mantova, o di una città come Bergamo o Monza, oppure della circolazione di 450.000 auto che percorrono 11.000 km annui. Con le restrizioni estese su tutta Italia questo numero si alzerà in modo esponenziale. Almeno dal punto di vista della salute del pianeta è una buona notizia? Per quel che riguarda gli inquinanti sì, perché le concentrazioni sono state basse, per quel che riguarda i gas serra purtroppo no. L’incremento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, e quindi dell’effetto serra, ha memoria di quello che è avvenuto fino ad oggi: è un fenomeno che va valutato nel medio-lungo periodo e ha bisogno di politiche e misure di riduzione delle emissioni di tipo strutturale che tendono a modificare i consumi energetici nel tempo, e non nella congiuntura. Sappiamo, invece, che il costo umano e il disastro economico innescato dalla malattia, potrebbe rendere ancora più difficile combattere i cambiamenti climatici, poiché le risorse che si pensava di destinare a progetti ambientali, dovranno essere dirottate sulla ricostruzione delle macerie. Però se i fondi già stanziati orienteranno gli investimenti in modo sostenibile quando si riparte, se verranno ripensate le catene di fornitura accorciandole, se lo smart working diventerà un modello e non più un obbligo emergenziale, allora potremmo dire che la maledetta piaga ci ha insegnato a entrare in una nuova era.

Francesca Santolini per la Stampa il 16 marzo 2020. Gli effetti del cambiamento climatico sono molteplici: temperature in aumento, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, siccità, minaccia alla biodiversità, migrazione umana. Tra tutti questi disastri in corso, ce n’è uno molto importante ma meno conosciuto dall’opinione pubblica. Secondo gli scenari più ottimistici, entro il 2100, il 30% del permafrost potrebbe scomparire. Iniziato da diversi anni, il disgelo di questo strato geologico, composto da ghiaccio e materia organica, minaccia di rilasciare quantità astronomiche di CO2, causando potenzialmente un riscaldamento globale ancora più significativo e rapido del previsto. Ma c’è di più. Il permafrost, come un vaso di Pandora, conserva anche molti virus, sepolti da millenni, sconosciuti e potenzialmente molto pericolosi per l’uomo. Ai tempi del coronavirus, rischia di passare sotto traccia la pubblicazione di uno studio, sulla autorevole rivista scientifica BiorXiv, che mette nero su bianco il vero rischio sanitario dei prossimi anni, causato dallo scioglimento dei ghiacci. Lo studio, pubblicato a inizio gennaio, presenta i risultati di un progetto di ricerca iniziato nel 2015 da un team di ricercatori statunitensi e cinesi, che hanno analizzato il contenuto microbico delle carote di ghiaccio prelevate nell’altopiano del Tibet. I ricercatori hanno perforato uno strato di ghiacciaio profondo 50 metri per ottenere due campioni, e attraverso l’analisi microbiologica, hanno identificato 33 gruppi di virus, 28 dei quali sconosciuti e sepolti da millenni. Il ghiaccio rappresenta per gli scienziati un archivio che consente di studiare cosa è accaduto nel passato. Attraverso i carotaggi nelle aree fredde del pianeta, è possibile quindi fare un viaggio nel tempo per capire quali fossero le condizioni del nostro pianeta e quindi dell’atmosfera nel passato. In questo caso, lo studio delle carote di ghiaccio ha permesso di ricostruire la storia climatica fino a 15mila anni fa. Ora il rischio è che, per effetto del cambiamento climatico, lo scioglimento dei ghiacci, liberi i batteri intrappolati per tutto questo tempo. Facendo arretrare anche i grandi ghiacciai himalayani, infatti, la crisi climatica può rilasciare nell’atmosfera antichi virus sconosciuti e quindi potenzialmente pericolosi per l’uomo che non ha gli anticorpi necessari per affrontarli. I virus immagazzinati nel ghiaccio sono particolarmente complicati da estrarre e studiare, perché possono essere facilmente contaminati da elementi esterni. Gli scienziati hanno seguito un protocollo meticoloso per prevenire qualsiasi contaminazione e hanno poi utilizzato tecniche di microbiologia per decifrare il resto delle informazioni genetiche congelate nelle carote di ghiaccio. Si tratta di agenti patogeni che potrebbero liberarsi nell’aria ed entrare in contatto con le falde acquifere: tra questi il vaiolo, l’antrace e persino la peste bubbonica, oltre ad altre malattie sconosciute. Tutto questo potrebbe accadere perché, mentre in condizioni normali ogni estate nel permafrost si scioglie uno strato di circa 50 cm di ghiaccio che d’inverno torna a formarsi, con il riscaldamento globale la copertura glaciale è in costante diminuzione. Se la comparsa di alcuni virus oggi considerati sradicati, non rientra più nel campo della fantascienza, la minaccia arriverà a priori più dal disgelo del permafrost, che dalle carote perforate a 50 metri di profondità. Lo scioglimento dei ghiacciai - ovunque si verifichi - significa soprattutto la scomparsa di archivi virali e microbici insostituibili per gli scienziati, fondamentali per indagare sull'origine stessa della vita e l'emergere della biodiversità sul nostro pianeta. A proposito di rischi futuri, il Global risk report 2020 del World economic forum, sostiene che tra i dieci rischi globali più probabili, i primi cinque sono ambientali. Tra i dieci rischi globali di maggiore impatto distruttivo, i rischi ambientali si trovano al primo, terzo e quarto posto. Le epidemie globali sono contemplate, ma con impatti minori. Il problema è che per contrastare il rischio climatico, il più probabile e più impattante non basta scoprire un vaccino. L’altro problema è che ci spaventa molto meno di quanto dovrebbe. 

Mario Tozzi per “la Stampa” il 16 marzo 2020. Siamo in attesa di sapere se, fra le quattro maniere di cercare di rallentare la pandemia da Covid-19, quella scelta dal think-tank scientifico britannico che ha guidato le decisioni di Boris Johnson funzioni. In linea teorica la "difesa di gregge", che potremo chiamare anche "mischia generale", lascia che il virus si diffonda più rapidamente possibile. La speranza (ritenendo che non lo si possa impedire a lungo) è che si arrivi presto al picco e che altrettanto rapidamente se ne scenda, lasciando sul campo solo i più deboli e immunizzando la restante parte della popolazione che così, in futuro, proteggerà tutti quanti. Puntando sul fatto che non si realizzi un vaccino. Ma si tratta di un darwinismo male interpretato: la "difesa di gregge" avviene quando il patogeno esterno si infrange contro una popolazione immune che, così facendo da cortina, protegge i più deboli al centro del gruppo. Ma in Inghilterra il gregge non è affatto immunizzato e Covid-19 non sceglie solo i più forti: per raggiungere l' immunità, i morti si conterebbero a migliaia. E i sapiens, anche i più cinici, dovrebbero ragionare in termini di individuo, non di specie.

Gli altri modelli. Delle altre maniere la Cina ha scelto la quarantena forzata, nonostante i modelli prevedano che sia impossibile isolare completamente la popolazione malata dai sani. Questa strategia ha già dato ottimi risultati. In Italia è invece in atto un allontanamento sociale ampio (in altre nazioni, per ora, è moderato), quello che, di solito, funziona meglio. Se tutti rispettano le regole. E se i sapiens fanno i sapiens, recuperando la solidarietà, l'empatia e il sacrificio personale (spinto anche oltre i propri limiti, come dimostrano in questo momento tutti gli operatori sanitari del pianeta Terra). Può sembrare paradossale, ma queste sono le prerogative tipiche dell' evoluzione biologica darwiniana e pagano sempre di più e meglio di quelle individualistiche. E la selezione naturale favorisce il più adatto, non necessariamente il più forte. In questa contingenza sta favorendo il virus Covid-19 che, però, fra i suoi interessi non ha lo sterminio degli ospiti, anzi: sono moltissimi i patogeni che "si depotenziano" se le vittime risultano eccessive. Semplicemente stanno sfruttando un' opportunità che gli abbiamo dato noi. Il fatto che siano soprattutto deboli e più anziani a morire rientra perfettamente nelle logiche naturali, esattamente come accade per i predatori che raramente attaccano un maschio o una femmina alfa, ma quasi sempre individui anziani o malati (o giovanissimi, ma per questioni di taglia).

La lezione della storia. In teoria i sapiens comprendono la realtà e vi si adattano o la modificano a proprio vantaggio. Sono realmente sapiens, però, quando questo piegarla non diventa un boomerang. Esattamente quanto sta accadendo con la pandemia da Covid-19. Dalla rivoluzione industriale in poi gli uomini hanno sostanzialmente mutato il volto del pianeta, creando addirittura un periodo geologico che chiamiamo Antropocene, segnato dalle conseguenze delle nostre attività. Questa mutazione si è declinata in tanti modi, ma possiamo riassumerla in uno solo: lo sconvolgimento degli ecosistemi preesistenti. Ciò si traduce in una perdita di natura complessiva che ha, fra le altre conseguenze devastanti, le pandemie che, dunque, non sono affatto casuali. Quando tagli una foresta tropicale, sottrai habitat a pipistrelli e altri animali che ospitano virus e batteri e che sono costretti a cercarsi un altro posto, in genere nei pressi degli allevamenti intensivi o delle periferie urbane. Con tutto il loro corredo di microrganismi. In pratica è come se noi stessi li invitassimo a nuove mense, magari attraverso ospiti-serbatoio, come potrebbe essere stato il caso del pangolino cinese. Secondo l' OMS il 75% delle malattie può essere chiamato zoonosi e ne conosciamo circa 200 al mondo,tutte connesse, da Ebola a Nipah, in un passaggio tipico che prevede sempre gli stessi step successivi: 1) deforestazione, 2) perdita o sterminio di predatori e crescita senza limiti delle specie-serbatoio, 3) prelievo e traffico illegale di queste specie, 4) mercati animali enuovi spazi per i virus (gli slums metropolitani), 4) salto di specie. In questo contesto le malattie-pandemie sono solo destinate a crescere.

La cura naturale. Ma se la situazione è questa, ecco che abbiamo anche la soluzione: basterebbe comprendere che il vero antivirus che abbiamo a disposizione è proprio la conservazione della natura, e in particolare delle foreste tropicali, specialmente quelle del Sud-Est Asiatico. Non è solo l' aspetto ecologico a spingerci verso una gigantesca riconversione ambientale delle attività produttive che comporti zero consumo di suolo e limitato consumo di risorse, oggi è soprattutto la salvaguardia della salute umana e dei viventi. Ma questi aspetti ci erano sconosciuti? E perché eravamo così impreparati? Perché è tipico dei sapiens non prepararsi al peggio probabile, se non è inevitabile. Come dimostra il caso di Ebola, in cui la catastrofe planetaria, o almeno africana, è stata evitata solo perché il virus non si diffonde per via aerea e perché non ha interessato grandi aree urbane (oltre che per il grande lavoro di intelligence degli epidemiologi da campo). In una sua memorabile conferenza del 2015, Bill Gates suggeriva la creazione di un sistema sanitario globale, un corpo medico di riserva e la collaborazione con task force militari pronte all' intervento in ogni parte del mondo. Ebola poteva essere un buon avvertimento. Non lo abbiamo ascoltato.

La sfida tra tecnologia e natura apre lo scontro tra scienziati e letterati. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 18 Aprile 2020. E sì, fra tanto orrore, rabbia dolore e pena, almeno un effetto utile questa maledetta epidemia ce lo ha sbattuto brutalmente in faccia. Più che un effetto, è un macigno che ci portiamo sulle spalle e al quale è stato dato un nome nobile: quello delle “Due Culture”. Quali? Quella degli scienziati, gentaccia marchiata dalla tara del materialismo, e quella della gente che ha spazio e tempo per il bello, lo spirituale. Insomma, tutto ciò divide un idraulico da una persona di buone ed eleganti letture. In Italia la caccia alle streghe contro la cultura della scienza ha il suo McCarthy– si chiamava Benedetto Croce. Croce all’inizio dello scorso secolo perseguitò i teorici della matematica come Giuseppe Peano, bloccando le loro carriere. Liquidò la Psicoanalisi di Freud, dopo aver mandato un suo fido a Vienna, come «’na cofana di cazzate», si impuntò con Bertrand Russell che aveva scritto Perché non sono cristiano con una ripicca intitolata Perché non posso non dirmi cristiano. Il suo atteggiamento fu molto più settario di quello di Giovanni Gentile, anche se entrambi avessero ben chiaro che la parola “Cultura” apparteneva al mondo delle lettere e delle arti, da cui la divisione dei licei e anche le scuole di puro apprendistato al lavoro. Ma non era una faccenda soltanto italiana, tant’è vero che il caso che tenne banco sulle pagine culturali di tutto il mondo nacque in Inghilterra con il libro Le Due Culture scritto nel 1959 da Charles Snow che era sia un fisico che uno scrittore e che a Cambridge vedeva lo scontro fra i due mondi – scienziati e letterati – fatto di reciproca diffidenza e molti pregiudizi. Su quel libro si scrisse molto, ma in Italia purtroppo l’argomento fu lasciato cadere e anno dopo anno le cose sono andate sempre peggio, malgrado molti eccellenti divulgatori, come Piero Odifreddi per la Matematica a Piero Angela per tutte le scienze biofisiche. A questo pensavo leggendo il bell’articolo di Angela Azzaro su questo giornale su questo tema insieme a quello di Filippo La Porta sulla natura matrigna della Natura, con il quale totalmente concordo, senza scomodare Leopardi che aveva capito tutto. Ma ieri sono rimasto veramente traumatizzato e addolorato da una dichiarazione televisiva di una scrittrice che amo molto, Dacia Maraini, la quale ha espresso con drammatica precisione il pensiero che più mi allarma. Dacia Maraini con la sua bella voce decisa e lo sguardo di fuoco ha detto che la Natura è stata ferita a morte dall’uomo e dalla sua voracità, stuprata – vado a memoria – sfruttata, riscaldata e offesa dal suo persecutore umano, sicché ha reagito. Il virus sembra che sia il castigo che nostra Madre, la Natura ci ha inflitto sia come pena che come monito. Non si sa che era irritata anche ai tempi della Spagnola – Madre Natura – o durante le pestilenze che decimarono l’umanità arrivando sulle picche dei lanzichenecchi. Questa posizione si fonda sull’idea comune a molti nativi, secondo cui è la Natura che deve governare noi e non noi la Natura. Questa è una libera opinione e per quel poco che vale, la mia è totalmente a favore dell’uomo che si ribella alla natura e che, pur commettendo gravissimi errori e applicando continue correzioni, si è ritrovato sulle spalle e nel cervello il compito di vedere, capire, progettare, modificare la Natura e il Cosmo stesso. I miei figli sanno che detesto i tramonti e tutto il chiacchiericcio di stupore per lo spettacolo cromatico dell’ultimo raggio nel mare, perché in quella adorazione magica vedo il desiderio di subalternità, mentre io purtroppo faccio il tifo per il comando dell’uomo sulla Natura, il Pianeta, le energie. Sì, lo so, sto scrivendo parole odiose e imperdonabili che mi porteranno nuovo odio, ma pazienza: ne ho abbastanza di bambini oncologici, malati che soffrono, ortiche, formiche, tsunami, terremoti, virus assassini, istinti di rapina e di stupro (tutti perfettamente naturali). In trecento anni l’uomo occidentale ha prodotto le primissime basi per capire un pochino se stesso e il mondo, mettere in relazione, fallire, ricominciare, scoprire. Ovviamente Angela Azzaro ha diecimila volte ragione a temere non la scienza ma le applicazioni tecnologiche che violano la libertà, si impicciano e tutti i Trojan per cui ognuno di noi sa che il proprio smart phone è una possibile spia in casa anche da spento. Ma per bloccare e regolare questi usi ed abusi occorrerebbe il servizio pubblico della Politica e del Parlamento dei rappresentanti. Un bene di cui non disponiamo più da tempo e chissà se mai ne tornerà uno in grado di governare applicazioni che fra vent’anni sembreranno oggetti per cavernicoli. Diecimila anni fa gli uomini erano fisicamente come noi, ma la civiltà come governo delle garanzie delle singole libertà individuali (uniche e irripetibili come le nostre impronte e il nostro Dna) è cosa di appena pochi secondi fa. Intanto però questo governo – non da solo – ha martellato nella mente dei cittadini l’idea primitiva selvaggia e totemica che esiste una cosa – una sorta di cupola aliena – che si chiama Scienza. E che in quella cupola abitino dei diafani e onniscienti individui. È stato cioè fatto credere che la Scienza sia una e gli scienziati siano dei cloni. Questo è l’effetto di un danno culturale: salvo le matematiche, le algebre fra cui le molte logiche formali e le geometrie, tutte le scienze sono fondate sull’errore e la correzione, sull’ipotesi e la verifica. La più smandrappata fra queste discipline è la medicina, fatta di mille branche diverse che evolvono man mano che si fabbricano nuove macchine, ma tutti sappiamo che se si ammala un figlio o nostra madre, cerchiamo il chirurgo che abbia la casistica di successi più alta ed è su questo punto che in America l’Obama Care ha fallito, perché la gente vuole il medico migliore e non quello della mutua. Devo confessare che quando sento urlare in televisione, è accaduto più volte in questi giorni, che la scienza e gli scienziati sono i nemici della spiritualità perché sconsigliano di andare a pregare nei templi (come in Israele fanno gli ultra ortodossi giustamente strattonati dalla polizia) sono preso da frustrazione e furia. Non si può fare finta di niente. E non solo per chi dice tali bestialità, ma perché nessuno sembra avere il fegato di rispondere con le armi, spirituali, del buon senso. Invece, eccoci qua, davanti allo stesso Corona virus, siamo preventivamente esposti anche al giudizio universale, come arredo epidemiologico.

Il virus siamo noi, ma anche la Natura è matrigna. Filippo La Porta de Il Riformista il 15 Aprile 2020. Va bene, è tutta colpa nostra. Il Covid-19 è conseguenza della urbanizzazione, della deforestazione, del sovraffollamento, degli allevamenti intensivi, della velocità degli spostamenti, della distruzione sistematica dell’ambiente, della civiltà industriale (che tanto piaceva a Marx ed Engels, al netto dell’ingiustizia sociale), del turbocapitalismo. Ce lo meritiamo. E anche se ho letto in Rete che per qualche virologo il salto di specie del virus (lo spillover zoonotico) esiste da sempre, che il coronavirus si è sviluppato da un antenato che potrebbe circolare tra noi da un secolo, etc., è evidente che la globalizzazione non può che alimentare fenomeni del genere. Ora, non ho dubbi sul fatto che noi siamo la prima civiltà apparsa sulla faccia della Terra a non avere elaborato un senso del limite, a coltivare l’idea perversa di crescita illimitata (per l’economia i beni della natura sono gratis e illimitati, come leggo nell’utile libretto Biosfera, l’ambiente che abitiamo, di E. Scandurra, I. Agostini, G. Attini). Però vorrei sommessamente ricordare a chi dice che noi umani costituiamo una minaccia per il pianeta, che dunque non siamo la soluzione ma il problema, etc., che anche il pianeta è da sempre una minaccia per noi, e per tutte le specie che nel tempo si sono estinte! E che, soprattutto, la natura è un ecosistema fondato non solo un equilibrio dinamico ma sulla guerra di tutti gli organismi contro tutti! Il Covid-19 ha pur sempre origini naturali, non nasce da manipolazioni di laboratorio. E la natura, come sappiamo noi italiani che abbiamo studiato a scuola Leopardi, è indifferente agli individui e causa di infelicità per tutti gli esseri; oltre ad avere la sgradevole propensione a eliminare brutalmente i deboli e i meno adatti. Proviamo a rileggere la pagina dello Zibaldone, del 1826, sul giardino ridente, e proprio nella più mite stagione dell’anno: «Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento». Da qui Leopardi passa a un elenco impietoso: «Là quella rosa è offesa dal sole che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone e virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quell’altro è ròso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra…» per concludere che «ogni giardino è quasi un vasto ospitale, luogo ben più deplorabile che un cemeterio» (Zibaldone, 4175). Cui si aggiunge, certo, anche l’intervento della «donzelletta sensibile e gentile», che «va dolcemente sterpando e infrangendo steli». Ecco, un brano del genere, del pessimista-vitalista Leopardi, andrebbe fatto presente a chi si commuove sul canto festoso degli uccellini al mattino e poi durante il giorno si abbandona a violente geremiadi contro la colpevole hybris umana (cioè contro la donzelletta gentile, che in fondo non fa altro che adeguarsi al quadro generale). Ripeto: al mondo può anche far bene fermarsi per un po’, e certo l’economia, ancor prima del capitalismo, non considera tra i suoi costi la distruzione delle risorse naturali (limitate), come sottolinea il libro prima citato (e il fatto che in Italia i Verdi sono al 2% la dice lunga sulla nostra coscienza ecologista). Però meditiamo sulla pagina leopardiana: la natura è un ospedale permanente, fatto di distruzioni, stragi, patimenti, offese, strazi. Ora, per mettere in sicurezza il pianeta, almeno in modo definitivo, occorrerebbe l’estinzione della specie umana (come auspicano i torvi antinatalisti, discendenti degli antichi gnostici). Siamo probabilmente noi il virus principale e più invasivo. Ma, statene pur certi, il pianeta che lasceremmo incontaminato non sarebbe un giardino ridente.

·        Epidemia e Terremoto.

Terremoto a Vita e Salemi, 3 scosse consecutive: la più forte di 3.5 gradi. Notizie.it il 14/09/2020. Tra Vita e Salemi si sono registrate tre scosse di terremoto ravvicinate di cui la più intensa con magnitudo pari a 3.5 gradi. Paura nel trapanese e precisamente nei dintorni di Vita e Salemi, dove all’alba di lunedì 14 settembre 2020 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha registrato tre scosse di terremoto consecutive tutte con magnitudo superiore a 3. La più forte ha avuto un’intensità pari a 3.5 gradi. La prima scossa, quella con forza maggiore, ha avuto luogo alle 5:47 ad una profondità di 14 km. L’epicentro è stato localizzato a 2 km sud-ovest di Vita alle seguenti coordinate: latitudine 37.85 e longitudine di 12.8. La seconda si è verificata a pochissimi secondi di distanza, sempre alle 5:47. Ha avuto una magnitudo di 3.1 e si è originata, come la prima, a poca distanza da Salemi ma a 18 km di profondità. La terza e ultima è infine stata registrata un minuto dopo, alle 5:48, con un’intensità di 3.1 gradi e una profondità di 18 km. Questa volta il sommovimento si è originato a 2 km a nord-est di Salemi. In tutti i casi i comuni italiani che si trovano a meno di 20 km di distanza dall’epicentro sono Vita, Salemi, Gibellina, Calatafimi-Segesta, Santa Ninfa, Partanna, Bluseto Palizzolo e Castelvetrano. Le città più vicine con almeno 50 mila abitanti sono invece Mazara del Vallo, Trapani, Marsala, Palermo, Bagheria e Agrigento. Non si hanno notizie di danni a cose o persone ma i cittadini residenti nelle aree limitrofe avrebbero avvertito distintamente lo sciame sismico. I sismologi avevano registrato l’ultima scossa in questa zona mercoledì 9 settembre 2020 sempre all’alba, precisamente a 3 km a nord di Salemi e con magnitudo pari a 3.4.

 (ANSA il 27 agosto 2020) Una scossa di terremoto di magnitudo 3.5 è stata registrata a Cerreto d'Esi, nell'Anconetano. Ne dà notizia l'Ingv, Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. L'epicentro del sisma è stato localizzato a 5 km da Cerreto, l'ipocentro è a una profondità di 6 km. Non si hanno notizie di danni a persone o cose.

Terremoti, scossa di magnitudo 3.7 in provincia di Cosenza. Pubblicato martedì, 11 agosto 2020 da La Repubblica.it. Una scossa di terremoto di magnitudo 3.7 è stata registrata alle 3:36 nel Parco nazionale della Sila in Calabria, in provincia di Cosenza. Secondo i rilevamenti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 17 km di profondità ed epicentro non lontano dai comuni di Aprigliano e Pietrafitta. Non si hanno al momento segnalazioni di danni a persone o cose, anche se molta gente si è riversata in strada. La scossa è stata seguita due minuti dopo da una replica di magnitudo 3.

Terremoto sul Vesuvio, tremano le pendici del vulcano. Redazione su Il Riformista il 3 Agosto 2020. Attimi di paura ai piedi del Vesuvio. Questa mattina all’alba alle 4.07 nelle zone ai pendici del vulcano è stata registrata una scossa di magnitudo 2.2 ad una profondità di zero chilometri con epicentro e 5.5 chilometri a Sud-Ovest di Ottaviano, come comunicato dalla sala operativa dell’Istituto Nazionale di Geofisica dell’Osservatorio Vesuviano. Non si registrano danni a cose o a persone data l’intensità non di rilievo, anche se essendosi verificato in superficie è stato comunque avvertito dalla popolazione dell’area. L’attività sismica sembrerebbe rientrare nell’attività vulcanica ordinarie che nelle ultime settimane ha fatto registrare altre scosse simili, seppur lievemente minori come intensità. Infatti queste attività sismiche non sono nuove nelle zone ai pendici del vulcano. Dall’inizio di luglio ci sono stati diversi eventi sismici di minore entità son scosse di magnitudo 1.5 e 1.7 alle pendici del Vesuvio, che hanno interessato la popolazione di tutti i comuni limitrofi. L’ultima risale allo scorso 20 luglio la popolazione di Massa di Somma, altro comune ai piedi del Vesuvio, è stata svegliata poco prima delle 8 da un’altra scossa di magnitudo 2.2 sempre ad una profondità di zero chilometri. Anche in quel caso la scossa molto localizzata è stata avvertita indistintamente dalla popolazione dei comuni limitrofi, ma non si sono registrati danni a cose o persone. Non sono mancate però numerose le chiamate ai Vigili del Fuoco.

Alice Mattei per it.businessinsider.com il 25 luglio 2020. Quattro mesi di silenzio, quasi assoluto: è un evento che non si era mai verificato, e che forse non si ripeterà mai più quello degli scorsi mesi di lockdown. Secondo una ricerca pubblicata  sulla rivista Science da una serie insolitamente vasta di autori (76 scienziati di 27 paesi, che vanno dalla Norvegia alla Nuova Zelanda) la superficie della Terra è diventata insolitamente calma e silenziosa negli ultimi mesi. “Non ti aspetteresti che una malattia si manifesti su un sismometro”, ha detto la coautrice del rapporto Celeste Labedz, dottoranda in geofisica al California Institute of Technology. Lo studio ha raccolto dati da 268 stazioni di ricerca e ha visto un effetto di spegnimento quasi ovunque. Sono arrivate notizie da Turchia, Cile, Costa Rica, Canada, Australia, Iran e persino dal piccolo Lussemburgo, così come da molte altre nazioni. Alcuni sismometri si trovano in centri urbani affollati e campus universitari; ma altri si trovano in remote aree desertiche o montane. L’effetto è stato più drammatico in Sri Lanka, dove una stazione ha visto una riduzione del 50% del rumore di fondo. Nel Central Park di New York City, il calo notturno è stato del 10 percento. Le posizioni remote non hanno visto un effetto di spegnimento perché non vengono normalmente colpite dall’attività umana.

Terremoto: scossa di magnitudo 4.2 al confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia. Pubblicato venerdì, 17 luglio 2020 da La Repubblica.it. Una scossa di terremoto di magnitudo 4.2 è stata registrata alle 4:50 in Slovenia, vicino al confine con il Friuli Venezia Giulia. Secondo i rilevamenti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 7 km di profondità ed epicentro nella slovena Plezzo e a 17 km dai comuni di Taipana e Pulfero (Udine). La scossa è stata chiaramente avvertita dalla popolazione, anche in Veneto, ma non si hanno al momento segnalazioni di danni a persone o cose.

Terremoto a Bologna: scossa di magnitudo 3.0. Notizie.it il 04/07/2020. Scossa di terremoto a Bologna, a Borgo Tossignano: nella mattinata di sabato 4 luglio sisma di intensità pari a magnitudo 3.0. Risveglio traumatico nel bolognese sabato 4 luglio: un terremoto si è registrato in provincia di Bologna, precisamente a Borgo Tossignano: magnitudo 3.0 nel paesino a circa 50 chilometri dal capoluogo emiliano. Secondo quanto riportato dalla Sala Ingv di Roma: l’ipocentro è stato localizzato a 9 km di profondità. Al momento non si ha notizia di danni a persone o cose. Sempre a Bologna, un altro terremoto è stato registrato il 4 luglio: secondo quanto riportato dalla sala Ingv di Roma, alle ore 06:08 è stata segnalata una scossa di terremoto di magnitudo 3 e profondità 9.3 km a Casalfiumanese (BO). Secondo quanto riportato dalla sala Ingv di Roma, dunque, questi sono i dati del terremoto di Borgo Tossignano in provincia di Bologna: magnitudo 3.0 nel paesino a circa 50 chilometri dal capoluogo emiliano. Secondo quanto riportato dalla Sala Ingv di Roma: l’ipocentro è stato localizzato a 9 km di profondità. Altra scossa di terremoto in Emilia Romagna sempre sabato 4 luglio. A Casola Valsenio (RA), il 4 luglio alle 6:58 terremoto con coordinate geografiche (lat, lon) 44.25, 11.64 ad una profondità di 9 km.

Terremoto, scossa di magnitudo 3.7 al largo di Siracusa. Pubblicato giovedì, 02 luglio 2020 da La Repubblica.it. Il sisma, registrato dalle apparecchiature dell'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha avuto origine a una profondità di 14 chilometri alle 17:28. Dalle prime informazioni sembra che non ci siano stati danni ma molta gente a Siracusa è scesa in strada per la paura.

Da ilmessaggero.it il 29 giugno 2020. Terremoto, grande paura in Molise, nel nord della Puglia e su tutta la costa basso Adriatica. L'istituto nazionale di vulcanologia segnala un sisma di 3.5 alle 18.21 con epicentro Montecilfone (Campobasso) a profondità di soli 18 km. La scossa è stata chiaramente avvertita dalla popolazione in una vasta area, da Campobasso a Foggia, ma anche sul Gargano e debolmente a Pescara come risulta dai commenti sui social network. Non risultano per adesso danni a persone o cose.

Terremoto in Valle d’Aosta: magnitudo tra 3.1 e 3.6. Notizie.it il 23/06/2020. Un terremoto scuote la Valle d'Aosta nella mattinata di martedì 23 giugno: gli aggiornamenti. Un terremoto scuote la Valle d’Aosta nella mattinata di martedì 23 giugno. Secondo quanto rivelato dalla sala Ingv di Roma, alle ore 8:25, si segnala una magnitudo tra 3.1 e 3.6.

Calabria, scossa di terremoto al centro della regione. Nessun danno. Pubblicato domenica, 17 maggio 2020 da La Repubblica.it. Intorno alle 13 di oggi una scossa di terremoto è stata avvertita dalla popolazione della Calabria centrale. Come riporta il sito dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, la scossa è stata di magnitudo 2.7 e con una profondità di 11 chilometri e ha interessato il territorio di  Filadelfia esattamente alle 12.58. Nonostante alcune persone siano scese per strada non ci sono state conseguenze né per le persone, né per le cose. Dalla fine di febbraio in Calabria sono state registrate una serie di scosse, la maggiore delle quali, di magnitudo 4,4, a Rende lo scorso 24 febbraio. Anche ieri in tarda serata, alle 22.02, l'Ingv ha registrato un terremoto di magnitudo 2.9 al largo di della costa tirrenica calabrese, alla profondità di 10 chilometri. Anche ieri sera il sisma è stato percepito dalla popolazione di Amantea, Serra D’Aiello, Belmonte Calabro, San Pietro in Amantea, tutti in provincia di Cosenza e Nocera Terinese in provincia di Catanzaro, ma non ci sono stati danni.

Da ILMESSAGGERO.IT l'11 maggio 2020. Una forte scossa di magnitudo 3.3 è stata registrata alle ore 5,03 a 10,5 chilometri di profondità con epicentro a Fonte Nuova, a nord est della Capitale. La scossa, di tipo sussultorio, è stata sentita nettamente a Roma, colpita negli stessi minuti anche da un temporale. Paura ai piani alti dei palazzi, molte persone sono uscite in strada mentre i social venivano inondati di messaggi e segnalazioni. Tanta la paura, perché il terremoto, seppur breve, è stato forte. ma la protezione civile e i vigili del fuoco al momento fanno sapere di non avere notizie di danni a cose o persone.

Terremoto di magnitudo 3,6 nel sud delle Marche. Epicentro nei pressi di Amandola, vicino a Fermo. Scossa avvertita anche ad Ascoli Piceno.  La Repubblica il 05 maggio 2020. Una forte scossa di terremoto è stata avvertita intorno alle 4 in varie località delle province meridionali delle Marche. Secondo l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, si è trattato di una scossa di magnitudo 3.6 con epicentro a 11 chilometri di profondità a 4 chilometri a ovest di Amandola (Fermo), una delle località danneggiate dal sisma del 2016. Il movimento sismico è stato nettamente avvertito anche ad Ascoli Piceno. 

Terremoti: scossa magnitudo 3 a largo della costa a sud della Calabria. Non si segnalano danni a persone o cose. La Repubblica il 03 maggio 2020. Una scossa di terremoto di magnitudo 3 è stata registrata alle 4:33 al largo della costa meridionale della Calabria. Secondi i dati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 58 km di profondità ed epicentro a 11 km dal comune reggino di Palizzi. Non si segnalano danni a persone o cose.

Terremoto a Napoli, scosse in sequenza: paura e gente in strada. Francesco Ferrigno il 26/04/2020 su Notizie.it. L'Ingv ha confermato tre scosse di terremoto vicino a Napoli. Il sisma superficiale ha scatenato il panico nell'area di Pozzuoli. Terremoto in Campania, più scosse in sequenza in provincia di Napoli: tanta paura e gente in strada. Si tratterebbe di un vero e proprio sciame sismico che sta attraversando l’area dei Campi Flegrei. L’epicentro, infatti, è stato individuato nell’area della Solfatara di Pozzuoli. I terremoti sono stati chiaramente avvertiti in Campania nei Comuni dei Campi Flegrei e nella città di Napoli. Decine di segnalazioni sul sisma sono provenuti dai quartieri di Fuorigrotta, Agnano, Pianura e Bagnoli, i più vicini alla zona della Solfatara. Il terremoto in provincia di Napoli è stato registrato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Stando ai primi dati almeno tre scosse hanno fatto tremare la terra, tutte comprese tra i 3 e i 2 gradi di magnitudo. Il fatto che siano state avvertire chiaramente dalla popolazione che è anche scesa in strada in piena emergenza coronavirus, il fatto che le scosse siano state molto superficiali, ad una profondità di 2 chilometri. Un fenomeno in realtà abbastanza consueto per la zona di Pozzuoli ma che ha creato comunque molta preoccupazione tra i cittadini. Tra le 4 e le 5 del mattino del 26 aprile 2020 l’Ingv ha segnalato ben tre terremoti in provincia di Napoli. L’ultima, la terza, è stata la più forte con una magnitudo di 3.1 ed epicentro a 5 chilometri da Pozzuoli. Anche questa scossa, con coordinate geografiche (lat, lon) 40.83, 14.15, è stata rilevata a 2 chilometri di profondità. Sui social network, Twitter in particolare, centinaia le segnalazioni da parte degli utenti. “È stata una botta da paura”, ha scritto qualcuno, “Mi aveva svegliato il cane, che di solito dorme come un sasso. Girava per casa ansimando, pensavo che stesse poco bene” e anche “Ennesima scossa di terremoto che mi ha fatto svegliare di soprassalto. Stanno diventando fin troppo frequenti ed avvengono quasi sempre di notte. Io non ne posso più. Tra coronavirus e Napoli ballerina non so più dove sbattere ma testa”.

Terremoto, scossa di magnitudo 3 registrata a Cosenza. Redazione de Il Riformista il 21 Aprile 2020. Una scossa di terremoto di magnitudo 3 è stata registrata in serata, alle 23.48 di martedì 21 aprile, nelle acque del mar Tirreno che bagnano la provincia di Cosenza. Stando ai rilievi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la scossa è avvenuta a una profondità di 6 chilometri e non sembra essere stata avvertita dalla popolazione.

Terremoti, scossa di magnitudo 3.7 in provincia di Foggia. E' stata registrata a Poggio Imperiale alle 4.57, non si registrano danni a persone o cose. La Repubblica il 18 aprile 2020.  Un terremoto di magnitudo 3.7 è avvenuto questa mattina alle ore 4.57 a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, a una profondità di 24 km. La scossa è stata registrata dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Al momento non si ha notizia di danni a persone o cose.

Da corriere.it il 16 aprile 2020. Un terremoto di magnitudo 4.2, secondo le rilevazioni dell’Ingv, è stato avvertito alle ore 11:42 del 16 aprile in molte zone dell’Italia del Nord. L’epicentro è a Cerignale, in provincia di Piacenza, con una profondità di 3 km. La scossa è stata avvertita anche a Milano e Genova, ed è stata seguita da altre due, sempre nella stessa area (di grado 2.0 e 3.5, secondo le prime stime). La sera del 15 aprile, alle 22.02, era stata registrata una scossa di magnitudo 3.5 nella stessa zona, con epicentro a Ferriere. «Al momento non abbiamo segnalazioni di danni. Stiamo facendo tutte le verifiche», ha dichiarato all’Ansa Rita Nicolini, direttrice dell’agenzia regionale di Protezione civile nell’Emilia-Romagna, aggiungendo che la scossa è stata «breve, ma piuttosto intensa». Sempre all’Ansa il sindaco di Cerignale ha detto: «Da un primo esame non rileviamo danni particolari, né ci risultano persone ferite. Poi faremo una verifica più puntuale». «L’abbiamo percepita come una scossa fortissima, ma che è durata pochi secondi e questo ha impedito danni importanti. Credo che sia una delle più forti in assoluto che ci sia mai stata in questo territorio», ha proseguito. Certo, «è stato uno spavento enorme. Una sensazione bruttissima, e già lo stato d’animo non è dei migliori. Si somma sconforto a sconforto.La scossa ha fatto saltare per un qualche momento tutti i meccanismi. Io sono uscito con i pochi dipendenti, per forza di cose per un momento il virus è passato in secondo piano». In una nota la Protezione civile ha comunicato che «dalle segnalazioni risultano solo alcuni cornicioni caduti ma nessun danno di rilievo e feriti». Secondo quanto rilevato dall’ufficio Viabilità della Provincia di Piacenza, non sono state segnalate situazione di dissesto e disagio lungo la viabilità provinciale.

Scossa di terremoto a Nusco: magnitudo 3.3. L'ipocentro a una profondità di 11 chilometri. Non si hanno notizie di danni a cose o persone al momento. La Repubblica il 15 aprile 2020. Una scossa di terremoto di magnitudo 3,3 è stata registrata nel territorio di Nusco, nell'avellinese dalla sala sismica dell'Ingv di Roma. L'ipocentro è stato localizzato ad una profondità di 11 chilometri. Al momento non si hanno notizie di danni a persone o cose.

Terremoto, scossa di magnitudo 3.3 al largo di Siracusa. La Repubblica l'11 aprile 2020. Una scossa di terremoto di magnitudo 3.3 è stata registrata ieri alle 23:52 davanti la costa sudorientale della Sicilia, al largo di Siracusa. Secondo i rilevamenti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 19 km di profondità ed epicentro 80 km a sud del capoluogo siciliano. Non si segnalano danni a persone o cose.

Terremoto a Napoli, forte scossa nella notte avvertita dai cittadini. Redazione de Il Riformista il 8 Aprile 2020. Una scossa di terremoto è stata avvertita a Napoli alle 2.50 di mercoledì 8 aprile. Secondo i rilievi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la scossa di magnitudo 2.9, avvenuta a una profondità di appena due chilometri, è stata registrata a Pozzuoli. Numerose le segnalazioni sui social network da parte dei residenti della zona flegrea del capoluogo campano. La scossa ha interessato l’area vulcanica dei Campi Flegrei, in particolare la Solfatara, a Pozzuoli, ed è stata nitidamente avvertita, soprattutto ai piani alti, dai cittadini residenti nei quartieri napoletani di Bagnoli, Fuorigrotta, Pianura, Soccavo, Vomero e Posillipo, e nei vicini comuni di Pozzuoli e Quarto. E’ durata diversi secondi e, stando alle testimonianze dei napoletani, è stata “molto forte” anche perché avvenuta a una profondità molto bassa, appena due chilometri.

Da romafanpage.it il 3 aprile 2020. "Rispetto alla scossa di terremoto delle 2.12 con epicentro la zona tra Marcellina e San Polo dei Cavalieri con magnitudo segnalata di 3 (INGV) non abbiamo riscontrato per ora danni a persone e/o cose. Dopo una nostra ispezione grazie anche all’ausilio dei volontari della protezione civile Royal Wolf Rangers Delegazione di Marcellina, abbiamo comunque immediatamente richiesto un sopralluogo dei vigili del fuoco per verificare la stabilità dei fabbricati , la sicurezza degli impianti e quant’altro necessario per l’incolumità delle persone". Lo ha dichiarato il sindaco di Marcellina Alessandro Lundini in relazione al terremoto delle 2.12 che si è verificato nei comuni a est di Roma. Il primo cittadino ha specificato che "nel corso delle prossime ore si procederà con ulteriori verifiche" e che per qualsiasi segnalazione bisogna rivolgersi al numero dedicato per l’assistenza alla popolazione 3496004611″. La scossa di terremoto di magnitudo 3 si è verificata alle 2.12 di questa notte nei comuni a est di Roma. Nonostante il sisma sia avvenuto in piena notte è stato avvertito da moltissime persone e l'hashtag #terremoto è balzato in trend topic. Nessuna paura – la scossa è stata lieve ed è durata pochi secondi – solo tanto stupore per un evento che nel Lazio si verifica (fortunatamente) poche volte l'anno. Il terremoto è stato avvertito in diversi comuni: Marcellina, Tivoli, Guidonia, Velletri, Pomezia, Aprilia, Fiumicino, Latina, Anzio, Viterbo e Civitavecchia. L'epicentro è stato a un chilometro da Marcellina, alla profondità di 16 chilometri.

Terremoto oggi M 2.4 Crotone. Ingv ultime scosse: sciame sismico in corso in Calabria. Pubblicazione di Davide Giancristofaro Alberti su Sussidiario il 04.04.2020. Terremoto oggi M 2.4 Crotone, Ingv ultime scosse: sono molteplici i movimenti tellurici verificatisi nella notte lungo la costa ionica della Calabria. Sono numerose le scosse di terremoto registrate nella giornata di oggi, 4 aprile 2020. La zona più colpita, come si evince dai dati comunicati dall’Istituto nazionale italiano di geofisica e vulcanologia, risulta essere quella della Calabria, precisamente la costa ionica calabrese. Tre infatti i movimenti tellurici registrati in zona nella notte appena passata, con l’aggiunta di numerose scosse negli scorsi giorni. La più recente è avvenuta alle ore 5:27 con una magnitudo di 2.4 gradi sulla scala Richter. Le coordinate geografiche del sisma sono state 39.09 gradi di latitudine e 17.14 di longitudine, mentre la profondità è stata localizzata dall’Ingv a 10 chilometri sotto il livello del mare. I comuni più vicini al sisma sono stati Crotone, Isola di Capo Rizzuto, Cutro, Scandale, Rocca di Neto e San Mauro Marchesato. A livello di città, oltre a quella crotonese, si segnalano anche Catanzaro, Lamezia Terme e Cosenza, distanti in un raggio compreso fra i 50 e gli 80 chilometri dall’epicentro. Nella stessa zona la terra ha tremato nuovamente alle ore 5:21 di oggi con una magnitudo di 2.2 gradi sulla scala Richter, nonché all’una e zero sette (M 2.4). Sempre in Calabria si è verificata una scossa nel mar Tirreno meridionale, di fronte alla costa cosentina, in marea aperto, alle ore 4:25 della notte passata. In questo caso la magnitudo è stata di 2.3 gradi, con una profondità di 6 chilometri sotto il livello del mare. Il sisma non ha interessato alcun comune, verificandosi in mare aperto, e la città più vicina risulta essere Cosenza, a 84 chilometri di distanza dall’epicentro. Alle ore 23:55 di ieri sera, ha invece tremato la provincia di Potenza, in Basilicata, un sisma di magnitudo 2.4 gradi localizzato nel comune di Rotonda. Tornando ai numerosi sismi registrati sulla scossa ionica calabrese, in totale, dal 2 aprile scorso, sono state 13 le scosse superiori alla magnitudo 2.0 gradi fra cui una di M 4.0 e una di M 3.9. In ogni caso, non si sono verificati danni ne feriti.

Terremoto oggi Parma M 2.5. Ingv ultime scosse, sisma anche a Crotone. Pubblicazione di Davide Giancristofaro Alberti su Sussidiario il 04.04.2020. Terremoto oggi Parma M 2.5, Ingv ultime scosse: ecco tutti i dettagli relativi ad una doppia scossa che si è verificata stamattina in Emilia. Nuovo appuntamento con quotidiano con le scosse di terremoto che si sono verificate quest’oggi in Italia. Partiamo da quella più significativa, avvenuta stamane all’alba in Emilia Romagna, in provincia di Parma. Come comunicato dai professionisti dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, l’evento tellurico ha avuto una magnitudo di 2.5 gradi sulla scala Richter, ed è stato registrato alle ore 5:45 di oggi, giovedì 2 aprile 2020. L’epicentro è stato localizzato a due chilometri a sud di Noceto, con coordinate geografiche pari a 44.79 gradi di latitudine, 10.17 di longitudine, e una profondità di 20 chilometri sotto il livello del mare. Il terremoto parmigiano ha interessato numerosi comuni, come ad esempio Medesano, Colecchio, Fontevivo, Sala Baganza, Fontanellato, Felino e Fidenza. Le città più importanti nei pressi del terremoto sono state invece Parma, Reggio Emilia, Cremona e Piacenza, distanti dai 13 ai 47 chilometri dall’epicentro. Un’altra scossa è stata segnalata dall’Ingv nella mattinata di oggi, precisamente alle ore 7:35. La zona del sisma è stata individuata in Calabria, in mare aperto, lungo la costa ionica, quella che si affaccia sull’Africa. Il sisma ha avuto una profondità di 10 chilometri sotto il livello marino, ed ha interessato solamente la città di Crotone e il comune di Isola di Capo Rizzuto. Da segnalare che Catania, Lamezia Terme e Cosenza, distano fra i 58 e gli 87 chilometri dall’epicentro. Alle ore 5:12 un’altra scossa ha interessato la nostra penisola, sempre nel comune di Noceto, in provincia di Parma, con una magnitudo di 2.4 gradi sulla scala Richter e una profondità di 20 chilometri. Infine, segnaliamo un terremoto avvenuto ieri pomeriggio poco dopo le 16:30 nel mar Tirreno meridionale, di magnitudo 2.3. In tutti i casi appena elencati, non si sono verificati danni ne feriti.

Terremoto in Piemonte: la scossa di magnitudo 3,5 avvertita dal Torinese al Cuneese. I dati diramati dall’Ingv. L’epicentro a Coazze. Antonio Giaimo il 29 Marzo 2020 su La Stampa. Una scossa di terremoto di magnitudo 3.5 della scala Richter a 18.4 chilometri di profondità ha risvegliato, questa mattina, dom,enica 29 marzo, mezza provincia di Torino. E’ stato rilevato alle 09:11:34. L’ epicentro è stato a 5.9 km a Sud dal centro di Coazze. Questo, finora, in base ai dati elaborati in automatico dai sistemi di sorveglianza sismica regionale soggetti a revisione e aggiornamenti. Due le fonti: l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e l’Arpa. La scossa è stata avvertita in tutti i paesi più vicini all’epicentro: Cantalupa, Pinasca, Cumiana, Giaveno, Perosa Argentina, Roletto, Frossasco, Pomaretto, San Pietro Val Lemina, Valgioie. Ma anche Torino ha avvertito chiaramente la scossa. C’è chi racconta: «Siamo stati risvegliati bruscamente da una lunga e prolungata scossa», altri: «Stavamo facendo colazione, è stata chiarissima. E’ durata un po’». La scossa è stata avvertita anche nel Cuneese, fino alla pianura di Saluzzo. Non è stata avvertita, invece, a Cuneo città. Questo in base alle prime informazione delle quali disponiamo. La protezione civile, nel frattempo, sta facendo controlli nel centro  storico di Pinerolo e nel Comune di Cumiana, paese che non è lontano da Giaveno. Il sindaco di Cumiana, Roberto Costelli commenta così: «Stiamo facendo tutte le verifiche, anche se al momento non mi sono stati segnalati danni». Pochi minuti fa è arrivata una nota anche dell’assessore regionale alla Protezione civile, Marco Gabusi: «La Protezione civile regionale - prosegue l’assessore Gabusi - ha avviato una verifica sul territorio nei paesi interessati dall’evento: Coazze, Giaveno, Valgioie, Cumiana, Cantalupa, Pinasca, Inverso Pinasca, Perosa Argentina, Roletto, Frossasco, Villar Perosa, Pomaretto, San Pietro Val Lemina, che al momento non segnalano danni. In Corso Marche continua l’attività di monitoraggio del territorio per intervenire in caso di necessità». 

·        Coronavirus e sport.

Running nella Milano del coronavirus: silenzi, respiri e una lezione per il futuro di tutti noi. Torneremo a correre e a gareggiare. E bisognerà davvero portarsela dentro questa storia, la lezione che ti cambia la vita. Servirà una nuova postura davanti all'esistenza. Torneremo a riempire il silenzio di suoni, di parole. Anche di ascolto, se avremo imparato l'insegnamento. Marco Patucchi il 15 marzo 2020 su la Repubblica. In via Brera si sente solo il rumore cadenzato delle scarpe che, come un metronomo, segna il ritmo della corsa. Lo stesso in piazza Duomo, ed è domenica, o nelle vie deserte sotto i grattacieli di Porta Nuova. Via Solferino è un imbuto che scivola via come se non esistesse. In Galleria, invece, il silenzio è “sfregiato” dal cinguettio delle suole sui mosaici lucidi del pavimento. Milano è ancora tramortita, non rialza la testa. Uno splendido pugile, un campione, colpito a sorpresa da un diretto che nessuno si aspettava. Lui meno di tutti. Quando stai vincendo, quando sei abituato a vincere, la caduta è sempre più difficile da sopportare. La senti più ingiusta. Non accetti di doverti rialzare. Attraversando la città correndo (perché correre si può. Si deve. Rispettando distanze, rispettando tutti) è come se milioni di occhi ti guardassero da dietro le finestre. La vita la intuisci oltre le tende, in una cucina con la luce ancora accesa dalla notte, in un bambino che gioca solitario sul balcone mentre il papà fuma. Apparizioni, voci lontane. Qualche nota ovattata. Perché Milano non è deserta. Ci sono tutti, sono tutti qui, ma al riparo nelle case come se la sirena avesse annunciato l’avvicinamento di uno stormo di bombardieri. Eppure nessun rombo incupisce il cielo, nemmeno in lontananza. La traversata continua, random per chi conosce la città ma non l’ha mai vissuta. A viale Lodi qualche persona in più che si aggira a caccia di supermercati. Di nuovo in centro, qualche cane con il padrone, le camionette dell’esercito, le auto di carabinieri e polizia. Alieni in mascherina. Pensi, come ogni runner abituato ad allenarsi all’alba nelle città del mondo, “sono padrone della città”. Ma stavolta non è così, anzi non è mai così. Era solo una nostra illusione, una suggestione. Nessuno è padrone di nulla. Mai. La lezione che, forse, ci porteremo dentro dopo questa “guerra”, è che non possediamo nulla, se non il respiro e il battito del cuore. Lo sa bene chi non ha nemmeno potuto tenere la mano ad un caro che se ne è andato per sempre. Torneremo ad abbracciarci, a baciarci, a soffiare amore nelle nostre bocche. Torneremo a correre e a gareggiare. E bisognerà davvero portarsela dentro questa storia, la lezione che ti cambia la vita. Servirà una nuova postura davanti all’esistenza. Torneremo a riempire il silenzio di suoni, di parole. Anche di ascolto, se avremo imparato l’insegnamento. Running on empty.

«Mio figlio, un atleta. Così questo virus gli ha stravolto la vita». Pubblicato mercoledì, 18 marzo 2020 su Corriere.it da Tiziana Ferrario. L’esperienza della conduttrice Rai: suo figlio ha 29 anni, è in forma, poi la tosse, la polmonite e il test, positivo. Dagli allenamenti in Kenya al ricovero in isolamento.

LA LETTERA. Vi voglio raccontare una storia che mi tormenta da giorni. È la storia di un ragazzo di 29 anni con un fisico perfetto, che ho visto lo scorso 23 febbraio correre i 1.500 metri ai Campionati italiani indoor di atletica ad Ancona. Si era allenato tantissimo per quell’appuntamento. Gli piacciono le sfide e aveva deciso che per questa edizione avrebbe dovuto esserci anche lui, che non è un atleta di professione. Seguito da un nutrizionista aveva cambiato la sua alimentazione e insieme al suo allenatore aveva cambiato la sua preparazione. Ce l’aveva messa tutta e aveva trascorso persino un mese sull’altopiano di Iten, in Kenya, dove si formano i campioni della corsa, per migliorare le sue prestazioni e poter arrivare più preparato alla sfida con i grandi dell’atletica nazionale. Due allenamenti al giorno a 2.400 metri di altezza insieme ad atleti da tutto il mondo: a letto alle 21, in piedi all’alba.

Tra sport e lavoro. Era stata un’esperienza bellissima dalla quale era tornato felice, più forte nel fisico e arricchito umanamente dagli incontri che aveva fatto. Erano state le sue ferie migliori mi aveva raccontato, perché questo giovane oltre a fare l’atleta è anche un lavoratore e tutti i giorni trascorre ore tra ufficio e cantiere prima di poter raggiungere l’amata pista di atletica. Ci teneva che andassi a vederlo ad Ancona e gli ho fatto una sorpresa. Era stato felice di vedermi. Poi io sono tornata a Roma e lui a Milano, ma ci siamo sentiti spesso come al solito. Nelle nostre conversazioni era entrato prepotente un nuovo argomento, il coronavirus che dilagava alle porte della città. Era stata un’esperienza bellissima dalla quale era tornato felice, più forte nel fisico e arricchito umanamente dagli incontri che aveva fatto. Erano state le sue ferie migliori mi aveva raccontato, perché questo giovane oltre a fare l’atleta è anche un lavoratore e tutti i giorni trascorre ore tra ufficio e cantiere prima di poter raggiungere l’amata pista di atletica. «Come vi siete organizzati al lavoro, fai smart working?». «Sì, ma in cantiere ci devo andare, l’impianto deve andare avanti». «Ma ti alleni, ora che gli impianti sono chiusi?». «Sì, per l’agonismo si può». «Mi raccomando stai attento, non usare la metropolitana e prendi la macchina». «Non sempre è possibile, alcuni giorni devo restituire l’auto aziendale e tornare a casa in metro», mi rispondeva un po’ annoiato. Come la gran parte dei giovani è probabile che pensasse di essere invincibile e inattaccabile con un fisico atletico come il suo. Dallo scorso martedì questo giovane ha iniziato ad aver febbre a 38, tosse e mal di gola. Da venerdì, dopo ogni colpo di tosse, anche un po’ di sangue. Ogni volta che ha contattato il medico gli è stato risposto di prendere la Tachipirina e lui lo ha fatto, ma la sua salute non è migliorata ed è andato al pronto soccorso. Una lastra ha individuato un inizio di polmonite, un tampone la positività al coronavirus. Da due giorni è ricoverato, ha iniziato la cura e le sue condizioni per fortuna non si sono aggravate. Non sente più sapori e odori, ma questa strana sensazione era cominciata già mentre stava a casa malato. Spero con forza che grazie a quel fisico possa riprendersi in fretta e tornare a fare la sua vita di sempre piena di interessi e passioni. Ancora si sta chiedendo dove possa avere contratto il virus. I suoi amici stanno tutti bene: nella sua azienda in apparenza nessuno è malato, ma sappiamo che intorno a noi ci sono molti asintomatici. Il Covid-19 è un nemico subdolo e non fa distinzioni. Si insinua in tutti gli organismi, colpisce duro in quelli già segnati da altre malattie, ma non risparmia quelli robusti, come accaduto al giovane di cui vi sto raccontando. Mangiare bene e condurre una vita sana non gli ha impedito di essere attaccato. La sua esistenza è stata stravolta nel giro di pochi giorni. Niente più allenamenti, niente più amici, niente più lavoro, ma solo una stanza isolata con un vetro dove medici e infermieri eroici entrano superprotetti per curarlo. Il loro impegno è esemplare e non va dato per scontato. Sono persone che stanno affrontando questo nemico in prima linea, con turni estenuanti e tanto coraggio, perché dopo aver lottato in corsia e nei reparti, devono tornare a casa dalle loro famiglie con il timore di contagiare un figlio, una compagna, un genitore. Posso immaginare la loro paura di soccombere al virus, ma ogni giorno sono lì al loro posto e non si arrendono. Non finirò mai di ringraziarli per il lavoro che stanno facendo per tutti i malati che affollano i nostri ospedali in questi giorni tristi. E un grazie anche come mamma, perché il ragazzo malato di cui vi ho raccontato è mio figlio e spero che guarisca presto.

Coronavirus e sport. Perché le maratone non avrebbero fatto bene a Mattia. La maratona di Tokyo si è corsa il 1° marzo nonostante l'emergenza coronavirus (reuters). Sforzi molto intensi causano una temporanea depressione del sistema immunitario. Il fenomeno si chiama "open window". Insieme alla vicinanza fra gli atleti in gara o negli spogliatoi, potrebbe spiegare i contagi del 38enne fondista di Codogno e dei calciatori di Siena. Elena Dusi il 02 marzo 2020 su La Repubblica. Mattia, il maratoneta, che lotta in ospedale per respirare. La squadra della Pianese, a Siena, che se la batteva con la giovanile della Juventus in serie C e ora ha 3 calciatori e un tecnico contagiati. Sport e coronavirus sono forse alleati di gioco? In generale no, l’ipotesi è esclusa, concordano i medici. Un livello normale di attività fa solo bene. Ma correre due mezze maratone in otto giorni, come ha fatto Mattia il 2 e il 9 febbraio, può mettere l’organismo in una situazione di stress. La settimana dopo, già con la febbre, il 38enne di Codogno ha poi giocato una partita di calcio a 11.

L'abbassamento temporaneo delle difese. “Un allenamento molto intenso può causare nell’immediato un abbassamento delle difese immunitarie” spiega Attilio Parisi, rettore dell’università dello sport di Roma Foro Italico. “Parliamo di sforzi importanti, di quelli in cui alla fine sei esaurito” spiega. “Non della pratica sportiva normale”. Mattia, che al momento delle gare era forse già stato contagiato, rientrerebbe nella casistica. “Nel giro di pochissimi giorni, il sistema immunitario ritorna perfettamente normale”.

Aumenta il rischio di infezioni. Gli inglesi chiamano questo fenomeno “open window” o “finestra aperta”. Diversi studi hanno misurato l’efficienza delle difese su vari atleti professionisti subito dopo sforzi molto intensi. Hanno notato questa temporanea depressione, alcune ore dopo l’allenamento o la gara, e l’hanno collegata a un rischio leggermente più alto di infezioni alle vie aeree superiori: naso e gola. Proprio i punti in cui esordisce la malattia da coronavirus.

La vicinanza negli spogliatoi. Alla “finestra aperta” si unisce poi il fenomeno della vicinanza da spogliatoio. “La contiguità fra gli atleti, sia alla partenza di una gara di corsa che negli spogliatoi dei calciatori, favorisce sicuramente il contagio” conferma Giovanni Di Perri, che insegna Malattie Infettive all’università di Torino. E questo fattore potrebbe aver fatto lo sgambetto alla Pianese. La squadra di Siena ha 4 giocatori e un addetto agli spogliatoi positivi al coronavirus. Il tecnico e un calciatore sono ricoverati al Policlinico Le Scotte di Siena. Poiché la squadra aveva appena giocato una partita contro l’under 23 della Juventus, anche i giovani bianconeri si sono dovuti fermare. Restano sotto osservazione, ma non hanno contagi. “Anche se l’inverno è stato molto mite – aggiunge Di Perri – sappiamo poi che la brutta stagione favorisce influenze e raffreddori. Nel nostro sistema respiratorio abbiamo delle piccole ciglia che ci aiutano ad eliminare i microbi, ma che con le temperature basse funzionano meno”.  

·        Il sesso al tempo del coronavirus.

L'amore al tempo del Covid-19. Report Rai PUNTATA DEL 19/10/2020 di Antonella Cignarale collaborazione di Marzia Amico. Ai tempi del Covid-19 il piacere di incontrarsi si può trasformare in disagio, c’è chi si spinge a un abbraccio trattenendo il respiro, il bacio è ormai un miraggio e sulla prevenzione durante i rapporti sessuali non c’è ancora una pubblicità progresso in Italia né due righe sui rischi e come provare a ridurli. Eppure la salute sessuale, da 45 anni riconosciuta dall’Oms come aspetto fondamentale per il nostro benessere psicofisico, oggi è minacciata da Covid-19 che ci pone di fronte un paradosso: la trasmissione avviene più nella prossimità tra i corpi che per via sessuale. Autoerotismo e sesso virtuale sono addirittura le vie più sicure consigliate dalle linee guida internazionali e per fare trionfare l’amore, quello vero, bisogna armarsi di maggiori precauzioni e tanta fantasia. 

L’AMORE AL TEMPO DEL COVID-19 Di Antonella Cignarale.

ANTONELLA CIGNARALE Ma secondo voi adesso il bacio così…si può mandare con il Covid? UOMO Bah penso di sì, con la mascherina, queste sono domande un po’ a tranello.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO In teoria sarebbe l’unico bacio che si può donare ai tempi del covid, poiché si dovrebbe stare a più di un metro di distanza.

ANDREA ANTINORI - DIR. IMMUNODEFICIENZE VIRALI INMI SPALLANZANI - ROMA Se noi due stiamo vicini a 30 cm, a 20 cm, a 10 cm e io respiro e io ho il virus nelle mie secrezioni, io quel virus lo trasmetto, poi è chiaro la saliva è un mezzo in più.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Secondo la Federazione Italiana di Sessuologia il virus ha causato un calo dei baci fino al 20% tra le coppie conviventi. E quanto invece condiziona chi prova l’approccio fisico al primo incontro? LUIGI Questa estate una ragazza mi ha detto: “Perché non mi dai un bacio? “ E io le ho detto: ”Mi dispiace sono in vacanza ci sono i miei genitori con cui pranzo insieme”.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Molti studi internazionali basati su questionari online hanno registrato un calo dei rapporti sessuali durante il lockdown. In Cina lo ha ammesso il 37% degli intervistati. Nel Regno Unito il 60% non ha proprio avuto rapporti. In Italia l’Università di Tor Vergata ha esplorato l’intimità di 7000 persone, il 57% ha dichiarato di aver interrotto l'attività sessuale.

EMMANUELE JANNINI - PROF. SESSUOLOGIA MEDICA UNIV. TOR VERGATA - ROMA Mentre invece una robusta minoranza che faceva sesso prima del lockdown ha continuato a farlo ed è quella che è stata beneficata da minori livelli di ansia e di depressione.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Come il Covid -19 sta modificando i nostri comportamenti nelle relazioni e nell’intimità sessuale?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Senza amore si rischia una ricaduta negativa. Buonasera. Sono 40 anni che l’Organizzazione mondiale della Sanità dice tutelate la salute sessuale perché incide in maniera importante sul benessere psicofisico dell’individuo. E invece, l’amore ai tempi del Covid è un disastro come hanno registrato gli studi di parecchie università nel mondo che hanno registrato un 60% in meno di rapporti sessuali. Ecco, questo è un virus che impone l’isolamento e d’altra parte c’è la paura del contatto. Questo provoca uno stress che incide sul desiderio del rapporto sessuale. Come può convivere il desiderio di un contatto fisico con le normative anticovid? Bisognerebbe ridisegnare la nostra intimità magari attraverso la fantasia. L’exit strategy ce la indica la nostra ac.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Sperimentare nuovi modi attraverso la sessualità per riconnettersi all’altro è la pratica proposta nei laboratori sex positive.

LABORATORIO VOCE 1 Vorrei strapparti i vestiti di dosso.

LABORATORIO VOCE 2 Sarò il tuo lupo e ti farò ululare alla luna piena, ho voglia di sentire tutta la tua pelle su di me. DIEGO GLIKMAN - LA TANA LIBERA TUTT* - ARTIVISTA SEX POSITIVE La sessualità è un’energia che sta dentro di noi e quindi bisogna riaccenderla in qualche modo non è necessariamente con il contatto.

MARILINA MARINO - LA TANA LIBERA TUTT* - ARTIVISTA SEX POSITIVE E’ un modo per riconnettersi ai proprio sensi, riconnettersi alle proprie fantasie, perché dopo aver vissuto una situazione di lockdown un gioco del genere continua a essere sociale nonostante si mantengano tutti i protocolli di sicurezza.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO E la socialità è una delle vittime del virus, si prova a ricrearla a distanza attraverso i rapporti virtuali, che hanno trovato più spazio anche nell’intimità.

COPPIA DONNE Anche dormire insieme a volte con la videochiamata con i telefoni accesi.

ROBERTA ROSSI – PRESIDENTE ISTITUTO DI SESSUOLOGIA CLINICA C’è stato un incremento di alcune modalità di sessualità che prima venivano viste un po’ come delle alternative un pochino artificiali diciamo così, mentre invece adesso sono entrate per molte persone nella consuetudine.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Secondo lo studio americano del Kynsey Institute “Meno Sesso ma più diversità sessuale“ durante la quarantena 1 persona su 5 ha introdotto novità nella propria intimità. L’esplorazione di nuovi piaceri è emersa anche negli studi italiani. E’ aumentato l’uso di materiale pornografico, lo scambio con il partner di nuove fantasie sessuali e di foto erotiche. E anche il sesso virtuale, il sexting e l’uso di sextoys. Rispetto al 2019 durante il lockdown a raddoppiare gli acquisti di sextoys sono stati i consumatori tra i 45 e 54 anni. Particolare successo lo hanno avuto i vibratori telecomandati.

SARA SEX SHOP Con l’applicazione io riuscirò ad aumentare l’intensità dei due motori e quindi il piacere della partner che è a distanza.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Ma a essere condizionati sono anche gli incontri reali, l’uso della mascherina si trasforma in un gioco, e mantenere la distanza nel limite del possibile è la nuova regola.

SEXWORKER Quando il cliente entra già in casa con questa proprio gli indico le cose, lì c’è il disinfettante, lì c’è la mascherina se non ce l’hai, in modo che lui già entra nell’ottica che questa distanza c’è. E poi evitiamo le posizioni che richiedono un faccia a faccia.

ANTONELLA CIGNARALE Adesso con il Covid tu stai lavorando di più o di meno?

SEXWORKER Io sto lavorando di meno perché incontro numerose resistenze rispetto alle regole che io pongo, però allo stesso tempo la richiesta è decisamente aumentata.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Il bisogno di incontro reale per alcuni supera la paura del contagio, in piena pandemia il 22% è scappato di casa per raggiungere la dolce metà, lo stesso hanno fatto il 10% dei single. ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO E tra i 5 milioni di single che ci sono in Italia chi invece ha rispettato le restrizioni del lockdown quanto è condizionato oggi nel relazionarsi ad una nuova persona? RAGAZZA Sono venuta qua apposta stasera.

ANDREA Siamo più vogliosi di andare al dunque.

RAGAZZO È completamente fuori da ogni logica rimorchiare, se prima ci si sperava adesso proprio è incredibile. EROS Io sono una persona abbastanza fisica quindi il contatto mi piaceva, adesso lo evito un po’.

ANTONELLA CIGNARALE Il rapporto occasionale la prima sera?

EROS Difficile.

ANTONELLA CIGNARALE Quali conseguenze può portare la mancanza di contatto?

ROBERTA ROSSI - PRESIDENTE ISTITUTO DI SESSUOLOGIA CLINICA Negli uomini ci può essere una difficoltà, una incertezza rispetto la propria erezione, nelle donne una difficoltà rispetto alla propria eccitazione, quindi è bene che le persone abbiano un’informazione corretta sul come muoversi.

ANTONELLA CIGNARALE Che comunque noi in Italia non abbiamo avuto ufficialmente?

ROBERTA ROSSI - PRESIDENTE ISTITUTO DI SESSUOLOGIA CLINICA No, non è stata data una indicazione autorevole ecco dal Ministero. Dovremmo cominciare un po’ a pensare che la sessualità ha delle ricadute sulla salute pubblica più generale.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO A preoccuparsene sono state l’autorità sanitaria olandese, spagnola e Newyorkese. Le linee guida del Dipartimento della Salute di New York sono state tradotte anche in italiano. Tra le prime informazioni leggiamo: TU SEI IL TUO PARTNER SESSUALE Più SICURO IL SECONDO PARTNER Più SICURO È LA PERSONA CON CUI VIVI.

ANDREA ANTINORI - DIR. IMMUNODEFICIENZE VIRALI INMI SPALLANZANI - ROMA Si insiste molto o sull’astinenza dei rapporti e quindi sull’autoerotismo o sul circoscrivere comunque i rapporti a una cerchia di persone di cui sia possibile tracciare abitudini e contatti. Quindi sfavorire e scoraggiare rapporti occasionali, ridurre il numero di partner.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Precauzione anche nel rapporto orale, oltre che nella saliva e nelle feci il virus è stato trovato nello sperma in 6 pazienti cinesi su 38.

ANDREA ANTINORI - DIR. IMMUNODEFICIENZE VIRALI INMI SPALLANZANI - ROMA Non si può definire una malattia sessualmente trasmissibile. Il problema più grosso è capire se questo virus che si trova sia nel liquido seminale maschile che nell’apparato genitale femminile sia poi un virus realmente infettante.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Per precauzione viene consigliato sempre l’uso del profilattico e del dental dam.

ROBERTA ROSSI - PRESIDENTE ISTITUTO DI SESSUOLOGIA CLINICA Questo è il dental dam, è un fazzoletto di lattice che viene frapposto tra la bocca e le zone dei genitali e la zona anale. E’ importante utilizzarlo in questo momento per il discorso del Covid, ma è importante usarlo in generale per il discorso delle infezioni sessualmente trasmissibili.

ANTONELLA CIGNARALE Rispetto alle precauzioni per evitare le malattie sessualmente trasmissibili diciamo il Covid di fatto ha creato un altro paradosso?

ANDREA ANTINORI - DIR. IMMUNODEFICIENZE VIRALI INMI SPALLANZANI - ROMA Assolutamente sì, il Covid si trasmette più dalla vicinanza di rapporti che non dal vero e proprio rapporto sessuale.

ANTONELLA CIGNARALE FUORICAMPO Per questo le raccomandazioni sanitarie di New York invitano a usare la fantasia nelle posizioni per ridurre la vicinanza del faccia a faccia, ad evitare l’incontro se si hanno sintomi e ad avere sempre il consenso della partner nell’avere un rapporto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E dunque spazio alla fantasia. Ma alla nostra però perché il ministero della Salute non ha scritto una riga su quali sono i comportamenti più corretti per preservare la salute sessuale e anche per ridurre il rischio contagio. E ora passiamo a una coppia che è entrata in crisi non certo per mancanza di rapporti sessuali ma per una mancata di fornitura di camici. Report può cominciare.

Dagospia il 16 ottobre 2020. Da “la Zanzara - Radio 24”. “La gente è spaventata, abbiamo avuto un calo non c’è dubbio. Ma il mio locale è molto grande, dunque ci sono tante possibilità. E gli scambisti hanno cambiato il loro modo di fare sesso: niente effusioni, niente baci, vanno direttamente al dunque. Solo pompini e pecorine, perché c’è già una distanza di un metro e non c’è contatto bocca a bocca”. Lo dice Jessica Rizzo, ex pornostar,  titolare del Mondo di Atlantis, locale per scambisti a  Roma Nord, a La Zanzara su Radio 24. “Abbiamo fatto delle pareti col plexigas con dei buchi – spiega la Rizzo – dove si può praticare il glory hole. E’ un modo per rimediare a questa situazione. Si predilige fare questo. E tutti indossano la mascherina per fare sesso”. Se la situazione dovesse precipitare come rimediate?: “Abbiamo un drive in con un parcheggio dove fare car sex – dice ancora la Rizzo - , dunque  la gente può fare sesso dal finestrino, oppure si può masturbare guardando una coppia. Quello non sarà vietato”. “Con il plexigas – prosegue – una coppia può mettersi a giocare con il pisello di uno sconosciuto, e la parete funziona praticamente da mascherina. E sono sempre di più gli uomini che lo fanno. Cioè il maschio della coppia che prova esperienze bisex. Sono sempre di più i mariti che si mettono a succhiare.

Stefania Piras per "ilmessaggero.it" il 14 settembre 2020. Coronavirus Attività motoria sì, no, ma il sesso? Sì o no? Le coppie che hanno un'intimità e che hanno osservato insieme la quarantena possono lasciarsi andare ma con cautela (standard igienici più alti del normale). Anche quelle che non sono state confinate insieme possono ma con molta più prudenza e con le protezioni che si userebbero se non si conosce il partner, quindi con il preservativo. Niente sesso selvaggio, dice il direttore dell'Istituto andaluso di Sessuologia Francisco Cabello. E non crediate che siano posizioni o pratiche strane. Il sessuologo di Màlaga dice che bisogna limitare i baci francesi, con la lingua, ed evitare il faccia a faccia. Solo baci stampati sulle labbra. Perché il contatto umano deve comunque proteggersi dalle goccioline di saliva che potrebbero essere contagiose. Capito perché il bacio appassionato non si può? Perché nella saliva, e in alcuni casi anche nei liquidi biologici (è stato riscontrato nei testicoli e nei liquidi femminili), potrebbe esserci un'alta concentrazione di virus. Motivo per il quale esclude il sesso orale e quello anale, per esempio. Cabello in un colloquio con il quotidiano La Vanguardia stila un decalogo dei comportamenti che si possono tenere e quelli proibiti. E diciamo che sono molti di più i secondi. E per chi lavora in prima linea negli ospedali, tutto il giorno a contatto con il virus? Come può rilassarsi nell'intimità? La risposta del dottor Cabello è diretta: «Raccontatevi fantasie erotiche, datevi al sesso online oppure all'autoerotismo, se siete vicini mantenete però la distanza». Grandissima attenzione, infine, quando si decide di consumare un rapporto con una persona nuova. «Può essere pericoloso, soprattutto per i giovani che sono più incoscienti da questo punto di vista», ricorda Cabello. «L'ideale sarebbe sapere se quella persona ha già eseguito un test per essere certi», dice Cabello. E anche così la certezza, ricordate, non è mai matematica visto che i test non danno risposte esatte al 100%. Il test può dare esito negativo o positivo ma potremmo essere in presenza di falsi negativi e viceversa. In sintesi: i rischi maggiori sono nella saliva e nelle persone nuove che non si conoscono quando si decide di fare sesso. Dunque, si potrebbe aspettare quindici giorni dopo aver deciso di andare più in là del bacio e vedere se appaiono sintomi. Poi, lasciarsi andare sperando di non essere incappati in un asintomatico.  Tempi duri, insomma, per i contatti ravvicinati e il corpo in libertà. 

Lettera a Natalia Aspesi – il Venerdì – Repubblica il 14 settembre 2020. Nello "stupidario" collettivo proposto dai tuttologi che mi sono stufato di ascoltare, non ho sentito alcuno fare un cenno qualsiasi sull'Amore ai tempi del Coronavirus. Considero l'amore uno stato d'animo indefinito che ci pervade a volte immotivatamente, cui in mancanza di giustificazioni razionali si attribuisce la generica definizione di "Amore". Poi in realtà esiste e si pratica, mi auguro per tanti interessati: molto. Non ho sentito prescrizioni, letto decreti, suggerimenti o consigli su come dovrebbero comportarsi tanti interessati all' argomento dal punto di vista pratico. In fondo ci hanno detto del metro di distanza da tenere, di lavarsi le mani, di non toccarsi occhi, bocca, viso (le orecchie no, in fondo sono riceventi, non dovrebbero trasmettere nulla, quindi nemmeno il Virus). Ma un seno? Un bel sederino? Si potrebbe carezzare senza correre alcun rischio? Per quanto consigliato un bacio non si potrebbe dare, o forse sì, in fondo sono due bocche diverse quelle in gioco. Le prescrizioni precedenti forse si riferiscono esclusivamente a un "fai-da-te", come una specie di peccatuccio solitario. Anche i luoghi dovrebbero essere importanti. Il divano o il letto dove si mettono in pratica i desideri saranno consentiti? Non mi permetto di citare tavoli, docce, lavatrici ed altri accessori adattati all' uso, ma che richiederebbero una fede provata alla trasgressione e non sono per tutti. I fidanzati e gli irregolari senza dimora praticabile potranno usare i sedili dell' auto? Nessuno ha voluto toccare questi argomenti. Hanno chiuso le Chiese forse in automatico si intenderanno sospesi anche i peccatucci? Magari lei dall' alto delle sue conoscenze potrebbe avere qualche valido argomento per illuminare tanti. Io personalmente non ne ho bisogno, sono stato un praticante a suo tempo, sono rimasto legato solo a piacevoli ricordi. Sono un altruista, immagino che saranno in tanti nelle angosce e nelle ambasce che in mancanza di istruzioni si sacrificheranno. Magari invano. Serafino Costantini – Ascoli Piceno

RISPONDE NATALIA ASPESI. Forse siamo troppo tristi o spaventati, per il virus certo, ma io credo soprattutto perché di colpo la nostra quotidianità, le nostre abitudini, persino i nostri affetti, addirittura i nostri cattivi umori, sono stati messi in "quarantena". Ho ricevuto un certo numero di lettere su quello che è diventato "l'argomento", in televisione anche i più sciocchi, anzi soprattutto i più sciocchi e irresponsabili non si occupano d' altro. Ne ho scelte tre, e spero di non doverne parlare più in questa sede. Gentile Serafino penso che almeno sino ad ora non si sia ancora sfiorato il tema dell'amore nel senso di sesso, perché proprio l' amore per gli altri e per sé stessi obbliga ad amarsi a distanza, serenamente, in attesa di uscire da questa pausa nera della nostra vita, dal vuoto che racchiude ognuno di noi in un nostro spazio che esclude gli altri. Diciamo che il solo amore che dobbiamo augurarci è quello del tutto disinteressato, molto generoso, di chi per professione si prende cura di noi, ci tocca, ci assiste, ci cura, quasi sempre ci guarisce. Questo assedio che ci obbliga a temere gli altri, soprattutto i più cari, ci fa anche capire come tutte le nostre certezze siano fragili; come anche noi facciamo parte dello stesso mondo, l' umanità dolente che respingiamo indifferenti vittima di guerre, carestie, persecuzioni, disastri naturali. La ringrazio comunque della sua lettera, che ci fa sorridere. Niente baci dunque, l' amore ai tempi del coronavirus ritorna casto e forse più eccitante, sguardi, telefonate, mail, immagini su instagram. Ho chiesto ad alcune coppie di amici il loro parere: e tutti mi hanno risposto senza esitare, castità assoluta, anche senza rimpianto. Qualcuno persino con un sospiro di sollievo.

Brunella Bolloli per ''Libero Quotidiano'' il 17 giugno 2020. Archiviata la task force di Colao, eccone subito pronta un'altra: è quella per il sesso sicuro guidata dal professor Massimo Galli, l'infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano che ci ha tenuto compagnia in questi lunghi mesi di Coronavirus. Che fosse in camice bianco fuori dal nosocomio ripreso dalle tv di mezzo mondo, o la sera, dal suo studio, con il collegamento Skype che faceva le bizze, nella classifica dei virologi il professore è saldamente in vetta. «Quando parla Galli di Covid bisogna ascoltarlo, è il verbo», si legge sui commenti social dei fan più sfegatatati. Lui però, a differenza di molti colleghi, non possiede profili su Facebook né Twitter né tantomeno Instagram e sarà per questo che, puntuale come il tg delle 20, si materializzava nei vari programmi, sebbene quasi mai con buone notizie. movida selvaggia Diciamolo: Galli è intervenuto per mettere una pezza dopo che qualche medico ha definito il Corona «poco più che una banale influenza» mentre il numero dei morti saliva e il contagio si allargava. Per primo, da lombardo doc, ha paventato il rischio di «una battaglia di Milano» che faceva tremare il cuore pulsante dell'economia italiana. Ha avvertito i concittadini: «Guardate, che non è finita, non possiamo certo escludere una seconda ondata». È stato lui a gelare l'entusiasmo degli amministratori: «Il virus non è mutato», e a bacchettare quegli «irresponsabili della movida selvaggia» che a furia di assembrarsi, senza mascherina, potevano diventare la causa di nuovi focolai. «Non è piacevole fare la parte del censore», ha ammesso il primario quando gli hanno fatto notare che c'era già Brusaferro con quel ruolo lì, «ma non è il momento di fare queste cose. E lo dico senza nessun interesse, perché non ho mai preso una lira per i miei interventi». Quindi la risposta sincera, alla Gruber, se con la fine dell'emergenza si vedranno meno virologi in tv: «Sono infettivologo e non virologo, quindi potrei fare la battuta che per me va benissimo così. Comunque, francamente, non ne posso più di vedere anche me stesso nelle varie trasmissioni televisive». Per lui, che vanta innumerevoli pubblicazioni, c'è chi auspica un riconoscimento dal Quirinale, intanto, però, è arrivato questo nuovo impegno per «promuovere comportamenti responsabili a livello sessuale» e per spingere verso un necessario, quanto fondamentale, cambiamento della non corretta normalità in tema di abitudini "erotiche" cui eravamo abituati. In sintesi, il direttore della terza divisione di Malattie infettive del Sacco, proprio per la sua autorevolezza e il suo modo pacato e chiaro di spiegare questioni delicate che riguardano tutti, è stato scelto da Durex, nota marca di preservativi, quale capo della task force multidisciplinare medico-scientifica che dirà cosa si può fare e cosa no a letto in tempo di pandemia. Un'indagine condotta da Durex su 500 persone, comprese tra i 16 e i 55 anni, ha mostrato che durante la quarantena gli italiani hanno fatto meno sesso: l'83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale, solo il 23% ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività quasi uguale a prima del lockdown. Ansia, paura di infettarsi, presenza di bimbi in casa, interruzione dei movimenti e obbligo di distanziamento sociale hanno generato una tale flessione. Per i single, poi, è stata una catastrofe, un crollo verticale dei rapporti, perché vatti a fidare di chi non conosci durante il Covid: se bisogna lavarsi e disinfettarsi sempre bene le mani, figurarsi il resto. Ma perfino tra partner non conviventi lo scenario è drammatico: ben il 95% degli intervistati ha infatti dovuto rinunciare al piacere sessuale. Galli da molti anni collabora con Anlaids, prima associazione italiana nata per fermare la diffusione del virus Hiv e dell'Aids: ora è una star anche nel campo del Covid e aiuterà a fare chiarezza sui pericoli del contagio a livello sessuale grazie alla campagna di prevenzione "Safe is the new normal" nata da Durex e Anlaids. Andrà nelle scuole, nei dibattiti, e forse perfino in tv a informare sui rischi di un sesso non protetto. Lo affiancheranno Sonia De Balzo, sessuologa dell'ospedale Cotugno di Napoli, Alberto Venturini, psicologo psicoterapeuta cognitivo comportamentale presso il Galliera di Genova e la dottoressa Alessandra Scarabello, dermatologa dello Spallanzani di Roma. «Tutte le grandi epidemie hanno lasciato profonde tracce nella cultura e nei comportamenti umani», avverte Galli. «Per questo serve un esercizio responsabile della propria sessualità. Specie dopo la pausa imposta dal virus». Insomma, occhio al Covid e... al coito.

Dagospia il 26 maggio 2020. Da “la Zanzara – Radio24”. “In questa fase sessualmente bisogna prendere delle precauzioni. Ci sono delle cose sconsigliate. Per persone che vivono sotto lo stesso tetto le restrizioni sono minori, perché si presume siano stati esposti allo stesso ambiente. Ecco, invece i rapporti occasionali…”. Lo dice a La Zanzara su Radio 24 la sessuologa Rosamaria Spina.   “Sconsigliare il sesso e la sessualità anche nella sua forma di relazioni occasionali – dice la sessuologa -  non sarebbe giusto. Tecnicamente sarebbe da sconsigliare. Ma se si decide di farlo bisogna adottare alcune precauzioni.

Primo. Preservativo sempre e comunque, in questo periodo ancor di più, perché in realtà una ricerca cinese pubblicata su una rivista scientifica ha dimostrato che anche nel liquido seminale ci sono tracce del Covid19. E poi i rapporti orali sono sconsigliati perché la saliva è un mezzo di trasmissione. E’ assolutamente sconsigliato. Diciamo che in questo caso il rapporto classico, quello con penetrazione vaginale, molto probabilmente sempre col preservativo è quello più sicuro che abbiamo a disposizione”. “Faccio un esempio pratico – continua – se due utilizzano una app di incontri sono sconsigliati i rapporti orali. Da entrambe le parti. Altro rapporto sconsigliato è il rapporto oro-anale. Evitare ciò contatti tra la bocca e l’ano”. Cioè, è sconsigliato il cunnilingus anale?: “Esatto. Noi questo rapporto tra bocca e ano lo classifichiamo così, oro-anale. Il motivo è doppio. Non solo per la saliva che, come già detto, è veicolo di trasmissione, ma in realtà tracce di Covid sono state in realtà ritrovate anche nelle feci. Quindi non essendo sempre la parte anale nelle giuste condizioni, anche questo in realtà può creare una doppia fonte di contagio”. “Andare a prostitute – dice ancora la Spina – è come incontrare uno sconosciuto. In generale la promiscuità sessuale è sconsigliata, in questo periodo un po’ di più visto che ci sono dei rischi per la salute dei quali ancora non conosciamo la portata”. 

Coronavirus, il sesso più sicuro? "E' la masturbazione". Le Iene News il 22 marzo 2020. Il dipartimento della salute di New York pubblica le linee guida per fare sesso ai tempi del coronavirus. Il sesso più sicuro? "E' la masturbazione", ma anche lì occorre sempre "lavarsi le mani". Il dipartimento della salute di New York pubblica le linee guida su "sesso e coronavirus", per continuare a "godere del sesso evitando la diffusione del COVID-19". Dopo l'invito all'isolamento, che vale anche per i newyorchesi, la domanda è: "si può fare sesso?". Prima di tutto occorre sapere come si diffonde il coronavirus, che si può prendere da una persona che ce l'ha". Il virus infatti si diffonde "a chi è entro una distanza di 1,8 metri da una persona che ha il COVID-19, quando quella persona tossisce o starnutisce". Inoltre il virus si diffonde "con il contatto diretto con la saliva o il muco" di un infetto. Ma arriviamo alla parte legata a coronavirus e sesso. Su questo "abbiamo ancora molto da imparare". Il COVID-19 infatti, secondo il dipartimento di New York, "è stato trovato nelle feci delle persone infette dal virus". Non è stato ancora trovato, però, "nello sperma o nel fluido vaginale". Quello che sembra confortante è che sappiamo che "altri coronavirus non si trasmettono efficientemente attraverso il sesso". Quindi quali sono i consigli che arrivano da New York per poter fare sesso al tempo del coronavirus? "Fai sesso con persone vicino a te". E chi è la persona più vicina a noi, se non noi stessi? "Tu sei il tuo partner più sicuro. La masturbazione non diffonderà il COVID-19, soprattutto se ti lavi le mani (e qualunque sex toy) con il sapone e l'acqua per almeno 20 secondi prima e dopo che hai fatto sesso". Ma per chi non si accontentasse della masturbazione? "L'altro partner più sicuro dopo te stesso è qualcuno con cui vivi. Avere contatti stretti - sesso incluso - con solo una piccola cerchia di persone aiuterà a prevenire la diffusione del COVID-19". Per questo bisognerebbe "evitare di avere contatti ravvicinati - sesso incluso - con chiunque sia al di fuori della propria abitazione". E se proprio non si riuscisse a evitare di fare sesso con altri? In quel caso è consigliato fare sesso "con meno partner possibili e occorre evitare sesso di gruppo". E per chi è abituato a conoscere i propri partner online o si prostituisce, è consigliabile "prendere una pausa dagli incontri fisici. Gli appuntamenti in video, il sexting o le chat room potrebbero essere un'opzione" per queste categorie. Però occorre "disinfettare le tastiere o i touch screen in condivisione con altri (per le video chat, guardare film porno o qualunque altra cosa)". E ci sono delle precauzioni in più da prendere mentre si fa sesso. Perché ai tempi del coronavirus anche baciarsi può essere pericoloso. "I baci possono facilmente trasmettere il COVID-19. Evita di baciarti con chiunque non faccia parte della tua cerchia ristretta di contatti". E il "rimming (la bocca sull'ano)", e cioè l'anilingus, "potrebbe diffondere il COVID-19. Perché "il virus presente nelle feci potrebbe entrare nella tua bocca. I preservativi possono ridurre il contatto con la saliva o con le feci, specialmente durante il sesso orale o anale". E "lavarsi prima e dopo aver fatto sesso è più importante che mai". Il dipartimento della salute di New York, comunque, si riserva di "cambiare le raccomandazioni con l'evolversi della situazione". 

Da "105.net" il 19 febbraio 2020. Con la stagione fredda arrivano anche i malanni. Tosse, raffreddore, febbre: sono moltissimi gli italiani che cadono nella morsa dell'influenza. Prima di ricorrere alla chimica per alleviare i sintomi, ci sono tanti rimedi naturali che possono aiutarci a superare questi momenti di malattia. Una bella spremuta di arance può essere utile per avere un maggiore apporto di vitamina C e guarire più in fretta. Ma non solo, la scienza ci indica un altro rimedio molto piacevole... ma molto, molto piacevole. Secondo uno studio di Manfred Schedlowski, condotto in Svizzera, fare l'amore sarebbe il metodo naturale perfetto per superare l'influenza. Esatto: una bella giornata passata sotto le lenzuola con il proprio partner e addio raffreddore.  Il ricercatore ha eseguito dei test su alcune coppie malate e ha visto che il sesso li aiuterebbe a guarire in una percentuale pari al 60%. Fare se facciamo l'amore durante gli stati febbrili, aumenta la produzione di linfociti T, utili per "aggredire e curare" le cellule affette dai virus.  Insomma, l'amore è la risposta a tutto... anche all'influenza!

Dagospia il 6 marzo 2020. Da “la Zanzara - Radio 24”. Il sesso al tempo del coronavirus. Na parla a La Zanzara su Radio 24 l’andrologo  e sessuologo Nicola Mondaini, professore all’Università di Firenze: “In questo periodo fare sesso è consigliato. Ma non sesso occasionale. Dobbiamo fare sesso a casa, e posso dire che fare l’amore aumenta le difese immunitarie, c’è una produzione di endorfine”. Dunque trombare aiuta a combattere il coronavirus?: “L’attività sessuale innalza il sistema immunitario. Può essere una buona protezione. Naturalmente in questo momento rimarchiamo che è consigliato stare in casa e l’attività sessuale deve essere un’attività sessuale sicura, quindi assolutamente fatta con il partner”. Anche baciare una sconosciuta non va bene?: “Esatto. In questo momento il bacio, gli affetti, tutto quello che fa parte della sessualità purtroppo è pericoloso. Perché sappiamo benissimo come si propaga il coronavirus”. Se incontri una sconosciuta, o uno sconosciuto quali sono le posizioni da evitare?: “Io direi che in questo momento bisognerebbe evitarlo. Ma la vita va avanti, non è che si può fermare. Possiamo fare una battuta. In questo momento è da evitare la posizione da missionario, preferendo una posizione dove la donna è prona e l’uomo sta dietro. Questo è preferibile, ma in questo momento la cosa migliore però è stare a casa, tranquilli e buoni. Chi ha moglie o compagna ha questo vantaggio. Chi non ce l’ha, faccia da solo”. C’è qualche possibilità di trasmissione col sesso orale, pompino o cunnilingus?: “Per quello che riguarda il mondo della prostituzione questo è un momento di estremo pericolo non solo per chi lo frequenta, ma per la stessa prostituta. In questo momento è consigliabile tirare i remi in barca. La cosa migliore sarebbe stare in casa. Capisco che una prostituta debba lavorare, ma in questo momento ci sono dei rischi altissimi, perché nella giornata di una prostituta incontrare 10-15 persone è un fattore di rischio notevole”. A prescindere dalla prostituzione, il rapporto orale crea dei problemi?: “Sul coronavirus tecnicamente i dati non ci sono, però è pericoloso. Perché il coronavirus si trasmette con i baci. Quindi se tu baci due labbra in un senso o nell’altro senso, certo… E’ un virus respiratorio, ma certamente anche il contatto, il sesso orale può essere pericoloso”.

·       L’epidemia e l’Immigrazione.

La Ue è preoccupata dalle conseguenze del Covid: “Rom e Lgbt sono stati molto penalizzati”. Penelope Corrado martedì 27 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. Le categorie particolarmente penalizzate dal Covid-19? “Rom e Lgbt”. È quanto stabilito oggi, a Strasburgo, al parlamento europeo dalla commissione per le Libertà civili. La notizia è stata data dal eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini. L’esponente sovranista aveva tentato invano di dare priorità a piccoli imprenditori, liberi professionisti e artigiani.

La denuncia di Nicola Procaccini. «La Commissione Libe – scrive Procaccini in una nota – ha approvato oggi una risoluzione sull’Impatto delle misure restrittive Covid-19. In essa si propone di tutelare rom ed LGBT. Identificate quali categorie particolarmente colpite dagli effetti della pandemia, non si capisce perché. Mentre ha respinto il mio emendamento alla risoluzione con il quale si impegnavano gli Stati a compensare velocemente ed adeguatamente le perdite subite dalle attività economiche più colpite dalle misure restrittive”. È quanto afferma l’europarlamentare del gruppo ECR – Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini, componente della Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni).

Rom, lgbt prima di partite Iva e artigiani. «È evidente che il Parlamento europeo continua ad affrontare l’emergenza con i paraocchi della ideologia. Non tiene conto, infatti, del reale impatto dell’epidemia su cittadini e imprese. La risoluzione, inoltre, ignorando ogni misura di sicurezza, esprime rammarico per la chiusura dei porti del Mediterraneo agli sbarchi di immigrati, ma non considera invece che anche la difesa delle aziende e del sistema economico, e la capacità dei cittadini e degli Stati di autodeterminarsi, sono diritti fondamentali. Né la Ue né tantomeno il governo italiano sembrano tenere in alcuna considerazione questi aspetti, continuando ad affrontare l’emergenza in maniera ideologica, come se il Covid-19 fosse un avversario politico».

Coronavirus, l'accusa di Filippo Facci: "Hotel chiusi ai malati di Covid ma aperti per gli immigrati". Filippo Facci su Libero Quotidiano il 27 ottobre 2020. Ah già, gli alberghi per isolare i positivi. Che fine hanno fatto? I dati sul Covid sono la classifica quotidiana delle notizie in cui nessuno crede, quindi tanto varrebbe introdurre classifiche nuove, tipo quella sui ritardi del governo da gennaio a oggi. Ecco l'esempio: gli alberghi per isolare i positivi. Il problema, nel tempo, non è stato risolto, non è stato superato: è stato solo dimenticato, questo nonostante fosse attualissimo a marzo e torni attualissimo oggi. Pro-memoria: parliamo del problema di isolare i positivi a cui è inapplicabile il distanziamento a casa, perché la casa è piccola, l'appartamento ha un solo bagno, o c'è un anziano che convive; si parlò di neo case (alberghi, residence) che avrebbero dovuto accogliere anche i dimessi dagli ospedali ancora contagiosi, benché non più bisognosi di assistenza: non è una faccenda secondaria, considerando che all'epoca la maggior parte dei focolai (77 per cento) si verificava proprio nelle abitazioni. Se torniamo a marzo, vediamo che una prima frettolosa organizzazione di queste strutture fu fatta in poche settimane: poi tutto si perse in un casino generale; nei pochi alberghi o residence non ci andava nessuno, o soltanto qualche dimesso dagli ospedali, non si capiva neppure chi dovesse decidere. La questione scivolò nell'oblio. Detto questo, oggi? Non è cambiato niente. I dati del ministero spiegano che la maggior parte dei focolai resta nelle case (77,6 per cento) e, già che ci siamo, spiegano che calano costantemente i focolai nelle attività ricreative (4,1 per cento) e nelle scuole (2,5). Ma gli alberghi per isolare i positivi continuano a procedere a passo di gambero. Qualche Regione ha fatto qualcosa, altre sono immobili, e, spiace dirlo, tra queste c'è la Lombardia. Risulta che alle strutture individuate sia garantito un corrispettivo attorno ai 70 euro al giorno per una camera con alcuni benefits (biancheria, pasti, talvolta assistenza medica) ma non si capisce come il servizio in pratica non decolli come è avvenuto da tempo in altri paesi occidentali. Gli alberghi in sostanza non ci sono. Per dirla meglio: non si capisce perché in Italia non sia scattato quel meccanismo che in periodo di crisi economica (frattanto peggiorata) ha trasformato hotel, alberghetti, discoteche-dormitorio, ristoranti, centri-vacanze e strutture varie in centri di accoglienza per immigrati, e che potrebbe egualmente riconvertite altre realtà per accogliere i contagiati post-ospedalieri, dando peraltro una robusta mani ai gestori di alberghi eccetera. Dovremmo credere che tutti gli alberghi sono occupati dagli immigrati? Eppure per trasformarsi in casa di accoglienza basta un'autocertificazione o, per una coop, tre persone davanti a un notaio. Per gestire dei contagiati (o meglio: gestire i loro parenti, isolando a casa il contagiato) forse servirebbe qualcosa di più, ma per altri aspetti anche di meno. In fondo si tratterebbe di trattenere, per un breve periodo di quarantena, una persona che poi tornerebbe alla vita di sempre; nel caso dei migranti economici, invece, è tutta gente che dopo un paio d'anni è ancora lì prima di vedersi recapitare un foglio di via regolarmente disatteso. Nessuno o quasi affronta di petto il problema. Dapprima, qualche struttura era stata gestita dai comuni e dalla Protezione Civile (grazie al decreto rilancio) ma poi la palla è passata alle Regioni che a loro volta l'hanno passata alle ex Asl. E buonanotte. Non essendoci linee guida nazionali, non è che ognuno ha fatto come gli pareva: ognuno ha fatto poco o niente. Solo l'Emilia Romagna ha approntato una quantità di strutture certificabili. Altre Regioni non sono in grado di fornire dati. La Lombardia risulta che abbia allestito solo una palazzina vicino all'aeroporto di Linate, parzialmente vuota. L'Ats di Milano, la città messa paggio dalla seconda ondata dell'epidemia, non ha ancora chiuso i bandi autunnali per individuare le strutture. Non c'è fretta. Non si potrà fare come a Wuhan, dove in due mesi approntarono ventimila posti in palazzetti dello sport e centri congressi, lunghe e squallide file di letti: alla cinese, insomma. Forse neanche come negli Stati Uniti, dove pagano l'albergo alla tua famiglia. In Italia? Una risposta tornerà utile quando ci sarà il problema di alleggerire gli ospedali e di trasferire i contagiosi (ma guariti) senza fargli occupare letti inutilmente. A ben pensarci, è un problema che c'è già.

700 clandestini in 30 ore, ma Lamorgese bacchetta bar e ristoranti. "Adesso è il momento della responsabilità da parte di tutti. Tavolini troppo ravvicinati: controlli da parte della polizia ma stiano attenti anche i titolari": questa la preoccupazione del ministro dell'Interno. Federico Garau, Domenica 11/10/2020 su Il Giornale. Dopo aver silurato i decreti sicurezza e spalancato di fatto le frontiere nazionali alle navi delle Ong ed al loro carico, Luciana Lamorgese minimizza sulla questione immigrazione, sovraffollamento degli hotspot di Lampedusa e pericolo di diffusione del Coronavirus ad esso connessa, preferendo rivolgere la propria attenzione allo scarso distanziamento dei tavolini in bar e ristoranti. Ebbene si, 728 clandestini, per la maggior parte di nazionalità tunisina, sbarcati in appena 30 ore sull'isola, ma il ministro dell'Interno liquida la questione in modo molto rapido durante l'intervista concessa a "Il caffè della domenica", trasmissione in onda sulle frequenza di Radio 24. A Maria Latella, conduttrice del programma, infatti, Luciana Lamorgese ha espresso invece le sue preoccupazioni per quanto riguarda la scarsa attenzione posta sul distanziamento tra tavolini in locali, ristoranti e bar. "Adesso è il momento della responsabilità da parte di tutti, perché non può esserci un appartenente alle forze di polizia dietro ognuno di noi, siamo noi che dobbiamo essere responsabili", ha spiegato il titolare del Viminale durante l'intervista, come riportato da AdnKronos. "Quando parliamo degli esercenti, dei commercianti e dei gestori dei bar, anche da parte loro ci vuole senso di responsabilità", ha aggiunto il ministro dell'Interno evidentemente molto allarmato almeno da questa situazione."Io penso anche al distanziamento tra tavolini, per esempio ieri ho visto nei bar all’aperto tavolini molto ravvicinati, anche questo sarà oggetto non solo dei controlli delle forze di polizia ma anche di attenzione da parte dei titolari degli esercizi pubblici".

Demoliti i decreti Sicurezza? Riprendono gli arrivi. Le modalità di controllo delle nostre abitudini che, stando alle notizie fino ad ora filtrate circa il contenuto del nuovo Dpcm, potrebbero minare addirittura la libertà anche tra le mura delle abitazioni private, arrivano pertanto ad investire in primis proprio i proprietari di locali pubblici. "Questa è una battaglia che dobbiamo vincere tutti insieme", conclude sul tema Lamorgese. Per quanto riguarda le verifiche del rispetto delle norme anti-Covid sul territorio, il ministro si è detto particolarmente soddisfatto, con controlli capillari che potranno vedere anche il coinvolgimento dei militari di Strade sicure e che hanno comunque già portato a staccare numerose sanzioni amministrative nei confronti dei trasgressori. "Il momento è difficile, le forze di polizia hanno dimostrato nei mesi trascorsi una grande capacità di controllo e grande umanità. Da marzo fino a giugno abbiamo fatto 24 milioni di controlli sulle persone e 470mila sanzioni". Infine la questione "migranti", che non agita particolarmente il sonno di Lamorgese: "Abbiamo mandato i militari in Sicilia non per il Covid ma per i tanti arrivi e il conseguente bisogno di controlli. Nelle strutture di prima accoglienza ci sono 56 mila persone, e sono positivi 1.238, poco più del 2% degli arrivi", spiega il titolare del Viminale, che si dice talmente sicura del fatto suo da concludere: "I numeri non sono preoccupanti rispetto a quelli che vediamo sul territorio. Non è che il Covid lo portano i migranti".

Covid, Lamorgese: «Non sono i migranti a portarlo». Il Dubbio l'11 ottobre 2020. Il ministro degli Interni parla dati alla mano: « In prima accoglienza su 56 mila persone i positivi sono il 2,17%: 1.238 circa». Poi redarguisce i commercianti: «Ho visto tavolini troppo vicini». «Se vogliamo dirla tutta i numeri non sono preoccupanti in relazione a quelli sul territorio: non è che il Covid lo portano i migranti». Lo ha affermato il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, intervenendo a Radio 24 a «Il caffè della domenica». In Sicilia «abbiamo mandato i militari non per il Covid ma perché gli arrivi erano tanti, per i controlli necessari. Vorrei dire che vedo un dato preciso, che è quello delle strutture di prima accoglienza: su 56 mila persone i positivi sono il 2,17%: 1.238 circa».  «È il momento della responsabilità di tutti. Non può esserci un appartenente alle forze polizia dietro ognuno di noi. Anche da parte degli esercenti ci vuole senso di responsabilità. Questa è una battaglia che dobbiamo vincere tutti insieme», ha proseguito il ministro. «Le forze di polizia hanno dimostrato una grande capacità di controllo, con professionalità e umanità», ha aggiunto visto che durante l’emergenza Coronavirus, «sono stati presenti con 24 milioni i controlli fino a giugno». A proposito degli esercenti, ha proseguito, «penso anche al distanziamento tra tavolini, per esempio ieri ho visto nei bar all’aperto tavolini molto ravvicinati, anche questo sarà oggetto non solo dei controlli delle forze di polizia ma anche di attenzione da parte dei titolari degli esercizi pubblici». A proposito di migranti e nuove disposizioni, in un’intervista al quotidiano Avvenire, Lamorgese ha spiegato: «Il mio obiettivo è arrivare, appena sarà possibile, a una ripresa dei flussi regolari, anche perché questo è il modo più efficace per sottrarre tanti migranti allo sfruttamento dei trafficanti di esseri umani». «Abbiamo cercato di non perdere mai di vista due parametri di riferimento fondamentali in tema immigrazione: la dignità delle persone che vengono accolte e la sicurezza delle comunità che accolgono», ha detto la responsabile del Viminale al giornale della Cei. «Abbiamo ridisegnato un sistema di accoglienza e integrazione (Sai) capillare, diffuso in piccoli centri presenti in tutte le regioni, in cui gli immigrati hanno un nome, i documenti, un domicilio certo e magari anche la possibilità di essere impiegati regolarmente o di essere reclutati per lavori socialmente utili». Spiega ancora Lamorgese: «I precedenti decreti avevano stressato il sistema di accoglienza al punto di renderlo inefficace perché, di fatto, sono stati esclusi dai centri moltissimi immigrati finiti in una terra di nessuno in condizioni di precarietà e clandestinità». Nell’intervista la ministra dell’Interno ha parlato anche delle Ong e delle associazioni umanitarie impegnate nel soccorso in mare ai migranti. «Chiunque si trovi ad operare salvataggi in mare comprese le Ong, deve agire in un quadro normativo di riferimento e rispettare le regole», ha detto. «Stabilire un perimetro per le operazioni Search and Rescue non significa criminalizzare: tant’è che, nel nuovo decreto, il provvedimento di divieto o di limitazione del transito e della sosta per le navi nel mare territoriale, per ragioni di ordine e sicurezza pubblica o di violazione delle norme sul traffico dei migranti, non si applica alle operazioni comunicate ai competenti centri di coordinamento e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle prescrizioni impartite dagli organi interessati», ha aggiunto.

Immigrazione, Giorgia Meloni chiama in causa il Cts e Luciana Lamorgese: "Ci spieghino questa presunta immunità dal Covid dei clandestini". "Mascherine, vittime della confusione del governo": l'affondo di Giorgia Meloni. "Perché devi soltanto applaudire". Chiamatela "regina": Vittorio Feltri incorona Giorgia Meloni, parole pesantissime. Libero Quotidiano l'11 ottobre 2020. L'emergenza coronavirus continua a crescere così come gli sbarchi. Eppure per i giallorossi tutto è sotto controllo. Lo dice nero su bianco Giorgia Meloni che, con un cinguettio, chiama in causa tutto il governo: "Per il Ministro Luciana Lamorgese non c’è alcun pericolo Covid legato all’arrivo di immigrati illegali. Ci prendono in giro? - si chiede al vetriolo -. O il racconto “che scappano dalla guerra e vengono richiusi nei lager” è una menzogna, oppure lo è il fatto che non sono soggetti a elevato rischio contagio". Non solo, perché la leader di Fratelli d'Italia lancia una frecciatina anche a quei giornali e tg che difendono sempre e comunque l'operato dell'esecutivo. "Gli italiani non ne possono più di info distorte e surreali diffuse dal Governo e amplificate dai media di regime. Chiedo a Governo e CTS di spiegare su basi medico-scientifiche questa presunta immunità dal Covid che avrebbero i clandestini che sbarcano sulle nostre coste". 

Trovati 60 positivi nel centro d'accoglienza: esplode la rivolta dei migranti. Sono 60 su 72 i migranti positivi di un centro del sassarese, dove in queste ore è scoppiata una rivolta con lancio di oggetti in strada. Francesca Galici, Martedì 13/10/2020 su Il Giornale. La Sardegna è una bomba a orologeria a causa dei migranti dei centri di accoglienza ormai al collasso. L'isola, che deve necessariamente affrontare i nuovi casi di coronavirus in autonomia, visto il suo totale isolamento dal resto del Paese, si ritrova con ben 60 positivi nel centro migranti di Predda Niedda alle porte della città di Sassari. Sono 72 in tutto gli ospiti della struttura, l'hotel Pagi della zona industriale della Sardegna nord-occidentale, che nelle scorse ore si sono ribellati alle misure di isolamento, chiedendo di essere sottoposti a nuovi controlli per essere liberati. La situazione è rovente a Sassari, dove i migranti hanno dato vita a una vera e propria rivolta e nelle loro rimostranze violente hanno scagliato in strada qualunque cosa capitasse loro tra le mani. Dall'olio alla vernice, i migranti si sono ribellati costringendo la polizia a intervenire in tenuta antisommossa. Gli agenti sono stati chiamati a sedare gli animi e tutt'ora si trovano all'interno del centro per cercare di riportare la calma, ma gli animi sono ormai surriscaldati e la rivolta con il lancio di oggetti non è altro che l'ultimo atto di un escalation di intolleranza che non possono essere gestite con serenità. Da diverse ore, infatti, la Polizia di Stato era impegnata all'hotel Pagi di Predda Niedda per respingere il tentativo dei migranti di scappare dal centro. Gli ospiti, tutti uomini e giorvani, in più riprese hanno cercato di scavalcare le barriere di recinzione dell'hotel. Alcuni di loro hanno anche provato a scappare dai cancelli e tra questi c'erano anche migranti senza mascherine, nonostante il dpcm imponga l'uso all'esterno a qualunque ora e in qualunque condizione. Molti dei migranti che alloggiano all'hotel Pagi lavorano nelle aziende della zona e per questa ragione chiedono che vengano effettuate nuove rotazioni i tamponi per verificare le positività. Tuttavia, i protocolli sanitari sono unici nel Paese e per il momento non sussistono le condizioni per effettuare nuovi tamponi. Per il momento, da Predda Niedda non sono comunque giunte notizie di scontri violenti tra poliziotti e migranti, nell'attesa che la situazione torni alla normalità, anche se l'hotel Pagi è una polveriera pronta a esplodere per i numerosi casi di Covid.

Su 57 migranti sbarcati a Roccella Jonica, 21 sono positivi. La Lamorgese smentita dai fatti. Fabio Marinangeli lunedì 12 Ottobre 2020 su Il Secolo D'Italia. La Lamorgese con le spalle al muro. Fra i 57 migranti sbarcati nella notte fra sabato e domenica a Roccella Jonica (Rc), 21 sono risultati positivi al Covid 19. Fra di loro, anche qualche minore. I 57 migranti, di nazionalità irachena e iraniana, erano stati rimorchiati fino al porto di Roccella da un’unità della Guardia Costiera.

La tesi della Lamorgese sui migranti. I fatti smentiscono, dopo poche ore, le teorie della Lamorgese, secondo cui i migranti non portano il coronavirus. «Abbiamo mandato i militari in Sicilia non per il Covid. Ma perché gli arrivi erano tanti», aveva detto. «Nelle strutture di prima accoglienza, dove sono presenti oggi 56mila persone, i casi positivi sono pari al 2,17%. Se vogliamo dirla tutta, questi numeri non sono preoccupanti, non è che il Covid lo portano i migranti».

La replica di Giorgia Meloni. Alle frasi della Lamorgese aveva risposto Giorgia Meloni. «Chiedo formalmente al Governo e al Comitato tecnico scientifico di spiegare su basi mediche e scientifiche questa presunta immunità generalizzata dal Covid che avrebbero i clandestini che sbarcano illegalmente sulle nostre coste».

«La narrazione beffa del governo». Sulla sua pagina facebook la leader di FdI aveva preso una posizione netta. Le parole della Lamorgese non potevano passare sotto silenzio. La Meloni è partita dalla «narrazione che ci fanno sull’immigrazione». E cioè che migliaia di persone arrivano dalle zone più povere e disastrate del mondo. Prima «viaggiano ammassate con mezzi di fortuna». Non solo. «Sostano giorni e mesi in luogo “inumani” in Libia e Nord Africa». Poi «attraversano il Mediterraneo in barconi stracolmi». Però, nonostante tutto ciò (sempre secondo quanto dicono al governo) «non corrono il rischio di essere contagiate».

La Lamorgese l’ha sparata grossa. «Ci prendono in giro?», incalza la Meloni. «Capiamoci, o il loro racconto dei migranti “che scappano dalla guerra e dalla disperazione e vengono richiusi nei lager” è una menzogna. Oppure lo è il fatto che i clandestini non sono soggetti ad elevato rischio di contagio. Gli italiani non ne possono più delle informazioni distorte e surreali diffuse dal governo e amplificate in modo acritico dai media di regime».

Bari, focolaio Covid sulla nave dei migranti: altri 24 positivi ai test oltre i 50 contagiati. Dubbi sulla gente sbarcata: «Erano negativi». Nella nottata di domenica i primi esiti su metà dei 350 tamponi. Rischio di contatti tra infetti e sani. Le scelte affidate al Viminale. Servirà una nuova quarantena. Nicola Pepe su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Ottobre 2020. Cresce il numero dei contagiati a bordo della Rhapsody, la nave con 805 migranti giunta giovedì scorso dalla Sicilia nel porto di Bari. Oltre ai 50 rilevati fino a sabato, l'esito delle prime analisi su metà dei circa 350 tamponi eseguiti domenica mattina a bordo del traghetto dai tecnici del Dipartimento di prevenzione della Asl ha confermato in tarda serata la presenza di altri 24 positivi. Un dato che lascerebbe spazio a pochi dubbi sulla presenza del focolaio a bordo dopo i 50 contagiati divenuti tali a fronte di un numero iniziale pari a meno della metà e poi lievitato nei giorni successivi. La nave Rhapsody, partita da Palermo martedì scorso, è stata noleggiata dal Viminale per essere impiegata come nave quarantena. In questo caso, la missione era fare uno scalo tecnico a Bari per consentire la dislocazione dei migranti a bordo presso vari centri del diverso territorio nazionale. 

DUBBI SUGLI SBARCATI: 122 LIBERI, ALTRI 18 IN FUGA. Sinora ne sono sbarcati 408, di cui 122 sono rimasti in circolazione - dopo essere stati accompagnati alla stazione ferroviaria di Bari dove sono scesi da alcuni bus - «accompagnati»  da un provvedimento di respingimento del Questore che è una intimazione a lasciare il territorio nazionale autonomamente entro sette giorni. A questi si aggiungono i 18 fuggiti dal Cara di Restinco (oltre i due che hanno tentato la fuga gettandosi in acqua). Gli altri sono andati nei vari centri (come da info sotto) e comunque tutti erano in possesso di una certificazione che attestava lo stato di salute. Ma i tamponi positivi sulla restante parte dei passeggeri a bordo sarebbero dunque il termometro di una situazione che sembrerebbe sfuggita al controllo visto che il virus circola ormai sul traghetto. A ciò si aggiungano le legittime preoccupazioni sulle persone sinora sbarcate: se i positivi a bordo erano ben isolati, come è stato sempre detto, non è dato sapere come mai si siano verificati altri contagi che hanno interessato la parte fino a ieri ritenta sana. A ciò si aggiungano i 18 minorenni fuggiti dal Cara di Restinco.

LA PROTESTA E LE FUGHE. Le notizie di queste ore potrebbero cambiare le sorti della nave e dei migranti a bordo che sabato, vedendosi ancora confinati a bordo, hanno inscenato una manifestazione di protesta lanciando oggetti dal ponte.. Al di là dei risultati definitivi dei nuovi tamponi eseguiti, è indubbio che i migranti a bordo dovranno necessariamente trascorrere un nuovo periodo di quarantena: appare difficile, infatti, ricostruire la catena di contatti a bordo di un traghetto in cui chi c'è circola liberamente nella aree «comuni» sia pure - secondo quanto è stato detto - separate dai positivi il cui numero è lievitato nel corso dei primi tre giorni.

LA POSSIBILE PARTENZA DEL TRAGHETTO. La decisione finale, a questo punto, spetta al Viminale che tiene i contatti con la società armatrice e il comandante della nave. A bordo il servizio sanitario è gestito dalla Croce Rossa, a terra dai sanitari dell'Usmaf (e dall'Asl che interviene in supporto) mentre la Prefettura si occupa della fase di trasferimento solo ed esclusivamente di quelle persone munite di certificato che attesti lo stato di salute e quindi autorizzate a sbarcare. Non è escluso che la Rhapsody levi gli ormeggi e stia in rada di qualche porto come sta avvenendo per le aatre navi quarantena giunte in Sicilia per alleggerire la pressione sui centri di accoglienza.

Tampone farsa sui migranti, la verità sui test del ministero. In Abruzzo sono 5 i migranti trovati positivi al coronavirus tra i 42 trasferiti nei giorni scorsi da Lampedusa: dal ministero dell'Interno erano giunte rassicurazioni sulla loro salute, l'ira del presidente della giunta regionale abruzzese e di Giorgia Meloni. Mauro Indelicato, Martedì 08/09/2020 su Il Giornale. Esplode la polemica in Abruzzo dopo la notizia relativa a 5 migranti trovati positivi a Vasto, in provincia di Chieti. Qui all'interno dell'hotel Continental erano stati trasferiti alcuni degli ultimi sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi. Secondo quanto fatto sapere dalla Regione Abruzzo nelle scorse ore, dal Viminale era arrivata rassicurazione che tutti i migranti fossero negativi al coronavirus. I controlli infatti erano stati fatti a Lampedusa, così come da protocollo. Nonostante la comunicazione da parte del ministero dell'Interno, le autorità abruzzesi hanno comunque voluto effettuare un nuovo tampone su ognuno dei migranti, in tutto 42, che sono stati mandati in provincia di Chieti. Ed è in questo frangente che è uscita fuori la poco gradita sorpresa: cinque tamponi hanno dato un esito diverso rispetto a quello comunicato alle autorità sanitarie della Regione Abruzzo. “La nostra attenzione massima dedicata alla tutela della salute – ha commentato a caldo il presidente della giunta regionale abruzzese, Marco Marsilio – ha portato a effettuare i tamponi ai 42 migranti arrivati da Lampedusa e ospitati all'hotel Continental di Vasto. Il risultato emerso ha evidenziato che 5 migranti sono positivi e un tampone dovrà invece essere effettuato nuovamente perché dubbio”. Da qui il dito puntato da parte di Marsilio nei confronti di chi doveva vigilare e non l'ha fatto: “Rimane lo sconcerto – ha infatti dichiarato il presidente dell'Abruzzo, con riferimento all'opera del Viminale – per la leggerezza con cui queste persone vengono fatte viaggiare attraverso le regioni italiane dopo controlli che non sempre sono veritieri”.

I precedenti. Del resto, dopo quanto accaduto a luglio in altri episodi simili molte regioni del sud e del centro Italia che ricevono migranti trasferiti da Lampedusa applicano una certa prudenza prima di considerare realmente negative le persone ricevute. Il 21 luglio scorso ad esempio, in Basilicata sono stati scoperti 36 migranti positivi tra coloro che erano sbarcati pochi giorni prima a Lampedusa. E anche in quel caso c'erano state rassicurazioni sul fatto che non c'erano rischi relativi a possibili contagi da coronavirus.

Più volte gli amministratori locali hanno evidenziato la necessità di effettuare controlli più accurati prima di procedere con i trasferimenti dalla Sicilia. Appelli rivolti in primis al ministero dell'Interno. I controlli sanitari e i tamponi vengono sì fatti dalle autorità sanitarie siciliane, ma la decisione di trasferire i migranti da una località a un'altra è presa esclusivamente dal Viminale. E a volte è già capitato che, dopo un primo tampone risultato negativo a Lampedusa, successivamente quando già i migranti sono risaliti lungo lo stivale a un secondo controllo l'esito è contrario. Questo perché non sempre i controlli possono risultare affidabili oppure perché, molto più semplicemente, il virus è possibile che si sviluppi soltanto alcuni giorni dopo un primo tampone. Le affermazioni di Marsilio vanno dunque in questa direzione, nel chiedere cioè maggiore cautela da parte del ministero dell'Interno ed evitare situazioni come quella scoperta nelle scorse ore a Vasto. Intanto le autorità abruzzesi hanno specificato che tutti i migranti positivi sono stati isolati, nel rispetto del protocollo di sicurezza.

La reazione di Giorgia Meloni. Sulla questione emersa in Abruzzo si registra anche un intervento della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: “Sconcertante la denuncia del governatore dell’Abruzzo, Marco Marsilio, di Fratelli d'Italia – si legge sul profilo social della deputata – il Ministero dell’Interno aveva assicurato che sui 42 immigrati sbarcati a Lampedusa e mandati in un albergo di Vasto erano stati fatti i tamponi e che erano risultati negativi al Covid-19. Falso: dopo un secondo tampone, 5 immigrati sono risultati positivi”.

“La sinistra insegue gli italiani con i droni – ha concluso Giorgia Meloni – impone regole severissime anti-contagio agli italiani e poi lascia girare indisturbata per l’Italia gente venuta da chissà dove e senza assicurarsi che non rappresentino un rischio per la salute. Un governo di irresponsabili: i veri negazionisti del virus”.

Una flotta intera per contagiati. L'esercito dei migranti positivi. La sesta nave quarantena è arrivo per ospitare i migranti e trasbordarli dagli hotspot alle imbarcazioni e sono già oltre 500 i casi di positività a bordo nei traghetti già dispiegati nei porti siciliani. Francesca Galici, Martedì 08/09/2020 su Il Giornale. L'hotspot di Lampedusa è quasi vuoto e l'emergenza sull'isola sembra sia passata. Stanotte nella struttura di accoglienza c'erano circa 170 migranti, rispetto ai più di mille che erano lì ospitati fino a pochi giorni fa in condizioni disumane. Sono stati tutti imbarcati a bordo delle navi quarantena, i cinque traghetti che da ormai diverse settimane navigano lungo le coste siciliane per portare a bordo gli stranieri sbarcati in autonomia, o con le ong, lungo le coste e nei porti della Sicilia. E pare che sia in arrivo una sesta nave nei prossimi giorni per affrontare nuove emergenze.

Le navi quarantena non bastano, migranti ammassati nell'hotspot. A lanciare la bomba è Quarta Repubblica, il programma di Rete4 condotto da Nicola Porro, durante un collegamento da Lampedusa per aggiornare sulle condizioni dell'isola, anche alla luce delle proteste che nei giorni scorsi hanno animato i lampedusani, ormai stanchi di subire una moderna invasione. A preoccupare maggiormente i cittadini è l'emergenza sanitaria in corso, il rischio dell'esplosione di grandi focolai e di una propagazione dei contagi in un'isola così piccola. "La situazione è quasi risolta. Qui rimangono 172 persone. Le condizioni del mare hanno un po' rallentato le procedure dell'imbarco sulle due navi quarantena. Il timore è che l'hotspot possa riempirsi di nuovo e tornare nelle condizioni che abbiamo visto nelle scorse settimane. L'indiscrezione che abbiamo raccolto qui da una fonte autorevole del Viminale è che arriverà una ulteriore nave a Lampedusa, oltre alle cinque già impiegate, proprio per affrontare i futuri sbarchi", riferisce la giornalista in collegamento. Le navi quarantena costano allo Stato circa 50mila euro al giorno ciascuna, quindi più o meno 1,5/2 milioni di euro al mese ognuna: uno sproposito rispetto a quanto costerebbe gestire i migranti nei centri sul territorio. Questo, però, pare sia il costo necessario da affrontare per garantire la sicurezza del Paese in emergenza sanitaria, viste le continue fughe dei migranti dagli hotospot, non solo di quelli in quarantena preventiva ma anche di quelli positivi al Covid. Questa è stata la spiegazione del ministro Luciana Lamorgese, che proprio in riferimento all'esorbitante spesa di gestione ha dichiarato che "ci saranno dei costi ovviamente, costi che ci sarebbero stati egualmente, anche se in misura minore, se la quarantena fosse stata sul territorio, ma certamente con una garanzia maggiore e con maggiore sicurezza". Il quotidiano La Verità è voluto andare a fondo nella questione sicurezza e riferisce che "sulle 5 navi usate dallo Stato italiano per tali compiti sono già stipati 537 migranti positivi, che si trovano fatalmente a stretto contatto con altri non infetti". Entrando nello specifico, ci sarebbero 63 migranti positivi su 338 imbarcati a bordo dell'Aurelia a Trapani. 157 su 770 sono, invece, i contagiati della nave Azzurra, attualmente in rada ad Augusta. A bordo della Allegra, che si trova a Palermo, sono presenti 798 stranieri e di questi i positivi sono 264. A Lampedusa è arrivata la Rhapsody e sono stati imbarcati 113 migranti, di cui sono positivi quasi la metà, ovvero 53, per un totale complessivo di 814 ospiti che ora faranno rotta per Palermo. 500 migranti di Lampedusa sono stati, poi, trasferiti sulla Snav Adriatico e attualmente non sono stati resi noti i dettagli sulle positività a bordo. La gestione dei migranti di Lampedusa pare che avverrà adesso in maniera diversa: gli sranieri che sbarcheranno sull'isola saranno accompagnati all'hotspot solo per i controlli sanitari, per venire poi imbarcati sulle due navi che stazioneranno nell'isola. Tutto questo al costo di circa 9milioni di euro.

Migranti positivi, ecco il "trucco" che nasconde i veri numeri. C’è un "trucco" nella conta dei migranti positivi. E così la percentuale dei contagiati sbarcati in Italia viene sottostimata. Alberto Giorgi, Martedì 25/08/2020 su Il Giornale. Quella siciliana è un’estate caldissima. Clima a parte, l’isola più a sud d’Italia è in ginocchio, travolta dall’immigrazione senza controllo, che va ad acuire le problematiche sanitarie dovute alla pandemia di Sars-Cov-2. Nelle ultime settimana sulle coste siciliane sono continuati a sbarcare centinaia di migranti, molti dei quali, peraltro, positivi al coronavirus. Diamo due numeri. Solamente nella giornata di ieri in Sicilia si sono registrati sessantacinque nuovi casi. Ecco, cinquantotto dei sessantacinque nuovi positivi sono immigrati arrivati a Lampedusa. Insomma, il 90% dei nuovi contagiati è rappresentato da migranti da poco sbarcati sul territorio italiano. La cosa ulteriormente grave è un’altra: assai probabilmente, i migranti positivi al Covid-19 sono ancora di più, dal momento che si sono verificati (e continuano a esserci) diversi sbarchi "fantasma" di decine di persone che riescono così a sfuggire a qualsiasi controllo, facendo perdere immediatamente le proprie tracce. Non solo. Le nostre istituzioni, impegnate ad aggiornare quotidianamente la conta dei contagi nel Belpaese – ieri i positivi sono arrivati a quota 953 –, classificano tra i casi positivi dovuti agli sbarchi solamente quelle persone che effettuano l’esame del tampone appena sbarcati. Come detto, un buon numero di immigrati riesce a sviare ai controlli e quindi, anche se positivi al coronavirus, sparisce nel nulla e, ovviamente, non va ad aggiungersi al numero (già) alto dei contagi. Insomma, la percentuale dei positivi da sbarco viene decisamente sottostimata. E lo è anche per un’altra ragione spiegata da La Verità, che è la seguente: se un immigrato, appena messo piede sul territorio italiano, viene trovato positivo al Sars-Cov-2, non viene classificato come "positivo da sbarco", bensì come "straniero residente o arrivato recentemente". E così, come per magia, sparisce dalla percentuale dei positivi da sbarco. Ecco spiegato il "trucchetto" delle nostre autorità che va a nascondere i veri numeri. Siamo dunque al paradosso: un migrante appena sbarcato in un porto della Sicilia, se risulta positivo, non viene fatto rientrare nella percentuale dei contagi da sbarco, ma come "straniero residente o in transito". E pensare che appena una manciata di giorni fa il presidente del Consiglio superiore di sanità – nonché membro del Comitato tecnico scientifico che da mesi sta coadiuvando il governo nella gestione della crisi sanitaria – assicurava una realtà ben diversa. Franco Locatelli, infatti, sosteneva: "A seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da nostri concittadini tornati dalle vacanze o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono, è minimale, non oltre il 3-5% è positivo e una parte si infetta nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate". Il contributo alla conta dei contagi dei migranti, in realtà, così "minimale" non è.

Migranti, governo impugnerà l'ordinanza di Musumeci. Il governatore diffida i prefetti: "Applicatela". Il governatore aveva disposto lo sgombero di hotspot e centri di accoglienza dei migranti dell'isola: "Sia data rapida esecuzione al provvedimento". La Repubblica il 25 agosto 2020. Il governo impugnerà in tempi rapidi l'ordinanza con la quale il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, aveva disposto lo sgombero di hotspot e centri di accoglienza dei migranti dell'isola. E' quanto si apprende da fonti dell'esecutivo. La decisione e" stata presa dopo un attento esame di tutti gli atti e le norme dell'ordinamento. Ma il governatore siciliano non si arrende e ha inviatoin serata una nota di diffida alle autorità competenti (le Prefetture) per l'esecuzione della propria ordinanza emanata lo scorso 22 agosto su hotspot e centri di accoglienza per migranti. Nel documento, il governatore richiede, tra le altre misure, di illustrare il crono-programma del progressivo svuotamento degli hotspot per le gravi ragioni di promiscuità e assembramento in cui sono costretti gli ospiti. "Qualora ciò non fosse stato già predisposto (come avvenuto stamane per il trasferimento dei migranti risultati positivi al Coronavirus, contagiatisi tra loro, nella struttura di Pozzallo), nella piena vigenza della ordinanza", il presidente Musumeci ha chiesto "di dare rapida esecuzione al provvedimento, tenuto conto altresì dell'enorme numero di migranti attualmente presenti senza alcun distanziamento e pregiudizio della loro salute, nell'hotspot di Lampedusa".

Il governo si affida al Tar per fermare Musumeci. Ma il giurista: ha ragione. L'esperto: ordinanza valida. Lamorgese: "Via 800 migranti dagli hotspot siciliani". Giuseppe Marino, Giovedì 27/08/2020 su Il Giornale. C'è lo scontro verbale, con il ministro Lamorgese che replica a Salvini («ha superato ogni limite») c'è quello a colpi di cavilli che da ieri è ufficiale. E c'è il dramma della situazione sul campo, che per gli hotspot siciliani è pessima. La nave quarantena «Azzurra» ieri è attraccata a Lampedusa per far salire a bordo 200 migranti, tra cui i 70 contagiati e Lamorgese parla di 800 trasferimenti in tutto in vista, mentre era trapelata la notizia di una gara per nuove navi quarantena. Ma nell'isola di frontiera per ora restano altri mille migranti. E dei 33 nuovi contagiati scoperti ieri in Sicilia, tre sono nell'hotspot lampedusano. E sempre ieri è arrivata la denuncia dell'Usip: «Il personale dell'XI Reparto Mobile di Palermo, ha registrato il primo caso di positività tra gli operatori provenienti da Lampedusa». È la conferma della difficoltà di gestire un centro con un numero di ospiti quadruplo della capienza massima. E l'accelerazione dei trasferimenti conferma quantomeno la valenza politica dello strappo del governatore siciliano con l'ordinanza che ordina di svuotare gli hotspot. Ieri è arrivato anche il ricorso del Viminale Tar della Sicilia contro l'ordinanza per l'invasione di competenza e «perché avrebbe effetti su altre regioni».Passo indispensabile per impedire che la mossa di Musumeci dispieghi i suoi effetti. Perché, nonostante il ministero avesse liquidato come «nulla» l'ordinanza, la questione giuridica è ben più complessa. Ne è convinto Claudio Zucchelli, attuale presidente dell'equivalente siciliano del Consiglio di Stato ed ex direttore per dieci anni del Dagl, il dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi. Il giurista ha messo on line un parere che liquida l'argomento della «nullità» dell'ordinanza: «È errato, oltre che scorretto, - scrive Zucchelli - sostenere che non ha alcun valore, essa ha forza e valore di provvedimento amministrativo». Se ne desume che «fino a quando il giudice amministrativo non lo annulli o sospenda gli effetti, è esecutivo ed esecutorio». Ed ecco perché il Viminale, che pure aveva subito tentato il dialogo, è stato costretto al ricorso. «Che -dice Musumeci- non ci fermerà». Secondo Zucchelli del resto, l'ordinanza non solo è legittima perché su materia sanitaria, ma il governatore ha anche il potere di farla applicare, in forza dell'articolo 31 dello Statuto della Sicilia (regione autonoma), secondo cui «al mantenimento dell'ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia di Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l'impiego e l'utilizzazione, dal governo regionale». E infatti sono in grave imbarazzo i prefetti dell'isola che si trovano a operare nel pieno di un conflitto tra poteri. Ieri i presidenti dei sindacati dei prefetti, Sinpref e Associazione prefettizi, hanno diramato una nota per esprimere «stupore» per la minaccia di Musumeci di denunciare chi non adempirà all'ordinanza. I prefetti, dicono i presidenti Antonio Giannelli e Antonio Corona, «nonostante le tante carenze in termini di risorse umane», continuano a operare, ma chiedono «che si definisca con chiarezza chi deve fare cosa». Un conflitto istituzionale in piena regola. Di fronte al quale il premier Conte continua a lasciare sola il ministro Luciana Lamorgese. Un silenzio talmente assordante da far sospettare addirittura una delegittimazione politica, visto che la poltrona di Lamorgese fa gola a molti. Anche nel Pd.

Migranti in Sicilia, il governo ha impugnato l'ordinanza di Musumeci. Pubblicato mercoledì, 26 agosto 2020 da La Repubblica.it. Il Governo ha impugnato l'ordinanza del presidente della Sicilia Nello Musumeci che prevede la chiusura degli hotspot e dei centri di accoglienza per migranti presenti sull'isola. Il ricorso sarebbe già stato notificato alla controparte e ne è in corso il deposito presso il Tar della Sicilia. Alla base dell'impugnazione la considerazione che la gestione del fenomeno migratorio è competenza dello Stato, non delle Regioni. Ma il presidente Musumeci difende il suo provvedimento. "Il Governo centrale vuole riaffermare la sua competenza sui migranti. Mi verrebbe da dire: bene, la eserciti pure e intervenga come non ha fatto in questi mesi - dice il governatore - La Sicilia difenderà la propria decisione davanti al giudice amministrativo. Ma nessuno pensi che un ricorso possa fermare la nostra doverosa azione di tutela sanitaria. Compete a noi e non ad altri. E su questa strada proseguiremo". In precedenza erano stati prefetti a criticare l'iniziativa del governatore siciliano: "Suscita stupore l'iniziativa del Presidente della Regione Sicilia, stando a notizie di stampa, di sollecitare le prefetture di quel territorio - pena il possibile deferimento alla Autorità giudiziaria - a dare tempestiva esecuzione alla ordinanza con la quale ha disposto la chiusura di hot-spot e centri di accoglienza migranti". Lo scrivono in una nota i sindacati dei prefetti, Sinpref e Ap, i quali, "senza entrare minimamente nel merito della questione", ricordano che "tali strutture sono operative per l'accoglienza di persone su specifiche disposizioni del Viminale, con il quale solamente vanno pertanto affrontati e risolti possibili motivi di confronto". "Quanto sta accadendo in queste ore - prosegue la nota - con ordinanze, di Presidenti di Regione e Sindaci, contrastanti con direttive e circolari ministeriali, sta ancor maggiormente agitando un quadro normativo complesso in tema di gestione dell'accoglienza degli immigrati, resa oltremodo difficile dalle altrettanto delicate procedure per prevenire la diffusione del Covid. Da sempre i prefetti, come ampiamente dimostrato lavorando in silenzio e sul campo anche in occasione dell'emergenza prodotta dell'epidemia in atto, garantiscono l'unità della Repubblica, raccordando la rete istituzionale a livello territoriale. Per questo, nello spirito di servizio che ne connota ruolo e stile operativo, essi continueranno ad assicurare l'operatività necessaria a superare il delicato momento che il Paese sta vivendo, nonostante le tante carenze in termini di risorse umane che restano da colmare con urgenza". "In questo contesto - conclude il comunicato dei sindacati dei prefetti - attendono che si definisca con chiarezza chi deve fare cosa, così da evitare, ora e come anche nel recente passato, di 'pagare' con avvisi di garanzia o con inviti a dedurre del Giudice contabile, l'operare per trovare, direttamente sul campo, soluzioni concrete a situazioni emergenziali o di non prevedibile sopravvenienza. Quest'estate i migranti trasferiti dalla Sicilia in altre regioni sono già più di 4 mila. E' quanto si apprende da fonti del Viminale, secondo cui tra oggi e domani saranno 850 i migranti imbarcati a Lampedusa sulle due navi quarantena "Aurelia" e "Azzurra". Nel frattempo è in corso di predisposizione il bando per il noleggio di altre navi.

ANTONIO FRASCHILLA per palermo.repubblica.it il 27 agosto 2020. Il Tar di Palermo accoglie  la richiesta di sospensione dell'ordinanza del governatore siciliano Nello Musumeci in tema di immigrazione. Richiesta del governo Conte che ha fatto ricorso contro l'atto firmato dal governatore siciliano che prevedeva la chiusura immediata degli hotspot e dei porti dell'Isola per un presunto rischio sanitario legato all'emergenza Covid e alla presenza dei migranti.  Il Tar entra subito nel merito, anche nella sospensiva, bocciando  l'ordinanza del presidente della Regione nelle sue fondamenta. Scrive il Tar nel decreto di sospensione: "Le misure adottate con l’impugnato provvedimento sembrano esorbitare dall'ambito dei poteri attribuiti alle regioni, laddove, sebbene disposte con la dichiarata finalità di tutela della salute in conseguenza del dilagare dell’epidemia da Covid-19 sul territorio regionale, involvono e impattano in modo decisivo sull’organizzazione e la gestione del fenomeno migratorio nel territorio italiano, che rientra pacificamente nell’ambito della competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, co. 2, lett. b), della Cost, e, peraltro, sono certamente idonee a produrre effetti rilevanti anche nelle altre regioni e, quindi, sull’intero territorio nazionale, nel quale dovrebbero essere trasferiti, nell’arco delle 48 ore decorrenti dalla pubblicazione dell’ordinanza, i migranti allo stato ospitati negli hotspot e nei centri di accoglienza insistenti sul territorio regionale, Inoltre la disposta chiusura dei porti all’accesso dei natanti di qualsiasi natura trasportanti migranti sembra esorbitare parimenti dalla competenza regionale". La presidente del Tar Sicilia Maria Cristina Quiligotti, che firma il decreto di sospensione,  interviene anche sulla chiusura dei porti ai migranti disposta da Musumeci con il suo atto: "La disposta chiusura dei porti all’accesso dei natanti di qualsiasi natura trasportanti migranti sembra esorbitare parimenti dalla competenza regionale". Secondo il Tar Musumeci nella sua ordinanza non dà alcuna sostanza alla presunta emergenza sanitaria: "In definitiva, l'esistenza di un concreto aggravamento del rischio sanitario legato alla diffusione del Covid-19 tra la popolazione locale, quale conseguenza del fenomeno migratorio, che, con il provvedimento impugnato, tra l’altro, si intende regolare, appare meramente enunciata, senza che risulti essere sorretta da un’adeguata e rigorosa istruttoria, emergente dalla motivazione del provvedimento stesso e altrettanto sembra potersi affermare anche in relazione alla diffusione del contagio all’interno delle strutture interessate; considerato che, pertanto, per le valutazioni tutte sopra esposte, sussistono i presupposti per l’adozione del richiesto decreto cautelare monocratico con conseguente sospensione dell’esecutività degli effetti dell’impugnato provvedimento fino alla prossima udienza del 17.9.2020, che si fissa fin da ora, ai fini della trattazione collegiale della predetta istanza cautelare". Musumeci contesta la decisione del Tar: "Quella adottata dal magistrato del Tar di Palermo è una decisione cautelare che non condividiamo e che è stata assunta senza neppure ascoltare la Regione, come può essere concesso a richiesta della parte e come noi abbiamo formalmente chiesto, non avendo potuto depositare le nostre difese - dice - tuttavia  se in pochi giorni sono stati trasferiti oltre 800 migranti è la dimostrazione che serve denunciare il problema ad alta voce. Sulla nostra competenza in materia sanitaria non faremo un solo passo indietro".

Primo round per Musumeci: i migranti lasciano Lampedusa. Guerra sui migranti, Musumeci ancora all’attacco. 850 migranti salperanno da Lampedusa attraverso due navi quarantena. Svuotato anche l'hotspot di Messina. Maurizio Zoppi, Giovedì 27/08/2020 su Il Giornale. Il pugno duro del governatore Nello Musumeci all'esecutivo romano inizia a dare i suoi frutti. L'emergenza di Lampedusa in merito agli oltre mille migranti presenti nell'hotspot in Cotrada Imbriacola si riduce nettamente. In giornata lasceranno 850 nord africani l'isola siciliana. I migranti saranno imbarcati sulle navi Azzurra e Aurelia, dotate di apposite zone rosse per isolare quelli positivi al covid. Dall'inizio dell'estate i migranti arrivati in Sicilia sono più di settemila. La seconda nave disposta dal ministro dell'Interno per la quarantena dei migranti è arrivata a Lampedusa questa mattina. Dopo giorni di maestrale la Azzurra ha già attraccato al porto di Lampedusa per operare il trasbordo di circa 700 migranti.

È già conclusa invece l'operazione di trasbordo dal centro migranti di circa 273 persone a bordo della nave Aurelia. Con questi due interventi si ridurrà sensibilmente la presenza dei migranti nell'isola e il rischio della diffusione del covid-19 a causa di numerosi positivi tra i clandestini. Nel frattempo è stato depositato nella serata di ieri (26 agosto ndr) al Tribunale amministrativo regionale della Sicilia il ricorso del governo nazionale contro l’ordinanza del presidente della Regione Nello Musumeci che prevede la chiusura degli hotspot e dei centri di accoglienza per migranti presenti sull’isola. II governo, giocando di astuzia, ha scelto non la strada dell’impugnativa Costituzionale ma quella del ricorso amministrativo. Una ‘genialata’ giuridica che permette all’esecutivo di non convocare il Consiglio dei Ministri e procedere con la firma congiunta del premier Giuseppe Conte e del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Ma la Sicilia resisterà contro il ricorso e lo farà sostenendo che lo Stato sbaglia nell’imputazione di competenza. “In queste ore tantissimi intellettuali e giuristi di ogni area mi stanno esprimendo il loro sostegno. E si fa strada – scrive Musumeci – sempre più la consapevolezza che il diritto alla salute e la dignità della persona non possono essere negoziabili”. Musumeci ha puntato il dito all'esecutivo romano anche sul fronte sociale e politico “Irazzisti veri sono quelli che fanno finta di nulla davanti a tragedie, quelli del business dell’immigrazione e dell’accoglienza. Noi abbiamo sempre detto NO ai mercanti di uomini che solo una politica seria può bloccare. Mi conforta, tra tante inutili polemiche, il sentimento di condivisione del popolo siciliano e di tanti da ogni parte d’Italia. La nostra è una battaglia di civiltà. Che non si fermerà”. ha concluso il governatore Musumeci. Anche il sindaco Cateno De Luca ha vinto la sua battaglia cittadina in merito al centro migranti della caserma Gasparro di Bisconte. Stando alle parole del primo cittadino il Cas dello Stretto oggi chiuderà battenti a seguito del trasporto in altre località dei migranti. De Luca più volte a manifestato attraverso i social, oppure interviste giornalistiche il suo consenso ad uno scontro istituzionale con Roma. “Quando si è davanti ad una struttura colabrodo cos’altro deve fare un sindaco per dare anche un segnale forte alla sua comunità? Continuare a prendere schiaffi, continuare a subire questa logica del pisciatoio siciliano? È ovvio che in queste situazioni, quando viene meno l’impegno istituzionale attraverso i Prefetti allo è scontro. E scontro sia. Non ordinanze manifesto che servono solo a prendere qualche like su facebook”. Ha affermato il primo cittadino.

Dove andranno i migranti? Numerosi sono i politici del centrodestra che vorrebbero sapere con assoluta certezza dove verranno trasferiti i migranti che salperanno dai centri migranti siciliani alla volta di altre destinazioni. Uno di questi è il segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi che attraverso una nota afferma: "Una semplice domanda al ministro Lamorgese: gli 850 clandestini che oggi lasciano Lampedusa dove andranno a finire? Andrebbero rimpatriati in Tunisia e smistati tra i Paesi UE ma dato che non accadrà supponiamo che verranno ripartiti tra le Regioni con i soliti criteri basati sul numero di abitanti, è così? Per cui in Lombardia ne toccherebbero il 14% ovvero circa 150? Pretendiamo trasparenza dal governo e un’assunzione di responsabilità pubblica: se intendono inviare altre centinaia di clandestini in Lombardia devono dirlo in modo che i cittadini lo sappiano".

Roberto Calderoli e il cavillo con cui Nello Musumeci può vincere su Conte e Lamorgese: "Ora c'è l'articolo 31". Libero Quotidiano il 28 agosto 2020. Roberto Calderoli ha un'arma segreta. La mente eccelsa della Lega non si demoralizza dopo la sospensione da parte del Tar dell'ordinanza di Nello Musumeci sulla chiusura degli hotspot e dei centri di accoglienza. "A mio avviso - spiega in un post su Facebook - resta la validità amministrativa del provvedimento che riguarda la tutela della salute dei cittadini siciliani, e dei turisti in transito in Sicilia, e non le politiche migratorie". Ma non è tutto, perché il senatore del Carroccio verga un consiglio preziosissimo al governatore della Regione Sicilia: "A questo punto - prosegue - se io fossi in lui utilizzerei l’articolo 31 dello statuto della Regione Siciliana che prevede testualmente che: ‘Al mantenimento dell'ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l'impiego e l'utilizzazione, dal Governo regionale. Il Presidente della Regione può chiedere l'impiego delle forze armate dello Stato'". Insomma, statuto alla mano il responsabile dell’ordine pubblico in Sicilia è il presidente regionale, "che può delegare questa competenza al Governo centrale (testualmente: Il Governo dello Stato potrà assumere la direzione dei servizi di pubblica sicurezza, a richiesta del Governo regionale): una possibilità, non un obbligo". Un vero e proprio schiaffo a Luciana Lamorgese e Giuseppe Conte che, fin da subito, si sono dichiarati contrari alla decisione. E a questo punto, nel braccio di ferro tra Stato e Regione, che vinca il migliore.

Immigrazione, la denuncia della Lega dalla Sardegna: "Algerini sbarcano tra i turisti" per poi dileguarsi nel nulla. Libero Quotidiano il 28 agosto 2020. Altro video-denuncia della Lega. Nella pagina Twitter del Carroccio si vede nuovamente un filmato a dir poco sconcertante che mostra quanto l'Italia sia ormai allo sbando. Il motivo? Anche nella giornata di giovedì 27 agosto un gruppo di algerini è sbarcato come nulla fosse tra i turisti. È accaduto in Sardegna, nella spiaggia di Tuerredda. Qui un gruppetto di clandestini lascia a bordo della piccola imbarcazione qualche vestito per poi dileguarsi nel nulla. Un rischio che ora come ora il Paese non può permettersi, quello degli sbarchi incontrollati, visto e considerata l'emergenza coronavirus. Eppure al governo poco importa e lo ha dimostrato con il "no" all'ordinanza del governatore della Sicilia, Nello Musumeci, sulla chiusura degli hotspot e dei centri di accoglienza al collasso.

Il bollettino shock della Sicilia: "65 nuovi casi, 58 migranti". I dati sul Covid parlano chiaro: il 90% dei nuovi contagiati si conta tra i migranti. Musumeci attacca: "Avanti con ordinanza". Ignazio Stagno, Lunedì 24/08/2020 su Il Giornale. In Sicilia la situazione sul fronte della gestione dell'immigrazione è sempre più fuori controllo. I casi di contagio tra i migranti aumentano e l'isola deve fare i conti con una bomba Covid da non sottovalutare. E a preoccupare (e non poco) l'amministrazione regionale è il bollettino di oggi. I numeri parlano chiaro: su 65 nuovi casi, 58 sono migranti. Un dato che arriva proprio nella giornata in cui si è acceso ancora di più lo scontro tra la stessa Regione e il Viminale. Sul campo infatti resta l'ordinanza del governatore, Nello Musumeci, che prevede lo sgombero degli hotspot a partire dalla mezzanotte. L'ordinanza è stata liquidata dal Viminale come una atto dal poco valore giuridico. Ma su questo fronte lo stesso Musumeci ha annunciato battaglia: "Nelle sedi opportune e davanti la magistratura ognuno farà valere le proprie ragioni. Se la mia ordinanza entro mezzanotte non verrà rispettata ci troveremo di fronte un atto grave di omissioni contro cui andrò a procedere. Il mio unico compito è quello di gestire l’emergenza Covid. Sul piano politico ho già parlato con la ministra Lamorgese diverse volte, ho chiesto di intervenire, ho chiesto la nave in rada per i positivi, ho chiesto un ponte aereo, lo stato d’emergenza per Lampedusa; non si può pensare che la nostra sia una terra in cui gestire un fenomeno che viene gestito male. Si faccia quel che si deve fare, si chiudano questo obbrobriosi centri, si dia dignità a questi migranti". Parole che lasciano intuire come possa essere duro lo scontro che si profila all'orizzonte tra la Regione e il governo. Uno scontro che va avanti ormai da giorni. La regione Sicilia intanto ha già fatto un passo avanti. Con una circolare l'assessorato alla Sanità ha chiesto alle Aziende sanitarie provinciali e alla prefetture "una celere ricognizione e puntuale indicazione del numero dei soggetti migranti, attualmente ospitati all'interno dei centri di accoglienza/hotspot insistenti sulla provincia di pertinenza, o altro genere di strutture eventualmente interessate dalle disposizioni dell’ordinanza regionale". Insomma la Sicilia si prepara a dar seguito nei fatti all'atto varato dal governatore. E proprio su questo fronte, lo stesso Musumeci ha rincarato la dose a Stasera Italia su Rete 4: "A mezzanotte scade il termine della mia ordinanza, cosa accadrà? Se lo Stato dovesse dirmi 48 ore non bastano e chiede una settimana va benissimo. Ma io non posso far finta di niente. Dopo la mezzanotte ci penseranno le prefetture ad eseguire la mia ordinanza, come hanno fatto con le due precedenti ordinanze, ci penseranno le prefetture attivando le forze dell’ordine - ha spiegato Musumeci - se ricevessero una telefonatina da Roma per dire: non eseguire l’ordinanza di Musumeci, saremo difronte a una vera e propria omissione d’atti d’ufficio. E non resterebbe che rivolgermi alla magistratura, a meno chè entro mezzanotte il Governo non voglia impugnare la mia ordinanza e a quel punto andremo davanti alla magistratura amministrativa e ognuno farà valere le proprie ragioni. Io credo di stare solo compiendo il mio dovere come soggetto attuatore per l’emergenza Covid 19, niente di più, anzi mi scandalizza che nessuno lo abbia sottolineato prima". Il dato del bollettino di oggi però alza ancora di più l'asticella della tensione. E questa volta il Viminale non potrà ignorare la realtà cruda dei numeri.

Esplode il coronavirus tra i migranti accolti. L'isola in ginocchio tra lager e navi-lazzaretto. Trasferiti 62 positivi da Pozzallo a bordo della Azzurra al largo di Trapani. Chiara Giannini, Mercoledì 26/08/2020 su Il Giornale. Il presidente della Regione Siciliana ha già attivato le procedure per mettere in atto l'ordinanza che svuoterà la sua regione dai migranti. Tanto che ieri nei centri siciliani hanno iniziato ad arrivare le task force volte a verificare le condizioni di salute degli ospiti. «Da stamattina - ha scritto ieri il governatore sui social - , a quanto apprendo, si è iniziato a svuotare l'hotspot di Pozzallo, dove alle 11 arriverà il nostro team per esaminare l'idoneità dei locali. I ricorsi notificati a mezzo stampa non producono effetti. Ma alzare la voce, a tutela della salute pubblica, evidentemente sì. Vedremo se in qualche giorno si ristabilirà la legalità. Vi tengo aggiornati!». Il fatto è che quella di Musumeci è una corsa contro il tempo, anche perché il Covid si sta diffondendo a macchia d'olio tra i migranti. Ieri su 162 ospiti dell'hotspot di Pozzallo 62 sono risultati positivi al Covid. Un pullman della Croce Rossa Italiana li ha quindi caricati per trasportarli a Trapani, dove sono stati imbarcati sulla «Azzurra», la nave quarantena messa a disposizione del governo insieme alla «Aurelia», inizialmente per far trascorrere i 14 giorni di vigilanza sanitaria agli immigrati, ma adesso con funzioni simili a quelle avute anche dalla Moby Zazà, ovvero di vera e propria «nave di contenimento» del contagio da Covid-19. Una sorta di lazzaretto. Il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna ha chiarito: «È il frutto di una collaborazione quotidiana, continua e riservata con il ministero dell'Interno e con la prefettura di Ragusa che testimonia come soltanto la sinergia istituzionale può portare a risultati celeri». Anziché fare un plauso a Musumeci, che usa il pugno duro per liberare la sua terra dai malati di Covid, Ammatuna ringrazia «il ministero dell'Interno, la prefettura di Ragusa e quanti si sono spesi per raggiungere» il risultato. «Purtuttavia - prosegue -, tutto ciò non significa che non esistano problemi nella gestione dei flussi migratori e ribadisco la necessità che il presidente Conte dia la massima priorità alla questione, coinvolgendo il governo nella sua interezza». E stranamente una presa di posizione c'è anche dal parte del sindaco di Lampedusa Totò Martello, che fino a pochi giorni fa sembrava aver scelto la via dell'accoglienza, simboleggiata sulla sua isola dalla «porta d'Europa». «L'ordinanza di Musumeci - ha detto - vuole svegliare un governo assente. Però se noi chiudiamo l'hotspot, quando ci saranno gli arrivi spontanei dove andranno i migranti? Salvini, che è entrato in un hotspot senza mascherina e quindi dovrebbe fare un po' di quarantena, ha detto una falsità dicendo che i migranti infetti girano nell'isola, non è vero assolutamente. Questo racconto, falso, ha dato il colpo di grazia al turismo». Peccato che Martello neghi la realtà in maniera plateale, visto che dei migranti che fuggono dall'hotspot e girano sull'isola c'è ampia documentazione giornalistica.

Da liberoquotidiano.it il 24 agosto 2020. Per criticare Nello Musumeci, l'ineffabile Gad Lerner non trova di meglio che dargli del fascista. Il tema è l'emergenza migranti e il braccio di ferro tra il governatore di centrodestra della Sicilia, che ha imposto lo sgombero degli hotspot e dei centri accoglienza per motivi sanitari, visto che stanno letteralmente esplodendo, e il Viminale che invece avoca a sé la decisione se trasferire o meno i migranti, e così facendo di fatto congela la situazione. "Una volta, se non altro, Nello Musumeci aveva il coraggio di proclamarsi fascista - scrive Lerner su Twitter, da qualche mese migrato da Repubblica al Fatto quotidiano -, Ora invece pubblica ordinanza fasulla per addossare ai migranti il contagio Covid19 e chiedere al governo di respingerli in mezzo al mare. Cioè di agire da fascista quale lui continua a essere". Risposta a stretto giro di posta di Musumeci: "Ecco l’opinione di Gad Lerner. Che fa l’intellettuale facendo finta di non capire. È razzista, caro Lerner, chi pensa di ammassare migliaia di persone in condizioni disumane. È razzista chi non muove un dito contro una invasione che ha portato oltre diecimila persone sulle nostre coste in meno di due mesi. Se ne faccia una ragione ed eviti di buttarla in caciare, restando vittima dei suoi pregiudizi ideologici. Logori pregiudizi. Io vado avanti a tutelare la salute di chiunque stia sul suolo siciliano. Faccio il mio dovere di presidente. E mi aspetto che il governo centrale faccia la sua parte".

"Sei fascista", "Sai cosa penso?". È "rissa" tra Lerner e Musumeci. Polemiche sulla decisione di sgomberare gli hotspot e i centri di accoglienza della Sicilia. Per il giornalista il governatore si conferma "fascista". Musumeci ricorda che è da razzisti "pensare di ammassare migliaia di persone in condizioni disumane". Gabriele Laganà, Lunedì 24/08/2020 su Il Giornale. La decisione di Nello Musumeci di sgomberare gli hotspot e i centri accoglienza della Sicilia per motivi sanitari non è piaciuta alla sinistra, ai radicalchic, ai cattolci progressisti e ai fautori dell’accoglienza senza se e senza ma. Una pioggia di critiche, infatti, è caduta addosso al governatore che, in queste difficili giornate, sta lavorando per tutelare la salute degli stessi migranti ma anche quella dei cittadini siciliani. Il Viminale, invece, avoca a sé la decisione se trasferire o meno i clandestini: così facendo, però, ha di fatto congelato ogni azione del governatore. La polemica è divampata grazie ai maestri dell’accoglienza che, a parte le solite frasi condite da retorica, non indicano come gestire un’emergenza di proporzioni bibliche. Del resto quando si tratta di parlare tutti sono bravi. Ma come dimostra il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, le posizioni cambiano quando si tocca con mano l'emergenza. Eppure c’è chi proprio non accetta che ci sia qualcuno impegnato a porre un freno al flusso di clandestini nel nostro Paese. Tra questi vi è Gad Lerner. Il giornalista de Il fatto Quotidiano non ha trovato di meglio che dare del fascista al governatore. "Una volta, se non altro, Nello Musumeci aveva il coraggio di proclamarsi fascista – ha scritto Lerner su Twitter-. Ora invece pubblica ordinanza fasulla per addossare ai migranti il contagio Covid19 e chiedere al governo di respingerli in mezzo al mare. Cioè di agire da fascista quale lui continua a essere". Il messaggio è stato accompagnato da una foto che ritrae un giovane Musumeci in compagnia di Giorgio Almirante. Un fatto, questo, che evidentemente il giornalista deve considerare come un motivo di vergogna. Ma Musumeci non è un tipo che si lascia intimorire dagli attacchi dei suoi nemici. Il governatore, poco dopo aver saputo dell’affondo di Lerner, su Facebook ha risposto: "Ecco l’opinione di Gad Lerner. Che fa l’intellettuale facendo finta di non capire. È razzista, caro Lerner, chi pensa di ammassare migliaia di persone in condizioni disumane. È razzista chi non muove un dito contro una invasione che ha portato oltre diecimila persone sulle nostre coste in meno di due mesi". "Se ne faccia una ragione ed eviti di buttarla in caciare, restando vittima dei suoi pregiudizi ideologici- ha dichiarato ancora Musumeci-. Logori pregiudizi. Io vado avanti a tutelare la salute di chiunque stia sul suolo siciliano. Faccio il mio dovere di presidente. E mi aspetto che il governo centrale faccia la sua parte".

Matteo Salvini e Nello Musumeci denunciati: "Tre accuse gravissime", il gioco sporco della sinistra sui migranti. Libero Quotidiano il 25 agosto 2020. “Non mi bastavano i processi per sequestro di persona: la sinistra mi ha denunciato, insieme al governatore Nello Musumeci, per procurato allarme, abuso d’ufficio e diffamazione”. Matteo Salvini prende le tre denunce e se le mette al petto come se fossero medaglie: il capogruppo di Italia Viva al Senato lo ha denunciato insieme al presidente della Regione Sicilia. “Noi abbiamo detto basta agli sbarchi - ha dichiarato il segretario della Lega - con il traffico degli esseri umani e con il virus che arriva dall’altra parte del mondo. E cosa succede? Un’altra denuncia. Renzi sta bene? Conte e Lamorgese dove sono? Invece Di Maio non va disturbato perché domani ospita in pompa magna il ministro degli Esteri cinese, chissà che non porti qualche monopattino elettrico per Toninelli e qualche banco a rotelle per la Azzolina”. Salvini dovrà già andare a processo a Catania il 3 ottobre per sequestro di persona: “Adesso grazie a questo governo raccolto altre tre denunce. Io ho semplicemente difeso i confini, la sicurezza, la salute, le leggi e l’orgoglio del mio paese. E continuerò a farlo”.  Non mi bastavano i processi per “sequestro di persona”: la sinistra (nella persona del signor Faraone) mi ha denunciato, insieme al governatore della Sicilia Musumeci, per “procurato allarme”, “abuso d’ufficio” e “diffamazione”...! 

Andrea Priante per il ''Corriere della Sera'' l'8 agosto 2020. In principio fu il «paziente 0»: un operatore pakistano addetto alla raccolta dei rifiuti, che a giugno rientrò da un viaggio in patria e finì nel reparto Malattie infettive dell' ospedale. Prima del ricovero ebbe il tempo di contagiare un migrante ospite della struttura in cui lavorava, la «Serena» di Treviso. È un' ex caserma trasformata in centro di accoglienza per richiedenti asilo. Oggi lì vivono trecento profughi. E di questi - a meno di due mesi da quel primo caso - 246 hanno contratto il Covid-19 assieme a undici operatori. Tutti asintomatici. Attualmente è il più grande focolaio di coronavirus in Italia. Che la situazione rischiasse di degenerare lo si era capito già il 30 luglio, quando un primo giro di tamponi aveva consentito di scoprire 137 migranti infetti. Ma in una decina di giorni il bilancio si è drasticamente aggravato e ora il sindaco di Treviso, Mario Conte, vuole sapere di chi è la responsabilità di quella «bomba sanitaria», il segretario della Lega Matteo Salvini punta il dito sul governo «che spalanca i porti e mette in pericolo l' Italia» e, dal fronte opposto, il candidato del centrosinistra alle regionali Arturo Lorenzoni evidenzia «carenze nel monitoraggio sanitario» parlando di una situazione che è «una vergogna nazionale». Su come sia stato possibile lasciar crescere l' emergenza fino a questo punto, ci sono teorie diverse. Gianlorenzo Marinese, il presidente di Nova Facility - la società che gestisce il centro - ricorda che dopo il primo allarme di giugno i 300 ospiti rimasero in isolamento per otto giorni e poi furono lasciati liberi di muoversi «senza neppure essere sottoposti a un nuovo tampone». Dall' Usl dicono che «il protocollo non prevedeva un nuovo giro di test e comunque all' interno della struttura non ci sono le condizioni di sicurezza», considerato che a giugno i medici erano stati aggrediti e sequestrati in guardiola da un gruppo di ospiti. Ma anche ipotizzando che il focolaio di oggi non sia conseguenza diretta di quello di due mesi fa, com' è stato possibile che i 137 malati di fine luglio siano stati lasciati nelle condizioni di infettare altrettanti ospiti sani? E qui la risposta ha del sorprendente: positivi e negativi al tampone non sono mai stati separati. Si era deciso di creare, all' interno della «Serena», una palazzina dove isolare gli infetti ma in realtà non è mai stato fatto: da giugno a oggi, i profughi hanno continuato a condividere camere e spazi comuni. Marinese dice che i soliti facinorosi hanno rifiutato il trasferimento al grido «il Covid non esiste» e lui non ha «l' autorità per costringerli a fare le valigie né a indossare le mascherine o a usare il disinfettante». Il prefetto Maria Rosaria Laganà conferma che non è stato possibile obbligare i contagiati a trasferirsi nella palazzina accanto: «Non ci sono i presupposti di legge. La norma impone di stare in quarantena, non di chiudere le persone in un recinto o in una stanza». Le fa eco il direttore generale dell' Usl Francesco Benazzi: «Ciò che è accaduto dipende dal mancato rispetto delle norme di distanziamento. Il campanello d' allarme doveva darlo la coop, garantendo l' isolamento nella palazzina e l' uso delle mascherine». Il risultato è che a Treviso migranti sani e malati sono rimasti insieme, lasciando campo libero al virus. In un caso simile sempre in Veneto, a Jesolo, si era agito diversamente: alla scoperta di un focolaio nel centro gestito dalla Croce Rossa, era subito scattato il trasferimento dei positivi in un' altra struttura. In questo modo, almeno lì, la situazione non era peggiorata.

Silvia Madiotto per corriere.it il 7 agosto 2020. Contrariamente all’ottimismo dimostrato dal direttore dell’Usl 2 il giorno in cui venivano effettuati i tamponi, l’aumento esponenziale dei casi positivi fra i profughi dell’ex caserma Serena di Treviso è qualcosa di molto simile a un disastro. Erano 137 una settimana fa: dopo il maxi screening di controllo, al termine di una settimana di quarantena obbligatoria, i positivi sono diventati 246 su 281 ospiti a cui si aggiungono anche 11 operatori (su 25), che prima invece non avevano evidenziato contatti con il virus. Ci sono solamente 49 persone “sane” lì dentro. Ad alleggerire la tensione non basta che, su circa 130 colleghi di lavoro delle aziende in cui sono impiegati i migranti, le positività siano state soltanto due. Quello che sta capitando all’interno della Serena, dove le linee guida evidentemente non hanno sortito effetto sul contenimento del contagio, diventa un grosso problema e un allarme sanitario. «Qui ci sono delle gravi responsabilità e altrettanto gravi silenzi del Governo - taglia corto il sindaco di Treviso Mario Conte -. Da lì non deve uscire nessuno finché non saranno tutti negativi, dobbiamo tutelare la salute della nostra comunità. I danni al territorio sono incalcolabili, qualcuno dovrà renderne conto».

Il sindaco. Quasi otto su dieci fra i rifugiati e i dipendenti di Nova Facility sono positivi al Covid. Conte sta preparando una richiesta a Nova Facility: vuole sapere cosa sia accaduto alla caserma. «E come mai ci siano così pochi operatori a monitorare la situazione – dice Conte -. Bar, ristoranti, negozi e fabbriche applicano rigorosamente le linee guida per ridurre il contagio. Non è che allora alla Serena possa succedere di tutto. Penso ai ragazzi lì accolti, a chi ha altre patologie. Ma se non ci sono regole, tutti mangiano insieme, dormono dove dormivano prima, non usano le mascherine e non rispettano l’isolamento negli edifici preposti, ci sono delle carenze evidenti». Ovviamente, l’isolamento della struttura continua, la Serena è blindata e monitorata a vista dalle forze dell’ordine, e ci sono molti dubbi sul fatto che possa riaprire i cancelli al termine delle due settimane di prassi. «Abbiamo chiesto all’azienda un resoconto di quanto sta accadendo - annuncia il prefetto Maria Rosaria Laganà -. Dovranno farci sapere il motivo per cui il contagio si è esteso, cosa hanno fatto per rispettare le prescrizioni dell’Usl, quanto personale aggiuntivo è stato inserito, se ci sono state delle carenze».

Il prefetto. Già prima dell’esito drammatico del terzo round di tamponi il prefetto evidenziava criticità, anche sui disordini e violenze che si verificano all’interno della struttura. «Prima dell’emergenza non c’erano segnalazioni, si comportavano tutti bene, altrimenti saremmo intervenuti. Cos’è cambiato? Non sappiamo di chi fra gli ospiti siano le responsabilità, attendiamo le indagini dell’autorità giudiziaria. Valutare la gestione dell’azienda in questo momento è complicato, ci sono 290 ospiti chiusi, alcuni malmostosi, e non possiamo chiedere a Nova Facility azioni di forza, ma abbiamo chiesto che sia aumentata la presenza all’interno e di rafforzare la vigilanza».

I migranti, la bomba sanitaria e i negazionisti della sinistra. Per dem e renziani il problema non sono i migranti positivi ma gli italiani. E al boom di sbarchi rispondono cancellando i dl Sicurezza e riproponendo lo ius soli. Così portano al collasso il Paese. Andrea Indini, Domenica 02/08/2020 su Il Giornale. La sinistra sta mettendo in atto l'ennesimo gioco al massacro: negare cioé che in Italia ci sia un'emergenza sanitaria legata all'immigrazione clandestina. Farlo non solo è pericoloso perché non procrastina qualsiasi intervento volto a risolvere una situazione ormai esplosiva, ma è anche dannoso per tutti quei cittadini che fino a oggi hanno rispettato tutte le regole imposte dal governo per arginare i contagi, minando così l'intero sistemo economico del Paese. Molti nuovi focolai sono "d'importazione", vengono da fuori. Eppure la maggioranza non lo accetta: anziché sventolare bandiera bianca, ammettendo di non essere in grado (ideologicamente parlando) di fermare gli sbarchi dei clandestini, di far rispettare la quarantena ai migranti, di effettuare i dovuti controlli alle frontiere, preferisce riversare (ancora una volta) sugli italiani le proprie attenzioni vessandoli e mettendoli in difficoltà. La prima a ribaltare la realtà sulla portata dell'emergenza sanitaria legata ai continui sbarchi è stata Maria Elena Boschi. Nei giorni scorsi, in un'intervista al Corriere della Sera, ci teneva a precisare che "tecnicamente il coronavirus è stato esportato dagli italiani in Africa con gli aerei e non da loro con i barconi". Oggi, dalle colonne dello stesso giornale, è toccato al ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, rincarare la dose rivendicando che "il 75% dei positivi sono italiani, contagiati da altri italiani". "I positivi stranieri salvati in mare vengono tutti sottoposti a test e tamponi e molti di loro ripartono immediatamente. Non mi pare il tema". L'esponente dem invita piuttosto a prendersela con "le feste senza regole" o con "l’imprenditore irresponsabile che, tornato dall'estero, è andato in giro con i sintomi". Certo, si tratta di atteggiamenti da condannare senza se e senza ma. Ma si tratta anche di girare la testa da tutt'altra parte perché la pressione a cui sono sottoposti i porti italiani nelle ultime settimane (solo nel mese di luglio gli sbarchi sono aumentati di oltre il 400 per cento) e la situazione imbarazzante in cui versano i centri di prima accoglienza dovrebbero suggerire al governo Conte che la misura è colma e che rimandarne la situazione significa esporre l'intero Paese a rischi inutili. I campanelli d'allarme sono numerosi: i focolai all'interno della comunità bengalese di Roma, i ritorni "fantasma" dall'Est Europa con i pullman che evitano i controlli all'arrivo, gli sbarchi sulle coste del Sud Italia e le fughe dei migranti sulle spiagge, le strutture colabrodo a cui vengono destinati gli stranieri che dovrebbero stare in quarantena. Tutti questi casi messi insieme danno l'immagine di un governo incapace di far rispettare le regole e fanno temere che la situazione sia del tutto sfuggita di mano. Nei giorni scorsi, durante un evento di Forza Italia, Silvio Berlusconi aveva apertamente invitato il premier Giuseppe Conte a "vigilare sul rischio di una nuova ondata di coronavirus di importazione, che passa per gli immigrati che arrivano clandestinamente in Italia". "Mai come oggi - aveva avvertito - è necessario un controllo rigoroso delle frontiere". La risposta della maggioranza, al netto delle litigiosità interne, è stata diametralmente opposta: c'è chi sogna lo smantellamento dei decreti Sicurezza e, di conseguenza, la riapertura dei porti, e chi torna a cianciare di ius soli. L'esatto opposto di quello di cui avremmo bisogno. E, mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio perde tempo nel proporre rimpatri veloci, che mai avverranno, e interventi contro le imbarcazioni dei trafficanti, al Viminale tutto tace e a nessuno della Difesa viene in mente di far blindare dall'esercito i centri migranti o le strutture per l'accoglienza per evitare altre fughe. "Si può sapere che cosa sta facendo il governo per arginare questo gravissimo fenomeno?", si chiede Giorgia Meloni. Il rischio, come detto, è che i giallorossi, in nome di quella che la leader di Fratelli d'Italia definisce una "spregiudicata politica immigrazionista", vanifichino tutti i sacrifici fatti sino a oggi dagli italiani. "Davvero in Italia chi arriva illegalmente è al di sopra della legge e può fare quello che vuole, anche mettere a rischio la salute e la vita dei cittadini? Basta: la misura è colma". Il punto è che il Paese non può permettersi una seconda onda. Non può permetterselo sia dal punto di vista sociale sia economico. Per questo bisogna fare tutto quello che è necessario per fermare tutte le possibilità di nuovi contagi. Non solo. Al netto dell'emergenza legata alla diffusione del Covid-19, è importante anche riprendere in mano il dossier immigrazione. Per cinque anni, durante i governi Letta, Renzi e Gentiloni, trafficanti e Ong hanno avuto il "lasciapassare" per le nostre coste. Dopo la (breve) parentesi del pugno duro di Matteo Salvini, si è ritornati al vecchio malcostume e il business dell'accoglienza ha ripreso a galoppare senza sosta. Per il Nicola Zingaretti e i suoi non è ancora abbastanza: chiedono di allargare ulteriormente le maglie. Il loro sogno, con il beneplacito dell'Unione europea, è di trasformare il Paese in un gigantesco porto di approdo per tutti i disperati del terzo mondo. I risultati di questa politica scellerata sono sotto i nostri occhi e li abbiamo pagati a caro prezzo già negli anni scorsi.

Ecco in quali Regioni il governo ha inviato migranti positivi al Covid. Toscana, Piemonte, Basilicata, Molise, Lazio: il governo giallorosso ha deciso di smistare i migranti positivi al coronavirus in giro per l'Italia. Federico Giuliani, Domenica 02/08/2020 su Il Giornale. Dal Lazio alla Toscana, dal Lazio al Piemonte, passando per Basilicata e Molise. Il governo giallorosso ha deciso di smistare i migranti in varie regioni italiane, così da alleggerire la pressione sull'hotspot di Lampedusa, ormai al collasso. Al di là della logica alla base dell'accoglienza, c'è un altro problema da considerare al tempo del coronavirus. Ossia la possibilità che i nuovi arrivati possano essere infettati dal Covid. Il contesto sanitario aggrava dunque una situazione già di per sé molto complessa. Già, perché basta un solo migrante positivo all'interno di una struttura per creare un vero e proprio focolaio. Come accaduto, d'altronde, all'ex Caserma Serena di Treviso, in cui sono state trovate 134 persone infette durante lo screening che ha coinvolto i 293 ospiti e i 22 operatori impegnati nell'edificio. Un ulteriore problema è rappresentato dalla scelta dell'esecutivo giallorosso di voler spostare gli stessi migranti in giro per l'Italia. Il rischio, in questo caso, è quello di portare il coronavirus in regioni in cui l'R0, cioè il parametro usato per valutare l'andamento di un'epidemia provocata da una malattia infettiva, era sotto controllo. Detto altrimenti, dal momento che in Sicilia la situazione è critica, i giallorossi stanno distribuendo i nuovi arrivati, molti dei quali positivi al coronavirus, nel resto del Paese. Poco importa se la mossa di Giuseppe Conte ha scontentato tanto la destra quanto la sinistra. Piaccia o non piaccia, la strada è stata tracciata.

Le regioni a rischio. Ma in quali regioni sono stati inviati i migranti infetti? Secondo quanto riferisce il quotidiano Libero, 19 immigrati positivi al Covid sono stati inviati da Lampedusa al Centro temporaneo di permanenza di Torino. Il trasferimento, tra l'altro, ha creato disordini e un carabiniere è rimasto ferito. In Toscana, a Livorno, cinque immigrati restano ricoverati nel reparto Covid dell'ospedale. Ricordiamo che i pazienti, per sfuggire ai controlli, si erano tuffati nelle acque del porto da una nave traghetto proveniente da Malta. In Sicilia, a Lampedusa, si sono verificati ben otto sbarchi, compreso il soccorso di un barchino; calcolatrice alla mano, nell'isola sono giunte ben 250 persone. L'hotspot ne contiene 950. Un numero enorme, che ha spinto il sindaco locale, Totò Martello, a chiedere il loro trasferimento. La Prefettura di Agrigento ha quindi informato che 170 di loro finiranno a Porto Empedocle, ad Agrigento. Nel frattempo, a Palermo, al San Paolo Hotel, alcuni tunisini, in quarantena, hanno lasciato le loro camere creando non pochi scompigli. Attenzione però anche alla Basilicata, dove ci sono da segnalare i 37 bengalesi positivi al Covid e un clima molto teso. Nel Lazio lo scenario è stato descritto dalle parole dell'assessore alla Sanità Alessio D'Amato: "Registriamo 18 casi e zero decessi. Di questi 4 provengono da altre Regioni e 5 sono casi di importazione: un caso del Bangladesh, uno da Albania, uno dalla Moldavia, uno dal Pakistan e uno dalla Polonia". In tutto sono quasi 400 i migranti trasferiti in loco dalla Sicilia. In Molise troviamo invece 171 immigrati provenienti da Lampedusa; due di loro sarebbero risultati positivi al coronavirus.

Coronavirus, dramma a Lampedusa: sbarcano altri 26 immigrati positivi. Libero Quotidiano il 25 luglio 2020. Sbarchi senza sosta a Lampedusa, mentre il governo osserva imbelle l'invasione e mentre il sindaco, Totò Martello, minaccia di proclamare autonomamente lo Stato d'emergenza. E nelle ultime ore, oggi, sabato 25 luglio, a preoccupare ancora una volta sono i clandestini positivi al coronavirus. Gli operatori dell'hotspot faticano a gestirli, mentre il segretario generale Mp, Antonio Allotta, ha reso noto che i test sierologici condotti sulle ultime persone sbarcate "hanno dato risultato positivo per altre 25 persone". Insomma, altri 25 immigrati infetti arrivati in Italia.  La situazione ci preoccupa, perché tutti i nuovi sbarcati sono stati sul molo per ore, i positivi sono rimasti a lungo divisi dagli altri da una corda rossa, e tutti gli altri, che evidentemente devono essere sottoposti alla quarantena, sono stati pure in attesa sul posto - dice Allotta - Adesso i positivi sono stati portati in una piccola struttura chiusa, e saranno sottoposti a ulteriori esami, mentre gli altri sono stati divisi in gruppi e sono ancora in attesa. E non ci risulta che si sappia neppure dove devono essere spostati". Insomma, il caos è totale. E in questo caos, giorno dopo giorno, arrivano sempre più immigrati positivi al coronavirus.

Adesso i sindaci sono sul piede di guerra per l'arrivo di migranti contagiati. Aumenta il numero di migranti contagiati rintracciati in Italia, così come appare sempre meno gestibile la situazione relativa alle fughe dai centri di accoglienza: da nord a sud, molti sindaci adesso lanciano l'allarme. Mauro Indelicato, Venerdì 24/07/2020 su Il Giornale.  Era aprile, l’Italia era si trovava nel pieno della fase più dura delle chiusure anti covid, e già dalla Sicilia si iniziava ad intuire che la sovrapposizione dell’emergenza sanitaria e quella migratoria avrebbe creato una miscela potenzialmente esplosiva. Nel giorno di Pasqua ad esempio, 32 sindaci dell’agrigentino avevano scritto una lettera al presidente del consiglio Giuseppe Conte per lamentare problemi importanti relativi all’accoglienza. Pochi giorni prima il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, aveva chiesto per la prima volta una nave dell’accoglienza in cui far trascorrere le quarantene a chi sbarcava. E questo perché, nonostante il coronavirus, in Sicilia si continuava ad arrivare ed a Pozzallo la scoperta del primo migrante positivo al covid ha destabilizzato il sistema dell’accoglienza. Strutture riaperte, comuni già alle prese con la grave crisi dettata dalle chiusure si sono ritrovati a ricevere decine di migranti all’interno di alcuni edifici. Oggi il problema è di livello nazionale: il grido giunto in pieno lockdown dalla Sicilia è rimasto inascoltato ed ora sono molti sindaci, da nord a sud, a chiedere al governo di intervenire. Il motivo è presto detto: garantire misure di distanziamento sociale nelle strutture di accoglienza è difficile, trovare nuove strutture quasi impossibile e nelle ultime settimane sono aumentati i casi di migranti i cui tamponi hanno dato esito positivo. Un caso emblematico è arrivato questa settimana da Potenza: qui sono stati portati 26 bengalesi sbarcati qualche giorno prima a Lampedusa che, dopo alcuni controlli, sono risultati positivi al coronavirus. Persone quindi contagiate, le quali sono riuscite ad uscire senza problemi dall’isola in cui erano sbarcati e ad attraversare il meridione fino a giungere in un centro di accoglienza del capoluogo lucano. “Non accada più – ha tuonato sull’Huffington post il sindaco Mario Guarente – sono arrivati da Lampedusa con certificati che dicevano che erano negativi, questo è un fatto gravissimo, che ha messo a repentaglio la salute degli operatori delle cooperative e della comunità e che non deve ripetersi”. Una rabbia, quella del primo cittadino di Potenza, condivisa con il suo collega di Brindisi: qui almeno 30 tunisini degli 80 giunti da Lampedusa sono scappati mentre erano in quarantena in una struttura poco lontana dal centro. Ed il sindaco Riccardo Rossi ha chiesto all’esecutivo provvedimenti urgenti: “Abbiamo chiesto al Governo – si legge in una sua recente dichiarazione – che questo sia l’ultimo arrivo perché quella struttura, che fino a qualche giorno prima che ci inviassero i migranti da tenere in quarantena era un Cara, non è adeguata né dal punto di vista logistico né del personale a gestire una situazione come questa, prettamente sanitaria”. Guarente e Rossi politicamente parlando sono in apparenza agli antipodi: leghista il primo, rappresentante di una coalizione di centro – sinistra il secondo. Eppure hanno lanciato medesimi appelli ed hanno messo in evidenza la stessa rabbia, che è poi quella dei cittadini. In tanti, dalla Sicilia alla Calabria, così come in Campania, nelle ultime settimane hanno manifestato contro l’apertura di centri di accoglienza, da dove spesso si è riusciti a fuggire, in cui sono stati aggrediti poliziotti, come ad esempio accaduto al Villa Sikania di Siculiana, e dove le condizioni non sembrerebbe garantire il distanziamento sociale richiesto invece a tutto il Paese. Fughe dalle strutture di accoglienza sono state registrate in provincia di Pesaro, così come in Umbria, situazioni critiche riscontrate anche all’interno dell’hotspot di Taranto. I migranti stanno continuando ad arrivare, il numero di coloro che vengono trovati positivi è cresciuto nelle ultime settimane e, contestualmente, la macchina dell’accoglienza non sembra reggere l’onda d’urto di due crisi contemporanee, quella sanitaria appunto e quella migratoria. E adesso? Forse, in vista dei mesi tradizionalmente più delicati sul fronte degli sbarchi, potrebbe essere troppo tardi: prefetture, enti e forze dell’ordine dovranno fronteggiare numeri che aumentano con lo stesso ritmo dell’insofferenza di sindaci e cittadini. Con la prospettiva che, viste anche le condizioni delle curve dei contagi in alcuni dei Paesi da cui si parte maggiormente verso l’Italia, a partire da Libia e Bangladesh, sempre più migranti contagiati potrebbero arrivare lungo le nostre coste.

"Ci ha portato migranti positivi" La Lamorgese rischia denuncia. In Basilicata ora si teme un focolaio dopo il trasferimento degli stranieri prima ospiti a Lampedusa, il sindaco di Potenza è pronto a denunciare il ministro Lamorgese: "Si è assunta la responsabilità di mandare in giro per l'Italia gente infetta". Federico Garau, Venerdì 24/07/2020 su Il Giornale. Continua a salire la preoccupazione in Basilicata dopo l'esito dei tamponi faringei che ha riscontrato la positività al Coronavirus di 26 migranti trasferiti dalla Sicilia a Potenza. Si tratta di un fatto molto grave, soprattutto perché, come rivela il quotidiano "Repubblica", i soggetti in esame avevano con loro un certificato di negatività al virus, rilasciato dai medici di Lampedusa e firmato in data 13 luglio. In Basilicata, una delle regioni più risparmiate dal Covid-19, si teme l'origine di un focolaio. Un vero e proprio dramma, che potrebbe mettere in discussione anche la posizione del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Mario Guarente, sindaco di Potenza e rappresentante della Lega, è sul piede di guerra ed intende denunciare la titolare del Viminale."Queste persone sono arrivate con un certificato di negatività al test sierologico che io ho avuto modo di leggere, test evidentemente inattendibili", ha dichiarato ieri, come riportato da "Repubblica". "Stiamo valutando denunce non solo nei confronti di chi lo ha materialmente effettuato, ma anche della ministra Lamorgese che si è assunta la responsabilità di mandare in giro per l'Italia gente infetta". Sono 50, infatti, i miganti spostati da Lampedusa a Potenza, e più della metà si sono rivelati essere infetti. Una gestione dell'emergenza sbarchi eseguita forse troppo in fretta, con lo scopo di svuotare velocemente l'hotspot di Lampedusa, così da placare le ire dei cittadini, sempre più provati dalla situazione. Ed ora la Basilicata deve occuparsi dei contagiati. Eppure, in occasione della sua recente visita a Lampedusa, la Lamorgese aveva assicurato "la massima attenzione del governo", aggiungendo che "i migranti sbarcati vengono sottoposti a test sierologici". Gli sbarchi, tuttavia, continuano numerosi, specialmente quelli autonomi e la situazione è al collasso. Soltanto da pochi giorni, fra l'altro, sarebbe arrivato a Lampedusa il macchinario per effettuare i tamponi faringei ai nuovi arrivati. "Da ieri finalmente possiamo fare i tamponi. Prima a fare i test sierologici all'interno dell'hotspot era il medico della ditta che ha in gestione il centro, anche se quando ci sono tanti arrivi ci diamo tutti una mano, Asp e Croce Rossa", ha spiegato a "Repubblica" Francesco Cascio, direttore dell'ambulatorio. "Test sierologici sbagliati? Può capitare che ci siano falsi positivi o falsi negativi", ha ammesso. "Io a tutti coloro che accusano dico: venite qui a vedere come lavoriamo e capirete". La tensione a Potenza, ed in Basilicata, continua però a restare altissima. I cittadini non intendono accettare l'arrivo di altri positivi, lo stesso sindaco ha promesso addirittura "barriere umane". "Nel caso in cui il ministero degli Interni volesse destinarci ulteriori arrivi di migranti extracomunitari, e laddove non si effettuassero tutti i protocolli sanitari previsti, mi vedrei costretto nei modi e nelle forme di legge a impedire ulteriori accessi o presenze in Basilicata", ha affermato il presidente della Regione Vito Bardi, come riportato da "La Gazzetta del Mezzogiorno".

Tunisini in fuga dal Centro Pre Covid di Brindisi. Il Corriere del Giorno il 24 Luglio 2020. Marti (Lega): “Ora basta, Governo ed Emiliano mettono a rischio sicurezza e salute dei pugliesi”. “Il trio Conte – Lamorgese – Emiliano sta mettendo in pericolo la Puglia. La notizia della fuga nella notte di 20 tunisini dal Cara di Restinco (Brindisi), trasformato d’imperio dal Governo PD-cinquestelle in Centro Pre Covid, è un fatto preoccupante per una Regione che ha pagato un prezzo alto al Coronavirus. Assurdo e vergognoso” dichiara Roberto Marti senatore pugliese della Lega . “Come Lega abbiamo stigmatizzato da subito questa decisione, avvenuta tra le comprensibili proteste del territorio e il silenzio di Michele Emiliano, che quando si tratta di difendere i pugliesi dalle scelte scellerate e pericolose di questo governo fa orecchie da mercante, impegnato com’è a corteggiare Conte e i 5stelle per salvarsi la poltrona” aggiunge Marti. “Quanto sta accadendo, dalla Sicilia, alla Basilicata, alla Puglia è uno schiaffo in pieno volto agli italiani, che in questo lockdown hanno dato grande prova di sacrificio e rispetto delle regole, compostezza di fronte al dolore e forza d’animo nel resistere alla difficile congiuntura economica. Permettere che tutto ciò sia vanificato da una politica dell’accoglienza dissennata dei governi di centrosinistra e cinquestelle è inaccettabile! La Lega è al fianco dei territori e dei suoi concittadini. La loro sicurezza, tanto più in questo momento storico, è bene prioritario. Chiediamo che sia subito fatta chiarezza sulle responsabilità degli avvenimenti di questa notte e pretendiamo provvedimenti immediati di Emiliano, Conte e Lamorgese nei confronti di quella struttura, o saranno barricate” conclude il Sen. Marti.

Restinco, 20 migranti tunisini scappano dal Cara dove erano in quarantena. Tra loro non c'è l'uomo risultato positivo al Coronavirus e isolato. La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Luglio 2020. Venti migranti tunisini sono fuggiti alle prime ore dell'alba dal Cara di Restinco (Br), dove stavano trascorrendo la quarantena dopo essere approdati sulle coste italiane. Tra i fuggitivi, tuttavia, non c'è l'uomo risultato positivo al Coronavirus e isolato rispetto al gruppo. Inizialmente in 30 hanno provato a scappare, ma alcuni sono stati rintracciati nel giro di pochi minuti. Qualcuno provando a saltare dal muro di cinta ha riportato fratture.

Giovanni Camirri e Michele Milletti per ''Il Messaggero'' il 20 luglio 2020. Come in Fuga per la vittoria, ma questo non è un film. Una partita di pallone di sabato pomeriggio, apparentemente per divertirsi ma in realtà per scappare: così hanno fatto perdere le proprie tracce 23 dei 25 migranti tunisini accolti in un ex agriturismo gestito da una cooperativa sociale nella zona di Gualdo Cattaneo, comune di seimila abitanti a quindici chilometri da Foligno. L'allarme è scattato nella serata di sabato. Più o meno alla stessa ora in cui, a Taranto, altri 31 migranti arrivati da Lampedusa sono fuggiti da un Hotspot che si trova nella zona portuale: secondo quanto si apprende, undici sarebbero stati rintracciati. I migranti giunti a Gualdo Cattaneo, tutti uomini e richiedenti asilo, erano arrivati giovedì scorso da Agrigento, e sistemati dalla prefettura di Perugia nella struttura ricettiva per le due settimane di quarantena. Nessuno di loro è risultato positivo al covid. È subito stata organizzata una task force per le ricerche: una pattuglia della squadra volante di Foligno, ieri mattina, ne ha rintracciati due a Bevagna. Assieme agli altri due che non sono scappati, saranno immediatamente ricollocati in altre strutture. Al momento, rischiano una sanzione per aver violato la quarantena. La ricerca degli altri 21 connazionali è andata avanti per tutta la giornata di ieri e continuerà nelle prossime ore. Il sindaco di Gualdo Cattaneo, Enrico Valentini, ha detto al Messaggero: «Le autorità mi hanno comunicato che dei 25 immigrati arrivati giovedì pomeriggio a Gualdo Cattaneo, 23 risultano irreperibili dal tardo pomeriggio di sabato. Sono in corso le indagini e le ricerche da parte delle autorità con le quali sono in costante contatto. Siamo stati informati del loro arrivo dal Ministero dell'Interno con una mail. La gestione delle migrazioni va condivisa con le comunità locali soprattutto quando ad essere interessate sono realtà piccole, e con strutture altrettanto piccole, come Gualdo Cattaneo. Ora il mio compito è quello di rassicurare i cittadini e di garantire la calma sociale». Dell'allontanamento dei 23 migrati aveva dato notizia l'onorevole e segretario regionale della Lega Virginio Caparvi attraverso un post su facebook. Caparvi sostiene anche che il centro di accoglienza verrà chiuso. La prefettura di Perugia ha reso noto come, oltre al fatto che i controlli ad Agrigento avevano segnalato negatività al covid, «nella struttura di Gualdo Cattaneo gli stranieri erano stati monitorati, non presentando sintomi di malattia. Peraltro, uno di loro, recatosi al pronto soccorso a Foligno per una puntura d'insetto, è stato sottoposto nuovamente ad un test che ha avuto ancora esito negativo». La vicenda è destinata a finire sul tavolo del ministro dell'Inter Luciana Lamorgese. È quanto intende fare la senatrice di Forza Italia Fiammetta Modena con una interrogazione urgente. «Ci dovrà dire dove sono finiti i 23 migranti scomparsi». «Quanto accaduto è l'ennesima riprova della assoluta incapacità di gestire i flussi migratori da parte di questo Governo» hanno commentato i senatori della Lega Luca Briziarelli e Stefano Candiani. «Caro Speranza, sarebbe utile anche non far entrare liberamente in Italia migliaia di clandestini, e poi consentire loro di violare pure la quarantena, come accaduto a Gualdo Cattaneo» ha scritto su facebook il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, rispondendo al ministro della Salute Roberto Speranza, che ha parlato di contagi Covid e dei «comportamenti corretti» da seguire.

Giuseppe De Lorenzo per ilgiornale.it il 20 luglio 2020. Ventuno di loro sono ancora “irreperibili”. Gli altri quattro saranno presto trasferiti altrove. Il day after di Gualdo Cattaneo, piccolo centro da 5mila anime nella verde Umbria, è ancora caratterizzato dall’incertezza. I migranti fuggiti sabato dal centro di accoglienza dove avrebbero dovuto passare la quarantena anti-Covid non sono ancora stati ritrovati. In paese si vocifera su errori, testimonianze, possibilità. Un cittadino sostiene di aver visto alcuni tunisini salire su un furgoncino per poi sparire chissà dove. E così prende piedi l’ipotesi che "sia stata una fuga organizzata e non estemporanea". Tutto inizia mercoledì sera quando le autorità competenti inviano una mail al sindaco di Gualdo Cattaneo per informarlo che il giorno dopo avrebbero inviato al centro “Il Rotolone” 25 immigrati provenienti dalla prefettura di Agrigento. Sbarcati poche ore prima. Il sindaco legge il messaggio solo giovedì, dopo i canonici passaggi al protocolli, e scopre così che da lì a cinque ore si troverà in paese, unica zona rossa di tutta l’Umbria nel periodo più nero della pandemia, un gruppo di persone potenzialmente infette. La prefettura di Perugia assicura che ai test sierologici sono risultati tutti negativi, ma si sa che solo il tampone può dare certezze. "Il test del sangue non è attendibile - dice al Giornale.it il sindaco Enrico Valentini - non è riconosciuto neppure dall’Iss né dall’Oms". Sul momento il primo cittadino si infastidisce per la mancata condivisione delle informazioni ("sono io l’autorità sanitaria locale"), scrive subito a prefetto e ministero dell’Interno, ma non riceve risposte. "Si sono presentate 15 persone sotto il Comune a chiedere spiegazioni ed è stato avvilente non sapere cosa rispondere loro". La situazione precipita quando sabato sera i responsabili dell’Arci solidarietà “Ora d’aria” si ritrovano a cena solo due ospiti su 25. Gli altri 23 sono scomparsi, nonostante l’obbligo della quarantena. Immediate scattano le indagini e le ricerche: due vengono trovati, degli altri 21 nessuna notizia. Secondo il Messaggero i tunisini avrebbero organizzato una partita di pallone per poi darsela a gambe, ma Alessandro Becchetti - che conosce bene la zona - assicura che nelle vicinanze non ci sono campi da calcio. Inoltre un cittadino, come spiega il sindaco, sostiene di aver visto un gruppo di persone camminare lungo la strada e improvvisamente salire su un furgoncino. Qualcuno li ha aiutati? Li conoscevano? L’informazione è arrivata a chi indaga. E potrebbe spiegare il motivo per cui dopo giorni di ricerche ne siano stati trovati solo due. Gualdo Cattaneo è arroccata tra le campagne: se fossero fuggiti a piedi, forse sarebbero ancora in zona. “A quest’ora potrebbero già essere fuori regione”, dice il deputato leghista Virginio Caparvi. “Se mi trasferissero in una campagna tedesca, non avrei nessuno disponibile a venirmi a prendere. Forse queste persone avevano contatti già in Umbria, il che fa pensare a una organizzazione più ampia e non ad una fuga estemporanea”. C’è una questione, infatti, su cui il sindaco Valentini vorrebbe fare un "ragionamento approfondito". E cioè la scelta di inviare in Umbria proprio 25 tunisini. Non è questione razziale, ma di opportunità. "La Tunisia ha una buona colonia qui in Umbria e molti di loro non vivono in maniera non regolare. Sono canali non proprio legali...". Droga? “Anche”. In effetti un anno fa la relazione della Direzione investigativa antimafia su Perugia riferiva che, nella piramide della criminalità, i tunisini si sono ormai ritagliati lo spazio dello “spaccio al dettaglio”. E non bisogna andare neppure troppo indietro, era il 2014, per ricordare l’operazione Show Must Go On con cui la squadra mobile del capoluogo umbro arrestò il braccio destro del boss della mafia tunisina intenta a gestire il traffico di droga in città. Sulla fuga restano ovviamente da chiarire numerosi aspetti. Innanzitutto bisognerà rispondere a una domanda: a chi toccava vigilare sul rispetto della quarantena? “Non è stato posto in essere alcun controllo - dice Emanuele Prisco, deputato FdI - Il ministero non può buttare dei migranti lì in mezzo ai monti. Andava strutturata meglio: per i 14 giorni di quarantena bisognava assicurare che non uscissero”. Quel che è certo è che ora i quattro migranti rimasti verranno spostati altrove. E la struttura verrà chiusa “a tempo indeterminato”. Nella speranza di ritrovare i fuggitivi. E di sottoporli a tampone.

OLTRE 20 MIGRANTI FUGGONO DALL'HOTSPOT DI TARANTO. (ANSA il 20 luglio 2020) - Oltre 20 migranti giunti nei giorni scorsi da Lampedusa sono fuggiti ieri sera dall'Hotspot di Taranto, dove erano in attesa di essere inviati in altri centri dopo l'identificazione. Lo confermano fonti della Questura di Taranto. Altri ospiti sono stati invece bloccati dalla Polizia nonostante il tentativo di allontanarsi dalla struttura, che si trova nella zona portuale. Le ricerche dei migranti fuggiti finora hanno dato esito negativo. Nei giorni scorsi sono stati trasferiti a Taranto da Lampedusa un centinaio di migranti. Nel corso delle operazioni di identificazione, gli agenti dell'Ufficio Immigrazione della Squadra Mobile e della Digos della Questura ionica avevano arrestato un tunisino di 31 anni, rientrato in Italia nonostante fosse destinatario di provvedimento di respingimento emesso dal Questore di Palermo nel settembre 2019. Recentemente l'associazione Pannella aveva denunciato un presunto utilizzo improprio dell'Hotspot "per funzioni in violazione alla legge che ne regolamenta l'istituzione. Queste strutture - aveva evidenziato l'associazione - sono destinate solo all'identificazione dei migranti, e non alla loro ospitalità, mancando i requisiti minimi per l'accoglienza. E invece ancora in questi giorni vengono trasferite a Taranto persone già identificate a Lampedusa".

(ANSA il 20 luglio 2020) - "Da settimane denunciamo l'insostenibilità di un'accoglienza ideologica, aggravata dal fatto che molti di quanti arrivano sono affetti da Covid. Nonostante il grande lavoro delle Forze dell'Ordine e degli operatori, la situazione sta sfuggendo di mano per colpa di un governo ostinato sulle porte aperte". Lo afferma la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli in merito alla notizia della fuga dall'hotspot di Taranto, avvenuta ieri sera, di oltre una ventina di migranti giunti nei giorni scorsi da Lampedusa. "Peraltro, alcune iniziative politiche - aggiunge - messe in campo dalla maggioranza rischiano di essere un palese incentivo agli arrivi. Lo dimostra la volontà di modificare i decreti sicurezza, smontando i pochi elementi di deterrenza al traffico di esseri umani". "Agli italiani, per contenere il contagio, è stato imposto - conclude Lucaselli - un lockdown con gravi ripercussioni economiche. Ora, quello stesso contagio rischia di essere diffuso da arrivi di irregolari e dalle loro fughe dagli hotspot. Una gravissima colpa in capo ad un governo di irresponsabili".

Coronavirus, migranti contagiati in Calabria. Il Pd: "Niente bollettino, alimenta il razzismo". Libero Quotidiano il 16 luglio 2020. Al cittadino non far sapere quanti clandestini e aspiranti profughi ci portano il Covid 19. Lo scandalo denunciato dai deputati del Pd consiste nel fatto che «la Regione Calabria a guida Santelli decide di emanare un bollettino sull'andamento del Covid evidenziando il contagio dei migranti», mentre «la situazione imporrebbe alle istituzioni di non alimentare razzismo» e «le preoccupazioni delle persone non si usano politicamente!» Così il diritto di informare e di essere informati e perfino la salute pubblica passano in secondo piano rispetto all'esigenza di accogliere chiunque arrivi sulle coste italiane. A caro prezzo, fra l'altro, viste le imponenti misure di sicurezza e il dispiegamento di personale e di risorse necessario a far fronte ai continui sbarchi di persone malate. E con un alto costo anche per l'economia turistica della Calabria. 

Migranti, il nuovo "business" è un'altra nave-quarantena. Proseguono senza sosta gli sbarchi a Lampedusa. A centinaia sono arrivati negli ultimi giorni portando di fatto al collasso l'hotspot dell'isola che ospita una media di 800 migranti su una capienza di 80. Il Governo, intanto, pensa ad una nuova nave quarantena. Roberto Chifari, Domenica 26/07/2020 su Il Giornale. In Sicilia è emergenza sbarchi di migranti. La denuncia arriva direttamente dallo stesso governatore siciliano, Nello Musumeci, che parla di business dell'accoglienza. La responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese, ha deciso di portare in Sicilia un'altra nave quarantena per l'accoglienza dei migranti, una soluzione tampone per decongestionare l'hotspot di Lampedusa, ormai al collasso da settimane. Un business però, che lo stesso Musumeci ha indicato come il nuovo affare che ha spostato gli interessi dagli sbarchi alle navi quarantena che sostano al largo della coste siciliane. "Vorrei fosse chiaro che non si tratta solo di una emergenza sanitaria, per la quale la Regione sta facendo di tutto per assicurare la sicurezza dei cittadini siciliani e di chiunque arriva nell’Isola - dice il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci -. C’è una emergenza politica senza precedenti: perché a parità di condizioni climatiche rispetto allo scorso anno gli arrivi aumentano in modo così sensibile? Io voglio dare atto degli sforzi di queste ultime ore. Ma adesso si tratta di gestire una emergenza e servono fatti". Preoccupano le condizioni igieniche al molo Favarolo con i resti delle traversate abbandonati sul molo, ma soprattutto in molti hanno notato che sull'isola arrivano barchini con piccoli motori da 10, 15 o al massimo 30 cavalli. Barchini che non possono fare una traversata e che con tutta evidenza sono portati quasi sulle coste da navi madre a poche miglia dalle acque italiane. Intanto nella struttura di contrada Imbriacola ci sono oltre un migliaio di ospiti a fronte di una capienza di un centinaio di persone. Tanto che lo stesso Musumeci ha chiesto un summit con il governo per fare il punto sugli sbarchi. "Nei mesi scorsi - prosegue il governatore - si sarebbe dovuto attivare un’azione politica i cui mancati effetti oggi li paga la Sicilia". L'accusa è rivolta all'Europa definita dallo stesso Musumeci zitta e silente. "Lo ribadirò mercoledì alla commissione Schengen che mi audirà con i colleghi Santelli e Solinas - prosegue Musumeci -. E ribadirò che intravedo occhi sgargianti in chi si sfrega le mani per gestire un nuovo business dell’accoglienza, che magari diventerà il business della quarantena. Così non si va lontano. Forse è il caso che un vertice in Sicilia lo convochi direttamente il premier Conte. Lo aspettiamo. Intanto oggi hotspot pieno a Lampedusa e migranti in arrivo a Pozzallo. A flotte e senza tregua". Sulla situazione a Lampedusa ad essere preoccupato è soprattutto il sindaco, Totò Martello, che ha denunciato la situazione dell'hotspot con oltre mille persone ospitate nella struttura di contrada Imbriacola. Nei giorni scorsi il primo cittadino si è scontrato proprio con Matteo Salvini accusandolo di non essere mai venuto a Lampedusa quando era in carica al Viminale. Un'accusa che lo stesso Salvini ha rimandato al mittente. Martello però, riprende proprio il pensiero di Salvini che chiede da tempo di bloccare gli sbarchi. "Non possiamo più far entrare nessuno all'interno del centro. Non si può andare avanti così - dice Martello -. C'è interlocuzione con il governo, ma i provvedimenti devono essere presi celermente. Qui si vive alla giornata. Non è che possiamo continuare ad aspettare: se lo svuotiamo bene, se non lo svuotiamo siamo in emergenza", conclude il primo cittadino.

Navi quarantena a peso d'oro. Per ogni migrante 4800 euro al mese. Il bando da oltre 4 milioni di euro. Le navi ospiteranno gli immigrati portati dalle Ong o sbarcati in autonomia. Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 15/07/2020 su Il Giornale. Oltre quattro milioni di euro (più Iva) per 285 posti letto. Circa 40 mila euro al dì per i 101 giorni di contratto previsti dal bando. Cioè circa 160 euro al giorno a migrante, spicciolo più spicciolo meno, ovvero circa 4.800 euro di spesa mensile per ogni ospite a bordo. È il costo previsto dal governo per l’affitto di nuove navi per l’accoglienza dei migranti “soccorsi in mare o giunti sul territorio nazionale a seguito di sbarchi autonomi nell’ambito dell’emergenza” coronavirus. Il bando, pubblicato ieri dalla Protezione Civile, si concretizzerà in un contratto in pochi giorni. La procedura è di quelle abbreviate, tipica del periodo emergenziale. Poi entro 24 ore dalla stipula del noleggio l’armatore dovrà far arrivare le navi sulla costa meridionale della Sicilia, pronte ad ospitare i migranti appena sbarcati. I mezzi, in base all'allegato tecnico, tra le altre cose dovranno essere in grado di effettuare trasbordi, avere cabine sufficienti a ospitare 250 migranti (possibilmente a uso singolo), un'area controllata di confinamento per almeno dieci migranti con sintomi da Covid-19 e la disponibilità di dieci cabine singole (con bagno indipendente) per i 35 operatori responsabili dell’assistenza sanitaria. La scadenza del contratto è prevista per il 31 ottobre, salvo proroghe o cessazione anticipata dello stato di emergenza. Costo totale dell'operazione per 101 giorni: euro 4.037.475,00 oltre Iva. Di cui 3 milioni per il noleggio e 1 milione da versare in "in funzione del numero di migranti effettivamente ospitati". L’approdo di immigrati positivi è la nuova frontiera della lotta al virus. Nei giorni scorsi diversi casi sono stati registrati sia in Calabria che in Sicilia. I rispettivi governatori temono che il contagio di importazione possa vanificare gli sforzi fatti fino ad ora per debellare il morbo. Ma se i poliziotti chiedono a gran voce di “bloccare gli sbarchi” (a Siderno mezzo commissariato è in quarantena dopo essere stato a contatto con persone infette), per ora il governo si preoccupa di trovare una sistemazione a chi è già arrivato e chi presto arriverà. I centri dislocati sul territorio hanno evidenziato non pochi problemi, tra cui le diverse fughe di stranieri sottoposti a quarantena obbligatoria. Da qui l’idea di utilizzare le grosse imbarcazioni. La Moby Zaza da due mesi è ferma a Porto Empedocle, ha già svolto questo compito, ma tra pochi giorni - quando l’ultimo migrante finirà la quarantena - verrà riconsegnata all’armatore, che ha deciso di non prorogare il contratto con lo Stato. A rimpiazzarla saranno appunto le nuove navi da 4 milioni di euro in tre mesi. “I cittadini italiani, molti dei quali senza reddito, senza forme di sostegno, con le loro tasse sono costretti a spendere, per soli 250 immigrati, 40mila euro al giorno”, attacca l'on. Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda. “Ricordiamo che questi clandestini spacciati per profughi provengono principalmente da Tunisia e Bangladesh dove da oltre mezzo secolo non si combattono guerre: sono migranti economici che non hanno alcun requisito per ottenere una forma di protezione". Duro anche il commento di Matteo Salvini: “Da una parte, il governo abbassa le multe per le Ong che trasportano clandestini in Italia (rendendole meno salate di una sanzione in autostrada) - dice il leader - dall’altra mette 4 milioni più Iva per noleggiare navi per l’accoglienza. Anziché cancellare i Decreti sicurezza, Pd e 5Stelle dovrebbero applicarli per difendere i confini”. I dati intanto dicono che dall’inizio dell’anno sono approdate 9.706 persone, contro i 3.186 dello stesso periodo di un anno fa. “Per ora parliamo di 250 immigrati - conclude Grimoldi - ma ne sono arrivati quasi 10mila e da qui alla fine dell’estate questa cifra sarà destinata a quintuplicarsi a stare bassi. Provate a calcolare 160 euro al giorno per 70 o 80mila immigrati...”.

I migranti arrivano col veliero. E 28 hanno pure il Covid-19. A Roccella Jonica sono sbarcati altri 70 pachistani. Adesso è allerta massima. I cittadini calabresi hanno paura. Salvatore Di Stefano, Sabato 11/07/2020 su Il Giornale. Un nuovo sbarco di migranti si è registrato la venerdì notte nel nostro Paese: un veliero con circa settanta migranti, tutti di nazionalità pakistana, è stato avvistato da una motovedetta della Capitaneria di Porto al largo di Caulonia (Reggio Calabria), proveniente con tutta probabilità da est. I nostri uomini in divisa hanno così provveduto a far attraccare in tutta sicurezza l'imbarcazione, per poi trasferire gli immigrati al porto di Madonna delle Grazie di Roccella Jonica, dove sono stati sottoposti alle prime cure. Subito hanno fatto il tampone. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale Telemia, i risultati degli esami parlano chiaro: ben 28 dei 70 immigrati sono risultati positivi al coronavirus, seppur dichiarati asintomatici e in buone condizioni di salute. Gli stranieri sono stati quindi affidati alle cure della croce rossa e degli operatori dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria, la quale ha il compito istituzionale di assicurare i livelli essenziali di assistenza definiti dal Piano sanitario regionale. Seguendo scrupolosamente le disposizioni esistenti in casi come questo, nelle prossime ore verranno sottoposti a tampone tutti coloro i quali sono entrati in contatto coi positivi, questo naturalmente per scongiurare ed eventualmente circoscrivere possibili nuovi piccoli focolai d'infezione. I soggetti minorenni (circa una ventina) sono stati accolti a Roccella Jonica, mentre tutti gli adulti sono stati smistati fra Bova ed Amantea. Comprensibili i timori della popolazione locale a questa notizia, timori però che il primo cittadino di Roccella Jonica, Vittorio Zito, ha provato a placare. Dieci giorni fa si erano verificati altri sbarchi in questa zona della Calabria e anche in quei casi si erano registrate delle positività al Covid-19, seppur con numeri decisamente più contenuti rispetto a quelli di quest'ultimo episodio. Non va meglio la situazione in Sicilia, a Lampedusa in particolare, dove nelle ultime 24 ore sono sbarcate qualcosa come 18 imbarcazioni, per un totale di 618 migranti. L'hotspot dell'isola come si può facilmente intuire è al collasso, anche perché adottando tutte le misure atte a contenere l'eventuale diffondersi della pandemia gli spazi diventano inevitabilmente ancora più risicati.

Ocean Viking, stato di emergenza a bordo: sei tentativi di suicidio. Notizie.it il 05/07/2020. Persiste lo stato di emergenza a bordo della nave Ocean Viking, bloccata a 16 miglia dalle coste della Sicilia in attesa della decisione del Viminale. Continua a essere critica la situazione a bordo della nave Ocean Viking, attualmente ferma a 16 miglia nautiche dalle coste sudorientali della Sicilia in attesa che il Ministero dell’Interno decida se e quando far sbarcare i 180 migranti presenti sull’imbarcazione. Il gruppo di medici giunto sulla nave nella serata del 4 luglio, al fine di verificare lo stato di salute dei migranti, ha inoltre affermato come non vi siano attualmente le condizioni psicologiche per garantire la sicurezza a bordo, considerando anche i sei tentativi di suicidio avvenuti negli ultimi giorni. Dopo aver visitato i migranti presenti a bordo, lo psicologo della Asp ha immediatamente informato la capitaneria di porto di Pozzallo, chiedendo lo sbarco immediato per i migranti ormai allo stremo delle forze sia fisiche che psicologiche. Nelle giornate precedenti infatti diversi immigranti avevano minacciato di suicidarsi gettandosi in mare mentre il 3 luglio l’Ong Sos Mediterraneé, a cui fa capo la Ocean Viking, aveva dichiarato lo stato d emergenza anche a seguito degli scontri avvenuti tra i migranti e l’equipaggio. L’eventuale sbarco dei migranti in Sicilia risulterebbe tuttavia particolarmente difficoltoso a causa delle misure anti coronavirus che dovrebbero essere seguite. L’ipotesi ventilata nelle ultime ore sembra pertanto essere quella di condurre presso l’hotspot di Pozzallo soltanto i migranti in condizioni di salute gravi, per poi indirizzare i restanti verso altre regioni d’Italia. Tra i comunicati rilanciati nelle ultime ore, Sos Mediterranée esorta gli stati europei a prendersi le proprie responsabilità di fronte all’ennesima tragedia del Mediterraneo: “Dobbiamo aspettare che qualcuno muoia prima di poter sbarcare? Ocean Viking esorta gli Stati europei a mobilitarsi per lo sbarco immediato di 180 sopravvissuti”.

Ocean Viking in stato d’emergenza con 180 migranti: da lunedì trasferimento su nave-quarantena. Redazione su Il Riformista il 4 Luglio 2020. La nave Ocean Viking, imbarcazione della Ong Sos Mediteranée attualmente in in acque internazionali con 180 migranti a bordo, è in stato di emergenza. Da tre giorni infatti la Ong chiede un porto sicuro in Italia mentre nelle ultime 24 ore sono stati registrati sei tentativi di suicidio. Giovedì due migranti si erano buttati in mare venendo recuperati ancora in vita dalle squadre di soccorso, altri tre erano stati bloccati da compagni ed equipaggio nel tentativo di farlo, mentre venerdì un uomo aveva provato ad impiccarsi, salvato dai volontari a bordo. Sulla nave nel pomeriggio odierno è salito un team medico italiano per assistere i migranti, con l’equipaggio che attende istruzioni dalle autorità competenti, in questo caso il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, per lo sbarco dei 180 naufraghi. A bordo vi sono 44 persone in condizioni particolarmente critiche, ha denunciato Sos Mediteranée: per loro l’equipaggio e il capitano della nave, che ha proclama lo stato di allarme, avevano chiesto un’evacuazione medica nel pomeriggio di venerdì, richiesta però negata.  

LA DECISIONE DEL VIMINALE – Dopo giorni di stallo, e a seguito dell’ispezione medica a bordo della nave, il Viminale ha deciso di provvedere ai tamponi sulla Ocean Viking alla ricerca di eventuali positivi e di trasferire i migranti lunedì a della Moby Zaza per la quarantena. 

180 persone lasciate in mare, dove è l’umanità di sinistra? Gioacchino Criaco su Il Riformista il 3 Luglio 2020. I thalasse, dove “i” stava per “la” e lo Jonio diventava la mare. Era femmina il velluto di smeraldo che si stendeva sotto il sud dell’Italia, quando i corpi erano animati da sangue greco, tutti erano xeno, l’altro, e non avrebbero potuto rifiutare loro stessi, la filoxenia era l’unica prospettiva possibile. Si apriva la porta a sé stessi. La gloria di cui ancora si orna il sud sta tutta in quell’epoca di mondo grande, con porte aperte, finestre spalancate e sangue che si mischiava al sangue intrecciando melodie di parole diverse, e comprensibili. Sulla Ocean Viking ci sono profughi che scappano da tredici diverse nazioni, si comprendono perché la lingua della paura, della disperazione, della diaspora, ha termini universali. La nave della Ong Sos mèditerranèe ne ha raccolti 180, in quattro distinte operazioni di salvataggio. Si capiscono perché durante le notti delle traversate hanno messo in fila i loro corpi, unito i fiati, per riscaldarsi. Sotto il sole del mezzogiorno si sono fatti ombra a vicenda per dare meno superficie alle ustioni. Si sono spartiti l’acqua, il pane e le parole più incoraggianti che possedevano, che chi scappa deve avere con sé, più delle gambe, dei soldi. I thalasse, la mare, madre antica che ha partorito figli per terre che un tempo avevano per nome rifugio, una madre che a volte diventa crudele e, beffarda, apre all’improvviso abissi dove prima ci stava il conforto della seta, e i figli invece di partorirli li divora, illividisce i corpi più scuri, li gonfia e i resti li porta sulla sabbia, ultimo fiore di una agave solitaria. Prospera e civile, benigna, è l’immagine che dà di sé l’Europa, e fra la gente più brava della brava gente del continente, quella di gente brava per antonomasia è la gente italiana. Eppure da Sos meditèrranèe si susseguono gli appelli all’Italia che, beffarda, non risponde e quando lo fa rifiuta un porto alla nave, nega rifugio a 180 disperati, che forse sono tentati di ributtarsi in acqua da soli. In Italia il sangue dei greci non circola più da tempo, soprattutto nella politica, l’accoglienza è una finzione, una bandiera strumentale. Sventolava forte nel Pd, quando al Viminale ci stava Salvini l’inospitale, poi, quando le insegne giallo verdi sono state ammainate, issate quelle giallo rosse, l’umanità di sinistra è diventata un animale mitologico, che appare e scompare all’occorrenza. Così l’esistenza di 180 fortunati, sfuggiti alle fauci di una matrigna di sale, vaga, riponendo speranza nella contingenza, in un evento che renda utile alle insegne rosse occuparsi dell’umanità, che al momento appare celata dietro qualche foschia necessaria, buona per gli eletti e anche per gli elettori.

De Luca: "Stagionali in Piemonte come a Mondragone ma in tv sembra paradiso". Regione Campania 3 luglio 2020. "Ho ascoltato delle notizie relative a una cittadina del Piemonte, credo Saluzzo. Hanno scoperto che i lavoratori stagionali che raccolgono la frutta dormono nei parchi pubblici. Ho visto immagini paradisiache, e non di guerra come accaduto per Mondragone, hanno descritto quella realtà come un pic-nic su prati fioriti - ha detto De Luca - Rilevo qualche diversità nel modo di rappresentare il problema, in qualche misura sovrapponibile. Ma la Campania - ha aggiunto il presidente della Regione - appartiene come è risaputo alla categoria degli afflitti". De Luca ha voluto quindi rivolgere un "ringraziamento ai cittadini di Mondragone, dove saremo per una bella iniziativa capace di rilanciare l'economia. Quel territorio non va danneggiato ma aiutato".

Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 30 giugno 2020. Tra Roma e Cesena, sull'asse dell'E45, sono già una ventina i cittadini del Bangladesh positivi al coronavirus. Una dozzina quelli arrivati da Dacca che poi hanno contagiato dei connazionali. Tre di loro, nella Capitale, sono ricoverati con la polmonite allo Spallanzani, all'Umberto I e al Vannini. In Romagna il virus sta circolando nella comunità di immigrati asiatici, tanto che è stato proprio un commerciante del Bangladesh a segnalare al sindaco di Cesena, Enzo Lattuca, che alcuni connazionali erano tornati da Dacca ma non rispettavano la quarantena. «Questo negoziante - racconta al Messaggero il sindaco di Cesena - ha perso il fratello per Covid-19, morto in Bangladesh. Per cui è molto sensibile su questo tema. Quando ha visto che alcuni connazionali erano tornati a Cesena, dopo essere atterrati a Fiumicino, ma non rispettavano la quarantena, ci ha subito chiamato. Ci ha aiutato anche a recuperare una lista di persone che erano su un volo. Sono già sei i positivi originari di questo paese, perché poi il virus circola all'interno delle famiglie. Quando al laboratorio dell'Ausl di Cesena hanno esaminato il primo tampone, mi hanno subito avvertito: la carica virale era altissima, in Italia non è più così, era evidente che arrivasse dall'estero. Però qualcosa non sta funzionando nei controlli. Dopo che questi cittadini entrano in Italia, nessuno avverte le autorità locali, per cui non è possibile fare con efficacia i controlli sul rispetto della quarantena». Tornando a Roma, l'assessore regionale del Lazio, Alessio D'Amato, ieri lo ha detto chiaramente, dopo che il ritorno di alcuni immigrati dal Bangladesh ha causato anche il mini focolaio dei due ristoranti di Fiumicino (in città, non in aeroporto), tanto che sono stati necessari 1.700 tamponi per circoscrivere il cluster e trovare i positivi (sono una dozzina, tra di loro colleghi del paziente 1 e anche un cliente). «Questa storia di chi torna dal Bangladesh ed è positivo sta diventando un problema serio - attacca D'Amato - alla fine i controlli non ci sono, ne parlerò con il ministro della Salute, Roberto Speranza. La quarantena va fatta, anche in strutture dedicate come hotel. Altrimenti, queste persone, comprensibilmente, tornano nella loro comunità e poi contagiano amici e parenti. Sono molto arrabbiato». Sia il sindaco di Cesena, sia l'assessore regionale del Lazio ovviamente non intendono prendersela con la comunità di immigrati del Bangladesh, tra l'altro molto apprezzata e inserita nel mondo del lavoro (bar, ristoranti e negozi). Anzi, sono le stesse associazioni di immigrati del Bangladesh a chiedere controlli più severi, perché nel loro paese la situazione del coronavirus è drammatica: chi torna, può rappresentare un pericolo. Ha spiegato all'AdnKronos Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'Associazione Italbangla: «In Bangladesh c'è il far west. Siamo a favore di controlli più rigidi sugli arrivi. Condanniamo l'irresponsabilità del governo del nostro Paese che non riesce a gestire la situazione. I primi contagi in Bangladesh si sono verificati a marzo per via di nostri connazionali che rientravano dall'Italia. Oggi siamo arrivati a circa 140mila casi: il Bangladesh è tra i primi stati al mondo per numero di contagi. Chi cerca di arrivare dal Bangladesh in Italia oggi lo fa per due motivi. Il primo è per tornare sul luogo di lavoro. Il secondo è più preoccupante ed è collegato alla diffusione del coronavirus nel nostro Paese». L'incognita dei casi di importazione preoccupa anche il Veneto: ieri il governatore Luca Zaia ha parlato del focolaio sviluppatosi a causa di una badante tornata dalla Moldavia. «In forma gratuita - ha detto Zaia - faremo il tampone a tutte le badanti in Veneto». Intanto, l'Unione europea, per oggi, dovrebbe ufficializzare la lista dei Paesi extra Ue da cui si potrà arrivare dal primo luglio senza la quarantena (esclusi Brasile e Usa). Ma ieri il ministro Speranza ha ribadito: «In giro per il mondo la situazione è molto complessa. Oggi chi arriva da paesi extra europei ed extra Schengen deve fare la quarantena. Questa norma è già prevista nel nostro Dpcm ed è vigente, credo che vada conservata». Ma qualcuno deve verificare se la quarantena è rispettata, altrimenti è inutile.

Da rainews.it il 25 giugno 2020. Sono 49 i casi di persone positive al Covid nel focolaio scoppiato nel complesso residenziale noto come Palazzi ex Cirio, a Mondragone, comune sul litorale di Caserta.  Si tratta in massima parte di cittadini bulgari che vivono in quattro dei cinque palazzoni diventati zona rossa da lunedì 22 giugno, dopo che è entrata in vigore l'ordinanza della Regione. Vanno inoltre avanti, anche se a rilento, le operazioni di trasferimento delle persone positive, peraltro tutte asintomatiche, al Covid Hospital di Maddaloni, dove sono diciannove quelli attualmente ricoverati; ieri sono stati trasferiti sei contagiati, ne mancano all'appello altri tredici, cui si aggiungono i nuovi positivi. Qualcuno tra i positivi, però, non si riesce a rintracciare; molti inquilini, specie tra gli stranieri, non sono censiti, e si ipotizza che abbiano fatto perdere le tracce, per paura di perdere il lavoro. Molti sono braccianti e lavorano nei campi dove vengono sfruttati da caporali di nazionalità bulgara. Caporali che vivono proprio negli ex Palazzi Cirio. Nonostante il cordone sanitario che vieta l'ingresso e l'uscita dall'area del comprensorio di edifici, stamane decine di persone, per lo più appartenenti alla comunità bulgara che vive in quei palazzoni, hanno violato la zona rossa e sono scesi in strada chiedendo di poter tornare a lavorare. La maggior parte svolge lavori nei campi come braccianti agricoli. Ci sono stati momenti di tensione, ma le forze dell'ordine che presidiano i varchi, sono riuscite a far rientrare gli stranieri nelle loro abitazioni. In strada sono scesi anche i cittadini di Mondragone che accusano i cittadini bulgari di uscire di notte dalla zona rossa per raggiungere le campagne al fine di proseguire il lavoro nei campi. Il sindaco, insubordinazione, si agisca. "Ho assistito personalmente ad un inaccettabile atto di insubordinazione di oltre 50 cittadini, stranieri e non, i quali uscendo dalle rispettive abitazioni e violando di fatto il cordone sanitario, hanno creato paura nella cittadinanza, che ha dovuto assistere all'impotenza delle poche forze dell'ordine presenti. Al prefetto chiedo di adottare ogni misura al fine di ripristinare la legalità". Così il sindaco di Mondragone, Virgilio Pacifico. De Luca, in arrivo contingente Esercito "Questa mattina ho avuto un colloquio con il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese in relazione alla zona rossa istituita negli ex palazzi Cirio di Mondragone. Ho chiesto l'invio urgente di un centinaio di uomini delle forze dell'ordine per garantire il controllo rigoroso del territorio. Il Ministro ha annunciato l'arrivo di un contingente dell'Esercito". Lo dice il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca.

Dagonews il 26 giugno 2020. L'infettivologo Matteo Bassetti ieri sera ha criticato la gestione del focolaio di Mondragone a ''Effetto Notte'' su Radio24: ''Non si può agire così con le informazioni sanitarie di ciascuno, soprattutto in caso di malattie infettive. Non si può rivelare a tutta l'Italia indirizzo e abitazione di chi è malato di Covid. Stiamo calpestando decenni di lotte per la legge sulla privacy. Immaginate cosa succederebbe se facessi scrivere sulla porta di un mio paziente ''malato di tubercolosi'' o ''positivo all'Hiv''. Cosa farebbero i vicini? Così si sviluppa una guerra contro gli untori, esattamente come è successo nel paese in provincia di Caserta. Bisogna trovare un modo per tutelare la privacy di chi si trova in un focolaio, trattarli come portatori di morte è assurdo, soprattutto ora che il virus non manda più così tante persone in ospedale. Del focolaio campano, infatti, quanti sono stati ricoverati? A quanto so, nessuno. Sono persone asintomatiche o con pochi sintomi che hanno ricevuto tamponi a tappeto e dunque sono risultate positive''. Bassetti, con Alberto Zangrillo e altri colleghi medici, ha firmato un documento per esortare i media, i suoi colleghi e le autorità, a non terrorizzare più la popolazione sul tema virus. ''bisogna mantenere distanze e mascherine quando non si può, ma ora il virus non è più quello di tre mesi fa. Ci sono meno di 100 persone in terapia intensiva in tutto il paese, erano più di 4mila''.

Mary Liguori per “il Messaggero” il 26 giugno 2020. Gli insulti razzisti, il lancio di sedie dai balconi, i furgoni catapultati e le targhe delle auto degli stranieri esibite come trofei. Mondragone brucia di rabbia e, per la prima volta nella sua lunghissima storia di città di mare con l'accoglienza nel dna, rischia di implodere sotto il peso delle tante, troppe assurdità sociali. Per dieci anni, i bulgari dei Palazzi Cirio sono stati un esercito di invisibili a buon mercato. Valgono, sui campi di pomodori, gli uomini tre euro l'ora, le donne uno e mezzo. Pagano, a testa, anche cento euro ciascuno per vivere nei palazzi che dovevano essere il trampolino del boom turistico e invece sono diventati un ghetto senza regole che, quando le regole se l'è viste imporre col coprifuoco e la zona rossa per gli oltre cinquanta contagi registrati, ha finito per scoppiare. La lunga giornata di Mondragone è iniziata con la protesta dei bulgari che, ieri mattina, violando il nastro biancorosso e i New Jersey che sono bastati, altrove, a contenere interi paesi in quarantena, si sono riversati in viale Margherita a chiedere viveri e medicinali. Il corteo è rientrato grazie alla mediazione della Digos. Ma l'azione degli stranieri è stata letta da un gruppo di italiani come una sfida e si è rivelato essere solo il primo grado di una tensione che nel pomeriggio è esplosa in tutta la sua violenza. L'«evasione» dei bulgari non è piaciuta ai mondragonesi che prima hanno assediato il Municipio, poi i Palazzi Cirio. Nelle stesse ore in cui il ministro Lamorgese annunciava rinforzi in arrivo e il governatore De Luca incontrava i vertici sanitari e delle forze dell'ordine nella locale caserma dei carabinieri. La miccia Covid innesca la polveriera Litorale e rompe un equilibrio tanto precario quanto conveniente. Alle 16 va in scena la guerriglia urbana ai Palazzi Cirio. Due ore prima, via whatsapp e sui social, qualcuno fa circolare un messaggio che suona come una chiamata alle armi. Scrivono di «un corteo pacifico», gli organizzatori, ma è chiaro sin da subito che la situazione è destinata a degenerare. E infatti due ore dopo sono già oltre centocinquanta le persone che prendono d'assedio i Palazzi Cirio. I bulgari, dopo le fughe e le «catture», sono stati rintracciati e messi in quarantena. I quattro positivi fuggiti due giorni fa, sono ormai rassegnati alla clausura e osservano i manifestanti dai balconi. Ben presto partono i cori si sfida «Uscite, uscite adesso», gridano gli italiani dalla strada, condendo gli sfottò con pesanti epiteti razzisti. È un attimo: dai piani più alti dei palazzi volano un paio di sedie. Qualcuno ne raccoglie i pezzi e ne ricava un punteruolo. Un altro gruppo di persone si avventa sui mezzi dei bulgari parcheggiati in strada. Cercano di catapultare un furgone, sfondano i finestrini, strappano le targhe delle auto degli stranieri e le esibiscono come trofei. Dal portone di uno dei cinque palazzi sgattaiola fuori un ragazzino: gli agenti in tenuta antisommossa fanno in tempo a bloccarlo prima che finisca preda della folla e vittima di un inevitabile linciaggio. Quando la situazione è già quella di una guerriglia urbana, arrivano le rassicurazioni ministeriali: cinquanta militari dell'Esercito arriveranno a Mondragone entro oggi. La richiesta del governatore De Luca e del sindaco Pacifico ha avuto una risposta immediata sul piano comunicativo, meno tempestiva su quello pratico. Per lunghe ore le esigue risorse del posto, tra carabinieri, polizia e guardia di finanza, sono riuscite a tener testa alla rivolta non senza difficoltà. Un poliziotto è rimasto ferito alla testa in maniera non grave durante uno dei tentativi di sfondamento da parte dei manifestanti. Dal punto di vista sanitario, ieri il numero di contagiati è salito a 43 su un totale di 727 tamponi eseguiti. Rintracciati nella piana del Sele 19 bulgari fuggiti per non sottoporsi ai tamponi (poi risultati negativi) e anche i quattro contagiati fuggiti dalla zona rossa due giorni fa. Dal punto di vista epidemiologico, la situazione è tutt'altro che rassicurante. Il presidente De Luca ha tenuto un vertice presso la compagnia dei carabinieri e ha annunciato che da oggi a Mondragone ci saranno i camper dell'Asl presso i quali chiunque potrà farsi sottoporre a screening. I risultati saranno determinanti per stabilire se la zona rossa va estesa a tutta la città. «Inaccettabile quanto accaduto a Mondragone, giusta la decisione del presidente De Luca di indire la zona rossa, bene anche l'invio dell'Esercito disposto dal ministro Lamorgese: le regole vanno rispettate, soprattutto in questa fase», ha commentato il viceministro dell'Interno, Matteo Mauri. La decisione di disporre l'isolamento per l'intera città finora non è stata presa per diversi motivi. La conformazione dei Palazzi Cirio, dove è concentrato il focolaio, avrebbe dovuto consentire l'isolamento senza particolari difficoltà e poi si è inteso evitare di compromettere la recente riapertura delle attività commerciali e degli stabilimenti balneari che stanno cercando di rialzarsi dopo il lockdown. È chiaro che anche gli assembramenti che si sono registrati ieri potrebbero innescare decisioni impopolari ma necessarie per tutelare la salute pubblica.

Maria Rosa Tomasello per “la Stampa” il 27 giugno 2020. È sempre una faccenda di scelte sbagliate, la storia di un fallimento politico che sul litorale domiziano si intreccia con vecchie speculazioni edilizie e malaffari. A Mondragone, che voleva essere la Versilia della Campania, il fuoco della rabbia - per il futuro che non è stato e per il lavoro che non c'è -, cova sotto la cenere. In una terra dove gli abusi hanno reso invisibili la spiaggia e l'acqua cristallina, così come la bellezza del territorio, il simbolo di questi errori è la zona rossa dei palazzi Cirio, un ghetto a poche centinaia di metri dal municipio dove 700 persone vivono in isolamento dal 22 giugno: è qui che giovedì si è sfiorato lo scontro violento tra la comunità bulgara che contestava la quarantena e i cittadini infuriati per le fughe dall'area sottoposta a lockdown. Il giorno dopo il cordone steso dall'esercito - 80 militari del Raggruppamento Campania assegnati all'emergenza Covid e finora dislocati tra Napoli e Salerno - ha fatto calare la tensione. Ma la calma è solo apparente. Nella notte tra giovedì e venerdì il furgoncino di un cittadino bulgaro è stato dato alle fiamme con una bottiglia incendiaria. La città è scossa, la fragile economia basata sull'agricoltura che in questo periodo si aggrappa al turismo, vacilla. «Molti imprenditori agricoli hanno tranciato il raccolto di ieri e dell'altro ieri perché non hanno manodopera per raccogliere la frutta e i prodotti orticoli: molti dei loro braccianti sono chiusi qui dentro», racconta Mino Di Lorenzo, oggi produttore di Falerno, amministratore negli anni Ottanta nelle file dei Repubblicani. Negli alberghi della costa domiziana la metà delle prenotazioni viene disdetta perché i turisti hanno paura: della vicinanza con il focolaio del virus, ma anche della rabbia che hanno visto montare. «Mi hanno chiamato da Firenze per un soggiorno previsto in agosto, volevano sapere se sarà possibile venire», racconta la receptionist dell'International Resort, uno dei pochi alberghi aperti. «Io credo che anche ai miei concittadini questa storia è sfuggita di mano». A metà pomeriggio, un ragazzo magro di nome Antonio in sella alla sua bicicletta, si avvicina alle transenne che recintano l'area off limits. Militari e poliziotti si avvicinano. «Non sono mai uscito durante i mesi scorsi, e se io sono rimasto a casa devono rimanere dentro anche loro». Si arrabbia e guarda chi esce dai palazzi per farsi consegnare la spesa portata da amici e parenti. Via Facebook, intanto, è partito un tam tam per aizzare nuove proteste in piazza ma la presenza massiccia di militari e forze dell'ordine scoraggia ogni iniziativa e i pochi che si presentano si allontanano in fretta. «Qui vivono cittadini bulgari di etnia rom che lavorano come braccianti e sono sfruttati dai caporali, in una situazione di abbandono sociale in cui non riusciamo nemmeno a sapere quanti bambini ci sono e quanto è alto l'abbandono scolastico - dice Marco Pagliaro, esponente dell'associazione Resistenza democratica - noi pur prendendo atto della situazione, perché questa è una bomba sociale, ci dissociamo dalla manifestazione di ieri. Non ci siamo mai ribellati in trent' anni di camorra». «Non nominate la camorra: se qui ci fosse stata la camorra questi qui non ci sarebbero - attacca il ragazzo della bici - a me la camorra mi ha fatto sempre stare bbuono». Dentro i palazzoni tirati su negli anni Settanta da Corrado Ferlaino nelle vicinanze di una fabbrica Cirio che impiegava 500 persone, un complesso dove gli ultimi piani e in intero edificio sono abusivi, la tensione resta alta. Costruiti per essere gli appartamenti al mare dei napoletani benestanti, negli anni sono stati prima assegnati ai terremotati dell'Irpinia, quindi, mentre si degradavano progressivamente, sono stati acquistati per pochi soldi e affittati agli immigrati. All'interno non sono solo i cittadini bulgari a scalpitare, perché vogliono tornare nei campi a lavorare per guadagnarsi la giornata, ma anche gli altri residenti, italiani compresi. Racconta Maria: «Mio marito lavora in un allevamento, le mucche devono essere munte ogni giorno, non so quanto il proprietario gli lascerà il lavoro. E anche i miei tre figli, che si arrangiano lavorando nei lidi o con il giardinaggio, hanno perso quegli impieghi precari. Ma l'altra sera abbiamo avuto paura, abbiamo visto la parte peggiore di Mondragone, da una parte e dell'altra». Nessuno dei residenti ieri ha bussato alla porta del camper "Capitan Uncino", collocato sotto ai palazzi per effettuare i test sierologici: «Non è venuto nessuno e abbiamo spostato il personale in questa postazione: domani dovremo andare porta a porta, casa per casa», spiega Vincenzo Grella, coordinatore del Covid Team di Grazzanise. Nella piazza davanti al Comune, dove è stata collocata una delle due postazioni per la raccolta dei tamponi, per tutto il giorno si forma la coda. In un giorno, vengono effettuati complessivamente circa 1400 test. Dopo la scoperta del focolaio e della fuga di alcuni cittadini bulgari dall'area rossa, tutti sono preoccupati e arrabbiati. Racconta la signora Margherita Masciotti, in coda con la figlia: «In questi tre mesi noi stavamo chiusi in casa, e loro andavano in giro, li vedevamo in piazza a bere». Un clima sociale incandescente. E lunedì è previsto l'arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini.

ANSA il 24 giugno 2020. Sono 28 i migranti, salvati in acque internazionali dalla nave Sea Watch e imbarcati sulla nave-quarantena Moby Zazà che è in rada a Porto Empedocle (Agrigento), che sono risultati positivi al Covid-19. I tamponi rino-faringei sui 209 extracomunitari presenti sulla Moby Zazà erano stati effettuati nella mattinata di ieri. E in meno di 24 ore è arrivato l'esito. Appena ieri sera era stato reso noto che uno dei migranti sbarcati dalla Sea Watch era stato ricoverato a Malattie infettive dell'ospedale "Sant'Elia" di Caltanissetta. Inizialmente era un caso di sospetta tubercolosi. Poi l'esito del tampone aveva fatto chiarezza. "Le procedure adottate per i migranti sbarcati dalla nave Sea Watch e accolti per la quarantena obbligatoria a bordo del traghetto Moby Zaza, ancorato nella rada di Porto Empedocle, garantiscono la piena tutela della sicurezza sanitaria del Paese". Così fonti del Viminale, precisando che "tutti i migranti sono stati sottoposti fin dal loro arrivo alle procedure previste dalle linee guida sul sistema di isolamento protetto elaborate dalla direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute". "Ventotto migranti positivi sono sulla nave in rada a Porto Empedocle, soluzione che con caparbietà abbiamo preteso il 12 aprile scorso dal governo centrale per evitare che si sviluppassero focolai sul territorio dell'isola, senza poterli circoscrivere e controllare". Lo afferma in un post su Facebook il Governatore della Sicilia Nella Musumeci commentando l'esito dei tamponi effettuati sulle persone a bordo della nave quarantena Moby Zaza. "Oggi si capisce meglio - aggiunge Musumeci - quella nostra richiesta. E chi ha vaneggiato accusandoci quasi di razzismo, oggi si renderà conto che avevamo ragione. Nelle prossime ore andranno adottati provvedimenti sanitari importanti al principio della precauzione. Voglio sperare che a nessuno venga in mente di non coinvolgere la Regione nelle scelte che dovranno essere assunte".

(ANSA il 24 giugno 2020) - "L'allerta è partita dopo che un caso asintomatico è stato segnalato dal personale medico di bordo alle autorità prima dello sbarco. Pur non avendo ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dalle autorità sanitarie, oggi abbiamo richiesto un secondo tampone per il nostro equipaggio, che già si era sottoposto al test prima della partenza, con esito negativo". Lo rendono noto dalla Sea Watch. "Il nostro personale medico ha messo in atto il protocollo di monitoraggio dell'insorgere di potenziale sintomatologia nelle persone presenti a bordo, con relativa trasmissione dei dati alle autorità competenti - spiegano dalla ong tedesca - . Il provvedimento di quarantena ci è stato notificato ieri. Inizialmente ci siamo chiesti il motivo dell'imposizione della misura di quarantena, e non di isolamento precauzionale, in attesa di avere ulteriori informazioni sullo stato di salute dei naufraghi, dal momento che il nostro equipaggio, come previsto dal protocollo di sicurezza interno sul contenimento del rischio contagio, non sarebbe comunque sceso dalla nave. Sea-Watch - evidenziano - ha osservato con rigore un protocollo medico di prevenzione Covid19 a bordo, prima, durante e dopo i soccorsi". "Le persone soccorse hanno trascorso ore, talvolta giorni, ammassate in imbarcazioni fatiscenti. Quasi tutte provengono da periodi di confinamento o detenzione in massa in condizioni disumane in Libia, dove, secondo un comunicato diffuso da International Rescue Committee, i contagi di Covid19 sono raddoppiati nelle ultime due settimane" ha detto Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, il cui equipaggio - a bordo della nave - resta in rada davanti Porto Empedocle (Agrigento). "Siamo coscienti di operare in un contesto pandemico e ci siamo preparati per mesi per sviluppare e adattare le relative procedure sanitarie, non possiamo però sottrarci al dovere, che dovrebbe essere dei governi europei e non della società civile, di soccorrere queste persone e portarle in salvo", ha aggiunto Linardi. "Il soccorso attraverso navi organizzate con personale medico e procedure idonee al passaggio di consegne alle autorità costituisce una garanzia di sicurezza rispetto agli arrivi incontrollati. Questa situazione - ha concluso - è stata finora gestita con la massima cautela e collaborazione da parte dell'equipaggio e delle autorità". Sea-Watch ha informato le autorità dello stato di bandiera rispetto alla situazione. L'organizzazione chiede il supporto del governo tedesco in solidarietà con l'Italia.

AdnKronos il 24 giugno 2020. “Mentre il governo pensa di smontare i Decreti sicurezza e spalanca i porti, le ong portano in Italia immigrati positivi al Covid-19, come quello sbarcato dalla Sea Watch e ora ricoverato in Malattie infettive, e ci sono altri casi sospetti. Altro che scandalizzarsi per qualche selfie con la mascherina: questo governo mette in pericolo l’Italia e gli italiani”. Lo dice il leader della Lega Matteo Salvini commentando le ultime notizie sugli immigrati sbarcati in Sicilia.

Quel paesino di 84 abitanti dove il governo vuole mandare 100 immigrati. Ira dei cittadini: "Perché vogliono distruggere e sostituire la nostra comunità?". Salvini va all'attacco: "Pd e 5 Stelle sono veloci a mandare a casa i boss e a spalancare i porti ai clandestini". Luca Sablone, Sabato 09/05/2020 su Il Giornale. Sembra una notizia assurda, impossibile, incredibile e fantascientifica ma rappresenta una cruda realtà: un Comune italiano rischia di essere quasi completamente "sostituito" dall'arrivo di 100 immigrati. Stiamo parlando di Carapelle Calvisio, un paesino della provincia de L'Aquila di appena 84 abitanti. I migranti starebbero per essere ospitati in una struttura messa a disposizione dalla "Caritas dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne Onlus" per il periodo di sorveglianza sanitaria. Arroccato su una delle propaggini meridionali del Gran Sasso d'Italia, il borgo è stato gravemente danneggiato dal terremoto de L'Aquila del 2009, con una significativa percentuale delle abitazioni crollate o dichiarate inagibili dopo i sopralluoghi del caso condotti dalla protezione civile, rientrando così nel cosiddetto "cratere sismico". ll sisma del 6 aprile non lo ha risparmiato: il 40% delle case è andato distrutto, ma gli abitanti si sono rimboccati subito le maniche e hanno provato a risollevarsi da una drastica situazione. La denuncia è arrivata da Matteo Salvini: "Il governo non manda aiuti e risposte ai cittadini, ma in compenso è pronto a spedire un centinaio di immigrati in un paese di circa 80 anime come Carapelle Calvisio, in provincia de L'Aquila". Il leader della Lega la giudica una vera e propria follia e perciò ha rivolto un duro attacco nei confronti del governo giallorosso: "Conte, Pd, 5 Stelle sono veloci a mandare a casa i boss e a spalancare i porti ai clandestini". Un primo esperimento italiano di "eliminazione identitaria": l'ha definito così Luigi D'Eramo. Nel paesino oggi vivono appena 84 abitanti, con un'età media di circa 60 anni, ovvero una categoria per definizione debole: "Il piccolo Comune oggi ha i fondi sufficienti appena per garantire i servizi essenziali, mentre non ha risorse per garantire i servizi di sicurezza urbana visto che ha in organico appena un dipendente e un ragioniere che appartiene a un altro Comune". Addirittura non ha a disposizione neanche un'unità di polizia municipale. Si verrebbe a creare un aumento di popolazione di oltre il 110%: "Un caso unico a livello italiano che determinerebbe una situazione insostenibile sotto ogni punto di vista".

"Vogliono distruggerci". Il deputato aquilano del Carroccio ha evidenziato i rischi di tale assurdità: non solo si cancellerebbe l'identità di un'intera comunità, ma da una parte si rischierebbe di stravolgere "una quotidianità secolare" e dall'altra si minerebbero tranquillità e sicurezza "con possibili, quasi certe, gravi ripercussioni". La vicenda conferma la linea politica dell'esecutivo giallorosso, che ha contribuito all'aumento degli sbarchi ad aprile e che sta inseguendo il folle progetto di regolarizzazione di 600mila immigrati. "Uno dei più piccoli e tranquilli comuni d’Italia sta per essere letteralmente invaso dall’arrivo di migranti, peraltro in piena emergenza Covid-19. È una circostanza intollerabile che la Lega combatterà con tutte le sue forze, in ogni sede", ha concluso D'Eramo. Ma come l'avranno presa i cittadini? Non proprio bene. Una abitante si è sfogata a ilGiornale.it e ha espresso tutta la sua rabbia dopo aver ricevuto la notizia: "Ma perché vogliono distruggere un paesino di vecchietti? E poi quelli che arriveranno dove dormiranno? Lavoreranno? Dove mangeranno? Carapelle Calvisio non è cambiata in tantissimi anni. Tutto va bene e quando le cose vanno bene non si cambia nulla". Ma anche chi è nativo del posto e al momento si trova in Canada si definisce deluso e sconcertato per l'arrivo dei migranti: "L'anno prossimo mi metterò in viaggio e tornerò. Avevo intenzione di tornare il 15 aprile ma l'emergenza Coronavirus non me l'ha permesso. Spero che per quando tornerò il governo si sarà dato una svegliata".

"Un paesino sostituito dagli immigrati". Ecco tutto quello che c'è dietro. Ora spuntano le carte. Cittadini furiosi: "È una cosa vergognosa". La Lega promette battaglia e attacca: "Le azioni politiche del Pd sono false e dannose". Luca Sablone, Domenica 10/05/2020 su Il Giornale. Accuse incrociate, chiarimenti, caos, dubbi e proteste: il possibile arrivo di 100 immigrati a Carapelle Calvisio ha movimentato in maniera notevole la politica abruzzese e nazionale. Ieri vi abbiamo parlato del paesino in provincia de L'Aquila che conta circa 84 abitanti e che rischia di essere "sostituito" dai migranti che starebbero per essere ospitati in una struttura messa a disposizione dalla "Caritas dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne Onlus" per il periodo di sorveglianza sanitaria. L'accusa della Lega nei confronti del governo è stata tanto chiara quanto dura: "Sono veloci a mandare a casa i boss e a spalancare i porti ai clandestini. Non permetteremo questa sostituzione identitaria". Ma nelle scorse ore è arrivata la presa di posizione del Partito democratico, che ha puntato il dito contro la Regione Abruzzo: "La struttura di Carapelle Calvisio è stata individuata dal Dipartimento Lavoro e Sociale della Regione Abruzzo, che fa capo all’assessore della Lega Piero Fioretti". Ma è proprio così? Il leghista, contattato in esclusiva da ilGiornale.it, ha provato a fare chiarezza su quanto sta accadendo. Tutto è partito da mercoledì 22 aprile, quando la Prefettura de L'Aquila - su richiesta del soggetto attuatore nominato dal Capo Dipartimento nazionale di protezione civile - ha diramato una nota per sollecitare ad adoperarsi per trovare idonei alloggi volti all'accoglienza nel corso dell'epidemia. E poi sono iniziati a sorgere diversi interrogativi. "La Prefettura ha scritto alla presidenza e alla sola Asl de L'Aquila. Mi sembra strano perché se chiami in causa la presidenza della Regione per un'azione di livello regionale devi coinvolgere tutte e 4 le Asl", fa notare Fioretti. Effettivamente ci sono anche l'Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti, l'Asl 3 Pescara e l'Asl 4 Teramo.

Quella risposta della Caritas. Vi era già stata qualche azione di interlocuzione con qualche ente o associazione che aveva strutture sull'aquilano? "Guarda caso è uscita fuori l'unica che ha risposto a quell'informativa", fa notare l'assessore del Carroccio. Si tratta di un'associazione che ha sede a Pescara e che ha messo a disposizione la struttura su L'Aquila: "Pochi giorni dopo un funzionario, un dirigente della Caritas ha risposto mettendo per conoscenza anche il direttore della Caritas diocesana Pescara-Penne, don Marco Pagniello". Nella risposta infatti si legge che viene comunicata l'intenzione da parte della Fondazione Caritas dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne Onlus di rendere disponibile una struttura di accoglienza di proprietà sita nel Comune di Carapelle Calvisio. "La struttura è provvista di camere con bagno e spazi interni ed esterni. Per capire meglio l'idoneità degli alloggi a garantire le previste misure di sorveglianza in considerazione della particolare tipologia di accoglienza chiediamo di poter conoscere le condizioni dell'accoglienza", viene specificato. Infine è stato richiesto anche di conoscere le condizioni economiche previste. Fioretti punta il dito contro il governo giallorosso, facendo sempre riferimento al fatto che il Capo Dipartimento della protezione civile ("che risponde sia al presidente del Consiglio Giuseppe Conte sia al Ministero dell'Interno") ha nominato un soggetto attuatore. Nella nota della Prefettura viene menzionato il decreto n. 1287 in data 12 aprile 2020, chiedendo di individuare - per gli immigrati che giungono sul territorio nazionale in modo autonomo - aree o strutture da adibire ad alloggi per il periodo di sorveglianza sanitaria previsto dalle vigenti disposizioni.

L'ira dei cittadini. Lo stesso Fioretti ha risposto alle accuse ricevute dal Pd abruzzese: "Il teatrino mediatico messo in campo da questi fantomatici rappresentanti politici ormai non stupisce, anzi rende più agevole smascherare la palese falsità e dannosità delle azioni politiche del Partito democratico". Il sindaco Domenico Di Cesare non ci sta e va all'attacco: "Sono deluso, nessuno mi aveva informato di una simile eventualità: in un periodo delicato come quello che stiamo vivendo, in piena emergenza sanitaria, quando si dovrebbe bandire ogni forma di contatto, a Carapelle potrebbero arrivare 100 migranti". Il primo cittadino si è detto soddisfatto dal comportamento tenuto fino ad ora dai suoi cittadini, che hanno rispettato le rigide norme previste dal governo, ma allo stesso tempo è preoccupato: "Ora, però, potremo presto ritrovarci con molte persone in quarantena. Chi ci assicura che queste persone saranno controllate? Chi mi dà la garanzia che gli abitanti di Carapelle non andranno incontro a maggiori rischi in questo modo? Chi li controllerà? Chi vigilerà sul loro rispetto delle regole?". Anche i cittadini hanno espresso la loro rabbia per la notizia. "È una cosa vergognosa. Qui passiamo la vita in pace, ci conosciamo tutti e nonostante questo portiamo la mascherina come norma anche se sappiamo che qui non c'è nulla. Se arrivano sicuramente porteranno il Covid-19. Un numero che raddoppia il numero di abitanti è impossibile che non contenga contagi", ci confessa un abitante. Il malcontento è notevole: "Perché vogliono sostituirci con questi immigrati?". In molti sperano che l'arrivo venga scongiurato, ma l'ira nei confronti del governo è chiara: "Incoscienti, va impedito assolutamente, c'è a rischio la nostra vita. È un'idea criminale".

 Altro disastro della Bellanova Buco del Fisco sulla sanatoria. La regolarizzazione degli stranieri tanto voluta dal ministro è un fallimento: in nero un milione di collaboratori domestici. Alberto Giorgi, Giovedì 27/08/2020 su Il Giornale. La maxi-sanatoria dei lavoratori irregolari firmata Teresa Bellanova è un flop. A quattro mesi di distanza dal provvedimento che puntava a regolarizzare – nel settore agricolo e non solo – i lavoratori in nero, di risultati e benefici per il Fisco ne sono arrivati ben pochi, per non dire pochissimi. Oltre al buco nell’acqua tra i braccianti agricoli vittima del caporalato, il provvedimento fortissimamente voluto dalla ministra renziana dell’Agricoltura (minacciò persino le dimissioni qualora la maggioranza giallorossa non avesse approvato la sanatoria) ha raccolto le briciole anche tra i collaboratori domestici. Secondo le stime di Bellanova e dell’esecutivo, la regolarizzazione avrebbe dovuto portare nelle casse dell’erario oltre tre miliardi di euro l’anno. La realtà è ben altra e l’introito molto più bassi di circa due miliardi. Questo perché – secondo i dati raccolti ed elaboratori dall’Osservatorio nazionale Domina nel suo rapporto annuale sul lavoro domestico – oltre un milione, tra colf e badanti, continuano a lavorare in nero. E così dalla regolarizzazione di queste figure il Fisco non ne ricava più di 300 milioni l’anno. Come sottolineato da La Verità, che riporta i numeri del report di Domina, le domande di regolarizzazione sono state appena un terzo di quelle stimate dal governo; dal primo giugno a Ferragosto, infatti, le domande sono state 207.542, contro le 600.000 preventivate dalle rosee aspettative del Conte-bis. Per la maggior parte, peraltro, hanno interessato proprio le colf e le badanti, rispettivamente 122.247 e 54.601. Solamente 29.500 le richieste di regolarizzazione arrivate dal mondo dell’agricoltura. E pensare che nelle intenzioni della titolare dell’Agricoltura la (sua) sanatoria avrebbe dovuto giovare, in primis, ai braccianti agricoli. Anche in questo caso la realtà delle cose racconta che solo un bracciante su cinque è stato effettivamente regolarizzato. Insomma, i numeri parlano chiaro. La sanatoria di Bellanova e dei giallorossi non ha portato a casa i risultati annunciati: all’appello, infatti, mancano due miliardi di euro. "Si tratta di importi economici importanti che non solo porterebbero benefici al nostro sistema fiscale, ma che consentirebbero anche alle famiglie datori di lavoro domestico ed ai lavoratori stessi di vivere il rapporto di lavoro con maggiori tutele e garanzie", spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale Domina, a commento dei dati raccolti dalla relazione. Tra le ragioni del fallimento, assai probabilmente, i costi per la procedura di regolarizzazione, a carico del datore di lavoro: per ogni lavoratore messo in regola il costo a carico del datore di lavoro è di 500 euro. Una cifra che in molti casi ha scoraggiato di intraprendere l’iter di regolarizzazione.

Bellanova: “Senza le regolarizzazioni, rifletto sulle mie dimissioni”. Lisa Pendezza il 06/05/2020 su Notizie.it. Senza il via libera alle regolarizzazioni, la ministra Bellanova potrebbe rassegnare le dimissioni: "Non sono qui a fare tappezzeria". Quello della regolarizzazione dei migranti irregolari, per far fronte all’emergenza sanitaria e alla crisi economica in atto, è uno dei tanti nodi ancora da sciogliere all’interno della maggioranza per la stesura del decreto maggio e la ripartenza del Paese. A farsene portavoce è, in modo particolare, la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, la quale ha ribadito che non si tratta di una “battaglia strumentale per il consenso” quanto, piuttosto, una necessità da cui dipende la sua stessa permanenza al governo: in caso di nulla di fatto, non esclude la possibilità di presentare al presidente del Consiglio le proprie dimissioni.

Bellanova minaccia le dimissioni. Ai microfoni di Radio Anch’io, la ministra Bellanova ha ribadito che la regolarizzazione non ha a che fare con il gioco politico, dal momento che i lavoratori interessati dalla manovra non possono accedere alle urne: “In questo Paese, anche in questa fase di crisi, tanti guardano al consenso, a fare misure per dire "ti ho dato, ora votatemi". Noi stiamo facendo una battaglia per quelli che non voteranno o che almeno non voteranno nei prossimi anni”. “Se la misura non passa, questo, per me, è motivo di riflessione sulla mia permanenza nel governo” ha continuato la ministra. “Non sono qui per fare tappezzeria. Ci sono delle questioni che non si sono volute affrontare o che sono state affrontate in maniera sbagliata”. L’obiettivo è “concedere un permesso di soggiorno temporaneo per sei mesi, rinnovabile per altri sei, per le aziende e le famiglie che vogliono regolarizzare. Ci sarà anche un contributo per lo Stato, anche se non bisogna esagerare: si tratta di persone sfruttate per 3 euro l’ora facendo concorrenza sleale alle imprese che rispettano le regole”. A sostegno delle misure chieste dalla ministra dell’Agricoltura interviene Luciana Lamorgese, che parla di una “condivisione di fondo. Ieri abbiamo avuto degli incontri. Riguarderà anche tanti italiani oltre che gli stranieri. C’è la necessità di far emergere questi lavoratori non solo per garantire i diritti delle persone, ma anche per esigenze di sicurezza sanitaria che in questo momento sono necessarie. Stiamo lavorando e spero che nelle prossime ore si riesca ad arrivare ad un testo definito”.

Regolarizzazione migranti, Teresa Bellanova si commuove durante la conferenza stampa. “Voglio sottolineare un punto per me fondamentale, l’emersione dei rapporti di lavoro. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”. Lo dice la ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova in conferenza stampa a Palazzo Chigi. “Da oggi possiamo dire che lo Stato è più forte del caporalato”, aggiunge. Redazione de Il Riformista il 13 Maggio 2020.

Da adnkronos.com il 14 maggio 2020. "Voglio sottolineare un punto per me fondamentale, l'emersione dei rapporti di lavoro. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili". E' con voce rotta dalla commozione che la ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova alla fine del suo intervento in conferenza stampa si sofferma su "un punto per me fondamentale, l'emersione dei rapporti di lavoro" prevista dal dl rilancio. "Da oggi possiamo dire che lo Stato è più forte del caporalato", scandisce. "Quelli che sono stati sfruttati nelle campagne o nelle false cooperative non saranno invisibili, potranno accedere ad un permesso di soggiorno per lavoro e noi le aiuteremo ad essere persone che riconquistano la loro identità e la loro dignità. Abbiamo fatto una scelta chiara, possiamo dire che da oggi vince lo stato, perché è più forte della criminalità e del caporalato", dice. Con il dl Rilancio "il settore agroalimentare ha una dotazione specifica: abbiamo destinato 1 miliardo e 150 milioni di euro per sostenere la filiera agricola", spiega Bellanova. "Gli interventi saranno finalizzati ai settori che hanno più sofferto, il florovivaismo, gli agriturismi, la filiera del vino".

Bellanova in lacrime: “Lo Stato è più forte del caporalato”. Debora Faravelli il 13/05/2020 su Notizie.it. Lacrime per il ministro Bellanova durante la conferenza stampa istituita per illustrare il Decreto Rilancio. Durante la conferenza stampa per la presentazione del Decreto Rilancio il ministro Bellanova è scoppiata in lacrime mentre stava illustrando uno dei provvedimenti a lei competenti. Si tratta dell’articolo 110 bis relativo all’emersione dei rapporti di lavoro, un tema che per la sua storia le sta particolarmente a cuore.

Bellanova in lacrime in conferenza stampa. Dopo essere intervenuta sulle misure riguardanti il mondo dell’Agricoltura e poco prima di chiudere la sua presentazione, l’esponente di Italia Viva ha voluto concentrarsi su quelli che ha chiamato “invisibili“. Senza riuscire a trattenere la commozione, che l’ha costretta a fermarsi prima di continuare il discorso, si è infatti detta orgogliosa di quanto stabilito dal governo per “quelli che sono stati brutalmente sfruttati nei campi o nelle false cooperative dove le persone venivano date in prestito per lavorare come badanti e colf”. Secondo quanto contenuto nel Decreto queste categorie potranno infatti accedere ad un permesso di soggiorno per lavoro in modo da riacquistare la loro dignità. E infine una frase che riassume il senso di quanto affermato: “Lo Stato è più forte della criminalità e del caporalato“. Anche il Premier Conte, che ha preso la parola subito dopo, non ha potuto fare a meno che ringraziare la titolare del dicastero dell’Agricoltura per la passione e il coinvolgimento con cui ha illustrato il provvedimento. A tal proposito anch’egli ha definito le regolarizzazioni un risultato importante e una battaglia di civiltà.

Le reazioni. Immediate le reazioni della politica su Twitter alla commozione del ministro. Prima fra tutte quella del suo leader Matteo Renzi che si è complimentato con lei esprimendosi “fiero e orgoglioso delle battaglie di Teresa Bellanova”. Anche Matteo Salvini non ha mancato di commentare le sue lacrime in chiosa alla sua opinione, nettamente negativa, delle misure economiche varate dal governo. “Le lacrime del ministro Bellanova (Fornero 2) per i poveri immigrati, con tanti saluti ai milioni di italiani disoccupati, non commuovono nessuno“. Anche Giorgia Meloni è intervenuta sull’argomento dicendosi basita della commozione di un ministro per la regolarizzazione degli immigranti quando “migliaia di italiani hanno pianto schiacciati dalla disperazione di aver perso tutto. Aspettando un aiuto che non è arrivato mai“. Dello stesso tenore anche le parole di Mariastella Gelmini, preoccupata delle lacrime degli italiani.

Il paragone con Elsa Fornero. C’è stato poi chi ha paragonato il ministro ad Elsa Fornero, anch’essa scoppiata in lacrime durante la presentazione della manovra finanziaria del 2011. L’allora ministro si era commossa non riuscendo a pronunciare la parola “sacrifici” riferendosi a quanto chiesto ai cittadini a causa dello stop all’adeguamento annuale delle pensioni in base all’inflazione.

Teresa Bellanova in lacrime, Giorgia Meloni "basita": "Lei piange per i migranti, gli italiani per un aiuto mai arrivato". Libero Quotidiano il 13 maggio 2020. "Sono basita". Giorgia Meloni commenta così, laconica, le lacrime di Teresa Bellanova per l'accordo raggiunto nel governo sulla sanatoria per i migranti irregolari che lavorano nei campi. "Centinaia, forse migliaia di italiani in queste settimane hanno pianto, magari di notte, di nascosto dai loro figli, schiacciati dalla disperazione per aver perso tutto, o per timore di perdere tutto - le ricorda la leader di Fratelli d'Italia alla ministra dell'Agricoltura renziana -. Aspettando un aiuto che non è arrivato mai. Stasera il Ministro Bellanova si è commossa. Ma per la regolarizzazione degli immigrati. Io sinceramente sono basita", conclude su Facebook la Meloni.

Teresa Bellanova su Facebook il 14 maggio 2020. È vero. Ho pianto. Ho faticato, ho combattuto, e alla fine ho pianto. Hanno accostato le mie lacrime ad altre lacrime: le hanno riportate ad un genere, quello femminile. Io invece ho avuto la forza di piangere - sì, la forza - perché ho fatto una battaglia per qualcosa in cui credevo sin dall’inizio, perché ho chiuso il cerchio di una vita che non è soltanto la mia, ma è quella di tantissime donne e uomini che come me hanno lavorato nei campi. Però una cosa la voglio dire, a chi sta con me e a chi sta contro di me: le lacrime non le giudicate perché appartengono non a me sola, ma a chi ha ogni giorno il coraggio di sfidare per cambiare, sapendo che si può perdere o vincere. Sono cose che hanno a che fare con la vita, con l’impeto e la forza delle idee. Le lacrime sono il segno costitutivo, generativo della nostra specie. Chi le teme, o chi non ne comprende il senso e la forza, ha perso di vista il carattere più importante dell’umano: la coscienza delle cose, quant’è prezioso mostrarsi vulnerabili. Se abbiamo perso di vista questo, se non sappiamo più riconoscere cosa significa il pianto di chi crede in quello che fa, è preoccupante. Più di ogni battaglia, vinta o persa che sia. La forza delle donne, ed anche di molti uomini, è proprio saper piangere: non esiste un “pianto di genere“, perché l’unico genere capace di pianto è quello umano. Le donne qui non c’entrano nulla: c’entrano coloro che ogni giorno portano avanti le battaglie in cui credono, magari impopolari ma giuste. Quelli che avanzano il cuore senza bisogno di calcolare le distanze. Spostano la notte più in là. E credono nella politica che guarda in faccia i problemi che attendono risposte.

Dagospia il 14 maggio 2020. Da “24Mattino – Radio 24”. Il confronto con le lacrime della Fornero, "Mi avrebbe imbarazzato molto di più un paragone con Salvini che non con una professoressa come la Fornero". Così la ministra per le Politiche Agricole  Teresa Bellanova a 24Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24. "Se mi avessero confrontato a Salvini, questo mi avrebbe fatto molto male. La professoressa Fornero è persona di grande competenza e professionalità che io rispetto anche se su alcune cose la pensiamo in modo differente".  A proposito delle sua commozione specifica "ci sono dei momenti in cui i sentimenti non si riesce a governarli noi siamo il frutto della nostra vita e della nostra storia, chi non sente questo evidentemente le cose che fa le fa da mestierante". "Io ho avuto la fortuna, nella mia vita, di avere momenti difficili, complicati - ha spiegato a Radio 24 - ma di fare le cose che ho voluto fare con grande passione e ieri tutto questo mi si è palesato in un momento in cui ero nella condizione di poter dire che si migliorava la vita degli altri" ha concluso commuovendosi ancora. "Noi andiamo incontro alle grandi campagne di raccolta dove c’è bisogno di manodopera, io stessa ho detto rendiamo compatibile il Reddito di Cittadinanza con il lavoro stagionale per un certo numero di giornate, è un lavoro che si sta facendo. Agli italiani non è mai stato impedito di andare a lavorare in agricoltura ma non possiamo obbligare le persone a fare un lavoro o un altro quindi dobbiamo agire su tutti gli strumenti e dare alle persone il diritto di fare questo lavoro in modo legale” Così la ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova a 24Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24. "Come hanno fatto Regno Unito e Germania si può fare e ho rivendicato in più occasioni con la commissione la possibilità di avere i corridoi per le persone. Ma in Germania i viaggi sono stati organizzati dalle stesse imprese e in un numero non alto di persone. I corridoi verdi ci sono però bisogna avere le persone disponibili a salire su quei voli, bisogna sapere che queste persone vengono da zone rosse e devono fare la quarantena per 15 giorni. Non dico che non è possibile ma questo strumento da solo non è esaustivo". Così la ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova a 24Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24. "Da mesi sto combattendo per dire che il caporalato non è frutto delle imprese e di non tutte le imprese. Ci sono delle imprese che si rivolgono al caporale perché vogliono competere nell'irregolarità, e ci sono delle imprese che sono costrette perché non trovano persone con permessi di soggiorno regolari per fare fronte al bisogno di raccolta". Così la ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova a 24Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24. Nel governo “c’è stato molto confronto e io avrei voluto dare misure più dirette come sostegno alle imprese ma mi rendo conto che in un momento in cui fai la scelta di bloccare i licenziamenti, devi investire parte delle risorse per sostenere i lavoratori e garantire la cassa integrazione. Dobbiamo permettere alle imprese di competere e garantire la sicurezza ai lavoratori". Così la ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova a 24Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24. "Il governo va avanti se risolve i problemi". Così la ministra per le Politiche Agricole  Teresa Bellanova a 24Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24.

Ritratto di Teresa Bellanova, la ministra che ha reso visibili gli invisibili. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 15 Maggio 2020. Lacrime della forza, quelle versate da Teresa Bellanova in diretta, parlando della regolarizzazione dei migranti. Lacrime di gioia e di dolore per una battaglia – “rendere visibili gli invisibili”, che ha segnato la vita del Ministro delle Politiche agricole. Segno prorotto e prorompente della soddisfazione politica e umana di chi ha vinto la sua battaglia dentro e fuori il governo, dentro e fuori la politica. «Se noi facciamo emergere questo lavoro di regolarizzazione dei permessi di soggiorno non saranno costi per l’Italia, saranno entrate: perché i rapporti di lavoro irregolare privano lo Stato anche della contribuzione, oltre che togliere alle persone i loro diritti e la loro dignità. Quindi io non mi spaventerei dei numeri: se saranno 500-600 mila saranno i benvenuti, perché saranno persone che noi avremo tirato fuori dai ghetti e li avremo portati a vivere nella condizione della legalità e del riconoscimento della loro identità», dice a coronamento del decreto. E a chi la prende in giro perché ha pianto, risponde a muso duro: «È vero. Ho pianto. Ho faticato, ho combattuto, e alla fine ho pianto. Hanno accostato le mie lacrime ad altre lacrime: le hanno riportate ad un genere, quello femminile. Io invece ho avuto la forza di piangere – sì, la forza – perché ho fatto una battaglia per qualcosa in cui credevo sin dall’inizio, perché ho chiuso il cerchio di una vita che non è soltanto la mia, ma è quella di tantissime donne e uomini che come me hanno lavorato nei campi…». Bellanova quei ghetti di campagna, in cui il caporalato dà vita al nuovo schiavismo dei braccianti, lo conosce molto da vicino: a 14 anni usciva di casa all’alba per andare a raccogliere l’uva nelle campagne del brindisino. Dall’incassettamento dell’uva da tavola alle prime riunioni sindacali, il passo è stato breve. Già adolescente divorava tutti i libri e i giornali che le capitavano a tiro. Le sue coetanee si innamoravano delle celebrities di Hollywood, lei guardava a Giuseppe Di Vittorio. Va a scuola fino alla terza media. “Non ne sono orgogliosa”, dirà alla Gruber. La disciplina l’ha imparata prima nei campi, dove la fatica per le donne raddoppia, poi alla Camera del Lavoro di Brindisi. Lì trovava sempre una copia de L’Unità, che a fine riunione portava a casa. Un modo per imparare a leggere non solo il testo ma il contesto. A trent’anni diventa segretaria provinciale della Federazione Lavoratori Agroindustria (Cgil) di Brindisi. Prima donna, per giunta giovane, a capo di un sindacato tutto al maschile, nel Mezzogiorno. Oggi si presenta alle porte del Ministero alle 7.30 del mattino, spesso prima che siano arrivati gli uscieri. La sveglia a casa suona alle 5.30, la colazione si riduce a un caffè. E si immerge nelle rassegne stampa, poi nella lettura avida, assetata dei quotidiani. «Ne legge almeno dieci ogni mattino», ci racconta la sua Capo segreteria, Alessia Fragassi, che la accompagna da anni. Mette un’energia assoluta in tutto quel che fa, credendoci tanto da coinvolgere chi la circonda. «Non si rimanda mai a domani quello che si può fare oggi», ripete sempre. È una stakanovista. Al Ministero non erano preparati ai suoi ritmi. Negli ultimi giorni sono rimasti tutti convocati fino alle due di notte. Raramente si torna a casa prima delle 23. Un foglio bianco, pronto a essere firmato con le dimissioni,  è rimasto sulla sua scrivania tutta l’ultima settimana. Al suo staff ha detto «Siamo in una partita esiziale, vinciamo o andiamo a casa». Fa sempre sul serio. Come quando ha deciso di lasciare il Pd – lei che colleziona tutte le sue vecchie tessere Pci – per seguire Matteo Renzi. Un incontro di affinità incredibile tra due anime dalla storia molto diversa. Mai avuto un ripensamento. «Ascolta Renzi, ma decide da sola e non cambia idea», dicono di lei. L’uomo con cui si confida è un altro. Si chiama Abdellah El Motassime, marocchino di Casablanca. È stato il suo interprete durante un viaggio nel 1988 con la Flai Cgil in tema agroalimentare, ed è stato subito colpo di fulmine. Convolati a nozze nel marzo ’89 e da allora profondamente uniti. «Vivono in connessione profonda», dice chi li conosce più da vicino. «È un punto di forza: lei sa di essere sostenuta in qualsiasi momento da un uomo umanamente esemplare, che ha una cura e un accudimento fortissimo nei suoi confronti». Il loro unico figlio, Alessandro, studia medicina e non vuole saperne di fare politica: «È un modo diverso per dedicarsi agli altri». Era lui ad accompagnarla al Quirinale per il giuramento da ministro, quello con l’abito blu costato indecenti polemiche. «Che non la feriscono», ci raccontano i suoi. «Ne ha viste e sentite tante, nella vita. Sa come rispondere a tono». E a proposito di risposte, ne ha per tutti. Il cerimoniale del Ministero le ha contestato i biglietti da visita. «Ministro, lei non può far stampare il suo numero di cellulare personale, altrimenti la chiamerà chiunque», le hanno fatto notare. Lei non ha fatto una piega. «Chi vuole chiamarmi, mi chiami». E ha messo il suo numero, senza schermi. Eletta deputata, trasferitasi da Lecce a Roma, si è trovata una casa vicino alla fermata del tram. E per andare a Montecitorio lo ha preso tutti i giorni. Sale sul tram con la mazzetta dei giornali e qualche libro. Ha finito da poco di leggere la trilogia di Elena Ferrante. Storie di miseria e di riscatto, di ragazze del Sud. Storie che le ricordano le cicatrici che ha addosso. Con il tram che prende passa accanto al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, di cui conosce i film a memoria, come quelli di Ken Loach. L’altra sera è tornata a casa, dopo la conferenza stampa di Palazzo Chigi, senza festeggiamenti. Ha abbracciato il figlio e il marito. Lo staff che ha lavorato dietro le quinte conosce la cifra della sobrietà: «Ci ha detto di riposare per tornare l’indomani pronti, il lavoro non è ancora finito». I Cinque Stelle masticano amaro e sembra che Di Maio sia pronto, a partire dagli Stati Generali, a sfidare lo stesso Conte pur di rovesciare l’intesa sulla regolarizzazione. Ma ieri il cellulare di Teresa Bellanova non ha mai smesso di squillare. L’hanno chiamata in tanti, per congratularsi, da Beppe Sala alla ministra Lamorgese, con cui questo successo è condiviso. E Emma Bonino l’ha voluta con sé per una diretta Facebook, entrambe emozionate. Una marea di messaggi le è arrivata dai vertici del Pd: «Brava, non hai mollato». Quello che le ha detto anche Giuseppe Conte, come lei pugliese, nato a mezz’ora di strada dalla Cerignola di Giuseppe Di Vittorio. Nel suo segno, è nata una nuova leader.

Regolarizzazione no!! ecco perchè…Antonio Angelini detto Antonello l'8 maggio 2020 su Il Giornale. Ospito anche oggi il mio anonimo amico. Uno che ha lavorato per lo Stato sull’ immigrazione e sui reati commessi da immigrati. Procediamo con i nostri ragionamenti, basati solo su fatti e non su analisi svolte o dati elaborati da altri, per cercare di dare al cittadino comune un metodo per poter districarsi nella molteplicità di informazioni, anche spesso provenienti da fonti autorevoli, ma che esprimono in ogni caso opinioni molto differenti tra loro. Sulla base di eventi storici abbiamo dedotto, con un semplice ragionamento logico, che gli “italiani” non sono un popolo razzista, certamente non lo sono più della media di tutti gli altri popoli. Se questa è la conclusione delle nostre considerazioni logiche, il cittadino comune non può fare a meno di domandarsi come mai allora, ogni volta che si affrontano argomenti sociali di un certo tipo, il pericolo del razzismo venga continuamente tirato fuori con il fine di indirizzare l’opinione pubblica (ovvero appunto il comune cittadino) verso scelte specifiche. Come detto il concetto di “razzismo” nel nostro paese sta indirizzando scelte politiche e sociali di rilevanza storica, non solo in termini di immigrazione ed appartenenza alla Unione Europea, ma anche in ambiti scientifici e sanitari ed economici. Pertanto l’argomento “razzismo” è un argomento decisamente attuale anche per come è stata affrontata, ad esempio, l’emergenza pandemia. Su quest’ultimo argomento, la pandemia, ne parleremo nei prossimi incontri, per una questione appunto di conseguenze logiche nei ragionamenti. Procedendo per passi logici, affrontiamo il problema dell’immigrazione “globale”, ovvero la possibilità per chiunque di poter decidere di spostarsi e vivere in qualunque posto del nostro pianeta. Partiamo proprio da questo principio, ovvero il diritto per chiunque di poter decidere dove vivere ed anche di come vivere. Un principio certamente astrattamente valido. Per aiutare nel ragionamento logico partiamo da presupposti ideali, ovvero, immaginiamo effettivamente il pianeta come un unico sistema politico e sociale in cui ciascun essere umano ha il sacrosanto diritto di poter vivere la propria vita nel modo che egli ritenga il più dignitoso possibile. Di fronte a questo principio e a questa prospettiva ideale, nessuno ritengo potrebbe mai opporre una valida risposta contraria. Questo diritto è sacrosanto. Restiamo nel mondo ideale, ovvero unica società globale uniformata in tutto, regole, leggi, economie etc. Appare immediatamente evidente che, tolte alcune fluttuazioni statistiche, potendo scegliere, la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta preferirebbe vivere in luoghi del pianeta dove il clima sia più mite, dove le città siano più belle, certo nessuno preferirebbe vivere in zone aride, desertiche, oppure impervie (tolte come detto alcune fluttuazioni di popolazione). Diciamo che su 7 miliardi dell’intera popolazione mondiale, attuale, più della metà sceglierebbe gli stessi luoghi, le stesse aree del pianeta. In parte è già cosi, ma dobbiamo immaginare una distribuzione senza limiti di distanza, costi di viaggio, infrastrutture etc. Supponiamo che le risorse locali, ambientali, economiche e nutrizionali in quei luoghi siano in grado di soddisfare questa distribuzione non uniforme della popolazione mondiale. L’incremento della popolazione stessa (perché anche il diritto alla nascita è inalienabile, pertanto non si può pensare, in questo contesto ideale, di limitare le nascite e l’aumento della popolazione mondiale) determinerebbe ad un certo punto una perdita di equilibrio tra le scelte di ciascuno e l’effettiva sostenibilità ambientale, economica, sociale. Questi sono ragionamenti semplici, che valgono in effetti a prescindere da quale sia la distribuzione delle scelte della popolazione globale su dove vivere. Esisterà sempre un limite, qualunque esso sia, oltre il quale non si potrà andare. Quindi in un mondo ideale, considerando solo uno dei due parametri di scelta, il “dove” vivere, concettualmente si arriva facilmente ad un paradosso, logico, ovvero: non è possibile che “tutti” possano vivere in uno stesso posto. A questo dobbiamo aggiungere l’altro parametro di scelta, ovvero “come” vivere. Diciamo che in un mondo ideale deve certamente restare un principio indissolubile, ovvero quello che la libertà personale è limitata dalle libertà altrui, ovvero qualunque sia la scelta di un singolo essere umano, essa non potrà mai prevaricare i diritti di un altro essere umano. Quindi il “come” vivere deve essere comunque limitato al concetto semplice, purché non leda i diritti altrui, quindi ovviamente non vivere svolgendo attività illegali ad esempio. Se si presuppone che in un mondo idealmente globalizzato, ognuno possa svolgere una attività lavorativa legale e dignitosa utile alla società, anche in questo caso, escluse le attività illegali, arriviamo ad un paradosso in cui non tutti possono fare quello che realmente vorrebbero ma devono potersi adeguare alle esigenze del sistema società. Allora ecco che assumendo per sacrosanto un diritto ideale in cui ogni essere umano possa scegliere dove vivere e come vivere, anche in un mondo ideale, raggiungeremmo dei paradossi in cui questo non sarebbe effettivamente possibile. A questo punto potremmo iniziare a porre le infinità di paletti dovute alle regole di mercato, alla sicurezza, alla sostenibilità economica di ciascun paese (Nazione), alle differenti leggi dove quegli stessi principii ideali, che perdono di coerenza anche in un mondo ideale, ancor di più vengono messi in discussione. Ma restiamo al nostro paese e proviamo ad abbracciare le ragioni di chi ritiene sia giusto aprire a chiunque l’accesso al nostro sistema, senza fare alcuna considerazioni sulle modalità di arrivo, ne tantomeno alcun tipo di selezione sulle persone che decidessero di voler venire a vivere nel nostro territorio. Perciò idealmente accettiamo l’idea di una immigrazione libera verso il nostro Stato. Chiediamo, a chi perora questa causa, quale è il limite di persone che ritenga di poter accettare in ingresso, in quanto, come detto, non è pensabile che 7 miliardi di persone possano venire a vivere tutte in Italia. Ovviamente questo è un estremo ragionamento ma che, senza arrivare al numero dell’intera popolazione mondiale, effettivamente crea un limite, qualunque esso sia; ovvero, domani si dichiara che chiunque voglia venire nel nostro paese lo possa fare, garantendogli il viaggio ed una vita dignitosa. Esisterà comunque un limite oltre il quale non si potrà andare e, raggiunto quel limite, questo principio perde di validità perché a quel punto anche chi oggi si dichiara per l’apertura totale dovrà dire “adesso basta”. Se si è stabilito che il nostro paese possa ospitare dignitosamente, ad esempio, dieci milioni di persone, arrivati a dieci milioni più “uno” quell’uno in eccesso vedrà irrimediabilmente limitato il suo diritto.

Senza aver preso alcun dato, senza aver fatto alcun ragionamento politico o sociale, ma semplicemente ragionando su dei concetti molto semplici, ecco che comunque si osservi la questione dell’immigrazione, dei “limiti” ci saranno e ci dovranno essere. Il punto è “quali limiti”? Allora viene immediato chiedersi perché nelle due posizioni attuali pro e contro immigrazione (in realtà un “certo” tipo di immigrazione) chi si pone nella posizione del “contro” viene immediatamente tacciato di razzismo? Proprio in un paese in cui, con ragionamenti precedenti abbiamo stabilito che il popolo italiano non è storicamente più razzista di qualunque altro popolo sulla terra? In un paese in cui l’immigrazione c’è da decenni senza che ciò abbia comportato, fino a pochi anni fa, qualche forte squilibrio sociale? Il comune cittadino ha, o dovrebbe avere, a questo punto tutti gli strumenti per iniziare una analisi più approfondita e comprendere che chi perora la causa dell’immigrazione libera, o non ha chiaro il problema, oppure nasconde un fine diverso. Nello specifico, quel che accade da alcuni anni è un ingresso di persone attraverso vie non legalmente riconosciute e che determina un rischio della vita per quelle stesse persone, per poter raggiungere il continente europeo. Anche qui volendo abbracciare il pensiero di chi pone, giustamente, la salvaguardia della vita di queste persone sopra ogni altra considerazione, non possiamo non porci il problema, concettuale, che questo traffico se mantenuto, se incentivato, non avrà fine, o potrebbe non avere una fine nei limiti che in ogni caso si potrebbe decidere di stabilire; tanto per intenderci i 600 mila, attualmente considerati indispensabili per motivi umanitari ed economici, da regolarizzare sul nostro territorio. Supponiamo di dare ragione al Ministro che ha fatto questa proposta, cosa accadrà con i prossimi 600 mila? E con i 600 mila dopo? Si arriverà ad un punto, come detto, in cui delle misure dovrebbero necessariamente essere prese anche da chi “oggi” perora questa causa, perché è una conseguenza naturale. Allora perché parlare di “razzismo” quando questa locuzione non ha assolutamente nulla a che vedere con ciò che sta avvenendo? In questo incontro volutamente non si è fatto riferimento a dati, anche ufficiali, sulla criminalità da parte di cittadini stranieri, sul degrado, sullo spaccio, sulle mafie straniere, sullo sfruttamento da parte di chi organizza i viaggi illegali, sulle mancanze di controlli, di selezione, sull’impatto sociale di migliaia di persone senza alcuna tutela, o con tutele non eque, sul nostro territorio, sull’effettivo aiuto a certe popolazioni, sul terrorismo islamico e soprattutto al senso morale di aiutare solo chi riesce a raggiungere certe “reti” illegali e non altri, ne si propongono politiche sociali o soluzioni. Come detto questi incontri hanno lo scopo di fornire al comune cittadino dei mezzi di logica deduzione, per potersi poi successivamente fare una idea propria della situazione. Di certo quel che si può affermare è che oggi il problema dell’immigrazione nel nostro paese nulla ha a che vedere con il razzismo, ma ben altre sono le ragioni che muovono le parti sociali.

Antonio Angelini detto Antonello. Sono nato nel 1968, segno Toro . Euroscettico della prima ora non avrei potuto essere sposato che con una meravigliosa donna inglese. Laureato in Economia e Commercio nel 92 alla Università “La Sapienza” di Roma, iscritto all’ albo degli Agenti di Assicurazione, a quello dei Promotori Finanziari e all’ Albo dei Giornalisti Pubblicisti di Roma. Appassionato da giovane di Diritto Pubblico , ho fatto volontariato nel movimento fondato da Mario Segni per i referendum sul maggioritario ed elezione diretta dei sindaci. Ho lavorato in banca un anno , poi un anno e mezzo (93-94) in Forza Italia. Dal '95 mi sono dedicato alle Assicurazioni ed altro. Ho sempre scritto di calcio, divertentissima arma di distrazione personale ma anche di massa. Data la situazione del mio Paese , sento di dover fare informazione su altro. Mi considero un vero Patriota . Guai a parlar male dell’ Italia in mia presenza. Inizi anni 90 incontrai un anziano signore inglese, membro della House of Lord ed euroscettico. Mi raccontò con 10 anni di anticipo tutte le pecche della nostra UE, monetarie e non. Da allora sono stato un Euroscettico di fondo ma senza motivazioni scientifiche. Molti anni dopo incontrai Alberto Bagnai e le motivazioni iniziarono ad poggiare su basi scientifiche.

PANDEMIA E AGRICOLTURA. Ieri i braccianti immigrati erano “gli invisibili”. Adesso tutti li cercano disperatamente. Gli stagionali dall’Africa non arrivano più. Quelli rimasti in Italia sono costretti nei ghetti. Tonnellate di frutta e ortaggi potrebbero marcire. Ma il governo ha paura di fare una sanatoria. E chiede aiuto all’Est Europa. Alessia Candito il 09 aprile 2020 su L'Espresso. Frutta, verdura e ortaggi grazie alle loro braccia sono sempre arrivati nei mercati e sugli scaffali, ma loro per decenni sono stati invisibili. Nell’Italia spaventata dall’epidemia di Covid, per decreto sono diventati sulla carta i “lavoratori essenziali” di quei settori che non si possono fermare. Ma senza contratti né diritti, l’esercito dei braccianti migranti è rimasto bloccato nei ghetti e nelle tendopoli e il motore della filiera agroalimentare si è fermato. È bastato imporre uno straccio di lavoro regolare per giustificare gli spostamenti e un’intera filiera è andata in crisi. Prodotti bandiera del made in Italy marciscono sugli alberi, nei campi, nelle serre. Piccoli e grandi produttori gridano al disastro, Il governo studia soluzioni. Chi con la sua fatica ha sempre trainato il settore, oggi rischia la fame. «Il nostro sudore è uno degli ingredienti della vostra dieta giornaliera. Siamo degli esseri umani, con uno stomaco quasi sempre vuoto e non solo braccia da sfruttare», recita il testo che accompagna la raccolta fondi promossa da alcuni dei braccianti di Foggia sulla piattaforma GoFundMe, rilanciata a livello nazionale da Aboubakar Soumahoro. Il ricavato verrà diviso fra i vari coordinamenti territoriali e usato per comprare cibo. Perché la fame non conosce confini. E in ghetti, tendopoli e casolari oggi si convive con la paura di non potersi difendere dalla pandemia. Mani rotte dal lavoro nei campi, Mbaye ha occhi più anziani dei suoi 26 anni. Il lockdown lo ha sorpreso in Calabria, alla tendopoli di San Ferdinando, da anni istituzionale “soluzione temporanea” all’ormai stabile presenza di migliaia di braccianti stranieri che arrivano per la stagione degli agrumi. Oggi, una potenziale bomba sanitaria. Un solo caso di Covid trasformerebbe quella massa di tende blu in un focolaio. Associazioni come Medici per i Diritti Umani, Mediterranean Hope, SOS Rosarno, Sanità di Frontiera, Csc Nuvola Rossa, Co.S.Mi. da settimane dicono che l’unica soluzione è svuotare tendopoli e ghetti. I loro appelli sono rimasti inascoltati, piani e programmi presentati a Regione e prefettura per risolvere in fretta la situazione, ignorati. Chi vive in un recinto con altre 500 persone è cosciente del rischio. E sa che a poco servono quel pugno di mascherine e l’igienizzante che il comune di San Ferdinando ha distribuito. Costretti a vivere anche in otto sotto stracci di plastica blu e a dividere tutti non più di una decina di bagni, i braccianti migranti della Piana sono bloccati in un assembramento di fatto. Pochissimi hanno contratti fissi e in regola, pochissimi riescono a lavorare. Chi ha sempre contato solo su impieghi a giornata, adesso deve stare fermo. «Ma se non lavoriamo, non mangiamo. Qui nella Piana di Gioia Tauro la stagione delle arance sta finendo, ma non posso spostarmi per cercare lavoro», dice Mbaye. Da quando ha lasciato il suo Gambia, ha sempre o quasi fatto il bracciante. Ha imparato a muoversi in Italia secondo il ciclo dei raccolti, seguendo il passaparola dei connazionali, la rete di chi diventa famiglia a schiena curva nei campi. Aveva una protezione umanitaria, cancellata dal decreto Salvini, ma convertirla in permesso di lavoro non è stato semplice. È uno dei fortunati, qualche contratto lo ha strappato, sebbene le ore lavorate su carta siano assai meno di quelle effettive. Forse basteranno, gli hanno detto al sindacato. Il problema potrebbe essere la casa. La legge prevede che il lavoratore presenti anche un regolare contratto di affitto, nonostante la maggior parte dei braccianti si sposti per tutta l’Italia secondo il ciclo dei raccolti. La pratica era in itinere quando tutto è stato congelato fino a giugno, in attesa o nella speranza che l’epidemia passi. «In Basilicata mi aspettano per pomodori e zucchine», freme Mbaye , «lì un lavoro lo avrei». Ma senza un contratto è impossibile spostarsi. Anche i vicini Comuni del vibonese che vivono delle coltivazioni di cipolle e fragole sono una meta irraggiungibile. Ci lavorava spesso Mamahdou, arrivato in Italia ragazzino e cresciuto sperimentando tutti i gironi infernali della burocrazia dell’accoglienza. Mente sveglia, un talento per le lingue, allo Sprar che lo ha accolto hanno fatto di tutto per convincerlo a studiare da mediatore. Ma a casa, in Mali, avevano bisogno di soldi e il lavoro nei campi era il modo più rapido per aiutarli. La sua vita è diventata un periplo. Dalla Calabria a Foggia, fino in Spagna, dove un contratto da magazziniere gli ha assicurato per anni una vita decente. Poi è arrivato il decreto sicurezza, la sua protezione umanitaria è divenuta carta straccia ed è stato costretto a buttare tutto all’aria per tornare in Italia e convertire il permesso. È finito a lavorare in nero, a ore, a giornata o a cassetta e a vivere nel ghetto di Contrada Russo, non luogo nascosto nelle campagne fra Rosarno e Taurianova, dove la corrente è quella fornita da un vecchio generatore e per lavarsi tocca andare al pozzo distante quasi un chilometro. Anche Mamahdou aspetta. Che arrivi un contratto vero o che la commissione territoriale consideri la regione dilaniata dai conflitti da cui proviene, meritevole di protezione internazionale. Ma prima la pandemia deve passare e gli uffici devono riaprire. Nel frattempo a scandire il tempo è la fame, i piccoli lavoretti informali rimediati schivando i controlli, l’arrivo al ghetto delle associazioni che forniscono assistenza legale, medica, sindacale e oggi portano cibo, mascherine, igienizzante, informazioni. «In questi anni sono stati creati dei veri e propri percorsi a ostacoli nella regolarizzazione per costringere i braccianti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro», spiega Ruggero Marra dello sportello Soumaila Sacko. «Più è complicato avere documenti in regola, più i lavoratori saranno disponibili a piegarsi ad ogni sorta di ricatto». E nella Piana e non solo, di Mbaye e Mamahdou ce ne sono dieci, cento, mille, un esercito costretto a rimanere immobile. Solo pochi di loro possono contare sui sussidi congegnati dal governo per i lavoratori agricoli. I sindacalisti di Cgil e Usb da giorni battono ghetti e campi, fanno i conti con ore e giornate lavorate, compilano moduli, inoltrano richieste. Ma sanno che quegli aiuti sono un’arma monca, che i potenziali beneficiari sono pochi e i cosiddetti “insediamenti informali” rimangono una bomba sanitaria a orologeria. «La cosa più semplice e immediata sarebbe una sanatoria. E converrebbe a tutti», spiega Peppe Marra, dirigente sindacale dell’Usb calabrese, «perché permetterebbe di svuotare i ghetti dunque risolvere un problema sanitario che in tempi di pandemia è di tutti, non solo dei migranti. In più, darebbe a questi braccianti la possibilità di lavorare e vivere in condizioni dignitose, senza obbligarli ad essere irregolari o a vivere in situazioni di marginalità». Al momento, sono stati solo congelati i termini per i permessi fino al 15 giugno. «Ma è l’ennesima soluzione d’emergenza ad un problema strutturale», fa notare Marra », e la crisi della filiera agricola dimostra quanto il lavoro dei braccianti migranti sia essenziale per il settore». Che adesso è in crisi. La prima a lanciare l’allarme è stata Coldiretti: «Con il blocco delle frontiere, nei campi mancano 370 mila lavoratori». Anche il governo Conte da settimane studia come affrontare il problema, forse con lena maggiore da quando a Palermo c’è stato il primo assalto ai supermercati. È meccanismo economico banale. A scarsità di prodotti equivale un rincaro dei prezzi, che eroderebbe rapidamente qualsiasi sussidio economico. «Nessun governo oggi può permettersi di far pagare una lattuga dieci euro», commenta un esponente politico di lungo corso. Al ministero dell’Agricoltura il dossier è aperto. La sua titolare Teresa Bellanova sta tentando un accordo la Romania per far arrivare braccianti dall’Est. Anche la Germania sta studiando una soluzione simile con tanto di voli charter dedicati, c’è chi in Europa pensa ad un “treno verde” che permetta ai braccianti di muoversi. Solo comunitari per non avere grane di permessi, sebbene in Italia, dicono i dati ufficiali forniti dalle associazioni di categoria, la maggior parte degli stagionali regolari arrivi da Marocco (35.013), India (34.043), Albania (32.264), Senegal (14.165), Tunisia (13.106), Bulgaria (11.261), Macedonia (10.428) e Pakistan (10.272). In ogni caso l’idea di far venire decine di migliaia di persone dall’Est Europa è complicata da gestire. Non è chiaro ad esempio chi si farebbe carico del loro sostentamento nei 15 giorni di quarantena obbligatoria all’ingresso in Italia. Fra i diversi paesi dell’Europa “ricca” che hanno bisogno di braccia poi, le disparità salariali sono notevoli e l’Italia è una meta poco competitiva, con le sue retribuzioni più basse. Senza dire che nel nostro Paese le strutture abitative per mantenere il distanziamento sociale quando il lavoro finisce sono per lo più inesistenti. Fattore che relega al rango di propaganda la proposta di mandare nei campi i percettori di reddito di cittadinanza o sussidi di disoccupazione. Ma in realtà, braccianti in Italia già ci sono. La ministra Bellanova lo sa, nella Piana di Gioia Tauro ci è stata mesi fa, ma solo ora sembra ricordare chi è obbligato al lavoro nero e confinato in quei ghetti «dove sta montando la rabbia e la disperazione. Il rischio», afferma, «è che tra poco ne escano e non certo con un sorriso. Bisogna mettere anche loro in condizioni di lavorare in modo regolare». Una timida apertura a una regolarizzazione? C’è chi ci crede, chi no. Ma a Roma sembrano aver preso coscienza anche di un altro aspetto fondamentale della partita. «Se certi processi non li governa lo Stato», dice Bellanova , «ci pensa la mafia». Che da tempo ha investito sull’agroalimentare e in tempi di crisi si troverebbe in mano l’ennesima arma.

Non siamo solo braccia da usare e gettare. Ma anche anima e mente, con dignità di persona. Il dibattito sulla regolarizzazione per l'agricoltura ha fatto riemergere una cultura coloniale, strumentale e mercantile nel rapporto tra l'Italia e gli africani. E una feroce resistenza al cambiamento culturale. Leila El Houssi e Igiaba Scego l'8 maggio 2020 su L'Espresso. Leila El Houssi è docente di Storia del Medio Oriente presso l'Università di Firenze; Igiaba Scego è scrittrice di saggi e romanzi, ultimo dei quali "La linea del colore", Bompiani, 2020. In questi giorni in cui infuria la polemica sulle regolarizzazioni, noi, due donne afroitaliane, siamo invase da una grande frustrazione. Quello che però ci crea dolore è proprio il dibattito che si è formato intorno alla possibilità di regolarizzare i migranti. Abbiamo subito avuto la sensazione di vivere un déja vu, qualcosa che ha già attraversato il nostro corpo considerato, a torto, alieno. Ormai è dagli anni '70 che migranti e figli di migranti, padri, madri, figli, si sentono considerati corpi alieni, estranei alla nazione. E se il corpo dell'alieno entra nel dibattito deve, per il mainstream nazionale, avere qualcosa di utile da portare in cambio. E questo, ahi noi, si è visto molto bene nel discorso sulle regolarizzazioni. Si è parlato di migranti come braccia per l'agricoltura, utili per raccogliere pomodori e zucchine. Abbiamo visto anche gente che stimiamo scrivere tweet con questo tono “se non regolarizzi il migrante ora, te ne accorgerai al banco del mercato questo giugno, vedendo quanto costano gli ortaggi”. Migrante braccia, migrante ridotto ad essere bestia da soma. Ma, il corpo migrante è corpo umano, dotato di anima, sentimento, cervello, sogni. Il migrante è persona, è mente, intelletto, ragione ed è terribile vedere quanto invece viene considerato alla stregua di un automa visto in mera funzione mercantile, quindi legato al bisogno “carnale” della nazione. Siamo consapevoli che la regolarizzazione non deve essere portata avanti per settore, ma si deve cogliere il vento della storia e accettare finalmente di essere una società transculturale, in cui convivono individui di ogni colore, appartenenza, religione. Ma tutto questo, con nostro profondo rammarico, non sta emergendo. Il discorso sulle regolarizzazioni ha solo mostrato quello che abbiamo sempre visto, ovvero l'uso strumentale del corpo migrante e/o di origine migrante. Un déja vudove i partiti politici si schierano da una parte all'altra della barricata, e dove anche tra i “buoni” si nascondono ancora troppe insidie. Abbiamo visto tutto ciò con la mancata legge sulla cittadinanza italiana (anche lì a ben pensarci una regolarizzazione, rendere italiano chi già lo era di fatto) che dopo tante parole e promesse non è arrivata mai. Questo atteggiamento nasconde di fatto un discorso profondo di cittadinanza negata a tutti i livelli sia legale sia culturale. L'Italia si è costruita, fin dal suo sorgere come nazione, in opposizione a un diverso. Non è un caso che l'Italia postunitaria abbia abbracciato repentinamente la cosiddetta “avventura” coloniale. E nonostante le cocenti sconfitte militari ottocentesche (Dogali, Adua) non si è fermata in questo folle disegno di superiorità verso l'altro che poi sappiamo aver portato al fascismo, agli eccidi in Etiopia e alle leggi razziali che hanno colpito colonizzati e cittadini italiani di religione ebraica. E quel sentirsi superiori all'altro, quella percezione insita di dominatore che ci ha condotto allo stato attuale delle cose. Il migrante, come prima il colonizzato o i cittadini italiani di religione ebraica, viene visto come qualcosa che la nazione deve usare e poi gettare. Corpo senza dignità, da descrivere solo con stereotipi negativi e discriminare senza pietà. E se il razzismo conclamato è una delle manifestazioni di questo disprezzo, va detto che ci sono anche modi sottili per non far partecipare al banchetto della nazione i corpi considerati non a norma. Infatti, in Italia è raro vedere un guidatore di bus afrodiscendente, una docente nelle scuole e nelle università di origine araba, o un giornalista di altra origine all’interno delle redazioni delle testate. Chi riesce a ritagliarsi un piccolo spazio, spesso, non riceve riconoscimenti e la visibilità è strappata con le unghie e con i denti. I luoghi della cultura e della formazione spesso sono interdetti, perché il corpo altro e la mente altra sono accettati solo come corpo e mente subalterni. Al corpo altro e alla mente altra non è concesso che abbiano pretese di parità. Noi stesse, noi donne afrodiscendenti, lo viviamo sulla nostra pelle. Ed è questo che ci ha rattristato nuovamente nel dibattito in corso. É l'ennesima volta che siamo messi davanti al fatto che non siamo corpi graditi. Non siamo menti volute. Siamo considerati (a torto!) un’eccentricità. E, di fatto, così si nega l'essenza di quello che è diventata l'Italia nel 2020. La crisi del Covid 19 avrebbe dovuto riavvicinarci. Il Covid 19 non ci guarda in faccia, noi siamo per lui semplicemente entità da attaccare e annientare. Siamo esseri umani, al virus non importa se siamo bianchi o neri, se siamo cristiani, ebrei, musulmani. Al virus interessano i nostri polmoni, i nostri vasi sanguigni. Ma anziché unirci in un abbraccio collettivo, anche se a distanza, parte della società ha deciso di tracciare i confini di sempre, quelli tra noi e loro, tra corpi utili e corpi di scarto, corpi che raccolgono pomodori e corpi che non li raccolgono. E le parole sono sempre quelle già sentite (purtroppo!) troppe volte. Chi, oggi si oppone alle regolarizzazioni, ieri si opponeva alla cittadinanza. Le parole sono le stesse: “è troppo presto”, “non è una priorità”! Ma, noi che amiamo e viviamo in questo paese, ci chiediamo: quando diventeremo la priorità? In un momento drammatico come quello che stiamo vivendo in cui si è palesata la vulnerabilità sociale, in cui mai come adesso abbiamo sotto gli occhi che il benessere di tutti tutela il benessere del singolo, dove regolarizzare significa anche dotare l'intero paese di una tutela sanitaria, non regolarizzare la posizione dei migranti è anacronistico e in un certo senso inumano. Regolarizzare la posizione dei migranti caduti in stato di illegalità (spesso a causa dei meccanismi di una legge ingiusta come la Bossi-Fini) significa portare avanti lo stato di diritto. È una tutela per la persona che viene regolarizzata, ma una tutela maggiore per tutta la cittadinanza, perché i diritti del prossimo salvaguardano anche tutti noi. Dobbiamo ricordarci che un cittadino, straniero e non, ha bisogno prima di tutto di essere riconosciuto nella sua dignità di persona. L'Italia deve accettare di essere cambiata. La sua trasformazione è emersa già da decenni e non da adesso. L’Italia e soprattutto le istituzioni italiane non devono temere e soprattutto non possono continuare a resistere al cambiamento. Diceva Hanif Kureishi, scrittore anglo-pakistano, parlando della sua Inghilterra che essere inglesi oggi è molto diverso dall'esserlo stati cinquanta anni prima. Anche l'Italia, come la Gran Bretagna, è cambiata in questi ultimi cinquant'anni. Ora ci siamo anche noi in questa nazione, noi a torto considerati alieni dalle istituzioni. La nostra continua ad essere una cittadinanza negata.

Michelangelo Borrillo per il ''Corriere della Sera'' il 10 maggio 2020. Giovanni, a un certo punto, ha dovuto scegliere. Tra le fragole e i legumi, ha preferito le prime. Perché sono un prodotto simbolo della Basilicata e, in particolare, della zona di Policoro, in provincia di Matera, dove ha sede «Fruttazero», la sua azienda. Che sul mercato non poteva presentarsi senza fragole. Come Giovanni, tanti altri agricoltori, negli ultimi due mesi, hanno dovuto scegliere cosa raccogliere: per mancanza di manodopera c' è ci ha lasciato il basilico nei campi in Sicilia, le fave in Basilicata, la rucola nel Lazio. E nei prossimi mesi potrebbe essere costretto a fare scelte simili per pesche e albicocche, peperoni e zucchine, susine e uva. Giovanni, di cognome, fa Lippo. E a causa del coronavirus - che non ha permesso ai braccianti stagionali stranieri di venire in Italia a causa del blocco della circolazione - si è ritrovato con la manodopera dimezzata. «L' anno scorso, ad aprile, potevo contare su 15 operai. Quest' anno, senza il rientro dei rumeni, eravamo in 7. Per questo ho dovuto scegliere tra fragole e legumi, e ho scelto le prime perché sono di maggior pregio. Ma fra qualche settimana potrei trovarmi a doverle sacrificare per pesche e albicocche: la coda della raccolta delle fragole si accavallerà, infatti, con quelle primizie». A determinare la scelta sarà l' andamento del mercato: la richiesta dei prodotti e i prezzi. Giovanni, comunque, si ritiene fortunato: «Almeno il clima ci ha aiutato: senza particolari picchi di caldo, la produzione delle fragole è stata "a scalare" e così le abbiamo potute raccogliere tutte. Altrimenti, con i legumi le avremmo dovuto lasciare in parte nei campi». Se a Giovanni sono mancati i rumeni, Luca e la sua azienda «I ragazzi della verdura» hanno sofferto per la mancanza di indiani. Che lo aiutavano a raccogliere ortaggi a Sant' Angelo Romano, in provincia di Roma. «Ci siamo ritrovati, da una stagione all' altra - spiega Luca, che di cognome fa Fiorentino - da 12 a 5. E così addio a insalate, spinaci e rucola». Sulla scia di questa esperienza, Luca ha deciso di ridurre i prossimi raccolti: «Per zucchine, melanzane e peperoni abbiamo seminato di meno, così la produzione sarà inferiore del 30% e dovremmo farcela a raccoglierla. Certo, risparmio in manodopera, ma i costi fissi restano gli stessi. E così quando verrà il supermercato a chiedermi uno sconto, non sarò in grado di concederlo». Questi problemi andranno avanti anche nei prossimi mesi e in ogni parte d' Italia, se non sarà trovata una soluzione - come hanno più volte chiesto al governo Cia, Coldiretti e Confagricoltura - alla mancanza di manodopera (a marzo sono state perse 500 mila giornate di lavoro in agricoltura rispetto a marzo 2019, pari al 10% del totale). Nel ciclo delle raccolte, infatti, siamo ancora all' inizio, sebbene sia questa la fase più delicata perché si programmano anche le grandi produzioni estive, dai pomodori al grano, e si preparano le vigne e le potature degli ulivi, che in autunno daranno olio e vino. Per fortuna, però, gran parte della raccolta di grano e pomodori è meccanizzata, per cui i problemi saranno superabili. Lo conferma Gianmarco Laviola, amministratore delegato di Princes Industrie Alimentari di Foggia, la più grande azienda di trasformazione dei pomodori nel Mezzogiorno: «Ma sebbene oggi la necessità di forza lavoro per la raccolta dei pomodori sia minore grazie alla raccolta ormai meccanizzata al 100%, da sempre Princes ha preteso dai propri partner agricoli il pieno rispetto dei diritti dei lavoratori». Perché il caporalato, quando si parla di campi, è sempre dietro l' angolo.

Luciano Ferraro per cucina.corriere.it il 20 maggio 2020. Martin Foradori Hofstätter, vignaiolo alla guida di una delle più importanti cantine dell’Alto Adige, ha cercato per settimane di far arrivare in Italia le sue storiche lavoratrici stagionali rumene, specializzate nella potatura nelle vigne. Otto donne capaci di tagliare in modo impeccabile le piante, senza danneggiarle e garantendo così la qualità dell’uva (e del vino). Quando ha capito che la burocrazia avrebbe impedito l’ingaggio delle otto lavoratrici, ha noleggiato un jet privato che è atterrato nei giorni scorsi a Bolzano. Per Foradori Hofstätter questa è una storia di straordinaria burocrazia: «Ho visto tanta ignoranza, ma mai come durante questa pandemia», commenta. La storia inizia al confine con l’Ungheria. L’Unione europea aveva dato il via libera ai corridoi verdi per far arrivare manodopera dall’Est. Viticoltori tedeschi e austriaci ne avevano già usufruito, iniziando subito a far lavorare gli esperti potatori. Ma nel caso del produttore di Tramin-Termeno, al confine ungherese le otto donne sono state fermate. «Abbiamo cercato di risolvere il problema in ogni modo - racconta -. Così dopo due settimane di telefonate, contatti con politici locali, di Roma e dell’Unione Europea, rappresentanti delle ambasciate, nonché intensi confronti con responsabili di associazioni di categoria, ci siamo visti costretti ad organizzare, in extremis, un jet privato dall’aeroporto di Bolzano a Cluj per portarle in Italia. Per questo periodo economico una spesa non indifferente e forse anche folle ma senza questo il futuro delle mie vigne sarebbe stato segnato. Non avevo alternative. Devo dire, tuttavia, che visti i prezzi, oserei dire da strozzini, dei pulmini a noleggio in questo periodo, il costo dell’aeromobile ha inciso poco di più sul trasporto». Non c’era manodopera italiana disponibile? «Qualcuno potrebbe obiettare che mi sarei potuto rivolgere ai numerosi disoccupati presenti nel territorio — risponde il vignaiolo — ma non è così. Ci abbiamo anche provato ma chi abbiamo ingaggiato per fare una prova dopo due ore se ne è andato “perché il lavoro era troppo faticoso”!». Per il produttore «l’assenza di queste professioniste, che da oltre dieci anni lavorano per l’azienda, si sarebbe tradotta in un danno rilevante: come se in un concerto alla Scala mancassero i violini». L’imprenditore ha anche un’azienda in Germania, nella Mosella. «All’estero — spiega — le associazioni di categoria sono riuscite ad attivare un ponte aereo senza tante chiacchere, ai collaboratori stagionali è stata concessa anche la possibilità di attuare la cosiddetta “quarantena attiva” lavorando in piccoli gruppi in vigna, isolati da altri collaboratori locali, nel rispetto delle misure di sicurezza. In Germania le procedure sono molto più chiare e snelle. In Italia non siamo stati capaci nemmeno di copiare le misure intelligenti messe in atto da altri Paesi della Comunità Europea».

Francesca Ronchin per termometropolitico.it il 13 maggio 2020. Uno dei motivi che ispirano la sanatoria dei migranti, è l’emersione del lavoro nero. Per capire però quanto sia davvero efficace, può essere utile dare un’occhiata agli effetti dell’ultima sanatoria. Era il 2012 ma la congiuntura economica piuttosto simile. Allora c’era la crisi dei subprime, con l’Italia nella top ten dei paesi UE più colpiti, oggi abbiamo la recessione alle porte e una disoccupazione destinata a salire oltre l’11,8%. Il Governo Monti allora la intese come un necessario “ravvedimento operoso” che a fronte di un pagamento di 1000 euro permetteva ai datori di lavoro più indisciplinati di mettersi in regola. Anche oggi il meccanismo sul tavolo è lo stesso. E non è una buona cosa.

Sanatoria migranti: nel 2012, 100mila dipendenti sfuggono al Fondo Inps. Con la sanatoria del 2012 vengono regolarizzati 134.747 migranti extra UE, finalmente hanno permesso di soggiorno e regolare contratto di lavoro subordinato. La cosa strana però è che per le casse dell’INPS l’entusiasmo dura poco, il tempo necessario a finalizzare l’istruttoria presso gli sportelli immigrazione delle Prefetture e il pagamento della prima rata contributiva con cui avviare la regolarizzazione dei dipendenti. Se infatti andiamo a guardare i dati dell’Osservatorio sui Lavori Domestici dell’INPS, dopo un iniziale boom di nuovi lavoratori regolari che fa salire il totale di colf e badanti da 897.558 a 1.008.540, nel giro di un anno il numero scende a 956.043 e poi a 906.643. In pratica ci sono quasi 100.000 nuovi iscritti che dopo un anno spariscono insieme alle rate di pagamento dei contributi arretrati che confluiscono dritti dritti nei crediti inesigibili dell’INPS con buona pace dello Stato e dei contribuenti destinati a ripianare il danno.

Dove sono finiti i lavoratori domestici appena regolarizzati? Che l’impatto della sanatoria sul lavoro dipendente sia praticamente nullo lo confermano anche i dati complessivi sui lavoratori dipendenti. Tra il 2012 e il 2014 non si nota nessun aumento, anzi, scartabellando i rapporti del Ministero del Lavoro, il numero addirittura diminuisce passando da 1.772.493 a 1.743.499.

Potrebbero essersi trasformati in lavoratori autonomi? Ora, l’eventualità che un lavoratore finalmente regolarizzato diventi imprenditore da un giorno all’altro, appare piuttosto remota a meno che non lo fosse già prima e in tal caso si dovrebbe dedurre che non era un vero lavoratore sfruttato. Poiché però in quegli anni il numero dei lavoratori autonomi (299.706 nel 2012) aumenta di 20 mila unità nel 2013 e di altre 20.000 nel 2014, ammettiamo per assurdo che 4 su 10 abbiano cambiato abito.

Ma gli altri 60.000, dove sono andati? Un’altra possibilità ma anche questa piuttosto difficile è che una volta regolarizzati i migranti si siano improvvisamente resi contro che il lavoro subordinato non faceva per loro e siano emigrati all’estero. Anche qui però i numeri sembrano confermare la scarsa veridicità dell’ipotesi: nel 2013 gli emigrati dall’Italia sono 126mila ma 2 su 3 sono italiani e gli extra comunitari solo 24.696 (Quinto Rapporto Annuale. I migranti nel mercato del Lavoro, 2015). In quegli anni la popolazione straniera è in continua espansione e con un tasso medio del 7,8% in soli 8 anni, tra il 2007 e il 2014 cresce di ben 2 milioni di unità. Nello stesso periodo aumenta anche la disoccupazione che raggiunge un tasso del 14% nel 2012 e del 17% due anni dopo. In questo scenario, si potrebbe immaginare che i dipendenti nuovi di zecca abbiano perso il lavoro. Oppure c’è un’ultima possibilità che forse è anche quella drammaticamente più realistica. I lavoratori dipendenti si sono di nuovo immersi tra quelle file del nero da cui erano finalmente riemersi e hanno utilizzato la sanatoria unicamente al fine di portare a casa il permesso di soggiorno. Com’era peraltro già successo nel 2009, si scopre che il 32% dei presunti datori di lavoro non erano italiani, ma extracomunitari della nazionalità dei lavoratori. Non solo, dietro all’offerta di permessi di soggiorno si attiva un mercato di compravendite i cui oneri di intermediazione e di regolarizzazione vengono posti a carico degli immigrati richiedenti costretti a pagare dai 3 agli 8mila euro e finiti poi a vivere chissà come.

In campagna solo il 10% sono migranti irregolari. Anche a fronte delle migliori intenzioni, il permesso di soggiorno non è di per sé garanzia di un contratto regolare tantomeno in campagna visto che il 90% dei lavoratori detiene già un permesso di soggiorno. Lo raccontano i dati dell’Ispettorato del Lavoro. Nel 2019, su 5340 lavoratori oggetto di violazioni e lavoro nero, i migranti senza documenti sono solo il 4%. Ammettiamo pure, com’è del tutto realistico immaginare, che il doppio o anche il triplo sia scappato a fronte dei controlli. In ogni caso non si arriva di certo ad un’inversione delle percentuali. Nessuno sa esattamente quanti siano i migranti irregolari “clandestini” che gravitano attorno alle campagne ma anche chi conosce il territorio come l’Osservatorio Migranti Basilicata li quantifica in un 10% sul totale dei migranti. In ghetti come quello di Boreano il mercato è saturo e il grosso dei braccianti non lavora nei campi per più di 10 giorni al mese e gli irregolari che lavorano nei campi sono pochi. I più si arrangiano come possono con lavori di fortuna, dalla pulizia delle strade ad attività di supporto alla spesa degli anziani.

Il lavoro dei migranti “utile” perché sfruttato. Oggi la sanatoria viene riproposta citando “la tutela della salute individuale e collettiva” nonché “l’emersione di rapporti di lavoro irregolari”. Molti fautori del provvedimento fanno leva anche sulle esigenze del mercato del lavoro spiegando che imprese e famiglie non riescono a trovare italiani disponibili a fare certi lavori che la nostra filiera alimentare proprio in questo periodo di pandemia “si è retto grazie al lavoro costante e continuo delle categorie più svantaggiate e sottopagate”. Se ci sono intere categorie di lavoratori sfruttati e sottopagati non è certo perché manca il permesso di soggiorno altrimenti non ci sarebbero due stranieri regolari su tre poveri e di questi 1 milione e mezzo in condizioni di povertà assoluta. L’offerta di manodopera regolare, soprattutto per i lavori meno qualificati, non manca. In questi anni, anche per effetto dei ricongiungimenti familiari che ormai rappresentano il 40% degli ingressi, l’incremento della  popolazione straniera è stato costante e soprattutto per le persone in età di lavoro. In parallelo all’aumento dell’offerta di manodopera però, negli ultimi 10 anni abbiamo assistito anche ad una contrazione dei salari reali calati addirittura del 4,3%. Con 399 mila stranieri regolari disoccupati e 1milione e mezzo di inattivi, il problema sembra essere piuttosto la sempre maggiore difficoltà di trovare  salari sufficienti a vivere. Ne sanno qualcosa forse anche i 2,5 milioni di italiani in cerca di lavoro già in tempi pre crisi, e forse anche quei 2,1 milioni di under 29 che né studiano né lavorano, specialmente al Sud che danno all’Italia il primato europeo di Neet. È peraltro curioso notare che alcuni flebili segni di inversione delle tendenze negative sul reddito e sulla povertà degli immigrati, così come sulla disoccupazione di stranieri e italiani, si stavano registrando proprio in concomitanza dello stop del decreto flussi nel 2012 poi consolidato dal 2015. Forse una coincidenza ma è sicuramente un fatto conosciuto anche dagli esperti del settore che le quote previste per i lavoratori stagionali abbiano importato negli anni centinaia di migliaia di migranti che a fine stagione sono poi rimasti irregolarmente sul territorio italiano, senza lavoro e in diretta concorrenza con la popolazione straniera regolarmente presente.

In che modo, di fronte alle attuali condizioni economiche, con una disoccupazione destinata ad aumentare nel 2020, un’ulteriore offerta di manodopera non finirà per rappresentare un’eccedenza che penalizza ulteriormente i salari? In che modo, un aumento dell’offerta di nuovi lavoratori regolari potrebbe mai combattere il lavoro nero? Non potrebbe piuttosto offrire ulteriore carburante al lavoro sommerso precarizzando ancora di più i migranti regolari che si trovano già costretti a convivere con lavori a breve termine proprio in quei in settori dove il lavoro sommerso è molto elevato? Contratti di 3 mesi in agricoltura se va bene, 25 ore settimanali nei lavori domestici dove è piuttosto irrealistico che una badante venga assunta per assistere un anziano solo 3 ore al giorno. Se il nero è legato all’insostenibilità dei costi da parte delle famiglie o degli agricoltori a loro volta vessati dall’industria di trasformazione, la risposta non è certo la sanatoria. Il sindacato, FLAI CGIL in testa, si dice a favore della regolarizzazione. Ma se oggi mettiamo in regola 600mila migranti, siamo sicuri che domani saranno ancora visibili all’INPS? Il caso del 2012, con 100mila dipendenti confluiti nel giro di un anno tra le fila di disoccupati e/o lavoratori in nero, suggerisce dire di no. Sicuramente i migranti irregolari meritano risposte ma non facciamo finta di credere che questo tipo di sanatorie non finisca per avvalorare una realtà che, per gli stranieri in primis, continua ad essere  di precarietà e sfruttamento. Ma forse è proprio così che lo vogliamo il lavoro dei migranti, altrimenti non servirebbe.

Permessi di soggiorno temporanei per salvare l'agricoltura? Ecco i braccianti di Borgo Mezzanone. Le Iene News il 19 maggio 2020. Una città di tende e baracche dove vivono oltre 2mila braccianti che in queste settimane di lockdown non ha mai smesso di lavorare per pochi euro all’ora. Gaetano Pecoraro ci porta a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, a scoprire questo ghetto. “Se noi siamo puliti è meglio anche per voi. E se siamo puliti, anche voi mangiate cose pulite, se noi siamo sporchi anche voi mangiate cose sporche”. Lo dice Alaj, uno dei 2mila braccianti di Borgomezzanone, in provincia di Foggia. Gaetano Pecoraro ci porta lungo una vecchia pista aeroportuale, dove è sorta una vera e propria città di baracche, tende e container. Un ghetto dove vivono più di 2mila braccianti che alla mattina si alzano per andare nei campi e raccolgono la frutta e la verdura che troviamo nei nostri supermercati. Lui vive qui da 11 anni, inizia a lavorare alle 6 di mattina e finisce 12 ore dopo attorno alle 18, questo per più di 300 giorni all’anno. Viene pagato appena 3 euro e 50 all’ora. “Nei campi non ci sono italiani, non lo vogliono più fare questo lavoro. E se noi non andiamo più a lavorare, voi non potete più mangiare”. 

Ecco l'effetto della sanatoria: assembramenti al consolato Senegal. Il consolato senegalese di viale Certosa è stato preso d’assalto: centinaia di persone ammassate sul marciapiede per il permesso di soggiorno e di lavoro. Alberto Giorgi, Venerdì 29/05/2020 su Il Giornale. Altro che divieto di assembramenti. Per due giorni, a Milano, il consolato della Repubblica del Senegal alese di viale Certosa è stato preso d’assalto da decine e decine di persone, che si sono accalcate sul marciapiede per fare la fila. Nel nome del caos e senza rispettare la distanza minima di sicurezza intrapersonale di almeno un metro. Forse anche in centinaia hanno raggiunto in massa il consolato per sbrigare pratiche congelate nel lockdow oppure per avviare le pratiche di regolarizzazione, in seguito alla sanatoria degli immigrati e dei lavoratori irregolari varata dal governo giallorosso e fortissimamente voluta dalla ministra renziana dell’Agricoltura Teresa Bellanova. Una sanatoria che di fatto regolarizza i clandestini per un periodo di tempo pari a sei mesi, permettendo loro di ottenere appunto il permesso di soggiorno e di lavoro, per andare a lavorare come braccianti regolari nei campi agricoli della Penisola, dove c’è bisogno di manodopera. Si poteva immaginare che come conseguenza della sanatoria i consolati di molti Paesi stranieri potesse essere chiamati agli straordinari, ma quello che è successo alla periferia nord-ovest di Milano non va certo bene in ottica di sicurezza anti-covid: il marciapiede si è trasformato in fiumana e anche la strada non è stata risparmiata. Ovvie e tante le segnalazioni dei residenti, dal momento che tra i senegalesi in coda (dalle foto però indossano le mascherine), non era rispettata la distanza, anzi. Non a caso, su segnalazione degli abitanti, sono intervenute le forze dell’ordine meneghine, che hanno cercato di disperdere la folla, invitando al rispetto della distanza di sicurezza. Per qualche minuto, dunque, le cose sono state sistemate e la fila di senegalesi è stata allungata per creare spazio. Ecco, peccato però che il giorno seguente fuori dal consolato senegalese ci fosse ancor più gente e nessun poliziotto o "ghisa" a monitorare l’afflusso. E senza controlli sul marciapiede e su una fetta di strada di viale Certosa 187 si è creato, per ore (o meglio giorni), un vero e proprio assembramento. "Non credevo ai miei occhi, c’era il caos, in barba alle regole anti contagio", il commento-denuncia di una residente riportato da Il Giorno. Ma quel caos, purtroppo, non si è registrato solamente in via Certosa davanti al consolato del Senegal: scene simili, infatti, si sono viste anche in via Martignoni, in zona Melchiorre Gioia, davanti alla sede del consolato del Marocco.

Da lavoratore stagionale a bracciante: “Ecco perché noi italiani non vogliamo fare questo lavoro". Le Iene News il  28 maggio 2020. “Il problema non sono solo gli orari massacranti e le paghe misere, ma anche lo stigma sociale che in altri Paesi non c’è”. Noi di Iene.it abbiamo parlato con una ragazza che si è trovata costretta dalla situazione ad accettare un lavoro nei campi, e ci racconta la sua opinione sul perché gli italiani non vogliono fare i braccianti. Il coronavirus purtroppo non ha portato solo un’emergenza sanitaria a cui abbiamo pagato un salatissimo conto in vite umane, ma anche una crisi economica profonda e fulminea. Alla fine di quest’anno l’Italia rischia di perdere oltre il 10% del proprio prodotto interno lordo, una contrazione che non si vedeva dai tempi della seconda guerra mondiale. E non solo: secondo l’Istat a fine maggio saranno quasi 400mila le persone che avranno perso il lavoro. Tra i più colpiti da questa crisi ci sono i lavoratori stagionali, che a causa del lockdown prima e delle nuove regole poi, rischiano di saltare un intero anno di lavoro. Alcuni si sono rivolti a un settore dove frequentemente trovano impiego le persone arrivate da poco in Italia: il lavoro nei campi. Un lavoro che, si sente spesso dire, “gli italiani non vogliono fare”. Noi di Iene.it abbiamo parlato con Giulia (il nome è di fantasia), una ragazza italiana che è diventata bracciante per necessità e che ci spiega quali sono i motivi per cui gli italiani - almeno quelli che possono permetterselo - si guardano bene da quel tipo di impiego. “Durante la quarantena stavo cercando lavoro”, ci racconta Giulia. “Ho trovato un annuncio online per raccogliere la frutta nei campi. È un impiego che ho già svolto in altri Paesi del mondo, quindi mi sono detta: perché no?”. Giulia quindi accetta le condizioni proposte: “Un contratto da 39 ore, 5 euro e mezzo netti all’ora. Mi hanno detto che avrebbero potuto esserci ore extra. Poco prima di cominciare però mi dicono che sarebbero state 9 ore al giorno, sette giorni su sette. In pratica 55 ore alla settimana”. Per coprire le ore in esubero “prolungano il contratto oltre la scadenza reale, così non ci pagano gli straordinari”. Insomma, non esattamente un lavoro da sogno. “Era un escamotage per pagarci di meno”, ci dice Giulia. “È un lavoro molto pesante, nove ore al giorno sotto il sole per quei soldi”, racconta. “In queste settimane ho conosciuto altri italiani che si sono trovati a far questo lavoro perché gli impieghi stagionali sono o saltati o comunque rimandati”. A Giulia, che tra poco dovrebbe finire, è stato proposto di continuare: “Ma io non me la sento di arrivare a fine stagione, preferisco fermarmi ora e cercare altro. Spero di trovare un impiego stagionale adesso”. Ma com’è stato in questo periodo il lavoro di bracciante? “Passi tanto tempo da solo. Fisicamente è molto duro, il corpo dopo un po’ si abitua alla fatica ma a volte fa proprio male”. Sono queste le ragioni che allontanano gli italiani dal lavoro di bracciante? “Prima di tutto c’è la paga: io sono anche disposta a lavorare in condizioni fisiche dure, non mi dispiace nemmeno come impiego. Con un orario decente e una paga decente lo farei anche volentieri”, ci dice Giulia. “Però dopo pensi che lavori tutte quelle ore al giorno, sette giorni su sette, per al massimo 1.100 euro al mese…”. C’è anche un’altra cosa però che, secondo Giulia, frena gli italiani dal diventare braccianti: “Io ho fatto questo lavoro anche all’estero, in Australia per esempio ti danno più di venti dollari all’ora. Qui però faccio quasi fatica a dire che lavoro faccio, mentre fuori non l’ho mai avuto: c’è un po’ di stigma sociale sui braccianti. All’estero sono molto più tranquilli, non accadrebbe mai”. Insomma, non solo la paga misera e la fatica: ci sarebbe anche della vergogna sociale per chi si trova a fare questo lavoro in assenza di alternative: “Delle persone che lavorano con me, quasi nessuna vuole rimanere. Se fosse un anno normale, senza la pandemia, forse nessuno di noi si sarebbe messo a fare questo lavoro”. “Se le condizioni fossero un pochino più dignitose, forse avrei potuto continuare il lavoro fino a fine estate”, ci confessa Giulia. “Tra poco me ne andrò, non sono il tipo di persona che lascia un lavoro a metà ma così è un po’ troppo”. 

Braccianti e lavoro in nero: i permessi di soggiorno salveranno l'agricoltura? Le Iene News il 19 maggio 2020. Gaetano Pecoraro ci mostra che cosa c’è dietro parte dell’agricoltura partendo da Borgo Mezzanone, un ghetto di duemila braccianti in provincia di Foggia. Non solo lavoratori stranieri sfruttati, ma anche italiani e aziende. Il consumo di frutta e verdura nel periodo di lockdown è aumentato quasi del 10%, ma anche i loro prezzi. Tanto che l’Antitrust ha avviato un’indagine per fare luce sulle scelte di alcune catene di supermercati. Perché, vi chiederete, aumentano i prezzi dell’ortofrutta? Per alcune speculazioni dei distributori, ma anche perché migliaia di braccianti stranieri non sono potuti arrivare in Italia per la raccolta a causa della chiusura delle frontiere. Frutta e verdura rimangono a marcire nei campi e i prezzi salgono (come ci ha raccontato Gaetano Pecoraro nel suo primo servizio: clicca qui per vederlo). E allora chi ci pensa a fare il “lavoro sporco”? “Lavoriamo ogni giorno tutti i giorni. Abbiamo la stagione del pomodoro, dei broccoletti, delle olive… Durante il coronavirus abbiamo lavorato duro per far mangiare l’Italia perché durante il lockdown erano tutti chiusi in casa e comunque dovevano mangiare”, ci racconta un bracciante. “Noi abbiamo lavorato per aiutare l’Italia”. Lui ha fatto richiesta per avere il permesso di soggiorno e ci spiega che cosa comporta non averlo: “Un sacco di braccianti dormono fuori dalle baracche: senza documenti come puoi affittare una stanza?”. Il governo ha appena deciso di concedere un permesso di soggiorno temporaneo a migliaia di lavoratori irregolari. “Da 18 anni sono in Italia, prendo 4 euro all’ora, in totale 30 al giorno”, ci dice un altro bracciante. “Lavoriamo come schiavi. Noi siamo venuti qua per migliorare la vita, ma è peggio”. Gaetano Pecoraro ci porta nella provincia di Foggia. Qui, in un casolare abbandonato, vive Philip. All’interno non c’è luce, le finestre cadono a pezzi e il bagno non c’è. Se si fermano questi schiavi moderni, niente arriverà più sulle nostre tavole. “Se noi siamo puliti è meglio anche per voi. E se siamo puliti, anche voi mangiate cose pulite, se noi siamo sporchi anche voi mangiate cose sporche”, dice Alaj, uno dei duemila braccianti di Borgomezzanone, una vera e propria città di baracche, tende e container. Un ghetto dove vivono più di duemila braccianti che alla mattina si alzano per andare nei campi e raccolgono la frutta e la verdura che troviamo nei nostri supermercati. Lui vive qui da 11 anni, inizia a lavorare alle 6 di mattina e finisce 12 ore dopo, attorno alle 18, questo per più di 300 giorni all’anno. Viene pagato 3 euro e 50 all’ora: “Nei campi non ci sono italiani, non lo vogliono più fare questo lavoro. E se noi non andiamo più a lavorare, voi non potete più mangiare”. Un altro bracciante ci racconta che cosa ha vissuto: “Quando è iniziata questa emergenza ho avuto paura. Ho dovuto rischiare, altrimenti come avrei potuto sopravvivere? Ci dicono di stare a casa, ma se non metti niente nello stomaco?!”. John, un ragazzo della Sierra Leone, dopo anni di sfruttamento ha avuto il coraggio di dire basta. “Quando ho verificato all’Inps che, su un anno e sei mesi che ho lavorato, risultavano solo 69 giorni”. Lui non era irregolare, aveva un contratto agricolo: “Io lo chiamo lavoro nero. Sono andato alla Polizia e ho raccontato tutto. Adesso sto aspettando il processo, voglio essere uno straniero per bene”. In questo sistema a essere sfruttati non sono solo i lavoratori stranieri, ma anche quelli italiani. “Ho lavorato da gennaio a dicembre, ma per l’Inps ho lavorato solo 79 giornate. Invece erano più del doppio”, dice Giovanni. In questa situazione il datore di lavoro truffa l’Inps e lo Stato dichiarando la metà dei giorni lavorativi, quindi versando la metà dei contributi. Ma c’è anche un altro problema. Ci sarebbero aziende che verserebbero contributi a persone che non hanno mai lavorato. “Gli versano quelle giornate giuste per coprire l’anno e percepire la disoccupazione”, sostiene Giovanni. “Lo fanno a persone che hanno più bambini perché si può prendere anche 10mila euro all’anno senza mai aver fatto una giornata di lavoro. Così percepiscono disoccupazione e maternità. C’è chi combatte questo modo opaco di lavorare. Come Francesco, un imprenditore che produce da 20 anni pomodori. Ci parla anche delle aste a doppio ribasso, dove si abbassano i prezzi per non farli alzare. Si fanno una volta all’anno per volumi grandissimi e chi la vince vende i suoi prodotti alle principali catene della grande distribuzione. “Dopo un esposto nel 2017, c’è una legge che è passata alla Camera ma è ferma in Senato con cui si vieta questa pratica che va a fare pressione sull’industria che poi deve fare pressione sul produttore agricolo che scarica tutto sul bracciante”, spiega Francesco. Per questo abbiamo chiesto un impegno concreto alla ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova: “Siamo favorevoli ad approvare questa norma. Ho chiesto alla grande distribuzione di non assecondare queste campagne di sconti continui”.

Migranti, non è vero che lavorano solo loro nei campi: quanti italiani fanno la fila per un posto da bracciante. Claudia Osmetti su Libero Quotidiano il 19 maggio 2020. Con le mani nella terra. Senza paura di sporcarsi. Anzi, con il timore di non farne abbastanza. A raccoglier pomodori, asparagi, zucchine. Inizia a far caldo, le campagne si riempiono. È il momento dei braccianti, lavoratori stagionali mai precari come quest'anno. Si fa la fila davanti a quasi tutte le aziende agricole del Paese. A quelle che hanno riaperto, almeno. E però, al contrario di quel che molti pensano, sono gli italiani, oggi, che vanno a zappare. Per disperazione, per bisogno. Perché altrimenti è peggio: chiusi lì, tra gli scampoli della quarantena e la ripartenza che va a sbuffi. Un po' ovunque. Meglio rimboccarsi le maniche. Tanto che i portali on-line (anche l'agricoltura vive di internet) delle principali associazioni di categoria faticano a star dietro a tutte le domande. Coldiretti, Cia (Confederazione italiana degli agricoltori), Confagricoltura: sono sulla stessa barca. Ricevono email su email di richieste che suonano come preghiere. Per favore, fateci lavorare. «Non è così semplice trovare spazio per tutti», ammette Antenore Cervi, della Cia di Reggio Emilia. «Negli ultimi decenni l'agricoltura si è molto meccanizzata. Spesso, oggi, c'è bisogno di manodopera un minimo specializzata». Come a dire, non ci si improvvisa braccianti. Neanche dopo l'onda d'urto del coronavirus. E poi c'è il mercato. Saturo. «In media, per ogni offerta di lavoro di un'azienda ci sono circa dieci domande». Capito l'antifona? Appena sotto il Po va in scena la corsa alla vanga. C'è Paola (racconta l'edizione locale de Il Resto del Carlino) che lascia l'ufficio per l'aria aperta. Ma c'è anche Marco, ex barman. O Gianni, ex impiegato. O Adriana, ex guida turistica. L'impiego della fatica e delle mani callose. Lo scelgono in tanti. In (almeno) 24mila: e solo a contare gli italiani. Le liste messe assieme sul web fanno impressione. Agrijob (il sito di Confagricoltura) ne conta 12mila. Jobbing Country (Coldiretti) 9.500. Altri 2mila la Cia. Humus Jobs arriva a 700, la metà netta dei suoi. Sarà la crisi nera, sarà la pandemia, sarà (in alcuni casi) la voglia di mettersi in gioco e sarà anche che c'è gente che il lavoro l'ha perso prima del patatrac sanitario: ma erano decenni che gli italiani non rispondevano così alla chiamata delle campagne. Intendiamoci, la stragrande maggioranza dei braccianti stipati nei nostri campi è composta da immigrati. Rumeni, marocchini, indiani, senegalesi. La loro quota sfiora le 370mila persone, un numero molto maggiore rispetto a quello tricolore. Però, alla fine, chi l'avrebbe mai detto. Ché il cameriere si reinventava contadino e il designer pure. Una cooperativa che della frutta, a Cuneo, sostiene di aver vagliato diverse richieste di ragazzi liguri tra i 30 e i 40 anni, tutti (o quasi) con un impiego saltato nel turismo. E c'è la difficoltà a reperire manodopera oltre confine, visto che i confini sono sigillati. In Emilia Romagna ci sono aziende agricole che dicono d'esser state contattate solo ed esclusivamente da (aspiranti) lavoratori italiani. La regolarizzazione voluta dal ministro Bellanova ha aperto una breccia sugli extra-Ue (parentesi: i sindacati non son comunque contenti, la sigla Usb Lavoro Agricolo proclama sciopero per giovedì prossimo). Gli italiani, intanto, si candidano a colpi di click. «Ci hanno scritto studenti e laureati. Molti vengono dalla ristorazione o dal settore alberghiero e sono disposti a spostarsi», preannunciava un mesetto fa Romani Magrini, responsabile Lavoro di Coldiretti. Si torna alle origini. Gli italiani, adesso, vogliono fare quei lavori che gli italiani non volevano più fare prima di Covid-19. Gioco di parole a parte, è la realtà. Imprese ridimensionate e serre strapiene di personale. Nella campagna piemontese, una decina di giorni fa, per settanta posti come braccianti si sono presentati in mille. Di questi, appena il 15% era straniero: tutti gli altri avevano un curriculum con su scritto "disoccupato" o "cassaintegrato" o "assegnatario di reddito di cittadinanza". Per dire.

Simona Pletto per ''Libero Quotidiano'' il 10 maggio 2020. «Gli italiani non vogliono lavorare nei campi e gli stranieri invece sì? Questo è un mito da sfatare perché non è più vero. Io ho raccolto 400 richieste nel giro di un paio di giorni e l' 80% di questi curricula appartengono a italiani». Michele Ponso, titolare di un' azienda agricola a Lagnasco, nel Saluzzese, è ancora incredulo. Sul tavolo del suo ufficio amministrativo sono stampate decine e decine di richieste di lavoro, spedite anche di notte via mail. «Fino a l' altro giorno cercavo braccianti invano», spiega l' imprenditore. «Poi mi hanno fatto un servizio alla trasmissione televisiva Le Iene, dove lamentavo la difficoltà a reperire manovalanza straniera da mandare nei frutteti dopo il coronavirus, e apriti cielo! Sono stato letteralmente sommerso dalle domande». «Anche adesso - aggiunge l' agricoltore - che è sabato, ricevo una mail di richiesta ogni cinque minuti. La cosa che addolora, è che molte di queste persone fino a ieri avevano una occupazione e ora sono disperate perché non hanno più un lavoro né soldi. Alcuni di loro li conosco personalmente, sa com' è, viviamo in un paese di appena 1500 abitanti. C' è un tabaccaio che ha chiuso per esempio, una parrucchiera. Ma anche molti universitari, gente che lavorava negli alberghi e che è rimasto disoccupato».

LA RACCOMANDAZIONE. Tra le richieste arrivate da tutta Italia nell' azienda del signor Ponso, c' è una coppia che si è fatta "raccomandare" dal parroco del paese perché rimasta senza lavoro e con figli piccoli da sfamare, c' è un tecnico del suono, camerieri, due ragazze giovanissime che abitano al Sud e che pur di lavorare nei campi per l' azienda di Lagnasco hanno cercato di sistemarsi nel più vicino camping. Un' altra coppia, marito e moglie, addirittura si è attrezzata col camper. «Sono pronti a tutto, anche se vivono a distanza, pur di non perdere questa occasione», rimarca Ponso. «Sinceramente una cosa così non me l' aspettavo. Sa qual è la cosa che più colpisce? È che nessuno di questi, dico nessuno, ha chiesto quante ore si lavora, se sono impegnati anche il fine settimana o a Ferragosto. Nulla. La frase che ricorre in ogni curricula è "disponibilità totale". Mai successo prima». La tariffa oraria per questi mesi caldi di raccolta frutta (ora mirtilli, poi lamponi, pesche nettarine, susine e kiwi), è di sei euro. «Non è tanto, lo capisco, ma con queste annate cattive il settore non prospera e i guadagni sono sempre meno», ammette l' agricoltore.

IL CONFRONTO. E sottolinea: «L' anno scorso avevamo l' 80% di manovalanza straniera. Poi a causa del virus sono tornati nella loro terra alcuni nostri operai, tra cui cinesi, africani, polacchi. Ci siamo ritrovati senza personale. Ora ne abbiamo già selezionati e assunti 17, quasi tutti italiani. Ne servirebbero 25 ma abbiamo deciso di tenere il posto ai nostri stranieri perché dovrebbero riuscire a tornare nel nostro Paese per fare la stagione da noi». Potrebbero esserci problemi al rientro, ma anche sull' aspetto sanitario evidenzia l' agricoltore siamo pronti a fare la nostra parte. «Faranno la loro quarantena ovviamente. Intanto però, la nostra azienda non ha più problemi nel reperire risorse umane. Una cosa è certa: se si continua a dire che gli italiani non vogliono lavorare nei campi anche in tempi di coronavirus, è solo perché c' è un evidente problema di comunicazione. Se la gente viene informata, io ne sono un esempio, alza la mano e corre».

Michelangelo Borrillo per il “Corriere della Sera” l'11 maggio 2020. C' è chi lavorava al bar. Che non ha riaperto. Chi studiava. Ma adesso è senza lezioni. Chi, semplicemente, era già disoccupato prima del Covid-19. Hanno saputo che, volendo lavorare, nei campi c' è spazio, perché quest' anno mancano 200 mila braccianti, in gran parte stranieri, impossibilitati a tornare in Italia a causa delle restrizioni nella mobilità dovute al coronavirus. E così più di 20 mila italiani, braccia più braccia meno, si sono registrati sulle banche dati delle principali organizzazioni agricole. Che proprio per fronteggiare la carenza di manodopera, ad aprile hanno creato delle piattaforme per incrociare l' offerta di lavoro delle aziende e la domanda degli aspiranti operai agricoli. La prima, il 7 aprile, è stata Confagricoltura: in poco più di un mese alla piattaforma Agrijob sono arrivate 17 mila domande, 12 mila circa di italiani. Il 18 aprile anche Coldiretti ha lanciato la sua banca dati: a Jobincountry si sono iscritti in 10 mila circa, quasi 9 mila italiani. Il 24 aprile è partita anche la Cia con la piattaforma Lavora con agricoltori italiani (inteso come aziende agricole): in due settimane sono arrivate 2.500 domande, 2 mila circa di italiani. In poco più di un mese, quindi, oltre 20 mila italiani (un terzo donne), hanno provato ad avvicinarsi ai campi. Qualcuno aspetta risposte, altri dopo due giorni hanno cambiato idea, ma in tanti ora raccolgono frutta e verdura. Tra i neofiti delle pratiche agricole ci sono anche cinque camerieri, salentini, dell' agriturismo Tenuta Monacelli, alle porte di Lecce: «Fino a tre anni fa - spiega il titolare Giuseppe Piccinni - l' attività agricola, con i nostri 340 ettari, era prevalente. Poi con il boom del turismo c' è stato il sorpasso. Adesso stiamo tornando alle origini: fino a luglio, almeno, staremo fermi sul fronte turistico e allora ho chiesto ai miei collaboratori più stabili di preparare i terreni per impiantare nuovi ulivi al posto di quelli colpiti dalla Xylella: hanno accettato, ben felici di poter lavorare». Dal Sud al Nord la situazione non cambia. «Ci arrivano diverse richieste dalla costa ligure - spiega Domenico Paschetta, della cooperativa cuneese Agrifrutta - da 30-40enni che lavoravano nel turismo. Abbiamo bisogno, tra raccolta e confezionamento, di 500 persone. Negli scorsi anni erano al 90% stranieri. Ma adesso, con la difficoltà a muoversi da Albania, Romania e Polonia, stiamo cercando gente locale senza problemi di alloggio: in passato i Comuni si erano organizzati con strutture di accoglienza, quest' anno con il distanziamento sarà più difficile». Gli italiani che cercano lavoro nei campi, quindi, non mancano. E considerata la carenza di manodopera, anche il governo si sta organizzando per utilizzare la piattaforma dell' Anpal, l' Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, in sinergia con quelle delle organizzazioni agricole. L' agriturismo sarà, almeno nei prossimi mesi, più agri che turismo.

