Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL COGLIONAVIRUS

 

QUINTA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

MEDIA

 

E FINANZA

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

IL VIRUS

 

Introduzione.

Le differenze tra epidemia e pandemia.

I 10 virus più letali di sempre.

Le Pandemie nella storia.

Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.

La Temperatura Corporea.

L’Influenza.

La Sars-Cov.

Glossario del nuovo Coronavirus.

Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.

Il Coronavirus. L’origine del Virus.

Alla ricerca dell’untore zero.

Le tappe della diffusione del coronavirus.

I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.

I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.

A Futura Memoria.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.

Fattori di rischio.

Cosa risulta dalle Autopsie.

Gli Asintomatici/Paucisintomatici.

L’Incubazione.

La Trasmissione del Virus.

L'Indice di Contagio.

Il Tasso di Letalità del Virus.

Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.

Morti: chi meno, chi più.

Morti “per” o morti “con”?

…e senza Autopsia.

Coronavirus. Fact-checking (verifica dei  fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.

La Sopravvivenza del Virus.

L’Identificazione del Virus.

Il test per la diagnosi.

Guarigione ed immunità.

Il Paese dell’Immunità.

La Ricaduta.

Il Contagio di Ritorno.

I preppers ed il kit di sopravvivenza.

Come si affronta l’emergenza.

Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?  

Lo Scarto Infetto.

 

INDICE SECONDA PARTE

LE VITTIME

 

I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.

Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.

Eroi o Untori?

Contagio come Infortunio sul Lavoro.

Onore ai caduti in battaglia.

Gli Eroi ed il Caporalato.

USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

Covid. Quanto ci costi?

La Sanità tagliata.

La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.

Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?

Una Generazione a perdere.

Non solo anziani. Chi sono le vittime?

Andati senza salutarci.

Spariti nel Nulla.

I Funerali ai tempi del Coronavirus.

La "Tassa della morte". 

Epidemia e Case di Riposo.

I Derubati.

Loro denunciano…

Le ritorsioni.

Chi denuncia chi?

L’Impunità dei medici.

Imprenditori: vittime sacrificali.

La Voce dei Malati.

Gli altri malati.

 

INDICE TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

L’epidemia ed il numero verde.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Il Coronavirus in Italia.

Coronavirus nel Mondo.

Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

…in Africa.

…in India.

…in Turchia.

…in Iran.

…in Israele.

…nel Regno Unito.

…in Albania.

…in Romania.

…in Polonia.

…in Svizzera.

…in Austria.

…in Germania.

…in Francia.

…in Belgio.

…in Olanda.

…nei Paesi Scandinavi.

…in Spagna.

…in Portogallo.

…negli Usa.

…in Argentina.

…in Brasile.

…in Colombia.

…in Paraguay.

…in Ecuador.

…in Perù.

…in Messico.

…in Russia.

…in Cina.

…in Giappone.

…in Corea del Sud.

A morte gli amici dell’Unione Europea. 

A morte gli amici della Cina. 

A morte gli amici della Russia. 

A morte gli amici degli Usa. 

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CURA

 

La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

L'Immunità di Gregge.

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

Meglio l'App o le cellule telefoniche?

L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Epidemia e precauzioni.

Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.

La sanificazione degli ambienti.

Contagio, Paura e Razzismo.

I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?

Tamponi negati: il business.

Il Tampone della discriminazione.

Tamponateli…non rinchiudeteli!

Epidemia e Vaccini.

Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.

Il Costo del Vaccino.

Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.

Epidemia, cura e la genialità dei meridionali..

Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.

Gli anticorpi monoclonali.

Le Para-Cure.

L’epidemia e la tecnologia.

Coronavirus e le mascherine.

Coronavirus e l’amuchina.

Coronavirus e le macchine salvavita.

Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.

Attaccati all’Ossigeno.

 

INDICE QUINTA PARTE

MEDIA E FINANZA

 

La Psicosi e le follie.

Epidemia e Privacy.

L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Epidemia ed Ignoranza.

Epidemie e Profezie.

Le Previsioni.

Epidemia e Fake News.

Epidemia e Smart Working.

La necessità e lo sciacallaggio.

Epidemia e Danno Economico.

La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.

Il Supply Shock.

Epidemia e Finanza.

L’epidemia e le banche.

L’epidemia ed i benefattori.

Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.

Mes/Sure vs Coronabond.

La Caporetto di Conte e Gualtieri.

Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.

I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.

"Il Recovery Fund urgente".

Il Piano Marshall.

Storia del crollo del 1929.

Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e ha rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.

Un Presidente umano.

Le misure di sostegno.

…e le prese per il Culo.

Morire di Fame o di Virus?

Quando per disperazione il popolo si ribella.

Il Virus della discriminazione.

Le misure di sostegno altrui.

Il Lockdown del Petrolio.

Il Lockdown delle Banche.

Il Lockdown della RCA.

 

INDICE SESTA PARTE

LA SOCIETA’

 

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

I Volti della Pandemia.

Partorire durante la pandemia.

Epidemia ed animali.

Epidemia ed ambiente.

Epidemia e Terremoto.

Coronavirus e sport.

Il sesso al tempo del coronavirus.

L’epidemia e l’Immigrazione.

Epidemia e Volontariato.

Il Virus Femminista.

Il Virus Comunista.

Pandemia e Vaticano.

Pandemia ed altre religioni.

Epidemia e Spot elettorale.

La Quarantena e gli Influencers.

I Contagiati vip.

Quando lo Sport si arrende.

L’Epidemia e le scuole.

L’Epidemia e la Giustizia.

L’Epidemia ed il Carcere.

Il Virus e la Criminalità.

Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

Il Virus ed il Terrorismo.

La filastrocca anti-coronavirus.

Le letture al tempo del Coronavirus.

L’Arte al tempo del Coronavirus.  

 

INDICE SETTIMA PARTE

GLI UNTORI

 

Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?

Un Virus Cinese.

Un Virus Americano.

Un Virus Norvegese.

Un Virus Svedese.

Un Virus Transalpino.

Un Virus Teutonico.

Un Virus Serbo.

Un Virus Spagnolo.

Un Virus Ligure.

Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.

Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.

La Bergamasca, dove tutto si è propagato.

Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.

Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.

Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.

La Caduta degli Dei.

La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.

Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.

I Soliti Approfittatori Ladri Padani.

La Televisione che attacca il Sud.

I Mantenuti…

Ecco la Sanità Modello.

Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.

 

INDICE OTTAVA PARTE

GLI ESPERTI

 

L’Infodemia.

Lo Scientismo.

L’Epidemia Mafiosa.

Gli Sciacalli della Sanità.

La Dittatura Sanitaria.

La Santa Inquisizione in camice bianco.

Gli esperti con le stellette.

Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.

Le nuove star sono i virologi.

In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…

Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.

Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.

Giri e Giravolte della Scienza.

Giri e Giravolte della Politica.

Giri e Giravolte della stampa.

 

INDICE NONA PARTE

GLI IMPROVVISATORI

 

La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Un popolo di coglioni…

L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

 “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Stare a Casa.

Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.

Non comprate le cazzate.

Quarantena e disabilità.

Quarantena e Bambini.

Epidemia e Pelo.

Epidemia e Violenza Domestica.

Epidemia e Porno.

Quarantena e sesso.

Epidemia e dipendenza.

La Quarantena.

La Quarantena ed i morti in casa.

Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.

Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.

Cosa si può e cosa non si può fare.

L’Emergenza non è uguale per tutti.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Dipende tutto da chi ti ferma.

Il ricorso Antiabusi.

Gli Improvvisatori.

Il Reato di Passeggiata.

Morte all’untore Runner.

Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.

 

INDICE DECIMA PARTE

SENZA SPERANZA

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

In che mani siamo!

Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.

Fase 2? No, 1 e mezza.

A Morte la Movida.

L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.

I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.

Fase 2: finalmente!

 “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.

Le oche starnazzanti.

La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.

I Bisogni.

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Non sarà più come prima.

La prossima Egemonia Culturale.

La Secessione Pandemica Lombarda.

Fermate gli infettati!!!

Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.

Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?

Gli Errori.

Epidemia e Burocrazia.

Pandemia e speculazione.

Pandemia ed Anarchia.

Coronavirus: serve uno che comanda.

Addio Stato di diritto.

Gli anti-italiani. 

Gli Esempi da seguire.

Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…

I disertori della vergogna.

Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus. 

Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.

Grazie coronavirus.

 

 

 

 

 

IL COGLIONAVIRUS

 

QUINTA PARTE

 

MEDIA E FINANZA

 

 

·        La Psicosi e le follie.

I "maestrini" delle mascherine: chi sono e perché ci "umiliano". La mescherina vanno usate. Senza se e senza ma. Però è già iniziata la corsa al moralismo "mascherato" che ha trovato un nuovo metro di giudizio...Ignazio Stagno, Lunedì 22/06/2020 su Il Giornale. La mascherina va usata, senza se e senza ma. Diciamolo subito per prevenire critiche e mettere in chiaro le cose. La diminuzione dei contagi di queste settimane di fatto è frutto anche della disciplina di milioni di italiani che hanno usato tutti i dispositivi sanitari per limitare la circolazione del virus. Ma in queste settimane va sottolineato un aspetto che è diventato preponderante sul fronte "costume&società" rispetto a quello sanitario. Si tratta di un attaccamento "talebano" all'uso della mascherina che non concede sconti o indulgenze a chi, magari per il caldo o per una semplice dimenticanza ne fa un uso poco corretto. E come sempre la voglia di dare lezioni, anche su questo fronte, si è sposata alla perfezione con i diktat morali che spesso arrivano da sinistra. L'uso della mascherina è diventato un mezzo per colpire l'avversario politico, per metterlo all'angolo. È il caso di Matteo Salvini. Il leader della Lega è stato attaccato ripetutamente per il suo modo "sbadato" di usare la mascherina. Prima le polemiche per i selfie alla manifestazione del 2 giugno del centrodestra. Poi il silenzio della sinistra sulle manifestazioni con assembramenti rossi in centro a Milano e soprattutto sui cortei per Floyd negli Usa. Ma a dar vita ad una sorta di imperativo morale sulla mascherina sono stati due episodi tv che hanno visto come protagonista sempre l'ex titolare del Viminale. Il primo, ormai noto, è il battibecco con Giovanni Floris a Di Martedì di qualche giorno fa. Il leader della Lega ha infatti affermato: "Posso togliermi la mascherina per parlare con una signora?". La replica secca di Floris: "No, non può se non si trova a oltre un metro e mezzo di distanza". La controreplica di Salvini: "Ma è così grave quanto non pagare la cassa integrazione a milioni di italiani?". Fin qui il primo match. Ma passa solo qualche giorno e di nuovo: Salvini torna nel mirino per la mascherina. Questa volta il palcoscenico è quello di Tagadà su La7. Salvini è in collegamento e si appresta a dare il via ad una conferenza stampa. Ad un certo piunto decide di sostituire la mascherina con una nuova. Bene, segue i protocolli, direte voi. E invece anche questa volta finisce nel tritacarne del moralismo mascherato: usa la vecchia mascherina (che da lì a poco avrebbe buttato via) per pulire gli occhiali. Apriti cielo: dallo studio di La7 critiche per questo gesto "eversivo". Insomma ormai l'uso della mascherina è diventato il metro per giudicare, per puntare il dito. Ribadiamo che la mascherina va usata e anche in modo corretto. Ma vorremmo risparmiarci la paternale dei talebani da mascherina che in realtà usano questo "accessorio" entrato nei costumi italiani da qualche mese per colpire (in mancanza di altri argomenti) magari un avversario politico. Questa non è una difesa dell'uso indiscriminato e sbadato della mascherina. Tutt'altro. Ma il moralismo che arriva anche su un pezzo di stoffa sulla bocca e sul naso forse è fin troppo indigesto. Ma nel mirino non finisce solo Salvini. Chiunque di noi magari avrà vissuto qualche istante di imbarazzo per aver dimenticato, solo per un istante, di posizionare la protezione su naso e bocca. Il tutto condito da qualche sguardo severo per strada o in fila nell'attesa di entrare in un esercizio commerciale. Un errore, una svista. Ma che adesso viene punita con un disprezzo verbale che è del tutto spropositato rispetto all'eventuale "offesa" ricevuta. Viviamo in un fase in cui sono nate nuove colpe da espiare come quella di recarsi insieme alla moglie o alla fidanzata a fare la spesa ("ingresso al supermercato concesso ad un solo componente per nucleo familiare") o magari appunto quella di indossare sotto il mento per qualche secondo la mascherina. A queste colpe aggiungiamo anche quella che è severamente vietato pulire gli occhiali con una vecchia mascherina. Insomma, va bene la protezione dal contagio, ma almeno evitateci la "lezioncina" di chi ne sa sempre una più degli altri...

Vittorio Feltri, botta di vita contro il coronavirus: "Via la mascherina del menga, ci siamo rotti i tamponi". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 22 giugno 2020. Mentre le istituzioni perdono di vista la realtà e si smarriscono in chiacchiere vacue, per esempio quelle degli Stati Generali che hanno partorito il classico topolino, gli italiani hanno ricominciato a vivere a modo loro. Fuggono al mare, fottendosene delle raccomandazioni dei sanitari, non ne possono più di tante restrizioni, come si imbattono in un virologo menagramo in tv cambiano canale. Mi aspettavo che succedesse tutto questo dopo quattro mesi di clausura collettiva, durante i quali i cittadini sono stati obbligati a non lavorare, a non uscire di casa, a campare segregati quali canarini in gabbia, con l'aggravante di dover sopportare coniugi e figli petulanti costretti a fingere di studiare al computer. Ovvio che con l'esplosione dell'estate la massa scenda in strada a fare casino, prenda l'automobile e scappi dove le capita, al lago, in montagna, o anche solo a fare un giro in città. Non serve molto per capire che gli uomini e le donne, essendo animali sociali, desiderino frequentare i propri simili. Io, per esempio, che sono solitario quanto un anacoreta, ieri mattina sono salito con mia moglie in macchina e mi sono recato in un bar del centro. Ci siamo seduti a un tavolino esterno al locale, sotto un bel sole rigenerante, e ci siamo bevuti un fresco aperitivo, abbiamo cioè fatto la cosa più comune, se non scema, che in quel momento fosse alla nostra portata. Finalmente ci siamo rilassati strappandoci via quelle mascherine del menga, buone solo a toglierti il respiro. C'era traffico a Milano e ho compreso che il popolo è mosso da un senso di ribellione, non intende più saperne del Covid-19, si è rotto i tamponi e, piuttosto che morire di inedia e di noia, predilige la sorte. Non ho fatto verifiche sociologiche per addivenire a questa conclusione, mi è stato sufficiente guardare in faccia la gente che ha ritrovato una espressione non dico felice però almeno di sollievo. Perdio, lasciateci in pace, basta con gli elenchi dei trapassati, dei positivi, dei ricoverati. Mi domando se abbiate notato anche voi: ormai le statistiche della iella non interessano più a nessuno. Come compare sul video un infettivologo ti coglie la smania di sparare per spegnere all'istante l'apparecchio. Ci hanno dannato l'anima pure gli economisti della domenica che raccontano che il Paese è in coma, in bolletta marcia, sul punto di fallire. A parte il fatto incontestabile che i risparmi privati dei connazionali aumentano a vista d'occhio, e che i poveri sono sempre esistiti e sempre esisteranno, non si registrano decessi per inedia. Certamente non mancano le difficoltà. Tuttavia, in dieci giorni o poco più l'Italia ha ripreso a camminare e tra poco si rimetterà a correre non grazie alla politica, bensì nonostante la politica. I compatrioti si impegnano, riaprono le loro attività, velocemente tornano ai ritmi lavorativi dello scorso anno, e non trascorrerà molto tempo prima che si pareggino i conti. Ma sì, permettete che ciascuno di noi vada in spiaggia o dove gli garba. Una boccata d'aria pura ci salva dal tedio, parente stretto del virus.

Coronavirus, Renato Farina replica ai teorici del lockdown perenne: "Ma andate a quel Paese, gli italiani vogliono il mare". Renato Farina su Libero Quotidiano il 22 giugno 2020. Il primo giorno dell'estate è stato quello dell'evasione di massa dalle nostre galere domestiche. Le spiagge sono affollatissime. Ma anche i prati sui pendii delle Prealpi vedono tovaglie disposte vicino agli alberi, con i bambini che tirano il pallone, e il nonno che ronfa sdraiato sul plaid. Le autostrade e le superstrade registrano code agostane. Ma non si lamenta nessuno. Ah la banale, ottusa normalità di noi imbecilli, che gioia prevedere le scottature. C'è il gusto di sentire le caviglie e i polsi liberi, persino l'odore di asfalto e di benzina ci pare meglio del tanfo dei disinfettanti. Tutti irresponsabili? Ma chi lo dice? In Italia abbiamo settemila km di coste, se c'è qualche pirla che si diletta in abbracci e alitate sul volto del prossimo, la grandissima maggioranza si accontenta di respirare, di picchiare i piedi nell'acqua mai stata così desiderata e pulita. Non vediamo la tragedia. I menagramo dissentono. Con il ciglio alzato sostengono che gli italiani si sono buttati nelle braccia del virus, mandando a ramengo il meticoloso codice delle precauzioni, e così garantendosi il proliferare di focolai che si trasformeranno in autunno in rovinosi incendi, per la gioia del Covid-19 che con il forcone ci getterà come covoni in un falò. Una persona seria come Luca Ricolfi si dimostra pressoché sicuro nel lanciare questa profezia, e ne dà una motivazione provocatoria e un tantino offensiva. Avremmo sacrificato la salute al fatturato del turismo, confermando la diceria perenne sul carattere degli italiani, orribili cicale che intendono la vita come una gita al luna park. Altri dicono la stessa cosa, con l'aria di chi si vede già nel prossimo autunno in televisione a citarsi addosso, compiacendosi con la vanteria dell'io-l'avevo-detto. Non abbiamo alcuna intenzione di ridicolizzare chi si preoccupa. Il fatto è che il principio di precauzione ha delle ovvie gradualità. Se si insiste nel consegnare il popolo al 41 bis, con il vetro o il plexiglas ad accompagnarci anche nei colloqui intimi, si finisce proprio per non considerare il più importante dei principi di precauzione: quello secondo cui si deve pur vivere, i bambini devono vedere i loro coetanei, giocare con la sabbia, anche se non hanno a disposizione la spiaggia privata, e correre con l'aquilone pur non alloggiando in una magione con parco. Mi sbaglierò ma tutti quelli che condannano lo spiraglio di apertura delle attività turistiche, sono precisamente quelli per cui lo stipendio in questi mesi è tranquillamente pervenuto a destinazione.

L'USO DELLA RAGIONE. Del resto, ci si passi queste osservazioni. Bisogna per forza aver fiducia nel virologo più catastrofico, in ossequi al citato principio di precauzione? Dobbiamo dar retta obbligatoriamente al polemista con l'umore più nero di tutti? L'uso della ragione consiglia, nelle questioni gravi della vita, non di assecondare gli apocalittici, ma di riferirsi a chi è ritenuto il più avveduto dalla comunità internazionale degli specialisti e non abbia conflitti di interesse. Ebbene, tra i primi nella classifica delle pubblicazioni scientifiche a livello accademico globale, figura il professor Giuseppe Remuzzi, dell'Istituto Mario Negri. Questo luminare si è esposto, con ciò mettendo a repentaglio il prestigio accumulato in una vita, sostenendo che bisogna finirla con il panico, che il virus ha smussato i suoi artigli. Che gli asintomatici pur se positivi non sono contagiosi. Da studi scientifici di altri Paesi d'Europa si ricava che i bambini fino a 5 anni non si ammalano, e che fino a 15 anni non lo trasmettono. Incredibilmente in Italia ci ostiniamo a conservare in salamoia i piccini, tenendo chiuse scuole materne ed elementari, e consegnandoli a danni contro cui dovrebbe pur valere il principio di precauzione. O no? Nelle città i bus sono affollati, le metropolitane anche. Che si fa, si annullano i servizi di trasporto pubblico? Persino in guerra, pur essendoci il rischio di bombardamenti, si saliva sui tram e si andava a far la spesa in coda, e le fabbriche erano aperte. Non c'è scandalo se anche i baracchini sui lungomari desiderano campare, e le ragazzine farsi fare il filo (non so se dice ancora così).

STATO DI TERRORE. Quale sarebbe l'alternativa? Un'estrazione a sorte su chi può andare al mare e chi no? Le targhe alterne per le autostrade? Tutti i virologi, ma proprio tutti, confermano che i focolai si sono accesi in luoghi chiusi. Che all'aria aperta non si conoscono casi di contagio diffuso, salvo che nelle calche degli stadi o dei concerti. E ci pare che dopo i primi errori dovuti all'ignoranza e al colpevole silenzio cinese a questo rischio si sia cercato di porre rimedio. Lo stato di terrore non è più prorogabile oltre. Sbagliato è stato semmai sin da aprile non aprire pian piano scuole e uffici pubblici, abituando la gente a una normalità riguardosa e consapevole dei limiti imposti dal virus. Logico che se apri le porte di un ambiente in cui si soffocava, tutti si accalchino all'uscio. Non è mostrando facce digrignanti o, peggio, stillanti disprezzo verso la gente comune che cerca di allargare i polmoni, che ci salveremo. Non è roba italica, da europei meridionali. Il giorno 16 chi scrive era in Friuli. Era il primo giorno in cui l'Austria, che non ha il mare, ha aperto i confini. Gli austriaci hanno monti innevati, laghi e ruscelli dalle acque chiare. Eppure arrivavano come se si fosse aperta una diga. Quindi sono arrivati dal Veneto e dalla Slovenia. E la disperazione dei ristoratori e dei commercianti si è allargata in un lieve sorriso. Sapete che diciamo ai teorici del lockdown perenne? Con misura, con la mascherina, ma andate tutti a quel Paese.

Giuliano Cazzola per Il Riformista il 17 marzo 2020. Premetto che sono disponibile e pronto a essere sottoposto a una perizia psichiatrica come succedeva ai dissidenti nell’Urss; tuttavia, non riesco a capacitarmi della pandemia di panico che accompagna la diffusione del Coronavirus. Ho compiuto 79 anni, quindi sono particolarmente a rischio, ne voglio sottovalutare la gravita di un contagio che ha origini sconosciute, manca di cure appropriate e specifiche e provoca infezioni polmonari molto acute. La polmonite, anche prima del Covid-19, non e mai stata una patologia da sottovalutare. Questa malattia ha segnato la storia della mia famiglia: mio fratello maggiore mori di polmonite quando io ero appena nato. Ma allora era in corso la Seconda guerra mondiale, non c’erano quei medicinali essenziali che, in seguito, cambiarono la storia della medicina. Senza tornare indietro di un secolo e risalire agli effetti della “Spagnola” (di cui mori il nonno materno) la mia generazione ha conosciuto altre epidemie/pandemie. Ero un ragazzo quando, nel 1957, scoppio “l’Asiatica”; se ben ricordo ne fui anche affetto. Quell’influenza, in tutto il mondo, provoco più di un milione di vittime. Anche allora, l’Alto Commissario all’Igiene e Sanita pubblica (allora non era ancora stato istituito il ministero) Angelo Giacomo Mott, medico, affermava (la sua intervista era diffusa dai cinegiornali che precedevano la proiezione dei film): «E bene raccomandare a tutti i colpiti, anche ai leggeri, di curarsi per evitare complicazioni che potrebbero essere veramente dannose». Un amico mi ha inviato, da Facebook, un post del cinegiornale (tratto dall’Archivio Luce) in cui era inserita quell’intervista. I commenti della voce fuori campo, oltre alla palese disinformazione, rasentavano l’incoscienza. Per spiegare i sintomi della malattia vi era- no delle vignette di un disegnatore molto in voga in quel periodo. Il tono era addirittura scherzoso: «Tra i colpiti l’attrice Gina Lollobrigida: del resto mettetevi nei panni di un bacillo, non le sareste saltati addosso?». L’itinerario del bacillo, proveniente dalla Cina, transitato attraverso l’Africa e approdato in Europa dalla Spagna, era descritto attraverso il fumetto di partita di calcio tra gli ometti caratteristici del vignettista, con conclusione nella rete dell’Italia. Anche allora furono prese particolari misure nell’Aeroporto di Ciampino, benchè i voli fossero eventi eccezionali. Nel 1969 ci fu un’altra epidemia chiamata la "Hong Kong" (e iniziata nel luglio 1968 in Cina). Arrivo in Italia nell’inverno del 1969. In questo caso il Post e più ricco di fonti: sono ripresi titoli dei principali quotidiani e le cronache di un telegiornale dell’inizio del 1970 che inseriva il bollettino di guerra dell’epidemia come notizia tra le altre. I dati erano forniti un po’ all’ingrosso: un italiano su quattro era stato contagiato, 5mila i morti, centinaia di migliaia di ammalati nelle principali città, ospedali (si vedevano le immagini) stracolmi, con ammalati ovunque (i letti in rianimazione non esisteva- no neppure). Una notizia della durata di un minuto e 43 secondi insieme all’annuncio di una riforma amministrativa a Roma, una visita del sindaco di Milano, Aldo Aniasi, a una fabbrica occupata, una mostra d’arte a Chieti e il campionato di motocross in Ungheria. Più o meno come adesso i tg affrontano i drammi dei profughi, delle guerre e di tante tragedie dei nostri tempi che avvengono lontano da noi. E non ci toccano. Eppure, se qualcuno rievoca quei mesi e quegli anni lo fa per ricordare le grandi lotte sindacali, da cui prese avvio l’organizzazione di grandi manifestazioni di massa, i cortei dentro e fuori dalle fabbriche, gli spostamenti di decine di migliaia di persone in treno e in pullman. Nessuna quarantena, nessun blocco della produzione (se non per scioperi), nessun allarme, nessuna chiusura delle scuole, dei parchi, dei cinema e di quant’altro e stato messo in quarantena nell’attuale circostanza. Annibale non era alle porte, la vita continuava. Io non intendo affermare che quello era un modo appropriato per affrontare del- le calamita che facevano vittime, spesso trattate solo come numeri. A sentire adesso quei commenti viene la pelle d’oca. Ma non vi erano segreti; l’informazione era vigile e l’opinione pubblica era consapevole, ma accettava queste sciagure come eventi– possiamo dirlo? – naturali. Lo spettacolo doveva proseguire comunque. Quanto ha influito la comunicazione, in queste settimane, nel determinare una psicosi oggettivamente esagerata nell’opinione pubblica, fino al punto di mettere a rischio più la vita di domani che quella di oggi? Perchè non siamo capaci di individuare una relazione oggettiva per gli eventi che nella società moderna mettono a rischio la nostra incolumità? Non si muore solo di coronavirus. E la morte e solo un episodio dell’esistenza. La Protezione civile ha reso noti dei dati che dovrebbero farci riflettere:

1) l’età media dei decessi e pari a 80,3 anni;

2) i deceduti soffrivano di altre gravi patologie;

3) soltanto in due casi il decesso e dipeso dalla sola presenza del coronavirus. Un tg ha indicato come vittima del contagio un famoso architetto deceduto alla veneranda età di 92 anni.

A me (che, ricordo, di anni ne ho 79) non sembra affatto che – a fronte di queste statistiche – sia in atto una catastrofe umanitaria, quanto piuttosto una tremenda difficoltà di reggere da parte delle strutture sanitarie che, per questioni meramente organizzative, si trova- no a dover gestire degli ammalati quando la loro condizione si e particolarmente aggravata, perchè in precedenza la persona contagiata resta in una zona grigia sospesa tra un semplice raffreddore e una polmonite. Se si riuscisse a individuare un filtro in questo cruciale passaggio ci risparmieremmo di sovraccaricare gli ospedali (a cui si portano dei malati ormai all’ultimo stadio) ed eviteremmo questa sciagura di una quarantena generalizzata. Da ottobre dell’anno scorso ai nostri giorni ben 8,6 milioni di italiani sono rimasti a letto a causa dell’influenza stagionale. Sono gli stessi virologi a riconoscere che i decessi per questa "banale" e famigliare patologia saranno superiori di quel- li derivanti dal Covid-19. Per fortuna le parti sociali hanno trovato il coraggio e la responsabilità di individuare – in questo ‘“8 settembre” planetario – un percorso che si prefigge di salvaguardare la salute dei lavoratori senza fermare del tutto la produzione. Non e detto che questa iniziativa riesca a raggiungere i suoi obiettivi. Ma almeno qualcuno ha provato a non arrendersi. Le organizzazioni sindacali, le associazioni datoriali, insieme al governo, il 14 marzo, hanno scritto una pagina gloriosa nella storia del Paese.

Kenan Malik per "theguardian.com" il 5 febbraio 2020. "L’esplosione di nuove e mortali malattie epidemiche può essere rapidamente seguito... da paura, panico, sospetto e stigmatizzazione". Così scriveva il sociologo Philip Strong nel suo “epidemic psychology” del 1990. Strong scriveva sulla scia della pandemia di HIV/AIDS degli anni '80, sottolineando che la maggior parte delle epidemie, da quelle medioevali alla Sars fino all’Ebola, mostravano uno schema simile. La scorsa settimana l'Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato il coronavirus un'emergenza globale. Se le misure drastiche adottate per contenerlo siano proporzionate o una reazione eccessiva è oggetto di dibattito. Ma le risposte alle epidemie, come osservato da Strong, raramente sono modellate solo alle esigenze mediche. Una nuova minaccia sembra sempre più minacciosa di quella che ci sembra familiare. Finora, circa 250 persone sono morte a causa dell'epidemia di coronavirus, anche se questa cifra aumenterà senza dubbio. La pandemia di Sars del 2002-2003, rimasta incontrollata per molti mesi a causa del rifiuto delle autorità cinesi di riconoscerne l'esistenza, è costata 774 vite. L'influenza stagionale ordinaria provoca circa mezzo milione di morti ogni anno a livello globale. Eppure a malapena notiamo l'influenza, ma ci sentiamo in pericolo per le nuove malattie. Ci sono ragioni mediche per questo. Non esiste ancora un vaccino per il coronavirus. Il tasso di mortalità potrebbe essere più elevato, sebbene finora ci siano poche prove a riguardo. Ma non sono solo i fattori medici a essere in gioco. Nuove malattie, ha osservato Strong, sembrano anche esporre la società umana a una fragilità esistenziale. Le risposte alle epidemie sono spesso tentativi delle autorità di dimostrare di avere il controllo e di modellare la narrazione pubblica. Basta guardare la decisione delle autorità cinesi di “bloccare” la città di Wuhan, il luogo dove si è sviluppato il coronavirus. Lo storico Howard Markel faceva parte di un gruppo di studiosi che indagò sulle risposte alla pandemia influenzale del 1918, la più grave della storia recente, e le sue lezioni sembrano una lezione per oggi: "Le restrizioni applicate in modo costante e trasparente, tendono a funzionare molto meglio delle misure draconiane". La risposta cinese è stata quasi l'opposto dello scenario ideale. Inizialmente i cinesi si sono dimostrati lenti nel riconoscere la diffusione del virus, ma poi Pechino ha usato tutta la forza dello stato autoritario per imporre la quarantena più gigantesca mai vista. Il blocco potrebbe sembrare un passo logico nell'impedire la diffusione del virus ma, nel creare ospedali sovraffollati e scarsità di cibo, consente, nelle parole di un epidemiologo, "condizione perfetta" per il virus e genera antagonismo e sfiducia che possono ostacolare il lavoro dei medici contro la malattia. Nel 2009, la pandemia di H1N1, o influenza suina, ha causato fino a 550.000 morti e, come il coronavirus, è stata dichiarata un'emergenza sanitaria globale. In Messico, dove fu scoperto per la prima volta il virus, il governo chiuse scuole e aziende, vietò gli assembramenti in luoghi pubblici e impose le quarantene. Queste mosse contribuirono a limitare nuovi casi di H1N1, ma furono abbandonate dopo 18 giorni, in parte a causa degli enormi costi sociali ed economici. Sebbene tra 4.000 e il 12.000 siano morte a causa dell'epidemia in Messico, il costo per prevenirne la diffusione è stato valutato come maggiore del costo causato dal virus stesso. Quando alcuni stati dell'Africa occidentale imposero cordoni sanitari per isolare vaste aree durante l'epidemia di Ebola del 2014-2016, decine di migliaia di persone furono lasciate alla fame, provocando l’esplosione di violenze di massa. Le quarantene hanno un’utilità medica, ma dimostrare di avere il controllo potrebbe non essere il modo migliore per affrontare un'epidemia. Le autorità vogliono trasmettere altri messaggi. Non vi è alcun motivo medico per cui l'Australia metta in quarantena i suoi cittadini che tornano da Wuhan su Christmas Island, a 2.000 miglia dalla terraferma. Ma lo sta facendo accedendo i riflettori su un fatto. Per anni, Canberra ha incarcerato migranti privi di documenti in campi "offshore". "Non sporcherai il suolo australiano" era il messaggio. È lo stesso messaggio che viene mandato a coloro che potrebbero essere infettati dal coronavirus. Il legame tra il trattamento degli immigrati e i casi sospetti di epidemia non è casuale. Dalla colpa degli ebrei per la morte nera nell'Europa medievale agli operai irlandesi che diventano capri espiatori per le epidemie di colera nella Gran Bretagna del XIX secolo, c'è una lunga storia di stigmatizzazione di migranti e minoranze come portatori di malattie. È una storia che trova la sua ultima espressione nei divieti di viaggio, nei cartelli dei bar e nei titoli sul "pericolo giallo". Dovremmo prendere sul serio il rischio per la salute rappresentato dal coronavirus. Dovremmo essere altrettanto attenti al modo in cui risposte errate possono generare paura, panico, sospetto e stigma.

Da corriere.it il 5 febbraio 2020. I passeggeri sbarcati a Batam, in Indonesia, da un aereo arrivato da Wuhan, in Cina, sono stati spruzzati con una sostanza (probabilmente uno spray antisettico) dai funzionari in tuta protettiva prima di essere portati in quarantena in una base militare sulle Isole Natuna. Dei 243 passeggeri a bordo, 237 erano indonesiani. Le immagini sono state diffuse dallo stesso ministero degli Esteri indonesiano.

Da lapresse.it il 5 febbraio 2020. In Cina si usano anche i droni per cercare di fermare l'epidemia di coronavirus. In molte zone del Paese vengono utilizzati per spruzzare disinfettante lungo le strade e sui complessi residenziali.

(LaPresse l'1 febbraio 2020) - “La donna di nazionalità cinese residente a Frosinone che è stata portata il 31 gennaio presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani è negativa al test per il nuovo coronavirus. Sono in corso ulteriori accertamenti per verificare lo stato complessivo della salute”. Lo dichiara in una nota l’assessorato alla Sanità e l’Integrazione sociosanitaria della Regione Lazio dopo la comunicazione della Direzione sanitaria dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. "In merito ai due cittadini di nazionalità cinese provenienti dalla città di Wuhan positivi al test del nuovo coronavirus, attualmente ricoverati presso l’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, si comunica che le loro condizioni cliniche sono in continuo monitoraggio da parte del personale della struttura sanitaria". E' quanto si legge nell'ultimo bollettino medico dell'ospedale Spallanzani di Roma.

Francesco Grignetti e Edoardo Izzo per “la Stampa” l'1 febbraio 2020. Come in un film, è arrivato il tempo della paura, delle mascherine, degli epidemiologi. E non solo nella Capitale. Per l' intero giorno si susseguono le notizie di sopralluoghi in giro per l' Italia. La settimana turistica dei due cittadini cinesi malati di coronavirus si lascia dietro una scia di preoccupazione da Nord a Sud. Marito e moglie sono ora ricoverati a Roma, nell' ospedale "Spallanzani". Appaiono in forze e ringraziano tutti, chiedono scusa del disturbo, precisano che mai hanno preso mezzi pubblici nel loro soggiorno italiano, né sono stati in musei. A Roma, anzi, «ci siamo subito ammalati, non siamo usciti quasi dall' hotel e abbiamo mangiato sempre in stanza». Notizie confortanti, che infatti le autorità sanitarie del Lazio hanno rimarcato. «I testimoni raccontano che portavano sempre la mascherina», spiega l' assessore alla Salute, Alessio D' Amato. Le autorità sanitarie incrociano le dita: forse la storia finirà qui. Nel frattempo si ricostruiscono i loro giorni. Sbarcati all' aeroporto di Milano Malpensa il 23 gennaio, sono saliti con la loro comitiva sul bus che li attendeva e via verso Verona. Qui sono arrivati in serata, al "Crowne Plaza Hotel", dove li attendeva l' addetto alla reception. Ed è lì che ieri, quindi, si sono precipitati i tecnici della Asl scaligera, informati dalla rete di allerta nazionale che fa capo al ministero della Salute. La loro stanza è stata sigillata e bonificata. Il dipendente dell' hotel non risulta avere sintomi, ma per lui si prevede una quarantena di due settimane a casa. E il sindaco Federico Sboarina tranquillizza tutti: «La situazione è costantemente monitorata». Dopo un breve giro per Verona, il bus li portati alla seconda tappa del tour tra le città d' arte italiane che tanto piace ai cinesi: Parma. Qui hanno trascorso un paio di notti. L' albergo "De la Ville", lussuoso e in pieno centro, annovera molti cinesi nella sua clientela; quella comitiva era una delle tante. Dopo la prima notte a Parma, però i due ammalati hanno cambiato albergo. Puntuale il sopralluogo anche qui. A questo punto, e siamo al 26 gennaio, le strade dei cinesi si sono divaricate. I due che incubavano il coronavirus si sono sganciati dalla comitiva che avrebbe proseguito per Napoli e la costiera sorrentina, preferendo fare una tappa a Firenze e poi a Roma. Forse già si sentivano male. Tanto è vero che portavano già la mascherina. Da quel che si sa, a Parma hanno preso un' auto con conducente (sotto verifica anche lui, ma per il momento non si registrano sintomi di contagio) e sono arrivati in riva all' Arno. Naturalmente anche qui sono scattate le misure di controllo epidemiologico. L' hotel dove hanno alloggiato e il personale sono sotto controllo. Lunedì 27 gennaio, finalmente, con la tipica cadenza mordi-e-fuggi dei viaggi dei cinesi, sbarcano a Roma. Li attende l' hotel "Palatino" su via Cavour che da ieri è nella bufera. Giacomo, uno dei portieri, ammette che «qualcuno ha disdetto la prenotazione, ma questo succede sempre. È fisiologico». Il personale del "Palatino" lavora come al solito. Tutti con profilo basso. E se anche hanno paura, non è il caso di dirlo. «Ci hanno detto di stare tranquilli, noi stiamo lavorando. L' albergo è pieno. Siamo fiduciosi e tranquilli. Se mi fido? Mi fido delle autorità, altrimenti cambio Paese». Gli fa eco Veronica, una cameriera: «Finché mi dicono di lavorare, lo faccio. Tanto se deve succedere accadrà, sono fatalista». Il direttore Enzo Cianelli rassicura tutti, clienti e dipendenti: «Nessuno è entrato in stretto contatto con la coppia. La Asl ci ha rassicurato. Non ci sono pericoli. Questi clienti parlavano esclusivamente cinese, i contatti erano limitati anche con gli altri ospiti. Erano in tre, ma la terza persona non so se è stata ricoverata». Tanta freddezza non è di tutti, però. Dilaga sui social il video di un fiorentino che apostrofa dei turisti cinesi sul Ponte Vecchio. Un brutto cartello anticinesi è comparso in un bar al rione Trevi. Patrizia, la titolare del ristorante vicino al bar, dice: «Certo non facciamo bella figura, ma non si sa che giri abbiano fatto queste due persone, non mi sento di dissociarmi completamente da quel cartello. Ci sono persone che possono entrare da me e stare due o tre ore. Io un po' di paura ne ho».

Michele Focarete  per “Libero Quotidiano” il 2 febbraio 2020. Gina ha cercato di apparire più sexy: si è infilata ai piedi le scarpe con i tacchi alti e ha messo in bella mostra il decolté. Porta i capelli neri lunghissimi e un tailleurino rosso, attillato, volutamente demodé. Non ha trucco e i suoi anni sono lì, sul suo viso da ragazzina. Ma gli sforzi per fare da calamita ai clienti non sono serviti. Purtroppo, la sindrome del coronavirus ha colpito anche il mondo dell' eros, quello dei massaggi orientali a luci rosse, gestito in prevalenza da giovani cinesi dallo sguardo compiacente e dalle mani curiose che non nascondono il segreto del Tuina. Ma non ha risparmiato neppure le donne dagli occhi a mandorla che vendono il proprio corpo in strada e, soprattutto, in appartamento. Anche gli aficionados si sono allontanati. E chi sfida il virus killer per mezz' ora d' oblio in un romantico e rilassante massaggio, spesso pretende che si indossi la mascherina. Si, proprio quella che non si trova più nelle farmacie perché il popolo del Dragone ne ha fatto incetta. Centri massaggi compresi. «Ma per mandare laggiù, in Patria», ci tengono a far sapere. Gina ha 26 anni, un marito tassista a Pechino e un lavoro a Milano, in zona Loreto, in uno degli oltre 200 centri orientali, ai quali vanno aggiunti quelli intestati ad italiani, ma con personale tutto femminile asiatico. Per una media di tre «lavoratrici» per negozio. Un vero e proprio esercito con più di 500 figlie dello Zhongguo, del Regno di mezzo, che lavorano ininterrottamente dalle 10 alle 23, domeniche e festivi compresi. Da Chinatown a Lambrate, Citta Studi, zona Centrale, attorno a Mac Mahon: praticamente in ogni zona della città. Con relativo tariffario che spazia da 30 a 100 euro a seconda della durata della prestazione. Escluse le mance di chi non si accontenta e vuole prolungare il massaggio anche nelle parti intime. Per un business a tanti zeri. Questo prima del Coronavirus. Adesso la grande fuga dai centri massaggi. Il via vai maschile fuori da questi locali è drasticamente calato. Nonostante molte signorine ti ricevono con sorrisi da soubrette e con la frase mandata a memoria free virus, no virus. È il distorto effetto della psicosi deflagrata attorno all' epidemia che ha già contagiato 4mila persone provocando 116 morti. Insomma, anche i patiti di «Lanterne Rosse», stanno disertando le attività per paura del contagio. ritorno all' antico Un fenomeno che si specchia nell' incremento di prestazioni di centri estetici italiani. «La concorrenza cinese ci ha sempre creato non pochi problemi», ammette una esercente di viale Abruzzi, «per noi è sempre stato difficile stare sul mercato agli stessi prezzi. Chi ci ha provato anche con promozioni ha chiuso dopo pochi mesi». Anche in strada nelle storiche vie Piccinni, via Monteverdi, piazzale Bacone, la presenza di prostitute cinesi si è più che dimezzata. A volte ne potevi contare anche otto sparse in un fazzoletto di marciapiede: l' altro giorno ce n' erano due. «A me», dice Lina, 54 anni, cinese di Fushung, affrettando il passo, «un cliente mi ha addirittura chiesto se poteva pagare di meno, visto il momento difficile». Le lucciole made in Cina adescano in strada e finiscono in monolocali non sempre vicini al luogo di lavoro. Il mondo di Sizie Wong a Milano si nasconde in decine di abitazioni popolari, tra calendari cinesi e odore di cavolo bollito. Angela, una donna sui 40 con i capelli rossi tinti e la vestaglia, dalla bellezza che non la sfiora, ci riceve nel suo bilocale a Musocco. Angela accetta solo clienti italiani. «Oggi», dice senza nascondere lo scoramento, «solo due habitué di quelli che ti fanno perdere un sacco di tempo per via dell' età avanzata. Hanno tutti una gran paura del contagio. Speriamo che questo brutto periodo passi presto». Lo vogliono anche i clienti che assicurano di tornare dalle "loro donne" orientali non appena cesserà l' allarme coronavirus. In fondo, già molto tempo fa, un altro italiano, Marco Polo, aveva scritto delle prostitute cinesi: «Gli stranieri che le hanno sperimentate una volta rimangono come stregati e non riescono più a togliersele dalla testa».

 Coronavirus, i corrieri Ups in rivolta: «Senza mascherine non lavoriamo». Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 da Corriere.it. Sale la tensione tra quanti continuano a lavorare, costretti, per di più, a farlo non potendo evitare il contatto con colleghi e soprattutto fornitori e clienti, nonostante il clima di ansia crescente per la continua diffusione del coronavirus che si respira a Milano e in tutta la Lombardia. A far sentire la propria voce, martedì, sono stati i fattorini della società americana di spedizioni «Ups» impiegati nella sede di Milano. «L’azienda, nonostante l’emergenza coronavirus, non ha dotato i lavoratori di mascherine e altre protezioni per effettuare le consegne», denuncia il sindacalista Luca Esestime, della segreteria Si.Cobas. «Ups» conta oltre 200 dipendenti a Milano. «È un’indicazione del ministero della Salute, servono mascherine, guanti e disinfettante — attacca il sindacalista —. La società si è limitata a scrivere che acquisterà e a fare tante chiacchiere, però non abbiamo visto ancora nulla di concreto. Per di più, «Ups» ha minacciato di non pagare la giornata ai lavoratori». Tutte le sigle sindacali cominciano a mettersi in moto. La Cgil è uscita con una nota dal titolo: «La Cgil al tuo fianco». Il sindacato Guidato di Landini ha invitato «tutti a seguire in maniera scrupolosa quanto stabilito dal ministero della Salute e dalle ordinanze di Regioni e prefetture. Per limitare il contagio da coronavirus non c’è altro modo se non seguire le norme igieniche alle quali dovremmo comunque attenerci sempre. I delegati e i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza Cgil sono a tua disposizione per fornirti le corrette informazioni su norme da rispettare e comportamenti da adottare. Rivolgiti a loro: sono le tue sentinelle nel luogo di lavoro».

Da huffingtonpost.it il 24 febbraio 2020. Ti conosco mascherina. Ma non è quella del martedì grasso. Una parlamentare di Fratelli d’Italia si presenta col bavaglio di profilassi. Un’altra eletta all’estero, in America Settentrionale, prepara il ritorno negli Usa e così Montecitorio già sembra vestire i panni del lazzaretto. Transatlantico, ore 10 di un lunedì che non è certo come i precedenti. Il Nord è già in quarantena, il resto del Paese è agitato, preoccupato, terrorizzato più dalla psicosi da coronavirus che da altro. Ecco il Parlamento ai tempi del covid-19. Un commesso si rivolge a un collega: “Per ora non si chiude. Ma poi...”. E l’altro: “Non sarebbe male una quarantena”. Scherzano anche l’azzurro Roberto Occhiuto e il deputato di LeU Nico Stumpo. “Siete disposti a tutti pur di stare in Parlamento. Sarete stati a voi a mettere i due focolai”, è l’incipit del forzista. Stumpo non si trattiene e gli risponde così: “Vi voglio vedere al voto...”. Da pochi minuti nell’emiciclo si discute il decreto intercettazioni. Pochissimi i presenti, con il dubbio che resteranno tali fino a fine giornata. “Siamo stati allerati stamane per essere tutti presenti alle 14”, ragiona Luca Carabetta, il democristian-grillino per eccellenza. Eppure, nonostante si evochi la pacificazione nazionale, nonostante le presenze latitino, lo schema è sempre lo stesso. L’opposizione è infuriata, la Lega iscrive praticamente tutti a parlare. Centotrentacinque interventi. L’ostruzionismo non si ferma nemmeno nelle ore del coronavirus. Il motivo di tale protesta è dovuto al fatto che secondo la compagine di destra si debba esaminare prima il decreto sul coronavirus. “Stiamo a parlare di intercettazioni con tutto quello che succede fuori?”, si domanda polemicamente Rebecca Frassini, parlamentare del fu Carroccio, classe ’88, originaria di Calcinate, in provincia di Bergamo. “La situazione è grave, la gente ha paura”, insiste questa giovane deputata mentre “svapa” una sigaretta elettronica nella zona riservata ai fumatori. Pochi istanti ed ecco un’altra leghista. Ecco Eva Lorenzoni, originaria di Manerbio, provincia di Brescia. Lorenzoni si avvicina a Frassini per un saluto e quest’ultima prima di porgere la mano le dice ironicamente: “Ti sei messa l’amuchina?”. Si scherza, si ride, ma in fondo si fa sul serio. L’amuchina, il disinfettante più agognato in queste ore, si trova nella tasca o nella borsa di diversi parlamentari. Gianfranco Di Sarno, grillino doc, la passa e ripassa nelle sue mani. “Chi prende i treni, gli aerei, o i mezzi pubblici dovrebbe utilizzarla”, si giustifica. E lo stesso gesto si vede e rivede attraversando il Transatlantico. Ecco un capannello a cinquestelle che discetta sull’uso della mascherina, dell’amuchina e dell’azione del governo in materia di coronavirus. Fra questi, però, c’è tal Maria Pallini, grillina di Avellino, avvocato di professione, che confida a un collega: “Forse si sta esagerando”. Forse, però. Parole che più o meno ripete alla buvette Sergio Battelli: “Io eviterei di gettare il panico”. Ma il panico c’è già in Parlamento. Basta osservare e ascoltare Maria Teresa Baldini, la deputata di Fratelli d’Italia di 190 centimetri, con un passato da giocatrice di pallacanestro nella nazionale azzurra. La quale si è presa la scena materializzandosi qui, a Montecitorio, con tanto di mascherina. E perché? Seduta in un divanetto del Trasatlantico Baldini  prova a spiegare le ragioni della sua scelta: “Lo faccio prima di tutto perché sono un medico e so che l’unica prevenzione è non trasmetterla agli altri e non prenderla io, quindi la mascherina, gli occhiali e i guanti sono gli unici presidi che le persone comuni possono fare”. Sarà. Una scelta che non è stata gradita nemmeno dai suoi colleghi di partito. Non a caso mentre Baldini argomenta con i cronisti, il capogruppo di Fd’I Francesco Lollobrigida le recapita un messaggio che suona più o meno così: “Dovresti toglierla per evitare di creare allarmismi”. E lei? “Non vedo perché non lo posso fare”, ribatte. In aula la deputata meloniana è stata ripresa dal presidente di turno, vale a dire da Ettore Rosato. Ma l’ex cestista della Geas non intende cedere. “Credo – sottolinea - che sia rispettoso nei confronti degli altri. Io vengo da una regione, la Lombardia, molto colpita e mi sembra doveroso da parte mia e da parte degli altri proteggersi a vicenda. I virus sono come le radiazioni. Ai tempi dell’Aids, quando era all’Istituto di Tumori di Veronesi, eravamo tutti bardati, mettevamo dei cerrotti nelle mani per evitare i tagli...”. Nel corso della mattina Baldini cerca di coinvolgere altri parlamentari. Più mascherine per tutti, sembra essere l’iniziativa. La sola che si lascia trascinare è un’eletta all’estero che si chiama Fucsia Nissoli. Nissoli si aggira con un trolley enorme e secondo quanto racconta Baldini sarebbe pronta a ritornare negli States, nel suo Paese, “perché ha paura di non rientrare più”. Chi invece non è presente perché in isolamento a Codogno, la Wuhan d’Italia, è Guido Guidesi, deputato leghista e già sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del governo gialloverde. Guidesi risulta assente e non missione. Il regolamento della Camera non prevede, infatti, tra le ipotesi di missione le cause di forza maggiore come chiaramente il virus cinese. Tant’è che la questione verrà sottoposta alla Giunta per il Regolamento. Un caso nel caso ai tempi del coronavirus e delle mascherine in Parlamento.