Coronavirus, Brusaferro (Iss): "Curva decresce, RT minore di 1 in tutta Italia. Stessa tendenza tra immigrati e italiani". La Repubblica il 30 aprile 2020. La curva cala, il tasso di contagio è inferiore a 1, si riducono le zone rosse. Sono tutti fattori positivi quelli elencati il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss), Silvio Brusaferro, nella conferenza stampa organizzata dall'istituto sull'andamento dell'epidemia da SarCov2. Brusaferro ha specificato inoltre, anche in risposta alle fake news circolate nei primi giorni dell'epidemia sul fatto che gli immigrati non venissero contagiati, che la curva dell'epidemia di Covid-19 è analoga negli italiani e negli individui di nazionalità straniera, tra i quali sono stati rilevati 6.395 casi. "Ma i casi sono partiti con uno sfalzamento di 2-3 settimane", ha detto Brusaferro. 

"Ecco perché gli stranieri vengono risparmiati", secondo Galli. Il direttore del reparto malattie infettive del “Sacco” di Milano avanza un’ipotesi sulla diffusione della malattia: la popolazione immigrata in Italia è mediamente più giovane e sana, ma il loro organismo sembra anche più difeso del nostro. Agi 25 marzo 2020. E gli immigrati? Quanti sono i contagiati e quanti i ricoverati, ad esempio al Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano? “Nessuno mi pare”, risponde in un’intervista a Libero Quotidiano il professor Massimo Galli che del Sacco di Milano è il primario. E il direttore sanitario osserva anche che “in ogni caso la percentuale è praticamente nulla”. Quanto alla spiegazione, il medico dice che “l’ipotesi, ma è ancora tutta da dimostrare anche se è verosimile, è che in alcune etnie di discendenza africana ci siano diverse caratteristiche e disponibilità per il virus”. Ovvero, uscendo dai tecnicismi, Galli dice che ciò significa che “queste persone potrebbero avere un fattore protettivo maggiore”, cioè è possibile “che abbiano le porte chiuse, o meglio, semichiuse nei confronti del Covid-19” mentre “le porte degli italiani sono invece spalancate”. Anche per il fatto che come italiani “siamo una popolazione molto vecchia, e questo ci espone più facilmente alle malattie” mentre “gli immigrati che risiedono in Italia sono per lo più giovani e in forze” e pertanto “hanno molti meno problemi di salute rispetto a noi”. “Il fattore anagrafico e la sana costituzione – osserva Galli – spiegherebbero anche il motivo per cui gli adolescenti e i bambini reagiscono molto meglio al Covid-19”.

Migranti: 400 sbarcano in spiaggia nell'Agrigentino. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 da La Repubblica.it. PALMA DI MONTECHIARO - Circa 400 migranti sono sbarcati sulla battigia di Palma di Montechiaro, nell'Agrigentino. Una nave madre li avrebbe lasciati a pochi metri dall'arenile, prima di riprendere il largo. Polizia e carabinieri stanno rastrellando l'area e un elicottero si è levato in volo. Ieri tre imbarcazioni con 27 migranti sono state intercettate al largo delle coste Trapanesi. Le operazioni sono state eseguite ieri dal reparto operativo aeronavale della Finanza di Palermo e del comando operativo di Pratica di Mare, intervenuti mentre i tre natanti erano in precarie condizioni di navigabilità. Il primo intervento è avvenuto in mattinata, con il Pattugliatore P02 Monte Cimone del Gruppo Aeronavale di Messina, precedentemente schierato in zona a supporto del dispositivo regionale, che aveva individuato, al limite delle acque territoriali, un primo gommone con sette migranti diretto inequivocabilmente verso le coste di Mazara del Vallo. Dopo aver imbarcato i migranti, l'unità si era diretta verso il porto di Trapani.

La "nave madre" dei migranti: ecco cosa c'è dietro gli sbarchi. Sono circa 400 i tunisini arrivati nelle coste agrigentine attraverso una nave madre. Altri migranti sono giunti a Lampedusa e Linosa. Adesso l'allerta sbarchi è alta. Sofia Dinolfo e Mauro Indelicato, Domenica 24/05/2020 su Il Giornale. Ad Agrigento è invasione migranti. Sarebbero secondo alcuni testimoni ben 400 gli extra comunitari di origine tunisina giunti nella spiaggia di Palma di Montechiaro nel primo pomeriggio di oggi. Nel corso della giornata però dalla questura hanno specificato che forse le persone sbarcate non sono più di 70. Un vero e proprio caos che ha fatto scattare l’allarme in men che non si dica. Uno sbarco imponente che lascia spazio a tutti i presupposti di un arrivo con una “nave madre”. Infatti, a pochi metri dalla battigia è stato ritrovato un barcone di circa 10 metri che, in base alle testimonianze, corrisponderebbe a quello usato per lo sbarco dei migranti. Della seconda imbarcazione, avvistata dai testimoni, nessuna traccia. Sul posto immediatamente le forze dell’ordine per fermare ed identificare gli arrivati nel rispetto di tutte le misure di sicurezza.

In mare le motovedette della Capitaneria di Licata e di Porto Empedocle e anche il pattugliatore della guardia di finanza. Nei cieli invece l’elicottero della polizia per rintracciare la seconda imbarcazione e anche i migranti che sono riusciti a scappare una volta approdati sulla terra ferma. Un vero e proprio caos che sta tenendo impegnati gli uomini in divisa ma che sta anche generando allerta nella Città del Gattopardo e nel territorio provinciale. Infatti sono stati già segnalati diversi extracomunitari sulla strada statale che porta ad Agrigento. Uno sbarco di questa entità non lo si vedeva dal 2017, anno caratterizzato dall’arrivo imponente di sbarchi fantasma nelle coste dell’agrigentino. È un fine settimana bollente per la Sicilia se si considera che quella di Palma di Montechiaro non è l’unica costa ad essere stata interessata dagli sbarchi. Sempre questo pomeriggio infatti è arrivato a Linosa un altro barcone con a bordo 52 migranti, un altro mezzo è stato intercettato al largo di Lampedusa e altri arrivi sono stati registrati a Trapani. In quest’ultimo caso si parla di tre barchini. Ma anche ieri sera sono stati registrati nuovi arrivi sull’isola di Lampedusa con due barche diverse. La prima, con a bordo cinque tunisini, è arrivata direttamente sul molo Favarolo. La seconda, con a bordo altri 40 tunisini, è stata intercettata a largo dalla guardia di finanza e scortata fino al molo. Si tratta di una vera e propria invasione che sta generando allarme tra le popolazioni interessate ma anche tra gli amministratori locali. Una situazione ai limiti della gestibilità visto e considerato sia il numero eccessivo di migranti sia l’emergenza sanitaria che richiede il distanziamento sociale e il rispetto della quarantena. Dove verranno trasferiti adesso i nuovi arrivati? La nave quarantena situata in rada, a Porto Empedocle, non basta più e adesso il problema relativo alla gestione degli arrivi è diventato realtà. Ed in merito a questa nuova e massiccia ondata di arrivi sono intervenuti i parlamentari della Lega Stefano Candiani e Nicola Molteni, sottosegretari all'Interno col ministro Salvini attribuendo al governo la responsabilità di quanto è accaduto. " Record di sbarchi in una giornata, con più di 400 arrivi. Colpa del Governo e della scellerata maxi sanatoria della Bellanova e dei 5Stelle-si legge in una nota dei leghisti che prosegue- L’Italia torna a essere il campo profughi d’Europa: nel 2020 si contano 4.445 sbarchi dal primo gennaio al 22 maggio, contro i 1.361 dello stesso periodo del 2019. Porti e porte aperte ai clandestini da chi vuole smantellare i decreti Sicurezza”. Il maxi sbarco verificatosi a Palma di Montechiaro, ha rilanciato ancora una volta la questione relativa al possibile uso di navi madri da parte dei trafficanti di esseri umani. Una tecnica quest’ultima che, nel corso degli anni, è stata spesso al centro dei riflettori da parte soprattutto degli inquirenti. Ma in cosa consiste la nave madre? Si tratta un’imbarcazione alla quale solitamente sono attaccati altri mezzi di dimensioni minori, i quali vengono poi sganciati e dirottati verso le coste siciliane ed i vari punti di approdo. Si tratta il più delle volte di pescherecci che, partendo dall’altra parte del Mediterraneo, percorrono poi buona parte del tragitto assieme ai gommoni ed ai barchini con a bordo i migranti. Una volta poi fatte partire le piccole imbarcazioni sganciate, gli scafisti a bordo della nave madre fanno retromarcia e tornano verso la Tunisia o la Libia. Da quando all’inizio degli anni 2000 il fenomeno migratorio si è fatto più intenso, si è sempre avuto il forte sospetto dell’uso delle navi madri da parte delle organizzazioni criminali. Ma è soltanto dopo l’anno nero del 2017, quello cioè dove in estate in provincia di Agrigento si contavano almeno due sbarchi al giorno, che su questa modalità usata dai trafficanti di esseri umani si sono accesi i riflettori. Una prova lampante dell’impiego di navi madri, si è avuta ad esempio nel novembre del 2018. In quell’occasione, un aereo della missione Frontex ha avvistato un peschereccio sospetto non lontano da Lampedusa. Sembrava un’imbarcazione come tante, a bordo infatti non si avvistano assembramenti di migranti. Tuttavia, una fune legava questa imbarcazione con un barchino, anch’esso apparentemente vuoto. Il mezzo di Frontex ha quindi notato che, proprio in prossimità di Lampedusa, il peschereccio ha lasciato alla deriva il barchino ad esso attaccato. Scattati i controlli, si è scoperto che all’interno di quel piccolo mezzo lasciato alla deriva c’erano 68 persone. Erano tutte stipate nella stiva, per questo dall’alto nessuno aveva avvistato la loro presenza. Il peschereccio, che fungeva quindi da nave madre, è invece scappato verso la Tunisia. Ne è nato un inseguimento che il 22 novembre 2018 ha coinvolto anche mezzi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. Alla fine, i sei scafisti a bordo di quel peschereccio sono stati arrestati a poche miglia dalle acque tunisine. La Procura di Agrigento, che ha coordinato quelle indagini, ha parlato delle prime vere prove tangibili dell’uso di una nave madre da parte dei criminali che lucrano con i viaggi della speranza. Nel mese di giugno del 2019, sempre da Agrigento è partita un’altra analoga operazione: anche in quel caso, una nave madre è stata avvistata non lontana dalle acque italiane e gli scafisti a bordo sono stati arrestati. L’uso di navi madri da parte delle organizzazioni criminali è quindi oramai un dato consolidato. E soprattutto, appare una tecnica sempre più in voga tra i trafficanti. Del resto, i vantaggi per questi ultimi sono notevoli. In primis, gli scafisti hanno la possibilità di trovare più facilmente una via di fuga nelle acque internazionali, tornando quindi quasi subito nel porto di partenza in Libia od in Tunisia. In secondo luogo, la nave madre diventa un mezzo utilizzabile anche per più traversate: in questa maniera, le varie associazioni criminali possono sacrificare soltanto piccole imbarcazioni di legno. Altro aspetto importante riguarda il fatto che gli scafisti, grazie all’uso di una nave madre, evitano di scendere assieme ai migranti e di essere quindi poi in un secondo momento identificati. Ecco quindi perché c’è da scommettere su un uso, da parte dei trafficanti, sempre più importante di navi madri per far giungere i migranti sulle nostre coste. Il miglioramento delle condizioni meteo, l’avvicinamento ai mesi estivi e l’uso di imbarcazioni più grandi da cui far partire i barchini diretti verso la Sicilia, sono tutti elementi che fanno temere settimane roventi sul fronte migratorio.

Lampedusa, un barcone con oltre 60 migranti approda nell'isola. Pubblicato sabato, 16 maggio 2020 su La Repubblica.it da Giorgio Ruta. "Che senso ha la nave quarantena se è lontana dall'isola?". È la domanda che pone, dopo l'ultimo sbarco di migranti, il sindaco di Lampedusa Salvatore Martello. Oggi pomeriggio, intorno alle 15, un'imbarcazione con una sessantina di migranti è arrivata direttamente sugli scogli di Cala Madonna. "Come era prevedibile - dice il sindaco Totò Martello - le buone condizioni del mare favoriscono gli sbarchi. È indispensabile che la nave Moby Zazà destinata alla quarantena dei migranti, che attualmente è ancora a Porto Empedocle in attesa di alcune verifiche tecniche, venga al più presto fatta arrivare a Lampedusa". I migranti, adesso, sono al molo Favaloro, in attesa di un trasferimento. "Chiedo al governo - aggiunge il primo cittadino - un intervento urgente e determinato in questo senso altrimenti non si comprende, anche gli occhi dell'opinione pubblica, a cosa serve aver fatto un bando per una nave per la quarantena se poi viene lasciata a Porto Empedocle e non a Lampedusa, dove i migranti arrivano". Chi sbarca adesso sull'isola fa tanti passaggi prima di arrivare sulla nave quarantena. Prendiamo i 53 arrivati tra martedì e mercoledì: sono stati al molo, prima di andare in una struttura messa a disposizione della chiesa. Da lì con i mezzi della guardia costiera fino a Porto Empedocle, poi un breve passaggio in pullman per arrivare, finalmente, sulla nave. "L'utilità della Moby Zazà - aggiunge Martello - dovrebbe essere quella di far trascorrere la quarantena dei migranti a bordo evitando spostamenti verso altre località su motovedette della Guardia Costiera o sulla nave di linea, dal momento che a Lampedusa il Centro di accoglienza è pieno. Ma se la nave è lontana dall'isola, i migranti continueranno a sostare sul Molo Favaloro in attesa del trasferimento, e in pratica non avremmo risolto nulla. Bisogna predisporre il dislocamento della Moby Zazà di fronte l'isola, e bisogna farlo al più presto".

Da repubblica.it il 28 aprile 2020. La nave-quarantena promessa non è mai arrivata ma a Lampedusa gli sbarchi autonomi continuano e il sindaco Martello non sa come mettere in sicurezza i migranti e la sua popolazione visto che l'hotspot è già pieno di altre persone ancora in isolamento. L'ultimo sbarco questa mattina e anche consistente. Un'imbarcazione con 80 persone giunta fin dentro il porto dell'isola di fronte alla sede della Capitaneria di porto. "Gli sbarchi continuano - dice il sindaco di Lampedusa - e in questo caso oltretutto c'è un pericoloso rimpallo di responsabilità: nessun mezzo militare infatti fino ad ora è disposto ad accompagnare i migranti dalla banchina fino al molo Favaloro da dove dovranno essere trasferiti dal momento che l'hotspot è già pieno e non può ospitare altri migranti per la necessaria quarantena sanitaria". Martello si rivolge al ministro dell'Interno, della Difesa, al presidente della Regione: "Da sindaco non ho potere di intervento diretto. Cosa dobbiamo fare? Ho chiesto di trainare l'imbarcazione fino al molo ma non è possibile andare avanti così. Siamo in piena emergenza coronavirus, i cittadini dell'isola hanno il diritto di vedere tutelata la loro salute e comprendo anche che le stesse esigenze valgano per gli uomini delle forze dell'ordine. Ma questa situazione è inaccettabile. Le istituzioni che hanno il dovere di intervenire non possono scaricare il peso dell'accoglienza interamente sulle nostre spalle".

Ogni migrante sulla nave-quarantena ci costerà oltre 4mila euro al mese. Costi ritenuti eccessivi per la nave destinata ad ospitare i migranti in quarantena, la Lega alza gli scudi sul caso della Moby Zaza. Sofia Dinolfo e Mauro Indelicato, Martedì 12/05/2020 su Il Giornale. Da sabato notte la nave Moby Zaza si trova ormeggiata nella banchina di Porto Empedocle in attesa di essere funzionante. Obiettivo? Consentire ai migranti di svolgervi al suo interno la quarantena. La nave è arrivata dopo un mese di appelli incessanti da parte del sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello e dei colleghi di Pozzallo e Porto Empedocle, nei confronti del governo. Al loro appello si è unito anche quello dei sindaci di tutta la provincia di Agrigento e del governatore della Regione siciliana. Il mese di aprile e la prima decade di maggio sono stati caratterizzati da diverse centinaia di sbarchi tanto da mettere in difficoltà gli amministratori locali che si sono trovati a dover far fronte a situazioni difficili da gestire. Da una parte il problema su dove ospitare i migranti e dall’altra la difficoltà su come metterli in condizione di rispettare la quarantena in angusti spazi in piena emergenza sanitaria dovuta al coronavirus. La Moby Zaza, con i suoi circa 250 posti, ospiterà i migranti che approderanno nelle coste di Lampedusa e in quelle agrigentine in generale. Al suo interno vi sarà anche un’area per il confinamento di migranti con sintomi da Covid-19, mentre 35 posti saranno destinati al personale sanitario. Prima di essere utilizzata, la nave verrà sottoposta ad una verifica da parte della commissione di visita ex art. 25 della legge 616/62. Se tutto si concluderà positivamente, la Moby Zaza si posizionerà nella rada di Porto Empedocle a circa 2/3 miglia fuori, in area Bravo. Prima però occorrerà aspettare la verifica di un’apposita commissione, la quale potrebbe impiegare, come segnalato da fonti della Capitaneria di porto di Porto Empedocle, diversi giorni. Forse la Moby Zaza potrà realmente espletare la sua funzione a partire da lunedì prossimo. Ed intanto non mancano le polemiche. Il costo di quest’operazione nei giorni scorsi è apparso eccessivo ad esempio al vice capogruppo della Lega alla Camera, Alessandro Pagano: “Per il noleggio della nave traghetto 'Moby Zaza', messa stavolta a disposizione per la quarantena di questi immigrati irregolari provenienti da Libia e Tunisia e per il loro successivo approdo sulle nostre coste – ha sottolineato il deputato – la compagnia Moby Line riceverà tra i 900mila e 1 milione e 200mila euro: la bellezza di 4.210 euro al mese per clandestino imbarcato”. Costi ritenuti eccessivi dall’esponente della Lega, il quale nei prossimi giorni dovrebbe presentare anche un’interrogazione: “Non parliamo di un gommone di terza mano, ma – ha proseguito Pagano – di una nave dotata di ristorante self-service, pizzeria, gelateria, admiral pub con speciale assortimento vini, area giochi e sala video, cabine doppie o quadruple con servizi e perfino suite di lusso. Tutto questo mentre famiglie e imprese italiane sono in ginocchio per la gravissima crisi economica causata dalla pandemia da Covid-19”. “Il gruppo Onorato, proprietario dell'imbarcazione – ha concluso Pagano – si dice che abbia un contenzioso debitorio di 180 milioni di euro nei confronti del Mit. Com’è possibile che abbia potuto partecipare, e soprattutto vincere, questa gara pubblica indetta dallo stesso Ministero?” Nel frattempo, dalla maggioranza si difende la scelta. Alcuni deputati locali del Movimento Cinque Stelle, plaudono all’arrivo della nave: “Quello che abbiamo raggiunto è un risultato fondamentale per la salvaguardia del nostro territorio e di tutta la costa sud orientale siciliana in un momento particolare e delicato – ha dichiarato Rosalba Cimino, deputata grillina – un obiettivo raggiunto con determinazione insieme ai colleghi siciliani, dopo varie interlocuzioni e confronti con amministratori locali”. Da parte sua, anche il sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina, si è detta soddisfatta per l’arrivo della nave. Ma tra ritardi, costi su cui verranno presentate interrogazioni e varie altre polemiche, la vicenda relativa alla gestione del fenomeno migratorio in piena emergenza Covid sembra essere solo all’inizio. Nel frattempo la nave, come detto in precedenza, è ancora in porto: in caso di nuovi sbarchi, per il momento, il mezzo non sarebbe utilizzabile.

Tra barchini e carrette del mare: l'invasione di sbarchi fantasma. In base agli ultimi dati degli sbarchi autonomi da parte dei migranti, per l'estate si preannunciano numeri allarmanti. A destare maggiori preoccupazioni gli arrivi "fantasma" nell'agrigentino e nel trapanese. Sofia Dinolfo e Mauro Indelicato, Venerdì, 15/05/2020 su Il Giornale. È stato un mese di aprile intenso quello che hanno vissuto Lampedusa e la Sicilia in genere se si analizza il contesto degli sbarchi autonomi da parte dei migranti. Questi ultimi infatti sono arrivati in diverse centinaia. Non da meno il mese di maggio, seppur ancora nel pieno dello scorrere dei suoi giorni. Se poi si entra nei dettagli, da marzo ad ora, sono circa mille gli extracomunitari giunti sulle coste dell’isola maggiore delle Pelagie cui si sono aggiunti anche gli oltre 50, arrivati nell’agrigentino, attraverso lo sbarco fantasma a Torre Salsa. In base a quanto registrato nelle ultime settimane, quella che si preannuncia potrebbe essere un’estate molto calda e questo non solo per le alte temperature ma anche con riferimento al flusso degli sbarchi. Da qui al breve periodo, i numeri potrebbero essere allarmanti. A destare maggiore preoccupazione sono soprattutto quegli arrivi che, almeno in un primo momento, sfuggono dal controllo delle forze dell’ordine. Stiamo parlando proprio degli sbarchi fantasma. Si tratta di quei fenomeni attraverso i quali gli stranieri arrivano attraverso dei barconi e, una volta approdati in spiaggia, abbandonano il mezzo per scappare tra le campagne e le zone più vicine sottraendosi alla caccia all’uomo attuato dalle forze dell’ordine. Da qui, alcuni riescono a farla franca rimanendo come fantasmi nel vero senso del termine, altri invece intercettati ed identificati. Dalle verifiche effettuate nei confronti delle persone identificate è emerso sempre un elemento comune: tutti sono partiti dalla Tunisia, nello specifico da Biserta, Sfax e Sousse. L’ultimo fenomeno di “massa” di questo tipo è avvenuto non poco tempo fa, ovvero nell’estate del 2017, con numeri preoccupanti. Da Cattolica Eraclea a Siculiana, fino a Realmonte, le coste dell’agrigentino in quel periodo sono state le protagoniste di numerosi arrivi fantasma che hanno creato problemi e anche preoccupazioni fra la cittadinanza. Sono stati in molti gli agrigentini che si sono trovati ad assistere a questi eventi durante momenti di relax al mare o direttamente dalle loro abitazioni di campagna lanciando l’allarme. Gli stessi fenomeni si sono verificati anche nei territori di Palma di Montechiaro e Licata, sempre nell’agrigentino. Dopo la fuga tra le zone di campagna, il “piano 2” dei migranti è stato quello dell’attraversamento, durante la notte, della SS 115, ovvero l’arteria che unisce tutte le città della provincia. Proprio in questa fase molti di loro sono stati intercettati dai carabinieri, dalla polizia o dalla guardia di finanza e sottoposti poi all’identificazione. Sempre in quel periodo è accaduto anche un fatto che ha destato non poche perplessità su questo tipo di fenomeno. In una foto scattata nella spiaggia ricadente nel territorio di Siculiana è stata notata una maglietta con la scritta “Haters Paris”. Quella frase avrebbe potuto significare tutto ma anche niente. O un indumento indossato casualmente prima di affrontare il viaggio verso la Sicilia o la presenza dei terroristi tra i barconi di quegli sbarchi. Per far chiarezza sulla situazione che lasciava pensare a delle infiltrazioni jihadiste, il procuratore di Agrigento ha aperto subito dopo un’inchiesta. Nel trapanese la situazione spesso in passato è apparsa anche più pericolosa. Qui infatti ad approdare non sono i barchini ed i gommoni spesso notati tra Lampedusa e l’agrigentino, bensì vere e propri mezzi di lusso. Degli yacht in grado di coprire in poche ore la distanza tra la provincia tunisina di Biserta e le coste trapanesi. Mazara Del Vallo e Marsala i territori in cui, anche nel recente passato, è stata notata la più elevata concentrazione di questa tipologia di sbarchi. Ed è chiaro che in un contesto del genere, ad emergere è soprattutto il rischio di infiltrazioni terroristiche. Chi affronta le traversate con gommoni veloci e con mezzi più costosi, spende molto di più rispetto ai migranti che invece arrivano in Sicilia con mezzi di fortuna. Il sospetto, mai del tutto domato in seno a molte procure siciliane, è che a pagare questi viaggi potrebbero essere anche le organizzazioni criminali e terroristiche. Lo si è potuto vedere ad esempio nell’operazione Abiad, condotta dai Carabinieri del Ros di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Brescia il 9 gennaio 2019. In quest’occasione sono state arrestate 15 persone: per loro l’accusa è stata anche quella di aver condotto irregolarmente in Italia decine di persone ma, ad inquietare maggiormente, tra le altre cose, è stato anche il ruolo di un soggetto tunisino che sui social inneggiava alla Jihad. E non è un caso che, come si legge tra le carte di quell’operazione, il blitz in Sicilia è scattato grazie alle rivelazioni di un “pentito” precedentemente vicino all’organizzazione criminale smantellata: “Vi sto raccontando quello che so perché voglio evitare che vi troviate un esercito di kamikaze in Italia”, ha dichiarato agli inquirenti il collaboratore. Ed infatti, i pm allora hanno ben evidenziato i pericoli per la sicurezza nazionale: “Sussistono significativi ed univoci elementi – si legge tra le carte dell’operazione – per ritenere che l'organizzazione in esame costituisca un'attuale e concreta minaccia alla sicurezza nazionale poiché in grado di fornire a diversi clandestini un passaggio marittimo occulto, sicuro e celere che, proprio per queste caratteristiche, risulta particolarmente appetibile anche per quei soggetti ricercati dalle forze di sicurezza tunisine, in quanto gravati da precedenti penali o di polizia ovvero sospettati di connessioni con formazioni terroristiche di matrice confessionale”. Pochi giorni dopo, sempre con i riflettori puntati sul trapanese, è scattata l’operazione Barbanera. Il nome del blitz lo si è dovuto in quel caso al soprannome del principale indiziato: Moncer Fadhel, di origine tunisina, veniva chiamato così per via del suo aspetto e della sua lunga e folta barba nera. Era lui, secondo gli inquirenti, a gestire il traffico di esseri umani nel trapanese: i migranti, hanno spiegato all’epoca i militari della Guardia di Finanza impegnati nell’operazione, venivano portati in spiagge predefinite dove l’organizzazione criminale guidata da Barbanera riusciva poi a smistarli nel territorio facendo perdere le loro tracce. Ciò che ha maggiormente stupito nelle due operazioni del gennaio del 2019, è stata la ramificazione territoriale delle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. Fadhel ad esempio, a Mazara Del Vallo era proprietario di tre attività commerciali, tra cui un ristorante. Era riuscito a farsi strada all’interno del mondo criminale locale, contrassegnato storicamente da alcuni dei clan più importanti di cosa nostra. E la mafia siciliana con la criminalità impegnata negli affari derivanti dall’arrivo di migranti sembra convivere pacificamente. Anche perché a bordo dei gommoni e dei mezzi che arrivano nel trapanese, non ci sono soltanto extracomunitari: gli inquirenti più volte hanno rintracciato la presenza di ingenti dosi di sostanze stupefacenti ed anche di sigarette. Tutta merce che poi, una volta fatta arrivare in Sicilia, viene in seguito smistata nelle piazze di spaccio e contrabbando dell’isola. Le operazioni Abiad e Barbanera sono state, sotto questo profilo, le più importanti capaci di portare a galla il fenomeno degli sbarchi fantasma che contraddistingue il trapanese. Ma non le uniche: sempre tra Trapani ed Agrigento, nel marzo del 2018 un blitz dal nome evocativo di “Caronte”, ha smantellato un’altra organizzazione dedita a far arrivare in Sicilia migranti con gli sbarchi fantasma. Un fenomeno quest’ultimo che fa gola alla criminalità presente in entrambe le sponde del Mediterraneo, che negli anni ha creato non poco allarme sociale, soprattutto nell’agrigentino, e che potrebbe rappresentare un pericolo per le possibili infiltrazioni terroristiche. Da qui il timore di una possibile nuova ondata di sbarchi in questa estate 2020. Anche perché, come raccontato nei giorni scorsi su IlGiornale.it, dalla Tunisia e dalla Libia scafisti e criminali sono pronti a mettere in navigazione decine di barchini. E l’aumento del numero degli sbarchi riscontrato in questa prima decade di maggio appare significativo. Per la Sicilia e per l’Italia dunque, la bella stagione alle porte potrebbe rappresentare un ritorno alle fasi più calde dell’emergenza migratoria.

Ecco l'invasione dei migranti: "Trieste peggio di Lampedusa". Altri 160 migranti provenienti dalla rotta balcanica fermati al confine italo-sloveno. Il vice-sindaco di Trieste, Paolo Polidori, lancia l'allarme: "Gli arrivi non si fermano e i centri sono al collasso, qui è peggio che a Lampedusa". Alessandra Benignetti, Mercoledì 13/05/2020 su Il Giornale. "Qui è peggio che a Lampedusa, siamo al collasso". Il vice sindaco di Trieste, Paolo Polidori, non usa mezzi termini per descrivere la situazione che sta vivendo il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia nelle ultime ore. Gli ingressi dei migranti dalla rotta balcanica, qui, non si sono mai fermati. Anzi, con l’arrivo della primavera sempre più richiedenti asilo hanno scelto di attraversare la frontiera con la Slovenia per rifugiarsi in Italia. Non li spaventa l’emergenza sanitaria e neppure i militari dell’esercito schierati a guardia dei valichi. In 160 oggi sono stati intercettati sul Carso triestino. Quasi tutti afghani e pakistani individuati alla periferia della città e nei pressi di Basovizza mentre camminavano in gruppo in direzione del centro. Si aggiungono ai 250 arrivati la scorsa settimana. Si parla di almeno mille persone giunte qui dall’inizio dell’anno. Numeri che hanno spinto il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, a chiedere aiuto a Roma. "Qui lo Stato però non si è visto, questo governo è inesistente", denuncia Polidori, che è anche assessore alla Polizia Locale, Sicurezza e Protezione civile nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia. "Il comune di Trieste – ci dice al telefono - non ha più la possibilità di accogliere nessuno". Il punto, sottolinea il numero due di Roberto Dipiazza, è che "gli arrivi continueranno mentre qui non ci sono più posti disponibili nei centri di accoglienza". "So per certo che in Bosnia si stanno muovendo molte persone, la rotta balcanica ormai viene privilegiata anche rispetto a quella del Mediterraneo centrale, perché è più sicura", continua Polidori. La prova, secondo l’assessore, è che tra i migranti "molti sono di nazionalità tunisina e algerina". "I minori non accompagnati, prevalentemente kosovari o albanesi, dobbiamo tenerli qui per legge, ma non abbiamo più posti dove sistemarli per fare osservare loro il periodo di quarantena obbligatorio", ci spiega. Tra le soluzioni al vaglio della giunta c’è quello di sistemare delle tende per ospitarli. Ma il costo di un’operazione del genere, denuncia Polidori, sarebbe insostenibile in questo momento per le casse del Comune. "I militari inviati da Roma si limitano ad intercettare i migranti, ma non possono respingerli alle frontiere – incalza – il governo dovrebbe almeno farsi carico di chi arriva nel nostro Paese e non lasciare tutto sulle spalle dei sindaci". "Se gli ingressi continuano a questo ritmo potremmo non essere più in grado di gestire la situazione con le nostre risorse", avverte Polidori. Il rischio, secondo l’assessore, è che tra qualche settimana decine di profughi possano trovarsi a "girare per la città senza nessun controllo, mettendo a repentaglio gli sforzi fatti nei mesi scorsi per contenere il virus, visto che transitano da Paesi in cui si sta diffondendo l’epidemia". L’allarme arriva anche dai principali sindacati di polizia. Ieri il Sap denunciava un organico "fortemente inadeguato alla situazione attuale". "Così non si può reggere a lungo", mette in guardia Domenico Pianese, segretario del Coisp, che denuncia la mancanza di "veicoli dedicati al trasporto dei migranti" e di "strutture idonee in cui collocarli". Da settimane gli agenti sono chiamati ad "un continuo contatto con persone provenienti da altre nazioni, per le quali sarebbero previste due settimane di quarantena". Senza contare la "difficoltà di reperimento di mascherine FFP2/FFP3 e di occhiali protettivi" per i poliziotti impegnati nel contrasto all'immigrazione illegale. "Se non verranno adottate delle misure di contrasto urgenti ed efficaci, in termini di uomini e mezzi, a Triste la stagione migratoria sarà lunga, faticosa e non priva di rischi", prevede il segretario dell’organizzazione.

Guai grossi a Verona: 100 immigrati su 140 positivi. Ma il governo ne vuol far entrare ancora. Giovanni Trotta mercoledì 15 aprile 2020 su Il Secolo d'Italia. Era ovvio che il business dell’accoglienza agli immigrati avrebbe finito col creare dei guai. Adesso la bomba sanitaria è scoppiata anche a Verona. Come riferisce la rivista Il Primato nazionale, i centri di accoglienza e similari sono delle vere e proprie bombe a orologeria per lo svilupparsi del contagio da coronavirus, ma anche da altre malattie di cui i clandestini sono portatori. Non bastavano i casi di Milano, di Gorizia, del Selam Palce e di Torre Maura di Roma, adesso scoppia un caso anche a Verona. Solo che questo è di dimensioni colossali.

Gli immigrati non vogliono rispettare la quarantena. E’ successo al centro d’accoglienza per richiedenti protezione internazionale e minori in Zai a Verona, situato nell’edificio dell’hotel Monaco, in via Torricelli. A quanto si apprende, sono 100 su 140 “ospiti” gli stranieri positivi al coronavirus. La prefettura ha ordinato il presidio permanente della struttura a opera della Polizia. All’inizio del mese un pakistano era stato portato all’ospedale con forte febbre. Al tampone era risultato positivo, seguito subito dopo da tutti gli altri. Tra l’altro, come succede in tutti questi centri di accoglienza, gli immigrati vogliono uscire e rientrare liberamente, non capendo che esistono delle leggi e delle disposizioni. A quanto si apprende, non solo il personale della struttura, ma anche tutti gli immigrati sono stati dotati di dispositivi di protezione, mascherine, guanti, etc. Il problema principale sembra ancora una volta essere quello di convincere gli immigrati, che sono tutti giovani, a non uscire e a rispettare le disposizioni, ma non ne vogliono sapere. Ora si sta valutando di spostare i negativi, ossia i sani, in un’altra struttura, prima che si contagino. Ma rimpatriarli tutti?

Ma il governo continua a voler “salvare” tutti…La responsabilità di quella che potrebbe essere una catastrofe sanitaria ricade ancora una volta sul governo, che continua a voler accogliere a tutti costi clandestini che arrivano le navi delle ong. Gli immigrati infatti in queste strutture, siano alberghi, ostelli o cantainer, vivono e dormono a ridosso l’uno dell’altro, e il contagio è inevitabile. Come si è visto. Queste strutture di accoglienza non hanno mai badato troppo a igiene e sicurezza, preoccupate come sono di stipare più gente possibile. Più ospiti, più contributi. Insomma, un brodo di coltura ideale per il Covid-19. Diciamo anche che molti di questi immigrati fanno i rider, ossia consegnano merce a domicilio…

Antonio Massari per il “Fatto quotidiano” il 14 aprile 2020. L'Italia controlla la sua zona di ricerca e soccorso. Malta fa altrettanto. Il tutto sul presupposto che la pseudo guardia costiera libica stia controllando la sua. Nell' ultima settimana dalle coste libiche sarebbero partite un migliaio di persone. Una cifra impossibile da verificare. Di certo, invece, c' è che almeno quattro barconi sono finiti in avaria nelle ultime 72 ore. E che da 5 giorni l' Italia non è più un porto sicuro, a causa della pandemia, e quindi è vietato lo sbarco di qualsiasi Ong che non sia coordinato dalle autorità italiane. E' il caso della Alan Kurdi, del quale ci occuperemo più avanti. Restiamo ai barconi in avaria. Due sono sbarcati nelle ultime 48 ore in Sicilia: 101 migranti a Pozzallo e 77 a Portopalo. Il terzo (47 persone a bordo) è stato soccorso dalla nave Aita Mari che ieri ha avuto l' ok allo sbarco da Malta. All' appello manca il quarto, con 55 persone, che mentre scriviamo potrebbe essere in acque Sar maltesi. Potrebbe. Nessuno sa dirlo. Ogni stato pattuglia il suo cortile e, come nel caso di Portopalo e Pozzallo, accade che i barconi approdino da soli, se ci riescono, altrimenti affondano senza che nessuno li abbia individuati e soccorsi prima. Una vera e propria roulette. Va precisato che per i barconi sono previste regole diverse da quelle che operano in questo momento per le navi delle Ong. Se Guardia Costiera o Guardia di Finanza li intercettano nelle nostre acque, devono soccorrerle e far sbarcare i migranti, i quali saranno poi sottoposti alla quarantena e alle procedure previste per la salute pubblica. Che approdino da soli, o vengano soccorsi, sotto questo aspetto non cambia nulla. L' unica vera differenza è che se nessuno li intercetta rischiano di morire in mare. Ed è il rischio segnalato dalla Ong Alarm Phone nelle ultime 48 ore: ieri ha dichiarato di aver perso il contatto con uno dei barconi in avaria. Scongiurato invece il naufragio segnalato dalla ong Sea Watch. Secondo la Guardia Costiera italiana e l' agenzia internazionale Frontex, il barcone rovesciato, individuato dalla Sea Watch, era il relitto di un salvataggio andato a buon fine nei giorni scorsi. Resta quindi il dramma di un gommone tuttora alla deriva nel Mediterraneo. I pattugliamenti delle autorità italiane non l' hanno individuato nella nostra area Sar. In teoria potrebbe essere ovunque. "Il tempo sta peggiorando, abbiamo chiamato ancora una volta Malta ma non abbiamo ricevuto risposte. Restiamo in attesa di istruzioni": è uno degli ultimi messaggi lanciati dalla nave che chiedeva anche supporto medico. Ecco un atro messaggio raccolto da Alarm Phone: "Aiutateci, per favore, stiamo affondando - dice disperatamente una donna -. Sono incinta e non sto bene. Mia figlia di 7 anni è molto malata. Non abbiamo cibo né acqua, non abbiamo nulla". Sembra invece a una svolta lo stallo della Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye, ferma da sei giorni, con 156 persone a bordo, in acque internazionali a poche miglia da quelle italiane. Il viceministro dell' Interno, Matteo Mauri, ieri ha spiegato: "La possibilità di prevedere la quarantena a bordo di navi attrezzate e con supporto medico per chi arriva garantisce il pieno rispetto dei diritti umani, così come permette di gestire in maniera adeguata l' emergenza sanitaria nell' interesse di tutti". Il capo della Protezione Civile Angelo Borelli ha già firmato il provvedimento di quarantena in mare, su richiesta della ministra delle infrastrutture Paola De Micheli. E mentre scriviamo sembra ormai accertato che i 156 migranti a bordo saranno trasferiti sulla nave "Azzurra" della compagnia Gnv individuata dal governatore siciliano Nello Musumeci. Sul fronte della polemica politica non perde l' attimo Matteo Salvini: "Appello urgente di sinistra e 5 Stelle per porti aperti: foto ricordo" scrive su Facebook, postando un collage con le foto di esponenti del Pd, LeU e M5S . "Capisci che Salvini è in difficoltà - commenta Erasmo Palazzotto (LeU) - quando, dopo mesi di propaganda fallimentare sul coronavirus, torna con la solita lagna sui migranti. E non perché preoccupato per le loro sorti, no. Ma perché deve raccattare consenso sulla loro pelle".

La rabbia di Casarini: “Con i porti chiusi piangeremo nuovi morti in mare”. Angela Stella de il Riformista l'11 Aprile 2020. Mentre scriviamo la nave Alan Kurdi, della Ong tedesca Sea-Eye, è bloccata nel Mediterraneo con 150 persone a bordo salvate in diverse operazioni. I governi italiano e maltese hanno negato l’autorizzazione allo sbarco. I porti italiani, infatti, fino alla fine dell’emergenza Covid-19 non hanno più il requisito di Place of Safety (Luogo sicuro), necessario per lo sbarco dei migranti soccorsi. Lo ha stabilito, ricordiamo, un decreto del 7 aprile scorso dei ministeri Infrastrutture e Affari Esteri, di concerto con i dicasteri Sanità e Interno. Per commentare quanto disposto abbiamo raccolto il parere di Luca Casarini, Capo Missione di Mediterranea Saving Humans».

L’emergenza sanitaria giustifica questo decreto?

«Se da un lato, nella premessa, c’è una grande prolusione di motivazioni che richiamano le convenzioni internazionali sul soccorso in mare, dall’altro lato poi vengono smentite da quello che è stato deciso nel solo articolo 1. Ciò rappresenta un primo punto di fragilità giuridica del decreto: nessuna emergenza può limitare alcuni principi delle convenzioni internazionali sottoscritte peraltro dall’Italia perché hanno valore costituzionale. È come dire che l’emergenza sanitaria sta giustificando la non applicazione della Costituzione. Per non essere così ci vorrebbe una decisione presa in Parlamento e non un decreto».

Proprio l’articolo 1 prevede che i nostri porti non sono luoghi sicuri “per i casi di soccorso effettuati da unità navali battenti bandiera straniera”. Può spiegare?

«Chiedo retoricamente: siamo un Place of Safety a intermittenza? Qual è la discriminante? L’emergenza sanitaria o è la bandiera che batte la nave? È evidente che è la seconda! Ciò è illegale, illegittimo, incostituzionale; è come se dicessimo che una ambulanza targata Milano non può entrare in ospedale, quella targata Torino sì. Io credo che quando si salvano le persone non si guarda a chi le ha salvate».

Quindi è una decisione più politica che dettata dalla contingenza.

«Sì, si usa la pandemia per scoraggiare il salvataggio in mare. Stiamo poi parlando di numeri assolutamente gestibili, non di un esodo biblico. Sono poche centinaia che riescono con il mare buono a scappare dai lager della Libia. Sull’Alan Kurdi ci sono moltissimi bambini: spero che la nave venga verso le nostre coste perché esiste uno stato di necessità che richiede lo sbarco. Perciò questo decreto è un atto politicamente e culturalmente gravissimo. Nessuno si è ad ora spinto tra gli Stati costieri a dire che a causa del Covid-19 chiudeva i porti a chi veniva salvato. E a breve ci sarà effetto domino: gli altri Paesi faranno come l’Italia. Si tratta di un decreto Minniti 2».

In che senso?

«Lui ha aperto la strada a una egemonia politica e culturale della destra con un accordo stipulato con i trafficanti e le tribù libiche, come comprovato dalla Nazione Unite, dall’Unhcr, da tutte le agenzie internazionali. Noi abbiamo riempito di soldi quei criminali perché tenessero nei loro lager i migranti».

Esattamente due giorni fa anche la Libia ha dichiarato che i suoi porti non sicuri per lo sbarco dei migranti a causa dei bombardamenti e ha rifiutato persino una sua motovedetta con all’interno stipati molti migranti.

«E allora adesso mi chiedo e lo chiedo al Governo: quale sarà il destino delle persone salvate? Devono suicidarsi? A queste persone i civilissimi governi europei stanno dicendo “dovete sparire”».

Quale sarebbe stata una maniera alternativa per gestire la situazione?

«Prevedere la quarantena in tende da campo, per esempio, o a bordo con la dovuta assistenza. Non è possibile pensare che una emergenza finisca perché ce n’è una più grande. Mi rivolgo soprattutto all’opinione pubblica cristiana, visto che siamo alla vigilia di Pasqua: se adesso 200 persone muoiono affogate in mezzo al mare tutti piangeranno, pure i Ministri che hanno firmato il decreto. Ma un Paese che vuole mettere in campo la più grande precauzione, accanto ad un decreto di questo tipo, ne fa un altro in cui prevede che le nostre navi militari vadano fuori per impedire che le persone muoiano in mare».

Francesco Borgonovo per ''la Verità'' il 12 aprile 2020. Pensavamo di cavarcela con poco, ma ci siamo sbagliati. Sapevamo di doverci aspettare, pur in periodo di pandemia, uno spottone pasquale a favore dell' accoglienza. Ma credevamo che l' intervento del cardinale Konrad Krajewski e la sua donazione di 20.000 euro al centro migranti di Vicofaro gestito da don Massimo Biancalani avessero (almeno per un po') risolto il problema. Invece il meglio doveva ancora arrivare. E questa volta si è mosso addirittura papa Francesco in persona. Il pontefice venerdì ha spedito una letterina scritta di suo pugno a un signore che di nome fa Luca Casarini. Sì, l' ex leader delle tute bianche al G8 di Genova, un professionista della protesta che da una ventina d' anni tenta in ogni modo di riciclarsi per non uscire dal cono d' ombra. Da qualche tempo, il nostro rivoluzionario riveste la qualifica di capomissione della nave Mare Jonio, gestita da Mediterranea Saving Humans. Si tratta della Ong fondata da alcuni esponenti di Sinistra italiana (tra cui Nicola Fratoianni ed Erasmo Palazzotto) e inizialmente finanziata grazie a un prestito da 400.000 euro ricevuto da Banca Etica. Tra gli sponsor ci sono personalità come Nichi Vendola, Luigi De Magistris e Leoluca Orlando, associazioni come l' Arci, poi la Cgil e varie altre realtà più o meno antagoniste. In effetti, Mediterranea ha ottimi rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, e non da oggi. Sulla Mare Jonio c' è pure un cappellano, il pretino don Mattia Ferrari, che ha ottenuto l' incarico grazie al benestare di due vescovi (quello di Modena Erio Castellucci e quello di Palermo, Corrado Lorefice). Ferrari, già in grande confidenza con gli esponenti di Ya Basta (area centri sociali bolognesi), nei mesi scorsi ha ottenuto grande pubblicità, e ha pure scritto un libro in cui sembrava fare un po' di confusione tra Gesù Cristo e Carola Rackete. A ben guardare, anche il resto dell' equipaggio della Mare Jonio non ha le idee chiarissime sulla questione. Luca Casarini, qualche giorno fa, ha scritto una lettera a papa Francesco in cui spiegava: «Stiamo soffrendo pensando ai nostri fratelli e sorelle che si mettono in mare dalla Libia, anche in questi giorni [...]. Altri 150 sono a bordo di una piccola nave cui i governi d' Europa stanno negando un porto d' approdo. In questa situazione noi vogliamo tornare in mare il prima possibile, perché il nostro Gesù ha bisogno di aiuto». Certo, è Cristo ad aver bisogno dell' aiuto di Casarini, e non - semmai - viceversa. Per altro, quelli di Mediterranea avrebbero potuto prima scrivere al governo, visto che il loro partito di riferimento (Sinistra italiana) lo sostiene e ne fa parte. Comunque sia, Francesco ha deciso di rispondere alla lettera degli attivisti con un biglietto manoscritto: «Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera», dice il Pontefice. «Grazie per la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene. Sono vicino a te a ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me». Così, dopo don Biancalani ci tocca pure Casarini, già indagato nel 2019 per favoreggiamento dell' immigrazione clandestina poi prosciolto. Ci chiediamo chi sarà il prossimo, ma abbiamo un po' di timore di scoprirlo. Che Bergoglio nutrisse simpatia verso Mediterranea era noto. Non molto tempo fa ha esposto in Vaticano una croce trasparente con un giubbotto di salvataggio donatagli proprio dalla Ong («Quella Croce è del nostro Gesù, quello che viene con noi in ogni missione in mare, quello che ha paura con noi quando il mare è grosso, quello che scruta l' orizzonte cercando chi è solo », ha scritto Casarini). Il punto è che la letterina del Papa ai taxisti del mare ha anche un peso politico, e non secondario. Come noto, da alcuni giorni la nave Alan Kurdi con 150 persone a bordo è bloccata in mare. Il ministro dell' Interno, Luciana Lamorgese, e alcuni suoi colleghi hanno firmato un decreto che «chiude i porti» (e vedremo se saranno indagati per questo). Ma la pressione del Papa di certo non rende agevole proseguire sulla linea dura. E l' idea che, sull' onda dell' emozione, l' Ong ritorni a solcare il Mediterraneo è inquietante. Di caos, dalle nostre parti ce n' è già fin troppo. Gli sbarchi clandestini continuano, Lampedusa e Porto Empedocle sono in enorme difficoltà. A Pozzallo è arrivato un primo migrante infetto. Nei centri di accoglienza, specie al Nord, sono stati individuati altri contagiati. A Roma, nel Selam Palace che ospita circa 600 occupanti irregolari, sono stati trovati 16 positivi, e ieri due bimbi sono stati trasferiti con le madri al Covid Center dell' ospedale Bambin Gesù. Insomma, considerato il quadro, l' idea di far entrare altri stranieri non è esattamente elettrizzante. Diciamo che - se le gerarchie ecclesiastiche avessero chiesto di far ripartire le messe con la stessa convinzione con cui chiedono di accogliere i migranti - a Luca Casarini, per trovare «il suo Gesù», basterebbe andare in Chiesa, invece che in mezzo al mare. Ma forse ai sacerdoti che confondono Carola con Cristo la messa interessa poco.

Lampedusa è al collasso, fermate due ong. Allarme del sindaco per gli sbarchi continui. La Guardia Costiera: irregolari Alan Kurdi e Aita Mari. Fausto Biloslavo, Giovedì 07/05/2020 su Il Giornale. Nuovi sbarchi a Lampedusa e nell'agrigentino, che portano i migranti arrivati dal primo maggio a 604. Oramai sono 4.069 dall'inizio dell'anno rispetto agli 842 dello stesso periodo nel 2019. Ed i costi aumentano a causa della quarantena a bordo di navi ad hoc pagate dallo stato quasi 1 milione e 200mila euro al mese. A Lampedusa sono sbarcati nella notte fra martedì e mercoledì altri 156 migranti. Il sindaco Salvatore Martello ammette che «siamo costretti a lasciarli sul molo Favaloro perché non abbiamo una struttura libera. Ho chiesto di piazzare una nave di fronte al porto». Non sarebbe il caso che una volta al largo vengano trasferiti direttamente sulla terraferma?. Martello spiega che «l'isola è in ginocchio. Come si fa a parlare di ripartenza?». Uno sbarco fantasma è avvenuto ieri sulla spiaggia di Torre Salsa in provincia di Agrigento. Circa cinquanta migranti si sono dileguati e le forze dell'ordine ne hanno intercettati una trentina. Una nuova per la quarantena arriverà di fonte a Pozzallo. La seconda dopo il traghetto Rubattino che ha ospitato 182 clandestini raccolti in mare dalle Ong in aprile. Per i primi 15 giorni sarebbe costata un milione di euro, oltre 350 euro al giorno a persona. Il senatore di Fratelli d'Italia, Patrizio La Pietra, ha presentato un'interrogazione al governo sulle spese. Il bando che scadeva il 24 aprile prevedeva un «importo complessivo stimato pari ad euro 1 milione 199mila 250 euro oltre Iva» stabilendo «una durata di trenta giorni dalla data di avvio dell'esecuzione del contratto, salvo proroghe». E fra i vari servizi erano richiesti «cabine singole con bagno, pasti etnici, connessione wi-fi, regolamenti tradotti in almeno dieci lingue». Al largo di Lampedusa è sempre in attesa il mercantile Marina con 78 migranti a bordo. L'Ong tedesca Sea Watch coinvolge pure noi con la solita tattica pietista: «L'armatore ci racconta che le persone soccorse dormono sul ponte, il cibo scarseggia e l'equipaggio è allo stremo. Malta, porto di destinazione, e Italia, più vicina, continuano a non cooperare, negando l'approdo». E da ieri un altro natante è alla deriva con 46 migranti partiti dalla Libia comprese donne in gravidanza e tre bambini. Alarm phone, il centralino dei migranti, intima il soccorso. Un aereo della missione europea di Frontex ha sorvolato i naufraghi e ieri sera era in zona una motovedetta maltese. Nella speranza di tamponare l'ondata di arrivi per l'estate, la Guardia costiera ha sottoposto a «fermo amministrativo» l'Alan Kurdi, che aveva portato in Italia 149 migranti poi trasbordati sul traghetto Rubattino per la costosa quarantena. «L'ispezione ha evidenziato diverse irregolarità di natura tecnica e operativa tali da compromettere non solo la sicurezza degli equipaggi ma anche delle persone che sono state e che potrebbero essere recuperate a bordo», ovvero i migranti, si legge in una nota della Guardia costiera. Un'altra ispezione, con conseguente «fermo amministrativo», ha riguardato l'Aita Mari della Ong basca «Salvamento Maritimo Umanitario», che in aprile ci aveva portato altri migranti. Insomma, tutte le navi delle Ong verranno ispezionate e i talebani dell'accoglienza protestano, come ha fatto Sea Eye, per le «molestie» e gli «abusi di autorità» messi in atto dalla Guardia costiera italiana su input del governo di Roma. Ma, sempre i talebani dell'accoglienza, stanno rafforzando la flotta. I tedeschi di Sea Watch hanno raccolto 1 milione mezzo di euro. A Burriana, in Spagna, stanno ultimando i lavori di Poseidon, ribattezzata Sea Watch 4 e definita «la nave più attrezzata del Mediterraneo». La nuova ammiraglia dei «talebani» potrebbe salpare a breve.

Nuovo sbarco di migranti in Sicilia, in 100 sono approdati a Pozzallo. Al momento appare molto difficile capire dove poter mandare i migranti, visto che il locale hotspot è stato chiuso dopo il primo caso di positività riscontrato nei giorni scorsi. Mauro Indelicato, Domenica 12/04/2020 su Il Giornale. Sono 100 i migranti sbarcati in questo giorno di Pasqua a Pozzallo, nel ragusano. Si tratta di un ennesimo approdo autonomo avvenuto in Sicilia negli ultimi giorni, che ha messo ulteriormente in allarme cittadini ed autorità. Il mare calmo sta favorendo una ripresa dei flussi migratori, con numeri che, seppur ancora modesti, ad ogni modo non possono non preoccupare in relazione all’attuale emergenza coronavirus. Infatti, anche un singolo sbarco rischia di mettere in seria difficoltà, sotto il profilo logistico e della sicurezza, forze dell’ordine e soccorritori. I migranti sarebbero arrivati in modo autonomo a Pozzallo, anche se alcune fonti locali non hanno escluso la presenza di una nave madre da cui il barcone con 100 persone a bordo si è poi staccato. Inizialmente si era diffusa la notizia che i migranti fossero una quarantina, in realtà poi è stato confermato che all’interno del piccolo mezzo navale erano presenti almeno 100 persone. Nessuno è stato al momento fatto sbarcare. Questo perché proprio a Pozzallo nei giorni scorsi si è verificato il primo caso di migrante trovato positivo al Covid-19. Si trattava di un egiziano arrivato a Lampedusa nei giorni precedenti e, in seguito, portato nell’hotspost cittadina ragusana. A seguito di questo episodio, la struttura è stata chiusa e dunque attualmente non si sa dove poter traferire i cento appena arrivati. Una situazione che sta creando non pochi grattacapi, anche perché andare ad individuare strutture idonee in Sicilia appare molto difficile visto che tutte devono poter far mantenere il distanziamento sociale. Il nuovo sbarco di Pozzallo dunque, sta ponendo drammaticamente in primo piano ancora una volta l’emergenza relativa all’immigrazione, che potrebbe creare ulteriori problemi alla più grave emergenza sanitaria in atto in Sicilia, così come in tutto il nostro territorio nazionale. Soltanto nelle prossime ore sarà possibile sapere quale soluzione verrà trovata per i cento appena sbarcati, ma più in generale adesso l’allarme potrebbe riguardare anche quanto accadrà nelle prossime settimane. Intanto sull’ultimo episodio registrato in Sicilia, si è registrato l’intervento anche del leader della Lega, Matteo Salvini: “Italiani chiusi in casa, immigrati già arrivati in Sicilia col virus – ha dichiarato l’ex ministro dell’interno – e, anche oggi, clandestini liberi di sbarcare. Basta!”. Le parole del segretario del carroccio sono state pronunciate sui social a margine proprio delle notizie arrivate, in questa mattinata della domenica di Pasqua, da Pozzallo. Quando avvenuto nel ragusano non mancherà di accendere ancora una volta dibattiti e polemiche sull’immigrazione.

Il virus ora corre negli hotspot. E in Sicilia si teme l'invasione. Cresce la preoccupazione sui possibili contagi dopo il caso del migrante positivo al Covid-19 nell'hotspot di Pozzallo. La Procura di Ragusa nel frattempo ha aperto un'inchiesta contro ignoti, mentre il governatore siciliano Nello Musumeci ha chiesto al governo centrale una nave ormeggiata in rada per la quarantena dei migranti. In isolamento fiduciario diversi poliziotti venuti in contatto con i migranti durante le operazioni di identificazione. Mauro Indelicato e Sofia Dinolfo, Domenica 12/04/2020 su Il Giornale. Diviene sempre più imminente il rischio di contagi da coronavirus in Sicilia a causa dell’arrivo dei migranti provenienti dalle coste Nord africane. È stata Pozzallo venerdì mattina la prima città a trovarsi di fronte a questo incubo. Un migrante egiziano di 15 anni, arrivato ieri dentro la struttura dell’hotspot è risultato positivo al Covid-19. Durante i controlli sanitari è emerso che il giovane aveva la febbre a 38, motivo per il quale il personale sanitario operante dentro il centro di accoglienza ha chiesto che venisse sottoposto al tampone. Stamane è arrivata la notizia che annunciava la positività al virus. Inutile a dirsi non sono mancate le preoccupazioni di fronte al primo caso di emergenza sanitaria all’interno di un hotspot. Una situazione molto delicata e allo stesso tempo complicata da gestire per garantire la sicurezza e l’incolumità di tutti. I migranti sono stati tutti assieme durante questi giorni e, nel frattempo, il rischio che il giovane possa aver contagiato gli altri, rimane abbastanza elevato. Il gruppo di migranti di cui fa parte il 15enne sarebbe arrivato tre giorni fa a Lampedusa, poi mercoledì sera, il trasferimento a Porto Empedocle, nell’agrigentino, ed infine a Pozzallo. Dunque sono tre i porti che in queste ore si sono trovati a gestire l’accoglienza degli extra comunitari. Questo vuol dire che il virus avrebbe viaggiato assieme al ragazzo in queste tre tappe con il rischio di contagio non solo nei confronti degli altri migranti, ma anche nei confronti delle forze dell’ordine e del personale sanitario che in queste fasi hanno assistito ed identificato ogni arrivato (in totale cinquanta persone). Da Lampedusa, prima di arrivare a Pozzallo, i migranti sono stati identificati dalle forze dell’ordine a Porto Empedocle. Dunque l’esito positivo al test sul coronavirus, arrivato nelle prime ore di questa mattina, ha gelato tutti gli operatori di polizia che mercoledì sera hanno lavorato per l’identificazione e il trasferimento di questi soggetti nell’hotspot ragusano. Gli agenti di polizia, secondo alcune fonti, sono al momento in isolamento domiciliare fiduciario in attesa di sapere quando verranno sottoposti al test. Fra loro l’apprensione è tanta dal momento che in molti vivono in casa con la propria famiglia. Nel frattempo il primo cittadino di Pozzallo non si è sottratto dal reclamare le attenzioni che un caso del genere necessita, allo scopo di garantire l’incolumità alla propria cittadinanza ma anche a tutte le persone che si trovano coinvolte in questa situazione. Stamattina il sindaco Ammatuna aveva annunciato che avrebbe chiesto una relazione sanitaria da parte dei responsabili dal centro di provenienza del migrante, senza escludere un eventuale esposto alla procura della Repubblica per accertare possibili responsabilità. Ora è arrivata la notizia che la procura di Ragusa ha aperto un’inchiesta contro ignoti. Le ipotesi di reato sono quelle di epidemia colposa e omissione di atti d’ufficio. A seguire le indagini i carabinieri della stazione di Pozzallo. L’episodio di Pozzallo sta ancora una volta ricordando alla Sicilia cosa vuol dire essere al centro del Mediterraneo. Alcune volte è un vanto, altre volte una vera e propria sciagura. L’isola si è riscoperta vulnerabile quando è esplosa l’epidemia di coronavirus nel nostro Paese, i suoi cittadini hanno iniziato a temere l’esodo delle persone provenienti dalle regioni settentrionali. Ed ora che il Covid-19 appare meno pericoloso che altrove ed i collegamenti con il nord fortemente ridimensionati, i siciliani potrebbero guardarsi da sud. Un paradosso che il caso di positività all’interno dell’hotspot di Pozzallo ha fatto ben emergere in tutta la sua drammaticità. E lo ha sottolineato lo stesso presidente della Regione, Nello Musumeci: “C'è il fondato timore che nelle prossime settimane, favoriti dal bel tempo, possano registrarsi sulle coste siciliane consistenti sbarchi autonomi di migranti – ha dichiarato nelle scorse ore il capo della giunta regionale – Chiedo perciò al governo nazionale di intervenire con tempestività per evitare che la incontrollata gestione del triste fenomeno possa determinare tra la popolazione dell'Isola l'acuirsi di un clima di tensione già abbastanza alto”. A Lampedusa nei giorni scorsi la popolazione ha manifestato tutta la sua insofferenza dopo lo sbarco dei migranti avvenuto martedì: diversi cittadini sono scesi in strada, chiedendo interventi urgenti dopo che alcuni ospiti del locali hotspot sono stati notati in giro per il centro urbano. Una situazione che ha rischiato di animare ulteriormente gli animi: “Noi siamo in quarantena e i migranti passeggiano”, hanno sottolineato diversi cittadini esasperati. Ed il pensiero dei lampedusani, potrebbe essere presto anche quello di molti siciliani se gli sbarchi dovessero nuovamente intensificarsi. La sensazione latente è quella di essere prossimi ad una vera e propria beffa: dopo aver bloccato gli arrivi dal nord ed in alcuni casi anche denunciato persone scese in Sicilia dal nord Italia, adesso il virus potrebbe entrare sull’isola tramite chi viene dalle sponde opposte del Mediterraneo. I sindaci hanno iniziato a levare la voce: lo ha fatto ad esempio Totò Martello, primo cittadino di Lampedusa, che ha chiesto una nave dell’accoglienza all’interno del porto. Questo pomeriggio invece il sindaco di Porto Empedocle, Ida Carmina, ha firmato un’ordinanza con la quale ha sancito il divieto di sbarco e di transito ai migranti, per tutta la durata dell'emergenza sanitaria Covid-19 nel territorio. L’ordinanza è stata trasmessa al ministro dell'Interno, al prefetto e al questore di Agrigento, al governatore siciliano e alle forze dell'ordine. "Per l'intero periodo di durata dell'emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus Covid-19- si legge nel documento-il porto di questa Città di Porto Empedocle non assicura i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety (luogo sicuro), in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo, sulla ricerca e il salvataggio marittimo, per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area Sar italiana". E' vietato pertanto-prosegue l’ordinanza- lo sbarco ed il transito di qualsivoglia migrante, attesa l'impossibilità di individuare la possibile insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, con particolare riferimento al Covid-19". E lo stesso Musumeci, ha chiesto un rapido intervento al governo nazionale: “Gli hotspot di Lampedusa e Pozzallo e la struttura di Porto Empedocle appaiono chiaramente insufficienti ad assorbire la nuova ondata di arrivi – ha scritto il presidente della Regione in una lettera inviata a Giuseppe Conte – dando vita, peraltro, ad una promiscuità,sul piano sanitario, assai pericolosa per gli stessi ospiti e per gli operatori”. Ed anche Musumeci, come il sindaco di Lampedusa, ha auspicato una nave ormeggiata in rada “in cui trattenere i migranti per la necessaria quarantena, prima di essere ricollocati nei Paesi membri dell'Ue”. C’è poi un altro aspetto del paradosso siciliano di queste ore, che rispecchia forse quella che è la paura maggiore non solo sull’isola ma anche nelle altre regioni per quanto riguarda l’immigrazione. Ossia il forte timore di dover disperdere forze ed energie da impiegare nel contrasto al coronavirus per concentrarsi sugli sbarchi. Ogni singolo approdo, implica l’uso di forze di soccorso e di sicurezza da distrarre all’emergenza Covid. Con il rischio per giunta di rimanere infetti o di entrare a contatto con migranti contagiati. È questo uno dei motivi che ha spinto nei giorni scorsi il governo a dichiarare “non sicuri” i porti italiani, chiudendo di fatto all’accoglienza di navi con a bordo migranti. Ma se in questa maniera si sono blindati i porti soprattutto alle Ong, il problema relativo agli sbarchi autonomi non appare affatto risolto. Ed anzi, barconi e gommoni sono continuati ad arrivare negli ultimi giorni, con tutti i rischi sanitari e logistici connessi. Una pessima notizia per una Sicilia ed un’Italia ancora ben lontane dalla vittoria definitiva contro il coronavirus.

Coronavirus, positivo uno dei migranti arrivati con uno sbarco autonomo a Lampedusa. Aperta inchiesta per epidemia colposa. Il ragazzo, quindicenne, nel frattempo è stato trasferito nell'hotspot di Pozzallo insieme ad altre 50 persone. Il governatore Musumeci a Conte: "Subito una nave per la quarantena davanti l'isola". Alessandro Ziniti il 10 aprile 2020 su La Repubblica. E' risultato positivo uno dei 50 migranti arrivati tre giorni fa a Lampedusa con uno sbarco autonomo e poi trasferito, prima in nave e poi in autobus, nell'hotspot di Pozzallo. E' un ragazzo di 15 anni egiziano. E ora l'allarme è alto. Con i sindaci di Lampedusa e Pozzallo e adesso anche il presidente della Regione Musumeci che chiedono al governo di approntare immediatamente una nave per la quarantena che stazioni davanti Lampedusa per ospitare gli eventuali migranti che dovessero arrivare in autonomia, senza farli scendere. Cosa abbastanza plausibile visto il bel tempo previsto e la ripresa delle partenze testimoniata anche dai due salvataggi operati dalla nave Alan Kurdi della ong tedesca Sea eye che vaga ancora chiedendo un porto di sbarco che nè l'Italia ( che ha dichiarato i suoi porti non sicuri per l'epidemia) nè Malta intendono concedere. "Nella notte - dice il sindaco di Pozzallo Roberto Ammatuna - sono stato informato che uno dei 50 migranti presenti nell'hotspot è risultato positivo al coronavirus. Il tampone era stato eseguito prontamente dal medico responsabile dell'hotspot perchè ai controlli sanitari si evidenziava una temperatura di 38 gradi circa. Ho chiesto un incontro in prefettura  per stabilire il da farsi". Il sindaco di Pozzallo chiede urgentemente una relazione sanitaria e non esclude un eventuale esposto in procura "per accertare eventuali responsabilità". Ammatuna chiede anche una ispezione da parte dell'assessorato regionale alla salute. "Bisogna capire bene se il migrante in questione sia stato visitato in modo approfondito prima della partenza - dice il primo cittadino -. È questa una vicenda oscura che richiede una precisa ed inevitabile chiarezza. La comunità pozzallese, che da sempre ha svolto un compito umanitario che è riconosciuto da tutti, non può essere tradita in questo modo. Difenderemo gli interessi della città in tutte le sedi e con tutti gli strumenti che la legge ci consente. In ogni caso, l'hotspot deve essere completamente blindato e isolato e nessun rapporto deve esserci con la città". E la Procura non ha atteso l'esposto del sindaco e ha già aperto un fascicolo di inchiesta contro ignoti delegando le indagini ai carabinieri della stazione di Pozzallo. Oggetto dell'inchiesta è ricostruire la vicenda che riguarda le operazioni di trasferimento del giovane che sarebbe arrivato a Lampedusa tre giorni fa con uno sbarco autonomo e che ieri mattina sarebbe stato trasferito assieme ad una cinquantina di altri migranti, all'hotspot di Pozzallo con un pullman da Porto Empedocle. Le ipotesi di reato contemplate sono quelle di epidemia colposa e omissione d'atti d'ufficio.

Fabio Albanese per ''la Stampa'' l'11 aprile 2020. Alle 8 di ieri mattina, il timore di tanti sindaci siciliani in prima linea nell' accoglienza ai migranti è diventato realtà: un profugo egiziano di 15 anni, arrivato nella notte tra mercoledì e giovedì nell' hotspot di Pozzallo assieme ad altre 49 persone, è risultato positivo al Covid-19. Già al suo arrivo nella struttura, il ragazzo era stato isolato e alloggiato in ambienti separati. Ieri però è scattato l' allarme in tutto l' hotspot, ma anche a Porto Empedocle e a Lampedusa, e pure sul traghetto che collega la principale isola delle Egadi con la Sicilia, e sono partite inchieste, sanificazioni, quarantene. Perché, prima di entrare nella struttura di Pozzallo, il giovane migrante e i suoi compagni hanno viaggiato per ore. Il quindicenne faceva parte di un gruppo di 67 migranti arrivato con una barca autonomamente a Lampedusa martedì sera. Non si poteva trasferirli nell' hotspot di contrada Imbriacola dove c' erano già da un paio di giorni 37 migranti in quarantena. Così, finiti i controlli sanitari, sono rimasti sul molo Favaloro fino all' indomani quando in cinquanta, e tra loro il ragazzo, sono stati imbarcati sul traghetto per Porto Empedocle. Allo sbarco ci sarebbe stato un secondo controllo sanitario prima che i cinquanta, divisi in due gruppi da 25, salissero su due pullman con destinazione Pozzallo, nel Ragusano. Sarebbe stato lungo quel tragitto che il ragazzo ha accusato alcuni sintomi tipici del Covid-19: febbre alta e una forte congiuntivite. Per questo, al suo arrivo è stato subito isolato, una stanza e un bagno in una zona separata, e gli è stato fatto il tampone. Tutti sono stati posti in quarantena, un' ordinanza del Comune ha isolato l' hotspot. Il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che è anche un medico, è però perplesso: «Questo tipo di patologia non si sviluppa certo in tre ore, quante ce ne vogliono per fare il tragitto da Porto Empedocle», osserva. E, per questo, ha scritto subito alle procure di Ragusa e Agrigento e anche all' assessore regionale alla Salute: «È un problema sanitario, però, non di burocrazia». Un altro sindaco, quello di Lampedusa Totò Martello, è invece convinto che sulla sua isola il giovane egiziano non avesse alcun sintomo, come affermato anche dal medico del poliambulatorio che ha diretto i controlli al molo Favaloro: «Qui quel ragazzo è stato si e no 12 ore - precisa Martello - non ha avuto contatti con nessuno, se non con i suoi compagni di viaggio e con coloro che li hanno accompagnati, peraltro ben protetti». Mercoledì scorso sotto le finestre del Comune si erano presentate alcune decine di lampedusani arrabbiati perché in paese erano stati notati tre migranti di un precedente sbarco che invece avrebbero dovuto trovarsi in quarantena nell' hotspot. Sull' isola non ci sono casi di contagio e la paura, sommata alla forte preoccupazione per il futuro economico fosco in un' isola che vive di turismo, ha esacerbato gli animi. Martello vorrebbe che davanti a Lampedusa venisse ancorata una nave su cui far fare la quarantena ai migranti in arrivo che, si teme, viste le avvisaglie aumenteranno nelle prossime settimane. Proposta sposata anche dal governatore della Sicilia Musumeci che ha scritto al premier Conte. Per ora, c' è l' inchiesta contro ignoti aperta dalla procura di Ragusa per verificare eventuali omissioni o errori nelle procedure, e quella amministrativa della prefettura di Agrigento per identificare tutti coloro che sono potuti entrare in contatto con il ragazzo e metterli in isolamento fiduciario: poliziotti, sanitari, volontari, autista del pullman e chissà chi altro.

Ora è rischio focolaio nel palazzo "bomba" dei migranti: sedici positivi al coronavirus. Il palazzo occupato alla periferia Est della Capitale, dove vivono circa 600 migranti, è presidiato da Esercito e Protezione civile. Salgono a sedici i casi di positività al coronavirus tra gli stranieri che vivono all'interno dell'edificio. Cristina Verdi, Giovedì 09/04/2020 su Il Giornale. La più grande occupazione romana di richiedenti asilo da giorni è presidiata dall’Esercito. Davanti al palazzo di via Attilio Cavaglieri, alla Romanina, che ospita oltre 600 richiedenti asilo ieri la Protezione civile ha montato una tenda per il triage dove fino a qualche giorno fa erano ammassate montagne di rifiuti. L’ex sede della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata, occupata dal 2006, da due giorni è sorvegliata speciale dopo che una coppia di sudanesi, poi risultati entrambi negativi, aveva mostrato i sintomi del coronavirus. Sugli occupanti sono stati fatti tamponi a tappeto. E poco fa la Regione Lazio ha comunicato che sedici persone sono risultate positive ai test. I contagiati sono stati allontanati dal plesso e sono stati posti in regime di isolamento in strutture dedicate. L’obiettivo delle autorità è quello di evitare che la cittadella dei migranti, dove vivono anche decine di bambini ed anziani, si trasformi in un pericoloso focolaio. Ma ora il rischio si fa davvero concreto, considerando il sovraffollamento della struttura e i servizi igienici in comune, che vengono utilizzati da decine di persone. Osservare le regole di distanziamento sociale che servono a contenere il contagio, insomma, è praticamente impossibile.

Il Selam palace isolato dall'esercito: screening a tappeto sui migranti. La zona è stata prontamente isolata, con il blocco degli accessi e delle uscite. Una misura che sembra essere stata accolta di buon grado, finora, dagli stessi occupanti. Ad assicurare la sicurezza ci sono i militari, mentre la Regione e la Asl competente si stanno occupando di indagare per capire come abbia fatto il virus ad entrare nel palazzo dei "dublinanti". Per ora, secondo il Corriere della Sera, sembra che gli spostamenti dei migranti siano stati limitati. Nella zona della Romanina, infatti, non si registrano altri casi, oltre quelli circoscritti nell’occupazione. Il Comune di Roma ieri ha consegnato oltre 150 pacchi alimentari alle persone in isolamento. A consegnare i pasti ci sono anche i volontari di diverse associazioni. La scorsa settimana anche l’elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewsky, aveva visitato il palazzo occupato per distribuire disinfettanti, guanti, mascherine, gel igienizzanti, candeggina, saponi e asciugamani agli ospiti. A garantire assistenza ora c’è anche un presidio h24 degli uomini della protezione civile e i volontari dell'associazione Cittadini del Mondo, anche se le condizioni igieniche all’interno della struttura restano preoccupanti. Al momento, però, nessuno vuole sentir parlare di sgombero. Un’opzione, questa, che viene presa in considerazione soltanto come estrema ratio, nel caso in cui il numero di contagiati e dei ricoverati dovesse aumentare nelle prossime ore, man mano che arriveranno i risultati dei test. L’eventualità di liberare l’edificio, che già figurava nella lista di quelli che dovevano essere sgomberati a partire da questa primavera, per ora non è contemplata, quindi, per "motivi di sicurezza sanitaria".

Chiara Giannini per “il Giornale” il 9 aprile 2020. Il governo non farà più sbarcare migranti, almeno sulla carta, visto che i ministri Paola De Micheli (Infrastrutture e trasporti), Luigi Di Maio (Esteri) e Luciana Lamorgese (Interno) hanno firmato un decreto che non rende più l' Italia un porto sicuro per la durata dell' emergenza Covid-19. Ma è un controsenso, visto che i barconi continuano a sbarcare a Lampedusa, dove sale la protesta dei cittadini, esasperati perché così si potrebbero mettere a rischio le loro vite. Nel documento firmato dai tre ministri si legge che «i porti italiani non assicurano» più «i necessari requisiti per la dichiarazione e definizione di place of safety». Ecco perché le «attività assistenziali possono essere assicurate dal Paese di cui le unità navali battono bandiera laddove abbiano condotto le operazioni al di fuori dell' area Sar italiana». È il caso della tedesca Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, che ha chiesto nelle scorse ore sia al nostro Paese che a Malta un porto di sbarco. Ma le autorità nazionali hanno intimato alla Germania di accollarsi la responsabilità. Nonostante i divieti, però, a Lampedusa gli sbarchi autonomi non si fermano. In due giorni sono arrivati quasi 200 immigrati, di cui 124 nelle ultime 24 ore. Di questi 150 ieri sono stati portati ad Agrigento, ma l' isola non riesce più a contenere l' emergenza. Già altri tre barconi sono stati segnalati alla Guardia di finanza, che sta monitorando il loro tragitto. Ma Medici senza Frontiere e le Ong Sea Watch, Open arms e Mediterranea contestano la chiusura dei porti: «Il decreto di fatto strumentalizza l' emergenza sanitaria» per bloccare gli sbarchi. Il sindaco di Lampedusa e Linosa, Totò Martello, ha chiarito: «Serve una nave dell' accoglienza ormeggiata di fronte al porto dell' isola: in questo momento credo sia l' unica soluzione possibile per evitare che altri migranti stazionino sull' isola dove non c' è più spazio per la loro permanenza». Per lui «non è possibile ospitare altri migranti poiché sull' isola non ci sono strutture adeguate, ma non è neppure possibile pensare di lasciare questa gente a tempo indeterminato sul molo Favaloro in attesa del trasferimento. Se ci fosse una nave qui di fronte - aggiunge - i migranti potrebbero essere intercettati già prima di arrivare sull' isola». Ieri i cittadini di Lampedusa si sono riuniti di fronte al Municipio per protestare. Alcuni degli sbarcati erano infatti in giro per l' isola. Il sindaco ha però assicurato che non usciranno dal «molo Favaloro» e che le persone sono state assistite «e visitate dai medici». Alcune fonti riferiscono, invece, che a Lampedusa non ci sarebbero associazioni di volontariato che controllano i migranti. Sulla questione è intervenuta anche la leader di Fratelli d' Italia Giorgia Meloni: «Mentre all' Eurogruppo la Germania cerca di mettere il cappio al collo all' Italia con il Mes, la nave Alan Kurdi, con a bordo una organizzazione non governativa tedesca, la Sea Eye, continua a pretendere di sbarcare immigrati clandestini a casa nostra. Li va a prendere in acque territoriali libiche e punta verso Lampedusa - ha scritto -, dove la situazione è critica perché non c' è più spazio per tenere in quarantena gli immigrati che sbarcano sul territorio nazionale. Per cui in piena emergenza coronavirus, mentre noi teniamo segregati in casa gli italiani, qualcuno pretende che apriamo le porte a gente che arriva da territori nei quali non c' è alcun tipo di controllo. La misura della nostra pazienza è colma: caro governo tedesco ridacci i soldi che abbiamo messo nel fondo salva-Stati con i quali pretendi di salvare le banche tedesche e riprenditi gli immigrati clandestini che le tue organizzazioni non governative pretendono di sbarcare».

Il 40 per cento dei buoni pasto finirà in tasca agli immigrati. Antonella Aldrighetti, Mercoledì 01/04/2020 su Il Giornale. La solidarietà del governo giallorosso ancora una volta strizza l'occhio ai cittadini extracomunitari iscritti nelle anagrafi comunali. Infatti stando agli ultimi dati diffusi dai Caf (Centri di assistenza fiscale) la popolazione più in linea con i requisiti per incassare il voucher per la spesa alimentare è proprio quella straniera, che secondo stime prudenti è tra il 30 e il 40% di tutti gli aventi diritto, scremando chi percepisce reddito o pensione di cittadinanza senza essere italiano. Per semplificare le procedure per richiedere il voucher le grandi città (Milano, Bologna, Torino, Roma, Bari, Napoli, e Reggio Calabria), si sono affidate a uno strumento tanto semplice quanto facile da usare in modo fraudolento: l'autocertificazione. Ciascun iscritto all'anagrafe, compresi i richiedenti asilo, potrà compilare a partire da questa mattina un modulo e inviarlo via posta elettronica o fax, specificare le proprie credenziali al numero di telefono dedicato e precisare se vorrà ricevere il voucher su un conto corrente bancario o postale riportando l'Iban oppure la stessa cifra in buoni spesa indirizzati al proprio domicilio. Ogni Comune che accetterà l'autocertificazione ha promesso controlli a campione. Ma per coloro che sceglieranno i buoni spesa sarà facile aggirare eventuali controlli: chi vorrà barare sui requisiti sociali e incassare il bonus non rischierà prelievi forzosi sul conto bancario. Quanto ai controlli a campione, saranno possibili solo se l'Inps consentirà verifiche veloci e capillari su tutti i percettori di voucher. Lunedì il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha voluto anticipare di un giorno la procedura per richiedere i buoni spesa. E il sito del Comune è stato preso d'assalto: 11 mila le richieste di aiuto, pari a 4 al minuto. E per uscire dall'impasse è stato deciso di bloccare le iscrizioni fino a lunedì 6 aprile. In questi giorni che restano si avvierà la verifica. «Evitiamo che qualche sciacallo provi a intrufolarsi» la chiosa di Orlando. E tra le strade possibili per l'erogazione dei soldi: buoni pasto, carta prepagata, convenzione con catene di supermercati. Già perché in ultima istanza se i primi voucher saranno erogati a metà aprile ce ne potrebbe essere un'altra ondata alla fine del prossimo mese e di uguale entità.

I Rom i più esposti al Covid: lasciati soli e senza informazioni. Damiano Aliprandi su Il Dubbio l'1 aprile 2020. In nessuna baraccopoli rom è stata segnalata la presenza di operatori sanitari disponibili a distribuire dispositivi di prevenzione. Sei giorni fa è morto il primo rom per Coronavirus allo Spallanzani di Roma. Si chiamava Stanije Jovanovic e aveva 33 anni. Viveva in una casa popolare con la moglie e quattro figli, inoltre aveva una famiglia numerosa nel campo di via Salviati e ogni giorno andava a trovarli. Eppure, dopo la sua morte – come ha denunciato l’associazione “Cittadinanza e minoranze” – non ci sono stati tamponi per loro o nel campo, ma solo l’obbligo di quarantena. Ma si sa, nei campi rom, alla quarantena, ci sono già abituati. Sorge infatti il problema dei campi dove le condizioni sanitarie sono da tempo sottovalutate. Ma c’è anche il problema della loro sopravvivenza. Come sottolinea sempre l’associazione “Cittadinanza e minoranze” ( se si va sul suo sito c’è una raccolta donazioni), i rom vivono di piccoli commerci, della raccolta di materiali, di elemosina: ora, ovviamente, con le restrizioni non lo possono più fare. In quasi tutti gli insediamenti sono stati segnalati casi di fami. L’associazione romana “21 Luglio” denuncia l’altro grande problema dei campi rom ai tempi del coronavirus. In nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari disponibili a distribuire dispositivi di prevenzione o ad illustrare le misure atte a prevenire il contagio. Restano quindi le azioni raccomandate attraverso la tv e che sono praticabili, però, laddove le condizioni igieniche lo permettono o dove almeno c’è disponibilità di acqua corrente ( scarseggia nel campo rom di via di Salone e utilizzata solo con autobotte a Castel Romano). Nelle interviste fatte dall’associazione “21 Luglio” emerge scarsa consapevolezza da parte degli abitanti delle baraccopoli dell’impatto che le misure attualmente imposte dal decreto potrebbero avere sull’infanzia. La sospensione dell’attività scolastica e l’impossibilità di utilizzare strumenti tecnologici indispensabili a seguire un’eventuale didattica a distanza pone i minori in età scolare in uno stato di grave isolamento in rapporto ai coetanei e agli insegnanti. Senza dimenticare il discorso della promiscuità nella baraccopoli, con un evidente sovraffollamento interno ed esterno alle abitazioni: se venisse riscontrata una positività, le baraccopoli sono tali da poter isolare solo il paziente e la sua famiglia? L’associazione “21 Luglio” ha lanciato l’allarme e ci si augura che venga raccolto il prima possibile. Bisogna, prima di tutto, predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid- 19 all’interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la capitale arrivi impreparata a tale evento.

Regolarizzare gli immigrati contro virus e caporalato. Teresa Bellanova su Il Riformista il 1 Aprile 2020. Avviare immediatamente la mappatura dei fabbisogni di lavoro agricolo. È l’azione, già contemplata nel Piano triennale di prevenzione e contrasto al caporalato condiviso con Luciana Lamorgese e Nunzia Catalfo, che dobbiamo mettere in campo per due irrinunciabili priorità: fronteggiare l’assenza di manodopera che rischia di mandare in enorme sofferenza le nostre aziende agricole, incrociando in modo trasparente e legale domanda e offerta di lavoro; prevenire l’emergenza umanitaria che può determinarsi negli insediamenti informali affollati di persone che in questo momento non lavorano o lo fanno nella più totale invisibilità, sono a rischio fame, abbandonati a sé stessi e in balia della minaccia da virus. Oggi possiamo dire: non si contano vittime nella trentina di alloggi distrutti a Borgo Mezzanone venerdì notte per un incendio di forti dimensioni. Ma dobbiamo essere consapevoli: la prossima volta potrebbe non andare così; nel nostro Paese non sono più tollerabili ghetti o baraccopoli. Lo scrivo a chiare lettere e per tre ordini di ragioni. Una legata proprio a Borgo Mezzanone e alle baraccopoli. In quell’insediamento, dove al momento le cronache contano circa millecinquecento persone, non è andata così né il 4 febbraio scorso, quando una donna è morta gravemente ustionata in un rogo, né nell’aprile dello scorso anno, quando un incendio aveva provocato la morte di un ventiseienne gambiano. A ciò si aggiunge, e lo sottolineo, che in Italia non esistono filiere sporche: la nostra agricoltura è fatta di migliaia di aziende sane. Quelle che agiscono nell’illegalità vanno perseguite e noi ci siamo dotati di una legge contro il caporalato considerata tra le migliori a livello internazionale. Inoltre, l’agricoltura italiana è per un terzo caratterizzata dalla presenza di lavoratrici e lavoratori stranieri. A dirlo non sono io ma i numeri. I lavoratori stranieri occupati nei nostri campi sono circa 370 mila; se l’agricoltura incide sull’occupazione totale nel nostro Paese per una media del 4%, il dato sale oltre il 6% tra gli stranieri. L’agricoltura è un grande laboratorio di integrazione a cielo aperto. E questo a dispetto di chi considera “l’altro”, il “migrante” sempre e solo un nemico sociale su cui scaricare rabbia e rancore, e che sulla paura degli immigrati ha fatto vivere a questo paese 18 mesi di campagna elettorale permanente. C’è qualcosa di molto importante, anche sul piano simbolico, che va pienamente raccolto nella richiesta pressante di aziende e associazioni agricole. Che paradossalmente travalica sia il fabbisogno di manodopera stagionale che il rischio di raccolti lasciati a marcire nelle campagne, il che non può assolutamente accadere. È il bisogno di legalità che le aziende esprimono. Di piattaforme dove in modo trasparente e legale si incrocino domanda e offerta di lavoro. Lasciarlo inevaso sarebbe imperdonabile. Regolarizzare, sia pure temporaneamente, i lavoratori migranti degli insediamenti informali o meno è una risposta praticabile e dovuta. Per molte ragioni, umanità e giustizia soprattutto, tra cui il dato che quei lavoratori sono già nel nostro Paese, forse già nelle nostre campagne o ci potrebbero essere tra poco. Sono necessari uno sforzo e un coraggio all’altezza della sfida. Per impedire che negli insediamenti, è la spinta su cui si è mosso il Portogallo, si determini una gravissima emergenza sanitaria. Per fare i conti con l’assenza di manodopera nei campi, tema che nelle prossime settimane assumerà dimensioni ancora maggiori, quando molti prodotti ortofrutticoli andranno a maturazione. Per mantenere vivo, sicuro, stabile, il tessuto delle nostre filiere. Quelle che stanno garantendo in queste settimane il bene cibo al Paese, e non possiamo assolutamente permettere che vadano in sofferenza. C’è infine, ma non ultima, una ragione che detta tutte le altre: sconfiggere il caporalato. Per me, che l’ho conosciuto e sofferto sulla mia pelle e su quella delle mie amiche e compagne di lavoro, è quasi una ragione di vita. La norma contro il caporalato corre lungo due binari, non a caso, fortemente intrecciati: repressione e prevenzione. La repressione ha finora funzionato. La prevenzione è l’obiettivo che orienta e fonda il Piano triennale, definito di concerto con tutti gli attori istituzionali, economici, sociali coinvolti. Per la prima volta, con questo Piano, lo Stato si è dato un metodo preciso per la prevenzione e il contrasto del fenomeno. È un punto di svolta fondamentale. Nei giorni scorsi mi è stato chiesto se temessi che, a causa del coronavirus, la clandestinità sarebbe aumentata. Io non voglio temerlo, voglio evitarlo. Per me significa sottrarre in tutti i modi terreno alla criminalità e a quella zona grigia dove le mafie si insinuano offrendo servizi che invece deve essere lo Stato, il pubblico, a garantire dettandone le condizioni. Per questo vanno assolutamente smantellati gli insediamenti illegali, portando quei cittadini, quei lavoratori, nella legalità e nel lavoro regolare, offrendo loro i servizi adeguati e integrati, dai trasporti agli alloggi. Si può e si deve fare. Sconfiggere il caporalato. Impedire che negli insediamenti informali si determinino emergenze sanitarie o bisogno assoluto di cibo. Garantire alle imprese manodopera sottraendole, soprattutto quelle piccole e piccolissime, al giogo ricattatorio e micidiale dei caporali e della criminalità. È il terreno su cui ci misuriamo. Alla qualità delle risposte, al nostro saper essere adeguati, si lega, adesso più che mai, anche il futuro del Paese.

La sinistra ora sfrutta il virus: vuole regolarizzare i migranti. L'appello del ministro Bellanova e del sindago di Bergamo Gori. La Lega non ci sta: "Pensino agli italiani". Claudio Cartaldo, Martedì 31/03/2020 su Il Giornale. Prima Teresa Bellanova, poi Giorgio Gori. Si fa strada a sinistra l'idea di sfruttare l'emergenza coronavirus per approvare un decreto flussi e regolarizzare centinaia di migliaia di immigrati irregolari. "Ci vuole un provvedimento urgente", ha detto quattro giorni fa il ministro dell'Agricoltura. "Servono almeno 200 mila lavoratori extracomunitari", le fa eco Giorgio Gori. Scatenando l'ira della Lega. "A tutti questi nostri amministratori vorrei far presente che siamo di fronte a una tragedia umanitaria le cui dimensioni ancora non sono note, anche in termini di durata, che tutta Italia è chiusa in casa, che il nostro sistema produttivo è paralizzato, che stiamo per affrontare una crisi economica di dimensioni mai viste, che molte azionde non riapriranno e che questi sono i presupposti di una fortissima impennata degli indici di disoccupazione a livello nazionale", attacca il senatore della Lega Roberto Calderoli. Per il vice presidente del Senato il motto "prima gli italiani" deve valere soprattutto in tempi di Covid-19. "Nei campi ci mandiamo i disoccupati italiani - dice - che verranno regolarmente pagati per questo lavoro oppure ci mandiamo quei cittadini italiani che percepiscono il reddito di cittadinanza e in questo caso li mandiamo gratis per non fare cumulo". Che la chiusura delle attività e le restrizioni all'ingresso possano diventare un problema per le imprese agricole è cosa nota. A segnalare un possibile calo dei lavoratori è anche Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, in una intervista al Corriere della Sera. "Nell'agricoltura italiana lavorano 400 mila lavoratori stranieri regolari, il 36% del totale, la maggior parte dei quali rumeni. Quest'anno non arriveranno. Chi raccoglierà gli ortaggi e la frutta?", si chiede Gori. L'idea di regolarizzare i migranti, peraltro, era stata abbozzata ieri anche da Roberto Saviano nel suo lungo (e noioso) articolo da New York. "Se il resto d'Europa - scriveva l'autore di Gomorra - seguendo l'esempio del Portogallo, regolarizzerà la posizione di tutti gli immigrati in attesa di permesso di soggiorno consentendo alle fasce più disagiate di avere accesso al welfare, potremo dire che la società avrà usato la tragedia per migliorarsi. Se questo non accadrà, quando tutto ci sembrerà finito avremo giusto un'ora d' aria prima che arrivi la prossima catastrofe". A lanciare l'allarme sociale per migranti e rifugiati è stato anche padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli: "Emergono difficoltà concrete - ha detto all'Adnkronos - la ricerca di alloggio e di lavoro per chi ha terminato il periodo di accoglienza, la possibilità di mantenere uno stipendio per chi fa lavori ora sospesi, come i tanti migranti impegnati nel settore alberghiero o della ristorazione, gli affitti da pagare senza uno stipendio regolare". Problemi reali, ma sulla possibilità di aprire le porte ai migranti si è subito sollevato un coro di polemiche. "Per Gori la priorità in questo momento è aprire le porte a 200mila extracomunitari per fronteggiare l'arrivo dei raccolti in agricoltura - attacca il deputato bergamasco della Lega Alberto Ribolla - Chiedo a Gori: non ci sono italiani in difficoltà? E tutti i nostri concittadini senza lavoro, quelli ad esempio che percepiscono il reddito di cittadinanza? Non vorrei che Gori scelga di far arrivare 200mila extracomunitari perché pagare 2/3 euro l'ora gli stranieri è più conveniente". Intanto la nave Alan Kurdi della ong Sea Eye ha lasciato il porto di Burriana, in Spagna, e dopo settimane di riparazioni tecniche punterà diritta alla zona Sar libica. "La nostra nave ha lasciato il porto spagnolo. Ci stiamo dirigendo verso il Mediterraneo Centrale - ha scritto in un tweet l'Ong - Salvare vite umane e tutelare i diritti umani è una priorità senza tempo". Si tratta al momento dell'unica nave presente nel Mediterraneo in zona sar libica. "Nonostante tutte le difficoltà, siamo pronti all'azione. D'altronde come potremmo rimanere fermi in porto quando al momento non è presente una sola nave in mare?", ha detto all'Adnkronos il capitano di Bärbel Beuse. Molti si chiedono cosa accadrà nel caso in cui riescano a recuperare centinaia di migranti. Ai naufraghi, come per le navi da crociera, verrà imposta la quarantena? Intanto, la Sea Eye fa sapere che ha preso tutte le misure di sicurezza e sostiene di aver messo a punto un "piano di gestione" in caso di epidemia a bordo. Resta da capire verso quali porto si dirigeranno, una volta soccorsi i migranti. Verso l'Italia martoriata da Covid-19?

Teresa Bellanova, l'effetto sanatoria: i migranti dalla Francia all'Italia per il permesso di soggiorno. Carlo Nicolato su Libero Quotidiano il 14 giugno 2020. Sarà contenta la ministra Teresa Bellanova, la sua sanatoria ha sortito ben pochi effetti in Italia tanto che al momento solo 9.500 immigrati irregolari sui 220mila preventivati hanno chiesto la regolarizzazione, ma in compenso sta sortendo un effetto inaspettato, quasi miracoloso, ovvero far tornare dalla Francia, o attraverso la Francia, quegli immigrati che da noi erano scappati presumibilmente per mancanza di prospettive. Ora le prospettive ci sono, e sono quelle di ottenere in qualche modo un permesso di soggiorno dimostrando di far parte di quella schiera di irregolari per i quali la Bellanova ha versato le sue lacrime. Il risultato è che i nostri clandestini sono perlopiù rimasti tali mentre dalla Francia ne sono in arrivo altri il cui scopo è quello di ottenere un foglio di carta e darsi alla macchia, non certo quello di lavorare regolarmente per aiutare tra le altre cose anche la nostra agricoltura. Gli immigrati leggono, si informano e sono perfettamente al corrente delle questioni politiche europee che li riguardano, Paese per Paese. Qualche giorno fa alcuni siti di informazione francesi in lingua araba, come yabiladi.com ad esempio, hanno dato la notizia che in Italia hanno iniziato a regolarizzare con una certa facilità gli irregolari, specie quelli reclutati in nero e pagati pochi euro come raccoglitori nei campi. La notizia si è diffusa rapidamente e altrettanto rapidamente il flusso si è invertito. La notte tra martedì e mercoledì nei pressi della galleria del Frejus sono stati bloccati alcuni stranieri che tentavano di attraversare il confine dalla Francia all'Italia camminando lungo i binari della linea Tgv. Solo uno di loro è stato preso, un marocchino, ed è stato rispedito in Francia. Gli altri sono riusciti a scappare. Sempre martedì un gruppo di 22 immigrati senza permesso di soggiorno è stato intercettato sul treno Parigi-Lione diretto nel nostro Paese. Ma gli arrivi erano già iniziati da qualche giorno tanto che lunedì scorso le autorità italiane e quelle francesi si sono incontrate a Modane per fare il punto della situazione.

Provvedimento inutile - La correlazione tra sanatoria firmata Bellanova e gli improvvisi arrivi dalla Francia in controtendenza storica è evidente. Il deputato leghista Eugenio Zoffili, presidente del Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen, Europol e Immigrazione, ha commentato che di questa sanatoria si vede solo «il pull factor, che ha incentivato le partenze attraverso un effetto calamita sull'immigrazione clandestina, generando una vera e propria invasione». La sanatoria dunque non è solo un fallimento ma anche un danno, e se la ministra può comunque vantarsi di aver strappato «anche solo una persona all'invisibilità e alle condizioni di lavoro oscene», dal punto di vista dell'agricoltura non è servita assolutamente nulla. Lo conferma anche Romano Magrini di Coldiretti che ha dichiarato che «a livello nazionale i numeri sull'agricoltura sono veramente esigui. Parliamo di un centinaio di domande o poco più in tutta Italia». Il problema dei nostri campi dunque non lo potranno risolvere né i pochi braccianti regolarizzati, né tantomeno gli speranzosi che arrivano clandestinamente dalla Francia. E allora alla stessa Coldiretti non rimane che risolverli andandosi a prendere i braccianti, specie quelli specializzati. È quello che ha fatto recentemente la Coldiretti Abruzzo ad esempio, che ha organizzato e pagato di tasca propria un volo charter per 124 cittadini marocchini, operai stagionali qualificati ed esperti impegnati da anni sul territorio nazionale. La Coldiretti sostiene che tali lavoratori, insieme ai romeni, per capacità ed esperienza sono diventati insostituibili.

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 31 marzo 2020. Due settimane fa i primi casi: nel centro milanese di via Fantoli e in un' altra struttura in provincia di Monza e Brianza. Ora il nuovo focolaio: otto ospiti del centro di accoglienza di via Aquila, a Milano, sono stati contagiati dal coronavirus assieme al direttore della struttura, che è organizzata dalla multinazionale francese Gepsa (un colosso che si occupa di carceri e gestione dei migranti anche Oltralpe). Come riporta Il Giorno, su otto migranti infettati «quattro sono stati posti in regime di sorveglianza sanitaria, mentre altri quattro sono stati spostati in un' altra struttura per la quarantena». I locali sono stati sanificati, e altre 17 persone sono state spostate in centri diversi, al fine di ridurre la concentrazione all' interno dei locali di via Aquila (che possono ospitare fino a 270 stranieri). Il punto, d' altra parte, è proprio questo: nei centri di accoglienza sparsi per la penisola sono presenti spesso centinaia di persone, far rispettare le distanze e le norme di sicurezza è estremamente difficile, e se i contagi dovessero diffondersi ulteriormente si tratterebbe di un disastro annunciato. Il ministro dell' Interno, Luciana Lamorgese, in un' intervista a Sky si è mostrata molto sicura di sé stessa. Giorni fa aveva annunciato, a Repubblica, una sorta di piano nazionale sull' immigrazione, ma a quanto pare ha cambiato idea. Per ora tutto rimane così com' è, nel senso che di iniziative particolari da parte del Viminale non ce ne sono, né sugli sbarchi né sull' organizzazione dell' accoglienza. «Tutti i pochi migranti, circa 240, arrivati a marzo sono stati posti in quarantena per 14 giorni», ha detto la Lamorgese. Il punto è che, per ora, gli approdi sulle coste italiane si sono ridotti, ma non è affatto detto che la situazione rimanga placida, anzi. La stessa Lamorgese, giustamente, nota che «oggi i numeri sono ridottissimi ma dobbiamo preoccuparci per i periodi futuri. L' accordo di Malta, che aveva avuto un grande effetto, in questo momento è ovviamente fermo come sono fermi gli arrivi ma dobbiamo pensare anche al futuro e su quello dobbiamo lavorare in modo da avere sempre davanti il principio di solidarietà europea». È la seconda parte del discorso a preoccupare. L' accordo di Malta (di fatto inesistente) non ha funzionato affatto nei mesi passati, e sulle nostre coste gli sbarchi sono aumentati di circa il 700%. Aspettarsi una «solidarietà europea» nei prossimi mesi è per lo meno ingenuo. Ma non sembra che il governo abbia grandi idee sull' argomento, nonostante gli appelli di Luigi Di Maio per la chiusura dei porti. Ad oggi, però, la principale preoccupazione riguarda la gestione dei migranti che sono già presenti sul nostro territorio. Secondo la Lamorgese «vengono fatti controlli regolari nei Cara in cui c' è la larga parte dei migranti in accoglienza e abbiamo dato istruzioni agli enti gestori di osservare le regole stabilite dal ministero della Salute». Ma, nella realtà, sembra proprio che il quadro sia decisamente più complicato.  Qualche giorno fa, nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca d' Isonzo è stato trovato un positivo al Covid-19 (un nigeriano trasferito da Cremona). Il sindaco di Gradisca, Linda Tomasinsig, ha espresso forti preoccupazioni: «I Centri per i rimpatri sono frequentati quotidianamente da persone che vivono all' esterno come personale delle forze di polizia, degli enti gestori, mediatori, giudici e avvocati», ha scritto su Facebook. «Da qui il conseguente pericolo per loro e i loro familiari di diffusione del contagio. Prendo atto delle rassicurazioni del prefetto in merito alle precauzioni adottate, all' isolamento del detenuto fin dal suo arrivo nel Cpr di Gradisca, ma non ho potuto che esprimergli tutta la mia preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare, per i pericoli nei confronti dei detenuti e dei lavoratori». Secondo Il Piccolo, le presenze all' interno del Cpr di Gradisca sono aumentate di un terzo nelle ultime settimane e gli operatori del centro sono «in stato di agitazione». Il 26 marzo, il Viminale ha diramato una circolare intitolata «Interventi di prevenzione della diffusione del virus Covid-19 nell' ambito dei centri di permanenza per il rimpatrio». Leggendola si capisce che i migranti ospitati dai centri potranno continuare a incontrare persone provenienti dall' esterno, anche se a distanza di due metri. La circolare, inoltre, fornisce una preziosa informazione: «Ai maggiori oneri dovuti all' incremento dell' erogazione dei servizi di accoglienza si potrà provvedere con la stipula di appositi atti aggiuntivi alle convenzioni attualmente in corso». Tradotto significa che non esiste un piano nazionale per la sicurezza dei centri di accoglienza, se si escludono indicazioni sommarie che è comunque molto difficile (se non impossibile) far rispettare. Il rischio di contagio è alto sia per i migranti sia per gli esterni che frequentano i centri. Infine, i costi dell' accoglienza aumenteranno, anche perché in alcuni casi si dovranno utilizzare nuove strutture al fine di decongestionare i centri troppo pieni. Da tutta Italia gli operatori delle strutture che accolgono gli stranieri continuano a lanciare allarmi: mancano mascherine, è impossibile mantenere le distanze, non ci sono presidi di sicurezza adeguati. Poi, ovviamente, ci sono le situazioni di totale illegalità, come la baraccopoli abusiva di Borgo Mezzanone, sorta accanto al Cara della provincia di Foggia. Nella notte tra sabato e domenica sono andate a fuoco 30 baracche. Insomma, il caos totale è dietro l' angolo. Ma finora il Viminale ha pensato soltanto a rinnovare di un mese la durata dei permessi di soggiorno e a far sapere che i costi aggiuntivi dell' accoglienza saranno coperti da nuovi accordi. Più che alla «solidarietà europea», sembra che tocchi affidarsi alla sorte, e sperare che Dio ce la mandi buona.

Coronavirus, il materiale sulla pandemia tradotto in 34 lingue per aiutare migranti e richiedenti asilo. Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it da Andrea Federica De Cesco. Immaginate di trovarvi, durante una situazione di emergenza (che sia una guerra, un terremoto o una pandemia), in un Paese straniero dove nessuno parla o capisce la vostra lingua e senza la possibilità di informarvi. Cosa provereste? Preoccupazione, ansia, persino terrore, probabilmente. Ecco, adesso potete provare a mettervi nei panni delle migliaia di immigrati e richiedenti asilo presenti in Italia che a un certo punto si sono resi conto del pericolo rappresentato dalla circolazione di un virus letale tra la popolazione. «Alcuni erano nel panico. Vedevano in giro persone con le mascherine e non capivano cosa stesse succedendo». A parlare è Pier Cesare Notaro, formatore e insegnante di italiano per stranieri, attivista per i diritti delle minoranze sessuali, etniche e culturali e presidente dell'associazione Lgbt interculturale Il Grande Colibrì. «Alcuni dei nostri utenti hanno cominciato a contattarci in modo allarmato. Sui loro gruppi WhatsApp giravano informazioni storpiate ed estremizzate e audio con notizie false». E così dal 23 febbraio, quando sono emersi i primi casi di coronavirus nel nostro Paese, l’associazione ha iniziato a realizzare e pubblicare materiale informativo sia in formato scritto sia in formato video in diverse lingue, con lo scopo di raggiungere individui analfabeti o poco scolarizzati, che avendo scarsa dimestichezza con il linguaggio burocratico necessitavano di testi semplificati. «Quando siamo partiti anche nei centri di accoglienza erano disponibili soltanto testi in italiano, inglese e cinese, ma comunque inaccessibili a chi non sa leggere e scrivere e spesso troppo complessi per chi ha una scolarizzazione molto bassa», prosegue Notaro. «Finora abbiamo prodotto materiale in 34 lingue, con testi chiari ma semplici, scritti in maiuscolo. Per ogni lingua ci sono da uno a tre video e da uno a cinque pdf: dipende dalla disponibilità dei volontari che si occupano delle traduzioni». Il progetto, a cui partecipano anche l’associazione Naga di Milano, Les Cultures di Lecco e Certi Diritti di Roma, è infatti reso possibile dallo spirito di solidarietà di decine di persone. «Le traduzioni sono state realizzate da membri de Il Grande Colibrì, composta per la metà da persone immigrate o rifugiate, e da quelli di altre associazioni. Per il resto ci siamo affidati ad appelli su Facebook e al passaparola. Perfetti sconosciuti ci hanno scritto per offrirci una mano, sia dall’Italia sia dall’estero. Siamo stati contattati anche da volontari che lavorano nei campi profughi in Giordania». Come spiega Notaro il materiale si divide in tre categorie: norme igieniche e disposizioni generali (per esempio, informazioni riguardo alla chiusura dei negozi, al divieto di assembramenti e alle raccomandazioni sul lavarsi le mani); informazioni sulle restrizioni relative agli spostamenti (con riferimenti alle deroghe per fare la spesa e andare al lavoro e alla necessità di avere con sé l’autocertificazione); e materiale specifico per i richiedenti asilo, con spiegazioni sulle modifiche apportate alla normativa dopo la chiusura di questure e commissioni territoriali e indicazioni sulla possibilità di posticipare il ricorso in caso di diniego della richiesta di asilo. «Non pensavamo di poter fare una cosa così ampia. Il nostro lavoro è esploso, oltre qualsiasi aspettativa. Ci hanno chiesto di riutilizzarlo all’estero, per i profughi sulle isole greche e per i migranti negli Stati Uniti», aggiunge il fondatore de Il Grande Colibrì, associazione che normalmente segue progetti sul territorio riguardanti l’accoglienza, la formazione e l’accompagnamento di persone perseguitate in patria per il loro orientamento sessuale e per la loro identità di genere. «Il materiale sta girando davvero parecchio, evidentemente ce n’era bisogno. Lo abbiamo pubblicato sul nostro sito e sui nostri social e i diretti interessati lo diffondono via WhatsApp nelle loro reti di conoscenza. Al momento rimandano alla nostra pagina l’Istituto Superiore di Sanità, il Portale Integrazione Migranti del Governo, il sito della Commissione Europea sull’integrazione, diversi siti di Regioni e Comuni e quelli di numerose scuole e biblioteche». Da anni le varie organizzazioni che si occupano di migranti e richiedenti asilo mettono in guardia dai pericoli derivanti da una precarizzazione delle condizioni di salute di questi ultimi. «È importante tenere presente che lo stato di salute dei migranti ha ripercussioni su quello del resto della popolazione», osserva Notaro. «Proviamo a immaginarci cosa potrebbe succedere se si ammalasse uno degli individui ospiti dei centri di accoglienza, dove le persone in genere vivono ammassate. Il rischio di una rapida propagazione del virus sarebbe altissimo». È proprio l’informazione, in casi del genere, a fare la differenza.

Coronavirus, le Ong fermano le missioni di salvataggio in mare. Migranti senza più soccorsi. Mediterranea: " La pandemia ci impone di congelare l'attività operativa. Scelta obbligata anche se le partenze sono ricominciate". Bloccate in porto anche Ocean Viking, Sea watch e Open Arms. Alessandra Ziniti il 18 marzo 2020 su La Repubblica. Le partenze dei migranti dalle coste africane sono riprese ma il Mediterraneo è destinato a rimanere senza soccorsi per chissà quanto tempo. Il coronavirus ferma anche le navi umanitarie e, una dietro l'altra, le Ong comunicano a malincuore la sospensione delle missioni. "Una comunicazione inevitabile e difficile - dice Mediterranea, che pure nelle scorse settimane si era vista finalmente restituire le due navi, Mare Jonio e Alex, sequestrate per mesi dal decreto sicurezza -  Eravamo pronti a ripartire con la tenacia e la determinazione di sempre: pronte le navi, pronti gli equipaggi. Ma lo svilupparsi della pandemia e le sacrosante misure adottate per tentare il contenimento del contagio e per tentare di salvare le persone più fragili ed esposte, ci impone oggi di congelare l'attività operativa in mare. Gli effetti di questa scelta obbligata ci fanno soffrire perchè in mare c'è chi rischia la morte ogni giorno". Mediterranea confida nella disponibilità, per i soccorsi in mare delle navi civili che continuano ad operare. " Daremo loro ogni supporto possibile". Restano al momento in porto anche le navi della Sea Watch e di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere che hanno finito il periodo di quarantena dopo gli ultimi due sbarchi di migranti a Pozzallo e a Messina. E ferma è anche da una ventina di giorni per riparazione, la spagnola Open Arms. "Stiamo cercando di capire in che modo poter tornare in mare in sicurezza per tutti. Purtroppo in mare c'è bisogno di noi nonostante il coronavirus", dice la portavoce Veronica Alfonsi. Le partenze dall'Africa comunque non si fermano. Il centralino Alarm phone negli ultimi giorni ha segnalato diverse imbarcazioni in difficoltà in zona Sar libica e maltese. E preoccupano gli sbarchi autonomi sull'isola di Lampedusa dove nell'ultima settimana sono arrivate 150 persone. Il sindaco Salvatore Martello ne ha disposto subito la messa in quarantena nell'hot spot ma ha chiesto al ministro dell'Interno Lamorgese un protocollo per il loro immediato trasferimento sulla terraferma per la mancanza delle necessarie misure a salvaguardia della popolazione. Anche in Africa ormai sono centinaia i casi di coronavirus registrati nei Paesi di origine dei migranti e anche la Libia ha dichiarato lo stato di emergenza per l'epidemia. Al momento le Ong che hanno volontari impiegati nei servizi di assistenza medica e paramedica nelle aree più colpite dal territorio sono Medici senza frontiere, la cui presidente Claudia Lodesani da giorni sta lavorando a Codogno. Ma anche la piattaforma di terra di Mediterranea ha messo a disposizione le sue forze. 

Coronavirus, i radicali chiedono più posti per accogliere i migranti. L'appello indirizzato al governo italiano è stato fatto da Iervolino e Crivellini, rispettivamente segretario e tesoriera dei radicali che, all’indomani del primo caso di contagio registrato in un centro di accoglienza di Milano, chiedono che la salute degli stranieri sia garantita. Salvatore Di Stefano, Mercoledì 18/03/2020 su Il Giornale. "Più posti per accogliere i migranti". Questo, in estrema sintesi, il pensiero dei Radicali italiani, i quali all'indomani del primo caso di contagio da coronavirus registrato in un centro d'accoglienza di Milano fanno appello al governo guidato dal premier Giuseppe Conte. La richiesta, pubblicata sul sito ufficiale del partito, porta le firme di Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, rispettivamente responsabile politico e tesoriera del movimento. Nella nota gli onorevoli Iervolino e Crivellini sostengono convintamente che "La salute di rifugiati e migranti e operatori deve essere garantita, le loro strutture non sono preparate per la gestione di un’emergenza sanitaria". I radicali attirano anche l'attenzione della ministra dell'Interno, l'onorevole Luciana Lamorgese, affinchè il ministero da lei presieduto "si attivi, attraverso le Prefetture, per non fare uscire dai centri quanti hanno concluso il loro progetto di accoglienza e acceleri il trasferimento nelle strutture per quanti ne hanno diritto e sono in attesa di accedervi". Dulcis in fundo la richiesta di avere più posti per accogliere i migranti: "sarebbe opportuno, d’intesa con i Comuni, ricavare ulteriori posti nei circuiti di accoglienza per quei titolari di protezione internazionale o umanitaria che, avendone già beneficiato in passato ne sono ora usciti e si trovano a fronteggiare una temporanea situazione di emergenza abitativa”. Appena una manciata di giorni fa la senatrice Emma Bonino era letteralmente finita nell'occhio del ciclone per via di alcune sue dichiarazioni nelle quali invitava ancora la ministra dell'Interno a tutelare la salute dei migranti. L'attuale esponente di + Europa, sulla propria pagina Facebook chiedeva a gran voce all'onorevole Lamorgese "se fossero state prese misure adeguate a garantire la salute dei richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza e delle persone trattenute all'interno dei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in tutta Italia. In particolare ho chiesto al ministro se vi fossero nei Cpr - da cui non è permesso allontanarsi - presidi idonei ad affrontare la situazione con la stessa cura con cui si dovrebbe agire nell'ambito carcerario, dove ancora troppo poco si sta facendo, non escludendo l'ipotesi di non procedere a nuovi ingressi nelle prossime settimane". Mentre i Radicali italiani si concentrano sui migranti situati nei vari centri d'accoglienza il nostro Paese, diventato già da diversi giorni zona protetta, potrebbe prolungare oltre la data del 3 aprile prossimo la chiusura delle scuole e tutti i divieti per le attività non essenziali.

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 17 marzo 2020. Non c'è davvero alcuna soddisfazione nel rimarcare che lo avevamo previsto, perché la situazione è già drammatica senza bisogno di aggiungere ulteriori elementi di preoccupazione. Eppure sapevamo che era soltanto questione di giorni: la bomba immigrazione, alla fine, sta esplodendo. A Milano è stato ufficializzato il primo caso di contagio da coronavirus in un centro di accoglienza, per la precisione quello situato in via Fantoli, in zona Mecenate. Per suo fortuna, il giovane straniero non ha avuto bisogno di essere ricoverato, ma immediatamente la struttura è stata sanificata e i compagni di stanza del ragazzo sono stati messi in quarantena. Il centro di via Fantoli conta circa 160 ospiti, e per una parte di costoro è stato previsto il trasferimento in una palazzina nelle vicinanze. Un altro caso di contagio è stato certificato nel centro di accoglienza straordinaria (Cas) del Comune di Camparada, provincia di Monza e Brianza. In questo caso il migrante è stato ricoverato in ospedale e 12 persone (9 esterne e 3 interne al centro) sono state messe in quarantena. Il Cas ospita in tutto 120 persone e l' aria si è subito surriscaldata. Il sindaco Mariangela Beretta ha fatto sapere che fra gli ospiti si è scatenata pure una rissa. Il punto è che i vari centri di accoglienza sparsi per l' Italia non sono assolutamente in grado di fronteggiare l' emergenza sanitaria. Pochi giorni fa - come riportato dal nostro giornale - sono stati gli stessi rappresentanti degli stranieri a lanciare l' allarme. In particolare il Coordinamento migranti bolognese ha descritto una situazione spaventosa: «Molti di noi», hanno scritto i portavoce dei richiedenti asilo in una lettera, «lavorano uno accanto all' altro, notte e giorno, all' Interporto, dove in alcuni magazzini il lavoro è raddoppiato per star dietro alla grande richiesta di merci causata dal panico dell' epidemia. Quando dobbiamo riposare ritorniamo all' affollamento dei centri di accoglienza. In via Mattei viviamo in più di 200 e dormiamo in camerate che ospitano cinque o più persone, spesso anche dieci, con letti vicini, uno sopra l' altro. Molte di queste stanze non hanno nemmeno le finestre per cambiare l' aria. Alcuni dormono in container, anch'essi sovraffollati, anch'essi senza finestre. La situazione non è molto diversa in altri centri della città, come lo Zaccarelli e Villa Aldini». Questa era la situazione di Bologna, ma pare di capire che anche nel resto d' Italia il quadro non sia molto diverso: edifici sovraffollati, difficoltà a far rispettare le norme igieniche necessarie a combattere l' infezione, tensione alle stelle. A Vicofaro, nella struttura gestita da don Biancalani, due giorni fa c' è stata una rissa. Alla residenza Fersina di Trento un tunisino di vent' anni ha accoltellato un nigeriano di 22. Altre aggressioni sono avvenute in Sicilia. È evidente che far rispettare il divieto di circolazione in situazioni del genere è pressoché impossibile, e gli operatori dell' accoglienza se ne sono resi conto da tempo. Dalle due baraccopoli pugliesi di Borgo Mezzanone e Torretta Antonacci sono giunti allarmi del tutto identici a quelli lanciati a Bologna. «Il nostro timore», ha detto di recente a Repubblica Alessandro Verona, referente medico dell' unità migrazione di Intersos, «è che il contagio possa arrivare anche fra queste persone più fragili e vulnerabili». Analoghe preoccupazioni sorgono fra chi si occupa dei senza tetto. In vari dormitori milanesi sono stati riscontrati casi di positività e la fondazione Progetto Arca (responsabile della gestione di molte strutture) non usa mezzi termini: «Rischiamo di non farcela». Dunque il contagio è arrivato. E adesso bisogna correre ai ripari, anche se ovviamente non è facile. A Milano, l' europarlamentare ed ex assessore del Pd Piefrancesco Majorino suggerisce di usare il grande centro di via Corelli come «luogo di gestione dei casi positivi provenienti da situazioni di accoglienza». Ed è lo stesso Majorino - non certo un pericoloso sovranista, anzi - a sollecitare un piano nazionale di intervento. «Attenzione a non sottovalutare la cosa, è indispensabile controllare al massimo», ha detto. Majorino conferma un' altra preoccupazione: «Molti migranti fanno i rider. Si deve intervenire subito con serietà». Già: è stato proprio il nostro giornale, mesi fa, a raccontare come tanti stranieri che lavorano nel servizio di consegna alla sera tornino a dormire nei centri di accoglienza milanesi (e così funziona anche in altre città). Basta alzare gli occhi per rendersi conto che tantissimi rider, in questi giorni, hanno continuato a circolare e a lavorare anche senza le necessarie precauzioni: niente mascherine, niente guanti... E per chi sta tutta la giornata a bordo di una bicicletta lavarsi frequentemente le mani non è certo semplicissimo. A questo punto è inutile farsi prendere dalla rabbia verso chi ha consentito l' ingresso di così tanti migranti negli anni passati. È necessario però che il governo prenda immediati provvedimenti almeno per quanto riguarda i nuovi ingressi. Gli ultimi arrivi a Lampedusa hanno già messo in crisi l' isola. Se altre persone dovessero entrare nelle prossime ore si arriverebbe al collasso. Gli allarmi arrivano da destra, da sinistra e persino dagli stessi migranti: forse è ora che qualcuno li stia a sentire.

La Rai "predica" i porti aperti: un altro film pro immigrazione. Pronto un altro film che sposa la causa pro migranti del centro - sinistra: il 10 marzo su Raiuno andrà in onda il lungometraggio dedicato ad Agnese Ciulla, ex assessore della giunta di Leoluca Orlando a Palermo. Mauro Indelicato, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. Soprattutto nell’ultimo anno sono spesso piombate, da più parti sia del mondo della politica che di quello della cultura, molte accuse di “sovranismo” alla Rai per via della scelta della programmazione. Per fare un esempio, come riportato da Francesco Borgonovo su La Verità, nei giorni scorsi l’autorità delle telecomunicazioni ha richiamato il Tg2 per un servizio sugli Stati Uniti. Ed il motivo appare quanto meno surreale, per non dire bizzarro: nel telegiornale diretto da Gennaro Sangiuliano, era stato definito “abile” Donald Trump. Un semplice aggettivo che ha espresso un giudizio del giornalista in questione, che però secondo l’authority avrebbe forse minato l’imparzialità del servizio. E tanto è bastato a far nuovamente gridare al presunto sovranismo presente in Rai, rea di pendere dalla parte destra del quadro politico da quando i vertici sono stati rinnovati dal precedente governo. E dunque da quell’esecutivo a trazione gialloverde, dove le nomine sono state fatte da una maggioranza composta da Lega e Movimento Cinque Stelle. Ma la situazione appare un po’ diversa. A farlo notare è stato proprio Francesco Borgonovo, il quale ha preso in esame la programmazione delle ultime fiction andate in onda nell’azienda del servizio pubblico. Ad esempio il prossimo 10 marzo su Raiuno andrà in scena il lungometraggio “Tutto il giorno davanti”: si tratta di uno sceneggiato di Luciano Manuzzi e prodotto da Rai Fiction in collaborazione con Regione Siciliana, Sicilia Film Commission e Comune di Palermo. Il lungometraggio parlerà di immigrazione e focalizzerà l’attenzione su Agnese Ciulla, ex assessore della giunta di Leoluca Orlando nel comune di Palermo. Nella scheda di presentazione, si legge che il film ha come oggetto “la storia di Agnese Ciulla, ex assessore alle attività sociali del comune di Palermo [...] che nel maggio 2016 diventò "la grande madre dei migranti", raggiungendo la ribalta mediatica nazionale per la tutela di tutti i bambini che arrivavano in città senza i genitori o un parente, i cosiddetti minori stranieri non accompagnati”. In poche parole, si tratta dell’ultima pellicola dove si parla di migranti e dove ad essere vista in chiave positiva è la visione politica di persone legate al centro – sinistra. Come sottolineato dallo stesso Borgonovo, sembra quasi che il lungometraggio su Agnese Ciulla sia stato ideato dopo lo stop alla fiction su Mimmo Lucano, il sindaco di Riace finito poi in alcuni guai giudiziari che doveva essere interpretato da Beppe Fiorello. Lucano, come ben si sa, è una delle bandiere della linea dell’accoglienza, il film che andrà in onda il 10 marzo potrebbe far assurgere a questo ruolo anche l’ex assessore Agnese Ciulla. Il lungometraggio previsto poi, fa il paio con la fiction Lampedusa, dove il protagonista era interpretato da Claudio Amendola e dove il principale argomento era quello dell’immigrazione, così come con il film Nour, prodotto da Rai Fiction, in cui Sergio Castellitto ha interpretato Pietro Bartolo, ex medico di Lampedusa ed oggi europarlamentare del Partito Democratico. Già solo sul tema immigrazione dunque, certamente la Rai non sembra aver sposato la causa della parte sovranista. Al contrario, la prospettiva con la quale viene trattato questo argomento appare decisamente più in linea con le prese di posizione dell’ambiente politico e culturale di centro – sinistra. E quelle accuse di “sovranismo” appaiono tanto infondate quanto a volte intimidatorie: quasi come ad avvertire che, se per davvero un giorno dovesse essere dato spazio ad una prospettiva vicina ad altre parti politiche, allora non mancheranno levate di scudi e pesanti prese di posizione.

Fabio Fazio: "Il coronavirus? Mi insegna che i porti devono essere sempre aperti, per tutti". Libero Quotidiano il 16 marzo 2020. "Sono giorni durissimi in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano", esordisce Fabio Fazio in un commento pubblicato su Repubblica di lunedì 16 marzo, dal titolo "le cose che sto imparando". Ovviamente, mister Che tempo che fa si riferisce alle cose che sta imparando nei giorni dell'emergenza coronavirus. Dunque una serie di punti, di belle parole, tipo: "Devo rimettere in ordine la mia scala di valori; "Mi sono persuaso che il significato delle parole è sacro"; "Ho imparato il valore di una stretta di mano" e "ho imparato la necessità di tendere la mano". Ed eccoci poi arrivare alla conclusione, alle ultime due cose che Fabio Fazio ha imparato. Punto 14: "Mi sono reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca". Segue il punto 15, quello conclusivo: "E dal momento che siamo tutti sulla stessa barca, è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti". No, Fabio Fazio non cambierà mai. Una sola domanda: quando dice "sempre aperti", intende anche nei giorni del coronavirus?

Gustavo Bialetti per “la Verità” il 17 marzo 2020. «La condizione umana è piena di oscena spaventosa sofferenza umana e si può sopravvivere a quasi tutto». David Foster Wallace (Brevi interviste con uomini schifosi, Einaudi) però non sopravvisse a sé stesso e s' impiccò nel 2008, a soli 46 anni. Lui l'avrebbe raccontata benissimo, la reclusione ai tempi di Covid-19, come ha fatto per le crociere, i concorsi canori, le sagre delle armi e altre calamità autoprodotte. Ma lo scrittore dell' Illinois almeno si è risparmiato di dover leggere certi compitini che rendono questo isolamento casalingo una meravigliosa occasione persa. Per esempio, sulla prima pagina di Repubblica ti imbatti in «Tutte le cose che sto imparando dall' isolamento», scritto da Fabio Fazio. Confessiamo di averlo letto con qualche speranza, perché a volte stare a casa fa bene a questi personaggi televisivi, abituati all' autopromozione costante, che tengono buone relazioni con qualunque tipo di potente. Nati, cresciuti e «fatturati» servendo una sola religione, quella della maggioranza. Ma a Fazio, i domiciliari non hanno ancora regalato l' occasione di una lettura ruvida come Petrolio di Pier Paolo Pasolini, o Ex captivitate salus di Carl Schmitt, e invece lo hanno sprofondato in una marea di ovvietà glassate dalla quale non lo salverebbe vedersi a nastro tutti i Griffin e tutti i Simpson. Così il presentatore di Savona ci comunica quello che ha imparato: la cosa che più conta è «stare vicino alle persone cui vogliamo bene», a cominciare dai figli, che «vanno abbracciati». Poi dobbiamo «riconnetterci con la Terra», che se no poi quella si vendica, e giù giù pontificando fino al fatto che «i confini non esistono» ed «è meglio che tutti i porti siano sempre aperti per tutti». Peccato, poteva riscoprire Dio, Marx o Confucio. Invece si è arenato su Carola Rakete.

Papa Francesco elogia Fabio Fazio: "Ha ragione quando dice che i nostri comportamenti influiscono sugli altri". Libero Quotidiano il 18 marzo 2020. Papa Francesco elogia Fabio Fazio. "Ringrazio chi si spende in questo modo per gli altri. Sono un esempio di questa concretezza. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari, cercando di accompagnarli in tutti i modi possibili. La consolazione - esordisce in un'intervista a Repubblica - adesso deve essere impegno di tutti. In questo senso mi ha molto colpito l'articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio sulle cose che sta imparando da questi giorni". Il Pontefice afferma di essersi soffermato su tante cose di quel commento, "ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri. Ha ragione ad esempio quando dice: "È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua". Questa cosa mi ha molto colpito". Una dichiarazione però che in molti hanno fatto, ancor prima del conduttore di Che Tempo Che Fa. Dopo la camminata fino a Santa Maria Maggiore per le strade di una Roma deserta, Bergoglio si rivolge ai cittadini affinché si riscopra quello che per lungo tempo si è perso. "Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c'è il nostro tesoro". La direttiva del governo impone agli italiani di rimanere in casa, un modo per il Papa per riscoprire "i gesti minimi, che a volte si perdono nell'anonimato della quotidianità". 

Dagospia il 18 marzo 2020. TWEET DI FABIO FAZIO: Sono travolto dall’emozione. Dovrò cercare di meritarmi questo onore e questa responsabilità. Al di là delle parole che mi riguardano, Papa Francesco ha invitato tutti noi a non sprecare questo tempo difficile ma ad adoperarlo per guardare in noi stessi e rinnovarci.

Da adnkronos.com il 18 marzo 2020. "Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo". Lo afferma, in un'intervista a 'la Repubblica', Papa Francesco riferendosi a quando, due giorni fa, è andato a Santa Maria Maggiore e nella chiesa di San Marcello al Corso per pregare. Rispondendo a una domanda su come chi non crede può avere speranza di fronte a questi giorni, il Pontefice sottolinea: "Tutti sono figli di Dio e sono guardati da Lui. Anche chi non ha ancora incontrato Dio, chi non ha il dono della fede, può trovare lì la strada, nelle cose buone in cui crede: può trovare la forza nell’amore per i propri figli, per la famiglia, per i fratelli. Uno può dire: "Non posso pregare perché non credo". Ma nello stesso tempo, tuttavia, può credere nell’amore delle persone che ha intorno e lì trovare speranza". "Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio sulle cose che sta imparando da questi giorni. Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri", aggiunge. Ha ragione ad esempio quando dice: "È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua" - spiega il Pontefice - Questa cosa mi ha molto colpito".

Da cavevisioni.it – il blog di Maurizio Caverzan il 18 marzo 2020. Apro il Tg1 delle 13.30 e trovo come prima notizia l’intervista di Francesco a Repubblica. In bella evidenza copia del quotidiano e il sorprendente endorsement papale di Fabio Fazio. In fondo, è pur sempre un conduttore di Mamma Rai. Cambio canale, perplesso. Ma il tg di La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera, la ignora. Sarà mica che Bergoglio è finito dentro il gioco dei media e dei poteri forti? Un Papa nonno non me l’aspettavo. Soprattutto, mi aspettavo di più da un Papa. Da papa Francesco. Lo dico con dolore. Con rammarico e delusione, purtroppo. In mezzo a tanti guru da quarantena che imperversano ovunque, sui giornaloni, sui social e in tv, da Bergoglio mi aspettavo parole ultime. Parole che vanno all’essenziale. Siamo messi faccia a faccia con la morte. Con il destino. Non alla rinuncia all’apericena sui Navigli. Siamo a confronto con il pericolo massimo che si fa prossimo, in modo imprendibile come raramente capitato dalla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una pandemia, uno scenario dai risvolti drammatici che coinvolge l’intero pianeta. Ci era andato vicino domenica scorsa Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, scrivendo che «torna la voglia di parole vere». E, non a caso, aveva citato proprio Bergoglio che, sempre domenica, con un gesto commovente era andato a piedi a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Vergine «Salus populi romani». Un pellegrinaggio, meglio di tante parole. Per questo, in mezzo alla selva di consigli, decaloghi e omelie di tanti telepredicatori, da Francesco ci aspettavamo qualcosa più di un paterno buffetto sulla guancia. «Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro». Fin dalle prime righe sembrava di sentir parlare Fabio Fazio. Lui. Possibile? Ma di fronte a questa situazione un Papa non dovrebbe parlarci del Salvatore? Di un Tizio che è morto in croce per riscattarci dalla fragilità, dalla provvisorietà? Antonio Scurati agli albori dell’epidemia ha scritto che dobbiamo ricostruire «una coscienza collettiva della nostra finitudine». Se non è questo il cristianesimo che cosa lo è? Se non lo dice la massima autorità mondiale, il Vicario di Cristo, chi lo fa? Avete presente, qui ci vorrebbe l’emoticon con il faccino interrogativo e il pollice e l’indice attorno al mento. Immerso nelle perplessità ho proseguito la lettura fino all’epifania. «Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio…». Ma dai? «Che cosa in particolare?» gli ha chiesto il giornalista. «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, «quando dice: “È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. Questo passaggio mi ha molto colpito». Papale. Ora questa faccenda si presta ad alcune considerazioni. La prima è una domanda. Davvero Francesco aveva letto Fabio Fazio del giorno prima? O qualcuno gliel’ha segnalato? E davvero il Papa ha confessato questa impressione senza che magari il suo confidente abituale a Repubblica incoraggiasse, diciamo così, la conversazione di ieri? E se così fosse, a che situazione saremmo di fronte? Sono solo domande, eh. Il secondo quesito è nel merito. Stiamo sempre parlando del custode della cristianità o di un ministro del Tesoro italiano che stigmatizza le conseguenze, pur nefaste, dei comportamenti degli evasori? La terza è una considerazione. Gli psichiatri e gli intellettuali laici in questo momento tanto drammatico citano Le confessioni di Sant’Agostino, per dire, e il pontefice eleva Fazio a nouveau philosophe. ’Namo bene, direbbero a Roma.

Mario Giordano per “la Verità” il 19 marzo 2020. In nome del Padre, del Figlio e dello spirito Fazio. Dopo l’Angelus in streaming, il Papa sperimenta una nuova frontiera della fede: la preghiera al profeta Fabio, Santo Conduttore di Rai 2 e Patrono della Beata Melassa. Nel pieno dell' apocalisse coronavirus, con il mondo atterrito dall' epidemia, il popolo disorientato e angosciato, con la maggior parte delle persone che si pongono di fronte alle domande essenziali dell' esistenza, Francesco decide di scendere in campo con tutta la forza millenaria della Chiesa. E di lanciare finalmente un messaggio profondo: convertitevi e seguite il Vangelo. Di Dio? No, di Fabio Fazio. E poi ricordatevi di rispettare i precetti. Della fede? No dell' Agenzia delle entrate. Dai profeti ai televip, dai Martiri della Chiesa al martire della Littizzetto, dalla speranza di vita eterna alla speranza di gettito tributario: il nuovo credo di Francesco è tutto qui. Nemmeno l' ombra del paradiso, a parte quello fiscale. Nemmeno una citazione per Gesù Cristo. Il quale, evidentemente, in questi momenti bui conta meno dell' ex conduttore del Rischiatutto. L' intervista è comparsa ovviamente su Repubblica, che ormai è l' organo ufficiale del Vaticano bergoglizzato. A firmarla non è nemmeno il fondatore, Eugenio Scalfari, cui Francesco si era già concesso con una certa generosità, in colloqui alla pari, da Papa a Papa. E nemmeno il direttore, Carlo Verdelli. E nemmeno uno dei vicedirettori. Macché: l' intervista è realizzata dal vaticanista ordinario, Paolo Rodari, come fosse una questione di routine. Immagino le riunioni di redazioni: tu chi intervisti? Un virologo. Tu? Il capogruppo del Pd. E tu? Io il Papa. A va beh, attento però che non sbrodoli troppo. Infatti ne viene fuori un papellino smoscio, allungato su due pagine per dovere, con più sommari che testo. Il cui senso è tutto nell' occhiello che giganteggia in testa pagina: «Quanto ha scritto Fabio Fazio su Repubblica è vero. I nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». Parola del signore (di Rai 2). Ora: a parte il fatto che non siamo proprio sicuri che il concetto «i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri» sia proprio un' esclusiva del santo Fazio da Savona (può essere anche, non vorremmo sbagliarci, che una frase simile l' abbia già detta qualcun altro); e a parte il fatto che, in ogni caso, anche fosse autenticamente sua e solo sua, come rivelazione non ci sembra un granché (il Santo Padre dovrebbe essere a conoscenza di qualcosa di meglio, in materia di rivelazioni); a parte tutto questo, io dico: ma come? Sei il Papa. No, dico: il Papa. Già il fatto che parli con un' intervista a un quotidiano e non con un messaggio apostolico, in un momento così, ci suona un po' strano; già il fatto che quest' intervista sia sempre a Repubblica che da sempre sostiene i valori più contrari alla cristianità (dall' aborto all' eutanasia) è ancora più strano; ma poi, se tutto questo deve proprio accadere, volete per lo meno fare un' intervista vera? Con domande e risposte profonde? Meditate? Ragionate? Citando, che ne so?, Sant' Agostino o San Tommaso, oltre che Fabietto Fazio, sempre che i due Padri della Chiesa siano considerati all' altezza di Che Tempo Che Fa? Può il Papa liquidare la più grande tragedia del mondo contemporaneo con un' intervistina volante di poche battute, affogate nel tritacarne mediatico, così come se fosse un Fabrizio Pregliasco o una Maria Rita Gismondo qualunque? Tutto nasce dall' intervento di Fabio Fazio su Repubblica, due giorni fa. Aveva scritto un articolo in pieno stile fazista sulle «cose che sto imparando dall' isolamento». Roba tipo: «rimettere in ordine la mia scala di valori», «attenersi alla scala di valori», «riconnettersi con l' ecosistema» (e te pareva), «non accettare il cinismo», «il valore della stretta di mano», «la necessità del tenere la mano», «bisogna aprire i porti» (e te pareva) e «siamo tutti sulla stessa barca». Ovviamente siamo tutti sulla stessa barca finché la barca va. Ci mancavano «chi fa da sé fa per tre» e «chi fa la spia non è figlio di Maria» e poi l' elenco fazista avrebbe fatto l' en plein. Roba da risollevare i dubbi sul passaggio del conduttore su Rai 2: che ci fa lui sul secondo? È evidente che lui è da primo banale. A Repubblica, però, il compitino è piaciuto molto e così hanno deciso di dargli un seguito. L' altro giorno, per commentarlo, sono intervenuti Rosario Fiorello e lo scrittore Stefano Massini, noto per le sue apparizioni a Piazza Pulita. Dopo di che in redazione probabilmente si sono chiesti come andare avanti. Chi commenta dopo Fiorello? Carlo Verdone? Fiorella Mannoia? Michela Murgia? No, il Papa. Sì, è vero, nelle sue riflessioni è un po' meno filosofico di Fiorello, ma è pur sempre il Papa. E così l' intervistina è andata in pagina con tutti gli onori. Il contenuto? Semplice. Nel vero significato della parola. Francesco cita frettolosamente il Signore (ma mai Gesù Cristo), dice in due parole che ha pregato, e poi si dilunga sulla buona novella secondo Fazio: bisogna «ritrovare la concretezza delle piccole cose», come la «carezza ai nonni» (ne siamo sicuri?), il «bacio ai bimbi» (ma non erano sconsigliati baci e abbracci»?), il piatto caldo, la telefonata, e insomma queste cose. «Se viviamo così questi non saranno giorni sprecati», dice il Papa, che più che la svelare la verità cristiana sembra svelare le ricette di frate Indovino. O di Fabio Fazio, che poi tutto sommato non sono così diversi. Anche la descrizione che il Papa fa delle famiglie è piuttosto affrettata. Sono giorni di panico, angoscia, di relazioni che cambiano, che vengono rivoluzionate. Francesco invece descrive l' interno casa come quello di sempre con l' incapacità di ascolto, i «genitori che guardano la tv» (che strano eh) e i figli «sul telefonino» (ma toh). Pensa un po': queste famiglie di oggi. Le rinchiudi in casa e loro si attaccano ai social e guardano la tv, screanzati. «Siamo tanti monaci isolati uno dall' altro», dice il Papa. In realtà non siamo mai stati così vicini. E così angosciati. E così bisognosi di consolazione di fronte a morti assurde, a familiari che non possono nemmeno abbracciare e seppellire i loro cari, ai bagliori dell' apocalisse. Infatti l' intervistatore cita proprio questa parola «consolazione». E allora il Santo Padre che fa? Tira fuori i Padri della Chiesa? I Profeti? Gli Apostoli? Nostro Signore Gesù Cristo? La Pasqua di Resurrezione? L' eucaristia? La Vergine Madre? No: si aggrappa al decalogo di Fabio Fazio. E alla necessità di pagare le tasse, che in effetti è salvifica. Ma solo per l' erario. Così finirà che a messa ci andranno soltanto gli agenti del fisco. Credo nell' Irpef, dio onnipotente, creatore del cielo e della terra.

Coronavirus, il Papa: "Non dimenticare poveri e migranti". Nel corso dell'omelia mattutina, Papa Francesco ha invitato i fedeli a non dimenticare migranti e poveri. Anche ai tempi del Covid-19. Francesco Boezi, Giovedì 12/03/2020 su Il Giornale. Il coronavirus, con tutto quello che ne consegue in termini di dinamiche emergenziali, non può e non deve coadiuvare la "globalizzazione dell'indifferenza", che coinvolge tanto i poveri quanto i migranti. Papa Francesco ne è sicuro. Il pontefice argentino, per via delle misure restrittive imposte anche in Vaticano, deve rinunciare agli appuntamenti pubblici. Sono saltate pure le udienze. Jorge Mario Bergoglio sta continuando a celebrare una Messa presso Santa Marta. Una celebrazione mattutina che viene trasmessa in diretta a partire dalle 07.00. Le esigenze pastorali dei fedeli vengono così soddisfatte, mentre l'Italia ed il resto del mondo stanno affrontando quella che l'Organizzazione mondiale della sanità ieri ha considerato formalmente alla stregua di una pandemia. La pastorale del Santo Padre, però, presenta delle specifiche irrinunciabili. Tra queste, come abbiamo imparato in questi quasi otto anni di pontificato, c'è la prossimità alle periferie economico-esistenziali, che non vanno dimenticate. Anche ai tempi del Covid-19. Del resto attraverso l'omelia pronunciata ieri il Papa aveva già posto un accento sulle condizioni dei profughi siriani. Il Vaticano è stato chiuso ai turisti, ma la voce del Papa continuerà a risuonare. La tecnologia fornisce ausilio alla Santa Sede in questa fase, che è di sicuro sperimentale. Un Papa in streaming non si era ancora visto. Ma non ci sono molte alternative. La riflessione odierna interessa l'estensione globale di un atteggiamento che Bergoglio usa criticare: ""Quando per la prima volta sono andato a Lampedusa, mi è venuta questa parola: la globalizzazione dell'indifferenza", ha detto durante l'omelia il vescovo di Roma, così come riportato pure dall'Adnkronos. Poi arriva la disamina sullo stato delle cose odierno: "Forse noi oggi qui, a Roma, siamo preoccupati perché 'sembra che i negozi siano chiusi, io devo andare a comprare quello; sembra che non posso fare la passeggiata tutti i giorni; sembra questo...". Il direttore della Sala Stampa Matteo Bruni, due giorni fa, ha annunciato come la Santa Sede abbia predisposto tutta una serie di misure restrittive, che impongono più di qualche serrata all'interno delle mura leonine. Tra gli esercizi rimasti aperti, ma con "ingresso contingentato", la farmacia e il supermercato. Non si possono non prendere contromisure. Ora bisogna stroncare i contagi. Ma guardare a quello che è stato chiuso può essere limitante. L'ex arcivescovo di Buenos Aires, tenendo in considerazione le novità apportate dai decreti di questi giorni, ha posto l'accento su tutt'altro aspetto: "Preoccupati per le nostre cose, dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che ai confini dei Paesi cerca la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e trovano soltanto un muro: un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, un muro che non li lascia passare". Il coronavirus, insomma, non può essere una scusante per alimentare quello che Francesco in altre circostanze ha chiamato "egoismo". E i migranti, e le loro esigenze, non possono finire in un dimenticatoio. Altrimenti si rischia di finire nell' "abisso dell'indifferenza". Un ruolo decisivo lo gioca l'informazione, che dovrebbe essere capace di "scendere al cuore". Il Santo Padre ha rimarcato questo concetto. Bergoglio, concludendo la sua predica, ha invitato i fedeli a domandare una grazia circoscritta. Quella che serve per evitare il baratro dell'indifferenza.

Bonino sollecita Lamorgese: "Garantire salute migranti". La senatrice della Repubblica Italiana ha rivelato di aver attenzionato il ministro dell'Interno sul problema salute degli stranieri ospitati nei centri d'accoglienza e nei Cpr: le rassicurazioni della Lamorgese non soddisfano tuttavia la Bonino, che chiede uno "sforzo ulteriore". Federico Garau, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. Mentre il Paese è sempre più in ginocchio per le pesanti ripercussioni sanitarie ed economiche seguite alla diffusione del Coronavirus, un nuovo appello arriva sulla presumibilmente già affollata scrivania del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Vale a dire l'accorato appello della senatrice di + Europa Emma Bonino, allarmata dalle eventuali conseguenze che potrebbero esservi per gli extracomunitari ospitati presso centri d'accoglienza o centri di permanenza e rimpatrio, nonchè per il personale impiegato all'interno di suddette strutture. È lo stesso ex ministro della politiche Europee (ai tempi del governo Prodi) a riferire in prima persona sulla sua pagina personale Facebook di aver attenzionato l'onorevole Lamorgese sul problema Coronavirus e salute per gli stranieri presenti all'interno dei numerosi centri di accoglienza e rimpatrio, diffusi in modo capillare su tutto il territorio nazionale. "In seguito agli interventi previsti dal governo nei giorni scorsi per l'emergenza coronavirus, ho ritenuto necessario rivolgermi al ministro Luciana Lamorgese per chiederle se fossero state prese misure adeguate a garantire la salute dei richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza e delle persone trattenute all'interno dei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in tutta Italia. In particolare ho chiesto al ministro se vi fossero nei Cpr - da cui non è permesso allontanarsi - presidi idonei ad affrontare la situazione con la stessa cura con cui si dovrebbe agire nell'ambito carcerario, dove ancora troppo poco si sta facendo, non escludendo l'ipotesi di non procedere a nuovi ingressi nelle prossime settimane", si legge nella prima parte del comunicato. Una raccomandazione, tuttavia, che ha trovato le rassicurazioni della Lamorgese stessa, evidentemente non sufficienti, però, a far dormire sonni tranquilli alla senatrice della Repubblica Italiana, che chiede passi in avanti in più in tal senso. "Il ministro ha confermato di aver predisposto e comunicato agli uffici territoriali una serie di interventi sull'intero sistema di accoglienza di sua competenza. Ma sono certa che uno sforzo ulteriore di comunicazione e prevenzione vada fatto per proteggere la salute degli operatori e dei rifugiati. Sono convinta che occorra in questo momento la massima attenzione verso le condizioni di vita all'interno dei centri presenti nel nostro Paese, affinché venga fornito a chi vi è ospitato e a chi vi opera tutto il sostegno necessario ad affrontare le prossime settimane". Come non è mancata la rapida replica della Lamorgese sull'emergenza Coronavirus, così non sono mancati neppure i messaggi in risposta al post dell'ex rappresentante del partito Radicale. "Ringrazio tutti quelli come Lei che dicono apertamente ciò che pensano, in questo modo sono rispettati i diritti costituzionali di tutti. Compresi quelli di chi, andando a votare, saprà quali simboli evitare come la peste. Grazie per essere così chiara. Siete razzisti nei confronti degli Italiani. Ce ne ricorderemo quando avremo la matita in mano. Non pensate di riuscire a tenerci lontano da quella matita ancora a lungo. O la matita o le piazze. Virus o non virus. Non ne uscirete, stavolta. Faremo a pezzi questa Europa con una matita. Con tante matite" , attacca una internauta. "Ah, quindi riuscite a controllare gli ingressi? Ma non sono disperati che fuggono da guerre e pestilenze senza controllo? Con che autorità vi permettete di "disciplinare" gli ingressi?", replica un altro utente. "Ma vergognati . Pensa all’Italia che ti ha mantenuto una vita senza che tu abbia mai lavorato. Pensa ai tuoi connazionali non ai richiedenti asilo", attacca un altro.

PIÙ DI SALVINI POTÉ IL VIRUS. Francesco Grignetti per “la Stampa” il 12 marzo 2020. Il virus che dilaga in Italia fa molta paura anche dall' altra sponda del Mediterraneo. E così, dati alla mano, da due settimane si sono azzerate le partenze di migranti clandestini in partenza da Libia, Tunisia e Algeria. Zero. Non prendono più il mare gli scafisti libici, che notoriamente si tengono molto informati di quel che accade da noi e dosano sapientemente quanto cinicamente il rubinetto delle partenze. Sono scomparsi anche i barchini veloci che portano gente sulle coste della Sicilia o della Sardegna. Al ministero dell' Interno, dove in questi giorni hanno ben altre preoccupazioni, non è sfuggita la tregua del mare. L' ultimo sbarco ingente è del 27 febbraio scorso, quando fu concesso l' arrivo a Messina di 194 persone, tra cui 19 donne e 31 minori. Erano a bordo della nave umanitaria «Sea Watch 3». Si era già in emergenza da coronavirus, tant' è che il governatore siciliano Nello Musumeci protestò vivamente. E per misura di profilassi fu decisa a livello di governo, con scambio di lettere tra Roberto Speranza (Salute) e Luciana Lamorgese (Interno), la quarantena per tutti: i naufraghi in una caserma, l' equipaggio a bordo della nave. Precedentemente, il 23 febbraio, ventiquattro ore dopo che era stata annunciata la zona rossa attorno a Codogno e agli altri comuni del Lodigiano, c' era stato un altro maxi-sbarco: 276 persone a bordo della «Ocean Viking», fatti sbarcare a Pozzallo, e in quel caso si era applicato un protocollo già più rigido, con il controllo della temperatura. Finirono in quarantena anche questi. Da allora, con il moltiplicarsi delle cattive notizie di contagi, ricoveri e morti in Italia, il flusso di clandestini è magicamente cessato. Le navi umanitarie stesse hanno preso a girare al largo dall' Italia. Comprensibile che non faccia piacere la decisione della ministra Luciana Lamorgese, che ha ordinato una quarantena di 14 giorni con i volontari confinati in porto. Nell' occasione, la presidente della Ong «Mediterranea Saving Human», Alessandra Sciurba, protestò che imporre la quarantena soltanto alle navi delle Ong e non a quelle commerciali era «una discriminazione, solo un pregiudizio che si fa prassi approfittando di un momento di shock collettivo». Eppure è chiaro il ragionamento del Viminale: tirando a bordo persone che sono state esposte a un possibile contagio, perché certo non si può presumere che in Libia o in Tunisia gli scafisti adottino misure igienico-sanitarie per il povero carico di merce umana su cui speculano, il rischio si estende automaticamente anche agli equipaggi che hanno uno stretto contatto con i naufraghi. Sono a rischio tutti. Di qui la necessità della quarantena prima di entrare in contatto con altre persone in Italia. La cautela serve a proteggere innanzitutto chi lavora e vive nei centri di accoglienza, dove i nuovi arrivati finiscono con la richiesta di asilo internazionale. Giusto ieri i radicali hanno chiesto a Lamorgese per quanto riguarda i Centri di accoglienza straordinaria e i Siproimi (ex Sprar) «di garantire presidi adeguati a tutela di chi vive e di chi lavora in quelle strutture, a cominciare dalla fornitura di guanti, mascherine e quanto possa servire nella gestione quotidiana».

In Italia c’è il coronavirus, migranti “razzisti”: zero sbarchi a marzo. Le Ong incredule…Leo Malaspina mercoledì 11 marzo 2020 su Il Secolo d'Italia. Zero sbarchi a marzo. Incredibile ma vero. Il coronavirus ha ottenuto risultati migliori perfino del più feroce dei ministri degli Interni, al punto da sollevare una domanda ironica. I migranti, quelli che scappavano dalla guerra per disperazione, sono diventati “razzisti”? Temono gli italiani contagiati? Ci emarginano, non si lasciano più accogliere? “Altro che paura del Coronavirus che frena gli sbarchi, nel Mediterraneo centrale in queste ore non c’è nessuna nave Ong, nessuno che possa testimoniare e raccontare cosa succede lì”. E’ questa la motivazione che espone all’Adnkronos Riccardo Gatti, capo missione della ong spagnola Proactiva Open Arms e direttore di Open Arms Italia sul fatto che sono stati registrati, secondo i dati del Viminale, zero sbarchi sulle nostre coste da inizio marzo. Open Arms insieme alle navi Sea Watch 4 (ex Poseidon) e Alan Kurdi sono attualmente ferme a Burriana (Valencia) per lavori; mentre dopo l’ultimo sbarco la Ocean Viking (la quarantena per il personale di bordo è terminata domenica scorsa) è ancora al porto di Pozzallo per questioni tecniche (cambio di equipaggio ed altro) ma “ripartirà il primo possibile”, conferma la Ong. La Sea Watch 3 è ferma a largo di Messina per ultimare la quarantena, non senza proteste. “Creare o credere nell’ipotesi che le persone non fuggono dalla Libia per paura del Coronavirus è tanto irreale quanto ridicolo“, sottolinea Gatti. “Ormai è documentato da diverse fonti accreditate: stupri, violenze, torture, è questo quanto subiscono le persone che cercano una via di scampo attraversando il mare. Lasciano la Libia per motivi ben più gravi del Coronavirus”. Al di là “della variabile tempo, che potrebbe essere un fattore deterrente, se sono partiti e intercettati dalla guardia costiera libica, i migranti sono stati riportati indietro. Noi non lo sappiamo, perché in assenza di Ong, non c’è testimonianza. Ecco anche spiegata la criminalizzazione contro le organizzazioni che salvano vite umane”, continua Gatti. “Per interessi politici dietro, si continua a portare avanti una falsa rappresentazione della realtà che spinge anche ipotesi assurde come quella della paura del coronavirus che blocca gli sbarchi in Italia. Ripeto senza Ong non ci sono soccorsi. Il resto sono solo solo respingimenti”, evidenzia Gatti. Coronavirus, il virologo Pregliasco: “Tasso di mortalità oltre il 4% è sovrastimato perché i casi identificati sono meno di quelli reali”

Franco Bechis per iltempo.it l'11 marzo 2020. Nel bollettino tragico di queste ore, con il numero di contagiati e di morti di coronavirus che sta salendo in modo esponenziale mettendo alla corda la capacità del sistema sanitario di ogni Regione, c'è un contatore numerico che sembra portare una buona notizia: da undici giorni non sbarca sulle coste italiane nemmeno un migrante. Dal 28 febbraio in poi ogni giorno il conteggio registrato dall'Unhcr è zero migranti arrivati in Italia, e un arco di tempo così largo senza sbarchi non si era mai avuto nell'ultimo anno. Ne partono di meno in genere dalle coste africane, però in quegli stessi dieci giorni ne sono arrivati 858 sulle coste spagnole e 788 su quelle greche, e qualche spicciolata anche a Malta dove ne arrivano pochi, ma comunque in media una quindicina ogni giorno. Perché nessuno viene in Italia visto che partono dall'altra sponda del Mediterraneo? La risposta è semplice: hanno paura del coronavirus. Probabilmente i diretti trasportati, ma sicuramente i trasportatori che proprio sulle coste italiane sembrano non volere mettere piede. Se anche c'è qualche nave di Ong in attesa evidentemente prende altre rotte da quando in Italia sono esplosi i contagi. E' una prova in più che quel traffico è organizzato, ed è fatto da persone magari anche spregevoli ma che certamente sanno ragionare, e indirizzano i barconi dove pensano sia più opportuno. Adesso evidentemente non siamo più la terra promessa e anzi siamo diventati la meta da fuggire. Si è ben capito ieri quando hanno chiuso i voli da e per l'Italia anche quegli albanesi che ben ricordiamo come primi protagonisti di un esodo quasi biblico verso le nostre coste. Lo zero sbarchi di questi giorni -con una durata record rispetto perfino all'anno di Matteo Salvini ministro dell'Interno- indica una volta di più che nulla di davvero spontaneo è mai accaduto nel Mediterraneo, e che qualcuno ha certamente la regia di ogni viaggio. E punta i barconi verso le coste che potrebbero essere meno respingenti per vari motivi. L'altro anno la meta principale di quei viaggi è stata la Spagna, poi il governo lì ha iniziato a fare la faccia feroce e i barconi hanno iniziato a puntare sulle coste dell'Egeo. Da inizio anno la tendenza è quella: 8.432 sbarchi in Grecia, quasi la metà in Spagna, 2.553 in Italia e un migliaio a Malta. Da quando è esploso in Italia a fin e febbraio dunque il coronavirus ha azzerato le partenze in queste direzione, e forse è la sola notizia non negativa che arriva dal tragico bollettino quotidiano di questa emergenza unica. Meglio in questo momento non dovere occupare energie, risorse e soprattutto anche spezzoni del sistema sanitario nazionale nell'accoglienza dei migranti. Basta e avanza la nuova peste per cui stiamo chiudendo l'intero paese in una morsa che si fa sempre più stretta (e terribilmente necessaria a salvare la pelle).

·        Epidemia e Volontariato.

La campagna "Una goccia nell'Oceano". Gli angeli della pandemia, le storie dei volontari che hanno aiutato 25mila famiglie del Sud. Amedeo Junod su Il Riformista il 2 Luglio 2020. Sono numerosi gli uomini e le donne che durante la pandemia hanno deciso di scendere in campo per aiutare gli altri. Lo hanno fatto in maniera del tutto disinteressata armati solo di sorrisi e tanta buona volontà. Per questo motivo, con una cerimonia segnata da un forte spirito di comunità e non priva di momenti di autentica commozione, la Fondazione Banco di Napoli ha deciso di premiare i volontari, rappresentanti delle associazioni e imprenditori che hanno contribuito fattivamente alla campagna di sensibilizzazione "Una goccia nell’oceano -#pocomatanto” lanciata dalla Fondazione sin dall’inizio dell’emergenza Covid-19. Si tratta di un riconoscimento a coloro che si sono impegnati in prima linea in Campania, ma anche nelle altre regioni meridionali, per sostenere le fasce più deboli in una fase così delicata in cui la fame si è fatta sentire e molte famiglie non riuscivano nemmeno a portare il piatto in tavola. Il successo della campagna, fortemente voluta dalla presidente Rossella Paliotto, si è concretizzato, nei mesi di picco dell’epidemia, con la distribuzione nelle regioni meridionali di pacchi alimentari per ben 25000 famiglie in difficoltà, nella donazione di 17mila mascherine ai medici di base, nell’acquisto di un cardiografo destinato all’ospedale Cotugno e nell’apertura dello sportello “Ripartire con avvocati, commercialisti e psicologi”. Alla presenza di Gianluigi Traettino (presidente di Confindustria Caserta), Vincenzo di Baldassarre (vicepresidente Fondazione Banconapoli) e della presidente Paliotto, sono state conferite ai volontari le medaglie con lo stemma araldico della fondazione, storicamente legata alla solidarietà e alla beneficenza per i soggetti disagiati e meno abbienti. Numerose le personalità insignite di questo riconoscimento per la solidarietà e l’impegno, tra esponenti della società civile, comunità di recupero e di assistenza, forze dell’ordine e professionisti. Tra questi ricordiamo: il presidente del Comitato di Napoli della Croce Rossa Italiana Paolo Monorchio, Stefania Picardi della Comunità di S.Egidio, i responsabili della protezione civile di Pescara, Suor Cecilia della Scuola Cardinale Ursi e Francesco Agliata dell’Associazione nazionale Carabinieri.

Dagospia il 22 marzo 2020. Trascrizione del video di Bruno Vespa (da Facebook). Ricordate medici senza frontiere? Quando dovevano soccorrere i migranti – e facevano bene – lo facevano con le loro navi e la scritta “Medici senza frontiere” era molto ben visibile sulle loro tute, adesso sono scomparsi. Forse sono nascosti nelle corsie di Bergamo, di Brescia, di Cremona e forse non vogliono far sapere che sono lì e stanno lavorando alacramente. Ma se per caso non ci fossero. Se per caso davvero se ne fossero dimenticati, forse è il caso di ricordarglielo. C’è bisogno di loro stavolta, anche se non c’è politica anche se non c’è propaganda, anche se non ci sono le televisioni internazionali a propagandarne il lavoro. Che corrano, che corrano e tornino davvero a bordo. A bordo dell’emergenza.

Dagospia il 22 marzo 2020. Messaggio: Ma Bruno Vespa perché da bravo giornalista non è andato a controllare sui siti di Emergency e Medici Senza frontiere? Entrambe le due organizzazioni stanno lavorando a testa bassa sull'epidemia. Medici senza frontiere a Lodi e Codogno, Emergency a Brescia e a Milano. E anche voi di Dagospia verificare mi sembra il minimo. 

Da liberoquotidiano.it il 26 marzo 2020. Bruno Vespa fa ancora discutere. Nei suoi confronti è partito "un doppio esposto, al Comitato per il Codice etico della Rai e al Consiglio di disciplina dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio" presentato dal consigliere di amministrazione della Rai, Riccardo Laganà, e dal segretario dell'Usigrai, Vittorio Di Trapani. "La richiesta - spiegano in una nota - è quella di valutare, ciascuno per le proprie competenze, profili disciplinari e deontologici rispetto alle accuse rivolte da Vespa nei confronti della ong Medici Senza Frontiere, seccamente smentite dai diretti interessati. Questo fatto - sottolineano - ha esposto la Rai a rischi di immagine da parte di un proprio collaboratore. Inoltre, nei giorni precedenti, Vespa ha rivolto gravi accuse nei confronti del proprio datore di lavoro, accusandolo di aver sospeso la sua trasmissione (Porta a Porta ndr)  "senza un motivo ragionevole" ipotizzando una decisione dal "sapore politico"". Una scelta che ha immediatamente visto la replica del diretto interessato che, durissimo, ha ribadito: "Il consigliere Laganà e il segretario dell'Usigrai Di Trapani stanno programmando un sistema di censura sovietico, ma non ce la faranno" ha chiosato più definitivo che mai.

Andrea Sparaciari per "it.businessinsider.com" il 23 marzo 2020. Ci sono voluti quasi 20 giorni – un’eternità in tempo di contagio globale –, ma ora sembra che Emergency abbia ottenuto il via libera anche da Regione Lombardia per intervenire nella regione con le sue equipe specializzate in epidemie. La Ong di Gino Strada, già da tempo impegnata a Milano città in base a un protocollo siglato col Comune per l’assistenza dei senzatetto, inizierà a breve ad operare con 10 medici e sanitari nell’ospedale da campo di Bergamo – la zona più flagellata dal Covid-19 – e a fornire supporto didattico/logistico ai medici dell’ospedale di Brescia con altre 4 unità, al lavoro già da oggi. Non solo, il Pirellone ha anche chiesto uno studio di fattibilità per la creazione un altro centro di emergenza, un ospedale da campo nella stessa zona. Infine, l’accordo prevede che i medici specializzati di Emergency “insegnino” ai colleghi le tecniche di contenimento del contagio maturate durante le epidemie in Sierra Leone nel 2014 e  durante l’epidemia di Ebola del 2015. Il perché organizzazioni come Medici Senza Frontiere ed Emergency possano adeguatamente assolvere a tali compiti, lo spiega il consigliere regionale di +Europa – e medico chirurgo – Michele Usuelli: « Le strutture sanitarie, salvo lodevoli eccezioni, non sono attrezzate per il controllo ed il contenimento delle malattie infettive in ambito ospedaliero, così come non sono preparati i medici, i quali da generazioni non hanno visto un’epidemia come l’attuale. Una delle ragioni per l’iniziale esplosione di COVID-19 in Lombardia ed in altre regioni è stato il contagio comunitario, in particolare negli ospedali. In quelle condizioni, la velocità di raddoppio del virus cresce fortemente. All’interno degli ospedali si mantiene una rapida cinetica di infezione ad alta carica virale che coinvolge e decima il personale sanitario ed i pazienti già ricoverati, aggravando la crisi epidemica. Ad oggi in Lombardia su 100 positivi, 12 sono personale sanitario. Per questo vi è un urgente bisogno di un cambio di mentalità, che coinvolga e tuteli principalmente il personale sanitario e le strutture ospedaliere». In parole povere, le equipe di Emergency – che durante Ebola ha avuto solo due medici contagiati, un numero esiguo rispetto a quelli chiamati ad operare – dovranno diffondere il dogma della “compartimentazione” delle strutture ospedaliere. Ogni reparto, cioè, dovrà essere pensato e gestito come una struttura a sé, totalmente indipendente dagli altri, con proprie entrate e uscite, spazi delimitati per i medici e il personale, senza alcun contatto con il resto dell’ospedale. Una rigida divisione che gli ospedali italiani non hanno adottato – anche perché non prevista se non in casi di emergenza – e che ha aumentato il numero dei contagi, tra i sanitari e i loro familiari. Non a caso il protocollo preparto con la Ong  mira a imporre «l’autocontenimento del personale sanitario, cui è necessario fornire strutture ricettive specifiche per ritirarsi dopo il lavoro, evitando così il fai da te domestico ed aiutandolo a non contagiare le famiglie», continua Usuelli. Personale formato da Emergency poi provvederà alla gestione della vestizione/svestizione del personale, al corretto lavaggio disinfettante, al monitoraggio degli accessi dei sanitari nelle strutture. Insomma, imporrà una gestione da fronte di guerra, com’è del resto la Lombardia in questo momento. In attesa dell’ok definitivo della Regione, Emergency da giorni sta organizzando il rientro in Italia delle sue squadre disperse per il mondo. Ma non è facile, visto l’azzeramento del traffico aereo. La prima ad arrivare sarà quella basata in Uganda, dove si sarebbe dovuto inaugurare il nuovo ospedale disegnato da Renzo Piano. «Naturalmente in Lombardia saranno impiegati solo medici e infermieri di provata esperienza», fa sapere l’ong, «non interverranno i nostri volontari». La logica è quella della trasmissione dell’esperienza, esattamente ciò che sta già accadendo a Codogno dove il personale di Medici senza frontiere opera da giorni. «Il team composto da medici, infermieri ed esperti di igiene, lavora ogni giorno con le équipe della struttura, dal personale sanitario allo staff dedicato alle pulizie, al fine di condividere la propria esperienza nella gestione di un’epidemia», fa sapere la ong. «Quando abbiamo registrato il primo caso, il virus era già in circolazione. Adesso per noi è importante gestire questa epidemia ed evitare nuovi contagi. L’affiancamento di MSF è molto importante, stiamo già imparando molto», ha dichiarato  il direttore dell’ospedale di Codogno, Andrea Filippin. Ma come mai c’è voluto tanto tempo perché la Ong più esperta di epidemie venisse cooptata? Per tempi burocratici e resistenze politiche. I primi contatti tra Emergency e Pirellone risalgono infatti alla prima settimana di marzo, quando Emergency “offre” il proprio aiuto alla regione. Lo scrive la stessa Ong in un comunicato stampa datato 6 marzo 2020: “Abbiamo sentito questa mattina i vertici della Regione Lombardia e abbiamo offerto la nostra disponibilità a collaborare nella gestione dell’epidemia di Covid-19. Possiamo mettere a disposizione delle autorità sanitarie le competenze di gestione dei malati in caso di epidemie, maturate in Sierra Leone nel 2014 e 2015 durante l’epidemia di Ebola”. Da allora passano i giorni senza che nulla succeda. Secondo fonti del Pirellone, in quel primo incontro la Ong aveva offerto solo una consulenza, mentre la Regione era alla ricerca di un aiuto più sostanzioso. D’altra parte, bisogna considerare che per una regione a guida leghista ricevere aiuto proprio da quella Ong accusata in passato di essere “tassista del mare” è un boccone amaro da digerire. A sbloccare la situazione è lo stesso presidente Attilio Fontana – e di ciò gli va dato atto – che venerdì 20 marzo riunisce attorno a un tavolo i responsabili di Emergency, l’assessore Gallera e il suo braccio destro Salmoiraghi. È lui che forza la mano, vincendo le resistenze e cooptata le truppe di Strada. Come conferma Regione Lombardia: « Il presidente ha saputo che Emergency era disponibile a collaborare e li ha quindi prontamente fatti contattare».

Annalisa Chirico attacca le Ong: "Perché non aiutate l'Italia? Avete visto Fontana e Bertolaso?" Libero Quotidiano il 23 marzo 2020. C'è chi fa e chi non fa. C'è chi agisce nel silenzio e chi, da sempre, predica bene e in questo caso razzola male. Il ragionamento è quello proposto da Annalisa Chirico su Twitter, che mette a confronto quanto portato a casa da Attilio Fontana e da Guido Bertolaso in Lombardia con l'azione delle Ong. Ovviamente si parla dell'emergenza coronavirus. E la firma de Il Foglio cinguetta: "A giorni Fontana e Bretolaso aprono il primo reparto dell'ospedale alla Fiera di Milano, e soluzioni simili si replicano in altre parti d'Italia - premette -. Servono medici e infermieri: perché quelli delle Ong, i medici senza frontiere eccetera, non vengono in Italia ad aiutarci?". Domanda, quella della Chirico, tutt'altro che peregrina.

Dal Fattoquotidiano - Ma a commentare il post video è proprio l’associazione Medici Senza Frontiere: l’organizzazione internazionale chiarisce di essere attiva sul territorio nazionale e soprattutto nel Nord Italia: “Gentile Bruno Vespa, siamo in azione da più di una settimana sul territorio italiano per supportare la risposta del governo, in particolare nel lodigiano. Oltre l’Italia i nostri team stanno intervenendo anche in Francia, Spagna, Belgio, Grecia Cina e Hong Kong e siamo in contatto con le autorità sanitarie in altri paesi. Tutti gli aggiornamenti sono disponibili sul nostro sito msf.it/covid19 e sui nostri canali social media”. E da una settimana Medici Senza Frontiere sta offrendo supporto all’ospedale di Codogno, dove è stato effettuato il primo tampone positivo di un caso di Covid-19 in Italia e dove la metà dei 100 posti letto è ancora occupata da pazienti colpiti dal coronavirus. Il team di Msf, composto da medici, infermieri ed esperti di igiene, lavora ogni giorno con le équipe della struttura, dal personale sanitario allo staff dedicato alle pulizie, per condividere la propria esperienza nella gestione di un’epidemia. “Quando abbiamo registrato il primo caso, il virus era già in circolazione. Adesso per noi è importante gestire questa epidemia ed evitare nuovi contagi. L’affiancamento di Msf è molto importante, stiamo già imparando molto” dice Andrea Filippin, direttore medico del Presidio ospedaliero di Codogno. Per il team di Msf, è essenziale incontrare il maggior numero di operatori sanitari in tutti i reparti dell’ospedale, in collaborazione con il servizio igiene ospedaliera, per rinforzare le loro competenze su come proteggersi dal virus, garantendo così anche la protezione dei pazienti. Un virus nuovo e poco noto, l’afflusso straordinario di pazienti e i ritmi frenetici, la carenza generalizzata in tutta Italia di dispositivi di protezione individuale, sono tutti fattori che espongono gli operatori sanitari in prima linea ad alti rischi. Sono oltre 2.800 i sanitari positivi oggi in Italia, la loro protezione è più che mai necessaria perché rappresentano la prima linea collettiva contro il virus.

Luca Bottura per “la Repubblica” il 22 marzo 2020. "E dov' è Emergency adesso?". Se lo chiedeva un tizio cattivista, ieri sera, in una di quei flame sui social che normalmente attaccano i "buonisti". Subito sotto, la solita raffica di commenti melmosi. È l' Italia che manco adesso, come certi giornalacci fasciopopulisti, non riesce a non cercare il colpevole in chi arriva da lontano. Quelli che campano di domande retoriche cui rispondere con un rutto: e le sardine? E i cinesi? E i comunisti? Pronti: i medici di Emergency sono al lavoro in Lombardia, per supportare la sanità pubblica contro il Covid. A Milano sono già sbarcati altri medici: cubani, cinesi. Le sardine non possono essere in piazza ma ne conosco personalmente (come il sardone Roberto Morgantini, a Bologna, con le sue Cucine popolari) che cibano chi non può #stareacasa perché la casa non ce l' ha. Ecco dove sono, tutti. A dimostrarvi che almeno in questi giorni dovreste girare verso il muro la gigantografia di Mario Giordano, difendere altri italiani come voi, magari solo più generosi. E magari prendervela con il ministro ceco che ci ha rubato un cargo di mascherine e respiratori: guardacaso, è sovranista.

Emergency, Mediterranea, Msf: tutte le Ong sul fronte del virus. Sono passate dal mare alla terra. In aiuto di medici, infermieri, senzatetto, malati psichiatrici, persone spaventate o che hanno già vissuto lutti. Sempre senza chiedere passaporti. Marta Bellingreri il 07 aprile 2020 su L'Espresso. Dal mare alla terra. Dall’Africa al Nord Italia. Dalle epidemie di Ebola e colera a una nuova malattia, sconosciuta per tutti. Gennaro Giudetti non ci ha pensato due volte a partire. O meglio, questa volta, a restare. A febbraio si trovava sulla nave dell’ong Sea Watch: un salvataggio di migranti in mare, lo sbarco a Messina, una quarantena di 14 giorni al porto, un passaggio a casa, a Taranto. E poi via, ma questa volta, qui. In Italia, al Nord. «Non avrei mai pensato che per una volta sarei andato ad aiutare al Nord anziché al Sud. Ho lavorato in Congo per l’epidemia Ebola. Il nostro Sistema Sanitario è uno dei più avanzati al mondo, eppure c’era bisogno di un supporto: lo stiamo dando». Gennaro lavora con Medici Senza Frontiere (MSF) ed è il tecnico per prevenzione e controllo dell'infezione. Il loro ruolo è di creare zone di filtro e di decontaminazione per tutto il personale che passa dai reparti contaminati. Ci prendiamo cura dei curanti e, per una volta, non direttamente dei pazienti, come facciamo in tutto il mondo» racconta Chiara Lepora, medico e coordinatrice del progetto MSF tra Lodi, Codogno e Sant’Angelo, le zone più colpite fin dall’esordio dell’emergenza Covid-19 in Italia. «Il lavoro di prevenzione e controllo sull’infezione serve a far sì che medici, operatori sanitari, chi lavora in ospedale e nelle case di riposo possano tornare a casa sereni, senza aver paura di contaminare familiari a causa del lavoro che svolgono. Insomma, possano stare bene e continuare a dare il loro contributo». Msf inoltre lavora a fianco dell’Azienda Sanitaria locale per supportare telefonicamente i pazienti positivi a casa che necessitano di essere seguiti, un servizio chiamato Telecovid; porta avanti inoltre campagne di sensibilizzazione per centri Caritas e centri di accoglienza per migranti per provare in tutti i modi a limitare il contagio. «Non ci sono differenze né frontiere tra qui e il resto del mondo: lavoriamo sempre dove c’è più bisogno» conclude Gennaro, orgoglioso di poter dare una mano. Anche Mediterranea era pronta a partire: l’ong nata per soccorrere i migranti in mare preparava il team per la missione di marzo. Ma a fronte della nuova emergenza i suoi volontari sono rimasti a terra. «Mare o terra non cambia nulla. I nostri medici e infermieri stanno lavorando tutti nell’emergenza Covid», afferma Stefano Caselli, anche lui infermiere, che insieme ai suoi compagni di equipaggio si è subito interrogato sul da farsi. «Abbiamo creato un servizio per il supporto psicologico telefonico per chi trova i numeri nazionali sempre occupati». E così, sono partiti: Mediterranea questa volta è salpata al telefono. «In quattro settimane si è evoluto il tipo di richieste: i primi dieci giorni le persone chiedevano consigli di carattere medico per proteggersi. Troppe informazioni ansiogene hanno creato bisogno di chiarezza», spiega Francesco Caputo, psicologo di Mediterranea che coopera con i volontari del Laboratorio di Salute Popolare a Bologna. «In seguito, molte persone private dell’accompagnamento dei centri di salute mentale a causa dell’emergenza, hanno chiesto aiuto. Infine, nell’ultima settimana, chiamano solo persone che hanno vissuto lutti. Coniugi che hanno perso la compagna dopo cinquant’anni di vita insieme. Figli che chiedono come supportare i genitori. Dolore che ha bisogno di un cuore che li ascolti». I loro numeri sono stati diffusi in tutti i canali: anche la rapper Myss Keta li ha condivisi su Instagram. Il servizio è attivo anche per il personale sanitario che ha bisogno di raccontare, condividere, essere ascoltato. Intanto Emergency ha trasformato la sua sede a Milano in una piccola unità di crisi. «Abbiamo fatto tesoro delle nostre esperienze precedenti nel mondo, mai ci saremmo aspettati di intervenire in Italia per un’epidemia» afferma Rossella Miccio, presidentessa dell’ong fondata da Gino Strada. A Bergamo, la città più colpita, hanno da poco inaugurato un ospedale da campo interamente dedicato a pazienti Covid, dove il team di Emergency si occuperà di terapia intensiva. L’altra parte dello staff invece in collaborazione con il Comune di Milano supporta anziani soli, senzatetto, minori stranieri non accompagnati, richiedenti asilo, con progetti sociali e di monitoraggio. «Il nostro messaggio è che siamo tutti uguali nei diritti e quindi per superare insieme questa crisi dobbiamo prenderci cura dei più vulnerabili». E come nei contesti emergenziali nel mondo, anche in Italia non mancano i momenti di sollievo e speranza. Lo racconta Chiara di MSF: «Un medico di Lodi, tra i primi a essere contagiato, è tornato al lavoro dopo un mese. Non era abituato alla nuova paura: quella di toccarsi. Allora, approfittando della sua temporanea immunità, ha cominciato ad abbracciare colleghi. Una pacca sulla spalla a cui nessuno era più abituato». Insomma, per una volta, il contagio è stato solo di gioia.

·        Il Virus Femminista.

Da "ilmessaggero.it" il 3 aprile 2020. Truccatevi, non trascurate il vostro aspetto fisico ma soprattutto evitate di dare fastidio a vostro marito. Le singolari "raccomandazioni" fanno parte di una campagna rivolta alle donne dal governo della Malesia a seguito della quarantena istituita per coronavirus. La Malesia è uno dei paesi più colpiti del Sud-Est asiatico: il lockdown parziale è stato avviato il 18 marzo. In quarantena, parlando di coppie, ci sono anche il re e la regina in seguito al contagio tra i membri del loro staff, sette dei quali sono risultati positivi. E in questo clima il ministero per le Donne, la Famiglia e lo Sviluppo delle comunità ha prodotto una campagna diffusa sui social con l'hashtag #WomenpreventCovid19 che spiega a suon di linee guida e illustrazioni ciò che le donne devono fare e non fare per evitare di rendere la quarantena più pesante ai loro coniugi. Tra i "consigli" suggerimenti del calibro di «non rispondere con sarcasmo» in caso i mariti chiedano aiuto con le faccende ed «evitare di indossare abiti da casa»: meglio vestirsi con più cura e truccarsi come se si dovesse uscire. Le "perle" non sono però piaciute ai social, che sono insorti al grido di disuguaglianza sociale e malcelato sessismo. Tanto che il ministero ha dovuto fare marcia indietro e la campagna è stata di fatto ritirata, malgrado gli screenshot continuino a rimbalzare su Twitter. 

Il coronavirus e le donne (di nuovo) fuori dalla Storia. L'emergenza Covid 19 evidenzia, ancora una volta, come in Italia comandano solo gli uomini. Da Palazzo Chigi alle Regioni, dai comitati scientifici alle task force, lo spread tra i generi è impressionante. Emiliano Fittipaldi il 14 aprile 2020 su L'Espresso. L'ultimo maschio arruolato dalla truppa al comando è stato Vittorio Colao, il nuovo capo della task force per la ricostruzione. Un manager bravo, sostengono tutti. L'ha scelto Giuseppe Conte. Poteva preferirgli una donna? Impossibile. Perché in Italia l'emergenza coronavirus – come sui campi di battaglia – pare debba essere combattuta esclusivamente da generali uomini. Anche stavolta la Storia la vogliono fare loro. Possibilmente da soli. Nell'evento epocale che stiamo vivendo non c'è nessuna dama a decidere alcunché. In politica, nei dicasteri, nelle stanze dei bottoni, chi comanda indossa cravatta o grisaglia. Riguardando le immagini già «iconiche», le trasmissioni già «storiche», i discorsi più o meno memorabili da Palazzo Chigi, dal Quirinale o Piazza San Pietro, è chiaro che rischiano di finire negli annali della solo maschi. Il comandante della crisi è l'avvocato Conte, naturalmente. La sua comunicazione, piacca o meno, la dirige Rocco Casalino. I “decreti Covid” che decidono le nostre vite e il nostro futuro li imposta Ermanno De Francisco. Leggi su cui mettono bocca pochi uomini: Roberto Gualtieri, il ministro che ci rappresenta anche sui tavoli economici in Europa, il titolare della Salute Roberto Speranza, quello del Mise Stefano Patuanelli. Oltre a loro, naturalmente, suggeriscono anche Di Maio e Franceschini. E Mattarella insieme al suo staff, fatto da soli uomini. Per un accidente della Cronaca, maschio è lo storico Paziente 1. Maschio pure il primo politico positivo, Nicola Zingaretti. Talk show, conferenze stampa e interviste a raffica raccontano incontrovertibilmente chi gestisce l'emergenza nei territori: in Lombardia la crisi è cosa di Attilio Fontana (che ha ridato i galloni all'esperto Guido Bertolaso) e dell'assessore ormai star tv Giulio Gallera. Scorrendo i nomi dei politici e dei dirigenti sanitari, sono uomini tutti i protagonisti del disastrato “modello lombardo”. Contrapposto a quello virtuoso del Veneto, guidato da Luca Zaia, «il leghista bravo». Che deve le sue fortune al virologo Andrea Crisanti, capo dell'Unità di Microbiologia a Padova, e ai capaci (così dicono) dirigenti sanitari regionali. Tutti maschi, ca va san dire. Ma non è stata scelta neanche una donna tra i capi delle task force scelte dal governo. Sono quelli che dovrebbero risolver problemi: di Colao abbiamo detto, mentre Angelo Borrelli guida la Protezione civile, e Domenico Arcuri è nuovo commissario all'Emergenza. Incredibilmente, tutti (proprio tutti) gli scienziati che suggeriscono contromosse e che si alternano alla conferenza delle 18 appartengono al sesso forte: da Walter Ricciardi a Giovanni Rezza, da Silvio Brusaferro a Ranieri Guerra. Uomini pure i leader dello Spallanzani, del Sacco, del Pascale, del Cotugno, le cui facce ormai familiari verranno ricordate nei documentari. Se le voci inconfondibili di Franco Locatelli e di Massimo Galli fanno ormai parte della narrazione della Tragedia, c'è il rischio concreto che nemmeno un volto femminile finirà nell'immaginario collettivo della Grande Epidemia. A parte, forse, quello di Susanna Di Pietro, l'interprete della lingua dei segni. Nulla di nuovo, si dirà: in Italia lo spread tra generi all'interno della classe dirigente, nel mondo della politica e delle università è fenomeno atavico, e la sovrabbondanza di testosterone nella crisi Covid 19 è solo sintomo di una condizione storica. Ma visto come gli uomini stanno gestendo la catastrofe, e leggendo ogni giorno delle donne che a migliaia combattono il virus in prima linea, forse è il caso di cambiare strategia. E chiamare subito al comando qualche signora competente. Persino capace, chissà, di cambiare la Storia. In meglio. 

Dagospia il 22 aprile 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, puntuale come il mal di testa, non poteva mancare sul “Corriere della Sera” la lagna editoriale della vicedirettrice sulle donne discriminate anche in occasione del Coronavirus, perché ci sono più virologi maschi che femmine in tv. Vorrei sommessamente ricordare che a negare i Coronabond all’Italia è la donna più potente d’Europa, Angela Merkel, per la quale l’Italia è una mera espressione per le vacanze. La n.1 in Europa è tale Ursula von der Leyen, che si è opposta agli Eurobond e invitato a non prenotare per le vacanze (anche questa dichiarazione è stata utilissima per la ripresa economica italiana). Il banchiere/a più importante d’Europa si chiama Christine Lagarde il cui famoso e molto utile “non siamo qui per ridurre lo spread” le era stato suggerito pure da una sua assistente donna, Isabel Schnabel. Lo stesso atteggiamento della Merkel verso l’Italia l’aveva anche quella che lei stessa scelse come sostituta, Annegret Kramp Karrenbauer…Una invocazione al dr. Urbano Cairo: la prego, la faccia direttrice la vicedirettrice così, forse, smetterà di ammorbare i lettori del “Corriere” (lettrici non ce ne sono) con queste decennali prefiche. Un lettore del “Corriere”

Barbara Stefanelli per corriere.it il 22 aprile 2020. Ci spaventa una vecchia tentazione: quella di chiedere alle donne di fare un passo indietro mentre si tracciano le nuove mappe, si collaudano le macchine, si stabilisce chi guida e chi sta dietro. Come sempre: non è solo una questione di giustizia, che pure dovrebbe bastare. C’è di più: l’equità — nel riconoscimento delle capacità, delle esperienze, della ricchezza nella diversità — rappresenta la migliore delle strategie ricostruttive. Anzi, l’unica che abbia senso. «È stata pubblicata, nella normativa della Sezione Coronavirus del sito del Dipartimento, l’Ordinanza n.663 del 18 aprile 2020 con la quale è stata ridefinita la composizione del Comitato tecnico scientifico costituito da esperti e qualificati rappresentanti degli Enti e delle Amministrazioni dello Stato che supportano il Capo della Protezione Civile nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19». Comincia così l’annuncio dell’ultima integrazione del board istituito il 5 febbraio: integrazione giustamente motivata «nella prospettiva della fase di ripresa graduale delle attività sociali, economiche e produttive». Tutto bene, tempo di ricostruzione, bisogna allargare. Peccato che a seguire siano 20 nomi tutti al maschile: 13 di base più 7 esperti a coadiuvare (qui il testo). Ma è possibile che non ci fosse una donna — o anche dieci, magari — con attitudini e titoli all’altezza? Possibile che l’Italia — dalle commissioni ai comitati fino alle conferenze stampa quotidiane — ci proponga e riproponga una maggioranza schiacciante (se non un en plein) di voci di uomini? Tutto questo avviene mentre due considerazioni, tra tante, si impongono. La prima è la preoccupazione di molte madri lavoratrici di fronte alla riapertura di uffici, fabbriche, negozi non accompagnata da una ripartenza dell’anno scolastico (e non affrontiamo questa asimmetria trasformando lo smart-working in un altro strumento di conciliazione pensato al femminile, diventerebbe una trappola tecnologica).

La seconda è raccolta in tre dati: in Europa due terzi degli operatori sanitari sono donne; l’83% del personale alla cassa è femminile; circa il 90% dell’assistenza domestica è affidato alle donne. In questi mesi di pandemia, dunque, le donne non sono state nelle retrovie. Al contrario. Questa volta non possiamo sbagliare.

Lilli Gruber a Otto e mezzo: "Le donne al potere in questo momento hanno una gestione dell'emergenza più efficace". Libero Quotidiano il 22 aprile 2020. "Le donne al potere hanno una gestione dell'emergenza più efficace, questo è provato". Lilli Gruber, padrona di casa di Otto e mezzo, si lascia andare a uno spassionato commento in diretta, un inno al femminismo politico che, d'altronde, non deve cogliere di sorpresa visto che Lilli la Rossa, sul tema, ci ha scritto anche il suo ultimo libro (che in questi mesi non ha perso occasione, giustamente, di promuovere in ogni sede e ogni momento opportuno). Quello che sorprende, semmai, è che la Gruber faccia riferimento proprio al contesto peggiore, quello dell'Europa e dell'emergenza coronavirus. Le donne al potere, spiega, riescono a "rassicuranre la loro opinione pubblica". Sicura sicura, Lilli? Stava pensando ad Angela Merkel, cancelliera tedesca ferocemente contestata in Patria per l'ottuso no agli eurobond, che mette a rischio la tenuta dell'Unione europea? Oppure alla commissaria Ue Ursula Von der Leyen, talmente disastrosa ed evanescente dall'inizio della crisi da aver dovuto chiedere scusa all'Italia per il mancato sostegno nelle prime settimane di epidemia? O magari alludeva a Christine Lagarde funambolico neo-capo della Bce in grado di scatenare la tempesta dello spread con imrpovvide dichiarazioni sul default degli Stati che non riguarderebbe in alcun modo Francoforte? C'è l'imbarazzo della scelta, o forse solo l'imbarazzo.

Otto e Mezzo, Lilli Gruber e la mascherina anti-virus "femminista". Libero Quotidiano il 2 aprile 2020. Toh, Lilli Gruber di "femminista" ha anche la mascherina. Siamo a Otto e Mezzo, la puntata è quella andata in onda su La7 mercoledì 1 aprile. E nelle battute finali della puntata, dedicata al coronavirus e al prolungarsi della chiusura totale fino a Pasquetta, la conduttrice sfodera una mascherina rosa. "Probabilmente dovremmo portarla già tutti adesso", ha spiegato la Gruber. Per poi aggiungere: "Possono anche essere azzurre". Lei ovviamente opta per il rosa, il nome del girl-power cavalcato alla grandissima anche nella sua ultima fatica letteraria, Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone. Lilli Gruber fedele alla linea, come sempre.

Virus, la priorità della Boldrini: "Non c'è femminile sul modulo". La deputata dem si lamenta in radio che le autocertificazioni per il coronavirus sono declinate solamente al maschile: "Le donne si sentiranno escluse". Michele Di Lollo, Mercoledì 01/04/2020 su Il Giornale. Laura Boldrini fa polemica a modo suo. È una donna a ruota libera, quella andata in onda su Radio1 oggi pomeriggio. Nel pieno dell’emergenza da coronavirus, la parlamentare dem, si lascia andare a uno sfogo che lascia letteralmente esterrefatti. Invece di pensare alle decine di migliaia di vittime, alle mascherine che non arrivano, a un’economia che arranca e a quel personale medico lasciato solo in prima linea con le armi spuntate, la "nostra" Laura nazionale pensa ai nomi al femminile declinati sulle autocertificazioni. O meglio, al fatto che il ministero dell’Interno, quando ha scritto l’ultima versione del documento, il quinto, si sia dimenticato di inserire una lettera "a" vicino al nome del dichiarante. "In questi giorni è stata proposta una autocertificazione inclusiva che non sia declinata solo al maschile come quella attualmente vigente. Lei cosa ne pensa?", chiedono i conduttori del programma radiofonico "Un giorno da pecora". La riposta è netta. Boldrini non aspettava di meglio. Replica così: "Ancora non scatta questo automatismo, c’è il genere maschile e quello femminile, ma io sono ottimista: ci si arriverà. Non costa nulla inserire una cosa come o/a, così da non far sentire nessuno escluso. Ma si fa ancora molta fatica a recepire questo semplice concetto". Insomma, la Boldrini, con una "a" in bella vista nell’articolo determinativo, maschile, singolare che precede il sostantivo, perde una clamorosa occasione per rimanere in silenzio. Proprio lei, paladina dei diritti civili, che nel caos epidemiologico potrebbe contribuire meglio alla causa, piuttosto che sparlare su quel poco fatto dal governo di cui, tra l’altro, il suo partito fa parte. Poi l’intervista va avanti. "La mia proposta di spostare il Parlamento all’Eur durante questa emergenza coronavirus?" "Hanno detto che sarebbe troppo complicato, ma lo è ogni situazione. È complicato anche il voto a distanza e quello a ranghi ridotti. Non c’è una soluzione che non presenti dei problemi". La stessa Boldrini solo poche ore fa parlava dei buoni risultati di questo strampalato esecutivo. "Con il voto di ieri la Camera ha approvato il decreto che riduce le tasse sugli stipendi a 16 milioni di lavoratori e lavoratrici. Dal mese di luglio riceveranno più soldi in busta paga. Un provvedimento, il taglio del cuneo fiscale, di cui beneficeranno pure tante persone che in queste settimane difficili continuano a lavorare. L’avevamo deciso nella legge di Bilancio. Anche nei momenti di crisi le promesse vanno mantenute", dichiarava la deputata Pd. E sempre nelle scorse ore, la paladina dei diritti delle donne, tuonava così contro Victor Orban e il suo "colpo di Stato". Il premier ungherese, sappiamo che non se ne curerà, si era preso una bella strigliata. "Orban col pretesto dell’emergenza sanitaria assume i pieni poteri e inizia a trasformare l’Ungheria in una dittatura. Misure di enorme gravità su cui l’Unione europea deve subito prendere seri provvedimenti. In questo momento si dovrebbe combattere contro il coronavirus non contro la democrazia". Già. Proprio lei che oggi tuona il suo ennesimo sermone femminista. Qualcosa che in nome della guerra in corso poteva evitare. Qualcosa che inutilmente divide e rattrista, almeno i più. La voce al femminile sulle autocertificazioni? Certo che sì. Magari quando rientrerà l’emergenza. Magari quando non avremo nulla di meglio da fare che sperare in una rivolta di genere. Le donne capiranno, soprattutto quei medici (o mediche?) e quelle infermiere al fronte, che hanno almeno un motivo in più per ignorare una benedetta vocale su un pezzo di carta.

·        Il Virus Comunista.

Coronavirus, la solita sinistra: vuole assumere medici immigrati, la proposta di Erasmo Palazzotto di Leu. Libero Quotidiano il 13 novembre 2020. In Italia c'è un problema di carenza di personale sanitario. Se ne è accorta anche la sinistra, che adesso vuole risolvere il problema. Come? A modo suo, naturalmente. Cioè rivolgendosi agli immigrati. «Il Covid-19», scrive in una nota Erasmo Palazzotto di LeU, «ha messo in luce un'evidenza: mancano medici e mancano infermieri. Circa 9000 nelle sole terapie intensive. Non possiamo non pensare ai drammatici errori del passato: dai sanguinosi tagli alla sanità, alla religione del numero chiuso nelle università; dalla chiusura dei presidi territoriali, fino alla sbandierata "quota 100" che ha pensionato 7.225 dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale nel 2019. Senza rimpiazzarli». Dove vuole arrivare Palazzotto lo si capisce subito dopo: «Intanto in Italia circa 77.500 persone aventi cittadinanza straniera hanno qualifiche sanitarie: tra cui 22mila medici, 38mila infermieri. Secondo Asmi (Associazione medici stranieri in Italia) solo il 10% riesce ad accedere a posti di lavoro nella sanità pubblica, tutti gli altri lavorano in strutture private. Perché? Perché gli enti li escludono dai bandi, contravvenendo alle disposizioni del Decreto "Cura Italia" che determina il possesso del permesso di soggiorno come requisito sufficiente. Avviene in Lombardia, Piemonte, Lazio, Basilicata, Molise, Sicilia, Calabria. Nei mesi del lockdown abbiamo accolto come eroi medici albanesi e cubani arrivati in Italia per aiutarci. È ora di accogliere nel Sistema Sanitario Nazionale medici e infermieri che vivono in Italia da anni».

La Ue è preoccupata dalle conseguenze del Covid: “Rom e Lgbt sono stati molto penalizzati”. Penelope Corrado martedì 27 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. Le categorie particolarmente penalizzate dal Covid-19? “Rom e Lgbt”. È quanto stabilito oggi, a Strasburgo, al parlamento europeo dalla commissione per le Libertà civili. La notizia è stata data dal eurodeputato di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini. L’esponente sovranista aveva tentato invano di dare priorità a piccoli imprenditori, liberi professionisti e artigiani.

La denuncia di Nicola Procaccini. «La Commissione Libe – scrive Procaccini in una nota – ha approvato oggi una risoluzione sull’Impatto delle misure restrittive Covid-19. In essa si propone di tutelare rom ed LGBT. Identificate quali categorie particolarmente colpite dagli effetti della pandemia, non si capisce perché. Mentre ha respinto il mio emendamento alla risoluzione con il quale si impegnavano gli Stati a compensare velocemente ed adeguatamente le perdite subite dalle attività economiche più colpite dalle misure restrittive”. È quanto afferma l’europarlamentare del gruppo ECR – Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini, componente della Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni).

Rom, lgbt prima di partite Iva e artigiani. «È evidente che il Parlamento europeo continua ad affrontare l’emergenza con i paraocchi della ideologia. Non tiene conto, infatti, del reale impatto dell’epidemia su cittadini e imprese. La risoluzione, inoltre, ignorando ogni misura di sicurezza, esprime rammarico per la chiusura dei porti del Mediterraneo agli sbarchi di immigrati, ma non considera invece che anche la difesa delle aziende e del sistema economico, e la capacità dei cittadini e degli Stati di autodeterminarsi, sono diritti fondamentali. Né la Ue né tantomeno il governo italiano sembrano tenere in alcuna considerazione questi aspetti, continuando ad affrontare l’emergenza in maniera ideologica, come se il Covid-19 fosse un avversario politico».

Esultano per legge sui trans mentre blindano l'Italia. Passa la legge Zan, l'omofobia sarà reato penale. L'opposizione: "Così si indottrinano i bambini". Felice Manti, Giovedì 05/11/2020 su Il Giornale. Mentre il Paese muore di lockdown la sinistra esulta per l'ok della Camera al ddl Zan, il testo che introduce il reato penale di «omotransfobia». Tra i 265 favorevoli alla Camera (193 contrari e una astensione) anche diversi esponenti del centrodestra. Una legge pericolosa, dicono Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, soprattutto perché spalanca le porte alle teorie gender nelle scuole (come già succede a Torino grazie ai grillini). Secondo le opposizioni - che prima del via libera hanno protestato in aula con fazzoletti a mo' di bavagli e grida libertà, libertà, poi richiamati dal presidente Roberto Fico - il provvedimento rischia di portare anche a una pericolosa deriva liberticida rispetto a temi etici come identità sessuale, utero in affitto e identità sessuale. Chi li critica rischia l'istigazione finalizzata alla discriminazione. Il testo prevede anche la Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, fissata per il 17 maggio per «promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione, nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere». «L'Italia vive una grande emergenza ma le forze di maggioranza se ne fregano», è il commento del senatore Maurizio Gasparri, «e pensano soltanto a stravolgere la realtà. È una legge liberticida che vuole negare la famiglia naturale, fondata sull'incontro tra uomo e donna e vuole imporre letture ideologiche e fuorvianti della realtà fin dalle scuole elementari». «Mentre la scuola è nel caos, mancano i professori e i docenti di sostegno, gli spazi sono insufficienti, la didattica a distanza è un disastro, cosa fa la maggioranza nel Palazzo? Parla di temi surreali e oggi con il ddl Zan istituisce addirittura la Giornata dell'indottrinamento gender, anche alle elementari. La furia ideologica del Pd e del M5S non ha limiti», twitta furibonda la leader Fdi Giorgia Meloni. Esulta il segretario Pd Nicola Zingaretti («Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre») e tutti i parlamentari vicini al mondo omosessuale, dalla dem Monica Cirinnà («Primo passo per un Paese più inclusivo») allo stesso relatore Alessandro Zan («Colmato un ritardo che si protrae da decenni»). A festeggiare ci sono tutte le associazioni Lgbt e personaggi del mondo dello spettacolo come Alessandro Cecchi Paone («Grande prova di civiltà») e l'ex parlamentare di Rifondazione Vladimir Luxuria: «C'è chi ha tentato di strumentalizzare la pandemia sostenendo che questa legge fosse liberticida e che non era il tempo giusto per l'approvazione. Ma è una legge che in realtà aspettiamo da trent'anni». Anche l'esecutivo plaude all'approvazione: «La politica non è gestione dell'esistente ma costante opera di miglioramento delle condizioni di vita e garanzia dei diritti fondamentali. La legge Zan che tutela la dignità contro l'odio è un passo verso questo traguardo», scrive su Twitter il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano. Di tutt'altro avviso il presidente di Pro Vita e Famiglia onlus, Antonio Brandi, che parla di «mostruosità giuridica, etica e psicologica» e di «una follia incostituzionale», puntando il dito sul rischio di indottrinamento dei bambini: «Mentre la crisi morde e i lavoratori muoiono di fame in prima elementare ci saranno lezioni di omosessualità, bisessualità e transgenderismo». Lezioni che saranno tenute dalle associazioni Lgbt «che riceveranno 4 milioni di euro per indottrinare i nostri figli. È vergognoso», ha aggiunto il numero due di Pro Vita e famiglia Jacopo Coghe.

Paese a picco? Si fa la legge sui trans. Il decreto sull'omofobia va avanti alla Camera: sì ai primi 5 articoli. Pier Francesco Borgia, Giovedì 29/10/2020 su Il Giornale. Nel pieno dell'emergenza Covid il Parlamento riesce persino a inserire nel nostro ordinamento giudiziario sanzioni per gli atti violenti e discriminatori fondati sull'orientamento sessuale. Insomma il cosiddetto disegno di legge Zan (dal deputato piddino Alessandro Zan relatore del testo di legge) oggi dovrebbe vedere il traguardo dell'approvazione definitiva almeno a Montecitorio. Ieri sono stati approvati i primi cinque articoli, a partire dal primo che costituisce il cuore del provvedimento. In favore 249 deputati della maggioranza, contrari 181 del centrodestra. Con un emendamento della maggioranza anche i disabili vengono tutelati dagli atti di discriminazione e violenza. L'articolo interviene sulla legge Mancino che punisce con il carcere i reati di violenza e istigazione alla violenza per motivi razziali. Il testo aggiunge tra i reati punibili con la detenzione gli atti di violenza o incitamento alla violenza e alla discriminazione «fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità». L'articolo 2 del provvedimento modifica invece l'articolo 604 ter del Codice penale, relativo alle circostanze aggravanti, aggiungendo anche l'identità di genere e la disabilità tra i reati la cui pena è aumentata fino alla metà. L'aula di Montecitorio si è preoccupata anche di votare il terzo articolo emendato grazie a una correzione proposta sempre dalla maggioranza che cerca di distinguere l'aggressione verbale omofoba dalla libertà di pensiero ed espressione. Con l'ok di un'assemblea parlamentare falcidiata dal Covid ora il nuovo testo dell'articolo 3 recita: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». L'articolo 4 dispone che la sospensione condizionale della pena può essere subordinata alla prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività. Oggi verrà concluso l'iter. Estremamente negativo il giudizio della Lega sul provvedimento. Non per il merito del ddl ma per il momento in cui il Parlamento decide di esaminarlo. «Vergognoso che pur di far passare il Ddl Zan, la maggioranza si presti a discuterne in una Camera decimata tra deputati positivi al Covid o in autoisolamento - tuona la eurodeputata Simona Baldassarre - Questo ddl non è altro che una mossa della sinistra per incatenare gli italiani al pensiero unico, introdurre il gender nelle scuole». La replica arriva via Twitter dall'ex presidente della Camera Laura Boldrini. «Ora alimentare lo scontro fra persone e fra diritti è insopportabile. Vero Salvini e Meloni?»

Fausto Carioti per “Libero quotidiano” il 29 ottobre 2020. A modo suo, la Camera dei deputati ha fatto qualcosa di storico. La maggioranza giallorossa ha stabilito ufficialmente, per la prima volta, cosa sono il sesso e i suoi derivati. Attenzione alle definizioni, perché chi sgarra discrimina e chi discrimina può essere intercettato dalle procure e finire in carcere: sino a tre anni, se si limita a diffondere certe idee; sino a quattro, se il comportamento è ritenuto un incitamento alla violenza; sino a sei, qualora il colpevole sia giudicato promotore di un gruppo dedito alla discriminazione del prossimo. La prima definizione è facile: «Per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico». E dunque non si può discriminare un individuo in base al sesso cui appartiene. Un tempo la questione si sarebbe chiusa qui, invece è solo l' inizio. Perché il sesso è diverso dal «genere». E il genere è questa roba qua: «Qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso». Non ci avete capito nulla? Vi chiedete cosa c' entri una definizione giuridica, che dovrebbe essere chiara e oggettiva, con un concetto tanto fumoso? Aspettate, c' è di peggio. Perché il sesso e il genere sessuale, hanno appena stabilito i nostri legislatori, sono diversi dalla «identità di genere», che sta a indicare «l' identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall' aver concluso un percorso di transizione». Da dove parta questa transizione, e verso dove vada, non ce lo dicono: pare di capire da un sesso all' altro, oppure da un genere a uno diverso. Forse non è nemmeno importante, giacché l' unica cosa che conta, alla fine, è l' idea che uno ha di sé: anche chi ha organi maschili, e dunque non ha concluso la propria «transizione», o magari non l' ha nemmeno iniziata, ha diritto a essere trattato come una donna, se si «identifica» come tale. Ecco: è su queste sabbie mobili che poggia la legge Zan-Boldrini-Scalfarotto per «prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all' orientamento sessuale e all' identità di genere». Le definizioni le ha scritte Lucia Annibali, capogruppo dei renziani a Montecitorio, e inserite in un emendamento che è stato approvato dalla maggioranza, alla quale si è aggiunta la deputata forzista Giusi Bartolozzi. L' intervento è stato necessario perché la commissione Affari Costituzionali e il Comitato per la legislazione avevano chiesto di specificare il significato di tutti quei termini, «al fine di evitare incertezze in sede applicativa». Col risultato che si è visto. Per il giudice di Cassazione Alfredo Mantovano e gli altri giuristi del centro studi Livatino siamo dinanzi a un obbrobrio legislativo: «Meritano di entrare nella storia del diritto i deputati che hanno proposto e votato una norma nella quale l' applicazione di sanzioni penali fino a sei anni di reclusione, con la possibile attivazione durante le indagini di intercettazioni e misure cautelari, dipende dall' interpretazione che pm e giudici daranno a espressioni come "aspettative sociali connesse al sesso" o "identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere"». Norme scritte così aprono infatti il terreno alla incertezza del diritto e all' arbitrio dei magistrati. Può essere indagato e condannato chi tratta come un uomo, ad esempio vietandogli lo spogliatoio o il bagno delle ragazze, un individuo di sesso maschile che sostiene di avere una «identità di genere» femminile? Basta dichiarare di percepire se stesso come una donna per avere il diritto di essere trattato come tale, ad esempio sfruttando le quote rosa o partecipando alle gare sportive femminili? Per come è fatta la legge, pare di sì. Oppure sarà il caos a comandare, con pronunciamenti diversi tra un tribunale e l' altro, alla faccia della legge uguale per tutti. Lo capiremo appena il provvedimento di Zan e compagni sarà stato approvato. Ieri alla Camera sono stati votati i primi cinque articoli su un totale di dieci, oggi si prosegue e poi toccherà al Senato. Il parlamento sarà pure decimato dal Covid, ma per le leggi care alla maggioranza si bruciano le tappe.

Il Bianco e il Nero, Adinolfi: "I giallorossi pensano solo alla lobby gay". Ceccanti: "È tempo di un dl sull'omofobia". Mentre il governo è alle prese con la dura lotta contro la seconda ondata di coronavirus, il Parlamento sta discutendo il ddl Zan sull'omotransfobia. Qui l'opinione del senatore del Pd, Stefano Ceccanti e di Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia. Francesco Curridori e Domenico Ferrara, Giovedì 29/10/2020 su Il Giornale. Mentre il governo è alle prese con la dura lotta contro la seconda ondata di coronavirus, il Parlamento sta discutendo il ddl Zan sull'omotransfobia. Sul tema, per la rubrica il Bianco e il Nero abbiamo chiesto l'opinione del senatore del Pd, Stefano Ceccanti e di Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia.

Le sembra questo il momento più opportuno per discutere un Ddl sull'omofobia?

Adinolfi: “Con una pandemia in atto e mezzo Paese in ginocchio, con le rivolte per le strade e i contagi moltiplicati, con le strutture sanitarie in affanno e le famiglie sempre più in crisi a me pare davvero un oltraggio che la Camera passi la settimana a discutere di un ddl scritto per porre rimedio a un’emergenza che non c’è. Oltre che inopportuno e ingiusto, questo modo di costruire scale di priorità spiega anche i tic antidemocratici tipici di questa maggioranza, che tende a immaginare come necessario per il Paese solo ciò che è necessario per sé e per le proprie lobby di riferimento”.

Ceccanti: “Capisco che per chi è contrario a un testo non c'è mai un momento per discuterlo. Per chi è favorevole, invece, è ovvio che sia sempre il tempo, anche perché il Parlamento fa molte cose contemporaneamente. Se comunque i gruppi di opposizione pensano che il tempo sia troppo basta che riducano i loro 700 emendamenti, visto che la maggioranza ne ha solo 7”.

Lo reputa un provvedimento giusto o sbagliato? E perché?

Adinolfi: “Si tratta di un provvedimento sbagliatissimo. Per la prima volta dal 1925 viene introdotta una legge ricalcata sul modello delle leggi fascistissime che sotto il regime mussoliniano tesero a reprimere le opinioni sgradite alla cosca dominante, incarcerando i dissenzienti. Lo stesso proponente parla di carcerabilità per i latori di “opinioni istigatrici all’odio omotransfobico”. Rivolgo a Alessandro Zan una semplice domanda: dopo l’approvazione della sua legge chi deciderà se una mia opinione è o meno “istigatrice all’odio”? Se io affermo che una coppia gay ha compiuto un abominio criminale acquistando un bambino tramite la pratica dell’utero in affitto, sto esercitando il mio diritto alla libera espressione delle opinioni garantito dalla Costituzione o sto istigando all’odio contro quella coppia gay? Come è chiaro lo strumento liberticida sarà posto nelle mani dei magistrati. E sappiamo bene l’uso che settori della magistratura fanno di leggi chiarissime, figuriamoci l’uso che faranno di norme come quelle del ddl Zan, coniate per manganellare gli avversari politici della lobby Lgbt cui il proponente appartiene”.

Ceccanti: “Il provvedimento è giusto perché soprattutto i social media negli ultimi anni legittimano con una grave forza d'urto comportamenti discriminatori e violenti, c'è un'emergenza nuova che va affrontata sia sul lato preventivo-educativo sia su quello repressivo”.

Pensa che le ultime correzioni apportate proteggano davvero la libertà di pensiero?

Adinolfi: “Gli ultimi emendamenti inseriti chiariscono in tutta evidenza l’intenzione liberticida dell’impianto del ddl. Se si arriva a ribadire l’ovvietà della libera espressione delle opinioni, vuol dire che sanno bene che l’utilizzo del ddl immaginato ab origine è la repressione dell’opinione dissenziente. Excusatio non petita, accusatio manifesta”.

Ceccanti: “Sì, perché come richiesto soprattutto dalla Commissione Affari Costituzionali si è introdotta la nozione di "concreto pericolo" di atti discriminatori e violenti che mette chiaramente al riparo qualsiasi opinione che non ricada in tale grave fattispecie. Il giudice Oliver Wendell Holmes, nella sentenza Schenck versus Stati Uniti nel lontano 1919 aveva giustamente scritto che la protezione più rigorosa della libertà di parola non proteggerebbe un uomo che gridasse falsamente al fuoco in un teatro causando un panico. È stato un importante contributo maturato anche nel dialogo con alcuni parlamentari di Forza Italia”.

Nel Dl Zan si è aggiunta anche la difesa dei disabili. Perché?

Adinolfi: “Il Popolo della Famiglia ha molti dirigenti disabili tra le proprie fila, si sono immediatamente sentiti usati. L’ennesimo tentativo di copertura delle reali intenzioni di una legge nata per gli interessi di una precisa lobby, che ora prova a mascherarli anche con le strumentalizzazioni più indegne, perché abbiamo scoperto il loro gioco”.

Ceccanti: “Perché nella normativa vigente anche le discriminazioni verso i portatori di handicap non erano sin qui coperte da una specifica normativa”.

Da cattolico cosa pensa delle recenti parole del Papa sulle leggi sulle unioni civili?

Adinolfi: “Il Papa è stato vittima di una orrenda manipolazione figlia di segmenti della citata lobby esterni ma anche interni al Vaticano. Mi faccia però chiedere ai cattolici tanto attenti alle parole del Papa di essere anche esigenti con i comportamenti dei loro rappresentanti in Parlamento. Sulle pregiudiziali di costituzionalità del ddl Zan 72 deputati di centrodestra tra cui Giorgia Meloni e Lorenzo Fontana non erano presenti al voto. L’incostituzionalità della legge non è passata per appena 53 voti. Fossero stati tutti presenti il ddl Zan sarebbe morto in aula a Montecitorio prima di nascere. Questa è una battaglia. Il Popolo della Famiglia chiede a tutti di stare ai posti di combattimento”.

Ceccanti: “Penso che siano parole importanti soprattutto nei Paesi del cosiddetto terzo mondo e nell'Est europeo dove esistono ancora resistenze grave a difendere i diritti di persone omosessuali che passano attraverso un riconoscimento dei loro legami. Nei contesti occidentali, Italia compresa, il riconoscimento delle unioni è ormai un dato condiviso e irreversibile, sia tra le principali forze democratiche di destra e di sinistra, sia tra i cattolici. Non mi risulta in Italia nessuna iniziativa né parlamentare nè referendaria per rimettere in discussione la legge del 2016”.

Odio rosso. Altro che unità nazionale, Bersani delira in tv: "Con la destra al potere non sarebbero bastati i cimiteri". Alessandro Sallusti, Venerdì 05/06/2020 su Il Giornale. Con il centrodestra al governo non sarebbero bastati i cimiteri», ha detto l'altra sera in tv ospite dalla Berlinguer Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd e oggi leader di Leu, fallimentare partitino di sinistra al governo per grazia ricevuta. Alla faccia della concordia nazionale invocata da Mattarella e auspicata dalla sinistra: comunisti si nasce e comunisti si resta, per quanto lo si provi a camuffare per vergogna della propria storia. Non so se in vino veritas, ma Bersani ha gettato la maschera del moderato di buon senso che ama indossare nelle sue apparizioni televisive e lo ha detto con chiarezza: per lui chi non è di sinistra è un assassino, quantomeno un incapace. Si può trattare, collaborare o mediare con gente così? E dire che noi - assassini quantomeno di riflesso - la volta che Pier Luigi Bersani allora potente leader e duro avversario di Silvio Berlusconi ebbe un serio problema di salute tanto da essere ricoverato in rianimazione, titolammo a tutta pagina, con lo stupore dei nostri lettori, «Forza Bersani», che non è esattamente uno slogan criminale. Non sappiamo se il medico che gli salvò la vita fosse di sinistra o di destra, sappiamo che i medici si dividono in bravi e non bravi - come i politici e i giornalisti in onesti e disonesti - e che solo da queste percentuali dipende l'affollamento dei cimiteri e la verità. E poi, egregio onorevole Bersani, è noto che i cimiteri del mondo sono zeppi di vittime dovute alla ferocia e alle incapacità dei regimi di sinistra, che in quanto a numeri (triste classifica) superano di gran lunga le orribili stragi compiute da analoghi boia di destra. Comunque grazie onorevole, grazie di averci dimostrato con poche e chiare parole quanto sia falsa e strumentale la richiesta di collaborazione che la sinistra in queste ore sta rivolgendo al centrodestra, che nei suoi anni di governo - detto per inciso - non ha mai ucciso nessuno, né riempito i cimiteri per gravi incapacità. Insultare i governatori di centrodestra del Nord che hanno combattuto (e vinto, nonostante l'assenza dello Stato) un'eroica guerra, mettere in dubbio che fuori dalla sinistra non ci sia una classe dirigente capace, sono sintomi di becera faziosità. Con gente così è impossibile qualsiasi dialogo, se ne stiano con i grillini che è proprio vero il detto: Dio li fa e poi li accoppia.

Antonio Socci, la replica a Pier Luigi Bersani: "Anche i morti di coronavirus sono vittime del comunismo". Libero Quotidiano il 07 giugno 2020. Venendo da una storia comunista, Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, ha sempre la propensione alla demonizzazione dell'avversario tipica della casa. Lo si è visto nei giorni scorsi, quando, in un programma tv, si è lanciato a testa bassa contro il centrodestra: «Il messaggio che in Parlamento e fuori sta dando il centrodestra è una coltellata al Paese Questa gente qua mi viene il dubbio che se avessero governato loro non sarebbero bastati i cimiteri». È chiaro che non è facile difendere l'operato del governo Conte, ma cercare di farlo rovesciando la frittata così è davvero un modo sgangherato di far politica. Oltretutto dopo che il presidente Mattarella aveva invitato tutti all'unità morale e alla collaborazione. È la vecchia demonizzazione dell'avversario. A cui però Bersani aggiunge una sua personale tendenza all'autogol. Il primo dei quali è proprio l'evocazione di chi riempie i cimiteri. 

LA LISTA SI ALLUNGA. A riempire veramente i cimiteri infatti è stata la Cina comunista, da dove è dilagata nel mondo la pandemia. Non a caso Trump chiama il Covid-19 "il virus di Wuhan". Bersani dovrebbe sapere che a Wuhan non comandano né Salvini, né la Meloni, né Tajani: comanda il Partito comunista cinese. Bisognerebbe chiedersi dunque se i 33mila morti italiani e i quasi 400mila morti complessivi nel mondo, a causa del Covid, non si aggiungano alla lunghissima lista delle vittime del comunismo, che si contano a milioni. Proprio questo ha affermato a chiare lettere, giorni fa, il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, nel Myanmar. Già il titolo della sua dichiarazione è eloquente: «Il regime cinese e la sua colpevolezza morale sul contagio globale». Il prelato ha ricordato la ricerca dell'Università di Southampton, in Gran Bretagna, secondo la quale, se la Cina fosse stata corretta, cioè se - invece di imbavagliare e reprimere chi aveva scoperto l'epidemia - avesse agito tre settimane prima rispetto al 23 gennaio, il numero di casi totali di Covid 19 si sarebbe potuto ridurre del 95 per cento. E anche agendo una settimana prima, la pandemia sarebbe stata ridotta del 66 per cento. Anche la recente inchiesta dell'Associated Press sui rapporti intercorsi fra regime cinese e Organizzazione mondiale della sanità, nelle prime settimane dell'epidemia, conferma i problemi. A causa di questi ritardi del regime, che per giorni scelse il negazionismo e addirittura organizzò manifestazioni di massa a Wuhan, si è «scatenato un contagio globale che ha ucciso migliaia di persone», ha affermato il porporato. Dunque, ha proseguito, per «il danno arrecato a tante vite umane nel mondo intero c'è un governo che ha la responsabilità primaria ed è il regime del Partito comunista cinese di Pechino». Ovviamente «non il popolo cinese. I cinesi sono stati le prime vittime di questo virus e sono state a lungo le principali vittime del loro regime repressivo. Ma sono la repressione e le bugie del PCC a essere responsabili». 

GESTIONE DISUMANA. Il cardinale citava coloro che avevano capito per tempo e sono stati messi a tacere, dal dottor Li Wenliang dell'ospedale centrale di Wuhan a due giovani giornalisti della città. E ricordava i comportamenti del regime «dopo che la verità era diventata di dominio pubblico» («il Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie è stato ignorato da Pechino per oltre un mese»). Di fatto «bugie e propaganda hanno messo in pericolo milioni di vite in tutto il mondo». E ciò è accaduto, afferma il cardinale, perché in Cina sono abituali «la repressione della libertà di espressione» e la violazione dei diritti umani. La conclusione del cardinale Bo è durissima: «Con la sua gestione disumana e irresponsabile del coronavirus, il PCC ha dimostrato ciò che molti pensavano in precedenza: che è una minaccia per il mondo questo regime è responsabile, attraverso la sua negligenza e repressione, della pandemia che oggi dilaga nelle nostre strade». Che ne pensa Bersani? Non sarebbe il caso di parlare di questo? A dire il vero il suo compagno di partito Massimo D'Alema, nel libro che ha appena pubblicato, "Grande è la confusione sotto il cielo", arriva addirittura a elogiare la Cina e perfino per come ha gestito il dramma del coronavirus («ha saputo fronteggiare questa prova in modo più efficace rispetto a noi», in quanto «ha fatto la differenza un grado minore di individualismo, una maggior coesione sociale e l'esistenza di reti comunitarie»). In una recente conferenza poi D'Alema si è addirittura scagliato contro quello che ha chiamato «il partito anti-cinese» che - a suo dire - «è già all'opera anche in Europa in un clima di nuova guerra fredda». Quindi guai ad attaccare la Cina. Nelle prossime settimane però potrebbe perfino aggravarsi la responsabilità del regime di Pechino, visto quello che un personaggio di rilievo come sir Richard Dearlove, ex capo dei servizi segreti inglesi, ha dichiarato al "Telegraph": citando una ricerca di prossima pubblicazione, Dearlove ha spiegato che il virus sarebbe stato creato in laboratorio e ne sarebbe uscito per un incidente dando il via alla pandemia. Sarà interessante sentire cosa diranno Bersani e D'Alema. Nel frattempo va detto che un altro autogol è stato fatto dallo stesso Bersani quando ha cercato di mettere una toppa alla sua incredibile dichiarazione. Ha infatti spiegato di aver usato «un'iperbole» e ha aggiunto che ce l'aveva con Salvini che, alla manifestazione del 2 giugno, non avrebbe tenuto sempre la mascherina e non avrebbe osservato il distanziamento. Sembra un altro autogol perché proprio un esponente di Leu, il suo partito, occupa quel ministero della Salute che - come informazione sanitaria - a febbraio spiegava che «non è necessario indossare la mascherina per la popolazione generale in assenza di sintomi di malattie respiratorie». È lo stesso ministero che mandava in onda il famoso spot in cui si affermava che «non è affatto facile il contagio». Con tutto questo Bersani punta il dito sugli altri.

Vittorio Feltri per ''Libero Quotidiano'' il 6 giugno 2020. Pier Luigi Bersani, esponente del Pd, non è certo uno sciocco, ma ciò non gli impedisce talvolta di pronunciare sciocchezze, che dalla sua bocca escono bene, perfino spiritose. Note e divertenti sono alcune sue battute dall' antico sapore rurale. Ne rammento una esemplificativa: «Non siamo mica qui a pettinare le bambole». Che poi significa: non perdiamo tempo a fare cose inutili. L' uomo ha dimostrato in passato di essere un politico avveduto, benché di sinistra. Quando fece il ministro si distinse per aver approvato vari provvedimenti d' impronta liberale, lui che in fondo, e anche in cima, era ed è rimasto un comunista, nonostante sia intelligente. Al di là di tutto questo, che comunque andava ricordato, l' altro giorno il politico piacentino (nato a Bettola, un nome un destino) ha fatto la pipì fuori dal pitale. Riferendosi alla dolorosa vicenda del virus, se ne è venuto fuori con una boutade scentrata. Eccola: «Con la destra al governo non sarebbero bastati i cimiteri». Come se i morti di Covid, in ogni caso assai numerosi, fossero una specialità della Lega e partiti affini. Bersani ha commesso un errore grave sul piano statistico. In effetti il record dei decessi è detenuto da Milano, una metropoli ad alta densità abitativa e al centro dei traffici commerciali provenienti dal nord Europa e diretti in gran parte al sud del continente. Ma Pier Luigi si è dimenticato di dichiarare, per distrazione colpevole, che il sindaco del capoluogo lombardo è un signore di sinistra, Beppe Sala, che capeggia una giunta coerente con i programmi progressisti. Ne deriva che il principe dei becchini non è un nordista, Matteo Salvini, bensì un compagno. Non è finita. Altra cazzata di Bersani. Il quale è scivolato rovinosamente scordandosi che Bergamo, dove le persone crepavano come mosche, ha pure un primo cittadino, peraltro bravo (e aggiungo, mio amico), eletto con i voti della coalizione di sinistra, mi riferisco a Giorgio Gori, già stretto collaboratore di Matteo Renzi. Specifico che anche Brescia, altra città decimata dalla devastante infezione, è di sinistra. Da ciò si evince che il primato dei defunti non va ascritto alla parte politica avversaria dell' ex ministro emiliano, semmai alla sua. Eppure io sono più generoso di Pier Luigi e sono indotto a credere che la catasta di salme orobiche e bresciane, portate via dalla loro terra per essere cremate altrove, siano state costrette a emigrare per cause non di tipo ideologico. Purtroppo i cimiteri locali erano talmente pieni zeppi di "ospiti" da rendere necessaria la trasferta degli ultimi pervenuti. I camion militari carichi di trapassati che partivano da Bergamo e da Brescia per meritare l' eterno riposo dipendevano - si fa per dire - da sindaci rossi. Se proprio occorre individuare dei responsabili del superaffollamento dei campi santi non bisogna quindi svoltare a destra, piuttosto a sinistra. D' altronde i comunisti, ora diventati ex tali, hanno una fulgida tradizione in campo mortuario. Indro Montanelli sulla propria scrivania al Giornale teneva un bellissimo bronzo di Stalin, e allorché gli chiesi come mai il feroce dittatore sovietico fosse sul suo tavolo di lavoro, rispose: «Lo ammiro poiché nessuno quanto lui ha ucciso tanti comunisti». Cosa vera. Pertanto Bersani non attribuisca ad altri le stragi di cui i suoi compagni sono maestri eccelsi. Gli assassini si annoverano dappertutto, in qualsiasi gruppo politico. Tuttavia, voi di sinistra, nel settore siete campioni del mondo.

Il patriottismo dei mascalzoni. Marcello Veneziani su La Verità 4 giugno 2020. Su, finitela con questa mascherata. Da quando, il 1° giugno, Sergio Mattarella ha invocato l’unità del paese allo scopo di delegittimare la manifestazione dell’opposizione del giorno dopo, la Cupola italiana – quell’intreccio di poteri che occupa istituzioni, governo, scena politica, media di stato e giornaloni, poteri giudiziari e sanitari – ripete ogni giorno il mantra di restare uniti contro il virus, la destra e la piazza, che poi ai loro occhi coincidono. La chiamano unità ma intendono uniformità. La chiamano comunità ma intendono conformità. Ho speso una vita a difendere l’unità d’Italia e a cercare, al di là delle ragioni di parte, quell’essenza nazionale e comunitaria che ci porta bene o male, a sentirci uniti in uno stesso destino di popolo. Erano idee forti, fino a qualche tempo fa, la comunità come destino, l’unità del popolo; e chi le usava – come me – veniva guardato con sospetto di fascioreazionario e nazionalpopulista: oggi vengono usate, anzi sbandierate, per salvare il governo Conte, il regime sanitario in vigore e gli assetti di potere vigenti. Quelle parole del gergo identitario le usa perfino il presidente Mattarella e i suoi organi di stampa e di riproduzione (della sua voce) le ripetono a pappagallo. Gli stessi che per la difficoltà del momento ci prescrivono di non guardare in faccia ai colori e alla faccia di chi governa, al grado di simpatia o di antipatia per chi è al potere; gli stessi, dicevo, nelle stesse ore, di fronte a un altro Paese squassato come il nostro dalla pandemia e dalle violenze incendiarie di piazza sorte ovunque per l’uccisione di un manifestante nero da parte di un poliziotto, adottano in questo caso il criterio opposto: e sostengono le manifestazioni di piazza, perfino quelle più violente degli antifa, auspicano la spaccatura del paese e chiedono in piena pandemia cinese e in piena lacerazione del paese, di cacciare il governo in carica e il suo presidente, eletto democraticamente dal suo popolo. Sto parlando degli Stati Uniti e di Donald Trump, di cui vi ho detto molte volte di non nutrire affatto simpatia. Perché il principio di unirsi davanti alle calamità vale in Italia e non vale negli Usa? Perché qui c’è va difeso comunque il governo grillocomunista, là va cacciato comunque il presidente in carica. Un popolo viene schiacciato da un regime totalitario a Hong Kong, ma attori, cantanti e pagliacci vari, inclusi i nostrani, insorgono contro la “dittatura” di Trump che chiede di ripristinare l’ordine democratico e la sicurezza delle città. In Italia, invece, la situazione disastrosa, gli aiuti che non arrivano nonostante il diluvio di parole, la caricatura grottesca di commissioni speciali, task force, ministri inadeguati, faide tra magistrati indecenti, e potrei a lungo continuare, non autorizza l’opposizione a fare neanche il primo e più elementare dei suoi doveri: fare l’opposizione, contestare in modo civile il governo in carica, rappresentare il disagio e il disgusto degli italiani nel giorno della repubblica. Magari evitando che quella rabbia diffusa diventi livida più che arancione, e sfoci in vera e propria insurrezione. E invece, per la Cupola mediatico-governativa, il compito dell’opposizione è di stare dalla parte del governo, di stringersi a Conte nel nome dell’Italia e accettare ogni errore, sopruso, demenza, malgoverno, incapacità, sciampismo di governo, per carità di patria. La stessa carità naturalmente non valeva ai tempi dei governi di centro-destra, o ai tempi più recenti di Salvini al Viminale… E la stessa patria è stracciata dai medesimi “patrioti” a Bruxelles, a Pechino, sulle nostre coste, ai nostri confini. Non ho molta fiducia nell’opposizione e l’ho scritto tante volte, ma poi senti che persino i finti perbenini – cerchiobottisti di una volta e oggi più grillosinistri dei sinistri – reputano scomposta, per definizione, ogni forma di opposizione al governo in carica. E poi vedi che in mancanza di atti e linguaggi cruenti e volgari dell’opposizione i suddetti si attaccano al mancato distanziamento o alle mascherine, pur di disprezzarla e negarle il diritto di manifestare. Allora non puoi restare indifferente, reagisci. E insorgi con una rabbia in più, quella di chi è costretto a mettere da parte analisi e riflessioni, per difendere l’opposizione che fa il suo mestiere, e andare, a tuo modo, all’assalto del governo (auto)reggente. E in tutto questo, sento dire da chi disprezza l’Italia da una vita, ha sempre scelto gli interessi e i punti di vista di chi si oppone agli italiani, in Europa, in Africa, in Cina, nel mondo, che devo unirmi a loro e trasformare il Canto degli Italiani nel peana il Conte degli italiani. E devo sentirmi orgogliosamente italiano anche se il governo concede miliardi a un’azienda che se n’è andata all’estero per non pagare qui le tasse, ma non trova ancora i soldi per aiutare la gente messa in ginocchio dalla dittatura sanitaria. E scatena i suoi house organ contro la destra che identifica col virus e l’eversione. Reductio ad pappalardum…No, farabutti, usate il patriottismo nelle vostre mascherate di carnevale, non usate l’amor patrio come una museruola e un guinzaglio per gli altri. No, mascalzoni, tenetevi il comunitarismo identitario nelle vostre latrine, dove l’avevate chiuso fino a ieri. Perché chi ama l’Italia davvero sa che voi con l’amor patrio e l’appartenenza nazionale non c’entrate nulla. E se davvero la legge suprema di una repubblica è la salute del suo popolo, allora la salute del popolo italiano ha una priorità assoluta: si tutela cacciando il governo in carica, la cupola e la sua greppia di affaristi e cicisbei. MV, La Verità 4 giugno 2020

Giuseppe De Lorenzo Andrea Indini per il Giornale il 5 giugno 2020. Chiudete gli occhi. Tornate con la mente a quelle fotografie di Giorgo Gori al ristorante, agli aperitivi di Luca Zingaretti, agli hashtag sognanti di Beppe Sala e la sua "Milano-non-si-ferma". Poi riapriteli, e leggete le frasi choc scagliate da Pier Luigi Bersani dal salotto di Bianca Berlinguer: "Il messaggio che il centrodestra sta dando da fuori e da dentro il Parlamento è una coltellata al Paese. E questa gente qua, lo lasci dire a uno di Piacenza, viene il dubbio che se avessero governato loro non sarebbero bastati i cimiteri". Quando il brivido che vi è corso lungo la schiena è passato, chiudete ancora gli occhi e tornate con la mente alla carovana di camion dell'esercito che portano via le salme da Bergamo, perché i forni crematori non riescono a stargli dietro. Ripensate alle 150 candele accese nella chiesa di San Lorenzo per ricordare le anime di Manerbio o all'ultimo saluto di padre Mario alle 45 bare allineate nella sua chiesetta di Seriate. Ora riapriteli e rileggete quanto detto da Bersani. Se l'Italia non fosse un Paese al contrario, uno potrebbe pensare ad un macabro scherzo. Invece è tutto vero. Il ragionamento di Bersani parte dalla manifestazione dello scorso sabato contro il governo giallorosso. Il centrodestra, che si è presentato compatto in piazza a Roma, è stato accusato di non aver rispettato le regole del distanziamento sociale. Accuse strumentali per cercare di far passare sotto traccia l'allarme lanciato da piazza del Popolo. Da qui l'accostamento strampalato con i cortei dei gilet arancioni guidati dal generale Antonio Pappalardo. Le dichiarazioni, rilasciate due sere fa dal deputato di Liberi e Uguali, sono passate sotto traccia finché Giorgia Meloni, giustamente indignata, non ha denunciato "l'odio ideologico della sinistra che non si ferma nemmeno di fronte ai morti". La leader di Fratelli d'Italia parla di parole "vergognose", ed è difficile darle torto. Non solo, o non tanto, perché rischiano di mandare alle ortiche la sbadierata unità nazionale tra maggioranza e opposizione auspicata ieri dal premier Giuseppe Conte. Ma anche perché dimostrano di dimenticare quanto successo due mesi fa, poco dopo il primo contagio di Codogno. È forse il caso, allora, di rinfrescare qualche memoria. Quando Attilio Fontana cercava di far capire al Paese (e al governo) la criticità della situazione pandemica, i colleghi di maggioranza di Bersani lo sbertucciavano per aver indossato la mascherina in diretta tivù. Per Matteo Orfini era un "gesto inutile e dannoso per il messaggio che diffonde", cioè di eccessivo allarmismo. E Maurizio Martina invitava il leghista a non "alimentare panico per non danneggiare ulteriormente i cittadini e il Paese". Sono solo due esempi, ma ce ne sarebbero a bizzeffe. I primi a minimizzare all'indomani dei primi contagi (e dei primi morti) sono sì gli scienziati, ma i politici non sono certo da meno. A Milano, per esempio, il sindaco Beppe Sale lancia sui social l'inziativa "Milano non si ferma" e si fa addirittura ricamare lo slogan su una t-shirt bianca. E che dire del segretario piddì, Nicola Zingaretti, la cui gestione dell'emergenza da governatore della Regione Lazio non è stata brillantissima, che posta fotografie sui social mentre brinda alla movida meneghina. "Ho raccolto l'appello di Sala - scrive su Twitter - non perdiamo le nostre abitudini, non possiamo fermare Milano e l'Italia". Un'euforia che ha pagato con qualche settimana a letto a causa del virus. E ancora: mentre il Pirellone chiedeva a Conte di estendere la zona rossa alla Val Seriana (e riceveva solo porte in faccia), il sindaco piddì Giorgio Gori cenava con la moglie al ristorante e invitava i bergamaschi a fare altrettanto. Non sapremo mai quanti morti avrebbe pianto l'Italia in caso di governo di centrodestra. Sappiamo però quanti ne sono deceduti col governo giallorosa: 33.601, almeno quelli certificati fino a oggi. Più di Francia, Spagna, Germania e via dicendo. E conosciamo cos'è successo con la mancata zona rossa in Val Seriana, con i ritardi nell'acquisto delle mascherine, con il caos dei respiratori o con quelle dirette tivù del premier che provocarono una fuga in massa dalla Lombardia. È tutto realmente successo. E in questo caso sì - ma per davvero - a volte i forni crematori non sono bastati. Le parole dell'ex segretario del Pd scatenano una bufera politica. "Dichiarazioni disgustose. A me sembra una dichiarazione di un cretino... - attacca Salvini - Ci sono 30mila morti e si scherza su questo. Davvero c'è qualcuno che non sta bene. Quando si fa polemica sui cimiteri, vuol dire che non stai bene". Duro anche Calderoli, che invita Bersani a "chiedere scusa". Ma il deputato di Leu non fa marcia indietro: "Chiaro che ho usato un'iperbole. Ma un ex ministro dell'interno che ridicolizza mascherine e distanziamento dopo che a pochi giorni dalla prima zona rossa chiedeva di aprire tutto si espone a un giudizio che, ripeto, per iperbole, confermo assolutamente".

L’Italia del socialismo reale voluto dal Presidente del Consiglio Conte. Il sogno di Togliatti diventato realtà. Carlo Franza il 21 maggio 2020 su Il Giornale. La sinistra non ha mai trangugiato il fatto di non essere, dopo la seconda guerra mondiale, andata al potere in Italia e far  diventare la nostra Penisola un paese satellite dell’Unione Sovietica. Adesso dopo settant’anni ci ha pensato il Covid 19 a dare il via al socialismo reale  che, rimasto nel sogno di Togliatti, oggi è divenuto realtà in Italia con il placet dell’avvocato di Volturara Appula il Signor Giuseppe Conte, cresciuto nella terra di Di Vittorio.  Dati alla mano la peste del terzo millennio ha falcidiato generazioni, i morti sono stati tanti in così poco tempo -io stesso sempre in questo periodo ho perso il mio  unico e amatissimo  fratello- quelli almeno tra il 1 gennaio e il 10 maggio 2020. Naturalmente ogni morto è un morto e non un numero come ce li snocciolava  sera dopo sera il Signor Borrelli della Protezione Civile, anche se la  valutazione d’un fenomeno che ha sconvolto il mondo si fa con i numeri. Conta l’evidenza, contano i numeri ufficiali, anche se non provati completamente ed esaurientemente, ed anche per le vicende socio politiche  non parlo di complotti,  perché non ci sono ancora  prove,   per cui preferisco attenermi a quello che si vede e si sa ufficialmente a livello mondiale. Nonostante taluni sociologi e politologi propendano a certificare – come osserva l’Avvocato Giovanni Formicola su Stilum Curiae -  “tutto quanto viene dalla Cina, certo intenzionata a restaurare il proprio storico impero con strumenti finanziari più che militari, e quel che è peggio in salsa capital-marxista”. Ora alla luce di quanto abbiamo già vissuto  – se questa è vita!- e ancora stiamo vivendo giorno dopo giorno, gli scenari osservati e analizzati in Italia sono stati e sono da socialismo reale. Badate bene, nella Russia di Putin  -che pure quest’ultimo  ne sa di KGB e oltre- oggi diventata quasi liberale, non esiste più quanto invece imposto in Italia, che era uno dei paesi più democratici del mondo e persino quinta potenza industriale. Una volta, oggi non più, perchè i Cinque Stelle e Conte hanno portato il paese  Italia alla rovina, e sperando che tutto tenga ancor prima che possano  avvenire   gravi disordini sociali. Mi sovviene ancora l’Avvocato Giovanni Formicola su Stilum Curiae  di Tosatti quando dice, a proposito di dittatura comunista ovvero del cosiddetto socialismo reale varato da Conte:  “Chiusura delle chiese, sospensione del culto pubblico, quindi relegazione tendenziale della religione nella dimensione intimo-privata, culto che viene regolamentato in via amministrativa (anche contro le tradizionali teologia e disciplina cattoliche); riduzione anch’essa amministrativa della decisione pubblica (i famigerati DPCM, sottratti ad ogni controllo parlamentare e quindi politico), come vagheggiato da Lenin con la nota parabola delle cuoche al governo (certo, per noi sarebbe meglio se fossero davvero delle cuoche a governare); desolazione urbana; micro, piccola e media impresa commerciale, artigianale, professionale, turistica e di servizi, etc., messa in ginocchio, in molti casi forse in modo irreversibile; proprietà aggredita da provvedimenti che ne sterilizzano l’uso; incremento esponenziale della povertà globale. Questo, ripeto, oggettivamente”. Vi sembra poco? Questo lo sognava già Togliatti e lo hanno avuto tutti i paesi comunisti, dall’Albania all’Unione Sovietica, dalla Cecoslovacchia alla Repubblica Democratica Tedesca. Aggiungo ancora -trovandomi totalmente allineato al suo dire-  parole dell’Avvocato Formicola (Stilum Curiae) da sottolineare e urlare a gran voce: “Al di là d’ogni ipotesi ideologica-dietrologica – che non affermo e neppure escludo, come detto -, è evidente che lo stato moderno, cioè l’uomo politico moderno, miri per propria incoercibile tendenza ad un potere totale, nella convinzione che la sua regolamentazione della vita sociale e persino di quella individuale funzioni infinitamente meglio della libertà e delle scelte dei singoli e dei gruppi sociali, a cominciare dalla famiglia. E quindi non è parso vero ai politici d’aver un’occasione come questa per regolamentare, regolamentare, regolamentare, proibire, comandare, fino a mettere in detenzione domiciliare quasi tutta la nazione. Naturalmente per il suo bene. Non senza la gratificazione d’ogni possibile vanità soggettiva, con il “balcone” quotidiano a disposizione, non in muratura, ma molto più diffusiva sui  media a reti unificate, nazionali, locali, private. Era necessario? Era indispensabile? Mi sento di dire di no, sia quanto all’intensità, sia quanto all’estensione sull’intero territorio nazionale, sia quanto alla durata. Il che non vuol dire che non doveva essere fatto niente, soprattutto nei luoghi (Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna) in cui è concentrato il 50% circa dei contagi e dei morti in Italia: non sono don Ferrante. Ma condivido quanto asserito dal professor Giulio Tarro: chiudere la gente in casa ovunque e per tanto tempo non è stata una buona idea. E ciò può essere serenamente sostenuto alla stregua d’una obiettiva osservazione dei numeri (mai oltre la soglia dello zero virgola o addirittura dello zero virgola zero qualche unità per cento della popolazione, sia regionale che nazionale); della sostanziale invarianza della curva del contagio prima e durante la segregazione forzata, il cui calo adesso è evidentemente da attribuire al progressivo e inevitabile indebolimento del virus e alla sua scomparsa dovuta al caldo (anche qui, Tarro dixit); degli scenari diversi in larga parte d’Italia (ad oggi, in Campania, risulta contagiato lo 0,08% della popolazione); e soprattutto dell’esperienza di altri e importanti stati, da alcuni di quelli dell’Unione alla Svezia, dove le misure come quelle adottate in Italia o non ci sono state o sono state di molto più leggere, senza che l’epidemia si sia implementata quanto o più che in Italia (rectius, nelle tre regioni su menzionate), e quindi le misure di contenimento da loro adottate o non adottate, pur non avendo favorito l’epidemia, non rischiano d’essere completamente peggiori del male in corso, con conseguenze di fatto disastrose, e non solo sul piano socio-economico, ma anche su quello antropologico e sanitario”. La Chiesa Cattolica e i suoi vertici hanno poi deluso la massa dei fedeli – per l’assenso dato al Governo e a Conte – fedeli che sono stati privati delle Chiese e dei Sacramenti;  l’atteggiamento degli uomini di Chiesa ha lasciato intendere che sono fuggiti rinnegando Cristo. Ed il socialismo reale  si è alimentato ed è stato alimentato dal panico sociale che i ministri Cinque Stelle e il Presidente Conte  hanno sfruttato;   la grande paura, dettata dai numeri e dalle immagini ogni giorno  hanno portato alla  sottomissione e delazione, perché tutti  gli italiani erano stati intimoriti dalla  morte e dalla malattia del Covid 19. I vertici della Chiesa Cattolica con  in primis  Papa Bergoglio  tutti  a  proteggere  Giuseppe Conte che addirittura ha adesso  in cantiere un suo partito da mettere in piedi. Dio ce ne scampi e liberi. Carlo Franza

DiMartedì, l'ammissione di Pier Luigi Bersani: "Nel Pci ci dicevano zitto e pedala, anche ora il governo te lo fai piacere". Libero Quotidiano il 13 maggio 2020. Il governo non riesce a trovare accordi su nulla. La sanatoria per regolarizzare i migranti ne è un esempio: da una parte Teresa Bellanova con la sua Italia Viva pronta a fare ferro e fuoco, dall'altro il Movimento 5 Stelle che teme nuove ripercussioni sul loro operato. In piena emergenza coronavirus - questo è in sostanza il ragionamento - le priorità sono altre. A dire la sua ci pensa Pier Luigi Bersani, ospite a DiMartedì: "Io sono stato nel Partito comunista italiano, quando c'era il terrorismo e i terremoti ci dicevano zitto e pedalare, il governo te lo fai piacere che dopo vediamo. Io sono nato così". Insomma, peggio di una dittatura. A incalzare il presidente di Articolo Uno è Paolo Mieli: "C'è una domanda a cui lei non mi ha risposto - esordisce -. Quando arriverà il Mes, dovrete fare una messa in scena di settimane perché il Movimento 5 stelle non lo vuole. Io glielo chiedo: ma le pare che si possa governare con uno scollamento così?". Più chiaro di questo.

Gianni Del Vecchio per huffingtonpost.it il 9 maggio 2020. “La nostra società, se non si cambia rotta, molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione ‘involutoria’, come forse la chiamerebbe un matematico”. Luca Ricolfi, sociologo che insegna Analisi dei Dati all’Università di Torino, nonché responsabile scientifico della Fondazione Hume, mostra tutti i rischi dell’epoca post-Covid per un paese che da anni si è auto-condannato al declino, come ben spiegato nel suo ultimo libro “La società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

Professor Ricolfi, vado dritto al punto. Secondo lei, questo governo ha un’idea dell’Italia? Ha una visione del futuro di questo paese, cosa ancor più necessaria in una fase di gestione dell’emergenza sanitaria e soprattutto economica post- Covid? 

«Mi ha molto colpito l’osservazione del vostro De Angelis, secondo cui non si può governare l’Italia senza un’idea di futuro, idea che a questo governo parrebbe mancare. Sottoscrivo al 100% la prima affermazione, ma non la seconda: a mio parere questo governo un’idea del futuro ce l’ha eccome, purtroppo. Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso, infatti, le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque Stelle».

E il più straordinario paradosso politico è che un simile mostro socio-economico, che peserà chissà per quanti anni sul futuro dell’Italia, sia stato accuratamente apparecchiato dall’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi. 

«Proprio da Italia Viva, almeno a parole, sono piovute le critiche per le ricette economiche messe in campo dal governo: secondo Renzi vanno nella direzione di un più puro assistenzialismo, dal reddito d’emergenza ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga».

Che effetto avrà nei prossimi anni sulla struttura della nostra società che già in epoca pre-Covid aveva e ha il limite di essere basata sulla rendita più che sul lavoro, come ha descritto nel suo ultimo libro? 

«La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione “involutoria”, come forse la chiamerebbe un matematico. Mi spiego: nella società signorile il parassitismo di chi non lavora convive con un notevole benessere, che accomuna la minoranza dei produttori e la maggioranza dei non produttori. Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti. I nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della “mente servile”, per riprendere l’efficace definizione di Kenneth Minogue».

Però l’ex premier Romano Prodi domenica scorsa ha sostenuto la diversa tesi secondo cui da questa crisi si può uscire con una presenza più forte dello Stato nell’economia. 

«Prodi è la perfetta manifestazione della forma mentis della nostra classe politica: qualsiasi problema si presenti, e più è grande il problema che si presenta, più forte è l’istinto a invocare “più politica”, “più intervento”, “più stato”. E’ un tic mentale, come lo è quello degli europeisti doc, che qualsiasi cosa accada chiedono “più Europa”, e come lo è quello dei liberisti duri e puri, che qualsiasi cosa accada chiedono “più mercato”. E invece abbiamo bisogno di fantasia, di apertura mentale, non di rifugiarci ognuno nelle proprie credenze di sempre».

Dalle imprese tuttavia s’è visto uno scatto d’orgoglio. Il neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi. Sorpreso? 

«Sì, sono rimasto (felicemente) sorpreso. Nonostante io nutrissi parecchie speranze in Bonomi, che mi è parso subito più attrezzato e più coraggioso dei suoi predecessori, mi aspettavo che Confindustria non dismettesse la prudenza (eufemismo) che, almeno dopo i tempi di Montezemolo e del compianto Andrea Pininfarina, ha sempre caratterizzato i suoi rapporti con il potere politico. Da almeno un decennio non ricordavo una presa di posizione così netta contro il governo».

Perché, secondo lei, Bonomi ha assunto una posizione così critica?

«Me lo sono chiesto anch’io, mi sono chiesto, in particolare, se sia in corso una manovra per sostituire un premier la cui inadeguatezza, dopo gli ultimi errori, è divenuta difficile da nascondere dietro i fumi delle parole e la mortificante soggezione di una parte dei media. Poi però mi sono dato un’altra risposta, molto più semplice: “è la sopravvivenza, bellezza!”. Persino un coniglio, se sta per essere inghiottito da un pitone, combatte la sua estrema battaglia per non morire. Figuriamoci una potente organizzazione come Confindustria. La mia impressione è che il mondo dei produttori, specie nelle regioni del centro-nord, abbia perfettamente capito quel che sta succedendo, e viva una sorta di presentimento di morte. Poiché molte imprese sono già morte, altre agonizzano, altre sanno che non potranno durare, le imprese superstiti cercano disperatamente di non scomparire. E avendo capito che la sopravvivenza delle imprese non è in cima alla lista delle priorità di questo governo, tentano l’ultima battaglia per salvare sé stesse dalla catastrofe che si annuncia. Insomma, voglio dire che il governo Conte è riuscito nel miracolo di restituire una sorta di “coscienza di classe” alla parte produttiva del paese. E meno male che ciò sta accadendo, perché in questo momento (preciso: in questo momento, non sempre e comunque) dare la priorità alle imprese è l’unico modo di difendere l’interesse collettivo e nazionale. Sul piano economico-sociale (lascio perdere quello sanitario, per non infierire) la più grande bugia di questo governo è stata di lanciare il messaggio: nessuno perderà il lavoro, nessuno sarà lasciato indietro. E invece no: se il Pil perderà il 10 o il 20% in un anno, come è verosimile, spariranno milioni di posti di lavoro, e vivere di sussidi sarà l’unica possibilità per milioni di famiglie».

Cerchiamo appunto di guardare ai prossimi mesi. Il Covid alla fine ci potrà dare una vera spinta per evitare il declino - lei lo definisce “argentinizzazione lenta” - verso cui da anni ci siamo incamminati? Pensa che davvero si creerà un clima da ricostruzione post-bellica o è solo retorica e propaganda politica? 

«Molto dipenderà da tre fattori. Il primo è che la base produttiva non subisca una distruzione catastrofica (caduta del Pil superiore al 10-15%). Il secondo è che le imprese vengano messe, per la prima volta nella nostra storia, in condizione di lavorare senza ostacoli burocratici e vessazioni fiscali. Il terzo è il fattore-Churchill: ovvero, avere al comando una classe dirigente seria, e possibilmente non frutto di manovre di palazzo. Per ripartire e ricostruire c’è però bisogno di una generazione che se ne faccia carico, un po’ come quella che ha fatto tanti sacrifici nel Dopoguerra e che però ha portato l’Italia al miracolo economico degli anni ’60. Dovrebbe, almeno teoricamente, essere quella degli attuali giovani, fra i 20 e i 40 anni».

Ma si tratta di quella stessa generazione che si è abbandonata all’opulenza negli ultimi anni, preferendo consumare ricchezza invece che creare reddito. Mi sembra un bel dilemma, non crede?

«Sì, la riconversione dei cosiddetti Neet (che alcuni chiamano bamboccioni, o generazione choosy) è un’impresa difficile, specie se di lavoro ce ne sarà ancora meno che oggi. Proprio per questo tendo a pensare che, se ricostruzione ci sarà, sarà grazie all’apporto di tutti, compresi anziani e pensionati, non certo soltanto o principalmente per opera degli attuali 20-40enni. Ma soprattutto penso che, a differenza che in passato, si dovrà puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto di lavoro»

E se poi uno dei motori della ricostruzione fosse formato da quegli immigrati che lavorano in condizioni para-schiavistiche e che sono funzionali alla società signorile di massa come braccianti, colf, badanti e via dicendo? 

«Di alcuni segmenti di quella che nel mio libro definisco la “infrastruttura para-schiavistica” della società italiana sarà difficile fare a meno. Ma mi piacerebbe che il dopo-Covid fosse anche l’occasione per attenuare il loro giogo: i fiumi di miliardi che oggi vanno a sussidiare chi non fa nulla, o lavora in nero senza pagare le tasse, troverebbero una destinazione più degna di un paese civile se servissero a trasformare i nostri attuali para-schiavi in veri lavoratori, restituendo loro il rispetto che la civiltà del lavoro ha sempre riservato al mondo dei produttori, compresi i più umili».

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 9 maggio 2020. Facile fare i poveri con la povertà degli altri. Facile predicare la decrescita felice, il no al consumismo, il rifiuto del sistema capitalistico con un conto in banca milionario. Facile chiedere uno stile di vita sobrio e morigerato da un salotto buono, magari all' interno di un villone con quaranta stanze, o a bordo piscina, sorseggiando cocktail. Sembra il classico manifesto di chi predica bene e razzola male, la tipica uscita da élite radical chic o, se preferite, da sinistra al caviale, l' appello lanciato da 200 artisti, registi e scienziati di fama internazionale su Le Monde, che chiede di «non tornare alla normalità» dopo l' emergenza Covid. Il documento, promosso dall' attrice Juliette Binoche e dall' astrofisico Aurélien Barrau e sottoscritto da personaggi del calibro di Madonna, Robert De Niro, Jane Fonda, Penélope Cruz, Pedro Almodóvar e, tra gli italiani, da Monica Bellucci, Paolo Sorrentino, Paolo Conte, sostiene che questa crisi, pur essendo «una tragedia», «ci invita ad affrontare le domande essenziali». E quindi ci induce a rifiutare «il consumismo» con tutti i suoi corollari: «l' inquinamento, il riscaldamento globale e la distruzione degli spazi naturali» che «stanno portando il mondo a un punto di rottura». Per tali motivi, dicono i firmatari, «uniti alle sempre maggiori disparità sociali, ci sembra impossibile "tornare alla normalità"» ma «chiediamo a leader e cittadini di uscire dalla logica insostenibile che ancora prevale, per lavorare su una revisione di obiettivi, valori e risparmi». Bellissime parole, non c' è che dire. Peccato che vengano pronunciate da persone che sul capitalismo, proprio su quel sistema degenere che ora vituperano, hanno costruito una fortuna, diventando star strapagate. Se non fosse stato per l' industria consumistica di Hollywood, se non fosse stato per le disparità sociali che permettono loro di guadagnare diecimila volte quanto guadagna un manovale, se non fosse stato per lo stile di vita occidentale tutto basato su produzione e consumo, adesso i vari De Niro, Madonna o Jane Fonda sarebbero degli emeriti signori nessuno. Loro, del capitalismo, non sono solo dei prodotti, ma anche dei simboli. Neppure troppo esemplari, visto che hanno pensato ad arricchire se stessi più che a creare lavoro per altri. In ogni caso, sono parte in causa e primi beneficiari di quel meccanismo "infernale" fondato su multinazionali, globalizzazione, spreco di denari ed energia, Usi e Consumi, Cultura che prevale sullo Stato di Natura. Si calino allora dalle residenze dorate, lorsignori, e provino a condividere questo appello con la gente normale, che ha un disperato bisogno di riprendere a produrre per portare a casa un tozzo di pane. Lo vadano a dire a chi, impossibilitato a riaprire l' attività, non riesce ad arrivare a fine mese, lo spieghino ai piccoli imprenditori, agli artigiani, a chi vive solo del proprio incasso e del proprio lavoro, che non si può «tornare alla normalità», che bisogna consumare meno e che ora dobbiamo chiuderci nelle nostre case o magari nelle grotte, come i nostri antenati. Lo vadano a spiegare a quella gente che non si può fare più come prima perché si rischia di impattare troppo sull' ambiente, perché sì, la pandemia è stata «grave», ma «il disastro ecologico» sarebbe «un collasso globale» molto peggiore; lo vadano a dire loro, con faccia tosta, che forse questa crisi epidemica, questo blocco generale non sono stati mica tanto male visto che hanno consentito di ridurre le emissioni e i consumi, di limitare le nostre pretese e di cambiare i nostri stili di vita, di rispettare un po' di più il pianeta. Vadano a raccontarlo loro che quasi quasi l' emergenza Covid è stata una fortuna. Orsù, Madonna, Monica, Robert, Juliette, restate pure nei vostri villoni ma lasciate che i comuni mortali provino, con il duro lavoro, a mettere da parte una minima percentuale di quello che siete riusciti ad accumulare voi. E soprattutto evitate di parlare di «ritorno alla normalità», perché forse voi, la normalità, non sapete neppure cosa sia.

25 aprile, l'Anpi si impunta e ottiene il permesso di violare la quarantena: il governo libera i comunisti. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 23 aprile 2020. Non si sa da dove usciranno, forse dai sepolcri, visto che sono già quasi tutti morti. Ma comunque credono che il 25 aprile sia l'occasione buona per fare Resistenza alle norme cui sono costretti gli altri italiani. E per mettere in atto la loro nuova forma di Liberazione, quella dalla reclusione domestica. I partigiani, o perlomeno i pochi veri rimasti, non ne vogliono sapere di restare chiusi in casa e, sentendosi più "uguali" degli altri, hanno fatto capire al governo che loro, a ogni costo, dovranno celebrare il 75° anniversario della Liberazione. E pertanto scenderanno in strada e faranno sentire la loro presenza contro la vera minaccia per il nostro Paese, il virus del nazifascismo. Il governo Conte, per una volta, ne aveva imbroccata una e, attraverso una circolare del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro, aveva reso noto che alle celebrazioni del 25 aprile avrebbero potuto partecipare solo le autorità, escludendo i rappresentanti delle associazioni partigiane, allo scopo di «evitare assembramenti». Alle orecchie dell'Anpi questa circolare era suonata autoritaria, manco fosse la disposizione di un gerarca fascista. E così i vertici dell'associazione avevano espresso «incredulità e rammarico». Da qui la pressione sul governo, con l'invito a cambiare la norma «inutilmente divisiva», e l'appello a trasgredire le regole, esortando «i locali Presidenti dell'Anpi o loro rappresentanti, nella misura di una sola persona, a partecipare alle celebrazioni». La faccenda avrebbe potuto risolversi con la rinuncia dei partigiani a fare la passerella commemorativa, se avessimo avuto un esecutivo capace di tenere il pugno duro, anziché il pugno chiuso; un esecutivo che non gioca al piccolo dittatore con la stragrande maggioranza dei cittadini, facendo eccezione per una cricca di "privilegiati". E invece noi abbiamo il governo più facile al compromesso di tutta la storia repubblicana. E allora ecco che, dopo la protesta dell' Anpi, subito l'esecutivo ha fatto retromarcia. E, all'insegna del "contrordine, compagni", ha fatto sapere ai partigiani che era tutto un equivoco, che «la circolare inviata dalla Presidenza del Consiglio non esclude in alcun modo l' Anpi» ma anzi «le associazioni partigiane potranno partecipare alle celebrazioni» in nome del «valore che questo anniversario ricopre per l' Italia». Il passaggio più surreale della risposta del governo era l'equiparazione dei membri dell' Anpi alle altre autorità: «La circolare è indirizzata alle sole autorità pubbliche», si leggeva. Partigiani, prefetti e questori, dunque, pari sono a livello istituzionale. Naturalmente questa torsione del governo era caldeggiata dai dem Orlando che considerava «doveroso che i vertici delle associazioni partigiane possano partecipare» e Delrio che definiva un «errore escludere l' Anpi». A loro si aggiungeva Mattia Sartori delle Sardine che ribadiva: «La Liberazione è una pietra miliare, un appuntamento con la memoria». Resta tuttavia sfuggente la ragione per la quale i partigiani possano girare indisturbati il 25 aprile, muniti solo della loro patente ideologica. Forse il loro fazzoletto rosso è più efficace delle mascherine? Forse il coronavirus è un pericoloso squadrista da contrastare con una cura massiccia di comunismo? O forse i partigiani, quelli veri, sono talmente pochi che, quand' anche si radunassero tutti, non causerebbero alcun rischio di assembramento? 

“Il Ventennio che ha cambiato l’Italia”, la discussa iniziativa del Corriere alla vigilia del 25 aprile. Carmine Di Niro de Il Riformista il 20 Aprile 2020. Come ricordare il 25 aprile, la festa della Liberazione da anni ormai nel mirino della destra italiana, se non con una collana sul fascismo pubblicizzata con toni asettici e privi di un forte giudizio negativo? È quello che avranno pensato al Corriere della Sera, che dal 24 aprile, giorno che precede la ricorrenza in cui gli italiani festeggiano la liberazione dal nazifascismo, lancia i suoi volumi sul fascismo (venti uscite per 6,9 euro a fascicolo) col claim “Il Ventennio che ha cambiato l’Italia”, utilizzando persino un font che richiama all’epoca mussoliniana. Il primo ad accusare il quotidiano di via Solferino è stato Gad Lerner, giornalista e firma di Repubblica. “Il tono asettico e neutrale di questa pubblicità (leggerne il testo, ogni parola scelta con cura per non risultare critica) dice molto sul clima culturale odierno – ha scritto Lerner su Twitter – il marketing sconsiglia di apparire antifascisti per non dividere il pubblico?”. Sulla stessa lunghezza d’onda lo scrittore Christian Raimo, assessore alla Cultura nel Terzo Municipio di Roma, che accusa Rcs di pubblicizzare sulla Gazzetta dello Sport “una pagina intera con un duce sorridente e gaudioso per la pubblicità del “Ventennio che ha cambiato l’italia”, una collana di grandi classici per conoscere e capire il fascismo (e poi ammirarlo?), andando subito a intaccare il segmento editoriale del Primato Nazionale”.

IL CDR CONTRO IL DIRETTORE DEL CORSERA – Una scelta che ha spinto anche il Cdr del Corriere a scrivere al direttore Luciano Fontana. “Non vogliamo entrare nel merito delle scelte di chi decide i contenuti da vendere in allegato con il Corriere della Sera, ma pubblicizzare l’uscita di una collana sul “Ventennio che ha cambiato l’Italia” con tanto di foto di un sorridente Benito Mussolini in una piazza stracolma di gente è sicuramente molto discutibile”, spiegano i giornalisti. Inoltre gli stessi ritengono “decisamente di pessimo gusto programmare l’uscita del primo numero della collana per il 24 aprile alla vigilia dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo. Se non è più possibile rinviare ad altra data l’uscita della collana, almeno ti invitiamo ad una maggiore vigilanza sulle pagine promozionali inserite all’interno del giornale per salvaguardare la qualità del nostro lavoro quotidiano”.

Celebrare il 25 Aprile è una necessità. Fabrizio Cicchitto de Il Riformista il 23 Aprile 2020. Da molti anni a questa parte il 25 aprile si è risolto in una serie di manifestazioni ufficiali e sporadiche contestazioni di nostalgici. Negli ultimi anni a complicare inutilmente le cose c’è stata una sbagliata iniziativa dell’ANPI che invitava le organizzazioni palestinesi con annessi centri sociali. La conseguenza di tutto ciò era che palestinesi e centri sociali contestavano la comunità ebraica e le brigate ebraiche, con la inaccettabile conseguenza che, specie a Roma, era impossibile per ragioni di ordine pubblico proprio la presenza di protagonisti di quella vicenda storica come erano le brigate ebraiche. Invece erano presenti palestinesi che il 25 aprile 1945 certamente non erano in campo, mentre significative autorità islamiche erano addirittura schierate dalla parte del nazismo. Comunque questa è stata la dialettica degli ultimi anni. Oggi questa dialettica è annullata dal virus che rende impossibili, allo stato, le manifestazioni di piazza e ciò è un indice della gravità della situazione. Una democrazia nella quale il parlamento ha difficoltà di funzionare con decisioni fondamentali che vengono prese attraverso i DPCM e, specialmente, che non può fare dibattiti con la partecipazione diretta dei cittadini e manifestazioni di piazza è, nel migliore dei casi, una democrazia dimezzata. Abbiamo visto che in Israele gli oppositori di Netanyahu hanno dovuto organizzare una manifestazione per così dire “distanziata”. Quindi questo 25 aprile si svolge in questo contesto del tutto atipico. Ignazio La Russa ha cercato addirittura di annullare il tutto proponendo di trasformarlo in una manifestazione in memoria di tutte le guerre e per i morti da Coronavirus. A mio avviso la proposta è di per sé inaccettabile perché la memoria della liberazione dell’Italia dal nazifascismo non può essere annullata: essa esercita tuttora un ruolo positivo rispetto a una serie di tendenze negative che stanno emergendo. Lo dico non in nome di una visione chiusa e settaria di questa ricorrenza. Personalmente, se fossi il sindaco di una grande città del Nord, fatta la manifestazione ufficiale mi recherei anche ad un cimitero dei caduti della RSI perché vanno ricordati con rispetto anche quei giovani che in buona fede sono morti per una causa sbagliata. Ciò detto, però, la celebrazione del 25 aprile nelle forme atipiche possibili è necessaria per una molteplicità di ragioni: c’è troppo negazionismo in giro per l’Europa, in Germania l’AFD è esplicitamente contiguo al nazismo, in Francia, al netto della Le Pen e dei suoi seguaci che sono peggio di lei, persiste un forte antisemitismo islamico, in Italia è prevedibile che il prossimo 25 aprile ci siano in vario modo manifestazioni non solo di nostalgia, ma anche di nazifascismo militante per quello che riguarda il presente e il futuro. È in atto un tentativo di annullamento della memoria storica in nome di una memoria contrapposta francamente inaccettabile e poi emergono tendenze del tutto nuove di vario segno, ma tutte caratterizzate da un autoritarismo che in alcuni casi arriva al totalitarismo: basta evocare i nomi, Orban, Erdogan, fino a Putin e alla Cina molto di moda oggi in Italia perché sostenuta in vario modo o da un pezzo di grillini o da una parte dei leghisti. Inoltre è molto inquietante quello che sulla rete si sta scatenando contro il direttore di Repubblica Verdelli. Di conseguenza rispetto a tutto ciò l’esercizio della memoria per ciò che riguarda la lotta per la democrazia e la libertà attraverso la Resistenza sono indispensabili, anche se tutt’altro che sufficienti perché la situazione attuale richiede anche profonde innovazioni. Ciò detto, bisogna anche rifuggire dal bigottismo dell’antifascismo. La direzione del Corriere della Sera ha preso la meritoria iniziativa di pubblicare, allegandoli al giornale, una serie di libri di grandi storici che riguardano “Il ventennio che ha sconvolto l’Italia. Una collana di grandi saggi sulle origini e le conseguenze del fascismo”. Orbene, questa presentazione ha scandalizzato il comitato di redazione del Corriere per la pubblicazione di una foto di Mussolini sorridente e per “l’uscita del primo numero della collana per il 24 aprile”. Francamente, non c’è nulla di peggio dei clericali di ogni tipo, certo dei clericali cattolici, ma anche dei clericali dell’antifascismo, anche perché questo bigottismo è del tutto insensato e controproducente.

25 aprile sotto attacco, Alessandra Mussolini: “Paese con le pezze al culo, è l’ultimo dei problemi”. Redazione de Il Riformista il 23 Aprile 2020. Il 25 aprile si avvicina e con esso le solite polemiche. La festa della Liberazione dal nazifascismo ormai da anni è tornata terreno di scontro, con le destre sempre più esplicite nella richiesta di superare un appuntamento che resta un simbolo della nazione, una data spartiacque per la storia della nostra Repubblica. L’ultima sparata, è il caso di dirlo, arriva da Alessandra Mussolini, nipote del Duce ed ex parlamentare. Intervistata dall’AdnKronos, la Mussolini ha infatti affermato: “Il paese sta con le pezze al … e ancora parliamo del 25 aprile, mi sembra veramente l’ultimo dei problemi, mi sembra addirittura una provocazione”. Per la Mussolini “ci sono altre priorità: il lavoro, la ripartenza, il 25 passa in cavalleria, dobbiamo andare avanti, anche perché il problema della gente è arrivare a fine mese“. “Bisogna andare avanti con pragmatismo, non con le fregnacce di questi che parlano di fascismo, certo – aggiunge la nipote del duce, riferendosi alle tensioni in seno al governo, tra Pd e M5S – quando ci sono due persone anziché una a decidere litigano, purtroppo è così, la politica è questo”. Per l’ex europarlamentare “è molto più evocativo il primo maggio, la festa del lavoro, che vince su tutto, visto che siamo a terra, il primo maggio, poi, è una festa che unisce, il 25 aprile continua a essere divisivo”. Riferendosi quindi alle Sardine, che da tempo denunciano l’avanzata di un nuovo fascismo e della deriva della destra guidata da Salvini e la Meloni “sono rimaste al previrus”. “Non sono riusciti a evolversi – attacca la Mussolini – sono patetici, dicono queste cose, si attaccano al 25 aprile, mentre bisogna pensare al lavoro, al primo maggio. Altro che fascismo, qua c’è la povertà vera”.

25 APRILE NON PER TUTTI Conte libera solo i partigiani. Pressing di Orlando e mezzo Pd così il premier getta la spugna. Anpi in piazza alla Liberazione. Porteranno una corona di fiori sui monumenti alla Resistenza. Cosa vietata ai figli di chi muore. Franco Bechis il 23 aprile 2020 su Il Tempo. Il giorno di Pasqua è stata negata l'Eucarestia a milioni di cattolici italiani, che hanno potuto assistere alla Santa Messa solo in tv o in diretta streaming. Domenica scorsa a Cremona la polizia ha interrotto la celebrazione della messa fermando il sacerdote che stava consacrando l'ostia perché in una chiesa molto grande erano presenti 13 persone, troppe. Un abuso di potere evidente contro cui dalla maggioranza e dal governo non si è levata una sola voce. Ma ieri è bastato uno strillo dell'Anpi per mettere in ginocchio Giuseppe Conte e concedere la partecipazione dei partigiani alle celebrazioni del 25 aprile con i loro gonfaloni il giorno del 75° anniversario della Liberazione. Siamo dunque un paese dove si può stracciare la libertà religiosa e con essa la Costituzione che la garantisce, ma guai a tenere in casa un partigiano (si fa per dire, viventi ce ne sono pochissimi) perché è un italiano un po' più speciale degli altri murati vivi da 45 giorni. A dire il vero il governo inizialmente aveva mostrato di avere un minimo di equità, visto che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, aveva inviato a tutti i prefetti una circolare per ricordare che il 25 aprile bisognava limitare la presenza alla cerimonia per la deposizione di corone di fiori ai monumenti della Resistenza in tutte le città «alla sola autorità deponente». Tradotto in pratica: che ci vada il sindaco, un assessore, un ministro, un sottosegretario, un prefetto o qualsiasi altra personalità deve andare lui da solo con la sua bella corona. Una disposizione di buon senso, fin troppo generosa visto che una corona non si è potuta deporre sulla bara di oltre 25 mila poveri italiani morti di coronavirus senza poterne celebrare nemmeno il funerale. Omaggiare i monumenti della Resistenza avendo impedito l'estremo saluto a un proprio caro è una offesa al dolore di centinaia di migliaia di italiani. Ma a chi salta in mente quando l'unico motore della tua vita è l'ideologia sorda e cieca? Così hanno cominciato a tuonare esponenti del Pd anche importanti. Come il vicesegretario Andrea Orlando, in prima fila in una battaglia che tutto è meno che onorevole: «Credo sia giusto e doveroso che i vertici delle associazioni partigiane possano partecipare, rispettando le norme di sicurezza, alle celebrazioni del 25 aprile». Quindi chiese vuote di fedeli, bimbi murati vivi in casa, gente fermata e multata se va a trovare la nonna, ma libero partigiano in libera piazza. Pensate che ad Orlando ha risposto con garbo una signora di storica famiglia appena nominata consigliere di amministrazione dell'Eni, Ada Lucia de Cesaris per spiegare che «il sentimento è giusto, ma anche le chiese sono chiuse e dobbiamo proteggere i nostri anziani...». Beh, il vicesegretario del Pd l'ha subito zittita: «Non si può paragonare una messa a una manifestazione alla presenza di una persona. Dopodiché apprezzo molto che i nuovi vertici dell'Eni partecipino al dibattito democratico». In sostanza: «Cara Lucia, ti abbiamo appena dato una poltrona in una società statale e ti permetti di ribattermi?». E noi dovremmo festeggiare l'idea di libertà che hanno tipini così all'Orlando? La sola libertà che hanno in testa questi qui è quella di occupare tutto il potere che vogliono in barba a qualsiasi consenso popolare (la sola cosa detta al Pd dagli italiani in ogni urna è «via da lì», ma loro si sono incollati alle poltrone), e prendendosi ogni licenza che invece vietano a tutti gli altri. Fuori tutti i bambini dalle case a sfogarsi della lunga prigionia, dentro le chiese tutti i cattolici liberi di accostarsi all'Eucarestia, mariti e mogli subito a passeggio tenendosi per mano come fanno le mura domestiche se a un solo dirigente dell'Anpi sarà concesso di presentarsi in una piazza italiana a celebrare con qualsiasi autorità il 25 aprile. Già quella celebrazione nel momento in cui tutti gli italiani sono stati messi in carcere al massimo con l'ora d'aria in cortile, è senza senso. Ma se libertà deve essere, sia libertà per tutti.

25 aprile, follia centri sociali: così se ne fregano del virus. Da Milano a Napoli passando per Torino, Bologna e Roma gli antagonisti dei centri sociali si sono scontrati con le forze di polizia che cercavano di far rispettare le misure di contenimento anti-coronavirus. Francesco Curridori, Sabato 25/04/2020 su Il Giornale. Da Nord a Sud, il lockdown non ferma i centri sociali che hanno scelto di scendere in piazza per la Festa della Liberazione. Da Milano a Napoli passando per Torino, Bologna e Roma gli antagonisti si sono scontrati con le forze di polizia che cercavano di far rispettare le misure di contenimento anti-coronavirus.

A Milano, una delle città più colpite dal Covid-19, hanno sfilato i militanti dei Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo (Carc), movimento politico extraparlamentare di ispirazione marxista-leninista e maoista. Verso mezzogiorno, tra via Democrito e via Padova, ci sono state forti tensioni con gli agenti di polizia che hanno sorpreso una quindicina di antagonisti mentre decoravano le lapidi dedicate ai partigiani con drappi rossi. Nel giro di pochi istanti si è creato una piccola rissa e una ragazza è stata ammanettata e portata in questura, mente un’altra è caduta per terra. Ad opporsi ai poliziotti, oltre a vari giovani, c’era anche un anziano. I Carc, dalla loro pagina Facebook, hanno accusato la polizia di “squadrismo istituzionale” e hanno aggiunto: "Lo stato borghese si smaschera definitivamente calpestando il 25 Aprile e, con esso, la vuota retorica su democrazia e libertà”. E per finire hanno attaccato “la propaganda di regime e le norme anticontagio” con cui il governo e le istituzioni “stanno provando a imbavagliare il 25 aprile”. Un secondo corteo non autorizzato, ideato sempre da esponenti dei centri sociali, è partito all’angolo tra via Evangelista Torricelli e via Ascanio Sforza in direzione di piazza XXIV Maggio. Qui, però, le pratiche di identificazione dei manifestanti si sono svolte senza incidenti di sorta.

A Torino, il centro sociale Gabrio ha annunciato stamane che avrebbe sfilato per le vie del quartiere San Paolo. “Èpiù che mai il momento di riprenderci gli spazi di cui ci hanno privato, rivendicando che sappiamo prenderci cura delle nostre comunità, è il momento di tornare insieme per continuare la Liberazione", si legge in un post sulla loro pagina Facebook. Durante il corteo indetto per omaggiare il partigiano Dante di Nanni, i militanti hanno esposto alcuni striscioni fra cui "Il capitalismo è il virus, la resistenza è la cura" e "zona San Paolo antifascista". In provincia di Bologna, a Malalbergo, invece, un auto del Comune ha percorso le vie del paese per far ascoltare alla cittadinanza Bella Ciao, la canzone simbolo dei partigiani. Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia si è detta stupita della manifestazione tenutasi stamane nel capoluogo dell'Emilia Romagna in via Pratello: "Nonostante le disposizioni chiarissime delle Autorità, decine di persone si sono assembrate nella zona, senza nemmeno rispettare le distanze di sicurezza", ha detto la senatrice forzista.

Nella Capitale, nel quartiere Pigneto, si è creato un vero e proprio assembramento denunciato anche sulla pagina del leader della Lega, Matteo Salvini. "Oggi a Roma. Senza polemica, solo una riflessione. Gli Italiani sono chiusi in casa per via del coronavirus, niente funerali, messe e matrimoni, niente bimbi nei parchi giochi, multe a chi corre o porta il cane lontano da casa. Ma con la bandiera rossa tutto è possibile. Boh...", ha scritto l’ex ministro dell’Interno.

Molto duro anche il commento del senatore forzista Maurizio Gasparri che punta il dito contro i centri sociali e dice: “Mentre il resto degli italiani sono costretti a rimanere a casa con grande sacrifico, molti bambini non possono giocare all'aria aperta, tanti non possono dare l'ultimo saluto a familiari e amici defunti e se per qualcuno esce, senza una giusta ragione, viene multato severamente, oggi a Roma, nel quartiere Pigneto, c'è stata una vera e propria adunata illegale con intere famiglie e qualche striscione per commemorare il 25 aprile”.

A Napoli, esponenti dei centri sociali hanno sfilato insieme ai disoccupati con striscioni firmati dal gruppo di disoccupati “7 Novembre” che chiedono “Salario, reddito e tamponi per tutti. Stop ad affitti e bollette”. Stamattina, mentre il sindaco Luigi De Magistris deponeva di una corona di allora davanti alla targa commemorativa all’interno di Palazzo San Giacomo, sede del Comune, all’esterno si verificavano momenti di alta tensione tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Due dei presenti, si legge su Fanpage, sono stati portati in Questura per accertamenti, mentre gli altri manifestanti intonavano "Bella Ciao".

Antagonisti sfidano la polizia. Rompono lockdown a Milano. Sono due in tutto i cortei fermati dalle forze dell'ordine: tafferugli si sono registrati tra via Padova e via Democrito, nessuno scontro tra gli agenti ed il gruppo di manifestanti che cercava di raggiungere piazza XXIV Maggio. Federico Garau, Sabato 25/04/2020 su Il Giornale. Avevano annunciato che il corteo in programma per il 25 aprile in memoria dei partigiani sarebbe partito in ogni caso, pur con le restrizioni imposte dal governo a causa dell'allarme sanitario Coronavirus, e così è stato. Le cronache registrano tuttavia dei momenti di forte tensione verso le ore 11:50 in zona Crescenzago a Milano, per la precisione tra via Democrito e via Padova. Qui gli uomini della questura hanno intercettato una quindicina di militanti dei Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo (Carc), ovvero il movimento politico extraparlamentare marxista leninista e maoista. Durante il corteo improvvisato, i giovani stavano decorando con dei drappi rossi le lapidi dedicate ai partigiani, quando i poliziotti li hanno fermati proprio per effettuare dei controlli finalizzati al rispetto delle norme di contenimento del contagio da Covid-19, che impediscono ogni genere di assembramento. È proprio in questo momento che la tensione inizia a salire, coi poliziotti che incontrano la resistenza dei manifestanti, tra cui numerosi giovani ed un anziano con indosso una felpa gialla. Nella caotica colluttazione che si origina, una ragazza viene spintonata dagli uomini in divisa e finisce a terra, mentre una seconda, dopo esser stata ammanettata, è caricata a bordo della pantera per raggiungere gli uffici della questura di Milano. Quasi contemporaneamente un secondo corteo non autorizzato di manifestanti si era dato appuntamento tra via Evangelista Torricelli e via Ascanio Sforza: una ventina di persone circa, composta da antagonisti appartenenti ai Centri sociali, mossi dalla ferma intenzione di raggiungere piazza XXIV Maggio. In questo caso il gruppetto è stato bloccato dagli agenti della polizia di Stato in modo più agevole: le pratiche di identificazione si sono infatti svolte senza registrare alcun incidente. Dura la condanna dei Carc sulla propria pagina Facebook. "Squadrismo istituzionale a Milano. La questura manda la celere contro le celebrazioni del 25 aprile anziché impiegare uomini e mezzi per fare fronte alle necessità delle masse popolari, ancora abbandonate a loro stesse dopo 2 mesi di distanziamento sociale. La zona di via Padova sembra essere la più colpita dalle manovre della Digos, della celere e dei carabinieri: quartiere militarizzato per impedire la deposizione di fiori e drappi rossi sulle lapidi dei partigiani; compagni accerchiati, identificati, in alcuni casi multati e picchiati. Uno in particolare è stato portato via, ma non si riesce a capire dove", attaccano i manifestanti. "Lo stato borghese si smaschera definitivamente calpestando il 25 Aprile e, con esso, la vuota retorica su democrazia e libertà. Mentre centinaia di migliaia di famiglie sono ancora abbandonate a loro stesse, senza assistenza medica, senza tamponi, senza sostegno pratico per reperire i mezzi della sussistenza. Tirano avanti solo o principalmente grazie all’azione delle Brigate di solidarietà. Con la propaganda di regime e le norme anticontagio, governo e istituzioni stanno provando a imbavagliare il 25 aprile. In mille piazze e in mille strade batte invece il cuore della Resistenza. Per un nuovo 25 aprile!", aggiungono ancora. La questura di Milano ha invece parlato di semplici controlli, finalizzati al rispetto delle limitazioni anti Covid-19, e che non risultano fermi di alcun genere: i partecipanti al corteo, infatti, una volta identificati, sono stati dispersi.

Le bandiere rosse sfilano senza rispettare i divieti. Salvini: "Loro possono". In un video pubblicato sui social network da Matteo Salvini decine di manifestanti con bandiere rosse sfidano le regole varate dal governo per il coronavirus. Michele Di Lollo, Sabato 25/04/2020 su su Il Giornale. Una questione di buon senso. La polemica cavalca il 25 aprile. La festa della liberazione, che portò nel 1945 i nazifascisti a fuggire per sempre da Milano, tiene banco. "Oggi a Roma. Senza polemica, solo una riflessione. Gli Italiani sono chiusi in casa per via del coronavirus, niente funerali, messe e matrimoni, niente bimbi nei parchi giochi, multe a chi corre o porta il cane lontano da casa. Ma con la bandiera rossa tutto è possibile. Boh...". A parlare, o meglio, a scrive è Matteo Salvini. Sui social pubblica un video in cui si vedono delle persone con delle bandiere rosse che camminano su un marciapiede indossando delle mascherine. Si era detto: vietati assembramenti. Ma per qualcuno, la legge, sembra più uguale. E, se quel qualcuno ha una bandiera rossa al seguito, questo fa la differenza. Poche ore prima del video, diventato in poco tempo virale, il leader della Lega sempre sui social aveva scritto: "Grazie a chi, 75 anni fa, oggi e domani, ha messo, mette e metterà al centro della propria vita la battaglia per la libertà". Posta un selfie con tazzine da caffè dei colori della bandiera italiana e alle spalle un tricolore. "La voglia di libertà - sottolinea l’ex ministro dell’Interno - può essere attaccata, offesa, incarcerata, derisa, ma alla fine vince sempre. Grazie ai nostri nonni, un abbraccio ai nostri genitori, una carezza ai nostri figli". "Fra qualche anno - scrive - ricorderemo questi giorni incredibili di sofferenza, di paura, di rabbia, di incertezza e preoccupazione, e penseremo a quanto siamo stati bravi, forti e coraggiosi nel superarli, per tornare a sorridere. Qualcuno, oggi come allora, dice che la libertà, come donne e uomini, come Italia, non serve, è un lusso di cui possiamo anche fare a meno. No! Non è così". Il 25 aprile è sempre stata una data divisiva. I rossi e i neri si sono affrontati per decenni in quel periodo buio chiamato "anni di piombo". Ma, oggi, a 75 anni dalla liberazione, ciò che coglie lo sguardo è quell’ammasso di uomini e donne che mettono a rischio la vita loro e dei loro familiari in questi tempi di coronavirus. I disordini non sono mancati neppure a Milano. Gli antagonisti avevano annunciato che il corteo in programma per oggi in memoria dei partigiani sarebbe partito in ogni caso, pur con le restrizioni imposte dal governo a causa dell’allarme Covid-19. E così è stato. Non sono mancati momenti di tensione. Verso mezzogiorno gli uomini della questura hanno intercettato una quindicina di militanti dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo (Carc), ovvero il movimento politico extraparlamentare marxista leninista e maoista. Durante il corteo improvvisato, i giovani stavano decorando con dei drappi rossi le lapidi dedicate ai partigiani, quando sono stati fermati dalle forze dell’ordine affinché potessero effettuare dei controlli finalizzati al rispetto delle norme di contenimento del contagio da coronavirus, che impediscono ogni genere di assembramento. È proprio in questo momento che la tensione è salita alle stelle. Nella caotica colluttazione che si è originata, una ragazza è stata spintonata dagli uomini in divisa ed è finita a terra. Mentre una seconda, dopo esser stata ammanettata, è stata caricata a bordo della volante per raggiungere gli uffici della questura. Quasi contemporaneamente è partito un secondo corteo non autorizzato di manifestanti. Una ventina di persone circa appartenenti ai centri sociali. In questo caso il gruppetto è stato bloccato dagli agenti della polizia di Stato in modo più agevole: le pratiche di identificazione si sono infatti svolte senza registrare alcun incidente. Questo è il 25 aprile. La festa della liberazione. La festa che sancisce la supremazia dello stato di diritto sull’odio e l’oppressione. Una festa che andrebbe onorata nel rispetto delle regole. Questo non sembra valere per i soliti nostalgici dal pugno chiuso. E dalla "zucca vuota".

25 Aprile: quali divieti, quarantena violata. Salvini: con la bandiera rossa tutto è possibile. Il Tempo il 25 aprile 2020. A Bologna, a Roma e anche a Milano: il 25 Aprile alla fine è stato festeggiato in tutta Italia tra mini-cortei e assembramenti in barba alle restrizioni ancora imposte fino al 3 maggio dal decreto del governo per l'emergenza coronavirus. Il caso della quarantena violata in tutta Italia per la Festa della Liberazione è esplosa sui social dove sono piovute polemiche, foto e video di denuncia. Sul profilo Facebook di Jacopo Coghe, un attivista per i diritti umani, sono spuntate le immagine del Paese che ha violato la quarantena riunendosi in piazza senza distanziamento. "Bologna, Roma e Milano assembramenti per i festeggiamenti del 25 aprile senza alcun rispetto del distanziamento sociale e delle dovute protezioni - ha scritto - e noi da due mesi a casa senza Santa Messa, giusto perchè siamo tutti uguali ma qualcuno è sempre più uguale degli altri. Anzi no scusate: i comunisti sono immuni dal virus!". Nella Capitale dove i quartieri del Pigneto e di Torpignattara sono stati invasi dai manifestanti, il caso è stato denunciato anche dal leader della Lega Matteo Salvini: "Per le strade di Roma, oggi. Senza polemica, solo una riflessione. Gli Italiani sono chiusi in casa, niente funerali, messe e matrimoni, niente bimbi nei parchi giochi, multe a chi corre o porta il cane lontano da casa. Ma con la bandiera rossa tutto è possibile. Boh..". Furioso anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: "A Roma, nel quartiere Pigneto, c'è stata una vera e propria adunata illegale con intere famiglie e qualche striscione di commemorazione del 25 aprile. Un fatto gravissimo che deve essere immediatamente punito con l'arresto dei responsabili dei centri sociali promotori di questa vergognosa e sovversiva iniziativa".

Facebook Giorgia Meloni il 25 aprile 2020: Guardo le immagini delle manifestazioni organizzate oggi dai tesserati dell’Anpi, dalla sinistra e dai centri sociali e comprendo l’incredulità e lo sdegno dei tantissimi italiani che mi stanno scrivendo. In queste settimane di emergenza coronavirus abbiamo dovuto rinunciare a tutto. Non abbiamo potuto festeggiare la Pasqua nelle nostre chiese, non possiamo andare a messa e abbiamo visto addirittura interrompere le messe, sgomberare i fedeli e multare i sacerdoti. Abbiamo visto gli elicotteri volteggiare su delle famiglie che pranzavano a Pasqua e alcuni italiani rincorsi dalle Forze dell'Ordine perché passeggiavano da soli sulla spiaggia. Immagini che mai avremmo immaginato di vedere in Italia. Ci hanno detto che era necessario per fermare la pandemia: è stato doloroso ma gli italiani lo hanno accettato. Poi, è arrivata la circolare del Ministero dell’Interno che ha consentito ai tesserati dell’Anpi di partecipare alle celebrazioni per il 25 aprile e oggi abbiamo visto le immagini di cortei, assembramenti e manifestazioni varie. E allora non capisco più e non capisco perché una madre che non ha potuto celebrare il funerale di suo figlio dovrebbe accettare, ora, di rischiare che quel sacrificio sia vano perché qualcuno non ha rispetto di quel sacrificio. Voglio dire ai tesserati dell’Anpi, alla sinistra e ai centri sociali che se davvero difendono la libertà devono ricordarsi che l’altro presupposto della libertà è l’uguaglianza. La libertà ha un senso soltanto se la hanno tutti. Celebrare una libertà che hai solo tu mentre a tutti gli altri viene negata è qualcosa che mi sfugge. P.S. E poi dicono che "bella ciao" è la canzone di tutti.

Liberazione? Sì, da questi qua. Gente in piazza e pure cortei per ricordare la Resistenza. Il governo ha chiuso un occhio. Franco Bechis il 26 aprile 2020 su iltempo.it. Ieri in molte città di Italia ci sono stati quelli che da un mese a questa parte si chiamano “assembramenti”. Qualcuno autorizzato, altri meno: in strada o in piazza per il 25 aprile, la festa della Liberazione. Improvvisamente tutto è divenuto lecito per questa data, anche quello che fin qui è stato proibito a milioni di italiani. C'è chi ha sottolineato polemicamente che “basta sventolare una bandiera rossa, e tutto diventa possibile”. Ma non voglio protestare per chi ha pensato fosse il giorno per una boccata d'aria e per un po' di festa, trascinando in piazza come è avvenuto al Pigneto di Roma qualche bambino che fregandosene di ogni retorica ha preso a calci un pallone. Hanno fatto bene, credessero o meno alla Resistenza. Anche io credo sia giunto il momento della liberazione. Vorrei che gli italiani tornassero a respirare libertà, vorrei festeggiare la liberazione dal virus come tutti, ma anche quella dai carcerieri e dei carcerati da questa strana sindrome di Stoccolma che ha colpito milioni di italiani. Purtroppo non è ancora giunto quel giorno, e assai poco avrei da sventolare per le vie della nostra bellissima capitale. Però quel che ho visto ieri pone da subito un problema di diritti uguali per tutti. Se il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha potuto celebrare la sua messa laica nel cortile di palazzo Marino per celebrare la resistenza offrendo sedie appena distanziate l'una dall'altra alla platea, non vedo perché sia ancora impedito a qualsiasi parroco di celebrare messa davanti ai propri fedeli distanziati facendoli partecipare all'eucarestia. Questo diritto costituzionale è negato da 50 giorni, ed è vergognoso che sia restituito alle messe laiche prima di quelle religiose. Certo, il 25 aprile ha restituito la libertà a questo paese, lo ha strappato pure a una guerra e a una povertà disperata. Ha portato la nascita della democrazia e al fondamento della Costituzione che conosciamo oggi e che forse maldestramente abbiamo pure ritoccato in questi anni. E' il ricordo di una liberazione dall'oppressione che è stata lunga, dolorosa e accompagnata da tanto altro sangue anche dopo quel giorno, e la memoria ha il dovere di abbracciare tutta quella storia come ci ha ricordato un maestro del giornalismo da poco scomparso: Giampaolo Pansa. Ma perché nelle piazze del 25 aprile sì e oggi - domenica- nelle chiese italiane non può entrare nessuno? Per milioni di cattolici quella funzione è la memoria vivente di una liberazione ben più grande e resistente nel tempo di quella del 1945. Proprio quel che è avvenuto ieri e che non avverrà oggi marchierà in modo indelebile la distanza dalla Costituzione, la violenza usata da questo governo per stravolgerla come mai era accaduto nell'Italia libera. Con mitezza la chiesa italiana ha accettato questo vero e proprio sopruso in questi mesi, così come è accaduto a famiglie intere, a centinaia di migliaia di bambini chiusi in casa buttando via la chiave con il racconto di qualche panzana per tenerli buoni. Vogliamo festeggiare davvero tutti la liberazione? E allora liberateci da chi ha preso queste decisioni, liberateci dalla paura del virus, dagli slogan ripetuti da ebeti, dal pensiero unico divenuto bandiera, dagli esperti di virus auto-elettisi governanti, dalle promesse bugiarde, dalla pervicacia con cui i carcerieri prolungano la prigionia perché temono i danni della libertà al potere personale accumulato in questo tempo. Libera nos dal nuovo regime, il più crudo che l'Italia abbia conosciuto da quei tempi lontani festeggiati ieri quasi inconsapevoli dai nuovi carcerati.

Il 25 aprile torniamo in Chiesa. Francesco Giubilei il 22 aprile 2020 su Il Giornale. Alla fine pace è fatta. Poche ore dopo il duro comunicato dell’Anpi contro il governo che in un primo momento sembrava aver vietato la partecipazione dei rappresentanti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia alle celebrazioni per la Festa della Liberazione a causa delle misure restrittive in vigore per il Covid-19, è arrivata la rettifica di Palazzo Chigi che dà il via libera “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”. In un primo momento l’Anpi ha parlato di misure “inaccettabili” che consentivano la partecipazione alle celebrazioni solo da parte del Prefetto, del Questore e dei sindaci. La posizione dell’associazione era stata irremovibile: “in ogni caso l’Anpi parteciperà alle celebrazioni” per “dare il nostro contributo affinché da questa pandemia l’Italia e gli italiani possano uscire migliori, più solidali e sereni. Non accetteremo mai però che, con la scusa del contenimento del contagio, si operi per cancellare la memoria democratica del nostro Paese”. La conclusione del comunicato è stata tranchant: “rifiuteremo sempre ogni tentativo di negare il valore della Resistenza e non accetteremo mai di essere esclusi dalle celebrazioni del 25 aprile”. La risposta del governo non si è fatta attendere precisando che la precedente circolare inviata “non esclude in alcun modo l’Anpi dalle celebrazioni del 25 Aprile” ed anzi autorizza la partecipazione dei rappresentanti delle associazioni “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”. Una scelta legittima da parte dell’esecutivo di Conte a cui dovrebbe seguire una seconda decisione: consentire ai fedeli di tornare a partecipare alla messa in Chiesa. Sarebbe un gesto importante anche per ricordare il contributo dei partigiani bianchi e cattolici alla resistenza, oltre che un piccolo segnale di ritorno alla normalità, sempre nell’imprescindibile rispetto delle norme di sicurezza. Nel comunicato il governo ha sottolineato l’importanza di ricordare il 25 aprile nella “consapevolezza del valore che questo anniversario ricopre per l’Italia”; la religione cattolica ha un valore innegabile nella formazione della coscienza e dell’identità nazionale ed è perciò allo stesso modo giusto che i fedeli possano tornare a pregare in Chiesa rispettando le “forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”. Riaprire le Chiese alle funzioni religiose per i fedeli il 25 aprile, avrebbe un importante valore simbolico e contribuirrebbe ad essere un momento di unità, di speranza e di democrazia sottolineando l’importanza della libertà di culto sancita dalla nostra costituzione.

Dagospia il 25 aprile 2020. Riceviamo e Pubblichiamo da Paolo Cirino Pomicino. Caro direttore Carboni, ieri sera ho visto con attenzione lo speciale TG1, la testata Rai che ella dirige, sulla ricorrenza del 25 aprile 1945 in cui l’Italia riconquistò la libertà perduta venti anni prima e sono rimasto attonito. Nella ricostruzione della resistenza al nazifascismo è scomparsa ogni voce del cattolicesimo politico che pure contò tanti morti alcuni, purtroppo,  anche per mano di altri partigiani. Una ricostruzione fatta con la voce di autorevoli amici come Cazzullo, Montanari, Ainis, tutti di estrazione o comunista o comunque di sinistra che hanno giustamente ribadito il valore della ritrovata libertà e con le testimonianze di Calamandrei e di Pertini. Una mancanza grave quella della voluta assenza di esponenti del cattolicesimo politico nella sua trasmissione, una mancanza che peraltro contraddice una verità millenaria secondo la quale la storia la scriverebbero i vincitori. In Italia da 30 anni la storia la stanno scrivendo i vinti, come dimostra anche l’intervista di Veltroni a Fabiano Fabiani dimenticando di ricordare la sua autorevole appartenenza democristiana. Quei vinti della storia, peraltro, erano gli stessi che nell’aprile del 1948 volevano toglierci proprio quella libertà ritrovata il 25 aprile del 45 quando furono battuti dalla DC di De Gasperi. Quegli stessi vinti, poi, dopo 45 anni sono finiti sotto le macerie del muro di Berlino trascinando con se l’intero sistema politico grazie anche a complicità pelose. Dispiace che la TV pubblica abbia manipolato la storia patria. Con la Rai di Bernabei, di Fabiani, di Agnes e di tanti altri non sarebbe mai accaduto. Mi dicono che ella sia vicino ai 5stelle e forse in una stagione di contagio come quella che stiamo drammaticamente vivendo quella vicinanza l’ha contagiata e le ha fatto perdere la memoria. Si riguardi!

Dagospia il 26 aprile 2020. La risposta di Amedeo Martorelli (autore Rai). Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, Le critiche sono sempre bene accette specie su un tema vivo e appassionante come il 25 aprile, che è però anche semplice e chiaro: si festeggia la fine del nazifascismo e la nascita della democrazia. Ben vengano dunque le critiche su chi fece cosa in quel tornante drammatico della nostra storia e sui ruoli e il peso che ebbero le diverse famiglie politiche nella lotta di liberazione. Pomicino ritiene lecitamente che il ruolo del cattolicesimo politico sia stato sottostimato. Io non la penso così, ma rispetto il suo punto di vista. Pace? Certo che si. Ho solo un dubbio rispetto ad una sola delle sue lamentazioni: la presenza nello speciale di soli storici “di sinistra”. Ora: chi ha visto lo speciale avrà notato che si parte con una lunga intervista a Lucetta Scaraffia che se non sbaglio è una storica di matrice cattolica. Da qui il dubbio su cosa abbia visto esattamente Pomicino e quale misterioso abracadabra catodico sia intervenuto a dividerci proprio il giorno della liberazione. Con stima. Amedeo Martorelli (autore dello speciale di cui sopra)

Vittorio Feltri, la verità sul 25 aprile: "Brava Barbara Palombelli, la guerra l'hanno vinta gli americani non i partigiani". Libero Quotidiano il 25 aprile 2020. Vittorio Feltri, con un post pubblicato sul suo profilo Twitter, ha elogiato Barbara Palombelli: "Brava la Palombelli, la guerra  non l’hanno vinta i partigiani bensì gli angloamericani", ha scritto il direttore di Libero , che poi ha aggiunto: "Viva la verità. Oltre alla libertà". In diretta ieri sera 24 aprile a Stasera Italia su Rete 4, la Palombelli lanciando emozionata l'’annuncio di Corrado Mantoni - “la Guerra è finita” - ha rimarcato infatti quello che sostiene Feltri da sempre e quello che peraltro "diceva sempre mio padre. L'Italia ricordati non l'hanno liberata anarchici, cattolici, liberali ma gli americani". 

Nessuno le ricorda ma ci furono anche partigiane liberali. Colte e raffinate, nei loro "salotti" già prima dell'8 settembre si concepirono trame, si incontrarono persone, si cominciarono a tessere reti anche con le forze alleate e gli antifascisti all'estero. Corrado Ocone, Martedì 28/04/2020 su Il Giornale. È curioso che la storiografia degli ultimi tempi, più o meno (e a ragione) «revisionistica», abbia taciuto il contributo dato delle donne liberali alla lotta di liberazione dal nazifascismo. Colma però la lacuna Rossella Pace nel suo studio "Partigiane liberali. Organizzazione, cultura, guerra e azione civile" (Rubbettino). Che la vecchia storiografia e retorica resistenziali avessero ignorato il ruolo niente affatto irrilevante delle donne liberali è perfettamente comprensibile all'interno di quella vera e propria «conventio ad excludendum che c'è stata nei confronti del contributo dato da alcuni partiti ciellinisti». In particolare, quelli che mettevano in crisi la retorica acriticamente di ispirazione progressista. D'altronde, già nel pieno della Resistenza, come ci fa toccare con mano l'autrice, le stesse partigiane consideravano quelle di loro liberali come «le altre», cioè lontane non solo per appartenenza politica ma anche sociale. Le partigiane liberali erano infatti per lo più provenienti da famiglie aristocratico-borghesi, di sentimenti non fascisti quanto non proprio antifascisti, liberali nel vecchio senso patriottico e nazionalista dell'élite italiana prefascista. Erano colte e raffinate e avevano maturato precedentemente quelle capacità organizzative che ora mettevano a disposizione della comune lotta partigiana. Anzi fu proprio nei loro «salotti» che, già prima dell'8 settembre, si concepirono trame, si incontrarono persone, si cominciarono a tessere reti anche con le forze alleate e gli antifascisti all'estero. Quei «salotti» ebbero anche il compito di dare nuove leve alla cospirazione. «Il venire a contatto con personaggi coinvolti a vario titolo nella opposizione al regime, la vicinanza a questo mondo e alla causa della principessa Maria Josè, scatenarono mille curiosità, facendo crescere, a poco a poco, l'avversione alla dittatura, maturata dalla precedente generazione, durante la lunga Resistenza' di quanti per ventitre anni non risposero agli allettamenti del regime». Pur avendo respirato un'aria da «snobismo liberale», per dirla con fortunata espressione di Elena Croce, quelle donne non esitarono a sporcarsi le mani e a scendere in campo anche in modo operativo concreto, come è particolarmente evidente nelle vicende, qui ben raccontate, dell'organizzazione in cui ebbero forse più peso: quella «Franchi» di Edgardo Sogno che non a caso aveva stretti rapporti operativi coi veri «liberatori», cioè gli Alleati. Dopo la guerra, con la loro riservatezza borghese di altri tempi, le partigiane liberali ritornarono alle precedenti attività senza pretendere nessun riconoscimento morale dalla società. L'autoesclusione, come la chiama Pace, converse con l'interesse dei «rossi» a dimenticarsene e anche con lo scarso interesse degli stessi liberali a conservarne la memoria. È come se la rivoluzione avesse divorato le proprie figlie, osserva con amarezza l'autrice. Ricordare questa pagina di storia, serve non solo a rendere sempre più articolata e meno monca la nostra memoria, ma anche a confermare la scarsa fortuna e il pregiudizio che il liberalismo ha avuto (e tuttora ha) in Italia.

Quando la Brigata ebraica aiutò gli alleati a liberare il Nord. Gustavo Ottolenghi su Il Dubbio il 25 aprile 2020. Storia di una unità militare formata da volontari di religione ebraica che operò sul fronte italiano della Seconda guerra mondiale come parte dell’esercito britannico. La Brigata ebraica del 1944- 1945 fu una unità militare formata pressoché totalmente da volontari di religione ebraica che, in quegli anni, operò sul fronte italiano della Seconda guerra mondiale come parte dell’esercito britannico. Costituita nel settembre 1944, venne impiegata in Italia dal marzo al maggio 1945 e, successivamente, a guerra finita, fu destinata a numerosi altri compiti in Belgio, Olanda e Polonia sino al 1946 allorché, trovandosi dislocata al confine italo- austro- jugoslavo di Tarvisio, venne sciolta. Sebbene non sia stata, in senso assoluto, la prima unità militare costituita da ebrei, essa fu tuttavia la prima e l’unica ad aver preso parte attiva ad azioni belliche della Seconda guerra mondiale sotto la bandiera con la stella di Davide. Questa bandiera era bianca, gravata al centro con una stella azzurra a sei punte, si differenziava da quella attuale dello Stato di Israele perché priva delle due bande orizzontali azzurre sui lati maggiori del drappo. Come si divenne alla creazione di una tale unità combattente composta da ebrei nel contesto delle truppe di Sua Maestà? Occorre rifarsi al settembre 1939 quando, appena scoppiato il secondo conflitto mondiale, Chaim Weizmann, Presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, offrì al Governo britannico la cooperazione degli israeliti allo sforzo bellico inglese contro i nazisti antisemiti e intavolò trattative con il primo ministro Arthur Chamberlain tese alla creazione di una forza combattente ebraica da incorporare nelle fila dell’esercito britannico. Da principio gli inglesi si dimostrarono riluttanti ad accettare questa proposta, nel timore che una unità così formata potesse poi rivendicare richieste autonomiste in Palestina, ma successivamente, nell’estate del 1940, cambiarono opinione, ritenendo che l’istituzione di un contingente esclusivamente ebraico nelle loro Forze armate avrebbe spinto gli ebrei americani ad esercitare pressioni sul governo Roosvelt al fine di ottenere aiuti militari alla Gran Bretagna, a fronte di una opinione pubblica americana allora del tutto incline a disinteressarsi delle vicende europee. In quest’ottica il Governo di Sua Maestà mise allo studio la possibilità di istituire una unità militare da immettere nelle file del proprio esercito, che però non fosse composta esclusivamente da ebrei, nel timore di irritare gli arabi musulmani del Medio Oriente e prospettandosi la costituzione di un contingente misto arabo- ebraico. Ciò non era però quello cui aspiravano entrambe le comunità, ebraica e musulmana, che non intendevano in alcun modo amalgamarsi tra di loro e che protestarono vigorosamente contro tale ipotesi: essa venne pertanto precipitosamente ritirata. Allorchè a capo del governo giunse Winston Churchill nell’ottobre 1940, il gabinetto di guerra britannico torna sulla ipotesi di istituire un corpo militare formato esclusivamente da ebrei, nella consistenza di una divisione, le cui reclute sarebbero state formate per lo più da volontari rifugiati o da ebrei americani, oltre a una forte componente di ebrei provenienti dalla Palestina. Tale corpo militare avrebbe dovuto essere aggregato all’esercito senza tuttavia possibilità di impiego diretto in combattimento, ma adibito a compiti di sussistenza o ausiliari. Ossessionato però sempre dal timore di una reazione arabo- musulmana nel Medio Oriente, il governo inglese mutò nuovamente indirizzo e, prima che la formazione ebraica potesse divenire operativa, nel dicembre dello stesso anno sospese l’attuazione del progetto e quindi, nel gennaio dell’anno successivo, lo annullò. Nello stesso gennaio 1941, l’Agenzia ebraica rivolse una nuova richiesta al governo britannico per la creazione di una formazione esclusivamente ebraica da impiegare direttamente al fronte e offrì all’esercito inglese un primo gruppo di 2500 volontari. Sotto l’incalzare delle sconfitte ad opera dei tedeschi e nella necessità di sopperire alle perdite umane, Churchill accettò argine questa offerta e istituì due compagnie di volontari ebrei, note poi come “Buffs”, che vennero aggregate al terzo reggimento fanteria e alcuni gruppi antiaerei e di artiglieria costiera, destinati alle guarnigioni in Palestina; e un corpo di ausiliari per la Royal Air Force. Il 6 agosto 1942 il governo britannico istituì ufficialmente il “Reggimento Palestine”, composto da tre battaglioni ebraici e uno arabo. Questa decisione creò nuovi malumori nella popolazione ebraica e molti volontari rifiutarono di far parte del reggimento. A questo punto si determinò un fatto tragicamente nuovo: nel novembre del 1942 cominciarono a giungere in Palestina le prime notizie sui campi di sterminio nazisti in Europa, per cui i contingenti dei volontari ebrei, spinti dallo sdegno e dall’orrore, chiesero fermamente di essere trasferiti dal fronte africano dove combattevano a quello europeo. Parte del governo inglese riteneva che un reggimento esclusivamente ebraico non si doveva costituire, altri invece riconoscevano agli ebrei il diritto morale di combattere direttamente coloro che stavano distruggendo il loro popolo in Europa, tenendo anche conto del fatto che gli Alleati non avevano fatto nulla per fermare gli eccidi nazisti. Churchill, colpito dalle notizie sui massacri, spinse il gabinetto di guerra ad approvare, il 3 luglio 1944, l’istituzione ufficiale di una brigata esclusivamente ebraica, composta da tre battaglioni di mille uomini l’uno, al comando del brigadiere generale delle guardie di Sua Maestà Ernst Benjamin, ebreo, con facoltà di innalzare la propria bandiera. La brigata venne inviata nella seconda metà del novembre 1944 per il fronte italiano, aggregata alle truppe britanniche. In particolare, venne a far parte della 78esima divisione, schierata su una linea che, da La Spezia, correva, valicando gli Appennini, sino a Ravenna, immediatamente a nord della linea gotica tedesca. Per tutto l’inverno del 1944 la linea del fronte rimase ferma, il 9 aprile invece la VIII armata iniziò ad avanzare lungo la linea adriatica sulla scia del corpo d’armata polacco che fungeva da cuneo di sfondamento. Il 20 aprile la divisione ebraica si unì, in quel di Argenta, a est fi Imola, alla 56esima divisione neozelandese. Il 23 aprile varcò in forze il Po. Il 25 aprile, in concomitanza con i moti insurrezionali che le unità antifasciste avevano scatenato nelle principali città del Nord Italia. Subito dopo, mentre la V armata Usa puntava su Verona, Vicenza, Trento, Brescia e Alessandria, la VIII britannica avanzò verso est e il 27 aprile, superato l’Adige, si diresse verso Padova, Treviso, Venezia e Tarvisio al confine con l’Austria e su questo confine fu stanziata la Brigata ebraica il 25 maggio, dopo che le ostilità si erano concluse il 9 con la resa incondizionata della Germania. In seguito, parte della brigata fu trasferita in Belgio e Olanda e 150 militari furono segretamente istruiti e poi destinati a organizzare stazioni di ascolto in funzione antisovietica in Austria e Germania, mentre coloro che erano rimasti a Tarvisio contribuirono nascostamente all’emigrazione clandestina di ebrei in Palestina e all’acquisto di armi da destinare all’esercito ebraico che si andava formando lì. A metà del 1946 il governo britannico, seguendo il piano di smobilitazione generale, decise lo scioglimento della brigata, nonostante l’opposizione dell’Agenzia ebraica. In totale gli ebrei che prestarono servizio volontario dal 1939 al 1946 furono oltre 30mila e di questi 710 morirono in battaglia, 7130 furono feriti, 1769 fatti prigionieri, 323 decorati al valore e 182 ottennero promozioni sul campo. Durante la campagna d’Italia i volontari furono 4984.

25 aprile, festa di tutti e di nessuno…Iuri Maria Prado de Il Riformista il 25 Aprile 2020. Festeggiamo la liberazione di settantacinque anni fa mentre nel Paese trionfa un clima di involuzione non troppo diverso rispetto a quello che assediava il vivere civile degli italiani durante un ventennio di dittatura. E la natura esemplare di questa concomitanza sfugge solo a chi non ha occhi per vedere: solo a chi rifiuta di riconoscere che gli italiani si sono raccontati la storia della liberazione in modo duplicemente contraffattorio. E cioè disconoscendo innanzitutto che l’Italia nel 1945 era liberata da se stessa, era liberata dal “proprio” costume illiberale: perché non era la minaccia dell’olio di ricino a smuovere la delazione, non era il manganello a estorcere l’oro alla Patria. E poi – questa è la seconda mistificazione – disconoscendo che a quella liberazione da se stessa l’Italia non perveniva grazie a se stessa ma per forza e intervento altrui. Nella combinazione di questi due interdetti si sviluppa la retorica celebrativa che lungo tutto il corso repubblicano, e fino a oggi, ha impedito agli italiani di vivere in spirito genuinamente comunitario la festa del 25 Aprile: una ricorrenza che rischia di non appartenere al patrimonio comune non per l’insultante giustapposizione di qualche rimostranza neofascista, che pure c’è ed è giusto contrastare, ma perché una festa nazionale può dirsi tale quando “è” di tutti, non quando “deve essere” di tutti. E a comprometterne la capacità rappresentativa, a revocarne lo spirito unificante, non sono, appunto, le sparute manifestazioni del revisionismo a braccio teso, ma le forzature e il carattere impositivo di quella storia falsa. La Repubblica dell’antifascismo avrebbe avuto tutto il diritto di costituirsi, e ad essa lo spirito degli italiani si sarebbe subordinato con degna gravità anziché in questo modo contraddittorio e irrisolto, se si fosse fondata sul riconoscimento necessario che nell’antifascismo l’Italia negava se stessa: e invece ha fatto le viste di riconoscervisi. Meglio: agli italiani si è detto che avevano il dovere di riconoscersi nel proprio antifascismo, cioè in una cosa impossibile da riconoscere perché non c’era. Se gli italiani avessero spiegato a se stessi la necessità di contenere la “propria” propensione alla soluzione illiberale, la “propria” incapacità di darsi un governo rivolto alla primaria tutela delle libertà individuali, insomma se gli italiani avessero risentito il dovere di ritrovarsi nel riconoscimento piuttosto che nella negazione dei propri difetti, allora l’antifascismo sarebbe insorto e si sarebbe diffuso nella verità di un patrimonio condiviso. Così non è stato e così continua a non essere, ed è per questo motivo che questa festa che deve essere di tutti non riesce a essere veramente di nessuno, nemmeno di quelli che tanto più ne reclamano la tradizione e (guarda caso) tanto più aggressivamente ne pretendono un’imposizione routinaria e pomposa. E si noti: sono gli stessi che non riconoscono, e anzi negano, il segno autoritario e antidemocratico delle politiche che si stanno scaricando ormai da qualche mese sulla vita degli italiani. Gli italiani che, infine e terribilmente, mai si sono sentiti tanto uniti, mai si sono sentiti tanto italiani, come oggi nella più grave e violenta devastazione delle loro libertà.

I fanatici che hanno reso il 25 aprile un relitto ideologico. Andrea Amata il 25 aprile 2020 su Nicolaporro.it. Pur di riconoscersi nella narrazione contraffattoria del 25 Aprile il governo rossogiallo ha autorizzato l’Associazione nazionale partigiani d’Italia a partecipare alle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Liberazione in deroga al lockdown. Nonostante la dottrina comunista sia ormai irrancidita e in uno stato di putrefazione, ancora oggi alcuni suoi residuali epigoni pretendono di leggere la storia con gli occhiali graduati dal dispotismo ideologico, imponendo la versione di una libertà riconquistata con l’esclusivo contributo dei partigiani. Quale anelito di autentica libertà potevano inalare coloro che erano subordinati al liberticida regime sovietico? Sul 25 aprile volteggiano rapaci parassitici, gli hooligans dell’antifascismo che antagonizzano con un fantasma, appropriandosi, pur di suffragare il loro autoritratto democratico, della genesi della democrazia italiana e ostracizzando il tributo di sangue degli alleati anglo-americani. Sulle celebrazioni della Liberazione ha attecchito un monopolio fazioso che le ha impedito di elevarsi a momento di pacificazione tra gli eredi e i posteri del fascismo e dell’antifascismo. Il 25 aprile è diventata una data divisiva sia per il resoconto omissivo della sua rievocazione sia per la prerogativa settaria che aleggia nella ricorrenza che rivela una sorta di prelazione, un infondato riconoscimento ad essere preferiti, rispetto ad altri, nel tirocinio democratico. Cosicché, la Liberazione è diventata il balsamo eternizzante di una spavalderia etica convenzionalista, ma diventa ardito riconoscerle una matrice nazionale di memoria condivisa considerando che il suo principale accaparratore simbolico, il partito comunista, avallò le violenze annessionistiche della Jugoslavia titina sulla Venezia Giulia e su Trieste. Quale sentimento patriottico possono emanare gli eredi del partito comunista che si rese protagonista di pratiche epurative e sommarie scatenate nel Paese e dell’asservimento ideologico allo stalinismo nella sua massima espressione di negazione della libertà e della democrazia? Non si vuole minimizzare il valore della conquista democratica che rappresenta la radice da cui è germogliato il godimento della libertà per il merito preminente degli anglo-americani e dell’adesione al Patto Atlantico, ma l’appropriazione indebita della data simbolica da parte di una cultura che si dimostrò subalterna al regime sovietico ne mette in evidenza l’abuso del monopolio celebrativo. L’Anpi che il governo ha autorizzato a “violare” la quarantena, riconoscendogli un privilegio escluso a milioni di cittadini a cui è stata negata l’Eucarestia il giorno di Pasqua e altri migliaia non hanno potuto concedere l’estremo saluto ai propri cari periti per mano del virus cinese, ancora oggi manifesta pulsione negazioniste sulle Foibe e sugli atroci crimini compiuti dai partigiani a guerra conclusa contro i fascisti o presunti tali e gli antifascisti non comunisti. Evidenziare il carattere divisivo della commemorazione ad usum Delphini non significa cedere ad un’anacronistica apologia di fascismo ma esercitare una “resistenza” etica che non si lascia attrarre dal mulinello del travisamento e della distorsione storica. L’Italia non si è liberata con l’autonomia delle sue forze e il merito dell’emancipazione non può essere ricondotto alle forze comuniste. Per sentirci tutti figli del 25 aprile la verità storica andrebbe onorata nella sua integrità, mentre il panegirico selettivo delle vicende introduttive della democrazia è espressione dell’egolatria storica di un relitto ideologico. La libertà è un bene che appartiene a tutti, ma questo 25 Aprile ci ricorda che qualcuno è più libero di altri.

Quell’ideologia catto-comunista che ci sta rovinando. Max Del Papa, 17 aprile 2020 su Nicolaporro.it. Perché in Italia si è avuto il massimo dei contagi? Perché il massimo proporzionale dei morti? E perché non ci si è attrezzati per tempo? Come mai ancora non si sa che pesci pigliare, al netto delle sardine, e il Conte miracoloso moltiplica le task force e le commissioni? Per quale motivo gli altri paesi hanno già ripreso una parvenza di vita normale, se mai si erano bloccati, e da noi stanno scoprendo l’immortalità del lockdown? Come si spiegano gli scazzi dei virologi, gli uni contro gli altri e soprattutto nel loro intimo? Si sono tentate tante risposte, dalla burocrazia canaglia alle innocenti evasioni, dallo sbilancio di cassa a c’è chi dice no (la Ue, la Germania), dal destino cinico e baro alla complessità del caso italiano, che nessuno ha mai capito in cosa consista, dal mio canto libero a non puoi avere sempre ciò che vuoi. E invece era così semplice, la spiegazione è una ed una soltanto, e contiene tutte le altre che si possono escogitare: ideologia. I-de-o-lo-gi-a. Ideologia catto-comunista-radicale. È per ideologia, che si è perso tempo inestimabile. È per ideologia, che si è preferito irridere le avvisaglie. È per ideologia, che si è bollato, incredibilmente, come fascista chiunque temesse il contagio. È per ideologia che chi aveva l’onore e l’onere di decidere, di gestire, preferiva avventurarsi a caccia di cinesi da limonare. È per ideologia che si levavano i lieti calici, insieme a giovin conduttori di riferimento, alla salute solidale degli stronzi xenofobi e razzisti. È per ideologia, che gli scienziati, in versione influencer (perché in Italia non c’è niente di più lottizzato e ideologizzato della scienza), insultavano e irridevano i prudenti. È per ideologia che non c’era un piano d’emergenza, né i posti di terapia intensiva che ci volevano, né un piano per arginare la devastazione economica conseguente e ruggente, né un minimo di collaborazione tra maggioranza e opposizione, né salvagente per gli ultimi degli ultimi, cioè autonomi e partite Iva, né un funzionamento della macchina statale in versione informatizzata, né procedure certe e soprattutto svelte per i rimborsi, né orientamenti alle banche, né una posizione chiara, dignitosa, netta sulle lusinghe avvelenate dell’Unione europea. Si preferiva assicurare che era tutto sotto controllo, che la nostra sanità pubblica era la migliore della via Lattea, che chi si preoccupava era un rozzo coglione sovranista speculatore. Voilà la recherche du temps perdu. Ed è per ideologia che adesso si commettono gli stessi errori in direzione ostinata e contraria: i medesimi che volevano tenerci fuori di casa a forza, hanno preso gusto nel ridurci a 60 milioni di clarisse, sempre con la pezza d’appoggio della “scienza” che poi sarebbero i virologi in carriera, sordi al destino di un paese che ogni giorno perde punti decimali di Pil e posizioni nel mercato globale; inclini a seguire una profilassi esoterica sotto la parvenza della scienza; per ideologia si liberano le librerie (ma non i lettori) dalla clausura, perché il Libro, la Cultura, il Pensiero, i Competenti, bisogna leggere di più, così ci si vaccina dal sovranismo; per ideologia si approfitta dell’emergenza per cancellare l’illegalità di seicentomila clandestini; per ideologia si moltiplicano le inutili task force, lottizzate il giusto, tutte di stampo comunistoide o grillino-sinistro, dai raccomandati della Cgil a quelli di Casaleggio; per ideologia, e della più infame, si tenta di sottrarre regioni per via indiziaria, sguinzagliando il giornale-partito-ideologia; per ideologia si comanda – non si governa, che è tutt’altro affare – a colpi di decreti ministeriali, si umiliano le opposizioni, si pratica il vittimismo a reti unificate, si lascia ampio mandato di controllo e repressione di poveri cristi a forze dell’ordine che giorno per giorno si trasformano in sbirraglia e perdono il favore dei cittadini, perché non ci mettono quasi nessun buon senso, nessuna elasticità, nessunissima comprensione. Le immagini della caccia al podista o al commensale da terrazzo resteranno come una macchia grottesca nella storiella nazionale. Voilà la recherche du temp retrouvé. Ma il tempo perso non si riguadagna. Mai. Si sa com’è l’ideologia: offusca la realtà, la sostituisce e, alla resa dei conti, se la realtà non torna, l’ideologizzato ha una sola soluzione: spingere ancor più sull’ideologia. Magari ribaltando il frittatone, ma sempre con la stessa fiducia pronta, cieca e assoluta. Con la stessa leggerezza con cui si perdevano settimane nell’attrezzarsi, così oggi con analoga pesantezza si perdono settimane nel reagire: tutti bloccati, caso unico al mondo, l’isolamento italiano non trova uguali per allucinata durezza e durata. E già gli psichiatri avvertono di ciò che del resto sappiamo benissimo: l’inerzia infiacchisce – lo ha fatto con Annibale, figuriamoci noi poveri cristi -,la mente smarrisce lucidità, il corpo perde tonicità, in un circolo vizioso infernale. Subentrano la rassegnazione, il fatalismo, anche chi malato non è, finisce per sentirsi tale, penetrano le paranoie, si comincia a somatizzare, sentirsi contagiati non è molto diverso dall’esserlo. Quo usque tandem abutere Casalino patientia nostra? Casalino per dire Conte, è chiaro. Ma “quo usque”, nessuno lo sa: in compenso il Pd, partito geneticamente ideologico, si spinge a ipotizzare un allungamento della quarantena di altri quindici, venti giorni, un mese, vale a dire fino a giugno: sono pazzi, drogati (di ideologia) o che altro? Cosa vogliono? La distruzione del sistema paese, la dittatura del proletariato guidato dal Politburo? L’esperimento sociale? Ripensare il capitalismo, come dice la economista marxista Mazzuccato, della task force di Colao, e tutti capiscono cosa intende? L’effetto sommo dell’ideologia è che nessuno capisce più niente su nulla; si additano i governatori bravi, si mettono alla gogna quelli da sostituire per via giudiziaria, si ipotizzano patrimoniali e nuove tasse senza aver sospeso quelle vecchie. Ah, l’ideologia! E anche sul “che fare” in Europa, verso l’Europa, grande è la confusione sotto il cielo (ma la situazione è tutto fuorché eccellente): perfino il fanatismo grillino ha capito che subire il Mes non conviene; il Pd, che sta sempre un passo oltre il fanatismo, non ci sente. Conte è lacerato e, soprattutto, macerato. Chi se la passa peggio di tutti è Travaglio, spiazzato dalle contorsioni dell’amato Conte zio: da “Il Mes no gli eurobond sicuramente sì” a “il Mes, probabilmente…”. Ci vuole un fisico bestiale, ma per Travaglio, finché comanda il Conte Zio e le manette scintillano al sole, è sempre una splendida giornata.

Dalla caccia alle streghe alla caccia al ricco, la nuova dimensione della lotta al Coronavirus. Francesco Caroli, Agitatore culturale, su Il Riformista il 15 Aprile 2020. Uno degli elementi più inquietanti venuti alla luce in questi giorni afflitti dalla pandemia di coronavirus è il ritorno, quasi nostalgico, di un antico dogma novecentesco: essere ricchi è una colpa. Ricchezza additata come un male da estirpare, per garantire la buona tenuta della società. È di queste ore, infatti, il ritorno della proposta ormai ciclica di “patrimoniale all’italiana”, caccia a chi si reca nelle seconde case, e a chi detiene conti in banca corposi o ha investito in beni azionari. Piccola premessa: chi scrive non è ricco, ma un esponente della middle class. Non penso che tassare chi nasce ricco (o eredita una ricchezza) si debba considerare la cosa più crudele del mondo. Anzi, credo sia un’operazione legittima se assicurasse un sistema complessivo più equilibrato e stabile. Ma tassare troppo chi accumula ricchezza grazie al proprio genio, impegno e lavoro, credo si debba considerare -al netto dell’ipocrisia farcita di morale- una profonda ingiustizia. Ingiustizia che condanna i pilastri della nostra società che riconosce la proprietà privata e il merito, elementi che ci garantiscono da più di 70 anni pace e prosperità. Oltre all’ennesima riproposizione di una tassa, la patrimoniale all’italiana, che non tiene conto di questa distinzione, abbiamo in queste ore un esempio lampante di quel che può essere un atteggiamento di condanna verso la ricchezza in sè. Penalizzare chi ha una seconda casa impedendogli di raggiungerla è il trionfo di quella cultura moralista e pauperista di cui la nostra società non riesce proprio a farne a meno. Il virus ci fa scoprire una nuova frontiera del pauperismo: non solo da sempre si tassa la seconda casa ma, ora, si arriva a proibirne l’uso. Cosa cambia ai fini epidemiologici stare chiusi in una casa piuttosto che in un’altra? Cosa cambia se uscendo per raggiungere questo secondo immobile di proprietà si mantengono le disposizioni istituzionali che eliminano il rischio di contagio? Nulla, se non il segnale politico/culturale che lo Stato vuol dare al “popolo”. Punire chi si sposta nella sua legittima seconda casa diventa condanna alla ricchezza, nella fase più delicata per il Paese, frutto della dilagante e volgare cultura populista. È la riedizione del pauperismo nato negli anni medievali della caccia alle streghe quando una certa cultura cristiana esaltava la povertà come valore per giustificare lo stato di sostanziale miseria in cui versava gran parte della popolazione. Tesi che si è tristemente evoluta nella storia politica recente del nostro Paese, confluendo nella retorica ipocrita della questione morale di berlingueriana memoria per poi concretizzarsi nella furia iconoclasta che pervase l’opinione pubblica in seguito a Tangentopoli. E sfociare nel recente mito della “decrescita felice”. Una volta si sarebbe voluto il pane per tutti, ora si vorrebbe la fame per tutti, in una demenziale gara al ribasso. La sconfitta politica e umana della nostra classe dirigente rischia di concretizzarsi nell’incapacità di offrire un’alternativa a questa visione della vita pubblica e della società. Credo, invece, che essa dovrebbe studiare la povertà, combatterla e interrogarsi su un’opportuna giustizia distributiva fondamentale. Don Milani invitava a non dimenticare il fondamento della nostra civiltà occidentale e spiegava: “Non c’è cosa peggiore che dividere in parti uguali tra disuguali”. Per questo occorre colmare le disuguaglianze fornendo a tutti le giuste opportunità per la valorizzazione dell’individuo, concentrato sul riconoscimento del merito, piena espressione delle potenzialità di ciascuno. Tutto ciò non è possibile senza considerare le differenze come chiariva anche Milton Friedman: “Una società che mette l’eguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra”. Oggi il rischio è che la minaccia del virus, da problema concreto, si trasformi in occasione di repressione delle colpe morali. Secondo alcuni non si salveranno dal virus i più accorti che faranno uso della propria intelligenza, ma i più giusti che sapranno sacrificarsi e meritarsi un posto sull’arca del salvataggio, in cui tutti siano uguali, dove uno vale uno. Secondo questa vulgata questo virus è la grande “livella”, l’evoluzione naturale del reddito di cittadinanza, la rivincita dell’animo comunista della natura stessa. Un dettaglio, però, si dimentica in questo ragionamento: l’invidia sociale è un palliativo, un antidolorifico. Può lenire le pene dell’anima dei mediocri ma non è capace di guarire i mali causati dal virus e tra qualche mese, l’economia prima e la natura poi, ci sbatteranno in faccia anche queste verità. “Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria“. (Umberto Eco, “Il cimitero di Praga“)

Alisa Toaff per adnkronos.com il 22 aprile 2020. Il 25 aprile ''canterò a squarciagola Bella Ciao, metterò nel mio balcone la bandiera italiana e la bandiera d’Europa perché i veri patrioti sono quelli che festeggiano il 25 aprile, i veri 'Fratelli di Italia' sono quelli che canteranno 'Bella Ciao' sventolando il tricolore e la bandiera dell’Europa’’. E’ quanto dice all’Adnkronos David Parenzo sull’idea lanciata dall’Anpi di celebrare il 25 aprile esponendo dalle finestre e dai balconi il tricolore ed intonando Bella Ciao non potendo scendere in piazza per le misure imposte dall’emergenza Coronavirus. ''Trovo che sia allucinante che ogni anno alcuni leader della destra italiana non perdano occasione per bombardare il 25 aprile - sottolinea il giornalista -. Mia nonna diceva sempre un bel tacer non fu mai detto. Come trovo allucinante che si possa pensare di mettere insieme la Festa della Liberazione dal nazifascismo con le vittime del Covid, facendola diventare, come ha detto La Russa, una giornata di concordia nazionale nella quale ricordare i caduti di tutte le guerre''. ''Questa cosa è insultante per chi ha perso la vita per il Coronavirus perché, sì, è una guerra, ma non ha nulla a che vedere con la Seconda guerra mondiale - sottolinea -. Ovviamente si tratta di una provocazione perché usano la metafora della guerra al Covid per sminuire quello che è stato fatto dai nazifascisti''. ''Trovo allucinante - ribadisce Parenzo - che ancora ci siano degli esponenti politici come appunto La Russa e compagnia bella che lo facciano! E’ assurdo che un uomo dalle istituzioni metta ancora in discussione uno dei valori fondanti della nostra democrazia. Il 25 aprile non soltanto è una festa Nazionale ma essendo la festa della democrazia La Russa dovrebbe ringraziare il 25 aprile perché è grazie alla festa della Liberazione che lui ha il diritto di parola -dice ironico- Il 25 aprile dovrebbe essere come il 14 luglio in Francia cioè una grande festa Nazionale''. ''I nipotini di Benito che ancora oggi tirano fuori la storia del 25 aprile sono veramente patetici - prosegue Parenzo -. La nuova generazione dei nipotini di Sua Eccellenza (Mussolini, ndr) tipo come la Meloni, ancora mettono in discussione un pilastro della democrazia perché il 25 aprile è la nascita della Repubblica Italiana. Ma loro continuano a dire che dobbiamo ricordare anche quelli che loro chiamano i martiri di Salò che io invece chiamo I Repubblichini perché erano al soldo dei nazisti''. ''Secondo loro - incalza il giornalista - dobbiamo ricordare allo stesso modo chi ha combattuto per la democrazia e chi era al soldo dei Nazisti che loro chiamano patrioti! Patrioti un cazzo erano al soldo dei tedeschi! L’Europa nasce proprio come risposta alla totalitarismo, al fascismo, al nazismo e al comunismo sovietico. Quelli che credono nella democrazia canteranno Bella Ciao gli altri sono i nipotini di Sua Eccellenza! (Mussolini, ndr)'', conclude con una risata.

L'ultima pensata dell'Anpi: "Fate un video ai bimbi mentre cantano Bella Ciao". A Venaria (Torino) si vorrebbe coinvolgere pure i bambini delle scuole elementari: previste anche delle esercitazioni. Scoppia la polemica: "Strumentalizzare i piccoli è una cosa schifosa". Luca Sablone, Mercoledì 15/04/2020 su Il Giornale. Quest'anno sarà una Festa della Liberazione diversa dal solito: niente manifestazioni e niente commemorazioni nelle piazze a causa delle misure restrittive imposte dal governo per tentare di contenere la diffusione del Coronavirus. Ma l'Anpi non si è fatta trovare impreparata e ha subito provveduto a lanciare un appello a tutti gli italiani: esporre il tricolore dai balconi e cantare "Bella Ciao". Il festeggiamento all'interno delle quattro mura però pare che non basti: la sezione di Venaria Reale, in provincia di Torino, ha proposto di fare un video ai bimbi mentre intonano la canzone simbolo della lotta partigiana. "Registrate con un video Bella Ciao cantata dai vostri bambini e ragazzi, un verso o tutta la canzone, inviatecela via mail o tramite WhatsApp entro il 15 aprile. Se preferite non rendere visibili i volti dei bambini, potete inviarci soltanto l'audio. Creeremo un canto a distanza, ma in realtà unito. Vi aspettiamo per festeggiare insieme", si legge nella locandina di invito alla cittadinanza. E proprio oggi è la data di scadenza: in quanti avranno filmato il proprio figlio e inviato il video? Ma a fare clamore è il fatto che l'iniziativa sia stata estesa anche all'interno delle scuole elementari da parte di alcune maestre, ma l'idea non è stata gradita da tutti i genitori. Il contenuto dei messaggi che gira nelle chat di classe è esplicito. "Gentili famiglie mercoledì chiederò durante la videochiamata di cantare in gruppi la canzone Bella Ciao. Posso chiedervi di farli esercitare qualche volta? Vi invio l’audio con la base musicale", ha scritto un'insegnante della scuola De Amicis che ha inviato pure la canzone in allegato.

La denuncia. La situazione è stata denunciata da Matteo Rossino: "Siamo stati contattati da alcuni genitori perché nelle chat delle classi dei figli, qualcuno che fa riferimento all'Anpi aveva avanzato questa assurda proposta". Il responsabile di CasaPound per la provincia di Torino, contattato in esclusiva da ilGiornale.it, ha condannato fermamente quello che giudica un tentativo di manipolazione sui ragazzi: "Penso che i bambini vadano tutelati, non strumentalizzati e politicizzati a loro insaputa". Sono stati perciò presi i contatti con diversi genitori per esplicitare il sostegno nei loro confronti qualora si decidesse di "organizzare qualcosa contro questa vergogna".

Coronavirus, tra «Bella ciao» e «Inno di Mameli»: si canta sui balconi della Capitale. Messaggio Promozionale - video disponibile in 01 secondi. Flash mob contro la paura nel quartiere tiburtino | Ansa - CorriereTv 14 marzo 2020. C'è chi decide di cantare e chi di suonare. I romani decidono di combattere la paura per il coronavirus con il flash mob #AffacciatiAlle18. "Dobbiamo farci coraggio tutti insieme, stringere i denti e fare qualche sacrificio" scrive la sindaca sui social.

Coronavirus, tedeschi cantano "Bella ciao" dal balcone: "Amici italiani vi siamo vicini". (Agenzia Vista 18 marzo 2020) Germania, 18 marzo 2020 Coronavirus, tedeschi cantano "Bella ciao" dal balcone: "Amici italiani vi siamo vicini" Il messaggio di solidarietà all'Italia da parte dei cittadini tedeschi di Bamberg, in Baviera: "Carissimi amici italiani in questo momento difficile per tutti noi ma soprattutto per voi ci teniamo a farvi sapere che vi siamo molto vicini. Siamo stati molto colpiti e ci siamo particolarmente emozionati nel vedere le vostre reazioni all'isolamento mentre cantate dai balconi di casa. Abbiamo deciso di unirci al vostro coro e di cantare per voi la canzone di libertà per eccellenza. Ci auguriamo tutti che possa costituire l'inno di liberazione dal virus. Un abbraccio. I vostri amici tedeschi".

Virus, l'ultima trovata dell'Anpi: far suonare "Bella Ciao" dai balconi. L'Italia chiusa in casa. La proposta dei partigiani in vista del 25 aprile: "Facciamo sentire, in musica, dai balconi, dalle finestre, la forza della Liberazione". Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 01/04/2020 su Il Giornale. Passino gli applausi a medici e infermieri, passi l'inno d'Italia mixato da dj improvvisati sui tetti delle città e pure quegli ottimistici striscioni con la scritta "andrà tutto bene" (siamo sicuri?). In tempo di quarantene forzate va bene ogni cosa: chi non lavora dovrà pur passare il tempo e i messaggi positivi non rovinano mica la pelle. Però occhio a non tirare troppo la corda. Perché finché si tratta di disegnare un arcobaleno su un lenzuolo o di canticchiare l'inno di Mameli, gli italiani si son dimostrati più o meno concordi nel partecipare ai flash-mob. Ma cosa accadrebbe se tra qualche giorno le casse facessero risuonare "Bella Ciao" per le strade dell'intera Penisola? Per ottenere la risposta alla domanda, basterà attendere il 25 aprile. La festa della Liberazione infatti come sempre arriverà puntuale e con essa non mancheranno le dispute politiche. Giorgia Meloni forse non lo festeggerà (come già successo in passato). Matteo Salvini stavolta non potrà andare a Corleone, viste le restrizioni dovute al coronavirus. Ed è difficile che i nipotini dei partigiani potranno organizzare grossi eventi, a meno di miracoli sullo stop alla diffusione della pandemia. Pensavate che quest'anno ci saremmo evitati le diatribe? Sbagliato. L'Anpi infatti ha lanciato sui social un'idea innovativa (?) che mescola antifascismo e balconate: "Il 25 aprile facciamo sentire, in musica, dai balconi, dalle finestre, la forza della Liberazione, della Costituzione, dell’unità". L'hashtag è #bellaciaoinognicasa al motto di "un'invasione di memoria". Per ora l'iniziativa non sembra aver registrato molte adesioni, almeno non sui social. Ma presto l'Anpi fornirà tutti i dettagli. Non stiamo nella pelle. Ci sia però permessa una riflessione. Venti giorni fa, quando è iniziata la reclusione forzata, giornali e televisioni si sono sperticati nell'elogio dei vari eventi gioiosi alle finestre. "Ci siamo riappropriati dei balconi", era il motto imperante e qualcuno ha pure scritto un intero pezzo sul "primo weekend senza weekend". Piccolezze retoriche, di fronte a un virus che ha già ucciso 12mila persone, cioè 289 volte le vittime provocate dal crollo del ponte Morandi. Cosa hanno prodotto le canzonette? Poco o nulla. Fondi in più per la ricerca? No. Soldi per l’ospedale in Fiera a Milano? Neppure. La proposta dell'Anpi sembra allora inserirsi pienamente in questo tragicomico filone, fatto di puerile ostentazione di buoni sentimenti. Facciamola pure sentire "la forza della Liberazione" dai balconi delle città. Ma poi cosa ci avremo guadagnato? Un po' di polemiche in più, visto che non tutti apprezzano Bella Ciao; e nulla di concreto per i medici in prima linea. Quest'anno non sarebbe meglio una semplice raccolta fondi?

Cittadini costretti ad ascoltare Bella Ciao: operai del Comune con musica a palla. È successo a Malalbergo (Bologna). La denuncia di Fratelli d'Italia: "È normale questa costrizione? Democrazia comunista, noi indagheremo". Luca Sablone, Sabato 25/04/2020 su su Il Giornale. Neanche il 25 aprile c'è la libertà di non ascoltare Bella Ciao. I cittadini di Malalbergo (Bologna) sono stati infatti costretti a sentire la canzone simbolo della lotta partigiana: la denuncia è arrivata direttamente da alcuni residenti che hanno visto passare un'auto, probabilmente usata dagli operai del Comune, con gli altoparlanti sul tetto. Un modo originale per celebrare la Festa della Liberazione che però non è stato gradito da molti. Il video è stato postato da Marco Lisei: "Bella Ciao per forza! Se abiti al Comune di Malalbergo (Bo) sei costretto ad ascoltare bella ciao! Democrazia comunista". Il capogruppo di Fratelli d'Italia in Emilia-Romagna ha annunciato che sulla vicenda vuole vederci chiaro: "Filodiffusione, con auto del Comune a quanto pare ed immaginiamo con dipendenti del Comune. Verificheremo...". C'è chi ha rivelato che si tratterebbe di una vecchia vettura della polizia municipale utilizzata da anni dagli operai comunali. Sui social non sono mancanti commenti di indignazione per quanto si è verificato: "La sinistra si è appropriata arbitrariamente delle feste di liberazione, del lavoro, delle canzoni, che appartenevano e appartengono a tutti gli italiani, per cui le usano come propaganda politica. Non è giusto e non è onesto, sono solo antidemocratici e antiitaliani"; "Li denuncerei"; "Come siamo messi...questa non è democrazia". E non si tratterebbe proprio di un caso isolato. Alcuni utenti hanno segnalato: "Anche a Molino del Pallone in Alto Reno Terme"; "Lo stanno facendo anche a Massa Lombarda"; "Anche a Pianoro...".

"Solita prepotenza e faziosità". Contattato in esclusiva da ilGiornale.it, Galeazzo Bignami ha espresso il proprio sconcerto per quella che reputa una vera e propria assurdità, considerando soprattutto il delicato periodo che il Paese sta attraversando: "Trovo incredibile che in un momento in cui tutti siamo costretti a stare a casa, un sindaco invii auto del Comune diffondendo una canzone faziosa e divisiva come Bella Ciao, costringendo tutti ad ascoltarla". Perciò ha invitato il primo cittadino a utilizzare la polizia municipale (ma comunque le auto pubbliche in generale) in maniera più intelligente e per contesti di maggiore urgenza. "È la solita prepotenza e faziosità di chi interpreta le istituzioni come di una parte e non, come dovrebbe essere, al servizio di tutti", ha concluso il deputato di Fratelli d'Italia.

Francesco Guccini canta Bella Ciao contro Salvini, Meloni e Berlusconi. Veronica Caliandro il 26/04/2020 su Notizie.it. In occasione della Festa della Liberazione il cantautore Francesco Guccini ha cantato Bella Ciao cambiando però alcune strofe attraverso le quali ha voluto individuare come invasori odierni tre personaggi della politica italiana, ovvero Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Francesco Guccini ha preso parte alla manifestazione Io Resto Libero promossa da Carlin Petrini e Renzo Piano per poter manifestare e non dimenticare l’importanza e il significato del 25 aprile pur restando a casa. Chiunque, infatti, aveva la possibilità di dare un proprio contributo in merito e fra questi si annovera la partecipazione del cantautore Francesco Guccini che per l’occasione ha cantato una versione rivisitata di Bella Ciao. In un video condiviso sui social, infatti, Francesco Guccini ha cantato: “Stamattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. C’era Salvini con Berlusconi, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao con i fasci della Meloni che vorrebbero ritornar. Ma noi faremo la resistenza, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, noi faremo la resistenza come fecero i partigian. O partigiano portali via, come il 25 april“. Dopo qualche ora è arrivata la replica di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, che non ha gradito il messaggio lanciato dal cantautore. A tal proposito ha dichiarato: “Cosa intende esattamente Francesco Guccini quando dice che con Meloni, Salvini, Berlusconi faranno la ‘resistenza come hanno fatto i partigiani’? Che dovrebbero farci i processi sommari, appenderci a testa in giù, rasarci i capelli ed esporci alla pubblica gogna? Cosa intende quando dice "oh partigiano portali via"? Dove dovrebbero portarci questi partigiani? Al confino, in galera, dove? Questa si chiama istigazione all’odio, cari compagni. Ma noi non ci faremo intimorire, mai. Dovete batterci nelle urne, se ne siete capaci.

La priorità del Pd: "Affiancare Bella Ciao all'inno di Mameli". Il deputato Gian Mario Fragomeli ha presentato una proposta di legge per far studiare il canto partigiano all'interno delle scuole. Luca Sablone, Venerdì 01/05/2020 su Il Giornale. In piena emergenza Coronavirus ci si dovrebbe dedicare esclusivamente allo studio di interventi economici per non lasciare indietro nessun cittadino. Mentre titolari e dipendenti di attività costrette a stare chiuse fino al primo giugno attendono direttive e indicazioni per la riapertura, il Partito democratico ha pensato bene di fare una proposta concreta. Bonus? Sussidi? Aiuti economici? Macché! La priorità, ancora una volta, è rappresentata da Bella Ciao. Gian Mario Fragomeli ha presentato una proposta di legge per riconoscerne il valore istituzionale e per affiancare la sua esecuzione a quella dell'inno di Mameli in occasione delle cerimonie per la Festa della Liberazione. In sostanza il deputato dem vorrebbe ottenere il riconoscimento ufficiale della canzone simbolo della lotta partigiana come canto ufficiale dello Stato italiano. Ma non è finita qui: l'intenzione è anche quella di farla studiare all'interno delle scuole. "Non meno importante, infine, la legge dispone anche che in tutte le scuole, all’insegnamento dei fatti legati al periodo storico della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza e della lotta partigiana, venga affiancato anche lo studio della canzone Bella Ciao", ha spiegato il lecchese della Brianza.

"Ricordo e memoria civica". Fragomeli ha parlato della genesi e della diffusione di Bella Ciao, che a suo giudizio spesso vengono associate "unicamente al periodo storico della Resistenza e del movimento partigiano contro l’oppressione nazifascista". Ha invece fatto affidamento a studi filologici che dimostrerebbero come il canto trovi maturazione e diffusione "in diversi periodi collocabili tra la metà degli anni Cinquanta, in un momento in cui la politica ha la necessità di unificare le varie anime della Resistenza". Successivamente è diventato un inno condiviso e cantato da movimenti popolari di tutto il mondo grazie ai "temi assoluti della lotta all’oppressione e del valore della democrazia". Perciò il deputato del Partito democratico lo giudica non un canto divisivo che opprime una singola parte politica. Tutte le forze politiche democratiche in campo "possono ugualmente riconoscersi negli ideali universali cui si ispira la canzone", dalla lotta patriottica "contro ogni forma di prevaricazione" al diritto di cittadinanza e di civile convivenza "all'insegna della tolleranza e dell'uguaglianza fra i popoli", passando per la riaffermazione dell'identità nazionale "attraverso il ricordo e la memoria civica". Da qui la sua proposta di legge, che riconosce Bella Ciao "come canto ufficiale dello Stato Italiano, facente riferimento al Cerimoniale di Stato nell’ambito dei festeggiamenti per la Festa della Liberazione e che la sua esecuzione segua quella dell’inno nazionale in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile".

Povia rivisita “Bella ciao”. Ma non vi accorgete che l’invasione continua ancora oggi?  Domenico Bruni sabato 25 aprile 2020 su Il Secolo d'Italia. Stavolta in cantautore milanese Povia l’ha fatta grossa. Sì, perché alle 15 ha cantato una parodia, anzi, una rivisitazione di Bella ciao, canto popolare che non fu mai dei partigiani. Ma di cui adesso i sedicenti antifascisti si sono appropriati. In contrapposizione a Bella ciao che la sinistra aveva minacciato di cantare dai balconi alle 15, Povia insomma oppone Italia ciao. Il cantautore milanese da sempre non fa mistero di non apprezzare la retorica e la narrazione della sinistra, ad esempio sul dramma degli esuili istriani o delle foibe. E così stavolta ha proposto la canzone-risposta a Bella ciao, facendo infuriare gli antifascisti, che si sono visti dissacrare quello che loro considerano un dogma intoccabile, la canzone cioè che i partigiani in realtà non hanno mai cantato. Povia senza dubbio ha il merito di voler tentare di aprire gli occhi ai fan della resistenza e della liberazione, sostenendo che non è che adesso poi si stia tanto meglio di prima. Solo che è un’invasione più subdola, della quale nessuno si rende conto. Inutile dire che il video di Povia è già diventato virale sul web. Scrive Povia: “Farà arrabbiare qualcuno ma.. è la verità, perciò la dovreste diffondere a macchia d’olio. Buon 25 aprile fanciulli e fanciulle e buona festa di San Marco. #libertà”. Ma ecco il testo della canzone: “Questa mattina mi sono svegliato, Italia ciao, Italia ciao, Italia ciao, ciao, l’americano ci ha liberato e ha cacciato l’invasor. Passano gli anni, e poi i decenni, Italia ciao…, si parla ancora di quel ventennio e non ti accorgi del black out. E non vedi che l’invasore, è ancora qui: un nuovo Hitler, giacca e cravatta, che ti bacchetta da Bruxelles. E’ sostenuto da ogni governo che dice che non c’è più guerra da settant’anni, però c’è sempre povertà”. Povia prosegue nel suo j’accuse: “Chiudono aziende, ci son suicidi, Italia addio… disoccupati sottopagati costretti a dire sempre sì. Crollano i ponti, anche le strade, Italia ciao… e quesùi paesi terremotati son sempre lì che aspettano…” . Povia poi elenca gli altri mali del belpaese e attacca l’Europa germanocentrica. E conlcude: “Italiano non ti accorgi che quel regime è ancora qua e che piano piano con il sorriso ti toglierà la libertà”.

Povia canta “Bella Ciao” / Video “Italia ciao”, 25 aprile: “Nuovi Hitler a Bruxelles”. Fabio Belli su il Sussidiario il 25.04.2020. Povia canta “Bella Ciao”. Video “Italia ciao”, 25 aprile: “Nuovi Hitler a Bruxelles”, l’esibizione su Instagram fa discutere. Giuseppe Povia approfitta della ricorrenza del 25 aprile per fare di nuovo polemica: il cantautore ha rivisitato la tradizionale “Bella Ciao” chiamandola “Italia Ciao” e sottolineando come l’Italia oggi si troverebbe sotto una dittatura più temibile di quella nazifascista, ovvero quella dell’Unione Europea. Povia inizia la canzone ricordando in sintesi: “Italia ciao, l’americano ti ha liberato dall’invasore, oggi si parla ancora di quel ventennio ma l’invasore è ancora qui: i nuovi Hitler vestono in giacca e cravatta e sono a Bruxelles“. Insomma, un’accusa pesantissima all’Europa e al cappio finanziario con il quale strangolerebbe l’Italia, una “dittatura morbida” che secondo Povia uccide ben più di quanto abbiano fatto quelle del passato. Povia ricorda le situazioni di disagio che si moltiplicano in Italia, come quelle dei terremotati che ancora aspettano un vero sostegno dallo Stato, e nel commento al video spiega: “Ho rivisitato “Bella Ciao”. Farà arrabbiare qualcuno ma… è la verità, perciò la dovreste DIFFONDERE a macchia d’olio. Buon 25 aprile fanciulli e fanciulle.” Povia, vincitore del Festival di Sanremo nel decennio scorso, non è nuovo a sortite del genere: considerato vicino ad ambienti di destra e sovranisti, ha sempre preso le distanze in diverse interviste dall’Unione Europea, a suo parere gestita da tecnocrati capace di imporre per l’appunto una vera e propria dittatura finanziaria. Per Povia non sono mancate critiche da chi ha visto la rivisitazione di “Bella Ciao” semplicemente come un modo di provocare e infastidire durante le celebrazioni del 25 aprile. “Mamma mia che delirio, non vale neanche la pena insultarti“, scrive qualcuno. Altri invece elogiano l’iniziativa del cantautore, soprattutto per quanto riguarda i riferimenti all’attualità. Tra i commenti su Instagram si legge: “Ho avuto il piacere di conoscerti.. Una persona vera… Una musica bellissima… L’ho girato a tanti amici miei… E tutti sono rimasti compiaciuti… questa é la vera “Bella Ciao” di questo periodo… È perfetta.” Insomma, se l’obiettivo di Povia era far discutere, allora missione compiuta.

Diego Fusaro: "Bella ciao? No, cosa canto io il 25 aprile”. Il filosofo contro “falsi partigiani e falsi scienziati”. Libero Quotidiano il 25 aprile 2020. Non "Bella ciao" ma "La canzone del Piave". La proposta è di Ignazio La Russa ed è nata come dedica ai caduti della guerra e del coronavirus.  "La Canzone del Piave unifica sicuramente tutti gli italiani: soprattutto in questo contesto di guerra permanente contro il virus può essere un bel richiamo", dice Diego Fusaro in una intervista a Il Giornale. "Chi l’ha proposta è stato attaccato, ma io non ci vedo nessuna provocazione, semmai una bella iniziativa, condivisibile o no in tutta libertà. Tra l’altro quelli che cantano 'Bella Ciao', se avessero ereditato la cultura ribelle partigiana, non tollererebbero certo l’esercito per le strade, i droni e le app per la localizzazione".

 “Il 25 aprile noi canteremo. Il Piave mormorava”. Redazione su Il Giornale off il 06/04/2020. In Italia fare cultura è impresa improba. Fare politica idem. La cultura politica, poi, non ne parliamo. Intanto però alla scuola di Formazione Politica Alleanza Nazionale Milano, che per ora fornisce lezioni solo online,hanno partecipato il giornalista Fausto Biloslavo  in dialogo con Ignazio La Russa e Edoardo Sylos Labini hanno affrontato proprio questi temi. Numerosi gli argomenti, primo fra tutti il giornalismo di guerra e il compito dei giornalisti: essere, per i lettori, gli occhi della guerra (dal titolo di un libro scritto da Biloslavo e Gian Micalessin). Inevitabile nel corso della puntata un ricordo affettuoso di Almerigo Grilz (Trieste, 11 aprile 1953 – Caia, 19 maggio 1987), il primo giornalista di guerra a perdere la vita durante un conflitto bellico in tempi di pace per l’Italia: in suo nome, si proponga ai sindaci d’Italia di dedicargli una via. Edoardo Sylos Labini, per conto di CulturaIdentità di cui è presidente e fondatore, ha a sua volta lanciato la proposta di istituire un premio giornalistico intitolato a suo nome. E’ stata affrontata anche quella forma di discriminazione, a Parma e Milano, che consente a solo gli antifascisti di svolgere attività come l’uso delle sale comunali. La Russa ha poi avvertito che per il 25 aprile l’ANPI, ha proposto di affacciarsi ai balconi e cantare Bella Ciao: proprio quando si chiede a tutti di aderire ai valori portanti dell identità nazionale l’ANPI chiede di festeggiare con una canzone di parte la guerra civile italiana, quando invece il 25 aprile dovrebbe essere una pacificazione e ricordare tutti i caduti della guerra civile, compresi i civili del dopoguerra, compresi i civili di oggi uccisi dal coronavirus: lo si può fare esponendo il tricolore alle finestre listato a nero, intonando la canzone che i militari dedicano ai caduti, la Canzone del Piave. Labini ha poi tracciato i paralleli fra la lezione del Vate d’Annunzio e l’Europa di oggi: nel settembre 1919 e nel Natale di sangue del 1920 si unirono i giovani di tutto il mondo a Fiume, d’Annunzio si battè per la sovranità di ogni singolo popolo contro la nascente Società delle Nazioni e la pace di Versailles, che assomiglia alla UE fatta a Bruxelles col dominio di poche nazioni su tante. Dobbiamo trovare un d’Annunzio! Forse Giorgia Meloni? Proprio lei concluse il suo intervento alla Festa di Atreju con una citazione di d’Annunzio. E proprio a Fiume si realizzò l’arte al potere, si realizzò n utopia degli artisti al potere: sfatiamo il tabù che tutti gli artisti sono di sinistra, non è vero L’artista vero è un uomo libero, non frequenta i salottini. Dalla cultura e dalla cultura politica si è poi passati alla politica, con un vaticinio di La Russa: siamo sicuri che tutti questi fans di Mario Draghi non siano gli stessi che pochi anni fa tifavano per Mario Monti?

·        Pandemia e Vaticano.

Dagospia l'8 maggio 2020. Da “Radio Capital”. Si è deciso di ricominciare le messe, con le dovute cautele. "La riapertura delle chiese è molto desiderata. Dal punto di vista del rischio di avere assembramenti, però, questo li aumenta, ogni rubinetto di apertura crea problematiche. Spero e credo che venga attuato nel miglior modo possibile, è una questione soprattutto di responsabilità e di autoconvincimento che non è ancora finita, che non siamo fuori dal rischio. Io avrei aspettato ancora un po'", dice a Radio Capital il virologo Fabrizio Pregliasco, "il rischio è più elevato per gli anziani, quindi è necessario che ci siano misure stringenti, eventualmente anche, e qui servirà un impegno da parte dei parroci, moltiplicare le occasioni di incontro, dare maggiori occasioni di essere presenti al rito, per garantire il massimo distanziamento. L'organizzazione e la responsabilizzazione saranno elementi determinanti. Magari si potrebbero prevedere prenotazioni online, come stiamo immaginando per le attività sanitarie e altri ambiti. Bisogna migliorare l'efficienza e la sicurezza di questi momenti di raccoglimento".

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera” l'8 maggio 2020. Con mascherine, distanze e numero chiuso, con le ostie distribuite dal sacerdote in «guanti monouso» e ricevute nelle mani senza contatti, insomma con tutta la prudenza del caso si ricomincia: dopo due mesi di divieto per la pandemia, da lunedì 18 maggio i fedeli cattolici potranno tornare a messa. Si parte dalle messe feriali, meno frequentate - e giusto nel centenario della nascita, il 18 maggio 1920, di Giovanni Paolo II - in modo da avere qualche giorno di rodaggio prima di domenica 24. Il «protocollo di intesa» tra governo e Cei è stato firmato ieri mattina a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro dell' Interno Luciana Lamorgese e il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi. Dopo le tensioni di due settimane fa, e la protesta della Cei in nome della «libertà di culto», le parole concilianti di papa Francesco sulla «prudenza e obbedienza alle disposizioni» erano state il segno del ritorno al dialogo. Come chiedevano i vescovi, ora il protocollo prevede la «ripresa graduale» delle celebrazioni «con il popolo». Il ministro dell' Interno ha fatto sapere che un «impegno analogo» è stato preso anche con i rappresentanti delle altre fedi, dagli ebrei ai musulmani, e delle altre confessioni cristiane. All' inizio della settimana c' è stato un incontro telematico e ieri era pronta la terza versione del protocollo, un testo simile a quello con la Cei è definito, tutti hanno chiesto di poter ricominciare lo stesso giorno dei cattolici. Nel dettaglio, il protocollo per le messe prevede di evitare «ogni assembramento» e che «il legale rappresentante», cioè il parroco, «individui la capienza massima dell' edificio, tenendo conto della distanza minima di sicurezza», almeno un metro tutt' intorno. L' accesso sarà «contingentato e regolato da volontari», se mai si celebreranno più messe. Entrando in chiesa bisogna rispettare la distanza di «almeno un metro e mezzo», le porte restano aperte «per evitare che porte e maniglie siano toccate». All' ingresso saranno disponibili dei «liquidi igienizzanti». I fedeli indosseranno le mascherine e non potranno entrare se hanno una temperatura pari o superiore a 37,5 gradi o sono stati in contatto «nei giorni precedenti» con persone positive al Covid-19. Si dovranno disinfettare tutti gli spazi, gli oggetti sacri e i microfoni alla fine di ogni messa. Bisogna poi «ridurre al minimo la presenza di concelebranti e ministri», ci può essere un organista ma non il coro, non si deve fare lo scambio della pace, le acquasantiere resteranno vuote. Quanto alla distribuzione della comunione, «avvenga dopo che il celebrante e l' eventuale ministro straordinario avranno curato l' igiene delle mani e indossato guanti monouso; gli stessi - indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo un' adeguata distanza - abbiano cura di offrire l' ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli». Evitare contatti, soprattutto: niente libretti di preghiere e canti e niente offerte durante la messa. Tutte le disposizioni si applicano anche per battesimi, matrimoni, unzione degli infermi e funerali. Le cresime sono rinviate. Anche le confessioni devono avvenire «in luoghi ampi e areati», sacerdoti e fedeli «indossino sempre la mascherina». In Vaticano la faccenda è ancora «allo studio». Per il momento Francesco continuerà a dire messa a Santa Marta senza fedeli. La prima grande celebrazione in vista è Pentecoste, il 31 maggio. «Si stanno valutando le modalità» spiegano Oltretevere, perché le messe del Papa sono un problema a parte, San Pietro è enorme e anche rispettando le distanze ci sarebbe un problema di code all' ingresso e assembramento.

Il Papa ad una mamma: "Santo io? Magari ci vediamo all’inferno". La donna, mamma un ragazzo affetto da una patologia riconducibile all'autismo, nel salutare il Papa aveva fato riferimento alla sua santità. Gabriele Laganà, Mercoledì 06/05/2020 su Il Giornale. "Santo io, magari ci vedremo all'inferno". Probabilmente è stata una battuta riuscita male ma la frase pronunciata da Papa Francesco per salutare un ragazzo affetto da una patologia riconducibile all'autismo e la sua mamma, entrambi residenti a Caravaggio, sta suscitando un enorme clamore. I due avevano scritto una toccante lettera indirizzata al Pontefice in cui spiegavano le difficoltà vissute per colpa del coronavirus. La risposta di Bergoglio non si è fatta attendere. Il Papa, infatti, ha voluto telefonare al giovane Andrea e alla sua mamma, Maria Teresa Baruffi Pirotta, sia per un saluto che per un "rimprovero" bonario. Il ragazzo, infatti, nella missiva aveva chiesto al Santo Padre di avere in regalo una papalina e lo aveva invitato a non pronunciare più, durante la celebrazione dell’Eucarestia, la frase "scambiatevi il segno della pace" perché in questi difficili tempi si devono evitare contatti fisici come la stretta di mano. Francesco, nei giorni scorsi, ha citato Andrea in una omelia ma ha voluto sentire di persona quel giovane così rispettoso delle regole. E così Bergoglio ha telefonato alla mamma di Andrea e ha parlato con il ragazzo. Un'emozione grandissima per il giovane e i suoi genitori, famiglia legata da un particolare legame d'affetto a don Umberto Zanaboni, parroco di Derovere, Cella Dati e Pugnolo. Nella conversazione, Bergoglio ha ringraziato il giovane promettendogli di fargli recapitare la papalina e lo ha incoraggiato ad andare avanti. La telefonata dura circa 4 minuti. Al termine della chiacchierata, la mamma di Andrea ha ringraziato tanto il Pontefice per avere regalato loro momenti di gioia e commozione. La donna, allo stesso tempo, ha promesso al Papa di pregare per lui anche se non ve ne è bisogno perché è già un santo. Ed è a questo punto che Francesco, forse spiazzato dall’affermazione sulla sua santità, si è lasciato andare ad una battuta che ha colto di sorpresa i presenti. "Allora ci rivedremo all'inferno", ha scandito il Pontefice. Il tutto è stato filmato con il telefono da uno dei familiari che in quel momento si trovavano in casa. Nel video si vede la signora che sgrana gli occhi e scuote la testa e afferma che loro sicuramente andranno tutti all'inferno ma di sicuro lui no. Il filmato ha iniziato subito a girare su internet ed è stato ripreso da vari siti cattolici, tra cui Korazim, sollevando perplessità per la battuta.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 4 maggio 2020. All'ingresso di Sant'Anna, ai cancelli, da stamattina le Guardie Svizzere che controllano i confini dello stato vaticano per la prima volta dallo scoppio della pandemia montano la guardia con la mascherina. Le disposizioni di indossare protezioni contro il covid-19 sono arrivate dal Papa solo stamattina. «Nuove disposizioni» confermano dal quartier generale. Di fatto da oggi anche in Vaticano finisce il lockdown e inizia la fase 2 che prevede un inevitabile maggiore flusso di persone che entrano ed escono dal piccolo stato pontificio. L'obbligo di indossare mascherine riguarda anche i gendarmi. In Vaticano sono stati riscontrati 10 casi di positività, secondo quanto ha annunciato la sala stampa vaticana. Intanto le Guardie Svizzere si preparano a festeggiare lo storico anniversario delle 147 Guardie cadute durante il Sacco di Roma,  nel 1527 con la deposizione della corona sul “Piazzale dei Protomartiri Romani”. La commemorazione sarà preceduta dalla messa nella chiesa del Campo Santo Teutonico.

DAGOREPORT il 27 aprile 2020. I palazzi della politica per una volta sono tutti d’accordo: quella di sabato sera è stata la peggiore delle conferenze stampa di Giuseppe Conte. Idem sentire per i partiti della maggioranza: la comunicazione è stata gestita malissimo da Casalino e il suo burattino con i capelli tinti e la pochette a 4 punte. Al punto che oggi quel poverocristo del Capo dello Stato è stato costretto a mettere una pezza a una delle tante cazzate del premier. "Le scuole chiuse sono una ferita per tutti. La scuola non è soltanto il luogo dell'apprendimento. È la vostra dimensione sociale fondamentale, nella quale, assieme al sapere e alla conoscenza, cresce e si sviluppa la personalità di ognuno di voi. Cioè quel che sarete nella vostra vita futura", ha sibilato Mattarella. Dopo la scuola e tutte famiglie che, riaprendo aziende e uffici, non sanno a chi affidare i figli, il pio Conte è riuscito a far incazzare pure il Vaticano. Via libera ai funerali con una top list di 15 parenti ma porte sbarrate alla celebrazione della santa messa fino al 1 giugno, insieme alla riapertura di bar, ristoranti e parrucchieri. Per i vescovi della CEI l’“esclusione arbitraria delle messe” è una violazione dell’”esercizio della libertà di culto”, esplicito richiamo dell’articolo 19 della Costituzione e del Concordato che regola i rapporti fra Chiesa e Stato. Mai vista una scomunica così furibonda contro il Governo italiano per la decisione di tenere ancora sbarrate le chiese da parte dell’ex Avvocato di Padre Pio, oggi Avvocato del Diavolo, che era stato ricevuto pure dal Papa lo scorso 30 marzo, nel picco della pandemia? Qui viene il bello. Come mai alla Conferenza episcopale italiana sono bastati appena cinque minuti dopo la fine della conferenza stampa del premier, per diramare il durissimo comunicato? Semplice: la CEI ha accusato di alto tradimento Conte, in quanto l’ex allievo di Villa Nazareth, il collegio universitario cattolico oggi presieduto dal cardinale e segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, aveva trattato un protocollo per il ritorno alle funzioni religiose direttamente con il segretario della presidenza del Consiglio Roberto Chieppa. Tanto che le diocesi avevano già inviato ai parroci l’accordo con palazzo Chigi: un sacrestano all’ingresso, via l’acqua benedetta, distanziamento sociale tra i fedeli e ovviamente niente scambio del segno della pace al termine della messa. Per questo il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, e Marco Tarquinio, direttore del quotidiano “Avvenire”, sono usciti pazzi e hanno fucilato il “traditore” di Palazzo Chigi. Era successo che nelle ore precedenti la conferenza stampa di Conte, i ministri Speranza (Sanità) e Boccia (Affari Regionali), affiancati da Dario Franceschini, Vittorio Colao e dai 5Stelle, hanno fatto scopa con i sapientoni del Comitato Tecnico Scientifico, irremovibili a cestinare l’accordo del premier con la Chiesa. Lor Signori hanno reputato prematuro quindi pericoloso la partecipazione dei fedeli alle funzioni religiose: “allo stato attuale alcune criticità sono ineliminabili che includono lo spostamento di un numero rilevante di persone e i contatti ravvicinati durante l'Eucarestia". L’argomento definitivo che ha tagliato la testa all’accordo con i vescovi: l’età media dei fedeli è alta, ergo: tali ‘’assembramenti’’ di beghine aggiungono ancor più rischio alla diffusione del contagio. Amen. E subito il Coniglio Mannaro di Palazzo Chigi si è cagato addosso. Mea culpa, mea culpa, mea maxina culpa. Chiunque politico sa che mettersi contro la Chiesa vuol dire tornare in breve tempo a pettinare le bambole nello studio del prof. Alpa. Ed ecco Conte che si è cosparso il capino di cenere e inginocchiato ha digitato il numero del segretario generale della CEI, don Ivan Matteis. Già nei prossimi giorni – si legge in una nota – “si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”. A spingere per una soluzione alle richieste della Chiesa, oltre alle ministre renziane Bellanova e Bonetti anche il Pd (Franceschini compreso: il capo delegazione dei Dem, da bravo democristiano, una volta ottenuta la riapertura dei suoi musei se n’è fregato del resto). E giovedì mattina verrà presentato da Conte un nuovo protocollo alla CEI, ma quasi sicuramente la data del 4 maggio è impraticabile; più probabile che i cattolici potranno ritornare a pregare in Chiesa a partire dal 18 maggio. Sarebbe difficile per Conte e Franceschini, Speranza e Boccia, spiegare che il 18 riaprono i musei mentre i vescovi non possono riaprire le chiese...

Papa Francesco, Luigi Bisignani: "Alta tensione con Giuseppe Conte, come nel 1928 con Benito Mussolini". Libero Quotidiano il 28 aprile 2020. Oggi Papa Francesco ha nei fatti difeso Giuseppe Conte, placando le proteste dei vescovi per lo stop prolungato alle messe. Eppure - sostiene Luigi Bisignani sul Tempo - le cose non starebbero così. Infatti con il rinnovato divieto delle funzioni religiose e la regolamentazione dei fune rali, la tensione tra Stato e Chiesa non è mai arrivata ad un punto così drammatico, tanto che, il Segretario di Stato Pietro Parolin sta pensando di inoltrare una nota ufficiale di protesta. Non era mai accaduto prima, neppure ai tempi del divorzio e dell'aborto, che comunque arrivarono dopo dibattiti parlamentari e referendum. Bisogna tornare indietro al 1928, quando il Duce, Benito Mussolini, pretese lo scioglimento dell'Azione Cattolica.  Secondo Bisignani  Conte ha ignorato il principio della gerarchia delle norme secondo cui Costituzione, Concordato e Codice Penale non possono essere scavalcati da atti amministrativi come un Dpcm. 

Il Papa zittisce i Vescovi: “Ora obbedienza e prudenza per fermare la pandemia”. Il Dubbio il 29 aprile 2020. Bergoglio “difende” le misure restrittive nei confronti delle messe. Ma Ruini disobbedisce: “Giuste le proteste della Cei”. “In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”. Parola di papa Francesco che con due semplici ma pesantissimi sostantivi – “prudenza e obbedienza” – ferma le critiche dei vescovi italiani nei confronti del governo che ha deciso di prolungare il “lockdown delle messe”. E poco prima delle parole del papa, sulla questione era intervenuto, in modo opposto, come ormai accade spesso in Vaticano, anche l’ex presidente Cei Camillo Ruini: “‘L’eucaristia per i credenti è anzitutto un bisogno, il bisogno del pane della vita. Il Papa ha dato voce a questo bisogno che riguarda tutta la Chiesa. Purtroppo il governo, nell’ultimo decreto della Presidenza del consiglio, ha disatteso questo bisogno, arrogandosi competenze non sue riguardo alla vita della comunità cristiana”. ”Bene – ha quindi rimarcato Ruini – ha fatto quindi la Conferenza episcopale a protestare con forza. Ora il governo ha il dovere di rivedere le sue posizioni”.

Il biblista: “Dio è fuori dalle chiese”. La pandemia e la chiusura delle Chiese poteva essere “un’occasione provvidenziale per scoprire che il Signore sta nella vita, non nelle celebrazioni: sta fuori dalle chiese. Quanti gesti di altruismo stanno nascendo? Nella solidarietà, è lì che bisogna cercarlo”. Lo dice padre Alberto Maggi, biblista e frate dei Servi di Maria, direttore del Centro studi biblici di Montefano (Macerata), rispondendo alle domande dell’AGI. La lezione del frate parte proprio dai primi passi del cristianesimo: “Nei primi secoli non c’erano le chiese eppure sono stati i più vivaci secoli di crescita della comunità cristiana. L’eucaristia si celebrava nelle case e il cristiano si riconosceva per la sua attenzione verso gli ultimi. Il successo del cristianesimo è stato proprio che i paria della società hanno scoperto che anche loro avevano una dignità. Non le chiese o le basiliche”. Il centro studi biblici che presiede è stato “tra i primissimi a chiudere perchè la salute delle persone è più importante. Eppure siamo impegnati come non mai: leggiamo il vangelo su Youtube: ieri c’erano più di 500 persone collegate che ascoltavano il Vangelo per oltre un’ora. Una cosa incredibile, come la gratitudine che hanno mostrato”. “La mia posizione è maggioritaria, ma non tutti hanno il coraggio o la capacità di dirlo. Una persona di buonsenso capisce che non è il momento di aprire la chiesa. Non si tratta di una fabbrica, chi disinfetterebbe se a malapena si trova chi va a fare le pulizie?”. Il giudizio del biblista sui colleghi più giovani è molto netto: “Sono spesso scodinzolanti con le liturgie e i paramenti. Si tratta dell’ultima sfornata sotto Papa Ratzinger: tutti pizzi e merletti e poca cultura”. Insomma l’epidemia, al di là delle polemiche vescovili “poteva servire a far riscoprire la bellezza della Parola e del servizio. Le chiese le riapriremo e quando lo faremo suoneranno le campane a festa, ma dovranno esserci tutte le condizioni”.

Massimo Franco per il “Corriere della Sera” il 29 aprile 2020. Viene sempre più da chiedersi se lo scontro sia davvero tra il governo, e il Vaticano e i vescovi italiani; oppure se la dialettica a volte aspra con Palazzo Chigi non rifletta le contraddizioni e la strategia ondivaga di una Chiesa cattolica disorientata fin dall' inizio della pandemia; e alla ricerca di una linea chiara al proprio interno. Il tema è delicato, perché comporta un' analisi dei rapporti tra Francesco e la Cei. E induce a pensare che alcune posizioni dell' episcopato siano nate dallo sforzo di interpretare il più fedelmente possibile le intenzioni del Pontefice: tranne poi essere corrette o perfino smentite nello spazio di poche ore. Anche se ieri sera, da fonti accreditate, è circolata la voce secondo la quale lunedì, poche ore dopo la dura presa di posizione della Conferenza episcopale contro le misure del governo nella fase 2, ci sarebbe stato una telefonata tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Casa Santa Marta, residenza papale dentro il Vaticano. Da lì sarebbero nate l'ipotesi di «un protocollo per svolgere le messe in sicurezza», all'aperto, dall'11 maggio; e la presa di posizione di Francesco che ieri mattina, poco prima della messa a Santa Marta, ha scolpito poche parole suonate come appoggio al governo e frenata, se non sconfessione, delle critiche della Cei. «Preghiamo il Signore», ha detto, «perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell' obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni». Parole di grande responsabilità, accolte tuttavia con una punta di imbarazzo e di sorpresa ai vertici della Chiesa italiana. Ma non è la prima volta che succede. Già a metà marzo , quando il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, aveva deciso dopo essersi consultato con il Papa di chiudere le chiese romane. Neanche un giorno dopo, quella decisione era stata disdetta da Francesco, che aveva spinto De Donatis a emanare un nuovo decreto, opposto al primo. Il 15 marzo, un Pontefice solitario, attorniato dalla scorta - tutti senza mascherina protettiva -, aveva raggiunto a piedi la chiesa di San Marcellino in via del Corso per sostare davanti al Crocifisso ligneo del quindicesimo secolo portato in processione per sedici giorni, dal 4 al 20 agosto del 1552 per le vie di Roma, per esorcizzare la peste che infuriava in città. E questo avveniva mentre in interviste pubbliche e con comunicati ufficiali i vertici della Cei spiegavano da giorni perché fosse giusto chiudere le chiese e sospendere messe, matrimoni e funerali; e mentre Palazzo Chigi diffondeva, compiaciuto, la notizia del Papa che invitava a pregare per le autorità «spesso sole, non capite»; e che nella messa mattutina nella sua residenza a Casa Santa Marta aveva difeso alcune misure «che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene». Tra ieri e oggi è accaduto qualcosa di simile. Una decina di giorni fa, a Casa Santa Marta, Francesco aveva detto che la Chiesa rischiava di essere «viralizzata» dal coronavirus. «Questa non è la Chiesa: questa è la Chiesa di una situazione difficile, ma l' ideale della Chiesa è sempre con il popolo e con i sacramenti. Sempre». Il 26 aprile, i vescovi hanno attaccato il decreto di Conte che rinviava la celebrazione delle messe. «I vescovi non possono accettare di vedere compromessa la libertà di culto. La decisione del governo è arbitraria», ha fatto sapere ufficialmente la Cei. Ma ieri sono risuonate di nuovo le parole papali. Sono smarcamenti nei quali non si avverte la volontà di delegittimare la Cei, sebbene di fatto il risultato sia questo. Appaiono semmai il riflesso della difficoltà anche di Francesco a fronteggiare un' emergenza che modifica il modo di essere della religione cattolica, e chiama in causa i rapporti tra Stato e Chiesa: una questione di principio, nella quale il Papa si è ripreso la scena a spese della Cei.

Da vaticannews.va il 28 aprile 2020. Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel martedì della III settimana di Pasqua. Nell’introduzione pensa al comportamento del popolo di Dio di fronte alla fine della quarantena: In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni. Nell’omelia, il Papa ha commentato il passo odierno degli Atti degli Apostoli (At 7,51-8,1), in cui Stefano parla con coraggio al popolo, agli anziani e agli scribi, che lo giudicano con false testimonianze, lo trascinano fuori della città e lo lapidano. Anche con Gesù hanno fatto lo stesso – afferma il Papa – cercando di convincere il popolo che era un bestemmiatore. È una bestialità partire dalle false testimonianze per “fare giustizia”: notizie false, calunnie, che riscaldano il popolo per “fare giustizia”, è un vero linciaggio. A volte capita anche oggi a qualche politico che si vuole far fuori prima delle elezioni. Così hanno fatto con Stefano, usando un popolo che è stato ingannato. Accade così coi martiri di oggi, come Asia Bibi, per tanti anni in carcere, giudicata da una calunnia. Davanti alla valanga di notizie false che creano opinione, talvolta non si può fare nulla. Penso alla Shoah, dice il Papa: è stata creata un’opinione contro un popolo per farlo fuori. C’è poi il piccolo linciaggio quotidiano che cerca di condannare la gente, di creare una cattiva fama, il piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio che crea opinioni per condannare le persone. La verità invece è chiara e trasparente, è la testimonianza del vero, di ciò in cui si crede. Pensiamo alla nostra lingua: tante volte coi nostri commenti iniziamo un linciaggio del genere. Anche nelle nostre istituzioni cristiane abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dai chiacchiericci. Preghiamo il Signore - è la preghiera conclusiva del Papa - perché ci aiuti ad essere giusti nei nostri giudizi, a non cominciare e seguire questa condanna massiccia che provoca il chiacchiericcio. Il Papa: Dio ci aiuti ad evitare il linciaggio quotidiano del chiacchiericcio. Di seguito il testo dell'omelia: Nella prima Lettura di questi giorni abbiamo ascoltato il martirio di Stefano: una cosa semplice, come è successo. I dottori della Legge non tolleravano la chiarezza della dottrina, e, appena proclamata, sono andati a chiedere a qualcuno che dicesse di aver sentito qualcuno dire che Stefano bestemmiava contro Dio, contro la Legge (cfr At 6,11-14). E dopo questo, gli piombarono addosso e lo lapidarono: così, semplicemente (cfr At 7,57-58).  È una struttura di azione che non è la prima: anche con Gesù hanno fatto lo stesso (cfr Mt 26, 60-62). Il popolo che era lì, ha cercato di convincere che era un bestemmiatore e loro hanno gridato: «Crocifiggilo!» (Mc 15,13). È una bestialità. Una bestialità, partire dalle false testimonianze per arrivare a “fare giustizia”. Questo è lo schema. Anche nella Bibbia ci sono casi del genere: a Susanna hanno fatto lo stesso (cfr Dn 13,1-64), a Nabot hanno fatto lo stesso(cfr 1Re 21,1-16), poi Aman ha cercato di fare lo stesso con il popolo di Dio (cfr Est 3, 1-14). Notizie false, calunnie che riscaldano il popolo e chiedono la giustizia. È un linciaggio, un vero linciaggio. E così, lo portano al giudice, perché il giudice dia forma legale a questo: ma già è stato giudicato; il giudice deve essere molto, molto coraggioso per andare contro un giudizio “così popolare”, fatto apposta, preparato. È il caso di Pilato: Pilato vide chiaramente che Gesù era innocente, ma vide il popolo, se ne lavò le mani (cfr Mt 27,24-26). È un modo di fare giurisprudenza. Anche oggi lo vediamo, questo: anche oggi è in atto, in alcuni Paesi, quando si vuole fare un colpo di Stato o “fare fuori” qualche politico perché non vada alle elezioni, si fa questo: notizie false, calunnie, poi si affida ad un giudice di quelli ai quali piace creare giurisprudenza con questo positivismo “situazionalista” che è alla moda, e poi condanna. È un linciaggio sociale. E così è stato fatto a Stefano, così è stato fatto il giudizio di Stefano: portano a giudicare uno già giudicato dal popolo ingannato. Questo succede anche con i martiri di oggi: i giudici non hanno possibilità di fare giustizia perché sono già stati giudicati. Pensiamo ad Asia Bibi, per esempio, che abbiamo visto: dieci anni in carcere perché è stata giudicata da una calunnia e un popolo che ne vuole la morte. Davanti a questa valanga di notizie false che creano opinione, tante volte non si può fare nulla: non si può fare nulla. Io penso tanto, in questo, alla Shoah. La Shoah è un caso del genere: è stata creata l’opinione contro un popolo e poi era normale: “Sì, sì: vanno uccisi, vanno uccisi”. Un modo di procedere per “fare fuori” la gente che è molesta, che disturba. Tutti sappiamo che questo non è buono, ma quello che non sappiamo è che c’è un piccolo linciaggio quotidiano che cerca di condannare la gente, di creare una cattiva fama alla gente, di scartarla, di condannarla: il piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio che crea un’opinione; tante volte uno sente sparlare di qualcuno e dice: “Ma no, questa persona è una persona giusta!” – “No, no: si dice che …”, e con quel “si dice che” si crea un’opinione per farla finita con una persona. La verità è un’altra: la verità è la testimonianza del vero, delle cose che una persona crede; la verità è chiara, è trasparente. La verità non tollera le pressioni. Guardiamo Stefano, martire: primo martire dopo Gesù. Primo martire. Pensiamo agli apostoli: tutti hanno dato testimonianza. E pensiamo a tanti martiri, anche a quello che festeggiamo  oggi, San Pietro Chanel: è stato il chiacchiericcio a creare che era contro il re … si crea una fama, e va ucciso. E pensiamo a noi, alla nostra lingua: tante volte noi, con i nostri commenti, iniziamo un linciaggio del genere. E nelle nostre istituzioni cristiane, abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dal chiacchiericcio. Il Signore ci aiuti a essere giusti nei nostri giudizi, a non incominciare o seguire questa condanna massiccia che provoca il chiacchiericcio.

Dall'articolo di Paolo Rodari per “la Repubblica” il 28 aprile 2020. Dietro l' amarezza dei vescovi c' è anche il Concordato. Per i presuli l' esecutivo lo ha violato. E il fatto è ritenuto gravissimo. L' articolo 2 parla chiaro: è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Concordato alla mano, la Cei ritiene che vi siano i margini affinché Conte faccia un passo indietro e apra alle messe. Da parte dei vescovi il fastidio muove anche da un motivo pratico. Fra due giorni partirà dalla casse di via Aurelia un bonifico verso le diocesi di circa 150 milioni di euro. Sono soldi prelevati dall' 8 per mille e che avrebbero dovuto essere destinati all' edificazione dei luoghi di culto. Andranno in favore di famiglie ed enti in difficoltà. Per la Chiesa a beneficiarne è tutto il Paese. Anche per questo dal governo in molti si aspettano un trattamento diverso.

Domenico Agasso jr per “la Stampa” il 28 aprile 2020. Nel decreto Conte per la «fase 2» c' è stata una «disparità di trattamento inaccettabile». E ci hanno rimesso anche i cristiani, dopo avere già «sopportato il doloroso sacrificio» dell' assenza dei funerali: ora meriterebbero «una maggiore attenzione». Perciò, dal governo «ci aspettiamo il superamento della Chiesa virtuale», che non può sostituire la «Chiesa reale fatta di presenza fisica». In altre parole, la riapertura delle messe ai fedeli. Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente dei vescovi europei, per 10 anni capo della Conferenza episcopale italiana, disapprova la decisione di mantenere la serrata delle celebrazioni religiose.

Eminenza, conferma l' affermazione di «violazione della libertà di culto» denunciata nella nota della Cei?

«Se fosse voluta, cioè una "violazione della libertà di culto", la cosa sarebbe gravissima. Basta ricordare il dettato della Costituzione: "Lo Stato e la Chiesa cattolica, ciascuno nel proprio ordine, sono indipendenti e sovrani", affermazione ripresa e specificata dal Concordato del 198. Sarebbe non solo un atto indebito, ma anche controproducente».

Come si spiega la differenza di gestione delle messe e, per esempio, dei musei? C' è stata una disparità di trattamento?

«Sì. Capisco e condivido l' impegno a far ripartire la macchina del lavoro. Ma con tutto l' apprezzamento per l' arte e gli splendidi musei del nostro Paese, mi pare che l' attenzione al bisogno-diritto di poter nutrire la fede debba essere non solo riconosciuta, ma non ostacolata oltre misura».

Che cosa intende con «oltre misura»?

«Il sacrificio, che i cristiani hanno accettato con grande responsabilità e sofferenza, di non poter accompagnare in chiesa i propri defunti, ha mostrato una consapevolezza disciplinata, che merita maggiore attenzione nei fatti. Non si tratta di un premio o di una benevolenza, ma di considerazione».

Quali sono secondo lei gli sbagli compiuti in questo periodo dal governo?

«Ogni problema deve essere affrontato dalla politica in relazione alle persone, fondamento della società. La persona ha desideri non solo materiali, ma anche spirituali. Assicurare il pane della tavola è doveroso, ma non riconoscere anche il pane dello spirito significa non rispettare l' uomo e impoverire la convivenza».

Quali sono i benefici sociali della pratica religiosa?

«L' esperienza della fede genera energia morale, e questa è la vera forza di una società».

Le richieste dei fedeli di poter di nuovo partecipare alla messa appaiono sempre più numerose e diffuse. Che cosa direbbe a un suo parrocchiano oggi?

«Il desiderio sofferto di tanti fedeli di ritornare alla messa è anche il nostro di sacerdoti.

Parlare di arrendevolezza dei Vescovi è ingiusto. Ai miei parrocchiani direi che non si è trattato di accondiscendenza a qualcuno, ma di buon senso davanti alla gravità che mette a rischio la salute e la vita».

La Cei usa il verbo «esigere» nella richiesta «di poter riprendere l' azione pastorale»: come lo spiega?

«Bisogna seguire lo sviluppo della situazione: se oggi ci sono segni che permettono una prudente apertura, anche la nostra responsabilità di pastori si modifica fino a "esigere", nel rispetto delle norme generali e di protocolli concordati».

La Chiesa come sta aiutando concretamente in questa emergenza?

«Alla porta cresce la folla dei poveri di ieri e di oggi: famiglie del ceto medio che conoscono ormai il volto umiliante dell' indigenza. Nella mia Diocesi ogni giorno si distribuiscono più di 800 pasti nelle quindici mense, e si ricoverano oltre 300 senza dimora. Così in ogni Diocesi, che hanno messo a disposizione di medici e infermieri che non possono tornare a casa, e per altre necessità, circa 200 strutture per 4mila persone. E questo grazie anche all' otto per mille».

Le parrocchie sono pronte alla gestione tecnica e pratica della sicurezza sanitaria?

«Sì, parroci e vescovi sono responsabili e pronti a mettere in atto tutte le misure necessarie».

Lei quale risultato si aspetta dalle trattative sottotraccia di questi giorni tra Cei e governo?

«Il superamento della "Chiesa virtuale" , che non può sostituire la Chiesa reale fatta di presenza fisica, di parole. Non vuole essere un' apertura sregolata, ma rispettosa e attenta alla salute dei partecipanti e alla loro salute spirituale. È il nostro dovere».

DAGOREPORT il 28 aprile 2020. Perchè la Cartabia, presidente della Corte Costituzionale, ha dichiarato oggi  che «La piena attuazione della Costituzione richiede un impegno corale, con l'attiva, leale collaborazione di tutte le Istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni, Giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l'emergenza. La Costituzione, infatti, non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, e ciò per una scelta consapevole, ma offre la bussola anche per navigare per l'alto mare aperto nei tempi di crisi, a cominciare proprio dalla leale collaborazione fra le istituzioni, che è la proiezione istituzionale della solidarietà tra i cittadini»?

Quello che Conte sta operando è una violazione:

1. dell’art, 7 della Costituzione: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»;

2. dell’art. 2 del Concordato 1983: 1. La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica.

3. Dell’art.405 del Codice Penale italiano: «Chiunque impedisce turba l'esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, le quali si compiano con l'assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è punito con la reclusione fino a due anni. Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione da uno a tre anni.

4. E anche della sentenza della Corte Costituzionale 203/1989 (Relatore Casavola)

(AGI il 28 aprile 2020) - Dal governo vi è "una forte discriminazione contro la comunità credente che viene trattata come composta da persone che non hanno guida, che non sono capaci di agire all'interno". Non ha mezzi termini il canonista e vaticanista Filippo Di Giacomo nel criticare le disposizioni rese ieri dal presidente del Consiglio Conte anticipando il contenuto del decreto attuativo della Fase 2. "Terribili" le disposizioni, continua all'AGI Di Giacomo, di "non meglio precisati esperti" di autorità sanitarie che "decidono come devono avvenire i riti, per esempio i funerali all'aperto con non più di 15 persone. Devono dirci quali preghiere utilizzare? E come celebrare? Questo non avveniva nemmeno ai tempi di Mussolini e Stalin e non avviene nemmeno nell'Arabia Saudita". L'intervento di questi esperti "che si stanno rinchiudendo in una gabbia di incompetenza, isteria e ignoranza", "non si giustifica nel nome di nessuna esigenza", Esperti che "trattano il pontificato romano e l’episcopato italiano come dei vecchi zii incapaci di trovare comportamenti corretti manco fossero tutti interdetti". Di Giacomo è chiaro: "Non c’è solo il diritto statale e il diritto canonico, c’è anche il diritto concordatario in Italia che è legge interna dello Stato italiano ma è legge interna anche della Chiesa cattolica. L’articolo 7 della Costituzione dice che Stato e Chiesa sono, nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. L’articolo 2 del Concordato del 1983 dice che in particolare lo Stato assicura alla Chiesa la piena libertà di organizzazione del pubblico esercizio del culto. Poi c’è l’articolo 405 del codice penale italiano che dice che chiunque interrompe un atto di culto con l’assistenza di un ministro del culto medesimo è punibile da un anno a tre anni di carcere". "Questo è il quadro giuridico di cui va tenuto conto e analizzato anche con una regola giuridica che in Italia è dogmatica e che vuole che - spiega - le norme abbiano una gerarchia. Per cui un articolo costituzionale prevale su qualunque altra legge dell’ordinamento. Il Concordato inserito nella Costituzione prevale su qualsiasi altra legge e il codice penale prevale sugli atti amministrativi". Quindi "se si vuole cambiare la Costituzione ci vuole la norma Costituzionale, se si vuole cambiare il Concordato ci vuole un nuovo Concordato, se si vuole cambiare il Codice penale ci vuole una nuova norma del Codice penale. Un atto amministrativo sia se viene fatto dal presidente del Consiglio dei ministri, sia se viene fatto dal presidente della Regione, sia se viene fatto dal sindaco, non può scavallare questo quadro normativo all’interno del quale la Chiesa si situa". "La Chiesa si è assoggettata all’intero quadro giuridico espresso dalle nostre autorità civili ed esse non tengono conto né della Costituzione, né del Concordato né del codice penale. Chi sta fuori la legge in questo momento?". Per il canonista il "problema vero è che pure accettando tutte le eccezionalità della situazione e pure accettando di privilegiare alcune regole che sono tese alla tutela della salute pubblica, la Chiesa è ampiamente in condizione di garantire, con gli spazi che ha, con le strutture che ha, con gli uomini che ha, con le persone che ha, a quei 7-12 milioni che ogni domenica vanno a messa, quelle che sono le esigenze che sono imposte dalle autorità sanitarie locali". "Non si riesce a capire perché - prosegue Di Giacomo - venga considerata composta da persone inadatte o incapaci ad avere una prassi incoerente con le esigenze del momento quando da duemila anni se c’è una struttura in Italia che è coerente con le esigenze del momento questa si chiama Chiesa cattolica. Basti ricordare che - aggiunge - la Chiesa cattolica paga 900 euro al mese per mantenere 28 mila rifugiati che vengono a chiedere asilo in Italia e tante altre cose che sono nell’ambito del Concordato, terreno in cui collabora con lo stato per il bene comune". Perché quindi la Chiesa "non può collaborare al bene comune in questo momento?". Senza contare che, come dimostrano i dati, "oltre ai medici di base, la categoria professionale con più morti è quella dei preti".

Pietro Salvatori per huffingtonpost.it il 28 aprile 2020. Un Governo nato con la benedizione di ampissimi settori della Chiesa che viene scomunicato con un duro comunicato dei vescovi italiani. Scomunica alla quale segue un ravvedimento, non si sa quanto operoso. Breve cronistoria: Giuseppe Conte dice che no, le funzioni religiose non si possono fare, le rinvia sine die. La Conferenza episcopale italiana, cinque minuti dopo la fine della conferenza stampa del premier, dirama un durissimo comunicato. Si parla di “esclusione arbitraria delle messe”, si ritiene “inaccettabile vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”. Passa un’altra manciata di minuti e arriva la retromarcia della Presidenza del Consiglio: “Nei prossimi giorni si studierà un protocollo per la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche”. Sul quando e sul come si naviga nell’incertezza. Settori della maggioranza, a partire da Italia Viva, chiedono che siano date precise indicazioni affinché si possa ripartire già dal 4 maggio. Una parte dei tecnici che coadiuvano il Governo ritengono che le funzioni religiose abbiano il bollino rosso per quanto riguarda pericolosità e diffusione del contagio, e che debbano seguire il calendario di massima indicato per bar, ristoranti e parrucchieri, spostando l’asticella al 1 giugno. Una discussione in corso in queste ore, sulla quale a Palazzo Chigi prevale al momento un orientamento di compromesso. Si indicano le date dell′11 maggio, o più probabilmente del 18. Una fonte del Ministero della Salute, il dicastero più rigoroso dall’inizio dell’emergenza, spiega: “In quattro o cinque giorni si troverà una soluzione pratica. La si metterà in piedi dal 18, perché come facciamo a spiegare che il 18 riaprono i musei mentre non possono riaprire le chiese?”. È lo stesso orizzonte indicato dal direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza: “Tra due o tre settimane vediamo che succede e dopo magari si apre”. Troppo poco per le ministre Elena Bonetti e Teresa Bellanova, che guidano il fronte degli aperturisti. Luca Richeldi, uno dei componenti del comitato tecnico-scientifico, difende la scelta: “Le chiese non riaprono perché c’è rischio assembramento”. Un esponente del governo dice che “adesso è difficile tornare indietro rispetto al 4”, ma che vanno anche tenute da conto le “fortissime pressioni che stanno arrivando in queste ore”. Raccontano che Giuseppe Conte si sia reso protagonista di un buon pezzo della trattativa con la Cei. E che il premier si sia anche reso fautore di una soluzione che potesse prevedere una riapertura in sicurezza delle funzioni religiose. Soluzione che ha sbattuto all’ultimo miglio sul muro eretto dal comitato tecnico-scientifico: “Ci sono criticità ineliminabili”. Un inciampo che è emerso sonoramente tra venerdì e sabato, una linea che è stata condivisa in primis dal ministro della Salute Roberto Speranza, e che ha visto con diverse sfumature come alfieri Dario Franceschini, con lui anche buona parte del Pd di governo, e tutti i 5 stelle. Qui il film cambia, e diventa una storia di sottovalutazione dell’impatto delle scelte. Conte, che pur sul tema ha lavorato a lungo con il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, si orienta coerentemente con il resto delle sue decisioni, sceglie la via della massima prudenza. Poche ore prima che il premier parli, da Palazzo Chigi parte un messaggio diretto a Oltretevere: per ora niente messe. Le domande su un orizzonte temporale a cui guardare per la ripresa rimangono inevase. Il premier confida nella collaborazione del Vaticano e dei vescovi italiani, com’è stato fino a oggi sin dall’inizio dell’epidemia. L’incontro privato subito prima di Pasqua con Papa Francesco è un solido puntello. Lo sono anche, nelle intenzioni dell’esecutivo, le misure di compromesso su funerali, battesimi e matrimoni. Il comunicato, scritto proprio mentre il premier si apprestava a parlare, con il quale la Cei è andata dritta contro la decisione ha spiazzato il presidente del Consiglio. Per convinzioni personali e per calcolo politico l’asset vaticano sta molto a cuore al capo dell’esecutivo, è tra i principali centri d’influenza che negli ultimi mesi si sono mossi a sostegno del governo. Una fonte che ha consuetudine con Conte racconta dell’irritazione per i movimenti di Italia Viva: “La Bellanova non ha perso un minuto per esternare la sua contrarietà ancor prima che Conte parlasse. La Bonetti subito dopo. Se pensano di mettere una zeppa nei rapporti con il Vaticano e intestarseli hanno fatto male i loro conti”. Anche per questo la quasi immediata risposta, l’assicurazione che verrà preparato un protocollo in tempi brevi. Oltretevere si storce il naso: nelle lunghe interlocuzioni con il Viminale è stata la Cei a sottoporre all’esecutivo diverse soluzioni, la risposta che è arrivata dopo la protesta lascia pensare che non siano state mai valutate operativamente. Tra le misure allo studio l’obbligo dell’uso dei guanti e delle mascherine, un contingentamento degli ingressi parametrato ai metri quadri della chiesa (o la soluzione “uno per banco”), una soluzione per consegnare la comunione in sicurezza, la sospensione dell’utilizzo delle acque santiere e del segno della pace, l’individuazione di un responsabile della sicurezza per parrocchia. Prescrizioni che non bastano a tranquillizzare il comitato tecnico-scientifico. Sia per la valutazione di intrinseca pericolosità delle messe, sia per la difficoltà a normare e controllare le funzioni di tutte le altre confessioni presenti sul territorio italiano, che a quel punto non potrebbero rimanere ferme al palo. Il percorso prevede dunque ostacoli di tipo sanitario e sociale, che si mescolano alle considerazioni sul consenso di una comunque nutrita fetta dei cittadini italiani, e di messa in pericolo di parte del soft power che fino ad oggi ha contribuito alla traballante stabilità di questo governo. Conte corre dunque ai ripari. Resta da capire se si è già fuori tempo massimo.

Da repubblica.it il 27 aprile 2020. "I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l'impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale". Lo afferma la Cei in una nota dal titolo "Il disaccordo dei vescovi" sui contenuti del Dpcm sulla 'Fase 2' illustrato dal premier Giuseppe Conte. "Difficile - scrive in un editoriale il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio che sul tema fede e Fase Due parla di una "ferita incomprensibile e ingiustificabile".- far capire perché si potrà tornare in fabbriche e in uffici, entrare in negozi piccoli e grandi di ogni tipo, andare in parchi e giardini e invece non si potrà partecipare alla Messa domenicale. Sarà difficile perché è una scelta miope e ingiusta. E i sacrifici si capiscono e si accettano, le ingiustizie no". La Presidenza del Consiglio prende atto della comunicazione della Cei e conferma quanto già anticipato in conferenza stampa dal Presidente Conte. Già nei prossimi giorni - si legge in una nota - si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza. "Credo che l'ammonimento della Cei sia corretto - dichiara il capogruppo Pd al senato Andrea Marcucci - Non poter individuare ipotesi che prevedano il distanziamento sociale ma permettano le funzioni religiose sembra incomprensibile. Spero che il governo ci metta più attenzione". E' scontro fra l'episcopato italiano e il governo Conte sul fatto che il Dpcm per la Fase Due illustrato questa sera dal premier, prolunga anche dopo il 4 maggio la chiusura alle messe con la partecipazione dei fedeli, su cui invece la Chiesa italiana aveva chiesto una riapertura rispettando le condizioni di sicurezza anti-contagio. Una deroga concessa dall'esecutivo riguarda solo la celebrazione dei funerali, cui potranno partecipare comunque un numero limitato di persone, solo i parenti stretti. Il mantenimento del 'no' alle liturgie con la comunità dei fedeli non è andato giù alla Cei, che questa sera ha subito diffuso una durissima nota su "Il disaccordo dei vescovi", in cui evoca addirittura la violazione della "libertà di culto". "I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l'impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale", afferma la Conferenza episcopale italiana nel comunicato. "Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto". "Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la Cei presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo", aggiunge il comunicato dei vescovi. "Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità - dare indicazioni precise di carattere sanitario - e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia", conclude l'episcopato italiano.

 “Ora esigiamo le messe pubbliche”. I vescovi spaventano palazzo Chigi. Il Dubbio il 27 aprile 2020. Il Vaticano contro la scelta di prolungare le restrizioni per le liturgie: “Così si viola la libertà di culto”. “Inaccettabile”, “esigiamo”: di rado, nelle cronache della Repubblica, si erano registrate queste parole lanciate dall’altra sponda del Tevere. E sì che, dall’inizio della crisi dovuta alla pandemia di coronavirus, i segnali di una forte intesa tra la Roma della politica e quella della Chiesa erano stati forti. Tanto da far parlare di un Tevere mai così stretto. Le indicazioni delle autorità italiane in materia di contrasto al contagio sono state recepite tutte, più o meno, con la decalcomania da parte vaticana: chiusi gli uffici, distanziamento rispettato, mascherine e soprattutto questo: chiese aperte, ma niente funzioni. Primo a dare a vedere la precisione e la puntualità con cui le indicazioni venivano fatte proprie lo stesso Papa Francesco: solo nel pellegrinaggio alla Salus Populi Romani, solo sulla Piazza per la preghiera per la protezione contro il morbo, solo nella Basilica alla Domenica delle Palme e a Pasqua. Angelus trasmesso prima dai maxischermi, poi – come anche le udienze, i Regina Coeli e soprattutto la messa mattutina da Santa Marta – tutto via streaming. Intesa perfetta, veniva da pensare, suggellata dal basso numero di casi di contagio dentro e attorno alle Mura Leonine: solo nove, puntualmente riferiti con nota della Sala Stampa Vaticana. Infine la foto del Pontefice che riceve i presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo studio: aria informale, sorriso di entrambi seduti all’angolo della scrivania del padrone di casa. Visione plastica di un clima disteso. Ma una settimana fa, con il rallentare della curva dei contagi e i primi segnali di un allentamento dell’emergenza, una serie di prese di posizione, ad iniziare dal sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana Ivan Maffeis che da “Avvenire” chiedeva che si riprendesse l’esercizio pubblico dell’umana pietà per i morti, e dell’accoglienza alla vita per i neonati. Funerali e battesimi, per ricominciare a vivere. Se non addirittura la ripresa, con modalità da approfondire, delle funzioni domenicali. Lo stesso Papa, il 17 aprile, è intervenuto a riguardo. Inutile dirlo: da una messa in streaming da Santa Marta. “Così non è Chiesa”, ha messo in guardia. Anzi “è un pericolo” celebrare la messa senza popolo. Certo, per via del “momento difficile” si può accettare la misura di emergenza, ma guai a “viralizzare la Chiesa, i sacramenti, il popolo”. Insomma, al momento va bene “per uscire dal tunnel, non per rimanere così”. Sono seguiti giorni di trattative delicate e serrate, perchè l’opinione del governo Conte è stata sempre quella di evitare il più possibile una seconda ondata, proprio ora che la curva è decrescente e si può immaginare un lento ritorno alla normalità: lento. Quindi stasera il nodo è venuto al pettine, con Palazzo Chigi che apre sono in minima parte, accedendo solo – ed in modo riduttivo – alla richiesta sui funerali. “Sarà molto difficile far capire perchè, ovviamente in modo saggio e appropriato, si potrà tornare in fabbriche e in uffici, entrare in negozi piccoli e grandi di ogni tipo, andare in parchi e giardini e invece non si potrà partecipare alla Messa domenicale”, scrive immediatamente Avvenire in un editoriale del direttore, Marco Tarquinio, noto nell’ambiente per la sua usuale pacatezza. “Sarà difficile perchè è una scelta miope e ingiusta. E i sacrifici si capiscono e si accettano, le ingiustizie no”, aggiunge, e con questo chiude i discorso. Poi il colpo più duro: al lunga nota di protesta della stessa Cei, dai toni quasi ultimativi. Al governo italiano quasi si rinfacciano le prese di posizione pubbliche in materia, registrate nei giorni scorsi. “Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo”, si sottolinea, “I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”. E si aggiunge: “la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale”. La durezza è inusitata, la frattura profonda. Arriva in serata la risposta del governo: si “prende atto della comunicazione della Cei e si conferma quanto già anticipato in conferenza stampa dal presidente Conte”. Poi l’aggiunta: “Già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”. Come dire: ora vedremo di sistemare. Basterà? i siti legati alla Chiesa italiana e al Vaticano non sembrano ansiosi di registrare la frenata. Le conseguenze di questo brusco raffreddamento si capiranno, nella loro portata, nei prossimi giorni, o anche un po’ più in là.

Chi viola la libertà di culto, viola la nostra Costituzione. Sergio Valzania su Il Dubbio il 27 aprile 2020. Rappresenta uno dei fondamenti delle moderne democrazie liberali: si affianca a quelle di manifestazione del pensiero e di movimento. Molto duri i vescovi italiani con il Presidente del Consiglio a proposito della decisione di non consentire la ripresa delle celebrazioni liturgiche nelle chiese, che veniva data per scontata. Dopo un periodo nel quale la Chiesa italiana era sembrata mostrare un certo apprezzamento per l’atteggiamento di Conte, la mancata autorizzazione alla ripresa delle messe domenicali è giunta del tutto imprevista. Non è chiaro perché non sia stato giudicato possibile immaginare misure di tutela per i fedeli nelle chiese analoghe a quelle predisposte per i lavoratori in fabbrica e per i clienti dei supermarket. L’irritazione dei vescovi proviene anche dal sospetto che le limitazioni che attualmente impediscono lo svolgimento dei riti pubblici si fondino su una cultura della sottovalutazione dei valori che stanno alla base dell’esperienza religiosa. La gestione del contagio verrebbe fatta su basi del tutto materialiste, quasi ottocentesche. La libertà di culto rappresenta uno dei fondamenti delle moderne democrazie liberali, si affianca a quelle di manifestazione del pensiero e di movimento e gode di una forte protezione all’interno della nostra Costituzione: agli articoli 7, per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, e 8 per le altre confessioni, anche per la regolamentazione dei rapporti con le quali è comunque posta la riserva di legge, accompagnata dalla richiesta di accordi. La forma con la quale il presidente Conte stabilisce da alcuni mesi limitazioni alle libertà fondamentali dei cittadini, quella della decretazione da parte del Presidente del Consiglio, si presenta come del tutto inadeguata in un contesto nel quale la Costituzione stabilisce con precisione una riserva di legge che esige il controllo da parte del Presidente della Repubblica e la garanzia di una pronta ratifica da parte del Parlamento. L’insipienza delle opposizioni, attente piuttosto a occuparsi dei rapporti con l’Europa e poco sensibili alla tutela della garanzie di libertà personale, ha fatto passare sotto silenzio la questione della legittimità dell’operato di Conte, che è stata sollevata solo dai radicali e da qualche opinionista, ma è in realtà di primaria importanza. Soprattutto in una situazione che non accenna a sbloccarsi e nella quale si prospettano decisioni quali l’imposizione di norme che limitano la libertà di movimento su base selettiva, di età o di professione o di domicilio. A volte chiamare le cose con il loro nome risulta utile. Conte sta limitando libertà di livello costituzionale, come quelle di spostamento e di culto, con provvedimenti di natura amministrativa.

Fase 2, Antonio Socci: "Pare che Franceschini abbia spinto per impedire le messe. Da sempre il Pd sta contro i cattolici. Prendere nota per le prossime elezioni". Libero Quotidiano il 04 maggio 2020. Ora si scoprono gli altarini. Antonio Socci, in un cinguetto al vetriolo, bacchetta il ministro dei Beni culturali. "E bravo Dario Franceschini che, a quanto pare (se non smentisce), è stato fra i ministri che hanno spinto per impedire ancora le messe. È proprio vero che i cattosinistri sono i peggiori. Da sempre il Pd sta contro i cattolici. Prendere nota per le prossime elezioni". La firma di Libero riporta un articolo nel quale si legge che Franceschini, assieme al ministro della Salute Roberto Speranza, è riuscito a persuadere Giuseppe Conte e a rinviare l'ok alle messe nella Fase 2. Dalla loro parte, ovviamente, gli scienziati.

"Sul diritto alla messa sono stata l'unica a dire di no al premier". La ministra renziana difende la libertà di culto: "Aprono i musei, perché le chiese no?". Stefano Zurlo, Martedì 28/04/2020 su Il Giornale. Un grave errore. Teresa Bellanova, ministro renziano delle politiche agricole, lo ripete più volte nel corso di questa intervista al Giornale. Diretta e a tratti ruvida, come è nel suo stile: «Bloccare le messe è stato un grave errore, ancora di più in un momento drammatico in cui è in gioco la qualità della democrazia».

Ministra, aprono gli uffici e i musei, ma le funzioni religiose restano proibite.

«È incomprensibile. Non possiamo togliere ai cattolici, e lo dico da laica, il diritto di fare la Comunione. Anzi, è proprio davanti a situazioni così difficili che emerge il bisogno di andare in chiesa, di avere un conforto spirituale».

Appunto. Secondo alcuni può bastare la messa in tv.

«Ma no, perché devo pregare nella solitudine della mia casa? Davanti all'altare ci si sente parte di una comunità, si sperimenta fisicamente quell'appartenenza che fra le quattro mura un po' alla volta svanisce».

Ma la paura del virus?

«Io non credo alla scienza a corrente alternata. La scienza ha parlato di distanziamento e protezioni, la Cei ha fatto in tal senso proposte molto sensate: un fedele per banco, niente segno della pace, acquasantiere vuote. Dobbiamo passare alla fase 2, imparare a convivere con il virus, prendendo tutti gli accorgimenti del caso».

Forse c'era la paura di contraddire gli scienziati, visti come i sacerdoti di un nuovo laicismo?

«Non lo so. So che la politica deve prendersi le sue responsabilità. La discussione domenica, nell'incontro con i capidelegazione, è stata lunga e io ho insistito sul punto».

Ministra, ha alzato la voce?

«Ma no, non si tratta di alzare la voce, ma di spiegare le ragioni di una scelta».

Ministra, con chi ha litigato?

«Non ho litigato, però gli altri capidelegazione mi hanno messo in minoranza ma non è detto che la maggioranza abbia sempre ragione».

Conte?

«Ha fatto la sua scelta. Peccato. Anche perché a un certo punto si è collegata con noi la ministra Lamorgese e Lamorgese aveva spiegato la disponibilità della Cei e dei vescovi a rispettare e far rispettare tutte le misure di sicurezza».

Ora la Cei è arrabbiata.

«Non ci voleva questo contrasto d'altri tempi, avremmo potuto risparmiarcelo. Questa è una lesione grave di un diritto fondamentale. Fra l'altro, molte persone vivono sole e magari la messa è l'unica opportunità per rompere quella solitudine».

Come se ne esce?

«Conte ha firmato il dpcm, io spero che Conte torni presto sui suoi passi. Ma questa non é stata l'unica scelta che non condivido. È mancato il coraggio di riaprire i centri per i bambini autistici e disabili».

Le famiglie si ritrovano sempre sole?

«Sì, con un carico pesantissimo di fatica e di dolore. Ma poi noi sappiamo che questi ragazzi migliorano nel confronto e nel rapporto con gli educatori. Stanno meglio, fanno progressi».

Oggi?

«Oggi non a tutti è chiaro che tenerli chiusi in casa può voler dire farli regredire, con un peggioramento complessivo delle loro condizioni e del loro equilibrio. In ogni caso, lo Stato deve farsi carico di queste difficoltà».

Ministra, c'è un'altra questione che le sta a cuore. Lei vuole regolarizzare i braccianti che non hanno il permesso di soggiorno.

«Non solo i braccianti, ma anche le badanti e i tanti che sono occupati in nero e senza documenti nei cantieri».

Ma così non premia l'illegalità e favorisce nuovi sbarchi?

«No, bisogna essere realisti e guardare le cose in faccia. Va sconfitto radicalmente il lavoro nero e il caporalato, e vanno smantellati i ghetti. Si tratta di persone che spesso hanno già lavorato o sono attualmente impegnate anche nelle nostre famiglie. Insomma, hanno iniziato un percorso di integrazione, non sono disperati. Ma magari hanno il documento scaduto, non hanno mai fatto la domanda, o sono in attesa di una risposta da chissà quanto tempo. Propongo di dare loro un permesso di sei mesi, rinnovabile per altri sei. Anche dal punto di vista sanitario sarebbe un aiuto importante: avremmo più controlli medici e meno rischi di diffusione del virus nel nostro Paese.

Domenico Agasso jr per La Stampa il 12 aprile 2020. Papa Francesco non gira attorno ai problemi e lancia appelli diretti e netti. A maggior ragione in giorni drammatici di pandemia che ha messo in ginocchio il Pianeta. Oggi, in questa Pasqua 2020 tra «solitudine, lutti, disagi, problemi economici», il Pontefice all’Urbi et Orbi si rivolge soprattutto all’Europa: «Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è potuta risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà. È quanto mai urgente che le rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda». Oggi l’Unione «ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero». Servono «soluzioni innovative». Il mondo è oppresso dalla pandemia, «serve il contagio della speranza», afferma Bergoglio. Questo non è il tempo «di interessi particolari, indifferenza, egoismo, divisione e dimenticanza». Prima, il Vescovo di Roma ha presieduto, all’«Altare della Cattedra» nella basilica di San Pietro deserta, la solenne Celebrazione della Messa del giorno di Pasqua. Durante la Funzione, per l’emergenza sanitaria in atto, è stato omesso il rito del Resurrexit che rammenta lo stupore di san Pietro nel vedere il sepolcro vuoto di Gesù e l’attestazione degli Apostoli che il Figlio di Dio è veramente risorto. Dopo la Messa, dai cancelli della «Confessione» della Basilica vaticana, Bergoglio rivolge ai fedeli che lo ascoltano attraverso la radio e la tv il messaggio pasquale. Quindi, dopo l’annuncio della concessione dell’indulgenza dato dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, il Papa impartisce la Benedizione Urbi et Orbi, «Alla città (di Roma) e al mondo». «Oggi riecheggia l’annuncio della Chiesa: “Gesù Cristo è risorto!” – “È veramente risorto!”», esordisce il Papa. Come una «fiamma nuova questa Buona Notizia si è accesa nella notte: la notte di un mondo già alle prese con sfide epocali ed ora oppresso dalla pandemia, che mette a dura prova la nostra grande famiglia umana». In questa notte è risuonata «la voce della Chiesa: “Cristo, mia speranza, è risorto!”». Francesco lo definisce «un altro “contagio”, che si trasmette da cuore a cuore – perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: “Cristo, mia speranza, è risorto!”». Ma non si tratta di una formula magica, «che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo». È invece la vittoria «dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non “scavalca” la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio». Il pensiero del Pontefice oggi va «soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto». Invoca Francesco: «Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole». Dio non faccia mancare «la sua consolazione e gli aiuti necessari a chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come chi lavora nelle case di cura, o vive nelle caserme e nelle carceri». Per molti è una Pasqua di solitudine, «vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici». Questo morbo non «ci ha privato solo degli affetti, ma anche della possibilità di attingere di persona alla consolazione che sgorga dai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione». In molti Paesi non è stato possibile «accostarsi ad essi - ricorda il Papa - ma il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano, ripetendoci con forza: non temere, “sono risorto e sono sempre con te”!». Francesco chiede a Gesù, «nostra Pasqua», che dia forza e speranza «ai medici e agli infermieri, che ovunque offrono una testimonianza di cura e amore al prossimo fino allo stremo delle forze e non di rado al sacrificio della propria salute». A loro, come pure a chi lavora «assiduamente per garantire i servizi essenziali necessari alla convivenza civile, alle forze dell’ordine e ai militari che in molti Paesi hanno contribuito ad alleviare le difficoltà e le sofferenze della popolazione, va il nostro pensiero affettuoso con la nostra gratitudine». In queste settimane, la vita di milioni di persone è «cambiata all’improvviso», osserva. Per molti, rimanere a casa è stata un’occasione «per riflettere, per fermare i frenetici ritmi della vita, per stare con i propri cari e godere della loro compagnia». Per tanti però è «anche un tempo di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé». Francesco incoraggia «quanti hanno responsabilità politiche ad adoperarsi attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa e favorire, quando le circostanze lo permetteranno, la ripresa delle consuete attività quotidiane». A questo punto, papa Francesco esclama: «Non è questo il tempo dell’indifferenza, perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia». Dunque Gesù «risorto doni speranza a tutti i poveri, a quanti vivono nelle periferie, ai profughi e ai senza tetto». Jorge Mario Bergoglio auspica che «non siano lasciati soli questi fratelli e sorelle più deboli, che popolano le città e le periferie di ogni parte del mondo. Non facciamo loro mancare i beni di prima necessità, più difficili da reperire ora che molte attività sono chiuse, come pure le medicine e, soprattutto, la possibilità di adeguata assistenza sanitaria».

Quella lezione di Ratzinger che la Germania ha dimenticato. Joseph Ratzinger, nel 2011, si è recato al Bundestag. E, dinanzi ad Angela Merkel, ha ricordato ai tedeschi cosa fosse l'Europa. Francesco Boezi, Venerdì 03/04/2020 su Il Giornale. Cos'è l'Europa? Il Covid-19 sta in qualche ponendo anche questa domanda. Il quesito è valido per tutti: dagli italiani ai tedeschi. L'Unione europea è di sicuro una delle emanazioni politico-organizzative centrali dei nostri tempi. Joseph Ratzinger, che è sempre stato un europeista convinto, ha chiarito nel 2011 quale dovesse essere la gerarchia valoriale in grado di muovere qualunque decisione potesse definirsi "politica" nel senso alto dell'espressione. E in questi giorni, anche per via dell'ostruzionismo di alcune nazioni appartenenti all'Ue, tra cui quella tedesca, sugli strumenti economici che le nazioni del Sud del continente europeo domandano - quelli che vengono per lo più definiti "interventi straordinari" - , è balzata di nuovo agli onori delle cronache una riflessione del papa emerito. Era già successo in passato. Come quando, in pieno dibattito sul "come" dovesse essere garantita un'accoglienza erga omnes, divenne virale la riflessione ratzingeriana sul "diritto a non migrare". In questa circostanza, è lecito tornare a quanto dichiarato da Benedetto XVI presso il Bundestag di Berglino, ben 9 anni fa. Joseph Ratzinger, in quella occasione, è partito dal concetto di "giustizia". Trattasi di una riflessione di natura filosofica e politologica. Parole che stanno tornando d'attualità. Tanto da essere state ripercorse pure da Milano Finanza. Qual è la base di partenza di un politico? Benedetto XVI non ha dubbi: "Il suo criterio ultimo (quello di un politico, ndr) e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace". Ma non sono tanto le indicazioni sull'etica di un singolo esponente politico quanto la complessiva visione ratzingeriana su come la solidarietà debba essere persistente sulla base del diritto, che non può mai venire meno in qualità di trait d'union fondativo della civiltà occidentale. Perché quello che è "giusto" va sempre tenuto in considerazione. Anche se i meccanismi procedurali dovessero consentire vie d'uscita o deroghe di sorta: "In gran parte - ha tuonato nel 2011 Joseph Ratzinger, peraltro in presenza di Angela Merkel - della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento". Viene dunque naturale domandarsi che cosa sia "giusto". Una domanda cui soltanto le istituzioni morali, politiche, religiose e culturali sono deputate, almeno in alcuni casi, a rispondere. Joseph Ratzinger, sul concetto di "giusto", ha pronunciato parole cristalline, rimarcando come il cattolicesimo non abbia mai agito mediante imposizioni. Il messaggio che oggi rischia di dover essere riletto e reinterpretato da molti alla luce di quello che sta accadendo, con le trattative in corso con l'Unione europea e gli esponenti tedeschi e conla diversità di posizioni sulla necessità di adottare un certo grado di elasticità economica, però, è probabilmente quello in cui Benedetto XVI ha voluto ricordare all'Europa cosa significa davvero essere europei: "A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire". La premessa è inappuntabile, ma la conseguenza è altrettanto priva di contraddizioni: "Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza".

Lorenzo Bertocchi per “la Verità” il 2 aprile 2020. Anche il Vaticano ha il suo Gunter Pauli. Come il consigliere economico di Giuseppi, anche tra le sacre stanze c' è chi si lancia nel genere fantascientifico. E se Pauli ammiccava a connessioni tra il 5G e la diffusione del Covid-19, il padre gesuita Benedict Mayaki ha pubblicato sul portale ufficiale Vatican news un articolo per spiegare i benefici all' ambiente del coronavirus. Un afflato ecologista, quello del gesuita, da far impallidire persino Greta Thunberg e da sfiorare vette malthusiane che vedono nell' uomo il problema da eliminare per onorare santa Madre Terra. Devono essersene accorti anche al dicastero pontificio per le comunicazioni perché l' articolo, intitolato «Coronavirus: l' improbabile alleato della Terra», pubblicato il 30 marzo, è stato rimosso dopo qualche ora. Giustamente in Vaticano ci si guarda bene dal valutare la pandemia da 42.000 morti come un castigo di Dio, ma deve essere sembrato troppo farla passare come una sorta di «benedizione divina» a favore dei pesci del mare e degli uccelli del cielo. Il padre Mayaki, infatti, nel suo saggio magnificava le meravigliose sorti progressive del coronavirus per i pesci dei canali di Venezia, addirittura, ha scritto con poesia, «gli uccelli migratori, compresi i cigni, sono stati avvistati attraverso i corsi d' acqua della città». E poi la Cina: «il più grande emettitore di carbonio del mondo», ha scritto nell' articolo desaparecido, «ora ha una significativa riduzione della concentrazione di biossido di azoto nell' aria». Anche a Hong Kong pare che ora si respiri come sulle Dolomiti, visto che ha avuto un «miglioramento della sua qualità dell' aria». Tutto questo grazie a lui, il coronavirus. Che sta ammazzando svariate migliaia di uomini e donne, sta costringendo a una quarantena forzata milioni di famiglie e, infine, falcia allegramente l' economia e il futuro del mondo intero. Però, dice il padre gesuita, «sta avendo un beneficio non intenzionale: la Terra sta guarendo se stessa». Meno male, se no qualcuno potrebbe davvero cominciare a parlare di castigo divino. Per il gesuita ecologista è benedetto, invece, il lockdown, per cui «i cambiamenti nel comportamento umano dovuti alla pandemia del virus Covid-19 stanno portando benefici non intenzionali al pianeta». Bontà sua, Mayaki ha espresso almeno il desiderio che si sviluppi presto un vaccino e così riavviare anche le economie nazionali, ma senza dimenticare la salutare lezione e «prendere in considerazione opzioni sostenibili». Se c' è una cosa che questa terribile pandemia insegna, ci perdoni il gesuita ecologista se lo ricordiamo, è l' importanza dell' uomo nel governo della natura, quel fattore razionale e di custodia che permette a noi di abitare questo pianeta senza finire in balia delle intemperie, della fame e delle malattie. Sarebbe ora che prelati, teologi e vescovi, ricominciassero a dirlo, perché così si capirebbe come custodire davvero il creato senza scivolare su articoli come quello che è stato pubblicato sul portale ufficiale del Vaticano. Le migliaia di persone che stanno perdendo la vita a causa del virus, i loro famigliari che non hanno nemmeno la possibilità di poterli salutare, i tanti che non avranno un lavoro, né di che sfamare i propri figli, non hanno bisogno di un adoratore di Gaia o di parole d' ordine care ai salotti ecological chic. Da un sacerdote, e dal portale ufficiale del Vaticano, si desiderano conforto spirituale e parole di salvezza eterna. Ci basta un semplice «convertitevi e credete al vangelo», perché per le conversioni ecologiche ci attrezzeremo, ma, per favore, non grazie al virus.

Fausto Carioti per “Libero quotidiano” il 2 aprile 2020. «Lodato sii mio Signore, per fratello virus, attraverso il quale ripulisci nostra madre Terra. Egli è bello, giocondo, robusto e forte». Parole appena diverse, ma identica sostanza, sono apparse il 30 marzo scorso su Vatican News, il sito di notizie del Vaticano, letto in tutto il mondo e affidato alle cure del prefetto per la Comunicazione Paolo Ruffini e del direttore Andrea Tornielli. L' articolo era in inglese, firmato dal sacerdote gesuita Benedict Mayaki, e sprizzava gaudio già nel titolo: «Coronavirus: Earth' s unlikely ally». Ovvero: «Il Coronavirus, l' improbabile alleato della Terra». È stato rimosso in seguito alla rivolta dei lettori, che a quanto a pare hanno un afflato panteistico e un amore per Greta Thunberg inferiori a quelli delle gerarchie bergogliane. Internet però non dimentica, e alcune testate cattoliche (l' americana LifeSite, il sito del vaticanista Aldo Maria Valli) ne hanno conservato copia. Sappiamo così che secondo Mayaki, e il prestigioso portale che lo ha ospitato, grazie alla riduzione delle attività umane «la Terra sta guarendo se stessa», finalmente. «In Italia, i pesci sono tornati nei canali di Venezia. Meno turismo e trasporto dell' acqua hanno permesso alle acque torbide di posarsi. Gli uccelli migratori, compresi i cigni, sono stati avvistati mentre scivolavano sui corsi d' acqua della città». E mica solo da noi, simili meraviglie. La Cina, il Paese che emette più gas serra al mondo, «sta avendo una riduzione significativa nella concentrazione di diossido di azoto presente nell' aria». Hong Kong, «una città che lotta contro l' inquinamento atmosferico, ha visto un miglioramento della qualità dell' aria». Per non parlare della «riduzione globale dei viaggi aerei, terrestri e marittimi», la quale «sta portando benefici al pianeta», giacché «il solo trasporto aereo contribuisce per oltre il due per cento alle emissioni globali di carbonio». Il ritorno al Paradiso perduto, insomma. A parte il dettaglio delle migliaia di morti, sulle quali però il buon gesuita evita di indugiare, limitandosi a notare, tautologico, che la pandemia «è un problema di salute globale». A suggello finale, l' inevitabile citazione dall' enciclica Laudato si' di Francesco: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Anche in tempi di Pachamama, la divinità amazzonica che rappresenta Madre Terra e nei mesi scorsi ha trovato accoglienza e devozione prima nei giardini vaticani e quindi nella chiesa di Santa Maria in Traspontina (o forse proprio perché il vento che spira da San Pietro è questo), il riferimento al testo papale non ha placato gli inferociti lettori. «Disgustoso. Vergogna su Vatican News per averlo pubblicato», ha commentato Edward Peters, professore di diritto canonico e consulente del tribunale della Santa Sede. E così molti altri, tra sacerdoti, teologi e semplici fedeli, che hanno consigliato a Ruffini e Tornielli l' imbarazzata rimozione dell' imbarazzante testo. Il quale, però, un pregio lo aveva: era in linea con il pensiero del pontefice argentino. Era stato Bergoglio, nell' omelia di venerdì, a dire che la «tempesta» è avvenuta perché «non abbiamo ascoltato il grido del nostro pianeta gravemente malato». Il povero discepolo gesuita non aveva fatto altro che abbeverarsi alla fonte del maestro.

Il Coronavirus è guerra batteriologica: questa l’idea del Cardinale dello Sri Lanka e Arcivescovo di Colombo, Sua Eminenza Malcolm Ranjith e di Richard Ebright, esperto di biosicurezza della Routger University’s Waksman Institute of Microbiology( New Jersey-Stati Uniti). Carlo Franza il 2 aprile 2020 su Il Giornale. Dimenticate l’influenza, questa malsana idea che ci hanno propinato  con l’arrivo del Coronavirus che ha scatenato un’epidemia mondiale. Nessuno si allarmi ma riflettiamo su considerazioni che  arrivano da tutto il mondo, e cerchiamo  di seguire  quanto le autorità sanitarie nazionali e internazionali ci impongono. In Italia   decine di migliaia le persone contagiate ( lo dicono i modelli matematici), e migliaia  e migliaia quelle che sono morte, nello strazio di noi tutti. Non è da meno nel mondo intero e negli Stati Uniti. La Cina ora trema per la seconda ondata. La situazione numerica è in  crescendo  con mille drammi per tutti, dal personale medico e paramedico, ai bambini e gli anziani, ai malati lasciati soli, ai moribondi abbandonati a se stessi, senza neppure la somministrazione dei Sacramenti. Pare  che la notizia, data dal Tgr Leonardo (Rai Tre) nel 2015   e fornita agli spettatori italiani,  sul virus messo in piedi da un laboratorio non abbia  poi tutti i torti. A rivedere la tesi del coronavirus uscito da un laboratorio è il Bulletin of Atomic Scientists americano che rilancia la necessità di indagare sull’origine dell’attuale pandemia. Secondo quanto riporta il Bulletin e, successivamente anche il Fatto Quotidiano, gli esperti concordano sul fatto che SarsCov2 non sia stato manipolato in laboratorio con lo scopo di creare un’arma biologica, ma non escludono la fuoriuscita accidentale. Il motivo? I centri di Wuhan hanno il livello di biosicurezza che “fornisce solo una minima protezione contro eventuali infezioni del personale”. Parola del Bulletin. A fargli eco  il Prof. Richard H. Ebright americano esperto di biosicurezza della Routger University’s Waksman Institute of Microbiology (Richard H. Ebright è un biologo molecolare americano. È professore di chimica e biologia chimica presso la Rutgers University e direttore di laboratorio presso il Waksman Institute of Microbiology). Anche lui della stessa idea: il Centre for Disease Control e il Wuhan Institute of Virology non hanno livelli adeguati a quelli dei rischi che questi esperimenti con tali patogeni rappresentano per l’uomo. Insomma, nessuno, ora come ora, si sente di escludere l’ipotesi. Molti opinionisti  sostengono che l’epidemia da Coronavirus, giunta anche in Italia, sia stata generata intenzionalmente. Forse genesi per  contrastare guerre fra  processi economici di paesi diversi, di cui si  ledono gli interessi di mercato. Convinzione  essere sorretta dal modo in cui l’epidemia è esplosa, dal luogo in cui è esplosa e dall’attuale scenario economico, nonché dall’uso di strumenti bellici diversi da quelli utilizzati nel secolo scorso. Noi storici sappiamo da sempre che  la storia insegna che le guerre nei secoli sono esplose per motivi economici. Pensavamo  potesse avvenire ancora una guerra con fronti, mitragliatrici, carri armati e bombe atomiche? Cose impensabili oggi perché scopertamente evidenti  a tutti  e rivelare ai più tale scenario e lo stato canaglia. E’ chiaro che i modi di scatenare  una guerra potevano cambiare, e infine poter pensare  anche a una guerra batteriologica o biologica. La  nuova apocalisse è arrivata con il virus COVID 19, e forse non sarà l’ultima. Gli opinionisti affermano che il dominio del mercato e la mira degli Stati ad essere potenza economica sono ancora motivo di contese e rivalità.  E’ il dio denaro a muovere i colossi economici mondiali; sostengono che la Cina è il nuovo conquistatore dei mercati mondiali e, per tale motivo, il virus ha avuto il suo focolaio in una grande città cinese, con l’intento  di generare paura e morte, e forse anche fermare i mercati. Il virus non si è fermato in Cina, è arrivato anche  in altri continenti e nazioni. Ed è giunto anche in Italia, soprattutto in Lombardia, visto che la nostra regione è il cuore economico della nazione. Tra virologi, infettivologi  e politici, ognuno ha da dire la sua, si azzuffano, si rimpallano responsabilità, mentre i medici in prima linea cercano di fare il meglio per fronteggiare questa peste. E’ sotto gli occhi di tutti  che la Germania è ai ferri corti con gli americani per ragioni di mercato mondiale e per la Via della Seta (Russia, Cina…), la Deutschebank è prossima al baratro perché  piena di derivati (in buona  parte USA) col virus come pulsante rosso di una tremenda crisi finanziaria globale attesa da anni (il MES non è lì per caso,  e ce la faranno pagare coi risparmi); intanto il 5G non  è stato gradito da Trump e la Cina, che ha in mano il debito USA, ha una popolazione convinta dal proprio governo che il Coronavirus provenga dalla CIA…; a tutto ciò si aggiungono le aspirazioni tedesche al nucleare francese, quando  l’Unione Europea completasse il suo disegno unitario di emancipazione dagli americani, in chiave ( poveri noi ) finanziario/militare (che è quello che interessa ai tecnocrati,  e non il  benessere dei cittadini e solidarietà). Ecco perché sarà bene adesso pensare di uscire presto dalla Comunità Europea, senza si e senza ma. Uno stimabile  cardinale di Santa Romana Chiesa, sua Eminenza  il Cardinale Malcolm Ranjith ha parlato  di virus creato in laboratorio: “Prodotto di sperimentazioni senza scrupoli. I responsabili a processo per genocidio”. Parole gravissime e che lasciano aperti mille interrogativi. Altro che pipistrelli e serpenti. Sull’origine del nuovo coronavirus che si sta diffondendo sempre di più nel mondo è pur vero che si sentono ogni giorno storie diverse, tanto che  secondo la versione ufficiale, il virus sarebbe stato trasmesso all’uomo da pipistrelli contaminati venduti al mercato di Wuhan. Ma  sono anche spuntate altre ipotesi che parlano di un virus creato in un laboratorio a due passi dal mercato della megalopoli cinese. Una teoria che ha fatto  il giro del mondo e  che con il passare dei giorni ha assunto altre sfaccettature: si è parlato infatti di laboratori militari, dove si lavora in gran segreto allo sviluppo di armi chimiche, e persino di complotto internazionale. Ora a sostenere quest’ultima tesi è il cardinale dello Sri Lanka, terra martoriata per i cristiani,  l’Arcivescovo di Colombo, Malcolm Ranjith. Secondo lui c’è solo una spiegazione al virus che arriva dalla Cina: è stato creato in laboratorio. L’arcivescovo è infatti convinto che il Covid-19 sia un prodotto dell’uomo e per questo, da quanto riferito dalla stampa locale, le Nazioni Unite dovrebbero aprire le indagini e portare i “responsabili a processo per genocidio“. Nonostante le puntuali smentite, l’ipotesi del virus prodotto in laboratorio continua a farsi strada. Anche il quotidiano Il Messaggero ha riportato che il cardinale Ranjith è convinto che il coronavirus sia stato creato in seguito a “sperimentazioni da parte di una nazione ricca e potente. Alcuni virus di cui parliamo in questi giorni sono il prodotto di sperimentazioni senza scrupoli. Dobbiamo mettere al bando questo tipo di sperimentazioni che portano al risultato della perdita di vita e causano dolore e sofferenze a tutta la umanità”.La posizione del Cardinale Malcolm Ranjith Arcivescovo di Colombo  ha  acceso forti polemiche; le parole del cardinale infatti hanno suscitato grande clamore, ma lui ha continuato a difendere la sua teoria: “Questi tipi di ricerche non si realizzano per persone nei Paesi poveri ma in laboratori di Paesi ricchi – ha spiegato Malcolm Ranjith -. Produrre queste cose è un crimine molto serio per l’umanità. Chiedo al Signore di arrivare a rivelare chi ha seminato questo veleno. Penso che le Nazioni Unite debbano attivarsi per capire come è nato tutto questo incidente e castigare i responsabili. Queste ricerche dovrebbero essere proibite”. Intanto con orgoglio  abbracciamo il Tricolore e cantiamo “Fratelli d’Italia”, ma  non basta,  noi uomini di fede  abbracciamo  anche il Crocifisso, invochiamo  i santi delle epidemie,   e recitiamo il Rosario. Così, il Pontefice Papa Bergoglio è uscito a sorpresa dal Vaticano, accompagnato solo dalla sua scorta, per andare ad inginocchiarsi di fronte al Crocifisso miracoloso che si trova nella chiesa di San Marcello al Corso, nel centro di Roma. Questo Crocifisso, una scultura lignea del XV secolo ed esposto nella quarta cappella a destra, è stato oggetto di profonda venerazione da parte dei fedeli fin dal 1519, quando miracolosamente rimase illeso da un devastante incendio. All’immagine sacra, portata processionalmente per tutti i rioni di Roma, venne attribuita la cessazione della peste nel 1522. Infatti, l’allora Cardinale titolare di San Marcello, Raimondo Vich, spagnolo, per implorare la divina clemenza, promosse in quell’anno una solenne processione penitenziale alla quale parteciparono clero, religiosi, nobili, cavalieri, uomini, donne, anziani e bambini che «scalzi et coverti di cenere a una et alta voce, interrotta solo da singulti e sospiri, di chi li accompagnava, gridavano “misericordia SS. Crocifisso”». Durante quella processione, durata 16 giorni, il Santissimo Crocifisso fu collocato sopra una macchina portato a spalla per i diversi rioni di Roma e giunse fino alla Basilica di San Pietro. I cronisti dell’epoca concordano nell’affermare che dove passava la processione la peste si dileguava. A seguito di questo secondo miracoloso avvenimento, il Cardinale Vich e molti nobili romani decisero di fondare una Compagnia intitolata al Santissimo Crocifisso, che venne poi eretta canonicamente in Confraternita e i suoi statuti approvati da Papa Clemente VII il 28 maggio 1526. Durante gli Anni Santi, la miracolosa effigie viene portata processionalmente alla Basilica Vaticana e qui esposta alla venerazione di tutti i fedeli. E’ da sperare che quel Cristo oggi soccorra l’umanità ferita, tremendamente sola, tremendamente offesa. Carlo Franza

La veglia di Francesco: “E’ l’ora più buia, ma Dio non ci ha lasciati soli”. Il Dubbio il 12 aprile 2020. La celebrazione di Papa Bergoglio senza fedeli a San Pietro: «Apriamoci alla speranza». Le campane si sciolgono nel Gloria, ai lati della facciata di San Pietro, e il loro suono si sente per il centro di una Roma deserta come lo è la basilica. Terzo e ultimo giorno del Triduo: Papa Francesco anche oggi passa sotto le navate vuote mentre il canto gregoriano rimbomba tra le volte. Quelle delle campane sono le prime note di speranza dopo giorni di particolare mestizia. Il resto è stato, finora, ombra e tristezza. Ma Bergoglio, che pronuncia la sua omelia qualche minuto dopo, chiama l’umanità alla speranza, perchè oggi è la vigilia del cambiamento della storia. E di questo cambiamento traccia anche il profilo. Quanto alla strada, la indicano ancora una volta delle donne, l’elemento femminile che in tante occasione il Pontefice ha fatto intendere di volere più presente nella stessa Chiesa. Sì, è vero: è “il giorno del grande silenzio”, e l’uomo di oggi può solo “specchiarsi nei sentimenti” di quelle donne che avevano seguito Cristo come i suoi discepoli, ed ora si dovevano prendere cura di quel cadavere. Loro, come oggi l’umanità toccata dal coronavirus, “avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore”. Al dolore, poi, “si accompagnava la paura” per un destino di morte che poteva anche coinvolgerle personalmente. In più “i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi”. Ma anche in questa situazione così incerta e disperante “le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà”. E così facendo “queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato l’alba del primo giorno della settimana, il giorno che avrebbe cambiato la storia”. Esattamente quello che hanno fatto e continuano a fare quelli che il Papa ha definito in questi giorni “santi della porta accanto”, “eroi del giorno per giorno, dell’ora per ora”. “Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza”, sottolinea ancora una volta. E lo hanno fatto, gli uomini di oggi e le donne del Vangelo, “con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera”. “Non abbiate paura, non temete”: ecco l’annuncio di speranza del Pontefice, che da quando è iniziata l’emergenza coronavirus non ha smesso un giorno di rivolgersi a tutti, attraverso i media. “E’ per noi, oggi”, sottolinea ancora, “sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando”. Ma non si dimentichi che “stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza”. Qualcosa di “nuovo, vivo, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza. E’ un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli”. Infatti “tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento”. Benissimo, ma “con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare”. Invece “la speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perchè persino dalla tomba fa uscire la vita”. Allora si prenda coraggio, si porti “vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra”. Un nuovo inizio, perchè da questa sofferenza sorga un nuovo ordine: nuovi orizzonti, nuovi punti di riferimento. “Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perchè Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte”. Ci vuole coraggio, certo, ed al coraggio è la chiamata di Francesco. Come diceva Don Abbondio “Non te lo puoi dare”, in compenso “lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera”, rispondendo alla “chiamata gratuita d’amore. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova” come questo. “Portiamo il canto della vita”, chiede di nuovo, senza fermarsi, Bergoglio: “Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perchè di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario”. Vita, solidarietà, pace, giustizia sociale. Prima c’era la tomba chiusa.

La Via Crucis del Papa: "Signore non lasciarci nell'ombra della morte". Papa Francesco celebra la Via Crucis in una San Pietro umida e deserta. La preghiera del pontefice al Signore guarda pure ai crocifissi della pandemia. Francesco Boezi, Venerdì 10/04/2020 su Il Giornale. Una Via Crucis del tutto inedita: Papa Francesco ha dovuto celebrare uno dei riti tradizionali di Pasqua all'interno di una piazza San Pietro quasi del tutto deserta. Il Covid-19 non ammette deroghe. E anche il triduo pasquale è stato interessato dalle misure e dalle disposizioni prese dalle autorità civili e religiose in queste settimane, con tanto di distanze da rispettare e di sospensione delle Messe e delle processioni in pubblico. Ogni anno le meditazioni che vengono lette durante la sera del Venerdì Santo provengono da esperienze di vita significative. Nella circostanza odierna, come si apprende anche dall'Agi, le parole pronunciate nel corso della serata sono state scritte da persone riferibili ad ambienti prossimi al carcere di Padova. Tra questa, vale la pena sottolinare le riflessioni di un sacerdote accusato di fatti incresciosi senza averli mai commessi. Consacrati innocenti ma accusati che il Papa ha voluto ricordare anche ieri, durante la Messa in Coena Domini. Il tema affrontato oggi è quello della crocifissione. Essere "crocifissi" nel mondo contemporaneo non è difficile. Il Papa della Chiesa cattolica lo ha ricordato anche oggi, durante la sua telefonata a Ra1, in cui ha fatto presente come anche le vittime della pandemia possano essere in qualche modo dei "crocifissi" della nostra epoca. Bergoglio sta esaltando di continuo i "semplici", coloro che sono costretti ad agire, mentre il resto del mondo è in quarantena o in semi-quarantena. Come di consueto per una Via Crucis, ogni stazione prevedeva una lettura. Pochissime le persone in processione: il numero dei partecipanti non può. per ovvie ragioni, essere equiparato a quello deglli anni passati. Il tema del carcere è stato ricorrente nella serata odierna. In una meditazione si legge: "Ad ognuno, anche alle persone recluse, viene offerta ogni giorno la possibilità di diventare persone nuove grazie a quello sguardo che non giudica, ma infonde vita e speranza". San Pietro era già stata scelta da Francesco per la preghiera contro la pandemia. Quella nella quale ha richiamato l'umanità a ricercare l'essenziale. Le parole del Papa, ancora una volta, sono state rivolte verso l'Altissimo, cui il vescovo di Roma ha rivolto questa preghiera: "Signore, che non ci lasci nelle tenebre e nell'ombra della morte, proteggici con lo scudo della sua potenza". E ancora: "Dio, difensore dei poveri e degli afflitti, aiutaci a portare ogni giorno il giogo". Il pontefice argentino aveva già chiamato "tenebre" quelle che sono scese sui popoli dopo lo scoppio della pandemia.

La via Crucis di Papa Francesco, medici e detenuti portano la croce in Piazza San Pietro. Redazione de Il Riformista il 10 Aprile 2020. Un’altra scena che resterà nella storia dell’emergenza coronavirus arriva da Piazza San Pietro in Vaticano. Per la prima volta le celebrazioni del Venerdì Santo non si svolgono al Colosseo di Roma ma sul sagrato della Basilica di San Pietro. Sullo stesso sagrato Papa Francesco aveva pregato due settimane fa contro la pandemia in un’altra funzione diventata iconica. Il cammino della Croce è condotto quest’anno da due gruppi di cinque persone: quello della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova e quello della Direzione Sanità e Igiene del Vaticano. Piazza San Pietro è deserta. Il percorso delle 14 stazioni è segnato da fiaccole. La Via Crucis è trasmessa in diretta in mondovisione ma i maxischermi sono spenti per evitare assembramenti. A portare la croce sono Michele, ex detenuto e oggi piccolo imprenditore, il direttore dei Due Palazzi di Padova Claudio Mazzeo, il vicecommissario della Polizia Penitenziaria Maria Grazia Grassi, un agente di polizia, la volontaria Tatiana Mario e il cappellano don Marco Pozza. E poi medici e infermieri del Fondo Assistenza Sanitaria del Vaticano, in prima linea nelle cure ai pazienti affetti da coronavirus. I testi delle meditazioni e delle preghiere di quest’anno  sono stati affidati alla Cappellania della Casa di Reclusione ‘Due Palazzi’ e quindi scritte da cinque persone detenute, da una famiglia vittima di un reato di omicidio, dalla figlia di un uomo condannato alla pena dell’ergastolo, da un’educatrice del carcere, da un magistrato di sorveglianza, dalla madre di una persona detenuta, da una catechista, da un frate volontario, da un agente di Polizia Penitenziaria e da un sacerdote accusato e poi assolto definitivamente dalla giustizia, dopo otto anni di processo ordinario. “Oggi, in questo momento, penso al Signore crocifisso e alle tante storie dei crocifissi della storia, a quelli di oggi di questa pandemia; i medici, gli infermieri, le infermiere, le suore, i sacerdoti, morti al fronte come soldati”, aveva detto Papa Francesco telefonando oggi in diretta alla trasmissione A sua immagine su Rai1. Anche in questo caso, sul ‘ventaglio’ del sagrato della Basilica, si è utilizzato il crocifisso di San Marcello al Corso, presso il quale nel centro di Roma il Papa si era recato in preghiera. Il Crocifisso nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città affinché potesse benedire la città contro la Grande Peste. Lo stesso poi è stato portato in Vaticano per la preghiera di due settimane fa.

Giordano Stabile per “la Stampa” il 6 aprile 2020. Le porte sbarrate all' ingresso della chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Un' immagine che non si vedeva da settecento anni, al tempo della grande peste del Trecento. E che riassume la portata epocale dell' epidemia di coronavirus. Il mondo si è fermato, l' economia rischia di crollare, e anche riti millenari rimangono in sospeso, nel vuoto delle città messe in quarantena. La Settimana Santa si è aperta senza processioni, con Papa Francesco da solo in mezzo a San Pietro a celebrare dal domenica delle Palme. La stessa scena si è ripetuta con il patriarca cattolico nella Città Santa, priva delle migliaia di pellegrini che di solito l' affollano in questi giorni. Il governo israeliano ha autorizzato le celebrazioni, ma con una presenza minima di sacerdoti e religiosi, per evitare un' esplosione di contagi. E le misure restrittive riguardano tutti i Paesi mediorientali con una forte presenza di cristiani, dal Libano all' Egitto. Misure dolorose, che mettono tristezza, ma necessarie per salvare vite umane. Nella città delle tre religioni abramitiche la Pasqua si prolunga in tempi diversi, in base al calendario gregoriano cattolico e giuliano ortodosso, mentre la Pesach ebraica comincerà dopo il tramonto di mercoledì prossimo per concludersi il 16 aprile. La domenica delle Palme sarà celebrata il 12 aprile dagli ortodossi, la Pasqua cattolica lo stesso giorno, e il 19 aprile per gli ortodossi. Tutte le confessioni hanno concordato di ridurre al massimo la presenza di fedeli. Persino una delle cerimonie più suggestive a Gerusalemme, quella del Fuoco sacro, che si svolge nella notte fra la Vigilia e Pasqua, sarà quasi senza testimoni. L' accensione della lampada all' interno dell' Edicola, il luogo che custodisce la tomba di Gesù, è il culmine di una settimana di riti ortodossi. Migliaia di pellegrini dall' Europa orientale e dal Medio Oriente arrivano ogni anno per assistere, accalcati nella chiesa del Santo Sepolcro. La tradizione vuole che sia un angelo a scendere nell' edicola per riaccendere la fiamma spenta poco prima della cerimonia. Spetta poi al patriarca greco ortodosso Theofilo III raccogliere il fuoco e distribuirlo ai rappresentanti delle altre chiese. Quest' anno saranno ammesse soltanto una quindicina di persone. Dopo la cerimonia trasporteranno il Fuoco sacro, scortati dalla polizia israeliana, da Gerusalemme all' aeroporto di Tel Aviv, dove sarà distribuito alle delegazioni di ciascuna chiesa, senza che nessuno debba scendere dagli aerei, per evitare la quarantena obbligatoria per chiunque sbarchi in questi giorni in Israele. Stesso tono minore in Egitto, altro Paese dei cristiani d' Oriente, assieme a Territori palestinesi, Giordania, Siria, Libano, Iraq. La Chiesa copto-ortodossa ha deciso di sospendere le preghiere e funzioni e ha ordinato la chiusura delle parrocchie. La decisione di Papa Tawadros II, patriarca della chiesa copto-ortodossa d' Alessandria, è stata presa in accordo anche con il governo egiziano che sta imponendo restrizioni sempre più rigide. Una decisione «storica e senza precedenti», ma imposta dell' emergenza. Le stessa che ha spinto il Libano a vietare le processioni per la Domenica delle Palme, seguitissime e chiamate con l' espressione francese «Les Rameaux». I maroniti cattolici sono la confessione più importante nel Paese dei Cedri e si sono adeguati alle indicazioni del governo e della chiesa. Il premier Hassan Diab ha deciso che le «confinement», cioè il restare a casa, durerà almeno fino al 16 aprile ma è probabile che venga esteso a fin dopo la Pasqua ortodossa, il 19 aprile. Messe e funzioni liturgiche sono sospese nelle chiese di tutte le confessioni cristiane, undici in Libano. E misure simili sono state prese in Giordania, dove vige un coprifuoco totale, in Siria e Iraq.

Da leggo.it il 7 aprile 2020. Paolo Brosio attacca il Governo per quanto riguarda la gestione dell'emergenza coronavirus, ma non lo fa parlando di eventuali ritardi nel prendere alcune decisioni, quanto piuttosto nelle modalità scelte. «Non è attaccato ai valori cristiani, ha scelto di affidarsi alla scienza e non a Dio. Ma la scienza non è Dio, altrimenti avremmo già risolto tutto», ha spiegato il giornalista e conduttore, grande credente. «Dobbiamo rimettere al primo posto Dio. Quando Conte si è insediato con il Conte bis mi ha preoccupato quando ha parlato del nuovo umanesimo dove ha parlato di tutto, dell'uomo, della tecnologia e della scienza senza mai dire la parola 'Dio'» - ha spiegato Paolo Brosio in un'intervista all'AdnKronos - «Il Governo ha pensato a tutto, tranne che alla fede: si può comprare tutto, anche le sigarette, ma si chiudono le chiese perché, secondo loro, sono luogo di ricettacolo di focolaio. Se vengono abitualmente disinfettate, con le dovute precauzioni, perché non tenerle aperte almeno per le messe feriali, mantenendo distanze e direttive della comunità scientifica? Bisogna tornare a Dio e anche di corsa, perché quello che sta avvenendo è un segnale ben preciso». Paolo Brosio ha anche lanciato una proposta di messe 'alternative' ai tempi del coronavirus: «Si potrebbe allestire un altare leggero, dove il sacerdote sul sagrato parla dal microfono e la gente da fuori, mantenendo le distanze, con mascherina e guanti può ascoltare e prendere l'ostia. Se non fai la confessione come fai a toglierti il peccato dall'anima? Abbiamo pensato a tutto tranne che a Dio». 

Le reazioni all'idea di Salvini di aprire le chiese a Pasqua. La scienza non basta, dice il leader della Lega. Ma la sua proposta spiazza i politici e quanti si sono impegnati in queste settimane per la campagna "Io resto a casa". Paolo Molinari il 5 aprile 2020 su Agi. Aprire le chiese per permette ai credenti di celebrare la Pasqua, seppur con tutte le misure di sicurezza richieste dal caso. L'idea la lancia Matteo Salvini in diretta televisiva da Maria Latella, ma dai social arriva una pioggia di No. Il lockdown è in vigore e i risultati delle misure restrittive si cominciano, timidamente, ad affacciare nello scorrere i dati. Ma la scienza non basta, dice Salvini. Una proposta che spiazza politici e non solo, impegnati da settimane a rilanciare anche sui social network il messaggio "Io resto a casa". I social network sono i più implacabili e il 'No' all'idea di Salvini è pressoché unanime, anche da chi è chiamato in causa direttamente: "Caro Salvini, oggi le chiese sono chiuse, perché noi preti rispettiamo la legge del nostro paese. Obbediamo ai nostri vescovi e non a te. Non usiamo il nostro popolo, ma lo amiamo. Non ci sta a cuore il consenso ma il bene comune", scrive su Twitter Don Dino Pirri, prete con oltre 35 mila follower. Critico anche Fiorello che, senza giri di parole, sottolinea: "Se io sono credente e sono un fedele, Dio non mi viene a dire "eh no, devi venire in chiesa". Puoi pregare anche in bagno, in cucina o in salotto. Ci sono già tanti preti contagiati, ma stiamo scherzando?". Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, invita Salvini a rivolgersi ai presidenti delle Regioni amministrate dalla Lega: "Se vuoi veramente arrivare a fare riaprire le chiese e se non è solo un titolo di giornale, allora devi chiedere alle Regioni che governi, come Veneto e Lombardia, di fare un'ordinanza, se no siamo sempre alle parole e non a fatti". E, in ogni caso, Sala precisa: "Non sono d'accordo, perché credo che in questo memento la fede possa essere un fatto personale e privato". Per il deputato di Leu e portavoce di Sinistra Italia, Nicola Fratoianni, ci si trova di fronte a un tentativo "di risalire la china con idee sempre più bislacche e pericolose", per questo Fratoianni "ogni giorno che passa", ringrazia "sempre di più il fatto che Matteo Salvini non sia più al governo del Paese, per evitare ulteriori danni all'Italia e ai suoi abitanti. Ora arriva perfino a fare il ministro del culto per riaprire le chiese. Sono curioso di sapere cosa diranno in merito i suoi amici di partito lombardi nel pomeriggio". Al di là delle prese di posizione più dure, c'è chi utilizza l'arma dell'ironia con card, meme e gift per 'esorcizzare' la proposta del leader leghista: la gift più utilizzata è quella del facepalm, ovvero la mano sul viso a comunicare lo scampato pericolo: "Ma voi l'immaginate l'emergenza sanitaria con uno come Salvini ministro dell'Interno", scrive un utente che si fa chiamare Ganimede postando l'immagine di Tony Stark - alias Robert Downey Junior - mentre si terge il sudore della fronte. Altri accostano le fotografie del Papeete con quelle di Salvini che brandisce il rosario, altri ancora immaginano la risposta di Vincenzo De Luca: "Chi si contagia andando in chiesa verrà curato solo con le preghiere". 

I cardinali bocciano Salvini: “Chiese aperte? Tempo di responsabilità”. Alessandra Tropiano l'08/04/2020 su Notizie.it. Arriva il no dei cardinali alla proposta di Salvini di aprire le chiese per Pasqua nonostante il coronavirus. Continua a far discutere la proposta di Matteo Salvini di aprire le chiese per poter celebrare la Pasqua nonostante l’emergenza sanitaria. I cardinali Bassetti e Zuppi hanno voluto dare una risposta in primis al leader della lega, me anche a tutti i fedeli che concordano nel riaprire i luoghi di culto: per loro, l’idea è completamente errata. La proposta di Matteo Salvini di aprire le chiese per celebrare la Pasqua è stata oggetto di grande discussione, ricevendo molti no anche dal mondo della politica, a partire da Giorgia Meloni. Ora arriva una bocciatura anche dalla Chiesa. Il cardinale Gualtier Bassetti ha risposto duramente alla proposta di Salvini. “Più che soffiare sulla paura, più che attardarci sui distinguo, più che puntare i riflettori sulle limitazioni e sui divieti, la Chiesa sente una responsabilità enorme di prossimità al Paese”.

Per lui: “È tempo di responsabilità e si vedrà chi ne è capace. L’impossibilità di poter partecipare alle Messe di Pasqua quest’anno è un atto di generosità -continua il prelato-. È un nostro dovere il rispetto verso quanti, nell’emergenza, sono in prima linea e, con grande rischio per la loro sicurezza, curano gli ammalati e non fanno mancare tutto ciò che è di prima necessità”.

Cardinali, regole vanno rispettate. Anche il cardinale Matteo Maria Zuppi ha voluto dare una risposta all’ex ministro dell’Interno. “Anche a me piacerebbe poter celebrare la settimana Santa e la Pasqua con la comunità -dichiara Zuppi-. Rischiare, però, è pericoloso e le regole vanno rispettate e anche la Chiesa ha il dovere di farlo. Come vescovi abbiamo tanto sperato che le celebrazioni pasquali coincidessero con la fine dell’emergenza: purtroppo non è così”. Poi riprende la risposta di Fiorello a Salvini. “Le persone che non possono muoversi, altrimenti, resterebbero escluse -continua il cardinale-. Forse, invece, sono le preghiere più care al Signore. Riscopriamo in questi giorni la preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti”.

La pizza sì, l’ostia no? Comunione a casa e messa nei campi. Idee legittime contro la sospensione di Dio. Emanuele Ricucci il 7 aprile 2020 su Il Giornale. Una premessa non necessaria, per un’opinione non richiesta, e per questo maggiormente libera. Sono chiuso in casa, come voi, mentre rispetto alla lettera, seppur con evidente difficoltà, la quarantena. Ciò che leggerete non è un invito alla trasgressione – una provocazione? Forse sì -, ma, al contrario, la volontà di pensare che ancora sia possibile esprimere un’opinione per aprire un dibattito utile e concreto. Una riflessione che spero possa giungere ai membri del Governo e alle massime istituzioni della Chiesa. Solo l’idea che ogni giorno (avrei voluto scrivere “santo” ma è una definizione ormai abolita dal Ministero della Verità) si discuta in mille soluzioni e ipotesi di come fare ripartire il campionato di calcio, e non una idea, una data, una prospettiva certa di riaprire le chiese al culto, prorogando con la brutalità di un tempo marcio e senza orizzonti, la sospensione di Dio, fa tremare. Francamente, inoltre, mi sono rotto i coglioni di vedere i credenti trattati, senza distinzione, come curiose bestie anacronistiche e inservibili, analfabeti non funzionanti incapaci di evolversi e di stare al mondo. A quanto detto, si somma la necessità di spiegare che da un cristiano fai da te, da un adoratore di Cristo genio della lampada, da evocare solo quando l’aereo in cui viaggia sta precipitando, perché lo cacci fuori da guai, e da chi non pratica la Fede, non si possono accettare lezioni di teologia al cesso. Al cesso si può pregare, certamente, ma non ci si può comunicare con Dio, si può solo comunicare a Dio. Conviviamo tutti, fratelli, ma ognuno si tenga il proprio strazio, ma il rito e la liturgia non possono essere subordinati all’opinione. È impensabile passare da Craxi a Di Maio, figuriamoci da Sant’Agostino a Fiorello. Dio è ovunque, certamente, ma è nel Santissimo Sacramento che un fedele si comunica con lui, nell’ostia benedetta lo assume, ne diventa parte. E dove si trova l’ostia? In CHIESA! Cosa prevedono le Scritture? Di partecipare alla messa, che si tiene in…? CHIESA, in quel luogo ancora in piedi nella proliferazione dei non luoghi del presente, in cui un sacerdote officia il rito. E un sacerdote dove officia quel rito millenario? Al cesso? No, in CHIESA! E dove si svolge la confessione che può purificarci agli occhi di Dio? In CHIESA. Ma le chiese sono chiuse fino a data da destinarsi, ma soprattutto nella superficialità e nel disinteresse. La Fede decristianizzata che oggi domina la via dello spirito, nient’altro è che uno strascico ideologico che ci portiamo appresso come la croce. Quella distruzione dei modelli di autorità, sessantottarda idea, che relativizza la domus, (la centralità di) ciò che ci è superiore, per ridurlo alla nostra misera dimensione, ogni volta, in ogni aspetto; ciò che ha ammazzato definitivamente il sacro, quel sacer il cui culto colma e traduce la distanza che intercorre tra noi e ciò che ci è ignoto. La sospensione di Dio non è più tollerabile. Pur essendo essa perfetta manifestazione di questo tempo, indica una crepa significativa della civiltà occidentale, dell’azzoppamento morale e spirituale, di un uomo disidratato, che ha interrotto ogni collegamento con l’Assoluto con quel sacro, appunto, che lo completava nell’unica dimensione che non riusciva a colmare con la propria carnale pochezza: l’ignoto. Ignoto oggi riempito da una sonda che atterra su Plutone, dalla Tecnica figlia della scienza, e non più dal dogma, dallo spirito, dall’Arte, come rappresentazione dell’Assoluto, dalla Natura, dalla Bellezza, come anche dal mito. Quell’ometto che crepa ogni giorno, convinto di regnare e partecipare, nella devozione incontrastata verso chi realizza le sue necessità di sopravvivenza, che confonde al felicità con la soddisfazione tangibile, l’assoluta e celere salvezza della carne, pur permettendo allo spirito di marcire. Il quadretto lo conosciamo a memoria. Ma qualcuno ancora resiste. Il cristianesimo come abitudine di provincia, perché s’ha da fare, il Cristo personale, può svolgersi ovunque. La vera Fede, NO, seppur sì, evviva Spinoza, Dio è ovunque. Dunque, migliore dei mondi possibili, migliore dei governi possibili, se i fedeli non vanno in Chiesa, la Chiesa vada dai fedeli, nella barbara impossibilità di Stato di tenere aperti i luoghi di culto, anche con gli ingressi contingentati e vigilati e gli orari ridotti, finanche ridottissimi: Sogno sacerdoti autorizzati che passano di casa in casa a distribuire l’Eucaristia il giorno di Pasqua, nel rispetto delle norme di distanza e di contrasto al virus, ed anzi in piena armonia con le visioni e l’organizzazione dello Stato, come la scienza, di cella in cella in cui siamo costretti a comprimere la nostra vita, passa distribuendo le salvifiche mascherine. Se una il diritto a una pizza a domicilio può levigare le punte isteriche dell’anima in una clausura sfinente e durissima, figuriamoci la Comunione per l’anima impaurita di un credente. Ipotesi che non spetta a me perfezionare, ma solo estendere. Sogno, il Cristo dei campi, nella più pura manifestazione di povertà, che riporti agli esordi di quel cristianesimo puro, non unto e obeso, politicizzato, ideologizzato, troppo corrotto dalle vicende dell’uomo, e vedo una piccola radura, tante piccole radure, una croce, un altare da campo e decine di fedeli a distanza comunicarsi con Dio. A L’Aquila, nel 2009, molte chiese erano diroccate, piegate, distrutte dalla scosse. La mattina del 7 aprile, arrivando lì con la mia squadra (fui volontario, nell’atto più bello della mia vita che proprio ieri, 6 aprile, come ogni anno, ho ricordato con profonda commozione. L’Aquila ci cambiò tutti), notai una meravigliosa messa di campo. Un altare, un crocifisso, il Santissimo Sacramento, un sacerdote e decine di persone a pregare in mezzo alla campagna. Non importava dove, ma bisognava connettersi con Dio. Modi per riconnettere, seppur in sicurezza – magari con l’ausilio di una pacifica vigilanza -, le dimensioni dell’uomo, per tornare a sentire il respiro della libertà, più profonda e intima libertà.

La Pasqua d’emergenza. La Pasqua – sempre che il fine teologo/faraone/decretatore extraparlamentare, Giuseppe Conte, ce ne conceda il vero significato che esula dalla schiavitù e dall’Egitto – è la conferma di Dio, il passaggio con cui si compie divinità in assoluto, poiché capace di risorgere a nuova vita. Quel Cristo che fra tutte le potenze divine è riuscito a compiere lo sforzo più grande persino per un Dio: diventare uomo, diminuirsi per farsi comprendere e realizzarsi. E nella Pasqua Dio si riappropria dei Cieli tornando da uomo a essere Dio, compiendosi. Provate a fissare con queste parole i capolavori di Matthias Grünewald, il suo Cristo che è sole che eterno si rinnova oltre le stupide vicende umane, altro che uomo finito, o la grazia nella potenza superiore di Piero della Francesca. La Pasqua è la vittoria sulla morte e proprio in questi giorni dovrebbe essere celebrata con ancor più letizia. Cosa impedisce di pensare e praticare la Pasqua in questo modo, a distanza, in uno spazio ampio e controllato (magari replicando più spazi per sfoltire gli accessi), adesso, adesso che siamo prigionieri tre volte, nella carne, nello spirito, nella paura? Sono solo due idee, praticabili per mezzo della volontà e della comprensione. Due idee che si possono, e si devono, perfezionare (ad esempio, gli over 65, la fasce cosiddette deboli, da tutelare maggiormente, potrebbero ricevere l’Eucaristia presso la loro abitazione, ma non partecipare alla messa da campo, a cui potrebbero partecipare tutte le altre categorie. Mantenendo la distanza, e in via eccezionale, si potrebbe impartire l’Eucaristia. Lo stesso valga per la confessione). Solo idee, ipotesi, un sussulto. La dimostrazione che a qualcuno freghi qualcosa, in un tempo in cui ci si discolpa da tutto per l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità agli occhi della storia. Uomini piccoli non hanno spalle robuste per tenere il peso della storia, ma solo, forse, quello della contingenza, breve, fugace e dolorosa contingenza. Sarebbe un’immagine di speranza, positività e forza, di rinascita, anche se simbolica, proprio alle porte della Pasqua, per ricomporre il suo vero significato. Un’immagine di speranza, positività e forza per chiunque, credente o meno. Tornare a pensare, anche se brevemente, la comunità e l’unione delle forze che fu del Rinascimento gran vanto: la centralità di Dio che convive nel genio politico degli uomini, senza esclusione.

Cosa c’è dietro la chiusura delle chiese. Luigi Bisignani, Il Tempo 5 aprile 2020. Stride davvero l’immagine del Papa che abbraccia il mondo da San Pietro con le centomila chiese in Italia dove non si può entrare per pregare né per trovare conforto. Chiuse per tutta una serie di equivoci nati dall’ennesima diversa interpretazione di un decreto pasticciato, che ha messo in contrapposizione Bergoglio al cardinale vicario Angelo De Donatis il quale ha disatteso i principi del diritto canonico. Sono i venti della discordia a cui ci ha ormai abituato il nostro Governo, con il premier Conte che un giorno è in contrasto con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sul Mes, un altro giorno sconfessa pubblicamente in diretta tv la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese dopo aver concordato con lei le disposizioni sui bimbi a passeggio. Ma se le Chiese son buie, fortunatamente ci sono tante stelle che brillano: parroci che dicono la Santa Messa in streaming dalla terrazza come don Andrea Celli alla Balduina, celebrazioni di Via Crucis in Puglia trasmesse via web dalle emittenti della regione, video chiamate ai parrocchiani ammalati, infermieri e dottori che danno l’estrema unzione. Tuttavia, queste iniziative rendono ancor più evidente la desolante assenza della Conferenza Episcopale Italiana, delle diocesi e delle parrocchie. Proprio il sistema capillare della Chiesa che, dalle guerre ai terremoti ma anche durante la peste, ha sempre ‘nutrito’ spiritualmente il Paese nei momenti difficili, sembra oggi aver perso la via. Le parrocchie, che peraltro dispongono normalmente di ampi spazi tali da consentire il rispetto delle distanze di sicurezza, dovrebbero essere presidi sul territorio ad occuparsi non solo degli ultimi, ma anche di chi ha bisogno anche solo di una parola di conforto, magari in caso di lutto. Manca anche qui, come nel Governo, una cabina di regia che possa canalizzare in un network di solidarietà le tante risorse che, purtroppo, se non spese bene, andranno a beneficiare ancora una volta le persone sbagliate. Chi più di un parroco conosce il tessuto locale e sa chi ha veramente bisogno di un aiuto vitale o di un pasto caldo? Si preferisce far collassare i Comuni, i valorosi assistenti sociali, tra l’altro già impegnati su altri fronti, che affidare ai pastori di anime le numerose famiglie in emergenza sociale, economica o spirituale. Un prete ha affermato: “se restiamo fuori dalle case degli italiani, non ci permetteranno più di rientrare”. Un esercito di parroci e di don pronti a combattere fa da contraltare, è proprio il caso di dirlo, a una gerarchia ecclesiastica dormiente, assente. Sul banco degli imputati il sistema mediatico interno così impegnato a concentrarsi sugli equilibri tra le gerarchie e nessuno racconta che il Papa ha donato risorse importanti agli ospedali. Nè ci viene spiegato perché, in occasione della visita di Conte a Papa Francesco, non è stata proposta una collaborazione concreta tra Stato e Chiesa, quasi a voler far presagire che sia stata per “Giuseppi” un’estrema unzione anziché una benedizione. Nessuno ha sentito la voce del Presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, nessuno conosce neppure il nome del Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Quasi fosse una strategia di Bergoglio per azzerarne la gerarchia, un tempo composta dai Ruini, Scola, Tettamanzi, ma che oggi non è più motivo di ombra per Francesco, a scapito di un impoverimento irrimediabile della Chiesa italiana. Il riferimento è rivolto alle strutture curiali oggi in caduta libera: le sezioni della Segreteria di Stato, la Rota romana, il capitolo di San Pietro, la cappella musicale, l’annona (i supermercati vaticani), il sistema finanziario della Santa Sede, i beni culturali, l’università lateranense, il seminario romano, il vicariato di Roma, un numero consistente di diocesi italiane ed estere, più o meno importanti. Il Papa, che difende strenuamente i lavoratori, ha però mandato a casa più di 500 persone e non ha tolto neppure un soldo agli appannaggi cumulativi (spesso due, tre quattro stipendi) con cui cerca di tenere buoni i suoi più acerrimi nemici. Per non parlare dei tanti sconosciuti personaggi, persino insigniti dell’episcopato, chiamati a ruoli apicali, troppo spesso e troppo presto rivelatisi poi inadatti. Un mistero, questo, che neppure i più convinti ammiratori di Papa Francesco riescono a spiegare. Bergoglio arrivò a Roma con una fronda di cardinali italiani potenti in curia e fuori, non ha saputo crescere un’organizzazione gerarchica che rispecchiasse i suoi valori rivoluzionari, limitandosi a mettere nelle posizioni apicali persone che potessero sopportarli. E la realtà è che, oggi, nel tempo della Pasqua, le chiese sono chiuse e il Santo Padre, sotto la pioggia, da piazza San Pietro, in solitudine, benedice il mondo. Amen.

Luigi Bisignani, Il Tempo 5 aprile 2020

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera” il 6 aprile 2020. «È tempo di responsabilità e si vedrà chi ne è capace». È iniziata la Settimana Santa e nelle chiese non ci saranno fedeli. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, risponde sereno, con buona pace delle pressioni per una «riapertura» a Pasqua nonostante la pandemia.

Eminenza, come vive questo periodo?

«È la prima volta che la Settimana Santa viene celebrata in questo modo, senza concorso di fedeli nelle chiese e con grande sofferenza per tutti. Tutto ciò non significa rinunciare a vivere appieno questi giorni, attingendo alle risorse interiori che dovremmo aver fondate dentro di noi. Dov' è la nostra fede? Nella Parola o in un luogo? Tutti noi oggi viviamo nella condizione degli infermi che non possono partecipare alle celebrazioni: ci è data la grazia di comprendere quanto sia dolorosa la limitazione e, allo stesso tempo, quanto sia ricco il nostro spirito quando sa farci riconoscere comunità anche nella distanza fisica. Torneremo a celebrare tutti insieme, ancora più gioiosi, perché ci saremo ritrovati dopo questa prova».

Che cosa direbbe ai fedeli che chiedono di poter partecipare alle Messe di Pasqua?

«L' impossibilità di poter partecipare alle Messe di Pasqua quest' anno è un atto di generosità. È un nostro dovere il rispetto verso quanti, nell' emergenza, sono in prima linea e, con grande rischio per la loro sicurezza, curano gli ammalati e non fanno mancare tutto ciò che è di prima necessità. È una richiesta che c' impegna moralmente. Quanto stiamo vivendo, tra tanta sofferenza, domanda ancora di più di declinare insieme riti e vita. Mai la celebrazione deve essere pensata separata dalla vita. La prima illumina e sostiene l' altra».

E ai politici che rilanciano questi appelli? Può essere, questo, un motivo di polemica politica?

«Non è tempo di polemiche, ma di perseveranza nella prova, di lungimiranza nella ricerca del bene comune. Insomma, è tempo di responsabilità e si vedrà chi ne è capace. La Chiesa italiana ha scelto questa strada: abbiamo a cuore prima di tutto la salute dei fedeli, perché l' anima è sì immortale, ma abita un corpo fragile. Cerchiamo di essere a fianco di chi soffre; nessuno deve essere lasciato solo, perché, come ricorda Papa Francesco, nessuno si salva da solo».

La decisione della Cei di rispettare le disposizioni sanitarie delle autorità civili è stata vista da qualcuno come una rinuncia della Chiesa alla propria autonomia...

«La Chiesa non rinuncia ad alcuna autonomia, ma si fa carico della sofferenza e della difficoltà vissuta da tutto il Paese. Più che soffiare sulla paura, più che attardarci sui distinguo, più che puntare i riflettori sulle limitazioni e sui divieti, la Chiesa sente una responsabilità enorme di prossimità al Paese. La domanda forse dovrebbe essere un' altra: ci sentiamo ancora parte di una comunità che, nelle ristrettezze, vive nella comunione, oppure stiamo ossessivamente rivendicando un' altra idea di Chiesa?».

Che cosa ha pensato vedendo Papa Francesco pregare da solo a San Pietro, sotto la pioggia, davanti alla piazza vuota?

«L' immagine del Papa a San Pietro non ci abbandonerà più. La testimonianza fisica della resistenza e della forza di volontà del Pontefice, che sembrava portare su di sé tutto il dolore del mondo, si è unita alla proclamazione della Parola. Francesco, vicario di Cristo in terra, si è fatto luce in una piazza livida, in un mondo scuro. Ci ha mostrato a chi guardare e ci ha ricordato dove fondiamo la nostra speranza. Ha saputo farsi intendere da tutti, credenti e non credenti, con parole universali e autentiche di conforto, di esortazione, di eternità. In quel momento la piazza non era più vuota, ma piena di tutti noi. Il Papa era sì solo, ma il Signore sapeva vederci anche se non eravamo lì».

Che cosa possiamo imparare da questo periodo?

«È un periodo difficile, ma non dobbiamo solo focalizzarci sui termini negativi. Possiamo imparare a riconciliarci con noi stessi, con chi abbiamo vicino e magari non sapevamo più riconoscere. Possiamo imparare a non essere violenti. Possiamo sostenere lo sguardo dei nostri figli. È un' esperienza profondamente spirituale, che ci porta a mettere a fuoco cosa è veramente importante, essenziale, nella nostra vita. Lo stesso sforzo che deve fare anche chi ci guida».

Quando chiuderanno le Chiese sarà il tramonto della civiltà.  Emanuele Franz il 26/03/2020 su Il Giornale Off. Un fatto personale accadutomi in questi giorni mi ha spinto a fare delle riflessioni profonde su come le stringenti misure derivate dall’emergenza sanitaria stiano avendo un riverbero anche sulla libertà dei Cristiani di esercitare il loro culto. Per due volte, infatti, mentre mi recavo per una preghiera individuale presso l’abbazia del mio paese, sono stato severamente ammonito di non andarci, e redarguito sul rischio che io venissi denunciato e punito per questo. Certamente il mio non è un caso isolato ma rappresenta una situazione generale, fatti del genere sono all’ordine del giorno; su svariati blog e quotidiani infatti possiamo leggere di episodi in cui le forze dell’ordine irrompono nelle Chiese, fermano i Fedeli i quali vengono intimati di fermarsi e minacciati di denuncia. Il clima stalinista che si è instaurato fa sì che il Fedele, anche se si reca individualmente e in solitudine a pregare il Signore Gesù il Cristo, sia costretto a vivere come un criminale, seguito, intimato e minacciato. Nonostante questo, al momento in cui scrivo, le Chiese sono aperte, come da disposizioni della CEI, alla preghiera individuale. Nei precedenti decreti si è voluto limitare le funzioni religiose e l’andamento generale di giorno in giorno è porre misure sempre più lesive della libertà di culto. Il diritto di culto è senza alcun dubbio un diritto primario e incoercibile, riconosciuto come tale nell’ordinamento statale (ad esempio dalla costituzione) e nel diritto internazionale. Basti pensare che l’articolo 4 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite del 1966 regola lo stato di emergenza a livello del diritto internazionale ponendo in esso chiari limiti, ovvero che anche in stato di emergenza non si può prendere misure che comportino una discriminazione per motivi religiosi né che i cittadini vengano sottoposti a trattamenti crudeli e disumani. E minacciare una persona che si reca in Chiesa non ha nulla di umano. Ma perché uno viene minacciato se va in Chiesa e non viene ammonito se va a prendere il pane, o in banca? Perché si sospendono le funzioni religiose così come le discoteche, come se fossero sullo stesso piano? Si noti che il Decreto del Presidente del consiglio non chiude banche, poste, servizi finanziari e assicurativi, ma chiude musei, luoghi di cultura e funzioni religiose. Banche aperte, Chiese chiuse. È questa la morale dei nostri tempi, il trionfo del più bieco capitalismo che ha ridotto l’uomo a un consumatore. Il problema è ben un altro, che l’unico e il solo punto di vista dalla quale è affrontata questa crisi sanitaria è quella materialista. Proibire il Culto per arginare una crisi è un paradosso, è proprio e direi esclusivamente la mancanza di Fede che ha causato i più gravi drammi dell’umanità e sono pronto a dichiarare che la Fede è l’antidoto, l’unico vero antidoto contro qualsiasi crisi. Io credo che il modo di vincere il male, di qualsiasi tipo, sia l’umanità, e in molti non si stanno accorgendo che oggi a causa di questi decreti i rapporti umani sono stati annientati, e questo è la causa del male, non l’effetto. Capisco sia solo il mio modesto punto di vista, ma sono pronto ad affermare che un virus non sia un mero fatto fisico, ma un fatto animico; le difese immunitarie dipendono dai nostri valori e dalla nostra Umanità, ridurre a zero questi elementi, significa consegnarci alla malattia. Siamo nel caso in cui la cura devasta più del morbo stesso. Papa Clemente VI andava a benedire gli appestati nel 1347, e Lui non si è appestato. Solo la nostra umanità congiunta all’intelligenza può salvarci, ma nessun provvedimento unicamente sul piano fisico può arginare un male la quale origine è sovrasensibile. Con questo non voglio assolutamente e in alcun modo sminuire il ruolo della scienza e della ricerca, ma soltanto dire che esse non conducono in alcun luogo se non sono congiunte alla scoperta di un senso più generale della vita che è quella del Miracolo. Lo diceva già Max Planck, premio Nobel per la fisica nel 1918, che: “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che riflette seriamente”

Tuttavia vedo che tutto il mondo istituzionale e, quel che è peggio, tutto il mondo intellettuale, affronta questa difficile crisi dal punto unicamente materiale e fenomenico. Ma fintanto che una crisi, un malattia, un disagio verranno considerati unicamente dal punto di vista esteriore nessun provvedimento potrà avere una reale efficacia. Il modo di contrastare una contingenza drammatica, l’unico modo, è alimentare e rafforzare ciò che mai tramonta, il fulcro interiore, e questo non può che derivare dalla preghiera e dal Culto. Vero è, come uno potrebbe obiettare, che il Fedele può pregare da casa sua, certo, la preghiera deve essere perpetua, costante, assidua, in qualsiasi luogo, ma il salotto di casa non è una Chiesa, il giardino di casa non è un Tempio, e l’Adorazione dell’Altissimo occorre che venga esercitata nel Tempio, poiché è Dio la risposta a qualsiasi male, sempre. “Io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” ci ricorda il Vangelo di Luca 10,19. Credo che abbia avuto in mente queste parole, San Carlo Borromeo nel 1576, in una Milano ammorbata dalla peste, opponendosi ai magistrati della città che avrebbero voluto proibire le processioni e le preghiere collettive dei fedeli e dirigendo una processione a piedi scalzi nel centro della città nel pieno della peste. Risulta evidente a tutti che quella che stiamo attraversando oggi sia una crisi mondiale, ma quando chiuderanno le Chiese significherà che il tramonto della civiltà occidentale è ormai alle porte, quando sarà proibito pregare il Dio che è sceso sulla terra ed è morto per noi duemila anni fa, significherà che dovremmo ritornare alle catacombe, poco male, il martirio è più forte della legge. Con la Forza del martirio e della Fede un manipolo di uomini malnutriti, vessati, torturati e rifugiati nelle catacombe nel giro di qualche secolo si è imposto sulla più estesa e potente potenza militare del mondo. Ora quella potenza, quell’impero che li aveva disossati e scarnificati, è scomparsa nella polvere dei millenni ma l’Ideale per il quale quegli uomini hanno sofferto c’è ancora. Oggi ci sono nuovi imperi, nuove leggi e nuovi tutori dell’ordine, ma la Fede è un Esempio per tutti noi, le lance romane che hanno trafitto il costato di Cristo sono ora sepolte dall’oblio mentre Cristo e il Suo messaggio è ancora vivo fra noi, egualmente, nessuna legge e nessun decreto potrà fermare la necessità dell’uomo di incontrarsi con Dio. Nel giorno di San Emanuele martire d’Anatolia, condannato a morte per aver rifiutato di abdicare la sua Fede. Emanuele Franz (Il Talebano)

Coronavirus, il Papa celebra la Domenica delle Palme nella basilica deserta. A San Pietro Francesco apre i riti della Settimana Santa e si rivolge ai giovani: "Guardate ai veri eroi di questi giorni".  Per la prima volta i fedeli di tutto il mondo possono seguire la messa via streaming. Non ci sarà la processione con i ramoscelli di olivo. La Repubblica il 05 aprile 2020. Papa Francesco ha presieduto nella basilica vaticana, all'Altare della Cattedra, la solenne celebrazione liturgica della Domenica delle Palme e della Passione del Signore. Niente processione con i ramoscelli di ulivo. La benedizione si è svolta ai piedi dell'altare, nè c'è stata la processione all'offertorio. Nell'omelia, il Santo Padre si è rivolto ai giovani: "Cari amici, guardate ai veri eroi che in questi giorni vengono alla luce: non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno sé stessi per servire gli altri - ha detto Francesco -. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita. Non abbiate paura di spenderla per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all'amore, senza se e senza ma. Come ha fatto Gesù per noi". La messa si è svolta senza pellegrini a causa delle norme per contenere il contagio del coronavirus. Sull'altare sono stati posti il crocifisso di San Marcello e l'icona della Salus Populi Romani. I fedeli di tutto il mondo hanno potuto seguire la celebrazione in streaming da casa. Il pontefice ha così aperto i riti della Settimana santa che precede la Pasqua, che prevedono nei giorni del Triduo una venerazione straordinaria della Sindone, in diretta tv e sul web. Nella basilica vaticana, le pochissime persone presenti (l'arciprete della basilica, il cardinale Angelo Comastri, alcune suore, i lettori), erano sedute una per banco. Ammessi anche alcuni operatori dei media, visto che la messa è stata trasmessa in streaming, e fotografi; alcuni di loro indossavano la mascherina. Oltre alle persone che aiutano il pontefice nella celebrazione, tra ministranti e cantori, e gli operatori dei media, in basilica c'erano una quindicina di persone. Nell'omelia, il Papa ha detto: "Oggi, nel dramma della pandemia, di fronte a tante certezze che si sgretolano, di fronte a tante aspettative tradite, nel senso di abbandono che ci stringe il cuore, Gesù dice a ciascuno: Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene". Il Papa ha salutato i fedeli sintonizzati da casa via streaming per l'emergenza coronavirus: "Carissimi, incamminiamoci con fede nella Settimana Santa, nella quale Gesù soffre, muore e risorge. Le persone e le famiglie che non potranno partecipare alle celebrazioni liturgiche sono invitate a raccogliersi in preghiera a casa, aiutate anche dai mezzi tecnologici". Infine, il Papa ha invitato a stringersi "spiritualmente ai malati, ai loro familiari e a quanti li curano con tanta abnegazione; preghiamo per i defunti, nella luce della fede pasquale. Ciascuno è presente al nostro cuore, al nostro ricordo, alla nostra preghiera".

Aldo Grasso per corriere.it il 28 marzo 2020. Il Papa che attraversa la piazza vuota sotto la pioggia, il rumore dei suoi passi che spezza appena un silenzio sovrumano, il vuoto tutt’attorno. La diretta sul sagrato della Basilica di San Pietro entra nella Storia con una forza che solo le immagini riescono a dare. Un giorno ricorderemo questi tristi tempi che stiamo vivendo con tante altre immagini: il conto giornaliero dei morti, le corsie degli ospedali, la sfida affannata a un nemico invisibile. Ma la preghiera per la fine della pandemia, la solenne benedizione Urbi et Orbi, la solitudine del Papa andranno ad arricchire la galleria di quegli attimi decisivi in cui la televisione sa scrivere in diretta la nostra vita, la nostra angoscia. Il vento che scompaginava il Vangelo durante i funerali di Papa Woytila o il volo in elicottero di Papa Ratzinger, mentre abbandonava il soglio pietrino, che pure ci avevano commossi, sono niente in confronto allo sbigottimento del vuoto del colonnato del Bernini. L’eccezionalità di un momento come questo non sta tanto nelle parole, che pure mettono i brividi («Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio»), ma nel silenzio, nella pienezza del nulla, nell’abisso di «un’umanità atterrita dalla paura e dall’angoscia». Mentre il Papa impartisce la benedizione si sentono solo le campane, qualche sirena e la pioggia che cade. Anche questa è preghiera.

Roberto D’Agostino per Vanity Fair il 28 marzo 2020. Abbiamo sempre immaginato la fine del mondo come un evento esterno: guerra atomica, poli che si squagliano, meteoriti giganti e invece… In questi giorni catastrofici, ognuno di noi è parte di questo dramma. Nessuno ne è esente. E la presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita sta spingendo tanti a interrogarsi sulle scelte fatte, sugli amori che non ha osato amare, sulla vita che non ha osato di vivere, sulle tante stronzate con cui abbiamo sprecato l’esistenza. Ansia, rischio, precarietà. Xanax al posto dello spritz. Tavor meglio del Negroni. Si può non essere d'accordo su che cosa è bene e cosa è male, ma tutti sono convinti che presto la "qualità della vita" andrà nel peggiore dei modi, qualunque cosa ciò voglia dire. "Ha da passa' 'a nuttata". Insomma, non sappiamo dove andiamo, ma stiamo andandoci a rotta di collo. Essì, “La paura mangia l'anima" diceva il titolo di un film del troppo ingiustamente dimenticato Rainer Werner Fassbinder. E quando il gioco si fa duro e non si sa più dove sbattere la testa, in attesa che il mondo capisca come riprendere in mano il controllo delle certezze, i più si stanno avventando come naufraghi del Titanic su una vecchia scialuppa: la religione. Per esempio, giovedì scorso è accaduto qualcosa di veramente sorprendente perché mai accaduto fino ad oggi: va in onda una sfida parrocchiale tra ‘’Don Matteo’’ su Rai1 ed il Papa su Tv2000, l’emittente dei Vescovi. Bene: gli ascolti del Rosario delle 21 della finora “clandestina” (per ascolti) Tv2000 mostrano 4,2 milioni di spettatori, secondo solo alla puntata finale della serie ‘’Don Matteo’’. Famiglie in massa di fronte alla tv per pregare. Dall’Io a Dio, il passo è stato breve. Ieri, si scherzava: ‘’Dio, dammi un assegno della tua presenza”. La felicità? Era diventata un diritto che ognuno poteva cercare di comprare, anche online. Il senso della vita? Bastava sostituire la chiesa con la farmacia e le nostre esigenze spirituali erano garantite da una scatola di Viagra. Ora il flagello del Coronavirus, sopprimendo il futuro, ha messo la nostra anima al muro. Spronandoci a distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. Alla fine, quando la morte è tangibile, osservando i nostri cari, si comprende che il contrario della fine non è la vita, ma l’amore. E così, anche in una società dura e cattiva, pornicizzata e competitiva, nella roulette dell’epidemia Dio è ciò che manca quando non manca nulla. E di fronte all’agghiacciante visione delle centinaia di bare di Bergamo portate via dai camion militari, uno balbetta la domanda di Severino Boezio: ‘’Se Dio esiste, da dove viene il male? E se non esiste, da dove viene il bene?’’. Quindi: la Chiesa e le religioni riescono ancora a consolare gli uomini? Nella modernità di ieri era prevalsa l’idea del futuro, l’idea di una società perfetta, che poteva fare a meno del sacro, della fede, della trascendenza. Nel postmoderno di oggi, invece, l’utopia appartiene al presente, non riguarda un futuro lontano, ma è qui e ora come sinergia tra arcaismo e sviluppo tecnologico, il sacro e internet. Basta fare una semplice ricerca sulla Rete e alla parola “spiritualità” zampillano oltre 4 milioni di risultati. E’ significativo che l’Autobiografia dello Yogi Yogananda, lo Swami indiano che negli anni Venti ha fatto conoscere al mondo occidentale lo yoga e la meditazione, sia stato l’unico libro presente nell’iPad di Steve Jobs, il quale ne dispose la distribuzione di 800 copie alle personalità che avrebbero partecipato al suo funerale. Nei film di Woody Allen il suo irresistibile cinismo nichilista non si ferma davanti a Dio. Allen non ha la fede e l’assurdità dell’esistenza prende il sopravvento in maniera sarcastica. Così parafrasando una sua battuta, possiamo dire: ‘’Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa per la tragedia che stiamo vivendo”.

La supplica del Papa: “Ti prego Dio, non lasciarci nella tempesta”. Il Dubbio il 27 marzo 2020. Il potente e drammatico appello di Francesco: “Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi”. Nella preghiera speciale a San Pietro il Papa “implora” Dio. “Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: ‘Svegliati Signore!'”, “non lasciarci in balia della tempesta”. “Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta”. Il mondo è chiamato a dare “un significato” a questo tempo così difficile riscoprendo nuovi spazi per la solidarietà, ha detto il Papa nella preghiera a piazza San Pietro. “Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Abbracciare la sua croce – ha sottolineato Papa Francesco – significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà”. “In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Il testo integrale dell'omelia del Papa in tempo di epidemia. Riportiamo le parole pronunciate da Papa Francesco durante il momento di preghiera straordinario sul sagrato di Piazza San Pietro. Di seguito il testo integrale dell'omelia pronunciata da Papa Francesco al momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia:

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre      piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme. È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai. Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza. Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

DAGONEWS l'8 aprile 2020. Decine di colombiani hanno infranto il lockdown per radunarsi sotto a un albero nella città di Magangué dove è “apparsa” l’immagine di Gesù tra i rami. I residenti hanno raccontato di come la notizia di quell’immagine si sia sparsa in città e come decine di persone abbiamo violato la quarantena per radunarsi sotto l’albero per pregare per ricevere protezione e liberare il mondo dal male. «L'immagine è apparsa nella notte di domenica 29 marzo - ha detto il giornalista Rodolfo Zambrano al quotidiano colombiano El Tiempo - La gente è accorsa con le candele e ha trasformato la strada in un punto di pellegrinaggio, preoccupando gli abitanti del quartiere per il loro arrivo in massa. Le persone non indossavano le mascherine e non tenevano la distanza sociale consigliata».

Papa Francesco prega per la fine dell'epidemia, in cielo appare la Madonna. Il video da brividi. Libero Quotidiano il 28 marzo 2020. Il Papa, sul sagrato della Basilica di San Pietro, davanti a una piazza deserta, causa emergenza coronavirus, prega per la fine della pandemia: "Da settimane sembra che sia scesa la sera", dice Bergoglio. E da casa i fedeli che lo seguono in streming non possono fare a meno di notare che in quella immagine potentissima di Papa Francesco solo con il Crocifisso del miracolo, sembra di vedere, tra le nuvole, la Madonna. Il video di quella che sembra l'apparizione di Maria su una nuvola circondata dalla luce stanno facendo il giro del web. "La vedo solo io la Madonna in cielo?", si legge su Twitter. "Sono credente e voglio crederci", scrive un altro. "E' Gesù o la Madonna? Avete visto?". Le immagini sono molto suggestive, questa è l'unica certezza.

Ancora di più se si ascoltano le parole di Bergoglio: "Perché avete paura? Non avete fede?". E ancora: "Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell'aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti", dice Papa Francesco. "Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca... ci siamo tutti".

Ida Di Grazia per leggo.it il 28 marzo 2020. La Madonna appare durante la benedizione del Papa a San Pietro? Il video impazza sui social. La benedizione di Papa Francesco Urbi et Orbi per l'indulgenza plenaria e per pregare contro la pandemia da coronavirus si arricchisce di una nuova suggestione: un'apparizione celestiale, quella della Vergine Maria. Papa Francesco sul sagrato della Basilica di San Pietro, la pioggia, la piazza deserta, la preghiera per invocare la fine della pandemia da coronavirus. Al termine la benedizione "urbi et orbi", solitamente impartita dal Pontefice a Pasqua e a Natale, per l'indulgenza plenaria. Un momento unico, storico che si arricchisce di mistero o forse sarebbe meglio dire di suggestione. Sul web impazza il video dove si vede una nuvola e una luce che aleggia su San Pietro proprio durante la benedizione del Papa «Perchè avete paura? Non avete fede?», dice il pontefice. Una luce immobile che man mano sembra prendere una forma molto familiare e che accende la speranza di chi crede, nel video sembra intravedersi l'immagine della Vergine Maria. Chiamiamola suggestione, chiamiamola bisogno di credere in qualcosa più grande di noi, qualunque cosa sia è un messaggio di speranza e di voglia di tornare a vivere e superare questi giorni terribili.

Coronavirus, Papa Francesco: "La gente ha fame, cominciamo a vedere il dopo". Bergoglio prima della messa nella chiesa di Santa Marta: "Si iniziano a vedere conseguenze della pandemia, c'è gente che non può lavorare perché non aveva un lavoro fisso". La Repubblica il 28 marzo 2020. Si iniziano a registrare i primi casi di gente che ha fame, di famiglie che non ce la fanno. "Cominciamo già a vedere il dopo" della pandemia di coronavirus. Lo ha detto Papa Francesco, all'inizio della messa nella chiesa di Santa Marta, la 20esima in diretta streaming dopo la sospensione, in Italia e altri Paesi, della celebrazione eucaristica con la partecipazione dei fedeli a causa della pandemia di coronavirus.

Coronavirus, la preghiera di papa Francesco in una piazza San Pietro deserta. "In questi giorni", ha detto Bergoglio, "in alcune parti del mondo si sono evidenziate alcune conseguenze della pandemia. Una è la fame. Si comincia a vedere gente che ha fame perché non può lavorare, perchè non aveva un lavoro fisso. Cominciamo a vedere già il dopo. Verrà più tardi ma comincia adesso". Dunque, ha concluso il pontefice, "preghiamo per le famiglie che incominciano ad avere bisogno per la pandemia". Nell'omelia, il Papa ha ricordato i sacerdoti e le suore che non hanno dimenticato di appartenere al popolo e continuano ad aiutare poveri e malati anche in questo periodo. E cita la foto mostratagli in questi giorni di un giovane prete di campagna, di un paese dove ha nevicato da poco, che "va nella neve a portare l'ostensorio nei piccoli paesini, e non importa la neve, non importa il bruciore delle mani" al contatto con il metallo. L'importante è portare "Gesù tra la gente". Il Popolo, infatti, "non può fallire. Pensiamo tutti se siamo con il sentire del popolo di Dio. Pensiamo all'élite che si stacca dal popolo, al clericalismo. E se Paolo consigliava al giovane vescovo Timoteo di ricordarsi di sua madre e sua nonna, è perché sapeva bene del pericolo al quale portava questo senso di élite nella nostra dirigenza". Infatti, precisa riferendosi al passo evangelico letto oggi nel corso della liturgia della parola, l'élite "prova disprezzo per Gesù e per il popolo: gente ignorante che non sa nulla".

Il Papa dona 30 respiratori agli ospedali nelle zone colpite dal Covid-19. Il Corriere del Giorno il 27 Marzo 2020. Papa Francesco Bergoglio ha affidato le apparecchiature all’Elemosineria Apostolica del Vaticano perché questa ne possa fare dono ad alcune strutture ospedaliere nelle zone più colpite dalla pandemia. Nel pomeriggio di ieri il Santo Padre ha affidato 30 respiratori acquistati nei giorni scorsi all’ Elemosineria Apostolica perché questa ne possa fare dono ad alcune strutture ospedaliere nelle zone più colpite dalla pandemia di Covid-19. L’ennesimo gesto umano di un grande uomo, di un grande Papa. Nella Messa di questa mattina a Santa Marta, Papa Francesco Bergoglio  ha rivolto nuovamente il suo pensiero ai malati, agli anziani soli, alle famiglie che non hanno di che vivere, ed esprime gratitudine a quanti si preoccupano di loro. Nell’omelia ha affermato che contro l’accanimento distruttivo suscitato dal diavolo è necessario il coraggio del silenzio. “Così ha fatto Gesù e così occorre fare di fronte ai piccoli accanimenti, come i chiacchiericci” ha detto Bergoglio. Nella messa in diretta streaming dalla Cappella di Casa Santa Marta (VIDEO INTEGRALE), Papa Francesco ha espresso la sua gratitudine per quelli che pensano agli altri, in questo difficile periodo caratterizzato dalla pandemia del coronavirus. Queste le sue parole nell’introduzione della Messa: “In questi giorni sono arrivate notizie di come tanta gente incomincia a preoccuparsi in un modo più generale degli altri e pensano alle famiglie che non hanno a sufficienza per vivere, agli anziani soli, agli ammalati in ospedale e pregano e cercano di fare arrivare qualche aiuto … Questo è un buon segnale. Ringraziamo il Signore perché suscita nel cuore dei suoi fedeli questi sentimenti”.

Fra.Gia. per “il Messaggero” il 9 aprile 2020. Mentre ieri pomeriggio in Vaticano è stato confermato l'ottavo caso di positività al Covid-19 - stavolta si tratta di un funzionario che si era recato fuori Roma da alcuni parenti contraendo il virus - Papa Francesco fa il bilancio sugli effetti collaterali del lockdown sulla sua attività pastorale, certamente una prova evidente visto che il contatto con le folle e con la gente non solo è venuto meno ma in prospettiva si presenta piuttosto difficoltoso. Tante cose sono cambiate anche per lui e per un po' dovranno restare tali. Il confinamento a Santa Marta, la difficoltà ad essere presente ai meeting di prima o ad organizzare riunioni di tabella. A Santa Marta dove vive sono stati introdotti dei turni per mangiare in mensa e mantenere l'isolamento prescritto dalle autorità. E' stato importato, dove possibile, anche lo smartworking, benché non sia la stessa cosa che essere presenti fisicamente. «Ognuno lavora nel proprio ufficio o dalla propria stanza con i media digitali. Tutti lavorano, non ci sono fannulloni qui». Ieri in una intervista sulla crisi mondiale rilasciata allo scrittore britannico Austen Ivereigh, e pubblicata contemporaneamente su The Tablet (Londra) e Commonweal (New York) ha affrontato il tema di come potrebbe essere la fase due e la ripresa alla normalità in Vaticano, quando le autorità italiane scioglieranno tanti dubbi e daranno il permesso a recuperare i gruppi di fedeli di un tempo, i pellegrini, le visite con i seminaristi, i parroci, i vescovi, gli sposi novelli. Probabilmente si tratterà di un avvio scaglionato, con la gente obbligata a rispettare le distanze di sicurezza e a indossare mascherine. Gli spazi in Vaticano non mancano di certo, persino nella basilica vaticana, ma tutto è da pensare e al momento è sotto studio. Così come si sta immaginando una serie di iniziative mondiali a sostegno dell'immigrazione, dell'ecologia, dei micro progetti economici nelle aree più colpite dal covid. «Penso alle mie responsabilità di tanto in tanto, quale sarà il mio servizio come Vescovo di Roma, come capo della Chiesa, in futuro? Questo dopo ha già cominciato a mostrare che sarà un dopo tragico, un dopo doloroso, quindi è conveniente pensare d'ora in poi. Una commissione è stata organizzata attraverso il Dicastero dello Sviluppo Umano Integrale per lavorare su questo e per incontrarmi», ha anticipato il Papa. Nel frattempo gli uffici della curia (che non hanno mai chiuso del tutto) potrebbero riaprire gradualmente, ma sempre rispettando le distanze prescritte. Il virus viaggia più veloce delle preghiere.

Da repubblica.it il 28 marzo 2020. "Le persone affette da Covid-19 tra dipendenti della Santa Sede e cittadini dello Stato della Città del Vaticano sono attualmente sei. Posso confermare che non sono coinvolti né il Santo Padre, né i suoi più stretti collaboratori". Lo ha reso noto il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni. Bruni ha spiegato che dopo aver riscontrato due nuovi casi di Covid in Vaticano, che si aggiungono ai quattro precedenti, "sono stati adottati opportuni provvedimenti di sanificazione e sono stati effettuati nuovi test, in totale con i precedenti oltre 170, sui dipendenti della Santa Sede e i residenti della Domus. Questi ultimi test hanno dato tutti esito negativo".

I controlli a Santa Marta. "Nei giorni scorsi - ha detto il direttore della sala stampa vaticana - nell'ambito dei controlli effettuati dalla Direzione Sanità Igiene dello Stato della Città del Vaticano in ottemperanza alle direttive sulla emergenza coronavirus, è stata individuata un'altra positività al Covid-19: si tratta di un ufficiale della Segreteria di Stato residente a Santa Marta che, presentando alcuni sintomi, era stato successivamente messo in isolamento fiduciario. Al momento le sue condizioni di salute non presentano particolari criticità, ma in via cautelativa la persona è stata ricoverata in un ospedale romano sotto osservazione, in stretto contatto con le autorità della Direzione Sanità e Igiene". A seguito del riscontro positivo "sono state prese misure secondo i protocolli sanitari previsti, sia relativamente alla sanificazione degli ambienti, al luogo di lavoro e di residenza dell'interessato, sia rispetto alla ricostruzione dei contatti avuti nei giorni precedenti al riscontro. Le autorità sanitarie hanno effettuato test sulle persone a più stretto contatto con la positività individuata. I risultati hanno confermato l'assenza di altri casi positivi tra quanti risiedono a Casa Santa Marta, e una ulteriore positività tra i dipendenti della Santa Sede a più stretto contatto con l'ufficiale". L'epidemia in Italia e nel resto del mondo di Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-Cov-2, prosegue. In Italia i contagiati sono circa 40mila e le vittime nel nostro Paese hanno superato quelle cinesi: siamo il paese con più morti al mondo. L'emergenza sta mettendo in ginocchio intere regioni, in particolare la Lombardia. Il biologo: "Dalla Lombardia numeri insensati".

Franca Giansoldati per “il Messaggero” il 27 marzo 2020. Il contagio in Vaticano si sposta sottotraccia, invisibile, senza farsi annunciare. E all'interno delle Mura Leonine ha trovato un ambiente favorevole seminando, di conseguenza, tanta paura tra i 400 residenti, per la maggior parte vescovi di età piuttosto avanzata. I cardinali che potevano se ne sono andati fuori Roma, altri vivono barricati nei loro appartamenti anche se qualche raro prelato ostenta una invidiabile sicurezza sostenendo che tutto questo caos passerà presto, come il prefetto dei Vescovi, il canadese Marc Ouellet che anche ieri ha fatto una riunione di carattere ordinario, come se niente fosse. Anzi, fu proprio lui a insistere, affinché il Papa ricevesse quel gruppo di vescovi francesi risultati poi contagiati. Difficile dire da dove sia partito il virus. Se dai Musei Vaticani o dal via vai di gente continuo che entra ed esce dal piccolo Stato, oppure dagli ospiti o dai tanti religiosi che vengono ricevuti. Il fatto è che ora il contagio ormai è evidente. Dopo il primo funzionario della Segreteria di Stato trovato positivo al tampone e ora ricoverato al Gemelli, è emerso un secondo caso. Stavolta il frate in questione si chiama padre Angelo Tognoni, è un altro funzionario della Segreteria di Stato anche se non risiede a Santa Marta ma in un monastero sulla Aurelia, l'Istituto Servi Del Cuore Immacolato di Maria. Anche in questa comunità ora potrebbero esserci in corso focolai di contagio ma i frati interpellati rifiutano di fare ogni commento, ritenendo l'informazione superflua. In ogni caso un ulteriore segnale che indica quanto la diffusione dell'infezione all'interno del mondo religioso sia andata avanti in queste settimane. A questo punto in Vaticano è stato fatto a tappeto un test per valutare se tra i dipendenti della Segreteria di Stato e di Casa Santa Marta ci sono casi asintomatici. Anche il Papa si è sottoposto al tampone per la seconda volta, e fortunatamente ha dato ancora esito negativo. Tuttavia in queste ore si fa largo il grande quesito sulla sua incolumità. Un tema enorme che resta aperto nonostante lui sia il primo a sdrammatizzare e a scartare sistematicamente l'idea di trasferirsi per qualche mese nell'appartamento pontificio dove un tempo avevano abitato i suoi predecessori. Una dimora che a Bergoglio non è mai piaciuta, troppo ampia e spaziosa ma soprattutto troppo isolata. Si racconta che a un suo amico abbia confidato che non se la sente di cambiare le sue abitudini e che in quell'appartamento sarebbero troppi i disagi per il suo carattere aperto, abituato ad avere sempre persone accanto a lui. Eppure da quando il coronavirus ha varcato la soglia di Santa Marta la vita anche per lui è cambiata. Tanto per cominciare è costretto a consumare i pasti da solo in camera e a limitare la distanza tra sé e gli ospiti anche se continua a dare loro la mano (precedentemente disinfettata) al termine delle udienze mattutine. Ieri mattina ha incontrato nel palazzo apostolico (non a Santa Marta dove era in corso una sanificazione) Marco Impagliazzo della Comunità di Sant'Egidio: «Mi è parso molto sereno. Non abbiamo parlato di coronavirus. Mi ha però fatto tante domande sulla vita degli anziani, come reagiscono, come vengono aiutati a Roma, che bisogni hanno in questo periodo». Oggi pomeriggio il Papa pregherà per la fine dell'epidemia con una preghiera, una benedizione straordinaria urbi et orbi e la possibilità di avere l'indulgenza plenaria a chi parteciperà spiritualmente. La piazza sarà completamente vuota. Nemmeno la creatività sorprendente dei film di Sorrentino avrebbe mai potuto immaginare uno scenario simile. Accanto al Papa ci saranno alcuni canonici e il crocifisso miracoloso che nel 1500 ha fermato la peste.

Domenico Agasso Jr. E Paolo Mastrolilli per “la Stampa” il 27 marzo 2020. Da Oltretevere è partito l' ordine, con destinazione Stati Uniti, di 700 kit di tamponi per la diagnosi del Covid-19. Sono stati richiesti dalla Farmacia Vaticana e spediti il 19 marzo. Dunque tra le procedure avviate dalla Santa Sede per fronteggiare la pandemia c' è anche questo «magazzino» di test per verificare rapidamente la positività al virus. Chi ha facilitato la spedizione è Paolo Zampolli, ambasciatore all' Onu dell' Isola Dominica. Il 12 marzo è stato inviato un campione alla Farmacia. Il 18 è arrivata la risposta: approvata la qualità del test, con il beneplacito di Andrea Arcangeli, vice direttore della direzione di sanità e igiene del Governatorato, scelto dall' entourage papale come punto di riferimento nell' emergenza Covid-19. La richiesta è di 70 scatole con dieci kit ciascuna. Totale 700 confezioni di «Coronavirus Covid Rapid Test» dell' azienda Biozek, spedite dall' Olanda. In Vaticano risiedono 605 persone, quindi c'è più di un tampone per abitante. Per qualcuno è segno che i presunti positivi possano essere molti più dei cinque emersi finora. Ma va considerato che in tempi normali ogni giorno dentro le Sacre Mura transitavano migliaia di lavoratori o ospiti, e che lo Stato è concentrato in 44 ettari. Perciò appare anche probabile che l' accaparramento di test sia una scelta di precauzione. Risposte non se ne ricevono dal direttore della Farmacia, fra Binish Thomas Mulackal, che mantiene il riserbo assoluto. «No comment» anche da Arcangeli. L' incubo coronavirus ha messo in stato di massima allerta le Sacre Stanze, e quasi in lockdown l' intero Vaticano. Molti uffici lavorano in modalità smart working. Dove c' è la possibilità i dipendenti si alternano per essere presenti in sede il meno possibile, ed è stato chiesto loro di smaltire le ferie. Basilica di San Pietro e Musei Vaticani sono chiusi al pubblico. L' Osservatore Romano ha smesso di stampare le copie cartacee, mantenendo la versione online. È stato rinviato il viaggio di Bergoglio a Malta, che era in programma il 31 maggio. E la Pasqua, culmine dell' anno cristiano, sarà «a porte chiuse». La preoccupazione è particolarmente elevata attorno a Casa Santa Marta, la residenza del Papa, dove il virus si è infiltrato: un alto prelato italiano che lavora in Segreteria di Stato è risultato positivo ed è ricoverato. Francescoè circondato da un cordone anti-contagio. I suoi spostamenti sono organizzati in modo che incroci meno gente possibile. Da tempo consuma i pasti non più nel salone comune, ma da solo nella sua stanza: il cibo glielo portano i segretari. Al mattino celebra la Messa nella Cappella senza fedeli. Però, sebbene abbia annullato gli appuntamenti pubblici, continua a lavorare e a incontrare persone in privato, con i suoi stretti collaboratori sempre muniti di prodotti disinfettanti. Chi ha appuntamento con lui, ci spiega una persona ricevuta in questi giorni nel Palazzo apostolico, prima di avvicinarsi deve «lavarsi le mani con il gel». Lo staff dell' anticamera è ridotto al minimo: «Solo due persone, ognuno in una stanza, accompagnano gli ospiti». Ogni mattina «gli ambienti vengono sanificati. Eravamo seduti a distanza di più di un metro. Ma niente mascherine». Nonostante la cappa di paura che aleggia, «il clima nell' entourage del Papa è disteso». Ieri il Pontefice ha donato trenta respiratori agli ospedali delle zone più colpite dalla pandemia. I nosocomi sono ancora da individuare, il compito lo ha affidato al cardinale elemosiniere Konrad Krajewski. E stasera, sul sagrato della Basilica in una San Pietro deserta, il Papa presiederà da solo in mondovisione un momento di preghiera per «rispondere alla pandemia», e darà la benedizione Urbi et Orbi (quella di Natale e Pasqua). Un' immagine destinata a entrare nella storia.

Estratto dell’articolo di Serena Sartini per “il Giornale” il 27 marzo 2020. (…) Francesco intanto continua la sua vita, quasi in totale isolamento: alle 7 la celebrazione della messa nella cappella Santa Marta (trasmessa in diretta su Rai1 per volere del direttore Stefano Coletta), a seguire gli appuntamenti strettamente necessari. Ieri, ad esempio, pochissime udienze e incontri privati. Niente strette di mano e distanza di almeno un metro; nessuna udienza di gruppo. «In questi giorni di sofferenza ha detto alla messa - c' è tanta paura, paura degli anziani che sono soli nelle case di riposo o in ospedale o a casa loro e non sanno cosa possa accadere. La paura dei lavoratori senza lavoro fisso che pensano a come dare da mangiare ai loro figli e vedono arrivare la fame. La paura di tanti servitori sociali che in questo momento aiutano ad andare avanti la società e possono contrarre il coronavirus, anche le paure di ognuno di noi. Ognuno sa quale sia la propria». Oggi pomeriggio, alle 18, l' appuntamento con la preghiera in una piazza San Pietro vuota e la benedizione «Urbi et Orbi». Un evento straordinario, una prima assoluta. Una preghiera di supplica per chiedere la fine della pandemia. Il Papa ha voluto sul sagrato il Crocifisso di San Marcello al Corso, il Crocifisso miracoloso che fece fermare la peste di Roma nel XVI secolo. Proprio davanti a quella croce-simbolo dei Giubilei, Francesco si era inginocchiato dieci giorni fa, in un gesto straordinario che aveva fatto il giro del mondo: il Papa, da solo, che cammina per una Roma deserta, e poi in ginocchio in preghiera. Ora Francesco ha voluto che quel pezzo di legno fosse al suo fianco in occasione della preghiera mondiale di oggi. Una semplice croce oggetto di profonda devozione da parte dei romani fin dal 1519, quando rimase intatta nel grande incendio che colpì la chiesa. Tre anni dopo, nel 1522, la croce viene portato in processione per le vie di Roma verso la Basilica di San Pietro. La processione dura 16 giorni, durante i quali la peste regredisce. Al termine, quando rientra in Chiesa, la peste è del tutto cessata. Ieri, il crocifisso sul cui retro sono incisi i nomi dei vari pontefici e gli anni di indizione dei Giubilei - non è stato portato in processione (ma con un furgoncino) ma il significato della sua presenza in una piazza san Pietro deserta è piuttosto chiaro: chiedere la fine di una pandemia che sta mietendo vittime in tutto il mondo. Al termine della preghiera mondiale, il Papa impartirà la benedizione «Urbi et Orbi» (alla città di Roma e al mondo) cosa eccezionale e concederà l' indulgenza plenaria, ovvero la cancellazione delle pene temporali, secondo quanto previsto da un recente decreto della Penitenzieria Apostolica. Altro gesto significativo da parte della chiesa italiana è l' invito ai vescovi a recarsi da soli in un cimitero per commemorare i defunti. Sarà questo il Venerdì della Misericordia della Chiesa italiana.

Coronavirus, positivo prelato della Segreteria di Stato che abita a Santa Marta. Il monsignore è ricoverato in ospedale e al momento le sue condizioni non destano preoccupazioni. Paolo Rodari il 25 Marzo 2020 su La Repubblica. Un alto prelato della segreteria di Stato vaticana è ricoverato in queste ore in ospedale a Roma a causa del Covid 19. Il prelato vive a Santa Marta, la residenza dove alloggia Francesco. Da settimane, tuttavia, il Papa vive in sostanziale isolamento. Bergoglio si muove, lavora, ma fanno in modo che incroci meno gente possibile. Mangia anche da solo, all’interno della propria stanza. Ha ormai annullato gli incontri pubblici, seppure non ha rinunciato a incontrare, con tutte le dovute precauzioni, qualche collaboratore. Alcuni incontri avvengono nel palazzo apostolico, dove c’è più spazio e ci sono più possibilità di mantenere le distanze di sicurezza. Il prelato è il quinto caso di positività registratosi Oltretevere. La sua salute al momento non desta preoccupazioni. Ieri mattina sono stati informate le persone che hanno lavorato con lui negli ultimi giorni in un Vaticano che è da tempo ormai in una situazione di quasi totale lockdown. Molti uffici lavorano in smart working, in altri i dipendenti fanno dei turni per essere presenti in sede il meno possibile. L’altro ieri per la prima volta dia tempi della presa di Roma l’Osservatore Romano ha smesso di stampare le copie cartacee del proprio quotidiano. Per motivi di diffusione, infatti, è stata chiusa la tipografia. Francesco ha dovuto anche annullare il prossimo viaggio previsto per i primi di giugno a Malta e al momento non è in programma nessuno viaggio internazionale per tutto il 2020.

Papa Francesco, su Raiuno la messa in diretta tutti i giorni. Da domani tutti i giorni alle 7 Raiuno trasmetterà la messa celebrata da Papa Francesco. La Repubblica il 24 Marzo 2020. Un appuntamento quotidiano con la Santa Messa celebrata da Papa Francesco. Da domani e tutti i giorni Raiuno trasmetterà la Santa Messa celebrata da Papa Francesco in diretta nella cappella della Residenza Santa Maria. Il pontefice vuole così dare segno della sua vicinanza e accompagnamento ai fedeli in questo momento. Sarà un'occasione per consentire ai fedeli di raccogliersi in preghiera tutti insieme in questo momento difficile. Si accresce la presenza di appuntamenti spirituali. Le Messe di Papa Francesco, le cui immagini sono realizzate dal circuito Vatican Media, non sono un'esclusiva della Rai: Tv2000 infatti trasmette tutte le celebrazioni già dal nove marzo scorso, con grande seguito di pubblico.

Filippo Anastasi, ex capo dell'informazione religiosa Rai il 25 marzo 2020: Poco fa ho assistito all'ennesima sciatteria della mia Rai. Sono stati capaci di tagliare la Messa del Papa, per la prima volta in diretta dalla Cappella di Santa Marta in solitudine; Una celebrazione molto suggestiva. Dopo la Comunione l'immagine si è soffermata sull'altare sul Santissimo, in attesa della benedizione finale del Papa. Pure gli atei sanno che la Messa finisce quando il sacerdote dice " ite Missa est". Ebbene hanno tagliato il Papa! All'epoca mia, quando ero direttore dell' informazione religiosa della Rai io avrei perso il posto. Meditate gente, meditate.

Ettore Boffano e Filippo Di Giacomo per “il Fatto quotidiano” il 23 marzo 2020. Papa Francesco predica bene ai tempi del coronavirus, passeggia nelle strade di Roma per andare a pregare in due chiese del centro, ma soprattutto per affermare quel non arrendersi alla paura e alla solitudine, e rilascia interviste (l' ultima a La Stampa di Torino, venerdì scorso) nelle quali ribadisce parole come queste: "Bisogna ricordare una volta per tutte agli uomini che l' umanità è un' unica comunità. E quanto è importante, decisiva la fraternità universale. Dobbiamo pensare che sarà un po' un dopoguerra. Non ci sarà più l'altro, ma saremo noi. Perché da questa situazione potremo uscire solo tutti insieme". Frasi che, sia pure nei formalismi di risposte inviate probabilmente via Internet e giunte dalla clausura-quarantena che ha coinvolto anche la residenza di Santa Marta, non sembrano lasciare dubbi per ciò che riguarda la loro interpretazione nello stesso tempo più profonda ma anche più pragmatica: serve solidarietà. Tra gli Stati di una stessa comunità continentale e anche del Mondo, da parte di chi più ha avuto e ha nella nostra società, tra gli stessi cittadini comuni e nella vita di ciascuno di noi. Compresa la Chiesa, a cominciare da quella italiana, coinvolta in un' emergenza che per ora ha avuto uguali solo in Cina. Ma è a questo punto che, anche se sarebbe sbagliato spingersi a dire che Bergoglio predica bene ma il suo gregge razzola male, si comincia a intravedere una certa pigrizia (chiamiamola pure così, si tratta pur sempre di un "vizio capitale") nelle gerarchie che guidano la Conferenza episcopale italiana: i vertici della nostra Chiesa. Spieghiamoci con qualche esempio e qualche numero (i dati sono del Mef, Dipartimento delle Finanze). Facendo una media ponderale di quanto l' Unione buddista italiana e la Chiesa valdese hanno versato per l' emergenza coronavirus, in rapporto a quanto hanno ricevuto dall' 8 per mille nell' anno 2019 sui redditi ripartiti nel 2015, emerge un dato del 20,33 per cento: i valdesi, infatti hanno ricevuto 43.198.823 euro e hanno donato sinora 8 milioni di euro (il 18,52 per cento), mentre i buddisti hanno donato 3 milioni di euro contro i 13.549.941 ricevuti (il 22,14 per cento). Se quella media del 22,33 fosse dunque applicata al gettito dell' 8 per mille arrivato alla Chiesa italiana nello stesso periodo (un miliardo, 131 milioni, 196.216 euro), l' ipotetica donazione alla "diletta nazione italiana" (così un tempo i pontefici chiamavano nei loro discorsi l' Italia) potrebbe raggiungere la cifra di 229 milioni, 972.190 euro. Per il momento, almeno consultando il sito della Cei, risulta un' unica donazione ufficiale, per l' emergenza coronavirus, di 10 milioni: affidati alla Caritas italiana. È vero infatti che l' 8 per mille serve alla Chiesa (teoricamente) per mantenere il clero e i religiosi e per opere di assistenza e di carità già in corso, ma non è certo un destino diverso da quello che riguarda le identiche destinazioni alla Chiesa valdese e all' Unione buddista, mentre analoga è l' origine di quelle somme: la generosità degli italiani che oggi vivono in una situazione gravissima. Non c' è da dubitare, però, che anche e soprattutto i vescovi italiani leggano le interviste del papa e quelle sue riflessioni sulla "fraternità universale". E magari si preparino a dichiarare, come ha fatto il presidente dei vescovi spagnoli, che "sono a disposizione del governo sia le opere sia le risorse" della Chiesa.

(ANSA il 26 marzo 2020) - Domani pomeriggio alle 18.00, Papa Francesco presiederà un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, con la piazza vuota, come annunciato lo scorso 22 marzo al termine della preghiera dell'Angelus. "Il Pontefice - ricorda la sala stampa della Santa Sede - ha invitato tutti a partecipare spiritualmente, attraverso i mezzi di comunicazione, per ascoltare la Parola di Dio, elevare una supplica in questo tempo di prova e adorare il Santissimo Sacramento. Al termine della Celebrazione il Santo Padre impartirà la Benedizione Urbi et Orbi, a cui sarà annessa la possibilità di ricevere l'indulgenza plenaria". Il momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia durerà circa un'ora. Nei pressi del cancello centrale della Basilica Vaticana saranno collocati l'immagine della Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello. Dopo l'ascolto della Parola di Dio, Papa Francesco terrà una meditazione. Il Santissimo Sacramento sarà esposto sull'altare collocato nell'atrio della Basilica Vaticana. Dopo la supplica, seguirà il rito della Benedizione eucaristica "Urbi et Orbi". Il cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, pronuncerà la formula per la proclamazione dell'indulgenza.

Il Crocifisso che fermò la peste arriva a San Pietro per la preghiera del Papa contro la pandemia. Redazione de Il Secolo d'Italia giovedì 26 marzo 2020. Il Crocifisso che liberò Roma dalla peste,  dinanzi al quale il Papa due domeniche fa si è raccolto in preghiera, è stato portato dalla chiesa di San Marcello a Roma al centro di piazza San Pietro. Qui il Papa reciterà la  preghiera contro la pandemia del coronavirus domani alle 18. Il Crocifisso è un simbolo che rappresenta per la città di Roma la vittoria della fede sulla peste che colpì la città nel Cinquecento. Una immagine simbolica e di grande impatto, con il Papa da solo sul sagrato in preghiera e davanti a lui, in una piazza San Pietro deserta e inaccessibile per evitare il contagio, il Crocifisso del miracolo. Tutti lo invocano come il Crocifisso dei miracoli.  L’immagine sacra, di legno scuro del XV secolo che risale alla scuola senese, è una delle più amate dai romani e dai papi se sin dal Giubileo del 1600, da papa Innocenzo X fino al Giubileo di Wojtyla nel Duemila fu portato solennemente in San Pietro per la venerazione dei romani. Ora, in un momento di grande angoscia e sofferenza, Bergoglio ha voluto di nuovo quel Cristo dei miracoli a piazza San Pietro. Il  Crocifisso è ritenuto miracoloso fin dal 23 maggio del 1519 quando un incendio, nella notte, distrusse completamente la chiesa di San Marcello. Le fiamme distrussero tutto ma il Crocifisso si conservò integro. I romani ne furono al punto colpiti che esso divenne oggetto di speciale devozione. Tre anni dopo, in occasione della peste che infierì sulla città, il Crocifisso fu portato in processione verso San Pietro. Una processione che durò ben 16 giorni: dal 4 al 20 Agosto del 1522. Man mano che si procedeva, la peste dava segni di netta regressione, e dunque ogni quartiere cercava di trattenere il crocifisso il più a lungo possibile. Al termine, quando rientrò in San Marcello, la peste era del tutto cessata. 

Coronavirus, la profezia di Padre Pio: “Caos e morti per tre mesi”. Ma i frati smentiscono. Marta Lima de Il Secolo d'Italia giovedì 26 marzo 2020. “Moriranno in migliaia, chiudete porte e finestre. Siete come formiche, perchè verrà il tempo in cui gli uomini si toglieranno gli occhi per una briciola di pane. I negozi saranno saccheggiati, i magazzini saranno presi d’assalto e distrutti. Povero sarà colui che in quei giorni tenebrosi si troverà senza una candela, senza una brocca d’acqua e senza il necessario per tre mesi”. Secondo alcuni, sarebbero queste le profezie di Padre Pio collegate alla tragedia del coronavirus. E che stanno circolando da giorni sui social, incontrollate, con la citazione di una fonte. Renzo Baschera, che avrebbe citato questi “messaggi all’umanità” di Padre Pio nel suo libro “I Grandi Profeti”. Avrebbe, perché non c’è certezza sulla veridicità di quei messaggi, tantomeno di un loro collegamento con la pandemia che impazza. Anche se un dettagliato articolo su questi messaggi è presente perfino sul sito ufficiale del  Papaboys. Tesi rilanciate anche da presunti figli spirituali di Padre Pio. La profezia non esiste. I Frati cappuccini, custodi della memoria del Frate di Pietrelcina, mettono nero su bianco. “In questo periodo di ansia e di preoccupazione dilaganti, sono state diffuse nuovamente alcune profezie apocalittiche attribuite a san Pio da Pietrelcina. Che sarebbero state rivelate ad alcuni sedicenti figli spirituali quando il santo era in vita o, successivamente, durante presunte visioni. Per rispetto alla verità, i frati minori cappuccini della provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio dichiarano di non poter garantire che tali messaggi siano autentici né l’asserita figliolanza spirituale delle due persone che se la sono attribuita”. Così in una nota i frati cappuccini sulla nuova circolazione, con l’emergenza del coronavirus, di presunte profezie catastrofiche lasciate dal santo con le stimmate di cui mai è stata confermata la veridicità. ”Certamente tali profezie non sono contenute in nessuno degli scritti del santo (tutti già pubblicati) – si legge ancora – inoltre le affermazioni dei due presunti figli spirituali non trovano riscontro in nessun documento o prova testimoniale contenuti nella pur poderosa documentazione (104 volumi) della causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina”. Una valanga di messaggi, di suppliche, di attese miracolistiche, si sta riversando, in questi giorni di emergenza per il coronavirus, verso la Puglia garganica, con un indirizzo ben preciso: il santuario di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, metaforicamente preso d’assalto dai fedeli di tutta Italia, mentre la piccola cittadina è completamente svuotata e vi si respira un’atmosfera surreale. “Riceviamo richieste rivolte al santo in continuazione, non è esagerato dire ‘a valanga’… “, riferisce all’AdnKronos il portavoce dei frati cappuccini Stefano Campanella, direttore di Padre Pio Tv. “Ma qualcuno chiama anche solo per sincerarsi della salute dei religiosi, specie per quelli più anziani”. Intanto, sui siti specializzati, va fortissimo la preghiera per Padre Pio, proprio in funzione anti-coronavirus.

Franca Giansoldati per "ilmessaggero.it" il 16 marzo 2020. San Rocco, forse il santo più potente e diffuso contro la peste e poi Santa Corona, Sant'Abbondio, San Sebastiano, Santa Rita da Cascia. In questo periodo la religiosità popolare sta rispolverano le figure dei santi più diffusi per contrastare pestilenze, malattie contagiose, pandemie, proprio come quella del coronavirus. Papa Francesco si è recato domenica pomeriggio in pellegrinaggio a San Marcellino a via del Corso, nel pieno centro di Roma, per pregare davanti al crocifisso ritenuto miracoloso per avere fermato una orribile pestilenze nel XVI secolo. Il santo protettore dalla peste e più in generale dalle epidemie per eccellenza è san Rocco, vissuto nel XIV secolo e diventato famoso per avere attraversato l’Italia curando e confortando gli appestati. Era nato in Francia da una famiglia molto benestante. Nei santuari e nelle chiese a lui dedicati, solo in Italia se ne contano circa 3mila, in questi giorni si organizzano novene e celebrazioni. Stamattina si è attivato il santuario di Santa Rita da Cascia, la figura alla quale in genere si ricorre per chiedere miracoli impossibili. Si chiama #isolatimanonsoli la campagna che il monastero ha realizzato per essere presente nelle vite della gente, portando nelle case l’abbraccio e il conforto, anche se a distanza, della santa. Tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle ore 11.45 alle ore 12.15, in diretta sulla pagina Facebook Santa Rita da Cascia Agostiniana  i fedeli potranno recitare il Rosario insieme alle monache agostiniane o partecipare alla messa trasmessa ogni domenica alle ore 17.00 in diretta streaming attraverso il canale You Tube Santa Rita da Cascia Agostiniana.

Ascolti record per il Santo Rosario: oltre 4 milioni di spettatori su Tv2000. Pubblicato venerdì, 20 marzo 2020 su Corriere.it da Renato Franco. Per provare a sdrammatizzare possiamo dire che in periodi di stress l’Uomo si rivolge a chi può fornire risposte: la filosofia, l’alcol o la Bibbia. Sembra la terza opzione quella buona almeno a guardare gli ascolti televisivi in questa quarantena di cui non si vede la luce. Il dato clamoroso è quello di Tv2000 che giovedì sera alle 21 proponeva un classico rito della Chiesa cattolica: il Santo Rosario. La preghiera collettiva è stata seguita da oltre 4 milioni di spettatori con il 13% di share. Un numero pazzesco, a memoria il record per la rete controllata dalla Conferenza Episcopale Italiana. Al carattere religioso della serata va aggiunto il consueto ascolto milionario del «laico» Don Matteo 12. L’ultima puntata della fiction con Terence Hill è stata vista da 7.300.000 telespettatori, con uno share del 26,2%. Se già in tempi normali il prete detective in bicicletta — con le sue storie rassicuranti — era un amuleto scacciapensieri, lo è diventato ancor più oggi in cui tutti noi abbiamo un dannato bisogno di protezione e lieto fine.

Francesco Lepore per linkiesta.it il 20 marzo 2020. A peste, fame et bello libera nos, Domine. (Dalla peste, dalla carestia e dalla guerra liberaci, Signore). La triplice petizione a Cristo, parte delle Litanie dei Santi, rievoca subito alla mente le pubbliche processioni in occasione di calamità o delle Rogazioni, che ancora in contesti rurali vengono spesso effettuate in un latino storpiato ma pur sempre affascinante. E una sorta di processione per invocare la fine della pandemia del coronavirus (che nel santuario palermitano di Santa Rosalia è definito "la nuova peste" nelle invocazioni alla Santuzza) è quella in solitaria fatta da Papa Francesco, domenica pomeriggio, verso le chiese romane di Santa Maria Maggiore e San Marcello al Corso. Per venerarvi rispettivamente l’icona della Salus Populi Romani e il Crocifisso denominato “Miracoloso”, perché scampato all’incendio del 23 maggio 1519 e poi portato in processione dal 4 al 20 agosto 1522 durante la cosiddetta Grande Peste romana. Un atteggiamento quello di Bergoglio in piena conformità con le misure progressivamente adottate dal Governo per contenere la diffusione del contagio. Ma anche espressione di una regolata devozione come avrebbe detto Muratori. Che, quando non è tale, è all’origine di comportamenti irresponsabili. Come quelli tenuti da componenti del Cammino neocatecumenale che hanno partecipato, dal 28 febbraio al 1° marzo, a una tre giorni di ritiro presso il Kristall Palace Hotel di Atena Lucana (Sa) e hanno attinto dal medesimo calice durante le Messe come previsto nel loro Statuto. Uno dei partecipanti, un 76enne di Bellizzi, è risultato positivo al Covid-19 ed è deceduto il 10 marzo. Positivi anche uno dei tre sacerdoti e alcuni fedeli presenti. Al momento risultano essere 16 i casi accertati tra Atena e i viciniori comuni di Sala Consilina (dove si è tenuto un altro ritiro il 4 marzo), Caggiano e Polla, cui, sempre domenica, è stato imposto il divieto di entrata e uscita dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Non c’è bisogno di scomodare le pagine manzoniane sulla maggiore diffusione della peste a Milano nel 1630 già all’indomani della processione con le reliquie di San Carlo ordinata da un pur recalcitrante e dubbioso cardinale Federico Borromeo. Né quelle dei memorialisti partenopei sul numero esponenziale di contagi e decessi a Napoli nel 1656 a seguito di continue processioni e celebrazioni. L’invito di Francesco a lasciare aperte le chiese per la preghiera personale, restando però vietata – al momento fino al 3 aprile – la celebrazione di Messe con i fedeli nonché di matrimoni e funerali come disposto dalla Cei, risponde alla volontà di trovare un equilibro tra esigenze spirituali e tutela della salute pubblica. D’altra parte i sacerdoti italiani continuano ad assicurare l’assistenza sacramentale a persone malate e anziane come anche a benedire i feretri nei cimiteri. Troppi soprattutto nelle zone di Cremona, Brescia e Bergamo, diocesi, quest’ultima, che sta registrando il numero più alto di preti deceduti o in gravi condizioni di salute. E poi le innumerevoli iniziative (da quelle in rete al suono serotino delle campane) che hanno spinto ieri il Papa all’Angelus a parlare con gratitudine della «creatività dei sacerdoti. Tante notizie mi arrivano dalla Lombardia su questa creatività, è vero, la Lombardia è stata molto colpita. Sacerdoti che pensano mille modi di essere vicino al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato, sacerdoti con lo zelo apostolico che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il “don Abbondio”». Atti che però sono guardati criticamente da esponenti del mondo laico e di parte del cattolicesimo riformista sì da essere liquidati come provvedimenti da acquasantiera. Ma anche dalle falangi tradizionaliste e anti bergogliane. Risale a lunedì la nota dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò (quello del famigerato dossier), che, invitando a spalancare «le porte delle nostre chiese perché i fedeli vi possano entrare, pentirsi dei loro peccati, partecipare al Santo Sacrificio della Messa», ha attaccato Papa e Cei colpevoli, a suo dire, di consegnare «il gregge alla caligine di dense tenebre». A riprova della «tragica sudditanza della Chiesa nei confronti di uno Stato che si adopera e si prodiga in tutti i modi per distruggere l’identità cristiana della nostra Italia, asservendola a un’agenda ideologica, immorale, nemica dell’uomo e della famiglia, mondialista, malthusiana, abortista, migrazionista, che vuole la distruzione della Chiesa, e non certo il bene del nostro Paese». È innegabile che così posta la questione sembra essere tutta interna alla Chiesa. Senza dimenticare che gli accennati interventi e disposizioni di Vaticano e Cei risultano essere comunque un po’ tardivi rispetto a quella che si profilava da tempo come emergenza nazionale e mondiale. E in ritardo, o almeno tale, appare l’azione concreta di Oltretevere e dell’episcopato italiano sul fronte assistenziale. Si è dovuto aspettare il 12 marzo (sei giorni fa) per sapere che Francesco aveva inviato centomila euro alla Caritas nazionale. Annuncio che l’indomani ha spinto la Cei a destinare 10 milioni di euro alle 220 Caritas diocesane e mezzo milione alla Fondazione Banco Alimentare onlus. Il primo stanziamento finalizzato ad aiutare sui singoli territori famiglie già in situazioni di disagio: dall’acquisto di generi di prima necessità alla realizzazione di attività di ascolto destinate ad anziani soli e persone fragili fino al mantenimento dei servizi minimi per le persone in situazione di povertà estrema come il servizio da asporto dalle mense (che per ovvi motivi restano chiuse) o dormitori protetti. Il secondo finalizzato a dare ossigeno alle attività dei 21 banchi in tutta Italia a sostegno della 7.500 strutture caritative accreditate che sostengono circa un milione e mezzo di persone. C’è da dire che il volontariato cattolico, connesso non solo a tali macrostrutture, si è dato da fare sin dalla prima ora soprattutto nel Nord Italia. E poi c’è l’aspetto non irrilevante di quanto si sta operando in ospedali e case di cure, gestiti soprattutto da congregazioni religiose maschili e femminili, sui quali ha cercato di fare chiarezza a Linkiesta il sacerdote camilliano Virginio Bebber, presidente dell’Associazione religiosa degli istituti socio-sanitari (Aris). Organismo, questo, costituito da 257 strutture sanitarie e socio-sanitarie non solo cattoliche ma anche di altre confessioni cristiane o religioni. «Le cose sono andate per gradi – spiega padre Bebber –. I nostri ospedali, che sono strutture non profit ma inserite a pieno titolo nel servizio sanitario pubblico e che sono 12 nelle zone del Nord Italia particolarmente colpite, sono entrati subito nell’ottica della prevenzione e del contrasto al Covid-19. Poi ci sono altre realtà quali le case di cura, che si sono immediatamente attivate. A tal riguardo vorrei ricordare la Poliambulanza di Brescia, che aumenta ulteriormente la disponibilità dei posti letto per pazienti Covid-19 o con sintomatologia sospetta. Io stesso sono in prima linea a Cremona nella nostra Casa di cura San Camillo». Il camilliano ricorda poi che «non appena il Governo ha chiesto aiuto e disponibilità, il 60% dei nostri medici si sono messi a disposizione in tutta Italia. Soprattutto in Lombardia, dove abbiamo 15.000 tra operatori sanitari e medici, nelle nostre cliniche sono rimasti solo quelli necessari a garantire il servizio di guardia. Ma gli altri si sono messi a disposizione partecipando ai turni nelle varie strutture ospedaliere statali. Nel frattempo si stanno attrezzando le nostre case di cura soprattutto a Roma, dove il picco dovrebbe registrarsi dalla settimana prossima in poi, con posti di ventilazione assistita. Bisogna poi ricordare l’impegno dell’Ospedale Israelitico, aderente all’Aris, che si è messo subito a disposizione dello Spallanzani, creando un polo esclusivamente d’infettivologia e mettendo così l’intera struttura a servizio dell’Istituto nazionale per le malattie infettive. Voglio infine ricordare che la somma destinata dalla Cei viene ripartita a favore delle Caritas – e non delle nostre strutture, come da alcuni si dice – per sovvenire alle necessità di senza tetto e indigenti. Opera che è svolta encomiabilmente anche da altre realtà come, ad esempio, la Sant’Egidio». Intanto, anche a seguito delle richieste della Protezione civile, le diocesi iniziano a mettere disposizione le proprie strutture per ospitare persone o gruppi familiari che non possono vivere la quarantena nella propria casa. È quanto fatto, ad esempio, ieri da quella di Rimini in eventuale riferimento alla Casa di accoglienza di Montefiore Conca. Ed è quanto si appresta a fare l’arcidiocesi di Bologna come comunicato dal card. Matteo Zuppi al nostro giornale. C’è poi chi come don Fabrizio Fiorentino, il sacerdote palermitano dell’Addaura da sempre impegnato per la tutela delle minoranze, si pone un interrogativo: «Abbiamo la possibilità di tornare all’essenziale: chiediamoci, dopo settimane di isolamento, che cosa mi manca di più? Scopriremo quanto tempo trascorrevamo inutilmente invece di impiegarlo per la crescita personale, per l’arricchimento interiore, culturale e spirituale. Intanto il pianeta ringrazia: le polveri sottili abbattute, lo spreco alimentare più che dimezzato, l’inquinamento acustico scomparso. Spero davvero che non torneremo come prima del Covid-19, perché un invisibile virus ci ha ricordato di essere più umani, più lenti, più solidali, più disponibili». Staremo a vedere.

Alberto Mattioli per “la Stampa” il 18 marzo 2020. Sarà per la paura che abbiamo tutti e che tutti dobbiamo esorcizzare, sarà perché il virus è un nemico subdolo che colpisce senza farsi vedere, in questi giorni cupissimi si avverte un netto ritorno alla religiosità più tradizionale. Specie nell' unica agorà rimasta aperta, quella dei social, si tornano a vedere santi protettori, novene, voti: affetti collaterali dell' epidemia. Le foto del Papa a piedi per Roma a portare fiori e preghiere ai santi già attivi in precedenti pestilenze hanno fatto il giro del mondo. L' arcivescovo di Milano, Mario Delpini, è salito sul tetto del Duomo a impetrare l' aiuto della Madonnina (da solo, però: in analoghe circostanze, stando al Manzoni il suo predecessore san Carlo Borromeo organizzò spettacolari processioni perfino più contagiose degli attuali assalti ai discount); quello di Bologna, Matteo Maria Zuppi, ha ordinato una novena delle campane, nove giorni di scampanii alle 19. Il potere temporale approva. Così il presidente della Sardegna, Christian Solinas, chiede a Sant' Efisio, già efficace in occasione della pestilenza del 1656 ma anche di un attacco francese nel 1793, «il suo intervento risolutivo» contro il Coronavirus, mentre il sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, invoca «la forza della fede». Anche a Verona l' ex sindaco Flavio Tosi ha chiesto con insistenza che si riaprisse ai fedeli la basilica di San Zeno. A Napoli hanno ostenso il crocifisso miracoloso della Basilica del Carmine, a Milano la chiesa di San Carlo al Lazzaretto è insolitamente frequentata, e pazienza se, per un curioso gioco del destino, si ritrova attualmente al centro del rione più gay-friendly della città. Per domani, San Giuseppe (Conte? Del resto, si sa della devozione del premier a Padre Pio), il vescovo di Casale Monferrato, Gianni Sacchi, chiede alla popolazione di esporre alle finestre lumini e drappi bianchi mentre lui pregherà la Madonna dell' Abbandono ripreso in diretta da Telemoranopo. Invece la diocesi di Savona-Noli invita tutti a un rosario collettivo alle 21, con la televisione dei vescovi, Tv2000, che permetterà di condividere la preghiera in diretta. A Foggia la messa sarà celebrata al campo sportivo, con la possibilità per i fedeli di seguirla dai balconi circostanti. La Chiesa è stata veloce a cogliere le opportunità dei social. Gli esempi si sprecano. La parrocchia di un paese martire come Castiglione d' Adda, in mezzo alla prima zona rossa, trasmette le messe sul suo canale YouTube. Anche il catechismo viaggia su Internet. Se le chiese sono riaperte, le messe sono ancora a porta chiuse. E allora don Giuseppe Corbari, parroco a Robbiano, provincia di Monza, non volendo celebrata davanti a dei banchi desolatamente vuoti, li ha riempiti con i selfie che i fedeli gli hanno mandato. Anche i miscredenti più scettici, ammettiamolo, qualche preghiera hanno avuto la tentazione di dirla. Fra i Tricolori e gli Inni e le ricette che riempiono i social, laici insospettabili si pongono delle domande sulla vita e la morte, o interpretano l' epidemia come un' occasione di palingenesi sociale o personale. Cambiare vita? L' ha fatto don Alberto Debbi, parroco a Correggio. Prima di farsi prete, era un dottore specializzato in malattie dell' apparato respiratorio. Dopo la chiamata di Dio, ha sentito quella di Ippocrate e adesso è in corsia al centro Covid-19 dell' ospedale di Sassuolo. Mettendo d' accordo credenti e non.

Marco Marzano per “il Fatto quotidiano” il 17 marzo 2020. Qualche giorno fa aveva raccomandato ai preti di star vicino ai malati, di visitare le loro case e di portar loro la comunione. Tre giorni fa ha detto ai vescovi, in riferimento alla decisione che molti di loro avevano preso, seguendo un suggerimento della Cei, di serrare le porte delle proprie chiese, che "le misure drastiche non sempre sono buone" e contemporaneamente aveva deciso di riaprire quella della diocesi della capitale. Il papa pare insomma desideroso di evitare che il clero smobiliti in una situazione di emergenza come questa. La destra ha subito esultato e anche un cattolico influente come Enzo Bianchi (intervistato ieri l' altro dal nostro giornale) ha applaudito immediatamente e con entusiasmo le parole del pontefice. Quali sono le ragioni di un comportamento che spinge la Chiesa Cattolica a remare in direzione oggettivamente contraria rispetto all' Italia, al Paese da una settimana obbediente alle indicazioni che provengono dalle autorità pubbliche e barricato in casa? Io ne vedo almeno due. La prima riguarda i rapporti con lo Stato italiano. Lasciando da parte gli aspetti giuridici, la Chiesa richiede che in questo frangente le venga anche simbolicamente riconosciuto il diritto di non essere equiparata a quelle istituzioni, economiche, educative o di altro genere, che si attengono da settimane con disciplina alle disposizioni decise dalle autorità. Tenendo aperte le porte delle sue parrocchie e invitando i preti a recarsi nelle case, la Chiesa richiede che i suoi servigi siano trattati come "essenziali" e imprescindibili, al pari di quelli alimentari e sanitari. Qualcuno, nelle file cattoliche, ha anche evocato la formula del "libera Chiesa in libero Stato". È una strada coraggiosa, che però implicherebbe, se la chiesa volesse andare fino in fondo, la rinuncia ai privilegi politici, finanziari e di altra natura che oggi le vengono accordati. La libertà e l' autonomia hanno un prezzo e non solo un vantaggio. È disposta la Chiesa a pagarlo? La seconda ragione riguarda la tenuta della comunità ecclesiale. La preoccupazione di Bergoglio è che la distanza dal prete produca la dispersione del gregge o, peggio, che le pecorelle, prive per un tempo lungo del contatto fisico con il pastore e della messa domenicale, sviluppino delle forme di vita spirituale individualizzate e più spontanee o comunque maggiormente autonome e meno bisognose della direzione del clero. Lo stesso sentimento suggerisce al pontefice di guardare con timore lo spettro della chiusura delle chiese. Se le parrocchie serrano i portoni c' è il rischio che molti fedeli non le considerino più gli unici luoghi legittimi della religiosità, che si scopra la possibilità di sostituirle con le camere delle nostre case, con gli schermi dei nostri computer o dei nostri telefoni. La chiesa di Bergoglio, lo ha confermato Querida Amazonia, è ancora quella tridentina, guidata dal prete celibe e centrata sull' istituzione parrocchiale e sui sacramenti. Senza questi elementi, per il papa, il cattolicesimo si dissolve. Per questo i preti dovrebbero, secondo lui, "non fare i don Abbondio" e proseguire, a costo di rischiare la vita, l' attività pastorale e di assistenza spirituale dei fedeli. Forse qualcuno ai vertici della Chiesa è persino convinto che questa possa essere anche una strada per riscattare l' immagine di un ceto clericale fortemente compromesso dagli scandali sessuali e finanziari: l' abnegazione e il sacrificio personale di qualche presbitero potrebbero rappresentare uno strumento piuttosto efficace per far dimenticare abusi e malversazioni. Guardandomi in giro, osservando il modo in cui i cattolici stanno reagendo alla crisi, mi sembra che si possa dire che, come spesso succede, l' intelligenza delle masse supera quella dei capi. La stragrande maggioranza dei credenti mi sembra guardare in questo momento con sovrana indifferenza a quello che dice o decide il Papa. La gente se ne sta (per fortuna, vista la malaparata) rintanata in casa, guardando con ansia il bollettino quotidiano di morti e ricoverati e pensando a come sarà il mondo che troverà là fuori una volta finita la grande emergenza. Ad andare in chiesa e così a rischiare la pelle non ci pensa quasi nessuno. Da parte sua, una parte del clero ha capito che da questa situazione può ricavare un grosso vantaggio in termini di popolarità e di audience, trasformando la messa domenicale di un tempo in un "evento live" visibile da un pubblico molto più ampio ed egualmente adorante. La forma e la sostanza rimangono clericali così come la sottomissione dei fedeli trasformati in follower. Un' altra parte del clero, non saprei stimarne l' ampiezza, si comporta come tutti noi, accettando, con dolore e con angoscia, di sospendere la vita normale, di dedicare tempo alla lettura, alla meditazione, alle chiacchiere più intense che mai con amici, parenti e ovviamente parrocchiani. Cercando insomma di sfruttare la solitudine e il silenzio per diventare esseri umani migliori. O almeno per provarci.

Il Papa attraversa a piedi le vie di Roma deserta e prega per la fine della pandemia. Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Ester Palma. Un pellegrinaggio solitario e cittadino per chiedere la liberazione di Roma dell'Italia e del mondo intero dal coronavirus. Domenica pomeriggio, poco dopo le 16, Papa Francesco ha lasciato il Vaticano in forma privata e si è recato in visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore, per rivolgere una preghiera alla Vergine, Salus populi Romani, la cui icona è lì custodita e venerata. Francesco è molto devoto all’icona bizantina con l’immagine della Madonna col Bambino che si trova nella cappella Paolina o Borghese. E’ a pregare davanti all’immagine che andò, in gran segreto, la mattina dopo la sua elezione e prima di ogni viaggio apostolico non manca mai di salutarla e portarle dei fiori. Per secoli l’icona è rimasta sopra la porta del battistero della basilica, ma nel 1240 le venne attribuito il titolo di Regina Coeli e fu spostata nella navata, in una cornice di marmo. Dal 1613 è sull’altare della Cappella Paolina, che fu costruita appositamente. Il Papa, come fa sapere la sala stampa vaticana, è poi stato, facendo un tratto di via del Corso a piedi, in San Marcello al Corso, dove si trova il Crocifisso miracoloso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la «Grande Peste» a Roma. L’immagine di legno, molto realistica, è di scuola senese e le vengono attribuiti molti miracoli. Come quello del 23 maggio 1519: nella notte un incendio distrusse la chiesa fondata nel IV secolo da papa Marcello I e poi ricostruita da Jacopo Sansovino, poi sostituito da Antonio da Sangallo il Giovane. La mattina successiva il crocifisso fu trovato incredibilmente intatto. Ma il miracolo che ha portato a San Marcello il Papa risale al 1522, quando la peste aveva invaso Roma. Dalla chiesa il 4 agosto partì una solenne processione penitenziale con clero, nobili e tutto il popolo: «Scalzi et coverti di cenere a una et alta voce, interrotta solo da singulti e sospiri, di chi li accompagnava, gridavano ‘misericordia SS. Crocifisso», narra una testimonianza dell’epoca che aggiunge come le autorità, temendo un aumento del contagio, tentarono invano di bloccare la manifestazione. Le processioni continuarono fino al 20 agosto, quando la peste fu improvvisamente debellata.

Franca Giansoldati per “il Messaggero” il 31 marzo 2020. Tutto è iniziato alcuni giorni fa con qualche linea di febbre e un po' di tosse persistente. Visto che non era niente di preoccupante, il cardinale ha subito pensato ad un malessere stagionale e ha tirato dritto con gli appuntamenti e le cose da sbrigare. La giornata del cardinale vicario è sempre piena di impegni e visite. Poi però quelle poche linee di febbre, nei giorni a venire, non scendevano e su suggerimento dei medici ha deciso di sottoporsi al tampone e fare il test per capire se per caso fosse il micidiale Covid-19. La risposta del tampone è stata positiva. Così il cardinale Angelo De Donatis è il primo porporato del collegio cardinalizio ad essere colpito dal coronavirus. Una notizia che ha sorpreso molti, anche perché in questi giorni lo hanno visto e non mostrava problemi di sorta. Naturalmente di questo passaggio ha informato Papa Francesco, e successivamente ha dato disposizioni perché fosse diffuso un comunicato attraverso l'ufficio stampa. Poche righe: «Dopo la manifestazione di alcuni sintomi, è stato sottoposto al tampone per il Covid-19 ed è risultato positivo. Il cardinale è ora ricoverato al Policlinico Gemelli. Il primo bollettino medico non fa di certo rientrare il suo caso tra quelli preoccupanti: «Ha la febbre, ma le sue condizioni generali sono buone, ed ha iniziato una terapia antivirale». La solita cura che viene prescritta a tutti i malati in queste circostanze: antiretrovirali e antibiotici. A qualche stanza di distanza dal cardinale De Donatis c'è anche il monsignore della Segreteria di Stato vaticana che vive a Santa Marta. La scorsa settimana era stato trovato positivo mentre andava a fare un banale controllo al Fas, in Vaticano. Anche per lui le condizioni sono buone e non desta alcuna preoccupazione. L'aspetto che invece desta qualche grattacapo è che dopo l'accertamento positivo del cardinale vicario sono iniziate immediatamente le procedure protocollari su tutto il palazzo del Vicariato anche per capire quanti e quali altri collaboratori del cardinale potrebbero essere stati infettati, e se l'infezione è partita da lui o da altri, cosa che ora i medici cercheranno di stabilire analizzando gli spostamenti e i contatti che ha avuto De Donatis in queste ultime settimane. Tanto per cominciare tutti i suoi più stretti collaboratori sono in «autoisolamento in via preventiva», ha informato il Vicariato. Il che significa che tutti e quattro i vescovi ausiliari sono a casa, in una sorta di clausura coatta, così come i segretari, gli addetti stampa e gli impiegati del Vicariato che lo hanno incontrato in questi giorni, i canonici della basilica lateranense, i sacerdoti. Non è da escludere che De Donatis abbia contratto il virus andando a fare visita nei conventi di religiosi e religiose, dove spesso si annidano focolai. «Sto vivendo anche io questa prova, sono sereno e fiducioso ha fatto sapere dal Gemelli il cardinale -. Mi affido al Signore e al sostegno della preghiera di tutti voi, carissimi fedeli della Chiesa di Roma! Vivo questo momento come un'occasione che la Provvidenza mi dona per condividere le sofferenze di tanti fratelli e sorelle. Offro la mia preghiera per loro, per tutta la comunità diocesana e per gli abitanti della città di Roma!». Proprio ieri De Donatis ha celebrato una messa (a porte chiuse come ormai accade in tutte le chiese italiane) al santuario del Divino Amore. Nel video postato sul sito del Vicariato appare sereno anche se un po' pallido; nell'omelia parla del tema del dolore che vivono ogni giorno i familiari e i malati di coronavirus. «La constatazione smarrita di chi ogni giorno è in terapia intensiva». Poi prosegue la predica incoraggiando «i fratelli e le sorelle malate» a vivere la propria sofferenza e pensare che nel dolore vi è sempre uno scambio fecondo con Dio, «tra chi ama e chi si lascia amare. E che ogni prova non porta la morte ma è la gloria di Dio». E che ogni «limite è lo spazio della unione tra noi e Dio e questa unione è l'unica che fa sorgere la speranza e la fiducia».

Il Papa e il dietrofront sulle chiese chiuse. Quei malumori captati da Francesco  (il ruolo dei vescovi italiani). Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Massimo Franco. Non è un percorso indolore, né lineare, quello che accompagna le scelte della Chiesa italiana e dello stesso Papa nella marcia contro il coronavirus. Vedere piazza San Pietro deserta, le chiese prima chiuse, poi riaperte a Roma, e messe, matrimoni e funerali religiosi sospesi in tutta Italia trasmette una sensazione di eccezionalità perfino più forte della serrata di ristoranti, discoteche e musei. Si celebra con i sacerdoti circondati dal vuoto di fedeli che in Italia si sono da anni già ridotti moltissimo. Le messe si possono seguire via tv o alla radio, oppure online. E ieri ce ne sono state migliaia. Ma le tensioni che stanno percorrendo il mondo cattolico in questi giorni sono il riflesso di una difficoltà a fronteggiare l’emergenza simile a quella di gran parte della società occidentale. L’esigenza di proteggere la salute di tutti ha incrociato e si è anche scontrata con quella di potere praticare la propria fede. È accaduto quello che non era mai successo nella storia d’Italia: la sospensione delle cerimonie religiose pubbliche. Ma la questione a quel punto si è aperta, non conclusa. Con Francesco che ha smentito la chiusura delle chiese romane poche ore dopo la decisione opposta presa dal vicario di Roma; e spiazzato una Cei schierata con le misure del governo. L’11 marzo, sulla prima pagina di Avvenire, era apparsa un’intervista del capo dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, secondo il quale anche senza le messe la Chiesa sarebbe stata accanto alla gente. Palazzo Chigi ha diffuso nelle ore successive la notizia del Papa che invitava a pregare per le autorità «spesso sole, non capite»; e che nella messa mattutina nella sua residenza a Casa Santa Marta aveva difeso alcune misure «che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene». Così, il 12 marzo il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, ha fissato per decreto la chiusura per tre settimane delle chiese romane. Ma poche ore dopo, la decisione è stata revocata: parrocchie aperte. Dietro il ripensamento, si indovinava la rivolta di una parte dell’episcopato e dei sacerdoti; le proteste dei fedeli, e sullo sfondo uno scontento latente nei confronti dei vertici della Cei. Il Papa ha captato e fatto propri questi malumori, imponendo una virata nello spazio di nemmeno ventiquattr’ore. Ma De Donatis ha fatto capire che la serrata era stata concordata con Francesco. «Con una decisione senza precedenti, consultato il nostro Vescovo papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese», ha scritto il cardinale. Aggiungendo che il 13 ottobre, settimo anniversario dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, «un ulteriore confronto con papa Francesco ci ha spinto però a prendere in considerazione un’altra esigenza: che dalla chiusura delle nostre chiese altri “piccoli”, questa volta di un tipo diverso, non trovino motivo di disorientamento e di confusione. Il rischio per le persone è di sentirsi ancora di più isolate. Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera e che contiene l’indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali…». Sono indizi di un tormento che la pandemia di Covid-19 ha estremizzato. Nei giorni scorsi l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, è intervenuto per contestare quanti tra i cattolici hanno ritenuto che «la sospensione delle messe sia una dimostrazione di arrendevolezza, di debolezza». Il cardinale ha sottolineato che si tratta di una «dolorosa ma doverosa accettazione di un provvedimento ritenuto indispensabile dai tecnici per salvare delle vite umane. Ma nelle file cattoliche c’è chi ritiene che i vertici della Cei siano stati afoni; e incapaci di segnare il proprio margine di autonomia riconosciuto dal Concordato, accettando supinamente le indicazioni governative. La rivista bolognese Il Regno ha scritto il giorno in cui emergeva la polemica che era mancata «una parola unitaria della Cei, una parola vera». E si capisce che il problema non è una contrapposizione tra Chiesa italiana e governo, in un momento in cui deve essere massima la coesione nazionale. Le obiezioni che filtrano riguardano l’esigenza dello Stato di dettare regole per la sicurezza e la salute, compresa l’eventuale chiusura delle chiese; ma in parallelo il diritto-dovere delle autorità religiose di attenersi a queste regole, decidendo autonomamente come gestire le cerimonie religiose senza violare le limitazioni. Qualcuno è arrivato a sostenere che il «modello cinese» non si sta applicando in Italia soltanto per la chiusura, necessaria, di gran parte delle attività lavorative e della libertà di movimento, ma anche nei rapporti tra Stato e Chiesa: nel senso che la seconda avrebbe mostrato una docile subalternità. Un esponente cattolico ha detto a uno dei vescovi che difendeva la scelta: «Vi comportate nemmeno come prefetti ma come viceprefetti», esecutori delle indicazioni statali. C’è da chiedersi se in realtà, in una situazione di emergenza, fosse e sia possibile un comportamento diverso. A Sassuolo c’è stata una mezza sollevazione perché sindaco e sacerdoti hanno pregato senza stare a distanza di sicurezza. Il dilemma scopre in realtà il nervo della crescente irrilevanza della presenza cattolica nel Paese; e la debolezza di una Chiesa dai riflessi lenti, insieme intimidita e disorientata. È un problema culturale, in primo luogo. È come se in un dibattito che solleva «il tema della malattia, della vita e della morte», scrive Il Regno, fosse mancata una testimonianza essenziale. Ma non per contestare la linea del governo e il protagonismo dei tecnocrati, benvenuti dopo anni di esaltazione dell’incompetenza. «Il problema è che la subalternità politica di gran parte della Chiesa si rivela povertà culturale», spiega un esponente della Cei. «Diventa assenza di uno stimolo critico sia per il governo, sia per i governatori delle regioni, soprattutto a nord». Lo stesso Andrea Riccardi, presidente della Comunità romana di sant’Egidio e storico del cattolicesimo, ha insinuato qualche dubbio che lo Stato possa «disporre sulle cerimonie in chiesa. È un vulnus in un sistema di relazioni, su cui tornare». E ha aggiunto che «le Chiese in Italia non sono la setta coreana». L’allusione è alla setta segreta e «cristiana» che in Corea del Sud ha favorito sciaguratamente con le sue pratiche la diffusione del coronavirus. L’accostamento è azzardato, eppure sembra che sia emerso quando, una settimana fa, gli emissari dei vescovi sono andati a Palazzo Chigi per concordare le misure del governo. E il risultato è stato raggiunto: i vescovi hanno accettato i provvedimenti proposti dal premier Giuseppe Conte. Il controverso dietrofront sulle parrocchie romane e le tensioni latenti non chiamano in causa il governo ma l’identità del mondo cattolico e le sue dinamiche interne.

Papa Francesco ai sacerdoti: «In tempi di pandemia non si deve fare il don Abbondio». Il Dubbio il 15 marzo 2020. Lo ha detto papa Francesco durante l’Angelus domenicale trasmesso in diretta streaming dalla Casa Santa Marta in Vaticano. Papa Francesco parla dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico in diretta streaming a causa dell’emergenza Coronavirus, la stessa modalità di trasmissione usata per l’udienza generale così come avverrà per i riti della Settimana Santa. Prima di pronunciare la catechesi, Francesco rivolge il pensiero alla chiesa della Lombardia, regione particolarmente colpita dal virus. «Rinnovo la mia vicinanza a tutti i malati e a coloro che li curano. Come pure ai tanti operatori e volontari che aiutano le persone che non possono uscire di casa, e a quanti vanno incontro ai bisogni dei più poveri e dei senza dimora». Il Papa ha aggiunto: «Ringrazio quanti hanno pregato per me nel 7 anniversario della mia elezione a successore di Pietro», ha aggiunto il Pontefice. Papa Francesco ha ringraziato i sacerdoti che in questa emergenza per il coronavirus «pensano a mille modi di essere vicini al popolo perchè il popolo non si senta abbandonato» e che sanno «non si deve fare il don Abbondio» difronte all’epidemia. «Grazie tante a voi sacerdoti», ha detto il Pontefice, richiamando l’esempio dell’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini «vicino al suo popolo» e in preghiera sul tetto del Duomo per chiedere la protezione della Madonnina. «In questa situazione di epidemia, nella quale ci troviamo a vivere più o meno isolati – osserva il Pontefice – siamo invitati a riscoprire e approfondire il valore della comunione che unisce tutti i membri della Chiesa. Uniti a Cristo non siamo mai soli, ma formiamo un unico Corpo, di cui Lui è il Capo». Si tratta di una unione che «si alimenta con la preghiera e anche con la comunione spirituale all’Eucaristia, una pratica molto raccomandata quando non è possibile ricevere il Sacramento. Questo lo dico per tutti e specialmente per le persone che vivono sole», spiega il Papa rinnovando la sua «vicinanza a tutti i malati e a coloro che li curano, come pure ai tanti operatori e volontari che aiutano le persone che non possono uscire di casa e a quanti vanno incontro ai bisogni dei più poveri e dei senza dimora».

Riaprono le chiese di Roma. Il Papa: «Misure drastiche non sempre sono buone». Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Massimo Franco. «Le misure drastiche non sempre sono buone…». Sono bastate queste parole pronunciate questa mattina durante la messa a Casa Santa Marta, la residenza papale all’interno del Vaticano, per evocare una critica di Francesco non tanto alle misure prese dal governo, quanto alla decisione di ieri sera del Vicariato di Roma di chiudere le chiese a Roma: una scelta avallata dalla Conferenza episcopale italiana. Si parla di parroci che hanno contestato vibratamente la misura, e di una protesta dei fedeli: tanto che nello spazio di poche ore la decisione sarebbe stata revocata. Dalle indiscrezioni che filtrano, da mezzogiorno di venerdì le chiese della capitale riapriranno. «Le misure drastiche non sempre sono buone…». Sono bastate queste parole pronunciate questa mattina durante la messa a Casa Santa Marta, la residenza papale all’interno del Vaticano, per evocare una critica di Francesco non tanto alle misure prese dal governo, quanto alla decisione di giovedì sera del Vicariato di Roma di chiudere le chiese a Roma: una scelta avallata dalla Conferenza episcopale italiana. Si parla di parroci che hanno contestato vibratamente la misura, e di una protesta dei fedeli: tanto che nello spazio di poche ore la decisione sarebbe stata revocata. Dalle indiscrezioni che filtrano, da mezzogiorno di oggi (venerdì) le chiese della capitale riapriranno. Venerdì mattina, sulla prima pagina di Avvenire si poteva leggere nel comunicato della Cei che la chiusura è stata decisa «non perché lo Stato ce lo imponga ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana, esposta a un virus di cui ancora non conosciamo né la natura né la propagazione». Lo stesso arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, giovedì era intervenuto per spiegare che la sospensione delle messe in tutta Italia non sarebbe «una dimostrazione di arrendevolezza, di debolezza» nei confronti del governo. Sono conferme di un malumore che serpeggia da giorni.

Coronavirus, il cardinale vicario di Roma riapre le parrocchie: "Curare anche l'anima". Il Papa ai vescovi: "Non siate drastici, non lasciate solo il popolo" . E l'Elemosiniere: "Riapro la mia parrocchia, è un mio diritto". Chiese senza funzioni e rispetto delle norme di contenimento del virus. La Repubblica il 13 marzo 2020. Il cardinal Vicario di Roma, Angelo de Donatis, ha revocato il decreto di chiusura delle chiese parrocchiali della capitale: in virtù della disposizione le parrocchie resteranno aperte, ma senza funzioni fino al 3 aprile. Il cardinale ha però precisato che  "rimangono chiuse all'accesso del pubblico le chiese non parrocchiali e più in generale gli edifici di culto di qualunque genere". "Dobbiamo tener conto - scrive De Donatis - non solo del bene della società civile ma anche di quel bene unico e prezioso che è la fede". Il nuovo decreto del cardinale vicario "invita i fedeli ad attenersi scrupolosamente alle disposizioni del governo" e affida ai sacerdoti e ai fedeli la responsabilità ultima dell'ingresso nei luoghi di culto. La decisione del vicariato è arrivata dopo che nella prima messa del mattino il Papa era tornato a parlare di emergenza coronavirus e dei compiti del clero. Nell'introduzione della messa a Santa Marta, che il pontefice celebra in solitudine dopo le misure di contenimento del contagio anche in Vaticano, Francesco ha detto che i vescovi devono valutare bene che cosa fare in questa crisi perché "le misure drastiche non sempre sono buone". Nel pregare Dio affinché i pastori "non lascino solo il Santo popolo fedele di Dio", senza Parola, sacramenti e preghiera, Francesco ha aggiunto: "In questi giorni ci uniamo agli ammalati e alle famiglie che soffrono questa pandemia. Vorrei anche pregare per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi. Il Signore gli dia la forza e anche la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare". "Le misure drastiche - ha sottolineato il Papa - non sempre sono buone. Per questo preghiamo perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità del discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lasciano da solo il Santo popolo fedele di Dio. Il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola, dei sacramenti e della preghiera". A seguito dell'esortazione del Papa è arrivata, sempre in mattinata, l'iniziativa del suo Elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski, che ha aperto la chiesa romana di Santa Maria Immacolata all'Esquilino di cui è titolare. La chiesa sorge in un quartiere centrale della città, diventato negli ultimi decenni un quartiere multi-etnico nel quale non mancano i poveri e i senzatetto. L'apertura, spiega il cardinale Krajewski è "nel pieno rispetto delle norme di sicurezza. È mio diritto assicurare ai poveri una chiesa aperta". Dopo aver fatto gli auguri a Papa Francesco in occasione del settimo anniversario del pontificato, andando a Casa Santa Marta l'Elemosiniere ha sottolineato: "Stamattina alle 8, sono venuto qui e ho spalancato il portone. Così i poveri potranno adorare il Santissimo Sacramento che è la consolazione per tutti in questo momento di grave difficoltà".

"Ecco perché le chiese non dovevano essere chiuse". La fede, con la diffusione del coronavirus, deve misurarsi col tema dei sigilli posti ai luoghi di culto, chiese comprese. Ma anche le piscine di Lourdes sono state interessate da provvedimenti che non tutti condividono. Intervista al professor Roberto De Mattei. Francesco Boezi, Giovedì 05/03/2020 su Il Giornale. Le chiese, per più di qualche cattolico, sarebbero dovute rimanere aperte. Con ogni probabilità, più di qualche medico storcerà il naso dinanzi a questa affermazione. Il Professor Roberto De Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, ha domandato a grande voce la riapertura delle piscine di Lourdes. Anche su questo aspetto ci sarebbe da discutere. Ma il "fronte tradizionale" - così come viene spesso chiamato - sembra certo della natura paradossale di certe contromisure adottate dalle autorità ecclesiastiche per evitare la diffusione dei contagi da coronavirus.

Professor De Mattei, condivide la scelta di chiudere le chiese in relazione alla diffusione del coronavirus?

«No, non la condivido affatto. Il coronavirus ci pone in una situazione di emergenza, ma nelle situazioni di emergenza il ruolo dei sacerdoti è analogo a quello dei medici. Mi spiego: i sacerdoti devono svolgere sul piano spirituale e morale quello che i medici svolgono sul piano sanitario. I sacerdoti per la cura delle anime, i medici per la cura dei corpi. I consacrati devono essere a disposizione della comunità. Gli ospedali devono essere aperti, certo, ma anche le chiese. Così come tutti i luoghi di ospitalità».

Dunque "sigillarsi" non è cattolico?

«Il problema è che la chiusura delle chiese è espressione di una certa impermeabilità spirituale, che oggi dimostrano di avere le autorità ecclesiastiche italiane e non. Chiudendo le chiese, riducendo le messe, togliendo l'acqua benedetta dalle acquasantiere, sconsigliando assembramenti di fedeli, si rinuncia alla missione delle autorità ecclesiastiche stesse».

Ma non è sempre stato così in casi come questi?

«Nel 1576, quando scoppiò la peste di Milano (non quella di Manzoni), brillò la carità di San Carlo Borromeo, che si oppose ai magistrati della città che avrebbero voluto proibire le processioni e le preghiere collettive dei fedeli. Borromeo si impuntò. E al centro della città, nel pieno della peste, si svolsero tre grandi processioni in tre giorni diversi. Il cardinale e arcivescovo della città di Milano le guidò a piedi scalzi. Questo è il modo di comportarsi dei pastori nei momenti drammatici della storia».

Ma non avere paura della morte, in questa fase, non è irresponsabile?

«No, nei momenti di catastrofe naturale - come questo che riguarda un'epidemia - è giusto che vengano prese tutte le precauzioni possibili, ma accanto alle precauzioni indispensabili e materiali esistono anche quelle spirituali. Una di queste è la preghiera, che deve essere pubblica. Dove non arriva la medicina, può arrivare Dio, a cui tutto è possibile. Nella storia della Chiesa, dai tempi di San Gregorio Magno ad oggi, i cristiani si sono sempre riuniti per contrastare le epidemie. Come? Invocando l'aiuto di Dio. Non si tratta di non avere paura della morte, ma per scampare dalla morte spirituale e fisica bisogna usare anche il rimedio della preghiera».

Per questo si è scagliato contro la chiusura delle piscine di Lourdes?

«Quello è il provvedimento più paradossale e contraddittorio tra quelli adottati dalle autorità ecclesiastiche. Se c'è un luogo che, per antonomasia, guarisce i corpi e le anime quello è proprio Lourdes. Ci si immerge nelle piscine proprio perché queste ultime hanno una caratteristica miracolosa: nonostante la patologie dei pellegrini, spesso contagiose, nessuno, in 160 anni, è mai stato infettato».

Lei andrebbe a Lourdes in questa fase?

«Se io conoscessi un malato di coronavirus, gli consiglierei di andare a Lourdes. E se io fossi a Lourdes e mi trovassi accanto un malato di coronavirus, sarei certo di non poter essere contagiato. Lourdes protegge di più di una mascherina o di un disinfettante. Chiudere Lourdes vuol dire rinunciare a credere al carattere miracoloso di Lourdes».

Quindi questa "Chiesa in uscita" o "ospedale da campo" si è chiusa a riccio secondo lei?

«La Chiesa, così facendo, abbandona le corsie dei suoi ospedali. Chiudere Lourdes vuol dire abbandonare un centro di eccellenza delle guarigioni ecclesiastiche».

Quindi lei non avrebbe chiuso niente?

«Avrei chiuso cinema, luoghi pubblici ecc.. Condivido le misure restrittive delle autorità. E penso che la situazione sia più grave di come ci viene presentata. Ma l'unica misura non restrittiva che avrei preso avrebbero riguardato le chiese. La decisione di rimuovere l'acqua benedetta dalle acquasantiere è assurda. Significa equiparare quell'acqua a qualsiasi altro liquido. Ma l'acqua benedetta, per un cristiano, è molto più efficace di qualsiasi amuchina. Questa scelta è comprensibile solo se si vive nell'ateismo teorico o pratico, non se si vive la fede cristiana».

Lo storico Franco Cardini: “Un tempo contro le epidemie si pregava, oggi si chiudono le chiese”. Lo studioso cattolico mette in guardia dalla «divinizzazione della scienza». E afferma: «Abbiamo perso il senso del sacro». Giacomo Galeazzi il 5 Marzo 2020 su La Stampa. «Tutto ciò che è umano va relativizzato», evidenzia lo storico cattolico Franco Cardini che, di fronte all’emergenza Coronavirus, richiama l’importanza della «dimensione pubblica della fede».

Professore, qual è oggi la reazione del credente all’epidemia?

«In Italia e in Occidente si osserva una reazione infantile. I numeri attuali dell’emergenza dovrebbero indurci a un atteggiamento responsabile. E cioè, come credenti, dovremmo pensare che ogni giorno nel mondo muoiono migliaia di bambini per fame o per mancanza di cure. Se non si fa questa distinzione, ogni ragionamento è falsato».

Come si comportavano nel passato i cristiani nelle situazioni di emergenza?

«Una volta si aveva fede. Fino alla rivoluzione industriale, si sapeva poco della trasmissione dei virus. La medicina dell’epoca pensava che il contagio avvenisse per la corruzione dell’aria. La teoria aristotelica dei quattro elementi (terra, aria, fuoco e acqua) valeva per la composizione sia del mondo sia del corpo umano. Se uno dei quattro elementi si alterava, se un umore si corrompeva, allora si manifestava la malattia. Il compito della scienza era quello di cercare di riequilibrare gli umori nell’organismo».

La fede prevaleva sulla scienza?

«Bisogna intendersi sui termini. Attenzione a definire quelle pre-illuministiche come credenze pseudo-scientifiche. Erano le risposte che il sapere di allora riusciva a dare per fronteggiare l’epidemia. Tra pochi decenni diranno le stesse cose delle odierne soluzioni proposte dalla medicina contro il Coronavirus. La differenza semmai è un’altra».

Quale?

«Le cause dell’epidemia venivano rintracciate nella corruzione dell’aria o negli influssi delle stelle, ma in passato prevaleva la granitica convinzione che tutto fosse sovrastato dalla volontà divina. Dall’Illuminismo in poi, invece, l’Occidente ha cominciato a ragionare per individui e non come collettività. E questo è un grave errore perché, come ci ricorda Papa Francesco, non si devono confondere gli individui con le persone».

Dov’è la differenza?

«Si è persona se si entra in relazione con gli altri, relativizzando se stesso rispetto alla società. Aver reciso il cordone con il sacro ha portato ad assolutizzare l’individuo e ciò spiega perché ci comportiamo da bambini sciocchi davanti al Coronavirus. Noi occidentali abbiamo scoperto una quantità di cose, abbiamo fatto progredire la conoscenza umana ma abbiamo perso il senso del sacro».

Che tipo di fede prevale?

«Una fede fragile e individualista. La nostra fede in Dio zoppica. Oggi non faremmo mai una novena affinché Dio ci liberi dall’epidemia. Sarebbero gli stessi medici cattolici ad ammonirci di pregare in casa. L’epidemiologia moderna è un incentivo alla nostra carenza di fede. Siamo dentro un cortocircuito da cui non riusciamo a uscire. Oggi la gente si preoccupa dei pericoli naturali e solo in un secondo momento pensa che Dio ci aiuti. Dilaga l’errata convinzione che pregare privatamente e pregare insieme siano la stessa cosa».

Non è così?

«No, assolutamente. Cito un episodio emblematico. Sant’Agostino vide Sant’Ambrogio meditare in silenzio la parola di Dio e ne rimase sconvolto perché era abituato alla preghiera a voce alta e collettiva come nella tradizione latina. Oggi non capiamo lo stupore di Sant’Agostino perché pensiamo che non sia importante se la preghiera sia individuale o comunitaria».

Non si prega da soli?

«Esiste ovviamente la preghiera mistica che si fa in silenzio e da soli, ma, come direbbero gli ebrei, non è la preghiera che Dio predilige. La preghiera privilegiata è quella che il popolo di Dio fa, ordinatamente, tutto insieme. Una volta durante le epidemie si organizzavano novene e processioni per invocare la protezione divina, oggi si chiudono le chiese. Non andiamo a messa e quindi ci rassegniamo all’isolamento. La prudenza è sacrosanta e la scienza è preziosa, ma manca una riflessione più ampia».

È una crisi di senso?

«Sì. Abbiamo tagliato le radici che ci tenevano in contatto con la dimensione trascendente. La vera grande epidemia attuale è la nostra selvaggia e disperata paura. Durante la peste del 1630 si sapeva che la morte non è la fine di tutto. Oggi, invece, si usano i colori pastello ai funerali perché il nero e il violaceo suscitano terrore. Sono stato poco tempo fa in India e alcuni medici locali mi hanno confermato che aveva ragione Madre Teresa: la differenza tra un orientale e un occidentale è l’atteggiamento di fronte alla morte. Noi occidentali ne siamo terrorizzati, non sappiamo più morire».

Coronavirus, il parroco di Brescello espone il crocifisso di Don Camillo: «Cristo, ferma l’epidemia». Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it Barbara Visentin. «Da stamattina, il Crocifisso di Don Camillo è esposto all’esterno della chiesa di Brescello. Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza, faccia cessare l’epidemia su Brescello, l’Italia e il mondo intero!». Con questa frase postata sulla sua pagina Facebook e corredata di fotografie il parroco di Brescello Evandro Gherardi ha annunciato ai suoi fedeli di aver posizionato il crocifisso fuori dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria Nascente, proprio nella piazza del Comune emiliano, famoso per essere il paese in cui erano ambientate le vicende di Don Camillo e Peppone. Un gesto di Fede per scongiurare il propagarsi del Coronavirus che riporta subito al film con Fernandel e Gino Cervi: Don Camillo, nella pellicola del 1952 tratta dai racconti di Giovannino Guareschi, parlava infatti con il crocifisso posto sull’altare della chiesa, ricevendovi saggi consigli e ammonimenti per calmare le sue ire contro il sindaco Peppone. Per la realizzazione del film il crocifisso fu scolpito con tre espressioni del viso diverse, interscambiabili in base alle scene. Ma solo una versione è quella sopravvissuta negli anni che è stata collocata in un lato della chiesa dopo essere stata benedetta. Così da oggi anche gli abitanti di Brescello potranno rivolgersi al «crocifisso parlante» con una preghiera, come già hanno promesso nei numerosi commenti che sono arrivati su Facebook all’iniziativa del parroco: «Grazie Don, ne abbiamo bisogno», hanno scritto in molti.

Il Papa affida il mondo alla Madonna. Nell'ora più buia, la Chiesa torna all'essenziale: la messa, i sacramenti, la preghiera. Federico Federici Venerdì 13/03/2020 su Il Giornale. Chiese vuote causa coronavirus. Così la Diocesi di Roma decide di affidarsi alla televisione e da ieri, e per tutta la durata dell’emergenza, ogni giorno i fedeli potranno seguire su Tv 2000 la messa celebrata alle 19 al Santuario del Divino Amore. Si è scelto di iniziare mercoledì, giorno nel quale il vicario del papa, il cardinale Angelo De Donatis, ha invitato alla preghiera e al digiuno per chiedere l’intercessione della Madonna, perché Dio protegga il mondo dal coronavirus, la peste del 2020. Parole antiche che tornano a risuonare con nuovi echi nella Chiesa moderna, usa ad altri registri. Il Papa ha voluto intervenire con un videomessaggio alla prima messa, stando attento, però, a non sovrapporre la sua figura alla celebrazione eucaristica. Un cenno fugace, quel video, solo per portare all'attenzione dei fedeli l'iniziativa; una mera indicazione a dove guardare. Vibrante anch’esso di registri antichi, dato che si conclude con il Sub tuum praesidium (“Sotto il tuo presidio”), la più antica preghiera mariana. La Chiesa di Roma fa la sua mossa, per i suoi fedeli e quelli del mondo intero, più che sconcertati dal fatto che, nel cuore della cristianità, al popolo di Dio sia negata, giocoforza, la messa. Non accadeva dai tempi delle persecuzioni di Diocleziano. L'iniziativa della Diocesi è in sintonia con altre, ad opera di sacerdoti, religiosi e parrocchie d'Italia, che hanno affidato città e paesi ai santi, all'arcangelo Michele e alla Madonna, come accadeva un tempo nelle calamità. E forse il Divino Amore è stato scelto proprio perché la sua storia recente ha conosciuto analogo affidamento, quando, in Roma occupata dai nazisti, il Papa si recò al santuario romano, nell'ora più buia, per chiedere la salvezza della città eterna. Capitava, allora, che a tale intercessione guardassero anche occhi meno pii. Come accadde a Stalin, feroce persecutore dei cristiani, che, vista la disfatta dell'esercito russo per mano nazista, diede ordine di far sfilare in processione l'icona della Beata Vergine di Kazan a Leningrado, Mosca e Stalingrado. Per restare nel campo della dialettica comunismo-cristianesimo, si può annoverare tra queste convergenze parallele anche la poetica e immaginaria, ma non per questo meno realistica, immagine di don Camillo che, Brescello inondata, resta nella sua chiesetta allagata. E da qui, invia parole di speranza ai cittadini di là dal fiume ormai tracimato, toccando il cuore dei paesani e soprattutto, come sempre, quello del suo acerrimo amico-rivale, il "compagno" Peppone. Ma per tornare alla messa del Divino Amore, va annotato che sembra segnare anche un qualche punto di svolta, seppur forse transitorio, del pontificato di Francesco, dato che, finora, per media e vaticanisti, la Chiesa sembra aver coinciso solo e soltanto con la figura papale. In questa calamità, al centro della Chiesa di Roma, e del mondo, non c'è il Papa né il Vaticano, ma la Madonna e un santuario in fondo ignoto al mondo, anche cristiano, ché il Divino Amore non è Lourdes né Fatima e neanche Međugorje. Come al centro torna la celebrazione eucaristica che, chiusa ai fedeli, resta aperta in modo nuovo, anche se in via transitoria, che comunque permette loro di parteciparvi non solo con gli occhi e col cuore, potendo essi ricorrere alla comunione spirituale, la cui formula antica torna attualissima. C'è anche un altro rimando sottotraccia in tutto questo, dato che ciò accade nella più dura Quaresima che l'Italia ha conosciuto dal dopoguerra. La Quaresima è tempo di preghiera e penitenza in vista della Pasqua del Signore. E ricorda i 40 giorni che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua missione tra gli uomini. La quarantena volontaria di Gesù e la quarantena cui costretta l'Italia tutta in questi giorni va così a coincidere temporalmente, convergenza che certo si sarebbe evitata volentieri, ma così è. Così il tempo degli uomini va a coincidere con quello della Chiesa, che di fronte a tanto dolore e terrore, ricorre agli usati, vecchi, arnesi del mestiere, che si riducono a poca cosa, cioè l'essenziale: la messa, i sacramenti, la preghiera. Per quanto riguarda quest'ultima, che poi è l'unico arnese che può maneggiare in proprio il fedele, segnaliamo l'esistenza di un libretto dal titolo "Chi prega si salva", che contiene le più semplici preghiere della tradizione cristiana, quelle che si imparano da bambini e dimenticate nel tempo. Ha due introduzioni autorevoli: Benedetto XVI e Francesco, forse l'unico libro della storia della Chiesa che ha avuto la ventura di ricevere il placet di due papi. Piccolo libro che può aiutare in questi tempi di coronavirus, il "demone", come un altro comunista, il presidente cinese Xi Jinping, ha definito il morbo che affligge tanti e impaura le moltitudini.

 

Sub tuum praesidium:

Sub tuum praesídium confúgimus,

sancta Dei Génetrix;

nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus,

sed a perículis cunctis líbera nos semper,

Virgo gloriósa et benedícta

 

Comunione sprirituale:

Gesù mio,

io credo che sei realmente presente

nel Santissimo Sacramento.

Ti amo sopra ogni cosa

e ti desidero nell’ anima mia.

Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente,

vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.

Come già venuto,

io ti abbraccio e tutto mi unisco a te;

non permettere che mi abbia mai

a separare da te.

Amen.

Liberoquotidiano.it il 17 marzo 2020. Nuovo allarme in Vaticano: è positivo un vescovo ricevuto da Papa Francesco una settimana fa. La foto, scattata lunedì 9 marzo, aveva fatto il giro del mondo. Ritraeva Francesco nella sala del Concistoro, al secondo piano del Palazzo apostolico, circondato da 31 vescovi francesi, tutti seduti a distanza di sicurezza dal Santo Padre e tra di loro. Era stata l'ultima occasione in cui il Pontefice aveva concesso udienze pubbliche, le quali poi sono state sospese. Decisione che, forse, sarebbe dovuta essere presa prima visto che ieri la diocesi di Anvers ha reso noto che il suo vescovo, monsignor Emmanuel Delmas, 65 anni, proprio uno dei prelati presenti in Vaticano lunedì 9, è positivo al coronavirus. Perdipiù, pare che il monsignore avesse avvertito i primi sintomi della malattia proprio durante il suo soggiorno romano. Al momento dalla Francia rassicurano sulle condizioni di Delmas, che tra l' altro è medico e figlio di medici: «È leggermente influenzato e il suo stato attuale non è preoccupante», fanno sapere dalla diocesi transalpina. Anche dal Vaticano si sono affrettati ad assicurare che Francesco sta bene, ha superato il raffreddamento che aveva patito dal Mercoledì delle Ceneri «senza sintomi riconducibili ad altre patologie». Ma è comprensibile qualche preoccupazione visto che, in occasione della visita di lunedì 9 marzo, il Papa aveva stretto la mano ad «alcuni» dei vescovi francesi presenti, pur rispettando tutte le procedure igieniche, a cominciare dal lavaggio delle mani, prima e dopo, come hanno ribadito da Oltretevere. Intanto, tutti i prelati che hanno partecipato all' incontro sono finiti in isolamento e le altre udienze con i vescovi francesi previste dal 16 al 20 e dal 23 al 27 marzo sono state sospese con un comunicato «urgente» firmato dal cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi.

Primo caso di Coronavirus in Vaticano. Stretta sugli eventi per contenere l'infezione. HuffPost il 6 marzo 2020. “Questa mattina sono stati temporaneamente sospesi tutti i servizi ambulatoriali della Direzione Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano per poter sanificare gli ambienti a seguito di una positività al Covid-19 riscontrata ieri in un paziente. Rimane però in funzione il presidio di Pronto Soccorso. La Direzione Sanità e Igiene sta provvedendo ad informare le competenti autorità italiane e nel frattempo sono stati avviati i protocolli sanitari previsti”. Lo riferisce il portavoce vaticano Matteo Bruni. In Vaticano arrivano nuove e più stringenti disposizioni per contenere l’infezione da Covid-19. Tra le nuove disposizioni, apprende l’Adnkronos, la Direzione sanità igiene del Governatorato chiede di “sospendere riunioni ed eventi sociali in cui è coinvolto personale sanitario o personale incaricato dello svolgimento di servizi pubblici essenziali o di pubblica utilità”. Tra le misure si chiede di ” provvedere all’affissione nei luoghi di lavoro e all’ingresso dei servizi aperti al pubblico, ovvero di maggiore affollamento e di transito oltre che presso gli esercizi commerciali, delle norme per la prevenzione e diffusione dell’infezione COVID-19 emanate dalla Direzione di Sanità ed Igiene (DSI) in data 25 febbraio”; di “sospendere o attuare misure di limitazione degli accessi a tutte le attività svolte in ambienti chiusi e/o di dimensioni limitate che comportino una partecipazione di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno 1 metro”.

Il Papa recita l'Angelus da "ingabbiato": "Vicino a chi soffre e cura". Papa Francesco recita l'Angelus dalla biblioteca del Palazzo Apostolico. Vicinanza alle persone interessate dal coronavirus. Ma preghiere anche per la Siria. Francesco Boezi, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. Il Papa ha pregato. In maniera del tutto straordinaria, l'Angelus odierno è andato in onda via streaming. In Vaticano ci hanno ragionato almeno per qualche ora. Ieri, poi, è arrivata la decisione ufficiale. Jorge Mario Bergoglio non si è affacciato dalla sua finestra su Piazza San Pietro in un primo momento, ma ha parlato al mondo dal Palazzo Apostolico. Lo stesso luogo da dove dovrebbero andare in onda anche le prossime udienze pubbliche, come quella di mercoledì 11 marzo. Lo stesso Santo Padre si è definito "ingabbiato", sottolineando però nell'immediato la sua stretta vicinanza a chi "lotta" per i "dimenticati". Le autorità civili hanno preso delle decisioni. E la Santa Sede si è adeguata. Gli assembramenti, per via del coronavirus, non devono essere alimentati. Il pontefice argentino ha sin da subito rimarcato come queste modalità eccezionali siano state scelte per evitare la "diffusione del virus". Il tutto è stato trasmesso pure su Vatican News. "Essere testimoni di Gesù - ha detto Bergoglio - è un dono che non ci siamo meritati". Questa è stata una delle frasi di esordio. Il tema del Vangelo di oggi è quello della trasfigurazione. Jorge Mario Bergoglio, nel corso della sua riflessone dottrinale, si è soffermato sulla scelta degli apostoli operata da Gesù Cristo. Il Papa, dopo la parte dottrinale, ha anzitutto posto un accento sulla situazione siriana. Una "crisi umanitaria" che deve comunque essere considerata "prioritaria". A questa riflessione è seguito un momento di preghiera e di silenzio. Poi la stretta attualità: "Sono vicino con la preghiera alle persone che soffrono per la attuale epidemia di coronavirus e a tutti coloro che se ne prendono cura", ha detto il vertice della Chiesa cattolica, che ha poi comunicato la sua volontà di affacciarsi sulla piazza per mostrarsi alle persone presenti. Qualche parola, durante l'Angelus, è stata riservata ai vescovi che stanno operando per "...incoraggiare i fedeli a vivere questo momento difficile con la forza della fede, la certezza della speranza e il fervore della carità". Per il Papa - come riportato pure dalla Lapresse - "questo momento" è connotato dal fatto di costituire una "prova" e da quello di poter arrecare "dolore". E la fede può fare da guida. Un focus è stato posto su uno di quegli atteggiamenti che interesserebbero in modo negativo l'intero globo terrestre: "In questo mondo, segnato dall'egoismo e dall'avidità, la luce di Dio è offuscata dalle preoccupazioni del quotidiano. Diciamo spesso: non ho tempo per pregare, non sono capace di svolgere un servizio in parrocchia, di rispondere alle richieste degli altri...". E ancora: "Ma non dobbiamo dimenticare che il Battesimo e la Cresima che abbiamo ricevuto ci hanno fatto testimoni, non per nostra capacità, ma per il dono dello Spirito", ha aggiunto Francesco, che, non rinunciando dunque a comparire dalla sua finestra ha salutato e benedetto le persone, molte meno del solito, che si sono comunque ritrovate in piazza San Pietro.

Papa Francesco «sottoposto al tampone per il Coronavirus: è negativo». No comment dal Vaticano. Pubblicato martedì, 03 marzo 2020 su Corriere.it da Gian Guido vecchi. Dal Vaticano non arrivano conferme, al momento, dell’ipotesi formulata oggi dal quotidiano «il Messaggero», secondo il quale Papa Francesco, raffreddato da qualche giorno, «si sarebbe sottoposto per precauzione al tampone per il Coronavirus risultando ovviamente negativo». Quella di Francesco, comunque, è solo «una lieve indisposizione» che gli ha suggerito di rinunciare agli esercizi spirituali della Curia che si svolgono questa settimana ad Ariccia. Già giovedì il Papa non era andato nella Basilica di San Giovanni in Laterano, dove doveva guidare la «liturgia penitenziale» di inizio Quaresima con i preti romani. Il giorno prima, Mercoledì delle Ceneri, a Roma faceva molto freddo, il pontefice aveva tenuto la consueta udienza all’aperto in piazza San Pietro e nel pomeriggio aveva guidato la processione all’Aventino. Da quel giorno ha mostrato segni di raffreddamento, voce arrochita e qualche colpo di tosse, ed evitato qualche incontro pubblico. Che non si temesse il Coronavirus, comunque, lo dimostra il fatto che ha continuato a celebrare la messa a Santa Marta con i fedeli, salutandoli alla fine della celebrazione, e a tenere le udienze personali. Ma Bergoglio ha 83 anni e anche un raffreddamento suggerisce prudenza. Domenica, all’Angelus, ne ha parlato lui stesso ai fedeli: «Vi chiedo anche un ricordo nella preghiera per gli esercizi spirituali della Curia Romana, che questa sera inizieranno ad Ariccia. Purtroppo, il raffreddore mi costringe a non partecipare, quest’anno: seguirò da qui le meditazioni. Mi unisco spiritualmente alla Curia e a tutte le persone che stanno vivendo momenti di preghiera, facendo gli esercizi spirituali a casa».

Niente strette di mano  e acquasantiere vuote  nelle chiese di Roma. Pubblicato martedì, 03 marzo 2020 su Corriere.it. Nuove disposizioni per evitare la diffusione del coronavirus anche nelle chiese della Capitale. La diocesi di Roma, infatti, ha diffuso le indicazioni per sacerdoti e fedeli da seguire al fine di contenere e prevenire i contagi. «Nella celebrazione eucaristica tralasceremo lo scambio del segno di pace e inviteremo i fedeli a ricevere la santa Comunione sulla mano; avremo cura di lasciare le acquasantiere vuote»: sono le disposizioni arrivate dal prelato segretario generale del Vicariato monsignor Pierangelo Pedretti, contenute in una lettera inviata a tutti i sacerdoti di Roma. Domenica scorsa, proprio per l’epidemia di coronavirus, sono state chiuse in via precauzionale due chiese nel cuore della Capitale: San Luigi dei Francesi e Sant’Ivo dei Bretoni. La decisione è stata presa sabato dall’ambasciata di Francia dopo che da Parigi è arrivata la notizia che un prete di 43 anni è risultato positivo ai tamponi. Le due chiese riapriranno mercoledì.

Coronavirus, 50 preti morti. Bergoglio: «Pastori con l’odore di pecora, stanno in mezzo alla gente». Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it da Alessandro Fulloni. Il numero è impressionante ed è questo: 50. Sono i preti morti da quando è esplosa l’emergenza Coronavirus. La conta dolente viene dal quotidiano Avvenire che riceve gli aggiornamenti da diocesi, parrocchie, familiari, fedeli. Giovedì è stata una giornata devastante: il Covid-19 ne ha uccisi otto. Nove se ne sono andati tra venerdì e sabato. Buona parte dei lutti è concentrata al Nord: a Bergamo, la «città martire» dove le salme vengono portate via dai camion dell’Esercito, sono quindici. Ma altri diciassette sono ricoverati e tra loro un paio stanno in Terapia intensiva. A Parma il Covid-19 ne ha stroncati sei, quattro a Piacenza e altrettanti a Lodi e Cremona. Il più giovane, don Sandro Brignone, 45 anni, era del Sud, di Salerno ed era parroco a Caggiano. Tantissimi i cinquantenni e i sessantenni. Le età dei caduti — uomini che ricordano molto le figure di quei preti in trincea che confortavano alpini, fanti e bersaglieri durante la Grande guerra o che esortavano i soldati ad aver fede, a restare in piedi e continuare a camminare per salvarsi durante la ritirata di Russia — spiegano che la maggior parte di questi sacerdoti era in attività. «Pastori con l’odore delle pecore», per riprendere le parole che Francesco ha ripetuto in questi giorni chiamando, per testimoniare loro la vicinanza, diocesi e parrocchie. Reverendi «sempre in mezzo alla gente», scrive il quotidiano della Cei, che continuano a visitare malati e anziani, a benedire le salme in questi giorni drammatici in cui non è possibile neanche celebrare i funerali. Sono alle mense dei poveri o in aiuto ai senzatetto anche se ora le precauzioni, a partire da guanti e mascherine, sono altissime anche tra i religiosi. Anche Avvenire è stato segnato direttamente dal flagello con la morte di don Paolo Camminati, 53 anni, apprezzato autore di molte riflessioni sulla pagina «giovani» del quotidiano: solo un mese fa il «Camo» — così chiamavano tutti questo prete appassionato della montagna e della chitarra che portava con sé a ogni Giornata mondiale della Gioventù — aveva presentato alla sua diocesi di Piacenza-Bobbio il progetto di una casa, in canonica, per i lavoratori precari, quelli che l’instabilità dei contratti lascia spesso senza dimora. Quelli che dallo scoppio dell’emergenza stanno lavorando magari nei supermarket aperti o nei reparti ospedalieri sotto pressione. Ma il «Camo» non ha potuto concretizzare il suo ultimo sogno: è morto sabato mattina, per complicanze sopraggiunte a causa del Covid-19. Come decine di altre vittime del morbo, anche molti preti di Bergamo non hanno ricevuto funerali, seppelliti in attesa della Messa di suffragio quando la tempesta cesserà. Sul sito della diocesi cittadina — il cui vescovo Francesco Bechi ha ricevuto una telefonata dal Papa «dolorosamente colpito dal numero dei morti. Anche tra i sacerdoti» — compaiono tutti i loro nomi, uno dopo l’altro. L’elenco è lungo, è questo di seguito, e nel leggerlo tutto d’un fiato sembra quasi di recitare una preghiera: don Guglielmo Micheli, 86 anni, per 30 direttore della Casa dello Studente; don Adriano Locatelli, 71 anni, vicario parrocchiale a Palazzago, Paladina e Cologno; don Enzo Zoppetti, 88, don Francesco Perico, 91; don Gian Pietro Paganessi ,79; don Remo Luiselli, 81; don Gaetano Burini, 83; don Umberto Tombini, 83; don Giuseppe Berardelli, 72; don Giancarlo Nava, 70; don Silvano Sirtoli, 59 anni; don Tarcisio Casali, 82; monsignor Achille Belotti, 82; don Mariano Carrara, 72; monsignor Tarcisio Ferrari, 84. Milano è straziata per la perdita di tre preti: don Luigi Giussani, 70 anni, vicario della parrocchia milanese di San Protaso, omonimo del fondatore di Comunione e Liberazione e tra i riferimenti del movimento in città (tanto da essere ribattezzato affettuosamente «Giussanello»), oltre che assistente spirituale degli studenti all’Università Statale, teologo e intellettuale finissimo. Scomparsi don Marco Barbetta, 82 anni, cappellano del Politecnico, e don Ezio Bisiello, 64 anni, a lungo parroco di Ronco Briantino, dopo aver svolto il suo ministero nel Varesotto, tra Somma Lombardo e Gallarate. Con i suoi 104 anni il più anziano tra i falcidiati era il cremonese don Mario Cavalleri, bresciano, e suona davvero sgradevole accostare quelle frasi ascoltate spesso— «il Covid uccide soprattutto i vecchi» — alla storia di questo sacerdote di «trincea», per un trentennio inesauribile guida della «Casetta», realtà di accoglienza per poveri, tossicodipendenti e profughi. Sempre tra gli ultimi è stato don Franco Minardi, 94, direttore della Caritas diocesana piacentina. E tra i giovani è sempre stato don Domenico Gregorelli, 86, «il Prof», insegnante di storia ai licei Calini e Arnaldo di Brescia. A Cremona è morto un altro prete assai noto nel mondo della stampa, don Vincenzo Rini, 75, giornalista, per anni a capo della Federazione dei settimanali cattolici. La lista è interminabile, comprende tanta Italia: in Trentino è morto un sacerdote anziano ma ancora dinamico come don Luigi Trottner, 86 anni, parroco di Campitello in Val di Fassa. Nella vicina diocesi di Bolzano-Bressanone si è spento don Salvatore Tonini, 84enne di origini trentine, collaboratore pastorale a Bolzano, vicino al Movimento dei Focolari. E ancora un lutto al Sud, quello di Antonio Di Stasio, 85, parroco ad Ariano Irpino, uno dei focolai in Campania. Era ancora in servizio. Anche lui, sì, in mezzo alla gente. (Avvenire precisa che questo numero — i 50 preti morti — è assai impreciso, per difetto, e l’autore della Spoon River, Francesco Ognibene, osserva che «capitolo a parte è per missionari, suore, diaconi, personale delle Curie diocesane, responsabili di uffici e collaboratori; una contabilità di vittime tutta da ricostruire». Cinque saveriani sono morti nella casa madre a Parma, due orionini a Tortona, un comboniano a Milano, un monaco cistercense di origini eritree si è spento all’abbazia di Chiaravalle, nel Piacentino. Un nome valga per tutti coloro che non siamo qui riusciti a elencare: a Lecco è morto padre Remo Rota, missionario sacramentino, 77 anni, originario della Valle Imagna ma lecchese di adozione. Per 38 anni in Congo, di sé amava dire, con semplicità: «Ho fatto di tutto, spero di aver fatto bene anche il prete, con i miei difetti».)

Tiziana Paolocci per “il Giornale” il 12 marzo 2020. Visto da fuori sembra un piccolo presepe. Ma il Convento dei frati minori di Lendinara, in provincia di Rovigo, amato e conosciuto da tutta la comunità dei fedeli come luogo di estrema pace, ieri di pace ne aveva meno. E come tutto il resto d' Italia è piombato nell' incubo che tutta la penisola sta vivendo in queste settimane. Quattro francescani, infatti, sono stati trovati positivi al coronavirus. E la notizia ha gettato nel panico i fedeli che abitano nel comune di undicimila anime. Chi ieri si aggirava con fare spettrale per le vie di Lendinara, per acquistare beni di prima necessità, non parlava d' altro. La notizia che i quattro religiosi sono stati colpiti non dalla normale influenza ma dal Covid-19 si è diffusa rapidamente almeno quanto il virus. E tutta la comunità dei frati, venti in tutto, è stata messa in quarantena. Appena appreso l' esito del test i religiosi si sono subito mossi e hanno lanciato un appello e scritto un cartello invitando tutti i fedeli che si erano andati a confessare il 7 marzo nella chiesa di Sant' Agata a contattare il più velocemente possibile il Sisp, Servizio di igiene e sanità pubblica al numero 0425-7394738. La scorsa settimana, prima di sapere di aver contratto il virus, i francescani erano stati nel padovano, a Camposampiero per partecipare alla riunione capitolare per votare il rinnovo del ministro provinciale. Non è escluso che il contagio sia avvenuto proprio lì. E al ritorno la triste scoperta. Per uno di loro, un quarantenn, è stato necessario il ricovero nel reparto di malattie infettive di Treviso, mentre gli altri tre confratelli, tutti asintomatici, sono stati messo con gli altri in isolamento fiduciario. Ma tra le vie del paese ora si respira un clima di angoscia per la sorte dei religiosi e non solo. È verosimile, infatti, che nelle prossime ore il numero dei contagi possa lievitare e coinvolgere anche un gran numero di fedeli. Sarebbero una decina le persone di Lendinara e dei paesi vicini che il 7 marzo si sarebbero recate in chiesa per confessarsi. I frati avrebbero già consegnato la lista dei nomi alla Usl che avrebbe contattato tempestivamente gli interessati, mettendoli al corrente dei casi positivi all' interno del convento e invitandoli a presentarsi dai sanitari per essere sottoposti al test. 

Cinque suore uccise dal Covid, altre 50 positive tra le ospiti della Rsa Pianzola nel Pavese. Le religiose sono tutte anziane, solo una di loro è rimasta immune nella struttura dove si sono infettati anche 12 laici: quello di Mortara è il più grande focolaio di coronavirus nella provincia. La Repubblica il 14 ottobre 2020. Sono state uccise dal coronavirus cinque suore del centro sociale "Padre Francesco Pianzola" di Mortara, diventato il più grande focolaio di Covid-19 tra gli 88 identificati nella provincia di Pavia. Delle 55 sorelle risultate positive al tampone, 5 sono morte e l'Ats di Pavia sta disponendo il trasferimento della maggior parte delle malate in un centro specializzato. Le religiose contagiate appartengono all'ordine dell'Immacolata Regina Pacis sono tutte anziane e ospiti di una residenza a loro dedicata, una casa-albergo in via Primo Mazza nella città lomellina. Solo una di loro è rimasta immune dal virus, che ha colpito anche 12 laici che operano all'interno della struttura. I primi casi si sono verificati nello scorso fine settimana. Poi sono arrivati anche gli altri contagi che hanno coinvolto la quasi totalità delle suore presenti. Per qualcuna è stato necessario il ricovero in ospedale, altre sono state temporaneamente spostate in strutture protette per la degenza Covid dove trascorreranno il periodo di quarantena. I laici che lavorano nella casa albergo sono tutti a casa: qualcuno asintomatico, altri con sintomi lievi, nessuno comunque in condizioni preoccupanti. La notizia del focolaio che ha interessato le suore dell'Immacolata Regina Pacis (conosciute anche come "pianzoline", dal nome del fondatore dell'ordine, il beato Francesco Pianzola) ha scosso la comunità di Mortara. La cittadina lomellina, poco più di 15mila abitanti (il quarto centro della provincia per numero di abitanti, dopo Pavia, Vigevano e Voghera), nella scorsa primavera ha pagato un prezzo carissimo alla pandemia con diverse vittime e numerosi malati. Tra i contagiati della prima ondata anche il sindaco Marco Facchinotti, leghista, che oggi sta seguendo la situazione delle suore pianzoline. "Ats Pavia ci ha informato di questo caso, che ci sta preoccupando - sottolinea il sindaco -. La maggior parte delle suore colpite dal Covid-19 sono persone già avanti con gli anni, alcune particolarmente fragili e con una salute precaria". La casa madre dell'ordine delle pianzoline si trova sempre a Mortara (Pavia), in via Baluardo Santa Chiara, a poche centinaia di metri dalla struttura dove si è registrato il focolaio. "Siamo in contatto costante con i medici che stanno curando le nostre consorelle - sottolinea una delle responsabili dell'ordine -. Non ci resta altro che attendere l'evolversi della situazione e sperare che tutto si risolva per il meglio. Nelle nostre preghiere, oltre ad invocare il beato Francesco Pianzola, nostro fondatore, ci affidiamo  a don Giovanni Zorzoli, una figura alle quale sono affezionati tutti i mortaresi". Nella scorsa primavera, tra marzo e aprile nel culmine della pandemia,  nella vicina Tortona (Alessandria) erano morte 8 religiose nella Casa madre delle Piccole suore missionarie della carità in seguito a un focolaio di Coronavirus che aveva colpito la loro struttura.

 (ANSA il 20 marzo 2020) - Isolati due istituti di suore, uno a Roma e uno ai castelli romani, a Grottaferrata, per un totale di 59 casi positivi. Il primo Istituto è quello delle Figlie di San Camillo di via Anagnina a Grottaferrata dove sono risultate positive 40 suore e una di queste è ricoverata. Isolato anche l'istituto della congregazione delle suore angeliche di San Paolo sulla via Casilina a Roma dove sono 19 i casi di positività registrati su 21 totali.

Da leggo.it il 20 marzo 2020. A roma, Il Coronavirus ha colpito 59 suore. Quaranta suore sono risultate positive nell'Istituto Figlie di San Camillo di via Anagnina a Grottaferrata che è stato isolato. Una delle suore è stata ricoverata. «Già da ieri casi sospetti, oggi confermati. È stato avvisato il prefetto di Roma e attivata indagine epidemiologica della Asl Roma 6. L'istituto è stato isolato» ha fatto sapere l'assessorato alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato. Suore colpite dal Coronavirus anche nella Asl Roma 2 dove  è stato isolato Istituto della Congregazione delle suore angeliche di San Paolo in via Casilina. Su 21 suore che compongono la comunità, 19 sono positive. Anche in questo caso è stato avvisato il Prefetto di Roma e attivata indagine epidemiologica della Asl Roma 2.

Da "leggo.it" il 17 marzo 2020. Drammatica e complicata la situazione in provincia di Alessandria. Sono risultate tutte positive al coronavirus le suore della Casa Madre delle Piccole Suore Missionarie della Carità di don Orione. È quanto emerso dagli esami a cui le religiose sono state sottoposte dopo il ricovero all'ospedale di Tortona (Alessandria). La più grave delle suore ricoverate, 88 anni, è morta ieri. L'allarme giovedì scorso. «Abbiamo ricevuto una segnalazione dalla casa madre - aveva spiegato il sindaco di Tortona, Federico Chiodi - e abbiamo subito contattato l'Asl e l'Unità di Crisi». Il coordinatore di quest'ultima struttura, Mario Raviolo, è intervenuto di persona sul posto, trasportato in elicottero dai carabinieri. Nelle ore successive le religiose sono state ricoverate nell'ospedale di Tortona, dove le condizioni di un paio di loro sono peggiorate.

 (ANSA il 12 marzo 2020) - Sono 24 le religiose della Casa madre delle Piccole suore missionarie della Carità, a Tortona (Alessandria), che dovranno essere ospedalizzate per accertamenti sul Coronavirus. E' quanto annuncia il Comune. Le operazioni di triage sono in corso. L'istituto ospita 41 suore. Le altre, che non presentano sintomi, dovranno trascorrere un periodo di quarantena. I locali della Casa madre saranno sottoposti a un intervento di sanificazione. L'allarme era scattato nella notte fra l'11 e il 12 marzo quando alcune suore avevano accusato febbre e difficoltà respiratorie.

I due focolai di Torre Gaia  e Grottaferrata: contagiate 59 suore in due strutture. Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 su Corriere.it da Maria Egizia Fiaschetti. Dopo il primo contagio registrato lo scorso 5 marzo in Vaticano, ieri sono emersi 59 nuovi casi di positività al Covid-19 in ambienti religiosi: 40 suore nella casa generalizia delle Figlie di San Camillo in via Anagnina, a Grottaferrata e 19 (su 21) tra le suore angeliche di San Paolo in via Casilina, a Torre Gaia. Tra i due focolai, che sono stati subito isolati, non vi sarebbe alcuna correlazione. Per quanto riguarda la struttura dei Castelli nella quale risiede una sessantina di persone, la maggior parte anziane, a far scattare i controlli è stato il ricovero di una suora nel Policlinico di Tor Vergata. Quaranta i tamponi risultati positivi al coronavirus, sebbene per il momento le ospiti siano tutte asintomatiche e in buone condizioni di salute. Mentre procedono le verifiche della Asl e della Regione per ricostruire i possibili contatti, non è ancora stato appurato come possa essere avvenuto il contagio: non si esclude che a trasmettere l’infezione all’interno dell’istituto possa essere stato un visitatore esterno. Le suore non svolgono attività al di fuori del proprio contesto né, come si era ipotizzato in un primo momento, ricoprono incarichi operativi presso l’ospedale San Camillo. Sebbene siano a riposo e dedite alla vita comunitaria - motivo per cui il contagio si è propagato rapidamente tra le consorelle - grazie alla lunga esperienza maturata nel settore sanitario hanno adottato subito tutte le precauzioni e si sono messe in quarantena. Ridotti anche i contatti con l’esterno, che avrebbero potuto far temere lo sconfinamento del virus, a quanto pare circoscritto all’interno della casa generalizia. Trattandosi di un nucleo numeroso, le suore si fanno recapitare le forniture alimentari: evitano, così, di uscire e soddisfano una parte del fabbisogno coltivando l’orto. Il sindaco di Grottaferrata, Luciano Andreotti, ha cercato di rassicurare la popolazione sul fatto che il cluster sia isolato e non vi sia il rischio di un’ulteriore propagazione: «Sono inappropriati i parallelismi con Fondi, divenuto zona rossa, come pure lo voci che riferivano di suore operanti presso altre strutture cittadine. Rispettando le direttive del governo, le suore sono rimaste all’interno del convento, quindi la possibilità che abbiano sparso il contagio è molto bassa. Restiamo in contatto con la Asl e in attesa di aggiornamenti che continueremo a diffondere con tempestività». Le poche reazioni che filtrano dalle camilline cercano di attenuare gli allarmismi: «Ci stiamo chiedendo anche noi cosa fare, anche noi stiano cercando di capire la situazione, stiamo ricevendo molte telefonate. La superiora è molto occupata a gestire l’emergenza e non può parlare. Ma stiamo bene, speriamo di dare comunicazioni quando la situazione sarà più chiara». In proporzione l’altro istituto, quello delle angeliche di San Paolo a Torre Gaia, è stato più colpito: 19 contagiate su 21. La popolazione in media più anziana potrebbe destare qualche preoccupazione se non fosse che, proprio a causa dell’età, le suore non praticano molta vita sociale.Dato lo stile di vita comunitario che caratterizza gli ambienti religiosi e parrocchiali, con il diffondersi dell’epidemia sono state seguite le misure di contenimento del contagio in tutte le diocesi di Roma: se le chiese restano aperte per consentire la preghiera individuale mantenendo la distanza di sicurezza di un metro, sono invece sospese le messe e le celebrazioni liturgiche. Molti sacerdoti si sono attivati per continuare a officiare le funzioni e a diffondere la Parola collegandosi in streaming con i fedeli.

Coronavirus, morta suora Rina nell’ospizio dove lavorava. Cecilia Lidya Casadei l'08/04/2020 su Notizie.it. Una suora è morta per colpa del Coronavirus, ma è la seconda nella zona di Pescara. Rina Vittoria lavorava presso una casa di riposo. A Pescara è morta un’altra suora per Coronavirus. La prima è stata Matilde Celi, madre superiora delle Maestre Pie Filippini, dopo di lei suor Rina Vittoria, che lavorava presso l’Rsa Istituto Sorelle della Misericordia. Nella struttura, lo scorso 28 marzo 2020, si sono riscontrati 23 casi di pandemia. Nell’Rsa dove lavorava suor Rina, il Coronavirus ha contagiato religiose, ospiti anziani e operatori sociosanitari. Quando le sue condizioni si sono aggravate, è avvenuto il trasporto d’urgenza in ospedale, dove qualche giorno dopo ha perso la vita. Suor Rina è ricordata con amore da tutti gli ospiti dell’Istituto dove si occupava degli anziani, ma anche dai bambini della vicina scuola paritaria Lucilla Ambrosi, dove spesso si recava per aiutare. Sul suo profilo Facebook, centinaia di messaggi di condoglianze da parte dei genitori e di tutti quelli che le vogliono bene. “La tua vita era lì, tra i bambini che ti davano quella vitalità per cantare e ballare con loro, ai quali hai insegnato a pregare e a far per bene il Segno di Croce”, scrive qualcuno, “Come amavi le feste e le recite! La tua preferita era quella di Carnevale, quante risate la sera con i genitori mentre provavano la loro parte e tu che facevi da aiuto regista e correggevi tutti”.

Coronavirus nelle Rsa e istituti religiosi. Le Asl locali si stanno occupando del monitoraggio della situazione, dato il numero di decessi registrato negli istituti religiosi e Rsa territoriali. Gli ultimi casi positivi in provincia di Pescara si sono registrati presso la casa di cura De Cesaris di Spoltore, ma ci sono sospetti anche alla Santa Maria Ausiliatrice di Montesilvano e in un istituto di Città Sant’Angelo. Purtroppo, la situazione nelle Rsa è davvero preoccupante: i contagi aumentano a dismisura come il numero dei morti. A Milano, intanto, la Procura ha avviato un’indagine sui 70 morti del Pio Albergo Trivulzio: secondo i sospetti diversi ospiti sono stati dimessi per poi morire a casa, positivi al Coronavirus.

Coronavirus, “il respiratore datelo a uno più giovane”: così è morto don Giuseppe Barardelli. Redazione de Il Riformista il 23 Marzo 2020. “Il respiratore datelo a uno più giovane”. E’ morto nei giorni scorsi don Giuseppe Berardelli, 72enne sacerdote di Casnigo (Bergamo) che aveva rinunciato al respiratore per darlo a un malato più giovane di lui. Un gesto di grande cuore che ha commosso l’intera comunità bergamasca prima e italiana poi. Padre Giuseppe era risultato positivo al coronavirus ed era già sofferente per altri acciacchi che andavano avanti da tempo. La comunità parrocchiale aveva acquistato un respiratore proprio per lui ma il parroco 72enne ha fatto il possibile affinché potesse andare a qualche altro paziente più giovane di lui. Don Giuseppe è poi deceduto lo scorso 16 marzo all’ospedale di Lovere. “Don Giuseppe è morto da prete. E mi commuove profondamente il fatto che lui, arciprete di Casnigo, vi abbia rinunciato di sua volontà per destinarlo a qualcuno più giovane di lui”, ha raccontato un operatore sanitario della casa di riposo San Giuseppe al periodico “Araberara”. Dall’inizio della pandemia di Coronavirus sono almeno 30 i preti morti in Italia, tra questi almeno 16 sono della diocesi di Bergamo.

Domenico Agasso Jr e Franco Giubilei per “la Stampa” il 25 marzo 2020. In poco più di due settimane, nella casa madre dei Saveriani a Parma sono morti 12 missionari, una situazione drammatica che va a sommarsi ai 67 preti deceduti finora in tutta Italia a causa del contagio da Covid-19. Che il Parmense sia una delle zone più colpite dalla pandemia in Emilia-Romagna lo dicono i numeri, che da diversi giorni vedono questa provincia al secondo posto dopo Piacenza sia per malati (solo ieri 71 in più) che per decessi (più 20), ma quanto sta accadendo nell' edificio di viale San Martino ha proporzioni ancora più gravi: «Assomiglia a una decimazione, cominciata circa 16 giorni fa e proseguita quasi al ritmo di una morte al giorno - racconta Rosario Giannattasio, padre superiore della congregazione fondata a Parma più di un secolo fa -. Qui attualmente ospitiamo 43-44 confratelli di passaggio o di ritorno dalle missioni, sempre qui hanno sede varie attività amministrative e un' infermeria al quarto piano». I volti e le storie dei missionari deceduti, tutti di età superiore ai 73 anni, chi over 90 e già in condizioni di salute molto precarie, sono pubblicati nel sito ufficiale della congregazione. A impressionare è anche la circostanza che manca la sicurezza sulla causa di morte: «Coronavirus? Non possiamo saperlo per certo, semplicemente perché non hanno fatto le analisi - spiega il padre superiore -, i certificati medici parlano di arresto cardiaco o di altri motivi, di sicuro i più vecchi sono stati i più colpiti. Siamo fortunati ad avere un medico interno, che si occupa dei nostri confratelli, perché ci sentiamo un po' soli». Il religioso aggiunge di aver fatto presente la situazione alle autorità sanitarie già coi primi casi sospetti, tanto che «l' 11 marzo scorso è stato tolto il personale dipendente». Chiusa e sanificata la lavanderia e chiusa anche la mensa, coi pasti affidati a un' azienda esterna. Tre operatori sono stati trovati positivi al coronavirus, chiaro segnale che il contagio era dilagato nella struttura. Attualmente i Saveriani osservano la quarantena, ma nella casa madre ci sono altri ospiti a rischio: «Sette-otto persone non stanno bene, altri due sono già in ospedale e c' è il rischio che la strage continui. Ho la sensazione che il sistema sanitario faccia veramente fatica a fronteggiare l' emergenza e che non stia funzionando». Dall' Ausl di Parma, assediata dal contagio in continua crescita che si abbatte anche su molte altre strutture per anziani, dicono di aver attivato le procedure del caso più di dieci giorni fa: «Quando siamo stati informati siamo intervenuti con un' inchiesta epidemiologica, abbiamo dato indicazioni su come fronteggiare la situazione e messo in quarantena la casa - spiega Bianca Borrini, del servizio di igiene pubblica -. La nostra pneumologa si è recata due volte nella struttura, che è stata visitata anche dai medici del 118 e dalla pubblica assistenza». Questa vicenda si aggiunge alle prime cifre strazianti che emergono sul clero italiano. Anche i preti infatti stanno pagando un tributo altissimo alla pandemia. Il coronavirus è stato letale per 67 sacerdoti, 22 solo nella diocesi di Bergamo. Ma ci sono lacrime anche a Lodi, Milano, Cremona, Mantova, Parma, Pesaro, La Spezia, Nuoro. E Salerno. La maggior parte è morta «sul campo», pienamente in attività. Ieri il Papa li ha ricordati, insieme a medici e infermieri che hanno perso la vita «perché erano al servizio degli ammalati». E comunque i lutti nel mondo ecclesiastico sono molti di più, perché il computo non comprende missionari, religiosi e suore, che non sono direttamente collegati con la Chiesa italiana bensì ai rispettivi ordini e congregazioni (è il caso dei Saveriani di Parma), come spiega Francesco Ognibene, il giornalista di Avvenire a cui si deve il complicato lavoro del primo conteggio. Nella Spoon River si piange don Franco Carnevali, 68 anni, che in Lombardia «ha fatto tanto bene alla vita di tanti», ha scritto don Davide Milani. A Bergamo il virus si è portato via anche don Fausto Resmini, 67 anni, «prete degli ultimi»: aveva creato la Comunità per minori Don Milani di Sorisole, e con il suo camper del servizio «Esodo» portava viveri ai senzatetto. Al Sud, nella diocesi di Salerno, il triste primato del più giovane: don Alessandro Brignone aveva 45 anni.

Coronavirus, i missionari di Parma: "Ogni giorno uno di noi muore. Ora però, per favore, aiutateci". Nella sede  internazionale dei missionari Saveriani, a Parma, 13 morti in 15 giorni. "Nessun tampone, ci ammaliamo e moriamo". Zero contatti esterni. Il cibo? Grazie a un carrello-ascensore. Giacomo Talignani il 24 Marzo 2020 su La Repubblica. Uno di loro, quasi ogni giorno da due settimane, muore in silenzio nel letto della sua stanza.  Se ne vanno pregando fra le lenzuola della "casa", la sede internazionale dei Saveriani a Parma, quartier generale dei missionari abituati a girare il mondo per portare aiuto e ora, forse per troppi giorni restii a chiederlo, sono chiusi fra quattro mura a morire. "Siamo a 13 morti in 15 giorni. Non è normale" dice Padre Rosario Giannattasio, superiore regionale della Pia Società di S. Francesco Saverio per le missioni estere, al telefono con Repubblica. Racconta dei morti, dell'isolamento, degli "zero contatti con l'esterno, per non mettere a rischio i giovani, gli altri". Nemmeno il personale esterno, nella sede di Parma, c'è più. "Siamo soli, tutti chiusi qui. Il cibo ci arriva da un carrello-ascensore. Mangiamo a due metri di distanza l'uno dall'altro. Preghiamo. Ci ammaliamo e moriamo. Ma adesso qualcuno deve venire ad aiutarci". Perché oltre ai morti ci sono anche una dozzina di ammalati. "Circa sei al piano di sotto rispetto a dove mi trovo ora, e poi altri cinque credo. Nessuno ha fatto il tampone qui dentro, mai. Ci stiamo dimezzando. Non lo posso dire, che è il coronavirus. Ma cosa vuole che sia? Manca l'ossigeno, non respirano. Qui nessuno ha fatto esami". Spiega che tutto "è iniziato circa quindi giorni fa: i primi malanni, poi i primi sacerdoti che hanno iniziato a morire. Da noi, che saremo una cinquantina i missionari qui, se si esclude il personale, si contano di solito 4-5 morti l'anno, al massimo 6. Ora siamo a tredici in pochi giorni, non so cosa dire. Sono quasi tutti morti qui, solo un paio in ospedale" spiega con voce spezzata. Fra gli ultimi ad essersene andati,  padre Stefano Coronese (88 anni), da sempre vicino al  mondo degli scout e padre Gerardo Caglioni (73 anni), noto per le sue missioni in Messico e in Sierra Leone. Prima di loro, si legge nel lungo elenco sul sito dei saveriani, addio a  padre Luigi Masseroni,  Giuseppe Scintu,  Gugliemo Saderi, Giuseppe Rizzi,  Piermario Tassi, Vittorio Ferrari, Enrico Di Nicolò, Corrado Stradiotto, Pilade Giuseppe Rossini, Nicola Masi e altri ancora. Tutti sacerdoti che hanno passato la vita nei luoghi più lontani del mondo a portare conforto e poi sono tornati a Parma, nella grande sede, "a continuare la loro vita. L'età media dei saveriani è 75 anni - racconta Padre Rosario - molti di loro erano venuti qui dopo aver viaggiato per quaranta, anche cinquant'anni. E adesso se ne sono andati così, nel silenzio delle stanze". Silenzio è stato fin dall'inizio, più di due settimane fa. Dopo le prime morti infatti, i saveriani raccontano di aver intuito che qualcosa non andava. Cosi il personale di servizio è stato mandato a casa. Via anche una infermiera "forse positiva al coronavirus". Niente più cuochi, assistenti, addetti alle pulizia e lavanderia o il personale degli uffici delle missioni estere: tutti i "dipendenti" della sede non potevano più entrare, anche per i decreti. "Abbiamo chiuso tutto e ci siamo chiusi dentro". Così lì si è creato, fra i corridoi e le stanze, un "lazzaretto" senza praticamente nessun medico, "a parte uno di noi, un missionario che ha fatto 25 anni in Bangladesh". Un carrello-ascensore con il cibo cucinato da un catering, portava su da mangiare. "Per il resto ci siamo arrangiati fra di noi, ma la situazione è peggiorata. Adesso c'è bisogno di aiuto, che qualcuno venga. Lo abbiamo anche scritto al sindaco, detto alle autorità. Serve un intervento tempestivo, venite a bonificare, perché qui è chiaro che il virus circola". Spiega che da un po' di giorni, non avendo ancora visto "nessuno che si è presentato qui ad aiutarci, anche se un medico è poi venuto, abbiamo deciso di parlare con i media, di dire cosa sta accadendo. Ditelo anche voi che ci serve una mano. Noi di qui non ci muoviamo. Fuori ci sono 15 ragazzi del seminario, gli studenti di teologia: non vogliamo correre il rischio di incontrarli, contagiarli. Ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci venga a curare, a salvare", confessano gli ultimi salvatori di anime rimasti nella sede.

"Dai saveriani siamo intervenuti ma il Covid già circolava. Contagi così mortali anche in altre strutture di Parma". Bianca Borrini dell'Ausl racconta cos'è accaduto dai missionari. "Lì sono stati medici e operatori, ma quando il virus entra in certe situazioni fa strage. È avvenuto anche altrove". Giacomo Talignani il 25 Marzo 2020 su La Repubblica. "Quando abbiamo ricevuto la prima chiamata che ci segnalava una emergenza abbiamo subito attivato il protocollo ma credo che ormai, sinceramente, fosse tardi: il virus stava circolando già da qualche giorno nella casa dei saveriani". Bianca Borrini, del servizio di Igiene pubblica dell'Asl di Parma, è la professionista che sta coordinando migliaia di richieste di soccorso in questo periodo "che mai avremmo immaginato", racconta che nel caso dei 13 missionari morti in meno di 15 giorni a Parma nella sede dei saveriani l' "aiuto" da parte delle autorità c'è stato, ma "purtroppo quando siamo stati avvisati era già tardi per contenere il contagio". "Quando ci chiamano per un presunto caso di Covid-19 forniamo informazioni per attuare delle misure di azione o contenimento. Ogni caso o segnalazione è differente. Nel caso di case famiglia, strutture di cura per anziani o, come in quello dei saveriani, di complessi residenziali privati dove vivono i missionari, oltre alle istruzioni sull'auto isolamento cerchiamo di coordinare e organizzare i primi interventi" spiega Borrini specificando che "dai saveriani "inizialmente, quando probabilmente il virus è già entrato, c'è stato un problema di assistenza. Il loro medico all'inizio, forse per malattia, non era reperibile". "Abbiamo fornito - prosegue - una prima assistenza telefonica e poi, nel tempo, sono stati lì una pneumologa, un medico del pronto soccorso, volontari del 118. Lì c'è già un medico, un missionario, che ha ricevuto istruzioni sull'isolamento. Tra la preoccupazione delle autorità e di tutti, abbiamo fornito anche materiale e medicine, ma ripeto: purtroppo il virus aveva già contagiato più persone. Molti dei missionari sono persone che hanno girato il mondo, che conoscono le guerre, l'ebola e poi sono tornate a Parma. Forse, per indole, all'inizio non si sono fatti spaventare dal virus, che probabilmente però come detto, era già presente. Così sono iniziati i decessi". L'esperta spiega che la situazione dei saveriani è quella che "si è verificata anche in altre strutture residenziali di Parma per anziani o strutture assistenziali. Se il virus entra fa una strage: al di là dei ricoveri in ospedale, le persone che rimangono all'interno di strutture in auto isolamento, quando il virus è già molto diffuso, sono a rischio. Si diffonde davvero velocemente e purtroppo abbiamo visto famiglie decimate" spiega Borrini preoccupata.

Gli oltre 100 preti morti per dare conforto ai malati e agli ultimi.  Alessandro Fulloni e Gian Guido Vecchi l'11/4/2020 su Il Corriere della Sera. Da Nord a Sud, il dolente elenco dei lutti tra i religiosi. Erano preti così, come don Francesco Nisoli, cremonese, 71 anni, trenta dei quali trascorsi come missionario in Brasile. O come don Paolo Camminati, 55 anni, il ««Camo», piacentino con la chitarra sempre appresso, un passato di giocatore di rugby e un presente in cui stava progettando un ostello per lavoratori precari da ospitare in parrocchia. O come don Mario Cavalleri, 104 anni e fondatore, ancora a Cremona, della «Casetta», realtà d’accoglienza per poveri, tossicodipendenti, senza dimora. Sacerdoti sempre in mezzo alla gente, tra gli ultimi, falcidiati dal coronavirus (leggi i dati riguardanti l’Italia di sabato 11 aprile). Dal Venerdì Santo sono diventati 105. Lo stesso Francesco li ha ricordati durante i riti della Pasqua, ha parlato di «crocifissi» e «santi della porta accanto», preti, religiosi e suore che «hanno dato la vita per amore», come i medici e gli infermieri. Ma il bilancio totale dei morti tra i religiosi è ancora più drammatico: il calcolo non tiene conto di frati e missionari e l’elenco di monache e consacrati è almeno altrettanto lungo.

Il centesimo morto. Solo nella diocesi di Bergamo, la più colpita in Italia, ai 25 sacerdoti «secolari» uccisi dalla pandemia si aggiungono 14 religiosi e addirittura 84 suore «defunte in questo tempo di pandemia». Il centesimo prete, ha calcolato il quotidiano dei vescovi Avvenire, è morto a Pesaro, si chiamava don Marcello Balducci e aveva 61 anni. Anche lui, nonostante avesse da tempo problemi di salute, è rimasto «in servizio» fino alla fine. Tra i fedeli, a dare conforto ai parrocchiani. Volti e storie dei sacerdoti vittime del virus raccontano, come un epicedio, la storia di tanti preti che hanno finito per contagiarsi perché, semplicemente, hanno continuato a stare vicino alla loro gente come avevano fatto per tutta la vita. Don Fausto Resmini, morto a 67 anni in terapia intensiva a Como, aveva creato una comunità per minori, era stato cappellano del carcere, procurava cibo, medicine e coperte per i clochard della stazione di Bergamo, girava la notte in camper, e aiutava poveri, anziani e migranti.

«Mago allegria». Padre Giosuè Torquati dehoniano, era nato a Bergamo nel 1938. Lo chiamavano «Mago allegria» perché animava spettacoli con giochi di prestigio in oratori, parrocchie, scuole e case di riposo, diceva che Dio «non vuole salici piangenti». A Milano — la diocesi è stata colpita da dodici lutti — don Giancarlo Quadri, 76 anni, era stato scelto dal cardinale Martini per guidare la pastorale dei migranti. A 83 anni, don Giuseppe Fadani, uno dei sette preti morti nella diocesi di Parma, era ancora parroco a Carignano e seguiva altre cinque parrocchie. A Vittorio Veneto don Corrado Forest, 80 anni, ordinato dall’allora vescovo Albino Luciani, aveva detto in ospedale: «Non è male che anche qualche prete prenda questa malattia, per condividere ciò che stanno vivendo tante altre persone».

Il 45enne. Tanti preti sono morti anche al Centro e al Sud. Uno dei più giovani, il quarantacinquenne Alessandro Brignone, era parroco a Caggiano (diocesi di Acerra). Oppure Silvio Buttitta, 83 anni, palermitano, un prete di borgata. E ancora: Gioacchino Basile, 60 anni, era di Reggio Calabria, ma è morto nel quartiere di Brooklyn, a New York, dove era parroco. Tra le vittime del Covid anche Remo Rota, 77 anni, lecchese. Per 38 anni in Congo, di sé diceva, con semplicità: «Ho fatto di tutto, spero di aver fatto bene anche il prete, con i miei difetti».

·        Pandemia ed altre religioni.

Da “Askanews” il 28 Aprile 2020. I fedeli musulmani pregano rispettando le misure di distanziamento sociale di fronte alla Kaba, nella Sacra Moschea nella città de La Mecca, il luogo più sacro all'islam. Le autorità saudite hanno autorizzato un numero limitato di ingressi nella più grande moschea del mondo durante il mese sacro del Ramadam, mentre - per la prima volta a causa del Covid - restano vietate le riunioni famigliari e le preghiere di massa.

Chiara Clausi per “il Giornale” il 20 aprile 2020. Mancano tre giorni all' inizio del Ramadan, il 23 aprile, il mese più santo per i musulmani di tutto il mondo. Per i fedeli è il mese in cui il Corano è stato rivelato a Maometto ed è un periodo di digiuno e preghiera, ma anche di intensa vita sociale. I fedeli concludono le lunghe giornate senza cibo, né acqua in grandi riunioni di famiglie e amici, con la preghiera del taraweeh in moschea e poi con la cena di gruppo dell' iftar. Una tradizione che quest' anno non potrà essere rispettata. Nel bel mezzo della pandemia globale, i momenti conviviali diventano fonte di contagi incontrollabile e i musulmani affronteranno un Ramadan particolare per arginare la diffusione del Covid-19. La maggior parte dei governi della regione, a cominciare dall' Egitto, hanno già annunciato che saranno vietate le riunioni di fedeli nelle moschee. Anche la tradizionale festa della fine del digiuno, l' Eid el Fitr, dovrà essere accantonata. La grande festa segna massicci spostamenti all' interno degli Stati e in tutta la regione, un altro pericolo di contagi. E sarà anche vietato alle masse di fedeli di affollare mercati, centri commerciali dopo la preghiera della sera, durante tutta la notte. Come è già successo ai cristiani nella settimana di Pasqua quella ortodossa si è conclusa ieri - i rituali dovranno essere celebrati a casa. La decisione dei governi è stata in genere appoggiata dalle autorità religiose. Il principale organo religioso dell' Arabia Saudita, il Consiglio degli studiosi, ha esortato a «evitare le riunioni, perché sono la causa principale della diffusione dell' infezione e devono ricordare che preservare la vita delle persone è un grande atto che le avvicina a Dio». Riad ha già chiuso le sue moschee, inclusa la Grande Moschea della Mecca, vietato i pellegrinaggi dell' Umra e l' Hajj. Persino nel vicino e rivale Iran, il leader supremo Ali Khamenei ha precisato che i musulmani non sono tenuti a digiunare durante il Ramadan, se ciò costituisce una minaccia per la loro salute, cioè in tempi di coronavirus. La Giordania è un altro Paese ad avere preso misure rigide contro i contagi e ha annunciato che il complesso della moschea di Al-Aqsa di Gerusalemme sarà chiuso ai fedeli musulmani per tutto il mese del Ramadan. Il Jerusalem Islamic Waqf, il consiglio che sovrintende ai siti islamici nella Città Santa, ha definito la decisione «dolorosa», ma «in linea con le fatwa legali e i consigli medici». Di solito decine di migliaia di musulmani ogni giorno visitano la moschea e la Cupola della Roccia con la sua copertura dorata. Stessa situazione in Tunisia, Marocco, Indonesia, Egitto e Libia. Negli anni passati la moschea di Hassan II di Casablanca, accoglieva decine di migliaia di persone per la preghiera notturna. Quest' anno nulla di tutto ciò avverrà. In Iraq invece il coprifuoco è sospeso per le giornate di digiuno ma gli assembramenti restano vietati. Anche il presidente americano, Donald Trump, ha auspicato che i musulmani statunitensi rispettino le regole di distanziamento sociale durante il Ramadan come è stato per i cristiani a Pasqua. Ma ci sono anche cattivi esempi. In Pakistan il premier Imran Khan ha ceduto alle pressioni dei religiosi integralisti e si è rifiutato di chiudere le moschee. Sarà comunque un Ramadan speciale, un periodo per aumentare la consapevolezza della dimensione spirituale del mese santo. Come ha fatto infatti notare Aiman Mazyek, presidente del Consiglio dei musulmani in Germania: «Il digiuno dovrebbe indicare la strada al tesoro spirituale del Ramadan, mese di misericordia, di perdono, di preghiera, di lettura del Corano, di conversazione intima con Dio».

DAGONEWS il 20 aprile 2020. In Gran Bretagna le aree con minoranze etniche costituiscono più di tre quarti dei focalai di coronavirus. Ma se questo fa emergere come le minoranze sono le più colpite c'è il dato sui musulmani che fa riflettere. Secondo uno del professor Richard Webber, dell'Università di Newcastle, in città come Blackburn, Bradford, Luton, Rochdale e Rotherham, il contagio è stato contenuto e sono aree dove abitano per la maggior parte comunità musulmane. Un dato che suggerisce come alcune abitudini, come lavarsi le mani regolarmente prima della preghiera o l’età media inferiore o il fatto che una donna musulmana su tre non lavori, rende la comunità meno esposta al COVID-19. Un esempio è Tower Hamlets, nel centro di Londra, che ha più di un terzo di residenti musulmani: nonostante sia circondato da zone in cui il coronavirus è esploso con violenza, a Tower Hamlets si sono registrati 548 casi di COVID-19, rispetto agli 859 della vicina Newham e i 1.075 di Southwark. Entrambi i distretti hanno un'alta percentuale di minoranze etniche, ma ci sono meno musulmani rispetto ai Tower Hamlets. Le statistiche mostrano che solo quattro delle aree con una percentuale maggiore di  musulmani compaiono anche nell'elenco delle zone colpite da COVID-19. Queste sono Newham, Birmingham, Brent ed Ealing. Un dato riscontrabile anche in vari quartieri di Londra e Manchester, Luton, Bradford, Slough e Leicester. Phillips ha aggiunto: «Da questa rilevazione emerge un dato. Se una delle strategie per fermare la trasmissione del virus è il lavaggio delle mani, una comunità i cui membri lo fa cinque volte al giorno prima della preghiera ha qualcosa da insegnarci. Inoltre tra i musulmani il 40% è inattivo - e quindi non utilizza regolarmente i trasporti pubblici, per esempio – e questo ci dice quanto sia importante il distanziamento sociale».  Nonostante, dunque, le minoranze etniche siano le più colpite dal coronavirus, lo stile di vita dei musulmani può “proteggerli” dall’infezione.

·        Epidemia e Spot elettorale.

Dopo Ferragni e Fedez ora Conte strizza l'occhio a Greta. Da Chiara Ferragni a Fedez, passando per Greta Thunberg: Giuseppe Conte strizza l'occhio alle icone pop e agli influencer. Ma così cede al pensiero unico. Roberto Vivaldelli, Martedì 20/10/2020 su Il Giornale.  Dopo Chiara Ferragni e Fedez, Giuseppe Conte, il premier per tutte le stagioni, passato dall'essere il presidente del Consiglio di un governo euroscettico a uno ultra-europeista, non poteva che farsi sfuggire l'occasione di strizzare l'occhio anche all'idolo dei giovani climaticamente corretti e progressisti, Greta Thunberg. In piena pandemia, i consigli dell'eco-attivista saranno sicuramente utilissimi, no? Il presidente del Consiglio oggi ha avuto una videoconferenza con Greta e con le altre ragazze dei FridaysforFuture, tra queste Luisa Neubauer, Adelaide Charlier, Laura Vallaro e Martina Comparelli. Con il premier, in videocall, riporta l'agenzia Adnkronos, c'era anche il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa. "Sono contento di aver scambiato con Greta Thunberg e gli attivisti che danno voce a tanti giovani nel mondo. Abbiamo discusso di come affrontare la crisi climatica attraverso azioni concrete, a livello nazionale, europeo e globale. L'Italia è in prima linea in questa agenda per il cambiamento" ha scritto su Twitter il premier. Doveva essere una passerella mediatica - l'ennesima - per il premier Conte, che però, a quanto pare, non ha soddisfatto i suoi interlocutori. A seguito dell'incontro in videoconferenza con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell'Ambiente Sergio Costa, gli attivisti dei Fridays for Future, in un successivo incontro online, non hanno espresso soddisfazione per il confronto avuto, lamentando l'assenza di una reale presa di coscienza del problema climatico e, in particolare, che non sia stata menzionata la crisi climatica. Evidentemente il premier pensava che dopo Ferragni e Fedez, la mossa giusta fosse quella di incontrare Greta Thunberg e diventare così il nuovo idolo incontrastato dei giovani. Ma è davvero giusto affidarsi a Chiara Ferragni e Fedez, la coppia d'Italia più seguita sui social, per chiedere ai giovani di indossare la mascherina? Davvero il governo può ridursi così, affidandosi agli influencer? I pubblicitari, citati da La Stampa, stroncato il metodo adottato da Conte e Casalino. "I Ferragnez sono gli Albano e Romina 4.0, è il mainstream, e quello viene scelto quando non si ha troppa fantasia - dice Luca Maoloni dell’agenzia romana Yes I AM a La Stampa: "Loro sponsorizzano decine di prodotti, per carità piacciono, soprattutto dal giorno delle nozze, a piattaforme unificate, ma il loro essere trasversali finisce per minarne la credibilità. Credo siano l’ultimo rifugio di chi non ha idee, insomma è una resa del cliente (in questo caso il governo, ndr) al pensiero unico". Un governo che prova a essere "pop", insomma, attraverso una comunicazione che tenta di essere al passo coi tempi, e che prova ad entrare nel linguaggio dei più giovani. Con risultati piuttosto sconcertanti. L'esecutivo, infatti, non è un'agenzia di marketing, e ogni tanto il governo dovrebbe ricordarsi che oltre alla forma e agli slogan, alle comparsate con i vip e agli influencer, ci vorrebbe anche un po' di sostanza. Quella che oggi appare contraddittoria e sempre più confusa.

Il precedente nel passato. Elvis Presley nel ’56 fu testimonial del vaccino antipolio: oggi Conte chiede aiuto ai Ferragnez. Redazione su Il Riformista il 20 Ottobre 2020. È scattata una polemica fuori e dentro i social dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto aiuto a Chiara Ferragni e a suo marito Fedez per sensibilizzare i giovani all’uso della mascherina per evitare i contagi da coronavirus. Ma non sono i primi influencer della storia a cui viene fatta una richiesta simile: molto prima di loro l’aiuto fu chiesto dagli Stati Uniti a Elvis Presley. Era il 1956 quando a Elvis, all’auge della sua carriera, amato da folle oceaniche di giovani, fu chiesto di vaccinarsi contro la poliomelite davanti alle telecamere. Poco dopo avrebbe partecipato come ospite a una delle puntate dell’Ed Sullivan Show. Ci sono ancora le immagini di quel momento: Elvis tra medico e infermiera sorride mentre lo pungono sul braccio con il vaccino. Il cantante si sottopose alla vaccinazione di fronte a fotografi e telecamere negli studi della Cbs di New York, “facendo impennare le adesioni e contribuendo alla scomparsa di questa terribile malattia che nel 1952 aveva fatto registrare negli USA 58 mila casi. Nel 1962 i casi di poliomielite, anche grazie ad Elvis Presley, erano scesi a 910”, commenta l’immunologo Roberto Burioni. Se i Ferragnez avranno lo stesso potere, Conte potrebbe aver avuto una ottima idea.

Stefano Balassone per “la Repubblica” il 2 giugno 2020. La tv della pandemia ha avuto inizio a fine febbraio, col "paziente zero" di Codogno e la novità della "Zona Rossa". Il campione auditel rizzò subito le orecchie affollandosi allo schermo il 10% più del solito. Ma con il lockdown generale e i televisori sempre in guardia l'ascolto medio di ogni cittadino crebbe del 50%, rispetto all' anno prima, quando l'evento fisso era Salvini coi Facebook da terrazza che sgomitavano nell'audience. Il Covid invece la sua audience l'ha creata imponendo la tv del costante allarme al posto di quella solita che fa da badante e da compagna. Il mutamento di paradigma risulta più evidente se si guarda all' ascolto del daytime. In tempi normali dominano le telenovelas e gli appuntamenti con i talk di qualche fascinosa, a base di cicisbei e pettegolezzi. Stavolta le telenovelas e le chiacchiere al vapore hanno tenuto a stento i loro adepti, dovendo cedere il passo alle dirette in assetto sanitario, col virologo di turno a spiegare il virus, le mani da lavare, le diverse mascherine. Perfino Barbara D' Urso, veste dimessa e gambe riposte, era meno glamour e più infermiera. Il mattatore ovviamente è stato Conte, il PdC dei DPCM, di cui incombe la conferenza stampa che segnerà la fine della fase 2. Stavolta, è minore la paura e tali saranno anche gli ascolti. Al culmine della fifa tuttavia Conte ha sbaragliato la Nazionale e Sanremo, con 24 milioni di spettatori, intesi come "media" (quindi in realtà è stato visto da pressoché tutti gli italiani). Da aggiungere che a oltre il 10% del popolo non bastava lo spiegone del Presidente del Consiglio e così fin dall' inizio si piazzava sui canali All News che riprendevano anche le successive domande e risposte con la stampa. Quest' avanguardia del consumo di informazione è stata composta, va da sé, dagli spettatori più scolarizzati e benestanti, addestrati a sfamarsi di parole. Per gli altri il Covid era una disgrazia e non l' argomento di giornata.

Il Manifesto raccoglie migliaia di firme contro chi critica il governo Conte. Redazione su Il Riformista il 5 Maggio 2020. Il quotidiano Il Manifesto ha lanciato una raccolta di firme a favore del governo Conte. Anzi: contro chi critica il governo Conte. In particolare i democratici e gli intellettuali di sinistra. Dice che sono irresponsabili. Non usa invece – per ora – la parola disfattisti.  È la prima volta che il manifesto pubblica un appello contro chi critica il governo. E che si schiera dalla parte dei responsabili contro i sovversivi. I quali vengono accusati di avere cattive intenzioni: sostituire l’attuale maggioranza (abbassandosi a pratiche che ormai conosciamo come usuali in molte democrazie occidentali…). Il manifesto è un giornale che per molti decenni è stato il punto di riferimento della parte più critica e radicalmente di sinistra della politica e dell’intellettualità italiana. Fu fondato come settimanale nel 1969 e poi come quotidiano due anni dopo da un gruppo di intellettuali usciti dal Pci su posizioni fortemente anti-sovietiche e antistaliniste. Rossana Rossanda, che ancora oggi è una bussola della sinistra libertaria e antiautoritaria e garantista, Luigi Pintor, Lucio Magri, Luciana Castellina, Valentino Parlato, Aldo Natoli. Da allora le posizioni del manifesto (dopo una prima sbandata maoista) sono sempre state, potremmo dire così, “sovversive”. Anticonformiste. Oggi c’è una inversione a U. Ecco alcuni brani dell’appello degli intellettuali. «Non passa giorno senza che opinionisti (e politici in cerca di visibilità) mettano in croce il governo, con ogni più vario argomento. (…) Dopo la conferenza stampa del 26 aprile, l’accanimento ha raggiunto livelli insopportabili. I “retroscena” impazzano e molti fanno di tutto per accreditare un Conte poco autorevole e drammaticamente non all’altezza della situazione, oppure un Presidente del Consiglio che si atteggia quasi a dittatore calpestando i diritti e la Costituzione. (…) Ma siamo di fronte a una “notizia” o piuttosto ad una “narrazione” artificiosa e irresponsabile? O anche all’espressione degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa? (…) niente ha intaccato la libertà di parola e di pensiero degli italiani e comunque il Governo non è parso abusare degli strumenti emergenziali previsti dalla Costituzione. In ogni caso, il nostro convincimento è che questo governo abbia operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni enormi e inedite di difficoltà, anche a causa di una precedente “normalità” che si è rivelata essere parte del problema. Negli ultimi giorni, questa campagna che alimenta sfiducia e discredito ha raggiunto il suo acme. Dietro alcuni strumentali e ipocriti appelli alla difesa dei diritti, o del sistema delle imprese e dell’occupazione, si coglie il disegno di gettare le basi per un altro governo. Ci preoccupano i democratici “liberali”, i grandi paladini della democrazia e della Costituzione, i cui show disinvolti e permanenti non fanno proprio bene al Paese, anzi lo danneggiano». Commenti? C’è una famosa canzone di Paolo Pietrangeli che inizia così: «manifesto/ manifesto/ meglio dir/ manifestavo…» .

Il Manifesto filogovernativo, dopo 50 anni prima campagna a favore di un governo. Biagio De Giovanni su Il Riformista il 5 Maggio 2020. Ci mancava solo l’appello degli intellettuali in difesa del governo, ma è arrivato anche quello: la stampa di regime può gioire. Edito dal manifesto che forse, per la prima volta nella sua storia, pubblica un appello a favore di un governo: passano gli anni, arriva anche, avrebbe detto Svevo, senilità, l’importante è accorgersene. Chi sa, forse è il prodotto non dichiarato dell’intervento critico di Matteo Renzi al Senato, o non so di che altro, di sicuro è costellato di tante firme illustri, e meno illustri, che sottoscrivono, a oggi più di diecimila. Gli attacchi al governo Conte vengono giudicati strumentali e addirittura “insopportabili”, con un vocabolario carico di intolleranza e di albagìa. Loro, i firmatari, sono in possesso della verità, tutti gli altri sono reprobi, come si permettono di criticare? La Costituzione? Ma di che si parla, oggi è sospesa, legittimamente, scrive Gustavo Zagrebelsky. Il circolo si chiude. Ma su quest’ultimo tema la discussione va tenuta aperta, con la buona pace di alcuni giuristi “cattivi cristiani” come dissero in Germania. Oltre l’argomentazione esasperatamente formalistica, che tradisce la nobiltà della Forma, gli strappi alla libertà hanno superato ogni confine accettabile, con una gestione burocratico-poliziesca che ha spesso sfiorato il ridicolo e il pericoloso. Nulla di questo nel resto d’Europa. In Germania, esemplare, basso numero di morti, e si è continuato a produrre e a vivere.  Vorrei gettare un grido di allarme. Qualcosa proprio non va in questa nostra Italia, dove, in nome della difesa dal virus, si sta ammazzando quella vita che si vuol difendere con un evidente eccesso di immunizzazione, unico caso in Europa. E nel frattempo si pongono premesse e decisioni che, molto oltre il virus, ridefiniscono politiche con percorsi inquinati: da che cosa? Da un virus politico che Conte rappresenta benissimo, “formato” Cinque Stelle; da esso nasce la sua camaleontica legittimazione – presidente di tutti i consigli come lui è stato ed è – legittimazione che comporta: ricollocazione geopolitica dell’Italia con la scusa delle mascherine e dei medici cinesi; statalismo, senza Stato seriamente inteso; Parlamento disprezzato, luogo dei poltronisti, ricordate?; giustizialismo spietato, senza pietas; manipolazione della scuola pubblica dimezzata, in via di tragico impoverimento se prevalgono assurde proposte; vita privata alla mercè di tutti. Il bell’accordo Pd grillizzato-5 Stelle con l’opposizione che balbetta, un insieme che è la vera assicurazione sulla vita del governo. Il coronavirus? Alla fine, certo, un’occasione triste, ma utile per realizzare il programma. Questo è l’inquinamento politico che rovina l’Italia, ma che dire sulla lotta specifica all’altro virus, al coronavirus, appunto? Beh, la Conferenza stampa contiana del 26 aprile, a difesa della quale si erge il manifesto, sembrava promossa su “Scherzi a parte”. Ma sarebbe ancora poco dir questo, che potrebbe portare buon umore in un momento difficile, e in certi momenti c’è anche riuscito. Riflettiamo: il “tutti a casa” era facile a dirsi, ed è stato eseguito, ma che c’è stato intorno a esso? Il caos, l’incertezza, Regioni contro Stato e viceversa; politiche dell’annuncio; liquidità che non arriva; economia in chiusura mentre in Europa si lavorava: dissennate prescrizioni burocratizzate sulla libertà di circolazione e di esistenza, con episodi grotteschi e incredibili se non fossero veri; decisioni confuse e francamente ridicole su congiunti e amici (ecco l’ombra di “Scherzi a parte”), e su tutto un mare di parole, parole, “’potenze di fuoco” finanziarie che si rivelano alla fine i soliti fucili modello 91. Certo, qui entra anche, e come! La burocrazia italiota, ma questo non può assolvere chi, in stato d’eccezione, pensa di star prendendo decisioni che poi cadono largamente nel vuoto. Se hai il potere di sospendere le libertà costituzionali, dovresti avere anche il potere di metter la museruola agli eccessi della burocrazia. Questa è la mia opinione critica. È legittimo avere queste opinioni? Vere o errate che siano? È il momento dell’ “unanimismo”? Dell’obbedir, tacendo, sudditi del populismo di governo? C’è una Inquisizione che decide quali opinioni si possono sostenere e quali no? Siamo a questo? “Manifesto degli intellettuali”, tutto è travolto, anche l’intelligenza, nella crisi italiana. Una notizia breve: in Francia. Secondo sondaggi, il 70% dei francesi è critico della politica di Macron. Come si permettono? Ecco, li sì che ci vorrebbe un bel Manifesto.

Storia del Manifesto e di quel che resta di quel foglio che era modernissimo. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 6 Maggio 2020. Certo, tenere in pedi, ben disteso un festone del Dna di qualcosa e di qualcuno sparando che regga gli anni e i decenni, è un’impresa antistorica. Ma, almeno, i fondamentali dovrebbero resistere.  Il manifesto di oggi non somiglia minimamente a quello della fondazione – giugno del 1969 – e non si sa che è. Rossana Rossanda, una delle fondatrici, è stata ricoverata qualche giorno fa per un problema cardiaco che speriamo abbia superato egregiamente, ma si sa che aveva rotto con l’attuale redazione che non ha più nulla a che fare con il passato. Cosa resta del vecchio foglio modernissimo, della grande rivista stracarica di intelligenza e di analisi, condotto da persone con cultura, umorismo, storia, sentimenti, conoscenza e una vita spesa bene? Non si sa. Rossana Rossanda, cominciamo da lei, era una intelligente ragazza di Pola quando la città era italiana, nel 1924. Era affamata di cultura, si laureò a Milano e Palmiro Togliatti la volle proprio a dirigente la sezione cultura del partito comunista. Poi nel ’68 volle capire a fondo le ragioni degli studenti ribelli e scrisse L’anno degli studenti che le portò l’ostracismo del partito intero. I tempi erano maturi, nel 1968 le divisioni cingolate dell’Armata rossa erano entrate a Praga per mettere fine al fragile tentativo del “socialismo dal volto umano” sognato dal segretario comunista Dubcek che fu cacciato dai russi a calci nel sedere e molti carri armati. A Roma il partito non si era proprio schierato coi carristi come aveva fatto nel 1956, solo perché era estate e nella redazione dell’Unità avevano prevalso per qualche ora gli spiriti liberi che avevano emesso qualche critica contro il grande fratello russo, ma senza conseguenze. Gli altri erano Lucio Magri, Luigi Pintor (il più sottile e feroce polemista del giornalismo italiano) Aldo Natoli, Valentino Parlato, Massimo Caprara (che per anni era stato il segretario personale di Palmiro Togliatti) e i collaboratori stranieri andavano da K.S. Karol, J.P. Sartre, Noam Chomsky e non li si potrebbe nominare tutti. Era gente strafica, gente libera e disciplinata ma divertente, gente capace di osare, inventare, perdere, ripartire, litigare, fare pace e anche dividersi, ma sempre e soltanto con intelligenza. Erano anche belli, alcuni bellissimi, di una bellezza di gente che legge e scrive e pensa e osa. I titoli de il manifesto facevano scuola prima che esistesse Repubblica e anche dopo, il manifesto è stato prima un mensile, poi un movimento politico e un quotidiano che ha sempre fornito ossigeno alla politica. Ha preso posizione spiazzando. Quando la Rossanda, che di comunisti dell’Est se ne intendeva, analizzò i messaggi dei brigatisti rossi e affermò che rivedeva «l’album di famiglia» del Pci, disse qualcosa di bruciante e sconvolgente perché il Pci si stava dannando per far credere che i comunisti armati delle Brigate rosse fossero una invenzione di servizi segreti nemici, anziché gente della sua gente. Fu solo un esempio, ma scioccante. Il manifesto non nacque per vincere, fu sempre molto minoritario, per rifornire la caldaia della sinistra delle sue energie migliori, le più approfondire e sofisticate. Non è mai stata gente che si accontentasse di liquidare i problemi e le posizioni. Politicamente il movimento finì male, appaiato con i residui del Psiup, a sua volta un residuo del Psi. Ma comunque resistette sempre con feroce eleganza, spiazzando e assumendo punti di vista che agli altri erano vietati. O invisibili. La forma era anche la sostanza, la grafica era liberatoria perché modernissima mentre il Pci rischiava di morire di sclerosi cirillica. Quel giornale non fece mai il tifo per alcun governo. Non perché i governi debbano fare necessariamente schifo, ma perché un governo – specie se di sinistra – doveva nella mentalità di quegli scontenti intellettuali, essere sempre un passo avanti oltre la banalità della propaganda. Che cosa avrebbero detto le donne e gli uomini de il manifesto di ieri davanti a un governo come quello del signor prof. avv. Giuseppe Conte che un giorno fu presentato da uno che frequentava il suo studio per conoscere attraverso di lui un capo politico che di mestiere accompagnava gli spettatori in tribuna allo stadio? E che fosse così arrivato fino al Quirinale per governare due volte sostenuto dallo stesso Parlamento a geometria variabile, ora con la maggioranza più di destra mai vista prima e subito dopo con quella più di sinistra possibile? Valentino Parlato avrebbe trovato assolutamente ridicolo ciò che accade oggi, ma avrebbe trovato del tutto sconsiderato un atteggiamento livellante che emerge da il manifesto, che tende cioè a colpire tutti i nemici del governo Conte, mettendoli nello stesso canestro. Ognuno può abbracciare l’avvocato che vuole, quale che sia lo stato dei suoi congiuntivi, ci mancherebbe, ma veramente fa una certa impressione l’attuale perdita di distanza fra quella testata, quel nome, quella memoria e un primo ministro che fino a cinque minuti prima passeggiava lingua in bocca con Matteo Salvini e che adesso, con aria distratta, fa lui la parte di quello coi poteri assoluti. C’è qualcosa che non funziona nella genetica, si avverte il rischio di un ogm su cui sono state trasferite delle sequenze di Rna sconosciuto, un po’ come è successo al virus che si è trovato sul suo Rna robaccia che non gli apparteneva.

Per Zagrebelski è tutto costituzionale, pure che Travaglio nomini la presidenza dell’Eni. Anche Mussolini diceva così. Redazione su Il Riformista l'1 Maggio 2020. Zagrebelski sostiene che quello che sta succedendo in Italia è tutto regolare, tutto dentro la Costituzione. Conte ha la fiducia del Parlamento e nessuno deve protestare secondo Zagrebelski che è tornato a farsi sentire dopo tanto tempo. L’ultima volta che lo fece era per attaccare Renzi e allora diceva che era tutto incostituzionale. Ora invece è tutto costituzionale. E’ costituzionale che il premier governi con decreti emanati da lui, nemmeno approvati dal Governo. E’ costituzionale ridurre, o quasi abolire, le libertà personali. E’ costituzionale sottoporre i giudici ai pubblici ministeri, cioè rovesciare un criterio giuridico che è sempre esistito nei millenni. E’ costituzionale lo spionaggio, il trojan, l’abolizione della prescrizione con il processo eterno. Per Zagrebelski Conte ha avuto la fiducia e quindi, finché c’è la maggioranza, va tutto bene. Questi costituzionalisti parlano sul serio? Queste cose Zagrebelski le ha dette in una intervista al giornale di Travaglio. Vogliamo aggiungere una domanda? E’ costituzionale che i giornali nomino la presidenza dell’Eni?

Car.Car. per “il Foglio” il 27 marzo 2020. E' eccezionale come questa epidemia e dunque anche la comunicazione delle istituzioni non potrà che essere studiata come il virus, un altro degli inediti. "Per questa ragione, prima di qualsiasi giudizio, è necessario tenere a mente questo discrimine e ripetere che sono saltati tutti i canoni". Da Milano, dove lo raggiungiamo al telefono, Lelio Alfonso, che è certamente il più adatto a commentarla - e non solo perché in passato ha gestito la comunicazione della Presidenza del Consiglio così come di Rcs, consulente per Eni e Rai - dice insomma che lo sport da non praticare è quello che non è ancora stato proibito dal governo: dare pagelle e voti da bordo campo sulla gestione dell' emergenza. "In Italia siamo tutti allenatori di calcio e oggi, con tutto questo tempo a disposizione, rischiamo di trasformarci tutti in docenti". Alfonso lo è stato e a lungo. Oggi è uno dei partners di Gianluca Comin e si occupa di crisi aziendali, comunicazione strategica e rapporti con i media per importanti società. "Ho vissuto in prima persona momenti non certo analoghi, ma comunque emergenziali e so quanto sia complesso per un premier comunicare in queste circostanze. Nel 2007, quando dirigevo la comunicazione di palazzo Chigi, affrontammo l' emergenza rifiuti in Campania e in altri territori, che non è neppure paragonabile con l' attuale pandemia. E però, anche in quel caso le critiche erano le stesse: la lentezza dell' azione, l'accusa di non avere previsto la crisi". In queste ore si rimproverano a Conte i molteplici decreti d' imperio, gli annunci in notturna, una scarsa attenzione nei confronti del parlamento. "La lezione numero uno rimane quella di Silvio Berlusconi a L'Aquila. Ma voglio ricordare che anche Mario Monti venne stigmatizzato per non essersi recato all'isola del Giglio dopo il naufragio della Costa Concordia. Venne apprezzato invece Enrico Letta per essersi precipitato a Lampedusa in occasione della più grande strage umanitaria di questo tempo. La verità è che ogni premier interpreta la crisi secondo la sua personalità". Conte la interpreta come "ora più buia". Non è che gli sta scappando di mano? "In queste ore gli italiani dovevano individuare una voce, pacata e calma. Autorevole. Conte ha mostrato senso di responsabilità anche se a volte il suo è sembrato un one man show e non è detto che questa sia alla lunga la scelta migliore". Annunciare in anticipo norme che entrano in vigore successivamente non significa provocare ulteriore angoscia? "Abbiamo assistito a una corsa all' annuncio e anche io penso che la camomilla della sera, la comunicazione a tarda ora di misure che entrano in vigore a distanza di giorni, sia errata. Riconosco tuttavia che è difficile strutturare un decreto che incide in maniera così importante sulla vita dei cittadini". E' normale condividere le bozze e lasciarle circolare? "Con le bozze accade quello che di solito avviene con gli avvisi di garanzia. Lo trovo grave perché in questo caso una bozza può mutarsi in avviso di pandemia. E' un argomento che riguarda anche il giornalismo. Capisco che la notizia è sacra, ma non è anticipando di mezz' ora un decreto, non firmato, che si fa un servizio al lettore". Come hanno gestito la comunicazione gli altri presidenti? "Ogni presidente si è adattato all' identità del suo paese. I francesi hanno bisogno di una figura forte. Macron è stato questo. Peccato che, ventiquattro ore prima, si era lasciato fotografare in compagnia con un bicchiere di vino. Johnson si è rimangiato quanto aveva detto, ma è rimasto coerente con la sua opinabile idea che è quella di creare l' isola. Trump continua con la sua narrazione di comandante del mondo. Vuole mostrare di non avere paura ma di fatto ha lasciato il carico a Cuomo e De Blasio. E poi c' è Bolsonaro". Che fino a ieri ha detto: "E' solo un raffreddore". Si ritorna a Conte. "Immaginare un ribaltone adesso è fantasia. Il suo discorso alla Camera è stato autentico, responsabile e nella sede propria, dove è giusto che la politica parli".

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 23 marzo 2020. Purtroppo abbiamo disgrazie più gravi di cui preoccuparci. Quindi il ritorno degli sciacalli da divano, che in tempi normali farebbe schifo, in quest' apocalisse fa soltanto pena. Ieri, mentre l' Italia (e soprattutto la Lombardia) contava altri 651 morti e 4 mila nuovi contagiati, uno stormo di avvoltoi si levava in volo per azzannare Giuseppe Conte, reo nientemeno che di aver comunicato i contenuti del nuovo Dpcm con un breve messaggio su Facebook alle 23.20 di sabato. Il più lesto a speculare è stato l' Innominabile, che in tre righe è riuscito a infilare tre baggianate sesquipedali. "Noi rispettiamo le regole del Governo sulla quarantena" (e che pretende, una medaglia?); "Ma il Governo rispetti le regole della democrazia. Si riunisca il Parlamento" (che c' entra il governo se il Parlamento non si riunisce? Forse Conte-Tejero ha schierato i carrarmati dinanzi a Montecitorio e a Palazzo Madama per impedire l' ingresso a una folla di parlamentari ansiosi di entrare?); "Si facciano conferenze stampa, non show su Facebook: è una pandemia, non il Grande Fratello" (in che senso quei 7 minuti su Fb sono uno show o un reality? Chi è stato, fra Conte e l' Innominabile, a esibirsi ad Amici da Maria De Filippi col chiodo alla Fonzie?). Poi si sono aggiunti Salvini e Meloni, che almeno non fanno parte della maggioranza. La Meloni delira di "intollerabili i metodi da regime totalitario" (qui la battuta si scrive da sé), "dichiarazioni trasmesse in orari improbabili" (lei preferiva le 22,51 o le 23.08), "con continui ritardi" (rispetto a cosa? A che ora esattamente la dichiarazione sarebbe arrivata in orario?), "attraverso la pagina personale su Facebook, come se in Italia non esistessero le Istituzioni, la televisione di Stato e la stampa" (in questi giorni tutti i capi di stato e di governo del mondo si rivolgono alle proprie nazioni in diretta, anziché affidarsi a freddi comunicati). Salvini tiene subito a precisare di essere rimasto, anche nell' ora più buia, il cazzaro di sempre: "Meglio tardi (troppo tardi) che mai, ieri notte ci hanno dato retta" (parola di quello che solo il 27 febbraio strillava "Riaprire tutto, negozi, discoteche, musei, gallerie, bar"); "non è questo il modo di agire e dare certezze agli Italiani" (parola di uno che ha "governato" in diretta Fb per un anno e mezzo, anche in piena emergenza Papeete). Al coro degli alti lai si unisce l' Ordine dei giornalisti, improvvisamente allergico alle comunicazioni dirette del premier (sempre esistite in tutto il mondo da che mondo è mondo), dopo decenni di silenzi sui "colleghi" che facevano domande-assist concordate o applaudivano B. e l' Innominabile. Anche stavolta, non si capisce quale peccato mortale avrebbe commesso il premier. Non certo sospettabile di sfuggire alle domande, visto che quasi ogni giorno rilascia interviste ai quotidiani. Sabato, mentre era collegato con sindacati, Confindustria, 20 presidenti di Regione, Protezione civile, ministri e capi-delegazione giallorosa per decidere quali settori industriali e commerciali chiudere o lasciare aperti, a Otto e mezzo il solito tromboncino da divano strillava come un ossesso che era una vergogna il silenzio di Conte, dopo averlo accusato per settimane di parlare troppo. Finita la maratona di riunioni, il premier ha messo giù il discorso e poi l' ha letto, anticipando un Dpcm molto dettagliato, che è stato limato e integrato fino a ieri pomeriggio. Siccome tutti sapevano, per l' enorme numero dei soggetti coinvolti, che cosa grosso modo bolliva in pentola, ha chiarito appena possibile (cioè alle 23.20) la sostanza delle nuove restrizioni, rinviando i dettagli al testo uscito ieri e in vigore oggi. Non c' era tempo per convocare in extremis una conferenza stampa, che peraltro sarebbe andata deserta come le ultime (i cronisti lavorano in gran parte da casa). E occorreva evitare nuove fughe di notizie (e di persone) come quelle che gli erano state rinfacciate sul Dpcm dell' 8 marzo. Ma qualunque cosa faccia Conte è sempre sbagliata: sia che parli sia che taccia, sia che anticipi le fughe di notizie sia che le insegua. Come se il dramma fossero le forme, i mezzi, gli orari delle sue comunicazioni. E come se fosse lui a deciderne i tempi per biechi motivi che peraltro nessuno spiega, e non le circostanze eccezionali. Per fortuna gli italiani sanno distinguere chi lavora da chi specula. Ed è questo che manda ai matti sciacalli e avvoltoi. Siccome non c' è limite al peggio, un sedicente "Patto trasversale per la scienza", ultimo travestimento di Burioni&C., diffonde una "diffida legale" alla virologa Maria Rita Gismondo invitandola ad abiurare pubblicamente alle sue convinzioni che costituirebbero il reato di "notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l' ordine pubblico". In attesa che si allestiscano le pire per la nuova caccia alle streghe, segnaliamo a Burioni un cazzaro che il 2 e l' 11 febbraio dichiarava: "In Italia il rischio è 0. Il virus non circola", "Dobbiamo avere paura del coronavirus così come abbiamo paura dei fulmini". Il suo nome è Burioni: al rogo anche lui.

Gestione maldestra e comunicazione in confusione, il Coronavirus e i limiti del governo Conte. Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult, su Il Riformista il 23 Marzo 2020. Impazza confusione. Non soddisfatti dell’inevitabile “filtro” dei media, abbiamo deciso, nel pomeriggio di sabato 21 e domenica 22 marzo, di recarci direttamente alla “fonte”, ovvero al Dipartimento della Protezione Civile, a Saxa Rubra, sulla via Flaminia, a poca distanza dalla sede Rai: in effetti, la mera videoregistrazione della ormai tradizionale conferenza stampa del Commissario Angelo Borrelli, che si tiene presso il Dipartimento, non consente di comprendere alcuni aspetti e l’atmosfera del “dietro le quinte”, dato che si tratta di una telecamera fissa sul tavolo di presidenza. A parte le solite prassi burocratiche per l’accredito dei giornalisti, quel che stupisce è che i colleghi che seguono “live” la conferenza stampa delle 18 siano veramente pochi, nemmeno una decina: in forza quelli di Rai (da Tg1 a RaiNews), e qualche redattore di agenzie stampa (da Italpress a Nova). La diretta della trasmissione stimola comunque un profluvio di dispacci di agenzia, di giornalisti che non si avventurano fino alle lande di Saxa Rubra, e scrivono quindi dalle proprie redazioni mentre guardano la diretta di Borrelli. Impressione coreografica: giornalisti seduti in ordine sparso (ovviamente a distanza di sicurezza) e comunque a dieci metri dalla presidenza, le conferenze iniziano puntuali, e sono sempre presenti una decina di gentili funzionari del Dipartimento, atmosfera complessivamente serena, anche se ogni volta sembra di assistere ad un bollettino “necrologico”, per quanto il Commissario Borrelli adotti sempre la stessa sequenza narrativa, con tono pacato, con prossemica misuratissima: prima i guariti, poi i contagiati, infine i deceduti… La sessione di domenica ha registrato una qualche preoccupazione, perché era stata diffusa, qualche ora prima dell’inizio, la notizia che 12 dipendenti della Protezione sono risultati “positivi” al test Covid, ma l’Ufficio Stampa ha subito precisato che nessuno di loro aveva avuto contatti con la sala ove si tiene la conferenza. Sospiro di sollievo dei presenti. Abbiamo posto alcuni quesiti, sia sabato al Presidente dell’Istituto Superiore per la Sanità, Silvio Brusaferro, sia domenica al Presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. In effetti, ogni giorno, il Commissario viene affiancato da un esperto, e talvolta dai rappresentanti di altre istituzioni. Non v’è alcuna censura, ed i giornalisti possono esprimersi in assoluta libertà: questa dinamica va certamente molto apprezzata. Piuttosto, a conferenza stampa conclusa, domenica sera, alcuni funzionari della Protezione hanno sostenuto che forse da lunedì 24 marzo non sarebbe stato consentito l’accesso ai giornalisti alla sede della Protezione Civile (come ovvio, sempre per ragioni di sicurezza), e che le domande sarebbero forse state accolte soltanto via email, inviate prima delle 16:30. Insieme ad altri colleghi, abbiamo lamentato che questa modalità potrebbe determinare rischi di deriva censoria, e che certamente andrebbe a limitare processi dialogici, violando diritti essenziali degli operatori dell’informazione (e – si consenta – dei cittadini, ovvero il loro diritto ad essere informati in modo plurale). Abbiamo quindi domandato a Brusaferro se, nell’assumere decisioni così draconiane di limitazione della libertà di movimento dei cittadini, il Governo (ovvero il Ministero della Salute, il Dipartimento della Protezione Civile, il Ministero dell’Interno, eccetera) abbia valutato con attenzione le possibili conseguenze nel tessuto psico-sociale del Paese, dato che queste riduzioni di diritti (garantiti costituzionalmente) riguardano decine e decine di milioni di persone. I rischi di effetti perversi di queste limitazioni sono molti: basti osservare che le telefonate di denuncia per molestie al Telefono Rosa in questo periodo sono scese della metà (rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso), e si tratta soltanto di un esempio “micro” di quel che può avvenire nella intimità dei nuclei familiari, tra conviventi e simili. Brusaferro ha riconosciuto l’importanza del quesito, ed ha ricordato anche quei milioni di cittadini diversamente abili che, con queste disposizioni così rigide, si vedono privati di parte dell’assistenza che lo Stato – nel bene e nel male – assegna loro…In sostanza, però, il quesito che abbiamo posto è caduto nel vuoto, anche se il Presidente dell’Iss ha voluto rimarcare che il Ministro ed il Governo sono sensibili alla materia, e proprio nella mattinata di sabato era stato coinvolto in una riunione di lavoro il Presidente dell’Ordine degli Psicologi.

“Sensibili” a parole, commentiamo noi. È vero che la malattia, il dolore, la morte meritano assoluto sacrosanto rispetto, ma crediamo che la limitazione di diritti fondamentali possa determinare, nel breve-medio periodo, conseguenze assai gravi, meno “evidenti” iconologicamente del crash del sistema sanitario o delle bare esposte, ma striscianti nel tessuto psichico e sociale del Paese. Quanti giorni, quante settimane potremo resistere, barricati / reclusi in casa?! Non ci è piaciuta poi la “visione” iperpositiva ed idilliaca proposta dal Professor Brusaferro: ha teorizzato “la famiglia” come nucleo sociale nel quale l’emergenza Covid può provocare occasioni di maggiore e migliore dialogo interno, sviluppo di rinnovate relazioni, migliore solidarietà intergenerazionale… Ha comunque riconosciuto con onestà che questo era il suo modo di vedere il bicchiere “mezzo” (o comunque in qualche modo) pieno…Domenica pomeriggio, abbiamo invece posto al Presidente del Consiglio Superiore di Sanità un quesito sulle misure di precauzione, dato che nella mattinata l’Ordine dei Biologi aveva diffuso sul proprio sito web un documento che propone un “Protocollo” di “Azioni Contro il Covid-19”, a cominciare “dall’ingresso in casa” (che risultava curato da un non meglio identificato “Grupo Especial de Operaciones de Salvamento” ovvero “Geos”), con suggerimenti come: “quando torni a casa, cerca di non toccare niente”, “togliti le scarpe”, “disinfetta le zampe del tuo animale domestico”… Un documento che contrasta le indicazioni essenziali – ed in verità semplici – diramate dal Governo e specificamente dall’Istituto Superiore di Sanità, ovvero: mantenere la distanza di almeno 1 metro, lavarsi spesso le mani, evitare di starnutire e tossire in presenza di altri… Un documento che stimola invece ulteriori ansie, alimentando quei processi di isteria di massa che sono ormai striscianti. Il Professor Locatelli ha manifestato quasi un “no comment”, evitando una naturale polemica, limitandosi a sostenere che ci si deve attenere esclusivamente a quel che viene indicato sul sito del Ministero della Salute e sul sito dell’Istituto Superiore per la Sanità. Scavando nel web, emerge che il documento firmato “Geos” è stato prodotto da una fondazione di volontari attiva in Bolivia, e deve essere stato tradotto in italiano da qualche solerte ma approssimativo cittadino…Alle ore 21 di domenica sera, piace osservare che il documento non è più disponibile sul sito web dell’Ordine Nazionale dei Biologi, ma è ancora presente su molti altri siti internet (vedi alla voce “fake news”), e ci si domanda qual è il criterio con il cui ogni istituzione produce dei documenti autonomi su materie così delicate: la libertà di opinione è sacrosanta, ma emerge ancora una volta l’esigenza di una “fonte informativa istituzionale” unica ed univoca. In effetti, anche i siti web dei vari dicasteri non sono esattamente allineati tra loro, e non emerge una “voce” unica, una fonte di riferimento, che consenta di superare lo stato di crescente confusione, alimentata anzitutto dal web ma anche dai media “mainstream”. Basti osservare quel che accade in Rai, in perdurante assenza di una “cabina di regia” editoriale-redazionale: abbiamo proposto (vedi l’articolo pubblicato su “Key4biz”) che RaiNews24 divenga il canale istituzionale del Paese, con una informazione dedicata, 24 ore su 24, soltanto all’epidemia, ma il suggerimento non è stato ancora colto. E quindi anche la televisione pubblica finisce per divenire il megafono di messaggi talvolta imprecisi, confusi, contraddittori, polisemici…Conclusivamente, al di là della compressione opinabile di diritti costituzionali (la libertà di movimento), emerge un problema grave di flussi informativi ridondanti e discordanti: su questa materia il Governo dovrebbe assumere una linea comunicazionale seria. Purtroppo, l’esperienza delle settimane scorse non sembra abbia insegnato granché al Premier ed al suo “comunicatore” Rocco Casalino: se penosa è stata infatti la gestione della comunicazione relativa alla chiusura delle scuole, il 4 marzo scorso, non meno imbarazzante la diretta dell’annuncio di una ulteriore “stretta” alle attività del Paese domenica notte, utilizzando Facebook invece che Rai. E che dire della inevitabile confusione che si è determinata, dalle 23:30 di sabato 22 (discorso del Premier) alle 20:30 di domenica, allorquando v’è stata finalmente divulgazione del testo effettivo pubblicato in una edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale?! Un Paese serio non può essere governato in modo così maldestro. Ancor più durante una così dura emergenza. E non si tratta, in verità, soltanto di un problema di comunicazione.

Rocco Casalino, Dagospia: agguato di due M5s, l'articolo in cui parlava di depilazione. Libero Quotidiano il 25 marzo 2020. Quello nella fotografia che potete vedere è un vecchio, vecchissimo articolo che riguardava Rocco Casalino: i tempi in cui era ancora "un ex del Grande Fratello" e non il portavoce del premier, Giuseppe Conte. Un articolo anche piuttosto imbarazzante: eccolo semi-nudo, a coprirlo soltanto un asciugamano. E virgolettati quali: "Depilato mi sento più pulito e più elegante". Bene, perché se ne parla? Presto detto, per un "flash" firmato Alberto Dandolo e rilanciato da Dagospia. Secondo quanto si può leggere, infatti, sembra che ieri - martedì 24 marzo - due "tra i più ortodossi e influenti suoi colleghi di partito (di Casalino, due del M5s, nda) abbiano fatto girare in rete un epico articolo sull'ex gieffino", l'articolo in questione. E perché mai sarebbe stato fatto? Perché il rapporto tra Casalino e la base del M5s, aggiunge Dago, "si inasprisce di ora in ora". Il portavoce, insomma, sempre più contestato per i suoi metodi anche dagli ortodossi grillini. I quali avrebbero fatto ri-circolare un articolo che Casalino non vorrebbe più vedere...

Non è più il tempo delle mezze misure, delle mezze figure. Edoardo Sylos Labini il 22/03/2020 su Il Giornale Off. In che mani siamo! Rendiamoci conto di chi ci sta governando e sta decidendo il destino di 60 milioni di italiani. Questi signori, che nessuno di noi ha mai votato per stare lì, ci stanno portando nel baratro. E’ il momento più critico per la storia del Paese dal dopoguerra e il nostro premier annuncia una conferenza stampa con una diretta Facebook senza convocare giornalisti. La fallimentare comunicazione di questo governo ha creato 15 giorni fa un esodo di migliaia di persone al Sud che possono avere effetti catastrofici su tutto il meridione dopo la tragedia che stiamo vivendo in questi giorni al nord. Non è possibile rimanere ostaggio di questi signori che in queste ore più che decidere le sorti di un paese starebbero bene nella casa del Grande Fratello Vip. Lancio l’appello ad Alfonso Signorini: portati Casalino dentro la Casa, libera l’Italia! Siamo invece spaesati, nelle nostre di case, non c’è nessuna chiarezza, si agisce a piccoli passi mentre migliaia di persone stanno morendo nell’anonimato. Sindaci e presidenti di Regione invocano da settimane decisioni più forti ed una comunicazione degna di una delle nazioni più importanti del mondo. La situazione sta precipitando perché non c’è una regia lineare, competente. Il 27 gennaio il Premier Conte dalla Gruber diceva che eravamo “Prontissimi. l’Italia è il paese che ha adottato misure cautelative all’avanguardia molto incisive”. Parole smentite dai fatti, visto che siamo diventati il Paese del mondo con il maggior numero di morti. Non dimentichiamoci nemmeno dei programmi tv e della stampa mainstream che ora ha riscoperto il tricolore ma che fino a meno di un mese se ne vedeva uno per strada gridava quasi al Fascismo. Tra una sardina ed un’altra hanno fatto ore e ore di trasmissioni televisive facendo passare il popolo italiano per razzista mentre mezzo PD organizzava aperitivi e abbracci con i cinesi, per poi guardare ora con sospetto perfino il proprio vicino di casa, pericoloso untore. E allora se tutto è chiuso, Il Parlamento si occupi dei cittadini e riapra con maggiore frequenza: questa è l’ora della politica. Assessori regionali e comunali insieme a sindaci e Presidenti sono in prima linea, lo siano anche i nostri parlamentari. Forza svegliamoci! L’opposizione si faccia sentire ancor più per il bene della nostra nazione. Ci sono troppe falle, così l’Italia non può reggere. Gli incapaci si facciano da parte, non è più il tempo delle mezze misure, delle mezze figure.

Estratto della rubrica "Alta portineria" di Roberto Alessi per “Libero quotidiano” il 23 marzo 2020. […] Il suo libro fa tremare...Come è ovvio è tutto congelato per il libro di Emilio Fede che doveva uscire in questi giorni e sono in molti a tirare un sospiro di sollievo. Perché? Lo si capisce già dal titolo: «Che figura di merda». Ce ne sarà da scrivere. Sembra che il libro parta dal funerale di Emilio e che l'anima del grande direttore dalla bara si metta a osservare chi c'è e chi non c'è, i pregi e le falsità dei famosi presenti, da Berlusconi (chissà se lo ha messo tra i presenti) a Maurizio Costanzo, compresi amici (un po' pochini dopo che ha perso potere) e nemici (pochini quando il potere ce lo aveva). Intanto una buona notizia: a Pasqua finiscono i suoi arresti domiciliari per il caso Ruby, anche se con il Coronavirus passa dai domiciliari coatti a quelli volontari.

Da «Sipario» a Conte il 23 marzo 2020. Proprio parlando di Emilio Fede ho scoperto una cosa curiosa che non sapevo: Rocco Casalino deve la sua carriera di portavoce dei Cinque stelle, prima, e di Giuseppe Conte, ora, proprio a Emilio Fede. Quando Fede era direttore del Tg4 aveva una rubrica dedicata al gossip, che si chiamava "Sipario", una sorta di Novella2000 televisivo (io stesso sono stato ospite più volte) e Casalino voleva assolutamente presentarlo, pare. Così il suo agente, il famoso Paolo Chiparo, lo accompagnò da Fede. Dopo l' attesa e il bacio della pantofola («Direttore caro»), la proposta per Sipario. Ma evidentemente a Fede non piaceva l' idea (o non poteva) e così, come si fa, per non dir di no, ma per rimbalzare comunque la palla gli diede un' altra idea mandandolo appunto da un altro: «Grillo vuole trasformare il suo Blog in un movimento politico, i Cinque stelle, perché non ti proponi a lui come pierre?», gli disse. In un primo tempo Casalino pensò di candidarsi, ma poi, assaltato dai "compagni di movimento" che trovavano terrificante che uno del primo Grande Fratello potesse rappresentarli pubblicamente, aveva ritirato la candidatura. Fu la sua fortuna. Certo, ora Casalino, visto che viene indicato come quello che ha dato la bozza del decreto del governo per il Coronavirus ai giornalisti prima della firma ufficiale (Vero? Falso?), è stato messo un po' "in sonno", però quando scriverà la propria biografia (pare presto) un capitoletto Emilio Fede direi che se lo merita proprio. […]

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 23 marzo 2020. Oggi mi sarebbe piaciuto commentare Rosario Fiorello, la replica del suo Viva RaiPlay , il pupazzo Mollica; magari mi sarebbe piaciuto rileggere quel pezzo di Edmondo Berselli Parte il missile Fiorello d ove si ricostruisce la storia dei suoi esordi artistici; insomma, mi sarebbe piaciuto parlare d' altro. Ma, sabato sera, il programma è stato interrotto da un' edizione speciale del Tg1 per fare spazio a un intervento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte su Facebook: «Siamo di fronte alla più grave crisi che il Paese sta vivendo dal secondo dopoguerra», ha detto il premier, prima di annunciare la decisione di «chiudere, in tutta Italia ogni attività produttiva non strettamente necessaria». Per questo, mi permetto di suggerire qualche piccolo accorgimento in termini di comunicazione per evitare ogni tipo di confusione. L' intervento era stato annunciato per le 22.45 ma è andata in onda mezz' ora dopo. Una mezz' ora di inquietudine di troppo. Forse è meglio non diramare orari precisi. Forse, per ribadire il senso dello Stato, sarebbe meglio usare il servizio pubblico, non Facebook. Non basta togliersi la pochette dal taschino. Il quotidiano bollettino della Protezione civile così non funziona, è solo un bollettino di guerra, se non di morte. Siamo in democrazia, le informazioni vanno date e tutte. Ma c'è modo e modo. Nessuno discute le qualità organizzative di Angelo Borrelli, commissario per l' emergenza coronavirus, ma non è un gran comunicatore. Bertolaso e soprattutto Gabrielli trasmettevano più sicurezza. Per non parlare delle sinistre gag di certi ministri. Anche i comunicati delle ordinanze regionali (supermercati, sport, mercati) non sono il massimo della chiarezza e possono generare equivoci. Forse un po' più di attenzione nel comunicare (non serve punire, bisogna spiegare) aiuterebbe tutti noi a scacciare dubbi e paure.

Repubblica.it il 22 marzo 2020. Ancora una volta l'annuncio dell'ulteriore svolta, nelle misure contro il coronavirus, arriva di notte. Non più fonda, ma comunque ben dopo le 23, dopo vari rinvii. E, per la seconda volta di seguito, il premier Giuseppe Conte parla su Facebook. Una scelta criticata da molti, sui social (tanti lo invitano a utilizzare la sala stampa di Palazzo Chigi). E anche nel mondo politico. Critiche che Dario Franceschini, ministro della Cultura e capo della delegazione dem al governo, prova a stoppare: "Dall’inizio dell’emergenza ho fatto il mio dovere in silenzio ma ora voglio dire pubblicamente che il presidente Conte va ringraziato per il suo lavoro senza sosta, con sulle spalle una responsabilità che nessun predecessore ha mai dovuto portare". E all'opposizione dice: "Siamo nella stessa squadra, ora no alle polemiche". Un appello condiviso dal segretario dem, Nicola Zingaretti: "Combattiamo uniti, guai in questo momento a dividersi. Anteponiamo a tutto l'amore per l'Italia e per gli altri".