Da “il Giornale” il 26 febbraio 2020. Anche il Parlamento si prepara ad affrontare il coronavirus. Il rischio del diffondersi del contagio spinge Camera e Senato ad adottare misure preventive (e restrittive) per difendersi e tutelare parlamentari e dipendenti. I due palazzi diventano «off limits» per il pubblico esterno, ma anche gli stessi deputati e senatori dovranno «limitare» la loro libertà di ricevimento, mentre le porte resteranno chiuse per i giornalisti non accreditati. Entrambi i palazzi mettono in campo una stretta sugli ingressi, che saranno «presidiati» dagli scanner per la misurazione della temperatura (come avviene negli aeroporti); stop alle visite guidate di scolaresche, annullati o rinviati i convegni con afflusso di pubblico, più accuratezza nelle norme igieniche.

A scuola con l'incubo Coronavirus. L'epidemia partita dalla Cina fa paura. E nei quartieri cinesi di Milano, Roma, Prato, Napoli e Palermo l'ansia cresce. Alessandra Benignetti, Agata Marianna Giannino, Roberto Chifari, Francesca Bernasconi, Costanza Tosi, Giovedì 30/01/2020, su Il Giornale. Un contagio che sembra senza fine. Un'epidemia che sta spaventando mezzo mondo e che ha già superato l'emergenza Sars. La paura del coronavirus che è partito dalla Cina si allarga con il passare dei giorni. Ormai è accertato che il virus si trasmette anche da persone senza sintomi. E - per quanto medici ed esperti rassicurino - anche in Italia il rischio psicosi è elevato. Soprattutto in quei quartieri storicamente abitati da cinesi, dove le paure si riversano soprattutto sui bambini in un periodo in cui basta un raffreddore a scatenare le preoccupazioni dei genitori.

Milano - A Chinatown tra mascherine e Capodanno cancellato di Francesca Bernasconi. Nel quartiere Chinatown di Milano la popolazione non sembra essere caduta nella psicosi collettiva. I genitori, fuori dalla scuola primaria di via Giusti e da quella dell'infanzia SS. Trinità, entrambe a pochi passi da via Paolo Sarpi, sembrano tranquilli, anche se qualcuno ammette di avere paura. "Le mascherine le abbiamo prese, più per lo smog che per il virus", dice un papà, "Ma potrebbero sempre tornare utili". Anche nelle classi, a detta di una mamma, qualche bambino cinese "va con la mascherina", ma sembra più una misura precauzionale che l'azione dettata da un reale rischio di contagio. E se tra i genitori c'è chi ammette di avere paura, pur senza essersi fatto prendere dal panico, c'è anche chi si dice del tutto tranquillo: "È un'influenza normale", afferma un papà, "Non abbiamo paura". Intanto, anche nella Chinatown milanese, i festeggiamenti per il capodanno sono stati sospesi, sia nel quartiere che nelle scuole, un po' per rispetto verso la Cina, un po' anche per "evitare assembramenti di folla". Nessuna misura particolare è stata adottata, solo le solite raccomandazioni ai bambini da parte dei genitori.

Prato - "Qui i cinesi viaggiano spesso, impossibile star tranquilli" di Costanza Tosi. È a Prato, in Toscana, la terza comunità cinese più numerosa di tutta Europa. 23.217 i cinesi stanziati nella città del tessile. Inevitabile l’andirivieni degli immigrati verso i paesi orientali, in cui gli asiatici hanno non solo le loro radici, ma anche legami di tipo economico. Una realtà che, dopo l’allarme del coronavirus, ha iniziato a preoccupare i cittadini italiani che vivono nella zona. Passeggiando per via Pistoiese i passanti non nascondono le proprie paure. È proprio in questa zona, tra il centro e la periferia, che abita la maggiore parte dei cinesi: “La Chinatown". "Stiamo iniziando ad andare in giro con le mascherine... ma lavorando al pubblico non é semplice neanche utilizzare queste precauzioni", ci spiega il proprietario di un piccolo tabacchi. "Molti cinesi della zona viaggiano spesso per la Cina...i bambini nelle scuole sono tutti insieme e non è facile stare tranquilli. Speriamo solo che l’amministrazione prenda le giuste precauzioni", aggiunge un nonno della zona. Al momento, però, dal Comune nessuna risposta. “A Prato c’è un problema reale", spiega Patrizia Ovattoni, capogruppo Lega in consiglio comunale, "Ci sono molti clandestini difficili da controllare. Abbiamo fatto un’interpellanza, ma il silenzio della giunta è assordante. Forse vogliono nascondere il problema”. E a sottovalutare i rischi del virus cinese sembra essere anche la Regione Toscana, che ha deciso di non prendere precauzioni neanche per quanto riguarda le scuole. “È arrivata una circolare in cui dicono di continuare ad agire secondo i protocolli standard. Nessuna indicazione speciale per quanto riguarda il virus”, ci spiega il preside dell’istituto Gramsci Keynes. Ma il presidente della Provincia, Francesco Puggelli, minimizza: “Ci sono decine di malattie più preoccupanti del coronavirus. Le mamme possono stare tranquille. Per le scuole bisogna solo rispettare le normali norme igeniche... il lavaggio delle mani e l’utilizzo dei gel disinfettanti”. Intanto però, nelle fabbriche gli operai cinesi lavorano proteggendosi dal virus. Coprendosi il volto con le mascherine.

Roma - "Paura? No, ma c'è un'ansia tremenda" di Alessandra Benignetti. Per il momento nella Città Eterna a creare problemi, più che il Coronavirus è l’influenza stagionale. “Ci ha decimato”, racconta una mamma che ha appena lasciato i suoi figli all’ingresso della scuola elementare Di Donato, nel rione Esquilino, dove vive la storica comunità cinese della Capitale. “Non ci sentiamo più esposti degli altri”, spiegano i genitori dei piccoli che frequentano la scuola. “Preoccupati leggermente ma spaventati no, c’è troppo allarmismo”, si lamenta un papà. “I cinesi non sono untori”, mettono in chiaro nel rione multiculturale di Roma. Eppure, giura un altro genitore, “nel liceo che frequenta mia figlia c’è una ragazza orientale che negli ultimi tempi tende ad essere isolata, sui mezzi pubblici, ma anche a scuola”. Qualcuno però ci confessa che nelle chat di classe le mamme iniziano a scambiarsi consigli per preservare i piccoli da possibili infezioni. “Lavarsi le mani, usare disinfettanti”, elenca un papà. “Abbiamo un ansia tremenda – si sfoga - ma tendiamo a non esporci perché poi si passa per razzisti”. In classe dei suoi figli ci sono diversi bimbi cinesi. “Il fatto che vengano in contatto con prodotti che arrivano da lì – ci spiega - per me può rappresentare un problema”. Certo, siamo ben lontani dalla psicosi, ma il caso di un’altra scuola elementare, la Falcone e Borsellino di via Reggio Calabria, in zona piazza Bologna, è indicativo. Da ieri i genitori sono in allerta per il viaggio di un maestro ad Hong Kong. “Speriamo che al suo ritorno la scuola prenda le precauzioni opportune”, ci dicono al telefono. Sono pronti a mandare i figli a scuola con le mascherine.

Napoli - "Ora le scuole attivino un protocollo" di Agata Marianna Giannino. A Napoli qualche preoccupazione si è insinuata in alcuni dei genitori degli alunni che frequentano le scuole situate nella zona di Gianturco, area della città dove vive e lavora una folta comunità cinese. Valentina è mamma di due bimbi che frequentano il plesso Quattro Giornate. Uno dei figli ha dei compagni di classe di origine cinese. “La tranquillità non c’è”, ammette. E vorrebbe rassicurazioni dalla scuola. “Sono venuta stamattina apposta per parlare con la preside. Non è una psicosi", chiarisce, "Voglio capire se è stato attivato un protocollo”. Valentina è una delle mamme in apprensione per l’allarme coronavirus. Ma non tutti i genitori manifestano timori. “Altre mamme sono preoccupate. Ma il virus mica sta qua? Sta in Cina”, dice una donna che ha appena lasciato la sua bimba all’ingresso della scuola. “È vero che c’è il rischio di parenti che possono aver fatto viaggi e che potrebbero aver contratto il virus, però non mi sento allarmato da questa situazione”, dichiara un papà. Hanno preferito evitare i microfoni alcuni genitori di origine cinese che abbiamo incontrato davanti alla scuola. Abbiamo provato a parlare della questione con la dirigente scolastica, Rossella De Feo, ma non ha voluto riceverci.

Palermo - Un vertice per prepararsi al peggio di Roberto Chifari. "Niente panico", la parola d'ordine è quella di non creare allarmismi. A Palermo la zona di via Lincoln è la piccola Chinatown della città. Negli anni la zona è diventata a totale controllo dei cinesi. Le attività commerciali che un tempo erano in mano ai palermitani adesso sono in mano ai cinesi che a Palermo è la seconda colonia più grande della città dopo i tamil. Eppure la vita scorre come sempre, anche se l'assessorato alla Salute della Regione ha voluto organizzare un vertice dedicato al Coronavirus. Per prima cosa è stata effettuata una ricognizione dei reparti di malattie infettive presenti in Sicilia e dotati di posti letto con isolamento respiratorio. Una misura indispensabile per ridurre al minimo le ipotesi di contagio nel caso in cui dovesse accertarsi un caso di infezione nell’isola. "Ad oggi in Sicilia non si registrano casi, nemmeno sospetti, riconducibili al Coronavirus", afferma l’assessore Ruggero Razza. L’assessorato della Salute, tuttavia, ha già predisposto un piano che coinvolge le Aziende del SSR, il 118 ed i medici di medicina generale attraverso una procedura dedicata che in caso di necessità verrebbe immediatamente attivata. Un caso sospetto si può certamente controllare, il panico no". Dello stesso avviso il professore Antonio Cascio, ordinario di Malattie Infettive dell’Ateneo di Palermo: "Da studi recentissimi sembrerebbe il nuovo coronavirus provenga da una ricombinazione di un coronavirus proveniente dai pipistrelli e di uno dei rettili e che da questi ultimi sarebbe passato all’uomo".

Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” l'8 marzo 2020. C' è un contagio che si sta diffondendo più rapidamente di quello del coronavirus, che serpeggia ormai da settimane in tutta la Lombardia e sta infettando il resto d' Italia, con vari gradi di intensità e pericolosità, e che sta acquistando un rilievo patologico preoccupante, minacciando lo stato mentale e psicologico collettivo: è la paura. Il timore diffuso di questa nuova infezione infatti, ha fatto saltare tutti gli schemi di razionalità e di ragionamento, offuscando il pensiero e spalancando le porte a comportamenti ed atteggiamenti che spesso rasentano la fobia, facendo precipitare la popolazione in uno stato di angoscia, di ansia e di psicosi permanente, da ognuno dei quali diventa difficile risollevarsi. Nella storia della medicina non è una novità che insieme ad una epidemia si diffonda e cresca la paura, una costante che riguarda soprattutto le malattie infettive trasmissibili, ma in questo caso la moltitudine di interventi sui media, pubblicati per informare e comunicare la potenzialità del rischio infettivo, finalizzati a ridurre le possibilità di contagio, oltre alle tante voci che si sono levate, anche in maniera opportunistica, per minare la credibilità delle istituzioni sanitarie, e le divergenze del mondo scientifico e politico delle scorse settimane, hanno avuto un effetto sconcertante, poiché il rischio di contagio, inteso come valutazione probabilistica, è diventato, nella percezione comune, come un evento sicuro e senza rimedio, che rende ancora più difficile gestire un problema così complesso come il Covid19. La paura è un' emozione primaria dominata dall' istinto, una reazione utile di difesa in previsione di una minaccia al proprio benessere, che scatena l' allerta verso una situazione di pericolo, reale o inesistente, ed è sempre accompagnata da una risposta immediata del sistema nervoso, che prepara l' organismo all' emergenza, innescando una serie di comportamenti che lo predispongono ad atteggiamenti di lotta, di fuga o di richieste di aiuto. La paura irrompe ogni qualvolta sia a rischio la propria incolumità, è sempre anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo, ed è condizionata dai circuiti emozionali del cervello, a seconda dei quali può manifestare differenti gradi di intensità, che vanno dalla semplice sindrome ansiosa fino all' attacco di panico, e promuove differenti comportamenti ed atteggiamenti, i quali, quando non controllati dalla ragione, arrivano a manifestare vere e proprie sindromi fobiche, sovente sproporzionate rispetto alla situazione che si sta affrontando. In questi giorni infatti, è altissimo il numero delle persone che si recano negli ospedali lombardi con difficoltà respiratorie e affanno, ed arrivano nei nosocomi in preda a crisi ansiogene, sicure di aver contratto il coronavirus, mentre alla maggior parte di loro viene diagnosticata la crisi di panico, spesso la prima della loro vita. Quando la paura è massima infatti, nelle persone più fragili psicologicamente, la tensione emotiva ostacola un' adeguata organizzazione del pensiero e dell' azione, essa si carica di un angoscioso presentimento di morte, tipico del panico, con comparsa di sudorazione, tachicardia, nodo alla gola, senso di soffocamento e fame d' aria, e quando la paura raggiunge la forma estrema del terrore, l' impulso emotivo diventa incontrollabile e talmente fobico da spingere l' individuo a reazioni estreme, fino alla perdita di coscienza, oppure a ritirarsi dentro se stesso ed isolarsi socialmente, ispessendo in tal modo i propri confini difensivi. nemico invisibile È quello che sta accadendo con l' epidemia da coronavirus, in un effetto paranoico di massa, con l' aggravante che tale sentimento di paura si scatena non contro un oggetto minaccioso o un animale pericoloso, ma nei confronti di un essere invisibile ed inafferrabile come il virus, verso il quale anche l' argine della fobia crolla, ci si sente fragili e inermi, soli e senza protezione, in quanto questo nemico, contraddicendo irrazionalmente i dati della scienza, è percepito come un veleno sospeso nell' aria che attacca solo respirandola, un flagello impossibile da evitare, proprio a causa della sua indeterminazione materiale, ed associato ad un alto rischio mortale. Inoltre i bollettini quotidiani che elencano i numeri dei nuovi ammalati, dei ricoverati, dei pazienti in Terapia Intensiva, dei decessi e dei cittadini sottoposti a misure di contenimento, non sono una danza macabra attorno a questa epidemia, bensì un dovere di informazione e un diritto di conoscenza, i cui dati però rafforzano la percezione della subdola presenza del virus tra di noi, assumono un peso emotivo enorme elevando lo smarrimento, favorendo la paura di finire intubati in un letto d' ospedale, soli e senza una persona cara accanto, per il pericolo costante del contagio. Clinicamente siamo di fronte ad una vera e propria psicosi collettiva, dove la matrice protettiva della paura viene meno, poiché questo malefico microbo invisibile potrebbe essere ovunque, ed essendo una minaccia non localizzabile, esso è percepito come presente in ogni luogo, nelle mani, nella bocca, in ogni starnuto o colpo di tosse, sulle maniglie, su qualunque superficie e su qualunque persona, a tal punto che chiunque ci si avvicini viene osservato con sospetto e tenuto a distanza. Non abbiamo anticorpi contro il Covid19, ma ne abbiamo contro tutto ciò che ci sconcerta, e per reagire alla paura bisogna prendere atto della realtà, buona o cattiva che sia, per non sviluppare sofferenze interiori che indeboliscono le difese immunitarie. E la realtà è che questa nuova virosi nel periodo di incubazione, che varia dai 7 ai 14 giorni, non manifesta sintomi, ed il paziente, già infettato e contagioso, non avverte nessun disturbo, sta bene ed esce regolarmente, incontra e si relaziona con più persone, trasferendo in quei giorni il virus ad almeno dodici individui, contribuendo in tal modo alla diffusione della malattia, che si espande poi a raggiera. Per tali motivi sono state elaborate le disposizioni restrittive ed imposte dall' ordinanza di Regione Lombardia e del governo, finalizzate giustamente al contenimento dell' epidemia, le quali hanno avuto un impatto violento sulla vita quotidiana, ed inevitabilmente, con il numero crescente dei contagi, che al momento non accennano a diminuire, hanno contribuito a generare questo quadro psicologico prevedibile nella popolazione, di paura, insicurezza, psicosi collettiva, ipocondria e ansia da untori, le quali, pur mettendo a disagio migliaia di persone, ed aumentando le difficoltà dei nostri medici e dei nostri ospedali, in questa emergenza sanitaria speriamo che almeno tornino utili ai fini della diffusione del coronavirus, come uno strumento reattivo neurologico che induca tutti alla massima prudenza.

Da ilmessaggero.it il 4 marzo 2020. Teme che la moglie abbia il coronavirus e la chiude in bagno. Lei chiama la polizia per essere liberata. E' accaduto a Vilnius, in Lituania, come scrive il Mirror. Il marito ha pensato che la moglie avesse contratto l'infezione incontrando una donna cinese proveniente dall'Italia. Quindi, ha chiuso la consorte in bagno temendo il contagio. Dopo qualche giorno di segregazione però, lei è riuscita a chiamare la polizia, lanciare l’allarme ed è stata liberata solo all'arrivo degli agenti. Agli agenti, il marito ha dichiarato di aver agito così su indicazione dei medici e di aver deciso di chiudere in bagno la moglie perché non aveva a disposizione altri luoghi “sicuri” nella casa. Secondo quanto raccontato dal Mirror, la donna è stata comunque sottoposta a scopo precauzionale al tampone per la ricerca del Covid-19, che, però, è risultato negativo. Secondo i dati ufficiali, al momento in Lituania c’è un solo caso accertato di Coronavirus.

Estratto da “Libro Quotidiano” il 4 marzo 2020. Questo stramaledetto coronavirus sta mettendo in difficoltà pure i programmi d' intrattenimento più popolari. Prendiamo "I soliti ignoti", lo show condotto dall' ormai popolarissimo Amadeus, che viene registrato a Roma. Pare che la scorsa settimana gli autori abbiano dovuto incassare parecchie defezioni, da parte di concorrenti provenienti dal Nord - e pure da qualcuno di quelli provenienti dal Sud. «Abbiamo avuto 48 ore di difficoltà, ora è tutto a posto», ha commentato a Repubblica il direttore di Raiuno Stefano Coletta. Soluzione: sono stati convocati in fretta e furia concorrenti del Centro Italia. Peraltro, le puntate de "I soliti ignoti" che stanno andando in onda sono state registrate in questi giorni, e al pubblico viene fatta firmare una liberatoria in cui si dichiara di non essere stati di recente nelle zone rosse. Con la chiusura delle scuole, i precari delle cooperative non vengono pagati. E dunque scatta la protesta. Settanta manifestanti hanno sfidato il divieto di assembramento e organizzato un presidio di protesta sotto la sede della Regione Emilia Romagna chiedendo un "reddito di quarantena" che consenta loro di affrontare l' emergenza. I manifestanti si sono presentati all' appuntamento con tanto di mascherine e hanno rispettato l' indicazione di massima di stare a distanza di un metro gli uni dagli altri. «A oggi - ha spiegato una delle educatrici - non abbiamo nessuna certezza su come verranno pagate queste ore perse. Si parla di recupero, ma nel nostro servizio è impossibile recuperare, perché abbiamo orari fissi e lavoriamo fino a 37 ore settimanali. Non siamo lavoratori di serie b». Cattolica Assicurazioni ha lanciato sul mercato italiano la nuova polizza “Active Business Nonstop”, realizzata per far fronte alle conseguenze della diffusione del virus Covid-19. La soluzione è stata elaborata in tempi rapidissimi per rispondere alla domanda degli esercizi commerciali, come negozi, bar e servizi, costretti a chiusura obbligatoria e misure restrittive. La polizza di durata annuale garantisce un supporto immediato di mille euro al giorno per un massimo di 15 giorni. Anche Generali Italia ha lanciato servizi e garanzie per le famiglie e le imprese che devono affrontare il Covid-19. Per tutti i clienti che hanno sottoscritto Immagina Benessere, in caso di ricovero in terapia intensiva con diagnosi da Covid-19, sarà riconosciuto un indennizzo par al 10% del capitale assicurato.

Psicosi coronavirus, ora riparte l'assalto ai supermercati. Il decreto del governo ha mandato nel panico i cittadini. Ieri sera, in molti si sono presentati in stazione centrale per scappare da Milano. Questa mattina è partito l'assalto ai supermercati. Code anche in Piemonte. Giorgia Baroncini, Domenica 08/03/2020 su Il Giornale. La stretta del governo e i provvedimenti per fermare il coronavirus hanno mandato nel panico i cittadini. Il premier Giuseppe Conte ha firmato nella notte un decreto che limita le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal Covid-19. Ma già nella serata di ieri, quando era circolare la bozza del decreto, la gente ha iniziato a preoccuparsi. In centinaia hanno preso d'assalto la stazione centrale di Milano per fare ritorno a casa: video e foto pubblicate sui social mostrano le biglietterie affollate così come i treni in partenza dal capoluogo lombardo. Questa mattina tutta la Lombardia si è svegliata in un clima di calma apparente. E mentre viaggiatori e furoisede hanno raggiunto le proprie destinazioni nel resto dell'Italia, nelle zone colpite dalla misura del governo c'è chi si trova a fare i conti le limitazioni. Così centinaia di persone si sono riversate nei supermercati per fare scorta di cibo e beni di prima necessità. Una corsa all'acquisto che si era già registrata qualche settimana fa quando era arrivata la notizia della creazione delle zone rosse nel Lodigiano. Per timore di restare chiusi in casa in quarantena, la gente era corsa al supermercato riempiendo i carrelli di qualsiasi cosa. Ora, con il nuovo decreto firmato nella notte dal premier Conte, la paura torna a fare capolino e, di conseguenza, è ri-partito l'assalto ai negozi di alimentari. Nel decreto sulle misure urgenti per la Lombardia e le 14 province si legge che le attività commerciali dovranno rispettare la distanza di un metro per i clienti altrimenti scatterà la sanzione. In presenza di condizioni strutturali o organizzative che non consentano il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro, le richiamate strutture dovranno essere chiuse. Nei giorni festivi e prefestivi, saranno chiuse le medie e grandi strutture di vendita, nonché gli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati. La chiusura non è prevista per farmacie, parafarmacie e negozi di alimentari, ferma restando la prescrizione del metro di distanza. Intanto però è partita la corsa ai negozi. A Milano, ad esempio, nella prima mattinata in molti si sono presentati al supermercato di Corso Lodi per riempire i propri carrelli (guarda la gallery). E così, ora dopo ora, gli scaffali si svuotano sempre di più. Non solo Lombardia. Anche in Piemonte è scattato l'assalto ai supermercati. Alessandria nel suo primo giorno di "chiusura" è quasi deserta, ma, come riporta La Stampa, la paura di rimanere chiusi in casa ha fatto partire la corsa ai negozi.

DAGONEWS il 3 marzo 2020. Panico coronavirus negli Usa dove migliaia di persone hanno preso d’assalto i supermercati per fare scorte: dal New Jersey a San Francisco gli americani preoccupati hanno svuotato gli scaffali, portando via cibo, medicinali e prodotti per la pulizia della casa. Nei carrelli traboccanti montagne di rotoli di carta igienica e di carta assorbente, casse di acqua in bottiglia e dozzine di lattine di cibo in scatola. In alcuni supermercati centinaia di persone sono state avvistate in fila in attesa dell’apertura per prendere dall’assalto gli scaffali che, dopo il passaggio, sono rimasti vuoti. Ad andare a ruba soprattutto gel igienizzante per le mani e prodotti per la pulizia. A New York - dove ci sono stati due casi confermati - le persone si sono precipitate a comprare disinfettanti per le mani e maschere dai venditori ambulanti nelle affollate strade di Manhattan. Secondo l’ultimo bilancio ci sono sei morti e 100 contagiati in 15 stati.

Anna Zinola per "corriere.it" il 3 marzo 2020. L’effetto del coronavirus sul carrello della spesa. Della corsa ad accaparrarsi gel igienizzanti per le mani e mascherine si sa. Ma non sono questi gli unici prodotti dei quali gli italiani – sull’effetto del coronavirus – fanno incetta. A sparire dagli scaffali sono molti altri prodotti. Vediamo quali. In dispensa zucchero, pelati e tonno in scatola. Per rendersene conto basta fare un giro in un supermercato. La disponibilità dei prodotti a lunga conservazione è ridotta al minimo. I bancali sono spesso vuoti. Di quali prodotti parliamo? Si va dagli alimenti (come lo zucchero, la farina, la pasta, i pelati, il pesce in scatola) all’acqua, sino ad arrivare alla carta igienica. Un comportamento dettato dalla paura di dover restare barricati a lungo in casa, senza poter fare la spesa. Insomma, l’idea è: ho la dispensa piena di prodotti che non scadono a breve, almeno non morirò di fame. Litri e litri di candeggina. Ad andare a ruba sono anche i disinfettanti per la casa. Così referenze, come la candeggina e l’alcol etilico, che sino a qualche settimana venivano acquistate con una bassa frequenza, oggi rientrano tra i top seller. Anche qui la motivazione è chiara: si cerca di igienizzare tutte le superficie domestiche così da ridurre al minimo la possibilità che il virus sopravviva. E c’è anche chi si improvvisa piccolo chimico e usa la candeggina per preparare in casa una soluzione disinfettante per le mani. Integratori e antiossidanti per il sistema immunitario. Un’altra categoria che “beneficia” del coronavirus effect è rappresentata dagli integratori. Che si tratti di semplici vitamine o di antiossidanti, poco importa. L’obiettivo è rinforzare le difese immunitarie dell’organismo. Di fatto vi è, qui, un piccolo paradosso: da una parte si privilegiano gli alimenti a lunga conservazione a discapito di quelli freschi, che sono naturalmente più ricchi di principi attivi, dall’altra parte si assumono dei preparati per fornire all’organismo quegli stessi principi. Si fa la scorta anche per cani e gatti. Non ci si preoccupa solo per sé ma anche per gli animali di casa. Ecco, allora, che si comperano grandi quantità di cibo pronto per il cane e per il gatto. E, se non si trovano più al supermercato, ci si rivolge al negozio specializzato. La conferma arriva dai dati di Stocard, app che consente di memorizzare nel proprio smartphone le carte fedeltà: dal 19 al 25 febbraio le vendite nei pet store sono aumentate, rispetto alla media dei 30 giorni precedenti, del 20% in Lombardia e dell’1% in Italia. Crescono i drugstore. Tra le tipologie di punto vendita vanno forte, oltre a super e ipermercati, i così detti drugstore, ovvero le catene specializzate in prodotti per la cura della persona e della casa. Qui, nella penultima settimana di febbraio, si è registrato un incremento del +31% in Lombardia e del 15% nel resto del Paese. E’ probabile che i consumatori vi si siano recati per acquistare, in un’ottica di scorta, quelle referenze disinfettanti/igienizzanti che cominciavano a scarseggiare al supermercato. Farmacie. E la farmacia? Nonostante le aspettative, la crescita resta più limitata: + 7% in Lombardia e +1% in Italia. Un fenomeno che si può ricondurre a due fattori: da una parte le limitazioni orarie delle farmacie (non tutte fanno orario continuato, sono aperte la domenica etc) e dall’altra il rapido esaurimento – evidenziato anche da cartelli esposti in vetrina - dei prodotti più richiesti.

Andrea Valle per "Libero" l'1 marzo 2020. Ormai pressoché da tutte le parti si predica calma, si cerca di limitare la paura che potrebbe fare ancor più danni di questa maledetta infezione. Ma scorrendo le cronache, emergono notizie che fan capire come i giorni attuali siano letteralmente dominati da quel che accade "intorno" al virus. Una situazione che sta cambiando anche le abitudine acquisite: i selfie con i calciatori, per esempio. Il Bayern Monaco, la più importante squadra tedesca, ha intimato ai suoi tesserati di non fare fotografie con gli ammiratori, per timore che si possano ammalare. D' altro canto, il calciatore del Tottenham Son si sottoporrà per precauzione a un periodo di quarantena, essendo appena rientrato dall' Estremo Oriente. E poi le messe, ormai chiuse al pubblico: in occasione della prima funzione della Quaresima, la Diocesi di Venezia ha deciso di trasmettere la funzione in diretta televisiva. Invece i musulmani di Mestre non hanno voluto rinunciare alla preghiera del venerdì, e si sono radunati in duecento nonostante i divieti: una volta scoperti, il locale adibito a moschea è stato sgomberato, e l' imam denunciato.

Per Son del Tottenham periodo di quarantena. Il forte attaccante della compagine londinese del Tottenham, Son Heung-min, 27 anni, passerà un periodo di tempo lontano dalla squadra una volta tornato da un intervento chirurgico in Corea del Sud, come precauzione in relazione allo scoppio dell' epidemia di corovirus. Il calciatore coreano la scorsa settimana è infatti volato a Seul per l' appunto per sottoporsi a un' operazione al braccio fratturato nella gara di Premier League del 16 febbraio scorso contro l' Aston Villa, e il manager Jose Mourinho ha detto che «molto presto» tornerà in Inghilterra, dove però «dovrà seguire un protocollo di sicurezza». Mourinho ha aggiunto che spera di riavere a disposizione Son per «alcune partite» nel finale di questa stagione.

Pallanuoto rimandata. La Federation Internationale de Natation ha posticipato al 17-24 maggio il torneo preolimpico di pallanuoto femminile, in programma a Trieste, per via dell' emergenza legata al coronavirus e alle conseguenti misure adottate dai Paesi le cui federazioni hanno diritto a parteciparvi: Francia, Grecia, Israele, Kazakistan, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Slovacchia, Ungheria e Uzbekistan.

La messa quaresimale va in diretta televisiva. Come già preannunciato, domani mattina - prima domenica di Quaresima - il Patriarca Francesco Moraglia presiederà la Santa Messa - in forma non pubblica e alla sola presenza della comunità del Seminario - alle ore 11, dall' altare maggiore della basilica della Salute a Venezia; al termine il Patriarca rivolgerà una preghiera di affidamento alla Madonna della Salute. Tale celebrazione sarà trasmessa in diretta dal settimanale diocesano Gente Veneta (attraverso la sua pagina Facebook) e dalle emittenti televisive Antenna 3 e Rete Veneta (rispettivamente sui canali 13 e 18 del digitale terrestre). A mezzogiorno, tutte le campane delle chiese della Diocesi di Venezia suoneranno come segno pubblico e «grido di speranza».

La squadra di serie C con 3 calciatori infetti. Salgono a tre i calciatori della Pianese, squadra toscana di serie C, risultati positivi al tampone del coronavirus. Lo rende noto la stessa società sportiva della provincia di Siena. Oltre ai due calciatori, che sono al momento seguiti dal Servizio sanitario della Toscana, emerge ora il terzo caso sospetto, relativo a un tesserato che, come da protocollo, sta osservando l' isolamento fiduciario nella sua abitazione di Ravenna; è leggermente febbricitante, dunque non in condizioni gravi, e dal punto di vista sanitario viene seguito dalla competente Asl dell' Emilia Romagna. Alla Pianese, come già comunicato dalla Regione Toscana, risulta anche un quarto caso sospetto di coronavirus, che riguarda un addetto dello staff della squadra.

In moschea non si può. La polizia locale è intervenuta a Mestre (Venezia) in un locale adibito a moschea dove si teneva la funzione religiosa islamica del venerdì, con quasi 200 presenze. Gli agenti hanno fatto interrompere l' incontro di preghiera, vista l' ordinanza del ministero della Sanità e del presidente della Regione che proibisce eventi di ogni tipo che prevedano l' assembramento di persone. L' imam è stato denunciato.

I taxi si disinfettano. Le 384 auto bianche della Socota-Radio Taxi Firenze 4242 vengono disinfettate e sterilizzate con speciali prodotti in grado di eliminare per due mesi virus e batteri presenti negli abitacoli. Ad annunciarlo sono i responsabili della stessa cooperativa fiorentina, che hanno illustrato il processo di sanificazione, con un "saggio" in diretta davanti alla sede. «In un periodo come quello attuale, caratterizzato dalla grande preoccupazione per il diffondersi del coronavirus - ha spiegato il presidente Andrei - diventa indispensabile una vera e propria disinfezione, che garantisca l' eliminazione di virus, germi, batteri e funghi che annidandosi nelle parti più nascoste dell' abitacolo e all' interno del climatizzatore, possono aggravare le condizioni di chi già soffre di qualche forma di allergia e veicolare ogni tipo di contagio».

Il Grana Padano non c’entra con il morbo. «I toni allarmistici utilizzati a proposito del blocco del Grana Padano da parte della Grecia ci stanno mettendo in grande difficoltà, peraltro in modo del tutto immotivato, oltre che non vero, fomentando ulteriormente la psicosi collettiva» e in questo modo «contribuendo ad alimentare una scorretta percezione dell' attuale congiuntura da parte degli Stati esteri». Così sostiene Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana Padano, con riferimento ad alcuni titoli di stampa sulla richiesta della Grecia di una certificazione "virus free" per il Grana Padano. «I rapporti con la Grecia continuano» prosegue Berni, e «il Grana Padano posto al consumo oggi è senza problemi: è stato prodotto oltre 10 mesi fa quando 'Covid-19' ancora non esisteva».

Il Bayern vieta i selfie dei tifosi coi giocatori. Basta, per il momento, alle ricercatissime fotografie fra tifosi e campioni: vista l' emergenza legata all' epidemia di Coronavirus, la squadra di calio più famosa di Germania e una delle più famose del mondo, il Bayern Monaco, ha annunciato in una nota di aver raccomandato ai suoi giocatori «di non firmare autografi per il momento e di non essere disponibili per foto o selfie con i tifosi». Il tutto sulla base delle raccomandazioni del Robert Koch Institute, che è in costante contatto con il professor Roland Schmidt, direttore di medicina interna del dipartimento medico del Bayern. «Chiediamo la comprensione dei nostri fan e di tutti i visitatori dell' FC Bayern», si legge nella nota diffusa dalla società.

Follie Infettive. Dall’acqua santa curativa al morbo anti-traffico. Tutte le scemenze dei vip. Gianluca Veneziani per "Libero" l'1 marzo 2020. È una specie di bestiario vip, di stupidario delle frasi più inopportune, insulse ed offensive quello che stiamo compilando. Una denuncia dell' epidemia di idiozie che prolifera sui social: chiamiamolo vipus, visto che colpisce i vip. Contro quest' infezione il nostro articolo vuole essere un tentativo di cura, e insieme un vaccino. Questa "piaga" aveva preso forma di discriminazione, forse ironica ma di cattivo gusto, in Gigi Buffon che, avvicinato da un ragazzo cinese per un autografo, gli diceva: «Hai il Corona eh, ti guardo!». E ancora: «Di dove cazzo sei? Di Wuhan?», tra le risate dei presenti. Discriminazione che si trasformava in disprezzo verso il volgo nelle parole della scrittrice Michela Murgia. Intervistata dalla Bignardi, esultava per aver fatto un viaggio comodissimo Roma-Milano: «Ho viaggiato in un aereo semi vuoto, sono arrivata in una città senza traffico. Può durare un altro po' questo virus? Se il risultato è la vivibilità delle strade, ci metterei la firma», diceva, con tanti saluti a chi, per colpa del morbo, è morto. Ma alla Murgia non interessa: a suo giudizio, il vero virus è la plebe che intasa strade e mezzi pubblici. Un ceppo simile di questa "malattia" ha colpito un' attrice d' Oltreoceano giunta in Italia per girare un film: Eva Longoria, la casalinga disperata della serie tv, si è fatta prendere dalla discriminazione anti-settentrionali. Per rassicurare i fan, ha postato un video su Instagram: «Grazie per le vostre preoccupazioni, ma non sono vicino al Nord. Il coronavirus è nel Nord Italia, qui siamo più lontani». Della serie: il Settentrione è un lazzaretto, fortuna che ne sto a debita distanza.

In altri il virus-vip attecchisce sotto forma di narcisismo. Alba Parietti tiene a mostrarsi su Instagram con naso e bocca coperti e a far sapere che «anche in momenti tragici ci vuole un po' di eleganza». Perché lei ha stile anche nella scelta della mascherina E poi, fingendosi esperta, invita tutti a indossarla: «La mascherina serve solo a non infettare? Bene, io che spero di essere sana evito ogni rischio di contagio agli altri». E questo sebbene gli esperti, quelli veri, dicano che la mascherina serve solo ai contagiati e a chi è a contatto con loro. In ogni caso è l' aspetto estetico a prevalere. Elisabetta Canalis, in partenza per il Giappone, si duole di non avere un filtro naso-bocca alla moda: «La peggior mascherina in commercio ce l' ho io», scrive contrariata. Stesse lagnanze avanzate dalla fashion blogger Giulia De Lellis: «Quelle carine (cioè le mascherine, ndr) erano finite. Ma meglio queste di niente!». Poi ci sono i contagiati dal luogo comune "come ci siamo ridotti, noi vip". Belén Rodriguez posta un video in cui, mascherina al volto, pronuncia afflitta: «Guarda che fine abbiamo fatto!». Mentre Serena Enardu, la (ex) fidanzata del cantante Pago, assicura di usare la protezione sul volto perché «non voglio stressarmi». La famosa funzione antistress della mascherina. In alcuni casi il virus si diffonde sotto forma di allucinazioni miracolistiche. È il caso di Paolo Brosio che, in preda a delirio mistico, pronuncia in tv: «Torniamo a pregare, l' acqua santa non diffonde il coronavirus». Rimedi efficaci quanto quelli di Laura Chiatti che pubblica una foto in cui si copre con uno sciarpone per difendersi dal virus. Altro che mascherine. Nella sua forma più intensa il morbo della cialtroneria colpisce una concorrente del Gf Vip, la modella Sara Soldati, che entrata nella Casa rende edotti gli altri reclusi della situazione fuori. Sparando cifre a caso: «Il 2% dei cinesi sono morti». Fosse vero, dovrebbero essere passati a miglior vita 20 milioni di cinesi. In realtà, sono circa tremila. Che dire: urge quarantena obbligatoria contro le minchiate.

Alessandro Trocino per “il Corriere della Sera” il 2 marzo 2020. Una giornata di riflessione e di discussioni, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha provato a mediare tra le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico e le richieste di governatori e amministratori locali. Alla fine, il decreto della presidenza del Consiglio è stato firmato e ha assunto una forma più complessa, con ulteriori differenziazioni per territorio e con un tentativo di uniformare le linee di azione che sta già provocando polemiche. Perché si prevede che «non possono essere adottati e sono inefficaci» le ordinanze dei Comuni dirette a fronteggiare l' emergenza che siano «in contrasto con le misure statali». Quanto basta per far infuriare il sindaco di Crema, Stefania Bonaldi, secondo la quale la norma «è una grave violazione del potere attribuito ai sindaci che mai come in questo caso dovrebbe essere rispettato». L' Italia del decreto, firmato dal premier e dal ministro della Salute Roberto Speranza, viene suddivisa sostanzialmente in quattro aree. La zona rossa, nella quale sono adottati i provvedimenti più drastici e sono sospese tutte le attività in luoghi pubblici, compresi i trasporti. Sono undici Comuni: Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d' Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini (tutti in Lombardia) e Vo' (quest' ultima in Veneto). Una seconda fascia comprende le tre regioni già coinvolte (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna), alle quali ora si uniscono anche le province di Pesaro-Urbino (nonostante le perplessità del sindaco Matteo Ricci) e di Savona. Una terza categoria riguarda invece le province di Bergamo, Lodi, Piacenza e Cremona. Infine, ci sono le misure che riguardano tutta l' Italia. Tra i tecnici c' è preoccupazione per il picco di nuovi contagi e c' è il rischio che, nel caso di una mancata inversione di tendenza, le misure possano essere prorogate di un' altra settimana ed essere allargate anche ad altre zone. Confermato lo stop alle lezioni in asili, scuole e università per le tre Regioni interessate fino all' 8 marzo. A queste, si aggiungono il Friuli-Venezia Giulia e le province di Pesaro-Urbino e di Savona. In Liguria, Savona a parte, si riprende mercoledì. In Piemonte, il governatore Alberto Cirio fa sapere che si deciderà il da farsi tra domani e dopodomani. Tutti i musei, istituti e luoghi di cultura sono aperti al pubblico, ma devono «assicurare modalità di fruizione contingentata», ovvero evitare «assembramenti» e comunque fare sì che i visitatori rispettino la distanza di almeno un metro. Questa misura di sicurezza viene chiamata «droplet», in italiano «gocciolina». È stata accolta la richiesta della Regione Lombardia e dunque sarà possibile lo svolgimento di attività in comprensori sciistici, ma solo a condizione che si assicuri «la presenza di un massimo di persone pari a un terzo della capienza» in funicolari, funivie e cabinovie: anche in questo caso si cerca di evitare i contatti troppo ravvicinati. Resta confermato lo stop a tutte le manifestazioni di carattere non ordinario, «grandi eventi, cinema, teatri, discoteche e cerimonie religiose». Per quanto riguarda i «luoghi di culto», si aggiunge che resteranno aperti, ma a condizione di evitare «assembramenti di persone» e garantire la distanza di un metro tra un frequentatore e un altro. La misura, già prevista nella bozza del giorno precedente, viene esplicitata. E dunque, si scrive che nelle tre Regioni e nelle due province di Pesaro-Urbino e Savona, «lo svolgimento delle attività di ristorazione, bar e pub» è ammesso, a condizione che «il servizio sia espletato per i soli posti a sedere e che, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali, gli avventori siano messi nelle condizioni di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro». Anche i negozi potranno aprire, ma «con modalità idonee a evitare l' assembramento» e rispettando «la distanza di almeno un metro tra i visitatori». Viene disposta - ma solo per le province di Bergamo, Lodi, Piacenza e Cremona - la chiusura nelle giornate di sabato e domenica delle «medie e grandi strutture di vendita e degli esercizi commerciali presenti all' interno dei centri commerciali e dei mercati, a esclusione delle farmacie e parafarmacie e dei punti vendita di generi alimentari». Questa misura riguarda solo la Lombardia e la provincia di Piacenza: si sospendono fino all' 8 marzo tutte le attività di palestre, centri sportivi, piscine, centri natatori, centri benessere e centri termali. Più blande ma comunque importanti le misure da adottare in tutto il territorio nazionale. Si tratta sostanzialmente di misure precauzionali e igieniche. Nelle pubbliche amministrazioni saranno a disposizione soluzioni disinfettanti, le aziende di trasporto pubblico dovranno sanificare i mezzi e si concede ai datori di lavoro di applicare ai rapporti di lavoro subordinati «la modalità di lavoro agile» (ovvero lo smart working). Il Dpcm si conclude con sette «misure igieniche», che contemplano il «lavarsi spesso le mani»; evitare il contatto ravvicinato con chi soffre di infezioni respiratorie acute; «non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani»; coprirsi bocca e naso se si starnutisce o tossisce; non prendere farmaci antivirali o antibiotici se non prescritti; pulire le superfici con disinfettanti; usare la mascherina solo se si sospetta di essere malato o si assiste persone malate.

Coronavirus, Horst Seehofer rifiuta la stretta di mano da Angela Merkel: "Cosa giusta", è solo psicosi? Libero Quotidiano il 02 marzo 2020. La psicosi coronavirus colpisce anche i vertici tedeschi. Il ministro dell'Interno, Horst Seehofer, in occasione della riunione per parlare di crisi migratoria, ha rifiutato la stretta di mano della cancelliera Angela Merkel. Il tutto è stato immortalato in un video, dove si vedono i due alle prese con un gesto usuale, ma di questi tempi pericoloso. La stessa Merkel, inizialmente ironica, ha poi liquidato Seehofer con un "ha fatto la cosa giusta". Proprio così perché le strette di mano sembrano letali. Almeno questo è quello che afferma anche il decreto straordinario del governo volto ad affrontare l'epidemia. Decreto che consiglia "un metro di distanza" tra persone al fine di evitare il contagio. 

Ma che strano sortilegio la tv tv senza pubblico (causa virus). Forse senza gente in sala la televisione lavora meglio.... Francesco Specchia 27 febbraio 2020 su Libero Quotiiano.

C'è qualcosa di straniante, d'innaturale nello spettacolo di un programma di prima serata senza pubblico, causa Coronavirus. E' un po' come se al fabbro togliessero l'incudine, all'artista la modella, al politico il suo fluttuante elettorato. Eppure, s'è rivelata un'esperienza inedita osservare, l'altra sera, gli studi aeroportuali di Che tempo che occupati solo dagli ospiti, da Fabio Fazio e dal sorriso contenitivo di Filippa Lagerback: c'era il il professor Burioni che ci rendeva edotti sul contagio e c'era Massimo Moratti, incanutito, alle prese col mito nostalgico dell'Inter e di suo padre; c'erano certe battute della Littizzetto che senza applauso si sgonfiavano come soufflè mal cucinati. E, in quegli attimi, ci si poteva concentrare soltanto sui sorrisi, sulle pause di riflessione, sull'increspature d'espressione; e il suono del pubblico non distraeva, né avvolgeva le parole in strane sinestesie. Niente pubblico uguale nessun applauso a sottolineare un concetto formidabile o una battuta inopportuna; e nessuna inquadratura su sedie vuote per interrompere il filo di un racconto che possa sembrare noioso o inopportuno; e nessuna finta interazione del conduttore nel “coinvolgere” il pubblico (una paraculissima tecnica di prossemica sublimata  al cinema nella scena dell'incontro tra Joaquin Phoenix e Robert De Niro  nello studio tv del film Joker). L'ordinanza regionale anti-assembramento del governatore Attilio Fontana è stata democratica. Prima di Fazio era toccato a Live -Non è la D'Urso e a Tiki Taka, a Mattino 5, in fine a Le Iene per la “prima volta in 24 anni andate in onda senza pubblico”. Ma, guardate, non è affatto malaccio. Io sono dell'opinione che il pubblico serva a distrarre, quando addirittura non è costretto ad essere il metronomo della produzione. Ho visto, nei decenni, decine di segretari di produzione o assistenti alla regia dirigere, da dietro le telecamere, il flusso emotivo di un pubblico torpido, disinteressato e chiaramente presente per motivi alimentari; un drappello di inutile umanità che veniva risvegliato da quegli stessi tecnici che erano in grado sia di partire fragorosamente con la claque come se fossero in un coro gospel, sia di elevare al cielo cartelli laconici cartelli di comando (“Applausi!”, “Fischi!”). Inoltre, senza pubblico la capacità del conduttore risalta, il suo rispetto del tempo televisivo è sacro, lo stimolo all'improvvisazione s'inebria. Tv a porte chiuse. Forse il virus ha portato qualcosa di buono…    

FRANCESCO SPECCHIA: Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

DAGONEWS il 3 marzo 2020. Prima del coronavirus, a New York è già arrivato il panico. Dopo la notizia del primo caso in città, gli abitanti della metropoli hanno iniziato saccheggiare i supermercati facendo scorte di cibo e di medicinali. Alcuni video girati nei market si vedono persone in preda alla frenesia che fanno scorta di carta igienica, acqua in bottiglia, salviette disinfettanti. In molti si sono arrampicati sugli scaffali per scartare pacchi di prodotti ancora imballati, mentre fuori centinaia di persone munite di carrello attendevano di poter fare il loro ingresso. Negli Usa le persone positive al tampone sono 88. E intanto è stato confermato il secondo decesso legato al virus, sempre nello stato di Washington. L'uomo che è morto sabato aveva 70 anni ed era "condizioni di salute scarse", secondo l'ufficio di sanità pubblica nella contea di King, la più popolosa dello stato e sede di Seattle, città di oltre 700.000 abitanti. A New York è stato confermato il suo primo caso di positività: «La paziente, una donna di circa 30 anni, ha contratto il virus mentre viaggiava in Iran ed è attualmente isolata nella sua casa», ha detto ieri sera il governatore Andrew Cuomo, aggiungendo che la paziente «non è in gravi condizioni ed è in una situazione controllata da quando è arrivata a New York». Lo stato della Florida ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria dopo che sono stati rilevati i primi due casi di coronavirus. Si tratta di due persone tra cui - spiegano le autorità locali - una che ha viaggiato in Italia.

Lorenzo Briotti per "blitzquotidiano.it" il 3 marzo 2020. In Iran fedeli musulmani leccano e baciano le superfici del santuario di Hazrat-é Masumeh nella città iraniana di Qom, sfidando così quanto imposto da Governo per fronteggiare l’epidemia di coronavirus che nel Paese stando agli ultimi dati ufficiali, avrebbe contagiato 1500 persone provocando la morte di 66 persone, il  dato più alto al di fuori della Cina. I leader religiosi, a quanto pare rifiutano i consigli del Ministero della Sanità di chiudere i luoghi sacri dove ogni giorno si recano migliaia di persone, per frenare in questo modo la diffusione dell’infezione. Le superfici dei santuari che si trovano in queste città vengono leccati e baciati dai fedeli perché considerati come dei “luoghi di guarigione”.  Come mostra il video ripreso e diffuso anche dal Daily Mail, un cittadino ha voluto sfidare gli avvertimenti e si è filmato mentre lecca deliberatamente il santuario sciita della città di Mashhad, per poi postare il video sul web. L’uomo è stato arrestato dalle autorità lo scorso 29 febbraio. La sua identità resta sconosciuta. Si è difeso dicendo che il coronavirus, all’interno del santuari sciiti non abbia effetto. Come lui sono in  tanti a credere che il virus in quei luoghi non colpisce. La maggior parte dei contagi in Iran è concentrata nella città di Qom: qui, a leccare e baciare i santuari sono stati sorpresi anche dei bambini. 

 (ANSA il 3 marzo 2020) - Una festa con 150 persone, organizzata venerdì sera in un locale nonostante all'ordinanza del ministero della Salute che vieta eventi di questo tipo per la prevenzione del contagio da Coronavirus. È successo a Lavino di Mezzo, nel Bolognese, dove i carabinieri hanno denunciato per inosservanza di un provvedimento dell'autorità il titolare 39enne di un bar-ristorante. I Carabinieri della stazione di Anzola Emilia hanno scoperto che c'era stata la festa a tema latinoamericano dalla pagina Facebook del locale, dove sono stati pubblicati foto e video dell'evento, ampiamente pubblicizzato sulla stessa pagina. Sorpreso dai carabinieri a servire bevande al bancone e non ai tavolini, come disposto dall'ordinanza di Regione Lombardia che mira a ridurre al minimo i contatti per limitare la diffusione del Coronavirus, un barista di Rivolta d'Adda, in provincia di Cremona, è stato sanzionato e denunciato a piede libero. L'uomo è accusato di non aver osservato le disposizioni sui locali pubblici e di aver violato l'ordinanza regionale che vieta fra altro gli assembramenti dopo le 18 e, nello specifico caso dei bar, punta a contrastare lo sviluppo del contagio evitando contatti ravvicinati fra i clienti. L'equipaggio dei carabinieri che ha eseguito la verifica era impegnato in un servizio di controllo dedicato. Il reato ipotizzato prevede come pena massima in caso di condanna il carcere fino a tre mesi. 