Gli attacchi. Le parole di Franceschini e Zingaretti arrivano dopo una mattinata complicata per il premier. Il primo a scendere in campo per criticarlo è un esponente della maggioranza, Matteo Renzi (l'aveva già fatto ieri contro il ministro Boccia per la mascherina attaccata all'orecchio):  "Ci aspettano ancora giorni difficili - scrive il leader di Italia Viva sui social - noi rispettiamo le regole del governo sulla quarantena. Ma il governo rispetti le regole della democrazia. Si riunisca il Parlamento. E si facciano conferenze stampa, non show su Facebook: questa è una pandemia, non il Grande Fratello". Un riferimento - neppure tanto velato - alla partecipazione al programma da parte di Rocco Casalino, portavoce del premier, molti anni fa. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva invocato nei giorni scorsi la collaborazione tra maggioranza e opposizione. Ma i toni dei leader della destra oggi sono durissimi. Giorgia Meloni: "Intollerabili i metodi di comunicazione da regime totalitario utilizzati dal Governo per l'emergenza coronavirus: dichiarazioni trasmesse in orari improbabili, con continui ritardi e attraverso la pagina personale di Giuseppe Conte su Facebook, come se in Italia non esistessero le Istituzioni, la televisione di Stato e la stampa. Tutto questo non fa che peggiorare il senso di insicurezza, ansia e incomprensione da parte di tutti noi. Gli italiani non sanno quali attività saranno aperte e quali chiuse domani, perché nessuno ha visto uno straccio di decreto. E Matteo Salvini: "Meglio tardi (troppo tardi) che mai, ieri notte ci hanno dato retta, annunciando l'ennesimo decreto (che ancora non c'è), anche se mezza Italia si chiede se domani dovrà andare a lavorare o no", dice Salvini. "Non è questo il modo di agire e dare certezze agli Italiani". Il leader leghista, come era già accaduto ieri, si appella a Mattarella: "Chiediamo ufficialmente al presidente di convocare tutte le opposizioni unite, vogliamo fortemente, con il cuore e con la testa, dare il nostro contributo". Il leader della Lega ha poi detto di essere stato chiamato dal capo dello Stato: "E' stato cortese. Abbiamo discusso di come collaborare e aiutare l'Italia. E anche Silvio Berlusconi fa asse con Salvini e Meloni, rivolgendo un appello al Colle: "Il governo non ci tiene in considerazione". Tornando alla comunicazione di Conte, c'è anche una presa di posizione dell'Ordine dei giornalisti che invoca, per le prossime occasioni, conferenze stampa da remoto.

 Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 30 marzo 2020. Rocco Casalino, portavoce del presidente Giuseppe Conte e capo della Comunicazione di Palazzo Chigi, respinge le critiche e racconta l' impegno del suo ufficio per informare gli italiani sull' emergenza Covid-19.

Le fughe di notizie hanno sollevato forti preoccupazioni e molte critiche politiche alla comunicazione di Palazzo Chigi, non solo da parte delle opposizioni. Dove avete sbagliato?

«Si tratta di falsità assolute. Non c' è mai stata una fuga di notizie dall' ufficio Comunicazione di Chigi. E le poche testate giornalistiche che hanno insinuato che sia stato io o il mio ufficio a diffondere le bozze del Dpcm dell' 8 marzo, sanno benissimo che non è così».

Critiche immeritate?

«Si può e si deve fare sempre meglio. Ma è un fatto che l' ufficio Comunicazione della Presidenza del Consiglio sta lavorando incessantemente per diffondere il più possibile le raccomandazioni del governo e il messaggio "restate a casa". Tutti gli spot, i video e i messaggi informativi sull' emergenza Covid-19 sono stati ideati dal mio ufficio, in collaborazione con il dipartimento dell' Editoria e con il ministero della Sanità. Si è elaborata una strategia comunicativa nuova».

Dove sarebbe la novità?

«Usare un messaggio basic, il più semplice possibile, in modo che possa arrivare a tutti gli italiani, di tutte le età e di ogni estrazione sociale e culturale. La politica è seguita solo da un fetta limitata di italiani, quindi è fondamentale che il messaggio venga veicolato da tutte le trasmissioni televisive, anche quelle che non fanno informazione, in ogni orario e in tutti i canali, pubblici e privati, oltre che su giornali, radio e web. Mi sono personalmente adoperato per veicolare in maniera capillare il decalogo base su igiene delle mani e distanze di sicurezza. L' hashtag #iorestoacasa, nato spontaneamente sul web, è stato da noi "istituzionalizzato", spinto e diffuso a tutti i livelli coinvolgendo influencer e tutti i media».

Vuol dire che a Rocco Casalino bisognerebbe dire grazie, invece di attaccarlo?

«No. Difendo solo il mio lavoro e quello della mia squadra».

E quelle migliaia di cittadini in fuga dalle zone "rosse", col rischio di diffondere il contagio al Sud? Sicuro che Palazzo Chigi non abbia commesso errori, quantomeno nella tempistica degli annunci?

«Nessuno del mio ufficio ha ricevuto in anteprima le bozze del Dpcm. Erano in lavorazione presso gli uffici legislativi della Presidenza, che le hanno poi trasmesse agli uffici legislativi dei ministeri e delle Regioni. Io vengo offeso e minacciato sui social per questa fake news. Le redazioni giornalistiche che lo hanno insinuato, perché non lo hanno dimostrato pubblicamente?».

Perché avete comunicato attraverso Facebook un decreto importante come quello del 22 marzo sulle chiusure di imprese e negozi?

«Sono polemiche totalmente strumentali. Tutte le comunicazioni pubbliche di Conte sono sempre state diffuse in streaming anche su Facebook e contemporaneamente sui principali canali televisivi. Sabato 22 marzo non abbiamo fatto nulla di diverso da ciò che facciamo da 20 mesi a questa parte. Mi chiedo, come mai nessuno si è mai lamentato prima?».

Per Giorgia Meloni è stata una scelta "da regime" e Renzi si è scagliato contro lo "show" su Facebook. Avete scelto i social per attirare contatti sulle pagine del premier?

«La conferenza stampa è stata trasmessa anche in tv, come sempre. La sala regia della Presidenza del Consiglio mette a disposizione un segnale audio-video a tutti i canali televisivi, pubblici e privati. Tanto è vero che quel sabato oltre 12 milioni di italiani hanno visto la diretta tv in Hd, cioè in alta qualità, superiore rispetto a quella Facebook.

Ma ormai sono tutti convinti di aver visto Conte in diretta su Facebook. Potenza della disinformazione».

Per Salvini gli inciampi del governo sulla comunicazione hanno contribuito a generare allarme e confusione. Non è così?

«Sono circolate troppe inesattezze e falsità. Si attacca la comunicazione per fini politici. Nessuno dei messaggi che hanno creato allarme e confusione è di responsabilità dell' ufficio Comunicazione. Noi abbiamo cercato, sin dall' inizio dell' emergenza, di lavorare al meglio per dare una mano. Ha presente la campagna per reclutare personale sanitario da inviare in Lombardia? Ebbene, ha avuto una mobilitazione tale che hanno risposto 8.000 medici e 9.500 infermieri».

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 23 marzo 2020. Per molti commentatori e tanti cittadini disorientati è una comunicazione istituzionale disastrosa. Per gli uomini dello staff del premier Giuseppe Conte è una strategia vincente. Questione di punti di vista. E di priorità. Nel gabinetto di guerra di Palazzo Chigi gli spin doctor non schiodano gli occhi dal rendimento social della pagina dell' ex avvocato del popolo italiano. Non c' è di che preoccuparsi, anche i sondaggi regalano soddisfazioni. Agli italiani piace il nuovo Conte emozionale e decisionista che chiude le fabbriche a mezzanotte con una diretta Facebook, senza nemmeno l' ombra del testo del Dpcm, parola magica che dal lessico del burocratese è entrata direttamente nel salotto della gente comune. Dal Palazzo socchiuso e anestetizzato filtra la soddisfazione per la popolarità raggiunta dal presidente del Consiglio durante la crisi più dura dalla ricostruzione post-bellica. E la strategia, dopo una iniziale overdose televisiva, si è spostata man mano tutta nell' agone dei social network, senza contraddittorio con i giornalisti. Lo stesso campo di battaglia preferito dal leader della Lega Matteo Salvini. Ma soprattutto il brodo di coltura del grillismo. Perché Conte è comunque un premier indicato dal M5s e, cosa ancora più importante in questo frangente, chi si occupa della comunicazione del presidente è cresciuto alla scuola di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. A partire dal dominus della macchina della propaganda di Palazzo Chigi, Rocco Casalino. Tutto è pianificato nel Conte delle ultime settimane. Dalle dirette su Facebook alla scelta di orari serali (o notturni) per comunicare le decisioni, fino alla citazione dell'«ora più buia» di Winston Churchill e alla scelta di sabato sera di togliere l' iconica pochette dal taschino della giacca. E se Casalino è il mastino che tiene a bada i cronisti distribuendo veline, il braccio armato dei social è Dario Adamo. Il social media manager originario di Caltanissetta gestisce i social di Conte e aggiorna il sito internet del governo. L' arte l' ha imparata alla Casaleggio Associati insieme a Pietro Dettori, per poi perfezionarsi al gruppo grillino al Senato nella scorsa legislatura nel ruolo di fedelissimo di Casalino. Il popolo della rete ha premiato il lavoro della coppia di Palazzo Chigi. E pazienza se gli annunci non seguiti dai decreti hanno generato confusione, panico e rabbia. L' importante è che Conte sia diventato un meme di successo. Perfino una sorta di sex symbol, almeno stando a ciò che pubblica scherzosamente la pagina «le bimbe di Giuseppe Conte». Tutto fa brodo quando si tratta di aumentare i followers. E i numeri sono arrivati: da venerdì a sabato (sera della diretta) la pagina del premier è cresciuta di mezzo milione di seguaci. Da un milione 657mila a 2 milioni e 127mila. Nella serata di ieri è balzata a 2 milioni 143mila. In tanti hanno messo il like soltanto per seguire la diretta sulla presunta chiusura delle fabbriche, ma anche questo è parte della strategia. Sono i numeri che contano. Importanti quelli del sondaggio Demos pubblicato venerdì su Repubblica. Conte svetta nella classifica sul gradimento dei leader. Il dato mensile di marzo gli consegna un favore del 71%, in crescita del 19% rispetto al 52% di febbraio. Stesso punteggio ottenuto dal governo nel suo complesso, giudicato favorevolmente dal 71% degli intervistati. Dato mai registrato dall' agenzia negli ultimi dieci anni. Gli unici ad avvicinarsi alla percentuale bulgara del Conte ai tempi del Coronavirus sono stati ancora l' attuale premier subito dopo l' avvio del governo gialloverde a settembre 2018 (62%) e Matteo Renzi all' indomani del trionfo alle europee del 2014 (69%).

Marco Antonellis per Dagospia il 4 marzo 2020. Conte, alla fine della riunione con regioni e parti sociale, verso le 18, ha avuto un confronto (alcuni testimoni dicono "animato") con Rocco Casalino per capire quali fossero quelle "fonti di Palazzo Chigi" riportate dall'Ansa che davano la notizia della chiusura delle scuole fino al 15 marzo. Qui ci sono due versioni: o lo stesso Casalino, magari lasciandosi andare ad una decisione ancora non ratificata, oppure qualche ministro autorevole del Pd, in primis ovviamente Dario Franceschini, il capo delegazione del partito. Il Pd spingeva infatti da giorni su questa presa di posizione molto dura: "È il momento della politica con la P maiuscola" spiegano dal Nazareno. Bisogna ascoltare i tecnici ma poi è la politica che deve assumersi le sue responsabilità di fronte al paese e, soprattutto, metterci la faccia senza badare troppo ai sondaggi che difficilmente premieranno la chiusura delle scuole (esattamente come ha subito fatto Zingaretti andando ieri sera ospite da Bruno Vespa). D'altra parte, a quanto apprende Dagospia, tre giorni orsono era stato lo stesso segretario dem che aveva fatto intuire a sindacati e Confindustria riuniti al Nazareno la possibile chiusura delle scuole. C'è un antefatto, però. Il Lazio, infatti, è stata la prima Regione oltre un mese fa ad aver avuto i primi casi di Coronavirus, la coppia cinese poi curata alla Spallanzani. E da quel giorno, ogni mattina Zingaretti fa una riunione mattutina con i vertici dello Spallanzani e il suo  assessore Alessio D'Amato. E proprio da lì, gli sono arrivate le pressanti richieste di chiudere scuole, cinema, teatri, per evitare il rischio dello scoppio di focolai anche a Roma, la Capitale d'Italia (inutile dire che se l'epidemia colpisse forte nella capitale si paralizzerebbero i gangli vitali e istituzionali del paese). C'è stato però uno scontro anche a Palazzo Chigi, dove Walter Ricciardi, consulente di Palazzo Chigi e uomo di punta dell'Oms in Italia, era scettico su una misura così drastica, considerando che in molte regioni italiane non c'è stato nessun contagiato. Per alcune ore c'è stata questa impasse, risolta poi solamente alle 18 di pomeriggio quando Conte, si è presentato nella sala stampa di Palazzo Chigi ad annunciare, finalmente, le misure draconiane. E il Quirinale? Ovviamente osserva attentamente le mosse del Governo e, i soliti bene informati, giurano che molto presto dirà la sua, come peraltro auspicato da moltissimi cittadini. Nel frattempo dal Colle sperano vivamente di vedere la politica nazionale finalmente unità nella battaglia al Coronavirus e c'è chi intravede proprio la manina del Colle nella scelta di "Giuseppi" di convocare le opposizioni a Palazzo Chigi. "In questo momento per il bene del paese non si può prescindere da un approccio bipartisan" è il refrain che proviene dagli ambienti quirinalizi.

Coronavirus, lite e urla nella riunione per la chiusura delle scuole: il Pd punta il dito contro Rocco Casalino sulla fuga di notizie. Libero Quotidiano il 05 marzo 2020. "L'uscita oggi della notizia dello stop per scuole e atenei è stata completamente improvvida perché non ci siamo lasciati con una decisione finale".  Queste le parole con cui Giuseppe Conte, alle sei di sera di mercoledì 4 marzo, mette le mani avanti sulla chiusura fino al 15 marzo per scuole e università, Sul tema, infatti, il governo ha vissuto un cortocircuito. Come spiega il Fatto Quotidiano le indiscrezioni in merito sono uscite in mattinata su siti, mentre Conte e i suoi ministri erano riuniti dentro palazzo Chigi, tra loro e con membri del Comitato tecnico-scientifico.. È stata per prima l'agenzia Ansa a dare, alle 14, per certa la decisione. "Eppure noi non avevamo ancora deciso nulla - giura un ministro grillino -, perché ci mancava giusto un danno del genere". Ed ecco che la fuga di notizie getta benzina sul fuoco della riunione. Secondo il quotidiano di Travaglio a porte chiuse volano urla, mentre è caccia al responsabile dell'"improvvida uscita". In molti si schierano subito contro la comunicazione di Palazzo Chigi, in parole povere Rocco Casalino. Ma c'è anche chi incolpa un ministro del Pd. Dal Movimento sussurrano il nome del capodelegazione dem Dario Franceschini. Una situazione pericolosa per una tenuta di governo già parecchio minata: anche se Conte ha poi dato l'ok alla chiusura, gli screzi non terminano.

Scuole chiuse, ma con 4 ore di ritardo per far contenta Azzolina. Davide Nunziante de Il Riformista il 4 Marzo 2020. Pochi minuti prima delle 14 un lancio di agenzia ha scatenato il panico tra le mamme di tutta Italia: “Emergenza Coronavirus, scuole e università chiuse in tutta Italia fino a metà marzo“. Dell’ipotesi radicale di chiudere gli istituti si parlava già da qualche giorno e proprio questa mattina il premier Conte aveva aperto alla possibilità dicendo che “Non possiamo escludere in assoluto la chiusura totale“. Il lancio di agenzia, dicevamo, ha scatenato il panico, ma pochi minuti dopo la ministra all’istruzione Lucia Azzolina, all’esterno di Palazzo Chigi ha frenato: “Nessuna decisione sulle scuole è stata presa. Non c’è alcuna chiusura per il momento. Abbiamo chiesto al comitato tecnico scientifico una valutazione, se lasciare aperte le scuole o chiuderle, sia proporzionale allo scenario epidemiologico“. Ma perché tutto ciò? Cosa è successo in quei pochi minuti? Possibile che le agenzie abbiano battuto una fake news? Possibile ma molto difficile, visto anche il perseverare, per ore, dei principali quotidiani italiani con la notizia in apertura. Poi finalmente dopo le 18 la conferenza stampa di Conte con Azzolina a comunicare la decisione di chiudere le scuole. E li si è chiarito/capito tutto. Conte, infatti, ha preso la parola e parlato per pochissimi secondi e poi lasciato ad Azzolina il compito di dire “Le scuole e le università chiudono fino al 15 marzo“.

COME E’ ANDATA REALMENTE – Qualcuno tra Rocco Casalino e co. (comunicazione di Conte) o Nicola Del Duce e co. (comunicazione del ministro Speranza) durante la riunione di governo ha inviato il classico messaggio Whatsapp alle agenzie e ai giornali informandoli della chiusura imminente delle scuole. Azzolina, appena usciti i take di agenzia delle 14 si è adirata e non poco poiché si è vista scavalcata nella comunicazione della decisione mentre non aspettava altro che avere anche lei i suoi 15 minuti di celebrità. Dopo una veloce rinfrescata si è precipitata in piazza Colonna davanti alle telecamere per tirare il freno a mano sulla decisione creando non pochi imbarazzi nella comunicazione dell’esecutivo. Da lì in poi c’è stato il giallo di 4 ore con chat delle mamme impazzite, mail frammentarie e incerte da parte delle scuole, i giornalisti additati di “diffondere fake news“. Poi finalmente la conferenza stampa riparatoria che segna il disgelo con Conte che passa la palla ad Azzolina sottolineando “competente in materia scolastica“. La ministra velocemente comunica lo stop all’attività didattica di tutta Italia in pochi secondi tra gli scrosci dei flash dei fotografi. Pochi minuti per accreditare e coinvolgere la neo ministra e dare anche a lei lo spazio mediatico richiesto. Conte poi ha spiegato il ‘non consiglio dei ministri‘ di questa mattina e annunciato che dopo qualche ora avrebbe convocato una nuova conferenza stampa per annunciare tutti i provvedimenti. Insomma anche in tempi di crisi ed emergenze tutti reclamano la propria visibilità. E così, tra gli squali della comunicazione, l’ultima arrivata, presa alla sprovvista, ha dovuto affilare i coltelli e combattere per ottenere il proprio spazio davanti alle telecamere. Il tutto a discapito di milioni di persone che per ore non sapevano cosa fare e come gestire un problema, le scuole chiuse, che ricadrà su tutte le famiglie e non solo sui ragazzi che non andranno in aula.

Conte, i talk-show antivirus che salvano il governo e fottono l’Italia. Carlo Nicotera de Il Riformista il 4 Marzo 2020. Facciamo un piccolo gioco. Immaginiamo che quaranta milioni di italiani (su circa sessanta milioni ufficialmente registrati), per una delle cento ragioni legate alla paura del coronavirus rinuncino a spendere anche solo due euro al giorno. Stiamo parlando di un caffè e cornetto, di una bottiglia di acqua minerale, di un chilo di pane, di un pacchetto di caramelle… Tutte cose assolutamente possibili, se si decide di non entrare in un bar, o in un supermercato o in una tabaccheria. Bene: sono 80 milioni di euro sottratti al consumo interno, che moltiplicati per i 30 giorni di un mese, sono 2.400.000.000 (duemiliardiquattrocentomilioni). Se questa paura continuasse a condizionare le piccole azioni di quei 40 milioni di cittadini per un altro mese, si arriverebbe a 4 miliardi e ottocento milioni di euro. Senza esagerare, sarebbero soldi sufficienti a chiudere la bonifica di Bagnoli e a mettere mano al riordino dell’Ilva di Taranto, o a coprire una buona fetta di cassa integrazione straordinaria per i tempi cupi in arrivo. Colpa del coronavirus? No. Colpa dell’incapacità di governare l’informazione strategica di un Paese già strutturalmente fragile, trasformandola in comunicazione grottesca da talk-show. Il Riformista ha già stigmatizzato il “virus della cattiva informazione”, ma nei giorni scorsi si sono raggiunti livelli clamorosi di “impolitica”.  Il premier Conte ha pensato di entrare nelle case degli italiani in confidenziale maglione fumo di Londra, ma invece di rassicurare ha spaventato mercati e famiglie. Il tentativo di accreditarsi come empatico leader di una coalizione governativa informata e decisa, si è trasformato in una campanella per la libera ricreazione di chiunque avesse un minimo di potere per decidere qualche cosa. Via libera ai governatori delle Regioni, ai direttori scolastici, alle aziende, alle grandi imprese strategiche tipo Trenitalia (avete notato che non ci sono più i controllori dei varchi dell’Alta velocità? La paura dell’assembramento infettivo è più determinante dei controlli su portoghesi o magari aspiranti attentatori? Sempre che i controlli servissero a questo…); o Alitalia, che da azienda da risanare, e quindi malata, può usare i propri aerei come i monatti usavano i loro carri, per trasportare i presunti appestati, che sarebbero gli italiani lasciati a terra dalle compagnie straniere. Perché? Perché un premier ha giocato al gioco della impolitica attuale, che parla straparla e si parla addosso, senza governare. Perché governare, non è solo creare zone rosse per evitare il contagio, ma è determinare le condizioni per evitare il panico. Domanda: qual era l’obiettivo strategico della ragion di Stato al tempo di emergenza sanitaria non ancora ben definita? Risposta: la salvaguardia della tenuta del Paese. Dunque, poche informazioni, rigorose e precise, date da una fonte scientifica unica, ben indirizzata da una politica prudente. A Ragion di Stato, appunto. Posizione fascista, dirà qualcuno. Posizione di prudenza e ragionevolezza, diciamo noi. Non dissimile da quella tenuta dai nostri “amici” europei, che fino ad oggi si sono “misurati la palla” con molto giudizio. Un esempio? Ma secondo voi, è statisticamente più probabile che ci siano più contagiati da Coronavirus a Vo’ di Padova (3305 abitanti?) o nei più grandi aeroporti d’Europa (Heathrow, Charles De Gaulle, Francoforte…) dove girano in media 150mila persone al giorno? Vorremmo ricordare che nemmeno ai tempi del colera a Napoli, o della catastrofe di Chernobyl, per non parlare di Ebola, della Mucca Pazza o della Sars, si è fatta tanta confusione e tanto danno all’Italia. Che oggi è un paese in quarantena (interna ed esterna), per un allarme procurato da chi invece avrebbe dovuto contenerlo, e che pagherà uno scotto terrificante soprattutto nell’azienda-turismo che fino all’anno scorso rappresentava il 14 per cento del PIL per un valore della produzione di circa 240 miliardi di euro. E questo per non parlare del blocco della domanda e del consumo interno da cui abbiamo preso le mosse. Ecco: un premier che avesse, non diciamo nascosto, ma misurato l’enfasi da reality, invece di raccontare di eserciti che circondano paesini, di evitare le corse al supermercato, alimentando la corsa agli accaparramenti; di allarmare sugli assembramenti pubblici, aprendo le porte anche alle schizzatissime decisioni della Lega Calcio di serie A su come e quando giocare partite decisive per lo svolgimento di un campionato che vale il 2 per cento del PIL nazionale; ecco, forse quel premier avrebbe ridotto anche i margini per le improvvisazioni della stampa e il can-can assurdo da imbonitori del far west fatto da virologi, infettivologi, improvvisatori ed “eroi” da web-cam. Una fiera della tuttologia litigiosa, e quindi fatalmente contagiosa, quella sì, oltre ogni decenza. La sintesi di questa modesta riflessione, è che forse due “bollettini ufficiali di informazione sul virus” – uno alle 12 e uno alle 20 (come si usa nei casi di prognosi riservata grave) – non solo avrebbero, ma ancor più oggi spingerebbero – almeno a partire da domani – gli addetti alla comunicazione seri a una linea di più rigorosa informazione. Ma forse aiuterebbero anche a fare argine naturale alla cascata di mitomanie da web o alla gossippazione delle notizie nei contenitori televisivi più o meno popolari. Il dubbio finale, invece, è che il premier, con gli alleati che lo sostengono (e anche con gli avversari alla Salvini che su questo disastro mediatico sta tentando il colpo del ritorno in campo), abbia giocato la partita non da statista, ma da Brancaleone di una armata sconnessa, che da questa tragedia può trarre un “beneficio di presa”. Come se avessero tutti giocato in Borsa sulla chance di rimanere in sella, contando sulla paura della gente. E non lenisce la preoccupazione, il fatto che l’Europa ci consentirà di operare in deficit. È un avallo, che servirà a tutti i Paesi dell’Ue, non solo all’Italia. Che però sarà messa all’indice per aver provocato l’inizio della slavina. Un modo democratico, trasparente e garantista di fare informazione, diranno in molti. Ma che ha provvisoriamente dato tempo a un governo di resistere, solo grazie al fatto di avere intorno una nazione impaurita, ma – speriamo – non in ginocchio. Ah, a proposito: la Borsa è in saliscendi, lo spread pure, mentre un vertice in teleconferenza del G7 usa la paura mondiale per modificare (o chiedere di modificare) un po’ di normative fin qui recessive, a dimostrazione che guerra e pestilenze sono potenti volani economici perché del fair play economico in sostanza non frega niente a nessuno. La conclusione è che i prossimi bollettini economico-sanitari (e non a caso usiamo quest’ordine di priorità) ci faranno credere che viviamo comunque nel migliore dei mondi possibili. In cui, però, verità, certezza, senso dello Stato e autentica salute – fisica, mentale ed economica – dei cittadini, sono come le variabili di un quiz televisivo. Questo sì, che è un vero allarme. E dire che il Riformista è contro ogni stupido allarmismo. Accidenti a Conte!

Coronavirus, Pietro Senaldi smaschera Conte l'opportunista: "Voleva promuoversi, ma ha commesso due errori". Libero Quotidiano il 28 Febbraio 2020. Ammettiamolo, stiamo esagerando. Il coronavirus non è la peste manzoniana ma una forma influenzale particolarmente contagiosa che in Italia ha mandato al creatore solo chi aveva già un piede nella fossa. Cosa che è terribile per le vittime e i loro famigliari ma non può essere confusa con una pandemia. Invece, grazie alla poca grazia del nostro presidente del Consiglio, tutto il mondo crede che sul Bel Paese si sia abbattuta una piaga biblica. Gli errori di comunicazione di Palazzo Chigi ci hanno fatto passare per gli untori del pianeta, con danni all'economia al momento ancora incalcolabili, visto che viviamo di export e turismo. È il momento di voltare pagina, perché il panico rischia di ammazzarci più del virus. Se l'economia infatti si ferma, muore l'Italia. Il Paese è nel panico non perché gli italiani sono impazziti ma perché, razionalmente, hanno realizzato di essere su una nave senza nocchiero. Il premier ha fatto due errori. Prima ha sottovalutato il virus, dichiarando che l'Italia si stava attrezzando meglio degli altri Stati e derubricando a pregiudizio razzista i saggi consigli dei governatori leghisti di mettere in quarantena chi arrivava dalla Cina. Questa leggerezza ci ha portato il morbo in casa e a quel punto, per cancellare lo sbaglio, Giuseppe ha cambiato completamente linea e ha drammatizzato il problema, regalando all'estero l'immagine di una nazione dove gli ospedali non funzionano e il contagio è fuori controllo. Probabilmente consigliato dal suo omino nero, Rocco Casalino, portavoce e portacervello del premier, Conte si è tolto la pochette e ha indossato il maglione alla Bertolaso, trasferendosi nella sala operativa della Protezione Civile, dove passa inutilmente quattordici ore al giorno. Quando non è lì, il professore di Volturara Appula è in tv, a rassicurare il Paese. Solo che gli italiani non sono fessi e a ogni passaggio del capo del governo nell'etere si spaventano un po' di più. Giuseppe è solo immagine, tolto il fazzoletto nel taschino non gli è restato nulla.

L'OBIETTIVO. Il presidente del Consiglio ha provato a cogliere l'allarme coronavirus come un'opportunità per promuoversi. Non ha neppure nominato un commissario per l'emergenza, riservandosi l'intera scena. Il suo obiettivo era conquistare gli italiani sconfiggendo l'influenza così come Berlusconi si portò dietro il Paese salvando l'Abruzzo. Più probabilmente il morbo sarà la tomba del premier. L'uomo non si è rivelato all'altezza del compito fin dalla prima mossa, quando bloccò i voli dalla Cina con l'unico effetto di far arrivare le persone da Pechino con scali intermedi, senza quindi poterle registrare né visitare. Quando poi ha incolpato la sanità lombarda di aver propagato il virus, con la falsa accusa di non aver rispettato i protocolli, ha dimostrato di valere poco anche come persona, non solo come amministratore. Se davvero siamo in emergenza, meglio avere un esecutivo di salvezza nazionale con dentro tutti i partiti per gestire la congiuntura piuttosto che essere guidati da un premier che chiede responsabilità e unità solo quando si trova in difficoltà e solo dopo aver provato a scaricare su un ospedale di periferia le proprie manchevolezze. Il presidente del Consiglio non riesce più a tenere insieme la baracca. Per far rientrare la polemica con la Lombardia è dovuto intervenire Mattarella in persona, invitando Fontana a soprassedere sui deliri di Giuseppe. Poche ore dopo le Marche, Regione a guida sinistra, hanno deciso di disobbedire al governo e chiudere le scuole. Questo perché gli amministratori non si fidano di chi comanda a Roma e decidono di agire di testa loro. Bene fanno, dopo le ingenerose accuse dell'esecutivo al modello lombardo. La sensazione è che, via Conte, si tranquillizzerebbero tutti e il Paese, attualmente ostaggio del premier, ripartirebbe. E veniamo allo stato di guerra in cui vivono le Regioni traino economico della nostra economia, Lombardia e Veneto. Le zone focolaio sono state isolate e sono guardate a vista dall'esercito per evitare che si propaghi il contagio. Il coronavirus da solo in Italia non ha ancora ucciso nessuno. L'infezione ha agito unicamente come agente opportunistico, intervenendo in maniera letale su organismi già fortemente compromessi. Tuttavia, una percentuale, piccola ma non insignificante, di quanti vengono colpiti, abbisogna di cure ospedaliere per guarire. Poiché il governo ha perso due mesi - tanto ha impiegato il virus a infettare l'Italia - senza preparare le strutture all'emergenza, Milano e Venezia hanno dovuto mettere in quarantena le zone colpite per evitare che il sistema sanitario collassasse per troppi ricoveri.

CON L'ELMETTO. La misura precauzionale sta avendo effetto e il contagio pare contenuto. Tuttavia il prezzo è salato. Da quasi una settimana abbiamo rinunciato a vivere per la paura di morire; solo che chi decide di non vivere è come se fosse già morto. La Lombardia e il Veneto non sono l'Italia che hanno in mente Conte e i grillini, sfaticata e mantenuta dal reddito di cittadinanza. Parliamo di territori che non reggono l'inoperosità non soltanto dal punto di vista economico ma anche da quello mentale. E non a caso, l'ordinanza che imponeva ai bar di chiudere alle 18 è stata revocata dopo 48 ore. Non è imprudenza. È che i lombardi si sentono sicuri sotto la guida di Fontana, e pertanto vogliono tornare loro stessi. Il Conte con l'elmetto nella war-room della Protezione Civile è il nostro virus globale. Sta mandando a tutto il mondo il messaggio che siamo un Paese in ginocchio. Venezia è rimasta deserta durante il Carnevale, Milano slitterà il Salone del Mobile, il 70% di prenotazioni negli alberghi è stato disdettato. Poiché viviamo di turismo ed export, la mazzata che ci ha rifilato Giuseppe provocherà danni miliardari, ai quali le euro contrattazioni del premier sulle percentuali del debito italiano con i suoi amici Merkel e Macron non possono porre rimedio. Urge gettare acqua sul fuoco, ma non possiamo lasciare l'estintore nelle mani del piromane Giuseppe. Pietro Senaldi

Coronavirus, Rocco Casalino dietro gli errori di Giuseppe Conte? La ricostruzione. Monica Franchi su Libero Quotidiano il 28 Febbraio 2020. Errori inanellati a raffica, uno dopo l' altro. Qualcuno per propria scelta, la maggiore parte per l' inadeguatezza dei consiglieri. Giuseppe Conte sta affondando giorno dopo giorno nell'emergenza coronavirus fra gaffe, frasi inopportune, scelte epocali e soprattutto una continua sovra esposizione mediatica che a parte nuocergli (meno male), fa danni purtroppo all' intera Italia. La regia di questa scelta suicida porta una firma inequivoca: quella del maniacale regista delle mosse del premier, Rocco Casalino, portavoce di palazzo Chigi. Quando divenne premier Conte non aveva alcuna idea di come muoversi in pubblico, e tragicamente si affidò al suo uomo comunicazione come un burattino fa con il suo burattinaio. Ricordano ancora un po' sgomenti quale fosse il peso di questa vera e propria regia i poveri terremotati del Centro Italia, quando videro speranzosi Conte all' inizio del suo mandato venirsi a fare una promettente passeggiata da quelle parti.

PROTAGONISTA. Videro lì sbracciarsi il suo portavoce, farlo girare in camicia con le maniche arrotolate come si fosse sul set di un film, combinare un incontro che facesse scenetta con una nonna terremotata, urlare e sbraitare perché non si avvicinasse mai all' allora semplice presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti perché l' obiettivo dei fotografi non avrebbe mai dovuto inquadrarli insieme (allora il governo era con Matteo Salvini e il Pd era il nemico numero uno). Si è rivista la stessa grottesca regia e la stessa fiction nel week end nella sala operativa della protezione civile, in cui Conte è stato costretto per ragioni di immagine a restare quasi murato sabato e domenica per passare da un collegamento all' altro con qualsiasi trasmissione televisiva senza fare torto ad alcuna rete o conduttore. L' idea di Casalino era quella di dare al popolo l' idea di un premier in trincea al fianco delle loro paure e difficoltà, pensando di farne accrescere gradimento e popolarità, avendo in testa l' immagine del Silvio Berlusconi de L' Aquila e di Onna all' apice della sua popolarità durante i giorni tragici del terremoto de L'Aquila. Un'operazione di immagine che si è rivelata un vero e proprio boomerang. Conte ci ha messo del suo con la gaffe della accusa a quei poveretti del pronto soccorso di Codogno che da due giorni disperatamente sta provando a rimangiarsi parzialmente (guai a dire che lui ha sbagliato e chiedere scusa, sono stati i media «ad estrapolare una frase impropriamente»). Ma quella immagine del premier italiano con un ipotetico elmetto in testa in trincea per ore e ore ha dato l' impressione di un governo italiano in guerra con il coronavirus come si trattasse di avere le truppe dei lanzichenecchi alle porte di Roma. Dall' estero vedendo quelle immagini hanno pensato che qui ci fosse un conflitto mondiale e naturalmente hanno cominciato ad avvisare quando non intimare i propri concittadini di non mettere piede in Italia fino a nuovo avviso, dando una spallata ulteriore alle difficoltà della nostra economia. Una vera e propria Caporetto comunicativa i cui danni sembrano già ora incalcolabili. Stesso effetto la scelta di tenere lì gran parte del consiglio dei ministri e di legare ogni attività pubblica del governo italiano al coronavirus. A parte che restare ore ed ore nella sala operativa della protezione civile italiana non serve a nulla né al premier né ai ministri che se non ci fossero i collegamenti tv non saprebbero nemmeno cosa fare (non servono a nulla e disturbano chi lavora), è un po' difficile poi dire agli italiani che si stanno facendo prendere dalla psicosi collettiva, che non stiamo vivendo nessuna emergenza nazionale. Fosse così, che diavolo ci farebbero premier e governo giorno e notte alla protezione civile?

I PRECEDENTI. Non si è comportato così nessun governo quando c' è stato il terremoto, che ha fatto ben più vittime e disastri del coronavirus, e in quel caso magari sarebbe servita un po' più di attenzione operativa dell' esecutivo almeno per non essere dopo quattro anni più o meno nelle stesse condizioni del giorno dopo. Non è noto invece chi sia stato il consigliere dell' altra decisione più infausta adottata dal governo, quella di interdire tutti i voli da e per la Cina adottata a fin e gennaio in pieno marasma governativo con la terza ordinanza consecutiva e contraddittoria in pochi giorni sulla stessa materia. Si è sospettato anche in quel caso Casalino, ma ora a Conte è scappato che a suggerirla sia stata "la Scienza". Ovvio che le due cose si escludono, ma il nome dello scienziato che ha impedito da quel giorno alle autorità sanitarie di avere la lista precisa dei passeggeri che arrivavano dalla Cina, causando con ogni probabilità la diffusione del virus, prima o poi dovrà venire fuori. Perché qualcuno in Italia sotto processo dovrà andare. Senza prescrizione...

Dall'articolo di Annalisa Cuzzocrea e Giovanna Vitale per "Repubblica" il 26 febbraio 2020. "È il momento di abbassare i toni, dobbiamo fermare il panico". Giuseppe Conte è nella sede della Protezione civile di Roma con a fianco il commissario per il coronavirus Angelo Borrelli e tutti i ministri. Collegati in teleconferenza ci sono i governatori, invitati a coordinarsi con il governo, ma senza i toni perentori del giorno prima. Perché a spaventare adesso, insieme al rischio di un'emergenza sanitaria, sono le conseguenze della paura incontrollata sul sistema Paese. Tanto che da Chigi è partita una telefonata alla Rai: "Basta allarmismi". E che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha preparato un piano "contro le fake news su di noi nel resto del mondo". [...] Così, da Palazzo Chigi ieri è partita una telefonata verso l'ad della Rai Fabrizio Salini con l'invito a "raffreddare" l'informazione sul coronavirus. E alle 12, a viale Mazzini, sono stati convocati i direttori di rete e di testata con indicazioni precise: la prima preoccupazione resta la salute dei cittadini, ma proprio per questo le informazioni vanno date in modo corretto. Senza allarmismi e toni alti non solo nei tg, ma anche nei talk e nei programmi contenitore della mattina e del pomeriggio. La conseguenza sarà una drastica riduzione dei minuti, e degli ospiti in studio, dedicati alla diffusione del virus e dei contagi.

(DIRE il 26 febbraio 2020) - "Il presidente del Consiglio Conte chiede alla Rai toni più bassi sul coronavirus? Surreale. E' stato proprio Conte a imporre una iper-drammatizzazione comunicativa all'emergenza, trasferendosi h24 alla sede della Protezione civile, fatto senza precedenti, e occupando tutte le trasmissioni tv: Annunziata, Fazio, Giletti, D'Urso, le Iene, speciali di Tg1, Tg2, Tg3". Lo scrive su facebook Michele Anzaldi, deputato di Italia viva. Inizialmente, prosegue, "la Rai aveva avuto addirittura un atteggiamento cauto sull'emergenza, tanto da venire criticata da alcuni (ma non dal sottoscritto) per non aver da subito cambiato la programmazione. Poi la strategia suicida di Palazzo Chigi e' stata di trasformare una situazione critica, ma gestibile, in una specie di stato di guerra, addirittura sollevando una inutile polemica contro i medici della Lombardia mentre lavorano senza sosta negli ospedali". "Di fronte al fallimento totale della gestione comunicativa di questa emergenza- sottolinea Anzaldi- non è pensabile scaricare su altri, Palazzo Chigi aveva tutti i mezzi per poter evitare il panico e l'isteria collettiva che stanno devastando la nostra economia, invece è stata privilegiata la visibilità rispetto al buonsenso e alla lungimiranza. E' evidente a tutti chi deve rendere conto di quello che e' successo".

Marco Leardi per davidemaggio.it il 26 febbraio 2020. La telefonata alla Rai sarebbe partita nella giornata di ieri. Da una parte della cornetta, il premier Giuseppe Conte, dall’altra l’AD del servizio pubblico Fabrizio Salini. Durante la conversazione, l’invito – da parte di Palazzo Chigi – a non diffondere allarmismi sul Coronavirus. A riferire tale scenario è stato il quotidiano La Repubblica, secondo cui il Presidente del Consiglio avrebbe sentito al necessità di comunicare con il top manager di Viale Mazzini per chiedere un adeguamento dei toni comunicativi sull’emergenza del virus Covid-19. La vera sfida del governo, ora, è infatti quella di garantire la salute dei cittadini non solo attraverso le misure precauzionali messe in atto, ma anche grazie ad una corretta informazione che non ceda al sensazionalismo. Da qui, il bisogno di ‘raffreddare’ i toni anche sul fronte delle news. Dopo la telefonata intercorsa tra Conte e Salini – scrive ancora Repubblica – oggi alle 12 sono stati convocati a viale Mazzini i direttori di rete e di testata con indicazioni precise circa la necessità di spegnere gli allarmismi e i toni forti non solo nei tg, ma anche nei talk e nei programmi contenitore della mattina e del pomeriggio. La conseguenza sarà una drastica riduzione dei minuti, e degli ospiti in studio, dedicati alla diffusione del virus e dei contagi. Intanto, sulle reti del servizio pubblico e sui social, è partita la messa in onda di uno spot contro il Coronavirus con Amadeus come testimonial. Nel video, il popolare conduttore invita i cittadini a seguire alcune norme per evitare il contagio.

DAGONEWS il 26 febbraio 2020. Conte ha il fiato (dal) Colle: le sue troppe apparizioni in tv hanno irritato parecchio Mattarella, anche perché hanno innescato un effetto a catena tra gli altri politici: il ministro della Salute Roberto Speranza, i vari presidenti di regione, poi gli assessori, i sindaci, alimentando ancora di più il panico e l'allarmismo. Peraltro dal Quirinale si chiedono come mai il ministero di Speranza non abbia esercitato una moral suasion nei confronti dei vari virologi, scatenati su tutti i media, per calmare l'isteria collettiva. L'ultima botta di comunicazione che non è stata affatto apprezzata è stata la riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri presso la Protezione Civile, tipo bunker in tempo di guerra. Sarebbero bastati un paio di comunicati al giorno per aggiornare gli italiani, con trasparenza ma pure cautela. Invece Conte, pullover al posto della pochette, è apparso in 16 diversi collegamenti tv in un solo giorno, domenica, un giorno peraltro in cui molti erano a casa e dunque appena cambiavano canale si ritrovavano la faccia del premier davanti. E anche i suoi vecchi e nuovi sponsor, che speravano di aver trovato un mediatore in grado di mantenere il sangue freddo visto che fa l'avvocato e non il politico, si sono ricreduti: al primo ''cigno nero'', il primo evento inatteso,  ha reagito in modo totalmente scomposto, e lo ha pure ammesso! (''il numero dei contagi mi ha sorpreso''). Tutto ovviamente parte sempre da Rocco il Rasputin, quel Casalino che ha cavalcato il coronavirus per distrarre dalle beghe governative. L'agit-prop ha aizzato i giornalisti con cui è in contatto costante, e hanno sfornato articoli e titoli molto allarmistici. Naturalmente a Mattarella non sono piaciute manco gli attacchi scomposti di Salvini, mentre ha apprezzato Meloni e Berlusconi che hanno usato parole concilianti e non hanno per ora cavalcato troppo l'emergenza sanitaria per scopi politici. Non solo al Colle c'è chi poco sopporta Casalino: dentro Palazzo Chigi i dirigenti e funzionari ''stabili'' e non di nomina politica non sanno più come gestire il potere dilagante di Rocco, che ha accentrato tutte le decisioni e non lascia toccare palla a nessun altro. Gli uomini del deep State considerano poi assai tardiva la nomina di Walter Ricciardi come consulente speciale di Speranza: quanto ancora ci voleva prima di scegliere un esperto che potesse guidare le scelte puramente scientifiche del governo? L'unico fattore positivo di questo delirio comunicativo è che ha silenziato Renzi. A parte la battuta sul mettere in quarantena le polemiche, Matteuccio si è aggrappato al coronavirus come a una ciambella di salvataggio: si era infilato in un vicolo cieco e non sapeva più come uscirne. Adesso può lasciare che passi la buriana del virus, e dopo trovare un altro motivo per fracassare le balle del governo e degli italiani.

Coronavirus, retroscena: rabbia di Sergio Mattarella per le 16 apparizioni di Conte in tv in un solo giorno. Libero Quotidiano il 26 Febbraio 2020. Le troppe apparizioni del premier Giuseppe Conte in tv avrebbero irritato parecchio Sergio Mattarella, anche perché hanno innescato un effetto a catena tra gli altri politici: il ministro della Salute Roberto Speranza, i vari presidenti di regione, poi gli assessori, i sindaci, alimentando ancora di più il panico e l'allarmismo. Lo scrive il sito Dagospia. Il tema, ovviamente, è la gestione del caso-coronavirus: non solo da un punto di vista sanitario, ma soprattutto da un punto di vista mediatico. Conte, pullover al posto della pochette, è apparso in 16 diversi collegamenti tv in un solo giorno, domenica, un giorno peraltro in cui molti erano a casa e dunque appena cambiavano canale si ritrovavano la faccia del premier davanti. E anche i suoi vecchi e nuovi sponsor, che speravano di aver trovato un mediatore in grado di mantenere il sangue freddo visto che fa l'avvocato e non il politico, si sono ricreduti: al primo ''cigno nero'', il primo evento inatteso,  ha reagito in modo totalmente scomposto, e lo ha pure ammesso ('"il numero dei contagi mi ha sorpreso"). Una serie di circostanze che, come detto in premessa, avrebbero suscitato l'irritazione del Quirinale, che avrebbe fatto sapere - chiaro e tondo - a Conte cosa pensava del suo operato.

Lettera43.it  Il coronavirus mette alla prova il collaudato sodalizio tra il premier Giuseppe Conte e il suo portavoce e spin doctor Rocco Casalino. I due non riescono più a mascherare il nervosismo che li pervade. Temono che la situazione sia sfuggita (o stia per sfuggire) loro di mano. Soprattutto quando alle sensibili antenne dei due sono arrivate le voci che da giorni rimbalzano sui sanpietrini di Roma. E che sono salite fino al Colle più alto di Roma, irritando non poco, a quanto si giura, l’inquilino numero uno del Quirinale e persino quello numero due (il segretario generale Ugo Zampetti), di solito ben disposto verso il presidente del Consiglio. La voce, se fosse vera, sarebbe grave. Vale a dire che l’enfasi adottata dal premier nella propria strategia di comunicazione sulla diffusione del coronavirus sia stata decisa a tavolino da Casalino. In altre parole, il portavoce e spin doctor di Palazzo Chigi avrebbe convinto l’avvocato del popolo ad accentuare al massimo la comunicazione sul virus. Con l’obiettivo fin troppo evidente di dirottare l’attenzione dalle condizioni di salute (comatose) della maggioranza giallorossa. Il coronavirus, infatti, ha spuntato le unghie all’offensiva portata avanti da Matteo Renzi contro il presidente del Consiglio. Ed a quanto riportato dalle voci che circolano nella Capitale, Conte avrebbe spinto un po’ sull’acceleratore dell’allarme proprio per congelare l’imminente crisi della sua maggioranza. Già prima della scoperta del paziente 1 (quello “0” non si sa che fine abbia fatto), il premier ha concentrato sulla sua persona ogni comunicazione sulla diffusione dell’epidemia. Atteggiamento aumentato in modo esponenziale dopo le prime vittime. Si è fatto immortalare con pochette e con pullover in ogni minuto di queste concitate giornate. È apparso in tutti i talk show televisivi, da Fabio Fazio a quella suburra del trash che è Non è la D’Urso. Fino al punto da far entrare i fotografi per riprenderlo mentre guida il Consiglio dei ministri notturno lo scorso fine settimana nella sede della Protezione civile. Il problema è che proprio questa sovraesposizione mediatica ha innescato quel panico che il premier assicura non doverci essere. E visto che si sta stringendo una sorta di cordone sanitario (e anche economico) intorno all’Italia, il duo Conte-Casalino non sa più come fronteggiare la situazione. Soprattutto ora che il loro gioco (sempre che quel che rimbalza da un corridoio all’altro dei palazzi romani sia vero) è stato scoperto. Per il momento si tratta di voci. Intercettate, però, dalle antenne dello stesso Casalino. Da qui, il nervosismo in aumento.

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 26 febbraio 2020. Abbiamo già avuto modo di verificare che Giuseppe Conte non ha la stoffa dello statista, in compenso da lunedì sera abbiamo la prova che ha una bella faccia tosta. A nessuno infatti sarebbe venuto in mente di attaccare medici che lavorano giorno e notte contro il contagio da coronavirus, alcuni dei quali proprio per questo rimasti infettati, accusandoli di essere incompetenti e di aver sbagliato ad applicare i protocolli. Men che meno nessuno avrebbe il coraggio di prendere a sganassoni i dottori se, come il presidente del Consiglio, portasse la responsabilità di aver avuto un atteggiamento a dir poco contraddittorio di fronte all'epidemia. Come tutti ricorderanno, alla fine di gennaio, quando l'allarme per la diffusione della malattia aveva già valicato i confini della Cina, il nostro governo decise di chiudere gli aeroporti italiani a tutti i voli provenienti da Pechino. La misura, annunciata dal premier e firmata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, era stata da subito criticata e addirittura ritenuta controproducente, perché impediva il controllo dei viaggiatori che potevano giungere dalle aree infette. Tuttavia, sebbene sconsigliato, Giuseppe Conte non solo non fece marcia indietro, ma anzi si vantò della decisione presa, quasi che il gesto fosse un atto di coraggio. Passati pochi giorni, alcuni governatori del Nord, tra i quali quelli della Lombardia, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, suggerirono la quarantena per chiunque fosse di ritorno dalla Cina. Siccome i suddetti erano tutti quanti leghisti e Giuseppi, da quando è stato sfiduciato da Matteo Salvini, teme la Lega come la peste, ovviamente rispose picche, sollecitando Fontana, Zaia e Fedriga a farsi i fatti loro, senza farsi venire strani grilli per la testa. Con l'arroganza che lo contraddistingue da quando si è liberato dei vicepremier di cui, secondo Repubblica, era il vice, Conte «invitò i governatori a fidarsi di chi ha specifiche competenze per tutelare i cittadini», in altre parole a fidarsi di lui. A fargli mutare indirizzo non ha contribuito neppure la scoperta dei primi contagiati da coronavirus. Di fronte all' annuncio di un focolaio tra Lombardia e Veneto, il presidente del Consiglio infatti si è lasciato andare a un esercizio di sicumera: «Siamo, nell' ambito dei Paesi occidentali, quello che ha adottato le misure più garantiste, più efficaci e di massima sicurezza». Non contento, a chi gli contestava l'aumento dei malati, Conte ha replicato dicendo che non c' era da preoccuparsi, perché se i contagiati erano in crescita era solo in quanto in Italia «siamo più bravi degli altri a scoprirli». Così, in poco tempo, si è passati dal siamo i migliori d' Europa per aver bloccato i voli, e dunque l' importazione del virus, a siamo sempre i numeri uno del continente perché abbiamo medici a cui non sfugge neppure un infettato. Insomma, per il capo del governo, a Palazzo Chigi non poteva essere rimproverato nulla, perché con la task force messa in campo non ce n' era per nessuno, neanche per un virus insidioso come quello cinese. Che nel comitato scientifico istituito ad hoc per combattere l' epidemia non ci fosse nemmeno un virologo, ma solo altri medici coordinati da un ginecologo, come ha notato Franco Bechis, nella narrazione dell' ex avvocato del popolo era naturalmente un dettaglio. Dopo aver celebrato davanti a microfoni e telecamere l' azione dell' esecutivo, domenica però Giuseppi è stato spiazzato dalle notizie in arrivo dalla Lombardia e Veneto e così, a Lucia Annunziata, ha confessato di essere sorpreso «da questa esplosione dei casi». Sì, per giorni Conte si è dimostrato sicuro e deciso come un vero condottiero poi, dopo essersi dichiarato stupito per le centinaia di contagiati e per i morti, ha annunciato che anche se il numero dei contagi avrebbe potuto crescere ancora, non c' era da spaventarsi, perché aveva «appena firmato un decreto attuativo che dispone nuove misure per i prossimi 14 giorni». Ma poi l'uomo stupefatto che si dimostrava tutt' altro che impaurito «perché siamo i più bravi d' Europa», lunedì sera attaccava i medici accusandoli di non aver rispettato i protocolli. Le gaffe del primario del popolo non sono però finite qui. Il noto virologo di Palazzo Chigi ieri ha addirittura annunciato di voler dare «un messaggio ai rappresentanti dell'Organizzazione mondiale della Sanità: l' Italia è un Paese sicuro, in cui si può viaggiare». Oscillando come un pendolo condannato al moto perpetuo, Conte si è lasciato andare a uno sfogo, dicendo che forse si è esagerato nei controlli, facendo i tamponi a tutti. Sì, lo dobbiamo ammettere, qualche esagerazione c' è stata e qualche cosa è scappata di mano. Ma non si tratta del coronavirus, bensì del Contevirus, un morbo impazzito che se ne esce ogni giorno con un nuovo trasformismo. Speriamo che gli scienziati trovino presto un vaccino.

·        La Quarantena e gli Influencers.

Micol Salfatti per il Corriere.it il 21 aprile 2020. «It’s the end of the world as we known it». È la fine del mondo come lo abbiamo conosciuto. Lo cantavano i Rem nel 1987, lo ripetiamo in questi giorni sospesi. Ci interroghiamo su quanto e come la pandemia ci cambierà. Nelle cose fondamentali, in primo luogo, e in quelle più leggere, perché persino l’effimero è stravolto dal coronavirus. Il mondo patinato dei social, governato da attori, cantanti, conduttori e da celebrità native digitali, gli influencer, ha già modificato i suoi stili, la sua grammatica. Tinelli al posto di party esclusivi, via i tacchi a spillo su le ciabatte, capelli arruffati, tute da ginnastica e pigiami. Ma la metamorfosi non è solo estetica. «Tra gli impatti sociali del coronavirus c’è il rapido smantellamento del culto della celebrità», ha scritto Amanda Hess sul New York Times. «I famosi sono ambasciatori della meritocrazia. Rappresentano la ricerca della ricchezza attraverso il talento, il fascino e il duro lavoro. Ma il sogno della mobilità di classe svanisce quando la società e l’economia si fermano, il conteggio dei morti cresce di giorno in giorno e il futuro di tutti è congelato. E allora è in questo momento che si vedono le differenze: c’è chi affronta la crisi in un monolocale sovraffollato e chi in un palazzo signorile».

I volti noti che pontificano dagli attici. Milioni di persone in tutto il mondo, chiuse nei loro appartamenti, sono state redarguite da volti noti che invitavano con grandi sorrisi a «restare a casa». Dimentichi, nella comodità dei loro attici, di chi vive in un’abitazione non troppo accogliente o di chi deve uscire per forza per andare a lavorare. Altri vip hanno motivato i follower a cogliere le opportunità dei giorni di quarantena: prendersi cura di sé, imparare a cucinare, guardare serie tv. Senza considerare che, per tanti dei loro fan, queste ore lunghe e vuote sono accompagnate da una clessidra che segna l’avvicinarsi di un futuro incerto. Jennifer Lopez posta un video dalla sua villa di Miami, un follower, portavoce di molti, risponde «Vi odiamo tutti». Madonna pontifica dalla sua. Il coronavirus sta stravolgendo anche lo stile di comunicazione sui social media. Cambia l’estetica, ma cambiano soprattutto i contenuti, mai così importanti per chi ha la responsabilità di rivolgersi a milioni di persone. In un momento difficile, star e influencer devono fare attenzione a non mostrare troppo i privilegi e a trasmettere messaggi adeguati. Invitare dalla propria villa chi vive in un monolocale o sta perdendo il lavoro a «restare a casa» genera rancore.

L’esibizione di sé non hanno più senso. Il rapporto tra le celebrità e il pubblico sta mutando. L’espressione e l’esibizione di sé non hanno più senso. Rimane chi sa intrattenere con intelligenza. O propone cose utili a tutti enorme vasca da bagno piena di rose su come Covid-19 renda tutti uguali e vulnerabili. In Italia la conduttrice Barbara D’Urso, che va in onda, come tutti i colleghi, da uno studio televisivo senza pubblico, condivide uno scatto con truccatore e parrucchiere a ben meno del metro di distanza imposto per evitare i contagi. Ci mette l’hashtag #iorestoacasa, segue un diluvio di commenti: «costringi a lavorare persone che non dovrebbero uscire», «non rispetti le regole». Il rapporto social tra follower e celebrità è cambiato. La fama, la bellezza, un’esistenza scintillante da spiare attraverso uno schermo non bastano più. La differenza sta nel saper davvero intrattenere. Poter offrire ai propri ammiratori uno svago di qualità, anche per pochi minuti, ha un valore in giorni angosciosi. Lo stesso vale per gli influencer, persone comuni, spesso molto giovani, diventate star dei social per la loro capacità di influenzare, appunto, stili di viti e consumi. Ma cosa si può vendere in settimane in cui si contano i morti e uscire a fare shopping è vietato per decreto?

Senza la socialità privilegiata, tocca reinventarsi. L’esibizione della propria vita, interessante perché punteggiata di eventi, condivisa in virtù di una socialità privilegiata perde senso e allora, anche in questo caso, tocca reinventarsi. O almeno seguire il momento, rispettarne i toni e l’umore, capire che la propria popolarità, certificata da milioni di follower, va usata con intelligenza. Il coronavirus ha messo in pausa — o forse addirittura cancellato — quella che i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici hanno definito, in un omonimo saggio, «Società della performance». Una società «che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni e ha paura del silenzio. Basata sull’espressione di sé e l’esibizione di sé». Qui sotto vi raccontiamo, in ordine sparso, chi, tra le stelle della Rete, si sta adattando a questi tempi e chi li sta sprecando. Chi ne sta traendo qualcosa di utile per gli altri e chi no.

Anthony Hopkins. Attore premio Oscar, classe 1937, compirà 83 anni il prossimo 31 dicembre. È stato apprezzato per ruoli inquietanti, su tutti quello dello psichiatra cannibale Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti, come per quelli delicati, indimenticabile il James Stevens di Quel che resta del giorno. Di recente ha vestito pure i panni papali di Benedetto XVI per il film I due papi. Ama la musica, suona e compone canzoni. Nei giorni di quarantena offre ai suoi follower Instagram, oltre un milione e ottocentomila, divertenti sketch, brevi monologhi, spunti intelligenti e garbati. Sfoggia coloratissime camicie e mostra orgoglioso i grandi quadri che dipinge. È irresistibile quando suona, e pure bene, il pianoforte per il suo gatto Niblo, ormai anche lui una star social. «Lui si assicura che io stia bene, in cambio lo intrattengo», spiega in un post. Per comunicare su un mezzo giovane, l’età, in fondo, non è importante. Quello che fa la differenza sono i contenuti. Nel caso di Anthony Hopkins sono sempre di grande qualità.

Chiara Ferragni. In questa emergenza la capostipite di tutte le influencer, per ora, non ha sbagliato un colpo. Invitava a rinunciare alle uscite superflue già prima del lockdown e ha ben compreso la responsabilità di poter parlare a oltre 18 milioni di seguaci. Grazie alla sua potenza comunicativa ha raccolto 3,8 milioni di euro per realizzare un nuovo reparto di terapia intensiva all’Ospedale San Raffaele di Milano. Non si è snaturata, resta un’imprenditrice, e, ogni tanto, promuove le tute da casa della sua linea «perfette in questi giorni» . Non la immaginiamo perdere le notti sul sito Inps per i 600 euro ma, come tutti, prova, legittimamente, a portare avanti i suoi affari.

Francesco Belardi. Il suo canale YouTube ha circa 400 mila iscritti, a cui se ne aggiungo 100 mila su Instagram. Purtroppo Francesco Belardi, 24enne abruzzese, in arte Social Boom, non ha usato al meglio la sua popolarità. Lo scorso 26 febbraio ha fatto credere ai suoi follower di avere violato la zona rossa, al tempo limitata alle aree del Lodigiano dove erano avvenuti i primi contagi. «Ho aggirato i controlli. Sono successe un sacco di cose assurde», raccontava in brevi video. «Nella zona rossa si può entrare in tranquillità, ma poi non si può più uscire per 15 giorni». Aveva pure lanciato un sondaggio: «Fatemi sapere se volete che torni per intervistare qualcuno». Non era vero niente, le immagini erano state girate fuori da Codogno, ma Francesco è stato denunciato d’ufficio per «Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico».

Caterina Balivo. Il suo programma Vieni da me, in onda il pomeriggio su RaiUno, è stato sospeso, come molti altri, a causa dell’emergenza sanitaria. Caterina Balivo ha deciso di non abbandonare comunque i suoi spettatori e di intrattenerli con un nuovo format. Assieme al marito, l’esperto di Finanza e scrittore Guido Maria Brera, ha lanciato sul suo profilo Instagram My next book, uno spazio in diretta in cui, da lunedì al venerdì alle 15, un autore racconta un libro che ha scritto rivolgendosi a coloro che non lo hanno ancora letto. Tra gli ospiti Francesco Piccolo, Gian Arturo Ferrari, Sandro Veronesi. Balivo, di solito alla guida di trasmissioni di intrattenimento, ha trovato un modo nuovo e intelligente per parlare a tutti di libri e cultura. Argomenti che non fanno mai male.

Chiara Nasti. L’influencer Chiara Nasti ha una certa predisposizione per le uscite infelici, pericolose quando si è seguiti da oltre un milione di persone su Instagram. All’inizio dell’epidemia si lamenta e si lascia scappare una brutta gaffe. Dopo essersi fatta applicare sulla manicure uno sticker con l’emoticon del Virus, racconta ai suoi follower: «Io sono una persona super ipocondriaca e mi prendo male anche per un mal di testa, ma stavolta sono abbastanza tranquilla: quello che sarà, sarà. Prendiamo tutte le precauzioni possibili. Dovete vedere le unghiette che mi sono fatta, coi batteri ( in realtà un virus ndr). Fate finta che l’ho preso anche io il virus. È un macello ma supereremo anche questa». Poi tace, rispetta la quarantena, ma non rinuncia a postare foto sexy dalla sua bella casa, con didascalie non proprio incoraggianti ed empatiche. «Ho una f......a voglia di tornare alla mia vita, questa situazione ha veramente rotto i c.....i».

Kendall Jenner. All’inizio della pandemia la modella e celebrità da reality show Kendall Jenner, sorella delle altrettanto note Kylie Jenner e Kim Kardashian, non sembrava particolarmente turbata. Sul suo account Instagram da 126 milioni di follower postava grafici colorati provenienti da fonti ignote e invitava tutti a non farsi ossessionare da questo virus «poco più di un’influenza, la maggior parte dei casi ha sintomi lievi». A rintuzzarla è arrivata la già citata Chiara Ferragni: nelle sue stories Instagram l’ha invitata a correggere il tiro e le ha ricordato che un seguito enorme come il suo comporta responsabilità. Che sia merito o meno della “collega” italiana non è dato saperlo, ma Kendall si è ravveduta. Si è unita al coro del «restiamo a casa», posta foto con gli amici scrivendo, «più rispettiamo la quarantena, prima riusciremo a vederci». La sorella Kylie, 169 milioni di followers su Instagram, ha convertito la sua azienda di rossetti per produrre gel disinfettante per le mani da donare agli ospedali californiani.

Jovanotti. Una menzione d’onore va a quasi tutti i cantanti italiani che sui loro canali social non si sono risparmiati per intrattenere i fan con dirette, concerti casalinghi e persino presentazioni di canzoni inedite. Jovanotti è senz’altro uno dei più attivi. Ha trasformato i suoi Jova Beach Party, la serie di concerti sulle spiagge italiane, in Jova House Party. Ogni giorno ha suonato e ospitato nelle sue dirette Instagram, con l’amico Fiorello, personaggi di ogni tipo. Tra questi Paolo Sorrentino, Achille Lauro, Bebe Vio, Massimo Recalcati, Michelle Hunziker, Telmo Pievani, Checco Zalone, Federica Pellegrini e tanti altri. Uno spettacolo formato smartphone divertente, intelligente e di grande qualità.

Arielle Charnas. Agli italiani questo nome dirà poco — e non si perdono niente — ma negli Stati Uniti la signorina Charnas, fashion blogger e influencer, ha oltre un milione e 300 mila seguaci su Instagram. A loro ha raccontato con grande semplicità di essersi sentita poco bene e di avere ottenuto, grazie ai buoni uffici di un amico medico, pure lui molto social, la possibilità di fare un tampone. L’esame è ormai inaccessibile ai più anche a New York. Dopo i controlli medici, come se nulla fosse, ha postato un video in cui scartava un pacchetto regalo contenente costosissimi capi griffati. Charnas è poi risultata positiva al virus , ma si è comunque spostata da New York agli Hamptons, violando le norme. La rabbia dei suoi seguaci, a quel punto, è diventata incontenibile. Il New York Post ha bollato l’influencer come Covidiot, l’idiota del Covid-19.

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 27 aprile 2020. Da recluse si sono scatenate ancora di più: il lockdown domiciliare ha eccitato loro e il pubblico di guardoni che le segue: di chi stiamo parlando? Il punto è questo, perché l' espressione influencer a questo punto non va più bene. Avevamo appena fatto in tempo a imparare il termine che già dobbiamo trovarne un altro per definire la massa di carne che si esibisce sul web e che si declina in donne anche mature, donnine, ragazzine, quasi-puttane, e poi ecco, nello stesso calderone però ci sono anche le influencer vere, che avrebbero anche il diritto di averne le scatole piene, di essere confuse con esibizioniste di primo pelo (rasate, più spesso) che l' unica cosa che possono influenzare è il movimento della mano dall' alto al basso (e viceversa).

Esempio. Da una parte Chiara Ferragni, che per mesi abbiamo faticato a capire che cosa facesse nella vita e poi abbiamo capito che movimenta milioni di dollari (tanti) vendendo e promuovendo prodotti suoi o di altri attraverso la rete, diventando poi anche testimonial di un sacco di prodotti. In questo è agli effetti un «personaggio popolare in Rete, che ha la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti e, in particolare, di potenziali consumatori, e viene utilizzato nell' àmbito delle strategie di comunicazione e di marketing» (Treccani). Ora prendete a paragone, chessò, la figlia di Ornella Muti, Naike Rivelli, 45 anni, una che non ha sfondato in nessun mestiere (attrice, cantante, modella) ma anche lei è definita «influencer», e in questi giorni sta «influenzando» mostrando le chiappe con le mani di un tizio che gliele strizza. Vale per chi era già famosa per qualcosa - per esempio l' attrice e showgirl Anna Falchi - e chi quindi si esibisce con scatti arrizza-popolo perché la loro merce è quella, non altra. Diletta Leotta, altro esempio, «vende» essenzialmente il suo culo (nel senso che avete capito) ma non sappiamo se pubblicizzi anche qualcosa: l' Authority ha fatto sapere che sulle immagini, in caso di pubblicità diretta o indiretta, deve comparire «#Adv» o «#advertising» o «#prodottofornitoda», roba così. Mettono la sigla Federica Nargi, Chiara Biasi, Chiara Ferragni e altre che potremmo definire «fashion blogger» per distinguerle da chi esibisce solo se stessa, come Elisabetta Gregoraci (due professioni: moglie ed ex moglie) o Laura Chiatti (attrice) o Asia Argento (attrice teorica) o altre come Rita Rusic, Romina Carrisi (professione figlia) o Sarah Altobello (professione: sosia di Melania Trump) o tante altre che si definiscono «influencer» e giungono a fingere di avere grandi sponsor alle spalle, nella speranza che si facciano vivi davvero. A parte una questione prettamente pedagogica (in rete ci sono frotte di 15enni che si atteggiano a zoccole e pensano che diventeranno ricche) c' è da chiedersi se l' influencer sia la versione moderna del vecchio opinion leader: la risposta è no, perché si salta l' intermediazione del media. Prima i media (giornali, tv) si concentravano su tizia che in questo modo influenzava le masse. Oggi tizia si rivolge direttamente alla massa che, in teoria, può interagire con lei, e i media vanno talvolta a inseguire o semplicemente a parlarne, come stiamo facendo noi.

Nota: i giornalisti formalmente possono essere influencer di idee, ma non di prodotti, perché sennò li radiano dall' Ordine; quando lo scrivente partecipò a un adventure game su Raidue nel 2015, "Montebianco", dovette coprire tutti i loghi dei vestiti che indossava; Giampiero Mughini accettò con serenità di lasciare l' Ordine dopo aver fatto da testimonial a favore di una linea di telefonini, lo stesso ha fatto Fabio Fazio per fare da testimonial pubblicitario di Tim. Vittorio Feltri e Gad Lerner hanno fatto uno spot per dei biscotti ma hanno devoluto in beneficenza il compenso, e questo è permesso. Se invece non sei giornalista puoi fare quello che vuoi: la dilettante a pagamento Selvaggia Lucarelli, che scrive sul Fatto Quotidiano, per esempio riceveva omaggi di vario genere di cui ovviamente parlava sui suoi social: dai capi d' abbigliamento alle creme. Ciò detto, come si misura il successo di un influencer? Il criterio è lo stesso che decreta quello di un giornale (le copie) o di un programma tv (l' auditel), ma tutto sommato è più affidabile e preciso: c' è una classifica (basata sui dati di Sharablee stilata da Sensemakers) che conteggia le interazioni che gli influencer hanno accumulato su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube. I famigerati «click». E tanto per far capire come vecchi e nuovi media siano spesso poco comunicanti: lo scrivente menzionerà solo quelli che non ha mai sentito nominare: «Gli Autogol» (terzo posto) hanno 17,5 milioni di interazioni, la food blogger Benedetta Rossi (quarto posto) ha 7,7 milioni di interazioni, al nono c' è l' influencer amante degli animali Paola Turani, poi Alice Campello, moglie del calciatore spagnolo Alvaro Morata: che lo scrivente non sa chi sia, ma immagina che non sia brutta.

·        I Contagiati vip.

Mario Fabbroni per leggo.it l'1 novembre 2020. Il Covid colpisce anche uno dei più importanti stilisti del made in Italy. Rocco Barocco si trova infatti ricoverato da qualche giorno a Napoli: 76 anni, lo stilista è curato dagli specialisti del nuovo Covid Center dell’Ospedale del Mare. Terapia con ossigeno, condizioni che vengono definite in leggero miglioramento rispetto a quando Rocco Barocco è stato accompagnato dai familiari dopo aver accusato problemi respiratori. Bene precisare infatti che Rocco Barocco si trova nel reparto di terapia sub intensiva del nosocomio partenopeo.

Rocco Siffredi, maxi focolaio di coronavirus in casa: "Tutti contagiati". Non solo la famiglia: roba clamorosa. Libero Quotidiano il 28 ottobre 2020. Un clamoroso focolaio di coronavirus  in casa di Rocco Siffredi. Secondo quanto riportato da Dagospia, il più famoso attore del cinema a luci rosse d'Italia e forse del mondo al momento sarebbe in quarantena a Budapest, capitale dell'Ungheria dove vive e lavora da tempo. Oltre a Siffredi, positivi sarebbero anche la moglie Rosza Tassi e i figli Lorenzo e Leonardo (ormai adulti e rispettivamente di 24 e 21 anni). Avrebbero accusato sintomi del Covid pure la donna delle pulizie e l’autista di casa. I timori ora si allargano all'Italia: il 56enne Siffredi la scorsa settimana era a Roma per scrivere la sceneggiatura della serie che stanno preparando sulla sua vita.

Da ansa.it il 29 ottobre 2020. "I test rapidi per rilevare il Covid-19, anche se costosi e comprati in farmacia, sono inutili e dannosi. State attenti, non fidatevi": Rocco Siffredi attribuisce a due 'falsi negativi' il focolaio che ora tiene in ostaggio lui e la sua famiglia in casa a Budapest. Al telefono con l'ANSA riferisce di avere contratto il virus a Roma, con ogni probabilità venerdì 16 ottobre, ad una cena, e di avere acquistato in Italia test e medicinali, solo per precauzione, prima di rientrare in Ungheria. "Siamo partiti da Budapest negativi al 100%. Avevamo fatto i test molecolari. Sono andato a Roma con mia moglie (Rosa Caracciolo ndr) per incontri legati al film sulla mia vita, un biopic a puntate in fase di scrittura che dovrebbe uscire nel 2022 e per il quale abbiamo individuato il protagonista", racconta la star internazionale del cinema porno confermando la notizia della positività al Covid anticipata dal sito Dagospia. "Per evitare di dover fare la quarantena al ritorno, come imposto in Ungheria, con tanto di visite a casa della polizia, ci siamo fatti fare un invito 'business' grazie al quale è possibile muoversi con libertà". Ma, al ritorno, qualcosa non è andato per il verso giusto. "Io e mia moglie abbiamo iniziato ad avere sintomi influenzali e siamo rimasti in casa. Per ben due volte i test comprati in Italia hanno dato esito negativo. Dopo il secondo ci siamo tranquillizzati e abbiamo riabbracciato i nostri due figli, Lorenzo di 24 anni e Leonardo di 21". L'indomani anche loro hanno iniziato a sentirsi male. "Ieri mattina abbiamo deciso di fare anche un tampone molecolare e alle ore 18 ci hanno chiamati dal laboratorio per comunicarci che eravamo tutti positivi, anche la fidanzata del mio figlio grande, la nostra domestica e il marito. Siamo infetti e con sintomi, tutti". Siffredi non riesce a darsi pace soprattutto per le persone più anziane, cioè la donna di servizio e il marito. "Non mi perdonerei di aver fatto del male a loro, che hanno 70 e 75 anni", dice. La preoccupazione riguarda anche la famiglia della fidanzata del figlio, che è ora in attesa dell'esito del tampone. "Io e mia moglie - racconta - siamo stati attenti. Il nostro hotel a Roma era semi vuoto ma i mezzi pubblici erano affollatissimi. L'ultima sera al ristorante eravamo seduti e distanziati ma ci siamo distratti e lasciati andare a qualche stretta di mano di troppo. C'erano alcuni colleghi attori, non del cinema porno. Una persona che era lì ci ha poi chiamati comunicandoci la positività al Covid di uno di loro". Due giorni dopo, a Budapest "sono apparsi i primi sintomi con un po' di febbre e di tosse e io e mia moglie abbiamo detto ai figli di stare lontani, di non toccarci", racconta. Sembrava una leggera influenza. "Abbiamo fatto un primo test, da Roma ci hanno detto di ripeterlo, sempre con una goccia di sangue: negativo. Soprattutto mia moglie però continuava a stare male", spiega. Siffredi è furioso per il contagio inconsapevole a macchia d'olio: "E' sbagliatissimo mettere in circolazione test fai da te, un business dannoso. Bisogna fare solo esami molecolari. L'altra cosa che non va sono i mezzi di trasporto. A Parigi in aeroporto ci siamo trovati con migliaia di persone addosso", racconta. "I ragazzi ora stanno meglio mentre io e Rosa abbiamo perso il gusto e abbiamo ancora sintomi". Le terapie proseguono a domicilio. "Sento al telefono medici italiani e seguo le loro indicazioni, mi sento più tranquillo", spiega Rocco. Il Covid rischia di far saltare a Siffredi un lavoro al quale tiene molto. "Proprio ieri - racconta - avrei dovuto mandare un test negativo in Turchia per girare dal 16 novembre 8 spot sull'educazione sessuale insieme alla pornostar statunitense Lisa Ann. Un messaggio molto importante in un Paese musulmano. Spero di poterlo fare". A Las Vegas 3 anni fa "mia moglie stava per morire per una brutta influenza. Era disidratata, aveva la bocca appiccicata, non dava quasi segni di vita. Stavolta - conclude - sono convinto che si tratti di una malattia meno grave, almeno nel nostro caso. Non vorrei essere frainteso da chi ha perso i suoi cari".

Da music.fanpage.it il 29 ottobre 2020. Ornella Vanoni è risultata positiva al Coronavirus. La cantante lo ha annunciato personalmente ai suoi fan tramite un post sul suo profilo Instagram: una foto di lei nel letto con le coperte ben rimboccate, fino a nascondere il viso. Uno scatto comunque ironico, a testimonianza del fatto che le sue condizioni di salute non sono gravi, come spiega in didascalia. "Mi ha presa! Sto bene", rassicura Ornella Vanoni. Al momento sono gli unici dettagli sul suo stato di salute. Proprio di recente, tra l'altro, la cantante era tornata in studio per registrare il suo nuovo album, ormai terminato, che dovrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi.

Vanoni: "C'è il coprifuoco perché siamo in guerra". Appena qualche giorno fa la cantante era intervenuta per commentare la situazione critica dei contagi che ha travolto la sua Milano e, in generale, la Lombardia. "Mi viene da piangere", aveva detto. Sul suo profilo Instagram aveva pubblicato uno scatto del Pirellone illuminato con la scritta: "State a casa", una foto diventata celebre durante i giorni più duri della prima ondata di pandemia. La cantante è particolarmente legata alla sua città e sui social ci ha tenuto ad esprimere un messaggio importante sul cosiddetto coprifuoco: "Le parole hanno un peso, certo, ma non bisogna avere paura di usarle quando servono, vedi ‘coprifuoco' ". La Vanoni ha ricordato quando "durante la guerra, e io l'ho vissuta, c'era il coprifuoco e sapevamo cosa bisognava fare: spegnere tutte le luci, perché il nemico non ci bombardasse, e adesso siamo in guerra", ha dichiarato.

L'affetto stabile di Ornella Vanoni è il suo cane. Durante il primo picco di pandemia, Ornella Vanoni si era detta molto preoccupata vedendo spesso le regole violate intorno a lei. E ai microfoni di "Un giorno da pecora" su Rai Radio 1, la Vanoni si era detto sfiduciosa su un cambiamento degli italiani dopo questa esperienza traumatica: "Non ci credo tanto. In fondo ha ragione Guccini, gli uomini dimenticano, non cambiano". La cantante aveva raccontato che durante il lockdonw il suo "affetto stabile" era unicamente il suo amato cagnolino: "Non ho un compagno, non ho un affetto stabile, ho chiuso baracca e soprattutto burattini". 

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 24 ottobre 2020. C'è una forma di spudoratezza, di narcisismo social da contagio nella molteplicità di storie Instagram, di coming out sul virus, di confessioni «ce l' ho anch' io» che fioccano in questi giorni nel mondo dei vip. Certo, si potrà obiettare, alla base c' è la necessità sanitaria di isolarsi e far sapere agli altri, amici e fan, che per un po' sarà bene tenersi alla larga da loro. E c' è anche l' urgenza di dare un messaggio sociale, di far capire ai follower che il virus se lo possono beccare tutti, vip e non, e invitarli a indossare sempre la mascherina. Nondimeno c' è qualcosa di fastidiosamente osceno nella ridondanza del messaggio, nell' aggiornamento costante sullo stato della propria salute, nel dichiararsi parte della tribù dei malati, apparendo tuttavia in video (e grazie al cielo) in buona forma, magari con la messa in piega appena fatta o simulando facce buffe.

Più sobrietà. Viene perciò naturale invocare un po' più di sobrietà, mentre guardiamo i video delle varie Federica Pellegrini, Nina Zilli, Nunzia De Girolamo, ma anche della Iena Giulio Golia o dell' ex ministro Beatrice Lorenzin, che recentemente hanno comunicato urbi et orbi di aver contratto il Covid-19. La Pellegrini addirittura si è lasciata andare a un pianto in diretta social, e ogni giorno ci tiene a renderci edotti sul decorso del suo contagio e su quello di sua madre. La Zilli si è sparata una storia con foto ironica per far sapere che «mi è venuta la febbre», che lei aveva preso tutte le precauzioni e per invitare tutti, in modo molto democratico, a «non andare al ristorante». Anche la Lorenzin tiene a sottolineare, in un video social, che questo virus è «una bestiaccia» in quanto «anche io che sono particolarmente attenta sono rimasta contagiata», ma che dopo tutto lei ha solo «un po' di febbre e mal di gola». La De Girolamo ci comunica invece che lei ha «tosse, mal di testa» e che, attenzione, «il Covid c' è e si nasconde anche tra le persone a cui vogliamo bene» e bisogna «tenere alta l' attenzione». E se Giulio Golia ci dice che ha «un leggero mal di testa» ma sta bene e ci aggiorna coi suoi selfie, l' altra Iena Alessia Marcuzzi si era autodefinita «positiva» sì, ma solo «leggermente». Inarrivabile ciò che aveva fatto quest' estate Antonella Mosetti che, truccata e tirata a lucido, pur alle prese col Covid, ringraziava su Instagram «le persone che in direct mi danno tanta solidarietà»; mentre Aida Yespica parlava della sua positività in diretta tv, con scollatura d' obbligo, a Pomeriggio Cinque dalla d' Urso. circo mediatico Intendiamoci. Siamo lieti che questi vip abbiano contratto il virus solo in forma lieve e auguriamo a quelli ancora positivi una pronta guarigione. Non possiamo però non contestare la loro scelta comunicativa e tutto il circo mediatico che si imbastisce attorno. E ci chiediamo: ma non sarebbe meglio un semplice tweet per far sapere a utenti e follower che si è contratto il Covid e si sta bene, senza ostentazioni video? Non sarebbe più pudico e più rispettoso verso chi il Covid, invece, lo ha preso in forma grave e non ha modo di spararsi stories sui social? Non sarebbe l' occasione buona, quella del coronavirus, per spegnere un attimo le telecamere su di sé, chiudersi nella propria intimità e praticare il distanziamento mediatico, anziché farne oggetto di visibilità o addirittura, nei casi peggiori, strumento per recuperare la visibilità perduta? E invece no, spesso lo scopo ultimo di questi selfie-virus è incentivare like e condivisioni, alimentare il circuito di visualizzazioni, rendere, ahinoi, anche questi contenuti "virali".

Stefano Massini per “Robinson - la Repubblica” il 22 ottobre 2020. Riusciremo a uscire vivi e illesi dal nuovo gioco mediatico "Indovina chi è positivo"? Difficile sopravvivere. Sembra quasi che la regola d' oro del Vip sia figurare nel folto elenco di chi "nonostante tutto" ha contratto il virus; che tu sia il Presidente degli Stati Uniti o Cristiano Ronaldo, che tu conduca una trasmissione di successo o un partito politico di qualsiasi colore, devi ostentare urbi et orbi la positività del tampone come un marchio d' eccellenza, con quel sottotesto implicito "può toccare a chiunque se è toccato addirittura a me", mentre parte in sottofondo il wagneriano Crepuscolo degli dèi. Mi si risponderà che la comunicazione in questo caso assolve a un compito puramente pedagogico, per cui si mira a rafforzare il rigore collettivo mostrando la facilità estrema del contagio, il suo arrivare a chiunque, indipendentemente dal nome e dalla fama. Non ne ho dubbi. Ma comincia ad andarmi un po' indigesto il ritmo forsennato con cui siti e prime pagine rimbalzano foto, nomi, cariche e blasoni declamandone lo stato febbrile, la leggera tosse, la respirazione un po' pregiudicata, l' astenia, l' umore e il tasso di collaboratività con l'archiatra di turno. Parliamo di un virus che sta uccidendo milioni e milioni di sconosciuti in tutto il pianeta, vediamo immagini agghiaccianti di fosse comuni e di cimiteri improvvisati, senza contare le migliaia di disperati che in questo istante muoiono di polmonite in angoli del mondo in cui una terapia intensiva è puro miraggio. A fronte di tutto questo, sono sincero, non mi preme sapere chi sarà il prossimo viso noto a rassicurarmi "ho il Covid ma non me la passo poi così male".

Antonello Piroso per “la Verità” il 20 ottobre 2020. Mi si nota di più se, essendo contagiato, lo dico, oppure se faccio finta di nulla? Ecce Covid, il dilemma alla Nanni Moretti di Ecce Bombo (1978), rivisitato ai tempi del virus. Lungi da me qualsiasi ironia sul subdolo Bastardo che non fa sconti. Ma c'è un aspetto su cui già alla fine di settembre avevo lanciato una provocazione dai microfoni di Virgin Radio, interrogandomi su un possibile «esibizionismo social di ritorno». Spiego. Durante il lockdown primaverile, a un certo punto non ne potevo più: attaccato tutto il giorno al computer, ero inondato da notifiche che mi segnalavano dirette sul web di Tizio che faceva i rigatoni, Sempronio ginnastica, Caio un concertino, o leggeva i sonetti di Shakespeare, o raccontava barzellette. Nulla di male, ovvio: libero chiunque di appalesarsi in Rete con lo streaming, libero io di seguirlo o meno. Ma davvero era uno stillicidio, che alla fine ti faceva quasi sentire inadeguato se ti chiamavi fuori dal rito ecumenico del villaggio globale. Ora stiamo assistendo a un fenomeno simile, che se da un lato ricopre una certa qual funzione «pubblica», dall'altro rischia di esporre i protagonisti a una serie di rilievi, in qualche caso non del tutto campati in aria: rendere noto o no di essere risultati positivi al Covid? Perché tra gli effetti collaterali della pandemia c'è anche questo: la «socializzazione» del proprio stato di salute. Nella fase 1, ricordo la notizia data da Nicola Zingaretti in diretta Facebook, e quella divulgata da Mediaset su Nicola Porro per spiegare la mancata messa in onda di Quarta Repubblica, con contestuale video postato dallo stesso Porro per offrire maggiori ragguagli. Nonché, uscendo dall'Italia, l'annuncio di Tom Hanks con la moglie Rita Wilson, entrambi positivi su un set in Australia (con battute nei late show americani che qui farebbero invocare la pena di morte: «Quando ho visto in tendenza il nome di Tom e della moglie mi è venuto un colpo: avranno mica divorziato?!? Ho tirato un sospiro di sollievo quando ho scoperto che si trattava solo di coronavirus"). Con la risalita dei contagi, politici, sportivi, giornalisti, cantanti, perfino pregiudicati hanno iniziato a scapicollarsi per informare urbi et orbi di essere in guerra con l'ospite indesiderato. Nelle ultime due settimane abbiamo visto, sentito, letto le dichiarazioni di Beatrice Lorenzin, Mariastella Gelmini, Ferruccio Sansa, Massimo Giannini, Valentino Rossi, Federica Pellegrini, Fabrizio Corona, Nina Zilli (la sua diretta Instagram è di ieri, lunedì) e Antonio Ricci, il padre padrone di Striscia la notizia, di cui la famiglia ha confermato all'agenzia Ansa il ricovero «per ragioni precauzionali» (a tutti loro, come a chiunque sia alle prese con questa o con altra patologia, i più sinceri auguri per una rapida, quanto senza strascichi, uscita dal tunnel). Tale sollecitudine può essere perfino doverosa, se si è persone o personaggi entrati in contatto diretto e prolungato (per il ruolo o l'incarico ricoperto, o per le mansioni svolte) con altri soggetti, magari ignorando chi essi siano, in tutto o in parte, e quindi con la comprensibile esigenza di metterli sull'avviso pubblicamente.Ma negli altri casi? Sussistevano, per usare un linguaggio giuridico, i requisiti della necessità e dell'urgenza? Andando perfino oltre il coming out, cioè l'autodenuncia: a Ballando con le stelle sabato sera su Rai 1, si è arrivati all'outing, lo «spiattellamento» -che diamo per scontato sia avvenuto con il consenso dell'interessato- di Tullio Solenghi che ha dedicato la performance all'altro componente del celebre trio (con la scomparsa Anna Marchesini), Massimo Lopez: «Che è a casa con il Covid. Dopo un primo momento di difficoltà, adesso sta molto bene». Luca Bizzarri, alla guida di Quelli che il calcio su Rai 2 con Paolo Kessisoglu, il 5 ottobre ha twittato: «Magari sbaglierò, ma il fatto che ogni due o tre giorni ci sia qualcuno che si sente in obbligo di comunicarci con un video la propria positività al virus è obbligatorio? Non rischia di sembrare più, come dire, nel migliore dei casi, un'inspiegabile mitomania?». Perfino il Franti che è in me non riesce a essere così abrasivo. In rete gli immancabili haters hanno coniato un feroce neologismo per stigmatizzare tali esternazioni, con tanto di hashtag: #CoVip. Che hanno sicuramente un pregio: ricordarci che i negazionisti sono irresponsabili e che il virus è tutt' altro che defunto ed è democratico, colpendo chiunque e ovunque, «tu, io, Cristiano Ronaldo, Ibra...Questo virus ci vede benissimo! Ed ha alzato il tiro: solo atleti top!», come ha ironizzato Rossi in un sms a Federica Pellegrini.Ma anche un limite: contribuire, anche involontariamente, al diffondersi della psicosi, per cui non ci sono più né speranza né adeguate contromisure per contrastare il dilagare del contagio. Anche perché spesso l'autodenuncia è sconsolata: «Sono stato super attento a rispettare il protocollo. Ciò nonostante...».(Ps: per non chiamarmi fuori dall'andazzo, faccio coming out anch' io: nel 1998 ho rimediato una bruttissima broncopolmonite batterica, che mi costrinse a casa in isolamento per tre settimane e che curai con una «bomba» antibiotica che mi lasciò a lungo sfiancato e prostrato. A che serve tale confessione postuma? Non solo al mio ego: anche a non dimenticare che dalle infezioni gravi si può guarire, sia pur a fatica. E che per stare ancora più tranquilli, è meglio evitarle del tutto. Ma questo non credo abbiate necessità di scoprirlo grazie a me).

Selvaggia Lucarelli per tpi.it il 24 ottobre 2020. Mara Maionchi, la popolare discografica e giudice di numerosi talent tv, ha il Covid. È stata ricoverata in un noto ospedale milanese e le sue condizioni sembrerebbero non destare particolare preoccupazione. Desta invece più apprensione la situazione legata al set di Italia’s got Talent che la scorsa settimana, a seguito di alcuni giorni di registrazioni, si è purtroppo trasformato in un focolaio importante. Oltre a Mara Maionchi e Federica Pellegrini si sarebbero ammalate altre persone tra altri talent, tecnici e produzione, e questo nonostante protocolli stringenti e tamponi effettuati prima di iniziare le registrazioni.

Da "liberoquotidiano.it" il 5 novembre 2020. Iva Zanicchi è risultata positiva al coronavirus, aggiungendosi alla lunga lista dei personaggi dello spettacolo che lo hanno preso. Fortunatamente la cantante è in buone condizioni ed è a casa, anche se non ha fatto mistero di essere molto dispiaciuta per la persona che è risultata contagiata a causa sua. “Purtroppo l’ho attaccato anche a mia sorella”, ha dichiarato in un video sui social la Zanicchi, che poi ha aggiunto: “Non c’è niente di male a dirlo, me lo sono beccato. Purtroppo l’Italia è piena di coronavirus”. Ciò però non le ha fatto perdere il sorriso, l’allegria e la spensieratezza che l’hanno sempre contraddistinta: “Ho il coronavirus ma sto bene e comunque state tranquilli perché non ho perso l’allegria, per questo ho voluto fare questo video”. La Zanicchi ha poi invitato tutti a fare la massima attenzione e a non abbassare mai la guardia fintanto che l’emergenza perdura. 

Domenico Zurlo per leggo.it il 19 ottobre 2020. La cantante Nina Zilli è risultata positiva al coronavirus. Lo ha detto lei stessa sul suo profilo Instagram in una serie di stories in cui racconta anche come potrebbe essersi contagiata, e la sua ricostruzione non è certo un esempio di prudenza: Nina ha infatti detto che potrebbe averlo preso ad una cena in cui al ristorante erano tutti senza mascherina. Nonostante mille precauzioni prese, spiega, si è contagiata lo stesso. «Ho il Covid, negli ultimi 5 giorni due tamponi negativi, un sierologico negativo e dopo un’ora mi è venuta la febbre - scrive la Zilli - Credo che questi esametti siano un po’ ballerini. Ma come facciamo ad essere sicuri se anche chi come me si tamponava ogni 5 secondi risultava sempre negativo? Ho sempre pagato di tasca mia questi esami, raddoppiandoli pure quando andavo ospite in tv. Lo facevo chiaramente per proteggere la mia famiglia prima di me, sappiate che non ha funzionato». Poi la preoccupante ricostruzione: «Molto probabilmente l’ho preso ad una cena. Tutto il ristorante era senza mascherina, perché quando si mangia… Ecco - scrive ancora Nina - Vi consiglio di non andare al ristorante, di non stare più in luoghi chiusi affollati. Io mi sono quarantenata, ma vi consiglio di dismettere la vita sociale questa e la prossima settimana. Ho fatto di tutto per non prenderlo, ve lo giuro. Eppure va oltre il nostro controllo».

Testo di Nina Zilli - raccolto da Luca Dondoni per ''la Stampa'' il 20 ottobre 2020. Dopo che per una decina di giorni e per ragioni di lavoro mi ero iper controllata perché ho fatto parecchi tamponi, mercoledì non stavo bene. Qualche brivido e altri sintomi come una febbriciattola notturna che mi sembrava potessero essere vicini a quelli del Covid così per come ce li hanno raccontati. Perciò ho deciso di fare un ulteriore tampone ma poco prima di andarci un amico con il quale avevo cenato giorni prima mi ha chiamato per dirmi che era positivo al Covid-19. A quel punto, ancor più spaventata, sono corsa a fare un tampone di verifica risultando positiva a mia volta. Non ci ho messo molto a capire che il mio unico contatto con il Covid era avvenuto durante una cena in un ristorante e a una tavola con sole sei persone. Il nemico è invisibile e subdolo per cui non lo vediamo, non lo sentiamo e non avrei mai immaginato di entrarne in contatto. È l' unica ragione per cui ho fatto un post su Instagram dove ho scritto tutto il mio disappunto per quello che era successo e sottolineavo come i miei comportamenti che ritenevo fossero stati ineccepibili in realtà avevano fallito. Dunque da lì ho pensato alle fasce più fragili, ai genitori e ai nonni e ho voluto dare questo consiglio che è stato confermato più e più volte dal Dpcm: non frequentare luoghi affollati. Il problema è che avendo scritto che ho preso il Covid dentro un ristorante sono stata subissata di commenti «non proprio gentili» sulla mia persona e sul mio modo di reagire. Soprattutto secondo molti non avrei dovuto incolpare i ristoranti e i ristoratori per la diffusione della malattia. Io non ho mai incolpato nessuno. La mia intenzione era ed è quella di tutelare le fasce più fragili e sensibilizzare coloro che frequentano luoghi pubblici. Non ho tenuto comportamenti inappropriati, non sono andata in bar o a feste in mezzo alla gente senza protezioni. Sono sempre stata super attenta. Eppure il Covid mi ha colpita ma non affondata. Mi ha fatto male leggere sui social prese di posizione nei miei confronti che mi hanno messo in una condizione di imbarazzo, di disagio, additandomi con disprezzo. Ho il Covid e sono la persona più adatta per sconfessare chi questo virus lo prende sotto gamba. Per questo viva i ristoranti, viva i ristoratori ma soprattutto viva e il rispetto che dobbiamo avere per noi e per gli altri.

Positivo il rapper torinese Shade. Appello ai fan "Mettete la mascherina". La Repubblica il 20 ottobre 2020. Sui social il musicista rassicura gli ammiratori: "Sto bene. Ma voi fate attenzione. Il Covid colpisce anche i giovani". "Il  Covid mi ha tolto i poteri. Essendo buttato in casa mi sono detto almeno scrivo, ho scritto una strofa ma non riesco a rapparla perché continuo a tossire". Così il rapper torinese Shade fa sapere ai suoi fan di aver scoperto di essere positivo al coronavirus, dopo essere stato "parecchio male nei giorni scorsi": li rassicura sulle sue condizioni di salute, nonostante "ho perso qualche chilo" ma soprattutto Vito Ventura, in arte Shade, lo racconta, come spiega lui stesso tra i motivi per cui ha scelto di parlarne, per "senso di responsabilità", invitando tutti a usare la mascherina perché "vi garantisco  che ci sono stati momenti in cui a fatica mi sono riuscito ad alzare dal letto e in cui perfino respirare bene mi sembrava la cosa più difficile del mondo", racconta. Lo fa per contrastare l'idea che "nella percezione comune questo virus attacca solo persone anziane". "Mi reputo fortunato, ora mi sento molto meglio e spero che per me il peggio sia passato, rimarrò in quarantena finché non sarò negativo. Vi invito solo a mettere la mascherina e a rispettare le norme igieniche, fatelo per voi e per i vostri familiari. Vi mando un abbraccio che per ora è meglio sia solo virtuale".  

Da leggo.it il 21 ottobre 2020. Gaviria di nuovo positivo: a marzo era stato ricoverato per Covid. Stavolta è asintomatico. Il nome del corridore della UAE Emirates contagiato dal coronavirus dopo gli ultimi test effettuati al Giro d'Italia è una sorpresa: si tratta infatti di Fernando Gaviria, 26enne colombiano, che già lo scorso marzo era risultato positivo al Covid-19, era stato ricoverato per quasi un mese e si era perfettamente ristabilito. Stavolta invece Gaviria è asintomatico e in isolamento, in buona salute. La Uae Emirates ha fatto sapere che «tutti gli altri ciclisti e membri dello staff del team hanno ricevuto un esito negativo» e proseguiranno oggi la corsa. Lo staff sanitario della squadra «sta seguendo la situazione con attenzione, mettendo in opera tutto quanto necessario per assicurare un sicuro proseguimento». Dopo aver ricevuto il responso del test, Gaviria è stato immediatamente posto in isolamento: è in buona salute e «completamente asintomatico».

Giro d’Italia, positivi al Covid 17 poliziotti del servizio d’ordine. Notizie.it il 15/10/2020. Sono risultati positivi 17 poliziotti del servizio d'ordine del Giro d'Italia, tutti asintomatici e già in isolamento. È di 17 poliziotti positvi al Covid il bilancio per il servizio d’ordine del Giro d’Italia (già messo alla prova dalla pandemia). I tamponi sono stati effettuati tra domenica e lunedì e hanno dato esito positivo per quasi 20 agenti. Tutti quanti sono asintomatici e in buone condizioni. Gli agenti sono attualmente riuniti insieme presso l’Hotel Santa Maria di Francavilla Al Mare dove trascorreranno la quarantena. La notizia è stata confermata da più parti, il sindaco di Francavilla, Antonio Luciani ha aggiunto inoltre che nessuno degli agenti è originario della città abruzzese. Quello che resta da capire ora è se questi poliziotti fossero presenti nel servizio d’ordine sin dalla prima tappa e quante persone potrebbero risultare coinvolte. Alla luce degli ultimi eventi, il presidente della UCI David Lappartient ha invocato l’utilizzo di test salivari . L’intenzione è quella di effettuare i tamponi solo alle persone che risultano positive al test salivare. Lappartient ha aggiunto inoltre che il suo desiderio, nonchè l’intenzione di tutti è quella di terminare il Giro il 25 Ottobre a Milano ma ha anche sottolineato come gli esiti degli ultimi testi abbiano fatto capire che la lotta al virus non dovrà essere assolutamente sprecata.

La corsa rosa intanto non si ferma e oggi fa tappa a Cesenatico, terra dell’indimenticabile Marco Pantani; Tappa di 204 km che ricalcherà le strade della Gran Fondo Nove Colli.

Filippo Ganna positivo al Covid: dovrà saltare gli Europei su pista. Il Corriere della Sera il 6 novembre 2020. Il campione del mondo a cronometro, e vincitore di tre tappe al Giro d’Italia 2020, Filippo Ganna è risultato positivo al Covid-19 e sarà costretto a saltare i prossimi campionati europei su pista al via il prossimo 11 novembre a Plovdiv in Bulgaria. Lo rende noto la Federciclismo in un comunicato dove aggiunge che il 24enne piemontese «sta bene ed è in isolamento presso il proprio domicilio». Tutti i tamponi effettuati agli altri componenti della Nazionale sono negativi. Ulteriori controlli saranno svolti nei prossimi giorni, fino al giorno a ridosso della partenza per gli Europei in programma domenica prossima. Ganna era arrivato nel ritiro azzurro martedì 3 novembre dopo aver sostenuto, come tutti gli altri azzurri convocati per il raduno, un tampone nella giornata di lunedì 2 novembre, risultato negativo. «La sera stessa ha manifestato i primi segni di leggero malessere - spiega la Federciclismo -. In via precauzionale è rimasto per tutta la giornata di mercoledì in isolamento nella sua stanza e nella giornata di oggi è stato sottoposto a tampone, che ha dato esito positivo. Tutti gli atleti presenti a Montichiari alloggiano in camere singole».

Il presidente Infantino è positivo al Coronavirus. Notizie.it il 28/10/2020. Il presidente della Fifa, 50 anni italo-svizzero, è in isolamento nella sua abitazione e ne avrà almeno per una decina di giorni. Anche il presidente della Fifa Gianni Infantino è positivo al Covid-19. Ha fatto il tampone e avendo soltanto sintomi lievi si è messo immediatamente in autoisolamento nella sua abitazione e rimarrà in quarantena almeno altri dieci giorni.

Infantino è positivo al Covid. Il numero uno del calcio mondiale ha 50 anni ed è italo-svizzero. Ha viaggiato poco durante il periodo della pandemia ma a settembre ha partecipato dentro le stanze della Casa Bianca alla cerimonia della storica firma tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein che ha sancito i cosiddetti “accordi di Abramo”. Le persone entrate in contatto con il presidente della Federazione italiana nei giorni scorsi sono stati informate di “per prendere le necessarie contromisure”.

Impennata di casi in Svizzera. In Svizzera la notizia del contagio di Infantino è stata accolta senza stupore. Nel Paese si sta registrando un picco assoluto di casi di contagio da Covid. Si segnalano 127mila positivi quest’anno, di cui oltre 23mila da venerdì 23 ottobre. Infantino è presidente della Fifa dal 2016 e venne eletto sulla eco dello scandalo che pose fine alla carriera di Sepp Blatter, l’uomo che per quasi vent’anni è stato ai vertici del calcio mondiale, l’icona del calcio professionistico. Nel 2019 l’italo-svizzero è stato rieletto come presidente con l’unanimità di tutti i 211 delegati ed è stato riconfermato fino al 2023.

Da tuttomercatoweb.com il 7 novembre 2020. "Ce stanno a fa’ il gioco delle 3 carte". Così Claudio Lotito, presidente della Lazio, intervistato da Repubblica sul caos tamponi che vede protagonista la Lazio in questi giorni. "Anche Tare è positivo. Ma oggi nessuno ti dice se uno infetta oppure no. C’è un’aleatorietà dell’interpretazione dei risultati. Per me la valutazione la deve fare il medico, io non lo so se Immobile si sia allenato martedì perché non ero a Formello, ma il medico lo ha valutato, gli ha rifatto l’idoneità sportiva, la capacità polmonare a riposo e sotto sforzo e stava meglio di prima".

L'esposto di Cairo alla Procura Federale?

"Cairo mi odia a morte dopo che ha perso con me, i suoi giornali mi attaccano per questo. Ma perde sempre, è ultimo in classifica".

Lalaziosiamonoi.it il 7 novembre 2020. Claudio Lotito è intervenuto sul caos tamponi che, ormai da qualche giorno, riguarda da vicino la Lazio. Il presidente si è espresso su Ciro Immobile, risultato positivo al gene N e impiegato comunque nella partitella di allenamento. Episodio su cui indaga la Procura Federale: "Ce stanno a fa' il gioco delle tre carte. Che vuol dire positivo? Positivo vuol dire contagioso, no? Anche nella vagina delle donne ci sono i batteri. Ma mica tutti sono patogeni". Il patron biancoceleste, riporta la rassegna stampa di Radiosei, ha continuato: "Anche Tare è positivo. Oggi nessuno ti dice se infetta oppure no. C'è un'aleatorietà dell'interpretazione dei risultati. Immobile l'ha valutato il medico, gli ha rifatto l'idoneità sportiva e la capacità polmonare a riposo e sotto sforzo, stava meglio di prima".

LOTITO VS CAIRO - Lotito ha poi preso posizione sull'esposto presentato dal presidente Urbano Cairo alla Procura Federale, in merito alla partita persa dai granata contro la Lazio: "Lui mi odia a morte dopo che ha perso con me, i suoi giornali mi attaccano per questo. Ma perde sempre, è l'ultimo in classifica". Poi, sul contenzioso con la Uefa, ha svelato: "Un altro giocatore che era risultato positivo ai test della Uefa si è andato a fare un tampone per conto suo. Ed è risultato negativo".

LABORATORIO - Il presidente della Lazio ha poi spiegato il motivo per cui ha deciso di dare al Futura Diagnostica di Avellino il compito di processare i tamponi della squadra, sottolineando di aver preso in considerazione prima lo Spallanzani e poi il Campus biomedico: "Se lo immagina la gente in fila e noi che passiamo avanti? Non mi andava che si pensasse che i giocatori avessero una corsia preferenziale rispetto ad altri cittadini". Alla ricerca di un laboratorio per la Salernitana, avrebbe conosciuto quello di proprietà di Walter Taccone, uno dei pochi convenzionati con la Regione Campania. E scelto lo stesso per la Lazio.

 Stefano Barigelli per la Gazzetta dello Sport l'8 novembre 2020. Aveva ragione la Gazzetta. Lo dico certamente con orgoglio, ma anche con una punta di rammarico, perché la vicenda dei tamponi della Lazio è una delle pagine più opache vissute dal calcio italiano negli ultimi anni. Il balletto dei test, negativi se processati da un laboratorio fidato in Campania, invece positivi se processati da quello Uefa o dal Campus Biomedico di Roma, è inquietante. Dopo aver tuonato che i giocatori erano tutti negativi e i tre indicati come positivi dal laboratorio romano (Immobile, Leiva e Strakosha) sarebbero scesi in campo, il medico della Lazio, Pulcini, ha deciso invece di rimandarli a casa ieri pomeriggio. Anche perché non poteva fare altrimenti. Essendo positivi a tamponi molecolari o andavano in quarantena da soli oppure ci andavano accompagnati dai carabinieri. Devono averglielo spiegato chiaramente, compresi i rischi che corre da medico sociale, perché la retromarcia è stata perfino grottesca. Invece la questione è gravissima. Lotito si è spinto talmente oltre in questa storia, da rendere perfettamente plausibile l' ipotesi di un intervento della magistratura ordinaria per fare chiarezza sui tanti punti ancora oscuri. Sarebbe auspicabile, oltreché giusto. Con la salute non si scherza. Con le leggi non si scherza. Viviamo una stagione difficile: la vivono gli italiani, la vive anche il calcio. Non c' è più spazio per furbizie, scorciatoie, trovate acrobatiche condite da battute sessiste e volgarità di ogni genere. Il danno più grosso Lotito, prima che alla Lazio e ai suoi tifosi, l' ha fatto al calcio italiano, nel suo complesso. Un danno enorme. Cosa deve pensare l' Uefa se un club che partecipa alla Champions si rifiuta di riconoscere l' esito di un tampone e si affida invece alla verità di un laboratorio di Avellino infischiandosene di quarantene, prescrizioni, protocolli, norme? E i cittadini in lockdown? Cosa devono pensare di un giocatore strapagato che seppure positivo anziché stare a casa si presenta al campo di allenamento? Abbiamo visto nelle ultime settimane di tutto: Immobile positivo per l' Uefa, negativo per il weekend di campionato, poi di nuovo positivo il giorno dopo, perfino per il tampone di Avellino. Infine positivo per il Campus di Roma. Eppure ancora stamattina era a Formello, anziché a casa come prescrive non solo il protocollo della federcalcio, ma la legge italiana. L' equilibrio su cui poggia questa stagione complicata, ma per molti versi fondamentale, è fragilissimo. Il campionato deve andare avanti, perché molti club non possono permettersi altri stop. I mancati incassi da biglietteria e abbonamenti hanno procurato un danno consistente ai bilanci. l vertici di Federcalcio e Lega hanno la responsabilità di tenere in piedi il sistema punendo chi si pone al di sopra delle regole. Raccontano che Lotito abbia una sua massima che gli piace ripetere: le leggi per gli amici si interpretano, per i nemici si applicano. Non so se sia vero che lo abbia detto, personalmente non l' ho mai sentito, diciamo però che è credibile. In ogni caso fosse capitato in passato che per Lotito le leggi siano state interpretate, penso che stavolta andrà diversamente. Deve andare diversamente. Siamo in un momento serio e abbiamo bisogno di persone serie che prendano decisioni serie.

Elisabetta Esposito per la Gazzetta dello Sport l'8 novembre 2020. Quella di ieri per la Lazio è stata senza dubbio una delle giornate più difficili degli ultimi anni. Prima le tre positività accertate che hanno costretto il club a rivedere i suoi piani e spedire a casa Immobile, Leiva e Strakosha. Poi un blitz delle forze dell' ordine a Formello, che di certo non aiuta la posizione dei biancocelesti. Su richiesta della Procura di Avellino, sono stati infatti sequestrati tutti i referti dei tamponi effettuati dai giocatori. Una procedura che è stata seguita anche nella sede del laboratorio Futura Diagnostica, che pare fosse da tempo sotto osservazione dalla procura della repubblica del capoluogo irpino. Dopo una settimana come quella appena conclusa, l' ultima cosa che serviva alla società di Lotito era una Procura che mettesse così chiaramente in discussione l' attendibilità del lavoro del laboratorio scelto dal presidente della Lazio (pure per la Salernitana). Anche perché al centro di tutto ci sono proprio le tante negatività di Futura Diagnostica, a fronte delle positività di Synlab per conto della Uefa prima e del Campus Biomedico di Roma. Tra l' altro è previsto dalla legge che le inchieste della Procura della Repubblica possano alimentare i fascicoli della giustizia sportiva, ma siamo solo nella primissima fase e su questo si dovrà dunque attendere. Ma torniamo alla cronaca di questo lungo sabato a Formello. Il primo ad uscire è stato Ciro Immobile, verso le tre. Un quarto d' ora dopo è toccato a Lucas Leiva e Thomas Strakosha. I tre, ormai individuabili come i calciatori trovati positivi ai tamponi molecolari di due giorni fa al Campus Biomedico di Roma, alla fine hanno dovuto salutare tutti e tornare a casa, in isolamento. Nella Lazio, ormai messa alle strette, ha dunque prevalso il buon senso. Stavolta tutti sapevano tutto, insistere sarebbe stato davvero troppo rischioso, per quanto fino a venerdì sera il medico sociale Pulcini continuasse a ripetere che i tamponi fossero «tutti negativi». È stato proprio lui il primo a fare un passo indietro: «Sul dare il permesso di giocare a uno che è dubbio perché trovato ieri positivo dal Campus Biomedico, sia pure con un metodo loro di sicuro all' avanguardia, e poi negativo da altri, il medico si trova davanti a un bivio. Nel dubbio devo dire che non posso ignorare la positività rilevata dal Campus. Grazie a Dio sono asintomatici, metti che uno comincia a tossire...», aveva spiegato in mattinata su Radio Sei. Nel frattempo Regione e Asl piazzavano le loro mosse. L' assessore regionale alla Salute Alessio D' Amato aveva infatti personalmente notificato al procuratore federale Chinè la positività di cinque persone all' interno della Lazio, tre giocatori e due membri dello staff, tra cui il d.s. Igli Tare (come confermato anche dal presidente Lotito). Un atto rilevante che non lasciava molto margine di manovra alla Lazio, pure perché anche la Asl Roma 1 aveva fatto partire i controlli, chiamando i cinque contagiati per tracciarne i contatti diretti in modo da contenere la diffusione del virus. Tutto come doveva essere fatto insomma. Il club aveva però fino all' ultimo sperato che per la Asl potesse prevalere il tampone del laboratorio di Avellino, che venerdì aveva dato esito negativo, sul molecolare positivo del Campus. Tanto che Immobile, Strakosha e Leiva erano andati a Formello (configurando l' ennesimo caso di violazione del protocollo). I giocatori hanno atteso - distanziati, assicurano dalla Lazio - una decisione finale, nella speranza che fosse tutto a posto e potessero prendere parte all' allenamento previsto per le 15.30. Sempre Pulcini aveva detto: «Attendo delle risposte dalla Asl e da altre autorità». E Inzaghi, nella conferenza stampa delle 14, ancora sperava: «Penso di avere a disposizione anche Leiva, Strakosha e Immobile, anche se sappiamo che questo è un momento di incertezza». Incertezza che si è sciolta poco dopo l'ora di pranzo e se n' è andata via sgommando con l' auto di Ciro Immobile. I tre sono dunque positivi anche per la Lazio, che comunque non ha rilasciato nessuna comunicazione ufficiale. E oggi c' è la Juve, gara fondamentale in cui tutti e tre, a partire ovviamente dall' attaccante Scarpa d' Oro, avrebbero fatto molto comodo. Anche per questo la società ha fatto di tutto per averli in campo. Ed era importante per il club tenere il punto intrapreso da tempo: a parità di tamponi (molecolari ovviamente) vince il negativo. In questo caso pieno di dubbi e sospetti legati alla possibile positività di giocatori regolarmente scesi in campo (soprattutto i cosiddetti «debolmente positivi») e sui relativi tempi di isolamento, anche alla luce del blitz di ieri, le procure dello stato e sportiva vogliono fare chiarezza.

Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 9 novembre 2020. Tre ipotesi di reato e un indagato. L' inchiesta della Procura della Repubblica di Avellino sui tamponi ai giocatori della Lazio processati dal centro polispecialistico Futura Diagnostica del capoluogo irpino è alle battute iniziali ma lo scenario sul quale si indaga, se confermato dai futuri sviluppi investigativi, avrebbe risvolti inquietanti. L' ufficio coordinato dal procuratore facente funzioni Vincenzo D' Onofrio ha aperto un fascicolo in cui i titoli di reato sono quelli di falso, truffa in pubbliche forniture e epidemia colposa. E chiaramente è soprattutto quest' ultima ipotesi a fare effetto. E a dare la dimensione della gravità dei fatti che potrebbero emergere dalle indagini affidate agli uomini della Guardia di Finanza. Sono stati loro, sabato pomeriggio, a presentarsi a Formello e a farsi consegnare tutti i referti rilasciati da Futura Diagnostica, mentre altri militari acquisivano materiale analogo presso la sede del laboratorio ad Avellino. Intanto veniva iscritto nel registro degli indagati Massimiliano Taccone, presidente del consiglio di amministrazione della società titolare del laboratorio dicui è proprietario suo padre Walter. Al momento non ci sono altri indagati, e la Lazio ostenta sicurezza, facendo sapere tramite uno dei suoi avvocati, Gianmichele Gentile, di non temere alcun coinvolgimento sia per il presidente Lotito che per il medico sociale Ivo Pulcini. Non si può tuttavia escludere che i magistrati irpini, nell' ottica di fare chiarezza sull' intera vicenda, possano chiedersi come mai una società che ha sede nella capitale scelga un laboratorio di un' altra città - peraltro distante 250 chilometri - per eseguire un esame come quello sulla eventuale positività al Covid 19, e non segua invece la strada percorsa da quasi tutte le società di serie A che fanno riferimento ai centri Synlab. Secondo la spiegazione fornita dalla Lazio ai media, l' unica alternativa nella regione sarebbe stata rappresentata dal Campus biomedico che si trova nei pressi di Trigoria. Ma lì ci sono file ogni giorno e Lotito avrebbe preferito evitare che ai suoi giocatori fosse riservato un trattamento agevolato. Quindi la scelta di andare ad Avellino, rivolgendosi a un laboratorio che in passato ha già lavorato per la Salernitana, altra società calcistica appartenente al patron laziale. Questa motivazione, in ogni caso, non toglie e non mette nulla alla vera questione che ha fatto muovere prima la Procura federale e poi anche quella ordinaria. E cioè come mai i tamponi risultati negativi presso Futura Diagnostica si sono poi rivelati positivi quando l' esame è stato ripetuto dall' Uefa prima della partita di Champions tra i biancocelesti e il Bruges? Tornando poi negativi prima di Torino-Lazio e di nuovo positivi alla vigilia della gara con la Juventus. È quello che vorranno stabilire i magistrati di Avellino, probabilmente chiedendone conto direttamente a Taccone. Che finora ha sempre difeso l' operato del suo laboratorio ribadendo la negatività dei test sui tre giocatori risultati poi positivi, Leiva, Strakosha e Immobile. E sostenendo che soltanto il tampone del centravanti evidenziava una lieve reattività di un gene comunque non indicativo di un' infezione da Covid 19.

Da lalaziosiamonoi.it l'11 novembre 2020. Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello Sport, è intervenuto ai microfoni di Radiosei per parlare della questione tamponi legata alla Lazio e di come la testata milanese abbia affrontato l'argomento.

I RAPPORTI CON LA LAZIO - "La Lazio non mi ha mai chiamato in questi giorni, conosco bene Diaconale ma non De Martino. Con la Lazio ho sempre avuto rapporti distesi, ne ho avuti molto più tempestosi con la Roma. Si sono arroventati negli ultimi 10 giorni." 

QUESTIONE TAMPONI - "Sui tamponi abbiamo preso una posizione decisa. La riteniamo una questione fondamentale perché può mettere in discussione la tenuta del sistema calcio in Italia. Andiamo incontro a un lockdown totale e per tenere il calcio in piedi c'è bisogno di trasparenza. Poi un conto è parlare di Lotito e un conto è parlare della Lazio. Io non sono in grado di dire se i tamponi della Lazio siano stati fatti correttamente, non muovo nessuna accusa, ho messo solo in fila dei fatti oggettivi. Il numero di tamponi contestati sono tanti. La Lazio da quanto mi risulta non ha falsificato niente, non abbiamo elementi per poter dire questa cosa che è un reato penale grave."

I RISCHI - "La Lazio rischia di più per il tampone di Immobile effettuato lunedì dopo la partita contro il Torino che non per il fatto che sia sceso in campo nella partita stessa, perché c'è un tampone debolmente positivo per stessa ammissione del laboratorio di Avellino. Se questo fosse vero è stato violato il protocollo della Federcalcio. Il caso di Immobile è unico al mondo, non ci sono altri giocatori con la stessa difformità di risultati ai tamponi. Hakimi dopo esser tornato negativo nel giro di pochi giorni è rimasto tale, non è tornato positivo. Che vantaggi avrebbe avuto la Lazio nel far giocare un positivo? Pulcini è un medico sociale quasi negazionista sul Covid, lo declassa come malattia parainfluenzale. Può aver fatto prendere alla società un indirizzo particolare riguardo alla malattia".

L'ACCANIMENTO CONTRO LA LAZIO - "Se ci sarebbe stata la stessa eco mediatica con altre squadre? Sì, a un giornalista succede di avere incompresioni con le tifoserie. In curva sud (della Roma, ndr) c'è uno striscione che recita 'Barigelli infame'. Mi è capitato con la Roma, ora con la Lazio e capiterà anche con altre società. Immobile poco celebrato? Su questo ti do ragione, ma non c'è niente contro il giocatore. Ho trovato sbagliato da parte della Lazio dire che i calciatori sarebbero scesi in campo contro la Juve, dovevano essere più cauti. È stata detta una cosa sbagliata perché poi Immobile, Leiva, Strakosha e Tare sono rimasti a casa come aveva scritto la Gazzetta dello Sport."

Da lalaziosiamonoi.it l'11 novembre 2020. Il direttore de La Gazzetta dello Sport Barigelli è intervenuto ai microfoni di Radiosei parlando di come la rosea si sia comportata nei confronti della Lazio riguardo alla questione legata ai tamponi. Questa la ripsosta dell'ex capo della comunicazione biancoceleste Guido Paglia: "Barigelli credo che non potesse fare altro che dire certe cose per una rivalità che parte da lontano. La sua è la scuola de Il Messaggero dove la Lazio è considerata la cenerentola di casa, non ci crede nessuno che non abbia qualcosa contro la Lazio. Prima del Covid sulla Gazzetta non c'era nessuno, se non pochissimo spazio, per i biancocelesti. Per quello che riguarda la situazione non mi meraviglio più di tanto ma bisgnerebbe avere il coraggio di prendersi le proprie responsbailità, io sono molto contento di non parlare con Barigelli perché me lo sarei mangiato. L'atteggiamento anti-laziale va avanti da mesi, per non dire da anni. La Lazio ha delle colpe a livello comunicativo, ma ricordo anche che il direttore della comunicazione (Arturo Diaconale, ndr)  ha alcuni problemi in questo momento e quindi non possiamo forzare troppo la mano. Io sono un tifoso di pancia e non di testa, ma quando vedo queste cose divento una belva. Perchè la Lazio avrebbe dovuto chiamare Barigelli? Forse doveva essere il contrario. Già quando parla di Lotito si tradisce perché il problema è che il contrasto tra Lotito e Cairo è roba vecchia, lo sa tutto il mondo degli scontri che ci sono stati in Lega tra i due. Immagino che Pulcini lo querelerà per quello che ha detto. Con la Federcalcio la Lazio è apposto, la Uefa ha invece parametri diversi, basterebbe uniformare le cose".

INZAGHI - "Fino a questo momento Inzaghi è riuscito a fare un piccolo miracolo con i giocatori che aveva in panchina. Che il campionato sia falsato è fuori discussione. Contro la Juve la Lazio non mi è piaciuta per tutta la gara ma ha giocato bene, il livello tattico era altissimo ma si sono visti degli schemi di gioco molto buoni. C''era poi questa carica mentale che ci ha portato a raggiungere il risultato".

Elisabetta Esposito e Valerio Piccioni per la Gazzetta dello Sport il 12 novembre 2020. Due inchieste che procedono in parallelo e a tratti si intrecciano. Ma con tempi, e in parte, contenuti diversi. Da una parte la Procura della repubblica di Avellino, che indirizza il suo lavoro soprattutto sulla correttezza del laboratorio della Futura Diagnostica, dall' altra quella federale che mette sotto esame, invece, i comportamenti della Lazio e che oggi vivrà un passaggio importante con l' audizione del medico Ivo Pulcini. Un' audizione che Giuseppe Chinè, magistrato del Consiglio di Stato alla guida della Procura Figc, attende da un po': prima convocazione venerdì scorso, poi lunedì (quando ha giustificato la sua assenza con problemi di salute) e infine oggi. Se Chinè freme è perché le dichiarazioni di Pulcini si possono rivelare determinanti nell' ambito dell' indagine sulla violazione del protocollo che la Figc ha stilato con l' approvazione del Cts. Un protocollo acciaccato ma fondamentale per il nostro calcio, anche perché è pure l' unico mezzo che oggi consenta al campionato di andare avanti. Ma torniamo all' inchiesta sportiva. La testimonianza di Pulcini è centrale perché tutti gli elementi al momento al vaglio della Procura lo vedono in qualche modo coinvolto, anche se occorrerà soprattutto comprendere quanto e se nelle violazioni che gli verranno contestate siano state coinvolte altre persone, a partire dal presidente Lotito. Partiamo da quella alla base di tutto: la mancata condivisione delle informazioni sui positivi alla Asl, nel calcio responsabilità del medico sociale. Anche il protocollo federale - così come le norme nazionali sull' emergenza Covid - prevede infatti il coinvolgimento diretto dell' autorità sanitaria, chiamata anche a mappare i contatti stretti dei singoli giocatori risultati contagiati. Da quanto risulta la Lazio ha contattato la Asl con le adeguate comunicazioni formali soltanto dopo i tre tamponi positivi di Immobile, Leiva e Strakosha al Campus Biomedico. In precedenza solo telefonate a cui non ha fatto seguito alcun tipo di documentazione. Che cosa può avvenire nel caso in cui la Asl non venga messa al corrente di un contagio? Nessuno può vigilare su alcuni passi chiave del protocollo, che vede come primo obbligo una corretta sanificazione delle aree in cui è stato il positivo e il suo immediato isolamento. Ma è importante anche il rispetto della bolla, o quarantena soft, che è la deroga chiave ottenuta dalla Figc in modo da poter portare avanti la stagione anche con un caso in squadra. Come sappiamo, se un giocatore viene trovato positivo, il resto del gruppo deve andare «in isolamento fiduciario presso una struttura concordata», che può essere anche la propria casa (e su questo diverse prese di posizione, come quella di Maurizio Casasco, presidente della Federmedici, premono perché si cambi e resti solo la possibilità della «struttura concordata»). L' unico spostamento consentito è quello dal centro di allenamento all' abitazione e viceversa. Chi controlla che questo sia stato fatto in modo corretto? Altra cosa, la negativizzazione. È prevista a 10 giorni dalla positività con un tampone negativo, a meno che non si accerti l' esistenza di un «falso positivo». Fra le circostanze da chiarire c' è dunque quella di aver fatto giocare Ciro Immobile a Torino a sei giorni dai tamponi Uefa che gli impedirono di partire per Bruges. E qui veniamo al secondo fronte su cui si sta indagando e sul quale la Lazio sarà chiamata a difendersi. A prescindere da quanto accaduto dopo (ovvero la nuova positività ai tamponi precedenti lo Zenit), alla Lazio non potevano bastare i due negativi di Avellino per «liberare» l' attaccante biancoceleste, era necessario l' ok della Asl che però ignorava del tutto la posizione del giocatore. Chinè, che ha in mano tutte le carte della Lazio relative a tamponi e Covid, dovrà anche fare chiarezza su eventuali altre positività non dichiarate e verificare che tutto sia avvenuto nel modo corretto. È chiaro che determinante nella vicenda è anche la difformità nei risultati dei tamponi. Già troppe volte sono emerse anomalie: il caso di Immobile ha del clamoroso, visto che è risultato positivo, poi negativo (2 volte), poi positivo e «debolmente positivo», poi positivo e negativo nello stesso giorno. La Procura federale sta cercando di comprendere cosa ci sia alla base di queste diversità di responsi. Il laboratorio unico per tutta la Serie A sembra una strada necessaria, intanto però occorre capire se siano stati presi dei rischi in passato. In base a ciò che emergerà anche nell' audizione di oggi di Pulcini, la Procura valuterà la situazione, con tempi ampiamente più stretti rispetto a quelli della giustizia ordinaria. Le sanzioni, graduali in base alla violazione riscontrata, vanno dall' ammenda all' esclusione del campionato, passando da penalizzazione e retrocessione. La gravità verrà valutata «in funzione del rischio per la salute dei calciatori, degli staff, degli arbitri e di tutti gli addetti ai lavori esposti al contagio da Covid-19, nonché dell' accertata volontà di alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione», quindi la presenza o meno di dolo. Ma se si accertassero delle responsabilità, finirebbero tutte sulle spalle del dottor Pulcini?

 (ANSA il 13 Ottobre 2020) Cristiano Ronaldo è positivo al Covid. Lo annuncia la federcalcio portoghese, a poche ore dalla partita con la Svezia. L'attaccante della Juve è in isolamento ed è asintomatico. La federcalcio portoghese ha reso noto che Cristiano Ronaldo ha lasciato l'allenamento con la Nazionale ed è stato posto immediatamente in isolamento. l giocatore sta bene, e non ha sintomi. A seguito della positività del campione juventino, tutti i restanti giocatori sono stati sottoposti stamattina a nuovi test, tutti con esito negativo, e sono a disposizione di Fernando Santos per gli allenamenti di questo pomeriggio, a Cidade do Futebol. Il Portogallo affronterà domani sera la Svezia in una partita valida per le qualificazioni alla Nations League.

Da gazzetta.it il 14 ottobre 2020. L'obiettivo di Cristiano Ronaldo, risultato ieri positivo al coronavirus, è quello di lasciare il ritiro della nazionale portoghese (dove è in isolamento) per trascorrere la quarantena nella sua villa di Torino. Il piano è quello di tornare con un volo privato, anche se il protocollo vieta ai contagiati di viaggiare. Ma il campione della Juve punta a dimostrare l'assoluta sicurezza del suo volo e del suo ritorno in Italia. Per questo avrebbe già lasciato il ritiro della nazionale portoghese e dovrebbe mettersi in viaggio proprio in questi minuti. CR7 dovrebbe viaggiare a bordo di un "volo sanitario",: all'arrivo a Caselle dovrebbe essere prelevato da un'ambulanza ed essere così accompagnato a casa in sicurezza e rispettando i protocolli.

LA PROCEDURA— Roberto Testi, dirigente della Asl di Torino, spiega la procedura che verosimilmente potrebbe essere stata seguita da CR7: “Sì, mi risulta che Cristiano Ronaldo stia tornando. Non conosco i dettagli della situazione, ma la normativa prevede la possibilità che venga effettuata una richiesta di volo sanitario, denunciato come tale all’Usmaf, l’Ufficio di Sanità marittima, aerea e di frontiera. In questo caso, Ronaldo avrebbe il diritto di volare con un aereo privato, anche con il suo personale: non è necessario un aereo ad hoc. Generalmente in questi casi il viaggiatore viene trasportato con una ambulanza, ovviamente privata, a casa. Certamente per 10 giorni dovrà restare a casa e non potrà allenarsi con la squadra”. Intanto, è corsa contro il tempo per poter scendere in campo in Champions, contro il Barcellona (sfida in programma il 28 ottobre). La Juve per poterlo schierare deve inviare sette giorni prima di una partita all’UEFA Protocol Advisory Panel un documento che attesti la negatività. Ce la farà?

Da gazzetta.it il 14 ottobre 2020. Il coronavirus, si sa, non guarda in faccia a nessuno. Ma se il positivo è Cristiano Ronaldo la reazione del mondo sarà meno rassegnata del solito. In Portogallo, dove il campione della Juve si trovava per gli impegni della Nazionale, il caso è già diventato una polemica. A parlare con il quotidiano "A Bola" è Maio Freitas, uno dei più noti epidemiologi portoghesi: "Qualcosa non ha funzionato. Il virus ha una grande capacità di trasmissione ogni volta che le persone non hanno un'adeguata distanza sociale o non usano una maschera. Se le due ragioni sono combinate, il rischio è maggiore. Tuttavia, una persona può essere infetta e non essere un importante trasmettitore del virus". Ce l'ha soprattutto con le misure messe in atto nella bolla portoghese, in cui i giocatori sono stati immortalati a tavola tutti stretti e senza mascherina, tra strette di mano e vicinanze eccessive: "Nonostante la bolla, ci vuole solo un momento di distrazione perché qualcuno si contamini. Questo virus non è matematica. Se lo fosse, lo controlleremmo in modo più perfetto". Ancora più duro il vicepresidente dell'associazione medici di salute pubblica, Gustavo Tato Borges: "Quell'immagine di lui a cena con tutta la squadra, ieri.... È probabile che durante la prossima settimana alcuni di questi giocatori, ovvero quelli che gli erano più vicini a questa cena, come Pepe, Sergio Oliveira o Cancelo, possano essere contagiati", ha detto a Record. Ma anche in Portogallo il protocollo sanitario prevede che finché saranno testati negativi possono andare in campo, e dunque "è probabile che col Porto potranno giocare il Clasico contro lo Sporting Lisbona, sabato".

Marco Gentile per ilgiornale.it il 15 ottobre 2020. La notizia della positività di Cristiano Ronaldo al coronavirus ha scosso tutti alla Juventus dato che il fuoriclasse portoghese è il giocatore più determinante e rappresentativo della squadra allenata da Andrea Pirlo. Secondo quanto riporta Fanpage.it il club bianconero sarebbe anche irritato dal comportamento del suo calciatore che non avrebbe rispettato l'invito di Andrea Agnelli a non rispondere alle convocazioni per le nazionali in questo momento estremamente delicato per tutto il mondo del calcio e non solo.

Storie tese . CR7 insieme ad altri sei compagni di squadra lo scorso 6 ottobre aveva deciso di rompere l'isolamento fiduciario, con la Juventus però al corrente di tutto, per rispondere agli impegni della nazionale portoghese. Sempre secondo quanto rimarca Fanpage.it il portoghese potrebbe trovare un clima un po' ostile al suo ritorno a Torino dato che il numero uno del club bianconero aveva richiesto a tutti i suoi calciatori maggiore accortezza in questo periodo storico delicato per tentare di ridurre al minimo il contagio, magari non rispondendo alle convocazioni delle rispettive nazionali restando al sicuro, in isolamento fiduciario, a Torino. Fanpage.it riporta inoltre come CR7 abbia lasciato l'isolamento fiduciario senza aver effettuato il doppio tampone negativo facendo di fatto di testa sua e rispondendo alla chiamata del Portogallo per l'Uefa Nations League. Questa cosa, dunque, avrebbe fatto irritare e non poco la dirigenza con il portoghese che non è nuovo a "prese di posizione" di questo tipo. Il club teme infatti anche ripercussioni legali dopo la decisione di CR7 di non ascoltare i consigli ricevuti dall'alto. Come detto, l'ex attaccante di Real Madrid e Manchester United aveva già ricevuto diverse critiche durante il lockdown per la sua scelta di allenarsi, da solo, nello stadio del Deportivo Nacional e di aver poi partecipato ad una festa di compleanno di una sua nipote organizzata in un ristorante di famiglia.

Coperta corta. Il calciatore sta bene, è asintomatico e sta rispettando la quarantena in un hotel di Lisbona e dovrà rispettare il protocollo attendendo i successivi tamponi negativi per poi tornare ad allenarsi con il resto della squadra. Secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport l'attaccante della Juventus è atteso nelle prossime ore in Italia ed effettuerà la quarantena nella sua casa di Torino. La positività di Cristiano Ronaldo è stata una doccia fredda per Andrea Pirlo che ora dovrà reinventarsi l'attacco nelle prossime partite dato che il portoghese salterà le prossime sfide di campionato più il match di Champions League contro il rivale di sempre Lionel Messi e il suo Barcellona. Paulo Dybala non è ancora al top fisicamente e non ha giocato con la nazionale argentina ma ci sono Dejan Kulusevksi ed Alvaro Morata che scalpitano. Il tampone a cui si sottoporrà CR7 in questo fine settimana sarà decisivo per capire se potrà rimettersi a disposizione di Pirlo. C'è il forte rischio che il 35enne lusitano possa saltare il big match di Champions League contro il Barcellona del suo grande rivale Lionel Messi: l'assenza di Cristiano peserebbe come un macigno per la Vecchia Signora che avrà bisogno di una vittoria per partire con il piede giusto nella competizione che manca da 24 anni nella bacheca di corso Galileo Ferraris.

Antonio Barillà per “la Stampa” il 16 ottobre 2020. Cristiano Ronaldo ha violato il protocollo antiCovid, sostiene il ministro dello sport Vincenzo Spadafora, e poco conta che leghi il giudizio a un eventuale mancato permesso dell'autorità sanitaria. Per rientrare a Torino lo ha chiesto e ottenuto, bastava informarsi presso il collega al vertice della Salute, ma lui spiega, ribattendo al presidente Andrea Agnelli, che non si riferiva al ritorno dal Portogallo ma all'andata «quando la stessa Juve segnalò la rottura dell'isolamento». Il punto non è chi abbia ragione o torto, il punto è perché il ministro dello Sport intervenga sul caso d'un singolo calciatore abbozzando un parere come qualsiasi tifoso da bar. Il suo cuore, è noto, batte oltretutto per il Napoli e all'indomani della sentenza sulla partita fantasma l'intervento può suonare partigiano: non lo crediamo, per carità, ma un alto rappresentante del Governo dovrebbe evitare anche l'ombra del sospet-to e misurare l'opportunità d'ogni parola.

Da gazzetta.it il 16 ottobre 2020. È arrivata a stretto giro, attraverso una nota, la replica della replica. Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora scrive a proposito del caso Ronaldo: "La notorietà e la bravura di certi calciatori non li autorizza ad essere arroganti - ha detto all'Ansa -, irrispettosi verso le istituzioni e a mentire: anzi, più si è noti più si dovrebbe avvertire la responsabilità di pensare prima di parlare e di dare il buon esempio. Non ho intenzione di proseguire all’infinito su questo tema: confermo quanto detto ieri relativamente all’abbandono dell’hotel di alcuni giocatori della Juventus, basandomi tra l’altro sulle comunicazioni della società alla Asl di Torino. Non interverrò più sul tema e rinnovo gli auguri di pronta guarigione a tutti i positivi". La nota arriva dopo che Ronaldo, durante una diretta Instagram, aveva accusato Spadafora di dire bugie: "Un signore dall’Italia che dice che non ho rispettato il protocollo voglio dire che l’ho rispettato e sempre lo rispetterò".

(ANSA il 18 ottobre 2020) - "La notorietà e la bravura di certi calciatori non li autorizza ad essere arroganti, irrispettosi verso le istituzioni e a mentire: anzi, più si è noti più si dovrebbe avvertire la responsabilità di pensare prima di parlare e di dare il buon esempio". Al telefono con l'ANSA, il ministro dello sport Vincenzo Spadafora è durissimo con Cristiano Ronaldo. "Non ho intenzione di proseguire all'infinito su questo tema - aggiunge Spadafora -: confermo quanto detto ieri relativamente all'abbandono dell'hotel di alcuni giocatori della Juventus, basandomi tra l'altro sulle comunicazioni della società alla Asl di Torino. Non interverrò più sul tema e rinnovo gli auguri di pronta guarigione a tutti i positivi".

Francesca Galici per ilgiornale.it il 18 ottobre 2020. Continua lo scontro a distanza tra il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, e Cristiano Ronaldo. Tutto nasce dopo il riscontro positivo del tampone per coronavirus per il calciatore portoghese, che come altri suoi colleghi ha raggiunto il ritiro della sua nazionale. Ed è proprio in Portogallo che Cristiano Ronaldo ha ricevuto l'esito dell'avvenuto contagio. Da quel momento è iniziato il balletto di dichiarazioni, smentite, accuse e difese, che ha visto scendere in campo il ministro dello Sport in persona per chiedere maggiori chiarimenti sulla vicenda e Cristiano Ronaldo ribattere colpo su colpo alle sue affermazioni.

CR7 in ambulanza, la Juve nella bolla. Il caso è nato quando sette giocatori della Juventus si sono allontanati anticipatamente dalla "bolla" Juventus, che si trovava in isolamento dopo il riscontro di due positività tra i membri dello staff bianconero, per raggiungere le rispettive nazionali. Come imposto dal protocollo, la società ha dovuto segnalare questa anomalia alla Asl di Torino e i loro nomi sono stati inseriti in un fascicolo dalla Procura e sono oggetto di inchiesta anche da parte della Figc. Nessun sospetto di violazione, invece, per il ritorno in Italia di Cristiano Ronaldo, che dopo l'esito del tampone ha fatto ritorno a Torino con un volo sanitario (a bordo di un jet privato), per poi raggiungere la sua abitazione con un'ambulanza privata. Questo caso ha innescato la reazione del ministro dello Sport che, interrogato sulla vicenda, ha sostenuto la violazione del protocollo da parte di Cristiano Ronaldo. "La domanda era su andata e ritorno. A quel che risulta in merito all'andata è stata la stessa società a segnalare alla Asl che alcuni giocatori avevano 'rotto' l'isolamento fiduciario senza averne l'autorizzazione, tanto che il direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Torino ha dichiarato di aver dovuto trasmettere in Procura i nomi", ha detto Spadafora all'Ansa. Cristiano Ronaldo, a quel punto, ha voluto rispondere al ministro attraverso una lunga diretta dal suo profilo Instagram. "C’è un signore in Italia, di cui non ricordo il nome, che dice che non ho rispettato il protocollo, è una bugia, è tutto falso", ha dichiarato il calciatore, che poi ha continuato: "La quarantena la sto passando a casa, a Torino. La mia famiglia vive in un altro piano di casa e non abbiamo contatti. Quando stai bene di testa non hai problemi. Non vedo l’ora di tornare". Le parole di Cristiano Ronaldo non sono piaciuta a Vincenzo Spadafora, che ha replicato: "Non ho intenzione di proseguire all’infinito su questo tema: confermo quanto detto relativamente all’abbandono dell’hotel di alcuni giocatori della Juventus, basandomi tra l’altro sulle comunicazioni della società alla Asl di Torino". In secondo momento, poi, il ministro dello Sport ha aggiunto all'Ansa: "La notorietà e la bravura di certi calciatori non li autorizza ad essere arroganti, irrispettosi verso le istituzioni e a mentire: anzi, più si è noti più si dovrebbe avvertire la responsabilità di pensare prima di parlare e di dare il buon esempio".

STEFANO AGRESTI per il Corriere della Sera il 16 ottobre 2020. Il viaggio di Ronaldo in Portogallo - è partito da Torino con tampone negativo, è tornato positivo - finisce nel mirino del ministro Spadafora. A suo avviso, c'è qualcosa di irregolare nel comportamento del campione della Juve. Gli chiedono: andando e rientrando, ha violato il protocollo anti-Covid? Risponde: «Sì, penso proprio di sì, se non ci sono state autorizzazioni specifiche dell'autorità sanitaria». Una frase, quella pronunciata su Radio 1, che scatena subito polemiche, perché quando Cristiano è tornato, nella giornata di mercoledì, ha effettivamente seguito tutte le procedure necessarie: partenza da Lisbona con aereo ambulanza privato, trasferimento nella sua residenza piemontese su un'autoambulanza che lo ha prelevato a Caselle. «Ha seguito la normativa», il commento della Asl di Torino. Del resto questo percorso è lo stesso compiuto dalla Figc per riportare in Italia dall'Islanda i ragazzi dell'Under 21 contagiati. La denuncia di Spadafora, però, non si riferiva al ritorno di Ronaldo in Italia, bensì alla sua partenza, avvenuta 11 giorni fa, la mattina di lunedì 5. In quel momento la Juve era «in bolla» a causa della positività riscontrata in due membri dello staff esterno alla squadra, eppure Cristiano e altri sei giocatori hanno lasciato il JHotel: uno lo ha fatto per rientrare a casa (Buffon), gli altri per raggiungere i ritiri delle rispettive Nazionali (oltre a CR7 anche Dybala, Cuadrado, Demiral, Bentancur e Danilo). Una procedura irregolare secondo Roberto Testi, direttore del dipartimento di prevenzione della Asl, il quale non a caso ha segnalato il comportamento dei sette calciatori alla Procura. A lui i nomi sono stati comunicati dalla stessa Juve, mentre i nazionali azzurri Bonucci e Chiellini hanno raggiunto in ritardo il ritiro dell'Italia, dopo avere avuto l'esito negativo di un tampone. Rispettando - loro sì - le regole. Il ministro ha chiarito: «È stata la stessa società a segnalare alla Asl che alcuni giocatori avevano rotto l'isolamento fiduciario senza averne l'autorizzazione». Ma la Juve c'entra qualcosa in questa eventuale violazione di leggi e regolamenti? Agnelli è sicuro: niente. «Io applico il protocollo federale, sono un dirigente sportivo. Le nostre bolle sono molto resistenti, da quando poi i giocatori vanno a casa sono liberi cittadini. Se uno viene preso dall'autovelox in autostrada a 150 all'ora, io non so spiegare perché era lì e perché funzionava. Bisogna chiedere alle autorità competenti».  Nel caso in cui i sette juventini che hanno lasciato il ritiro abbiano fatto qualcosa di irregolare, insomma, non può essere la società bianconera a risponderne. Pagheranno di tasca loro, tra l'altro la sanzione non dovrebbe essere così pesante: una multa da 400 a 1000 euro per la giustizia amministrativa, una semplice ammenda anche per quella sportiva (la Procura federale ha subito aperto un fascicolo sulla fuga dei 7 juventini, potrebbero scattare i deferimenti per violazione del protocollo). Il provvedimento sarebbe ben più pesante se venissero accertate responsabilità da parte del club, ma gli organi federali non ne hanno rilevate. Mentre Ronaldo è nella sua villa di Torino in attesa che terminino i 10 giorni di isolamento previsti dall'ultimo Dpcm (per uscirne deve comunque avere anche un tampone negativo), Skriniar continua a trascorrere il suo in Slovacchia. Ed è anche più lungo rispetto al nostro: 14 giorni. L'Inter ha valutato la possibilità di riportare il difensore a Milano, ma le leggi di quel Paese non lo consentono. Una diversità di trattamento e di tempi che ha sollevato polemiche. Fatto sta che Skriniar vedrà il derby in tv, visto che terminerà il periodo di isolamento all'inizio della prossima settimana. Agnelli ha anche commentato il 3-0 d'ufficio deciso dal giudice sportivo per Juve-Napoli, con punto di penalizzazione agli azzurri: «Noi siamo collaterali, è una vicenda tra il Napoli e i gradi di giustizia sportiva e l'organizzazione delle competizioni. Non ci tocca». E De Siervo, ad della Lega, puntualizza: «Non potevamo rinviare la partita. Il protocollo funziona, ma lì c'è stato un cortocircuito».

Dagospia l'11 novembre 2020. Dall’account twitter di Paolo Ziliani. Dopo la sentenza della Corte d'Appello (#Sandulli), vergognosa agli occhi del mondo in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo causa pandemia, dovrebbero mandare i Caschi Blu dell'Onu a presidiare gli stadi italiani perchè non entri più un solo giocatore. Per 3 anni. Ora apparirà chiaro a tutti che #Sandulli, presidente della Corte Federale che nel 2006 mandò la #Juventus in B con 17 punti di penalizzazione (poi ridotti a 9), più che un nemico fu un benefattore: a essere generosi la Juve avrebbe dovuto finire in C, a essere giusti radiata. Se pensi che "Il Napoli ha avuto paura di giocare in casa della Juventus" batta "Ruby è la nipote di Mubarak", fai retweet. Al Collegio di Garanzia del Coni, in terzo grado, il #Napoli vedrà accolto il suo ricorso: e anche questa inaudita telenovela passerà agli archivi del sempre più ridicolo calcio italiano.

Bruno Majorano per “il Mattino” l'11 novembre 2020. Il danno, la beffa. La Corte sportiva d' appello ha respinto il ricorso del Napoli contro il 3-0 a tavolino della gara dello scorso 4 ottobre con la Juventus e ha confermato anche il punto di penalizzazione inflitto nel primo grado della giustizia sportiva (lo scorso 14 ottobre) dal giudice Gerardo Mastrandrea agli azzurri. Ma non solo. La sentenza emessa dal giudice Piero Sandulli ha anche mosso delle accuse non del tutto indifferenti ai danni del Napoli. Si parla di «alibi precostituito», di violazione del «principio di lealtà» e di premeditazione. Un insieme di cose che hanno poi portato il Napoli a una dura replica. «Non condividiamo la sentenza che getta ombre inaccettabili sulla condotta della società». Tutto invariato, come allo scorso 14 ottobre? Nella forma sì, ma nella sostanza è andata anche peggio. A nulla sono servite le memorie difensive presentate dall' avvocato Mattia Grassani, perché la I Sezione della Corte sportiva d'appello presieduta dal giudice Sandulli non ha avuto dubbi circa la sentenza, anzi. Nel motivare la decisione Sandulli (con il vice presidente Lorenzo Attolico, il relatore Maurizio Borgo e il rappresentante Aia Carlo Bravi) ha ulteriormente screditato la posizione del Napoli e il comportamento del club azzurro nella gestione dei giorni precedenti alla partenza per Torino. Il tutto con una premessa che non può passare inosservata. «Il fine ultimo dell' ordinamento sportivo è quello di valorizzare il merito sportivo, la lealtà, la probità e il sano agonismo». E poi a seguire la motivazione: «Tale principio non risulta essere stato rispettato, nel caso di specie, dalla società ricorrente, il cui comportamento nei giorni antecedenti quello in cui era prevista la disputa dell'incontro di calcio, risulta teso a precostituirsi un alibi per non giocare quella partita». Accuse evidenti nei confronti del Napoli che avrebbe fatto sì che si venissero a creare dei presupposti tali da convincere l'Asl a disporre lo stop per la squadra in partenza per Torino. «La mancata disputa dell' incontro di calcio Juventus-Napoli - si legge ancora nel dispositivo - non è dipesa da una causa di forza maggiore, come invocato dal Napoli, bensì da una scelta volontaria, se non addirittura preordinata». Da questo punto di vista, quindi, Sandulli elenca anche l'insieme di comportamenti tenuti (e non tenuti) dal Napoli nei giorni precedenti alla partita e che a suo avviso hanno portato al divieto da parte dell'Asl nella giornata di sabato 3 ottobre. Come l'inutilità di richiesta di informazioni all'Asl, in virtù dei protocolli vigenti e dei quali dovevano essere già a conoscenza e indicandoli come «volontà della società ricorrente di preordinarsi una giustificazione per non disputare una gara che la società ricorrente aveva già deciso di non giocare». Facendo emergere la mancanza di un impedimento oggettivo per il Napoli di volare a Torino per la partita. «Ciò che emerge è, invece, la preordinata volontà della società ricorrente di non disputare la gara». A questo punto vengono anche chiariti gli elementi come la reiterazione delle richieste di chiarimenti all' Asl, la cancellazione del volo charter ma soprattutto l' annullamento della prenotazione dei tamponi che la squadra avrebbe dovuto effettuare nella giornata della gara. Infine, l'ultima stoccata di carattere morale. «I soggetti dell' ordinamento sportivo non sono legittimati a farsi le regole da soli, ma sono tenuti a rispettare quelle fissate dalle Autorità federali competenti. Il comportamento tenuto dalla società ricorrente non risulta rispettoso degli altri consociati, che in situazioni analoghe (ma, in alcuni casi, anche ben più critiche), hanno regolarmente disputato gli incontri». La notizia è arrivata in casa Napoli nel pomeriggio di ieri ed è stata come un fulmine a ciel sereno visto che ancora in mattinata l' avvocato Grassani si era detto fiducioso sull' esito del ricorso. Alla luce della sentenza, però, il Napoli ha replicato con un comunicato molto duro. «La Ssc Napoli prende atto della decisione della Corte sportiva d' appello ed è già al lavoro per preparare il ricorso al Collegio di garanzia dello Sport del Coni. La Ssc Napoli non condivide in toto la sentenza che getta ombre inaccettabili sulla condotta della società trascurando documenti chiarissimi a suo favore e delegittima l' operato delle autorità sanitarie regionali. La Ssc Napoli ha sempre perseguito valori quali la lealtà e il merito sportivo e anche in questo caso intraprenderà tutte le iniziative per rendere giustizia alla propria condotta orientata al rispetto della salute pubblica e per fare in modo che il campo sia l' unico giudice a decidere il risultato di una partita di calcio». Prossimo round entro metà dicembre al Collegio di garanzia del Coni.

Marco Giordano per “il Mattino” l'11 novembre 2020. «Il Napoli non può far altro che ricorrere al Collegio di garanzia del Coni, è una sentenza punitiva questa emessa dal Corte d' appello della Figc»: sono inequivocabili le parole dell' avvocato Massimo Diana, considerato uno dei massimi esperti di diritto sportivo in Italia.

Come si spiega questa sentenza da parte del giudice Sandulli?

«Non ho avuto accesso diretto agli atti, in particolare ai documenti raccolti dalla Procura della Figc. Ma leggo che sono stati sviluppati gli argomenti posti già in primo grado dal giudice della Lega serie A, Gerardo Mastrandrea, additando la società di responsabilità molto pesanti, rispetto alle quali il Napoli non potrà che rispondere ricorrendo al Coni».

Non basta avere un documento dell' autorità sanitaria che blocchi la partenza per evitare una sconfitta a tavolino ed un punto di penalizzazione?

«Il conflitto tra i due ordinamenti, quello statale e quello sportivo, resta. Risolvere ed armonizzare questo conflitto non è stato e non sarà assolutamente facile. Ho rischiato di imbattermi in un caso simile, rappresentando il Parma. Perché prima di Udinese-Parma, l'autorità sanitaria parmense non voleva consentire la trasferta, solo con un giro di tamponi last minute e una serie di garanzie siamo riusciti ad evitare un caso simile che, come si vede, diventa di complessa risoluzione. Non ho, d' altronde, motivo dubitare che il Napoli dica la verità: e, se il Napoli non mente, saprà anche reagire nel modo giusto».

Quante chance ha il Napoli di ribaltare al Collegio di garanzia del Coni la sentenza della Corte d' Appello della Figc?

«Più volte il Collegio ha sentenziato in maniera difforme dalla Figc, non ha mai avuto paura di scontentare nessuno, seguendo una propria linea giuridica. Quindi, chiunque arrivi a questo grado di giudizio, deve essere certo che non lo fa in modo inutile, anzi. Detto questo, la difficoltà di immaginare una qualsiasi previsione nasce dall' impossibilità di conoscere la documentazione. Francamente, però, vedo la strada del Napoli molto in salita. È pur vero, però, che il Napoli ha dalla sua la forza del club e di chi lo rappresenta: sono persone che conoscono il diritto e lo sport e che hanno tutte le armi per arrivare nel modo giusto anche davanti al Collegio di garanzia del Coni».

Estratto dell’articolo di Franco Vanni e Marzo Azzi per “la Repubblica” il 12 novembre 2020. La posizione del Napoli si fa più pesante, di pari passo con la battaglia legale […] che Aurelio De Laurentiis ha ingaggiato relativamente a Juve-Napoli, non disputata il 4 ottobre per assenza ospiti: perso l' appello (confermato lo 0-3 a tavolino e il -1 in classifica), il prossimo passo è il ricorso al Collegio di Garanzia presso il Coni, ultimo grado di giustizia sportiva. Poi ci sono i tribunali amministrativi e il Tas. Ma non c'è solo questa partita giudiziaria. Fra poche ore il procuratore federale Giuseppe Chiné chiuderà l'inchiesta aperta per accertare eventuali violazioni del protocollo sanitario da parte del club azzurro: e tutto lascia intuire che arriverà il deferimento alla Disciplinare. Il Napoli dovrà difendersi in aula. […] Il procuratore dovrà valutare se ci sono gli estremi per un processo sportivo o archiviare l'inchiesta. Ma difficilmente potrà ignorare la sentenza di martedì, in cui il giudice Piero Sandulli, presidente della Corte d'Appello, non si è limitato a respingere il ricorso del club azzurro ma ne ha censurato il comportamento arrivando a parlare di "preordinata e di slealtà sportiva". […]

Estratto dell’articolo di Maurizio Crosetti per “la Repubblica” il 12 novembre 2020. […] La sentenza della Corte sportiva d' appello della Figc, che ha ribadito la sconfitta del Napoli a tavolino contro la Juve e il punto di penalizzazione, […] serve a lanciare un messaggio, duro e chiaro, nei giorni in cui il campionato rischia di scoppiare. Il calcio in pandemia si è imposto - ovunque, non solo in Italia precise regole di sopravvivenza. Che sia giusto giocare durante un'emergenza è un punto di legittima discussione. Però, se si gioca, il protocollo c'è, è stato condiviso (dai club, dal governo) e va seguito: altrimenti si chiude il teatro e vanno a casa gli attori. Il giudice parla alla suocera perché nuora intenda: ricorda a ogni presidente che non si possono piegare le norme al proprio interesse. […] Il Napoli, che andrà avanti nei ricorsi, non ha fatto tutto il possibile per giocare una partita che in quel momento, e contro quella Juve, avrebbe anche potuto vincere. Perché abbia agito così, resta da chiarire. Questo la sentenza non lo dice.

Tutti i calciatori di Serie A positivi al Coronavirus. Panorama il 15/10/2020 Tutti i calciatori di Serie A positivi al Coronavirus:

ATALANTA (1) Marco Carnesecchi

GENOA (10) Petar, Brlek, Francesco Cassata, Domenico Criscito, Mattia Destro, Lukas Lerager, Darian Males, Luca Pellegrini, Marko Pjaca, Miha Zajc e Davide Zappacosta

HELLAS VERONA (2) Antonin Barak e Koray Gunther

INTER (6) Alessandro Bastoni, Milan Skriniar, Radja Nainggolan, Roberto Gagliardini, Ionut Radu e Ashley Young

JUVENTUS (2) Cristiano Ronaldo e Winston McKennie

MILAN (2) Leo Duarte e Matteo Gabbia

NAPOLI (2) Piotr Zielinski ed Elijf Elmas

PARMA (4) Il club non ha comunicato ucialmente i nominativi degli atleti risultati positivi al Covid-19 il 14 ottobre

ROMA (1) Amadou Diawara

SPEZIA (1) Riccardo Marchizza

Da repubblica.it il 14 ottobre 2020. Fabio Fognini è risultato positivo al Covid-19. Il tampone è stato effettuato a poche ore dall'esordio del 33enne ligure al Sardegna Open a Cagliari. Fognini, numero 16 del mondo e primo favorito del tabellone, sarebbe dovuto scendere in campo oggi contro lo spagnolo Roberto Carballes Baena nel secondo turno del torneo Atp 250 in corso sui campi in terra rossa del Forte Village. Al suo posto ripescato in tabellone come lucky loser il serbo Danilo Petrovic. "I sintomi sono molto lievi, un po' di tosse e febbre, mal di testa....ma purtroppo è arrivata questa notizia" ha scritto Fognini sui social. "Sono già in isolamento e sono convinto che mi rimetterò presto".

Da leggo.it il 2 novembre 2020. Francesco Totti ha il Covid-19. L’ex numero dieci, che ha perso due settimane fa il papà Enzo contagiato anche lui da coronavirus, ha avuto la febbre alta e si trova in regime di isolamento insieme al resto della famiglia nella sua villa all’Axa. A rivelare una notizia che circolava da tempo è stato il sito Romanews. Francesco Totti, che ha compiuto quarantaquattro anni lo scorso 27 settembre, ha perso solo pochi giorni fa il padre Enzo, proprio a causa delle conseguenze legate al Covid. Lo sceriffo, questo il soprannome del padre del capitano, era stato ricoverato allo Spallanzani per giorni, ma non era riuscito a vincere la battaglia contro il virus. Proprio a seguito della morte del papà, Totti aveva preferito non partecipare alla presentazione del documentario di Alex Infascelli dedicato proprio alla vita del Capitano: "Mi chiamo Francesco Totti"; la pellicola comunque è stata presentata al Festival del Cinema di Roma la scorsa settimana. La positività di Francesco Totti sarebbe stata riscontrata circa una settimana fa: l'ex capitano giallorosso aveva febbre alta, mal di gola, perdita di olfatto e del gusto. Il tampone aveva dato esito positivo, e così da allora Totti è in quarantena nella sua vialla all'Axa. Proprio nella giornata di oggi Francesco Totti, comunque, era tornato a farsi sentire per esprimere il suo cordoglio per la morte del grande Gigi Proietti.

Totti e Ilary contagiati: il Covid 20 giorni fa si portò via papà Enzo. Francesco Totti e la moglie Ilary Blasi sono positivi al Covid. L'indiscrezione, che girava da qualche giorno nel mondo del calcio, ha trovato conferma ieri. Tiziana Paolocci, Martedì 03/11/2020 su Il Giornale. Francesco Totti e la moglie Ilary Blasi sono positivi al Covid. L'indiscrezione, che girava da qualche giorno nel mondo del calcio, ha trovato conferma ieri. L'ex capitano giallorosso aveva qualche linea di febbre e ha deciso di sottoporsi al tampone, che ha dato esito positivo. Positive, ma una asintomatica la moglie Ilary mentre la mamma Fiorella ha sintomi lievi. Così la famiglia del campione si trova ora in isolamento fiduciario. Il Covid si è dimostrato già un nemico impietoso per l'ex giocatore, che il 12 ottobre scorso aveva perso il padre Enzo, ricoverato allo Spallanzani, proprio a causa del virus. Non è stato Totti a divulgare la notizia del contagio, al contrario di quanto hanno fatto sui social molti sportivi. Migliaia gli auguri di pronta guarigione fatti al Capitano dai tifosi romanisti e da quelli di altre squadre. Anche il sindaco di Roma Virginia Raggi in un tweet ha abbracciato virtualmente uno dei simboli indiscussi della capitale, che ieri si è svegliata sconvolta alla notizia della morte, non legata al covid, di Gigi Proietti. Anche il capitano in mattinata aveva voluto rendere omaggio all'attore romanista in un post. «Va via un pezzo della nostra Roma, quella vera passionale e allegra - ha scritto -. Come definire Gigi? Era un grande e il suo sorriso è stato e rimarrà unico. Gigi era presente al ricevimento per il mio matrimonio, ci vedevamo in qualche occasione e con la sua allegria e il suo grande carisma trasmetteva sempre grande gioia. Mi ha seguito per tutta la carriera da giocatore, era un grande tifoso romanista e ha rappresentato Roma nel mondo come solo noi veri romani sappiamo fare. Gigi ti voglio bene, anche dal cielo ci fari stare allegri. Roma ti sarà sempre grata».

Francesco Balzani per leggo.it il 12/10/2020. Il Covid uccide. Questo si sa. E purtroppo stamattina ha fatto scendere le lacrime sul viso di Francesco Totti per la scomparsa di suo padre, Enzo. Aveva spento lo scorso maggio 76 candeline ed oggi, lunedì 12 ottobre 2020, è deceduto all'Ospedale Lazzaro Spallanzani a causa del Covid-19. Saranno state decisive, come nella maggior parte dei decessi per mano del coronavirus, le patologie croniche pregresse: qualche anno fa Enzo, detto “Lo sceriffo”, era stato infatti colpito da un infarto, che lo aveva tenuto lontano dalle trasferte per seguire il figlio Francesco in giro per l'Italia.

Da "corriere.it" il 17 ottobre 2020. Fabrizio Corona è positivo al Covid-19. Lo ha dichiarato lui stesso su Instagram, spiegando che ha avuto la febbre alta, a 39, per tre giorni e mal di gola. Due giorni fa, sempre nelle sue storie, aveva mostrato che aveva eseguito il tampone: di qualche minuto fa il risultato di positività, comunicato via social.

Gli «avvisi». Corona ha aggiunto: «Sono dispiaciuto per la famiglia dei miei avvocati, dico questa cosa per avvisare tutti coloro che sono venuti in contatto con me in Tribunale, inclusi i giornalisti». Proprio martedì scorso l’ex fotografo dei vip si era recato alla Sorveglianza per un’udienza relativa alla sua detenzione domiciliare, insieme agli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra, e aveva rilasciato diverse dichiarazioni ai cronisti giudiziari.

Da leggo.it il 18 ottobre 2020. Nina Moric di nuovo contro Fabrizio Corona. L'ex re dei paparazzi si trova in isolamento dopo essere risultato positivo al coronavirus. Tra le restrizioni di chi è malato c'è l'obbligo di non avere contatti con altre persone proprio per evitare i contagi, ma secondo la Moric Corona avrebbe chiesto al figlio Carlos di andare a casa sua. «Fabrizio Corona, positivo al coronavirus, ha invitato Carlos a casa senza che io ne sapessi nulla e adesso bivaccano facendo stories su Instagram. Fabrizio non solo non rispetta le norme sulla quarantena ma anche la salute di mio figlio e di tutti coloro che entrano in contatto con lui. È per uomini come Corona che il virus si diffonde seminando anche la morte», ha scritto Nina in una storia su Instagram. Fabrizio infatti ha invitato il figlio a casa senza dire nulla alla madre, così la donna ha chiamato la polizia che però, ha spiegato, non è riuscita ad aiutarla: «Mi hanno detto di chiamare mio figlio e di farlo tornare a casa», ha detto furiosa. Poi ha proseguito: «Un figlio di 18 anni può anche avere l’incoscienza di fare certe cose ma per un padre di quasi 50 anni è inammissibile perché sa benissimo che Carlos è un soggetto più a rischio essendo asintomatico». Intanto nelle storie di Corona è apparso il figlio. Fabrizio che ha avuto diversi giorni di febbre, è tornato ad allenarsi e nelle ultime storie su Instagram ha scritto "combatto il covid" mentre ha ripreso ad allenarsi e a sollevare pesi, il tutto filmato dal figlio Carlos che lo incoraggia. Il 18enne era tornato a vivere a casa della madre proprio per una questione di sicurezza per la sua salute. 

Urbano Cairo ricoverato a Milano per coronavirus. su La Repubblica il 30 ottobre 2020. L'editore del Corriere è nel reparto infettivo dell'ospedale San Paolo di Milano. E' arrivato oggi con sintomi sospetti, le sue condizioni non sarebbero gravi. L'editore del "Corriere della sera" e proprietario di La7 e del Torino è stato ricoverato nel reparto infettivi dell'ospedale San Paolo di Milano per Covid. Lo confermano fonti ospedaliere. Urbano Cairo è arrivato oggi nella nuova area del pronto soccorso dell'ospedale San Paolo di Milano con dei sintomi sospetti di coronavirus. Le sue condizioni, a quanto si apprende da fonti dell'ospedale, non sarebbero gravi. E' stato comunque ricoverato per tutti gli accertamenti e iniziare la cura.

DAGONOTA il 31 ottobre 2020. Ieri il 63enne Urbano Cairo è stato ricoverato presso l'ospedale San Paolo di Milano nel reparto riservato alle malattie infettive, ora dedicato ai pazienti affetti da Sars Cov2. E’ sottoposto alla terapia a base di Remdesivir. Se fa l’antivirale vuol dire che ha un principio di polmonite, oltre a febbre e tosse. E l’antivirale eviterà lo sviluppo del virus. Probabile che la terapia preveda anche cortisone. Come è successo Berlusconi. Nota maligno “Il Giornale”: “Remdesivir è l'unico farmaco autorizzato specificamente per la cura del Covid dall'inizio dell' epidemia che però è somministrabile soltanto nelle strutture ospedaliere e soprattutto è introvabile perché nell'estate è stato «accaparrato» dagli Usa”. "Desidero innanzitutto ringraziare i medici e gli infermieri dell Ospedale San Paolo che si stanno occupando di tutti i pazienti in modo eccellente. Ringrazio poi i tantissimi che mi hanno scritto e mi hanno fatto sentire davvero tanto affetto. Io sto abbastanza bene ma volevo dirvi una cosa importante: non sottovalutate questo virus. È davvero molto contagioso. Si prende facilmente. Mettete sempre la mascherina Fp2, proteggetevi, lavatevi le mani, usate l’igienizzante e state sempre a distanza. Non andate mai in luoghi affollati e state il più possibile lontano dalle persone più anziane. State in sicurezza il più possibile In bocca al lupo a tutti!"

Da askanews il 31 ottobre 2020. “Dopo 27 giorni dai primi sintomi del contagio da Covid-19, febbre e tosse, e dopo 14 giorni di ricovero all'ospedale Spallanzani, sono risultato negativo al quarto tampone. Oggi stesso lascerò l'ospedale". Lo dichiara Cesare Damiano, già ministro del Lavoro. "Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini - continua - e mi hanno sostenuto aiutandomi a superare questa difficile prova. Ringrazio, in modo particolare, tutti i medici di base che mi hanno assistito e gli straordinari medici e infermieri dello Spallanzani per la meravigliosa carica di umanità e l'alto livello di professionalità con i quali mi hanno assistito e assistono i pazienti. A tutti voi una raccomandazione: il Covid non é la variante di una forma influenzale, ma una malattia subdola, inquietante e pericolosa". "Siate prudenti e restate il più possibile nelle vostre case, se siete in grado di farlo. È meglio fare un sacrificio oggi per avere maggiore sicurezza domani", conclude.

 (Adnkronos il 30 ottobre 2020)  Agitazione in Rai dopo l'annuncio di Paola Perego che ha fatto sapere ieri intorno alle 20, attraverso un post su Instagram, di essere risultata positiva al Covid. La conduttrice ha precisato di essere a casa asintomatica sotto il controllo medico, ma per alcuni il conteggio delle ore non torna e c'è preoccupazione. "Nel gruppo Facebook IndigneRai popolato da dipendenti dell'Azienda - scrive il sito vigilanzatv.it - un utente si domanda: "Qualcuno può dirmi quando la Perego ha annunciato di essere positiva al covid19, perché ieri pomeriggio alle 17,30 si aggirava negli studi della Dear parlando senza distanze di sicurezza con più persone". Pare che alla Dear, da ieri quando la Perego ha annunciato la sua positività al Covid-19, si stiano vivendo momenti di panico, perché alcuni l'avrebbero vista addirittura anche senza mascherina e lo scrivono sempre sul gruppo facebook Indignerai".

Da leggo.it il 26 ottobre 2020. Lillo Petrolo ha il Covid-19. A darne notizie è stato lo stesso attore durante la sua partecipazione al Festival del cinema di Salerno Linea d'Ombra. Intervistato - tramite un collegamento via webcam - dal direttore artistico del Festival Boris Sollazzo, Lillo ha raccontato di essere in quarantena proprio perché positivo al Coronavirus: «Non lo voglio nascondere. Io sto a casa perché ho preso questo virus. Sto sotto controllo, ma ora ne ho capito la forza virale, questo virus ha una forza devastante. È una cosa che dura venti giorni, con dolori fortissimi alle ossa e alle ginocchia; è un'influenza moltiplicata per dieci. Io so perché me lo sono preso, so di aver fatto una "stronzata", non la rifarei, anche perché a causa di questa "stronzata" me lo sono preso». L'appello del comico è ad avere tutti la massima attenzione: «Si può fare tutto, ma in sicurezza. Bisogna stare molto attenti. È un virus di una forza devastante». Non è successo al cinema, prova a sdrammatizzare Boris Sollazzo "Ma no - spiega Lillo - il cinema rispettando le regole è un posto molto sicuro. C'è una distanza calcolata tra le persone, bisogna indossare la mascherine per tutta la proiezione. Ma se ti va di vedere un film al cinema lo puoi fare veramente senza alcun tipo di pericolo». Linea d’Ombra Festival 2020, edizione numero venticinque, ha inaugurato sabato 24 ottobre. E nonostante le disposizioni, si legge in una nota, del nuovo decreto del governo, si chiuderà sabato 31, al termine di otto giorni di cinema durante i quali saranno proiettate oltre 100 opere in concorso da 40 paesi. Nella stessa nota il presidente di Linea d’Ombra Festival Giuseppe D’Antonio e il direttore artistico Boris Sollazzo lo dicono chiaramente e fermamente. «Linea d’ombra continua. Nonostante tutto. Lo fa su un’altra piattaforma, coerentemente al modello di festival che non voleva essere d’emergenza ma un nuovo inizio, ibrido per convinzione e non per necessità. Dopo due giorni in presenza in Sala Pasolini e Sala Menna, con ottima risposta di pubblico, ci atteniamo alle nuove disposizioni e, non modificando nulla nel contenuto, nell’entusiasmo e nella professionalità, cambiamo solo il modo di fruire delle nostre proposte, in attesa di tornare a guardare in faccia i nostri spettatori molto presto».

Il comico Lillo Petrolo positivo al Covid-19: "Ho fatto una str..." In collegamento con il Festival del cinema di Salerno il comico del duo Lillo & Greg ha svelato di avere contratto il virus. Poi sui social ha raccontato la sua esperienza. Novella Toloni, Lunedì 26/10/2020 su Il Giornale. Un altro nome si aggiunge alla lista dei personaggi famosi contagiati dal coronavirus. Dopo Mara Maionchi e Gerry Scotti anche il comico Pasquale "Lillo" Petrolo ha annunciato di essere risultato positivo al virus. Il comico, del duo Lillo&Greg, lo ha rivelato durante un collegamento via webcam nel corso dell'ultimo Festival del cinema di Salerno. "Non lo voglio nascondere - ha dichiarato subito Lillo - Io sto a casa perché ho preso questo virus. Sto sotto controllo, ma ora ne ho capito che ha una forza devastante". L'attore comico ha fatto sapere di essere ricoverato all'ospedale Gemelli di Roma ma di non essere in gravi condizioni. Il decorso del contagio non è stato però una passeggiata per Petrolo, che lo scorso 27 agosto ha compiuto 58 anni: "È una cosa che dura venti giorni con dolori fortissimi alle ossa e alle ginocchia; è un’influenza moltiplicata per dieci. Io so perché me lo sono preso, so di aver fatto una "stronzata", non la rifarei, anche perché a causa di questa "stronzata" me lo sono preso". Il comico ha svelato di aver commesso una leggerezza consapevole del possibile esito del contagio. Ma è sui social, in particolare sulla pagina del duo Lillo e Greg, che l'artista ha fatto sapere come sono andate le cose: "Conosco il motivo per cui sono ricoverato per Covid al Gemelli di Roma. Se lo conosco vuol dire che ho presente la leggerezza che ho compiuto. Mai abbassare la guardia, il virus c'è e mena forte! Ve lo assicuro!".

Il D.N.A. di Lillo e Greg non mente: minimo sforzo, massima resa. Petrolo, attraverso un fumetto condiviso su Facebook e Instagram, ha però voluto mandare anche un messaggio di apertura e non di paura: "Si può fare tutto, ma in sicurezza. Bisogna stare molto attenti. I luoghi pubblici che rispettano le regole non c'entrano, c'entra il fatto di rispettarle. Ma non sarà sempre così, viva la vita". Durante il collegamento con il Festival del Cinema, infine, Lillo ha tenuto a precisare che il contagio non è avvenuto in un cinema o teatro, luoghi che fino ad oggi si sono rivelati molto più sicuri di altri: "Il cinema rispettando le regole è un posto molto sicuro. C’è una distanza calcolata tra le persone, bisogna indossare la mascherine per tutta la proiezione. Ma se ti va di vedere un film al cinema lo puoi fare veramente senza alcun tipo di pericolo". Un messaggio arrivato però ormai troppo tardi dopo l'ultimo Dpcm del premier Conte.

Clarissa Valia per tpi.it il 26 ottobre 2020. Gerry Scotti, il popolare conduttore Mediaset, ha il Coronavirus. In questo momento si trova a Milano e le sue condizioni sono buone. A quanto pare l’origine dell’infezione sarebbe il contatto con un parente stretto.

Gerry Scotti positivo al Covid: "Sono a casa sotto controllo medico". Il popolare conduttore ha svelato la sua positività con un post pubblicato sui social. Le sue condizioni non desterebbero, al momento, preoccupazione. Novella Toloni, Lunedì 26/10/2020 su Il Giornale. Gerry Scotti è risultato positivo al coronavirus. Il popolare presentatore è apparso sui social network per confermare le indiscrezioni che da ore stavano circolando nell'ambiente. Difficile sapere dove Scotti abbia contratto il virus, ma intanto lui sul web ha voluto rassicurare tutti sulle sue condizione di salute.

"Volevo essere io a dirvelo: ho contratto il COVID-19. Sono a casa, sotto controllo medico. Grazie a tutti per l’affetto e l’interessamento", così pochi minuti fa Gerry Scotti ha annunciato di essere risultato positivo al coronavirus. Il conduttore, che pochi giorni fa aveva effettuato le registrazione della nuova puntata del programma Tu si que vales, non ha fornito dettagli sul contagio, ma ha svelato di essere in isolamento nella sua abitazione. Scotti è sotto attento controllo medico e per il momento le sue condizioni di salute non desterebbero preoccupazione.

Il dramma di Gerry Scotti: "All'improvviso sono svenuto dal dolore". A far circolare la notizia che nell'ambiente televisivo ci fosse un nuovo contagio, dopo quello di Mara Maionchi, era stato il portale Dagospia. Nelle scorse ore il sito di Roberto d'Agostino aveva lanciato l'indiscrezione secondo la quale un famosissimo conduttore televisivo era risultato positivo al Covid-19. "Chi è il famosissimo conduttore Mediaset positivo al Covid? Lo avrebbe preso in famiglia e non negli studi di rete", recitava il lancio. Impossibile non pensare a Paolo Bonolis e Gerry Scotti i due presentatori di punta delle reti. Sono bastate, però, poche ore per far emergere il nome di Gerry Scotti. È stato lui stesso a rivelare la sua positività attraverso il canale più diretto, i social network. Con un post condiviso sui suoi profili Instagram e Facebook il presentatore ha dato la conferma, ma ha anche rassicurato sulle sue condizioni. Le sue parole in poco tempo hanno fatto il giro del web, raccogliendo l'abbraccio virtuale del pubblico e dei suoi fan. In attesa di ulteriori sviluppi, le registrazioni delle sue trasmissioni - primo tra tutti il gameshow Caduta Libera - sono state interrotte, anche se gli stringenti protocolli attuati dalle produzioni televisive dovrebbero aver scongiurato il contagio del 64enne.

(ANSA il 28 ottobre 2020) - Carlo Conti è positivo al Covid ma sta bene. Lo ha scritto lui stesso su Instagram. ''Voglio essere io a comunicarvi che purtroppo sono risultato positivo al Covid. Sono a casa, praticamente asintomatico, ma sotto controllo medico'', scrive sul suo profilo. Venerdì Conti - a quanto si apprende - condurrà da casa Tale e quale show. Inoltre la sua positività - sempre a quanto si apprende - non ha provocato nessun problema alla squadra del programma.

Covid, Carlo Conti: "Adesso i sintomi ci sono tutti". Dopo aver condotto Tale e Quale Show da casa tranquillizzando sul suo stato di salute ora Carlo Conti ha sviluppato qualche sintomo del Covid, ma scende in campo contro chi lo dava per peggiorato. Roberta Damiata, Martedì 03/11/2020 su Il Giornale. "Ma quale peggioramento, sono solo arrivati i sintomi!" Così Carlo Conti risultato positivo al Covid 19 solo qualche giorno fa, risponde a chi, aveva dato la notizia di un peggioramento sulle sue condizioni di salute. Notizia ripresa con grande apprensione da tutti i media preoccupati per il suo stato di salute. Ma le cose non stanno così, anzi è proprio lui che con la sua solita grinta, scende in campo per placare le news impazzite che stanno rimbalzando sul web. A dimostrazione di questo il presentatore, aveva condotto il suo programma Tale e quale show da casa a dimostrazione del suo buono stato di salute. Quindi nessun tono allarmistico, nessun peggioramento, ma soltanto il decorso di chi ha a che fare con un virus subdolo. Carlo è in isolamento e si sta riguardando ed è seguito al meglio. Inizialmente una settimana fa il conduttore aveva affermato di essere asintomatico anche se sotto controllo medico e stamattina per estrema chiarezza nei confronti del il suo pubblico, aveva scritto che i sintomi (si parla di tosse e qualche linea di febbre) erano comparsi. Lo aveva dichiarato in un post sul suo profilo Instagram dove viene mostrato un biglietto del figlio Matteo e di sua moglie con la scritta “Ti amiamo papà”. “I sintomi ci sono tutti (e anche troppi!!!), questo Covid è una brutta bestia. Ma tra tutte le medicine questo bigliettino è la più potente”. Nonostante queste parole, molti fan del conduttore si sono preoccupati e anche tanti personaggi del mondo dello spettacolo hanno lasciato sotto il post messaggi di incoraggiamento e vicinanza. “Forza Carlo, ti aspettiamo per il nostro Zecchino” ha scritto Mara Venier. “Forza amico mio, vedrai che sarà solo un ricordo, ti voglio bene” sono state invece le parole di Cristiano Malgioglio. E poi ancora Veronica Maya, Paola Turci, il divertente post di Jo Squillo: “I toscanacci come te il Covid se lo mangiano a colazione, sei un grande roccia, ti vogliamo tutti bene” e molti altri ancora. La notizia della positività, era stata data sempre dal conduttore: “Voglio essere io a comunicarvi che purtroppo sono risultato positivo al Covid-19. Sono a casa, praticamente asintomatico ma sotto controllo medico” aveva scritto e la sua conduzione dal casa aveva tranquillizzato sul suo stato di salute anche se lui stesso aveva ammesso: “Sto bene, il virus mi ha colpito però sono asintomatico, però bisogna stare attenti. Non voglio fare il supereroe da una parte voglio dare la speranza ma anche un segnale ai tanti asintomatici che, inconsapevoli di trasmettere il virus, vanno in giro". In un’intervista al quotidiano Repubblica aveva ammesso di non considerarsi un supereroe per questa scelta: “Non sono un super uomo, non ho fatto niente di eroico. Bisognava trovare la soluzione, menomale che stavo bene e me la sono sentita. Ha funzionato tutto. Mi faceva ridere la situazione, vedere la mia faccia sul televisore in studio. Avevo messo il telefonino su una cassa, ho scritto la scaletta a penna come una volta, con i caratteri belli grandi così vedevo bene. Ringrazio tutti per l’incoraggiamento e l’affetto”.

 Da repubblica.it il 6 novembre 2020. Carlo Conti è stato ricoverato all'ospedale fiorentino di Careggi nel reparto malattie infettive. Il conduttore è affetto da Covid e, nonostante le sue condizioni non siano gravi, sono state giudicate non più compatibili con l'isolamento a casa. Carlo Conti la scorsa settimana ha condotto da casa la puntata di "Tale e quale show", ma nelle ultime ore i sintomi del virus hanno consigliato il ricovero in ospedale. Era stato lo stesso Conti nei giorni scorsi, con un messaggio sul suo profilo Instagram, a raccontare che erano arrivati i sintomi (quali? Febbre, dolori e tosse) e, postando un biglietto ricevuto dal figlio Matteo e dalla moglie Francesca, ha concluso che "tra tutte le medicine questo è la più potente. Sto già meglio!". Quindi nessun tono allarmistico, nessun peggioramento, ma soltanto il decorso di chi ha a che fare con un virus subdolo". In effetti la situazione fino a qualche giorno fa era sotto controllo, al punto che Carlo Conti era riuscito a condurre da casa la puntata di venerdì scorso di "Tale e quale show", con l'aiuto di Giorgio Panariello in studio. Questa sera, invece, il conduttore non sarà al suo posto visto il ricovero in ospedale e la Rai ha preparato in corsa un piano d'emergenza. La puntata dello show del venerdì sera sarà condotta dai giudici Loretta Goggi, Vincenzo Salemme e Giorgio Panariello, che si alterneranno alla guida del programma, con l'aiuto di Gabriele Cirilli.

Da corrieredellosport.it il 3 novembre 2020. Alessandro Cattelan è positivo al Coronavirus. Ad annunciarlo è lo stesso conduttore tv che ha dato il messaggio ai suoi fan direttamwente dal profilo Instagram ufficiale. "Oggi facendo i controlli periodici tipici di questi giorni ho scoperto di essere positivo al Covid. In attesa di effettuare un test molecolare sono a casa sotto controllo e isolato. @ludosauer mi fa trovare fuori dalla camera il piatto per mangiare e per fortuna ogni tanto Nina e Olli mi fanno scivolare un messaggino sotto la porta quindi sono in ottime mani!". Sono queste le parole utilizzate dal conduttore di XFactor per dare la notizia. Proprio a proposito del programma, la diretta potrebbe essere messa in dubbio, però, una possibilità per tutti i fan del programma musicale c'è. Cattelan potrebbe condurre le puntate da casa, come ha già fatto nei giorni scorsi Carlo Conti per Tale e Quale Show.

Striscia la Notizia, Picone positivo al coronavirus: impensabile cambio in corsa, ecco chi finisce dietro al bancone. Libero Quotidiano il 26 ottobre 2020. Nella serata di oggi, lunedì 16 ottobre, dietro al bancone di Striscia la notizia ci sarà l'inedita coppia formata da Salvo Ficarra e Cristiano Militello. Infatti Valentino Picone - rende noto la trasmissione -, risultato positivo al test rapido al coronavirus e in attesa dell'esito del test molecolare -, seguirà la puntata da casa, in via precauzionale. Un altro caso, insomma, sembra aver colpito il tg satirico di Canale 5, in un momento in cui i contagi si diffondono a raffica e in cui i nomi di persone famose colpite del virus filtrano incessanti. Nel frattempo, dopo essere stato a sua volta colpito dal coronavirus, Antonio Ricci, è tornato a casa. Il papà di Striscia la notizia era risultato positivo al Covid 19. Dunque ricovero all’ospedale di Albenga per motivi precauzionali, che è durato una settimana tra cure e osservazione. I medici poi hanno deciso di dimetterlo e di ordinargli che le terapie dovrà continuarle a casa dove completerà il periodo di convalescenza.

 (ANSA il 18 ottobre 2020) - Antonio Ricci, il "papà"' del  programma Mediaset "Striscia la Notizia", e' stato ricoverato  all'ospedale di Albenga (Savona) dopo essere risultato positivo  al Covid-19. Il ricovero è avvenuto per ragioni precauzionali, su decisione dello stesso Ricci e della sua famiglia insieme ai  medici. La notizia è stata confermata dalla famiglia che "ha piena fiducia nell'operato della equipe che lo ha in cura".

Antonio Ricci positivo al Covid: il consulto dei medici poi il ricovero. Anche Antonio Ricci è stato contagiato dal coronavirus: il padre di Striscia la notizia è stato ricoverato in via precauzionale nella sua città natale. Francesca Galici, Domenica 18/10/2020 su Il Giornale. Antonio Ricci è positivo al coronavirus. Il padre di Striscia la notizia è stato precauzionalmente ricoverato nell'ospedale di Albenga, dove è nato, dopo un consulto con i medici. A darne notizia è il quotidiano Il secolo XIX. Il regista e autore televisivo ha da poco compiuto 70 anni e mostra alcuni sintomi del Covid. Per questa ragione il personale sanitario ha ritenuto opportuno che venisse tenuto sotto controllo. La notizia della sua positività circolava da ieri nei corridoi di Mediaset, che da più di trent'anni è la sua seconda casa e solo in serata è stata confermata ma senza allarmismi per la sua salute. Striscia la notizia non si fermerà, nonostante il ricovero dell'unico vero deus ex machina del programma, ma andrà avanti regolarmente con i suoi servizi ironici e dissacranti e le sue inchieste, solo apparentemente leggere. Alla guida del programma in questa fase ci sono i due attori comici Ficarra e Picone. Striscia la notizia è stato uno dei pochi programmi che non si sono fermati nemmeno durante i duri mesi del lockdown. In questi mesi in conduzione c'erano Michelle Hunziker e Gerry Scotti, che hanno continuato a informare e divertire il loro pubblico anche in un momento così complicato, sotto l'attenta guida di Antonio Ricci, sempre presente. Non sono stati mesi semplici a Cologno Monzese, dove si trova la cittadella Mediaset dalla quale trasmette Striscia la notizia ed era stato lo stesso autore a raccontare all'Ansa, poche settimane fa, i duri mesi del lockdown del suo tg satirico: "Noi siamo andati in onda fino a fine giugno con una serie di espedienti. Registravamo due o tre volte a settimana, poi si facevano stacchi con lanci neutri, cercando di far sembrare tutto più naturale possibile". Quel periodo buio è alle spalle e ora Striscia la notizia viene realizzato regolarmente con registrazioni quotidiane. L'unica differenza rispetto al passato, rispetto a prima che la pandemia sconvolgesse il pianeta, è il pubblico in studio, che viste le restrizioni e la nuova ondata di contagi, non è presente in studio ma Antonio Ricci non ne ha fatto un truma: "Del resto all’inizio Striscia era senza pubblico, nemmeno questa è una novità".

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 18 ottobre 2020. Federica Pellegrini non riesce a capacitarsi che le sia toccato proprio adesso, Mariastella Gelmini giura di essere stata «superattenta», Valentino Rossi ci tiene a far sapere di avere fatto del suo meglio per rispettare le precauzioni. Non si era mai visto un paziente giustificarsi e chiedere quasi scusa per essersi ammalato, ma il Covid non è una malattia come le altre. Lo abbiamo raccontato come un giudizio divino, che, almeno tra i famosi, colpiva in prevalenza gli sbruffoni, per cui chiunque lo prende si sente in dovere di protestare la propria innocenza. Il malato teme di passare per traditore e per potenziale untore, e mentre in qualunque altra malattia starebbe in pena in sé, in questa finisce per essere quasi più preoccupato da quello che penseranno gli altri. I vip della politica e dello spettacolo hanno paura di apparire disattenti e strafottenti, gli sportivi si sentono offesi in quella che è la loro attrezzatura di lavoro, il corpo. Ma su tutti, famosi e non, sportivi e non, aleggia la sensazione di una punizione divina e di un giudizio sociale che non hanno ragione di esistere, se non nelle ossessioni dei terrorizzati, che ai miei occhi hanno la stessa credibilità dei loro contraltari negazionisti. Il Covid non è la peste né un castigo biblico, ma un virus molto contagioso da cui dobbiamo proteggerci meglio che si può e per quanto si può. Sapendo, però, che risultare positivi al tampone non solo non è una sentenza di morte. Non è nemmeno una nota di biasimo.

Da affaritaliani.it il 15 ottobre 2020. Valentino Rossi è risultato positivo al Covid-19. Il fuoriclasse del motociclismo lo ha annunciato su Instagram. Il Dottore sarà costretto a saltare il Gp di Aragon in Spagna che si disputerà domenica prossima. Momento sfortunato per il pilota della Yamaha, reduce da 3 uscite consecutive che lo hanno messo fuori dalla lotta per il titolo mondiale della MotoGp (dove, salvo clamorosi colpi di scena sono rimasti in lizza in 4: Quartaro, Mir, Dovizioso e Vinales). "Purtroppo questa mattina mi sono svegliato e non mi sentivo bene" ha scritto il Dottore su instagram. "Mi sentivo particolarmente debole e avevo una leggera febbre, quindi ho chiamato subito il medico che mi ha fatto due test. Il risultato del "test rapido PCR" è stato negativo, proprio come il test che avevo già fatto martedì. Ma il secondo, di cui mi è stato inviato il risultato alle 16 di questo pomeriggio, è stato purtroppo positivo" ha aggiunto. "Sono chiaramente molto deluso per il fatto che dovrò saltare la gara di Aragon. Mi piacerebbe essere ottimista e fiducioso, ma mi aspetto che il secondo round ad Aragon sia un "no go" anche per me... Sono triste e arrabbiato perchè ho fatto del mio meglio per rispettare il protocollo e anche se il test che ho fatto martedì è stato negativo, mi sono isolato già dal mio arrivo da Le Mans. Comunque, è così, non posso fare nulla per cambiare la situazione. Ora seguirò il consiglio medico, e spero solo di guarire al più presto".

Anche Federica Pellegrini è positiva al coronavirus. Lo ha annunciato la stessa nuotatrice veneta con una storia su Instagram. "Ho appena ricevuto una brutta notizia, ieri durante una sessione di allenamento sono uscita perché avevo molti dolori e tornando a casa nel pomeriggio ho cominciato ad avere mal di gola. Non sono più andata in piscina, ho fatto il tampone e l'esito è stato positivo. Sono positiva al Covid", dice in un video, l'azzurra, visibilmente provata. "Mi dispiace un sacco perché lunedì dovevo partire per l'Isl a Budapest e cominciare a gareggiare, cosa di cui avevo bisogno e voglia di fare. Invece ovviamente non sarà così. Mi dispiace veramente tanto per tutto, avevo cominciato l'anno bene e mi sto allenando bene". "Non so se ridere o piangere anche e ho pianto fino adesso cercheremo di prendere il lato positivo della cosa, anche se per adesso mi sfugge. Ora ci facciamo questi bei dieci giorni di quarantena a casa".

Da gazzetta.it il 21 ottobre 2020. Dopo Fede, non finisce l'elenco di azzurri del nuoto positivi al Covid-19. Dal collegiale di Livigno, con una nota della Federnuoto, si scopre che l'elenco si allunga. Il giorno dopo la positività di Sabbioni e Mizzau altri 10 azzurri sono risultati positivi. Tutti asintomatici e tutti fatalmente entrati in quarantena. La campionessa del nuoto Federica Pellegrini, positiva al Covid-19, aggiorna i follower sulle sue condizioni di salute nel quinto giorno di quarantena. Così, a solo quattro giorni dalla positività al Covid-19 di Federica Pellegrini, ecco il comunicato diffuso dalla Federnuoto nella serata di martedì 20 ottobre. "I tamponi di controllo effettuati nel corso del collegiale in svolgimento a Livigno hanno registrato la positività al Covid-19 di Federico Burdisso, Martina Rita Caramignoli, Gabriele Detti, Marco De Tullio, Stefano Di Cola, Sara Gailli, Edoardo Giorgetti, Matteo Lamberti, Alessio Proietti Colonna e Simona Quadarella - si legge nel comunicato diramato dalla Fin, che precisa - tutti gli atleti sono asintomatici. Gli esami ai membri dello staff tecnico-sanitario hanno dato esito negativo". L'allenamento collegiale a Livigno era iniziato l'11 ottobre e nelle intenzioni iniziali sarebbe dovuto terminare il 5 novembre. Prima del raduno, gli atleti erano stati testati e tutti erano risultati negativi. Ora, d'accordo con la Asl locale, è stata predisposta la quarantena presso la stessa struttura di Livigno. "Siamo molto dispiaciuti. I nuotatori nella collegiale di Livigno avevano fatto dei test prima di arrivare là ed erano tutti risultati negativi, però quando ti muovi e trovi qualcuno, è facile prendere il coronavirus. Questa è la realtà. Il paese è così, purtroppo". Questo il commento a caldo del presidente della Federnuoto, Paolo Barelli. "La Asl locale farà tutte le valutazioni del caso perché è una cosa che nasce lì sul posto, non è un fatto di piscina".

Da repubblica.it il 21 ottobre 2020. Cinque giorni fa aveva annunciato al mondo in lacrime la propria positività, oggi Federica Pellegrini nel suo "diario giornaliero della quarantena" teme per la salute della mamma, Cinzia Lionello, che si trovava in casa della figlia quando sono arrivati gli esiti dei tamponi: "Bad news di questa mattina: anche mia mamma ha i sintomi del Covid". "Dovevo partire per Budapest e mia mamma stava qui con me, dovevamo darci il cambio con i cani - racconta la Divina -. È rimasta in quarantena preventiva in casa mia, abbiamo mantenuto la distanza, le mascherine, ma non è bastato. Domani mattina farà il tampone. Mal di testa, febbre a 37.4, tanti dolori, mi dispiace un sacco. La cosa buona è che ora io sono in grado di aiutarla, stando sempre attente e a distanza". Il quadro complessivo dell'olimpionica veneta, mai critico, volge decisamente al meglio: "Questa mattina mi sono svegliata bene, avevo voglia di alzarmi dal letto, di fare. Niente febbre ma gusto e olfatto ancora non li ho ripresi, mi hanno detto che ci vorrà un po' di tempo. Ieri ho fatto anche l'ecografia ai polmoni e sono ok, era la cosa che mi preoccupava di più". Purtroppo però non ci sono solo le buone notizie". Poi l'appello rivolto ai più giovani: "Ragazzi, questa malattia si attacca con una facilità incredibile che io non immaginavo proprio, nonostante le precauzioni".

La Pellegrini ancora positiva: "È come se avessi un trapano in testa". La positività di Antonio Ricci si aggiunge a quella di altri illustri personaggi che, nelle scorse ore, hanno comunicato di aver contratto il Covid. Tra loro ci sono Valentino Rossi e Federica Pellegrini, entrambi paucisintomatici. La Divina avrebbe dovuto riprendere le gare con la trasferta ungherese e non poter prendere parte all'Isl di Budapest è stato per lei motivo di pianti e grandi dispiaceri. Il Dottore, invece, avrebbe dovuto scendere in pista nel Gran Premio di Aragona, nel quale sarà il grande assente.

Da gazzetta.it il 22 ottobre 2020. Federica Pellegrini, alle prese con il coronavirus, continua a raccontare il suo diario su Instagram dalla casa di Verona: “Ho accompagnato mia mamma a fare il tampone, con distanziamento e mascherina, perché lei non ha mai guidato a Verona. Ora aspettiamo il risultato e quasi sicuramente sarà positiva ma rispetto a ieri sta già meglio”. Questa uscita di casa ha suscitato prima perplessità poi ha dato il là a inevitabili polemiche sui social. "Scusa ma tu sei positiva ed esci di casa? Si può uscire solo quando si risulta negativi!", le hanno scritto in tanti. Lei ha replicato con un altro breve video: “Io non sono una persona poco responsabile e poco disciplinata, anzi, sono molto responsabile e molto disciplinata - sottolinea la campionessa di nuoto -. Se sono uscita a portare mia madre a fare il tempone non è perché l’ho deciso alzandomi la mattina, ma perché mi ha autorizzato la dottoressa dell’Asl. Quindi tranquilli, tutto sotto controllo”. Pellegrini spiega anche di sentirsi meglio, senza più mal di testa e quasi senza febbre ma di essere ancora priva di gusto e olfatto. “È strano poi, conclude, che nei primi giorni di positività dormivo un sacco, fino a 20 ore al giorno, e non mi è mai mancato l’appetito, anche se non sentivo il gusto del cibo. Ora aspetto per lunedì i risultati del tampone. Incrociamo le dita e speriamo bene, io ce la sto mettendo tutta”, ha concluso.

Da liberoquotidiano.it il 22 ottobre 2020. “Ho violato le regole? No, mi ha autorizzata la dottoressa dell’Asl”. Federica Pellegrini è finita al centro di un’accesa polemica per essere uscita di casa nonostante la positività al coronavirus. La campionessa italiana di nuoto ha raccontato di aver accompagnato la madre a fare il tampone “perché lei non ha mai guidato a Verona”: eppure è assolutamente vietato violare la quarantena quando si è contagiati e non si trova traccia di eventuali eccezioni nei protocolli. Fonti sanitarie a Libero hanno confermato che è praticamente impossibile che l’Asl di competenza abbia dato il permesso alla Pellegrini di infrangere le regole: tra l’altro non c’era neanche la giustificazione per causa di forza maggiore, motivo per cui se quello che dice la Pellegrini è vero, allora la dottoressa che le ha accordato l’uscita dalla quarantena potrebbe rischiare grossissimo. Se invece è stata la campionessa a non aver detto la verità, allora potrebbe aver commesso un reato che si declina anche nel penale nei casi in cui si esce di casa col coronavirus. Non resta che attendere ulteriori chiarimenti, innanzitutto da parte dell’Asl chiamata in causa dalla Pellegrini.

Nessuna infrazione per la Pellegrini: "Poteva portare la madre a fare il tampone". Polemica chiusa sul caso di Federica Pellegrini che, da positiva, ha accompagnato sua madre a fare il tampone: il direttore della Usl le dà ragione. Francesca Galici, Giovedì 22/10/2020 su Il Giornale. Non accenna a placarsi la polemica attorno a Federica Pellegrini, da ieri sotto accusa per aver accompagnato sua madre a fare il tampone nonostante sia ancora positiva. A dichiararlo era stata la stessa nuotatrice nel corso del suo diario della quarantena che sta tenendo sui social, nel quale quotidianamente aggiorna i suoi seguaci con dei brevi video sulla situazione del giorno. Le sue parole, però, hanno scatenato l'ira degli utenti, che l'hanno accusata sia di aver avuto favoritismi sia di aver violato la quarantena, infrangendo le regole. "Io non sono una persona poco responsabile e poco disciplinata, anzi, sono molto responsabile e molto disciplinata. Se sono uscita a portare mia madre a fare il tempone non è perchè l'ho deciso alzandomi la mattina, ma perché mi ha autorizzato la dottoressa dell'Asl", ha dichiarato Federica Pellegrini quando ha iniziato a montare la polemica, sperando in questo modo di riuscire a spegnerla. Niente da fare, però, per lei. In serata, infatti, il quotidiano Libero ha riferito che fonti della Asl avevano smentito la ricostruzione fatta dalla Divina: "Fonti sanitarie a Libero hanno confermato che è praticamente impossibile che l’Asl di competenza abbia dato il permesso alla Pellegrini di infrangere le regole". Il mistero sulla presunta violazione della quarantena da parte di Federica Pellegrini è durato fino a questa mattina quando, stanca di essere attaccata e accusata, la nuotatrice ha voluto mettere a tacere una volta e per tutte la polemica. Con un post pubblicato nel suo profilo Instagram, infatti, Federica Pellegrini ha condiviso le parole del direttore generale della Usl 9 di Verona, Pietro Girardi, che di fatto confermano quanto detto ieri dalla nuotatrice nelle sue storie. La Divina, infatti, non ha mentito: "È normale che una persona positiva al Covid si rechi al punto tampone. Succede, ad esempio, ogni volta che c’è un tampone di controllo". Pietro Girardi, come scrive il Corriere della sera al quale il direttore ha rilasciato l'intervista, non era stato informato di quanto accaduto e, dopo aver verificato, ha confermato che Federica Pellegrini ha agito nel pieno rispetto nel vigente regolamento. Infatti, anche se non era lei in questo caso a dover essere sottoposta al tampone ma sua madre, nel caso di soggetti conviventi è possibile uscire di casa in qualità di accompagnatori per recarsi al drive-in. Questione finita per la nuotatrice, quindi, che lunedì si sottoporrà al primo tampone di controllo.

Gaia Piccardi per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2020. «Ricapitoliamo?».

Ricapitoliamo.

«Innanzitutto è utile dire che io e mia mamma abbiamo trascorso la quarantena insieme. Io dovevo partire per le gare a Budapest e lei era venuta a darmi il cambio per i cani. Quando sono risultata positiva al Covid, si è messa la mascherina, teneva il distanziamento. Ma è mia madre, ha fatto cose da mamma: di notte, è entrata nella stanza per darmi la tachipirina. Dopo cinque giorni, i primi sintomi. A quel punto, perché cominciasse la sua quarantena, doveva fare il tampone. Appuntamento, quindi, in modalità drive in alla Fiera di Verona mercoledì alle 11». E lì sono cominciati i guai per Federica Pellegrini, nostra signorina del nuoto nel frattempo sfebbrata, uscita dall' isolamento per accompagnare la madre e sommersa di critiche e insulti sui social.

Perché è andata lei?

«Mamma non è di Verona, non conosce la città, non c' era nessun altro che potesse portarla. Dovevamo chiamare un tassista, con il rischio di contagiarlo? Siamo scese in garage, siamo andate e tornate».

Autorizzata da chi?

«Dalla dottoressa della Asl. Ieri è intervenuto a spiegare anche Pietro Girardi, direttore generale della Usl 9. Tutto regolare, nessuna regola infranta. Sono una persona responsabile e disciplinata».

Ma il diario quotidiano della malattia sui social era proprio necessario?

«Mi sembrava una cosa utile e carina, oltre che un modo per passare il tempo. La mia buona fede è provata dal fatto che ho raccontato io di essere uscita con mia madre, senza alcuna malizia».

Non ci vede un peccato di narcisismo?

«Proprio no! Sennò avrei fatto 40 storie al giorno su Instagram, non un paio».

E la reazione dei social, come se la spiega?

«Con la rabbia e il malessere generale: sul Covid c' è una gran confusione e la gente non sempre capisce come funzionano le cose. Sui social è così facile criticare: c' è un' invidia strisciante diffusissima. O stai al tuo posto e non dici nulla di politicamente scorretto o basta una virgola per incendiarsi».

Non è la prima volta che le capita però.

«Finché sbaglio una gara e mi dicono che non valgo niente, vabbè. Ma le accuse di scorrettezza, gli insulti personali... C' è una marea sommersa e trasversale che aspettava il momento buono per venire fuori. Ma non si può vivere con la paura di non essere sempre perfetti. Ho la coscienza a posto».

Come procede la sua quarantena?

«Oggi ho sentito un retrogusto lontano di arancia ma mi dicono che il gusto ci metterà parecchio a tornare, anche quando mi sarò negativizzata. Non ho strascichi di Covid nei polmoni: era il mio timore più grande. Lunedì faccio il tampone. Se è negativo, come spero, poi c' è la visita di idoneità per riprendere gli allenamenti. Penserò alle gare di Budapest solo quando mamma sarà guarita».

Una lezione da imparare?

«Mi rifiuto di aver paura di parlare. Continuerò a stare antipatica a qualcuno, pazienza. Alla fine i conti li faccio con me stessa».

Da gazzetta.it il 24 ottobre 2020. ”Se non ci sono i Giochi cosa farò? Se c’è un altro lockdown io smetterò di nuotare. So quello che dico. L’Olimpiade con un nuovo lockdown verranno annullate e io tra tre anni non nuoterò più”. Sono le parole della campionessa del nuoto azzurro Federica Pellegrini in un’intervista al Fatto Quotidiano, sulla possibilità che arrivi un nuovo lockdown che fermi l’Olimpiade di Tokyo. La nuotatrice veneziana è rimasta positiva al Covid-19. ”Come mi sono contagiata? È strano perché avevo fatto un tampone molecolare domenica, negativo. Mercoledì ho nuotato e mi sono sentita le gambe doloranti, il pomeriggio avevo il mal di gola. Giovedì ho rifatto il molecolare e sono risultata positiva. La reazione alla notizia? Ho pianto tanto, non mi ricordo neppure quando era stata l’ultima volta che avevo versato delle lacrime così”, ha proseguito la Pellegrini che sull ipotesi sul contagio ha spiegato: ”in quel weekend ero a Roma a fare Italia’s got talent ed eravamo controllatissimi. Ho viaggiato in treno, sono stata in hotel. Non sono andata a cena con persone estranee alla produzione”. L’azzurra aveva paura di ammalarsi ed è successo. ”Avevo paura di dovermi fermare. Hai pensato: questo è un segno, smetto? Un po’ sì, ho 32 anni, ogni volta che si riprende dopo uno stop lungo io faccio fatica per recuperare. In più già venivo da un virus intestinale che mi ha uccisa, ti dici «sei forte, avanti», e invece sono crollata”. La campionessa è stata coinvolta anche in una polemica social. ”La vicenda di mamma mi ha fatto capire una cosa: una persona normale dopo questa shitstorm forse si sarebbe tirata indietro sui social. Io invece ho deciso che continuerò a parlare di me come e quando voglio. Io ho chiesto cosa dovevo fare e mi è stato detto di accompagnare mamma al drive-in. Mi è costato due giorni di insulti. Mia mamma sta meglio, stiamo aspettando ancora il risultato del tampone, penso sia positivo. Al di là di questo, poverina, è rimasta malissimo per questo caos mediatico, si è sentita in colpa”.

GIANLUCA CORDELLA per il Messaggero il 15 ottobre 2020. Gli ultimi ad aggiungersi alla lista sono stati, ieri, Fabio Fognini e Weston McKennie. Il tennista, fermato prima del suo debutto al Sardegna Open di Cagliari. Il calciatore, positivo a uno dei controlli pianificati dalla Juventus secondo protocollo. Due nuovi contagi che, per nome, sono la punta dell'iceberg della giornata composto anche da altri due giocatori dell'Under 23 bianconera, da quattro del Parma e, nella Superlega di volley femminile, da una giocatrice di Cuneo e da un membro dello staff tecnico di Busto Arsizio che hanno causato i rinvii dei rispettivi match contro Novara e Brescia, in programma ieri sera. Insomma, lo sport trema tutto, da chi gareggia da solo a chi compete in squadra, dallo juniores che sogna in grande a chi grande lo è già, come Cristiano Ronaldo, il cui contagio da Covid emerso in Nazionale ha scosso il calcio martedì. CR7 è atterrato ieri a Caselle in aeroambulanza e si è subito isolato nella sua villa sulla collina torinese. Ma i dubbi che accompagnano il suo rientro sono quelli che il Milan ha vissuto nei giorni scorsi per Zlatan Ibrahimovic o che il Genoa vive ancora, dopo il maxifocolaio da 17 giocatori contagiati (per dieci di loro si attende ancora la guarigione). Quanto si potrà andare avanti così? Difficile dirlo, perché se da un lato è evidente la volontà del mondo dello sport di andare avanti, è altrettanto chiaro che una partita di Serie A giocata con la Primavera e un Gp di F1 saltato in piena corsa mondiale (a Silverstone è toccato a Sergio Perez, ma se fosse stato positivo Hamilton?) possano falsare il campionato in questione.

MACCHIA D'OLIO. Al di là della nobiltà della vittoria finale, poi, c'è un problema ancora più oggettivo che è proprio quello organizzativo. Perché a volte i numeri sono così ampi da andare a sbattere contro i regolamenti, portando al rinvio del match. Lasciando stare il caso complesso di Juventus-Napoli, solo in Italia sono state già rinviate la sfida tra Genoa e Torino, in Serie A, e, ieri, quella tra Monza e Vincenza, in B, con i brianzoli alle prese con sette giocatori positivi al Covid. Con le manifestazioni che si accavallano pianificare i recuperi può diventare in alcuni casi impossibile. Anche perché in estate sono già fissate due scadenze tassative: gli Europei di calcio e i Giochi olimpici di Tokyo. Gli sport individuali, va detto, vivono per loro natura una situazione un po' più tranquilla. I casi ci sono, e non sono nemmeno pochi, ma in linea di massima basta allontanare il giocatore positivo e il torneo va avanti. Il caso di Fognini a Cagliari segue la positività di Paire agli Us Open o quella di Verdasco al Roland Garros, tanto per citarne un paio. Ma i tornei sono andati avanti senza intoppi e le bolle hanno quasi sempre funzionato (perfetti gli Internazionali, andati a dama senza alcun caso). Come funzionano le bolle del golf: oggi scatta la CJ Cup a Las Vegas senza Dustin Johnson, il numero uno del mondo, positivo ai controlli pre-torneo e, dunque, posto in isolamento per dieci giorni. Anche la già citata positività di Perez in F1 o quella nel motomondiale dello spagnolo Martin non hanno avuto ripercussioni sul resto del gruppo.

CONTATTI. Ben più complicata è la situazione degli sport di squadra. Non tanto per i contatti in campo, quanto per la difficoltà di schermare al 100% i giocatori al di fuori della propria bolla. Mezzi di trasporto, ristoranti, hotel e luoghi di allenamento sono tutti fattori di rischio. Lo dimostra la positività di Ronaldo, emersa in Nazionale, come quella del romanista Diawara o dei quattro Under 21 azzurri in Islanda. Normale che le squadre facciano gli scongiuri in vista del maxirientro dei propri tesserati previsto tra oggi e domani. Non c'è sport di squadra che non sia stato toccato. Solo il calcio, dai ritiri precampionato, ha registrato più di 50 casi. Il basket ha avuto contagi a Varese e Cantù, senza contare il Cska in Eurolega e il caso limite del Pau-Lacq-Orthez, nella massima divisione francese: squadra interamente positiva e calendari stravolti. Al Giro d'Italia, la positività di Simon Yates, ha anticipato quella del compagno di team Kruijswijk e di Matthews, con le rispettive squadre ritirate dalla corsa. In Italia ci sono stati casi anche nel volley, nel rugby (l'azzurro Varney, con la Nazionale per preparare i recuperi del Sei Nazioni) e persino nell'hockey su ghiaccio, a Pinerolo. La sensazione è che l'unica via per tutelare salute degli atleti e regolarità delle competizioni siano le bolle integrali, stile Nba. A proposito, il commissioner David Silver, dopo aver chiuso senza contagi l'esperienza di Orlando, non ha escluso che possa svolgersi così anche la prossima stagione. Lungimirante.

Massimo Lopez ha il Coronavirus: “Vi esorto a fare attenzione”. Notiziie.it il 15/10/2020. Massimo Lopez ha annunciato via social di essere risultato positivo al Coronavirus: sarebbe a casa monitorato dai medici. Anche Massimo Lopez è risultato positivo al Coronavirus, e al momento si troverebbe in isolamento domiciliare e sarebbe costantemente monitorato dai medici. L’attore ha rivelato di essere positivo al virus con un annuncio via social. Dopo Ronaldo e Alessia Marcuzzi anche Massimo Lopez si aggiunge alla lista di celebrità che in questi giorni sono risultate positive al Covid. L’attore ha riferito di aver avuto febbre alta fino al 10 ottobre e di essere rimasto in isolamento domiciliare, costantemente monitorato dai medici. Via social ha esortato i suoi fan a rispettare le misure di sicurezza, come il distanziamento sociale e le mascherine, al fine di evitare ulteriori contagi. “Le condizioni generali sono buone perché questa febbre è cominciata a scendere. Volevo tranquillizzarvi tutti, sperando che la cosa si risolva al più presto. Vi esorto a fare tanta attenzione, a usare le mascherine e il distanziamento sociale il più possibile. Vi abbraccio e incrociamo le dita”, ha dichiarato l’attore tranquillizzando i fan. In tanti tra fan, amici e colleghi (come Paola Barale, Romina Power, Mara Venier e Virginia Raffaele) hanno fatto i loro auguri di pronta guarigione all’attore. Come lui nelle ultime ore anche Alessia Marcuzzi ha annunciato di essere risultata positiva al virus dopo un tampone rapido fatto poche ore prima di andare in diretta a Le iene.

Da liberoquotidiano.it il 13 ottobre 2020. L'indiscrezione è piovuta in serata, intorno alle 18: Alessia Marcuzzi positiva al coronavirus. Il tutto a poche ore dalla diretta su Italia 1 della puntata de Le Iene di martedì 13 ottobre, dove la Marcuzzi è chiamata a condurre. Una notizia che non ha ancora trovato conferma ufficiale: l'ufficio stampa del programma non ha confermato né smentito. Fonti di Libero, però, confermano la positività della conduttrice. (Anche fonti di Dagospia, ndD)

Alessia Marcuzzi oggi non è in studio: “Leggermente positiva al test rapido”. Le Iene News il 13 ottobre 2020. La conduttrice de Le Iene stasera non è potuta essere in studio, e il perché ce lo spiega proprio lei in collegamento: “Sono leggermente positiva al test rapido”, cioè ha una carica virale bassa. Ti aspettiamo presto Alessia! Alessia Marcuzzi questa sera non è potuta essere in studio per condurre l’appuntamento del martedì de Le Iene. Il perché ce lo ha spiegato lei in collegamento: “Stamattina sono venuta a sapere che un’amichetta di mia figlia Mia era positiva al Covid, quindi io per precauzione e per la sicurezza della mia famiglia e di tutte le persone che sono con noi, dovendo prendere un treno, ho detto: faccio il test rapido”. “Noi siamo sempre controllati, ma questa mattina ho detto: ne faccio uno in più perché voglio essere sicura, devo prendere il treno e mi metto a contatto con un sacco di gente. Tutta la famiglia è risultata negativa, io sono risultata leggermente positiva”, ha una carica virale bassa. Adesso Alessia è in isolamento. Ti aspettiamo presto, Alessia!

Giulio Golia, l'annuncio sui social: “Ho il coronavirus”. Le Iene News il 03 ottobre 2020. Giulio Golia è risultato positivo al tampone per il coronavirus. Lo ha annunciato sui social attraverso un video a pochi giorni dall’inizio della nuova stagione televisiva de Le Iene. “Sono positivo al coronavirus”. Pochi minuti fa Giulio Golia ha annunciato sui suoi social l’esito del tampone dopo essere entrato in contatto con una persona positiva al coronavirus. "Ieri ho avuto la comunicazione di essere entrato in contatto con una persona positiva al coronavirus. Subito ho allertato il mio medico curante, che mi ha prescritto un tampone. Sono corso a farlo e ahimè, pochi minuti fa, ho avuto il responso: anch'io ho il coronavirus", dice Giulio. "Sto bene, ho un leggero malditesta, diciamo un'emicrania, per ora mi sento abbastanza bene", rassicura. "Spero che continui così, ma non potrò essere presente alla prima puntata de Le Iene". Giulio era al lavoro per realizzare i servizi della nuova stagione, che inizierà lunedì 5 ottobre con lo “Speciale Mario Biondo” e dal 6 ottobre tutti i martedì e giovedì dalle 21.10 su Italia1. "Vi aggiornerò piano piano sul mio stato di salute e speriamo bene, incrociamo le dita", conclude nel suo video sui social. Al nostro Giulio tutte Le Iene mandano un grande abbraccio!!!

Da mediaset.it il 5 ottobre 2020. “Sono stato in rianimazione. Avevo confuso i sintomi e sono arrivato all’ultimo stadio. Ho affidato il mio corpo completamente nelle mani dei medici. Potevo muovere solo gli occhi. Ero a un passo dalla fine”. Roberto Giacobbo, ospite a Verissimo, rivela per la prima volta in tv di aver contratto il Covid-19: “È successo il 5 marzo. Qualcuno mi ha trasmesso il virus, probabilmente mentre ero al supermercato.  Purtroppo, una laringite ha falsificato i sintomi. Avevo la febbre alta, non stavo bene. Ho comprato un pulsometro per misurare l’ossigenazione del sangue. Una mattina ho sentito una maggiore difficoltà nel respiro e dopo poche ore l’ossigenazione era crollata. Sono corso in ospedale”. Un calvario lungo e sofferto che ha costretto il conduttore quaranta giorni in ospedale: “Mi hanno tolto tutto, anche la fede nunziale. Ho pensato che sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbero avuto le mie figlie e mia moglie. Non avrebbero potuto piangere neanche il corpo”. La malattia non ha risparmiato neanche gli altri membri della famiglia che ha finalmente potuto riabbracciare: “Ho attacco il virus a mia moglie – la più grave anche se non è stata ricoverata – e alle tre mie figlie: la più piccola asintomatica, la seconda con la mancanza di gusto e olfatto, la più grande con febbre alta”. A Silvia Toffanin, infine, confessa di essere cambiato: “Adesso tutto è più bello, sono felice. Ogni respiro è più bello”.

 (ANSA il 5 ottobre 2020) - Da quanto si apprende da fonti parlamentari di maggioranza, il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo, è risultato positivo al Covid. Tutti i componenti della commissione Esteri della Camera - si apprende ancora - si stanno sottoponendo a tampone Covid. La misura è stata resa necessaria in quantoi commissari sono stati in contatto con il sottosegretario Merlo. 

(ANSA il 5 ottobre 2020) - "Sì, sono positiva. Ai primi sintomi ho subito effettuato il tampone che ha confermato la positività al Covid. Se me lo sono presa io che sto sempre attenta, uso sempre la mascherina, devo dire che il Covid è una brutta bestiaccia". Lo dice all'ANSA Beatrice Lorenzin, deputata Pd ed ex ministro della Salute.

Da liberoquotidiano.it il 14 ottobre 2020. "Forse so come ho fatto a prendere il coronavirus". L'ex ministra della Salute Beatrice Lorenzin rivela in collegamento con Bianca Berlinguer a #Cartabianca i propri sospetti sulle origini del contagio. Qualche giorno fa l'ex ministra aveva definito il virus "una brutta bestia", sottolineando di essere stata "sempre molto attenta" a rispettare le misure di sicurezza imposta da Oms, Cts e governo. Difficile non crederle, anche in virtù del suo ruolo politico svolto con il centrosinistra. Ma la sua positività è la dimostrazione di come sia facile sottovalutare le insidie del Covid. "Non ho più la febbre e altri sintomi forti, ora ho solo mancanza di olfatto e gusto e stanchezza. Sono stata molto attenta - ribadisce la Lorenzin -, forse mi sono contagiata toccandomi gli occhi. All'inizio non ho avuto grandi sintomi, poi mi è arrivata la febbre a 40". La Berlinguer e l'altro ospite, il professor Massimo Galli, ascoltano in silenzio. La conduttrice con gli occhi sbarrati. "Se andiamo avanti così - ha poi ammonito l'ex ministra -, tra 2 o 3 settimane arriveremo a 10mila casi al giorno. Certo, non possiamo richiudere tutto ma, dal punto di vista organizzativo, dobbiamo andare a cercare i pazienti".

Dagospia il 5 ottobre 2020. Massimo Giannini su Twitter: Dopo un sabato di tosse, ieri ho fatto un tampone e sono positivo al #COVID19. Ringrazio tutti per l’affetto, al giornale ci stiamo organizzando e domani ci saremo, come sempre e più di sempre. Ma attenti: il #virus c’è, usiamo tutte le precauzioni. Solo così “andrà tutto bene”.

Massimo Giannini in terapia intensiva: "Dovreste vedere tutto questo, il coronavirus è infido". Libero Quotidiano il 18 ottobre 2020. La battaglia di Massimo Giannini col coronavirus prosegue. E non è una battaglia semplice, affatto. Il direttore de La Stampa ne scrive in un toccante editoriale sul quotidiano in edicola oggi, domenica 18 ottobre. Un fondo in cui parla del suo ricovero in terapia intensiva. "Scusate se riparlo di me. Oggi festeggio quattordici giorni consecutivi a letto, insieme all'ospite ingrato che mi abita dentro. Gli ultimi cinque giorni li ho passati in terapia intensiva, collegato ai tubicini dell'ossigeno, ai sensori dei parametri vitali, al saturimetro, con un accesso arterioso al braccio sinistro e un accesso venoso a quello destro. Il Covid è infido, è silente, ma fa il suo lavoro: non si ferma mai, si insinua negli interstizi polmonari, e ha un solo scopo, riprodursi, riprodursi, riprodursi. Meglio se in organismi giovani, freschi, dinamici", scrive Giannini. E ancora, il direttore aggiunge: " Quando sono entrato in questa terapia intensiva, cinque giorni fa, eravamo 16, per lo più ultrasessantenni. Oggi siamo 54, in prevalenza 50/55enni. A parte me, e un'altra decina di più fortunati, sono tutti in condizioni assai gravi: sedati, intubati, pronati. Bisognerebbe vedere, per capire cosa significa tutto questo. Ma la gente non vuole vedere, e spesso si rifiuta di capire". Poi, lo sfogo di Giannini: "Ecco il punto: ci siamo dimenticati tutto. Le bare di Bergamo, i vecchi morenti e soli nelle Rsa, le foto simbolo di quei guerrieri in corsia stravolti dal sacrificio, i murales con la dottoressa che tiene in braccio l'Italia ammalata, l'inno dai balconi. Possibile? Possibile. La vita continua, persino oltre il virus. E allora rieccoci qui, nella prima come nella seconda ondata, a litigare sulle colpe, a contestarci i ritardi. Come se la tragedia già vissuta non ci fosse servita. L'ho scritto da sano e lo ripeto da malato: le cose non stanno andando come avrebbero dovuto. Ripetiamo gli errori già fatti". Infine, il direttore si spende in considerazioni politiche, economiche e sociali su come affrontare questa seconda ondata, su come vincere la battaglia contro il coronavirus. E conclude sottolineando come " per poterci riuscire abbiamo bisogno che governo, regioni, autorità sanitarie e scientifiche si muovano come un corpo unico e visibile, un dispositivo coerente e credibile di atti, norme, parole. Non lo stanno facendo. Anche per questo siamo confusi e impauriti. Andrà tutto bene non può essere solo speranza. Deve essere soprattutto volontà", conclude Massimo Giannini.

Massimo Giannini per ''la Stampa'' il 18 ottobre 2020. Scusate se riparlo di me. Oggi "festeggio" quattordici giorni consecutivi a letto, insieme all'ospite ingrato che mi abita dentro. Gli ultimi cinque giorni li ho passati in terapia intensiva, collegato ai tubicini dell'ossigeno, ai sensori dei parametri vitali, al saturimetro, con un accesso arterioso al braccio sinistro e un accesso venoso a quello destro. Il Covid è infido, è silente, ma fa il suo lavoro: non si ferma mai, si insinua negli interstizi polmonari, e ha un solo scopo, riprodursi, riprodursi, riprodursi. Meglio se in organismi giovani, freschi, dinamici. Questa premessa non suoni da bollettino medico: mi racconto solo per spiegare quelle poche cose che vedo e capisco, da questa parte del fronte, dove la guerra si combatte sul serio. Perché la guerra c'è, se ne convincano i "panciafichisti di piazza e di tastiera", e si combatte nei letti di ospedale e non nei talk show. Quando sono entrato in questa terapia intensiva, cinque giorni fa, eravamo 16, per lo più ultrasessantenni. Oggi siamo 54, in prevalenza 50/55enni. A parte me, e un'altra decina di più fortunati, sono tutti in condizioni assai gravi: sedati, intubati, pronati. Bisognerebbe vedere, per capire cosa significa tutto questo. Ma la gente non vuole vedere, e spesso si rifiuta di capire. Così te lo fai raccontare dai medici, dagli anestesisti, dai rianimatori, dagli infermieri, che già ricominciano a fare i doppi turni perché sono in superlavoro, bardati come sappiamo dentro tute, guanti, maschere e occhiali. Non so come fanno. Ma lo fanno, con un sorriso amaro e gli occhi: «A marzo ci chiamavano eroi, oggi non ci si fila più nessuno. Si sono già dimenticati tutto...». Ecco il punto: ci siamo dimenticati tutto. Le bare di Bergamo, i vecchi morenti e soli nelle Rsa, le foto simbolo di quei guerrieri in corsia stravolti dal sacrificio, i murales con la dottoressa che tiene in braccio l'Italia ammalata, l'inno dai balconi. Possibile? Possibile. La vita continua, persino oltre il virus. E allora rieccoci qui, nella prima come nella seconda ondata, a litigare sulle colpe, a contestarci i ritardi. Come se la tragedia già vissuta non ci fosse servita. L'ho scritto da sano e lo ripeto da malato: le cose non stanno andando come avrebbero dovuto. Ripetiamo gli errori già fatti. Domenica, dopo il mio editoriale in cui lo ribadivo, mi ha chiamato il ministro Speranza per dirmi che è vero, «però guarda i numeri dei contagi negli altri Paesi». Mi ha chiamato il governatore De Luca per protestare e dire che quelle sui disastri dei pronto soccorsi in Campania sono tutte "fake news". E poi mi hanno chiamato da altre regioni per il caos tamponi, e dai medici di famiglia per dire che loro sono vittime, e poi dai Trasporti per obiettare che sugli affollamenti loro non c'entrano. E poi, e poi, e poi. E poi il solito scaricabarile italiano. Dove tutti ci crediamo assolti, e invece siamo tutti coinvolti. Dopo il disastro di marzo-aprile dovevamo fare 3.443 nuovi posti letto di terapia intensiva e 4.200 di sub-intensiva, ma ne abbiamo fatti solo 1.300: di chi è la colpa? Mancano all'appello 1.600 ventilatori polmonari, dice il ministro Boccia: di chi è la colpa? Dovevamo assumere 81 mila tra medici infermieri e operatori sanitari, ma al 9 ottobre ne risultano 33.857, tutti contratti a termine: di chi è la colpa? L'odissea tamponi al drive in è una vergogna nazionale, in una regione come il Lazio dura da mesi e ancora non è chiaro quali strutture private siano abilitate a fare che cosa, tra test antigenici e molecolari, e mentre famiglie con bambini fanno le file di notte in automobile, un assessore che Zingaretti farebbe bene a cacciare domattina stessa vaneggia di "psicosi": di chi è la colpa? E scusate se vi riparlo di me: ho infettato anche mia madre, novantenne, malata oncologica, vive sola, come migliaia di anziani, eppure non c'è servizio domiciliare che possa supportarla né medico di base che vada a visitarla, «sa com' è, non abbiamo presidi, ci danno cinque mascherine chirurgiche a settimana»: di chi è la colpa? Ne parlo con i dottori dell'ospedale. La risposta è durissima: noi siamo qui in trincea, ogni giorno, in questi mesi ci hanno dato l'una tantum Covid da 500 euro lordi e cari saluti, i nostri colleghi "sul territorio" chi li ha visti? Non recrimino, non piango. Vorrei solo un po' di serietà. Vorrei solo ricordare a tutti che anche la retorica del «non possiamo chiudere tutto» cozza contro il principio di realtà, se la realtà dice che i contagi esplodono. Se vogliamo contenere il virus, dobbiamo cedere quote di libertà. Non c'è altra soluzione. Chiudi i locali notturni? Fai il coprifuoco? Aumenti lo smartworking? Ci sarà un conto da pagare, è evidente. Il lockdown totale di inizio 2020 ci costò 47 miliardi al mese e un dimezzamento di fatturato, valore aggiunto e occupazione nazionale. Oggi non dobbiamo e non vogliamo arrivare fino a quel punto. Ma qualcosa in più di quanto abbiamo fatto con l'ultimo Dpcm è doveroso. Chi subisce perdite ulteriori dovrà essere risarcito. Il governo ha risorse da reperire, se solo la piantasse di tergiversare sul Mes o non Mes. Aziende e sindacati hanno interessi da condividere, se solo la finissero di inseguire un assurdo conflitto sociale a bassa intensità. La pandemia sta accorciando ancora una volta il respiro della nostra democrazia. Provare a impedirglielo tocca solo a noi. Scambiando la rinuncia di oggi con il riscatto di domani. Ma per poterci riuscire abbiamo bisogno che governo, regioni, autorità sanitarie e scientifiche si muovano come un "corpo" unico e visibile, un dispositivo coerente e credibile di atti, norme, parole. Non lo stanno facendo. Anche per questo siamo confusi e impauriti. «Andrà tutto bene» non può essere solo speranza. Deve essere soprattutto volontà.

Massimo Giannini e "la lezione del Covid": le ore in ospedale, le grida dei pazienti. "Non scenda il Grande Oblio su questa tragedia". Pubblicato martedì, 06 ottobre 2020 da La Repubblica.it. Undici ore trascorse al reparto Covid del Policlinico romano Gemelli, tra i ricoverati e la paura del coronavirus. "Ho sentito tanti pazienti piangere e gridare di dolore" e il racconto di medici e infermieri su "quanto stiano crescendo i ricoveri urgenti" e su "come si stiano riaprendo le terapie intensive". Massimo Giannini, il direttore de La Stampa, ha il coronavirus. Nel suo editoriale sul quotidiano racconta "La lezione che imparo dal Covid", perché "qualche ora di visita in questi luoghi in cui si continua o si ricomincia a soffrire farebbe bene a ognuno di noi. Sarebbe una lezione utile", scrive Giannini. Sabato i primi sintomi: tosse, mal di gola, dolori al torace. Domenica: la conferma in ospedale con il tampone che ha dato esito positivo, i polmoni per ora non sembrano essere intaccati. Subito è scattata la quarantena con la terapia domiciliare da seguire. Il direttore del quotidiano torinese ha scritto il suo editoriale per due motivi: il primo riguarda "il giornale e la nostra comunità perché il rischio di contagio nella redazione come in qualunque altro luogo di lavoro va gestito con rigore e garantiremo la sicurezza di tutti". Le redazioni torinesi e romane del quotidiano ieri sono state prima evacuate e poi sanificate. Ma l'informazione non si ferma. "Il giornale sarà in edicola e il sito sarà on line". Il secondo motivo del suo editoriale "riguarda il nostro Paese e la nostra convivenza civile. Di fronte alla drammatica impostura dei negazionisti e alla cinica disinvoltura dei riduzionisti. Di fronte all'insofferenza degli imprenditori - aggiunge Giannini - e all'indifferenza dei giovani verso le restrizioni imposte dalle autorità politiche. Di fronte a un pericolo mortale: che scenda il Grande Oblio sulla tragedia che abbiamo vissuto tra marzo e aprile, sui diecimila morti soli senza l'ultima carezza e sugli 'eroi in corsia' che hanno dato la loro vita per salvare quella degli altri". "I sacrifici non devono andare dispersi", per usare anche le parole del premier Giuseppe Conte pronunciate domenica ad Assisi. E per questa ragione che "il governo - spiega ancora Massimo Giannini - sta per varare un nuovo Dpcm, nella logica da 'stato di eccezione' che abbiamo imparato a conoscere da mesi. Un sacrificio doloroso, ai limiti della costituzionalità. Ma necessario, a condizione che finisca il disordine legislativo tra governo e regioni e che le scelte fatte e quelle da fare si discutano nell'unico luogo in cui si esercita la volontà del popolo, cioè il Parlamento". E infine l'appello del direttore: "Qualche ulteriore rinuncia adesso, forse, servirà a evitare un rovinoso lockdown dopo. Facciamola, tutti insieme. Come ha scritto ieri Abraham Yehoshua sul nostro giornale, 'il dovere di mantenersi coesi e di rispettare la legge, in una società pluralista e polarizzata come la nostra, è sacrosanto e le forze liberali e illuminate dovrebbero essere in prima fila'. Noi ci siamo, e ci saremo sempre". Giannini, ospite in videocollegamento di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, ha raccontato "di aver girato tanto nell'ultimo periodo, forse troppo, per eventi pubblici del giornale, anche se l'ho fatto prendendo tutte le precauzioni. Alla luce di quello che ho visto ieri in ospedale, voglio dire che dobbiamo stare tutti più attenti. Serve più attenzione e più rigore. Dobbiamo metterci una mano sulla coscienza e non dimenticare quello che abbiamo vissuto, perché anche se adesso non siamo in quella situazione, possiamo tornarci rapidamente se non facciamo attenzione". Poi un nuovo appello rivolto "soprattutto i giovani che devono avere grande senso di responsabilità, perché possono essere loro i principali veicoli del virus".

Simone Pierini per leggo.it il 28 ottobre 2020. «Ho visto tanto dolore, tanta sofferenza e ho visto tante persone morire». È il racconto choc di Massimo Giannini, direttore della Stampa, reduce dalla terapia intensiva dopo esser stato colpito dal Covid. «Ho vissuto settimane dure, sono stato sotto ossigeno». Giannini, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7 è ancora positivo, in isolamento a casa dopo esser stato dimesso dal Policlinico Gemelli di Roma dove è rimasto per tre settimane. «Adesso sto meglio, posso dire di essere stato fortunato, il peggio è alle spalle - dice il direttore della Stampa - È stata dura, perché effettivamente tre settimane - di cui sei giorni in terapia intensiva, quattro in sub intensiva e tre nel reparto "pulito sporco" - sono state un'avventura molto pesante. Ho visto tanto dolore, tanta sofferenza e tante persone morire e ho deciso di non nascondere questa esperienza perché la testimonianza di chi sta male conti più di tutti i dibattiti che stiamo ascoltando da tante tante settimane». «Ho cercato di conoscere cosa succede in questi tre gironi danteschi - racconta ancora Giannini - a me è stato per fortuna risparmiato dalla sorte il quarto, il più tremendo, quello della rianimazione. Il reparto "pulito sporco" è quello dopo sono ricoverati i pazienti meno gravi, sono coloro che stanno chiusi nella loro stanza contagiati, positivi, non possono né uscire né aprire la porta. Quella porta si può aprire solo a orari prestabiliti durante la giornata quando arrivano i medici a fare i controlli, gli infermieri per distribuire le terapie e gli operatori sanitari per pulire la stanza e rifare i letti, dopodiché entrano tutti bardati, si tolgono tutto, gettano tutto in appositi contenitori, richiudono la porta e tu non li vedi più fino alla fase successiva». «La cosa che più mi ha colpito più di tutto è vedere quanti giovani stanno male - ha aggiunto il giornalista - quante persone ricoverate sono in condizioni gravi, e anche la procedura che non conoscevo, la pronazione, un'esperienza che tutti devono conoscere quando parlano del Covid come una semplice influenza, io per mia fortuna non l'ho provata, sono stato solo con l'ossigeno». «I pronati sono quei ricoverati gravi rispetto ai quali l'ossigeno non è sufficiente - spiega Giannini - devono essere intubati, vengono prima sedati, poi intubati nei bronchi e per sedici ore vengono ricoverati sul lettino sdraiati a pancia in sotto. Sedici ore consecutive, in una posizione guidata da un rianimatore esperto. Dopodiché per le otto ore successive rigirati e messi supini e stanno per otto ore così, poi ricomincia e si può andare avanti giorni così perché i polmoni devono distendersi. Se questo succede a un certo momento verrai estubato, ti sveglierai e potrai dire "sono salvo". In qualche altro caso purtroppo questo non succede e quando vieni estubato te ne sei andato e nessuno ti ha dato l'ultimo saluto».

Ondata di positivi vip tra Palazzo e media. Si ferma la Consulta e chiude "La Stampa". Più che un assedio, sembra una partita a scacchi. Il virus avanza, casella dopo casella, sempre più imprevedibile. Stefano Zurlo, Martedì 06/10/2020 su Il Giornale. Più che un assedio, sembra una partita a scacchi. Il virus avanza, casella dopo casella, sempre più imprevedibile. Come un giocatore consumato. Colpisce l'argenteria del Palazzo, paralizza le commissioni, si insinua nei saloni austeri della Consulta. C'è qualcosa di perfido nel cammino quasi inarrestabile del contagio. È positiva Beatrice Lorenzin, ex ministro della Salute. È positivo il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo e ci sono quattro tamponi con esito sfortunato alla Corte Costituzionale che si presume sia non solo il sacro tempio del diritto ma anche uno dei luoghi istituzionali più presidiati del Paese. Niente. Il nemico passa da tutte le parti e mette progressivamente in crisi il funzionamento del Parlamento, mentre si scopre che è positivo anche il direttore della Stampa, Massimo Giannini ed emergono casi tra i giornalisti Rai, al Tg1 e al Tg2. Altro che negazionisti. Sono vittime pure loro - da Trump in giù - dell'epidemia, ma anche chi ha preso tutte le sacrosante precauzioni viene afferrato dal drago arrivato dalla Cina. Lorenzin è sbalordita: «Ho la febbre e mal di gola, io sto sempre attenta ma sono rimasta contagiata. Questo virus è proprio una bestiaccia. È incredibile quello che è accaduto: io porto sempre la mascherina». Eppure è successo. E lei, in chiave detective, azzarda un'ipotesi: «Io metto gli occhiali per leggere, potrei aver toccato qualcosa o poggiato gli occhiali. Non so». Risultato: si ferma la Commissione Bilancio della Camera e non solo quella. Va in tilt anche la commissione Esteri di Montecitorio, causa «inciampo» di Merlo. La politica assomiglia al calcio: si gioca a zona, nel senso che si va avanti a singhiozzo, qua sì ma là no. Col rischio per ora strisciante di un blocco totale, fra screening di gruppo, sospensioni, rinvii. I casi sono tanti, sempre di più. I due senatori Cinque stelle, Berlusconi che è stato ricoverato al San Raffaele, ora Lorenzin e Merlo. Anche lui pare non capacitarsi dell'evoluzione della crisi: «Probabilmente mi ha contagiato il mio autista. Prima ha avuto la febbre lui, poi io. Io indosso sempre la mascherina, anche in macchina, ma forse bisognerebbe iniziare a fare come i taxi, mettere cioè una barriera fra autista e passeggero». La malattia, sfuggente, arriva anche in redazione e fra i custodi della Costituzione. Anche qui il virus si era affacciato ai tempi della prima ondata - peraltro mai finita in attesa della seconda - aggredendo, sia pure in modo non grave Marta Cartabia, la prima presidente dell'autorevolissimo consesso. Ora ci risiamo. Ci sono 4 casi e allora, con tanto di decreto, viene rinviata l'udienza prevista per oggi in cui si sarebbe discusso anche delle unioni civili fra due donne e in particolare ci si sarebbe focalizzati su un tema spigoloso: se un figlio concepito all'estero con fecondazione assistita possa avere due madri. Se ne riparlerà. Ma intanto il virus semina scompiglio un po' ovunque. Si scopre che c'e un cluster in un ristorante di Terracina dove Salvini era andato due settimane fa, in una delle infinite tappe della sua campagna elettorale. Per la verità tutta la provincia di Latina ha numeri sempre più brutti, con una crescita preoccupante dei contagi. Ma si registra un focolaio importante al Tordo di Terracina e ci si concentra sulla cena elettorale del 25 settembre, presente il leader della Lega corso a sostenere il candidato sindaco Valentino Giuliani. Fra un piatto e il comizio, molti avrebbero abbassato la mascherina, commettendo un errore imperdonabile. Insomma, il governo insegue il virus e il virus insegue la politica tutta. E non solo quella. «Dopo un sabato di tosse - annuncia il direttore della Stampa Massimo Giannini - ho fatto un tampone e sono positivo». La redazione viene svuotata per la canonica sanificazione. «Ringrazio tutti per l'affetto dimostrato - prosegue Giannini - ci stiamo organizzando e domani ci saremo. Ma attenti: il virus c'è e dobbiamo usare tutte le precauzioni». È una battaglia logorante quella che si combatte in queste ore. Non solo in Italia. Anche Ursula von der Leyen è stata sfiorata dall'epidemia. «Ho partecipato ad una riunione - afferma la presidente della Commissione europea - in cui c'era una persona che poi è risultata positiva. Per questo mi sono messa in auto isolamento». Anche se il tampone è negativo. Siamo solo all'inizio dell'autunno, ma l'incertezza si fa già precarietà. E i palazzi si fanno silenziosi. Come gusci vuoti.

Nunzia De Girolamo. Dagospia il 20 ottobre 2020. Questo virus non mi ha risparmiata: anche io ho contratto il Covid_19. Dopo una cena a Benevento con una persona, poi risultata positiva, da Giovedì pomeriggio mi sono subito messa in auto isolamento anche da mio marito e mia figlia, nonché sottoposta ad un primo tampone (risultato negativo). Non avevo niente, ma ero comunque in isolamento in attesa dell’altro tampone. Poi domenica sono arrivati i forti dolori alle ossa, la febbre, la tosse e il mal di testa. Ieri sera il risultato: positivo. Vi consiglio, davvero, di prestare la massima attenzione. Questa malattia è infima, si annida negli angoli più inaspettati e colpisce senza pietà. Non solo dolori e febbre, ma anche una stanchezza senza eguali. Non ero mai stata così stanca in vita mia, anche quando la mia vita frenetica mi portava a dormire solo poche ore a notte. Fate attenzione, indossate sempre la mascherina, non abbassate mai la guardia. Tenete la distanza di sicurezza. E ringraziamo la scienza e la medicina. Sempre. Gli operatori sanitari che stanno affrontando una pandemia, un momento difficile e senza eguali.

Tommaso Labate per corriere.it il 21 ottobre 2020.

Nunzia de Girolamo, come sta?

«Adesso meglio. Anche perché ho iniziato la terapia di contrasto al Covid-19».

Che cosa sta prendendo?

«Cortisone due volte al giorno e gli antibiotici. Domenica avevo iniziato a stare male, sentivo come se avessi degli animaletti che si muovevano dentro il corpo, dolori, senso di stanchezza mai provato prima. Poi la febbre, 37 e cinque, 37 e tre, 37 e sette, saliva e scendeva. Quando ho fatto il tampone, lunedì, il medico mi ha lasciato la ricetta coi farmaci anche prima di sapere l’esito. Di tamponi me ne aveva fatti parecchi in passato, anche perché mio marito (il ministro Francesco Boccia, ndr) di gente ne incontra tanta e quindi siamo ben controllati. Eppure, per la prima volta, questo lunedì si è sbilanciato. “I sintomi sono chiari”. Aveva ragione».

Nunzia de Girolamo ha annunciato di essere positiva al coronavirus. È chiusa dentro la sua camera da letto, il marito Francesco Boccia è in un’altra stanza, la figlia Gea nella sua cameretta.

Ha capito come è avvenuto il contagio?

«Sì. La settimana scorsa sono dovuta andare a Benevento. Sono stata a casa dei miei genitori, che stavano benissimo. Qualche ora dopo il mio ritorno a Roma, mia sorella è risultata positiva. Mia mamma si è fatta un tampone ed è rimasta in attesa dell’esito per giorni, comunque positiva anche lei».

Lei torna a Roma e...?

«A prescindere da tutto, inizio un isolamento dentro casa, venerdì mi fanno un tampone. Esito negativo. Nonostante questo, visti i tempi di incubazione del virus, continuo a stare isolata dal resto della famiglia».

Molto responsabile.

«Alla luce di quello che è successo dopo, sì. Non le nascondo però che tra i miei amici c’è chi mi ha dato della psicopatica. “Hai fatto il tampone, è negativo, perché rimani rinchiusa?”. Persino mia figlia, 8 anni, faticava a capire. “Mamma ma perché te ne stai con la mascherina dentro casa?”».

Come vi siete organizzati?

«Sono rinchiusa nella stanza matrimoniale, che per fortuna ha il bagno in camera. Ho una finestra sul terrazzo, su cui affacciano anche altre stanze. Mia figlia viene a guardarmi dalla finestra, ci scambiamo messaggi da sotto la porta. Tutto in massima sicurezza, come col cibo».

Glielo porta suo marito?

«Non cucina, consegna. Mi lascia il vassoio davanti alla porta della camera, poi se ne va. Io apro la porta, porto tutto dentro, consumo il pasto e poi lascio il vassoio dopo averlo igienizzato nel punto in cui l’avevo preso».

Sua figlia?

«Dolori e ansia a parte, la cosa più complicata, finora, è stata spiegare a mia figlia che la mamma non muore».

Scusi?

«Come molti dei bambini terrorizzati dal contagio, Gea collega il Covid-19 alla morte. Quando le abbiamo detto che ero risultata positiva, ha iniziato a piangere e disperarsi. Da quasi 24 ore passa gran parte del tempo appoggiata alla mia porta chiusa, con me che la tranquillizzo da dentro».

Lei ha paura?

«Mentirei se le dicessi che non ne ho. Quando domenica sono iniziati i dolori e la febbre, nonostante avessi fatto un tampone negativo, ho iniziato a preoccuparmi. La notte ho iniziato a guardare una serie su Netflix e di prendere sonno non se n’è parlato fino alle quattro di mattina».

E adesso?

«Cerco di distrarmi giocando assieme a mia figlia, anche se a distanza. Facciamo le “Anna ed Elsa” del film della Disney, Frozen».

Lei chiusa in una stanza. Messaggi per il mondo fuori?

«Il Covid-19 esiste, è forte, infido, si nasconde anche nelle persone che ci vogliono più bene, che sono attente, che rischiano poco. Uno in particolare, di messaggio: se pensate di non stare bene, in attesa di capire, isolatevi dal resto del mondo. E ricordatevi i tempi di incubazione anche a costo di farvi dare della psicopatica, com’è successo a me». 

(LaPresse il 23 ottobre 2020) - "Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia, è risultato positivo al test per il SARS-CoV-2. Il ministro è asintomatico ed era già da giorni in isolamento fiduciario a casa da dove prosegue regolarmente il suo lavoro". Lo rende noto l'ufficio stampa del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia. “Il ministro segue le procedure stabilite dalle linee guida del Ministero della Salute; l'attività ministeriale non subirà nessuna variazione di programma".

Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” l'1 ottobre 2020. «Il Covid? Ci ha smosso dal letargo». Il senatore che a metà pomeriggio ciondola nei corridoi deserti di Palazzo Madama azzarda una risata a denti stretti, ma anche lui sa bene che la situazione è seria. Ha letto su Facebook lo sfogo del collega siciliano Francesco Mollame, positivo al virus, e quasi la cita a memoria: «Brutta bestia... Mai stato così male... Ciò che non uccide fortifica...». Oggi al Senato si torna al lavoro, ma il caso è tutt' altro che chiuso. Le fonti ufficiali dicono che i positivi sono due, eppure nelle chat corrono a razzo altri numeri. C' è chi parla di cinque contagiati del Movimento Cinque Stelle, chi si spinge fino a otto e chi tiene a sottolineare che altri partiti sono coinvolti. «Pare che i positivi siano 5, ma il numero potrebbe essere in aumento», rimbalza via WhatsApp tra i dipendenti iscritti alla Cgil. Voci che non trovano conferma e però contribuiscono ad agitare gli animi. Buvette deserta, commessi spaesati, senatori che si precipitano a fare il tampone. Il panico scoppia alle 10, quando il tam tam comincia a diffondere la notizia che la seduta della commissione Bilancio, impegnata sul decreto Agosto che scade il 13 ottobre, è stata sconvocata causa Covid. «Il presidente Daniele Pesco deve sottoporsi al tampone», battono le agenzie. E sottovoce i colleghi raccontano che il primo a «panicare» sarebbe stato proprio lui. Mentre escono i nomi dei due positivi, Mollame e Croatti, scatta la corsa verso l' infermeria. Davanti a Palazzo Cenci si forma la coda e dire che, prima della pandemia, in fila in piazza Sant' Eustachio c' erano solo i turisti, per il celebre caffé. A qualche dipendente del Senato, che era già in attesa previo appuntamento, viene chiesto di tornare più tardi per fare spazio ai senatori. Il capogruppo dem Andrea Marcucci sceglie di sottoporsi al test sierologico in un ambulatorio privato. Gira anche il nome del senatore Gabriele Lanzi, ma il terzo (presunto) esponente del Movimento smentisce. Croatti invece conferma, racconta di aver messo piede a Palazzo Madama l' ultima volta il 24 settembre e fa sapere di aver scaricato l' app Immuni. Impresa che a Mollame non è invece riuscita: «Forse a causa del mio telefono». La roulette russa del tracciamento intanto è partita. Chi ha incontrato chi? Ed è vero che Mollame ha contratto il virus fuori da palazzo Madama? Su Facebook lo fanno a pezzi, senza un briciolo di compassione, per quella foto in cui indossa la mascherina con il naso all' aria. «Il Senato devono chiuderlo a tempo indeterminato», scrivono in tanti. Nelle stesse ore il senatore Emanuele Dessì, che doveva presenziare al vertice sullo sport con il ministro Vincenzo Spadafora, si collega via Zoom con la biblioteca di Palazzo Chigi: «Un mio collega di commissione è positivo». Diversi senatori del M5S chiedono di essere sottoposti a test rapido. E negli altri partiti prendono a circolare strane tesi: i senatori del Movimento avrebbero «finto una crisi di nervi collettiva» per ottenere il voto da remoto e «fare spazio alla piattaforma Rousseau». Possibile? Primo De Nicola, senatore e giornalista, smentisce secco: «Assolutamente falso. Il Parlamento si deve riunire sempre. I senatori devono farsi il tampone e poi tornare a lavorare. Io? Lo avevo fatto martedì». La paura al Senato non si ferma ai Cinque Stelle. Al primo piano, pochi metri più in là, si aprono e si chiudono le porte del Pd, con un via vai di senatori che vanno a farsi controllare. La paura contagia anche la Camera. «Dai miei calcoli i positivi a Montecitorio sono una dozzina», la spara un leghista e giura di aver sentito parlare di «due azzurri». «È grave che sia a Montecitorio che a Palazzo Madama i dipendenti siano stati fatti tornare tutti in presenza - lamenta un deputato -. Che fine ha fatto lo smart working?». E un commesso abbassa la voce: «Ci tengono nella più totale oscurità». Oggi il Senato riparte e poiché i tempi del decreto Agosto ormai sono strettissimi si lavorerà notte e giorno anche nel weekend.

Emilio Pucci per “il Messaggero” l'1 ottobre 2020. «Vivo alla giornata. Credo di riuscire a farcela. Resisto, non sono ancora corso in ospedale ma il virus è ancora dentro di me, mi sta dando filo da torcere». Francesco Mollame, 58 anni, senatore siciliano del Movimento 5Stelle non è ancora uscito dal tunnel. Martedì 21 settembre, poco prima di partire per Roma, la comparsa della febbre, la chiamata alla guardia medica, poi l' isolamento.

Come si sente, senatore?

«Ho ancora febbre. Va su e giù, per fortuna non come i primi giorni. Per alcune notti non sono riuscito a dormire. Ho tosse, difficoltà respiratorie. Mi controllo con un macchinetta che monitora l' ossigeno e il battito cardiaco. Mi dicono che sono appena sopra la soglia minima. Se peggioro mi ricoverano. Sono a casa con mia moglie. Lei sta bene, viviamo in camere separate».

Come ha scoperto di aver contratto il coronavirus?

«Ho cominciato ad avere i sintomi il 17 settembre. Siccome ho una malformazione congenita al setto nasale ho pensato che fosse colpa dell' aria condizionata in aereo. Ho continuato a girare sul territorio per la campagna elettorale per le amministrative. Poi ho cominciato a sentirmi male. Il fatto è che ho avuto l' esito del tampone solo cinque giorni dopo essermi sottoposto al controllo. Mi sono lamentato, mi hanno risposto che i laboratori erano intasati, che c' erano troppe richieste».

Ha capito come è successo?

«Sì, sono risalito all' inconsapevole untore'. Era asintomatico, mi sono fatto dare un passaggio in macchina».

Ha saputo che anche il suo collega Croatti è positivo?

«Credo a causa mia. Mi ha invitato per una iniziativa in Emilia il 18. Anche con lui sono andato in giro in macchina. E poi in una trattoria ad Imola a mangiare. Siamo esseri umani, la distrazione, un momento di leggerezza è dietro l' angolo. A tavola ovviamente non avevamo i dispositivi sanitari ma io in questo periodo di pandemia ho sempre utilizzato la mascherina».

Ma lei la app Immuni l' aveva scaricata?

«Non sono riuscito a scaricarla, ma ho ricostruito ugualmente tutti i contatti delle due ultime settimane. Ho denunciato tutti i nomi di quelli con i quali sono stato in contatto e ho chiamato gli uffici M5S al Senato appena mi è salita la febbre. Questo virus è una brutta bestia davvero. L' esperienza insegna».

Cosa?

«Il virus lo vivo sulla mia pelle. Si è diffuso a macchia d' olio, non ci sono più zone franche. L' Italia è stato il primo Paese ad essere stato colpito. Abbiamo dato subito un segnale forte, ci siamo attrezzati a livello medico e bene ha fatto il governo a tutelare la salute pubblica. Dai guai economici se ne esce fuori, i morti non li recuperi più».

E' preoccupato per questa seconda ondata?

«Noi italiani abbiamo la memoria corta. Prima ci disperiamo, poi dimentichiamo presto quello che è successo».

Cosa vuol dire?

«Sento parlare della necessità di abbassare la guardia. Niente di più sbagliato. Non sono un virologo o un medico e sono sostanzialmente sano ma posso dire che me la sto vedendo brutta Temo che con il freddo il virus possa galoppare. Come si dice a Napoli la paura fa novanta'».

Ora la paura è anche a palazzo Madam a...

«Nella mia disperazione sono stato fortunato. Nel momento in cui ho contratto il Covid il Senato era chiuso. Non ho partecipato ad alcun assemblea, non c' erano lavori in Aula».

Qual è il consiglio da dare ai suoi colleghi senatori?

«Di prendere tutte le cautele possibili, di non rischiare mai. Mi rivolgo a loro, ai giovani, a tutti: serve rigore massimo. Ringrazio comunque chi mi è stato vicino. Mi sono arrivati tanti messaggi».

Pensa che il Senato debba chiudere?

«No, ci sono decreti da convertire, avevo presentato anch' io emendamenti al dl agosto. Però sono necessari tamponi per tutti. Serve la sanificazione degli ambienti e soprattutto rispetto del distanziamento. Con il Covid, sia chiaro, non si scherza».

CRISTINA MARRONE per il Corriere della Sera il 30 settembre 2020. Come è possibile che 14 tra giocatori e membri dello staff del Genoa sottoposti sabato a doppio tampone negativo lunedì siano risultati positivi? I test non rilevano immediatamente il virus. Nei primi tre giorni dopo l'esposizione a Sars-Cov-2 c'è un'alta probabilità che il tampone sia negativo. È però possibile che il virus sia già presente nell'organismo, ma dal momento che comincia a replicarsi a diverse velocità, in base alla risposta anticorpale del singolo, il tampone può risultare «falsamente negativo». Dopo 72 ore dalla presunta esposizione è più facile che il test fornisca risultati corretti. È possibile che i giocatori del Genoa fossero già contagiati e quindi infettivi quando hanno sfidato il Napoli? Sì, la malattia ha un periodo di incubazione di 2-5 giorni. È dunque verosimile che almeno qualche atleta rossoblù abbia giocato con il virus già in corpo. Per i contagi in campo dovremo attendere qualche giorno e anche se i risultati dei test effettuati ieri dovessero risultare negativi i partenopei non potranno ancora sentirsi al sicuro. Il grosso problema è che il periodo pre-sintomatico (che dura dai 2 ai 10 giorni con una media di 5) è anche quello cruciale: non solo perché gli asintomatici possono trasmettere la malattia, ma anche perché nei giorni immediatamente precedenti ai sintomi le persone sono molto contagiose. Come è arrivato il virus nella squadra? Il primo a risultare positivo è stato il portiere Mattia Perin, febbricitante venerdì e risultato positivo sabato a mezzogiorno. Nel corso della settimana si è allenato regolarmente, asintomatico. È verosimile che Perin si sia infettato lunedì, giornata di riposo, lontano dai campi di gioco. Non bisogna dimenticare che la Liguria è una delle regioni italiane che più preoccupano per la diffusione del contagio. Come mai proprio dai calciatori, super controllati, è nato un cluster così serio? Proprio perché sono così controllati è stato possibile individuare le positività in modo tempestivo. Gli atleti amatoriali di fatto corrono gli stessi rischi pur avendo meno occasioni di contagio, allenandosi meno. Gli sport di squadra e da contatto sono più pericolosi? Sì perché in campo ci sono scontri fisici e discussioni; promiscuità negli spogliatoi, palestre, convivialità, vita sociale all'esterno fanno il resto. Per evitare i contagi i calciatori dovrebbero vivere in una «bolla chiusa» come fanno i giocatori di basket della NBA. (ha collaborato Fabrizio Pregliasco, virologo )

MASSIMO GRAMELLINI per il Corriere della Sera il 30 settembre 2020. Con ogni probabilità il calciatore che ha contagiato mezza squadra del Genoa, mettendo a repentaglio il fine settimana di milioni di appassionati, aveva contratto il virus durante la giornata di riposo. Era già accaduto ad altri suoi colleghi, ormai talmente numerosi che, da Perin a Ibrahimovic, si potrebbe schierare un'intera formazione con tanto di panchina lunga e allenatore. Ho letto commenti del tipo: «Ovviamente non si può impedire a un giocatore di avere la vita sociale che desidera». Ovviamente. E se invece stesse proprio lì il problema? I calciatori di serie A possiedono in dosi massicce i due tesori che ogni giovane vorrebbe avere, almeno a sentire le canzoni dei rapper: fama e denaro. Dal sistema ricevono risorse importanti e di anno in anno sempre più squilibrate rispetto a quelle riconosciute ai loro coetanei, per i quali continuano a rappresentare dei modelli di comportamento a cui ispirarsi. Fanno parte a tutti gli effetti della classe dirigente, ammesso che questa espressione significhi ancora qualcosa. Non serve essere Spiderman per riconoscere che Potere e Responsabilità dovrebbero sempre crescere di pari passo, pena l'implosione della società che su quei valori si fonda. E anche il tifoso più adorante fa fatica a digerire da un calciatore gli stessi atteggiamenti superficiali - come partecipare a una festa al chiuso senza mascherina - che suscitano polemiche feroci quando invece provengono da un politico o da un imprenditore. Un calciatore replicherebbe dicendo che non è giusto chiedere a lui la serietà che non riusciamo a pretendere dai rappresentanti del popolo, ma è altrettanto vero che il suo cattivo esempio rischia di essere ancora più contagioso, oltre che produrre effetti destabilizzanti su uno dei pochi elementi fondativi della Repubblica, il campionato di calcio, la cui sospensione avrebbe conseguenze sull'umore di tanti di noi. In America hanno risolto il problema chiudendo i campioni del basket in una bolla dorata, ma pur sempre una bolla, da cui di fatto usciranno a fine campionato o quando arriverà il vaccino. Un simile schema non è applicabile al calcio, che coinvolge un numero maggiore di atleti e richiede campi di allenamento ben più grandi di una palestra, anche se l'idea di una Disneyland del pallone in cui far convivere per otto mesi tutte le squadre di serie A avrebbe avuto un suo fascino. E però questi ragazzi, che ormai si muovono come piccole multinazionali circondate da uffici stampa e responsabili dell'immagine che ottimizzano e monetizzano ogni loro respiro, sono perfettamente in grado di capire che il privilegio di cui godono ha un prezzo e che questo prezzo ha un senso solo se contempla qualche rinuncia. Capisco che a esprimere certi pensieri fuori moda si rischia di passare per barbogi. Ma se avessi un figlio calciatore professionista e lui si degnasse di togliersi le cuffie per il breve lasso di tempo necessario ad ascoltare il mio predicozzo, gli direi di prendere tutte le precauzioni necessarie, senza aspettare che a imporgliele arrivino un regolamento federale o una clausola contrattuale. Nei miei anni da giornalista sportivo ho visto abbastanza di tutto, ma in quel tutto ho visto anche il più trasgressivo (e formidabile) fuoriclasse di sempre, con un sistema immunitario indebolito dai bagordi, mettersi in clausura volontaria alla vigilia di una partita importante per non rischiare di prendersi l'influenza e di attaccarla ai compagni. Si chiamava Diego Armando Maradona.

Da "leggo.it" il 28 settembre 2020. Grande Fratello Vip, Paolo Brosio in lacrime: «Ho avuto il coronavirus, ho visto morire gente in stanza con me». Con un video su facebook il giornalista ha rivelato i suoi problemi di salute legati al Covid svelando di non essersi sentito bene poco prima di entrare nella casa. Paolo Brosio non è entrato nella casa del Grande Fratello Vip perchè è stato ricoverato per Coronavirus. Il giornalista con un video su facebook ha raccontato in lacrime il suo effettivo stato di salute. «Il 16 settembre ho chiesto io di essere ricoverato perchè non stavo molto bene, mi hanno fatto una tac e sono risultate diverse infiammazioni». Il video è stato pubblicato domenica il giorno del compleanno di Paolo Brosio, che si è molto commosso parlando non solo del Coronavirus, ma anche della sua voglia di poter entrare presto nella casa del grande Fratello Vip. «Oggi compio 64 anni da solo in ospedale nel reparto isolato off limits anticovid dell’Istituto Clinico Casalpalocco Di Roma 10. Stanotte alle ore 2,05 dopo nove tamponi negativi tre positivi una infezione virale allo stomaco e ai polmoni sono tornato negativo dopo 9 giorni di ricovero proprio nel giorno del mio 64 compleanno. L'infermiera di turno Giorgia mi ha avvisato grazie Giorgia ...“tanti auguri paolo sei negativo ..” ed io giù a piangere. Oggi è il giorno più bello della mia vita sono triste felice piango rido dalla gioia non ho mai mollato ho sempre confidato in dio ho pregato tanto Madonna e san Pio .....! Grazie ai medici e infermieri di Roma di clinica villa Tiberia del ICC Centro Clinico Regionale Lazio Anticovid Casalpalocco che mi hanno accudito come un figlio . Grazie a Endemol Alessio Sabrina e a mediaste che mi hanno seguito con pazienza e affetto facendomi sentire sempre protetto, grazie a Alfonso Signorini Marco Odoni ai compagni i ragazzi del Gfvip che mi hanno incoraggiato in questi giorni tremendi dove ho visto e sentito tanto soffrire i malati vicini a me». Paolo Brosio ha seguito il Grande Fratello Vip mentre era in ospedale ricoverato per Coronavirus e si è commosso quando i ragazzi della casa gli hanno dedicato un applauso, ora spera di poter entrare presto nella casa: «Vipponi vi ho seguito sempre quando ho potuto grazie per il  vostro applauso mi avete commosso e dato forza forse ci vediamo dai non litigate siate sereni gioiosi e pensate che qui è dura per davvero ho visto morire ho visto soffrire ve lo dico con il cuore in mano: siate grati a dio per esperienza che state vivendo fatene tesoro e non vi dimenticate mai  di pensare almeno un minuto al giorno  ai malati a chi soffre un abbraccio a tutti spero  di potervelo dare di persona  se dio vorrà ora ho un altro tampone e poi torno a vivere. Grazie a tutti coloro che hanno pregato per me è hanno fatto fare tante messe,  ora aiutatemi ad aiutare x ospedale a Medjugorje e per famiglie in difficoltà post covid da Livorno a Bergamo con spot solidale sms 45527 con aiuto nazionale italiana cantanti». 

 (ANSA il 24 settembre 2020) E' positivo al Covid l'europarlamentare di Fratelli d'Italia Raffaele Fitto, candidato sconfitto di centrodestra alla presidenza della Regione Puglia. Lo ha annunciato lui stesso con un post su Facebook. "Dopo aver ricevuto, mercoledì scorso, la notizia da parte di un mio stretto collaboratore della sua positività al test covid-19 - scrive - ho chiesto immediatamente alla Asl di essere sottoposto a tampone insieme alla mia famiglia. Solo io e mia moglie siamo risultati positivi anche se al momento senza sintomi. Continuerò ovviamente la quarantena fino a nuove indicazioni da parte delle autorità sanitarie".

Il sindaco di Sava positivo al coronavirus: in isolamento Fitto e famiglia. Il contagio sarebbe partito da uno stretto collaboratore dell'ex presidente della Regione Puglia. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria venerdì 25 settembre 2020. Il sindaco di Sava, nel tarantino, Dario Iaia, è risultato positivo al coronavirus. Una decina di suoi famigliari ed altrettante persone con cui il primo cittadino ha avuto contatti stretti nell’ultima settimana, sono in isolamento domiciliare e tra oggi e domani saranno sottoposti a loro volta al test oro faringeo. La fonte del contagio, quasi certamente, è quella politica. Il sindaco Iaia, infatti, coordinatore provinciale del partito Fratelli d’Italia, è reduce di un'intensissima campagna elettorale nel corso della quale ha incontrato numerosissimi esponenti politici tra cui un esponente dello staff di Raffaele Fitto, anche lui già positivo al Covid-19. Da quello che è possibile ricostruire sulla base delle indiscrezioni e qualche conferma circolate insistentemente negli ambienti politici del centrodestra delle due province, pare che sia stato uno strettissimo collaboratore di Fitto il primo a manifestare i segni tipici del contagio, con febbre alta e tosse proprio la sera della chiusura della campagna elettorale quando la piazza di Maglie si è riempita per salutare il senatore locale nel suo comizio con cui ha concluso l’estenuante corsa per la riconquista della Regione confermata poi ad Emiliano. Una lunga catena di contagi, insomma, che sarebbe partita da Maglie per raggiungere il tarantino e chissà dove altro ancora. L’ex presidente della Regione Puglia e la sua famiglia, sono stati anche loro posti in isolamento e tutti sono in attesa del risultato del tampone che si saprà nella giornata odierna. Si dovrà attendere domani, invece, per conoscere l’esito dell’esame a cui si sottoporranno una ventina di famiglie di Sava e di altri comuni limitrofi che hanno avuto contatti certi con il sindaco Iaia. Tra questi, oltre ai parenti del primo cittadino, anche tre coppie di amici che sabato sera sono stati a cena in un locale del versante orientale della provincia ionica. Il dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, già super impegnato su altri fonti (ne parliamo in altra parte del giornale), sta cercando di ricostruire i contatti degli ultimi sette giorni prima che al sindaco si presentasse la febbre. Per cautela, fa sapere una fonte molto vicina alla famiglia Iaia, nessuno dei figli si è recato a scuola che a Sava apriva proprio ieri. La diffusione della notizia ha seminato il panico in paese. Tra i dipendenti del comune, innanzitutto, dove ci si è cominciati ad interrogare ricordando il momento dell’ultimo saluto o contatto di lavoro avuto con il sindaco e i suoi assessori. Nei giorni scorsi, ha ricordato qualcuno, Iaia ha presenziato ad alcune inaugurazioni pubbliche e ancor prima, in campagna elettorale, ha tenuto incontri e riunioni istituzionali e di partito. Non è sfuggita neanche l’attività professionale di avvocato svolta da Iaia in questi giorni, fortunatamente rallentata proprio dall’impegno politico ed elettorale. «Sempre con la mascherina addosso», assicurano dal suo entourage. Intanto Iaia che è ricoverato nel reparto di malattie infettive dell’ospedale Moscati di Taranto, sembra aver già risposto alle cure. Da una prima mappatura del «cluster Fitto-Iaia», si può ipotizzare sinora almeno una sessantina di persone in isolamento e due positivi certi. Numero che tra oggi e domani potrebbero salire. Nazareno Dinoi 

Da gazzetta.it il 26 ottobre 2020. Brutte notizie per Pioli. Gigio Donnarumma e Jens Petter Hauge sono risultati positivi al Covid-19 dopo il giro di tamponi di ieri sera. Entrambi, ovviamente, salteranno la sfida di stasera in Serie A contro la Roma. Al posto di Gigio giocherà Tatarusanu. Il comunicato: "Gli esiti pervenuti ieri sera dal laboratorio hanno riscontrato una positività al tampone di Gianluigi Donnarumma, Jens Petter Hauge e di altri tre membri del gruppo squadra. Tutti sono asintomatici, sono stati immediatamente sottoposti ad isolamento domiciliare e sono state informate le autorità sanitarie locali. Oggi tutto il gruppo squadra è stato testato nuovamente, come da protocollo, e non sono risultate nuove positività".

Milan, Ibrahimovic positivo al Covid. Pubblicato giovedì, 24 settembre 2020 da La Repubblica.it. Dopo il difensore Leo Duarte, anche Zlatan Ibrahimovic è risultato positivo al Covid 19. Per questo, i due giocatori non potranno scendere in campo questa sera a San Siro per i preliminari di Europa League contro i norvegesi del Bodo / Glimt. Lo comunica il Milan con una nota. Il club rossonero, che mercoledì dopo la notizia della positività di Duarte aveva disposto per tutta la squadra allenamenti individuali, aveva poi deciso di consentire a ognuno il rientro alla propria abitazione per la notte, senza imporre il ritiro a Milanello. Come molte società, anche il Milan ha imposto ai propri tesserati un rigido protocollo igienico anche nel tempo viassuto al di fuori del gruppo squadra. Quanto a Ibra, che vive a Milano nel moderno quartiere Garibaldi/Repubblica, avrebbe un’attenzione quasi maniacale per la propria salute. Vista l’indisponibilità di Rebic, convocato ma non in condizioni ottimali, e di Leao, anche lui fermo per infezione da Sars Cov 2, in attacco dovrebbe trovare spazio dal primo minuto il diciottenne Colombo.

Ucraina, in gravi condizioni per il coronavirus l'ex premier Tymoshenko. Pubblicato lunedì, 24 agosto 2020 da La Repubblica.it. L' ex premier ucraina, Julija Tymoshenko, è risultata positiva al coronavirus e versa in condizioni definite "serie" dalla portavoce del suo partito, Marina Soraka. Su Facebook Soraka dice che la 59enne esponente politica sta "combattendo" con la febbre a 39. La portavoce non ha però rivelato se sia stata ricoverata in ospedale. Secondo media locali anche alcuni familiari di Tymoshenko sono risultati positivi al test. Eletta premier due volte, e due volte imprigionata, Tymoshenko nel 2004 divenne il volto della cosiddetta rivoluzione arancione in Ucraina catturando l'attenzione mondiale per i suoi discorsi davanti alle folle di manifestanti nei cortei che portarono a ripetere le contestate elezioni presidenziali. Dopo che Viktor Jushchenko vinse quelle elezioni, Tymoshenko diventò premier, ma fu rimossa nel mezzo di litigi e poi ritornò in carica. Sotto il presidente successivo, Viktor Janukovich, fu in carcere per tre anni con l'accusa di abuso di potere. Si è candidata di nuovo alle presidenziali nel 2019 senza ottenere sufficiente seguito. L'Ucraina ha registrato un forte aumento delle infezioni nel corso dell'ultima settimana. Il numero complessivo di infezioni ha superato quota 105mila, i morti sono circa 2300. 

Da huffingtonpost.it il 10 settembre 2020. Disse “la pandemia è punizione di Dio per i gay”, ora il patriarca ortodosso Filaret è risultato positivo al Covid-19. A darne notizia il sito ufficiale della Chiesa ortodossa dell’Ucraina, spiegando che il religioso, 91 anni, è ricoverato in condizioni stabili. ″Vi informiamo che sua Santità il patriarca Filaret di Kiecv è risultato positivo al test per il Covid-19″, recita la nota diffusa dalla Chiesa, spiegando che ″il patriarca è ora ricoverato e le sue condizioni di salute sono giudicate soddisfacenti″. Nel mese di marzo Filaret fece notizia quando, intervistato da una tv ucraina, disse che il coronavirus era ″una punizione di Dio per i matrimoni tra persone dello stesso sesso″. Le parole di Filaret erano state definite “pericolose” da diverse associazioni. “Tali dichiarazioni sono molto dannose perché potrebbero portare a un aumento di aggressioni, discriminazioni e violenze contro alcuni gruppi in un Paese dove sono già molto diffusi attacchi omofobici e dove le unioni tra persone dello stesso sesso non sono legalmente riconosciute”, erano state le parole citate da Newsweek di Maria Guryeva, portavoce di Amnesty International Ucraina.

Da leggo.it il 4 ottobre 2020. Il Vescovo di Caserta Giovanni D'Alise, ricoverato dal 30 settembre all'ospedale di Caserta a causa del Coronavirus, è morto per complicazioni polmonari. È il primo presule deceduto per il covid. In un post su facebook, il parroco nonché vicario foraneo Nicola Lombardi, direttore dell'Istituto Superiore di Scenzie Religiose, scrive parole cariche di dolore. «È volata in Cielo l'anima benedetta del nostro carissimo pastore Giovanni D'Alise stringendo tra le mani la corona del Santo Rosario. Increduli siamo profondamente addolorati e prostrati. Lo accolga fra le sue braccia misericordiose Dio nostro Padre. Eleviamo per lui le nostre ferventi preghiere di suffragio. Il Cristo Risorto lo accolga nel suo Regno». «Sua Eccellenza, ricoverato presso questa Azienda ospedaliera dal 30 settembre per infezione da Sars Cov 2, a causa di un arresto cardiocircolatorio, è venuto a mancare nella mattinata odierna alle, ore 6.30». Così l'ultimo bollettino emesso dall'ospedale di Caserta sulla vicenda del Vescovo Giovanni D'Alise, deceduto per Coronavirus, nonostante nei giorni scorsi le condizioni dell'Alto prelato erano descritte come buone. «Il quadro clinico - si legge nel bollettino - era aggravato da insufficienza renale, diabete mellito, cardiopatia ipertensiva e dislipidemia. I protocolli terapeutici previsti per la malattia sono stati tutti applicati. È stato altresì trattato con il nuovo farmaco antivirale Remdesivir. Le sue condizioni cliniche erano stazionarie. Il paziente è stato monitorato costantemente. Alle ore 6 si è verificato l'arresto cardiaco e alle ore 6.30, dopo le manovre di rianimazione cardiopolmonare, veniva constatato il decesso».

Da ansa.it il 12/10/2020. "Nel corso del fine settimana sono state riscontrate alcune positività al Covid19 tra le Guardie Svizzere. Allo stato attuale si tratta di 4 persone, con sintomi, tutte poste in isolamento". Lo riferisce il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni. Le quattro guardie si vanno ad aggiungere "ad altre tre positività riscontrate nelle ultime settimane tra residenti e cittadini dello Stato, tutti con sintomi lievi e per i quali sono state osservate tutte le necessarie misure di isolamento presso la propria abitazione e verifica delle persone coinvolte". Secondo una lettera interna inviata a sottufficiali e guardie - citata dai media svizzeri -, nuove restrizioni sono state immediatamente applicate: ad esempio, il quartiere è praticamente isolato. Si chiede inoltre alle guardie di indossare le mascherine anche all'interno della caserma.

Virginia Piccolillo per corriere.it il 16 ottobre 2020.  Cresce la preoccupazione nel mondo per il contagio in Vaticano. Anche il New York Times, venerdì, ha rilanciato la notizia della diffusione del virus tra le Guardie Svizzere, puntando l’attenzione sulle sue «relazioni amichevoli e informali» di Papa Francesco con le guardie e la sua «abitudine di stringere loro le mani, non appena lascia le sue stanze al mattino». E ricordando la fragilità del Pontefice, che, ventenne, perse una parte del polmone e a dicembre compirà 84 anni.

Il contagio sale. Il contagio sale fino alla porta del Papa. Lunedì scorso il Vaticano aveva reso noto che erano già 4 i positivi Secondo l’Associated Press sono già undici le guardie svizzere in isolamento perché risultate positive. E, da indiscrezioni, ce ne sarebbe una che ha prestato servizio proprio a Santa Marta, di fronte alle stanze di Papa Francesco. Immediate le misure di sicurezza e sanificazione disposte dal governatorato. Anche se, secondo quanto riferito dal portavoce vaticano Matteo Bruni al Corriere, «tutte le guardie, in servizio o meno, indossano la mascherina all’interno e all’esterno e osservano le prescrizioni previste».

«Meglio mantenere le distanze». Il Papa che ha bacchettato come «adolescenti» i sacerdoti che resistono all’uso delle mascherine, ha già cambiato alcune sue abitudini. All’Udienza Generale è arrivato senza compiere il giro tra i fedeli. E al termine ha detto: «Scusatemi se vi saluto da lontano. Vorrei fare come faccio di solito, scendere e avvicinarmi a voi per salutarvi, ma con le nuove prescrizioni meglio mantenere le distanze». Aggiungendo «Anche gli ammalati li saluto da qui. Voi siate a distanza, prudenti come si deve fare. Ma succede che quando io scendo tutti vengono e lì si ammucchiano. Il problema è che c’è pericolo di contagio. Così ognuno con la mascherina, mantenendo le distanze possiamo andare avanti con le udienze». Invitando tutti, «come buoni cittadini compiamo le prescrizioni delle autorità, come aiuto per finire con questa pandemia».

Da "leggo.it" il 17 ottobre 2020. Si registra un nuovo caso di Covid in Vaticano, questa volta a Santa Marta, la residenza di Papa Francesco. «Il malato, al momento asintomatico, è stato posto in isolamento, come anche coloro che sono venuti in contatto diretto con lui, e ha lasciato temporaneamente Casa Santa Marta, dove abitualmente risiede», riferisce il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni. «Si continuano ad osservare le disposizioni emanate dalla Santa Sede e dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la salute di tutti i residenti della Domus viene tenuta costantemente sotto monitoraggio». ha aggiunto Matteo Bruni. «Abbiamo bisogno di far crescere la consapevolezza che oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva: la povertà, il degrado, le sofferenze di una zona della terra sono terreno di coltura di problemi che alla fine toccheranno tutto il pianeta». Lo ha detto oggi Papa Francesco in un tweet nella Giornata internazionale per l'eliminazione della povertà. 

Da "liberoquotidiano.it" il 23 ottobre 2020. Papa Francesco rischia di aver preso il coronavirus. La notizia arriva dall'Australia e non ha ancora ricevuto nessun commento dalla Santa Sede. Tutto ha inizio quando l'arcivescovo Adolfo Tito Yllana, ambasciatore della Santa Sede in Australia, ha un incontro faccia a faccia con Bergoglio in Vaticano il 6 ottobre scorso, meno di due settimane prima di risultare positivo al Covid-19 in Australia. Le autorità australiane hanno confermato che un diplomatico volato a Sydney il 9 ottobre era risultato positivo al test per il coronavirus ma non hanno rivelato l'identità del diplomatico. Lo stesso Dipartimento ha detto che il rischio di infezione era "basso" per le due persone che hanno accompagnato il diplomatico da Sydney a Canberra, un viaggio di 300 Km. Il Dipartimento della Sanità australiano ha detto in una dichiarazione che "ogni informazione rilevante è già stata notificata alle parti statali internazionali coinvolte". E quindi anche all'entourage di Jorge Maria Bergoglio.

(LaPresse il 28 ottobre 2020) - "Il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è risultato positivo al tampone per la ricerca del COVID19. Il cardinale vive questo momento con fede, speranza e coraggio. Le sue condizioni sono costantemente monitorate. Nel frattempo, sono stati avviati gli accertamenti previsti per il tracciamento e le verifiche dei contatti". Lo comunica la Cei in una nota.

Da avvenire.it il 31 ottobre 2020. Questa mattina il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, è stato trasferito presso l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, a seguito della positività al Covid-19 riscontrata nei giorni scorsi. Qui verranno verificate e monitorate le sue condizioni di salute con probabile utilizzo di accertamenti strumentali. Lo rende noto una nota dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali. “Continuiamo a essere vicini al cardinale presidente – dichiara Monsignor Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana –. Lo accompagniamo con la preghiera e l’affetto del Popolo di Dio, certi che il Signore non farà mancare la sua consolazione e il suo sostegno in questa prova”. Ieri Bassetti aveva fatto sapere: «Vivo questo momento con fede e speranza, affidandomi alla misericordia del Padre. Ringrazio quanti si sono resi vicini con messaggi di solidarietà e con la preghiera». Invece nel pomeriggio di ieri (venerdì 31 ottobre), l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, si è sottoposto alla verifica di infezione da Covid-19. La prova del tampone ha dato esito positivo. Lo rende noto l'ufficio delle comunicazioni sociali dell'arcidiocesi di Milano. L’Arcivescovo - che non presenta alcuna sintomatologia - ha dunque iniziato il periodo di quarantena previsto dai protocolli. Contestualmente sono stati avviati gli accertamenti previsti per il tracciamento e le verifiche dei contatti. Nelle principali celebrazioni che dovevano essere da lui presiedute nei prossimi giorni, l'Arcivescovo sarà sostituito dai suoi Vicari. Gli altri appuntamenti pubblici previsti in agenda per il periodo di quarantena sono invece rinviati.

Da ilmessaggero.it l'1 novembre 2020. Una «polmonite bilaterale con insufficienza respiratoria che richiede elevati flussi di ossigeno» è stata riscontrata al cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, ricoverato all'ospedale del capoluogo umbro dopo essere risultato positivo al Covid. Lo riferisce l'Azienda ospedaliera spiegando che «il quadro clinico è rimasto stabile in queste prime ore» di degenza. «Il cardinale è vigile - si sottolinea nel bollettino medico del primo novembre - ed in respiro spontaneo. È stata iniziata tutta la terapia specifica possibile ed indicata sulla base del quadro clinico e dei riscontri di laboratorio». Il cardinale è ricoverato da sabato mattina all'ospedale Santa Maria della Misericordia. «Verrranno verificate - riportava una nota della Cei - e monitorate le sue condizioni di salute con probabile utilizzo di accertamenti strumentali». «Continuiamo a essere vicini al cardinale presidente- dice monsignor Stefano Russo-segretario generale della Cei-lo accompagniamo con la preghiera e l'affetto del Popolo di Dio, certi che il Signore non farà mancare la sua consolazione e il suo sostegno in questa prova».

Da repubblica.it il 4 novembre 2020. Si sono aggravate le condizioni di Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza episcopale italiana. La Cei ha comunicato che "il cardinale, ricoverato dallo scorso 31 ottobre presso la struttura di Medicina d'Urgenza Covid 1 dell'ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, è stato trasferito dai sanitari che lo hanno in cura nella Terapia Intensiva 2 dove proseguono le terapie del caso. Il trasferimento è avvenuto durante la notte, dopo una variazione dei parametri vitali. Il Cardinale è vigile e collaborante". Attorno al presidente Bassetti, 78 anni, si stringono i vescovi d'Italia, riuniti in videoconferenza per una sessione straordinaria del Consiglio episcopale permanente nel corso della quale faranno il punto sull'emergenza coronavirus.  "Il nostro pensiero - ha detto dice il vice presidente Meini aprendo i lavori - va in questo momento al cardinale presidente che ci rivolge il suo saluto, unito al rammarico per non poter essere presente. Questo il messaggio inviato da Bassetti all'assemblea: "È un momento di dolore per tanti! In questi mesi ho avuto modo di condividere la fatica e la stanchezza di un tempo inedito che sta interessando l'umanità intera. Eppure e nonostante tutto, continua a operare la bellezza del Mistero che si fa dono. Anche quando tutto sembra finito,  c'è uno spiraglio di luce che continua a indicare il cammino. C'è una voce che interpella e si propone come via per evitare solitudine e disperazione. Stiamo vivendo un cammino sconosciuto per alcune generazioni: è occasione per sentirci ed essere fratelli e sorelle riconciliati nel Dio della vita".

Il cardinale Tagle positivo al Covid. Aveva incontrato il Papa il 29 agosto. Pubblicato venerdì, 11 settembre 2020 da La Repubblica.it. Primo caso di positività al Coronavirus per un capo dicastero della Curia vaticana. Il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli e presidente di Caritas Internationalis, "è effettivamente risultato positivo al Covid-19 - spiega il direttore della Sala stampa vaticana Matteo Bruni - tramite tampone faringeo effettuato ieri al suo arrivo a Manila. Sua Eminenza non presenta sintomi e resterà in isolamento fiduciario nelle Filippine, dove si trova". Nel frattempo, continua Bruni,  "si sta procedendo con le verifiche necessarie tra quanti sono entrati in contatto con Sua Eminenza nei giorni scorsi. Il 7 settembre il Cardinale Tagle si era già sottoposto a tampone a Roma, con esito negativo". L'ultima udienza ufficiale in cui Tagle aveva incontrato il Papa risale al 29 agosto.

Domenico Agasso Jr per ''La Stampa'' il 12 settembre 2020. Oltretevere si registra il primo caso di positività al Covid-19 per un «ministro» vaticano. Il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli e presidente di Caritas Internationalis, stretto collaboratore di papa Francesco, risulta contagiato e asintomatico: lo certifica l'esito del «tampone faringeo effettuato ieri al suo arrivo a Manila» come procedura standard. Lo spiega Matteo Bruni, direttore della Sala stampa della Santa Sede. La questione ha assunto contorni anche molto delicati, spaventando gli alti prelati nei Sacri Palazzi, perché Tagle, 63 anni, arcivescovo di Manila fino all'anno scorso, il 29 agosto era stato ricevuto in udienza dal Pontefice. Il Vaticano non informa direttamente su un eventuale test per il Papa, ma il portavoce comunica che «il 7 settembre Tagle si era già sottoposto a tampone a Roma, con esito negativo». È probabile, dunque, che il contagio sia avvenuto proprio in questi ultimi giorni nella Capitale. Ora «resterà in isolamento fiduciario nelle Filippine». Nel frattempo «si sta procedendo con le verifiche necessarie tra quanti sono entrati in contatto con Sua Eminenza nei giorni scorsi». Le autorità sanitarie ecclesiastiche stanno ricostruendo e passando al setaccio i colloqui tenuti a Roma, sia a Propaganda Fide (sede della Congregazione) sia nel Pontificio Collegio filippino, dove alloggia. Pur essendo ancora uno dei più giovani del Collegio cardinalizio, Tagle è fra i prelati più in vista e in ascesa, scelto da Bergoglio per guidare il potente Dicastero missionario il cui presidente veniva soprannominato «il Papa rosso». Intanto Bergoglio, anche in mezzo alla pandemia, circondato da una sorta di discreto «cordone di sicurezza», e rispettando i protocolli, continua a lavorare, e a tenere incontri privati e, quando possibile, pubblici. Mercoledì scorso, per la prima volta è apparso con la mascherina, al suo arrivo all'udienza generale. Un dispositivo bianco, con ogni probabilità la classica mascherina chirurgica. Non avendo mai visto Bergoglio con la protezione anti-Covid, c'era chi dubitava che la usasse. E invece è arrivato in auto al Cortile San Damaso con la protezione correttamente indossata su naso e bocca, poi l'ha tolta per il tempo dell'udienza. Si è anche igienizzato le mani con il gel, e ha cercato non senza difficoltà di mantenere le distanze durante i lunghi e affettuosi saluti dei fedeli. E notando qualche assembramento, ha raccomandato con vigore: «Non ammucchiatevi, per ognuno c'è la sua sedia per evitare i contagi». Il Pontefice, pur sorridendo, è indietreggiato più volte, spiegando che non poteva stringere le mani alle persone addossate alle transenne. Però ha accettato i doni e anche indossato gli zucchetti regalati. Finito il suo intervento, è salito in macchina per tornare a Casa Santa Marta. Dopo avere rimesso la mascherina.

Claudia Voltattorni per il ''Corriere della Sera'' il 12 settembre 2020. «Sto benissimo, continuo il mio lavoro da remoto». A quasi 84 anni, il presidente della Consob Paolo Savona è risultato positivo al Covid. Ma rassicura sul suo stato di salute: «Sono asintomatico, ma devo proteggere gli altri e quindi lavoro da casa». Da ieri gli uffici di Roma e Milano dell'Autorità che vigila sui mercati finanziari resteranno chiusi per una settimana. La chiusura fino a venerdì 18 settembre delle due sedi - via Giovanni Battista Martini a Roma e via Broletto a Milano - è stata decisa in via precauzionale per portare avanti le operazioni di sanificazione. L'istituto fa sapere che comunque verrà assicurata la piena operatività. «Ho assunto questa decisione - spiega il direttore generale della Consob Mauro Nori in una lettera inviata ai dipendenti - in qualità di datore di lavoro come misura prudenziale e precauzionale dopo che oggi (ieri, ndr ) è stato riscontrato in Istituto un caso di positività al Covid-19». Nonostante ciò, continua il direttore generale, «la prosecuzione delle attività ordinarie sarà assicurata, come di consueto in maniera prevalente da remoto e al termine delle previste attività di sanificazione, anche dal presidio fisico della direzione generale e dal almeno uno dei componenti della Commissione». Il caso di positività al virus riguarda il presidente Savona che però si dice tranquillo e racconta di aver fatto il tampone «per precauzione» e di aver saputo ieri i risultati del tampone: «Avevo già fatto anche il test sierologico, sapevo che poteva accadere, ma sto bene». E spiega di «aver sempre mantenuto le distanze» e di non «aver mai partecipato ad alcun assembramento, tranne un viaggio aereo». Classe '36, cagliaritano, economista, ex ministro dell'Industria nel governo Ciampi ed ex ministro per gli Affari europei nel primo governo Conte, Paolo Savona presiede la Consob dall'8 marzo 2019 e resterà in carica fino al 2026. Nei prossimi giorni continuerà a lavorare seppur da casa dove dovrà trascorrere le due settimane di quarantena in attesa della negativizzazione del tampone. Nel frattempo anche tutti i membri della sua segreteria per precauzione sono stati sottoposti al tampone e sono risultati tutti negativi. «Per fortuna io non ho alcun sintomo, ma mi preoccupo per chi mi sta vicino e lavora con me, devo proteggerli - dice al Corriere -, ecco perché continuerò a lavorare da remoto, ma mi sento bene, sono un portatore positivo asintomatico e continuerò a seguire tutti i miei impegni». E alla fine sorride: «Posso dire di aver visto anche questa».

Da leggo.it il 12 settembre 2020. L'allenatore dell'Atletico Madrid Diego Simeone è risultato positivo al Covid-19. Lo ha annunciato il club spagnolo con un comunicato ufficiale. Simeone - che era risultato negativo ai test eseguiti giovedì scorso - è asintomatico ed è in isolamento. Questo il comunicato ufficiale della società madrilena: "La prima squadra, lo staff tecnico e il personale ausiliario sono stati sottoposti venerdì ai test PCR appena rientrati dalla concentrazione di Los Angeles de San Rafael dopo aver rilevato un membro positivo nei precedenti test effettuati. L'analisi di questi nuovi campioni in laboratorio ha determinato che il nostro allenatore, Diego Pablo Simeone, è risultato positivo al Covid-19. Fortunatamente il nostro allenatore non presenta alcun sintomo ed è a casa sua isolato e sta adempiendo alla corrispondente quarantena dopo essersi concentrato con la squadra da lunedì scorso".

Serie A, De Laurentiis positivo al Covid. In assemblea di Lega con sintomi, era in attesa esito tampone. Pubblicato giovedì, 10 settembre 2020 da Franco vanni su La Repubblica.it. Il presidente del Napoli, in riunione a Milano con tutti i suoi colleghi, era in attesa dell'esito del tampone che ha confermato il contagio. Ora test ed eventuale isolamento per tutti gli altri partecipanti. E' Aurelio De Laurentiis il presidente di serie A positivo al Covid che ieri, nonostante i sintomi riconducibili al virus, si è presentato a Milano ed ha partecipato all'assemblea dei club. E' stato il Napoli, con una nota, ad ufficializzare la notizia: "La SSC Napoli comunica che il Presidente Aurelio De Laurentiis è risultato positivo al Covid-19 in seguito al tampone effettuato ieri". La comunicazione della positività al coronavirus di uno dei partecipanti alla riunione andata in scena all'hotel Hilton - incontro in cui si è deciso di creare una società, partecipata da fondi d'investimento, per gestire i diritti tv del campionato - è stata data ieri sera. De Laurentiis - che non avrebbe indossato la mascherina in diversi momenti della giornata - aveva da giorni sintomi ed era in attesa dei risultati del tampone arrivati in serata. Avrebbe giustificato il suo malessere con un'indigestione da ostriche. Nonostante questo si è presentato alla riunione di Milano. Solo alle 20 ha informato gli altri partecipanti della sua positività. Presidenti e manager si sono riuniti al chiuso per diverse ore in una sala dell'hotel Hilton, a poca distanza dalla stazione Centrale e dalla sede della Lega di Serie A. Quasi tutti hanno indossato mascherine e rispettato le regole sul distanziamento. Ora dovranno sottostare al protocollo imposto a chiunque sia consapevole di essere stato a contatto con una persona positiva al virus: test ed eventuale isolamento in caso di positività. La Lega di Serie A aveva scelto di riunire la propria assemblea in un incontro fisico per dare un segnale di ripresa della normalità, dopo le molte riunioni fatte dai rappresentanti di club da remoto, tramite computer e auricolari, durante il periodo di lockdown. All'assemblea è seguito un incontro con la stampa, in cui anche ai giornalisti è stato chiesto di indossare mascherine e mantenere le distanze di sicurezza fra loro. 

Il presidente del Napoli positivo al Coronavirus. De Laurentiis come don Rodrigo: gradasso e prepotente ha preso il Covid come il signorotto la peste, Paolo Guzzanti su Il Riformista l'11 Settembre 2020. Le malattie non sono poi così democratiche. Alla fine, ci vanno di mezzo i poveri Vip. Vi ricordate don Rodrigo, quello del Manzoni? Faceva tanto il gradasso, di cappa spada e prepotenza, poi una sera mangiò pesante e andò a letto trafitto da brutti sogni e un dolore al fianco che, pensò, doveva essere l’elsa della spada. Poi si svegliò ed era un bubbone della peste. Anche Aurelio De Laurentis si sveglia storto e scombussolato per andare dai super vip di Milano, e ha qualcosa dentro che lo fa barcollare. Dice: devono essere state le ostriche. Troppe. Poi i cronisti d’assalto, quelli che si respirano i virus di tutti e senza chiedere niente, mormorano: e allora, il Covid? Lui, Aurelio il grande ma anche l’affaticato, lo stufo, talvolta lo scortesone rude. Fa, dice: «Chiedetelo a Conte, non quello dell’Inter, quello del governo». “Che vuol dire?” farfuglia la truppa coi microfoni. Lo sa lui. Anzi non lo sa. Tutti quelli che gli sono stati vicini fanno le corna e il tampone, una strage di tamponi, non letale, per carità, siamo nel sintomatico oltre i settanta, veramente un po’ scocciante, ma insomma. E così comincia la solfa: chi è stato, dove eri, perché non ti sei messo la mascherina, ma non mi rompere il cazzo con la mascherina, però potresti anche essere più gentile, ma mi avete proprio rotto, non vedete che sto male. Ed è così. Aurelio De Laurentis, principe del cinema produttivo, un imprenditore di imprese artistiche e commerciali da paura, un big shot del mondo italo-americano, produttore di Verdone e di tutti i film di successo, uno che ha la mano d’oro, il fiuto d’oro, uno che fa cagare oro a qualsiasi cosa, film, squadra, giocatore, produzione, è stato ferito dalla bestia che gira, quella bestia di cui tutti dicono a me che mi frega, non vedi che è già sparito, e poi piangono disperati perché il Covid dà la solitudine e fa fare i conti col pensiero della morte per via della polmonite, che è una delle più infami troiate che possano stroncare un corpo umano. Ti si mette sui collo come un poliziotto col ginocchio e ti strema, let me breath, così mi ammazzi. Aurelio De Laurentis non l’ammazzerà nessuno, nemmeno questo virus che di per sé non sarebbe una carogna: poveraccio, privo di organi di riproduzione, chiede soltanto di entrare nelle tue cellule per fare delle fotocopie, e tu reagisci con questa over reazione autoimmune e ti ammazzi da solo con la polmonite bilaterale grigia. Ma così è la storia. Diminuiscono i malati normali, aumentano i malati d’eccellenza, o almeno li si vede subito. Aurelio De Laurentis viene da una schiatta, i De Laurentis sono come degli Agnelli napoletani ma stanno tutti nello spettacolo, nella produzione e poi il calcio, questa febbre della serie A che colpisce i Vip che se non hanno la loro squadra non si sentono contenti. Con me cascate male perché di calcio capisco poco, salvo che da quando ero bambino mi hanno detto che ero della Roma e da allora in genere soffro se la Roma perde. Ma per quello del Napoli. Tutt’altra cosa. Un’epopea, lo stadio San Paolo, sembra di vedere un giovane ministro degli Esteri abbronzatissimo che conduce la gente a trovare posto sulle gradinate e fa sedere le signore, sempre gentile, servizievole. Che stadio, il San Paolo di Napoli, i boati per Maradona e tutte quelle cose lì. Aurelio è uno che quando si è buttato nell’impresa si andato a raccattare un Napoli dalla serie C dove faceva la fame e lo ha riportato alla gloria, ma questo già lo sapete tutti, dunque perché dirlo. Eppure, va detto perché c’è in quest’uomo d’azione, in questo imprenditore decisionista di successo, quel tono, quello stile che è fatto di praticità e una certa dose di sfacciataggine, di improntitudine che è nei fatti, quasi una uniforme dell’obbligo. L’unico super Vip che non abbiamo mai visto prendere quel tono del cavolo, per esempio davanti ai giornalisti, è stato Berlusconi che, o ha evitato, oppure si è concesso con tutte le sue teatralità che tendono a smussare gli angoli. Aurelio è invece andato sotto inchiesta disciplinare per comportamento rude con i giornalisti, poi – se ricordiamo bene – con qualche organo direttivo della congrega, perché ha un carattere spiccio che tira dritto, non alla milanese. De Laurentis è un napoletano della razza che bada al sodo, ma fa anche un mestiere – scoprire talenti e vendere film e distribuirli – che gli assegnano delle qualità diverse come il savoir faire con chi conta e una consuetudine non evitabile con quei rompicoglioni della stampa di zona, tutti sempre ansiosi, attorcigliati nei loro fili, un po’ balbettanti e un po’ vocianti che non sono mai pertinenti. Sono ruoli, sono mestieri, l’Italia è in fondo un Paese latino, ma più vicino all’Argentina che alla Francia, almeno nelle zone che furono domini di Spagna, laddove don Rodrigo faceva legge (la Milano spagnola per sua fortuna durò poco perché poi arrivò Maria Teresa d’Austria che rimise tutto a posto e insegnò la Wiener Schnitzel ai lombardi dicendo «questa potete chiamarla cotoletta alla milanese»). Guai a buttarla in antropologia o si finisce col cantare O sole mio in gondola a Venezia anziché a Napoli, ma seriamente ci chiediamo se un uomo come Aurelio De Laurentis potrebbe essere qualcos’altro che un grande e fortunato imprenditore napoletano. Non credo fiorentino, veneziano non se ne parla e neanche romano. Figurati genovese, che è roba da Beppe Grillo giovane di bottega che conta o sacchi in entrata e sacchi in uscita. No, lì c’è il geniaccio chiamatelo come volete. Ma è una genialità tosta, all’occorrenza sfacciata. Aurelio non mette la mascherina e si trova in compagnia di Nancy Pelosi che si fa beccare senza paranaso dove le fanno la tintura. Questo ha a che fare, crediamo, più con il diritto all’immortalità che un vero imprenditore del sud vive nella sua carne come antidoto all’angoscia di morte. Tutti abbiamo l’angoscia di morte, ma chi sa stare a prua con la durlindana sguainata, sfida le regole insieme alle onde. Aurelio è un capo clan, è un fratello, padre, parente, è uno che ha imparato a produrre un semi reale e tuttavia realissimo com’è il cinema, restando un big anche nel momento della crisi globale. Prende una squadra e la porta in zona scudetto, poi ne compra un’altra, gli fanno le pulci sulla dichiarazione delle tasse come a tutti i veri big, lo infastidiscono, lo antipatizzano e lui se ne fotte, di loro e del virus e va a Milano e dice cazzo, sono state le ostriche. Non mi sento bene, troppo champagne, ma più che altro le ostriche. C’era il carretto dell’ostricaro fisico, che è una invenzione napoletana, abbiamo esagerato. Invece no. C’era chillu fetent r’o Corona, o Covid che avevate detto. Conte! Tu l’avevi detto, ma vafangùlo, ch’era finito e invece non è finito un cazzo e mi avete appestato con queste stronzate. Scontroso, malato, incazzato con la vita, ma un’aria da chi vive a Capri, che non è come vivere a Rapallo, perché Capri un un’isola per soli sopravvissuti genetici, per chi tifa Napoli, ma sta a Capri. Sempre che mo’ questi non mi rompono troppo i coglioni co’ sto virus, secondo me sono state le ostriche. Chillu fetent di Conte. No, non quello dell’Inter. Quell’altro.

DAGONOTA il 10 settembre 2020. Come ha fatto Aurelio De Laurentiis ad andarsene da Capri, visto che ai positivi al Coronavirus è vietato lasciare il proprio domicilio? Il presidente del Napoli e la moglie hanno avuto l’autorizzazione da ASL e Polizia Locale. Sono arrivati a Mergellina con la loro barca e al molo Louise c’era un’ambulanza privata ad aspettarli, che è partita a sirene spiegate in direzione del Gemelli di Roma.

Monica Colombo e Monica Scozzafava per corriere.it il 10 settembre 2020. Sono le otto di mercoledì sera quando il presidente della Lega, Paolo Dal Pino, atterra a Roma: è soddisfatto dopo aver traghettato la Confindustria del pallone a un passaggio storico per il processo di modernizzazione del calcio. L’assemblea ha appena votato la delibera per la costituzione della media company con i fondi di private equity. Dal Pino accende il telefono e trova cinque chiamate del presidente del Napoli. «Paolo ho 38,5 di febbre. Il tampone è positivo». Aurelio De Laurentiis positivo al virus Sars-Cov-2, l’esito del tampone effettuato nella mattinata di mercoledì gli è stato comunicato attorno alle 14.30 mentre partecipava all’assemblea di Lega, dopo aver pranzato insieme con gli altri presidenti all’hotel Hilton. Aveva già detto a qualche collega più amico di non sentirsi bene, ma attribuiva il malessere (un forte mal di pancia) ad una indigestione da ostriche. De Laurentiis aveva ripetuto il tampone (il precedente era stato effettuato sabato scorso ed aveva dato esito negativo) per il sopraggiungere di qualche sintomo «strano» e soprattutto non chiaro ai fini della diagnosi da coronavirus. Ricevuta la telefonata di conferma, ha rivelato le sue condizioni a tutti i presenti ed è andato via, direzione Capri nella sua residenza estiva. Ha preso l’aereo per Napoli insieme con il presidente del Benevento, Oreste Vigorito. Immediatamente tra i presidenti è sopraggiunto il timore e la ricerca di informazioni su come comportarsi secondo il protocollo, molti hanno notato che il patron azzurro avesse partecipato alla riunione senza mascherina, sebbene fosse stato rispettato il distanziamento. Alle 15 è stato avvicinato dai giornalisti e ha risposto brevemente a una domanda di mercato. Stamattina il comunicato ufficiale del club. Ufficiale anche la posizione della Lega che in una nota ha chiarito: «Essendo state rispettate tutte le misure di sicurezza per la prevenzione dei contagi, siamo fiduciosi che non vi sarà alcuna ripercussione sulla condizione di salute dei presenti. In ogni caso suggeriamo alle persone presenti alla riunione di attenersi al distanziamento e di non presentarsi nei luoghi di lavoro prima di aver avuto delucidazioni dalle rispettive aziende sanitarie». Gli altri presidenti di A stanno prendendo precauzioni e facendo a loro volta i tamponi. Il ceo della Roma Guido Fienga ha cancellato un incontro con il suo attaccante Edin Dzeko. De Laurentiis non è asintomatico, ha la febbre, l’attenzione alle sue condizioni di salute resta alta, per l’età ma anche per una pleurite avuta nell’autunno scorso. I medici insistono per un ricovero nelle prossime ore al Gemelli di Roma dove c’è lo staff che lo segue abitualmente per monitorare al meglio l’evoluzione dell’infezione, ma per ora il presidente lo vuole evitare. In serata, intanto, dopo averlo concordato con l’Asl e la polizia locale — che in un primo momento avevano dato pareri favorevoli — ha lasciato la casa di Capri su una barca privata insieme con la moglie Jacqueline. A Napoli lo ha accolto un’ambulanza privata. Adesso De Laurentiis si trasferirà a Roma. Anche la moglie ha iniziato ad avere i primi sintomi (febbre) ed è positiva. Negativi al tampone l’ad del club, Andrea Chiavelli e l’avvocato Mattia Grassani, con lui all’assemblea di Lega. De Laurentiis era stato in ritiro con la squadra a Castel di Sangro fino a sabato scorso e alla vigilia della partenza uno dei dirigenti del club era risultato positivo al coronavirus. Era scattato il primo allarme, ma i tamponi effettuati lunedì al gruppo squadra e ai dirigenti erano risultati negativi. Stamattina la squadra ha ripetuto i test, come da programma, per ora non sono in discussione le amichevoli previste ( venerdì con il Pescara al San Paolo e domenica con lo Sporting Lisbona in Portogallo). Ufficiosamente il club fa sapere che il presidente non ha più visto giocatori e allenatore da venerdì e le sessioni di allenamento proseguono in maniera ordinaria, in attesa ovviamente dell’esito del nuovo giro di tamponi.

Carlo Tarallo per Dagospia l'11 settembre 2020. “Un Maronna mia… io non sapevo… me l’hanno detto, dice che è risultato positivo”. Il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, manifesta a modo suo, con quello slang che è una sua caratteristica, il suo stupore e dispiacere per la notizia che il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è risultato positivo al coronavirus. “E mò m’aggia fa… comm se chiamm… ’o tampon!” aggiunge Sepe. “Vabbuò”, riflette, “già me ne so fatti tre o quattro, uno in più, uno in meno…”. Sepe ricorda l’incontro con De Laurentiis a Castel di Sangro, dove si è svolto il ritiro degli azzurri: “Noi ci siamo avvicinati… abbracciati… chill nun tenev né mascherina e né niente!”, ricorda Sepe, che poi si supera indicando la mascherina che porta sotto il mento: “Io la mascherina la tenevo così… simbolicamente!”. Infine gli auguri a de Laurentiis…

Francesco Merlo per ''la Repubblica'' l'11 settembre 2020. È un virus Cafonal che contagia i "senza regole" e usa Dagospia come Navigator per orientarsi nella geografia dell' Italia riccastra: ieri i covi ("covid") della pacchianeria nella Porto Cervo di Flavio Briatore e oggi la Capri alle ostriche, allo champagne e 43 metri di yacht nell' imbarcadero della Villa Bismarck di Aurelio De Laurentiis. A lui va la tenera riprovazione che Benedetto Croce riservava ai "lazzari" - così li chiamava - della città di Napoli, che ai suoi tempi erano i popolani lebbrosi e miseri, vale a dire i poveracci, e oggi sono i poveretti ricchi e potenti: padroni, sindaci, governatori e presidenti. Tutti come Ferdinando I, che era appunto "il re lazzarone". È insomma impossibile non fare gli auguri sinceri e risentiti a Re Aurelio, esemplare della Napoli dei corni rossi e di Pulcinella, del vittimismo e di san Maradona, degli istinti e della pernacchia "di petto" (non quella di Eduardo che era "di testa"). E difatti Re Aurelio "di petto" ha detto di aver confuso il covid con la spanzata di ostriche, il virus della pandemia con il mollusco che è un must dell' arricchito italiano, è la voglia di rifarsi per mezzo del cibo eccessivo e prelibato. E forse nell' Italia di oggi, le ostriche, le aragoste e persino le cozze pelose hanno ormai sostituito gli spaghetti del Totò di "Miseria e Nobiltà". Attenzione, però: il virus non sceglie tycoon e starlette, ereditiere, calciatori e presidenti perché è il nuovo piccolo diavolo della lotta di classe, ma perché è in quel mondo che si saltano tutti i controlli senza pagare pegno. Solo nelle barche dei riccastri è garantita la mescolanza senza vigilanze, ispezioni e autocertificazioni. E infatti domenica De Laurentiis navigava in barca con amici rimasti senza nome. Poi ha ormeggiato a Ischia garantendo a tutti la protezione e l' esibizione della festa privata, e meno male che questa volta non c' era il bravissimo chef Niko Romito che dunque, con il suo calamaro arrosto condito di pompelmo rosa e olive nere, se l' è davvero scampata bella. Si è invece messo in isolamento Oreste Vigorito, il presidente del Benevento, squadra fenomeno che si è appena conquistata la seria A, re delle pale eoliche con due lauree, uno dei ricchi più cash d' Italia. Al collega Vigorito, De Laurentiis sicuramente già malato, mercoledì pomeriggio ha dato infatti un passaggio sull' aereo privato in partenza da Linate, dopo la riunione della Lega Calcio all' hotel Hilton. De Laurentiis era arrivato in mattinata già con la febbre, e senza mascherina aveva affrontato e forse contagiato i suoi colleghi presidenti, i padroni del calcio italiano, e aveva pure barcollato - c' è il video, penoso e pietoso - davanti ai giornalisti. Nella villa di Capri, che ha preso in affitto sino al 31 ottobre, un giardino adagiato sul golfo più bello del mondo, si sono scoperti malati la moglie Jacqueline Baudit, una signora franco svizzera che Aurelio conobbe in un collegio inglese a Bath. E sono a rischio pure i tre figli, che gli hanno dato sei nipoti. Sicuramente si sono ammalati anche alcuni dirigenti del Napoli (quanti?) e sono in isolamento tutti gli uomini - una folla - che il presidente ha incontrato nei tre giorni di ritiro della squadra a Castel del Sangro. Insomma De Laurentiis è il centro di un brutto focolaio. E chissà quante persone ha incontrato il presidente del Benevento, che fortunatamente sta bene, da quando è sceso da quell' aereo infettato. E si capisce che il virus ami viaggiare sugli aerei privati e non perché non paga il biglietto - non lo paga neppure sui voli di linea - ma perché vi trova un gran ricambio di polmoni freschi nella totale libertà dei corpi in relax che sui voli di linea sono invece tesi, rincantucciati in se stessi, diffidenti e spaventati. Ovviamente per passare da un polmone all' altro il Covid si accomoda meglio sia nello starnuto sia nello sbadiglio che davvero si somigliano perché sono come due falle che si aprono anche se "etcì, etcì, etcì" espelle i demoni e lo "yawn" invece li accoglie nella bocca spalancata. «Dio ama lo starnuto e detesta lo sbadiglio» diceva Maometto, che morì di polmonite, una malattia che non ti aspetti nel caldo del deserto ma che trova un suo ideale humus sull' aereo. Del resto la brutta polmonite, De Laurentiis, nel dicembre scorso, l' aveva avuta e pure superata. E dunque ad ogni tampone, impostogli due volte la settimana, il presidente del Napoli si sottoponeva con una pena e un' ansia estenuate, tanto più che aveva pure superato un brutto mal di cuore il 31 marzo del 2019 quando dopo la partita Roma-Napoli fu ricoverato d' urgenza al Gemelli. Si somigliano Briatore e De Laurentiis? Oppure si somigliano di più De Laurentiis e Vincenzo De Luca per il quale Re Aurelio ha fatto endorsement? Hanno tutti e tre lo scomposto talento che l' Italia chiama "stoffa del simpatico figlio di puttana". De Laurentiis è anche quello che voleva costruire per le giovanissime speranze del calcio napoletano una scugnizzeria, ma è pure il presidente che aggredisce i poliziotti e insulta i giornalisti con il più spinto turpiloquio nelle telefonate delle 7 del mattino, ed è Pulcinella che scappa sul motorino gridando: «Torno a Los Angeles a girare i film con Angelina Jolie». E vuole dire che lui era tutto cinema e ora è tutto calcio, anche se, per la verità, la sua Los Angeles, dove pure possiede una bellissima villa, erano i cine-panettoni di Boldi e De Sica, e Hollywood per lui era il solito impossibile Altrove dell' italiano piccolo piccolo. Con l' esclusione di Carlo Verdone che la sua Filmauro esibisce come le ostriche, adesso Re Aurelio fa affari soprattutto con il calcio: ha preso il Napoli in serie C e l' ha fatto di nuovo volare, vende e compra giocatori con una destrezza da furbacchione, ma è anche il prepotente che ha cacciato da Napoli Ancelotti, pluridecorato al merito della Civiltà del Pallone dai migliori scrittori di calcio di tutto il mondo, a partire dal nostro Gianni Mura che ne è stato l' eccellenza. E non bisogna mai dimenticare che Napoli è la sola grande capitale che abbiamo avuto e la sua eleganza e la sua sapienza, anche popolari, non meritano la sguaiata vittoria di tutti questi lazzari. A differenza di Briatore, De Laurentiis non è mai stato negazionista e aveva fatto il tampone martedì. Ma se il giorno dopo ancora non sapeva di essere infettato, certamente sapeva di stare male: febbre, tosse, dolori. Perciò ci arriva addosso come un prurito da grattare il suo «pensavo fossero le ostriche», una frase che va a scolpirsi nella piccola storia dei tic linguistici italiani come «a mia insaputa» oppure «la madre di tutte le battaglie», l' eloquio- deliquio che può riassumere ora una generazione, ora un' epoca, e nel nostro caso un' antropologia da combriccola di cui potremmo persino disegnare a matita i ritratti fisici, tanto familiari ci sono questi tipi d' italiani, con le abbuffate di molluschi e il brum brum della Porsche, gesticolosi e attorniati da donne rifatte e bottiglie vuote (bevute), gusci di ostriche (succhiate), mezzi limoni (spremuti). Il virus sembra averne scoperto l' insofferenza alle regole. Si è servito di loro come utili idioti e ora li contagia, infilandosi come la più raffinata delle perle dentro l' ostrica. Ecco: non valga per consolazione, ma almeno in questa fine estate, e senza fare previsioni sull' imprevedibile seconda ondata, chi ha mangiato il panino con la mortadella tra gli ombrelloni distanziati a Bibione, Gatteo Mare, Termoli o Ladispoli può stare tranquillo: il virus non lo infetterà.

Marco Gentile per "ilgiornale.it" il 14 settembre 2020. Aurelio De Laurentiis ha creato tanto caos nel mondo del calcio italiano per via della sua presenza all'assemblea della Lega che si è svolta all'hotel Hilton di Milano lo scorso 9 settembre. Il giorno successivo, infatti, è uscita fuori la notizia della positività al coronavirus del presidente del Napoli che si sarebbe presentato a Milano con febbre e sintomi che potevano far pensare che avesse contratto il virus. Tutti gli altri 19 presidenti dei club di Serie A sono stati dunque allertati, messi in quarantena e sottoposti al tampone per verificare l'eventuale contagio. Questo gesto inconsulto da parte del presidente del club partenopeo ha suscitato diverse reazioni con il sindaco di Napoli De Magistris e non solo che hanno definito deprecabile il suo comportamento.

L'esposto del Codacons. Il Codacons ha deciso che presenterà un esposto alla Procura della Repubblica di Milano nei confronti di De Laurentiis. Verrà richiesto di aprire una indagine sul numero uno degli azzrurri per epidemia dolosa per essersi presentato in Lega nonostante i sintomi riconducibili al coronavirus: "Sul caso di Aurelio De Laurentis, il Codacons presenterà domani un esposto alla Procura della Repubblica di Milano, in cui si chiede di aprire una indagine sul Presidente del Napoli per la possibile fattispecie di epidemia dolosa". inizia così il comunicato del Codacons. "Come noto De Laurentis, risultato positivo al Covid-19, si era presentato in assemblea di Lega Calcio mercoledì scorso (nello stesso pomeriggio avrebbe ricevuto l’esito positivo del tampone effettuato prima di partire per Milano), nonostante avvertisse un leggero malessere, mal di stomaco e dissenteria, così avrebbe spiegato ai colleghi, ai quali non era sfuggito il fatto che fosse meno effervescente del solito e con il viso un po’ pallido", la ricostruzione dei fatti da parte dell'ente di Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori. "Alla luce di quanto rappresentato si ritiene necessario fare il quadro della situazione in modo ancor più approfondito considerando che quello della salute nazionale è senza dubbio un interesse di rango primario ritenendosi necessario, opportuno e doveroso accertare se possa sussistere una responsabilità del Patron del Napoli Aurelio De Laurentiis che mercoledì 9 settembre si sarebbe presentato all'assemblea di Lega Calcio di serie A nonostante non stesse bene e senza mascherina, per avere potenzialmente posto in pericolo la sicurezza e l’incolumità’ pubblica, per violazione dell’art. 32 della Costituzione, e per epidemia dolosa e/o per DOLO EVENTUALE", la chiusura dell'esposto presentato proprio nella giornata di oggi da parte del Codacons.

Da ilnapolista.it il 16 settembre 2020. Il Calcio Napoli è furibondo per il trattamento che ieri sera la trasmissione tv Cartabianca ha riservato ad Aurelio De Laurentiis, e adesso è al lavoro con gli avvocati. Il presidente del Napoli si sente diffamato. In due passaggi è stato utilizzato come paradigma negativo del comportamento da assumere quando si hanno i sintomi del coronavirus. Bianca Berlinguer, conduttrice, ha nominato due volte De Laurentiis: la prima con lo scrittore Mauro Corona e la seconda con la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. Berlinguer ha detto che De Laurentiis si è presentato all’Assemblea di Lega Serie A con la febbre e con la febbre alta. E ha chiesto commenti su questo. In un passaggio Bianca Berlinguer ha parlato di festa di Lega, ha dato più volte l’impressione di non sapere praticamente nulla dell’argomento, come quei lettori che vedono un titolo su Internet e chiacchierano a ruota libera. Il Napoli è furibondo. Ieri sera, ha invano provato a mettersi in contatto con la Rai perché De Laurentiis – come peraltro scritto da tanti media – quella mattina è partito da Capri con un unico sintomo: il mal di pancia. Gli hanno misurato la febbre prima all’aeroporto di Capodichino, poi di Malpensa, infine all’Hotel Hilton dove era in programma l’assemblea di Lega. De Laurentiis ha superato tre controlli in entrata (altrettanti in uscita). Come peraltro ribadito dal presidente della Lega Serie A Dal Pino: «De Laurentiis imprudente? Quando è arrivato e quando è partito da Milano, dopo i controlli in aeroporto, non aveva febbre. Mi ha detto che non ne aveva. Poi alle 20 mi ha telefonato dicendo che era risultato positivo e che aveva la febbre. Sono in isolamento volontario ma non ho sintomi e sto benissimo. I protocolli all’assemblea di Lega sono stati tutti rispettati. Mi dispiace molto per Aurelio, il mio primo pensiero è stato per lui, poi abbiamo attivato le procedure. Siamo molto sereni e personalmente farò un tampone». Come scritto anche dal Napolista, De Laurentiis ha saputo della positività perché si sottopone a tampone ogni quattro giorni non perché presentasse particolari sintomi. Cartabianca è rimasta ferma alla primissima versione dei fatti, quella delle primissime ore. In serata, De Laurentiis scoprì di avere la febbre a 38,5. Ma torniamo alla trasmissione. Bianca Berlinguer dice che De Laurentiis si è presentato in Lega «avendo la febbre più altri disturbi. Ha parlato di indigestione di ostriche (e sorride, ndr) e invece aveva il coronavirus e molti sono stati costretti a mettersi in isolamento», quindi chiede allo scrittore Mauro Corona cosa pensa della giustificazione addotta dal patron azzurro relativo ad un’indigestione di ostriche. È stato sincero? Lui risponde: «Forse se diceva di polenta e luganega era più credibile. Ci sono stati altri casi di gente che ha avuto problemi a causa di ostriche. Ma che male hanno fatto ‘ste ostriche? Almeno trovate una bugia più barzellettesca: polenta e liganega o polenta e frico, come usano in Friuli. No, sapeva benissimo cosa aveva e mi dispiace molto. Non sapevo… non si sa mai, è un azzardo che, augurandogli ovviamente che guarisca come ho augurato a Berlusconi, per carità, però sapeva. Io sono un povero diavolo ma se sento la febbre non vado al bar, dico che ho la febbre e sto chiuso qui anche se la febbre può essere indotta da grandi bevute. Non si fa così. L’Italia è un paese molto estetico, ma manca l’etica e se non c’è quella è inutile avere l’estetica». Corona ha uno strano ruolo in trasmissione: sembra un personaggio da speaker’s corner, uno di quelli che la domenica mattina vanno a Hyde Park col loro sgabellino e sproloquiano del mondo. Solo che lo fa in tv, in prima serata su Raitre. La Berlinguer torna sull’argomento quando intervista il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina. Nel porre una domanda sulla misurazione della temperatura agli studenti a casa piuttosto che a scuola, torna su De Laurentiis e dice: “Non è più sicuro per tutti misurare la febbre da un’istituzione e non da una famiglia? Insomma, ci fidiamo tutti dei genitori, ma poi non sono tutti sempre responsabili. Visto cosa dicevamo prima, che De Laurentiis è andato alla festa della Lega Calcio con la febbre alta, insomma, poteva anche pensare che non era per la scorpacciata di ostriche ma poi si è rivelato coronavirus”

Coronavirus in Sardegna, “io barista stagionale vi racconto il perché di tutti quei contagi”. Le Iene News il 14 settembre 2020. Luca (il nome è di fantasia) ha lavorato come barista stagionale in una delle mete turistiche più frequentate della Gallura. A Iene.it racconta quello che ha visto nell’estate del coronavirus: “Nessuno rispettava le regole, tutti si assembravano senza controlli. Quando chiedevo ai ragazzi di mettere la mascherina, mi insultavano e mi gridavano contro: non ce n’è coviddi”. Ecco la sua testimonianza. “Tutti assembrati, centinaia di persone che non rispettavano il distanziamento. Quando ad alcuni ragazzi ho chiesto di indossare la mascherina, mi hanno insultato e gridato: non ce n’è coviddi!”. Luca (il nome è di fantasia) è un barman che ha lavorato durante la stagione estiva nei pressi di Sassari, una delle mete turistiche più frequentate della Sardegna. A Iene.it racconta cosa ha visto questa estate, quella che sarebbe dovuta essere contrassegnata dalla prudenza per evitare il ritorno del coronavirus. Ma che, almeno sentendo il suo racconto, è stata tutto tranne che questo. “Sono arrivato in Sardegna a inizio luglio, all’aeroporto di Olbia”, ci racconta Luca. “Che i controlli non fossero particolarmente serrati me ne sono accorto già lì: scendo e nessuno controlla, anche se in teoria era obbligatorio registrarsi all’app Sardegna sicura per monitorare gli arrivi”. Da lì Luca inizia il suo lavoro stagionale, barista in un locale molto frequentato. Soprattutto dai più giovani: “Questa estate c'erano tantissimi ragazzi, anche minorenni. Parlando con alcuni residenti sardi, mi hanno detto che non vedevano così tanta gente dal 2008, da prima della grande crisi”. Nella città dove lavora, Luca si accorge subito che qualcosa non funziona: “Giravo per strada e nessuno aveva la mascherina, e pensavo: cavolo, fino all’altro ieri eravamo in piena emergenza e adesso più nulla”. E anche nel locale dove ha lavorato, le cose non sembra siano andate meglio: “Praticamente dietro al banco eravamo gli unici ad avere la mascherina”. Una situazione surreale, se non ci fosse stato il pericolo del coronavirus in agguato: “Io ho avuto paura. Per me, per la mia salute, e anche per quella delle persone a me care. Il rischio era altissimo. Mi è capitato di chiedere a dei ragazzi di indossare la mascherina, mi hanno risposto insultandomi e gridando che ‘non ce n’è coviddi’. E’ stato estenuante”. Ci manda le foto a riprova di quello che dice, chiedendo di non pubblicarle per restare anonimo: ragazzi ammassati al bancone, nessuno con la mascherina. E questa non era la prima estate che Luca lavorava in Sardegna come stagionale: “Non ho notato alcuna differenza rispetto agli altri anni, è stato come se la pandemia non ci fosse. Solo dopo il 20, passate le vacanze di Ferragosto, ci sono stati più controlli e strette sul comportamento delle persone”. Adesso la stagione estiva è finita e la Sardegna, dopo le molte polemiche delle scorse settimane, ha inasprito le regole per l’arrivo sull’isola: tutti dovranno essere sottoposti a test sierologico o tampone per attestare la negatività al virus. Una decisione dura, ma forse arrivata quando i buoi erano già scappati dalla stalla: “Io ho rischiato di ammalarmi, di tornare a casa e contagiare tutti i miei parenti e amici”. E non solo: “Adesso comincia la stagione invernale e io ho rischiato di perderla: mi hanno sottoposto a tampone lunedì scorso prima di lasciare l’isola, e dopo 7 giorni non ho ancora l’esito. Ci hanno detto che se fosse stato positivo mi avrebbero contattato, altrimenti no. Ma così non ho neanche un foglio di carta che attesti il mio essere negativo”. Luca è rientrato dalla Sardegna pochi giorni fa, e su quanto successo in quelle settimane non ha dubbi: “Ai locali interessava solo fare arraffare, quando ho fatto notare la situazione mi è stato risposto di fregarmene. Io però sono stufo di lavorare in queste condizioni”. Che, possiamo immaginare, abbiano contribuito all’esplosione di casi in Sardegna questa estate.

Covid Sardegna, dai calciatori ai volti tv: la maledizione della Costa Smeralda che insegue anche i vip. Candida Morvillo su Il Corriere della Sera il 2 settembre 2020. L’onda lunga del Covid Smeraldo sembra inseguire tutti: non solo Berlusconi e Briatore, ma anche calciatori come Mihajlovic e Pjanic e star della tv come Aida Yespica. Solo nel Lazio sono stati contati 764 positivi tornati dalla Sardegna in agosto. La maledizione dell’estate smeralda non perdona neanche chi si credeva ormai in salvo sul «continente». Silvio Berlusconi è solo l’ultimo colpito dal contagio da Sars-Cov-2 quando già si riteneva sfuggito ai «venti sardi», così battezzati da Flavio Briatore. Dopo la grande fuga da Porto Cervo e dintorni e mentre imperversa la caccia agli avventori di Billionaire, Phi Beach e Sottovento, specie a quelli andati a far baldoria lasciando all’ingresso falsi nomi e recapiti, l’onda lunga del Covid Smeraldo sembra inseguire tutti: ricchi o poveri e in questo è democratica. Colpisce quelli sbarcati a Civitavecchia dai traghetti stracolmi dove tanti sono saliti con la febbre, come denunciato dall’assessore alla sanità del Lazio, e colpisce quelli scappati con l’aereo privato, come Briatore, come Berlusconi. Il primo, partito il 18, risultava negativo a un test sierologico il 19 e positivo al tampone del 25, fatto di prassi, mentre veniva ricoverato per prostatite e mentre una sessantina di dipendenti pure risultavano contagiati, di Covid, non di prostatite. Berlusconi, invece, aveva fatto due tamponi il 25, dopo aver saputo di Briatore, ed era risultato negativo. Sospiro di sollievo: i due si erano visti a Villa Certosa il 12 e, nei selfie, stavano vicini vicini, senza mascherina. Ormai, passati i 14 giorni, sembrava averla scampata, ma il contagio l’avrebbe raggiunto dopo l’incontro coi figli Luigi e Barbara, di rientro da una vacanza in barca. È stato detto e scritto che questo virus passa da figli e nipoti a genitori e nonni, specie se, di mezzo, ci si mette la movida. Ma niente. In Costa Smeralda si è ballato in pista e sui tavoli, grazie al governatore Christian Solinas che, prima, ha reclamato invano test per chi arrivava sull’isola e, poi, ha aperto le discoteche in deroga al Dpcm, confidando che si ballasse distanziati di due metri. La leggerezza di quelle notti magiche ha invece contagiato le mattine in spiaggia e gli apericena su piscine e barche, dove distanziamento e mascherine sembravano poi superflui. Solo nel Lazio sono stati contati 764 positivi tornati dalla Sardegna in agosto. Fanno notizia i famosi, ovvio: una ventina. Quasi tutti bella gioventù e asintomatici, come le soubrette Aida Yespica o Antonella Mosetti. È positivo e vanta «sintomi stranissimi» il parrucchiere dei vip Federico Fashion Style. Dalla fauna di Uomini e donne, risultano positivi l’ex tronista Nilufar Addati e quattro ex corteggiatori. È positivo e sta bene l’ex di Temptation Island Vip Andrea Zenga. È positivo e asintomatico Sinisa Mihajlovic, mister anche della partita di calcetto con Briatore. Sono positivi dieci calciatori, fra cui Kevin Bonifazi, Andrea Petagna, Miralem Pjanic e Antonio Mirante. È positivo e senza sintomi anche il pugile Daniele Scardina, detto King Toretto. E lo è la deputata Elvira Savino. Intanto, Briatore e Berlusconi, positivi e asintomatici, sono in cura dal professor Alberto Zangrillo. Era lui che diceva «il virus è clinicamente morto». Peccato che lo stesso virus resti un formidabile inseguitore.

E ora è boom di contagi tra i vip. Tutti i nomi di chi ha il Covid 19. Ora dopo ora si allunga la lista dei volti noti dello spettacolo risultati positivi al covid-19. Ad annunciare sui social il contagio ora sono Antonella Mosetti e Aida Yespica. Novella Toloni, Martedì 25/08/2020 su Il Giornale. Non si ferma l'ondata di contagi che sta travolgendo il mondo dello spettacolo. Dopo la positività di Federico Fashion Style e quella di numerosi volti noti di Uomini e Donne e Temptation Island, anche due note showgirl hanno annunciato di essere positive al covid-19. Attraverso i loro profili social Aida Yespica e Antonella Mosetti hanno comunicato ai loro fan di essersi sottoposte al tampone dopo essere rientrate dalle vacanze in Costa Smeralda e di essere risultate entrambe positive al coronavirus. La prima a rivelare il contagio è stata la 38enne venezuelana. Con un post pubblicato sulla sua pagina Instagram, nel quale la Yespica ha voluto rassicurare sulle buone condizioni di salute, la showgirl ha raccontato come ha scoperto di essersi contagiata: "Al rientro dalle vacanze in Sardegna ho fatto il tampone (pur non avendo sintomi) e purtroppo ho riscontrato di essere positiva al covid-19!! Per fortuna sto bene sono asintomatica, spero passi al più presto questo brutto momento che noi tutti stiamo vivendo. Mi raccomando massime precauzioni". L'annuncio non ha lasciato indifferente il popolo dei social che, mentre si chiede se anche il compagno Geppi Lama sia positivo o meno, ha accusato la Yespica di essere stata positiva già prima di partire per l'isola sarda. Per sfatare ogni dubbio, la showgirl è stata costretta a pubblicare l'esito di un tampone effettuato poco prima del viaggio in Sardegna. Anche Antonella Mosetti ha scelto il web per comunicare i suoi seguaci di essersi infettata. L'ex volto di Non è la Rai ha svelato di essere asintomatica, di non avere febbre e di aver perso solo gusto e olfatto. La conferma della positività da covid anche per la Mosetti è arrivata dopo il rientro dalle vacanze nel nord della Sardegna: "Sono rientrata e ho fatto subito l’esame sierologico che è risultato negativo. Ma, non tranquilla, ho fatto anche il tampone che è per l’appunto uscito positivo. Quindi sono in auto-quarantena da qualche giorno. Vi chiedo di fare i controlli perché non si può essere indifferenti di fronte a questo virus". Poi l'appello a chi è entrato in contatto con lei nell'ultimo periodo: "Vedo gente che era con me in Sardegna e va ancora in giro e questo mi preoccupa". È di poche ore fa anche l'annuncio di Adriana Peluso, ex concorrente del Grande Fratello 12, che attraverso un lungo post ha svelato di aver contratto il coronavirus. Difficile sapere dove l'ex gieffina si sia infettata, ma il comune denominatore con tutti gli altri vip positivi rimane la Sardegna, dove anche la Peluso era stata per motivi di lavoro fino a pochi giorni fa. Pur non avendo sintomi preoccupanti la Peluso non ha nascosto la sua preoccupazione e sui social ha raccontato: "Quando mi hanno chiamata per dirmi che ero positiva al Covid-19 ho pianto tutto il giorno. Ero spaventata e sola, pensavo: "Perché proprio io?". Poi invece ho pensato: "Perché non io?". Sono stata a contatto con tante persone ed era inevitabile. Detto ciò, volevo dirvi che sto bene, solo non sento né gusti né odori e ho qualche fitta intercostale". A rischio contagio, adesso, potrebbe essere anche Giacomo Urtis, il chirurgo delle vip, che solo una settimana fa si era immortalato sui social mentre baciava Adriana svelando la loro relazione. E mentre decine di vip si affrettano a pubblicare esiti di tamponi e sierologici negativi sui propri canali social per rassicurare fan e curiosi, un altro nome si aggiunge alla lunga lista, quello deli figlio di Walter Zenga, Andrea Zenga. Quest'ultimo, diventato noto ai telespettatori per la partecipazione a Temptation Island, ha svelato di essersi contagiato (in forma lieve) in traghetto nel tratto Olbia - Civitavecchia. Senza sintomi, infatti, il giovane è stato contattato dalla compagnia di navigazione dopo che sul traghetto alcuni passeggeri erano risultati positivi.

Il parrucchiere dei vip ha il Covid: chiuso il salone, tamponi a tutti. La star di Real Time si è sottoposta al tampone di rientro dalle vacanze in Sardegna e ora si trova in isolamento. Chiuso il salone di Anzio, tamponi a tutti i dipendenti e alle clienti entrate in contatto con Federico. Novella Toloni, Martedì 25/08/2020 su Il Giornale. C'è anche il nome di Federico Fashion Style nel lungo elenco di personaggi famosi che hanno contratto il coronavirus negli ultimi giorni. L'hair stylist più famoso del piccolo schermo ha annunciato di esser risultato positivo al tampone attraverso alcuni video condivisi con i suoi fan su Instagram. Anche lui, come gli altri, era rientrato da pochi giorni da una settimana di vacanze in terra sarda. A raccontare la scoperta e le sue condizioni di salute è stato lui stesso attraverso le storie del suo account Instagram: "Sono tornato a Roma dopo le vacanza in Sardegna ma il test sierologico era negativo. Solo che non mi sentivo molto bene e ho deciso di fare il tampone ed è risultato purtroppo positivo al covid-19. Ho la febbre, ho sintomi un po' strani, spossatezza, mi gira la testa. Comunque tutto superabile e ora sono in assoluto isolamento". Un isolamento che lo sta tenendo lontano anche dalla sua famiglia, moglie e figlia, in attesa anche loro dei risultati dei tamponi, come ha raccontato il parrucchiere al Il Fatto: "Ho una bimba molto piccola che devo proteggere per fortuna viviamo in una casa molto grande dove possiamo rimanere lontani". Raggiunto telefonicamente da Il Fatto, Federico Fashion Style ha spiegato: "In Sardegna non sono stato in discoteca, però è inevitabile che le persone che mi riconoscono mentre passeggio per strada, mi chiedano un selfie. Se ti rifiuti, passi per maleducato così qualche volta ho ceduto e l'ho fatto". Con lui è risultato positivo anche un suo collaboratore. La notizia della positività di Federico Fashion Style ha messo subito in allarme la produzione del suo reality televisivo "Il Salone delle Meraviglie", le cui riprese sono state sospese non solo per permettere la guarigione del protagonista ma anche per evitare ulteriori contagi. "I saloni di Roma e Milano non ci vado da prima della vacanza - ha fatto sapere attraverso i social network Federico - quindi il problema non ci sarà. Per il salone di Anzio, invece, che è stato l'unico salone che ho frequentato, in via precauzionale è stato chiuso". Qui saranno effettuati i tamponi a tutti i dipendenti che hanno lavorato a contatto con l'hair stylist e i locali saranno sanificati. Ma l'appello a fare un tampone è stato rivolto indirettamente anche a tutti coloro che hanno frequentato il 29enne nelle ultime settimane, comprese le clienti. E mentre anche Aida Yespica e Antonella Mosetti hanno annunciato la loro positività al coronavirus dopo essere rientrate dalle vacanze in Sardegna, un'altra showgirl è apparsa sui social per rassicurare i fan sul suo stato di salute. Valeria Marini ha fatto sapere di essersi sottoposta al tampone subito dopo aver appreso la notizia della positività di Federico Fashion Style. I due - che sono amici - si erano infatti incontrati in costa Smeralda dove avevano trascorso alcuni giorni insieme. L'essere entrata in contatto con un positivo ha costretto la Marini a fare gli accertamenti del caso risultati negativi.

Briatore, è polemica sul ricovero: "Non è in un reparto Covid". Pubblicato martedì, 25 agosto 2020 da Matteo Puciarelli su La Repubblica.it. Si trova al reparto solventi dell'ospedale San Raffaele. La protesta dei dipendenti. Condizioni "assolutamente stabili e buone", dice il bollettino del San Raffaele. Flavio Briatore ha deciso di farsi ricoverare lì dove la macchina ospedaliera del più famoso istituto privato milanese è abituata da anni a curare pazienti vip, il più noto è Silvio Berlusconi. Anche in virtù della loro amicizia, a prendersi in carico la gestione sanitaria dell’imprenditore è stato Alberto Zangrillo, storico medico dell’ex Cavaliere. "Domenica sera, accusando leggera febbre e sintomi di spossatezza, (Briatore, ndr) si è recato al San Raffaele per un controllo. È stato ricoverato, è stato sottoposto a un check-up generale e resta sotto controllo medico", recita il comunicato. Fra le altre cose nei giorni scorsi Briatore era stato ospite proprio di Berlusconi nella sua villa al Sardegna: l’ex premier però risulterebbe negativo al Covid dopo aver fatto due tamponi. C’è poi un particolare che ha destato qualche malumore tra i dipendenti: dov’è stato ricoverato il manager? Secondo l’Espresso Briatore ha avuto accesso all’area per i solventi, ovvero le persone che pagando ottengono dei servizi migliori; solo che lì non ci sarebbe alcun reparto apposito per i malati di Covid. Questione che quindi diventa di salute pubblica, tanto che il consigliere regionale di Azione, Niccolò Carretta, ha annunciato un’interrogazione per chiedere al Pirellone di fare chiarezza. Smentite vere e proprie alla notizia non ci sono state, è stata solo fatta trapelare la notizia che Briatore sarebbe ricoverato in un’area che aveva già ospitato Guido Bertolaso lo scorso aprile, zona isolata dedicata ai pazienti Covid solventi. "Come lavoratore del San Raffaele, vista la preoccupazione che c’è tra molti di noi, mi aspetto una smentita chiara dai miei superiori. Sempre se effettivamente le cose stanno così", dice invece Luca Paladini, attivista dei Sentinelli — noti a Milano per le battaglie per i diritti — e anche lui colpito dal virus nei mesi scorsi assieme al resto della famiglia, subendo la perdita della madre. Anche perché la presenza di un reparto covid per solventi, in aggiunta a quello per le persone “normali”, risulta essere una novità tra gli stessi dipendenti.

Flavio Briatore paga l'ospedale e non va nel reparto Covid. L'imprenditore che, come rivelato dall'Espresso, è stato trovato positivo al Coronavirus, si trova al San Raffaele di Milano nel reparto solventi. E nella struttura del medico Zangrillo ottiene un trattamento di favore. Vittorio Malagutti e Mauro Munafò il 25 agosto 2020 su L'Espresso. Flavio Briatore ha il Covid-19, ma a differenza dei comuni mortali lui nel reparto dei contagiati dal Coronavirus non ci mette piede. È quanto scoperto dall'Espresso che, dopo aver rivelato in esclusiva il ricovero dell'imprenditore , ora può fornire ulteriori dettagli sul particolare stato della sua permanenza al San Raffaele di Milano. Briatore è infatti arrivato lunedì sera e, dopo un tampone e una tac, è stato confermato il suo stato di positività al Covid-19: le sue condizioni sono state definite “serie” ma non al punto da richiederne il ricovero in terapia intensiva. Qui però iniziano le stranezze. Briatore avrebbe infatti chiesto e ottenuto di essere ricoverato nel “reparto solventi”, le stanze che in alcuni ospedali sono a disposizione dei degenti che pagano per ricevere un trattamento migliore rispetto agli standard: stanza singola o doppia, maggiore privacy, pasti migliori. Il reparto solventi del San Raffaele non è però attrezzato per ospitare pazienti positivi al Covid. Per chi ha contratto il Coronavirus infatti la struttura milanese ha predisposto una dependance staccata, chiamata Villa Turro, isolata in modo da garantire la sicurezza degli operatori sanitari e il rispetto delle normative anti-contagio. L'arrivo di Briatore nel reparto solventi sta alimentando le polemiche dentro la struttura, con molti dipendenti preoccupati per i pericoli che un positivo in un'area non adeguatamente attrezzata potrebbe causare a chi lavora nell'ospedale e a tutti coloro che vi sono ricoverati per malattie diverse. Problemi di cui dovrà ora occuparsi il primario Alberto Zangrillo, medico e amico di Flavio Briatore e nelle ultime settimane diventato proprio insieme all'imprenditore di Verzuolo uno dei volti più noti dei “negazionisti” o “scettici” del virus. Zangrillo a fine luglio aveva definito il coronavirus “clinicamente morto”, diventando un punto di riferimento per tutta la galassia politica e imprenditoriale che chiedono forti allentamenti delle misure sanitarie. Lo stesso Briatore è stato da poco al centro di un duro scontro con il governo e con il sindaco di Arzachena per le nuove normative sulle discoteche che hanno portato alla chiusura del suo Billionaire in Sardegna. Il locale di Briatore si è poi rivelato essere un focolaio attivo con oltre 60 dipendenti risultati positivi. A cui adesso si aggiunge il loro datore di lavoro. Che però non passerà la sua degenza tra gli i normali malati di Covid.

DAGONOTA il 25 agosto 2020. Come sta Briatore? Le condizioni del “Bullonaire” non sono disperate, ma comunque gravi. Sabato scorso scopre di avere 38,5 di febbre. All'inizio dà la colpa alla prostatite di cui soffre, poi si spaventa, la febbre non cala, entra in paranoia, chiama Zangrillo e si fa ricoverare al San Raffaele. Briatore ha incontrato moltissima gente in questi giorni: non solo la partita di calcetto con Bonolis e Mihailovic, ma ha anche passato una giornata con l’amico Silvio Berlusconi. L’incontro con il Banana con la foto apparsa su Instagram il 12 agosto sarebbe comunque avvenuto prima di ferragosto e delle feste a rischio Covid. Silvio è comunque andato in paranoia e il 16 agosto ha lasciato in fretta e furia Villa Certosa in direzione di Arcore.

Da liberoquotidiano.it (12 agosto 2020). Grande giornata oggi, sono venuto a trovare un mio amico al quale voglio tanto bene”. Così Flavio Briatore in un video su Instagram che è diventato immediatamente virale. Il noto imprenditore ha fatto un salto da Silvio Berlusconi: “Ti trovo in gran forma, grande Silvio!”. E l’ex premier ringrazia: “Grazie di cuore”.

Berlusconi, Bonolis, Mihajlovic: tutti i vip che ha incontrato Briatore mentre era in Sardegna. Carmelo Leo per tpi.it il 25 agosto 2020. Flavio Briatore è positivo al Coronavirus e adesso le autorità sanitarie dovranno tracciare i contatti che l’imprenditore ha avuto negli ultimi giorni soprattutto con altri vip, per intercettare altri possibili contagiati. L’ex team manager di Formula 1 ha passato le ultime settimane in Sardegna, in Costa Smeralda, proprio dove sorge il suo noto locale, il Billionaire. Dando un’occhiata al suo profilo Instagram, si vede che Briatore ha incontrato moltissimi vip durante la sua vacanza: da Silvio Berlusconi a Renzo Rosso, passando per Paolo Bonolis e Sinisa Mihajlovic. Persone che, adesso, dovranno sicuramente fare un tampone per accertare di non essersi infettate. Emblematica, a questo proposito, la foto pubblicata sui social lo scorso 15 agosto da Briatore: una partita di calcetto a cui hanno preso parte anche Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna risultato positivo pochi giorni fa, l’ex patron della Fiorentina Diego Della Valle, il conduttore Mediaset Paolo Bonolis, l’ex calciatore Dario Marcolin e il giornalista Gabriele Parapiglia. Qualche giorno prima, Briatore aveva postato anche una foto con il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, con tanto di didascalia: “Visita a un amico speciale”. Sotto osservazione, ovviamente, anche i familiari di Briatore, compreso il figlio Falco Nathan, nato dalla love story dell’imprenditore con Elisabetta Gregoraci. Su Instagram c’è anche una foto di padre e figlio, insieme ad altri due ragazzi. Tra i vip che hanno incontrato Briatore negli ultimi giorni e che adesso rischiano di essere contagiati dal Coronavirus c’è anche Renzo Rosso, imprenditore fondatore del marchio “Diesel”. La notizia della positività di Briatore al Coronavirus è arrivata nella mattina di oggi dal settimanale L’Espresso, che spiega che l’imprenditore è ricoverato al San Raffaele di Milano “in gravi condizioni”.

Covid, al Billionaire di Briatore trovati altri 52 dipendenti positivi, da corriere.it il 25 agosto 2020. Ci sono altri 52 casi di positività al Covid-19 tra il personale del Billionaire, il locale di Porto Cervo di proprietà di Flavio Briatore. L’esito dei tamponi effettuati nei giorni scorsi dal laboratorio di Microbiologia del Policlinico di Cagliari ha confermato la presenza di un focolaio nel locale. E ieri dalla Costa Smeralda è arrivata un’altra notizia che conferma le preoccupazioni: il Sottovento Club di Porto Cervo ha annunciato la chiusura dopo aver appreso di un caso di positività all’interno dello staff.

Il bilancio parziale. Con questi ulteriori 52 positivi al Billionaire — chiuso il 17 agosto in aperta polemica, a colpi di video e post sui social, con l’ordinanza del sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda — si contano finora 63 membri dello staff positivi al coronavirus. Secondo quanto scrive il quotidiano locale L’Unione Sarda «alcune delle persone avrebbero anche una carica virale alta, di molto superiore alla media».