Alessandro Gonzato per “Libero quotidiano” il 3 marzo 2020. C'è sanificazione e sanificazione. Quella da Coronavirus, all' ospedale veronese di Borgo Trento, è in atto già da qualche giorno. Quella della fontana al centro del grande atrio del Polo Confortini, invece, ieri è stata un inedito. Non perché la vasca d' acqua non venga regolarmente disinfettata, no di certo, ma perché nessuno prima d' ora aveva pensato di utilizzarla come una latrina, e dunque la procedura di igienizzazione stavolta è stata differente. Veniamo (purtroppo) ai fatti. È accaduto che un ragazzone di colore, una «risorsa» come lo definirebbe qualche noto esponente progressista, probabilmente attirato dalla pulizia e dalla lucentezza del bordo in marmo della fontana vi si è seduto sopra, si è calato le brache, e come nulla fosse vi ha defecato dentro. Orrore, schifo, raccapriccio: ma come diavolo è possibile! Di questi tempi lo è. È successo in pieno giorno sotto lo sguardo attonito di medici, infermieri e pazienti. L' incivile immigrato non ha nemmeno tentato di farla di nascosto. Non è stato vittima di un incontenibile attacco di dissenteria, come gli improvvidi turisti che nei Paesi esotici bevono l' acqua del rubinetto e subito dopo accusano movimenti tellurici allo stomaco. L' africano era tranquillo, si è preso tutto il tempo del mondo, si è accomodato come nel bagno di casa e una volta terminato lo scempio si è rivestito e si è avviato fischiettando all' uscita. L'esibizione è stata fotografata e gli scatti hanno cominciato immediatamente a fare il giro dei social. Non poteva che andare così. Sono volati commenti di sdegno e qualcuno si è lasciato andare al turpiloquio, che non è elegante ma in casi simili è più che comprensibile. C' è stato anche chi si è chiesto se anziché immortalarlo con lo smartphone non fosse il caso di fermarlo, ma in tempi in cui terrorizzano persino le goccioline di saliva e nei bar bisogna stare a un metro di distanza gli uni dagli altri l'operazione andava oltre ogni protocollo di sicurezza. Altri ancora hanno ironizzato sul fatto che proprio in queste ore l'azienda ospedaliera veronese (con merito) è stata inserita dall' autorevole Newsweek tra le migliori al mondo. Chiedersi cosa ne è stato dell' africano incontinente è inutile: l' uomo è stato accompagnato alla porta e tanti saluti. D' altronde, gli fosse stata comminata una multa di cinquemila euro come allo sfigatissimo universitario beccato a La Spezia col piffero al vento mentre orinava in un vicolo, i vigili avrebbero solo sprecato carta. Che in questo caso, semmai, sarebbe servita ad altro. 

Da "ilposticipo.it" il 3 marzo 2020. Ai tempi del Coronavirus meglio prendere accorgimenti per evitare che le nostre tradizioni non vengano perse per strada. Sta prendendo piede (in tutti i sensi!) un nuovo modo di salutarsi che questa volta vede protagonisti gli arti inferiori: d’ora in avanti niente strette di mano, rimpiazzate con un colpetto di piede a vicenda e tanti saluti. La gente ha accolto con entusiasmo questa nuova moda e lo ha ribadito sui social: “Non è una cattiva idea cominciare a praticare un modo di salutarsi più igienico”. Qualcuno ha ironizzato sul nuovo saluto che arriva dall’Asia: “Scherzerà, ma non è poi così male. Potremmo anche prenderci il lusso di fare un piccolo salto tra un saluto col piede e l’altro. Anche l’esercizio fisico serve”. La moda ha riscosso nel complesso un grande successo: “Mi piace il nuovo modo di salutarsi”. Resta da capire se sbarcherà anche nel mondo del pallone. Del resto per i calciatori usare i piedi  non è una grossa novità. Né dovrebbe essere particolarmente difficoltoso. Da "leggo.it" il 3 marzo 2020. Il caso di contagio di coronavirus a Pomezia, il poliziotto risultato positivo ai test insieme a tutta la sua famiglia, con la sospensione delle lezioni sia al liceo frequentato dal figlio sia per quanto riguarda il corso all'università La Sapienza frequentata dalla figlia, potrebbe essere collegato ad un concerto tenutosi al Forum di Assago, a Milano. Lo scrive sui social l'Assessorato alla Sanità e all'integrazione socio sanitaria della Regione Lazio. L'indagine epidemiologica effettuata sui casi di Pomezia, collegati all'agente di polizia ricoverato allo Spallanzani, «evidenzia un link epidemiologico con l'evento del 14 Febbraio al Forum di Assago. La sequenza temporale dell'esordio dei sintomi e l'analisi sierologica depongono per contatto non autoctono ma derivante dalla Lombardia», scrive l'assessorato. «Il contact racing nel quale vengono riportati nel dettaglio contatti, trasporti e soggiorni è stato immediatamente messo a disposizione del ministero della Salute, come da protocollo», conclude la nota.

Vittorio Macioce per “il Giornale” il 2 marzo 2020. A un metro dal tuo prossimo, una distanza da misurare a occhio, allargando le braccia, come se quello fosse il tuo spazio di sopravvivenza, il tuo respiro. È la distanza di sicurezza, definita per decreto, per resistere al virus. È la soglia del contagio. Tieni il tuo prossimo lontano da te. Non importa chi sia e neppure se non starnutisce. La prima regola è che non ti puoi fidare di nessuno. Vale ovunque, ma soprattutto nei luoghi dove l' altro è di passaggio, sconosciuto, sprovveduto, in balia del destino e rassegnato, esattamente come te. Il metro come confine della paura. Il metro è legge. È un decreto del presidente del Consiglio dei ministri. È in vigore dalla mezzanotte. No, non in tutta Italia. Vale in Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, in provincia di Savona e di Pesaro-Urbino. Nei locali aperti al pubblico ci dev' essere un vuoto tra te e l' altro. Non si chiudono i musei. Restano aperti i luoghi della cultura. Sono simboli. È un modo per dire al mondo: qui tutto è normale. Vieni, vivi, inebriati di bellezza. L' ultima cena ti aspetta e non fa nulla se sui social da giorni gira una foto dove Gesù e gli apostoli sono andati via. È per sdrammatizzare e funziona. Niente paura. Presto, venite stranieri e aggiungi un posto a tavola. Solo che si entra con il numeretto. Uno alla volta. Finalmente soli davanti al Cenacolo, sopraffatti dalla sindrome di Stendhal. C è da svenire. È più difficile al bar. Cornetto e cappuccino per favore. Si fa colazione con i gomiti larghi. Come si calcola un metro a occhio? E calma, pazienza, non bisogna lasciarsi innervosire da quelli che per bere un caffè ci mettono una settimana, girano lenti il cucchiaino nella tazzina e sorseggiano all' infinito, come se in quell' acqua scura ci fosse la cicuta. Niente tagliafuori. Niente espresso. La colazione si fa a casa. A un metro di distanza da tua moglie. La vita al tempo del contagio non ha baci e non ha abbracci. È come nel romanzo di Rachael Lippincott: A un metro da te. C' è anche un film uscito in sala un anno fa. È una storia d' amore, un amore a distanza di sicurezza, perché se hai la fibrosi cistica non ti puoi neppure sfiorare. Ecco, bisogna imparare a vivere senza toccarsi. Per legge e, a quanto pare, per non ammalarsi. O a fregarsene di queste grida manzoniane. Ama il prossimo tuo, un metro è solo la distanza della paura.

·        Epidemia e Privacy.

Coronavirus: le Faq del Garante della Privacy su scuola, sanità e lavoro. Le indicazioni per le pubbliche amministrazioni e le imprese private pubblicate sul sito dell'Autorità che tutela i dati personali dei cittadini. E interessano anche il lavoratore.  La Repubblica il 04 maggio 2020. Sono indicazioni destinate alle pubbliche amministrazioni e alle imprese private. Ma interessano anche i lavoratori, naturalmente. E allora: il datore di lavoro può rilevare la temperatura corporea di dipendenti, fornitori, clienti all'ingresso della propria sede? E può rendere nota l'identità di un lavoratore contagiato ai colleghi? La scuola può comunicare alle famiglie degli alunni l'identità dei parenti di studenti risultati positivi al Covid-19? Sono queste alcune delle domande cui rispondono le Faq messe a punto dal Garante per la protezione dei dati personali sulle problematiche connesse all'emergenza coronavirus in vari ambiti: sanità, lavoro, scuola, ricerca, enti locali, disponibili da oggi sul sito dell'Autorità. I documenti sono stati messi a punto per chiarire dubbi e fornire indicazioni per un corretto trattamento dei dati personali da parte di pubbliche amministrazioni e imprese private. Le Faq contengono indicazioni di carattere generale ispirate alle risposte fornite e a reclami, segnalazioni, quesiti ricevuti dall'Ufficio in questo periodo. Gli enti locali possono pubblicare i dati dei destinatari dei benefici economici? Le aziende sanitarie, le prefetture, i comuni possono diffondere, attraverso siti web o altri canali, i nominativi dei casi accertati di Covid-19 o dei soggetti sottoposti alla misura dell'isolamento? Il Garante ha chiarito, in particolare, il ruolo che anche nell'attuale emergenza sanitaria deve essere svolto dal medico competente nel contesto lavorativo pubblico e privato, e ha inoltre specificato che il datore di lavoro non deve comunicare i nominativi dei contagiati al rappresentate dei lavoratori per la sicurezza. Per quanto riguarda la scuola, l'istituto è tenuto a fornire alle istituzioni competenti le informazioni necessarie, affinché possano ricostruire la filiera delle persone entrate in contatto con una persona contagiata, ma spetta alle autorità sanitarie competenti informare i contatti del contagiato, al fine di attivare le misure di profilassi. Riguardo alle strutture sanitarie, queste possono individuare le modalità che ritengono più opportune ed efficaci per fornire informazioni, sullo stato di salute, ai familiari dei pazienti Covid-19 che non sono in grado di comunicare autonomamente. La struttura di ricovero può, quindi, ad esempio, dedicare un numero verde per fornire tali informazioni, purché preveda adeguate misure per identificare le persone effettivamente legittimate a conoscere le informazioni sullo stato di salute del familiare ricoverato. L'Autorità, poi, ha ribadito che aziende sanitarie, prefetture, comuni e qualsiasi altro soggetto pubblico o privato non possono diffondere, attraverso siti web o altri canali, i nominativi delle persone contagiate dal Covid-19 o di chi è stato posto in isolamento, anche qualora la finalità sia quella di contenere la diffusione dell'epidemia. Il Garante ha, infine, fornito specifici chiarimenti in ordine alle semplificazioni introdotte dalla normativa emergenziale per il trattamento di dati personali nell'ambito delle sperimentazioni cliniche dei farmaci per l'emergenza epidemiologica da Covid-19 e delle ricerche mediche svolte dagli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Ircss) finanziate dal ministero della Salute.

Paolo Russo per “la Stampa” il 25 marzo 2020. Prima di rispondere alle domande sui rischi sottesi all' utilizzo di App che traccino i nostri movimenti per fermare l' epidemia, il Garante della privacy, Antonello Soro ci tiene a mettere alcuni punti sulle i. «Ho letto interviste sprezzanti in merito al diritto alla privacy. Abbiamo detto mille volte che quel diritto, anche nella sua declinazione digitale di protezione dei dati, soggiace a delle limitazioni a fronte di un interesse collettivo, a maggior ragione in questa fase drammatica. L' equilibrio tra diritti individuali e della collettività è sancito dalla Costituzione». «Però - aggiunge - le deroghe non devono diventare un punto di non ritorno».

Ma non c' è comunque il rischio che un Grande Fratello finisca per controllare ogni nostro movimento?

«Sento parlare molto di modello coreano. Se significa definizione di un protocollo di tracciamento precoce dei positivi e delle persone che sono venute a contatto con loro, oltre che un controllo sul rispetto della quarantena, non avrei obiezioni. Purché a questo seguano poi test mirati, ma diffusi su tutti coloro che sono stati esposti a rischio di contagio e si garantiscano al contempo le adeguate protezioni al personale sanitario. Ma serve un governo unitario delle operazioni. Non è il momento delle improvvisazioni».

A chi si riferisce?

«Alle iniziative estemporanee di alcuni Comuni e Regioni dove si ipotizzano esperimenti scoordinati e incontrollati, che possono generare confusione ».

A chi spetterebbe la regia e la gestione dei dati?

«Potrebbe essere la Protezione civile affiancata da un team di esperti. Ma spetterà al governo decidere. L' importante è che la regia sia unica e che competa a una autorità pubblica, dotata delle giuste competenze necessarie ad analizzare e utilizzare al meglio i dati. Anche per gestire la successiva fase dei test mirati».

Si parla anche di un coinvolgimento di big player con Google e Facebook, che in passato hanno utilizzato in modo un po' spregiudicato queste informazioni.

«Dipende dal ruolo che avranno. Un conto è consentire al regista pubblico di utilizzare le loro piattaforme per raccogliere informazioni secondo procedure e norme di garanzia ben definite. Un altro è offrire loro un' altra occasione per raccogliere dati sensibili. In tal caso andremmo proprio nella direzione sbagliata».

Chi ci assicura che queste deroghe al diritto alla privacy cessino finita l' emergenza?

«La scadenza deve essere definita in partenza e dovrà coincidere con la fine dello stato di emergenza proclamato dal governo a febbraio. Spetterà all' Autorità garante il compito di vigilare e quando necessario irrogare sanzioni. Che possono arrivare al 4% del fatturato. So che molti dicono "ma tanto già oggi le grandi piattaforme utilizzano come vogliono i nostri dati". Credo che la spinta dell' emergenza aiuterà a individuare, anche a livello internazionale, forme più efficaci di regolazione contro lo strapotere dei big player del web».

Le informazioni raccolte serviranno anche a offrire servizi di assistenza e telemedicina a chi è in quarantena. Chi garantisce che dati sensibili sulla nostra salute non vengano poi utilizzati per altro?

«Conta sempre chi deve raccoglierli e poi utilizzarli. Se spetta a una autorità pubblica trasparente va bene. Se vengono affidati a una gestione casuale, magari per diffonderli in Rete no. Ci sono alcuni consiglieri comunali che hanno messo on line nome e cognome dei contagiati creando discriminazioni inaccettabili».

In conclusione è così difficile in momenti come questi far convivere due diritti come quello alla salute e alla privacy?

«No, se rispettiamo un principio fondamentale della democrazia, la proporzionalità. Che è garantito quando un sistema anche invasivo è comunque finalizzato all' interesse generale di tutela della salute. Purché la raccolta di informazioni non ecceda rispetto alle necessità e avvenga dentro un processo ben normato, controllato e soprattutto a termine».

Se la privacy cozza con la prevenzione. Francesco Maria Del Vigo, Domenica 23/02/2020 su Il Giornale. No, non sono giorni nei quali possiamo permetterci di baloccarci con i sofismi della privacy. Sono giorni di paura, di un'ansia che spesso tracima in paranoia. Nei quali ognuno di noi cerca di ricostruire, nei limiti del possibile, quello che ha fatto, i luoghi che ha frequentato, le persone che ha incontrato. Ma è un esercizio del tutto inutile, perché ci manca un tassello, uno strumento fondamentale: le generalità, il nome di chi è stato infettato. «È una questione di privacy», rispondono in coro gli addetti ai lavori. Risposta di prammatica, ma la prammatica fa a botte con l'unicità della situazione. Tra l'omertà assoluta e la caccia all'untore, esiste una via di mezzo, e spesso è proprio la prima a scatenare la seconda. Siamo sicuri che di fronte a una pandemia, un'emergenza globale, un virus invisibile che si propaga ovunque, si possano ancora utilizzare gli stessi standard di privacy che pratichiamo in situazioni non emergenziali? Perché io posso mettere in atto tutte le precauzioni che medici, scienziati ed epidemiologi mi suggeriscono, ma se non so il nome e il cognome di chi è affetto dal coronavirus, non solo rischio di fare del male a me stesso, ma posso essere un portatore sano della malattia e contagiare a mia volta le persone che mi stanno vicino. Col risultato che, per proteggere la privacy di una persona, mettiamo a rischio la salute di centinaia di altre. Perché, se non sappiamo esattamente chi è stato colpito dal Covid19, vediamo tutti come potenziali malati, aumentiamo il clima di sospetto e di paura. Ed è proprio questo muro di opacità che genera isterie collettive: mascherine introvabili, genitori che si rifiutano di mandare i figli a scuola, ristoranti cinesi con le saracinesche abbassate e treni e aerei semivuoti. In un'era in cui social network e operatori digitali sanno tutto delle nostre vite e delle nostre abitudini, il rispetto della privacy è sacrosanto. Ma quando si ha a che fare con un pericolo sanitario mondiale è doveroso fare una deroga, adottare misure straordinarie e non rimanere impantanati nella palude delle regole ordinarie. La capacità più importante, per un pubblico amministratore, è sapere gestire velocemente le situazioni di emergenza, se necessario venendo meno ad alcune regole. Altrimenti la privacy rischia di essere un potente alleato del virus. E non ne abbiamo bisogno.

Dagospia il 4 marzo 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, tramite email, ho ricevuto dal sindaco del comune dove vivo la notizia della positività al corona virus di un nostro concittadino. Nella lettera veniva specificato di non telefonare in comune “per avere informazioni sulle generalità di questa persona poichè non solo ATS non le ha comunicate, ma, anche se fosse, nel rispetto delle norme sulla privacy e soprattutto della persona in questione , non verrebbero divulgate.” Come ben sappiamo, l’Italia è il paese dei diritti mentre i doveri sono in genere dimenticati. Ma cosa succede quando, come in questo caso, i diritti, quello alla privacy da un lato e quello ad essere informati ed alla propria salute, sono in contrasto fra di loro ? Se non sono informato come posso tutelare la mia salute? Chi e in base a quali considerazioni decide che il diritto alla privacy sia superiore a quello della salute per cui si preferisce correre il rischio che qualcuno sia contagiato piuttosto che comunicare il nome di chi ha contratto il coronavirus? Pietro Volpi

Si possono rivelare i nomi dei contagiati? Si può rivelare l’identità delle persone contagiate? Ecco che cosa prevede la normativa sui dati personali e come comportarsi. Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani su ilsole24ore.com il 4 marzo 2020. I tempi di coronavirus sono tempi difficili per la protezione dei dati personali. Le esigenze di sanità e sicurezza tendono a travolgere gli argini dei diritti individuali e a sacrificare ogni libertà per un bene superiore. Così, si stanno diffondendo forme di controllo della salute dei singoli e di trattamento dei dati fuori da ogni regola e, sempre al fine di limitare il contagio, si alzano voci che reclamano la pubblicazione dei nomi delle persone infette, degli “untori”. È evidente che un’emergenza può condurre a una limitazione di diritti, ce ne rendiamo conto quotidianamente in queste settimane. Ma non può portare a una cancellazione, a una violazione sistematica. Dunque, quali informazioni sanitarie possono essere trattate? Da chi e per quali scopi? Quali garanzie restano alla riservatezza di chi è anche solo sospettato di aver contratto il virus? Sono domande che in molti si stanno ponendo e che non sempre trovano risposte univoche o convincenti. Il Garante si è già espresso su un paio di punti: ha dato una sorta di “via libera” per la comunicazione dei dati alla (e dalla) protezione civile per la realizzazione delle attività tipiche del servizio. Ancora: è di pochi giorni fa un intervento dell’Autorità – di cui si è occupato Il Sole 24 Ore – che ammonisce privati e pubblica amministrazione a non effettuare controlli generalizzati sulla salute di utenti e lavoratori, non previsti dalla legge o non disposti dagli organi istituzionali, e di attenersi invece scrupolosamente alle indicazioni fornite dal Ministero della salute e dalle autorità competenti. Ma vi è soprattutto una domanda che serpeggia da giorni, forse da settimane, in tutte le redazioni di giornali e telegiornali e che dovrebbero porsi anche tutti coloro – sono ormai milioni – che utilizzano social network “aperti”: si può rivelare l’identità delle persone contagiate e comunque diffondere informazioni che le rendano riconoscibili? La risposta ci pare tendenzialmente negativa. Partiamo dalla normativa: a scopi informativi, possono essere diffusi tutti i dati personali veri ed essenziali per comprendere una notizia di interesse pubblico, anche senza il consenso dell’interessato. Una disposizione di dettaglio, poi, però, vieta la divulgazione di dati analitici di interesse strettamente clinico, salvo che la persona non rivesta una posizione di particolare rilevanza politica o sociale e, comunque, anche un’eventuale diffusione deve rispettare la dignità della persona. In sostanza, è divulgabile il generico stato di malattia di una persona, nonché la sua presenza in ospedale qualora siano di interesse pubblico, ma non lo sono i particolari riguardo alle patologie contratte. La casistica ci dice che si può accennare pure a quest’ultimo profilo se il tema è strettamente legato al fatto di cronaca, altrimenti bisogna lasciarlo coperto dal riserbo. Un paio di casi, già decisi dal Garante in passato, possono offrire qualche spunto: nel 2002 l’Autorità ha vietato il trattamento dei dati di una persona affetta dalla malattia di Creutzfeld – Jacob (il cosiddetto “morbo della mucca pazza”) da parte dei mezzi di informazione, in quanto la pubblicazione di una notizia di interesse generale, come la presenza nello Stato di contagiati dalla malattia in questione, non rende necessario alcun riferimento specifico all’interessato, sicché riferire particolari che rendano il soggetto riconoscibile, nonché notizie sui congiunti dell’interessato e altre persone estranee è contrario al principio di essenzialità dell’informazione. Ancora, nel 1999, sempre il Garante ha sottolineato che anche per finalità di “salute pubblica” la diffusione di dati relativi alla salute di una prostituta affetta da Aids deve essere effettuata con tutte le cautele necessarie, affinché vengano allertate le persone che hanno avuto contatti con la medesima, senza per questo che essa sia identificabile da tutti. Da questi due “precedenti” si comprende subito come nei casi complessi, come è quello con cui abbiamo a che fare, la soluzione non è mai né semplice né una sola. Qui si tratta di confrontare il bene della salute pubblica, messa in pericolo da un’epidemia, che sarebbe contenuta da informazioni precise sui contagi conclamati, ma anche su quelli possibili, con il diritto alla riservatezza delle persone malate, gravemente danneggiato da una (sovra)esposizione sui mezzi di informazione, soprattutto in periodi come questo nei quali assistiamo a fenomeni di isteria collettiva che rischiano di sfociare in condotte ghettizzanti o peggio violente. Una risposta potrebbe essere quella di consentire la diffusione di dati che consentano di identificare chi si è ammalato, solo se per il suo ruolo pubblico o professionale ha contatti con molte persone, senza però rendere nota esplicitamente l’identità anagrafica. Da un lato, l’identificabilità consentirebbe alla cerchia di chi è venuto in contatto con il contagiato di assumere adeguate precauzioni e condotte volte a proteggere sé e gli altri in questo periodo di emergenza. Dall’altro, la mancata pubblicazione della identità precisa limita la curiosità morbosa e la discriminazione e soprattutto evita che il ricordo della malattia sia eternato, attraverso quella miniera di dati inobliabili che è la rete. Nei casi complessi, come è quello con cui abbiamo a che fare, la soluzione non è mai né semplice né una sola. Ma confessiamo candidamente di non sapere se questa è davvero la risposta più corretta, in una situazione così difficile e nell’intreccio di tanti interessi confliggenti. Quando ce lo chiediamo, ci sentiamo come Nanni Moretti che in Aprile così malinconicamente parlava tra sé e sé: «Comunque io - con questo documentario - io voglio dire quello che penso […] E come si fa in un documentario? E soprattutto: cosa penso?»

La Vita in Diretta a Cusano Mutri, il Garante “striglia” Maturo. Domenico Russo su anteprima24.it il 4 Marzo 2020. Dopo le Iene, anche “La Vita in Diretta” si è recata nel comune matesino per ascoltare il sindaco Giuseppe Maria Maturo. La questione è quella ormai arcinota: la divulgazione di dati sensibili di un ragazzo positivo al Covid-19. Maturo ha ribadito la sua posizione: “Il mio intento non era assolutamente quello di mettere alla gogna il ragazzo. Ho pubblicato il documento, ricevuto non per vie ufficiali, al solo scopo di comunicare gli spostamenti effettuati dal ragazzo e pertanto tutelare la salute pubblica. Ovviamente ho commesso una leggerezza nel non accorgermi che sul documento c’era il nome del ragazzo”. Sulla vicenda è intervenuto il Garante per la Privacy ‎Antonello Soro, il quale ha sottolineato che non vanno mai diffusi i nomi di persone affette da patologie. Per Soro, il sindaco avrebbe potuto “dire che si trattava di persona giovane e di sesso maschile, in modo che tutti potessero prendere le precauzioni del caso”. 

Coronavirus, è giusto pubblicare i nomi dei malati? Il caso di Cusano Mutri. Le Iene News il 4 marzo 2020.  Il sindaco di Cusano Mutri (Benevento) ha pubblicato su Facebook il nome di un possibile contagiato da coronavirus di un comune vicino. Sui social è scoppiata la polemica per il mancato rispetto della privacy e per il clima da caccia all’untore. Matteo Viviani è andato a parlare con questo sindaco: “Non era mia intenzione causargli problemi”. L’uomo che vedete nel servizio di Matteo Viviani si chiama Giuseppe Maria Maturo ed è il sindaco di Cusano Mutri, in provincia di Benevento. Pochi giorni fa ha fatto scoppiare un caso nazionale: Maturo ha infatti pubblicato su Facebook un documento dell’Asl in cui era indicato nome e cognome di un contagiato da coronavirus. La storia è questa: un giovane, dopo essere passato da Brescia e Milano, torna a casa insieme a una giovane amica di Caserta che qualche giorno dopo viene trovata positiva al coronavirus. Le autorità sanitarie allora ricostruiscono i suoi spostamenti e risalgono al ragazzo che viaggiava con lei, subito posto in quarantena domiciliare anche se asintomatico. A creargli problemi però non è la quarantena, ma il sindaco di Cusano Mutri, che non è nemmeno il sindaco del suo comune, ma di uno limitrofo. Giuseppe Maturo infatti pubblica su Facebook un documento dell’Asl, con in bella vista nome e cognome del ragazzo, invitando chi avesse avuto qualche tipo di contatto a mettersi in quarantena e contattare le autorità. La pubblicazione dei dati del ragazzo ovviamente genera un polverone, tra chi difende la scelta del sindaco e chi lo accusa di aver violato la privacy. Ma era proprio necessario in questo clima di terrore per il coronavirus mettere alla pubblica gogna una persona solo perché ha contratto una malattia? Matteo Viviani per vederci chiaro è andato direttamente a Cusano Mutri a parlare col sindaco Maturo. “Ho ricevuto il documento su Whatsapp e l’ho pubblicato direttamente, senza accorgermi del nome e cognome. L’ho pubblicato senza averlo letto”, dice alla Iena. “Ha commesso una leggerezza perché avrebbe dovuto rispettare la quarantena”, dice il sindaco a Matteo Viviani. Ma il ragazzo non veniva da una zona rossa, era solo transitato per Milano! “Avrebbe potuto quantomeno evitare dei luoghi molto frequentati”, corregge il tiro. Ma torniamo al documento: secondo quanto sappiamo, il ragazzo ha saputo di essere stato a contatto diretto con una contagiata solo dopo aver compiuto una serie di viaggi. “La leggerezza sta nel fatto di essersene andato un po’ troppo in giro”, insiste il sindaco. Il ragazzo ha pubblicato su Youtube un video in cui racconta la sua situazione: nonostante il contagio, non ha praticamente sintomi. Solo una leggera febbricola. Non risponde alle polemiche sulle privacy ma ci tiene solo a tranquillizzare i suoi concittadini. Il sindaco però non si è fermato qui: in un audio su Whatsapp esprime parole molto pesanti sul ragazzo contagiato, come potete sentire nel servizio qui sopra. “Ho fatto una cazzata dettata dalla concitazione del momento”, dice. “Mi dispiace per aver pubblicato il documento con il nome. Non era mia intenzione causare problemi, auguro al ragazzo di guarire al più presto”.

Coronavirus. Il Sindaco di Cusano Mutri Maturo: “Rendendo noto il nome del ragazzo di Guardia non ho fatto sciacallaggio”. Tvsette.net il 2 Marzo 2020. Credo sia opportuno un doveroso chiarimento relativamente alla nota vicenda del documento pubblicato su questo profilo Facebook. Così scrive il Sindaco di Cusano Mutri Giuseppe Maria Maturo sulla propria pagina FB. Voglio partire da un punto fondamentale: il sottoscritto, per indole e costume, non ama nascondersi dietro un dito ed è sempre pronto ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Lo farò anche in questo caso. Innanzitutto mi preme precisare che non ho assolutamente reso pubblico un documento ricevuto in via riservata dalle autorità sanitarie provinciali nella mia qualità di sindaco; inoltre non ho ricevuto tale documento in via riservata da altre autorità o da altre persone che ne erano a conoscenza. Sono entrato in possesso di questo documento perché – lo stesso – è stato ampiamente diffuso e pubblicato su diversi gruppi “whatsapp”, a loro volta contenenti diverse centinaia di persone. In sostanza, prima che fosse da me pubblicato, tale documento aveva già fatto il giro dell’intera Regione. Contestualmente il documento era stato già ampiamente diffuso sui più popolari social network. Cosciente ed estremamente preoccupato per la serietà della situazione (che forse ancora in tanti non riescono a comprendere) ho deciso di pubblicarlo anch’io. Sotto l’impeto della preoccupazione ed ansioso di dare comunicazione utile nel più breve tempo possibile, non mi sono neanche accorto che ci fosse il nome del ragazzo in questione. Infatti, nel mio post, ho scritto testualmente: “questo sono i luoghi dove è stato IL RAGAZZO di Guardia”. Ciò certifica il fatto che non mi ero accorto che sul documento ci fosse il nome e il cognome del ragazzo (tra l’altro senza ulteriori dati identificativi). Del resto era già risaputo in tutta la Valle Telesina che c’era un ragazzo di Guardia che era stato contagiato dal virus. Il senso della pubblicazione stava nel fatto che in tale documento si rendevano noti tutti gli spostamenti effettuati dal ragazzo e, nelle mie intenzioni, rendere noto tali spostamenti aveva come unico scopo quello di tutelare la salute pubblica. Per darvi contezza della serietà della situazione e della preoccupazione che si trova ad affrontare chi in questo momento vive con la consapevolezza di dover operare scelte difficili, voglio rammentare che fino ad una settimana fa in Italia il virus era presente solo in 3 pazienti ricoverati allo Spallanzani e – la notizia che il virus fosse “approdato” anche in Valle Telesina a distanza di pochi giorni dall’inizio dell’emergenza – ha esponenzialmente elevato il mio stato di preoccupazione. In questo momento la nostra unica arma a disposizione per combattere il virus è quella di limitare il contagio: ecco perché mi sono precipitato a pubblicare quel documento. Ripeto: il mio intento è stato solo quello di tutelare la salute pubblica e di certo non quello di mettere alla gogna il ragazzo. Chi mi conosce sa bene quanto tutto ciò sia sideralmente lontano dal mio modo d’essere. Sono estremamente dispiaciuto per il ragazzo, e questo sentire – alleggerita la pressione del momento – è rafforzato dalla lucidità e dalla razionalità che non lasciano spazio a dichiarazioni o intendimenti che sono lontani anni luce da me. Di sicuro il giovane di Guardia ha commesso una leggerezza, ma sono altrettanto certo che egli sia consapevole di ciò. In questo momento la cosa più importante è una sua presta e pronta guarigione. A questo proposito lasciatemi fare un grande ringraziamento a tutti i miei concittadini che, provenienti da zone che già avevano visto la presenza del virus, hanno agito con pieno senso civico ed hanno deciso di mettersi in quarantena volontaria rispettando alla lettera le indicazioni delle Istituzioni. Il senso civico ed il rispetto delle disposizioni rappresentano, in questo momento, la più grande protezione di cui possiamo dotarci. Su questa bacheca ho letto diverse centinaia di commenti. Com’era logico attendersi ci sono state posizioni diverse. Ringrazio tutti coloro che hanno compreso le mie intenzioni, che erano quelle di tutelare la salute pubblica ed in alcun modo di ledere il ragazzo, e condanno fermamente tutti coloro che hanno manifestato imbecillità ed aggressività nei loro commenti. Tra chi ha alzato i toni, mi sento di “comprendere” coloro che erano veramente preoccupati per la salute propria e dei propri cari e amici e parenti del ragazzo. L’augurio è che la situazione nei nostri territori resti sotto controllo, ed in questo senso le prime notizie sembrano buone. La speranza è che presto si torni alla serenità e che questa vicenda serva, a tutti, a comprendere l’importanza delle misure di sicurezza. Da ultimo voglio lanciare un grande messaggio di solidarietà al sindaco di Guardia Sanframondi Floriano Panza. So che sta vivendo un momento non facile, ma lo conosco come uomo capace, caparbio e determinato. Sono certo che saprà gestire questa vicenda nel migliore dei modi possibili, come del resto già sta facendo. I popoli di Cusano Mutri e Guardia Sanframondi sono uniti da uno storico legame di amicizia. Le nostre comunità portano il marchio della laboriosità, dell’unità e della mutua solidarietà. Sono certo che insieme supereremo questo momento difficile. Mettiamo la parola fine ad ogni polemica e lavoriamo uniti. Così come il nostro spirito Sannita c’impone! 

Coronavirus, se l'ASL Taranto si affida a Google Moduli....Giacomo Dotta su Il Corriere del Giorno il 27 Febbraio 2020. Articolo tratto dal sito Punto-Informatico.it. Ecco la storia di come la redazione del noto sito punto-informatico.it ha fatto eliminare un form online che avrebbe potuto dar adito a truffe cavalcando l’onda del Coronavirus. Al di là di fretta e pragmatismo, insomma, perché la privacy è un bene da proteggere anche ai tempi del Coronavirus. L’emergenza Coronavirus sta mettendo alla prova l’Italia sotto molti aspetti e non è certo un caso se nelle ultime ore le tensioni tra Stato e Regioni son venute a moltiplicarsi: l’improvvisazione di qualcuno, il protagonismo di altri, la fragilità dei protocolli e un sistema evidentemente non ben coordinato per poter affrontare una situazione simile, hanno dato luogo ad una grande frammentazione di azioni mal coordinate tra di loro. In alcuni casi, però, l’interventismo potrebbe aggiungere problemi ulteriori a quelli che in parte già ci sono. Il caso è ad esempio quello di una Azienda Sanitaria Locale pugliese, quella di Taranto dove per raccogliere informazioni sui cittadini si è affidato il tutto ad un modulo su Google Moduli. Leggete questa storia, c’è molto da imparare sul fatto che la fretta sia cattiva consigliera e la rigidità dei protocolli sia invece una guida utile soprattutto in casi di emergenza.

Quella raccolta dati su Google Moduli. Affidarsi a Google Moduli in caso di emergenza assoluta potrebbe essere una scelta pragmatica, ma si sta parlando in questo caso della Puglia, ossia di una regione che al momento non registrava alcun caso positivo al Coronavirus: di emergenza, insomma, sicuramente non si può parlare. Semmai di situazione seria, con la premura di agire per evitare il contagio, ma anche con le necessarie cautele onde evitare problemi collaterali. Con lecite finalità preventive tali da omologare il comportamento della Regione a quello delle altre, il governatore Emiliano ha emesso una serie di misure precauzionali (Pdf) tra le quali si può leggere: “…] gli individui che dal 1 febbraio 2020 sono transitati ed hanno sostato nei comuni di cui all’allegato 1 [zone colpite da Coronavirus] sono obbligati a comunicare tale circostanza al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per territorio, ai fini dell’adozione, da parte dell’autorità sanitaria competente, di ogni misura necessaria, ivi compresa la permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva”.

Ogni ASL è dunque deputata alla raccolta dei dati così come da indicazioni regionali, ma non vengono indicate modalità operative specifiche. Così come la maggior parte delle ASL si limita a riportare i dettami regionali, la sola ASL di Taranto tenta di farsi proattiva e porta online un vero e proprio modulo da compilare. Il problema sta nelle modalità. “Il Dipartimento di Prevenzione ASL Taranto rende disponibile un form di compilazione online per rendere più agevole il censimento dei cittadini rientrati dalle regioni nelle quali ci sono stati casi di coronavirus. […] I cittadini provenienti da Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, e che vi abbiano soggiornato negli ultimi 14 giorni, che rientrano nel territorio della provincia di Taranto devono, pertanto, comunicare la circostanza al proprio medico di medicina generale o, in mancanza accedere al link e compilare il form online. Clicca qui.”

Vengono forniti due strumenti all’utente interessato: un link e un QR Code. Entrambi rimandano non ad una pagina sul sito dell’ASL  Taranto (dunque verificabile, certificato, trasparente, inoppugnabile) ma su un form creato con gli strumenti di Google Moduli. L’utente, insomma, viene rimandato su un sito terzo, privo di qualsivoglia riferimento certo all’Azienda Sanitaria stessa. Sul modulo vengono chiesti dati personali quali cognome, nome, numero di telefono, residenza, email. Al click vengono spedite le informazioni e l’utente non ha ovviamente certezza alcuna di quale sia il destinatario della missiva. Dove saranno raccolti i dati? Con quali protocolli di sicurezza? Ma c’è dell’altro.

E se qualcuno producesse un modulo fake? Chi conosce Google Moduli ben sa quanto semplice sia replicare un modulo altrui. Lo prevede la facilità dello strumento, pensato per consentire la produzione di un modulo in pochi minuti, scegliendo poche opzioni e rendendolo immediatamente utilizzabile. Ipotizziamo dunque che qualcuno produca un modulo del tutto identico e che faccia circolare l’indirizzo su Facebook o WhatsApp (come sta ampiamente succedendo in Puglia in queste ore per spargere la voce sulla richiesta di informazioni avviata a livello regionale). Ipotizziamo che le persone rispondano, convinte di aver inviato i propri dati alle autorità competenti. Nessuno contesta la buona fede dell’ASL Taranto, che anzi ha cercato proattivamente una soluzione per dar corpo alle richieste della Regione; nessuno contesta la buona fede dell’utente, che compila il form pur senza verificarne la sicurezza, certo della buona fede dell’ASL e di chi ha inoltrato il messaggio. Ma in questo meccanismo si aprono scenari sconcertanti, del tutto ovvi e del tutto pericolosi. Abbiamo fatto un test che ci ha richiesto appena 10 minuti di tempo: abbiamo prodotto un modulo fake, uguale in tutto e per tutto al modulo predisposto dall’ASL Taranto. Sulla pagina abbiamo esplicato che si tratta di un fake, così che nessuno possa sfruttarlo a fini maligni. Chiunque avrebbe potuto fare quel che abbiamo sperimentato noi ed avrebbe drenato informazioni da persone in situazione di fragilità, poiché potenzialmente contagiate. La combinazione tra il timore del contagio e la fragilità del sistema adottato per la raccolta dei dati potrebbe portare ad organizzare facili truffe a domicilio, sfruttando email, telefono o una visita porta a porta di sicura pericolosità (come già successo altrove in Italia in questi giorni). Confrontate i due moduli e la pericolosità di questo sistema emerge in tutta chiarezza: Il modulo era segnalato sul sito ASL Taranto, ma al tempo stesso era condiviso in gran quantità sui social network o tramite messenger: siccome anche l’url non dava alcun riferimento affidabile, il modulo non certificava in alcun modo la provenienza dello stesso. Sfidiamo chiunque a distinguere il vero dal falso partendo semplicemente dalle url: (Modulo dell’ASL di Taranto, non più raggiungibile) - (Modulo FAKE prodotto da noi). Ovviamente nessuno può capire dove sta atterrando dopo il click a partire dall’indirizzo, dunque la truffa sarebbe estremamente semplice da portare avanti: una semplice opera di spam, magari affidata all’innocente passaparola dei cittadini sui social network, e il gioco è fatto.

Cosa abbiamo fatto. Abbiamo provato in più modi a contattare l’ASL di riferimento, cioè quella di Taranto, riuscendo a distanza di 12 ore dalla scoperta ad entrare in comunicazione con alcuni responsabili i quali, in modo estremamente cortese e collaborativo, hanno compreso la situazione e vi hanno posto sollecito rimedio. Il modulo è stato portato offline in queste ore e con ogni probabilità sarà sostituito a breve da soluzioni più sicure. All’insegna della responsabile disclosure, raccontiamo questa storia a soluzione avvenuta poiché chiunque avrebbe potuto ricavare medesima idea e tentare una truffa che in poche ore si sarebbe potuta mandare a segno con grande facilità. Non si segnalano invece problemi di sorta, i dati sono stati raccolti nel database corretto e saranno utilizzati secondo le modalità indicate. A cambiare da adesso in avanti sarà però la metodologia scelta per la raccolta, evitando di aprire semplici opportunità di raggiro per sciacalli e malintenzionati. Si raccomanda inoltre agli organi di stampa locali che han comunicato l’iniziativa originale di notificare anche le nuove modalità di raccolta dati, così da evitare che il passaparola del primo form possa continuare e tutti possano sapere come agire per garantire la prevenzione da contagio. Questa è una storia che può insegnare molto ad associazioni, aziende, pubbliche amministrazioni e tutti coloro i quali in questa fase hanno un ruolo di responsabilità: la fragilità degli individui di fronte ad una emergenza sociale costringe ad una attenzione maggiore, suggerendo una applicazione ancor più rigida dei protocolli. Al di là di fretta e pragmatismo, insomma, perché la privacy è un bene da proteggere anche ai tempi del Coronavirus.

Bambina di 8 anni positiva, il suo nome nelle chat di classe. Il papà: «Come una violenza». Pubblicato giovedì, 27 febbraio 2020 su Corriere.it da Marco Imarisio. Se ci fosse qualcuno per strada, sarebbe anche possibile fare un paio di domande. Chi è stato? E soprattutto, perché l’ha fatto? Ma in piazza Martiri della Libertà non passa anima viva. Lo Shanti bar, accanto al municipio, è chiuso. Curtarolo è un posto di passaggio, diviso in due dalla provinciale 47. Il patronato, anima del paese, ha la porta sbarrata. Nel centro sportivo attiguo, le uniche presenze sono un padre e un figlio che giocano a pallone. «Effetto del coprifuoco non dichiarato, e di questa storiaccia» dice l’adulto, senza voglia di aggiungere altro. Forse è qualcosa più di una brutta storia, quel che è successo in questa piccola località affacciata sul Brenta, a 15 chilometri da Padova. È una vicenda esemplare, purtroppo. Lo scorso 14 febbraio nella sede degli Alpini della vicina Limena si tiene una cena dedicata agli anziani per festeggiare San Valentino. Sedici invitati, sette dei quali pochi giorni dopo risultano positivi al virus Covid-19. Il più grave è un uomo di 67 anni, ricoverato all’ospedale di Padova. Vengono sottoposti al tampone i familiari. La sua nipotina, che ha 8 anni, va a scuola a Limena ma vive qui, risulta positiva, senza sintomi. Mamma e papà invece sono negativi. Mercoledì mattina, il messaggio. «Si comunica che nella mattinata odierna veniva informato dal sindaco Martina Rocchio, a sua volta avvisata dalle Autorità Sanitarie, che in Curtarolo risultano TRE casi accertati di persone positive al test, che si identificano in...». Il primo nome è quello della bimba, «figlia convivente». Poi il padre e lo zio. Con indirizzo dettagliato fino al pianerottolo. Appare ovunque. Nella chat WhatsApp del patronato, del catechismo, in quella delle mamme del paese, in quella della scuola, arriva fino a gruppi genitoriali di Mantova e Verona, che non c’entrano nulla. A ogni giro, qualche dettaglio in più. La classe della bimba, la foto del nonno. Caccia all’untore, e pazienza se ha solo otto anni. Il primo a rendersi conto di quel che sta accadendo è Stefano Tonazzo, sindaco di Limena. È amico del padre della bimba e del nonno. Chiama il primo. Non sapeva nulla. Lo hanno avvisato dal laboratorio analisi quando la notizia su sua figlia era già sul sito di un quotidiano online. Chiama la sua collega di Curtarolo: «Ma cosa stai facendo?». Martina Rocchio cade dalle nuvole. Quel messaggio non è suo, lei non ne sa niente. Intanto arrivano giornalisti e telecamere. La famiglia della bambina si trova in quarantena ma assediata, con citofono e telefono di casa che squilla ogni minuto. Martina Rocchio contatta il padre, gli chiede se vuole un vigile davanti a casa. «No grazie, così sembriamo ancora di più degli appestati». Ieri la famiglia ha sporto denuncia, tramite un parente. La sindaca Rocchio, che è anche avvocato, pure. Violazione della privacy, tirano le somme i carabinieri, altro non è ipotizzabile. Il messaggio è molto dettagliato. Qualcuno che li conosce bene, oppure un dipendente dell’amministrazione comunale. Ma ormai il danno è fatto. Sempre via WhatsApp, il padre fa sapere lo schifo che prova. «Una caccia alle streghe che fomenta odio nei confronti di una innocente. Ci sentiamo aggrediti e violati. Mi chiedo che razza di persona può essere chi ha fatto questa cosa». La sindaca Rocchio intravede un complotto nei suoi confronti. Tonazzo ha una lettura più semplice. «Se ci sono di mezzo i propri figli, la gente va fuori di testa. E i social, quando partono non li fermi più. Magari tra qualche mese trovano il vaccino e tutto finisce». Meglio non farsi illusioni. Per fermare il virus della stupidità e della cattiveria ci vorrà molto più tempo.

Coronavirus, il papà della bimba di Padova: "Mia figlia di 8 anni contagiata e messa alla gogna nelle chat di paese". Anche la moglie è stata contagiata. Come il nonno e un altro figlio grande. La piccola gioca felice, è asintomatica. Il padre: "Le ho detto di fidarsi dei medici. Siamo tutti in quarantena qui in casa. Ma fuori è uno schifo". Enrico Ferro il 28 febbraio 2020 su La Repubblica. Il Virus al microscopio somiglia alla corolla di un fiore con tanti piccoli petali rossi. "Questo ho detto alla mia bambina, di non preoccuparsi, perché dentro di lei c'è un fiorellino che non le farà male in alcun modo". In questa psicosi collettiva del coronavirus uno dei pochi appigli emotivi rimasti era la bassa incidenza dell'infezione sui bambini. In Veneto è caduta anche questa barriera. Mercoledì un padre e una madre si sono sentiti comunicare dall'ospedale che la loro primogenita è positiva. E ora questa bimba di 8 anni di Curtarolo, a nord di Padova, gioca e disegna felice mentre i genitori osservano in modo maniacale ogni minimo sintomo, valutando con attenzione i singoli colpi di tosse. Pare che tutto abbia avuto origine dalla cena di San Valentino al circolo degli Alpini di Limena, presente la famiglia al completo. Dieci giorni dopo questo è il quadro clinico: nonno di 68 anni in terapia intensiva, moglie coetanea positiva; un figlio positivo; l'altro figlio con la compagna negativi; le loro due bambine sono una positiva e l'altra, che ha soltanto 3 anni, negativa. 

Da padre come sta affrontando quello che attualmente è l'incubo di ogni genitore?

"Mia figlia, al momento, è asintomatica. I miei incubi comunque sono due: ho anche mio padre in terapia intensiva". 

Tutto pare abbia avuto inizio dalla cena di San Valentino?

"Almeno questo è ciò che hanno ricostruito medici e virologi. Mio padre è un imprenditore, qualche settimana fa è stato in provincia di Lodi". 

Dunque sua figlia è risultata positiva al tampone?

"Sì, mercoledì mattina alle 9.45 il laboratorio analisi ci ha comunicato la positività. Non so come ho fatto a reggermi in piedi. Non è facile sentirselo dire, anche se, al momento, mia figlia non ha nemmeno una linea di febbre". 

Cos'ha pensato quando gliel'hanno comunicato?

"Ho pensato a lei, a ciò che potrà accadere da qui in avanti. Ho pensato anche agli altri bambini, a tutti quelli che sono venuti a contatto con lei. La scuola che frequenta è stata chiusa, i suoi compagni dovranno fare tutti il tampone". 

Delle due figlie, una positiva e l'altra no. 

"Esattamente. Quella di tre anni è negativa. Non mi chieda il motivo, perché non sono un virologo, ma è esattamente così". 

Come vi siete organizzati per uscire da questa situazione?

"Noi siamo in quarantena, tutti insieme. Ovviamente facciamo attenzione a ogni minimo segnale, per cogliere ogni eventuale evoluzione".

Come avete fatto a spiegarle la positività al virus?

"Diciamo la verità: a casa da scuola già era al settimo cielo. In questa condizione ogni comunicazione è più semplice. Le abbiamo detto del fiorellino e lei l'ha preso come un gioco. L'abbiamo rassicurata, le abbiamo detto di fidarsi dei medici". 

Come ha reagito?

"E' assolutamente serena. Gioca e basta.  Ai compiti per casa non ci pensa neanche lontanamente". 

E voi come state?

"Noi siamo disperati, non è facile gestire una emergenza del genere che ti piomba in casa. Però vedere lei tranquilla ci dà la forza di andare avanti. Fuori comunque è uno schifo".  

Cosa intende dire?

"Qualcuno del paese ha messo in rete i dati sensibili miei, della mia famiglia, di mia figlia. Non può essere dignitosa una cosa del genere. Non ci può essere una simile caccia all'appestato". 

Come è potuto accadere?

"Un'ora prima che il laboratorio ci comunicasse la positività di mia figlia già i nostri nomi giravano in rete. C'è gente irresponsabile che sui social, specie sui gruppi Facebook dei paesi, fomenta odio e paura. Ho già contattato i carabinieri. Le indagini sono in corso". 

Avete deciso di andare fino in fondo quindi?

"In questo momento il nostro unico interesse è per la salute dei familiari, di mio padre, di mia madre, di mia figlia. Però mi  sembrava importante ribadire un concetto fondamentale, che è quello del rispetto nei confronti delle persone che soffrono, che hanno problemi di salute. Le situazioni non sono sempre tutte uguali. Capisco l'emotività del momento ma qualcuno dovrebbe  anche provare a mettersi nei nostri panni  prima di scrivere o dire certe cose".

·        L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Da iltempo.it il 17 novembre 2020. Giorgia Meloni perde le staffe a Quarta Repubblica davanti a Nicola Porro che le fa vedere un post di Roberto Saviano che accusa della seconda ondata del virus lei e Matteo Salvini: “Roberto Saviano dice un fracco di idiozie, magari con la voce giusta e bassa, ma non so come facciano a definirlo un guru. Lui accusa me e il centrodestra di avere favorito la pandemia? Ma come fa a puntare il dito sulle uniche persone che per tutti questi mesi non hanno mai toccato palla su nulla? Ogni decisione l'ha presa in solitaria il governo, e quel che non ha fatto per mettere in sicurezza è tutta responsabilità sua. Non si dicono cose così a vanvera, portatemi Saviano davanti e io sono pronta a un confronto all'americana”.

Negazionisti, complottisti… e un po’ fascisti. La Stampa mette in moto la macchina del fango. Adele Sirocchi lunedì 16 Novembre 2020 su Il Secolo D'Italia. Il momento è drammatico e occorre stare uniti. Ma i media pro Conte continuano a picchiare duro contro le opposizioni. L’accusa che va per la maggiore è quella di negazionismo. Se poi ci aggiungi quella di complottismo la caricatura è fatta. Il nemico confezionato ad hoc per eccitare gli animi spaventati dal virus. Chi nega è un untore. Chi sta con Conte è il salvatore. Oggi il compitino lo svolge a dovere il quotidiano la Stampa, il cui direttore Massimo Giannini ha pure toccato con mano l’impreparazione della rete sanitaria dinanzi al virus e lo ha pure scritto. Inchiodando il governo alle sue responsabilità. Tutto dimenticato. Meglio colpire i soliti Salvini e Meloni, quelli che “se ci fossero stati loro al governo avremmo scavato le fosse per i cadaveri” (Zingaretti dixit). L’occasione la offre allora un post sconclusionato di un assessore di FdI di Alessandria. Si chiama Cherima Fteita. Che ha scritto di tanto grave? Cose che sono in tanti a dire e a pensare. Ecco il suo post, ora non più visibile: “Tra brevissimo lo Stivale si colorerà tutto di rosso. E durerà fino a maggio. La notizia del vaccino serve per farci accettare il lockdown, nella convinzione che a brevissimo saremo liberi. Invece non arriverà nessun vaccino. Almeno non prima dell’estate”. E dopo? “La grande speculazione finanziaria passerà all’incasso e si porterà via tutto a prezzi stracciati. Come da copione“. E ancora: “I complici nostrani di questo scempio epocale hanno fatto di tutto affinché la situazione si ripetesse. Hanno fatto sparire LA CLOROCHINA. Non hanno potenziato LA RETE DI MEDICINA TERRITORIALE per curare i pazienti a casa e abbattere il modello ospedale-centrico, totalmente fallimentare contro questo virus. Non hanno ufficializzato, ancora oggi, un valido ed efficace PROTOCOLLO NAZIONALE DI TERAPIA DOMICILIARE. Il resto l’ha fatto come al solito LA NOSTRA INFORMAZIONE… Sembra di essere tornati ai tempi di Goebbels che indottrinò l’intero popolo tedesco“. Cosa c’è di negazionista in questo post? Nulla. C’è il timore di un lockdown che potrebbe durare fino alla primavera. C’è l’accusa di non avere saputo potenziare la medicina territoriale. C’è la critica a un’informazione sensazionalistica che ha indubbiamente ingenerato angoscia. E poi il monito su una crisi economica che potrebbe rendere appetibili per gli speculatori pezzi importanti del nostro sistema-imprese. Cose appunto dette e ridette. Sentite e strasentite. Tranne il paragone con Goebbels e il nazismo, che deve aver fatto saltare sulle sedie le solite anime pie. Insomma è il pensiero di questa signora Fteita. Non è un documento politico né una delibera comunale. Invece ne chiedono le dimissioni.

La libertà di pensiero non è più garantita? Ma nella Costituzione non è garantita la libertà di parola e di pensiero? Evidentemente vale solo per i tifosi del lockdown rigido e prolungato e per i supporter di questo governo. A loro è permesso dire tutto. La foto di Giorgia Meloni cosa c’entrava?

In ogni caso la Stampa si getta a capofitto sulla malcapitata esponente di FdI, illustrando anche l’articolo con una bella foto della stessa assessora abbracciata a Giorgia Meloni (che pure non ha mai sostenuto tesi negazioniste). E ci si adopera, nell’articolo, ad accomunare negazionismo e complottismo. Il complotto pluto-demo-sanitario – si sostiene – è l’equivalente del complotto demo-pluto-giudaico massonico caro ai fascismi e agli estremismi. In questo modo lo stigma dell’esclusione dal consesso sociale e civile è subito messo a segno. I negazionisti non sono solo nemici della salute pubblica e del bene comune ma anche un po’ fascisti, dunque doppiamente pericolosi (la foto con l’abbraccio alla Meloni sta lì a sostegno della tesi giornalistica infamante). Magari è vero quello che dice Nicola Porro: solo chi scrive articoli di questo genere sulla stampa mainstream è convinto che contribuiscano in qualche modo a formare l’opinione pubblica. Invece si tratta dei soliti noti della parrocchietta giornalistica performante, che si leggono e si commentano da soli e tra loro si complimentano per l’arguzia dei rispettivi scritti. E’ pure vero però che il tentativo di linciaggio ci sta tutto ed è assolutamente ingiustificato, anche perché accostato – nell’articolo – alle prediche complottiste di Radio Maria e alle marce no mask. Ma tant’è. Di questo passo complottisti lo sono un po’ tutti. Basta fare una critica e zac: ti becchi il marchio di negazionista (una malattia mentale, l’ha definita la biologa Barbara Gallavotti). Persino uno scrittore di grido come Antonio Pennacchi, a leggere il suo ultimo romanzo, La strada del mare,  è candidato a finire nel tritacarne dell’accusa di negazionismo. Racconta infatti a un certo punto dell’influenza asiatica, che fece in Italia nel 1957 30mila morti. Anche Pennacchi negazionista? “Ma – scrive Pennacchi – non venne chiusa nessuna scuola, nessun bar, nessun cinema, nessuna chiesa fabbrica o ufficio in tutto il paese. Anzi, era un continuo minimizzare, la gente ci scherzava sopra. Un giorno che l’Abruzzese non s’era visto arrivare e Otello e gli altri due – l’Atlante e Di Francia – erano andati a chiamarlo sotto casa, quello s’affacciò tranquillo alla finestra: Non posso venì. Sto a letto coll’asiatica. Ah, sporcaccione – gli strillò Otello dalla strada: E che je stai a fà a st’asiatica, che je stai a fà?“. E all’epoca l’alto commissario alla Sanità senatore Mott disse pure che l’asiatica era un’influenza come tutte le altre, quindi niente panico. Nel 1957, insomma, l’Italia pullulava di negazionisti. E negazionista sarà pure Pennacchi che lo racconta? Chi lo sa. Bisogna chiedere alla Stampa…

 “Burattini, venduti e servi”: perché in ogni protesta i giornalisti vengono insultati? Rossella Grasso su Il Riformista il 3 Novembre 2020. Ormai quasi ogni giorno le strade e le piazze delle città italiane si riempiono di proteste e cortei di ogni tipo. Tra i vari ci sono semplici cittadini, le categorie che l’ultimo dpcm ha messo in crisi, le mamme che si lamentano contro la chiusura delle scuole ecc. Immancabili in ogni occasione anche gruppi di negazionisti senza mascherina che inneggiano all’amore e invitano all’abbraccio. In questa pletora di persone unite per diversi motivi dalla protesta volano spesso anche insulti più o meno violenti contro i media. Spesso con spintoni e aggressioni verbali invitano i giornalisti a togliere la mascherina accusandoli di non dire la verità, di “essere asserviti”. Una scena che si è ripetuta anche durante il provocatorio “corteo Funebre” che si è svolto a Napoli la sera del 2 novembre. Il gruppo di manifestanti ha, infatti, inscenato il funerale dell’economia campana con tanto di carro funebre, necrologi e crisantemi. Ma durante il percorso i manifestanti hanno iniziato a insultare violentemente anche i giornalisti che erano lì per dare voce alla protesta e raccontare le istanze dei manifestanti. “I giornalisti ci devono sempre buttare a terra, sempre. Invece di venire a occuparsi dei nostri diritti, delle nostre difficoltà da lavoratori a partita iva, che dobbiamo chiudere le nostre attività, ci accusano solo di assembramenti”. Ha detto polemicamente una ragazza alludendo al fatto che nel racconto dei fatti non sfugge il problema degli assembramenti che queste manifestazioni comportano. Un fatto anche questo innegabile e ben visibile dalle immagini. Assembramenti a cui i giornalisti, loro malgrado si espongono, pur di dar voce alle proteste e raccontare a tutti cosa accade. Comprese quelle che sono le storture che la paura e la rabbia per la pandemia stanno generando senza freno. Gli insulti continui ai giornalisti sono una parte di questi. “Voi giornalisti dovete dire le cose giuste – continua una delle manifestanti – non quelle che convengono a voi che vi mandano a dire di dire”. Poi la manifestante prosegue asserendo di essere in primis giornalista “ma me ne sono andata dal sistema – ha continuato – paragonando l’informazione pubblica alla camorra – e quindi non vengo a fare la burattina qua in mezzo io mi sono rifiutata”. Dunque la critica viene da una “giornalista” ed è curioso anche che la manifestazione in questione fosse stata organizzata proprio da un giornalista. Un pensiero che per chi ha seguito con passione e dedizione varie proteste si è sentito ripetere spesso. Il 2 novembre la scena sotto la Regione Campania è stata ancora più violenta, magari non fisicamente, come durante gli scontri di quel primo venerdì di coprifuoco, ma verbalmente sicuramente si. Nelle immagini si vede il gruppo dei giornalisti impugnare telecamere e microfoni e dal lato opposto alcuni manifestanti gli gridano in faccia “giornalaio!”, “venduti!” e poi in coro “servo, servo, servo!”. Poi la scena tocca picchi di follia: un manifestante con la maschera di De Luca insulta uno dei cameramen accusandolo di non indossare la mascherina. Il cameraman, che invece indossa tanto di mascherina a norma, resta impassibile mentre l’uomo continua a gridargli contro: “Ti stanno filmando tutti, poi ti sputtaneranno… poi ci farai sapere se siamo noi i negazionisti o tu il prezzolato”. E parte l’applauso della folla intorno. Una scena che fa male a chi si affatica a raccontare anche questo, spesso anche mal pagato o nulla o affatto tutelato. “Giornalisti terroristi alla gogna vergogna”, recita invece un altro cartello. A portarlo fieramente al collo una donna che ne spiega i motivi: “In televisione fanno vedere cose assurde – ha spiegato – pochi giorni fa hanno fatto vedere due ospedali di due paesi differenti, poi due barelle che portavano i cuscini, uno vestito da marziano con la tuta anticovid ma che indossava gli infradito, un altro che portava un cadavere con tre dita. Quindi adesso diciamo basta”. Peccato che tutte le assurdità elencate dalla signora siano state promosse e divulgate sui social, tanto da diventare virali. Forse dei giornalisti non si può poi così tanto fare a meno.

LA NOTA DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI OTTAVIO LUCARELLI – Ringrazio il Riformista per questa puntuale denuncia ed esprimo solidarietà e vicinanza al collega minacciato e a tutti i giornalisti sotto tiro. In questa fase più che mai siamo in prima in linea vicini ai contagiati, ai medici, agli infermieri. E siamo in strada a raccontare il Covid. Eppure l’ignoranza dilagante continua a prenderci di mira. Per questo insisto nel chiedere a Prefetto e Questore maggiore protezione per chi ha il delicato compito di informare l’opinione pubblica.

Alberto Zangrillo al Tg4: "Coronavirus, il clima descritto dalla stampa non è realistico". Ed è subito polemica. Libero Quotidiano il 02 novembre 2020. Non molla di un centimetro, Alberto Zangrillo, il medico del San Raffaele che continua ad avere il coraggio di sostenere le sue posizioni sull'emergenza coronvirus. E continua ad avere il coraggio di sostenere che, a suo parere, lo scenario non è tragico così come ci viene raccontato. Lo dice chiaro e tondo, il primario del San Raffaele: "Il clima descritto dalla stampa non è realistico", spiega al Tg4. E ancora, nel corso dell'intervista al tiggì di Giuseppe Brindisi, Zangrillo aggiunge: "Il coronavirus c'è, ma stiamo operando bene. Sono ottimista". Parole che gli sono valse già numerosi e immancabili attacchi sui social. Ma come detto, Zangrillo non molla né arretra.

Zangrillo: "Il clima descritto dalla stampa non è realistico". Il professore ha tenuto a sottolineare: “Non siamo alla situazione vissuta a marzo”. Valentina Dardari, Martedì 03/11/2020 su Il Giornale. Il professor Alberto Zangrillo, prorettore dell’Università San Raffaele e primario di anestesia e rianimazione dell'ospedale milanese, intervenendo al Tg4 ha fatto una fotografia della situazione che stiamo vivendo in questo momento in Italia. Prima di tutto ha voluto sottolineare un errore da parte di tutta la stampa che descriverebbe a suo dire un clima non realistico. "Quando si parla di migliaia di contagi si presuppone che queste persone siano malate, in realtà sono persone venute a contatto con il virus", ha tenuto a precisare Zangrillo. Secondo il suo parere, la scena che si trova davanti lui stesso tutti i giorni in ospedale non è completamente aderente alla realtà descritta dalla stampa. Se così fosse, alla popolazione non resterebbe che fare testamento e aspettare la morte cercando di soffrire il meno possibile. Ma, come ha evidenziato Zangrillo: “Non è così. In questo momento noi abbiamo una situazione che è completamente diversa da quella che state, stanno, tutti narrando” ha continuato l’esperto. La differenza si troverebbe proprio tra la situazione che sta vivendo l’Italia e quella invece vissuta dagli altri Paesi europei. Il primario ha infatti spiegato che nelle altre Nazioni sta avvenendo qualcosa che è più grave rispetto a noi dal punto di vista dei numeri, ma lo si sta affrontando con senso di responsabilità e con i nervi saldi. Ha poi fatto l’esempio specifico del suo ospedale dove sta accadendo proprio questo: la struttura ospedaliera è attrezzata per intensità di cura e sta prendendo in carico “pazienti che non sono pazienti”.

Il 70% sono codici verdi. In almeno il 60% dei casi, secondo Zangrillo, si tratta di persone in cerca di un alloggio, di una patente di positività o meno. Questi soggetti potrebbero tranquillamente restare nelle proprie abitazioni e non andare a intasare i pronto soccorso ha infine affermato il professore, che ha tenuto a sottolineare che il 70% delle persone che arriva in ospedale sono codici verdi che dovrebbero rimanere a casa e non avere rapporti con altre persone, restando isolati.

Pronto soccorso affollati: ora Zangrillo svela la verità. Fortunatamente, è solo una parte minore dei pazienti che giungono in un grande ospedale metropolitano, in Lombardia si ha un incremento di 17 persone in terapia intensiva, che mostra un quadro più impegnativo. Non è assolutamente una situazione paragonabile a quella dello scorso marzo, “chi la paragona a marzo vuol dire che non ha vissuto la situazione a marzo” ha ribadito ancora una volta Zangrillo. Le cose vanno affrontate con metodo, nervi saldi e razionalità, ingredienti al momento presenti nell’azione del governo, secondo il primario del San Raffaele. Un lockdown generalizzato, senza tenere conto delle differenze epidemiologiche, degli accessi al pronto soccorso, e dei pazienti dimessi, è paragonabile, come affermato dall’esperto, alla situazione di una nave, in cui ci sono grida d’allarme da diversi punti e il comandante decide di abbandonare l’imbarcazione. Si devono adottare misure proporzionate a una situazione che sta evolvendo ma che non è drammatica. Se la giudichiamo drammatica “possiamo piantarla lì. Abbiamo perso prima di iniziare” ha concluso Zangrillo che ha anche infine spiegato che il messaggio che sta passando porta le persone erroneamente in pronto soccorso, anche se non ne hanno un bisogno effettivo.

Terrorismo mediatico e delatori di Stato: l’Italia orwelliana del “Grande Reset” è un incubo. Urge il risveglio. Cristiano Puglisi il 16 ottobre 2020 su Il Giornale. L’ultimo baluardo, l’intimità della casa e della famiglia, è caduto. Con l’ennesimo DPCM, promulgato a guisa di editto reale all’inizio di questa settimana, con la consueta incursione mediatica serale, il Governo Conte ha deciso di entrare definitivamente nella vita privata dei cittadini italiani come forse mai, neppure con autocertificazioni e “congiunti”, aveva osato fare in precedenza. Il nuovo decreto varato, così è stato detto, per la lotta al Coronavirus, oltre a trasformare nuovamente “l’aula sorda e grigia” del Parlamento in un “bivacco di manipoli” dediti all’ossequioso e silenzioso servizio dei sacerdoti del Comitato Tecnico Scientifico, ha aperto infatti alla possibilità di un controllo anti-contagio da eseguire manu militari all’interno delle abitazioni private. E a nulla serve la consueta e falsa rassicurazione del premier pugliese (“Non manderemo la polizia a casa, ma serve responsabilità”), se bisogna dare credito alle indiscrezioni pubblicate da Il Riformista (e, d’altro canto, trattandosi di uno dei pochi giornali seri rimasti, non c’è motivo di non farlo), secondo cui sarebbe stato solo un documento firmato dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, a bloccare in extremis la richiesta anticostituzionale dell’esecutivo di disporre controlli a domicilio del rispetto del limite di sei persone per le cene tra amici e famigliari… ‘‘La meraviglia di certi paradossi”, ha riportato il quotidiano, è che sia “stata la polizia (…) a evitare che l’Italia diventasse uno stato di polizia, dove uomini in divisa possono entrare a qualunque ora nelle abitazioni private per verificare il numero di quanti siedono intorno a un tavolo o davanti a una tv per vedere una partita della Champions". Paradosso dei paradossi è che sia stato un tecnico, in questo caso, a rappresentare l’ultimo argine a tutela del popolo in un Paese in cui l’esecutivo politico è (come è ormai palese evidenza per chiunque sia minimamente dotato di senso critico e ragionevolezza), come in molti altri Paesi dell’Occidente sedicente “democratico”, completamente asservito alle direttive di un potere medico-tecnocratico totalmente fuori controllo e rispondente esclusivamente alle direttive di oscuri disegni sovranazionali dalle venature oligarchiche e totalitarie. È questa l’Italia del Coronavirus, la pandemia che, secondo i disegni pacificamente ammessi dalle élite globaliste ben rappresentate da entità come il World Economic Forum o l’OMS, deve essere cavalcata per far entrare il mondo nel “Grande Reset” del sistema capitalista. Un “Grande Reset” dove la retorica a favore della sostenibilità cela l’incubo del repentino impoverimento della popolazione mondiale, della scomparsa della classe media, soprattutto quella dei produttori indipendenti, diluita nelle masse dei diseredati dipendenti dall’elemosina di stato o degli schiavi a contratto con stipendi conferiti alternativamente dalle grandi multinazionali che reggono le fila della partita o dagli enti pubblici che ne sono ormai diventati espressione. Questa è l’Italia asservita a quello che la letteratura complottista definisce Nuovo Ordine Mondiale, ma che ormai di complottistico non ha più nulla essendo il palese approdo finale di una lotta (combattuta naturalmente ad armi impari) della “superclass” avente come finalità l’ulteriore spoliazione di ogni residuo diritto sociale del restante 99% dell’umanità. E così non importa se, rispetto alla fase iniziale della pandemia, i tamponi siano incrementati, e non importa se il 90% dei contagiati sia asintomatico. Non importa se, come dice l’ex vicedirettore OMS Perronne, i test eseguiti oggi ad ampio raggio “danno moltissimi casi di falsi positivi“, perché “i tamponi nel naso contengono un enzima che amplifica milioni di volte tracce anche infinitesimali di RNA del virus (…) e così gente sana che non è contagiosa risulta positiva”. E non importa se, per questo, sono registrati come deceduti per Covid anche i morti (soprattutto molto anziani) per altri fattori di co-morbidità. Non importa se un virologo come il professor Giulio Tarro, premettendo a sua volta la “fallacia dei tamponi” dichiari apertamente che “l’epidemia è finita a maggio” e che “sul Covid vengono diffusi solo dati aggregati quali "decessi", "contagiati", "guariti"… senza che sia possibile conoscere la loro storia clinica”, spiegando altresì come vengano avanzati “provvedimenti disciplinari con i quali si tenta di silenziare i tanti dipendenti ospedalieri che osano dichiarare qualcosa di difforme dalla Verità Ufficiale”. Non importa perché i principali alleati dei carcerieri, in questa nazione vigliacca (pardon, “moderata”) per tradizione, sono i carcerati stessi. E, in modo peculiare, quelli che con un azzeccato neologismo di fresca coniatura, sono stati definiti “covidioti“, cioè la plastica rappresentazione di una popolazione instupidita e rassegnata, indottrinata da mesi di tele-rincoglionimento a suon di chiacchiere su mascherine, distanze, sanificazioni. Una platea di varia subumanità pronta a trasformarsi in un esercito di kapò e delatori di Stato, gli stessi sul cui supporto confida l’inascoltabile ministro Speranza (la sua scelta per il dicastero della Salute, considerato il cognome, sembra oggi uno scherzo di cattivo gusto, quasi un contrappasso dantesco per punire la stupidità del bestiame umano amministrato): si va dall’imbecille che, la scorsa estate, faceva il bagno in mascherina, a quello che addita dal balcone runner e ciclisti come “untori”. Dalla mammina paranoica che guarda in cagnesco i suoi vicini al supermercato all’osservatore di lavori in corso convertitosi in segnalatore di feste private. Nel mentre nessuno, a parte i pochi dotati ancora di senso critico, sembra accorgersi di come si stia, progressivamente ma inesorabilmente, abituando gli italiani a questo stato di perenne emergenza, togliendo loro la socialità, riducendoli ad atomi di umanità funzionali a un sistema tirannico, iniquo e, in fondo, sadicamente diabolico. Sì, diabolico. Perché non c’è altro termine per descrivere propositi scellerati, come quello di rinchiudere gli italiani in casa (dopo un anno allucinante) durante le feste per tradizione legate agli affetti, quelle natalizie, come suggerito dal cupo virologo Crisanti, al quale andrebbe ricordata l’impennata di disagio psicologico seguita al primo lockdown.  In molti, in questi giorni, hanno citato al proposito un passo di 1984, il capolavoro distopico di George Orwell: “All’infuori del lavoro tutto era vietato, camminare per strada, distrarsi, cantare, ballare, riunirsi…“. Non è un’esagerazione. Questa è l’Italia che vogliono, il mondo che bramano le élite di cui l’esecutivo Conte è chiara emanazione. E, dopotutto, cos’è il “Grande Reset” se non una crasi tra la decrescita (in)felice e digitalizzata per anni sollecitata dal Movimento Cinque Stelle e la società “uberizzata” di aspiranti globetrotter precari propinata da tempo dal Partito Democratico? Un mondo, cioè, formato da una massa di straccioni dipendenti dall’elemosina del potere, costretti a lavorare come schiavi per una miseria, senza prospettive e perennemente spaventati e tormentati. Ma, altresì, dotati di monopattini elettrici e istruiti alla raccolta differenziata e al multiculturalismo. Senza ovviamente dimenticare la museruola… pardon, mascherina d’ordinanza. A fronte di questa situazione è bene che si dica la verità, quantomeno a quei pochi che sono in grado di comprenderla. Bisogna mollare le velleità da rivoluzionari da gazebo. Seppellire le speranze da ribelli da tastiera. Non vi è alcuna salvezza nella politica istituzionale e certamente non in quei partiti i cui amministratori locali per primi, la scorsa primavera, hanno giocato a fare gli sceriffi sulla pelle dei loro cittadini e che ora, per mero calcolo, si posizionano sulla barricata della libertà. Quella non è un’opposizione, ma semplice finzione scenica. Teatrino della politica. Il potere, quello vero, quello che da centrali sovranazionali come l’OMS impone la linea a tutto il mondo, è altro. E non è scalfibile. Controlla i media che ogni giorno “danno i numeri” per atterrire e spaventare, penetrando senza difficoltà le menti più deboli. Controlla la sanità, le multinazionali del farmaco, i medici cooptati dal sistema. Controlla i gusti, le passioni, i rapporti di ogni persona attraverso gli algoritmi dei giganti del web. Sconfiggerlo, a viso aperto, non è difficile, ma impossibile. Combatterlo è inutile. Bisogna scendere a patti con una realtà cruda e brutale. Sulla bella Italia (e sicuramente sull’intero emisfero occidentale) è ormai calata la notte. L’unica luce che ciascuno può accendere, in questa tenebra avvolgente, è quella interiore. L’unica rivoluzione che si può compiere è quella delle coscienze. Leggere, studiare, capire. Emanciparsi. Questa e solo questa è la via per sperare in un risveglio collettivo. L’alba di una nuova era, che può partire solo ed esclusivamente da una cittadinanza diversa. Una cittadinanza che torni a essere critica e consapevole del sistema in cui vive. Una cittadinanza che torni a essere comunitaria, che torni a essere popolo. Prima che questo accada, nulla sarà possibile. Perché questo accada il tempo richiesto potrebbe essere lungo, lunghissimo. O forse no. Dipende da tutti. Sì, forse anche da te, che stai leggendo queste righe. Apri gli occhi. Ora è notte fonda, ma tornerà il mattino.

Ma che fine hanno fatto i “guariti”? Andrea Amata 17 ottobre 2020 su Nicolaporro.it. I medici invocano l’autolockdown. Il Pd preme per il coprifuoco. La prudenza e il rispetto dei protocolli di prevenzione possono farci convivere con il virus, ma in questi sei mesi, nonostante lo stato di emergenza, i poteri speciali e le Cassandre della seconda ondata, si sono accumulati troppi ritardi sia nel potenziamento dell’offerta sanitaria sia nella predisposizione della didattica in sicurezza. Tant’è che gli ospedali rischiano il sovraccarico: per lo Spallanzani di Roma è stato già disposto che può accettare solo pazienti Covid e sulla scuola incombe il ritorno della didattica a distanza. Di fronte ai fallimenti da cui scaturisce la vera emergenza, per non delegittimarsi, il governo ha bisogno di manipolare la divulgazione e la percezione dei dati, attraverso il terrorismo informativo che amplifica l’allarme. Prendete il bollettino quotidiano che, con le illustrazioni grafiche, ci incute timore e come foche ammaestrate, ci spinge a replicare una narrazione drammatizzata da numeri preoccupanti, ma parziali e carenti di approfondimenti. Enumerare i contagiati in crescita senza al contempo indicare il numero dei tamponi effettuati significa dare una comunicazione incompleta. Dei contagiati quanti sono gli asintomatici che non necessitano di ricovero? E dei ricoverati quanti sono destinati alla terapia intensiva o subintensiva? Ma, soprattutto, quanti sono i guariti/dimessi? Già: questo dato, sbandierato quando erano più le vittime del Covid che quelli che ne uscivano, ora sembra sparito. Quando la comunicazione doveva creare consenso attorno al lockdown e, al contempo, tenere su il morale del popolo, nei bollettini quotidiani la Protezione civile sottolineava il numero dei guariti, sia pure inferiore ai decessi. Ieri, giorno in cui, per esempio, i guariti sono stati 1.900 e i morti 55, la notizia è stata confinata in fondo ai resoconti dei giornali. Certo: se no come lo imponi il lockdown autoindotto? Chi scrive non è un negazionista o un minimizzatore del Covid. Ma la comunicazione terroristica è una colpa, specie se serve a mascherare un disastro gestionale in ambito sanitario e scolastico. Andrea Amata 17 ottobre 2020

Coronavirus, Zangrillo: ''Le terapie intensive? Quando arriviamo lì ormai abbiamo perso". Il professor Alberto Zangrillo: "Sì alla corretta informazione e no al sensazionalismo mediatico". Rosa Scognamiglio, Giovedì 15/10/2020 su Il Giornale. ''Come sostengo da almeno 6 mesi, insieme ai colleghi che di mestiere curano i malati, il problema non sono le terapie intensive. Quando arriviamo li abbiamo già perso''. Lo scrive su Twitter Alberto Zangrillo, prorettore dell'Università San Raffaele e responsabile dell'Unità operativa di Terapia intensiva generale e cardiovascolare dell'Irccs San Raffaele di Milano. Zangrillo posta anche una immagine in cui viene spiegata la corretta procedura per evitare il congestionamento degli ospedali. "Sì alla corretta informazione e no al sensazionalismo mediatico, perché solo il primo produce un flusso ordinato al pronto soccorso e una gestione ottimale dell'assistenza clinica - riporta lo schema - Dal sensazionalismo mediatico derivano angoscia, disorientamento, somatizzazione e abbandono dei pazienti. Questo produce un flusso caotico nei pronto soccorso che a sua volta crea una inefficiente gestione clinica dei pazienti Covid e non Covid, arrivando al 'blackout' dell'ospedale". Lo aveva detto in tempi non sospetti e oggi, per l'ennesima volta, lo ribadisce ancora una volta: ''Le terapie intensive non sono il problema'', scrive su twitter. L'ennesima ''bomba social'' sganciata dal pofessore del San Raffaele che, senza curarsi troppo dei detrattori, seguita dritto per la sua strada. E, a ben vedere, di ragione ne ha da vendere. Sebbene ''il cinguettio'' possa suonare vagamente provocatorio, in realtà, non lo è affatto. L'esperienza pregressa della pandemia - la ormai trapassata Fase 1 della scorsa primavera - ha fatto segnare un numero di accessi ai Pronto Soccorso tale da ingenerare una congestione delle strutture sanitarie. In assenza di una rete assistenziale sul territorio, decine di persone si sono riversate negli ospedali ai primi sintomi sospetti del Covid. Una quota consistente di casi Sars-CoV-19 - presunti, smentiti o confermati - che si è aggiunta ai pazienti affetti da altre patologie, già ospedalizzati, ingenerando una implosione delle strutture. ''In terapia intensiva entrano malati positivi al Coronavirus ma sono anche portatori di altre patologie. - aveva spiegato nel corso di un intervento al programma Non è L'Arena lo scorso 29 settembre - In tutta la Lombardia ci sono 31 pazienti Covid in terapia intensiva, si tratta di un quarto delle persone in terapia intensiva nel mio ospedale a marzo. Le curve possono essere estrapolate da qualunque motore di ricerca, anche internazionale e quindi non riferibile solo all’Italia. La paura non deve essere il motivo dominante del nostro ragionamento''. Ma come sempre accade ogni volta che il professor Zangrillo prova a difendere le proprie avvedute ragioni, la polemica non si fa attendere. "Faccia il medico", ha retweettato uno sconosciuto. "Ci dica lei come si fa'', ha scritto un altro. Tuttavia, non sono mancati neanche i commenti a sostegno delle sue osservazioni: "Lo spieghi anche ai suoi colleghi che stanno dando i numeri. Qui tutti laureati su google'', ha cassato con ironia la piccola disputa social un ennesimo utente.

Covid, "morta dopo esseri reinfettata". Ecco la verità dietro la notizia. Il primo caso di decesso per reinfezione è stato dato da tantissime testate. Ma il quadro clinico della paziente, anziana e malata incurabile, fa riflettere su come si diano certe notizie e dell'importanza dell'informazione. Lorenzo Vita, Mercoledì 14/10/2020 su Il Giornale. La guerra al Covid si combatte ogni giorno nelle trincee degli ospedali e nelle scelte delle autorità pubbliche che devono garantire una vita il più possibile regolare della popolazione. Ma la pandemia è anche una enorme sfida per l'informazione, che oscilla molto spesso tra un tragico allarmismo e un altrettanto pericoloso allentamento dell'attenzione. Una scelta difficile, che può però avere risvolti enormi sulla vita dei singoli cittadini, che grazie proprio ai media percepiscono un rischio in maniera diversa semplicemente in base a come viene data una notizia o un'informazione. L'ultimo caso in ordine di tempo è quello rilanciato da numerosi media nazionali e internazionale e che riguarda la morte di una persona infettata per la seconda dal coronavirus. L'informazione è stata data in modo più o meno identico in tutti i titoli di giornale: "Si ammala di Covid per la seconda volta e muore". Una verità drammatica, su questo è impossibile fare alcun tipo di interpretazione. Ma quello su cui invece bisogna riflettere è il modo in cui viene trasmessa la notizia, che viene chiaramente veicolata per inviare un messaggio potenzialmente allarmante per milioni di persone. Anche un guarito da Covid può morire se contagiato una seconda volta. Vero, ma è altrettanto vero che tutti quanti riportano la notizia riportata da El Mundo in cui ci sono ben altre informazioni riguardo quella morte della persona infetta nuovamente da Covid. Perché se è vero che la morte è uguale per tutti, è anche vero che non tutte le morti sono uguali. Così come non lo sono i pazienti. E così il caso della donna morta per esserci contagiata per la seconda volta nasconde una verità che era evidente semplicemente leggendo il titolo dato dal quotidiano spagnolo. La donna non era soltanto infetta dal coronavirus, ma era anche una donna di 89 anni malata di una rara forma di cancro "trattabile ma incurabile" noto come macroglobulinemia di Waldenstrom. Un quadro clinico quindi altamente compromesso cui si aggiunge anche il fatto che al primo contagio della donna, all'inizio di quest'anno, la risposta del fisico fu assolutamente positivo tanto che dopo cinque giorni la signora si era completamente ripresa. Il crollo, purtroppo per l'anziana, si è avuto due mesi dopo quando, al nuovo ciclo di chemioterapia, si sono riscontrati nuovi sintomi di tosse e febbre e il tampone ha dato l'esito positivo. La morte, avvenuta dopo due settimane, ha confermato poi il fatto che la donne fosse stata infettata da un virus con una composizione genetica differente. La storia che arriva dai Paesi Bassi pone un punto interrogativo sul mondo dell'informazione e sulla sua risposta all'epidemia che ha dilagato nel mondo. E cioè come distribuire le informazioni e in che modalità farle arrivare al lettore. È chiaro che titolare solo sulla donna infettata due volte, senza riferire che si trattava di un quadro clinico estremamente compromesso in un paziente molto anziano, avrebbe certamente incrementato la portata allarmante dell'episodio. Questo è parte del terribile "gioco" dei media. Ma in un momento in cui la seconda ondata è sotto gli occhi di tutti, dare messaggi precisi e asettici può cambiare radicalmente la percezione del pericolo. L'esempio della donna deceduta nei Paesi Bassi è solo uno. Ma pensiamo anche semplicemente al numero dei contagi, che ogni giorni varia e che ogni giorno aumenta, senza però dare il giusto peso al numero di tamponi, al rapporto tra tamponi effettuati e positivi così come al reale numero di malati e al motivo dei ricoveri. Pensiamo anche ai decessi, di cui si sa la data in cui avvengono ma non si specifica quando le persone siano state contagiate e sono morte per Covid. Un sistema difficile da scardinare e che però fa comprendere come il dato da solo non fa una notizia, ma lo diventa semplicemente in base a come essa si dà in pasto al lettore. Che si fida, e per questo va tutelato. Lo è se si vuole allentare troppo la tensione e lo è anche nella ricerca feroce dell'allarme.

Gustavo Bialetti per “la Verità” il 23 luglio 2020. Tutto si può dire di Marco Travaglio, tranne che gli manchi il buon gusto. E così, ieri, nell'editoriale del Fatto Quotidiano, ha evocato «suicidi a catena», «assembramenti nelle terapie intensive» e «corse verso ponti e viadotti più alti». Da parte di chi? Ma dei giornalisti che non credevano che Giuseppe Conte avrebbe vinto ai tavoli europei, ovvio. Segue florilegio (tratto anche della Verità) sulle magagne della trattativa europea. Tutte fandonie smentite dalla realtà, per il Marco nazionale. E allora vediamo in cosa consiste questa grande vittoria che ha fatto esplodere i fegati delle redazioni miscredenti. Tanto per cominciare l'Ue sgancerà 390 miliardi di sussidi che sono «sensibilmente calati rispetto ai 500 miliardi proposti da Berlino e Parigi a maggio». Ma «il vero problema è che non arriveranno subito, il grosso effettivo non prima del 2023. L'intesa però prevede un anticipo del 10% delle somme nel 2021». Il taglio dei sussidi, poi, ha avuto alcune conseguenze: «Il fondo per aiutare le imprese in difficoltà viene azzerato; la ricerca (Horizon, di cui beneficiano soprattutto i Paesi del Nord) perde il 60% delle risorse; la salute il 100%; il fondo per la transizione ecologica l'80 %; è stato cancellato anche lo strumento di "vicinato, sviluppo e cooperazione internazionale"; tagli anche a digitale e coesione». E i frugali, i grandi sconfitti dell'accordo? A loro «sono stati confermati e aumentati (tranne che per la Germania) i rebate, gli sconti sul bilancio: Svezia (+62%); Danimarca (+120%); Austria (+274%) e Olanda (+25%)». Volete sapere di chi sono tutti questi virgolettati, evidentemente scritti da qualche altro gufo a rischio suicidio? Di Carlo Di Foggia sul Fatto Quotidiano, stessa edizione dell'editoriale di Travaglio, a pagina 2. Caro Marco, bastava sfogliare: non è difficile, ce la puoi fare.

Antonello Piroso per “la Verità” il 4 giugno 2020. Mio padre è venuto a mancare il 22 aprile. Si è ritrovato solo in una casa di riposo, la moglie ricoverata in ospedale per sospetto Covid-19, i figli che non potevano andare a trovarlo per via del lockdown e la paura di far entrare il coronavirus nella struttura. Mia madre l' ha raggiunto il 17 maggio, rientrata in quello stesso ospizio privato dopo essere stata dimessa con tre tamponi negativi all' attivo. Anche lei si è spenta sola, senza aver saputo o capito - così almeno credo - di essere diventata vedova. In meno di un mese mi sono ritrovato orfano, il che suona strano, detto da un quasi sessantenne, perché il termine si riferisce in genere a chi rimane sì senza padre, madre o entrambi i genitori, ma da minorenne. Puntualmente, dopo le condoglianze è arrivato il momento della domanda, se non espressa comunque sottintesa: «Sono morti di Covid?». No, non sono stati uccisi dal Bastardo, anche se potremmo considerarle vittime «collaterali»: perché a causa delle restrizioni se ne sono andati senza una carezza, una presenza, un funerale. Però il fatto che tutti l' abbiano pensato - un sito l' ha pure scritto, sbagliando - e qualcuno si sia addirittura spinto a concludere: «Del resto, la verità non la sapremo mai...», la dice lunga su quanto è successo alla nostra forma mentis nel trimestre febbraio-maggio, sottoposta a un' infodemia, un' epidemia (dis)informativa senza precedenti. Su cui il circo Barnum degli specialisti ha messo il carico da undici: su cause, effetti e rimedi si sono spesso contrapposti, contribuendo alla confusione generale che ha trasformato l' allarme in allarmismo, la doverosa preoccupazione in panico, le necessarie precauzioni in imperativi categorici da rispettare sine die, generando una paranoia globalizzata, alimentata anche dal collasso delle nostre strutture sanitarie che, di fronte alla velocità del contagio, sono andate in tilt e ci hanno portato a temere il peggio. Infettivologi, virologi, epidemiologi si sono l' un contro l' altro dialetticamente armati, e noi siamo stati chiamati a schierarci aderendo a questa o a quella interpretazione che si faceva dogma (non senza il mantra della premessa: «È un virus sconosciuto, gli stiamo prendendo le misure»), come se si trattasse di tifare per una squadra di calcio. Risultato? Per tre mesi in Italia si è potuto morire solo di coronavirus, con annesso dibattito sul «morire di», «morire per», «morire con», mentre gli altri decessi sono diventati invisibili. E che ce ne siano senza dubbio altri è provato dalla rilevazione dell' Istat sui decessi del 2019: 647.000, 161.750 a trimestre, 1.772 al giorno. A scanso di equivoci: non sto contrapponendo lutti a lutti, dolore a dolore. Segnalo solo la circostanza: le morti per ictus, infarti, tumori, suicidi e incidenti domestici - quelli stradali erano impossibili data la clausura - è come se fossero scomparsi (senza dimenticare gli interventi chirurgici già programmati ma non effettuati causa emergenza: 400.000, e ci sarebbe da chiedersi, pregando per loro, quanti degli sfortunati con le patologie più gravi sopravviveranno al rinvio di mesi). Ricordo il dato non per sminuire l' entità della tragedia rappresentata dal coronavirus, né la gravità della malattia per chi ne è stato colpito (ed è fortunatamente ancora tra noi), ma per sottolineare le tante perplessità che animano l' uomo della strada, o che è finito in mezzo a una strada per una crisi economica innescata da una «pandemia» che tale non è stata. Perché non ha riguardato «tutto il mondo», quanto prevalentemente una porzione di esso: quello occidentale. Il nostro. Diciamocelo francamente: se il cataclisma - che so: causato dall' ebola - avesse stroncato 378.000 vite nel cuore dell' Africa, ma fosse rimasto lì circoscritto, la nostra reazione sarebbe stata poco più che tiepida, «di qualcosa si deve pur morire», e amen. 378.000 morti nel mondo -di cui quasi 34.000 da noi - sono un' enormità, certo, ma com' è possibile che 265.000 di esse, il 70%, siano concentrate in appena sei paesi, ovvero Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Brasile, Francia e Spagna? Conosco già la replica: che vuole, signora mia, succede per via dei conteggi che ciascuno ha fatto a modo suo.

Dei magheggi veri o presunti fatti sui medesimi.

Dei tamponi fatti solo ai sintomatici, oppure fatti anche agli asintomatici.

Dei fattori ambientali e delle polveri sottili.

E poi, guardi, i casi reali sono molti di più, quanti? Ah be', 10 volte tanto, forse 100, chi può dirlo, e via ipotizzando senza mai una certezza finale, e perfino l'Oms si è fatta Totò: «punto, due punti, punto e virgola: massì, facciamo vedere che abbondiamo?». Com' è possibile che l' India, un miliardo 380 milioni di abitanti, molti dei quali ammassati in slums, baraccopoli fatiscenti come le favelas di Rio de Janeiro, abbia meno di 200.000 contagi e meno di 6.000 morti, mentre il Brasile, che ha un settimo della popolazione (212 milioni) ha contagi più che doppi, 515.000, e decessi che sono cinque volte tanto, circa 30.000? E com' è che la Cina, epicentro del terremoto virale, 1 miliardo 440 milioni, ha una massa di contagiati che sono meno della metà di quelli del subcontinente indiano, 83 mila, ma con un numero di decessi pressoché equivalenti, 4.600, nella loro irrilevanza? E perché la Francia, più o meno gli stessi contagiati della Germania, 188.000 contro 183.000, ha un numero di morti più che triplo, 28.800 contro 8.600? Come mai il Giappone, quasi 127 milioni di abitanti, ha poco meno di 17.000 contagiati, cioè gli stessi di Israele (poco più di 17.000), che però ha una popolazione che non arriva ai 10 milioni? Ma che dire della Nigeria, 206 milioni di anime, che ha un morto per milione di abitanti, in confronto al Belgio, 11 milioni e mezzo di abitanti, che di morti per milione ne ha addirittura 817, superando di gran lunga il secondo Paese in questa classifica, la Spagna, 580? Interrogarsi su queste stranezze, che non sono solo statistiche, non significa non aver rispettato le scelte del governo. Sono un cittadino che rispetta le prescrizioni legislative anche quando non le condivide, a cominciare da quelle in materia di tasse. Ma devo comunque autodenunciarmi: all' inizio, ho sposato la linea di chi «relativizzava» la portata del pericolo. Essendo ipocondriaco, cercavo tutte le notizie a favore di questa tesi per esorcizzare le mie paure. Solo che poi a prevalere sono state le voci che annunciavano, con le trombe dell' apocalisse, la fine del mondo prossima ventura, e io mi sono comportato di conseguenza: mi sono barricato tra le quattro mura domestiche, pronto a usare io il lanciafiamme (di deluchiana memoria) su chiunque si fosse avvicinato alla mia porta. Così ligio che perfino ai microfoni di Virgin Radio ho sostenuto la totale adesione ai diktat ufficiali, anche perché, se avessi fatto il contrario, o l' emittente mi avrebbe licenziato o sarei stato comunque denunciato per propaganda negazionista. Tanto più che, avendo una compagna dirigente di un ospedale romano e un cognato in Polizia, avrebbero provveduto loro a farmi portare via con un' ambulanza (ammesso ne avessero trovata una: purtroppo erano tutte impegnate). Di più: essendo un pro-vax, ma in questo caso mancando il vaccino, non ho mai pensato che fosse un' idea geniale puntare sull' immunità di gregge come il caso di Boris Johnson e della Gran Bretagna hanno ben illustrato. Aggiungete che ho un carissimo amico d' infanzia, oggi a capo di una grande Asl calabrese, che in quei giorni si dichiarava semplicemente terrorizzato nell' immaginare cosa sarebbe successo al Sud quando (non «se», ma «quando») il virus avesse sfondato la linea del Po attraversando la penisola. Quando però ci siamo sentiti in occasione della morte di mia madre, due settimane fa, era sbalordito: «A fine mese in Calabria saremo a zero contagi. Non c' è stato alcuno tsunami, e non riesco a capire cosa sia successo: anzi, non riesco a spiegarmi perché non sia successo», e vagli a spiegare che secondo alcune teste pensanti i «terroni» - che si lamentano sempre - sarebbero in realtà protetti da una sorta di «scudo genetico». Ovvio, si dirà: ringraziate la quarantena, altrimenti i morti sarebbero stati milioni. Così, per un Gilberto Corbellini, docente a La Sapienza di Roma - che sostiene: «Il Covid è stato il virus più mediatizzato della storia della medicina. Quando guardo i numeri, mettiamo anche che siano 100 milioni di contagiati, mi viene da pensare: per l' Asiatica nel 1958 abbiamo avuto tra 1 e 3 milioni di morti, con oltre 500 milioni di casi» - ci sarà sempre qualcuno che obietterà: «Per forza, perché non hanno chiuso tutto come noi», e saremo da capo a dodici. Sapendo però che, con questa logica, la fine dell' emergenza potrebbe non arrivare mai. Quando l' altro giorno mi sono messo in fila all' Ikea (non mi sono fatto mancare niente, in questo periodo) un solerte addetto all' ingresso rilevava la temperatura con il termoscanner. «Da quanto è in servizio?», gli ho chiesto. «Sei ore». «Persone con la febbre?». «Neppure una». Ma poi, sentendosi forse obbligato a non lasciarmi andare via con l' idea sbagliata che il virus sia stato sconfitto o sia più innocuo, ha aggiunto: «Lei lo sa, vero, che ci sono gli asintomatici?», e così mi ha rimandato alla casella di partenza.

(Ps: Il dottor Andrea Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, ha dichiarato: «Il Covid da un punta di vista clinico non esiste più»; intendeva non la scomparsa del virus, ma la fine dei suoi effetti perversi sulla sanità, una cosa abbastanza ovvia, che la mia compagna mi aveva già anticipato: i posti di pronto soccorso non sono più presi d' assalto, le terapie intensive sono sguarnite, le sirene delle ambulanze si sono zittite. Lo hanno più o meno accusato di essere un untore. Non ne usciremo più).

Alessandro Sansoni (Ordine dei Giornalisti): «Così i media condizionano l’opinione pubblica». Federico Cenci il 18 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Esiste il coronavirus. E poi esiste la narrazione sul coronavirus. Mai come durante questa emergenza sanitaria l’informazione ha dimostrato di detenere ancora le redini del quarto potere. Del ruolo svolto dai media il Quotidiano del Sud ne ha parlato con l’esperto di comunicazione Alessandro Sansoni. Napoletano, componente dell’esecutivo dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, è direttore di Culturaidentità.

Che ruolo sta svolgendo l’informazione?

«Decisivo. Ha dimostrato di avere ancora una grande capacità d’influenza. Mi riferisco soprattutto alla tv: per molto tempo si è detto che, con l’avvento dei social network, il tubo catodico avesse perso autorità. L’emergenza coronavirus ha dimostrato il contrario: toccando i tasti giusti dei temi che interessano le persone, come quello della salute, la tv riesce a esercitare condizionamento».

E in che modo sta condizionando le persone?

«La diffusa accettazione del lockdown da parte degli italiani è il risultato di quest’opera di persuasione. Va sottolineata a tal proposito l’assenza di capacità critica da parte dei media italiani, che soprattutto nella fase iniziale hanno avuto un eccesso di zelo nei confronti delle misure adottate dal governo. In altri Paesi europei, al contrario, si è registrato un dibattito sull’opportunità di fare una serrata draconiana per contenere i contagi».

Come spieghi questa accondiscendenza dei media al lockdown?

«Con la mentalità italiana che reputa la salute un valore prioritario rispetto ad altri diritti importanti come quello allo studio, al lavoro, agli spostamenti. E così si è assecondata la strada apparsa più efficace per contenere i contagi, anche a costo di sacrificare altri diritti costituzionali».

Come ne esce il Sud Italia dalla narrazione sul coronavirus?

«Sarebbe stato opportuno, da parte dei media, alimentare un dibattito sulla necessità di diversificare le misure restrittive a seconda delle Regioni italiane. Il lockdown così duro ha forse un senso al Nord, ma è spropositato al Sud. Ora il paradosso è che qui al Meridione, per il nostro tipo di economia, molto legata al turismo e al terziario, avremo una recessione maggiore rispetto a quella del Nord, pur non avendo subito un’aggressione della malattia altrettanto intensa. In questo caso l’assenza di dibattito avrà effetti concreti: la gente del Sud non morirà tanto di coronavirus, quanto di fame».

A proposito della durezza del lockdown italiano, certe restrizioni hanno riguardato anche la libertà d’informazione?

«Un mese fa il governo ha istituito una task force di esperti con il compito di vigilare sulla diffusione di fake news relative al virus. Ammesso e non concesso che servisse un simile provvedimento, è singolare che l’osservatorio sia stato costituito dal governo, senza alcuna attenzione verso la necessità di preservare garanzie di pluralismo. Per evitare l’impressione che si fosse di fronte a un “ministero della verità” di orwelliana memoria, sarebbe stato meglio incardinarlo all’interno del Parlamento, e coinvolgere gli enti che già oggi hanno il ruolo di vigilanza rispetto alla corretta deontologia giornalistica, mi riferisco all’AgCom e all’Ordine dei giornalisti».

Quale riflessione suggerisce agli operatori dell’informazione questa emergenza?

«Che bisogna recuperare un po’ di autodeterminazione, senza appiattirsi su tesi consolidate. Il ruolo della stampa libera è smontare le fake news, anche quelle del governo. Perché ricordo che il maggiore spacciatore di fake news è sempre il potere».

Antonio Socci e il dubbio sul coronavirus: "Qualcosa non torna, perché non si parla delle cure che stanno diventando sempre più promettenti?" Libero Quotidiano l'1 maggio 2020. "C'è qualcosa che non mi torna". Antonio Socci nutre qualche dubbio su quanto gira attorno al coronavirus. L'editorialista di Libero, in un cinguettio, si interroga: "Perché non si parla delle cure che stanno diventando sempre più promettenti (per esempio questa) e stanno davvero sconfiggendo il Covid_19 ? Perché si vuole creare un'attesa messianica attorno al vaccino? Chiedo per capire". Socci fa riferimento alla cura trovata a Pavia: il plasma. Quest'ultimo, proveniente dagli infetti, farebbe sparire il Covid-19 in 48 ore. Un risultato clamoroso che, come scrive Socci, "sfida il silenzio e gli interessi", ma che nessuno ai piani alti, fino ad ora, ha citato.

Coronavirus, i dubbi di Mario Giordano sull'Agenzia del farmaco europea: "Chi la finanzia", conflitto di interessi? Libero Quotidiano l'1 maggio 2020. L'emergenza coronavirus dà parecchio da pensare a Mario Giordano. Il conduttore di Fuori dal Coro, nel suo nuovo libro, mette in luce il dietro le quinte dell'epidemia: "C’è da fidarsi dell’OMS? - si interroga su Twitter in merito al vero ruolo dell'Organizzazione mondiale della sanità - E c’è da fidarsi dell’agenzia europea del farmaco che viene finanziata per l’84 per cento dalle aziende farmaceutiche che dovrebbe controllare?". Proprio così, Giordano, visto il notevole aumento dei prezzi dei farmaci, non esclude che qualcuno stia speculando sulla nostra salute. "Gli ultimi rapporti - si legge nella descrizione della sua nuova opera - ci dicono che la spesa medica si trasferisce sempre più sulle spalle delle famiglie. Il Servizio Sanitario Nazionale è alle corde ma nessuno ne parla. Ecco l'elenco, nome per nome, di chi ci sta rubando la vita per riempirsi le tasche: aziende farmaceutiche, assicurazioni, imprenditori senza scrupoli e altri affaristi".