Il club chiuso a Porto Cervo. Non solo il locale di Briatore. Dopo un caso di positività tra lo staff è stata decisa la chiusura del «Sottovento Club» di Porto Cervo. «Sentiamo il dovere di interrompere anticipatamente l’attività, convinti che la salute va anteposta all’interesse economico — viene spiegato —. Abbiamo fatto il possibile per rispettare la legge, convertendo in ristorante il club più longevo di Porto Cervo e picchettandovi le spalle ogni sera per farvi indossare le mascherine. Ci dispiace lasciarvi in anticipo, ma non ci sono le condizioni per andare avanti garantendo la salute di tutti».

Altri due fronti. Ci sono poi altri due fronti sotto la lente. Uno è quello delle discoteche di San Teodoro dove si attendono i risultati dei test. L’altro è quello del camping Isuledda di Cannigione (Arzachena), struttura con 1.600 ospiti: 4 persone sono risultate positivi al nuovo coronavirus. Per questo l’Unità di crisi territoriale ha deciso di procedere come per il resort Santo Stefano, alla Maddalena, disponendo i tamponi per tutti. Ma la mossa per ora non trova il consenso del Prefetto di Sassari che fa notare i problemi di ordine pubblico che potrebbe causa il maxi-test.

Briatore aveva la febbre in Sardegna: “Ma Zangrillo mi ha detto che è un raffreddore”. Selvaggia Lucarelli per tpi.it il 25 agosto 2020. Il 19 agosto, due giorni dopo la chiusura delle discoteche, Flavio Briatore era già a Montecarlo, in diretta Facebook con Nicola Porro. E quello che dice al minuto 9 è abbastanza inquietante. Nicola Porro ricorda infatti a Briatore che entrambi si sono già presi la malattia. Ma come, Briatore aveva già avuto il Covid? Ebbene sì, Briatore lo rivelò a L’aria che tira il 24 marzo: “A dicembre avevo avuto la febbre altissima, fatica a respirare per 10 giorni, stavo malissimo, ho chiamato il mio medico di fiducia Zangrillo e gli ho detto che stavo male, non capivamo cosa stava succedendo. Sono andato a Milano a La Madonnina e abbiamo fatto la lastra e la tac, si è vista un’ombra. Col senno di poi dopo che è esploso il virus Zangrillo mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Visti i dati e le tac tu hai fatto il Coronavirus’. Ero stato in giro per il mondo, sono stato il pioniere. Si sta molto male, la tachipirina non funziona, sono stato fortunato”. Ma come? Zangrillo si è esposto in questo modo, con una diagnosi retroattiva, pur non essendoci alcuna prova certa del fatto che a fine dicembre il virus fosse in Italia? Anzi, da Galli ai virologi e infellivologi più noti, per tutti l’arrivo del Coronavirus in Italia è fissato intorno a metà gennaio. Ma arriviamo ai giorni nostri. Siamo tutti concordi nel fare i migliori auguri a Briatore, ma qualcosa non torna nella gestione della vicenda in Sardegna e dopo la Sardegna. Che il Billionaire sia un focolaio è ormai cosa accertata. Siamo ormai ad almeno 74 persone contagiate. Sempre nell’intervista citata, Porro domanda a Briatore se sulla gravità della situazione non si stia esagerando. Briatore, con lo sfondo del locale Crazy Pizza a Montecarlo alle sue spalle (quindi era già andato via dalla Sardegna), risponde: “Abbiamo tre quattro morti al giorno, gente che era già malata e anziana. Io ho parlato stamattina con Zangrillo, mi ha detto ‘È un raffreddore’. Io l’altro giorno ho avuto anche la febbre… era un raffreddore, non esistono più raffreddori, tumori e polmoniti, è tutto Coronavirus. Ci tengono per le palle così”. Ho dovuto riascoltare due volte le sue parole per essere certa che lo avesse detto davvero. Quindi Briatore mentre era in Sardegna ha avuto la febbre e Zangrillo al telefono gli ha detto è un raffreddore? O lui ha dedotto parlando con Zangrillo che fosse un raffreddore? Delle due non so quali delle due ipotesi è peggiore, fatto sta che in piena pandemia, con già i primi dati allarmanti sui contagi in Sardegna e nei locali, Flavio Briatore con la febbre non va a farsi un tampone, non si mette in auto-isolamento, ma parla al telefono con un medico a Milano. E non solo. Con sintomi riconducibili al Coronavirus, va a Montecarlo, in un altro suo locale (lo sfondo è inequivocabile, sono i quadri appesi nella pizzeria Crazy pizza). Come se non bastasse, evidentemente a Montecarlo continua ad avvertire i sintomi e allora che fa? Va in un ospedale lì? Chiama un medico locale? Si isola? No, parte per Milano (con quale mezzo?). Il 22 si presenta al San Raffaele e gli diagnosticano il Covid, tra l’altro ricoverandolo, secondo voci interne al San Raffaele, in un reparto non destinato ai malati Covid. Quindi pur avendo avuto dei sintomi che potevano essere Covid, ha fatto Sardegna-Montecarlo-Milano. E in tutto questo, secondo il racconto di Briatore da Porro, sembrerebbe che Zangrillo avesse minimizzato a questione al telefono. Insomma, speriamo che Briatore guarisca al più presto e ci spieghi anche come è stato possibile avere una condotta tanto discutibile, frequentando persone, locali e girando per l’Europa, senza porsi la domanda: non è che ho il Covid?  E che Zangrillo ci spieghi come mai non gli ha detto di non muoversi, di isolarsi e di chiamare la Asl sarda, per esempio. Perché a quanto pare, il famoso virus clinicamente morto, dà ancora segni di preoccupante vitalità.

Selvaggia Lucarelli e Vittorio Sgarbi, lite social su Briatore e l'età: «Tu, a 68 anni suonati...». Da leggo.it il 25 agosto 2020. Selvaggia Lucarelli e Vittorio Sgarbi, lite social su Briatore e l'età: «Tu, a 68 anni suonati...». Botta e risposta piccato tra Selvaggia Lucarelli e Vittorio Sgarbi. L'argomento? L'età e gli anni che passano. Tutto nasce da un articolo pubblicato dal titolo 'Tra pizza e focolai, l’anziano Briatore fa un’estate di m...', pubblicato dalla giornalista sul Fatto Quotidiano. Il termine "anziano" riferito a Briatore non sembra essere piaciuto a Sgarbi, che ha commentato così su facebook: "Ho incontrato ad Arbatax, in Sardegna, una giovane marinaia di 21 anni per la quale Selvaggia Lucarelli, che di anni ne ha 46, non è, come per me, una ragazza, ma un’anziana. Me ne parlava con quella riverenza che si deve alle persone di una certa età, quasi come una coetanea di Briatore. D'altra parte, la differenza di anni tra la ragazza di Arbatax e la Lucarelli, è la stessa che c’è tra la giornalista e Briatore. Tutto è relativo, dunque. Tra qualche tempo anche Selvaggia Lucarelli avrà l’età di Briatore. Possiamo solo augurarle che non le sia grave". Al post di Sgarbi ha risposto Lucarelli con lo stesso mezzo: "Caro Vittorio, ti ringrazio per la tua premura nel ricordarmi l’età, ma ti garantisco che la rammento benissimo, tant’è che io, a differenza tua, ho trascorso le mie vacanze in Molise, Abruzzo e Puglia, ben lontana da feste, vita sociale e assembramenti. Ho anche bevuto molta acqua e non sono uscita nelle ore più calde", premette Lucarelli nel suo lungo post. "Noto invece che tu, a 68 anni suonati, ti ostini a voler fare la vita del ragazzo pur non avendo più né lo smalto né la lucidità per sostenere il ruolo del vivace aizzatore di folle -continua la giornalista-. Fossi in te, la mascherina ogni tanto la indosserei, e non solo perché fai parte di una fascia anagrafica a rischio, ma perché se allacciata ben stretta, impedisce di bofonchiare scemenze. Riguardo l’attenta scelta della foto da accompagnare al tuo post in difesa del tuo amico e coetaneo Briatore, mi tocca darti una brutta notizia. Se era tua intenzione colpirmi con la mia foto peggiore, devi sapere che quella foto era su un maxi-schermo alle mie spalle in una recente intervista a Domenica in con Mara Venier. La scelsi io, specificando che la volevo lì perché è spesso utilizzata dai miei detrattori convinti di procurarmi chissà quali ferite narcisistiche e invece a me fa allegria, perché mi ricorda quanto sia scema la vanità. Tutto questo per dirti, caro fomentatore stanco, che no, non è il virus ad aver perso virulenza come vai sbraitando: sei tu".

Dagospia il 26 agosto 2020. Riceviamo e pubblichiamo. Caro Dago, sulla polemica tra Selvaggia Lucarelli e il mio amico Vittorio Sgarbi: anzitutto Sgarbi ha rivelato che la Lucarelli è vecchia e io scopro così di essere gerontofilo, ma questo è un problema mio e della Lucarelli. Poi Sgarbi risponde alla Lucarelli che lui non va a feste mondane ma si occupa di mostre e cultura, consigliandole un tour per acculturarsi, e ci sta, Vittorio è un grande critico d’arte. Purtroppo poi Sgarbi inizia a sciorinare tutta una serie di medici suoi amici che minimizzano sul Covid, e qui si vede che è un letterato, cioè che di scienza non capisce niente. La scienza non si basa sul concetto di “autorevolezza” personale, come è abituato lui da letterato (l’ha detto Platone, l’ha detto Kant, l’ha detto Sant’Agostino). Per questo esistono le peer review, mentre viceversa qualsiasi coglione può essere autorevole come intellettuale, perfino Mauro Corona o la Murgia. Quando Sgarbi sciorina nomi di medici non significa niente, non sono fonti, come dice lui, perché il metodo scientifico si fonda su prove approvate dalla comunità scientifica, che lui dimostra di non conoscere, come tutti gli umanisti d’altra parte, che reputano autorevole Aristotele anche se credeva che le stelle fossero incastonate in sfere di cristallo. Che Vittorio citi tizio o caio o Zangrillo non vuol dire niente, per questo esistono le analisi epidemiologiche, i test del doppio cieco, le linee guida. Fossero anche dei Nobel i suoi amici conterebbe zero: Linus Pauling voleva curare il cancro con la vitamina c, Kary Mullis negò che l’Hiv c’entrasse con l’AIDS, Luc Montagnier sì inventò la memoria dell’acqua, solo per dirne tre. D’altra parte “intellettuale” è una mistificazione inventata proprio dai letterati. Pier Paolo Pasolini è un intellettuale, perché secondo l’invenzione degli umanisti usa l’intelletto, Albert Einstein no (sarà più intelligente Pasolini di Einstein?), e gli intellettuali, poiché ignorano la scienza, sono pronti a dare della capra a chi non conosce Pasolini e a ignorare la relatività, che sarebbe rimasta solo una “teoria” se l’avessero appoggiata tre o quattro scienziati, ma è stata provata e riconosciuta dalla comunità scientifica dopo soli tre anni, e non perché Einstein fosse autorevole. Stessa cosa per l’evoluzione di Darwin, che non è una filosofia, è un fatto. Gli intellettuali, grazie a questo status che hanno inventato per se stessi, sentono così di poter parlare di tutto, anche di ciò che non sanno. Gli scienziati no. È per questo che Roberto Burioni per esempio non va in giro a parlare di Raffaello. Per fortuna. Baci, Massimiliano Parente

Dagospia il 26 agosto 2020. Dal profilo Facebook di Selvaggia Lucarelli. È colpa del vento sardo. E della prostatite mocciolosa. Flavio Briatore, in una (sua) patetica intervista al Corriere di oggi in cui l’intervistatrice sembra quasi credergli, dice che lui è andato in ospedale per una prostatite e “«Intanto che ero qui, ho fatto il tampone e ancora non so se sono positivo”. “Può darsi che sia positivo, coi venti forti della Sardegna”...Alla domanda sulla polmonite sorvola. Non risponde praticamente a nulla. Quindi:

a) ora potrà dire che lui non ha proprio pensato al Covid perché aveva un’altra patologia e se la sfanga dall’accusa di aver sottovalutato i sintomi del Covid. Non ci ha proprio mai pensato, porello, mica avrebbe mai messo a rischio amici, clienti, dipendenti. (Ah, il barman del Billionaire è in terapia intensiva. Per lui manco mezza parola. Gli auguri glieli facciamo noi) Fatto sta che il tampone chi torna dalla Sardegna dopo aver frequentato locali dovrebbe farlo subito e non “intanto che ero qui mi hanno fatto il tampone”. Lui martedì non ha ancora neppure i risultati, bizzarro.

b) mica ha viaggiato tra Sardegna, Italia e Montecarlo, facendo una capatina nei suoi locali a Montecarlo, pensando che quei sintomi potessero essere Covid. È la prostata. La famosa prostata che dà come sintomi il raffreddore di cui ha parlato nell’intervista a Porro. E che gli ha diagnosticato Zangrillo al telefono. La speciale, inedita “prostatite mocciolosa”. (Zangrillo confermerà, come accadde con la famosa uveite di Berlusconi?)

c) “Può essere che abbia il Covid, coi venti che ci sono in Sardegna”. Questa è la migliore. Non si è eventualmente contagiato per lo stile di vita avuto in Sardegna, per il focolaio scoppiato al Billionaire, no. È colpa del clima della Sardegna. Maledetta isola ventosa che oltre a spingere le vele, da quelle parti, trasporta il virus come fosse polline. Chissà come mai non è ancora scoppiata un’epidemia tra i sardi che lavorano tutto il giorno esposti ai venti, ma magari sui campi o in cantieri o al porto o altrove. A proposito, ha chiuso anche il suo Cipriani a Montecarlo per alcuni dipendenti contagiati. Ammazza come tira forte il vento sardo. Dunque, non si assume responsabilità di alcun tipo, Briatore svicola. Ora, ieri s’era detto che magari Briatore avrebbe imparato qualcosa da questa brutta vicenda. A quanto pare ha imparato qualcosa, sì. Che  laddove non ci si può giocare la carta dell’arroganza, ci si gioca quella della fuga. Magari aiutato dai venti, quelli lombardi però. Un eroe.

Flavio Briatore e il coronavirus, Selvaggia Lucarelli: "Cosa non torna". I "risvolti penali" per il focolaio al Billionaire. Libero Quotidiano il 26 agosto 2020. "Le cose che non tornano sono parecchie". Il caso Flavio Briatore tiene banco e Selvaggia Lucarelli, pur augurando al manager ricoverato per coronavirus al San Raffaele di Milano "salute, fortuna e gnocca in quantità" pone qualche domanda. Il focolaio al Billionaire, il locale di Briatore a Porto Cervo, è ormai noto: "Ci sono più di 60 persone positive tra i dipendenti. Erano tutti asintomatici? Possibile che nessuno avesse avuto mezzo sintomo? Venivano monitorati, vista la notevole quantità di dipendenti? E ogni quanto, dal momento che hanno avuto il tempo di contagiarsi in 60?", scrive la Lucarelli sul Fatto quotidiano, accennando a possibili "risvolti penali" nella vicenda. Nel mirino ci finiscono anche i viaggi di Briatore, che il 19 agosto, 2 giorni dopo la chiusura del Billionaire disposta dal sindaco di Arzachena, era a Montecarlo dopo aver ammesso di aver avuto qualche giorno prima la febbre. "Quindi Briatore in Sardegna ha avuto la febbre, ma ha continuato a fare vita sociale e viaggiare", lo accusa Selvaggia. "Briatore vola a Montecarlo ed evidentemente non sta ancora bene, per cui va a Milano per farsi controllare dal suo medico di fiducia Zangrillo, al San Raffaele. Quindi, con sintomi riconducibili al Covid, anziché starsene in isolamento e rivolgersi alla sanità sarda, ha continuato a frequentare locali e persone e ha viaggiato tra Sardegna, Montecarlo e Milano". "Con che mezzi?", è l'interrogativo finale, inquietante, dell'editorialista del Fatto.

Briatore ora rompe il silenzio: "Il virus? Ho una prostatite..." L’imprenditore quindi non ha il coronavirus. Con buona pace di chi lo sperava e aveva parlato di Karma. Valentina Dardari, Mercoledì 26/08/2020 su Il Giornale. Flavio Briatore non ha contratto il coronavirus. Ed è stato proprio lui a fugare ogni dubbio con una bella e chiara telefonata al Corriere. “Ho solo una prostatite forte, domenica sera sono andato al San Raffaele a Milano e mi hanno ricoverato” ecco svelato il ricovero all’ospedale milanese. Però c’è da dire che, già che era nella struttura ospedaliera, un tampone glielo hanno fatto comunque. E adesso aspetta l’esito, facendo ovviamente i dovuti scongiuri alla faccia di chi lo vedeva già spacciato e parlava di karma. Perché adesso sembra che questa parola vada per la maggiore, qualsiasi cosa negativa accada dipende dal karma.

Briatore ricoverato per infiammazione alla prostata. Certo, è appena tornato da Porto Cervo e potrebbe anche avere contratto il Covid, ma per il momento Briatore si sente benissimo e, a parte l’infiammazione alla prostata, non sembra avere nulla. Alla domanda sulla polmonite, l’imprenditore deve sospendere la telefonata perché sono entrati i medici. Si fa vivo un’ora dopo con un messaggio WhatsApp spiegando che è stato messo sotto flebo e non può continuare a parlare. Del risultato del tampone non dice nulla, ripete solo che sta bene. La voce sembra fosse potente e sonora, non certo come quella di un paziente con gravi difficoltà respiratorie e con un piede nella fossa. Ieri pomeriggio, dopo che si era diffusa la notizia di un possibile contagio per Briatore, un comunicato del Billionaire, il locale in Sardegna di cui è il proprietario, aveva parlato di “leggera febbre e sintomi di spossatezza” e che le sue condizioni erano stabili. Tutto è iniziato quando nella giornata di ieri era girata la notizia che altri 52 dipendenti, dopo i primi sei camerieri scoperti lo scorso 18 agosto, erano risultati positivi al coronavirus. I tamponi erano stati fatti a tutti mentre si trovavano in isolamento. Briatore però non sembra lo avesse fatto, nonostante a Ferragosto avesse giocato a calcio con l’allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic, risultato positivo. Dopo l’ordinanza del sindaco di Arzachena, in Costa Smeralda, che imponeva restrizioni alle serate e alla movida, era iniziata la polemica tra l’imprenditore e il primo cittadino, Stefano Ragnedda. A colpi di battute sui social. Proprio su Facebook e compagnia, molti utenti avevano commentato la notizia del ricovero per coronavirus al San Raffaele, curato dal professor Alberto Zangrillo, che di polemiche e attacchi ne sa qualcosa.

Il veleno rosso su Briatore. Andrea Indini il 26 agosto 2020 su Il Giornale. Non appena è iniziata a rimbalzare sui siti la notizia del ricovero in ospedale, si sono scatena tutti quanti. Non aspettavano altro. In prima linea gli ormai noti catastrofisti del virus. Poi, subito dopo, la stampa che sta facendo da gran cassa a chi si presta a terrorizzare maggiormente gli italiani. Ma perché prendere di mira con tanta violenza Flavio Briatore? Forse perché si è sempre esposto in prima persona contro un governo che da sei mesi a questa parte tentenna e pasticcia anziché risolvere le emergenze (prima quella sanitaria, poi quella economica) scatenate dal coronavirus? Probabilmente sì. Ma non solo. Mister Billionaire è un simbolo: l’imprenditore che ce l’ha fatta, e quindi ricco, amico di Silvio Berlusconi, da sempre per Dna vicino al centrodestra, concreto e quanto di più lontano dai miliardari radical chic amici della sinistra. “È il karma”, hanno detto contro di lui. Come se prendersi il Covid-19 dopo essersi lamentato della chiusura del proprio locale o aver accusato i virologi di terrorizzare il nostro Paese, sia il giusto contrappasso. Una follia. Una follia condivisa da non poche teste calde. E, mentre qualcuno l’ha esternato in modo più esplicito (vedi Selvaggia Lucarelli e Chef Rubio), c’è chi ha espresso lo stesso concetto scrivendolo tra le righe: la notizia del ricovero al San Raffaele è stata montata, tirando nuovamente in ballo l’incontro con Berlusconi in Sardegna (“Ti trovo in forma Silvio”) e soprattutto l’invettiva contro i virologi che continuano a soffiare sull’emergenza. Ora pare che Briatore manco abbia contratto il coronavirus ma si tratti soltanto di una prostatite. Non solo. Pare che non sia nemmeno grave. Al di là del quadro clinico, restano gli insulti e la violenza con cui è stato attaccato. Non è la prima volta che, dall’inizio della pandemia, si è scatenata una crociata contro gli imprenditori. Contro di loro la sinistra ha, per esempio, provato ad addossare la colpa della mancata zona rossa in Val Seriana. All’inizio dell’emergenza (per intenderci quando Beppe Sala voleva tenere aperta Milano, Nicola Zingaretti andava in giro a bersi gli spritz nei bar e Giorgio Gori si faceva i selfie in pizzeria con la moglie Cristina Parodi) le imprese che danno da mangiare a migliaia di famiglie nella Bergamasca non hanno chiuso subito i battenti. Probabilmente hanno anche avanzato richieste per andare avanti a lavorare in sicurezza. Si capisce, facevano il loro mestiere. Perché chiudere una fabbrica, un’impresa o un negozio per settimane significa metterlo in ginocchio e farlo morire. Spetta allo Stato (o meglio: al governo) fare in modo che questo non accada. Invece non è stato così. Non è così. Contro gli imprenditori bergamaschi la crociata è stata politica e ha serpeggiato per settimane su molti giornali. Fortunatamente è venuta meno quando sono apparse evidenti le mancanze dei giallorossi. Ora, con lo stesso spirito, si sono accaniti contro Briatore che da subito si è schierato per guarire il grande malato di questo nostro Paese: l’economia. Non si è arreso. Ha riaperto i suoi locali. E ha corso dei rischi. Come fanno tutti gli imprenditori. E come continueranno a fare, nonostante la sinistra, per il bene loro e nostro.

Flavio Briatore colo coronavirus, Travaglio esulta? La prima pagina del Fatto quotidiano: giudicate voi. Libero Quotidiano il 26 agosto 2020. "Quelli che il Covid NON ESISTEVA". Marco Travaglio ha deciso di aprire la prima pagina del Fatto quotidiano con la faccia di Flavio Briatore, dandogli del negazionista del coronavirus. Una balla bella e buona, peraltro di pessimo gusto visto che la coincidenza (che coincidenza non è) con la notizia della positività del manager del Billionaire la fase sembrare più una esultanza che un commento. Insieme a Briatore ci sono il premier britannico Boris Johnson, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, il tennista croato Novak Djokovic. "Finora attaccava il governo per lockdown e disco chiuse. Risultato: 58 contagiati al Billionaire e lui ricoverato", sintetizza con l'accetta il Fatto. Dimenticando però che le accuse di Briatore non erano tanto nel merito sanitario dell'epidemia, quanto nella gestione dell'emergenza economica. Un caos che si protrae ormai da 6 mesi, tra svolte, proclami e marce indietro. C'è chi per le incognite lavorative del prossimo autunno si suicida, come il giovane ristoratore di Firenze, ma evidentemente in Italia è vietato criticare il governo e se poi ti ammali significa che te lo sei meritato. O forse al Fatto hanno già la risposta a tutti problemi: lockdown perenne, anche quello della decenza.

Marco Travaglio su Flavio Briatore: "Cosa dovrà ammettere quando tornerà in forma", ha infranto la legge? Da liberoquotidiano.it il 26 agosto 2020. “Quando tornerà in forma, sarebbe buona cosa se ammettesse di aver raccontato un sacco di frottole e suggerisse all’altro cazzaro, quello verde, che incredibilmente gli dà retta, di piantarla di raccontarne”. Così Marco Travaglio nel suo editoriale su Il Fatto Quotidiano ha commentato la situazione di Flavio Briatore, ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano dopo aver contratto il coronavirus. “Lungi da noi augurare una brutta fine a Briatore, a cui anzi formuliamo i più fervidi auspici di pronta guarigione, come ai 60 e passa sventurati dipendenti del Billionaire”, scrive Travaglio che però non si astiene certo dal criticare pesantemente la condotta dell’imprenditore: “Dopo mesi passati a raccontare la favola del Covid inventato dal governo comunista per metterci tutti ai domiciliari, imbavagliarci con le mascherine, abolire le elezioni, conservare il potere, distruggere l'economia e regalare soldi ai poveracci con le mogli cesse anziché ai ricchi con le donne fighe, quando bastava qualche pillola di "tachipirigna" (testuale), s' è scoperto che il Billionaire è più contagioso di Codogno, Vo' e Alzano Lombardo messi insieme”. Poi Travaglio parla di collezione di condotte vietate dalla legge: “Aveva da giorni i sintomi del Covid ma, visitato al telefono dal professor Zangrillo, si diagnosticava un raffreddore e, anziché mettersi in quarantena, continuava a girare senza mascherina incontrando centinaia di persone senza mascherina, poi partiva per Montecarlo impestando un altro bel po' di gente, infine si preoccupava e volava a Milano, perché lui le tasse le paga a Montecarlo ma si cura in Italia, e ora è ricoverato per Covid in un reparto non Covid del San Raffaele”.

Flavio Briatore, la paginata di fango del Fatto Quotidiano: "Il suo inizio è col botto: dieci chilogrammi di tritolo piazzati nella Bmw”. Libero Quotidiano il 28 agosto 2020. Il Fatto Quotidiano non si smentisce mai e getta schifo anche su Flavio Briatore positivo al coronavirus. Il quotidiano di Marco Travaglio dedica all'imprenditore un'intera paginata. Qui, a firma di Pino Corrias , si legge un articolo da brividi: "Ora che il malanno si quietò, possiamo stappare, brindare, sorseggiare la solita bottiglia di Krug Gran Cuvée millesimato da 1.140 euro la bottiglia. E metterci comodi per raccontarvi la storia di Flavio Briatore". Inizia così il ritratto dell'imprenditore definito "un unicorno con fibbie in oro, incenso e mirra che galleggia nel vasto mare dei mediocri incantati dal suo mantra". Ma - prosegue Corrias - "avvicinandosi, il miraggio si sgonfia. È solo aria frizzante per gonzi. E il primo gonzo è lui. Anche se non se lo ricorda nessuno, il suo inizio è col botto, dieci chilogrammi di tritolo piazzati nella Bmw del suo primo socio in affari, un tale Attilio Dutto, finanziere, palazzinaro, giocatore d'azzardo, che salta per aria una mattina di primavera del 1979. Non a Palermo o a Beirut, ma a Cuneo. E in quella automobile sarebbe dovuto salire anche Briatore, che invece era arrivato all'appuntamento con un provvidenziale quarto d'ora di ritardo". Il Fatto non è nuovo a tirare fuori inchieste finite in un nulla di fatto pur di attaccare i "nemici" e, anche questa volta non è da meno: "L'inchiesta - che sfiorerà un paio di famiglie mafiose e un giro di bische clandestine - finisce nel nulla. Briatore si eclissa. Ricompare nella Milano anni Ottanta, con una compagnia di prima classe, Bettino Craxi, Lele Mora, Iva Zanicchi, e naturalmente Fede con cui organizza partite a poker per polli da spennare. Fino a quando - prosegue - un paio di magistrati a Milano e Bergamo incriminano la coppia alla voce "banda dei bari". Meno male che quando arriva il mandato di cattura, Briatore sta facendo il bagno a Saint Thomas, isola dei Caraibi, dove l'estradizione compare solo nell'elenco dei cocktail per vip". Nulla da aggiungere, un'altra e gratuita colata d'odio.

Da bologna.repubblica.it il 26 agosto 2020. Solleva una polemica, a Bologna, un post pubblicato sul suo account di Facebook dall'assessore comunale alle Politiche per la mobilità ed ex capogruppo del Pd in Consiglio comunale Claudio Mazzanti. Nel pomeriggio, postando un articolo relativo alla notizia della positività di Flavio Briatore al coronavirus e del ricovero dell'imprenditore al San Raffaele di Milano, l'assessore ha commentato: "Al mondo c'è una giustizia divina. Vi ricordate cosa diceva Briatore sul Covid tutte invenzioni, contro il governo che applica misure di tutela contro la pandemia, contro i i sindaci che facevano chiudere le discoteche quando non rispettavano le norme di sicurezza, sembrava di sentire Salvini, la Meloni ecc... in peggio. Poi - ha aggiunto Mazzanti - ecco il risultato: 60 contagiati al Billionaire più lui, che giustamente se l'è preso il Covid, adesso vedrete farà meno lo sbruffone". "Le esternazioni dell'assessore Mazzanti, mio compagno di partito e membro di un'istituzione importante come il Comune di Bologna, sono inqualificabili, a maggior ragione perché provengono da chi dovrebbe dare il buon esempio in un momento difficile per il nostro Paese, in cui non sentiamo proprio il bisogno di queste polemiche e di questi pensieri in libertà. Credo che, per se stesso e per il Comune che rappresenta farebbe bene a chiedere immediatamente scusa e a dimettersi dall'incarico". Lo scrive, in un post su Facebook, il responsabile nazionale cultura e spettacolo del Pd Davide Di Noi commentando il post dell'assessore comunale alle Politiche per la mobilità Claudio Mazzanti. "ll minimo che l'assessore Mazzanti possa fare è chiedere scusa e dimettersi. Uno, perché al di fuori della simpatia o meno che si può provare per qualcuno, certe cose non si devono dire, ancora più se si è nelle istituzioni Due perché essendo assessore di un comune, accosta il fango delle sue parole a Bologna e questo non è ammissibile". Lo scrive su Facebook la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni. "Il commento su Flavio Briatore, postato dall'assessore Pd di Bologna, Claudio Mazzanti, è assolutamente inqualificabile, indegno di un rappresentante delle Istituzioni". Lo dichiara, in una nota, Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia. "Io non ho augurato la morte a nessuno - non fa dietrofront Mazzanti -: spero stia meglio. L'agire di Briatore, nelle settimane scorse, è stato poco rispettoso nei confronti dei morti da coronavirus, dei lutti, e nei confronti di lavoratori che, durante l'emergenza sanitaria, hanno mandato avanti il Paese. Giustizia divina? Era una battuta".

Riccardo Pelliccetti per “il Giornale” il 26 agosto 2020. Gli odiatori di professione si ripresentano puntuali come orologi svizzeri. Nel mirino ora c'è Flavio Briatore, che ha contratto il Coronavirus assieme a una sessantina di dipendenti del Billionaire, il suo locale di Porto Cervo. L'imprenditore settantenne è stato ricoverato all'ospedale San Raffaele di Milano, struttura in cui opera anche il professor Alberto Zangrillo, primario dell'unità operativa di anestesia e rianimazione. Che cos' hanno in comune i due personaggi? In questo periodo di pandemia, l'imprenditore ha più volte lanciato critiche pesanti contro il governo e la «dittatura sanitaria», responsabili a suo dire di aver frenato la ripresa economica e bloccato le riaperture di molti esercizi, compresi i locali notturni. Zangrillo, dal canto suo, ha sempre esortato a non farsi condizionare dagli allarmismi, rifiutando il catastrofismo: prudenza sì ma non terrore. Insomma, chi per un motivo e chi per un altro, i due sono stati definiti, assieme a molti altri personaggi illustri, «negazionisti» del virus. La verità ha sfaccettature diverse, ma si sa, quando sui social media gli odiatori si mettono in azione è inevitabile che si scateni una campagna di livore senza precedenti. Il primario del San Raffaele è finito sotto il maglio per aver condiviso una vignetta in cui si sottolineava che ogni giorno muoiono centinaia di persone per tumore o malattie cardiocircolatorie rispetto a alle 4 di Covid-19. Apriti cielo. «Pessimo gusto», «nessun rispetto per chi è morto o ha sofferto», «da tutti potevamo aspettarci una vignetta così, ma non da un medico», sono stati i messaggi social meno ingiuriosi. Ma l'apoteosi è stata raggiunta ieri, dopo la notizia del ricovero di Briatore che, piaccia o non piaccia, è un imprenditore di successo e scatena invidie sociali e politiche, visto che è un non allineato. La battaglia del patron del Billionaire sulle riaperture ha così scatenato la rabbia repressa di molti che con soddisfazione parlano di nemesi, di karma. «Briatore ricoverato per Covid. È proprio vero che il karma esiste, almeno adesso forse la smette di sparare stronzate» oppure «Sarà brutto a dirsi, ma quanto gongolate da 1 a 10 per il focolaio del Billionaire? Io 25. Alla faccia di c... di quel gran c... flaccido di Briatore e dei suoi illustri clienti ricchi e poveri». Un odio senza limiti. «Se dico quello che penso su Briatore mi denunciano. Lasciamo fare al karma il suo corso». Ci sono anche repliche sarcastiche alla disponibilità offerta da Briatore a Salvini per fermare «il governo di incapaci»: «Se ti chiama adesso manco hai il fiato per rispondergli». Qualcuno ha usato l'ironia: «Siamo tutti d'accordo che Briatore è vittima di un complotto dei poteri poveri?». Nessuno gli augura di morire, ma se accadesse non ne sarebbero tanto dispiaciuti. «Non è karma e non bisogna far passare il concetto che se sei ammalato sei colpevole - ha scritto Marco su twitter - però non è nemmeno un caso, perché se hai delle idee di m in testa corri più rischi». Infine, ci sono i messaggi finti buonisti, come quello dell'ex grillino Lorenzo Tosa. «Ora, il male non si augura a nessuno. Mai. Ma, se c'è una persona che in queste settimane non ha fatto nulla per proteggere se stesso e di tutto per infettare altre persone, avendo la responsabilità diretta o indiretta di centinaia di contagi, ebbene, quello è Flavio Briatore». Tosa ha concluso il messaggio con un augurio di guarigione a Briatore, per «poi sparire da questo Paese». Bell'Italia.

Giorgio Gandola per “la Verità” il 26 agosto 2020. «Il vecchio ha il Covid, ben gli sta». È il brivido caldo di questa estate marcia, è la voce dal sen fuggita del pensiero unico di sinistra, quello allarmista per sopravvivenza politica, alla notizia che sembra già un contrappasso: Flavio Briatore ricoverato con la febbre. Ed è vero, l'imprenditore del divertimento che più di ogni altro ha contestato la filosofia chiusurista del governo è in un letto dell'ospedale San Raffaele di Milano. È arrivato domenica sera per un controllo, come precisa un comunicato del suo staff: «Accusava leggera febbre e sintomi di spossatezza. Dopo essere stato sottoposto a check-up generale, resta sotto controllo medico. Le sue condizioni sono stabili e buone, lo stesso Briatore tiene a ringraziare per le tante manifestazioni di affetto e interesse alla sua salute ricevute in queste ore».Negli ultimi giorni aveva polemizzato con il governo, aveva incontrato Silvio Berlusconi a Villa Certosa, aveva giocato a calcio in Sardegna con Sinisa Mihajlovic (positivo), Paolo Bonolis, Renzo Rosso, Diego Della Valle, Fabio Rovazzi. La cronaca finisce qui. Niente terapia intensiva, niente ossigeno, nessuna libbra di carne per gli avvoltoi social che dal primo minuto si sono avventati su di lui per banchettare sul suo stato di salute, tuffandosi come Stukas per mitragliare quell'Italia che ancora osa pensare - anzi osa sperare - che ci sia vita oltre il virus cinese. Briatore vittima degli haters è perfino una non-notizia poiché nessuno è antropologicamente più lontano dal pauperismo di ritorno, dalla decrescita infelice, dalla logica dei bonus a pioggia e dall'elemosina di Stato del manager di Cuneo. Briatore è un destinatario vivente di invidia sociale al quale si perdona solo di avere scoperto Michael Schumacher una vita fa. Rappresenta tutto ciò che a sinistra di Paperino si detesta per non essere in grado di imitare: la vita di eccessi, l'attico a Montecarlo e a Londra, le compagne gnocche, le pantofole con le iniziali (sono tollerate solo quelle di Lapo Elkann, gli italiani restano pur sempre sudditi di certe famiglie), la protervia trumpiana, la simpatia per la libertà d'impresa. E il Billionaire. Proprio la sua discoteca vip nel cuore (o nello stomaco, dipende dai gusti) della Costa Smeralda è al centro da qualche giorno del caso politico più serio nell'agosto da Covid: l'ordinanza del sindaco di Arzachena con coprifuoco a mezzanotte, i primi contagi fra il personale, la chiusura anticipata il 17 agosto, i 63 positivi registrati dopo tamponi a tappeto (è un focolaio e sulla prevenzione ci sarebbe molto da approfondire), le inutili proteste del nostro. Billionaire chiuso, sbarrato, ripassare fra un anno. Niente sciabolate al collo delle magnum di champagne, niente Ferrari gialle parcheggiare davanti, niente fate dall'abbronzatura integrale o calciatori in caccia. Il sindaco grillino Roberto Ragnedda, che qualche anno fa portava le casse di acqua minerale alla discoteca passando dalla porta di servizio, ha deciso di far sprangare quella principale per evitare il moltiplicatore sociale della paura. Scelta istituzionale legittima, ma non per Briatore che contro quelle misure restrittive di era scagliato: «Le discoteche sono il capro espiatorio. È incredibile, questo è il virus del panettiere, che di giorno non lavora e di notte lavora. Seduto non ti attacca, in piedi sì. Vive al buio, esce fuori con i pipistrelli». Il primo cittadino gli aveva risposto con sarcasmo: «L'ordinanza l'abbiamo fatta per proteggere soprattutto gli anziani come lei». La diatriba aveva cristallizzato come al solito gli schieramenti e il ricovero del Napoleone di Porto Cervo oggi fa ridere sotto i baffi gli odiatori. I quali si dividono in tre categorie. Ci sono i beceri integrali: «Dopo Bolsonaro e Boris Johnson, anche Briatore ricoverato per coronavirus. Anche se non credi al Covid, il Covid crede in te». Ci sono i benaltristi di complemento: «Al Billionaire ci sono più contagiati che sui barconi di migranti». E ci sono i perdonisti da sacrestia, subdoli e raffinati, che in sintesi dicono: «Guarisca e poi chiesa scusa». Sono i più ipocriti, quelli con il manganello foderato di gommapiuma e meritano un piccolo approfondimento da spiaggia. Sono giornalisti progressisti, intellettuali da seconda serata, piccoli politici. Tutti convinti che nella prima parte della frase sia necessario fare gli auguri al malato, ma nella seconda sia doveroso sottolineare quanto avesse torto nel suo diverso pensare. Come se il virus fosse un agente purificatore; come se la penitenza necessaria per ottenere la guarigione sia l'allinearsi ai salmi millenaristi del potere. Due esempi: «Gli auguro di guarire così in fretta da avere tutto il tempo per cambiare atteggiamenti nei confronti della salute, della Sardegna, del turismo»; «Se hai delle idee di merda in testa corri più rischi». Ed ecco il trionfo gauchiste, la malattia come colpa, come stigma sociale. Era dai tempi di Ippocrate che non passava un simile, squallido concetto.Nelle parole che inchiodano Briatore alle sue peraltro legittime convinzioni c'è la consueta doppiezza dei buoni per decreto, la sincera gratitudine della maggioranza per questo virus finalmente governativo che deve piegare le coscienze e liberare il giardino dell'Eden da pericolosi e diseducativi serpenti. La summa di tutto ciò è nel commentino di Selvaggia Lucarelli: «Briatore curato da Zangrillo, un negazionista curato da un negazionista. Insomma». Ballando sotto le stelle tutto diventa leggero e feroce. Silenzio, parla il virus e non sono ammesse mezzetinte, valgono solo i Dcpm di sua maestà Giuseppe Conte. Il Covid maggiordomo è un'arma decisiva, certamente favorevole all'accordo Pd-5 stelle. Vuole il Mes e voterà Sì al referendum sui parlamentari.

Sarebbe troppo facile dire “Briatore se l’è cercata”: infatti è così. France3sco Specchia il 26 agosto 2020 su Il Quotidiano del Sud. Ora sarebbe troppo facile parlare di un arabesco del karma (parola che di ’sti tempi va orribilmente di moda). Ora sarebbe troppo facile dire che se Flavio Briatore, padanissimo di Cuneo, Donald Trump d’Italia senza – per fortuna – il cotè politico e affermato imprenditore del Billionaire, dopo aver menato per giorni il torrone sull’inutilità di chiudere le discoteche causa Covid, oggi, contagiato egli stesso, si ritrova vittima dei suoi stessi sproloqui. Ora sarebbe troppo facile raccontare la scoperta spiazzante della malattia: una lieve febbricciattola, il respiro mozzato il mitico professor Zangrillo che a Milano prima gli diagnostica un raffreddore e poi lo ricovera perché “in condizioni serie” causa Coronavirus. Oggi sarebbe troppo facile citare la blogger Selvaggia Lucarelli la quale, seppure inelegantemente, di Briatore aveva evocato la sciatteria, l’arroganza, l’attacco inconsulto al sindaco sardo di Arzachena, Ragnedda, che chiudeva i locali per «difendere gli anziani proprio come Briatore»; e Briatore, di rimando, aveva ancor meno elegantemente apostrofato il primo cittadino come l’ennesimo «grillino contro il turismo, uno che non ha mai fatto un cazzo tutta la vita». E qualcuno qui, fa notare che se mettessero una tassa sulle parole improvvide, Briatore le filtrerebbe col bulino.

SAREBBE TROPPO FACILE…Oggi sarebbe troppo facile constatare che Briatore, col suo tono da cumenda anni 80 pare sempre vivere in un’eterna puntata di The Apprentice, dove può insinuare allegramente che tutti siano dei coglioni (dai politici agli albergatori della Puglia che fanno un «turismo da barboni»), mentre lui si dipinge come un incrocio esaltante tra Henry Ford e Gordon Gekko del film Wall Street, anche se poi Gordon Gekko finisce in galera.

Oggi sarebbe troppo facile confondere le babbucce, i parei, le morose giovani modelle, gli yacht, insomma lo stile di vita sopra le righe di Briatore (che ha una scala di valori evidentemente diversa dalla mia) con quello che gli è accaduto. Oggi sarebbe troppo facile perdersi nella retorica del “ben gli sta”, come è successo con Johnson e Bolsonaro che hanno negato le nefandezze del Coronavirus e se lo sono beccato quasi per invocazione divina anche se in forme diverse e non eccessivamente virulente. Oggi sarebbe troppo facile lasciarsi andare all’ansia punitiva verso il Briatore businessman da caricature di Crozza. E dimenticare che Briatore, invece, è anche e soprattutto un padre; è un signore che denuncia da sempre una burocrazia omicida e un sistema tributario oggettivamente ingiusto; è un imprenditore che dà lavoro a intere famiglie e che contribuisce al sistema produttivo d’Italia pure se paga solo in parte le tasse in Italia. Oggi sarebbe troppo facile scrivere tutto questo. Sarebbe troppo facile. Ma io, da italiano medio, sono per le cose terribilmente semplici…

Schiaffo dalla figlia di Strada: "Briatore ha sempre un letto". Polemiche sul post dell'ex presidente di Emergency: "Briatore supererebbe un altro lockdown e troverebbe sempre un letto di intensiva. Invece noialtri, i nostri parenti e i nostri amici forse no". Federico Garau, Giovedì 27/08/2020 su Il Giornale.  Proseguono senza sosta le polemiche scaturite attorno a Flavio Briatore ed al suo stato di salute: prima la notizia del ricovero in ospedale in condizioni definite "serie" causa Coronavirus, diffusa da "L'Espresso", poi la smentita ufficiale da parte dell'entourage e dello stesso imprenditore, che hanno parlato invece di una prostatite. Infine l'analisi del tampone faringeo al momento del ricovero che ha rivelato la positività di Briatore al Covid-19. Un susseguirsi di eventi in rapida successione che non ha impedito comunque ai detrattori dell'imprenditore di accanirsi contro di lui. A far discutere in queste ore è il contenuto di un tweet pubblicato da Cecilia Strada, figlia di Gino nonchè ex presidente della Ong "Emergency". L'imprenditore viene tirato in ballo per citare le tanto decantate norme di sicurezza anti Covid, ma l'incipit del post è un modo per esprimere polemicamente la propria consapevolezza che per alcuni (tra cui appunto lo stesso Briatore) ammalarsi o subire le conseguenze di un ulteriore lockdown sarebbe più semplice. "Comunque vorrei ricordare che #Briatore supererebbe un altro lockdown e troverebbe sempre un letto di intensiva. Invece noialtri, i nostri parenti e i nostri amici forse no, perciò noialtri mascherina, igiene delle mani, distanze e smettiamo di comportarci da stronzi, grazie", scrive sul suo profilo Twitter Cecilia Strada. Tra i commenti entusiasti di alcuni follower ecco comunque spuntare qualche voce fuori dal coro, che ricorda in primis all'ex presidente di "Emergency" come anche la sua condizione non sia proprio del tutto equiparabile a quella di un cittadino qualunque. "La figlia di Gino strada, si definisce "noialtri". Lei troverebbe posto immediatamente, ' Noialtri', forse no. Lei fa parte, suo malgrado dei "voialtri"". "E su che base dichiara ciò?", replica un altro internauta. "Sta forse mettendo in dubbio l'efficienza del SSN o che questo si comporti in maniera selettiva o discriminatoria?". Nella replica al post la Strada tenta di correggere il tiro: "No. È un modo per dire: se fossero finiti i posti negli ospedali pubblici, uno molto ricco potrebbe allestirsi una terapia intensiva privata. Gli altri no". "Le risulta che sia in terapia intensiva? In quanto a fake news siete insuperabili... purtroppo la menzogna la avete nel vostro Dna... e la verità vi ripugna", affonda un utente, a cui fa eco un altro commento: "In Italia ci sono 66 persone in terapia intensiva, i giornalisti stanno attuando un terrorismo mediatico paragonando i positivi di oggi a quelli di maggio. Oggi i test sono di piu e soprattutto mirati. Briatore difende l’economia che poco interessa a certe sfere politiche".

Alba Parietti contro l’amico Briatore: “Ha sbagliato”. Notizie.it il 27/08/2020. Alba Parietti ha apertamente criticato Flavio Briatore per la troppa leggerezza da lui usata rispetto all'emergenza Coronavirus. Alba Parietti si è scagliata contro il suo amico Flavio Briatore, risultato positivo al Coronavirus insieme ad altri 50 ed oltre dipendenti del Billionaire. La showgirl ha affermato che Briatore avrebbe “usato troppa leggerezza” in un momento in cui invece era necessaria prudenza. Alba Parietti ha fatto i suoi migliori auguri di pronta guarigione a Flavio Briatore, ma ha anche colto l’occasione per affermare quanto secondo lei l’imprenditore abbia sbagliato a non usare maggiore prudenza in piena emergenza Coronavirus, a rischio suo e delle persone a lui vicine. “Flavio Briatore è un mio caro amico, ma stavolta ha commesso un errore”, ha dichiarato la showgirl, specificando che l’imprenditore avrebbe messo i guadagni al primo posto a discapito della salute. Nei giorni scorsi Briatore era passato anche a trovare Silvio Berlusconi, risultato negativo a due tamponi consecutivi. Alba Parietti ha affermato che la principale differenza tra i due è che Berlusconi avrebbe usato prudenza e non si sarebbe avventurato per luoghi affollati o al chiuso mentre era in Sardegna: “Silvio Berlusconi si è mosso con grande cautela evitando di frequentare locali pubblici. Insomma, non credo che chiunque sia andato in vacanza lì sia tornato con il virus: per fortuna”. In queste ore Briatore è al centro di un’accesa valanga d’odio per il numero sempre più alto di contagi al Billionaire. Inoltre in molti si sono scagliati contro l’imprenditore per il suo selfie con sorriso direttamente dal letto dell’ospedale in cui è ricoverato.

Flavio Briatore con il coronavirus, Alba Parietti: "La differenza tra lui e Silvio Berlusconi". Libero Quotidiano il 27 agosto 2020. "Flavio Briatore è un mio caro amico, ma stavolta ha commesso un errore". Alba Parietti, intervistata da La Stampa, commenta così la notizia del contagio da coronavirus dell'imprenditore e manager del Billionaire. "La salute viene prima del business - spiega l'attrice -. Questa era un'estate strana, dove bisognava agire con il massimo della prudenza. Peccato che in realtà le reazioni alla pandemia siano state paradossali". Come la linea politica imposta dal governo: "Non ha senso privarsi di servizi essenziali come la scuola, costringere i parrucchieri e gli estetisti a bardarsi come astronauti e poi aprire le discoteche a centinaia di persone rigorosamente prive di mascherina. Se poi pensa che invece con il teatro, il cinema e la musica si è andati giù pesantissimi creando una crisi molto forte per il settore, ecco che l'idea di tenere aperte le discoteche risulta ancora più paradossale". "Ma vogliamo parlare degli aerei? La favola del distanziamento in cabina o, ancora peggio, l'assembramento e la totale disorganizzazione negli aeroporti. Insomma, si sono adottati provvedimenti incongruenti. Poi sfido chiunque a non ammettere di aver compiuto qualche leggerezza, una volta terminato il lockdown. Si è vissuta la fine della quarantena come un 'liberi tutti'. Ma un conto è penalizzare per legge una categoria professionale non toccandone altre e un conto sono i comportamenti individuali". E Briatore come sta? "Non sono la Santanchè, non sono così informata sulle condizioni della sua prostata. Certo, spero guarisca in fretta. Va detto però che, nella medesima situazione, nel senso che anche lui si trovava in Sardegna negli stessi giorni, Silvio Berlusconi si è mosso con grande cautela evitando di frequentare locali pubblici. Insomma, non credo che chiunque sia andato in vacanza lì sia tornato con il virus: per fortuna".

Emanuela Minucci per la Stampa il 27 agosto 2020. Alba Parietti è appena tornata da Ibiza dove ha trascorso, in una casa privata, una vacanza di quasi due mesi. E anche lì, dove la parola «movida» è nata, il virus non ha mai scherzato.

«Però devo ammetterlo, le regole erano molto più ferree di quelle italiane - racconta - in spiaggia il distanziamento era rispettato, e quando non c'era arrivavano i poliziotti che staccavano multe da 100 euro...».

E le discoteche?

 «Quelle erano rigorosamente chiuse, un provvedimento che ho condiviso in pieno. Non ha senso privarsi di servizi essenziali come la scuola, costringere i parrucchieri e gli estetisti a bardarsi come astronauti e poi aprire le sale da ballo a centinaia di persone rigorosamente prive di mascherina. Se poi pensa che invece con il teatro, il cinema e la musica si è andati giù pesantissimi creando una crisi molto forte per il settore, ecco che l'idea di tenere aperte le discoteche risulta ancora più paradossale».

Quindi Flavio Briatore - e con lui altri imprenditori del divertimento in Costa Smeralda - hanno sbagliato ad attaccare i sindaci che, alla fine, hanno ordinato la chiusura di questi locali?

«Flavio è un mio caro amico, ma stavolta ha commesso un errore: la salute viene prima del business. Questa era un'estate strana, dove bisognava agire con il massimo della prudenza. Peccato che in realtà le reazioni alla pandemia siano state paradossali».

In che senso?

«Le ho fatto prima l'esempio dei coiffeur. Ma vogliamo parlare degli aerei? La favola del distanziamento in cabina o, ancora peggio, l'assembramento e la totale disorganizzazione negli aeroporti. Insomma, si sono adottati provvedimenti incongruenti. Poi sfido chiunque a non ammettere di aver compiuto qualche leggerezza, una volta terminato il lockdown. Si è vissuta la fine della quarantena come un "liberi tutti". Ma un conto è penalizzare per legge una categoria professionale non toccandone altre e un conto sono i comportamenti individuali».

 Lei ha un figlio, Francesco, di 38 anni, anche se non è un ragazzino è mai stata in apprensione per lui in questi mesi?

«Lui è molto più posato di me, pensi che non ha nemmeno voluto seguirmi in Spagna. Ha fatto vacanze molto tranquille in Italia. Detto questo c'è una bella differenza tra il muoversi con prudenza, passo dopo passo, e pretendere che tornino le chiusure a tappeto. Io sono con Papa Francesco: "Non si può vivere sani in un mondo malato. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. E ora ne paghiamo le conseguenze". Mando i miei più calorosi auguri a Flavio e a tutti coloro che sono stati contagiati dal Covid-19, tifo per Cipriani e gli altri amici che lavorano nella ristorazione, ma ripeto, la salute deve venire prima degli affari».

Ha per caso notizie sulla salute di Briatore?

«No guardi, non sono la Santanchè, non sono così informata sulle condizioni della sua prostata. Certo, spero guarisca in fretta. Va detto però che, nella medesima situazione, nel senso che anche lui si trovava in Sardegna negli stessi giorni, Silvio Berlusconi si è mosso con grande cautela evitando di frequentare locali pubblici. Insomma, non credo che chiunque sia andato in vacanza lì sia tornato con il virus: per fortuna».

Pietro Senaldi a L'aria che tira: "Il Billionaire di Briatore si può chiudere, gli hotspot di migranti di Musumeci no?" Libero Quotidiano il 27 agosto 2020. "Non capisco perché si può chiudere il Billionaire per emergenza sanitaria e non gli hotspot in Sicilia". Pietro Senaldi, in collegamento con L'aria che tira su La7, affronta il tema del coronavirus e dei contagi in crescita sgombrando il campo da ogni ipocrisia. "Il governatore siciliano Nello Musumeci vuole chiudere i centri di accoglienza non perché ospitano gli immigrati, altrimenti li avrebbe già chiusi, ma perché non hanno condizioni sanitarie adeguate, tant'è vero che si trasformano in focolai". "Ognuno vede il problema che ha in casa - spiega il direttore di Libero -: in Sicilia, la percentuale di contagiati tra i migranti in proporzione al resto della popolazione molto più alta rispetto alle altre regioni, a marzo e aprile la Sicilia era Covid-free. Terza e ultima cosa: questo caravanserraglio si inserisce nella questione immigrazione. La maggioranza giallorossa vuole favorire l'immigrazione, trasformando i clandestini in profughi con una crocetta. E gli italiani sono contrari".

Flavio Briatore, Daniela Santanché a In Onda: "Chi lo dice che è positivo?", la telefonata che ribalta tutto. Libero Quotidiano il 25 agosto 2020. Daniela Santanché è una delle persone più vicine a Flavio Briatore. Ospite a In Onda su La7, la senatrice di Fratelli d’Italia ha svelato di aver già parlato tre volte con l’imprenditore nelle ultime ore. “Voi date per scontate tutta una serie di cose - ha dichiarato la Santanché - Flavio è stato ricoverato per l’infezione alla prostata che è recidiva, gli era già successo tre e sei mesi fa. Si trovava a Montecarlo con la febbre, ha chiamato Alberto Zangrillo che lo ha sempre curato”. A questo punto Luca Telese e David Parenzo le chiedono di fare ulteriormente chiarezza: “Quindi lei dice che non è positivo al coronavirus?”. “Io posso dire che è stato ricoverato per la prostata - è la replica della Santanché - io ad oggi non ho l’evidenza dell’esito del tampone, ma di sicuro dopo avergli parlato tre vuole posso dire che tutti quelli che parlano di condizioni serie, di Briatore che sta male spargono soltanto fake news perché lui sta bene”. 

Daniela Santanchè e Alessandro Sallusti, botta e risposta tra ex: "Vederla che balla…”, "Ho qua i complimenti". Libero Quotidiano il 28 agosto 2020. I contagi da coronavirus al Billionaire stanno diventando un vero e proprio caso, tanto che ora viene tirata in mezzo anche Daniela Santanchè. Ad accusare la senatrice di Fratelli d'Italia, nonché social del club Twiga di Marina di Pietrasanta (Toscana), proprio l'ex compagno Alessandro Sallusti. Il direttore del Giornale, in un editoriale a ridosso di una serata nel locale, scriveva così: "Vedere un video della senatrice Daniela Santanchè di Fratelli d'Italia che balla in pista senza mascherina invitando i ragazzi a fare altrettanto e a ribellarsi ai divieti, mi lascia perplesso. Parla da proprietaria di discoteche che deve salvare il fatturato della sua azienda o da senatrice che dovrebbe avere a cuore i giovani italiani che rischiano una brutta malattia?". Una frecciatina che non è piaciuta alla diretta interessata che ha subito replicato: "Ame vengono a fare lezioni sul coronavirus? Io qua ho i complimenti di tutte le forze dell'ordine della Versilia che hanno fatto i controlli, ho il riconoscimento di tutte le Asl per come ci siamo comportati al Twiga, ho anche le telefonate con Patuanelliiiiii". Niente da aggiungere, dunque.

Tommaso Labate per corriere.it il 27 agosto 2020. «A me vengono a fare lezioni sul coronavirus? Io qua ho i complimenti di tutte le forze dell’ordine della Versilia che hanno fatto i controlli, ho il riconoscimento di tutte le Asl per come ci siamo comportati al Twiga, ho anche le telefonate con Patuanelliiiiii». Mentre evoca nientemeno che l’interlocuzione con un esponente del (da lei) odiato governo giallorosso quasi urla, Daniela Santanchè. Nei giorni in cui finisce sul banco degli imputati per quella delicata faccenda che l’ha vista miglior attrice non protagonista nella pièce Briatore, ruolo che si è ritagliata dopo aver detto in tv (a In Onda, da David Parenzo e Luca Telese) che l’amico Flavio era stato ricoverato per una prostatite, la Pitonessa ostenta un morso che s’è fatto ancora più velenoso del solito. Che i provvedimenti per il contenimento del contagio fossero in grado di mettere “famiglie contro famiglie”, come il traffico nel film Johnny Stecchino, era messo in preventivo. Un po’ meno che la vicenda ferragostana delle discoteche riaprisse antiche ferite a destra, con Santanché finita al centro di un editoriale del Giornale firmato dal direttore Alessandro Sallusti, doppiamente visibile perché l’autore è anche il suo ex fidanzato. «Vedere un video della senatrice Daniela Santanchè di Fratelli d’Italia che balla in pista senza mascherina invitando i ragazzi a fare altrettanti e a ribellarsi ai divieti, mi lascia perplesso. Parla da proprietaria di discoteche che deve salvare il fatturato della sua azienda o da senatrice che dovrebbe avere a cuore i giovani italiani che rischiano una brutta malattia?», annotava Sallusti il 18 agosto. Il giorno prima, dal suo profilo Instagram, la fidanzata del direttore del Giornale Patrizia Groppelli ripubblicava il video della Santanché danzante sulle note del tema del film “Paradise”, corredando il post da righe senza eufemismi: «Ve l’avevo detto del karma… Dopo questo video il karma esiste. E se mi conoscete sapete che non ho bisogno di rosicare. Il Covid è una roba seria, specialmente qui in Versilia. Quando ce vo’ ce vo’». «Di queste cose e questi attacchi non parlo mica», ha risposto Santanchè agli amici. «Da destra non mi ha attaccato nessuno. Chi l’ha fatto, s’è mosso evidentemente per questioni personali», insiste senza ovviamente cadere nella tentazione di citare nessuno. Il suo negazionismo nei confronti del virus s’è trasformato in negazionismo del negazionismo; il suo invito alla ribellione in obbedienza cieca ai Dcpm del governo. «Che mi vengano a dire dove ho scritto o sostenuto che non bisognava rispettare le regole», ripete in continuazione. «Ma lo sapete o no che al Twiga si ascoltava solo musica e basta? Lo sapete o no che al Twiga c’era il divieto di ballare? Esistono su Instagram dei video in cui si vede la sottoscritta che apre la serata dicendo “signore e signori, qua quest’anno non si balla…”». Il video in cui a ballare era lei è evidentemente derubricato a danza leggera, con una distanza di sicurezza che andrebbe sottoposta al vaglio della sala Var di una partita di calcio (anche se le mascherine non c’erano, e questo si vedeva a occhio nudo). E poi c’è il caso Briatore. «Ma l’avete letto il comunicato del San Raffaele, in cui si precisa che Flavio era stato ricoverato per altra patologia? Certo, loro per privacy non potevano citare la prostatite. Io, che avevo prima parlato con lui, sono stata più chiara…»”. Nessuna negazione, nessuna ribellione, niente, insomma. Dal banco degli imputati, Santanchè ripete in continuazione «lo giuro». L’altro giorno ballava Paradise, sulla strofa “you kiss me once / I’ll kiss you twice”, tu mi baci una volta, io ti bacerò due volte. Di baci in questa storia, però, non se ne vedono più.

Alberto Zangrillo e Flavio Briatore positivo al coronavirus, "due diagnosi sbagliate". Il fango sul medico. Libero Quotidiano il 26 agosto 2020. Dopo Flavio Briatore positivo al coronavirus, anche Alberto Zangrillo finisce nel mirino del Fatto quotidiano e di Selvaggia Lucarelli. E non poteva essere altrimenti, perché la vulgata dei talebani del Covid il primario di rianimazione del San Raffaele di Milano (che contro l'epidemia ha combattuto per mesi in prima linea, a differenza dei commentatori) passa per essere un "negazionista". Quale occasione migliore per metterne in dubbio i meriti professionali, se non l'amicizia col contagiato eccellente Briatore? Lo scorso 19 agosto, intervistato da Nicola Porro, il manager del Billionaire rivelava: "Ho parlato stamattina con Zangrillo, mi ha detto: 'È un raffreddore'. Io l'altro giorno ho avuto anche la febbre era un raffreddore, non esistono più raffreddori, tumori e polmoniti, è tutto Coronavirus!". "Quindi - chiosa la Lucarelli - Briatore in Sardegna ha avuto la febbre, ma ha continuato a fare vita sociale e viaggiare. E questo in virtù di una diagnosi telefonica del professor Alberto Zangrillo, quello che 'il virus è clinicamente morto'. Si vede che il virus al Billionaire è clinicamente resuscitato. Sarà il Cristal".  Ironie a parte, la Lucarelli ripesca anche una vecchia intervista di Briatore: "A marzo aveva raccontato in tv di aver avuto già il Covid perché a dicembre quando ancora non si parlava di coronavirus era stato male e sempre Zangrillo, con senno di poi, lo aveva chiamato a emergenza scoppiata dicendogli: 'Quello era sicuramente Covid'. Insomma, una seconda diagnosi telefonica sbagliata, questa volta pure retroattiva. C'è da chiedersi se Zangrillo operi via Whatsapp, a questo punto". Chissà, magari il Fatto indirà una campagna per farlo radiare dall'ordine dei medici.

Francesco Rigatelli per “la Stampa” il 27 agosto 2020. Si sente un leone in gabbia, anzi in ospedale, invidiato e per questo odiato da quasi tutti. Flavio Briatore, 70 anni, ieri è rimasto attaccato al telefono dal suo letto nel reparto a pagamento dell'ospedale San Raffaele di Milano. I problemi non mancano: ristoranti chiusi, dipendenti malati, amici e famigliari preoccupati. A un certo punto il manager si è fatto un selfie per mostrare il suo stato di salute, i capelli tirati indietro, la barba incolta, un sorriso malaticcio e la mascherina appesa a un orecchio. La storia su Instagram è durata poco prima di essere cancellata. C'è poco da ridere, lo hanno consigliato i suoi. E lui, il leone in ospedale, ha pensato di non farsi vedere troppo in disarmo. Per fortuna sta bene. Lo ha riferito anche l'ex moglie Elisabetta Gregoraci, dopo avergli parlato e prima di postare pure lei su Instagram un bombolone alla crema notturno e la copertina di Chi, che la ritrae come partecipante al Grande Fratello vip, a cui dichiara: «Entro nella casa da single, ma non escludo di potermi innamorare». Intanto Briatore resta sotto controllo, come da prescrizione del suo amico medico Alberto Zangrillo, e dopo un giorno di silenzio il San Raffaele, a firma dei dottori Giulio Melisurgo e Pasqualino D'Aloia, riferisce di «una specifica patologia diversa da Covid-19» avvalorando così la versione anticipata da Daniela Santanchè e ripetuta dallo stesso Briatore («una prostatite») e che il manager «è stato sottoposto prima del ricovero, come tutti i pazienti, al tampone rinofaringeo per il rilevamento del coronavirus». Il diavolo però sta nei dettagli, perché continuano i medici: «Il tampone è risultato positivo e di conseguenza a Briatore è stato applicato il protocollo standard che prevede l'isolamento e l'utilizzo dei dispositivi di protezione individuale necessari in caso di positività». Insomma, il manager avrebbe fatto il tampone domenica prima del ricovero e in seguito al risultato sarebbe stato curato, mentre ancora martedì sera dal letto del reparto rispondeva al "Corriere" di non sapere di essere positivo. In precedenza il comunicato del suo staff parlava di leggera febbre e spossatezza e già a dicembre Briatore era stato male per dieci giorni. Allora chiamò Zangrillo del San Raffaele, che qualche mese dopo gli avrebbe detto che aveva avuto il coronavirus. Mentre mercoledì scorso, in una videointervista su Facebook con Nicola Porro, Briatore dal suo ristorante "Crazy Pizza" di Montecarlo ha dichiarato: «Ci sono 3-4 morti al giorno, gente anziana e malata. Ho parlato stamattina con Zangrillo e dice che è un raffreddore. Io l'altro giorno ho avuto la febbre, era un raffreddore». E per quanto la catena epidemiologica sia complessa da ricostruire c'è chi avanza dubbi sui controlli che avrebbero permesso a Briatore, con febbre e sintomi, non solo di tenere aperti i suoi locali, ma di viaggiare tra Porto Cervo, Montecarlo e Milano, mentre i suoi dipendenti e clienti sono in ospedale o in quarantena in Sardegna. Il barman del Billionaire a 59 anni è in terapia intensiva a Sassari dopo essere risultato positivo al tampone.

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 27 agosto 2020. Il giallo Briatore ha svariati protagonisti. L'imprenditore del Billionaire, naturalmente, che posta e subito cancella una sua foto sorridente con mascherina a penzoloni dal letto d'ospedale, anche se spettinato e un po' acciaccato. La socia Daniela Santanché, che insiste: «Cosa avevo detto? Era prostatite». Il professor Alberto Zangrillo, scettico del Covid, primario di terapia intensiva che lo cura benché il tycoon non sia in terapia intensiva. Flavio Briatore è grave. No, sta bene. Ha un'infiammazione alla prostata. No, è stato contagiato nel suo locale in Sardegna. Dopo una giornata di indiscrezioni, frasi sibilline e verità da interpretare, è il San Raffaele a fare chiarezza con un comunicato che intende spegnere le polemiche: Briatore ha contratto il coronavirus e il suo ricovero nel reparto solventi non ha violato alcun protocollo. L'imprenditore settantenne è arrivato domenica nella struttura milanese «per una specifica patologia diversa da Covid-19» e non ha avuto un trattamento privilegiato visto che «al signor Briatore è stato applicato il protocollo standard». Prima del ricovero, «come tutti i pazienti, è stato sottoposto al tampone rinofaringeo per il rilevamento del Coronavirus SARS-Cov-2». Il test «è risultato positivo» e per il tycoon è scattata la procedura: «Isolamento e utilizzo dei dispositivi di protezione individuale necessari in caso di positività, sia per la sicurezza del paziente, sia per la tutela del personale di reparto e degli altri pazienti ricoverati». L'ospedale ribadisce che «la modalità di ricovero applicata risponde a tutti i requisiti di sicurezza necessari nel rispetto delle norme anti-contagio». Briatore dunque si è rivolto al San Raffaele per problemi diversi dal virus, come precisano Giulio Melisurgo, medico curante, e Pasqualino D'Aloia, direttore delle professioni sanitarie dell'ospedale. L'amica Daniela Santanché non ha lesinato particolari, omettendo tuttavia la positività: «Flavio ha avuto una recidiva di prostatite. È un'infiammazione, tre mesi fa era stato ricoverato, sei mesi fa era stato ricoverato. Si trovava nella sua casa di Montecarlo con la febbre, ha chiamato il professor Zangrillo, è sempre stato lui che ha curato questa sua infezione», ha raccontato la deputata. La scelta dell'ospedale non è casuale: qui c'è Alberto Zangrillo, medico di fiducia di Silvio Berlusconi, e un reparto solventi da hotel a cinque stelle. La stanza di Briatore è nell'area che lo scorso aprile ha ospitato Guido Bertolaso, l'ex capo della protezione civile chiamato dal governatore lombardo Attilio Fontana per costruire l'ospedale in Fiera. La presenza di un reparto Covid per solventi ha lasciato interdetti i dipendenti e sollevato un'interrogazione in consiglio regionale: la prostatite pareva una scorciatoia di Briatore per farsi ricoverare in un reparto d'eccezione sotto l'ala del suo medico curante. Ma l'ospedale smentisce: nessun favoritismo, tutte le procedure sono state rispettate. Eppure quel legame con il professor Zangrillo, con cui condivide posizioni di perplessità sulla diffusone del virus, continuano ad alimentare critiche. Il 19 agosto il manager del Billionaire non stava bene: «Ho parlato stamattina con Zangrillo, mi ha detto: È un raffreddore. Io l'altro giorno ho avuto anche la febbre, invece era un raffreddore. Non esistono più raffreddori, tumori e polmoniti, è tutto coronavirus!». In queste ore difficili l'imprenditore può comunque contare sul conforto degli amici. Come Lapo Elkann: «Ogni essere umano soprattutto nei momenti in cui soffre merita massimo rispetto. Sempre, senza se e ma. Anche con Briatore gli hater stanno dimostrando cosa significa essere beceri. Auguro a Flavio e al suo staff pronta guarigione e agli hater una cura ricostituente di umanità», scrive su twitter. E Daniela Santanché rivendica le sue dichiarazioni sulle condizioni del fondatore del Billionaire: «Io capisco che gli sciacalli fatichino a comprendere l'italiano. Tutto corretto, dal momento che non si aveva ancora l'esito del tampone e il ricovero era per prostatite. Adesso due volte forza, amico mio!».

Alessandro Sallusti per “il Giornale” il 26 agosto 2020. E dire che ben prima di Flavio Briatore, l'idea che il mondo non si poteva fermare per il Covid l' avevano avuta ed esternata con forza in rapida sequenza il sindaco Pd di Bergamo Giorgio Gori, quello di Milano Beppe Sala e il segretario del Pd Nicola Zingaretti. La differenza sostanziale è che i tre avevano e hanno una responsabilità politica e addirittura giuridica nei confronti dei cittadini, Briatore al massimo è responsabile dei suoi locali di intrattenimento dove le persone entrano liberamente (e, a mio avviso, stupidamente di questi tempi) ben sapendo dei rischi che corrono. Intendo dire che se una cavolata la dicono i vertici della sinistra, la scienziata del Fatto Quotidiano Maria Rita Gismondi («si è scambiata un' infezione appena più seria di un' influenza per una pandemia», scrisse il 23 febbraio) o la scienziata tanto amata dai salotti chic Ilaria Capua («il Covid è una forma simil influenzale, usiamo il cervello prima di diffondere notizie allarmistiche») allora si tende a minimizzare e rimuovere; ma se la stessa cosa la dice - da imprenditore interessato al suo business - Flavio Briatore ecco che scatta il linciaggio che non si ferma neppure dopo il suo ricovero all' ospedale per subire accertamenti che non riguardano solo una leggera infezione Covid, ma soprattutto patologie pregresse. Quindi, ammesso anche che Briatore abbia esagerato a difendere il suo mondo, diciamo che è in buona, riverita ma smemorata compagnia. E diciamo che la notizia di ieri non è che Flavio Briatore si è presentato al San Raffaele di Milano per mettersi nelle mani di uno dei più prestigiosi staff medici d' Italia (guidato dal professor Zangrillo), la notizia è che ieri in Lombardia non si è registrato né un decesso né un ricovero in terapia intensiva in seguito a Covid. Il che significa che la sanità lombarda funziona e che il virus ha perso molta della sua carica letale, certo non quella di contagiare. E allora è semplice: limitare i contagi non è compito di Briatore e il governo, a mio avviso, bene ha fatto a non ascoltare i suoi appelli a tenere aperte le discoteche. Si è contagiato, Briatore, negando il problema? Può essere, è la stessa identica cosa successa a Nicola Zingaretti, colpito e semiaffondato dal virus di cui aveva negato con sprezzo l' esistenza e la pericolosità. Male che vada, Briatore (al quale auguriamo di tornare presto in pista anche se non da ballo) è pronto a candidarsi nel Pd.

Da "liberoquotidiano.it" il 17 ottobre 2020. “Se a fine estate Vincenzo De Luca invece di pensare alla mia "prostatite ai polmoni" si fosse impegnato ad aumentare i posti in terapia intensiva, forse oggi non assisteremmo ai suoi decreti raffazzonati”. Flavio Briatore si prende una piccola “rivincita” sul governatore della Campania, che aveva fatto facile ironia sul ricovero di mister Billionaire al San Raffaele di Milano, dove aveva poi scoperto di essere positivo al coronavirus. Ora De Luca ha deciso di firmare un’ordinanza che chiude le scuole fino al 30 ottobre: per Briatore è la dimostrazione della “sua totale incompetenza a discapito del popolo campano che governa. La Campania conta la metà dei posti in terapia intensiva rispetto alla soglia stabilita a maggio dal governo e per cui sono stati stanziati 1,3 miliardi”. L’attacco dell’imprenditore del Billionaire arriva poco dopo quello di Luigi De Magistris: “Il tema non è il trasporto o la scuola, ma è la sanità pubblica. Però ce la si prende con la scuola: De Luca ha chiuso fino al 30 ottobre ma non riaprirà, si arriverà a Natale. Che dubbio c’è, con questi numeri e con l’incapacità di tenerli sotto controllo. Siamo all’inizio di una escalation he porterà al lockdown, magari non quello di massa come il primo ma a quello stiamo arrivando”. 

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 26 agosto 2020. Flavio Briatore ammalato merita la carezza che si dà agli incalliti incoscienti che ballano sul mondo. Ma merita anche il dolce scappellotto di incoraggiamento e di rimprovero che si infligge ai furbi che solo cadendo smontano il mito di se stessi, i famosi figli di puttana come valore nazionale, come genius loci, i simboli estenuati ma irriducibili dell' eterna irresponsabilità italiana. Non la pietà irrisolta che accompagna al Lazzaretto don Rodrigo - «verrà un giorno » - , il cattivo che forse aveva capito o forse no, ma il saluto dolente a una brutta testaccia dura, l' augurio sincero di completa guarigione a un inguaribile impunito, alla simpatia persino della patacca nazionale più sconsiderata. E forse Briatore non sarebbe in quel letto del San Raffaele se il festival dell'irresponsabilità italiana non lo avesse richiamato in servizio permettendo la riapertura delle discoteche e poi ordinandone, ipocritamente, la chiusura subito dopo Ferragosto, quando ormai il danno era fatto. «Ma quando avete riaperto le discoteche, eravate ubriachi?» chiese al governo italiano Linus (Pasquale Molfetta) che delle discoteche è stato a lungo un grande protagonista e ora dirige Radio Deejay e Radio Capital. Insomma è troppo facile maramaldeggiare sulla beffa di questo brutto focolaio del Billionaire, evocare la legge del contrappasso, ricordare le lacrime di Bolsonaro che del virus aveva riso, il vice ministro iraniano della Sanità, Harirchi, che negava il Covid mentre aveva la febbre da Covid, il premier inglese Boris Johnson che portò con sé in terapia intensiva l' immunità di gregge Sembra quasi che il virus sia intelligente e burlone con i negazionisti: prima li usa come utili idioti, li tiene "in caldo", li trasforma in esca e poi, come un piccolo diavolo, invade i polmoni di tutti, anche i loro. Magnificamente Manzoni raccontò gli untori come gli innocenti perseguitati, torturati e uccisi. Ma nel «dagli all' untore» non c' è solo la nevrosi plebea del capro espiatorio. E basta un giro sui social per accorgersi che ora rischiano l' effetto gogna anche gli irresponsabili dei vari Billionaire italiani dove il contagio si propagava mentre veniva negato, con la velocità della musica, con l' intensità del desiderio, con tutti i modi intimi e selvaggi della discoteca, che è sicuramente un' officina creativa ma è anche il capogiro collettivo dei sudori, degli odori, degli umori, dei contatti stretti stretti e poi larghi larghi, in volo per tutta la sala, con il respiro corto, lungo, mozzo, regolare, affannato, e, alla fine, collettivo: «il respiro di un polmone solo» cantava Lucio Dalla. Ma il virus non ha nulla di romantico, è povero e per tutti i polmoni è micidiale come una sciocchezza: i malati, tra i 150 dipendenti del Billionarie, sono più di 59, e non sarà facile individuare e dunque aiutare tutte le persone che ora rischiano, accerchiarli e assediarli per fermare la nuova corsa dell' epidemia. E meno male che Berlusconi, che pure ha incontrato Briatore, è negativo. Mai si deve infierire, neppure su quel vecchio e falso gran signore che sino a ieri, in un video dalla sua Montecarlo inveiva contro le ordinanze del sindaco di Arzachena, contro la chiusura della sua discoteca, in difesa del ballo, dei decibel, della libertà di divertirsi. Si deve infatti al governo italiano e non a Briatore questo pasticcio sul ballo. Neppure a Ibiza le discoteche sono state riaperte e mai Briatore sarebbe riuscito a esibirsi nel suo più vecchio e stanco copione, sempre uguale da quarant' anni: la pagliacciata del deluso d' Italia, della patria ingrata che non capisce né il suo lavoro né il rischio d' impresa. La verità? Il Billionaire, che nel ventennio berlusconiano fu il covo della pacchianeria italiana, dei falsi playboy e dei falsi capitani d' industria (indimenticabile la sera in cui Zucchero smise di cantare e gridò loro "panzoni") era diventato, come in un sequel dei Vanzina, come in un "Sapore di mare 3 e forse pure 4", la ridotta giovanilistica di quegli anziani rifatti e deformati. E invece l' irresponsabilità italiana gli ha permesso di spavaldeggiare come una centrale di resistenza, nientemeno, liberale. In campagna elettorale dunque il ballo è stato spacciato per un valore di destra. Briatore e la sua socia Daniela Santanchè hanno guidato la rivolta contro «le chiusure liberticide», fingendo che nei loro locali di lusso si affollassero davvero i ragazzi italiani. Non era mai accaduto, ed erano già finite e strafinite anche la gozzoviglia e la bulimia delle false eccellenze italiane: Briatore e le sue macchine, Briatore e i suoi trucchi, Briatore e il rollio dello yacht che addormenta il bambino, Briatore e i buffi spocchiosi riccastri di Porto Cervo, Briatore e l' Italia sardoestiva alle ostriche, allo champagne e 43 metri di barca Purtroppo è stato il virus a richiamare tutti alla realtà e alla responsabilità, che è fatta di regole, di prudenza, di buon senso.

Ilaria Ravarino per “il Messaggero” il 26 agosto 2020. Positivo al covid al secondo tampone, dopo essere risultato negativo al tampone veloce, effettuato come tutti a inizio prove, il ballerino Samuel Peron è il primo concorrente di Ballando con le Stelle a mettere la produzione del programma di Milly Carlucci - in onda dal 12 settembre - di fronte all' emergenza coronavirus. Secondo quanto trapelato dall' entourage della conduttrice, una volta riscontrata la positività del concorrente, il protocollo Rai ha imposto l' immediato fermo, sospendendo le prove e obbligando tutti i 60 elementi della produzione a ripetere oggi il tampone. In giornata si saprà anche l' esito del tampone molecolare effettuato per la terza volta da Peron ieri mattina: il ballerino, che nel corso del mese aveva frequentato la Sardegna per lavoro, potrebbe essere costretto a rinunciare al programma. Il tampone dà con certezza negativa la sua partner in scena, Rosalinda Celentano, che con Peron ha condiviso numerose prove e lezioni. Se la positività dovesse riguardare solo una persona, suggeriscono gli interni, il programma non dovrebbe subire slittamenti: se invece dovesse riguardare più di un gruppo di ballerini, potrebbe essere posticipato di un paio di settimane.

Tony Damascelli per il Giornale il 27 agosto 2020. Reduci e sopravvissuti della Costa Smeralda si aggirano tra i canneti di ogni dove, quasi mimetizzandosi, nascondendosi ai più che li evitano, se la svignano al semplice apparire della loro ombra, inseriscono il pilota automatico e svoltano al primo incrocio. I porti restano aperti, per decreto governativo ma Porto Cervo e Porto Rotondo mettono ansia, sfornano profughi e fuggiaschi dai volti ambrati ma con la nuvola di un contagio che li sta trasformando dei moderni untori di Manzoniana memoria.  C'è il pericolo di essere toccati, addirittura sfiorati, non basta la mascherina, nemmeno il gel igienizzante, si evita anche il gomito su gomito, una smorfia abbozzata tipo sorriso di riverenza ma con un senso di disagio forte, intimo ma alla fine manifesto. Nessun abbraccio «allora come è andata? Raccontami», niente di tutto questo, fotografie dal set sardo mostrano facce piene di vita, allegre persone, non sanno, non immaginano, non possono prevedere che al loro sbarco sul continente verranno accolti non dai monatti, sarebbe allora un fatto grave, ma da una popolazione di ex amici e conoscenti che più che al distanziamento sociale preferiscono stare alla larga da quella ciurma pericolosa. La transumanza verso siti e lidi di alto lignaggio offre uno scenario senza contorni definiti, può essere la spiaggia della Versilia o della riviera ligure, la piazzetta di Capri o la stessa metropoli milanese, scomparsi i raduni e le rimpatriate, niente spaghettata a mezzanotte, i senzaCalà o i senzaSmaila tengono le luci basse, «a chi la tocca la tocca» diceva Tonio nei Promessi Sposi, era il segnale dello sfinimento e Renzo filava via, avendo intuito il rischio. Si appalesa anche il piacere delle disgrazie altrui, dicesi schadenfreude per darsi un tono, un senso satanico di mangiare caviale dinanzi a corpi affamati, da Portofino a Santa, proseguendo verso il Forte e poi Capalbio e Ansedonia, Ponza, Capri fino allo Stretto, in attesa del ponte, sopra o sotto, è un mormorio continuo, un brusio di voci impaurite da quello che i giornali scrivono e le tivvù e radio comunicano, la Sardegna brucia, stavolta non c'entrano gli incendi e i piromani, è la febbre del virus, è il tampone, è la paura che fa 90 ed è più contagiosa del Covid che fa 19. Non ci sono controindicazioni, negazionismo è il termine di gran moda, sarebbero i cuntaball di una volta, storie di paese trasformate in opinioni ufficiali, definitive anche se non meglio definite. L'orizzonte è fosco, non sappiamo se l'autunno sarà caldo, come nei peggiori anni sindacali, ma sappiamo che quelli lì, quelli che sbarcano, provenendo da Olbia, vanno trattati con i guanti ma mica bianchi e di filo di cotone ma in lattice o nitrile, neri o azzurri, questi introvabili nei mercati, isole comprese ovviamente. Del doman c'è incertezza, siamo costretti a correggere anche il Magnifico Lorenzo, non sappiamo quello che potrebbe capitare e capitarci, l'asintomatico vive e regna tra di noi, allora meglio la prudenza che, però, è diventata circospezione. L'acronimo Vip è rivisto e corretto in Virus Important Producer, il telepass della fama non passa il casello, uno vale niente, caro Rousseau, questo flagello ha cancellato i 7 e 40. Meglio non rivelare da dove si arrivi: Sardegna? Ma quando mai! Come nei tradimenti, negare sempre, cercare una via di fuga, un alibi facile: e allora tutti reduci da vacanze in convento, settimana di raccolta di more e mirtilli, pesca alla trota. Come sempre, qualcuno abbocca.

Da Il Giornale il 26 agosto 2020. Mani che stringono mani. E poi abbracci e selfie. Sorrisi e tutti in posa a ricordare il momento. Ogni occasione è buona per immortalare l'occasione, per celebrarla. La partita a calcetto schierati uno accanto all'altro in fila come i calciatori professionali, l'uscita in barca, sul prato sfondo mare Sardegna; e la sera poi, a ballare tutti insieme. Voglia di fare festa, a celebrare la vita, la Costa Smeralda, un calcio al lockdown, al periodo buio. Oggi, a riguardare quelle foto che fino a pochi giorni fa non erano che le solite da gossip di stagione, vengono i brividi. Il selfie spensierato che diventa l'incubo del senno di poi perché chi c'era, ora rimpiange e si preoccupa. Anche Briatore è ricoverato al San Raffaele con il covid, prima di lui Mihajlovic, asintomatico. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo la catena di amici e contatti con cui si sono relazionati gli amici in Costa Smeralda, ma non sarà semplice. Al rientro da vacanze in Sardegna sono risultate positive al tampone anche Aida Yespica e Antonella Mosetti. E già famigerata è quella partita di pallone il 15 agosto. Dal team manager in Formula 1, a Paolo Bonolis, che ha già confermato di aver effettuato il tampone e di essere risultato negativo, passando per l'ex presidente della Fiorentina, Andrea Della Valle, posano tutti in fila sul campetto di calcio dell'Hotel Cala di Volpe e Porto Cervo, di fianco a Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna, risultato positivo asintomatico. La partita organizzata dal petroliere Hormoz Vasfi, fa il pieno di volti noti del mondo del calcio e anche dello spettacolo. Nella foto, pubblicata da Briatore sul suo profilo Instagram, proprio lo scorso 15 agosto, ci sono anche il commentatore Dario Marcolin e il giornalista Gabriele Parpiglia, ma in campo c'erano anche Fabio Rovazzi e Davide Bonolis, figlio di Paolo, entrambi negativi al tampone. C'era anche chi si era fatto venire qualche dubbio, Mihajlovic ad esempio, aveva accettato l'invito dell'amico petroliere anche perché l'incontro si svolgeva all'aria aperta e nel rispetto delle norme Covid. Ma poi via, le giornate di vacanza diventano opportunità per incontrarsi, per ritrovarsi, un moltiplicatore formidabile invece per il virus, per diffondere il contagio. E così la sera, l'allenatore del Bologna ha incontrato Zlatan Ibrahimovic a cena a Porto Cervo. Tra i due un caloroso abbraccio. Il video è stato condiviso su Instagram dalla figlia di Mihajlovic, Viktorija, risultata negativa al tampone così come la moglie. Basta un attimo, abbassare la guardia e tirare il fiato. Giornate da riempire con gli amici, le partite di padel tutti i giorni con altri ex calciatori Diego Simeone, Dario Marcolin o l'ex romanista Lamela e il figlio del ct azzurro Mancini, Filippo. Qualche giorno prima, Briatore aveva incontrato l'ex presidente del consiglio, Silvio Berlusconi «Grande giornata oggi, sono venuto a trovare il mio amico presidente, a cui voglio tanto bene», diceva l'imprenditore in un video su instagram in cui si mostrava senza mascherina, spalla a spalla con il Cavaliere. «Lo trovo in forma». Lasciata la Sardegna Berlusconi si è sottoposto a un doppio tampone a distanza ed è risultato negativo. Il leader di Forza Italia, riferiscono fonti azzurre, «sta molto bene», è ad Arcore dopo aver trascorso una giornata di relax ad Angera sul Lago Maggiore. L'ex premier, raccontano le stesse fonti, è pronto a impegnarsi in prima persona per le prossime regionali e avrebbe dato la sua disponibilità a partecipare ad alcune iniziative elettorali. Poi c'è il nodo Billionaire, dove sono risultati positivi già 63 membri dello staff. Per ora non si sa con quanti di questi Briatore sia entrato in contatto. Il 13 agosto su Instagram il manager pubblicava una foto con la direttrice artistica del locale, Monste Moré e il cantante Alessandro Ristori. Tra i vip c'è anche Renzo Rosso, imprenditore fondatore del marchio «Diesel». Sotto osservazione anche il figlio Nathan Falco ed Elisabetta Gregoraci già pronta a partecipare come concorrente alla prossima edizione del «Grande Fratello Vip» su Canale 5. Ora non resta che aspettare. In bilico a incrociare le dita. Fuori ci sono già le polemiche e la rabbia social che imperversa. A condannare e a puntare il dito.

Nicola Pinna per “la Stampa” il 26 agosto 2020. Per i tracciamenti si può usare Instagram, perché chi in Costa Smeralda ci ha messo piede non ha resistito alla tentazione di farlo sapere subito e a tutti. Foto, «storie» e dirette raccontano quello che è successo nell'agosto folle di Porto Cervo e dintorni. Eccoli abbracciati, in pista, sotto la consolle del dj famoso, in posa con il vip incontrato per caso, con un selfie davanti alle rocce, sul molo e di fronte al «tramonto più bello del mondo». Senza mascherina, fianco a fianco con altri sconosciuti, brindando con la stessa bottiglia e facendo finta che il terribile incubo del virus fosse dimenticato. Invece no, era lì e circolava tra le discoteche, forse anche nelle spiagge, persino nei campeggi e nei villaggi turistici. Ora tremano tutti, i ragazzini che si sono ritrovati a ballare la sera e che sono tornati a casa in anticipo, i calciatori che non hanno resistito al richiamo dello champagne nel privée scintillante e tutti gli altri, più o meno famosi, che si sono incontrati per caso tra ville, locali e mega yacht. È finita così: dalla sbornia festaiola all'incubo del tampone. Chi ancora il test non l'ha fatto trascorre tutte le notti in bianco: in isolamento volontario o in quarantena obbligatoria. Alessandra ha lavorato solo pochi giorni al Billionaire di Flavio Briatore, dove il virus ha colpito praticamente tutto lo staff: dal patron, inventore e ospite fisso, fino ai camerieri e ai barman. Alessandra, 27 anni, serviva ai tavoli e ancora oggi attende di sapere se sia riuscita davvero a scampare al contagio: «La serata si svolgeva semplicemente come una cena, con spettacoli tra una portata e l'altra. Non so se il contagio tra i colleghi sia avvenuto nel locale o nelle abitazioni. All'interno e nelle sale tutti i dipendenti avevano l'obbligo di indossare le mascherine, qualche cliente però se ne fregava. Ma quella è gente che tira fuori tanti soldi e alla fine ha sempre ragione. A fine serata tanti pretendevano di ballare e nessuno si poteva permettere di fermarli. Al massimo, comunque, si ballava intorno ai tavoli, tutti piazzati nel rispetto delle distanze di sicurezza». Flavio Briatore l'aveva capito prima degli altri che quest' anno bisognava scordarsela la discoteca classica. E ancora prima del balletto delle ordinanze, aveva deciso di trasformare il suo storico locale in una specie di ristorante-teatro. Sui rischi, però, non sembrava convinto: «I virologi ci tengono sotto scacco dicendo che in autunno ci sarà un nuovo picco - diceva il 12 agosto - Se non sarà in autunno, allora diranno che il rischio si sposta nei mesi dopo. Oramai dobbiamo imparare a convivere con questo virus, d'altronde i festeggiamenti dei tifosi in piazza a Napoli non hanno avuto conseguenze. Perché dovrebbe succedere qualcosa di grave nelle discoteche?». E invece è successo davvero, prima a Porto Rotondo, durante un party con centinaia di ragazzini e poi a Porto Cervo, sul versante opposto della Gallura bella e ricca. Il Billionaire è il caso da prima pagina, ma il bollettino della Asl di Olbia include anche altri casi. Uno è quello del Sottovento, l'altro storico locale della Costa Smeralda. Ha cambiato organizzazione: smantellato il tetto, si poteva ballare sotto le stelle. Ma non è bastato e il contagio è arrivato anche qui: il gestore è finito in ospedale. «I ragazzi si sentivano inattaccabili, non indossavano mascherine, spesso si passavano i drink - dice il capo della task force sanitaria, Marcello Acciaro - Con la musica alta si parla a voce alta, più vicini, e così le occasioni di diffusione del virus sono più alte. E poi il grande problema è stato l'arrivo di tanti ragazzi che erano già stati in zone a rischio, come Ibiza e Croazia». Il risultato è quello che conta: quasi 200 positivi e in 2000 in quarantena nel Nord Sardegna. Il filo rosso del Covid in versione balneare si estende da una zona all'altra del Nord-Est e arriva anche nel luogo più esclusivo della Costa Smeralda, lo Yacht club dell'Aga Khan, il tempio della vela. «Sono stati effettuati 101 tamponi - fanno sapere dallo Yccs - gli ospiti in struttura sono risultati tutti negativi mentre tra lo staff su 88 tamponi 3 sono risultati positivi». Tra Porto Cervo e Cannigione ci sono solo 21 chilometri: il territorio è sempre quello di Arzachena, ma la vacanza qui è tutta diversa. Non ci sono resort di lusso ma villette e campeggi, ed è proprio tra le tende che ora si teme una nuova ondata di positivi. All'Isuledda, il villaggio più grande della zona, ci sono 1800 ospiti e i medici della Asl hanno già trovato diversi positivi. Si ipotizza una mega quarantena, ma per il momento non sembra necessario. La speranza di una stagione turistica proiettata a settembre per la Costa Smeralda si schianta alla fine di agosto. Parte in ritardo e finisce in anticipo, persino prima degli anni passati. Le spiagge in questi giorni si svuotano: non solo per l'effetto del controesodo. In tanti sono andati via prima del previsto. «Scontato che la gente sia preoccupata - commenta la cameriera del bar di Abbiadori, dove il caos dei parcheggi è già un ricordo - I nostri clienti non parlano d'altro. Le notizie fanno paura e nessuno ha spiegato bene se la situazione è davvero sotto controllo». Il dubbio effettivamente sorge, specie all'ora dei bollettini. «I numeri ci dicono che il caos è successo tra i primi giorni di agosto e massimo il 15 - aggiunge il capo della task force sanitaria - Dopo Ferragosto le discoteche sono state chiuse, le occasioni di contagio si sono ridotte e molti sono partiti. Quindi i casi spuntano fuori per forza entro il 30-31 agosto. Ci aspettiamo che nei prossimi giorni la situazione si tranquillizzi. Già oggi i numeri sono in calo».  

Michela Allegri e Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 26 agosto 2020. Su un punto concordano tutti quanti: lo staff del Billionaire è stato rigorosissimo, «camerieri e hostess indossavano mascherine e guanti». Ma erano praticamente gli unici a farlo. Ora che nel focolaio nel locale extra-lusso di Porto Cervo si contano 63 positivi al Covid considerando solamente i dipendenti, la sensazione è che i rischi siano stati sottovalutati, soprattutto perché «all'interno di una discoteca è praticamente impossibile rispettare le distanze di sicurezza, anche se al Billionaire hanno sempre cercato di rispettare la normativa», racconta chi ha frequentato la pista da ballo poco prima della chiusura. Anche Flavio Briatore, il proprietario, è finito in ospedale per Coronavirus. E, staff a parte, stanno risultando contagiati a decine i clienti e i vip che nelle ultime settimane hanno trascorso una serata nella discoteca. «In pista si ballava uno accanto all'altro, ma noi ci sentivamo tranquilli perché prima di entrare avevano misurato la temperatura a tutti», racconta Alessandro, giovanissimo imprenditore napoletano che era a Porto Cervo insieme a 4 amici. La notte del 13 agosto «c'era quasi il pienone», aggiunge. Accanto ai vip, tanta gente comune. Tra balli scatenati, bottiglie di champagne e qualche piccolo fuoco d'artificio «per la prima volta dopo mesi ci siamo divertiti, anche se - ricorda Alessandro, dicendosi per niente spaventato ora che il tampone ha già dato esito negativo per tutti - ripensandoci le mascherine le indossavano solo i dipendenti». Vale a dire una grossa fetta di quelli che ora sono risultati contagiati per il focolaio Billionaire e che magari, rispettando correttamente la norma, hanno evitato di estendere oltre il contagio. La folla ha invece spaventato un altro avventore, Stefano, 30 anni, di Milano. Quando è arrivato nel locale e ha visto la ressa è fuggito. «Non avevo mai visto il locale pieno come quest' anno, sono scappato, nessuno a parte lo staff indossava la mascherina, nessuno rispettava il distanziamento. C'era gente che si passava le bottiglie e beveva attaccandosi, senza usare i bicchieri. Dopo qualche giorno di vacanza ho deciso di lasciare la Costa Smeralda e me ne sono andato in Costa Azzurra, la situazione era insostenibile». Una 29enne padovana che era in discoteca il 12 agosto ammette invece di avere agito con un po' di leggerezza: «Ballare distanti non è possibile, è come mangiare con la mascherina». Prima della chiusura ha trascorso una serata al Billionaire anche l'allenatore del Bologna, Sinisa Mihajlovic, risultato poi positivo al Covid.  «Astenetevi dal giudicare perché siamo tutti peccatori», ha scritto su Instagram la moglie Arianna Rapaccioni, rispondendo ad alcuni commenti al vetriolo. Mentre in pista ci si scatenava, al piano di sopra, nel ristorante del locale, si ballava anche durante le cene spettacolo. «Ognuno attorno al proprio tavolo però», racconta Adriano, trentenne napoletano, imprenditore farmaceutico. Ora «sono un po' in pensiero, appena rientro la prossima settimana farò il tampone». A cena nella pizzeria all'aperto del Billionaire nei giorni scorsi c'è stata anche Valeria Marini, che ha incontrato Briatore e si è già sottoposta al tampone, «per fortuna è risultato negativo», dice. La showgirl, che si trova ancora in Sardegna, racconta che «ho fatto fare il tampone a tutti i membri del mio staff e ai miei familiari». L'ex concorrente del Grande Fratello Vip, nata a Roma da mamma sarda e cresciuta a Cagliari, è critica con chi «ha portato il virus in Sardegna, in molti non avrebbero dovuto andare all'estero, in Spagna, in Grecia, prima l'isola era Covid free», e anche con chi «genera psicosi. È importantissimo rispettare le norme, ma dobbiamo anche tornare a vivere. Stanno facendo fuggire tutti dalla Sardegna, stanno chiudendo i locali, è un danno enorme per l'economia, per gli imprenditori che hanno lavorato per rinnovare e mettere a norma gli spazi». Tra i contagiati anche l'allenatore del Bologna Mihajlovic. La moglie, Arianna Rapaccioni, lo difende dalle critiche: «Siamo tutti peccatori».

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 27 agosto 2020. “Stamattina mi sento un leone..." proclamava l' altro giorno in accappatoio bianco su Instagram, alle spalle una gran testa di leone, appunto. Ora, ognuno si sceglie un po' l' animale totemico che vuole, ma il fatto che pure al suo resort di Malindi Flavio Briatore avesse messo nome "Lion in the sun" lascia immaginare che si sentisse anche lui un re. Re di che cosa è già più complicato a dirsi; ma ci si può provare, sperando che si tratti di un' ipotesi troppo peregrina. E allora: più che una città-stato nello Stato, Briatoria, come potrebbe chiamarsi tale entità, è il frutto maturo dei tempi, o se si vuole della recente e dissennata storia d' Italia. Così come, più che un regno immaginario, appare soprattutto come un progetto identificabile, attraverso la figura del suo sovrano, quale canone, gusto e stile di vita, oltre che pacchetto ludico, turistico e commerciale. Questo non toglie che si riveli anche un castello in aria, quindi dovutamente fragile, come testimoniano gli ultimi eventi. Comunque un sistema scorrevole di relazioni e di affari, Briatoria, dislocata fra la Provincia Granda del Piemonte, da cui proviene il fondatore, Londra, l' Africa, Montecarlo, gli Emirati e la Costa Smeralda. Al centro, ma con policentrica mobilità, è venuto a collocarsi il Billionarie: «Abbiamo scelto questo nome arrogante - ha spiegato un giorno re Flavio - perché funzionava», il che è anche vero. Attorno a tale prodotto d' ingegno notturno girano come falene auto di Formula 1, ipermodelle, avventurieri, conformisti, tipi da spiaggia, calciatori famosi, tenutari di panfili adocchiati dalla Guardia di finanza; e ancora, in sintomatico e impegnativo coagulo si dispiegano sui rotocalchi e ora sui social abbronzature perenni, lenti azzurrognole, camicie bianche sbottonatissime, volti da chirurgia estetica, morbide scarpe con nappine, collanone d' oro e bracciali anche di platino. Nel piatto, a seconda delle stagioni, tartufi & gamberoni; nel bicchiere, champagne o acqua minerale, di cui anni orsono si valutò in 25 bombi la bottiglia. Musica: non pervenuta. Sullo sfondo, ad allietare arredi pacchianeggianti: limousine, guardaspalle pelati e astuta beneficienza (dapprima a favore di sardi poveri, poi di proverbiali bimbi africani). E non è un' ambientazione di Vanzina, quanto la realtà. Con ragionevole datazione la fioritura di Briatoria può farsi risalire al culmine del berlusconismo, secondo governo 2001-2008, quando il demiurgo Billionaire fu scelto quale testimonial della campagna contro le stragi giovanili del sabato sera, a riprova dell' apoteosi dei Vip e dell' istituzionalizzazione delle discoteche. Nulla comunque rispetto al mutamento epocale che di pari passo andava configurandosi con la definitiva superiorità dei beni materiali e del lusso non si dirà qui sulla cultura e sullo spirito, ma un po' su tutto il resto, con buona pace della fraternità e dell' uguaglianza. E tuttavia, al netto di ogni fiabesco eccesso interpretativo, questo mondo sopravvisse alla crisi e alla caduta del berlusconismo immedesimandosi in qualcosa e in qualcuno di ancora più grande: Donald Trump, di cui Briatore risultava talmente amico che il provvido provinciale Renzi, quant'altri mai attratto da quell' andazzo, gli chiese di fargli da facilitatore con la Casa Bianca, anche se invano. Altre figure entrate in rapporto: lo spagnolo organizzatore di corse Agag, il ristoratore Johnny Micalusi, la giornalista Chirico e Beppe Grillo. Inutile dire che un bel pezzo d' Italia non riconosce le virtù briatorie: sangue freddo, generosa energia, amore del rischio, insofferenza verso ipocrisie, anche lessicali, e moralisti di varia e residua provenienza ideologica. In quella specie di sommaria e sgangheratissima lotta di classe che in Italia vede il partito dei ricchi (spesso indebitati) azzuffarsi contro quello dei poveri (quasi sempre rappresentati da chi povero non è affatto), più che della ricchezza Briatore può essere in realtà considerato leader e alfiere della "riccanza", come da indimenticato programma televisivo, là dove il valore del denaro è legato soprattutto al suo sfoggio, tanto simbolico e spettacolare quanto istintivamente e culturalmente avverso alla frugalità. Ridotto all' osso, il conflitto è fra vincenti e sfigati, parola che suona ancora più atroce se si pensa a quanto la vittoria, nella vita, non solo è fugace, ma condizionata da eventi imprevedibili e anche, come si vede, drammatici. Nell' agosto dello scorso anno Briatore diede vita al "Movimento del fare" - ma poi non se ne fece nulla.

Gianluca Nicoletti per “la Stampa” il 27 agosto 2020. Dobbiamo essere grati a Flavio Briatore. Nessuno più di lui, in questo confuso e concitato frangente, può rappresentare un'edificante parabola su cui meditare. Nella sua tormentata vicenda umana delle ultime ore possiamo leggere, in filigrana, quanto possa essere fugace ed effimero il consenso verso il potente. Della sua carne, attraversata dal virus, stanno facendo banchetto gli stessi odiatori del display che, solo due giorni fa, potrebbero averlo portato sugli scudi per un suo tweet contro chiunque nasca con lo stigma dell'essere sottomesso. Ora l'uomo per cui chi arriva secondo è solo "il primo dei perdenti", si sta rendendo conto quanto sia vile l'animo filisteo che sonnecchia in ogni rappresentante della gioiosa vigoria degli immortali, degli eternamente belli, di quelli che pensano di dovere essere sempre e comunque un passo avanti agli altri. Briatore è diventato bersaglio di un vilipendio vigliacco e becero, solo perché il Covid19 lo ha colpito venendolo a sfidare nel suo Olimpo. Un nemico irriso, sbeffeggiato e svalutato che in un baleno ha messo a terra lui e grande parte dei suoi accoliti. È la legge del branco, Briatore lo sa perché fa parte integrante del suo credo. Il maschio alfa è rispettato e temuto fino a che non tentenna e mostra debolezza. Ora lui è fragile, indifeso, un anziano uomo che deve combattere per sopravvivere all'attacco invisibile di quell'implacabile livellatore che il virus, ottuso quanto democratico, non guarda all'involucro umano che contiene i bronchi a cui si attacca e succhia vita. Nessuno usi il caso Briatore per rinfocolare odi ideologici, ribadire differenze tra umani, stabilire primati in nome del luogo di nascita. Briatore in questo momento è una persona debole che merita rispetto. Chi pensava di difenderlo ha ancora più messo a nudo la sua fragilità e dato, di conseguenza, argomenti per un più feroce dileggio. L'amica di una vita che voleva essergli di supporto, mettendo la mano sul fuoco che il suo unico problema fosse la prostatite, non il coronavirus, lo ha involontariamente fatto ancor più affondare nel gorgo delle allusioni da caserma. Un'affermazione sanitaria che ha acceso social-fantasie splatter, su fantomatiche intrusioni rettali con unghie a stiletto, per dare evidenza scientifica a tale tesi. Le prostate dei maschi sciupafemmine non sono tonsille, nessuno osa nominare quella ghiandola infame che ricorda implacabile il possibile tramonto di ogni orgoglio virile. Nessun superbo ostentatore di giovani amanti vorrebbe che fosse messa in piazza l'infermità che comporta il rischio di un calo di prestanza. Eppure il corpo di Briatore ha dovuto sopportare anche questo estremo vilipendio. Ora, per estremo paradosso, chi a sinistra attacca e deride Briatore si fa portavoce di quel bieco cattivismo tribale che oggi è spacciato come sana reazione popolare all'odiosa genia dei radical chic, la vera deviazione genetica della modernità. Chi invece, a destra, lo difende a spada tratta come martire dell'invidia sociale, come pure dei comunisti, buonisti, salottieri di Capalbio, in realtà, e forse per la prima volta, riesce a sostenere una battaglia in difesa della fragilità. Una posizione, effettivamente, molto politicamente corretta.

Emanuela Minucci per “la Stampa” il 28 agosto 2020. «Sono ricoverato in una stanza da solo. Non prendo ossigeno e tanto meno sono intubato, altrimenti sarei un fenomeno visto che le sto parlando al cellulare». La voce è limpida, il tono cortese, il gusto della battuta immutato, la parlantina tutto fuorché sofferente. Al telefono dal reparto «solventi» (paganti, al di fuori del servizio sanitario nazionale, e quindi camera privata, biancheria no-limits, stoviglie e possibilità di ospitare una persona, non nel caso di positività al Covid-19 naturalmente) dell'ospedale San Raffaele di Milano dov'è ricoverato da tre giorni risponde Flavio Briatore, 70 anni, il malato di Covid più chiacchierato d'Italia.

Quando ha cominciato a stare male?

«Guardi, è stata davvero una strana estate in cui la febbre mi è venuta insieme con un raffreddore già parecchi giorni fa».

Ora come sta?

«Mi sento bene. Non ho nulla di speciale. La temperatura è a posto, respiro bene e sono pure riuscito a lavorare. Anche se mi auguro di uscire presto».

I medici come sono arrivati alla diagnosi?

«Quando sono arrivato in ospedale mi hanno fatto il tampone, come fanno con qualunque paziente. Tutto lì. Ed eccomi isolato in una stanza».

Paura?

«Per fortuna adesso ho una preoccupazione in meno».

Quale?

«Quella che mio figlio Falco, che ha 10 anni, avesse contratto il virus. Per fortuna stamattina è arrivato il referto dall'ospedale di Montecarlo ed è negativo».

Teme di aver contagiato qualcun altro?

«Mi auguro proprio di no».

Il suo «Billionaire», però, si è trasformato in un focolaio con oltre 50 persone positive al virus. E un dipendente è finito in rianimazione.

«Stiamo seguendo ora dopo ora le condizioni di tutti. Stanno tutti bene a parte un ragazzo che aveva precedenti patologie. Posso solo dirle che non appena è scattato l'allarme abbiamo disposto il tampone per tutti i dipendenti».

Avete sbagliato qualcosa?

«Al Billionaire abbiamo sempre rispettato le regole, facendo entrare il giusto numero di persone. Ma vedendo come andavano le serate non bastava contingentare gli ingressi e predicare il distanziamento: non ci può fare nulla nessuno se fai entrare 100 persone in mille metri quadri e loro stanno tutte appiccicate Per tacere di altri comportamenti».

Quali?

«Abbiamo saputo di ragazzi che a gruppi di 50 o 60 ordinavano le casse di champagne e se le andavano a bere sulla spiaggia insieme con i fornitori. Ballavano e facevano festa sino all'alba. Lì certo non potevamo intervenire».

Sui social la chiamano «Briauntore».

«Mi lascia indifferente. Sono un capro espiatorio perfetto, e la cosa era facilmente prevedibile».

Anche lei, però: prima si fa un selfie in ospedale e lo pubblica su Instagram, poi lo rimuove. Perché?

«Semplicemente perché l'ho messa on line per errore, l'avevo scattata come ricordo personale. Naturalmente poi si scatenano le dietrologie».

E l'ormai famosa partita di calcetto? Pensa che Mihajlovic si sia contagiato in quell'occasione?

«No, non lo penso. E poi se si ragiona così non si fa più nulla, allora tanto vale restare tutti tappati in casa».

Il calcetto era proprio indispensabile?

«Anche i calciatori professionisti sono tornati a giocare. Detto questo secondo me nel mondo dello sport scopriremo parecchi casi di positività».

Ha saputo che tutti gli altri partecipanti alla partita hanno fatto il tampone?

«Hanno fatto benissimo, controllarsi va sempre bene».

Pentito di aver fatto il negazionista del Covid?

«Non ho mai detto che il Covid non esiste».

Diceva, ancora una settimana fa, che ci sono 3-4 morti al giorno, gente anziana e malata.

«Io sono sempre stato sulla linea del professor Zangrillo (primario di rianimazione al San Raffaele, ndr). Cioè che il virus bisogna affrontarlo, ma non trasformarlo in un'ossessione».

Rifarebbe la polemica con il sindaco di Arzachena quando ha disposto la chiusura delle discoteche?

«Intanto noi siamo stati i primi a recepire quel dispositivo. Detto questo, non credo che nessuno sarebbe stato felice di chiudere la propria attività, ma è andata così».

Ha letto della sua amica Alba Parietti? Le imputa di aver anteposto il business alla salute.

«Lasciamo perdere».

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Se per odiare Briatore serve godere del suo contagio, il Covid ha trovato un’umanità inguaiata. Notizie.it il 26/08/2020. Le sparate di Flavio Briatore hanno oltrepassato la misura dell'agio sbruffoneggiante, ma ognuno di noi è molto più della somma dei suoi errori. No, a noi la legge del contrappasso proprio non piace, neanche quando di pancia i suoi strali sembrano andare a colpire una categoria che noi italiani mettiamo molto in punta di forcone. E cioè “quelli che se lo meritano”. Già, e poi perché se lo meriterebbero? Per un fatto semplice quanto bieco: perché abbiamo imparato a gioire il doppio quando la cecità del male colpisce chi sta meglio di noi. Insomma, Flavio Briatore al di fuori del suo giro non piace quasi a nessuno, ma ancor meno piace l’idea che Briatore sia stato oggetto di una sorta di “giustizia virale” dal momento in cui è risultato positivo a Covid. Perché contro il Covid lui aveva lanciato i suoi strali, perché si era fatto beffe di cardini comportamentali come allarme sociale, precauzione e profilassi. Ma soprattutto perché lui era ed è Briatore, e Briatore resterà quando sarà uscito dal San Raffaele, sia chiaro. Uno cioè che metà degli italiani ama e l’altra metà ama moltissimo odiare. Un divisivo al centro della scena impaccato di danè e verniciato di jet set. Un tipo umano cioè nei confronti del cui organismo Covid avrebbe assunto i connotati di un giustiziere con velleità etiche. E così non va, non va proprio, non va l’odio talebano che dai social sta colando in queste ore, quello incondizionato, truzzo, becero e diretto. Ma non va neanche il sussiego didascalicheggiante di quelli che principiano i loro sermoncini secondo il mantra ancor più odioso de “ti auguro di guarire epperò”, lasciando intendere che un po’ se l’è cercata, anche se per carità di Dio il malemalemale non si augura a nessuno ma proprio nessuno. E qui scatta il meccanismo perverso per cui la malattia di Briatore sembra apparire nella palta social come una sorta di compensazione. Un archetipo per cui chi sguazza nella ricchezza, oggettivizza le donne ed esce vivo dalle maglie della giustizia qualche conto alla vita dovrà pur pagarlo. E a fare da producer di questa stucchevole telenovela per cui "Anche i ricchi piagono" arriva lui, Cov-Sars-19, il Martello di Dio, la Bilancia Suprema, The Equalizer. Basta sbirciare un attimo nelle pieghe di questo atteggiamento per vederci riflessa dentro, beffarda, la nostra inconfessata voglia di vedere il ricco messo al suo posto, la freudiana scalmana di trovare una ragione per andare avanti. Tirare a campare sotto scacco di Equitalia, poveri, scalcinati, con l’ombrellone in subaffitto e la suocera spiaggiata sulla sdraio di un lido cialtrone, ma finalmente paghi del fatto che uno che bisboccia in Costa Smeralda abbia avuto il fatto suo. Siamo piccoli esseri, poco da fare, tanto piccoli da usare il pauperismo spinto come antidoto alla spocchia di chi povero non è e neanche brilla per delicatezza. Siamo tanto minimal da celebrare ancora la mistica del destino che spezza la catena di una storia che non ci piace perché non ha baciato la guancia a noi ma all’altro. Che Flavio Briatore abbia fatto del suo gaudente benessere l’unità di misura tiranna di un’esistenza di cui probabilmente lui non vede la complessità è un fatto. Che le sue sparate abbiano oltrepassato la misura dell’agio sbruffoneggiante più e più volte è evidente, evidente e sbagliato. Che lui sia mediocremente incardinato nello stereotipo dell’italiano “San Tommaso”, che non crede alle cose fin quando non gli succedono potrebbe anche essere congruo. Ma non giusto, men che mai bello. Che questo stia costituendo trampolino concettuale per augurare a Briatore che il Covid con lui finisca il lavoro e porti a termine la sua mission è orrendo. Orrendo e stupido. Lo è perché ci dà la cifra esatta di come stiamo vivendo questa malattia nell’universo mainstream: come un setaccio sociale che vive con due facce, quella malevola che colpisce le genti e quella salvifica che stronca i baroni di genti, e lì applaudire o ghignare è lecito. E invece è solo una malattia, grave, seria e mondiale che con la sociologia da tinello non c’entra un beneamato. Perché ognuno di noi è molto più della somma dei suoi errori, e se per odiare Briatore serve godere del fatto che abbia preso il virus, allora vuol dire che il Covid ha trovato una umanità già inguaiata. Dal virus dell’imbecillità.

Da "ilmessaggero.it" il 27 agosto 2020. La Procura aprirà un'inchiesta sulla vicenda Billionaire, il locale di proprietà di Flavio Briatore diventato focolaio di Covid in Sardegna. «Rimango atterrito dal fatto che al Billionare siano stati dati numeri e generalità falsi. Significa non avere la testa rivolta agli altri. Non so come verranno rintracciati questi soggetti, spero vengano trovati in altro modo, magari con la carta di credito. La Procura aprirà un'inchiesta su questo», ha detto il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri a radio Cusano Campus che ha diffuso il testo. «Purtroppo si è proceduto con la circolare e quindi con la chiusura. Io non avrei scritto un orario per il virus perché se c'è un assembramento c'è a qualsiasi ora. La chiusura è stato un atto dovuto». 

Umberto Aime Michela Allegri per “il Messaggero” il 28 agosto 2020. I dati falsi forniti da alcuni clienti all'ingresso del Billionaire, ma non solo. Il rispetto, o meno, dell'ordinanza del governatore della Sardegna, Christian Solinas, che imponeva all'interno dei locali l'osservanza delle distanze di sicurezza anche sulla pista da ballo, la misurazione della temperatura all'ingresso, percorsi differenziati per l'ingresso e le uscite con rigoroso rispetto del distanziamento durante la fila, l'utilizzo di gel igienizzanti e delle mascherine, la sanificazione costante dei locali e soprattutto dei bagni, la riduzione degli accessi al 70 per cento rispetto alla capienza massima delle strutture: tutto questo potrebbe finire al vaglio della procura di Tempio Pausania, competente per indagare sulla discoteca chic di Porto Cervo.

I DOCUMENTI. Nei prossimi giorni gli investigatori potrebbero già iniziare ad acquisire la documentazione relativa agli avventori e ai dati forniti all'ingresso, ma anche alle procedure seguite all'interno del locale extra-lusso che si è trasformato in un focolaio di Covid-19 con più di 60 dipendenti risultati positivi al virus. Dopo la diffusione della notizia che alcuni clienti avrebbero fornito alle hostess dati e recapiti telefonici falsi, intralciando in questo modo le operazioni di tracciamento dei possibili positivi, il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, spera in un'accelerazione ed è categorico: «Rimango atterrito dal fatto che al Billionare siano stati dati numeri e generalità falsi. Significa non avere la testa rivolta agli altri. Non so come verranno rintracciati questi soggetti, spero vengano trovati in altro modo, magari con la carta di credito. La Procura aprirà un'inchiesta su questo», ha detto il politico intervenendo a Radio Cusano Campus. Partendo dalle liste che il locale deve consegnare alle Asl - saranno poi le strutture sanitarie a contattare i soggetti per effettuare il tampone - sarebbe possibile fare qualche controllo incrociato utilizzando i social e verificando chi ha partecipato alle serate nel locale, ma non risulta nelle liste d'ingresso, vip compresi.

DENUNCE SOCIAL. Intanto montano le polemiche social, con la giornalista Selvaggia Lucarelli in prima linea nelle denunce: «Leggo che si sta cercando di rintracciare gli ospiti del Billionaire e di altri locali della Costa Smeralda. Io credo che le prime indagini serie debbano essere fatte su come sono stati istruiti e gestiti i dipendenti». La giornalista pubblica infatti una serie di fotografie e di video di un compleanno celebrato di recente nella discoteca di Porto Cervo. Le persone - camerieri compresi - non rispettano nessuna misura di precauzione: sono tutti quanti ammassati e non indossano nemmeno le mascherine. «In questo video postato dalla festeggiata i camerieri/animatori (perché esporre loro e i dipendenti così? Perché far fare loro anche animazione tra i tavoli durante un'epidemia?) non solo hanno la mascherina abbassata ma uno di loro se la abbassa, si infila due dita in bocca e fischia. Poi magari serve la torta o ti porta il bicchiere», aggiunge la Lucarelli. Viene poi pubblicata la fotografia ufficiale dei dipendenti del Billionaire: «Perché tutti attaccati, più di 70 persone tra pr, ballerini, chef, e tutti senza mascherina? - domanda ancora la giornalista, sempre più critica nei confronti del proprietario, Flavio Briatore - Bisogna partire da qui. Poi il resto».

UN'ALTRA CHIUSURA. Nel frattempo, mentre nel villaggio camping L'Isuledda, a Cannigione, è arrivato l'esito negativo dei 90 tamponi effettuati dal personale, a Baja Sardinia un altro dei locali più famosi della Costa Smeralda spegne le luci in anticipo: il Phi Beach. Anche qui l'Ats ha sottoposto a tampone tutti i dipendenti e si attendono i risultati. Ma il ciclone Covid ha investito anche il mondo della vela: le regate Maxi Yacht Rolex Cup e Swan Cup, organizzate ogni due anni a settembre dallo Yacht Club Costa Smeralda, con partecipanti che arrivano da tutto il mondo, sono state annullate. Proprio nel circolo di Porto Cervo tre persone dello staff sono risultate positive, mentre i tamponi effettuati su soci e ospiti sono risultati tutti negativi.

(Adnkronos il 29 agosto 2020) - A quanto apprende l'Adnkronos Flavio BRIATORE trascorrerà il periodo di quarantena dopo le dimissioni dal San Raffaele a casa di Daniela Santanchè. L'imprenditore non sarà ovviamente sotto lo stesso tetto della Santanché ma avrà a disposizione un'ala indipendente della grande abitazione milanese della senatrice di Fratelli d'Italia. L'uscita dal San Raffaele è prevista per la giornata di oggi, BRIATORE dovrà trattenersi a Milano per le regole di sicurezza sanitaria sul coronavirus che non gli consentono di rientrare nella sua residenza abituale di Montecarlo. Alcune fonti specificano all'Adnkronos che gli stessi sanitari gli avrebbero consigliato di non allontanarsi dal San Raffaele che lo ha in cura.

De Luca show: «Flavio Briatore si sta curando la prostatite ai polmoni». Da corriere.it il 29 agosto 2020. «Inviamo un augurio affettuoso a Flavio Briatore che si sta curando per una prostatite ai polmoni». Così il governatore della Campania Vincenzo De Luca in una delle sue dirette social. «Ho letto in un’intervista che sta benissimo, non ha nemmeno più bisogno dei nostri auguri, ma gli mando ugualmente i migliori auguri di pronto ristabilimento e un invito sommesso a essere prudente e a non fare il fenomeno perché parliamo di cose serie». E poi attacca Salvini: «Comitiva di sfaccendati, politicanti venditori di cocco. Volevano fare giro turistico in ospedale».

Da liberoquotidiano.it il 29 agosto 2020. Non bastavano gli insulti social, a ridere della positività di Flavio Briatore al coronavirus ci si mette pure il marito di Virginia Raggi. Andrea Severini su Instagram rilancia la foto della signora che dalla spiaggia di Mondello ha detto alle telecamere di Canale 5 "Non ce n’è Coviddi", modificandola. Il marito della sindaca di Roma scrive infatti a corredo: "Non ce n’è prostatite". Il motivo è semplice: il patron del Billionaire ricoverato al San Raffaele di Milano con il Covid-19 ha sostenuto in un’intervista di essere stato ricoverato per una prostatite, poi l’azienda ospedaliera ha comunicato che è risultato positivo al tampone per il coronavirus. Il riferimento di Severini è dunque a dir poco palese.

Forza Briatore, sei il più fico, dopo il pitstop torna a bailar. Fulvio Abbate su Il Riformista il 26 Agosto 2020. Forza Briatore! Neppure un anno fa, davanti alla sua richiesta di “pieni poteri”, o comunque d’essere uno scaltro, ganzo, fico, un tipo certo di sapercela fare, ci eravamo piegati al suo talento, fino a dire a noi stessi: benissimo, se l’Uomo, il Professionista, il Gestore di discoteche glamour, il Brizzolato “comme il faut”, l’uomo che non deve chiedere mai reincarnato ha davvero tutte queste certezze, nominiamolo subito governatore generale unico d’Italia, con tanto di cavallo bianco e pennacchio in cima all’elmo! Proprio così, offriamogli la guida del Paese, porgiamoglielo in mano, su un vassoio d’argento. Diamogli pure questi benedetti pieni poteri, proprio a lui, Flavio Briatore, affidiamogli quell’ambito titolo, governatore generale, assai più d’ogni piccino e inutile ministero, come era già accaduto al leggendario trasvolatore Italo Balbo laggiù in Libia una vita fa. Una battuta? Per niente. Sei convinto di essere l’uomo, se non proprio del destino, del fare che occorre al Paese? E allora ti mettiamo subito alla prova, vediamo davvero cosa combini, in che modo ci tiri fuori dal buco nero della “krisis”, sia detto in modo filosofico, sia detto citando Cacciari. Poi, storia recente ormai nota, le cose sono andate nel brutto modo che sappiamo, un’improvvisa nube virale – di nome Coronavirus – si è addensata sul pianeta intero, e di Briatore, pensate un po’, abbiamo infine perso contezza, non ci siamo più curati di lui, o forse in questo caso, vista la diagnosi ultima, è stato l’Uomo del Fare stesso a non prendersi eccessivamente cura di sé, della propria persona, dei propri polmoni. Fatto sta che nonostante le mille certezze, ancora esattamente lui, l’Uomo nuovamente del Fare, si è d’improvviso ammalato, esatto, il covid-19 si è impossessato del suo organismo. Proprio di Briatore l’Invincibile, il Fondatore di discoteche inenarrabili dai nomi degni di Fort Knox, Briatore come un leone formidabile, Briatore da immaginare anch’egli con la criniera, impossibile da trovarsi scalfito dalle piogge acide virali, Briatore e il suo “Billionaire”, Briatore e il suo basso continuo professionale “… voi lo sapete che io do da vivere a centinaia di persone”, Flavio che “… la stagione non si può interrompere”, e così via fino al punto di scorgerlo quasi tra i negazionisti, coloro per cui il covid è soltanto una “banale influenza”, Briatore dunque in ottima compagnia accanto, forse, al variegato popolo di coloro che reputano le mascherine nient’altro che una sicura forma di segno distintivo, peggio, sorta di nuova stella gialla, segno di riconoscimento imposto dal dominio dei poteri forti e neppure tanto occulti su chi vorrebbe invece rimanere libero, sereno, in spiaggia, all’apericena, al grottino, alla tavernetta, ai suoi sudditi. Poi, come accade in certi casi, l’imponderabile, il Leone Flavio si è ammalato. Le agenzie parlano chiaro: “Flavio Briatore è ricoverato dopo aver contratto il coronavirus all’ospedale San Raffaele di Milano. Briatore, 70 anni, si trova in un reparto non di terapia intensiva. E’ quanto hanno detto all’ANSA fonti vicine all’imprenditore. Sono più di 50 i positivi trovati al Billionaire, il suo locale in Sardegna”. Subito, a seguire, una dichiarazione rassicurante del suo Staff: “Briatore, condizioni stabili e buone. Leggera febbre e spossatezza, ricoverato per controllo. Lo stesso Flavio tiene a ringraziare per le tante manifestazioni di affetto e interesse alla sua salute ricevute in queste ore”. L’avevamo immaginato come il colosso di Rodi, proprio lui, il già “team manager” in Formula 1, prima con la scuderia Benetton e poi con la Renault, Briatore in tuta azzurra, ai box, al pit stop, abbronzato come si conviene a un colosso di Costa Smeralda, le lenti azzurre oltremare, le ciabatte di velluto pompier griffate con le sue iniziali FB, e invece il colosso aveva i piedi e perfino le pantofole di argilla, Flavio che trasforma la sua villa di Malindi in un lussuoso resort dal nome di lingotto, “Lion in The Sun”, Billionaire chiuso, Flavio Briatore contro il sindaco di Arzachena su Instagram, accusato di aver “cancellato la musica in Costa Smeralda”. E il primo cittadino risponde poche ore dopo su Facebook: “Quando mi hanno fatto vedere il video pensavo fosse una parodia di Crozza, ma poi ho capito che era l’originale è ho dovuto replicare”. Alla fine, non restano che i nostri auguri, il grido forza Briatore, il nostro “torna presto”, risanato, più gagliardo che mai, massiccio, davvero ti vogliamo governatore generale d’Italia; Italo Balbo, idealmente, come si usa dire prosaicamente in certi casi davvero glamour, “gli fa una pippa” (cit.) a Flavio nostro. A proposito di covid, poveri migranti e Briatore, proprio lui, finito in ospedale. Vuoi vedere che adesso Salvini suggerirà alla Maglie e a Capezzone di raccontare che il “Billionaire” aveva una succursale anche all’hotspot di Lampedusa?

Ottavio Cappellani per “la Sicilia” il 30 agosto 2020. Sono questi i momenti in cui manca la rassicurante e lucida parola di Luciano Onder, capace di farci razionalizzare la ridda di pensieri che ci frulla in testa, e che vertono – dobbiamo ahimé ammetterlo – sulla minchia di Flavio Briatore. Solo Luciano Onder potrebbe infatti riportare il concetto di prostatite, il vero tormentone di questa estate, alla sua fredda dimensione medica, liberarla dalle associazioni mentali (spesso ripugnanti) che a causa degli ultimi avvenimenti fanno capolino all’improvviso nei nostri pensieri. L’avevamo accennato la settimana scorsa: in questa stessa rubrichetta avevamo sostenuto che in discoteca oramai ci vanno solo gli anziani. Ma non pensavo che la cosa esplodesse fino a tal punto, non immaginavo che sulla “vita smeralda”, sul turbinio di discoteche e abbronzature e lini e odore di crema abbronzante si stagliasse minacciosa nel cielo, come un’astronave aliena, una immensa prostata ingrossata. Perché poi il pensiero va lì, e da lì non si sposta, e mentre stai cercando in qualche maniera di goderti questo declinare dell’estate, senza preavviso, ti appare nella mente l’immagine di Briatore, seduto a un tavolo in un locale, che sciabola lo champagne seduto sul ciambellone. O lui che si alza (“oppelà”), si fa strada nei bagni del locale, con la fila di quelli che devono incipriarsi il naso, e mentre gli altri sono intenti a pipparsi la cipria, Briatore, solo, a gambe larghe, sudato, soffre, si sforza, ma niente, sente solo il pisello che gli va a fuoco. Io ci ho provato a razionalizzare la cosa, a liberarmi da questi pensieri, ho cercato “prostatite” su internet, ho consultato siti medici specializzati, risultato: ancora peggio. E’ tutto un fiorire di batteri a trasmissione sessuale, microlesioni del retto, esplorazione anale digitale che appena l’ho letta mi sono sentito male pensando che la bottiglia sciabolata, solitamente, si accompagna a una portata di “finger food” (cibo da portare deliziosamente ed elegantemente alla bocca con le dita). Tra le cause della prostatite esiste anche – giuro – un “trauma lesivo del perineo (area compresa tra lo scroto e l’ano), e persino io, che di solito evito di occuparmi degli affari degli altri, mi sono ritrovato a pensare, mentre sorseggiavo uno spritz sulla spiaggia: “Ma chi ha preso a calci in culo Briatore, e soprattutto perché? E la scarpa che ha causato la lesione era scamosciata?”. Nel sottoproletariato siciliano vi era una usanza in qualche modo commovente: conservare sotto spirito le parti del corpo che venivano asportate. Venivano mostrate con orgoglio all’occasionale visitatore. Esprimeva la meraviglia del poverissimo allorquando scopriva che lo Stato si occupava davvero di lui. Urlava con strazio e sollievo che l’umanità non è così cattiva se si è presa la briga di asportare (gratuitamente) una cistifellea. Era speranza nel futuro: anche quando i nostri figli saranno orfani, poveri, vagando scalzi nelle strade di campagna alla ricerca di una crosta di formaggio, ci sarà sempre qualcuno che si occuperà di loro. Quando la Santanché ha detto “prostatite” io mi sono commosso.

Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 31 agosto 2020. Il virus si è preso il Billionaire prima di Ferragosto. Un cameriere del locale di Flavio Briatore si sente male il 12, nel pieno della settimana del tutto esaurito in Costa Smeralda: quella che la riviera del lusso aspetta per riscattare una stagione estiva monca, partita in ritardo e ostaggio delle prescrizioni anti- Covid. Il cameriere, vedremo, non è il solo dello staff ad accusare febbre e tosse mentre al Billionaire si continua a stappare champagne e i clienti, senza mascherina, si assembrano in balli attorno ai tavoli. Dietro le quinte del sogno patinato, un gruppo di ragazzi si muove tra Porto Cervo, Olbia e Arzachena in preda all' ansia e in cerca di qualcuno che faccia loro un tampone. Quella che segue è la storia di cosa è accaduto nei dieci giorni che hanno preceduto la notizia dei primi 6 dipendenti positivi, comunicata dalla Asl il 21 agosto quando il Billionaire era già stato chiuso per volontà dello stesso Briatore, ufficialmente non per questioni legate al Covid ma per protestare contro l' ordinanza del sindaco di Arzachena che ha imposto di spegnere la musica dopo l' una di notte. È una storia che Repubblica ricostruisce grazie a testimonianze dirette e qualificate, e che potrebbe diventare anche oggetto dell' indagine - per ora senza indagati né ipotesi di reato - aperta dalla procura di Tempio Pausania. Dunque, con ordine.

Un sogno lungo un mese. Briatore possiede e controlla il prestigioso locale sulla collina di Porto Cervo attraverso la società lussemburghese Billionaire LifeStyle. Come amministratore unico ha scelto un quarantenne di Arzachena, Roberto Pretto, conosciuto in Gallura per essere un professionista serio e scrupoloso. Nell' estate 2020 apre per un mese soltanto, dal 23 luglio al 23 agosto, proponendo ogni sera il dinner show: cena al tavolo con menù fisso (prezzo tra i 100 e i 130 euro a testa) e spettacolo musicale con cantanti e dj famosi, poi disco club fino a tarda notte. Lo staff è composto da una settantina di dipendenti, a cui, a seconda delle serate, se ne aggiungono altri forniti dall' agenzia interinale Etjca. Muniti di mascherina, servono ai tavoli, parcheggiano le macchine, puliscono, mettono la musica, portano da bere, si muovono tra centinaia di clienti che, invece, come si vede dai filmati e dalle foto postate sui social, la mascherina non la portano affatto. Talvolta anche qualcuno dello staff la tiene calata sotto il mento, come due di loro, entrambi positivi, riferiranno alla Cisl. «Per respirare meglio», diranno.

Il primo sospetto. I clienti fanno come gli pare, e i responsabili del Billionaire non riescono a imporre prudenza. Poco male, movida must go on. Si arriva al 12 agosto. Uno dei camerieri impiegato nei turni del dinner show non si sente bene: ha la febbre e la tosse. Gli sembra anche di non percepire gli odori. Sono i classici sintomi del Covid. Secondo i testimoni interpellati da Repubblica , la direzione del Billionaire lo mette per precauzione in isolamento nel residence affittato per lo staff. Dopo poco altri tre colleghi avvertono gli stessi sintomi e, anche loro, vengono lasciati a riposo. La vita notturna del Billionaire invece non si ferma. Il locale - che ha dimezzato la capienza a 350 posti e tiene un registro in cui vengono segnati il nome, il cognome e il numero di telefono di un ospite per ogni tavolo - è pieno. I manager però sono preoccupati per chi è in auto-isolamento: è una situazione delicata che va gestita in fretta, senza fare rumore.

Il falso negativo del sierologico. Si rivolgono quindi ai servizi medici del Consorzio Costa Smeralda Porto Cervo. Nelle giornate tra il 13 e il 14 agosto gli isolati e anche alcuni ragazzi che con loro condividono l' alloggio (6-7 persone in tutto) vengono mandati all' ambulatorio del Consorzio per sottoporsi al test sierologico. Sono negativi. I medici, però, ritengono necessario fare il tampone, unico esame veramente affidabile per stabilire se tosse e febbre siano dovuti al contagio o a una leggera influenza. Solo che il tampone lo fanno ad Olbia, all' ospedale Mater. Il gruppo si sposta lì, ma è rimbalzato dalla reception del pronto soccorso. «Non è questa la procedura da seguire, dovete telefonare al numero verde della Regione». Il tentativo si infrange contro la musichetta registrata della chiamata in attesa. C' è però un medico del Consorzio che, in forma privata e al costo di 150 euro, può far loro il tampone con una strumentazione ad hoc. L' appuntamento è per il 17 agosto, a pagare la parcella è il Billionaire. Che, nel frattempo, sta per celebrare la serata più impegnativa.

Fuga di Ferragosto. A Ferragosto tutti i tavoli sono prenotati. Alle 8 di sera è previsto che si presentino dieci "runner" di sala aggiuntivi che Etjca si è impegnata a procurare, con lo scopo di rafforzare lo staff. Non arriva nessuno. Dal Billionaire contattano il referente dell' agenzia, il quale spiega che i ragazzi si sono rifiutati di andare. «Sono spaventati, dicono che ci sono colleghi che non stanno bene...». Dalla direzione avevano anche mandato all' agenzia i risultati dei sierologici, ma non è servito. La voce si è sparsa, e con essa la paura.

La chiusura. Il 17 agosto è un lunedì. Succedono due cose: il sindaco di Arzachena firma l' ordinanza per la musica e il tampone oro-faringeo effettuato a pagamento dà "potenziali positività". Il medico privato ritiene che l' esame non sia attendibile al cento per cento, e avverte la Asl di riferimento. Quella sera il Billionaire, nonostante il sospetto sia ormai una certezza, organizza lo stesso il dinner show. La mattina del 18 la direzione del locale di Briatore diffonde un comunicato in cui annuncia la chiusura "a partire da oggi" e "con 6 giorni di anticipo rispetto alla data prevista" in polemica col comune.. I primi 6 casi certi di positività verranno ufficializzati dalla Asl il 21 agosto. Ad oggi, i positivi del Billionaire sono 60. Briatore compreso.

ALESSANDRO FULLONI, SALVATORE FREQUENTE per il Corriere della Sera il 28 agosto 2020. Per molti la sorte è stata la stessa: vacanze in Costa Smeralda, feste in discoteca (in primis il Billionaire) , tampone al rientro. E poi la conferma del contagio: Covid. È successo a showgirl, tronisti, personaggi più o meno famosi come Aida Yespica e Antonella Mosetti. Oggi si trovano in isolamento domiciliare e sui social invitano a fare i tamponi, indossare le mascherine e rispettare le regole di distanziamento sociale. C'è chi usa toni pacati e chi si arrabbia. Tra i secondi Eliana Michelazzo, l'ex manager di Pamela Prati coinvolta nel caso delle finte nozze con Mark Caltagirone, che racconta il suo Ferragosto al Billionaire dove «la gente era ammassata, non si respirava, si sudava. A un certo punto mi sono spaventata e mi sono messa in un angolo a guardare. Nella pista da ballo non c'era alcun distanziamento». Addirittura, «mentre faceva un caldo pazzesco, all'improvviso - è la testimonianza all'Adn Kronos - arrivava uno spruzzo di aria gelida, una ventata propagata per tutto il locale...». Anche la showgirl Antonella Mosetti racconta di avere trascorso «una serata» al Billionaire : «Non so se ho preso il virus qui ma di sicuro è stato in Sardegna. Una ventina di amici sono contagiati, almeno dieci sono di Roma Nord». Poi prosegue, cauta: «Lo staff era scrupoloso, indossavano tutti la mascherina, io l'ho anche comprata da loro perché è bellissima, nera, in tessuto. I clienti invece non erano così attenti. Dubito di essere stata contagiata dal personale». Infine conclude: «Nel centro di Porto Cervo, assai piccolo, c'era la calca, una massa di persone senza mascherina. Ma era lo stesso in altre parti d'Italia. Prima ero stata in Puglia e la situazione era identica». «Ora ho paura per i rientri - ha detto al Messaggero - . Quasi tutta Roma Nord era in Costa Smeralda». Pure la modella argentina Aida Yespica si è scoperta positiva rincasando dalla sardegna. «Sono stata al Billionaire soltanto una volta e per meno di un'ora - ha spiegato al Giorno -. Faceva caldo, c'era tanta gente. Ma tutta l'isola era gremita, anche le spiagge. Con il mio fidanzato abbiamo pensato a una vacanza tranquilla, tanto mare e poca movida. Ma forse era meglio tenere i locali chiusi. Come ho contratto il virus non lo so, ho sempre tenuto la mascherina e rispettato le distanze». A casa, ammalati, ci sono anche tre partecipanti della trasmissione «Uomini e donne». «Mi è crollato il mondo addosso, ma ora sto bene» ha scritto sui social il «corteggiatore» Daniele Schiavon. Andrea Melchiorre (anche influencer) il tampone lo ha fatto in Sardegna dove si trova ancora in isolamento. «Ho avuto i primi sintomi il 19 agosto, febbre, spossatezza, tosse», scrive su Instagram. La tronista Nilufar Addati ha scoperto di essere positiva al coronavirus tornando a Napoli e ora sui social parla del «rimorso per le vacanze in Sardegna troppo spensierate». Prende con serenità la sua condizione di «perfetto positivo asintomatico in quarantena casalinga». Andrea Zenga, figlio del «deltaplano» Walter, ex portiere dell'Inter e della nazionale. «Rientrato da Porto Rotondo ho fatto il tampone - racconta - dopo aver saputo che sul traghetto di ritorno c'era un positivo. All'andata, all'imbarco, non ci hanno neanche misurato la febbre. Altro che assembramenti e mancati controlli in discoteca...».

Covid: Porto Cervo, da Ultimo a Leotta vip in ansia dopo le foto con "Il Re del pesce". L'ansia raggiunge anche Londra: otto calciatori del Tottenham erano stati a cena al Sottovento insieme all'ex romanista Erik Lamela. La Repubblica il 27 agosto 2020. Numerosi vip, calciatori e personaggi dello spettacolo sono in apprensione da questa mattina, da quando Repubblica ha raccontato del ricovero in ospedale del ristoratore romano Johnny Micalusi, conosciuto anche come il “Re del pesce” e delle cene romane vip. Micalusi, già proprietario di Assunta Madre, è stato trovato positivo al Covid e le sue condizioni sarebbero gravi tanto da aver costretto i medici ad intubarlo. Quest’anno il ristoratore ha concesso il proprio brand al ristorante Sottovento sulle colline di Porto Cervo, una mossa commerciale che ha riscontrato un enorme successo. La specialità della casa, nei locali di Micalusi, oltre al pesce di primissima qualità, è infatti notoriamente quella di essere punto di riferimento per le persone più in vista e popolari che amano sedersi ai tavolini dei suoi ristoranti e lasciarsi intrattenere da Johnny in persona. Esattamente quello che è successo nei giorni “di incubazione” del cluster del Sottovento. E basta dare un’occhiata al profilo facebook del ristoratore per capirlo, nelle foto pubblicate ci sono infatti abbracci – rigorosamente senza mascherina o altre precauzioni – con la giornalista Diletta Leotta, il cantante Ultimo, il calciatore Erik Lamela. Sui divanetti del Sottovento, nei giorni scorsi era passato anche un altro ex giallorosso, Miralem Pjanic che nei giorni scorsi ha fatto sapere di essere positivo. La foto con Lamela  ha fatto scattare l’allarme a Londra – dove per altro Micalusi sta avviando un nuovo progetto, “una pescheria in stile Peck”. Insieme a l’ex calciatore della Roma, a trovare il Re del pesce c’erano infatti anche altri otto giocatori del Tottenham. Tanto per aumentare la preoccupazione tra quanti avevano frequentato , spicca tra le altre una immagine in cui il ristoratore posa vicino all'allenatore del Bologna Sinisa Mihajlovic.

Da "huffingtonpost.it" il 27 agosto 2020. “Ho fatto un tampone al Forlanini il 23 agosto pomeriggio per sicurezza, appena sono rientrata dalla Costa Smeralda e il risultato è arrivato solo oggi, dopo ben 4 giorni e purtroppo sono positiva al Covid anche io”. Lo rivela Eliana Michelazzo all’Adnkronos. L’ex manager di Pamela Prati racconta di non avere febbre, ma di sentirsi stanca: “Sono in casa da sola e la Asl mi ha detto di aspettare 14 giorni e poi di rifare il tampone. Speriamo che la situazione non si aggravi”. Michelazzo era stata al Billionaire e con l’Adnkronos ricorda la serata nel locale: “La gente era ammassata, non si respirava, si sudava. Io ad un certo punto mi sono spaventata e mi sono messa in un angolo ad osservare quello che stava succedendo. Nella pista da ballo la gente era tutta ammassata senza nessun distanziamento. Negli altri locali c’era lo spazio mentre da Briatore no”. “Sono andata a cena con degli amici al ‘Billionaire’ la sera di Ferragosto. poi sono scesa con loro nella discoteca e faceva un caldo pazzesco. C’era un ammasso di persone mai viste prima! Ricordo che c’era uno spruzzo di aria gelida che arrivava all’improvviso, una ventata che si propagava per tutto il locale. Immaginate che con il sudore chi era infettato ha propagato il virus per tutto il locale”. Nella notte di Ferragosto centinaia di persone ballavano senza mascherina. Michelazzo fa mea culpa: “Sono stata ingenua. Dopo il lockdown ho pensato che il virus si fosse indebolito ma ho capito di aver sbagliato. Vorrei dire ai giovani di tenere alta la guardia, quello che è accaduto in Sardegna lo dimostra”.

Mic. All. per il Messaggero il 26 agosto 2020. Quando ha scoperto di avere contratto il coronavirus si è barricata in casa, ha avvisato le persone con le quali era stata a contatto e poi ha comunicato la notizia a tutti i follower di Instagram. La showgirl Antonella Mosetti, positiva al Covid dopo una vacanza in Sardegna, racconta di essere stata attentissima e di avere rispettato le norme, ma non ha dubbi: «Abbiamo abbassato la guardia troppo presto». Come mai ha deciso di raccontare il contagio sui social? «Ho fatto un video per sensibilizzare le persone, può succedere a tutti, io sono stata molto attenta».

A Porto Cervo è stata anche al Billionaire?

«Sì, ho trascorso lì una serata. Non è possibile dire se ho preso il virus nel locale, ma sicuramente l'ho preso in Sardegna. Al Billionaire lo staff era scrupoloso, indossavano tutti la mascherina, io l'ho anche comprata da loro perché è bellissima, nera, in tessuto. I clienti invece non erano così attenti. Dubito di essere stata contagiata dal personale, perché erano tutti rispettosi delle norme. Il problema è generale. Probabilmente dopo mesi di lockdown abbiamo abbassato la guardia, ci siamo sentiti sollevati, convinti di avere sconfitto il virus. E invece non era così».

Si riferisce alla Sardegna in particolare?

 «Non solo. Nel centro di Porto Cervo, che è piccolo, c'era la calca, una massa di persone senza mascherina. Ma era lo stesso in altre parti d'Italia. Prima ero stata in Puglia e la situazione era identica. Ora ho paura per i rientri. Quasi tutta Roma Nord era in Costa Smeralda».

 Quanti suoi amici sono risultati positivi?

«Una ventina e dieci di loro sono romani. Ma sono sicura che il numero sia più alto e che molte persone che ho incontrato non lo dicano. Io sarei dovuta tornare il 24, ma quando ho iniziato ad accusare certi sintomi mi sono preoccupata e sono tornata il 19».

Quali erano i sintomi?

«Stanchezza, raffreddore, mi ha terrorizzato non sentire più sapori e odori. Il test sierologico è risultato negativo. Poi ho deciso di fare il tampone insieme a mia figlia, che abita con me e che era anche lei in Sardegna. Io sono risultata positiva, mentre lei no».

Da "corriere.it" il 24 agosto 2020. Anche tu, Usain? Sì, anche lui: Usain Bolt, che resta l’uomo più veloce del mondo anche adesso che fa il papà a tempo pieno, è risultato positivo al Covid. La notizia arriva da Nationwide X Fm, una delle più importanti radio giamaicane, che riferisce che il primatista del mondo di 100 e 200 metri avrebbe contratto la malattia e di conseguenza passerà almeno 14 giorni in autoisolamento. Non è chiaro se Bolt sia anche asintomatico. L’ipotesi più accreditata sulla fonte del contagio è la grande festa per il 34° compleanno dell’atleta, organizzata nella casa della coppia dalla compagna, la modella Kasi Bennet. Un party con molti ospiti illustri come Leon Bailey, calciatore giamaicano del Bayer Leverkusen, Raheem Sterling, attuale attaccante del Manchester City, il cantante e dj reggae Ding Dong Ravers. Secondo molto testimoni nessuno degli ospiti del party avrebbe indossato mascherine. L’annuncio della festa aveva provocato molte polemiche perchè i contagi in Giamaica stanno crescendo tanto da far imporre al governo il coprifuoco notturno in diverse zone del paese.

Covid, la Roma il club più colpito. Tifosi infuriati: “Visto quanto guadagnano dovrebbero stare più attenti a come si muovono”. Pietro Mecozzi il 29 Agosto 2020 su romanews.eu. Preoccupazione, arrabbiature, ma anche l’immancabile ironia. Sono questi gli stati d’animo manifestati dai tifosi della Roma alla notizia sulla positività al Covid-19 di Bruno Peres e Justin Kluivert, che seguono quelle di Mirante e Carles Perez. La preoccupazione è che il numero possa crescere. L’edizione odierna de Il Corriere della Sera riporta le parole di diversi tifosi giallorossi. La preoccupazione che il numero possa crescere è tanta. “Qui mi sa che in ritiro ci andranno i figli di Totti. C’è il rischio che non cominciamo il campionato“, il commento di una tifosa su Twitter. “Volevamo tornare a pensare positivo con Friedkin, ma così sembra esagerato“, ma anche “Speriamo che Kluivert non abbia contagiato anche il suo procuratore Mino Raiola, perchè altrimenti addio cessioni“. Altri utenti vorrebbero invece la loro cessione e fanno sapere di non volerli mai più nella rosa a disposizione di Fonseca. Secondo i tifosi vi è una grossa mancanza di professionalità dei calciatori che portano a questi contagi. “Credo che i calciatori, di qualsiasi squadra, considerando i soldi che guadagnano, dovrebbero essere molto più attenti a come si muovono e a quello che fanno“. Qualcuno fa notare come la Roma sia la squadra più colpita e chiede un intervento societario: “Abbiamo più contagiati noi di tutte le altre squadre della Serie A, perché la società non interviene?”. Non sono mancate però le manifestazioni di solidarietà e gli auguri di pronta guarigione. “Justin riprenditi presto, non vedo l’ora di rivederti in campo con la maglia della Roma“, uno dei commenti su Instagram. “Supereremo anche questa, guarisci presto“. Perchè alla fine quello che conta per i tifosi, è il bene della Roma.

Coronavirus, tre positivi al Psg. Stampa francese: c'è anche Neymar. Pubblicato mercoledì, 02 settembre 2020 da La Repubblica.it. Il coronavirus colpisce anche il Psg. La società parigina ha confermato attraverso un comunicato che tre dei suoi calciatori "sono stati trovati positivi al test Sars CoV2 e sono soggetti al protocollo sanitario appropriato". I tre sarebbero Neymar, Paredes e Di Maria. Bocche cucite da Parigi sull'identità dei tre tesserati, ma secondo le prime indiscrezioni pubblicate da "L'Equipe" sarebbero nomi illustri: Neymar, Paredes e Di Maria. Già da ieri era circolata la voce sui due argentini (entrambi rientrati dalle vacanze a Ibiza), oltre a Mauro Icardi (rumor però non confermato nonostante sia in isolamento), invece l'altro contagiato sarebbe proprio il fuoriclasse brasiliano ex Barcellona, anche lui in vacanza nelle isole baleari. Il Psg fa sapere inoltre che "tutti i giocatori e lo staff continueranno a eseguire i test nei prossimi giorni".

Miralem Pjanic, l'ex juventino ora al Barcellona è risultato positivo al coronavirus. Libero Quotidiano il 23 agosto 2020. Miralem Pjanic, dopo aver accusato un malore nella giornata di sabato ed essere stato sottoposto al tampone, è risultato positivo al covid-19. Lo ha comunicato il Barcellona a attraverso i suoi canali ufficiali. Pjanic non potrà allenarsi con i catalani fino alla prima settimana di settembre, in vista della ripresa della Liga che comincerà il 12 settembre, con l'ex Juventus che dovrà aspettare per poter partecipare alle sedute di gruppo con i compagni e scendere in campo con loro. Il Barcellona, spiega Sport Mediaset, ha comunque precisato che Pjanic è asintomatico e in isolamento per le prossime due settimane. Questo il comunicato: "Miralem Pjanic è risultato positivo al test PCR a cui è stata sottoposto sabato 22 agosto, dopo aver avuto qualche fastidio. Il giocatore gode di buona salute ed è isolato in casa. Per questo motivo, il giocatore non si recherà a Barcellona per 15 giorni e si unirà solo dopo alla squadra"...

 Pogba positivo al Covid: escluso dalla Nazionale. Notizie.it il 27/08/2020. Paul Pogba è positivo al Covid e si trova già in isolamento. L'ex Juve è stato escluso dalle convocazioni con la Francia. Il centrocampista del Manchester United Paul Pogba è risultato positivo al Covid. Per questo motivo il c.t della Francia Didier Deschamps ha deciso di escludere l’ex Juve dalle convocazioni per le partite contro Svezia e Croazia di Nations League. Ogni giorno che passa si allunga la lista dei positivi al Covid nel calcio: anche il centrocampista del Manchester United Paul Pogba, infatti, è risultato positivo. Il francese è asintomatico, sta bene, e ora si trova in isolamento, come previsto dal protocollo sanitario. L’ex giocatore della Juventus è stato escluso dalle convocazioni del c.t della Francia Deschamps per le sfide di Nations League contro Svezia (5 settembre) e Croazia (8 settembre). Al suo posto, prima chiamata in assoluto per Eduardo Camavinga, 17enne del Rennes. A proposito di bianconeri, torna in Nazionale anche Adrien Rabiot, da un anno in forza alla Juventus. L’ultima apparizione dell’ex PSG con la maglia dei galletti francesi risale al 27 marzo 2018.

Situazione sotto controllo. Nelle ultime settimane diversi giocatori hanno contratto il virus. In Italia, l’attaccante del Napoli Andrea Petagna e il portiere della Roma Antonio Mirante sono stati i primi casi riscontrati e attualmente si trovano in isolamento preventivo, entrambi asintomatici. Nella giornata di domenica 23 agosto anche l’allenatore del Bologna Sinisa Mihjlovic è risultato postivo al coronavirus, pur senza manifestare sintomi. Un pizzico di preoccupazione in più per il serbo, a cui già nell’estate del 2019 è stata diagnosticata una leucemia.

 (ANSA il 23 agosto 2020) - Il tecnico del Bologna Sinisa Mihajlovic è risultato positivo al Covid dopo il tampone a cui è stato sottoposto al suo rientro a Bologna. Lo rende noto il Bologna. Mihajlovic è asintomatico, resterà in isolamento per le prossime due settimane, come previsto dal protocollo nazionale. Domani saranno fatti i test sui giocatori e i collaboratori della prima squadra. Circa un anno fa il tecnico del Bologna annunciò di essere affetto da leucemia ed è stato sottoposto anche a un trapianto di midollo. Sinisa Mihajlovic, l'allenatore del Bologna risultato positivo al Covid, era rientrato da una vacanza in Sardegna, insieme alla moglie. Sottoposto al tampone, anche se asintomatico dovrà stare in isolamento per due settimane e non potrà quindi partecipare al ritiro precampionato della squadra che comincerà in settimana a Pinzolo.

ALESSANDRO MOSSINI per il Corriere della Sera il 23 agosto 2020. Al rientro dalle vacanze a Porto Cervo in Sardegna, è arrivata la notizia più temuta anche per Sinisa Mihajlovic: come tanti altri vacanzieri, l'allenatore del Bologna è risultato positivo al Covid-19, fortunatamente in maniera asintomatica. Lo ha comunicato la società rossoblù con una nota, dopo aver ricevuto i risultati del tampone di controllo effettuato venerdì al rientro in città: «Il tecnico, che è assolutamente asintomatico, resterà in isolamento per le prossime due settimane, come previsto dal protocollo nazionale». Di conseguenza, salterà il raduno odierno del Bologna (quando tutti i giocatori e gli altri membri dello staff, rientrati anche loro dalle vacanze, saranno sottoposti al tampone) e soprattutto non partirà per il ritiro in programma a Pinzolo, in Trentino, da giovedì fino al 5 settembre. Nel caso di Mihajlovic, il contagio genera logicamente qualche preoccupazione in più per il suo pregresso medico: il 13 luglio 2019 il serbo annunciò di avere la leucemia e, dopo tre cicli di chemioterapia, lo scorso 29 ottobre venne sottoposto a trapianto di midollo osseo da donatore non familiare. Da allora Mihajlovic ha gradualmente ripreso la sua vita: tante medicine da assumere ogni giorno - e un breve ricovero per una terapia antivirale a fine gennaio, data la sua condizione di immunodepresso - e controlli frequenti che hanno dato risultati sempre più confortanti, al punto che l'allenatore rossoblù negli ultimi mesi ha ripreso diversi chili, tornando a correre e ad alzare pesi quasi ogni giorno. «A nove mesi dal trapianto sto bene, forse meglio di prima» aveva detto a fine campionato, svelando poi nei primi giorni in Sardegna di sfruttare questa vacanza «per stare in famiglia e ricaricare le batterie dopo un anno faticoso sotto tanti punti di vista». Tutta la famiglia del tecnico, rientrata a Roma dopo la lunga vacanza a Porto Cervo (Mihajlovic ha raggiunto la moglie Arianna e i cinque figli il 3 agosto, all'indomani dell'ultimo turno del campionato 2019/2020) si è sottoposta al tampone. Lo hanno raccontato le figlie, Viktorija e Virginia, sui loro social network: «Vi ringraziamo per i messaggi che state mandando ma state tranquilli: papà sta benissimo ed è completamente asintomatico. Ovviamente anche noi, venendo dalla Sardegna e da Porto Cervo, siamo stati sottoposti al tampone. Vi abbracciamo». Nei venti giorni di vacanza in Costa Smeralda, ci sono state occasioni mondane, testimoniate dalle foto sui social: tutta la famiglia a inizio agosto ha partecipato alla festa privata di compleanno di Gianluca Vacchi, le serate a cena nel ristorante di Johnny Micalusi al Sottovento Club di Porto Cervo, le partite a padel o a calcetto con gli amici e un incontro a Olbia con Gianmarco Pozzecco, allenatore della Dinamo Sassari di basket (che ieri ha reso nota la negatività dell'intero staff e di tutti i giocatori). Ora il tampone obbliga Mihajlovic all'isolamento nella stanza del suo hotel bolognese, in attesa di un doppio esito negativo per poter tornare ad allenare.

Arianna Mihajlovic: "Non giudicate, siamo tutti peccatori". Pubblicato martedì, 25 agosto 2020 da La Repubblica.it. Inizia la nuova stagione, ed è subito emergenza. O magari è un ritorno al passato, perché ancora una volta i rossoblù devono presentarsi ai nastri di partenza senza Sinisa Mihajlovic, che salterà anche questo ritiro perché positivo asintomatico al Covid. Ragioni di salute come un anno fa, ma situazioni diverse: allora il tecnico iniziava la sua battaglia contro la leucemia, ora si trova a casa isolato, leone in gabbia che vuole rassicurare tutti di sentirsi bene e non avere i sintomi del coronavirus che ha scoperto di avere grazie ai tamponi effettuati al rientro dalle vacanze in Sardegna. La moglie Arianna ieri ha dedicato un post su Instagram ai tanti che in queste ore hanno eccepito sul comportamento del marito, poco osservante delle regole anti-Covid, immortalato in feste e partite di calcetto o padel: "Astenetevi dal giudicare perché siamo tutti peccatori" ha scritto la signora Mihajlovic, con tanto di cuoricini. Questa ripresa colma di incertezze, qualche sottaciuto malumore per una vacanza fin troppo spregiudicata e conseguenti repentini cambi di rotta vivrà un altro momento centrale oggi pomeriggio, quando si conosceranno gli esiti dei tamponi al gruppo squadra, una sessantina di persone tra giocatori e staff tecnico, che ieri attorno alle 16 sono rientrati a Casteldebole dopo le vacanze e si sono sottoposti agli esami e ai test sanitari. Se tutto andrà come sperato, oggi inizieranno i lavori di preparazione in vista di una stagione che ripartirà il 19 settembre, salvo slittamenti causati dalla pandemia in corso.

Dal Corriere della Sera il 23 agosto 2020. Un calcio d'inizio simbolico, il ritorno alla normalità dopo mesi di angoscia e paura per la leucemia. La partita di calcetto organizzata lo scorso 14 agosto dagli amici per Sinisa Mihajlovic, nel campo da gioco dell'Hotel Cala di Volpe di Porto Cervo, aveva il sapore delle grandi occasioni. «Sto benissimo, mi sento in forma», ha detto l'allenatore del Bologna agli amici schierati in prima fila ad applaudirlo, tra cui la moglie Arianna e i cinque figli. Niente cappello, la testa libera e i piedi veloci, per lui il ruolo di terzino sinistro. Una partita tra amici, con l'inseparabile Dario Marcolin - il commentatore di Dazn, che risulterebbe negativo al test - in squadra insieme a lui. Non una competizione, ma un incontro tra vecchi compagni, messo in piedi dallo storico amico Hormoz Vasfi, il petroliere animatore della mondanità della Costa Smeralda, che adesso racconta con una certa emozione l'accaduto. «Appena Sinisa è atterrato a Olbia mi ha telefonato e mi ha detto: mi sento bene, ho ripreso anche a giocare a padel, organizza una partita di calcio, è un anno e mezzo che non gioco». Vengono coinvolti volti noti e personaggi in vacanza in Costa Smeralda: in squadra con Mihajlovic giocano l'amico Hormoz, nel ruolo di portiere, Dario Marcolin e Paolo Bonolis, anche lui pieno di entusiasmo. «Ho giocato per quattro giorni di fila, ho le gambe a pezzi, ma oggi non potevo non esserci per Sinisa», queste le parole del conduttore prima di entrare in campo. Nella squadra avversaria anche il figlio di Bonolis, Davide: il calcio d'inizio viene dato da Fabio Rovazzi e nel secondo tempo entra in campo Flavio Briatore che segna un gol. Divertimento, entusiasmo e un brindisi finale per festeggiare: tutto nel rispetto delle regole, secondo le misure anti-Covid. «Chiunque ha giocato a calcetto nel campo del Cala di Volpe ha dovuto rispettare le regole imposte dall'hotel - spiega Vasfi -: misurazione della temperatura e compilazione di un'autocertificazione sullo stato di salute». Adesso che Sinisa è a Bologna, positivo ma asintomatico, mentre Bonolis padre e figlio e Rovazzi sono risultati negativi agli esami, si cerca di ricostruire i momenti della sua vacanza, trascorsa in un clima di cautela, come conferma la moglie Arianna. Qualche uscita nei locali della Costa Smeralda con i congiunti e gli amici di sempre, rare cene e sempre all'aperto, come quella organizzata nel post partita, nel ristorante Pedri Garden di Porto Cervo e dove è arrivato anche Ibrahimovic a sorpresa per salutare l'amico. «Ci siamo sentiti oggi con Arianna, Sinisa sta bene - commenta Vasfi- : lo scorso anno dopo che è partito dalla Sardegna per il ritiro è arrivata la notizia della leucemia, quest' anno quella del test positivo. Siamo tutti affranti, ma sono certo che Sinisa non avrà problemi a superare anche questo momento».

Da ilmessaggero.it il 23 agosto 2020. Da Flavio Briatore a Paolo Bonolis, passando per l'ex presidente della Fiorentina, Andrea Della Valle, posano tutti in fila sul campetto di calcio dell'Hotel Cala di Volpe e Porto Cervo, di fianco a Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna, oggi risultato positivo al Covid-19. La partita organizzata dal petroliere Hormoz Vasfi, fa il pieno di volti noti del mondo del calcio e anche dello spettacolo. Nella foto, pubblicata da Briatore sul suo profilo Instagram, lo scorso 15 agosto, ci sono anche il commentatore Dario Marcolin e il giornalista Gabriele Parpiglia, ma in campo c'erano anche Fabio Rovazzi e Davide Bonolis, figlio di Paolo. Mihajlovic aveva accettato l'invito dell'amico petroliere anche perché l'incontro si svolgeva all'aria aperta e nel rispetto delle norme Covid. L'ex difensore della Lazio, è tornato in campo dopo la malattia che lo ha colpito un anno fa indossando la maglia del Boca Juniors e i pantaloncini della Lazio autografati dall'attuale centrocampista dei biancocelesti, Milinkovic Savic. La sera, poi è l'allenatore del Bologna ha incontrato Zlatan Ibrahimovic a cena a Porto Cervo. Tra i due era scattato un caloroso abbraccio. Il video è stato condiviso su Instagram dalla figlia di Mihajlovic, Viktorija.

 ILARIA RAVARINO per il Messaggero il 24 agosto 2020. Con il figlio a Porto Cervo, senza sospettare di essere fianco a fianco con il virus per il tempo di una partitella di calcio e qualche foto di gruppo: oltre a Flavio Briatore, Andrea Della Valle e Fabio Rovazzi (che, fa sapere il suo entourage, tornerà fra qualche giorno a Milano e «sta benissimo, in perfetta salute», non è «in quarantena nè in isolamento, come chiunque può vedere dalle sue Instagram stories»), sul campetto da calcio dell'Hotel Cala della Volpe, accanto a Sinisa Mihajlovic (risultato positivo al coronavirus), nella partita organizzata dal petroliere HormozVasfi, c'erano anche Paolo Bonolis e Davide Bonolis, 15 anni, secondogenito del conduttore e di Sonia Bruganelli.

Bonolis, come si sente?

«Benissimo, perché me lo chiedete?».

A Porto Cervo era sul campo con Mihajlovic che è risultato positivo: ha pensato ai rischi?

«Veramente io sono in perfetta salute. Mi sento in forma, non ho nulla, sto bene: certamente non ho il covid».

Avete fatto il tampone?

«Per il lavoro che faccio io sono continuamente controllato. Ci monitorano in continuazione, sono certo di stare bene. Quelli che fanno il mio lavoro non possono permettersi incertezze».

E suo figlio Davide? Anche lui era sul campo insieme a Sinisa, Briatore e tutti gli altri: come sta?

«State tranquilli, sta bene anche lui. È negativo al virus, abbiamo fatto immediatamente tutti i controlli necessari per scongiurare il peggio».

Avete avuto paura dopo aver saputo della positività di Mihajlovic?

«Non direi. Non ci siamo fatti prendere dal panico nemmeno per un istante. Come dicevo io stesso sono abituato a fare controlli molto frequenti, conosco la procedura».

Appena ha saputo della notizia cosa ha pensato?

«Che dovevo pensare? La notizia ci ha colti completamente di sorpresa. Non potevano immaginare quello che sarebbe successo, e certamente non eravamo in grado di prevederlo. Fortunatamente ci è andata bene».

 (ANSA il 10 agosto 2020. ) - "Sono positivo al coronavirus": lo annuncia Antonio Banderas sui suoi profili social nel giorno in cui compie 60 anni, postando accanto al messaggio una foto che lo ritrae bambino. "Approfitterò dell'isolamento - scrive l'attore spagnolo - per leggere, scrivere, riposarmi e continuare a fare progetti per iniziare a dare un senso ai miei 60 anni appena compiuti". "Voglio annunciare che oggi, 10 agosto, sono costretto a festeggiare il mio 60/o compleanno osservando la quarantena, essendo risultato positivo alla malattia Covid-19, causata dal coronavirus", scrive Banderas. "Vorrei aggiungere che mi sento relativamente bene, solo un po' più stanco del solito e fiducioso che mi riprenderò al più presto seguendo le indicazioni mediche - sottolinea - che spero mi permetteranno di superare il processo infettivo di cui soffro e che sta colpendo tante persone in tutto il pianeta". "Un grande abbraccio a tutti", conclude salutando i fan.

Da tgcom24.mediaset.it l'11 agosto 2020. "Ecco cosa fa il Covid-19 ai tuoi capelli. Prendete questa malattia seriamente per favore!!". Alyssa Milano mostra in un video condiviso sui social una tra le conseguenze del coronavirus: una vistosa perdita dei capelli. Risultata positiva al test degli anticorpi solo dopo due esiti negativi, l'attrice americana, famosa per il suo ruolo di Phoebe nella serie tv "Streghe", ha voluto raccontare la sua terribile esperienza ai follower. Pochi giorni fa aveva pubblicato infatti una foto in cui appariva con una mascherina dell'ossigeno e aveva scritto: "Questa sono io il 2 aprile dopo essere stata male per due settimane. Non mi ero mai sentita così male. Dolore ovunque. Perdita di olfatto. Sentivo come se un grosso elefante si fosse seduto sul mio petto. Non riuscivo a respirare. Non riuscivo a mangiare. Ho perso 4 kg in due settimane. Mi sentivo confusa. Avevo una febbre lieve. E un mal di testa orribile. Praticamente avevo ogni sintomo del Covid. Alla fine di marzo ho fatto due test ed entrambi sono risultati negativi. Quando ho iniziato a sentirmi un po’ meglio ho fatto il test degli anticorpi. Positivo”. Lamentando la poca affidabilità dei test con il metodo del prelievo dal dito, la Milano, 47 anni e madre di due figli, ha voluto sottolineare come, nonostante tutti i sintomi, solo con il terzo test, attraverso il prelievo del sangue, il risultato è stato veritiero: positiva al Covid-19. E ha invitato tutti a non fidarsi dei test in commercio, attualmente imperfetti e a prendere sul serio la malattia e le sue conseguenze nel tempo, come ha mostrato nell'ultimo video condiviso, in cui ad ogni spazzolata cadono intere ciocche di capelli: "Proteggetevi, detergete sempre le mani, indossate la mascherina e mantenete la distanza di sicurezza. Vorrei che nessuno provasse quello che ho provato io".

Andrea Schianchi per la Gazzetta dello Sport l'8 giugno 2020. In un' intervista esclusiva al quotidiano online «Parma Today», Roberto D' Aversa rivela di aver contratto il Covid-19 all' inizio di marzo e di averlo saputo soltanto due mesi dopo, alla metà di maggio, quando è stato sottoposto al test sierologico prima di ricominciare l' attività sportiva. «Dopo la partita contro la Spal (disputata al Tardini l' 8 marzo, ndr) ho avuto un po' di febbre. Niente di grave: 37,5 gradi e un forte mal di testa. Altri sintomi non ne ho avuti, né tosse, né bruciore agli occhi. Non avendo fatto i tamponi non potevamo stabilire se avessi avuto il Coronavirus oppure no, la cosa è stata accertata soltanto dai test sierologici effettuati in quest' ultimo periodo». D' Aversa, rintracciato ieri al telefono, ci spiega che «in realtà non mi sono preoccupato più di tanto, perché di solito, all'inizio della primavera, ho sempre attacchi di febbre, la temperatura mi sale fino a 39-40 gradi. Inoltre la mia famiglia era già a Pescara, perché dopo la chiusura delle scuole mia moglie è partita con i nostri tre figli, e io mi sono fatto i quindici giorni di quarantena in casa a Parma, da solo. Dopo tre giorni la febbre è sparita e io ho cominciato la mia vita da "casalingo": ho cucinato, ho imparato a tagliare le patate e a far andare la lavatrice, ho pulito l' appartamento. E, ovviamente, ho aspettato di avere il via libera per raggiungere la mia famiglia a Pescara».

D' Aversa ci tiene a sottolineare il comportamento di tutta la squadra che, su suggerimento della società, dopo l' ultima partita ha accettato di rimanere in quarantena volontaria.

«La gestione da parte nostra è stata ottima, perché il dottore ci ha seguito e perché noi siamo stati responsabili nel non mettere a rischio le altre persone. A Parma, per molti giorni, il suono delle sirene delle ambulanze riempiva il silenzio e in quei momenti mi si stringeva il cuore. Logico che abbia pensato a mia moglie, ai miei figli, ai miei genitori che sono anziani e, quindi, più a rischio. Però a Pescara, dov' erano tutti, il virus c' era, ma in misura molto ridotta rispetto al Nord Italia. Quando ho potuto riabbracciare la mia famiglia, però, vi confesso che un po' di commozione c' è stata. E non sapevo ancora di avere contratto il virus...».

Quando ha avuto la notizia dai medici, alla metà di maggio, D' Aversa ammette di aver provato un sentimento di rabbia. Due tamponi negativi e il test sierologico positivo. «Siamo arrivati tutti quanti impreparati di fronte a questa pandemia, ed è anche comprensibile. Dal punto di vista sportivo si è fatta un po' di confusione, come cittadino italiano dico che avrei voluto avere la possibilità di fare un tampone a prescindere dalla categoria alla quale appartenevo. Credo che a ogni cittadino si debba dare la possibilità di fare un tampone, per capire che cosa ha, o che cosa ha avuto. Io sono rimasto nel dubbio sul fatto che potessi averlo oppure no. Per fortuna siamo stati responsabili, altrimenti avrei potuto mettere in difficoltà altre persone. Fare polemiche adesso è inutile, mi auguro che quanto è successo possa farci migliorare su tanti aspetti: tutti quanti paghiamo le tasse e tutti dobbiamo godere degli stessi diritti a prescindere dal ruolo svolto. Il mondo del calcio, facendo i tamponi ogni quattro giorni, adesso è in piena regola. Incrociamo le dita sperando che tutto vada bene per la ripartenza».

Da ilmessaggero.it il 26 maggio 2020. Andrea Bocelli ha avuto il coronavirus. L'artista infatti stamattina è andato al centro prelievi dell'ospedale Cisanello di Pisa per donare il plasma ai fini dello studio, coordinato dall'Aoup, sulla cura per i malati di Covid-19. L'artista è stato infatti tra i casi positivi di Coronavirus come svelato dai lui stesso stamani: la scoperta il 10 marzo scorso dopo aver fatto il tampone. Fuori dall'ospedale Bocelli ha spiegato di non aver avuto particolari problemi: un pò di febbriciattola ma in pratica è stato un asintomatico. Contagiati, ha spiegato, anche la moglie, che a sua volta ha donato il plasma, e i due figli.

 (LaPresse il 31 marzo 2020) - L’Ufficio stampa della Corte costituzionale comunica che, a seguito di alcuni sintomi, la presidente Marta Cartabia è stata sottoposta al test del coronavirus ed è risultata positiva. Al momento, prosegue la nota, "la Presidente gode di buone condizioni generali e si trova in isolamento presso la sua abitazione di Milano, da dove continuerà a seguire i lavori e l’attività della Corte costituzionale, secondo la programmazione prevista, attraverso i sistemi telematici già predisposti".

Da ilmessaggero.it il 6 aprile 2020. Coronavirus, Nicola Magrini, dg dell'Aifa, l'Agenzia del farmaco, è risultato positivo al Covid19 ed ora è in isolamento domiciliare. «Il direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco Nicola Magrini si è sottoposto a tampone ed è risultato positivo al coronavirus. Da ieri, come previsto dalla normativa, è in isolamento. Magrini sta bene e continuerà a svolgere il suo lavoro da remoto». Lo comunica la stessa Aifa in una nota. «Tutti coloro che sono stati in stretto contatto con lui - si legge - saranno in isolamento domiciliare fino a verifica del loro stato rispetto al virus Covid-19».

Coronavirus, Guido Bertolaso: «Sono positivo al Covid-19, ho qualche linea di febbre». Pubblicato martedì, 24 marzo 2020 su Corriere.it da Giampiero Rossi. «Sono positivo al Covid-19. Quando ho accettato questo incarico sapevo quali fossero i rischi a cui andavo incontro, ma non potevo non rispondere alla chiamata per il mio Paese. Ho qualche linea di febbre, nessun altro sintomo al momento». Guido Bertolaso annuncia il contagio inviando un messaggio su Facebook. Il consulente del presidente della Regione Lombardia rassicura anche i cittadini: «Sia io che i miei collaboratori più stretti siamo in isolamento e rispetteremo il periodo di quarantena. Continuerò a seguire i lavori dell’ospedale Fiera e coordinerò i lavori nelle Marche per una struttura da 100 posti letto di terapia intensiva. Vincerò anche questa battaglia». Anche Attilio Fontana racconta di averlo sentito al telefono: «Mi ha espresso la forte volontà di continuare il suo lavoro per la realizzazione dell’ospedale in Fiera, sia pure in remoto». Il governatore è apparso visibilmente dispiaciutoper la positività del suo consulente: «Ma il progetto non si ferma. Stiamo già lavorando alle nuove modalità per continuare. Rispetteremo le procedure di quarantena per il suo staff. Ma andremo avanti». Bertolaso, ha chiarito Fontana, «si è messo in isolamento e mi ha incaricato di salutarvi, mi ha espresso la volontà, con la solita forza e determinazione, di continuare a lavorare da remoto, per evitare di avere qualunque tipo di contatto. È sempre al nostro fianco e ci darà una mano per portare avanti la realizzazione dell’ospedale». Se fosse necessario sostituire Guido Bertolaso come consulente «c’e’ il rischio di un rallentamento nella consegna dell’ospedale in Fiera», ha affermato Fontana. «Il dottor Bertolaso sta bene, ha un po’ di febbre, ma sostanzialmente sta bene — ha detto il governatore —. Per la consegna dovremo cercare di capire se la sua volontà di continuare a lavorare da remoto sia realizzabile o se dovrà essere sostituito, nel qual caso è chiaro che c’è il rischio di un rallentamento perché aveva in mano tutta l’evoluzione». «Lo ringrazio perché non si è risparmiato», sono le parole del leader della Lega, Matteo Salvini che ha commentato la notizia della positività al coronavirus di Guido Bertolaso: «Era in giro come un matto a verificare ospedali, strutture perché sta coordinando e sono sicuro che lo farà da casa, via telefono. È chiaro che se per mestiere sei più esposto al rischio...». Inoltre, «ha girato mezza Lombardia, è andato nelle Marche, lo ringrazio». «Ho chiamato Guido Bertolaso per esprimere il mio rammarico dopo avere appreso che è risultato positivo al Coronavirus — ha scritto il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi —. Sono sicuro che anche a distanza Guido saprà coordinare e completare l’ospedale alla Fiera di Milano perché era già riuscito con competenza e bravura ad avviare i lavori». Il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli, che lunedì ha partecipato a riunioni con Bertolaso ad Ancona, si è messo in quarantena. Indossava guanti e mascherina e ha mantenuto le distanze di sicurezza. Anche il presidente del consiglio regionale, Antonio Mastrovincenzo, in attesa di comunicazioni ufficiali dalle strutture sanitarie, ha deciso di mettersi in quarantena per «correttezza formale». Isolamento volontario anche per il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centrale, Rodolfo Giampieri.

Collaboratore di Gentiloni sintomatico, l’ex premier in isolamento. Redazione de Il Riformista il 24 Marzo 2020. È entrato in contatto con una persona che ha manifestato i sintomi tipici del Covid- 19 e così l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni si è sottoposto a isolamento domiciliare nella sua casa di Bruxelles. “Il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni è da alcuni giorni in isolamento a casa in seguito al manifestarsi di sintomi di contagio in una persona del suo staff”, hanno fatto sapere dal suo ufficio, specificando che le condizioni di salute del presidente del Partico democratico sono buone e che il prosegue regolarmente la sua attività dall’abitazione di Bruxelles.

Da "ilmessaggero.it" il 4 aprile 2020. Coronavirus, l'epidemia non risparmia i grandi nomi dello spettacolo. Pink ha annunciato di essere positiva al coronavirus insieme al figlio di tre anni, Jameson, e ha deciso di donare un milione di dollari per sostenere la lotta al Covid-19 negli Stati Uniti. La quarantenne cantante, il cui vero nome è Alecia Beth Moore, ha pubblicato un post con una foto su Instagram per comunicare ai fan la notizia. «Due settimane fa, io e mio figlio di tre anni, Jameson, abbiamo cominciato a mostrare i sintomi di COVID-19. Fortunatamente, il nostro medico di base ha avuto accesso ai test e io sono risultata positivo. La mia famiglia stava già restando a casa e abbiamo continuato a farlo per le ultime due settimane, seguendo le istruzioni del nostro medico», scrive la cantante. «Solo pochi giorni fa abbiamo rifatto il test e per fortuna ora siamo negativi. È una parodia assoluta l'incapacità del nostro governo di non rendere i test più ampiamente accessibili. Questa malattia è grave e reale. Le persone devono sapere che la malattia colpisce giovani e anziani, sani e malati, ricchi e poveri, e dobbiamo rendere i test gratuiti e più ampiamente accessibili per proteggere i nostri bambini, le nostre famiglie, i nostri amici e le nostre comunità», continua il post. «Nel tentativo di supportare gli operatori sanitari che ogni giorno combattono in prima linea, sto donando $ 500.000 al Fondo di emergenza dell'ospedale della Temple University a Filadelfia in onore di mia madre, Judy Moore, che ha lavorato lì per 18 anni nel Cardiomiopatia e nel centro trapianti di cuore. Inoltre, sto donando $ 500.000 al fondo di crisi COVID-19 del sindaco della città di Los Angeles. GRAZIE a tutti i nostri professionisti sanitari e a tutti nel mondo che stanno lavorando così duramente per proteggere i nostri cari. Siete i nostri eroi! Le prossime due settimane sono cruciali: per favore, restate a casa», conclude.

Il figlio di Pupi Avati ha contratto il coronavirus: "Contagiata tutta la famiglia". Pupi Avati ha raccontato di aver vissuto giorni di grande tensione perché il figlio Alvise, che vive a Londra, ha contratto insieme alla famiglia il coronavirus. Luana Rosato, Mercoledì 01/04/2020 su Il Giornale. Il regista Pupi Avati ha raccontato il suo periodo di quarantena, vissuto con grande preoccupazione poiché il figlio che vive a Londra ha contratto il coronavirus. Tra i personaggi dello spettacolo che hanno dovuto fare i conti con il dramma del Covid-19, anche il regista pluripremiato con il David di Donatello, che ha rivelato in una intervista al Corriere della Sera di essere stato molto in ansia per il figlio Alvise, residente a Londra insieme a tutta la famiglia e contagiato dal virus che in Italia sta mietendo migliaia di vittime. “I due figli che abbiamo a Roma ci lasciano la spesa in ascensore. L'altro, che si occupa di effetti speciali per il cinema, è a Londra e si è ammalato di coronavirus con tutta la famiglia – ha raccontato Avati - . Lui, la moglie, il figlio di 12 anni. Solo quello di 11 non è stato contagiato”. Ad oggi, però, le condizioni di salute di Alvise Avati e dell’intera famiglia sono nettamente migliorate. Per riprendersi, però, ci hanno messo ben 18 giorni. “Per fortuna, dopo 18 giorni, stanno meglio e hanno ripreso una vita quasi normale – ha continuato a raccontare il regista - . Non sentivano sapori né odori, avevano la febbre a 39, prendevano il paracetamolo, la febbre scendeva, poi risaliva. Avevano tosse, ma hanno sempre respirato bene. Ora, hanno solo una spossatezza infinita”. Quando è venuto a sapere che il figlio Alvise aveva contratto il coronavirus, però, Pupi Avati ha pensato di riportarlo immediatamente in Italia. È stato l’uomo, però, a rifiutarsi di prendere un aereo per fare ritorno nel suo Paese di origine. “Mio figlio mi ha risposto: papà, da voi ci sono mille morti al giorno – ha continuato a raccontare il regista - . In effetti, non aveva senso e non si poteva. Dopo, col supporto del console italiano, non ci siamo mai sentiti soli”. Il coronavirus, però, ha colpito Pupi Avati anche in un altro modo. Il regista, intervistato dalla Gazzetta di Parma, ha rivelato di aver perso anche un caro amico per questo motivo. “[...]Ho perso anche un carissimo amico – ha detto, lanciando un messaggio importante su ciò che dovremmo imparare dalla pandemia - . Vivo con paura e rispetto però in qualche maniera dobbiamo trarre una lezione di fronte a qualcosa che ci fa capire quanto siamo impreparati, piccoli, quanto con molta superficialità ci siamo sentiti onnipotenti. È stato un risveglio brusco. Noi ora stiamo guardando negli occhi la verità delle cose”.

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” l'1 aprile 2020. Pupi Avati, 81 anni, 52 regie all' attivo, sta chiuso in casa con la moglie da quasi un mese. «Lei mi vieta di uscire, continua a dirmi di lavarmi le mani», racconta, «non la posso toccare, baciare, abbracciare. I due figli che abbiamo a Roma ci lasciano la spesa in ascensore. L' altro, che si occupa di effetti speciali per il cinema, è a Londra e si è ammalato di Coronavirus con tutta la famiglia: lui, la moglie, il figlio di 12. Solo quello di 11 non è stato contagiato. Per fortuna, dopo 18 giorni, stanno meglio e hanno ripreso una vita quasi normale. Non sentivano sapori né odori, avevano la febbre a 39, prendevano il paracetamolo, la febbre scendeva, poi risaliva. Avevano tosse, ma hanno sempre respirato bene. Ora, hanno solo una spossatezza infinita».

Che ha pensato quando ha saputo che erano positivi?

«Di farli venire in Italia. Mio figlio mi ha risposto: papà, da voi ci sono mille morti al giorno. In effetti, non aveva senso e non si poteva. Dopo, col supporto del console italiano, non ci siamo mai sentiti soli».

Lei, per sé, ha paura?

«Io ho una confidenza con la morte che non è delle generazioni educate all' immortalità e che mi è stata trasmessa dalla cultura contadina. La morte è qualcosa che ho sempre considerato nell' interlocuzione. A casa, ho una parete che chiamo "la via degli angeli" con almeno 150 deliziosi ritratti in cornici dorate e con tutte le persone della mia vita che se ne sono andate. Tutte le sere, vado a salutarle. Prego dicendo i loro nomi».

Come sono cambiate le sue preghiere col Covid-19?

«È cambiato solo il silenzio intorno. Vivo vicino a Piazza di Spagna da 50 anni e non ho mai sentito un silenzio così profondo e anche un po' solenne, sacro, che ora mi fa venire in mente la piazza vuota di Papa Francesco. Oltre quella piazza, so che non ci sarà niente di più emozionante. Descriverla è impossibile, è una delle rare cose che vedi e per le quali non hai parole, perché sei sotto la dismisura della parte ineffabile della vita. Ogni sera, adesso, davanti ai miei morti, c' è quel silenzio, ma le preghiere non sono cambiate, è cambiato un po' solo il mio modo di vivere».

Cambiato come?

«Malgrado le sofferenze tremende vissute per mio figlio malato a Londra, ho la fortuna di sapermi inventare le cose. Mi sono impegnato nella scrittura di un romanzo. Quando ti butti in qualcosa che ti prende, vai in un altrove che lenisce ogni brutto pensiero. A parte la pausa per il bollettino delle 18, scrivo tutto il giorno e metto in cantiere progetti, perché è come regalarmi futuro: lavoro al film sui genitori di Elisabetta e Vittorio Sgarbi le cui riprese dovevano partire il 23 marzo, lavoro al film su Dante Alighieri che voglio fare dal 2002 Mica mi faranno morire prima fare il film su Dante? E ho ripreso a studiare clarinetto».

Da ragazzo, era in una Jazz Band. È ancora capace?

«Avevo studiato per sei anni e ho ripreso gli esercizi del primo. La cosa bella è che mia moglie ha accanto a sé, da 52 anni, un disturbato di mente e non si stupisce di niente».

Diceva che è molto severa sul distanziamento.

«Viviamo in un appartamento grande senza sfiorarci. Per la prima volta, penso che mi manca più essere abbracciato che poter abbracciare. Forse erano cose che già facevamo poco, ma ora, anche se volessi, mi è vietato. Mi manca quella specie di bacio della buonanotte che ci davamo la sera. Da vecchio, torni simile a come eri da bambino e io ho grande nostalgia dell' infanzia. Vorrei tornare a essere figlio, avere due genitori che mi portano fuori tenendomi per mano».

Quando si è stati sposati per mezzo secolo, la quarantena può far scoprire ancora qualcosa in un matrimonio?

«Io ho scoperto che Nicola diventa sempre più necessaria, è il mio hard disk: tutti i miei file sono dentro di lei. Ha visto tutte le stagioni della mia vita, quando ero al peggio e le poche volte che ero al meglio. Quando vendevo i surgelati e quando ritiravo i premi. Ed è una donna coi piedi per terra. Mi sopporta, è concreta e in casa fa tutto lei, io non so fare niente. Se dico "vado a lavorare", ride: pensa che io non abbia mai lavorato. Dice che il lavoro è sudore e fatica, non una cosa che ti piace».

Nei giorni scorsi, lei ha lanciato un appello alla Rai affinché dia più cultura alla gente bloccata a casa.

«Il presidente Marcello Foa lo ha apprezzato molto. Credo non solo a parole».

Ha risposto che ha rafforzato Rai 5 e Rai Scuola, ma che sui primi canali, oltre all' informazione, serve buonumore. Non è un po' poco?

«Al di là di quanto ha detto pubblicamente, ci siamo parlati tanto e penso che le sue intenzioni vadano oltre la sua intervista. Ci siamo detti che il Paese è fatto di gente bellissima a cui, ora, serve bellezza come se fosse paracetamolo».

La pandemia somiglia in qualcosa alla guerra che ha vissuto da bambino?

«Il senso di attesa è uguale: anche allora la gente pensava tutto il giorno a quando tutto sarebbe finito, per mettersi a ricostruire. Infatti, appena arrivarono gli americani, eravamo tutti a ballare nei cortili. Sono sicuro che adesso quando verrà il contagio zero, sarà il giorno della liberazione e l' inizio della ricostruzione».

Da tg24.sky.it l'1 aprile 2020. Il cantautore Amedeo Minghi, 72 anni, si trova al momento ricoverato in ospedale. Lo ha fatto sapere lui stesso in un video pubblicato su Facebook, in cui ringrazia i fan per avergli fatto sentire il loro supporto: “Sapervi accanto per me è molto importante - dice l’artista, con voce affaticata - Ritrovarvi e stare insieme su questa pagina è un grande piacere”. Nel video Minghi appare con una mascherina che lui stesso definisce “per il Covid-19”. Tuttavia, in un secondo video su Facebook, il cantautore smentisce la ricostruzione di alcuni giornali che lo davano positivo al coronavirus. “Non l’ho mai detto, è una notizia falsa e priva di fondamento. Intraprenderò azioni contro chi l’ha scritto”. Il cantante spiega di essere in ospedale a causa di “tante piccole cose”, ma che il virus non c’entra. “La mascherina? Si deve portare per legge”.

Live, Valeria Marini e la verità sul tampone per il Coronavirus. Tvzap il 30 marzo 2020. La showgirl chiarisce la questione sollevata nella casa del Grande Fratello Vip. Tra le tante polemiche legate alla pandemia da Coronavirus c’è quella legata ai tamponi: è giusto farli? Quanti? Quando? A chi? Si capisce dunque che l’affermazione di Valeria Marini, che nella casa del Grande Fratello Vip aveva sostenuto di essersi sottoposta a tampone per coronavirus prima di entrare nel reality, faccia scalpore dal momento che da mattina a sera ci sentiamo ripetere che i tamponi scarseggiano ed è necessario prima di tutto farli a coloro che hanno sintomi. In collegamento con Live non è la d’Urso la showgirl ha modo di dare la propria versione, dopo che Selvaggia Lucarelli aveva portato alla luce il caso legato alla Marini scrivendo: “È entrata nella Casa del GfVip il 24 febbraio, e a me al telefono dice di aver fatto il tampone il 19 febbraio. Ma in quei giorni non c’era nessun caso di Coronavirus in Italia. Glielo dico, va in confusione, dice di aver dato le analisi a Mediaset. Se mente, è molto grave, e vanno tutelati i coinquilini”. Ecco quindi che Valeriona nazionale puntualizza: “Io ho fatto un tampone faringeo, perché soffro con la gola. Ho fatto tutti i controlli e le analisi, e poi ho fatto un tampone. Io ero convinta che fosse quello del coronavirus, invece era un tampone faringeo perché avevo avuto dei problemi con la gola. Avevo degli abbassamenti di voce e il medico mi ha fatto un tampone. Ho fatto analisi complete”. Insomma, la showgirl aveva soltanto una confusione “stellare” in testa. Il caso è chiuso.

I volti celebri del contagio…Francesca Spasiano su Il Dubbio il 19 marzo 2020. Da Alberto II di Monaco alla Lisbona della “Casa di Carta”: tutti i personaggi famosi positivi al Coronavirus. Siamo abituati a spiarli nelle loro vite private tra gossip e scatti rubati, ma con il mondo paralizzato dalla pandemia sono le stesse celebrità ad aprirci le porte di casa. E a mostrarci le loro fragilità: con l’annuncio di oggi dell’attrice Itziar Ituño, nota con lo pseudonimo di Lisbona nella serie spagnola “La casa di Carta”, si allunga la lista dei vip positivi al Coronavirus. «Il mio caso è lieve e sto bene, ma è molto molto contagioso e super pericoloso per le persone più deboli. Questa non è una sciocchezza, attenzione, non prendetela alla leggera, ci sono morti, molte vite in gioco e non sappiamo ancora fino a che punto andrà», spiega dal suo account instagram l’ispettrice Raquel del successo firmato Netflix. Cattive notizie anche dal principato di Monaco: Alberto II è risultato positivo al Coronavirus, ma «le sue condizioni di salute non destano preoccupazione», si legge nella dichiarazione ufficiale. L’esito del tampone arriva oggi dopo tre giorni dall’annuncio del ministro di Stato, Serge Telle, che aveva scoperto di essere infetto. Da Hollywood al mondo della politica, i nomi noti finiti nel bollettino dei contagi aumentano a tutte le latitudini: da Tom Hanks e la compagna Rita Wilson, sorpresi dal virus durante un soggiorno in Australia, all’attore britannico Idris Elba che si aggiunge al caso dell’ex Bond girl Olga Kurylenko. E ancora lo scrittore cileno Luis Sepulveda, tra i primi a risultare infetto e in condizioni stabili all’ospedale di Oviedo in Portogallo. Da parte di tutti l’appello è alla prudenza, senza lasciarsi andare allo sconforto e al panico. «Abbiamo il Covid-19 e restiamo in isolamento per non contagiare nessuno», aveva annunciato il celebre volto di Philadelphia, che dopo una settimana dalla conferma del test aggiorna i suoi follower senza perdere l’ironia. «Buone notizie: i sintomi sono più o meno gli stessi. Niente febbre ma i ‘blah’. Piegare il bucato e fare i piatti sono azioni che portano a fare un sonnellino sul divano. Cattive notizie: mia moglie ha vinto sei partite di seguito a carte e ora è in vantaggio di 201 punti. Intanto però ho imparato a non spalmare troppa Vegemite sul pane», ha scritto l’attore californiano alludendo alle critiche scatenate da una foto della sua colazione a base della salatissima pasta di lievito. Anche Olga Kurylenko, l’attrice ucraina protagonista in Quantum of Solace al fianco di Daniel Craig, aveva dato la notizia su instagram qualche giorno fa: «Rinchiusa in casa dopo essere risultata positiva al Coronavirus». «Sono ok», ha rassicurato invece Idris Elba precisando di non avere sintomi ma di aver deciso di mettersi in isolamento. «State a casa gente e siate pragmatici. Vi terrò informati di come vanno le cose. Niente panico», è l’appello dell’attore in un video postato su twitter. La scorsa settimana Elba era a Londra per il WE Day 2020 a cui aveva partecipato anche Sophie Grégoire Trudeau, la moglie del premier canadese Justin Trudeau, anche lei tra i positivi al Coronavirus. Tra i politici contagiati anche Michel Barnier, l’ex commissario Ue a capo della trattativa sulla Brexit, che su twitter scrive: «Il mio messaggio a tutti quelli che sono contagiati o attualmente isolati è questo: ne usciremo insieme!». Un po’ di conforto arriva dall’account instragram di Lady Gaga, che in un post rivela: «credetemi, ho parlato con Dio e ha detto che andrà tutto bene». La cantante statunitense ha deciso di autoisolarsi in casa in compagnia dei suoi adorati cani, e chiede ai fan di fare lo stesso. «Pure io vorrei vedere i miei genitori e i miei nonni, ma in questo momento è più sicuro evitare e non rischiare di contagiare gli altri nel caso avessi la malattia. Ti amo mondo, ce la faremo».

 (ANSA il 26 marzo 2020) - Jackson Browne è risultato positivo al coronavirus. Lo ha reso noto il cantautore americano a Rolling Stone. Browne, 71 anni, ha fatto il test per il Covid-19 dopo aver accusato una "piccola tosse e la febbre" in seguito a un viaggio a New York all'inizio di questo mese. I sintomi sono "lievi", ha chiarito. "Mi sono messo in quarantena immediatamente dopo essermi sentito male, prima degli ordini di quarantena obbligatori, perché devi presumere di avere contratto il virus e che in qualche modo potresti facilmente trasmetterlo a qualcun altro", ha spiegato il musicista. Browne, uno dei più importanti esponenti della scena folk rock degli anni '70, ed inserito nella Hall of Fame, ha posto l'accento sul fatto che i giovani non hanno preso sul serio questa pandemia ed ha lanciato un appello: "Non vi è alcuna garanzia che, siccome siete giovani, non sarete colpiti".

La lista. Coronavirus, tutti i personaggi famosi contagiati e quelli che sono morti. Redazione su Il Riformista il 9 dicembre - 31 Marzo 2020. Il coronavirus come tutte le grandi infezioni e malattie non discrimina in base alla classe sociale. Il covid 19 non guarda in faccia a nessuno ma anzi è arrivato a colpire tutti, poveri e ricchi, anche i volti più noti dai calciatori ai politici passando per gli attori più celebri. Considerata ormai da settimane una pandemia, il virus è arrivato a coprire ogni parte del pianeta costringendo milioni di persone a stare in quarantena, vip compresi. Anche se tra i più colpiti troviamo gli esponenti politici, i quali anche per i loro impegni non sono riusciti a sottrarsi al virus.

POLITICI 

Nicola Zingaretti – Il segretario del PD e governatore del Lazio ha annunciato di aver contratto il coronavirus ed è in isolamento. Le sue condizioni di salute sono buone e ha dichiarato di stare bene. Infatti il 30 marzo ha dichiarato di essere guarito.

Alberto Cirio – Il governatore della Regione Piemonte ha annunciato di aver contratto il coronavirus. Il 23 marzo ha dichiarato di stare bene e di essere guarito.

Alessandro Mattinzoli – L’assessore della Regione Lombardia ha contratto il covid 19 ma ha dichiarato di essere in buona condizioni di salute.

Raffaele Donini – Assessore per la salute della Regione Emilia Romagna è risultato anche lui positivo al covid ma sta bene.

Barbara Lori – L’assessore regionale per le aree montane dell’Emilia Romagna è risultata positiva al tampone del coronavirus, ma è in buone condizioni.

Gianluca Galimberti – Il sindaco di Cremona ha annunciato di aver contratto il coronavirus ma di stare bene.

Claudio Pedrazzini – Primo parlamentare  italiano ad essere stato contagiato dal covid, scaturendo così una serie di controlli e precauzioni anche a Montecitorio.

Edmondo Cirielli – Il deputato campano di Fratelli d’Italia, il quale alla camera svolge il ruolo di questore, ha annunciato di essere positivo al coronavirus ma di stare bene.

Luca Lotti – L’ex ministro e deputato del Partito Democratico è risultato positivo al coronavirus, anche se ha dichiarato di stare bene.

Anna Ascani – La vice-ministra dell’Istruzione è risultata positiva al coronavirus, ma ha annunciato con un messaggio sui social di stare bene.

Pierpaolo Sileri – Anche il vice-ministro della salute ha dichiarato di essere positivo al coronavirus ma di essere in buone condizioni di salute.

Nelio Pavesi – Non ce l’ha fatta il consigliere comunale di Piacenza della Lega, che dopo aver contratto il coronavirus è morto il 10 marzo all’età di 68 anni.

Mohammad Mirmohammadi – Tra le vittime che l’Iran sta mietendo per il coronavirus c’è anche un membro dell’organismo di consiglio della Guida Suprema Ali Khamenei, dell’età di 71 anni.

Masoumeh Ebtekar – La vicepresidente dell’Iran con delega alle donne e gli affari familiari, è il terzo esponente politico ad aver contratto il coronavirus e le sue condizioni di salute sono buone.

Iraj Harirchi – Ha fatto il giro del web il video che vedeva protagonista il vice-ministro della salute in Iran mentre sudava in diretta. E’ stato il primo a contrarre il covid 19 nella politica persiana ma le sue condizioni appaiono stabili.

Mahmud Sadeghi – Anche un parlamentare eletto in Iran è stato contagiato dal covid 9 ed è il secondo politico colpito nella terra persiana.

Alberto II di Monaco – Anche il sovrano è risultato positivo al coronavirus, diventando così il primo monarca contagiato.

Santiago Abascal – Leader politico della destra spagnola a capo del partito Vox è risultato positivo al covid 19 ma le sue condizioni sono buone.

Principe Carlo d’Inghilterra – Il Principe Carlo è risultato positivo al coronavirus. Oltre ad essere il secondo caso nel mondo monarchico, è anche il primo contagiato della Royal Family. Il 30 marzo ha dichiarato di essere guarito e di essere in buona salute.

Franck Riester – Il ministro della cultura francese è risultato positivo al tampone ma sta bene.

Nadine Dorries – La ministra della salute inglese è risultata positiva al coronavirus ma le sue condizioni sono buone.

Michael Wos – Il ministro dell’ambiente in Polonia è risultato positivo ma sta bene.

Michel Barnier – Il negoziatore francese dell’Unione Europea per la Brexit è risultato positivo al coronavirus, essendo così il primo della governance europea ad aver contratto l’infezione.

Begona Gomez – La moglie del premier spagnolo Pedro Sanchez ha contratto il coronavirus anche se il primo ministro non risulterebbe contagiato.

Sophie Grégoire – Ex conduttrice televisiva e moglie del presidente canadese Justin Trudeau è risultata positiva al coronavirus, anche se Trudeau non risulterebbe essere stato contagiato sebbene sia in isolamento. Il 30 marzo ha annunciato di essere ufficialmente guarita.

Guido Bertolaso – L’ex capo della Protezione civile è risultato positivo al coronavirus. Si stava occupando dell’allestimento della Fiera di Milano in un ospedale per il covid. E’ ricoverato ma le sue condizioni non destano preoccupazioni.

Boris Johnson – Il premier britannico è risultato positivo al coronavirus. Dopo essere stato ricoverato in ospedale per l’aggravarsi delle condizioni di salute, ha affermato di stare in auto-isolamento e di essersi ripreso.

Mikhail Mishustin – Il primo ministro russo ha contratto il Covid-19 e ha trasferito le sue mansioni al vice premier Andrei Belusov.

Otavio Rego Barros – Il generale portavoce del presidente brasiliano Jair Bolsonaro è risultato positivo al coronavirus. Da quando è scoppiata l’epidemia in Brasile oltre venti funzionari di Bolsonaro sono stati contagiati, ma il suo test è risultato negativo.

Jeanine Añez Chavez – La presidente ad interim della Bolivia è risultata positiva al test per il coronavirus ed è sottoposta all’isolamento per due settimane.

Robert O’ Brien – Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca è risultato positivo al coronavirus. Uno dei più stretti collaboratori del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha sintomi lievi ma resta in isolamento.

Silvio Berlusconi – Il Presidente di Forza Italia è risultato positivo al tampone da coronavirus. L’imprenditore è asintomatico ed è in isolamento ad Arcore.

Donald Trump – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è risultato positivo al coronavirus insieme alla moglie Melania, entrambi asintomatici. Solo a seguito del contagio il Presidente americano ha avvertito sintomi simil influenzali ed è posto ad isolamento.

Nunzia De Girolamo – L’ex deputata di Forza Italia ha comunicato sui social di essere risultata positiva al coronavirus e sintomatica. Un lungo decorso per la politica che, dopo 15 giorni è guarita.

Beatrice Lorenzin – La deputata del Partito Democratico ed ex ministro della salute è risultata positiva al coronavirus.

Principe William – Duca di Cambridge e membro della famiglia reale britannica, avrebbe nascosto la sua positività al coronavirus. Il contagio sarebbe avvenuto ad aprile, e quindi in piena prima ondata.

Virginia Raggi – La sindaca della città di Roma è risultata positiva al coronavirus dopo essere stata in contatto con una persona contagiata. E’ in isolamento e asintomatica.

Volodymiyr Zelensky – Il presidente dell’Ucraina è risultato positivo al Covid-19. A dare la notizia è stato lo stesso governatore che sui social ha rassicurato sulle sue condizioni. Per ora sta rispettando la quarantena con l’isolamento e una cura di vitamine.

Francesco Samengo – Il presidente dell’Unicef è morto il 10 novembre all’ospedale Spallanzani a causa del contagio da Covid-19. Ad annunciarlo è stata la stessa associazione con un comunicato ufficiale.

Saeb Erekat – Il segretario generale dell’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, è morto il 10 novembre per complicanze da Covid-19. Il politico era stato ricoverato in ospedale a seguito del contagio ed era in coma dallo scorso 19 ottobre.

Stefano Bonaccini – Il governatore dell’Emilia Romagna è risultato positivo al Covid-19 l’1 novembre. Dodici giorni dopo, ha annunciato sui social di aver sviluppato una polmonite bilaterale allo stadio iniziale e di essere in cura presso la propria abitazione.

Giulia Bongiorno – L’avvocata penalista e senatrice della Lega è risultata positiva al Coronavirus. La politica ha annunciato in un’intervista di essersi contagiata all’inizio di novembre con lievi sintomi ed essere rimasta in isolamento come da protocollo, ma ora sta bene.

Valéry Giscard d’Estaing – È morto a 94 anni l’ex presidente della Repubblica, nella sua proprietà di Authon nel Loir-et-Cher. Era risultato positivo al coronavirus, hanno fatto sapere i familiari. Giscard d’Estaing è stato presidente dal 1974 al 1981.

Lidia Menapace – Risultata positiva al coronavirus, la partigiana e politica è morta il 7 dicembre all’età di 96 anni. Qualche giorno prima era stata ricoverata in ospedale in gravi condizioni.

Luciana Lamorgese – La ministra dell’Interno è risultata positiva al Coronavirus. La notizia è circolata da fonti del Viminale che confermano che il test del tampone è stato effettuato al Ministero degli Interni.

CINEMA

Lucia Bosè – E’ morta il 23 marzo ad 89 anni l’attrice icona del cinema italiano per complicanze da coronavirus.

Giuliana De Sio – La famosa attrice adesso è negativa, ma ha annunciato di aver contratto il coronavirus in una delle sue tournèe teatrali ed è stata ricoverata per due settimane all’ospedale Spallanzani a Roma. Ora è guarita.

Tom Hanks – La celebre star hollywoodiana ha annunciato di essere positivo al coronavirus insieme alla moglie Rita Wilson. In questo momento l’attore si trova in Australia ma ha dichiarato di stare bene.

Harvey Weinstein – Anche il produttore cinematografico è risultato positivo al coronavirus. Dopo la recente condanna a 23 anni di carcere, ora è in una cella di isolamento nella prigione di New York.

Idris Elba – Il celebre attore è risultato positivo ma ha annunciato di stare bene.

Itziar Ituno – L’attrice star della serie tv La casa di carta ha annunciata di essere stata contagiata dal coronavirus ma di stare bene. Ha dichiarato però di non sottovalutare questa infezione e di rimanere a casa.

Kristofer Hivju – Anche un’altra serie tv è stata colpita dal coronavirus. Ad essere risultato positivo al coronavirus è l’attore norvegese di Game of Thrones.

Nick Cordero – L’attore canadese è morto il 6 luglio. Era ricoverato in ospedale da oltre 90 giorni, a seguito del risultato positivo al coronavirus. Le complicanze dopo la trasmissione del virus lo avevano sottoposto ad un’amputazione della gamba destra, una tracheotomia facendo apparire subito gravi le sue condizioni.

Mel Gibson – Il famoso attore americano è risultato positivo al coronavirus lo scorso aprile. Ricoverato e curato con il trattamento del farmaco remdesivir, è risultato negativo al virus e positivo agli anticorpi dando così conferma della sua guarigione.

Antonio Banderas – Il famoso attore spagnolo è risultato positivo al test per il coronavirus. Il 10 agosto, giorno del suo 60esimo compleanno, ha annunciato di essere rimasto contagiato dalla pandemia che sta piegando nuovamente la Spagna.

Dwayne Douglas Johnson – Il celebre attore hollywoodiano, conosciuto anche come The Rock, ha annunciato sui social di essere stato contagiato dal Covid insieme alla moglie e al figlio. L’ex stella del wrestling ha rassicurato i fan affermando di essere riuscito a sconfiggere il virus, anche se con la sua famiglia ha dovuto affrontare tre settimane difficili.

Robert Pattinson – Il celebre attore 34enne è risultato positivo al test del coronavirus. In isolamento come da protocollo, le riprese per il film di Batman di cui è protagonista sono state sospese.

Gabriele Salvatores – Il celebre regista è risultato positivo al coronavirus, è asintomatico e ha rassicurato sulle sue condizioni.

Lillo Petrolo – Il celebre Lillo del duo comico Lillo & Greg ha contratto il covid-19. Ad annunciare la positività al virus è lo stesso attore che in una conferenza da remoto ha raccontato di essere in quarantena e di avvertire tutti i sintomi dell’infezione.

Rocco Siffredi – Il celebre pornoattore è risultato positivo al coronavirus insieme alla sua famiglia, la donna di servizio e l’autista.

Christian De Sica – Il celebre attore in un’intervista ha annunciato di essere stato positivo al Covid-19. L’ultimo tampone eseguito ha dato esito negativo, ma è stato in cura domiciliare ed era sintomatico.

Michele La Ginestra – L’attore è risultato positivo al coronavirus. Ad annunciarlo è stato lui stesso sui social, rassicurando sulle sue condizioni. E’ in isolamento insieme alla sua famiglia, tutti contagiati ma sotto controllo medico.

Franco Giraldi – ​È morto nella serata del 2 dicembre il regista, sceneggiatore e critico cinematografico. Era ricoverato da un paio di giorni in una struttura sanitaria sul Carso triestino, dove era giunto da una residenza per anziani in provincia di Trieste perché affetto da Covid-19. Aveva esordito nel filone western ed era stato anche aiuto regia di Sergio Leone in Per un pugno di dollari.

CALCIATORI E SPORTIVI

Daniele Rugani – Il calciatore della Juventus è stato il primo giocatore ad essere risultato positivo al coronavirus seppur asintomatico, facendo partire così l’isolamento di tutta la squadra. Ha dichiarato di stare bene e di essere in buone condizioni.

Manolo Gabbiadini – Il calciatore della Sampdoria è risultato positivo al covid 19, a annunciarlo è stata la società blucerchiata. Lo stesso Gabbiadini ha rilasciato poi un messaggio sui social dichiarando di stare bene.

Paulo Dybala – Il giocatore della Juventus è risultato anche lui positivo al coronavirus insieme alla sua fidanzata, anche se dichiarano di stare bene ed entrambi erano asintomatici.

Paolo Maldini – Il dirigente del Milan è rimasto positivo al coronavirus e con lui anche il figlio calciatore della squadra milanese Daniel Maldini.

Antonino La Gumina – Anche il calciatore della Sampdoria è risultato positivo ma in buone condizioni.

Morten Thorsby – Insieme agli altri cinque compagni, anche il calciatore della Sampdoria Thorsby è risultato positivo al tampone del coronavirus.

Fabio Depaoli – L’altro giocatore della Sampdoria ad essere stato contagiato dal virus è Depaoli.

Dusan Vlahovic – Il giocatore della Fiorentina è risultato positivo al coronavirus, il primo della squadra a contrarre l’infezione.

German Pezzella – Anche Pezzella della Fiorentina è rimasto contagiato ma è in buone condizioni.

Patrick Cutrone – Il calciatore della Fiorentina è rimasto contagiato dal coronavirus, ma sta bene.

Blaise Matuidi – Il calciatore francese della Juventus è risultato anche lui positivo al tampone sebbene asintomatico, ma sta bene.

Mattia Zaccagni – Anche il centrocampista del Verona è rimasto contagiato dal covid 19.

Fatih Terim – L’allenatore del Galatasaray è risultato positivo al coronavirus ed era stato ricoverato in ospedale. Il 30 marzo è stato dimesso in quanto in buone condizioni, anche se non è ancora vista la sua rinnovata positività al virus.

Mikel Arteta – Anche gli allenatori non sono risultati immuni al coronavirus. L’allenatore dell’Arsenal è risultato positivo ma le sue condizioni sono buone.

Callum Hudson-Odoi – Il giocatore del Chelsea è rimasto contagiato anche lui in Inghilterra dal coronavirus.

Ezequiel Garay – Il difensore argentino militante nel Valencia è risultato positivo.

Wu Lei – Anche il calciatore cinese dell’Espanyol è rimasto contagiato e ha contratto il coronavirus.

Rudy Gobert – L’altra stella cestista dell’NBA ha annunciato di essere stato contagiato dal covid 19 ma di stare in buone condizioni.

Donovan Mitchell – Il famoso cestista dell’NBA è risultato positivo al coronavirus ma sta bene.

Timo Hubers –  Il calciatore dell’Hannover è rimasto contagiato insieme ad un atleta dell’Herta Berlino.

Marco Sportiello – Il portiere dell’Atalanta è il primo caso in squadra ad essere risultato positivo al covid19, ma è asintomatico e sta bene.

Pape Diouf – L’ex presidente dell’Olympique di Marsiglia è scomparso l’1 Aprile all’età di 68 anni a causa delle complicanze da coronavirus.

Donato Sabia – L’atleta è morto l’8 Aprile all’età di 56 anni a causa del coronavirus. Due volte finalista olimpico degli 800 metri piani, il mezzafondista aveva perso pochi giorni prima anche il padre.

Novak Djokovic – Il numero uno al mondo di tennis è positivo al coronavirus. Il fenomeno serbo classe 1987, è risultato positivo al tampone dopo aver partecipato all’Adria Tour. In totale sono cinque, tra tennisti e membri dello staff, coloro che sono stati contagiati.

Anton Khudayev – Il 48enne medico della nazionale di calcio ucraina e membro dello staff del ct Andry Shevchenko, ex attaccante del Milan, è morto di coronavirus il 27 luglio.

Alyssa Milano – La famosa attrice americana ha raccontato la sua brutta esperienza con il coronavirus. Nonostante avesse tutti i sintomi dell’infezione, soltanto al quarto test, del sangue e non il tampone, è risultata positiva lo scorso aprile. E’ stata male per oltre due settimane, ma dopo qualche mese ha dichiarato di stare meglio.

Angel Di Maria, Leo Paredes, Neymar e Mauro Icardi – I quattro calciatori militanti nella squadra del Paris Saint-Germain sono risultati positivi al test del coronavirus. I primi due giocatori hanno passato insieme le vacanze in Spagna, così come il brasiliano che però era in compagnia dei suoi amici a Ibiza. Il club francese ha annunciato di continuare i controlli all’interno del team prima dell’inizio del campionato 2020/21, dove si è scoperto che anche l’argentino Icardi è risultato contagiato.

Thibaut Courtois – Il portiere del Real Madrid è risultato positivo al tampone del Covid-19. La conferma è arrivata dopo aver sostenuto gli esami con la nazionale belga.

Aurelio De Laurentiis – Il presidente dell’Ssc Napoli è risultato positivo al coronavirus. Nei mesi precedenti il patron del Napoli ha subito una forma non leggera di polmonite e sembra essere non asintomatico. Come da protocollo, sono stati presi tutti i provvedimenti del caso. Poche ore prima aveva partecipato all’assemblea di Lega della Serie A per l’inizio del campionato 2020/21.

Zlatan Ibrahimovic – L’attaccante svedese del Milan è risultato positivo al coronavirus dopo l’esito dei tamponi cui sono stati sottoposti i calciatori rossoneri. Il giocatore è stato prontamente posto in quarantena a domicilio.

Cristiano Ronaldo – Il calciatore della Juventus è risultato positivo al coronavirus ed è asintomatico. L’attaccante è volato in Portogallo, violando le regole dell’isolamento dopo i casi di contagio nella squadra bianconera, per giocare una partita con la sua Nazionale.

Valentino Rossi – Il celebre pilota ha comunicato di essere risultato positivo al Covid dopo essersi sottoposto ad un secondo tampone che ha confermato il contagio. Ha fatto sapere di avere una leggera influenza. Le sue condizioni sono costantemente monitorate.

Federica Pellegrini – La celebre nuotatrice ha fatto sapere attraverso il suo profilo Instagram di essere risultata positiva al Covid. E’ sintomatica con mal di gola e debolezza, ed ora è in isolamento.

Danielle Frédérique Madam – La campionessa di atletica nella specialità del lancio del peso, residente a Pavia, ha fatto sapere di essere risultata positiva al coronavirus attraverso una stories sul suo profilo Instagram. Ha detto di soffrire sintomi come la perdita dell’olfatto.

Ronaldo de Assis Moreira, Ronaldinho – L’ex calciatore brasiliano, fenomeno di Paris Saint Germain, Barcellona e Milan è risultato positivo al coronavirus. Lo ha fatto sapere attraverso i social. È asintomatico.

Irma Testa – La prima pugile italiana alle Olimpiadi (era Rio 2016) ha fatto sapere all’Ansa dell’esito del tampone. Ha perso gusto e olfatto. “Non si deve mollare – ha detto la campionessa di Torre Annunziata – e occorre continuare ad allenarsi, sempre rispettando le regole. Le restrizioni sono importanti per tenere a bada il virus ma noi senza preparazione e match non possiamo stare”.

Urbano Cairo – L’imprenditore e presidente del Torino Football Club è risultato positivo al Covid-19. E’ stato ricoverato all’ospedale San Paolo di Milano ed è sotto osservazione.

Francesco Totti – Nei giorni scorsi l’ex campione giallorosso ha avuto la febbre e sintomi riconducibili al virus confermati dall’esito del tampone arrivato nelle scorse ore. Le sue condizioni sono in miglioramento. In isolamento la moglie Ilary Blasi e i figli.

Roberto Mancini – L’allenatore della Nazionale di calcio italiana è risultato positivo al coronavirus e asintomatico. La notizia del suo contagio ha destato molto scalpore in seguito alle sue dichiarazioni negazioniste sulla malattia Covid-19.

Diego Armando Maradona Junior – Il figlio del Pibe de Oro è risultato positivo al Covid-19 insieme a sua moglie. A dare la notizia è stato lo stesso Diego che sui social ha raccontato di essere sintomatico con tosse e febbre e di stare isolamento.

Mohamed Salah – Il calciatore del Liverpool è risultato positivo al coronavirus ed è asintomatico. Ad annunciarlo è stata la Federcalcio egiziana ed è in buone condizioni.

Stefano Pioli – L’allenatore del Milan è risultato positivo al coronavirus dopo aver effettuato il test rapido. Il tampone molecolare ha confermato l’esito ed è stato posto in isolamento.

Lewis Hamilton – Il pilota di Formula 1 è risultato positivo al coronavirus.  La Mercedes fa sapere che Lewis è in isolamento come previsto dai protocolli covid-19, e che fatta eccezione per lievi sintomi, sta bene ed è in forma.

PERSONAGGI TV

Nicola Porro – Il popolare giornalista e conduttore di Quarta Repubblica è risultato positivo al covid ed è in isolamento anche se sembrerebbe in via di guarigione.

Renato Coen – Il giornalista di SkyTg24 è risultato positivo al coronavirus ma è in buone condizioni.

Piero Chiambretti – Il celebre conduttore televisivo è risultato positivo al coronavirus e le sue condizioni appaiono buone. Il 30 marzo ha dichiarato di essere guarito. Mentre non ce l’ha fatta sua mamma Felicita, la prima tra i due ad aver contratto il virus spegnendosi il 21 marzo all’età di 84 anni.

Floyd Cardoz – Il famoso cuoco indiano è il primo chef al mondo ad essere risultato positivo al covid 19. Si è spento il 25 marzo all’età di 59 anni.

Sergio Rossi – Il famoso re delle scarpe di lusso è morto il 3 Aprile all’età di 85 anni a seguito di complicanze da coronavirus. Nei giorni precedenti alla sua scomparsa aveva donato 100mila euro all’ospedale Sacco.

Richard Quest – Il noto giornalista della CNN ha rivelato durante uno show di essere positivo al coronavirus.

Giacomo Poretti – Il famoso comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo ha confessato di aver contratto il coronavirus a fine marzo, insieme a sua moglie Daniela Cristofori. Poretti ha però aggiunto di esserne guarito ed ha intenzione di riprendere a lavorare il prima possibile con il suo nuovo spettacolo.

Alba Parietti – La nota showgirl ha confessato di essere stata contagiata dal coronavirus nei primi giorni di marzo. Ad oggi sta bene ed è guarita.

Flavio Briatore – L’imprenditore e celebre proprietario del Billionaire in Sardegna è risultato positivo al tampone per il Coronavirus. Recatosi in ospedale per una prostatite, ha scoperto di avere il virus. Subito sono scattate le misure di protocollo, come l’isolamento, e la procedura di rintracciamento di tutti i contatti avuti scoprendo così un focolaio.

Fabrizio Corona – Il noto ex paparazzo ha annunciato sui social di essere risultato positivo al Covid e di avere sintomi quali febbre alta e debolezza.

Antonio Ricci – Il noto creatore della trasmissione satirica Striscia la notizia è stato ricoverato in ospedale a scopo precauzionale dopo essere risultato positivo al coronavirus. Le sue condizioni si presentano stabili a seguito di una cura mirata ed è in netto miglioramento.

Gerry Scotti – Il celebre volto della televisione è risultato positivo al coronavirus. Ad annunciarlo è stato lo stesso presentatore sui social che ora si trova in isolamento sotto controllo medico.

Carlo Conti – Il celebre presentatore della Rai è risultato positivo al Covid-19. A comunicarlo è stato lo stesso conduttore sui social, che è asintomatico e sotto controllo medico

Alessandro Cattelan – Il conduttore di X-Factor è risultato positivo al coronavirus. A dare l’annuncio è stato lo stesso Cattelan che sui social ha fatto sapere di stare in isolamento e sotto controllo medico.

Valentino Picone – Il comico e attore del duo Ficarra e Picone è risultato positivo al test rapido da coronavirus. Dopo un mese in isolamento e in condizioni stabili, il tampone ha dato esito negativo ritornando in tv per la conduzione di Striscia la Notizia accanto all’amico e socio Salvatore Ficarra.

Aurora Ramazzotti – La figlia di Eros e Michelle Hunziker è risultata positiva al coronavirus. A dare la notizia è stata la stessa 23enne durante un collegamento telefonico in una rete televisiva affermando di aver avuto sintomi come tosse e sinusite e di stare in isolamento insieme al fidanzato Goffredo Cerza. Anche se adesso le sue condizioni sono migliorate.

Alena Seredova – L’ex modella è risultata positiva al Covid-19. Ad annunciarlo è stata la stessa showgirl sui social che è sintomatica e in isolamento.

MUSICA E LETTERATURA

Luis Sepùlveda – Lo scrittore cileno è risultato essere positivo al coronavirus insieme alla compagna poetessa Carmen Yanez. Anche se le sue condizioni sembravano inizialmente stazionarie, il 16 Aprile è scomparso all’età di 70 anni.

Placido Domingo – Il celebre tenore spagnolo ha dichiarato di essere positivo al coronavirus, le sue condizioni per ora appaiono stabili.

Manu Dibango – E’ morto il 24 marzo in Francia il sassofonista camerunense e leggenda dell’afro-jazz dopo aver contratto il coronavirus.

Vittorio Gregotti – E’ morto il 15 marzo 2020 il grande architetto di fama internazionale, anche lui vinto dal coronavirus.

Jackson Browne – La celebre star americana ha annunciato di essere risultato positivo al coronavirus dopo essersi sottoposto al test, ma ha dichiarato di stare bene.

Till Lindemann – Il celebre cantante tedesco del gruppo metal Rammstein non soltanto ha manifestato tutti i sintomi della malattia, ma a causa del coronavirus è stato ricoverato in terapia intensiva.

Raffaele Masto – Scrittore e giornalista milanese, Masto è morto a 66 anni il 28 marzo dopo aver contratto il coronavirus.

Joe Diffie – Il cantante country, vincitore di un Grammy Award,  è scomparso all’età di 61 anni il 30 marzo per complicanze da coronavirus.

Ellis Marsalis jr – Il musicista leggenda del jazz a New Orleans è scomparso il 2 Aprile per complicanze legate al coronavirus. Aveva 85 anni.

Adam Schlesinger – Il cantante e musicista della band americana Fountains of Wayne è morto l’1 aprile all’età di 52 anni dopo essere stato ricoverato per complicanze da covid-19.

Fiordaliso – La celebre cantante Marina Fiordaliso è risultata positiva al coronavirus insieme alla sua famiglia. L’artista ha annunciato di essere guarita dal covid 19 insieme alla sorella e al padre, ma la madre invece non ce l’ha fatta.

Pink – La celebre cantante ha lasciato un messaggio sui suoi social annunciando di essere positiva al covid-19 insieme a suo figlio. La star ha poi rassicurato i suoi fan dichiarando di essere guarita e ha donato 1 milione di dollari a due fondi per la ricerca contro il coronavirus.

John Prine – Il cantautore americano si è spento all’età di 73 anni il 7 Aprile a seguito di complicazioni da coronavirus. L’artista ha vinto due Grammy Award, nel 1991 e nel 2005.

Fred The Godson – Il rapper statunitense si è spento all’età di 35 anni il 24 Aprile, a causa delle complicanze da coronavirus.

Madonna – La famosa cantante ha lasciato un messaggio sui social informando i suoi fan di essere risultata positiva al Covid-19. La star americana non ha specificato quando ha scoperto di essere stata contagiata, ma ha spiegato di aver sviluppato gli anticorpi.

TY- Il rapper britannico, il cui vero nome è Ben Chijioke, è morto a 47 anni l’8 maggio a seguito delle complicanze sorte dopo aver contratto il coronavirus.

Andrea Bocelli – Il noto tenore ha confessato di essere stato contagiato dal coronavirus insieme alla sua famiglia. Dopo il tampone effettuato lo scorso 10 marzo, dopo vari mesi dopo essere guarito ha donato il plasma per poter contribuire alla ricerca sulla cura da covid-19.

Nina Zilli – La cantante ha annunciato sui social di essere risultata positiva al covid, nonostante i primi test avessero dato esito negativo.

Ornella Vanoni – La celebre artista è risultata positiva al coronavirus. A comunicarlo è stata la stessa cantante sui social rassicurando sulle sue condizioni.

Mara Maionchi – La produttrice discografica è stata ricoverata in ospedale dopo essere risultata positiva al coronavirus. Dopo pochi giorni è stata dimessa ed ora è sotto controllo medico a casa.

Iva Zanicchi – La celebre cantante è risultata positiva al coronavirus. Ad annunciarlo è stata la stessa artista sui social, rassicurando sulle sue condizioni di salute.

Stefano D’Orazio – Lo storico batterista del gruppo musicale dei Pooh è venuto a mancare il 7 novembre. Ricoverato da una settimana a causa del contagio da Covid-19, aveva malattie pregresse.

Marco Santagata – Lo scrittore e docente all’Università di Pisa è morto il 9 novembre a seguito di un come irreversibile. A patologie pregresse si è aggiunta anche la positività al covid-19, infezione che gli è stata fatale.

Damiano David e Victoria de Angelis – I due musicisti del noto gruppo musicale Maneskin sono risultati positivi al coronavirus. Ad annunciarlo sono stati gli stessi membri della band sui social che hanno rassicurato i fan sulle loro condizioni, stanno bene e sono in isolamento. Ma hanno voluto lanciare l’appello, soprattutto ai più giovani, di rispettare le regole anti-Covid.

PARENTI DEI VIP

Mamma di Alex Baroni – E’ deceduta il 22 marzo a causa del coronavirus la madre del noto cantante Alex Baroni, morto in un incidente stradale nel 2002.

Suocero di Adriana Volpe – Il Grande Fratello Vip continua nonostante il virus, ma ad essere stata colpita da un lutto è stata proprio una delle concorrenti del reality che ha perso suo suocero a causa del coronavirus ed ha abbandonato la casa prima della fine del programma.

Madre di Fiordaliso – L’artista piacentina ha comunicato di essere risultata positiva al coronavirus insieme alla sua famiglia, ma l’unica a non essere sopravvissuta è stata sua mamma scomparsa il 2 aprile.

Nonno di Fabio Rovazzi – Il giovane cantante ha postato un lungo messaggio su suoi social per ricordare suo nonno scomparso il 3 Aprile proprio a causa del coronavirus.

Mamma di Pep Guardiola – L’allenatore catalano del Manchester City ha perso sua madre di 82 anni a causa del coronavirus il 6 Aprile. Nelle settimane precedenti Guardiola aveva donato un milione di euro alla Fondazione Angel Soler Daniel per l’acquisto del materiale utile a fronteggiare l’emergenza covid-19.

Zindzi Mandela – La più piccola delle figlie di Nelson Mandela è scomparsa lo scorso 13 luglio all’età di 59 anni. Famosa per aver letto in mondovisione una lettera ribellandosi all’apartheid, è risultata positiva al coronavirus ma non c’è nessuna certezza sul fatto che il virus abbia provocato la sua morte.

Papà di Francesco Totti – Ricoverato all’ospedale Spallanzani dopo essere risultato positivo al coronavirus,  il 14 ottobre Enzo Totti si è spento all’età di 70 anni. L’ex capitano della Roma ha ricordato il suo papà con un commovente messaggio sui social.

Da gazzetta.it il 20 maggio 2020. Dal 4 maggio le 20 società di Serie A sono tornate al lavoro, con gli allenamenti individuali. In attesa di sapere se il campionato potrà riprendere, i club stanno monitorando atleti e staff con test e screening sul coronavirus. Ecco la situazione, squadra per squadra.

ATALANTA. A marzo, il portiere Marco Sportiello aveva contratto il Covid-19 e il 22 aprile era risultato di nuovo positivo al coronavirus. A inizio maggio, finalmente il tampone negativo. Non ci sono altri casi di contagio noti tra altri tesserati nerazzurri, dopo i controlli effettuati alla ripresa delle sedute individuali.

BOLOGNA. Quattro giorni fa il club rossoblù ha comunicato l'esito dei tamponi sui propri tesserati: tutti negativi, mentre non sono stati comunicati per questione di privacy i risultati sui test sierologici per capire se qualche giocatore aveva contratto in passato il virus, guarendo poi. Non si hanno comunque notizie di calciatori del Bologna contagiati in passato. Oggi è stato predisposto un nuovo check up.

BRESCIA. Secondo quanto comunicato dal club la scorsa settimana, nessun giocatore del Brescia avrebbe contratto il virus in passato. È quanto emerso dall'analisi dei test sierologici. Si aspetta l'esito dei tamponi realizzati nel fine settimana per sapere se ci sono calciatori attualmente positivi al Covid-19. Ad aprile era invece risultato positivo al test il presidente Massimo Cellino, che si è messo in auto-isolamento ed è guarito.

CAGLIARI. Secondo giro di test sierologici e tamponi iniziato oggi ad Asseminello. Ai primi controlli nessun calciatore rossoblù pare aver contratto il coronavirus o essere attualmente positivo.

FIORENTINA. La società viola ha effettuato tre giri di tamponi e tra giocatori e staff risulta ancora un caso di positività, di cui non sono state comunicate le generalità. Sono guariti Valhovic, Cutrone e Pezzella, che avevano contratto il virus a marzo. Alla ripresa degli allenamenti individuali il 4 maggio, erano emersi altri 6 casi di positività: tre nella rosa e tre nello staff. Cinque sono rientrati, uno no. Proprio oggi Caceres ha rivelato di aver avuto il Covid-19 e di essere guarito.

GENOA. Tutti i calciatori della squadra ligure sono risultati negativi al tampone effettuato la settimana scorsa. Non si hanno notizie di eventuali contagi nei mesi passati.

INTER. Nessun contagio da coronavirus all'Inter. Anche il secondo giro di tamponi, che la squadra ha effettuato venerdì, ha dato esito negativo. Lo ha annunciato il club nerazzurro in una nota. Questa volta si sono sottoposti all'esame, oltre ai giocatori, anche alcuni membri dello staff tecnico e del club.

JUVENTUS. Il club bianconero ha avuto il primo caso di contagio da coronavirus in Serie A, Daniele Rugani. Poi è stata la volta di Blaise Matuidi e Paulo Dybala. I tre calciatori sono tutti guariti e la società nella scorsa settimana ha sottoposto tutti i suoi tesserati al tampone: nessun caso positivo. Anche i "ritardatari" Rabiot e Higuain hanno effettuato il tampone nel fine settimana.

LAZIO. Alla ripresa il 7 maggio degli allenamenti individuali a Formello, nessun calciatore biancoceleste è risultato essere mai stato contagiato da Covid-19, secondo quanto comunicato dal club.

LECCE. Venerdì i calciatori del club salentino si sono sottoposti al tampone, ieri l'esito: tutti negativi. Ora i giallorossi provvederanno a una seconda tornata e per non pesare sulla sanità pubblica, hanno pensato a una donazione di tamponi all'Asl.

MILAN. A marzo Daniel Maldini e il padre Paolo, d.t. rossonero, avevano contratto il Covid-19, guarendo poi. Il presidente Scaroni aveva dichiarato l'esistenza di altri contagi in seno alla rosa milanista, ma il 9 maggio il club comunicava ufficialmente che dai test effettuati nessun calciatore era positivo al coronavirus. Doppio tampone negativo anche per Zlatan Ibrahimovic, tornato dalla Svezia qualche giorno dopo i compagni. Da monitorare, invece, la situazione di Kessie, rientrato solo sabato dalla Costa D'Avorio e obbligato, sino all'esito del doppio tampone negativo, a osservare la quarantena.

NAPOLI. Tre giri di tamponi per i calciatori del club partenopeo e nessun caso di contagio emerso sinora.

PARMA. Oggi la squadra emiliana ha iniziato il ritiro, ma c'è ancora un po' di preoccupazione per la situazione di due calciatori della rosa gialloblù, risultati positivi al primo tampone e negativi al secondo. Non si conoscono le generalità dei due, che restano comunque in isolamento.

ROMA. La società giallorossa si era mossa già ad aprile, sottoponendo a tampone i propri tesserati. Non risultano esserci stati casi di contagio e attuali positivi.

SAMPDORIA. A marzo avevano contratto il virus ben 7 calciatori doriani: Gabbiadini, Colley, Ekdal, La Gumina, Thorsby, Depaoli e Bereszynski. Tutti erano poi guariti, tranne uno che è risultato di nuovo positivo all'esito del primo giro di tamponi predisposto dal club blucerchiato alla ripresa. Con lui, altri tre casi di positività sono a ora rientrati. All'ultimo test, infatti, nessun componente della rosa della Samp è risultato malato.

SASSUOLO. Settimana scorsa la società neroverde ha rivelato di aver sottoposto a tampone tutti i tesserati, calciatori, staff e dipendenti: zero contagi.

SPAL. Mercoledì scorso tutti i giocatori del club emiliano hanno effettuato il tampone. Non sono stati comunicati casi di contagio in corso.

TORINO. Due giri di tamponi al club granata: il primo tra il 5 e il 7 maggio, il secondo il 15. Nella prima tornata è emerso un caso positivo, di cui non sono state rese note le generalità. Il calciatore del Toro rimarrà in quarantena sino a mercoledì, quando sarà sottoposto al secondo tampone.

UDINESE. Attraverso un comunicato ufficiale diffuso sabato, l'Udinese ha reso noto che i risultati dei tamponi molecolari e sierologici, effettuati a tutti i giocatori e membri dello staff nella giornata di mercoledì, sono risultati negativi.

VERONA. Il centrocampista Zaccagni era risultato positivo al tampone a marzo. Il giocatore dell'Hellas è poi guarito, risultando negativo al doppio tampone a fine aprile. Zero contagi nelle tornate di tamponi e test effettuata alla ripresa delle sedute di allenamento individuali.

Da gazzetta.it il 6 aprile 2020. Il coronavirus causa un gravissimo lutto all'allenatore del Manchester City, Pep Guardiola. Il tecnico ha perso la madre Dolors Sala Carrió, di 82 anni. Come fa sapere il club inglese attraverso i suoi profili social, la signora Dolors è venuta meno all'affetto dei suoi cari nella città di Manresa, in Catalogna, dopo aver contratto il virus. "La famiglia del Manchester City è sconvolta nel riferire oggi la morte della madre di Pep, Dolors Sala Carrió a Manresa, a Barcellona, dopo aver contratto il coronavirus - si legge sul profilo Twitter della società -. Aveva 82 anni. Tutti coloro che sono associati al club inviano le loro più sentite condoglianze in questo momento doloroso a Pep, alla sua famiglia e a tutti i loro amici".

Fatih Terim positivo al coronavirus e ricoverato: "Sono in buone mani, non preoccupatevi". Libero Quotidiano il 24 marzo 2020. Il coronavirus colpisce ancora il mondo del calcio: tra i positivi, ecco Fatih Terim, ex tecnico di Fiorentina e Milan (in rossonero una breve e infausta parabola), attualmente alla guida del Galatasaray. Il mister turco, 66 anni, si apprende essere ricoverato in ospedali: insomma, le sue condizioni non sono delle più semplici. L'annuncio è arrivato dal diretto interessato, su Twitter: "Sono in buone mani, in ospedale. Non vi preoccupate", ha cinguettato. Un duro, Terim, uno che non molla mai. Per inciso, il suo è il secondo caso di positività al Covid-19 che riguarda il club di Istanbul: il precedenza era risultato positivo al tampone Abdurrahim Albayrak, vicepresidente del club.

 Coronavirus, il principe Carlo d'Inghilterra positivo al test. In questo momento avrebbe soltanto "sintomi leggeri" della malattia. E' già in auto-isolamento insieme a sua moglie, la duchessa della Cornovaglia Camilla, che tuttavia è risultata negativa al test. Antonello Guerrera il 25 Marzo 2020 su La Repubblica. Il principe Carlo, 71 anni, è risultato positivo al Coronavirus. La notizia è stata confermata dalla residenza di Clarence House. Il principe del Galles starebbe bene, avrebbe soltanto "sintomi leggeri" della malattia ed è già in auto-isolamento insieme a sua moglie, la duchessa della Cornovaglia Camilla, che tuttavia è risultata negativa al test. Carlo e Camilla si trovano in questo momento nella loro tenuta in Scozia e la positività del principe è stata testata in un ospedale pubblico nell'Aberdeenshire. Secondo il suo portavoce, non è chiaro come Carlo abbia contratto la malattia, in quanto "negli ultimi tempi il principe ha presenziato numerosi eventi pubblici". Il pensiero corre immediatamente alla salute dei suoi genitori, ossia la 93enne Regina Elisabetta e suo marito, il cagionevole e 98enne principe Filippo. Entrambi da giorni sono riparati nella loro tenuta di Windsor e già da tempo erano scattate misure a loro protezione: per questo hanno lasciato di recente il più affollato e potenzialmente pericoloso Buckingham Palace. Un comunicato ufficiale dei reali fa sapere ora che la "Regina è in buona salute" e che l'ultima volta che Carlo è venuto in contatto con la madre sovrana è stato lo scorso 12 marzo durante una cerimonia di riconoscimenti pubblici a Buckingham Palace. Lo stesso giorno tra l'altro il principe del Galles ha avuto anche il suo ultimo evento pubblico, una cena di beneficenza relativa agli incendi in Australia, a Londra. Prime polemiche anche sul presunto trattamento di favore ricevuto da Carlo: in Regno Unito per le persone normali è praticamente impossibile sottoporsi al test del coronavirus a meno che ci si ritrovi in gravi condizioni di salute. Il principe del Galles invece, come da comunicato ufficiale, sinora ha mostrato solo "sintomi lievi". Condizione di norma assolutamente non sufficiente per farsi testare dalla sanità pubblica britannica. 

 (ANSA il 19 marzo 2020) - Il principe Alberto II di Monaco è positivo al Coronavirus. Lo rende noto il Principato, precisando che "il suo stato di salute non desta alcuna preoccupazione". Il principe, secondo quanto rende noto il Palazzo di Monaco, può continuare a lavorare dai suoi appartamenti privati. Alberto II aveva fatto il tampone ad inizio settimana, secondo quanto reso noto, 3 giorni dopo che il ministro di Stato, Serge Telle, equivalente del primo ministro nel Principato, aveva annunciato di essere risultato positivo al test.

Monarchico.blogspot.com il 19 marzo 2020. L'Arciduca Carlo, Capo della Casa Imperiale di Asburgo, è stato infettato dal Coronavirus e da giovedì è in quarantena nella sua residenza nella Bassa Austria. L'Arciduca Carlo d'Asburgo ha detto che è fastidioso, ma sta bene. L'arciduca Carlo potrebbe essere stato infettato mentre partecipava ad un congresso a Ginevra, ed una settimana fa,  notò sintomi influenzali, pensando fosse la solita influenza. Poi un amico gli ha consigliato di fare un test e dopo averlo fatto di solo 5 minuti, il giorno dopo, un poliziotto gli ha consegnato il risultato: Coronavirus positivo! L'Arciduca Carlo d'Asburgo ha lodato espressamente le autorità austriache visto come opera contro il virus.

Positivo al Covid 19 Alberto II, ma il sovrano sta bene e lavorerà dal Palais. Pubblicato giovedì, 19 marzo 2020 su Corriere.it. L’emergenza coronavirus entra nelle stanze dei Palazzi reali europei. Dopo il tampone al quale si sono sottoposti a inizio settimana re Felipe e la regina Letizia di Spagna, a Monaco è arrivato il risultato del test al quale si è sottoposto il principe Alberto II dopo che il Ministro di Stato del Principato, Serge Telle, era risultato positivo. Anche il tampone del principe è risultato positivo, ma fortunatamente il figlio di Grace e Ranieri, sovrano del Principato dal 2005, sta bene e — assicura il palazzo - «continuerà a lavorare dai suoi appartamenti privati al Palais, restando in contatto con il suo Gabinetto e i principali collaboratori, seguito dal suo medico curante e dagli specialisti del Centre Hospitalier Princesse Grace», l’ospedale d’eccellenza dedicato alla madre, l’attrice premio Oscar a Hollywood, e per il quale c’è un grande progetto di rinnovo e ampliamento. Soltanto uno dei grandi progetti di espansione in corso nel Principato. Primo fra tutti il maxi piano di extension en mer che aumenterà di sei ettari la superficie dello stato stretto tra Italia e Francia. Il principe globetrotter e, molto impegnato oltreché con la gestione degli affari interni nel Principato con il suo ruolo di esponente del Comitato Olimpico Internazionale e con la battaglia sostenibile alla quale ha dedicato la sua Fondation Prince Albert II, ha colto l’occasione del risultato del test per - continua il documento del Palais - «chiedere ai concittadini di rispettare le misure di confinamento in casa e di limitare al minimo i contatti con gli altri. Soltanto l’osservanza rigorosa di queste regole di isolamento permetterà di ostacolare la propagazione del Coronavirus». Dal palazzo principesco, in cima al Rocher di Monaco arriveranno nei prossimi giorni costanti aggiornamenti sullo stato di salute del principe sposato con la campione sudafrica di nuoto, Charlène Wittstock e padre dei gemelli Jacques e Gabriella.

Alberto di Monaco positivo al Coronavirus: isolato dentro al Palais di Monaco. Pubblicato venerdì, 20 marzo 2020 su Corriere.it da Enrica Roddolo. «Continua a lavorare dai suoi appartamenti privati al Palais di Monaco, in contatto con il suo Gabinetto e i collaboratori, e sta bene», assicura il palazzo di Monaco. Il principe Alberto II, dal 2005 alla guida del Principato stretto tra Francia e Italia, continua nonostante sia risultato ieri positivo al Covid-19 a seguire gli affari di Stato dall’ufficio al Rocher che era stato del padre il principe Ranieri. Certo, aggiungono dalla Rocca, al meeting settimanale del giovedì con i membri del Gabinetto, ovvero la riunione di governo per seguire l’attività istituzionale del Principato, Alberto non ha partecipato di persona anche per scongiurare possibili contagi. Segue anche lui il nuovo «distanziamento sociale». Tra l’altro, come misura preventiva, al palazzo affacciato sul celebre Porto di Ercole dove attraccano yacht e panfili in questi giorni si lavora in assetto ridotto e con rotazioni. Quattro giorni fa era risultato positivo il ministro di Stato, Serge Telle. E il principe martedì aveva parlato ai monegaschi, dagli schermi di Monaco Info, per invitare alla prudenza, a «stare in casa per scongiurare il propagarsi del virus». Permessi nel Principato solo gli spostamenti per ragioni sanitarie ed alimentari, sul modello italiano. «Sono fiducioso nella tenuta del nostro sistema sanitario e del nostro modello sociale. Ma l’uscita da questa crisi sanitaria dipende solo dal vostro comportamento responsabile, cari compatrioti e residenti», aveva detto ai connazionali prima di chiudere con il motto di Monaco, dal 1297: «Deo Juvante, Viva Munegu». Al momento il figlio di Ranieri e Grace ha solo tosse e una lieve febbre trattata con paracetamolo, non ha avuto bisogno di alcun ricovero al Centre Hospitalier Princesse Grace, l’ospedale d’eccellenza dedicato alla madre e per il quale c’è un grande progetto di rinnovo e ampliamento. Oltre a monitorare la febbre si controlla l’ossigenazione del sangue mentre Alberto continua ad assumere vitamina C e altri integratori per rafforzare il sistema immunitario. Sabato scorso, 14 marzo, Alberto - sportivissimo da sempre, olimpionico di bob, e con diverse spedizioni nell’Artico all’attivo — ha festeggiato i 62 anni con una festa privata molto ristretta e tutti i partecipanti sarebbero già stati avvisati, secondo la cronaca di “Monaco Matin”, il quotidiano della Costa Azzurra ben informato sulle vicende monegasche. Sposato con la campionessa di nuoto Charlène Wittstock, e padre dei gemelli Jacques (erede al trono) e Gabriella di cinque anni, il principe ha detto di aver tenuto con loro nei giorni scorsi alcune precauzioni, visto che i piccoli soffrivano di una lieve indisposizione. Il palazzo ha centinaia di stanze, ma già normalmente i Grimaldi e in particolare Charlène con i gemelli, amano trascorrere molto del loro tempo nella residenza di campagna lontana dal protocollo, sopra le alture di Monaco a Roc Agel. E, di questi tempi, soprattutto lontano da possibilità di contagio. L’isolamento insomma, per il principe non sarà difficile. Ma al di là dei contatti in famiglia e dentro al palazzo, per una personalità pubblica come quella del principe sovrano di Monaco sono molti i rapporti pubblici connessi al suo status. Dalle charities (il principe è impegnato con la sua Fondation Albert II per la sostenibilità e con diversi altri enti e organizzazioni a partire dal Comitato Olimpico Internazionale) ai Royal engagements necessari allo svolgimento del suo lavoro. «The Queen has to be seen to be believed», il sovrano deve essere visto per essere creduto, dice la regina Elisabetta II ed è il mantra che guida l’impegno pubblico di tutti i regnanti del mondo. Di più, Alberto è un vero principe globetrotter - nei mesi scorsi ha viaggiato dalla Cina, all’India agli Usa — molto presente nella vita del Principato. Così nei giorni scorsi ha presieduto allo Yacht Club di Monaco il gala del Monaco Disease Power con centinaia di partecipanti, oltre ad essere intervenuto al Grimaldi Forum per il lancio della Monaco Telecom tv. Ma l’impegno pubblico più affollato era stato l’investitura dell’arcivescovo Dominique Marie David alla cattedrale dove dissero sì Ranieri e Grace nel 1956, con migliaia di persone presenti. «Da stasera i cantieri nel Principato dovranno fermarsi. L’unica eccezione sarà l’estensione sul mare che continuerà a velocità molto ridotta e con molte misure di sicurezza. A Monaco come nel Sud Est della Francia ad ora la situazione non è così drammatica: il Principato ha registrato finora 12 persone infette, 3 sono all’ospedale e nessun decesso. La polizia monegasca, tra le più rigorose d’Europa, lavorerà per far rispettare le restrizioni per il contenimento del virus... certo su un territorio piccolo è più facile», dice al Corriere Henri Fissore, ambasciatore, già consigliere del principe e presidente del Grimaldi Forum a Monaco. E aggiunge: « Il Principe e il Ministro di Stato sono infetti come annunciato ieri per il Capo di Stato e lunedì scorso per il Primo Ministro, e rimangono a casa il che significa che la loro situazione non è grave, e possono lavorare». Il Principe, che ha sempre fatto della trasparenza la sua cifra anche quando in passato ha affrontato piccole indisposizioni, ha colto l’occasione del risultato del test per - come continua il documento del Palais - rinnovare ai concittadini l’invito a «rispettare le misure di confinamento in casa, limitando al minimo i contatti con gli altri. Soltanto l’osservanza rigorosa di queste regole di isolamento permetterà di ostacolare la propagazione del Coronavirus».

Parla Alberto di Monaco positivo al Covid-19: "Il primo segno? Il naso che colava". In un’intervista esclusiva rilasciata a People, il reale ha svelato di essersi sottoposto al test per il coronavirus in forma anonima e di avere lievi sintomi influenzali. Paura per il principe Carlo incontrato il 10 marzo. Novella Toloni, Venerdì 20/03/2020 su Il Giornale.

Il Principe Alberto di Monaco è il primo reale risultato positivo al Covid-19. Il 62enne si è sottoposto al tampone per la ricerca del coronavirus lunedì e nella mattinata di ieri, giovedì 19 marzo, ha confermato di essere positivo. La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore, ma solo nella tarda serata Alberto di Monaco ha rilasciato la sua prima intervista a People per parlare del suo stato di salute. Il monarca si è sottoposto al tampone dopo che il ministro di Stato, Serge Telle, primo ministro nel Principato, aveva annunciato di aver contratto il Covid-19. Il figlio di Grace e Ranieri si è così sottoposto al test, presso i laboratori del Princess Grace Hospital Center di Monaco, in forma anonima per evitare che venisse "trattato in modo diverso dagli altri. Ci sono casi più gravi dei miei che dovevano essere testati, quindi non volevo che mi mettessero in cima alla pila", ha fatto sapere il reale alla rivista americana. Alberto di Monaco ha rassicurato subito sul suo stato di salute, nel complesso buono: "Mi sento bene. I miei sintomi sono simil-influenzali, ma sembra un caso piuttosto lieve. Ho una leggera febbre, non proprio così male. Un po’ di tosse. Avevo un naso che colava nei primi giorni, quello era il primo segno. Mi sono sentito un po' imbottito, ma il gioco è fatto". Il reale ha confermato di essere in isolamento nel suo palazzo, lontano dai due figli, i gemelli Alexandre e Gabriella, e dalla moglie, l’ex campionessa di nuoto Charlene Wittstock che, dallo scoppio della pandemia in Italia hanno scelto di trasferirsi nella casa di campagna a Roc Agel. L’attenzione su suo stato di salute è però alta. Il principe ha avuto precedenti di polmonite nella sua storia clinica e questo lo rende un soggetto a rischio: "Sono attento a causa della mia recente storia medica che combatteva la polmonite un paio di anni fa". Alla domanda di People sul luogo e il momento del suo possibile contagio, Alberto di Monaco ha risposto: "Chiedi a uno dei membri del mio gabinetto. Potrebbe essere stato da un numero di altre persone. Per settimane ho cercato di essere cauto, usando disinfettanti per le mani e tutto il resto, ma non lo sai mai. Avrei potuto prenderlo parlando con qualcuno a meno di tre o anche quattro piedi di distanza o potrebbe essere successo in qualsiasi momento negli ultimi dieci giorni circa. Non possiamo saperlo". Anche se i suoi figli sono lontani, il timore è che possano aver contratto anche loro il coronavirus: "I bimbi sono stati un po’ malati con un mal di stomaco, quindi li ho baciati per più di una settimana. Quindi spero che non mostrino sintomi e finora non ne hanno mostrato nessuno". La preoccupazione ore riguarda i reali inglesi, in particolare il principe Carlo che Alberto ha incontrato lo scorso 10 marzo, per partecipare a un evento per l'organizzazione benefica WaterAid. Attraverso la rivista People, infine, il principe di Monaco ha voluto inviare un accorato appello ai suoi sudditi e al mondo intero: "Seguiamo le istruzioni. Non scherziamo con questo virus: è grave e la propagazione è molto grave. Può colpire chiunque di qualsiasi fascia d'età in qualsiasi momento. Ce la faremo ma ci vorrà del tempo. Ma tutti devono seguire le raccomandazioni. Sì, è un fastidio e sì, essere confinati è molto limitante, ma è l'unico modo per fermare la diffusione di questo virus".

Altri 5 magistrati contagiati a Milano. Ora è emergenza. Giovanni M. Jacobazzi il 16 Marzo 2020 su Il Dubbio. La sospensione dei termini fino al prossimo 15 aprile, si spera, dovrebbe interrompere i contagi. Ancora casi di Coronavirus al Tribunale di Milano: sono almeno altri cinque i magistrati contagiati negli ultimi giorni. E ciò nonostante la maxi sanificazione effettuata due settimane fa dalle squadre speciali. Sembra inarrestabile, dunque, la diffusione del contagio fra le austere mura del Palazzo di giustizia milanese di corso di Porta Vittoria. Ad essere colpiti, questa volta, alcuni alti magistrati. Che il Tribunale di Milano fosse destinato a diventare uno dei principale focolai del virus era apparso subito chiaro. Le prime avvisaglie si erano avute a metà febbraio, allorquando quattro avvocati napoletani e due segretarie, dopo la trasferta di uno di loro in Lombardia, erano risultati positivi. Il 22 febbraio, all’indomani dell’estensione della zona rossa in diversi comuni della provincia di Lodi, i presidenti della Corte d’Appello e del Tribunale, Marina Tavassi e Roberto Bichi, emanarono le prime di una lunga serie di disposizioni interne per tentare di contenere la diffusione del virus. Il Tribunale di Milano, frequentato ogni giorno da diverse migliaia di utenti, fra magistrati, avvocati, personale amministrativo, forze di polizia, testimoni, rientrava a pieno titolo fra i luoghi “perfetti” per favorire il contagio. Le prime linee guida delegavano ai giudici la gestione dell’emergenza. Le indicazioni date, infatti, invitano le toghe a non fare udienza se l’aula fosse stata troppo affollata, raccomandando di tenersi ad almeno due metri di distanza dalle parti. L’applicazione di queste linee guida aveva determinato lo svuotamento delle aule, facendo però, immediatamente, riversare nei corridoi, soprattutto nel settore civile, centinaia di persone e creando quegli assembramenti che si sarebbero voluti evitare. Infatti, la quasi totalità delle toghe positive al Coronavirus presta servizio al civile, dove le udienze, il cui calendario è sempre molto fitto, vengono effettuate direttamente nelle stanze dei magistrati, senza alcun divisorio fra le parti. Oltre agli assembramenti di persone, i corridoi stretti e gli ascensori lenti, dove si creano sempre lunghe code, hanno determinato il “cocktail esplosivo” per il dilagare del virus. Senza dimenticare, comunque, alcune situazioni di rischio che si potevano eliminare ricorrendo ad una diversa organizzazione del lavoro. Ad esempio, quella di continuare a fissare da parte di alcuni giudici le udienze del giorno tutte alle 9 del mattino, costringendo decine e decine di avvocati a sostare per ore di fronte alle aule, in particolare al giudice di pace, nell’impossibilità di rispettare la distanza minima fra le persone.Ieri, comunque, il Tribunale era pressoché deserto. Al momento si segnalano diverse Sezioni in quarantena. Estesa sia ai magistrati che al personale amministrativo. La sospensione dei termini fino al prossimo 15 aprile, si spera, dovrebbe interrompere i contagi.

Simona Marchetti per corriere.it il 12 novembre 2020. Ha iniziato sudando copiosamente, poi quella sensazione strana di avere «Harvey Weinstein seduto sul petto» e alla fine la diagnosi di Covid-19: cosi Hugh Grant ha descritto il suo viaggio nel virus, che ha colpito lui e la moglie Anna Eberstein lo scorso febbraio, rivelando inoltre che un mese fa gli sono stati trovati ancora gli anticorpi del Coronavirus nel test a cui è stato sottoposto.

«I sintomi». «È iniziato tutto con una sindrome molto strana – ha raccontato il 60enne attore durante una partecipazione al “The Late Show With Stephen Colbert” – e continuavo a sudare terribilmente. Era come avere addosso un poncho di sudore ed era davvero imbarazzante. Poi ho sentito i miei bulbi oculari diventare tre volte più grandi del normale e avevo questa sensazione come se un uomo enorme fosse seduto sul mio petto, Harvey Weinstein o qualcun altro. Non sapevo cosa fosse tutto questo, poi ho perso il senso dell’olfatto, non riuscivo più a sentire gli odori, nemmeno quelli più forti come il profumo Chanel N.5 di mia moglie e sono andato nel panico».

In quarantena con Anna. A quel punto i medici hanno capito che quegli strani sintomi potevano essere riconducibili al Covid-19 e Grant è finito in quarantena insieme ad Anna, la produttrice televisiva svedese dalla quale ha avuto tre dei suoi cinque figli (gli altri due sono nati dalla sua relazione on-off con Tinglan Hong). «Ho fatto il test degli anticorpi solo un mese fa – ha continuato il protagonista della miniserie tv “The Undoing – Le verità non dette” – e me li hanno trovati ancora, quindi adesso so che era quello. Ma mi sento orgoglioso dei miei anticorpi e spero di non contrarre di nuovo il virus in futuro».

Coronavirus, Tom Hanks e la moglie Rita Wilson: "Siamo positivi". L'annuncio su Twitter. La Repubblica il 12 marzo 2020. Tom Hanks e sua moglie, Rita Wilson, sono risultati positivi al test del coronavirus. Ad annunciarlo la coppia stessa attraverso un post su Twitter. Rita ed io siamo in Australia. Ci siamo sentiti stanchi, raffreddati, con dolori al corpo. Rita aveva dei brividi che andavano e venivano. Anche febbre lieve. Ci siamo sottoposti al test del coronavirus ed è risultato positivo". "Bene, ora… cosa fare? Ci sono dei protocolli da seguire. Saremo tenuti sotto controllo e isolati per tutto il tempo necessario. Vi terremo aggiornati".

Coronavirus, Tom Hanks e la moglie Rita Wilson dimessi dall’ospedale in Australia. Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Chiara Maffioletti. Tom Hanks e sua moglie Rita Wilson sono stati dimessi dall’ospedale Gold Coast Queensland, in Australia, dopo aver passato lì un periodo in quarantena per essere risultati positivo al coronavirus. Questo, cinque giorni dopo l’annuncio della loro malattia. Per ora l’Australia ha confermato 400 casi di contagi e cinque vittime. L’attore era con sua moglie lì per la pre-produzione di un film su Elvis Presley, diretto da Baz Luhrmann, in cui Hanks dovrebbe interpretare il manager del cantante, Colonel Tom Parker. L’attore non ha esitato a informare tutti i suoi fan circa la positività al test. Postando su Instagram un’immagine di guanti monouso gettati in un sacchetto dell’immondizia, qualche giorno fa aveva scritto: «Ciao gente. Rita e io siamo quaggiù in Australia. Ci siamo sentiti un po’ stanchi, come se avessimo il raffreddore e alcuni dolori muscolari. Rita aveva dei brividi che andavano e venivano. Anche febbre lieve. Per fare le cose nel modo giusto, come è necessario nel mondo in questo momento, siamo stati testati per il Coronavirus e siamo risultati positivi. Bene. Cosa fare ora? I funzionari medici hanno protocolli che devono essere seguiti. Noi Hanks verremo testati, osservati e isolati per tutto il tempo necessario per la salute e la sicurezza pubblica... Terremo aggiornato il mondo». Nei giorni a seguire non sono mancati, infatti, piccoli aggiornamenti che lasciavano intendere che la situazione fosse sotto controllo. Ora i coniugi continueranno la loro quarantena in una casa che hanno affittato in Australia. In uno dei messaggi precedenti, i coniugi avevano scritto: «Stiamo in isolamento. Ci sono alcune persone a cui potrebbe causare una malattia davvero seria. Stiamo affrontando la situazione giorno dopo giorno. Ci sono cose che possiamo tutti fare per superare questa situazione seguendo il consiglio degli esperti e prendendoci cura di noi stessi e degli altri, no? Ricordatevi, nonostante la situazione attuale: “Non si piange nel baseball”».

Da "tgcom24.mediaset.it" il 17 marzo 2020. Nuovo caso di coronavirus tra le star di Hollywood. Dopo Tom Hanks e Olga Kurylenko alla lista si aggiunge anche Idris Elba, affetto da Covid-19. In un video che ha condiviso sui social, l'attore britannico ha rivelato: "Per ora non ho alcun sintomo ma appena ho scoperto di essere malato mi sono chiuso in casa". Intanto Tom Hanks e sua moglie Rita Wilson sono stati dimessi dall'ospedale australiano dove erano ricoverati e continueranno la loro convalescenza a casa. Idris Elba si è fatto conoscere al grande pubblico come protagonista della serie "Luther" per poi interpretare diversi film degli Avengers. Nel 2018 è stato eletto "Uomo più sexy" al mondo dalla rivista People. L'attore ha spiegato nel filmato condiviso via Twitter: "Sto bene. Non ho alcun sintomo. Mi sono fatto fare il test perché mi sono reso conto che sono stato esposto a qualcuno che era stato trovato positivo. Venerdì ho scoperto che erano positivi e mi sono messo immediatamente in quarantena, ricevendo oggi i risultati del mio test. Si tratta di qualcosa di serio ed è arrivato il momento di pensare al distanziarsi socialmente e lavarsi le mani". E poi ha invitato tutti a comportarsi in modo responsabile: "Quindi è arrivato il momento di essere attenti, lavarsi le mani e mantenere le distanze. Lo abbiamo detto alle nostre famiglie. Ci stanno sostenendo. Lo abbiamo detto ai nostri colleghi". Buone notizie invece per Tom Hanks e la moglie, cinque giorni dopo l’annuncio della loro malattia. Come ha riferito il portavoce dell'attore: "Tom Hanks e Rita Wilson hanno lasciato l'ospedale del Queensland e stanno ora riposando in una casa in affitto in Australia, cinque giorni dopo aver rivelato che erano entrambi positivi al Coronavirus. La coppia rimane in quarantena nella loro casa".

Coronavirus, la sorella di Tom Hanks: “Non sta bene”. Alice Antonucci il 21/03/2020 su Notizie.it. Tom Hanks è risultato positivo al Coronavirus e sua sorella Sonia ha fornito ulteriori delucidazioni sul suo stato di salute. Tom Hanks e sua moglie Rita Wilson sono risultati positivi al Coronavirus mentre erano in Australia. La sorella dell’attore, Sonia Hanks Benoiton, ha aggiornato i fan sulle condizioni di salute del celebre divo del cinema. Da giorni i fan sono allarmati per le condizioni di salute di Tom Hanks e di sua moglie Rita, che si trovano in Australia per la realizzazione di un film su Elvis Presley. La sorella dell’attore Sonia Hanks Benoiton – che abita a Pordenone – ha dichiarato che Hanks non starebbe benissimo, ma che al momento le sue condizioni non sarebbero gravi e che sarebbe in buone mani. “Non sta benissimo ma è ok. Se sono scioccata? No. Lui è un attore, non è Dio. E la sanità in Australia è molto buona”, ha confessato. Lo stesso Hanks ha aggiornato i fan sulle sue condizioni di salute via social, e per il momento ha cercato di non allarmarli. La sorella dell’attore abita a Pordenone con la sua famiglia e ha dichiarato che anche lei starebbe rispettando la quarantena così come imposto dal Governo per cercare di contenere l’epidemia.“Qui stiamo bene, stare a casa va bene e la gente è meravigliosa. Lo spirito della comunità è straordinario. Gran Bretagna e Stati Uniti stanno facendo molti errori”, ha dichiarato. Tom Hanks non è l’unico personaggio famoso che ha contratto il Coronavirus: come lui anche lo scrittore Luis Sepulveda è risultato positivo a covid-19, Idris Elba, Itziar Ituno e, in Italia, l’attrice Giuliana De Sio.

Anche Idris Elba tra i contagiati dal coronavirus. Anche l'attore inglese Idris Elba è stato contagiato dal coronavirus, lo rivela in un video che è stato condiviso sui social. Carlo Lanna, Martedì 17/03/2020 su Il Giornale. Di giorno in giorno si allarga la lista dei contagi da coronavirus. La pandemia ora non fa paura solo all’Italia ma, a un passo molto concitato, si sta espandendo anche in America, in Europa e nel resto del mondo. Non solo gente comune finisce nel mirino del virus, ma ci sono anche diverse personalità del mondo dello spettacolo. Dopo Tom Hanks e sua moglie, alla lista si aggiunge Idris Elba. L’attore molto celebre nel Regno Unito, lunedì 16 marzo, in un video che ha condiviso sui social, rivela al mondo e ai suoi fan di essere malato e di essere stato contagiato dal coronavirus. Classe 1972, all’anagrafe conosciuto come Idrissa Akuma Elba, non è solo attore, ma è regista, produttore e sceneggiatore. Noto anche come DJ nel club di Londra con lo pseudonimo di Big Driis. Celebre sul grande schermo per aver preso parte a diversi film, tra cui anche il franchise degli Avengers, la notorietà è arrivata grazie a Luther. La serie tv crime di grande successo trasmessa dal 2010, ha permesso a Idris Elba di vincere un Golden Globe. Ma altri riconoscimenti sono arrivati nel 2016 per il film "Beasts of Nation" nominato sia ai Golden Globe che ai BAFTA. L’annuncio delle sue condizioni di salute è stato rivelato in un video condiviso su Twitter che ha fatto preoccupare i fan. L’attore, però, che fin da subito e insieme alla moglie si è isolato in quarantena, afferma di essere comunque in buona salute ma cerca di mettere in guardia la popolazione dalla pericolosità del virus. "Per ora non ho alcun sintomo ma appena ho scoperto di essere malato mi sono chiuso in casa – afferma Idris Elba sui social-. Comportatevi in maniera responsabile. State a casa, gente. Siate pragmatici, è qualcosa di serio. È arrivato il momento di lavorasi bene le mani e di mantenere le giuste distanze –continua-. Tante sono le persone che non hanno sintomi ma possono diffondere comunque il virus, perciò bisogna essere comunque molto prudenti. Niente panico. Vi terrò aggiornati sulla situazione". Il video subito è rimbalzato sul web come una scheggia impazzita, tanto è vero che la quarantena di Idris Elba è stata riportata immediatamente da quasi tutti i tabloid inglesi. Nel 2008 è stato eletto da People uno tra gli uomini più sexy del mondo. È sposato con la modella canadese Sabrina Dhowre che ha 30 anni, ma l’attore ha già alle spalle due divorzi e due figli da precedenti relazioni.

La Bond girl di 007 positiva al coronavirus. L'ex Bond Girl della saga di 007, Olga Kurylenka, è risultata positiva al coronavirus e dal suo isolamento in quarantena ha voluto lanciare un monito a tutti i suoi fan invitandoli a prendere sul serio la minaccia del virus. Anita Adriani, Martedì 17/03/2020 su Il Giornale. Olga Kurylenko, l'ex Bond Girl, ha comunicato al mondo di aver contratto il temibile coronavirus. La pandemia del Codiv-19 non si arresta e come un onda minacciosa continua a mietere vittime anche tra i divi del cinema hollywoodiano. Già gli attori americani Tom Hanks e la consorte Rita Wilson hanno ammesso pubblicamente la loro positività al test del virus. Adesso è il turno dell'attrice ucraina. Olga Kurylenko con dolore ha diffuso la notizia di essere stata colpita dalla malattia. La bellissima star 40enne è diventata famosa nel mondo dopo aver girato nel 2008 il film di successo della saga di James bond "Quantum of Solace", dove ha recitato accanto a Daniel Craig. L'ex Bond Girl ha lanciato un appello a tutti i suoi follower spronandoli a prendere sul serio l'emergenza Coronavirus proprio perché lei stessa è risultata positiva al tampone, rimanendone vittima suo malgrado. La Kurylenko ha fatto un gesto coraggioso e altruista rivelandolo sul suo profilo Instagram al fine di ammonire il suo stuolo di ammiratori social a non sottovalutare la pandemia e invitandoli a "stare a casa". L'attrice ucraina in questi giorni è in quarantena e vive il suo isolamento dal resto mondo con molta apprensione e angoscia.

L'appello dell'ex Bond Girl a tutti i suoi fan. Olga Kurylenko, dopo aver appreso l'esito positivo del test da Covid-19, con senso di responsabilità si è eclissata in quarantena. La modella naturalizzata francese ha comunicato la notizia sulla sua pagina ufficiale Instagram condividendo con tutti i fan una foto malinconica ed evocativa della sua condizione da reclusa. Il messaggio dell'attrice informa i suoi follower sulla sua positività al Coronavirus: "Rinchiusa in casa dopo essere stata trovata positiva al test per il coronavirus", è la confessione ardita della Kurylenko. La didascalia è scritta in inglese e in lingua ucraina a corredo di una foto in cui si vede il panorama fuori dalla finestra bianca dell'abitazione dove la star di Hollywood vive la sua quarantena. Si può idealizzare dall'immagine che l’attrice stia ammirando il mondo esterno con nostalgia. L’ex Bond Girl cresciuta in Russia ha riferito di essere malata da una settimana avvertendo i sintomi tipici di una forte influenza: "Febbre e affaticamento sono i miei principali sintomi". Poi l'appello a tutti i suoi fan per non sottovalutare la pandemia sanitaria: "Abbiate cura di voi e prendetelo sul serio!". Nel post Olga Kurylenko non specifica dove stia trascorrendo i giorni della sua quarantena, anche se tutti i suoi fan sanno che l’attrice di origini ucraine resiede stabilmente nella City di Londra dove vive con suo figlio. Dopo pochi minuti il post della Kurylenko è stato preso d'assalto dai commenti di solidarietà e vicinanza dei seguaci. Tra i divi della Mecca del cinema hollywoodiano che hanno commentato il messaggio toccante dell'attrice spicca quello di Milla Jovovich, sua grande amica, ucraina come lei. "Oh mio dio! Riprenditi amica! Stiamo pregando per te", ha scritto preoccupata la collega. Nel frattempo l'attrice 40enne sta vivendo la sua convalescenza in isolamento sperando di guarire al più presto e di uscire indenne da questa brutta vicenda.

Coronavirus, Heidi Klum in quarantena bacia il marito. Ma dal vetro della finestra di casa. Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Gian Luca Bauzano. La super top in quarantena ha postato sul profilo Instagram un video in cui si abbandona in effusioni con il chitarrista Tom Kaulitz, ma protetti da un cristallo. Dopo aver accusato i sintomi del virus si è ritirata a letto rinunciando a partecipare ad America’s Got Talent. Prima una storie e poi un breve video sul suo profilo social (7,1milioni di follower) dove bacia il marito attraverso un vetro. Heidi Klum, la bionda super top, storico Angelo di Victoria’s Secret e sposata al musicista Tom Kaulitz, chitarrista del gruppo dei Tokio Hotel, potrebbe essere positiva al Coronavirus. Si è messa subito in auto quarantena ma per non rinunciare all’affetto del compagno ha scelto di baciarlo anche solo attraverso il vetro della finestra di casa. Nel video postato tra le storie nei giorni scorsi dal letto di casa propria aveva detto: “Spero sia solo un raffreddore”. La modella, 46 anni, dopo aver accusato i sintomi del virus non aveva partecipato alla registrazione della trasmissione di America’s Got Talent, dove fa parte della giuria e si era ritirata a casa per evitare di infettare qualcuno. La Klum avrebbe voluto fare il test per essere certa della sua condizione, ma non ha potuto. Nel primo video aveva detto: “Mi piacerebbe fare il test per il Coronavirus, ma qui non c’è. Ho provato con due medici diversi e non riesco proprio a ottenerne uno”. Anche negli Usa come l’Italia c’è lo stato di emergenza. Poi oggi il romantico, ma ben protetto bacio tra i due innamorati (nella foto). Lontani, ma vicini. Restando a casa.

Autoquarantena. Nel video della sua storia dal letto di casa raccontava ciò che era accaduto nei giorni precedenti la scelta dell’auto quarantena spingendola a ritirarsi dalla trasmissione tv. “Tutto è iniziato con brividi di freddo, sensazione di febbre, tosse, naso che cola”. Dopo aver avvertito i primi sintomi il giorno prima della registrazione del mercoledì di America’s Got Talent è immediatamente tornata a casa temendo di aver contratto il Coronavirus.

Riflettori sempre accesi. “Rimanete a casa se non vi sentite bene”, ha consigliato la top model da Instagram con una voce rauca. Anche senza Klum la puntata di America’s Got Talent mercoledì è stat registrata. L’ha sostituita Eric Stonestreet, attore della serie tv “Modern Family”.

A porte chiuse. Alla registrazione mancava anche il pubblico. “A causa della situazione globale in atto causata dal Covid-19, abbiamo lavorato a stretto contatto con i nostri team di produzione e i nostri partner di rete per adottare misure volte a ridurre al minimo il rischio di esposizione al nostro cast, alla nostra squadra e al pubblico dal vivo”, diceva una nota resa pubblica dal rappresentante di America’s Got Talent. Come in Italia anche negli Usa molti programmi vengono registrarti senza la presenza del pubblico per garantirne la messa in onda (nella foto Heidi Klum in un frame dalla storia postata dal letto di casa).

#noirestiamoacasa. Anche negli States la situazione è molto grave. Si parla di 41 decessi e 1600 casi su tutto il territorio. Ma potrebbero essere molti di più a causa del fatto che sottoporsi al test non è semplice.

Il grazie di Tom Hanks. Tra le star di Hollywood il caso per ora reso noto di positività al virus è quello di Tom Hanks e di sua moglie Rita Wilson, entrambi in isolamento in Australia. Su Instagram l’attore ha scritto: “Ciao a tutti. Rita Wilson e io vogliamo ringraziare tutti coloro che si stanno prendendo così tanta cura di noi. Abbiamo il Covid-19 e siamo in isolamento, quindi non lo diffondiamo a nessun altro. Ci sono persone che potrebbero sviluppare una malattia molto grave” (nella foto Heidi Klum a Pasadena sul red carpet di America’s Got Talent il 4 marzo 2020 al Pasadena Civic Auditorium).

Coronavirus, contagiato il giornalista Renato Coen. Chiusa la redazione milanese di Sky. Libero Quotidiano il 12 marzo 2020. Dopo il caso di Nicola Porro, un altro giornalista risulta contagiato dal coronavirus. Si tratta di Renato Coen di Sky. Per questo ieri 11 marzo è stata chiusa la sede di Santa Giulia a Milano di SkyTg24 e di Sky Sport.  Tutta la redazione è stata messa in quarantena, rivela il Giornale, e il secondo e il terzo piano dell' edificio milanese sono stati svuotati. Il tg continua ad andare in onda dalla sede romana. Il direttore, Giuseppe De Bellis, che coordina la squadra in smart working, spiega che Coen, responsabile della redazione esteri, "si trova in buono stato di salute e il telegiornale prosegue il suo impegno nel continuare ad informare puntualmente gli italiani in questa grave emergenza. Sin dall' inizio di questa crisi sanitaria siamo in prima linea, con collegamenti, storie, racconti, approfondimenti, documentando soprattutto lo sforzo dei medici che si stanno battendo per garantire le cure e la salute pubblica e di questo ringrazio vivamente tutti i colleghi e i tecnici". 

Jacopo D'Orsi per la stampa.it il 18 marzo 2020. Il coronavirus continua a farsi strada anche negli Usa - saliti a 6522 casi e 116 morti complessivi - e il contagio non risparmia nemmeno lo sport. Così è arrivato il primo grande nome tra i positivi nella Nba, il massimo campionato di basket già sospeso (almeno) per un mese: è Kevin Durant, due ori olimpici e due volte campione nonché Mvp delle finali con i Golden State Warriors (2017 e 2018). Adesso gioca con i Brooklyn Nets - ma era ancora fermo dopo il grave infortunio al tendine d’Achille accusato alle ultime Finals - ed è stato lui a uscire allo scoperto, dopo che il club aveva annunciato quattro casi positivi, di cui uno con i sintomi della malattia. Si aggiungono a Rudy Gobert e Donovan Mitchell (Utah Jazz) e a Christian Wood (Detroit Pistons), i primi casi registrati, a loro volta tutti asintomatici e in isolamento. Tutti si trovavano nell’area di New York, uno dei focolai dell’epidemia negli Stati Uniti, tra il 4 e l’8 marzo. Durant ha chiarito di essere uno dei tre giocatori dei Nets per ora senza sintomi, lanciando anche un messaggio alla nazione che soltanto in questi giorni comincia a rendersi conto della reale portata dell’emergenza: «Ce la faremo - ha detto KD, che sperava di rientrare in tempo per partecipare a Tokyo 2020 con il team Usa -. Adesso state tutti attenti ai vostri comportamenti, prendetevi cura di voi stessi e mettetevi in quarantena». In quarantena autoimposta sono finiti anche i giocatori dei Los Angeles Lakers, ultimi avversari dei Nets prima della serrata, lo scorso 10 marzo allo Staples Center: domani LeBron James e compagni saranno sottoposti al tampone. In isolamento, va da sé, anche i compagni di Durant: «La franchigia sta lavorando insieme con le autorità sanitarie di New York - fanno sapere i Brooklyn Nets -, a tutti gli altri giocatori, ai tecnici e allo staff è stato chiesto di rimanere isolati. Siamo facendo di tutto per assicurarci che gli atleti positivi ricevano le migliori cure possibili».

Coronavirus, Timo Hübers il primo calciatore professionista positivo: è in quarantena a casa. Pubblicato mercoledì, 11 marzo 2020 da Corriere.it. È Timo Hübers, 23 anni, difensore centrale dell’Hannover, il primo caso di giocatore professionista positivo al coronavirus. Hübers è stato messo in quarantena a casa dopo che molto probabilmente è stato infettato durante un evento nella città di Hildesheim sabato, comunica il club che gioca nella seconda divisione calcistica tedesca. Da allora Hübers, 23 anni, non ha avuto contatti con i suoi compagni di squadra e si ritiene che nessun altro giocatore sia stato infettato. A tutto il personale, così come il team tecnico e il personale del club, sarà fatto il tampone per precauzione, ha dichiarato il club in una nota. L’Hannover giocherà in casa contro la Dinamo di Dresda domenica in una partita a porte chiuse. «Il comportamento di Timo, che è completamente asintomatico, è da prendere come esempio — ha detto il direttore sportivo dell’Hannover, Gerhard Zuber—. Non ha appena ha saputo che una persona con cui aveva avuto dei contatti era risultata positiva, ha informato il dottore e si è posto autonomamente in quarantena a casa».

Da liberoquotidiano.it  il 12 marzo 2020. Il calcio non si era fermato. Già, ora anche il pallone, a causa del coronavirus, non rotola più almeno fino all'inizio di aprile. Eppure, come detto, lo scorso weekend si è giocato, seppur a porte chiuse. Tra le partite, anche Juventus-Inter, con il tracollo nerazzurro. E Striscia la Notizia, sul sito web del programma in onda su Canale 5, ha dedicato un servizio proprio all'ultima giornata del massimo campionato. La ragione? Si è visto tutto ciò che non avremmo voluto vedere, dagli abbracci e fino agli sputi. Scrive la redazione di Striscia, presentando il servizio: "In tempi di Coronavirus, dai calciatori ci si aspetterebbe maggiore attenzione alle buone abitudini per evitare il contagio. E invece durante l'ultima giornata di campionato non sono mancati abbracci, strette di mano e sputi sul prato". Vedere per credere.

Gli sportivi contagiati dal coronavirus: da Rugani alla stella dell’Nba Durant:«Seguite le regole». Pubblicato venerdì, 20 marzo 2020 da Corriere.it. Nel mondo dello sport cresce ogni giorno il numero di atleti di fama internazionale infettati dal coronavirus. In tutte le discipline, anche se quelle di gruppo per ora sembrano prevalere su quelle singole. In serie A il primo giocatore positivo è stato Daniele Rugani della Juventus. Fra gli ultimi in ordine di tempo c’è stato invece Blaise Matuidi, centrocampista francese sempre del club bianconero. Dall’11 marzo il calciatore è in isolamento, sta bene ed è asintomatico. Così come Mattia Zaccagni, 24 anni, del Verona, colpito soltanto da qualche linea di febbre. In isolamento c’è anche la Nazionale femminile (con dieci calciatrici della Juventus) la settimana scorsa era impegnata in Portogallo nell’Algarve Cup: è stata in contatto con un soggetto positivo. Sempre la Juventus ha comunicato «di aver disposto l’isolamento volontario domiciliare per dieci calciatrici delle Juventus Women e della Nazionale italiana che, durante la trasferta o il viaggio di ritorno dall’Algarve Cup, potrebbero aver avuto contatti con un soggetto che si è successivamente rivelato positivo al Covid-19. Si specifica che le calciatrici sono tutte asintomatiche». Ad aver contratto il coronavirus sono stati anche diversi giocatori della Sampdoria: Manolo Gabbiadini, Omar Colley, Albin Ekdal, Antonio La Gumina e Morten Thorsby, Fabio Depaoli e Bartosz Bereszynski. Tutti sono nelle loro abitazioni. Diversi casi anche nella Fiorentina:al primo di Dusan Vlahovic sono seguiti quelli di Patrick Cutrone e German Pezzella. Sulle loro condizioni le parole rassicuranti del presidente viola Rocco Comisso: «Si sentono bene, anche se non tutti abbiamo fatto il tampone in Fiorentina. I giocatori sono a casa, come tutti dovrebbero esserlo». Fernando Gaviria è stato il primo ciclista positivo di alto livello: velocista colombiano della Uae Emirates, è uno dei più forti sprinter al mondo con (tra gli altri successi) con cinque tappe vinte al Giro d’Italia e due al Tour de France nelle ultime tre stagioni. Lui dice di stare bene ma è ancora in quarantena in una struttura sanitaria di Abu Dhabi insieme al compagno di squadra Maximiliano Richeze. Si moltiplicano i casi nell’Nba, il campionato di basket americano è stato da poco fermato. Il nome più noto è quello di Kevin Durant dei Brooklyn Nets, uno dei cestisti più forti degli ultimi anni: «Sto bene, ne usciremo. Ma siate tutti prudenti» ha detto dopo aver scoperto l’esito dell’esame. Insieme a lui positivi altri tre dei Nets, che vanno ad aggiungersi ai casi di Rudy Gobert,Donovan Mitchell e Christian Wood. E ci sono altri nuovi contagi: Marcus Smart dei Boston Celtics, che in un video invita tutti gli americani a osservare le regole: «Cercate di stare lontani dagli assembramenti di persone, lavatevi le mani e proteggete gli altri proteggendo voi stessi, io sto bene». Anche i Los Angeles Lakers, squadra che prima del fermo aveva affrontato i Nets, hanno comunicato due contagi senza rivelare però i nomi dei tesserati. Earvin Ngapeth, ex stella di Modena e nazionale francese, ha annunciato su Instagram di essere positivo al coronavirus e di essere ricoverato da alcuni giorni in un ospedale di Kazan, la città russa dove vive dopo il trasferimento al club dello Zenit. «Ho trascorso tre giorni complicati ma ora è finita - dichiara -, lascerò l’ospedale tra una settimana. State tutti a casa, non succede solo agli altri».

Coronavirus: positivo Wu Lei, la stella del calcio cinese (che si è ammalato in Spagna). Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 su Corriere.it. Wu Lei, calciatore cinese che gioca in Spagna nell’Espanyol, è risultato positivo al test del coronavirus. Lo fa sapere la federcalcio della Cina. Finora si sapeva soltanto che alcuni membri del club di Barcellona avevano contratto il Covid-19 ma i nomi non erano stati resi noti. Ora. La notizia della positività di Wu Lei arriva dalla Cina. Il calciatore è già stato messo in isolamento nella propria abitazione di Barcellona. «Siamo in continuo contatto con Wu Lei e il suo club - è scritto nella nota della federcalcio cinese - e siamo pronti a fornirgli tutta l’assistenza di cui ha bisogno».

Milan, Paolo Maldini e il figlio Daniel positivi al coronavirus: "Sono in buone condizioni". L'ex capitano, avendo avuto contatti con una persona risultata positiva, è stato sottoposto ad un tampone che ha dato l'esito. La Repubblica il 21 Marzo 2020. Primi due casi di coronavirus al Milan: si tratta di Paolo Maldini e del figlio Daniel. Lo annuncia in una nota la società rossonera, spiegando che l'ex capitano e oggi direttore dell'area tecnica, "venuto a conoscenza di aver avuto un contatto con una persona positiva e avendo in corso sintomi da virosi, è stato sottoposto ieri a tampone che è risultato positivo al coronavirus. Allo stesso modo il figlio Daniel, attaccante della Primavera rossonera aggregato alla prima squadra. Paolo e Daniel sono in buone condizioni e, dopo aver già trascorso oltre due settimane nella propria abitazione senza contatti esterni, come previsto dai protocolli medico-sanitari prolungheranno la quarantena per i tempi necessari alla completa guarigione clinica". Paolo Maldini aveva accusato una leggera febbre – nulla di assimilabile al coronavirus – e per questo non era in tribuna a Milan-Genoa di domenica 8 marzo, come il direttore sportivo Frederic Massara (che ha subito superato il malessere), né era stato a Milanello il giorno prima. I sintomi non sono mai stati allarmanti: al massimo un po’ di tosse. Il tampone è stato eseguito quando Maldini ha saputo di essere stato a contatto con una persona positiva. L’ultima sua presenza in sede, a Casa Milan, risale comunque a giovedì 5 marzo: l’arco di tempo trascorso da allora esclude dunque eventuali altri contagi. Daniel, che ha a sua volta accusato lievi febbre e tosse già superate, ha giocato con la Primavera sabato 7 marzo e anche in questo caso il tempo di eventuali incubazioni dei compagni è superato. Ora padre e figlio prolungheranno di due settimane la quarantena. Poi, secondo protocollo, il doppio tampone negativo a distanza di 72 ore certificherà la piena guarigione.  

Paolo Maldini positivo: «Io, atleta, conosco il mio corpo: sentivo un nemico sconosciuto». Pubblicato martedì, 24 marzo 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. Cinque Champions, sette scudetti, due Intercontinentali, per 25 anni titolare nel Milan, per otto anni capitano della Nazionale italiana: Paolo Maldini è tra i grandi della storia dello sport mondiale. E ha il coronavirus. Come suo figlio Daniel, che a 18 anni ha già esordito nel Milan, la squadra di cui fu capitano nonno Cesare, il primo italiano ad alzare nel 1963 la Coppa dei Campioni.

Maldini, come sta?

«Abbastanza bene. Il peggio è passato. Ho ancora un po’ di tosse. Secca, come sente. Ho perso gusto e olfatto, speriamo tornino. È stata come un’influenza un po’ più brutta. Ma non è una normale influenza».

In cosa è diversa?

«Guardi, io conosco il mio corpo. Un atleta conosce se stesso. I dolori sono particolarmente forti. E poi senti come una stretta al petto… È un virus nuovo. Il fisico combatte contro un nemico che non conosce».

Da chi l’ha preso?

«Non lo so. Mia moglie ha avuto un’influenza molto lunga, molto strana, è stata tre settimane a letto. Prima ancora, verso metà febbraio, il nostro primogenito, Christian, che ha 23 anni e vive con noi, ha avuto una brutta influenza, in famiglia forse è quello che è stato peggio di tutti. Io ho avvertito i primi sintomi giovedì 5 marzo».

Quali sintomi?

«Dolori alle articolazioni e ai muscoli. Febbre: mai più di 38 e mezzo. Il giorno dopo, venerdì, sarei dovuto andare a Milanello, e sono rimasto a casa. Ho saltato anche Milan-Genoa».

Come si è curato?

«Solo con la tachipirina. Non ho preso antivirali perché non ho mai avuto difficoltà respiratorie».

Ha avuto contatti con i calciatori del Milan?

«Non li vedevo da 14 giorni. Nessuno di loro è positivo».Come mai non ha fatto subito il tampone?

«All’inizio non è stato possibile, perché i miei sintomi per quanto forti potevano essere quelli di una normale influenza. Poi ho scoperto che un amico, che avevo incontrato il 23 febbraio, era positivo, come un’altra persona che lavora con me. Non sappiamo chi ha iniziato la catena».

Come si è curato?

«Attraverso il medico sociale. Noi al Milan siamo molto attenti alla salute, abbiamo molte risorse, siamo convenzionati con il San Raffaele. Ma abbiamo scelto di attenerci scrupolosamente alle regole fissate dalla nostra città, dalla nostra regione».

Come ha fatto il tampone?

«Alla fine sono venuti i medici della Asl, con guanti e mascherine. No, niente scafandro. Era martedì scorso. Dopo due giorni è arrivato il verdetto: positivo».

Ha avuto paura?

«Sapevo già di avere il virus. Sentivo che non era un’influenza come le altre; e poi per l’influenza avevo fatto il vaccino. Certo, un po’ di preoccupazione ti viene. Un mio amico ha avuto problemi respiratori, è ricoverato all’ospedale di Legnano, non dorme, ha gli incubi… A me è andata meglio. Comunque sono qui confinato da diciotto giorni con la mia famiglia».

Anche Daniel, il secondogenito, 18 anni, è positivo.

«Sì. Anche lui vive con noi, anche lui ha dolori e febbre. Ma è talmente giovane… Mi pare che in famiglia sia quello che l’abbia presa in forma più leggera. Mia moglie e Christian hanno fatto il tampone e sono negativi. Ma siamo convinti che pure loro abbiano preso il virus, e ne siano già usciti».

Non avete preso precauzioni?

«Riuscire a isolarsi del tutto in famiglia è molto difficile. Abbiamo cercato di mantenere le distanze. Ognuno dorme nella sua camera. Ma pranzo e cena li facciamo tutti insieme. Prima era il momento in cui ognuno doveva scappare, chi al lavoro, chi all’allenamento… Questa esperienza ci ha riuniti».

I figli fanno il suo stesso mestiere.

«Ne sono felice, perché loro sono felici. In questi giorni facciamo il gioco che gli ho insegnato quand’erano bambini, con una palla di gommapiuma: vince chi centra più volte la porta di casa, anzi la chiave infilata nella serratura. All’inizio vincevo io. Ora sono il peggiore».

Riesce a dormire?

«Fin troppo. Di solito vado a letto molto tardi, lo facevo anche da calciatore. All’inizio della malattia ero talmente stanco che a mezzanotte crollavo, dormivo nove ore e il pomeriggio mi riaddormentavo».

È stata una prova dura?

«Psicologicamente mi ha aiutato l’idea di non avere più i genitori. Intendiamoci: darei qualsiasi cosa per avere qui mio papà, anche solo per cinque minuti. Mia mamma Maria Luigia si è spenta con lui, se n’è andata tre mesi dopo. Ma se ci fossero ancora, con tutta la famiglia malata, sarei stato molto in ansia per loro».

Al Mondiale 1998 lei era capitano e suo padre allenatore della Nazionale. Nei quarti la Francia padrona di casa dominò ma non riuscì a segnare. Lei fece una partita sovrumana. Per suo padre o per se stesso?

«La spinta viene dal Paese. Chi non ha giocato con la maglia azzurra non può capire. Durante i Mondiali, poi, la spinta emotiva degli italiani è fortissima. Questo vale nel bene ma anche nel male: le critiche sono feroci. Io ho avuto la sfortuna di arrivare ai Mondiali sempre reduce da un infortunio, ma di arrivare quasi sempre in fondo. Il Mondiale giocato in casa nel ’90 fu pazzesco. Un Paese intero che ti spingeva a dare tutto».

Oggi il Paese come lo sente?

«A me pare che gli italiani si stiano comportando molto bene. Abbiamo i nostri difetti, ma nelle difficoltà non siamo egoisti: pensi ai medici che si offrono volontari. O agli insegnanti che si inventano le lezioni via web. Noi crediamo di essere peggiori degli stranieri, ma non è così. Meglio fare la coda per la spesa che per le armi, come in America».

Lei ora è dirigente del Milan. È riuscito a lavorare?

«Sì. Le tecnologie aiutano, abbiamo fatto la riunione di Lega in conference call. L’altro giorno mio fratello ha compiuto cinquant’anni, e l’abbiamo festeggiato on line. Siamo una famiglia numerosa: prima di me sono nate Monica, che è già nonna, Donatella che ha giocato a basket in serie A, Valentina che è architetto; dopo di me sono arrivati Alessandro e Pier Cesare».

Anche lei si chiama Paolo Cesare.

«Papà ha voluto darmi il suo nome perché dovevo essere l’ultimo figlio. Ma lui e mamma si amavano troppo».

Il calcio doveva fermarsi prima?

«Sì. Già giocare a porte chiuse è una violenza, per i tifosi e per i calciatori. Giocare a porte aperte Liverpool-Atletico, con 4mila tifosi madrileni sugli spalti, quando già si sapeva che Madrid era un focolaio, è stata una follia. Quando si è giocata Atalanta-Valencia l’allarme non era ancora scattato, ma ora sappiamo che quella serata è una delle cause del focolaio di Bergamo».

Quando ripartirà il calcio?

«Un finale di campionato ci deve essere, e ci sarà. Ma quando non possiamo dirlo ora. Capisco che per la gente sarebbe uno svago prezioso. Ma nel calcio è impossibile non soltanto giocare, ma pure allenarsi senza contatto. E poi è giusto mettere tutte le squadre sullo stesso piano. Alcune, come la Sampdoria, sono più colpite. Sono positivi alcuni tra i giocatori più rappresentativi della Juve».

È toccato anche a Dybala.

«Non dobbiamo avere fretta. Non ci si rimette in due giorni da questo virus. Tutti i calciatori devono avere il tempo di riprendersi e allenarsi. Prima di tornare a giocare saranno necessarie almeno due settimane di preparazione».

E le Olimpiadi di Tokyo?

«Vanno rinviate. Oggi non si possono organizzare le selezioni, non ci si può preparare a dovere per l’appuntamento della vita. Nel calcio, poi, la differenza tra un campione e un giocatore normale è minima. Di sicuro inferiore al 10 per cento. Se cala del 7 per cento, un campione diventa un giocatore come un altro. Dybala e gli altri devono avere tempo di recuperare bene».

Come sono cambiati i calciatori?

«Sono diventati imprenditori di se stessi. Ognuno è una piccola Spa. Ma se vogliono solo vivere bene e diventare famosi, non faranno molta strada. Soltanto voler vincere ti porta lontano».

A proposito del mistero del calcio. Lei è stato il più anziano a segnare in una finale di Champions: Istanbul, 25 maggio 2005. Ma quella finale con il Liverpool l’avete perduta, anche se alla fine del primo tempo vincevate 3-0. Cos’è successo? Ora può dirlo.

«Nulla di quello che è stato scritto. Non è vero che nell’intervallo abbiamo festeggiato. Al contrario: abbiamo litigato. Ci siamo rinfacciati cose stupide, tipo un passaggio sbagliato. Allora Ancelotti ha urlato: “Zitti tutti cinque minuti!”. Siamo stati zitti e poi ci siamo parlati con calma. La finale di Champions crea molte tensioni. E il calcio è il più imprevedibile degli sport».

L’epidemia ci cambierà?

«Sì. Le persone sensibili rivaluteranno i rapporti con le altre persone. Cose che ci parevano scontate, come cenare con gli amici e abbracciare una persona amata, ora ci mancano moltissimo, e domani le apprezzeremo di più. Magari non cambieremo tutti. Ma sono convinto che le persone sensibili siano la maggioranza. Compresi molti che non sanno di esserlo».

Lei alla festa d’addio, a 41 anni, fu fischiato dagli ultrà del Milan, dopo aver parlato contro la violenza.

«Non me ne pento. Ho sempre detto quello che penso».

Ha sentito Berlusconi?

«No. Da quando mi sono ritirato l’ho sentito una volta sola al telefono e l’ho visto una volta sola, al funerale di mio padre».

Il virus ha colpito in particolare la sua città, Milano, in un momento in cui stava volando.

«Milano tornerà a volare. Ripartire è nella sua natura. Ma passata l’emergenza verrà un momento durissimo. L’economia, le piccole imprese saranno semidistrutte. La politica deve fare molto di più. Deve rassicurare la gente. Non amo Trump; però ha capito che bisogna tranquillizzare gli americani, garantendo una buona parte dello stipendio. Un conto è stare chiuso in casa sapendo che avrai di che vivere; ma stare chiuso in casa senza certezze crea un’angoscia insopportabile. Lo Stato, il governo deve capire questo. E dare segno di aver capito, prima possibile».

Atalanta, il portiere Sportiello positivo al coronavirus. Aveva giocato titolare la gara di ritorno degli ottavi di Champions a Valencia. Attualmente è in quarantena come il resto della squadra ed è asintomatico. La Repubblica il 24 Marzo 2020. Marco Sportiello è il primo giocatore dell'Atalanta positivo al coronavirus. Lo rende noto il club nerazzurro sul sito ufficiale. Il portiere aveva giocato titolare a Valencia il 10 marzo scorso nella gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions League. "Le autorità sanitarie locali hanno comunicato in data odierna al club la positività al Covid-19 del calciatore Marco Sportiello", recita la nota del club. Altre precisazioni, anche in termini di isolamento domiciliare: "Marco attualmente è asintomatico. La quarantena preventiva, a cui erano stati sottoposti Marco e tutti i tesserati della prima squadra, terminerà in data 27-03-2020".

Pepe Reina: «Ho avuto il coronavirus, come essere travolto da un camion. In Spagna niente test, è un guaio». Pubblicato mercoledì, 25 marzo 2020 su Corriere.it da Salvatore Riggio. «Il coronavirus? Come essere travolti da un camion», dice adesso Pepe Reina, ancora sconvolto dall’esperienza. Tra i calciatori che in Europa sono stati contagiati c’è anche l’ex portiere spagnolo di Napoli e Milan, oggi in Premier League all’Aston Villa. Che ha raccontato così la sua esperienza alla radio Cadena Cope: «È stata dura. È come se mi fosse passato addosso un camion. La scorsa settimana ho avuto tutti i sintomi del coronavirus, sono stati giorni difficili in cui ho preso ogni tipo di precauzione per non contagiare chi vive con me. Qui non si fanno i test e questo non può che essere un problema, ma adesso sto bene». Reina è preoccupato per quello che sta accadendo sia in Spagna sia in Italia, la sua seconda casa: «Sono momenti difficili e siamo tutti preoccupati. Quello che mi tocca di più è vedere persone che se ne vanno senza neanche la possibilità di essere salutate per l’ultima volta dalla propria famiglia. Dobbiamo rispettare tutte le norme di sicurezza che ci sono state date, solo così riusciremo a uscirne. Il calcio in questo momento è secondario, non mi importa sapere quando si tornerà in campo, quel che conta è la salute. Capisco che ci siano grandi interessi economici in gioco, ma è uguale in tutti i settori». Giocare senza pubblico non ha senso: «Sì, è così. In ogni caso è essenziale che si torni a giocare quando ci saranno tutte le garanzie per farlo in sicurezza. Noi calciatori — ha concluso Reina — siamo dei privilegiati, per me è facile restare in isolamento, le persone che hanno veramente i “cojones” sono quelli che vivono in un appartamento di 70 metri quadri con tre bambini, loro sono degli eroi».

Da corrieredellosport.it il 22 aprile 2020. Romelu Lukaku non esclude che lui e tanti suoi compagni siano stati contagiati dal Coronavirus a gennaio, quando in Italia ancora non era esplosa l’emergenza sanitaria. L’attaccante belga dell’Inter l’ha raccontato in una diretta Instagram con Kat Kerkhofs, presentatrice e moglie di Dries Mertens del Napoli: “Abbiamo avuto una settimana libera a dicembre – le parole di Lukaku - siamo tornati e, giuro, che 23 giocatori su 25 erano malati, non è uno scherzo: abbiamo giocato in casa contro il Cagliari di Radja Nainggolan (in campionato, era il 26 gennaio, n.d.r.) e dopo 25 minuti uno dei nostri difensori (Skriniar, in realtà uscito dopo 17 minuti, n.d.r.) ha dovuto lasciare il campo. Non poteva andare avanti e quasi svenne. Tutti tossivano e avevano la febbre. Mi ha anche infastidito. Quando mi sono riscaldato, sono diventato molto più caldo del solito. Non avevo la febbre da anni. Dopo la partita sono andato dritto a letto. Non abbiamo mai fatto test per il Covid-19 in quel momento, quindi non lo sapremo mai con certezza”.

I timori di Lukaku: "Mia madre ha il diabete". Lukaku teme per i suoi famigliari: “Mia mamma ha il diabete – racconta il calciatore dell’Inter - questo è il mio più grande shock. E’ la mia migliore amica: ogni quattro ore chiamo per sapere se ha bisogno di qualcosa. Certo, però, che mi manca di più mio figlio Romeo. Il piano era di riportarli qui in Italia per l'epidemia: ho due appartamenti, ma ovviamente ora per loro non è il momento di tornare”.

Lukaku: "Tutti sotto shock di dover tornare a Milano". Poi spiega lo scenario attuale in casa Inter: "Sono tornato in Italia. Ci è stato permesso di tornare a casa per un po', ma siamo stati rapidamente richiamati perché il campionato potrebbe ricominciare. Il mio compagno di squadra Diego Godin, ad esempio, ha dovuto prendere tre voli per arrivare in Uruguay. Dopo alcuni giorni, è dovuto tornare. Eravamo tutti in uno stato di shock sul fatto che dovessimo tornare. Nella nostra chat di gruppo, tutti hanno temuto la quarantena di altre due settimane".

Valerio Clari per gazzetta.it il 22 aprile 2020. Davvero ad Appiano Gentile, alla fine di gennaio, cioè un mese prima del primo caso “ufficiale” in Italia, c’era un focolaio di coronavirus che coinvolgeva la quasi totalità della rosa interista? Quando si parla di Covid 19, avere certezze è quasi sempre una chimera. "Non sapremo mai se era quello", dice Lukaku e forse solo i test sierologici a cui tutti i giocatori dovranno essere sottoposti alla ripresa potranno togliergli i dubbi. In casa Inter non si vuole pubblicamente entrare in polemica con un proprio giocatore, quindi nessuna dichiarazione ufficiale. Però la società non ha gradito le esternazioni, e ha ripreso il belga. I suoi timori vengono ritenuti infondati e la ricostruzione a posteriori confusa, condizionata da settimane convulse. Di sicuro Romelu, raccontando le cose alla moglie di Mertens, sbaglia qualche data: parla del ritorno dopo una settimana di vacanze a dicembre (quella post-natalizia) e poi racconta della malattia diffusa, portando come esempio e punta dell’iceberg il quasi svenimento di Skriniar in Inter-Cagliari del 26 gennaio. In mezzo è passato quasi un mese, la prima gara alla ripresa è la trasferta di Napoli, in cui l’Inter non ha assenti (se non i lungodegenti Asamoah e D’Ambrosio) e si mostra in buona forma. Le vacanze quindi non c’entrano. Restano la partita col Cagliari (giocata alle 12.30, ma Romelu parla di una cena post-match saltata) e quella seguente di coppa Italia con la Fiorentina. Nella prima Skriniar esce dopo 17’ e il report medico parla da subito di stato influenzale (già noto alla vigilia ma lo slovacco aveva voluto provare a giocare), in quella coi viola i nerazzurri si trovano effettivamente in emergenza, con sette assenti. Di questi, tre sono out per “sindrome influenzale”: De Vrij, Skriniar e D’Ambrosio. Gli altri (Gagliardini, Sensi, Brozovic, Borja) hanno infortuni che si portano dietro da un po’. In quella gara alcuni degli indisponibili andranno in panchina, perché, si spiegherà poi, Conte non voleva dare agli avversari troppe informazioni sull’emergenza. Da allora, fa notare l’Inter, l’unico altro caso di influenza è quello che costringe Bastoni a saltare la trasferta in casa Lazio (16 febbraio), quando gli altri tre sono recuperati.

LE INFLUENZE—   Quattro casi di influenza da inizio anno, si sottolinea, sono in linea con un normale inverno. Certo, è possibile che qualcun altro abbia avuto tosse o lievi sintoni, che in un periodo pre-Corona non allarmavano certo e non facevano rinunciare ad allenamenti, però il club nerazzurro fa sapere che mai ci si è trovati nella situazione descritta da Lukaku , con 23 malati su 25: le riprese degli allenamenti sarebbero lì a dimostrarlo. Il fatto che nessuno degli avversari, dei dirigenti o degli addetti sia stato coinvolto da un possibile contagio sembrerebbe smentire l’ipotesi del focolaio a fine gennaio. Dopo la partita col Cagliari Antonio Conte saltò gli appuntamenti con la stampa, ma fu colpa di un principio di tachicardia: erano tempi in cui ancora ci si scaldava e ci si infuriava per le decisioni arbitrali.

Paulo Dybala positivo come la fidanzata, è il terzo giocatore della Juve dopo Rugani e Matuidi. Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 da Corriere.it. Dybala positivo al coronavirus. Dopo Rugani e Matuidi anche il numero 10 delle Juventus è tra i contagiati dal Covid-19. Lo ha annunciato lo stesso argentino via Instagram: «Volevo informarvi che abbiamo appena ricevuto i risultati del test e sia io che Oriana siamo risultati positivi. Fortunatamente siamo in perfette condizione». Sia la Joya, sia la fidanzata, quindi, sono stati colpiti dal virus: entrambi, comunque, appaiono sorridenti nella foto che accompagna il post. Nei giorni scorsi era scoppiato un giallo dopo la notizia diffusasi in Sudamerica sulla sua presunta positività, riportata dall’edizione web di un quotidiano venezuelano. Dybala aveva smentito, così come la Juventus. Ora è arrivata la doccia fredda con i risultati del tampone.Nelle ultime ore hanno lasciato Torino, dopo un tampone che ha dato esito negativo, Cristiano Ronaldo, Gonzalo Higuain, Pjanic, Khedira e Douglas Costa.

La fidanzata di Dybala: "Tosse, mal di testa e difficoltà respiratorie ma non pensavo di avere il coronavirus". La Repubblica tv il 23 marzo 2020. "Io, il mio fidanzato (Dybala, ndr) e un'altra persona che vive a casa con noi abbiamo fatto il test per vedere se avevamo il coronavirus. Sono arrivati i risultati e siamo tutti positivi". Oriana Sabatini, la fidanzata del calciatore della Juventus, ha raccontato attraverso un video pubblicato su Instagram, come ha vissuto i momenti prima e dopo aver saputo della positività al coronavirus. "Adesso stiamo bene. Ho avuto i sintomi: tosse, mal di ossa, mal di testa. Ho continuato ad allenarmi perché non sapevo di essere contagiata, poi ho notato che la mia respirazione era cambiata". Paulo Dybala, insieme a Daniele Rugani e a Blaise Matuidi, è il terzo giocatore della Juventus ad essere risultato positivo al coronavirus.

Da corrieredellosport.it il 31 marzo 2020. Paulo Dybala ha rivelato ulteriori dettagli sulla malattia. Il numero dieci della Juve, positivo al Coronavirus dallo scorso 21 marzo, ha raccontato di aver trascorso giorni difficili: “Avevo una brutta tosse, mi sentivo stanco e quando dormivo sentivo freddo - le sue parole ad AFA Play -. All’inizio non ho pensato a cosa potesse essere ma la cosa era successa ad altri due compagni (Rugani e Matuidi, ndr) e l’ultimo ero io. Avevamo mal di testa, ma era consigliabile non prendere nulla. Il club ci ha dato delle vitamine e col tempo ci siamo sentiti meglio”. “È una cosa psicologica, all’inizio hai paura ma adesso va bene. In questi giorni non abbiamo avuto sintomi - ha continuato la Joya -. Prima mi stancavo più in fretta. Volevo allenarmi ma dopo cinque minuti ero già senza fiato. E lì abbiamo capito che qualcosa non andava bene, poi i test ci hanno rivelato che eravamo positivi al virus”. Dybala ha anche illustrato la situazione italiana ai media argentini: “Ogni giorno qui muoiono molte persone, le cose vanno molto male. Non si riescono a gestire più i casi, ecco perché molti Paesi hanno inviato i loro medici. Non è una cazz…, bisogna stare attenti. Le persone devono stare a casa”. “La mia frase su Messi? (“Difficile giocare con Leo”, ndr) Forse avrei dovuto dirla diversamente, non ho mai provato a criticare i miei compagni. Ne ho anche parlato con lui. Tatticamente siamo molto simili. Anche con Scaloni lavoriamo in modo da non pestarci i piedi in campo. Mi sarebbe piaciuto dare di più all’Argentina e ottenere risultati migliori sia in gruppo sia a livello personale. Al Mondiale e in Coppa America ho giocato poco. Ma ho sempre rispettato le decisioni dei ct, la Seleccion è prestigiosa”. Su Cristiano Ronaldo: “È una persona fantastica e molto socievole, tranquillissima all’interno e all’esterno dello spogliatoio. Dà l’impressione di essere uno spaccone, ma non ha nulla a che fare con tutto ciò. Una volta gli ho anche detto che in Argentina lo odiavamo per questo e si è messo a ridere…La sua risposta? Sì, lo so, sono abituato a ricevere queste critiche”.

Da corrieredellosport.it il 31 marzo 2020. Paulo Dybala ancora non è guarito dal Coronavirus. Lo rivela la fidanzata dell’attaccante della Juve, Oriana Sabatini, in un’intervista al sito web della rivista portoghese Caras: “Non mi sono mai fatta prendere dal panico perché quando sono risultata positiva ho pensato che i giovani non fossero molto colpiti – ha raccontato la donna - diventi consapevole delle cose quando il tuo corpo le sta provando. Mi manca ancora il respiro”. “Non si sa molto del virus – dice ancora la fidanzata di Dybala - i nostri medici ci hanno raccomandato di non allenarci, ma non ci hanno dato farmaci, dal momento che non ci sono medicine, ma ci hanno dato vitamine ed effervescenti. Ho già avuto un test negativo, ma devo fare un secondo test”. Dybala avrebbe ancora difficoltà respiratorie e tosse. La Sabatini ha anche raccontato che lei e l’attaccante della Juve hanno pensato di lasciare l’Italia in aereo: “Volevamo anche andare a Dubai, dove non c'è pericolo, perché qui in Italia la situazione è difficile - le sue parole - poi abbiamo scartato l'idea. La cosa più saggia da fare è stare a casa e aspettare che tutto finisca”.

Coronavirus, la fidanzata di Dybala: “Paulo sta ancora male”. Laura Pellegrini l'1/04/2020 su Notizie.it.  Dybala non ha ancora superato il coronavirus e anche la sua fidanzata ha contratto una forma lieve della malattia: le sue condizioni. Paulo Dybala e la fidanzata Oriana erano risultati positivi al coronavirus: per loro la battaglia non è terminata. A rivelare le condizioni del giocatore è proprio la ragazza, che pare aver contratto una forma lieve della malattia. A nove gironi dal tampone positivo, la ragazza ha confessato di non aver più alcun sintomo. Non vale lo stesso per Dybala, che ancora versa in condizioni preoccupanti: tra i sintomi tipici del coronavirus avrebbe difficoltà respiratorie e tosse. “Nove giorni fa il test ci ha dato un risultato positivo, non si sa molto del virus – ha detto in un’intervista a un quotidiano portoghese -. I nostri medici hanno raccomandato di non allenarsi, ma non ci hanno dato farmaci, visto che al momento non ci sono medicine, ma ci hanno dato vitamine ed effervescenti. Rimane in condizioni preoccupanti Dybala, risultato positivo ai test per coronavirus lo scorso 21 marzo. la fidanzata Oriana, invece, pare essere migliorata: non presenta più alcun sintomo. In un primo momento, ha confessato la ragazza, la paura ha avuto il sopravvento e insieme al fidanzato sarebbe voluta volare a Dubai. “Ho pensato di tornare indietro, volevamo anche andare a Dubai, dove non c’è pericolo, perché qui in Italia la situazione è difficile – ha detto -. Poi abbiamo scartato l’idea. La cosa più saggia da fare è stare a casa e aspettare che tutto finisca”. Oriana Sabatni ha voluto anche commentare il comportamento del fratello Gustavo, che avrebbe violato la quarantena obbligatoria: “Sono andati via prima che le cose diventassero brutte in Italia. Mio cognato è andato al supermercato, non sapeva che non poteva ancora uscire”. Anche per la famiglia Matuidi, dopo che Blaise è risultato positivo al Covid-19, è stata sottoposta a una quarantena di 15 giorni. A comunicarlo è stata la moglie del secondo giocatore juventino risultato positivo ai test. Isabella ha scritto infatti sui social: “Altri 15 giorni di quarantena supplementare”.

Paulo Dybala, incubo infinito: coronavirus, positivo al quarto tampone dopo 39 giorni. Libero Quotidiano il 29 aprile 2020. Un incubo per Paulo Dybala: il fuoriclasse della Juve, a 39 giorni dal primo tampone, risulta ancora positivo al coronavirus. La notizia arriva dalla Spagna, rilanciata da Josep Pedrerol, presentatore di El chiringuito de jugones, che per primo ha dato conto dell'esito positivo del quarto tampone a cui si è sottoposto La Joya. Quarantena infinita, per lui: gli altri compagni risultati positivi, Matuidi e Rugani, risultano infatti negativi. Dybala dovrà attendere un nuovo test prima di uscire dalla quarantena e tornare a Torino, per l'eventuale ripresa degli allenamenti. Ma il fatto che Dybala risulti positivo a 40 giorni dal primo tampone, in una certa misura, rende più difficile proprio il fatto che la Serie A, prima o poi riparta.

Da gazzetta.it il 30 aprile 2020. "Non è vero che Paulo è nuovamente positivo, deve soltanto aspettare. Ha da fare gli ultimi test e vedere qual è il responso". Oriana Sabatini, la compagna dell'attaccante argentino della Juventus, mette i puntini sulle i dopo che ieri un canale tv spagnolo aveva sostenuto che il giocatore era positivo anche in seguito al quarto test. "Ovviamente non sappiamo da dove sono arrivate le notizie, da noi non sono uscite - ha dichiarato Oriana Sabatini ai microfoni dell'emittente argentina Canal 9 - e così come abbiamo raccontato la nostra positività, con calma diremo la nostra negatività". Sulle proprie condizioni, invece, Oriana ha spiegato: "A me il test è risultato negativo. Non siamo ancora sicuri al 100%, non vogliamo parlare e ci confermeranno la notizia appena avranno informazioni. Siamo in attesa come gli altri".

Coronavirus, Daniele Rugani della Juventus positivo: è il primo calciatore della serie A. Pubblicato mercoledì, 11 marzo 2020 da Corriere.it. È arrivato il primo positivo in serie A. È Daniele Rugani della Juventus. Il club ha emesso un comunicato: «Rugani è risultato positivo al coronavirus ed è attualmente asintomatico. Juventus sta attivando in queste ore tutte le procedure di isolamento previste dalla normativa, compreso il censimento di quanti hanno avuto contatti con lui». Tutta la squadra quindi sarà messa in quarantena, così come, con ogni probabilità, l’Inter che è stata l’ultima avversaria dei bianconeri.

Coronavirus, positivo Rugani della Juventus: in isolamento i bianconeri e l'Inter. Lo rende noto il club bianconero. Per il momento il difensore è asintomatico. A rischio le coppe europee. Domenico Marchese l'11 marzo 2020 su la Repubblica. Daniele Rugani è il primo calciatore di Serie A positivo al Coronavirus-COVID-19. Il difensore della Juventus, "attualmente asintomatico" come spiega la società bianconera con una "comunicazione urgente" apparsa sul sito alle 23, è risultato positivo al test: da domani la Juventus sarà in isolamento volontario, interrompendo di fatto gli allenamenti a poco meno di una settimana dal calcio d'inizio del ritorno degli ottavi di Champions contro il Lione. Partita che entra nella sfera delle ipotesi, visto che domani la Uefa dovrà valutare il primo caso di positività per un calciatore impegnato nelle competizioni internazionali. Una scelta, quella di porsi in isolamento volontario, che domani dovrebbe sottoporsi alle stesse misure: l'ultima partita in cui Rugani è sceso in campo è stata contro l'Inter domenica scorsa (match trascorso interamente in panchina). Oltre ai calciatori bianconeri ovviamente saranno messi in isolamento anche quelli dell'Inter, protagonisti della partita di campionato domenica scorsa. Avrete letto la notizia e per questo ci tengo a tranquillizzare tutti coloro che si stanno preoccupando per me, sto bene. Invito tutti a rispettare le regole, perché questo virus non fa distinzioni! Facciamolo per noi stessi, per i nostri cari e per chi ci circonda.#grazie Nella notte il difensore bianconero ha pubblicato i post su Twitter per rassicurare i tifosi e lanciare un appello a rispettare le regole, in modo da fermare al più presto il contagio. "Avrete letto la notizia e per questo ci tengo a tranquillizzare tutti coloro che si stanno preoccupando per me, sto bene. Invito tutti a rispettare le regole, perché questo virus non fa distinzioni! Facciamolo per noi stessi, per i nostri cari e per chi ci circonda. Grazie".  Coronavirus che la Juventus aveva incontrato già un'altra volta sulla sua strada: la formazione Under 23 allenata da Pecchia ha ripreso lunedì ad allenarsi dopo l'isolamento seguito alla positività di un calciatore della Pianese, squadra che aveva affrontato i giovani bianconeri qualche giorno prima. A questo punto la Champions League, e non solo dei bianconeri, è a forte rischio. Anche la sfida tra Barcellona e Napoli rischia di non disputarsi. La Spagna ha chiuso i voli con l'Italia, e non si trova neanche una sede che possa ospitare la gara in campo neutro.

Il comunicato dell'Inter. "L'Inter rende noto che, a seguito del comunicato di Juventus riguardo alla positività del calciatore Daniele Rugani al COVID-19, viene sospesa ogni attività agonistica sino a nuova comunicazione": è il comunicato pubblico dal club nerazzurro in una nota. L'Inter ha giocato contro la Juventus domenica sera. "Il club si sta attivando per predisporre tutte le procedure necessarie".

Rugani positivo al coronavirus  La fidanzata Michela Persico: «Il mio Daniele e il nostro amore usciranno più forti da questa prova». Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Candida Morvillo. Quando Daniele mi ha telefonato per dirmi che era positivo al coronavirus, non me l’aspettavo. Ero sola in casa, mi sono spaventata tantissimo, è stato lui a dover rassicurare me». Michela Persico, 29 anni il 26 marzo prossimo, giornalista sportiva e conduttrice tv, è da quattro anni la fidanzata di Daniele Rugani, difensore della Juventus, il primo calciatore di serie A positivo al coronavirus. Lei stessa, adesso, è in isolamento, con la speranza di stare bene e non dover fare il tampone.

Michela, come sta Daniele?

«Bene e senza sintomi. Tre giorni fa, quattro per chi leggerà quest’intervista, Daniele ha accusato tre linee blande di febbre: aveva 37,5. Ha chiesto di farsi controllare e, il giorno dopo, il test è risultato positivo, ma lui già non aveva più la febbre, né ha o ha avuto tosse o altro. Perciò non ce lo aspettavamo. Questo ci tranquillizza in parte, perché il suo caso, se mai ce ne fosse stato bisogno, dimostra che si può essere giovani, forti, ci si può sentire bene e avere il Covid-19. Molte persone, magari sono positive, ma non lo sanno e alimentano il contagio. Perciò è importante stare a casa e rispettare tutte le regole».

E lei come sta?

«Fisicamente bene, ma emotivamente un po’ provata».

Come vi siete organizzati per la quarantena?

«Io sono qui a casa nostra a Torino, da sola, e Daniele alla Continassa, nel ritiro della Juve. Dal momento in cui ha visto la febbre, ha deciso, con grande senso di responsabilità, di restare in isolamento per tutelare me, la squadra e le persone con le quali sarebbe potuto venire in contatto. Anche altri suoi colleghi, senza sintomi e che non hanno fatto il tampone, hanno scelto di stare alla Continassa, per evitare i contatti con le famiglie».

Quando vi siete visti l’ultima volta?

«Lunedì. Ma ci sentiamo e videochiamiamo spesso, lo sento abbastanza tranquillo».

Ha pensato, magari per un attimo, di perderlo?

«No e non ci voglio pensare».

Cosa le fa paura?

«La situazione che ci accomuna in tutto il mondo. Però mi conforta vedere in Cina ne sono quasi fuori e che, come loro, anche noi ce la possiamo fare».

Teme per altre persone care con cui lei e Daniele potete essere venuti in contatto?

«Come è normale, il primo pensiero è andato a loro, ma sia io che Daniele eravamo in isolamento volontario da una settimana, pur stando benissimo, uscendo solo per sue necessità lavorative o per commissioni necessarie. Lui ha giocato le sue partite, anche domenica, come stabilito, ma ha seguito tutte le precauzioni prescritte».

Come credete sia avvenuto il contagio?

«Non ne abbiamo la più pallida idea».

Lei è nata ad Alzano Lombardo, che sta pagando il tributo peggiore al Covid-19, che notizie le arrivano da lì e quando c’è stata l’ultima volta?

«I miei stanno tutti bene, ci telefoniamo. Io, dopo i primi allarmi italiani sul coronavirus, non ci sono più andata».

Che amore è il suo con Daniele?

«Ci siamo conosciuti per caso assistendo a una partita di tennis, io non sapevo che fosse un calciatore. Dell’Empoli, ai tempi. Mi ha fatto una domanda sul mio chihuahua. Poi, mi ha contattata su Facebook. Destino ha voluto che pochi giorni dopo, mi commissionassero un servizio su di lui a StudioSport. Quelli insieme sono stati quattro anni intensi e belli. Abbiamo convissuto da subito. Anche in questo momento difficile, il nostro amore ci dà una grande forza».

Il Covid-19 che piomba su una coppia, come cambia la prospettiva in un rapporto?

Lo rafforza. Nel nostro caso, ancora di più».

Come spera di festeggiare il suo compleanno il 26 marzo?

«Il mio festeggiamento sarà poter vedere che tutto si risolva per noi due, per il nostro Paese, per il resto del mondo».

La fidanzata di Rugani, Michela Persico, positiva: «Sono incinta, ora ho una paura infinita». Pubblicato mercoledì, 18 marzo 2020 da Corriere.it. Prima la positività del fidanzato Daniele Rugani, il difensore della Juventus primo contagiato della serie A, poi la scoperta propria. E ora Michela Persino, 29 anni il prossimo 26 marzo, rivela a Chi una preoccupazione ulteriore: «Sono incinta, e ora che succederà? Non riesco ancora nemmeno a parlarne. Ma al momento devo capire cosa succederà — ha detto Michela, che è al quarto mese —. Spero che il virus non incida sulla gravidanza. I medici mi hanno assicurato che non dovrebbero esserci problemi. Ma mettetevi nei miei panni: ho una paura infinita». Il giocatore della Juventus sta passando il periodo di isolamento alla Continassa, il centro di allenamento bianconero, mentre Michela — che è originaria di Alzano Lombardo, uno dei paesi della Bergamasca più colpito dall’epidemia — è a casa da sola a Torino. «Ci stavamo preparando a quando avremmo annunciato la gravidanza — continua Persico —. Doveva essere un momento di gioia, invece la vita ci ha tradito così. Ma sono sicura che ci rialzeremo».

Coronavirus, positiva anche la fidanzata di Daniele Rugani, Michela Persico. Libero Quotidiano il 16 marzo 2020. Anche Michela Persico, come il fidanzato e giocatore della Juventus Daniele Rugani, è risultata positiva al tampone del Covid-19. Lo ha rivelato lei stessa in un post su Instagram dove ha rassicurato tutti sulla sua condizione fisica dichiarando di essere asintomatica. "Ciao a tutti ragazzi, allora ci tengo a fare questo video perché, come sapete, da poco ho fatto il tampone ed ho appena ricevuto l'esito: e l'esito è positivo. Questo per tranquillizzare tutti coloro che mi stanno particolarmente vicino in questo momento e mi stanno chiedendo in merito alla mia salute".   Daniele Rugani è stato il primo calciatore di Serie A ad aver ufficializzato il suo contagio da Coronavirus. Il difensore ha scoperto di essere contagiato dopo essersi sottoposto agli esami effettuati martedì scorso, quando qualche linea di febbre lo ha spinto a fare il test del tampone. Come confermato da Michela Persico, entrambi stanno bene in quanto asintomatici.

Rugani, giallo sulle date del tampone. La fidanzata Persico parla di 8 marzo, poi fa marcia indietro. Pubblicato martedì, 24 marzo 2020 su Corriere.it da Filippo Bonsignore. Rugani, il giallo delle date. «Daniele ha fatto il tampone domenica 8 marzo e il risultato è arrivato il 9». Il «Daniele» in questione è Rugani e a parlare, in un’intervista a Tpi, è Michela Persico compagna del difensore della Juve, primo giocatore di serie A risultato positivo al coronavirus. Secondo la fidanzata, il calciatore sarebbe stato sottoposto al test l’8 marzo, quindi il giorno di Juve-Inter, partita giocata a porte chiuse in uno scenario surreale, quando si era già nel pieno del dibattito sulla necessità di sospendere il campionato per l’emergenza Covid-19. Partita in cui Rugani andò in panchina, festeggiando poi insieme ai compagni la vittoria negli spogliatoi, come testimonia una foto postata dai protagonisti sui social quella sera. La rivelazione è clamorosa perché la tempistica differisce rispetto alla comunicazione della positività del giocatore, avvenuta la sera di mercoledì 11 marzo. Da qui, appunto, il giallo del calendario. Pronta la smentita della Juve, che ha immediatamente sostenuto come Persico abbia commesso un errore con le date. Il club bianconero conferma infatti che il tampone è stato effettuato proprio la mattina dell’11 marzo e che il responso è arrivato la sera, quando è stato reso pubblico. La compagna di Rugani, intanto, ha fatto marcia indietro, come evidenzia Tpi: «Chiesta nuovamente conferma, è emerso che, diversamente da quanto documentato nell’audio-registrazione dell’intervista, il difensore della Juve avrebbe fatto il tampone la mattina di martedì 10 marzo, e sarebbe risultato positivo l’11 marzo. Notizia confermata anche dall’agente di Rugani».

Coronavirus, Manolo Gabbiadini positivo: «Sto bene, rispettate le regole». Positivi 3 giocatori del Leicester. Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it. Dopo Daniele Rugani — risultato positivo mercoledì sera — è Manolo Gabbiadini il secondo giocatore della Serie A positivo al coronavirus. Lo ha reso noto la Sampdoria con un comunicato precisando che ora il giocatore sta bene. L’attaccante era stato sottoposto al tampone dopo che aveva accusato qualche linea di febbre. I giocatori liguri già da due giorni avevano sospeso gli allenamenti (e la scorsa settimana avevano ristretto gli accessi al centro sportivo di Bogliasco), ora dovranno rimanere in autoisolamento per due settimane. Il club di Massimo Ferrero ha avvisato il Verona, che aveva affrontato nel week-end. Si avvia alla quarantena anche la squadra di Setti. «Sono risultato positivo anche io al Coronavirus — ha detto Gabbiadini via social —. Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno scritto, mi sono arrivati già tantissimi messaggi. Ci tengo comunque a dirvi che sto bene, quindi non preoccupatevi. Seguite tutti le norme, restate a casa e tutto si risolverà». Anche tre giocatori del Leicester, in Premier League, sono risultati positivi al coronavirus. Lo annuncia il tecnico della squadra Brendan Rodgers. «Ci sono dei giocatori (i cui nomi non sono stati resi noti, ndr) che hanno mostrato sintomi e segni di coronavirus. Abbiamo seguito le procedure e come precauzione sono stati isolati rispetto al resto della squadra». I giocatori erano stati sottoposti ai test di controllo dopo aver manifestato i sintomi della malattia.

Coronavirus, oltre a Gabbiadini positivi altri quattro giocatori della Sampdoria. Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Salvatore Riggio. Chi pensava che il calcio potesse essere un’isola felice, si sbagliava. E anche di molto. In serie A sono due i calciatori positivi al coronavirus. Daniele Rugani, difensore della Juventus, e Manolo Gabbiadini, attaccante della Sampdoria. Il blucerchiato era stato sottoposto al tampone dopo che aveva accusato qualche linea di febbre: a seguire sono risultati positivi al tampone anche Omar Colley, Albin Ekdal, Antonio La Gumina e Morten Thorsby, oltre al medico Amedeo Baldari. Sono tutti in buone condizioni e nelle loro abitazioni. I giocatori liguri già da due giorni avevano sospeso gli allenamenti (e la scorsa settimana avevano ristretto gli accessi al centro sportivo di Bogliasco), ora dovranno rimanere in auto isolamento per due settimane. Il club di Massimo Ferrero ha avvisato il Verona, che aveva affrontato nel weekend. «Sto bene, non preoccupatevi. Seguite tutti le norme, restate a casa e tutto si risolverà». Così come Rugani, trovato positivo mercoledì. Juventus e Inter (ultima squadra che ha affrontato i bianconeri) sono in quarantena. Positivo il ventenne del Norimberga Fabian Nürnberger, lo conferma il proprio club sul sito ufficiale. Il giocatore sta bene e finora non ha avuto sintomi. In Germania il primo calciatore positivo al coronavirus è stato Timo Hübers, difensore dell’Hannover,squadra della Bundesliga 2, la serie B tedesca. Dopo di lui, anche il suo compagno di squadra, Janners Horn, è risultato positivo. Trema anche l’Inghilterra. L’ultimo caso è la positività di Callum Hudson-Odi del Chelsea. Il club londinese ha spiegato che il personale della squadra che «ha recentemente avuto stretti contatti con il giocatore nel team ora si auto isolerà in linea con le disposizioni sanitarie del governo». Prima del giocatore dei Blues, era risultato positivo anche l’allenatore dell’Arsenal Mikel Arteta: «Ho fatto il test dopo essermi sentito male. Sarò al lavoro non appena mi sarà permesso». Così come i tre giocatori del Leicester, ancora anonimi. La loro positività è stata confermata dal tecnico Brendan Rodgers: «Abbiamo avuto alcuni giocatori che hanno mostrato sintomi e segni (di coronavirus). Abbiamo seguito le procedure e (per precauzione) sono stati tenuti lontani dalla squadra».

Da fiorentinanews.com il 14 marzo 2020. La Fiorentina sta monitorando la situazione, innanzitutto ricostruendo i contatti recenti di Vlahovic e poi monitorando altri tesserati che lamentano dei lievi malesseri. Come spiega La Gazzetta dello Sport, il serbo, fra l’altro, due giorni fa era andato a correre a Firenze in parco delle Cascine, facendo alcuni selfie con dei tifosi, ora potenzialmente a rischio in seguito all’acclarata positività dell’attaccante. Ma non è tutto: perché nei giorni scorsi si era svolta una riunione a cui hanno preso parte giocatori e dirigenti, con tutti i possibili e conseguenti rischi di contagio.

Tutti i calciatori di Serie A positivi al Coronavirus. Non solo Rugani, però. Ecco l'elenco dei calciatori di cui è stata dichiarata dai rispettivi club la positività al Coronavirus:

JUVENTUS (1) Daniele Rugani (11 marzo)

SAMPDORIA (7) Manolo Gabbiadini (12 marzo) - Omar Colley (13 marzo) - Albin Ekdal (13 marzo) - Antonino La Gumina (13 marzo) - Morten Thorsby (13 marzo) - Fabio Depaoli (14 marzo) - Bartosz Bereszynsky (14 marzo)

 FIORENTINA (3) Dusan Vlahovic (13 marzo) - Patrick Cutrone (14 marzo) - German Pezzella (14 marzo) 

Coronavirus, tutti i nomi degli sportivi risultati positivi. Marco Alborghetti il 15/03/2020 su Notizie.it. Sono saliti a 28 gli sportivi risultati positivi al contagio di coronavirus: tutti i nomi, dal calcio al basket, fino al ciclismo. Sono saliti a 28 gli sportivi risultati positivi al contagio di coronavirus fino a oggi, domenica 15 marzo. Da Rugani ai giocatori del Valencia, di seguito la lista di tutti gli atleti infettati. Il coronavirus è giunto anche nel mondo dello sport. Il primo atleta a risultare positivo al contagio di covid-19 è stato Daniele Rugani, difensore della Juventus che già da qualche giorno è chiuso in quarantena presso il J Hotel di Torino. Il difensore però non è l’unico sportivo risultato positivo: era inevitabile che a catena si facessero tamponi a compagni di squadra e avversari per accertarsi che il contagio non fosse su larga scala e si potesse arginare nel breve tempo possibile. Seguono Manolo Gabbiadini, Thorsby, Ekdal, Bereszinski, De Paoli, Colley e La Gumina della Sampdoria. In casa Fiorentina sono risultati positivi Vlahovic, Cutrone e Pezzella.

Contagio intenazionale. Restando in tema calcistico, anche la Premier League ha dovuto sospendere il campionato per via della positiva al coronavirus di Arteta, allenatore dell’Arsenal, e di Hudson-Odoi, giocatore del Chelsea. In Germania si contano al momento Hubers, Horn, Nurberger (giocatori dell’Hannover) e Kilian (Paderborn). In Spagna dopo il dirigente del Leganes Martin Ortega, notizia di oggi la positività di ben 5 giocatori del Valencia, tra cui Garay.

Negli altri sport, il basket conta Rudy Gorobert e Donovan Mitchell, entrambi giocatori dello Utah Jazz. Chiudono il cerchio Fernando Gaviria e Maximiliano Richeze nel ciclismo.

Coronavirus, Juventus: dopo Rugani, positivo anche Matuidi. La notà della società: "E' in isolamento a casa, è asintomatico e sta bene". Domenico Marchese il 17 marzo 2020 su La Repubblica. Arriva anche il secondo caso di positività al Coronavirus-Covid-19 per la Juventus. Dopo Daniele Rugani, il primo calciatore di Serie A positivo della Serie A, è stata la volta di Blaise Matuidi: una raffica di test per verificare le condizioni di salute dei 121 bianconeri attualmente in isolamento volontario tra calciatori, staff tecnico e dirigenziale a cui si sono aggiunte oggi le 10 calciatrici della Juventus femminile, in quarantena dopo la partecipazione all'Algarve Cup. Il calciatore francese, classe 1987, è in isolamento dallo scorso 11 marzo, quando la positività di Daniele Rugani fece correre ai ripari la società bianconera: proprio a tal proposito la Juventus ha atteso cinque giorni per iniziare il secondo giro di tamponi, che hanno rivelato la condizione di Matuidi. Attualmente il giocatore "sta bene", come comunica la società bianconera che aveva annunciato la decisione di comunicare esclusivamente i casi di positività: Matuidi "continuerà ad essere monitorato e a seguire lo stesso regime, sta bene ed è asintomatico" e attualmente è relegato a casa propria, dove aveva iniziato l'isolamento volontario. Una lotta senza quartiere che coinvolge tutta Italia, il mondo del calcio e, naturalmente, anche la Juventus: 131 in isolamento, 2 casi di positività che mandano in secondo piano tutte le decisioni  relative al campo e al prosieguo della stagione. Solo qualche giorno fa il francese, in  un video su Instagram, aveva espresso il suo stupore per la velocità e per la gravità dell'epidemia: "Inizialmente non mi rendevo conto della gravità della situazione. Il propagarsi del virus è stato veloce, nessuno se ne è davvero accorto".

La moglie di Matuidi: "State a casa". "Abbiamo avuto oggi i risultati del test, Blaise è positivo: ma non ha nulla, non ha assolutamente nessun sintomo e sta bene, state tranquilli". Così Isabelle Matuidi, moglie del calciatore della Juventus trovato positivo al Coronavirus. "E' una malattia pericolosa, dovete fare molta attenzione perché può colpire le persone senza che queste presentino sintomi ed è molto contagiosa, quindi dovete assolutamente restare a casa", continua la signora Matuidi su Instagram. "Ringrazio tutti per i tanti messaggi che ci state mandando - conclude - con forza e coraggio andrà tutto bene".

L'incoraggiamento di Pjanic: "Andrà tutto bene". "Forza fratello, andrà tutto bene!". E' il messaggio via Instagram di Miralem Pjanic al compagno di squadra nella Juventus, Blaise Matuidi. Il centrocampista bosniaco insieme al messaggio ha postato una foto in cui i due sono abbracciati durante i festeggiamenti dello scudetto. 

La sexy moglie di Matuidi: "Altri quindici giorni di quarantena". "Altri quindici giorni così". Isabelle ha annunciato il prolungamento della quarantena per la famiglia: il marito era risultato positivo al coronavirus lo scorso 17 marzo. Marco Gentile, Mercoledì 01/04/2020 su Il Giornale. Blaise Matuidi è stato il secondo giocatore della Juventus, dopo Daniele Rugani, a risultare positivo al coronavirus. Tra le fila del club bianconero fortunatamente "solo" tre calciatori sono risultati positivi al tampone che hanno dovuto osservare un periodo di quarantena domiciliare. Tutti e tre stanno meglio con l'attaccante argentino che ha svelato di avere ancora qualche sintomo e di aver sofferto particolarmente nei giorni scorsi con stanchezza, fiato corto, febbre e altri spiacevoli sintomi. Matuidi, invece, non si è esposto in merito ma per lui l'ha fatto la moglie, la sexy Isabelle che sul suo profilo Instagram, con una story, ha informato tutti i suoi followwer:"Abbiamo firmato per altri 15 giorni di quarantena...", la battuta della compagna del centrocampista della Juventus che sta vivendo in prima persona quanto sta accadendo in Italia, in Europa e nel mondo con questa pandemia da coronavirus che ha colpito tutti indistintamente. Isabelle si sta occupando del marito in maniera scrupolsa: nella vita è un medico osteopata e gestisce un centro sportivo per bambini. Blaise è stato trovato positivo al Covid-19 martedì 17 marzo ma fino a quando non risulterà negativo al doppio tampone, non verranno emessi nuovi comunicati dalla Juventus. La sexy e affascinante Isabelle, nonostante la sua bellezza, è l'antiwag per eccellenza dato che non ama apparire né sui social, né sulle copertine dei giornali. Nonostante questo la moglie del centrocampista della Juventus, ex Psg, vanta quasi 90.000 follower su Instagram che non perdono tempo per commentare le sue foto e video che la ritraggono in momenti di vita quotidiana e non solo. Isabelle e Blaise sono insieme da ormai diversi anni e dal loro amore sono nati tre figli: scorgendo sul suo profilo Instagram si notano diverse foto con i tre piccoli di casa con la moglie dell'ex Tolosa che nella sua descrizione ha tenuto a precisare: "moglie e mamma d tre figli". Lady Matuidi ha rotto il suo silenzio social con la story "scherzosa" relativa alla quarantena anche se l'ultima foto postata dalla donna è relativa al 6 marzo, in biciclette con marito e figli per le strade di Torino, quando ancora non erano vigenti i vari divieti imposti dal governo per far fronte all'emergenza coronavirus. Da questa esperienza, però, il legame tra la coppia è destinato a diventare ancora più saldo.

Coronavirus, positivi Piero Chiambretti e la mamma Felicita. Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 da Corriere.it. Positivo al coronavirus lo showman Piero Chiambretti. Con lui anche la mamma Felicita. I due sono ricoverati al Mauriziano di Torino. Il noto presentatore tv e la mamma sono giunti lunedì sera in pronto soccorso al Mauriziano. Avevano sintomi che facevano pensare al coronavirus ed è stato eseguito il tampone.

Torino, Piero Chiambretti e la madre positivi al coronavirus. Sono entrambi ricoverati in isolamento all'ospedale Mauriziano. Sara Strippoli il 17 marzo 2020 su la Repubblica. Piero Chiambretti con la madre Felicita a "Domenica Live" su Canale 5. Piero Chiambretti e l’anziana mamma sono attualmente al pronto soccorso dell’ospedale Mauriziano di Torino. Sia il personaggio tv che la madre sono entrambi positivi al test del coronavirus. I due sono arrivati in ambulanza ma non sarebbero in gravi condizioni. "Sono stata da Piero Chiambretti per ben due volte, ci siamo abbracciati e baciati e in attesa di capire che tipo di protocollo devo adottate mi metto in autoquarantena". E' quanto rivela all'Adnkronos Serena Grandi, dopo aver appreso la notizia della positività del conduttore. "Sono tanto tanto dispiaciuta per Piero - dice l'attrice- mi hanno detto che ha una broncopolmonite, spero guarisca presto. Sono preoccupata anche molto per la mamma anziana. Io sono ipocondriaca e sono preoccupata ma per ora sto benissimo".  "Ora che ci penso - rivela l'attrice - dopo essere stata ospite da lui ho avuto una brutta febbre e tosse durata solo qualche giorno e ho pensato che fosse stata causata dalla radioterapia a cui mi sono dovuta sottoporre per un tumore al seno. Dopo Chiambretti sono stata ospite per due volte anche da Barbara D'Urso, speriamo che finisca tutto per il meglio". Nei giorni scorsi Mediaset ha comunicato la sospensione di '#CR4 - La Repubblica delle Donne', la trasmissione di cui Chiambretti è autore e presentatore, in seguito alla riorganizzazione dei palinsesti aziendali per l'emergenza coronavirus per cui viene data priorità ai programmi di approfondimento giornalistico.

Morta la mamma di Piero Chiambretti. Si è spenta all'età di 83 anni la mamma di Pietro Chiambretti nell'ospedale Mauriziano di Torino. Era stata ricoverata insieme al figlio per Coronavirus. Roberta Damiata, Sabato 21/03/2020, su Il Giornale. Non ce l’ha fatta Felicità,la mamma 83enne di Piero Chiambretti. Era risultata positiva come il figlio al Coronavirus ed era ricoverata con lui presso l’ospedale Mauriziano di Torino. A dare l’annuncio Vladimir Luxuria sul suo twitter: “Sentite condoglianze a Piero, mamma Felicita non ce l’ha fatta” queste le parole della ex parlamentare. Sempre Vladimir Luxuria aveva confermato il ricovero della madre di Chiambretti in ospedale insieme al conduttore il 17 marzo. I due erano arrivati al pronto soccorso, ma mentre le condizioni del conduttore non destavano preoccupazioni, la mamma era arrivata già in gravi condizioni. Dopo il loro ricovero e la sospensione della trasmissione “#CR$- La repubblica delle donne”, per la riorganizzazione del palinsesto, si era immediatamente provato a trattare una mappa dei contatti avuti da Chiambretti. Anche Serena Grandi si era messa in autoquarantena dopo la notizia, avendo incontrato più volte il conduttore. "Ci siamo abbracciati e baciati e in attesa di capire che tipo di protocollo devo adottate mi metto in autoquarantena. Sono tanto tanto dispiaciuta per Piero mi hanno detto che ha una broncopolmonite, spero guarisca presto. Sono preoccupata anche molto per la mamma anziana. Io sono ipocondriaca e sono preoccupata ma per ora sto benissimo. Ora che ci penso dopo essere stata ospite da lui ho avuto una brutta febbre e tosse durata solo qualche giorno e ho pensato che fosse stata causata dalla radioterapia a cui mi sono dovuta sottoporre per un tumore al seno. Dopo Chiambretti sono stata ospite per due volte anche da Barbara D'Urso speriamo che finisca tutto per il meglio". Le condizioni di Chiambretti. Il conduttore non ha rilasciato dichiarazione dall’ospedale dove si trova, ma la sua cara amica Iva Zanicchi, in contatto con lui, aveva riportato: “Volevo tranquillizzare tutti, io sto bene. Mando un saluto affettuosissimo a Piero Chiambretti che purtroppo ha il coronavirus ma sta abbastanza bene. Piero mi raccomando ti vogliamo prestissimo tra noi. Io sto bene, sto rastrellando le foglie, volevo tranquillizzare tutti”.

La signora Felicita rientra in una delle 793 persone decedute in giornata.

Emilio Vettori per “la Repubblica” il 22 marzo 2020. Dopo sei giorni Felicita Chiambretti si è arresa. La mamma del presentatore tv è morta ieri sera all' ospedale Mauriziano di Torino uccisa dal coronavirus. Era arrivata al pronto soccorso domenica pomeriggio: faticava a respirare. Da subito i medici hanno giudicato le sue condizioni serie e l' hanno dotata del Cpap, il casco che aiuta la respirazione. Il giorno dopo è arrivato in ospedale il figlio Piero, uno dei conduttori più noti del piccolo schermo. Anche lui con i sintomi del coronavirus, anche se al test pare sia risultato "lievemente positivo". Tutti e due, madre e figlio erano stati sistemati nello stesso reparto - dodici posti letto riservati al Covid 19 - quasi a confermare un tratto che ha contrassegnato la vita di entrambi: sempre insieme. Ancora tre mesi fa, in un' intervista a Repubblica, parlando di Piero, Felicita Chiambretti aveva detto: «Quando avevo 19 anni è nato Piero. Ho allontanato suo padre perché non si era comportato bene. Dunque l' ho cresciuto io. Per una donna sola con un bambino, negli anni Sessanta, non è stato facile. Ma direi che Piero è venuto bene. In verità, lui è sempre stato il mio amore e sempre lo sarà». All' inizio, seppure serie le condizioni della donna - che aveva 83 anni - non apparivano tali da far pensare a un simile epilogo. Tanto che Piero Chiambretti aveva scritto alcuni messaggi venati di ottimismo: «Stiamo bene, ci assiste un' equipé eccezionale». Poi però le cose sono precipitate, Felicita Chiambretti aveva sempre più difficoltà nel respirare, è stata trasferita in rianimazione. Ma ieri sera, poco prima delle ventuno, è spirata. Nata a Torino, quando aveva quattro anni si era trasferita in Africa al seguito del padre. Era tornata in Piemonte quando aveva quindici anni. Qui si è costruita una carriera nel mondo delle assicurazioni. «Sono arrivata a gestire ottanta persone, tra cui molti uomini» ricordava con orgoglio ancora poco tempo fa. Negli ultimi tempi aveva scoperto l' amore per la poesia. Sei anni fa ha cominciato a raccoglierle: cinque eleganti cofanetti sotto il titolo «Farfalle di Verso». L' editore, manco a dirlo, è stato Piero Chiambretti. E a chi le chiedeva che cosa rappresentassero quelle poesie diceva: «Un testamento post mortem per Piero e sua figlia Margherita, la mia nipotina di otto anni. È uguale a Piero, parla moltissimo. Non sa stare ferma un attimo». Tanti i messaggi di cordoglio che hanno raggiunto il presentatore.