La macchina del panico. Ursula Bassi su Il Riformista il 29 Aprile 2020. Ogni volta che l’opinione pubblica mostra di aver dei dubbi sulle scelte del governo, spunta fuori un documento segreto o uno studio riservato. È successo la scorsa settimana, di fronte a tanti dubbi e perplessità, è uscita la notizia dell’esistenza di un documento segreto del gennaio scorso, che prevedeva fra i 600.000 e gli 800.000 morti se il governo non avesse deciso di procedere con la chiusura del Paese. Ieri è successa la stessa cosa. Mentre tante persone si fanno domande se questa fase 2 sia quello che serve all’Italia, alla stampa viene passato un documento dove vengono formulate 46 ipotesi di riapertura. Fra queste una è particolarmente disastrosa: in caso di riapertura totale, l’8 giugno in Italia raggiungeremmo un fabbisogno di oltre 151.000 posti in terapia intensiva. Ora al di là del fatto che la riapertura totale non è mai stata un’opzione sul tavolo e dei dubbi sulla questione che si possa raggiungere un numero così alto di casi critici in un mese, la domanda che mi faccio è un’altra: perché di fronte a legittimi dubbi dell’opinione pubblica, invece di spiegare il motivo delle scelte che sono state fatte, si procede sempre con l’attivazione della macchina del panico? Siete sicuri che terrorizzare gli italiani sia quello che realmente serve al Paese? Ieri in Francia è stata annunciata la fase due e il confronto con noi è sconfortante: il Primo Ministro era in Parlamento non in diretta Facebook, in Francia scomparirà l’autocertificazione, le scuole apriranno e anche i negozi, ma soprattutto la fase 2 sarà basata “sulla responsabilità individuale e la coscienza che ciascuno deve avere nei confronti degli altri”. Perché in Francia, che stanno combattendo la stessa battaglia contro lo stesso virus, hanno una strategia così diversa? Perché il Governo francese si fida dei francesi e il Governo italiano non si fida degli italiani? Qualcuno mi aiuta a capire?

PS. Sempre nell’ottica della macchina del panico, ieri i Media italiani e il Ministro della Salute Speranza hanno parlato del fatto che in Germania, dopo le prime riaperture di scuole e negozi, i contagi sono risaliti. No, non è vero. Però a differenza di quanto è successo ieri, la notizia che smentisce non la trovate in alto nella home dei siti d’informazione.

L’Italia in quarantena e i programmi in tv dove regna la litigiosità. Walter Siti de Il Riformista il 22 Aprile 2020. Durante la quarantena gli ascolti televisivi sono aumentati sensibilmente: per la maggioranza degli italiani tappati in casa, la tivù è rimasta la sola fonte di spettacolo e di svago (a parte i maniaci del web e i ragazzi ipnotizzati dalla playstation). Naturalmente conta anche il bisogno di informarsi sullo stato dell’epidemia e sui decreti governativi, infatti tutti i telegiornali hanno registrato un incremento; ma per gli anziani con un grado medio o basso di istruzione, a farla da padrone sono le soap e i vecchi film. L’aumento degli ascolti dovrebbe portare a un maggiore introito pubblicitario, se non fosse che le aziende chiuse o in crisi non hanno soldi da investire in pubblicità; l’auspicio di Urbano Cairo nel suo discusso discorsetto motivazionale ai venditori si è rivelato vero a metà – gli spazi pubblicitari sono occupati dalle pubblicità progresso degli enti pubblici, e molte aziende hanno orientato i loro spot (vedi quello della Toyota) verso l’incitamento a non mollare, senza nemmeno mostrare o nominare il prodotto. Si esalta l’Italia, si corre per mano verso il mare futuro, si omaggiano i nonni (vedi lo spot della pasta Rummo). È difficile distinguere i messaggi delle aziende da quelli dello Stato, ma soprattutto è difficile distinguerli dai messaggi che arrivano attraverso i talk pomeridiani o domenicali di maggiore ascolto. Siamo forti, ce la faremo, sapremo correggere le storture verificate finora, la tragedia può diventare un’opportunità. Questo sembra confliggere con un serpentello che da un paio di settimane si è insinuato nei programmi di approfondimento serale: quello della polemica a ogni costo, la ripresa dell’urlio e della contrapposizione partitica. Il ritornello “questo non è il momento delle polemiche, però…” sta lentamente trasformandosi nel consueto agone para-elettorale, con richieste di commissariamento e sfiducie minacciate, ricorsi al Capo dello Stato eccetera. La televisione, come al solito, è specchio del Paese: dopo settimane di canti dai balconi e bandiere alle finestre, nell’animo degli italiani sembra sia subentrata una gran voglia di attaccare briga. Con chiunque: col disgraziato che prova a prendere il sole su una spiaggia deserta, coi ragazzi di sotto che si bevono una birra insieme, col vecchietto egoista che vorrebbe vedere tutto sbarrato, coi tedeschi che hanno le fabbriche aperte e si ostinano a morire pochissimo. Le Procure si stanno intasando di migliaia di denunce e di ricorsi contro multe ritenute ingiuste. I nervi di tutti sono a fior di pelle, l’unico dato materiale che impedisce in televisione gli scontri più pirotecnici è il distanziamento: difficile darsi sulla voce, o minacciare le vie di fatto, quando in studio ci sono solo due poltrone e gli altri litiganti sono collegati via skype, con il sonoro che va e viene. La verità è che, dopo due mesi, la pandemia rivela i tre principali vizi italici: la litigiosità, la retorica e il sentimentalismo – che coprono col loro rumore l’efficienza e il senso dello Stato. Si stanno aprendo strani cortocircuiti: i medici e gli infermieri eroi sono contrapposti alle inchieste sulla malasanità, ma qualche operatrice a un centro per anziani, forse, avrà lasciato che un ospite andasse dove non doveva. Sarebbe interessante sapere, tra i vecchi abbandonati, quanti erano regolarmente visitati dai parenti. Ci sarebbe bisogno di narrazioni realistiche, non di polarità stereotipe. Così come i palinsesti televisivi oscillano a pendolo tra il diluvio di ore dedicate alla pandemia (o ai suoi riflessi) e i programmi di pura evasione. La serietà non-Covid non ha udienza, e sono lodevoli eccezioni (Zoro, Cattelan) quelli che riescono a parlare di cose serie divertendo. Alcuni ex programmi di trash e cazzeggio, come il Grande Fratello Vip o Non è la D’Urso, si sono trasformati in prediche paternalistiche, o maternalistiche, a dominante sentimentale e religiosa. Con esiti spesso imbarazzanti, dalla retorica all’esagerazione non c’è che un passo: nell’ansia di dare il buon esempio, persone che si sono abbracciate e urlate sulla faccia fino a un attimo prima sono invitate a non tenersi più per mano appena varcata la soglia della Casa del GF, come se il contagio fosse nell’aria stessa dell’esterno. In una diretta su Rai1 si parla del “crocefisso che fece cessare la peste del 1348”, così, senza un briciolo di scettica riserva. Sono spariti come per incanto i blocchi di trasmissione scollacciati che andavano in onda dopo la mezzanotte, con ostensione di seni e glutei; ed è un peccato, perché mai come ora le teste degli italiani sono state piene di sesso, data la repressione forzata (le connessioni ai siti porno sono anch’esse aumentate del 25%). Visto che la scienza, com’è ovvio, non sa offrire certezze ma solo dubbi da superare studiando, e data la confusione ai limiti del ridicolo delle misure governative (la crostata alle albicocche comprata dal panettiere è lecita, mentre quella alle visciole la si chiede al pasticciere sottobanco), in questo vuoto incerto la massima autorità della Nazione sembra essere diventata il Papa; che certo dice cose sagge, ed è uomo ammirevole e coraggioso. Ma perché aspettare che sia lui a dire “credevamo di essere sani in un mondo malato”, e meravigliarsene come di un’affermazione inedita? Dove sono finite le cento e cento pagine degli intellettuali laici contro la società dello spettacolo, la perdita della realtà, il denaro come unico criterio di valore, la folla solitaria, l’adorazione di finanza e tecnologia? Possibile che la cultura laica non sappia trovare le parole per compatire e rassicurare? La serietà illuministica esiste, è ancora viva e capace di ironia; l’attenzione per le ricadute pratiche della ragione, per la salute pubblica e i prezzi delle granaglie, per le statistiche e le loro applicazioni sociali – tutto questo non può essere affidato solo alla politica “politicienne” e ai virologi (che pure saranno tentati da un’inconscia e umanissima resistenza a perdere il protagonismo che in questo momento detengono). L’illuminismo lombardo, e napoletano, è stato un gran bel momento della nostra storia nazionale; ha innervato di concretezza i pregi italici (la solidarietà spontanea, la fantasia, la gioia di vivere). Si può parlare anche di questo in televisione? Si può concedere uno spazio nei palinsesti a sociologi, storici, antropologi, economisti, senza che vengano subito sommersi dal sottosegretario urlante o dalle lacrime di una figlia straziata? Si può insomma trovare, anche sul piccolo schermo, un angoletto di calma? 

Diario del virus: palinsesto. Gianfrancesco Turano il 20 aprile 2020 su L'Espresso. Inizia la prima settimana con il nuovo palinsesto Covid-19. La società dello spettacolo perde la sua viralità quotidiana e passa a una distribuzione settimanale secondo lo schema seguente. Lunedì e giovedì, conferenza stampa in Protezione Civile. Master of ceremonies, Angelo Borrelli. Martedì e sabato tocca al commissario all'emergenza Corona virus, Domenico Arcuri. Venerdì scende in campo all'Istituto superiore della Sanità Silvio Brusaferro. La rarefazione dei dati si riflette anche sull'online. Non più bollettini Iss bisettimanali al martedì e al venerdì ma un bollettino solo al giovedì. La crisi dell'audience investe anche Giulio Gallera, assessore forzista al Welfare della Lombardia che si è molto risentito di qualche critica da parte della stampa, accusata di sciacallaggio. L'avv. Gallera è stato deprogrammato già dalla scorsa settimana. Titolo del 18 aprile: La Lega oscura Gallera. Lo scrive il Corsera. La tematica dello sciacallaggio potrebbe essere altrettanto bene ribaltata su certi politici desiderosi di un upgrade di carriera a dispetto di una dozzina di migliaia di cittadini cancellati dalle liste elettorali per avvenuto decesso. Ma questo blog è profondamente gallerofilo, come ci si aspetta dall'organo ufficiale dei CxB (Comunisti per Berlusconi), e il tema non è comunque questo. Quasi due mesi fa un gruppo di persone non del tutto identificate ha deciso di fornire informazioni quotidiane sul virus. Oggi un gruppo di persone, sempre ignote ma non necessariamente le stesse del primo gruppo, ha deciso che una volta ogni tanto basta e avanza. Il resto si trova sul sito. Inutile dire che l'accesso a un sito, rispetto a una diretta tv, implica motivazioni stringenti, banda abbastanza larga e un minimo di know-how. Più fatica, insomma. Allora perché la svolta? In assenza della buona grazia di una spiegazione, si può congetturare. Stanchezza dei partecipanti no, perché la televisione crea dipendenza incurabile. Domande imbarazzanti da parte dei cronisti presenti nemmeno, perché se ne sono sentite pochissime e a quelle poche è bastato non rispondere. Inutilità della messa quotidiana? Già più probabile. Ancora più probabile è che si tratti dell'inizio di una rimozione psicologica graduale in vista della fase 2 quando, in sostanza, chi campa campa e chi muore muore. Sembra insomma declinare un universo di personaggi che si erano conquistati un loro seguito: Ranieri Guerra, Gianni Rezza, Luca Richeldi, Franco “grazie per la domanda” Locatelli e il suo eloquio puro-impuro (il 17 aprile ha usato più volte l'anglismo “clirare” dopo il suo preferito “pagare attenzione”). Declina in parallelo l'accesso ai dati, incompleti, magari distorti, ma pur sempre utili a formarsi un'idea, fosse solo quella della loro incompletezza e distorsione. Un fattoide è certamente un surrogato, magari tossico, ma non perché l'aria è inquinata possiamo smettere di respirare. Vivremo di ricordi, di frammenti, di slogan in disuso, di episodi mitologici come il contagio dei codognesi alla Fiera del Fieno di Orzinuovi, di inviti ossessivi a non uscire e di tante belle raccomandazioni che, fattoidi alla mano, sono servite a poco. Lombardia news. Dopo l'esonero dell'assessore Gallera ieri è stato trasmesso il nuovo format dell'ex Gallera news. Ecco com'è andata.

H17.15 collegamento con l'assessore alla Protezione civile Pietro Foroni, riconoscibile per il giubbino giallo-nero con bande catarifrangenti. Filmino introduttivo con immagini di repertorio che illustrano grandi successi e un aneddoto edificante sull'utilissimo Ospedale in Fiera. Durata dell'inserzione pubblicitaria: 22 minuti sottolineati dai commenti che scorrevano sulla banda a destra dello schermo (“che palle!”, “basta”, “i datiiii”, “mascherine gratis? chi le ha viste, solo comprate” e infine l'urlo angoscioso “Vogliamo Gallera. Dov'è finito?”).

H17.37, cinque minuti di dati così così, si è sentito di peggio.

H17.42 riparte l'agit-prop con uno spot dedicato agli aiuti internazionali che sembra uscito dalla Repubblica Democratica Tedesca (DDR) fine anni Settanta.

È tutto un inno alla solidarietà internazionalista, agli amici cubani, albanesi, rumeni, coronato da un finale e tonante “Vinceremo!” con crescendo sinfonico in sottofondo. A che servirà mai l'Lsd.

Il virus e la manipolazione dell’opinione pubblica per paura del mostro. Giuliano Cazzola de Il Riformista il 10 Aprile 2020. L’aspetto più stupefacente della crisi da virus è la manipolazione dell’opinione pubblica che, per paura del mostro sconosciuto, ha accettato supinamente di cambiare vita, abitudini, prospettive professionali e comportamenti affettivi; che ha messo a rischio il proprio futuro per salvare un presente privo di speranza.  Le direttive impartite dalle autorità sono diventate un dogma, al punto di promuovere una sorta di ‘’vigilanza civica’’ nei confronti di chi non vi si attiene scrupolosamente e – diciamolo pure – un po’ stupidamente. Ci sono regole che non sono previste in nessuna legge, circolare o direttiva, ma che sono entrate a far parte di una sorta di etica pubblica.

1) La spesa al supermercato. Sarebbe buona norma – assicurano gli "educatori" – farla una volta la settimana. Acquistare pane fresco tutti i giorni non rientra nei canoni di una spesa intelligente ma è un gesto di egoismo (come è stato detto in tv) che mette in pericolo gli altri. Per entrare nei supermercati e nei negozi aperti si fa la fila, in posizione distanziata; puoi passare (c’è un commesso Caronte sull’ingresso) solo quando è uscito un altro. A Bologna, la mia città, ci sono i portici, con le colonne a distanza di sicurezza, l’una dall’altra. In questi casi, gli avventori somigliano a un plotone di Marines che dà l’assalto a un avamposto giapponese. Appena uno lascia la posizione dietro la sua colonna ed entra nel negozio, gli altri avanzano tutti di un posto stando rigorosamente al riparo.

2) La circolazione. C’è qualcosa di più stupido che considerare pericolosa per la salute pubblica una passeggiata in solitudine e con tanto di mascherina? Il ministro degli Interni Luciana Lamorgese, che aveva concesso – in vista della primavera incipiente – un’ora d’aria ai bambini (stanno chiusi in casa da 40 giorni), ha rischiato di essere accusata di una nuova ‘’strage degli innocenti’’. C’è poi l’obbligo dell’autocertificazione. A parte il fatto che anche nei regimi dittatoriali più feroci non risulta esservi mai stato un sistema di coprifuoco tanto puntiglioso, sono stati predisposti e resi operativi almeno quattro diversi moduli da scaricare dal sito del Viminale, nel presupposto che tutti abbiano un computer e la stampante (per fortuna hanno provveduto a riprodurli i quotidiani locali). Ma dovendo giustificare ogni movimento, non basta compilare un solo modulo, se ne dovrebbe usare uno apposito per ogni occasione.

3) Gli strumenti di protezione. La vicenda delle mascherine evoca la trama di un film horror con un filone umoristico (tipo Frankenstein Junior di Mel Brooks). Le cronache sullo stato dell’epidemia ci informano con dovizia di particolari, tanto a livello nazionale quanto locale, delle iniziative in corso per procurarsi quell’esile tutore diventato indispensabile, salvo riproporre le smentite il giorno seguente. Da altri Paesi sono pervenute tonnellate di mascherine, le grandi imprese di moda hanno convertito i cicli di produzione per metterne a disposizione della comunità (chissà se ogni atelier avrà uno stile particolare da presentare in défilé con modelle rigorosamente in scafandro?). Hanno intrapreso lo stesso sforzo numerose imprese dell’abbigliamento (mentre le fabbriche metalmeccaniche si ingegnano a trasformare gli impianti per produrre respiratori). Ma, al dunque, non siamo ancora in grado di sopperire al fabbisogno non solo della cittadinanza (che ricorre all’arte di arrangiarsi) ma degli operatori sanitari a cui non servono mascherine purchessia, ma oggetti specifici da usare nelle varie fasi della terapia. Capita così che vi siano forniture arrivate da chissà dove che non rispondono ai canoni richiesti. Poi intervengono le certificazioni delle istituzioni competenti ai vari livelli, dall’Oms al medico di base. Nessuno mette in dubbio che i prodotti destinati alla salvaguardia dell’integrità delle persone (soprattutto se dislocati in prima linea come il personale medico e paramedico) debbono corrispondere a precisi criteri sottoposti ad autorizzazione. Bisognerebbe, però, snellire i riti burocratici, aggirare le procedure, sottrarsi alla tirannia dei centri di costo (come la Consip) e decentrare gli acquisti sulla base di una modellistica il più possibile uniforme lungo tutta la Penisola. Come se non bastasse è scoppiata una vera e propria batracomiomachia tra il governo, la Regione Lombardia e la Protezione civile sull’uso delle mascherine da passeggio. Un tema che nei giorni scorsi è stato oggetto di ore di chiacchiere inutili in tutti i talk show. 4) La comunicazione. Sono 40 giorni (se non abbiamo perso il conto) che le più importanti reti televisive nazionali (e quasi tutte quelle locali) cominciano al mattino per finire in seconda serata a parlare di Covid-19, sviscerando ogni possibile filone nuovo emerso in giornata: la pandemia è in calo o in crescita? Bastano i provvedimenti del governo a fronteggiare la crisi? Persino la pubblicità commerciale si è adeguata alla lotta contro il virus. A dire il vero, il governo ha fatto e fa quello che può, tanto che le opposizioni (con l’eccezione dell’ex Cav) sono costrette ad arrampicarsi sugli specchi per criticare le misure adottate. Ci aiuta ad affrontare questo grave momento il pensiero che l’Onnipotente non si è dimenticato di noi. Non fidandosi del nostro libero arbitrio (ormai smarrito e confuso da tempo) il Signore ha provveduto, nell’agosto scorso, a confondere la mente di Matteo Salvini inducendolo, con l’aiuto di qualche mojito di troppo, a mettersi in quarantena politica, a tempo indeterminato, da solo. Sarebbe stato un bel guaio dover fare i conti anche con un’infezione sovranpopulista; e con un paziente zero stanziato al Viminale o, addirittura, a Palazzo Chigi.

5) La dittatura della competenza. La parola è tornata agli scienziati, soprattutto se virologi insigni. La linea è orientata sul tragico andante. Se qualche medico si azzarda a usare toni meno drammatici, viene minacciato e invitato a tacere per non assumersi la responsabilità di indurre le persone ad abbassare la guardia. Roberto Burioni zittisce Maria Rita Gismondo, mentre Ilaria Capua usa prudenti giri di parole per timore, forse, di incappare in altri guai giudiziari, se non si allinea con la dottrina dominante. Ma la cosa più singolare è che gli scienziati, saltando da un talk show ad un altro, esprimono posizioni diverse. Se sono onesti “sanno di non sapere”. Eppure parlano del Covid-19 come se fosse un loro cugino di cui raccontano morte e miracoli: a che famiglia appartiene, come si riproduce, come aggredisce, per quanto tempo resta attivo, se preferisce le donne agli uomini, se fugge davanti ai neri e così via. Il fatto è che le uniche indicazioni terapeutiche che sanno indicare consistono negli arresti domiciliari e nel praticare le abitudini di Ponzio Pilato. Facciamoci coraggio. Moriremo guariti. Pereat mundus, salus fit.

Luca Dondoni per “la Stampa” l'1 aprile 2020. Dapprima le note dalla colonna sonora di Forrest Gump, le immagini di un' Italia «in attesa» e poi Cesare Cremonini con Poetica e Un Giorno Migliore hanno dato il via a quello che sarà ricordato come il super evento #Musicacheunisce. L' attore Svevo Moltrasi è stato scelto per fare la parte dei tanti italiani chiusi dentro casa in quarantena, ostaggi del lockdown. E allora via alle immagini di un' Italia meravigliosa con i suoi scorci, monumenti, piazze, valli, montagne, fiumi, il «bosco verticale» milanese, ma anche Firenze e le sue bellezze. Tutti gli artisti si sono esibiti da casa o dal proprio studio e lo show è stato capace di catalizzare davanti alle telecamere dei loro telefonini decine di superstar delle sette note made in Italy. Raiuno ha dato spazio al web e così abbiamo assistito al passaggio di consegne fra la tv per come l' abbiamo sempre vissuta e il nuovo mix con la Rete. Il coronavirus sta accelerando comportamenti che ci porteranno a interagire con i mezzi di comunicazione diversamente da quanto fatto sinora. Tiziano Ferro da Los Angeles, Roberto Bolle, con la barba e Virginia Raffaele che ballano sugli schermi di due telefonini. Levante incanta al piano con la sua Tiki Bom Bom. Marco Mengoni fa una versione di What the world needs now di Burt Bacharach molto bella e Riccardo Zanotti, il cantante dei Pinguini Tattici Nucleari intona Bergamo, la canzone dedicata alla sua città, tra le più colpite dalla pandemia. Pierfrancesco Favino e Paola Cortellesi dialogano a distanza e invitano a stare a casa anche «se è tanta la voglia di vedere le persone che si amano e ora si amano ancora di più». Andrea Bocelli con il suo medley al pianoforte spiazza chi credeva si sarebbe espresso con romanze: è andato da Renato Zero a Fabio Concato ricordando i suoi diciotto anni quando: «tutto quello che facevo lo facevo col cuore». I ragazzi de Il Coro che non c' è, studenti dai più svariati licei d' Italia, incantano con il pezzo intitolato Helplessly Hoping. Nessuna invidia per i cori americani o inglesi che tanto invidiavamo. Qui c' è gioventù, anima, voglia di vivere e tanto altro. Francesco Gabbani della sanremese Viceversa che qui ha un senso più forte. Francesca Michielin e Fedez si ritrovano con Magnifico e scaldano il cuore tanto quanto Emma, dolce e dentro la sua canzone come mai. Poi le immagini degli operatori ecologici che puliscono le strade, degli infermieri, degli autisti delle ambulanze e di tutti coloro che stanno lavorando 24 ore al giorno perché si torni alla normalità. Nel rimpallo fra attori e musicisti arriva Luca Montalbano Zingaretti che anticipa Il Volo. L' intervento del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ci ricorda perché stiamo donando alle persone che lavorano con lui. Elisa, Valentino Rossi, i Negramaro, tutti riuniti grazie allo schermo diviso in sei e poi Gigi Proietti. Che bello sentirlo declamare i versi di Viva L'italia di Francesco De Gregori. Gigi D' alessio suona il piano benissimo e lo dimostra proponendo Piovani mentre Ermal Meta, albanese orgoglioso ricorda Leonard Cohen che con Hallelujah ha scritto la più bella delle preghiere laiche. Federica Pellegrini, Tommaso Paradiso ma anche Riccardo Cocciante accompagnano noi spettatori sino al vincitore dello scorso Festival. Diodato canta come un urlo qual è la sua Fai Rumore ed è un frastuono che vorrebbe fare a pezzi il virus. Tocca a Mamhood con una versione per piano solo di Rapide. È stato un momento di tv altissimo che ricorderà come i tempi bui, in qualche caso, siano pieni di luce.

La signora dei "segni" appare alle 18. "Così in tv spiego l'epidemia ai sordi". Dal bollettino quotidiano di Borrelli ai video-appelli del premier. Nino Materi, Martedì 31/03/2020 su Il Giornale. Susanna Di Pietra, 33 anni, romana, vive di parole, emozioni, sentimenti. Ma anche di «gesti». Sono quelli che lei fa, ogni giorno, per tradurre ai sordi i discorsi sul Coronavirus: numeri, provvedimenti, raccomandazioni su tutto ciò che riguarda l'emergenza Covid-19. Per gli italiani è diventato un volto familiare, soprattutto da quando appare in tv con regolarità a fianco del premier Conte e del capo della Protezione civile, Borrelli. Tocca a Susanna l'ingrato compito di far capire al popolo dei sordi tutte le novità di giornata sull'epidemia che ha segregato in casa un intero Paese. «È una responsabilità enorme - spiega Di Pietra al Giornale -. Anch'io, come tutti, sento il peso delle informazione che sono chiamata a illustrare attraverso non solo l'alfabeto dei gesti, ma anche il linguaggio del corpo». Insomma, un combinato disposto tra la gestualità delle mani è l'espressività del volto. «Se le frasi pronunciate dai relatori vengono espresse con un tono allarmato o rassicurante - racconta Susanna - chi svolge il mio lavoro deve essere in grado di trasferire ai sordi anche questi particolari tipi di emotività». Purtroppo, ormai da settimane, traduce numeri di morte e situazioni angoscianti: «Cerco di farlo nella maniera più precisa e completa possibile. Non indosso mai abiti vistosi né gioielli per evitare di distrarre i telespettatori che così possono concentrasi esclusivamente sull'importanza del messaggio». Durante i drammatici video-messaggi alla nazione del presidente Conte e nel corso delle conferenze stampa in diretta con Borrelli, Susanna mostra sempre un'assoluta padronanza dei tempi e i suoi gesti iniziano e si interrompono esattamente in sincrono con l'inizio e la fine degli interventi di chi in quel momento sta parlando al microfono. Una perfezione attestata anche dai tanti complimenti ricevuti da Susanna. I cui occhi e riccioli neri hanno bucato il video: «Ammiratori? Beh, non esageriamo...». Di Pietra è stata chiamata a svolgere il suo compito in tv attraverso l'Ente Nazionale Sordi, ma conosce bene e stima anche Francesca Malaspina, presidente nazionale del'Associazione interprete di lingua dei segni (LIS) grazie alla quale questa professione ha acquisito un suo ruolo sociale di primo piano, riconosciuto anche dallo stesso premier Conte. «Quello dell'interprete LIS - spiega Malaspina - è un lavoro fondamentale per garantire il diritto delle persone sorde. Esistono infatti innumerevoli ambiti della vita quotidiana nei quali è richiesta la nostra figura: una traduzione in tribunale, in sala operatoria, dal notaio, all'università. Ma anche in situazioni più leggere, com'è accaduto durante l'ultimo Festival di Sanremo con i nostri interpreti che, affiancati da alcuni performer, hanno rappresentato le canzoni in gara».

Aldo Fontanarosa per repubblica.it il 31 marzo 2020. Per settimane i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento hanno fatto il pieno di ascolti puntando sul coronavirus. Tanti italiani, che vivono in casa la paura del contagio e l'ansia per il loro futuro, hanno cercato una bussola nell'informazione tv.  Adesso, però, l'umore delle famiglie sta cambiando. Il tema coronavirus ha come saturato migliaia di persone, che sono diventate molto più selettive. Si informano ancora, certo, ma pretendono autorevolezza. E appena possono, premiano film e fiction, in forte crescita nel gradimento degli spettatori. Gli italiani - che vogliono evadere - guardano meno gli show, gravati da troppe repliche. A proposito di informazione è significativo il caso dello Speciale Tg1 della sera che - tra il primo appuntamento dell'11 marzo e l'ultimo del 27 - ha perso per strada oltre 3,8 milioni di spettatori. Anche il Tg1 della sera si scopre di colpo, e inaspettatamente, in sofferenza. Gli ascolti dell'ultima settimana rispetto alla precedente parlano di una fuga di oltre 352 mila spettatori dall'edizione di maggiore rilievo (quella delle 20, dati dal lunedì al venerdì). Fuga attenuata solo dal traino che la conferenza stampa del premier Conte ha garantito al Tg1 sabato 28. L'emorragia si registra, ma in forme molto più contenute, anche al Tg5 che accusa una flessione di 58 mila 710 persone (da una settimana all'altra, sempre dal lunedì al venerdì). I dati sui generi televisivi confermano queste tendenze. I programmi di attualità di tutte le reti nazionali - in tre settimane -  hanno perduto oltre 210 mila italiani. Tra la prima e la seconda settimana dell'emergenza Covid-19, le fiction sono riuscite a richiamare invece oltre 2,4 milioni di telespettatori in più. Ha aiutato questo genere tv la messa in onda (sulla Rai) di Montalbano. Bella anche la partenza della fiction Doc - con Luca Argentero - che ha esordito con 7 milioni 172 mila spettatori, giovedì scorso. Sempre nell'arco di tre settimane, i telefilm guadagnano lo 0,9% in termini di share medio; i film addirittura l'1,7%. Uno studio della società Barometro cerca di spiegare le ragioni di questa fuga dall'informazione sul coronavirus: "Troppo spesso - si legge - i giornalisti hanno privilegiato una narrazione senza speranza, dai toni a volte addirittura apocalittici". "Le tante iniziative del nostro esercito - il governo, i governatori, i sindaci, ma anche la Protezione civile e gli ospedali - non sono state sempre valorizzate, malgrado abbiano prodotto primi risultati sul campo. Ne è venuta fuori una narrazione cupa e pessimistica al di là delle pur gravissima situazione che l'Italia attraversa".

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 30 marzo 2020. Devo confessare che, quanto il virus, mi sono antipatici coloro che ne parlano ininterrottamente, le televisioni e i giornali, incluso Libero, che ha perso di vista i fatti della vita per correre dietro al microbo assassino. Non c' è rete che non dedichi mattinate e pomeriggi e perfino serate all' infezione. Intendiamoci, il fenomeno è drammaticamente importante e va affrontato con dovizia di particolari, ma è uggioso ascoltare sempre le solite prediche. Ora il tema principale è il famoso picco. C'è o non c' è? Pare di sì e pare di no. Qualcuno guarisce, ma tanti crepano. Dobbiamo gioire o piangere? Poi vi sono città sprovviste di bare, per cui si è rinunciato a celebrare i funerali. Però non mi sembra questo il problema, visto che non mancano solo le casse da morto: a due mesi dall' inizio della pestilenza scarseggiano ancora le mascherine, quasi fossero oggetti preziosi e non brandelli di pezza cuciti alla carlona eppure utili a preservarci dalle bollicine infette emesse dai contagiati di cui siamo circondati. Niente da fare. I medici hanno una dotazione protettiva da Terzo Mondo, in effetti, e insieme agli infermieri vengono sterminati quali zanzare in agosto nella indifferenza più totale della Protezione civile nonché enti affini. La cosa tuttavia non suscita scandalo, la consideriamo ormai una regola italiana. Sorvoliamo sulle intemerate notturne di Conte, che si spaccia per Salvatore della Patria ferita mentre, in verità, cerca soltanto di salvare la carica immeritatamente coperta. Che barba, non se ne può più. Non è permesso entrare in un bar, in un ristorante; vietato circolare a piedi o con veicoli, fare la spesa è diventata una impresa sovrumana, chi va a lavorare deve presentare la giustificazione quale alunno delle elementari. Consentitemi almeno di affermare che non solamente io, ma pure un crescente numero di persone, ne abbiamo piena l' anima di queste quotidiane sevizie. Ci vorrebbe almeno una pausa. Fateci respirare. L'Italia si è fermata per il nostro bene o il nostro male? Il dubbio è legittimo. Ho scoperto che il nostro Paese amato è pieno di virologi, ciascuno dei quali ha una opinione diversa da tutti gli altri, e nessuno di essi è in grado di suggerire una cura che serva ad evitare il camposanto. Da dove arrivano tutti questi specialisti? Li ho contati, sono una pletora, se ne annoverano in quantità superiore a quella dei virus. Scusate, ma quando vedo un virologo mi viene voglia di sparare. Non pretendiamo miracoli, per carità, non ne fa più neanche San Gennaro. Ci basterebbe un po' di silenzio e la opportunità di fare due passi senza l' incubo di munirci del lasciapassare confezionato dal premier foggiano. Infine, noi gente villana aspiriamo a rimpadronirci delle nostre cittadine al più presto. Diteci la data della liberazione prima che giunga il 25 aprile, altrimenti dissotterreremo le armi. Questa non è una protesta, è la fotografia della realtà in cui siamo precipitati senza colpa.

Gerry Scotti rivela: “Ho fatto un fioretto alla Madonna”. Linda il 03/04/2020 su Notizie.it. Gerry Scotti ha rivelato di aver fatto un fioretto alla Vergine Maria, affinché possa intercedere per il bene comune contro il Coronavirus. In questi giorni così particolari, dove vigono l’incertezza e la preoccupazione per il futuro, molti possono trovare conforto nella religione e nella preghiera. Si prega perché questa crisi possa passare il prima possibile. Ma si prega anche per i medici e per tutto il personale sanitario che con coraggio si batte fin dall’inizio per sconfiggere il Coronavirus. Infine si prega affinché si possa tornare presto alla nostra quotidianità, alla libertà negli affetti e in generale al manifestare concretamente il nostro amore. Così fanno anche molti Vip, che da sempre palesano apertamente la loro fede: uno su tutti è l’amato zio Gerry Scotti, conduttore dei più popolari quiz televisivi targati Mediaset. Al momento al timone di Striscia la notizia con Michelle Hunziker, Gerry Scotti cerca di mostrare solarità e ottimismo per il bene dei telespettatori, nonostante il periodo decisamente poco felice. Ma quando si spengono i riflettori, anche lui è assalito da preoccupazioni del tutto comprensibili. Per cercare appunto di trovare un conforto spirituale, il conduttore Mediaset ha dunque dichiarato di aver chiesto l’intercessione della Madonna. Lo zio Gerry ha ammesso che ogni anno, nel mese di maggio, fa un fioretto alla Vergine Maria per sua devozione personale. Quest’anno, però, il conduttore pavese ha voluto anticipare questo suo rito proprio in vista dell’impensabile situazione che ci troviamo ad affrontare. Raccontando quindi le sue giornata ai tempi del Coronavirus, Gerry Scotti ha dichiarato di restare chiuso in casa per la gran parte della giornata e di uscire solamente per andare tutto “imbacuccato” a Cologno. Qui gli viene controllata la febbre da alcuni addetti e poi viene portato in una stanza disinfestata. Dopodiché entra in studio con Michelle, sempre a distanza di sicurezza.

Ida Di Grazia per leggo.it il 30 marzo 2020. Matteo Salvini e Barbara D'Urso recitano in diretta l'eterno riposo per le vittime del coronavirus. Niente urla nè recriminazioni, l'intervento di Matteo Salvini a Live non è la D'Urso ha stupito i telespettatori soprattutto quando il leader della Lega ha detto «Mi tolgo dieci secondi per dedicare un pensiero ai diecimila italiani morti». Prima di fare il suo interventi a Live non è la D'Urso, Matteo Salvini ha chiesto alla D'Urso un minuto di raccoglimento e la possibilità di recitare l'eterno riposo per le 10 mila vittime del coronavirus. La D'urso non solo ha accolto la richiesta ma ha anche aggiunto:  «se vuoi lo dico, lo posso recitare perché tanto tutte le sere io faccio il rosario. Non me ne vergogno, anzi sono orgogliosa di dirlo».

Selvaggia Lucarelli per tpi.it  l'1 aprile 2020. Oggi si registra un fatto abbastanza inedito nel mondo della televisione italiana, e cioè che un agente tv (e comunque genericamente qualcuno che ha a che fare con la tv) critichi a volto scoperto non tanto Barbara D’Urso, ma chi le consente ormai da anni di colonizzare mezzo palinsesto Mediaset con una tv che va ben oltre il trash. Con una tv che non è brutta, è sbagliata. Un po’ come i suoi vestiti. Che non sono mai solo brutti, ma sono anche sempre profondamente sbagliati. Perché inadatti al contesto, all’anagrafe, perfino al periodo storico in cui viviamo. Direte: chi se ne frega se si veste da cowgirl nel 2020 magari sperando di prendere al lazo due punti più di share. In effetti – ne convengo – è l’aspetto più insignificante della questione, ma è emblematico di come ci si possa muovere in tv compiendo una parabola involutiva, negli anni, che investe ogni piega del personaggio. Un personaggio che vive nel culto strabico di sé, che nella sua pagina Instagram rivela la massima espressione del problema: selfie compulsivi, faccette, abiti minimal e scollature anche mentre il mondo viene investito da un’epidemia mortale, scenette in cui si mette a letto truccata con orsacchiotti di peluche, balletti con ragazzini di 18 anni e quell’UNICO follow a Oprah, perché lei, egoriferita com’è, non segue nessun mortale, nessun collega, lei segue Oprah. (e infatti anche Oprah segue solo una persona (se stessa), ma qualcuno spieghi alla D’Urso che non basta dare il proprio nome a un programma per diventare Oprah) Quando dicevo che il suo camerino è una specie di bunker in cui il tempo si è cristallizzato, intendevo questo. Sempre fuori fuoco. Fuori dal tempo. Fuori contesto. E non si sa bene cosa le sia successo, nel tempo, perché Barbara D’Urso non è sempre stata così. Certo, non ha mai presieduto convegni di biologia molecolare, ma i suoi erano prodotti nazionalpopolari, magari anche trash, però dignitosi. Poi, per un corto circuito che potrebbe avere a che fare con qualche suo successo, o con un desiderio di rivalsa tardiva, con un’ambizione soffocata da decenni, la sua tv è diventata sempre più “sbagliata”. “Il successo non cambia, rivela”, diceva qualcuno. E quindi, da qualche anno, il livello dei suoi prodotti si è abbassato sempre più.  Sgarbi che urla a Luxuria “Ce l’hai il cazzo o no? Ce l’hai o no?”, lei che dice a Sgarbi “Ti prendo a calci nel culo”, la Moric poco lucida che fa la macchina delle verità e parla in prima serata di eventuali violenze su lei e un minore che andrebbe protetto, il tg5 che è costretto a leggere la lettera di monito del Comitato Media perché Barbara D’Urso ha violato le regole del codice media e minori, i saluti ai parenti dei detenuti mentre le guardie carcerarie devono sedare sommosse con morti e feriti, l’Eterno riposo in diretta tv col politico meno cristiano su piazza, il matrimonio di Tony Colombo e la vedova del boss, truccatori e parrucchieri esibiti mentre il paese è afflitto dal peggior momento della storia dall’ultima guerra mondiale. E così via, proponendo modelli sbagliati, personaggi sbagliati, storie sbagliate da cui “si dissocia”, per cui “si scandalizza”, che “la fanno arrabbiare”, ma a cui dà risalto, spazio, modo d’esistere lei stessa, in questo corto circuito ipocrita che ormai conoscono tutti. Pescare nel torbido, fingendo di rimanere dove l’acqua è chiara. Chi protesta, a parte una buona fetta di spettatori? Poche, pochissime persone. I famosi critici tv sono impietosi con prodotti innocui, al massimo bruttini e talvolta perfino belli, ma sulla D’Urso sorvolano con straordinario talento. Del resto – è cosa nota nell’ambiente – il personaggio è suscettibile, e benché nelle interviste ami dipingersi come una che non legge i commenti sui social, non si cura degli altri, “manda tanta luce” e energie positive a chi la critica, poi manda anche lettere di avvocati, querele, diffide. Tanto amore e tante buste verdi. Tanto lavoro per la polizia postale, anche, che ultimamente ha perfino perquisito la casa di un ragazzo sardo reo di aver creato il profilo Instagram “Carmelita Durto”. E il paradosso ulteriore è che, trovato il colpevole (il ragazzo sardo), lei ha ritirato la querela, come se il lavoro di indagine e le perquisizioni fossero un’attività poco seria e poco dispendiosa. La tv che un tempo fu di sinistra e che dell’operazione culturale (al contrario) che fa la D’Urso su un pezzo di pubblico dovrebbe preoccuparsi, o fa finta di nulla o, addirittura, ne alimenta il messaggio. La Littizzetto da Fazio percula bonariamente Barbara, la Dandini altrettanto (vedere la parodia della voce narrante delle clip di Domenica live), gli altri fanno gli gnorri. Ci ha provato Giletti, quest’anno, a spiegare che non si portano mostri in tv, alimentandone il mito. Affrontando la questione “D’Urso/Tony Colombo con un certo coraggio. Salvo poi iniziare anche lui a invitare mostri. (ma confidiamo, almeno nel suo caso, in una redenzione). Lucio Presta però, furbo com’è, è arrivato dritto al punto: Barbara D’Urso è quello che è, ma perché Mediaset non la argina e, anzi, sembra portarla in palmo di mano? Per gli ascolti, verrebbe da dire. Eppure neppure più quelli sono così entusiasmanti. Battuta da Mara Venier tanto da passare alla ritirata la domenica pomeriggio, battuta talvolta dalla Fialdini, battuta spesso da Matano/Cuccarini e con prime serate non proprio col botto, non si capisce perché Mediaset continui ad accettare un compromesso così alto con l’immagine e la qualità della rete. Ormai Mediaset è, nell’immaginario collettivo, sempre più identificato con la D’Urso. E per difendere nessun personaggio, in Mediaset, ci si sbilancia tanto quanto che con lei. I comunicati di Canale 5 sui successi d’ascolto di Barbara D’Urso, soprattutto quando la serata è stata un mezzo flop, sono un esercizio di aggettivi e lodi sperticate talmente barocco che la Sagrada Familia in confronto è un prefabbricato in lamiera. Ormai gli addetti ai lavori si girano quei comunicati su whtasapp come i meme su Stevie Wonder, sorridendone in segreto, perché in pubblico non si può. E vi garantisco che fanno il giro del mondo, perché di colleghi che amano Barbara D’Urso ce ne sono ben pochi. I perché sono molteplici e variegati, ma perfino sue colleghe miti e diplomatiche, amabili e amate, famose quanto lei e senza problemi di competizione, le girano alla larga. È il segreto di Pulcinella, e se fossi la D’Urso mi domanderei il perché, anziché darmi la solita spiegazione auto-assolutoria: “Mi invidiano, vorrebbero essere al posto mio”. Perché non è così e perché l’insofferenza diffusa nei suoi confronti parte da più lontano, spesso proprio dal suo “stile” nel vantare ascolti galattici, nel bullarsi di curve e pubblico e amati sponsor senza mai spazio per l’autocritica o l’ammissione di un fallimento (vedere alla voce Dottoressa Giò). Ha ragione Presta, di nuovo, quando dice che lui i suoi assistiti dalla D’Urso non li manda, e che quello è un modo per arginarla. A dire il vero gira voce da anni che anche lei non voglia i suoi assistiti, ma poco conta. La D’Urso può contare su un ventaglio di ospiti terrificanti, avanzi di balera che non hanno nulla da perdere, sintonizzati sul registro delle sue trasmissioni e va bene. Ma qua e là, nei suoi salotti, si intravedono anche giornalisti e/o persone rispettabili (le due cose non vanno sempre insieme). Penso a persone che non dovrebbero star lì perché non se lo meritano, penso a Luxuria, a Valeria Graci, a…a….vabbè, mi verrà in mente qualcun altro. Certo, lì ci sono cachet che non esistono in nessun altro talk televisivo (non paragonerei la corazzata C’è posta per te a Domenica live) e se puoi pagare qualcuno 7, 30, 50 000 euro (chiedere a Mediaset i cachet per esempio di Moric o Morgan), è anche comprensibile che alla fine chi teme la carestia ceda. Però alla fine i programmi non li fa chi li conduce, ma chi ci va, e quindi i suoi complici sono parecchi. Certo, durante l’emergenza Coronavirus, sono le scelte non degli ospiti, ma di Mediaset a stridere di più. E qui Presta ha ragione per la terza volta. Possibile che mentre c’è da raccontare il mondo che cambia forse per sempre, Videonews lasci ore e ore di palinsesto a una conduttrice che fa vedere al pubblico come ci si lavano le mani citando la Dottoressa Giò, anziché ai tanti giornalisti che lavorano nei tg, in redazione, dietro le quinte? Mediaset avrebbe avuto il dovere di fare informazione seria e responsabile tutti i pomeriggi, perché ci sono momenti in cui la tv sbagliata non si può fare, in cui la cronaca è irrimandabile. Enrico Mentana lasciò il Tg 5 per sempre quando a Mediaset non gli fecero fare lo speciale su Luana Englaro per mandare in onda il Grande fratello. “Mi dimetto dal mio incarico di direttore editoriale, Canale 5 non fa informazione”, disse. La storia, in qualche modo, si ripete, ma con un piglio più debole. Si mormora che a Mediaset Mimun abbia minacciato di tirare giù un casino se in questo periodo avessero ceduto anche il martedì sera alla D’Urso “per rafforzare il presidio informativo sul Coronavirus”, come annunciato. Il martedì sera della D’Urso poi in effetti non è mai partito, ma è partito lo speciale Tg 5. Nel frattempo, il famoso “ presidio informativo” di Pomeriggio 5 è andato avanti, provocando il picco dell’indignazione del pubblico quando un ospite della D’Urso ha suggerito di disinfettare le zampe dei cani con la candeggina. Apriti cielo. Animalisti insorti, petizioni per cacciare la conduttrice (quella su change.org sta per toccare le 300 000 firme) e la gente pronta a scendere in piazza, se solo non ci fosse la quarantena obbligatoria. Ci sarebbe da festeggiare, se la questione non fosse di così poco conto, rispetto a tutto quello che ha proposto in tv la D’Urso in questi anni. E allora mi viene in mente quella scena di “Lui è tornato” in cui Hitler, che in un altro mondo e in un’altra epoca, è un personaggio tv amatissimo nonostante dica cose tremende e populiste, a un certo punto uccide un cane. Ed è solo in quel momento che il popolino moralista si ribella. Ecco. Non sto dicendo che Barbara D’Urso è Hitler (che non la paragonavo a Priebke una volta gliel’ha dovuto spiegare un giudice in tribunale, non vorrei si ripetesse la stessa scena con un altro gerarca nazista), ma che dove è arrivata la candeggina, doveva arrivare ben altro e molto tempo fa. Perché “l’eterno riposo”, a Mediaset, può anche essere quello dell’informazione, ma non ai tempi del Coronavirus.

p.s. Che ha ragione Presta l’ho già detto, vero?

Dagospia l'1 aprile 2020.Lucio Presta su Facebook . Pensierino del mattino in tempo di Corona Virus: posto che l’orrore televisivo che produce ogni giorno, ogni mese, ogni anno la suora Laica in paillettes (naturalmente nulla a che fare con le Suore Laiche vere che sono esempi da seguire ) è ormai da tempo sotto gli occhi di tutti e quindi vorrei non tornare sull’argomento quello che mi domando ogni giorno è: come mai una Testata giornalistica VIDEONEWS accetta di mettere la Firma su tanto poco e tanto orrore? Conosco da molti anni gli uomini che sono a capo di quella Testata giornalistica, anzi devono a chi scrive se hanno la gestione del pomeriggio di Canale 5 ,da anni ormai, essendo io quello che chiese ed ottenne da Mediaset il passaggio dalla gestione TG5 a quella di Videonews per sopraggiunte divergenze con CDR del Tg di allora durante la conduzione Perego, e posso dimostrare che ci sono delle persone capaci che sanno fare Tv e quindi è difficile da comprendere. Si potrebbe obiettare che forse è l’Editore in persona che desidera mettere in onda questo scempio mal digerito anche dagli altri Talents delle reti Mediaset, ma conoscendo da ormai almeno 15/20 anni l’attuale board e proprietà mi sento di dire che lo trovo impossibile da accettare e da crederlo anche perché lo stile di PierSilvio è davvero altra categoria. Il mistero allora si infittisce, perché la Testata, il cdr, l’ordine dei giornalisti etc permettono ciò? Io faccio da tempo la mia parte e nessuno dei miei assistiti va ospite dalla Signora delle paillettes e la mia parte credo di averla fatta, ora che la facciano gli altri. Oppure serve a qualcosa o qualcuno che ci sia in onda questo scempio? Tacere equivale ad essere complici di tale orrore e personalmente non amo esserlo. Ah saperlo.

Da fanpage.it l'1 aprile 2020. La preghiera di Barbara d'Urso e di Matteo Salvini a Live – Non è la d'Urso è destinata ad essere ricordata come uno dei momenti televisivi meno edificanti di sempre, o quantomeno del periodo di crisi che stiamo vivendo. Se non è un'opinione globale, è certamente quella condivisa dalle circa 230mila persone che nelle ultime ore hanno firmato una petizione su Change.org che chiede esplicitamente la chiusura dei programmi della conduttrice napoletana.

La petizione lanciata sul sito Change.org. La notizia della petizione rivolta ai vertici di Mediaset sta proprio nella risposta ampia avvenuta in un tempo molto breve. "Purtroppo sappiamo la caratura culturale dei suoi programmi – si legge nel testo che giustifica la raccolta firma – ma questa volta ha superato il limite invitando in diretta Salvini e PREGANDO in diretta insieme a lui. Ricordiamoci che l’Italia è un paese laico e che abbiamo i nostri luoghi di culto e sacerdoti. Questa operazione ha sfruttato ancora una volta il potere della religione sugli anziani, così da rafforzare la sua personalità e il suo programma, indegno culturalmente". Quindi arriva un'esplicita richiesta di cancellazione della trasmissione "dopo che per anni ha sfruttato lo spazio per avere sempre più potere fino a creare una ridicola esperienza religiosa in diretta, con un politico".

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” l'1 aprile 2020. Nel giro di pochi giorni la tv ci ha offerto due modi di concepire la preghiera. Venerdì scorso, Papa Francesco ha pregato solo nella piazza vuota per implorare la fine della pandemia, facendosi interprete dei dolori del mondo e offrirli ai piedi della Croce. Sotto la pioggia, tutto era preghiera. Domenica, a «Live. Non è la d' Urso» la conduttrice e Matteo Salvini hanno recitato «L' eterno riposo», la preghiera dei defunti, con una ostentazione quanto meno fuori luogo. Anche perché la preghiera richiede più cuore che lingua. Non è la prima volta che Salvini usa i simboli religiosi a scopi elettorali. E finora aveva usato il Coronavirus come una clava per stare sul palcoscenico, facendosi largo tra morti e tragedie. Se Papa Francesco ha suscitato brividi anche nei non credenti, la recita del duo d' Urso-Salvini è suonata stonata, inopportuna, esibizionistica. Ne Il silenzio del corpo , Guido Ceronetti scrive: «La preghiera è una guarigione diceva Mohammad secondo Al-Bukhari. È profondo che abbia detto guarigione, ed è molto più esatto che guarisce. La preghiera non può guarire, ma è una guarigione; non dà la salute, è la salute». Che salute c' è in quella trasmissione, sempre così sguaiata e caravanserragliesca? Non è certo questo il luogo per interrogarsi sul significato della preghiera, sappiamo solo che nella tradizione spirituale cristiana (cui la D' Urso dice di rifarsi), la preghiera è innanzitutto ascolto, bene espressa dalla supplica fatta dal giovane re Salomone che, in risposta all' invito rivoltogli da Dio di chiedergli qualunque cosa, dice: «Donami, Signore, un "lev shomea", un cuore capace di ascolto» (1Re 3,9). «Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti, come una svista, come un' anomalia, come una distrazione, come un dovere» (Fabrizio De Andrè, «Smisurata preghiera»).

Carmelo Lopapa per “la Repubblica” l'1 aprile 2020. Dal talk show alla telepredica è un attimo, per il "teo-social" Matteo Salvini. Succede tutto in pochi istanti, domenica sera, nel salotto amico di "Live Non è la D' Urso" su Canale5. «Tolgo dieci, venti secondi alle mie parole per pensare ai diecimila italiani che sono morti e ci seguono da lassù: mi taccio e dedico un Eterno riposo», è la premessa del segretario leghista in collegamento video da casa. Non fa in tempo a finire di dirlo che la regina del format domenicale, dallo studio, è già con le mani giunte in preghiera: «Se vuoi, io lo posso recitare perché tanto tutte le sere dico il rosario, non me ne vergogno». E parte in tandem l' antica preghiera cristiana in memoria dei defunti. Pochi minuti e l' uscita televisiva diventa un caso, scatena le reazioni (in gran parte polemiche) sui social. Ancora ieri mattina l' hashtag #D'Urso era in cima alle tendenze Twitter con migliaia di commenti («Chiedo scusa ai morti», scrive Selvaggia Lucarelli, e tanti altri a seguire: «Abbiamo visto tutto», «squallido teatrino», «dovreste vergognarvi », oltre ai favorevoli). Il mondo cattolico, quello più vicino alla Chiesa di Papa Francesco, prende le distanze dalla sortita. Solo l' ultima di una serie per il leader dell' opposizione, dal rosario in tasca, esibito in tv e nei comizi, al ringraziamento alla "Beata Vergine" via Twitter per la fiducia al decreto sicurezza bis, dalla cover della Madonna di Medjugorje sul telefonino fino all' affidamento dell' Italia al «cuore immacolato di Maria» nel comizio di chiusura delle Europee da Piazza Duomo. Chi conosce e frequenta il segretario parla di un' effettiva conversione di Salvini a una dimensione di fede, soprattutto "mariana". In ogni caso, questa dell' Eterno riposo è una «inaccettabile strumentalizzazione, una ricerca di visibilità fuori luogo», commenta con l' Adnkronos don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana . Così pure Giovanni D' Ercole, segretario della Commissione episcopale per le comunicazioni sociali: «Io ho cambiato canale». Il cattolico Graziano Delrio, capogruppo Pd, commenta quanto avvenuto con Repubblica citando i versetti di Matteo. «Mi vengono in mente le parole del Vangelo che dicono: quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa ». Barbara D' Urso festeggia su Instagram la sua: «3 milioni di spettatori e il 22 per cento di share», altro che polemiche. Provocatorio Vittorio Sgarbi: «Non critico il cristiano Salvini che recita l' Eterno riposo, ma il Papa prega in una piazza vuota ». Per la Bestia social leghista obiettivo comunque centrato: si è parlato ancora di lui, anche in piena emergenza.

Titti Beneduce per il “Corriere del Mezzogiorno - Corriere della Sera” il 2 aprile 2020. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti della conduttrice televisiva Barbara D' Urso e di altre cinque persone impegnate nella realizzazione della trasmissione «Pomeriggio 5» mandata in onda da Mediaset. I fatti risalgono al 25 settembre del 2017, quando fu trasmesso un servizio dal titolo «Inchiesta shock su don Euro: soldi e amanti ai danni della Curia». Don Euro è il soprannome con cui è conosciuto l' ex sacerdote Luca Morini, già parroco in provincia di Massa poi ridotto allo stato laicale. Con Morini ha avuto diversi rapporti l' ex gigolò Francesco Mangiacapra, che ora si dedica alla scrittura di saggi. Nel corso della trasmissione, pur riferendosi a Mangiacapra, che aveva raccontato pubblicamente i suoi trascorsi con l' ex parroco, vennero trasmesse le immagini di un' altra persona, N. B., un giovane di San Giorgio a Cremano. Poiché il volto non era stato oscurato, centinaia di migliaia di persone poterono vederlo in compagnia di don Morini. Come spiega l' avvocato Giovanna Ziello, che assiste N.B., il giovane fu più volte definito «gigolò» ed «omosessuale», non solo violando la sua privacy, ma anche creandogli danni gravissimi (e per questo motivo è in corso anche un processo civile). I genitori, per esempio, non sapevano delle sue tendenze sessuali e lo appresero dalla televisione; idem per molti amici: il giovane dovette lasciare in tutta fretta San Giorgio a Cremano e cambiare città. Ma non è finita: perse il lavoro e il fidanzato lo lasciò dopo tre anni: «Conseguenze pesantissime - commenta Ziello - dalle quali ha faticato a riprendersi». Inevitabile la decisione di presentare querela per diffamazione. Al termine delle indagini preliminari, il pm Claudio Onorati, con il coordinamento del procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, ha chiesto il rinvio a giudizio della conduttrice e di altre cinque persone. Prosegue intanto il processo civile, dove per conto di N.B. la difesa ha chiesto un risarcimento di 500.000 euro. «La cosa grave - dice ancora Ziello - è che, quando inviai la diffida, mi sentii rispondere che la redazione di Pomeriggio 5 aveva esercitato il diritto di cronaca. Una follia: poteva valere per il sacerdote, non certo per il mio assistito, che era un illustre sconosciuto».

Roberto Russo per il “Corriere del Mezzogiorno - Corriere della Sera” il 2 aprile 2020. Ricorda bene quella vicenda che risale a tre anni fa. Francesco Mangiacapra, una laurea in legge e un passato da ex escort, autore del libro scandalo «Il numero uno» in cui raccontava delle relazioni con molti uomini di chiesa, è oggi impegnato come «saggista del dissenso» con il nuovo libro dal titolo «La dittatura delle minoranze», con cui si pone in aperta polemica anche con il politically correct nella comunità gay. Ma sul caso della trasmissione incriminata Mangiacapra non ha dubbi: «Devo dire che sia Barbara D' Urso, sia le sue collaboratrici tra le quali due brave giornaliste che mi intervistarono, sono state correttissime nei miei confronti». All' epoca, nel 2017, proprio il libro pubblicato da Mangiacapra aveva fatto tremare la chiesa napoletana e il nome dell' escort era rimbalzato sulle cronache nazionali. Da qui la decisione del cast di Pomeriggio 5 di dedicare una parte della puntata alle torbide vicende raccontate nel libro (va detto però che nessun nome di prelato venne esplicitamente pubblicato). Così, due inviate della D' Urso vennero a Napoli per raccogliere la testimonianza di Mangiacapra. «Ci vedemmo e registrammo l' intervista - ricorda lui - in un clima di assoluta serenità. L' unica condizione che posi fu quella di non farmi riprendere in viso, ma invece volevo che venisse fatto il mio nome e si parlasse del libro che avevo appena dato alle stampe. L' accordo fu rispettato in pieno sia da Barbara D' Urso che dalle giornaliste della sua redazione». Se non fosse però che in uno dei servizi al posto delle immagini del gigolò napoletano vennero mandate in onda altre che ritraevano una terza persona. L' ex escort offre una sua spiegazione dell' accaduto: «Sono sicuro che si sia trattato di un incidente e che non vi fosse alcuna volontà di trascinare altri nella vicenda. Da quello che ho capito deve essersi verificato un errore in fase di montaggio e probabilmente uno scambio di filmati. Comunque - aggiunge Mangiacapra - all' epoca sono stato sentito come persona informata dei fatti e ho offerto la mia collaborazione alle forze dell' ordine. Ora - conclude - auspico che si metta fine a quello che a tutta l' aria di uno spiacevole infortunio».

Fulvio Abbate per ''Il Riformista'' il 2 aprile 2020. Giù le mani da Barbara d’Urso. Nessuna ironia, laicità pretende che possa recitare ogni genere di rosario. Alle grandi interpreti di se stesse va consentito questo e molto altro. Coloro che ironizzano o restano scandalizzati da "L'Eterno Riposo" recitato in diretta su Canale 5, con Matteo Salvini, chierichetto improvvisato di ritorno, ignorano che il sentire religioso nazionale più profondo risponde a ogni possibile forma devozionale, fosse anche al fai da te, al bricolage religioso et similia. Ahimè, assai di più della straordinaria e toccante benedizione Urbi et Orbi offerta al mondo dal papa in mondovisione in piazza San Pietro deserta.     Non è necessario avere letto i Situazionisti per intuirlo o magari frequentato una lezione di tradizioni popolari sul relativismo culturale. Lo stesso Salvini, per senso di ospitalità, ha fatto più che bene a unirsi alla litania. Discutibile perfino obiettare, con i nostri tuttavia doverosi sorrisi da radical chic estranei a ogni tentazione pop, sul fatto che Barbara reciti il rosario ogni sera, come i personaggi di “Esposito Teresa”, sceneggiata di Nino D’Angelo e Fortuna Robustelli, indimenticati interpreti del genere. Barbara d’Urso è un’interprete straordinaria, come tale va apprezzata, sia detto senza ironia; d’altronde, nei momenti di panico ci si raccomanda a quel che meglio ritiene. In Perù, per esempio, sono certo che stiano pregando Sarita Colonia, santa, purtroppo mai riconosciuta dalla Chiesa cattolica, dei poveri di Lima, Sarita ha il merito di rendere invisibili i ladri, minuscolo volto da india, nella sua immaginetta votiva ci guarda da una trincea di rose. I complottisti, da parte loro, hanno certezze altrettanto incrollabili, vanno ora immaginati in un laboratorio degno del Dottor Frankenstin  dell’immenso Mel Brooks, dove sorta di Compagni di Baal, per citare un altro capolavoro sceneggiato tv, avrebbero preparato il virus, al fine di ribaltare gli equilibri geopolitici. D’altronde, nella situazione data ogni timore appare più che nobile. Torna pure alla memoria Vittorio Gassman ne “L’armata Brancaleone” quando scopre d’essere lì a giacere con una vedova appestata, ed eccolo fuggire nel timore di essere braccato dalla morte. Nel nostro caso, diversamente dalla solita prevedibile peste non sembrano esserci mascherine a sufficienza, così, in assenza dei presìdi necessari, queste e molte altre carenze sembrano legittimare ogni genere di novena, di rosario, di corno, di treccia d’aglio, forse non è un caso che nei giorni scorsi sia stato trasmesso su Canale34 “L’esorciccio”, caposaldo della filmografia di Ciccio Ingrassia. Magari bisognerebbe trovarsi in questo momento a Napoli, la città, sia detto per inciso, della nostra Maria Carmela d’Urso, per capire in che modo nei momenti estremi si possano mobilitare perfino le Anime del Purgatorio o piuttosto i teschi degli antichi appestati che hanno trovato dimora nel Cimitero delle Fontanelle al Rione Sanità. O piuttosto a Palermo nel buio delle Catacombe dei Cappuccini: erano sempre tempi di pestilenze quando, si narra, una processione notturna di frati giunti dall’aldilà miracoloso mise fine al morbo. Se le cose stanno così, per quali proterve ragioni dovremmo trovare discutibile, disdicevole, oscena la preghiera di Barbara nostra, queste sue parole toccanti, sicuramente perfette agli occhi dei semplici, del pubblico di Canale 5? Eccole: "… dieci secondi per pensare ai diecimila italiani che sono morti senza neanche essere stati salutati dai figli, dalle figlie, dalle mogli e dai mariti. Mi taccio e dedico un 'Eterno riposo' a questi italiani e italiane che ci danno una mano da lassù a uscire da questo incubo", le mani giunte in segno di preghiera. Mi direte: e quello lì presente in collegamento a farle da coro, Matteo Salvini? Eddài, non sottilizziamo! Pensiamolo nell’abisso dei sondaggi, mai stati così esegui per un Capitano come lui.  Siamo o non siamo al “si salvi chi può”? Nei giorni scorsi, il regista Paolo Sorrentino su Facebook ha postato un’immagine tratta da “The young pope”, uno scatto dove appare il suo Pio XIII interpretato da Jude Law in una piazza San Marco notturna e deserta, a commento Sorrentino nostro ha scritto: “Cinema Neorealista”. Questo per dire che al momento ogni immagine, ogni contributo è ammesso, compreso il rosario quotidiano di Barbara d’Urso. Qui mi torna in mente Pasolini, questi parlando della Via Crucis del 1974 lamentava il povero Paolo VI circondato da “quattro gatti” delle parrocchie romane, dolendosi che una religione straordinaria, come il cristianesimo, mostrasse ormai, allora, un volto residuale. Nei giorni scorsi, in assenza di Pasolini, tutti noi abbiamo potuto rilevare l’immagine del papa attuale sul sagrato di San Pietro, solo, sotto una pensilina che i cinici hanno definito “da pompa di benzina Tamoil”. Anche Francesco sembrava fare del suo meglio innalzando il Santissimo Sacramento come fosse, appunto, la Kryptonite della Chiesa. La verità, sia detto senza neanche bisogno di citare Albert Camus a proposito della peste, è che siamo assolutamente nudi, e quindi sia benvenuta la novena di Barbara d’Urso, perfino accompagnata dal sagrestano Salvini. Chi ha avuto modo di assistere all’arrivo dei torpedoni, come in un film apocalittico mai girato di Fellini, laggiù in fondo alla Tiburtina, dove si svolgono le registrazioni di “Uomini e donne” e di “Forum”, saprà bene che Berlusconi, attraverso le sue reti, rappresenta una religione parallela nel Paese, davvero apotropaica. Pablo Neruda, riferendosi a Rilke, il poeta dell’Indicibile, affermava “che in tempo di guerra parlare di alberi è un crimine”. Sarà pure vero che in questo momento avremmo bisogno soprattutto di mascherine e di respiratori, ma anche in tempo di peste la letteratura la poesia hanno la loro necessità, un po’ meno la retorica e luogo comune.  Barbara nostra che sei…

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 2 aprile 2020. Barbara d' Urso dopo avermi riservato un paio di scherzi da prete, anzi da suora, mi è diventata più antipatica di suo cugino, il Coronavirus. Tuttavia ciò non mi impedisce di darle ragione quando ce l' ha. È successo che qualche sera fa ella abbia invitato nel suo programma su Canale 5 Matteo Salvini e con lui abbia recitato, penso in diretta, una preghiera che, secondo me, porta sfiga, l' Eterno riposo, rivolto come noto ai defunti, che in questi giorni di pestilenza crescono come funghi fino a riempire obitori e cimiteri. Intendiamoci, una trasmissione televisiva basata sul Requiem non è il massimo per tirare su di morale il pubblico, pertanto fosse dipeso da me avrei sconsigliato vivamente la messa in onda della macabra prece. De gustibus. In ogni caso non si spiegano gli attacchi isterici che hanno colpito la popolare conduttrice e il famoso uomo politico in quanto protagonisti di una orazione, peraltro breve, dedicata ai morti in un momento in cui essi sono protagonisti. Oltre 300 mila persone hanno firmato una petizione allo scopo di chiudere il format o, almeno, promuovere l' allontanamento della star dagli studi Mediaset, manco ella si fosse macchiata di un delitto. Ma povera signora, si è limitata con il suo ospite a fare un esercizio abituale per ogni cattolico che partecipi a un funerale. A certi riti tipici dei cristiani dovremmo essere avvezzi e scandalizzarsi poiché vengono proposti in video costituisce una idiozia. Lo spettacolo mortuario può non piacere, però chi non lo gradisce dispone di un' arma difensiva efficacissima: azionare il telecomando e cambiare canale. Mettersi lì col coltello tra i denti e organizzare una sorta di referendum per scacciare la d' Urso in versione religiosa è una maialata indegna di gente civile. Barbara lavora in una antenna privata, di proprietà di Silvio Berlusconi, non in un ente pubblico, pertanto ha il diritto di agire come le garba, al massimo sarà l' editore, non una banda di scriteriati, a licenziarla. Cosa che non avverrà dato che la presentatrice, quantunque non mi vada a genio, è una gallina dalle uova d' oro per il Cavaliere. Tra l' altro è incomprensibile il fatto che madame e Salvini vengano bersagliati in quanto bigotti e inclini a manifestare la loro fede. Matteo è stato varie volte lapidato perché baciava il crocefisso e la Corona del Rosario. Ora pure la d' Urso viene presa a male parole per via dell' Eterno riposo. Nessuno ricorda che per circa mezzo secolo l' Italia fu egregiamente governata dalla democrazia cristiana, nel cui simbolo spiccava una croce, vessillo principale della fede. Né rammenta che lo slogan più incisivo degli eredi di don Sturzo, un sacerdote, era il seguente: «In cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no». Frase scritta da Giovannino Guareschi. Questo per ribadire che la strumentalizzazione della chiesa è un fenomeno storico che ora non può essere biasimato soltanto perché Barbara e Matteo lo hanno rispolverato. 

Anticipazione da “Oggi” il 26 marzo 2020. «Voglio essere chiaro: questa è la Terza guerra mondiale… Qui non ci sono le bombe, le sirene e i rifugi antiaerei, ma c’è un nemico enorme e invisibile, il Coronavirus, e potrebbe essere proprio il nostro vicino a trasmettercelo, senza sirene e senza avvisi. L’unica arma che abbiamo per difenderci è restare in casa. Il capo dello Stato ha avuto subito chiara la situazione, la politica invece ha tardato, ha preso la situazione sottogamba». Lo dice in un’intervista al settimanale OGGI Marco Durante, proprietario e presidente di LaPresse, una delle più importanti agenzie di stampa italiane, di recente associata con l’americana Ap. Dal suo osservatorio privilegiato spiega: «Il governo ha avuto paura di dirlo ai cittadini. Si sono preoccupati dell’economia, dello spread, dei tassi, dei posti di lavoro, e hanno perso tempo». E aggiunge: «Attraverso l’Agenzia e attraverso Ap ho molti contatti con l’Europa e con gli Stati Uniti…. Se c’è un elemento di speranza è proprio nel fatto che questa guerra planetaria costringerà gli europei a sedersi intorno a un tavolo e cercare misure comuni per affrontare e risolvere i problemi. Dopo le prime gaffe, come quella della Lagarde, ci sono segnali che ciò possa avvenire. E noi italiani siamo in vantaggio: prima derisi, ora modello per gli altri. Questa situazione potrebbe addirittura portare a un’unità dell’Italia che da tempo manca nel nostro Paese». Poi, come frutto di tanti colloqui, azzarda una previsione: «Se saremo fortunati, se tutti rispetteranno le regole, se davvero il caldo contrasterà il virus, ragionevolmente non ne usciremo prima dell’estate. Le scuole non riapriranno. Il campionato di calcio non ripartirà… Poi a settembre-ottobre dovremo assolutamente avere un vaccino, perché quando ricominceranno i malanni stagionali scoppierà il panico. La gente si chiederà: è influenza o Coronavirus?». E sulla reazione al coronavirus nel mondo della comunicazione dice: «Ha perso un’occasione. Però non per colpa sua, ma della politica che la tiene al guinzaglio. Devo dire che la tv, in generale, è andata al traino della carta. Con una menzione particolare per il Corriere della Sera, che ha lanciato allarmi fin da subito, ha raccontato le verità anche scomode, non si è nascosto dietro a nulla. Chapeau».

Fantastica la Panella sulla 7, dove invita tutti quelli che le danno ragione, ovviamente reggicoda della sinistra. Urbano Cairo la vede la sua te? Soprattutto sa a chi l’ha affidata? Avanti popolo. Da liberoquotidiano.it il 27 marzo 2020. Vittorio Feltri scatenato contro i conduttori di La7. Il direttore e fondatore di Libero si è scagliato nelle ultime ore contro due dei volti più rappresentativi della tv di Urbano Cairo. La sua ultima vittima è stata la giornalista Tiziana Panella, in onda su La7 tutti i giorni con Tagadà, rea di voler in studio "soltanto persone che la pensano come lei": "Fantastica la Panella sulla 7, dove invita tutti quelli che le danno ragione, ovviamente reggicoda della sinistra. Urbano Cairo la vede la sua tele? Soprattutto sa a chi l’ha affidata?

Avanti popolo", il tweet ironico di Feltri. Formigli invece di intervistare Salvini gli spara addosso senza dargli la possibilità di rispondere. Metodo democratico in uso alla 7, ufficio stampa della sinistra più bieca. Lo stesso Feltri si era scagliato in precedenza, sempre su Twitter, contro Corrado Formigli, per il modo con cui ha condotto l'intervista a Matteo Salvini, in onda ieri sera a Piazzapulita: "Formigli invece di intervistare Salvini gli spara addosso senza dargli la possibilità di rispondere. Metodo democratico in uso alla 7, ufficio stampa della sinistra più bieca", la bocciatura via twitter di Feltri a Formigli.

Roberto Pavanello per “la Stampa” il 26 marzo 2020. Anche questa sera, intorno alle 21.15, Corrado Formigli tornerà con il suo Piazzapulita per raccontare ai telespettatori de La7 l’emergenza coronavirus e dibattere in studio con esperti, voci della politica e giornalisti. In questa puntata lo farà, tra gli altri, con il direttore scientifico dell’Humanitas Alberto Mantovani, Matteo Salvini, Beppe Fiorello e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Il 5 marzo Piazzapulita è stato il primo programma tv di prima serata a sbattere in faccia agli italiani, con crudezza –, grazie al servizio di Alessio Lasta dall’ospedale di Cremona, il primo di una serie – la realtà dei fatti: i pazienti in rianimazione, i pronto soccorso stravolti e la fatica della lotta in prima linea di medici e operatori sanitari.

Formigli, in questi giorni così complicati e tragici stiamo vivendo un periodo storico nel quale i fatti stanno surclassando le opinioni?

«Noi che facciamo il mestiere di giornalista ci siamo riappropriati della possibilità di raccontare, uscendo dagli sterili battibecchi della politica, da quella situazione asfittica in cui ci aveva fatto piombare questo ultimo periodo politico. Adesso stiamo raccontando una guerra. Per uno come come me che per tanti anni ha fatto l’inviato di guerra, quella con le bombe, adesso che dobbiamo affrontare questa emergenza, mi trovo a mio agio nel raccontare la guerra al virus. Le dinamiche sono le stesse: la paura, le precauzioni, il lavoro di scavo per capire le responsabilità e riportare ciò che non viene raccontato ufficialmente. In questo caso il giornalismo può davvero fare la differenza. Ci rivolgiamo a una grande platea televisiva, visto che sono tutti a casa, e mai come adesso la televisione può modificare la percezione del problema».

Voi lo avete fatto per la prima volta il 5 marzo, quando in una buona parte d’Italia ancora sfuggiva il senso di quanto stava accadendo.

«Quando abbiamo mostrato nel servizio di Alessio Lasta la terapia intensiva di Cremona, oltre agli ascolti di quella serata, sono stati i milioni di visualizzazioni sul web dei giorni successivi a farmi capire che gli italiani cominciavano a cambiare idea: che non si trattava di una semplice influenza. Lì incidi davvero sulla formazione dell’opinione pubblica».

Hai usato il termine «guerra», credi che sia corretto utilizzarlo? Non c’è retorica? In fin dei conti, la larga maggioranza è a casa più o meno tranquilla, non ha le bombe che cadono sul tetto.

«Per certi versi è una guerra più comoda di quella vissuta dai nostri nonni, che non avevano da mangiare, non avevano il divano, web e tv per trascorrere il tempo. Però è una guerra, anche più insidiosa perché il nemico è invisibile e ancora sconosciuto. E poi le conseguenza sono ancora incalcolabili. Non solo: il numero di vittime è straordinariamente alto, se pensiamo che abbiamo sei-settecento-quasi ottocento morti al giorno, come fai a non chiamarla guerra?».

Nel raccontarla è corretto cedere il passo all’emotività?

«Sì. Il giornalismo non è solo riportare fedelmente i fatti ma è anche partecipare a ciò che accade. Perché noi ne siamo parte. Chi non si emoziona davanti a un bambino ferito da una bomba? Chi non si emoziona davanti a un figlio che ha appena perso il padre, perché magari non c’era un respiratore disponibile? Il senso di indignazione e dolore che colpisce anche il giornalista che sta raccontando è giusto che venga trasferito a chi guarda o legge. Non siamo robot. La forza del lavoro dei miei inviati che stanno lavorando in prima linea è proprio quello di riportare la grande drammaticità che gli italiani stanno vivendo. L’unica cosa che dobbiamo filtrare è il vero dal falso. Anche noi abbiamo paura, proviamo dolore, compassione e indignazione».

L’informazione è tornata, in queste settimane, ad avere un ruolo fondamentale. È un ruolo che saprà mantenere anche dopo?

«Penso di sì. Questo è un momento tragico ma che ti fa riscoprire l’importanza della nostra professione e capire quanto sia importante raccontare i fatti da dove essi accadono. E non è una cosa banale, perché oggi raccontare una pandemia è complesso. Andare dove i fatti succedono è una cosa difficilissima: andare nelle zone rosse, rispettare tutti i protocolli di sicurezza, entrare negli ospedali, fare in modo che tu non venga contagiato e di non contagiare altri. Sai, il proiettile può sfortunatamente colpire il giornalista, qui il rischio è doppio perché il virus può colpire anche chi con quel giornalista entra i contatto. Il giornalismo è anche forzare i divieti, perché noi abbiamo il dovere di testimoniare. Stando sempre in sicurezza, ovviamente».

Non vedi per Piazzapulita un futuro senza dibattito ma solo con servizi sul campo?

«No, perché c’è bisogno anche di ascoltare gli approfondimenti, le parole. Noi in studio abbiamo un tavolo, l’idea è nata perché volevamo che fosse uno spazio in cui sviscerare gli argomenti. Oggi che non c’è il pubblico presente, questo tavolo ha aiutato molto ad approfondire il ragionamento: lo studio vuoto è stato riempito dalla ricchezza della discussione. C’è tanta voglia di ascoltare persone competenti, il nostro talk vuole dare spazio alla competenza. I reportage raccontano il dramma e la sofferenza, lo studio è il momento in cui l’emozione viene raffreddata e si prova a razionalizzare per cercare di capire quali sono le soluzioni».

Stasera avrai ospite Matteo Salvini: si riuscirà mai a ottenere la concordia che chiede anche il Presidente Mattarella o proseguirà il clima di campagna elettorale continua?

«Mi sbaglierò, ma io non credo che Salvini verrà solo per fare propaganda elettorale. Il fatto stesso che dopo due anni e mezzo abbia deciso di tornare nella nostra trasmissione lo leggo come l’eccezionalità del momento: sull’“in quel programma non ci vado perché mi critica” credo che prevalga la necessità di parlare con tutti gli italiani. Mi aspetto che da noi Salvini non sia solo contro, ma dica che è tempo di cercare delle soluzioni tutti assieme».

Al tuo tavolo stasera ci sarà anche Beppe Fiorello che, prima con un post sui social, e poi con un commento su La Stampa, ci ha invitati tutti a una maggior serietà. Sei d’accordo con lui?

«Credo che la paura e la gravità di ciò che sta accadendo debbano essere presenti in ognuno di noi. Perché da una parte la paura serve per farci stare a casa finché il contagio non avrà rallentato e quindi la leggerezza eccessiva rischia di essere un pericolo. Però nello stesso tempo sono meno severo sulle persone che alle sei della sera cantano sui balconi. Questo ritrovato senso di comunità a me fa piacere. Adesso il virus è più forte di noi, ma se avremo la serietà e la compostezza nel seguire le regole, diventeremo più forti noi».

Da più parte sono state criticate le modalità di comunicazione di Conte e del governo, tu cosa ne pensi?

«La premessa doverosa è che nessuno prima di Conte si era mai trovato a gestire una situazione come questa. Detto ciò, ci sono stati troppi comunicati, troppe conferenze stampa notturne che ci hanno lasciato in ansia e un po’ in confusione, e c’è stata l’assenza di un discorso di verità: è come se prima ci avessero indorato la pillola per poi tenerci tutti in ansia. Insomma, vorrei un presidente del Consiglio che ci dicesse esattamente come stanno le cose, che non sappiamo bene quanto durerà e che non indulgesse in un ottimismo di facciata».

Vorrei evidenziare il ruolo che altri due programmi tv stanno avendo sull'emergenza coronavirus, sebbene in maniera differente: il servizio pubblico di Che Tempo Che Fa e lo sdrammatizzare senza buttarla in macchietta di Propaganda Live. Che ne pensi?

«Dico che Fabio Fazio è un grandissimo professionista e sta facendo molto bene a dare la parola alla scienza. Faccio i complimenti anche Diego Bianchi e a tutto il gruppo di Propaganda Live: sono bravissimi nel tenere insieme la serietà del racconto e la capacità di fare ironia».

Che insegnamento ci porteremo via da questa storia?

«Il principale insegnamento è che c’è bisogno dello Stato per investire sui medici, sulla ricerca, sulla Sanità, sul Welfare. Quindi lo Stato tornerà al centro ma con la consapevolezza che deve essere gestito da persone competenti, non possiamo più permetterci i cialtroni in politica. Ma ci portiamo via anche il bisogno degli Stati, quindi dell’Europa, che comunque ne uscirà rafforzata».

I giornali mascherine contro l'ignoranza. Al posto di blocco "Il giornale è superfluo, vada al supermercato e poi a casa". Francesco Maria Del Vigo, Domenica 15/03/2020 su Il Giornale. Taurianova, provincia di Reggio Calabria, un signore esce dalla propria abitazione e viene fermato da un posto di blocco: «Dove sta andando?», lo interrogano gli agenti. Lui risponde: «In edicola a comprare il giornale e poi al supermercato». Gli agenti lo interrompono: «Il giornale è superfluo, vada al supermercato e poi a casa». Uno scambio normalissimo di battute, quotidiano, routinario, dietro al quale si nasconde lo spirito del tempo: il culto dell'ignoranza, l'idea che non servano gli intermediatori e gli esperti, l'idea che tutto sommato l'informazione possa essere fai da te o che ci si possa affidare a qualche link sconosciuto gettato da qualcuno nel mare dei social. Episodi simili sono accaduti un po' in tutta Italia, a dimostrazione che non stiamo parlando di due agenti stanchi o poco informati, ma di una balla che si sta diffondendo in giro per il Paese: vietato comprare i giornali, perché sono inutili. I quotidiani - e non è una difesa di categoria - non sono superflui, ma necessari. Il decreto è chiarissimo: le edicole sono aperte e acquistare il proprio quotidiano è un diritto, perché l'informazione è un bene di prima necessità. Oggi più che mai, per non cedere alla paura, per sapere come comportarsi, per allenarsi a un pensiero critico, per scoprire cosa accade nel mondo proprio ora che i confini del mondo - per buona parte di noi -, combaciano con quelli del nostro appartamento e anche, perché no, per rompere la solitudine con qualche buona lettura. Stiamo cercando, con le unghie e con i denti, di difenderci da questo maledetto virus, ma non dimentichiamo di difendere anche la nostra democrazia. Un buon giornalismo è un cardine della nostra società e l'edicola è un presidio della libertà, non è un semplice esercizio commerciale. Non a caso si è scelto, giustamente, di non far chiudere le serrande a farmacie, supermercati ed edicole. Medicine, cibo e informazione. Perché una buona informazione è il miglior vaccino contro l'ignoranza che genera atti pericolosi per se stessi e per gli altri. Probabilmente i cretini che la scorsa settimana hanno invaso bar e locali, se avessero letto un quotidiano, sarebbero rimasti a casa. I quotidiani, tutti, nessuno escluso, sono mascherine che proteggono il nostro cervello dalla stupidità e dalle menzogne. Specialmente nell'era della pandemia da Coronavirus e di quella da fake news.

Addio cari giornali di carta vittime del virus. Dagospia il 26 marzo 2020. Marco Bardazzi, capo della comunicazione Eni, ex Ansa, ex ''la Stampa'' su linkedin.com. Dieci anni fa in questi giorni giravo l’Italia con il collega Massimo Gaggi per presentare L'Ultima Notizia (Rizzoli), un libro-inchiesta con il quale cercavamo di capire il futuro dei giornali e del giornalismo. Eravamo all'inizio della grande crisi della carta stampata, si cominciavano a vedere i segni di un cambiamento epocale del modello di business, ma nessuno sapeva quando sarebbe stata stampata “l’ultima copia del New York Times” (titolo brillante di un altro libro, scritto da Vittorio Sabadin). Il decennio successivo è stato caratterizzato da una continua emorragia di copie, un dissanguamento che ha messo in crisi i giornali, li ha resi deboli, ha abbassato le loro difese immunitarie. Purtroppo sappiamo bene, dall'esperienza di questi giorni, che queste sono le condizioni della popolazione più a rischio. Per anni si è guardato ai giornali di carta come a splendidi dinosauri in attesa dell’asteroide. O magari dell’arrivo di un “cigno nero” altrettanto inatteso. Temo che ci siamo: il coronavirus, secondo me, segna la fine del giornalismo cartaceo. È una constatazione che faccio con dolore. Chi mi conosce sa che ho una storia d’amore con i giornali. Basta andare su Twitter o Instagram e digitare #emerotecabardazzi, per scoprire che da tempo pubblico foto di pagine di quotidiani ingialliti con la stessa passione con cui gli altri condividono tramonti e aperitivi. Ho una vasta collezione di giornali che continua ad arricchirsi anche in questi giorni e che ha fatto 10 traslochi in giro per il mondo (per la disperazione di mia moglie). Aggiungo, per prevenire una seconda obiezione, che può sembrare insensibile parlare di fine dei giornali mentre migliaia di giornalisti in tutto il mondo sono impegnati, in modo eroico, nel cercare di far arrivare ogni giorno in edicola un’informazione all'altezza della crisi che stiamo vivendo. Ho fatto il giornalista per 30 anni, lo sono ancora che faccio un mestiere diverso e ho il massimo rispetto per la categoria e per le 10 mila edicole (erano 36 mila prima della crisi) sparse in tutta Italia. Ma se c’è una cosa che la pandemia ci sta insegnando, è che è meglio dire subito tutta la nuda verità, con trasparenza, e chiudere quel che c’è da chiudere per evitare i contagi. Se si vorrà preservare un’informazione di qualità e un nuovo ecosistema giornalistico sostenibile, purtroppo tra brevissimo tempo sarà necessario riconoscere che la carta è oggi la “zona rossa” del giornalismo. Un decennio in buona parte sprecato. Il modello di business dei giornali ha prosperato fino al 2009-2010, quando hanno cominciato a farsi sentire gli effetti della recessione globale provocata dalla crisi finanziaria americana. Ne è seguito un decennio di incertezza e logoramento, cercando di trovare compromessi tra lo status quo e timide aperture al digitale. Adesso è giunto il momento della verità: la crisi del 2020 e la nuova recessione planetaria che l’accompagnerà. Chi ha avuto più coraggio e si è spinto con decisione sulla strada dell’innovazione, avrà un vantaggio competitivo nei prossimi mesi. Il New York Times, tanto per fare un esempio, può permettersi in questi giorni di non preoccuparsi troppo se l’edizione cartacea non riesce a essere distribuita, perché ormai è un sottoprodotto del digitale.

1. RICAVI GIORNALI. Il valore globale dell’industria dei newspapers nel 2017 era di circa US$ 150 MLD, di cui 87 miliardi provenienti dalla diffusione cartacea e digitale e solo 67 dalla pubblicità. Il digitale è stato la fonte principale di crescita dei ricavi, ma nonostante questo incremento la carta continua a produrre a livello globale il 90% dei ricavi degli editori giornalistici. E questa adesso si rivela una grande vulnerabilità. Dall'inizio della crisi, i modelli di business e la stessa identità di molte news organization sono cambiati moltissimo, scegliendo una miriade di strade diverse.

2. RICAVI PUBBLICITARI GIORNALI. C’è chi ha scelto di rafforzarsi affiancando attività non giornalistiche che portano nuove fonti di ricavo. È il caso di NewsCorp in Australia che ha puntato molto su RealEstate.com, un sito di annunci immobiliari, per far fronte al crollo dei ricavi nel settore classified spazzati via dal digitale. O di Axel Springer in Germania con Stepstone, il più importante sito tedesco per la ricerca di offerte di lavoro. Il Washington Post, dopo l’arrivo di Jeff Bezos come editore, sta vivendo una delle trasformazioni più significative, diventando in pratica una tech company dedicata al giornalismo. Le piattaforme di content management create dal WP, l’ecosistema di data analysis e data science e il brand studio interno dedicato al racconto delle aziende, pongono il quotidiano all'avanguardia e ne fanno un modello importante di giornalismo post-cartaceo. L’edizione di carta del WP è diventata, anche in questo caso, secondaria. Altri hanno puntato su mix simili, ma sempre caratterizzati dalla qualità del giornalismo. È il caso delle testate finanziarie come Wall Street Journal o FT, ma soprattutto del già citato New York Times, protagonista di un sorprendente cambio di paradigma. Alla fine del XX secolo, gli abbonamenti portavano al NYT meno del 5% dei ricavi. Nel 2011 è avvenuta l’inversione di tendenza.

3. ABBONATI NEW YORK TIMES. È utile ricordare alcuni dati di fatto su come il settore dei quotidiani arriva all'appuntamento con il “coronavirus dei giornali”. Serve per capire perché le difese immunitarie siano così basse. Il giornalismo è ancora concepito per l’era industriale, dalla quale nel frattempo il mondo è uscito per entrare in una nuova information age basata su presupposti diversi. Il prodotto di base del giornalismo, la notizia, è diventata una commodity che non ha più il valore sufficiente per sostenere l’organizzazione del lavoro di aziende editoriali ancora strutturate come all'inizio del XX secolo. Il sistema ha tenuto fino a quando, a metà degli anni Zero del XXI secolo, non ha cominciato ad essere dissanguato dei propri ricavi pubblicitari, che si sono in gran parte spostati verso colossi del web come Google e Facebook. Questo grafico rende bene l’idea del fenomeno negli Usa. Il macro fenomeno globale più rilevante nell'editoria degli ultimi anni è stato il progressivo aumento dei ricavi legati ai lettori (abbonamenti cartacei e digitali, vendite in edicola, membership), a fronte della costante decrescita dei ricavi pubblicitari. Il sorpasso dei ricavi da audience rispetto a quelli da advertising è avvenuto nel 2013 e il trend continua a livello globale, come indica questo grafico di Wan-Ifra aggiornato al 2017.

4. RICAVI NEW YORK TIMES PUBBLICITA VS ABBONATI.  Nel 2019, il NYT ha raccolto $800 milioni di ricavi solo con il digitale, superando i 5 milioni di abbonati a una delle varie forme di subscription per accedere ai contenuti del giornale. Nell'ultimo trimestre dell’anno, mentre gli abbonamenti crescevano del 4,5%, la raccolta pubblicitaria è calata del 10,7%, rendendo sempre più urgente per il giornale rafforzare il modello di business basato sulla membership. Nel frattempo, nel corso dell’ultimo anno, il NYT ha assunto altri 120 giornalisti, portando la redazione a 1.600 unità, il numero più alto della propria storia più che centenaria.  Dietro le cifre ci sono fenomeni sociali, trasformazioni demografiche e molte considerazioni legate alla rivoluzione digitale. C’è un digital divide crescente e c’è un cambio generazionale enorme relativo alle fonti a cui i diversi gruppi demografici attingono per cercare “notizie”. Il quadro globale lo riassume bene questo grafico del Reuters Institute for the Study of Journalism.

5. ETA E MEZZO DI FRUIZIONE NOTIZIE. Siamo in una fase di ibridizzazione dei mezzi che conduce alla transmedialità, con la televisione ancora forte protagonista ma con modalità di fruizione e attori nuovi (pensiamo al boom di Netflix o Amazon Prime). In uno scenario così, la carta stampata risulta debolissima e l’arrivo della Grande Recessione del 2020 la trova senza anticorpi. Il caso italiano. Proviamo a vedere la situazione in Italia. Bastano pochi dati per capire che si è vicini a un punto di rottura del sistema. Nel 2007 in Italia la diffusione dei quotidiani si assestava intorno ai 5,5 milioni di copie giornaliere. Oggi si vendono poco più di 2 milioni di copie. Non va meglio neppure alle copie digitali, che nell'ultimo anno sono calate del 3,4% e complessivamente non raggiungono quota 200 mila. Significa che è proprio il “prodotto giornale” a essere in crisi, che sia di carta o replicato tale e quale su un tablet.

7. MERCATO PUBBLICITARIO ITALIA. Se si guarda alla pubblicità, la situazione pre-crisi del coronavirus era già gravissima. In un decennio il fatturato si è ridotto del 71,3%: poche filiere (forse nessuna) possono resistere a un crollo del genere senza un radicale cambio di modello di business. Ogni anno da quotidiani e periodici sparisce circa il 10% della raccolta pubblicitaria. E le prospettive per il breve-medio termine si presentano funeste. Una prima indagine condotta nei giorni scorsi da BVA Doxa tra le imprese italiane, segnala che il 76% di esse ha già avuto impatti negativi immediati per il Covid-19: tra le prime azioni da prendere in risposta a questo disastro, il 49% indica che ridurrà gli investimenti in pubblicità e media planning. 

6. VENDITA MEDIA GIORNALI CARTACEI ITALIA. Un altro elemento di debolezza è rappresentato dal crollo del numero degli addetti ai lavori. Non tanto sul fronte giornalistico, quanto su quello poligrafico: la carta, assai più del digitale, ha bisogno di un esercito silenzioso di mille professionalità (tipografi, grafici, stampatori, impiegati ecc.) per raggiungere capillarmente ogni giorno le edicole. Ma la situazione del settore è quella raccontata da questo grafico dell’ultimo rapporto ASIG (l’associazione degli stampatori di giornali).

8. OCCUPAZIONE POLIGRAFICI ITALIA. In questi giorni le redazioni dei giornali e il loro sistema di distribuzione stanno facendo un lavoro – lo ripeto – eroico per cercare di portare ogni giorno un prodotto di 30-60 pagine di carta nelle case dove gli italiani vivono blindati. Temo però che, passata la fase dell’emergenza, tutte le debolezze del settore verranno a galla e si uniranno alla realtà di un prosciugamento massiccio, impensabile, degli investimenti pubblicitari che proseguirà almeno per tutto il 2020. Una tempesta perfetta che a mio avviso segnerà la fine della carta. E anche di molte tradizionali modalità di lavoro, come le periodiche riunioni di redazione. Lo smart working di queste settimane, del resto, ha offerto spunti importanti per immaginare il futuro.

Da dove ripartire? Purtroppo, come per la sanità pubblica, è difficile reagire quando la crisi è già in corso. Servivano negli anni scorsi scelte radicali in termini di innovazione: ogni storia di successo dell’editoria in questi anni è basata su un solido approccio R&D. Ricette se ne possono immaginare tante, modelli di riferimento a cui ispirarsi adesso ne esistono in ogni parte del mondo. Io mi limito a elencare sei lezioni che mi sembra ci abbiano insegnato gli Anni Dieci, per provare a immaginare il giornalismo degli Anni Venti:

I media in questi anni hanno confuso il traffico con l'engagement. Anche nell'era digitale occorre scommettere sul giornalismo di qualità;

La grande scarsità della nostra epoca è l’attenzione delle persone, la si cattura conoscendo bene il proprio pubblico e offrendogli contenuti di qualità. La tecnologia aiuta, senza mitizzarla;

Paid è un buon antidoto a fake: l’informazione tutta gratis non ha un futuro. Ma si è disposti a pagare un’esperienza, non una notizia.

È in corso una ibridizzazione dei mezzi che conduce alla transmedialità, occorre sapere giocare a questo gioco;

Conosci chi ti segue e chi ti paga: data analysis e data science sono fondamentali. Non servono big data, ma relevant data;

Membership sarà una parola chiave per i prossimi anni.

Adesso occorre fare presto, prima che gli effetti dell'imminente Grande Recessione divengano devastanti. Occorre comprendere velocemente che questa è una crisi di settore industriale, inserita dentro una gigantesca crisi economica globale: si può reagire solo con un drastico cambio di sistema. L’ultima copia di carta del New York Times - e di tante altre testate storiche, anche italiane - non è mai stata una realtà così vicina.

Commento di Enrico Mentana: D'accordo Bardazzi. Aggiungerei che:

1 non esiste un under 30 che legga i giornali

2 nella società digitale non ha senso la cadenza quotidiana

3 è impensabile uno spostamento fisico per andare a comprare un giornale con le notizie del giorno prima

4 tv prima e web poi hanno raso al suolo l'idea che le notizie si debbano pagare

5 la crisi economica ha fatto il resto, chiudendo giornalisti invecchiati dentro redazioni da cui escono solo col la pensione o il prepensionamento, perché non c'è più mercato.

Loro (noi), i giornalisti, come categoria e come punte, hanno maturato grandi colpe: un riflesso da un lato egoistico (meglio conservare i privilegi che rischiare) e dall'altro realistico (faccio un prodotto novecentesco, i lettori miei coetanei questo vogliono, invece di cercare un mercato nuovo per il quale non sono attrezzato resto qui, e so a chi parlo - è quella che chiamo la sindrome dell'antiquario). L'unica grande paura dei giornalisti oggi è la crisi dell'Inpgi, e ho detto tutto.. E poi ci sono gli editori, che sognano un falò del CNLG (il contratto), perché nei loro bilanci gravano redazioni inscalfibili che ai loro occhi lavorano come una decina di giovani del web, ma in compenso costano un centinaio di volte in più.

Giampiero Mughini per Dagospia il 27 marzo 2020. Caro Dago, ho letto con vivo interesse sulle tue pagine l’accoppiata Marco Bardazzi/Enrico Mentana che ragionano su quel che sono divenuti e diventeranno i quotidiani di carta nell’era digitale e del consumo fulmineo di notizie e immagini. Sul dato essenziale, che nel 2007 si vendevano cinque milioni e mezzo di copie di quotidiani e che oggi se ne vendono poco più di due milioni, ahimé non ci piove una goccia. E’ una trasformazione epocale che sta distruggendo le aziende editoriali per come le avevamo conosciute venti o quarant’anni fa. Avessi un figlio che vorrebbe fare il giornalista, mi metterei le mani nei capelli a strapparmeli. Non sono però d’accordo con Mentana quando dice che non ha senso uno spostamento fisico per andare a comprare e pagare delle notizie che il quotidiano di carta offre al mattino, dato che quelle notizie sono state offerte dal web per tutto il giorno precedente. Non mi pare che le cose vadano esattamente in questo modo. Fra poco uscirò per andare all’edicola a comprare i miei cinque quotidiani di cui ho ogni giorno un bisogno viscerale. Non ci troverò solo le notizie che ho ascoltato nei telegiornali delle 24 ore precedenti. Ci troverò caterve di editoriali, inchieste, corsivi, grafici, interviste originali di cui ho bisogno come dell’aria che respiro. Il “Buongiorno” di Mattia Feltri, i dieci o quindici articoli/commenti prelibati su ciascun numero del “Foglio”, l’editoriale di ieri o di ieri l’altro in cui Marco Travaglio annichiliva le stupidaggini pronunziate da molti sul fatto che l’Urss ci avesse inviato dei “militari” a fornirci un qualche aiuto, la marea di articoli uno più bello dell’altro sul sommo maestro Alberto Arbasino (e anche se il primo di quegli articoli a firma Roberto D’Agostino non poteva non pubblicarlo questo sito su sui sto scrivendo), le interviste di Aldo Cazzullo, i resoconti accuratissimi da ogni parte del mondo di Bernardo Valli, l’articolo di Emanuela Audisio in memoria di Gianni Mura, e ancora caterve e caterve di materiali comunque interessantissimi. Io non ci passo più 3-4 ore al giorno a leggere i quotidiani come quando ero un giornalista professionista ma un‘ora e mezza al minimo sì. Confesso di frequentare poco i men che trentenni, di certo non sento il bisogno di frequentare i men che trentenni che non leggono un giornale di carta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, non facciamo passare per una sciccheria pazzesca quella di nutrirsi solo e soltanto di immagini e tweet e fesserie varie eruttate dall’artiglieria digitale. Quando mi ospitano in tv glielo leggo in faccia a molti che quello di cui stanno parlando sanno a malapena di che si tratta, e questo perché un giornale di carta lo maneggiano a ogni morte di papa. Che Dio ce la mandi buona. 