Tra i primi quello, su Twitter, di Vladimir Luxuria. «La mamma di @PChiambretti non ce l' ha fatta, le mie più sentite condoglianze», è il suo post. «Ho avuto la fortuna di conoscere Felicità #chiambretti venti anni fa - scrive Luca Telese - : una donna ironica, intelligente, spumeggiante ».

Francesca Bolino per “la Repubblica – Torino” il 22 marzo 2020. La femminista Carolyn Heildbrun ha scritto: "Credo che le donne arrivino alla scrittura con la creazione di se stesse". Lo ha fatto anche Felicita Chiambretti, mamma di Piero, lo showman televisivo che tutti conosciamo. Una dolce e simpatica signora che sei anni sa ha iniziato a pubblicare le sue poesie e le ha raccolte, anno per anno, in cinque eleganti volumetti "Farfalle di Verso" (l'editore è il figlio, le trovate in vendita presso la libreria Luxemburg) e che presenterà venerdì prossimo, alle 18, al Circolo dei Lettori in dialogo con Antonello De Vita che ne firma ogni prefazione. Abbiamo incontrato Felicita nella sua casa alla Crocetta, in corso Einaudi, insieme a Minni, l'inseparabile e vivace chihuahua con cui vive.

Signora Chiambretti perché scrive poesie?

"Per me è una catarsi. Scrivere poesie significa regalare emozioni che io stessa provo mentre le penso, mi girano in testa e mi vengono incontro. Ho sempre scritto poesie. Ma quando sono andata in pensione, avevo 55 anni, mi sono trovata di fronte a me stessa, sola e con molto tempo a disposizione. È stato un periodo difficile. Ero un po' triste e melanconica. Lo sono tuttora, ma non sempre. Ed è così che ho deciso di pubblicarle, iniziando sei anni sa. Il ricavato va agli ospedali, alla ricerca sul cancro. Ci tengo molto. E l'editore è Piero. O per meglio dire, paga lui". (Sorride).

Ne ha dedicata una a suo figlio?

"Certo, si intitola "Amore". Le cito qualche verso: "Chiamo madre colei che mi generò... non chiamo padre colui che mi generò non amandomi e mi abbandonò. Chiamo figlio colui che per amore non fece domande, non pretese risposte, non si raffrontò con la codardia malcelata su un volto senza nome". Sa, quando avevo 19 anni ed è nato Piero ho allontanato suo padre perché non si era comportato bene. Dunque l'ho cresciuto io. Per una donna sola con un bambino, negli anni Sessanta, non è stato sacile. Ma direi che Piero è venuto su bene!". (Ride).

E non ha mai pensato di rifarsi una vita?

"No. Ho chiuso allora con gli uomini. E poi non ne ho avuto il tempo. Per mantenere me e mio figlio, ho dovuto lavorare moltissimo. Ero nel campo delleassicurazioni. Sono arrivata a gestire ottanta persone, tra cui molti uomini, con cui ho avuto ottimi rapporti di collaborazione. In verità, il mio amore è sempre stato Piero e sempre lo sarà".

Ha messo il suo mondo interiore dentro la poesia?

"Esatto. Ho sosserto molto, sa. La mia vita non è stata semplice. Ma grazie a Piero, sono stata felice. Mentre scrivevo però ho scoperto me stessa, mi sono conosciuta. E posso affermare di essere una persona sensibile. Non mi piace il mondo in cui viviamo, c'è troppo poco illuminismo... Le leggo un verso dall'ultima raccolta, la numero V, che si intitola "Esistenzialismo alieno". Ecco: "Persiste in me la nausea. Per le follie di questo mondo. Dall'odore acre, che appesantisce"".

Dove è cresciuta?

"In Africa. Per il lavoro di mio padre ci siamo trasferiti quando avevo quattro anni e sono rientrata a Torino, da sola, quindici anni dopo. Sono poi andata a stare con mia nonna. Ed è lei che mi ha aiutata quando lavoravo e non potevo badare a Piero".

Che cosa rappresentano le sue poesie?

"Un testamento post mortem per Piero e sua figlia Margherita, la mia nipotina di 8 anni. È uguale a Piero, parla moltissimo... Non sa stare ferma un attimo. Le ho dedicato una poesia: "Esalta l'azzurro fiordaliso, la tua corona di petali, dal roseo incarnato, che si colorano d'aurora. Risplende il tuo sorriso, tra viole di Pentecoste, il tuo cuore solare, ravviva melanconici ranuncoli"".

Ha rimorsi o rimpianti?

"No. Rifarei tutto quello che ho fatto. Prenderei, di nuovo, anche le decisioni più estreme. Mi riferisco al papà di Piero...".

Chi è Felicita?

"Una signora che non rivela l'età, così non mi si può dire che sono completamente rincitrullita... Scherzi a parte, vado sugli altari e scendo negli inferi più bui. Sono fatta così. Tutto sommato, niente male. No?".

Niccolò Di Francesco per tpi.it il 25 marzo 2020. Piero Chiambretti rompe il silenzio sulla madre morta a causa del Coronavirus e posta sui social la foto del necrologio dell’adorata mamma, deceduta lo scorso 21 marzo all’ospedale Mauriziano di Torino, dove anche lo stesso Chiambretti è ricoverato dopo aver contratto il Covid-19. Il conduttore, che non postava nulla dal 9 marzo, quando aveva annunciato la momentanea sospensione del suo programma a causa dell’epidemia di Coronavirus, ha scelto il suo profilo Instagram per rendere in qualche modo omaggio alla sua mamma e condividere il suo dolore con i suoi follower. Nel necrologio si legge: “È mancata all’affetto dei suoi cari Felicita Chiambretti, poetessa. Profondamente addolorati lo annunciano il figlio Piero, la sorella Adriana, il nipote Eugenio, l’adorata Margherita e i parenti tutti”. Ad accompagnare il messaggio è una bellissima frase di Felicita Chiambretti: “Catturata dall’enigma, non ho certezze di chi sia io veramente, nella camera oscura intravvedo fiocchi di neve continuando il gioco del buio”. Chiambretti, le cui condizioni di salute sarebbero in miglioramento secondo indiscrezioni, non ha aggiunto altro, ma ha ricevuto diversi messaggi d’affetto sia di persone comuni, che di persona famosi, tra cui anche Simona Ventura e Ambra Angiolini.

Da leggo.it il 18 marzo 2020. Chiambretti positivo, Serena Grandi: «Ci eravamo baciati in puntata, poi sono stata da Barbara D'Urso». A poche ore dalla notizia secondo cui Piero Chiambretti e la mamma sono positivi al coronavirus, Serena Grandi ha rilasciato una dichiarazione all'Adnkronos riguardo ai suoi ultimi contatti con il conduttore di CR4 La Repubblica delle Donne. «Sono stata da Piero Chiambretti per ben due volte, ci siamo abbracciati e baciati e in attesa di capire che tipo di protocollo devo dire mi metto in autoquarantena». E continua: «Sono tanto tanto dispiaciuta per Piero. Mi hanno detto che ha una broncopolmonite, spero guarisca presto. Sono preoccupata anche molto per la mamma anziana. Io sono ipocondriaca e sono preoccupata ma per ora sto benissimo». Serena Grandi conclude parlando dei giorni dopo l'ospitata alla Repubblica delle Donne: «Ora che ci penso dopo essere stato ospite da lui ho avuto una brutta febbre e tosse durata solo qualche giorno e ho pensato che fosse stata causata dalla radioterapia a cui sono dovuti sottoporre per un tumore al seno. Vai a sapere. Sono stata ospite per due volte anche da Barbara D'Urso. Speriamo che finisca tutto per il meglio».

Coronavirus, è morta la mamma di Alex Baroni. Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it da Arianna Ascione. Dietro agli impressionanti numeri del Coronavirus, nei bollettini che vengono diramati ogni giorno, si nasconde il dolore di migliaia di famiglie che perdono improvvisamente i loro cari. «Finora solo numeri. Li leggi, e forse l’istinto alla vita ti fa pensare che quella cosa non ti toccherà mai»: così scrive su Facebook Valeria Frasca nel dare la notizia della morte di sua zia, Marina Marcelletti, madre del cantautore Alex Baroni. «Aveva una treccia lunghissima ed era la donna più solare e positiva che io abbia mai conosciuto - si legge nel messaggio - Perse un figlio tanti anni fa, qualcuno di voi forse lo ricorderà, faceva il cantante. Il suo nome era Alex Baroni». Il cantautore morì a soli 35 anni la mattina del 13 aprile 2002. Era in coma dal 19 marzo: un’auto lo aveva investito mentre viaggiava a bordo della sua amata moto. Per combattere il dolore Marina iniziò «a correre kilometri, una runner si direbbe oggi, e a viaggiare viaggiare ovunque, sempre sempre in movimento. Marina ha preso il coronavirus e stanotte ha raggiunto il suo Alex. Non ci saranno funerali, ma un pensiero immenso per lei, che possa correre anche lassù nel cielo. Ciao Marina immensa». In seguito alla scomparsa di Alex, come ha ricordato lo scorso anno il fratello Guido a Vieni Da Me, è stata proprio la madre - matematica - a fare da collante alla famiglia. «È difficile raccontare quello che si prova quando arriva una telefonata che ti lascia svuotata e incredula, in un’alternanza di sofferenza e speranza», raccontava Marina nel 2003 ad un incontro dei giovani della diocesi di Roma e del Lazio con il Papa in Piazza San Pietro. In quel momento di grande dolore la fede, a cui si era aggrappata, era riuscita a darle un po’ di sollievo. Un giorno, ne era convinta, lei e suo figlio si sarebbero incontrati di nuovo: «Ci ritroveremo insieme in una bella giornata di sole».

Andrea Parrella per fanpage.it il 23 marzo 2020. Alcune ore fa è arrivata la notizia della morte di Marina Marcelletti, madre del cantante Alex Baroni, scomparso nel 2002. La donna si è spenta in seguito al contagio da coronavirus. In questi minuti arriva l'ultimo saluto da parte di Giorgia, che di Alex Baroni era stata la compagna. Un semplice post su Facebook, breve: Tra le vittime causate anche dal Coronavirus c'è anche la madre di Alex Baroni, il cantante scomparso nel 2002. A darne notizia è stata Valeria Frasca che ha dato la notizia della morte della zia Marina Marcelletti, madre del cantante, appunto: "Finora solo numeri. Li leggi, e forse l’istinto alla vita ti fa pensare che quella cosa non ti toccherà mai. Aveva una treccia lunghissima ed era la donna più solare e positiva che io abbia mai conosciuto – si legge nel messaggio -. Perse un figlio tanti anni fa, qualcuno di voi forse lo ricorderà, faceva il cantante. Il suo nome era Alex Baroni". La donna perse il figlio Alex Baroni nel 2002, quando il cantante scomparve a causa di un incidente in moto avvenuto sulla Circumvallazione Claudia. Baroni aveva trovato il successo grazie a una voce speciale e a una serie di canzoni come "Cambiare", "La distanza di un amore", "Onde", "Solo per te". Dopo la sua morte la madre Marina, come raccontato proprio da sua nipote Valeria Frasca nel lungo post di addio pubblicato su Facebook, iniziò a correre, diventando una runner, e a girare instancabilmente per il mondo, riuscendo così ad affrontare il trauma della scomparsa prematura di un figlio morto troppo presto, a soli 36 anni.

Giorgia ricorda la mamma di Alex Baroni: ora ti immagino con il tuo adorato figlio. Pubblicato lunedì, 23 marzo 2020 su Corriere.it. Giorgia ha scelto di salutare la donna che per un periodo era stata sua suocera, Marina Marcelletti, madre di Alex Baroni, il cantautore morto nel 2002 a 35 anni, che era stato il suo compagno. La donna, definita dalla sorella come «la più solare del mondo», è morta dopo aver contratto il coronavirus. Giorgia ha postato una sua foto che la ritrae sorridente, al mare. Accompagnata da queste parole: «Ciao Marina, voglio pensarti col tuo adorato figlio adesso, a ridere della follia della vita, che donna eccezionale sei stata». Tra i commenti al post, anche quello di Tiziano Ferro che ha scritto: «Che tesoro di donna». La cantante non ha mai smesso di ricordare il suo ex fidanzato. Ogni anno, attorno alla data della sua scomparsa, il 13 aprile, quell’anno era il 2002, Giorgia pubblica un pensiero, un ricordo su di lui. Lo scorso anno aveva detto: «Non sono mai stata brava a parlare di lui, ma Alex va ricordato, come uomo e come artista, perché ha rappresentato un momento importante per la musica italiana». E ancora: « Le ferite si portano, ci convivi, mentre magari prima tentavi in qualche modo di combatterle, anche se alcune sono incurabili. Ci devi convivere cercando però di non vivere lì, nel passato. Devi dargli valore, accettando quanto ti hanno cambiato e andare avanti». I due erano stati fidanzati dal 1997 al 2001.

Da connessiallopera.it il 22 marzo 2020. Il tenore Plácido Domingo ha annunciato di essere positivo al test del Coronavirus. Lo ha fatto pubblicamente attraverso il suo profilo Facebook: “Penso che sia mio dovere morale annunciarvi che sono risultato positivo al test del Covid-19, il virus Corona. Io e la mia famiglia siamo tutti in auto isolamento per tutto il tempo necessario dal punto di vista medico. Attualmente siamo tutti in buona salute ma ho avuto sintomi come febbre, tosse quindi ho deciso di fare il test, che è risultato positivo. Chiedo a tutti di stare estremamente attenti, seguire le linee guida lavandovi spesso le mani, mantenendo almeno due metri di distanza dagli altri, facendo tutto il possibile per impedire che il virus si diffonda e soprattutto restate a casa se potete! Insieme possiamo combattere questo virus e fermare l’attuale crisi mondiale, nella speranza di poter tornare alla nostra normale vita quotidiana molto presto. Vi preghiamo di seguire le normative del vostro governo per stare al sicuro e proteggere non solo voi stessi, ma tutta l’intera comunità”

Coronavirus, contagiata Giuliana De Sio: "Paura, dolore e solitudine feroce ma l'ho sconfitto". L'attrice: "Sono in isolamento allo Spallanzani da due settimane, la prova più dura della mia vita. Vogliatemi bene perchè qui ti senti abbandonato più che mai". Anna Laura De Rosa e Conchita Sannino il 14 marzo 2020 su La Repubblica. Lo scrive sui social nel cuore della notte, accanto a una foto in cui sorride felice in riva al mare. Giuliana De Sio ha contratto il coronavirus a metà febbraio ma l'ha sconfitto. L'attrice partenopea da due settimane è in isolamento all'ospedale Spallanzani di Roma e racconta il dolore fisico della malattia, quello psicologico della solitudine, il senso di abbandono e la mancanza di respiro provati durante il ricovero. "Questa felicità non c è più - scrive in un post su Facebook accanto alla foto - Sono stata in silenzio anche perchè non avevo voce nè parole per la mia narrazione dell'orrore. Nemmeno adesso ce l'ho, spero che in un secondo tempo troverò le parole e l'energia per descrivere l'invivibile e l'impensabile che mi torturano da settimane... Sono in isolamento allo Spallanzani da due settimane per aver contratto il virus con annessa polmonite in tournè a meta febbraio. La solitudine feroce di questa situazione e il dolore fisico e mentale che ne derivano sono la prova più dura a cui io sia stata sottoposta in tutta la mia vita". L'attrice sente il bisogno di condividere questo momento: "Sentivo per ora, con le poche energie che mi sono rimaste di comunicarvi questo, anche un pò per spiegare la mia improvvisa scomparsa dal profilo e dalla pagina, ora spero che il mio telefono non si scatenerà più di quanto non abbia fatto in queste lunghe lunghissime giornate fatte di paura mancanza di respiro e solitudine siderale". Poi aggiunge: "Ma la buona notizia è che il virus è sconfitto, sono al terzo tampone negativo, anche se molto indebolita. Vogliatemi bene perchè qui, i metodi sono a dir poco sbrigativi e ti senti più abbandonato che mai, e non mi dilungo, anche se so cosa succede nel mondo, voglio uscire !!!". Migliaia di persone stanno commentando il post con messaggi d'affetto e vicinanza: "Ti vogliamo bene, tornerai più forte - scrivono i fan - Hai il sostegno di tutti gli italiani, questa è la battaglia di tutti". 

Coronavirus, positiva l’attrice Giuliana De Sio: «Paura e solitudine, ma ho sconfitto il virus». Pubblicato sabato, 14 marzo 2020 su Corriere.it da S. Mor. «Questa felicità non c è più. Sono stata in silenzio anche perché non avevo voce né parole per la mia narrazione dell’orrore. Nemmeno adesso ce l’ho, spero che in un secondo tempo troverò le parole e l’energia per descrivere l’invivibile e l’impensabile che mi torturano da settimane… Sono in isolamento allo Spallanzani da due settimane per aver contratto il virus con annessa polmonite in tournée a meta febbraio. La solitudine feroce di questa situazione e il dolore fisico e mentale che ne derivano sono la prova più dura a cui io sia stata sottoposta in tutta la mia vita». Con queste parole, scritte su Facebook, Giuliana De Sio ha confessato di essere stata contagiata. L’attrice classe 1956, originaria di Salerno, da due settimane è in isolamento a Roma e ha voluto condividere, anche con i fan, il dolore fisico della malattia, ma anche il profondo senso di solitudine e abbandono provato. De Sio — due volte David di Donatello come migliore attrice protagonista — ha aggiunto di essere praticamente guarita, come hanno dimostrato i tamponi: «Sentivo per ora, con le poche energie che mi sono rimaste di comunicarvi questo, anche un po' per spiegare la mia improvvisa scomparsa dal profilo e dalla pagina, ora spero che il mio telefono non si scatenerà più di quanto non abbia fatto in queste lunghe lunghissime giornate fatte di paura, mancanza di respiro e solitudine siderale. Ma la buona notizia è che il virus è sconfitto, sono al terzo tampone negativo, anche se molto indebolita.Vogliatemi bene perché qui, i metodi sono a dir poco sbrigativi e ti senti più abbandonato che mai, e non mi dilungo, anche se so cosa succede nel mondo, voglio uscire !!!».

Coronavirus, Giuliana De Sio: "Sono uno straccio ma sto guarendo". Positiva al Covid-19, l’attrice era stata ricoverata in ospedale per polmonite ma oggi, a pochi giorni dalle dimissioni, è tornata a parlare del suo stato di salute sui social. Novella Toloni, Giovedì 26/03/2020 su Il Giornale. Giuliana De Sio è tornata a parlare sui social a pochi giorni dal rientro a casa dopo una lunga degenza ospedaliera dovuta a una polmonite da coronavirus. L’attrice ha affidato a Facebook, il canale social che utilizza per comunicare con i suoi fan, alcuni messaggi per aggiornare tutti sulle sue condizioni di salute. La De Sio, 63 anni originaria di Salerno, ha risposto anche ad alcuni commenti dei suoi seguaci, fornendo ulteriori dettagli sull'esperienza vissuta. Il 13 marzo Giuliana De Sio pubblicava su Facebook il drammatico annuncio del suo ricovero per positività da Covid-19. Nella nota l’attrice spiegava di essere ricoverata all’ospedale Spallanzani per una polmonite causata dal coronavirus e di aver vissuto giorni di paura. Dopo tre tamponi negativi, la De Sio è tornata a casa dove sta osservando un periodo di riposo e cure. Attraverso i social è tornata ad aggiornare i suoi fan sulle sue condizioni. L’attrice sta migliorando ma è pur sempre debilitata: "Buongiorno da questo straccio di donna che però sta guarendo...". Il post è stato inondato di messaggi di affetto e di supporto e proprio nel rispondere ai suoi fan Giuliana De Sio ha fornito ulteriori dettagli sulle sue condizioni: "Sono tappata in casa e dimagrita di alcuni chili". Poi ha raccontato di aver vissuto un’esperienza traumatica simile pochi anni fa, un episodio che avrebbe potuto anche condurla alla morte: "Sei anni fa ho avuto una trombosi ed embolia polmonare, stavo proprio per andare, ma ce l’ho fatta anche allora". L’esperienza vissuta a causa del coronovirus ha provato fisicamente e psicologicamente l’attrice che, sempre sui social, ha spiegato: "In televisione mi chiedono di affacciarmi per un saluto, ma ora mi fa paura. Mi sento ancora affaticata. Spero di tornare più forte di prima". Poi un invito alla positività rivolto a sé stessa e a tutti gli italiani che vivono questa difficile ed estenuante quarantena: "Un sorriso, piccolo grande sforzo di volontà".

Le sue pessime condizioni di salute, durante il ricovero in ospedale, non l'avevano tenuta lontana dalle polemiche. Il sindaco di Santa Maria Capua a Vetere, attraverso i social, si era scagliato contro l'attrice, che secondo lui avrebbe portato il coronavirus nel suo comune. Giuliana De Sio era stata nel teatro cittadino per uno spettacolo a fine febbraio e nelle settimane successive nove residenti erano stati contagiati. Il sindaco aveva chiarito che sia il paziente 1 che il paziente 2 di Santa Maria Capua a Vetere erano al suo spettacolo.

(ANSA il 14 marzo 2020) - "Oggi ho avuto conferma di essere positiva al Covid19. Sto abbastanza bene. Sono in autoisolamento dopo l'incontro avuto in Regione, a Torino, con il presidente del Piemonte Alberto Cirio, positivo al Coronavirus. Sono così entrata nel protocollo di prevenzione e assistenza da alcuni giorni". E' l'annuncio fatto con un post dalla sua pagina facebook dalla deputata Pd Chiara Gribaudo. "Continuo il mio isolamento insieme a tante e tanti italiani - scrive la parlamentare Pd -. Voglio, ancora una volta e proprio in questo momento ringraziare tutto il personale sanitario che sta lavorando con abnegazione per la nostra salute. E tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che stanno garantendo le filiere essenziali. Dobbiamo resistere. Dobbiamo stare a casa. Ce la faremo". Gribaudo, 38 anni, è alla seconda legislatura a Montecitorio. Da luglio 2017 è responsabile del Dipartimento Lavoro del Pd e da due anni siede nella segreteria nazionale del partito con deleghe a Lavoro e professioni.

Da leggo.it il 14 marzo 2020. Anna Ascani è positiva al Coronvirus. La viceministra del Miur ha annunciato sulla sua pagina Facebook di aver contratto il virus. La deputata del Pd era in isolamento da sabato scorso, dopo che il presidente Zingaretti aveva annunciato la propria positività. “Come sapete da Sabato pomeriggio sono in isolamento domiciliare. Purtroppo, qualche ora fa, si sono manifestati i primi sintomi riconducibili al #CoronaVirus. Per questo motivo ho effettuato il tampone che è risultato positivo. Questo dimostra quanto sia fondamentale rispettare le indicazioni sanitarie: se fossi uscita, avrei incontrato molte più persone. Restando a casa, ho certamente evitato possibili contagi. Io sto bene: ho qualche linea di febbre e un po’ di tosse. Ci tengo a ringraziare, ancora una volta, il personale medico che sta lavorando assiduamente, con turni senza sosta, prendendosi cura di noi. Insieme ce la faremo, vinceremo questa battaglia, mettendocela tutta. Ne sono sicura, #andràtuttobene”.

 (ANSA il 14 marzo 2020) - Il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri è risultato positivo al test Coronavirus dopo esser stato alcuni giorni fa in contatto con un "sospetto positivo". Lo rende noto lui stesso affermando di essersi messo in isolamento "appena mi sono accorto di avere dei sintomi". "Ho seguito da subito tutti i protocolli come indicato dal ministero - aggiunge - Mia moglie ed il piccolo stanno ancora bene e, seppur nella stessa casa, abbiamo diviso gli ambienti". "Appena mi sono accorso di avere dei sintomi - aggiunge Sileri - mi sono isolato e ho iniziato a lavorare a pieno ritmo da remoto". Il viceministro ha informato della positività tutti i suoi collaboratori e le persone che sono state a contatto con lui, "sempre come da protocolli sanitari" e al momento "tutti stanno bene". "Il mio impegno non viene assolutamente meno - conclude Sileri - e ancora una volta voglio ringraziare il Sistema sanitario nazionale, medici e infermieri che stanno dando orgoglio al nostro paese. C'è una sola possibilità: essere responsabili, coraggiosi e solidali e ce la faremo tutti insieme". 

Giuseppe Alberto Falci per huffingtonpost.it il 15 marzo 2020. I numeri non sono più anonimi. Hanno nome e cognome e perfino nel Palazzo si registrano i primi positivi eccellenti: il viceministro della Salute, Pier Paolo Sileri, ormai diventato uno dei protagonisti della scena al tempo del Covid-19, e Anna Ascani, numero due del ministero dell’Istruzione e vicesegretario del Partito democratico. Due volti dell’esecutivo Conte-2 che sono stati a contatto con decine e decine di parlamentari. In Aula, nelle commissioni, in Transatlantico, nel Salone Garibaldi del Senato.  Ecco il risveglio della politica in questo sabato di quarantena, di strade deserte e di saracinesche abbassate. Con un virus che continua imperterrito ad attanagliare gli stati d’animo degli italiani. Ma anche di quegli edifici del potere che ora tremano, si agitano, studiano il modo di capire come comportarsi da qui in avanti. Il voto a distanza? Non è dato sapere. Di certo il colpo è durissimo e aggiunge paura in una situazione già di per sé drammatica. Anche perché, per dirla con il parlamentare democrat Stefano Ceccanti, “anche tra noi la crescita è esponenziale”. Si tratta di una curva che ricorda l’andamento di un’iperbole. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei deputati e poi ancora la positività al Corona virus investe anche un dipendente di Palazzo Chigi che lavora negli uffici di via della Mercede 66 e che saranno subito sanificati. E allora cosa succederà? Nel giro di qualche giorno il Palazzo si è infettato. Troppo i casi in un arco di tempo infinitesimale. Con il primo che risale solo a 72 ore fa. E’ Claudio Pedrazzini, un lodigiano, classe ’74, che risiede al gruppo misto, colui che rompe l’incantesimo. L’imprenditore dagli occhi azzurri prova subito tranquillizzato i colleghi: “Tranquilli, sono qualche linea di febbre”. In realtà, però, da quel momento la tranquillità è sparita dal dizionario di Montecitorio. Si innesca invece un meccanismo all’interno dell’emiciclo del tipo: “Ma io l’ho incontrato? E se l’ho incrociato gli ho stretto la mano”. Il dì successivo, la musica non cambia, il virus continua a propagarsi in Transatlantico. Altro deputato, altro positivo. Questa volta il Covid-19 colpisce Edmondo Cirielli, pezzo da novanta di Fratelli d’Italia, per di più questore. Il quale appunto si rivolge così all’esterno:  “E’ stato un errore tenere aperte le Camere per 15 giorni come se niente fosse. L’avevo detto, non mi hanno dato ascolto”. Cirielli non era presente al voto di mercoledì in aula sulla scostamento di bilancio perché stava aspettando l’esito del tampone. Il parlamentare di Fd’I scrive un messaggio sui social straziante: “La vera sconfitta per me è stata vedere il mio piccoletto di 40 giorni stanotte con la febbre alta, dolorante e sofferente”. Ma è lui stesso dolorante e sofferente al punto da essere trasferito nella serata di ieri all’Ospedale Cotugno di Napoli “per una lieve dispnea”. Di minuto in minuto la lista si allunga. Non c’è solo il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che è sempre nella sua abitazione in isolamento, ma alla black list si aggiunge quel Luca Lotti che ha annunciato la positività al virus ventiquattro ore fa. Ecco, l’ex braccio destro di Renzi era presente mercoledì alla Camera dei deputati, in tanti lo hanno visto e in tanti sono stati in contatto con lui nelle settimane passate. Non a caso la chat del Pd ribolle. “Cosa fare? Come comportarsi da qui in avanti? Ce l’avrò o non ce l’avrò?”, sono i dilemmi che si pongono deputati e senatori del Nazareno. Chi, come Francesca Bonomo, sedeva vicino all’ex ministro dello Sport, è subito corsa ai ripari: autoquaratena precauzionale e stop. E lo stesso fanno Dario Parini (“L’ho visto l’ultima volta lunedì scorso”), Antonello Giacomelli, Alessia Rotta e Carmelo Miceli. Quest’ultimo è in autoisolamento da una settimana perché, spiega all’HuffPost, “mercoledì 4 sono stato a contatto con Zingaretti e molto di più con Lotti, mio compagno di banco in aula”. Senza dimenticare Chiara Gribaudo, altra democrat positiva, e la viceministra all’Istruzione. “Come sapete - verga Ascani - da sabato pomeriggio sono in isolamento domiciliare. Purtroppo, qualche ora fa, si sono manifestati i primi sintomi. Per questo motivo ho effettuato il tampone che è risultato positivo. Questo dimostra quanto sia fondamentale rispettare le indicazioni sanitarie: se fossi uscita, avrei incontrato molte più persone. Restando a casa, ho certamente evitato possibili contagi. Io sto bene: ho qualche linea di febbre e un po’ di tosse”. Un’ora dopo l’annuncio del collega Sileri: “Alcuni giorni fa ho avuto un contatto con un sospetto positivo. Appena mi sono accorto di avere dei sintomi mi sono isolato ed ho iniziato a lavorare a pieno ritmo da remoto. Test positivo”. Il virus è nel Palazzo. Solo mercoledì Sileri ha partecipato a una riunione della Commissione Sanità. Ed è ipotizzabile che proprio quella Commissione potrebbe finire in quarantena. Lo lascia intendere all’HuffPost il presidente Stefano Collina: “Io - ammette - sono in osservazione domiciliare e starò quindici giorni in auto-isolamento”. E gli altri membri? Collina la mette così: “I colleghi faranno le valutazioni”. A questo ritmo è in forse la continuità dei lavori con il rischio che intere commissione siano travolte dal Covid-19. Non solo. Come sussurra un parlamentare, “la maggioranza potrebbe non avere i numeri. E allora sarà necessario immaginare una commissione speciale e il voto a distanza...”. Ma questa è un’altra storia.

Positivo al Covid il portavoce di Mattarella: "Il virus è infido". "Giovedì e venerdì (giorni in cui ero potenzialmente infettivo) non ho avuto contatti diretti con il presidente", rassicura Grasso. Federico Garau, Domenica 25/10/2020 su Il Giornale. Continua ad aumentare il numero dei contagi al Quirinale, dopo che l'allarme era scattato nei giorni scorsi in seguito alla positività al tampone naso-faringeo di uno chef in servizio nelle cucine del Palazzo: questa volta è toccato direttamente al portavoce del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, vale a dire Giovanni Grasso. Il primo caso di positività al Covid, registrato almeno due settimane fa ma divenuto di pubblico dominio solo negli ultimi giorni, aveva riguardato un dipendente delle cucine del Quirinale, collocate nel seminterrato del Palazzo. A seguito della notizia, ovviamente si erano attivati tutti i protocolli previsti in casi del genere, a partire dalla completa sanificazione degli ambienti in cui si sarebbe potuto ulteriormente trasmettere il virus e successivamente anche di quelli più frequentati dallo stesso Sergio Mattarella e dai suoi più stretti collaboratori, come le sale riunione. Lo chef, che aveva manifestato dei sintomi di non grave entità, era stato subito posto in isolamento, e successivamente tutti gli addetti alle cucine, ed in via precauzionale lo stesso Sergio Mattarella e gli uomini e le donne del suo entourage, avevano dovuto sottoporsi agli specifici esami medici per scongiurare un'eventuale diffusione del contagio. Secondo quanto riferito in quelle ore concitate dall'agenzia di stampa Agi, il capo dello Stato sarebbe risultato negativo e per lui non si sarebbe reso necessario alcun tipo di isolamento precauzionale. Nessun caso di positività tra i più stretti collaboratori del Presidente della Repubblica, anche se, proprio all'interno delle cucine, si sarebbero registrati ulteriori due contagi. È di poco fa, invece, la notizia della positività al tampone naso-faringeo del portavoce di Mattarella Giovanni Grasso, che nelle scorse ore ha manifestato dei sintomi di lieve entità. "Ho il Covid sintomatico. Venerdì sera avevo la febbre alta, sabato ho fatto il tampone e stamattina ho avuto il responso: positivo", ha spiegato il diretto interessato, come riportato da AdnKronos. "Da stamattina non ho febbre e sto discretamente bene, tengo sotto controllo la saturazione dell'ossigeno e i valori sono assolutamente nella norma", ha rassicurato il portavoce del capo dello Stato. Secondo quanto da lui raccontato, lo scorso mercoledì, cioè solo due giorni prima dell'esordio dei sintomi, lo stesso esame del tampone naso-faringeo era risultato invece negativo. "Per fortuna giovedì e venerdì (giorni in cui ero potenzialmente infettivo) non ho avuto contatti diretti con il presidente". Stando a Grasso, quindi, Mattarella sarebbe al sicuro, anche se di certo, la situazione è ancora tutta da verificare. "Ora sono in isolamento a casa. Mio figlio e mia moglie sono negativi", ha rassicurato Grasso. "Al Quirinale sono già partite le previste procedure di sanificazione e controllo. Incrociamo le dita e occhio al virus: è veramente infido!", ha concluso.

Da fanpage.it il 4 novembre 2020. "Sono positiva al Covid-19. Sto bene e al momento non ho alcun sintomo. Continuerò a lavorare da casa. Con la stessa determinazione di sempre". Lo ha dichiarato la sindaca Virginia Raggi nella serata di oggi. La prima cittadina aveva annunciato nel pomeriggio di aver avuto un contatto con una persona positiva e di essersi quindi messa in isolamento fiduciario per precauzione. A distanza di qualche ora, è arrivato l'esito del tampone, purtroppo positivo alla ricerca per il coronavirus. La sindaca si trova al momento in quarantena presso la sua abitazione. "Ciao a tutti. Voglio informavi che la scorsa settimana sono stata in contatto con una persona risultata oggi positiva al Covid-19" si legge nel post condiviso da Raggi questo pomeriggio su Facebook. La sindaca ha subito aggiornato i cittadini sul suo stato di salute: "Io non ho alcun sintomo ma, nel rispetto dei protocolli previsti, ho deciso di mettermi in auto-isolamento volontario a casa per i giorni utili a completare i controlli". E ha aggiunto: "Sto bene e continuerò a lavorare a distanza con lo stesso spirito e, se possibile, con maggiore passione". Tantissimi i messaggi di solidarietà che la Virginia Raggi sta ricevendo in queste ore. "Forza Sindaca – scrive il consigliere Paolo Ferrara – riguardati e torna in Campidoglio più forte di prima". "Virginia, da quando amministri Roma hai sopportato di tutto, il Covid ti sembrerà una passeggiata – il messaggio di una donna – Tanti Auguri per una pronta guarigione. Noi romani ti amiamo tantissimo". Gli auguri per una pronta guarigione arrivano anche da persone che non supportano politicamente la sindaca: "Sono un tuo oppositore, lo sono sempre stato – scrive un ragazzo – significa poco, ma ti auguro una pronta guarigione. In bocca al lupo".

Raggi positiva al Covid, due assessori in isolamento. Valeria Costantini su Il Corriere della Sera il 6 novembre 2020. Sono il vicesindaco Bergamo e Calabrese. Si verificano i contatti della prima cittadina, asintomatica e di buon umore: «Ho sequestrato la stanza a mio figlio e mi viziano». Gli assessori Luca Bergamo (Cultura e vicesindaco) e l’assessore Pietro Calabrese (Mobilità) sono in isolamento, mentre si verificano i contatti avuti da Virginia Raggi nei giorni scorsi. Dopo l’annuncio di positività al Covid da parte della stessa sindaca - asintomatica e al lavoro da casa - sale la preoccupazione in Campidoglio tra lo staff amministrativo e i componenti di giunta e consiglio. Il «testimone» politico e burocratico che doveva passare al numero due del Comune, il vicesindaco Bergamo appunto, ora potrà essere solo ideale, visto che è scattato l’isolamento. «Avrei voluto dare di persona un ultimo saluto a Gigi Proietti – ha annunciato infatti Bergamo sui social, spiegando la sua assenza alle esequie - ma, sebbene per ragioni diverse, come la maggioranza dei romani non posso. Lunedì pomeriggio ho avuto una breve riunione di lavoro con Virginia, cui faccio tutti gli auguri possibili». Tampone programmato quindi oggi per lui, (il reggente ora sarebbe Antonio De Santis, alla guida dell’assessorato al Personale), e test pure per altri membri della giunta del M5S, Calabrese in primis, che mercoledì era insieme alla Raggi e all’amministratore unico di Atac, Giovanni Mottura, per la presentazione della linea bus 100 a Casal Monastero. Ma sono tanti gli incontri istituzionali da monitorare. Il 3 novembre la prima cittadina era a San Basilio alla distribuzione di mascherine agli studenti di una scuola, accanto al Ceo della As Roma Guido Fienga. Il 4, a poche ore dall’annuncio del tampone positivo, Virginia Raggi era all’Altare della Patria per la giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate e ha avuto colloqui in particolare con il premier Giuseppe Conte e il presidente della Camera Roberto Fico. Il protocollo previsto per quell’evento però era rigido, ricordano da Palazzo Chigi: mascherine Fpp2 e distanze. «Rispettiamo le procedure e le regole» ha ricordato la stessa Raggi ieri in un collegamento con la trasmissione Pomeriggio Cinque, durante il quale ha anche raccontato aneddoti personali da «isolata», aggiungendo un paio di stoccate polemiche. «Ho sequestrato la stanza a mio figlio, mi stanno viziando, oggi mi hanno portato per pranzo uova e radicchio» ha rassicurato sorridente la prima cittadina. Poi l’affondo sul mancato invito a Palazzo Chigi sul tema Giubileo 2025: «Non lavoro nelle segrete stanze dei palazzi, ma in trasparenza, io saprei come fare arrivare i soldi esattamente dove devono arrivare». Ha anche ricordato che si sta «battendo con Federalberghi per mettere gli hotel a disposizione di chi deve isolarsi e non ha una casa grande». La settimana scorsa era anche stata ospite al Maurizio Costanzo Show: tutti sul palco (senza mascherine) con serenata romana dedicata da Massimo Giletti a Virginia Raggi.

Da liberoquotidiano.it l'1 novembre 2020. Il coronavirus colpisce ancora la politica. Nella giornata di domenica 1 novembre Stefano Bonaccini è risultato positivo al test del Covid-19 effettuato proprio in mattinata, in via del tutto precauzionale in vista di appuntamenti istituzionali in agenda nel pomeriggio e lunedì. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, che non presenta sintomi, si è posto in isolamento domiciliare nella sua abitazione, da dove porterà avanti regolarmente l’attività amministrativa e di governo regionale nei prossimi giorni. A confermarlo anche una nota in cui si legge: "Il presidente Bonaccini non presenta sintomi, ma si è posto in isolamento domiciliare". Intanto la prossima settimana il governo dovrà presentare il nuovo Dpcm per far fronte all'aumento di contagi. 

Selvaggia Lucarelli per tpi.it il 25 ottobre 2020. Rocco Casalino è in isolamento fiduciario a seguito della riscontrata positività del suo compagno e convivente Josè Carlos, lunedì scorso. Al momento, i primi due tamponi effettuati lunedì e martedì sono risultati negativi, ma dovrà sottoporsi ad altri tamponi. Il suo ultimo contatto con il presidente Conte è avvenuto nella giornata di lunedì, mantenendo la distanza di sicurezza. Il compagno di Rocco Casalino è asintomatico. Il portavoce del premier sta trascorrendo la quarantena fiduciaria in casa con lui. Casalino ha lievi sintomi.

La Camera è stata chiusa per paura di chiuderla…Salvatore Curreri su Il Riformista il  25 Ottobre 2020. Meglio tardi che mai. L’apertura del Presidente Fico alla partecipazione da remoto ai lavori della Camera da parte dei deputati impossibilitati a raggiungere le sue sedi per effetto di provvedimenti dell’autorità sanitaria o a causa di congenite condizioni di salute (come nel caso del consigliere regionale toscano Melio qui trattato lo scorso 30 settembre scorso) costituisce senza dubbio un importante segnale di apertura su un tema su cui, finora, si erano registrate forti resistenze sia politiche, sia dell’amministrazione interna. Finora, com’è noto, le Camere per garantire la funzionalità dei propri lavori evitando al contempo la diffusione del contagio, hanno progressivamente adottato tutta una serie di misure consentite dai loro regolamenti (interpretati talora estensivamente), scartando quelle che avrebbero richiesto una impegnativa modifica costituzionale come il voto per delega (previsto in Francia) o l’abbassamento del numero legale (deliberato nel Bundestag tedesco). Così: i parlamentari impossibilitati a prendere parte ai lavori parlamentari sono stati considerati in missione e quindi non computati ai fini del numero legale; i gruppi politici hanno concordato l’autoriduzione dei parlamentari presenti in Assemblea (in misura pari al 55% dei componenti) mantenendovi inalterati i reciproci rapporti di forza e assicurando, al contempo, la presenza del numero legale; si è valorizzata l’attività delle commissioni quali organi collegiali ristretti per questo motivo in grado più facilmente di riunirsi (specie in aule più ampie del solito); si è ampliata la capienza effettiva delle due Aule, ricorrendo alle tribune e, alla Camera, perfino una parte del Transatlantico; infine, l’attività parlamentare è stata inizialmente limitata ai soli provvedimenti ritenuti urgenti e agli atti dovuti, riducendo il numero delle votazioni e separandole dalla fase della discussione. Era per l’appunto rimasta fuori la questione della partecipazione (e non solo votazione) da remoto, sperimentata con successo da altri Parlamenti non certo marginali per tradizione e importanza (da quello britannico al Parlamento europeo), ora per calcolo politico, ora per preteso rispetto della Costituzione. Un calcolo politico miope, specie da parte delle opposizioni che avrebbero tutto l’interesse a che il Parlamento funzioni a pieno regime anziché, come di fatto accaduto, auto-condannarsi ad una marginalità di cui ovviamente ha tratto profitto il Governo che, con l’uso smodato dei Dpcm, ha dimostrato di poter fare a meno delle camere. Basti dire che in questa settimana, a causa della diffusione dei contagi tra i parlamentari, è stata sospesa ogni attività deliberativa; così, paradossalmente, si è chiusa di fatto la Camera per paura di chiudere la Camera. E un domani peggio potrebbe accadere se i contagi dovessero alterare significativamente i rapporti di forza tra maggioranza ed opposizione. Un rispetto della Costituzione opinabile perché ritenere che la presenza cui fa riferimento l’art. 64.3 Cost. sia solamente quella fisica vuol dire non solo pietrificarne il testo al significato originario del 1948 ma soprattutto ritenere che il modo (fisico) ed il luogo (le camere) in cui andrebbe esercitata la rappresentanza politica sia più importante del suo contenuto, come se la presenza corporea dell’eletto fosse decisiva per dare significato e valore alle sue parole. Non vi è dunque da meravigliarsi se – come purtroppo dimostra il loro dilagante malcostume parlamentare in Assemblea – la presenza fisica viene talora sfruttata per dare peso più all’esteriorità e alla teatralità dell’attività parlamentare – con un’opposizione spesso «a favore di telecamera» – che ai suoi contenuti. Rispetto a tale contesto, l’apertura del Presidente Fico è quindi senz’altro significativa, seppur limitata all’attuale situazione di emergenza pandemica e ristretta ai soli deputati in situazione di isolamento o di quarantena precauzionale. Pertanto, ad oggi, da remoto la Corte costituzionale può decidere che una disposizione è illegittima, ma una commissione non può esaminare un disegno di legge da trasmettere all’Assemblea. Inoltre, essa non solo è ancora interlocutoria ma soprattutto gravemente tardiva rispetto all’impegno assunto in Giunta per il regolamento fin dallo scorso 7 maggio di avviare il confronto politico dall’esito tutt’altro che scontato considerate le resistenze cui si accennava all’inizi e che spiegano il motivo per cui la Giunta per il regolamento ha deciso di rinviare la questione alla Conferenza dei capigruppo. Al pari di quanto sta accadendo nel paese riguardo alle misure che si sarebbero dovute prendere per contrastare la prevedibile nuova ondata autunnale di contagi (a cominciare dal potenziamento delle terapie intensive e dei trasporti pubblici), è netta la sensazione, leggendo gli atti ufficiali, che la Camera (e ancor di più il Senato), magari confidando more solito nello stellone italico, abbiano perso tempo, oggi quanto mai prezioso per approntare (anche sotto il profilo tecnologico) un “diritto parlamentare dell’emergenza” efficace e sicuro. Del resto non sarebbe la prima volta che a Roma si continui a discutere, mentre Sagunto viene espugnata.

Camera, tre capigruppo positivi: Gelmini, Crippa, Lollobrigida. Ceccanti: "Serve il voto a distanza". La Repubblica il 16 ottobre 2020. La capogruppo di Forza Italia alla Camera in mattinata ha scoperto la positività e per questo non sarà al funerale di Jole Santelli. Raccolta firme per consentire il voto da remoto e pressioni via mail per convincere i colleghi a schierarsi. Flora Frate, ex grillina, ora al Gruppo Misto: "Questo ipotetico morto chi se lo vuole portare sulla coscienza?" Il Coronavirus assedia i palazzi del potere, colpisce duro, mette in discussione il funzionamento della stessa democrazia parlamentare. Rilanciando il dibattito sul voto a distanza. Soprattutto alla Camera dove oggi tre capigruppo e una deputata sono risultati positivi ai test. A finire in quarantena è toccato a Mariastella Gelmini, presidente del gruppo di Forza Italia, a Davide Crippa, guida del gruppo grillino e al collega di Fratelli d'Italia Francesco Lollobrigida. Positiva anche la deputata campana grillina Conny Giordano. Il  dem Enrico Borghi lancia allora l'allarme su Twitter. "Ormai Montecitorio è una roulette russa". "La scorsa settimana - ha twittato Borghi - 45 parlamentari della maggioranza out causa Covid. Oggi i capigruppo di due forze dell'opposizione positivi. Mi chiedo che cosa debba accadere ancora per svegliare dall'inanità chi di dovere. Ormai Montecitorio è una roulette russa". Il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti ha lanciato nei giorni scorsi  una raccolta firme per chiedere una modifica del regolamento e consentire così il voto da remoto. La petizione al momento conta 114 sottoscrizioni. Oggi Ceccanti rilancia la sua proposta. "Ma cosa dobbiamo ancora attendere? Forse qualcuno pensa come Don Ferrante nei Promessi Sposi che la pandemia, non essendo né sostanza né accidente, non possa esistere ed entrare a Montecitorio?", scrive. Nello scambio di mail tra i colleghi per raccogliere le adesioni non sono mancate altre dure critiche ai vertici di Montecitorio per la gestione dei lavori. Come, ad esempio, il j'accuse della deputata del Gruppo Misto Flora Frate, ex grillina: "La Camera siamo noi, e questa gestione dei lavori in maniera ideologica non mi sta piacendo per niente. Iniziamo a porre fortemente la questione, anche a discapito delle buone maniere. Questo ipotetico morto chi se lo vuole portare sulla coscienza?". Il malcontento tracima anche sui social. L'ex M5S Paolo Lattanzio, ora nel Misto, si dice "furioso" e sulla sua pagina Facebook attacca: "Per questioni ideologiche e di incompetenza, la Camera dei deputati è diventata un focolaio vero e proprio. Da marzo chiediamo interventi seri, sicurezza e di smetterla con questo vergognoso indegno approccio ideologico e incompetente". In serata il deputato di Leu Erasmo Palazzotto rilancia la proposta di Ceccanti: "E'  rischio il plenum dell'Assemblea Parlamentare e con esso il principio stesso su cui si fonda la democrazia. Cos'altro serve per attivare il voto a distanza? Sarebbe più giusto chiedersi cosa, in questo quadro allarmante, ostacola una misura di buonsenso". "Caro Presidente, - incalza il deputato grillino Giorgio Trizzino rivolgendosi a Roberto Fico - il trend dei contagi che si sta registrando in queste ultime ore alla Camera dei Deputati è significativo di una diffusione del covid-19 non più sotto controllo. Da medico e specialista in igiene la invito a valutare se non sia giunto il momento di contingentare il numero dei parlamentari in aula e nelle commissioni prima che sia troppo tardi". La presidenza della Camera,m al momento resta ferma a quanto deciso e comunicato ieri, quando  la Giunta per il Regolamento si è riunita per affrontare anche il tema dei lavori alla luce dell'emergenza Covid. Il presidente Fico aveva annunciato che la Giunta la prossima settimana tornerà a riunirsi "per accelerare sulla digitalizzazione degli atti parlamentari e discutere di come la Camera deve lavorare in emergenza, a partire dal tema del voto a distanza per i deputati impossibilitati a raggiungere Montecitorio a causa di provvedimenti delle autorità sanitarie". E alla fine anche il con Pd Emanuele Fiano ricorda che da marzo il suo partito chiede il voto a distanza: "Quando torneremo alla Camera lunedì, ci saranno decine di colleghi in isolamento per aver avuto contatti ravvicinati" con i parlamentari risultati positivi oggi, "ma tutto il centrodestra e Italia Viva rimangono fermamente contrari al voto a distanza, che ci permetterebbe, come si fa in Europa, di svolgere la nostra regolare attività costituzionalmente insostituibile anche in presenza di un peggioramento della diffusione del virus in Parlamento", rimarca il deputato dem, che avverte: "Se rimarrà il conservatorismo politico di chi si oppone alle innovazioni in tempo di emergenza tra un po' in Parlamento voteremo intorno ad un tavolo tra pochi intimi". Gelmini a causa del Covid non potrà essere presente alle esequie di Jole Santelli. "Tra poche ore - aveva annunciato in mattinata su Facebook - avrei dovuto prendere un volo, per andare a Cosenza a dare l'ultimo saluto a Jole Santelli. E invece niente. Anche io sono positiva al Covid, l'ho scoperto stamattina. Sto bene, al momento non ho alcun sintomo. Sono stata super attenta in queste settimane, ma questo virus è subdolo e pericoloso. Massima precauzione e rigore: le uniche ricette per sconfiggerlo. Supereremo anche questa...".

I politici contagiati dal Covid. Tre deputati di Leu e uno del Pd sono stati posti nei giorni scorsi in quarantena fiduciaria. Si tratta di Guglielmo Epifani, Nicola Frantoianni, Nico Stumpo e Marco Minniti. A Montecitorio i timori hanno coinvolto anche lo stesso Ufficio di Presidenza e, nei giorni scorsi, a risultare positivo al Covid-19 era stato Luca Pastorino, di Leu, il deputato ligure di Liberi e Uguali uno dei segretari dell'Ufficio di Presidenza, l'organo di direzione politico-amministrativa di Montecitorio, il cuore pulsante del Palazzo, presieduto da Roberto Fico. Nelle settimane scorse erano risultati positivi due senatori del M5s, il siciliano Francesco Mollame e il romagnolo Marco Croatti.

Maurizio Lupi positivo al coronavirus, salgono a 14 i deputati contagiati: timori per i lavori parlamentari. Libero Quotidiano il 17 ottobre 2020. La Camera dei deputati si sta trasformando in un cluster Covid. Una "strage di contagi da coronavirus", come scrive Il Tempo. E nel pomeriggio di sabato 17 ottobre il deputato di Noi con l’Italia Maurizio Lupi ha detto di essere risultato positivo al coronavirus: sono quindi saliti a 14 i deputati contagiati. In mattinata aveva detto di aver contratto il coronavirus Alessandra Ermellino, del gruppo Misto ed ex Movimento 5 Stelle, mentre nei giorni scorsi si era saputo che sono positivi tre capigruppo: Davide Crippa del M5S, Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia e Mariastella Gelmini di Forza Italia. Anche al Senato ci sono tre parlamentari positivi. La discussione aperta ormai da giorni è se chiudere la Camera o meno. Intanto Stefano Ceccanti del Pd sta raccogliendo le firme per una modifica del regolamento per permettere le votazioni da remoto. La petizione ha raccolto al momento più di 100 firme. Dure critiche sono state espresse ai vertici della Camera per la gestione dei lavori. Severa la deputata del Gruppo Misto Flora Frate, ex grillina: "La Camera siamo noi, e questa gestione dei lavori in maniera ideologica non mi sta piacendo per niente. Iniziamo a porre fortemente la questione, anche a discapito delle buone maniere. Questo ipotetico morto chi se lo vuole portare sulla coscienza?". Contrario al voto a distanza Lollobrigida: "Leggiamo da alcune agenzie di stampa che alcuni deputati starebbero facendo intollerabili pressioni via mail, al limite della minaccia nel caso dell'onorevole Frate, per convincere i colleghi a schierarsi per il voto a distanza dei parlamentari. Tutto questo è inaccettabile e chiediamo che il presidente della Camera chiarisca la vicenda e prenda provvedimenti immediati". Il presidente della Camera Roberto Fico ha fatto sapere che la Giunta per il Regolamento della Camera la prossima settimana tornerà  riunirsi "per accelerare sulla digitalizzazione degli atti parlamentari e discutere di come la Camera deve lavorare in emergenza, a partire dal tema del voto a distanza per i deputati impossibilitati a raggiungere Montecitorio a causa di provvedimenti delle autorità sanitarie". Intanto l'incubo è piombato sul palazzo che rischia di diventare zona rossa.

Allarme alla Camera per il deputato leghista positivo al Coronavirus, colleghi in quarantena. Redazione su Il Riformista il 29 Aprile 2020. È scattato l’allarme alla Camera per il caso accertato di un deputato della Lega positivo al Coronavirus, presente in Aula martedì scorso. A denunciare incasso sono stati i deputati Alessandro Fusacchia (+Europa) e Emanuele Fiano (Pd) che hanno chiesto alla presidenza di adottare il voto telematico o l’utilizzo anche di altre aule di Montecitorio per garantire il distanziamento. Oggi arriverà una risposta dalla della Conferenza dei capigruppo in programma, come comunicato dal vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che sta guidando i lavori. Fusacchia in particolare è intervenuto ricordando che ieri il deputato della Lega Gusmeroli ha annunciato di aver ricevuto dai della Camera di rimanere in quarantena a casa perché seduto venerdì scorso, assieme a 4 compagni di partito, vicino ad un deputato risultato positivo al Coronavirus. A confermare la vicenda lo stesso deputato della Lega Alberto Gusmeroli, sindaco di Arona, che ha spiegato su Facebook le voci che stavano rimbalzando sul caso di positività al Covid-19 tra le fila del Carroccio. “Ho fatto di tutto, mi mancava la quarantena. Ieri sera sono stato avvisato dal Questore della Camera di mettermi in quarantena perché martedì scorso in aula, seduto regolarmente al mio posto, ero nelle vicinanze di un collega parlamentare risultato positivo al Covid, a cui auguro ogni bene e una pronta guarigione. Io sto benissimo e ho sempre mantenuto le distanze con tutti. Martedì prossimo potrò tornare a uscire di casa”, ha scritto su Facebook Gusmeroli. “Sono attrezzatissimo per lavorare e seguire tutto sia in Comune che in Commissione Finanze anche da casa, ovviamente per uno attivo come il sottoscritto è una vera iattura! Dopo due mesi a tirare al massimo, non ci voleva! Pazienza c’è di peggio! Andiamo avanti, stiamo studiando tante iniziative nuove e interessanti, bisogna proseguire nei miglioramenti sanitari e nella ripartenza economica in massima sicurezza per non lasciare indietro nessuno, ma proprio nessuno e sicuramente insieme ce la faremo! Volere è potere”, conclude Gusmeroli.

Da leggo.it il 14 marzo 2020. La viceministra alla Sanità britannica, Nadine Dorries, risultata positiva al coronavirus, ha annunciato che anche la madre, 84 anni, è stata infettata. Lo riferisce la stessa Dorries con un tweet. «Abbiamo avuto i risultati. È testata positiva, ma sta bene. È di una fibra forte», ha scritto. Il giorno in cui annunciò di aver contratto il coronavirus, lo scorso martedì, la viceministra disse che era preoccupata per la madre che si trovava con lei in casa e che i sintomi si sono manifestati «con la tosse». L'esponente di governo - 62 anni, ex infermiera, nota per aver partecipato nel 2013 da semplice deputata anche ad un reality show vip nella selvaggia natura australiana - nei giorni scorsi aveva fatto sapere di essere isolata in casa, non in gravi condizioni. Precisò che anche una persona del suo staff era risultata infetta.

Coronavirus, positivo Bolsonaro. Diceva: «Il Covid? Un’esagerazione». Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Rocco Cotroneo. È positivo il primo test al coronavirus del presidente brasiliano Jair Bolsonaro: lo riportano indiscrezioni di stampa, e non c’è una conferma ufficiale, ma per gli esiti di un secondo tampone di conferma, che il presidente avrebbe già eseguito, occorrerà attendere le prossime ore. La notizia si è abbattuta sul Brasile il giorno dopo la pubblicazione di foto dell’incontro tra il leader brasiliano e Donald Trump, qualche giorno fa, in Florida. Una cena alla quale ha partecipato anche il portavoce di Bolsonaro, Fabio Wajngarten, il cui test aveva già dato positivo giovedì. Intanto il figlio del presidente, il deputato conservatore Eduardo Bolsonaro, twitta (in inglese e in portoghese): «Troppe bugie e poca informazione. L’esame non è ancora completato. Ci sono sempre queste persone nei media che dicono bugie, e se per caso la storia è vera dicono “te l’avevo detto”, se è falsa beh è solo una fake news in più» Intanto, confermata (quasi) la catena dei contagi, l’allerta è diventata massima anche alla Casa Bianca, nonostante le smentite sulle preoccupazioni di Trump. In un’altra foto Trump e Wajngarten appaiono fianco a fianco. La grande pandemia, dunque, si allarga per ironia della sorte sui leader mondiali che più hanno tentato di negarla fino all’ultimo momento. Per Bolsonaro, fino a due giorni fa, il Covid-19 non era altro che “la solita esagerazione messa in giro dai media”. Giovedì sera, poi, è apparso in tv con la mascherina, a fianco al ministro della Salute, evitando accenni al caso personale ma preannunciando misure di contenimento per il virus in Brasile. Dove la situazione è ancora relativamente calma, con un centinaio di casi accertati e nessuna vittima. Da oggi, naturalmente, il quadro cambia radicalmente.

Brasile, Bolsonero negativo al Coronavirus e manda aff… i suoi detrattori. Roberto Pellegrino il 14 marzo 2020 su Il Giornale. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro è risultato negativo al test del coronavirus. Il presidente ha diffuso la notizia facendo il gesto dell’ombrello dopo che era circolata, su diversi media, la notizia della sua positività. La Casa Bianca ha organizzato una riunione urgente dopo la notizia secondo la quale Bolsonaro, entrato in contatto con il presidente Donald Trump lo scorso weekend, era risultato positivo ad un primo test del coronavirus. Trump aveva trascorso almeno dieci minuti a diretto contatto con il gruppo di brasiliani che gli aveva fatto visita sabato scorso a Mar-a-Lago, la Casa Bianca d’inverno. Del gruppo faceva parte anche il segretario alla Comunicazione del governo di Jair Bolsonaro, Fabio Wajngarten, che è poi risultato effettivamente positivo al test al suo rientro a San Paolo dalla Florida. Il gruppo comprendeva anche l’uomo d’affari Alvaro Garnero, che ha organizzato la cena di Trump con Bolsonaro. Lui e Wajngarten hanno fraternizzato con Trump, donandogli dei berretti e posando con lui per dei selfie. Il presidente Usa non si è sottoposto al tampone.

 Coronavirus, Trump negativo al test fa marcia indietro: “Mantenete le distanze”. Redazione de Il Riformista il 15 Marzo 2020. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è risultato negativo al nuovo coronavirus. La Casa Bianca afferma che il medico del presidente ha scoperto che anche Trump rimane privo di sintomi. I giornalisti avevano continuato a chiedere al presidente perché esitasse a sottoporsi al test, visto era stato in contatto con almeno tre persone risultate positive al virus. Nel frattempo, la stessa Casa Bianca ha istituito uno screening per chiunque venga a stretto contatto con il tycoon o altri funzionari. Un giornalista diretto al briefing di ieri, ad esempio, è stato respinto dopo che ha misurato la febbre e la temperatura era elevata.

LE MISURE ECONOMICHE – Intanto gli Stati Uniti corrono ai ripari per fare fronte all’epidemia di coronavirus. A poche ore dalla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, che permetterà di usare fondi fino a 50 miliardi di dollari, la Camera ha approvato un pacchetto di misure con un voto bipartisan di 363 favorevoli e 40 contrari. Nell’attesa che il testo – che prevede due settimane di malattia pagata per i lavoratori, aumenti delle indennità di disoccupazione e programmi alimentari rafforzati – vada al Senato, Trump ha rimarcato di non vedere l’ora di firmare il progetto di legge finale “appena possibile”. Intanto, ha annunciato di prendere in considerazione nuove restrizioni sui viaggi nazionali e che espanderà le restrizioni già in vigore per i Paesi europei anche a Irlanda e Regno Unito.

I CONTAGI E LE CRITICHE A TRUMP – I contagi negli Stati Uniti stanno aumentando in modo preoccupante: secondo la Cnn, su dati provenienti da agenzie sanitarie locali, governi e centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, i casi sarebbero almeno 2.430 in 49 Stati, 50 i morti. Trump, che è stato criticato per aver continuato a stringere mani nonostante le raccomandazioni della comunità scientifica, è passato a invocare su Twitter il “distanziamento sociale“, e dopo le prime resistenze si è quindi sottoposto al tampone che ha dato esito negativo. 

 (ANSA-AFP il 15 marzo 2020) - La moglie del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez è positiva al coronavirus. Lo rendono noto fonti ufficiali. In un comunicato citato dai media spagnoli, il governo di Madrid ha informato che la moglie del premier, Begona Gomez, è risultata positiva, ma sia lei sia il marito "stanno bene", entrambi rimangono nel Palazzo della Moncloa e "seguono in ogni momento le misure di prevenzione stabilite dalle autorità sanitarie". Nella nota si sottolinea che Begona Gomez era stata sottoposta al test come "altre persone vicine al presidente del governo".

Coronavirus, positiva Sophie Trudeau. Il premier canadese in quarantena. Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Irene Soave. Gli occhi dei suoi 250 mila seguaci, su Instagram, sono ora tutti puntati sull’unica cosa che si vede, in tempi di Coronavirus, in una qualsiasi foto di gruppo come l’ultima che la first lady del Canada Sophie Grégoire Trudeau ha postato, cinque giorni fa: un assembramento. Come stanno le quattordici studentesse con cui Sophie, moglie bellissima del bellissimo premier canadese e madre dei suoi tre figli, attivista per le pari opportunità, influencer ed ex presentatrice tv, si è fatta fotografare per festeggiare l’8 marzo? Bisogna rintracciarle e fare un test anche a loro? Sophie, ha annunciato il marito via Twitter in queste ore, è positiva al virus: «I suoi sintomi sono leggeri ed è seguita dai medici, ma sarà in quarantena per il tempo necessario». Lei stessa, che potrebbe avere contratto il virus in un recente viaggio a Londra, ha dichiarato in una nota che «Anche se ho i sintomi del virus sarò presto di nuovo in piedi. Una quarantena a casa non è nulla in confronto alle fatiche di molte famiglie canadesi e dei malati con patologie più gravi». «Io sto bene e non ho sintomi», ha aggiunto il premier canadese, che non si sottoporrà a un tampone seguendo le linee guida dei medici che anche in Canada non testano i pazienti asintomatici, «ma starò anche io in auto-isolamento. Lavorerò da casa e terrò gli incontri che ho programmati in videoconferenza». Tra gli incontri di queste ore c’era anche un dialogo sul virus con il primo ministro italiano Giuseppe Conte; ma soprattutto un incontro «difficile»: quello con i vertici delle comunità indigene del Nord del Canada, nei cui territori il governo ha disposto la costruzione di un nuovo oleodotto, da loro molto osteggiato.

Da repubblica.it l'11 marzo 2020. Il presidente dell'Ordine dei medici e odontoiatri della Provincia di Varese e medico di base a Busto Arisizio (Varese) Roberto Stella, 67 anni, è morto la notte scorsa all'ospedale di Como, dove era ricoverato per insufficienza respiratoria dopo aver contratto il Coronavirus. La notizia è stata confermata dal sindaco di Busto Arsizio, Emanuele Antonelli. Stella, medico di medicina generale, era in ospedale dopo aver contratto il virus assieme a un collega: le sue condizioni si erano aggravate nelle ultime ore."Il Servizio Sanitario Nazionale e lombardo, la Medicina nazionale  e varesina hanno  perso una guida attenta, un amico sicuro, un lavoratore appassionato, acuto, instancabile; i suoi pazienti hanno perso un amico ed un uomo capace di curare e prendersi cura senza limiti. L'Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Varese si stringe alla famiglia del Dottor Stella ed esprime il suo più addolorato cordoglio".

Pierluigi Panza per milano.corriere.it il 13 marzo 2020. Luca Targetti, ex responsabile del cast alla Scala e uno dei più importanti agenti di musica lirica italiano, è scomparso a causa dell’infezione da coronavirus dopo esser stato da poco ricoverato in ospedale. Aveva 62 anni. Era nato a Milano, diplomato al Parini e laureato in Architettura al Politecnico. Contemporaneamente aveva studiato pianoforte e solfeggio alla Scuola Musicale di Milano e canto con Carla Castellani. Dopo esperienze professionali anche presso studi di architettura, nel 1986 si era dedicato all’attività di Agente musicale presso varie agenzie lirico/concertistiche a Milano, Napoli e Monaco di Baviera. La sua collaborazione con il Teatro alla Scala era iniziata nel 1997 e lo terrà impegnato per tredici anni nella Direzione Artistica come Responsabile delle compagnie di canto e per altri due nell’Accademia della Scala per lo sviluppo di progetti internazionali. Aveva poi deciso di tornare ad occuparsi delle carriere degli artisti partecipando alla nascita dell’agenzia In Art. Era figura notissima tra gli appassionati e ovunque presente agli spettacoli. E’ «con sgomento» che «il sovrintendente Dominique Meyer, il direttore musicale Riccardo Chailly, tutti gli artisti e i lavoratori del Teatro alla Scala insieme alla Direzione e allo staff dell’Accademia Teatro alla Scala hanno appreso la notizia», dice una nota del Teatro. «È stato un mio amico per più di vent’anni – ha ricordato Meyer -. Ci vedevamo regolarmente quando partecipavamo alle giurie dei concorsi di canto e ogni volta restavamo a parlare a lungo: Luca sapeva sempre unire serietà e divertimento. La sua scomparsa è una perdita importante per il mondo dell’opera, ma oggi pensiamo in primo luogo al dolore delle moltissime persone che lo hanno conosciuto e sono stati suoi amici».

(ANSA il 14 marzo 2020) - "Ciao a tutti. Anche io sono risultato positivo al coronavirus. Vi dico subito che sto bene, sono a casa e qui resterò fino a quando tutto questo sarà passato. Vorrei ringraziare i medici e tutto il personale sanitario che sta svolgendo un lavoro davvero straordinario". Lo scrive su Facebook il deputato Pd Luca Lotti. "Nei giorni scorsi mi sono attenuto a tutte le norme, restando a casa ed evitando il più possibile contatti con le altre persone e gli spostamenti (a parte ovviamente il giorno in cui mi sono recato in Parlamento per approvare un provvedimento necessario per dare un aiuto concreto a famiglie e imprese). Questo per dirvi quanto sia micidiale questo virus e quanto sia importante, anzi doveroso che ognuno faccia la propria parte per tutelare gli altri; innanzitutto le persone più deboli, i nostri figli e i nostri nonni. Mai come in questi giorni dobbiamo essere tutti orgogliosi di essere italiani e ricordarci che le scelte di oggi di ciascuno di noi possono cambiare il futuro del nostro Paese. E allora, con ancora più forza vi dico, seguite tutte le indicazioni, restate a casa e sono sicuro che #andràtuttobene". Ciao a tutti. Anche io sono risultato positivo al coronavirus. Vi dico subito che sto bene, sono a casa e qui resterò... Pubblicato da Luca Lotti Venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus, positivo il questore della Camera Edmondo Cirielli. Lisa Pendezza il 12/03/2020 su Notizie.it. Dopo Pedrazzini, il questore della Camera Edmondo Cirielli (deputato di Fratelli d'Italia) è risultato positivo al coronavirus. Il questore della Camera Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia) è risultato positivo al coronavirus. Si tratta del secondo deputato contagiato, dopo Claudio Pedrazzini. La notizia è stata diffusa dalla senatrice di FdI Isabella Rauti, ospite di Agorà. La paura del contagio arriva anche alla Camera, nonostante le misure di sicurezza prese anche a Montecitorio dove – così come a Palazzo Madama – i parlamentari si sono riuniti in un’aula mezza vuota per assicurare il mantenimento della distanza di sicurezza. Così, nella giornata di mercoledì 11 marzo, il Parlamento ha approvato all’unanimità lo sforamento del deficit per far fronte all’emergenza Covid-19. L’allarme alla Camera è scattato dopo l’esito del tampone di Pedrazzini, deputato lodigiano ex Forza Italia, che ha seguito Giovanni Toti nel gruppo Misto. Ai 14 parlamentari seduti vicino a lui in aula è stato chiesto di non presentarsi alle prossime sedute. Solo il giorno prima dell’esito del tampone, Edmondo Cirielli si era espresso a favore di “un piano di assunzioni straordinarie nelle forze di polizia per garantire il rispetto delle nuove regole contenute nell’ultimo decreto del governo contro la diffusione del coronavirus. Molti uomini e donne in divisa rischiano di essere contagiati durante l’emergenza sanitaria e non possiamo correre il rischio di non avere personale a sufficienza per tutelare la salute e la sicurezza pubblica. È fondamentale, quindi, assumere ad horas giovani nelle forze di polizia, anche perché sono quelli che, per fortuna, si ammalano di meno”. Rivolgendosi al governatore della Campania Vincenzo De Luca, il deputato ha inoltre sottolineato che la regione, nonostante le eccellenze come l’ospedale Cotugno, ha risorse “davvero insufficienti per gestire i contagi da coronavirus che, di ora in ora, stanno aumentando in tutto il territorio. De Luca stanzi ad horas i fondi straordinari necessari per affrontare l’emergenza sanitaria incrementando i posti letto nei reparti di Terapia Intensiva e di Rianimazione negli ospedali campani.

Cirielli positivo al virus. Ma non molla. Intervista al Secolo d’Italia. Francesco Storace giovedì 12 marzo 2020 su Il Secolo d'Italia. Ti prende allo stomaco la notizia di Edmondo Cirielli positivo al coronavirus. È tempra forte, sembra incredibile. Ma è un combattente nato e ne parla con il Secolo d’Italia. È la sua famiglia, come deputato e questore a Montecitorio.

Edmondo, anzitutto come ti senti?

“Caro Francesco io mi sento bene e ho avuto solo per due giorni forte tosse notturna e febbre a 37.5. Ho chiesto il test perché in settimana avevo lavorato con gli altri due questori e incontrato un ministro per questioni riguardanti la sicurezza della Camera”.

Come pensi di aver contratto il virus?

“Il virus quasi certamente l’ho contratto alla Camera perché sono meridionale e non ho avuto contatti intensi con nessuno peraltro. Ma alla Camera c’erano tantissime persone, la metà del nord”.

“Avevo detto di non far riprendere l’Aula”.

La domanda che si pongono in molti: ma alla Camera non c’è stata sanificazione?

”La struttura amministrativa della Camera ha fatto il possibile per fare il suo dovere ma io per la verità ritengo che sia stato un errore far funzionare l’assemblea come se niente fosse per 15 giorni e l’ho detto ripetutamente. Purtroppo poco ascoltato. Devo dire che i miei due colleghi questori sono stati diligenti ma abbiamo subito la pressione indiretta di alcuni esponenti del Governo e della maggioranza per andare avanti”.

Chi?

”Non mi far fare nomi, voglio essere corretto e non mi va di strumentalizzare quello che mi è successo. So solo che sono andato alla Camera perché avevo la responsabilità della Sicurezza come Questore ma sapevo bene come ufficiale e militare che stavo commettendo un errore. Ho fatto il mio dovere ma poi quando vedi un bambino di 40 giorni con 38.5 di febbre e sofferente e sai che è lo hai infettato tu ti assicuro che è proprio una magra consolazione”.

Hai avuto coraggio… 

“Ho fatto solo il mio dovere. la sicurezza di molti dipendeva anche da me e pensare che qualcuno mi ha anche aggredito verbalmente dicendo che tentavo di sabotare le Istituzioni solo perché cercavo di far aumentare le misure di sicurezza”.

E non dici chi…

“Non insistere, chi ha sbagliato lo sa”.

Ok. Si dovrà votare a distanza?

”Penso che potrebbero votare solo il capogruppo con il voto ponderale e la Camera dovrebbe convocarsi solo per motivi urgenti e indifferibili o per esigenze collegate al virus”.

Ti senti giù. Mica mollerai ora…

“Io sono sempre di quelli del Boia chi molla , ma quando ci sono di mezzo i bambini…”.

DAGONEWS il 13 marzo 2020. - A Montecitorio la situazione è tosta, stanno esplodendo i contagi dei giorni 3-4-5 marzo, dipendenti in isolamento, un operatore Rai positivo quindi quarantena anche tra giornalisti e tecnici. Cari amici, innanzitutto grazie a tutti per le migliaia di auguri di pronta guarigione per me e la mia famiglia. Dopo...Pubblicato da Edmondo Cirielli Giovedì 12 marzo 2020.

Coronavirus, Cirielli positivo: "Mio figlio di 40 giorni con la febbre per colpa mia, è straziante". Da today.it il 13 marzo 2020. Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d’Italia e questore della Camera, è risultato positivo al test del coronavirus. Cirielli non ha partecipato all'unica votazione tenutasi ieri nell'Aula della Camera, quella sullo scostamento di bilancio. Il questore di Montecitorio, secondo il resoconto della seduta di ieri, era in missione. Cirielli ha raccontato tutto su Facebook: "Cari amici, innanzitutto grazie a tutti per le migliaia di auguri di pronta guarigione per me e la mia famiglia. Dopo tre giorni di lunga attesa ho appreso di aver contratto il Coronavirus Covid-19. Ho sperato, anzi ero convinto alla fine di farcela, come sempre. Ma non è stato così. Una brutta doccia fredda, soprattutto per i miei familiari che avrò infettato e qualche collega che sarà a rischio. Devo dire che non mi preoccupo molto per me, innanzitutto perché sto bene, da lunedì non ho la febbre ma solo fastidiosi e persistenti sintomi influenzali. E poi chi di voi mi conosce sa che sono uno molto tosto e razionale, alcuni dicono perfino freddo".

Coronavirus, il deputato Cirielli positivo: "Mio figlio di 40 giorni ha la febbre alta, colpa mia". "La vera sconfitta per me è stata vedere il mio piccoletto di 40 giorni stanotte con la febbre alta, dolorante e sofferente. Uno strazio. Per un genitore è sempre terribile vedere soffrire un proprio figlio, ma quando si sa che è per propria colpa è veramente una cosa che non auguro a nessuno", ha scritto il deputato sul suo profilo Facebook.

Coronavirus, Cirielli positivo: "Mio figlio di 40 giorni con la febbre per colpa mia, è straziante". "Prima di vederlo così - prosegue il deputato di Fratelli d'Italia - avevo pensato, in fondo, che avevo fatto bene ad andare alla Camera nonostante da militare sapevo fosse una sciocchezza recarsi in un luogo così affollato, con migliaia di persone che venivano dal Nord. E che, come Questore, ero responsabile della sicurezza della Camera e quindi dovevo andare. Ed infatti ho partecipato a molte riunioni dedicate. Poi d’altro canto ero stato il più duro nel chiedere misure estremamente drastiche. E pensare che qualcuno del Governo mi ha perfino accusato di sabotare le istituzioni per il mio zelo irresponsabile". "Ma posso garantirvi che vedere mio figlio stare male per colpa dei miei doveri fa vacillare molte certezze. Ciò detto non dobbiamo mollare e dobbiamo seguire le disposizioni delle Autorità, perché ora vanno nella giusta direzione per aiutare il sistema sanitario, i medici e gli infermieri che si prodigano per curarci. Buona fortuna a tutti", conclude Cirielli.  

Coronavirus, deputato del Gruppo misto risultato positivo. Claudio Pedrazzini, del Gruppo misto, è il primo deputato italiano che è risultato positivo al coronavirus. L'onorevole ha fatto sapere di stare bene. Giuseppe Aloisi, Martedì 10/03/2020 su Il Giornale. Il deputato Claudio Pedrazzini, che appartiene che al Gruppo misto e che ha aderito a Cambiamo, la formazione politica guidata dal presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, è risultato positivo al test per il coronavirus. Si tratta del primo caso di positività riguardante un parlamentare italiano.  Claudio Pedrazzini, però, non è il primo esponente politico ad essersi sottoposto al tampone. Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio e segretario del Partito Democratico, è risultato positivo a sua volta. Altri, come il premier Giuseppe Conte, sono risultati invece negativi. La diffusione del contagio interessa così, da questa sera, anche i palazzi del Parlamento. Possibile che nelle prossime ore la politica ed i suoi esponenti siano costretti a prendere qualche contromisura. Ma bisognerà vedere se e quali provvedimenti verranno adottati. L'onorevole interessato dal caso è originario di Lodi. Stando a quanto riportato dall'Adnkronos, l'esponente del centrodestra ha già commentato la notizia, rassicurando tutti: "Sto bene, solo qualche linea di febbre", ha fatto sapere il deputato. Pedrazzini siede alla Camera dei Deputati a partire dalle elezioni politiche che si sono svolte nel maggio del 2018.

Coronavirus, parlamento blindato: la quarantena degli eletti del Nord. Camera ridotta a 350 deputati. Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 su Corriere.it da Claudio Bozza. Coronavirus, il parlamento si blinda. Ogni persona che entra a Montecitorio e Palazzo Madama viene sottoposta a thermoscan per la misurazione della temperatura, per poi essere invitata da personale medico (protetto da mascherina) a detergersi le mani con gel disinfettante. Camera e Senato si riuniranno una sola volta a settimana da qui ad aprile, ma nel giro delle prossime ore potrebbe essere depennata anche questa singola convocazione. «È una situazione senza precedenti — spiega uno dei questori di Montecitorio — e quindi toccherà alla conferenza dei capigruppo concordare come procedere con le votazioni di vitale importanza come quelle di mercoledì, quando giocoforza ci saranno numerosissime assenze, specie quelle degli eletti del Nord». L’11 marzo, infatti , deputati e senatori sono convocati per votare lo sforamento del deficit per contrastare l’emergenza. Un provvedimento rigorosamente bipartisan, che però deve essere formalmente approvato. Camera ridotta a 350 deputati per far fronte all’emergenza Coronavirus. È l’accordo informale previsto fra i gruppi su proposta del presidente Roberto Fico. Per rispettare la distanza di un metro e le prescrizioni delle autorità sanitarie per il contenimento del contagio, garantendo la proporzionalità fra i gruppi e il plenum della maggioranza assoluta dei componenti (necessaria per l’ok allo scostamento di bilancio). Fico ha contattato individualmente i presidenti di tutti i gruppi ottenendo l’ok a questa formula eccezionale che verrà adottata nei prossimi giorni. A Palazzo Madama, dove l’età media è più alta rispetto alla Camera e quindi si innalza il fattore di rischio per chi ha più di 65 anni, il giro di vite è scattato prima di tutti. Ingressi super contingentati, lavori delle commissioni praticamente azzerati e dipendenti dei gruppi parlamentari in telelavoro. A Montecitorio è scattata la chiusura anticipata alle 19. Chiusi tutti i servizi di ristorazione, compresa la buvette. Sospese anche tutte le conferenze stampa e abolite tutte le postazioni di lavoro comuni, per limitare il rischio contagio. Chiuse, ovviamente, anche tutte le tribune di accesso al pubblico, affacciate sull’emiciclo. Inoltre: ogni deputato potrà ricevere al massimo una persona al giorno. 

Aula orfana del Nord: "Ormai è il Parlamento delle Due Sicilie..." Pienone di centromeridionali alla Camera per la votazione a ranghi ridotti sul Bilancio. Carmelo Caruso, Giovedì 12/03/2020 su Il Giornale. Adesso che sono costretti ad assentarsi vorrebbero essere presenti. Davvero non ce n'è uno dei 630 deputati, sempre insultati e offesi, che non voglia in queste ore onorare il suo mandato, fare la propria parte o forse anche di più, «e dunque io sto partendo e sono pronto a votare». Alle 10 di mattina, Luca Carabetta, il parlamentare più affidabile del M5s, viene chiamato dal suo capogruppo («Te la senti di partecipare al voto?») malgrado si trovi in Piemonte. Sta salendo a bordo del primo treno da Torino Porta Susa diretto a Roma Termini e mette in conto di rimanerci per molto tempo: «Temo per i miei nonni. Ritornare sarà forse difficile, ma non partire sarebbe come venire meno al proprio compito». Dopo la notizia della positività di Claudio Pedrazzini, lodigiano appartenente al gruppo Misto, quattordici suoi colleghi sono stati invitati a non presentarsi al primo voto da «Una giornata particolare»: solo 350, tutti a distanza di un metro, accompagnati per mano dai commessi. «Come scolari, in fila e ordinati» dice Alessandro Fusacchia, anche lui del Misto, ma che non ha avuto contatti con Pedrazzini. Si è rimesso alle decisioni del suo capogruppo come gli italiani si rimettono nelle mani del governo che può gestire l'emergenza, ma non sostituire la democrazia anche come immagine perché «è vero che si può andare avanti per decreto, ma serve pur sempre il presidio parlamentare» ragiona sempre Fusacchia sicuro che il virus cambierà alla fine anche le istituzioni che vivono di riti e solennità: «Ma quello è già il mondo di ieri...». A Montecitorio scatta una sorta di «operazione Argo» che significa recuperare dieci onorevoli di buona volontà pronti a prendere il posto di quelli sotto osservazione che «potrebbero presto aumentare. Senza tenere conto del pericolo Senato. I senatori sono spaventatissimi. Hanno fatto tutti il tampone», rivela un leghista che mai avrebbe creduto di finire reietto, pericoloso per geografia. Nessuno poteva immaginare la novità di questo tempo: la repubblica preunitaria, un Transatlantico a trazione meridionale. Per proteggere i deputati del Nord, si è deciso di mobilitare quelli del Centro e del Sud, mai come in questa occasione maggioranza assoluta. «Sembra il parlamento delle Due Sicilie» dichiara Gigi Casciello, salernitano di Forza Italia, un uomo che ne ha superate tante («Ricordo anche il colera») cosciente che Salerno può essere lontanissima da Roma: «Per tutelare i miei affetti sarò costretto a restarci». Carabetta, che intanto è arrivato, rivendica le sue «chiarissime origini calabresi» che lo mettono al riparo dalle occhiatacce saracene mentre Giovanni Donzelli, il delfino di Giorgia Meloni, avvisa che l'unità del Paese non è in pericolo: «Sta per giungere Andrea Del Mastro di Vercelli». Ma fino a quando sarà possibile esporsi fisicamente? C'è chi ormai non si nasconde, come Stefano Ceccanti, e consiglia di ragionare sul voto per delega che non è più materia distopica ma necessaria. E poi c'è chi propone un tampone collettivo anche se il metodo non convince: «Come si fa con gli asintomatici?». Neppure un bicchiere d'acqua può fare andare giù lo spavento che è naturalmente umano, fragilità da unità nazionale. La buvette è chiusa, solo bottigliette di plastica, e a ogni angolo c'è amuchina di Stato. Si vota così. A fatica, il presidente Fico ordina di non fermarsi in aula. E però, chi esita non lo fa tanto per trasgredire, ma per ricordare, scacciare il timore. Qualcuno infatti si commuove riflettendo a quanto è stato speciale, fino a oggi, potersi sedere.

Coronavirus, Sassoli si mette in quarantena per sicurezza: "Dirigo l'Europarlamento da casa". Il presidente ha spiegato che negli ultimi giorni è stato in Italia ed è quindi giusto applicare i protocolli. La seduta plenaria va avanti, ma è stata accorciata. E gli europarlamentari in Aula lasciano il posto accanto vuoto. La Repubblica il 10 marzo 2020. Davide Sassoli, presidente del Parlamento europeo, si è messo in quarantena e segue i lavori plenari dell'Assemblea da casa. "Le nuove misure del governo italiano allargano l'area protetta a tutto il territorio nazionale. Questo ha delle conseguenze importanti sul comportamento degli eurodeputati italiani. Per questa ragione ho deciso, essendo stato in Italia nell'ultimo fine settimana, ed esclusivamente per precauzione, di seguire le misure indicate e di esercitare la mia funzione di presidente dal mio domicilio di Bruxelles nel rispetto dei 14 giorni indicati dal protocollo sanitario" ha annunciato Sassoli. "Sulla base della nuova situazione in Italia, il Parlamento Europeo ha aggiornato le sue misure a tutela della salute e per assicurare la continuità legislativa e di bilancio e di funzionamento degli organi interni - ha spiegato - Questo ci permetterà di votare anche le prossime misure per fronteggiare il coronavirus. Il Covid-19 obbliga tutti alla responsabilità e ad essere prudenti. È un momento delicato per tutti. Il Parlamento continua a lavorare utilizzando altre modalità, nell'esercizio dei suoi doveri. Nessun virus può bloccare la democrazia".

Contagiata la segretaria di Zingaretti: negativa  la giunta regionale. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 da Corriere.it. Dopo l‘annuncio del governatore del Lazio e segretario Pd, Nicola Zingaretti, della positività al Covid-19, i membri della Giunta e lo staff più stretto sono stati sottoposti al tampone. I risultati, come comunica la Regione, hanno dato esito negativo. Ha avuto esito positivo un tampone effettuato sulla segretaria di Zingaretti al Partito democratico. Mentre Zingaretti continua il suo isolamento domiciliare- e con lui i suoi familiari - nella sede della Regione Lazio è stata avviata la sanificazione di tutti gli uffici: un’operazione che dovrebbe concludersi martedì prossimo. «Comunque fino al completamento, gli uffici della giunta di via Cristoforo Colombo e quelli del Consiglio regionale di via della Pisana rimarranno chiusi per tutti i dipendenti. Nei prossimi giorni sarà programmata la sanificazione di tutte le sedi regionali» spiegano dalla Regione che garantisce le sue attività l’attività di ordinari amministrazione tramite smart working e gli uffici decentrati. Sanificazione in programma lunedì anche per la sede del Partito democratico: la sede comunque resta aperta. «Il lavoro della Regione e della giunta - spiega il vicepresidente della Giunta Daniele Leodori - va avanti con ancor più energie e determinazione in costante raccordo con il presidente Zingaretti. A tutti è richiesta una serena ma forte responsabilità a seguire le indicazioni e le prescrizioni igieniche . Usiamo la testa e vinceremo».

Zingaretti positivo al Coronavirus, focus sui contatti: primi politici in autoisolamento. Redazione de Il Riformista il 7 Marzo 2020. Dallo staff ai collaboratori, dalla scorta ai dipendenti della Regione Lazio, fino ai colleghi di partito e a chiunque sia stato a stretto contatto con lui. Questo “lui” è Nicola Zingaretti, il segretario del Partito Democratico che con un video postato su Facebook intorno alle 13 ha annunciato di essere risultato positivo al test per il Coronavirus. Il segretario Dem, governatore del Lazio, ogni giorno incontrata centinaia di persone ed è inevitabile che siano tanti quelli che possono legittimamente temere di aver contratto il Covid-19. Soltanto giovedì si era tenuta al Nazareno una conferenza stampa col segretario Pd sul ruolo dell’Europa nel fronteggiare l’emergenza Coronavirus. In settimana poi Zingaretti era stato ospite di “Porta a Porta” su Ra1 mentre nello stesso giorno, il 4 marzo, era presente al vertice di Palazzo Chigi con Giuseppe Conte e i presidenti di Regione e parti sociali, assieme al sindaco di Bari Antonio Decaro, il presidente della regione Liguria Giovanni Toti, della Sicilia Nello Musumeci e del Piemonte Alberto Cirio.

GOVERNATORE ABRUZZO IN AUTOISOLAMENTO – Il 3 marzo invece la firma di Zingaretti al Ministero delle Infrastrutture col ministro Paola De Micheli del protocollo di intesa per il potenziamento della linea Roma-Pescara. Anche per questo il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, ha annunciato di essersi sottoposto ad isolamento volontario domiciliare in via precauzionale. In una nota si legge che il governatore “non ha ha alcun sintomo e al momento gode di ottima salute” aggiungendo che continuerà “a seguire l’attività della Giunta regionale in contatto telefonico e telematico con assessori, dirigenti e collaboratori”.

SINDACI DI EMPOLI E FIRENZE IN AUTOQUARANTENA – In auto quarantena si sono posti anche il sindaco di Firenze Dario Nardella e quello di Empoli Brenda Barnini. Il primo lo ha fatto avendo di recente incontrato il segretario del Pd, pur non manifestando sintomi, decidendo quindi di restare a casa per 15 giorni. “Rimarrò a casa per 15 giorni per motivi di precauzione – spiega Nardella -. Sono in contatto con la Asl e non ho sintomi, lavoro da casa per seguire la città. Siamo responsabili della nostra salute e di quella degli altri anche quando stiamo bene. Stiamo combattendo una battaglia difficile ma alla fine ci rialzeremo tutti insieme”, spiega Nardella su Instagram.

ASSESSORE LAZIO: “NEGATIVO AI TEST” – “Sono risultato negativo al tampone e in queste ore prosegue regolarmente il lavoro della task-force regionale per il COVID-19. Proprio ora siamo in riunione con tutte le Asl del territorio per fare un punto della situazione”. Lo fa sapere l’assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato, anche lui in contatto con Zingaretti praticamente tutti i giorni. 

(ANSA il 7 marzo 2020) - I medici mi hanno detto che sono positivo al Covid19. Sto bene ma dovrò rimanere a casa per i prossimi giorni. Da qui continuerò a seguire il lavoro che c'è da fare. Coraggio a tutti e a presto. Lo annuncia Nicola Zingaretti su facebook.

Da repubblica.it - 27 Febbraio, 2020. Nicola Zingaretti sfida il panico che si è diffuso a causa del coronavirus e questa sera aderisce all'iniziativa #Milanononsiferma promossa dal Partito Democratico Metropolitano milanese. Alle 19 il segretario dem parteciperà ad un aperitivo con i giovani presso il Pinch Ripa di Porta Ticinese 63 e alle 20.30 sarà a Bollate per una cena in pizzeria. "Bisogna isolare i focolai ma non bisogna distruggere la vita o diffondere il panico. Quindi bisogna dare dei segnali di ripresa e rilancio, la cosa più importante è riaccendere l'economia del Paese con misure straordinarie, ma la prima è ricreare fiducia, speranza e collaborazione, ricostruendo le condizioni per riaccendere il motore dell'economia". Così Nicola Zingaretti, a Milano per un aperitivo con i giovani Dem sui Navigli, dove i locali hanno riaperto di sera dopo la chiusura per l'emergenza coronavirus. "Mi sembrava giusto, un bel gesto, raccogliere l'invito del sindaco Sala e del Pd di Milano. Un segnale molto chiaro di vicinanza e sostegno innanzitutto al Nord e a Milano che sta vivendo una fase molto difficile. Bisogna sconfiggere il virus seguendo la scienza", ha aggiunto Zingaretti. "A me non risulta che in questo momento ci sia una crisi di governo in Italia. C'è un governo e nessuno ha annunciato una crisi. Credo che sia positivo l'atteggiamento della Lega, di voler contribuire con delle idee al rischio di una situazione economica difficile. Mi fa piacere che contribuiscano con delle idee, far cadere il governo non mi sembra una buona idea, anzi". E' quanto dichiarato arrivando sui Navigli. "Non bisogna fare i furbi in questo momento, gli italiani hanno bisogno di una classe dirigente seria che non usa il problema del coronavirus per furbizie o sgambetti. Non fare i furbi vuol dire collaborare davvero, dare sulla parte medica il primato alla scienza e trovare in fretta provvedimenti per riaccendere l'economia. Tutto il mondo guarda all'Italia e la prima cosa a cui guarda è se c'è una classe dirigente seria. "Negli ultimi 10-15 giorni il Pd sale in tutti i sondaggi, stiamo a 6 punti dalla Lega. In Italia sta accadendo che il Pd è l'unica grande forza di questa alleanza che sta crescendo nel consenso dei cittadini e la Lega cala. Ciò sta avvenendo perché la Lega di Salvini non ha soluzioni ai problemi degli italiani ma cavalca le paure, e questo sta stancando"

Marco Zonetti per affaritaliani.it il 7 marzo 2020. Nicola Zingaretti ha annunciato di essere positivo al Coronavirus. La dichiarazione ha gettato nel panico le centinaia di persone cui ha stretto la mano e con le quali è stato in contatto in questi giorni, fra cui la redazione di Porta a Porta, a partire da Bruno Vespa del quale è stato ospite lo scorso 4 marzo. Nello stesso studio, ieri sera, erano presenti praticamente tutti i conduttori dei programmi di Rai1, da Mara Venier a Eleonora Daniele, da Caterina Balivo a Lorella Cuccarini, da Valentina Bisti a Lorena Bianchetti, da Alberto Matano a Flavio Insinna, da Amadeus a Ingrid Muccitelli, da Tiberio Timperi a Beppe Convertini e così via. Unici scampati al possibile rischio, Carlo Conti e Antonella Clerici in collegamento e Roberto Poletti, assente giustificato per impegni pregressi. Nicola Zingaretti era già positivo al Coronavirus quando è andato ospite a Porta a Porta? Bruno Vespa è stato a stretto contatto con Zingaretti? E i conduttori di cui sopra con Vespa? Dopo l'annuncio del segretario del Partito Democratico, ora a Via Teulada - e fra i volti più noti di Rai1 - regna il terrore.

Bruno Vespa, il Coronavirus e Porta a Porta fermata per precauzioni sanitarie: «Un fatto grave, non c’è nessun rischio». Pubblicato martedì, 10 marzo 2020 su Corriere.it da Antonella Baccaro. «Apprendo che la direzione generale della Rai avrebbe deciso di non mandare in onda `Porta a porta´ nelle giornate di martedi, mercoledì, giovedì. Da soldato, sono abituato da sempre a rispettare le decisioni aziendali. Ma questa mi sembra gravissima e pretestuosa». È quanto si legge in una nota di Bruno Vespa che aggiunge: «Nicola Zingaretti è venuto a `Porta a porta´ nel pomeriggio di mercoledì scorso e ha manifestato i primi sintomi di positività al virus sabato. Il direttore generale dello Spallanzani, professor Ippolito, mi ha confermato che il rischio si limita alle persone che nelle 48 ore precedenti (e non 72, come nel nostro caso) abbiamo avvicinato la persona infetta per più di mezz’ora a meno di un metro di distanza. Questo con Zingaretti non è avvenuto. Non esiste pertanto alcuna ragione sanitaria si cui si fondi il provvedimento. Poiché si è creato un allarme diffuso a via Teulada e tra i personaggi dello spettacolo ospiti della prima serata di venerdì, ho chiesto domenica di poter fare un tampone per tranquillizzare tutto il nostro mondo. Com’era prevedibile, il tampone ha dato esito negativo».

Mail di Bruno Vespa a Dagospia il 10 marzo 2020. Apprendo che la direzione generale della Rai avrebbe deciso di non mandare in onda ‘Porta a porta’ nelle giornate di oggi, mercoledì, giovedì. Da soldato, sono abituato da sempre a rispettare le decisioni aziendali. Ma questa mi sembra gravissima e pretestuosa.

1.    Nicola Zingaretti è venuto a Porta a porta nel pomeriggio di mercoledì scorso e ha manifestato i primi sintomi di positività al virus sabato. Il direttore generale dello Spallanzani, professor Ippolito, mi ha confermato che il rischio si limita alle persone che nelle 48 ore precedenti (e non 72, come nel nostro caso) abbiamo avvicinato la persona infetta per più di mezz’ora a meno di un metro di distanza. Questo con Zingaretti non è avvenuto. Non esiste pertanto alcuna ragione sanitaria si cui si fondi il provvedimento.

2.    Poiché si è creato un allarme diffuso a via Teulada e tra i personaggi dello spettacolo ospiti della prima serata di venerdì, ho chiesto domenica di poter fare un tampone per tranquillizzare tutto il nostro mondo. Com’era prevedibile, il tampone ha dato esito negativo.

3.    Ieri sera il presidente della Società italiana di Pneumologia e ordinario nell’Università Cattolica, professor Richeldi mi ha rilasciato un certificato di buona salute e asintomaticità, ritenendo che io possa andare in onda dal nostro studio. Pronto a ripetere i controlli quando necessario.  L’altra sera il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, professor Brusaferro, mi ha confermato che l’arco temporale del contagio è tra i 4 e i 7 giorni. Nella settima successiva si manifestano casi poco frequenti.

4.    Facendomi carico delle ansie del mondo produttivo del Centro tv di via Teulada, ho chiesto di poter condurre la trasmissione in collegamento da casa mia. Nemmeno questo mi è stato accordato.

5.    E’ sconcertante che mentre il Paese chiede sempre più informazione si chiuda una trasmissione importante senza un motivo ragionevole.

6.    Debbo purtroppo concludere che la direzione aziendale ha tenuto conto del parere del segretario Usigrai che da sempre considera Porta a porta un abuso. Ma questo dà alla decisione un sapore politico che mi preoccupa. Mi auguro perciò  che domani e dopodomani ‘Porta a porta’ possa andare regolarmente in onda nelle modalità che saranno concordate.

7.    Mi scuso con gli invitati di questa sera: l’onorevole Giorgia Meloni, il presidente dell’ISS Brusaferro, il professor Galli del Sacco di Milano.

Quando Zingaretti diceva: "Coronavirus? L'allarmismo è infondato". Il leader del Pd e governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, in collegamento con l'Aria che tira il 3 febbraio scorso minimizzava sul coronavirus: "L'influenza stagionale, quella sì che causa decessi..." Cristina Verdi, Lunedì 09/03/2020, su Il Giornale. "In questo momento nella nostra regione ci sono circa 85mila pazienti con l’influenza stagionale, quella sì che causa decessi, e due con il coronavirus, questo dà la dimensione di quanto l’allarmismo sia infondato". Così parlava Nicola Zingaretti lo scorso 3 febbraio, ospite de L’Aria che Tira, il programma condotto da Myrta Merlino, in onda su La 7. Esattamente un mese dopo proprio lui ha dovuto annunciare con un video postato sui social network di essere positivo al coronavirus, mentre nella Regione Lazio sono stati chiusi scuole, locali notturni, centri benessere, palestre, e in generale tutti i luoghi di aggregazione. Parola d’ordine rallentare il contagio per evitare il collasso degli ospedali già messi a dura prova da anni di tagli al personale e ai posti letto. Insomma, appena un mese fa il governatore del Lazio parlava di "eccesso di allarmismo, o di isterismo in alcuni casi", mentre oggi il Paese si prepara a scenari apocalittici. "La situazione è complessa", aveva detto ai microfoni di La 7. Ma la psicosi, aveva ribadito, è "abbastanza ingiustificata". Ad un mese di distanza queste parole suonano emblematiche di fronte alle immagini delle città vuote e di una nazione sull’orlo del collasso. È lo stesso governatore del Lazio ad essere stato colpito da quel virus, il cui potenziale forse, alla luce delle frasi pronunciate un mese fa, è stato sottovalutato anche dagli esperti. Nella stessa trasmissione il virologo Roberto Burioni assicurava che in Italia il rischio contagio era pari a "zero". "Il virus non c’è e il contagio al momento non è possibile, dobbiamo stare tutti un po’ tranquilli", rassicurava la conduttrice citando l’esperto in collegamento con lo studio. "Le do un dato che conferma quanto ha detto Burioni - rispondeva Zingaretti - nella nostra regione ci sono circa 85mila pazienti con l’influenza stagionale, quella sì che causa decessi, e due con il coronavirus". E invece l’Italia si è trasformata nel secondo Paese al mondo per numero di casi, con 7.375 infettati, e il secondo al mondo per numero di vittime, con 366 morti. Ed ora è lo stesso virologo che un mese fa minimizzava sul rischio che il Covid-19 si diffondesse a macchia d’olio nel nostro Paese a rivolgere accorati appelli alla popolazione perché si rimandino "cene fuori, aperitivi, concerti" e ci si tenga tutti a distanza di sicurezza. "Restate a casa" è l'imperativo categorico, visto che, ha detto Burioni ospite ieri a Che tempo che fa, "paragonare questo virus a un'influenza è come paragonare un petardo a una bomba a mano". Fortuna che soltanto un mese fa in Italia non ci sarebbe stato neppure il minimo rischio che il virus si diffondesse. Insomma, sono bastate poche settimane a far cambiare completamente la percezione del problema. Chissà che le stesse istituzioni, oltre che gli esperti, non lo abbiano sottovalutato.

Coronavirus, positivo il sindaco di Cremona Galimberti. Riccardo Castrichini il 22/03/2020 su Notizie.it. Il sindaco di Cremona Galimberti è risultato positivo al coronavirus: febbre, tosse e quarantena a casa. Il sindaco di Cremona, Gianluca Galimberti, è risultato positivo al coronavirus ed è ora in quarantena. Ad annunciarlo è stato lo stesso primo cittadino del comune lombardo che su Facebook ha scritto: “Ho febbre e un pò di tosse e raffreddore, ma non ho problemi respiratori e spero di non averne anche nei prossimi giorni. Devo tenermi monitorato e rallentare i ritmi perché non sono in forma, ma continuo a lavorare dalla nostra casa, in quarantena, per la città, in contatto con la squadra della Giunta e del Comune che ringrazio infinitamente, con le altre Istituzioni, con Governo, Regione e gli altri sindaci. La notizia mi è arrivata ieri, ma ho atteso a comunicarlo perché prima ho voluto condividerlo con la mia famiglia. In questo momento sono un pò preoccupato per loro, per Anna e i ragazzi e i miei genitori. E poi occorreva organizzare la divisione degli spazi in casa. Io separato dagli altri e tutti in quarantena. Molti altri l’hanno già sperimentato”. Poi Galimberti ha voluto ricordare ai suoi cittadini di tenere duro, continuando a rispettare le misure di sicurezza e l’obbligo di restare a casa: “Vi chiedo di rispettare le misure che ci sono, comprese le ultime introdotte che sono, come noi sindaci avevamo chiesto, ancora più restrittive (stiamo approfondendo ordinanza regionale e decreto governativo e daremo informazioni). Dobbiamo avere speranza, forza e coraggio. Pensare a noi pensando agli altri. Tutelare gli altri tutelando noi stessi. Uniti, insieme, riusciremo a farcela!”.

Il sindaco, la senatrice, l’assessore: quando la politica va in quarantena. Pubblicato venerdì, 06 marzo 2020 su Corriere.it da Francesco Rosano e Franco Stefanoni. «Ogni giorno ho almeno cinque telefonate con Salvini e Giorgetti per aggiornarli della situazione, che è grave perché noi qui ci sentiamo completamente abbandonati». Guido Guidesi, 41 anni, deputato leghista ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dal 21 febbraio è «bloccato» a Codogno, dov’è nato, a causa dell’emergenza coronavirus. Impossibilitato a tornare in Parlamento, dalla mattina alla sera si dà da fare per sostenere la causa della gente che vive nel Lodigiano e soprattutto delle piccole e medie imprese colpite duramente dagli effetti dell’emergenza coronavirus. «All’inizio ho operato da casa poi ho cominciato a girare il territorio. Vivo giornate piene. Cerco di essere in stretto contatto con sindaci, Regione, prefettura, Ats, associazioni di categoria. Sono in contatto anche il governo a Roma». Guidesi ricorda lo spirito solidale di chi vive nel Lodigiano, sottolinea il supporto da parte della Regione, chiede che il governo lo ascolti . «Cerchiamo di risolvere cose che una volta erano normali e che in questa situazione divengono problemi insormontabili». Alla Camera Guidesi potrà tornare solo a emergenza terminata. «Dovrò naturalmente fare un nuovo tampone», spiega, «ma nel frattempo vorrei avere risposte che vengano incontro al sacrificio che sta affrontando questo territorio». (F. S.)

La sindaca di Piacenza  in quarantena: «Le mie figlie mandano video dall’altra stanza. I vicini aiutano». Pubblicato sabato, 07 marzo 2020 su Corriere.it da Andrea Pasqualetto. Un improvviso mal di testa, la febbre, il sospetto e, giovedì scorso, la sgradita conferma: contagiata anche lei, Patrizia Barbieri, sindaca di Piacenza e presidente della Provincia emiliana. Come sta, sindaca?

«Ho una forte emicrania e febbre discontinua ma sono operativa. Mi sono ricavata una stanza tutta mia in casa e qui lavoro, mangio e dormo. Così per 14 giorni».

E la famiglia?

«Le mie figlie e mio marito sono dall’altra parte dell’abitazione, in isolamento domiciliare. Lo devono fare perché hanno convissuto con me fino a mercoledì, quando ho saputo della positività. Non avendo i sintomi della malattia non sono stati sottoposti a tampone. Si limitano a passarmi i pasti caldi, come si fa con le monache di clausura».

Quando ha iniziato a star male?

«Martedì scorso. Mi ha preso un’emicrania che ancora resiste agli antidolorifici. Ho pensato subito al virus e ho avvisato la direzione sanitaria. Mercoledì sono rimasta a casa per precauzione, in attesa della risposta al test».

Preoccupata?

«Mi dispiace molto perché questo comporta una situazione che non mi consente di gestire al meglio il mio lavoro sul territorio dove in questi brutti giorni servirebbe anche la presenza fisica. Sto facendo quel che posso in videoconferenza. Qui l’economia è in ginocchio. Sono a rischio tutti i settori, dai professionisti, agli artigiani, ai commercianti, alle aziende, al mondo cooperativo, per non parlare dei gruppi industriali».

Cioè?

«Abbiamo delle eccellenze mondiali soprattutto nel settore meccanico che stanno subendo disdette di ordini dall’estero per il solo fatto che hanno sede qui. Inaccettabile. Si rischia il disastro economico, invito il governo a intervenire subito».

Chi sarà il suo untore?

«Da quando è scoppiata l’emergenza ho lavorato da mattina a sera senza soluzione di continuità. Ho incontrato migliaia di persone e molte di queste hanno a che fare col virus. Impossibile capire l’ambiente del contagio. La zona rossa di Codogno è al di là del ponte, a due chilometri».

Si aspettava uno sviluppo del genere dell’emergenza?

«No, non in questi termini di diffusione, non in un clima così surreale. È una situazione sconosciuta che richiede contromisure uniche, da calibrare di giorno in giorno e in modo uniforme su tutto il territorio nazionale».

Ha fatto la spesa?

«Abbiamo una buona riserva. I vicini si sono comunque offerti di portacela lasciandola sull’uscio di casa. Un grazie a tutti».

Le manca qualcosa?

«Il contatto fisico, è una situazione che non ho mai vissuto. Mi mancano le mie figlie e mio marito, nonostante siano qui dietro. Loro, per sdrammatizzare, mandano dei video».

Come vede il futuro?

«La nostra è una comunità seria che ha dato prove di tenacia e coraggio e che non si farà prendere dallo sconforto. Ne usciremo. Io sono positiva... in tutti i sensi».

Nicola Porro positivo al Coronavirus: sospesa la puntata di «Quarta Repubblica». Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 da Corriere.it. Nicola Porro, conduttore del programma di Retequattro «Quarta Repubblica» è risultato oggi positivo al test coronavirus. Lo annuncia Mediaset, che ha sospeso il programma per cautela sanitaria e ha invitato tutti i professionisti della redazione di «Quarta Repubblica» a restare in isolamento domiciliare. Pertanto, a cominciare dalla puntata prevista questa sera, il programma non andrà in onda in attesa degli sviluppi della situazione. Porro sarà video-collegato in diretta da casa con l'edizione speciale di «Stasera Italia» di Barbara Palombelli che andrà in onda stasera in prima serata su Retequattro.

Coronavirus, Alessandro Sallusti: "Ho sentito Nicola Porro, rompe. Quindi nulla di grave". Libero Quotidiano il 10 marzo 2020. Alessandro Sallusti, con un post pubblicato sul suo profilo Twitter parla del contagio da Coronavirus di Nicola Porro, conduttore di Quarta Repubblica, su Rete 4. "Stasera da Porro senza Porro (Speciale #StaseraItalia su Rete4). È un caso positivo (purtroppo il positivo è lui). Tranquilli", rassicura però il direttore de Il Giornale, "Porro di Virus se ne intende (ne aveva uno tutto suo)". Post scriptum di Sallusti: "L’ho sentito, rompe... quindi nulla di grave, è il solito Nicola". Ieri 9 marzo Porro ha infatti annunciato di essere positivo al Covid-19 e per questa ragione anche il programma è stato sospeso e la redazione messa in isolamento domiciliare.

Coronavirus, Le Iene sospese per cautela sanitaria. Le Iene News l'8 marzo 2020. Nella redazione de Le Iene si è verificato un caso di positività al Coronavirus. Mediaset ha preferito sospendere il programma per cautela sanitaria. Nella redazione del programma di Italia1 Le Iene si è verificato un caso di positività al Coronavirus. Nonostante il caso non riguardi la squadra di professionisti presente negli studi televisivi, Mediaset ha preferito sospendere il programma per cautela sanitaria e ha invitato tutti i professionisti coinvolti a restare in isolamento domiciliare. Pertanto le prossime puntate del programma non andranno in onda in attesa degli sviluppi della situazione.

Anche il sindaco di Lucca positivo al coronavirus. Paolo Lazzari su L’Arno 10 marzo 2020. Anche il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, risulta positivo al coronavirus Covid 19. Il primo cittadino si è sottoposto al tampone nella giornata di ieri, dopo aver accusato degli improvvisi sintomi influenzali. Tosse e febbre alta hanno subito fatto scattare l’allarme e dalle analisi prontamente effettuate il dubbio del contagio è stato confermato. Adesso Tambellini si trova nella sua abitazione di Sant’Alessio e, come riferiscono le persone a lui vicine, è in buone condizioni di salute. Il sindaco sta seguendo i protocolli previsti dall’Asl e dovrà rimanere nel proprio domicilio per due settimane, in condizione di quarantena. Controlli a tappeto e quarantena, adesso, scatteranno per i moltissimi interlocutori che in questi giorni si sono confrontati con Tambellini, in prima linea per fronteggiare l’emergenza. L’intera Giunta, insieme allo staff del primo cittadino di Lucca e al personale che ha avuto contatti più stretti con lui negli ultimi giorni, è in isolamento.

Salvini e l’agente di scorta contagiato: dal M5S solidarietà e anche attacchi. Pubblicato sabato, 07 marzo 2020 su Corriere.it da Cesare Zapperi. Uno dei componenti della scorta di Matteo Salvini è risultato positivo al coronavirus. Il segretario del Carroccio sta bene e non è stato sottoposto a tampone perché non è entrato in contatto con l’agente. «Sto bene, non sono mai stato a contatto col ragazzo della Polizia che potrebbe essere positivo, e ovviamente farò tutto quello che le Autorità sanitarie mi chiederanno di fare, come ogni altro cittadino» ha scritto su Facebook l’ex ministro dell’Interno, ma il caso ha subito scatenato forti reazioni. A partire da quella del sottosegretario al Viminale, il M5S Carlo Sibilia che ha commentato: «Invitiamo tutti coloro, compreso Salvini, che hanno avuto documentati contatti con persone positivi al test per il Covid-19 a seguire pedissequamente le disposizioni messe a punto dal governo e a non fare di testa propria, perché significherebbe mettere in pericolo i cittadini italiani. Il virus non guarda il tuo nome, non guarda la tua posizione sociale o il tuo status da parlamentare. Tutti devono seguire le disposizioni del governo. La salute dei cittadini viene prima del consenso elettorale». Parole che hanno scatenato polemiche, anche se dal fronte pentastellato è arrivata subito la solidarietà a Salvini di Luigi Di Maio: «In questa fase d’emergenza, come ho detto più volte, non esistono colori politici, ma bisogna essere uniti e compatti, governo e forze d’opposizione. Uno dei poliziotti della scorta di Matteo Salvini, un uomo delle nostre forze dell’ordine, un servitore dello Stato, è risultato positivo al test per il covid-19. Il mio augurio è che stia bene e che si riprenda presto, lo stesso che ognuno di noi dovrebbe rivolgere ad ogni italiano che in questo momento si trova in difficoltà. Rinnovo l’invito a tenere i toni bassi e alla responsabilità nazionale». Sulla stessa linea Paola Taverna, vicepresidente del Senato (M5S): «Alla notizia della positività di un uomo della scorta di Matteo Salvini, l’unico commento accettabile è la massima solidarietà all’agente e alla sua famiglia. Unità nazionale sia il nostro faro!». Meno solidale il commento del viceministro allo Sviluppo economico, anche lui M5S, Stefano Buffagni: «La salute dei cittadini è priorità del governo. Non si gioca sulla pelle degli italiani, sono certo finalmente ora anche Salvini lo avrà capito, perché il virus, è un nemico che non fa distinzione di razza o appartenenza politica. L’Italia lotta unita». Dura, invece, la reazione di Giorgio Meloni, leader di Fratelli d’Italia: «Invece di esprimere solidarietà all’agente, diversi esponenti del M5S ne hanno approfittato per attaccare Salvini. Usare il contagio di un agente di Polizia per attaccare un avversario politico è disgustoso. Penso sia ancora più disgustoso se a farlo sono viceministri, sottosegretari e parlamentari. Risparmiateci la vostra mediocrità, il bisogno di apparire, l’odio contagioso di cui siete portatori. Almeno in questi giorni. L’Italia non merita questo schifo».

Sergio Rame per ilgiornale.it il 7 marzo 2020. Un poliziotto della scorta, che protegge costantemente Matteo Salvini, è risultato positivo al test sul coronavirus. Secondo quanto appreso dall'agenzia Adnkronos, si tratterebbe di un agente del dispositivo di sicurezza che, nell'ultimo periodo, non è stato a stretto contatto con il leader del Carroccio né in automobile né, più in generale, accanto a lui. Per gli altri colleghi della scorta è immediatamente scattata la quarantena di quattordici giorni. Salvini, per cui non è stato disposta alcuna quarantena precauzionale, è stato subito informato del caso di positività al test. E, come riferisce l'Adnkronos, si è detto tranquillo e pronto a sottoporsi al tampone se necessario e se gli verrà richiesto. Per il momento, come riferito dal suo stesso staff ai microfoni dell'agenzia Agi, "non è stato sottoposto perché non è entrato in contatto con l'agente" contagiato. "Ovviamente - ha spiegato lui stesso su Facebook - farò tutto quello che le autorità sanitarie mi chiederanno di fare, come ogni altro cittadino". La notizia ha subito scatenato lo sciacallaggio del Movimento 5 Stelle che si è subito fiondato all'attacco del leader del Carroccio. Il primo ad aprire le danze è stato il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia, che, invitando "tutti coloro, compreso Salvini, che hanno avuto documentati contatti con persone positive al test a seguire pedissequamente le disposizioni messe a punto dal governo e a non fare di testa propria", ha colto l'occasione per fare la predica e spiegare che "il virus non guarda il tuo nome, non guarda la tua posizione sociale o il tuo status da parlamentare". "Tutti devono seguire le disposizioni del governo. - ha concluso il grillino - la salute dei cittadini viene prima del consenso elettorale". Sulla stessa linea anche il viceministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni. Che, sempre ai microfoni dell'Adnkronos, ha detto: "Non si gioca sulla pelle degli italiani, sono certo finalmente ora anche Salvini lo avrà capito, perché il virus, è un nemico che non fa distinzione di razza o appartenenza politica". Ancora più duro è stato, invece, il deputato Giorgio Trizzino che è arrivato addirittura a tirare in ballo il dibattito sull'immigrazione: "Il virus non chiede permesso di soggiorno. Davanti a lui - ha poi continuato - siamo tutti uguali ed è questo che ci mette paura ma in fondo rende giustizia all'umanità". Gli attacchi dei Cinque Stelle non hanno scalfito Salvini che in queste ore è in costante contatto telefonico con sindaci e medici che sono in prima linea a combattere contro il coronavirus in tutta Italia. "Chi riesce a fare polemica anche su una possibile malattia, in alcuni casi arrivando ad augurarmi la morte, non merita risposta, al massimo un sorriso", si è limitato a commentare su Facebook.

 (ANSA l'8 marzo 2020) - Il prefetto di Lodi, Marcello Cardona, è risultato positivo al test del Covid-19. Lo ha comunicato lo stesso prefetto all'ANSA, aggiungendo che si trova in isolamento nel suo alloggio in prefettura: "Sto bene e continuo a lavorare per coordinare l'intensa attività sul territorio". Sono risultati contagiati anche il vicario del prefetto e il capo di gabinetto.

 (ANSA l'8 marzo 2020) - Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, è risultato positivo al coronavirus. Le sue condizioni di salute sono buone e continuerà a lavorare "inevitabilmente a distanza". Lo rende noto la Regione Piemonte.

Se sfiora la destra la malattia fa bene. Francesco Maria Del Vigo, Domenica 08/03/2020, su Il Giornale. Sono tutti Zingaretti, in questo fine settimana di «normale» contagio. Lo sono i parlamentari del Pd, lo sono i leader del centrodestra e lo sono persino i rappresentati del Movimento 5 Stelle. E sarebbe tutto normale, se fossimo in un Paese normale. Un leader politico, per di più presidente di una Regione, contrae il Covid-19 e tutti, ma proprio tutti, si augurano che guarisca il prima possibile. Lavano via con l'amuchina le durezze dello scontro politico e mettono da parte le polemiche. Solo che il coro di solidarietà, bellissimo e giustissimo, stride con le dichiarazioni raglianti dedicate poche ore prima a Matteo Salvini. Venerdì sera: si diffonde la notizia che un agente della scorta del leader leghista è positivo al virus. Non passano neanche cinque minuti - evidentemente avevano la cartuccia nel caricatore pronta da settimane - e partono le polemiche. Non le rassicurazioni, la solidarietà, gli auguri all'ex ministro di non aver contratto alcuna malattia. No, non si sa ancora se Salvini abbia il virus, ma per sicurezza iniziano gli attacchi, con l'accusa, nemmeno troppo sottesa, che in fondo se la sia cercata. Lui che ha quel viziaccio di andare sempre in giro, che stringe le mani, chiude i porti e i confini e poi si becca un virus perché tanto le frontiere non servono a un tubo. Per amor di Patria tralasciamo i post bercianti postati sul web dagli odiatori seriali. Ci occupiamo solo di qualche dichiarazione ufficiale. Inizia il sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia (M5s) con una lezione di educazione civica ad personam: «Non faccia di testa propria e segua le regole del governo. La salute dei cittadini viene prima del consenso elettorale». Si sta già profilando l'immagine di Salvini grande untore e quindi di una imminente quarantena. Che poi, immaginatevelo Salvini in quarantena, come minimo fa 24 ore di diretta Facebook continuative che nemmeno il Telethon. Pochi istanti dopo tuona il, solitamente ragionevole, viceministro Stefano Buffagni: «Non si gioca sulla pelle degli italiani, sono certo finalmente ora anche Salvini lo avrà capito, perché il virus, è un nemico che non fa distinzione di razza o appartenenza politica». Eccolo qui: il virus è pedagogico e l'alunno Matteo Salvini aveva bisogno di un bel ripasso. Tal Giorgio Trizzino, parlamentare pentastellato, addirittura la butta in filosofia e praticamente ammette di tifare per il virus, ché in fondo ci farà bene ed è quasi un giustiziere della nostra società (effettivamente ci sta facendo decrescere, in tutti i sensi, quindi non stupisce che trovi sponda tra i sostenitori della decrescita): «Il virus divide ed unisce e questo farà maturare ciascuno di noi solo quando comprenderemo che siamo sulla stessa barca. E credo che anche Salvini se ne stia rendendo conto. Non chiede permesso di soggiorno il virus. Davanti a lui siamo tutti uguali ed è questo che ci mette paura ma in fondo rende giustizia all'umanità». Ecco: umanità, la parola giusta. Quella che spesso, specialmente tra grillini e sinistra, viene a mancare quando si parla di Salvini e dei suoi alleati. Perché in fondo, se sei di centrodestra, un po' il virus te lo sei cercato. E il paradosso è che molti di questi sono quelli che per mesi ci hanno rotto le scatole col mantra «restiamo umani, restiamo umani». Dovrebbero iniziare loro.

Simone Canettieri e Valentina Errante per “il Messaggero” il 24 marzo 2020. Contagiati, ricoverati, in quarantena. Sono ore difficili anche per i vertici delle forze armate italiane. L'esercito è sceso in campo ancor prima che l'emergenza raggiungesse la criticità delle ultime settimane e adesso i militari anche per strada, a fianco delle forze di polizia, schierati nelle strade delle città per assicurare il rispetto dei decreti ed evitare la trasmissione del coronavirus. E forse proprio per questo gli ufficiali più alti in grado sono stati contagiati. A cominciare dal capo di Stato maggiore, Salvatore Farina, che lo scorso 8 marzo aveva pubblicamente dichiarato di essere risultato positivo al test per il Covid-19 e di essere in isolamento nel suo alloggio. Qualche giorno fa ha avuto dei lievi disturbi. Ma non è il solo. Ad avere contratto il coronavirus sono anche il generale di corpo d'Armata Agostino Biancafarina, al vertice del Comando della Capitale, il comandante delle truppe Alpine, Claudio Berto, che è attualmente ricoverato. E tra i contagiati ci sono Luigi Francesco De Leverano, sottocapo di Stato Maggiore della Difesa, il vice di Enzo Vecciarelli. Giuseppe Nicola Tota, comandante delle forze operative terrestri a Verona, Roberto Perretti al vertice del Comando Forze Operative Nord, Giovanni Fungo, sottocapo di Stato maggiore. Francesco Paolo Figliuolo, comandante logistico dell'Esercito, è stato in quarantena, mentre Salvatore Camporeale, al vertice della Formazione, specializzazione e dottrina dell'Esercito, ossia di tutte le scuole, è stato contagiato. Secondo la ricostruzione effettuata da Il Messaggero la trasmissione del virus sarebbe avvenuta lo scorso 6 marzo a Roma. In quella data, infatti, nel palazzo dell'Esercito di via XX Settembre si sono ritrovati per un'importante riunione tutti i vertici. Era stata convocata la commissione di avanzamento per la promozione dei generali. L'ipotesi è che il comandante delle Truppe alpine, Berto, fosse a sua insaputa positivo. Soltanto il giorno successivo, rientrato a Bolzano, è stato ricoverato. La caserma evacuata e sanificata e i militari mandati a casa. A quel punto tutti gli alti ufficiali presenti all'incontro sono stati sottoposti al test e la maggior parte è risultata positiva. Sin dai primi giorni dell'emergenza, l'esercito ha avuto un ruolo di primo piano e di supporto alla Protezione civile. Già all'inizio di febbraio, il Comando logistico ha gestito, alla Cecchignola, la quarantena degli italiani rientrati dalla Cina. Anche il policlinico militare del Celio è stato allestito per ospitare alcune famiglie. E i militari continuano ad essere esposti in prima linea, con 60 uomini tra medici e infermieri inviati negli ospedali di Lodi, Alzano Lombardo e presso il Centro ospedaliero militare di Milano, per ridurre il carico di lavoro degli ospedali civili della Regione Lombardia. Da giovedì, inoltre, gli oltre settemila uomini della missione Strade sicure sono a disposizione dei prefetti per il controllo del territorio e il rispetto delle misure di prevenzione emanate dal Governo. Infine circa 60 militari, provenienti dal reggimento Genio ferrovieri, sono al lavoro per garantire il traffico merci sulla rete ferroviaria. Una situazione ancora più complicata da gestire per via dell'infezione che ha colpito gran parte dei generali operativi del Paese.

Coronavirus. Positivo il generale Salvatore Farina, capo di Stato maggiore dell’Esercito. Redazione agenpress-it l'8 marzo 2020. Agenpress —  Il generale Salvatore Farina, capo di Stato maggiore dell’Esercito è positivo al Coronavirus. Lo ha reso noto egli stesso sottolineando che sta bene e che si trova in isolamento nel suo alloggio. “Oggi mi sono sottoposto al test di Coronavirus, risultando positivo”, ha detto Il generale Farina. “Sto bene, sono in isolamento nel mio alloggio, nel rispetto delle direttive emanate dalle autorità governative e dei protocolli sanitari previsti; in base ai quali stiamo procedendo a verificare i contatti avuti negli ultimi giorni. Continuerò a svolgere le mie funzioni e verrò sostituito, per le attività alle quali non posso prendere parte, dal generale Bonato. Porgo un caloroso saluto e un sentito ringraziamento alle donne e agli uomini dell’Esercito che operano per fronteggiare questa emergenza nei settori operativi, logistico e della sanità”. 

Fausto Biloslavo per il Giornale il 9 marzo 2020. Il virus cinese attacca pure i vertici delle forze armate. Il capo di stato maggiore dell' Esercito, generale Salvatore Farina, risulta positivo al Covid-19, ma la macchina militare è in moto per affrontare l' emergenza nazionale. Duemila soldati pronti a intervenire su base regionale, medici e infermieri già inviati nei focolai, evacuazioni con bio contenimento via elicottero, 6600 posti letto a disposizione e un ospedale da campo, Role 2 plus, che può venire montato ovunque con capacità di terapia intensiva. L' esercito ha addirittura predisposto una sala operativa alternata in due luoghi diversi nella capitale. Nel caso una venisse infettata finendo in quarantena sarebbe sostituita dall' altra. Gli uomini con le stellette, però, sono sbalorditi dall' ultima mossa azzardata del governo che ha creato panico e confusione sulle nuove zone di sicurezza. «L' errore madornale è che bisognava panificare tutto prima della firma del decreto» spiega una fonte militare del Giornale. Zona rossa o arancione che sia, se comporta che nessuno entra o esca senza validi e specifici motivi, deve essere cinturata, altrimenti la gente colta dal panico fugge al sud o all' estero, come è successo a Milano. «Al contrario il decreto prevede che siano i prefetti a farlo rispettare. Prima chiederanno al ministero dell' Interno la disponibilità delle forze dell' ordine. E quando non saranno sufficienti si rivolgeranno alla Difesa» spiega la fonte con le stellette. Nel frattempo le zone di sicurezza da isolare esistono solo sulla carta oppure i controlli rimarranno blandi e inutili. Se non dannosi perché spingono chi è colto dal panico a fuggire con il rischio di infettare altre aree del Paese. «Alle 7 di domenica noi eravamo pronti ad agire, ma i prefetti delle zone di sicurezza previste dal decreto si dovevano ancora riunire con meeting fissati anche a mezzogiorno» spiega la fonte del Giornale in prima linea nella battaglia al virus. Ieri il generale Farina ha fatto sapere che si è «sottoposto al test di Coronavirus, risultando positivo. Sto bene, sono in isolamento nel mio alloggio». Il capo di stato maggiore sarà sostituito nella gestione operativa dal generale degli alpini Federico Bonato, che ha servito pure in Afghanistan. L' esercito ha già 1200 uomini di «Strade sicure» in Lombardia e nelle province in emergenza. Una dozzina di medici e infermieri militari sono stati inviati in prima linea negli ospedali dei focolai a Lodi e Bergamo. Altri 2mila uomini sono in stato di allerta pronti a intervenire, su base regionale. Dalla Val D' Aosta alla Sicilia sono state messe a disposizione per le quarantene 2200 stanze con 6600 posti letto in strutture militari. La cittadella militare Cecchignola a Roma, che ha già ospitato gli italiani evacuati dalla Cina, prenderà in carico alcuni positivi ricoverati allo Spallanzani per alleggerire l' ospedale. A Torino sono già una ventina compresa un' anziana di 82 anni. Anche altre strutture militari a Bolzano e Milano hanno ricoverato pure medici e infermieri infettati. La Difesa ha attivato un piano aereo nazionale per evacuazioni in sicurezza dei pazienti. Ieri un elicottero HH-101A dell' aeronautica ha trasferito una paziente infetta di 62 anni, da Cremona all' Ospedale Morelli di Sondalo, con barella di bio contenimento per evitare contagi. Sessanta uomini del Genio ferrovieri sono pronti, in caso di necessità, a sostituite macchinisti e capi treno nella battaglia contro il nemico invisibile.

Coronavirus: tra quarantene e casi positivi, ecco chi è rimasto coinvolto. Pubblicato domenica, 08 marzo 2020 su Corriere.it da Cesare Zapperi. Come tutti i virus, anche quello che si sta diffondendo in queste settimane non conosce, com’è ovvio, limiti di nessun genere e colpisce senza curarsi di cariche e ruoli. Anzi, per alcuni, proprio il fatto di rivestire un ruolo pubblico costituisce una ragione di pericolo di contagio in più. È esattamente quello che è successo al segretario del Pd Nicola Zingaretti che sabato, con un video social, ha reso noto di essere risultato positivo al test e di essersi messo, di conseguenza, in quarantena. E come lui, nemmeno 24 ore dopo, ecco spuntare il volto del governatore del Piemonte Alberto Cirio. Anche lui contagiato, anche lui costretto per il periodo canonico della quarantena a lavorare a distanza. Nei giorni scorsi, era stato un fiorire di casi analoghi. In provincia di Bergamo, per esempio, a rimanere vittime del contagio sono state il prefetto Elisabetta Margiacchi e il questore Maurizio Auriemma. A furia di dirigere e coordinare vertici, di effettuare sopralluoghi e di venire in contatto con varia umanità, sono risultati positivi anche il prefetto di Lodi Marcello Cardona, l’assessore regionale lombardo allo Sviluppo sostenibile Alessandro Mattinzoli e i colleghi dell’Emilia-Romagna Raffaele Donini (Salute) e Barbara Lori (Montagne). Altre figure, pur non risultando contagiate, hanno preferito adottare precauzioni o mettersi in autoisolamento. È stata la scelta del ministro allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli e del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana (ricordate la famosa scena della mascherina?). E ci sono le persone che a vario titolo sono venute a contatto con i personaggi contagiati. Zingaretti ha incontrato molte persone nei giorni scorsi. Come il suo vice Andrea Orlando («sto in isolamento familiare»), il sindaco di Firenze Dario Nardella ma anche il giornalista, conduttore di Porta a Porta, Bruno Vespa che ha tenuto subito a precisare: «Essendo l’unico ad aver contattato Nicola Zingaretti scrivendogli “in bocca al lupo” invece di terrorizzarsi, posso dire che il suo portavoce mi ha chiamato per dirmi che vanno monitorate solo le persone che nelle ultime 48 ore sono state a 30 centimetri da lui per almeno mezz’ora..». Tra i personaggi famosi all’estero vittime del coronavirus è rimbalzato il nome di Lùis Sepulveda. In Iran il virus ha mietuto una vittima tra i vertici religiosi del Paese: è morto infatti un membro dell’organismo di consiglio della Guida suprema, l’Āyatollāh Ali Khamenei, di nome Mohammad Mirmohammadi, dell’età di 71 anni. Risultano inoltre contagiati tre esponenti di governo del paese: Masoumeh Ebtekar, vicepresidente dell’Iran con delega alle donne e gli affari familiari, è il terzo esponente politico ad aver contratto il coronavirus. Prima di lei è toccato al vice-ministro della salute, Iraj Harirchi, il primo ad aver contratto la COVID-19, e a Mahmud Sadeghi, parlamentare eletto a Teheran.

·        Quando lo Sport si arrende.

La Serie A...SL.

I protocolli sportivi e sanitari prevedono che siano confinati i giocatori infetti e quelli con cui si è avuto contatto. Il Presunto divieto a spostarsi non riguardava il Napoli, in quanto squadra, ma era limitato ai soli giocatori sotto osservazione. Così come è successo per le altre squadre. Il Napoli doveva presentarsi in campo, eventualmente, anche con la primavera. Fatto salvo l'accordo con la Juve con l'unica deroga permessa (vedi Genoa) ed il rinvio della partita a data da destinarsi. Assenso della Juve che è stato negato. La sconfitta sicura a Torino del Napoli rimaneggiato ha determinato decisioni che hanno permesso il caos.

 Serie A Juve-Napoli, cosa prevede il protocollo della Figc approvato dal Cts.  La decisione del Giudice sportivo sulla partita Juve-Napoli, è attesa per la fine della settimana: ecco cosa dice il protocollo della Figc approvato dal Comitato tecnico scientifico del ministero della Salute. RaiNews.it il 5 ottobre 2020 Il protocollo prevede, nel caso in cui risulti positivo un giocatore o un membro dello staff, che il club ne disponga l'isolamento e che si applichi la quarantena individuale. Tamponi periodici "Il Dipartimento di prevenzione può prevedere che alla quarantena dei contatti stretti possa far seguito, per tutto il 'gruppo squadra', l'esecuzione del test - si legge nel protocollo - con oneri a carico delle società sportive, per la ricerca dell'Rna virale, il giorno della gara programmata, successiva all'accertamento del caso confermato di soggetto Covid-19 positivo, in modo da ottenere i risultati dell'ultimo tampone entro 4 ore e consentire l'accesso allo stadio e la disputa della gara solo ai soggetti risultati negativi al test molecolare". Il protocollo prevede quindi tamponi periodici nell'arco della settimana e soprattutto uno 48 ore prima della gara e chi risulta negativo può giocare. In caso di caso di positività, il giocatore si isola e passa sotto il controllo dell'Asl: 14 giorni di quarantena e doppio tampone prima di tornare nel 'gruppo squadra' mentre per il resto della squadra tamponi ogni 24 ore per 14 giorni coi negativi che escono dal ritiro solo per andare a giocare. Modifiche dopo il caso Genoa Dopo il caso del club del Genoa, dove si è verificato un focolaio di coronavirus che ha contagiato 11 giocatori, la Lega ha aggiornato il protocollo inserendo anche la possibilità per una squadra di chiedere il rinvio della gara. Secondo la nuova normativa, dunque, un club può scendere in campo - secondo le direttive Uefa - se ha almeno 13 giocatori disponibili, ma c'è un'eccezione, valida una sola volta in campionato, per cui se in una squadra ci sono 10 o più giocatori contagiati avrà la facoltà di chiedere il posticipo della partita. La medesima norma si applicherà una sola volta in Coppa Italia ma esclusivamente nelle sfide di semifinale o in finale.  ​Serie A: si doveva giocare La partita Juve-Napoli in programma domenica sera a Torino si sarebbe potuta giocare, almeno secondo la Lega Serie A. Nel caso di specie, ha detto l'organo che gestisce la serie A, "si applica il protocollo Figc" adottato "più volte nel corso della stagione per permettere, a puro titolo di esempio, al Torino di affrontare l'Atalanta, al Milan di recarsi a Crotone o al Genoa di andare a giocare al San Paolo, e oggi all'Atalanta di scendere in campo contro il Cagliari". Per la Lega, insomma, "il protocollo prevede regole certe e non derogabili, che consentono la disputa delle partite di campionato pur in caso di positività, schierando i calciatori risultati negativi agli esami effettuati e refertati nei tempi previsti dalle autorità sanitarie". La Lega ha anche ricordato che "il Consiglio di Lega ha approvato un preciso regolamento da adottarsi in caso di positività plurime che possono portare al rinvio gare solo al verificarsi di determinate condizioni che, al momento, non si applicano al caso del Napoli, e non sussistono provvedimenti di Autorità Statali o locali che impediscano il regolare svolgimento della partita. La ratio del protocollo resta, quindi, quella di consentire la disputa di tutte le partite e conseguentemente la conclusione regolare della Serie A".

Juve-Napoli. Il calcio italiano resta nella bolla. Massimiliano Castellani lunedì 5 ottobre 2020 su Avvenire. la Procura della Figc indaga sull’applicazione dei protocolli da parte dei partenopei. Federazione e governo d’accordo: il campionato vada avanti con queste regole, chi ha sbagliato pagherà. Il campionato di massima serie al tempo del Covid-19 è stato ribattezzato «Serie “A”sl». E una trovata così geniale, la partita rinviata per decisione della Asl territoriale, non poteva che partorirla la “città-teatro” per antonomasia, Napoli. Nel sabato del villaggio che, fino al marzo scorso (inizio dell’era coronavirus) era anche vigilia del dì di festa calcistico, si è deciso che il Napoli di Rino Gattuso non dovesse partire per la trasferta di Torino, e quindi, rinunciare al posticipo serale di domenica contro la Juventus. Motivo: due calciatori azzurri, Elmas e Zielinski, erano risultati positivi ai tamponi anti-Covid. A quel punto, con la solerzia di un Burioni, il cinepatron Aurelio De Laurentiis, tenendo conto della circolare del 18 giugno, in cui le Asl locali, pur nel rispetto del “Protocollo Calcio” possono optare per la richiesta di una quarantena soft (sulla base della «previsione» che si generi un possibile focolaio), ha sentenziato: il mio Napoli resta a casa. La prima squadra è rimasta sotto il Vesuvio, mentre sempre nella giornata di sabato la Primavera del Napoli ha giocato a Lecce, perdendo 4-1. Misteri del pallone sotto Covid. Decisione contestata quella di De Laurentiis, in primis dalla Juventus del presidente Andrea Agnelli («il Napoli mi ha chiesto di rinviare la partita, ma esistono delle regole che vanno rispettate») e anche da gran parte dell’opinione pubblica. Perché d’accordo che la cautela non è mai ai massimi livelli, però l’impressione è che De Laurentiis – come spesso gli capita – abbia voluto alzare il tiro e giocare il ruolo del bastian contrario a tutti i costi, con tanto di ricetta rilasciata dal medico di base. Gattuso sabato aveva a disposizione tutta la rosa, tranne i due positivi, e il “Protocollo Calcio” parla dell’idoneità a scendere in campo se si hanno in organico almeno 13 giocatori sani, perciò abili e convocabili.

Cosa prevede il protocollo? Secondo la Lega Calcio, il protocollo prevede regole certe e non derogabili, che consentono la disputa delle partite di campionato pur in caso di positività, schierando i calciatori risultati negativi agli esami effettuati. Casi di positività plurime possono portare al rinvio di gare solo al verificarsi di determinate condizioni. L’annullamento del match di Torino domenica sera di fatto ha aperto un confronto sulla necessità di modificare il protocollo.

Perché il Napoli non si è presentato? Perché dopo la positività di due giocatori, la Asl Napoli 2 Nord ha disposto l’isolamento domiciliare per tutti i calciatori venuti a contatto con i positivi. Il club ha poi chiesto ulteriori chiarimenti e la Asl locale ha ribadito il divieto di mettersi in viaggio per la partita con la Juventus.

Qual è la posizione della Juventus? Secondo la Juventus, che si è presentata regolarmente all’incontro, c’è un protocollo che va rispettato e che dice che in presenza di un giocatore infetto, la squadra coinvolta si deve chiudere in una bolla.

Con quale frequenza vanno fatti i tamponi? Il protocollo prevede tamponi periodici nell’arco di tutta la settimana. In particolare va fatto un tampone 48 ore prima della gara e chi risulta negativo può giocare. In caso di caso di positività, il giocatore si isola e passa sotto l’egida dell’Asl: scattano così 14 giorni di quarantena ed è necessario un doppio tampone prima di tornare nel "gruppo squadra". Per il resto della squadra, nello stesso tempo, si eseguono tamponi ogni 24 ore per 14 giorni, con i calciatori negativi che escono dal ritiro solo per andare a giocare.

Cosa dicono le regole Uefa adottate in Italia? Sostengono che una squadra può scendere in campo se ha almeno 13 giocatori disponibili. È prevista anche un’eccezione, valida una sola volta in campionato, per cui se in una squadra ci sono 10 o più giocatori contagiati, la stessa squadra avrà la facoltà di chiedere il posticipo della partita. La medesima norma si applicherà una sola volta in Coppa Italia ma esclusivamente nelle sfide di semifinale o in finale. E poi, in settimana il club partenopeo non ha mica registrato gli ostativi «10 casi» di positività tra i suoi tesserati. C’è inoltre il precedente che “squalifica” ancor più la decisione drastica di Asl e Napoli, il fatto che gli uomini di Gattuso nel turno precedente erano scesi comunque in campo contro il Genoa (vincendo 6-0), con gli avversari che avevano lasciato a casa due calciatori positivi al coronavirus. Premesso che, in un contesto generale, così desolatamente vuoto e sanitariamente precario, verrebbe la tentazione di sospendere i campionati (tutti) a tempo indeterminato, il mondo del calcio, per portare a termine la stagione, deve continuare ad attenersi alle normative della Federcalcio e della Lega Serie A che, in materia “calcio e Covid”, sono state quanto mai esplicite, e in sintonia con il resto d’Europa, chiedendo che «the show must go on». Legittima, sul piano sportivo, è quindi la volontà della Juventus che, domenica sera alle 20.45, si è trovata in uno Stadium, ancora più deserto e surreale del solito, a dover giocare da sola e quindi «da regolamento chiede il 3-0 a tavolino. Intanto la Procura della Figc ha aperto un’inchiesta sull’applicazione dei protocolli sanitari da parte del Napoli, ma si è presa qualche giorno in più per dipanare una matassa quanto mai intricata. De Laurentiis direttamente dal “rione Sanità” scrive una lettera di suo pugno al ministro della Salute, Roberto Speranza, e a quello dello Sport, Vincenzo Spadafora, ricordando al Paese tutto, juventino e non, che «il mancato rinvio per la disputa della partita rappresenterebbe la sconfitta di tutti». Nella missiva, il cinepatron allega dossier con i pronunciamenti Asl, avvalendosi anche del freschissimo “precedente”: il rinvio in serie C della partita Palermo-Potenza, per la positività di due calciatori del club lucano. Ieri il ministro Spadafora ha fatto il punto con i vertici di Lega di A e della Federcalcio invitandoli a «mantenere valido il protocollo, ma con il massimo rigore». Il n.1 della Figc Gabriele Gravina rassicura: «Siamo convinti che il campionato debba andare avanti, sapendo che dobbiamo essere molto responsabili e lungimiranti». Il ministro Speranza invece domenica in pieno caos della «Serie “A”sl aveva invocato «un po’ meno calcio e un po’ più scuola» e ieri la sua sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, intervenuta in diretta a <+CORSIVO50>InBlu Radio<+TONDO50> ha ribadito: «Juventus-Napoli? È stata semplicemente applicata una legge. La Asl aveva titolo perché lo stabilisce il protocollo. Mi ritrovo nelle parole del ministro Speranza: parliamo meno di stadi e di più sicurezza nella scuola e nei luoghi di lavoro». Nella Repubblica fondata sul pallone non poteva certo mancare la classica interrogazione parlamentare. A chiederla al ministero della Salute è il deputato dei 5 Stelle Luigi Iovino: «La salute viene prima di tutto. La Juventus non speculi sulla salute – attacca il poco neutrale (sospettiamo) onorevole Iovino – , la partita andava rinviata perché non c’erano le condizioni di sicurezza sanitaria per disputare il match». Siamo al primo round di un match che continua, e come in era pre-Covid, si disputa in sedi assai distanti dai campi di calcio.

Juventus-Napoli: le regole, le decisioni della Asl e i dubbi che rimangono. Oggi il Napoli e la Asl chiariranno le loro posizioni. La Lega intanto continua a richiamare all'applicazione del protocollo, che è stato rispettato dal Milan e dal Genoa (proprio per giocare contro il Napoli). Guido Vaciago domenica 4 ottobre 2020 su tuttosport.com. Il nocciolo della questione è legato alla posizione della ASL di Napoli e della Regione Campania, che oggi potranno chiarire le loro decisioni. Così come il Napoli che potrà spiegare nel dettaglio le motivazioni che hanno spinto il club a rimanere a Napoli, senza presentarsi a Torino per la partita di questa sera contro la Juventus. La priorità resta sempre e solo la salute pubblica, ma al momento restano sei punti da chiarire.

1. Ci sono delle regole. Quelle del Protocollo della Figc approvato dalla Commissione Tecnico Scientifica e, quindi, atto del Governo. Secondo quel protocollo il Napoli avrebbe potuto viaggiare per Torino e giocare la partita, grazie alla deroga all'isolamento fiduciario prevista dal protocollo (quella battezzata "quarantena soft" e che, a fronte di tampone negativo, permette ai giocatori e allo staff di recarsi allo stadio, disputare l'incontro e poi ritornare all'isolamento fiduciario).

2. Questa regola è stata applicata dal Milan (che ha giocato in campionato e perfino in Europa League) dopo la positività di Ibrahimovic. Ma soprattutto è stata applicata dal Genoa, che domenica 27 settembre dopo la positività di Lasse Schöne, è stato comunque autorizzato dalla ASL di Genova e proprio da quella di Napoli a raggiungere come gruppo squadra il capoluogo campano per disputare la partita. Partita disputata e vinta dal Napoli per 6-0. Nessuno ha avuto niente da ridire: cosa è successo nel frattempo? Il Napoli ieri sera poteva partire, comunque, avvalendosi del protocollo? O il divieto della Asl oltrepassava quel regolamento?

3. E poi, perché l'isolamento fiduciario da applicare al gruppo squadra del Napoli è stato deciso solo ieri, sabato, e non lunedì quando sono emerse le positività dei giocatori del Genoa o venerdì dopo i primi casi di positività (Piotr Zielinski e il dirigente Giandomenico Costi)?

4. Perché, nella stessa giornata in cui veniva vietato al Napoli di partire per Torino, il giocatore Arkadiusz Milik partiva per la Polonia per raggiungere il ritiro della sua Nazionale? Anche se fuori dal progetto tecnico di Gattuso, Milik si allena a Castelvolturno e utilizza gli stesso spogliatoio.

5. Perché la Salernitana, che in settimana aveva avuto un giocatore positivo, è regolarmente partita per Verona, dove ieri ha vinto 2-1 contro il Chievo?

6. Perché la Primavera del Napoli, che si allena a Castel Vulturno, è regolarmente partita per Lecce, dove ieri ha disputato la partita contro i pari età pugliesi, perdendo per 4-1?

Dubbi a cui è necessario dare una risposta per capire come il campionato di Serie A debba proseguire e, eventualmente, se può proseguire. Perché, fermo restando che l'unica priorità è la salute pubblica, resta il problema di darsi delle regole e poi rispettarle a intermittenza o farle interpretare da terzi. La decisione della Asl di Napoli, anche se giusta,- di fatto - cambia le regole che il calcio si era dato e, finora, rispettato. Se quella riga nel protocollo («Fatte salve decisioni delle autorità sanitaria locali o nazionali») diventa la porta d'ingresso dei dirigenti politici delle Asl locali che possono decidere di volta in volta chi gioca e chi no, il campionato di calcio diventa un groviglio di rinvii e, quindi, non può essere completato. Il calcio ha combattuto, in primavera, una battaglia molto dura per poter riprendere l'attività, si è sottoposto a sacrifici, anche economici, per applicare il protocollo ed è ripartito. Ora rischia di nuovo lo stop e questo potrebbe essere ancora più devastante per il movimento, già in gravissime condizioni finanziarie. Se questo è una necessità per la salute pubblica non si può fare altrimenti, ma deve essere detto chiaramente.

Esclusivo - Così De Laurentiis è stato salvato da De Luca: ecco i documenti su Juve Napoli. Fra disposizioni sanitarie e pareri regionali sabato e domenica si è deciso il destino della partita non giocata più discussa di sempre. Vi spieghiamo come. Carlo Tecce su L'Espresso il 05 ottobre 2020. Per Juventus-Napoli, la partita non giocata più discussa di sempre, il momento da segnare sul taccuino arriva alle 18:25 di sabato 3 ottobre 2020. Quando l’avvocato Almerina Bove, vicecapo di gabinetto di Vincenzo De Luca - governatore della Regione Campania nonché depositario delle deleghe alla Sanità - conferma alla società azzurra l’obbligo per i contatti stretti di Piotr Zielinski, calciatore risultato positivo al Covid, di non “allontanarsi dal domicilio comunicato”. Così il Napoli di Aurelio De Laurentiis ha annullato la trasferta a Torino e ingaggiato un duello di carta con la Juve e la Lega tra mucchi di regole e interpretazioni di mucchi di regole. Gli azzurri rischiano la sconfitta a tavolino e un punto di penalizzazione; il campionato di infilarsi in un pastrocchio infinito. Nel caos l’Espresso prova a fare ordine e pubblica in esclusiva tutti i documenti della partita non giocata più discussa di sempre. Con una premessa. La circolare del ministero della Salute per il calcio professionistico del 18 giugno 2020, che ha recepito l'accordo tra Lega Calcio e il Comitato tecnico scientifico, permette alle squadre una “quarantena leggera” su disposizione del Dipartimento di prevenzione delle aziende sanitarie locali (Asl): si va in campo se ci sono 13 disponibili, si rinvia una gara se ci sono almeno dieci infetti. Corretto o sbagliato, sono le indicazioni vigenti. Ciò ha consentito di non disertare a Atalanta, Torino, Milan e Genoa, anche se quest’ultima, dopo la goleada patita proprio al San Paolo di Napoli, è rientrata in Liguria sotto forma di focolaio.

Sabato 3 ottobre 2020. Dopo una settimana di giri di tamponi per l’incontro col Genoa di domenica 27 settembre, con una nota “urgente” l’Asl Napoli 1 informa la Ssc Napoli che i contatti stretti di Zielinski (a cui si aggiungono il centrocampista Eljif Elmas e un dipendente del club), sottoposti a indagine epidemiologica, devono “osservare la quarantena fiduciaria”, si tratta di Gennaro Gattuso, Kostantinos Manolas, Dries Mertens, Lorenzo Insigne, Fabian Ruiz, e altri 16, insomma l’intero organico e i collaboratori tecnici.  Più o meno identica è la prescrizione dell’Asl Napoli 2 con una chiosa in calce: “I contatti stretti posti in isolamento nel proprio domicilio non possono lasciare il territorio nazionale”. All’aeroporto di Capodichino c’è un volo che attende il Napoli per il breve viaggio a Torino. Per stabilire se partire o restare in sede, alle 17:40, il dottor Raffaele Canonico, medico sociale degli azzurri, cerca un parere definitivo dalle Asl di Napoli e dal vicecapo di gabinetto della Regione Campania: “Si chiede se per le persone assoggettate a isolamento sussista l'obbligo di non allontanarsi dal luogo prescritto con divieto di qualsiasi contatto con soggetti terzi”. Secondo le scelte del governo che da un paio di giorni arrossisce bisbigliando qualcosa, le risposte sono due: i cittadini non calciatori devono rimanere in casa, i calciatori possono interrompere la quarantena per una partita. A evitare dilemmi giuridici per il Napoli ci pensa il vicecapo di gabinetto con la replica delle 18:25: “Per quanto di competenza, si comunica pertanto che i soggetti destinatari della nota Asl di data odierna sono tenuti a non allontanarsi dal domicilio indicato”. L’avvocato Bove si rivolge alla società azzurra, alla Asl Napoli 1 e, in copia, all’assessore Fulvio Bonavitacola, fedelissimo di De Luca sin dai tempi del comune di Salerno e vicepresidente della Regione Campania appena rieletto. Canonico riceve e gira la lettera di Bove a De Laurentiis e ai vertici del Napoli.

Domenica 4 ottobre 2020. La Juventus aspetta il Napoli a Torino per la gara delle 20,30, la Lega minaccia sanzioni, il Napoli ha soltanto la email della Regione Campania. Allora la società di De Laurentiis sollecita un’ulteriore precisazione delle aziende sanitarie locali. La Asl Napoli 1 è più sintetica , la Asl Napoli 2 si riferisce a più punti , entrambe ribadiscono l'obbligo di quarantena a Napoli richiamandosi alla posizione del vicecapo di gabinetto Armelina Bove. Questo scatena le illazione sull’amicizia fra il governatore De Luca e il patron De Laurentiis: in campagna elettorale la Ssc Napoli, evento inedito nel calcio, si è schierata col presidente uscente. Anche la Juventus, che sabato ha scoperto due positivi fra lo staff, manda una mail all’Asl di Torino. “Rilevo che il protocollo Figc, cui le squadre aderiscono, è una parziale deroga, ancorché basata su attenta valutazione tecnico-scientifica, alla norma sull’isolamento fiduciario cui devono attenersi i contatti di caso Covid accertato. Ciò peraltro in analogia ad altre procedure che modificano la regola generale per particolari situazioni lavorative”, firmato dottor Roberto Testi, direttore del Dipartimento di prevenzione. Per la Asl di Torino Juventus-Napoli si poteva giocare, per la Regione Campania e le Asl di Napoli no. Per le decisioni del governo sì, per le future decisioni del governo chissà. La confusione non manca. Sarà divertente assistere alla gara nei tribunali sportivi e nei mitologici Tar. Ci vorrebbe un paese. Un paese ci vuole, direbbe Cesare Pavese, non fosse per il gusto di andarsene via. Se non positivi, ovvio.

Juventus, la bolla si è sgonfiata: segnalati in procura i giocatori volati all'estero. Pubblicato martedì, 06 ottobre 2020 Emanuele Gamba su La Repubblica.it. La bolla della Juventus è scoppiata dopo appena due giorni: Andrea Agnelli non ha fatto in tempo a vantare la fedeltà dei bianconeri al famoso protocollo, che prescrive la clausura di squadra se all'interno del gruppo emerge un positivo (sabato a Torino ne erano spuntati due, riferiti a due persone che sono quotidianamente a contatto con la squadra pur non facendone parte, e i bianconeri erano subito andati in ritiro), che alcuni juventini rischiano una segnalazione all'autorità giudiziaria per aver violato l'isolamento fiduciario, addirittura lasciando l'Italia per volare all'estero. "Abbiamo ricevuto una segnalazione dalla Juve, che è stata esemplare", ha detto Roberto Testi, direttore del dipartimento di prevenzione dell'Asl Città di Torino. "Ora il nostro compito è trasmettere alla Procura i nomi di chi ha interrotto l'isolamento, come avviene per qualunque cittadino. Magari qualcuno è partito con un volo privato e quindi dovrà pagare una multa". Sono sette i giocatori che tra domenica sera e lunedì mattina sono usciti dalla bolla del J Hotel, trasferendo la sede dell'isolamento dall'albergo al proprio domicilio. Tre di loro (Buffon, Demiral e Ronaldo) dovrebbero effettivamente aver raggiunto le loro abitazioni private, mentre altri quattro lunedì sono partiti per il Sudamerica: Dybala è volato a Barcellona da dove è decollato per l'Argentina con il jet personale di Messi (a bordo c'era anche Suarez), Danilo ha raggiunto San Paolo da Malpensa via Madrid, Bentancur si è aggregato all'Uruguay e Cuadrado ha preso il charter organizzato dalla federazione colombiana che ha portato a Baranquilla 18 giocatori, il ct Queiroz e lo staff tecnico. Ronaldo, invece, ha raggiunto il Portogallo soltanto martedì con il Gulfstream di famiglia. La Juventus ha tentato di dissuadere i partenti con discussioni anche animate ma che non hanno avuto successo, esponendo la società alle critiche che inevitabilmente verranno, visto che domenica sera Agnelli aveva vantato la rigorosa fedeltà juventina al protocollo, censurando invece il lassismo del Napoli. Ma nel giro di 48 ore la bolla si è sgonfiata. Eppure la maggior parte dei giocatori ha rispettato le procedure e rimarrà in ritiro fino alla notifica dell'ultimo tampone negativo, che dovrebbe arrivare tra mercoledì e giovedì: a quel punto, anche Bonucci e Chiellini, Ramsey e Rabiot, Szczesny e Frabotta potranno rispondere alle convocazioni dei rispettivi ct. La Juve ha spiegato di aver concesso l'autorizzazione a trasferirsi dal J Hotel al domicilio privato, ma non certo di interrompere l'isolamento fiduciario: "Se abbiano o meno raggiunto le loro nazionali non lo sappiamo: da quando hanno lasciato l'albergo, non sono più sotto la responsabilità, ma semmai sotto quella delle loro federazioni". Il club bianconero ha anche confermato che l'isolamento di gruppo è tutt'ora in corso. Esiste la possibilità che le federazioni coinvolte (Argentina, Brasile, Colombia, Portogallo e Uruguay) abbiano contatto l'Asl Città di Torino chiedendo un'autorizzazione speciale per viaggiare all'estero, ma non sono arrivate conferme in questo senso: "A me nessuno ha riferito nulla", ha detto il direttore Carlo Picco. "E in genere di queste cose mi mettono al corrente".

Calcio e pandemia. Juventus-Napoli non è una partita tra due squadre ma tra Stato e anarchia. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 6 Ottobre 2020. Diciamoci la verità, il risultato più importante di Juventus-Napoli non è e non sarà mai quello sportivo. In gioco, in questa incredibile guerra di tutti contro tutti, ci sono valori ben più importanti dell’esito di una partita del campionato di calcio. In discussione c’è la credibilità dello Stato e della scienza che, almeno fino a questo momento, hanno clamorosamente mancato il loro fondamentale obiettivo: evitare che l’Italia si presentasse, davanti alla seconda ondata del Covid-19, come «nave senza nocchiero in gran tempesta». Il nostro Paese, da qualche giorno a questa parte, sta offrendo l’immagine peggiore di sé. E cioè quella di un territorio in cui non esistono regole certe, ogni circostanza può essere variamente interpretata e dunque piegata ai propri scopi, ciascuno si comporta come crede nella convinzione di agire nel pieno rispetto della legge. Nella fattispecie, la Juventus si è presentata sul terreno di gioco dell’Allianz Stadium come prevede il protocollo a suo tempo adottato per consentire la ripresa degli allenamenti e delle competizioni tra le squadre di calcio. Dal canto suo il Napoli non è partito alla volta di Torino dopo che l’Asl aveva imposto l’isolamento fiduciario a giocatori e staff tecnico. Si può discutere sull’opportunità di una richiesta di rinvio condivisa da entrambe le società – ipotesi formulata dal presidente napoletano Aurelio De Laurentiis e ben presto tramontata, anche per effetto dei pessimi rapporti tra azzurri e bianconeri – ma questo è un altro discorso. Ciò che preoccupa è il fallimento dello Stato, incapace di adottare una strategia di contenimento del contagio univoca e coerente. Il risultato è l’anarchia che, tuttavia, non riguarda solo la politica. Nel caos totale, infatti, sembra essere piombata anche la scienza. Il protocollo prevede che una squadra, con due tesserati positivi al Covid e gli altri negativi a 48 ore da una partita, debba scendere in campo. Questa impostazione è stata adottata, a giugno scorso, sulla base delle indicazioni del Comitato tecnico-scientifico (Cts) chiamato a supportare il governo nella gestione dell’emergenza sanitaria. Quello stesso Cts ha richiamato «gli obblighi di legge sanciti per il contenimento del contagio dal virus» e ribadito «la responsabilità dell’Asl competente» nella strategia di contenimento del virus. I paradossi sono evidenti. Ci troviamo in presenza di diverse autorità sanitarie che, anziché perseguire lo stesso obiettivo seguendo gli stessi criteri, si smentiscono facendo piombare il calcio nel caos. Come se non bastasse, dall’impostazione adottata dal Cts emerge un’irragionevole disparità di trattamento: il cittadino comune che sospetti di essere malato di Covid deve sottoporsi al tampone e, nel frattempo, stare in isolamento al pari delle persone con le quali è venuto a contatto nei giorni immediatamente precedenti; se a essere infettato è un calciatore, invece, i suoi compagni di squadra possono disputare le partite anche a rischio di alimentare il contagio. A questo punto le soluzioni sono due: il Cts deve difendere il protocollo, assumendosi la responsabilità di accrescere la confusione imperante, oppure sconfessarlo, ammettendo di aver suggerito un documento in larga parte inefficace e quindi da modificare al più presto. In entrambi i casi il team di “super-esperti” che supporta il governo dimostra la sua inaffidabilità e la scienza perde qualsiasi legittimazione agli occhi dei cittadini. E l’Italia è sempre più in preda al caos.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 6 ottobre 2020. Asl che vai ordinanza che trovi. Nella già caotica frammentazione delle competenze sanitarie italiane, da qualche giorno, a prendersi la scena sono le aziende sanitarie locali. Vale a dire i 99 presidi territoriali sparsi in tutta la Penisola che si occupano dell' erogazione di servizi sanitari e hanno il potere, anche all' interno della stessa Regione, di imporre comportamenti diversi. Così gli italiani, nel fine settimana, hanno scoperto che se si sospetta di essere stato a contatto con un caso Covid è meglio non andare da Napoli a Torino mentre, al contrario, da Salerno a Verona non c' è alcun problema. Il casus belli, come tradizione italiana vuole, è stata una partita di calcio. O meglio, due: Juventus-Napoli che si sarebbe dovuta giocare domenica sera, e Chievo Verona Salernitana che invece si è giocata sabato sera. La vicenda è complessa, per cui è meglio procedere con ordine, partendo dalla Serie A. La sfida tra Juve e Napoli si sarebbe dovuto tenere a Torino domenica sera ma, a causa della mancata presenza degli azzurri in campo, dovrebbe finire per essere assegnata 3-0 a tavolino ai bianconeri. Nulla di strano, tutto da regolamento verrebbe da dire. Solo in parte. A bloccare i partenopei è stata infatti l' Asl di Napoli che, venuta a conoscenza di due calciatori positivi nella rosa azzurra, ha imposto l' isolamento fiduciario a tutta la squadra. Ovvero quarantena di 14 giorni e niente partita. Un punto di vista, quello dell' Asl campana che non solo contraddice il regolamento della Lega (che parla di quarantena soft per i calciatori) e quindi apre quella che sembra destinata ad essere una lunga querelle sportiva, quanto getta soprattutto una luce particolare sulle scelte dell' Ente. In particolare perché, appena poche ore prima di quelle in cui a Napoli sembrava consumarsi una specie di psicodramma con la squadra bloccata prima della partenza, pochi chilometri più in là, a Salerno, non succedeva proprio nulla. Cioè la formazione di Serie B, nonostante i due casi di calciatori positivi riscontrati in squadra, sabato è stata lasciata partire dalle autorità sanitarie locali alla volta di Verona. Lì, la squadra di proprietà di Claudio Lotito, ha battuto fuori casa il Chievo per 2 a 1. Tutto regolare, nessun intoppo. Un duplice trattamento che ha scoperchiato ancora una volta il vaso di Pandora delle aziende sanitarie locali. Ridotte drasticamente negli ultimi anni nel 2004 erano 283 ora sono 99 Asl e Ausl in situazioni che hanno un impatto a livello nazionale, vanno sempre ognuna per contro proprio. Che si tratti di sport, scuola o del lavoro dei loro stessi dipendenti, la certezza è una sola: il caos. A denunciarlo al Messaggero ieri, è stato il presidente della Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli: «Ogni Asl agisce in maniera diversa dalle altre ma le scuole devono seguire una linea uguale in tutta Italia». Ad esempio, fanno sapere dall' Associazione, talvolta le aziende sanitarie chiedono alle scuole di comunicare ad alunni e docenti i provvedimenti da loro stesse assunti (ad esempio, la notifica di dover restare in isolamento). In piena contraddizione rispetto a quanto stabilito dalle linee guida nazionali. Non solo, i presidi denunciano anche come sia capitato più volte che le Asl non comunichino affatto all' istituto scolastico che dei suoi studenti o dipendenti siano stati oggetto di un provvedimento. Un caos comunicativo dettato da regolamenti interni e sovrapposizioni che certamente non aiuta la gestione dell' epidemia. Inoltre, quella della comunicazione quasi schizofrenica da parte delle Asl, è una dinamica che si riflette anche in quelle interne agli enti territoriali. Come dimostrato da un' indagine condotta da Epidemiologia e prevenzione, la rivista dell' Associazione italiana di epidemiologia infatti, una delle difficoltà per un monitoraggio adeguato dei contagi in Italia è dettata dalla presenza di mille una aziende sanitarie locali. Basti pensare che, nel caso di segnalazioni di casi positivi, il 46% degli enti territoriali ha usato un modulo proprio, mentre il 42% un modulo regionale. Il 2% invece non aveva a disposizione alcun modulo. Indicazioni conservate peraltro anche in maniera differente. La metà (il 52%) delle Asl ha utilizzato database locali, il 20% database regionali e l' 11% nessuna registrazione elettronica. In pratica la solita Babele all' italiana.

Da adnkronos.com il 14 ottobre 2020. "Non sottoscrivo affatto questa vittoria, non mi piace. Le vittorie vanno conquistate sul campo di gioco e giocando. Non è giusto che la Juve vinca a tavolino, non è nello stile Juventus". A dirlo all'Adnkronos è Pippo Baudo che, da storico tifoso juventino, commenta così la decisione del giudice sportivo della Serie A di assegnare la vittoria 3-0 a tavolino alla Juve per la partita non giocata contro il Napoli il 4 ottobre, infliggendo al Napoli una penalizzazione in classifica di un punto per non aver rispettato il regolamento. "Il Napoli ha fatto opposizione, e spero che venga accettata -aggiunge Baudo- Perché vincere così non va bene, non fa contenti".

Valerio Piccioni per gazzetta.it il 14 ottobre 2020. 3-0 a tavolino per la Juve. E un punto di penalizzazione al Napoli per violazione del protocollo sportivo anti Covid-19 (come pena integrativa del 3-0). E’ la decisione del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea sull’affaire Juve-Napoli, la partita non disputata domenica 4 ottobre il mancato arrivo a Torino della squadra partenopea, bloccata dalle due Asl competenti. Si tratta della decisione di primo grado, con la società di De Laurentiis che ricorrerà alla Corte d’Appello federale. Per il giudice sportivo della Lega, la nota della Asl Napoli 1 inviata venerdì (era già emersa la positività di Zielinski, poi sarebbe toccato a Elmas) al medico sociale del Napoli dichiarava in maniera "chiara e inequivocabile che la responsabilità nell’attuare i protocolli previsti dalla Figc per il contenimento dell’epidemia da Covid 19 è in capo alla Soc. Napoli e pertanto quest’Azienda non ha alcuna competenza". Per Mastrandrea i pronunciamenti descritti dalle Asl "delineano un quadro che non appare affatto incompatibile con l’applicazione delle norme specifiche dell’apposito Protocollo sanitario Figc e quindi con la possibilità di disputare l’incontro di calcio programmato in Torino". In pratica, non c’è stata "forza maggiore". Secondo Mastrandrea, in sostanza, la prima parte del carteggio con le Asl non era "ostativa" della trasferta e solo successivamente, con i chiarimenti forniti la domenica alle 14.13, "l’ordine dell’Autorità assumeva valenza incidente e connotati prescrittivi chiari". Ma a quel punto non c’era più tempo per andare a Torino, visto che la trasferta era "nel frattempo divenuta di suo impossibile". In altre parole, il Napoli avrebbe rinunciato alla trasferta di Torino prima della prescrizione delle autorità nelle ultime mail del carteggio. Ecco quindi, la responsabilità del club, anche rispetto alla violazione dell’articolo 53, comma 2, una delle norme aggiunte dal consiglio federale proprio nel momento della ripartenza del campionato in giugno. Dunque, la trasferta del Napoli per il verdetto non sarebbe stata "impossibile". Perché la società non avrebbe fatto tutto il necessario per andare a Torino e rispettare il protocollo. "Tuttavia - scrive ancora Mastrandrea – occorre prestare attenzione: secondo la giurisprudenza ciò non può valere nel caso in cui: (i) il factum principis sia ragionevolmente prevedibile e (ii) il debitore (cioè il Napoli, ndr.) non abbia tentato di percorrere tutte le soluzioni alternative astrattamente possibili che gli si offrivano per superare i limiti imposti dai provvedimenti, ovviamente nel pieno e totale rispetto della legge, e sempre che ciò comporti un sacrificio ragionevole per il debitore stesso". In serata il tweet del club azzurro che ufficializza di fatto il ricorso: "La SSCN da sempre rispetta le regole e la legge. Attende con fiducia l'esito dell’appello credendo fermamente nella Giustizia". Anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris è intervenuto su Twitter nella tarda serata per esprimere rammarico per la decisione del giudice sportivo: "Chi ama lo sport ed è sportivo vince sul campo ecco perché è sgradevole il 3-0 a tavolino, indipendentemente dalla forma ed a maggior ragione ai tempi della pandemia dove l'etica viene prima della regola. Può anche vincere la legalità formale ma perde la giustizia".

Maurizio Nicita per gazzetta.it il 14 ottobre 2020. Salvatore Esposito, il popolare Genny Savastano di Gomorra, da grande tifoso del Napoli ci mette un pizzico di ironia: “Chiedo per un amico... Cosa sarebbe accaduto, vista la situazione Covid in casa Juve (vedi Ronaldo etc.), se si fosse giocata Juve-Napoli?”. Ma la domanda si perde nel mare dei social che scatena ovviamente il campanile e l’ennesimo scontro duro fra due tifoserie che si detestano, usando un eufemismo. Ovvio che a cantare vittoria siano i bianconeri, dopo il 3-0 a tavolino (con punto di penalizzazione al Napoli) a favore della Juve, ma in casa azzurra c’è fiducia negli ulteriori gradi di giustizia. Come twitta “Participio partenopeo”: “Per il momento 1-0 per loro, ovviamente su rigore inesistente... Ma siamo solo all’inizio e la partita sarà molto dura”. Ciro Di Gennaro punta sull’orgoglio: “Quando devi vincere a tavolino perché sul campo non sei capace”. E posta una foto con le tre Coppe alzate da Paolo Cannavaro nel 2012, da Marek Hamsik nel 2014 e in giugno da Lorenzo Insigne, vinte tutte in finali contro la Juventus. In casa Napoli invece ancora nessuna reazione. I legali affilano le armi per i livelli di ricorso successivi. Mentre la squadra e Gattuso, che a Torino volevano andarsela a giocare, hanno appreso la notizia dalle rispettive abitazioni.

Vincenzo Iurillo per il “Fatto quotidiano” il 16 ottobre 2020. A volte ritornano. Gerardo Mastrandrea, il giudice sportivo che ha sentenziato il 3-0 a tavolino a favore della Juventus e un punto di penalizzazione al Napoli, non è un omonimo del capo dell'Ufficio legislativo dell'allora ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, che una dozzina di anni fa si sedette a tavola all'Harry's Bar di Roma con Denis Verdini, per un incontro conviviale finito nelle carte dell'inchiesta fiorentina sulla "cricca" degli appalti della Protezione civile ai tempi del G8. È proprio lui quel Mastrandrea. Che, da persona informata sui fatti, rispose alle domande degli inquirenti sulla partecipazione al pranzo di Riccardo Fusi, titolare della Btp. La presenza allo stesso tavolo di Matteoli, Verdini e Fusi era quantomeno inopportuna. Perché, secondo l'accusa, al centro di quella frequentazione c'era l'appalto "Scuola dei marescialli" di Firenze. Lavori nel 2001 aggiudicati alla Btp di Fusi, ma poi passati alla Astaldi dopo un contenzioso con lo Stato. Seguì un "lodo arbitrale" che assegnò a Btp 34 milioni di euro di risarcimento e poi il tentativo di Fusi di riottenere l'appalto con il ritorno di Berlusconi al governo, attraverso la sua amicizia con Verdini. Quel tentativo, secondo la ricostruzione accusatoria, era passato per la nomina di Fabio De Santis a provveditore alle Grandi Opere della Toscana e poi la sospensione tecnica dei lavori di Astaldi che "De Santis considera strumentale all'estromissione della società del cantiere". Mastandrea dirà ai pm che aveva avuto l'impressione che Verdini volesse farsi bello con Fusi dimostrando di aver "fatto un lavoro di messa in contatto". Tra una pietanza e l'altra, Mastrandrea - che per conto del ministero si occupava della vicenda Astaldi-Btp-Scuola dei marescialli - si sentì rivolgere da Matteoli, e dinanzi a Fusi, questa domanda: "Mastrandrea, che cosa state facendo?". L'illegittimità di Astaldi sull'appalto "Scuola dei marescialli" a Mastrandrea non pareva così evidente. Tanto che ai pm dichiarò: "Vado dal ministro e dico: 'Guardi non ci sono le condizioni per sospendere il cantiere, a mio avviso non me la sento di farle firmare alcun atto che comporti la sospensione dei lavori'". Insomma, Mastandrea sedette a un tavolo con l'arbitro di una partita - il ministro Matteoli - ma con una sola delle squadre in campo, Fusi per la Btp. Un po' come Juventus-Napoli.

PERCHE E ERRATA LA DECISIONE DEL GIUDICE SPORTIVO. Dagospia il 15 ottobre 2020. Il Giudice sportivo, nell’applicare le sanzioni alla Soc. Napoli, afferma in buona sostanza che il Napoli, inizialmente, avrebbe potuto predisporre le misure necessarie per fronteggiare l’emergenza e organizzarsi per la trasferta torinese e successivamente la stessa sarebbe divenuta impossibile, sicchè non varrebbe la causa di forza maggiore. La motivazione appare giuridicamente errata per le seguenti considerazioni:

- il Giudice sportivo pacificamente riconosce che ricorre nel caso di specie una ipotesi di forza maggiore, manifestatasi solo dopo con il provvedimento della ASL Napoli 2 del 4 ottobre - ore 14.13;

- che tale provvedimento ASL era un legittimo “ordine dell’Autorità”;

- che obbligava la Soc. Napoli a non partire, poichè la prestazione sportiva “era nel frattempo divenuta di suo impossibile”.

Sembra di comprendere pertanto che il ‘rimprovero’ mosso al Napoli sia stato quello di non avere organizzato subito il viaggio a Torino, quando il giorno precedente l’Autorità sanitaria competente aveva prescritto una serie di misure anticovid in adesione alle disposizioni di legge. Il ragionamento e pero viziato da evidente illogicità, poichè, come lo stesso Giudice sportivo scrive, il provvedimento ASL NA 2 del 4 ottobre 2020 deve intendersi come “chiarimenti da ultimo forniti”. Se allora si tratta di chiarimenti, e fin troppo ovvio che la nota in questione si limitasse a specificare quanto riportato nella nota del giorno prima. E quindi già il 3 ottobre il Napoli si trovava a dover rispettare “l’ordine dell’Autorità” e di conseguenza era impossibilitato alla trasferta. Detto in altri termini: i provvedimenti ASL del 3 e del 4 ottobre non hanno natura e contenuti diversi, ma devono leggersi come un unicum, essendo il secondo precisazione del primo. Dunque, se il Giudice sportivo espressamente riconosce l’esistenza della forza maggiore all’atto dell’emanazione della nota ASL Napoli 2 del 4 ottobre, la stessa e da retrodatare per le ragioni indicate al giorno prima. Non da ultimo, la decisione in questione non affronta il tema delle conseguenze e dell’illecito amministrativo ai quali la Soc. Napoli sarebbe andata incontro in caso di violazione del divieto ASL, principio che potrà essere fatto valere correttamente in sede di contenzioso extra-sportivo e a carattere assorbente. Infine, una considerazione non giuridica. Tra le righe sembra leggersi una ricostruzione dei fatti, secondo cui la Soc. Napoli si sarebbe persino precostituita una "giustificazione a futura memoria"; congettura da rifiutarsi con forza, atteso al contrario il comportamento eticamente irreprensibile tenuto.

Andrea R. Castaldo, Professore Ordinario di Diritto Penale presso l’Università degli Studi di Salerno, Avvocato.

Fabio Coppola, Dottore di Ricerca e Assegnista di Ricerca in Diritto Penale presso l’Università degli Studi di Salerno, Avvocato

Da ilnapolista.it il 15 ottobre 2020. C’è un passaggio del provvedimento del giudice sportivo che sta inducendo qualcuno in errore. Nel suo provvedimento, il giudice Mastrandrea inizialmente scrive di non essere legittimato a entrare nel merito dei provvedimenti delle Asl e della Regione. Poi, però, lo fa. Ovviamente seguendo le proprie ragioni. Il giudice non considera esaustiva la comunicazione del sabato da parte della Asl. Con la prescrizione dell’isolamento domiciliare, secondo il giudice il Napoli sarebbe potuto partire. È una sua teoria. Perché, a suo avviso, non era in contrasto col protocollo. Su questo assunto si basa la sentenza. Il giudice Mastrandrea considera invece valida la seconda prescrizione della Asl, quella della domenica. Ma – scrive – a quel punto il Napoli aveva già disdetto il charter per Torino. Non c’è bisogno di essere un esperto dell’aeronautica, eppure il giudice Mastrandrea lo è: nel 1994 una sua monografia in materia di trasporto aereo di persone vinse il premio Isdit. È ovvio che il Napoli il sabato, dopo la comunicazione della Asl, ha disdetto l’aereo. L’aereo non è una bicicletta che si parcheggia lì e quando hai voglia lo prendi e ti alzi in volo. Si acquista un slot. Una volta ottenuto il no da parte della Asl – no che il giudice sportivo non considera valido (ma è una sua tesi) – ovviamente disdice l’aereo per Torino. Ricordiamo che alcuni dipendenti del Napoli erano già a Capodichino per la partenza. La domenica il Napoli scrive nuovamente alla Asl per ulteriore scrupolo. E lo fa anche rischiando di ottenere parere negativo e quindi mettendosi nelle condizioni di dover ri-organizzare il viaggio. Se così fosse avvenuto, il Napoli avrebbe noleggiato un altro aereo e sarebbe partito. Ma per il Napoli, così come per la Asl e così come per la Regione Campania, il no della Asl era valido già il sabato. È soltanto il giudice sportivo Mastrandrea che – legittimamente dal suo punto di vista – non ritiene quella comunicazione valida. È pazzesco che in questa vicenda nessuno ricordi – il giudice sportivo non lo fa mai – i 22 positivi del Genoa e il rischio che il Napoli (giocando) avrebbe potuto provocare un cluster. Il mondo reale, quello terrorizzato dal coronavirus, non entra mai nell’universo calcistico.

Sky Calcio Club, Bergomi durissimo con Capello: "Demagogo, prenditi pure l'applauso". Libero Quotidiano il 18 maggio 2020. Volano stracci a Sky Calcio Club tra Beppe Bergomi e Fabio Capello. Scintille in videocollegamento. Tutto sorge intorno alla possibilità di far ripartire la Serie A, così come è ripresa la Bundesliga. Capello spinge per la ripresa ad ogni costo, Bergomi invece è più cauto. "Non nascondiamoci, finanziariamente il calcio ha bisogno di ripartire”, afferma Capello. “Se non si riparte ci sono società che avranno tante difficoltà economiche. Darebbe sospiro a tutti gli italiani, non dimenticando la gente che ci lavora e tutto l’indotto”. E Bergomi: "Non si può pensare di tenere questi ragazzi per quattro settimane di ritiro adesso e poi fargli iniziare il campionato. E’ troppo, sottovalutiamo l’aspetto psicologico. Sono ragazzi giovani, ognuno ha una sensibilità diversa. Non tiriamo in ballo il fatto che guadagnano tanto”. Ma Capello propone proprio il paragone col mondo reale: "Signori, ma tutti quelli che stanno perdendo il lavoro, tutti quelli che stanno in cassa integrazione…cosa vuoi che sia stare in ritiro per quaranta giorni". Parole che non piacciono a Bergomi: "Sei demagogico, molto demagogico. Ti prendi l’applauso ma non è giusto”. Altissima tensione che Fabio Caressa stempaera mandando in onda la pubblicità. Poi, il caso rientra. Almeno in apparenza.

Daniele Sparisci per il Corriere della Sera il 17 maggio 2020. Sarà anche sgonfio e litigioso ma il calcio italiano pompa ogni anno miliardi nelle casse dello Stato. La pandemia di coronavirus oltre ad aver bloccato le partite rallenterà anche il gettito fiscale nei prossimi mesi. Dall' altra parte gli effetti sui conti delle società in crisi di entrate e alle prese con costi fissi vertiginosi si stanno già facendo sentire. Qualche esempio aiuta a capire, lo stipendio (pre-taglio) di Cristiano Ronaldo, il più pagato del nostro campionato e fra i più ricchi del mondo: 31 milioni di euro netti a stagione, ma la cifra lorda è 54. CR7 è un marchio globale, ripaga in gol e popolarità ma la Juve deve comunque aggiungere 23 milioni fra imposte e previdenza. L' Inter ne deve mettere 6,3 alla busta paga di Lukaku per arrivare a 7,5 puliti, gli stessi di Higuain. Poco meno di Dybala, per il quale i bianconeri sborsano 12,8 milioni lordi. Il Milan ne deve dare 4,5 per raggiungere i 6 del contratto di Donnarumma. La Samp un milione per quello del bomber Quagliarella (1,2), la Roma 4,2 per i 5 di Dzeko. Poi ci sono altri numeri che fotografano la situazione: nell' ultima stagione il valore economico del calcio è stato di 3,5 miliardi, pari allo 0,2% del Pil. Il trend è in crescita da un pezzo così come lo sono i costi. Per questo, ma anche per molti altri motivi, negli ultimi cinque anni il sistema ha accumulato perdite per 1,6 miliardi. Un settore tanto affascinante quanto rischioso, dove gli utili li fa chi ha le strutture più solide ma anche chi è più accorto e bravo nella gestione. Per ripianare il rosso i presidenti hanno sistematicamente messo mani ai portafogli. Debiti e ricapitalizzazioni sono la regola, l' ultima in ordine di tempo a dover intervenire è la Roma: il Covid-19, oltre ad aver aumentato il passivo ha anche congelato la trattativa per la cessione al miliardario americano Dan Friedkin. Ma la serie A è solo la punta di un iceberg, costituito alla base da fallimenti a ripetizione in B e C. Al di là di gestioni avventurose, errori, business plan sballati, stadi vecchi e non di proprietà, le società italiane affrontano un Everest fiscale. Fra tributi e previdenza ogni anno versano allo Stato circa 1,2 miliardi di euro. E come sottolineano i report della Lega A e della Figc nell' ultima decade il prelievo è cresciuto del 37%: significa che il calcio è il primo contribuente nel settore dell' intrattenimento, che include spettacoli e cultura. Con una differenza fondamentale però rispetto alle altre industrie: il costo del lavoro altissimo (rappresenta in media il 51% del fatturato) legato non solo alle buste paga, pesantissime, dei campioni, ma anche alla tipicità dei contratti. In un mondo dove il «tempo indeterminato» non può esistere per chi è ovviamente legato a risultati, plusvalenze, infortuni, la deducibilità del costo del lavoro non si applica. Ed è questa una delle misure che secondo gli esperti potrebbe andare in aiuto della Confindustria del pallone per mitigare i danni causati dal prolungato stop. Niente aiuti diretti o ad «hoc», ma entrare in un terreno di parità con gli altri settori sul costo del lavoro. «Le società di calcio sono particolarmente penalizzate dal regime fiscale sul costo del lavoro che è deducibile ai fini Irap solo se il contratto è a tempo indeterminato» spiega Guglielmo Maisto, fondatore dello studio fiscale Maisto e Associati. «La disciplina in materia di professionismo sportivo, integrata dalle norme federali, impone che i contratti con i calciatori debbano essere a tempo determinato, con gli ingaggi che pesano notevolmente sui bilanci dei club. Quindi le società, che molto spesso sono in perdita, si trovano a dover dichiarare un utile ai fini Irap non potendo dedurre gli ingenti costi del lavoro, come invece è possibile per chi impiega dipendenti con contratti a tempo indeterminato. Se si volesse intervenire bisognerebbe allargare le maglie della deducibilità, a prescindere dalla durata dei contratti» conclude Maisto. Nella top 10 dei calciatori più pagati d' Italia ben sette su dieci sono della Juventus. Fra questi De Ligt, Rabiot e Ramsey fanno risparmiare qualcosa al club bianconero avendo beneficiato degli sgravi applicati ai «lavoratori impatriati». Ma in tempi così anche i più ricchi dovranno adeguarsi. In casa Juve, nei primi sei mesi della stagione 2019-20, il costo dei tesserati è cresciuto del 21% su base annua, a 173,3 milioni.

Andrea Agnelli, like galeotto al tifoso: "Niente scudetto a tavolino, non siamo l'Inter". Libero Quotidiano l'1 maggio 2020. Si torna a discutere in Italia sulla possibilità di assegnare lo scudetto a tavolino che, in questo caso andrebbe alla Juventus prima in classifica al momento dello stop del campionato per via dell'emergenza coronavirus. Il dibattito è tornato in auge dopo che in Francia il titolo è stato assegnato, senza giocare, al Paris Saint Germain, vista la sospensione definitiva per quest'anno della Ligue 1. La Juventus, scrive Sportmediaset, non accetterebbe il titolo almeno giudicando dai due "no" social di Andrea Agnelli. Il primo lo scorso 28 marzo, il secondo in queste ore condito da una punzecchiatura all'Inter. Il presidente bianconero ha infatti messo like al tweet di un tifoso che aveva scritto: "Non vogliamo vincere in questa maniera, Agnelli ha già detto che rifiuterebbe. Spero che continui a pensarlo. Non siamo l'Inter".

Presidenti di A in rivolta: “Con questo protocollo non si può giocare”. In Lega le regole per riprendere saranno oggetto di discussione. La Figc istituisce un pool per verificare il rispetto delle regole. Malagò: "Il campionato ripartirà al 99,9%". Fulvio Bianchi il 14 maggio 2020 su La Repubblica. Presidenti sempre più preoccupati per il protocollo che crea problemi non solo per la ripresa del campionato (data ipotizzata, 13 giugno) ma anche per gli allenamenti collettivi dal prossimo lunedì. Molti club (fra questi Milan, Inter, Sampdoria) ritengono che ci siano enormi problemi di organizzazione con gli hotel, la responsabilità di tutto lo staff, cuochi compresi. I club minaccerebbero di non iniziare se non sarà rivisto il protocollo Cts-Figc. Secondo Giovanni Malagò però è possibile che il campionato possa riprendere ma è poco probabile che possa concludersi. I club si aspettano comunque che venga rivisto il protocollo anche per quanto riguarda la quarantena del Gruppo in caso di un positivo. Oggi summit fra la Lega e i medici sportivi su quarantena di gruppo e responsabilità dei sanitari. Domani la Lega di A si riunirà con la Figc e la Fmsi per individuare un percorso di confronto costruttivo e e “giungere ad un protocollo condiviso”. Spadafora tace. Ma domani è venerdì, lunedì dovrebbero cominciare i veri allenamenti: ma è tutto in altissimo mare. “Il 18 maggio si riaprirà l'attività per lo sport di squadra e il 25 riapriranno i circoli, le palestre, con tutte le prescrizioni e indicazioni che sono state indicate dal Consiglio dei ministri": così il presidente del Coni, Giovanni Malagò al termine della 1101esima seduta di Giunta alla quale ha partecipato anche, in collegamento telefonico, il ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, Vincenzo Spadafora, Luca Pancalli, n.1 del Cip, e Maurizio Casasco, presidente Fmsi. "Ho detto al ministro che c'è stata confusione, ma non solo nel mondo dello sport e lui ha riconosciuto", ha aggiunto Malagò. "La Giunta in considerazione di quello che sta succedendo ha deciso di fare una delibera in cui indichiamo, suggeriamo, richiediamo a tutte le federazioni che tutte le voci appostate in bilancio preventivo per la preparazione olimpica, l'alto livello, anche per le discipline non olimpiche devono essere trasferite a favore dell'associazionismo, sia delle asd sia delle ssd" ha spiegato Malagò. "Molte manifestazioni e molti impegni come l'Olimpiade che erano a carico del Coni non sono possibili da praticare e quindi a cascata trasferte, ritiri, ritiri, premi, integrazioni di giudici, arbitri, commissioni tecniche ecc. tutte devono essere trasferite. Qualche Federazione l'aveva portata avanti, ora c'è precisa presa di posizione del Coni, su cui noi vigileremo", ha aggiunto Malagò. "Sulla base di alcune volontà mie e di Mornati la Giunta all'unanimità ha voluto destinare il 50% del patrimonio del Coni che fa capo agli enti regionali, che ammonta a circa 5 milioni di euro ad una serie di iniziative legate ad attività di formazione e di sostegno all'associazionismo sportivo. E' un segnale importantissimo anche se questo implicherà che il Coni chiuderà il bilancio non in utile, ma lo riteniamo sacrosantamente doveroso, ed è stato molto a prezzato dal ministro e dai membri della giunta".

Giocatori in clausura e un protocollo da cambiare. Ormai il mondo del calcio è in riunione permanente. Oggi in Lega di serie A si parlerà del famoso protocollo che dovrà essere applicato per gli allenamenti collettivi dal 18 maggio, lunedì prossimo, e per due settimane nei ritiri blindatissimi. Previsto, in caso di un giocatore infetto, l'"isolamento fiduciario di tutto il Gruppo (scritto in maiuscolo dalla Figc, ndr) per 14 giorni con sorveglianza attiva". Una responsabilità enorme da parte dei medici sportivi, che sono in agitazione da tempo (e qualcuno potrebbe anche mollare). Perplessità sul protocollo anche da parte del sindacato calciatori. Figc ha attivato da oggi "un pool ispettivo della Procura Federale, con il compito di verificare il rispetto delle indicazioni contenute nei protocolli sanitari della Federazione, così come approvati dalle autorità di governo. Il pool, alle dirette dipendenze del Procuratore, verificherà che gli allenamenti dei club professionistici ad oggi individuali e dal 18 maggio di gruppo, vengano svolti secondo quanto previsto dai protocolli indicati". Decisione saggia da parte di Gabriele Gravina che ha sempre evitato "fughe in avanti" di qualsiasi genere (anche se ci sono già state...). Ma per quanto riguarda i ritiri, da lunedì prossimo, entreranno solo persone "negative" al Covid 19 (dai calciatori sino ai cuochi). E sino al 2 giugno non usciranno più. Il problema vero verrà dal campionato che la Lega vorrebbe riprendere dal 13 giugno. Lì è impossibile tenere i giocatori in clausura per due mesi. I rischi sarebbero altissimi. "Se non cambia il protocollo, e si riduce la quarantena ad sola una settimana per contagiato ed esami medici per gli altri che in caso di negatività possano continuare a giocare, sarà impossibile portare a termine il campionato", spiegano molti presidenti. "Anche perché con 124 partite, spostamenti continui, in 40 giorni è quasi impossibile che non salti fuori un positivo. E in quel caso, addio campionato. La quarantena da giugno va ridotta ad una settimana", spiegano alcuni presidenti. La Figc aspetta di parlare col premier Giuseppe Conte. E Gravina si augura di poterlo fare in fretta. Nei prossimi giorni ci potrebbe essere una forte presa di posizione dei presidenti di serie A nei confronti del governo. Non ce l'hanno certo con la Figc, che ha dovuto solo uniformarsi alle regole previste dal Comitato tecnico-scientifico (Cts). Qualcuno si è convinto che queste norme così severe siano solo un escamotage per costringerli a chiudere tutto. Lo stesso pensiero del senatore Ignazio La Russa. Italia Viva, e lo ha ribadito oggi Matteo Renzi, è a favore della ripresa del campionato. Il Pd, ha spiegato ieri l'onorevole Patrizia Prestipino alla Camera, vorrebbe che sul protocollo si adottasse la linea tedesca. E alla Camera ha detto: "La politica si assuma le sue responsabilità, il ministro ci dica se si riapre o non si riapre. Si riapre come in Germania o chiude tutto come in Francia. Non dimentichiamo inoltre il calcio femminile italiano...". Più che possibilista il presidente del Coni, Giovanni Malagò: "Il campionato di Serie A ripartirà il 13 giugno al 99,9%", ha detto a Non è un paese per giovani su Radio Due. "Si sta facendo di tutto per rimettere il sistema in condizione di ricominciare. La sfida tra alcuni medici e il Comitato tecnico-scientifico non la capisco. Una volta ricominciato, non so quando finirà, ci vorrebbe la palla di vetro". "Positivi semplici infortunati o tutta la squadra in quarantena? È questo il punto. Abbiamo recepito una direttiva che individua un percorso di coinvolgimento generale e non quello di creare una quarantena individuale. È un tema che riguarda il Cts, non ho mai interloquito con loro, lo devono fare il governo e il ministero dello Sport. Mi dicono che è una decisione che può anche essere rivista", sostiene ancora Malagò. "Tra più restrittiva e più 'lascà hanno voluto dare un'indicazione nell'interesse di tutto il Paese". Ma il ministro Vincenzo Spadafora è stato chiaro: "I calciatori non sono come le commesse di un supermercato, lì è possibile distanziamento sociale, mascherine, guanti in caso di un positivo. Nel calcio no, è uno sport di contatto". Il nostro governo non si ispira ai provvedimenti della Bundesliga. Ma se il campionato chiude, l'Erario ci rimette un miliardo e 200 milioni di tasse, tanto paga il calcio. I club rischierebbero di perdere i loro talenti, in fuga verso l'estero, e qualche società, magari, avrebbe addirittura seri problemi per iscriversi al prossimo campionato. Insomma, un disastro. "In Bundesliga ripartono, in Premier e Liga si stanno organizzando per ripredere a giugno: e noi?" è il pensiero diffuso fra molti padri-padroni del nostri calcio. Ma la Lega, comunicati a parte, non sembra affatto unita: la posizione di Giampaolo Pozzo, patron dell'Udinese, ha spiazzato (e delegittimato) addirittura il suo rappresentante in Lega, l'avvocato Stefano Campoccia, che ora sarà costretto a dimettersi dal consiglio di Lega. "Io ho cercato di dissuadere Pozzo", ha detto Campoccia imbarazzato. Ma Pozzo, in una lunga lettera, ha chiesto al governo una forma di scudo penale, per mettere al riparo gli amministratori da eventuali azioni legali. L'Udinese minaccia di non giocare (altri club potrebbero essere sulla stessa linea, anche se stanno nascosti). Ma Paolo Dal Pino e un paio di presidenti hanno pregato Campoccia di lasciare il consiglio. Peccato, l'avvocato Campoccia è un dirigente preparato, che ha fatto molto bene in questi anni ed è esperto anche di stadi. Le colombe (Juve, Inter, Milan e Sassuolo) per ora sono riuscite a placare i falchi (soprattutto Lotito e De Laurentiis): niente causa ai broadcasters (Sky, Dazn e Img) che non hanno versato, e non verseranno, gli oltre 220 milioni dell'ultima rata di qusta stagione infernale. Niente cause per risarcimento danni, almeno per ora: l'ad Luigi De Siervo tratterà per le tv, in un quadro che potrebbe tener conto anche della prossima stagione. Poi, i club potrebbero decidere anche singolarmente di fare una ingiunzione visto che hanno emesso regolare fattura mai saldata. Ma sarà necessario ragionare in una ottica di sistema tenendo conto che non si è ancora certi di poter tornare in campo e che anche la prossima stagione sarà come minimo travagliata, senza incassi al botteghino e con il commerciale (sponsor, merchandising, eccetera) ridotto all'osso. L'Italia va per conto suo. In altre Nazioni, calcisticamente importanti, è stato raggiunto un accordo. In Germania ripartono nel weekend (26ma giornata, in onda in Italia su Sky). C'è stata collaborazione tra tutti gli attori del sistema, Bundesliga, governo e broadcaster che detengono i diritti. Inoltre, il contratto fra Bundesliga e tv (tra cui Sky De) è stato scontato di circa un 10% del suo valore complessivo. Ognuno ha fatto la propria parte e il calcio riparte sabato 16 maggio. Un mancato accordo sulla ripartenza avrebbe provocato un buco nelle finanze della Bundesliga e il fallimento di alcuni club. La Premier League cerca di ripartire, fra mille problemi, il 12 o il 19 giugno (come l'Italia). I club dovranno rimborsare 340 milioni di sterline (cioè circa 390 milioni di euro) alle tv, anche se la stagione dovesse riprendere. Le società di Premier avrebbero dovuto guadagnare un totale di 9,2 miliardi di sterline dalle emittenti tv per il triennio 2019-22.

Ivan Zazzaroni per corrieredellosport.it il 30 aprile 2020. Vincenzo Spadafora ieri ha spedito tre messaggi che non si addicono a un ministro dello sport e a nessuna figura istituzionale:

1) ha invitato i presidenti dei club di Serie A a pensare alla prossima stagione, lasciando intendere che il campionato non terminerà. Così facendo, ha smentito in maniera ancora più esplicita il premier che domenica sera aveva assunto di fronte al Paese l’impegno a fare tutto il possibile per farlo ripartire;

2) anticipando «sorprese», ha sostenuto che nei prossimi giorni la maggior parte dei presidenti chiederà al governo di fermare tutto: si è così dimostrato in contatto con una presunta fronda contraria alla ripartenza. Il che è gravissimo per un uomo di governo, che dovrebbe far riferimento a rapporti istituzionali con la Lega e non puntare a spaccarla;

3) cosa più grave di tutte, ha avvisato la Lega che è inutile scavalcarlo scrivendo a Conte, perché Conte non potrà che decidere insieme a lui.

Un ministro dello Sport non può comportarsi in questo modo. Se lo fa, non ci rappresenta, non è in grado di difendere i valori di un mondo che, evidentemente, lo disturba pur senza conoscerlo. In una situazione di estrema gravità un ministro dello sport come si deve prova in tutti i modi ad aiutare il sistema, non si mette continuamente di traverso, non va ogni giorno in televisione o su facebook a trasmettere insofferenza e diffondere ultimatum e consigli non richiesti. Come quello - appunto - rivolto provocatoriamente alle società dai microfoni di La7: «Io penserei a organizzarmi per riprendere in sicurezza il nuovo campionato che dovrà partire a fine agosto». Ma bravo: e chi gli assicura che dopo l’estate la pandemia si sarà esaurita? Ha un virologo personale? O si affida a un astrologo? Sa che da settimane gli esperti di tutto il mondo annunciano per l’autunno una probabile seconda ondata di contagi? Chi pensa di poter ritrovare economicamente vivo a settembre? Quante squadre? Per quali campionati? Quali televisioni? Quali sponsor? Si rende conto di cosa significhi tenere ferma la macchina-atleta per tre, quattro mesi? Chi ascolta, il signor Spadafora? Chi gli suggerisce le battute? Ha uno o più autori? E perché non ha mai preso in considerazione il fatto che con il virus dovremo cominciare a convivere cercando di limitare i danni? Per caso, ha chiesto al ministro dell’Economia Gualtieri di stabilire un ridicolo contributo di 600 euro a testa alle centinaia di migliaia di italiani che lavorano nello sport e alle loro famiglie?

Un ministro dello sport come si deve telefona il primo giorno a Gravina e Dal Pino per garantire il massimo sostegno. Un ministro dello sport come si deve accetta il confronto usando la lingua dello sport e della gente, collabora con il Premier, non lo smentisce per ben due volte: non a caso l’hanno soprannominato il Revisore di Conte. E se a metà giugno non fosse proprio possibile ricominciare, potrebbe sempre raccontare al Paese di aver fatto l’impossibile per salvare la baracca. Un ministro dello sport come si deve non si augura - insisto - che «la maggioranza delle società possa chiedere di non giocare». Affermazione gravissima: un ministro del governo come si deve sa distinguere l’opinione disinteressata da quella interessata. Il ministro dello sport è un’istituzione che sviluppa temi e affronta problematiche nelle sedi opportune. Che non sono le televisioni. Di politici che vanno in televisione e di mancate soluzioni ne abbiamo piene le scatole.

Al ministro Spadafora non dovrebbe essere sfuggito che il calcio non è Ronaldo prossimo al raggiungimento del miliardo di dollari: il calcio sono gli 800 dipendenti dello stadio Olimpico in cassa integrazione, le migliaia di dipendenti degli altri impianti e nei centri sportivi che si trovano nelle stesse condizioni; il calcio sono i magazzinieri, i massaggiatori, gli autisti, i custodi, gli impiegati, i giardinieri, gli uscieri, gli addetti stampa che portano a casa la pagnotta anche grazie a Ronaldo, il quale non ha nemmeno tanta voglia di tornare in Italia. Il calcio sono i giornalisti e il personale di televisioni, radio e quotidiani sportivi verdi, bianchi e rosa che senza il pallone, né la pubblicità che ne deriva, rischiano di dover restare a casa non per tre mesi ma forever and ever. Lo sport sono i 100mila maestri di tennis senza lavoro, e potrei continuare all’infinito.

Ecco, a tutta questa gente il signor Spadafora doveva garantire un sostegno morale oltre che economico, impegnandosi con tutto se stesso per trovare soluzioni A e B, ma anche C, per la sopravvivenza. Il ministro dello sport è soprattutto una figura istituzionale che non esisteva quando lo sport italiano era bello, grande e potente nel mondo. E si rimpiange tanto più la sua assenza di ieri quanto più ci sgomenta la sua presenza di oggi. Dubito che Vincenzo Spadafora passerà alla storia di questa Repubblica. Ma ci chiediamo se abbia intenzione di farlo come colui che spezzò le reni agli arroganti del calcio, liberando gli italiani dalla tentazione di distrarsi dai lutti e dalla sofferenza di una nazione intera.

Lo sport di base e i venti milioni di praticanti «dimenticati». Mentre governo, federcalcio, club e milioni di tifosi si interrogano quotidianamente sul futuro della serie A, non andrebbe dimenticata l'altra faccia dello sport italiano. Elia Pagnoni, Venerdì 24/04/2020 su Il Giornale. Ripartirà? Non ripartirà? Mentre governo, federcalcio, club e milioni di tifosi si interrogano quotidianamente sul futuro della serie A, non andrebbe dimenticata l'altra faccia dello sport italiano. Non le centinaia di calciatori e i milioni di persone che vanno allo stadio o si siedono in poltrona davanti alla Tv, ma i venti milioni di praticanti dello sport di base e di quelli che vengono spesso ingiustamente trattati come sport minori. Dunque, a fronte di una discussione continua sulla ripresa dell'attività di venti squadre, non è ancora spuntata una riga di indicazioni pratiche per tutti gli altri sportivi che si sono fermati. Giustamente ha fatto il ct del ciclismo Davide Cassani a richiamare l'attenzione sul suo sport, e anche lì si tratta comunque di professionisti. Il vero problema è capire come faremo a rianimare le migliaia di società dilettantistiche che popolano lo sport italiano. E come faranno a ripartire i nostri ragazzi chiusi in casa come tutti. Al di là dell'effetto psicologico, al di là dei 600 euro per i disoccupati del settore, servono indicazioni al più presto su come dovranno comportarsi con quegli sport, dall'atletica al tennis, dal ciclismo al baseball, dal nuoto al canottaggio, che hanno davanti l'estate come loro naturale periodo di svolgimento e non potranno permettersi di riprendere l'attività a settembre-ottobre e nemmeno misurandosi con protocolli sanitari rigidissimi come quelli teorizzati dalla federcalcio. Non solo, ma purtroppo il vero guaio che si profila all'orizzonte, anche se la ripresa slittasse su tempi lunghi, sarà vedere in quali condizioni potranno affrontare la prossima stagione tutte queste associazioni rette da volontariato e incassi occasionali. Senza attività non ci sono iscrizioni ai corsi e ai camp estivi, non ci sono gli introiti dei bar, non ci saranno più, presumibilmente, tanti piccoli sponsor alle prese con la crisi economica. Insomma, per il Coni, ma anche per lo Stato, si profila una nuova grande sfida: come riorganizzare la ragnatela che ha tenuto in piedi faticosamente fino ad oggi il nostro sport di base.

Stefano Scacchi per “la Stampa” il 4 aprile 2020. Pierfilippo Capello, avvocato esperto di diritto sportivo, analizza gli ultimi sviluppi provocati dallo stop delle competizioni calcistiche: dalle finestre di mercato da allungare, ai contratti da estendere, fino al taglio degli ingaggi.

Avvocato Capello, cosa pensa della soluzione proposta dalla Fifa per una finestra di mercato lunga quattro mesi?

«Sarà un rimedio eccezionale a un problema eccezionale. Può aiutare a tenere alto il valore dei giocatori. Ma non solo. Permetterà ai presidenti di capire quale mercato possono fare verificando in corso d' opera se le pay tv o gli sponsor pagano. C' è anche una questione tecnica: allungando il mercato, i club possono capire meglio come rispondono i giocatori sul campo con più partite a disposizione. Così, se qualcuno non va bene, è possibile impostare scambi con altre squadre».

Per prolungare i contratti oltre il 30 giugno basterà una circolare Fifa? O si rischiano contenziosi tra calciatori e club?

«Due giorni fa ho partecipato a un seminario via web con alcuni dei più importanti avvocati del settore al mondo. Tutti erano concordi nel dire che la Fifa può intervenire, ma se un giocatore, col contratto in scadenza al 30 giugno, si sveglia il 1° luglio e fa causa davanti al giudice, sarà dura per il magistrato ordinario non dargli ragione e svincolarlo. Questo provocherebbe una valanga».

Il modello Juventus ha cambiato qualcosa nel dibattito sul taglio degli ingaggi?

«Adesso tutti i presidenti si sentiranno più liberi di intervenire. Ma comunque i giocatori di Serie A non faranno troppa resistenza a tagliarsi una o due mensilità. E sono convinto che potrebbe giovare uno strumento già introdotto dal legislatore l' anno scorso».

Quale?

«Potrebbe essere utile estendere a tutti gli atleti professionisti italiani la norma del "Decreto crescita" che consente di abbattere l' imponibile lordo sugli ingaggi dei calciatori "rimpatriati" (senza residenza fiscale in Italia nei due anni precedenti all' acquisto, ndr), che ha permesso di far arrivare in Italia tanti campioni dall' estero. In questo modo i club, a prescindere dagli accordi sul taglio degli ingaggi, con i singoli calciatori, beneficerebbero di un risparmio consistente. E lo dico soprattutto per la Serie C dove gli stipendi, in molti casi, sono bassi. Sarebbe un modo di introdurre di fatto il semiprofessionismo invocato da anni per la categoria. In questo momento non è popolare chiedere misure a favore del calcio, ma non dimentichiamoci che il calcio mantiene tutto lo sport italiano».

Sì al taglio degli stipendi. Accordo raggiunto ma i calciatori si ribellano. Intesa in 90 minuti con la Juventus astenuta. È scontro con l'Aic: "Proposta vergognosa". Franco Ordine, Martedì 07/04/2020 su Il Giornale. L'accordo è fatto. Raggiunto anche velocemente, 90 minuti in tutto ieri è durata l'assemblea della Lega di serie A alla quale - per evitare le fughe di notizie relative a battibecchi tra presidenti - hanno partecipato in numero ridotto, due per club, Andrea Agnelli, per non sbagliare, si è presentato con l'avvocato come faceva Galliani ai tempi con l'avvocato Cantamessa. Accordo fatto, allora, sottoscritto all'unanimità tranne la Juve, astenuta, perché si è mossa in anticipo e ha raggiunto, sempre in anticipo, l'intesa di massima col capitano Chiellini in nome e per conto di tutta la rosa. Vale solo come linea guida, naturalmente perché poi toccherà ai singoli club negoziare il taglio degli stipendi con i singoli calciatori e i loro agenti anche perché, come ha spiegato Davide Torchia, il procuratore di Rugani, «i contratti non sono tutti uguali». Il documento della Lega di serie A prevede due ipotesi di taglio: a) nel caso non si torni più a giocare un terzo della retribuzione lorda annua; b) nel caso si torni a giocare un sesto. Enunciata così, della tabella si capisce poco. Per tradurre in modo concreto, meglio conteggiare le mensilità: nel primo caso il taglio chiesto dai club è di quattro mensilità (lo stesso concordato tra Juve e Chiellini), nel secondo invece il taglio sarà di due mensilità. Il calcolo più esplicito tiene conto delle fasce di reddito: 30% se si chiude qui la stagione, tra il 14 e 15% se si conclude, come tutti auspicano e come lo stesso Ceferin, presidente Uefa, ha ribadito ieri (con una stilettata a Cellino, presidente del Brescia ed esponente del partito "chiudiamola qui": «il Brescia non gioca le coppe»). L'Aic ha bocciato la proposta: «È vergognosa e irricevibile. È chiara l'indicazione che si vuol far pagare solo ai calciatori gli eventuali danni della crisi, la vera intenzione dei club è non pagare. L'unica parte rilevante del comunicato della Lega è l'inciso con cui si dice che le squadre dovranno negoziare le modifiche contrattuali con i singoli giocatori». Il sindacato non potrà sedersi al tavolo per negoziare, ma dovrà demandare l'incombenza agli agenti. Sul piano semplicemente teorico, l'avvocato Calcagno, vice di Tommasi, ha fatto sapere che sono disposti a prevedere il taglio di «una mensilità a condizione che il 10% sia poi destinato al fondo solidarietà per i calciatori delle serie inferiori». Non solo. Il 95% degli stranieri, come ricorda qualche influente dirigente, non si riconosce nell'associazione presieduta da Tommasi. Infine questa sarà l'occasione per far luce sulle società (e ce ne sono) che non hanno ancora pagato gli stipendi di gennaio e febbraio oltre che quello di marzo. È evidente che troveranno facilmente l'accordo quei calciatori che possono contare su un interlocutore affidabile e stabile nella proprietà, tipo appunto la Juventus. Chiellini sa che Agnelli e la sua famiglia, da 100 anni alla guida del club, resteranno anche nei prossimi anni al pari degli azionisti più solidi, Zhang per l'Inter, Elliott per il Milan, gli americani della Roma, ADL per il Napoli etc. Taglio a parte, si è discusso anche dell'eventuale ripresa. Alcune società, a cominciare dall'Inter, hanno già suonato l'adunata per quei calciatori stranieri tornati a casa. Dalla prossima settimana, alla scadenza del decreto, sarà possibile ricavare una data attendibile per la ripresa degli allenamenti.

Il dottor Chiellini, la Juve e il vero capolavoro del taglio agli stipendi. I giocatori bianconeri recupereranno gran parte dei soldi. Il club salva questo bilancio, ma il prossimo...Gianni Visnadi, lunedì 30/03/2020 su Il Giornale. Doverosa premessa: di questi tempi, ciascuno fa e dà quello che può e che vuole, per gli altri, per il sistema, per il proprio futuro. Qui non è questione di minimizzare o cancellare, solo di chiarire. Dietro l'annuncio dell'accordo Juventus-giocatori e più ancora dopo l'enfasi che l'ha accompagnato, si nasconde una seconda verità che non cambia la benemerita sostanza dell'intesa, ma ne circoscrive i limiti, riducendoli. Il taglio delle 4 mensilità è infatti più dal bilancio che dai guadagni dei calciatori. Per la Juventus era indispensabile alleggerire il conto economico in corso (scadenza giugno 2020), già gravato dei forti investimenti delle ultime 2 stagioni. Il taglio di 90 milioni (circa un terzo, quattro mesi, del monte stipendi bianconero) permetterà al club di chiudere con un passivo probabilmente non troppo più alto delle ultime 2 stagioni (rispettivamente -19,2 e -39,9 milioni). La nota della Juventus non chiarisce i termine dell'intesa, ma l'accordo che Giorgio Chiellini ha contribuito a far accettare a tutti i compagni, prevede che quanto non incassato da marzo a giugno, venga recuperato nella prossima stagione, con una riduzione non ufficialmente comunicata, ma presumibilmente del 35%. Ecco, questo è il vero "taglio" degli stipendi bianconeri: non 90 milioni, ma il 35% di 90 milioni. Pagati con 4/6 mesi di ritardo, la cosa che più importa al club: iscriverli cioè tra le spese di gestione del bilancio 2020-21. Chiellini non ha avuto difficoltà nello spiegarlo ai compagni di squadra. Laureato in economia con una tesi - guarda un po' - sul modello di business della Juventus (2017, università di Torino) sa bene che i bilanci sono fatti di numeri e non di opinioni. Col "taglio" la Juventus si "salva" dalla pandemia per l'esercizio in corso, mentre per quello successivo Agnelli & c. dovranno necessariamente inventarsi qualcosa. Un nuovo aumento di capitale (l'ultimo, 300 milioni, è di dicembre) o vendite importanti a giugno (o quando ci sarà la prossima sessione di mercato, c'è chi ipotizza addirittura la follia di trattative aperte fino a dicembre): da questo bivio difficilmente si potrà scappare. Oltretutto, la crisi mondiale "lega" definitivamente Ronaldo alla Juventus: nessun club al mondo potrà permettersi un nuovo calciatore (36enne) da 62 milioni a stagione. Ogni anno che passa, l'effetto-CR7 (contratti e merchandising) è destinato a calare, i costi. Resta intatta e inattaccabile la velocità con cui ha agito la Juventus, lucida e lungimirante come sempre. Il club fa sapere che l'intesa può essere ridiscussa nel caso riprenda l'attività, ma di fondo grava la consapevolezza che difficilmente la stagione ripartirà, con buona pace di chi in queste settimane ha vergognosamente creduto o finto di credere che il calcio (non lo sport, il calcio) fosse un mondo a parte, staccato dal quotidiano di tutti.

 (ANSA il 13 marzo 2020) Il tecnico dell'Arsenal, Mikel Arteta, è risultato positivo al Coronavirus. A comunicarlo è stato il club inglese sul proprio sito ufficiale: "Il nostro centro di formazione Colney di Londra è stato chiuso dopo che il capo allenatore Mikel Arteta è risultato positivo al COVID-19. Il personale dell'Arsenal che ha recentemente avuto stretti contatti con Mikel ora si autoisolerà in linea con le linee guida sanitarie del governo. Sarà un numero significativo di persone provenienti da Colney, incluso l'intera prima squadra e il personale di coaching, nonché un numero minore di persone della nostra Hale End Academy".

Da sport.sky.it il 12 marzo 2020. Un Klopp infuriato, e l’eliminazione del suo Liverpool dalla Champions alla fine della gara di ritorno degli ottavi contro l’Atletico Madrid, non c’entra. A scatenare la reazione dell’allenatore dei Reds sono stati questa volta i suoi stessi tifosi, che prima della partita, all’ingresso in campo ad Anfield, l’hanno accolto tendendogli le mani, aspettandosi un “cinque”. In piena emergenza coronavirus, però, non ci si può concedere simili ingenuità, e Klopp è il primo a farlo presente ai tifosi intimando loro di ritirare le mani con un duro rimprovero: “Tirate via le mani”. Poi, una volta raggiunta la panchina, il saluto con il collega Simeone, sfiorandosi con il gomito anziché stringersi la mano. D’altra parte non è la prima volta che l’allenatore si mostra sensibile al tema. Già nel corso di  una conferenza stampa con i giornalisti, infatti, aveva risposto a una domanda postagli sul tema coronavirus “rimproverando” il suo interlocutore: “Non tollero che su un argomento così serio si chieda a me. Sono solo uno con un berretto e la barba tagliata male, preoccupato come voi”.

Coronavirus: dal tiramolla Uefa al caso Rugani, la folle giornata in cui il calcio si è dovuto arrendere. Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it da Tommaso Pellizzari. Che il calcio, ma forse tutto lo sport, avrebbe perso la battaglia che si era fissato di combattere contro il coronavirus è diventato chiarissimo nella giornata di mercoledì 11 marzo: proprio come in certe partite in cui si capisce benissimo che una squadra è condannata fin dall’inizio dai suoi clamorosi errori. Il mercoledì, infatti, significava fondamentalmente due cose: seconda giornata del ritorno degli ottavi di Champions League e vigilia dell’andata di quelli di Europa League. E proprio sulle partite che la Roma doveva giocare a Siviglia e l’Inter a San Siro contro il Getafe si è per la prima volta alzato il sipario sul teatro dell’assurdo calcistico. All’aereo dei giallorossi è stata negata l’autorizzazione ad atterrare in Spagna, poco dopo che il Getafe aveva fatto sapere di non avere alcuna intenzione di venire in Italia per affrontare i nerazzurri. Sarebbero però passate altre ore prima che l’Uefa comunicasse ufficialmente il rinvio della doppia sfida. Ma non di tutto il turno. Non meno straniante quanto sarebbe avvenuto poco dopo in Champions League. A cominciare dalle immagini dei tifosi dell’Atletico Madrid scortati verso Anfield (lo stadio del Liverpool) dalla polizia: un gruppo così compatto da tenere dentro il fatidico metro di teorica distanza almeno quattro o cinque persone. E comunque non erano soli, visto che in totale, dentro lo stadio gli spettatori totali della partita sarebbero stati 52.267. A questo punto bisognerebbe accennare allo straniamento che procurava il cambio di canale tra la diretta da Liverpool e quella da Parigi. Perché veniva un po’ difficile (dal punto di vista della stretta logica) capire perché ad Anfield ci fosse il tutto esaurito mentre il Paris Saint-Germain giocasse contro il Borussia Dortmund a porte chiuse. Ma prima bisogna dire che un ulteriore elemento di stranezza si era insinuato nella mente del telespettatore costretto a casa. Il canale 200 di Sky, quello del tg sportivo h24 e da cui viene trasmessa in diretta l’anteprima delle partite nel programma «Champions League Show» con Ilaria D’Amico, Leo Di Bello, Paolo Condò, Esteban Cambiasso, Fabio Capello e Billy Costacurta, era sparito. Al suo posto compariva il telegiornale della medesima emittente. Un rapido giro su Twitter e si scopriva che negli studi di Sky Sport 24 era in atto una disinfestazione anti-coronavirus che impediva le trasmissioni. Tornando alle due partite, via via che si giocavano era difficile dire quale delle due lasciasse più spiazzato chi le stava guardando. Perché resta comunque difficile abituarsi a una partita giocata in uno stadio vuoto. Ma non era meno strano vederne una in un impianto strapieno, con giocatori che a ogni gol si abbracciavano urlandosi in faccia. Esattamente come i cinquantaduemiladuecentosessantasette sugli spalti. Lo straniamento, quindi era doppio. Da un lato c’era quello indotto da due scenari completamente opposti pur in presenza di un identico problema: il possibile contagio. Dall’altro entrava in gioco una significativa componente psicologica. È probabile che chi abbia abbastanza anni per ricordarlo abbia rivissuto la sera dell’11 settembre 2001, quella dell’attacco alle Torri Gemelle. Era un martedì, anche quello giorno di Champions League. E anche allora alla Uefa non venne in mente di sospendere le partite. Che molti di noi provarono anche a guardare, nella speranza che il calcio potesse in qualche modo distrarre dall’orrore di quella giornata. Ma è probabile che siano stati pochissimi a resistere più di qualche minuto senza chiedersi che senso avesse. E poi spegnere la televisione. O tornare a guardare cosa succedeva negli Stati Uniti. Assistere a Liverpool-Atletico Madrid la sera di mercoledì 11 (che coincidenza) marzo ha riportato molti indietro di 18 anni e mezzo. E questo nonostante una partita di grande bellezza ed emozione, che in altri tempi sarebbe rimasta nel cuore e nella memoria di molti come uno dei momenti indimenticabili del calcio. Ma ogni primo piano sugli spettatori, ogni zoomata sugli assembramenti in area prima di un calcio d’angolo, ogni abbraccio avevano sempre lo stesso effetto. Ovvero, riportare tutti alle stesse domande: «Ma che diavolo stiamo facendo, noi e loro?». E non era ancora finita. Perché mancava poco alla fine dei supplementari di Liverpool-Atletico Madrid quando è uscita la notizia che ha definitivamente cambiato tutto, almeno in Italia: la positività al coronavirus di Daniele Rugani, difensore della Juventus, che comportava la quarantena dei bianconeri e - a seguire - quella dell’Inter che li aveva sfidati domenica sera al termine di una lunga polemica sull’opportunità che quella partita si svolgesse. Al resto del mondo avrebbe provveduto, nella notte, la notizia della positività del francese Rudy Gobert, della squadra di basket Nba degli Utah Jazz. Poco dopo, l’intero campionato professionistico è stato ufficialmente sospeso. La superstar LeBron James, che aveva detto «A porte chiuse io non gioco» è stata in qualche modo accontentata.

Maurizio Crosetti per “la Repubblica” il 13 marzo 2020. Isolati ma non soli, i giocatori della Juventus se la cavano con una battuta: è destino, noi dobbiamo essere sempre i primi in tutto. Dalla loro quarantena abbracciano, ma ora solo a distanza, Daniele Rugani, il primo calciatore italiano positivo al coronavirus, seguito ieri dal sampdoriano Gabbiadini. «Doveva arrivare e doveva essere forte e rumorosa per scoprire che stavamo sbagliando. Ascoltate chi sta vivendo questa emergenza, non sottovalutatela ». Il duro messaggio social di Miralem Pjanic svela il pensiero dominante nello spogliatoio bianconero: è stato un errore giocare domenica sera contro l' Inter, anzi è stata una follia oltre che una barzelletta, questi sono i termini usati dai calciatori della Juve. Il campionato doveva fermarsi prima. Un grande albergo semivuoto accanto allo Stadium. Periferia torinese. Il capitano Giorgio Chiellini è in isolamento nella sua stanza, ha deciso così. La moglie e le figlie sono a Livorno e lui non le abbraccia da quasi un mese. Altri, come Giorgio, sono in quarantena alla Continassa. Gli stranieri vorrebbero tornare a casa, alcuni non hanno capito che non si può. Cristiano Ronaldo è a Madeira, al capezzale della madre colpita da ictus, ma adesso non le si può avvicinare. Anche per lui quarantena. Daniele Rugani rassicura su Instagram: «Sto bene, voglio ringraziare medici e infermieri e invito tutti a rispettare le regole». La Juventus gli scrive: «Siamo una squadra, forza Daniele!». In isolamento domiciliare volontario si sono messi tutti: 121 persone fra calciatori, staff, dirigenti e dipendenti. Anche il presidente Andrea Agnelli che lo ufficializzato via Twitter. Nessuno si aspettava che la situazione precipitasse in questo modo, ma nessuno si illudeva che la serie A potesse restare immune dall' onda di contagio che si è abbattuta su mezzo mondo. La paura che il coronavirus facesse il suo ingresso negli spogliatoi era già ben presente domenica, quando Damiano Tommasi ha parlato con molti suoi ex colleghi, Juventus compresa, ottenendo la stessa risposta: non si deve giocare. Invece, la follia e la barzelletta. Ma è stata l' ultima volta, almeno fino alla fine di questo incubo orrendo. Ora però bisogna restare calmi, uniti e fiduciosi. È questo il pensiero che Giorgio Chellini, capitano bianconero e della Nazionale, consegna agli sportivi italiani. Non si tratta più solo di calcio, siamo tutti una squadra sola e bisogna stringersi e lottare. Ma con un atteggiamento positivo, senza troppa ansia ma con fermezza, e poi sarà bellissimo. I giocatori e il club hanno aperto una sottoscrizione e ora pensano alla salute. Come Rugani, che martedì sera aveva 37,5° di febbre e mercoledì è stato sottoposto al tampone. Ora è asintomatico, dopo avere avuto qualche linea e il mal di gola. Anche gli altri giocatori stanno facendo i test infettivologici. L' aspetto sportivo e agonistico diventa marginale. Il pensiero dello spogliatoio, assai condiviso, è la speranza di un rinvio degli Europei di anno per tentare di riprendere e chiudere almeno il campionato tra giugno e luglio, e se non sarà possibile pazienza. Per la Champions c' è rassegnazione: si è capito che non sarà più possibile disputarla, se ne riparlerà nel 2021. E il campionato? Gli juventini non vogliono vincerlo a tavolino. Gli scudetti di cartone, dicono, li lasciamo agli altri. Il sospetto, ma è qualcosa in più, è che il presidente della Lazio, Claudio Lotito, abbia spinto in tutti i modi la Lega Calcio a giocare ancora un turno di serie A sperando di restare primo in classifica anche dopo Juventus- Inter, e nel caso provare a prendersi lo scudetto così. Meglio, a questo punto, i playoff, o comunque una soluzione da cercare solo in campo e non fuori. Oppure, se non sarà possibile, che lo scudetto 2019/2020 non venga assegnato. L' Italia, in questo momento, ha ben altre urgenze e priorità.

Ida Di Grazia per leggo.it il 2 maggio 2020. Georgina in versione casalinga sexy per Ronaldo. Il bucato in perizoma fa discutere. Cristiano Ronaldo sta passando la quarantena nella sua città natale, Madeira, per stare accanto alla madre ricoverata in ospedale dopo un ictus, con lui tutta la famiglia. Quarantena dorata per Cristiano Ronaldo a Madeira in una villa super lusso, con lui anche  Georgina Rodriguez  e tutta la sua famiglia. La splendida modella non si tira indietro quando si tratta di faccende domestica, e come una normale casalinga fail bucato con una piccola eccezione. In uno degli ultimi scatti postati sul suo account Instagram Gergina veste i panni di casalinga sexy stendendo il bucato in perizoma. Il post ha ricevuto oltre 2 milione di like. Il lato B della modella fa discutere e come sempre sui social in tantissimi hanno fatto ironia: «Georigina stende i panni proprio come facciamo noi».

Stefano Boldrini per gazzetta.it il 13 marzo 2020. È deciso: il coronavirus ferma la Premier League e la Championship (oltre a Super League e Championship femminile) almeno fino al 3 aprile. La decisione si applica a tutte le competizioni compresa la FA Cup maschile e femminile e agli impegni della nazionale inglese, dunque anche l'amichevole Inghilterra-Italia programmata a Wembley per il 27 marzo, come quella del 31 marzo con la Danimarca. La decisione è stata presa questa mattina, nel corso di una riunione d'emergenza durata dieci minuti dopo che diversi club - Arsenal, Chelsea, Everton e Bournemouth i primi - si sono messi in auto-quarantena a causa del contagio di diversi giocatori. Anche le tre serie minori del calcio professionistico inglese hanno deciso di fermarsi, con una decisione presa all'unanimità. Ad accendere la miccia era stato nelle ultime ore il primo caso di positività accertata del campionato, quello dell'attaccante del Chelsea Callum Hudson-Odoi, annunciato dai Blues. Per questo, parte del centro d'allenamento di Cobham è stata chiusa, mentre i giocatori della prima squadra e lo staff tecnico sono da ora in quarantena. Annullata anche la conferenza stampa di vigilia del match con l'Aston Villa, prevista inizialmente per le 14.30 italiane di oggi. Hudson-Odoi, 19 anni, al momento sta bene ("ho avuto il virus per un paio di giorni, sono guarito ma mi auto-isolo per un paio di giorni seguendo le direttive sulla salute", ha detto in un videomessaggio). L'allerta era stata data già ieri: i calciatori del Chelsea non si erano allenati perché nel centro tecnico di Cobham era stata fatta una disinfestazione degli uffici e delle strutture, provocata dall'allarme scattato per le condizioni di salute di un componente dello staff che nei giorni scorsi aveva avuto febbre alta. Ieri sera era toccato l'Arsenal annunciare che l'allenatore Mikel Arteta era risultato positivo, cosa che aveva causato il rinvio della partita contro Brighton in programma sabato. Questa mattina si terrà una riunione di emergenza per decidere sul prosieguo del campionato inglese, il più ricco del mondo: attualmente, per orientamento del governo e decisione di Premier League e Football League, i campionati si giocherebbero regolarmente a porte aperte. Ma la situazione è in evoluzione, visto anche il sospetto contagio del terzino del Manchester City Benjamin Mendy e di tre giocatori del Leicester. E visto anche il caso più recente di sospetto contagio che ha coinvolto un giocatore dell'Everton, il cui nome non è stato ancora rivelato: i Toffees hanno diffuso una nota in cui si parla di "sintomi consistenti" e hanno annunciato di aver avviato le misure di quarantena. André Gomes avrebbe mostrato segnali sospetti che hanno fatto scattare l’allarme. La squadra di Ancelotti aveva affrontato il Chelsea in campionato proprio l'8 marzo. Anche il Bournemouth ha annunciato la sospensione di tutta l’attività per la positività del portiere Boruc. Allo stato attuale quattro club in quarantena, ma il numero è destinato ad aumentare di ora in ora.

Soluzione dall’Uefa: Europei a novembre, prima campionati e coppe. Pubblicato lunedì, 16 marzo 2020 su Corriere.it da Guido De Carolis. Un Europeo sul modello del Mondiale 2022 in Qatar. La grande rivoluzione prende corpo. L’emergenza coronavirus ha stravolto la vita di tutti, anche del calcio. Guidata dal presidente Aleksander Ceferin, la Uefa ha convocato per domani una video conferenza con le 55 federazioni nazionali, la Figc sarà collegata con il presidente Gabriele Gravina e il segretario generale Marco Brunelli, più l’Eca in rappresentanza dei club, l’European Leagues portavoce delle varie leghe e la FifPro per i calciatori. Il tema caldo sarà Euro 2020, fissato dal 12 giugno al 12 luglio. Sul rinvio restano pochi dubbi, la novità riguarda le nuove date. L’idea è ricollocarlo non più a giugno 2021, ma dal 23 novembre al 23 dicembre di quest’anno. Al momento è l’ipotesi privilegiata e verrà, insieme alle altre, esposta alle 55 federazioni, alle leghe, ai club e ai calciatori. Nei fatti sarà una prova generale del Mondiale 2022 in Qatar, in calendario tra novembre e dicembre per combattere il troppo caldo. Per la Uefa il nemico è invece il coronavirus, la speranza è ripartire con i campionati il 2 maggio e portarli a termine, insieme a Champions e Europa League, entro il 30 giugno. C’è la possibilità di sforare fino a inizio luglio, eventualità fattibile però complicata: servirebbero infatti deroghe dello Stato e dell’Unione Europea per i contratti dei calciatori in scadenza al 30 giugno. Pur sapendo di perdere circa 300 milioni per spese organizzative già sostenute e per nuove altre da adempiere, la Uefa si è convinta a scegliere il male minore, sulla spinta delle federazioni il cui imperativo è terminare le stagioni e le coppe. Ripartendo il 2 maggio, ammesso di riuscirci, la serie A ce la potrebbe fare, ma la Coppa Italia resterebbe in sospeso. Se Juventus, Inter e Roma dovessero arrivare in fondo a Champions e Europa League potrebbe esserci un problema di date, ma entro luglio si potrebbe chiudere. L’Uefa ha necessità di sette turni infrasettimanali per portare a termine le coppe e in teoria ci sarebbero, sventando così l’ipotesi di mini tornei o di turni in gara secca, idea remota poiché ogni partita saltata si traduce in una perdita economica notevole. Se il calendario dovesse essere così riformulato salterebbe a data da destinarsi (2023?) il Mondiale per Club della Fifa, in programma a giugno 2021. Le società però prediligono le coppe e senza le squadre europee il torneo voluto da Gianni Infantino, presidente della Federcalcio mondiale, non varrebbe nulla. Piazzare Euro 2020 a metà della prossima stagione impatterà in modo inevitabile sul calendario della serie A. L’ipotesi non è anticipare ad agosto la partenza, non si può terminare a luglio e riprendere dopo venti giorni, bensì posticipare l’inizio a settembre, fermarsi per l’Europeo a novembre, e chiudere a giugno. Chi si è dovuta fermare, pur se non avrebbe voluto, è l’Atalanta. Cinque tra giocatori e staff del Valencia, eliminato dai bergamaschi in Champions League, sono risultati positivi. L’Atalanta avrebbe voluto riprendere gli allenamenti mercoledì, ma è ora in autoisolamento e ha rinviato l’attività al 24 marzo. Sempre che si possa per davvero.

Coronavirus, gli Europei di calcio rinviati al 2021. Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Guido De Carolis. Gli Europei di calcio 2020 sono stati rinviati al prossimo anno. È questa la decisione già ufficializzata dell’Uefa che ha anche comunicato che tutte le gare, maschili e femminili, sono sospese fino a data da destinarsi. I match dei playoff in programma a fine marzo per le ultime nazionali che dovevano qualificarsi a Euro 2020 saranno invece giocate, se possibile, a inizio giugno. È stato creato un gruppo di lavoro con Uefa, federazioni, leghe e club per gestire la crisi, rimodellare i calendari e prendere ulteriori decisioni sulle date, il tutto legato all’emergenza coronavirus. La proposta ha incontrato l’accordo delle 55 federazioni collegate in videoconferenza nella riunione Uefa svoltasi martedì mattina. Evidentemente, dopo mille tentennamenti, l’organo che comanda il calcio continentale ha compreso che questa era la soluzione obbligata, anche in considerazione dell’allargamento della minaccia coronavirus in tutta Europa e del fatto che il torneo doveva essere itinerante per Paesi. L’idea della Uefa è di usare il periodo previsto per l’Europeo di quest’anno — 12 giugno-12 luglio — per completare le manifestazioni europee di club. Di fatto lo slittamento è totale, ma l’impianto resterà uguale: Europeo itinerante con esordio a Roma l’11 giugno 2021 e chiusura a Wembley l’11 luglio 2021. Sarà il primo della storia in un anno dispari. La decisione si è resa inevitabile per favorire la chiusura di campionati nazionali e coppe. Il presidente della Uefa, Aleksander Ceferin, ha spiegato la decisione in un lungo comunicato: «Viviamo un momento in cui dobbiamo fronteggiare un avversario invisibile e che si muove molto velocemente. In queste circostanze il mondo del calcio deve mostrare solidarietà, unità di intenti, responsabilità e altruismo. La salute dei tifosi, dei giocatori e degli staff delle squadre viene prima di tutto, per questo l’Uefa ha messo in campo una serie di opzioni per portare a termine i campionati nazionali. Spostare Euro 2020 è stato un grande sacrificio, anche in termini di costi, ma il principio di salvaguardia delle persone e dei campionati è stato anteposto al profitto. Non potevamo accettare di celebrare il 60° anniversario della competizione europea con stadi vuote e fan zone deserte: il calcio è gioia, non isolamento. Voglio anche ringraziare il presidente della Fifa, Gianni Infantino, per la sua disponibilità e perché con il suo aiuto renderà possibile il nuovo calendario del calcio internazionale. L’Uefa rimborserà tutti quei tifosi che avevano già acquistato i biglietti per Euro 2020 e che non potranno partecipare a Euro 2021». Non è ancora stata decisa una data di ripresa per le coppe, Champions e Europa League. Tutto resta in sospeso e in base a quale sarà l’evoluzione del coronavirus nel continente. Si sono fatte varie ipotesi, la prima è quella di poter finire in modo regolare, facendo quindi svolgere le gare di andata e ritorno di ogni competizione, questo sarà possibile ripartendo a giocare verso la fine di aprile l’Europa League e nella prima settimana di maggio la Champions. Se invece, a causa del coronavirus, la ripresa dovesse slittare più in là si valuterà se giocare quarti e semifinali in gara secca. Resta in piedi anche l’ipotesi di un minitorneo con le quattro semifinaliste delle due competizioni. La Uefa farà sapere nel tardo pomeriggio le sue decisioni. Una volta definito lo spostamento dell’Europeo, la serie A potrà tentare di ricominciare. L’ipotesi più gettonata resta quella del 2 maggio, anche se alcuni parlano del 9 maggio. Così si riuscirebbe a completare il torneo entro il 30 giugno, anche se resta in sospeso la Coppa Italia. Sforare però ai primi di luglio è contrattualmente fattibile, anche se non proprio auspicabile.

F1, il Gp d’Australia cancellato dopo il caso di coronavirus che ha colpito la McLaren. Pubblicato giovedì, 12 marzo 2020 su Corriere.it. Si attende solo il comunicato ufficiale. Il Gp di Australia previsto per domenica non si farà, la Formula 1 non è riuscita nemmeno ad accendere i motori per le prove libere, del resto che il rischio fosse altissimo prima della trasferta oceanica era evidente. Ma c’è voluto un caso di positività al coronavirus di un dipendente della McLaren, e la conseguente decisione della scuderia inglese di rinunciare alla corsa, per fermare la carovana. La riunione fra i responsabili delle squadre e gli organizzatori che si è svolta nel cuore della notte di Melbourne ha determinato l’interruzione di tutte le attività. Sarebbe stato folle proseguire e falso proseguire senza la squadra che l’anno scorso ha concluso al quarto posto nei costruttori anche se il regolamento ammette fino a un minimo di 12 macchine in griglia. 

Alessandra Retico per repubblica.it il 13 marzo 2020. Anche il circus della Formula Uno alza bandiera bianca. La conferma ufficiale è arrivata, il Gran Premio d'Australia in programma domenica a Melbourne e che avrebbe dovuto dare il via alla nuova stagione non si correrà. Una decisione inevitabile dopo che la McLaren ha dato forfait a seguito della positività al coronavirus di uno dei membri del suo team. A oggi, fra le prove in calendario, solo il Gran Premio di Cina programmato a Shanghai in aprile era stato rinviato a data da destinarsi mentre risulta confermato il Gp del Bahrain del 22 marzo ma a porte chiuse. A rischio anche l'esordio della F1 in Vietnam previsto per il 5 aprile.

Il caso McLaren. Una decisione, quella dell'annullamento, che fa seguito all'annuncio della McLaren di ritirarsi dal Gran premio d'Australia dopo che un membro del suo staff è risultato positivo al Coronavirus. Quello che tutti temevano è dunque reale: nel paddock della Formula 1 ha fatto il suo ingresso il Covid-19. Negativi invece le 4 persone del team Haas che si erano sottoposte a tampone.

Hamilton: "In F1 il denaro è re". A chiedere la cancellazione del Gran premio sono stati gli stessi piloti. Duro il sei volte campione del mondo Lewis Hamilton in conferenza stampa sull'ipotesi di correre: "Per me è scioccante il fatto che siamo tutti seduti in questa stanza, la F1 continua ad andare avanti, perché il denaro è re. Sono molto, molto sorpreso dal vederci tutti qui, è bello poter gareggiare, ma per me è scioccante stare qui. C'è un mondo che si sta muovendo in una direzione, il resto del mondo sta reagendo, probabilmente un po' in ritardo, abbiamo sentito Trump chiudere i confini dall'Europa agli Stati Uniti. L'NBA viene sospesa e la Formula 1 continua ad andare avanti. Vedo tanti fans in pista già oggi con tutti i rischi del caso. Ho visto Jackie Stewart questa mattina, in forma, sano e in salute, così come altre persone anziane nel paddock. È decisamente preoccupante per me, pensando anche che cinque membri di squadre di Formula 1 siano già stati sottoposti ai test per il coronavirus. Cosa possiamo dire? Money is the king, il denaro è re, non posso aggiungere molto, ma non posso evitare di dire la mia opinione. Posso solo esortare a prendere tutte le precauzioni possibili, cosa che non ho visto fare oggi mentre camminavo per venire in pista. Ho visto tutto procedere come al solito, come se fosse una giornata normale, spero solo che alla fine del weekend non ci siano brutte notizie".

Vettel: "Pronti a tirare il freno". Sono già arrivate. Anche il ferrarista Sebastian Vettel, con meno enfasi ma con la medesima perplessità del suo rivale, non si era tirato indietro: "Spero che altri siano d'accordo, e speriamo che non si arrivi a questo, ma se dovesse succedere sicuramente tirerei il freno a mano. Siamo un gruppo di 20 piloti, ci siamo riuniti negli ultimi anni per varie circostanze e penso che avremo una opinione comune su grandi decisioni come questa. Credo che saremmo abbastanza maturi per prenderci cura di noi stessi".

Andrea Cremonesi per gazzetta.it il 13 marzo 2020. Dopo l’Australia, saltano anche Bahrain e Vietnam. La pandemia di Coronavirus e la positività di un membro della McLaren hanno portato la Formula 1 ad annullare il primo GP della stagione, che si sarebbe dovuto correre domenica a Melbourne. Oggi la F.1 ha preso la sua decisione anche per le prossime due gare che si sarebbero dovute correre il 22 marzo a Sakhir e il 5 aprile ad Hanoi, gare che sono state ufficialmente rinviate. Il provvedimento si somma al già rinviato GP della Cina del 19 aprile. Il comunicato della F.1 precisa che l’inizio del Mondiale è spostato a fine maggio (Monte Carlo del 24?), ma anche che al momento la situazione è costantemente monitorata, in via di evoluzione e non si possono avere certezze. Per dare l’idea della confusione in corso, anche a livello comunicativo, da registrare la discrepanza tra le date: nella nota della F.1 si parla di “fine maggio”, nella nota della Federazione internazionale si parla di “1 maggio”. A maggio sono in programma Olanda (3/5), Spagna (10/5) e Monte Carlo (24/5), ma questi primi GP europei della stagione, a causa dei contagi in aumento nel continente, non sono affatto certi. Tanto che uno scenario prevederebbe anche l’inizio del campionato spostato in Azerbaigian, a Baku, il prossimo 7 giugno.  Chase Carey, presidente di Liberty Media che possiede la F.1, ha spiegato la difficoltà del momento: “La situazione globale del contagio al COVID-19 non consente di fare previsioni, serve il tempo corretto per capire la situazione e prendere le decisioni corrette. Stiamo decidendo insieme alla Fia e agli organizzatori per assicurare la sicurezza di tutti coloro che fanno parte della comunità della F.1. L’obiettivo è recuperare il prima possibile sia il Barhain sia il nuovo GP del Vietnam”.

F1, Gp d’Australia annullato: la Ferrari aveva chiesto subito lo stop ma altri team erano contrari. Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 da Corriere.it. La Formula 1 si ferma, avrebbe dovuto farlo molto prima non due ore prima dell’inizio delle prove libere del Gp d’Australia con una decisione che ha provocato caos, aumentato in modo esponenziale i rischi per la salute di squadre e tifosi, e causato danni all’immagine ed economici pesantissimi. Non si sa ancora quando ripartirà il campionato, pare a Baku (7 giugno) e l’intenzione è recuperare ad agosto. Tutto è scritto sulla sabbia in questo momento, la MotoGp è stata molto più lungimirante nel leggere in anticipo la situazione e stravolgere il calendario. Dietro all’annullamento della corsa australiana c’è stato un lungo braccio di ferro fra organizzatori, squadre e autorità dello Stato del Victoria su chi dovesse prendersi la responsabilità di non far disputare la tappa. Questione di soldi, tantissimi, di rimborsi e assicurazioni. Tutto nasce dal test positivo di una dipendente della McLaren e dalla conseguente scelta della squadra inglese di ritirarsi per «senso di responsabilità nei confronti di tutto lo sport». Passano ore senza una presa di posizione da parte del «governo» della F1, una parola, c’è una riunione notturna nel paddock fra i capi delle scuderie ee i vertici delle rispettive organizzazioni. Perché la Fia annulli tutto in maniera spontanea bisogna scendere sotto il numero delle 12 macchine in pista. E le autorità locali che avrebbero la competenza di fermare tutto, ma che pagano svariati milioni per ospitare la corsa inaugurale, tacciono. Emergono spaccature, c’è chi spinge per correre comunque dopo aver speso una barca di soldi per raggiungere Melbourne ed essere stato rassicurato dalle informazioni ricevute da Liberty e dall’osservatorio sull’emergenza sanitaria della Federazione. La Ferrari chiede da subito lo stop minacciando anche di bloccare i motoristi ai team clienti, Alfa e Renault gli vanno dietro, ovviamente anche la McLaren già ritirata. Addirittura ben prima dell’ufficializzazione Sebastian Vettel e l’ex compagno Kimi Raikkonen sono già sull’aereo di ritorno con destinazione Zurigo temendo la cancellazione dei voli successivi. Red Bull, Alpha Tauri, Racing Point e, all’inizio, anche la Mercedes dicono di andare avanti. Altri due (Haas e Williams) si astengono. In questa situazione si potrebbe ancora proseguire, ma con uno spettacolo mutilato dall’assenza dei principali protagonisti. Alla fine però prevale il buon senso mentre le gru smontano le hospitality e i garage e i meccanici vanno via con i trolley. Anche la Mercedes si esprime a favore dell’annullamento e lo rende noto attraverso una lettera spedita alla Fia. Il cambio di rotta è dettato da due ragioni: Lewis Hamilton il giorno prima aveva criticato duramente la F1 («Il mondo si ferma, noi no. Qui comanda solo il denaro), e le notizie allarmanti provenienti dalla Germania sul diffondersi del virus. Sono passate più dodici ore dal comunicato del ritiro della McLaren a quello di annullamento della corsa. Il mondo ultraveloce della F1 si è mosso con una lentezza degna delle peggior burocrazie. Quando si riaccendono i motori? A saperlo...

Coronavirus, lo sport si ferma: dal calcio alla F1 all’Olimpiade di Tokyo, cosa succede? Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 da Corriere.it. Lo sport mondiale fa i conti con il coronavirus. E si ferma, si riorganizza, si cancella. In Italia è fermo tutto fino al 3 aprile per la decisione della Presidenza del consiglio, Coni e delle varie Federazioni presa il 9 marzo in piena emergenza coronavirus. Malagò e i presidenti federali hanno «sospeso tutte le attività sportive a ogni livello» decisione poi confermata da un decreto. Ma l’emergenza data dalla pandemia si è poi diffusa in tutto il mondo mettendo in crisi tutti gli avvenimenti sportivi. La serie A è al momento sospesa fino al tre aprile, la data fino a quando è in vigore l’attuale decreto. I primi a bloccarsi in Europa erano stati gli svizzeri (fino al 15 marzo), poi la decisione è stata imitata dalla Spagna (per due settimane) e il 13 marzo anche dalla Premier e dalla Bundesliga, unita all’ultimo dopo aver cercato di far giocare questo weekend a porte chiuse. Questi rinvii avranno ovviamente forti ripercussioni sul calendario internazionale. Solo il 13 marzo è arrivata la decisione della Uefa di fermare Champions ed Europa League (decisive le positività di Rugani nella Juventus e dell'allenatore dell’Arsenal Arteta). Si gioca invece in Ucraina, Turchia, Svezia, Danimarca, Azerbaigian, Finlandia e Kazakistan (a porte chiuse), in Russia con un massimo di 5.000 spettatori e in Serbia normalmente. Cancellata l’amichevole Inghilterra-Italia. La Conmebol, confederazione calcistica del Sudamerica, ha ufficializzato il rinvio a data da destinarsi delle partite delle prime due giornate delle qualificazioni del Sudamerica al Mondiale di Qatar 2022 (erano previste il 23 e il 31 marzo). Anche gli Europei del 2020 sono a forte rischio. Il torneo, che si svolgerà in 12 Paesi diversi tra cui l’Italia (l’Olimpico di Roma ospiterà quattro partite), al momento è in programma dal 12 giugno al 12 luglio. Se la situazione peggiorerà non è escluso che possano esserci delle modifiche sul programma o, ancora, delle decisioni drastiche come il rinvio al 2021. Si deciderà il 17 marzo.

Il Gp di Melbourne è stato cancellato dopo un caso di positività al coronavirus di un dipendente McLaren e del conseguente ritiro della squadra. La decisione è stata presa solo due ore prima dell’inizio delle prime prove libere mentre i tifosi si accalcavano fuori dai cancelli dell’Albert Park. Non si sa ancora quando potrà iniziare la stagione: il 13 marzo sono stati rinviati anche Bahrein e Vietnam dopo l’annullamento del Gp di Shanghai (19 aprile). L’idea degli organizzatori sarebbe quella di iniziare a fine maggio in Europa, da Montecarlo, o addirittura a giugno da Baku. Sospesa anche tutta la stagione della Formula E per due mesi. Saltata anche la tappa di Roma, in programma per il 4 aprile. Negli Stati Uniti Indycar ferma fino a fine aprile, mentre la Nascar per il momento ha sospeso solo l’evento di Atlanta in programma il 14 e 15 marzo.

Carmelo Ezpeleta, boss della Dorna che organizza il Motomondiale, l’aveva detto alla vigilia del Gran Premio del Qatar: «Faremo di tutto per salvare il campionato…». Il primo appuntamento con la MotoGp del 2020 dovrebbe essere il Gran Premio di Spagna sul circuito di Jerez dall’1 al 3 maggio 2020. Logica vorrebbe che si riprovasse a correre in Qatar (che doveva essere la gara d’esordio l’8 marzo e che si è tenuta solo per Moto2 e Moto3), magari organizzando un volo charter per gli italiani, così com’era stato ipotizzato in un primo tempo. Dopo lo spostamento del Gran Premio di Thailandia al 4 ottobre (era previsto inizialmente il 22 marzo) e conseguente anticipo di una settimana della gara di Aragon (al 27 settembre), si sono riprogrammate le gare di Austin, negli Usa, e di Termas de Rio Hondo, in Argentina: il primo sarà dal 13 al 15 novembre, il Gp in Argentina dal 20 al 22 novembre, mentre il Gran Premio de la Comunitat Valenciana è ora in programma dal 27 al 29 novembre. Per la cronaca, il campionato è valido con un minimo di 13 gare.

I tentativi di mettere al riparo dal coronavirus il calendario ciclistico mondiale (e di conseguenza quello italiano), come auspicato dall’Unione Ciclistica Internazionale, si sono infranti. Venerdì 13 marzo è stato ufficialmente annunciato il rinvio del Giro d’Italia che avrebbe dovuto prendere il via il 9 maggio con la Grande Partenza dall’Ungheria. La Parigi-Nizza, la celebre corsa a tappe francese, unica sopravvissuta di un calendario ricchissimo, verrà stoppata dopo la tappa di venerdì dopo aver registrato la defezione di sette squadre in partenza e la fuga della Bahrain McLaren alla partenza della sesta tappa. Saltata la Gand-Wevelgem, rischiano anche i «monumenti» Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. Del resto dopo che Gaviria, fortissimo velocista, era stato trovato positivo al coronavirus, non si poteva fare altrimenti. Già cancellate da Rcs Sport la Strade Bianche maschile e femminile, in programma il 7 marzo. Venerdì 6 marzo è stato deciso il rinvio della Tirreno-Adriatico (in programma dall’11 al 17 marzo) e soprattutto della Milano-Sanremo del 21 marzo. Rinviato anche il Giro di Sicilia, altra gara ciclistica a tappe che era in programma dal 1° al 4 aprile. Moltissimi i team della categoria World Tour che hanno annunciato lo stop ad ogni attività agonistica (compresa quella all’esterno dell’Italia) per tutelare la salute di corridori e staff.

Il basket di serie A era già fermo da domenica 8 marzo in tutta Italia. Si è fermata anche l’Nba per la positività di un giocatore: uno stop di almeno 30 giorni, mentre si è bloccata anche l’Eurolega dopo la scoperta di un positivo tra le file del Real Madrid, Trey Thompkins. Sospese anche le finali Ncaa, la tradizionale March Madness.

Anche la Major league di baseball che doveva partire a marzo ha deciso di sospendere tutte le attività e rinviare il primo lancio all’inizio del mese di maggio. Sul fronte dell'hockey, il commisioner NHL Gary Bettman ha invitato giocatori, allenatori e staff a rimanere «lontano dalle piste», rifiutandosi di dare tempistiche sul ritorno al lavoro.

Salteranno le regale della World Series dell’America’s Cup previste dal 23 e il 26 aprile prossimi a Cagliari, dove ha base l’equipaggio di Luna Rossa. «Per cause di forza maggiore», dopo la dichiarazione di pandemia Covid 19, il sindacato degli sfidanti (Cor 36) ha comunicato l’impossibilità di organizzare l’evento e proposto al defender New Zealand di rinviarlo. «Il Defender — si legge in una nota ufficiale del Cor 36 — ha pubblicato un comunicato in cui annunciava l’annullamento delle ACWS Sardegna-Cagliari senza menzionare la proposta di una nuova data dell’evento e, parallelamente, rifiutava la proposta del Cor senza neppure discuterla. Il COR 36 si rivolgerà all’Arbitration Panel chiedendo di confermare lo spostamento delle ACWS Sardegna-Cagliari a nuova data».

Anche il tennis si ferma di fronte all’emergenza coronavirus. Stop di sei settimane da parte dell’Atp. Cancellati Miami, Houston, Marrakech, Montecarlo, Budapest e Barcellona. Appesi a un filo gli Internazionali d’Italia, che sono dal 4 al 17 maggio. Al momento restano in programma anche Roland Garros a Parigi (18 maggio – 7 giugno) e Wimbledon a Londra (29 giugno – 12 luglio). Tutto però è in realtà a serissimo rischio. Dipenderà ovviamente dallo sviluppo dell’epidemia.

Niente finali di Coppa del mondo di sci (erano in programma dal 16 al 22 marzo a Cortina d’Ampezzo), niente gare conclusive a Kranjska Gora per gli uomini (a porte chiuse, ma senza la squadra italiana) e di Aare per le donne, ma mercoledì 11 marzo anche la Svezia (dove c’è stato il primo decesso) ha cancellato tutto: la conseguenza sportiva è stata che Federica Brignone è diventata la prima italiana a vincere la Coppa del mondo generale (ha vinto anche quella di gigante e combinata). Mentre sul fronte maschile l’annullamento delle finali in Slovenia ha consegnato il trofeo generale al norvegese Kilde, primo «terrestre» del dopo Hirscher.

Capitola anche la popolare maratona di Boston. Gli organizzatori hanno annunciato che la 124esima edizione della corsa, in programma per il 20 aprile, sarà rinviata al 14 settembre. Slitta al 4 ottobre quella di Londra, prevista per il 26 aprile. I campionati del mondo di atletica leggera indoor sono stati posticipati al 2021.

Dopo la diffusione del coronavirus in Italia, è stata subito rinviata la partita del Sei Nazioni tra gli azzurri e l’Irlanda. Così come Francia-Irlanda e Italia-Inghilterra, previste per il 14. L’ipotesi è uno slittamento a giugno, ma le gare dei transalpini potrebbero essere addirittura spostate fine ottobre. Il 13 marzo si è aggiunto anche il rinvio di Galles-Scozia. Fermi i campionati e le coppe principali dell’emisfero boreale.

Prima due eventi dello European Tour, a Kuala Lumpur in Malesia e a Shenzhen in Cina, nella seconda metà di aprile sono stati rinviati. Negli Stati Uniti i responsabili del circuito maschile dopo aver fatto iniziare con il pubblico in campo il The Players Championship, torneo con il montepremi più ricco del mondo (15 milioni di dollari), avevano successivamente deciso di far svolgere la seconda giornata a porte chiuse, poi è stato annunciato lo stop definitivo. È di venerdì 13 marzo l’annuncio del rinvio degli Augusta Masters del mese successivo.

I Mondiali di pattinaggio su ghiaccio, in programma a Montreal dal 16 al 22 marzo, sono stati cancellati poche ore dopo l’annuncio da parte della Organizzazione mondiale della sanità dello stato di pandemia. Lo ha annunciato la ministra della Salute Danielle McCann. Venerdì 13 marzo, poi, sono stati annullati i Mondiali di Sincronizzato che erano in programma il 3 e 4 aprile nello stato di New York, a Lake Placid, complice anche il blocco dei voli da e per l’Europa (eccetto il Regno Unito) indetto dagli Stati Uniti.

L’Olimpiade di Tokyo 2020 è in programma dal 24 luglio al 9 agosto. A fine febbraio, però, il primo ministro del Giappone, Shinzo Abe, aveva detto che il governo si preparava «allo scenario peggiore». Il ministro delle Olimpiadi, Seiko Hashimoto, in Parlamento aveva aggiunto: «Crediamo sia necessario prepararsi allo scenario peggiore per migliorare le nostre operazioni per raggiungere il successo». Il 26 marzo, da Fukushima, parte la staffetta con la torcia: al momento è confermata. D’altro canto il Cio, per bocca del suo presidente Bach, continua a ripetere che tutto va bene e che i giochi si terranno regolarmente. Non solo: «Saranno un grande spettacolo». Questa è la speranza. Ma intanto i Giochi Olimpici tremano. E non solo loro.

Olimpiadi Tokyo 2020, adesso è ufficiale: i Giochi in Giappone rinviati al 2021. La decisione è ufficiale, necessaria a causa della pandemia di coronavirus, l'ha annunciata il Primo Ministro Abe dopo una conference call con il presidente del Cio Thomas Bach. Matteo Pinci il 24 Marzo 2020 su La Repubblica. Adesso è ufficiale: "Le Olimpiadi di Tokyo sono rinviate al 2021". La pandemia di coronavirus ha messo alle corde anche il governo del Giappone: dopo una conference call tra il primo ministro Shinzo Abe e il presidente del Comitato olimpico internazionale Thomas Bach a cui hanno partecipato il governatore di Tokyo Yuriko Koike, il presidente del comitato organizzatore Yoshiro Mori, il ministro giapponese dei Giochi Olimpici Seiko Hashimoto, è arrivato l'annuncio del governo giapponese, seguito dalla benedizione del Cio: "I Giochi non si terranno in estate ma nel 2021". L'edizione si chiamerà comunque Tokyo 2020, per non perdere l'investimento sul merchandising e il marchio.

Perché il rinvio di un anno. La fiamma Olimpica non si accenderà il prossimo 24 luglio. L'operazione rinvio avrà costi significativi, ma si è resa indispensabile per il numero sempre crescente di contagi che hanno spinto al pressing le federazioni internazionali e da alcune ore anche i principali comitati olimpici internazionali, compreso quello statunitense. Tutti chiedevano la stessa cosa: lo slittamento al 2021. Il primo ministro Abe ha annunciato che anche il Cio adesso è "d'accordo al 100%" a posticipare i Giochi di un anno, seguito poi dall'annuncio del presidente del Comitato Olimpico internazionale Thomas Bach. Una soluzione che permetterà di mantenere il programma previsto senza modifiche. Certamente la migliore per sponsor e televisioni, che hanno investito pesantemente nel prodotto olimpico.

Si ferma la fiaccola. Giovedì la fiaccola olimpica sarebbe dovuta partire da Fukushima, ma la partenza è annullata, anche se la torcia resterà in Giappone. Il rinvio è una novità assoluta nella storia delle Olimpiadi moderne: anche per questo il Cio dovrà decidere a breve come comportarsi. Si va verso il congelamento delle qualifiche già effettuate, mentre le altre si svolgeranno regolarmente appena sarà permesso dalle condizioni di salute.

Le ipotesi scartate. Inizialmente per il Comitato internazionale la preferenza andava allo slittamento restando nel 2020, indispensabile per rispettare termini contrattuali e consegne, come le abitazioni del Villaggio Olimpico già interamente vendute a privati cittadini per decine di milioni di euro. Si era ragionato concretamente sull'autunno: ottobre ma anche novembre le due ipotesi, che permetterebbero di riportare a Tokyo marcia e maratona, che nel programma estivo erano previste a Sapporo per motivi climatici. Ma il governo ha optato per il rinvio di un anno: ora le federazioni internazionali di atletica (ha già mostrato un'apertura) e del nuoto dovrebbero rinviare i loro mondiali, in programma proprio nell'estate 2021.

Tokyo 2020 slitta, Malagò: "Forse in primavera". Pellegrini: "Speriamo il fisico regga". Tortu: "La salute prima di tutto". Il ministro Spadafora: "Decisione saggia". Le reazioni dei principali atleti azzurri. L'ironia della campionessa veneta: ''Devo nuotare un altro anno, non ci voglio credere...''. Cagnotto: ''Decisione per il bene del mondo''. Di Francisca: "Non so se continuerò". Moioli: ''Duro colpo''. Russo: "Avrò 39 anni ma voglio la quinta Olimpiade". La Repubblica il 24 Marzo 2020. "Giusto rinviare i Giochi". Da Federica Pellegrini a Filippo Tortu, da Tania Cagnotto a Michela Moioli: la reazione dei principali atleti italiani alla notizia del rinvio di Tokyo 2020 al prossimo anno è unanime. Nonostante il diffondersi del coronavirus, molti di loro avevano continuato la preparazione in vista dell'Olimpiade ma il Cio e il governo giapponese si sono arresi alla pandemia, optando inevitabilmente per la scelta dello slittamento.

Malagò: "Non è detto che si facciano a luglio". Intanto però va registrata l'ipotesi del presidente del Coni, Giovanni Malagò. "Non era mai successo uno spostamento delle Olimpiadi se non per eventi bellici. Ci sono molte federazioni internazionali che hanno già dato disponibilità a riprogrammare le loro manifestazioni nel 2021", spiega in una una intervista al vice direttore di Rai sport Enrico Varriale di cui è stata diffusa una anteprima. "Olimpiadi in primavera? Non mi sorprenderebbe - dice - è una ipotesi in campo. Come ha detto Coe per i mondiali di atletica programmati in agosto c'è ampia disponibilità a cambiare tradotto in italiano sui calendari comanda l'Olimpiade". "Cosa cambia per gli atleti più avanti negli anni? Per Federica Pellegrini l' importante non è un anno in più ma sapere una data - le parole di Malagò - La Di Francisca mi ha chiamato mi ha detto che voleva fare in altro figlio e questo potrebbe complicare i suoi piani. L'ho incoraggiata come anche altri e credo che questi atleti, penso anche a Montano, con la loro determinazione ad esserci potrebbero essere il simbolo per Tokyo 2021".

Spadafora: "Una decisione saggia". "Quella di rinviare le Olimpiadi di un anno è una decisione saggia e che ho accolto con grande favore". Sono le parole del ministro dello sport, Vincenzo Spadafora. "Gli atleti di tutto il mondo, e con loro le nostre campionesse e i nostri campioni olimpici e paralimpici, attendevano con ansia un pronunciamento chiaro dal Cio per poter programmare e ricalibrare la loro preparazione. Da oggi c'è un nuovo orizzonte, che tutela la salute di sportivi e appassionati, e che consentirà a tutte le federazioni di modificare il calendario e vivere questi giorni difficili con maggiore serenità", aggiunge Spadafora. "Le Olimpiadi del 2021 saranno un momento di grande coesione internazionale per festeggiare, tutti insieme, la più importante celebrazione sportiva e la gioia di ritrovarci uniti dopo mesi di forzato isolamento".

Di Francisca: "Non so se andrò avanti fino al 2021". Elisa Di Francisca conferma quanto detto a Malagò: "Continuare fino ai Giochi 2021? Ci devo pensare, sono indecisa tra l'avere il secondo figlio e aspettare i Giochi. Sarebbe bello fare un'altra Olimpiade, mi dispiace lasciare così ma un anno è lungo. Da domani mangio e non faccio più niente - dice sorridendo - Sul da farsi ci penso. La decisione di rinviare i Giochi è sacrosanta, però per noi mamme è difficile, sono continui sacrifici. Però resistiamo".

Pellegrini: "Speriamo fisico regga". Aspettare 12 mesi in più non dev'essere una passeggiata per Federica Pellegrini, 32 anni ad agosto, in uno sport impegnativo come il nuoto: "Devo nuotare un altro anno, non ci voglio credere... Sembra una barzelletta, il destino, le coincidenze...fatto sta che io non posso smettere di nuotare. Avrei preferito gareggiare quest'anno, ma visto tutto quello che sta succedendo nel mondo e che tanti atleti non hanno la possibilità di allenarsi saremmo arrivati senza essere preparati, quindi la decisione di spostarle di un anno è giusta e sono d'accordo". Questo il messaggio della "Divina" sul proprio profilo Instagram. "Ci prepareremo al meglio, si tratta solo di riprogrammare tutto. E speriamo che il fisico tenga botta ancora per un anno", conclude la campionessa olimpica di Pechino 2008 nei 200 stile libero.

Cagnotto e Tortu: "Salute prima di tutto". "Se spostano l'Olimpiadi Tokyo all'anno prossimo evidentemente non vedono miglioramenti entro luglio. Potrebbe starci, molti paesi devono ancora passare quello che abbiamo passato noi. Se lo fanno è per il bene del mondo". Tania Cagnotto, unica donna italiana ad aver vinto una medaglia d'oro mondiale nei tuffi, oltre ad essere la tuffatrice europea con il maggior numero di podi in carriera, capisce e si adegua al probabile slittamento di un anno dei Giochi. "Egoisticamente, dal mio punto di vista, speravo che si facesse entro l'anno, anche perché - Cagnotto è nata nel maggio 1985 - se la faranno l'anno dopo non credo di poter partecipare. Ma ovviamente capisco e condivido, se prenderanno questa decisione sarà per il bene di tutti e del mondo". La fa eco Filippo Tortu, primatista nazionale dei 100 metri piani con il tempo di 9″99: "E' la scelta giusta, la salute prima di tutto. Per qualsiasi atleta pensare di non poter gareggiare nella più prestigiosa delle competizioni non è certamente una buona notizia, ma considerata la gravità della situazione sanitaria a livello mondiale, non si poteva fare altrimenti. Per quanto mi riguarda avrò un anno in più per prepararmi, mi mancherà non essere a Tokyo e l'attesa sarà ancora più bella, come quando desideri tanto qualcosa. Dobbiamo tutelare la salute di tutti e anche noi atleti dobbiamo adeguarci a questo momento di crisi internazionale".

Russo: "Avrò 39 anni ma punto alla quinta Olimpiade". Clemente Russo, malgrado nel 2021 avrà 39 anni, rilancia: "Voglio la quinta Olimpiade, voglio questo record da guinness dei primati, perche' dal 496 a.c., nessun pugile ha disputato 5 Olimpadi. E' il primo obiettivo e poi la medaglia d'oro che mi manca. Devo ancora qualificarmi e purtroppo al Torneo di Londra sono stato male prima del combattimento dei 16' e poi e' stato annullato il torneo e quindi l'ultima possibilità è al Torneo di Parigi. Spero di mantenere la forma e di poterci andare, magari portare la bandiera e vincere la medaglia d'oro..." dice il boxeur di Caserta. "Entrerò nel limite massimo dei 40 per un pelo" aggiunge Russo che parla delle difficoltà di allenarsi in questo momento che bisogna stare chiusi in casa. "Il nostro è uno sport di contatto e si lavora all'80% con lo sparring partner o il maestro che ti fa fare le figure: hai bisogno della sagoma umana davanti. Il rinvio? La decisione presa è giusta, perché prima viene la salute degli atleti, della gente che viene ai palazzetti", conclude.

Moioli: "Duro colpo, teniamo duro". Chi sta vivendo in primissima persona questo drammatico momento è la bergamasca Michela Moioli, vincitrice dell'ultima Coppa del Mondo di snowboard, che recentemente ha perso la nonna a causa del coronavirus (e anche il nonno è ricoverato). "E' un duro colpo per tutti gli atleti, per preparare un Olimpiade ci vogliono 4 anni e sentirsi dire agli sgoccioli che sarà rimandata di un anno è durissima - dice a Sport Mediaset -, ma invito tutti a tenere duro e speriamo che l'estate prossima si possa fare e che gli italiani vincano più ori possibili. E' davvero dura, ma andiamo avanti e siamo fiduciosi che finirà presto". Poi un messaggio per la sua Bergamo: "Teniamo duro e rispettiamo le regole, è l'unico modo che abbiamo di sconfiggere il virus. Ringrazio i medici e chi aiuta i malati, non è facile ma dobbiamo stringere i denti, distanti ma uniti".

Tamberi: "Arrivederci, non addio". Per lui che aveva saltato Rio 2016 per infortunio, è una vera e propria maledizione. Eppure Gianmarco Tamberi prova a guardare il bicchiere mezzo pieno: questa volta è solo un arrivederci: "Non possiamo decidere che cosa accadrà nella nostra vita, l'unica cosa che possiamo fare, è decidere come reagire a ciò che ci accade - scrive su Facebook - Ho sacrificato interamente la mia vita privata in questi ultimi quattro anni. Ho messo da parte qualsiasi pensiero di fare una famiglia, di vivere le mie amicizie come un ragazzo normale, di ricambiare il tempo che mi viene regalato da tutte le persone che mi vogliono bene. Ho messo da parte tutto quanto, mettendo davanti un solo pensiero. Pensiero che era diventata una dolce ossessione con cui convivere. Vivevo ogni singola scelta personale in funzione di quell'evento. E ora mi guardo allo specchio dopo aver letto le notizie al giornale. Una lacrima scende lenta nel viso nello stesso canale ben scolpito dalle lacrime di 4 anni fa e capisco. Capisco che tutto questo è stato fatto per un qualcosa che non ci sarà. E se quella volta scrissi, addio Rio, addio mia Rio...Ora forse un po riesco a consolarmi nel darti l'arrivederci! Si, ma chissà a quando....Arrivederci Tokyo, arrivederci mia Tokyo".

Bebe Vio: "Sono triste ma pazienza: aggiorno il countdown..." Bebe Bio ha preso la notizia con fatalismo: "Aggiorniamo il countdown: da oggi mancano 520 giorni alle Paralimpiadi di Tokyo... Le abbiamo sognate per così tanto...e poi all'improvviso i giorni e le ore di allenamento si resettano", ha scritto su Facebook. "Ora dovremo ripartire e riprogrammare tutto: lo studio, gli allenamenti, le gare, le qualifiche...Sono triste, certo, ma è giusto così. Adesso - continua Bebe - non possiamo stare qua e lamentarci del tempo perduto, dobbiamo concentrarci sull'oggi e non dimenticare chi, ora e nei prossimi giorni, lotterà per non perdere qualcosa di più grande. Superiamo tutti insieme questo momento difficile. Continuiamo a stare a casa e blocchiamo questo cacchio di coronavirus! Insieme ce la faremo". 

L'ironia di Zanardi: "Notizia che taglia le gambe". "Passatemi la battuta: è una notizia che mi taglia le gambe, la scopro adesso con un po' di rammarico". Questo il commento a caldo di Alex Zanardi: "Il dubbio è che anche in questa occasione la risposta che si è dovuta dare riguarda più la percezione che la tecnicità del problema stesso - dice al programma 'Tutti convocatì di Radio 24 -. Giusto che ognuno faccia sentire la propria voce, ma bisogna farlo in modo propositivo, mentre alcune federazioni hanno preso posizioni troppo nette e credo sia stata una cosa spiacevole".

Antonio Rossi, assessore allo sport della Regione Lombardia e tre volte oro olimpico nella canoa, condivide la scelta del Cio: "Decisione giusta. Capisco benissimo, essendo coinvolto nell'organizzazione dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, le difficoltà del governo nipponico che perderà diversi soldi da questo slittamento, ma è stato giusto anteporre agli interessi economici la salute degli atleti".

Pienamente d'accordo anche il campione olimpico della maratona ad Atene 2004, Stefano Baldini: "Era impossibile garantire in tre mesi le condizioni ideali dal punto di vista della salute agli 11mila atleti e a tutte le altre persone come dirigenti, tecnici, giornalisti che avrebbero raggiunto Tokyo. Ora chiunque non faccia un lavoro indispensabile per il Paese deve restare a casa e fare il tifo per medici e infermieri che stanno facendo l'impossibile per salvare le vite umane. Io ad esempio sono chiuso in casa dal 23 febbraio quando hanno chiuso le scuole".

Tokyo 2020 rinviata una nuova chance per Alex Schwazer. Donati: «Talento intatto». Pubblicato martedì, 24 marzo 2020 da Corriere.it. Il rinvio di un anno dell’Olimpiade di Tokyo 2020 diventa un’occasione ulteriore per Alex Schwazer? Il suo tecnico Sandro Donati ci spera: «Il talento e le motivazioni di Alex sono intatte, per lui può essere una chance». In realtà il marciatore azzurro è ancora sotto squalifica per doping, durerà fino al 2024 dopo il controllo effettuato l’1 gennaio 2o16 e concretizzato alla vigilia dell’Olimpiade di Rio. Ma il campione olimpico di Pechino 2008 non si è ancora arreso all’idea che la sua carriera agonistica sia finita, e «soprattutto vuole che sia riconosciuta la sua integrità». «Quest’anno in più può essere utile. Prima i tempi erano strettissimi» sottolinea Donati al telefono con l’agenzia Ansa, pur ricordando che alla fine del 2021 Alex compirà 37 anni. I Giochi avrebbero dovuto prendere il via il 24 luglio. Alla fine di quel mese - quindi tra quattro mesi - il tribunale di Bolzano esaminerà i risultati dell’incidente probatorio sulle provette chiesto dalla difesa. A quel punto il giudice deciderà se procedere per doping o chiedere l’archiviazione. «Noi confidiamo senz’altro su questa seconda strada - afferma Donati - Poi ci troveremo comunque di nuovo davanti al Moloch del sistema giudiziario sportivo». Schwazer ha ripreso ad allenarsi lo scorso novembre, pur sapendo che marciare in Giappone sarebbe stato pressoché impossibile per la «finestra» preventiva di sei mesi dei controlli antidoping sugli atleti al rientro agonistico. «Alex va fortissimo - assicura Donati - Il suo talento è intatto ed io lo tocco con mano ogni giorno che gli sono vicino. In questo momento nessuno al mondo lo batterebbe». D’altra parte le difficoltà sono tante: «Ormai è un dilettante, per allenarsi deve togliere tempo al lavoro».

Da gazzetta.it il 24 marzo 2020. “Devo nuotare un altro anno, non ci voglio credere...”. Reagisce così Federica Pellegrini alla notizia del rinvio al 2021 fei Giochi olimpici: ”Sembra una barzelletta, il destino, le coincidenze...fatto sta che io non posso smettere di nuotare - ha scritto su Instagram -. Avrei preferito gareggiare quest’anno, ma visto tutto quello che sta succedendo nel mondo e che tanti atleti non hanno la possibilità di allenarsi saremmo arrivati senza essere preparati, quindi la decisione di spostarle di un anno è giusta e sono d’accordo. Ci prepareremo al meglio, si tratta solo di riprogrammare tutto. E speriamo che il fisico tenga botta ancora per un anno» conclude Fede.

Filippo Tortu approva la decisione del Cio e del comitato organizzatore di postporre di un anno i Giochi olimpici: “E’ la scelta giusta, la salute prima di tutto. Per qualsiasi atleta pensare di non poter gareggiare nella più prestigiosa delle competizioni non è certamente una buona notizia, ma considerata la gravità della situazione sanitaria a livello mondiale, non si poteva fare altrimenti”. Il velocista azzurro aggiunge: “Per quanto mi riguarda avrò un anno in più per prepararmi, mi mancherà non essere a Tokyo e l’attesa sarà ancora più bella, come quando desideri tanto qualcosa. Dobbiamo tutelare la salute di tutti e anche noi atleti dobbiamo adeguarci a questo momento di crisi internazionale”, conclude il velocista azzurro.

Anche Simona Quadarella è d’accordo: “E’ la decisione giusta per la salute degli atleti, anche se mi dispiace perché sarebbe stata la mia prima Olimpiade”. E il c.t. del Settebello iridato aggiunge: “Sono abbastanza soddisfatto della celerità della decisione - ha dichiarato -. Ultimamente non mi era piaciuta la comunicazione, stavano cercando di perdere troppo tempo, queste incertezze non fanno bene agli atleti e a noi allenatori che dobbiamo riprogrammare tutto.

Ora c’è una data, c’è un obiettivo molto chiaro e a questo punto dobbiamo risettarci e riprogrammarci; tutto sommato è meglio così perché in un anno si spera che le cose tornino in assoluta tranquillità”. Tania Cagnotto inseguiva la sesta Olimpiade, ha già vinto un argento e un bronzo ai Giochi, e anche se probabilmente non ci sarà a Tokyo, capisce le ragioni del rinvio: “Egoisticamente, dal mio punto di vista, speravo che si facesse entro l’anno, anche perché — Tania è nata a maggio 1985 - se la faranno l’anno dopo non credo di poter partecipare. Ma ovviamente capisco e condivido, se prenderanno questa decisione sarà per il bene di tutti”.

GLI EX BALDINI E ROSSI Una decisione giusta anche secondo l’olimpionico di maratona ad Atene 2004, Stefano Baldini: “Era inevitabile. Era impossibile garantire in tre mesi le condizioni ideali dal punto di vista della salute agli 11 mila atleti e a tutte le altre persone come dirigenti, tecnici, giornalisti che avrebbero raggiunto Tokyo”. ”Credo che il Cio, in accordo con il Giappone, abbiano preso la decisione più giusta” sostiene l’olimpionico della canoa, Antonio Rossi. ”Oltre alla salute -prosegue Rossi- non dimentichiamoci che non tutti gli atleti riescono ad allenarsi in questo difficile momento e per questo alcuni comitati olimpici come Canada e Australia avevano annunciato che non si sarebbero presentati”.

Tokyo 2020 rinviata, Federica Pellegrini: «Giusto così. Stringo i denti sperando che il fisico regga e accantono il privato». Pubblicato mercoledì, 25 marzo 2020 su Corriere.it da Gaia Piccardi.

Federica Pellegrini, come l’ha saputo?

«Sono a casa a Verona per una settimana di pausa negli allenamenti già programmata: me l’ha detto Matteo, il mio coach».

Con tatto?

«Ero pronta a ogni evenienza. Un po’ di preparazione per attutire la notizia l’ho avuta».

Quando ha capito che il vento del rinvio secco stava cominciando a soffiare?

«Quando le nazioni più grandi si sono messe di traverso. Non si poteva pensare a un’Olimpiade senza gli Usa. Rimandare, a quel punto, era la scelta più scontata».

Non una buonissima notizia per una nuotatrice quasi 32enne, a caccia della quinta Olimpiade e del secondo oro ai Giochi.

«Andare avanti sarà difficile: speriamo che il fisico regga! Ma a livello di programmazione, meglio Tokyo 2021 che un posticipo di un paio di mesi: adesso saremmo qui a chiederci come riprogrammare i collegiali e le alture, se fare subito un po’ di vacanza o se invece tirare dritto con il rischio di arrivare a ottobre spompata. Così è più facile. Applicheremo al 2021 lo stesso format, non c’è molto da decidere».

Se invece che Tokyo 2021 fosse diventato Tokyo 2022?

«Avrei detto basta. Per un anno in più accantono tutti i progetti privati e stringo i denti».

La botta sul morale è forte?

«Al netto dell’epidemia di coronavirus, è chiaro che avrei preferito fare le Olimpiadi a luglio di quest’anno. Sull’umore il rinvio impatta però è giusto così. Sia perché in questo momento il mondo ha altre priorità, sia perché è giusto dare a tutti gli atleti le stesse possibilità di allenarsi. Non si preparano i Giochi a casa: non sarebbe stata un’Olimpiade equa».

E nemmeno doping free, probabilmente.

«Esatto. Non voglio un’Olimpiade sporca».

Si aspettava una decisione più rapida da parte del Cio?

«Mi è piaciuto che si sia ragionato sugli atleti e non sul business. L’ho temuto».

L’allenamento stava andando bene.

«Eravamo in tabella di marcia. Con Matteo adesso ci riprogrammeremo per finire la stagione, ma sapere che la decisione è presa mi mette tranquilla».

Cosa direbbe a Elisa Di Francisca, che a 37 anni (e mamma) non sa se si sente di arrivare ai Giochi 2021?

«Niente. Se ha altre priorità la capisco. Continuare deve essere una cosa che ti senti dentro. Ma i drammi sono altri, non i nostri. La tragedia è negli ospedali, a Bergamo, a Brescia, nei focolai del virus. Certo un mondo senza sport non me lo sarei mai immaginato...».

Cosa farà a casa questa settimana?

«Ho stirato due volte, cioè due in più di quanto l’avessi mai fatto. Ho ordinato due mobiletti per il terrazzo su Amazon. Porto giù Vanessa, la mia cagnolina, con guanti e mascherina. Cucino un po’. Riposo».

E da lunedì?

«Riprendo a nuotare. Non mi fermo. Sia mai che scoprissi che è troppo bello e poi non riparto più...».

·        L’Epidemia e le scuole.

Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 12 novembre 2020. Il sapore dell' infanzia perduta. In «Quarto potere» di Orson Welles lo snodo della trama, la chiave di tutto, era uno slittino con sovrimpressa la scritta usurata "Rosebud", abbandonato in un vasto e polveroso magazzino. Rappresentava l' infanzia perduta del protagonista. Ecco. L'immagine finale dello slittino di Welles - con tanto di metafora infantile appiccicata- è quella che ora ci evoca la fotografia delle decine di banchi arancioni, nuovi di pacca, abbandonati in una scuola di Molfetta, in Puglia, che rappresentano l' efficienza perduta del governo (se mai ci fosse stata). Ma non è solo quello. Certamente, dal punto di vista mediatico, ha gioco facile Matteo Salvini, ora, a twittare la suddetta fotografia glossata dall' ennesima denuncia di spreco di quattrini. «Altri banchi a rotelle in arrivo», scrive il leader leghista, a commento «ma studenti in didattica a distanza. Uno spreco enorme, una montagna di denaro che poteva essere usata per tablet, computer e connessioni internet per le famiglie». E certamente, non aiuta il fatto che altri 165 striminziti banchi a rotelle «idonei forse per l' asilo» siano arrivati, tempo prima, a Cadoneghe provincia di Padova, in una scuola media e superiore, suscitando l' ironia dialettale degli autoctoni: «No gavevi altri modi par spender i schei?», non si potevano sperperare i soldi altrimenti? E certamente non allieta le istituzioni neppure la notizia che un' altra partita di banchi semoventi sia giunta, tra gli applausi, a Mondovì; ma in una scuola purtroppo chiusa per lockdown. E certamente è sconsolante lo spettacolo di turbe di insegnanti di disegno tecnico (in un quarto delle scuole d' Italia) che, accortisi della lunghezza - anzi della cortezza- dei suddetti banchi, si disperano perché non sanno più dove allocare gli studenti armati di squadre, compassi e fogli. E, a chiosa di tutto questo, ci si mette la ministra Azzolina. La quale, in un' intervista a Repubblica, dichiara senza malizia: «No, i banchi nuovi non sono indispensabili. Sono molto migliorativi, però: sono più piccoli, funzionali, moderni. Favoriscono la didattica di gruppo, non frontale. Non ci trovi sotto il chewingum di tuo nonno. Arredi nuovi inducono a prendersene cura, come sempre si dovrebbe». Ma è proprio questo, in realtà, il problema: la cura. La cura delle cose e il rispetto delle persone. Perché non è più solo colpa della ministra dell' Istruzione, o del commissario all' emergenza Arcuri dai quali abbiamo ancora notizie nebulose su questi prodigiosi banchi-sedia (chi li ha forniti di preciso? È vero che abbiamo speso 247 euro a banco per un appalto che sembra aggirarsi attorno ai 44 milioni di euro? O è molto meno, o molto di più?). No, in fondo, non è più colpa loro. Non è colpa neanche di Conte. No. A meritare il J' accuse non sono soltanto la politica fuori tempo, le promesse non mantenute, o i 450mila banchi sulle ruote usati, nel migliore dei casi come go kart nelle gare di classe che adolescenti idioti filmano e postano su YouTube. Qui, vale per i banchi lo stesso discorso dei vaccini antinfluenzali mai arrivati che alcuni ospedali lombardi, di straforo e senza clamori, sono costretti ad acquistare in Svizzera magari affittando ambulanze al posto degli spalloni. Vale il discorso dei medici e degli infermieri che latitano; delle derrate di mascherine non funzionanti e comprate inutilmente; dei ristori di ogni tipo che non arrivano e non si sa come arriveranno, a detta degli stessi tecnici del bilancio del Senato. Qui la colpa è di noi tutti che ci siamo assuefatti all' approssimazione, alla dittatura della burocrazia, all' inedia di chi ci governa (che noi abbiamo democraticamente eletto), alla vaga protesta di piazza che termina in un sospiro o, al massimo nella telefonata al politico amico che possa risolverci il problema. La questione non è più politica, è filosofica. Quei banchi di Molfetta non hanno bisogno di commenti. Sono davvero l' emblema dell' infanzia e - soprattutto - della nostra dignità perduta

Covid. Il Potere e la Coerenza delle mamme.

Scuole chiuse: proteste delle mamme per far andare i figli a scuola.

Scuole aperte: proteste delle mamme per non far andare i figli a scuola.

Scuole chiuse in Campania, ecco le mamme a favore della Dad: «De Luca tenga non riapra». Il Mattino Lunedì 9 Novembre 2020. Sono favorevoli alla didattica a distanza, come misura per «salvaguardare i nostri figli» e sperano che, anche allo scadere dell'attuale ordinanza regionale che chiude le scuole fino a metà novembre, il governatore De Luca confermi la sua decisione di non riaprirle. «Da genitore mi sono posta delle domande - spiega Luna Evangelista - ho notato uno scaricabarile tra pediatri e scuole. Quello che vogliamo è che, anche se le scuole dovessero riaprire, ci sia data la possibilità di scegliere tra lezioni in presenza e didattica a distanza. Io non voglio rischiare la salute di mia figlia». In Puglia, è stata data la possibilità di scegliere, ed è quello che chiedono anche loro, per la Campania, semmai le scuole dovessero riaprire. «Ma non scenderemo in piazza per chiedere che non vengano riaperte», dice. In molti si sono già organizzati scrivendo ai dirigenti scolastici delle scuole frequentate dai propri figli per chiedere in ogni caso la Dad oppure optare per l'insegnamento parentale. Sarebbe preferibile «puntare su congedi parentali, bonus babysitter e aiuti alle famiglie». Su Facebook, Evangelista ha raccolto un pò di mamme e papà, alcune anche di altre regioni, in un gruppo «Noi che vogliamo la Dad». «Il virus entra nelle scuole con i bambini, circola, arriva a casa - afferma - Dobbiamo trovare un modo per proteggere tutti. E ci sono molti insegnanti che hanno timore nel dir che preferiscono la Dad». «Ci sono bambini e ragazzini che ormai hanno paura - sottolinea - perché il fatto di essere andati a scuola con la mascherina, e parlo dei più grandi, ha acuito le loro preoccupazioni». Le mamme e i papà a favore della Dad hanno stilato un documento per evidenziare i vantaggi della Dad, per evitare i contagi. Non è semplice ipotizzare di areare gli ambienti, come viene consigliato, con l'inverno che incalza né pensare che i bambini «che non sono robot», riescano a mantenere il distanziamento. Senza dimenticare che «l'influenza stagionale è alle porte e le scuole, da sempre, costituiscono terreno fertile per la diffusione. »Il contagio - è scritto nel documento - è aumentato di ben tre volte sulla popolazione complessiva dalla riapertura delle scuole. Il controllo della temperatura, affidato solo alle famiglie, è una misura inutile soprattutto per gli asintomatici«. I banchi con le rotelle monoposto »non sono arrivati a tutte le scuole - conclude il documento - perché quei soldi non sono stati destinati alle ristrutturazioni visto che ancora crollano soffitti fatiscenti?

"Noi studenti in questa scuola, vittima sacrificale per la politica". L'incertezza e l'inquietudine per il futuro, la didattica a distanza che accentua le disuguaglianze. E l'incapacità della politica di parlare e pensare a questa generazione. Giada Letonja su L'Espresso il 27 ottobre 2020. C’è una specifica sensazione, costante, pervasiva ed estranea ad ogni misura di contenimento che ha afflitto tutti dall’inizio della pandemia: l’incertezza. Una presenza assoluta, assillante, che non può più crescere perché ha già raggiunto il suo apice colpendo in particolar modo noi studenti: costretti fin da subito a passare ore davanti ad uno schermo per tentare di rimanere aggrappati al futuro, da un giorno all’altro abbiamo dovuto adattarci, trovando il modo e gli strumenti per ripensare la vita scolastica in spazi ristretti e improvvisati. La didattica a distanza ha reso ancora più evidenti le diseguaglianze pregresse. Non è bastata la buona volontà di singoli docenti o presidi: il sistema è manchevole non per distrazione, ma per decenni di politiche di costante mutilazione del diritto allo studio come ricordano numerose associazioni studentesche, storicamente inascoltate. Della scarsa efficacia della Dad parlano i sondaggi: i due terzi dei ragazzi non la ritiene sufficientemente efficace e, per quanto mi riguarda, lo racconta anche la mia esperienza personale fatta di mattine passate a modellare l’argilla sul pavimento di un balcone e ore di lezioni mancate nell’interminabile attesa di computer e connessione per seguirle. Che le scuole in Italia siano rimaste chiuse più a lungo che in qualunque altro Paese europeo non è solamente un dato pratico ma l’ennesimo sintomo della sacrificabilità di questa istituzione: gli studenti, incapaci di esercitare un peso politico, hanno dovuto incassare i colpi più duri della pandemia assieme a tutti quei lavoratori i cui servizi sono stati d’un tratto riconosciuti come essenziali. Intanto, la produzione industriale e l’economia hanno proseguito il loro corso, perché fautrici degli interessi dell’unica categoria, quella del capitale privato, realmente tutelata e in grado di arricchirsi in un periodo che per il resto dell’umanità ha rappresentato una crisi senza precedenti. A pensarci, forse, anche a scuole chiuse ci è stato comunque possibile apprendere una lezione. Comunque non siamo più a marzo come la politica ripete in modo ossessivo, ma adesso che i numeri dei contagi tornano nei titoli dei giornali percepiamo lo stesso senso di smarrimento, di impotenza e allora mi dico che l’unica arma che una diciassettenne può avere è ripartire dall’istruzione. Non posso farlo da sola, però. Ad ogni dichiarazione di una classe dirigente priva di lungimiranza e di interesse nei confronti dei giovani, questa ferita aperta - fatta di incertezza e inquietudine per un futuro che, a prescindere dalle tue capacità, minaccia di lasciarti indietro - si allarga. Ancora una volta vedo che la politica sceglie di partire dalla scuola solo per dichiararla vittima sacrificale: per me, come per moltissimi altri, vuol dire vedersi negata la possibilità di proiettarci in avanti con le nostre vite. Ora siamo di nuovo nelle sabbie mobili. Nel silenzio totale di un discorso politico pressoché mai rivolto agli studenti, oggi come alla chiusura delle scuole, quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stata l’unica voce capace di arginare quel diffuso senso di abbandono: «L’emergenza sanitaria ha posto in evidenza problemi e fragilità per troppo tempo trascurati». Per sanare questa nostra ferita, allora, bisogna prestare attenzione a quel bacino inesplorato di potenziale che sono le nuove generazioni, rimettendolo al centro di ogni discorso e investimento che miri al progresso. Non basta scongiurare un’altra chiusura: servono politiche strutturali in grado di riconoscere di nuovo dignità all’istruzione dei giovani e a coloro che se ne occupano, di capire che conciliare salute ed economia significa necessariamente includere anche la scuola e le Università, fondamento tanto di una società delle pari opportunità, quanto della futura capacità di competizione economica dell’Italia con il resto del mondo.

 “È un inferno”, responsabile Covid di una scuola si sfoga dopo appena 10 giorni. Giacomo Andreoli su Il Riformista il 25 Settembre 2020. «Dopo due settimane mi sento sconfortata. A esperienza fatta questo ruolo è drammatico: è tutto infernale e non so come riusciremo a venirne a capo».  Eleonora De Murtas è uno dei famosi responsabili Covid formati dall’Istituto superiore di sanità per monitorare e gestire i contagi nelle scuole. 62 anni, professoressa di scienze, insegna nel Liceo Majorana di Roma, riaperto agli studenti da soli 11 giorni. È stata nominata a inizio mese, non ha ancora tra le mani un caso di coronavirus vero e proprio e già è nel pieno della confusione. Il corso, come migliaia di suoi colleghi in giro per l’Italia, lo ha fatto online, sulla piattaforma EDUISS. Nove ore di insegnamenti per due obiettivi principali: curare e aggiornare l’informazione sul virus e i dispositivi di protezione nelle scuole e stilare un registro con i nomi dei ragazzi con il Covid o in quarantena (il tutto dopo l’attivazione delle Asl competenti e i relativi tamponi). Questo registro è fondamentale per il monitoraggio e il tracciamento vero e proprio, di cui si devono occupare i Dipartimenti di Prevenzione. Con quest’ultimi il responsabile deve dialogare. «All’inizio sembravano non esserci problemi. Sono stata nominata insieme a tre collaboratori per due istituti e pensavamo di essere preparati al meglio, sembrava tutto abbastanza chiaro» racconta la professoressa a Il Riformista. Poi inizia la scuola e scoppia il caos. «Mi chiamano insegnanti e genitori a ogni minimo sospetto di Covid – ci spiega – se un ragazzo ha la febbre, se ci sono stati contatti tra ragazzi e altre persone che hanno avuto il Covid. Ma non sono io a dovermi occupare di questo: devono intervenire i medici di base per avviare la procedura e far scattare tamponi e quarantene. Io non ho le competenze e posso rispondere solo attraverso i protocolli». Un lavoro estenuante, per cui non esistono sabati e domeniche e che si aggiunge alla già complicata didattica da organizzare sia in presenza che online. «Alcuni genitori si lamentano, sono agitati – si sfoga-devo subire una vera e propria aggressione tra loro e i vari colleghi ansiosi e c’è anche tanta superficialità». Per farsi aiutare la docente prova a contattare l’unico medico che ufficialmente la scuola ha potuto nominare: quello che definisce i lavoratori fragili, ma lui avendo solo quel compito non la aiuta. Intanto «mancano i contatti con i Distretti (che corrispondono alle Asl n.d.r.), dovrebbero assicurarci delle risposte immediate, ma possono essere contattati solo via mail». Per questo, dice: «Se io ho un dubbio su cosa fare non so quando posso avere una risposta». «In tutto ciò – aggiunge – non è prevista alcuna remunerazione economica aggiuntiva: qualcosa di gravissimo». Per lei, quindi, la risposta al problema coronavirus nelle scuole sarebbe dovuta essere diversa: «Probabilmente ci voleva un medico che stazionasse in modo permanente all’interno degli istituti. Avrebbe dato risposte migliori e più opportune, con voce autorevole: così avrebbe tranquillizzato tutti. Io sto acquistando esperienza sul campo, a mie spese, ma non è lo stesso».

Magherita De Bac per corriere.it il 25 settembre 2020. Per rientrare a scuola dopo giorni di assenza dovuta a «sospette infezioni da Sars-Cov-2» si dovrà presentare il certificato che attesta la negatività del tampone e la guarigione. Questo vale per alunni, e personale scolastico. Lo chiarisce il ministero della Salute in una circolare firmata dal direttore generale della prevenzione Giovanni Rezza e trasmessa a medici, Regioni, sindacati, società scientifiche. Per tampone si intende quello «tradizionale», eseguito in laboratorio, sui liquidi prelevati dal naso o dalla faringe, con metodiche di biologia molecolare che permettono la ricerca dell’RNA virale. Dunque non si parla dei tamponi cosiddetti rapidi che potrebbero essere introdotti nelle scuole su iniziativa delle Regioni. Si tratta di test di screening, basati sulla ricerca dell’antigene virale, che se positivi avrebbero comunque bisogno della conferma con tampone di laboratorio. È un’ulteriore precisazione dopo le linee guida di qualche settimana fa, incluse del decreto della presidenza del consiglio dei ministri (Dpcm) del 7 settembre, che riguardano la gestione dei casi di Covid 19 all’interno degli istituti, messe a punto dall’Istituto superiore di sanità. Servivano degli approfondimenti su come affrontare le varie situazioni che si possono verificare e che riguardano «attestati di guarigione» per tornare in classe dopo aver accusato sintomi assimilabili a quelli tipici del coronavirus o aver avuto la malattia da Sars CoV 2. Il timore che si creassero code per ottenere il responso del tampone era stato subito espresso dai pediatri e medici di base cui spetta anche la responsabilità della prescrizione del test. Nella circolare sono indicati quattro scenari che dovrebbero indurre il medico a «richiedere tempestivamente il test diagnostico, comunicando la decisione al dipartimento di prevenzione della ASL o al servizio di riferimento» previsto dall’organizzazione regionale. Primo scenario, aumento temperatura corporea superiore a 37.5 o sintomatologia compatibile col Covid che si manifestano durante l’attività scolastica in un alunno. Secondo scenario, gli stessi sintomi si manifestano a casa. Il terzo e quarto scenario riguardano le stesse situazioni per insegnanti e operatori. Se il tampone è positivo e rileva la presenza di Sars-CoV-2 il medico prende in carico il paziente, predispone il corretto percorso diagnostico/terapeutico e dopo la conferma di avvenuta guarigione (da ottenere con l’esecuzione di due tamponi a distanza di 24 ore, la cui risposta sia negativa) attesta il nulla osta all’ingresso o al rientro in comunità. In caso di patologie diverse da Sars CoV 2 con tampone negativo il malato resta a casa fino a guarigione clinica e il medico redigerà l’attestazione di rientro a scuola in quanto «è stato seguito il percorso diagnostico terapeutico e di prevenzione». La circolare raccomanda che operatori e alunni abbiano una priorità nell’esecuzione del test. Viene inoltre chiarito come muoversi se un alunno o un operatore scolastico convivono con una persona positiva. In questa situazione vengono considerati «contatti stretti» da porre in quarantena. I suoi contatti stretti, ad esempio compagni di classe, non hanno invece bisogno di quarantena tranne che la Asl non decida diversamente. Un passaggio importante ai fini dei comportamenti ha seguire negli istituti che potrebbero decidere chiusure di classi o plessi anche in mancanza di reale necessità. A proposito di tamponi e prelievi naso-faringei l’otorinolaringoiatra del Buzzi, Massimiliano Mingoia lancia un allarme: l’abuso dei test potrebbe danneggiare le prime vie aeree dei più piccoli.

Marco Angelucci per corriere.it il 17 settembre 2020. Un raffreddore che si trasforma in un’ Odissea con l’incubo della didattica a distanza che torna a fare capolino. La storia di Luisa (il nome è di fantasia) è quella di tanti genitori che stanno rimbalzando da un ufficio all’ altro e ancora non sanno, se e quando, potranno tornare a scuola. Allora, tutto inizia con un raffreddore...«Si mio figlio soffre di sinusite e all’ inizio della scuola era piuttosto raffreddato. Quindi l’ ho tenuto a casa anche se avrei potuto tranquillamente mandarlo a scuola. Mi sono attenuta alle regole, adesso chissà quando potrà a tornare a scuola».

Non dovrebbe bastare il certificato medico che attesta la guarigione?

«Non è così facile riuscire ad averlo. Dopo tre giorni di assenza la scuola vuole un certificato che attesti che il ragazzo non ha il Covid ma la dottoressa non me lo fa perché mio figlio non ha fatto il tampone. Quindi non si assume la responsabilità di mettere nero su bianco che non è contagioso».

E perché non fa il tampone? Dovrebbe esserci una procedura per i casi come il vostro...

«Ovviamente l’ ho chiesto ma non avendo lui i sintomi del Covid non è previsto che venga sottoposto al tampone. Quindi potrebbero passare diversi giorni, una settimana secondo la dottoressa ».

Intanto niente scuola...

«No. Purtroppo senza il certificato non lo lasciano rientrare a scuola».

E quindi che cosa fa?

«Per lui è stata attivata la modalità della didattica a distanza: è l’ unico della sua classe. Quest’ anno avrà la maturità e rischia di perdersi parti importanti del programma. Ancora non so se e quando potrà tornare a scuola. Da giorni vengo rimbalzata in tutti gli uffici e non so più che cosa fare. Tutti mi dicono che ho ragione ma questo non risolve la situazione, mio figlio continua a restare a casa. Tutto per un banale raffreddore».

Ma in qualche modo questa situazione dovrà pure sbloccarsi. Che cosa dice la scuola?

«Mi hanno chiesto di avere pazienza, di aspettare la nuova circolare. Ma di pazienza ne ho avuta anche troppa. Non credo di essere l’ unica a trovarsi in questa situazione, spero che raccontando il mio caso qualche cosa si smuova. Dopo giorni di insistenze finalmente ci hanno messi in lista per il tampone».

Paolo Foschi per il ''Corriere della Sera'' il 17 settembre 2020. «Se i nostri figli si assentano per malattia, ma non per il coronavirus, cosa devono fare per rientrare in classe?»: è una delle domande ricorrenti nelle chat dei genitori all' inizio dell' anno scolastico segnato da disagi, paure e grande incertezza. E la risposta, che peraltro cambia da regione a regione, non sempre è chiara, in un quadro reso confuso dall' inestricabile intreccio e sovrapposizione di normative locali, decreti governativi di emergenza, linee guida e interpretazioni di addetti ai lavori e esperti. La situazione rischia così di sfociare nel caos quando arriveranno i primi malanni stagionali che secondo le statistiche colpiscono fra il 20 e il 40% della popolazione scolastica. Il problema infatti non sarà solo distinguere le normali influenze dal temuto virus, ma anche applicare le procedure in maniera non burocratica, con l' obiettivo di ridurre al minimo il rischio di contagi, ma senza paralizzare le attività didattiche inutilmente. Come si rientrerà dunque a scuola dopo una malattia no Covid? Il vecchio certificato dopo 5 giorni di assenza, su cui sono cresciute intere generazioni a partire dal lontano 1967, era stato abolito negli ultimi anni in quasi metà delle Regioni, ma è stato poi reintrodotto per decreto in tutto il Paese durante la fase più critica dell' emergenza a marzo. Adesso si va avanti in ordine sparso, ma le indicazioni che arrivano dai centralini dedicati, dagli uffici scolastici e dalle segreterie degli istituti contattati dal Corriere sono vaghe. «Dovrebbe... forse... in teoria...». In Veneto, Liguria e Piemonte, secondo le linee guida diffuse, è sufficiente l' autocertificazione dei genitori, che però presuppone il via libera del pediatra. Se la scuola sospetta comunque sintomi Covid, in assenza di tampone i dirigenti scolastici potrebbero sentirsi in diritto di rifiutare la riammissione. Alcune Regioni invece accettano il rientro senza certificato e senza autodichiarazione, puntando su «quella fiducia reciproca alla base del patto di corresponsabilità fra comunità educante e famiglia»: è questa la regola - salvo repentini ripensamenti - in Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Umbria e Marche. Nelle altre regioni è ancora in vigore il vecchio certificato dopo i 5 giorni di assenza (nel Lazio era stato abolito ma è stato ripristinato a scopo precauzionale), in Sicilia l' obbligo scatta dal decimo giorno. «Se uno studente si assenta e la scuola non sa il perché, potrebbe avere anche il virus ma se nessun medico lo ha visitato saremmo di fronte a una riammissione non ottimale. Allora bisognerebbe reintrodurre un obbligo di certificazione, almeno sopra i tre giorni di malattia» è la posizione di Antonello Giannelli, presidente dell' Associazione presidi. Ma così si rischia il sovraffollamento degli studi dei medici di base quando invece andrebbe evitato l' afflusso di pazienti. Il governo, secondo quanto trapela, è tentato dall' idea di un intervento normativo per tutto il territorio nazionale, ma tutto è rimandato a dopo il week end elettorale.

Tito Di Persio per "ilmessaggero.it" il 17 settembre 2020. «Lei una terrorista e poi giù insulti» è quanto si è sentito dire una pediatra da due genitori, («contrari ai vaccini» dice), di una bimba di 18 mesi dopo aver richiesto un tampone per la loro figlia tornata dall’asilo nido con un forte raffreddore e qualche linea di febbre. Poi lo sfogo della dottoressa sul suo profilo Facebook: «Qualche genitore ci ritiene responsabili del protocollo che dobbiamo far rispettare quando un bambino malato anche per motivi non ritenuti gravi come un banale raffreddore. Parlo della richiesta di tampone attraverso organi istituiti da questo governo (Siesp). Il pediatra o il medico di medicina generale che non attua questo protocollo rischia la galera e l’espulsione dall’ordine dei medici come responsabili di eventuali epidemie. Genitori prima di aprire bocca azionate il cervello, noi siamo solo pedine di questa burocrazia». La pediatra, raggiunta telefonicamente, racconta che la madre di questa bimba le aveva telefonato dicendo che la figlia era tornata dall’asilo con un po’ di raffreddore, ma durante il fine settimana le sue condizioni di salute erano peggiorate e voleva che lei gli prescrivesse dei farmaci o un aerosol per farla guarire subito così da poter rientrare al nido. «Terminato il triage telefonico - continua la pediatra - ho detto ai genitori che la loro bimba, come previsto da protocollo ministeriale, doveva essere sottoposta a tampone: apriti cielo e sprofondati terra. Lei e il suo compagno mi hanno aggredito verbalmente dandomi dell’incompetente, terrorista ed altri epiteti irripetibili». A quel punto spiega che, con pazienza, ha cercato di far loro capire che c’è un protocollo che nel caso specifico i sanitari devono rispettare. Tutto inutile. I genitori le attaccano il telefono in faccia e non rispondono più alle chiamate. Allora, decide di allertare i dirigenti della Asl di Teramo per metterli al corrente dell’accaduto. Dalla Asl non riceve un responso chiaro trattandosi di un minore. Anzi l’avvertono che nel merito la giurisprudenza è lacunosa e che senza il consenso dei genitori è come camminare su un campo minato e l’unica cosa che potrebbe fare, sarebbe di andare a visitare la paziente in presenza e poi decidere se metterla in isolamento fiduciario insieme ai familiari. «Pratica non fattibile stando all’ultimo Dpcm – spiega la dottoressa - perché prevede che la visita dal vivo nel caso di sospetto Covid-19, può essere fatta solo dai medici Usca (Unità speciali di continuità assistenziale)». A quel punto visto le problematiche che stanno emergendo e che sicuramente si moltiplicheranno per il con l’apertura degli asili e degli istituti scolastici il prossimo 24 settembre nella nostra regione, decide di scrivere una Pec al sindacato dei pediatri chiedendo: «In caso mancato consenso di un genitore al test Covid-19 può invalidare il protocollo? Si viola la privacy attivandolo senza consenso? Se su una bimba di 18 mesi è possibile richiedere un test diagnostico (test rapidi che impiegano minuti a dare il risultato) del coronavirus? Non attivare il protocollo può essere motivo di procurata pandemia oltre che omissione di atti d’ufficio?». «In attesa della loro risposta – conclude la dottoressa – ho bloccato la richiesta del tampone e allo stesso tempo mi sono rifiutata di firmare la riammissione al nido della bambina. Non sono al corrente se i genitori, contrari ai vaccini, si sono rivolti ad un altro medico e fatti firmare il permesso. In qualsiasi caso c’è tanta confusione e questo non mi sembra il giusto modo di procedere. Per fare le cose fatte bene ci vogliono delle regole certe».

 Er.Del. per il Corriere della Sera - Roma il 18 settembre 2020. Il premier Giuseppe Conte era in periferia, a Tor Bella Monaca, in uno dei pochissimi istituti che ha già ricevuto i banchi monoposto del commissario del governo Domenico Arcuri, a spiegare che per lui è «inconcepibile che la scuola diventi terreno di sterili polemiche politiche», mentre a Prati nell' istituto di suo figlio gli altri genitori protestavano perché c' è lezione un solo giorno a settimana. All' Ic Poseidone - il primo a deliberare il rinvio della ripartenza al 24 perché mancavano banchi e insegnanti salvo poi fare dietrofront e rassegnarsi alla data del 14 - il premier ha detto: «Sono qui per ringraziarvi, avete lavorato tutta l' estate». I banchi di Arcuri, arancioni cangianti con le rotelle, sono arrivati il giorno prima dell' apertura ed è stata una buona notizia. Che però resta un' eccezione nel Lazio, dove ancora il 90% delle scuole - stima della Cisl Roma - ne è sguarnita. E infatti aspettano i banchi anche nell' istituto del figlio del premier. La preside Carla Costetti aveva già detto, apertamente, che mancava tutto, anche gli insegnanti, ma mercoledì ha voluto ribadirlo con un' altra lettera aperta pubblicata sul sito della scuola: «Questo istituto si è uniformato alla data stabilita dalla Regione ritenendo importante accogliere i ragazzi, seppure in modo non continuativo, ciò in attesa che gli uffici territoriali (l' Ufficio scolastico regionale emanazione del ministero, ndr ) procedano a nominare il personale docente - 21 cattedre solo per la scuola secondaria - e non docente indispensabile per assicurare il servizio». Invece non è stato fatto abbastanza, secondo i genitori, che ieri si sono dati appuntamento davanti alla sede di via Mordini, vicino a piazza Mazzini, per protestare: «Hanno deliberato la sera per il mattino dopo che le prime e le terze avrebbero fatto lezione due volte a settimana, tre ore, e le seconde addirittura una sola volta, il mercoledì - dice tra rabbia e sconcerto una mamma, Valentina Canale -. Chiediamo continuità, anche poche ore ma ogni giorno, in tutte le altre scuole sono ripartiti, perché qui no?». «È una delle medie più grandi di Roma, con 1.500 alunni - protesta anche Maria Torrelli -, come si possono lasciare migliaia di famiglie nell' incertezza?». Dopo il sit-in l' Ufficio regionale ha comunicato di aver «collaborato con l' istituto che ha così convocato i supplenti». Anche la preside, in un confronto con i genitori, li ha rassicurati sull' arrivo, in tempi brevi, di nuovi docenti che dovrebbero consentire di ampliare l' orario.

Lorena Loiacono per leggo.it il 17 settembre 2020. Un giorno di lezione a settimana, forse due. La scuola non è riuscita ad assicurare niente di più ai suoi studenti. E i genitori, indignati, protestano. Accade a Roma, nell’elegante quartiere Prati dove, questa mattina di fronte all’istituto comprensivo frequentato dal figlio del Premier Giuseppe Conte, un gruppo di genitori ha protestato contro la mancata organizzazione della ripresa delle lezioni in classe. «Abbiamo invitato anche il Presidente del Consiglio  - racconta un papà - non tanto a protestare quanto ad ascoltarci. I nostri figli non hanno ripreso la scuola. Purtroppo è così». Alla base della protesta c’è la mancanza di docenti a scuola, per cui le lezioni in presenza non sono garantite. E quelle a distanza, con la didattica digitale integrata, in una scuola media o elementare non si possono fare. Solo alle superiori. Quindi ora che si fa? Si sta a casa e i giorni di lezione saranno andati perduti. L’orario funziona decisamente a singhiozzo: le classi di prima e terza media frequentano due giorni a settimana per tre ore circa al giorno. Pochissimo per chi deve intraprendere un nuovo corso di studi, come le prime classi, e per chi a fine anno dovrà sostenere l’esame di Stato, in terza media appunto. Ma quei due giorni di presenza a scuola sono comunque invidiabili per coloro che, invece, ne frequentano solo uno: le classi di seconda media tornano tra i banchi solo per tre ore a settimana. «Se continua così - assicura una mamma - portiamo via i nostri ragazzi. Purtroppo non ci sono altre scuole medie in zona che potrebbero accoglierci tutti, dovremo andare alla scuola privata: praticamente questo è il fallimento della scuola pubblica». «Ho due figli, uno in prima e uno in terza - denuncia un’altra mamma - praticamente sono sempre a casa. Come posso andare a lavorare? A chi devo chiedere aiuto? Non sappiamo neanche quando si risolverà la situazione: siamo stati avvisati dell’ingresso a scuola dei nostri figli ieri per oggi. Non c’è programmazione  e così non possiamo neanche organizzarci». 

Scuola, i numeri gonfiati del ministero per nascondere i ritardi. Pubblicato lunedì, 14 settembre 2020 su La Repubblica.it da Corrado Zunino. Tornano in classe, dice il ministero dell’Istruzione, 5,6 milioni di studenti. Di dodici regioni d'Italia e una provincia a statuto autonomo (Trento). Studenti di scuole statali e paritarie. Il dato, però, non è reale e serve al racconto di un calendario scolastico dettato dalla ministra Lucia Azzolina e, soprattutto, serve a nascondere la quantità e qualità dei ritardi istituzionali sulla scuola che, come ha raccontato oggi Repubblica, affondano le radici nelle scelte di primavera e vanno oltre il rischio pandemia. Vediamo. Il ministero scrive, appunto, che 5,6 milioni di studenti italiani della "maggior parte delle regioni" entreranno di prima mattina in classe, 5,6 milioni sugli oltre 8,3 milioni di alunni del Paese. Sono 7.507.484 gli iscritti alle scuole statali e altri 860 mila alle paritarie. Si registra, va detto, un calo degli alunni nelle statali: l'anno scorso erano 52 mila in più. Gli studenti bisognosi del sostegno sono invece 268.671, novemila in più del 2019-2020, quando il carico di cattedre scoperte è cresciuto. Il Mi offre, quindi, una tabella riassuntiva che certifica la presenza degli studenti nelle singole regioni. Sono dodici le regioni che questa mattina partono, contro le sette che hanno posticipato al 16 (Friuli), al 22 (Sardegna), al 24 (il resto del Sud eccetto la Sicilia). Ma anche nei territori che iniziano nella data canonica, ci sono defezioni. In Sicilia, ecco, aprono solo le superiori e neppure tutte: per primarie e medie bisogna aspettare giovedì 24, dopo il referendum nazionale e alcune elezioni regionali. Nel Lazio, come ha raccontato a Repubblica l'assessore alla Scuola Claudio Di Berardino, il 30 per cento degli istituti non è pronto: posticipa. E poi la Liguria: si rimanda in tutta la città di La Spezia, dove i contagi sono in ascesa, nella vicina Lerici e in diverse località di Levante e di Ponente: Bogliasco, Alassio, Albenga, Bordighera, Soldano, Vallecrosia, Bordighera, Ospedaletti, San Biagio della Cima. Ecco, ai 5,6 milioni di partenti dichiarati su 8,3 milioni di studenti italiani totali, bisogna togliere almeno 700 mila ragazzi: quasi mezzo milione in Sicilia, 200 mila nel Lazio e altri 40 mila in Liguria. A questi numeri vanno aggiunti, poi, gli alunni di Val D'Aosta e della Provincia di Trento, non contemplati nelle tabelle del Mi perché perlopiù iscritti a scuole paritarie e regionali. Anche gli 860 mila dichiarati dagli uffici ministeriali per gli istituti paritari, in linea con i numeri dell'anno scorso, potrebbero essere, nella realtà, inferiori, e non di poco, viste le dichiarazioni di chiusure "causa crisi" avanzate dalle associazioni cattoliche in questi mesi. Ecco, il numero di studenti al via, in presenza e a distanza, questa mattina è inferiore a 5 milioni e non pari a 5,6 milioni. La Rete degli studenti medi manifesta davanti agli istituti di quaranta città del Paese. Il coordinatore Federico Allegretti dichiara: "La ministra Azzolina non sa quello che sta facendo, il poco che il ministero ha messo in campo non è sufficiente per una riapertura in sicurezza".

Scuola, il Governo è soddisfatto ma mancano 2 milioni di banchi e 60mila docenti. Redazione su Il Riformista il 14 Settembre 2020. Bilancio soddisfacente per l’avvio anno scolastico secondo il governo. Questo emerge dalla riunione del premier Conte con i ministri della Salute Speranza e dei Trasporti De Micheli e in videocollegamento con i ministri dell’Istruzione Azzolina e delle Regioni Boccia, il commissario Arcuri e il capo della Protezione Civile Borrelli. Nel vertice “si è preso atto, con soddisfazione, che la scuola è ripartita e che le attività scolastiche sono riprese in modo ordinato, nel rispetto delle regole sanitarie. In una nota si specifica che tutti i vari nodi relativi all’organizzazione sono stati affrontati. Dai trasporti alle modalità di ingresso e uscita dagli istituti scolastici, dalla fornitura di banchi e mascherine fino alle questioni più strutturali che riguardano il mondo della scuola. Tredici le Regioni in cui si tornava a scuola oggi. “Si è concordato di rendere trasparente la distribuzione di mascherine chirurgiche, gel igienizzante e arredi scolastici alle scuole, esattamente come nei mesi scorsi è stato fatto per i dispositivi e le attrezzature inviati alle Regioni per contrastare l’emergenza. Anche le famiglie potranno monitorare, tutti i giorni, la situazione attraverso le informazioni pubblicate sul sito della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Istruzione”, continua la nota. “Sono stati aggiornati i numeri del materiale sin qui distribuito: ad oggi sono state fornite gratuitamente 136 milioni di mascherine chirurgiche nelle scuole di tutta Italia e, inoltre, 445mila litri di gel igienizzante. Ogni giorno verrà assicurata la distribuzione gratuita di una mascherina chirurgica ad ogni studente. La distribuzione proseguirà con cadenza settimanale”. Procede, fa sapere l’esecutivo, la consegna dei banchi monoposto. Tuttavia mancano al momento 2,2 milioni di banchi monoposto ancora da consegnare; 60mila le cattedre non assegnate e 70mila gli alunni con disabilità (circa il 60% del totale) che non avranno lo stesso docente dell’anno scorso. Per quanto riguarda il trasporto scolastico, le disposizioni sul riempimento dell’80% dei mezzi pubblici e le linee guida concordate con Regioni ed enti locali hanno consentito di assicurare regolarmente il servizio e permesso di evitare situazioni di particolare criticità. Da un primo monitoraggio sul trasporto su gomma extraurbano, condotto su 16 imprese in tutta Italia, è stato rilevato un incremento medio della domanda del 15% rispetto alla scorsa settimana. A Milano registrato il 20% dei passeggeri in più, a Roma l’8%. Più 15% sul trasporto urbano. Nel corso della riunione ci si è soffermati, in particolare, sulle motivazioni che hanno indotto alcune amministrazioni comunali a disporre, in piena autonomia scolastica, il differimento dell’anno scolastico di alcuni giorni, per motivi sanitari o per completare gli interventi di edilizia scolastica e di messa in sicurezza come pure la locazione di ulteriori strutture.

Le follie del rientro a scuola: "In bagno a turno e poca acqua". Finisce il primo (storico) giorno di scuola post-Covid. I timori delle mamme e quelle ultime regole: "Li faranno bere poco". Giuseppe De Lorenzo, Lunedì 14/09/2020 su Il Giornale. “Mamma, io ho paura di andare a scuola domani”. A tarda sera Anna era nel letto. Non piangeva e forse oggi al rientro a scuola non avrà temuto il virus come ieri, quando si svegliava durante la notte impaurita per il ritorno in classe. Ma per Alessia, la mamma, c'è qualcosa che non va: “Una bimba di 7 anni che ha timore di rivedere i propri compagni di scuola ti fa capire il danno che il Covid sta procurando ai bambini”. Il primo giorno tra i banchi è concluso. La campanella ha chiuso quello che è a tutti gli effetti un giorno storico. Lo è per l’istituzione, che dopo mesi di chiusura torna ad ospitare le future generazioni. Lo è per gli studenti, che si trovano di fronte una scuola diversa. E anche per i genitori, finalmente “liberi” dal peso di occupare l’intera giornata dei propri figli. “Adesso inizia lo smart working vero - ride un papà -: silenzio totale, frigorifero pieno e i Simpson in tv. Dopo tutto questo tempo passato a casa dovrebbero tenerli almeno fino alle 19.30”. Di sicuro non sarà un anno semplice. E i ritardi del governo lasciano molti dubbi sulla possibilità che questo fragile equilibrio possa reggere. “Festeggiate oggi che secondo me presto richiudono tutto”, sussurra con fare sconsolato un altro papà di fronte ad un complesso di Cernusco sul Naviglio. Il grosso dei problemi riguarda le regole e le strutture. Lo sappiamo. I banchi singoli mancano all’appello, nonostante le promesse del duo Arcuri-Azzolina. Le mascherine latitano. Le cattedre non sono tutte occupate. Per la Cisl un istituto su quattro ha ancora problemi (oggi sono tornati in aula 5,6 milioni su 8,3). E le norme anti-contagio sono talmente rigide, e spesso complesse, che seguirle tutte appare un’impresa. Soprattutto per materne, elementari e medie. Basta fare due chiacchiere con alcune mamme per capire l’entità degli ostacoli. I nomi sono di fantasia, per proteggerne l'identità, ma le storie verissime. “Alla materna di mio figlio hanno eliminato ogni sorta di materiale che non sia di plastica o comunque facilmente sanificabile”, racconta Elena che vive in provincia di Firenze. “Niente più giochi simbolici, perché non possono esserci stoffa, bambole o peluches. Ma neppure la lettura perché sono vietati i libri. E ovviamente niente puzzle o materiali di riciclo per creare in libertà”. Il Cts ha fissato regole generali per tutta Italia, ma poi ogni regione e singola scuola le ha interpretate più o meno rigidamente. “Per mio figlio a parte il fatto che mangeranno all’interno delle classi non sono cambiate molte regole - racconta Alessia, da Perugia - Certo i bambini non dovrebbero troppo entrare in contatto tra loro, ma anche le maestre sanno che non durerà”. Ancora più complesso il tema elementari. In una scuola a San Mariano di Corciano, per dire, “i bambini non potranno bere molto perché le uscite in bagno sono regolamentate”. L’allegato parla chiaro: dall 9.40 alle 9.50 vanno cinque classi divise in cinque diversi servizi igienici. Secondo turno dalle 10.05 alle 10.15 con altre cinque classi. E via dicendo. In fondo è così che prevedono le regole comunali. Per evitare spiacevoli sorprese, allora, meglio bere poco. “Non possono riempire l'acqua perché le maestre non possono toccare i bambini né tutto ciò che gli appartiene. È assurdo, non hanno mica la lebbra. Inoltre l'acqua deve essere massimo mezzo litro, perché tanto poi non potranno farli bere visto che non possono mandarli in bagno a qualsiasi ora. Voglio vedere cosa succede se i bambini se la fanno nei pantaloni…”. A Incisa Val D’Arno alcune mamme si sono preoccupate per lo stesso motivo. “Ci avevano detto che qualora fosse finita l’acqua nella borraccia non avrebbero potuto riempirla in alcun modo”, racconta Elena. A precisa domanda dei genitori la dirigente ha assicurato che i bimbi non patiranno la sete e che faranno in modo di comprare una scorta di bottiglie o troveranno un modo per riempire le borracce senza toccarle. Si vedrà. Poi ci sono tutte le norme di contorno. Il regolamento dell’Ufficio scolastico di Corciano è ferreo. Sono banditi gli zaini grandi altrimenti non entrano sotto il banco. Niente sport di squadra, classi aperte, soggiorni studio né progetti contro il bullismo e il cyberbullismo. E saranno tempi duri soprattutto per gli smemorati: se dimenticano la penna a casa nessuno potrà prestargli nulla. “Se lasciano qualcosa in classe - conclude Alessia - verrà tutto buttato. Questi bimbi vivranno con l’ansia di tutto”. Ansia che a dire il vero colpisce soprattutto i dirigenti scolastici. Le regole sono ferree perché nessuno vuole beccarsi una denuncia per epidemia colposa. I presidi italiani avevano chiesto al governo una sorta di scudo penale per evitare migliaia di processi, ma da Palazzo Chigi per ora fanno orecchie da mercante. In teoria solo con la febbre a 37,5 e i sintomi classici del Covid dovrebbero essere rimandati a casa. Ma "alcuni dirigenti - insiste Alessia - dicono che li manderanno indietro anche con un raffreddore”. Se così fosse, in autunno sarà una strage. I pediatri infatti iniziano già a fare i conti con le problematiche. Un episodio eloquente si è svolto a Milano e i punti salienti li ha raccontati una dottoressa a chi è andato in vista in ambulatorio. In una scuola al mattino era stata misurata la febbre a tutti i bimbi e nessuno presentava alcun problema. Poi però sono iniziate le corse, un alunno si è scaldato un po’ troppo e il termometro ha segnato 37,5. Il piccolo è stato subito rimandato a casa, ma stava bene. Quindi i genitori sono andati dal pediatra per un certificato con cui poter tornare in classe. La dottoressa ha firmato, ma la scuola non si è accontenta perché esige un certificato di non contagio da coronavirus. Peccato che senza test neppure il pediatra possa fare nulla. Quindi il bimbo è stato messo in coda per un tampone e intanto dovrà rimanere a casa. “Quest’anno - dice Alessia - sarà un inferno”.

Roma, scuole senza banchi: lezioni in ginocchio per i bambini.  Simone Carcano su Le Iene News il 15 settembre 2020. Bambini in ginocchio per seguire le lezioni perché i banchi monoposto sono in ritardo e quelli vecchi non garantiscono il distanziamento sociale. È il disagio che stanno vivendo oltre 700 studenti dell’istituto comprensivo Rita Levi Montalcini di Roma. Bambini seduti in ginocchio sul pavimento e sedie come banchi. Sembrano scene di un castigo, mentre è la realtà visto che a mancare sono proprio i banchi. Così devono seguire le lezioni i bambini e ragazzi dell’istituto comprensivo Rita Levi Montalcini di Roma che comprende elementari e medie. Un problema che vi abbiamo anticipato qualche giorno fa qui su Iene.it (leggi l’articolo).  Oggi quelle parole hanno un’immagine con le foto che vi mostriamo in esclusiva qui sopra. Tutta colpa del ritardo dei banchi monoposto che da questo anno scolastico sono necessari per mantenere il distanziamento sociale e prevenire i contagi da Covid-19. A quanto si apprende la scuola avrebbe ordinato i banchi mandando in pensione quelli biposto usati fino a febbraio. Ma dopo 7 mesi di chiusura, lunedì è suonata la prima campanella, e nelle aule gli studenti hanno trovato soltanto le sedie. “I bambini sono costretti a stare seduti sulla sedia oppure a inginocchiarsi sul pavimento e usare la sedia come banco”, spiegano alcuni genitori che hanno contattato Iene.it. “Una situazione inaccettabile che rischia di prolungarsi almeno fino a novembre”. Nelle aule non è possibile riposizionare i vecchi tavoli a due posti perché non garantirebbero più il distanziamento sociale tra gli alunni. Alcuni di questi sono stati messi nei corridoi dove a rotazione gli studenti si possono appoggiare in sicurezza per scrivere o disegnare. “Poi devono rientrare in classe dove i banchi non ci sono”, spiegano i genitori. “Qualcuno si è chiesto se questa situazione causerà problemi alla postura dei nostri figli?”. Una situazione che non sembrerebbe unica nel Paese: nei giorni scorsi è diventata virale l'immagine di alcuni studenti di una scuola di Genova, anche loro costretti a usare le sedie come banchi inginocchiati sul pavimento. Il preside dell'istituto ha definito "un'ingenuità" dell'insegnante fare circolare la foto. I banchi sono poi arrivati il giorno successivo, ma il problema dei ritardi nella consegna dei banchi resta.

Francesca Forleo per ''la Stampa'' il 15 settembre 2020. In un'aula senza banchi, un gruppo di bambini è inginocchiato davanti alle seggioline vuote. Scrivono composti, utilizzando la seduta come piano d'appoggio di alcuni fogli. La maestra scatta una foto. La manda alla rappresentante della classe con una didascalia il cui senso è: «Siamo combinati così, ma i bambini sono tranquilli». L'effetto però è quello di un boomerang che si ritorce quasi immediatamente contro di lei, contro l'istituto, contro la ripartenza della scuola in Liguria e contro il governo che non ha mandato i banchi alle scuole in tempo per riaprire. Lo stigma prende forma in un attimo, quando il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, pubblica la foto dei bimbi inginocchiati sulla sua bacheca Facebook. I volti dei minori sono coperti da una serie di palloncini arancioni come il colore del suo movimento politico con cui vuole continuare a governare la Liguria (le elezioni, il 20 e 21 settembre). La didascalia di Toti diretta alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, non lascia scampo. «Cara Azzolina, questi sono gli alunni di una classe genovese, che scrivono in ginocchio perché non hanno i banchi che avevate promesso». Segue a stretto giro una lettera di chiarimenti alla direzione scolastica firmata anche dall'assessore alla Scuola, Ilaria Cavo. Tutto succede a Genova, nella scuola elementare statale Mazzini di Castelletto, quartiere bene della città: gli alunni iscritti sono 480. Alcuni genitori nell'estate hanno anche collaborato con la scuola per le ristrutturazioni. Come tante scuole della Liguria, la Mazzini, la settimana scorsa, aspettava ancora 250 banchi ordinati tramite il ministero. «Sarebbero dovuti arrivare oggi», spiegava ieri sera, furibondo per le polemiche, il direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale, Ettore Acerra. In Liguria, in totale, sono attesi 44 mila banchi: ne sono arrivati 4 mila. Ma torniamo alla genesi del rientro in classe senza banchi di almeno due delle classi che compongono le elementari Mazzini: una prima e una seconda. Giovedì scorso, negli incontri con le famiglie, le maestre hanno spiegato ai genitori che per il problema dei banchi e per la mancanza di bidelli, la scuola avrebbe potuto ritardare l'apertura da lunedì 14 a mercoledì 16 settembre. La protesta delle famiglie, non si è fatta attendere. «Su richiesta della direzione scolastica ho fatto di tutto per riaprire - dice il dirigente della scuola, Renzo Ronconi, nominato l'1 settembre - e ho trovato questa soluzione: un orario ridotto a 2 ore per i bambini della primaria e, siccome aspettavo i banchi nuovi martedì pomeriggio, alcune aule sono state allestite solo con le sedie». Ieri, il preside Ronconi ha parlato solo al telefono con la maestra che ha scattato e diffuso la foto. «Ha commesso un'ingenuità terribile e valuteremo se sussistano violazioni disciplinari da sanzionare», spiega il dirigente. «Ma difendo le mie maestre perché hanno fatto entrare e uscire dalla scuola dei bambini sorridenti - aggiunge - e la mattinata si è svolta in un clima sereno nonostante la situazione. Se lo rifarei, non lo so, ma ormai l'ho fatto, d'accordo con la direzione scolastica e gli enti locali che alla Mazzini, prima del mio arrivo, hanno anche fatto dei lavori coordinati dal mio predecessore, Marco Adezati. L'ex preside ha fatto tutto quello che poteva per consegnarmi una scuola pronta a riaprire. Per usare una metafora calcistica, è come se ci fossimo allenati per il campionato ma fossimo scesi in campo in 8, senza palloni, alla prima partita». Anche l'Ufficio scolastico regionale ha aperto un'istruttoria sulla vicenda per quanto anche le famiglie dei bambini della scuola abbiano scritto una lettera in difesa dell'insegnante, stigmatizzando la diffusione della foto dei loro figli, per quanto col viso coperto, sui social media. «La foto con mio figlio inginocchiato mi ha fatto rabbrividire ma dopo avergli parlato ho capito che non ha percepito la gravità della situazione - dice Gianluca Pelliccioli, ingegnere - mi ha raccontato che stavano facendo un gioco didattico. Trovo più grave la schizofrenia della situazione: si è perso di vista il senso di ragionevolezza che non doveva portare a questa situazione. C'è anche un autoritarismo insostenibile sulle regole, come quella che ci chiede di cambiare la mascherina ogni giorno, ma nella prassi la gestione è diversa».

Chiara Saraceno per ''La Stampa'' il 15 settembre 2020. La foto dei bambini genovesi in ginocchio davanti alle sedie trasformate in banchi individuali è troppo in contrasto con anche il minimo di consapevolezza pedagogica e di rispetto per bambini e scuola per non far venire il sospetto che si tratti di una provocazione per protestare contro il mancato arrivo dei banchi negli istituti. Altrimenti, più che un indicatore della inefficienza del Miur e delle spacconate del Commissario Arcuri, sarebbe un indicatore insieme della insensibilità e mancanza di immaginazione degli insegnanti e dirigenti di quella scuola genovese. La riapertura delle scuole quest' anno assomma al "normale caos" e disorganizzazione in cui ogni anno la scuola italiana riapre i battenti a settembre, per mancanza di capacità organizzative e di previsione a livello centrale e periferico, le nuove esigenze imposte dal contenimento del contagio. Queste a loro volta sono state affrontate con ritardi inaccettabili, indicazioni spesso confuse quando non contraddittorie, resistenze di parte del corpo docente, mentre un'altra parte si è dedicata e dedica con abnegazione e immaginazione non solo organizzativa, ma pedagogica a trovare soluzioni accoglienti e stimolanti per le e gli studenti. Il problema, infatti non sono, o non prioritariamente i banchi e le mascherine. Sono gli insegnanti, che purtroppo, come tutti gli anni, non sono ancora tutti assegnati. Ed è come si farà scuola, come si insegnerà, come si stimolerà l'interesse e la partecipazione delle e degli studenti nel nuovo contesto. Uscendo, come fanno già da tempo molti insegnanti in giro per l'Italia, dalla pigrizia di una didattica frontale, cui potrebbe persino far comodo una classe di belle statuine ben distanziate al loro posto, salvo escludere chi proprio non ce la fa. Nel diluvio di linee guida nazionali e regionali, delle interpretazioni che ne dà ogni singolo plesso scolastico, di tutto ciò non vi è alcuna traccia. Le famiglie si trovano spesso sommerse da richieste perentorie di scaricare, firmare, scansionare e rispedire innumerevoli documenti, e pazienza se non hanno computer, stampante, accesso a Internet. Di firmare tassativamente "patti educativi" senza aver avuto modo, non dico dii discuterli, ma di sentirsene spiegare motivazioni e obiettivi; forse perché questi patti sono più un elenco di norme e doveri, dei genitori, che veri accordi di collaborazione educativa. Il paradosso è, che in questo diluvio di documenti, non mancano solo indicazioni sul modello didattico che si intende perseguire, su cosa si intende fare per aiutare gli e le studenti ad elaborare quanto è accaduto e a recuperare gli apprendimenti persi, su come si intendano sviluppare i patti educativi di comunità di cui si parla nelle linee guida per integrare l'offerta educativa. Mancano anche indicazioni cruciali su come affrontare le probabili emergenze individuali e collettive che si ripeteranno in corso d'anno. La messa in quarantena di uno studente lo/la escluderà dalla possibilità di seguire la didattica a distanza anche se è asintomatico e sta bene?  E se ad andare in quarantena è tutta la classe, come è già successo a Massa Carrara, non ci sarà didattica di nessun tipo per tutto il periodo? Purtroppo, in assenza di indicazioni chiare nelle famose linee guida, che parlano di didattica a distanza integrata per le superiori come routine ma per le scuole elementari e medie la prevedono solo in caso d lockdown totale o parziale, la risposta che viene data a queste due questioni è per lo più negativa, aprendo alla possibilità di voragini didattiche. La giusta enfasi, specie per elementari e medie, sulla didattica in presenza diventa un vincolo insormontabile alla ricerca di alternative, che pure già ci sono e sono ampiamente sperimentate, ad esempio, nel caso di scolari ospedalizzati. Nella opacità delle norme, la tentazione di non fare nulla, caricando la responsabilità e la colpa lungo la catena decisionale è altissima. Tanto il cerino acceso rimane in mano sempre ai genitori. E chi ne paga il prezzo sono le/i bambini e adolescenti.

I banchi a rotelle come autoscontro: ​video diventa subito un caso politico. Spopola sui social un video dei banchi a rotelle. L'attacco alla Azzolina. Ma l'autore del post: "Risale al 2017". E scoppia la polemica. Francesca Galici, Martedì 15/09/2020 su Il Giornale. Le scuole hanno riaperto, ieri, in tutta Italia e le polemiche hanno già infiammato le cronache. I protocolli per la ripartenza ci sono ma sono ancora confusionari e lo dimostrano gli che si sono verificati fuori dai cancelli per l'espletamento delle operazioni di consegna delle mascherine e per l'igienizzazione. Ma gli assembramenti all'ingresso non sono che la punta di grande iceberg, che si mostra nella sua quasi interezza quando si mette piede nelle classi. La questione banchi sembra essere più profonda di quanto non si immagini e dal primo giorno di scuola dei 5 milioni di studenti italiani arrivano immagini agghiaccianti. Tra le immagini simbolo della giornata di ieri c'è una foto pubblicata da Giovanni Toti su Twitter, che dà ampia visibilità con un tweet a uno scatto realizzato all'interno di una classe di una scuola elementare di Genova. Qui, i bambini sono stati fatti mettere in ginocchio a scrivere sulle sediole in attesa dei banchi. Un'immagine molto forte che ha fatto rumore ma che non è purtroppo un caso isolato. Scorrendo nei social si trovano video fatti dagli stessi ragazzi, costretti a scrivere sulle gambe perché ancora non ci sono i banchi a disposizione. Ma nella giornata di ieri, anche Matteo Salvini ha voluto condividere una breve clip diventata virale in poche ore su TikTok, uno dei social preferiti dai giovanissimi. Protagonisti del filmato rilanciato dal leader della Lega sono i famosi banchi a rotelle, presentati e difesi da Lucia Azzolina come investimento per la scuola del futuro in Italia. C'erano tanti interrogativi prima dell'inizio della scuola in merito a questa scelta così rivoluzionaria ed è bastato un video a renderli realtà. I banchi con le ruote scelti per aiutare gli insegnanti a mantenere il distanziamento in classe e per portare la scuola italiana nel futuro, nel video sono diventati un mezzo di locomozione per i ragazzi, che durante le lezioni si sono divertiti a utilizzarli come autoscontro. Tra risate e goliardia, nel video pubblicato sui social da Matteo Salvini si vedono i giovani sfrecciare a bordo dei loro banchi contro quelli dei compagni. Il video è stato pubblicato su TikTok nella serata di ieri ed era inevitabile che diventasse virale, viste le polemiche suscitate dalla scelta di questi banchi. Sono 2,5 milioni le visualizzazioni per la clip originale e migliaia i commenti che hanno invaso il profilo dell'autore. A fronte di tutto questo, il ragazzo che l'ha pubblicato ha tenuto successivamente a specificare nei commenti che il video risale al 2017. Una precisazione successiva alla pubblicazione, avvenuta proprio nel giorno del rientro a scuola degli studenti italiani. Tra gli oltre 8200 commenti ce ne sono tanti che mettono in dubbio la datazione fornita dal ragazzo, mentre c'è chi sostiene che fossero già presenti in alcune scuole come parte di un progetto pilota avviato circa 4 anni fa. C'è chi supporta la versione dell'assenza delle mascherine come prova che il video sia datato ma a questi rispondono altri ragazzi, obiettando su questa versione. "A noi le mascherine non le fanno mettere in classe", dice un giovanissimo studente. Immancabili anche i commenti dei giovani che, vedendo le potenzialità dei banchi a rotelle, si lamentano che nelle loro scuole non sono ancora arrivati e desidererebbero replicare quanto fatto dai giovani del video. Questo era uno dei punti deboli contestati al ministro Lucia Azzolina quando erano stati presentati i banchi con le rotelle, ma la titolare del dicastero dell'istruzione non ha fatto marcia indietro e il bando è stato indetto. Questi banchi, ognuno dal costo di circa 300 euro, sono realizzati prevalentemente in plastica e va da sé che se i ragazzi ne faranno quest'uso la loro durata sarà estremamente limitata. La campanella è suonata da appena 24 ore e già diverse previsioni di chi ha contestato il piano per la ripartenza sono diventate realtà.

Da “Gaglioffo” a “Corbellerie”: la parola è uno scudo per la politica. Andrea Massardo il 14 settembre 2020 su Inside Over. “Ho letto molte corbellerie, il governo non sta sprecando denaro”. Con queste parole, come riportato dall’agenzia di stampa Ansa, la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina ha definito le frasi rivolte dall’opposizione nei confronti del governo, per quanto concerne le soluzioni messe in campo per un rientro a scuola idealmente in sicurezza. Ma la parte interessante è proprio nella scelta lessicale utilizzata per indicare le presunte sciocchezze (corbellerie) che sarebbero state dette dai partiti di opposizione. In modo non differente, in fondo, a quanto accaduto con l’aggettivo “gaglioffo“, indirizzato a Matteo Salvini e in risposta alle critiche che aveva avanzato nei confronti del ministero dell’istruzione. Tralasciando però il dibattito relativo al funzionamento o meno delle misure messe in campo per il rientro dei bambini e dei ragazzi a scuola, è necessario soffermarsi proprio sul nuovo registro linguistico utilizzato dagli esponenti del Movimento cinque stelle. Nati dalla piazza e sotto lo sprone di Beppe Grillo, il M5s si era sempre contraddistinto per un linguaggio diretto alla pancia della popolazione e, di conseguenza, carico di parole di uso comune, spesso e volentieri senza mettere da parte nemmeno le espressioni volgari. Con l’esperienza di governo al fianco del Partito democratico, invece, qualcosa sembra essere cambiato. Ma che cosa ha spinto i pentastellati – ed in particolar modo la ministra Azzolina – a scegliere questa nuova modalità espressiva? Per comprendere meglio la situazione è necessario riavvolgere il nastro della storia al governo Conte I, partendo dalle dure critiche legate alla presunta impreparazione di alcuni ministri appartenenti al M5s, quali Danilo Toninelli e Alfonso Bonafede. Soprattutto nel caso dell’ex-ministro alle infrastrutture, le critiche sono state talmente pesanti da rendere quasi obbligata la sua sostituzione con la formazione del governo Conte II, dopo che la sua figura ha perso la fiducia anche di molti parlamentari del M5s. Con il passare dei mesi, però, la storia sembra non essere cambiata, con i nuovi volti marchiati dalle stesse critiche, dalla piemontese Fabiana Dadone alla ministra dell’istruzione Azzolina. E con la crisi pandemica che ha reso necessario lo studio di misure straordinarie per la scuola – considerate comunque da molte persone come non sufficienti o addirittura configurabili come spreco di denaro pubblico – è stato proprio il Miur ad entrare nell’occhio del ciclone. E proprio dal ministero dell’istruzione, dunque, è arrivato il cambio di passo. A questo punto, infatti, è entrato in scena il “colpo di genio”. L’elemento che è stato reputato necessario per evidenziare quanto sia sbagliata (o fallace, per copiare il registro linguistico) la tesi relativa all’impreparazione della docente siracusana, configurabile con l’assai variegato registro linguistico che la ministra Azzolina dimostra di utilizzare. E non solo. Queste parole – come soprattutto nel caso della parola “gaglioffo” – sono diventate pure virali nella rete e nei principali social network, facendo rimbombare l’eco della difesa dell’esponente di governo del M5s. Tuttavia, il clima generato ha evitato anche un particolare decisamente più scomodo: rispondere direttamente ai propri avversari difendendo la propria linea politica. L’effetto è stato però in buona parte raggiunto, evitando così delle critiche che sarebbero diventate impossibili da affrontare e lasciando alla platea le discussioni riguardo al termine forbito – e in qualche modo anche simpatico – utilizzato. E soprattutto, la politica ha dimostrato per l’ennesima volta come, per nascondersi dai propri errori, dalle proprie lacune e dalle proprie leggerezze, sia tanto potente quanto efficace lo scudo della parola.

Michela Marzano per la Stampa il 21 luglio 2020. Aule con mono-banchi con le ruote e docenti non laureati. Per Lucia Azzolina, ministra dell' Istruzione, il futuro della scuola post-Covid è questo. Cioè? Verrebbe da domandarsi, pensando che di cose da fare per la scuola ce ne sono tante: sono decenni che aspettiamo una seria e radicale riforma della didattica. Sono anni che le scuole cadono a pezzi, gli insegnanti mancano, alunni e genitori si lamentano, e francamente non si riesce a capire quale sia l' idea esatta dell' istruzione che ha la nostra ministra, quali siano le priorità che intende portare avanti, e quale sia la sua visione dell' insegnamento e della trasmissione delle conoscenze e della cultura. È mai possibile che, mentre a Bruxelles sono giorni che si cerca di trovare una quadra sull' ammontare complessivo del Recovery Fund - cercando di arginare le pretese dei cosiddetti "frugali" che vorrebbero venire a farci i conti in casa - Azzolina, al termine di una visita in un istituto milanese, annunci ingenti spese per comprare banchi con le ruote? «Al momento sono quelli che ci garantiscono maggiore distanziamento», ha spiegato ieri a Milano la ministra. «E che in futuro permetteranno l' avvicinamento, cioè di avere un' innovazione didattica che permetta agli studenti di lavorare in gruppo». Cioè? Continuo a chiedermi, perché questa storia dell' innovazione didattica che si realizzerebbe grazie a dei banchi con le ruote, faccio davvero fatica a capirla. Anche perché gli studenti possono tranquillamente lavorare in gruppo anche senza banchi, alcuni insegnanti illuminati, i lavori collettivi, li organizzano già da tempo, dov' è quindi l' innovazione? Per non parlare poi della folle idea di andare a cercare gli insegnanti tra coloro che ancora non sono laureati. Un' idea folle, sì, mi permetto di insistere. Io che all' università ci insegno ormai da anni, e che so bene che, di maturità e di esperienza, i nostri studenti ne hanno molta poca. E mi spiace dirlo in questo modo un po' sgradevole e saccente, ma la ministra, forse, un giro negli Atenei avrebbe potuto farselo prima di immaginare di risolvere in questo modo il duplice problema dei pochi insegnanti e dell' assenza di lavoro per i giovani che, «se vanno all' estero, ci lamentiamo». L' istruzione e l' educazione sono alla base di ogni società. Sono decenni che la scuola italiana arranca; sono anni che tutti (insegnanti, genitori, alunni) aspettano una riforma coraggiosa, capace non solo di adeguare il sistema italiano ai sistemi degli altri Paesi europei - dove ci si diploma un anno prima - ma anche, e soprattutto, di rimettere al centro di tutto la trasmissione del sapere e dei valori, senza inventarsi inutili stage o ridurre la cultura a una somma di competenze a geometria variabile, magari da utilizzare subito in un' azienda o in un' impresa. Abbiamo bisogno di giovani che sviluppino uno spirito critico e abbiano le basi per poi affrontare le difficoltà della vita e le insidie del mondo. Sono d' altronde gli stessi ragazzi e le stesse ragazze che, dalla propria ministra, si aspettano una visione dell' educazione che non si riduca a mono-banchi con le ruote e docenti non laureati.