Allarmismo da Coronavirus? Lasciate perdere i giornali, la colpa è delle istituzioni. In difesa della stampa italiana. Se dal 21 febbraio ad oggi, in meno di due settimane, siamo entrati nel loop profondo di una narrativa che ci ha portati a essere uno fra i cinque paesi più temuti al mondo per numero di contagi e di vittime da Coronavirus, non è solo perché siamo un popolo emotivo i cui sentimenti la stampa cavalca e perché facciamo tamponi come non ci fosse un domani da quando è morto Adriano Trevisan, ma anche e soprattutto per le risposte schizofreniche che le istituzioni hanno fornito ai cittadini e per una comunicazione poco coerente nel dialogo con la stampa. Giulio Gambino su TPI il 5 Marzo 2020. “Dovreste vergognarvi. Sciacalli. Mistificatori“. La stampa è sotto accusa. I giornali vivono un periodo di profonda crisi a causa anche della scarsa credibilità di cui godono. E questa emergenza Coronavirus ne è forse la prova più lampante. Giornalisti impallinati perché fanno il loro mestiere. Tacciati di essere allarmisti perché riportano notizie, certo talvolta inquietanti ma pur sempre utili ai lettori, o perché denunciano condizioni di degrado in cui versa la sanità nazionale. Mi ha colpito profondamente la mole di insulti subiti dal settimanale l’Espresso per la scelta della copertina uscita in edicola domenica scorsa, ‘Sanità distrutta Nazione infetta’, in riferimento a una storica copertina degli anni Cinquanta. Il messaggio di accusa era più o meno questo, parafrasando: "Seminate panico in un momento delicato in cui bisogna calmare le persone anziché allarmare i cittadini. State affossando il paese. Vergognatevi. Sciacallaggio. Sensazionalismo. Avete fatto uno scivolone di comunicazione. Contribuite alla paura e allo sfascio del paese. Ho bisogno di speranze". La presunta colpa? Sentite qui: aver denunciato la crisi del servizio sanitario pubblico dopo anni di tagli e la carenza di dottori, medici e infermieri, spesso precari, in concomitanza – guarda un po’ – con la emergenza Coronavirus. Va detto che il tutto avveniva perlopiù sui social come Instagram che, naturalmente, non è lo specchio del paese ma fornisce ugualmente lo scenario di una società che non vede più nel giornalismo un valido alleato ma anzi un nemico a cui contrapporsi. E una società che non si nutre del potere della stampa, dandola per vinta e scontata già in partenza, è una società più povera. La "caccia al giornale allarmista" si è verificata in questi giorni anche nei confronti di altri quotidiani, cartacei o web, compreso il nostro, fortemente criticati perché – appunto – ritenuti allarmisti e propagatori di un clima da brividi. Curioso. Sta di fatto che alla notizia del primo morto in Italia, e poi del secondo, del terzo, fino ad arrivare al centesimo, non è stata risparmiata una feroce critica verso chi faceva solo il suo mestiere, di informare il più possibile correttamente i lettori. E da lì le accuse, verso tutti, indistintamente, per le quali se muore una persona è necessario specificare da subito in un titolo di pochi caratteri anche l’età, se fosse o meno già ammalato, e altro ancora. E in ogni caso, bisogna parlarne poco; il meno possibile. Della serie: meno ne parliamo, meno ci riguarda, meno il virus arriva anche qui. Non tiriamocela da soli. Anzi, “non affossiamo” il paese con questa stampa allarmista. Certo, come no. Quasi si volesse scongiurare, persino censurare, a tutti i costi l’effetto domino con cui era praticamente inevitabile che il virus si diffondesse e arrivasse anche da noi. E da lì il solito refrain: "Pur di vendere due copie in più vendereste anche vostra madre". Carino. A ben vedere, in questa emergenza da virus la stampa italiana ha risposto più che degnamente: tutta insieme, senza differenza di sorta. Sono stati prodotti reportage, interviste, analisi e commenti informativi utili al servizio del lettore. A me non allarma francamente il numero di contagi di per sé, ma molto di più il fatto – come denunciato da noi di TPI – che la Regione Veneto abbia temporeggiato per 20 giorni l’inizio dei tamponi anche sui pazienti asintomatici. Quando avrebbe forse potuto mettere un freno alla diffusione del virus nella regione che per paradosso è anche quella che spende di più per la sanità nel nostro paese e che oggi è uno dei principali focolai attivi. Il morbo del virus ha comprensibilmente paralizzato il paese intero. Anche la politica è in ferie, e i suoi rappresentanti in quarantena. Le pagine politiche dei quotidiani sono state ‘soppresse’ dal virus. Pure Salvini è quasi scomparso dalla scena, e ce ne vuole. Fanno sorridere quelli che scrivono: se oggi prestassimo tanta attenzione al riscaldamento globale quanta ne prestiamo al Coronavirus riusciremmo a trovare una soluzione di lungo termine a un problema assai maggiore. Vero, certo. Ma è una banalità tale da far sembrare quel motto quasi una frase fatta, e non capendo che è perfettamente normale che un virus di questa portata, nell’era dello sviluppo accelerato, in cui l’uomo è arrivato a ritenersi invincibile sulla natura, catalizzi il dibattito pubblico e annienti la razionalità che oggi molti ricercano negli occhi degli altri. Sì, questo Coronavirus fa paura. Lo temiamo perché non conosciamo come è fatto, dove si annida e in che modo possiamo debellarlo. Ma la stampa in questo non ha responsabilità. Se dal 21 febbraio ad oggi, in meno di due settimane, siamo entrati nel loop profondo di una crisi che ci ha portati a essere uno fra i cinque paesi più temuti al mondo per numero di contagi e di vittime da Coronavirus, non è solo perché siamo un popolo emotivo i cui sentimenti la stampa cavalca e perché facciamo tamponi come non ci fosse un domani da quando è morto Adriano Trevisan, ma anche e soprattutto per le risposte schizofreniche che le istituzioni hanno fornito ai cittadini e per una comunicazione poco coerente che hanno trasmesso alla stampa. Dalle istituzioni è stato dichiarato quasi tutto e il contrario di tutto, arrivando – ieri 4 marzo -, forse a questo punto con un po’ di ritardo, a chiudere le scuole e le università di tutto il paese per almeno 11 giorni (fino al 15 del mese). Da allarmismo istituzionale – quello sì che lo è stato – a dietrofront con il freno a mano tirato. Governo, istituzioni e regioni: il nord Italia ricco si è ritrovato improvvisamente spiazzato e debole, incapace di tranquillizzare i propri cittadini. (E le istituzioni, quelle sì, non i giornali in primis, avrebbero dovuto farlo). Dalla mascherina di Fontana ai topi di Zaia, chi ha generato instabilità e instillato paura non è stata certo la stampa. Quello scontro fratricida tra governo e regioni è stato deleterio per determinare la gravità della situazione, causa del caos che si è auto-generato. Altro che giornalismo. Del resto, riflettete su questo: se i nostri governanti ci dicono "non andate tassativamente al pronto soccorso" quale pensate possa essere la reazione della popolazione? Quella di salutarsi da lontano ma senza baciarci e abbracciarci, forse. E poi, dulcis in fundo, lo scontro tra i virologi: ovvero le persone che avrebbero avuto diritto di parola perché portatori di un pensiero informato e che invece hanno generato ancora più incertezza, dichiarando l’una il contrario dell’altro. Rischiando di trasformare un ambiente incolume alla tifoseria da stadio di cui l’Italia è già piena in una campagna elettorale politica con un biglietto assicurato per le prossime elezioni. I giornali devono fare i giornali e i giornalisti devono fare i giornalisti, con coraggio, per raccontare la verità e condizioni che le istituzioni hanno spesso quasi del tutto omesso (come in questa emergenza ad esempio). Perciò facciamoci coraggio, accettiamo la paura per quel che è, risparmiamoci questa avversione nei confronti dei media. Quasi avessero una colpa di raccontare ciò che deve essere raccontato, quasi fossero dall’altra parte rispetto ai cittadini, quasi avessero interessi particolari nascosti su cui lucrare, quasi godessero nel terrorizzare la gente. Se una storia di denuncia è cruda e va raccontata, va raccontata. Se bisogna entrare nella red zone, si entra nella red zone. Punto.

 “Ricordati che devi morire”, cara Tv lo sapevamo già. Lea Melandri de Il Riformista il 14 Marzo 2020. Da un passato, di cui restano segni profondi nella memoria del corpo e pochi ricordi, c’è tuttavia un’ immagine che mi ha seguita nel tempo, forse perché cercava una spiegazione che non ho mai avuto voglia di darle. Il titolo credo fosse “Le età della vita”, il disegno una linea curva su cui una figura umana saliva e scendeva, via via in posizione sempre più eretta e poi sempre più inclinata. Mi colpiva la somiglianza fra la partenza e il traguardo, l’evidente accostamento tra l’infanzia e la vecchiaia. Se mi è tornata in mente in questi giorni non è certo un caso: c’è l’allarme da coronavirus, ci sono ordinanze sempre più restrittive della nostra mobilità sociale, e ci sono notiziari che a ritmo serrato contano il numero dei contagi, dei ricoveri, delle guarigioni e delle morti, associandoli all’età delle persone colpite e sottolineando con insistenza la contenuta mortalità del virus che colpirebbe quasi esclusivamente gli “anziani” con malattie pregresse.

Si tratta certo di dati oggettivi, ma accompagnati da una lettura e una scelta comunicativa che non potevano non sollevare perplessità, domande, irritazione. Collocate nella categoria dei “fragili” o “vulnerabili”, un modo all’apparenza gentile per rivolgersi agli ultrasettantenni, le persone che purtroppo ne fanno parte dovrebbero ringraziare per tanta inaspettata attenzione nei loro confronti, o chiedersi che senso abbia ricordare il “memento mori” a chi si presume lo abbia già dolorosamente nei suoi pensieri? Non c’è voluto molto a capire che quella insistente precisazione era volta a rassicurare i più giovani, e deve essere andata a buono o cattivo fine se, fino a pochi giorni fa, la maggior parte della popolazione , a minor rischio, ha continuato a mantenere comportamenti abituali. Non ho potuto evitare un ragionamento spontaneo: i vecchi sono quelli che vivono già in una sorta di quarantena, negli interni delle case, negli ospedali, nelle case di riposo, mentre i giovani, figli, nipoti, si accalcano in massa nei supermercati, rischiando di portare a casa cibo e contagio. A far crescere inquietudini e malumori è arrivato poi il documento della Società italiana degli anestesisti in cui si dice che, peggiorando la situazione, sarebbe stato necessario “porre un limite all’ingresso in terapia intensiva”, e cioè, in altre parole, riservare risorse a chi ha più probabilità di sopravvivenza. Verrebbe da dire “una selezione naturale”, se al posto della natura, come pensava Darwin, non ci fosse in questo caso una sanità pesantemente decurtata per quanto riguarda finanziamenti, personale medico e infermieristico. Eppure non sono stati pochi ad avvallare la bontà di una scelta che va contro il diritto di tutti a essere curati, senza quel minimo di riflessione critica che dovrebbe farci dire che non bisogna arrivare a questo. In tutte le emergenze di cui veniamo informati quotidianamente in un mondo globalizzato – dalle guerre alle migrazioni, sfollamenti, carestie, ecc.- l’attenzione va generalmente “alle donne e ai bambini”, anche se si può pensare che siano i più forti a sopportarle. La vita da salvaguardare, nelle situazioni estreme, è quella dei corpi che la generano e di quelli che sono all’inizio del loro cammino. Eppure sappiamo quanto contino le persone più avanti negli anni, quando si tratta di sostituire nella cura dei bambini e della casa servizi sociali carenti o inesistenti. Se non bastasse questo, in un lungo percorso di vita si può dire che ogni individuo diventa il testimone prezioso di una storia, l’archivio di un vissuto sociale, oltre che personale, che i libri di storia non raccontano. Perché allora sembra così “normale” ridurre chi ha un’età avanzata a corpo “fragile” o addirittura a numero di una statistica? Scrive Adriano Sofri in una delle sue “conversazioni” online: «Vorrei salutare le vecchie donne e i vecchi uomini a cui il virus ha già dato il colpo di grazia e quelli che lo aspettano. Quelli che gli eufemismi chiamano “anziani”, e però l’eufemismo opposto, urgente a rassicurare gli altri, chiama “malati già compromessi”. “Sarebbero morti anche per una normale influenza”, ha detto una brava professionista, dimenticando la differenza tra una statistica e una vita (…) Anche se si siano disabituati a pensare che si muore di vecchiaia, sanno comunque che di vecchiaia si vive, e che a volte un impulso può scuoterli come un ricordo antico, come una primavera di febbraio che sente la gelata, ma mette fuori lo stesso il suo fiore». Le emergenze agiscono come una specie di catalizzatore di rapporti, convinzioni, pregiudizi, immaginari, visioni del mondo acquisite spesso inconsapevolmente e che una scossa inaspettata porta all’improvviso davanti agli occhi. Si scoprono la fragilità, la dipendenza degli uni dagli altri, la perdita repentina di un privilegio, il capovolgimento di gerarchie, valori e poteri ritenuti immodificabili, la presenza inaggirabile del nostro essere corpo. Una condizione umana che accomuna tutti diventa, al medesimo tempo, il rilevatore più potente di differenze – di genere, razza, classe, specie – che ci sono sempre state e che hanno potuto sottrarsi alla coscienza solo perché date come “naturali”. Ma, soprattutto, quello che viene allo scoperto è come la civiltà, che ha avuto per protagonista un sesso solo, abbia finalizzato le sue mete ad esorcizzare quel limite di tutti i viventi, che è la morte, inscritta fin dalla nascita nei loro corpi.

Scontro tra Mieli e Travaglio: "Basta col gioco delle anticipazioni", "Ma cosa dici?" Botta e risposta tra i due giornalisti, ospiti a Otto e mezzo, dove si è parlato di coronavirus. Dura la critica di Mieli contro il modo di comunicare del governo. Francesca Bernasconi, Venerdì 13/03/2020 su Il Giornale. Un duro scontro, quello che ha visto protagonisti i giornalisti Paolo Mieli e Marco Travaglio, ospiti in diretta da Lilli Gruber, durante la puntata di Otto e mezzo, il programma di La7. Il tema della discussione era il coronavirus e si ragionava in particolare sulle mosse del governo nell'approvazione delle misure per combattere il Covid-19 e, in particolare, sulla comunicazione delle autorità ai cittadini. "Il gioco delle anticipazioni non mi piace, c'è qualcosa di torbido", dice Paolo Mieli, commentando gli annunci del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che per "la terza o quarta volta fa un annuncio a tarda sera preceduto da indiscrezioni che danno la rava e la fava" di quello che dirà poi. A questo punto, commenta il giornalista, "lo faccia il mattino dopo". Anche perché, aggiunge, "queste sono cose molto delicate". "Ma cosa dici?- risponde subito Travaglio- Cosa stai dicendo?". E, sempre rivolto a Mieli, chiede: "Ma secondo te è come fare un uovo fare un decreto del presidente del Consiglio?". A quel punto, il giornalista ribatte: "Te lo spiego cosa sto dicendo". E ricorda, mentre Travaglio scuote la testa: "L'ultima volta è successo questo, che la cosa è stata anticipata nel pomeriggio da qualcuno", da una Regione, "la Lombardia". E, continua Mieli, "visto che questo gioco è la terza o quarta volta che si fa, sarebbe ora di finirla". Il gioco di cui parla il giornalista è, come ribadisce lui stesso, incalzato da Travaglio, che gli chiede ancora di cosa stia parlando, è quello "delle anticipazioni per tutto il pomeriggio", quando "poi di notte arriva la conferenza stampa". Ma il direttore del Fatto quotidiano non è d'accordo e spiega: "Non c'è stata nessuna anticipazione. C'è stato semplicemente un numero spropositato di Regioni che ha chiesto una cosa, dopodiché avranno preso una decisione".

Due cose su di noi. Può sembrare antipatico parlare di noi nel giorno che tutta l'Italia è in ginocchio. Penso però che proprio quando si devono affrontare grandi difficoltà la chiarezza va fatta prima in famiglia, e voi lettori da sempre siete la nostra famiglia. Alessandro Sallusti, Mercoledì 11/03/2020 su Il Giornale. Può sembrare antipatico parlare di noi nel giorno che tutta l'Italia è in ginocchio. Penso però che proprio quando si devono affrontare grandi difficoltà la chiarezza va fatta prima in famiglia, e voi lettori da sempre siete la nostra famiglia. Bene, per tutelare la nostra salute ed evitare contagi qui dentro e nelle nostre case, abbiamo avviato tutte le procedure di autotutela. Per il secondo giorno in questo palazzo di sei piani di via Negri a Milano che è la storica sede de «Il Giornale» stiamo lavorando in dieci (contro il centinaio abituale tra giornalisti, tecnici e impiegati) ben distanziati uno dall'altro. Tutti gli altri colleghi sono a casa connessi via internet. È una cosa che non ha precedenti e pensavo fosse impossibile mandare in edicola un giornale decente in queste condizioni. Invece è accaduto, non chiedetemi come (i direttori sono come i mariti, sempre gli ultimi a sapere e capire che cosa succede in casa propria) ma è accaduto. Evidentemente questa redazione sgangherata, non esente come tutte da debolezze e casi strani, è una grande redazione e lo sta dimostrando in queste ore nonostante i sacrifici economici imposti dalla crisi dell'editoria ben prima del Coronavirus. Penso che i padri fondatori tutti nobili del giornalismo sarebbero per una volta orgogliosi dei loro successori. Credetemi, non è facile fare un giornale a distanza e a compartimenti stagni. Bisogna tirare fuori tutte le competenze e tutta la passione di cui si dispone ed è quello che sta avvenendo. Grazie quindi a quel manipolo di incoscienti che si assume qualche rischio stando in sede a dirigere il traffico con mascherine e guanti; grazie a chi da casa si sta inventando un nuovo mestiere; grazie agli organi sindacali che hanno capito il momento, ai tecnici che ci pilotano decimati in edicola. E grazie all'editore Paolo Berlusconi e alla sua famiglia che stanno affrontando ulteriori sacrifici per permettere tutto questo. Un abbraccio al nostro vicedirettore Nicola Porro, colpito ma non affondato dal virus. E adesso tocca a voi, cari lettori, decidere se premiare questo sforzo continuando a comprarci e seguirci nonostante le difficoltà e le restrizioni imposte. Sappiamo che non è facile in questi giorni raggiungere un'edicola aperta. Se ci credete trovate il modo, non io ma questa straordinaria squadra lo meriterebbe.

LA TIVÙ DEL DOLORE E QUELLA DEL VIRUS. Dimitri Buffa 09 marzo 2020 su L’Opinione. La tivù del dolore è morta e nessuno la rimpiange. È stata sostituita da quella del contagio. Cioè dalla tv del panico da corona virus. Finita l’era delle dirette da casa di zio Michele ad Avetrana ecco le telecamere nei bar e nei cinema sempre all’insegna del “signora lei cosa prova in questo momento?”. Se poi un giorno qualcuno si fermasse a riflettere sul ruolo nefasto di questa maniera di fare informazione, che è solo un continuo sobillare l’ansia delle persone, sarà sempre il benvenuto. Venerdì pomeriggio alle 15 e 30 chi scrive è stato testimone – a puro titolo di esempio – dell’ingresso, annunciato enfaticamente dal direttore di sala, delle telecamere di una qualche trasmissione sensazionalista (del mattino o del pomeriggio vallo a sapere) nella sala del cinema Quattro Fontane a Roma in cui stava per essere proiettato il bellissimo film di Giorgio Diritti, Volevo nascondermi, con Elio Germano nel ruolo del pittore Ligabue. La sala era vuota, come ogni pomeriggio, forse di più data la psicosi di massa indotta con il pretesto del Coronavirus. Le domande agli astanti per sapere come si sentissero a dovere rispettare le regole del decreto Conte sulle distanze minime da tenere risultavano retoriche se non posticce: tra ognuno dei presenti in sala c’erano cinque o sei file di mezzo. Anche prima del corona virus al primo spettacolo pomeridiano non è che si notasse ‘sto gran cambiamento. Però bisognava tenere alta la tensione. Se del caso favorendo la psicosi di moda. Ecco se si continua così il progetto di Greta per il ritorno alla preistoria come metodo di guarigione del mondo dai suoi mali, veri o presunti, come l’inquinamento globale o il surriscaldamento andrà a gonfie vele. Pazienza se rimarranno sul campo morti e feriti e milioni di disoccupati. Adesso le ragioni di sanità pubblica stanno per sostituire l’allarme sicurezza. Anche perché in questa maniera il controllo sociale tipico delle dittature o degli stati autoritari – delle democrature – sarà più facile e globale. E tutti vivranno felicemente inconsapevoli e contenti. E anche la tivù del dolore – quella che andava a casa delle vittime di efferati delitti a chiedere alle vittime “signora lei cosa prova in questo momento?” – può andare in pensione. Vuoi mettere l’efficacia delle dirette dai reparti di terapia intensiva dei vari ospedali del Bel Paese? Zio Michele può tornare nel dimenticatoio insieme alla mamma di Cogne. E anche di Avetrana ce ne dimenticheremo presto. Adesso ci sta un nuovo gioco al massacro mediatico che va per la maggiore: la tivù del panico da contagio.

Media. In media stat virus. Giorgio Tedeschi su Diesis.it il 3 Marzo 2020. “Il numero dei contagi è probabilmente sottostimato ma questo può essere positivo”, dice la virologa Ilaria Capua. “I dati dei contagi sono probabilmente sovrastimati e questo è un dato positivo" dice il capo della protezione civile Angelo Borrelli. Comunque vada, il dato è positivo e in questo ottimismo sta il dietrofront della comunicazione istituzionale. Non voglio qui mettermi in fila per il tiro al piccione sulla gestione di questa crisi. Così come tutti sono diventati un po’ virologi in tanti sono diventati esperti di crisis management. Voglio proporre un riflessione dando per assodate le inefficienze ma non le deficienze di questa vicenda. Cioè è evidente che la confusione sta regnando sul tema forse influenzata dalle nebbie padane. Ma non diamo per scontato che tutti gli errori siano errori: forse la crisi è almeno in parte stata gestita in questo modo per scelta. Di fatto, il governo stressato da risse quotidiane e in una crisi che pareva più che annunciata ha tirato un grosso sospiro di sollievo. Negli Stati Uniti i presidenti sotto elezioni scatenano guerre, noi nel nostro piccolo prendiamo quello che ci arriva, in questo caso l’import virale. Dopo il corona virus tutti i contendenti del ring politico sono tornati nell’angolo. Tra una statistica virale e l’altra sono stati sommessamente approvati i decreti su cui si litigava e si ponevano veti che parevano insuperabili, dal milleproroghe alle intercettazioni. Il tema di scontro tolto dalla graticola della propaganda è diventato più commestibile. Possibile quindi che la drammatizzazione sia stata una tattica? Più che possibile, soprattutto considerando i protagonisti di questa comunicazione istituzionale. Almeno fino a un certo punto. Chi è abituato a conquistare gli spazi gridando sempre più forte non è detto che sappia modulare in modo opportuno i toni di una crisi vera. Per dirla in modo meno poetico, l’enfasi del dramma è stata voluta ma il volume è scappato di mano perché chi lo ha creato non ha cultura o capacità per abbassarlo oltre che alzarlo. In un mondo di gente che grida imparare a parlare sottovoce è inutile. Non si spiega diversamente l’apparente mancanza di preparazione di un piano di crisi visti i comodi tempi trascorsi tra l’annuncio cinese e l’esordio italiano. Probabile che il piano di crisi prevedesse proprio quello che più o meno è successo, almeno all’inizio. Come spiegare altrimenti la completa assenza di un portavoce autorevole, il primo passo di qualsiasi crisi. Invece, liberi tutti e anche qui forse la mano è un po’ scappata. Perché il complotto virale si è beffardamente spalmato sul lombardo-veneto governato dall’opposizione leghista. Siccome attaccare la controparte era una strategia inattuabile in una situazione così grave, si è scatenata la rincorsa a chi imponeva precauzioni sempre più rigide ma soprattutto scomposte. Questo ha portato al proliferare di centri di comunicazione con toni sempre più allarmistici come accade in tutte le crisi populiste e popolari. La gara a chi usa il termine più forte. Quante aziende sono state uccise dagli aggettivi urlati da comitati vocianti eccitati come quaglie che vedono solo faine, sotto l’effetto dopante della polarizzazione e dell’assembramento. A un certo punto, poche ore fa, le parole forti sono terminate. Sono diventate sempre le stesse perché nemmeno la Crusca aveva fantasia per crearne di nuove. La noia è la triste mietitrice di ogni dramma. Allora il climax si stempera e si guardano le macerie lasciate dalla incapacità collettiva di misurare e misurarsi. Ma soprattutto da una mancanza di cultura della comunicazione che non è solo tecnica ma anche un senso di responsabilità e del dovere. In questa fase i media cercano la loro via mediana come buddisti pentiti spingendosi talvolta a un eccesso di rassicurazioni dannose quanto la drammatizzazione. La conclusione è che non sono cambiati i mezzi di comunicazione ma i comunicatori. La società li segue. La ricerca della sensazione, l’orientamento a concentrarsi sull’emozione utilizzando l’efficacia narrativa della paura, è una malattia che richiede un vaccino urgente quanto il nuovo virus. Un ultima cosa. Negli ultimi mesi oltre ventimila persone sono morte di dengue, oltre tre milioni si sono ammalate. Accade in Asia e in America latina. Se avete letto qualcosa sui giornali siete persone ben informate. Riflettiamo su come usiamo i mezzi di comunicazione, su quanto ci facciamo trasportare dall’onda emotiva anche tra professionisti o professoroni o semplici persone attente ai fatti del mondo. I media ormai siamo noi. Giorgio Tedeschi

Patente per i media. Vanni Codeluppi su doppiozero.com l'1 marzo 2020. È noto come Karl Popper abbia destato molta attenzione alcuni anni fa proponendo d’istituire una patente per tutti coloro che realizzano e trasmettono dei programmi televisivi. Il filosofo austriaco ha formulato tale proposta nel 1994 all’interno di una conversazione con Giancarlo Bosetti uscita nel volume Cattiva maestra televisione, ora riproposto in una nuova edizione dall’editore Marsilio nell’Universale Economica Feltrinelli. Popper intendeva affermare l’idea che chi si trova a gestire una televisione, la quale oggi è il mezzo di comunicazione più seguito e potente, ha un’elevata responsabilità nei confronti della società e pertanto, come per chi deve guidare un’automobile o curare degli ammalati, è necessario che venga valutato dallo Stato e che gli venga concessa un’autorizzazione a compiere il suo lavoro solamente se è in possesso dei necessari requisiti. Un’autorizzazione che può anche essere ritirata se colui al quale è stata concessa non adotta più dei corretti principi etici. La proposta di Popper ritorna d’attualità in questi giorni, dopo lo scoppio in Italia di un’epidemia di coronavirus, e potrebbe essere estesa a tutti media. Popper, infatti, ha formulato la sua proposta pensando alla televisione, ma è evidente che tutti coloro che lavorano nei media stanno adottando in questo periodo dei comportamenti opportunistici. Si rivolgono alle persone approfittando della loro elevata sensibilità nei confronti delle notizie che riguardano il coronavirus per catturare meglio la loro attenzione. Di solito, forniscono delle informazioni veritiere e impiegano un tono serio e non allarmistico, ma il problema è l’enorme quantità di spazio mediatico che viene dedicato a tali informazioni. Il palinsesto appare in gran parte occupato dal tema coronavirus e ciò genera inevitabilmente la sensazione che si tratti di un tema importante e di cui è necessario preoccuparsi. L’importante teoria dell’agenda setting, peraltro, ha dimostrato chiaramente da tempo che i media di solito creano all’interno delle notizie una gerarchia d’importanza che influenza pesantemente quello che pensano le persone. Le quali pertanto, se qualcosa è trattato come importante dai media, sono indotte anch’esse a ritenerlo rilevante. D’altronde, come ha sostenuto il sociologo Pierre Bourdieu all’interno del volume Sulla televisione (Feltrinelli), ciò che caratterizza la televisione è che essa di solito «invita alla drammatizzazione, nel doppio senso del termine: mette in scena, in immagini, un evento e ne amplifica l’importanza, la gravità, nonché il carattere drammatico, tragico» (p. 20). Il linguaggio televisivo cioè, per sua natura, produce inevitabilmente una enfatizzazione emotiva dell’oggettività dei fatti che presenta. Anche perché le immagini che propone sono prevalentemente occupate da persone (i presentatori, i giornalisti, ecc.) che danno l’impressione di rivolgersi direttamente allo spettatore, creando così un rapporto intimo e coinvolgente sul piano emotivo. Va considerato, del resto, che il linguaggio televisivo è principalmente basato su un flusso d’immagini veloci, con ritmi intensi e una continua variazione dei soggetti presentati. In ciò risiede uno dei suoi elementi di maggiore fascino, ma il risultato è che gli spettatori non hanno il tempo necessario a sviluppare un’adeguata riflessione. Questa infatti richiede tempo. I messaggi televisivi dunque sono prevalentemente basati sulle emozioni e sulla velocità e producono di conseguenza una crescita del livello di ansia negli spettatori. Ansia generata anche dal fatto che il linguaggio della televisione non prevede di solito un confronto tra opinioni diverse, né si preoccupa di raggiungere un elevato livello di approfondimento dei contenuti. Si produce dunque dell’insicurezza in spettatori che sono esposti soprattutto a fatti i quali vengono ingigantiti rispetto alla loro reale importanza e non trovano una spiegazione per quanto riguarda le cause che li hanno determinati. Oggi poi tutto ciò è amplificato sia dalla crescente concorrenza in atto tra le reti televisive, le quali sono spinte da tale concorrenza a una ricerca ossessiva di eventi forti e sorprendenti da trasmettere, sia dalla moltiplicazione delle reti stesse, le quali (insieme al Web) producono un’enorme crescita degli stimoli mentali che arrivano all’individuo. Il quale si trova così ad avere difficoltà a ragionare rispetto a ciò che vede e conseguentemente a essere sempre più vittima dell’ansia. Molti pensano che la società e i mercati debbano autoregolarsi. Sono influenzati da quell’ideologia neoliberista secondo la quale il mondo può attraversare dei momenti di difficoltà, ma è comunque sempre in grado di arrivare autonomamente a un livello ottimale di equilibrio. La storia ci ha invece mostrato che in molti casi è necessario che lo Stato intervenga per rimediare a quello che la società non è in grado di correggere da sola. Forse l’epidemia di coronavirus, nella sua drammaticità, ci porterà ad avere una maggiore consapevolezza della necessità di istituire una patente per chi lavora in televisione e negli altri media.  

Coronavirus, come gestire l’impatto psicologico e sociale. Maria Rosaria Mandiello l'8 Marzo 2020 su ildenaro.it. Diluire la socialità, prolungando le restrizioni e estendendole, è l’approccio perseguito con sempre maggiore forza per ridurre i contagi da Coronavirus. Una regola che pesa su tutti, specie tra i gli adolescenti, “affamati” di amicizie e di incontri e che tocca agli adulti far rispettare in questi giorni insoliti e caotici. Il coronavirus ha posto tutti noi in uno stato di perenne angoscia e paura, il clima che si respira in giro e sui social è quello di una situazione surreale e pericolosa. Il virus ha un impatto non indifferente sulla psicologia umana. Sentimento alquanto naturale è quello della paura, umana e comprensibile. Il virus fa paura, inutile nasconderlo. Fa paura ai genitori che temono per la vita dei propri figli, fa paura ai malati oncologici che nella loro battaglia contro il “mostro” si ritrovano la minaccia insistente ed invisibile del virus che potrebbe aggredire le loro già precarie difese immunitarie. Fa paura ad ogni essere umano perché impotente dinanzi ad un virus sconosciuto e che ogni giorno viene analizzato e scoperto dalla scienza. Fa paura perché ci pone di fronte alla vita vera: il baratro tra la vita e la morte. Fa paura perché sconosciuto significa anche che non ci sia una vera e propria cura, seppur i medici instancabilmente lavorano e pongono sotto terapia i casi più gravi. Paura che molti di noi hanno imparato a sperimentare in questi giorni, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. Quindi ben venga percepire paura, perché ci attiva e ci mette in allerta. Ma se non riuscissimo a gestirla rischiamo di attuare comportamenti impulsivi, frenetici, irrazionali e talvolta errati. Il passo dalla paura al panico o all’ansia generalizzata è breve, per cui si perde lucidità e ogni cosa viene percepita come rischiosa ed allarmante. Non siamo fatti per reggere situazioni di allerta e tensione continua, anche perché l’essere umano come reazione scapperebbe di fronte a situazioni di tensione, impossibile farlo in questa situazione. In alcune persone si sviluppa poi una situazione di ipocondria, intesa come eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute percependo ogni sintomo come un segnale da infezione da coronavirus. Una limitata dose di paura e allerta sono necessarie, anzi fondamentali per poter attivare e agire senza perdere lucidità. Seguire le preziose indicazioni della autorità sanitarie richiede un minimo di attivazione  e concentrazione. E’ importante iniziare a gestire i social e la televisione, d’accordo con l’informazione e la comunicazione, ma non devono diventare ventiquattro ore su ventiquattro il nostro unico pensiero. Controbilanciare lo stress positivo di una situazione di allerta con comportamenti controproducenti che generano ansia. Ad esempio la corsa ai supermercati per essere saccheggiati, diventano controproducenti alle indicazioni fornite dagli esperti, che invitano ad evitare luoghi affollati. Gestire l’ansia si può. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi: “sto seguendo anche oggi le indicazioni fornite?” Un suggerimento và anche alla stampa: frasi come “il bollettino dei morti” e cose simili, suscitano e diffondono allarmismo. Siamo di fronte anche a giorni e forse periodi prolungati di isolamento per alcune zone, mentre per molti si chiede di limitare i propri spostamenti e assumere dei comportamenti insoliti, che richiedono anche di rivedere  gesti che di riflesso provengono spontanei. Quindi molte delle nostre rassicuranti abitudini quotidiane dovranno essere interrotte creando uno stato temporaneo di disorientamento, che potrà però essere reinvestito in nuove attività magari mai fatte: genitori e figli che si ritrovano a guardarsi negli occhi e a parlare; libri lasciati interrotti o riprendere progetti tralasciati. E’ importante cercare di mantenere self-control, cercando di infondere senso di sicurezza in noi stessi ma anche nei più piccoli, che dovranno evitare i media allarmistici, onde evitare di bombardare la loro mente con un quadro parziale distorto. I più piccoli vanno protetti dalle irrazionalità e allarmismi degli adulti: non vanno mostrati loro gli scaffali dei supermercati vuoti o le tende da campo fuori dagli ospedali, ma i compiti da fare per mantenere un senso di normalità. Non solo impatto psicologico per il coronavirus ma anche un impatto sociale, inevitabilmente abbiamo smesso incontri ravvicinati, strette di mano con abbracci e baci, tipici del saluto italiano. Cambia anche il pacco dei vivere, all’interno ora c’è l’Amuchina, per dare la possibilità alle persone più fragili di poter disinfettare mani ed oggetti. E’ proprio il sociale che ne esce più forte ed arricchito in questo periodo: la società civile che si è ritrovata nella società del rischio, sta lentamente diventando un luogo per rigenerare fiducia. Si sperimenta il lavoro e il cooperare ai tempi di un’emergenza gravissima: continuità nel lavoro di cura, supporto alle persone fragili. Viene da pensare ai medici, infermieri e personale sanitario che senza sosta lavorano e cercano di fronteggiare non senza qualche difficoltà e carenza, questa emergenza. Allo stato attuale il coronavirus sembra che ci stia cambiando in meglio: nel nostro tempo, nel nostro sociale, nel nostro impegno.  E allora facciamone una risorsa di oggi e di domani nel solco della speranza, della fiducia, dell’ottimismo e del crederci. Crediamo nel nostro sistema sanitario e nella ricerca. Crediamo in tutti noi che con regole e comportamenti coscienti possiamo salvaguardare noi stessi e gli altri, riuscendo a rinascere da un momento che si spera ben presto potremmo lasciarci alle spalle e ricordare come un brutto ricordo.

Come i media italiani hanno trasformato il coronavirus in un virality show. Luigi Mastrodonato, Giornalista. il 31 gennaio 2020 su wired.it. In Italia si sono registrati i primi due casi di persone infette. Tra video esclusivi dei malati, titoloni allarmistici e dirette 24 ore su 24, i media hanno dato vita a una spettacolarizzazione del terrore. Che il coronavirus sia un’emergenza sanitaria globale, lo ha detto anche l’Organizzazione mondiale della sanità. A oggi i morti per l’epidemia sono oltre 200, i contagi viaggiano verso i 10mila e aumentano giorno dopo giorno. Anche in Italia si sono registrate le prime due persone contagiate in un hotel romano e il governo ha deciso di fermare i voli da e per la Cina. In questa situazione di profonda incertezza, dal momento che la conoscenza del fenomeno è ancora limitata, gran parte dei media italiani stanno offrendo una narrazione tossica di quanto sta avvenendo. L’allarmismo si è subito trasformato in spettacolarizzazione e sensazionalizzazione, come avviene troppo spesso davanti a situazioni di questo tipo. Sulle edizioni locali dei quotidiani nazionali, così come sui giornali locali, si fa a gara di titoloni a chi ha più casi sospetti nei propri ospedali provinciali, per poi nascondere tra le righe in fondo il fatto che si trattasse di un falso allarme. Ne è un esempio questo articolo tenuto per un giorno in apertura sul sito de La Provincia di Como. “Allarme Coronavirus al Sant’Anna”, il titolone, seguito dal racconto di una famiglia in arrivo dalla Cina e sottoposta a controlli per una situazione sospetta. “I test hanno dato esito per fortuna negativo”, si legge – irrilevante – nell’ultima riga del pezzo. Un’informazione di questo tipo ha caratterizzato più o meno tutta l’ultima settimana mediatica italiana, con allarmi rimbalzati da un capo all’altro del paese e poi rivelatisi infondati, quando ormai il panico sociale era già stato creato. In parallelo, si sono moltiplicate le gallerie di foto raffiguranti cittadini cinesi morti per strada a Wuhan e altrove, con la solita indicazione “si consiglia la visione a un pubblico adulto e consapevole”. Alla fine comunque l’allarme si è concretizzato anche in Italia. Trattasi di due turisti cinesi atterrati a Malpensa qualche giorno fa e poi trasferitisi a Roma, dove ora si trovano ricoverati presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani. “Virus, colpita l’Italia”, l’apertura di oggi di Repubblica, “Il morbo è a Roma”, il titolone de Il Resto del Carlino, “Virus paralizzante”, la prima pagine di Avvenire. In tv si sono moltiplicate le troupe televisive nei pressi dell’hotel prima e dell’ospedale poi dove si trovano i due cittadini cinesi, in una sorta di telecronaca in tempo reale dell’epidemia. Il giornale di Enrico Mentana, Open, ha invece diffuso quello che ha definito uno scoop: un video dove si vedono le due persone contagiate nell’ambulanza, senza alcuna censura del loro volto. Esseri umani buttate in pasto alla psicosi collettiva, come se vederne il volto potesse servire a qualcosa, fosse un passaggio fondamentale nel diritto di cronaca. Non è così. In tutta questa situazione, il fatto che il direttore scientifico dell’ospedale, Giuseppe Ippolito, abbia detto in una conferenza stampa che i due cittadini cinesi contagiati a Roma stanno bene e che la rapidità dell’intervento faccia pensare che non ci siano altre persone contagiate – la vera notizia, quella che dovrebbe tranquillizzare – è passato in secondo piano, fuori dai titoloni di apertura, dalle anteprime degli articoli e dai “video esclusivi”. Il panico, d’altronde, fa più notizia delle rassicurazioni. Sono bastati pochi giorni per trasformare il coronavirus in un ottimo pretesto commerciale. Il clickbaiting mediatico da una parte, in un mondo dell’editoria sempre più in crisi e che ha venduto la propria dignità per qualche accesso in più. La strumentalizzazione politica a fini propagandistici dall’altra, con i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni che hanno subito declinato la questione del coronavirus in un’ottica frontaliera, aggiungendo al jingle dei porti chiusi quello degli aeroporti chiusi e puntando il dito contro un governo reo di non aver isolato l’Italia dal resto del mondo in tempo. Se le speranze di una dialettica politica sana sono ormai da tempo state tradite, quanto meno dal giornalismo ci si aspetterebbe che adempiesse al suo compito, fare informazione. Che è ben diverso dal creare allarmismi sotto forma di spettacolarizzazione delle notizie. L’articolo 7 della Carta di Perugia, d’altronde, sottolinea che è impegno comune la non diffusione di informazioni che possano provocare allarmismi, turbative ed ogni possibile distorsione della verità. L’epidemia globale c’è, l’allarme è reale, ma il modo in cui viene raccontato è sbagliato. La fuga degli italiani dai ristoranti cinesi, l’incremento di episodi razzisti verso cittadini della terra del Dragone, sono effetto della psicosi causata, anche, dalla sensazionalizzazione mediatica. È paradossale che chi oggi sta facendo la migliore informazione sul tema coronavirus si trovi su Instagram, piuttosto che su un quotidiano o in tv. Trattasi ad esempio di Roberta Villa, giornalista e medico, che con una serie di stories cerca di andare oltre alla narrazione paranoica dei media mainstream. In una di queste, ad esempio, sottolinea che la dichiarazione dell’Oms sull’emergenza globale non è sinonimo di catastrofe, ma serve più che altro ad attivare una serie di conseguenze, gli accordi tra stati, senza comportare misure restrittive su viaggi e commerci. Peraltro, non è un evento così raro: dal 2009 a oggi è già successo altre cinque volte. Narrare il coronavirus sminuendolo è sbagliato, certamente. Raccontarlo amplificando la sua portata attuale e declinando in chiave ultra-allarmistica ogni notizia, lo è ugualmente. Le foto delle persone infette, i corpi stesi nelle città cinesi, le dirette fuori dagli ospedali non aggiungono nulla al racconto. Piuttosto, lo trasformano in una sorta di reality show quotidiano. Tutto questo operare in chiave clickbaiting e audience non salverà il giornalismo dalla crisi che sta vivendo, al contrario non farò altro che accentuarla.

SOCIOLOGIA. Coronavirus, isteria collettiva in quattro passaggi. Come può essere che ciò che accade agli abitanti della Cina si ripercuota sui cittadini italiani? E come può un virus presente in un mercato cinese infettare un manager lombardo? Usiamo gli strumenti delle scienze sociali per delineare un quadro di analisi e cercare di contenere la paura generata dal coronavirus. Davide Bennato docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania su agendadigitale.eu il 2 marzo 2020 . L’epidemia di COVID-19 – meglio noto come coronavirus – ha scatenato nel mondo un’escalation di comportamenti individuali e collettivi dissennati. Ovviamente il virus esiste, sta diffondendosi nel mondo, sta contagiando e sta avendo le sue vittime. Ma gli effetti più a lungo termine saranno dovuti alla reazione sociale all’epidemia, più che all’epidemia stessa.

La reazione sociale al coronavirus e l’epidemia informativa. Reazioni scomposte da parte delle autorità politiche mondiali e locali, esplosione di razzismo e comportamenti collettivi irrazionali in tutte le parti del mondo, crisi economica globale, attivazione di cordoni sanitari, reazioni di panico incontrollato spesso attivate dalla stampa e dai social media, fake news, meme, e atteggiamenti blasé da parte del villaggio globale metropolitano: ci sono tutti gli ingredienti perché si delinei un panorama distopico che ricorda tantissimi racconti – cinematografici e letterari – che hanno messo al centro dell’attenzione le conseguenze sociali e culturali delle epidemie. C’è un termine prima sconosciuto ai più che adesso sta entrando nell’opinione pubblica, una buzzword come si dice in gergo: infodemia ovvero una epidemia che prima ancora di essere biologica è anche – verrebbe voglia di dire soprattutto – informativa. È questa la parola meglio in grado di descrivere cosa stia succedendo e perché la situazione, ad una analisi superficiale, sembra fuori controllo. Per questo motivo può essere interessante delineare un quadro di analisi che usando gli strumenti delle scienze sociali provi a rispondere alla seguente domanda: com’è stato possibile che da una pressoché sconosciuta per quanto enorme metropoli cinese si sia attivato un processo che ha portato al saccheggio dei supermercati in Lombardia e in Italia? Come può un mercato di Wuhan decidere la fine delle scorte di pasta a Codogno? Per rispondere a questa domanda servono quattro passaggi.

Primo passaggio: un mondo piccolo e ristretto. Come può essere che ciò che accade agli abitanti della Cina si ripercuota sui cittadini italiani? Ma soprattutto come può un virus presente in un mercato cinese infettare un manager lombardo? Per capire quanto siamo tutti connessi a livello globale può essere utile la teoria del piccolo mondo. In base a questa teoria – verificata sperimentalmente nel 1967 dal sociologo Stanley Milgram – ognuno di noi è connesso a qualunque altro individuo presente sulla faccia della terra da una media di sei passaggi. È il principio dei sei gradi di separazione: bastano in media sei contatti per connettere le persone tra loro. Questa teoria dimostra non solo la velocità di diffusione del virus, ma anche che fra un contadino del mercato di Wuhan e il manager di una azienda con sede a Codogno ci sono solo sei persone: da qui la capacità del virus di viaggiare rapidamente al di là di qualsiasi confine. Grazie anche all’infrastruttura degli aeroporti. Un’altra teoria diffusa negli studi sulla geografia della globalizzazione è l’effetto restringimento del mondo, ovvero il mondo si è rimpicciolito grazie alla compressione spazio-temporale resa possibile dai mezzi di trasporto. All’epoca delle scoperte geografiche per fare il giro del mondo ci volevano due anni di navigazione, negli anni ’30 bastavano 8 giorni in aereo, fino ad arrivare alle 31 ore che un Concorde a metà degli anni ’90 impiegava per circumnavigare il globo: un mondo più stretto è un mondo in cui tutto è facilmente raggiungibile.

Secondo passaggio: la realtà è una costruzione sociale. Il coronavirus è contagioso ma relativamente poco mortale, ma noi abbiamo l’impressione che sia pericoloso e che attenti alla nostra sicurezza e incolumità: perché? Per via della percezione sociale. Noi non vediamo il mondo per com’è oggettivamente, ma per come lo percepiamo soggettivamente. Pertanto, le persone agiscono nel mondo a seconda della percezione che ne hanno. Provate a dire a chi ha paura dell’aereo che è un mezzo di trasporto sicuro: riceverete un sorriso accondiscendente per poi affidarsi alle preghiere durante decollo e atterraggio. Dite a qualche cittadino estremista che gli sbarchi dei migranti – dati alla mano – sono limitati: sarete accusati di essere buonisti e bugiardi. Noi non viviamo nel mondo reale, ma nel mondo così come ci viene rappresentato dalle persone che sono intorno a noi. Qual è il mondo del coronavirus? Un mondo in cui dicono di stare calmi ma poi chiudono l’hinterland milanese, un mondo in cui dicono che non c’è pericolo e poi sospendono gite scolastiche, feste di Carnevale, chiudono scuole e università. A nulla serve quando dicono che non c’è da avere timore: questi sono atti eccezionali che rompono la tranquilla quotidianità del nostro mondo sociale. Il sillogismo – fallace – è presto fatto: per essere delle azioni così eccezionali, sicuramente c’è qualcosa che non va. La nostra tranquilla vita fatta di abitudini e tran-tran improvvisamente è sospesa, si comincia ad avere ansia e timori. Cerchiamo conferme che comunque la situazione è sotto controllo e che tutto comunque sta seguendo un percorso preciso. Cerchiamo notizie e conferme nei media.

Terzo passaggio: dipendenza mediale. Abbiamo bisogno di informazioni su cosa sta succedendo: seguiamo avidi talk show, special televisivi, telegiornali, titoli dei quotidiani, cominciamo a dipendere dai media. La teoria della dipendenza mediale – sviluppata nel 1989 – sostiene che quanto più la società viene percepita come instabile, tanto più andiamo alla ricerca di informazione, qualunque tipo di informazione. Così qualunque media che parla di coronavirus trova un’audience disposta a seguirlo in maniera più o meno acritica perché lo scopo è tranquillizzarci, darci un contesto per capire cosa succede. Ma il problema delle notizie è il framing (cornice di significazione): io posso anche raccontare al Tg che il coronavirus non è pericoloso ma le immagini a commento sono farmacie con disinfettanti terminati, laboratori di ricerca, persone cinesi in quarantena, poliziotti con la mascherina. Gli esperti in televisione non sempre sono concordi tra loro: c’è chi dice che è un’influenza, chi invece dice che è più di influenza, chi dice di mettere le cose nella giusta prospettiva. I politici si accusano vicendevolmente. Nessuna certezza. L’orecchio sente inviti alla calma, l’occhio vede scene di ansia e paura. Poi ci sono media senza scrupoli che cavalcano i timori ben sapendo di trovare chi non avendo strumenti critici adatti è disposto ad ascoltare e a farsi convincere. Serpeggia la paura, non è più una sensazione: diventa concreta, si vede, si percepisce, si tocca. Allora ci guardiamo intorno e vediamo cosa fa il nostro vicino.

Quarto passaggio: la pressione dei nostri pari. Il coronavirus si diffonde: i telegiornali non parlano d’altro, la stampa apre con titoli strillati e non importa se inviti alla calma o al panico. Ci guardiamo intorno a noi e cerchiamo di capire cosa fa il nostro vicino di casa, lo sconosciuto che attende l’autobus, la persona in fila alla cassa del supermercato dietro di noi. Cominciamo a subire la pressione dei nostri simili, la peer pressure. Con questo concetto si definisce l’influenza sociale che esercitano le persone che consideriamo simili a noi (i nostri pari). Allora vediamo che in giro spuntano mascherine chirurgiche nonostante abbiano detto in televisione che non servono. Lo sconosciuto che attende il bus guarda arrabbiato un ragazzo dai tratti somatici orientali. La persona in fila alla cassa dietro di noi ha comprato dei disinfettanti, tanta pasta, tanta acqua. In giro in città le farmacie espongono cartelli indicando la fine delle scorte di detergenti per le mani e mascherine chirurgiche. Andiamo sui social media: i nostri contatti ironizzano con meme e battute, ma altri rimproverano il fatto che l’umorismo stia sottovalutando la minaccia. Altri amici con tono scherzoso mostrano la scorta di pasta e bibite caloriche appena acquistate. Qualcuno posta un video di supermercati presi d’assalto nelle zone con maggior numero di contagiati. Decidiamo di fare la spesa – comunque dovevamo farla – per scrupolo compriamo qualche pacco di pasta in più, qualche taglio di carne in più. Piano piano molti fanno lo stesso. Il direttore del supermercato ci dice di pazientare l’indomani per gli altri prodotti perché non si aspettavano una tale richiesta, ma in realtà abbiamo il sospetto che non avremo il nostro pacco di pasta così come non avremo il nostro disinfettante e la nostra mascherina. Ormai è isteria: allarmi televisivi, il baccano dei social si dibattono tra blasé e complottismo, in giro mascherine ovunque, aeroporti con controlli termici, scuole chiuse, ospedali presi d’assalto. La vita quotidiana di prima è pesantemente compromessa.

Come controllare la paura. E in tutto questo che fine ha fatto il coronavirus? Semplice: è scomparso. Il problema adesso non è più se ammalarsi oppure no: il problema è diventato come controllare la paura nostra e di chi sta intorno.

La sociologia ha diverse specializzazioni che avrebbero potuto dare importanti indicazioni nella gestione di una crisi: il tono di voce da usare da parte delle istituzioni, il rapporto con la stampa e le testate giornalistiche, le strategie di accettazione delle misure eccezionali come i cordoni sanitari e il blocco di festività e raduni collettivi, i rapporti con la comunità cinese, l’attenzione sulle azioni legati al sistema sanitario nazionale e ai laboratori di ricerca, la comunicazione del rischio coronavirus. Ma tutto ciò non è stato possibile farlo perché hanno agito due diverse forze incontrollate: da un lato la paura che si è diffusa a tutti i livelli aiutata da un catalizzatore molto potente come la mancanza di fiducia diffusa nel sistema Paese. Nel momento in cui sto scrivendo si parla del primo effetto concreto del coronavirus: la crisi economica in diversi settori produttivi nazionali. Ma solo nelle prossime settimane avremo modo di vedere effetti più a lungo termine sulla vita collettiva. D’altronde come diceva Franklin D. Roosevelt: “l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”.

“Il Fatto quotidiano” il 4 marzo 2020. È evidente che è per pura osservanza liturgica alla statistica che continuiamo a contare i numeri dei morti da Covid-19. Da quando si è imposto il protocollo burocratico di "non alimentare la psicosi" sottolineando l' evidenza che a morire sono più che altro gli anziani (con o senza malattie pregresse), ci siamo rincuorati con letizia. L' unico studio pubblicato, cinese, rivela che del virus che ha fatto finora 2.933 morti le persone sopra gli 80 anni hanno il 24,8% di probabilità di morire, quelli tra i 70 e gli 80 anni l' 8%, e giù a scendere. La regola così placida e rasserenante che ci si ammala gravemente e si muore solo se si è vecchi è contraddetta da alcune evidenze (in Cina, medici morti nel pieno della maturità; in Italia, il 38enne di Codogno sano e sportivo intubato in condizioni gravi); e dentro questi dati, e dentro quelli futuri relativi a Paesi dove non c' è la Sanità pubblica e gratuita (pensiamo agli Usa), bisognerebbe discriminare tra gli anziani che guariscono perché in grado di pagarsi le cure e quelli che muoiono per strada, come alcune immagini dalla Cina già testimoniano. Ma è significativo che il sistema dei media e quindi il discorso pubblico si sia subito adeguato a questo nuovo linguaggio: i morti non vengono più indicati come "persone" o "vittime" da Covid-19, ma come "anziani", come si trattasse di una categoria a parte e tutto sommato trascurabile. Il Capo della Protezione civile Borrelli ha detto in più occasioni: "Erano ultra settantenni malati". Non è il caso di farla troppo lunga: sarebbero morti lo stesso, un destino a cui evidentemente qualcuno sente di poter sfuggire. Il sospiro di sollievo stride col fatto che la nostra è una società che invecchia progressivamente: i 37 miliardi sottratti alla Sanità pubblica in dieci anni e i 5 milioni di poveri sono indicatori rilevanti in questo avvilente conteggio di morti alla spicciolata, che magari, fossero stati più in salute, non sarebbero morti. Nell' Occidente moderno ai vecchi è toccato un destino crudele: dall' eliminazione degli improduttivi sterminati dai nazisti insieme ai disabili col programma di eugenetica Aktion T4 , si è giunti all' etica-estetica pubblicitaria che vuole gli anziani performanti, giovanili, e dunque in grado di lavorare (la maggiore considerazione cosmetica si paga con l' alta età pensionabile), salvo poi oltraggiarli come parassiti che "ci hanno rubato il futuro" e gioire se a morire per il virus sono più che altro loro. Questo nichilismo forse ci aiuta a farci sentire al sicuro nell' emergenza, protetti dalla biologia e dall' anagrafe; ma certo non ci salverà nel lungo termine.