LORENA LOIACONO per il Messaggero il 21 luglio 2020. Gli orari scolastici vengono stravolti dal Covid-19 e le famiglie, a settembre, rischiano di dover rivedere tutta l'organizzazione quotidiana. Manca poco più di un mese all'inizio della scuola e gli istituti stanno provando a far quadrare i conti in tutti i modi: in questi giorni presidi e collaboratori sono con il metro in mano tra banchi da distanziare e spazi da misurare. L'obiettivo è far tornare tutte le classi in presenza ma nel rispetto delle regole anti-contagio: per evitare gli assembramenti sarà necessario scaglionare gli orari di ingresso e di uscita e potrebbe rendersi necessario far lezione anche il sabato. Ogni scuola deciderà in base alle necessità e agli spazi a disposizione, quindi ci saranno realtà molto diverse tra loro. Ma il normale orario 8,30-16,30 su cui si era ormai conformata la vita delle famiglie italiane diventerà una rarità. Le scuole, nella loro autonomia, potranno far suonare la campanella già a partire dalle 7 di mattina e far entrare le classi scaglionate fino alle 9 e far durare la settimana scolastica 6 giorni, anche lì dove se ne facevano solo 5.

POCHI POMERIGGI. Le lezioni di pomeriggio si ridurrebbero. Un problema serio per le tante famiglie che scelgono il tempo pieno per una necessità oraria precisa, genitori che lavorano per i quali è fondamentale poter contare sulla scuola che si occupa dei bambini fino alle 16,30. Le 40 ore settimanali verranno probabilmente garantite o comunque questo è l'obiettivo dei dirigenti scolastici e dei docenti al lavoro in queste settimane. Ma cambiare tutto sarà inevitabile, se si decide di aprire gli istituti il sabato mattina ad esempio: le 8 ore di presenza per 5 giorni a settimana diventerebbero 6 ore e mezzo al giorno per 6 giorni. I bambini uscirebbero quindi alle 3 del pomeriggio. Se poi anticipano l'ingresso, alle 7,30 ad esempio, escono anche alle 14. «Mi preoccupo molto delle abitudini delle famiglie spiega Valeria Sentili, dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Francesca Morvillo di Roma se facciamo entrare i bambini alle 7,30 poi inevitabilmente escono alle 15. Sarebbe sempre un tempo pieno ma stravolto. Io non lo farò. Non posso certo prescindere dagli orari: ci sono anche famiglie con due figli di età diversa. I genitori come fanno a portarli a scuola? Lo scaglionamento non può essere troppo lungo altrimenti rischiamo che un bambino entra alle 7,30 e uno alle 8,30. I genitori nel frattempo che fanno? Mi rendo conto che la situazione ideale non c'è: si creeranno inevitabilmente tanti disagi alle famiglie ma anche ai docenti che dovranno rivedere anche il loro modo di far lezione». Un problema serio, quello legato agli orari scolastici, che riguarda soprattutto gli studenti più piccoli per i quali è necessario un accompagnatore: un ragazzo delle superiori può entrare ed uscire autonomamente da scuola. Ma un bambino delle elementari ha bisogno di essere accompagnato e ripreso tutti i giorni. Interverranno nonni e baby-sitter? Non sarà possibile per tutti. E allora adesso, a ridosso del mese di agosto, sarà necessario considerare anche questo aspetto prima di organizzare gli orari scolastici.

LE VARIE POSSIBILITÀ. L'orario di ingresso anticipato a partire dalle 7 e scaglionato, la scuola aperta il sabato mattina le lezioni che durano 40-45 minuti al posto dei 55-60 tradizionali sono tre delle principali possibilità da mettere in campo per settembre per riportare tutti in classe. Vale anche il contrario, ovviamente, potrebbe capitare di dover uscire da scuola dopo le 17, se si entra alle 9 ad esempio: in quel caso si ridurrebbe il tempo a casa per i compiti, per lo sport e per le attività extra scolastiche.

Massimo Gramellini per il Corriere della Sera il 21 luglio 2020. In previsione della grandinata di soldi in arrivo dall' Europa, che a sentire i meteo olandesi si ridurrà a una pioggerellina, la turbo-ministra dell' Istruzione intende dotare i nostri studenti di banchi monoposto a rotelle. Per motivi francamente incomprensibili, alcuni presidi non sembrano entusiasti dell' iniziativa. Rimangono ostinatamente affezionati agli statici banchi di legno, che rispetto a quelli semoventi, tanto cari alla Azzolina, sono più spaziosi e hanno anche il torto di costare un sesto: 50 euro contro 300. Questi dirigenti retrogradi preferirebbero dirottare il surplus di un miliardo e mezzo su spese voluttuarie come l' acquisto di computer e la messa in sicurezza degli edifici. A noi, azzoliniani della primissima ora, l' entusiasmo della ministra appare invece pienamente giustificato. Non c' è chi non colga le straordinarie opportunità che i banchi a rotelle sono in grado di offrire a chi li sappia pilotare con sagacia: nei corridoi, al momento della ricreazione, ma anche in aula durante i compiti in classe, quando potrebbero dare vita a stimolanti ingorghi intorno ai secchioni. Suggerisco alla ministra di spingere la riforma fino alle estreme conseguenze e di fornire agli studenti del liceo un banco monoposto non soltanto a rotelle, ma motorizzato. Un Ferrarino, naturalmente elettrico per non irritare Grillo e Greta Thunberg, con cui solcare le nostre scuole fatiscenti, accelerando e rombando alla faccia, anzi in faccia a tutti i Rutte del mondo.

Dalla A di "Asintomatico" alla Z di "Zorro". Lo stupidario dell'epidemiologia scolastica. Con le aule rimaste senza docenti e alunni il ministero dell'Istruzione ha emanato una serie di direttive con strani termini. Ecco i più controversi. Nino Materi, Domenica 14/06/2020 su Il Giornale. L'«Alfabeto dell'epidemiologia nella scuola»: quello completo è su tuttoscuola.com, noi l'abbiamo sintetizzato, con qualche nota scherzosa.

A- Asintomatici «È stato dimostrato che soggetti giovani tendono a presentare con minore frequenza la malattia Covid-19 in forma sintomatica ma possono contrarre l'infezione, in forma asintomatica, contribuendo pertanto alla diffusione del virus». (Fidarsi dei giovani è bene, ma non fidarsi è meglio)

C- Colloquio unico Il decreto legge n. 22 dell'8 aprile 2020 ha previsto che «a causa della non riattivazione delle attività didattiche in presenza, negli esami di Stato del primo e del secondo ciclo non siano previste eccezionalmente le prove scritte, ma l'esame si svolga esclusivamente mediante colloquio, a distanza per l'esame di licenza e possibilmente in presenza per l'esame di maturità». (Verba volant, scripta manent. Il senatore romano Caio Tito si rivolta nella tomba)

D- Distanziamento Il DL 18 maggio 2020 n. 33, cosiddetto «Riaperture», stabilisce «la distanza minima di un metro».

(Metro più, metro meno...). Divisori tra i banchi Si fa strada l'idea di «installare nelle classi i divisori in plexiglas da collocare tra le file dei banchi». (Preventivamente, però, un'apposita task force ministeriale dovrà accertare se plexiglas si scriva con una o due «s» e se la «p» vada in maiuscolo o in minuscolo).

E- Elaborato d'esame La circolare ministeriale prevede che «gli alunni delle classi terze delle scuole secondarie di primo grado trasmettano al Consiglio di classe un elaborato inerente una tematica condivisa dall'alunno con i docenti della classe e assegnata dal Consiglio di classe». (Sperando che l'«elaborato» sia scritto meglio della circolare ministeriale).

H- Homeschooling È quella che in Italia si chiama formalmente «istruzione parentale», cioè istruzione privata in famiglia. (Spik inglish, plis)

I- Ingressi distanziati Tra le misure allo studio «per fronteggiare da settembre la ripresa delle attività didattiche in sicurezza vi è anche l'ipotesi di far entrare (e uscire) le classi a orario distanziato di alcuni minuti». (Beati gli ultimi perché saranno i primi)

L- Lunch box Cestino per il pranzo. Il Comitato tecnico scientifico «raccomanda, dove possibile, il pranzo a scuola». (Ma occhio a non farvelo rubare dal compagno di banco).

M- Maturità in presenza Le tradizionali prove d'esame sono sostituite da un colloquio in presenza, che ha la finalità di accertare il conseguimento del profilo culturale, educativo e professionale dello studente.

M- Mascherina Tutto il personale scolastico «dovrà avere una mascherina al giorno». Per l'intero anno scolastico servirebbero quasi 200 milioni di pezzi (esattamente 199.860.790). (A 50 centesimi l'una, vien fuori una bella sommetta).

O- Ordinanze in deroga Il ministro dell'Istruzione è autorizzato ad emanare ordinanze in deroga «al fine di consentire lo svolgimento degli esami di Stato, la valutazione degli alunni delle classi intermedie, nonché altri adempimenti di fine anno». (Azzolina premier!)

P- PIA (Piano di integrazione degli apprendimenti) «Le attività relative al piano di integrazione degli apprendimenti, nonché al piano di apprendimento individualizzato, costituiscono attività didattica ordinaria e hanno inizio a decorrere dal 1° settembre 2020». (Utile a sapersi)

S- Sdoppiamento classi «Nel caso non si disponga di ampi spazi alternativi all'aula, potrebbe essere necessario sdoppiare la classe in due gruppi di alunni». (Two is megl' che uan! Come per il gelato Maxibon)

V- Visiera «Le visiere in plastica trasparente (faceshield), spesso indossate dal personale sanitario sopra le mascherine, potrebbero costituire un'alternativa alle mascherine anche per gli studenti». (Interrogazioni vis-iera a vis-iera)

Z- Zorro «Ricordarsi che la mascherina va messa su bocca e naso». Non sugli occhi, alla Zorro. (Istruzioni per l'uso)

 (ANSA il 7 giugno 2020) - Le scuole di Bergamo - città fulcro dell'epidemia di coronavirus - si preparano al rientro a settembre, con le nuove regole del distanziamento: tra queste il liceo artistico Giacomo e Pio Manzù, dove sono state collocati dei divisori in plexiglass attorno a ciascun banco. "Siamo pronti per gli esami e per il rientro a settembre", è il commento del preside Cesare Botti.

Marcello Veneziani per ''la Verità'' il 7 giugno 2020. Ma voi pensate sul serio che dovremo comprare 10 milioni di campane di vetroresina per metterci dentro gli studenti? Ma siete cretini, fate i cretini o ci credete cretini? E voi pappagalli, che nei media riferite seri e precisi i dettagli della gigantesca operazione di tumulazione in massa degli studenti in bare trasparenti, siete dementi, lavorate per dementi o considerate dementi i vostri lettori e spettatori, anzi i cittadini tutti? Ma avete pensato solo un attimo a quel che state dicendo e scrivendo, illustrandolo perfino con foto, progetti e disegni di queste cabine per immunostudenti; non avvertite l' ala sovrana dell' imbecillità avvolgere voi tutti, la scuola, il governo, i commissari, il ministro Lucia Azzolina e l' Italia intera? Pensate, solo un attimo, per favore, non vi nuocerà alla salute farlo, almeno per un istante. Un paese che in tre mesi non è stato in grado di coprire il fabbisogno (a pagamento) di mascherine, cioè della cosa più piccola e banale che si potesse produrre, dovrebbe ora in un lasso di tempo uguale se non inferiore, dotare tutte le scuole italiane - le fatiscenti scuole italiane dove non si trovano i soldi per riparare un tubo - di una decina di milioni di campane di vetro, e della relativa manutenzione, sanificazione quotidiana. Anche il milione d' insegnanti sarà ricoverato in un astuccio di plexiglass e si muoverà tra gli studenti dentro una navicella trasparente che dovrà essere disinfettata a ogni cambio d' ora. Il sottinteso inquietante di tutto questo investimento massiccio e marziano è che quelle campane di plexiglass dovranno essere usate in permanenza nella scuola di oggi e di domani. Non sarebbe infatti pensabile allestire questi cimiteri viventi in tutte le scuole di ogni ordine e grado, intubare milioni di ragazzi e docenti sani, compiere un' operazione finanziaria e strutturale così gigantesca, solo per fronteggiare l' eventuale rischio stagionale che il virus torni in autunno. No, evidentemente si sta pensando di convivere stabilmente con la paura della pandemia e la sua profilassi; i ragazzi verranno confezionati in barattolo come i cetriolini sottaceto e i carciofini sottolio, per tutto il loro corso di studi. Altrimenti dovrei dire che si pensa a questo investimento pazzesco e fugace solo per dare soldi a qualcuno e riceverli sottobanco - è il caso di dire - da qualcuno...Ora ricapitoliamo i dati per tornare alla realtà e per rassicurarci che non stiamo in qualche film comico di fantascienza. Stanno pensando di riaprire le scuole in presenza e in sicurezza. Per realizzare questo progetto si mettono al lavoro imponenti comitati tecnico-scientifici, task force, aziende di consulenza che producono prototipi, sciami di amministratori e commissari governativi, più la ministra dalle labbra rosse, evoluzione hard della maestrina dalla penna rossa. Si studiano le proposte più strane, caschi permanenti o perlomeno visiere, pannelli parafiato e parasputi in plexiglass, corridoi umanitari per accedere alle scuole in sicurezza, tunnel di vetroresina come quelli che collegano gli spogliatoi ai campi da gioco, grembiulini per alieni, cabine come ai tempi dei telefoni a gettoni...L' unico precedente che io ricordi di una cosa del genere è Rischiatutto, il quiz di Mike Bongiorno degli anni Settanta, dove i concorrenti dovevano entrare in una campana di vetro per rispondere al quiz. La definizione di Rischiatutto mi pare peraltro la più appropriata per descrivere il rischio sanitario e la sua profilassi. Qui però non si vince niente, non sono in gioco i soldi ma solo la salute; soprattutto mentale. Naturalmente la storia dei concorrenti televisivi sotto vetro risale agli albori della televisione, da Lascia o Raddoppia a Campanile sera. La realtà, la scuola, sta diventando un' imitazione tardona della televisione. La cosa più bella della scuola di ieri erano i banchi condivisi con un compagno, poi quello davanti, quello di dietro, quello di fianco con cui trescare, chiacchierare, scambiarsi informazioni e compiti; la cosa più bella era alzarsi, incontrarsi, toccarsi, avvicinarsi alla cattedra, senza essere respinti come appestati, vivere insieme l' avventura quotidiana della scuola. Guardarsi negli occhi, parlarsi viso a viso senza sentirsi nel parlatorio dei carcerati o allo sportello delle poste. Non si può andare a scuola equipaggiati da astronauti, da sommozzatori, da contagiati. Non si può andare a scuola pensando che la priorità non sia studiare, sapere, capire, ma proteggersi dal prossimo, tenersi a distanza, temere il docente più per il contagio che per il giudizio. Scansare non le interrogazioni ma gli sputi della docente e dei compagni di vetro-classe. Non si può insegnare, imparare, vivere, comunicare, in quelle condizioni. Per favore, diteci che ci state prendendo in giro, che avete allestito uno scherzo per coglionarci in massa, per prendervi gioco di noi. Perché non si può pensare davvero che un Paese, un governo, un intero sistema scolastico, un ministero della pubblica istruzione possano con serietà occuparsi di queste costosissime minchiate (lo dico a scopo didattico nel gergo originario della ministra sicula). Perché poi alla fine, dopo aver distrutto la società, i rapporti umani, il lavoro, l' economia, la scuola, l' istruzione, uno è costretto a dire che il rischio eventuale di un virus diventa a questo punto il minore dei mali, e comunque solo ipotetico. Mentre tutti gli altri mali elencati sono reali, effettivi e decisamente più incurabili. Nelle campane di vetro lasciateci santi e madonne.

Presidi contro il plexiglas: le nostre aule cadono a pezzi. Le linee guida per la ripresa delle lezioni continuano a dividere. Salvini: "Follia". Anche i sindaci dubbiosi. Ludovica Bulian, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. Approvato tra le polemiche e allo scadere del tempo massimo. Il decreto Scuola ha avuto il via libera dalla Camera dopo una maratona di tre giorni scandita da ostruzionismo e bagarre in Aula, con attacchi alla ministra (vedi cartello leghista «Azzolina bocciata») e con Lega e Fdi che hanno fatto di tutto per far saltare il provvedimento passato poi con 245 voti a favore e 122 contrari. Oggi sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dentro ci sono le norme per l'esame di maturità nell'era Covid e il concorso straordinario per assumere 32 mila docenti precari. Le divisioni però non sono finite. È stato confermato lo sciopero di domani dei sindacati della scuola dopo un confronto con la stessa ministra definito dalle sigle «inconcludente». È un provvedimento «claudicante che ha affrontato i grandi temi legati all'emergenza. Non si è ancora capito cosa succederà delle scuole a settembre» attacca l'azzurro Marco Marin. Idem Giorgia Meloni: «Conte si riempie la bocca con le parole dialogo e confronto ma in Parlamento la sua maggioranza ha bocciato tutte le proposte di Fdi sulla stabilizzazione dei precari e dei docenti di sostegno, sulla tutela delle scuole paritarie, sull'edilizia scolastica e sulle misure per riaprire le scuole in sicurezza» Per Azzolina invece il decreto «consente di chiudere regolarmente l'anno scolastico in corso. Ora definiamo le linee guida per settembre, per riportare gli studenti a scuola, in presenza e in sicurezza». Ma sono proprio le attese linee guida per un ritorno tra i banchi previste per la prossima settimana ad alimentare lo scontro. Il comitato tecnico scientifico aveva già dato tre pilastri per dettare il rientro in classe: distanziamento, igiene e mascherine. Al tavolo con sindacati, Comuni e Regioni, Azzolina ha paventato anche soluzioni come visiere e plexiglas tra i banchi per classi sopra i 15 alunni. Una soluzione che però fa litigare le forze politiche. Matteo Salvini l'ha già bollata come una «follia», il presidente della Liguria Giovanni Toti, ha ricordato che le priorità sono altre perché nelle scuole manca anche «la carta igienica». «Bisogna capire se i divisori in plexiglas sono efficaci se messi anche sui banchi doppi perché quelli che abbiamo visto in Cina sono su banchi monoposto, ma l'80 per cento dei banchi nelle scuole italiane sono biposto», dice al Giornale Mario Rusconi, presidente dei presidi del Lazio. «E poi il costo. Il decreto ha stabilito ulteriori fondi ma vediamo se basteranno, finora i fondi dati alle scuole per la sanificazione, mascherine e computer per la didattica non sono bastati. Soprattutto aspettiamo di sapere se gli esperti ritengono questi divisori plexiglas utili o meno». Ci sono delle priorità: «In tutta Italia ci sono palestre dove è venuto giù un pezzo soffitto e nessuno lo ha sistemato, quando si danneggia un'aula vengono chiamati Comune e Provincia e nessuno interviene. Così come quando i termosifoni non funzionano perché le caldaie sono vecchie». Sono 331 i milioni di euro stanziati in più dal decreto per la ripresa a settembre, potranno essere utilizzati fra l'altro per dispositivi di sicurezza, igienizzanti, pulizia. Saranno i dirigenti scolastici a stabilire le priorità di spesa. I Comuni premono per ulteriori interventi: «La riapertura delle scuole a settembre comporterà molte criticità, ma è indispensabile e noi non ci tiriamo indietro. Abbiamo fatto presente al governo necessità urgenti: sblocco dell'assunzione di personale, certezze su risorse per interventi rapidi di edilizia scolastica, riorganizzazione dei servizi di mensa e trasporto», ha detto il presidente dell'Anci, Antonio Decaro, al premier Conte.

I sindacati dell'ignoranza. Gogna per chi vuole insegnare, scioperi a difesa dei privilegi Cari prof, i vostri nemici sono loro (e una ministra inadatta). Alessandro Sallusti, Sabato 06/06/2020 su Il Giornale. Che cosa avrà fatto di male la scuola italiana per meritarsi un sindacato degli insegnanti così e pure un ministro così così. Qualche giorno fa scrivevamo della fuga di molti professori dagli esami di maturità e paragonavamo la loro insipienza all'abnegazione di tante altre categorie di lavoratori pubblici e privati, che in tempo di emergenza Coronavirus hanno invece moltiplicato il loro impegno al servizio del Paese. Ieri è successo un piccolo fatto che conferma la nostra impressione. A Prato un'insegnante, la maestra Francesca, ha portato i bambini della sua classe in un parco e - dopo averli fatti accomodare sull'erba ben distanziati - ha iniziato a leggere loro delle fiabe. Apriti cielo: l'iniziativa non rientra nelle procedure ministeriali e non è prevista dagli accordi sindacali, e proprio il sindacato ha sollevato il caso con una «vibrata protesta» che mette fine all'esperimento di Francesca. La quale, con il suo atteggiamento, avrebbe messo in cattiva luce i suoi colleghi, evidentemente privi di fantasia e forse anche fannulloni. Questa vicenda descrive meglio di qualsiasi saggio lo stato pietoso in cui è precipitata la nostra scuola, oltre che il sindacato. A furia di livellare tutto verso il basso, rischiano di andare a fondo anche i non pochi insegnanti che viceversa lottano ogni giorno tra mille difficoltà per tenere il più alto possibile il livello della scuola italiana. Noi oggi siamo tutti Francesca, ma non ci illudiamo. Troppi insegnanti stanno, per convenienza e quieto vivere, dalla parte del sindacato più retrogrado e socialista dell'Occidente. E in quanto al suo immediato futuro, la scuola è pure nelle mani della ministra grillina Lucia Azzolina, che da tre mesi sta cercando di trovare un'idea per riaprire a settembre. Ne sforna praticamente una al giorno. Si va dall'entrata distanziata tra classi (le ultime entrerebbero a pomeriggio inoltrato e nessuno spiega chi si dovrebbe occupare dei bambini durante l'attesa) ai banchi separati da pareti di plexiglas. Va tutto bene, per carità, ma segnalo al ministro che nelle scuole pubbliche mancano carta igienica e gessetti, chi pagherà tutta questa plastica, che dirà Greta? Io ho un'idea. Perché non affidare la scuola a maestra Francesca e la finiamo qui con tutte queste assurde e ridicole cavolate (sindacati permettendo)?

"La scuola è ostaggio della Cgil. Chi lavora bene è ostacolato". L'ex ministra: "Sull'istruzione siamo al disastro, il governo si è preoccupato soltanto dei concorsi, non degli alunni". Paolo Bracalini, Domenica 07/06/2020 su Il Giornale. Mariastella Gelmini, la scuola italiana è nel caos più completo, le famiglie dopo tre mesi di chiusura delle classi non sanno neppure se e come partiranno le lezioni a settembre.

Lei, da ex ministro dell'Istruzione, che consigli darebbe alla Azzolina?

«È un po' tardi per i consigli oramai il disastro è stato fatto. Ma sarebbe sbagliato prendersela solo con lei. Questo fallimento è sulle spalle di tutto l'esecutivo. La ministra avrebbe potuto almeno cercare la collaborazione del parlamento, che invece anche in questo caso è stato ignorato».

Sembra che l'istruzione di milioni di bambini e ragazzi sia l'ultimo dei problemi del governo. È così?

«Direi proprio di sì Le pare normale che il decreto scuola per l'ordinata (si fa per dire) chiusura dell'anno scolastico sia stato convertito solo ieri? Per settimane è stato bloccato al Senato sull'unico problema di cui ha discusso la maggioranza: la questione del concorso. Ma la scuola non è un ammortizzatore sociale, è un incubatore di futuro per le nuove generazioni. Di questo passo e con questo governo ci troveremo a votare a novembre prossimo un decreto sulla ripresa dell'anno scolastico».

In molti paesi europei le scuole sono già riaperte, perché in Italia è stato considerato impossibile? Non si poteva differenziare da regione a regione, a seconda della situazione dei contagi?

«In Italia si è gettata la spugna troppo presto e lo si è fatto a mezzo stampa vanificando, in parte, l'effettività delle lezioni a distanza: abbiamo riaperto i locali della movida, ma non le scuole. È un elemento su cui dovremmo riflettere. La scuola riguarda 8 milioni di giovani italiani e oltre un milione di dipendenti pubblici. È questione di importanza strategica che Conte e i partiti di maggioranza hanno ignorato, abbandonando fra l'altro le paritarie al loro destino. Sono segnali drammatici: i ragazzi sono tornati a fare sport ma non sui banchi di scuola».

I sindacati della scuola che ruolo hanno in questo immobilismo?

«La risposta a questa domanda è nelle pagine di cronaca di questi giorni: una maestra che meritoriamente supera il lockdown e legge ai suoi alunni le fiabe in un parco, viene presa di mira dal sindacato. È un mondo alla rovescia e una parte del sindacato, penso alla Cgil, ha gravi responsabilità».

Anche i docenti spesso sembrano arroccati nella difesa dei loro diritti sindacali più che in quella del diritto allo studio degli alunni, non le pare?

«Non si può generalizzare, ci sono tantissimi insegnanti che fanno, al meglio delle loro possibilità, il loro dovere, che si sono battuti per far partire prima possibile le lezioni a distanza, che hanno fissato lezioni al pomeriggio per poter consentire a tutti di partecipare. Purtroppo da sola la buona volontà di costoro non basta e non viene premiata. Anzi: viene vista con sospetto».

Per la riapertura a settembre il ministro ha parlato di scaglionamento degli ingressi e di banchi divisi dal plexiglas, le sembrano proposte sensate?

«Sono due cose diverse. Gli ingressi scaglionati, in strutture che non hanno caratteristiche idonee a gestire in sicurezza l'afflusso contemporaneo di tanti studenti, non sono un dramma, anche se complicano la vita alle famiglie. Il plexiglas è invece un brutto incubo, ma voglio sperare che sia stata solo una battuta».

Che voto dà alla Azzolina come ministro?

«Per una questione di stile preferisco non risponderle. Ci sono tanti ministri in questo governo che fanno un mestiere che non è il loro. In questi anni si è distrutto il valore delle competenze, dell'esperienza e questi purtroppo sono i risultati».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 25 maggio 2020. La pagina più spiritosa di tv l' ha scritta ancora una volta Corrado Guzzanti, nelle vesti di Vulvia. È successo venerdì sera, su La7, nel corso di Propaganda Live. Nella sua nuova apparizione (il personaggio era stato creato nel 2001 per L' ottavo nano ), Vulvia ci ha raccontato le nuove scoperte dal suo «Rieducational Channel»: gli alieni che sbarcano sulla terra in cerca di cicoria, il significato dell' espressione fomentare l' odio (prima di essere usato per l' odio, il fomento era un comunissimo cereale), il grande quesito sul fungo atomico (era anche allucinogeno? E se lo era, a cosa serviva visto che tutti erano morti?) e, ovviamente, il «piatto forte»: l' imbuto. Poteva Vulvia non parlare della storia dell' invenzione dei celebri 'mbuti, tornati alla ribalta in questo periodo dopo la metafora mal espressa dalla ministra dell' Istruzione Lucia Azzolina? Non poteva. E così abbiamo appreso che gli imbuti, in origine, erano tappati sul fondo, donde la strepitosa immagine ministeriale: «gli studenti non sono imbuti da riempiere». Prima di Vulvia, Guzzanti aveva scelto di reinterpretare Lorenzo, un altro dei suoi personaggi, perché fosse lui, in qualità di «esperto di esami di maturità», a commentare le decisioni prese nell' ambito della formazione scolastica in piena pandemia di coronavirus. Può darsi che, alla fine, la nostra unica ancora di salvezza si nasconda nella sublimazione del banale. Vale a dire: la cesellatura delle cose minute e la cura nel conservare un briciolo di intelligenza nella sciaguratezza del quotidiano. Ma di fronte all' impreparazione di un' Azzolina o alle scempiaggini di un Giulio Gallera, basta la sublime ironia di Corrado Guzzanti? Si racconta di un' epoca in cui il ridicolo poteva ancora schiantare una persona. Dev' essere successo tanto tempo fa. Guzzanti sembra provenire direttamente da quella notte dei tempi, con le sue maschere di causticità e la sua raffinata inquietudine.

Coronavirus: “Noi studenti privatisti discriminati alla Maturità 2020”. Le Iene News il  17 aprile 2020. “Non siamo studenti di serie B: perché solo noi dobbiamo fare la Maturità a settembre, perdendo la possibilità di fare i test d’ingresso per molte Facoltà?”. Alcuni dei 17mila studenti privatisti che si presentano all’esame finale delle superiori ci hanno contattato per la loro protesta. Anche nel nome di Agnese, costretta a fare le serali nel Bergamasco dopo aver perso un braccio. Agnese ha 19 anni e ha perso l’avambraccio sinistro in un incidente mentre si allenava con la sua amata bicicletta ma continua a pedalare, anche nel video che vedete qui sopra. Per l’incidente, e dopo tante altre difficoltà e drammi, ha frequentato le serali e ora, come tutti i 17mila maturandi privatisti, si trova discriminata di fatto per le difficoltà organizzative dell’emergenza coronavirus. Per una ragazza del Bergamasco, di Clusone, fa ancora più male. Per questo ha scritto una lettera commovente alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che è diventata un manifesto e che potete leggere integralmente cliccando qui: “Abbiamo gli stessi diritti degli altri studenti di portare a termine le scuole superiori malgrado il COVID 19, e per quanto mi riguarda malgrado la vita mi abbia costretto ad impegnarmi il doppio degli altri per poterlo fare”. La maturità 2020 non sarà infatti uguale per tutti in tempi di pandemia. Se per gli altri studenti sono ancora incerte le modalità, resta almeno la certezza della data classica di giugno. I privatisti invece ovvero chi ha scelto per vari motivi di preparare a casa il programma degli ultimi anni perché vuole recuperarli, perché intanto lavora o fa sport, l’esame finale non potranno farlo in quella data. Lo dovranno affrontare nella sessione straordinaria, prevista di solito a settembre, secondo quanto già stabilito dal decreto scuola dell’8 aprile. “Quella sessione è prevista per chi non si può presentare all’esame, ma noi ci possiamo presentare tutti”, ci dice Marianna Libonati da Pistoia, una delle tante ragazze e ragazzi che ci hanno contattato anche con il video che vedete qui sopra. “Ho 29 anni, dopo tanto volontariato in Misericordia e tanti lavoretti, ho deciso di tornare a studiare, mi sono appoggiato a un centro per il recupero degli anni scolastici, spendendo 3.500 euro. È una mazzata, così non potrò fare il test di ammissione a Scienze infermieristiche”. Non c’è infatti solo un’astratta questione di calendario. Fare la maturità a settembre vuol dire perdere l’occasione di iscriversi alle facoltà a numero chiuso perché i test di ingresso si svolgono in quel periodo. “Non siamo studenti di serie B, non vogliamo essere discriminati, vogliamo solo che i nostri diritti vengano riconosciuti come quelli degli altri”, ci dice al telefono Alex Cianchino da Siracusa, che a 22 anni vuol finire l’alberghiero. “Io faccio l’operaio in fabbrica, ho studiato per fare la maturità scientifica da privatista”, ci racconta Andrea Ferrazzi, 27 anni, che sentiamo a fine turno. “Così salterò il test per la laurea magistrale in Professioni sanitarie e perderò un anno. Non è giusto. E lo dice chi ha perso un parente qui in provincia di Brescia per il coronavirus e conosce bene il dramma di questa epidemia. Non è giusto essere pure discriminati per questo”.

La lettera di Agnese alla ministra Azzolina: "Stessi diritti alla Maturità anche per noi privatisti". Le Iene News il  17 aprile 2020. Gli studenti privatisti italiani protestano perché loro dovranno fare la maturità solo (forse) a settembre. Ecco la commovente lettera di Agnese, che ha fatto le serali dopo aver perso un avambraccio per un incidente con la sua amata bicicletta. "Illustrissimo Ministro dell’Istruzione, mi chiamo Agnese Romelli e sono una studentessa bergamasca che frequenta da privatista l’ultimo anno del Liceo delle Scienze applicate all’istituto San Marco a Bergamo. Dopo aver letto attentamente il decreto legge concernente l’esame di stato per i privatisti, mi vedo costretta a scriverLe questa mail per esprimere, nel merito, tutti i miei dubbi ed i miei timori, mettendo in evidenza alcune osservazioni nella speranza che anche per me e per tutti coloro che si trovano nelle mie condizioni, ci possa essere chiarezza circa il futuro scolastico che ci attende. Nella mia carriera studentesca, ho sempre frequentato scuole pubbliche, e solo alcuni eventi che hanno sconvolto la mia vita mi hanno costretto a concludere gli studi da privatista. Non voglio con questa mia lettera far leva sulla sfortuna che ha contraddistinto e profondamente condizionato gli ultimi anni della mia vita, ma è giusto che quanto meno porti alla Sua conoscenza i fatti che mi hanno costretto a frequentare la scuola lontano dai miei compagni di classe, in una sorta di “isolamento forzato” che oggi tutti conoscono, ma che io sono costretta a vivere da diversi anni. Nell’estate tra la terza media e la prima superiore ho quasi perso mio padre in un incidente stradale, e dato che mia madre doveva lavorare, è toccato a me ed a mia sorella occuparci, a 13 anni, di lui e delle sue cure quotidiane, a scapito, ovviamente, di un “normale” rendimento scolastico. Il 9 maggio 2018, all’età di 17 anni, durante un allenamento di ciclismo (la mia grande passione e l’attività agonistica che sognavo di praticare anche a livello professionistico) un SUV, tagliando una curva, mi ha travolto amputandomi il braccio sinistro e causandomi un trauma cranico ed una serie di altre fratture, tagli e traumi talmente gravi da dover essere trasportata in elicottero al Niguarda di Milano per essere sottoposta alle necessarie terapie. Questo incidente, come potrà immaginare, mi ha completamente stravolto la vita, costringendomi a ricominciare da capo ed a ricostruire passo dopo passo anche il più piccolo di quei gesti quotidiani ai quali nessuno fa caso: ho dovuto reimparare a camminare, a scrivere, a lavarmi il viso, a vestirmi, a mangiare, ad allacciarmi le scarpe, e soprattutto mi ha costretto ad una serie infinita di interventi e di attività fisioterapiche a discapito soprattutto di quella che, all’età di 17 anni, rappresenta il centro degli interessi di ogni ragazzo: la scuola. Ora tutto, o quasi, è alle spalle, ed ho ricominciato a vivere, seppure una vita diversa da quella che ho sognato da piccola: ho preso la patente e grazie a persone speciali ho ricominciato anche a praticare il ciclismo (anzi, il paraciclismo): ho potuto riassaporare il gusto di una gara, della fatica, del sudore, ed ho partecipato addirittura ad una gara di Coppa del Mondo (seppur di paraciclismo) qualificandomi al 6° posto. Già proprio il ciclismo, che è stata la causa dell’incidente che mi ha quasi uccisa, ora mi sta dando la voglia di lottare per un futuro migliore, mi sta dando la consapevolezza di essere una ragazza come le altre, di poter avere una vita, un lavoro, una famiglia, un diploma, di poter frequentare l’Università. Questo perché, tra alti e bassi, ho ripreso anche il mio percorso di studi, e grazie ai professori che mi hanno fatto lezione anche nel letti di ospedale, ed alle persone che mi hanno sostenuto e motivato psicologicamente, sono arrivata ad oggi: alla quinta superiore. Per questo 5° anno scolastico, però, consapevole del fatto che comunque la mia vita è ancora molto condizionata da quello che mi è accaduto in questi anni (sono stati programmati durante questo periodo due interventi chirurgici, la quotidiana fisioterapia ed innumerevoli visite), ho deciso di iscrivermi ad una scuola serale che mi permettesse di fare tutto e di non mancare ai miei impegni. Con l’arrivo della catastrofe del Covid19 e l’inizio della quarantena abbiamo cominciato, come tutti, le lezioni online, e come immagino abbia fatto ogni ragazzo della mia età, ho iniziato a studiare veramente tanto per prepararmi agli esami di maturità. Proprio quest’ultima affermazione è il motivo per il quale ho deciso di scrivere questa lettera: nel decreto legge dell’8 aprile 2020, n° 22 VI SIETE DIMENTICATI DI NOI, vi siete dimenticati di chi, come tutti gli studenti che frequentano le scuole statali, da mesi si sta duramente preparando per il primo grande esame della propria vita, e che ora vede sfumare questa possibilità, e soprattutto vede compromessa la possibilità di proseguire nei propri studi e nella costruzione del proprio avvenire!!! Per noi privatisti, infatti, da quel che si legge in questo decreto, poter dare l’agognato esame di maturità sembra essere diventata una “questione da definire quando sarà passata la criticità COVID 19”, ad una “data da destinarsi” (il che rimanda ad una data indefinita ed, a mio avviso, non certo compresa nei mesi a venire…). Malgrado siamo privatisti, abbiamo gli stessi diritti degli altri studenti di proseguire il nostro percorso scolastico e di portare a termine le scuole superiori malgrado il COVID 19, e per quanto mi riguarda malgrado la vita mi abbia costretto ad impegnarmi il doppio degli altri per poterlo fare. Perché tutti gli studenti del 5° anno della scuola pubblica hanno ben chiaro come proseguirà il loro percorso di studi ed hanno l’assoluta certezza (tra l’altro anche se non ne avessero avuto i meriti, visto che non sono previste bocciature per chi ha insufficienze anche gravi) di concludere il percorso delle superiori avendo i tempi tecnici di scegliere ed iscriversi all’Università, mentre a noi privatisti non è dato nemmeno sapere se e come concludere le scuole superiori? Esistono forse studenti di SERIE A (magari pure impreparati) e studenti di SERIE B da svantaggiare o addirittura di cui dimenticarsi? Io, signor Ministro, come avrà capito non sono una che si arrende con facilità visto come la vita mi ha già messo alla prova e quanti ostacoli ho dovuto superare… e poi sono bergamasca: gente dura, che non molla, nemmeno di fronte ad un nemico subdolo come un virus!!! Ma qui non si tratta di poter contare solo sulle proprie forze e la propria volontà: io mi sto trovando di fronte ad una strada a fondo chiuso, all’indifferenza di chi non ha considerato i diritti di tutti, e la mia volontà non ha sbocchi di fronte all’impossibilità di avere una via d’uscita per quanto ardua e faticosa possa essere: il mio sogno di poter avere un diploma e poter cominciare un nuovo capitolo della mia vita, malgrado tutto l’impegno che io ci stia mettendo, sembra lontano. L’anno prossimo vorrei iscrivermi all’università di scienze motorie, ed in particolare vorrei frequentare il corso di “scienze motorie preventive ed adattate” presso l’Università di Pavia, vicino alla sede del Team Equa, la squadra di Handbike e Paraciclismo che mi ha dato la possibilità di tornare a “sognare” anche grandi successi sportivi continuando a coltivare la mia più grande passione: il ciclismo! Ma di questo passo e senza una data nella quale conseguire la maturità, come posso coltivare questo “doppio” sogno? Qualche anno fa questo non era il mio obiettivo: io volevo fare la fisioterapia, ma con la mancanza di un braccio ho dovuto cambiare sogno. I cambiamenti non mi spaventano affatto, sono una che se vuole qualcosa dalla vita da’ tutta se stessa e se la prende… ma devo avere la possibilità di sognarlo un altro sogno, ed il decreto legge del 13 aprile 2020, così come ad oggi abbozzato, mi sta privando di questa possibilità. Non chiedo tanto, non chiedo scappatoie o privilegi, ma solo di avere la possibilità di lottare come tutti ed al pari di tutti per i miei diritti: ho solo bisogno di una “data certa”, ed in particolare chiedo di avere la stessa “data certa” (e non una data “da definire dopo la fine di una pandemia”) di tutti gli studenti italiani per potermi diplomare e poter cominciare un nuovo capitolo della mia vita, che nel mio caso spero tanto sia più sereno di quello trascorso. Spero con tutto il cuore che prenda in considerazione che noi privatisti non siamo numeri, abbiamo tutti la nostra storia da raccontare, ed il diritto di vivere la nostra vita. Spero anche possa leggere lei in persona questo scritto. Cordialmente, Romelli Agnese."

Gianna Fregonara per corriere.it il 6 aprile 2020. Esami di maturità online, con sola prova orale, tutti ammessi e commissione interna per valutare. Per la terza media, niente esame ma solo una tesina da valutare insieme ai voti dell’anno scolastico. Per tutti, promozione assicurata e recupero il prossimo anno. È questo lo scenario più probabile per la fine dell’anno scolastico, per il quale si prevede di continuare la didattica a distanza, che diventa obbligatoria, e addirittura gli scrutini online. Nel testo del decreto approvato dal consiglio dei ministri resta una piccola speranza che si possa tornare in classe entro il 18 maggio: in quel caso ci saranno esami di maturità più completi (prova di italiano, di indirizzo ma non a carattere nazionale, e colloquio). Se si torna entro la metà di maggio, anche i ragazzi di terza media avranno una loro prova di esame, decisa dalla scuola. Una procedura particolare riguarda i privatisti: solo loro faranno l’esame di Stato in presenza, nella sessione straordinaria che si svolge di solito nel mese di settembre.

Tutti promossi, testo limato. Nel testo del decreto legge sula scuola che arriva in consiglio dei ministri ci sono alcune correzioni rispetto alla bozza che il Miur aveva preparato giovedì scorso: si definisce meglio l’ipotesi del tutti promossi. Si parla di recupero delle competenze non acquisite all’inizio del prossimo anno per tutti, si valorizza il lavoro svolto a distanza (valutando l’impegno degli alunni in questi mesi) e della possibilità di adattare la valutazione alla situazione emergenziale. Nella sostanza non cambia granché, rispetto al testo precedente, perché su voti e valutazione finale non ci sarà spazio per bocciature o per rimandati visto il rischio di ricorsi e le difficoltà che ancora ci sono con la didattica a distanza. Ma si evita l’effetto paradossale di rendere obbligatoria la didattica a distanza e contemporaneamente dare il liberi tutti per gli studenti che sanno che ci sarà comunque la promozione assicurata. Dovranno dunque dimostrare di essere stati attenti e di aver ben lavorato in questi mesi da casa. Bisognerà dunque aspettare l’ordinanza della ministra per sapere se ci sarà il 6 in pagella oppure se eventuali insufficienze verranno comunque segnalate.

Si ricomincia il 1 settembre. E’ confermato che il prossimo anno scolastico in classe o in modalità online - comincerà all’inizio di settembre, si ipotizza il primo o il due settembre. Incombe però su questo inizio anche la questione dei supplenti, che visto che sarà molto complicato anche svolgere quest’estate i concorsi per i docenti, rischiano di essere oltre 200 mila.

Corrado Zunino per repubblica.it il 3 aprile 2020. Ci siamo, il Piano per la Maturità e la fine dell'anno scolastico è un decreto legge. Una bozza di decreto, e sarà approvata domenica prossima in Consiglio dei ministri. Come ha anticipato Repubblica, in via assolutamente eccezionale "e solo per l'anno scolastico 2019-2020", tutti gli alunni e gli studenti italiani passano per decreto alla classe successiva, anche quelli con insufficienze registrate nel primo quadrimestre. Siano minime o siano gravi e su diverse materie. Non ci saranno bocciati né rimandati, in questa situazione eccezionale. Il decreto prevede recuperi degli apprendimenti a partire dal primo settembre 2020. Non recupero dei voti, il prossimo anno si ripartirà da zero. Un ripasso forzato di nozioni, e di programma, che i docenti via via valuteranno a partire, appunto, dalla prossima stagione scolastica. Le scuole italiane il primo giorno di settembre apriranno per tutti coloro che hanno avuto "debiti" nel primo quadrimestre. L'avvio dell'anno scolastico 2020-2021, anche per questo motivo, potrebbe slittare in avanti. C'è una data spartiacque, lunedì 18 maggio. Se gli studenti torneranno a scuola entro quella data, e potranno fare quattro settimane di lezioni frontali, l'esame di Stato per il diploma superiore sarà "assimilabile" a quelli conosciuti. Prima prova scritta il 17 giugno, tema di Italiano unico e nazionale: chi sceglierà le tracce dovrà tenersi lontano dalle questioni contemporanee, dal Dopoguerra in poi per capirci. Meglio Verga che Caproni, il Risorgimento piuttosto che il '68. La seconda prova, quella doppia, non avrà carattere nazionale e dovrà essere gestita dalla commissione interna (sei membri, tutti  docenti della classe interessata all'esame). Poi, a partire da fine giugno, l'orale. L'ipotesi più probabile, tuttavia, è quella che prevede che il 18 maggio non ci sia un "liberi tutti" da parte del Comitato tecnico scientifico per l'emergenza. In quel caso, con gli studenti di quinta costretti a casa, salteranno entrambi gli scritti: Italiano e doppia prova. La valutazione finale dei maturandi - resterà "seria", ha sottolineato la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina - sarà affidata in maniera esclusiva a un unico esame orale. Sarà lungo, almeno un'ora, e prevederà esercitazioni sulle materie caratterizzanti (Greco e Latino al Classico, per comprendere). Il dibattito su quanto peserà il maxi orale è rimandato a dopo Pasqua, ma i tecnici del ministero dell'Istruzione suggeriscono 60 punti sui 100 totali. Il progetto estremo, da prendere in considerazione di fronte a una crisi epidemiologica ancora fuori controllo, è quello di far svolgere gli esami di Maturità online. La bozza del Dl Scuola dice: "Nell'ipotesi in cui le ragioni sanitarie" indichino come "non si possano svolgere esami in presenza", ecco, si può prevedere "la valutazione degli alunni, ivi compresi gli scrutini finali, anche in modalità telematiche". L'Esame di Terza media potrebbe ridursi a una tesina consegnata alla commissione (tutta interna) con valutazione finale del Consiglio di classe. Nell'ipotesi più ottimistica potranno essere eliminate "una o più prove". Sono, e questo pare ovvio, sospese per tutto il "2019-2020" le gite scolastiche in tutti i cicli. E le iniziative di scambio culturale. Per decreto viene cancellato il parere finale del Consiglio superiore d'istruzione (Cspi), che di fatto non si riuniva più. I due concorsi previsti per i docenti - ordinario e straordinario - vanno avanti e saranno banditi a breve: la ministra teme il caos precari del 15 settembre. I sindacati, ancora una volta non consultati, sono furiosi. Le Graduatorie d'istituto per i docenti precari restano congelate e si prevede una finestra d'inserimento che si chiuderà il prossimo 31 agosto. Le attività di verifica dei dirigenti tecnici sull'anno di prova dei docenti saltano riducendosi a un "parere consultivo". Ieri Lucia Azzolina aveva aperto la videoconferenza con le forze di maggioranza negando la veridicità delle anticipazioni di Repubblica. Diversi deputati e senatori oggi, quando la ministra non ha autorizzato un secondo passaggio parlamentare, l'hanno chiamata per dirle: "Ci hai preso in giro, i tuoi atteggiamenti fanno male alla scuola". L'approvazione del decreto sulla fine dell'anno scolastico, anche per questi motivi, è slittata da domani (venerdì 3) a domenica. Tra le novità che si leggono nella bozza, si rivedrà il decreto che premia i 100 e lode. Ci si avvia a un esame di Stato che avrà, insieme al "tutti diplomati", meno volti alti e meno voti bassi. Un altro frutto dell'anno scolastico spezzato dalla pandemia.

Davide Desario per leggo.it il 27 marzo 2020. L'emergenza coronavirus ha portato a chiudere le scuole di Lombardia e Veneto il 23 febbraio. E poi tutte quelle del resto d'Italia il 5 marzo. Da allora insegnanti, presidi, alunni e genitori stanno cercando di andare avanti. Ma i risultati, tutt'altro che confortanti, hanno messo a nudo l'arretratezza dell'universo Scuola italiano purtroppo frenato da campioni del mondo di difesa dei loro diritti e maglia nera nel rispetto dei loro doveri. «Lezioni online». È lo slogan della ministra Lucia Azzolina. Belle parole. Ma la pratica è un'altra cosa. Perché, diciamo la verità: la Scuola italiana si è fatta trovare impreparata. Si sta adattando, in ogni modo. Ma fare didattica a distanza, garantendo quanto previsto nelle note e nei decreti, è impresa napoleonica. Manca tutto: la preparazione di gran parte del corpo docenti (chi lo sa fare è quasi solo per iniziativa individuale), la strumentazione sia per il personale che per gli studenti, mancano sussidi informatici, libri digitali, applicazioni. Gli insegnanti sono confusi. Nonostante da decenni si parli di innovazione e di educazione digitale, di fatto nessuno glielo ha mai imposto. E se una cosa non è imposta (soprattutto in una categoria con lo stipendio garantito) la fa solo chi crede di dover continuare a imparare nonostante non sia più un alunno. Anche in questa emergenza nazionale, ci sono molti, troppi, insegnanti che invece di gettare il cuore oltre l'ostacolo per il bene dei ragazzi si trincerano dietro a cavilli contrattuali e tutele sindacali. Alcuni dicono di non avere il pc. Altri di non disporre (nel 2020?) di connessione internet. Chi non si vuole riunire in team o nei consigli di classe. Chi ha figli a cui badare e non intende organizzarsi per garantire le videolezioni. Il risultato è una inefficienza sotto gli occhi di tutti. Soprattutto dei genitori chiamati a supplire agli stessi insegnanti. Per fortuna non sono tutti così. C'è anche chi, in questa guerra al virus, fa ancora di più. Chi - mettendo da parte i propri diritti a favore di quelli degli alunni- si è rimesso a studiare per trovare strategie e metodologie tutte nuove. Ci sono scuole che, qualche anno fa, si sono cimentate in una scuola tutta tablet. Vennero criticate come troppo avanguardiste da docenti e genitori supertradizionali e per i quali il tablet era lo strumento che distraeva. Questo è il momento della rivincita. Sono queste le scuole che hanno messo la quinta con l'apprendimento a distanza. Scuole che in questi anni si sono fatte carico di spese per garantire il diritto allo studio anche degli alunni sprovvisti di device. Scuole che hanno dovuto provvedere alla formazione interna del personale con fatica. Abbattendo muri e resistenze. Sono queste poche scuole in questi giorni ad avere molti meno problemi con la didattica a distanza. E andrebbero premiate. È quello che sta accadendo nella maggior parte delle scuole. I professori invece di applicarsi per fare videolezioni credono di lavarsi l'anima assegnando solo compiti. Purtroppo per chi guida una scuola è complicatissimo gestire il personale docente a distanza; farli riunire in team, un'impresa. E così ai ragazzi arrivano spesso solo compiti quando, invece, la programmazione comune e la stessa direzione sarebbe l'unica strada davvero funzionante. Le aule virtuali non sono solo una definizione vuota. Vanno create. Gestite. Regolate. Monitorate. E devono essere arricchite di contenuti. Un lavoro enorme. Se solo tutte le scuole fossero obbligate a farlo dal ministero con norme chiare, coadiuvando le classi virtuali con quelle fisiche, i ragazzi ne gioverebbero. È una questione aperta. Il trattamento dei dati di docenti e alunni è un problema mai risolto. Lasciato nel limbo. Ora però tra numeri di cellulari per le chat, case e stanze che diventano set di lezioni, e cyberbullismo con foto che circolano in rete di docenti che spiegano o di compagni in video. il nodo è arrivato al pettine. Color che son sospesi. Tra l'incudine e il martello. Tra l'interpretazione della norma e l'applicazione pratica. Tra esigenza di tutti, personale Ata, docenti, alunni, famiglie. Sicurezza. Privacy. Linee Guida. Orari del personale. Convocazione collegi, consigli di classe. Per non parlare del garantire a tutti gli alunni un device (come?) con fondi che non si sa bene da dove arriveranno e quando. Ma come fare con un professore che dice di non avere internet o pc? (Ma come hanno speso i 500 euro dell'aggiornamento professionale?) Che tutto quello che gli viene chiesto non è previsto dal suo contratto?

Coronavirus e scuole chiuse, in Europa rischiano di restare a casa 70 milioni di studenti. Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Gianna Fregonara. Prima Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna con i loro 3,3 milioni di studenti. Poi tutta l’Italia che conta quasi 8 milioni di bambini e ragazzi nelle scuole dai 6 anni, oltre un milione di universitari. Da lunedì anche la Francia con i suoi undici milioni di studenti, poi Danimarca, Norvegia, Belgio Lussemburgo che in questi giorni chiuderanno le scuole: tutti a casa, lezioni sospese per chi può ci saranno forme varie di didattica a distanza. E ancora, sono già a «riposo» gli studenti di Irlanda (1 milione di studenti), Grecia (1,3 milioni) Romania (3 milioni), Polonia (5 milioni circa), Danimarca, Repubblica Ceca, Croazia, Bosnia. In Spagna hanno chiuso le scuole di Madrid e dei Paesi Baschi. In Germania, dove il sistema è federale, hanno chiuso per ora in Baviera, e in Renania Settentrionale (la regione di (Dusseldorf), da lunedì chiuderanno anche a Berlino e in Bassa Sassonia. Ma l’elenco è destinato ad allungarsi di ora in ora.

La prima volta. E’ la fotografia del più grande esperimento sociale del dopoguerra nel nostro continente, da quando cioè la scuola è per tutti, diritto universale e costituzionale oltre che dovere di routine per oltre settanta milioni di bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni. E infatti la scelta di chiudere le scuole e le Università si dimostra una delle decisioni più difficili per tutti i governi europei. Non solo in Italia sono passate oltre due settimane dalla chiusura delle scuole del Nord prima di estendere il divieto al resto del Paese. Anche in Francia, finora l’altro grande Paese ad aver adottato la stessa misura complessiva, fino a giovedì mattina il ministro dell’Istruzione era convinto di non dover lo fare. Oltre alla questione politica e di principio, la chiusura del sistema scolastico porta con sé molte incognite. La prima è quella della riapertura: in Francia la chiusura è stata decisa per quindici giorni fino all’inizio delle vacanze di Pasqua (dal 4 aprile), Angela Merkel nei giorni scorsi ha ventilato l’idea per la Germania di anticipare la pausa di primavera a prima delle vacanze pasquali come soluzione per poter lasciare a casa gli studenti. Per ora anche gli altri Paesi europei si sono attestati sull’idea di riaprire ad aprile o comunque il prima possibile. Ma è difficile dire quando davvero le scuole potranno riaccogliere i loro studenti. E’ questa una delle ragioni che avrebbero spinto il premier inglese Boris Johnson a rimandare ancora la decisione sulla chiusura delle scuole: una parte non indifferente della comunità scientifica è convinta che servirebbe uno stop dai due mesi in su per rendere questa misura utile e il costo sociale di lasciare a casa, con i genitori che lavorano in smart working, oltre tredici milioni di bambini e ragazzi potrebbe essere, così ha spiegato Johnson nel suo discorso, insopportabile. E’ tuttavia indicativo il premier che si sia mantenuto aperta la possibilità di «rivedere» le decisioni nel futuro prossimo.E’ la fotografia del più grande esperimento sociale del dopoguerra nel nostro continente, da quando cioè la scuola è per tutti, diritto universale e costituzionale oltre che dovere di routine per oltre settanta milioni di bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni.

La durata della chiusura. Il problema della durata della chiusura, sta spingendo diversi Paesi, come avviene in Italia, a sperimentare forme più o meno evolute di compiti a distanza o didattica digitale. Ma, come ha spiegato nei giorni scorsi la dirigente del Miur che sta seguendo per l’Italia l’esperimento digitale, si tratta più di una «vicinanza» della scuola agli studenti che di una vera e propria attività. E’ un metodo per non lasciare i ragazzi soli e spaesati, non sostitutivo delle lezioni e della comunità scolastica. «Sarà interessante capire , una volta finita l’emergenza, l’impatto che questa chiusura avrà avuto sui giovani europei - spiega Francesca Borgonovi della Ucl di Londra - Sui risultati certamente, ma ci aspettiamo anche un aumento del divario tra studenti di famiglie in condizioni economiche svantaggiate e gli altri: non solo per l’accesso al digitale ma anche per l’impegno che viene richiesto alle famiglie per seguire i figli in queste settimane. Chi svolgerà il ruolo delle scuole nel consentire agli studenti che hanno difficoltà a imparare e a concentrarsi? I più svantaggiati dalla chiusura delle scuole pensiamo che saranno gli adolescenti, e soprattutto i maschi». Il problema della durata della chiusura, sta spingendo diversi Paesi, come avviene in Italia, a sperimentare forme più o meno evolute di compiti a distanza o didattica digitale.

·        L’Epidemia e la Giustizia.

Cassazione, difensori costretti a gare folli per il deposito degli atti. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 6 giugno 2020. Possono accedere agli uffici della cancelleria solo gli avvocati muniti di prenotazione, da mostrare all’ingresso. L’applicazione fornirà il giorno e l’ora dell’appuntamento. Ma posti i a disposizione sono pochi e bisogna tenere costantemente sotto controllo l’applicativo per evitare di perdere lo “slot” libero. Stanno suscitando più di un mal di pancia tra gli avvocati le recenti modalità di accesso in Cassazione previste per la fase due, iniziata lo scorso 12 maggio, della giustizia. In particolare, sono pochi i “posti” disponibili nel singolo giorno. Ma andiamo con ordine. Fino al prossimo 30 giugno, gli avvocati che devono depositare un ricorso o un controricorso presso la cancelleria civile di piazza Cavour sono obbligati a utilizzare l’applicativo “Ufirst”, disponibile sia su smartphone che tablet. Tramite questo applicativo, che sostituisce il “vecchio” ritiro del ticket presso il totem posizionato all’ingresso della Corte, non più in funzione per evitare gli assembramenti, è possibile accedere al servizio telematico di prenotazione online della Cassazione. Possono accedere agli uffici della cancelleria solo gli avvocati muniti di prenotazione, da mostrare all’ingresso. L’applicazione fornirà il giorno e l’ora dell’appuntamento. La priorità viene data al deposito di atti urgenti che scadono nello stesso giorno o nei giorni appena successivi. Per i ricorsi principali e incidentali, sono aperti tre sportelli, con un intervallo fra gli utenti di 10 minuti. Per ogni prenotazione è possibile depositare un solo atto. Per i controricorsi e atti successivi, invece, ogni prenotazione permette di depositare due atti. In entrambi i casi, ciascun utente può effettuare al massimo tre prenotazioni. I posti a disposizione, fanno però rilevare gli avvocati, sono pochi e bisogna tenere costantemente sotto controllo l’applicativo per evitare di perdere lo “slot” libero. I servizi della cancelleria centrale civile sono disponibili dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13. Non è stata prevista la giornata del sabato, che avrebbe dato un contributo importante per lo svolgimento di questo genere di incombenze, aggiungono gli avvocati. Dalla Suprema corte fanno sapere che, anche in vista dell’entrata in vigore del processo telematico civile in Cassazione, gli avvocati devono privilegiare l’invio per posta dei ricorsi e dei controricorsi, evitando di venire personalmente in cancelleria. Il Covid, va detto, ha radicalmente cambiato, come accaduto in tutti i tribunali, anche i riti del palazzaccio. L’accesso alle cancellerie civili e penali, all’archivio centrale civile e all’Urp è ora limitato a un solo utente per volta e nel rispetto del distanziamento di almeno un metro. Negli uffici a diretto contatto col pubblico sono stati installati schermi protettivi in plexigas e colonnine segnapercorso con nastro estensibile per coordinare i flussi degli utenti. Per l’accesso alle aule di udienza infine, tutti devono essere dotati di guanti e mascherine. Tutto ciò almeno fino alla prossima fase tre quando, si spera, ci sarà il ritorno alla normalità.

Giustizia paralizzata, gli avvocati: «Chi dà la colpa a noi è in malafede». Simona Musco su Il Dubbio il 28 maggio 2020. Nell’emergenza celebrato poco più del 20% dei processi penali e il 15% di quelli civili. Cesare Placanica: «Nessuno può più dire che è frutto delle nostre resistenze». «Nessuno, in nessun modo, può affermare che la giustizia sia ferma per colpa degli avvocati. E chi lo fa è in malafede». Il grido è corale e sul punto tutti sono d’accordo, sia i penalisti sia i civilisti. La giustizia è ferma perché, semplicemente, non si fanno processi. E non può essere una scusa la ferma opposizione di buona parte della categoria contro il processo da remoto: anche lì dove è stato utilizzato la ripresa non c’è stata. Una posizione condivisa sia da coloro che vedono nelle udienze virtuali la morte del giusto processo, sia da coloro che nella tecnologia vedono una risorsa. I numeri parlano chiaro: le cause trattate, nel settore penale, oscillano tra il 20% e il 25% rispetto a quelle iscritte a ruolo. Nel civile, invece, sono solo il 15%. Dati resi noti dall’Osservatorio delle Camere penali italiane e dall’Unione delle camere civili, che hanno monitorato l’attività dei tribunali su tutto il territorio italiano. E i tempi dei rinvii sono lunghissimi: tra settembre 2020 e gennaio 2021, nella maggior parte dei casi, anche se ci sono perfino differimenti al 2023 e al 2024. Insomma, una tragedia. «La reazione degli avvocati rispetto a questa stasi incredibile ha contribuito a sfatare un luogo comune, ovvero che i processi non si facessero per la resistenza degli avvocati», evidenzia Cesare Placanica, presidente della Camera penale di Roma. Le iniziative delle Camere e degli ordini sono state le più disparate e nessun avvocato ha mai puntato ai rinvii. Anzi, l’unica richiesta è quella di poter tornare in aula. La stragrande maggioranza dei processi viene rinviata, però, prima ancora di mettervi piede, spiega ed è inutile puntare sul processo da remoto, al di là delle ragioni ideologiche, in quanto fallito principalmente «per motivi tecnici». L’udienza virtuale, «che è l’anti processo, un simulacro», sarebbe ostacolata, principalmente, dall’incapacità tecnica del settore giustizia. «Impossibile dibattere da remoto – aggiunge Placanica -, perché come rilevato dallo stesso tribunale in qualche occasione il meccanismo è troppo farraginoso. Se poi si vuole sostenere la solenne sciocchezza che dipenda dagli avvocati, allora tocca dire che chi lo sostiene è in malafede». Bisogna, dunque, programmare in modo serio le udienze, anche per il futuro, «perché un avvocato che aspetta 4 ore per un’udienza è forza lavoro sprecata, un danno per lo Stato». Basterebbe scaglionare le udienze, con fasce orarie ben precise, magari anche di sabato, accorciando il periodo di sospensione feriale. Ma quello che è «pericoloso» è che si affidi alla valutazione del singolo giudice quali siano i processi rilevanti da trattare, con un’interpretazione soggettiva che «nel campo della giustizia può dare stura ad accuse di arbitrio. I criteri di trattazione devono essere validi per tutti». E se è stato implementato l’aspetto tecnologico per il deposito via pec delle impugnazioni, delle liste testi e per estrarre copia dei fascicoli e delle sentenze, ciò che emerge è «l’aspetto autoritario di questo mondo, che vuole conservare lo status quo». Respinge le accuse anche Antonio De Notaristefani, presidente dell’Unione camere civili. Che rispedisce al mittente ogni congettura sulle responsabilità degli avvocati nel blocco della giustizia. «Chi lo dice è in malafede», afferma. Perché oggi, gli avvocati civilisti non hanno possibilità di «interferire» con le scelte del giudice. «I processi trattati sono per iscritto, per il resto riceviamo una pec con la data di rinvio e non possiamo nemmeno opporci», spiega. Ed è un problema particolarmente delicato, perché proprio in questi giorni «abbiamo appreso che una delle condizioni per i contributi europei è una maggiore efficienza della giustizia civile». La responsabilità, «molto grave», è dunque in mani altrui. De Notaristefani critica il proliferare di protocolli che rischia di ingabbiare la giustizia e dilatarla ulteriormente, immaginando già lo scenario futuro: «staremo anni a parlare delle violazioni dei protocolli, con deroghe al codice di procedura penale e finendo per parlare non di chi ha ragione o torto, ma dell’applicazione dei protocolli». Nel campo civile, la fase emergenziale ha quasi azzerato le udienze, se non per i casi di estrema urgenza. E anche i processi con trattazione scritta «si fanno poco e male», dal momento che i cancellieri non possono lavorare da remoto, pur essendo indispensabili. «Il processo da remoto è uno strumento e come tutti gli strumenti non è né buono né cattivo. Non c’è dubbio che nella fase critica il processo da remoto avrebbe potuto essere utile almeno per una certa tipologia di processi – spiega il presidente dell’Uncc-, però la realtà è che le videoconferenze funzionano poco e male. I tribunali non hanno nemmeno sufficiente banda per affrontare questa situazione. Ed è irrealistico pensare che possa sostituire l’udienza di persona. Va bene per certe tipologie di processi, non per tutti. E in questa scelta il consenso degli avvocati è imprescindibile». L’unica soluzione è tornare in aula, dunque. E De Notaristefani ricorda che il processo cartolare coatto viola, in condizioni di normalità, gli articoli 24 e 111 della Costituzione, nonché l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «Questo vuol dire che un’eventuale imposizione contro la volontà degli avvocati del processo da remoto porterebbe a sollevare subito una questione di costituzionalità e le Camere civili porterebbero subito lo Stato davanti alla Cedu». Ne sanno qualcosa gli amministrativisti, che invece hanno accolto con gioia la possibilità di poter effettuare le udienze da remoto, vedendosi garantito – anche per una straordinaria collaborazione del Consiglio di Stato – il diritto al contraddittorio. Ma il processo da remoto può essere anche una risorsa, come testimonia Giovanni Guido, avvocato civilista di Napoli. «Sono sempre stato un sostenitore dell’oralità – spiega – però, proprio nella consapevolezza dei vantaggi che offre la discussione orale e la vicinanza con il giudice, rispetto a questa stasi e partendo dal presupposto che la vicinanza, in questo momento, è compromettente, allora non vedo perché una modalità di udienza alternativa, in questo periodo, debba essere visto con sfavore». L’importante è che, però, l’udienza da remoto sia svolta «a certe condizioni», sottolinea. Ovvero con un accordo che ne limiti la validità alla fase emergenziale, protocolli uniformi sul territorio nazionale, clausole di sicurezza per i deficit di connessione e garanzie sui dati acquisiti dalla piattaforma. «Visto che siamo in emergenza – conclude -, allestire una modalità che consenta la trattazione sarebbe una cosa dignitosa per cercare di ridurre al massimo i disagi e gli stop dell’attività giudiziaria».

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 15 maggio 2020. Vi raccontiamo un giorno di ordinaria follia in un qualsiasi tribunale lombardo al tempo del Covid-19: perché se ne parla poco, perché la giustizia è importante, e soprattutto perché rende evidente che chi ha redatto i decreti legge non conosce i tribunali (ma dovrebbe conoscerli: da imputato) e perché tra le difficoltà di tanti lavoratori ci sono anche queste. Sapendo come funzionava prima la macchina giudiziaria, figuratevi adesso. Nomi non ne facciamo e non menzioniamo neppure il tribunale, non perché pensiamo che i giudici in particolare siano cattivi: o forse sì, proprio per questo. Allora. È una causa civile, un divorzio. Sappiamo però che l' 8 marzo scorso c' è stato un primo famoso decreto legge (n.11) che tra le altre cose stabiliva che ogni udienza e termine processuale civile veniva rinviata al 15 aprile. Sino a quella data, quindi, tutto fermo. Giudici e avvocati. Ma l' avvocato del marito divorziando fa notificare un atto alla sua (quasi) ex signora l' 11 marzo scorso, cioè già fuori tempo, quando noi lombardi eravamo già asserragliati in casa: evidentemente il marito aveva qualche amico tra gli ufficiali giudiziari, niente di grave. Poi però sappiamo che è spuntato un altro decreto (n.23) che ha spostato il termine del 15 aprile all' 11 maggio, lunedì scorso. Sino a questo lunedì, cioè, sarebbe stato impossibile fare udienze e depositare atti (la giustizia è fatta di questo) un po' come succede nel periodo estivo dal 31 luglio al 1° settembre, quando la giustizia se ne va accoratamente in vacanza. Per essere ancora più chiari. Se un giudice prima dell' emergenza Covid avesse fissato il 27 marzo come termine per depositare un atto, si era deciso che non doveva più essere depositato il 27 marzo bensì l' 11 maggio. Poi, vabbeh, in mezzo a tutto questo ci sarebbe la chimera delle udienze online: le fanno le maestre con gli studenti, dovrebbero farcela anche i tribunali, magari con strumenti un po' più accorti. Ma torniamo al nostro divorzio, a titolo esemplare. Il Tribunale in questione, il 20 marzo, rinvia l' udienza al 13 aprile contando di seguire appunto le abborracciate direttive sulle udienze online: la regola vuole che il giudice si colleghi dal Tribunale e con gli studi degli avvocati coi loro clienti. Facile a dirsi. Rendere l' udienza valida e decente non è sempre facile (problemi di privacy: chiunque potrebbe nascondersi sotto una scrivania a suggerire, come tra l' altro fanno i genitori con i figli che si collegano alle scuole) e infatti nel nostro caso succede che il nostro giudice si spazientisce e decide che no, troppo casino, non si può fare; giudica impraticabile l' udienza online, si va ad aggiornarsi. A quando, a maggio? Ancora online? No, al 30 aprile. Ma come, ancora col casino online? No: il giudice deposita, il 30 marzo, un provvedimento in cui dispone la trattazione «scritta» dell' udienza del 13 maggio. Di che si tratta? Queste nuove udienze «a trattazione scritta» comportano il deposito di atti in cui l' avvocato scrive e sintetizza ciò che avrebbe detto in udienza. Questi atti scritti ovviamente devono essere inviati online perché le cancellerie sono irraggiungibili (non ti fanno proprio entrare) e comunque il sistema online è un po' come quello dell' Inps: fa schifo. Vada come vada: il giudice dispone che i due avvocati debbano depositare un' autorizzazione scritta (rinunciando all' udienza orale) entro il 6 maggio, dopodiché dispone che l'avvocato della moglie depositi un atto entro il 9 maggio dove scriverà quello che avrebbe detto in udienza. Non so se avete notato un altro piccolo dettaglio: i termini indicati (entro il 6 maggio per depositare l' autorizzazione, entro il 9 maggio per mettere per iscritto la difesa orale) sono ancora entro il periodo di sospensione indicato dal governo, quello dell' 11 maggio: quindi non si potrebbe fare.Fa niente. Il giudice ha detto così, vedremo di arrangiarci. Si fa buon viso a cattivissimo gioco e avvocati e clienti - un po' tutti, non solo questi del divorzio - sono anche un po' in balia delle decisioni arbitrarie dei giudici che a loro modo cercano di cavarsela rispetto a decreti scritti coi piedi: ma sono pur sempre loro a decidere. E torniamo a palla sul nostro divorzio. L' avvocato della moglie chiaramente deve far pervenire il suo atto perché altrimenti il giudice avrebbe deciso solo in base a quello scritto dall' avvocato del marito: perciò si attiva, scrive, raccoglie la firma della cliente e cerca di depositare l' atto online. Lo fa, o crede di averlo fatto. Ma il giorno dell' udienza «scritta» sul computer dell' avvocato compare una scrittona raggelante: «Errore fatale». Fatale. La cancelleria ha rifiutato l' atto, non l' ha recepito, preso, accettato, sa il cazzo. È una tragedia: il giudice avrebbe giudicato sul divorzio solo in base all' atto del marito. Disastro. L' avvocato della moglie vive in una città lontana dal tribunale e allora piglia la macchina e si sposta fisicamente per far avere l' atto: ma all' ingresso trova i carabinieri che non la fanno entrare. Per il Covid, certo. Ha un appuntamento in cancelleria? «No, ma devo solo». «Non può entrare». L' avvocato cerca di spiegare che c' era una scadenza e deve solo lasciare il maledetto atto in cancelleria, che prova a contattare per telefono ripetutamente. Non risponde. Non risponde. Allora l' avvocato, disperato, mostra le carte ai carabinieri, fa vedere che l' udienza è fissata per quel giorno, alla tal ora, sicché i carabinieri dicono che proveranno a parlare con il giudice. Vanno. Tornano. Dicono che il giudice non c'è. Come non c'è? E l'udienza? Lei insiste, i carabinieri provano a chiamare personalmente la cancelleria, che ecco, a loro risponde subito: e passano il telefono all' avvocato. La tizia della cancelleria, serafica, comunica che il sistema online del Tribunale (Polis) è andato in palla e non accetta atti né altro. La stessa signora dice di mandarle tranquillamente l' atto per mail e di non preoccuparsi: stanno tutti sclerando, in quei giorni, e anche «il giudice deve darsi una calmata». L' avvocato torna stordito in studio e manda la sua mail all' indirizzo che la tizia le aveva detto. Dunque, con una mail, l' avvocato e la sua cliente tornano ad esistere e risultano processualmente costituiti. Che bello. Più tardi, però, l' avvocato apprende che il delirio giudiziario in realtà si è diffuso come un virus in tutti i tribunali della Lombardia. A Milano, solo per avere informazioni, ci sono code interminabili e comunque senza un appuntamento in cancelleria non vai da nessuna parte, e al telefono non rispondono. E non si parla solo di divorzi: ci sarebbero udienze più complesse, con molti testi, non si capisce come potranno sentire così tanti testimoni per «iscritto» o con la modalità online che va in palla. Intanto i magistrati fanno, disfano, convocano, annullano e rinviano: tutto in un loro mondo parallelo dove le cose continuano a funzionare semplicemente come prima, cioè soltanto male. Dicono che il Covid stia provocando molti divorzi. Per discuterli in tribunale, magari prendetevi un po' di tempo.

·        L’Epidemia ed il Carcere.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 30 ottobre 2020. La seconda ondata del Covid spaventa le carceri: sono già 150 i detenuti trovati positivi al virus in 41 istituti, 71 solo a San Vittore a Milano, 55 a Terni, altri 12 a Benevento. Non solo: anche 200 operatori di Polizia penitenziaria risultano contagiati in tutta Italia, tre sono ricoverati, il resto in quarantena a casa. I focolai negli istituti per ora sono sotto controllo e al ministero della Giustizia dicono che i numeri di oggi sono in linea con quelli di inizio aprile, ma è il crescendo degli ultimi giorni a preoccupare. Così, nell' ultima riunione del Consiglio dei ministri, due giorni fa, sono stati presi provvedimenti per limitare la diffusione del contagio anche nei penitenziari. A beneficiarne saranno circa 2 mila detenuti attualmente in semilibertà che la sera potranno dormire a casa senza rientrare in cella e almeno 3 mila detenuti comuni: in tutto, 5 mila persone, poco meno del 10 per cento della popolazione carceraria (54.815 detenuti). La nuova norma, entrando nel dettaglio, prevede la possibilità della detenzione domiciliare, ma con l' applicazione del braccialetto elettronico, per circa 3 mila detenuti che hanno subìto pene di durata non superiore a 18 mesi. Il Guardasigilli, Alfonso Bonafede (M5S), con un post su Facebook ieri ha tenuto a sottolineare che la norma in questione non si applicherà ai condannati per mafia, terrorismo, corruzione, voto di scambio, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia, stalking. E sarà preclusa anche a chi ha partecipato alle rivolte nelle carceri, a chi ha subìto un procedimento disciplinare nell' ultimo anno e infine a chi, dopo l' entrata in vigore del decreto, sarà oggetto di nuove contestazioni per disordini, rivolte, sommosse. Sempre al fine di contenere le occasioni di contagio, che il regime di semilibertà può accrescere per il fatto che il detenuto ogni giorno fa la spola tra il mondo esterno (dove studia o lavora) e il carcere (dove la sera torna a dormire), ecco che il decreto prevede per circa 2 mila detenuti (esclusi i condannati per mafia o terrorismo) la possibilità di non rientrare a dormire in cella. Al condannato in semilibertà, il magistrato di sorveglianza potrà dunque concedere licenze con durata superiore a quindici giorni fino al 31 dicembre 2020, salvo che non vengano ravvisati gravi motivi. «Sono norme importanti ed equilibrate - commenta il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis (Pd) - che mi auguro contribuiranno a ridurre i rischi di diffusione dei contagi senza compromettere le esigenze di sicurezza». Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, per la lotta al Covid chiede però al governo un ulteriore sforzo: «Resta ineludibile la predisposizione di spazi di ricovero interno che si spera non siano necessari, ma che sarebbe errato non prevedere». «Dobbiamo essere uniti e coesi contro l' unico nemico, la pandemia», è l' appello del ministro Bonafede. È così che il governo nell' ultima seduta ha varato il pacchetto-giustizia. «Tutti gli operatori devono trovarsi nelle condizioni di poter lavorare in sicurezza», dice il Guardasigilli. Tra le misure previste: «Indagini preliminari con collegamenti da remoto»; «udienze penali mediante videoconferenze (con il consenso delle parti)»; «possibilità di ricorrere all' udienza cartolare anche per i casi di separazione consensuale e divorzio congiunto»; «possibilità per gli avvocati penalisti di depositare da remoto, con pieno valore legale, istanze, memorie e atti mediante il portale del processo penale telematico o tramite invio pec». Infine, una promessa: «Al ministero - conclude Bonafede - stiamo lavorando per garantire che i cancellieri in smart working possano accedere ai registri del civile e del penale in modo da potenziare l' attività a distanza. E agli avvocati si darà la possibilità di accedere dai loro studi, dopo la chiusura delle indagini, agli atti del procedimento penale».

 Alessandro Rico per “la Verità” il 30 ottobre 2020. In via Arenula si perde il pelo, ma non il vizio. Non è bastato il potenziamento della detenzione domiciliare, introdotto dal Cura Italia come misura di prevenzione di focolai di Covid nei penitenziari. Non è bastata la clamorosa scarcerazione di centinaia di boss, con la scusa del rischio contagio (inesistente, visto che i capibastone erano in isolamento, ovvero, in un perfetto lockdown). Adesso, nel decreto Ristori, il Guardasigilli grillino, Alfonso Bonafede, inserisce un' altra sottospecie di «svuotacarceri»: chi ha meno di 18 mesi da scontare, potrà trascorrerli in strutture esterne, previa applicazione del braccialetto elettronico. Insomma: meno cella, più domiciliari. Se il coronavirus non può essere considerato una tana libera tutti, di sicuro è stato un ottimo pretesto per tentare di risolvere «all' italiana» l' eterno problema del sovraffollamento delle carceri. Agendo peraltro, come nel caso dei boss, laddove non esistevano pericoli di assembramento. Se non altro, stavolta, il ministero della Giustizia ha giocato d' anticipo: dal beneficio saranno esclusi i condannati per reati gravi, chi è sottoposto a regimi di sorveglianza particolare e chi ha partecipato alle rivolte di marzo in 27 prigioni della Penisola, che causarono almeno 14 prigionieri morti e decine di feriti, tra detenuti e agenti penitenziari. L' allontanamento dall' abitazione, in ogni caso, verrà equiparato all' evasione. Ironia della sorte, varrà dunque per i galeotti quel che è stato ripetuto ossessivamente a noi incensurati: restate a casa. E poi dicevano che non eravamo ai domiciliari...Secondo la bozza del pacchetto Giustizia, inserita nel provvedimento legislativo da poco licenziato dal Consiglio dei ministri, i magistrati di sorveglianza potranno accordare ai condannati licenze di durata superiore ai 15 giorni fino a fine anno, salvo che le toghe ravvisino «gravi motivi ostativi alla concessione» della misura. Dalla quale, comunque, resteranno tagliati fuori mafiosi e terroristi. Chi, poi, dovesse avere la sensazione che la pandemia sia una scusa per distribuire lunghe «ferie» dal carcere, consideri se non altro che, con bar e ristoranti chiusi, i condannati in permesso premio non avranno di che svagarsi. In arrivo novità anche per quanto riguarda lo svolgimento dei processi, nel segno dell' informatizzazione. I giudici in quarantena o in isolamento fiduciario potranno partecipare alle udienze da remoto, anche da un luogo diverso dall' ufficio giudiziario. Teleconferenze autorizzate pure nel caso di decisioni collegiali, sia nel civile, sia nel penale. Le aule di tribunale, al contempo, introdurranno un regime di contingentamento: le udienze «alle quali è ammessa la presenza del pubblico si debbono sempre celebrare a porte chiuse». Nel caso di procedimenti penali, qualora la presenza fisica del detenuto non potesse essere assicurata senza compromettere la profilassi antivirus, l'imputato potrà anch'egli collegarsi via Web. Udienze cartolari estese, infine, ai casi di separazione consensuale e divorzio congiunto. La «remotizzazione», come l' ha battezzata lo stesso Bonafede, coinvolgerà persino gli interrogatori, sia della persona offesa sia di quella sottoposta a indagini preliminari. L' avvocato difensore, però, può opporsi a questa modalità. Bisogna pur sempre rispettare, ha riconosciuto il ministro, il contraddittorio e le garanzie processuali. Se, però, pensavate che via Arenula si fosse ormai già organizzata per gestire il proprio personale che opera via Internet, vi sbagliavate: il Guardasigilli ha annunciato che «stiamo lavorando» (adesso, come se non fossimo in emergenza sanitaria da febbraio) «per garantire che i cancellieri in smart working possano accedere ai registri del civile e del penale in modo da potenziare l' attività lavorativa a distanza. [...] La situazione è grave in tutta Europa: in questo momento dobbiamo essere tutti uniti e coesi contro l' unico nemico, la pandemia». Anche se, per la giustizia telematica che ha in mente dj Fofò, il vero nemico potrebbe essere la strutturale arretratezza delle Reti italiane.

Salvini: “Pronto a oppormi fisicamente allo svuotacarceri!”. Il Dubbio il 30 ottobre 2020. E intanto dal carcere di arriva la drammatica lettera di Dana Lauriola: “Qui, dove le distanze di sicurezza anti-contagio non possono essere rispettate, il covid incombe come una minaccia fatale”. Un altro “svuotacarceri”? “Non c’è la possibilità, c’è la certezza che ci siano cinquemila delinquenti pronti a uscire. Non puoi chiudere bar, teatri, palestre e piscine, ristoranti e aprire le porte delle galere per i delinquenti. Ci opporremo anche fisicamente a questa vergogna, se serve presidiando le carceri”. Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini, prima di portare dei fiori all’ambasciata francese a Roma, in solidarietà alla nazione transalpina dopo l’attacco terroristico di Nizza. E intanto arriva la drammatica lettera di Dana Lauriola, la militante No Tav in carcere da circa un mese per una condanna definitiva a due anni: “Qui, dove le distanze di sicurezza anti-contagio non possono essere rispettate, il covid incombe come una minaccia fatale” scrive Lauriola in una lettera indirizzata al Movimento No Tav e pubblicata su uno dei siti di riferimento. “Il Carcere non è un luogo isolato, decine se non centinaia di persone entrano ed escono ogni giorno per permettere il funzionamento, così come è organizzato”, prosegue chiedendosi: “Come si può pensare che questa non sia una popolazione ad alto rischio? E allora si attende e si spera, temendo l’interruzione dei colloqui con i propri cari e di parte delle attività che, col passare dei giorni, appaiono sempre più probabili”. “Per concludere, dall’alto dovrebbero arrivare dei provvedimenti per ridurre significativamente la popolazione detenuta, bisognerebbe poter essere soli in cella e potenziare i finanziamenti per la salute di questa popolazione “fragile". Ovviamente non credo questo accadrà, ma credo sia importante almeno dircelo”, conclude Dana.

Covid e carceri, il caso della cella 55 a Poggioreale: 14 detenuti in una stanza. Antonio Lamorte su Il Riformista il 31 Luglio 2020. Il primo detenuto positivo al coronavirus in un carcere campano viene tracciato nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere il 5 aprile, pieno lockdown. Un uomo che da oltre una settimana – denunciava la famiglia – soffre i sintomi del covid. Il giorno stesso 150 detenuti si barricano in una delle sezioni dell’istituto; il giorno dopo decine di ristretti, familiari e associazioni che lavorano nel carcere denunciano la presunta irruzione violenta nel reparto Nilo da parte di alcuni agenti. I primi di giugno protestano anche gli agenti di polizia penitenziaria. L’emergenza covid ha inasprito le criticità – già gravi – del sistema carceri. E ha innescato paure e tensioni che si sono riverberate in diverse occasioni negli istituti di tutto il Paese. E che non è detto non possano tornare a verificarsi qualora il trend dei contagi dovesse crescere in maniera preoccupante dopo l’estate. Un dossier presentato dal Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello ricostruisce la cronistoria del coronavirus nelle carceri campane. I dati nazionali: i detenuti positivi sono stati 94, 11 i ricoverati negli ospedali, 83 in isolamento sanitario, tre i decessi. I primi di marzo i giorni neri della pandemia nelle carceri: scoppiano proteste e rivolte, anche violente, in numerosi istituti, da Nord a Sud. Muoiono 14 persone, si registrano evasioni a Foggia, i detenuti salgono sui tetti di Poggioreale a Napoli e a San Vittore a Milano. A scatenare la rabbia è l’estensione del lockdown al mondo penitenziario: dall’8 marzo il Consiglio dei ministri ha emanato la sospensione dei colloqui con i familiari in tutti gli Istituti del paese. Esplodono così le proteste dentro e fuori le mura. I colloqui vengono allora condotti via Skype e con la diffusione dei dispositivi di protezione individuale e dei test di screening la situazione rientra. Solo il 18 maggio vengono ristabiliti i colloqui in presenza. Con l’effetto del decreto ex art.123 cd. Cura Italia e dell’applicazione della legge 199/2010 escono dal carcere circa 900 persone. In Campania i detenuti sono passati dai 7.468 di febbraio ai 6.404 di maggio. «Seppur tali azioni abbiano portato una riduzione della popolazione ristretta negli istituti penitenziari, i risultati potrebbero essere stati migliori», osserva il Garante. I detenuti positivi in Campania sono stati 4, 3 nel personale sanitario, 3 nella polizia penitenziaria (204 in tutta Italia). «Alle persone che sbagliano deve essere tolto il diritto alla libertà, non quello alla dignità», ha commentato Ciambriello lamentando la lentezza della macchina giudiziaria, i mancati provvedimenti di scarcerazione, la carenza di braccialetti, le risposte evasive dell’amministrazione penitenziaria. Il numero totale dei ristretti nel 2019, si legge nel dossier, registra un 17% in più rispetto alla capienza regolamentare. Il 22% delle strutture non presenta docce in camera, il 37% non prevede servizi igienici essenziali nelle stanze. Problematiche cui si aggiungono la carenza di professionalità quali ginecologi, pediatri, psicologi, psichiatri ed educatori. «In questi giorni di caldo tanti istituti hanno le sezioni per i detenuti chiuse 20 ore al giorno. In questo senso è famosa la cella 55 del carcere di Poggioreale dove ci sono 14 detenuti in una stanza con una finestra», denuncia Ciambriello. Al sovraffollamento si aggiunge il dramma dei suicidi: già sette in Campania, uno al mese dall’inizio dell’anno. «Si ritiene necessario riflettere – osserva il Garante – creando un adeguamento degli interventi di prevenzione, e ben consci che occorre inseguire una domanda: cosa accadrà a settembre?».

Da leggo.it il 9 marzo 2020. Rivolta dei detenuti al carcere di Rebibbia in seguito alle restrizioni adottate per prevenire la diffusione del coronavirus. Secondo quanto riporta Il Messaggero, ci sarebbero degli evasi. Parenti di detenuti bloccano la via Tiburtina. Una cintura delle forze dell'ordine attorno al carcere di Rebibbia. Poliziotti e carabinieri hanno circondato le mura perimetrali dell'istituto penitenziario dove, da stamattina, è in corso una protesta dei detenuti contro le restrizioni che limitano le visite dei parenti per contrastare la diffusione del contagio da Coronavirus. Al momento un elicottero sorvola la struttura penitenziaria. I vigili del fuoco stanno spegnendo alcuni focolai di incendio. Fumo viene segnalato anche all'interno di Regina Coeli. Sul posto agenti delle forze dell'ordine. Nell'altro istituto di pena romano di Rebibbia sono intervenuti i vigili del fuoco per la segnalazione di roghi nei diversi bracci.

 (ANSA il 9 marzo 2020) - Da questa mattina sono 27 le carceri dove si stanno svolgendo proteste da parte dei detenuti, alcuni dei quali chiedono l'amnistia a causa dell'emergenza Coronavirus. Gravi disordini si registrano nei carceri di San Vittore a Milano e di Rebibbia a Roma, dove - oltre a bruciare diversi materassi - alcuni reclusi avrebbero assaltato le infermerie. Lo riferisce il Sindacato di polizia penitenziaria.

Coronavirus, evasione di massa dal carcere di Foggia: 23 ancora in fuga. C'è anche un omicida. Complessivamente, durante i disordini, dalla casa circondariale sono evasi una settantina di detenuti: 41 quelli catturati tra Foggia e Bari. In fuga Cristoforo Aghilar che uccise mamma dell'ex fidanzata. la Repubblica il 10 marzo 2020. Sono 23 i detenuti ancora ricercati dopo essere evasi ieri durante la rivolta dal carcere di Foggia. Complessivamente, durante i disordini, dalla casa circondariale sono evasi una settantina di detenuti: 41 quelli catturati nella mattinata di lunedì 9 marzo, tra Foggia e Bari. Mentre altri 11 sono stati presi nella notte. Le ricerche degli altri 23 sono state estese anche in Molise dove alcuni evasi avrebbero trovato rifugio. Attualmente il piazzale antistante il carcere foggiano è presidiato da un numero imponente di forze di polizia. Ci sono anche un omicida e tre persone legate alla magia garganica tra i 23 ricercati evasi ieri dal carcere di Foggia durante la rivolta dei detenuti. L'omicida è Cristoforo Aghilar, il 36enne che il 28 ottobre scorso ha ucciso ad Orta Nova, nel Foggiano, Filomena Bruno, 53 anni, mamma della sua ex fidanzata. Tra i ricercati ci sono che tre detenuti di Mattinata (Foggia) legati al clan della mafia garganica: uno era in carcere per droga, uno per un assalto a un blindato e un altro per un tentato omicidio. A quanto si apprende da fonti investigative, sono 77 i detenuti che sono riusciti a fuggire approfittando dei disordini, 54 quelli già catturati tra cui due che si sono costituti. Al momento per tutti l'accusa è di evasione, e successivamente sarà analizzata la posizione di ogni singolo detenuto. In nottata le forze di polizia hanno effettuato una ventina di perquisizioni nel Foggiano. Non è ancora chiaro se la protesta sia nata al momento dell'ora d'aria oppure se i detenuti siano riusciti ad aprire o a farsi aprire le celle per poi riversarsi davanti all'ingresso. Quattrocento quelli che hanno partecipato ai disordini. Devastate due palazzine ma anche l'infermeria  e l'archivio del carcere.

Rivolta sui tetti a San Vittore, il pm Nobili in campo per la trattativa. Pubblicato lunedì, 09 marzo 2020 su Corriere.it da Giuseppe Guastella. Il coronavirus accende la miccia, ma sono i problemi atavici di tutte le carceri italiane, primo il sovraffollamento, a far esplodere la rivolta di metà dei detenuti di San Vittore con una ventina di loro che per ore salgono sui tetti della casa circondariale, mentre un gruppo di anarchici e qualche parente fa il tifo da fuori. La protesta termina solo dopo una lunga e delicata trattativa con i carcerati diretta personalmente dai pm Alberto Nobili e Gaetano Ruta. La protesta comincia intorno alle 9.30, mentre nelle celle si rincorrono dalla sera prima le notizie sulle rivolte in altri istituti di pena. Un centinaio di detenuti del terzo raggio, quasi tutti stranieri, riescono a raggiungere il quarto piano. Gran parte degli italiani restano in cella, probabilmente perché hanno troppo da perdere in termini di benefici penitenziari se non mantengono una buona condotta. Dal finestrone del quarto piano, quello dove vengono trattate le tossicodipendenze, qualcuno brucia giornali e stracci causando una colonna di fumo, altri battono oggetti contro le sbarre gridando «libertà! libertà!». Non ci sarebbero gli ospiti della «Nave» che, invece, avrebbero aiutato gli operatori ad uscire dal reparto e a mettersi al sicuro. Circa venti detenuti raggiungono il tetto dove continuano ad urlare. Qualcuno lancia tegole mentre tra viale Papiniano e piazza Aquileia, nonostante i rischi di contagio da Covid-19, si raduna una folla di telecamere, curiosi, parenti dei detenuti e una trentina di anarchici tenuti sotto controllo dalla polizia e dai carabinieri in tenuta anti sommossa, che solo nel pomeriggio dovranno intervenire con una carica di alleggerimento. Compaiono due lenzuoli con scritto «Libertà» ed «Indulto» appesi alle grate. Che il motivo della protesta non sia solo il virus (i detenuti temono ovviamente il contagio) è subito chiaro al pm di turno Ruta e a Nobili, coordinatore dell’antiterrorismo con una lunga esperienza nelle trattative, come quella che nel ‘98 portò alla liberazione di Alessandra Sgarella. D’altronde sono passate senza problemi due settimane da quando il Tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna di Rosa, la quale ieri era a San Vittore mentre scoppiava la rivolta, per primo ha sospeso i permessi premio per ridurre il rischio coronavirus in carcere, dopo che ai detenuti era stato spiegato che si trattava di provvedimenti a tutela della salute loro e degli operatori. Nobili e Ruta entrano nel terzo raggio e affrontano subito i rivoltosi. Con loro ci sono il direttore, Giacinto Siciliano, e il comandante degli agenti, Manuela Federico. Il panorama è sconfortante: letti e mobili distrutti, vetri sfondati, caloriferi divelti, bagni in macerie. Alla fine saranno risparmiati solo due reparti su sei (due erano chiusi) oltre al centro clinico e alla sezione femminile. Nessun ferito, tranne due detenuti in ospedale per aver assunto un eccesso di metadone preso in un ambulatorio devastato. Nobili mette in chiaro che ascolterà i rappresentanti (una ventina) dei reclusi solo se torna la calma e che l’unica cosa che farà sarà di annotare le loro richieste: più detenzione domiciliare, lavoro esterno e affidamento in prova; riduzione del sovraffollamento; strutture per i tossicodipendenti; ovviamente, amnistia o indulto. Alle 15, quando sembra tutto finito, una decina di irriducibili torna su un tetto sfidando i due magistrati. Nobili e Ruta montano su una gru con cestello dei vigili del fuoco e, sospesi in aria, li invitano a smetterla assicurando che il giorno dopo torneranno a San Vittore per un nuovo incontro con i detenuti. Torna la calma mentre un’altra protesta viene subito sedata anche nel carcere di Opera.

Andrea Sparaciari per businessinsider.com il 9 marzo 2020. Nel carcere di San Vittore, nel centro di Milano, è in atto una rivolta dei detenuti. L’agitazione sarebbe scoppiata nel terzo raggio verso le 8 di questa mattina, e, secondo i primi, frammentari racconti dei testimoni, i detenuti avrebbero distrutto gli ambulatori dopo aver preso tutti i farmaci, compreso il metadone di cui fanno uso molti altri detenuti nelle sezioni che non sono in rivolta. Personale sanitario e volontari sono stati fatti evacuare in fretta e furia e al momento alcuni di solo stazionano all’esterno del carcere molto preoccupati. “Non sono spaventata, è il mio lavoro” dice una dottoressa scortata fuori da una guardia carceraria, “È tutto così triste”, aggiunge con le lacrime agli occhi. Fuori dalla casa circondariale non si vede nulla di diverso dal solito, ma si sente odore di bruciato. Carabinieri e vigili fanno la ronda intorno al perimetro, mentre  medici e personale e entrano ed escono dal portone del n° 2 di piazza Filangeri. Anche altre carceri italiane sono in agitazione, dopo la decisione di abolire visite, permessi e tutte le altre forme di uscita previste per i detenuti. Aggiornamento: alcuni detenuti sono saliti sul tetto e bruciano suppellettili e altre cose. Mentre  iniziano ad arrivare agenti in assetto antisommossa.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 10 marzo 2020. Un'insurrezione praticamente sincronizzata, da Milano a Roma, da Modena a Palermo, fino a Parma, Foggia e a Matera. Sono state 22 le carceri in rivolta, 7 i morti per overdose di psicofarmaci o soffocamento. I danni sono ingentissimi, tra istituti penitenziari distrutti e decine di detenuti evasi. «Amnistia e indulto» per il coronavirus sono le richieste dei reclusi, che hanno protestato, almeno in apparenza, contro le restrizioni imposte dal governo per combattere l'emergenza, in particolare quelle sui permessi premio e nei colloqui con i parenti. Ma il sospetto è che si tratti di una sommossa studiata nei dettagli e non di un atto estemporaneo. Una sollevazione violenta diretta dalla criminalità organizzata e dai clan, che potrebbero avere approfittato dell'emergenza in cui è sprofondato il Paese per creare disordini per alzare il tiro. Gli investigatori considerano anomala la tempistica: prigioni in rivolta in tutta l'Italia nelle stesse ore. Con una precisione quasi chirurgica e una diffusione a macchia d'olio delle violenze. Le rivolte sono iniziate domenica e ieri sono diventate ancora più intense. Hanno travolto alcune delle prigioni più grandi d'Italia, come San Vittore a Milano, Rebibbia a Roma, Ucciardone a Palermo. A Foggia molti reclusi sono riusciti ad evadere: in 34 mancano all'appello. Mercoledì il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, riferirà in Parlamento. A Foggia gli evasi hanno rapinato un meccanico nella zona del Villaggio Artigiani. Il panico si è sparso nelle strade: molti negozi sono rimasti chiusi. Intanto il carcere è finito in mano ai rivoltosi: finestre distrutte, un cancello divelto, un incendio all'ingresso. «Vogliamo l'indulto e l'amnistia. Viviamo nell'inferno», le richieste dei detenuti. Nel penitenziario foggiano i reclusi sono 608, a fronte di una capienza ottimale di 365. Un agente ha raccontato di «scene apocalittiche». L'ondata di rivolta ha travolto pure San Vittore, a Milano. La protesta è esplosa in mattina, con i detenuti hanno preso il III e il V raggio dopo essersi impossessati di chiavi di servizio. Hanno distrutto ambulatori, dato fuoco a carta e stracci. In 15 sono saliti sul tetto urlando: «Vogliamo la libertà». Nel pomeriggio, mentre la tensione era altissima, Alfonso Greco, segretario regionale del Sappe Lombardia, ha dichiarato: «La situazione è grave. Ho 27 anni di servizio ed è la prima volta che assisto ad una cosa del genere». Sul posto i pm, il questore di Milano e il direttore del carcere hanno intavolato una trattativa usando anche una gru con cestello dei vigili del fuoco. All'Ucciardone di Palermo i tentativi di evasione sono stati contenuti, mentre il carcere è stato circondato da agenti tenuta antisommossa. Tutte le vie di accesso sono state chiuse al traffico per ore. Scontri e violenze pure a Roma: i Vigili del fuoco e Carabinieri sono intervenuti a Rebibbia. I reclusi hanno iniziato a battere i ferri sulle sbarre del reparto G11, mentre i parenti - soprattutto donne con bambini - hanno bloccato via Tiburtina in segno di protesta. Nel pomeriggio, poi, si sono registrati incendi e agitazioni a Regina Coeli. Ma in contemporanea il caos è dilagato anche a Torino, Alessandria, Rieti, Santa Maria Capua Vetere, Trani, Piacenza e Bologna. Al Villa Andreino, a La Spezia, alcuni sono saliti sul cornicione. Domenica la protesta più violenta si era registrata a Modena, dove 7 detenuti sono morti per overdose da psicofarmaci: durante la rivolta c'è stato infatti l'assalto all'infermeria. Altri 18 sono stati portati in ospedale, mentre 3 guardie e 7 medici sono rimasti feriti in modo lieve. Il caos e le violenze hanno suscitato diverse reazioni allarmate nel mondo della politica. Il primo a intervenire è Bonafede: «Alcune norme previste nel decreto legge, come il limite ai colloqui fisici e la possibilità di sospendere i permessi premio e la semilibertà per i prossimi 15 giorni hanno la funzione di garantire la tutela della salute di detenuti e lavoratori». Il ministro ha sottolineato che verrà mantenuto «un dialogo costante nei dipartimenti di competenza, sono attive task force e si assicura la costante informazione all'interno delle strutture. Ogni gesto di violenza viene condannato». Dal vicesegretario Pd ed ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, arriva la stoccata al Guardasigilli: «Questa emergenza è stata affrontata senza alcuna preparazione da parte del dipartimento competente. La catena di comando è fortemente indebolita». La leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, sottolinea invece la necessità di «un tavolo di emergenza nazionale e interventi immediati, se è il caso anche con l'Esercito». E chiedono la presenza dell'esercito anche i sindacati di polizia.

Franco Giubilei per “la Stampa” il 10 marzo 2020. Non si è ancora del tutto normalizzata la situazione nel carcere modenese di Sant' Anna, teatro domenica di una rivolta dal bilancio drammatico: sette detenuti sono morti, altri sei sono in gravi condizioni in terapia intensiva e l' intero primo piano dell' istituto - sede di uffici, infermeria, mensa e archivi con i documenti dei reclusi - è stato devastato. Tre delle vittime sono decedute all' interno del carcere di Modena, le altre quattro durante o subito dopo i trasferimenti in altri penitenziari, attuati man mano che la ribellione veniva repressa dai reparti speciali: un detenuto è morto a Parma, uno ad Alessandria, uno a Verona durante il trasporto in pullman e il quarto ad Ascoli. Un quinto è in condizioni gravissime, sempre ad Ascoli, per le stesse cause che avrebbero provocato la morte di sei su sette reclusi (uno pare sia soffocato per il fumo sprigionato dagli incendi appiccati domenica pomeriggio, ndr): i carcerati hanno saccheggiato l' infermeria mettendo le mani sui farmaci, per poi assumere oppiacei e benzodiazepine. Sarebbero morti per overdose, ma bisognerà aspettare autopsie ed esami tossicologici per avere un quadro più chiaro. Pare che le vittime siano di origine straniera. La procura di Modena ha aperto due fascicoli, il primo per omicidio colposo sui tre decessi avvenuti a Sant' Anna, il secondo relativo all' assalto dei carcerati: i reati ipotizzati sono resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, violenza privata e tentata evasione. Davanti ai cancelli del carcere, che fino all' altro giorno ospitava quasi 550 persone su una capienza di 370, gli agenti ieri spiegavano ai familiari che qui a Sant' Anna non resterà nessuno, perché la struttura «non è più agibile». Una quarantina sono stati portati ad Ascoli, altri venti a Campobasso. Un poliziotto, reduce da 24 ore di fuoco, racconta che «al primo piano è andato tutto distrutto, dalla mensa all' infermeria. Hanno anche bruciato tutte le matricole, per fortuna si sono salvati i Dna conservati all' interno». La rivolta si è scatenata quando si è sparsa la voce di un caso di coronavirus: il detenuto era in isolamento e poi è stato portato in ospedale, episodio che ha fatto salire alle stelle la tensione già alta per il divieto dei colloqui coi familiari. Nella sezione nuova dell' istituto ci sarebbero tuttora almeno 150 detenuti, ma non è chiaro se la situazione sia completamente risolta: «Non si sa che cosa hanno preso durante la rivolta, se si sono impossessati di coltelli o altro, dobbiamoverificare», aggiunge l' agente. La direttrice della casa circondariale, Maria Martone, spiega che «l' allarme è ridimensionato, la situazione di emergenza estrema di domenica è rientrata, ma lo stato di allerta c' è ancora. Ci sono settori danneggiati, stiamo accertando l' entità dei danni e l' agibilità della struttura». La conferma che il carcere potrebbe non essere del tutto sotto controllo viene dal presidente dell' Unione camera penale di Modena, ieri in visita nell' istituto: «Ci è stato detto che è stato recuperato il controllo sul 90% dei nodi strategici della struttura - riferisce Guido Sola -. L' istituto, a causa della distruzione dei servizi comuni, è indisponibile e tutti i detenuti dovranno essere trasferiti in blocco». L' incendio dell' ufficio matricole, coi dati dei reclusi in cenere, pone anche altri problemi: «Non è possibile avvertire direttamente i familiari, i contatti possono avvenire solo tramite i difensori». L' avvocato Sola aggiunge che Sant' Anna soffre di sovraffollamento alla stregua delle altre carceri italiane: «Sono tutte potenziali polveriere che col coronavirus e le limitazioni ai colloqui possono esplodere».

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 10 marzo 2020. Dice chi se intende, che il carcere vive «di un sottile equilibrio». Un bell' eufemismo per dire che in cella si regge allo stress della detenzione, alla mancanza di droghe (un terzo dei detenuti è tossicodipendente), alle malattie che dilagano, alla depressione, il tutto aggravato dal sovraffollamento, solo perché il detenuto in generale si arrangia. Ma quando nella vita quotidiana del carcere irrompe il coronavirus, e vengono ridotti al minimo i contatti con l' esterno, ecco che questo equilibrio va in frantumi. E subentra la rabbia se non il lucido tentativo di far saltare tutto. Può sembrare una reazione eccessiva, questa moltiplicazione di rivolte alla notizia che i contatti con i familiari saranno ridotti al minimo e sostituiti nel limite del possibile da contatti telefonici. «Premesso che non giustifico assolutamente le proteste violente - dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che cura i diritti dei detenuti - questa restrizione ha fatto da miccia per le tensioni crescenti nelle carceri italiane». Il problema è che il detenuto vive in una bolla. L' attesa per incontrare i parenti scandisce il suo tempo. Secondo regolamento, sono 8 colloqui al mese più quelli premio che il magistrato di sorveglianza elargisce quando c' è la buona condotta, più una telefonata di 10 minuti al mese. «Il detenuto incontra anche i volontari, va alla scuola interna, riceve assistenza legale. Se di colpo non vede più niente e magari non è stato informato a dovere, può subentrare la rabbia. Mettiamoci poi che c' è sicuramente chi soffia sul fuoco, quelli che non beneficiano più dei permessi e pensano di non avere nulla da perdere». C' è anche un non detto, in questa rivolta. E cioè che il blocco verso l' esterno di fatto trasforma la detenzione normale. Se si interrompe il flusso dall' esterno, ne va per quel che è autorizzato, ma soprattutto per quello che non lo è. Un conto infatti è impedire l' arrivo della pasta al forno o della bistecca aggiuntiva (di cui è minuziosamente autorizzato il numero e il peso d' entrata ogni mese, per non permettere al detenuto ricco di disporre di merce di scambio nei confronti dei detenuti poveri), altro è bloccare l' ingresso delle droghe sintetiche o dei cellulari che entrano di straforo. I rappresentanti della polizia penitenziaria negano che ciò possa accadere. «Noi - dice Donato Capece, segretario del sindacato autonomo Sappe - facciamo i controlli e dentro i penitenziari non entra nulla di illegale». Ma sono i fatti a dire che più di qualcosa sfugge. Qualche tempo fa, nel carcere di Foggia arrivarono in massa a fare una perquisizione e sequestrarono telefonini e dosi di sostanza stupefacente. A Rebibbia, un agente di custodia si accorse che un detenuto stava bellamente telefonando dalla sua cella. A Napoli, in un reparto di Secondigliano dove c' erano 200 detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, quando videro arrivare unità cinofile della polizia penitenziaria, dalle finestre volarono via tre telefonini più diverse dosi di hashish. E si potrebbe continuare a lungo. La vita quotidiana del carcere, insomma, scorre tranquilla anche perché non esiste affatto la decantata impermeabilità con l' esterno. Non per nulla le carceri sono differenziate tra circuito ad alta sicurezza per mafiosi e terroristi, e regime ordinario per tutti gli altri. Ma quando l' emergenza del contagio costringe l' amministrazione ad alzare un muro verso l' esterno, il contraccolpo è forte. «Una stretta era necessaria - sostiene Capece - perché bisogna prevenire l' ingresso del virus nelle carceri. Immaginate che può succedere se i detenuti si ammalano in massa». Già che cosa può succedere? Che i detenuti saranno gli ultimi ad andare in ospedale, anche perché il personale di polizia penitenziaria è allo stremo, e le infermerie non sono in grado di assicurare cure sofisticate. «Non si può giustificare il ricorso alla violenza, ma la paura dei detenuti va compresa - dice a sua volta Patrizio Gonnella - e poi, capite, se ha perso la testa chi è fuori, figuriamoci chi è dentro».

Il video esclusivo della protesta all’interno del carcere di Bologna. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 10 marzo 2020. Sono pronti a fare irruzione gli agenti che stanno cercando di contenere la rivolta scoppiata ieri nel carcere di Bologna, immortalata in un video – che oramai sta girando su whatsapp – che viene trasmesso dai detenuti stessi che hanno occupato la sezione giudiziaria del carcere la Dozza.

Ore 11.20: il video della rivolta di Bologna girato dai detenuti. È ancora in corso, dunque, la protesta dei detenuti, che da ieri pomeriggio si sono impossessati del carcere.  Gli agenti penitenziari operano senza sosta da oramai 24 ore di fila per cercare, attraverso il dialogo, di convincere i rivoltosi a desistere. Ma per ora nulla da fare. Di fronte al carcere una trentina di persone hanno esposto striscioni che inneggiano all’amnistia.

Ore 11.50: tre morti nel carcere di Rieti. Al termine della sommossa avvenuta ieri nel carcere di Rieti, sono deceduti tre detenuti, mentre altri due sono attualmente in coma. A confermare la tragedia é Gennaro De Fazio, rappresentante per la Uilpa polizia penitenziaria nazionale. Il sindacalista accusa il governo per responsabilità morale e politica. 

Rivolta nelle carceri: morti, incendi e fughe di massa. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 9 marzo 2020. Equilibrio fragilissimo negli istituti penitenziari italiani: a far scattare le proteste il no ai colloqui e le scarse misure contro il coronavirus. Morti, incendi, proteste e fughe: gli ultimi due giorni, per le carceri italiane, hanno rappresentato la dimostrazione che l’equilibrio – in realtà solo immaginario – su cui si reggevano era non solo instabile, ma anche fragilissimo. Era solo questione di momenti e la scusa, anche in questo caso, è stata rappresentata dal Coronavirus. Mischiare la paura per un contagio alla privazione della libertà, agli spazi angusti, a diritti sempre più risicati e disconosciuti con l’impossibilità di mitigare tutto ciò con il conforto degli affetti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E così da nord a sud, la bolla è scoppiata. L’ultima rivolta, in ordine di tempo, è quella iniziata poco fa davanti a Rebibbia, dove è stata bloccata via Tiburtina dai familiari dei detenuti. Si tratta di donne soprattutto, con bambini al seguito Sul posto c’è la polizia. Continuano intanto le proteste all’interno del penitenziario dove sarebbero stati dati alle fiamme diversi materassi. Le uscite sono controllate dalle forze dell’ordine. Il reparto mobile della Polizia di Stato ha fatto irruzione nel carcere per sedare la rivolta in corso, mentre sono intervenuti i Vigili del fuoco per la segnalazione di roghi nei diversi bracci. La rivolta, come in altri carcere del Lazio e d’Italia, è scattata per la sospensione dei colloqui dovuta all’emergenza coronavirus. Protesta in corso anche nel carcere romano di Regina Coeli dove, secondo quanto si apprende, sarebbe stato segnalato del fumo. La protesta sarebbe però molto più contenuta rispetto a quella di Rebibbia e in via di risoluzione. Sul posto le forze dell’ordine.

Attimi di tensione a Bologna. Poche ore prima nel carcere la Dozza di Bologna, i detenuti della sezione giudiziaria sono riusciti a sfondare i cancelli. Le forze dell’ordine, compresi i vigili del fuoco, sono accorse per far fronte alla rivolta. E mentre i detenuti della sezione penale – dove tra l’altro funziona molto bene l’opera trattamentale – si sono sottratti alla protesta, i detenuti della sezione giudiziaria si sono impossessati del carcere sottraendo le radiotrasmittenti agli agenti penitenziari. Non c’è la luce e gli agenti non riescono ad entrare dentro. Alcuni detenuti sono stati feriti, altri intossicati e ancora non è chiaro se sia accaduto qualcosa di molto più grave. L’azienda locale sanitaria di Bologna, con grande efficienza, ha allestito un ambulatorio in aula bunker per soccorrere tutti i feriti. Nel frattempo Il garante nazionale delle persone private della libertà, esprimendo forte preoccupazione per le proteste da giorni in corso in diversi Istituti penitenziari, invita a mettere in campo misure straordinarie «volte ad alleggerire le situazioni di sovraffollamento superando un concetto di prevenzione fondata sulla chiusura al mondo esterno, affiancando a provvedimenti di inevitabile restringimento misure che diano la possibilità di ridurre le criticità che la situazione carceraria attuale determina e che permettano di affrontare con più tranquillità il malaugurato caso che il sistema sia investito più direttamente dal problema».

Le proteste di Salerno, Modena, Frosinone, Bari e Napoli. Tutto è iniziato con la rivolta di Salerno, sabato pomeriggio. La violenta protesta, che ha visto coinvolti 100 detenuti della prima sezione,  sarebbe scoppiata  nel momento in cui la direzione della casa circondariale ha comunicato la decisione di sospendere i colloqui per l’allerta Coronavirus, come previsto dal decreto del governo. Ma il caso, come si temeva, non è rimasto isolato. Domenica, infatti, ad aprire le danze è stato il carcere Sant’Anna di Modena, dove i detenuti hanno appiccato il fuoco tentando la fuga. Per sedare la rivolta sono stati chiamati anche agenti liberi dal servizio. A scatenare la protesta non solo il divieto di colloqui dal vivo con i familiari, ma la paura del contagio. Stessa situazione anche al carcere di Frosinone. Alle 13 di ieri, nel penitenziario di via Cerreto, si sono sviluppati i primi incendi nelle celle, ai quali sono seguiti tentativi di evasione. La protesta ha coinvolto circa un centinaio di detenuti. Anche in questo caso la rivolta è scoppiata soprattutto per protestare contro misure di sicurezza contro il coronavirus ritenute poco adeguate. Tra le richieste una maggiore assistenza sanitaria e una soluzione relativa alla fatiscenza delle strutture. E mentre era in corso la protesta a Frosinone, anche  a Poggioreale è scoppiato il caos. Decine di detenuti sono saliti sui muri e sui tetti di alcuni padiglioni e hanno bruciato materassi chiedendo provvedimenti contro il rischio dei contagi dal Coronavirus all’interno della struttura. Sono giunte ambulanze e camionette della polizia per far fronte alla rivolta e alle possibili conseguenze. In serata è arrivata anche la notizia di disordini in corso al carcere di Bari dove sono intervenute le forze dell’ordine. Il motivo, ancora una volta, riguarda la sospensione dei colloqui a vista. Alcuni hanno invocato l’amnistia, mentre una trentina di persone, probabilmente familiari, solidarizzavano con i detenuti.

Le vittime a Modena e l’evasione a Pavia. Quando tutto sembrava esseri calmato, la tragica notizia: a Modena la rivolta ha provocato delle vittime. Tre, il numero diffuso nella serata di ieri, arrivato a sei oggi. Ancora sconosciute le cause della morte, quello che è certo però è che i cadaveri sono stati trovati dopo la rivolta e dopo l’intervento della polizia. Ma la serata non è finita qui: a Pavia, dopo una rivolta che ha coinvolto circa 400 persone e iniziata verso le 19.30-20 ancora una volta per il divieto delle visite dei parenti a causa delle norme di contenimento del coronavirus, due agenti penitenziari sono stati presi in ostaggio. Uno dei due agenti sarebbe stato liberato dagli stessi carcerati mentre il secondo a seguito di un intervento della polizia penitenziaria.

L’evasione a Foggia e la protesta a San Vittore. E oggi la giornata non è stata meno impegnativa. Prima l’evasione dal carcere di Foggia di un gruppo di detenuti, che hanno sfasciato i cancelli riuscendo a fuggire, per poi essere catturati qualche ora dopo dalle forze dell’ordine. Poi il fuoco e le proteste nel carcere milanese di San Vittore, dove almeno una quindicina i detenuti sono saliti sul tetto urlando, mentre altri, all’interno, appiccavano le fiamme. 

Melfi, notte da incubo nel carcere di alta sicurezza. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 10 marzo 2020. Rivolta sedata dopo che i detenuti del circuito “Alta sicurezza 3”, che ospita boss di ’ndrangheta, camorra e sacra corona unita, avevano preso in ostaggio 4 agenti, un medico e un’infermiera. Nell’istituto lucano 15 anni fa si tentò di pianificare una seconda via D’Amelio per eliminare Gratteri. La protesta nelle carceri italiane contro le restrizioni per il coronavirus si è diffusa a macchia d’olio da nord a sud. Dopo Modena, Milano, Roma, Palermo e Foggia i detenuti sono insorti anche nel carcere d’alta sicurezza di Melfi, in provincia di Potenza. Nel pomeriggio di ieri la tensione ha raggiunto livelli altissimi. I detenuti presenti a Melfi hanno preso in ostaggio, nell’area adibita ad infermeria, 6 persone: 4 agenti della polizia penitenziaria, un medico e un’infermiera. Grande preoccupazione quando i detenuti hanno assalito gli agenti penitenziari e iniziato a danneggiare diverse aree dell’istituto di pena. Estintori lanciati contro muri e vetrate, impianti antincendio attivati per allagare i locali. Fino a notte fonda si potevano udire dall’esterno urla e rumori di oggetti utilizzati dai carcerati per attirare l’attenzione. Numerose pattuglie della polizia e dei carabinieri hanno controllato per l’intera nottata le vie di accesso al penitenziario. La rivolta è terminata intorno alla mezzanotte e, da quanto si apprende, i detenuti sono stati riportati tutti nelle loro celle. Quello di Melfi è un carcere di alta sicurezza e ospita criminali non comuni. L’istituto è composto da quattro sezioni classificate nel circuito “Alta Sicurezza 3”. Qui si trovano detenuti che hanno avuto un ruolo di vertice nelle organizzazioni criminali dedite allo spaccio di stupefacenti. I posti regolamentari del carcere di Melfi sono 123. I detenuti in totale però sono 206 (i dati del ministero della Giustizia sono aggiornati allo scorso mese di gennaio). Quindici anni fa venne intercettata una conversazione tra due ’ndranghetisti reclusi a Melfi. Discutevano su un attentato da realizzare con l’uso di esplosivo ai danni dell’attuale procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e della sua scorta. L’obiettivo era quello di una seconda Via D’Amelio. 

Rivolta delle carceri è frutto della folle politica giustizialista, sia concessa amnistia. Piero Sansonetti de Il Riformista il 10 Marzo 2020. Li chiamano istituti di pena. La burocrazia usa parole lievi. Sono prigioni. Sono il luogo peggiore che esiste nella società moderna. Dentro la prigione non sei più nessuno. Perdi la libertà, la dignità, i diritti, gli affetti, i rapporti sociali. Le prigioni sono un inferno, una prova di sadismo di massa. Forse andrebbero abolite, sicuramente riformate radicalmente. Nelle prigioni italiane giacciono più di 60 mila persone. Stipate strette strette, perché non ci sono posti sufficienti. Le ultime leggi, volute principalmente dalla pattuglia combattiva e reazionaria dei 5 stelle, hanno aumentato il numero dei detenuti. Hanno reso più facile l’ingresso in carcere, più lunghe le condanne, più difficili le uscite. Le previsioni dicono che l’ampiezza delle carceri non aumenterà nei prossimi due o tre anni, ma il numero dei prigionieri, se non interviene qualche riforma di tipo garantista, potrebbe arrivare a 70 mila e magari di più. Sarà l’iradiddio, se nessuno interviene. È in questo clima che la situazione è precipitata. La frustrazione dei detenuti è aumentata con il dilagare del coronavirus e con le nuove misure di sicurezza, imposte dall’autorità carceraria, che riducono i contatti con l’esterno, proibiscono la visita dei familiari, limitano l’apertura delle celle. Sabato sera è iniziata la rivolta. Prima Modena e Frosinone, poi tutte le altre prigioni. Ventisette, tra domenica e lunedì. L’ultima ad esplodere è stata Regina Coeli, la prigione più famosa e una delle più antiche. Un edificio del Seicento, sotto al Gianicolo. Centinaia di detenuti, quasi tutti in attesa di giudizio o di appello, per metà stranieri. Anche loro si sono ribellati, son saliti sui tetti, è iniziato un pandemonio. Regina Coeli è proprio nel centro di Roma, poche centinaia di metri da San Pietro e nel pieno del rione Trastevere, uno dei più romaneschi e vecchi quartieri della capitale. Fino a ieri sera è stato uno sfrecciare di macchine della polizia, urla, botti, esplosioni. È quasi impossibile ancora fare un bilancio di queste due giornate. Almeno sette morti. Tutti al carcere di Modena. Alcuni detenuti sono morti dentro il carcere, altri mentre venivano trasferiti. I responsabili del carcere dicono che sono morti per overdose, dopo aver assaltato l’infermeria. La Procura però ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo contro ignoti. La situazione è ancora molto molto confusa, è difficile capire cosa sia successo, ma sette morti non possono passare sotto silenzio. È un prezzo altissimo, davvero altissimo a una politica carceraria dissennata. A Foggia c’è stata addirittura una evasione di massa. 50 prigionieri sono fuggiti dal carcere, poi 37 sono stati catturati di nuovo dalla polizia, gli altri 13 sono alla macchia. Anche all’Ucciardone di Palermo c’è stato un tentativo di evasione, ma sembra che sia fallito. Tra le prigioni in rivolta c’è San Vittore, a Milano, cioè nella città più colpita dal virus. Naturalmente la rivolta è confusa, spontanea, non ha un disegno. Sono apparsi degli striscioni che inneggiano all’indulto, ma quello dei detenuti non è un movimento politico compatto, non ha struttura, non ha strategia, non ha direzione. E tuttavia non si può non prendere atto del fatto che dopo tanti e tanti anni di calma nelle prigioni è tornato a divampare l’incendio. Che ci riporta indietro. Ai tempi degli anni di piombo, delle carceri speciali, delle sommosse. Poi intervenne la politica e riuscì, in quel periodo di ferro e fuoco, a varare leggi liberali. Ci fu la riforma del ‘75, approvata mentre la lotta armata iniziava a insanguinare l’Italia e l’indice della criminalità era cinque o dieci volte più alto di oggi, e poi la riforma Gozzini, quella che liberalizza il carcere, aumenta i permessi, i premi, le semilibertà, che è del 1986, quando il terrorismo mieteva ancora decine di vittime ogni mese, e la mafia era scatenata in Sicilia. Mario Gozzini, un intellettuale cattolico molto prestigioso, era un parlamentare dell’opposizione. Il governo era un governo di centrosinistra guidato da Bettino Craxi ma la legge che riduce la barbarie carceraria la firmò un parlamentare dell’opposizione. Mario Gozzini era stato eletto dal Pci. Ed era passato appena un anno dal referendum sulla scala mobile che aveva portato a livelli altissimi la tensione politica tra maggioranza e opposizione. Soprattutto tra Psi e Pci. Eppure allora la politica era un’altra cosa. Su alcuni temi si poteva collaborare. E non c’era il terrore di indispettire i populisti, i giustizialisti. Se non ricordo male solo il Msi si oppose alle leggi libertarie di Gozzini. Oggi? L’indice della delinquenza è crollato, la lotta armata non esiste più, la mafia, in gran parte, è piegata, o comunque ha abbassato moltissimo il livello della sua violenza. E invece il numero dei detenuti è quasi raddoppiato da allora, e ogni legge, o decreto, o regolamento, o ordinanza che viene varato è per rendere più duro il carcere, più rigorosa la certezza della pena. Nonostante i coraggiosi interventi della Presidente della Corte Costituzionale che ci ha spiegato, recentemente, che la pena deve essere flessibile, perché così dice la Costituzione. Ieri anche le Camere penali hanno chiesto l’amnistia e l’indulto. E contemporaneamente hanno chiesto misure che consentano la scarcerazione dei detenuti con modesti residui di pena e i domiciliari per gran parte dei detenuti in carcerazione preventiva. E il ministro? Ha pronunciato qualche smozzicone di frase fatta, tipo che con la violenza non si ottiene niente. Già, verissimo. Come è vero che con una folle politica giustizialista l’unica cosa che si ottiene è lo scatenarsi della violenza.

Repubblica.it l'8 marzo 2020. Un detenuto è morto nel corso della rivolta scoppiata nel pomeriggio al carcere di Modena. Sono in corso le indagini per capire in quale circostanza sia avvenuto il decesso. Le rivolte sono nate per la paura di quel che sta succedendo fuori. Si teme il contagio da coronavirus, limitazioni ai contatti con i propri cari. E la paura, quando non puoi fare nulla, si trasforma in rabbia, protesta. In qualche caso rivolta. Durissima la protesta di Pavia dove i detenuti in rivolta hanno preso in ostaggio due agenti di polizia penitenziaria, nella casa circondariale di Torre del Gallo. I detenuti hanno rubato le chiavi delle celle agli agenti e hanno liberato decine carcerati. Lo si apprende dai sindacati Uilpa e Sappe, che parlano di "devastazione" con i detenuti che si stanno picchiando tra di loro. Sarebbero in arrivo da San Vittore e Opera, secondo le stesse fonti, agenti di rinforzo. I due agenti  sarebbero anche stati picchiati violentemente. La rivolta è iniziata verso le 19.30-20 ed è nata, come a Modena, per il divieto delle visite dei parenti a causa delle norme di contenimento del coronavirus. E' stato riferito che i detenuti starebbero cavalcando quest'onda per ottenere misure alternative speciali. Dal carcere di San Vittore e Opera sono stati mandati agenti di rinforzo per sedare la sommossa dei circa 400 detenuti. Ma le proteste hanno riguardato anche Salerno, Napoli e Frosinone, Vercelli, Alessandria, Palermo, Bari e Foggia. Nel primo pomeriggio i detenuti di Poggioreale, protestando per le misure di prevenzione per il Covid-19, si sono barricati nell'istituto. Due agenti sono rimasti lievemente feriti nelle fasi più concitate, prima che il personale del carcere - una ventina tra poliziotti e sanitari - fosse fatta uscire. Sul posto è arrivato anche il prefetto, assieme alle forze di polizia che si sono schierate di fronte alla struttura da cui è stato visto uscire del fumo, probabilmente a causa di un incendio di materassi. Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, i carcerati "chiedono provvedimenti contro il rischio dei contagi", spiega il segretario Aldo Di Giacomo. La sospensione dei colloqui, prevista dalle misure anti-coronavirus, è alla base della protesta nel carcere napoletano di Poggioreale, dove alcuni detenuti sarebbero saliti sui muri del cosiddetto "passeggio", nella zona interna del penitenziario. Contemporaneamente, al di fuori del carcere, c'è stata la protesta dei parenti dei carcerati, anche loro per lo stesso motivo. I parenti hanno chiesto indulto, amnistia o arresti domiciliari per i loro familiari reclusi, bloccando anche il passaggio dei tram. La protesta è rientrata solo nel tardo pomeriggio. Analoga situazione anche al carcere di Bari, dove un gruppo di parenti di alcuni detenuti protesta contro le disposizioni prese per fronteggiare l'emergenza coronavirus che prevedono una limitazione dei colloqui e degli incontri con i carcerati. In risposta alle proteste dei familiari, si tratta di una trentina di donne, i detenuti hanno incendiato alcuni fazzoletti che hanno lanciato tra le sbarre delle finestre. "Liberi, liberi amnistia", hanno urlato dalle celle battendo oggetti contro le grate. In strada sono intervenuti gli agenti della questura. Le misure sui colloqui previste dal Dpcm anti-coronavirus (vanno usate modalità telefoniche o video) sono state la scintilla che ha fatto sollevare anche i detenuti di Frosinone: un centinaio si sono barricati all'interno della seconda sezione, da cui è stato visto provenire fumo. Sul posto è accorso il garante regionale Stefano Anastasia: "Per il momento - riferiva nel tardo pomeriggio - siamo in fase di attesa. Non si vuole fare alcuna azione di forza per non creare tensioni. Siamo in trattativa". A Frosinone comunque non ci sono stati episodi di violenza contro il personale: "La situazione da questo punto di vista - aggiunge il garante - è relativamente pacifica". "Il nuovo decreto legge - il commento di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione per i diritti dei detenuti - contiene l'apertura a misure come l'aumento della durata delle telefonate e l'incentivo ad adottare misure alternative e di detenzione domiciliare. Ci appelliamo dunque ai direttori delle carceri e ai magistrati di sorveglianza". E c'è il timore che ora la protesta si allarghi ancora: "Il tam tam - secondo la leader dell'Associazione nazionale dei dirigenti e funzionari di polizia penitenziaria Daniela Caputo - creerà presto un effetto emulazione". La dirigente propone il pugno di ferro: "l'esercito intorno a tutti i muri di cinta, punizione severa di coloro che stanno fomentando le rivolte, interdizione da subito di ogni accesso a esponenti o associazioni che in ragione delle loro campagne storiche di tutela e promozione dei diritti dei detenuti possano vedere la loro voce strumentalizzata da facinorosi e violenti".

Cancelli divelti e fuga in massa: "In carcere scene apocalittiche". Continuano le rivolte in carcere per l'emergenza coronavirus. A San Vittore detenuti sul tetto. L'audio choc da Foggia: "I detenuti hanno il controllo del carcere". Giuseppe De Lorenzo, Lunedì 09/03/2020, su Il Giornale. Continuano le rivolte nelle carceri italiana. Dopo i casi di ieri lungo tutta la penisola (leggi qui), oggi è il turno di Milano e Foggia. A San Vittore i detenuti sono saliti sul tetto, ma la situazione più drammatica si sta vivendo in Puglia dove i carcerati hanno cercato di evadere e la polizia fatica a tenere il controllo dell'istituto di pena. I fatti. A Foggia la rivolta esplode in mattinata a causa delle restrizioni ai colloqui con i parenti provocate dalle nuove disposizioni sul coronavirus. I carcerati si fiondano contro il cancello della "block house" e lo distruggono, arrivando nella zona che li separa dalla strada e paradossalmente, dall'evasione totale. In molti cercano di arrampicarsi sui muri di cinta, mentre sul posto ci sono polizia, carabinieri e militari dell'esercito (guarda il video). Un audio, che il Giornale.it pubblica in esclusiva, permette di comprendere la gravità dei momenti che si stanno vivendo a Foggia. "Le notizie purtroppo sono vere - si sente dire - siamo tutti qua fuori: i detenuti ormai hanno il controllo del carcere. Molti sono evasi, hanno rubato delle macchine e ce li stanno riportando un po' alla volta poliziotti e carabinieri, ma il carcere è in mano a loro". Un altro messaggio, che il Giornale.it è riuscito a recuperare, parla di "scene apocalittiche": "Mi trovavo al piano terra del giudiziario - si sente dire - Non abbiamo avuto potere di niente, hanno sfasciato tutto. Sono saliti sui cancelli della "block house" adesso. Stanno cercando di buttare giù i cancelli. Ci sono cordoni delle forze dell'ordine, ma non c'è controllo più". Da San Vittore le prime informazioni parlano dei detenuti del reparto "La Nave" che sono saliti sul tetto del carcere per protestare contro il divieto di avere colloqui coi familiari finalizzato a prevenire il contagio del coronavirus. Ieri sera l'ultimo caso registrato è quello di Taranto. La protesta scatta nella serata di ieri e va avanti fino a mezzanotte, finché la polizia non interviene per sedare la rivolta. La testimonianza di un agente in servizio, raccolta dal Giornale.it, è drammatica: "Hanno spaccato i blindati... Le porte non si aprono più - racconta - Hanno rotto tavoli e sgabelli. Le sezioni erano impraticabili". Riportare l'ordine è uno sforzo immane, soprattutto per "il poco personale a disposizione" nelle patrie galere: "Abbiamo avuto problemi fino alle 4 di stamattina - spiega il poliziotto - Il piano terra in rivolta. Tutti quelli che avevamo messi in isolamento. Hanno sbattuto il blindo".

Coronavirus, s'infiamma la protesta nelle carceri: morti tre detenuti a Modena, sequestrati due agenti a Pavia. Proteste nel carcere di Modena, dove decine di detenuti sono saliti sui muri, e in alcuni casi bruciando materassi, chiedendo provvedimenti contro il rischio dei contagi dal Coronavirus all'interno della struttura. I due poliziotti sarebbero stati anche picchiati. A Modena altri due rianimazione. Barricati anche a Frosinone. Per il sindacato della polizia penitenziaria "chiedono provvedimenti contro il rischio dei contagi". Rabbia per le limitazioni de contatti con i familiari. La Repubblica l'08 marzo 2020.  Tre detenuti sono morti nel corso della rivolta scoppiata nel pomeriggio al carcere di Modena. Altri due si trovano in rianimazione: sono in corso indagini sull'accaduto, mentre si registrano ancora forti tensioni all'interno del penitenziario, dove gli agenti stanno cercando di rientrare forzando le sbarre. Non si escludono anche scontri tra gli stessi detenuti del penitenziario, in parte non d'accordo con la protesta in atto forse temendone le conseguenze. Le rivolte sono nate per la paura di quel che sta succedendo fuori. Si teme il contagio da coronavirus, limitazioni ai contatti con i propri cari. E la paura, quando non puoi fare nulla, si trasforma in rabbia, protesta. In qualche caso rivolta. Durissima la protesta di Pavia, poi rientrata in tarda serata. I detenuti in rivolta hanno preso in ostaggio due agenti di polizia penitenziaria, nella casa circondariale di Torre del Gallo. I detenuti hanno rubato le chiavi delle celle agli agenti e hanno liberato decine carcerati. Lo si apprende dai sindacati Uilpa e Sappe, che parlano di "devastazione" con i detenuti che si stanno picchiando tra di loro. Sarebbero in arrivo da San Vittore e Opera, secondo le stesse fonti, agenti di rinforzo. I due agenti  sarebbero anche stati picchiati violentemente. La rivolta è iniziata verso le 19.30-20 ed è nata, come a Modena, per il divieto delle visite dei parenti a causa delle norme di contenimento del coronavirus. E' stato riferito che i detenuti starebbero cavalcando quest'onda per ottenere misure alternative speciali. Dal carcere di San Vittore e Opera sono stati mandati agenti di rinforzo per sedare la sommossa dei circa 400 detenuti. Ma le proteste hanno riguardato anche Salerno, Napoli e Frosinone, Vercelli, Alessandria, Palermo, Bari e Foggia. Nel primo pomeriggio i detenuti di Poggioreale, protestando per le misure di prevenzione per il Covid-19, si sono barricati nell'istituto. Due agenti sono rimasti lievemente feriti nelle fasi più concitate, prima che il personale del carcere - una ventina tra poliziotti e sanitari - fosse fatta uscire. Sul posto è arrivato anche il prefetto, assieme alle forze di polizia che si sono schierate di fronte alla struttura da cui è stato visto uscire del fumo, probabilmente a causa di un incendio di materassi. Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, i carcerati "chiedono provvedimenti contro il rischio dei contagi", spiega il segretario Aldo Di Giacomo. La sospensione dei colloqui, prevista dalle misure anti-coronavirus, è alla base della protesta nel carcere napoletano di Poggioreale, dove alcuni detenuti sarebbero saliti sui muri del cosiddetto passeggio, nella zona interna del penitenziario. Contemporaneamente, al di fuori del carcere, c'è stata la protesta dei parenti dei carcerati, anche loro per lo stesso motivo. I parenti hanno chiesto indulto, amnistia o arresti domiciliari per i loro familiari reclusi, bloccando anche il passaggio dei tram. La protesta è rientrata solo nel tardo pomeriggio. Analoga situazione anche al carcere di Bari, dove un gruppo di parenti di alcuni detenuti protesta contro le disposizioni prese per fronteggiare l'emergenza coronavirus che prevedono una limitazione dei colloqui e degli incontri con i carcerati. In risposta alle proteste dei familiari, si tratta di una trentina di donne, i detenuti hanno incendiato alcuni fazzoletti che hanno lanciato tra le sbarre delle finestre. "Liberi, liberi amnistia", hanno urlato dalle celle battendo oggetti contro le grate. In strada sono intervenuti gli agenti della questura. Le misure sui colloqui previste dal Dpcm anti-coronavirus (vanno usate modalità telefoniche o video) sono state la scintilla che ha fatto sollevare anche i detenuti di Frosinone: un centinaio si sono barricati all'interno della seconda sezione, da cui è stato visto provenire fumo. Sul posto è accorso il garante regionale Stefano Anastasia: "Per il momento - riferiva nel tardo pomeriggio - siamo in fase di attesa. Non si vuole fare alcuna azione di forza per non creare tensioni. Siamo in trattativa". A Frosinone comunque non ci sono stati episodi di violenza contro il personale: "La situazione da questo punto di vista - aggiunge il garante - è relativamente pacifica". "Il nuovo decreto legge - il commento di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l'associazione per i diritti dei detenuti - contiene l'apertura a misure come l'aumento della durata delle telefonate e l'incentivo ad adottare misure alternative e di detenzione domiciliare. Ci appelliamo dunque ai direttori delle carceri e ai magistrati di sorveglianza". E c'è il timore che ora la protesta si allarghi ancora: "Il tam tam - secondo la leader dell'Associazione nazionale dei dirigenti e funzionari di polizia penitenziaria Daniela Caputo - creerà presto un effetto emulazione". La dirigente propone il pugno di ferro: "l'esercito intorno a tutti i muri di cinta, punizione severa di coloro che stanno fomentando le rivolte, interdizione da subito di ogni accesso a esponenti o associazioni che in ragione delle loro campagne storiche di tutela e promozione dei diritti dei detenuti possano vedere la loro voce strumentalizzata da facinorosi e violenti". 

Modena, sei detenuti morti nella rivolta in carcere e quattro in prognosi riservata. Aperta un'inchiesta della Procura. "Nessuna lesione sui primi tre". Ingenti danni alla struttura. Diciotto intossicati. Marcello Radighieri su La Repubblica il 09 marzo 2020. Sono sei i detenuti deceduti nel carcere di Modena durante la rivolta dei detenuti di domenica pomeriggio: lo si apprende da fonti della Questura modenese confermate dal sindacato della polizia penitenziaria, Sappe. Tre sono morti nel carcere di Modena ed altri tre nelle carceri dove erano stati trasferiti. Tre decessi in più dunque rispetto a quanto comunicato precedentemente dall'amministrazione penitenziaria, secondo cui allo stato non è risultato alcun segno di lesione sui tre corpi. Due decessi, infatti, sarebbero riconducibili all'uso di stupefacenti, mentre il terzo detenuto è stato rinvenuto in stato cianotico, di cui sono si conoscono le cause. Sono molto importanti i danni nel carcere di Modena. Al momento è in corso la bonifica dei locali e il trasferimento di gran parte dei detenuti in altre strutture. La procura di Modena ha aperto un'inchiesta: resistenza a pubblico ufficiale e violenza privata sono i reati ipotizzati. Quattro detenuti sono ricoverati in ospedale in gravi condizioni di salute e in prognosi riservata. Al momento, spiega il policlinico modenese, sono stati 18 i pazienti trattati nei posti medici avanzati (Pma), la maggior parte per intossicazione. I più gravi, 6 detenuti, sono stati trasportati ai pronto soccorsi cittadini di cui quattro sono in prognosi riservata ricoverati in terapia intensivai. Al pronto soccorso dell'ospedale civile di Baggiovara sono state medicate tre guardie e sette sanitari con ferite lievi; uno di questi è lievemente intossicato. La prefettura di Modena sta organizzando per la mattinata una riunione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, per fare il punto sul tema Coronavirus e in particolare su quanto successo nel carcere. Le prime tre morti non sarebbero direttamente riconducibili alla rivolta nel carcere, precisano le fonti, anche se gli accertamenti sono appena cominciati e sono tuttora in corso. Anche per quanto riguarda le cause di questi primi  tre decessi, le verifiche sono in fase preliminare ed avrebbero evidenziato che uno dei tre è morto per abuso di sostanze oppioidi, l'altro di benzodiazepine, mentre il terzo è stato rinvenuto cianotico, ma non si conosce il motivo di questo stato. Il coronavirus accende la tensione nelle carceri italiane. Una rivolta, definita "molto violenta", è dunque scoppiata nel primo pomeriggio di domenica in carcere a Modena. Il personale del carcere, una ventina di persone, fra poliziotti e sanitari, era stato fatto uscire.  Alcuni detenuti si erano barricati dietro la portineria. A Modena sono stati inizialmente trasferiti 70/80 detenuti in altre carceri, ovvero quelli che erano riusciti a raggiungere il cortile, per tentare di evadere. L'allarme era stato lanciato domenica pomeriggio anche da l'Osapp (Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria) attraverso il suo segretario gnerale Leo Beneduci. "A seguito delle modifiche introdotte dal governo rispetto alle modalità di colloquio nelle carceri tra detenuti e familiari a causa dell'infezione da coronavirus, sono in corso proteste dei detenuti negli istituti penitenziari di Napoli Poggioreale, Modena, Frosinone, Alessandria San Michele; battiture delle inferriate sono inoltre in atto da parte dei detenuti di Foggia e Vercelli. Mentre domenica mattina un centinaio di persone hanno richiesto di effettuare i colloqui presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano stazionando per alcune ore". Sono stati invece circa 150 i detenuti coinvolti nella sommossa scoppiata nella serata di domenica nel carcere di Reggio Emilia, protesta legata alle limitazioni dovute alla diffusione del coronavirus. Tre le sezioni coinvolte e danneggiate, con incendi di materassi, lancio di oggetti alla polizia penitenziaria, rottura degli arredi. Per riportare la calma sono intervenuti anche i carabinieri, la polizia e i vigili del fuoco. Il penitenziario non risulta inagibile. 

Coronavirus, rivolta a Milano nel carcere di San Vittore: detenuti sui tetti gridano "Libertà". La protesta per la sospensione dei colloqui con i familiari arriva anche a Milano. Massimo Pisa su La Repubblica il 09 marzo 2020. I disordini per le norme anti-diffusione del coronavirus che impongono la sospensione dei colloqui con i parenti arrivano anche nel carcere milanese di San Vittore: detenuti sono saliti sui tetti e gridano "Libertà, Libertà" e "Vergogna", la polizia penitenziaria sta intervenendo per sedare i disordini nei reparti. Dalla strada adiacente al carcere si vedono carta e stracci a cui è stato dato fuoco attaccati alle grate di una finestra e getti d'acqua per contenere le fiamme. Sono almeno una quindicina i detenuti visibili sul tetto che urlano e alzano le braccia al cielo, buona parte con il cappuccio della felpa alzato, o il volto nascosto da una sciarpa. I vigili del fuoco sono entrati per spegnere gli incendi, ci sono anche reparti della Mobile. Ieri disordini anche in altre carceri italiane, da Pavia a Modena. 

Coronavirus, alcuni detenuti evadono dal carcere di Foggia e vengono bloccati all'esterno. I detenuti hanno divelto un cancello della "block house", la zona che li separa dalla strada. Molti si stanno arrampicando sui cancelli del perimetro del carcere: rivolta dopo la stretta sui colloqui. Tatiana Bellizzi su La Repubblica il 09 marzo 2020. Una rivolta è in corso nel carcere di Foggia dove alcuni detenuti stanno riuscendo ad evadere venendo bloccati poco dopo all'esterno dell'istituto penitenziario dalle forze dell'ordine. Al momento è impossibile stabilire se qualcuno sia riuscito a scappare. La protesta, la stessa divampata nelle altre carceri d'Italia, per le regole più stringenti sui colloqui con i parenti. A quanto si apprende i detenuti hanno divelto un cancello della block house, la zona che li separa dalla strada. Molti detenuti si stanno arrampicando sui cancelli del perimetro del carcere. Sul posto polizia, carabinieri e militari dell'esercito. Nel corso della rivolta  alcuni detenuti sono saliti sul tetto, altri hanno rotto le finestre, e all'ingresso della casa circondariale è stato appiccato un incendio. Negli scontri con le forze dell'ordine, un detenuto è rimasto ferito alla testa ed è stato portato via in barella. Alcuni parenti, prima di essere allontanati, hanno cercato di far ragionare i detenuti per riportarli alla calma: "Se fate così è peggio, dovete stare tranquilli", hanno detto loro. La zona è circondata da carabinieri, agenti della polizia e militari dell'esercito. Un elicottero sta sorvolando il carcere.  

Palermo, tensione al carcere Pagliarelli. Incendi nelle celle di 300 detenuti. Protesta scoppiata nella zona di media sicurezza. Romina Marceca su La Repubblica l'08 marzo 2020. Protesta di 300 detenuti nel carcere Pagliarelli di Palermo per la sospensione dei colloqui nell'area dove si trovano i carcerati di media sicurezza: una misura, questa, contenuta nel decreto emanato dal governo per l'emergenza coronavirus. "Sono anche preoccupati di eventuali casi di contagio all'interno del penitenziario", dice la direttrice del Pagliarelli, Francesca Vazzana. I detenuti hanno incendiato cuscini, carta e pezzi di stoffa e poi hanno lanciato tutto attraverso le grate delle celle verso l'esterno. La protesta è scoppiata  in circa 150 camere detentive ed è ancora in corso. Non ci sono feriti. Oltre a bruciare cartacce e stoffa, i detenuti hanno anche battuto sulle grate. La direttrice del Pagliarelli sta cercando di riportare la calma dentro al penitenziario. "Stiamo dialogando con i detenuti per fare capire che è una emergenza quella che stiamo vivendo e che stiamo applicando la legge", dice a Repubblica Francesca Vazzana. Alcuni detenuti, durante la protesta, hanno espresso la volontà di cominciare uno sciopero della fame e della sete, a partire da domani. Il traffico in viale Regione siciliana, la circonvallazione di Palermo, è andato in tilt. Molti gli automobilisti che si sono fermati all'altezza del carcere di Pagliarelli, attirati dalle fiamme che uscivano dalle celle. In strada, dove è arrivata la protesta, è stato il caos. Alcune pattuglie della polizia penitenziaria hanno chiuso un tratto di viale Regione siciliana. Il traffico è andato in tilt. I parenti di alcuni detenuti sono arrivati davanti al penitenziario e hanno chiesto, intonando alcuni cori, che i familiari venissero rimessi libertà per evitare il contagio in carcere. 

Coronavirus. disordini nel carcere di Frosinone dopo limitazione dei colloqui. Garante: "Barricati 100 detenuti". Le tensioni scatenate anche dalla paura del contagio. Anastasia: "No azioni di forza, c'è trattativa. Fumo da sezione occupata". La Repubblica l'08 marzo 2020. Tensioni e proteste  nel carcere di Frosinone, come in altri penitenziari in Italia, a causa della limitazione dei colloqui. Una misura decisa nell'ambito del contenimento del contagio dal coronavirus. Un folto gruppo di detenuti avrebbe occupato un padiglione.  Altri, impauriti dal rischio di contagi e chiedendo provvedimenti ad hoc, sono usciti dalle sezioni raggiungendo l'area passeggi e salendo sulle mura. Al momento non ci sarebbe stata alcuna evasione e sul posto sono intervenuti il direttore del carcere e il comandante del reparto degli agenti della penitenziaria. "La protesta va avanti, sono circa un centinaio i detenuti che hanno occupato la seconda sezione, e sono barricati dentro. Hanno un elenco di richieste che partono dalla questione dei colloqui. Per il momento siamo in fase di attesa. Qui c'è anche il provveditore, non si vuole fare alcuna azione di forza per non creare tensioni. Siamo in trattativa". Lo riferisce il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, a Frosinone per un sopralluogo al carcere dove da qualche ora, per questioni legate alle misure di sicurezza per il coronavirus, è in corso una protesta dei detenuti. Tra le richieste dei carcerati di Frosinone ci sono anche istanze "che hanno a che fare con il funzionamento dell' istituto, come l'assistenza sanitaria e la fatiscenza delle strutture. Sono cose vere, ma non si possono risolvere certo questo pomeriggio. Bisogna convincerli che di queste cose si terrà conto, l'amministrazione penitenziaria farà la sua parte ma intanto non ha senso continuare a mantenere questa occupazione. Non ci sono stati problemi o casi di difficoltà, o conflitto o violenza con il personale - ha aggiunto il garante - Da questo punto di vista la situazione è relativamente pacifica. C'è del fumo, per questo si immagina che la condizione delle sezioni sia danneggiata. Si vedrà più avanti".

Da nuovavenezia.gelocal.it il 10 marzo 2020. È in atto una rivolta da parte di un gruppo di detenuti all'interno del carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia. I terminal automobilistici, attigui alla casa circondariale, sono stati in parte chiusi e numerosi controlli sono in atto lungo il ponte della Libertà, che collega Venezia alla terraferma. Si tratta di persone ristrette all'interno di un padiglione che stanno provocando dei danni nella struttura. La polizia ha creato un cinturone all'esterno del carcere, mentre dall'interno si sta cercando di contenere la rivolta. I detenuti protestano per la sospensione di tutti i permessi (decisa per cercare di arginare la diffusione del coronavirus) che ha reso incandescente una situazione di sovraffollamento di per sè molto pesante. Il carcere è completamente circondato ma dall'interno continua assordante il rumore delle gamelle del cibo battute sulle inferriate e le urla della rivolta. Nelle zone vicine di collegamento con la terraferma, sono schierate squadre di polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia locale. La zona di piazzale Roma è stata bloccata alla circolazione automobilistica. Al momento non risultano né evasi né feriti. La direttrice del carcere, Immacolata Mannarella, ha garantito un incontro con una rappresentanza dei detenuti, per stabilire un contatto.

Giuseppe Guastella per il “Corriere della Sera” il 10 marzo 2020. Il coronavirus accende la miccia, ma sono i problemi atavici di tutte le carceri italiane, primo il sovraffollamento, a far esplodere la rivolta di metà dei detenuti di San Vittore con una ventina di loro che per ore salgono sui tetti della casa circondariale, mentre un gruppo di anarchici e qualche parente fa il tifo da fuori. La protesta termina solo dopo una lunga e delicata trattativa con i carcerati diretta personalmente dai pm Alberto Nobili e Gaetano Ruta. La protesta comincia intorno alle 9.30, mentre nelle celle si rincorrono dalla sera prima le notizie sulle rivolte in altri istituti di pena. Un gruppo di circa cento detenuti del terzo raggio, quasi tutti stranieri, riesce a raggiungere il quarto piano. Gli italiani in gran parte restano in cella, probabilmente perché hanno troppo da perdere in termini di benefici penitenziari se non mantengono una buona condotta. Dal finestrone del quarto piano, quello dove vengono trattate le tossicodipendenze, qualcuno brucia giornali e stracci causando una colonna di fumo, altri battono oggetti contro le sbarre gridando «libertà! libertà!». Non ci sarebbero gli ospiti della «Nave» che, invece, avrebbero aiutato gli operatori a uscire dal reparto e a mettersi al sicuro. Circa 20 detenuti raggiungono il tetto dove continuano a urlare. Qualcuno lancia tegole mentre tra viale Papiniano e piazza Aquileia, nonostante i rischi di contagio da Covid-19, si raduna una folla di telecamere, curiosi, parenti dei reclusi e una trentina di anarchici tenuti sotto controllo da polizia e carabinieri in tenuta anti sommossa, che solo nel pomeriggio dovranno intervenire con una carica di alleggerimento. Compaiono due lenzuoli con scritto «Libertà» e «Indulto» appesi alle grate. Che il motivo della protesta non sia solo il virus (i circa 1.100 detenuti temono ovviamente il contagio) è subito chiaro al pm di turno Ruta e a Nobili, coordinatore dell' antiterrorismo con una lunga esperienza nelle trattative, come quella che nel '98 portò alla liberazione di Alessandra Sgarella. D' altronde sono passate due settimane da quando il Tribunale di sorveglianza di Milano presieduto da Giovanna di Rosa (ieri era a San Vittore mentre scoppiava la rivolta) per primo ha sospeso i permessi premio per ridurre il rischio coronavirus in carcere, dopo che ai detenuti era stato spiegato che si trattava di provvedimenti a tutela della salute loro e degli operatori. Nobili e Ruta entrano nel terzo raggio e affrontano subito i rivoltosi. Con loro ci sono il direttore, Giacinto Siciliano, e il comandante degli agenti, Manuela Federico. Il panorama è sconfortante: letti e mobili distrutti, vetri sfondati, caloriferi divelti, bagni in macerie, acqua ovunque. Alla fine saranno risparmiati solo due reparti su sei (due erano chiusi) oltre al centro clinico e alla sezione femminile. Nessun ferito, tranne due detenuti in ospedale per aver assunto un eccesso di metadone preso in un ambulatorio devastato. Nobili mette in chiaro che ascolterà i rappresentanti (una ventina) dei reclusi solo se torna la calma, che non fa promesse se non che si farà portatore delle richieste impegnandosi per favorire le più ragionevoli tra cui estensione dei benefici penitenziari, riduzione del sovraffollamento e più strutture per tossicodipendenti. Alle 15, quando sembra tutto finito, una decina di irriducibili tornano su un tetto sfidando i magistrati.  Nobili e Ruta montano su una gru con cestello dei vigili del fuoco e, sospesi in aria, li invitano a smetterla assicurando che il giorno dopo saranno a San Vittore per un secondo incontro. Torna la calma, mentre un' altra protesta viene sedata nel carcere di Opera.

Da ilfattoquotidiano.it il 10 marzo 2020. Continuano le proteste nelle carceri: a Rieti tre detenuti sono morti dopo aver assunto farmaci rubati dall’infermeria. Ieri la sommossa è andata avanti per ore: cinquanta detenuti circa hanno saccheggiato l’infermeria e sono saliti sul tetto. Altri 8 sono stati trasportati in ospedale, di questi 3 sono attualmente ricoverati in terapia intensiva, mentre un altro detenuto, più grave, è stato trasferito in elicottero a Roma. Altre 7 persone erano già morte, dopo i disordini nel carcere di Modena: secondo le prime indagini, avevano assunto psicofarmaci rubati dal cassetto delle medicine dopo l’assalto all’infermeria del carcere. I quattro reclusi sono morti nelle carceri di Verona, Parma, Ascoli Piceno e Alessandria, dove erano stati trasferiti in seguito alla sommossa. Dopo i disordini di domenica e lunedì in 22 istituti in tutt’Italia, da Modena a Palermo, nella notte nuove rivolte si sono verificate a Siracusa, nel carcere di Cavadonna, dove settanta detenuti hanno dato alle fiamme le lenzuola e hanno danneggiato versi arredi. Ad Aversa, nel Casertano, durante il cambio di turno di mezzanotte, i detenuti hanno protestato rumorosamente sbattendo oggetti contro le inferriate e bruciando pezzi di carta nelle loro celle. I motivi, in tutti gli istituti, sono gli stessi: molti chiedono l’amnistia, lamentando la paura del contagio del coronavirus. Altri hanno protestato perché le misure varate dal governo per combattere l’emergenza comprendono anche una serie di restrizioni ai colloqui con i parenti. A Foggia continuano le ricerche di 23 evasi: tra cui persone legate alla mafia garganica e un condannato per omicidio, Cristoforo Aghilar, il 36enne che il 28 ottobre scorso ha ucciso ad Orta Nova Filomena Bruno, 53 anni, mamma della sua ex fidanzata. Ieri, approfittando dei disordini, 77 detenuti sono riusciti a fuggire: 54 sono stati già catturati, tra cui due persone che hanno scelto di costituirsi. Al momento per tutti l’accusa è di evasione, e successivamente sarà analizzata la posizione di ogni singolo detenuto. Situazione rientrata alla normalità a Melfi (Potenza) dove, dopo circa dieci ore di proteste, sono stati liberati i nove ostaggi – quattro agenti della polizia penitenziaria e cinque operatori sanitari – e i detenuti sono rientrati nelle sezioni. Situazione sotto controllo anche ad Alessandria. La situazione ha provocato reazioni da parte della politica: l’opposizione hanno auspicato l’intervento dell’esercito, mentre i renziani hanno chiesto al ministro della giustizia Alfonso Bonafede di riferire il Parlamento. L’informativa del guardasigilli è stata fissata per mercoledì 11 marzo alle ore 17. In serata, a leggere il bilancio del Dipartimento della amministrazione penitenziaria, in molti istituti la situazione non è ancora rientrata e i disordini sono ancora in corso.

Franco Giubilei per “la Stampa” il 10 marzo 2020. Non si è ancora del tutto normalizzata la situazione nel carcere modenese di Sant' Anna, teatro domenica di una rivolta dal bilancio drammatico: sette detenuti sono morti, altri sei sono in gravi condizioni in terapia intensiva e l' intero primo piano dell' istituto - sede di uffici, infermeria, mensa e archivi con i documenti dei reclusi - è stato devastato. Tre delle vittime sono decedute all' interno del carcere di Modena, le altre quattro durante o subito dopo i trasferimenti in altri penitenziari, attuati man mano che la ribellione veniva repressa dai reparti speciali: un detenuto è morto a Parma, uno ad Alessandria, uno a Verona durante il trasporto in pullman e il quarto ad Ascoli. Un quinto è in condizioni gravissime, sempre ad Ascoli, per le stesse cause che avrebbero provocato la morte di sei su sette reclusi (uno pare sia soffocato per il fumo sprigionato dagli incendi appiccati domenica pomeriggio, ndr): i carcerati hanno saccheggiato l' infermeria mettendo le mani sui farmaci, per poi assumere oppiacei e benzodiazepine. Sarebbero morti per overdose, ma bisognerà aspettare autopsie ed esami tossicologici per avere un quadro più chiaro. Pare che le vittime siano di origine straniera. La procura di Modena ha aperto due fascicoli, il primo per omicidio colposo sui tre decessi avvenuti a Sant' Anna, il secondo relativo all' assalto dei carcerati: i reati ipotizzati sono resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, violenza privata e tentata evasione. Davanti ai cancelli del carcere, che fino all' altro giorno ospitava quasi 550 persone su una capienza di 370, gli agenti ieri spiegavano ai familiari che qui a Sant' Anna non resterà nessuno, perché la struttura «non è più agibile». Una quarantina sono stati portati ad Ascoli, altri venti a Campobasso. Un poliziotto, reduce da 24 ore di fuoco, racconta che «al primo piano è andato tutto distrutto, dalla mensa all' infermeria. Hanno anche bruciato tutte le matricole, per fortuna si sono salvati i Dna conservati all' interno». La rivolta si è scatenata quando si è sparsa la voce di un caso di coronavirus: il detenuto era in isolamento e poi è stato portato in ospedale, episodio che ha fatto salire alle stelle la tensione già alta per il divieto dei colloqui coi familiari. Nella sezione nuova dell' istituto ci sarebbero tuttora almeno 150 detenuti, ma non è chiaro se la situazione sia completamente risolta: «Non si sa che cosa hanno preso durante la rivolta, se si sono impossessati di coltelli o altro, dobbiamo verificare», aggiunge l' agente. La direttrice della casa circondariale, Maria Martone, spiega che «l' allarme è ridimensionato, la situazione di emergenza estrema di domenica è rientrata, ma lo stato di allerta c' è ancora. Ci sono settori danneggiati, stiamo accertando l' entità dei danni e l' agibilità della struttura». La conferma che il carcere potrebbe non essere del tutto sotto controllo viene dal presidente dell' Unione camera penale di Modena, ieri in visita nell' istituto: «Ci è stato detto che è stato recuperato il controllo sul 90% dei nodi strategici della struttura - riferisce Guido Sola -. L' istituto, a causa della distruzione dei servizi comuni, è indisponibile e tutti i detenuti dovranno essere trasferiti in blocco». L' incendio dell' ufficio matricole, coi dati dei reclusi in cenere, pone anche altri problemi: «Non è possibile avvertire direttamente i familiari, i contatti possono avvenire solo tramite i difensori». L' avvocato Sola aggiunge che Sant' Anna soffre di sovraffollamento alla stregua delle altre carceri italiane: «Sono tutte potenziali polveriere che col coronavirus e le limitazioni ai colloqui possono esplodere».

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 10 marzo 2020. La leggenda autoconsolatoria degli italiani brava gente e del Paese che reagisce serio, responsabile e compatto come un sol uomo al coronavirus è andata in mille pezzi l' altra notte, con la felliniana prova d' orchestra delle cosiddette classi dirigenti e della presunta società civile. In poche ore quasi tutto il patrimonio di credibilità che avevamo accumulato nelle ultime settimane grazie alla sobrietà, all' equilibrio e alla trasparenza del governo, alla collaborazione responsabile di una parte del centrodestra e delle "sue" Regioni del Nord, ma soprattutto all' impegno sovrumano di medici e infermieri degli ospedali invasi dai contagiati malati, è finito in fumo per colpa di qualche migliaio di sciagurati che hanno restituito dell' Italia la sua immagine più macchiettistica e caricaturale. Matteo Salvini, con una cinquantina di post e tweet, sciacallava su tutto, persino sulle rivolte carcerarie, pur di strappare qualche decimale nei sondaggi che in realtà lo puniscono proprio per il suo sciacallismo. E un altro premier fortunatamente mancato, Carlo Cottarelli, faceva lo spiritoso sull' isolamento della Lombardia ("La Padania c' è riuscito il virus"), inaugurando la figura dello sciacallo antileghisti. Intanto il vero premier, Giuseppe Conte, dopo un lungo e drammatico Consiglio dei ministri, intervallato dai negoziati con le cinque Regioni interessate e dalle sciagurate fughe di notizie sulle bozze del nuovo decreto, era costretto ad annunciare le misure definitive in piena notte. Misure che nessuno sa se basteranno, visto che non contengono (ancor) il divieto "alla cinese" di uscire di casa tout court almeno per la Lombardia. Conte ha ricordato che non è il momento di "fare i furbi" e si è appellato all'"autoresponsabilità". Parola lunare per la minoranza rumorosa di italioti che assaltavano i treni per Sud, affollavano le spiagge, le discoteche e le stazioni sciistiche, preparavano le sporte per la nuova corsa agli accaparramenti nei supermercati, come se il virus non li riguardasse o non esistesse. Parola perfetta per la maggioranza silenziosa di italiani che seguono alla lettera i consigli degli esperti e le raccomandazioni delle autorità, o lavorano giorno e notte negli ospedali, o patiscono i morsi della crisi nei loro negozi, locali, negozi e aziende. Purtroppo non sapremo mai chi sia stato il primo demente che ha passato ai giornalisti le prime bozze del decreto ancora in discussione, ma sappiamo che le soffiate sono state plurime per tutta la serata, a partire dalle 20. E sappiamo anche chi può averle diffuse, fra le poche istituzioni che ne erano in possesso. Non Palazzo Chigi, che ne è stato la prima vittima. Ma qualche ministro o funzionario che mal tollera la popolarità e credibilità del premier e vuole sfregiarlo per preparare inciuci, ribaltoni o elezioni anticipate. E gli uffici di qualche Regione, magari per far dimenticare le boiate di qualche governatore, o soltanto per la cialtroneria di chi non riesce a tenersi neppure un cecio in bocca: figurarsi un provvedimento di quella drammatica portata. Le possibili "manine" sono tante, e i moventi pure. Prendersela con l' ultimo anello della catena, cioè con i giornalisti che pubblicano bozze ufficiali, per quanto provvisorie, è ridicolo: fanno il loro, anzi il nostro mestiere (diversamente da quelli che sfruttano l' occasione per riprendere il tiro al bersaglio sul premier). Certo, è avvilente scoprire che neppure in un momento come questo il capo del governo può fidarsi delle altre istituzioni, e forse nemmeno di tutti i suoi ministri. Tantopiù che questa gente rappresenta lo Stato e dovrebbe essere di esempio ai cittadini comuni, chiamati a sacrifici mai visti dai tempi della guerra. Se un ministro, un funzionario, un governatore o un assessore dà queste prove di irresponsabilità (e taciamo, per carità di patria, sui cosiddetti "presidenti" di serie A, o sui soliti radicali che, a furia di invocare amnistie e indulti, soffiano sul fuoco delle rivolte nelle carceri), come potrà convincere il quidam de populo a non sfruttare la situazione per fregare il prossimo? O invitare all'"auto-responsabilità" chi forza blocchi, viola divieti o nasconde l' infezione diffondendola in giro per l' Italia? Il decreto dell' altra notte non estende la zona rossa alle province interessate, troppo estese perchè se ne possano sigillare i confini a mano armata: tutto è affidato al senso civico dei singoli (l'"autoresponsabilità", appunto), nella speranza che tutti rispettino spontaneamente le prescrizioni pur sapendo che sarà impossibile costringerli a farlo manu militari e perseguirli penalmente se non lo fanno. Si spera che questo decreto ottenga i risultati sperati. Che sono almeno due: contenere un contagio che è impossibile fermare per legge; ma anche dimostrare che in Italia le persone serie sono qualcuna in più dei cialtroni.

Le rivolte tra rabbia, critiche e qualche spiraglio. Ma è un bollettino di guerra. Damiano Aliprandi de Il Dubbio l'11 marzo 2020. Dodici i detenuti morti: è il tragico bilancio delle rivolte in carcere. Dopo giorni duri e difficili, si avviano alla conclusione le rivolte nelle carceri italiane. Proteste, durissime, dei detenuti che – come l’epidemia attuale – hanno contagiato diversi istituti penitenziari. Inoltre continua, come se fosse un bollettino di guerra, ad aumentare la tragica conta dei detenuti morti. Dopo la dura protesta del carcere di Modena, sono nove i detenuti ritrovati privi di vita. Ma si aggiungono altri decessi avvenuti in altre carceri. A Rieti, dopo la sommossa, sono tre i detenuti rinvenuti morti, più altri due sono stati portati urgentemente in ospedale e sono tuttora in coma. Il motivo dei decessi, anche in questo caso, sarebbe da addebitare all’overdose di metadone razziato nell’infermeria. A darne la triste notizia è Gennarino De Fazio, rappresentante del sindacato nazionale della polizia penitenziaria Uilpa. De Fazio, visibilmente scosso dall’ulteriore notizia drammatica spiega: «Sono settimane che chiediamo una task force sulle carceri al ministro della Giustizia, ma lui l’ha annunciata solo ieri sera, minimizzando ancora il fallimento della conduzione del suo dicastero e delle carceri. Adesso non è più tempo di task force, soprattutto se coordinate da chi ha palesato incapacità e incompetenze specifiche. I disordini e le rivolte, vanno avanti ovunque: Bologna, Isernia, Siracusa, Larino, solo per citare alcune carceri; mentre si continuano a contare i morti rispetto ai quali, se non ci sono responsabilità penali, non possono sfuggire quelle morali e politiche». Il leader della Uilpa conclude: «Ripeto l’appello, nella speranza che qualcuno lo raccolga prima che sia troppo tardi: la presidenza del Consiglio dei ministri assuma direttamente, pro- tempore, la gestione delle carceri. Capiamo il momento, comprendiamo l’emergenza generale del Paese, ma non giustifichiamo affatto l’assenza anche del Presidente Conte su questo tema che pure ieri sera, in conferenza stampa, non ha speso una parola sulle carceri. Ora anche il Presidente deve dare un segnale, che batta un colpo!». Nella giornata di ieri sono stati almeno otto gli istituti penitenziari che hanno scatenato nuovamente la sommossa. Carceri che si aggiungono agli altri 24 penitenziari che hanno coinvolto la penisola nelle giornate scorse. C’è quello di Cavadonna, a Siracusa, dove lunedì notte circa settanta detenuti hanno dato alle fiamme le lenzuola e danneggiato diversi arredi. Carabinieri, poliziotti e militari della Guardia di Finanza sono arrivati all’esterno della casa circondariale temendo che la situazione potesse ulteriormente degenerare. La protesta è rientrata anche grazie agli agenti della polizia penitenziaria che sono riusciti a calmare gli animi. Nella mattinata di lunedì, è scoppiata una sommossa anche a Campobasso. Una colonna di fumo nero si notava anche in periferia, guardando verso il centro città, dov’è posizionata la casa di reclusione. Immediato l’intervento dei Vigili del Fuoco che hanno provveduto allo spegnimento delle fiamme. Da lì l’attesa delle forze dell’ordine fuori ai cancelli a presidiare via Cavour, completamente chiusa al traffico dall’intersezione con via Gazzani. Il motivo della rivolta non riguardava solamente le restrizioni dovute al coronavirus, ma anche il paventato trasferimento nel carcere del capoluogo molisano di numerosi detenuti da quello di Modena. Resta poi quello di Bologna che ha il primato per aver inscenato una durissima protesta per più di un giorno. Momenti concitati, gli agenti in affanno e tentativi di trattativa da parte di numerosi soggetti istituzionali. Ma nulla. I detenuti della sezione giudiziaria si sono asserragliati, provocato incendi e hanno tentato inizialmente anche di forzare l’ingresso. Attimi di tensione, tanto da ipotizzare una irruzione. Alla fine, dopo una lunga e faticosa mediazione tra agli agenti penitenziari e i detenuti, ma soprattutto grazie al dialogo intrapreso dalla presidente del tribunale di sorveglianza Antonietta Fiorillo, la protesta è rientrata. Dure e gravi proteste al carcere di Trapani, poi Caltanissetta, Enna, Larino, Pescara e Avellino. Fino all’evasione a Foggia, con 19 ancora ricercati. Quello che sta emergendo è anche il montare della rabbia da parte degli agenti penitenziari che hanno dovuto sedare le rivolte. «Quello che sto facendo – parla un agente che preferisce l’anonimato – non è per lo Stato, ma per i miei colleghi. Bisogna cambiare registro. Siamo noi che abbiamo liberato le carceri, non quelli del governo che non si sono fatti sentire, nemmeno un comunicato». Una rabbia, la sua, che trova riscontro in numerosi comunicati di varie sigle sindacali. Un problema che inevitabilmente sta comportando una radicalizzazione delle posizioni. C’è, infatti, chi – come il leader della Lega Matteo Salvini – chiede pieni poteri e che ci sia una dura punizione azzerando tutti benefici. Rivolte che, purtroppo, man mano che passa il tempo, stanno distanziando ancora il carcere dalla società libera. «Ho un mio caro che è in carcere – spiega a Il Dubbio una familiare di un recluso a Poggioreale – e devo dire che queste rivolte sono sbagliate, perché non servono a nulla e lo Stato, si sa, ha già un odio represso nei confronti dei carcerati. Noi stiamo cercando di entrare in sorveglianza, abbiamo mandato delle pec alla magistratura proprio per vedere se riusciamo ad organizzare un tavolo tecnico con persone che comunque hanno un potere di poter predisporre misure alternative per chi ne ha la possibilità». Però lei stessa dice con grande amarezza: «Purtroppo queste proteste generano paura e i magistrati di sorveglianza stessi rischiano di chiudersi a riccio». Ed è proprio il discorso delle misure alternative, la possibile soluzione per alleggerire le carceri sovraffollate dove se si dovesse scatenare un contagio, sarebbe difficilissimo – soprattutto in alcune – mettere in pratica l’isolamento sanitario disposto dalle direttive governative. Ma per fare tutto ciò ci vuole, appunto, la volontà della magistratura di sorveglianza che, magari sotto l’indicazione del governo, metta in atto misure temporanee come i domiciliari. Il garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma che ha, come preannunciato allo speciale del Tg3, svolto un incontro tecnico con i vari rappresentati della magistratura di sorveglianza proprio per verificare la possibilità di mettere in atto tali misure temporanee. Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti e presidente della conferenza Nazionale Volontariato giustizia, spiega che ci sono in carcere persone con un residuo di pena minimo: 8682 detenute con meno di un anno e 8146 da uno a due anni. «Sono persone – sottolinea la Favero – che non devono intasare le carceri e rendere ancora più difficile affrontare l’emergenza sovraffollamento e quella coronavirus». Eppure qualcosa si muove. Giovanna Di Rosa, presidente del tribunale di sorveglianza di Milano, ha annunciato l’utilizzo delle misure alternative per ovviare al sovraffollamento. In particolare ha avviato intese con il Sert per potenziare gli affidamenti terapeutici. Mentre il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede annuncia l’arrivo di 100 mila mascherine per i penitenziari italiani. «L’approvvigionamento di presidi sanitari sarà utile per la più rapida ripresa dei colloqui dei detenuti con i propri familiari», sottolinea il guardasigilli. Importanti notizie che potrebbero aprire uno spiraglio di luce in queste giornate difficili e buie che investono l’intero sistema penitenziario.

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 10 marzo 2020. Dice chi se intende, che il carcere vive «di un sottile equilibrio». Un bell' eufemismo per dire che in cella si regge allo stress della detenzione, alla mancanza di droghe (un terzo dei detenuti è tossicodipendente), alle malattie che dilagano, alla depressione, il tutto aggravato dal sovraffollamento, solo perché il detenuto in generale si arrangia. Ma quando nella vita quotidiana del carcere irrompe il coronavirus, e vengono ridotti al minimo i contatti con l' esterno, ecco che questo equilibrio va in frantumi. E subentra la rabbia se non il lucido tentativo di far saltare tutto. Può sembrare una reazione eccessiva, questa moltiplicazione di rivolte alla notizia che i contatti con i familiari saranno ridotti al minimo e sostituiti nel limite del possibile da contatti telefonici. «Premesso che non giustifico assolutamente le proteste violente - dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che cura i diritti dei detenuti - questa restrizione ha fatto da miccia per le tensioni crescenti nelle carceri italiane». Il problema è che il detenuto vive in una bolla. L' attesa per incontrare i parenti scandisce il suo tempo. Secondo regolamento, sono 8 colloqui al mese più quelli premio che il magistrato di sorveglianza elargisce quando c' è la buona condotta, più una telefonata di 10 minuti al mese. «Il detenuto incontra anche i volontari, va alla scuola interna, riceve assistenza legale. Se di colpo non vede più niente e magari non è stato informato a dovere, può subentrare la rabbia. Mettiamoci poi che c' è sicuramente chi soffia sul fuoco, quelli che non beneficiano più dei permessi e pensano di non avere nulla da perdere». C' è anche un non detto, in questa rivolta. E cioè che il blocco verso l' esterno di fatto trasforma la detenzione normale. Se si interrompe il flusso dall' esterno, ne va per quel che è autorizzato, ma soprattutto per quello che non lo è. Un conto infatti è impedire l' arrivo della pasta al forno o della bistecca aggiuntiva (di cui è minuziosamente autorizzato il numero e il peso d' entrata ogni mese, per non permettere al detenuto ricco di disporre di merce di scambio nei confronti dei detenuti poveri), altro è bloccare l' ingresso delle droghe sintetiche o dei cellulari che entrano di straforo. I rappresentanti della polizia penitenziaria negano che ciò possa accadere. «Noi - dice Donato Capece, segretario del sindacato autonomo Sappe - facciamo i controlli e dentro i penitenziari non entra nulla di illegale». Ma sono i fatti a dire che più di qualcosa sfugge. Qualche tempo fa, nel carcere di Foggia arrivarono in massa a fare una perquisizione e sequestrarono telefonini e dosi di sostanza stupefacente. A Rebibbia, un agente di custodia si accorse che un detenuto stava bellamente telefonando dalla sua cella. A Napoli, in un reparto di Secondigliano dove c' erano 200 detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, quando videro arrivare unità cinofile della polizia penitenziaria, dalle finestre volarono via tre telefonini più diverse dosi di hashish. E si potrebbe continuare a lungo. La vita quotidiana del carcere, insomma, scorre tranquilla anche perché non esiste affatto la decantata impermeabilità con l' esterno. Non per nulla le carceri sono differenziate tra circuito ad alta sicurezza per mafiosi e terroristi, e regime ordinario per tutti gli altri. Ma quando l' emergenza del contagio costringe l' amministrazione ad alzare un muro verso l' esterno, il contraccolpo è forte. «Una stretta era necessaria - sostiene Capece - perché bisogna prevenire l' ingresso del virus nelle carceri. Immaginate che può succedere se i detenuti si ammalano in massa». Già che cosa può succedere? Che i detenuti saranno gli ultimi ad andare in ospedale, anche perché il personale di polizia penitenziaria è allo stremo, e le infermerie non sono in grado di assicurare cure sofisticate. «Non si può giustificare il ricorso alla violenza, ma la paura dei detenuti va compresa - dice a sua volta Patrizio Gonnella - e poi, capite, se ha perso la testa chi è fuori, figuriamoci chi è dentro».

Mattia Feltri per “la Stampa” il 10 marzo 2020. Da qualche settimana - non da qualche ora - Radio Radicale informava sui ribollenti animi dei carcerati, costretti in spazi al di sotto dei minimi di legge, da uno Stato fuorilegge, ed esasperati da benefici ridotti, fino alla limitazione degli incontri coi parenti imposta dall' epidemia. Ecco, quando si dice che Radio Radicale la ascoltano quattro gatti: quanto sarebbe meglio se la si ascoltasse di più. Non so quale sarà la reazione del governo, se contenuta e saggia o, come suggerisce Salvini, il «pugno di ferro». Penso all' Iran che nell' emergenza di questi giorni di carcerati ne ha liberati settantamila. L' Iran, non Favolandia. E penso che quando si ribellano gli ultimi, poi si ribellano i penultimi. Viviamo giorni di paralisi. Stiamo lì a guardare quattro ragazzetti della movida, ma le città sono ubbidienti e vuote e, ogni volta che entro in un negozio, chiedo e in risposta ho lacrime. Il nostro futuro lo misuriamo nel tracollo delle borse e del prezzo del petrolio, nella risalita dello spread. Presto le piazze saranno le trincee dei penultimi presi per fame. Non dobbiamo aspettarci niente dall' Europa, non perché l' Europa sia malvagia ma perché domani Francia e Germania saranno nelle nostre condizioni di oggi: lì l' andamento del contagio ha la stessa progressione dell' Italia, e siccome ci considerano dei simpatici pasticcioni nemmeno ne traggono insegnamento. Bisogna sapere che non si mette in pericolo l' economia pur di combattere il virus, ma si combatte il virus per contenere il pericolo. Poi ci vorranno solidarietà e clemenza, a cominciare da subito coi carcerati.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 10 marzo 2020. Tocca dire che per le carceri italiane servirebbe una bella amnistia (anzi, brutta) e questo non per darla vinta a chi ieri ha fatto le rivolte: anzi, quei soggetti andrebbero esclusi d' ufficio; la ragione è che consentirebbe di risolvere un problema sanitario che grava anche su chi in carcere non è. Ergo, se è vero che dei carcerati non importa mediamente a nessuno (radicali esclusi) magari è la volta che risolviamo un problema ai carcerati con la scusa di risolverlo anche a noi, perché la faccenda ci riguarda. Da noi le rivolte carcerarie scoppiano in quando è possibile farle, un pretesto vale l' altro: ma ieri non è stato solo un pretesto, e non valeva l' altro; se i detenuti li schiacci nel noto sovraffollamento e soprattutto gli levi i o centèllini o colloqui parentali - che è tutto quello che hanno, l' unico contatto pratico e affettivo col mondo là fuori - questa cosa si chiama irresponsabilità e pure pesante, come naturalmente ne ha dimostrata il Guardasigilli Alfonso Bonafede nell' ennesima e disgraziata malagestione di una faccenda da grandi, da adulti. Ci sono stati dei morti. Fughe di massa a Foggia, incendi a San vittore, l' esercito a Palermo: dov' è Bonafede? Mentre l' emergenza trasforma ogni nostro appartamento in una cella (e già ci stiamo stretti) le nostre 189 carceri hanno 10mila detenuti sopra i posti disponibili (61.230 a fronte di una capienza di 50.931, dato del 29 febbraio) e forse eliminargli anche i pochi rapporti coi parenti - i pochi che si ricordano della loro esistenza - non è stata una buona idea. Non è una giustificazione del loro comportamento di ieri, ma è sicuramente un' attenuante per alcuni di essi (solo alcuni). Nelle carceri italiane a nessuno è stato fatto il tampone, ma se dovessero contrarre il virus, e avere febbre alta e disturbi respiratori, a quel punto avranno già infettato i loro compagni. Altro che mantenere le distanze: in carcere è proibito fare ciò che fuori raccomandano di fare. Altro che adeguarsi all' emergenza: in carcere, trattandosi degli ultimi, anche nella rinomata Lombardia, c' era ancora da agognare una banale normalità: da sei o sette mesi sono scaduti i contratti di molti medici e non sono ancora state fatte delle proposte per rinnovarli: quindi, già prima del virus, c' erano medici senza contratto e altri che semplicemente hanno smesso di lavorare. Ora, in generale, le regole dell' amministrazione penitenziaria per il coronavirus si sono rivelate come quelle riservate a ogni altro comparto: un casino, un susseguirsi frenetico di decreti, raccomandazioni del capo del dipartimento e direttive difficili da armonizzare. A Milano, per esempio, hanno dapprima lasciato la possibilità di colloqui visivi ai detenuti mentre in Emilia Romagna erano già stati sospesi. Poi il decreto governativo del 2 marzo ha stabilito che i parenti non possono entrare nelle carceri e potevano colloquiare solo per telefono, ma - come ricostruito dall' informatissimo sito «Giustiziami», con un articolo di Manuela D' Alessandro - la regola non è valsa in un carcere di massima sicurezza come Opera. Così lo scenario è stato demenziale: a Opera il cortile era pieno di gente che telefonava, gli avvocati potevano entrare con la mascherina ma gli operatori no (e gli operatori per molti detenuti sono quasi dei parenti) e i familiari neanche. All' ingresso di Opera, Bollate e San Vittore viene controllata la temperatura e sono sospesi gli ingressi dei volontari. Intanto la polizia penitenziaria (che è disarmata, per chi non lo sapesse) naturalmente è poca. Insomma, la confusione è tale che molti detenuti sono spaventati (e poco informati) ma per i più deboli o irragionevoli il ribellarsi è stata una tentazione, e infatti guardate che cos' è successo: e tutti a invocare l' esercito. Ma al virus non gli puoi sparare. E difficilmente puoi impedirgli di evadere. Se dovesse davvero entrare negli istituti di pena, sarebbe una tragedia per tutti. L' unica speranza sarebbero le zone di isolamento, che da classica punizione diverrebbero un privilegio per i più fortunati.

Rivolta nelle carceri: sotto accusa il responsabile  dei penitenziari. Pubblicato mercoledì, 11 marzo 2020 su Corriere.it da Giovanni Bianconi. Il contagio delle carceri in subbuglio finisce per coinvolgere il capo dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, l’ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato dal ministro della Giustizia Bonafede a governare le prigioni d’Italia. Dall’interno della maggioranza di governo i renziani di Italia viva ne chiedono l’immediata rimozione, Leu ne sottolinea «ritardi, indecisioni e balbettii», il Pd chiede accertamenti. Tre partiti su quattro, nella sostanza, lo sfiduciano dopo le rivolte di cui ieri è stata aggiornata la contabilità: tredici morti(«come neanche nelle carceri degli anni di piombo», accusa il Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto) e nuove sollevazioni nel carcere fiorentino di Sollicciano, apparentemente sedate. Ma il Guardasigilli, per adesso, non annuncia provvedimenti nei confronti del responsabile delle carceri. Nel bilancio dei disordini, prima dei morti annota gli «oltre quaranta feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione», e afferma con solennità: «Fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali». Riferisce che nelle rivolte sono state coinvolti circa 6.000 detenuti in oltre venti istituti, «in quasi tutte le regioni d’Italia», ma solo una minoranza di essi hanno dato vita alle violenze, in particolare a Napoli, Modena e Foggia. «E’ giusto - spiega - ascoltare le rivendicazioni che arrivano dai detenuti che rispettano le regole e dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero. Ma dobbiamo anche avere il coraggio e l’onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni, addirittura le violenze». E conclude: «Lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all’illegalità». A parte i Cinque stelle, però, e a parte la solidarietà di tutti alla polizia penitenziaria, nessuno è completamente d’accordo con il ministro. Né sul giudizio sulle rivolte, né sulle contromisure rispetto a un sistema carcerario in sempre maggiore sofferenza messa in evidenza dalle misure anticontagio per l’emergenza coronavirus. La scintilla che ha fatto scattare le proteste, infatti, al di là di presunte «regie occulte» su cui anche alcune Procure stanno svolgendo indagini, è stata la sospensione temporanea dei colloqui tra i detenuti e i loro familiari per evitare il pericolo che il contagio entri anche negli istituti di pena. Si va dal Pd che chiede altre misure per alleggerire il sovraffollamento (per esempio concedere subito la liberazione anticipata a chi ha pochi mesi da scontare) alle opposizioni (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) che invocano le dimissioni del capo del Dipartimento e, a ruota, dello stesso Bonafede. Fino ai radicali che accusano: «I problemi del carcere non sono causati né dai detenuti né dagli agenti penitenziari, ma dallo Stato che viola la Costituzione, i trattati internazionali sottoscritti, le proprie leggi». Insoddisfatti e «delusi» anche i sindacati della polizia penitenziaria. Sebbene le rivolte sembrino rientrate, quindi, l’emergenza carceri continua. E se possibile peggiora, visto che con i disordini che hanno devastato alcuni istituti ci sono 2.000 posti disponibili in meno, che fanno salire a oltre 12.000 i detenuti in sovranumero rispetto alla capienza delle prigioni. Con le «misure minimali» proposte non solo dal Pd, ma anche dall’Associazione Antigone, dall’Unione Camere penali e che potrebbero essere ufficialmente proposte, a breve, dal garante nazionale dei detenuti, potrebbero «liberarsi» 1.060 posti se si concedesse ai semiliberi di non rientrare in cella la sera, e altri 3.785 se venissero liberati subito i condannati che finiranno di scontare la pena entro i prossimi sei mesi. La parola passa nuovamente al ministro Bonafede, che dovrebbe anche decidere il destino del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Probabilmente dopo avere svolto ulteriori verifiche dopo la gestione della crisi che ha portato alle sommosse. Giovanni Bianconi

Svuotare carceri è unica soluzione, non serve bastone ma intelligenza. Giorgio Cremaschi de Il Riformista l'11 Marzo 2020. La rivolta nelle carceri è assolutamente comprensibile. Come ci ricorda nelle sue lettere la nostra Nicoletta Dosio , dal 30 dicembre alle Vallette di Torino, oggi la condizione carceraria è la parte sommersa di una società sempre più feroce ed ingiusta. Le detenute ed i detenuti sono in gran parte poveri, emarginati, vittime dell’esclusione sociale e della droga. Ed è paradossale che mentre i reati diminuiscono le persone carcerate aumentino, il che non vuol dire più efficienza, ma solo più ferocia del nostro sistema giudiziario. Come la società regredisce e diventa sempre più cattiva ed escludente, così le carceri sprofondano in un sistema di detenzione ottocentesco. Nelle carceri di Torino dove è reclusa Nicoletta manca persino una infermeria. Intanto le persone detenute sono 60000 su meno di 50000 posti letto. Questo vuol dire che là dove dovrebbero stare, male, in 5 si sta almeno in 6, a Poggioreale a Napoli si sta in 7. Come si fanno a rispettare gli avvisi del ministero della sanità in queste condizioni? Semplicemente non si rispettano e non solo per le persone detenute, ma anche per le guardie che entrano ed escono dal carcere senza alcun controllo. Il carcere è più affollato di uno stadio o di una movida che oggi vengono proibiti, ma chi è ammassato in quei momenti di svago se ne può andare, se invece venisse costretto a restare lì mentre arriva un morbo come reagirebbe? Se dovesse scoppiare il coronavirus in un carcere sarebbe una strage da peste manzoniana. Di fronte a questi rischi lo stato ha subito reagito nella sua maniera più ottusa, proibendo immediatamente le visite dei famigliari alle persone detenute e promettendo più telefonate e contatti social che non compensano e che sicuramente verranno ostacolati dalla burocrazia carceraria. La rivolta nasce da questa rabbia: nessuna misura reale di sicurezza sanitaria per le persone detenute ammassate nelle celle e divieto di incontrare le persone care. Ben dodici persone detenute sono morte e noi che viviamo nel paese di Stefano Cucchi esigiamo che sia fatta luce e giustizia su come si perde la vita mentre si è in mano allo Stato. Ma soprattutto ci vogliono misure immediate per prevenire o almeno contenere il rischio tremendo che incombe sulle carceri italiane, che devono essere assolutamente svuotate, almeno fino al punto di rendere le strutture in grado di reggere all’emergenza sanitaria del paese. Quindi ci vogliono la generalizzazione dei domiciliari, senza la trafila delle autorizzazioni che dura settimane e mesi. E poi soprattutto sono urgenti provvedimenti di amnistia ed indulto per ridurre la popolazione carceraria. Persino l’Iran ha svuotato le carceri in questi giorni, bisogna farlo con urgenza assoluta. E per chi resta in carcere, comprese le guardie, ci vogliono tutte le misure di prevenzione sanitaria che valgono per il paese e se queste si realizzano non serve l’isolamento dalle persone care. La civiltà di un paese si vede dalle sue carceri. I detenuti hanno ragione. 

I negazionisti del sovraffollamento delle carceri: “Sembrano hotel”. Giovanni Altoprati de Il Riformista l'11 Marzo 2020. Non esiste alcun problema di sovraffollamento carcerario in Italia. È questo il mantra governativo che, molto probabilmente, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiamato a riferire sulle rivolte nei penitenziari di queste ultime ore, ripeterà anche oggi in Parlamento.  La “negazione” di Stato ruota da anni intorno al numero di metri quadri delle celle che, per il governo, avrebbero dimensioni nettamente superiori alla media dei Paesi europei L’ultima volta in cui questa narrazione è andata in scena fu il 9 aprile dello scorso anno, quando il Guardasigilli rispose, per il tramite dell’allora sottosegretario Jacopo Morrone, ad un interrogazione dell’onorevole Pierantonio Zanettin (FI). Il parlamentare azzurro aveva chiesto chiarimenti al governo su una rivolta accaduta alla vigilia di Natale del 2018 nel carcere di Trento: a seguito del suicidio di un detenuto trentaduenne di origine tunisina, circa 300 detenuti avevano dato fuoco a cassonetti e materassi, danneggiando gravemente celle, letti, telecamere di sorveglianza, caloriferi e porte a vetri della struttura. Uno degli elementi scatenanti era stato proprio il sovraffollamento della struttura trentina. Per il Ministero della giustizia, le cose non stavano invece come prospettato da Zanettin in quanto era errata la considerazione di fondo. Secondo via Arenula, infatti, «il tasso di sovraffollamento è calibrato in base allo spazio pro capite da riservare ai detenuti, che, con una circolare del 1988 del Ministero della giustizia, emessa sulla base di un decreto del Ministero della Salute del 1975, viene stabilito in 9 metri quadrati per singolo detenuto, da aumentare di altri 5 metri quadrati per ogni altro detenuto in aggiunta». Seguendo il burocratico ragionamento, accedendo ad uno standard meno rigoroso, si escluderebbe in radice la sussistenza di sovraffollamento, «in quanto le strutture penitenziarie italiane, per tale effetto, si attesterebbero su uno standard nettamente superiore alla soglia (limite) dei 60 mila detenuti». Un concetto questo che aveva già trovato come fautore Piercamilllo Davigo. «Siccome nessuna norma dice la metratura a cui avrebbe diritto il detenuto – affermò alla festa del Fatto Quotidiano a maggio del 2018 – il legislatore ha applicato la metratura prevista per le case di civile abitazione: 9 metri quadrati per il primo occupante e 5 metri per gli occupanti successivi». «La media europea è di 3 metri quadrati a testa, siamo l’unico Paese europeo condannato per sovraffollamento penitenziario, perché abbiamo dei deficienti che forniscono questi dati», aggiunse quindi Davigo fra le risate del pubblico. La Cedu, però, nella sentenza “Torreggiani” del 2013 e nelle sue altre innumerevoli pronunce, non ha mai indicato un valore numerico inderogabile per le dimensioni delle celle. I giudici di Strasburgo hanno evidenziato che non è possibile quantificare in modo preciso lo spazio personale che deve essere concesso a ciascun detenuto ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in quanto dipende da diversi parametri. Ad esempio, la durata della privazione della libertà personale, la possibilità di accesso alla passeggiata all’aria aperta nonché le condizioni mentali e fisiche del detenuto. L’unico parametro che la Cedu ha individuato fu quello dei 3 metri quadrati: al di sotto vi è una presunzione assoluta di violazione dell’articolo 3 della Convenzione, per “trattamento disumano e degradante”, indipendentemente da tutte le altre condizioni di vita in carcere. Ciò non esclude, quindi, che al di sopra della soglia dei 3 metri quadrati uno Stato possa, comunque, incappare in una violazione della Convenzione. Sarebbe sufficiente, allora, applicare il parametro della Commissione Europea per la prevenzione della tortura: 7 metri quadrati, più 4 per ogni nuovo detenuto in una cella. Ultimamente vengono calcolati 6 metri quadrati, più 4: in 14 metri quadrati, dunque, ci possono vivere 4 persone. Dov’è allora il problema? Molto semplice: nessuno controlla che tali standard vengano rispettati. Con buona pace delle statistiche ministeriali.

Finite le proteste restano le macerie di un sistema penitenziario già in crisi. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 12 marzo 2020. Il drammatico bilancio è di quindici detenuto morti. Si attendono le autopsie. Ora, salvo sorprese, nelle carceri italiane è ritornata la calma. Si è esaurita nel tardo pomeriggio di ieri la protesta scoppiata al carcere di Sollicciano. Protesta, in questo caso, scaturita dai timori di contagio da Covid- 19 dovute al fatto che un allievo dei corsi per Agente di polizia penitenziaria, che stava effettuando il tirocinio formativo a Sollicciano, sia stato trovato positivo al coronavirus. Tra l’altro nasce un giallo. Gennarino De Fazio, il leader del sindacato Uilpa, denuncia che già con il Dpcm del 4 marzo scorso era stata disposta la sospensione delle attività didattiche presso le scuole di ogni ordine grado con alcune eccezioni. «Fra quelle eccezioni erano ricomprese le scuole di talune Forze dell’Ordine, ma non di quelle della Polizia penitenziaria», tuona il sindacalista. Sottolinea che tale disposizione è stata confermata con il successivo Dpcm dell’ 8 marzo, «ma solo oggi pomeriggio, 11 marzo 2020, sono state disposte le sospensioni delle attività didattiche presso le Scuole della Polizia penitenziaria ( 177° corso Agenti) fino al 3 aprile». Finite, per ora le proteste, lo Stato italiano si ritrova a fare i conti con gli inevitabili danni, sezioni intere inagibili e trasferimenti dei detenuti in altri penitenziari. Un problema enorme visto che la conseguenza è un ulteriore ingolfamento delle carceri già sovraffollate. Tra le macerie della tragedia annunciata ci sono 15 detenuti morti. Nove solo al carcere di Modena, quattro a Rieti e due a Bologna. Ma forse la conta macabra potrebbe aumentare visto che ci sono ancora alcuni detenuti in rianimazione. Non è certa la causa dei decessi e tutto questo dovrà essere accertata tramite l’autopsia. Il Dubbio ha potuto apprendere che, nella giornata di oggi, almeno nel caso dei nove morti del carcere di Modena, saranno tutti sottoposti a tampone e in seguito verrà eseguita l’autopsia. Intanto continuano senza sosta le attività di ricerca dei detenuti evasi durante la rivolta del carcere di Foggia. Dei 72 evasi, ben 61 sono stati catturati o si sono costituiti. Arrivano intanto segnalazioni, tutte da verificare, di possibili ritorsioni – da parte di alcuni agenti penitenziari – nei confronti dei rivoltosi. Se così fosse, sicuramente il Dap farà accurate indagini visto che alla violenza, lo Stato di Diritto non risponde con altrettanta violenza. Il Sistema penitenziario è in crisi, ma da tempo e forse tutto ciò poteva essere evitato se il governo precedente avesse approvato in toto la famosa riforma dell’ordinamento penitenziario dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, il quale è attualmente nella maggioranza di governo. Ora si paga lo scotto di una forte crisi in piena emergenza coronavirus: nelle carceri italiane, il Convid- 19, è sempre in agguato e diventerebbe difficile mettere in atto gli isolamenti sanitari. Le polemiche contro il ministro della giustizia Bonafede e del Dipartimento penitenziario non mancano. Tutte le sigle sindacali e i partiti politici si sono scagliati contro. Ma per motivi diversi. Chi chiede il pugno di ferro, chi invece chiede subito misure alternative alla pena carceraria per alleggerire i penitenziari e invoca soprattutto dimissioni del guardasigilli per non aver saputo prevenire tale tragedia. «La situazione delle carceri italiane è molto grave anche a causa di una gestione assolutamente inadeguata da parte del governo e dei massimi dirigenti del dipartimento», dice Pompeo Mannone, il segretario della Federazione Nazionale della Sicurezza della Cisl. «Quello che sta accadendo era facilmente prevedibile vista la situazione davvero incresciosa in cui versano i nostri istituti penitenziari», spiega Mannone. «Ormai sanno tutti che le nostre carceri – sottolinea il segretario della Fns Cisl – hanno almeno 10 mila detenuti in più rispetto alla capienza consentita e ci sono 5 mila poliziotti in meno. Aver messo in pericolo il personale è una cosa gravissima, sono 40 i poliziotti feriti cui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Si poteva fare meglio e di più, non è pensabile che il sindacato venga convocato a fatti già accaduti: c’era la necessità di una condivisione ampia di misure per cercare di tamponare una situazione di per sé già pesante e drammatica». 

Mauro Palma: «Con tutti quei morti nelle carceri era doveroso lasciare i Palazzi e far sentire la propria vicinanza». Valentina Stella su Il Dubbio il 12 marzo 2020. Per il garante nazionale dei detenuti, “prima ancora del decreto legge sono state fatte girare, anche in maniera strana e su decisione di qualche provveditore e direttore, ipotesi di chiusura totale” In questi giorni di protesta, a mediare con numerosi detenuti sono intervenuti anche i garanti. Per fare un bilancio abbiamo ascoltato Mauro Palma, presidente dell’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.

Professor Palma, quali le ragioni di questa esplosione di violenza?

«La questione del coronavirus e delle restrizioni connesse all’emergenza determinano ansia in tutti quanti noi. In un ambiente come il carcere, che è già una istituzione chiusa, queste ansie si ampliano a dismisura. Chi ha la responsabilità di questi ambienti dovrebbe agire preparando a eventuali restrizioni e facendone capire le ragioni. In carcere è stato fatto l’opposto».

Cosa è successo?

«Prima ancora del decreto legge sono state fatte girare, anche in maniera strana e su decisione di qualche provveditore e direttore, ipotesi di chiusura totale. Le informazioni, che giustamente e doverosamente il governo dà a tutti noi – ossia di stare distanti più di un metro, lavarsi le mani in continuazione, e altro ancora – non si traducono facilmente negli istituti di pena dove a volte è persino difficile avere il kit dei saponi; inoltre gli ambienti non sono stati sanificati. Tutto ciò ha moltiplicato l’ansia, in una sorta di doppia reclusione: la detenzione in sé e l’essere reclusi rispetto alle possibilità di gestirsi in proprio. Noi ad esempio usciamo per comprarci l’amuchina, i detenuti ovviamente non posso prendere queste iniziative».

Quindi paura e mala informazione hanno acceso la miccia?

«Questo era il brodo di coltura precedente su cui si doveva avere molta attenzione e capacità di gestire. Poi quando è uscito il decreto, che in fondo dà una limitazione molto contenuta – anche se il colloquio con la famiglia è una cosa importantissima -, nessuno ha letto i contenuti. Questo è stato il motore delle rivolte. E poi, come sempre accade nelle rivolte, si inseriscono altri motivi soggettivi. Io sono stato nel carcere romano di Regina Coeli dove ho incontrato diversi detenuti: uno si lamentava per il fatto che il magistrato di sorveglianza non gli risponde mai, un altro perché non gli era stato comprato qualcosa che aveva inserito nel modulo del sopravvitto. Si è aggiunta poi questa pericolosa idea che creando disordini si potevano ottenere amnistia e indulto, provvedimenti invece che non sono all’ordine del giorno politico, visto che ci vogliono ben altre maggioranze».

Qualcuno ha visto in queste rivolte elementi di criminalità organizzata. È d’accordo?

«Certo qualche immagine, tipo quelle di Foggia, lasciano perplessi. Ma mai pensare che queste rivolte siano state eterodirette. Sono state spontanee, anche se all’interno si può insinuare chi ha altre intenzioni. Va considerata comunque la genuinità iniziale».

Secondo lei è mancata la presenza dello Stato nelle prime fasi?

«Una volta che sono scoppiate le rivolte il personale che ha garantito la sicurezza, che ha cercato di fronteggiare anche situazioni drammatiche ha sentito poco vicino l’amministrazione centrale. Quando accadono situazioni come queste, con oltre dieci morti, credo si abbia il dovere di andare a far sentire la propria vicinanza invece di rimanere nei propri palazzi».

Qual è stato invece il ruolo dei Garanti?

«Noi, come Garante Nazionale, siamo stati appunto a Regina Coeli, dove siamo tornati il giorno dopo per ringraziare il personale. I Garanti regionali sono stati degli ottimi sensori anche di flussi di informazioni. In molti casi, penso per esempio alla Puglia, al Lazio, all’Emilia, alla Lombardia sono stati anche dei veicoli per far cessare le sommosse, per trovare una soluzione. Hanno agito come elemento di riduzione del danno».

Cosa ne pensa dell’informativa di Bonafede di ieri al Senato?

«L’informativa deve dare al Parlamento i dati, non esprimere un programma di governo. Se questa è la prima metà dell’azione di governo, si è trattata di una doverosa e corretta informazione. A cui però deve seguire qualcosa e chiedersi: e quindi? E allora che si fa?»

Il ministro ha detto: “lo Stato italiano non indietreggia”. Come interpretare?

«È giusto che lo Stato non arretri; però poi lo Stato deve anche dire come evitare che un problema importantissimo e gravissimo, ma comunque settoriale come questo, non abbia un riverbero su tutti. Occorre mantenere il carcere non solo in condizioni di non arretramento sul piano dell’ordine pubblico ma anche di non arretramento sul piano della tutela sanitaria: è interesse di tutti».

Che interventi metterebbe in atto per sanare la situazione?

«Devo dare atto al ministro di aver costituito task force in cui mi ha inserito. Bisogna cominciare a ragionare in proiezione. Mi riservo di fare una serie di proposte che vanno nella direzione di prepararsi anche all’ipotesi più negativa. Se ci fosse bisogno di isolare delle persone occorre avere capacità e numeri per riuscire a farlo. Per cui una prima misura è quella di alleggerire il sistema di detenuti giunti alla fine della pena o che tornano in carcere solo per dormire. Lo dico non tanto per mettere subito fuori dei detenuti ma anche per crearci degli spazi qualora domani ci fosse la necessità di un sistema meno fitto».

Coronavirus, rivolta nelle carceri: i detenuti morti per overdose? Le Iene News il 12 marzo 2020. Aumenta il numero delle vittime nelle carceri italiane. Altri quattro detenuti morti a Rieti e uno a Bologna. Il sospetto è l’overdose da metadone come sembra sia accaduto anche ai nove morti di Modena. Le rivolte nelle carceri non si fermano e il bilancio delle vittime cresce. Dopo i nove detenuti morti lunedì nel carcere di Modena si aggiungono i quattro di Rieti e quello di Bologna, per un totale di quattordici vittime. In tutti i casi sembra che la causa sia overdose da metadone. L’ipotesi che circola in queste ore e riportata anche dal Corriere della sera è che alcuni detenuti con problemi di tossicodipendenza durante le rivolte abbiano fatto irruzione nella farmacia del carcere e abbiano assunto una dose letale di metadone. Questo perché a causa del coronavirus sono state sospese le visite dei familiari in carcere, e quindi l'eventuale passaggio delle dosi. L’attivista radicale Rita Bernardini al telefono però spiega: “Non è una notizia sicura. Attualmente ci sono delle indagini in corso che stabiliranno l’accaduto”. Il dato di fatto però è la situazione delle carceri italiane. I detenuti sono più di quelli che il sistema penitenziario è predisposto a ospitare e le misure di contenimento del coronavirus sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso. A Foggia durante la rivolta un gruppo di detenuti è riuscito persino a evadere. Le ricerche dei 72 evasi continuano senza sosta, 61 sono già stati presi mentre 10 sarebbero ancora a piede libero. Tra questi spicca il nome di Cristoforo Aghilar, 36 anni, in carcere da quasi 5 mesi per aver ucciso a coltellate la madre della sua ex. “Le carceri sono sovraffollate, non immaginiamo neanche cosa potrebbe accadere se il coronavirus arrivasse lì”, continua Bernardini. “Gli spazi sono ristretti, mancano strutture adeguate a curare questa epidemia. Mi auguro che il ministro Bonafede riprenda in mano la situazione e dialoghi con i detenuti”. Anche perché, per adesso, sembra che dialogo con le istituzioni non ci sia stato. “Le misure non si impongono con il pugno di ferro senza dare nessuna spiegazione”. Il problema del sovraffollamento delle carceri non è nuovo, tanto che la soluzione esiste già. Sempre secondo Bernardini “16mila detenuti italiani devono scontare meno di due anni di pena e potrebbero farlo ai domiciliari. Servono i braccialetti elettronici che però mancano. La gara per stabilire quale azienda deve produrli è stata fatta, da un anno l’azienda vincitrice è pronta alla produzione ma ce ne sono ancora pochissimi perché il ministero dell’Interno non ha ancora fatto il collaudo. Non l’ha fatto Salvini, non lo sta facendo la Lamorgese. Questo dispositivo però è importantissimo per concedere la misura dei domiciliari”.

Giuseppe De Lorenzo per ilgiornale.it il 12 marzo 2020. Non è finita qui, probabilmente. La situazione nelle carceri italiane è esplosiva e l’innesco rischia di scattare di nuovo. Lo sanno gli agenti di polizia penitenziaria, che si trovano in difficoltà a dover gestire strutture già sovraffollate e ora in parte inagibili.  

E lo sa anche il ministero, che con una nota riservata a provveditori, direttori delle carceri e comandanti mette in guardia dal rischio di nuove rivolte. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), Francesco Basentini, lo scrive nero su bianco: "Allo stato - si legge - non è in alcun modo possibile escludere una ripresa della agitazioni". Per questo invita tutti "alla massima attenzione finalizzata a cogliere ogni possibile segnale in tal senso" per "impedire ogni ulteriore comportamento volto a incentivare a nuove sollevazioni". Il rischio, infatti, è che ulteriori episodi di violenza possano "compromettere" definitivamente le strutture carcerarie. Per quanto ieri il Ministero guidato da Alfonso Bonafede si sia affrettato a dire che lungo tutto lo stivale le proteste sono terminate martedì sera, l'atmosfera che si respira all'intero è tutt'altro che rilassata. La nota riservata ne è la dimostrazione. Fonti del Giornale.it parlano di "situazione disastrosa" soprattutto in Emilia Romagna, teatro delle rivolte di Modena (9 morti) e di Bologna, dove le strutture sono state in parte distrutte. A Modena alcuni detenuti sono stati trasferiti in altre carceri, ma 233 reclusi restano ancora ammassati in un padiglione. A Bologna il settore dove ne sono ospitati circa 600 "è devastato" e i carcerati sono tutti chiusi nelle loro stanze. Con le rivolte sono infatti saltati i sistemi di sicurezza e per ora "nessuno si preoccupa" di metterli a posto. Anzi: "Dai vertici continuano a chiedere le relazioni su come sono avvenuti i fatti, quando sarebbe necessario prima ripristinare la sicurezza dell'istituto". Il caos totale. La situazione bolognese è potenzialmente esplosiva. Una fonte del Giornale.it riporta che i vigili del fuoco avrebbero realizzato un sopralluogo e scoperto che i fumi fuoriusciti durante gli incendi sarebbero tossici, mettendo dunque in pericolo personale e reclusi. Mentre si attendono conferme sulla salubrità ambientale, di certo c'è che le telecamere sono inattive e tutti i cancelli che isolano uno dei padiglioni sono rotti. Se i detenuti fossero fatti uscire dalle celle come prevedono le disposizioni sulla libertà di movimento, "potrebbero arrivare fino all’ingresso" e da qui fuggire. Un po' come successo a Foggia, dove ancora si cercano 6 latitanti tra cui un assassino, e dove si contano danni per un milione di euro. "Il ministro dovrebbe dare direttive se chiudere o meno i detenuti - lamenta Giovanni Battista Durante, segretario generale del Sappe - o almeno una restrizione per farli uscire pochi alla volta, vista l'emergenza del momento". Ma la nota del Dap, a parte mettere in guardia i poliziotti, non contiene indicazioni precise. E intanto all'esterno (guarda le foto) gli antagonisti soffiano sul fuoco, vergando sui muri solidarietà ai detenuti. Il provveditorato bolognese è stato preso d’assalto e ovunque è un fiorire di "fuoco alle galere", "morte alle guardie" e "sbirro ricordati che devi morire". C'è poi il pericolo Covid-19. Per ora il primo contagio è stato registrato solo a Modena, ma se l’epidemia dovesse allargarsi sarebbero guai. Stanno arrivando 100mila mascherine, ma le strutture (già sovraffollate) a causa delle rivolte hanno perso un grande numero di posti detentivi. Se il coronavirus costringesse a chiudere altri reparti, presto non ci saranno più letti per tutti. Non è un caso se, oltre al centrodestra, molti sindacati in queste ore stanno chiedendo le dimissioni di Basentini e l'avvicendamento di Bonafede. "Chiediamo direttive chiare su come fronteggiare l’emergenza nazionale - conclude Durante - soprattutto perché al ministero sono consapevoli che potrebbero esserci altre proteste".

Carceri, 13 morti e un gran silenzio: come nelle dittature sudamericane. Piero Sansonetti de Il Riformista il 13 Marzo 2020. Tredici morti nelle prigioni italiane. La cifra è incerta, forse sono di più. I nomi fino a ieri nemmeno li conoscevamo. Sono passati quattro giorni dalla strage. Ieri, sembra, i nomi sono stati consegnati al garante dei detenuti. Il quale, probabilmente, si costituirà parte civile, se ci saranno dei processi. Pare che esista una relazione del Dap ma non si sa chi la possiede. La stampa non ha avuto neanche l’ombra di una notizia. Per la verità non l’ha neanche pretesa. Neppure il Parlamento ha ricevuto informazioni. Neppure il Parlamento, sembra, le ha pretese. Tredici persone sconosciute sono sparite e ora giacciono al camposanto. Tredici morti sono una quantità spaventosa. Succedeva negli anni Settanta, quando c’erano le grandi stragi: Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus. In quelle occasioni era tutto il Paese a sollevarsi, a gridare, a entrare in lutto, a pretendere (seppure inutilmente) la verità. Questa volta i tredici morti erano tutti in carcere. Nelle mani dello Stato. Consegnati alla custodia dello Stato. Possibile che una strage così non susciti un moto formidabile di indignazione e una richiesta assillante di chiarimenti? Mi ricordo che una ventina d’anni fa ero a Genova nelle giornate terribili del G8. Fu ucciso un ragazzo di poco più di vent’anni. Abbattuto da un colpo di pistola sparato da un carabiniere. Successe il pandemonio, giustamente, anche in Parlamento. Naturalmente ci si divise. Una parte dello schieramento politico difese la polizia e il ministro dell’Interno e gettò tutta la colpa sui dimostranti, e anche sul ragazzo – si chiamava Carlo Giuliani – che aveva attaccato una camionetta dei carabinieri. Un’altra parte, e tutta la stampa internazionale, si scagliarono contro il governo, il Pds, che era allora il partito dell’opposizione di sinistra, parlò di “macelleria messicana”. Ci si divise, ma non si restò in silenzio. Si scatenò una furiosa battaglia politica. L’altro giorno, in Parlamento, nessuna battaglia. Frasi fatte. Nessuna spiegazione, nessuna protesta dell’opposizione. Nessuna autocritica del governo. Sembrano tutti concordi sul fatto che le morti siano avvenute per l’effetto dell’assalto alle farmacie, e quindi mettiamoci una pietra sopra, come si faceva in alcuni paesi latinoamericani al tempo delle dittature (e in parte si fa ancora).  Dicono: erano drogati, erano gentaglia in astinenza perché – interrotte le visite delle famiglie – si era interrotto il flusso illegale di droga nelle celle. Sono tutti morti di overdose. Praticamente suicidi. Non so se è così. Non so se è così per tutti e tredici. In ogni caso vorrei capire alcune cose, che magari hanno anche una spiegazione, ma occorrerebbe che questa spiegazione fosse fornita al pubblico.

Intanto vorrei sapere come mai se questi detenuti erano in overdose e in agonia si è deciso di trasferirli. Alcuni di loro risulta che siano morti durante il trasferimento. Qualcuno addirittura dopo il trasferimento. Si trasferisce un moribondo? Non è meglio portarlo in ospedale?

Seconda domanda. È vero che le tredici vittime della rivolta sono tutte straniere? È questa la ragione del silenzio? È ormai definito e pacifico che comunque la vita di uno straniero non ha lo stesso valore, né umano né giuridico né mediatico, della vita di un italiano?

Terza domanda. Se davvero, come in realtà è abbastanza probabile, le infermerie erano l’obiettivo della rivolta, almeno in alcuni di questi carceri, e se il motivo dell’assalto era procurarsi metadone da parte di prigionieri tossicodipendenti, oso chiedere: ma qui in Italia è considerata cosa normale, trovandosi di fronte a una persona evidentemente e pesantemente tossicodipendente, sbatterla in una cella anziché in una struttura adatta, in grado di aiutarla, di curarla? E questo comportamento – se effettivamente è così – è considerato compatibile con l’articolo 27 della Costituzione?

Poi ci sono le domande più generali che riguardano la politica carceraria di questi ultimi governi. Bisogna dire che il passaggio dal “verde” al “rosso” non ha cambiato molto. La linea resta la stessa, a dispetto del fatto che le truppe “rosse” di Zingaretti hanno sostituito quelle “verdi” di Salvini. Sembra quasi una maledizione: ormai su tutto ciò che riguarda la repressione la cloche è in mano esclusivamente ai 5 Stelle.

Le domande generali riguardano la costituzionalità del carcere, almeno del carcere come funziona adesso. E in particolare il problema del sovraffollamento, che rende del tutto illegali le nostre prigioni. Non volete l’indulto, perché temete di perdere qualche voto? Ho capito. Almeno prendete in considerazione le proposte ragionevolissime che abbiamo avanzato ieri, insieme alle Camere Penali, e che potrebbero portare in pochi giorni alla liberazione di circa 20 mila detenuti, e alla attenuazione del fenomeno ormai dilagante delle celle-carnaio. 

Riportiamo la legalità nelle carceri, l’appello congiunto Camere Penali e Riformista. Redazione de Il Riformista il 12 Marzo 2020. Premesso che la diffusione tra la popolazione del virus Covid-19 desta una particolare preoccupazione di carattere sanitario e umanitario per la più elevata possibilità di contagio e di trasmissione nelle carceri, all’interno delle cui celle sovraffollate non possono essere attuati quei comportamenti precauzionali, di distanza e di igiene, che il Governo ha imposto ai cittadini liberi;

che anche in questo quadro di gravissima preoccupazione gli atti di violenza posti in essere da alcuni detenuti in numerosi istituti penitenziari meritano la più ferma e inequivoca censura, al pari di ogni altra forma di violenza da chiunque perpetrata;

che purtroppo solo dopo tali gravi episodi, il Governo – che fino a quel momento aveva emanato solo atti ulteriormente e definitivamente restrittivi dei rapporti detenuti/familiari/volontari/difensori – ha preannunziato, ma non ancora attuato, misure di difesa dal coronavirus, prevedendo modalità protette per consentire nuovamente i colloqui;

che tuttavia è urgente intervenire, in quanto è necessario comprendere che l’emergenza del virus si è innestata su di un’altra cronica, storica e non più tollerabile emergenza, quella del sovraffollamento delle carceri;

che la presenza dei detenuti negli istituti penitenziari italiani ha raggiunto la soglia di 61.230 a fronte di una capienza regolamentare pari a 50.931;

che tale capienza regolamentare risulta ulteriormente ridotta in ragione della indisponibilità strutturale di altri 4.000/4500 posti, numero purtroppo in continuo aumento (portando, quindi, l’indice di sovraffollamento tra il 120% ed il 135%);

che l’emergenza nazionale dettata dal propagarsi in misura esponenziale di una epidemia aggressiva provocata dal “coronavirus” rende ancor più allarmante la condizione dei detenuti e di tutti coloro che operano all’interno delle strutture penitenziarie;

che tra la popolazione detenuta ben 8.682 (14,18%) reclusi hanno una pena residua compresa tra 1 giorno ed 1 anno di detenzione ed altri 8.146 (13,30%) hanno una pena residua compresa tra 1 anno e 2 anni;

che ben 5216 (8,52%) hanno un’età maggiore dei 60 anni, di cui quasi mille oltre i 70;

che larga parte della popolazione carceraria presenta particolari patologie croniche che intaccano il sistema immunitario;

che le allarmanti notizie circa l’aggressività del coronavirus, insieme alla deficitaria risposta sanitaria penitenziaria, destano forte preoccupazione in ordine al rischio che il virus in questione possa trovare condizione ideale per propagarsi rapidamente all’interno delle carceri proprio in ragione della condizione di sovraffollamento e di stretto contatto tra i detenuti e, attraverso il personale di polizia penitenziaria ed esterno, anche al di fuori delle strutture stesse;

che un eventuale diffusione del virus all’interno delle carceri, oltre a mettere a rischio la vita di un numero così elevato di persone, renderebbe impossibile la sua gestione all’interno delle strutture penitenziarie stesse, riversandosi, inevitabilmente e drammaticamente, all’esterno, sul sistema complessivo sanitario e di sicurezza che già sta fronteggiando il virus in condizioni prossime alla impossibilità di assistere utilmente tutti i malati;

che le decisioni adottate prima dell’improvvisa esplosione dell’emergenza sanitaria dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di interrompere i colloqui con i familiari dei detenuti appare del tutto inadeguata a fronteggiare la minaccia sanitaria in questione;

che pur nella necessità di dover affrontare con strategie di medio e lungo periodo l’emergenza tutta italiana -ed unica in ambito europeo- del sovraffollamento carcerario anche attraverso una immediata discussione parlamentare per la adozione di un provvedimento di amnistia ed indulto volto a soccorrere un sistema giudiziario ormai al collasso, si impongono decisioni che abbiano l’immediato effetto di prevenire e di rendere umanamente gestibile l’emergenza sanitaria anche nelle carceri;

CHIEDIAMO l’immediata adozione di un decreto legge che preveda:

1) La prosecuzione della espiazione della pena in detenzione domiciliare per soggetti con pena residua non superiore a 24 mesi, nonché per detenuti di età superiore ai 70 anni, previa indicazione di domicilio idoneo;

2) L’aumento del tetto di pena, residua e non, per la concessione di misure alternative alla detenzione;

3) L’immediato potenziamento degli organici dei Tribunali di Sorveglianza mediante adozione di provvedimenti di distacco temporaneo dei magistrati attualmente sollevati da impegni di udienza.

4) L’immediata applicazione presso i Tribunali di Sorveglianza di magistrati e personale in grado di accelerare le valutazioni sulla concessione o meno di misure alternative alla detenzione in atto pendenti;

5) L’attribuzione al giudice competente di un breve termine per rivalutare d’ufficio lo stato delle esigenze cautelari dei detenuti in attesa di giudizio, in funzione della verifica della sufficienza degli arresti domiciliari.

In considerazione della assoluta necessità ed urgenza di attuare un ragionevole bilanciamento tra le esigenze di sicurezza pubblica con la tutela del diritto costituzionalmente protetto alla salute, nonché di prevenire ulteriori aggravamenti della situazione sanitaria nazionale.

«Situazione pericolosa,  ora svuotare le carceri»:  ma Bonafede non cede. Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Giovanni Bianconi. Le rivolte sedate nelle carceri italiani, dopo la sospensione delle visite ai detenuti per contenere i rischi di contagio da coronavirus, hanno fatto rientrare l’emergenza di sommosse e devastazione, ma non il sovraffollamento. Né il pericolo che – qualora malauguratamente l’infezione dovesse entrare in qualche penitenziario, dove l’isolamento e le distanze di sicurezza tra detenuti sono semplicemente un’utopia – la situazione potrebbe degenerare in forme anche peggiori di quelle viste nei giorni scorsi. C’è una bomba a orologeria da disinnescare prima che esploda, insomma, come è stato detto al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede da pressoché tutti gli interventi a commento della sua informativa in Parlamento. Gli stessi partiti che sostengono il governo, esclusi i Cinque stelle, hanno chiesto interventi immediati per non farsi trovare impreparati. Ma dal Guardasigilli non è arrivato alcun segnale ( a parte l’assunzione di 1.100 nuovi agenti penitenziari firmata venerdì). Nemmeno la scintilla di una nuova sommossa notturna nel carcere di Catania, che ha provocato danni alle strutture ma non alle persone, ha riacceso l’attenzione. Dal ministero non si vuole dare l’impressione di un cedimento di fronte alle violenze e alle proteste dei detenuti sfociate nell’illegalità. Tuttavia i problemi da affrontare restano. E per adesso se ne stanno facendo carico i magistrati di sorveglianza che, consapevoli tanto dell’emergenza che dei rischi futuri, hanno cominciato a prendere di loro iniziativa provvedimenti di decongestione del sovraffollamento. Per esempio concedendo le licenze necessarie a non far rientrare in carcere, di sera, i detenuti semiliberi che escono al mattino; intanto per due settimane, poi si vedrà. E’ successo nel Lazio, in Toscana e altrove, ma si tratta di iniziative spontanee dei giudici, assunte a normativa vigente; ancora una volta la magistratura è chiamata a risolvere i problemi che la politica non vuole o non sembra in grado di affrontare. Tanto che il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, chiamato dal ministro a far parte della task force annunciata per fronteggiare l’urgenza, commenta: «Le licenze e l’estensione della detenzione domiciliare da parte dei tribunali di sorveglianza sono un segnale positivo, ma mi auguro che ne arrivino pure sul piano legislativo». Il Garante si è riservato di avanzare al governo una serie di proposte da attuare immediatamente per sfoltire le presenze nei penitenziari (dove ci sono oltre 11.000 detenuti in più rispetto alla capienza, ma le proteste dell’ultima settimana hanno reso inagibili circa 2.000 posti, quindi il sovraffollamento supera attualmente quota 13.000) , mentre l’associazione Antigone l’ha già fatto. Tra gli interventi suggeriti c’è l’applicazione ai semiliberi della detenzione domiciliare, così come a coloro che si trovano a piede libero e per i quali dovesse intervenire, di qui in avanti, un provvedimento di esecuzione della pena divenuta definitiva. Gli avvocati dell’Unione camere penali hanno proposto al governo di intervenire con un decreto legge che conceda la possibilità di trascorrere a casa il residuo pena per coloro ai quali sono rimasti da scontare meno di due anni. Ma se si decidesse di applicare la misura anche solo a chi è rimasto un anno, si libererebbero circa 8.000 posti nelle celle. «La situazione è molto delicata; a fronte del sovraffollamento e di una elevata promiscuità c’è una ragionevole preoccupazione per il rischio di un’emergenza sanitaria dalle prospettive difficilmente immaginabili», spiega Marco Patarnello, magistrato di sorveglianza a Roma. Secondo il quale è necessario intervenire a prescindere dalle proteste dei giorni scorsi: «Con gli autori delle rivolte è doveroso avere un polso molto fermo, ma è giusto ricordare si è trattato di una piccola parte della popolazione carceraria, la quale complessivamente ha reagito molto bene. Ora che tutto è rientrato, è il momento di fare subito qualcosa di tangibile, senza delegare come sempre alla magistratura la responsabilità di un intervento in assenza di strumenti adeguati. Non si tratta di cedere ai ricatti dei rivoltosi, ma al contrario di assumersi le dovute responsabilità rispetto ad una popolazione di detenuti che mantiene i nervi saldi». Per il magistrato si può partire proprio dalla posizione degli avvocati: «Trovo del tutto ragionevole la proposta avanzata dalle Camere Penali, quanto meno rispetto ad un intervento legislativo di urgenza finalizzato a favorire la prosecuzione della pena in detenzione domiciliare per tutti coloro che devono ancora scontare meno di due anni, ferma restando una valutazione da parte del magistrato di sorveglianza. E poi, superata l’emergenza, è matura una riflessione razionale sulla pena e la sua esecuzione».

Fofò Bonafede, ministro daltonico con un chiodo fisso: più manette per tutti. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 13 Marzo 2020. Antropologicamente, parla quell’italiana di chi non l’ha mai appreso come madrelingua, ma soltanto attraverso i corsi che usano come materiale didattico verbali, sentenze, ricorsi, sub iudice e crede realmente che esista una categoria del pubblico impiego denominata anche dalla Treccani come quella degli Addetti ai Lavori. Si riferisce sempre, senza l’ombra di un ammiccamento di distanza ironica, agli Addetti ai Lavori. Questo sprout antropologico deriva in Italia da alcune nicchie del Neolitico, epoca eroica in cui gli umani smisero con riluttanza di usare clave e saccheggi per esaminare la possibilità di creare un orto, allevare due capre e creare utensili. Non è questione di destra o sinistra: questa conformazione – peraltro vincente della sopravvivenza umana – si è imposta geneticamente attraverso l’uso del Pugno Di Ferro ed espressioni succedanee fra cui i famosi Addetti Ai Lavori cui il ministro fa riferimento totemico ma come se parlasse di creature reali. Alfonso Bonafede è daltonico. Non nel senso di chi non vede i colori, ma di chi non vede la differenza fra colpa e dolo. Gli adulti non gli permisero mai di difendersi dicendo “Non l’ho fatto apposta”. L’hai fatto sempre apposta – gli rispondevano gli adulti umiliandolo: sei colpevole specialmente quando non lo sai. Come il Franti del libro Cuore commentato da Umberto Eco, che colpa può avere? Certo, almeno, Franti sorrideva imbarazzato. Una debolezza cui lui non ha mai ceduto. È convinto – diversamente da Rousseau di cui usa solo la piattaforma – che ogni essere umano sia un criminale nato da trattenere in appositi arredi urbani distinti almeno idealmente tra Domiciliari e Carcerari. Pensa – e con sfrenato coraggio afferma facendosi you-tubare da Vespa in uniforme d’ordinanza con grisaglia cravattone celestone, pochette senza pizzi e sguardo sbirro (e che vale la pena ricordare, stampare, incorniciare e appendere) che: “Quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo, diventa un reato colposo”. La cosa di lui più ammirevole è che non ha mai capito perché questa sua frase abbia provocato un putiferio e perché ogni persona dotata di buon senso e di leggere infarinatura giuridica, ne abbia chiesto le immediate e irrevocabili dimissioni. Lui, Bonafede di nome e di fatto, c’è rimasto male. Noi pensiamo che il suo candore meriti protezione come ogni biodiversità. E che, d’altra parte, come ogni evento non positivo – tipo ponte Morandi e Coronavirus – debba essere considerato anche come una opportunità. Con le carceri ha saputo mostrare sia la dura madre – che è una frattaglia del sistema nervoso centrale – che il pugno duro, che è una frattaglia politica. Ed è un vero peccato che non sappia esprimersi in modo adeguato per spiegare ogni azione e decisione. Ma semmai un giorno tale evento accadesse, tutti ci sentiremmo arricchiti così come accadde quando la stele di Rosetta ci permise di decifrare senza scampo tutte le cazzate che dicevano gli antichi egizi. Egli è refrattario alla penetrazione di ogni genere di sentimento, come caratteristico della sua linea evolutiva. E dunque gli è completamente rimbalzata ogni implicazione umana, umanitaria, civile, psicologica, cristiana o di altra dottrina che includa sia pure in via ipotetica la capacità di sapersi mettere con i piedi nelle scarpe altrui, infilare sia pure in tono minore un “ma”, un qualsiasi segno di multilateralità di quella che da anni la psichiatria chiama Intelligenza Emotiva. Bonafede viene dalla linea dei migliori surviver del Pliocene quando infatti non esisteva l’umanità. In un ambiente copiato dai film di Harry Potter in cui lo si distingue dalle altre enciclopedie allineate e dalle enormi porte azteche scolpite dagli schiavi Atlacatl come prede di Carlo V dalle Americhe, egli ha letto un frammento della Scrittura delle Procure e Delle Polizie in cui, con pochissimi inciampi fonetici e senza mai dar luogo al fenomeno detto dell’espressione, ha pronunciato un intero salmo della Restauratio Ordinis: il “Covid Carcerorum” retto, anzi appeso, ad un unico “Innanzitutto”. È un testo che risente di arcaismi perduti dai tempi di un altro siciliano di ferro, Mario Scelba ministro dell’Interno e della Celere in Guerra Fredda e Antisindacale, e tuttavia uomo di rara apertura umana. Bonafede officiò il tema della sciagurata sanguinosa disperata e sgraziata ribellione spartachista dei prigionieri dei più feroci istituti di pena d’Europa sanzionati in sede giuridica internazionale come luoghi di tortura e di inflizione, dicendo: «Innanzitutto, i cittadini sappiano che se molti di questi disordini sono rientrati, è stato grazie alla professionalità, all’abnegazione e al paziente lavoro delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria, ai quali si sono uniti gli importanti rinforzi delle forze dell’ordine. Nonché grazie a tutto il personale dell’amministrazione penitenziari, a partire dai direttori delle carceri e dai provveditori. Si tratta di autentici servitori dello Stato a cui deve andare il plauso di tutti i cittadini». Ognuno vede, tranne il ministro, l’innocua perentorietà del pistolotto: quanto ai servitori dello Stato, i cittadini non hanno certo bisogno della sua certificazione per capire che si tratta di eccellenti e sventurati servitori dello Stato, condannati anche loro a vivere e fronteggiare una situazione infetta, rischiosa, incerta, mal remunerata e comunque estranea al principio secondo cui i detenuti non dovrebbero scontare una pena ma percorrere un cammino, eccetera eccetera. A lui, il ministro, sarebbe toccato dire altro ai cittadini che lo hanno in qualche misterioso modo spinto sullo scranno del ministero: avrebbe dovuto spiegare perché – essendo la situazione sanitaria e della paura connessa all’infezione, molto prevedibile – non avesse emanato per tempo le direttive necessarie a far fronte alla prevedibile tragedia. Ma naturalmente non lo potrà spiegare mai perché non ha saputo far altro che sbalordirsi, affidandosi a Santa Rosalia e poi con un idrante innaffiare con parole banali, retoriche, insignificanti e caporalesche gli agenti, i dirigenti e tutti colto che hanno fronteggiato una situazione marcia. Una situazione che comunque avrebbe richiesto una materia prima come l’intelligenza immaginativa. L’arte di calcolare per tempo le conseguenze dalle premesse, di capire che tra i fattori dell’ingegneria di governo ci sono anche fattori al ministro ignoti, come la fragilità, la rabbia cieca, l’ira, la frustrazione e la pena infinita dell’istituto delle pene.

Coronavirus, rivolte in carcere: “Non abbiamo armi per fermarle”. Le Iene News il 13 marzo 2020.  Le rivolte di questi giorni nelle carceri italiane non sarebbero causate solo dal sovraffollamento. Un agente della polizia penitenziaria ci racconta che mancano le misure per fronteggiare i detenuti. “Non abbiamo i mezzi per fronteggiare le rivolte nelle carceri” ci racconta un agente della polizia penitenziaria che preferisce rimanere anonimo perché altrimenti, ci dice, “potrei avere serie ripercussioni”. L’agente ci ha contattati dopo le rivolte di questi giorni durante le quali 14 detenuti hanno perso la vita e oltre 70 sono riusciti a fuggire, di cui 4 sarebbero ancora ricercati. “Non abbiamo lacrimogeni, non abbiamo fucili a pompa per sparare proiettili di gomma, non abbiamo i teaser. Abbiamo solo delle pistole che possono uccidere un uomo a 350 metri di distanza. Ma a cosa ci servono durante una rivolta?”. Sembra quindi che i disordini di questi giorni siano l’inevitabile conseguenza di una prevenzione inadeguata, alla quale l'agente aggiunge anche un'accusa alla mancanza di buon senso. “Hanno cambiato dei mobili, tavoli e sgabelli, ma i detenuti spezzano le gambe di questi e li usano come mazze. Non si potevano scegliere i mobili facendo attenzione a questa eventualità?” Forse ascoltare e soddisfare le esigenze della polizia penitenziaria avrebbe potuto evitare evasioni e morti. Su questo argomento l'agente carcerario ci fa notare un dettaglio a cui nessuno ha ancora prestato attenzione. “Foggia, Rieti, Modena, Bologna, Milano, tutti i problemi si sono verificati all’interno delle Case Circondariali”.  In effetti si parla sempre di carcere, ma è un termine molto generico che comprende anche le case circondariali. Si tratta di istituti dove vengono recluse le persone in attesa di giudizio, quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni e quelle con un residuo di pena inferiore ai 5 anni. La prima considerazione riguarda il sovraffollamento di queste strutture. Paradossale se pensiamo che molti di questi detenuti, come ci ha spiegato Rita Bernardini in questa intervista, potrebbero usufruire degli arresti domiciliari. La seconda considerazione che fa l'agente riguarda la tipologia di detenuti presenti nelle case circondariali. “Molti di loro sono in attesa di capire che ne sarà del loro futuro e non accettano il carcere. Non hanno ancora rinunciato alla libertà”. Parole che trovano riscontro anche nella storia dell’evaso più celebre della casa circondariale di Foggia, Cristoforo Aghilar, 36 anni, in carcere da solo 5 mesi per aver ucciso a coltellate la madre della sua ex. “Inoltre, le case circondariali sono piene di tossicodipendenti. Sono i detenuti più difficili da gestire. Durante le visite con i familiari molti ricevono delle dosi che consumano o spacciano. Un detenuto che mostra segni di squilibrio dovuti a sostanze stupefacenti o che spaccia destabilizza tutti gli altri. Purtroppo, tra le cose che mancano alla polizia penitenziaria c’è anche l’adeguato supporto delle unità cinofile antidroga”. L’ipotesi che uno dei motivi delle rivolte sia l’astinenza da sostanze stupefacenti è stata avanzata da molti in questi giorni. Come spieghiamo nel video qui sopra, la sospensione delle visite familiari potrebbe aver interrotto il passaggio di droga dentro il carcere provocando in alcuni soggetti delle crisi di astinenza. Durante le rivolte sono state assaltate le farmacie del carcere e sembra che la morte dei 14 detenuti di Rieti, Modena e Bologna sia avvenuta proprio in seguito all’overdose da metadone trovato lì dentro. La situazione secondo lui “è critica”, ma “fuori sembra non interessare a nessuno cosa succede nelle carceri. Persino Barbara D’Urso in tv ha dichiarato di essere vicina ai detenuti, ma non ha speso una parola per chi ogni giorno lavora dentro le carceri per garantire che tutto vada bene”. La D’Urso in realtà si è scusata pubblicamente per aver dimostrato vicinanza ai detenuti dimenticando la polizia penitenziaria. Durante le scuse però erroneamente si è rivolta a loro con il termine “guardie carcerarie”. Epiteto che le è costato la ramanzina di Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe). Capece era in collegamento con lei per commentare le rivolte nelle carceri di questi giorni e dare voce agli agenti della polizia penitenziaria, che lui definisce “eroi silenziosi”.

Non giudicate chi è in carcere, sono nostri fratelli pieni di dolore. Eraldo Affinati de Il Riformista il 13 Marzo 2020. «Lasciali marcire in gattabuia, professore, dopodiché nascondi la chiave, quelli sono criminali e se lo meritano». Questo, inutile negarlo, è il comune sentire: quante volte me lo ricordavano i miei adolescenti dell’istituto professionale nella borgata romana dove ho insegnato per tanti anni quando il discorso cadeva su Cesare Beccaria e io spiegavo i suoi storici concetti sulla necessità della rieducazione a cui dovrebbe tendere la pena! Se il condannato si trasforma in un selvaggio, abbiamo perso tutti insieme a lui, dicevo: parole al vento. Anche perché quando i ragazzi tornavano a casa, i genitori facevano presto a smontare tutti i miei buoni propositi riproponendo ai loro figli la vecchia legge del taglione aggiornata secondo il canone reso immortale dal grande Giuseppe Gioachino Belli: «Si quarchiduno te viè a dà un cazzotto, / Lì callo callo tu dajene dua». Sono stato in molte carceri a tenere conferenze e parlare coi detenuti. Le recenti rivolte nei penitenziari intasati della penisola, coi disordini e le evasioni conseguenti, mi hanno fatto tornare alla mente i tanti incontri avuti. Gente abituata a vivere gomito a gomito, nella tensione quotidiana del pensiero che torna sempre sugli stessi luoghi del triste passato, a cui viene comunicata l’emergenza dettata dal virus, coi rischi connessi. Da un giorno all’altro sono interrotte le attività consuete, i volontari non possono più entrare nell’istituto, le visite dei parenti subiscono uno stop improvviso. In tali condizioni quella che noi chiamiamo psicosi può diventare qualcosa di molto più inquietante: ciò che è accaduto nelle infermerie prese d’assalto dai rivoltosi, pronti a suicidarsi col metadone, lo dimostra appieno. Com’erano vissute quelle persone fino a poco tempo prima? Devastate dalle crisi d’astinenza, rese rabbiose dalla promiscuità coatta, costrette a una drammatica deriva dell’esistenza. Ogni volta che mi è capitato di gettare uno sguardo dietro le sbarre, ho avuto l’impressione di un’apocalisse umana, come se gli individui della nostra specie, posti in cattività, rivelassero aspetti che di norma tengono celati: voragini nelle quali tutti noi, in determinati frangenti, potremmo sprofondare. Cvetan Todorov lo diceva a proposito dei lager. Primo Levi ebbe il coraggio etico di collocare se stesso all’interno della zona grigia. Basta poco a volte per scivolare da una parte all’altra dello steccato: una distrazione imprevedibile, una combinazione sfortunata. La mia memoria pulsa soprattutto nel ricordo di Ravìl, un condannato a morte russo che vidi tanti anni fa nella colonia penale del Lago Bianco, non distante dal Circolo Polare Artico, il quale, non sopportando la sospensione indeterminata in cui si trovava, chiese con piglio dostoevskiano di essere fucilato: prima di entrare in cella, pretesi dai gendarmi che gli togliessero le manette e lui mi ringraziò con uno sguardo lancinante, in cui c’erano dentro, mescolate l’una all’altra, ferocia e tenerezza. Ma, senza andare troppo lontano, è difficile dimenticare nel carcere di Rebibbia il giovane uomo che venne a due centimetri sotto il mio naso per dirmi come aveva ucciso la sua fidanzata, in un capannone sul litorale. O l’altro ex medico, anche lui uxoricida, il quale era passato in poche ore dalla condizione ordinaria di un professionista stimatissimo anche all’estero a quella di reietto inviso a tutti. Nei centri circondariali dove sono stato ho percepito la forza e la fragilità, il peso tormentoso della colpa e l’ultima speranza che, come la proverbiale fiammella, non vuole spegnersi. Nessuno di quelli che ho conosciuto negava la necessità della pena da scontare. Anzi, parevano essere tutti dolorosamente consapevoli delle ragioni che li avevano condotti fin lì, arcigni e severi con se stessi fino all’inverosimile. Erano animali umani che si rigiravano nella melma: dannati danteschi e galeotti di Van Gogh. Ma allora perché sentivo crescere in me, lo confesso, un sentimento di incredibile fraternità nei loro confronti? Come se quegli esseri umani fossero in grado di parlarmi con una frontalità e una verità altrove impossibili da trovare. Gli ergastolani dell’istituto di massima sicurezza di Arghillà, a Reggio Calabria, in grande maggioranza legati a cosche mafiose, mi regalarono un giocattolo di carta colorata con i nomi e cognomi scritti sul retro. Ricordo le ragazze della Giudecca, a Venezia, albanesi e rumene, che presentarono di fronte a un numeroso pubblico uno dei miei libri; i giornalisti prigionieri che a Padova, grazie alla guida lungimirante e preziosa di Ornella Favero, continuano a mandare avanti una rivista unica nel suo genere, dal nome che dice tutto: “Ristretti orizzonti”; i minorenni del Beccaria a Milano e quelli del Ferrante Aporti di Torino, feriti e canaglieschi, spacciatori e tossicodipendenti, ladri e rapinatori, pronti a farmi l’occhiolino prima che uscissi, quasi avessero trovato in me, visitatore occasionale, il compagno adulto che cercavano e di cui avevano bisogno. Ci sarebbe tutto un lavoro da fare con questa umanità estrema, derelitta, assetata di rapporti e contatti, non solo i detenuti, anche le guardie che spesso ne dividono le sorti: non bastano i giudici e gli avvocati. Chi, fra certi miei colleghi docenti, ha avuto la possibilità di portare le classi a dialogare coi reclusi, ha visto gli studenti trasformati, quasi avessero messo la mano sul fuoco e se la fossero scottata davvero. A volte vale più un’esperienza come questa che dieci belle lezioni dalla cattedra.

«Foggia, gli evasi avevano paura e c’erano anche i cancelli aperti». Damiano Aliprandi il 17 Marzo 2020 su Il Dubbio. La denuncia di un comitato di familiari detenuti nel carcere pugliese. Il video l’hanno visto tutti. I cancelli sono aperti, fuori solo due pattuglie della polizia e un centinaio di detenuti evadono con apparente tranquillità. Solo alcuni scappano per raggiungere delle auto nel parcheggio con la speranza di rubarle e fuggire. Parliamo della più grande evasione di massa mai avvenuta in Italia e il protagonista è il carcere di Foggia, teatro della forte rivolta avvenuta il 9 marzo scorso. A segnalare l’evento anomalo sono proprio un folto gruppo di familiari dei detenuti del carcere pugliese che hanno anche formato un comitato. Hanno prodotto un video, che Il Dubbio ha potuto visionare, nel quale si vede come il giorno prima della rivolta, i detenuti avevano iniziato una protesta pacifica con la cosiddetta battitura. «Possibile che visto gli avvenimenti dei quei giorni in tv e visto l’inizio di una protesta, nessuno sia riuscito a prendere provvedimenti prima?», si chiede il comitato. Ma non solo. Dopo la rivolta i familiari vivono in una black out totale. Al comitato arrivano testimonianze di parenti i cui figli e mariti hanno chiamato lamentandosi di avere ancora addosso la roba di una settimana fa. «Il carcere di Foggia non vuole darci nulla e noi familiari non possiamo spedirli», denuncia la portavoce del comitato. Alla richiesta di avere indietro la roba, secondo quanto testimoniano i familiari, è che avrebbe provveduto il carcere a spedirla. «Ma è passata una settimana, i nostri cari sono stati trasferiti lontano e non hanno ancora indumenti», denuncia il comitato dei familiari dei detenuti di Foggia. «Di alcuni di loro non si hanno ancora notizie, non ci danno notizie, qualcuno ha preparato e spedito pacchi con la roba ma a quanto pare per l’emergenza coronavirus il pacco è fermo e non può essere consegnato», testimoniano ancora i familiari. Sono preoccupati, non hanno notizie. «Noi non possiamo stare zitti – tuonano i componenti del comitato -, vogliamo dei chiarimenti. Non giustifichiamo l’accaduto, hanno sbagliato ma hanno reagito per paura perché quel carcere è da anni che versa in condizioni critiche». Denunciano che la polizia penitenziaria di Foggia, il giorno della rivolta, non indossava mascherine perché il carcere non le avrebbe fornite. Poi il comitato sottolinea un evento che potrebbe far capire il motivo scatenante della rivolta. «Molti nostri compagni lamentavano di detenuti con febbre. È normale aver paura – spiegano i familiari -, noi vogliamo chiarimenti». Una paura che però coinvolge – in generale – anche gli agenti penitenziari, i quali lamentano di non essere protetti. D’altronde numerosi sono i comunicati di varie sigle sindacali che chiedono provvedimenti, protezione e gestione efficace delle emergenze. Ma ritorniamo ai detenuti che sono riusciti ad evadere, poi riacciuffati. La compagna di uno di loro racconta a Il Dubbio. che soffre di asma e l’assistenza sanitaria del carcere foggiano non riuscirebbe ad assisterlo come dovuto. «Io sono consapevole che nel passato ha sbagliato. Però non si sarebbe mai comportato così. Io sono certa che lui era evaso per paura dell’epidemia: mi disse che se con un semplice attacco d’asma non lo curano, figuriamoci con il coronavirus . Non avrebbe mai fatto una cosa del genere – racconta accoratamente a Il Dubbio- . Non si sarebbe mai finito di rovinare con le sue stesse mani, se non avesse avuto così tanta paura». 

Carceri, quei 13 morti durante le rivolte: uno  stava per tornare libero. Pubblicato mercoledì, 18 marzo 2020 su Corriere.it da Luigi Ferrarella. Un nome, ce l’avevano pure loro. E anche una storia, benché 13 siano ancora negletti ormai a 10 giorni dalla loro morte nelle sommosse di «6.000 detenuti» in carceri sovraffollate, avvenuta per cause «per lo più riconducibili» (così si è espresso il ministro della Giustizia in Parlamento) «all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie». Non erano solo stranieri, a Rieti è morto il 35enne Marco Boattini, ad Ascoli il 40enne Salvatore Cuono Piscitelli. Non erano tutti condannati, almeno 3 erano in attesa di giudizio. Slim Agrebi, 40 anni, che in una rissa a base alcolica il Capodanno 2003 aveva ucciso un connazionale, nel 2017 aveva iniziato a lavorare all’esterno e il titolare lo ricorda «correttissimo, aveva le chiavi dell’azienda». Un connazionale sarebbe tornato libero fra 2 settimane, fine pena di 2 anni, mentre il moldavo Artur Iuzu aveva il processo l’indomani. Di altri, solo i nomi: Hafedh Chouchane, 36enne tunisino come il 40enne Lofti Ben Masmia e il 52enne Ali Bakili, morti a Modena come il 37enne marocchino Erial Ahmadi. A Rieti il 41enne croato Ante Culic e il 28enne ecuadoregno Carlo Samir Perez Alvarez. A Bologna il 29enne tunisino Haitem Kedri, a Verona il connazionale 36enne Ghazi Hadidi, ad Alessandria il 34enne marocchino Abdellah Rouan. Quando 10.000 detenuti nel 2018 scelsero la non violenza dello sciopero della fame per chiedere allo Stato di cessare di essere fuorilegge in cella, nessuno (tranne Papa Francesco) se li filò. Ora, dopo morti, evasi, e feriti tra gli agenti, quel sovraffollamento, che per il capo del Dap era «un falso problema», diventa — coi primi 10 contagi tra 61.100 detenuti in una capienza effettiva per 47.200 — motivo per Bonafede di una mini-deroga nei presupposti della detenzione domiciliare a chi (al massimo 3.785) abbia da scontare ancora fino a 6 mesi se non ha partecipato a rivolte, e fino a 1 anno (altri 5.000 al massimo) con il braccialetto elettronico. Che però nei tribunali scarseggia, posto che, dopo la telenovela dei soli 2.000 di Telecom, dal 2018 il contratto per 12.000 con Fastweb non è mai partito per l’incapacità del ministero dell’Interno di gestire il collaudo.

Strage nelle carceri, Renzi rompe il silenzio dopo la più grande carneficina di sempre. Piero Sansonetti de Il Riformista il 14 Marzo 2020. Una vocina, dal mondo politico, si è levata finalmente. Dico una vocina che parli della questione carceri e della strage di sabato e domenica scorsi. Finora silenzio, silenzio. Ieri – inaspettata – si è sentita la voce di Renzi. Vi giuro che non sono renziano, vengo dal vecchio Pci e chi viene dal vecchio Pci è vaccinato contro il renzismo. Però uno poi prende anche atto dei fatti: a quasi una settimana dalla morte di tredici persone durante una protesta nelle carceri italiane, il mondo politico ancora non ha trovato nulla da dire. Il Pd tace, pensa che il silenzio sia oro in questi casi. Pensa che sia il modo migliore per non perdere voti. Anche da destra non si ode un fiato, o si sentono solo le sagge e isolatissime proteste di qualche parlamentare. La destra liberale resta prudente; feroce, invece, la destra forcaiola, che grida contro i delinquenti e basta. E allora, se c’è un leader che osa finalmente sfidare il senso comune e l’assemblea delle tricoteuse, e rilascia una dichiarazione nella quale si mette dalla parte dei prigionieri (dei prigionieri, ho scritto: non dei rivoltosi), beh, come si fa a non battere le mani? Trascrivo integralmente la dichiarazione di Renzi: “Abbiamo smesso di fare polemiche, giusto. Ma non possiamo smettere di fare politica e di seguire la Costituzione. Può sembrare una questione di lana caprina, ma è una questione di civiltà politica e giuridica. Ed anche per questo dico a tutte e tutti di guardare con grande attenzione a ciò che sta accadendo nelle carceri. La civiltà di un Paese si misura dalla qualità del proprio sistema carcerario. Ci sono stati tredici morti in carcere in una settimana: chiedere che si dimetta il direttore dell’amministrazione penitenziaria è il minimo sindacale. Oggi i media parlano di altro, comprensibilmente, ma questa è una battaglia che noi non molleremo. Mai”. Se è vero, cioè se è vero che finalmente un partito, anche se un piccolo partito, si mette a disposizione della battaglia per i diritti dei prigionieri, e decide di non lasciare sole le piccole truppe radicali (le uniche, da anni, pannellianamente schierate sul campo) è comunque una gran buona notizia. Tredici morti durante una rivolta in carcere in Italia non c’erano mai stati. Sappiamo pochissime cose di loro. Il ministero non sembra affatto interessato alla questione. Non sa, il ministro, che non era mai successo. Quasi mezzo secolo fa, nel maggio del 1974, ci fu la rivolta nel carcere di Alessandria stroncata nel sangue dagli uomini del generale Dalla Chiesa. Ci furono sei morti. Cinque prigionieri e un assistente sociale. Una carneficina. Per giorni e giorni i giornali non parlarono d’altro. La lotta armata era agli albori, era in corso il sequestro Sossi, cioè la prima azione clamorosa delle Brigate Rosse (Sossi era un magistrato, fu tenuto sequestrato per tre settimane e poi liberato in cambio della promessa della liberazione di alcuni detenuti comuni che si erano dichiarati politici). Iniziavano gli anni di piombo. Il grado di violenza, anche letale, che permeava la società italiana, era infinitamente più alto di oggi. Anche i morti si contavano a centinaia ogni mese, quasi dieci volte più di adesso. La vita umana contava meno, per il senso comune, molto meno. Nella lotta politica l’omicidio era un’opzione che molti praticavano, non solo nei gruppi terroristici. Eppure quei sei morti fecero molto rumore. A quasi sette giorni dall’inizio della protesta sappiamo veramente molto poco. Al momento il garante delle carceri conosce i nomi solo di dieci vittime. Sa che sette di loro erano stranieri (quindi valevano meno?). Sa che il più giovane aveva 29 anni e il più vecchio 42. Sa che la metà di loro erano in attesa di primo giudizio, cioè, a norma di legge, completamente innocenti, erano degli innocenti affidati alle cure e al controllo dello Stato, resteranno comunque innocenti perché il processo non si svolgerà mai, e saranno a tutti gli effetti degli innocenti lasciati morire dallo Stato che li aveva presi in custodia. Sappiamo anche che una delle persone morte sarebbe dovuta uscire dal carcere tra due settimane. Sappiamo che alcune delle vittime sono morte durante il trasferimento ad altre carceri. Sappiamo che negli ultimi giorni sono stati trasferiti oltre 6000 detenuti. Sappiamo che nonostante le molto meritevoli iniziative di alcuni dirigenti delle carceri e magistrati di sorveglianza, il sovraffollamento delle nostre prigioni è a livelli inammissibili. Sappiamo di avere rivolto, insieme alle Camere penali, un appello al governo perché vari un provvedimento urgente che in pochi giorni potrebbe permettere l’uscita dalle prigioni di circa 20 mila detenuti con grado di pericolosità uguale a zero. E poi sappiamo del silenzio della politica. Barricata in casa. Terrorizzata. Renzi ha rotto questo silenzio. Qualcuno lo seguirà? 

Coronavirus in carcere: il fallimento dello Stato. Nello Trocchia il 16/03/2020 su Notizie.it. Le rivolte, in vari carceri d'Italia, per il coronavirus hanno in realtà cause più profonde e dimostrano alcune falle dello Stato italiano. Quello che è successo nelle carceri italiane, con sommosse, devastazioni, 14 morti tra i detenuti, è gravissimo per due ragioni. La prima è la credibilità dello Stato minata dalla fuga di pericolosi criminali, dal controllo temporaneo di alcuni istituti di pena e sequestro di alcuni operatori e dai danni enormi che ammontano a 30 milioni di euro. La seconda ragione è molto più semplice: tutto era prevedibile. In Italia nelle carceri ci sono 60 mila detenuti, oltre 10 mila in più rispetto alla capienza prevista. Con questi numeri la diffusione del contagio da coronavirus rappresenta anche per i detenuti e per gli operatori un pericolo gravissimo, aggravato dalla sospensione dei permessi e dei colloqui da parte dell’amministrazione. Una preoccupazione reale visto che l’eventuale diffusione del virus è una sciagura per la difficile applicabilità delle misure precauzionali. “Come potranno isolarsi le decine di detenuti che fossero entrati in contatto con uno di loro positivo dentro le nostre carceri sovraffollate?” si è chiesto giustamente Stefano Anastasia, portavoce dei garanti e garante dei detenuti di Lazio e Umbria. A Sant’Anna, nel carcere di Modena, è partita una delle prime sommosse e la ragione è che uno dei detenuti era stato trovato positivo. Alla fine i detenuti hanno preso possesso della infermeria e sono morti 9 reclusi, per alcuni è già accertata l’overdose come causa.

Non solo coronavirus: le cause delle rivolte in carcere. Le rivolte ovviamente hanno anche cause diverse. In alcune è stata evidente una regia che mirava ad una prova di forza con lo Stato, in carceri dove la presenza di esponenti legati al crimine organizzato è alto. Nei giorni delle sommosse ho parlato con agenti della polizia penitenziaria, operatori, sindacalisti, guardato video e ascoltato i loro audio. Emerge un dato: gli operatori sono stati lasciati in balia di una violenza cieca. C’è un audio che arriva dal carcere di Foggia. È la voce rotta dal pianto di una guardia penitenziaria mentre i detenuti scappano e il carcere è fuori controllo: “Tutti fuori sono, tutti i reparti… sono tutti fuori, stanno sfasciando tutto, sono arrivati quasi all’ingresso”. E in un’altra si sente: “Mi ha chiamato mio marito dall’officina che l’hanno messo spalle al muro, hanno rubato tre, quattro macchine”. Da Foggia sono scappati una trentina di detenuti, tutti presi tranne 5, i più pericolosi. Tra questi Francesco Scirpoli, in carcere per l’assalto ad un blindato, vicino alla mafia garganica e un assassino. A Melfi sono stati sequestrati per alcune ore alcuni agenti con i detenuti che hanno occupato la prima e la seconda sezione dell’alta sicurezza. Il 10 marzo scorso il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva convocato le sigle sindacali che hanno declinato l’invito perché prima delle sommosse avevano richiesto l’intervento del Ministro “ma nessuna delle istanze ad Ella rivolte hanno trovato riscontro” hanno scritto in una nota. Alla fine delle rivolte, il governo sta predisponendo uno stanziamento per avviare lavori nelle carceri, almeno 30, devastate, e ha inviato 100 mila mascherine. Una parte della maggioranza, Italia Viva, chiede la rimozione di Francesco Basentini, capo dell’amministrazione penitenziaria. È tardi perché lo Stato ne esce a pezzi, non solo per i danni, non solo per il perenne e irrisolto sovraffollamento, ma anche perché le parole di un’altra guardia penitenziaria sono il racconto dell’accaduto: “Ragazzi, purtroppo la situazione è sfuggita di mano allo Stato. Ci hanno abbandonati, non stanno facendo nulla per risolvere la perenne emergenza. La pelle è la nostra e della pelle nostra non importa a nessuno”. 

Coronavirus, arriva lo svuota carceri: domiciliari per le pene lievi. Riccardo Castrichini il 17/03/2020 su Notizie.it. Le rivolte dei detenuti hanno dato i loro frutti, visto che ora per l’emergenza coronavirus è stato varato il nuovo decreto svuota carceri. Pene più corte e arresti domiciliari per i casi che lo concedono. La nuova detenzione ai tempi del Covid-19, misure che di sicuro faranno discutere, ma che forse non si potevano evitare dopo che in tutte le prigioni d’Italia era iniziata la ribellione. L’obiettivo del decreto firmato dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, è quello di diminuire la presenza dei detenuti nelle carceri per gestire meglio l’emergenza. Ecco dunque che per pene fino a 18 mesi, la condanna potrà essere scontata agli arresti domiciliari e, qualora la detenzione prevista fosse superiore a 6 mesi, sarà applicato il braccialetto elettronico al detenuto. Dallo svuota carceri sono esclusi i detenuti che hanno guidato le rivolte dei giorni scorsi, i delinquenti abituali e quelli responsabili di gravi reati.

Allontanarsi da casa sarà come evadere. Le disposizioni saranno valide fino al 30 giugno e prevedono anche uno snellimento nella concessione degli arresti domiciliari, andando ad eliminare alcuni passaggi attualmente necessari.

Sono ad esempio state previste maggiori esclusioni per i detenuti che hanno commesso violazioni disciplinari. L’allontanamento dal proprio domicilio sarà punito come l’evasione e dunque con ulteriori pene detentive da 1 a 3 anni. Questo naturalmente per evitare che ci possano essere delle violazioni.

Coronavirus, i contrari allo svuota carceri. Tra coloro che non ritengono giusto il provvedimento c’è Valter Mazzetti, segretario dell’Fsp Polizia di Stato, che si è così espresso: “Siamo totalmente contrari e anche un po’ basiti per la decisione, assunta fra i provvedimenti legati all’emergenza coronavirus, di concedere i domiciliari a chi ha pene da scontare fino a 18 mesi, e con ciò, si faccia ben attenzione, si intende anche chi ha ancora 18 mesi, avendo ricevuto pene più alte. È un indulto mascherato, e neppure troppo. Non servirà a nulla in tema di prevenzione perché a meno che facendo quattro conti non si sia arrivati alla conclusione di poter dimezzare con questa iniziativa la popolazione carceraria, allora il problema dell’affollamento rimarrà”. Mazzetti pone poi un quesito pratico: “Ci sono braccialetti elettronici sufficienti per tutti quelli che hanno ancora da scontare più di sei mesi? La gente deve capire bene che in Italia praticamente non si va in carcere per pene inferiori ai 18 mesi, a meno di recidive, e quindi uscirà chi certamente ha avuto condanne ben più pesanti”.

Coronavirus, ai domiciliari i detenuti con pene fino a 18 mesi. Redazione de Il Riformista il 16 Marzo 2020. Fino al prossimo 30 giugno potrà essere ottenuta la detenzione domiciliare dai detenuti che devono scontare una pena, o un residuo di pena, fino a 18 mesi, come già previsto dalla normativa vigente, ma con una procedura semplificata. E’ quanto chiarisce il ministero della Giustizia illustrando in una nota i contenuti del nuovo decreto legge relativo al mondo penitenziario. Se la pena è superiore ai 6 mesi verrà applicato un braccialetto elettronico o altri strumenti tecnici. I braccialetti elettronici, spiega il ministero, saranno resi disponibili secondo un programma di distribuzione adottato dal capo dell’amministrazione penitenziaria, d’intesa con il capo del dipartimento di pubblica sicurezza, tenuto conto della capienza dei singoli istituti, del numero dei detenuti ristretti, nonché delle concrete emergenze sanitarie rappresentate dalle autorità competenti.

GLI ESCLUSI – I reati particolarmente gravi, come ad esempio quelli richiamati dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, i maltrattamenti in famiglia o lo stalking, sono esclusi dalla norma che prevede l’accesso alla detenzione domiciliare per i detenuti che devono scontare una pena fino a 18 mesi. Esclusi anche i detenuti che hanno partecipato alle rivolte dei giorni scorsi in molte carceri italiane.

LO STANZIAMENTO – Venti milioni di euro per interventi urgenti di ristrutturazione all’interno delle carceri, fondi ulteriori per la polizia penitenziaria e semplificazione delle procedure per usufruire della detenzione domiciliare tramite l’utilizzo dei braccialetti elettronici. Nel decreto legge approvato dal cdm, disposizioni anche per il mondo penitenziario. Lo comunica in una nota il ministero della Giustizia. Il Governo ha stanziato 20 milioni di euro per ripristinare la funzionalità degli istituti penitenziari danneggiati negli scorsi giorni con interventi urgenti di ristrutturazione delle strutture e degli impianti. Nel decreto legge stanziamenti ulteriori, anche in deroga ai limiti vigenti, per gli straordinari dei dirigenti penitenziari, dei direttori degli Istituti penali per minorenni e dei poliziotti penitenziari, per gli oneri connessi all’impiego temporaneo fuori sede e per le spese di sanificazione e disinfezione degli ambienti usufruiti dal personale. 

Con il decreto potenzialmente i domiciliari solo per 3000 persone. Il Dubbio il 17 Marzo 2020. Niente libertà anticipata speciale, ma semplificazione della misura già esistente e licenza ai semiliberi fino al 30 giugno. Niente libertà anticipata speciale, ma semplificazione della misura già esistente e licenza ai semiliberi fino al 30 giugno. Sono queste le misure deflattive- inserite del decretone – per ridurre il sovraffollamento penitenziario in maniera tale da facilitare le misure sanitarie in caso di coronavirus in carcere. Si recupera così il modello già sperimentato con la legge 26 novembre 2010 n. 199, che già prevede la possibilità di eseguire ai domiciliari le pene detentive di durata non superiore a diciotto mesi. Parliamo della misura, che però – se utilizzata in maniera ottimale dai magistrati di sorveglianza – farebbe uscire dal carcere circa 3000 detenuti. In che maniera si semplificherebbe la procedura? Si è previsto che la direzione dell’istituto non debba trasmettere al magistrato di sorveglianza una relazione sulla condotta tenuta durante la detenzione ( come previsto dalla legge n. 199 del 2010), ma che debba solo indicare il luogo esterno di detenzione ( abitazione o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza), dopo aver previamente verificato la sua idoneità. L’eliminazione della relazione sul complessivo comportamento tenuto dal condannato durante la detenzione è dovuta alla necessità di semplificare gli incombenti, ma anche alla considerazione che gli unici elementi rilevanti ( che infatti debbono essere comunicati al magistrato di sorveglianza) sono quelli indicati come preclusivi dal comma 1, tra i quali vi sono anche aspetti rilevanti circa il comportamento tenuto in carcere: ossia l’essere sottoposti al regime di sorveglianza particolare o l’essere destinatari di un procedimento disciplinare per alcune violazioni specifiche, nonché l’aver preso parte ai tumulti e alle sommesse verificatesi negli istituti penitenziari. Poi c’è il caso in cui è il pubblico ministero – colui che ha emesso l’ordine di carcerazione non ancora eseguito – a dover trasmettere al magistrato di sorveglianza gli atti del fascicolo dell’esecuzione ( sentenza, ordine di esecuzione, decreto di sospensione), oltre che il verbale di accertamento dell’idoneità del domicilio. Il magistrato di sorveglianza, inoltre, ( come già previsto dalla legge) provvede con ordinanza adottata in camera di consiglio, senza la presenza delle parti ( articolo 69- bis della legge n. 354 del 1975), con riduzione del termine per decidere a cinque giorni. Quindi, la cancelleria dell’ufficio di sorveglianza, entro quarantotto ore, comunica l’ordinanza all’istituto, che provvede all’esecuzione, nonché all’ufficio locale di esecuzione penale esterna e alla questura competenti per territorio. Questa procedura a contraddittorio differito, in cui l’ordinanza è notificata al condannato o al difensore e comunicata al procuratore generale della Repubblica, i quali entro dieci giorni dalla comunicazione possono proporre reclamo al tribunale di sorveglianza, assicura decisioni più celeri. Rimane la preclusione per chi ha commesso reati ostativi. In compenso, alla luce dell’esperienza maturata nel corso dell’applicazione della legge 199 del 2010, sono stati esclusi quali elementi preclusivi per l’accesso alla detenzione domiciliare, il fatto che vi sia “la concreta possibilità che il condannato possa darsi alla fuga” ovvero il fatto che sussistano “specifiche e motivate ragioni per ritenere che il condannato possa commettere altri delitti”. La ragione di questa scelta è che si tratta di due presupposti che limita l’utilizzo dell’istituto e che in questa fase di urgenza sono di complesso accertamento. L’altra misura riguarda la durata delle licenze concesse al condannato ammesso al regime di semilibertà: può essere prorogata fino al 30 giugno 2020. Si consente che l’estensione temporale delle licenze godute possa eccedere l’ordinario ammontare di quarantacinque giorni già previsto. Sono misure che però rischiano di non riuscire ad alleggerire i penitenziari come prefissato. Si riuscirà a far fronte ad una eventuale emergenza?

Antigone: “tante segnalazioni di violenze dalle carceri”. Presentati esposti. Redazione de Il Riformista il 20 Marzo 2020. “Esprimiamo grande preoccupazione per le numerose segnalazioni di violenze e abusi che sarebbero stati perpetrati ai danni di persone detenute a noi arrivate negli ultimi giorni”. A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Le segnalazioni – sottolinea Simona Filippi, avvocato dell’associazione – hanno riguardato alcune carceri italiane, tra le quali quella di Milano-Opera. In relazione a quest’ultimo istituto di pena, ben otto diverse persone (madri, sorelle, compagne di detenuti ivi reclusi) si sono rivolte ad Antigone raccontando quanto sarebbe stato loro comunicato dai congiunti o da altri contatti interni. Le versioni riportate, le quali parlano di brutali pestaggi di massa che avrebbero coinvolto anche persone anziane e malati oncologici e che avrebbero portato a mascelle, setti nasali e braccia rotte, risultano tutte concordanti”. Tali azioni violente sarebbero avvenute, in tutte le carceri interessate, in momenti successivi a quelli in cui sono stati attuati gli interventi per far fronte alle rivolte che hanno coinvolto 49 istituti penitenziari. “Antigone – spiega l’avvocato Filippi – ha inviato alla procura competente le segnalazioni su Opera, presentando un esposto al riguardo. La stessa cosa si appresta a fare per gli altri istituti”. “Non abbiamo naturalmente alcuno strumento per poterci accertare della veridicità o meno delle segnalazioni che ci sono pervenute, ma oggi, in cui gli istituti sono chiusi a qualsiasi occhio esterno a causa dell’emergenza sanitaria e alle politiche messe in atto per tentare di limitare il diffondersi del coronavirus, è ancor più di fondamentale importanza che si proceda a un’indagine rapida e capace di fare chiarezza sugli eventi” dichiara Patrizio Gonnella. “Parallelamente all’azione penale, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria deve avviare subito un’indagine interna urgente che sappia dare un segnale chiaro e mai ambiguo di condanna assoluta del possibile utilizzo della violenza ai danni delle persone detenute” afferma ancora il presidente di Antigone che ricorda, infine, come l’associazione abbia presentato un proprio esposto relativo a quanto accaduto nel carcere di Modena nella giornata dell’8 marzo, “ritenendo – conclude Patrizio Gonnella – che sia un valore per l’intera collettività che si chiariscano con la massima trasparenza i fatti che hanno portato alla morte di nove detenuti”. 

Il Dap indaghi sulle rappresaglie conto i detenuti dopo le proteste. Alessio Scandurra de Il Riformista il 21 Marzo 2020. Come tutto il paese anche le nostre carceri vivono una stagione di emergenza straordinaria. C’è l’isolamento dal mondo esterno, c’è la paura del contagio, c’è la consapevolezza di vivere in condizioni di affollamento ed igiene decisamente precarie. In questo contesto, e per queste ragioni, sono esplose l’8 marzo e nei giorni immediatamente successivi numerose proteste in tutta Italia, alcune delle quali sfociate in vere e proprie rivolte, che alla fine hanno coinvolto 49 istituti penitenziari, causando la morte di 12 detenuti, numerosi ferimenti e la distruzione di intere sezioni detentive. Fatti di una gravità senza precedenti, dai contorni non ancora del tutto chiari, e le cui conseguenze sono ancora in corso. Molti detenuti infatti sono stati trasferiti a seguito delle proteste e come è normale sono stati avviati molti procedimenti disciplinari ed anche penali, quando le condotte poste in essere erano da considerarsi reati. Perché questo è quello che avviene in uno stato di diritto quando vengono violate delle leggi. Eppure in questi giorni ci sono arrivate notizie di fatti che con lo stato di diritto non hanno purtroppo nulla a che fare. Siamo stati infatti raggiunti da numerose segnalazioni di violenze ed abusi avvenuti non durante le rivolte, ma nelle ore e nei giorni successivi, delle vere e proprie rappresaglie contro alcune persone che avevano partecipato alle proteste. Se così fosse si tratterebbe di “punizioni” certamente non previste dalla legge. Si tratterebbe al contrario di abusi dalla legge severamente vietati, oggi più che mai dopo l’introduzione nel codice penale italiano del reato di tortura, che punisce “chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia”. Le segnalazioni hanno riguardato alcune carceri italiane, tra le quali quella di Milano-Opera. In particolare per Opera ben otto diverse persone (madri, sorelle, compagne di detenuti) si sono rivolte ad Antigone raccontando quanto sarebbe stato loro comunicato dai congiunti o da altri contatti interni. Le versioni riportate, che parlano di brutali pestaggi di massa che avrebbero coinvolto anche persone anziane e malati oncologici e che avrebbero portato a mascelle, setti nasali e braccia rotte, risultano tutte concordanti. Noi non abbiamo ovviamente modo di verificare la veridicità di queste notizie, in particolare in questo momento in cui l’accesso al carcere per osservatori esterni è praticamente impossibile. Vista però la gravità e la concordanza delle segnalazioni ricevute, queste sono state inviate alla procura competente presentando un esposto al riguardo e la stessa cosa ci apprestiamo a fare per altre notizie che ci hanno raggiunto in questi giorni. A chi di dovere il compito di svolgere le indagini. Oggi più che mai è fondamentale che si proceda ad un’indagine rapida e capace di fare chiarezza su quanto avvenuto e che, parallelamente all’azione penale, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria avvii subito un’indagine interna urgente che sappia dare un segnale chiaro e mai ambiguo di condanna assoluta del possibile utilizzo della violenza ai danni delle persone detenute. Perché lo stato di diritto non può contemplare angoli bui ed il carcere, per garantire il rispetto delle regole, non può e non deve diventare il luogo della sospensione di quelle stesse regole.

“Se le carceri esplodono sapremo a chi imputarne la responsabilità”. Il Dubbio il 20 marzo 2020. Le Camere penali contro Salvini e Meloni: Basta “menzogne, silenzi e mistificazioni sull’emergenza sanitaria in carcere”. Basta “menzogne, silenzi e mistificazioni” sulla emergenza sanitaria in carcere. “Se esplode la bomba carcere, dentro ma anche fuori dai penitenziari, sapremo a chi imputarne la responsabilità. E’ quanto scrive l’Unione delle camere penali in una lettera pubblica al presidente del Consiglio, al ministro della Giustizia, a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, dopo il decreto Cura Italia che ha previsto la detenzione domiciliare per chi ha un residuo di 18 mesi di pena da scontare, subordinandola però alla disponibilità dei braccialetti elettronici. “Procurare allarme nella pubblica opinione con la falsa notizia che rapinatori stupratori e assassini riempiranno le nostre città, è un atto di irresponsabilità gravissimo-sottolineano i penalisti rivolgendosi a Salvini e Meloni- visto che la norma esclude il già troppo ampio catalogo dei reati di maggiore allarme sociale, e tutti i detenuti qualificati di particolare pericolosità”. “Al tempo stesso – aggiungono, stavolta riferendosi a Conte e Bonafede – aver subordinato la detenzione domiciliare alla disponibilità dei braccialetti, rappresenta una mistificazione letteralmente truffaldina, indegna della etica pubblica di governo che abbiamo il diritto di pretendere in un Paese civile”. E questo perché i “pochi braccialetti elettronici disponibili sono già tutti utilizzati -e non bastano- per le custodie cautelari domiciliari”. Di qui la sfida al premier e al ministro a comunicare quanti detenuti hanno preventivato possano beneficiare nei prossimi giorni di una detenzione con il braccialetto elettronico e quanti di questi strumenti siano disponibili effettivamente. Perchè “l’unica cosa seria da fare subito è: detenzioni domiciliari con braccialetto elettronico ‘ove disponibile’, come nella originaria formulazione della bozza di decreto”.

Travaglio è il capo dei 5 stelle o Bonafede è il direttore del Fatto? Piero Sansonetti de Il Riformista il 21 Marzo 2020. Magari qualcuno penserà che siamo stati colti da un’ossessione. Che parliamo di carceri troppo spesso. Può darsi. Può anche darsi, invece, che siano gli altri ad avere una idea molto vaga di cosa siano una civiltà e uno stato di diritto. Io son certo che se in Francia, o in Germania, o in Spagna, o in Olanda fosse successo quello che è successo due settimane fa nelle carceri italiane, i giornali e le Tv, e i partiti, e i parlamentari, si sarebbero scatenati, e il governo sarebbe stato costretto a difendersi, e molte teste sarebbero saltate. In qualcuno di questi Paesi, o forse in tutti, un ministro della Giustizia che si presentasse in Parlamento pochi giorni dopo la morte di 13 prigionieri, e non avesse niente da dire, e balbettasse senza neanche conoscere il nome delle vittime, e dimostrasse di non rendersi per niente conto delle dimensioni della tragedia, sarebbe mandato a casa in quattro e quattr’otto. Da noi invece un ministro magari salta se si scopre che vent’anni fa ha copiato una frase della tesi di laurea, o se gli intercettano una telefonata nella quale il fidanzato lo tratta male: se deve rispondere di tredici vite umane che erano state affidate allo Stato e che lo Stato ha lasciato morire, allora non è niente di grave. Anzi: il ministro, o chi per lui, ordina al direttore del suo giornale di scrivere un articolo su come si sta bene nelle carceri italiane a riparo dal coronavirus, e quello glielo scrive pure. Bello spiattellato in prima pagina. Non si capisce più se è Marco Travaglio il capo dei 5 Stelle o se è Bonafede il direttore del Fatto. E tutto questo avviene mentre le celle sono sempre più sovraffollate e il governo non muove un dito. Ieri ho parlato al telefono con Renzi. Che è l’unico leader di partito che sembra interessato a questo problema. Mi ha detto che Italia Viva non mollerà. Che vuole comunque, subito, la rimozione del direttore del Dap. Gli ho detto che forse è anche di Bonafede che vanno chieste le dimissioni. Quanti morti ci vogliono perché un ministro della Giustizia passi la mano?

L’ultima beffa di Bonafede provocherà la rivolta delle carceri. Giorgio Spangher de il Riformista il 20 Marzo 2020. Nel contesto del decreto legge n. 18 del 2020, noto come “Cura Italia”, tra le varie materie oggetto di intervento d’urgenza ha trovato attenzione anche la condizione del nostro sistema penitenziario, la cui situazione di degrado, connessa non solo all’affollamento, era già stata da tempo evidenziata. Esplosa con gli episodi “di disordine e sommosse”, la situazione avrebbe dovuto essere affrontata da tempo senza attendere che l’emergenza sanitaria fungesse da detonatore. Con gli articoli 123 e 124 del citato decreto si è intervenuti prevedendo che i condannati, per i quali la pena residua, anche se conseguenza di maggior pena, sia non superiore di diciotto mesi possano, a seguito di istanza, scontarla presso la propria abitazione ovvero in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, che sia effettivo e idoneo anche in relazione alla tutela della persona offesa. Sulla traccia del più volte citato provvedimento del 2010 sono previste specifiche esclusioni soggettive: soggetti condannati per i delitti di cui all’articolo 4 bis della legge 354 del 1975; delinquenti abituali e professionali per tendenza (ex art. 102, 105, 108 del codice penale.); soggetti condannati per i delitti di cui agli articoli 572 e 612 bis del codice penale.; detenuti soggetti a rapporti disciplinari perché coinvolti nei disordini e sommosse dalla data del 7 marzo 2020 fino al momento di entrata in vigore del decreto; detenuti che siano stati sanzionati disciplinarmente ai sensi dell’articolo 77 del decreto 230 del 2000; detenuti sottoposti al regime di sorveglianza particolare ex art. 14 bis della legge 354 del 1975 (salvo accoglimento del reclamo). Nei confronti di questi soggetti la misura della detenzione domiciliare – esclusi i minorenni e i soggetti con pena residua non superiore a sei mesi (comma 3) – saranno sottoposti a controlli elettronici, previo consenso. Il controllo cesserà quando il condannato ammesso alla detenzione entrerà negli ultimi sei mesi di pena residua. Una previsione specifica è prevista per i minorenni (comma 7) nonché per i soggetti sottoposti a programmi di recupero (comma 6). Con l’articolo 124 del decreto legge, il Cura Italia, si disciplina la durata delle licenze in itinere al condannato in semilibertà che può protrarsi fino al 30 giugno 2020, con superamento dei limiti ordinari di durata. Le disposizioni opereranno dalla data di entrata in vigore del decreto fino al 30 giugno 2020, ovviamente fatta salva – dovendosi ritenere implicita – la protrazione della situazione emergenziale che richiederà un nuovo provvedimento d’urgenza. Trattandosi di permanenza dello stato restrittivo – con conseguente integrazione del reato di evasione ex art. 385 del codice penale – il periodo verrà detratto dalla pena ancora da scontare e dovrebbe indurre a considerare residuali le ipotesi di violazione della detenzione domiciliare prevista. Sulla base di queste premesse si è ritenuto di non considerare ostativi alcuni elementi di cui alla legge 199 del 2020 (pericolo di fuga e di reiterazione dei reati). Tuttavia, con il comma 2 si prevede che il magistrato di sorveglianza possa escludere il provvedimento qualora ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura. Il provvedimento prospetta non poche criticità.

In primo luogo, in una materia come quella attinente alla libertà personale, governata dal principio di legalità, suscita riserve l’appena riferito potere del magistrato di sorveglianza di precludere l’accesso alla detenzione sulla base di non meglio precisati gravi motivi ostativi, considerate – come detto – le ampie situazioni di esclusione dall’accesso alla misura detentiva alternativa. Si conferirà, in tal modo al magistrato – e all’amministrazione – un ampio potere discrezionale. Se poi si dovesse trattare del cosiddetto pericolo di recidiva, il dato confliggerebbe con quanto detto nella Relazione illustrativa, con conseguente superamento della semplificazione di quanto previsto dalla legge 199 del 2010.

In secondo luogo, non può non essere segnalato come il decreto Cura Italia non affronti il tema dei soggetti ristretti in misura cautelare. L’obiezione che si adduce al riguardo, attiene al fatto che la concessione di misure alternative al carcere (con braccialetto) sono già previste e se non sono state disposte, vuol dire che non possono essere applicate e che la verifica della fruibilità della detenzione domestica richiederebbe tempi lunghi, incompatibili con la natura emergenziale del provvedimento e con la citata semplificazione delle procedure per i condannati rispetto alla disciplina a regime. Va tuttavia considerato che il provvedimento in esame si colloca nel contesto eccezionale dell’emergenza sanitaria, della necessità di alleggerire la presenza nei penitenziari, di evitare i contagi e non risulta legato a elementi fisiologici di sovraffollamento. Se così è, una attenzione ai soggetti in custodia cautelare, contenuta nel tempo, al pari di quella dei condannati non appare irragionevole. Si consideri che, ferme le cause ostative, legate alla gravità dei reati, si tratta di soggetti non solo presunti innocenti ma per i quali non è escluso il proscioglimento, come i dati statistici evidenziano, con oneri di riparazione a carico dello Stato.

In terzo luogo, e si tratta del profilo di maggior criticità, destinato a creare forte tensione dentro gli istituti penitenziari, va sottolineato – come già evidenziato da più parti – la questione legata alla disponibilità dei braccialetti. Il provvedimento ne è consapevole, ma non del tutto, non essendo sufficiente affermare che i soggetti entro i sei mesi di pena residua ovvero quelli che medio tempore entreranno in questa fascia di residualità della pena non saranno sottoposti a controllo e che si inizierà a considerare la misura alternativa ai condannati con le pene più vicine ai sei mesi. A parte la considerazione che nei prossimi mesi agli stimati 3000 detenuti destinatari della detenzione, si aggiungeranno altri la cui pena residua entrerà sotto i diciotto mesi, va sottolineato che la mancanza di braccialetti per soddisfare il diritto che – in presenza delle condizioni – la legge riconosce al condannato, creerà non poche tensioni nelle carceri, senza considerare sulla base di quali criteri i braccialetti disponibili saranno distribuiti tra gli uffici giudiziari chiamati ad applicare le disposizioni. Si riproducono le questioni che già avevano interessato l’operatività dell’articolo 275 bis del codice di procedura penale in materia cautelare. Una risposta potrà arrivare dalla magistratura di sorveglianza che potrebbe recuperare la disciplina della legge 199 del 2010, prescindendo dalla necessità del controllo elettronico.

Ritratto di Alfonso Bonafede, ex Dj che vale meno di uno e ama le manette. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 4 Aprile 2020. Dice: «Ma me lo faresti un bel ritratto di Foffo il dj?». Sarebbe? «Bonafede. Alfonso. Detto Foffo». È un ministro vero? «Della Giustizia». E certo. Di che altro sennò? È la nuova classe dirigente di un mondo al contrario come nei casi già riscontrati di Gulliver e di Alice davanti e dietro lo specchio. Bisogna, per comprendere, mettere in fila i vecchi parametri della politica e poi guardarli col binocolo rovesciato, come Petrolini raccomandava di fare a chi volesse catturare balene: «Appena avvistata la balena, la rimpicciolisci col binocolo rovesciato, a questo punto la prendi col cucchiaino e la metti nella bacinella». È una nuova logica per una nuova era, non dimentichiamolo. Abbiamo una pestilenza e, per non farci mancare niente, abbiamo anche un garrulo ministro di Giustizia di tipo nuovo, per di più divertente, se preso in dosi omeopatiche. Mi sono messo d’impegno, l’ho studiato, ho guardato i video e ho sperimentato quella straniante sensazione di tenerezza che si prova solo davanti ai bambini molto piccoli, ai cuccioli molto maldestri e ai ministri per caso. Solo l’Italia può vantarsi oggi – di fronte al mond’intero – d’avere ministri casuali per il principio di uno vale uno ma anche molto meno, per risparmiare. Tutte le persone senza qualità, come l’eroe di Musil (che in realtà era “senza caratteristiche”) alla fine suscitano tenerezza, che è un sentimento indotto cautelativamente agli adulti da madre natura affinché non prendano a calci in culo botoli e pupattoli, ma anzi li trastullino. Bonafede è un perfetto cucciolo. Sperduto senza collare, bruttino, peloso a chiazze, politicamente inquietante, si suppone non abbia ancora l’antirabbica, ma è tuttavia giocoso, adolescente, direi una disgrazia per un Paese, ma – come dicono i romani – a chi tocca nun s’ingrugna, ciò se ti è capitato te lo tieni. È però un dj confesso e dunque partiamo da lì. Ha recitato a richiesta di fronte al pubblico il suo personaggio da discoteca, un po’ buttafuori e l’annuncia-dentro. Lo fa benissimo davanti ai microfoni e telecamere ed è commovente. Su richiesta, dice: «Ed ecco a voi». Pausa. Poi, con cuspide verso l’alto «Beppeeee». Altra pausa. Poi, a cuspide scendente: «Grillooooo». Gliel’anno fatto fare e lui battendo le manine l’ha fatto, intortato dalla banda di Un giorno da pecora che lo fa cantare, ballare, sputtanare, fare l’imitazione del guitto provinciale da balera. E lui la fa. Un pupo. È buono. Politicamente parlando non capisce un cazzo e non l’ha mai capito. Ma ha anche lui la fortuna di Gastone Paperone ed ecco che si ritrova sulla cadrega da ministro a fare tutto ciò che non capisce perfettamente. Come negargli l’aggravante della buona fede? Inoltre, è di coccio. Non trasmette altro sentimento che una superficialità primaria, elementare. Pensate a me, che in questo momento sto soffrendo le pene dell’inferno perché detesto ciò che gli viene fatto fare, per la sua subordinazione sintonica con le procure a manetta, per le sue dichiarazioni involontariamente liberticide, ma al tempo stesso ne ho pena, la pena protettiva degli adulti di fronte ai cuccioli sgraziati e i bambini maldestri. Involontarie, dico, perché non so immaginare questo Bonafede in malafede dal momento che il ministro ha potuto, anzi ha voluto certificare in pubblico il fatto che non capisse nulla di diritto. E pensate: è stata proprio la sua mancanza fondamentale di cultura giuridica, ad averci portato Giuseppe Conte come primo ministro. L’ignoranza è certificata dalla nota gaffe sulla differenza fra reato doloso e colposo. Disse, Bonafede, che quando non è possibile dimostrare che un reato è doloso, allora il reato diventa doloso. Esca immediatamente da questa Repubblica, avrebbe potuto intimargli chi ne ha l’autorità e anzi il dovere. Ma non lo cacciò nessuno. Però, proprio il fatto di essere ignaro in materia di diritto, ha costituito un elemento di causalità nella disgrazia della Repubblica. Egli infatti chiese di frequentare e fu accolto nello studio del professor avvocato Giuseppe Conte. Conte è una persona ridondante e logorroica ma non priva di cuore, sicché a suo modo si affezionò a Bonafede il quale, creatura elementare, rispose con un controtransfert freudiano e ne nacque così un legame para-terapeutico tale che, quando i pentastellati si fecero governativi, produsse il prodigio che ancora ci minaccia. E cioè, Bonafede disse a Di Maio guarda che conosco uno che farebbe proprio al caso nostro e che è molto amico mio, Di Maio disse dài me lo presenti, Bonafede lo presentò a lui e poi anche a Salvini, Salvini disse piace pure a me e vedrai che faremo insieme una squadra bellissima, Di Maio disse dài andiamo al Quirinale, Mattarella disse e questo chi è, Di Maio disse questo è il professor Giuseppe Conte che è molto amico di Alfonso Bonafede, allora Mattarella disse e chi è Alfonso Bonafede, allora Di Maio disse è amico mio ma a questo punto è amico credo anche di Salvini, Salvini disse forse amico è un po’ troppo. Poi Carlo Cottarelli che era già arrivato dall’estero parlando inglese per essere Prime Minister dovette ridiscendere con il trolley la rampa che aveva affrontato in salita e allora Mattarella fece una battuta pesantissima sul curriculum di Conte per la storia delle lezioni d’inglese alla New York University e disse a Di Maio spero che non mi stai dando una fregatura e Di Maio disse ci mancherebbe, guardi che Conte me l’ha presentato Bonafede che lo conosce bene e il Presidente disse Bonafede chi? e Di Maio disse Alfonso e anzi noi lo si vorrebbe ministro di Giustizia e anche Salvini era contento, erano tutti contenti e l’Italia ebbe la grande svolta in curva che l’ha portata fuori strada fino allo Square One, il quadretto Numero Uno del gioco dell’Oca, che sarebbe, fuori di metafora, la democrazia parlamentare in cui l’ex dj Alfonso detto Foffo Bonafede è oggi Guardasigilli: sigilli che lui effettivamente guarda e controlla ogni notte anche con la torcia del telefonino per essere sicuro che nessuno evada, nessuno faccia tumulti, si rispetti l’intransigenza, si parta dal principio che chiunque è colpevole finché non è provata la sua innocenza e che però anche se fosse provata, tale innocenza deve essere posta in quarantena perenne di una giustizia sia cieca che occhiuta, che stranamente piace molto alle sinistre anche quelle non manettare perché nessuno ha da ridire niente, e tutto va bene dalle epidemie alle carceri passando per le intercettazioni senza fine. Perché signore e signori questo è il girone dantesco che si corre quest’anno in assenza del Giro d’Italia sospeso per pandemia mentre la democrazia è intubata e prona per posizione terapeutica consigliata in terapia intensiva, anche se nessuno si ricorda più chi cazzo era il paziente numero uno, se fu Bonafede ad andare da Conte, Conte da Salvini, Salvini da Di Maio e per oggi la chiudiamo qui per un principio di difficoltà respiratoria.

Vittorio Sgarbi: “Bonafede contro legge, se un detenuto muore di Covid dovrà rispondere di omicidio”. Aldo Torchiaro de Il Riformista il 27 Marzo 2020. Ferrarese, classe 1952, Vittorio Sgarbi è tra i critici d’arte più conosciuti nel mondo ma negli annali della Camera dei Deputati, dove è stato rieletto nel 2018, figura come “polemista”. Eletto con Forza Italia e poi transitato al gruppo Misto, ha preso la parola per puntare il dito contro il ministro della Giustizia a Montecitorio. «Mi chiedo come possa vivere serenamente in questi giorni il ministro Bonafede che è in piena flagranza di reato. Come può garantire la distanza di sicurezza di un metro in carceri dove sono in tre, in quattro, in cinque insieme… Lei, dunque, per la sua responsabilità giuridica e morale, è indagato! Un giudice che abbia correttezza dovrebbe indagarla perché lei è un untore…», gli ha urlato contro.

Conferma?

«E certo. Confermo e aggiungo: ho intenzione di farlo indagare per omicidio premeditato. Gli ho scritto. E gli ho mandato un appello che mi arriva dalla sorella di Paolo Ruggirello, in carcere con febbre alta a Santa Maria Capua Vetere. È chiaro che i carcerati non sono a un metro di distanza. Bonafede non faccia lo spiritoso perché è un ministro che sta procurando morte. Rispetti per primo le leggi del governo Conte. È in fragranza di reato. Qui si sta perdendo la libertà, per tenerci la salute. Ma valga per tutti. Chi è in galera per carcerazione preventiva, da non colpevole riconosciuto, non può essere sottoposto alla crudele tortura del contagio di pandemia. Il Dpcm parla di un metro, valga per tutti. Chi è in galera rischia di essere assolto e risarcito, ma rischia di morire. Mi ha scritto un’altra persona. È alla Dozza, Bologna, da otto mesi in carcerazione preventiva. Il regime cautelare di chi doveva essere giudicato a marzo è stato rimandato a ottobre, chissà se sarà vivo. “Alla Dozza ci sono 19 operatori sanitari e detenuti infetti”, mi scrivono. Quindi Bonafede mente quando dice che i contagiati sono quindici in tutto. Denuncio alla Procura l’inadempienza del ministro perché non permette il rispetto del decreto. È inaudito il comportamento di Bonafede. Appena muore qualcuno in carcere, lo denuncio per omicidio premeditato».

Anche lei chiede le dimissioni del Capo del Dap?

«Non so se è giusto focalizzare l’attenzione su di lui. Il capo del Dap risponde alla volontà dei magistrati ed è subordinato al ministro. Chi ha la responsabilità morale e politica è Bonafede».

Cosa si può fare in concreto per far partire i braccialetti elettronici?

«Bisogna farli, per prima cosa. È una soluzione di civiltà. Sono rari come i dispositivi sanitari, eppure sono entrambi beni essenziali. Io oggi libererei tutti coloro che sono in attesa di giudizio, per prima cosa. La presunzione legata all’indizio certo non può più funzionare».

A Nuoro c’è il caso dell’avvocato Pittelli…

«Una vicenda che grida vendetta. Un avvocato che sto seguendo personalmente perché su di lui ci sono solo intercettazioni telefoniche da cui non risultano evidenze, e soffre una prostrazione comprensibile. E oggi questo innocente in galera da quattro mesi senza giudizio rischia la vita per il coronavirus».

Quando parla di giustizia-spettacolo parla di Gratteri.

«Su trecentoquaranta arrestati, duecento liberati: vuol dire che il magistrato che ha firmato le ordinanze ha sbagliato, e di parecchio. Ci sarebbe da prendere e da arrestare chi porta in carcere innocenti, perché il coronavirus è una doppia tragedia, colpisce due volte chi è ferito nella sua dignità, e sconta una pena per cui non sono neanche stati ancora condannati. Basta un solo innocente in galera, a dannare chi l’ha voluto lì. È meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Personaggi alla Gratteri non fanno il bene della giustizia, fanno il loro bene personale».

Libertà e salute, siamo disposti a rinunciare a un po’ di libertà per mettere in sicurezza la salute?

«Parlando con un carabiniere in strada, abbiamo convenuto su un punto: è essenziale la distanza di un metro, non il divieto di uscire di casa. Il coronavirus non è una peste nell’aria. Si può uscire senza venir contagiato, se si mantiene la distanza di sicurezza dagli altri. Mi sembra una inibizione di libertà elementari. Mi sembra che ci siano misure pensate in buona fede ma forzate, sin troppo draconiane. Si è agito in modo rapsodico, tardi per un verso e senza informazione corretta. Le alte percentuali di morti in Lombardia dimostrano che gli anziani che oggi accusano il colpo sono stati quelli più colpiti all’inizio del contagio, quando le informazioni erano poche e confuse».

Quattro moduli in dieci giorni, forse sono troppi per chiunque. Ai cittadini viene chiesto un sacrificio, mentre la burocrazia rimane quella di sempre.

«È vero che c’è poca chiarezza. Le nuove restrizioni riguardano il divieto di non uscire dal Comune. Se si parla di Roma o Milano lo capisco, ma come si applica ad agglomerati dove ci sono tanti piccoli comuni confinanti, dove magari i servizi sono di prossimità tra loro? La burocrazia fa sempre pasticci».

La politica al tempo del coronavirus. Come vede il Parlamento a distanza?

«Il Parlamento si può riunire su Skype ma il voto è legato a una ritualità, come quella religiosa. Non c’è solo il voto, è un luogo di lavoro e come tanti altri, dove il lavoro è ritenuto essenziale e strategico per il sistema-Paese, deve rimanere aperto. A me i privilegi non piacciono mai, da nessuna parte».

Detenuto morto a Bologna, Sgarbi contro Bonafede: “E’ omicidio premeditato”. Aldo Torchiaro de Il Riformista il 3 Aprile 2020. C’è l’edizione speciale di Mentana: il caso Covid-19 nelle carceri, a partire da quello di Bologna, rischia di trasformarsi in una strage di Stato. Arriva l’appello di Amnesty International: «Governi di ogni parte del mondo stanno adottando provvedimenti per contrastare la diffusione del Covid-19 nelle prigioni: luoghi in cui l’impossibilità di applicare il distanziamento sociale e le inadeguate condizioni igienico-sanitarie possono favorire il contagio». Alla fine anche la politica se ne accorge. La reazione del responsabile sicurezza del Partito Democratico, Carmelo Miceli, deputato in commissione Giustizia, è forte: «Nello stesso giorno un detenuto muore per Covid 19 e un assistente capo della Polizia Penitenziaria si toglie la vita. Non bastano gli appelli di Papa, garanti nazionali e regionali, magistrati, universitari, associazioni e sindacati per capire che c’è da tutelare immediatamente tanto i detenuti quanto la polizia penitenziaria? Il ministro Bonafede deve prendere atto che l’emergenza carceraria è una pentola a pressione che sta per esplodere. Cambi impostazione prima che sia troppo tardi». L’altolà dell’alleato di governo risuona a chiare lettere, ma dal Movimento nessuno risponde. Per Forza Italia parla l’onorevole Ruffino: «Il ministro Bonafede non ha mosso un dito per alzare le tutele sanitarie del personale penitenziario e dei detenuti. L’idea dei cellulari per riattivare un minimo di relazioni sociali fra i detenuti e i loro familiari è una goccia d’acqua nel mare di difficoltà in cui viene a trovarsi il mondo carcerario. Delle due l’una: o il ministro provvede ad alleggerire la popolazione carceraria, secondo criteri di minore pericolosità sociale e anagrafe del detenuto, oppure rifornisce dei dispositivi sanitari essenziali la popolazione carceraria e il personale. Non esiste una terza possibilità per tutelare la salute delle persone, perché anche per gli agenti penitenziari come per i detenuti vale la tutela costituzionale della salute». «L’associazione Nessuno tocchi Caino – Spes contra spem chiede al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica di prestare la massima attenzione al rischio di una pandemia estesa alle carceri, che avrebbe effetti disastrosi non solo per i detenuti e gli operatori penitenziari ma anche per la comunità esterna», dicono i dirigenti dell’associazione Sergio d’Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, e chiedono al premier e al Colle «di intervenire con urgenza e di adottare tutte le misure necessarie volte a disinnescare la bomba ad orologeria, ora anche epidemiologica, che apprendisti artificieri della “certezza della pena” hanno da tempo dolosamente innescato nelle carceri e che ora non vogliono o non sanno più disinnescare». L’idea potrebbe essere una moratoria dell’esecuzione penale, per pene brevi o residui brevi da espiare. «A Bologna è successo tragicamente quello che purtroppo avevo previsto», dice Vittorio Sgarbi al Riformista, dopo averne parlato con il ministro al telefono: «Se non vuole essere accusato di omicidio premeditato, Bonafede deve consentire ai detenuti di essere distanziati in tutta Italia. A partire da tutti coloro che sono in custodia cautelare, e che devono uscire tutti: troppe intercettazioni vengono usate per mettere a rischio la vita di condannati senza sentenza». Un uno-due letale, quello giocato da certa magistratura: «Prima ti intercettano i magistrati, poi una volta che stai dentro ti intercetta il virus, e muori. Quello che dimostra di non capire Gratteri, che dice di voler fare le carceri più grandi, perdendo così l’occasione di tacere. Una grande casa con le stesse regole delle case piccole, non cambia il margine di rischio individuale. La chiave di tutti i decreti legge è la distanza minima. Qui siamo alla tortura, alla violenza intenzionale, al tentato omicidio». Per questa ragione, come aveva anticipato al nostro giornale, procede con la denuncia del ministro Bonafede a tutte le 130 Procure della Repubblica: ieri ha unito la sua iniziativa a quella del Partito Radicale. Procurata epidemia. E adesso si indaghi.

Chi è Vincenzo Sucato, 76enne morto in carcere per Covid-19. Aldo Torchiaro de Il Riformista il 3 Aprile 2020. Cronaca di una morte annunciata. Attesa. Programmata. Incatenata dalle maglie strette dei carcerieri all’implacabile crudeltà del tempo. È deceduto ieri mattina a Bologna il primo detenuto che ha contratto in carcere il Covid-19. Si chiamava Vincenzo Sucato, aveva 76 anni ed era “ristretto” da dicembre 2018 per associazione mafiosa, con misura cautelare in attesa del giudizio di primo grado dopo essere stato arrestato su ordine del Gip di Termini Imerese (Palermo) nell’ambito dell’operazione Cupola 2.0. Era arrivato nel carcere bolognese della Dozza ad agosto 2019 e veniva considerato il reggente della famiglia mafiosa di Misilmeri. Sembra fosse affetto da altre patologie. È stato ricoverato in ospedale il 26 marzo per plurime patologie, tra le quali lamentava forti difficoltà respiratorie. Entrato in ospedale, dunque, non come paziente Covid-19, è stato comunque sottoposto a tampone, risultando positivo. Nel frattempo, il 28, ha avuto, su decisione del giudice siciliano, gli arresti domiciliari in ospedale. «Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui», spiega Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. Ulteriori dettagli sono stati forniti da Raffaella Campalastri, direttrice sanitaria del carcere: «Solo un agente è risultato positivo ma per contatti esterni. Dei 92 detenuti solo 2 sono positivi asintomatici, posti in isolamento nel raggio infermieristico dedicato a Covid. Invece, i compagni di cella sono in isolamento fiduciario. Fra i detenuti 2 hanno mostrato sintomatologia, uno ai domiciliari e uno è ancora ricoverato per accertamenti e cura». La direttrice Claudia Clementi rende noto che il suo è «l’unico carcere italiano in cui si sono fatti tanti tamponi»; pochi e “fatti a caso” per i sindacati di Polizia penitenziaria.  Per quanto riguarda il numero di tamponi fatti a detenuti e agenti del carcere bolognese della Dozza, dove la scorsa settimana, fa sapere Clementi, «ne sono stati eseguiti 150, di cui 58 agli agenti e 92 ai detenuti». Nel dettaglio, spiega la direttrice, finora «solo un agente è risultato positivo, a causa di un contatto personale non legato al lavoro, ed è in quarantena, e oltre a lui altri tre poliziotti sono in isolamento perché hanno avuto contatti con detenuti risultati positivi, comunque asintomatici». Sul fronte dei reclusi, prosegue Clementi, «ad oggi i positivi sono due, entrambi asintomatici e in isolamento, e altri quattro che hanno avuto contatti con loro sono in isolamento fiduciario». Dunque, chiosa la direttrice, «direi che al momento la situazione è monitorata». Concorda la direttrice sanitaria Raffaella Campalastri: «Il monitoraggio è costante, e proprio ieri abbiamo fatto una sorta di informativa ai detenuti che avevano fatto il tampone, dando loro tutte le spiegazioni del caso, anche per diminuire le loro ansie», e inoltre sono stati «subito sanificati gli ambienti in cui lavorava il personale risultato positivo». Rimangono, impietosi, i numeri: 58 test su 450 agenti effettivi sono irrisori. E il giallo sulla reale entità dei contagiati corre tra i corridoi del carcere. I numeri reali alla Dozza sembrano essere ben diversi. Fonti interne parlano di quel carcere come “epicentro della tragedia”, con 19 tra operatori sanitari e medici infetti, i locali dell’infermeria del tutto inagibili dopo i disordini scoppiati due settimane fa e verosimilmente un numero molto alto di casi.  L’avvocato Romolo Reboa è sul piede di guerra: «I detenuti sono polli in un pollaio ad alta densità virale. Chi ha visto come vivono i detenuti, si domanda semmai come mai nelle carceri possano resistere dei soggetti». Il cappellano della casa circondariale bolognese, Don Marcello Matté, parla con il Riformista: «È chiaro che in una situazione sovraffollata come quella della Dozza, se il virus entra può causare una strage». Però non può darci notizie recenti. «Non mi fanno più entrare: dai disordini del 9 marzo a me non è più stato consentito di fare ingresso nel carcere, ed è la prima volta che questo accade». Protesta anche Maldarizzi della Uilpa, Polizia penitenziaria: «Nei giorni della rivolta molti di noi erano privi di dispositivi di sicurezza, e successivamente, come ci è stato detto oggi, 15 infermieri e otto medici sono risultati positivi». Anche gli agenti chiedono di fare il test. La malattia non conosce celle, né sbarre. Tutta la comunità carceraria è oggi a rischio.

Procurata epidemia nelle carceri, denunciati Bonafede e Basentini (Dap). Redazione de il Riformista il 20 Marzo 2020. I Radicali denunciano il ministro Bonafede e il capo del Dap Basentini per procurata epidemia. «Il Partito Radicale – recita la nota – ha oggi inviato a tutte le procure della Repubblica una denuncia nei confronti del Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini. Il reato ipotizzato è quello di procurata epidemia colposa mediante omissione». La denuncia è stata presentata dai dirigenti del Partito Maurizio Turco, Segretario; Irene Testa, Tesoriere, Rita Bernardini e Giuseppe Rossodivita, membri del Consiglio generale. In contrasto con il distanziamento sociale adottato per contenere l’epidemia, scrivono i Radicali, il Dap ha ordinato agli agenti penitenziari, di «continuare a prestare servizi (ndr. a contatto con i detenuti) anche nel caso in cui abbiano avuto contatti con persone contagiate o che si sospetti siano state contagiate». Il ministro Bonafede invece, «con colpa, dovuta ad imperizia ed imprudenza», «ha scelto di proporre interventi del tutto inadeguati quanto al mondo penitenziario – gli unici adeguati allo stato sono rappresentati dal distanziamento sociale come la Comunità scientifica mondiale sta da settimane ripetendo», «pur di non rinunciare all’identità politico/elettorale del suo partito di riferimento in materia di giustizia». Intanto il disagio per i provvedimenti di Bonafede cresce. Nelle carceri monta la rabbia, soffocata nella violenza. «Grande preoccupazione per le numerose segnalazioni di violenze e abusi che sarebbero stati perpetrati ai danni di persone detenute a noi arrivate negli ultimi giorni». A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. «Le segnalazioni – sottolinea Simona Filippi, avvocato dell’associazione – hanno riguardato alcune carceri, tra le quali quella di Milano-Opera. Dove ben otto diverse persone (madri, sorelle, compagne di detenuti) si sono rivolte ad Antigone raccontando quanto sarebbe stato loro comunicato da congiunti o altri contatti interni. Le versioni riportate, che parlano di brutali pestaggi di massa che avrebbero coinvolto anche persone anziane e malati oncologici e che avrebbero portato a mascelle, setti nasali e braccia rotte, risultano tutte concordanti». Tali azioni violente sarebbero avvenute, in tutte le carceri interessate, in momenti successivi a quelli in cui sono stati attuati gli interventi per far fronte alle rivolte che hanno coinvolto 49 istituti penitenziari.

Carceri, la gaffe di Salvini: “Stato serio non premia chi incendia carceri”. Redazione de Il Riformista il 19 Marzo 2020. “Sentiamo parlare di certezza della pena ma uno Stato serio se incendi un carcere non ti premia, ti chiude la cella e ti dà sei mesi di più”. Il segretario della Lega Matteo Salvini, in collegamento a Stasera Italia su Rete4 spara a zero contro il provvedimento contenuto nel decreto Cura Italia, che promuove il ricorso alle pene alternative per arginare la crisi sanitaria nelle carceri. “Mi risulta che già domani ci saranno le prime uscite dalle carceri italiani – sottolinea Salvini -. Io l’ho detto anche a Bonafede, ci siamo sentiti: la Lega sarà sempre contro gli sconti di pena e gli indulti”. Per il leader leghista la linea adottata dal governo per rispondere all’emergenza Coronavirus non solo non risolverebbe il problema sanitario ma, anzi, costituirebbe un’offesa al lavoro delle forze dell’ordine. “Diamogli guanti, mascherine e gel disinfettanti ma restino in carcere a scontare la pena – ha ribadito Salvini -. Questo provvedimento è un insulto a quanti hanno lavorato per assicurarli alla giustizia”. In realtà, al contrario del parallelo tracciato dal leader leghista, la norma contenuta nel decreto esclude i detenuti che hanno partecipato alle rivolte delle scorse settimane in molte carceri italiane, oltre a coloro i quali sono stati condannati per reati gravi. Ma non solo. Il decreto non introduce nuovi meccanismi ma semplifica una procedura già presente nel nostro ordinamento, ovvero quella che prevede la possibilità per i detenuti di scontare una pena, o un residuo di pena, fino a 18 mesi in un regime di detenzione domiciliare .

«Coronavirus? I detenuti restino in cella». Salvini si scaglia contro le misure alternative. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 17 marzo 2020. Nel giorno in cui l’Iran libera 85 mila detenuti per proteggerli dal contagio in cella, la Lega polemizza col governo, per aver semplificato la procedura di accesso alle pene alternative. Nel giorno in cui l’Iran libera 85 mila detenuti per proteggerli dal contagio in cella, la Lega polemizza col governo, per aver semplificato la procedura di accesso alle pene alternative. Nessun provvedimento straordinario in vista, solo uno snellimento burocratico, inserito nel decreto “cura Italia”, per diritti già esistenti: domiciliari per chi deve scontare una pena, o residuo di pena, fino a 18 mesi e braccialetto elettronico per coloro che condanne da 7 a 18 mesi. Esclusi i detenuti per reati gravi. L’obiettivo è alleggerire il carico di persone dietro le sbarre in una fase di emergenza sanitaria, facilitando l’uscita poche migliaia di detenuti per reati lievi. Il tutto, per un periodo temporale ristrettissimo: fino al 30 giugno. Ma per la Lega il Coronavirus non è una buona ragione per favorire misure alternative. «Se qualcuno pensa di usare emergenza sanitaria per far passare delle schifezze non avrà il consenso della Lega», mette subito in chiaro l’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini. «Non ci sarà mai il consenso della Lega per indulti o svuota carceri mascherati», dice in diretta Facebook. Tra coloro che godranno dei benefici, secondo i calcoli salviniani, «ci sono gli spacciatori», in totale «6 mila detenuti». Il capo dei sovranisti non vuol sentir ragioni, nemmeno dopo le notizie dei primi casi accertati di contagio in carcere. Tutti in Lombardia. Il primo è un cittadino detenuto nel carcere di Voghera, attualmente ricoverato, ma si segnalano casi anche a Milano (San Vittore), Pavia e Brescia. Ma secondo il Dap sono in tutto 10 le persone contagiate. Per la Lega chi vive dentro una cella deve restarci fino all’ultimo giorno. Le sole preoccupazioni, semmai, sono rivolte agli agenti. «Il nostro pensiero va agli agenti della Polizia Penitenziaria, troppo spesso dimenticati e trattati peggio dei detenuti», twitta Salvini. Che non resta solo nella sua crociata. «Il ministro Bonafede e il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si affrettino a fornire gli indispensabili presidi sanitari, a partire dalle mascherine, agli agenti della polizia penitenziaria in servizio nelle carceri italiane», verga su Facebook il deputato del Carroccio, Jacopo Morrone, che poi stabilisce l’ordine delle priorità: «È necessario tutelare la salute di tutti: agenti, operatori sanitari e detenuti». La Lega fa blocco contro l’idea che qualcuno possa lasciare le carceri, usufruendo di un diritto già esistente, in modo più rapido. «Chiudiamo gli italiani in casa, ma apriamo le galere per far uscire i criminali e spalanchiamo i confini per far entrare clandestini e ong», rincara la dose il responsabile Sicurezza del Carroccio, Nicola Molteni. «Dopo i cinque “svuota carceri” voluti dalla sinistra dal 2013 al 2018, ecco il sesto indulto mascherato firmato Bonafede. Uno schiaffo al buonsenso, alle Forze dell’Ordine e agli italiani». La polemica politica si accende immediatamente e il clima da unità nazionale generato dall’emergenza Covid si infrange sulla propaganda. Ma il governo sembra compatto, con i due maggiori partiti, Pd e M5S, pronti a difendere la scelta. «Prevedere la pena fuori dal carcere per i detenuti condannati a pene minori è contenuto già in una legge votata nel 2010 proprio da loro», spiega il deputato grillino Eugenio Saitta, membro della commissione Giustizia. Non solo, «quella legge l’ha voluta un governo di centrodestra comprendente anche la Lega. Speculare e parlare a vanvera è sbagliato in tempi normali ed è ancora più grave in una situazione del genere». Ragionamento più articolato arriva invece dal Partito democratico convinto che le misure relative alle carceri italiane siano solo un primo passo per far fronte non solo all’emergenza sanitaria ma anche al sovraffollamento. «Si tratta, ripetiamo, di prime misure, per detenuti e reati di non grave allarme sociale», afferma il responsabile Giustizia del partito Walter Verini. «La situazione del sovraffollamento carcerario è oltre i limiti della sicurezza come si è visto nei drammatici giorni delle rivolte. Per questo va affrontata con la necessaria determinazione dal ministro», aggiunge Verini, che poi punta il dito contro gli esponenti politici che si oppongono anche a interventi ispirati dal buonsenso solo per soffiare «sul fuoco». E in mezzo alla battaglia politica, prova a fare un po’ di chiarezza il Garante nazionale per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, che fornisce le cifre sull’impatto potenziale del decreto. «Il numero complessivo di coloro che devono scontare una pena fino a sei mesi, senza altre pendenze, è pari a 3.785», spiega Palma. Mentre il complessivo numero di coloro che «devono scontare una pena o un residuo pena fino a un anno sale a 8.629», aggiunge il Garante. Finché le carceri saranno sovraffollate, contagio è molto più di un “semplice” rischio.

L’appello dei giudici di sorveglianza: subito misure serie contro diffusione virus. Redazione de Il Riformista il 17 Marzo 2020. Adottare «misure serie e celeri di prevenzione e di contenimento della diffusione virale» nelle carceri «nella consapevolezza della maggiore velocità del contagio negli universi concentrazionari, della mancanza strutturale degli spazi necessari all’isolamento sanitario e alla cura ospedaliera delle persone contagiate e dei rischi di rebound del contagio penitenziario sull’intero sistema nazionale e sulla salute collettiva dei cittadini». È l’appello rivolto al governo dal Conams, il coordinamento nazionale magistrati di sorveglianza. Il documento del Conams arriva dopo le proteste scoppiate nei giorni scorsi in numeri istituti di pena italiani. «Nella prospettiva – di esclusiva competenza delle autorità politiche – di un piano ragionato, ordinato e non indiscriminato di scarcerazioni che almeno riporti il sistema penitenziario entro la sua capacità regolamentare, con strumenti ordinari e straordinari sia nel campo delle misure cautelari sia in quello delle misure alternative alla detenzione», i magistrati di sorveglianza avvertono «la stringente necessità di urgentissime provvidenze di eccezionale sostegno ai settori giurisdizionali che sovraintendono a tali misure». Con «destinazione mirata di personale magistratuale e amministrativo, di tecnologie telematiche e informatiche che consentano la gestione, anche da remoto, dei relativi procedimenti e con potenziamento delle equipe di osservazione e trattamento, degli uffici di esecuzione penale esterna e degli Uffici dedicati delle Forze dell’Ordine chiamati all’espletamento istruttorio, in modo snello ed efficace, delle verifiche e delle indagini necessarie ai fini delle decisioni ponderate e rapide nell’interesse individuale e collettivo di tutela della salute pubblica e della sicurezza nazionale». Il coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza si dice «disponibile ad ogni interlocuzione istituzionale, anche immediata, utile ai fini del miglior contrasto delle emergenze sanitarie e penitenziarie in drammatica evoluzione, nelle sedi appropriate in cui riversare il proprio contributo di scienza ed esperienza».

Coronavirus, 10 contagiati nelle carceri italiane. Redazione de Il Riformista il 17 Marzo 2020. Sono quattro i detenuti positivi al coronavirus. Sono tutti reclusi nelle carceri della Lombardia: uno a San Vittore, due a Pavia e uno a Voghera.

IL PRIMO CASO – Primo detenuto positivo al Coronavirus in Italia. Si tratta di un detenuto del carcere di Voghera, in provincia di Pavia, in Lombardia. A farlo sapere l’agenzia di stampa AGI, che lo apprende da fonti qualificate. La notizia arriva a circa una settimana dagli episodi di tensione e scontri che si sono verificati all’interno delle carceri di tutto il Paese. A scatenare le proteste dei detenuti la sospensione dei colloqui con i familiari come misura di prevenzione al contagio da Coronavirus. Casi di rivolte si sono verificati tra gli altri a San Vittore a Milano, a Poggioreale a Napoli – dove alcuni detenuti sono saliti sul tetto della struttura – al carcere di Foggia, dove alcuni sono evasi. Il bilancio più tragico è stato quello registrato a Modena, dove sono morti nove detenuti. Il caso delle tensioni nelle carceri dovute all’emergenza da Coronavirus ha fatto emergere ancora una volta il problema del sovraffollamento delle strutture italiane, in grado di ospitare 50mila persone, e invece affollate da oltre 61mila detenuti.

GLI ATLRI CASI – Si tratta di un detenuto di 19 anni, originario del Ghana, che era recluso nel carcere di San Vittore, e dopo essere risultato positivo al covid-19 si trova ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano. In questi giorni anche due detenuti del carcere di Pavia sono risultati positivi al Covid-19, così come un detenuto del carcere di Voghera (Pavia). Tra i contagiati anche due medici del carcere di Brescia. Lo si apprende da fonti di polizia penitenziaria. Nei giorni scorsi già all’interno del carcere Sant’Anna di Modena dove circa dieci giorni fa è scoppiata la rivolta, che ha portato alla morte di nove detenuti – secondo quanto ricostruito – per overdose di farmaci, era stato precedentemente riscontrato un caso di Coronavirus in un carcerato. Un altro caso c’era stato nel carcere di Lecce.

10 IN TOTALE – Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria conferma la positività al Covid-19 di un detenuto nella Casa circondariale di Voghera. L’uomo si trova ricoverato presso l’ospedale civile cittadino. Dal momento dell’esito del tampone effettuato sull’uomo, i suoi compagni di cella sono stati posti in quarantena precauzionale per 14 giorni, come impongono le disposizioni sanitarie vigenti, e l’intera sezione è stata isolata. Ai detenuti è stata spiegata la situazione, che è stata compresa e accettata, considerata la situazione di emergenza dovuta al rischio di contagi. Si tratta di uno dei rari casi, dieci fin qui, di positività che sono stati riscontrati fra i detenuti sull’intero territorio nazionale in oltre venti giorni, ovvero dal 22 febbraio scorso, quando il DAP ha varato i primi provvedimenti per fronteggiare il rischio contagio da coronavirus, fra cui l’istituzione dell’unità di crisi per il monitoraggio del fenomeno. Due di questi detenuti si trovano in isolamento all’interno di apposite camere di pernottamento, singole e dotate di bagno autonomo, poste in sezioni isolate dal resto della popolazione detenuta. Per ognuno di questi è stato attivato il protocollo sanitario previsto dalle circolari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Ministero della Sanità. Gli altri sono ricoverati presso strutture ospedaliere delle città. In qualche caso si tratta di detenuti che hanno contratto il virus all’esterno degli istituti penitenziari, mentre si trovavano ricoverati, per altri motivi, presso strutture sanitarie. Al momento si tratta di episodi isolati e non risultano contagi provocati da queste positività.

Il Coronavirus è arrivato in carcere: ora la diffusione fa paura. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 18 marzo 2020.

Sono dieci i casi di positività riscontrati tra i detenuti. Colpiti anche gli agenti penitenziari. Ieri sono squillati i telefoni di tantissimi famigliari dei detenuti del carcere di Voghera. Sono stati proprio quest’ultimi a chiamarli per avvisare che almeno uno di loro è risultato affetto di coronavirus, dopo che mostrava da qualche giorno dei sintomi influenzali. Tutti i detenuti della sezione di Alta sorveglianza, circa sessanta, sono stati messi in quarantena. Sono stati gli agenti penitenziari stessi – dopo una breve battitura come protesta – a concedere loro la possibilità di poter chiamare tutti i giorni i propri cari e i rispettivi avvocati. C’è molta preoccupazione, tanto che ora gli avvocati hanno cominciato da subito a fare istanza di scarcerazione per evidenti ragioni sanitarie, perlomeno per chi è in misura cautelare. A pensare che l’associazione Yairaiha Onlus fece, i primi marzo, una prima segnalazione di un sospetto, poi, fortunatamente, risultato negativo. Nell’appello inviato al ministro in data 4 marzo l’associazione ha sollecitato un intervento immediato per la scarcerazione dei detenuti più vulnerabili che rappresentano un numero elevato. Ma purtroppo non parliamo dell’unico caso. Secondo il Dap sono 10, ad oggi, i casi di positività che sono stati riscontrati fra i detenuti sull’intero territorio nazionale in oltre 20 giorni, ovvero dal 22 febbraio scorso, quando sono stati varati i primi provvedimenti per fronteggiare l’emergenza. In alcuni istituti penitenziari ci sono stati casi di infetti non solo dei detenuti, ma anche del personale. Per ora è un numero marginale di persone. Secondo fonti della polizia penitenziaria due medici del carcere di Brescia sono risultati positivi al coronavirus, così come due detenuti aPavia. Una situazione che va ad aggiungersi ad un’altra notizia di giornata, secondo cui un detenuto di 19 anni, originario del Ghana, che era recluso nel carcere di San Vittore, è risultato positivo al Covid- 19 e si trova attualmente ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano. Nei giorni scorsi la notizia di una detenuta “nuova giunta” al carcere di Lecce, risultata infetta, subito trasferita. Fortunatamente era stata messa fin da subito all’isolamento come prevede il nuovo regolamento per fa fronte all’emergenza. Così come non mancano casi di agenti penitenziari risultati positivi al tampone. Per ora, precisiamo, si trattano di pochi casi, ma c’è il dato preoccupante che le carceri sono strapiene e la misura deflattiva – tra l’altro già esistente – del decretone non basta. Per questo l’associazione Antigone – assieme all’associazione nazionale partigiani, arci, Cgil e gruppo Abele – ha proposto delle misure per ridurre il numero dei detenuti e proteggere i più vulnerabili. Antigone, nell’appello, spiega che i posti disponibili nelle carceri italiane sono 50.931, cui vanno sottratti quelli resi inagibili nei giorni scorsi. I detenuti presenti, alla fine di febbraio, erano 61.230. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190%. «Ogni giorno – si legge nell’appello – i detenuti sentono dire alla televisione che bisogna mantenere le distanze, salvo poi ritrovarsi in tre persone in celle da 12 metri quadri. Le condizioni igienico- sanitarie sono spesso precarie». Nel 2019 Antigone ha visitato 100 istituti: in quasi la metà c’erano celle senza acqua calda, in più della metà c’erano celle senza doccia. Spesso mancano prodotti per la pulizia e l’igiene. «Con questi numeri – denuncia sempre Antigone -, se dovesse entrare il virus in carcere, sarebbe una catastrofe per detenuti e operatori». Antigone quindi propone alcune misure per ridurre il sovraffollamento e proteggere i più vulnerabili: l’affidamento in prova in casi particolari di cui all’art. 47- bis della legge 354/ 75 è esteso anche a persone che abbiano problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus Covid- 19 con finalità anche di assistenza terapeutica; la detenzione domiciliare di cui all’articolo 47- ter, primo comma, della legge 354/ 75 è estesa, senza limiti di pena, anche a persone che abbiano problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus Covid- 19; a tutti i detenuti che usufruiscono della misura della semilibertà la concessione di trascorrere la notte in detenzione domiciliari; salvo motivati casi eccezionali, i provvedimenti di esecuzione delle sentenze emesse nei confronti di persone che si trovano a piede libero devono essere trasformati dalla magistratura in provvedimenti di detenzione domiciliare. La detenzione domiciliare prevista dalla legge 199 del 2010 e successivamente dalla legge 146 del 2013 deve essere estesa ai condannati per pene detentive anche residue fino a trentasei mesi, mentre la liberazione anticipata estesa fino a 75 giorni a semestre con norme applicabili retroattivamente fino a tutto il 2018. Ma mentre il virus, potenzialmente, potrebbe diffondersi nelle patrie galere sovraffollate, c’è la Lega che tuona contro la debole misura deflattiva inserita nel decretone che – a differenza di quanto dice il parlamentare leghista Jacopo Morrone – non farebbero uscire 6000 persone, ma solo 3000. Numero tra l’altro incerto visto che c’è un numero consistente di detenuti ( quelli che scontano una pena brevissima) che non hanno una fissa dimora e quindi è impossibile concedere loro i domiciliari. Eppure, c’è perfino il Sinappe, sindacato di polizia non certo “progressista”, a spiegare – tramite un comunicato – che le misure del decretone non servono a nulla per un “cura carceri”. Il sindacato propone un potenziamento delle misure alternative e una politica che si appropri di quella filosofia che vece il carcere l’extrema ratio e non il “contenitore del disagio sociale”. 

Coronavirus, più di 100 i contagiati tra agenti e operatori penitenziari. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 25 marzo 2020. A “La Dozza” di Bologna sono iniziati i tamponi ma la tensione è ancora alta. Qualcosa non sta andando nel verso giusto nella gestione dell’emergenza pandemia per quanto riguarda il mondo penitenziario. La questione riguarda da vicino proprio il personale: agenti e operatori sanitari. In alcuni istituti – denuncia il sindacato della Uil polizia penitenziaria – diversi agenti sono risultati positivi al coronavirus, mentre i loro colleghi – con i quali sono venuti in contatto – sono costretti a ritornare in servizio. L’emergenza, potenzialmente, potrebbe quindi sfuggire di mano. Secondo quanto Il Dubbio ha potuto apprendere, da alcune fonti sindacali, risulta che in tutta Italia sono circa 100 le persone contagiate: ci riferiamo esclusivamente al personale delle carceri, in maggioranza appartenente alla polizia penitenziaria. «Appare paradossale quanto sta avvenendo in alcuni istituti penitenziari – spiega a Il Dubbio Gennarino De Fazio, il leader della UilPa PolPen -, laddove appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria che hanno avuto contatti ravvicinati con altri colleghi, di cui è stata accertata la positività al Covid- 19, sono stati dapprima messi in isolamento e sottoposti a tampone, ma successivamente, dopo svariati giorni, e in attesa di conoscere l’esito dell’esame molecolare, vengono fatti rientrare in servizio». Il rappresentante del sindacato penitenziario si riferisce soprattutto a un carcere specifico che per giuste ragioni di privacy preferisce non riferire. «Ci si chiede, allora, – prosegue il capo della UilPa – se le direttive del Capo del Dap servano solo come orpelli, magari per qualche comunicato stampa o per il sito web istituzionale, o se le articolazioni territoriali debbano attenervisi». E conclude: «In quest’ultimo caso, ci si chiede allora perché non avvenga e se nell’Amministrazione Penitenziaria esista ancora, sempre che ci sia mai stata, una linea di comando». Nel frattempo, come già riportato da Il Dubbio, monta l’insofferenza degli agenti penitenziari che operano al carcere “La Dozza” di Bologna. Anche lì parliamo di personale contagiato e, dopo un lungo e inspiegabile ritardo, finalmente gli agenti penitenziari cominciano ad essere sottoposti ai tamponi. Cominciano anche ad arrivare il materiale di protezione. Il Sinappe ha diramato un duro comunicato dal titolo “Le omissioni del Dap”. «È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi», è l’incpit parafrasando Paulo Coelho per provare a capire cosa stia realmente accadendo nelle carceri italiane. «Abbiamo chiesto più attenzione per il personale in prima linea – prosegue il comunicato – perché temiamo l’imminente onda di piena del virus. E quando noi chiediamo più attenzione sul materiale di protezione non stiamo facendo polemica, stiamo solo pensando ai nostri poliziotti penitenziari che contrastano il contagio all’interno delle prigioni italiane. Ed i tamponi? La sanificazione degli ambienti e la disinfezione generale dei reparti detentivi e delle caserme agenti? Noi vorremmo, semplicemente, che si superasse la retorica dell’eroismo per garantire alle donne ed agli uomini del Corpo ( a delle mamme ed a dei papà) in prima linea in questa complessa fase d’emergenza la salute e la cura». C’ è ancora ansia tra gli operatori in diversi Istituti. Garantire sicurezza e dignità nelle carceri, è oggi più che mai necessario. L’auspicio arriva anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Ho ben presente la difficile situazione delle nostre carceri, sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana e mi adopero, per quanto è nelle mie possibilità, per sollecitare il massimo impegno al fine di migliorare la condizione di tutti i detenuti e del personale della Polizia penitenziaria che lavora con impegno e sacrificio». Così ha scritto Mattarella, in una lettera su Il Gazzettin’, rispondendo ad un appello rivolto a lui, al presidente del Consiglio e al Papa da parte delle detenute del carcere di Venezia e dei detenuti degli istituti di Padova e Vicenza.

«Siamo senza tutele e protezioni individuali». Il Dubbio il 24 marzo 2020. Le lettere preoccupate degli agenti penitenziari che arrivano al nostro giornale si moltiplicano. Mentre è giunta la buona notizia della guarigione del primo agente penitenziario colpito dal coronavirus e che prestava servizio presso il carcere di Vicenza, continuano ad arrivare notizie – trapelate da fonti sindacali – di alcuni contagi nei confronti del personale penitenziario. Non solo agenti, ma anche medici e infermieri. Nel momento in cui c’è il responso positivo del tampone, subito si attivano i regolamenti sanitari predisposti dal decreto emergenziale. Ad esempio – come ha appurato Il Dubbio – qualche giorno fa è risultato positivo un medico che operava nel carcere di Favignana. Subito la direzione haeffettuato il tampone a tutti i detenuti e agenti che hanno avuto contatti con lui: il responso è atteso tra qualche giorno. Qualche giorno fa è risultato positivo il dirigente sanitario del carcere di Santa Maria Capua Vetere, il quale fortunatamente non avrebbe avuto contatti con nessun detenuto. Come accade in questi casi i familiari dei detenuti vengono raggiunto da voci su eventuali contagi. Ma la cosa non risulta. Purtroppo l’angoscia sale quando non ricevono risposte. La direzione, anche per riassicurare gli animi, dovrebbe rispondere alle richieste comprensibili di chi è preoccupato. Su Il Dubbio, nei giorni scorsi, abbiamo invitato all’indomani del caso di contagio di un detenuto – la direzione del carcere di Voghera a rispondere alle richieste degli avvocati sullo stato di salute dei loro assistiti. Finalmente ad alcuni hanno risposto, riassicurando i famigliari in comprensibile agitazione. Da precisare, però, che Il Dubbio riceve tuttora diverse lettere nelle quali i cari esprimono ancora forte preoccupazione. La magistratura di sorveglianza ha respinto l’istanza dei domiciliari ad alcuni detenuti che soffrono di talune patologie. Gli avvocati hanno fatto tale richiesta in ragione del pericolo di contagio. La preoccupazione però serpeggia anche tra gli agenti penitenziari. Ad esempio, da oggi, il sindacato Osapp ha indetto lo stato di agitazione con astensione dalla mensa obbligatoria di servizio da parte del personale di Polizia Penitenziaria in tutta la provincia di Avellino ( carceri di Ariano Irpino, Sant’Angelo dei Lombardi, Bellizzi Irpino e Lauro). Il motivo? «Ad oggi non sono stati dotati i poliziotti penitenziari di idonei strumenti di protezione dal rischio contagio in particolar modo presso la Casa Circondariale di Ariano Irpino, che si trova ad operare in un contesto difficile e in piena zona rossa e ad alto rischio contagio così come decretato dal presidente della regione Campania e di tutti gli strumenti Dpi e inoltre chiediamo il tampone a tutti gli operatori penitenziari per tutelare e ridurre il rischio contagio da Covid- 19», dichiara sempre l’Osapp. Nel frattempo, però, al carcere La Dozza di Bologna si stanno verificando dei problemi. C’è molta preoccupazione da parte del personale penitenziario. A Il Dubbio risultano tre contagi, mentre in realtà – secondo La Repubblica, – sarebbero addirittura 17, tra medici e infermieri. Da tempo i sindacati hanno chiesto la possibilità di sottoporre tutti gli agenti penitenziari al tampone e la possibilità di avere i dispositivi per la protezione. Ma tuttora, secondo il Sinappe, la loro richiesta è rimasta lettera morta. Hanno paura, per loro e per tutta la popolazione carceraria. Ora sembra che i vertici della Ausl e la direzione carceraria stiano correndo ai ripari, sia a tutela del personale che dei detenuti. Si spera al più presto, anche per evitare possibili ulteriori contagi e tensioni interne. D’altronde l’aria è ancora irrespirabile nella sezione devastata dalla scorsa rivolta. 

Sovraffollamento carceri, Conte ignora Mattarella e sposa la coppia Salvini-Travaglio. Piero Sansonetti de Il Riformista il 25 Marzo 2020. La risposta del governo al presidente della Repubblica è stata immediata. Mattarella aveva espresso preoccupazione per la situazione delle carceri e aveva chiesto che si facesse qualcosa per ridurre il sovraffollamento e riportare la legalità. Il premier Conte ha risposto assicurando che aumenterà gli apparecchi telefonici. Non sto mica scherzando eh: è così. Non ha aggiunto altro. Salvo blandire la coppia Salvini-Travaglio (e quindi i 5 Stelle) giurando che non ci saranno scarcerazioni. Ora, non ci vuole un sofisticato analista politico per capire che se si vuole ridurre il sovraffollamento c’è un solo modo: ridurre il numero dei detenuti, scarcerandone alcuni. E questo avevano chiesto, prima le Camere penali (insieme al nostro giornale), poi alcuni partiti, poi diversi magistrati, l’altro giorno anche i presidenti dei tribunali di sorveglianza di Brescia e Milano (con una lettera drammaticissima a Bonafede) ieri, infine, persino l’Anm. Il ministro probabilmente non è stato neanche informato di tutte queste iniziative, lui si occupa d’altro. Conte, invece, che è avvocato, ha saputo, e ha detto “niet”. Le Camere penali avevano indicato anche una via concreta di soluzione: concedere i domiciliari a tutti coloro che sono detenuti con condanne molto lievi (sotto i due anni) e dunque considerati colpevoli di reati lievi. Quanti sono? Circa 17 mila. Basta un decreto per risolvere il problema. Conte non si è degnato neppure di rispondere. I presidenti dei tribunali di sorveglianza lo hanno avvertito: rischiamo rivolte assai più sconvolgenti di quella di 15 giorni fa. Silenzio di palazzo Chigi. Poi ha parlato Mattarella e Conte ha risposto con quella trovata dei telefoni. Conte si dimostra un irresponsabile, come il suo ministro. Una volta si diceva che fosse cinico Andreotti: di fronte al cinismo assoluto di questo avvocato, venuto da chissà dove, Andreotti era un tenero boy scout.

Su carceri governo assente, con rivolta siamo tornati 40 anni indietro. Franco Corleone de Il Riformista il 24 Marzo 2020. Proprio un mese fa sono stato invitato a presentare un libro scritto da un detenuto americano che commenta la Regola di San Benedetto, come via per la meditazione e la riconciliazione, nella Abbazia di San Miniato al Monte a Firenze, una chiesa bellissima da cui si guarda stupefatti Firenze. L’incontro si svolgeva nella cripta come fossimo clandestini o resistenti e ho conosciuto Padre Bernardo con cui ho intrecciato un dialogo ricco di suggestioni. Sembra passato un secolo per la nostra vita e per il carcere. Viviamo in uno stato di eccezione, in cui le libertà e i diritti costituzionali sono messi da parte in nome del solo diritto sopravvissuto, quello alla vita e alla salute, certo fondamentale. Per il carcere la situazione è precipitata ancora di più, nell’isolamento assoluto e nella tragedia. Padre Bernardo segnalava una importante analogia tra il monastero e il carcere in quanto entrambi i luoghi sono segnati da un perimetro non facilmente valicabile, una clausura scelta o imposta.  Sono paragonabili gli spazi angusti di una cella del monastero con quella del carcere? La grande differenza è tra il silenzio di un luogo che favorisce la riflessione rispetto al rumore assordante della galera e il fatto che la cella in carcere non è riservata per una persona ma è occupata da varia promiscuità e i servizi igienici non assicurano alcuna decenza. Soprattutto le notti in carcere sono segnate dalle tre T, terapia, taglio e televisione. Il sangue scorre sulle braccia e sul torace di chi senza voce parla con il proprio corpo, le urla di chi invoca il farmaco che anestetizzi il dolore, la babele di lingue dei programmi televisivi a tutto volume: questo è lo spettacolo che si ripete quotidianamente nell’indifferenza e nella assuefazione. Questa condizione di una umanità senza speranza fa capire il paradosso delle rivolte che hanno dato l’assalto all’infermeria invece che all’armeria. I vertici del ministero della Giustizia e dell’Amministrazione Penitenziaria sono riusciti in una impresa incredibile, a farci tornare indietro di quaranta o cinquanta anni fa con i detenuti sui tetti, padroni di una ventina di Istituti e con tredici morti che con grave ritardo hanno avuto un nome, ma ancora nessuna pietà, forse perché considerati “scarti”, non persone. Quasi tutti stranieri, comunque “tossicodipendenti”. Si è fatto risentire Carlo Giovanardi, autore della nefasta legge a cui diede il nome insieme a Gianfranco Fini che rese più crudele la legge antidroga del 1990 ed enfatizzò l’ideologia del proibizionismo, sostenendo ipocritamente che i tossicodipendenti non devono stare in carcere. Questa litania l’ho sentita fino alla nausea. Ogni anno il Libro Bianco curato dalla Società della Ragione denuncia che il sovraffollamento nelle carceri ha una causa precisa. Sono presenti nelle carceri italiane oltre 61.000 detenuti, di questi circa il 30%, pari a 17.000 persone sono classificati come tossicodipendenti e il 35%, pari a più di 21.000 persone sono ristrette per violazione dell’art. 73 del Dpr 309/90 cioè per detenzione o piccolo spaccio di sostanze stupefacenti vietate. Altro che provvedimenti “svuotacarcere” come lamentano i fautori del carcere per tutti, anche per gli accusati di fatti di lieve entità, partito a cui è iscritta la ministra dell’Interno Lamorgese; occorre mettere al primo posto dell’agenda politica la riforma della politica sulle droghe scegliendo la strada della decriminalizzazione, della legalizzazione e della riduzione del danno. Le proposte sono depositate da più legislature e sono state elaborate da grandi giuristi fra i quali va ricordato il nome di Alessandro Margara. Il carcere, dimezzato nelle presenze, diverrebbe più aderente all’articolo 27 della Costituzione e sarebbe riservato ai delitti più gravi contro la persona e ai reati caratteristici del nostro tempo, quelli ambientali, finanziari, informatici. Papa Francesco qualche giorno fa si è rivolto con umanità ai prigionieri (non ai detenuti) in questo tempo di estrema difficoltà e di abbandono invocando la misericordia che secondo Padre Bernardo «fa sentire ogni recluso non più condannato all’espulsione dalla vita, ma colui che, amato contro ogni logica retributiva, fa viaggiare, volare, sognare». Qualche mese fa sempre Papa Francesco, facendo rivivere l’insegnamento di Aldo Moro e di Cesare Beccaria, si rivolse al personale penitenziario affermando con nettezza che «l’ergastolo è il problema, non la soluzione». Quando il Parlamento italiano sarà capace di riprendere il disegno di legge per l’abolizione della pena dell’ergastolo approvato dal Senato il 30 aprile 1998 con 107 voti favorevoli, 51 contrari, 8 astenuti? Mi piace ricordare che la Relazione fu illustrata da Salvatore Senese, fondatore di Magistratura Democratica, recentemente scomparso. La crisi del coronavirus ha colto l’Italia in una crisi politica, economica e sociale assai profonda. Molti sostengono a ragione che quando l’incubo finirà, nulla potrà essere come prima. È un proposito condivisibile, ma richiederà l’impegno di energie nuove che riprendano il filo del più nobile e intransigente pensiero politico. Non sarà facile perché al dominio dell’individualismo più sfrenato in questi giorni si accompagna la solitudine più terribile che arriva alla cancellazione perfino dei funerali. Anche e soprattutto per il carcere, il cimitero dei vivi come lo definiva Filippo Turati, occorre riprendere la bandiera di una grande riforma, dalla architettura degli spazi della pena ai progetti di reinserimento sociale, perché la vita in carcere non sia un continuo fare senza. Sappiamo tutto ciò che si deve fare. Obiettivi alti e garanzia della dignità nella quotidianità. Per cominciare si dovrebbero eliminare le misure di sicurezza, emblema della archeologia criminale e affermare il diritto alla affettività e alla sessualità in carcere e cancellare dopo novanta anni il Codice Rocco. Modificare subito l’art. 79 della Costituzione che rende impossibile per il quorum vertiginoso l’approvazione di provvedimenti di amnistia e indulto. Per ricostruire un clima di nonviolenza e di comprensione, di responsabilità e di autonomia nell’universo carcerario bisogna imporre la discussione in questo momento, nel fuoco della crisi, non rimandandola al futuro. Nell’immediato bisogna immaginare non i pannicelli caldi ma misure serie per rispondere alla possibile se non probabile emergenza e per impedire solo l’ipotesi dell’ecatombe. Sarebbe bello che il presidente Mattarella usasse il suo potere esclusivo e concedesse un numero sensibile di provvedimenti di clemenza. Una grazia umanitaria. Non servono frasi consolatorie ma atti che incidano nella carne e nel cuore.

Mattarella contro sovraffollamento carceri: “Dignità non garantita”. Aldo Torchiaro de Il Riformista il 24 Marzo 2020. Sullo scandalo delle carceri il Quirinale non sta a guardare. Il presidente Mattarella ha voluto rispondere agli sos dei carcerati e le sue parole colpiscono al cuore: le carceri italiane sono «sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana» ha replicato il capo dello Stato alla missiva che un gruppo di detenuti veneti avevano inviato a tutte le massime cariche dello Stato nei giorni scorsi. Dai centri di detenzione di Venezia, Padova e Vicenza si era levato un grido disperato: «Ci meritiamo una pena, ma non la tortura», menzionando le limitazioni della propria libertà personale imposte dalla pandemia di Covid-19. Il capo dello Stato puntualizza la grave situazione delle carceri italiane, fissando in quei due termini: sovraffollate e non dignitose, due capi d’accusa precisi sui quali la responsabilità di chi dirige il sistema-giustizia sarebbe chiamata a rispondere. Mattarella si è detto colpito dalla missiva dei detenuti, «perché è il segno di una sincera preoccupazione per la gravissima epidemia che sta interessando il nostro Paese», aggiungendo che la partecipazione dei detenuti a quest’emergenza, pur nelle condizioni di limitazione della loro libertà, è segno di una totale appartenenza alla collettività «di cui voi tutti siete parte». Il presidente della Repubblica ha, inoltre, fatto un plauso all’iniziativa promossa dai detenuti veneti di una colletta a favore degli ospedali: «Il vostro gesto di grande generosità dimostra che, pur nella vostra condizione di privazione della libertà, avete trovato la sensibilità e la forza per aiutare chi soffre e chi si prodiga generosamente per la loro guarigione» ha scritto il capo dello Stato. Un monito che secondo il Pd e Italia Viva va seguito certamente adottando, in occasione della conversione in legge del decreto Cura Italia, provvedimenti che consentano di ridurre il sovraffollamento che rischia di trasformare i penitenziari in focolai di contagio. Il Pd fa appello all’opposizione a collaborare. Renzi lancia una newsletter al fiele: «Perché il Dap ha sottovalutato l’emergenza carceri? Che aspetta il direttore Francesco Basentini a dimettersi dopo che ci sono stati tredici morti?», affonda. Ma la Lega chiude subito la porta a ogni ipotesi di “scarcerazioni legalizzate”. Mentre i Radicali chiedono a Mattarella di intervenire in prima persona, con un “massiccio esercizio” del suo potere di grazia. L’associazione Nessun Tocchi Caino – Spes contra spem ringrazia, con Zamparutti, D’Elia e Bernardini il capo dello Stato, esortandolo a compiere il decisivo passo in più dell’indizione dell’Amnistia. E anche gli addetti ai lavori premono sul governo perché agisca subito. Sono «necessarie ulteriori iniziative legislative volte sia a contrastare sul piano strutturale il sovraffollamento, sia a fronteggiare i gravissimi rischi legati al contagio da coronavirus nelle Carceri», scrive il consiglio direttivo dell’Associazione nazionale italiana dei professori di diritto penale, che avanzano alcune proposte. La prima riguarda il differimento, fino al 30 giugno prossimo, «dell’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a 4 anni, rispetto alle quali di norma – osserva l’associazione – già ora i condannati hanno diritto di attendere in libertà l’esito della richiesta di fruire di una misura alternativa alla pena detentiva: in tal modo si limiterebbero nell’attuale fase di emergenza i nuovi ingressi in carcere e si alleggerirebbe subito il carico di lavoro della magistratura di sorveglianza». Inoltre, i professori di diritto penale parlano della possibilità di «innalzamento a due anni del limite di pena detentiva, anche residua, eseguibile presso il domicilio» e di «rendere facoltativo il controllo mediante dispositivi elettronici». Anche il Garante nazionale delle persone private della libertà apprezza l’intervento del Colle: «Le sue parole sono la conferma della forte e costante attenzione del Capo dello Stato verso la situazione delle carceri». Alla più grave crisi carceraria della storia repubblicana, con il più alto numero di vittime tra i detenuti e le rinnovate attenzioni dell’Europa, che ci ha già sanzionato per mancato rispetto dei diritti umani, deve arrivare ora una risposta di pari grado.

Coronavirus: contagiati e botte nel carcere di Voghera? Le Iene News il 24 marzo 2020. I giornali raccontano che nel carcere di Voghera è stato confermato il primo caso di coronavirus. Ma dalle segnalazioni che ci arrivano la situazione sarebbe molto più grave. “La situazione è drammatica. Nella sezione dove sto io due li hanno portati in ospedale e quattro isolati. Per il coronavirus”. A parlare sarebbe un detenuto del carcere di Voghera registrato qualche giorno fa da un parente. Proprio in quel carcere si è verificato il primo caso di coronavirus dentro un istituto detentivo. I giornali che hanno riportato il fatto parlano di un solo caso e dicono che le famiglie sono state prontamente avvertite della situazione. Stando alla telefonata che potete ascoltare qui sopra, la cui fonte però non siamo in grado di accertare, sembra che le cose non stiano così. “Ho chiamato un sacco di volte in carcere appena ho letto la notizia sui giornali e non mi ha risposto nessuno. Ho mandato le email e non mi ha risposto nessuno. E sui giornali però i signorini hanno scritto che tutte le famiglie degli altri detenuti erano stati informati e tranquillizzati, cosa che non mi sembra che sia accaduta con nessuno. Non è niente vero!” Se quelli sentiti nell’audio fossero veramente i familiari la loro preoccupazione sarebbe legittima. Il carcere di Voghera, stando a quanto si legge nel sito dell’associazione Antigone, osservatorio autorizzato dal ministero per monitorare le condizioni di detenzione, ospiterebbe 407 detenuti su un totale di 363 posti. Le condizioni di sovraffollamento potrebbero rendere più difficili le misure di contenimento del coronavirus. “Per forza voi non avete rispettato la misura di sicurezza, la distanza, tutte quelle cose. Cioè, come fai?”, dice al telefono il familiare del detenuto. Quale sia la reale situazione all’interno del carcere di Voghera, quanti siano i contagiati, quali misure siano state prese come precauzione per salvaguardare la salute dei detenuti e della polizia penitenziaria, non è certo. Nei file che ci hanno inviato però ci sarebbe la richiesta dei detenuti: “Noi abbiamo chiesto tre punti: il tampone, le telefonate tutti i giorni coi familiari e l’area sanitaria che funziona, basta”. Altri audio dove sembra che a parlare siano detenuti del carcere di Voghera e i familiari, nei quali si parla di repressione violenta. “Lo hanno ammazzato di botte, non riusciva neanche a parlare, sono stati tutti picchiati. Loro mi hanno portato via un uomo sano, che l’ho curato una vita intera, ora come lo devo portare a casa? In bara”. Stando a quanto si dice nell’audio, le manganellate sarebbero la risposta della polizia penitenziaria a una protesta pacifica. “Ieri sera sono entrati nel padiglione e hanno picchiato selvaggiamente senza che vi fosse alcuna resistenza. Perché era solo una protesta pacifica di mancato rientro in cella per i problemi relativi alle chiamate, quindi avvisare le famiglie, alla possibilità di venir curati e di poter avere un tampone effettuato, tutto qua. Nient’altro si chiedeva”. E quanto ascoltato in questi audio ci è stato confermato da una persona che ci ha contattato via email dicendo di essere la suocera di un detenuto. Che ha aggiunto: "Non sono bestie ma esseri umani, hanno il diritto di essere tutelati". Per verificare il contenuto degli audio che potete ascoltare all’inizio di questo articolo, abbiamo contattato il Garante dei detenuti Carlo Lio. “Nel carcere di Voghera ci sono stati quattro casi di coronavirus che sono stati immediatamente isolati per mettere in sicurezza la struttura. Ovviamente ci sono dei malesseri da parte dei detenuti, dovuti soprattutto alla restrizione dei colloqui con i familiari, ma ho la garanzia dei direttori delle carceri che è tutto sotto controllo”. Carlo Lio conferma il sovraffollamento delle carceri italiane. Il numero eccessivo di detenuti per struttura aumenta il rischio che si verifichino situazioni critiche. Una soluzione possibile sarebbe quella di concedere i domiciliari ai chi ne ha il diritto. I detenuti del carcere di Monza hanno scritto una lettera in cui chiedono “all’Illustrissima Presidenza del Consiglio dei Ministri, pene alternative a chi può usufruirne” e auspicano “un importante gesto umano come l’indulto o l’amnistia”.

«A Foggia mio figlio e gli altri detenuti picchiati e trasferiti dopo la rivolta». Damiano Aliprandi il 28 marzo 2020 su Il Dubbio. È il racconto drammatico di episodi che sarebbero accaduti nell’istituto pugliese nei giorni successivi ai disordini. Tutti abbiamo ancora impresse le immagini della rivolta avvenuta al carcere di Foggia e la conseguente evasione di massa. Una evasione, tra l’altro, che tuttora lascia dei punti interrogativi. Dopo quell’evento qualcosa sarebbe accaduto. Tante, troppe, testimonianze si sono accavallate di presunti pestaggi che diversi reclusi avrebbero ricevuto come atto di ritorsione. La rete emergenza carcere composta dalle associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Legal Team, Osservatorio Repressione e LasciateCIEntrare, ha raccolto diverse testimonianze e ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Si tratta di testimonianze dei familiari di alcuni detenuti presso la Casa circondariale di Foggia prima dell’intervenuto trasferimento in seguito alla rivolta. Sono ben sette le testimonianze e vale la pena riportarle tutte. « In data 8/ 03/ 2020 mio figlio, detenuto fino al 12/ 03 presso la Casa circondariale di Foggia durante la chiamata, mi ha riferito quanto segue: a seguito delle manifestazioni di protesta messe in atto da parte di numerosi detenuti impauriti a causa dell’allarme Coronavirus, il giorno della rivolta sono entrati in 5 o 6, incappucciati e con manganelli. I detenuti sono stati massacrati di botte, trasferiti solo con ciabatte e pigiama e tenuti in isolamento per i successivi 6/ 7 giorni. Solo dopo una settimana i detenuti hanno ricevuto i loro oggetti personali », riferisce la madre del detenuto, trasferito al carcere di Viterbo. Poi c’è la moglie di un altro recluso. Una testimonianza che combacia con quella precedente, ma con l’aggiunta che la presunta azione violenta sarebbe addirittura continuata nel carcere viterbese: « Il giorno del trasferimento, il 12/ 03/ 2020, durante la notte, mentre si trovava presso la Casa circondariale di Foggia, le guardie esterne sono entrate in cella e hanno pestato i detenuti. Successivamente al trasferimento non ho più ricevuto notizie. Dopo dieci giorni, durante una chiamata, mio marito mi ha riferito che ci sono state altre violenze all’interno del carcere di Viterbo ». Nell’esposto viene riportata la testimonianza della sorella di un altro detenuto, trasferito in seguito alla rivolta al carcere di Vibo Valentia. « In data 9 marzo mio fratello, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: in piena notte è stato picchiato a manganellate e portato via in pigiama e ciabatte per essere trasferito in un’altra struttura, dopo la rivolta fatta alcuni giorni prima ». Sempre la sorella del detenuto ha proseguito con una riflessione accorata: «Premetto che i detenuti sono esseri umani e non meritano trattamenti disumani, come quelli subiti. Se hanno sbagliato è per un motivo valido. La paura per il C orona virus e la sospensione dei colloqui con i parenti hanno generato il panico. Hanno percepito il pericolo mortale del virus e non potendo avere più notizie si sono allarmati ed è subentrato il caos ». Nell’esposto in Procura si aggiunge anche la testimonianza di un’altra madre di un detenuto, ora recluso nel carcere di Catanzaro: « In data 9 marzo mio figlio, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: di essere stato picchiato a manganellate su tutto il corpo, specialmente sulle gambe e portato al carcere di Catanzaro senza avere la possibilità di prendere il vestiario o il minimo indispensabile ». C’è poi un’altra testimonianza, questa volta della moglie di un detenuto che addirittura sarebbe un invalido. « ll 20/ 03/ 2020 durante la telefonata con mio marito – testimonia la donna – ho avvertito la sua sofferenza, accusava dolori alle costole e mi ha riferito di aver sbattuto da qualche parte. Lui è invalido al 100% e non potrebbe mai muoversi con violenza dal momento che è in carrozzina. Sono certa che lui non può parlare liberamente. Infatti, successivamente mi ha riferito che la prima lettera che avrebbe voluto inviarmi dopo il massacro successo a Foggia gli è stata strappata. Gli ho detto di farsi portare al pronto soccorso ma non lo fanno perché altrimenti andrebbe in quarantena. Io voglio vederci chiaro! ». Il padre di un detenuto ha riferito ancora che il figlio gli avrebbe detto di essere stato trasferito, in piena notte, senza alcun vestito, aggiungendo che sarebbe stato picchiato. L’ultima testimonianza è davvero emblematica. In questo caso, il detenuto, vittima di un presunto pestaggio, non avrebbe nemmeno partecipato alla rivolta del carcere di Foggia. Infatti non è tra coloro che ha subito un trasferimento. Alla sorella avrebbe raccontato, con una telefonata e una lettera, l’accaduto: « Oltre allo spavento anche le mazzate mi sono preso dalla polizia, in questi giorni ho avuto un attacco di ansia, la notte non dormo più, ho tanta paura, io che non ho fatto niente le ho prese. Ci hanno sequestrato tutti i viveri, siamo stati giorni senza caffè, sigarette, detersivi, cibo. Ci hanno levato tutto! ». Sono tutte testimonianze, molto drammatiche, che rimangono tali. Sarà la Procura ad accertare quanto sia effettivamente avvenuto e, nel caso, ad esercitare un’azione penale nei confronti dei responsabili di eventuali reati. Rimangono sullo sfondo le diverse testimonianze che coincidono perfettamente.

Leandro Del Gaudio per “il Mattino” il 27 marzo 2020. È stato uno di quelli che ha mantenuto la calma, rimanendo fermo nella propria cella, badando bene che nessuno del suo padiglione finisse coinvolto negli scontri. Poi, appena passata la furia, ha deciso di far sentire la propria voce: rivolgendo un ringraziamento agli agenti di polizia penitenziaria per il lavoro che stanno svolgendo, per la capacità di assicurare il controllo nelle celle, nonostante il periodo di particolare agitazione. Una lettera aperta, quella di Antonio Bastone (presunto boss degli scissionisti di Secondigliano), consegnata al garante dei detenuti Pietro Ioia e spedita al quotidiano Roma, per dare una connotazione pubblica al suo gesto. Una strategia mediatica da non sottovalutare, quella del presunto killer della faida del 2012, recluso nel padiglione Avellino, l'unico rimasto impermeabile alla rivolta dei primi giorni di marzo nel carcere di Poggioreale. Parliamo di una vicenda che non è passata inosservata alla Dda di Napoli, pronta a verificare quanto avvenuto nel carcere cittadino, a partire proprio dalla moral suasion di Antonio Bastone. Un episodio da non sottovalutare, secondo gli inquirenti napoletani, viste le particolari dinamiche che entrano in gioco nelle carceri italiane, quando l'esempio offerto da un detenuto influente rischia di risultare decisivo nella definizione di equilibri e di rapporti di forza, dentro e fuori le celle. Ma torniamo ai primi giorni di marzo. Poggioreale in rivolta, incubo contagio da coronavirus, stop ai colloqui con il mondo esterno. Un intero spaccato di rapporti - tra la realtà di fuori e quella interna - si interrompe bruscamente. Niente più abbracci con i propri cari, niente più conforto dalla vista di mogli e figli, niente più informazioni su processi e su quanto sta accadendo nei rispettivi quartieri. Ma non è solo questo a gettare nel panico decine di detenuti. Non c'è solo la paura per il rischio contagio ad alimentare ansia e a provocare momenti di violenza. No, c'è dell'altro. Da una settimana all'altra, centinaia di detenuti hanno dovuto rinunciare a possibili passaggi di mano, scambi di soldi, di cellulari e, soprattutto, di droga. Un dramma, un incubo, per chi in questi anni ha approfittato delle maglie larghe di una casa circondariale dove l'impegno della polizia penitenziaria (e di tutti gli operatori) è altissimo, titanico, proprio nell'impossibilità di controllare ogni momento di ogni colloquio di centinaia di detenuti al giorno. Ed è in questo scenario che scoppia la rivolta del sette marzo. Ricordate la cronaca raccontata dai media venti giorni fa? Da nord a sud, una sorta di guerriglia, culminata poi nell'evasione di alcuni detenuti in Puglia e nella morte di altri reclusi, specie nelle carceri del nord. Vittime delle razzie dei reparti di infermeria, del metadone rubato nel pieno dell'agitazione. Anche a Napoli c'è stato qualcosa di simile. Anche a Napoli, al di là della comprensibile paura di tanti detenuti, qualcuno puntava al metadone. E non è un caso che la Procura di Giovanni Melillo (per altro pronto a mediare in prima persona a Poggioreale, nei momenti più aspri della rivolta) ha aperto un fascicolo su scontri e danneggiamenti. Una vicenda in cui non passa inosservata la storia della lettera di Bastone. Indicato dai pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra come un killer degli scissionisti, il presunto boss potrebbe aver sfruttato il momento di confusione per ribadire un paio di concetti: nel mio padiglione niente rivolta; basta colpi di testa qui a Poggioreale, dove bisogna avere rispetto per gli agenti di polizia penitenziaria. Un invito alla calma, ma anche un modo per accreditarsi come garante della pax sociale in una delle strutture penitenziarie più affollate d'Italia. Una riflessione espressa al Mattino la scorsa settimana dal sostituto procuratore generale Catello Maresca, a proposito degli scontri a Poggioreale, che ha parlato di un possibile messaggio mafioso dietro la lettera aperta di Bastone. Da un lato, il boss si è dissociato, rivendicando che nel padiglione Avellino nessuno ha mosso un dito negli scontri; dall'altro ha espresso solidarietà verso la polizia penitenziaria. Tutti fermi, dunque, in una trama tutta da esplorare, anche nei giorni del dramma della pandemia.

«Noi detenuti siamo esposti al virus insieme agli agenti». La redazione del giornale “Dietro il cancello” di Rebibbia su Il Dubbio il 25 marzo 2020. A seguito della classificazione di “pandemia” raggiunta da coronavirus nelle carceri cresce la solidarietà tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria. Un evento storico su cui riflettere, l’elemento comune è il valore della vita, paradossalmente la problematica consente l’opportunità di elevare la concezione della vita stessa in tutte le derive che negli ultimi anni sono state indotte dall’assottigliamento dell’etica. Senza etica professioni e mestieri sono ridotti a una recita finalizzata a suscitare consensi, si perdono di vista i valori umani e sociali maturati in Italia, in Europa e nel mondo. Le continue informazioni inerenti alla facile propagazione del virus che per l’indice di mortalità è stato classificato pandemico congiuntamente alle misure preventive da adottare imposte dal governo ci fanno comprendere che in regime di sovraffollamento non è possibile ottemperare a nessuna di esse. I dati indicano 61 mila detenuti in più dell’effettiva capienza, a dispetto dei principi di civiltà e umanità che la detenzione in carcere si prefigge di inculcare nel percorso rieducativo, così come richiesto dal ormai troppo menzionato art. 27 della Costituzione. Disponibilità e tolleranza, sono identificativi di buon senso, di spirito d’immedesimazione, e in assenza del virus è stata sempre dimostrata con l’adattamento incondizionato alle fatiscenti condizioni d’igiene e abitabilità che vigono nelle strutture penitenziarie. Le carceri fanno parte dello Stato italiano, a tale proposito chiediamo una se pur blanda verifica ispettiva dei Nas nelle aree di preparazione dei cibi, smaltimento rifiuti, stanze pernottamento etc etc. al fine di verificare se in concreto l’aggiunta della diffusione del virus sia la goccia che possa concorrere a esasperare una già difficile condizione di vita. Sul punto, ci si potrebbe soffermare a riflettere, e rammentare ai politici, che nelle carceri Italiane non vige uno stato di diritto, ma lo stesso è affidato al buon senso, e alla discrezionalità di chi gestisce il mondo carcere, che grazie all’esperienza maturata, e ai propri principi etici, morali e umani, sopperiscono a numerose deficienze che non sono in linea con gli standard di umana accettabilità e decoro. Interrotta la tematica dei migranti, si è passati stimolare il furore del popolo contro i detenuti, argomenti ormai collaudati i cui temi sono funzionali a raggiungere consensi elettorali e a distrarre le masse dalle problematiche socio economiche che se risolte sarebbero il vero deterrente al crimine. Alla presenza di una condizione di necessità e di urgenza bisogna avere il coraggio e la competenza di adottare provvedimenti seri e radicali, non basta indicare anni di carcerazione come unica soluzione alla reale problematiche. Il fenomeno del sovraffollamento è la conseguenza di problematiche irrisolte alla cui base in primis, vi è l’istruzione che negli anni si è assottigliata notevolmente ed è mediamente mediocre anche tra coloro che ricoprono incarichi lavorativi di rilievo. Oggi la dirigenza del carcere è messa di fronte a un’accettazione di responsabilità enormi, si ha difatti certezza che qualora il virus si manifestasse nella struttura carceraria si trasformerebbe in un lazzaretto e in una bomba pronta a esplodere. E possibile che da quasi due mesi ancora non sono state adottate procedure specifiche relative all’arrivo dei cosiddetti nuovi giunti considerata che continuano a giungere nelle carceri potenziali portatori di virus. Detti soggetti non dovrebbero essere inseriti nei circuiti carcerari, ma nelle celle di sicurezza delle singole Forze di Polizia o delle strutture militari e sottoposti a controlli sanitari, almeno per 14 giorni, così come sta avvenendo per tutti i cittadini. Anche la Polizia Penitenziaria, congiuntamente al personale infermieristico e i pochi ammessi dell’area educativa devono essere sottoposti a misure di segregazione nelle caserme a loro dedicate al fine di tutelare la popolazione carceraria. Ai detenuti sono stati interrotti i colloqui, e alla stessa stregua si dovrebbe evitare nel modo più assoluto la diffusione del virus all’interno della struttura. Sarebbe ipotizzabile munire di almeno quattro cinque macchine ventilanti al fine di prestare i primi soccorsi qualora fosse necessario e come misura preventiva sottoporre a tampone i detenuti. Dette misure preventive servono a salvaguardare la salute in primis della popolazione carceraria e degli operatori, nonché sono a garanzia della stessa dirigenza della struttura che è messa in condizione di fronteggiare concretamente l’emergenza con mezzi adeguati qualora la prevenzione passiva lasciasse filtrare il virus all’interno. Il sovraffollamento delle carceri è la prova che manette e reclusioni non sono un valido deterrente che induce un comportamento di rettitudine bisognerebbe indicare politiche adeguate a breve e lungo termine, non basta esibire le manette come deterrente all’illegalità, iniziamo adesso a risvegliare il senso di umanità, cogliamo il virus come una opportunità per muovere il primo passo per elevare il senso e la percezione della vita, abbiamo tutti compreso che non né abbiamo il pieno controllo e può essere persa all’improvviso con un febbre più accentuata. La redazione del Giornale Dietro il Cancello di Rebibbia N. C. – Roma.

Voghera, i familiari: “I nostri cari hanno paura e sono preoccupati”. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 26 marzo 2020. Ufficialmente sono cinque i reclusi risultati positivi, mentre 40 sarebbero isolati. “Mio figlio mi ha detto che sono molto preoccupati e spaventati per quello che sta succedendo a causa dell’epidemia, perché hanno il terrore di essere contagiati e che gli interventi avvengano con molto ritardo e soprattutto perché le cure all’interno sono davvero scarse!”, è una lettera accorata giunta a Rita Bernardini del Partito Radicale da parte di un famigliare di un recluso al carcere di Voghera. La preoccupazione è grande, ed è dovuta dal fatto che si sono registrati diversi casi di contagio tra detenuti. Il Dubbio ha potuto verificare che con certezza sono 5 i casi, tra i quali uno dei detenuti infetti è ricoverato in ospedale. Ma dal racconto emergono altri particolari che testimoniano la situazione particolarmente delicata. “Molte celle – si legge nella lettera rivolta alla Bernardini- sono state chiuse per la presenza di più casi di detenuti che manifestano sintomi di febbre alta. Mi ha anche detto che l’unica precauzione che viene adotta è la misurazione della temperatura corporea, ma non sono stati forniti dispositivi di protezione individuale”. Emergono altri particolari. “Hanno fornito un flacone piccolo di disinfettante tipo amuchina prodotto da un’azienda di Pavia, al costo di euro 9,90 per ciascun flaconcino, nonché un flacone di candeggina da 1 lt ed uno di lisoform sempre da un litro per ciascuna cella, questi al costo di euro 22,00 addebitato pro quota a ciascun detenuto occupante le singole celle ( dove allo stato ci sono tre persone)”, denuncia sempre il padre di un detenuto nel carcere di Voghera. Sempre secondo tale testimonianza attualmente ci sarebbero 40 detenuti in isolamento e in attesa di un tampone. Questo accade nella sezione di alta sicurezza come già riportato da Il Dubbio nei giorni scorsi. Una situazione che desta molta preoccupazione e che forse, proprio per evitare ulteriori psicosi, si dovrebbe fare chiarezza. Sono tante, troppe, le segnalazioni che giungono dai familiari dei detenuti del carcere di Voghera. Compreso il fatto che ci siano problemi di comunicazione tramite Skype. Ma questo è un problema generale già riportato dal garante nazionale Mauro Palma tramite il bollettino scorso. Ovvero che permangono le difficoltà nell’utilizzo della piattaforma Skype per la pochezza delle linee e del loro cablaggio.

I detenuti rischiano la pelle ma Salvini “se ne frega”. Davide Varì su Il Dubbio il 25 marzo 2020. Il leader leghista contro qualsiasi ipotesi di alleggerire gli altissimi rischi di contagio nelle nostre carceri: “A Milano – dice – c’è anche qualche genio che dice di requisire gli hotel per metterci i carcerati. Stiamo scherzando!” “Va bene penalizzare chi è in giro senza motivo perché mette a rischio anche la vita degli altri. Ma abbiamo fatto presente al governo una cosa inaccettabile, nel decreto Cura Italia si prevede l’uscita anticipata dal carcere per migliaia di detenuti che possono avere uno sconto di pena dai 6 ai 18 mesi”. Così il senatore della Lega, Matteo Salvini, il quale, evidentemente, “se ne frega” delle condizioni di salute di migliaia di cittadini – 66mila per la precisione – che rischiano la pelle nelle nostre carceri ad altissimo rischio di contagio di massa. E se ne frega anche del fatto che quelle stesse carceri siano considerate da mezza europa veri e propri casermoni che non rispettano i requisiti minimi del rispetto della dignità umana. Salvini, soprattutto alla luce degli ultimi sondaggi che lo danno in crollo, vuol cercare di tenere stretti il suo pacchetto di voti e per far questo sembra disposto a tutto. “Dimmi perché devi mandare in galera gli italiani che sono fuori casa oggi senza motivo – ha detto riferendosi all’inasprimento delle misure per chi non rispetta le norme – e devi fare uscire di galera alcune migliaia di persone che se sono in galera qualche problema l’hanno creato”. Poi la proposta: la tutela della salute dei carcerati e dei poliziotti – spiega Salvini – “passi attraverso le mascherine, i guanti, le protezioni, l’utilizzo delle strutture che oggi sono vuote o poco utilizzate. Sicuramente fare uscire 5 mila carcerati, molti dei quali non hanno un domicilio -ha concluso- e a Milano c’è anche qualche genio che dice di requisire gli hotel per metterci i carcerati. Stiamo scherzando”.

L’ONU: «Covid devastante per i detenuti: liberateli!». Errico Novi su Il Dubbio il 25 marzo 2020. Clamoroso appello dall’Alto commissario delle Nazioni Unite: «Fuori dalle galere almeno gli anziani e i malati». Ma al question time Bonafede dice candidamente che, col Dl “Cura Italia”, sono usciti solo «200 reclusi», di cui «50 col braccialetto». Nonostante il sovraffollamento sia a quota 10mila. Sgarbi lo chiama «untore». Ma il problema è la Lega. Che parla di «svuotacarceri mascherato». Si potrebbe dire che in fondo ciascuno vede le carceri dall’angolo visuale della sua cultura di appartenenza. Prendiamo i magistrati, visto che l’idea garantista di giurisdizione propria degli avvocati è ben nota. Prendiamo non solo l’Anm, ma una sua componente, “Area”, notoriamente progressista. Nell’avvertire il guardasigilli Alfonso Bonafede che «il rischio coronavirus nei penitenziari è altissimo», ricorda che a dover essere tutelati sono «i detenuti e tutti quelli che per loro lavorano». Ecco. Visto che parlare dei diritti dei reclusi forse non basta a commuovere i cittadini, ben venga chi punta sui lavoratori. Rischiano pure loro. Anche dentro le carceri. Proprio la pluralità di sguardi sul carcere emerge anche nel question time di ieri a Montecitorio. Bonafede vi contribuisce con un dato terrificante: dall’entrata in vigore del Dl Cura Italia – che prevede una concessione dei domiciliari “accelerata” a chi potrebbe uscire comunque, ma (se la pena residua supera i 6 mesi) solo se è disponibile il “braccialetto” – hanno fisicamente lasciato la galera appena «200 persone». Cioè: solo 200 sui circa 10mila detenuti in più rispetto alla capienza totale del sistema penitenziario nazionale. Basterebbe per chiudere la partita e dire: il guardasigilli scherza col fuoco. C’è chi lo fa: Vittorio Sgarbi. Lo chiama «untore». Lei, urla al ministro con la solita proverbiale verve, «per la sua responsabilità giuridica e morale dovrebbe essere indagato!». C’è anche chi lo fa indirettamente: l’alto commissario Onu per i Diritti umani Michelle Bachelet. Che ricorda a propria volta come il covid-19 possa essere «devastante» per i detenuti, e che bisognerebbe liberare i reclusi più «vulnerabili al virus», come «anziani e malati», ma anche «i non pericolosi». Cosa che il decreto Cura Italia favorisce solo in minima parte. Il punto è il pluralismo di cui sopra. Perché all’invettiva di Sgarbi e al monito dell’Onu, e alle obiezioni persino del Csm, fa da contrappunto l’incredibile voce contraria del leghista Jacopo Morrone, ex sottosegretario alla Giustizia, che parla di «svuotacarceri mascherato» e di «stupratori e truffatori che potranno tornare liberi e darsi alla fuga». È la media dei due estremi che assolve Bonafede. Neppure il dem Walter Verini lo scalfisce: «Ci sono 10mila reclusi in più e al tempo del coronavirus il sistema penitenziario rischia di diventare una bomba sanitaria». Il Pd chiede «misure per ridurre la pressione» negli istituti – e qui è Alfredo Bazoli a parlare – e di farlo in fretta perché in galera «non è possibile far rispettare la distanza necessaria». Ci provano anche i due deputati di Italia viva intervenuti, Lucia Annibali e Gennaro Migliore. Proprio i due parlamentari del partito di Matteo Renzi, che pure ha personalmente incalzato il guardasigilli sull’allarme penitenziario, hanno il merito di ricordare come «l’Unione Camere penali, caro ministro» sia in realtà «la prima a interrogarla da giorni» e che «tutti gli avvocati penalisti esprimono critiche, e lo fanno anche il Csm e i radicali di Rita Bernardini». Ebbene, le domande rivolte a Bonafede e al Dap dagli avvocati sono specifiche e semplici: l’Ucpi chiede di sapere quanti detenuti potranno beneficiare delle nuove (si fa per dire) misure, quanti braccialetti sono disponibili, quanti casi di reclusi positivi già si contano e cosa pensa di fare il capo del Dap (che Italia viva chiede di rimuovere) per consentire l’eventuale isolamento dei contagiati. Bonafede offre all’aula e alla diretta su Rai 3 risposte in parte terribili: innanzitutto quei soli 200 finiti ai domiciliari in virtù delle norme acceleratorie del “Cura Italia, dei quali – per giunta – solo 50 col braccialetto elettronico e altri 150 già titolari di licenza per lavoro esterno, autorizzati ora a dormire a casa per evitare che si portino il covid in galera. I contagiati «sono 15, isolati o ricoverati», assicura Bonafede. Gli aventi diritto a uscire più in fretta sono in tutto 6.000, ma «i braccialetti disponibili, al 15 maggio, saranno 2.600». Bisognerebbe sapere quanti sono i reclusi con pena residua inferiore ai 6 mesi, per i quali il dispositivo non è necessario, il dato però non arriva. Ci si dovrebbe rallegrare per il trend in calo riguardo alle presenze: «Da fine febbraio ad oggi siamo scesi da 61.235 a 58.592 detenuti». Morale della favola: non c’è alcuno svuotacarceri, quel poco introdotto dal “Cura Italia” non consentirà di scarcerare che pochissime migliaia di persone. C’è solo, forse, qualche reato in meno, e qualche giudice pietoso che si mette una mano sulla coscienza e deposita la sentenza in ritardo per evitare di ingolfare il lazzaretto.

Impariamo dalla Francia che ha subito mandato a casa 5 mila detenuti. Tiziana Maiolo de Il Riformista il 25 Marzo 2020. Una riunione in collegamento telefonico con i soggetti coinvolti, magistrati, cancellieri e i responsabili dell’Amministrazione Penitenziaria, compresi gli educatori e i rappresentanti sindacali, e la decisione è presa: 5.000 detenuti usciranno dal carcere e andranno agli arresti domiciliari, senza braccialetto elettronico. Il ministro Guardasigilli che ha assunto l’iniziativa non si chiama Bonafede ma Nicole Belloubet, e i carcerati che andranno a casa non sono italiani ma francesi. Anche oltralpe gli istituti penitenziari sono sovraffollati, 70.000 persone occupano il posto di 61.000, e la consapevolezza, con grave ritardo, anche da parte del governo Macron, del pericolo di contagio dell’epidemia da coronavirus, ha costretto all’allarme sui luoghi di reclusione. Immediatamente gli organismi di difesa dei diritti dei detenuti, ma anche molti magistrati e avvocati hanno richiesto il “massiccio” svuotamento delle carceri, giustificato con la situazione emergenziale. E già da venerdì scorso il ministro Belloubet aveva dichiarato che avrebbe preso provvedimenti nei confronti di eventuali detenuti malati o che stessero scontando un periodo di fine pena. Ma il primo concreto provvedimento del Guardasigilli è stata l’immediata disposizione agli uffici giudiziari di non eseguire le pene detentive “brevi” per non sovraccaricare le carceri, oltre a tutto con ingressi di persone che potrebbero essere inconsapevoli portatori del virus. Anche perché, proprio come in Italia, cinque detenuti sono già risultati positivi al Covid-19. Infine, nella giornata di lunedì, la riunione ad alto livello con tutti i soggetti dell’amministrazione della giustizia, comprese le organizzazioni sindacali, molto disponibili ad alleggerire un sovraffollamento che pesa anche sui loro iscritti che lavorano all’interno degli istituti di detenzione. Il provvedimento è inserito in una recente legge sull’emergenza sanitaria e prevede innanzi tutto la semplificazione delle procedure per alleggerire il sovraffollamento, con la scarcerazione immediata di tutti i condannati con un residuo pena di due mesi. Sono esclusi solo i condannati per reati di terrorismo o di violenza all’interno della famiglia. Una piccola cosa, ma qualcosa di immediato, anche se non si allarga ai detenuti in attesa di giudizio, che comunque in Francia sono in numero molto inferiore rispetto all’Italia. C’è anche un intervento di semplificazione sulla liberazione anticipata, che consente ai detenuti che abbiano scontato due terzi di una condanna complessiva a cinque anni, di trascorrere l’ultimo terzo della pena ai domiciliari. Non è previsto per nessun carcerato l’impiego del braccialetto elettronico, proprio per l’urgenza di applicare in tempi rapidi il provvedimento ministeriale e per la velocità con cui nel frattempo cammina il virus. Il riferimento al meccanismo ci ricorda non solo il provvedimento fantasma del nostro ministro Bonafede che, evocando l’uso di qualcosa che non esiste, ha di fatto vanificato quel che aveva scritto sulla carta, ma anche la storia scandalosa di un vero imbroglio politico. E’ lungo l’elenco dei ministri degli interni che, a partire dalla prima sperimentazione di Bianco nel 2001, investirono energie e denaro pubblico per uno strumento forse un po’ lesivo dei diritti individuali, ma utilissimo per il singolo detenuto e per sfollare un po’ l’asfissia delle nostre carceri. Dopo i primi duecento milioni investiti dal ministro Bianco, ne arrivano altri cento da parte del successore Pisanu, e poi 63 da Annamaria Cancellieri e infine ancora 45 per un bando da 12.000 braccialetti promosso dal ministro Minniti nel 2017. Ma ci sono questi braccialetti? Non più di duemila, pare, e non si hanno più notizie di quell’ultimo inutile bando. Sarebbe bene che qualcuno dicesse la verità, magari il ministro dell’interno attuale, su quell’imbroglio politico. A meno che la verità vera non sia sempre la solita: qualunque procedura che sa troppo di processo accusatorio, di prova formata in dibattimento, di carcere come ultima ratio, non è accettata dalla corporazione dei magistrati, quindi nei fatti viene boicottata. Si tolga quindi immediatamente dal decreto Bonafede il riferimento al fantasma-imbroglio del braccialetto, si raccolgano le parole sagge del Presidente Mattarella e di papa Francesco, che hanno mostrato sensibilità nei confronti di chi, essendo rinchiuso, ha diritto di avere più paura di noi tutti rispetto al contagio. E si aprano le porte delle carceri almeno a qualche migliaia di prigionieri, come stanno facendo in Francia e in altri Paesi del mondo.

Cosa direbbe Turati delle nostre prigioni? Domenico Ciruzzi de Il Riformista il 24 Marzo 2020. «Fuggono anche i detenuti qualche volta, ma troppo di rado, e io vorrei che le evasioni fossero ben più numerose: me lo augurerei di cuore» (F. Turati, Il cimitero dei vivi, da un discorso alla Camera dei Deputati sulle condizioni del sistema carcerario del 1904). A fronte delle grida di dolore che si levano dalle carceri e dal personale penitenziario, il Governo ha tecnicamente risposto con una presa in giro – un “cinico bluff” come definito, con parole vere e chiare, dal presidente dell’Unione camere penali, Gian Domenico Caiazza – che, nella migliore delle ipotesi, consentirà a poche centinaia di detenuti di scontare il residuo di pena all’interno delle proprie abitazioni. La presa in giro si annida nella parte finale del provvedimento: la concessione della detenzione domiciliare è subordinata (salvo che per i detenuti con un residuo di pena inferiore a sei mesi) alla disponibilità dei braccialetti elettronici. Sì, proprio quegli introvabili braccialetti elettronici la cui cronica e colpevole indisponibilità è la causa di quasi la totalità delle custodie cautelari in carcere: è irridente; è disumano. Pochissimi dunque usciranno dal carcere ed, a turno – come in una sorta di tragica riffa – via via che i braccialetti si liberanno. Quella moderazione, quell’evitare fughe in avanti, quella sana logica del miglior compromesso possibile a cui ci si è sottoposti per tentare di raggiungere un risultato intermedio in grado di salvare numerose vite umane sembrerebbe essere risultata vana. Il confronto sembra essere impossibile con gli integralisti delle manette, veicolo sicuro per attrarre il consenso. Ma non vogliamo e non possiamo arrenderci. Continuiamo ad invitare ed esortare il Governo e il Parlamento a cambiare rotta e ad assumere provvedimenti che realmente mettano al sicuro la salute delle decine di migliaia di detenuti, guardie penitenziarie ed operatori del carcere in questo momento sottoposti ad inaccettabili rischi. Aggiungiamo, inoltre – anche attraverso un appello al Presidente della Repubblica perché svolga quel compito di moral suasion che costituisce l’essenza fondamentale del suo ruolo all’interno degli equilibri costituzionali – la necessità di emanare provvedimenti di amnistia ed indulto che possano consentire al nostro paese di rientrare nei confini della civiltà e dell’etica. Mantenere lo status quo significa rappresentarsi ed accettare non già il possibile rischio bensì il più che probabile evento che moltissimi detenuti e guardie penitenziarie possano contrarre il virus ed in alcuni casi morire. Agire (o non agire) pur sapendo che necessariamente una simile condotta produrrà certi risultati significa assumere su di sé la responsabilità politica e giuridica delle eventuali morti. Si è davvero disponibili a tutto questo pur di restare coerenti alla brutale e demagogica propaganda?  Quattordici detenuti sono già morti nei giorni delle rivolte, “perlopiù” – come improvvidamente riferito in Parlamento dal Ministro di Grazia e Giustizia – per intossicazione da abuso di farmaci e metadone. Evitiamo tra qualche mese di contare decine di decessi tra i detenuti, perlopiù a causa del coronavirus. Nel 2020, cosa direbbe Filippo Turati sul carcere al tempo del coronavirus?

I braccialetti presa per i fondelli, arriveranno solo tra quattro mesi a emergenza finita. Alessio Scandurra de Il Riformista il 2 Aprile 2020. Il 22 febbraio il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria emanava la prima circolare contenente “Raccomandazioni organizzative per la prevenzione del contagio del coronavirus”. Da allora si sono succeduti molti provvedimenti sempre più allarmati ed incisivi, per fare fronte ad un’emergenza che si faceva sempre più pressante, fino al primo decreto del Governo in materia, che l’8 marzo dettava “misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, da un canto limitando, salvo casi eccezionali, colloqui con i familiari e permessi dei detenuti, dall’altro “raccomandando di valutare la possibilità di misure alternative”. Nulla di vincolante dunque, soprattutto in chiave deflattiva, nonostante anche l’Organizzazione mondiale della sanità raccomandi di “prendere maggiormente in considerazione il ricorso a misure non detentive”. In questa direzione finalmente il 17 marzo il Governo introduce la prima misura deflattiva, una nuova forma di detenzione domiciliare, più spedita nelle procedure delle altre fino a quel momento in vigore, a cui dovrebbero poter accedere i detenuti che devono scontare meno di 18 mesi di pena. La norma prevede varie preclusioni, ad esempio per chi ha commesso reati particolarmente gravi o infrazioni disciplinari, ma soprattutto prevede che a questa misura si debba accompagnare l’uso del braccialetto elettronico, fatta eccezione per coloro che devono ancora scontare meno di 6 mesi. La domanda è scontata: ma questi braccialetti ci sono o no? Molti ne dubitavano ma abbiamo finalmente appreso, dal decreto attuativo delle norme introdotte il 17 marzo, che i braccialetti elettronici messi a disposizione saranno 5.000, di cui 920 già disponibili. Il provvedimento prevede l’installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana, dunque prima che siano tutti in funzione ci vorranno più di 4 mesi, decisamente troppi per un intervento che deve rispondere ad una emergenza attuale e ad un disastro incombente quale sarebbe quello del contagio di massa di detenuti e personale in carcere. Questo probabilmente spiega il misero bilancio fatto dal ministro Bonafede in Parlamento il 25 marzo. Ad una settimana circa dell’entrata in vigore del decreto le persone uscite grazie a questo erano in tutto circa 200. È evidente che il ricorso obbligatorio a braccialetti che scarseggiano non ha aiutato. E poi c’è da chiedersi, c’era davvero bisogno dei braccialetti elettronici? Da anni l’Italia ha un sistema di misure alternative efficiente e rodato. Al 15 febbraio le persone in misura alternativa erano ben 61.177, e praticamente nessuno di costoro indossava un braccialetto elettronico, riservati fino ad oggi alle persone in misura cautelare. Eppure le misure alternative funzionano e ne viene revocata ogni anno, per la commissione di nuovi reati, una percentuale inferiore allo 0,5%. Dei braccialetti si sarebbe potuto dunque fare decisamente a meno facilitando invece l’uscita, anche a tempo, di più persone dal carcere. Il numero dei detenuti è attualmente in calo, grazie soprattutto agli sforzi della magistratura e delle direzioni degli istituti, i presenti sono ad oggi 57.405 a fronte di una capienza regolamentare di meno di 48.000 posti. Ma come è chiaro a tutti, non siamo più in una situazione regolamentare. Per gli isolamenti sanitari e le quarantene, ma anche per consentire una “distanza” adeguata tra i detenuti, è necessario scendere ben al disotto delle 48.000 presenze. In tutto questo ci ha scritto ieri un medico da un carcere del centro Italia: «nell’istituto dove lavoro continuano ad arrivare una media di 2 detenuti al giorno. Gli spazi sono già praticamente finiti per un flusso continuo e inarrestabile di nuovi giunti, spesso trasferiti da altri istituti». Ad oggi dunque non sono state prese misure ad hoc per i detenuti più anziani o in condizioni di salute più precarie, le misure deflattive di carattere generale sono limitate e condizionate alla disponibilità di dispositivi che scarseggiano e mancano infine anche alcune banali misure di sicurezza. Ed intanto il tempo stringe ed i contagi aumentano.

I detenuti sono cattivi, non hanno diritto alla salute. Iuri Maria Prado de Il Riformista il 29 Marzo 2020. C’è questa inciviltà supplementare nelle scelte politiche e di governo che trascurano la salute dei prigionieri: quelle scelte riguardano una categoria debole della società. Chi è costretto in prigione, infatti, è un soggetto debole già solo perché è sottoposto al potere dello Stato che gli rinchiude la vita in una cella. Il fatto che abbia commesso delitti (e non è scontato che li abbia commessi, visto che è perlopiù l’innocenza a sovraffollare il carcere) non dovrebbe implicare il diritto dell’ordinamento di lasciarlo in coda nelle politiche di tutela. Semmai quella condizione di subordinazione al potere dello Stato che toglie la libertà ai detenuti dovrebbe essere mitigata da politiche preferenziali: appunto perché discutiamo di persone più deboli. Gli abitanti di un edificio in fiamme devono essere salvati perché sono in pericolo: non perché hanno la fedina penale a posto. E il diritto del detenuto di veder tutelata la propria salute dovrebbe primeggiare sul suo obbligo di sopportare la pena. Così come la pretesa punitiva della società non dovrebbe escludere, ma supporre, l’obbligo dello Stato di tenere in cura tanto più attentamente la salute delle persone che incarcera. Sotto sotto, invece, ma spesso proprio apertamente, lavora il presupposto contrario: e cioè che si tratti di assicurare innanzitutto la salute dei cittadini “per bene”, che è un modo solo diverso per dire appunto che alla minorazione ordinaria dei diritti dei detenuti deve a accompagnarsi il loro dovere di esporsi alla malattia senza tante storie. Sappiamo amaramente che nessun politico (sottolineo: nessuno, nemmeno tra i pochi pur meritoriamente impegnati a riaffermare i diritti dei detenuti) reperisce il coraggio necessario a spiegare che lo Stato non dovrebbe occuparsi “anche” della salute dei carcerati, ma “innanzitutto”. Innanzitutto perché lo Stato dovrebbe risentire e dimostrare colpa e rimorso, non indifferenza, nell’esercitare il proprio potere punitivo. L’azione pubblica dovrebbe chiedere scusa ai detenuti già solo per il fatto che li incarcera, e questa richiesta di perdono non dovrebbe essere formale ma concreta e fattiva: escludendo che i detenuti siano doppiamente puniti da uno Stato in tal modo doppiamente colpevole.

Epidemia in carcere? Per Gratteri è bene che tutti rimangano in cella. Davide Varì su Il Dubbio il 2 aprile 2020.

Secondo il procuratore calabrese lo Stato deve pensare solo a costruire nuove galere. E intanto muore il primo detenuto di Coronavirus. «Scarcerare oggi i detenuti sarebbe un pessimo messaggio da parte dello Stato, che in questo modo indietreggerebbe». Parola del procuratore capo Nicola Gratteri. Il quale poi ha insistito: «Bastonano le guardie penitenziarie e scarcerarli sarebbe come premiarli per questo…», ha infatti aggiunto riferendosi alle proteste dei giorni scorsi. E ancora: “Che ci vuole a costruire quattro nuove carceri? Così la finiamo con questo problema del sovraffollamento e del disagio nelle carceri e togliamo alibi a tutti”. E infine la chicca finale: “Contro il coronavirus si è più al sicuro in carcere che fuori, visto che su 62mila detenuti in Italia finora si sono registrati solo 50 casi di Covid-19. Bisogna essere più rigorosi”, ha detto Gratteri poche ore prima che il primo detenuto morisse di Covid. Insomma, anche il procuratore Gratteri si aggiunge alla lunga e cupa lista di persone – politici e magistrati – che ignorano, o considerano tutto sommato accettabile, il rischio che i detenuti possano ammalarsi di Coronavirus. Un rischio amplificato dalle condizioni sanitarie dei nostri istituti di pena e dalla sostanziale impossibilità – a causa del sovraffollamento – di mantenere quella distanza necessaria a prevenire il contagio. Senza contare che anche l’Oms ha raccomandato a tutti gli stati di iniziare ad alleggerire la presenza nelle carceri, considerate vere e proprie bombe sanitarie pronte a deflagrare da un momento all’altro. Insomma, chi nega ai detenuti, almeno a una parte di loro, l’uscita dal carcere chiede allo Stato di non occuparsi della loro e della nostra salute. Una violazione gravissima della costituzione e, soprattutto, del buon senso e del senso di umanità. 

Liana Milella per repubblica.it il 3 aprile 2020. "In queste ore il problema non è la certezza della pena, ma l'emergenza Covid-19". E per questo Giuseppe Cascini, ex pubblico ministero a Roma, oggi consigliere al Csm per la sinistra di Area, parla con Repubblica e propone che escano dalle carceri al più presto tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena. E che non entri neppure in cella chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell'esecuzione. Ben diversa la proposta del governo, siglata tra il Guardasigilli Alfonso Bonafede e i partiti della maggioranza (Pd, Italia viva, Leu) e che si trasformerà in un emendamento del governo al decreto Cura Italia lunedì prossimo al Senato: subito ai domiciliari chi deve scontare sei mesi come già stabilisce il decreto del 17 marzo; valutazione elastica per chi si trova al confine dei sei mesi (per esempio sette); chi ha di fronte ancora da sei a 12 mesi ottiene i domiciliari previo via libera del magistrato di sorveglianza che valuta l'eventuale rischio di reiterazione del reato e comunque la concessione della misura anche se non dovesse essere ancora disponibile il braccialetto. Oltre i 12 mesi il braccialetto è obbligatorio. Stanno scarcerando massicciamente detenuti in tutto il mondo, dalla Francia, alla Turchia, dalla Libia all'Indonesia. In Italia no, si scatenano polemiche anche per poche migliaia di persone, messe addirittura ai domiciliari.

Che ne pensa?

"C'è una fortissima sottovalutazione dei pericoli di diffusione del contagio all'interno degli istituti penitenziari. Tutti noi stiamo affrontando una prova durissima per seguire le indicazioni degli esperti. Siamo chiusi in casa. Usciamo solo per ragioni di stretta necessità. E questo perché ci hanno detto che il distanziamento sociale è l'unico vero strumento per bloccare l'epidemia. Chiunque conosca la realtà carceraria italiana sa bene che è impossibile assicurare dentro le carceri quel distanziamento sociale, nonché le altre misure essenziali di profilassi. I detenuti dividono le camere fra più persone, condividono i servizi, consumano pasti insieme nelle celle, gli spazi comuni sono limitati. Insomma, in carcere l'assembramento, che tutti dobbiamo evitare, è inevitabile".

Sì, certo, questa sua fotografia delle patrie galere è oggettiva. Ma chi governa forse, soprattutto dopo le recenti rivolte, ha più paura di una possibile evasione post scarcerazione, che del contagio. Non è forse così?

"In questa vicenda si riproduce uno schema ricorrente nella politica e nel dibattito pubblico nel rapporto con il carcere. Che è considerato un 'non luogo', un 'altrove', che noi non vogliamo vedere, che sta dietro un muro, il muro di cinta appunto, e che non guardiamo. E questo ci consente di fare discussioni tutte ideologiche, tra chi invoca clemenza, e chi reclama rigore. Mai come in questo caso è impossibile tenere il carcere separato dal resto della società, perché il virus è in grado di attraversare le sbarre e i cancelli, e di diffondersi fuori dal carcere".

Sì, però ragioniamo sui numeri. Al momento c'è un solo detenuto morto a Bologna, di 79 anni, e ci sono 19 contagiati. Su 58mila detenuti. Se sono numeri veri, non le sembra che l'emergenza dentro le prigioni in realtà non ci sia?

"Prevenzione significa intervenire prima che una cosa accada. Per conoscere la reale situazione del carcere oggi bisognerebbe sapere quanti tamponi sono stati fatti ai detenuti".

Voci autorevoli dalle carceri dicono che di tamponi ne sarebbero stati fatti pochissimi....

"Tutti ci dicono che il rischio vero non sono i malati, ma gli asintomatici, che rischiano di diffondere la malattia. Io mi auguro che non esploda il contagio in carcere, ma vorrei essere rassicurato sul fatto che chi ne ha la responsabilità stia adottando per i detenuti e per il personale le stesse misure di protezione che si adottano per il resto della popolazione".

Di conseguenza, le scarcerazioni secondo lei sono necessarie?

"Certo, sono necessarie e anche urgenti. Siamo di fronte a un'emergenza e quindi servono rimedi straordinari. Ci sono circa 20mila detenuti che scontano una pena inferiore a tre anni per reati non gravi. Dovrebbero essere tutti collocati automaticamente in detenzione domiciliare almeno fino a quando dura l'emergenza".

E per quelli che non hanno una casa?

"Lo Stato ha il dovere, in questa fase, di trovare delle strutture dove collocare temporaneamente i detenuti. Ci sono navi, ci sono alberghi, basta requisirli per qualche mese. Costa sicuramente meno di quanto costino i posti in terapia intensiva, e soprattutto dei costi economici e sociali che deriverebbero da un'esplosione dei contagi".

Ma poi lei questi detenuti li terrebbe sotto controllo con il braccialetto elettronico e del tutto liberi?

"Vanno mesi ai domiciliari, quindi col divieto di uscire. Non credo ci sia bisogno di braccialetti in un momento in cui quasi tutti stanno a casa, e le città sono presidiate dalle forze di polizia. Semmai mi sentirei di proporre pene elevate per chi dovesse evadere dai domiciliari, perché non solo si sottrae alla pena, ma mette a rischio la salute pubblica".

La soluzione del governo, di dare automaticamente i domiciliari a chi deve scontare un anno, e gli stessi domiciliari ma con braccialetto, a chi ha ancora 18 mesi da fare, la convince oppure è un compromesso?

"È una misura insufficiente, perché pochi detenuti hanno un domicilio dove stare, tant'è che se lo avessero non starebbero in carcere. E perché tutti sanno che non ci sono braccialetti a sufficienza per rendere effettiva la misura. In più, per decidere sulle istanze dei detenuti, ci vuole tempo e lavoro da parte del personale penitenziario e dei giudici di sorveglianza. Tempo e lavoro che noi oggi non abbiamo e comunque non ci possiamo permettere".

L'uso dei braccialetti è sempre stato controverso e soprattutto riservato a poche decine di detenuti. In queste ore, Bonafede e i suoi stanno cercando di ottenere il maggior numero di braccialetti dal Viminale e dal commissario Arcuri. Ma non si rischia di far passare prima l'emergenza?

"I braccialetti costano e servono a poco. Non impediscono l'evasione, ma semplicemente ti avvisano che un detenuto è evaso. Non ha alcun senso spendere denaro per controllare detenuti che non scapperebbero mai e quei soldi andrebbero piuttosto investiti per individuare strutture in cui collocarli".

Al Csm, come gruppo di Area, avete consigliato al governo di bloccare le scarcerazioni di chi è stato condannato a 4 anni. Non è un tetto troppo alto?

"Quattro anni è il limite di pena sotto il quale è possibile, in tempi normali, ottenere l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Non credo che cambi molto se nei prossimi sei mesi si bloccano i nuovi ingressi in carcere per questi condannati con la sola eccezione dei reati più gravi".

Tra i quali lei metterebbe anche la corruzione e i delitti dei colletti bianchi?

"Oggi questi reati, per l'ordinamento penitenziario, sono già parificati a quelli di mafia e terrorismo. E quindi con la nostra proposta in quel caso non ci sarebbe la sospensione".

Bonafede dice che le sue misure non sono "un indulto mascherato". Il suo collega Di Matteo dice invece che sono "un indulto mascherato". Chi ha ragione?

"I domiciliari sono una misura alternativa e non un atto di clemenza, che come tutti stiamo sperimentando, non è certo un beneficio. Nessun indulto né altro. Anzi valuto come insufficienti le misure di Bonafede. Ripeto, in questo momento il tema è l'emergenza Covid-19 e non invece la certezza della pena".

Il capo della Cassazione: “Scarcerate per evitare sovraffollamento”. Giovanni Altoprati su Il Riformista il 4 Aprile 2020. In assenza di provvedimenti legislativi “ad hoc”, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi ha inviato questa settimana a tutti i pg delle Corti d’appello italiane delle “linee guida” su come tentare di ridurre la popolazione carceraria durante l’emergenza coronavirus. In diciotto pagine Salvi elenca tutto ciò che un pm può fare, a legislazione vigente, per contribuire ad alleggerire la pressione sugli istituti di pena. Il sovraffollamento, infatti, è fra i primi acceleratori della diffusione dell’epidemia essendo di fatto impossibile mantenere nelle anguste celle il previsto “distanziamento sociale” di un metro. Salvi ricorda come sia necessario in questo momento il bilanciamento di diverse esigenze, ad iniziare proprio dalla tutela salute pubblica. Il primo capitoletto è dedicato alla custodia cautelare in carcere che deve rimanere una “extrema ratio”, dovendosi preferire misure come gli arresti domiciliari. Vanno arginate in questo periodo, da parte dei pm, le richieste di applicazione del carcere preventivo, procrastinando l’esecuzione delle ordinanza di custodia già emesse dai gip. Limitare al massimo, poi, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, un provvedimento in evidente contrasto con gli attuali stringenti limiti alla circolazione. In caso di flagranza di reato, subito la direttissima per evitare la permanenza anche per un solo giorno dell’arrestato in carcere. Bisogna cercare quindi di revocare le misure custodiali in essere, ricorrendo ad interpretazioni estensive delle norme. Il Dap potrebbe effettuare una censimento dei detenuti che possiedono i requisiti per la liberazione anticipata. Attività da effettuarsi anche da parte degli istituti penitenziari. I dati raccolti sarebbero essere inviati al magistrato di sorveglianza per i provvedimenti di competenza. Salvi, sottolineata la scarsa disponibilità dei braccialetti elettronici che limiterebbe l’attività deflattiva, suggerisce di procedere con gli affidamenti in prova. L’ostacolo del requisito del lavoro sarebbe superabile dalle condizioni di salute. Nessun beneficio, infine, per chi ha partecipato alla rivolte dei primi di marzo. I pm seguiranno le best practice di Salvi ? Si spera.

Liana Milella per repubblica.it il 6 aprile 2020. "Si sente dire che nulla è e sarà più come prima dopo il Covid-19. È possibile pensare forse che il pianeta carcere sia in un altro sistema solare?". È questo il fil rouge che segue l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nella sua riflessione con Repubblica sulle conseguenze del coronavirus sulla giustizia e sul carcere. Se nulla è e sarà più come prima, anche l'approccio alle scarcerazioni dovrà essere differente, perché "se il carcere va fuori controllo, sarà di conseguenza a rischio la sicurezza pubblica". Quindi "è nell'interesse generale della collettività, se si vuole, delle persone "per bene", che il carcere sia gestibile, facendo uscire un numero significativo di detenuti, con esclusione delle categorie di pericolosi". I braccialetti? "Adesso lasciamoli perché comunque è fuori del mondo la sicurezza matematica che nessuno di coloro che usciranno dal carcere commetta nuovi reati".

Carcere, giustizia, coronavirus. Un'emergenza quotidiana come questa diventa inevitabilmente dramma. Con 58mila detenuti coinvolti e migliaia di cittadini alle prese con una giustizia online. Che impressione le fa tutto questo?

"Nell'Ottocento i grandi carceri venivano costruiti in città come Regina Coeli a Roma e San Vittore a Milano come ammonimento della sorte che spetta a chi viola la legge. Oggi queste strutture, ormai al centro delle città, ci ammoniscono che non si tratta di un altro mondo, del tutto separato. Da qualche decennio in carcere sono andate anche persone diverse dalla malavita tradizionale: tossicodipendenti provenienti da famiglie che hanno vissuto il dramma di non essere riusciti a sottrarre i loro figli da quella spirale e anche, per reati economici o di corruzione, persone di ambienti "per bene".  Questa, molto parziale, "livella" ha costretto molte persone "per bene" che sarebbero state chiuse nell'ideologia "legge e ordine" e del "buttare la chiave delle celle" a fare esperienza di quanto provvidenziali siano le misure alternative al carcere". 

Lei la vede così? Io scorgo soprattutto interpretazioni e sensibilità diverse a seconda delle appartenenze ideologiche...

"Le mura di cinta del carcere non tracciano la linea tra i buoni e i cattivi. In carcere sono legittimamente detenute persone condannate per aver commesso un reato o in custodia cautelare, quando il sistema di giustizia ha ritenuto questa misura indispensabile.  Per tutta la mia carriera, come giudice e come pubblico ministero, mi sono occupato di penale e per diversi anni sono stato magistrato di sorveglianza. In carcere ho conosciuto sia molti violenti e sopraffattori, sia persone, anche tra condannati per reati non lievi, che non potevo liquidare nella categoria dei "cattivi"". 

Giusto il primo aprile, anche il Pg della Cassazione Giovanni Salvi ha ribadito che "il carcere è sempre l'estrema ratio", quindi se lo è in condizioni normali, adesso più che mai è necessario evitarlo...

"Il Procuratore Generale, prima di indicare  possibili interpretazioni, ha posto in modo netto la seguente questione: "L'emergenza coronavirus costituisce un elemento valutativo nell'applicazione di tutti gli istituti normativi vigenti".  Covid-19 ha mutato il nostro modo di vita, ha determinato sofferenze e lutti, conseguenze drammatiche sull'occupazione e sull'economia. Nulla è e sarà più come prima, si dice. E possibile pensare forse che il pianeta carcere sia in un altro sistema solare?"

Giovanna Di Rosa, presidente del tribunale di sorveglianza di Milano, ha inviato una lettera ufficiale agli altri capi degli uffici per chiedere uno stop alle carcerazioni. Misura giusta, inevitabile, oppure eccessiva? 

"I magistrati di sorveglianza sono impegnati, in condizioni difficilissime, nell'applicazione degli istituti che consentono misure alternative al carcere, ma sulla base della loro esperienza ne hanno indicato l'assoluta insufficienza a far fronte a una situazione eccezionale". 

Anche lei è stato magistrato di sorveglianza a Milano negli anni Settanta e ha vissuto le rivolte di quel periodo...

"Il carcere è relativamente isolato rispetto all'esterno, ma non è impermeabile. Oltre all'ingresso dei nuovi arrestati, vi è una serie di contatti con l'esterno che passano per gli agenti penitenziari e anche per tutte le persone che contribuiscono alla gestione della struttura. In caso di epidemia la situazione rischia di andare fuori controllo; sarebbe difficile garantire protezioni adeguate agli stessi agenti penitenziari. Tra i detenuti il timore per l'infezione, eventualmente anche sollecitato e sfruttato da quei, pochi ma di peso, detenuti pericolosi, potrebbe rendere la situazione ingestibile. Le prime vittime delle rivolte in carcere sono i detenuti non pericolosi (la grande maggioranza), assoggettati alle sopraffazioni dei, pochi, pericolosi, quando il controllo non è più assicurato dalla polizia penitenziaria. Le ricadute di una situazione fuori controllo sull'ordine e la sicurezza pubblica sarebbero disastrose".

Ci spiega con semplicità che si può fare per alleggerire (e non "svuotare" termine orribile) le carceri?

"Ridurre il sovraffollamento del carcere è oggi necessario e urgente. Senza aspettare situazioni che potrebbe divenire ingestibili. Tutti gli argomenti "umanitari" sono già stati messi in campo. Ma a chi fosse insensibile propongo un messaggio in termini utilitaristici. È nell'interesse generale della collettività, se si vuole, delle persone "per bene", che il carcere sia gestibile, facendo uscire un numero significativo di detenuti, con esclusione delle categorie di pericolosi. Nell'interesse dell'ordine e della sicurezza pubblica. Nessuno, ovviamente, può garantire che per i detenuti che dovessero uscire vi sia "recidiva zero".  Ma la situazione di quasi-coprifuoco che è in atto di fatto riduce di molto la concreta possibilità di mettere in atto quei reati predatori che più possono preoccupare". 

Lei ritiene che un'ipotesi di indulto o amnistia, come sollecitano i Radicali e le Camere penali, sia praticabile? 

"Vi è un ruolo oggi per gli intellettuali: personaggi pubblici autorevoli, non solo giuristi, di diverse tendenze, compresi sostenitori di "legge e ordine", di "tough on crime", ma consapevoli dell'eccezionalità della situazione si impegnino a far passare un messaggio di razionalità, che possa far breccia nell'opinione pubblica e indurre tutte le forze politiche, anche della attuale opposizione, a un'assunzione di responsabilità". 

Il suo è un sì a misure di clemenza? 

"No, affatto. Oggi un indulto è impraticabile, ma  vi sono misure che possono portare a una limitata, ma significativa e immediata diminuzione dei detenuti.  Le disposizioni del decreto legge n.18 del 17 marzo 2020 sono del tutto insufficienti. La prossima sede parlamentare della conversione del decreto legge apre due astratte possibilità; quella, perniciosa, di emendamenti che restringano le pur limitate disposizioni finora introdotte e quella, virtuosa, di emendamenti che coraggiosamente amplino l'ambito di operatività delle misure già introdotte e vi aggiungano altre misure deflattive". 

A cosa sta pensando?

"Le proposte tecniche non mancano, dall'ampliamento della detenzione domiciliare, a quello delle riduzioni di pena per la cosiddetta "liberazione anticipata per buona condotta", alla sospensione degli ordini di esecuzione per i reati non gravi. Si veda, da ultimo, il documento del 23 marzo dell'Associazione italiana dei professori di diritto penale. Per i semiliberi si ipotizza che non rientrino in carcere la sera e così dovrà essere per un periodo non breve. Ma altrettanto si deve fare per gli ammessi al "lavoro all'esterno", una condizione giuridica diversa, ma nella pratica assimilabile alla semilibertà. Aggiungo un aspetto che può apparire minore, ma non lo è". 

E sarebbe? 

"L'inevitabile riduzione dei colloqui ha creato situazioni di tensione e molti detenuti comunque possono avere contatti solo telefonici con le loro famiglie. Sia questa l'occasione di un cambio di filosofia. Il 90% delle persone presenti in carcere non fa parte della criminalità organizzata: smettiamo di considerare le telefonate un "premio" da centellinare. Nei limiti delle possibilità pratiche consentiamo - ripeto, ai detenuti non di criminalità organizzata - la massima possibilità di telefonate, che possono comunque essere soggette a controllo. Consentire di mantenere i contatti con le famiglie non è solo, oggi, un gesto di umanità , ma è anche un investimento sulla futura risocializzazione del detenuto".

I braccialetti elettronici. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede li sta cercando disperatamente. Teme l'effetto boomerang di possibili fughe. Ma questi braccialetti servono o no? Soprattutto, adesso, non rallentano le scarcerazioni?

"Non riusciamo a produrre in numero sufficiente mascherine, camici e apparecchi di respirazione. Pensa qualcuno, il Ministro o altri, che oggi vi possa essere una bacchetta magica che faccia comparire quei braccialetti che ieri non c'erano?  Ho già detto che è fuori del mondo la sicurezza matematica che nessuno di coloro che usciranno dal carcere commetta nuovi reati. Ma indiscusse statistiche di lungo periodo hanno dimostrato che la percentuale di recidiva è enormemente più bassa per coloro che sono stati ammessi a misure alternative alla detenzione. Lasciamo realisticamente perdere ora i braccialetti e pensiamoci per il futuro quando potranno contribuire a ridurre gli ingressi in carcere di persone non pericolose. Oggi, con una Italia bloccata, le stesse possibilità di fuga sono ridotte. Piuttosto potrebbe essere necessario pensare a strutture essenziali dove far alloggiare e quindi poter controllare coloro che un domicilio non l'hanno". 

Un'ultima riflessione sulla giustizia e sui processi civili e penali via web: come li giudica? C'è una possibile lesione del diritto alla difesa? Manca il faccia a faccia tra il giudice che condanna guardando negli occhi  il suo prossimo condannato? È una via costituzionalmente lecita? O stiamo infrangendo i pilastri del diritto creando un precedente pericoloso? 

"L'emergenza è stata l'occasione che ha "costretto" molte sedi  giudiziarie a recuperare il gap informatico allineandosi alle esperienze degli uffici più avanzati. Molte di queste prassi di emergenza, finora sottoutilizzate per pigrizia di alcuni e mancanza di iniziative del Ministero della Giustizia, dovranno andare a regime. Il modulo del lavoro dal domicilio, soprattutto per il personale amministrativo, consentirà di affrontare anche in futuro situazioni particolari con vantaggio anche per l'efficienza del sistema giudiziario".

Davvero il suo è un giudizio totalmente positivo?

"No, perché alla fine la macchina della giustizia si regge anche sul contatto quotidiano faccia a faccia (magari a distanza di un metro), sul parlarsi di persona tra tutti coloro che operano nei palazzi di giustizia: magistrati, avvocati, amministrativi, forze di polizia. Questo mi ha insegnato un'esperienza di quasi mezzo secolo: una parola di sostegno a un collega in difficoltà, uno scambio franco con un avvocato, un incoraggiamento a un amministrativo sopraffatto dai numeri, un confronto  con la polizia giudiziaria, un atteggiamento reciprocamente  rispettoso  con l'imputato (e per me il saluto, lo sguardo di conforto di chi mi incontrava nel palazzo di giustizia in un momento tragico della mia vita privata). Diverso il discorso per il processo: anche qui molto si può e si dovrà fare in via telematica; in questa situazione di emergenza, con strumenti di presenza a distanza, si sono potute fare le udienze per direttissima ed evitare il collasso del sistema. Ma poi giudici, pubblici ministeri, avvocati e imputati nei momenti salienti del processo dovranno vedersi in faccia, sempre a distanza di un metro".

Emergenza carcere: basta con i silenzi e le reticenze indegne di un Paese democratico. Le 10 domande dei penalisti italiani. Redazione su Il Riformista il 4 Aprile 2020. La Giunta e l’Osservatorio Carcere dell’UCPI, di fronte alle notizie sempre più allarmanti provenienti dal pianeta carcere in ordine al rischio di diffusione dell’epidemia negli istituti penitenziari italiani, registrano e denunciano la ostinata cortina di silenzi, reticenze e disinformazione che continua ad essere mantenuta in ordine alle seguenti 10 questioni, il cui chiarimento non è più oltre rinviabile:

1. E’ mai stato fatto un calcolo probabilistico del numero dei detenuti che dovrebbero lasciare le carceri in forza dei provvedimenti adottati con il Decreto Cura Italia, e dei tempi in cui ciò dovrebbe avvenire, al netto delle scarcerazioni alle quali stanno provvedendo da settimane -indipendentemente dal Decreto- numerosi Tribunali di Sorveglianza in applicazione delle leggi già vigenti?

2. Quanti sono, alla data di oggi e poi in date successive e precisamente individuate, i braccialetti elettronici materialmente e certamente disponibili, al netto dei 2.600 già da anni in dotazione ma tutti già impegnati per le custodie cautelari domiciliari?

3. Oltre al numero dei contagiati, quanti sono i detenuti certamente entrati in contatto con questi, e quali misure conseguenti sono state adottate per la loro quarantena?

4. Quanti sono i detenuti entrati in contatto con gli agenti di polizia penitenziaria ad oggi risultati contagiati, e quali misure conseguenti sono state adottate per la loro quarantena?

5. Il numero dei detenuti contagiati, ad oggi indicati in 21, è calcolato sui sintomatici? Ed in tal caso, vi è una ragione per la quale si sia ritenuto di non procedere ad uno screening dell’intera popolazione carceraria, date le condizioni sanitarie e materiali di massima potenzialità epidemica?

6. Gli agenti di Polizia penitenziaria ed il personale amministrativo sono stati tutti sottoposti a tampone?

7. E’ possibile sapere, senza reticenze o vuoti giri di parole indegni di un Paese democratico, se i reparti di isolamento per i contagiati o sospetti di contagio siano tecnicamente e sanitariamente tali, vale a dire celle singole con bagni e docce riservati? Quanti sono -visto che ci si ostina a non comunicarne il dettaglio- tra i 21 detenuti contagiati, quelli posti in stanze di isolamento singole, e quanti in stanze di due o tre letti, ed in quali carceri?

8. Quante mascherine e sistemi di protezione sono stati distribuiti tra i detenuti, e quanti tra gli agenti di Polizia penitenziaria ed il personale amministrativo delle carceri?

9. In caso di trasferimento del detenuto, viene effettuato il tampone all’interessato ed alla scorta?

10. La vigilanza sanitaria ed il governo medico sui rischi di contagio nelle e dalle carceri è affidato ad una equipe di epidemiologi, o è affidata alle singole direzioni sanitarie di ciascun penitenziario, ed in tal caso con quale livello di specializzazione?

Lo ripetiamo: il rischio di epidemia nelle carceri riguarda i detenuti, la polizia penitenziaria ed il personale amministrativo e civile che in esse opera, ma riguarda ovviamente anche la intera comunità sociale, per la ovvia, catastrofica ricaduta sulle strutture sanitarie pubbliche di un eventuale contagio di massa. Ciascuno per le proprie responsabilità, rispondano a questi dieci quesiti il Presidente del Consiglio, il Ministro di Giustizia, il capo del DAP ed il Garante per i Detenuti. Non vi è più spazio per silenzi e reticenze.

Detenuti positivi in carcere, proteste e violenze: “E’ mio dovere mostrare questa foto”. Redazione de Il Riformista il 10 Aprile 2020. Le foto delle presunte violenze sul corpo di un detenuto dopo la protesta avvenuta domenica scorsa, 5 aprile, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). A denunciarla sui social è Pietro Ioia, garante dei detenuti del comune di Napoli. L’immagine mostra la schiena di un detenuto, scarcerato questa mattina, con segni evidenti di percosse. “Proprio stamattina – scrive Ioia – mi sono letto lo statuto da garante per i diritti e la salute dei detenuti, ed è mio sacrosanto dovere mostrare questa foto di un detenuto scarcerato stamattina dal carcere di Santa Maria Capua Vetere”. La protesta che ha coinvolto circa 150 persone è avvenuta dopo la notizia che un detenuto era risultato positivo al coronavirus. Si sono vissuti momenti di altissima tensione nel carcere casertano, con gli agenti penitenziari che sarebbero stati minacciati anche con dell’olio bollente. La protesta è poi rientrata solo a notte fonda con l’intervento delle forze dell’ordine. Nei giorni successivi è poi emersa la positività di altri due detenuti al coronavirus. Ma la settimana è stata caratterizzata dalle manifestazioni dei familiari dei detenuti che si sono radunati all’esterno del carcere sammaritano. Tra loro c’è chi ha denunciato le presunte violenze subite in carcere dalle forze dell’ordine nel tentativo di domare la rivolta. “Li sono andati a picchiare cella per cella” ha raccontato una donna. Sulla vicenda nei giorni scorsi sono intervenuti in un comunicato congiunto, Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Campania e Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania. “Tutti i detenuti dell’intera sezione, oltre 130 persone, compresi i tre positivi presenti nel carcere, non presentano alcun sintomo di malattia, non necessitano di alcuna terapia e sono monitorati dai sanitari” hanno chiarito aggiungendo: “Abbiamo potuto rilevare come tutti i detenuti presenti nel carcere di Santa Maria siano attentamente valutati e seguiti sin dall’inizio dell’emergenza e ringraziamo il personale sanitario ai vari livelli che è intervenuto in questi giorni con immediatezza e professionalità. A partire dalla notizia del primo caso positivo, nella notte di sabato, sono stati effettuati 200 test sierologici rapidi domenica e 200 tamponi naso-faringei lunedì, per tutti i detenuti della stessa sezione e per tutto il personale, sanitario e penitenziario, che vi lavora”. “Siamo vicini al personale penitenziario e ai familiari dei detenuti, – conclude la nota congiunta – e collaboreremo giorno per giorno a garanzia del diritto alla salute, del diritto alla vita di tutte le persone che operano nel mondo carcerario, dando supporto al personale sanitario. Riteniamo anche importante contribuire ad un’informazione puntuale, trasparente e corretta, che eviti la diffusione di notizie che non corrispondono alla realtà, creano condizioni di falso allarme e ostacolano il lavoro di tutto il personale impegnato nella gestione di un’emergenza che interessa tutto il nostro mondo”.

“Detenuti pestati dopo la protesta”, indaga la procura. Viviana Lanza de Il Riformista il 13 Aprile 2020. Alla Procura di Santa Maria Capua Vetere è arrivata ben più di una segnalazione. Non ci sono soltanto quelle dei familiari di alcuni detenuti del carcere casertano. Sulla scrivania del procuratore Maria Antonietta Troncone c’è anche la relazione del garante regionale per i detenuti Samuele Ciambriello, che chiede verifiche sui racconti dei pestaggi testimoniati da alcuni familiari dei reclusi e da qualche detenuto uscito proprio in questi giorni dall’istituto di pena finito nell’occhio del ciclone. E c’è la segnalazione di Antigone, l’associazione impegnata per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Cosa è accaduto nelle celle della sezione tre dopo le rivolte di domenica e lunedì scorsi quando nel carcere di Santa Maria Capua Vetere alcuni detenuti cominciarono a protestare temendo per la loro salute dopo la notizia dei primi contagi all’interno della struttura carceraria? Davvero ci sono state squadre di agenti della penitenziaria che hanno fatto irruzione nelle celle e con il pretesto di controlli e perquisizioni hanno preso a pugni, calci e manganellate alcuni detenuti? Sarà la Procura a dover dare risposta alle domande che gettano un velo nero sulla vita in quel carcere negli ultimi giorni. Le denunce di percosse e violenze, definite “inaudite”, corrono anche sui social, con tanto di foto della schiena di una delle presunte vittime con i segni evidenti dei pestaggi. La dinamica delle violenze l’ha confermata al garante anche un detenuto che da pochi giorni è uscito dal carcere ed è ai arresti domiciliari. Il suo racconto è la sequenza di un incubo. E ora c’è bisogno che la Procura si attivi per fare luce. Il carcere di Santa Maria Capua Vetere era finito sotto i riflettori una settimana fa dopo la notizia dei primi contagi. Attualmente si contano 4 detenuti positivi al Coronavirus, due dei quali sono in isolamento e due (è di ieri la notizia del secondo trasferito in ospedale) ricoverati al Cotugno in condizioni che al momento non risultano gravi. La tensione tuttavia è alta quanto la preoccupazione che le carceri possano diventare focolaio di nuovi contagi. E ad appesantire la situazione si aggiungono le centinaia di scarcerazioni che il decreto firmato dal Governo ha autorizzato, ma solo sulla carta.”Dalla farsa si è passati alla tragedia” ha commentato il garante Samuele Ciambriello. Farsa e tragedia per quei detenuti – e sono centinaia – che, avendo un residuo di diciotto mesi da scontare, potrebbero essere già ai domiciliari e invece si ritrovano ancora in cella, in carcere. E tutto questo perché? Perché non ci sono braccialetti elettronici a sufficienza. Possibile? Si chiedono tutti quelli che credono ancora nei diritti.

«Detenuti picchiati in carcere da 300 agenti a volto coperto». Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 13 aprile 2020. A scatenare la violenza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sarebbe stata la protesta pacifica dei reclusi per i contagi da coronavirus, come confermato dal sindacato di polizia penitenziaria. L’ultima telefonata l’aveva ricevuta nella tarda mattinata del 6 aprile scorso, poi più nulla. Solo dopo alcuni giorni, la moglie di un altro detenuto l’aveva avvisata che suo marito non avrebbe effettuato nessuna chiamata perché non era in condizioni fisiche a causa delle numerose percosse subite. Ma non è un caso isolato. A seguito di una protesta avvenuta al carcere campano di Santa Maria Capua Vetere, ci sarebbero stati presunti pestaggi perpetrati nei confronti dei detenuti e, secondo alcune testimonianze, ne avrebbero fatto le spese anche coloro che non sarebbero stati parte attiva della protesta. Da ricordare che tale protesta (secondo i detenuti sarebbe consistita nelle battiture) è scaturita dalla circostanza che alcuni detenuti erano risultati positivi al covid 19. Ma non solo. La preoccupazione era rivolta al fatto che risultavano assenti le dotazioni di sicurezza anti contagio. La prima denuncia presentata alla stazione dei carabinieri è stata fatta proprio dalla donna che non ha potuto più sentire telefonicamente suo marito. Alla querela ha allegato tre file audio WhatsApp dove diversi familiari denunciano presunte violenze subite dai detenuti ad opera del personale penitenziario del carcere. Diverse sono le testimonianze. La più emblematica consiste nel fatto che, in maniera singolare, il giorno dopo la rivolta e il presunto pestaggio, diversi detenuti non hanno avuto la possibilità di effettuare le videochiamate. Perché? Secondo i familiari sarebbero state evitate per non far vedere loro i segni delle presunte percosse. Diverse testimonianze coincidono perfettamente e ricostruiscono ciò che sarebbe avvenuto nella sezione coinvolta. Quasi trecento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa avrebbero fatto irruzione nel padiglione Nilo, sarebbero entrati nelle celle e avrebbero cominciato i pestaggi. Avrebbero picchiato chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana. Tra di loro anche un detenuto che dopo pochi giorni ha finito di scontare la pena. A raccogliere subito la sua testimonianza è Pietro Ioia, il garante delle persone private della libertà del comune di Napoli. Per corroborare la sua testimonianza ha reso pubbliche le sue foto che mostrano ecchimosi su tutto il corpo, addirittura alla sua schiena sembra che ci sia il segno di uno scarpone. L’uomo ha prima fatto denuncia alla stazione dei carabinieri, ma tramite l’avvocato oggi presenterà un esposto direttamente in Procura. L’ex detenuto che è uscito dal carcere venerdì scorso, raggiunto da Il Dubbio, ammette che hanno inscenato delle proteste per i contagi da coronavirus, ma poi sembrava che tutto fosse stato chiarito. Infatti dopo le proteste è giunto il magistrato di sorveglianza che ha parlato con tutti loro. Hanno potuto raccontare i fatti, smentendo le ricostruzioni trapelate da alcuni sindacati di polizia che parlavano di una violenta rivolta. Ma sarebbe stata la quiete dopo la tempesta. «Nel pomeriggio circa 300 agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione nelle celle – racconta a Il Dubbio l’ex detenuto -, costringendoci ad uscire, dopo di che ci hanno denudati e colpiti a calci e manganellate». Ma non solo. «Per dimostrare la loro superiorità e durezza – racconta sempre l’ex detenuto – dopo le mazzate hanno preso i nostri rasoi dagli armadietti e ci hanno rasato la barba». L’uomo ha anche confermato che dopo i presunti pestaggi, erano state proibite di fare le videochiamate. Come se non bastasse – prosegue sempre l’ex detenuto – «gli agenti facevano la conta obbligandoci tutti a stare in piedi davanti alle brande e con le mani all’indietro, come se fossimo in una caserma». Il garante regionale Samuele Ciambriello ha raccolto varie testimonianze, comprese quelle ottenute dall’associazione Antigone, e le ha portate all’attenzione non solo della Procura ma anche della magistratura di sorveglianza.

«Ci hanno picchiati, spogliati e obbligati a fare flessioni». Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 14 aprile 2020. «Non ci sono stati referti medici, ma ci sono telecamere dappertutto: basta che la magistratura acquisisca i video e così potrà vedere ciò che ci hanno fatto». Sangue sui muri delle sezioni, i detenuti più colpiti dai pestaggi sono stati messi in isolamento, alcuni ne sono rimasti traumatizzati e appena sentono i rumori dei cancelli vanno in panico. Questa sarebbe la conseguenza dei presunti pestaggi avvenuti nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere ad opera di una squadretta antisommossa composta da qualche centinaio di agenti e che non opererebbe nel penitenziario sammaritano. Una mattanza che sarebbe iniziata alle 3 del pomeriggio fino alle 8 di sera. «Mentre ci picchiavano ci dicevano: ”Siete munnezza, fate schifo, noi siamo lo Stato e qui comandiamo noi!”», così riferisce a Il Dubbio un detenuto che è uscito da quel carcere due giorni fa ed ora è ai domiciliari. Il racconto è simile a quello che ha raccontato un altro ex detenuto sempre a Il Dubbio, come riportato nell’articolo di ieri. «Noi del reparto Nilo, appena giunta la notizia di un contagio da Covid-19 avvenuto nel reparto Tamigi attiguo al nostro, abbiamo fatto delle battiture per chiedere i tamponi e pretendere le distanze sociali visto che siamo in quattro dentro una cella», spiega l’uomo. «Avevamo messo un lenzuolo al cancello, che poi avevamo tolto perché gli operatori penitenziari ci dissero che avrebbero fatto a tutti i tamponi», prosegue il detenuto nel racconto, sottolineando che la protesta pacifica è quindi rientrata. «Ma il giorno dopo sono giunti qualche centinaia di agenti antisommossa con caschi blu e mascherine e hanno invaso tutte le sezioni del nostro reparto», prosegue nel racconto. «A quel punto ci hanno massacrato di botte, urlandoci “Non ci guardate in faccia” e via giù di calci e schiaffi, e dietro le spalle ci colpivano con in manganelli». Ma non sarebbe finita qui. «A tanti di noi ci facevano spogliare – racconta sempre il detenuto – e ci obbligavano a fare le flessioni. Siamo stati trattati come persone senza dignità!». Anche lui – come ci ha raccontato l’ex detenuto – spiega che lo hanno obbligato a farsi la barba. «Sembrava di stare in un regime fascista, ci hanno fatto di tutto utilizzando una violenza fisica e psicologica», racconta ancora. Il giorno dopo, avrebbero fatto la conta obbligandoli a stare con le mani dietro la schiena e con tanto di divieto di fare le videochiamate. «Non ci hanno fatto nessun referto medico – sottolinea l’uomo -, ma il carcere di Santa Maria Capua Vetere è di massima sicurezza e ci sono telecamere dappertutto, basterebbe che la magistratura le acquisisca e così potrà vedere con i suoi occhi ciò che ci hanno fatto». Una mattanza che sarebbe durata cinque ore ed è improbabile che non si possa scorgere nulla attraverso i nastri della videosorveglianza. Nel frattempo da ieri la Procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando su quanto è avvenuto nei giorni scorsi nel carcere. L’ufficio inquirente è impegnato ad accertare se ci siano state o meno presunte violenze sia ai danni dei detenuti sia nei confronti della Polizia Penitenziaria. Il garante regionale della Campania Samuele Ciambriello – attraverso le testimonianze raccolte dall’associazione Antigone e la lista dei nominativi dei detenuti pronti a testimoniare -, nei giorni scorsi aveva inviato una richiesta al capo della Procura sammaritana, Maria Antonietta Troncone. Le ha chiesto di accertare se siano attendibili i racconti che emergono dalle telefonate e se siano stati commessi episodi penalmente rilevanti da parte di alcuni agenti penitenziari. Nei giorni scorsi si era attivato anche Pietro Ioia, garante dei detenuti del comune di Napoli, rendendo pubbliche attraverso i social network le foto del detenuto (sentito ieri da Il Dubbio) che venerdì scorso era uscito dal carcere. Foto che presentano ecchimosi per tutto il corpo e abbiamo pubblicato anche su queste stesse pagine.

Inchiesta per le presunte violenze sui detenuti. Carcere Santa Maria Capua Vetere, agenti indagati protestano sui tetti: passerella di Salvini. Redazione su Il Riformista l'11 Giugno 2020. Alcuni di loro sono saliti sui tetti, altri hanno protestato nel piazzale antistante il carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Mattinata di tensione quella che ha visto protagonisti gli agenti di polizia penitenziaria dopo la notifica di 44 avvisi di garanzia relativi a una inchiesta della procura sammaritana su presunti pestaggi verificati nella struttura carceraria lo scorso aprile, in piena emergenza sanitaria.

LA VICENDA – I fatti risalgono allo scorso 5 aprile quando nel carcere casertano esplose la protesta di oltre 150 detenuti dopo la notizia che uno di loro era risultato positivo al coronavirus. Protesta domata a notte fonda dall’intervento della polizia penitenziaria e delle forze dell’ordine. Nei giorni successivi sono state diverse le denunce dei familiari dei detenuti sulle violenze commesse dagli agenti. “Li sono andati a picchiare cella per cella” ha raccontato una donna. Uno di loro, scarcerato dopo qualche giorno, mostrò le foto delle presunte violenze presenti sul suo corpo.

IL BLITZ DEI CARABINIERI – “Nella mattinata di oggi i poliziotti penitenziari in divisa di Santa Maria Capua Vetere, all’ingresso del carcere e mentre si accingevano ad entrare in istituto per iniziare il servizio, sarebbero stati fermati dai carabinieri per controlli e, addirittura, avrebbero sequestrato dei telefoni cellulari. Tutti i poliziotti sono usciti nel piazzale del carcere perché si sarebbero sentiti abbandonati dal comandante che sembra non esserci”. Così il Sippe, Sindacato di polizia penitenziaria. “I poliziotti penitenziari si sentirebbero offesi per le modalità in cui sarebbero stati trattati, considerato che questa azione sarebbe avvenuta in presenza dei familiari dei detenuti”, dichiara Michele Vergale, dirigente nazionale del Sippe.

“LASCIATI SOLI” – Che aggiunge: “Durante il blocco non erano presenti sul posto nessun funzionario della polizia penitenziaria e neanche il direttore, giunti solo dopo il controllo quando i carabinieri sarebbero andati via; questo avrebbe fatto scatenare la rabbia di tanti colleghi che si sarebbero trovati davanti a questa imbarazzante situazione e si sarebbero sentiti abbandonati”. Milano, 11 giu. (LaPresse) – “Pare che sul posto, dopo il controllo, siano arrivati anche dei magistrati. Non è ancora chiaro – afferma Vergale – se trattasi di un’operazione di polizia oppure di un normale controllo del territorio. Si sarebbe registrata anche una fila chilometrica di auto e ritardi nell’iniziare un pubblico servizio della polizia penitenziaria. Il Sippe – conclude Vergale – chiederà chiarimenti a chi di dovere per comprendere che cosa davvero sia successo e se potevano essere adottate altre modalità per svolgere l’eventuale operazione di polizia, anche a tutela della dignità non solo della polizia penitenziaria ma dei poliziotti stessi”.

LA TESTIMONIANZA – La moglie di un detenuto, Daniela Avitabile, ha raccontato quanto visto stamani. “Sono arrivata alle 7 e c’erano parecchi carabinieri che fermavano le auto in arrivo al carcere; io sono stata fermata e mi hanno fatto passare, mentre gli agenti li trattenevano per identificarli. Gli altri agenti della Penitenziaria già dentro sono stati fatti uscire dalla struttura; c’è stata tensione”.

LA VISITA DI SALVINI  – Nel pomeriggio, poco dopo le 16, è arrivata la visita di Matteo Salvini, segretario della Lega, che ha espresso solidarietà agli agenti indagati. “Avevo qualche appuntamento oggi pomeriggio, ho chiuso l’ufficio e disdetto gli appuntamenti perche’ non si possono indagare e perquisire come delinquenti 44 servitori dello Stato” queste le sue parole davanti all’ingresso di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). “Se uno su mille sbaglia, paga. Ma non esiste ne’ in cielo ne’ in terra – ha aggiunto – venire a perquisire i poliziotti davanti ai parenti dei detenuti”.

PISTOLE ELETTRICHE – “Le rivolte non le tranquillizzi con le margherite. Le pistole elettriche e la videosorveglianza prima arrivano e meglio è” ha aggiunto Salvini. “Incredibile! 44 poliziotti in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) sono indagati come violenti torturatori per aver bloccato la rivolta dei detenuti del 6 aprile scorso, che provoco’ danni per centinaia di migliaia di euro”.

IL GARANTE DEI DETENUTI –  “Intendo mantenere il più stretto riserbo sull’inchiesta in corso – dichiara in una nota il Garante dei detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello -. Per quanto mi riguarda posso dire che abbiamo lavorato con massima scrupolosità e nel rispetto della nostra funzione di tutela e garanzia, segnalando alla magistratura episodi e denunce su cui è necessario, a garanzia di tutti, che si faccia chiarezza. Ciò nell’ambito del ruolo istituzionale che ricopro che mi impone di svolgere con terzietà e imparzialità la mia funzione di Garante delle persone ristrette. Chi ha operato correttamente non ha nulla da temere, allo stesso tempo le carceri non devono essere luoghi oscuri sottratti al controllo della giustizia. Spetta alla magistratura, del cui lavoro abbiamo pieno rispetto, verificare fatti e responsabilità. Più volte ho manifestato apprezzamento per il lavoro svolto dagli agenti di polizia penitenziaria e non ritengo che siano venuti meno gli elementi su cui ho da sempre fondato il mio giudizio. Nell’interesse di tutti esprimo la mia fiducia nell’operato della Magistratura e confido nell’accertamento della verità, condizione essenziale per il rafforzamento della giustizia”.

Da “torturatori” a “torturati”, poliziotti aggrediti dai detenuti: scontro Bonafede-Salvini. Redazione su Il Riformista il 13 Giugno 2020. Regna il caos nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nel Casertano. Due giorni dopo il blitz dei carabinieri per la notifica agli agenti di polizia penitenziaria di 57 decreti di perquisizioni richiesti dalla Procura guidata da Maria Antonietta Troncone che sta indagando su presunti pestaggi avvenuti tra il 5 e il 6 aprile, sarebbe esplosa la rivolta dei detenuti che – stando a quanto denunciano i sindacati di categoria – avrebbe occupato un intero reparto, “aggredendo” e (addirittura) “torturando” il personale di polizia penitenziaria. L’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere (chiamata dal procuratore generale della Corte di Appello di Napoli, Luigi Riello, a fornire una relazione dettagliata di quanto accaduto fuori al carcere due giorni fa) è relativa  agli atteggiamenti violenti adottati per sedare la rivolta dei detenuti esplosa nell’aprile scorso dopo un caso di coronavirus registrato in carcere. Tra le ipotesi di reato figurano appunto la tortura e l’abuso di potere.

“AGENTI TORTURATI” – Adesso questo termine è stato ‘coniato‘ anche dai sindacati per denunciare quanto avvenuto nelle scorse ore nel reparto “Danubio” dove, “nella mattinata di oggi, un gruppo di detenuti ha assaltato il reparto ‘Danubio’, aggredendo e torturando il personale di polizia penitenziaria che, dopo essere stato indagato dalla procura per presunte torture ai detenuti, teme ulteriori ripercussioni nel tentare di riportare l’ordine e la sicurezza in carcere”. A dichiararlo sono Michele Vergale del Sippe e Luigi Vargas del Sinappe, sindacati della polizia penitenziaria.

TENTATIVO DI ROGO IN CELLA – Gli stessi sindacati hanno poi denunciato l’aggressione subita da sei agenti la notte scorsa ad opera di due detenuti di nazionalità straniera che, dopo aver dato fuoco alla propria cella – il rogo è stato spento – sono stati portati in infermeria. E proprio durante il trasporto, i due reclusi si sono scagliati addosso ai poliziotti mettendo a soqquadro sia la sezione che l’intero corridoio. Tre poliziotti sono finiti in ospedale per le ferite riportate: uno lamenta un trauma cranico provocato da un colpo di sgabello.

BONAFEDE CHIEDE CHIARIMENTI – “Con riferimento ai fatti accaduti nella notte nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere – si legge in una nota del ministero della Giustizia – il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia ha immediatamente chiesto accertamenti urgenti, disponendo che il Provveditore regionale della Campania Antonio Fullone e il vice capo del Dap Roberto Tartaglia si rechino sul posto.

SALVINI CAVALCA LA PROTESTA – “Rivolte dei detenuti ancora in corso e poliziotti feriti al carcere di Santa Maria Capua Vetere. I delinquenti hanno preso il controllo di un reparto. Una vergogna indegna di un Paese civile. Altro che “torturatori”. Bonafede dove sei?”. Così su Facebook il leader della Lega Matteo Salvini che nei giorni scorsi si è recato all’esterno del penitenziario casertano per esprimere solidarietà agli agenti dopo il blitz dei carabinieri relativo all’indagine della Procura su i presunti pestaggi denunciati, con tanto di foto, dai detenuti e dai loro familiari.

BONAFEDE VS SALVINI – In mattinata Bonafede aveva replicato alle polemiche dei giorni scorsi: “Da parte di certa politica c’è stata una strumentalizzazione vergognosa di quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere. C’è un’indagine della magistratura che, come sempre, va rispettata e abbiamo piena fiducia nelle verifiche disposte dal procuratore generale, Luigi Riello, a proposito delle modalità di controllo e notifica attuate giovedì mattina. Ma il valore del corpo della Polizia penitenziaria non è mai stato in discussione e merita rispetto. Strumentalizzare situazioni come queste per attaccarmi lo trovo veramente meschino”.

DAP: 70 AGENTI IN CAMPANIA, DETENUTI TRASFERITI – Si sono conclusi nel primo pomeriggio i disordini provocati da un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Lo si legge in un comunicato del ministero della Giustizia, secondo cui la situazione al momento è tornata alla normalità, con i detenuti che sono stati ricondotti nelle celle. Si è svolta una prima riunione alla quale hanno partecipato il Provveditore regionale della Campania, la Direttrice dell’istituto, il Comandante del reparto di Polizia Penitenziaria e i sanitari presenti. Nel frattempo, su disposizione del capo del Dap Bernardo Petralia – che sta monitorando l’evolversi dei fatti e si sta dirigendo verso l’istituto sammaritano – il Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria sta inviando oltre 70 unità negli istituti della Campania. Petralia ha inoltre chiesto alla Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap di disporre l’immediato trasferimento fuori dalla regione dei detenuti coinvolti nei disordini.

LA NOTA DEI SINDACATI – “Già questa notte un detenuto aveva aggredito dei poliziotti nell’area infermeria e questa mattina gli agenti, per protesta, non volevano iniziare il servizio perché – sostengono i sindacalisti – non c’è più la possibilità di lavorare serenamente e il personale si sente abbandonato dal Dap e dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che non ha espresso alcuna parola di conforto ai suoi uomini dopo quanto accaduto nei giorni scorsi”. Sul posto è arrivato il provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per la Campania. “Il Sippe ha chiesto più volte l’istituzione delle squadre antisommossa della polizia penitenziaria- aggiunge Vergale – che possano intervenire in questi casi e che siano addestrati e tutelati; altrimenti si rischia di perdere definitivamente il controllo delle carceri che passerebbe irrimediabilmente alla criminalità organizzata”. “Il ministro della Giustizia – concludono Vergale e Vargas – si assuma la responsabilità politica del fallimento del sistema penitenziario e dell’assenza di una concreta progettualità, sia della polizia penitenziaria sia del sistema carcerario stesso”.

Torture in carcere, 57 poliziotti indagati a Santa Maria Capua Vetere. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 13 Giugno 2020. Tortura, violenza privata, abuso di autorità. Ecco le ipotesi di reato che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha formulato a carico di 57 agenti di polizia penitenziaria che, il 6 aprile scorso, avrebbero pestato, insultato e minacciato alcuni detenuti “rei” di essersi barricati per protesta nel reparto Nilo dopo che un addetto alla distribuzione della spesa era risultato positivo al Coronavirus. A sollevare il caso era stata l’associazione Antigone, firmataria di un esposto alla Procura, che ora alza la voce e chiede che venga fatta luce su presunti episodi di “violenza generalizzata”. Sul fronte opposto gli agenti di polizia penitenziaria e il leader leghista Matteo Salvini che ieri non ha perso l’occasione per ribadire la necessità di introdurre pistole elettriche e videosorveglianza in carcere. Il blitz è scattato ieri mattina, quando i poliziotti penitenziari che si accingevano a entrare nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono stati fermati dai carabinieri per essere controllati e identificati. Altri, già in servizio, sarebbero stati fatti uscire dalla struttura. Ad altri ancora sarebbero stati sequestrati i cellulari. A quel punto alcuni agenti sono saliti sul tetto, mentre altri si sono riversati nel piazzale del carcere per protestare contro il comportamento tenuto dai carabinieri. «I poliziotti penitenziari si sono sentiti offesi per le modalità con cui sarebbero stati trattati, considerato che questa azione sarebbe avvenuta in presenza dei familiari dei detenuti – ha sottolineato Michele Vergale, dirigente nazionale del Sippe – Durante il blocco non erano presenti sul posto funzionari della penitenziaria e neanche il direttore, giunti solo dopo il controllo». Di qui la rabbia degli agenti. Fatto sta che la notifica dei 57 avvisi di garanzia segna una svolta nelle indagini sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. È il 5 aprile quando in carcere si diffonde la notizia di un detenuto, addetto alla distribuzione della spesa, affetto da Covid-19 e perciò in isolamento. Tanto basta a scatenare il panico: 150 reclusi cominciano la battitura delle sbarre, mentre altri si barricano nella terza sezione del reparto Nilo chiedendo gel igienizzante, mascherine e guanti per proteggersi dal Coronavirus. La protesta sembra destinata a spegnersi di lì a poche ore, dopo il colloquio tra i detenuti e il magistrato di sorveglianza. Il faccia a faccia ha effettivamente luogo il giorno dopo. Pochi minuti più tardi, però, stando a quanto denunciato da Antigone, decine di agenti penitenziari in tenuta antisommossa sarebbero entrati nel reparto Nilo e avrebbero preso i detenuti a schiaffi, pugni, calci e colpi di manganello. Nella ricostruzione di Antigone si parla addirittura di persone massacrate di botte, svenute nel sangue o che il sangue lo urinano, traumi cranici, costole e denti rotti. Di qui l’esposto con cui l’associazione ha chiesto alla Procura di indagare su possibili episodi di tortura: «È doveroso che su questi fatti sia fatta piena luce – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – Sarebbe importante se tra i capi di imputazione dovesse esserci anche quello di tortura, perché ciò consentirebbe di svolgere le indagini con maggiore serenità». E Salvini? Il leader leghista si è precipitato a Santa Maria Capua Vetere e lì ha invocato pistole elettriche per la polizia penitenziaria e videosorveglianza in carcere. «Ho lasciato tutto quando sono venuto a conoscenza del trattamento riservato a 44 servitori dello Stato – ha detto Salvini – Se uno su mille sbaglia, deve pagare, ma le modalità usate nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere non sono accettabili». Il clamore della vicenda ha scosso anche i vertici dell’amministrazione penitenziaria, informati dal provveditore campano Antonio Fullone: «Il Dap è certo che si farà massima chiarezza in tempi brevi e intende rivolgere un rispettoso riconoscimento al corpo della polizia penitenziaria e a ogni singolo operatore che in esso e per esso svolge quotidianamente, con convinzione, dedizione e sacrificio, un compito non facile e al servizio del Paese».

Santa Maria Capua Vetere, il racconto di un detenuto: “Sono entrati in cella con i manganelli…”. Rita Bernardini su Il Riformista il 16 Giugno 2020. Matteo Salvini è andato a dare manforte alle decine di agenti di polizia penitenziaria raggiunti da un avviso di garanzia per i presunti pestaggi avvenuti il 5 aprile scorso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Immediatamente gli ha fatto eco Giorgia Meloni gridando al vergognoso affronto nei confronti degli agenti. Insomma, la sostanza è questa: o ti schieri con le “guardie” o ti schieri con i “ladri”, altre posizioni non possono essere prese in considerazione. A fronte di decine di denunce presentate da detenuti, garanti e associazioni, e in un Paese ove vige l’obbligatorietà dell’azione penale, secondo la coppia Salvini&Meloni la Procura avrebbe dovuto infischiarsene. Salvini e Meloni sono del resto coerenti con il loro credo politico tanto che avevano votato contro l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura, avvenuta nel 2017 a 33 anni di distanza dalla ratifica da parte del nostro Paese della relativa Convenzione Onu. Responsabili del clamoroso ritardo, quindi (è giusto non addossare la colpa ad una sola parte), sono stati tanto i governi di centro-destra, tanto quelli di centro-sinistra. Sono peraltro convinta che il duo in questione non faccia un buon servigio nemmeno alla causa degli agenti perché se ci sono – e ci sono – alcuni di loro adusi a violare la legge con le maniere forti (un’infima minoranza), la stragrande maggioranza dei componenti del corpo è sicuramente sana. Isolare i violenti è fondamentale per l’onorabilità e la credibilità del corpo. Non ostacolare le indagini in corso dovrebbe essere l’opera di tutti, altro che salire sui tetti del carcere come hanno fatto alcuni poliziotti rivoltosi (è il caso di dirlo!) ai quali era stato notificato l’avviso delle indagini in corso! Le strumentalizzazioni alla Salvini è molto probabile che portino voti, ma ritengo che vadano a detrimento della professionalità del corpo degli agenti penitenziari perché se è vero che il loro compito è quello di mantenere l’ordine e la sicurezza è vero anche che la loro funzione è determinante per cercare di attuare il principio costituzionale della rieducazione. Quanti ne ho conosciuti di agenti capaci di mettere in piedi l’organizzazione di lavorazioni, eventi o corsi in cui i detenuti possono dedicarsi ad un’attività che li salvi dall’alienazione della vita carceraria fatta esclusivamente di cella e ora d’aria! E quanti di loro riescono a stare vicini ai detenuti nei momenti di scoramento, quando per esempio sono preoccupati e ansiosi per qualche evento spiacevole che ha riguardato figli o loro parenti stretti. Perché se c’è una figura professionale che è sempre presente è proprio quella degli agenti: in alcune carceri trovare educatori, psicologi e, spesso, anche direttori o un medico o un infermiere, è impresa impossibile e questo per scelte dissennate dell’Amministrazione centrale e del Ministero della giustizia in generale. Sugli eventi di quei giorni tra il 5 e il 6 aprile ho personalmente ricevuto una lettera, fra le tante, che mi ha particolarmente colpito. Scrive un detenuto a sua moglie: «Caro amore mio, oggi è l’8 aprile e ti scrivo per dirti che non sto molto bene e non so nemmeno come mandarti questa lettera in quanto non le fanno partire… sto vedendo se esce qualcuno per fartela avere. Amore, qui il giorno 6 aprile ci hanno fatto le perquisizioni a tutto il reparto, ma non solo questo, ci hanno distrutto le celle con parecchie cose che avevamo comprato noi stessi. Per colpa di qualche sezione a rimetterci sono state anche le altre e, sezione per sezione, sono venuti quasi 100 – 150 persone di polizia penitenziaria con i manganelli e si sono messi tutti in fila per il corridoio dopo che ci hanno distrutto le celle e poi cella per cella ci spedivano in saletta e mentre camminavano per il corridoio ci hanno distrutti di manganellate. Calcola che io Amò sto pieno di lividi dappertutto. Ma non è finita, stanno ancora continuando a fare abusi sui detenuti: all’improvviso viene la squadretta e portano i detenuti giù e li gonfiano di mazzate. In poche parole Amò io non ce la faccio più a subire tutte queste violenze. Per i troppi lividi che ho addosso non ce la faccio nemmeno a sedermi sulla sedia. Poi l’infermiera non ci chiama per farci refertare per paura delle guardie… Comunque Amò io ho ancora tante cose da raccontare, se parte la denuncia finirò di raccontare». Le indagini della magistratura accerteranno se ci siano stati dei pestaggi a freddo o se, invece, le manganellate e altri tipi di violenze siano state l’inevitabile risposta di agenti chiamati a sedare una rivolta (o manifestazione di protesta) che i detenuti avevano inscenato dopo aver saputo che il covid-19 aveva colpito l’addetto alla distribuzione della spesa: da quel che riporta la stampa sembra che la protesta sia velocemente rientrata, mentre il giorno dopo ci sarebbe stata l’aggressione dei “caschi blu”, cioè di agenti penitenziari con il volto coperto da un casco. Dall’inizio di marzo, come Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino, avevamo fatto di tutto per convincere il Dap e il Ministro della Giustizia a dialogare con la comunità penitenziaria nel prendere le misure necessarie per affrontare la pandemia. Purtroppo, o non siamo stati noi convincenti o, dall’altra parte, c’è stata la presunzione di conoscere il carcere e le dinamiche che si sviluppano in una comunità “reclusa” costantemente bombardata dai bollettini di morte diffusi dalle televisioni. Quanto alla violenza delle rivolte, credo che sia l’ovvia conseguenza che si manifesta quando viene a mancare qualsiasi forma di dialogo e quando si vogliono imporre soluzioni drastiche – come quella del divieto dei colloqui con i familiari – senza dare alcuna spiegazione. Per non parlare del panico che può scatenarsi a seguito dell’assillante campagna dei media sul distanziamento sociale, sull’uso delle mascherine e dei disinfettanti scaraventata in un ambiente come quello penitenziario dove manca lo spazio vitale per muoversi, i luoghi sono malsani, l’assistenza medica è una chimera e persino il personale di ogni ordine e grado viene privato degli essenziali strumenti sanitari di difesa personale. Si parla spesso delle regole trasgredite dalla popolazione detenuta; Giletti a Non è l’Arena ha fatto l’elenco dell’aumento incredibile in 9 anni (dal 2010 al 2019) delle aggressioni agli agenti, del rinvenimento di telefonini e stupefacenti, delle infrazioni disciplinari e della violazione di norme penali. Il problema è che non sono mai rilevati i dati sulle regole e norme infrante dall’Amministrazione Penitenziaria: basterebbe prendere il codice penitenziario, leggerlo articolo per articolo, per accorgersi di come l’illegalità regni sovrana nelle patrie galere. Per lo Stato italiano difficilmente c’è chi paga per le violazioni di legge, anche se si tratta della legge suprema, come il comma 4 dell’art. 13 della Costituzione che recita «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Ottenere un po’ di trasparenza sul pianeta carcere sarebbe un passo decisivo per ridurne il tasso di violenza e di fabbricazione del crimine.

Da Verona a Rebibbia aumentano i focolai di Covid- 19. E c’è un altro morto a Voghera. Damiano Aliprandi su Il Dubbio l'11 aprile 2020. La seconda vittima era in attesa di giudizio. Anche a Santa Maria Capua Vetere è stata ufficializzata la positività di altri 3 reclusi. Aumentano in maniera esponenziale i numeri dei contagiati da Covid 19 in carcere. Nella giornata di ieri è giunta notizia che vi sarebbero circa trenta detenuti e circa venti appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria risultati positivi al tampone. La notizia del focolaio è stata confermata da Gennarino De Fazio, il leader della Uilpa polizia penitenziaria, raggiunto da Il Dubbio. Ma non solo, il rappresentante sindacale denuncia che, sempre in relazione al penitenziario veronese, è stato riferito nelle scorse settimane dell’emanazione di inviti – verbali, ma in occasioni formali quali le conferenze di servizio – rivolti dalla Direzione al personale con l’intento di dissuadere d all’utilizzo delle mascherine. Come se non bastasse, il sindacalista ha appreso che nei giorni passati i detenuti “nuovi giunti” sarebbero stati sottoposti a triage e tenuti in osservazione per soli tre giorni, a seguito dei quali in assenza di sintomatologia specifica sarebbero stati associati ai reparti detentivi in comune senza particolari, ulteriori, precauzioni.

Di tutto questo Gennarino De Fazio ne chiede contezza, con una nota urgente indirizzata al Dap, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al ministro della Salute Roberto Speranza e ovviamente alla direzione del carcere veronese. Non solo ha chiesto di sapere l’esatto numero dei contagiati, ma anche quale protocollo operativo e sanitario si sta adottando e si intende attuare anche per salvaguardare compiutamente dai rischi di contagio il personale dipendente e, soprattutto, quello del Corpo di polizia penitenziaria impiegato nella sezione detentiva nella quale sarebbero allocati i circa trenta detenuti affetti da Covid- 19. A questo si aggiunge la notizia data dal garante regionale della Campania Samuele Ciambriello sulla situazione dei contagi al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Dopo il caso del detenuto risultato contagiato da Covid19 sabato scorso, è stata ufficializzata la positività di altri tre reclusi del penitenziario casertano. «Tutti i detenuti dell’intera sezione di oltre 130 persone, compresi i tre positivi presenti nel carcere, non presentano alcun sintomo di malattia, non necessitano di alcuna terapia e sono monitorati dai sanitari – hanno scritto Ciambriello e il provveditore regionale Antonio Fullone in una nota congiunta – Abbiamo potuto rilevare come tutti i detenuti presenti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere siano attentamente valutati e seguiti sin dall’inizio dell’emergenza e ringraziamo il personale sanitario, ai vari livelli, che è intervenuto in questi giorni con immediatezza e professionalità. A partire dalla notizia del primo caso positivo, nella notte di sabato, sono stati effettuati 200 test sierologici rapidi domenica e 200 tamponi naso- faringei lunedì, per tutti i detenuti della stessa sezione e per tutto il personale, sanitario e penitenziario, che vi lavora». Sempre per quanto riguarda il carcere sammaritano, il Garante Ciambriello ha chiesto un intervento della Procura dopo che ha raccolto varie testimonianze di diversi familiari circa presunti pestaggi avvenuti nei confronti dei detenuti reclusi nella sezione Nilo. Pestaggi che si sarebbero verificati dopo una violenta rivolta scoppiata quando è stato confermato il primo caso di Covid 19 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Scatta l’allerta focolaio anche al carcere romano di Rebibbia. È risultata positiva al tampone una detenuta di 35 anni. Era in carcere da pochi giorni, è finita in infermeria per dei problemi dovuti a una patologia, ma poi è stata trasferita allo Spallanzani perché aveva febbre alta e affanno. Il tampone poi ha dato esito positivo. Lo Spallanzani ha chiesto alla direzione del penitenziario la sanificazione dell’infermeria e la quarantena per le altre 25 detenute che si trovavano nel presidio sanitario. A tutto ciò si aggiunge il secondo detenuto morto per coronavirus. Dopo Vincenzo Sucato, recluso a Bologna, è stata la volta di Antonio Ribecco, recluso in attesa di giudizio a Voghera. Era da ormai due settimane all’ospedale perché il virus ha aggravato il suo stato di salute. Alla fine non ce l’ha fatta. Nel frattempo, come anticipato in esclusiva da Il Dubbio, per la prima volta il governo italiano dovrà rendere conto – entro le 10 di martedì prossimo – alla Corte europea di Strasburgo della gestione dell’emergenza Covid 19 nelle carceri. La questione è seria, i numeri del contagio all’interno degli istituti penitenziari sono in continua ascesa. Se dovessero essere confermati i contagi nel carcere di Verona, i numeri dei positivi ospitati nelle nostre sovraffollate patrie galere risulterebbero raddoppiati nel giro di un solo giorno.

Caiazza: “La Cedu chiede svuotacerceri, Gratteri dirà che è amica dei boss?”. Il Dubbio il 10 aprile 2020. Il presidente dell’Unione delle Camere penali commenta la notizia del Dubbio. «Ora anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, grazie alla provvidenziale iniziativa dei difensori di un detenuto richiedente la detenzione domiciliare senza la condizione impossibile e truffaldina del braccialetto elettronico che non c’è, ha formalmente rivolto al Governo Italiano nè più nè meno che i dieci nostri quesiti, ancora oggi rimasti senza risposta». Lo dichiara il presidente dell’Unione delle Camere penali Gian Domenico Caiazza secondo il quale, dunque, siamo prossimi alla fine di una farsa indegna di un Paese civile: «vediamo ora – aggiunge il leader dei penalisti – se anche la Cedu verrà iscritta, nella irresponsabile vulgata gratteriana e populista tanto in voga tra i media forcaioli del nostro Paese, tra i favoreggiatori della strategia ndranghetistica e mafiosa di fuoriuscita dalle carceri, dove intanto i contagi sono aumentati di un terzo negli ultimi due giorni». Per la prima volta – ha scritto ieri il nostro giornale il governo italiano dovrà rendere conto alla Cedu, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo di come sta gestendo l’emergenza Covid 19 nelle carceri italiane. Tutto è scaturito dalla richiesta di adozione di una misura provvisoria urgente presentata alla Corte europea dagli avvocati Roberto Ghini del Foro di Modena e Pina Di Credico, referente osservatorio Europa della Camera penale di Reggio Emilia. Entrambi sono difensori di fiducia di B. M., recluso presso la casa circondariale di Vicenza, per il quale è stata rigettata l’istanza di detenzione domiciliare da parte del magistrato di sorveglianza di Verona. Un rigetto che non ha preso in considerazione l’emergenza coronavirus, nonostante l’istanza sia stata fatta a seguito dell’introduzione dell’istituto della detenzione domiciliare di “emergenza” ex art. 123 del Decreto Legge n. 18/ 2020 “Cura Italia”. Il provvedimento di rigetto della richiesta di detenzione domiciliare del magistrato di Verona, nel contempo, è stato impugnato davanti al Tribunale di Sorveglianza di Venezia. Ma l’emergenza epidemia è tuttora in corso e il sovraffollamento non può certamente permettere la gestione sanitaria all’interno delle carceri, istituto penitenziario di Verona compreso. La fissazione dell’udienza e l’esito dell’eventuale decisione hanno tempi incerti che il detenuto non può quindi permettersi. Motivo per il quale gli avvocati Ghini e Di Credico, lunedì scorso, hanno presentato una richiesta urgente alla Cedu. Mercoledì scorso la Corte ha accolto la richiesta, ma sospendendo la decisione in attesa che il governo italiano relazioni su taluni aspetti relativi, tra l’altro, anche alla gestione dell’emergenza covid19 negli istituti di pena. Nel ricorso alla Cedu, venivano descritte le attuali condizioni del detenuto, recluso in una cella di 7- 8 mq unitamente ad altro detenuto per 20 ore al giorno e con la possibilità di usufruire di 4 ore all’aria aperta in un cortile di 200 metri quadrati da condividere con altri 50 detenuti.

Bonafede ha risposto alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, 10 minuti dalla scadenza con una mail top secret. Tiziana Maiolo de Il Riformista il 15 Aprile 2020. “Cara Cedu ti scrivo”. O ti offro braccialetti elettronici? Ieri mattina alle nove e cinquanta, dieci minuti prima che scadessero i termini concessi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il ministro di Giustizia italiano. Alfonso Bonafede, ha spedito la lettera di spiegazioni su come intende risolvere il problema di un detenuto di Vicenza costretto alla convivenza in una cella molto piccola che gli impedisce di mantenere la distanza che lo salvaguardi dal pericolo di contagio da Covid-19. Ma, poiché il sovraffollamento delle carceri italiane è cronico e difficilmente risolvibile se non con provvedimenti di amnistia e indulto o quanto meno con molte scarcerazioni di coloro che sono in fine pena, la Cedu vuol sapere come il Guardasigilli intenda affrontare il problema del distanziamento fisico tra detenuti. Oppure dell’apertura di porte e portoni in modo da ridurre drasticamente il numero dei prigionieri e di conseguenza aumentare gli spazi vitali negli istituti di pena. Non sappiamo cosa ha scritto Bonafede nella risposta alla Cedu, perché il ministro non ha voluto rendere pubblica la sua risposta. Evidentemente lui non considera il problema delle carceri un problema politico da discutere pubblicamente. Il Coronavirus abita ormai il mondo intero, e la gran parte degli Stati si è premurata di evitare che l’epidemia faccia strage all’interno delle carceri. Si sono aperti i cancelli delle prigioni in Francia e negli Stati Uniti, ma anche in Marocco piuttosto che nello Zimbawe, con provvedimenti anche di grazia o di amnistia. Ieri persino il regime di Erdogan ha battuto in democrazia il governo Conte, e anche le nostre Camere. Il Parlamento turco ha infatti votato a larga maggioranza un disegno di legge che tra amnistia e libertà condizionata scarcera 90.000 detenuti. Solo chi è stato condannato per i reati più gravi, come quelli di terrorismo (in cui purtroppo rientrano i dissidenti politici), droga, omicidio o violenza sessuale sarà escluso dal provvedimento. Che è stato voluto dallo stesso Erdogan come misura per affrontare il Coronovirus, che in Turchia ha raggiunto 60.000 persone e ne ha uccise 1.296, e impedirne la diffusione nelle carceri, dove si contano già 17 persone infettate e tre decedute. Mi fido di voi, ha detto il presidente nell’aprire le porte. Una preoccupazione che non pare turbare i sonni di Alfonso Bonafede. Avremo 4.700 braccialetti elettronici in più, ha annunciato serafico e festante due giorni fa, dopo che il commissario Arcuri si era preoccupato di stipulare un contratto con Fastweb, visto che il governo Conte vuole gli uomini o prigionieri intramurari o a casa ma con la palla al piede. E si devono ringraziare soltanto i tribunali di sorveglianza se in questo momento nelle carceri italiane ci sono “solo” diecimila detenuti in eccesso rispetto alla capienza. A nulla sono valse finora le accorate e ripetute parole di papa Francesco e neanche l’appello del Procuratore generale di Roma Salvi perché si applichino le leggi che consentirebbero di dare un po’ di respiro e di spazio a tutti coloro che lavorano o che sono reclusi all’interno degli istituti di pena. Né sono stati sufficienti i quaranta contagiati né i morti, sia tra i detenuti che tra gli agenti e i medici penitenziari. Bonafede pare impassibile, mai una goccia di sudore è stata vista attraversare la sua fronte, né una ruga gliela ha fatta aggrottare per la preoccupazione delle condizioni di salute del popolo delle carceri. Persino il timido decreto Cura Italia del 17 marzo, che peraltro era solo una modesta rimasticatura di provvedimenti precedenti, ha sortito effetto alcuno. Per la questione della palla al piede. Caro detenuto, pare dire il ministro, anche se hai una condanna lieve, da scontare in pochi mesi, anche se so che (purtroppo) tra poco saresti stato completamente libero. Anche se il decreto che sono stato costretto a firmare ti consente di andare a casa, agli arresti, ti voglio anche umiliare mettendoti la palla al piede, cioè il braccialetto elettronico.

In carcere, di presunto innocente, c’è solo il virus. Francesco Petrelli, Direttore di “Diritto di Difesa”, la rivista dell’Unione Camere Penali Italiane, su Il Dubbio il 3 aprile 2020. Forse non ci si fa neppure caso. Ma tra le decine di migliaia di detenuti accalcati in una potenziale, enorme focolaio di coronavirus, un terzo è costituto da persone non condannate in via definitiva. Un Paese civile non può ignorare la loro condizione, e ogni provvedimento giurisdizionale sulla libertà dovrebbe soppesare tutti i fattori di rischio che gravano su quelle singole vite. Una serie di riforme che si sono susseguite ininterrottamente dagli anni Novanta fino ai tempi dell’ultimo Ministro della Giustizia ha invano cercato di tradurre in norme un principio costituzionale e una regola di civiltà e di buon senso, facendo sì che la carcerazione di una persona sottoposta a processo fosse un rimedio cautelare straordinario, come suol dirsi una extrema ratio, applicabile solo nei casi in cui nessun altra misura potesse risultare idonea. La presunzione di innocenza, prevista dall’art. 27 della Costituzione, dovrebbe imporci un limite, farci dubitare, sospendere il giudizio sull’accusa, lasciare che i processi indisturbati facciano il loro corso, imponendo una limitazione solo dove ricorrano ragioni eccezionali con la consapevolezza sociale della eccezionalità di quel rimedio, contrario in sé ad ogni logica del processo, che vuole che la limitazione della libertà personale venga giustificata solo a seguito di una condanna definitiva. In coda, e non all’inizio di un processo, facendo sì – come oggi spesso accade – che la condanna preceda il giudizio. Si tratta di un valore costituzionale che trascende il dato processuale, richiamando non solo questi valori, ma anche il diritto alla vita, il diritto alla libertà personale, il principio di uguaglianza, e non da ultimo il diritto alla salute, che in questo drammatico momento deve essere posto al centro della valutazione della condizione carceraria, con riferimento alla intera popolazione dei detenuti, in gran parte costituita infatti da indagati e da imputati non ancora destinatari di una sentenza di condanna definitiva e come tali tutt’ora presunti innocenti. Il dato di quel terzo di detenuti in attesa di giudizio rispetto al numero complessivo delle presenze in carcere (18.952 su 61.230 persone a febbraio del 2020) mostra sotto un profilo numerico la evidente sconfitta, per non dire la scandalosa disfatta, di ogni principio costituzionale e di ogni possibile elaborazione normativa o giurisprudenziale fondata su di un minimo ragionevole garantismo. Quei valori sopra evocati evidentemente non sono sufficienti. Dire che una idea o un valore sono espressi dalla nostra Costituzione vale oggi meno che zero, è solo un modo di dire, una clausola di stile, per molti vale solo come un riferimento filologico, come fosse l’evocazione di un etimo misterioso, quasi si trattasse di un richiamo letterario e niente più. Ciò che infatti manca nel nostro Paese non sono i valori, dei quali sono oramai inutilmente pieni i nostri discorsi, ma una cultura dei valori, una cultura che ne rifondi il senso e la concretezza e, dunque, la necessità. Che li tiri fuori dalla logica perversa delle narrazioni e li restituisca all’essenza delle nostre vite, al senso della nostra convivenza e della nostra sopravvivenza, al mondo che vorremmo lasciare ai nostri figli. Una Costituzione, sebbene ricca di principi, non serve a nulla se non vi è una cultura condivisa che riconosca il suo valore e il valore di quei principi. Che faccia di quei valori la moneta corrente delle nostre transazioni quotidiane. La retribuzione del nostro lavoro, il cibo della nostra tavola, il costo delle nostre rinunce e il prezzo delle nostre vittorie. Ha opportunamente ricordato il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, il vertice di tutti i pubblici ministeri italiani, che “l’emergenza coronavirus costituisce un elemento valutativo nell’applicazione di tutti gli istituti normativi vigenti e ne rappresenta un presupposto interpretativo necessario”. Questo sta a significare che la tutela della salute del detenuto di fronte al dramma della epidemia Covid-19 deve essere posta al centro dell’interpretazione di ogni norma, di tutte le norme, senza distinguere quindi fra quelle che regolano l’esecuzione penale e quelle che regolano invece la custodia cautelare in carcere. Tutelare la salute delle persone detenute significa quindi tenere conto non solo della condizione soggettiva del singolo, ma delle condizioni nelle quali quest’ultimo è in concreto privato della libertà, esposto ad ogni contatto, senza dispositivi di protezione, impossibilitato al mantenimento del cosiddetto distanziamento sociale, costretto in condizioni igieniche approssimative, privo dei controlli e della necessaria assistenza sanitaria. Significa dunque, in ogni provvedimento giurisdizionale sulla libertà, soppesare tutti i fattori di rischio che gravano su quelle singole vite. Un Paese civile non può dunque ignorare quali sono le condizioni anche di coloro che sono privati della libertà prima ancora di essere condannati, né può ascoltare senza un sussulto la voce di chi sostiene che non vi sarebbe distinzione alcuna fra i cittadini costretti in casa dalle norme emergenziali e i detenuti in carcere, e di chi sostiene che il carcere è il luogo più sicuro e più controllato dove il virus non miete vittime, non si moltiplica, non si diffonde, non si trasmette, né provoca contagio. Sino a prova contraria. Perché si sa che in carcere di presunto innocente c’è oramai solo il virus…

Esclusivo: coronavirus, i mafiosi al 41bis lasciano il carcere e tornano a casa. Il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura. Ora attende di uscire “Nitto” Santapaola, condannato definitivamente per diversi omicidi fra cui quello di Giuseppe Fava. Ma la lista è lunga. Lirio Abbate il 21 aprile 2020 su L'Espresso. I capimafia detenuti al 41bis cominciano in questi giorni di emergenza Coronavirus, uno dopo l'altro, a lasciare il carcere. In questo modo insieme al Covid19 inizia a circolare anche per le strade il virus dei mafiosi che non avrebbero dovuto lasciare la cella, per legge. Ed è una doppia pandemia che non possiamo permetterci. Il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura, 78 anni, considerato uno dei boss più influenti, condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni. Il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta lo definiva un mafioso “valoroso”. È stato uno degli imputati del primo maxi processo a Cosa nostra dove è stato condannato. Successivamente, avvicinatosi a Bernardo Provenzano, per i magistrati ha costituito un punto di riferimento mafioso per il controllo di lavori pubblici e l'imposizione del pizzo nel capoluogo siciliano. Uomo fidato dei boss palermitani, fra cui Nino Rotolo, ha gestito il racket, ed è stato uno dei più facoltosi costruttori della città, i cui beni per diversi milioni di euro sono stati confiscati. Negli anni Ottanta venne processato e assolto per 5 omicidi e una lupara bianca. Secondo l'accusa aveva eliminato i componenti di una banda di rapinatori che agivano senza il consenso di Cosa nostra. Venne fermato col suo guardaspalle e nell'auto venne trovata una pistola calibro 38 subito dopo due degli omicidi per cui venne rinviato a giudizio. Ma l'arma non era quella che aveva sparato e Bonura venne assolto per insufficienza di prove dalle accuse più gravi. Adesso era sottoposto al 41bis, il carcere "impermeabile". Il giudice di sorveglianza ha concesso gli arresti in casa sostenendo i motivi di salute per Bonura, sottolineando “siffatta situazione facoltizza” il magistrato “a provvedere con urgenza al differimento dell'esecuzione pena”. Ed escludendo il pericolo di fuga lo ha inviato a casa a Palermo, dove gli ha prescritto che "non potrà incontrare, senza alcuna ragione, pregiudicati" e inoltre, "lo autorizza" ad uscire da casa, ogni volta che occorrerà "per motivi di salute" anche dei familiari. Il provvedimento fa seguito allo stato di emergenza in cui si trovano i penitenziari. E così per i mafiosi che stanno scontando la condanna, che per legge non possono usufruire di pene alternative, si aprono le porte del carcere. Su questo punto il 21 marzo scorso il Dap (l’amministrazione penitenziaria) ha inviato a tutti i direttori delle carceri una circolare in cui li invita a «comunicare con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza», il nominativo del detenuto, suggerendo la scarcerazione, se rientra fra le nove patologie indicate dai sanitari dell'amministrazione penitenziaria, ed inoltre, tutti i detenuti che superano i 70 anni, e con questa caratteristica sono 74 i boss che oggi sono al 41 bis. Fra loro si conta Leoluca Bagarella (che sta spingendo da tempo per avere gli arresti in casa) i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera. Nelle scorse settimane, sempre per l'emergenza Covid19, è stato posto agli arresti domiciliari dai giudici della corte d'assise di Catanzaro, Vincenzino Iannazzo, 65 anni, ritenuto un boss della 'ndrangheta. Il suo stato di salute è incompatibile e in considerazione dell’attuale emergenza epidemilogica, con il carcere. Iannazzo, detto “il moretto”, è indicato come il capo del clan di Lamezia Terme (a luglio 2018 condannato anche in appello a 14 anni 6 mesi) e adesso torna a casa proprio nel cuore di Lamezia. Sempre con la motivazione dell'incompatibilità carceraria, attende di andare a casa anche il capomafia Benedetto “Nitto” Santapaola, condannato definitivamente per diversi omicidi fra cui quello del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, assassinato a Catania il 5 gennaio 1984. Insomma, i mafiosi tornano a casa.

8.500 detenuti in meno hanno evitato catastrofe nelle carceri grazie ai tribunali di sorveglianza. Alessio Scandurra su Il Riformista il 23 Maggio 2020. Nel paese è iniziata la fase 2. Ed anche in carcere. Dal 18 maggio riprendono, anche se con diversi limiti, e a quanto ci risulta non ovunque, i colloqui in presenza dei detenuti con i loro familiari, dopo più di due mesi in cui ci si poteva guardare negli occhi solo in videoconferenza. Ma la normalità, parola strana per un luogo anomalo come il carcere, è ancora lontana. Passeranno mesi prima che le attività di formazione, il lavoro, lo sport o la socialità tornino quelli di prima. Antigone intanto ha presentato ieri Il carcere al tempo del coronavirus, il nostro XVI rapporto sulle condizioni di detenzione, per provare a raccontare cos’è successo in carcere fino ad oggi.  Un’impresa non semplice se si pensa che, per quanto mi riguarda per la prima volta da quando faccio parte dell’associazione, non ci è stato possibile entrare in carcere per vedere con i nostri occhi cosa stava succedendo. Ed è successo di tutto. Dalla fine di febbraio a metà maggio in carcere ci sono 8.551 detenuti in meno, un calo non da poco, anche se le presenze restano al disopra della capienza regolamentare, che è di 50.931 posti. Un calo che si è concentrato nelle regioni del nord, ma che lascia molti istituti, anche nelle zone più colpite dalla pandemia, ancora troppo affollati. Il calo è dovuto in parte alle misure adottate dal Governo con il decreto “Cura Italia”, ma solo in parte, dato che i numeri erano già iniziati a scendere da prima. Assai più del decreto ha probabilmente contato la volontà degli operatori e dei magistrati di evitare la catastrofe.  E per fortuna ad oggi quella catastrofe non c’è stata. I primi casi si sono registrati a partire da metà marzo e al 15 maggio erano 119 i detenuti contagiati, di cui 2 in ospedale, mentre erano 162 i contagi tra il personale. 8 ad oggi i decessi, 4 tra i detenuti e 4 tra gli operatori (2 agenti e 2 medici). In effetti nella maggior parte degli istituti non si è verificato nemmeno un caso ma dove il virus è entrato, come a Verona dove si è parlato di 29 casi di Covid-19, o Torino con 67 contagi, si sono registrati numeri molto alti e situazioni assai difficili da gestire. E il pericolo non è ancora passato. Ma nel frattempo si sono verificate altre catastrofi. Rivolte durate giorni che hanno coinvolto decine di istituti e che sono costate la vita a 13 persone, ed un clima di ansia e di paura, per detenuti e personale, di cui anche noi siamo stati investiti. Abbiamo infatti ricevuto centinaia di richieste di aiuto da amici e familiari che volevano sapere cosa stesse succedendo ai loro cari, come stessero cambiando le regole del carcere, quali fossero in un dato istituto il numero dei contagi e le misure di prevenzione. E noi abbiamo provato a rispondere, coinvolgendo tutti i nostri osservatori e tutti i nostri volontari, che hanno costituito una task force impegnata a rispondere a tutte le richieste e alle segnalazioni che arrivavano. In alcuni casi anche di fatti gravissimi, come le violente rappresaglie a danno di detenuti che si sarebbero verificate dopo le proteste nelle carceri di Milano “Opera”, Pavia, Santa Maria Capua Vetere e Melfi, a seguito delle quali nell’arco di un mese abbiamo presentato quattro esposti all’autorità giudiziaria. E nel frattempo il carcere, oltre che cambiare ritmi, cambiava anche aspetto. Fuori venivano installati tendoni per il pre-triage, per monitorare gli ingressi, mentre dentro interi reparti venivano chiusi, dove possibile, per fare spazio a sezioni di isolamento o di quarantena. E mentre cresceva la separazione tra il dentro e il fuori, questo muro sempre più alto veniva scavalcato da nuovi strumenti di comunicazione. Oltre ad aumentare il numero di telefonate a disposizione di cui ciascun detenuto si affacciavano sulla scena strumenti come Skype o Whatsapp, gli stessi con cui noi tutti abbiamo familiarizzato in questi mesi. Nel rapporto pubblicato ieri proviamo a raccontare le molte sfaccettature di questa trasformazione, provando anche ad immaginare che aspetto avrà il carcere che troveremo alla fine del tunnel.

"Virus sovrano", il racconto delle carceri nell’emergenza del covid-19. Frank Cimini su Il Riformista il 12 Maggio 2020. «Quando in Italia si sono imposte le prime misure anti contagio sono scoppiate le rivolte nelle carceri. Poche immagini sono passate sugli schermi, poliziotti antisommossa, volanti, droni, lacrimogeni. Ci hanno detto che erano morti 13 detenuti, forse 15. Per metadone trovato nelle farmacie delle carceri. Nessuna lesione sui corpi. Poi tutto è stato dimenticato. Chi è in carcere è già lì per non lasciare traccia». Si concentra anche sui più indifesi, sugli ultimi degli ultimi la riflessione di Donatella Di Cesare autrice del saggio “Virus sovrano? L’asfissia capitalistica”, 89 pagine per le edizioni Bollati Boringhieri. Di Cesare insegna filosofia teoretica alla Sapienza di Roma e in passato aveva già scritto di altri “ultimi”, soprattutto immigrati e di “emergenze” varie. Nel saggio si sottolinea che la crisi sanitaria non può essere il pretesto per aprire un laboratorio autoritario. «Questo non vuol dire rifiutare in modo ingenuo e avventato quei rimedi e quelle cure che possono fermare il propagarsi del virus ma le misure securitarie devono rendere vigilanti e spingere a diffidare perfino di se stessi e delle proprie pulsioni – scrive l’autrice – non si può lasciare che l’epidemia inauguri un’era del sospetto generalizzato dove ognuno è per l’altro un untore potenziale una minaccia permanente. La conseguenza sarebbe non avere più un mondo in comune, non condividere più lo spazio pubblico della polis». Il saggio ricorda che la concorrenza selvaggia è giunta persino al rifiuto di spedire materiale medico a chi ne aveva bisogno, la Ue per l’ennesima volta si è rivelata una assemblea scomposta di comproprietari, un coacervo di nazioni che a colpi di compromessi vacillanti si contendono lo spazio per difendere ciascuno i propri interessi. A tutto vantaggio di regimi autoritari e sovranisti. Era stato Salvini a invocare i pieni poteri molto prima dell’epidemia. Poi imitato anche da “avversari”. La xenofobia di Stato ha trovato un nuovo nemico nel “virus straniero”. La nuova cultura del complotto dissemina il mondo di nemici. E se il coronavirus colpisce il corpo la pandemia è anche una esperienza psichica. Il rischio degli arresti domiciliari di massa è una implosione psichica dagli effetti imprevedibili, il malessere si acuisce e si prolunga. E il carcere tornando a bomba è il sempreguale senza futuro, è il tempo incarcerato. Siamo anestetizzati all’infelicità degli altri tanto più se sono detenuti. Il nostro occhio su di loro è quello dello Stato. La desolazione penitenziaria non deve trapelare. “Bisogna chiudere le porte e buttare via la chiave”. Queste parole sono scandite spesso da una compiaciuta freddezza vendicativa. Qualche moderato ricorda Di Cesare chiede meno sovraffollamento e più diritto ma diritto in carcere non è una contraddizione in termini? Ma metà mondo ai domiciliari non vuol dire prigionia generalizzata perché ogni confronto è privo di senso. La soglia del carcere non viene meno. Da una parte il mondo di fuori dall’altra quello recluso.

Carceri, si indaga per epidemia colposa: “Positivo al Covid dopo trasferimento di 10 detenuti”. Viviana Lanza su Il Riformista il 21 Maggio 2020. Epidemia colposa è l’ipotesi di reato al centro della denuncia presentata dall’avvocato Gaetano Aufiero per un detenuto napoletano che in carcere si è ammalato di Covid-19. Il fascicolo è al vaglio della Procura di Cuneo perché i fatti si sono svolti nel carcere di Saluzzo. Per esporli, invitando la magistratura a svolgere indagini e dare risposta agli interrogativi aperti da questa storia, l’avvocato Aufiero ha presentato un lungo e dettagliato esposto. Il tema attorno a cui ruota la storia è uno degli argomenti più attuali e delicati degli ultimi mesi perché affonda le radici nella gestione dell’emergenza sanitaria all’interno degli istituti di pena ai tempi del Coronavirus. L’indagine dovrà chiarire se il trasferimento dal carcere di Bologna di detenuti, poi risultati positivi al Covid, sia stato all’origine del contagio nel carcere di Saluzzo dove il detenuto napoletano, protagonista di questa vicenda, ha contratto l’infezione che da mesi spaventa il mondo. È proprio il trasferimento di detenuti da un carcere all’altro il nodo centrale del caso sottoposto all’attenzione dei magistrati della Procura di Cuneo. Ma ricapitoliamo i fatti. È il 26 aprile quando il detenuto napoletano scopre di essere positivo al Covid-19. È uno dei reclusi della sezione di alta sicurezza del carcere piemontese, e, a parte la perdita del gusto, non ha sintomi gravi, ma viene messo in isolamento come prevede la procedura di sicurezza e tenuto sotto osservazione medica. In quegli stessi giorni, come lui altri detenuti risultano positivi al virus, mentre prima di allora non risultava alcun contagio nelle celle. E si fa caso a una circostanza: qualche settimana prima, proprio in quella sezione di alta sicurezza, erano arrivati alcuni detenuti provenienti dalla casa circondariale di Bologna dove agli inizi di aprile si era verificato il primo caso di detenuto morto per Covid-19. Quel detenuto si chiamava Vincenzo Sucato e la sua morte accese il dibattito sul rischio di focolai all’interno dei penitenziari italiani. Potrebbe esserci un nesso tra i contagi nel carcere di Saluzzo e l’arrivo dei detenuti da Bologna? È questa la domanda a cui la Procura di Cuneo dovrà dare risposta. Ricostruendo la sequenza dei fatti, l’esposto ha sollevato l’interrogativo. “All’indomani del decesso del detenuto nel carcere di Bologna – si sostiene nell’esposto – veniva disposto il trasferimento di decine di detenuti sospettati di essere entrati in contatto con lui in quanto allocati nella medesima sezione di alta sicurezza. Tuttavia – si legge ancora – il predetto trasferimento non veniva eseguito per tutti, alcuni rimanevano in attesa di trasferimento a stretto contatto tra di loro e senza alcuna misura di prevenzione idonea a scongiurare la diffusione del virus Covid-19”: ecco l’ipotesi da verificare attraverso le indagini. “Di tali circa 20 detenuti rimasti a Bologna ben dieci risultavano positivi al test per il Coronavirus. E positivi sono risultati alcuni detenuti della casa di reclusione di Saluzzo ristretti nella stessa sezione dove sono stati reclusi quelli provenienti da Bologna. Prima dell’arrivo dei detenuti da Bologna la casa di reclusione di Saluzzo non aveva registrato casi di contagio tra detenuti”, prosegue l’esposto che l’avvocato Aufiero spiega di aver presentato alla luce delle informazioni raccolte parlando con il suo assistito recluso nel carcere piemontese e con altri detenuti nei diversi istituti penitenziari sparsi sul territorio nazionale: “La gravità delle informazioni apprese ha fatto sorgere nello scrivente l’obbligo, morale prima ancora che giuridico, di rappresentare all’autorità giudiziaria competente tutti i fatti al fine di verificare se corrispondano a verità e possano configurare ipotesi di reato gravi come l’epidemia colposa”. Ora si attende l’esito delle indagini.

·        Il Virus e la Criminalità.

Col sigillo antimafia molti,  come dice Sciascia, fanno carriere, e molti, come dice il PM Maresca, fanno i soldi. 

“L’associazione Libera? Mafia dell’antimafia”. Catello Maresca, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia, ha accusato, in un'intervista a Panorama, l'associazione Libera di Don Ciotti di gestire i beni sequestrati alla mafia in regime di monopolio. E ritornano alla mente le parole di Sciascia sul "professionismo antimafioso" mentre l'Italia imputridisce grazie alle organizzazioni criminali. Lintellettualedissidente.it il 19 Gennaio 2016. E’proprio vero ciò che scriveva Leonardo Sciascia: con la mafia si fa carriera. E non solo affiliandosi, ma soprattutto sventolando il vessillo dell’antimafia. Ad oggi, però, a denunciare il fenomeno del “professionismo antimafioso” ci pensa paradossalmente un giudice: Catello Maresca,  pm della Direzione Nazionale Antimafia, nonché magistrato che fece arrestare il boss dei Casalesi Michele Zagaria. Maresca, in un’intervista rilasciata a Panorama lo scorso 14 gennaio, ha attaccato con parole forti l’Associazione “Libera contro le Mafie” di Don Ciotti, definendola come l’organizzazione che attualmente in Italia detiene “il monopolio della gestione dei beni sequestrati alla mafia”.  Inoltre, sempre nella stessa intervista, il pm ha affermato che: “Oggi per combattere la mafia è necessario smascherare gli “estremisti dell’antimafia”, i monopolisti di valori, le false cooperative con il bollino, le multinazionali del bene sequestrato. Registro e osservo che associazioni nate per combattere la mafia hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione criminale e tendono a farsi mafiose loro stesse”. Insomma, il pm non ha usato mezzi termini per esprimere il proprio parere su Libera e sull’associazionismo che dovrebbe combattere la mafia. E Don Ciotti non è stato a guardare, anzi ha minacciato di querelare lo stesso Maresca, affermando in un comunicato stampa che ad “oggi è in atto una semplificazione che mira a demolire con la menzogna il percorso fatto da Libera.” E nell’avvincente dibattito si è inserita anche Rosi Bindi, esprimendo la propria solidarietà nei confronti del sacerdote veneto che ha spesso e volentieri alternato la pratica religiosa e l’attivismo socio-politico. Infatti Don Ciotti è noto non solo per la fondazione di “Libera contro le Mafie”, ma anche per la istituzione nel 1995 della onlus: il “Gruppo Abele”, impegnata in numerose attività sociali.  Un sacerdote sui generis, dunque, che non ha mai disdegnato spogliarsi della tunica per indossare la toga del tribuno. Inoltre, c’è da dire che le associazioni fondate da Don Ciotti di certo non muoiono di fame. L’attivo di Libera, solo nel 2014, ( si legge nel bilancio pubblicato sul sito web) è di 2.426.322 euro. Ancora meglio è andato il “Gruppo Abele” che sempre nel 2014  ha potuto vantare profitti per  6.291.776 euro. Quindi Libera, ad oggi resta, al netto degli “attacchi per demolirla”, un’associazione ricca, potente, che coordina circa 1600 realtà (tra cooperative, enti, gruppi) che a loro volta gestiscono direttamente decine di migliaia di beni sequestrati alla mafia. In che modo? Sicuramente le parole di Maresca non saranno del tutto infondate. 

Ripresa con sigillo “antimafia” rappresenta un rischio grave. Iuri Maria Prado de Il Riformista il 14 Aprile 2020. Che la criminalità organizzata possa tentare di far soldi insinuandosi nelle attività della ripresa economica è un rischio effettivo: ma una ripresa con sigillo “antimafia” rappresenta un rischio anche più grave. Un conto è infatti impostare politiche di sviluppo senza rinunciare al dovuto controllo pubblico sulle attività illegali: tutt’altro conto è che quelle politiche pretendano di trovare fondamento in una specie di presupposto antimafioso. L’andazzo del dibattito pubblico, puntualmente orientato dai romanzieri anticamorra e dalla magistratura in militanza telegiornalistica, è ormai apertamente questo: la criminalità è in agguato, e dobbiamo innanzitutto attrezzarci per impedire che faccia profitto. La ripresa del Paese subordinata alle esigenze di contrasto della criminalità. È una concezione insieme forsennata e ottusa dell’intervento pubblico, che assume a criterio strategico ed esecutivo la risultanza da mattinale, l’elenco da carico pendente, e trasforma l’indagine burocratico-giudiziaria nella linea-guida del governo in campo economico. L’altro giorno, sul Corriere della Sera, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, in doppio con il giornalista ‘ndranghetologo Antonio Nicaso, ha spiegato quel che dovrebbe fare “un Paese serio” per gestire nel modo giusto l’iniziativa pubblica nella situazione di crisi determinata dall’emergenza sanitaria: monitorare «i passaggi di proprietà delle aziende, ma anche le acquisizioni sospette di quote azionarie», che è un modo, appunto, per dire che lo Stato è “serio” nella misura in cui disciplina i movimenti dell’economia osservandoli con l’occhio inquirente della magistratura o, più direttamente, sottoponendoli alla direttiva delle forze dell’ordine. Non è un caso, e fa rabbrividire, che la specie di programma di governo proposto dal duo Gratteri/Nicaso faccia largo appello alla “nota” inviata ai questori da parte del capo della Polizia, quello che l’altro giorno prometteva mano dura contro i «furbi che vogliono disattendere la legge» (le cronache ci dicono che la categoria malefica è significativamente rappresentata da chi si avventura nella corsetta vietata o da chi si rende responsabile dell’ignominia di comprare tre bottiglie di vino anziché una). Le mafie, avvisa il dottor Gratteri, «cercheranno sicuramente di mettere le mani sulle risorse comunitarie», e «ci sarà anche chi cercherà di condizionare gli elenchi dei cittadini bisognosi che i sindaci sono chiamati a compilare». Bene, e allora che cosa facciamo? Affidiamo alle procure la gestione delle risorse comunitarie? E gli elenchi dei cittadini bisognosi? Affinché non siano “condizionati” li facciamo compilare ai carabinieri? Non solo la gestione dell’emergenza sanitaria è principalmente connotata da questo approccio di tipo punitivo, come se il dilagare del virus fosse l’effetto dell’irresponsabilità di quei “furbi” che attentano alla perfezione delle politiche di contenimento. Anche le prospettive verso il “dopo”, infatti, si dipartono dal medesimo punto di vista sanzionatorio: la ripresa aziendale come indizio di mafiosità, che ovviamente non è la convinzione del dottor Gratteri ma è l’inevitabile effetto di quell’impostazione se si lascia che diventi una formula di governo. Il pericolo dell’interposizione della criminalità in una transazione non si combatte interponendo polizia e magistratura in tutte le transazioni, così come non si chiudono le pizzerie solo perché in alcune investe la camorra né si fermano le compravendite immobiliari solo perché qualche mafioso ottiene un appezzamento a prezzo di favore.

“In Italia la mafia aspetta i soldi dell’Europa”, l’affondo durissimo dalla Germania sugli aiuti. Redazione de Il Riformista il 9 Aprile 2020. “In Italia la mafia aspetta soltanto una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. Lo dice senza mezzi termini il quotidiano tedesco ‘Die Welt’, confermando la sua netta contrarietà all’ipotesi di introdurre i cosiddetti Coronabond per fare fronte all’emergenza economica causata, in particolare in Spagna e Italia, dal contagio di Coronavirus. Una posizione da falchi, contro le colombe dei Paesi del Sud Europa che non vogliono invece sentir parlare di Mes come aiuto economico per risollevarsi dalla crisi. L’autorevole quotidiano tedesco, nell’articolo riportato da Agenzia Nova, non nega la necessità di aiuti agli Stati membri dell’Unione Europea, ma mette in guardia su controlli e limiti. Gli italiani infatti “devono essere controllati” dalla Commissione europea e “devono dimostrare” di spendere i soldi degli aiuti esclusivamente per l’emergenza sanitaria. ‘Die Welt’ quindi sottolinea come la solidarietà europea e tedesca debba essere generosi, ma con limiti e controlli perché le obbligazioni europee, con responsabilità congiunta del debito degli Stati membri dell’Ue, sarebbe “una gigantesca perdita di miliardi di euro per i contribuenti tedeschi”. Da qui l’appello alla cancelliera Angela Merkel a non cedere sulla proposta di Italia e Spagna, dato che le conseguenze di un allentamento delle regole di bilancio sarebbero “incontrollabili”, mentre il quotidiano tedesco spinge nell’altro senso a continuare ad applicare le misure di rigore economico anche durante la crisi economica provocato dall’emergenza Covid-19.

DI MAIO: “GOVERNO TEDESCO SI DISSOCI” – Non è mancata una presa di posizione italiana alle parole del quotidiano tedesco. Intervenendo in diretta a ‘Uno Mattina’ su Rai1, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha chiesto al governo tedesco di di dissociarsi dalla “vergognosa” posizione espressa da “Die Welt”. “Si tratta di una “affermazione vergognosa e inaccettabile, mi auguro che Berlino prenda le distanze. L’Italia piange oggi le vittime del Coronavirus, ma ha pianto e piange ancora le vittime di mafia. Non è per fare polemica ma non accetto che in questo momento si facciano considerazioni del genere”, ha detto Di Maio.

L’INTERVISTA DI CONTE ALLA BILD – “E’ nell’interesse reciproco che l’Europa batta un colpo”, altrimenti “dobbiamo assolutamente abbandonare il sogno europeo e dire che ognuno fa per sé“. Sono state queste le parole del premier Giuseppe Conte in un’intervista al quotidiano tedesco Bild.  “Vanno allentate le regole di politica fiscale” è il messaggio che l’Italia ribadisce da settimane senza però ottenere risposte concrete, sorpattutto da Germania e Olanda. “Per non perdere competitività abbiamo bisogno di Eurobond – sottolinea ancora una volta il presidente del Consiglio -. Noi competiamo con Cina e Stati Uniti: vedete le manovre che hanno messo in campo. Negli Stati Uniti parliamo di una manovra del 13% circa rispetto al Pil. Se l’Europa non agisce, le nostre industrie perderanno competitività a livello globale”.

Die Welt: “Se date soldi all’Italia li date alla mafia”. I 5S protestano ma Italia uguale mafia è il loro racconto. Davide Varì su Il Dubbio il 9 aprile 2020. Ma chi in questi anni ha raccontato al resto del mondo che l’economia italiana è nelle mani delle “mafie più potenti del mondo”? L’Italia stessa, naturalmente, e soprattutto i grillini. “Certo, i paesi dell’Unione Europea dovrebbero aiutarsi a vicenda nella gestione della crisi da Coronavirus. Ma senza limiti? E senza controlli? In Italia la mafia non aspetta altro che una nuova pioggia di denaro da Bruxelles”. Le parole del quotidiano tedesco “Die Welt” hanno scatenato la reazione italiana, a cominciare da Luigi Di Maio. Ma chi in questi anni ha raccontato al resto del mondo che l’economia italiana è nelle mani delle “mafie più potenti del mondo”? L’Italia stessa, naturalmente, e soprattutto i grillini. A cominciare da Nicola Morra che oggi non replica ribaltando la visione farlocca di un Paese in mano alle mafie, ma spiega che la mafia, quella italiana, ormai domina anche l’economia tedesca. Il modo più autolesionista per confermare il pregiudizio tedesco. L’allarme di “Die Welt” arriva per scoraggiare l’immissione di denaro pubblico europeo nelle casse italiane: “Signora Merkel, punti i piedi – scrive Die Welt –  una delle questioni più importanti che si pongono di fronte alla pandemia – prosegue il giornale – è fino a che punto deve arrivare la solidarietà finanziaria tra i 27 stati membri?”. Certo, prosegue, “dovrebbe essere generosa”. “Ma senza alcun controllo? E senza limiti? La solidarietà è un’importante categoria europea, ma anche la sovranità nazionale e l’obbligo dei politici di rendere conto ai propri elettori sono fondamentali”. “Dovrebbe risultare evidente – prosegue il commento della Welt- che gli aiuti finanziari all’Italia – dove la Mafia è una costante a livello nazionale ed attende ora unicamente una nuova pioggia di denaro da Bruxelles – dovrebbero essere spesi unicamente nel sistema sanitario e non approdare ai sistemi sociale e fiscale del paese. E naturalmente gli italiani dovrebbero essere controllati da Bruxelles e dimostrare di investire il denaro correttamente. Anche nella crisi da Coronavirus i fondamenti essenziali dell’Unione dovrebbero continuare a valere”. Parola di tedesco. Anzi no: parola di italiano…

La Germania della ’ndrangheten vede solo la mafiosità degli altri. Nicaso: «È il Paese dove c’è la maggiore infiltrazione e dove risiedono le più importanti famiglie delle ’ndrine». Antonio Anastasi il 10 aprile 2020 su Il Quotidiano del Sud. La Germania? “E’ il Paese dove c’è maggiore presenza di ‘ndrangheta al mondo. La ‘ndrangheta lì è riuscita a clonare la geografia mafiosa calabrese superando, in termini di infiltrazioni, gli Usa, il Canada, l’Australia. Le famiglie più importanti della ‘ndrangheta sono tutte presenti in Germania”.

I MILLE DEI CLAN. Parola di Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti di mafie, interpellato dal Quotidiano, e chissà se fischiano le orecchie all’editorialista di Die Welt che invita l’Europa a non aiutare l’Italia perché “la mafia sta aspettando i soldi da Bruxelles”. Del resto, di un esercito di mille uomini parlava già il governo tedesco nel rispondere a un’interrogazione presentata al Bunderstag, anche se i servizi di sicurezza avrebbero individuato soltanto 334 presunti affiliati. La strage di Duisburg è lo spartiacque, ma non solo nel senso della violenza mafiosa che prima non si era sprigionata in quanto gli ‘ndranghetisti, riuscendo a mimetizzarsi tra i familiari emigrati e favoriti da una normativa antiriciclaggio quasi inesistente, facevano i loro affari senza spargimenti di sangue.

GLI SCONTRI. Le indagini sull’eccidio del 15 agosto 2007 rivelarono come, in territorio tedesco, le affiliazioni ai clan avvenissero anche mediante i tradizionali rituali delle “famiglie”. Non è soltanto dello scontro tra i clan di San Luca, i Romeo Pelle Vottari da una parte e i Nirta Strangio dall’altra, che parliamo, ma di legami con la casa madre della ‘ndrangheta, di “locali” strutturati, come accertato da plurime inchieste giudiziarie, che hanno svelato un’operatività criminale che avviluppa innanzitutto le rotte del narcotraffico, sfruttando le potenzialità del porto di Amburgo, tra i maggiori scali europei. La geografia mafiosa si dipana anche nel Baden Wurttemberg, in Assia, Baviera e Nord Reno Westfalia, dove sarebbero attive le famiglie Pesce e Bellocco di Rosarno. Sempre in Assia e Baden Wurttemberg è presente una filiale del “locale” di Cirò con una serie di attività commerciali e nella ristorazione. Concorrenza aggressiva?

LE MANI SULL’ASSIA. In realtà pare che una cellula dei Farao Marincola distaccata in Germania non avesse neanche bisogno di chiedere, ai ristoratori calabresi, per imporre i prodotti di imprese controllate dalla cosca. La propaggine criminale cirotana aveva allungato i propri tentacoli in primis sul land tedesco dell’Assia. Ma sarebbe stata attiva un’altra cellula, operativa nel land del Baden Wurttemberg, in particolare nella zona di Stoccarda, che avrebbe monopolizzato il mercato dei semilavorati per pizza nonché i vini di imprese occultamente controllate. Articolazioni criminali, a quanto pare, alle dipendenze dei maggiorenti del clan, almeno secondo le rivelazioni della collaboratrice di giustizia Maria Vallonearanci, pure corroborate da intercettazioni. La donna, emigrata in Germania, da tempo “canta” sulla figura di Domenico Palmieri, originario di Cirò Marina ma dimorante a Fellbach, dove gestisce un circolo ricreativo, “Inter Club Fellbach”, utilizzato da esponenti della criminalità organizzata per organizzare incontri riservati, nonché come centro di stoccaggio di banconote contraffatte provenienti dall’Italia. Il denaro contraffatto sarebbe stato stampato in Calabria, a Mandatoriccio, dove Mario Lavorato, referente della ‘ndrangheta tedesca, ha una stamperia. Talvolta il denaro sarebbe stato trasportato in Germania da due rossanesi, che come carichi di copertura avrebbero utilizzato casse di mandarini. Le banconote farlocche sarebbero state così scaricate presso la pescheria di Palmieri e successivamente occultate nell’ “Inter Club”.

LE ALLEANZE. Nelle regioni della Turingia e della Sassonia (land dell’ex Germania dell’Est) la ‘ndrangheta ha stabilito alleanze operative con le mafie dell’Est Europa, sfruttando le opportunità del mercato finanziario e immobiliare, soprattutto in seguito alla caduta del Muro di Berlino. Un insediamento della cosca Morabito Bruzzaniti Palamara di Africo Nuovo è localizzato a Neuwied. Ma anche Cosa nostra è presente in Germania, sopecie col traffico di stupefacenti e di armi e il reimpiego dei capitali illeciti nell’edilizia.

I soldi UE alle cosche? Un pregiudizio creato da noi. Alberto Cisterna de il Riformista il 10 Aprile 2020. «Non deve vincere la narrazione della paura e della diffidenza». Le parole del cardinale Bassetti, presidente della Cei, suggeriscono compostezza e misura nei giorni bui della sofferenza e del dolore. In ogni settore della vita pubblica del Paese quanti prendono la parola avrebbero il dovere della prudenza e della verità. Non accade. Non accade sempre. Questo non vuol dire che ci si debba o ci si possa rassegnare al velo dell’enfasi, al mantra della paura o alla mistica dell’esaltazione. Anche nel variegato e pittoresco pianeta dell’antimafia non mancano in questi giorni i dispensatori di analisi inquietanti e di scenari apocalittici. Qui e là i dioscuri dell’antimafia – quelli delle pagine patinate e dei convegni, sia chiaro, non i tanti seri e composti che operano in silenzio – non perdono occasione per alimentare nella popolazione e nelle fragili istituzioni del Paese il terrore di programmi scellerati con le cosche pronte a elargire denaro ai bisognosi e fare shopping di tutte le imprese in crisi. La scenografia mediatica si arricchisce di supposizioni, predizioni, calcoli che nessuno ha mai controllato e che nessuno, invero, ha mai avuto voglia di controllare e confutare. Perché l’industria della paura ha i suoi vati, ma ha anche a disposizione chi vende la merce senza tanto stare a sottilizzare sulla bontà dell’articolo, e contrastarla può essere, come dire, sconsigliabile. Nella vastità delle supposizioni proviamo a mettere in fila almeno alcuni dati. La produzione mondiale della cocaina secondo il rapporto dell’Agenzia Onu di Vienna (Unodoc 2019) è di circa 2.000 tonnellate l’anno. Il prezzo all’ingrosso di questo stupefacente varia tra i 1.200 e i 1.500 dollari al chilo. Complessivamente la cocaina prodotta nel mondo vale all’ingrosso 3 miliardi di dollari all’anno che finiscono direttamente nelle tasche dei narcos colombiani, peruviani e boliviani che la producono.

Poi ci sono i broker americani, messicani, olandesi, spagnoli e italiani che acquistano la roba e la rivendono in blocchi. I boss della ‘ndrangheta, insieme a quelli campani, hanno un ruolo importante in quest’attività di brokeraggio, qualche tonnellata di cocaina passa sicuramente tra le loro mani con destinazione verso le reti dello spaccio in gran parte in mano a extracomunitari. La spesa per il consumo di tutte le sostanze psicoattive illegali in Italia è stimata in 15,3 miliardi di euro (fonte: Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche antidroga, relazione 2019). Per tutte le droghe si intende ovviamente tutte nessuna esclusa e, infatti, in questa imponente massa di denaro, «poco più del 42% è attribuibile alla spesa per il consumo di cocaina» (stessa fonte). Il ché equivale a 6,5 miliardi circa ogni anno. Naturalmente l’importo si riferisce a quanto finisce nelle mani di migliaia e migliaia di pusher in tutte le città e i borghi d’Italia. I broker calabresi, siciliani, campani intascano una buona frazione di questa, pur imponente, massa di denaro che si gonfia per il taglio a valle della roba venduta a monte quasi pura dai boss. A spanne, ma con una sufficiente precisione, questo è lo scenario. Noioso mettersi a far di conto, ma l’alternativa sono le chiacchiere in libertà. Ora chi afferma che la sola ‘ndrangheta realizzi incassi per 30 miliardi di euro l’anno si prende una bella responsabilità che è quella di dare del bugiardo alle Agenzie internazionali e nazionali più accreditate e meglio informate al mondo o di bisticciare con la matematica.

Un vecchio e indimenticato cronista giudiziario a chi gli chiedeva conto di qualche articolo in cui si narrava di spettacolari progetti della ndrangheta senza che vi fossero evidenze investigative, rispondeva sornione «finché le cosche non avranno messo in piedi un ufficio stampa per smentire…». Certo se non smentiscono loro perché mai imporsi l’ingrato compito di mettere in discussione le tanto condivise esagerazioni che circolano da anni. Perché, come recita l’Ecclesiaste, c’è «un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci» (3, 5) anche quelli avvolgenti e protettivi dell’agora antimafiosa che da anni mantiene un rigoroso silenzio su questa contabilità almeno sospetta. Questo, come sappiamo purtroppo, non è il tempo degli abbracci e non è il tempo per gettare sassi nella palude della paura. Ingigantire numeri e cifre nella certezza di non essere smentiti, prefigurare apocalittiche scalate sociali ed economiche non rende alcun servizio al Paese. Sarebbe un dovere imprescindibile tentare un’altra narrazione e cercare – per come si può – di dar tregua alle ansie e alle paure della gente almeno su questo versante, almeno oggi.  Non ci si deve troppo meravigliare, poi, che una pur marginale stampa tedesca a caccia di pretesti per affossare la Nazione evochi lo spettro dei denari europei nelle tasche dei mafiosi.

Dopo la strage di Duisburg (13 anni or sono) sono state dozzine le delegazioni di inquirenti italiani che sono stati invitate in Germania per dare ausilio e chiarimenti sulla mafia. A fronte di chi ha usato temperanza e controllo v’è stato chi ha tracciato innanzi alla pubblica opinione e alle autorità tedesche orizzonti catastrofici, sia chiaro praticamente senza dare mai dati o notizie precise o elementi concreti su cui indagare. Con il risultato che i tedeschi, non avendo mai trovato in Germania nulla di cui gli italiani narravano in termini così apocalittici, hanno abbassato ancor più la guardia e messo da parte la strage come una questione tra calabresi in trasferta. Lasciando, tuttavia, i grumi di pregiudizio che oggi ci vengono brutalmente rinfacciati. Sarebbe giusto dire che molte organizzazioni mafiose sono state letteralmente sbriciolate dallo Stato, che non esistono più (con una sola eccezione) latitanti che meritino davvero l’impiego massiccio di uomini e risorse per la loro pur sacrosanta cattura, che le condanne ogni anno di colletti bianchi per collusioni mafiose stanno tutte nelle dita di una mano, che la prestigiosa Agenzia nazionale per le confische ha un pubblico elenco in cui si può facilmente verificare quali siano i beni e quali le aziende sottratti ai clan. Nulla che rimandi a decine e decine di miliardi di euro ogni anno, nulla che evochi la scalata di società e imprese di primario rilievo, una scalata per giunta mai accertata in decenni di indagini. Certo, nelle marginali ed emarginate banlieue di Napoli e di Palermo i clan incassano, dispensando quattro spiccioli, una credibilità e un consenso che lo Stato non ha mai saputo conquistare o anche solo contendere. Ma di qui a dire che i boss siano pronti a espugnare la fortezza finanziaria ed economica di una nazione come l’Italia ne corre.

I clan hanno oggi la necessità di rimpinguare di denaro le loro attività di riciclaggio, esauste come tutte le altre nel nostro Paese malato. Per farlo dovranno mobilitare risorse illecite e immettere liquidità nascosta nelle proprie aziende. Ecco, invece che terrorizzare la pubblica opinione con stentorei interventi e ancor più sterili allarmi, chi ha il dovere del contrasto alle mafie pensi ad adempierlo. Rafforzando l’asfittica e burocratica filiera dell’antiriciclaggio, addestrando agenti sottocopertura pronti a infiltrarsi, guadagnando la collaborazione delle imprese ora che lo Stato si rende garante per loro con centinaia di miliardi di euro e deve pretenderne la lealtà. Nulla di troppo complicato. Adempiere il proprio silenzioso dovere, come fanno in tanti in queste settimane.

Saviano risponde a Die Welt: "Meno soldi arriveranno all'Italia dall'Ue, più potere avranno le mafie". Repubblica Tv il 10 aprile 2020. "Dispiace vedere che una poca conoscenza delle dinamiche mafiose possa spingere a una posizione così ingenua: credere che l'aiuto europeo per l'epidemia sia un favore alle organizzazioni criminali. La 'ndrangheta fattura circa 60 miliardi di euro l'anno, la camorra tra i 20 e i 35 miliardi. E' una massa di denaro pronta a intervenire laddove la crisi economia apre i varchi. Quindi è esattamente il contrario di quanto ha dichiarato il quotidiano tedesco Die Welt: meno soldi all'Italia, più potere alle organizzazioni criminali". Lo scrittore Roberto Saviano risponde così all'articolo del quotidiano tedesco Die Welt in cui si sostiene che in Italia "la mafia aspetta gli aiuti europei". 

Alessandro Sallusti a Otto e mezzo imbarazza Giannini: "Lo scrive anche Saviano", Repubblica come Die Welt? Libero Quotidiano l'11 aprile 2020. "Lo scrive tutti giorni, Repubblica. Se lo fanno loro, applaudono. Se lo fa Die  Welt, sono dei cretini". Alessandro Sallusti ad alzo zero a Otto e mezzo sul tema Italia, mafia e soldi dell'Ue che tanto ha fatto discutere in questi giorni e che tante polemiche ha scatenato contro la provocatoria posizione del giornale tedesco. In collegamento con Lilli Gruber c'è però anche Massimo Giannini, firma di spicco proprio di Repubblica, che chiamato direttamente in causa reagisce stizzito al confronto provocatorio. "Non è la stessa cosa, Alessandro, perdonami. Cerchiamo di non manipolare". E il direttore del Giornale sbotta: "Non manipolo, lo ha scritto Roberto Saviano". Come dargli torto.

Repubblica.it il 9 aprile 2020. Quando Grillo, nel 2014, a Strasburgo invitava l'Ue a non dare finanziamenti all'Italia: "Finiscono a mafia, 'ndrangheta e camorra". "Sono venuto due o tre volte qui in parlamento. E sono venuto per dire di non dare più finanziamenti all'Italia perché scompaiono in tre regioni: Calabria, Sicilia e... Quindi a mafia, 'ndrangheta e camorra". Lo affermava Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, nel luglio del 2014, in occasione di un suo intervento alla riunione del gruppo Efdd di cui era capogruppo Nigel Farage e co-presidente il grillino David Borrelli. Il M5s ha poi scelto di lasciare il gruppo Efdd nel gennaio del 2017.

Da repubblica.it l'11 aprile 2020. "Dispiace vedere che una poca conoscenza delle dinamiche mafiose possa spingere a una posizione così ingenua: credere che l'aiuto europeo per l'epidemia sia un favore alle organizzazioni criminali. La 'ndrangheta fattura circa 60 miliardi di euro l'anno, la camorra tra i 20 e i 35 miliardi. E' una massa di denaro pronta a intervenire laddove la crisi economia apre i varchi. Quindi è esattamente il contrario di quanto ha dichiarato il quotidiano tedesco Die Welt: meno soldi all'Italia, più potere alle organizzazioni criminali". Lo scrittore Roberto Saviano risponde così all'articolo del quotidiano tedesco Die Welt in cui si sostiene che in Italia "la mafia aspetta gli aiuti europei".

Roberto Giardina per ''Italia Oggi'' l'11 aprile 2020. Il premier Conte ha scritto una lettera aperta ai tedeschi sulla Bild Zeitung. Siate solidali o noi dovremo fare a meno dell'Europa, e l'Europa andrà a fondo, questo in sintesi il messaggio. Conte ha scelto bene, la Bild pochi giorni fa aveva pubblicato un'intera pagina sull'Italia, una dichiarazione d'amore, e qualcuno di noi ha storto il naso. Una sequela di luoghi comuni, è un giornale popolare, avrebbe dovuto citare Verdi o Manzoni? Meglio scrivere sulla Bild che su giornali letti da un'élite, come Frankfurter Allgemeine, Süddeutsche Zeitung o Die Welt per cercare di influenzare il tedesco medio. Mi sembra che la lettera di Conte sia meno riuscita del suo appello alla Tv della settimana scorsa. Un'opinione personale, ovviamente. Temo che la reazione possa essere: se la barca affonda, la colpa è vostra. La Bild, il giornale sempre più venduto d'Europa con 1,6 milioni di copie benché abbia perso in dieci anni un terzo della tiratura, pubblica ieri anche la foto del ponte sul Magra crollato come un castello di carte da gioco. Non ce l'ha con noi, è una notizia. Sempre la Bild qualche giorno fa ha pubblicato un titolo in cui invitava gli studenti a bocciarsi da soli, se sapevano di non essere preparati, e se le scuole non riapriranno prima della fine dell'anno scolastico. Da palermitano sarò scettico, dubito che qualche genitore seguirà il consiglio, ma il titolo è un indizio che il lettore tipico del giornale della Springer è diverso da un lettore italiano. O pensa di esserlo, il che è lo stesso. In Germania, si devono rispettare le misure di sicurezza, non occorre uscire con la copia del documento voluto dal governo debitamente compilato. Neanche qui tutti rispettano le regole, non serve l'autocertificazione, però non si è tolleranti con chi sgarra. Die Welt, della Springer come Bild, diffida: gli aiuti europei senza controllo potrebbero finire alla mafia. Ancora un pregiudizio, come il nostro che diamo della nazista a Frau Angela, e al suo governo. E la Welt, dopo le nostre reazioni, si giustifica: hanno preso spunto dall'articolo di Roberto Saviano su Repubblica del 23 marzo in cui avvertiva che l''ndragheta avrebbe guadagnato dall'epidemia. Frau Saskia Esken, capa dell'Spd, sembra d'accordo con Conte: dobbiamo aiutare l'Italia e la Spagna, perché si riprendano subito dopo l'emergenza. Le citazioni dovrebbero essere complete. Nelle dichiarazioni segue sempre un aber, che si finge di dimenticare. Un ma. Ma sarebbe meglio che gli aiuti arrivassero attraverso il Mes, sia pure stemperando le regole e i controlli, ha aggiunto la signora socialdemocratica. Gerhard Schröder, senza aber, è a favore dei coronabonds. E' in buona fede, ne sono convinto. L'ex cancelliere, figlio di una donna delle pulizie, orfano di guerra, potè studiare grazie all'aiuto della Ebert Stiftung, la fondazione socialdemocratica. Ma tagliò lo stato sociale, il più generoso al mondo, per far uscire la Germania della crisi, sapendo che rischiava il posto. E così fu, c'è sempre un prezzo da pagare. E la rivale Angela Merkel riconosce che il successivo boom economico è in gran parte dovuto a Gerhard. Anche la Süddeutsche Zeitung, il miglior giornale tedesco insieme con la Frankfurter Allgemeine, pubblica un editoriale a nostro favore, invitando a fare pressione sul «pedante governo olandese». «Es ist doch nur Geld», si tratta alla fine solo di soldi, è il titolo dell'articolo, ma si dovrà controllare come verranno impiegati. Sul Tagesspiegel, il più diffuso quotidiano di Berlino, la collega Andrea Dernbach, un'amica, parla perfettamente l'italiano, ricorda che molte nostre aziende hanno trasferito la sede in Olanda per pagare meno tasse. L'Europa dovrebbe intervenire con più rigore sui paradisi fiscali, senza dimenticare l'Irlanda e il Lussemburgo. Forse, anche noi dovremmo rivedere il nostro sistema fiscale. Ricordo che Helmut Schmidt, mai tenero con noi, in un'intervista riconobbe: «Gli italiani evadono, ma se un'impresa pagasse tutte le tasse arriverebbe a versare allo Stato il 117% degli utili». Il cancelliere avrà esagerato nella percentale, ma grosso modo il nostro fisco oltre 40 anni dopo non è cambiato. Aber, ma, è sempre colpa degli altri.

L'ARTICOLO DI SAVIANO SU ''REPUBBLICA'' DEL 23 MARZO. Le emergenze pubbliche aumentano la possibilità di guadagno per molte imprese, non solo per le organizzazioni criminali, ma queste ultime in particolar modo ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. Qualsiasi emergenza monopolizza l’attenzione mediatica: i meccanismi criminali non occupano più il loro spazio (già esiguo) nelle cronache, l’imperativo della sopravvivenza domina su tutto. Inoltre, in Paesi come l’Italia rallenta in forma finale la già compromessa macchina giudiziaria. La pandemia è il luogo ideale per le mafie e il motivo è semplice: se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile. Basta guardare il portfolio delle mafie, per capire quanto potranno guadagnare da questa pandemia. Dove hanno investito negli ultimi decenni? Imprese multiservizi (mense, pulizie, disinfezione), ciclo dei rifiuti, trasporti, pompe funebri, distribuzione petroli e generi alimentari. Ecco, quindi, come guadagneranno. Le mafie sanno ciò di cui si ha e si avrà bisogno, e lo danno e lo daranno alle loro condizioni.  È sempre stato così. Le mafie negli anni sono riuscite ad infiltrarsi ai vertici del settore sanitario, come ha dimostrato la condanna per mafia di Carlo Chiriaco, che poteva essere al contempo direttore della Asl di Pavia e referente della ‘ndrangheta nella sanità lombarda. Il business criminale vero non è quello dei furti di mascherine destinate alla rivendita. Turchia, India, Russia, Kazakistan, Ucraina, Romania hanno fermato o ridotto le esportazioni di mascherine; 19 milioni di esemplari (tra Fpp2, Fpp3 e chirurgiche) sono bloccati all’estero, nei Paesi di produzione o in quelli di transito verso l’Italia. Chi negozierà gli sblocchi e i transiti, secondo voi? Ma non bisogna solo pensare alla dimensione italiana del fenomeno criminale: gli aeroporti e le compagnie navali dell’Est Europa e del Sud America che spesso vengono utilizzati per il traffico di droga ora si stanno preparando ad accogliere le nuove merci richieste dal mercato dell’emergenza. Come lo sappiamo? L’abilità delle mafie è sempre stata quella di riuscire ad applicare schemi commerciali vincenti a prodotti di volta in volta più convenienti. E il mercato della droga al tempo dell’epidemia? L’emergenza ha favorito cartelli e cosche sull’ingrosso: in questo momento i controlli nei porti internazionali sono diminuiti, i carichi passano con più facilità. Al dettaglio, c’è stata una iniziale impennata poco prima del lockdown, quando la gente ha fatto scorte di droga esattamente come ha fatto con gli alimentari. Fuori dai coffee shop di Amsterdam c’erano file lunghissime (a volte più lunghe che nei supermercati); a New York la marijuana gestita dagli spacciatori ha avuto un aumento esponenziale nella distribuzione nelle ore in cui le misure di chiusura sono state annunciate. I pusher hanno riempito i propri magazzini, pronti a tirarla fuori nel momento in cui i prezzi saranno saliti alle stelle; nel frattempo si sono liberati della merce più scadente che avevano in giacenza, riuscendo a piazzarla a un prezzo molto più alto rispetto a quello che il mercato normalmente avrebbe consentito”.

SE LO DICONO I TEDESCHI CI INDIGNIAMO, MA SE LO DICONO I DUE PROCURATORI PIÙ IMPORTANTI D'ITALIA? Dagospia l'11 aprile 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Per rispondere a Die Welt sul tema dei soldi alla mafia l’argomento migliore è quello usato da Carofiglio a Ottoemezzo: “La Germania si ostina a non adottare la normativa antimafia nonostante gli inviti dell’UE; evidentemente perche’ gradisce i capitali investiti dai mafiosi in Germania.”. Ne parla anche Caselli in un suo articolo.

Francesco Greco e Giovanni Melillo per ''la Repubblica'' l'11 aprile 2020. Alcuni aspetti del Decreto Credito, osservati nella prospettiva delle politiche di prevenzione criminale, appaiono assai preoccupanti, anche nella prospettiva di un ordinamento, come quello italiano, che ha nel tempo sviluppato una solida reputazione internazionale nel contrasto delle più pericolose organizzazioni mafiose e del conseguente rischio di utilizzo del sistema finanziario a scopi di riciclaggio. Nel momento nel quale il Governo attiva una gigantesca iniezione di liquidità nel mercato delle imprese, si avverte, infatti, tutto il peso dell’inadeguatezza degli strumenti di controllo del rischio di distorsioni applicative in grado di favorire indebite erogazioni e persino i processi di accumulazione patrimoniale tipici del crimine organizzato. La magistratura, le forze di polizia e le altre istituzioni preposte al contrasto del riciclaggio e della criminalità degli affari opereranno per un controllo di ogni condotta di malversazione, distrazione o truffa nelle erogazioni del credito così come non vi è dubbio che le banche e la stessa Sace segnaleranno tempestivamente eventuali operazioni sospette, capaci di generare ed alimentare programmi investigativi che richiederanno il dispiegamento di ogni strumento di coordinamento e cooperazione. Tuttavia, anche considerando la vastissima platea dei beneficiari, occorrono più alti e resistenti argini normativi rispetto ai pericoli che si profilano. Nessun strumento tecnico-giuridico è previsto quale riparo dal rischio di finanziamento pubblico di imprese mafiose. Un rischio assai concreto, avendo ben chiare le reali dimensioni dell’espansione affaristica propria delle componenti più raffinate dei circuiti di influenza mafiosa, che non solo non aiuta a spiegare la sostanziale rinuncia ai tradizionali controlli prefettizi, ma che sembra finanche accettato con rassegnazione, quando si prevede che, emergendo successivamente la contiguità mafiosa dell’impresa finanziata, la revoca delle agevolazioni già concesse (e ben difficilmente recuperabili) non farà venir meno la garanzia dello Stato. Non appaiono privi di significato i silenzi del decreto, quando, ad esempio, si rinuncia alla tracciabilità dell’uso del finanziamento, attraverso il ricorso obbligatorio a conti dedicati, in grado di facilitare l’individuazione di anomalie e rischi di riciclaggio, ma anche, nell’attuale fase di grave esposizione delle imprese al rischio di vessazioni usurarie e mafiose, una preziosa risorsa investigativa. In generale, appare concreto il rischio che si determinino condizioni favorevoli ad un imponente trasferimento di risorse pubbliche dallo Stato ad imprese governate da interessi opachi o prettamente illeciti, finanziando di fatto anche evasori e truffatori seriali, quando non anche fiduciari delle organizzazioni criminali della peggior specie. Pur comprendendo la necessità di enfatizzare più i profili di immediatezza del finanziamento piuttosto che quelli di rigorosità e trasparenza delle procedure, non convince la scelta di rinunciare anche a subordinare l’accesso al credito agevolato al preventivo assolvimento di un obbligo dell’imprenditore di attestare, innanzitutto, di non essere sottoposto a procedimenti per gravi delitti, innanzitutto di criminalità organizzata, corruzione, frode fiscale. Si sarebbe così introdotto un preciso dovere di una sorta di offerta reputazionale, essenziale per giustificare la destinazione di risorse collettive all’impresa in crisi, agevolmente verificabile e gravemente sanzionabile in caso di falsità. E dato che nel sistema così delineato è anche alto il rischio che finanziamenti con la garanzia dello Stato siano concessi ad imprenditori che hanno accumulato cash in conti bancari esteri come in cassette di sicurezza nostrane, perché non estendere quell’obbligo di attestazione anche alla inesistenza di liquidità personali alle quali sarebbe doveroso ricorrere per capitalizzare le imprese in crisi, anziché attingere a risorse pubbliche così sottratte ad imprese realmente bisognose? Sarebbe un modo per tenere lontani dall’accesso ai finanziamenti garantiti dallo Stato imprenditori che davvero non ne avrebbero bisogno, come sottolineato dal Ceo di Intesa-San Paolo Carlo Messina. Né va sottaciuto quanto segnalato dai professori Boeri e Perotti in ordine al rischio dell’utilizzazione dei finanziamenti per ristrutturare le esposizioni, sostituendo la garanzia dello Stato a quella, oggi più incerta, legata al rischio di impresa. Ma sui meccanismi di finanziamento delle imprese prostrate dalla crisi Covid-19 pesano anche altri interrogativi, cui almeno la legge conversione del decreto o una nuova, immediata manovra normativa dovrebbe dare più adeguata risposta. In particolare, ci si riferisce alla necessaria tracciabilità degli impieghi ed alla loro finalizzazione a sostenere i livelli occupazionali e le spese correnti che renderebbe altresì necessario un obbligo di rendicontazione da parte dell’amministratore ed un analogo dovere di verifica degli organi di controllo interni, con conseguente segnalazione immediata alla banca finanziatrice e all’autorità giudiziaria dell’inadempimento degli obblighi assunti all’atto del finanziamento. Ne risulterebbe grandemente potenziata la capacità dello Stato di individuare tempestivamente abusi e condotte penalmente rilevanti, spesso sintomatiche delle dinamiche e degli interessi speculativi di strutture mafiose e, nello stesso tempo, della corrispondente emersione di una prepotente domanda di legittimazione sociale di antiche e nuove leadership criminali. Si scorgono, dunque, istanze di controllo che avrebbero meritato immediata e più attenta considerazione normativa e che ora esigono urgenti correzioni di rotta. In conclusione, la lettura del decreto non offre risposte rassicuranti alla domanda fondamentale: è possibile fare in modo che la più poderosa delle manovre di immissione di liquidità nel mercato delle imprese non apra la strada a sistematici abusi e ruberie? In un Paese ove il crimine organizzato, la corruzione e l’evasione fiscale sono connotazioni strutturali di ampia parte del tessuto sociale ed economico e la macchina giudiziaria, già lenta e farraginosa, sarà sfiancata da una lunga fase di paralisi, risposte lacunose e tardive proietteranno la loro ombra non solo sulla finanza pubblica, ma anche sulla tenuta della coesione sociale e delle stesse istituzioni democratiche cui compete garantire l’effettività della promessa di eguaglianza e di progresso sociale inscritta nel patto costituzionale. Anche nel tempo buio del contagio da Covid-19.

Gian Carlo Caselli per huffingtonpost.it l'11 aprile 2020. Il quotidiano “Die Welt” si è esibito in una performance di rara aridità intellettuale e morale, sostenendo che il governo tedesco non deve cedere alle richieste avanzate dall’Italia per far fronte all’emergenza del Coronavirus. Ciò perché in Italia la mafia è forte e sta aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia di Bruxelles. Per cui non si dovrebbero versare all’Italia fondi per il sistema sociale e fiscale ma solo per quello sanitario. E Bruxelles dovrà controllare che gli italiani  li usino in modo conforme alle regole. La dimostrazione che quando si è in guerra (frase ripetuta con tetra insistenza per la pandemia Coronavirus) la situazione può spingere a valutazioni nell’ottica di interessi egoistici, legati ad appartenenze politiche o  geografiche. “Nemico” può allora diventare - piuttosto che il virus - “l’altro” da noi.  Solo così si può promuovere (come fa “Die Welt”) la tesi abietta che la solidarietà deve cedere alla sovranità nazionale. Ora, è vero che i mafiosi hanno nel loro Dna di sciacalli-avvoltoi la specialità di approfittare delle disgrazie altrui. E poiché lo shock economico-finanziario del coronavirus ha messo in ginocchio  molte attività che forse dovranno poi chiudere o fare una gran fatica a riprendersi, ecco un terreno fertile per i mafiosi. Forti di alcuni vantaggi “storici”, in particolare capitali a costo zero che assicurano un’incessante liquidità. Senza per questo escludere che i loro appetiti si rivolgano anche ai fondi europei (che per altro stiamo ancora aspettando...). Ma un giornale che si rispetti  (compreso “Die Welt”) dovrebbe sapere – basta informarsi – che l’Italia non sta di certo con le mani in mano. Il capo  della Polizia Franco Gabrielli ha infatti costituito un “Organismo permanente di monitoraggio presso la Direzione centrale della Polizia Criminale”, affidandogli  il compito di procedere ad un’accurata e preventiva ricognizione a tutto campo dell’infiltrazione dell’economia mafiosa italiana ed europea. Come percorsi operativi del monitoraggio si indicano “i settori imprenditoriali e merceologici di elezione” delle mafie, insieme alle “modalità di penetrazione nei circuiti  economici e finanziari” e ai “tentativi di condizionamento dell’attività deliberativa relativa agli appalti pubblici”. E la “cabina di regia”, oltre a tutte le Forze dell’ordine, dovrà coinvolgere gli organismi pubblici e privati capaci di fornire un apporto conoscitivo e analitico qualificato, in particolare le  associazioni di categoria e d’impresa, gli osservatori del lavoro, gli uffici con sensori sull’andamento del mercato e della legalità, i centri sudi, i laboratori di indagine e inchiesta. In realtà, “Die Welt” ragiona come il Candide di Voltaire e si illude che la Germania sia immune da infiltrazioni mafiose. Non è così. Tant’è che Europol ( in questo caso proprio a trazione italiana) sta operando partendo dalla constatazione che i criminali  - mafiosi per primi - in tutt’Europa “hanno colto rapidamente [ogni] opportunità per sfruttare la crisi adattando i loro metodi operativi o impegnandosi in nuove attività illegali”. La differenza fra l’Italia e la Germania che “Die Welt” ignora o nasconde è che noi  queste cose le sappiamo e cerchiamo di combatterle, mentre in Germania si preferisce spesso far finta di niente, perché – gira e rigira - pecunia non olet. Noi, anzi, sappiamo di esser purtroppo un paese con gravi problemi di mafia, ma possiamo rivendicare con orgoglio di essere anche il paese dell’antimafia. Non solo per il prezzo altissimo pagato subendo un’infinità di vittime innocenti. Anche per essere all’avanguardia  sul versante dell’organizzazione del contrasto (con strutture specializzate come la Dia e le Procure antimafia, nazionale e regionali). E  poi per la legislazione antimafia, che da noi può contare - non così in Germania - sullo strumento indispensabile del reato associativo. Di cui  Giovanni Falcone diceva che senza di esso, pretendere di combattere la mafia sarebbe come voler fermare un carro-armato con una cerbottana. Ma il nostro  vero fiore all’occhiello, ovunque studiato e imitato, è l’antimafia sociale o dei diritti: quella che paga in termini di lavoro e iniziative economiche libere; quella  che materializza la legalità come vantaggio per la collettività, attraverso la restituzione di ciò che le mafie le hanno tolto. Anche questo, piaccia o no a “Die Welt”, è l’Italia.

Il capo della polizia Gabrielli: «Come fermare le mafie che guadagnano sulla pandemia». Per il direttore generale della pubblica sicurezza le organizzazioni criminali hanno già da tempo investito nelle attività di prima necessità che non sono state bloccate dalle restrizioni da Covid-19: la filiera agro-alimentare,  farmaci, il trasporto su gomma, servizi funebri, le imprese di pulizia. E le rivolte nelle carceri. Ecco Il documento inviato ai 194 Paesi dell'Interpol. Telesio Malaspina il 07 aprile 2020 su L'Espresso. L'emergenza determinata dal coronavirus rappresenta una "situazione inedita e gravissima" che costituisce "uno scenario di indubbio interesse per la criminalità organizzata", con il rischio - già paventato da alcuni magistrati - di un 'doping finanziario' e di un nuovo sistema di welfare assicurato dalle mafie. È lo scenario disegnato dal capo della Polizia Franco Gabrielli in un lungo intervento contenuto in un documento che Interpol ha inviato ai 194 paesi che fanno parte dell'organizzazione e che contiene una prima valutazione dell'impatto del Covid 19 sui compiti delle forze di polizia e sull'evolversi della criminalità. Il direttore generale della pubblica sicurezza del nostro Paese è stato chiamato a indicare a tutti gli altri paesi gli interventi necessari per contrastare questa situazione: rendere “ancora più incisivi” il monitoraggio e la prevenzione per tutelare le infrastrutture critiche; “massimo impegno” nell'analisi info-investigativa su come si stanno “riposizionando” le organizzazioni criminali; “tracciare e controllare” i circuiti economico-finanziari per evitare che possano essere immessi nei circuiti legali capitali nella disponibilità delle mafie; prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata nelle grandi opere. E le rivolte nelle carceri, un fenomeno che si sta verificando in molti paesi. Riportiamo il documento firmato dal capo della Polizia Franco Gabrielli:

Casi specifici che possano indicare se, per esempio, il crimine organizzato ha già individuato nuove aeree di mercati illeciti, l’impatto sul traffico di droghe, terrorismo e cyber. «L’Italia è il primo Paese europeo che si è confrontato con l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e, dall’ultima decade del mese di febbraio 2020, sono state adottate una serie di misure urgenti da parte del Governo con l’obiettivo primario e inderogabile della tutela della salute dei cittadini, ma che hanno determinato riflessi negativi sull’andamento dell’economia, date le stringenti limitazioni alla circolazione dei cittadini sul territorio nazionale e al libero esercizio delle attività economiche. Questa situazione inedita e gravissima costituisce uno scenario di indubbio interesse per la criminalità organizzata che ha sempre dimostrato una pronta capacità di adeguamento ai mutamenti del contesto socio-economico, nazionale e internazionale, al fine di cogliere nuove opportunità di guadagno illecito date le notevoli risorse finanziarie di cui dispone. Le Forze di polizia, sin da subito, stanno monitorando con grande impegno i segnali che potrebbero indicare un cambiamento delle strategie da parte delle organizzazioni criminali per prevenirne le azioni.

In tale contesto, è stata rivolta nell’immediato la massima attenzione ai comparti economici che non hanno mai interrotto la propria operatività, come la filiera agro-alimentare, il settore dell’approvvigionamento di farmaci e di materiale medico-sanitario, il trasporto su gomma, i servizi funebri, le imprese di pulizia, sanificazione e smaltimento di rifiuti. Si tratta, infatti, di settori dove non è richiesto un livello particolarmente elevato di specializzazione e i gruppi criminali possono riuscire agevolmente ad offrire servizi a prezzi sicuramente concorrenziali perché le società da loro controllate non rispettano le prescrizioni normative in materia ambientale, previdenziale e di sicurezza sul lavoro.

Non va sottovalutato il rischio di crisi di “liquidità” per le piccole e le medie imprese, che, in conseguenza della sospensione della loro attività, potrebbero non essere in grado di far fronte autonomamente ai propri pagamenti. La criminalità organizzata potrebbe, dunque, sfruttare il momento di difficoltà per insinuarsi nella compagine societaria apportando il denaro necessario o proponendo prestiti usurai. Al termine dell’emergenza, quindi, le associazioni criminali potrebbero aver inquinato l’economia, controllando imprese in precedenza non infiltrate.

Anche le famiglie in difficoltà, i lavoratori in nero e/o stagionali potrebbero rappresentare un ulteriore bacino d’utenza sia per le attività usurarie della malavita, sia come nuova “manovalanza” a basso costo.

Per quanto riguarda il settore degli stupefacenti, la limitazione dei movimenti delle persone e la maggiore presenza incisiva delle Forze di polizia sul territorio hanno determinato una difficoltà sia nel trasporto che nella distribuzione al consumatore finale. Infatti, dall’esame dei dati statistici relativi ai delitti commessi in Italia nel periodo 1° marzo - 22 marzo 2020, confrontato con l’analogo periodo del 2019, si rileva, per i reati inerenti alla droga, una diminuzione del 46% (da 2.623 episodi a 1.416). Ciò nonostante, considerata la rilevanza strategica di tale settore per la criminalità organizzata, non può certamente escludersi una ricerca di metodi alternativi di distribuzione al dettaglio, che eviti l’incontro in strada tra spacciatore e acquirente, in una sorta di servizio “porta a porta”, ricorrendo anche a modalità di pagamento in forma elettronica.

La chiusura delle sale giochi e l’interruzione delle scommesse sportive e dei giochi gestiti dai Monopoli di Stato potrebbero aumentare il ricorso al gioco d’azzardo illegale online così come la pirateria, con l’utilizzo di dispositivi illegali per avere accesso a contenuti multimediali offerti a pagamento da operatori privati.

Se le aziende della moda si stanno riconvertendo per produrre dispositivi di protezione medica, divenuti ora di primaria necessità, anche il mondo della contraffazione si potrebbe adeguare al fine di soddisfare la crescente domanda di tali beni, quali mascherine sanitarie ed igienizzanti.

La criminalità informatica costituisce un settore che non conosce flessioni e continuano a verificarsi tentativi di furti di identità e di truffa, talvolta anche legati alle esigenze connesse alla situazione emergenziale in atto, così come adescamenti on line e casi di pedofilia.

Se registriamo, dunque, una diminuzione dei fenomeni illeciti “di strada”, le autostrade del dark web sono diventate, ancor più, vie privilegiate dalle mafie finanziarie, legate principalmente ai traffici di droga, di armi e di esseri umani. La criminalità organizzata 2.0 investe moltissimo nelle nuove tecnologie, dimostrando di essersi organizzata in anticipo con grande flessibilità per approfittare illecitamente delle nuove opportunità di profitto.

Sul fronte della prevenzione al terrorismo, si sta dedicando particolare attenzione al monitoraggio delle attività dei gruppi anarchici, che, in determinate aree di maggior disagio sociale, potrebbero veicolare messaggi di avversione alle Istituzioni.

Gestione del personale di polizia per affrontare la crisi. rischi di contaminazione e gestione del personale in prima linea. Il nostro compito è prima di tutto proteggere i nostri operatori perché possano svolgere il loro servizio indispensabile per la collettività. Nella grave emergenza le Forze di polizia devono, infatti, garantire lo svolgimento di tutte le funzioni istituzionali ma anche tutte le nuove attività di controllo poste a presidio delle disposizioni governative emanate al fine di contenere la catena del contagio. Il nostro obiettivo primario è, quindi, quello di garantire lo svolgimento di queste funzioni essenziali per la sicurezza della collettività assicurando, al tempo stesso, la massima tutela della salute di tutti i lavoratori del comparto sicurezza - difesa. Le misure di contenimento del contagio adottate dalle Forze di polizia tendono ad evitare ogni potenziale occasione di contatto degli operatori con il virus attraverso il rispetto delle raccomandazioni sanitarie diramate in materia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In particolare, si è proceduto ad impartire disposizioni finalizzate a rimodulare e riorganizzare le modalità di svolgimento del lavoro attraverso una diversa organizzazione delle presenze per favorire un “decongestionamento” degli ambienti di lavoro, anche attraverso l’utilizzo, ove possibile, di modalità di lavoro agile per consentire il rispetto del necessario distanziamento sociale. Per tutti gli operatori di polizia che quotidianamente svolgono il proprio servizio operativo sul territorio, invece, è stato avviato un piano di distribuzione di Dispositivi di Protezione Individuale che tiene conto sia della valutazione della situazione epidemiologica sia del contesto in cui gli stessi sono chiamati ad agire. Tali Dispositivi di Protezione Individuale sono costituiti essenzialmente da diverse tipologie di mascherine (chirurgiche, facciali filtranti FFP2/FFP3), guanti in lattice, camici monouso, occhiali protettivi e flaconi di disinfettante. Unitamente alla distribuzione di tali dispositivi, sono state impartite precise indicazioni sul loro corretto utilizzo nelle varie situazioni operative. Queste modalità operative sono oggetto di costante ed attento aggiornamento sulla base delle indicazioni che pervengono dai nostri uffici sanitari.

Ruolo delle forze dell’ordine per il rispetto delle normative di emergenza. Il ruolo delle Forze di polizia è quello di far rispettare, su tutto il territorio nazionale, le disposizioni  emanate dall’autorità governativa in materia di salute pubblica; esse, infatti, oltre alle consuete attività di prevenzione e repressione dei reati, compiono ogni giorno uno sforzo straordinario  per assicurare il rispetto da parte dei cittadini delle normative volte a limitarne la circolazione, garantendo il distanziamento sociale, assolutamente necessario per fermare la catena del contagio. In questo periodo emergenziale, le Forze di polizia grazie alle funzioni di pubblico soccorso, comunque assicurate in ogni circostanza, assumono un ancor più rilevante ruolo di sostegno e supporto alla comunità, diventando, oggi più che mai, un imprescindibile punto di riferimento per la cittadinanza, data la loro presenza su tutto il territorio nazionale in modo capillare e costante nell’arco delle 24 ore. La nostra azione è improntata ad una necessaria fermezza, dettata dal momento eccezionale che stiamo vivendo, ma è sempre accompagnata da un approccio umano di vicinanza ai cittadini, specialmente a quelli più deboli o vulnerabili, quali anziani e bambini. A riprova dell’impegno assicurato quotidianamente, voglio evidenziare il dato relativo ai controlli effettuati: dall’11 al 28 marzo 2020 sono stati controllati complessivamente più di 3 milioni di persone e circa 1.4 milioni di esercizi commerciali.

Aumento dei crimini legati alla quarantena. L’analisi dell’andamento della delittuosità, elaborata su dati operativi, indica come nel periodo 1° marzo - 22 marzo 2020 vi sia stata una netta diminuzione complessiva dei reati (-64,2%) rispetto all’analogo periodo del 2019 (da 146.762 del 2019 si passa ai 52.596 nel 2020).

Data la permanenza a casa, vi è stata una sensibile flessione dei c.d. reati predatori, che generalmente incidono in modo rilevante sulla percezione di sicurezza dei cittadini (furti in appartamento, rapine, borseggi). La nostra attenzione si è particolarmente concentrata alla tutela di tutte le attività commerciali rimaste operative come la piccola e grande distribuzione, le farmacie, le tabaccherie e le edicole. Campanelli di allarme sono state alcune recenti rapine perpetrate ai danni di farmacie e di tabaccherie, in particolare a Roma e Milano, complici le strade semi deserte e la possibilità di travisarsi dietro ad una semplice mascherina sanitaria.

Ma l’emergenza che sta coinvolgendo il nostro Paese vede anche un’altra categoria di soggetti particolarmente esposti a episodi delittuosi. Mi riferisco alle c.d. vittime vulnerabili, ovvero a tutte quelle donne e quei minori per i quali la convivenza in famiglia vissuta in maniera continuativa potrebbe favorire, nei contesti familiari più a rischio, la commissione di violenze domestiche o di genere.

Al riguardo, se il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi fa registrare una riduzione del 43,6% (flessione, comunque, inferiore a quella di altri reati), i dati potrebbero essere influenzati dalla difficoltà per le vittime di contattare agevolmente, in questo momento, le Forze di polizia e i Centri Antiviolenza e quindi lo scenario potrebbe essere più grave di quello che appare. Proprio a tale fine, la settimana scorsa ho emanato una direttiva per mantenere al massimo i livelli di attenzione delle Forze di polizia su questi reati al fine di intercettare, già al telefono, i segnali di un pericolo o di disagio che la vittima potrebbe non essere del tutto libera di esprimere. La Polizia di Stato, tra l’altro, ha messo anche a disposizione uno strumento innovativo e semplice come YOUPOL, un’app nata per segnalare gli episodi di bullismo e di cyberbullismo, ma che oggi offre la possibilità di segnalare episodi di maltrattamenti in famiglia, geolocalizzare la posizione del segnalante e trasmettere i dati alla Questura più vicina per la gestione dell’intervento.

Rivolte nelle carceri, un fenomeno che si sta verificando in molti paesi. L’emergenza Covid-19 rappresenta un evento ancora più traumatico per la popolazione detenuta, non solo per gli spazi che, talvolta, non consentono il rispetto delle regole di distanziamento sociale previste per la collettività, ma per le nuove misure, più restrittive, in materia di colloqui con i familiari a tutela della salute. Questa è la chiave di lettura per interpretare le proteste e le agitazioni, talvolta deflagrate con modalità violente, avvenute a partire dal 7 marzo scorso in numerosi istituti di pena d’Italia. Tutte le componenti istituzionali, la Polizia penitenziaria, i Prefetti, i Questori, le Forze di polizia, hanno operato in maniera salda e professionale, pur in situazioni di oggettiva tensione e delicatezza, dimostrando lucidità ed equilibrio, insieme ad un inflessibile rigore. A tutti loro va la mia gratitudine anche se la ricostruzione degli eventi risulta tuttora in fase di completo accertamento ed approfondimento da parte dell’autorità giudiziaria. Proteste e scontri hanno riguardato trasversalmente diverse regioni d’Italia, anche se in forma diverse: in alcune città le manifestazioni di dissenso sono state contenute mentre in altre - come Modena, Rieti e Foggia -  sono state particolarmente violente. Al momento la situazione è sotto controllo, anche se il monitoraggio delle Forze di polizia è molto stringente per intercettare subito nuovi segnali di protesta e, all’interno delle carceri, sono state adottate tutte le misure possibili per conciliare la tutela della salute dei detenuti e il rispetto dei loro diritti, fra i quali quello di poter continuare ad avere i loro colloqui con i familiari. Al fine di decongestionare le carceri, il controllo dei detenuti con una pena da scontare inferiore ai 18 mesi avverrà attraverso misure extracarcerarie come il braccialetto elettronico.

Previsione per il dopo covid 19, scenari ipotizzabili e misure da anticipare. Lo scenario post emergenziale a cui ci stiamo già preparando è quello che permetterà di gestire l’inevitabile recessione, tutelare le realtà finanziarie ed industriali di interesse strategico (anche attraverso il potenziamento dello strumento del Golden Power), sostenere il rilancio dell’economia e garantire la piena efficienza del sistema imprenditoriale nell’ambito di percorsi di trasparenza e di legalità. Perché tale scenario si possa configurare è necessario, infatti, agire, fin da ora, senza attendere il superamento della fase dell’emergenza.

Questa è la sfida per il Paese e per le Forze di polizia, che può essere sintetizzata, dunque, secondo sei direttrici fondamentali:

È indispensabile rendere ancora più incisivi il monitoraggio e le azioni preventive finalizzate alla tutela delle infrastrutture critiche (ricordo, a tal proposito, l’attività del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche - CNAIPIC) per evitare che eventuali azioni dolose possano interrompere le catene di forniture di energia elettrica, gas, acqua o possano pregiudicare i sistemi di comunicazione. Il tema della sicurezza cibernetica richiede, pertanto, la massima valorizzazione anche in ordine alle risorse impiegate da parte delle Forze di polizia. Le restrizioni alla libertà di circolazione delle persone imposte dalle misure di contenimento dell’epidemia non costituiscono, infatti, come già accennato, un deterrente rispetto alla consumazione di reati informatici;

È indispensabile da parte delle Forze di polizia (oltre che da parte degli apparati di intelligence) assicurare il massimo impegno info-investigativo nel contrasto delle organizzazioni criminali di tipo mafioso. Come già detto, ogni crisi offre ai sodalizi criminali nuove opportunità di arricchimento, di espansione del controllo socio-economico, di alterazione del mercato, di condizionamento dei processi decisionali pubblici, anche attraverso il ricorso agli strumenti corruttivi, tanto più se l’emergenza monopolizza l’attenzione mediatica permettendo penetrazioni silenziose. L’attività di contrasto di magistratura e Forze di polizia ha fornito negli ultimi anni, come sopra riportato, evidenze relative agli interessi delle mafie nel ciclo dei rifiuti, nella filiera agroalimentare, in aziende multiservizi, nel settore dei trasporti. Si tratta solo di alcuni dei molteplici ambiti criminali e li segnalo per rimarcare la necessità di un’azione incisiva delle Forze di polizia proprio in questo frangente emergenziale, dove sono quei settori a rivestire una rilevanza strategica anche per la ripartenza del Paese una volta che la pandemia sarà debellata;

L’azione di prevenzione delle Forze di polizia deve, inoltre, consentire di evitare che il deficit di liquidità, che in questo momento emergenziale può interessare imprenditori e intere categorie di cittadini, possa essere finanziato dalle organizzazioni criminali, che attraverso lo strumento dell’usura o l’acquisizione delle stesse attività, vadano ad inquinare e a strozzare l’economia. In questo senso è fondamentale l’intervento pubblico di sostegno al reddito delle persone fisiche e alle imprese. Ed il sistema Italia si sta già orientando in tale direzione;

I flussi di denaro destinati a rilanciare l’economia, fiaccata dalla crisi soprattutto nella fase post emergenziale, dovranno transitare nei legittimi circuiti economico-finanziari, tracciati e “controllati” proprio per evitare che possano di fatto essere immessi, anche solo in minima parte, nella disponibilità delle mafie. Questo obiettivo è davvero di rilevanza strategica;

Prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore delle grandi opere. Al riguardo, ricordo che a livello centrale opera il Gruppo Interforze Centrale con compiti di monitoraggio nel settore. Tale organismo, tra l’altro, esamina informazioni relative alla compagine societaria di aziende che si propongono come possibili aggiudicatrici di appalti pubblici. L’attività di analisi viene svolta a supporto dei Prefetti che sono titolari del potere di emanare interdittive antimafia. Con riferimento agli obiettivi indicati nei precedenti punti 2, 3, 4 e 5, segnalo che a livello centrale operano uffici che analizzano le risultanze info-investigative sviluppate in ambito territoriale per elaborare una valutazione della minaccia in chiave strategica. Per affrontare il post emergenza e sostenere il piano di ricostruzione che seguirà, tutti gli uffici operativi sono già stati attivati affinché sia costantemente aggiornato il patrimonio info-investigativo sui modus operandi delle organizzazioni criminali, in particolare quelle di tipo mafioso, e gli uffici centrali stanno già realizzando una specifica attività di analisi sull’evoluzione dei modelli e delle strategie operative delle stesse. Tra le iniziative che verranno avviate nelle prossime settimane segnalo la costituzione di una cabina di regia, affidata al Prefetto Vittorio Rizzi attraverso la Direzione centrale della polizia criminale, composta da rappresentanti delle Forze di polizia e di articolazioni specializzate nel contrasto alle organizzazioni criminali di tipo mafioso. Tale organismo avrà il compito di elaborare strategie di prevenzione e contrasto delle possibili infiltrazioni nel tessuto economico-finanziario post-emergenziale valutando anche le proiezioni internazionali del rischio criminale. Vorrei dedicare un ultimo riferimento al tema dell’impulso verso la digitalizzazione che il sistema Paese sta promuovendo attraverso iniziative finalizzate ad individuare soluzioni tecnologicamente avanzate da impiegare nel contrasto alla diffusione del Covid 19 (sistemi di monitoraggio attivo e telemedicina). Ritengo che anche su questo fronte le Forze di polizia, nell’ambito delle proprie competenze, possano operare efficacemente per prevenire possibili azioni dolose che possano rendere vulnerabili tali sistemi. Il tema è anche quello della tutela di informazioni sensibili relative potenzialmente ad un elevato numero di persone».

Da ilfattoquotidiano.it il 5 aprile 2020. “Mafia nell’emergenza coronavirus? Non solo le fasce sociali più povere sono maggiormente esposte, ma anche le imprese“. Sono le parole pronunciate nella trasmissione “24 Mattino”, su Radio24, dal procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, che spiega: “Immaginiamo fra qualche mese, quando le imprese dovranno tornare sul mercato. Se lo Stato non interviene con forti sostegni, cioè coi cosiddetti ‘bazooka’ economici, bombe che riescono a sostenere l’economia e a portarla avanti investendo tanto, saranno moltissime le imprese in difficoltà. E se lo Stato non interviene con la forza economica che restituirà impulso a queste imprese, è certo che vi sarà una grave esposizione alle crisi delle imprese. E tutto questo agevolerà ancora una volta le mafie che sono pronte a investire il loro denaro“.

E aggiunge: “Le mafie hanno una sola difficoltà: dove immettere il denaro. Ne hanno tanto, quindi, devono ingegnarsi a trovare i canali finanziari attraverso i quali inserire queste grandissime ricchezze, che provengono dal traffico di sostanze stupefacenti. Quindi, sono questi i fronti sui quali stiamo ponendo un’altissima attenzione, proprio per anticipare quelli che saranno gli investimenti delle mafie e per cercare di capire quale sarà il quadro su cui le mafie faranno maggiore affidamento. Basti pensare all’emergenza rifiuti in cui le imprese di camorra, di ‘ndrangheta e di mafia si sono inserite con forza. Il ciclo dei rifiuti – prosegue – rappresenta una filiera nella quale vi sono grandi possibilità. Pensiamo anche alle emergenze successive dei terremoti, dove le imprese di camorra sono intervenute. Il quadro, insomma, è molto ampio, ma laddove ci sono emergenza, povertà e una esigenza di liquidità, lì intervengono le mafie. A volte sono esse stesse banca, cioè danno danaro anche in modo informale, perché non hanno bisogno di documenti. Quindi, per evitare che la nostra economia venga ulteriormente infiltrata dalle mafie bisogna prevenire questi investimenti ai quali le mafie già stanno guardando“.

De Raho puntualizza: “E’ evidente che ovunque ci sia un disagio sociale e una difficoltà pensano di inserirsi mafia, camorra e ‘ndrangheta. Le mafie mirano soprattutto a un consenso sociale, a volte anche organizzando forme di protesta e manifestazioni pubbliche, ma il più delle volte offrendo servizi e dando ciò di cui la parte più povera della società ha bisogno. Si pongono come un’alternativa allo Stato, dando benefici per poi richiederli con gli interessi. Certamente in momenti di emergenza come quello attuale è altissimo il livello di attenzione su queste forme di apparenti benefici che la camorra e le mafie tentano di offrire alle fasce più povere”.

Il magistrato continua: “Rivolte sociali? Non vi sono elementi che, di per sé, dimostrino la riconducibilità delle manifestazioni finora registrate a disegni di camorra o mafie. Sembrano sorte all’interno del disagio sociale autonomamente, senza un disegno mafioso. Si mantiene comunque la massima attenzione. Si è notato, invece, che in Campania vi siano messaggi e video di camorristi che offrono pasta e generi alimentari per dimostrare la capacità di sostenere le fasce deboli. La diminuzione dei reati? – spiega – E’ evidente che la microcriminalità, che si presenta con visibilità sul territorio, di fronte ai controlli ferrei ha difficoltà a proseguire l’attività criminosa: si sta a casa e non ci si può muovere. Allora laddove c’era un’organizzazione come le piazze di spaccio, in questo momento non possono continuare. Abbiamo, quindi, la fornitura di droga a domicilio, la mimetizzazione nei punti in cui vi sono file di acquirenti ai supermercati e alle farmacie. Dove, cioè, ci si può nascondere facilmente, si continua l’attività”.

E sottolinea: “La criminalità del trasporto dei grandi quantitativi di stupefacenti in questo momento ha maggiore facilità a muoversi. Laddove l’attenzione è tutta rivolta a contrastare i traffici di mascherine e materiale di protezione, c’è probabilmente un allentamento sugli altri fronti. Su questo bisogna prestare molta attenzione: se fino al mese scorso venivano sequestrate tonnellate di cocaina e oggi non vengono sequestrate evidentemente c’è qualcosa che non va. La criminalità ha continuato a importare e esportare sostanze stupefacenti e bisogna mantenere il controllo altissimo. Ad alto livello, le mafie continuano a muoversi sui porti della fasci tirrenica nazionale, su quelli spagnoli o quelli del nord Europa, come Anversa o Rotterdam. In quei porti le mafie continuano a mantenere la loro struttura: continuano ad arrivare i container con tonnellate di cocaina che vengono poi immesse nel mercato”.

De Raho, infine, si sofferma sul traffico delle mascherine e dei dispositivi di protezione: “Non abbiamo indicazioni positive, però la consuetudine è che le mafie si inseriscano come mediatori in tutti i momenti emergenziali laddove c’è esigenza, anche perché hanno uno strumento che utilizzano sistematicamente: la corruzione. E quindi hanno la possibilità di entrare nelle pubbliche amministrazioni e superare i controlli. Ecco perché è importante che, in momenti come questi, vengano eseguiti controlli con rigore”.

Amalia De Simone per corriere.it il 3 aprile 2020. I manager delle mafie sono stati lungimiranti. Negli ultimi anni hanno investito molto nelle attività considerate di prima necessità e cioè quelle non fermate dal coronavirus. Settore agroalimentare, grande distribuzione, mercati ortofrutticoli e trasporto su gomma sono aree di grande interesse per camorra, ‘ndrangheta, cosa nostra e nuova mafia pugliese. E così anche in periodo di pandemia e “sospensione” dell’economia del paese, i clan ingrassano e attendono anche la ripresa per infiltrarsi nelle altre attività economiche ora ferme e che potrebbero trovarsi in difficoltà con lo stop forzato. C’è uno studio coordinato dalla direzione nazionale antimafia, svolto dalle varie forze di polizia, che tende ad individuare i settori in cui le cosche orientano i loro investimenti riversando i fiumi di denaro liquido da riciclare, frutto delle varie attività illecite. Si tratta sempre più spesso di imprese legali e sempre in linea con le esigenze del momento. «Una buona parte del business collegato ai beni primari è stato da tempo occupato dalle mafie – spiega il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho – molte inchieste hanno dimostrato per esempio il controllo di importanti mercati all’ingrosso e di catene di distribuzione. I clan hanno necessità di collocare i soldi liquidi ed è per questo che approfitteranno anche della crisi in cui potrebbero trovarsi le aziende in seguito al blocco delle attività dovute alla pandemia, per agire come se fossero delle vere e proprie banche, salvo poi controllarle del tutto e trasformare gli imprenditori, una volta titolari delle aziende stesse, in prestanomi». Questo avviene a livello “macro”, con la concessione del credito e invece sul territorio i clan agiscono per accaparrarsi il consenso della gente. Il procuratore Cafiero di Raho parla addirittura di video diffusi sui social da parte di esponenti della camorra che offrono la spesa e i beni di prima necessità alle famiglie. La finta benevolenza serve per approfittarsi del disagio, delle diseguaglianze sociali e delle difficoltà delle persone. Serve ad asservire intere fette di territorio e conquistare manovalanza da impiegare nelle attività illecite soprattutto nello spaccio. «C’è un mondo occulto che potrebbe intervenire al posto dello Stato. - dice Vincenzo Schiavo presidente di Confesercenti Campania - Se le istituzioni non intervengono immediatamente a sostegno delle aziende, l’ombra dell’illegalità avanzerà inesorabile sulle nostre attività. Il 50% delle imprese presenti sul nostro territorio rischia di fallire». Secondo Schiavo, quelle poste a sostegno delle imprese, sono misure incerte e incongrue. Intanto anche a livello internazionale è alta la guardia contro le attività criminali e mafiose: la National Crime Agency ha lanciato l’allarme per ciò che riguarda le frodi online sulla vendita di prodotti fintamente miracolosi, per combattere le malattie e in particolare il covid 19, e il referente a Londra dell’associazione Libera, Davide Palmisano, riferisce di un’impennata dei furti di materiale sanitario come respiratori o mascherine di alta protezione, rivenduto negli spazi della darknet, spesso controllati proprio dalle organizzazioni criminali. Quello che preoccupa le autorità di polizia italiane sono soprattutto i depositi di droga diffusi in tutta Europa: «Anche il traffico di stupefacenti con il lockdown ha sicuramente subito un rallentamento, ma non un arresto – spiega Cafiero de Raho - bastano anche poche navi che arrivano nei porti principali del Nord Europa per accumulare gli stupefacenti. Per quanto riguarda invece il commercio al dettaglio le piazze di spaccio sicuramente sono chiuse, ma i clan si sono inventati altri metodi per rifornire la loro clientela e quindi approfittano degli assembramenti consentiti come le file ai supermercati oppure in farmacia, o anche le consegne a domicilio da parte di finti rider». Un altro aspetto che preoccupa è quello relativo alle frodi comunitarie: così come nel tempo i clan mafiosi sono riusciti ad approfittarsi dei grossi finanziamenti da parte dell’Unione Europea ad una serie di attività legate prevalentemente ai settori agricoli e alle energie rinnovabili, così è possibile che possano inserirsi nelle misure a sostegno delle attività economiche che l’Europa potrà prevedere. «A farne le spese come sempre saranno gli imprenditori onesti che avranno la concorrenza sleale dei mafiosi invisibili – spiega il procuratore nazionale antimafia - Questo però non deve rendere il sistema di sostegno farraginoso ed eccessivamente burocraticizzato. La burocrazia potrebbe essere fatale all’economia del nostro paese in questo frangente. Piuttosto bisognerà esercitare dei controlli a monte, senza correre il rischio di bloccare lo sviluppo e quindi anche la forza lavoro e le risorse delle famiglie italiane».

Il Coronavirus fa «crescere il consenso della ‘ndragheta». Parola di Gratteri. Il Dubbio il 29 marzo 2020. Per Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, l’emergenza coronavirus gioca a favore delle ‘ndrine, le uniche in grado di supplire all’assenza dello Stato in una fase di drammatica crisi economica. «Gli ’ndranghetisti si presenteranno, come sempre, come benefattori, come gente che aiuta chi ha bisogno, i poveri, questo lo fanno già, da sempre, dando ai disperati 30 euro al giorno per un lavoro in nero, e questi si sentiranno, sul piano psicologico, ancora più prostrati e ancora più riconoscenti verso chi gli darà questi 30 euro». Per Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, l’emergenza coronavirus gioca a favore delle ‘ndrine, le uniche in grado di supplire all’assenza dello Stato in una fase di drammatica crisi economica. «La dipendenza psicologica dei poveri verso di loro aumenterà ancora di più, quindi poi sarà ancora più facile, alle prossime elezioni, rappresentare il modello più convincente quando ci sarà da andare a rastrellare i pacchetti di voti», spiega il magistrato calabrese. Il rischio è un aumento «del consenso per gli ’ndranghetisti proprio sul piano della risposta sostanziale che loro riescono a dare». L’unico modo per impedire che ciò accada, afferma Gratteri, è «dare soldi veri alla gente», ragion per cui, conclude, «è di certo ovvio» che la mossa annunciata ieri sera dal premier Conte è «un passo nella giusta direzione». Ma a lanciare l’allarme non è solo Gratteri, anche il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, è convinto si possano creare situazioni analoghe anche in Campania. «Rischiamo di consegnare la nostra economia alla camorra», dice a Repubblica. «Purtroppo anche stavolta le organizzazioni criminali hanno dimostrato di saper guardare lontano, perché hanno già occupato settori che assumono rilevanza ancora maggiore rispetto al passato. Penso alle infiltrazioni nelle imprese di pulizie, nei trasporti su gomma delle merci e, in particolar modo, dei prodotti ortofrutticoli. Ma anche all’accaparramento di centri di grande distribuzione alimentare. E in questi anni abbiamo visto denaro dei clan investito anche nell’acquisto di farmacie». In questo modo «adesso i gruppi più strutturati si ritrovano già inseriti nei settori produttivi che non si sono fermati e anzi rappresentano le uniche voci attive dell’economia». Inoltre, prosegue Cafiero de Raho, «la camorra si sta adeguando alle necessità imposte da questa particolare fase storica: chiuse le piazze di spaccio, la droga viene consegnata a domicili». C’è poi «la crisi di liquidità che sta investendo un numero enorme di famiglie rappresenta una formidabile opportunità per la malavita. Ora che molti strati della società hanno perso le loro fonti di reddito, sia quelle provenienti dal sommerso, sia quelle garantite dal lavoro in settori costretti alla chiusura forzata, chi ha messo da parte tanti i soldi, a cominciare dai narcos, detiene un potere immenso. Le cosche possono offrire soldi e lavoro a persone che a causa dell’epidemia hanno perso tutto».

Il paradosso di Cafiero De Raho: lo Stato deve intervenire perché è il suo compito non per impedire un crimine. Piero Sansonetti de Il Riformista l'8 Aprile 2020. C’è un nuovo (e singolare) allarme antimafia. Lanciato da diversi magistrati e ripreso anche un po’ confusamente dal Movimento 5 Stelle. Il timore è che le organizzazioni criminali sostituiscano lo Stato nell’opera di assistenza e di sostegno alla parte più povera della popolazione del Sud. Cioè investano una quantità notevole di denaro illegale in azioni di beneficenza, prendendo il posto dello Stato, bloccato dalla burocrazia e dai legacci politici. Lo Stato non riesce ad aiutare queste persone e allora interviene la mafia. La quale punta ad avere in cambio credibilità ed egemonia in alcuni settori della popolazione. E, se serve – in futuro – voti e quindi potere politico. È chiaro che stiamo parlando di un fenomeno e di una preoccupazione paradossali. Possiamo sdegnarci per un’opera di aiuto ai poveri? Per capire questo paradosso servono alcuni elementi di analisi e di conoscenza del fenomeno mafia che la politica e – di solito – la magistratura si rifiutano di considerare. Anche se sono evidenti. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo, perché la denuncia viene da un personaggio serio e preparato come il capo della superprocura antimafia, Federico Cafiero De Raho. Del problema aveva parlato nei giorni scorsi anche il Procuratore Gratteri, ma dare ascolto a Gratteri (quello del terreno per la sua casa ottenuto dalla Asl a sua insaputa…) è cosa complicata. Lo hanno fatto solo i Cinque stelle, i quali hanno scritto a Conte a Bonafede, a nome di Gratteri, per invocare carceri un po’ più blindate di ora, pensando che in questo modo, non so bene perché, si risolva il problema. I 5 Stelle e l’ala gratteriana della magistratura non riescono ad andare oltre questo pensiero: “facite la faccia feroce”, dicono a Napoli. E poi? Poi più feroce… Cafiero de Raho invece conosce bene la camorra e conosce la ‘ndrangheta, e cioè le due organizzazioni mafiose che in questo momento sono le più potenti. Ed è lui che spiega in che modo le organizzazioni criminali sono velocissime a sfruttare le grandi emergenze, le crisi, per riattivare il proprio legame con il popolo. È un legame antico e molto forte. Di potere, di dominio, di sopraffazione e anche di aiuto. La mafia è padre padrone. Pensa a te e ti sottomette. Ho trascorso alcuni anni in Calabria e mi colpì molto questo fatto: era noto che la mafia pagava mille euro al mese i suoi picciotti di ultima categoria. I manovali manovalissimi. C’erano nei giornali molti giornalisti a tempo pieno che guadagnano cinquecento euro, e moltissimi giornalisti a tempo parziale che ne guadagnano 200. In un call center si lavorava senza diritti e senza orari con stipendi simili. Nei campi si raccoglievano pomodori sotto il sole che ti spaccava l’anima a due o tre euro l’ora. La ndrangheta era molto più generosa dell’impresa in nero – cioè la più diffusa – ed era più rispettosa dei diritti del lavoro. I sociologi dicono: l’antistato. Però quando i giornalisti ripetono “antistato” capiscono solo l’elemento di contrapposizione militare. Il nemico. Invece la forza dell’antistato è che fa meglio dello Stato, è più vicino al popolo, risolve i problemi che lo Stato crea. Ha una funzione contro la povertà, taglia via la burocrazia. Lo Stato come risponde? Ha sempre risposto in un solo modo, quello di Gratteri: la faccia feroce. Carcere, manette, retate, arresti, talvolta anche in violazione dello Stato di diritto. Lo Stato non si è mai posto il problema di riprendersi quello che la mafia gli ha tolto: il diritto, la politica, la capacità di governo. Questo denuncia Cafiero De Raho? Sì, credo di sì. Anche lui però commette l’errore di partire non dai fatti, dai drammi, ma dalla lotta al nemico criminale. Il compito della magistratura è perseguire i reati, naturalmente, ed è logico che di questo si occupi. Perseguire i reati, specie i più gravi: come le violenze, i sequestri, gli stupri, gli omicidi. Distribuire pasta e uova e olio, evidentemente non è un reato. Quello che mi ha colpito, nell’intervista di De Raho a Repubblica, è l’uso della parola “perciò”. Perciò – dice – lo Stato deve spicciarsi a intervenire a sostegno del popolo più povero, perché altrimenti lo fa la mafia. Eh no, non va: lo Stato deve spicciarsi a intervenire perché è il suo compito. Non deve intervenire per impedire un crimine, semplicemente deve intervenire perché è il suo dovere. La politica non è solo un’azione di contrasto alla mafia. Non è solo politica giudiziaria, politica criminale. La politica ha una sua autonomia. Se non ce l’ha muore. Se diventa solo uno strumento di lotta contro altri poteri, e in mano ad altri poteri ancora, diventa acqua fresca. E se la politica è acqua fresca la mafia vince. Vince sempre. La magistratura è convinta di essere onnipotente, invece se non rientra nel suo alveo è destinata comunque a perdere tutte le battaglie.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 27 aprile 2020. Alcune delle ultime operazioni anti-frode spaziano tra Pescara e Messina, dove gli investigatori della Guardia di finanza hanno sequestrato, rispettivamente, 21.000 mascherine con il marchio di omologazione europea contraffatto e 800 litri di presunto gel igienizzante, spacciato per disinfettante conforme alle regole. A Milano e Roma, invece, poliziotti e carabinieri hanno intercettato due consegne di marijuana e hashish via fattorini liberi di circolare; uno s' è insospettito dall' inequivocabile odore di «erba» emanato dal pacchetto da recapitare e ha chiamato il 113. I reati nell' era della pandemia sono diminuiti, e molti di quelli residui si sono riconvertiti. O adattati. L' emergenza coronavirus ha generato nuove tipologie di truffe o furti e modificato le regole dei vecchi traffici, come nel caso della droga. Ma la strategia anti-Covid riassunta nello slogan «Io resto a casa» ha portato con sé pure una quota di ulteriore violenza maturata tra le mura domestiche, dove la clausura imposta per decreto ha esasperato situazioni drammatiche sfociate in omicidi, ferimenti e pestaggi. A Imperia e provincia, in tre diversi ospedali sono state rubate centinaia di mascherine e diversi flaconi di liquido disinfettante, ma anche - in un caso - quindici camici chirurgici e altrettante cuffie mediche. E a La Spezia, dopo un analogo furto di «dispositivi di protezione individuale», gli agenti della Squadra mobile hanno arrestato due bosniaci che tentavano di vendere il materiale via internet. In provincia di Alessandria 104.000 mascherine dal valore stimato in circa 200.000 euro sono state sottratte dal camion in sosta che le stava trasportando, mentre a Catania - città in cui diversi negozi chiusi sono stati derubati di merce e attrezzature - altri ladri si sono accontentati di nove tute sanitarie. La polizia postale ha sventato diverse truffe organizzate con false raccolte di fondi destinati all' emergenza sanitaria, che spaziano dalle inserzioni meglio camuffate a quelle più semplici, quasi banali: a Brescia è stato identificato e denunciato un albanese che aveva diffuso via social network gli estremi di un conto corrente su cui versare le offerte; era il suo. Tra i reati che impazzavano anche prima, lo spaccio di stupefacenti «al dettaglio» è forse quello che - svolgendosi per lo più in strada - ha subito i maggiori mutamenti. Niente s' è fermato, ma con i dovuti accorgimenti: nelle periferie romane considerate le centrali della vendita di cocaina, Tor Bella Monaca e San Basilio, i pusher lavorano con mascherine e guanti. E per eludere i possibili controlli cercano di camuffarsi alle fermate degli autobus, come fossero normali passeggeri; fingendo di portare a spasso il cane (un sotterfugio usato e smascherato anche nel più benestante quartiere Prati) o addirittura spingendo un passeggino completo di bebè. Per le consegne a domicilio, a parte i riders , c' è chi utilizza altri metodi per il «porta a porta» e chi ricorre ad aziende specializzate. A Monza un fruttivendolo è stato arrestato dai carabinieri durante la distribuzione a domicilio di cocaina nascosta in grossi peperoni rossi; a Napoli la Finanza ha sequestrato 90 plichi stipati nel magazzino di un' importante società di spedizione internazionale. Due marocchini, nel centro di Firenze, spacciavano hashish in coppia: uno aspettava le telefonate dei clienti mimetizzato nella fila per entrare al supermercato, e a ogni telefonata si allontanava velocemente per andare a prendere le dosi dal complice appostato nella piazza vicina e portarle a destinazione, per poi rimettersi in coda. I poliziotti si sono a loro volta nascosti tra i clienti in attesa di poter entrare a fare la spesa e hanno smascherato il piccolo traffico, sequestrando 65 grammi di hashish. A Cinisello Balsamo, invece, la segnalazione è arrivata da alcuni residenti che, costretti in casa, trascorrevano il tempo affacciati al balcone. E come fossero sul set de La finestra sul cortile hanno notato un ragazzo che aspettava il tram al capolinea, saliva quando il mezzo arrivava ma riscendeva poco dopo, rimanendo in attesa del prossimo. Per tutto il giorno. Come mai? L' hanno chiesto telefonando al commissariato, e gli agenti inviati sul posto hanno scoperto che il giovanotto, 19 anni, vendeva marijuana e hashish ai consumatori che faceva arrivare fin lì con il tram, e lo scambio avveniva a bordo. In quasi due mesi di quarantena imposta a tutti gli italiani gli investigatori hanno contato almeno sei femminicidi di mogli o conviventi uccise dai rispettivi mariti o compagni, tre dei quali si sono poi suicidati (a Firenze l' uomo aveva 87 anni e ha sparato alla moglie che ne aveva 97). Tre figli hanno accoltellato mortalmente le loro madri e tre uomini, uno dei quali psicolabile accertato, hanno ammazzato altrettanti fratelli. Altri tre omicidi di vittime straniere sono da considerarsi collegati, secondo poliziotti e carabinieri, a liti o stati d' animo connessi alle restrizioni anti-contagio. Al pari di due tentati omicidi di mogli avvenuti a Caserta e Benevento (per strangolamento e a colpi di martello), mentre a Bari un marito è stato arrestato per le lesioni e i maltrattamenti inflitti alla consorte. Aggressioni e violenze che purtroppo non sono una novità, ma che nel periodo di isolamenti, chiusure e tensioni trovano ulteriori pretesti. Anche per questo c' è chi agogna il ritorno alla normalità. Almeno un po'.

Effetto isolamento: reati giù del 64% in Italia. Il Dubbio il 26 marzo 2020. Il calo riguarda, in particolare, lo sfruttamento della prostituzione, le violenze sessuali, i furti, le rapine e i reati inerenti gli stupefacenti. Se c’è un aspetto positivo dell’emergenza Coronavirus è di sicuro questo: la riduzione di reati in Italia. Una conseguenza necessaria, determinata dalla ridottissima possibilità di muoversi in libertà sul territorio e che ha, dunque, reso più complicata la commissione di delitti. Al punto tale che i delitti commessi nel periodo compreso tra il primo e il 22 marzo si sono ridotti addirittura del 64,2%, passando dai 146.762 commessi nello stesso periodo del 2019 ai 52.596 del 2020. Uno degli esempi più evidenti di tale situazione è l’arresto, il 13 marzo scorso, di Cesare Cordì, latitante di ‘ndrangheta, che si era rifugiato in un paesino di mille abitanti e si è visto tradire dalla spesa, consegnatagli a casa da un fiancheggiatore. Stando al report sulla delittuosità in Italia elaborato dalla Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza, diffuso dal Viminale, il calo riguarda, in particolare, reati quali lo sfruttamento della prostituzione (-77%), le violenze sessuali (-69%), i furti in genere (-67,4%), i furti in abitazione (-72,5%), i furti con destrezza (-75,8%), le rapine in uffici postali (-73,7%) ed una diminuzione meno rilevante altri reati quali le rapine (-54, 4%) e quelli inerenti gli stupefacenti (-46%). Una diminuzione inferiore riguarda, invece, i maltrattamenti in famiglia (-43,6%), mentre anche il calo di furti e rapine nei confronti delle farmacie rispetto è minore rispetto ad altri reati predatori (-13,8% e -24,6%). «Si tratta di dati assolutamente operativi – si legge nel report – che, tuttavia, possono fornire alcune indicazioni sull’andamento della delittuosità nel nostro Paese in questo periodo “eccezionale”». Il calo maggiore si registra in Lombardia e Veneto, ovvero le regioni più duramente colpite dall’emergenza e dove le misure di distanziamento sociale sono state sin dall’inizio più stringenti e necessarie. Nonostante ciò, la Lombardia rimane la regione in cui si è verificato il maggior numero di reati nel periodo preso in esame – 8.541 in totale -, sebbene nello stesso periodo del 2019 i numeri fossero decisamente più alti: 28.476, segnando dunque un calo del 70%.

L’analisi dei dati. Nello specifico, i furti sono passati da 68.519 episodi a 22.356, i danneggiamenti da 18.111 a 6.103 (-66,3%), le lesioni dolose da 3.721 a 1.260 (-66,1%), le truffe e frodi informatiche da 13.209 a 4.796 (-63,7%), le rapine da 1.672 a 762, i reati inerenti agli stupefacenti da 2.623 a 1.416 (-46%).Le regioni che registrano il maggior numero di reati nel periodo di riferimento sono, dopo la Lombardia, la Campania, con 6.208 casi, il Lazio, con 6.164 episodi delittuosi, la Sicilia, con 4.665 casi e infine il Piemonte, con 4.354 delitti. La maggiore diminuzione di reati ha interessato, in primis, il Trentino Alto Adige (- 74,1%), la Lombardia (- 70%), le Marche (-69,9%), la Toscana (- 68,2%), il Veneto (- 68%) e l’Emilia Romagna (- 67,3%).

Furti e rapine in farmacia. Per quanto riguarda i furti ai danni di farmacie – presidi strategici in questo momento storico, presi d’assalto per le mascherine e i gel igienizzanti ma anche per farmaci di uso comune – il calo è stato meno consistente: -13,8%, con 50 episodi rispetto ai 58 del 2019. Ma ciò non vale per tutte le regioni: nel Lazio i furti ai danni di farmacie sono stati in lieve aumento, passando da sei a sette, in Campania da due a otto, in Abruzzo da uno a tre, in Liguria da uno a due, in Sardegna da zero a tre e in Umbria da zero a due. Per quanto riguarda le rapine, invece, la diminuzione è più alta: sono infatti scese del 24,6%, con 43 episodi nel 2020, rispetto ai 57 del 2019. Ma anche in questo caso le cose variano da regione a regione:   in Lombardia, infatti, i casi sono passati da 11 a 14, in Emilia Romagna da uno a sei, in Piemonte da uno a tre. Nel Lazio, invece, la diminuzione è stata netta: -53,3%.

Maltrattamenti e omicidi. I casi di maltrattamenti contro familiari o conviventi passa dai 1.157 casi del 2019 ai 652 del 2020, trend omogeneo in tutta Italia. Il decremento ha interessato in particolare la provincia di Napoli (da 68 a 52 episodi, -23,5%), Milano (da 87 a 50, -42,5%), Roma ( da 93 a 49, – 47,3%), Palermo( da 26 a 25, – 3,8%) e Torino (da 42 a 23, -45,2%). Gli omicidi, invece, hanno registrato un deciso decremento (-65,2%): sono cinque gli omicidi commessi a danno di donne (erano 8 nel 2019) e cinque in ambito familiare affettivo (9 nel 2019). Sui cinque omicidi maturati in ambito familiare affettivo, quattro hanno riguardato vittime di sesso femminile.

Coronavirus, spacciatori on the road: a Roma taxi e bus sono le nuove piazze. Dal 12 marzo, polizia e carabinieri hanno scoperto i trucchi più disparati messi in atto dai pusher: per consegnare le dosi c’è chi usa la scusa di portare fuori il cane e di fare la spesa. Il fondatore di Villa Maraini: "Se ci fosse un deficit nel rifornimento avremmo la struttura invasa da gente in crisi di astinenza, cosa che non sta accadendo". Rory Cappelli il 07 aprile 2020 su La Repubblica. Lo spaccio sopravvive alle strette da coronavirus con nuovi trucchi. Anche se i pusher hanno vita più difficile. Ne sanno qualcosa i due uomini di Napoli, padre di 52 anni, e figlio di 23, che domenica sera sono stati fermati dai carabinieri di Montesacro sul Grande Raccordo all'altezza della Cassia. Erano a bordo di un furgone all'interno del quale - nel cruscotto e sotto il sedile - erano nascosti due panetti di cocaina per circa 2 chili. Sono stati arrestati. Stessa sorte per un ventunenne bengalese che, a bordo di un taxi, percorreva via Casilina. Fermato il taxi e chiesto conto al giovane dei motivi del suo spostamento, ai balbettamenti di quest'ultimo i carabinieri del nucleo radiomobile lo hanno fatto scendere e poi hanno ispezionato il suo zaino, trovando all'interno 10 panetti da 100 grammi di hashish. Oltre all'arresto anche in questo caso, come in quello dei due napoletani, è partita una denuncia per inottemperanza al decreto per il coronavirus. La droga viaggia, dunque, nonostante i blocchi. Dal 12 marzo, giorno dell'inizio del lockdown, polizia e carabinieri hanno scoperto i trucchi più disparati messi in atto dai pusher. La signora che riceveva in casa i clienti con cane al seguito. Lo spacciatore in fila davanti al supermercato oppure in giro con le buste pronto a smerciare la sua mercanzia, magari lasciandola nei cespugli o nel vano del contatore della luce nei palazzi. I pusher fermati a bordo dei bus mentre facevano il tour di consegna. A Tor Bella Monaca lo spaccio non si è mai fermato, anzi spacciatori e acquirenti si sono organizzati con guanti e mascherine: se la passano di casa in casa e "d'altra parte non potrebbe essere altrimenti: è la zona di smercio più importante, ha persino superato Scampia", spiega un investigatore. "Quello che ci preoccupa è cosa succederà quando le scorte finiranno, perché finiranno con il blocco di treni, navi e aerei. A meno di qualche ingegnosa trovata non ci sarà rifornimento". A Tor Bella Monaca gli operatori di Villa Maraini distribuiscono 300 siringhe sterili al giorno. E ritirano quelle usate. "Che la droga stia girando è più che evidente", spiega Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, che si occupa di cure e riabilitazione da droghe, abuso da alcol e gioco d'azzardo, "prova ne sono la decina di overdose che ci sono state dall'inizio della chiusura, tre solo negli ultimi giorni. Se ci fosse un deficit nel rifornimento avremmo la struttura invasa da gente in crisi di astinenza, cosa che non sta accadendo. Ritengo però che il vero pericolo non siano i tossicomani che sono abituati a vivere pericolosamente, a disattendere le regole e a trovare canali di approvvigionamento. Sono più preoccupato per l'impiegato o l'impiegata che si attacca alla bottiglia di cognac o il giovane che inizia a bere". "Spero però, e per questo abbiamo anche lanciato petizioni a livello internazionale - conclude Barra - che il Covid non diminuisca l'attenzione nei confronti delle tossicodipendenze ma che anzi lo aumenti: chi fa uso di droghe è pur sempre una mina vagante per sé e gli altri. Ma se non curato è due volte di più pericoloso".

Luca Fazzo per “il Giornale” il 25 marzo 2020. È crisi anche per loro: spacciatori, ladri d' auto, scippatori, topi di appartamento, taccheggiatori: chiusi i negozi, deserti i parchi, presidiate le case dai loro inquilini, il mondo del microcrimine conosce un fermo senza precedenti. A raccontarlo sono anche le statistiche che un po' da tutta Italia raccontano come le denunce «classiche» siano crollate. Mentre salgono (in attesa di capire se si tratti davvero di un reato) le denunce per violazione dei divieti di circolazione stabiliti nei decreti per fronteggiare l' epidemia. Negli uffici delle Procure e delle Questure, il flusso consueto delle notizie di reato è ormai ridotto ai minimi termini, se non fosse per le violazioni dei decreti: tra le quali si annidano storie surreali, come quella dei tre lombardi che in barba ai divieti sono andati a fare un' escursione in Valtellina, dove uno è precipitato in un dirupo. È arrivata la Finanza che prima li ha salvati e poi denunciati. Tra le città dove i delitti sono crollati si segnala Trieste, che finora deteneva il triste record degli stupri e delle truffe, nonché in un solo anno di ben 1.698 furti in appartamento. Qui il conto delle denunce ordinarie si è praticamente azzerato, come spiega il procuratore Carlo Mastelloni: «Le forze dell' ordine in questi giorni sono impegnate al 70 per cento nei controlli. Questo non significa che non facciano anche opera di prevenzione per altri reati, ma chi è dedito all' attività criminale resta a casa perché ha paura pure lui di essere contagiato». Anche a Napoli il conto dei fascicoli aperti dalla Procura è vicino allo zero, ma per un altro motivo: vista la carenza d' organico, il procuratore Giovanni Melillo ha disposto la sospensione del lavoro di iscrizione dei fascicoli tranne che per i reati di mafia, terrorismo, di corruzione e di codice rosso. Per gli altri, comprese le violazioni ai divieti di circolazione, ci sarà tempo dopo, tanto la prescrizione è sospesa. Ed è sicuro che saranno molti: gli ultimi dati nelle due procure di Napoli parlano di trecento denunce per circolazione abusiva in pochi giorni. Numeri notevoli anche a Bari, dove le denunce per il reato 650 (la disobbedienza ai decreti) hanno raggiunto le duemila unità, tanto che le forze dell' ordine hanno dovuto ricorrere ai droni per individuare dall' alto spostamenti e affollamenti illegali. Ma qui la microcriminalità non si ferma e anzi sfrutta le chance offerte dall' emergenza, prendendo di mira i negozi chiusi e addirittura le scorte di mascherine all' interno del Policlinico. C' è poi la situazione di Milano dove il procuratore Francesco Greco, davanti ai numerosi casi di mancato rispetto dei divieti, sta meditando di incriminare gli irriducibili non per il 650, che è punito blandamente, ma per violazione delle norme sanitarie contro le epidemie, che non può essere liquidata con un' oblazione. Però anche a Milano le iscrizioni dei nuovi fascicoli sono di fatto ferme a causa della chiusura quasi totale degli uffici, per cui si aprono solo i fascicoli più gravi. Tutte le altre denunce verranno iscritte quando gli uffici riapriranno. Anche qui il numero dei reati classici è crollato dai duecento al giorno dei mesi antivirus a poche decine. Crescono in modo allarmante le denunce per interruzione di pubblico servizio sporte dall' azienda dei trasporti contro cittadini esasperati dall' emergenza che se la prendono con l' incolpevole personale. Mentre nella montagna di denunce per violazione dei divieti di spostamento - oltre un centinaio nella sola giornata di ieri - affiorano anche qui storie bizzarre. C' è l' uomo sorpreso a portare il cane a fare la pipì: ma a un chilometro da casa. Ci sono i due fidanzati che per una passeggiata romantica scelgono via Gola, il cuore dello spaccio. L' oscar va però al ladro che rubava in un supermercato: oltre che per furto è stato denunciato anche per violazione degli obblighi. Andare a rubare non è un giustificato motivo: neanche se lo fai per mestiere. (Ha collaborato Daniela Uva)

La mafia del virus. Dalla droga alla sanità, la pandemia aiuta l'economia criminale. Le emergenze sono un’opportunità di guadagno per molte imprese, non solo quelle illecite. Ma queste ultime ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. Roberto Saviano il 22 Marzo 2020 su La Repubblica. Le organizzazioni criminali sono come la Borsa, anticipano sempre le direzioni. La natura dei mercati azionari non è fotografare la crisi, ma prevederla; così, le mafie sentono gli affari prima che le esigenze di mercato si definiscano. Cosa fanno i clan, le strutture meglio organizzate del capitalismo contemporaneo, al tempo del coronavirus? È quasi impossibile capirlo ora, ma possiamo cogliere già dei segnali. Dall’osservazione di questi giorni sembra emergere che le mafie non fossero in possesso di informazioni maggiori rispetto agli altri. Le mafie beffate anche loro, come tutti, dal regime comunista cinese che prima ha sottovalutato, poi nascosto e, quando era ormai impossibile occultare, ha comunicato ufficialmente la diffusione del virus. Nemmeno la mafia di Hong Kong (le potenti Triadi) aveva anticipato i tempi orientando i suoi affari in vista della pandemia. Ora quello che sta accadendo dal Messico al Kosovo, dall’Italia all’Iran è che le mafie si stanno muovendo verso la grande speculazione. Le emergenze pubbliche aumentano la possibilità di guadagno per molte imprese, non solo per le organizzazioni criminali, ma queste ultime in particolar modo ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. Qualsiasi emergenza monopolizza l’attenzione mediatica: i meccanismi criminali non occupano più il loro spazio (già esiguo) nelle cronache, l’imperativo della sopravvivenza domina su tutto. Inoltre, in Paesi come l’Italia rallenta in forma finale la già compromessa macchina giudiziaria. La pandemia è il luogo ideale per le mafie e il motivo è semplice: se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile. Basta guardare il portfolio delle mafie, per capire quanto potranno guadagnare da questa pandemia. Dove hanno investito negli ultimi decenni? Imprese multiservizi (mense, pulizie, disinfezione), ciclo dei rifiuti, trasporti, pompe funebri, distribuzione petroli e generi alimentari. Ecco, quindi, come guadagneranno. Le mafie sanno ciò di cui si ha e si avrà bisogno, e lo danno e lo daranno alle loro condizioni. È sempre stato così. Le mafie negli anni sono riuscite ad infiltrarsi ai vertici del settore sanitario, come ha dimostrato la condanna per mafia di Carlo Chiriaco, che poteva essere al contempo direttore della Asl di Pavia e referente della ‘ndrangheta nella sanità lombarda. Il business criminale vero non è quello dei furti di mascherine destinate alla rivendita. Turchia, India, Russia, Kazakistan, Ucraina, Romania hanno fermato o ridotto le esportazioni di mascherine; 19 milioni di esemplari (tra Fpp2, Fpp3 e chirurgiche) sono bloccati all’estero, nei Paesi di produzione o in quelli di transito verso l’Italia. Chi negozierà gli sblocchi e i transiti, secondo voi? E cosa succederà quando il cibo o la benzina inizieranno ad avere una distribuzione più lenta? Chi riuscirà ad aggirare divieti ed elargire beni senza soluzione di continuità? Le mafie. Ecco perché – se ne discute in queste ore – non bisogna creare allarme sulla possibilità di reperire cibo. Bisogna mettere in sicurezza gli esercizi commerciali che vendono al dettaglio i beni di prima necessità facendo nuove assunzioni, aumentando la turnazione e gli stipendi; ogni chiusura favorisce solo le organizzazioni criminali. Oggi più che mai la politica è chiamata a prendere decisioni che determineranno la vita del nostro Paese nei decenni che verranno. È nella stagnazione dell’emergenza che vedremo il potere delle organizzazioni criminali, non in queste prime fasi, in cui si è portati a vedere solo l’eroismo e l’abnegazione dei singoli e l’intervento di uno Stato che si muove perentorio per rispondere alla crisi assumendo il volto del salvatore (sarà solo dopo che ci troveremo ad analizzare le mancanze, i tagli alla sanità, lo stato di degrado in cui versano molti ospedali pubblici, gli stipendi da fame riservati ai ricercatori). Ma non bisogna solo pensare alla dimensione italiana del fenomeno criminale: gli aeroporti e le compagnie navali dell’Est Europa e del Sud America che spesso vengono utilizzati per il traffico di droga ora si stanno preparando ad accogliere le nuove merci richieste dal mercato dell’emergenza. Come lo sappiamo? L’abilità delle mafie è sempre stata quella di riuscire ad applicare schemi commerciali vincenti a prodotti di volta in volta più convenienti. E il mercato della droga al tempo dell’epidemia? L’emergenza ha favorito cartelli e cosche sull’ingrosso: in questo momento i controlli nei porti internazionali sono diminuiti, i carichi passano con più facilità. Al dettaglio, c’è stata una iniziale impennata poco prima del lockdown, quando la gente ha fatto scorte di droga esattamente come ha fatto con gli alimentari. Fuori dai coffee shop di Amsterdam c’erano file lunghissime (a volte più lunghe che nei supermercati); a New York la marijuana gestita dagli spacciatori ha avuto un aumento esponenziale nella distribuzione nelle ore in cui le misure di chiusura sono state annunciate. I pusher hanno riempito i propri magazzini, pronti a tirarla fuori nel momento in cui i prezzi saranno saliti alle stelle; nel frattempo si sono liberati della merce più scadente che avevano in giacenza, riuscendo a piazzarla a un prezzo molto più alto rispetto a quello che il mercato normalmente avrebbe consentito. In Italia, i clan hanno perso le piazze di spaccio e mantenuto un residuale mercato mettendosi in fila davanti ai supermercati e alle farmacie, che hanno sostituito scuole e parchi, ora chiusi. Hanno cercato di incrementare le consegne a domicilio, confondendosi nella schiera di runner che girano per le città, ma i controlli aumentati nelle strade e l’imposizione di viaggiare da soli hanno reso questo metodo difficile e rischioso. C’è, infatti, un elemento nuovo in questa situazione. Sino ad ora le mafie hanno sempre potuto contare su affari che coinvolgevano, anche in circostanze di emergenza, movimenti di materiali, di mezzi, di persone: dai terremoti, alle alluvioni, alle inondazioni. Per la prima volta si devono relazionare con l’isolamento, con il non-movimento delle persone, con l’immobilità. La domanda non è se di questo sapranno approfittare, ma come. Come riusciranno a trarre vantaggio dalle code infinite per entrare al supermercato, dalla difficoltà (per non dire impossibilità) di fare la spesa online, dalle mascherine e dai disinfettanti introvabili, dalla perdita di lavoro che sta interessando il settore della ristorazione e del commercio in un Paese già segnato dalla disoccupazione? Per osservare l’ultima epidemia che ha visto il crimine organizzato arricchirsi, bisogna andare indietro al 1884, quando Napoli fu devastata dal colera. Più del 50% dei decessi si registrò a Napoli. Affinché una simile strage non accadesse più, il Parlamento italiano approvò una legge per il risanamento della città di Napoli e stanziò 100 milioni di lire per le opere di bonifica. Da quel risanamento guadagnarono tutti: appaltatori corrotti e senza scrupoli, ditte che vincevano le gare al ribasso per poi eseguire lavori incompleti o di cattiva fattura, politici alleati delle famiglie di camorra. Tutti, tranne la città di Napoli. La relazione della Commissione d’inchiesta di Giuseppe Saredo del 1900 parlava già allora di un’opera di «alta camorra». Fu una speculazione così evidente che lo storico Pasquale Villari arrivò a dire: «Meglio il colera che il Risanamento». Ogni emergenza ha visto la criminalità organizzata sempre in prima linea. Durante la peste del ‘600 – raccontata da Salvatore De Renzi – l’aristocrazia, che non riusciva più a gestire l’emergenza in città, dovette fare accordi con le bande criminali, una sorta di proto-camorra che prese in carico vari servizi, dal controllo delle strade alla gestione dei cadaveri. Anche il settore agricolo, se non protetto dalla speculazione, rischia il collasso e la totale invasione criminale. Esiste un precedente. Come scrive Piero Grima raccontando il colera in Sicilia nel 1867, i prodotti agricoli scarseggiavano perché la manodopera malata o terrorizzata non lavorava più nei campi. La mafia rurale decise di intervenire proponendo un patto ai proprietari terrieri: fornire lavoratori (che venivano costretti con minacce e ricatti, o scelti tra quelli più affamati e disposti a tutto) in cambio di pezzi di latifondo. Questo accadeva 150 anni fa. Ma cosa potrebbe accadere oggi a una filiera in cui i clan sono già presenti dai mercati ortofrutticoli al trasporto sino al controllo della manodopera? Il rischio è che finiscano per decidere loro prezzi e modalità. E cosa accadrà dopo, quando l’emergenza sanitaria sarà finalmente passata? Come i migliori manager, le mafie stanno pensando anche a questo. Per ogni imprenditore sano che sta rischiando di chiudere il proprio ristorante o il proprio negozio, c’è un clan che è pronto a intervenire per strozzare o rilevare. Se lo Stato non agisce sin d’ora sulle aziende in crisi, se attenderà una fase di minore allarme, sarà tardi, tardissimo. Dove il coronavirus non arriverà, arriveranno le mafie. Uno Stato che nel giro di un paio di settimane ha invitato prima a chiudere, poi a sdrammatizzare e far girare l’economia, e poi di nuovo a barricarsi in casa è uno Stato debole, facilmente preda di qualsiasi forma organizzata il cui principio di autorità è ottenuto tramite violenza e danaro pagato subito. Anche l’Europa si è dimostrata totalmente impreparata. Le mafie non rispettano i confini, non sono spaventate dalla sospensione di Schengen, anzi, dalla chiusura ermetica dei confini traggono vantaggio perché hanno i mezzi per arrivare ovunque e fare della chiusura un’opportunità. Questa Europa ha tradito completamente le aspettative e i sogni dei padri fondatori. Alla prima occasione di emergenza ci troviamo in una situazione in cui le gelosie nazionali impediscono la possibilità di avere una piattaforma comune per valutare la pandemia. L’Europa oggi sembra anche voltare le spalle al buonsenso e all’unico modo che abbiamo per salvarci la vita: condividere tutto. Questa Europa, così com’è, finirà probabilmente con il coronavirus, perché dopo tanta sofferenza, dopo la paura, dopo l’impossibilità che l’essere umano sta avendo di esserlo pienamente, forse nascerà qualcosa di diverso. Ora è il tempo dell’emergenza, l’imperativo è sopravvivere. Esattamente in contemporanea con l’epidemia, si stanno muovendo profitti e interessi criminali: conoscerli è parte della sopravvivenza. 

Giuseppe Crimaldi per ilmattino.it il 13 marzo 2020. Come ai tempi del colera, e forse anche peggio di allora. Gli effetti devastanti del Coronavirus colpiscono l’economia illegale della criminalità organizzata al pari di quella sana, schiacciata dalla “depressione da virus”. Da qualche giorno a Napoli la camorra è costretta a fare i conti con un’emergenza imprevista, capace di paralizzare ogni giorno che passa le due principali attività che rappresentano il core business di tutte le mafie: la droga e le estorsioni. Decimati i guadagni che arrivano dalle piazze di spaccio. Azzerati gli introiti del racket. La pandemia sta facendo addirittura più danni degli arresti, dei blitz e forse persino delle condanne al 41 bis per boss e gregari. Già, perché se non gira il denaro non si garantiscono i rifornimenti di hashish e cocaina, i broker internazionali dei narcos preferiscono restare alla finestra aspettando tempi migliori, i clienti spariscono e non si riesce più a garantire nemmeno i “livelli lavorativi” di pusher, sentinelle e corrieri. È forse ancora troppo presto per dirlo, ma in una sola settimana gli incassi milionari delle oltre 300 piazze di spaccio che si contano nella sola città di Napoli pare abbiano più che dimezzato gli introiti. Persino al Rione Traiano - nuovo epicentro della vendita di stupefacenti che ha soppiantato zone come Secondigliano, Scampia, Ponticelli e il Parco Verde di Caivano - persino lì gli affari a fine giornata indicano il segno negativo. La macchina mangiasoldi di sta fermando. Luoghi di vendita tradizionali di cocaina, marijuana, hashish e kobret delle Case Nuove, del Rione Berlingieri, di Taverna del Ferro e del Rione Villa hanno chiuso i battenti. Troppi rischi e pochi soldi, un gioco che non vale la candela. Resiste invece, a quanto pare, lo spaccio “on demand”: la nuova formula sperimentata ormai da anni che consiste nel trasporto e consegna a domicilio, specialmente nei quartieri-bene di Chiaia, del Vomero e di Posillipo: affidata ai pony express dello spaccio che garantiscono anonimato, sicurezza e prodotto. Ma se il contagio fa sempre più paura, gli affari devono andare avanti: e allora basta farsi un giro lungo quello stesso Rione Traiano - supermarket fino a qualche giorno fa aperto h24 per tutte le esigenze dei tossicodipendenti - per accorgersi della presenza di pusher che con tanto di mascherina verde agli angoli degli scantinati da via Catone a via Tertulliano, continuano ad aspettare clienti. Con i negozi chiusi, poi, la camorra dovrà inevitabilmente fare i conti anche nella riscossione delle rate del pizzo. Guadagni dimezzati, se non a picco per molte delle attività commerciali più vessate dai camorristi. E con la Pasqua ormai alle porte - Pasqua resta con Natale e Ferragosto una delle date in cui pagare è un obbligo - i cordoni della borsa si stringeranno ulteriormente. Ma a risentire gli effetti del momento è l’intero “sistema”. Le disposizioni imposte anche per gli spostamenti, che richiedono un’autocertificazione scritta, e soprattutto le strade di centro e periferia che già prima delle 18 si trasformano in deserti, impongono alla camorra e ai camorristi nuove strategie e modi di comportamento quotidiani. Con il calar della sera per le forze dell’ordine il controllo del territorio, in queste condizioni, diventa più agevole: e dunque i clan hanno bloccato ogni attività legata al trasferimento di droga o armi, per non parlare dei movimenti di latitanti e ricercati. Il rischio di incappare in un posto di blocco, o anche di un semplice controllo amministrativo, è altissimo. Forse anche per questo da una settimana non si registrano più neanche le famigerate stese: le armi tacciono ai Quartieri come per i vicoli dei Decumani. C’è però anche il rovescio della medaglia. I gruppi criminali di piazza Mercato e del centro storico, veri plenipotenziari del sempre fiorente mercato della contraffazione, pare si stiano già muovendo: in quasi tutta la città l’assenza di mascherine e talvolta anche di disinfettanti in gel si sta trasformando in un’occasione da non perdere: e così a breve potrebbero spuntare anche mascherine contraffatte e presìdi igienico-sanitari “made in Duchesca”.

·        Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

C'è il Covid-19, si prendono la casa. Scatta l'incubo occupazioni. Sciacalli nell'emergenza coronavirus. Non solo in periferia. Il racconto: "Trovato dentro un magrebino con la droga". Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 01/05/2020 su Il Giornale. "Abbiamo comprato casa poco prima che scoppiasse l'epidemia di coronavirus. Ha bisogno di ristrutturazioni, quindi è disabitata. Ma quando due giorni fa l'architetto è andato sul posto per un sopralluogo, ha trovato la porta scassinata e alcune brande al piano terra". Milano, zona Amendola. Quartiere di alto livello della città meneghina, a due passi da City Life. Uno di quei posti dove ti aspetti di tutto, tranne che in una via piena di villette in meno di un mese una famiglia possa ritrovarsi con la propria casa occupata da uno o più abusivi. È successo invece ad una coppia milanese, di origini liguri. A metà febbraio acquistano l’immobile e firmano tutte le carte per il passaggio di proprietà. La casa viene subito liberata dai precedenti inquilini. È in buone condizioni, ma necessita di una rinfrescata. Così l'architetto inizia a studiare le soluzioni. "Nel frattempo ci siamo trasferiti per qualche giorno in Liguria dai nostri parenti per il carnevale", ci racconta la proprietaria, che preferisce mantenere l'anonimato. Poi i fatti precipitano. Il 21 febbraio l’Italia scopre di essere stata invasa dal coronavirus, il governo prende le prime misure restrittive, l'8 marzo chiude la Lombardia. E la famiglia decide di rimanere dai parenti in provincia di Savona. La casa rimane quindi sguarnita per almeno un mese. "È indipendente, con giardino e senza mobili", spiega la donna. Per il resto c’è tutto. Anche il bagno è utilizzabile. Ma chi poteva immaginare potesse essere un problema? Invece intorno all'ora di pranzo di mercoledì l'architetto va sul posto, apre la porta e scorge alcuni letti di fortuna. Non dovrebbero esserci, non c'erano l’ultima volta che la casa era stata aperta. A quel punto fa qualche passo indietro e chiama la polizia, che nel giro di poco tempo interviene. "All’interno le forze dell’ordine hanno arrestato una persona di origine magrebina, poi nel perquisire l'appartamento hanno trovato pure della droga". La famiglia è ovviamente sotto choc, per qualche momento ha accarezzato anche l'idea di tornare di corsa a Milano. "Quando compri una casa pensi di poter stare tranquillo - racconta la proprietaria - Soprattutto perché stiamo parlando di una zona abbastanza centrale di Milano". Già, perché quella delle occupazioni è una piaga che normalmente affligge le aree periferiche della metropoli: via degli Etruschi, Calvairate, via Bolla, Giambellino. Anche durante l’epidemia da coronavirus. Lo scorso weekend, riportano fonti Aler al Giornale.it, gli abusivi hanno realizzato 30 tentativi di occupazione, di cui uno solo è andato a segno. Il fine settimana precedente, quello di metà aprile, altri 43 tentativi di cui 4 andati a "buon fine". A rimetterci sono soprattutto gli anziani colpiti dal Covid-19: vengono ricoverati, finiscono in ospedale, poi quando tornano si ritrovano il portone divelto e la casa in mano a bande di rom. Un incubo che va avanti da marzo. Lo scorso mese Aler aveva dovuto far fronte a 102 interventi in flagranza, recuperando 57 case mentre altre 45 sono state occupate. Nello stesso periodo dell’anno scorso, gli interventi erano stati solo 70. Sintomo che gli sciacalli stanno approfittando dell'emergenza sanitaria. "Adesso cercheremo di anticipare la ristrutturazione nella speranza che con il cantiere messo in sicurezza e gli operai al lavoro a nessuno venga in mente di forzare di nuovo la porta finestra", continua la donna. La polizia ha assicurato che in caso di nuovi problemi interverrà tempestivamente. Ma è difficile restare tranquilli. "La preoccupazione è che se venisse occupata da una famiglia, magari con bambini, poi non riusciremmo più a mandarli via".

·        Il Virus ed il Terrorismo.

Giordano Stabile per “la Stampa” l'8 aprile 2020. Isis e Al-Qaeda vogliono "arruolare" il coronavirus per mettere in ginocchio Cina, Europa e America. L' esplodere dell' epidemia ha colto di sorpresa anche i jihadisti, tanto che le immediate indicazioni dello Stato islamico ai suoi militanti erano di sospendere le "operazioni" negli Stati infedeli, e di evitare di contagiarsi, con una serie di precauzioni simili a quelle prese dagli Stati più sviluppati. Ma presto la macchina della propaganda si è messa in moto, su canali social, come Telegram, e sulle riviste online, per sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Il 19 marzo un editoriale del settimanale Al-Naba aveva come titolo «Il peggior incubo per i crociati» e analizzava gli effetti del Covd-19 sui «politeisti», cioè gli infedeli. «La paura del contagio li ha danneggiati ancora più dei contagi» e scatenato una crisi economica, sottolineava: «Le forze di sicurezza pattugliano le strade per il timore di crimini e rivolte sociali», e in questo contesto «mandare soldati all' estero è l' ultima cosa che i governi vogliono», un vantaggio per i nuclei di guerriglia attivi in Siria e Iraq ma anche in Nord Africa, Sahel e Asia meridionale. Meno truppe occidentali Certo, per il nuovo califfo Abu Ibrahim al-Qurashi, questa è soprattutto una speranza. Con qualche elemento di concretezza. Dall' inizio dell' anno le forze della Coalizione anti-Isis hanno ritirato un terzo dei 7500 soldati ancora presenti a gennaio. E la motivazione principale è il timore di contagi incontrollati nelle basi, in un territorio ostile anche per la presenza di milizie sciite filo-iraniane. In questo senso il Covid-19 è una "benedizione" per i jihadisti. Già il 23 gennaio l' imam siriano Abdula Razzaq al-Mahdi, punto di riferimento per l' Al-Qaeda locale, incitava i credenti a «pregare per il virus» perché annientasse i cinesi «nemici di Allah», colpevoli di aver «massacrato, imprigionato e oppresso gli uiguri», la popolazione turcofona musulmana che vive nella provincia occidentale dello Xinjiang. Da notare che nella provincia di Idlib sono presenti centinaia di foreign fighter uiguri in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. A febbraio, quando il virus ha cominciato a colpire l' Iran ancora la rivista dell' Isis Al-Naba definiva l' epidemia un «segno di Allah» per la «cecità e l' insolenza degli sciiti». Il velo e le mascherine Ma appena il Covid-19 si sposta in Occidente altri imam vedono quel "segno divino" colpire il loro nemico più odiato, l' America. Sul mensile Balagh, vicino ad Al-Qaeda, il virus viene definito «un soldato di Allah». Un «giornalista» lo chiama «il piccolo combattente», capace però di devastare gli Stati Uniti e i loro alleati, e che presto potrebbe esser affiancato da militanti in carne e ossa. Sulla tivù di Hamas, il movimento vicino ai Fratelli musulmani che governa Gaza dal 2007, l' imam Jamil al-Mutawa sottolinea come Allah abbia «inviato un solo soldato», il virus, «per colpire tutti i 50 Stati» dell' America e causare il lock-down in Israele, risparmiando i palestinesi. Ma il «soldato virus», agli occhi dei jihadisti, ha compiuto anche un altro miracolo. L' imam giordano Abu Muhammad al-Maqdisi ha postato su Telegram immagini che dimostravano i «benefici» della pandemia: bar e nightclub chiusi e donne con il velo come mascherina: «Per questo non c' è nulla di male per un musulmano pregare affinché gli infedeli si ammalino». Prima «ci prendevano in giro perché le nostre donne indossavano il niqab ma adesso anche loro fanno lo stesso», ha rincarato un altro jihadista, con immagini di occidentali che si coprono il volto con foulard e fazzoletti.

Giovanni Sallusti per “Libero quotidiano” il 25 marzo 2020. Coronavirus akhbar. Ci mancava questa, nelle tetre cronache al tempo del Covid-19: la celebrazione islamica dell' ecatombe. L' applauso maomettano alla pandemia, che ha ora il suo epicentro nella corrotta, cristiana (quando se lo rammenta), infedele Europa. Ed eccolo che risuona direttamente dalla Striscia di Gaza, parole e musica dell' imam Jamil Al-Mutawa, gentiluomo legato a doppio filo ad Hamas. E proprio la tv del gruppo terrorista, per certi compagni nostrani un covo di eroi romantici, ha trasmesso l' illuminato sermone di cotanto leader spirituale tenuto il 20 marzo nella Moschea Bianca di Gaza (il video è poi stato ripreso e tradotto dal Middle East Media Research Institute). «Il virus è un soldato di Allah e sta risparmiando i musulmani» (era il giorno prima che venissero identificati due casi di Coronavirus nella Striscia, ma Al-Mutawa e soci possono sempre concludere si tratti di apostati, e punirli per reo contagio). E per dimostrare l' ortodossia religiosa del virus, l' imam traccia la macabra mappa delle sue scorrerie, gesta che Al Qaeda non aveva raggiunto nemmeno nei sogni più proibiti. «Allah vi ha inviato un solo mujahed che ha colpito 50 Stati americani in un giorno, il 58% della California sarà infettata nei prossimi due mesi». Morte all' America, stavolta ce la facciamo, stavolta l' offensiva viaggia da New York a Los Angeles su goccioline microscopiche, e sante. E subito, a ruota, lo sputo sui cadaveri che si accumulano nelle trincee di quello che oggi è il primo fronte, i nostri cadaveri: «In un solo giorno in Italia vi sono stati 450 morti». «Allah sia lodato». Evviva, che colpo questa jihad micro-organica, in ventiquattr' ore lascia per terra quattrocentocinquanta occidentali, europei, italiani, bergamaschi, bresciani, piacentini, rallegratevi fratelli, la Spada dell' Islam è diventata la Polmonite interstiziale dell' Islam. E prosegue il suo delirio, l' imam di quella Striscia che l' Unione Europea ha ricoperto negli anni di vagonate di euro, tutti finiti nella disponibilità di simili ambasciatori di pace: «Guardate il deserto nelle strade israeliane. E chi pensate che protegga i fedeli di Al Aqsa? Allah, che preserva dal male i suoi credenti». L' infezione fisica è una prova dell' infezione morale, il virus come ligio esecutore della Sura 2; 191 (tra le altre): «Uccideteli ovunque li incontriate!». Tanto che «anche in Cina ci sono 3.300 infettati», ennesima prova della selezione etno-confessionale del Corona. Mostrando una certa confusione geopolitica, ma una salda ferocia sterminatrice, l' imam invita poi a pregare Allah perché continui a scatenare l' epidemia contro coloro che sostengono il piano di pace dell' amministrazione Trump. La peste sui reietti che vogliono la pace con Israele, forse nessuno meglio di questo predicatore apparentemente sgangherato ha riassunto la linea distruttiva e millenaristica di Hamas, che sequestra un intero popolo in nome di un' impossibile resa dei conti finale col Nemico ebreo. Nell' attesa, il popolo medesimo viene tenuto nella miseria e in condizioni igienico-sanitarie precarie, tanto che l' Autorità palestinese (non meno anti-israeliana di Hamas, ma più pragmaticamente attaccata alla propria pelle) nei territori sotto il suo controllo ha chiesto allo Stato ebraico di aprire i varchi, per far passare medici, farmaci, strutture di rianimazione, nel caso il Covid smarrisca la fede in Allah il Misericordioso. Problemi che non sfiorano Jamil Al-Mutawa: all' acme dell' intemerata, il pio uomo agita un telefonino (di sospetta ed eretica produzione occidentale, ma certo è improbabile che qualcuno degli astanti glielo abbia fatto notare) e assicura di aver ricevuto caterve di messaggi documentanti miracolose guarigioni dei pochi palestinesi contagiati. Dio è con noi, e il Coronavirus è il suo nuovo, letale Profeta. Non lo dice qualche sbandato in una bettola di Gaza City, ma una delle massime autorità religiose palestinesi. Vogliono i tempi supplementari dello scontro di civiltà, e stavolta scommettono sul parassita invisibile. Motivo in più per sconfiggerlo.

 (ANSA il 13 marzo 2020) - Anche l'Isis teme il coronavirus e in un articolo pubblicato sul suo settimanale, Al Naba, fornisce "le direttive religiose" per proteggersi dal contagio. Nel pezzo il virus non viene nominato direttamente, si parla in generale di epidemia, ma le indicazioni dello Stato islamico non discostano molto da quelle dell'Oms. Prima fra tutte "stare lontano dalle persone malate ed evitare viaggi nelle zone colpite dall'epidemia". Poi coprirsi la bocca quando si tossisce o si sbadiglia e lavarsi le mani prima di mangiare e bere. Infine, "affidarsi ad Allah e cercare protezione in lui".

Il coronavirus spaventa anche l'Isis, ecco il volantino dei jihadisti: "Proteggersi dalle malattie, lo impone il Profeta". Dai rifugi in Iraq e in Siria diffuso un fascicolo con il logo dello Stato islamico: "Il messaggero di Allah ha detto che non si deve entrare né uscire dalla terra del contagio". Gianluca De Feo il 13 marzo 2020 su La Repubblica. L'Organizzazione mondiale della sanità ha certificato che siamo davanti a una pandemia. E l'emergenza Covid-19 non conosce veramente più confini se persino lo Stato Islamico ha sentito il bisogno di dare istruzioni ai suoi seguaci. Dai suoi rifugi in Siria e in Iraq, che evidentemente non devono essere così piccoli, l'organizzazione jihadista ha diffuso un volantino attraverso la newsletter Al Naba. La grafica ricalca quella dei prontuari affissi in tutta Italia e praticamente nell'intero pianeta. In basso c'è il logo che in genere minaccia gli infedeli e promette stragi. Le indicazioni sono le stesse adottate ovunque, ma ovviamente l'Isis le fa discendere dal verbo divino. Il testo, tradotto dal ricercatore britannico Aymenn Jawad Al-Tamimi, si apre infatti ricordando che per il Profeta è un obbligo proteggersi dalle malattie e quindi anche difendersi dal contagio diventa una legge coranica. Che l'Isis ha sempre fatto rispettare con metodi spietati. L'epidemia secondo loro non colpisce a caso ma segue la volontà di Dio e per questo bisogna cercare rifugio nella fede. Anche i suggerimenti pratici, o meglio gli ordini operativi, nascono direttamente dalle parole di Maometto. La distanza di sicurezza? "Devi fuggire da chi è afflitto dalla lebbra come scappi dal leone". L'isolamento? "Il messaggero di Allah ha detto che non si deve entrare né uscire dalla terra del contagio. Chi accetta pazientemente gli eventi, sapendo che sarà l'Altissimo a scegliere le vittime, sarà ricompensato come i martiri". Ovviamente bisogna coprirsi la bocca quando si tossisce o starnutisce. Non lasciare contenitori di cibo e di acqua senza copertura. E lavare le mani tre volte prima di toccare alimenti. Imperativi divini, tratti dalle più antiche letture del Corano e quindi parte della Sharia. Che lo Stato Islamico impone adesso di rispettare. Metodi molto diversi per arrivare agli stessi obiettivi dei governi laici: fermare l'onda del coronavirus. 

Anche l'Isis teme il virus: le "direttive" per difendersi dai contagi. Le linee guida per i miliziani: "Stare lontano dalle persone malate, evitare viaggi e stare lontani dalle zone colpite dall'epidemia". Il suggerimento è quello di "affidarsi ad Allah". Francesca Bernasconi venerdì 13/03/2020 su Il Giornale. La paura dei contagi causati dall'epidemia di coronavirus è arrivata anche nello Stato Islamico. E, per cercare di difendere i suoi miliziani dal rischio di contrarre il Covid-19, l'Isis ha pubblicato, secondo quanto riferisce AdnKronos, alcune linee guida da seguire, a scopo precauzionale. Per raggiungere i miliziani, i vertici del gruppo di jihadisti ha pubblicato una serie di "direttive religiose" sul settimanale dell'Isis al-Naba. Il coronavirus non viene mai menzionato in modo specifico e si parla in generale di epidemia, ma i consigli che vengono dati sono simili alle indicazioni fornite dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Prima di tutto, viene consigliato di "stare lontano dalle persone malate" e di "evitare viaggi e stare lontani dalle zone colpite dall'epidemia". Poi viene ricordato di "coprirsi la bocca quando si starnutisce o si tossisce" e viene raccomandato di "lavarsi le mani prima di mangiare e di bere". Infine, il suggerimento per i miliziani è quello di "affidarsi ad Allah e cercare rifugio in lui". L'Stato Islamico controlla alcune parti del territorio in Iraq, Afghanistan e Siria che, secondo i dati, non sono stati particolarmente colpiti dall'epidemia. Ma, a preoccupare i vertici dell'Isis potrebbero essere i casi registrati in Iraq, che segnala 71 persone positive al coronavirus e 8 morti. In Afghanistan e Siria, invece, i pazienti positivi al coronavirus sono rispettivamente 7 e zero. Inoltre, la vicinanza dell'Iran, il terzo Paese al mondo per numero di casi (oltre 10mila contagi e 429 morti), potrebbe aver fatto preoccupare l'Isis. Nei giorni scorsi, l'Isis avrebbe usato il coronavirus come mezzo di propaganda, secondo quanto riporta Difesa e Sicurezza: l'epidemia sarebbe la punizione di Allah per gli infedeli. Ma, dopo l'arrivo del virus in Medio Oriente, i vertici jihadisti hanno pubblicato le "direttive religiose", per proteggere i miliziani da un possibile contagio da Covid-19.

·        La filastrocca anti-coronavirus.

«Ti chiamano corona, ma non sei un Re»: spopola in Rete la filastrocca anti-coronavirus del piccolo Diego. Pubblicato martedì, 10 marzo 2020 su Corriere.it da Alessandro Vinci. «Etciù! Basta uno starnuto / e tutti scappan via / un bacio o una carezza / e dritti in farmacia». Quando si è visto assegnare come compito per casa la scrittura di una filastrocca, il piccolo Diego non ha avuto dubbi, e con grande senso dell’attualità ha scelto di parlare del coronavirus. «Un messaggio per dire a tutti di non aver paura – hanno raccontato i genitori a L’Unione Sarda – e, anche se ascolta tutti i giorni il tg insieme a noi, è riuscito a trasmettere la voglia di reagire». Il ragazzino frequenta la prima media a Ortueri (Nuoro), ma in questi giorni, come tutti gli studenti italiani, non può andare a scuola. I compiti vengono quindi impartiti via WhatsApp. A divulgare il suo componimento sono stati, orgogliosi, i genitori, che hanno raccontato di come il figlio si sia messo all’opera «con tutta la semplicità, la positività e la speranza che solo un bambino può davvero trasmettere». A partire da sabato la poesia è quindi diventata virale sui social, prima in Sardegna e poi nel resto d’Italia. Si intitola Etciù, proprio come l’inizio della prima strofa.

Ecco la versione integrale: «Etciù! Basta uno starnuto / e tutti scappan via / un bacio o una carezza / e dritti in farmacia / Ti chiamano corona / ma tu non sei un re / sei un virus prepotente che non vale un granché / Dicevano “in Sardegna non arriverà” / e invece, guarda un po', eccoti qua! / Fai un po’ paura ma forse non sai / che lotteremo finché non sparirai / E anche se non è più carnevale / una mascherina dobbiamo indossare / Pensiamo all'igiene e ci laviam le mani / e cerchiamo anche di stare lontani / Facciamo di tutto per non farci acchiappare / e tu, virus, non riuscirai a infettare / La nostra Italia si salverà e un bel lieto fine ci sarà».

In attesa di conoscere la valutazione della professoressa, che sarà senz’altro positiva, a tributare i primi complimenti al giovane autore sono stati gli utenti sui social: «È adorabile questa filastrocca – ha scritto per esempio Beatrice –! Tanti complimenti al ragazzo», «Hai dato un bell'esempio a tutte le persone che non osservano le regole di come dobbiamo comportarci», ha aggiunto Giovanna. «Con poche rime sei arrivato perfettamente a riassumere tutto ciò che sta accadendo in questo momento nel nostro Paese», ha concluso Daniela.

Oltre a quelle dei bambini, a moltiplicarsi in questi giorni sono anche le filastrocche degli adulti, efficace mezzo di divulgazione con un linguaggio alla portata di tutte le età. Se ne trovano ovunque, dalle scuole ai patronati. Una di queste è stata scritta dallo psicologo e psicanalista Giuseppe Maiolo, autore di svariate pubblicazioni per l’infanzia. La riportiamo integralmente, pronta per essere letta ai piccoli di famiglia.

Cantiamo insieme come in un gioco

Abbiam paura ancora per poco

Virus virello non ci provare

se ti avvicini io so scappare

Coronavirus lo chiaman tutti

e molti grandi fan sogni brutti

Ti fa paura ed è piccino

ma non è proprio un fantasmino

Tu non temere piccolo mio

l’allarme forte non è un brusio

serve per fare con precisione

alcune cose con attenzione

Lava le mani più volte al giorno

e sai che il virus se ne va d’intorno

Resta distante da chi ha la tosse

anche se sai che non son percosse

Copri la bocca se starnutisci

e metti le mani quando tossisci

Se vedi in giro una mascherina

non è di certo una copertina

ma un buon modo di preservare

chi non vogliamo contagiare

così in prigione facciam finire

Coronavirus che non può colpire

Cantiamo ancora come in un gioco

Abbiam paura ancora per poco

Virus virello non ci provare

se ti avvicini io so scappare

Virus virello non ci provare

perchè sappiam che cosa fare!

·        Le letture al tempo del Coronavirus.

Il grande classico. Seneca e il valore del tempo. Federico Condello e Ivano Dionigi il 23 aprile 2020 su La Repubblica. Per questi giorni abbiamo scelto di proporre un brano di un autore “classico”, greco o latino, da leggere in questo tempo complesso. Da Platone a Seneca consigliamo testi e letture d’autore che affrontano temi sempre presenti, come il rapporto con lo Stato o quello con i nostri genitori. La scelta e letture sono del “Centro studi per la permanenza del classico”, firmate da Ivano Dionigi, ex rettore dell’ateneo di Bologna, e Federico Condello, filologo che insegna all’università di Bologna. "Nessuno dà valore al tempo". Seneca ci mette davanti al paradosso della vita umana: il tempo è il bene più prezioso per l’uomo, ma è anche quello che si spreca con più facilità. E allora, per dimostrarlo, ci invita a fare un esperimento: immagina di poter conoscere quanti anni ti restano da vivere, che cosa ne faresti?

Da Seneca, La brevità della vita: Mi fa sempre meraviglia vedere alcuni chiedere tempo e chi ne è richiesto così arrendevole; l’uno e l’altro guarda allo scopo per cui si chiede il tempo, nessuno dei due al tempo in sé: lo si chiede come fosse niente, lo si dà come fosse niente. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte. Non ne hanno coscienza, perché è immateriale, perché non cade sotto gli occhi, e perciò è valutata pochissimo, anzi niente. Assegni annuali, donativi gli uomini li ricevono come tesori e nel procurarseli impiegano le loro fatiche, il loro lavoro, la loro solerzia: ma nessuno dà valore al tempo; ne usano senza risparmio, come fosse gratis. Ma se temono la pena capitale, eccoli pronti a sborsare tutto quello che hanno pur di vivere: tanto sono discordi i loro sentimenti. Che se fosse possibile a ciascuno avere davanti agli occhi il numero degli anni futuri, al pari dei passati, come sbigottirebbe chi ne vedesse rimanere pochi, come ne farebbe economia! Eppure è facile amministrare ciò che è sicuro, per quanto esiguo; si deve custodire con maggior cura ciò che non sai quando verrà a mancare. E tuttavia non credere che ignorino che cosa preziosa sia: a quelli che amano di più ripetono di essere pronti a dare parte dei loro anni. Li danno senza rendersene conto: li danno in modo di toglierli a sé senza accrescerli a loro. Ma non sanno neppure se li tolgono: perciò gli è sopportabile una perdita che è un danno inavvertito. Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste.

Centro Studi La permanenza del classico dell’Università di Bologna. Traduzione di Alfonso Traina. Per la lettura di Sandro Lombardi.

Il grande classico. Seneca e la qualità del tempo. A cura di FEDERICO CONDELLO e IVANO DIONIGI su La Repubblica il 17 aprile 2020. Per questi giorni abbiamo scelto di proporre un brano di un autore “classico”, greco o latino, da leggere in questo tempo complesso. Da Platone a Seneca consigliamo testi e letture d’autore che affrontano temi sempre presenti, come il rapporto con lo Stato o quello con i nostri genitori. La scelta e letture sono del “Centro studi per la permanenza del classico”, firmate da Ivano Dionigi, ex rettore dell’ateneo di Bologna, e Federico Condello, filologo che insegna all’università di Bologna. «Solo il tempo è nostro»: un tempo di cui Seneca sottolinea la dimensione qualitativa e personale, non quella quantitativa; un tempo interiormente e intensamente vissuto, che può sottrarre l’uomo alla sua quotidiana alienazione.   

Da Seneca, Lettere a Lucilio:

Fai così, mio Lucilio, riappropriati di te stesso, e il tempo che finora ti veniva portato via o sottratto o ti sfuggiva, mettilo da parte e custodiscilo. Convinciti che le cose stanno proprio così come ti scrivo: parte del nostro tempo ci è strappata via, parte sottratta, e parte scorre via. Ma lo spreco più vergognoso è quello che avviene per trascuratezza. E, facci attenzione, gran parte della vita trascorre nel far male, la massima parte nel non far nulla, e tutta la vita nel fare altro. Trovami uno che attribuisca un qualche valore al tempo, che apprezzi il valore di una giornata.

Fa’ dunque, mio Lucilio, ciò che, a quanto scrivi, stai facendo: tienti stretta ogni ora. Così potrai dipendere meno dal futuro, se prenderai possesso dell’oggi. Mentre si rimanda, la vita passa. Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è nostro; la natura ci ha fatto entrare in possesso di questa sola cosa, fugace e incerta, da cui ci esclude chiunque vuole. E la stoltezza degli uomini è così grande che si riconoscono debitori per avere ottenuto beni di scarsissima importanza e valore, certamente recuperabili, mentre nessuno che abbia ricevuto il tempo in dono ritiene di essere in debito.

Questo, invece, è l’unico bene che neppure una persona che prova gratitudine può restituire. Forse ti chiederai che cosa faccio io, che ti do questi consigli. Te lo dirò con franchezza: i conti mi tornano, come accade a chi vive nel lusso, ma è accorto. Non posso dire di non perdere nulla, ma dirò che cosa perdo e perché e in che modo; renderò conto della mia povertà. Ma a me accade come alla maggior parte delle persone ridotte in miseria non per colpa loro: tutti li compatiscono, nessuno li soccorre. 

Quale conclusione, dunque? Io non considero povero colui al quale è sufficiente quel poco, se pur minimo, che gli resta. Quanto a te, tuttavia, preferisco che custodisca i tuoi beni; e comincerai per tempo. Infatti, come ritenevano i nostri antenati, “è tardi per fare economia quando si giunge al fondo”; sul fondo rimane non solo la parte più piccola, ma anche la peggiore.

Centro Studi La permanenza del classico dell’Università di Bologna. Traduzione di Francesco Citti Per la lettura di Massimo Popolizio.

Caterina Soffici per “la Stampa” il 14 aprile 2020. Anche se non ve ne siete accorti, è l' arte che vi ha salvato in questa quarantena. L'arte sì. Quella cosa impalpabile che è prodotta dalla mente, dal cuore e dalla creatività degli artisti. Cosa avete fatto in questi giorni, oltre a impastare biscottini e dare fondo alle scorte di lievito? Avete ascoltato radio, podcast, musica. Avete guardato televisione, serie tv, documentari, film. Vi siete collegati online a siti. Avete riempito di note, di immagini e di parole il silenzio di queste strane giornate senza traffico e senza rumori. Avete anche letto un libro, forse. Un fumetto. Una grafic novel. Dietro a questi contenuti, che per semplificare chiameremo produzione culturale, ci sono persone in carne e ossa. Artisti. Alcuni sono famosissimi. E quelli li conoscete tutti e pensate che vivano tutti in belle case e facciano una vita meravigliosa. Ma della maggior parte non conoscete il nome e non lo saprete mai. Perché è un grande mondo sommerso e povero. Un mondo fatto di autori, scrittori, sceneggiatori, musicisti, attori, registi, pittori, poeti. Sono tra le catene più deboli del sistema produttivo (parlo per l' Italia, ma vale anche all' estero), perché per uno che vince lo Strega o un Oscar, ci sono migliaia di persone che vivono a stento, partite Iva che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che la cassa integrazione non sanno neppure come sia fatta e che però devono pagare l' affitto e le bollette, vestirsi, sfamare se stessi e le proprie famiglie. Sono invisibili. Ma ci sono. E - ve lo dico da scrittrice - credo si sentano un po' presi in giro dall' idea che il problema si risolve aprendo le librerie. Tanti di questi contenuti, hanno avuto prima la forma di un libro, è vero. Il cinema ha preso a piene mani dai romanzi. Netflix e gli altri canali di streaming, anche. Molto più spesso di quanto si possa immaginare, dietro a quello che vedere, c' è un libro. O uno scrittore che ha adattato la sceneggiatura. Eppure, questa idea del libro come un bene di prima necessità sarà anche fatta in buona fede, ma è retorica e demagogica. Il libro necessario come il pane, in un Paese che ha la media pro capite di lettura più bassa d' Europa, fa anche ridere. Di più, preoccupa. Perché chi ha pensato questa misura vuol dire che non conosce il sistema e la complessa filiera che sta dietro alle librerie. Non stupisce che questo provvedimento abbia diviso gli stessi librai, che per lo più non apriranno, anche nelle regioni dove sarebbe concesso. Allora molto meglio iniziative come quella del Libro da Asporto (a cui hanno aderito 120 editori e 651 librerie), come valida alternativa all'acquisto di un libro su Amazon. Un po' come andare in trattoria invece che da McDonald. Allora sarebbe meglio sostenere le spese di spedizione dei libri, la dilazione dei pagamenti ai distributori e altre cose, che però andrebbero decise in un tavolo comune tra le associazioni di categoria e il ministero dei Beni culturali e dell' Istruzione, come ha proposto il direttore del Salone del Libro di Torino, Nicola Lagioia. Forse addirittura dalla commissione di Colao. E sarebbe più onesto mettere tutti intorno a un tavolo e concertare non solo una "Fase due" di riapertura, ma un sostegno reale a tutti quanti, i nuovi poveri che guadagnano meno di un operaio.

La lettura ai tempi del covid, il frastuono di internet uccide il silenzio evocato da Steiner. Eraldo Affinati de Il Riformista il 28 Marzo 2020. Come cambia la lettura ai tempi del coronavirus? La sospensione obbligata dei festival letterari, la chiusura delle librerie, l’interruzione delle presentazioni editoriali, la serrata dei musei, il rinvio delle conferenze, l’annullamento degli incontri di formazione: tutto ciò sembra causare lo sconforto di molti addetti ai lavori, al punto tale che già cominciano a fiorire strategie sostitutive nate all’interno della Rete, recite ad alta voce, videocollegamenti, piattaforme informatiche, come se non riuscissimo ad accettare i tre prerequisiti che George Steiner considerava essenziali per favorire la vera concentrazione: il silenzio, lo spazio fisico personale e naturalmente i libri. Il grande critico, scomparso a Cambridge il 3 febbraio scorso, mentre il virus stava viaggiando in Europa ancora sotto mentite spoglie, come uno squalo sommerso pronto ad azzannare, riteneva queste antiche condizioni, nel Medioevo considerate naturali, costantemente negate dalla civiltà moderna, anche se era troppo intelligente per rimpiangerle e sapeva che il linguaggio è un respiro dell’uomo, sempre capace di riposizionarsi, al punto da affermare: «Datemi un tavolo da lavoro, sarà la mia patria. Non credo né al passaporto – di per sé ridicolo – né alla bandiera. Credo fermamente nel privilegio dell’incontro con il nuovo». Oggi il Covid 19 sembra restituirci la dimensione assorta e contemplativa auspicata da Steiner, ma si tratta di un’illusione ottica. Non saremo mai più soli come eravamo un tempo. La difficile situazione che stiamo vivendo scopre piuttosto, in un bagliore improvviso, l’essenza profonda della letteratura, che spesso in certe adunanze pubbliche resta nascosta, quasi mascherata, come se fosse troppo severa da praticare. Pronti a ordinare tutto on line, dalla pizza ai classici, siamo chiamati a misurare l’anacronismo del vecchio mondo attraverso la lente digitale. Ne potrebbero scaturire scintille creative non da poco se a farlo fosse il giovane di talento al quale idealmente ci riferiamo. Avanti, ragazzo, se ci sei, batti un colpo, magari già ai prossimi Esami di Stato che si annunciano i più enigmatici della storia e potrebbero invece rappresentare il tuo trampolino di lancio: facci capire come sei riuscito a leggere Oblomov inframezzandolo con Il trono di spade. Diceva Steiner, in una delle amabili conversazioni con Laure Adler pubblicate qualche anno fa da Garzani (La passione per l’assoluto), che il silenzio è diventato una tra le cose più care, più lussuose al mondo e nelle nostre città sempre accese, ventiquattr’ore su ventiquattro, New York, Chicago o Londra, la tranquillità si paga a peso d’oro. Bene: da un paio di settimane il silenzio lo stiamo avendo gratis. Ce l’hanno imposto per decreto. Ma allora perché ci sembra così difficile da sopportare? Se continuiamo a credere, insieme a Steiner, che non si può leggere neppure una pagina di Pascal, Baudelaire, o Proust, in mancanza della più totale quiete intorno a noi, in questo momento dovremmo essere nella posizione perfetta, basterebbe trovare un angolo di casa adatto dopo aver scelto il testo del cuore. In realtà non è così perché la nostra testa compie giri inediti e sono proprio gli adolescenti, eclettici e polimorfi, pronti a passare da un contesto all’altro senza soluzione di continuità, a farcelo capire. Mentre digitano sul cellulare, parlano con te, giocano alla playstation e si scaricano gli allegati inviati dalla professoressa. L’idea di applicarsi analiticamente su un singolo argomento restando immersi per ore nella sua analisi, per quanto affascinante, appartiene a un ordine mentale del passato. Ma l’esigenza a cui rispondeva quell’attitudine conoscitiva pulsa più forte che mai e non potrebbe essere altrimenti: le grandi domande formulate qualche secolo fa da Shakespeare e Cervantes sono ancora inevase; in caso contrario non continueremmo a rivolgerci a queste sempiterne autorità nella cocciuta, commovente speranza che ci possano spiegare ogni cosa. Steiner diceva che il lettore dovrebbe avere una matita in mano. Per molti di noi è ancora vero, ma forse solo perché disponiamo di un pensiero novecentesco rispetto al quale l’immagine del convento col monaco chino sul codice miniato può continuare a suggerirci emozioni caratteristiche. La stanza monaldesca di Recanati foderata di volumi dove il piccolo Giacomo consumò la propria infanzia si fondava sulla medesima tradizione antiquariale: quella che suscitò lo sconcerto di Steiner quando venne a sapere che nell’incendio della biblioteca di Sarajevo andarono smarriti milleseicento manoscritti e incunaboli, mai riprodotti, e quindi persi per sempre. Adesso è arrivato iCloud: l’angelo della salvezza. Una sorta di castello incantato dove viene conservato tutto il sapere, o sedicente tale, elaborato dalla specie cui apparteniamo. In una recente serie televisiva un personaggio, immaginando che tale fantastica riserva aurea sia custodita in uno scatolone tenuto in cantina, vorrebbe distruggerlo. Ma fortunatamente, oppure no, ciò risulta impossibile. Questa nuova memoria del mondo, o vecchia discarica, ha cambiato le carte in tavola. La connessione permanente, senza uscire di casa, sta plasmando il pensiero umano secondo una prospettiva multiforme ancora misteriosa. Ecco perché la solitudine a cui ci costringe l’ultima pandemia sembra di qualità e forma nuova rispetto a quella del passato. Ma le motivazioni che ci spingono a leggere sono rimaste le stesse.

Franco Cardini: «Com'è bello il Decameron al tempo del coronavirus». La quarantena un giorno finirà. E usciremo dai nostri rifugi. Ma come Griselda, Fiammetta, Saladino e gli altri affrontano la vita rinnovata che li aspetta, così anche noi scopriremo di aver fatto un lungo viaggio attraverso il nostro spirito. Franco Cardini il 27 marzo 2020 su L'Espresso. Il tempo del Coronavirus potrebbe essere ricordato come quello della riscoperta di molte cose. Certo, non tutti lo stanno affrontando allo stesso modo. Ci sono i ribelli, gli iperimpressionabili, gli insoddisfatti, gli inquieti, i noncuranti, e anche - va detto - qualche incosciente; c’è chi spinge la propria insensibilità sociale fino all’autolesionismo, facendo con le proprie scelte inconsulte correre dei rischi anche gravi a se stesso e agli altri; c’è chi si lascia andare alla noia o alla depressione; e chi non ha i mezzi per difendersi. Eppure si può dire che una società civile resa fragile da troppi anni di progressiva ineducazione alla socialità, allo spirito comunitario e al rispetto civile, una società abituata a sopravvalutare i diritti individuali e a trascurare i doveri sociali, nel complesso possiamo sperare che regga, deve reggere e dobbiamo fare in modo che regga. Il che finirà col dare ragione a uno dei proverbi che con maggior frequenza circolano nei media e on line in queste settimane di rinunzia e di clausura forzate: «non tutto il male viene per nuocere». Riscoprire la casa e la famiglia, come occupare il tempo forzatamente libero e come impiegare quello nel quale molti di noi sono comunque costretti a lavorare in vari modi a domicilio, ci obbliga a riflettere anche su noi stessi e sulla nostra vita, a confrontarci con un sia pur provvisorio bilancio, magari a metterci in regola a proposito di crediti da esigere e di debiti da onorare (non solo economici). Ed è poi una gran bella avventura, per chi può permettersela in quanto dispone di spazi adatti, il riordino di cantine e solai e magari il giardino o l’orto oppure – poiché questi tipi di lusso sono riservati agli happy few che hanno le belle grandi case di una volta – sistemare il garage e il balcone, divenuto ormai autentico spazio della vita pubblica. Badate: facciamo attività fisica, magari pesante, ci sporchiamo un po’ ma si uscirà tutti da quest’esperienza scoprendo - provare per credere - di aver fatto un lungo viaggio soprattutto nella nostra mente, nel nostro spirito. E poi ci sono i libri. Purtroppo le librerie – che, sia pur modeste e di pochi scaffali, fino a pochi anni fa erano un mobile obbligatorio in tutte le case appena un po’ meno che povere – oggi sono scomparse anche da quelle degli straricchi, cosa che non sono pochi a giustificare con alibi miserandi del tipo: «oggi ormai si trova tutto nel computer». Ma il rispolverare (in tutti i sensi) qualche vecchio libro dimenticato su uno scaffale, indugiare un istante a rileggere una pagina dimenticata, a ricercare o a ritrovare una vecchia emozione, è un’altra cosa. Ai più anziani torneranno magari in mente quei quattro magici versi d’una canzone d’una volta, “Signorinella” di Libero Bovio e Nicola Valente: «Il mio piccino / in un mio vecchio libro di latino / ha trovato, indovina […] una pansé: / e dentro gli occhi mi spuntò una lacrima». E chi se lo ritrova sottomano, rilegga un po’ quel romanzo di Umberto Eco, che ha avuto meno successo degli altri, “La misteriosa fiamma della regina Loana”, e la descrizione della paradisiaca soffitta di quella grande casa tra Langhe e Monferrato, in cui l’io narrante s’immerge nella caccia ai tesori dimenticati, libri e quaderni, giornali e periodici, diari e scartafacci, per ritrovare il suo tempo perduto. Sono di questo genere i doni della pandemia. A volte, il male viene addirittura per giovare. Forse ne usciremo fortificati: magari anche nello spirito. Chissà che non ci ritroveremo immunizzati: dalla noncuranza, dalla negligenza, dalla superficialità. Leggere, dunque. E magari leggere tutti insieme, leggere a voce alta come facevano gli antichi (Agostino, giunto a Milano e recatosi pieno di devozione a visitare il vescovo Ambrogio, si meravigliò trovandolo immerso in una muta lettura mentale: una rivoluzione, ai suoi tempi…); o ascoltare – in questa civiltà che ha perduto il dono di gustare l’ascolto – qualcuno che legge. Il potere terapeutico della lettura, come quello del racconto orale, i nostri vecchi lo conoscevano bene; e molti medici oggi lo sostengono con convinzione. Raccontare a un bambino una fiaba anziché parcheggiarlo dinanzi alla TV, e riuscire a fare in modo che alzi gli occhi dal piccolo schermo o abbandoni la sua playstation per ascoltare una storia e “vederla” con gli occhi della fantasia, provoca oggi una sensazione portentosa in chi riesce a guadagnarsela. Può davvero, il leggere e il sentir leggere, guarire dall’ansia, dall’inquietudine, dalla paura, far sentire più forti e più liberi? Quando leggo le parole degli antichi e quasi ne sento la voce – diceva il vecchio Machiavelli – «non mi sbigottisce la morte». Oggi possiamo provarla di nuovo, una sensazione del genere, e collaudare la forza del racconto letterario e storico, rivisitando un capolavoro del nostro Trecento italiano ch’è senza dubbio una delle più grandi opere mai scritte al mondo: il “Decameron” di Giovanni Boccaccio. Peccato che oggi sia sempre meno la gente disposta a leggere i classici. Peccato che, secondo il parere di troppi, certe esperienze debbano circoscriversi ai banchi di scuola e siano inutili per la vita. Circa sei secoli e mezzo fa un non più giovanissimo studioso, intellettuale e personaggio pubblico fiorentino – aveva circa quarant’anni: ma a quel tempo non erano pochi – piuttosto malfermo in salute e minacciato da quella che noi chiamiamo “depressione”, scrisse presumibilmente nel giro di cinque anni o poco più, un grosso romanzo, che purtroppo la stragrande maggioranza di chi lo conosce o dice o crede di conoscerlo, considera una raccolta miscellanea di cento novelle e omette di leggerla, magari saltandola a piè pari, quella che non solo è la parte fondamentale, ma che per certi versi è, nel suo complesso, perfino l’elemento più bello e certo il più significativo del “Decameron”: la “cornice”, che alla sequenza delle novelle e alle dieci giornate nelle quali esse sono scandite conferisce un senso preciso. Là, in quelle disquisizioni che possono sembrare scolasticamente prolisse e in quelle descrizioni che possono sembrare goticamente ridondanti, si nascondono invece non solo (e a chiare note!) il presagio dell’ormai prossima cultura umanistica, ma anche il senso e la chiave di lettura di tutta l’opera, che risiede per intero nella vicenda catartica della bella compagnia dei tre giovani e delle sette dame e donzelle, nel loro insieme e in quella di ciascuno di loro, attraverso l’originale, irripetibile percorso delle dieci novelle che ciascuno di loro narra in altrettanti giorni. E saranno dieci giorni al termine dei quali gli altrettanti protagonisti si troveranno, ciascuno a suo modo, «puri, e disposti a salire alle stelle»: stelle terrene tuttavia, per quanto illuminate dalla fede e dalla ragione; il futuro di una vita rinnovata che li aspetta, da percorrere con sicura e serena fiducia. Perché gli autentici protagonisti dell’opera non sono né Masetto da Lamporecchio, né Andreuccio da Perugia, né Bruno e Buffalmacco, e neppure il nobilissimo Saladino, e neanche la sublime Griselda: bensì, appunto, Pampinea, e Fiammetta, e Dioneo, e Neifile, e le altre e gli altri. Personaggi scaturiti dalla fantasia del Boccaccio, senza dubbio: ma che hanno guardato nella loro Firenze, per alcuni giorni, la Morte Nera negli occhi, ne hanno avvertito il frusciare del mantello, del suo mantello color della notte alle loro spalle, ne hanno còlto il fiato gelido sulla loro nuca. E sanno di dovere uscire dall’angoscia che tutto ciò ha loro provocata, così come lo sa il loro creatore, che ha intravisto al pari di loro la Signora del mondo camminargli accanto. Perché di ciò anche noi, in questi giorni, sia pure in modo infinitamente meno drammatico, siamo stati testimoni: restando chiusi nelle nostre case, come gli ebrei compagni e seguaci di Mosè nella notte tremenda del Passaggio dell’Angelo che rapisce tutti i primogeniti d’Egitto e passa oltre gli stipiti segnati dal sangue dell’agnello sacrificale. Leggere di un pericolo, di uno spavento, di una tragedia, può essere un’esperienza sconvolgente; vederla ritratta in affreschi, in quadri, in fotografie, o doverla rivivere attraverso il cinema o la televisione, può essere terribile: ma viverla di persona, sentirsela addosso e dentro fin sotto la pelle e le ossa, è ancora peggio. Eppure sono esperienze che maturano, che fanno crescere, che aiutano a comprendere tante cose. Ed è quanto, sia pure in una misura minimale o comunque leggera, sta accadendo a noi. Ecco perché, come sentiamo in infiniti racconti in TV o alla radio, molti tornano a frugare, dopo chissà quanto tempo, nella loro magari modesta biblioteca di casa, dove tuttavia abbastanza spesso hanno rintracciato una copia del “Decameron” e dei “Promessi Sposi”. E attraverso messer Giovanni Boccaccio che vide la peste fiorentina del 1348-’50 e forse (non lo sappiamo, né lui ce lo dice) ne fu toccato, e attraverso Alessandro Manzoni che la peste milanese del 1630 si limitò a studiarla sulle carte ma che epidemie, tra vaiolo e colera, ne conobbe altre, abbiamo anche noi collezionato la nostra porzione di paure, il nostro sacchetto di emozioni. Nihil sub sole novi, in fondo: prima avvisaglie lontane, alle quali nessuno crede; poi i rumori di qualcosa che si avvicina, come il suono d’una mareggiata o il frastuono d’un bosco sferzato dalla pioggia; e le mille ipotesi, le supposizioni più folli, la ricerca maniacale d’un capro espiatorio al quale dare la colpa di tutto e su cui sfogarsi; e le tante storie che s’incrociano sul male implacabile e sulla scienza impotente; e infine l’orrore, che magari non si vede ma che ci viene narrato e s’ingigantisce nei racconti che ci assalgono, e la paura che ti consiglia di sfuggire all’abbraccio degli amici e perfino degli affetti più prossimi, e l’ansia con la quale scruti il tuo corpo alla ricerca dei segni del male, e il contagio che visita le case dei poveri come i palazzi del potere, e le strade deserte, e le chiese sbarrate…Sarà interessante, sarà dolce, sarà perfino divertente ricordarsene, quando tutto sarà definitivamente passato da un tempo sufficiente a far agire quella saggia legge naturale che ci fa sempre ricordare le cose buone e piacevoli, mentre la memoria di quelle tristi e dolorose col tempo si attenua e scompare… Poi, come accadde nell’Atene del tempo di Pericle, nella Roma degli Antonini, nella Costantinopoli di Giustiniano, nella Firenze di Messer Boccaccio, nella Milano di Renzo e Lucia, dopo il pericolo e la paura torna la gioia e la voglia di vivere, e le energie dilagano decuplicate, e si lavora a riempire i vuoti lasciati dalla tragedia, e le società si risvegliano e rifioriscono. Perché anche questo c’insegna Magistra Pestis. D’altronde, il ricorso è sempre qualcosa di doveroso e di prezioso al tempo stesso. Ricordare? Ma l’uomo – diceva Lucien Febvre – non ricorda mai nulla: ricostruisce sempre. O magari “reinventa”, nel senso che i latini attribuivano al termine inventio. Questo libretto, “Le cento novelle contro la morte” (Salerno editrice), se ne avrete il tempo e la voglia, vi aiuterà a capire quel che stiamo attraversando e a ricordare quel che infinite generazioni hanno attraversato prima di noi: e a trarne utili frutti di riflessione per il futuro. La storia non si ripete mai, eppure il suo procedere – elicoidale, si direbbe – ci ripropone di continuo situazioni e casi mai identici a se stessi, eppure simili, del passato, per poi fermarsi su un momento, esemplare in quanto illuminato da un capolavoro che ci aiuta a comprenderlo e a comprendere meglio noi stessi. Il testo è tratto da “Le cento novelle contro la morte. Leggendo Boccaccio: epidemia, catarsi amore” (Salerno editrice, pp. 152, € 11,99) in uscita, in formato ebook, il 29 marzo. Si tratta della riedizione di un saggio sul "Decameron", pubblicato per la prima volta nel 2007, che l'autore ha aggiornato alla luce della crisi sanitaria attuale.

Nanni Delbecchi per il “Fatto quotidiano” il 25 marzo 2020. Qualcuno più lungimirante di me dovrebbe spiegarmi perché le librerie sono state chiuse dal primo decreto, con tutta la filiera al seguito. Forse perché il libro, a differenza dei telefonini, dei profumi e delle slot machine, non è valutato bene di prima necessità? Eppure il coronavirus pareva un’occasione unica per avvicinare alla lettura il Paese europeo che legge di meno. Dice: tanto ci sono i libri digitali. Ok, ma l’intimità con il libro di carta, sempre impagabile, è quasi necessaria in tempi di reclusione. E se le novità non escono su carta, di solito non esce nemmeno l’eBook. Dice: vai su Amazon. Ma anche Amazon non ha messo i libri tra i generi di prima necessità (a parte quelli per bambini. Harry Potter batte Dostoevskij 6-0 6-0). Dice: le librerie sono luoghi di contagio. D’accordo; allora adottiamo le stesse misure adottate dai lavoratori di Amazon(ma quali?). Oppure adottiamo le misure dei supermercati, in fondo le librerie sono i supermercati della mente. Si entra pochi per volta, si indossano guanti di lattice, si presenta la lista della spesa al libraio, si è tenuti all’acquisto di almeno un volume. Le code e le resse davanti alle librerie senza nemmeno l’uscita del nuovo romanzo di Fabio Volo sarebbero per l’Italia un fatto ancora più storico delle code ai supermercati. Dubito però che le code si formerebbero. Qualcuno mi spieghi perché le librerie sono chiuse, altrimenti continuerò a pensare che il mio Paese, con o senza virus, sta morendo di sottosviluppo.

Virus, la rivolta delle librerie. Il decreto di chiusura scatena la rabbia del settore: “Leggere è essenziale per chi resta in casa. Perché le tabaccherie restano aperte e noi no?” Simonetta Fiori il 12 marzo 2020 su La Repubblica. Ma allora il libro non è un bene necessario? La cura dell’anima non vale quanto quella della persona? Va bene che c’è la pandemia, va bene che la salute della collettività viene prima di ogni cosa. Ma perché lasciare aperte le profumerie o le tintorie e per le librerie saracinesche abbassate? I librai questa volta protestano. «Anche perché il nuovo provvedimento è arrivato come una doccia scozzese, dopo le speranze coltivate in questi giorni», dice Maria Laterza, titolare della centenaria libreria di Bari. «Avevamo deciso di restare aperti, come una prova di testimonianza civile. Poche ore al giorno, e il trasposto a casa dei libri scelti al telefono dai lettori. Perché impedire anche questo? Se è possibile farlo per le pietanze, perché non per la lettura?». Una giornata faticosa, quella di ieri, tra vorticosi scambi di mail tra librai spiazzati dal nuovo provvedimento restrittivo. Anche Paolo Ambrosini, presidente dell’Associazione dei Librai, ritiene arbitraria la scelta del governo. «È chiaro che siamo in una situazione di emergenza, e che questo richiede senso di responsabilità da parte di tutti. Ma è molto singolare che restino aperti i negozi che forniscono il cibo per i cani e non le librerie: penso che si sia trattato di un errore, peraltro comprensibile nella gravità del momento». Ambrosini ha una libreria a San Bonifacio, in provincia di Verona, e tocca con mano la drammaticità della pandemia. «Noi non chiediamo la riapertura, ma il servizio a domicilio sì. I librai sono stati costretti a rinunciarvi dopo un brevissimo esperimento che si è rivelato fortunato». Poi la provocazione, dettata dalla ferita sanguinante: «Ma se il governo ha deciso che i libri non sono necessari, perché non fermare anche Amazon? Nella preparazione dei pacchi e nella consegna dei libri, i rischi sono gli stessi». Amazon, ossia il nuovo paradiso per i lettori reclusi a casa. E una beffa per i librai indipendenti, spesso costretti a chiudere proprio dal gigante di Jeff Bezos. Insieme alla grande distribuzione, ossia i supermercati, Amazon e le piattaforme online sono i grandi beneficiari del coronavirus. «Le vendite nelle librerie digitali sono aumentate ben oltre il cinquanta per cento», dice Filippo Guglielmone, responsabile commerciale di tutti i marchi Mondadori, il primo gruppo italiano. Se Guglielmone si tiene basso, Luca Domeniconi parla esplicitamente di raddoppio. «Gli ordini sono aumentati del cento per cento», dice il direttore commerciale di Ibs, la più importante libreria online (di proprietà Feltrinelli e Messaggerie). «È evidente che non riusciamo a essere puntualissimi nella consegna, ma nel giro di qualche giorno riusciamo a raggiungere tutte le case degli italiani». Per loro come per Amazon, la distribuzione dei libri continua, mentre per le librerie indipendenti viene sospesa fino al 26 marzo, giorno di riapertura. «Non potevano fare diversamente», dice Guglielmone. «Noi portiano i libri dove sappiamo che ci sia la possibilità di venderli». Le novità editoriali saltano per tutti. Le nuove uscite di metà marzo slittano alla fine del mese e alla prima settimana di aprile. Ma per le piattaforme digitali continua il rifornimento dei titoli che invece viene interrotto per le librerie indipendenti. Eppure le iniziative porta a porta degli indi hanno avuto un grande successo. «Era l’alternativa calda e affettuosa all’algido servizio reso da Amazon», dice Maria Laterza, che è riuscita ad attivare la distribuzione a domicilio solo per una giornata. La libreria per ragazzi Tuttestorie ha ricevuto ordini da una famiglia di Codogno che la scorsa estate ha trascorso le vacanze a Cagliari: «Per intrattenere i bambini a casa», hanno detto alle libraie. Anche Fabrizio Piazza della libreria Modusvivendi racconta il suo viaggio attraverso Palermo con una vecchia valigia coloniale carica di libri destinati ai lettori. «Funziona così. Il cliente chiama e ci descrive i suoi gusti. Spetta a noi selezionare una scelta di libri che possa essere di suo gradimento. Per una spesa minima di sessanta euro portiamo la valigia dei sogni a casa. Ora però è tutto sospeso. Dobbiamo capire se siamo ancora autorizzati a farlo». Prima che arrivi la fine del mondo, aggiunge Piazza. Solo in un romanzo distopico si può immaginare la distribuzione dei libri con guanti e mascherine bianche. «Ma chi può impedirlo?», interviene Romano Montroni, storico libraio e presidente del Centro per il Libro. «Nel decreto del governo non è scritto che sia vietato farlo. Le librerie possono rimanere chiuse. Però si attiva un telefono parlante che ascolti le richieste dei lettori e suggerisca titoli avvincenti. Poi si confezionano i pacchi e si portano a domicilio, anche in bicicletta. Che male c’è?». Nel segno della speranza s’era aperto l’anno per le librerie, con la nuova legge sulla promozione del libro che tutela i loro diritti. Poi la tragedia del coronavirus, mitigata dalla illusione che gli arresti domiciliari potessero favorire la lettura. Infine la notte fonda della chiusura, con l’impossibilità del servizio a casa. «Però dalle crisi più nere possono scaturire nuove idee», dice Maria Laterza. «Stanno nascendo anche al Sud nuove solidarietà tra le librerie indipendenti alle quali potremo dare un assetto più organizzato». Parevano traversie, sono opportunità. Una curiosità. Tra i favoriti degli italiani, oltre La Peste di Camus e Cecità di Saramago, Spillover di David Quammen, dedicato ai cacciatori di virus. Pubblicato tempo fa da Adelphi, viene riproposto con fascetta aggiornata alla nuova peste. Più che evasione, i lettori cercano un’immersione riflessiva nella pandemia. Nella speranza di sconfiggerla, con le armi della comprensione. Il libro bene necessario o superfluo? «Spero che la presidenza del consiglio ascolti il nostro appello», conclude il presidente dei librai Ambrosini.

Giuseppe Scaraffia per Dagospia il 23 marzo 2020. La solitudine forzata di questi giorni spinge forzatamente i lettori verso “quei libri pericolosi che, dice Rousseau, una donna di mondo trova scomodi, perché li si può leggere soltanto con una mano sola”. E il Settecento è la patria di questa letteratura venduta sottobanco. Si racconta di dame che avevano fatto rilegare le opere di Sade come un messale per leggerlo durante le messe. Benchè fosse innegabilmente un avventuriero, la vera ossessione di Giacomo Casanova erano le innumerevoli conquiste. Per sedurre le sue prede, Casanova non esitava davanti ad alcun mezzo, da una lieve violenza al denaro, offerto generosamente prima per vincere le resistenze e poi, esaurito il desiderio, per dare una dote alla pupilla. “Sentendomi nato per l’altro sesso, l’ho sempre amato e, per quanto ho potuto, me ne sono fatto amare”. Piccante e inesauribile, “La storia della mia vita” è il più ampio giacimento di avventure libertine del XVIII secolo. Niente a che vedere con il delicato libertinaggio di un autore acclamato come Crébillon fils che aveva raggiunto la celebrità con opere come Il sofà, una storia osé in cui l’anima di un defunto, incarnata in un divano, racconta i rapporti amorosi cui assiste. Era stata l’avidità di quella donna non particolarmente bella, ma straordinariamente civetta a indurre il giovane Denis Diderot a emulare i successi di Crébillon fils, un’amante avida di denaro Conversando con lei, il filosofo aveva sostenuto che, per fare un romanzo, bastava trovare un’idea piccante, su cui imperniare il resto. Sfidato a dimostrarlo, Diderot era tornato quindici giorni dopo con i Gioielli indiscreti e cinquanta luigi.. Un anello magico è in grado di far confessare all’organo sessuale delle dame di un’esotica corte le loro avventure. Nei loro resoconti solo una finta distrazione s’oppone alle mani dei seduttori, che stringono corpi ansiosi di essere esplorati. “Mi adatterei volentieri al giovane paggio” ammette il “gioiello” di una donna “ma non so quando si farà avanti. Nell’attesa mi accontento del bramino. D’accordo, è bruttissimo, ma appena ha finito ricomincia”. Sotto le cortine roccocò di quel finto Oriente era facilmente riconoscibile la corte galante di Luigi XV e l’abitudine del sovrano di farsi leggere, appena alzato, i rapporti della polizia sulle cronache scandalose del giorno prima. Il successo del libro gli aveva fatto erroneamente attribuire Teresa filosofa, scritto dal marchese d’Argens. Come spesso accadeva, la storia si basava su un fatto realmente accaduto: la seduzione di una fanciulla misticheggiante, Eradice, da parte del suo confessore, il gesuita Girard. Nel processo seguito alla gravidanza della ragazza, il sacerdote era stato assolto e la puerpera condannata per calunnia. Nel libro la voce narrante è quella di un’amica di Eradice, Thérèse, che racconta la sua iniziazione al sesso. Messa in convento assiste agli amplessi dell’ingenua amica, fatti passare dall’astuto gesuita per esercizi d’ascesi. Affidata dalla famiglia all’illuminata guida di una virtuosa vedova e di un abate, Thérèse scopre ben presto che i due sono amanti. Solo dopo aver sfiorato la prostituzione, cade nelle braccia di un generoso conte, con cui, in omaggio all’imperante ritorno alla natura, si ritira a vivere in campagna. Ma il vero martire e profeta dell’erotismo era il marchese de Sade. Chiuso in prigione per le sue orge e per le sue opere ruggiva: "Avete immaginato di far miracoli riducendomi a un'atroce astinenza...è stato uno sbaglio: mi avete infiammato la mente, inducendomi a creare dei fantasmi che dovrò realizzare". Dalle “Centoventi giornate di Sodoma” alla “Filosofia del boudoir”, i suoi libri esprimono un concentrato di sensualità da gustare a piccole dosi, per non rischiare di stancarsene. Ma la sua opera migliore resta “Justine o gli infortuni della virtù”, le disavventure di una fanciulla bella e virtuosa, destinata a subire ogni sorta di oltraggio da una serie di mostri libertini. Ineffabile l’ultima frase: “Se Dio permette che sia perseguitata sulla terra è per prepararle in cielo la ricompensa più lusinghiera.”

Leggere i grandi romanzi per capire meglio noi stessi e il presente. Pubblicato domenica, 22 marzo 2020 su Corriere.it da Franco Manzoni. Capire il presente leggendo straordinari autori del passato. Un percorso di conoscenza, riflessione, tolleranza, conforto, riscoperta, resistenza a qualunque evento. Una fucina di sapere e valori da acquisire nel tempo per confrontarsi con le generazioni precedenti, che hanno già sperimentato un vasto crogiuolo di alterne vicende nel tentativo di decifrare il mistero dell’esistenza umana. Ciò denota l’importanza di interagire al meglio con la memoria della produzione letteraria, che si trasforma in realtà quotidiana probabilmente più di quanto lo siano determinate analisi contemporanee. Con tale finalità nasce la nuova collana de I classici di una vita, in edicola con il «Corriere della Sera». Le grandi opere, meglio ancora se rilette dopo gli anni dell’adolescenza alla scoperta di ulteriori chiavi d’interpretazione, oggi più di ieri servono a far progredire l’uomo nella società. Perciò il presente di ognuno si accresce di sorprendenti, intensi e inattesi significati alla luce di meditazioni condotte sulle pagine lette ora, da adulti, con passione, cura, dedizione e senza più nessuna costrizione scolastica. È il caso di sublimi romanzieri della letteratura italiana quali De Amicis, Manzoni e Pirandello oppure di quelli stranieri come Scott Fitzgerald, Dostoevskij, Verne, Flaubert, Dickens, Kafka e Dumas. Approfondirli significa ottenere un impareggiabile arricchimento culturale, che non si può conquistare per altra via e che dovrebbe perfezionare la facoltà di capire maggiormente i nostri simili, accettando punti di vista differenti. È questa l’autentica, mirabile e infinita funzione della grande letteratura, maestra di vita e di pensiero. Si pensi a Cuoredi Edmondo De Amicis, un libro che apparentemente sembra destinato soltanto ai ragazzi con funzione pedagogica e la finalità più alta di trasmettere modelli di comportamento sociale valido per tutti gli italiani in epoca postunitaria. In realtà si tratta di un romanzo per grandi e bambini, che ha l’intento di esaltare i princìpi dell’amore di patria, famiglia, fede nel progresso, etica, altruismo, coesione, solidarietà verso i meno abbienti. Chi non ricorda l’io narrante Enrico Bottini, quell’«anima nobile» di Garrone, l’arrogante figlio di papà Carlo Nobis, il cattivo Franti che se la prende solo con i più deboli, il muratorino Antonio Rabucco o il più intelligente e bello Ernesto Derossi? Per non tacere del Maestro Perboni, quando il primo giorno di scuola dice alla classe: «Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi. Avevo ancora mia madre l’anno scorso: mi è morta. Son rimasto solo. Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi. Voi dovete essere i miei figliuoli». E dei suoi emozionanti racconti mensili quali La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande, Il tamburino sardo, Naufragio, L’infermiere di Tata o Il piccolo scrivano fiorentino. Orbene, la travolgente forza di un classico è proprio quella di offrire più strati di analisi, esegesi e comprensione a seconda dell’età del lettore. Un risultato che in ogni caso si evidenzia sempre diverso, proficuo, persuasivo. Di conseguenza non si deve avere titubanze nell’affrontare un volume già letto da giovani, poiché non sarà mai eguale, semmai ogni volta apparirà inedito, originale, sempre più attuale. Un coinvolgente romanzo di formazione è Delitto e castigodi Fëdor Michajlovic Dostoevskij sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza. Ritenendo che esistano uomini superiori con il diritto di violare qualsiasi legge morale arrivando persino all’assassinio, Rodiòn Romànovic Raskòl’nikov, il ventenne protagonista che vive a Pietroburgo, uccide Alëna, un’anziana usuraia, e la di lei sorella Lizaveta. Assalito da un violento rimorso e con la fissazione di venire scoperto da un momento all’altro, Rodiòn si costituisce, confessando il delitto. Solamente in Siberia si delinea la sua finale redenzione. Secondo Pasolini, oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche per la teoria del superuomo, Dostoevskij anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud. Un altro classico di crescita interiore è L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert, storia di una generazione di giovani illusi e ambiziosi dalle grigie esistenze, gonfie di sogni e amori frustrati. Qui il diciottenne Frédéric Moreau s’innamora follemente di madame Arnoux, moglie di un mercante d’arte. Sarà l’amore di una vita intera. Così, quando si rivedono dopo quasi trent’anni, rievocano quello che non hanno potuto vivere assieme. Andandosene, la donna gli lascia una ciocca di capelli, ormai bianchi. Approfondire i classici è, quindi, una necessaria prova di maturità per riuscire a contestualizzare dolori, emozioni, ardori e desideri. In sintesi, è convivere meglio con sé stessi e le proprie esperienze esistenziali.

Con il contributo di Intesa Sanpaolo. Al via con «Cuore» di De Amicis. Esce dopodomani, con il «Corriere della Sera», il primo titolo della collana «I classici di una vita», che raccoglie venti tra le più grandi opere della letteratura mondiale, tutte provenienti dal catalogo Oscar Mondadori. La prima uscita è Cuore di Edmondo De Amicis, in edicola a e 6,90 oltre al costo del quotidiano, come i volumi successivi, che saranno in vendita a cadenza settimanale (nel piano dell’opera di questa pagina i primi dieci titoli della serie). Cuore venne pubblicato nel 1886. De Amicis stesso lo definì «scritto con la facoltà nella quale mi sento superiore agli altri — col cuore». La collana è resa possibile grazie al contributo di Intesa Sanpaolo che, attraverso una serie di iniziative, si sta impegnando per far fronte all’emergenza coronavirus. Oltre a un fondo di 100 milioni di euro, Intesa Sanpaolo mette a disposizione della Protezione civile anche la sua piattaforma di crowdfunding forfunding.it: lo scopo è avviare una raccolta fondi per rafforzare le strutture sanitarie del Paese in questo periodo di crisi. Il gruppo ha anche stanziato 15 miliardi di euro in aiuto alle piccole e medie imprese. Tra le prossime uscite: Il grande Gatsby (1° aprile) di Francis Scott Fitzgerald e I promessi sposi (8 aprile) di Alessandro Manzoni. Una delle iniziative legate al lancio de I classici di una vita sarà la distribuzione di migliaia di copie gratuite nelle case di riposo di tutta Italia.

I maestri Stefano e Alcida che raccontano la magia di Rodari al tempo del coronavirus. Redazione de Il Riformista il 10 Marzo 2020. A Norma, un paese in provincia di Latina, c’è una scuola dell’infanzia, la “Donna Lelia Caetani” del complesso di Sermoneta-Norma che, in questo momento critico dovuto al coronavirus, non ha voluto abdicare del tutto a questo stato emergenziale. Due maestri, Stefano Miccoli e Alcida Bianconi, non volendo perdere e far perdere il contatto con la scuola, hanno rispolverato un vecchio, ma attualissimo, libro di Gianni Rodari: “Favole al telefono”, dove un papà lontano dal figlio, ogni sera racconta una storia al telefono al suo bimbo. Questi due maestri hanno così voluto far sentire la propria vicinanza e quella della scuola, ai bambini della loro sezione. Ogni giorno costruiscono e mandano due video alla rappresentante di classe, che poi provvede a inoltrarlo alle altre mamme. Nel primo si racconta la storia scelta e nel secondo si invitano i bambini ad eseguire un lavoretto inerente alla storia. Così disegni, collage, pasta di sale e quant’altro entrano di prepotenza nella case, coinvolgendo anche i genitori e dando la sensazione che, anche in un momento difficile come questo, la scuola è vicina ai propri bambini, e proprio loro, i bambini, aspettano con emozione ogni giorno il momento dove dallo schermo del telefono appaiono i maestri per raccontare e costruire la nuova storia. E’ questa la scuola che vogliamo.

È ora di rileggere Le mille e una notte. Perché raccontare ci salva la vita. Shahrazàd non può sconfiggere la morte ma si dimostra in grado di rinviarne ogni volta la minaccia. Attraverso le varie forme di amore. Non ultima quella del racconto. Giorgio Fontana il 5 marzo 2020 su L'Espresso. Dovendo ridurre gli spostamenti per le misure precauzionali di cui tutti sappiamo, mi consolo investendo il tempo libero in una magnifica raccolta di storie: no, non il “Decameron” - fuggire dalla peste “novellando” in campagna: sarebbe quanto mai coerente, in effetti - bensì “Le Mille e una notte”. Là fuori, in una caldissima giornata di tardo inverno, i pochi milanesi si guardano intorno circospetti; qui dentro, aperto uno dei quattro volumi della versione Einaudi in mio possesso, sono trasportato in un istante nel regno di Harún ar-Rashíd. “Le Mille e una notte” sono l’esempio ideale di ciò che nelle “Lezioni americane” Calvino chiamava molteplicità. Molteplicità del libro stesso, innanzitutto: non v’è un’edizione definitiva di questa raccolta poiché è incarnata in codici differenti, di dimensioni e contenuto assai diversi, fondata su materiale indiano (il più antico), persiano, egiziano, arabico - il tutto stratificato lungo vari secoli. Molteplicità espressiva - le storie ne contengono altre, che ne contengono altre e così via - cui corrisponde una molteplicità fisica: l’universo delle Mille e una notte è felicemente poroso e attraversato da continue possibilità di senso: ogni porta nasconde un segreto, ogni anfora un jinn, una botola nel bosco la figlia di un re rapita da un demone, e il più piccolo particolare una storia che merita di essere raccontata. E ancora: molteplicità geografica: porti, carovane, città d’India e d’Arabia e di Persia - Baghdad su tutte - isole e continenti interi, reali o immaginari. Molteplicità umana: vi sono personaggi astuti, creduloni, saggi, spietati. Molteplicità, infine, sensoriale - e gratuito splendore dei dettagli, direi un incanto della mercanzia: la Storia del facchino e delle ragazze si apre con una spesa che annovera «mele di Siria, cotogne ottomane, pesche di Ammàn, gelsomino di Aleppo, nenufar di Damasco, cetrioli del Nilo, limoni d’Egitto, cedri sultanini, mirto odoroso, reseda, camomilla, anemoni, viole, fiori di melograne e rose bianche moscate». Certo non tutto è di pari livello: come detto “Le Mille e una notte” sono un libro stratificato, su cui pesano inevitabili ripetizioni o lungaggini, e storie più dimenticabili di altre; ma molte fra esse sono gioielli della letteratura di ogni tempo. Ed è così bello abbandonarsi alla gioia del racconto per il racconto, seguendo l’arte dolcemente ripetitiva di Shahrazàd. Ma c’è un altro aspetto per cui è interessante leggere “Le Mille e una notte” in questi giorni. Un aforisma del “Libro contro la morte” di Elias Canetti invita a opporre la narrazione alla fine biologica: «Raccontare, raccontare, finché non muore più nessuno. Mille e una notte, milioni e una notte». Si tratta, è appena il caso di dirlo, di una dolce illusione: la specie umana racconta fin dai suoi albori eppure i suoi componenti non mancano di morire: il «duro destino» della nostra finitudine, per metterla con Heidegger, resta intatto. Nemmeno Shahrazàd può sconfiggere la morte, e tuttavia si dimostra in grado di rinviarne ogni volta la minaccia. In quest’ottica, la celebre cornice delle Mille e una notte appare come un piccolo capolavoro di tecnica nonviolenta. Il re dei Sassanidi Shahriyàr, tradito dalla moglie, la decapita e pretende una nuova fanciulla vergine ogni notte, da violentare e poi uccidere: difficile immaginare un peggior delirio di potere maschile. Dopo tre anni non vi sono più ragazze nel regno: ma la figlia maggiore del visir, Shahrazàd, ha un piano. Si lascia condurre dal re, e quando deve essere ammazzata prega di rivedere la sorella minore, la quale le chiede a sua volta di raccontare una storia. Shahrazàd comincia, la sorella e il re ascoltano, e al mattino la narrazione si interrompe sul più bello; Shahriyàr decide di non ucciderla per ascoltare il resto: e così per mille e una notte, fino al dissolvimento della condanna e al lieto fine. Di volta in volta, di storia in storia, si dice che quanto verrà raccontato in seguito non è meno meraviglioso di ciò che lo precede. Così noi drizziamo le orecchie e un nuovo incanto ci sospinge avanti, benché il meccanismo che lo scateni sia sempre sovranamente semplice: curiosità contro divieto. Da qui magie, avventure, battaglie e amori di ogni sorta: la cornucopia di Shahrazàd non conosce fondo. Perché ha studiato, innanzitutto: è proprio la prima informazione che ci viene comunicata: «aveva letto i libri, le storie, le gesta dei re antichi, e le notizie dei popoli passati». Virtù come lo studio, la prudenza e l’intelligenza sembrano quasi sciocche, nella nostra società; rimedi inefficaci di fronte al dominio altrui: ed è un vero peccato. Alla fine dell’anno scorso è uscito per effequ un eccellente libro di Roberta Covelli sulla nonviolenza, dal titolo quanto mai significativo: “Potere forte”. Checché ne dicano i suoi detrattori - spesso a causa di una malcelata fascinazione della forza - la nonviolenza non è affatto un metodo per aspiranti martiri, bensì un potere dall’altissimo valore trasformativo, unito a un’economia rigorosa dei mezzi. Nelle parole dell’autrice: «non si tratta infatti del semplice mancato ricorso alla violenza, che rischierebbe anche di tradursi in inerzia e, quindi, in ingiustizia. È invece una scuola di pensiero autonoma, un rifiuto attivo che sfocia in proposta». Shahrazàd affronta Shahriyàr compiendo un passo di lato, senza sopprimere il conflitto ma impostandolo secondo regole nuove: con il fine ultimo della liberazione in luogo di quello, oggi così diffuso da apparire quasi automatico, della vendetta. Caparbia, preparata e astuta, Shahrazàd non è solo il modello dei narratori di ogni tempo; è anche una ribelle capace di spezzare - attraverso l’arte profonda e incantatrice della parola - il potere dell’individuo sovrano: correndo un rischio palese, come ogni militante della nonviolenza, ma con successo. Non voglio dire che le cose siano sempre così facili, sia inteso: dopotutto questa è una fiaba che fa da contenitore ad altre fiabe. Ma il suggerimento resta integro - e il fatto che Shahrazàd sia una donna non è casuale. Poco prima di affrontare “Le Mille e una notte” ho letto un magnifico saggio di Ginevra Bompiani, “L’altra metà di Dio”, dedicato per gran parte ai culti femminili dell’Antica Europa e del resto del mondo: appunto l’altra metà del divino, che noi conosciamo soprattutto nella sua forma paterna fatta di divieti e stermini. C’è stato un periodo in cui le società matriarcali erano essenzialmente libertarie, ispirato alla pace e non all’annientamento, senza proprietà e senza sopraffazione di un sesso sull’altro? Forse, o forse no; l’importante è che resti quale possibilità sempre latente e riattivabile del genere umano. Scrive Bompiani: «Sembra che oggi tutto il mondo sia diventato la preda di delitti e castighi, come se non potessimo più uscire a respirare una boccata d’aria libera. Siamo chiusi in questa morsa che non ci dà respiro. E che, se solo si aprisse, esalerebbe una storia diversa, o cento storie diverse, plurali come la divinità che le ha ispirate». La resistenza di Shahrazàd può forse inserirsi in questa tradizione: una grande alternativa alla storia maschilista che ci è stata consegnata e si è depositata nei secoli, la cui logica è ancora oggi pervasa di violenza reciproca e sopraffazione. Sempre nel “Libro contro la morte”, Canetti suggeriva di praticare «la precisione dell’amore», al fine di salvare o conservare «la vita dell’essere amato». È indubbio che nell’arte di Shahrazàd vi sia un livello di precisione assoluta, un’attenzione che deriva anche dal compito che si è scelta: salvare «le figlie dei musulmani» dagli osceni abusi del re. Non serve illudersi: alla lunga la morte l’avrà sempre vinta su di noi, ma attraverso le varie forme di amore che possiamo esercitare - non per ultima quella del racconto - possiamo vincerla a nostra volta almeno per un poco: aiutare chi è più debole, vivere senza arrenderci.

Coronavirus, cosa leggere: ma quale Camus, è l'ora di Amado, zia Mame o Wodehouse. Ma anche Guareschi, Mark Twain, Stefania Bertola. E un profetico H.G. Wells. In questi giorni di tempi lenti e letture forzate, sui social si scatena il dibattito. Tra chi si affida ai classici e chi cerca evasione. E voi, cosa  consigliate? Angiola Codacci-Pisanelli il 16 marzo 2020 su L'Espresso. «Se Gianni Rodari potesse aggiornare quel suo famoso "decalogo per far odiare la lettura", in questi giorni di tempi lenti e letture forzate aggiungerebbe: "Consigliare a chi è chiuso in casa per colpa di un'epidemia mattoni depressivi e ansiogeni". Buttate Manzoni, Saramago e Camus (li ricomprerete in tempi migliori) e procuratevi Jorge Amado (tutto) Jerome K. Jerome (tutto, ma "Pensieri oziosi di un ozioso" mi pare particolarmente adatto), Gerald Durrell, "La mia famiglia e altri animali". E poi cos'altro? Cosa consigliereste voi?» A scatenare una valanga di commenti e consigli, rimproveri e opinioni è bastata qualche riga buttata lì su Facebook in un weekend di casalinghitudine forzata per coronavirus: una provocazione che non nascondeva (e quando mai!) un disprezzo assoluto per i tre "grandi" bocciati, ma solo la convinzione che in questo periodo di ansia e preoccupazione la compagnia giusta non sia la madre di Cecilia o l'eroico Bernard Rieux, e nemmeno il medico che si trova ad affrontare l'enigmatica epidemia di "Cecità". Probabilmente la provocazione è arrivata al momento giusto. Sono giorni che lettori appassionati che avrebbero sempre sognato un po' di tempo in più per leggere confessano sui social di non riuscire ad aprire libro. Lo scrittore ammette che «se il protagonista passa una serata al pub mi chiedo: ma è pazzo? Con tutta quella gente? Non si fa!». L'addetta stampa si vergogna di aver messo da parte una biografia bellissima «ma con un'atmosfera troppo densa per leggerla in questi giorni». E Michela Marzano twitta: «Succede solo a me, dopo anni di letture appassionate, di non poter più aprire libro?» Fatto sta che i commenti al post che invitava a lasciar perdere i grandi cantori delle epidemie e a buttarsi sulle letture d'evasione, amplificato dalla pagina "Un libro tira l'altro ovvero il passaparola dei libri", sono stati centinaia. La parte del leone la fanno i classici dell'umorismo: il più citato è P.G. Wodehouse, e in effetti è difficile immaginare un mondo più lontano da questo 2020 delle traversie dello scapestrato Bertie Wooster e del suo ineffabile maggiordomo Jeeves. Ma è anche il momento per scoprire Achille Campanile e Pierre Daninos, "Il diario di Adamo ed Eva" di Mark Twain e "Le sorelle Materassi" di Palazzeschi. E soprattutto l'irresistibile "Zia Mame" di Patrick Dennis, pubblicata nel 1955 ma ancora vitalissima, almeno quanto "Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (di Roy Lewis, del 1960) e "Vacanze matte" di Richar Powell, che è del '59. Tutti libri da rintracciare grazie al web, tra siti che offrono i testi fuori diritti (anche la World Digital Library dell'Unesco) ma soprattutto editori e librerie che vendono online. Lasciamo fuori per una volta il colosso Amazon: in questi giorni di domiciliari forzati di un intero Paese ha già fin troppo da fare...Dai grandi di ieri agli amatissimi di oggi: tra i bestseller di anni recenti tornano, dalla Scandinavia, Arto Paasilinna ("Piccoli suicidi tra amici", "L'allegra Apocalisse") e Jonas Jonasson ("Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve"), dalla Gran Bretagna John Niven e Alan Bennett, dalla Francia Daniel Pennac, dall'Irlanda la serie di romanzi su Agnes Browne. L'umorismo all'italiana è capitanato da Stefano Benni e Diego De Silva, o declinato al femminile con l'autoironia irresistibile di Stefania Bertola e Chiara Moscardelli. Senza dimenticare ovviamente l'Andrea Camilleri degli esilaranti romanzi storici, "La concessione del telefono", "Il birraio di Preston" o "Il nipote del Negus". Con Camilleri entriamo anche nel campo del giallo: niente di meglio di un'inchiesta per distrarsi dall'ansia. Tra i giallisti che uniscono tensione e ironia, i preferiti sono Alexander McCall Smith e Alan Bradley con le loro eroine, Precious Ramotswe e Flavia De Luce. Tra gli italiani più consigliati, Alessandro Robecchi «da leggere tutto, in ordine di apparizione», e la serie dei "Delitti del BarLume" di Marco Malvaldi, o quelle di Alice Basso e di Valeria Corciolani. E poi ci sono gli scrittori che sanno tenerti avvinto al libro pagine come se fosse un thriller, ma senza bisogno di sangue o di effetti speciali. Jane Austen ha ancora tanto da dire, anche per ridere con lei alle spalle delle figure minori delle sue storie. Per chi ancora non li avesse letti, è il momento giusto per scoprire "La versione di Barney" e "Shantaram", "Il ragazzo giusto" o la "Guida galattica per autostoppisti, "L'eleganza del riccio" o "La storia" di Elsa Morante. E ancora qualsiasi libro di Garcia Marquez o Isabel Allende, e i tre classici del sorriso di Stenbeck, "Pian della Tortilla", "Vicolo Cannery" e "Quel fantastico giovedì". E le grandi saghe, come quella di George Martin: «Visto quanto è lunga, forse si arriva in fondo a emergenza finita!». Sul fronte opposto, c'è chi cerca di scacciare l'ansia con l'horror, l'angoscia con la paura. Qui spopola ancora Edgar Allan Poe con tutti i suoi racconti, in particolare  "La maschera della morte rossa", con quella pestilenza che infuria durante il carnevale. Ma l'invenzione che si avvicina di più all'epidemia di oggi è un grande racconto di fantascienza, "La guerra dei mondi" di H.G.Wells. Dove i crudeli, invincibili marziani vengono alla fine sconfitti da virus che non avevano mai incontrato, e che invece l'organismo umano aveva imparato a combattere grazie al sacrificio di tante vittime: è per merito loro che «l'uomo ha acquisito la sua immunità, il suo diritto alla sopravvivenza tra le infinite creature di questo pianeta. E quel diritto è suo contro ogni sfida, poiché gli uomini non vivono e non muoiono invano».

·        L’Arte al tempo del Coronavirus.  

I capolavori che parlano di distanza e vicinanza. Il peso della solitudine in Van Eyck e in Hopper e la carnalità virale di Masaccio e Pollock. Vittorio Sgarbi, Domenica 19/04/2020 su Il Giornale. L'espressione più inquietante, di questi tempi, è «distanziamento sociale». Stare lontani, stare separati. Proviamo a chiederci chi sono i pittori che tengono le distanze e quelli che ci vengono incontro, e ci abbracciamo o ci travolgono. La pittura ci dà risposte eloquenti, andando oltre la banalità e la coazione a ripetere che, ormai in tutti i film, drammi, commedie, polizieschi, ricostruzioni storiche, ci espone alla visione ributtante di amplessi, con intrecci di corpi e sospiri, in una vicinanza fisica che appare quasi una beffa, nei giorni in cui si è costretti in casa a guardare quello che ci è richiesto di non fare. Distanza di almeno un metro, distacco, solitudine. Quest'esperienza nella pittura ha testimoni eccellenti, forse i più grandi. Il distacco diventa poesia. Il primo è Jan Van Eyck. La sua Madonna giganteggia, solitaria, nello spazio luminoso di una chiesa gotica, di cui sentiamo il respiro monumentale, ma che è ridotta a poco più di una scatola per le smisurate dimensioni della maestosa Vergine. Inevitabile e irraggiungibile. Ma Van Eyck riesce nel miracolo di mantenere le distanze anche quando la Madonna appare, nella stanza di un sontuoso palazzo, al cancelliere del duca di Borgogna e di Bramante, Nicolas Rolin, che sta davanti a lei in ginocchio. Tutto è nitido nella luminosità di quella stanza, con un loggiato aperto sul giardino davanti a un fiume. La luce filtra dalle vetrate e dalle finestre piombate. La Madonna è lontana, distratta. Il cancelliere è assorto, quasi preoccupato, indifferente alla incongruità del lusso che la sua casa e i suoi abiti denunciano. Sono dunque doppiamente distanti: fisicamente e psicologicamente. Van Eyck non fa nulla per ridurre la distanza. E ancor di più l'accentua nel suo dipinto più noto, I coniugi Arnolfini: qui l'ambiente è mirabilmente definito, con il meraviglioso lampadario e lo specchio. I due sposi si toccano la mano convenzionalmente, ma sono incommensurabilmente lontani. La evidenza del documento, potremmo dire dell'ispezione, condotta per definire la distanza, è dichiarata nella stessa firma: Johannes de Eyck fuit hic. La identificazione del luogo, la precisione dei dettagli, l'alcova, la finestra, gli zoccoli, il cane sono così precisi perché il pittore fu lì, fece un sopralluogo nelle stanze abitate, con misura e decoro, da Giovanni Arnolfini e da Giovanna Trenta. Fu lì. Qualche anno dopo poteva dire lo stesso Piero della Francesca, rappresentando mirabilmente una doppia distanza, fisica e storica, temporale e spaziale nella Flagellazione di Urbino. In primo piano l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo. Nella dimensione rinascimentale della corte di Urbino, nell'anno in cui finiva l'impero romano d'Oriente a Costantinopoli, 1453. Sullo sfondo si proietta, nello stesso spazio, ma in un altro tempo, la flagellazione di Cristo, nel ritmo pausato dei carnefici. Tutto è rallentato, distante, misurato nelle geometrie delle colonne, delle architravi, dei pavimenti. E un'incolmabile distanza, fra l'Angelo e la Vergine, si ritrova anche nella vertiginosa Annunciazione sulla cimasa del polittico di Perugia, o nella stessa pala di Urbino, ora a Brera, dove i santi sono assiepati intorno alla Vergine, ma infinitamente distanti l'uno dall'altro, e da Lei. Uomini soli, donne sole, strade vuote, coppie che si ignorano, incomunicabilità, malinconia, sono i temi esclusivi della pittura di Edward Hopper. La distanza è fisica e interiore. Salvatore Quasimodo scriverà: «Ognuno sta solo sul cuor della terra, / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera». L'opera di Hopper è l'equivalente più evidente della nostra condizione in questi giorni, in un tempo immobile. Dall'altra parte ci sono i pittori che ci vengono incontro, che non temono il contagio. Così è Masaccio. Camminando nelle strade di Firenze e incrociando poveri, malati e disperati, San Pietro li guarisce con l'ombra. Li tocca e si fa toccare, distribuendo l'elemosina, mentre Anania muore, e cade ai piedi del santo, perché aveva trattenuto per sé una parte dei danari destinati ai poveri. La stessa vicinanza, nelle strade, senza paura, si ritrova in Caravaggio: nella locanda della Vocazione di Matteo stanno tutti insieme, stretti, vicini, e così nei Bari e nella Madonna dei pellegrini. Con i devoti che si inginocchiano davanti alla Vergine sfiorandola, gli uni e l'altra con i piedi nudi. E ancora nell'Adorazione dei pastori, affiancati, gomito a gomito, quasi per scaldare la Madonna con il bambino, posati a terra, sotto la precaria capanna. E, soprattutto, nelle Sette opere di misericordia, sette episodi di carità in un solo spazio, sulla strada, in un vicolo maleodorante di Napoli, da cui sentiamo salire tutte le puzze di una città sporca. Eppure noi siamo lì, con Caravaggio, senza temere malattie. Una vera e propria immersione, fino a confondersi nella natura, intercettandone le molecole, i microrganismi, i vibrioni, i cocchi, gli spirilli, come in una visione ravvicinata o al microscopio, è quella di Jackson Pollock. Pollock cerca il contagio, all'opposto di Hopper, riduce le distanze fino ad annullarle, e noi non vediamo la realtà, ce la sentiamo addosso, come l'odore dell'erba o del muschio. Pollock, dopo l'esperienza futurista e cubista, aspira alla compenetrazione dei corpi, all'indistinto, alla fusione. Egli è, in quanto si contamina. La pittura accelera, avvicina, deflagra. La distanza è paura della vita, è alienazione, Pollock cerca l'identificazione. Che è un ritorno, nel rischio, alla vita.