Quei laboratori cinesi che hanno creato il coronavirus: il complottismo farlocco del Fatto. Sara Volandri su Il Dubbio il 2 marzo 2020. Il quotidiano sbatte in prima pagina uno “scoop” sulle origini del Covid-19. Ma l’articolo smentisce il titolo. Che nell’edizione on-line viene del tutto cambiato. Il titolo è da brividi: “Wuhan, quell’altro virus creato in laboratorio”. Il sommario la trama di film horror: “Nel 2015 un team di ricercatori creò un patogeno unendo un coronavirus di pipistrello con uno della Sars. C’è un legame con la nuova epidemia?” Sbattuto in prima pagina, così, di botto, senza senso, lo “scoop” del Fatto Quotidiano viene contraddetto dallo stesso articolo, che cita l’ultima ricerca scientifica sulle origini del  Covid-19 per la quale “è improbabile che il virus abbia avuto origine da una manipolazione in laboratorio”. Insomma uno scoop farlocco, in cui al titolo allarmista (e un po’ sciacallo) segue un pezzo volutamente vago e confuso che, di fatto, smentisce il titolo. Se ne devono essere accorti anche nella redazione del giornale diretto da Marco Travaglio tanto che lo stesso articolo appare nell’edizione on-line con un titolo del tutto diverso “Wuhan e il complotto . Ecco perché gli scienziati non credono il virus sia uscito da un laboratorio”.

Coronavirus, giornalista zona rossa fermato dalla Finanza: "Diffidato dal fare il mio mestiere". Le Iene News il 4 marzo 2020. Sarebbe il terzo caso di giornalista diffidato mentre fa riprese o raccoglie testimonianze nella zona rossa. Stasera a Iene.it la testimonianza di Cristiano Brandazzi, che, secondo quanto ci racconta, sarebbe stato diffidato dalla Guardia di Finanza oggi a Casalpusterlengo. "DIFFIDATO dalla Finanza di Milano perché nella zona rossa del coronavirus (dove sono recluso) stavo compiendo il mio lavoro da giornalista". Parte così la denuncia su Facebook di Cristiano Brandazzi, giornalista del Cittadino di Lodi, e che vive a Casalpusterlengo. Lo raggiungiamo al telefono in attesa di collegarci con lui stasera a Iene.it: aspettando Le Iene, il programma digital condotto da Giulia Innocenzi. "Questa mattina vedo due pattuglie della Guardia di Finanza ferme davanti a un negozio. Hanno denunciato un commerciante che aveva momentaneamente aperto il negozio, ma non per vendere, infatti la cassa era chiusa, bensì per raccogliere le firme per una petizione per chiedere alcune agevolazioni previste per le zone economiche speciali", ci spiega. "Così mi sono avvicinato per capire cosa stesse succedendo e per fare delle domande". Ed è lì che la Guardia di Finanza gli avrebbe chiesto prima di vedere il tesserino, e poi gli avrebbe ritirato i documenti. E sarebbe partita la diffida: "Mi hanno diffidato per uso improprio di riprese foto/video. Ma io stavo solo facendo il mio mestiere". E la diffida sarebbe scattata anche per il suo collega Mario Borra del Giorno. E intorno si sarebbe creato un assembramento di persone venute a vedere cosa stava succedendo, e "già fiaccate da dieci giorni di blocco". "E' già il terzo caso di diffida ai giornalisti nella zona rossa. La tensione si sta facendo sentire", chiosa Brandazzi. Intanto il giornale Il Cittadino di Lodi si è messo in contatto con l'ordine dei giornalisti della Lombardia per attivare le dovute tutele del caso. Stasera dalle 20.45 a Iene.it: aspettando Le Iene, dal titolo "Siamo gli appestati", faremo raccontare la vicenda direttamente al giornalista collegato da Casalpusterlengo, davanti al negozio dove sono successi i fatti. La nuova trasmissione digital condotta da Giulia Innocenzi è disponibile in diretta sulla pagina Facebook de Le Iene, Iene.it e Mediasetplay.it.   

Psicosi Coronavirus è solo isterismo di politica e giornalisti. Fabrizio Cicchitto de Il Riformista il 3 Marzo 2020. Caro direttore, ho intenzione di volare molto più basso di quanto non abbia fatto Bertinotti a proposito del virus. Bertinotti ha parlato di crisi di civiltà, anche le pestilenze dei secoli passati e la spagnola del 1918-1919 sono state l’espressione di altrettante crisi di civiltà, tant’è che hanno attratto anche l’attenzione di alcuni grandi scrittori. Nel nostro caso, la “novità” è costituita dal fatto che tutto avviene in diretta televisiva, giornalistica, della rete internet, il che amplifica tutte le reazioni e nevrotizza sia i cittadini sia le forze politiche. Questa permanente nevrosi attraversa sia le forze politiche e sociali sia la cosiddetta comunità scientifica sia le stesse strutture sanitarie. A nostro avviso, il comportamento delle forze politiche di maggioranza e di opposizione ha avuto molti aspetti negativi. La maggioranza di governo e Salvini dall’opposizione hanno sposato tesi estreme a seconda del vento mediatico: prima Salvini ha sostenuto che bisognava chiudere tutto, poi, anche a seguito della reazione delle forze economiche e sociali ha sostenuto la tesi opposta. A sua volta il governo ha inseguito l’opposizione su tutti questi terreni, ma, avendo insieme ad alcune regioni la responsabilità operativa del tutto, è andato incontro ad alcuni errori che hanno comunque pesato sulla situazione. A parziale scusante dell’Italia presa nel suo complesso c’è il comportamento del governo cinese che non va mai dimenticato e rimosso malgrado magari per le gaffe espositive del presidente Zaia. In primo luogo, la Cina è un gigante con i piedi d’argilla perché è la seconda volta che al suo interno fermenta un virus che è espressione di mancanza d’igiene individuale e collettiva e di buchi nel sistema sanitario. Per di più siccome la Cina è uno Stato comunista privo di trasparenza essa ha comunicato l’esistenza del virus con qualche mese di ritardo, quindi l’Italia si è trovata ad affrontare una situazione già pregiudicata quando alcuni dei buoi erano già scappati. Conte e Speranza, ignorando questo fatto, hanno ritenuto di blindare il paese con il blocco dei voli diretti: non ci voleva molto per sapere che esistono anche quelli indiretti. Inoltre, per la paura di apparire razzisti non si è raccolta una richiesta delle regioni leghiste che casomai andava estesa: non solo i ragazzi cinesi, ma tutti coloro che da gennaio erano passati per la Cina dovevano sottoporsi a controlli e/o a quarantene. Paradossalmente è quello che ha fatto la comunità cinese di Prato che infatti allo stato non ha neanche un contagiato e nella stessa condizione si trovano tutti i cittadini pratesi. A complicare ulteriormente le cose c’è stata la divisione profonda fra gli esperti, i virologi e gli infettivologi che avendo un’esposizione mediatica solo in occasione di queste disgrazie che fortunatamente avvengono a distanza di anni si sono riversati su tutte le televisioni nazionali combattendo fra di loro una battaglia senza esclusione di colpi. Secondo una parte di essi e, come vedremo, l’Istituto Superiore di Sanità, ci troviamo di fronte a una pericolosa epidemia con due focolai, uno più esteso in Lombardia, l’altro più concentrato nel Veneto, che richiedono il blocco totale dei paesi coinvolti e provvedimenti assai incisivi come la chiusura delle scuole, il blocco delle manifestazioni sportive etc. in tutto il Nord. Di qui controlli a tappeto con l’uso generalizzato dei tamponi. L’altra tendenza sostiene invece che la Cina è un caso a parte e che c’è una versione italiana del coronavirus che è una sorta di febbre rafforzata e che quanto ai morti ogni anno la febbre normale produce morti fra gli anziani e i più deboli. Ora, questa tesi combinata con le legittime preoccupazioni, anzi angosce, delle forze economiche e sociali sta producendo incertezze e contraddizioni che nevrotizzano ulteriormente la situazione e possono portare anche al venir meno di quella guardia necessaria per fare da filtro a un virus tuttora in azione. Su questo terreno è stata decisiva la posizione della regione lombarda per riportare tutti su una posizione di rigore, come testimonia lo stesso decreto del governo. Ma qui arriviamo a una questione che sarebbe di per sé esplosiva se non fosse ignorata da tutte le televisioni e da quasi tutti i giornali con un’unica eccezione; l’unica parziale eccezione è costituita dalla Stampa di sabato 29 febbraio che non in prima (di qui il nostro aggettivo parziale) fa una denuncia assai grave: titolo “Allarme dell’Istituto Superiore di Sanità”, occhiello “L’Iss contro la decisione del governo di non sottoporre a test chi è asintomatico: c’è il rischio che l’infezione si propaghi. L’agenzia europea di prevenzione delle malattie: l’alto numero di positivi al virus non dipende dai tamponi eseguiti” (La Stampa, 29 febbraio 2020). È evidente che si tratta di una questione molto rilevante sulla quale quasi tutti stanno preferendo di sorvolare. Un altro interrogativo che finora non ha avuto risposta è il seguente: perché in Lombardia e in Veneto sono esplosi questi due focolai e niente di tutto ciò, almeno finora, è avvenuto né in altre zone del Nord né nel resto d’Italia? Allo stato nessuno ha dato risposta a questa domanda, che non è di piccolo conto. A ciò vanno aggiunte altre due considerazioni. Da un lato, il nostro sistema ospedaliero-sanitario al Nord è sotto stress e rischia di diventarlo ancora di più se il numero dei contagiati continua ad aumentare, dall’altro lato oramai il singolo cittadino non ha la possibilità di avere una risposta alle proprie eventuali legittime angosce, sulle quali nessuno può fare ironie. In altre materie ognuno è libero, attraverso il sistema sanitario pubblico e privato, di fare tutti i controlli del sangue o di altro che ritiene opportuno; oggi il singolo cittadino che ritiene di avere sintomi preoccupanti non ha affatto una via facile per farsi controllare con il tampone. Addirittura, le cronache raccontano di litigi avvenuti presso le nostre strutture ospedaliere da parte di soggetti che volevano essere controllati. In più i medici di base sono in fuga dai loro assistiti per timore che venendo a contatto con un contagiato debbano essere a loro volta rinchiusi in una quarantena di due settimane, per cui non effettuano più visite dirette, ma procedono solo per telefono o per smartphone. Infine, passando ad altro a testimonianza del livello di una parte almeno della nostra classe politica, Salvini ha cercato di utilizzare questa emergenza per uscire dalla botola in cui si è cacciato e per arrivare a un governo di salute pubblica che gli dia una scorciatoia per arrivare alle elezioni in pochi mesi. Fortunatamente Renzi aveva imbastito un’operazione dello stesso tipo, ma prima che scoppiasse il contagio ha avuto il buon senso di non fare da sponda a una manovra che dovrebbe dequalificare chi l’ha tentata, non perché sia illegittimo far cadere un governo, ma perché è dequalificante puntare alla crisi facendo addirittura leva sull’esistenza del coronavirus. Infine, sia a livello italiano che a livello mondiale c’è il rischio di una devastante recessione. Allora qui nel nostro paese emerge un’altra contraddizione: siamo costretti a chiedere all’Europa una flessibilità di circa 3 miliardi da gestire tutta in deficit. Ora, grazie ai grillini, ma anche in parte al Pd, il governo deve mantenere ferme due misure di carattere assistenzialistico, il reddito di cittadinanza e quota 100, che non svolgono nessun ruolo positivo, né per ridurre la pressione fiscale sulle imprese, né per aumentare gli investimenti pubblici in infrastrutture che sono le misure decisive per la crescita e quindi per evitare la recessione. Questa rigidità è ancor più negativa visto che in seguito all’aumento dello spread aumenta anche la spesa per interessi e le difficoltà del sistema bancario.

Coronavirus, peggio della politica ha fatto solo il giornalismo. Toni Capuozzo il 02/03/2020 su Notizie.it. Dopo una vita di giornalismo, quello che mi è sembrato il peggiore di tutti (perfino della politica) nell'affrontare l'emergenza Coronavirus è stato il giornalismo. Ho da tempo superato l’età cui si rivolge l’assessore lombardo al Welfare, che ha invitato gli ultrasessantacinquenni a uscire il meno possibile le prossime due o tre settimane. Quindi è questa la notizia che mi colpisce di più, anche se mi preoccupa fortemente l’allargamento del numero delle regioni coinvolte. Non è un mistero che la sanità al Sud cammina a un altro passo (la regionalizzazione della Salute non ha fatto che approfondire il solco tra amministrazioni virtuose e no, e i conseguenti viaggi della salute aiutano il Nord a migliorare le proprie strutture e forzano il sud a pagare le cure che non riesce a fornire). Mi ha sorpreso anche la buona notizia che l’Europa ha varato una task force anticoronavirus eppure non riesco a immaginare che cosa farà, ormai che il contagio si sparge, e spero che non distragga Gentiloni dall’unico compito cui la Commissione dovrebbe dedicarsi: permettere sforamenti straordinari per non evitare una recessione piena. Non sono tra quelli esterofili ad ogni costo, ma quando penso a come ci siamo mossi noi e come si è mosso il Regno Unito, mi arrabbio ancora di più con le nostre autorità: a Londra hanno già deciso che, se il contagio toccasse i livelli che gli esperti hanno indicato, richiameranno i medici in pensione, sospenderanno i lavori parlamentari, gestiranno la situazione con una war room ministeriale e scientifica, dedicheranno due ex basi aeree militari alla quarantena: disegnano scenari. Voi pensate che a Roma qualcuno si sia posto la domande doverose, pur toccando ferro: e se il virus dilaga nella Capitale e al Sud, che facciamo? Che qualcuno abbia chiesto agli esperti se non sia il caso di assumere alcune misure già adesso, o no ? Noi il massimo che abbiamo fatto sono i collegamenti tivù con Conte dalla situascion room della Protezione Civile, il premier in maglioncino, come a dire non siamo qui a pettinar bambole.

Io credo che il virus peggiore, dopo il corona, non sia la paura: è la sfiducia. Alla quale hanno contribuito le istituzioni e la classe politica in generale, anche l’opposizione: hanno fatto come il segnatempo della donnina con l’ombrello e l’omino senza. Cioè la sinistra minimizzava e la destra massimizzava, e viceversa. È poco più di un’influenza, è un flagello, a turno, convinti che c’è una strategia anticoronavirus di destra e una di sinistra. Ma il peggio, o quello che a me sembra il peggio, dopo una vita di giornalismo, è stato il giornalismo. Miope davanti ai disastri del governo (capisco, quello di Conte è una specie di governo Allende da proteggere contro gli aerei di Salvini sulla Moneda, ma….), saltabeccante fra terrore esagerato e rassicurazioni esagerate, e dunque alimentando sospetti (ci nascondono qualcosa..) e la difficoltà a reagire come una comunità, ordinata e compatta davanti a una minaccia.

Che i social abbiano peggiorato la cosa, può anche essere. Ma ve lo immaginate vivere in zona rossa senza neanche un computer o uno smartphone, come tocca purtroppo a molti anziani? Può darsi che i telegiornali, per loro natura più tambureggianti, abbiano fatto peggio dei quotidiani. Può darsi che i titolisti dei quotidiani abbiano fatto peggio dei cronisti. Quel che certo è che non si è trattato di una corsa al migliore. Forse non è solo una coincidenza che sia stato rinviato al 2021 il Festival internazionale del Giornalismo di Perugia, una specie di fiera della correttezza politica. Rinviato di un anno con precauzioni sanitarie, che però hanno evitato di porsi una domanda: non è che l’indigestione di informazione, spesso grossolana come il junk food, è pericolosa quanto il menù obbligato, alla cinese?

 “Ho visto il Coronavirus in Cina: ecco perché non dovete avere paura”. Daniele Bellocchio su Inside Over l'1 marzo 2020. Mascherina sul volto, un cappello da baseball in testa e la macchina fotografica a tracolla. Alex guarda l’arrivo delle ambulanze all’ospedale di Lodi e scatta ininterrottamente immagini che ritraggono medici dentro scafandri ermetici, ammalati sulle barelle e aggrappati a bombole dell’ossigeno, e una frenesia collettiva che è la rappresentanza più eloquente del panico che ha travolto il Capoluogo dopo che il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato 51 nuovi casi di Coronavirus all’ospedale di Lodi. ”Io sto realizzando un lungo reportage sulla diffusione del Coronavirus nel mondo. Fino a poche settimane fa mi trovavo in Cina, a Wuhan”. Alex è un fotografo dell’est Europa e premette subito che non rilascia un intervista in video perché il fatto di aver viaggiato in Paesi colpiti dall’infezione lo metterebbe in difficoltà al momento del suo ritorno a casa. Concede però ugualmente un’intervista a patto che venga rispettato l’anonimato.

Tu che hai visto la situazione in Cina e adesso sei in Italia, in entrambi i casi hai riscontrato situazioni di panico collettivo?

«Il panico in Europa credo che sia stato dettato da una cattiva informazione su quanto avveniva in Cina. Mi spiace dirlo, essendo un fotogiornalista, ma i media hanno contribuito molto a creare del panico qua in Italia e più in generale in Occidente. Nel momento in cui l’epidemia si diffondeva in Cina la realtà delle cose non è stata raccontata nella maniera corretta, sono state commesse delle gravi omissioni e la gente, in Europa, ha iniziato ad aver paura di quello che stava accadendo prima ancora che fosse direttamente coinvolta».

A cosa ti riferisci nello specifico?

«Quando le testate internazionali raccontavano quello che accadeva a Wuhan erano più concentrate su questioni controverse, come gli scaffali vuoti e le strade deserte, piuttosto che a spiegare che questi episodi avvenivano anche in virtù del Capodanno Cinese e non solo a causa del virus. I racconti apocalittici hanno generato paura in Occidente e dal mio punto di vista si è trattato di disinformazione. Non è stato detto infatti che i supermercati vuoti venivano riempiti di merce all’indomani e che durante il Capodanno cinese le città si svuotano sempre, è così da anni. Molta gente, approfittando delle feste, viaggia e va a trovare i parenti e lascia le città. È vero che è stata imposta la quarantena e che c’era pochissima gente per le vie cittadine, ma il motivo non è solo dovuto al Coronavirus. Durante il Capodanno oltre cinque milioni di persone viaggiano da Wuhan ad altre località della Cina, e non è un dato indifferente: ma questo non è stato detto».

Hai analizzato la situazione di psicosi che si è creata qui in Italia, ma in Cina,invece, hai assistito anche lì a scene di panico?

«Molto meno che qua in Italia e c’è una ragione: la censura. È terribile dirlo, ma in questo caso il controllo dei media, e anche della rete, ha impedito il propagarsi dell’isteria collettiva. In Italia, come in tutto l’Occidente, dove invece l’informazione è libera, chiunque ha voluto rendersi partecipe del dibattito: blogger, podcaster, social attivisti, cittadini allarmisti, complottisti, nessuno ha rinunciato a dire la sua. E gli effetti li abbiamo visti. Inoltre, il Coronavirus, come notizia, è molto fotogenico e la stampa non ha lesinato sul pubblicare immagini, spesso decontestualizzate, ma altamente impattanti».

Prevedevi, dopo aver vissuto come testimone l’esplosione dell’infezione in Cina, che quanto avvenuto in Oriente si sarebbe riproposto a breve anche qua in Europa, e in Italia nello specifico?

«Io non sono sorpreso. Mi sorprende che non sia stato preventivato. E la Lombardia, a mio avviso, essendo una regione produttiva, con industrie, una delle zone più importanti per il commercio in Europa, un polo attrattivo per viaggiatori e visitatori di ogni settore, aveva tutte le credenziali perché divenisse un possibile focolaio. In un mondo di viaggi e scambi continui tra Paesi le zone più esposte a questo tipo di problemi sono quelle maggiormente popolate e più urbanizzate, non di certo quelle rurali o isolate».

Quale differenze hai riscontrato nel lavorare qui in Italia e in Cina?

«Come giornalista regolarmente accreditato non ho avuto nessun problema qui in Italia. Ho raccontato la quotidianità fotografando ospedali, personale medico, militari. Ognuno ha svolto il suo ruolo nel rispetto dell’altro e della propria etica e coscienza professionale. In Cina, come dicevo prima, essendoci la censura e un controllo serrato sui media non è possibile lavorare liberamente e spesso ho avuto paura perché in alcune occasioni, soprattutto quando fotografavo gli ospedali appena costruiti, sono stato minacciato e allontanato».

Quando pensi finirà tutto questo?

«Non lo so, e nessuno lo sa. So però che questa è una grande sfida per l’Occidente. Un test per capire chi siamo e come reagiamo in situazioni di crisi e di panico che da molto tempo non affrontavamo. Dobbiamo cercare di trarre insegnamento da questa epidemia di Coronavirus per migliorarci sia come singoli ma soprattutto come collettività».

Se il virus mette a nudo i limiti dell’informazione. Pino Casamassima su Il Dubbio il 29 febbraio 2020. Ore e ore di entertainment televisivo sul coronavirus hanno partorito il paradosso del mostro della disinformazione. C’è quella che pare sempre sotto tiro. Braccia alzate dall’inizio alla fine della trasmissione, appena uno inizia ad articolare un pensiero – che sia il presidente di una regione o di una bocciofila – lo interrompe per passare al prossimo (che interromperà dopo un minuto per passare ad altro, magari un servizio con ospite da interrompere dopo trenta secondi). Poi c’è quell’altra, che ogni tre per due invoca qualcosa da farle vedere o farle sentire. Due perle della televisione italiana da giorni avvitata attorno alla corona più nota della storia dell’umanità, che manco quella di ferro. Dotata di virus, questa corona ha infettato l’informazione (italiana, meglio precisare) come non furono capaci nemmeno i terremoti più crudeli. Un circo Barnum che si sposta di tv in tv “illumina” di immense banalità un pubblico televisivo con le mani che dolgono a fine giornata per i troppi applausi. Si applaude a tutto e a tutti, a prescindere, ché la certificazione in vita del pubblico da studio televisivo passa per i palmi delle sue mani. Manca solo un bel plastico. Ore e ore di entertainment televisivo sul Corona virus hanno infine partorito il paradosso del mostro della disinformazione. Inseguendo la balena bianca Covid 19, l’informazione ha fatto disinformazione. La rincorsa al titolo più efficace, allo strillo più arpionante, ha ottenuto l’effetto esattamente contrario a quello deontologicamente coerente col giornalismo. Il voyerismo televisivo, unitamente al clamore a titoli cubitali, ha deformato, non informato: l’unica – concreta – conseguenza, è stata quella di falcidiare la produzione, mettendo in ginocchio un paese. Di ore televisive in ore televisive siamo passati dalla pandemia alla isteria, con comportamenti spiegabili solo con l’ignoranza. Ed è lì che torna in mente come un refrain di Battisti-Mogol il senso della nostra professione. Della professione giornalistica. Riprendere il governatore della Lombardia (fra parentesi, la regione più produttiva d’Europa) con una inutile mascherina, ha sortito come effetto il rimbalzo di quelle immagini a livello mondiale, col risultato di fare dei lombardi gli untori delle terre emerse. Andando per le spicce – come era inevitabile – la percezione mondiale degli appestati s’è allargata a tutti gli italiani, come testimoniano gli episodi raccontati (ovviamente a favore di telecamera) dalle Alpi alla Trinacria. Questo virus ha testato a fondo la nostra professione, svelandone ​una nudità poco regale. A esser nudo non è il re dell’informazione, ma il plebeo chiacchierone.

Marco Palombi per “il Fatto quotidiano” il 28 febbraio 2020. Dice: "Riapriamo Milano". Dice: "La prima malata: Ma quale paura? Stavo benissimo". Dice: "Coronavirus, allarme eccessivo". Dice: "L' Oms: Bene l' Italia, niente panico". A leggere i giornali ieri mattina ci siamo domandati: ma chi sarà stato quel cialtrone che ha diffuso il panico? È tutto talmente business as usual che sulle prime pagine è tornata pure la fantascienza tipo il governo di unità nazionale Renzi-Salvini. Anche Libero, già portatore sano del titolo "Prove tecniche di strage", ieri ci spiegava: "Virus, ora si esagera. Diamoci tutti una calmata". Il Messaggero ci ammaestrava invece sui pericoli della "info-demia": "La preoccupazione è che il continuo flusso di notizie sull' infezione stia creando un' ossessione collettiva". Voi dite? Devono essere cambiati un bel mazzo di direttori nella notte perché sulla scrivania ci sono ancora i giornali degli ultimi giorni: roba pulp, e citiamo solo i titoloni d' apertura dei maggiori, come "Mezza Italia in quarantena", "Il virus dalle zone rosse colpisce e contagia", "Tutto il Nord ostaggio del virus", "Nord, paralisi da virus", etc. Tra un po', siamo già rassegnati, dopo giorni di trasmissioni senza pubblico, eroiche interviste con mascherina dalla zona rossa, ossessivo conto dei morti, dei contagiati e dei loro parenti, cazzate a tema coronavirus sparse a ogni ora dei palinsesti, ci toccherà pure la predica anti-panico di quei succedanei del pensiero detti talk show. E vabbè, niente panico, anzi scusate se vi abbiamo spaventato dandovi retta, ci s' era dimenticati che non siete abituati.

Tommaso Ciriaco per “la Repubblica” il 28 febbraio 2020. Questa è la storia di un' inversione a U. Brusca. Indispensabile. Ad alto rischio. Un restyling radicale del messaggio pubblico di fronte all' emergenza, lasciando però intatte le necessarie misure di contenimento del virus. Senza le quali le rassicurazioni evaporerebbero in fretta. La svolta. Partiamo dalla fine della storia. Mercoledì 26 febbraio, mattina. Il premier è sotto attacco. Il Paese paralizzato. L' economia soffoca. Giuseppe Conte fissa il nuovo corso. Fa contattare i ministri e gli staff. L' invito è a raccontare la realtà dei fatti, senza ridimensionare né allarmare. E «valorizzare le cose buone che stiamo facendo». La chat. Conte fa di più. Fa creare una chat di gruppo per i ministri e gli uffici stampa, «comunicateci le iniziative per coordinarci al meglio ». È una lista broadcast su WhatsApp: l' sms sembra individuale, ma è collettivo. «In questa fase di gestione dell' emergenza - scrivono da Palazzo Chigi - è importante che ci sia un coordinamento anche sul piano comunicativo tra tutti i membri del governo. Per questo, su input del Presidente Conte, abbiamo predisposto un servizio di aggiornamento puntuale con dati e informazioni ufficiali della Protezione civile». I messaggi. Servono a far parlare il governo con voce univoca, a preparare chi va in tv. Qualche esempio. «Oggi alle 16 al Mise Patuanelli incontra le principali sigle del mondo produttivo. Dialogo continuo con le imprese (in neretto, ndr) per far fronte agli impatti economici». Oppure: «Scuola, con ministra Azzolina abbiamo smentito voci incontrollate di chiusura delle scuole in tutta Italia ». Nella chat vengono comunicati anche i dati della Protezione civile sul contagio. E ancora, «le misure di sostegno alle zone rosse», «l' estensione del ricorso al lavoro agile». Oppure: «Oggi è anche utile valorizzare queste dichiarazione dell' Oms», quelle che riconoscono all' Italia la tempestività della reazione. Ma soprattutto, ricorda «il report quotidiano alla rete diplomatica italiana affinché le nostre ambasciate e i consolati possano trasmettere in tutto il mondo informazioni corrette e trasparenti sul reale impatto del coronavirus in Italia, con dati precisi e le località ben definite. Massimo impegno a contrastare le diffusioni di informazioni fuorvianti e imprecise». La svolta, letta in controluce, segnala che più di qualcosa non ha funzionato, in uno dei week end più drammatici della recente storia d' Italia. Ore difficili che hanno imposto la "revisione" del messaggio. L' allarme. Tutto inizia con i primi casi di Codogno. Palazzo Chigi, in guerra con Matteo Renzi, deve affrontare una notizia sconvolgente: spuntano decine di casi in poche ore. Conte detta la linea: dobbiamo essere «rapidi» e «contenere il contagio ». Il premier si gioca molto, dopo aver vantato col mondo interventi come il blocco dei voli. Ora maneggia tritolo. Blinda la zona rossa, chiede di tracciare al millimetro la catena del contagio. La reazione, questa la linea dettata, deve essere «efficiente » anche plasticamente. Per questo, riunisce i ministri nella war room della Protezione civile. E colleziona 16 apparizioni tv in poche ore. Lo criticheranno molto, per questo. L' incidente. Succede lunedì, quando il Nord è sigillato, le scuole prudentemente chiuse per bloccare il contagio. Salvini è l' unico ad attaccare il governo. Conte è furioso.Stanco. Cade nella trappola. Si scaglia contro l' ospedale di Codogno, tocca la sanità lombarda a guida leghista. È la madre di tutti gli errori, un boomerang. Ammetterà in privato, in seguito: «Ho sbagliato a pronunciare quelle parole. Di grosso». Si scuserà con tutti - medici, governatori - ma non fermerà un titolo emblematico della Cnn: "Il pasticcio dell' ospedale italiano". L' unità nazionale traballa, parte la minaccia di commissariare le Regioni. La paralisi. Martedì mattina. Milano è deserta. L' economia ferma. Il premier ordina di aggiustare il messaggio. Chiede alla Rai di abbassare i toni. Ammette, di fatto, alcuni errori. Organizza, e siamo a ieri, una passeggiata nel centro di Napoli al fianco di Macron, uno spot per mostrare un Paese sicuro. Nicola Zingaretti, intanto, vola a Milano per un aperitivo nel cuore della movida. E il sindaco Beppe Sala lancia uno video che diventa virale: #milanononsiferma. L' inversione a U è completata.

Il “bavaglio” sui casi di Coronavirus fa arrabbiare i virologi: “Non facciamo come la Cina”. Il Dubbio il 28 febbraio 2020. La proposta di limitare la comunicazione dei casi solo a quelli “validati” dall’Iss fa discutere: “Scelta politica”. La buona notizia arriva dai ricercatori dell’ospedale Sacco: “Abbiamo isolato il ceppo italiano del coronavirus”.  Lo ha dichiarato Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III. Ancora una volta in poche settimane viene  isolato il virus, dopo la biologa precaria dello Spallanzani. Galli però “minimizza”: “è una cosa piuttosto normale” e dice la sua sulla comunicazione dei casi di coronavirus che, secondo l’Iss, dovrebbe essere veicolata solo quando il quadro clinico del paziente si aggrava. Insomma, un “bavaglio” per evitare che il panico crei ancora più danni del virus.: “La mia sensazione – afferma però Galli – è che sull’aumento dei casi ci sono state polemiche inutili. Attenzione perché stiamo andando indietro con analisi sulle persone vicine ai contagiati: questo implica che l’aumento dei casi non è dato da nuove infezioni ma dal lavoro che ci porta ad andare indietro per circoscrivere l’epidemia. Questo credo sia un lavoro utile da fare. Non deve spaventare il numero di persone, dovrebbe spaventare di più se non si va a cercare” da dove arrivi il coronavirus. E poi: “Si è criticata tanto la Cina perché riluttante a pubblicare il vero numero dei casi, ora non facciamo ridere il mondo perché il governo vuole controllare i risultati”. E alla domanda se i tamponi  debbano esser fatti solo per chi ha sintomi, Galli risponde: “Ad essere molto franchi, sarebbe organizzativamente impossibile fare in modo diverso. In Lombardia abbiamo tre laboratori oberati di lavoro che riescono a dare esito a questo punto, se va bene in 24 ore, quello che si potrebbe fare in quattro ore. Mi auguro che questo possa rapidamente cambiare”. Sulla polemica interviene anche Raffaele Bruno, direttore del reparto del San Matteo di Pavia, dove è ricoverato il famoso primo contagiato: «Incredibile che in Italia si faccia polemica sui numeri. Il procedimento dell’Oms è corretto, ma ci vuole il tempo tecnico di trasportare i campioni a Roma. Quale numero dei due dare è una questione politica, non tecnica. Se uno vuole fare il furbo dice solo i confermati, se no li dà tutti».

Eugenia Tognotti per “la Stampa” il 27 febbraio 2020. Due virus circolano oggi in Italia, biologico l' uno, il coronavirus - che ha immediatamente conquistato l' arena mediatica; immateriale, l' altro, il virus della paura. Fatto di chiacchiere, impressioni, reazioni emotive, parole, quest' ultimo sta dilagando molto più velocemente del primo, attraverso la rete e le agenzie di stampa, contagiando un numero di persone enormemente più elevato di quello toccato dal virus biologico, di tutte le età e condizioni e ben al di là della famosa «zona rossa», blindata da cordoni sanitari e quarantene. Si tratta di un virus pericoloso, che riceve una copertura mediatica senza precedenti per nessun evento o catastrofe nell' Italia contemporanea. Capace di diffondere il panico, di paralizzare gli sforzi necessari a contenere la diffusione dell'«altro» virus, di dilatare gli effetti sull' economia e di «disunire» l' Italia, come stiamo vedendo in queste ore. Non per niente era la paura stessa durante le crisi epidemiche a incutere i più grandi timori negli antichi magistrati di sanità che dovevano governare l' emergenza. Ben consapevoli che la diffusione di una malattia mortale e contagiosa non incideva solo sulla salute fisica, alimentando la «fobia da contatto». Le pulsioni di panico, l' incubo dell' imprevisto e dell' ignoto spingevano a dare la caccia a presunti «untori», a forzare i cordoni sanitari, a sottrarsi all' isolamento forzato, a fuggire dai lazzaretti, diffondendo l' epidemia nelle zone «sane», mettendo a repentaglio l' economia. Lo «sbigottimento delle genti» poteva uccidere, come riferiva un anonimo cronista orvietano della peste descritta da Boccaccio nel Decamerone. Alcuni secoli dopo, citando Tucidide e la peste di Atene - che colpiva prima i «melancolici e i paurosi» - Ludovico Ariosto chiamava in causa «le gagliarde passioni dell' animo» che definiva «i primi beccamorti dell' uomo regnando il contagio». Gli sforzi delle autorità sanitarie per dominare la paura e l' irrazionalità, capaci di rendere le popolazioni «più proclivi ai morbi», trovano nuovi argomenti in tutte le epidemie, impreviste e imprevedibili, fino alla Spagnola. Ma in quel 1918, a guerra non ancora conclusa, il carico di angoscia e di ansia non trova voce e spazio nei giornali per il divieto di evocare persino il nome della «madre di tutte le influenze» che avrebbe contribuito a «deprimere lo spirito pubblico».

L' infezione da Coronavirus non è la Spagnola. L' infezione da Coronavirus è ancora un' epidemia più mediatica che medica, con una diffusione circoscritta, grazie alle severe misure cautelative adottate, e con tassi di mortalità molto vicini a quelli dell' influenza. Occorrerebbe interrogarsi forse su che cosa ha innescato il virus della paura, ingiustificata, irragionevole, su cui s' infrange la voce della scienza e l' evidenza dei numeri. Non sarà, a fare paura, il termine stesso di «contagio», in cui s' intrecciano i concetti di «diffusione», «epidemia», «infezione», «trasmissione», «mescolanza»? Angosce, paure, reazioni emotive appartengono al presente quanto al passato. Mentre la scienza sta mettendo a punto un efficace vaccino immunizzante e altre strategie terapeutiche, s' impone la necessità di addomesticare la paura nei confini della nostra cultura, operando secondo ragione.

Nominiamo Carlo Verdone commissario straordinario per il Coronavirus. Fulvio Abbate de Il Riformista il 27 Febbraio 2020. Verdone, lui, sì, che troverà altre immagini, che non siano composte di semplice paranoia. Coronavirus, non c’è altra parola sulle bocche, non sempre protette, dei nostri dirimpettai, del mondo tutto. Cappa di timore e angoscia diffusi che non ha trovato ancora, né le sue Mille e una notte e neppure un Decameron, un narratore che inganni con la voce, i tempi della “peste”, delle epidemie. In verità, escludendo al momento Roberto Burioni e i colleghi virologi, perché non affidarsi all’incedere verbale di Carlo Verdone? Non esattamente all’attore, al comico, non all’autore di commedie con indubbio talento spettacolare. Piuttosto al Verdone riconosciuto e rispettato esperto di medicina, il genio dell’ironia completerà il sapere specifico – Verdone medico, diagnosta, ripeto – che gli è proprio. Forse, in questo modo, la babele spettrale dell’informazione – non c’è talk, sommario di quotidiano perfino online che non mostri l’ipotetico spettrale pipistrello, o pangolino, indicato secondo alcuni come origine di un virus finora ignoto – troverebbe una controvoce. Soltanto dei No-Vax, coloro che affermavano quanto fosse bello “fare visita ai cuginetti con il morbillo” per immunizzarsi, non c’è percezione pubblica. Penso a Verdone ma la barzelletta di “C’era un cinese in coma” non è qui in causa. Come nelle interviste impossibili, rinunciando a sollecitarlo direttamente, tantomeno suggerendogli prosaicamente di mettersi al volante di un’ambulanza, come fossimo nella “commedia all’italiana”, che perfino nelle tragedie ci soccorre, evidenzio intanto due distinti corni del dilemma, del problema. Ora di carattere politico-filosofica: assodato che il capitalismo (irrilevante se di Stato, come avviene in Cina, l’epicentro del virus) ha visto fallire le aspettative di Fourier, Bakunin, Marx, Lenin, Stalin, Rosa Luxemburg, e dello stesso Mao, ognuno con la sua parte di contributo ora teorico ora militare, al contrario l’ “assalto al cielo” sta invece riuscendo, ci pensate, a un semplice virus. Il quale sta mostrando a tutti l’irresponsabile amoralità proprio di quel sistema di produzione della ricchezza e delle diseguaglianze, una “tigre di carta”, avrebbe detto l’autore dell’ormai trascurato “libretto rosso”. Quanto a Dio, come afferma Albert Camus ne La peste, nelle circostanze estreme mostra la sua non esistenza. Chiamando in causa Verdone, nomino anche la mia personale risposta letteraria per sdrammatizzare la tragedia, se è vero che nel 1997 ho pubblicato con lo stesso editore italiano del filosofo francese, proprio un libro, una “parodia” del testo di Camus, La peste bis, oggi esaurito, vorrei anzi riportarlo in libreria, sia pure in parte rivisto, ogni testo, dopo oltre vent’anni, è perfettibile. Si potrà pur rispondere al millenarismo con le armi del sarcasmo? Verdone, da romano profondo, conosce perfino le sentenze di Ettore Petrolini a proposito del prete che si presenta con l’olio dell’estrema unzione: “E mo’ sì che so’ fritto!”, e ancora, poco prima, in presenza del medico: “Meno male, così moro guarito!”. «L’apocalisse è incominciata», scrive intanto, impagabile, padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria. Non ho ancora provato a immaginare in che modo Verdone possa intervenire nell’insieme della matassa sanitaria in corso, come tutti però lo so esperto in medicina. Certi giorni, si reca perfino presso la farmacia del quartiere, lì indossa il camice, raggiunge il bancone e dispensa suggerimenti ai clienti con garbo e pertinenza; credo sia stato anche insignito di una laurea in medicina e chirurgia dall’Università Federico II di Napoli. Tuttavia, assodata la preparazione, Verdone garantisce di se stesso: «… però, non opero». Anche il suo cinema porta i germi di tali conoscenze specifiche. Se lo abbiamo visto nei ruoli di Mimmo, Furio, Ivano, in eguale modo potremo figuracelo con il camice del dottor Rieux, il protagonista del libro di Camus. Assodato che sul Coronavirus gli stessi esperti avanzano a tentoni, sarebbe altrettanto legittimo sentire da lui un realistico «…nun c’è stanno a capì, ’n cazzo!» sul “paziente zero”, o sentire la sua risposta a chi dovesse affermare che “noi, però, in Italia, siamo stati più attenti nei controlli di ogni altro Paese”. Sullo sfondo sonoro delle saracinesche che vengono giù… L’uscita del nuovo suo film, Si vive una volta sola, che avrebbe dovuto giungere in questi giorni nelle sale, è al momento sospesa. Ma solo Verdone ci potrà salvare.

Soltanto ora vi rendete conto di quale Paese avete costruito. Le ragioni di una psicosi immotivata. Andrea Mario Rossi il 26 Febbraio 2020 sugazzettadellavaldagri.it. Il Corona Virus o “Covid-19” è piombato nelle case degli Italiani. Come tutto ciò che è ignoto e non conosciuto, genera di per sè angoscia, panico e smarrimento. Esperti, virologi e scienziati si affrettano a ricordarci che “Si tratta di emergenza, ma non è pandemia: ogni contagiato ha un’altissima probabilità di sopravvivere, nella stragrande maggioranza dei casi, senza avvertire alcun sintomo o avvertendo sintomi lievi e sovrapponibili alla normale influenza.” Ciò che si vuole provare ad analizzare all’interno di questa piccola riflessione non è l’aspetto sanitario bensì l’approccio comunicativo dei media e la reazione “Catastrofista” della stragrande maggioranza del popolo Italiano.

Il vero virus resta la disinformazione. Si tratta senza alcun dubbio della prima epidemia “Al tempo dei social”. Dopo la scoperta del primo “Caso Italiano”, abbiamo assistito ad uno spettacolo indecente di allarmismo e speculazione comunicativa calcolata. Mentre le informazioni erano ancora del tutto parziali, le home page dei quotidiani online erano già pieni di titoloni apocalittici del tipo : “Virus, l’Italia alle corde.”, “Italia, ora è rischio pandemia.” ecc. ecc. La comunicazione Istituzionale (Governo e Protezione Civile) ha fatto molta fatica a contenere il panico ed il catastrofismo iniziale, in poche ore gli Italiani si sono fiondati all’interno delle farmacie e dei supermercati per fare scorta di vettovaglie in vista della “Guerra imminente” contro il microorganismo. Nel frattempo, sui social (e non solo), impazzavano fake news che raccontavano dell’immediato propagarsi del virus in tutto il Paese, con l’imminenza di uno scenario inevitabile di morte e distruzione. Ciò che è accaduto nelle ore successive, è per fortuna noto: la comunicazione televisiva e social dei grandi network è stata opportunamente ricalibrata. A parere di chi scrive, il governo ha fatto pressioni perchè si iniziasse a raccontare la verità alle persone: “Non si muore PER il CoronaVirus ma CON il CoronaVirus” oppure “Il virus può colpire in maniera letale QUASI ESCLUSIVAMENTE pazienti di età avanzata con patologie gravi pregresse e già indirizzate verso lo stato terminale.” Beh si tratta di due discriminanti che incidono e non poco sulla percezione del rischio da parte dei cittadini. Un conto è mandare in onda speciali di quattro ore in prima serata avendo alle spalle enormi grafiche luminose con il pallottoliere aggiornato minuto per minuto, altra cosa è invece specificare ad esempio che i nuovi contagi sono, nella stragrande maggioranza dei casi, riferibili a contatti dei pazienti con le due aree “focolaio”. Non è forse anche questo atteggiamento comunicativo a legittimare la ridicola crisi di panico che sta coinvolgendo troppi milioni di italiani? E’ opportuno ricordare che, anche grazie a questa nefasta tendenza alla spettacolarizzazione della notizia, oggi stiamo assistendo a scene grottesche da caccia all’untore, a vere e proprie persecuzioni nei confronti di cittadini cinesi (finora sani e negativi ai test sul Covid 19) residenti in Italia e addirittura a speculazioni o truffe sui prodotti di prevenzione igienica. Ebbene si, tutto questo sta accadendo nella civilissima e democratica Repubblica Italiana. Ciò premesso, questo “Rincoglionimento sociale” non sorprende per nulla ed ha origini lontane.

Raccogliamo i “frutti” di venticinque anni di comunicazione trash. Sembrano lontanissimi i tempi delle dirette “fiume” dei programmi di “approfondimento” (in buona parte trasmessi sui canali del servizio pubblico e realizzati con i soldi di noi contribuenti) da Novi Ligure o da Cogne per scoprire ogni dettaglio delle vicende di Erika e Omar o di Anna Maria Franzoni. Giorni e giorni ad impegnare l’opinione pubblica forzatamente su vicende di cronaca nera. Salotti televisivi, pettegolezzi, fortissime dosi di imbecillità iniettate quotidianamente nelle nostre abitazioni. A un certo punto, pareva fosse giunto il momento di un giudizio universale di sessanta milioni di persone mentre la giustizia parallelamente seguiva in silenzio il suo corso. Poi arrivarono i tempi del caso Sarah Scazzi e di Capitan Schettino e via con i “plastici” della nave e con le interviste in prima serata a Michele Misseri. Avetrana era diventata capitale d’Italia: improvvisamente i pullman dei network televisivi nazionali avevano sconvolto la vita di una piccola comunità di poche migliaia di abitanti. Le proverbiali interviste ai “Passanti”, intere troupe televisive che irrompevano nei Bar o nei circoli ricreativi per fomentare cittadini ignari al giudizio o al pettegolezzo. Tutto questo, unicamente per osservare la legge del Dio “Audience”. Nel frattempo, si tagliavano i fondi per la realizzazione di programmi culturali e di ricerca scientifica. Spariva praticamente la vera Satira Politica e i giornalisti non allineati al nuovo corso erano costretti, nel migliore dei casi, a ripiegare nei teatri. Le produzioni televisive curavano oramai esclusivamente la realizzazione dei “Reality” o dei “Talent”in cui si promuoveva scientificamente un nuovo modello sociale basato sull’individualismo e sulla superficialità. Abbiamo partorito generazioni di italiani ignoranti e saccenti, incapaci di comprendere la centralità del rispetto della Cosa Pubblica. L’avvento dei social ha fatto il resto…Abbiamo puntato sul modello “Velina e Calciatore” e poi sull’ “Influencer” di Instagram per evitare che le nuove generazioni potessero acquisire reale consapevolezza dell’importanza del Diritto allo Studio all’interno di uno Stato Democratico. Abbiamo legittimato nuovi arrivisti e prevaricatori, a discapito del merito e della competenza. Abbiamo scelto di allevare una nuova Italia di ignoranti e servi per poter indirizzare a piacimento l’opinione pubblica. Poi basta un virus che sembra essere poco più di un’influenza, per farvi saltare il giocattolo tra le mani. Ah quanto è fragile questo capitalismo nostrano.

PiazzaPulita, il virologo contro la Lucarelli: "Cattivo esempio sul coronavirus". Interviene Formigli, è rissa. Libero Quotidiano il 28 Febbraio 2020. Negli ultimi giorni, per TPI - il sito di cui è stata recentemente nominata responsabile di cronaca e spettacoli -, Selvaggia Lucarelli ha realizzato un reportage dalle zone rosse del coronavirus. Non solo zona Paolo Sarpi a Milano, dove la giornalista e blogger abita, ma anche le aree del focolaio in Lombardia. Una scelta che è stata contestata con veemenza a PiazzaPulita, il programma di Corrado Formigli su la7, la puntata è quella di giovedì 27 febbraio. Ospite in collegamento c'è proprio la Lucarelli, ad attaccarla al contrario è il virologo Andrea Crisanti: "Un cattivo esempio entrare nella zona rossa", afferma rivolgendosi alla Lucarelli. "Penso che le zone rosse debbano essere controllate. Mi sorprendo che la giornalista ci sia entrata, obiettivamente non è un buon esempio - ha ribadito -. Comunque bisogna far differenza tra zone rosse e zone in cui non ci sono casi. Permettere a questo virus di diffondersi lo pagheremmo per anni". Parole, quelle di Crisanti, che hanno scatenato la reazione di Formigli:  "Mi dissocio dalla sua considerazione sulla Lucarelli. I giornalisti vanno a fare il loro lavoro, con senso di responsabilità, a raccontare le cose", ha risposto.  

Coronavirus, fa più vittime la paura. E i media dovrebbero saperlo. Domenico Valter Rizzo, Giornalista e scrittore, il 25 febbraio 2020 su Il Fatto Quotidiano. Duecentottanta casi di infezione da Covid-19, tra questi in sette casi si è avuta la morte del paziente, si trattava di persone già sofferenti per patologie importanti o molto avanti negli anni. I casi concentrati nelle regioni del Nord riguardano tutti italiani e nessun cinese, non è stato individuato il cosiddetto “Paziente Zero”. La professoressa Ilaria Capua, una scienziata di indiscusso prestigio internazionale, ritiene che i casi di contagio, asintomatici o con sintomi sovrapponibili ad una banale influenza, siano molti di più e che il Covid-19 sia in circolazione da almeno due mesi, senza che nessuno abbia diagnosticato i casi. Al caso 1 si è arrivati solo perché ha dichiarato di aver cenato con un collega rientrato dalla Cina, che è un invece risultato non contagiato. Senza quelle cene neppure il paziente zero sarebbe stato testato. Se ha ragione la professoressa Capua i casi sarebbe molti di più e quindi la percentuale di morti sarebbe molto più bassa di quella stimata oggi. Insomma il Covid-19 è un virus con una pericolosità relativa, assolutamente non paragonabile a agenti assai più pericolosi. La stragrande maggioranza dei casi da sintomi leggeri o addirittura neppure li dà. Solo una minoranza dei casi determina complicazioni gravi o gravissime. Eppure l’Italia è in preda ad una psicosi. Sessanta milioni di persone vivono da alcuni giorni in un incontenibile attacco di panico collettivo. Paesi diventati ghost town, accaparramenti nei supermercati, corsa ala mascherina e al gel antibatterico. Il tutto con l’immancabile strumentalizzazione del signor Salvini e lo scatenarsi di una xenofobia che sta diventato paura, ostilità e odio verso qualunque altro individuo non più verso lo straniero visto che il contagiato parla lombardo, veneto, emiliano… il contagiato, l’unto dal male è uno di noi: il vicino, il compagno di lavoro, la fidanzata o persino il prete che da la comunione. La paura antica del contagio, della pestilenza, ci sta facendo rapidamente regredire ad un stato ferino. La paura che come sempre diventa odio e l’odio diventa semplificazione, ricerca della soluzione facile, del campo di concentramento anche se ad oggi non si saprebbe bene chi rinchiuderci, ma forse basterebbe rinchiuderci qualcuno e basta. Negli anni della peste nera si accusarono gli ebrei di essere gli untori del flagello e si pose una delle solide basi dell’antisemitismo europeo. Soluzione facile, colpevole, bisogno dell’uomo forte, del buon padre saggio che ci liberi dal male del contagio. Non è il virus che può distruggerci, ma è la paura e la stupidità di fronte al quale non sembra vi siano anticorpi. Anzi il sistema di anticorpi sociali sembra rivoltarsi contro e alimentare l’isteria collettiva. Quando un medico come Burioni fa affermazioni apocalittiche, prontamente usate dall’estrema destra per una miserabile campagna politica, ma che diventano virali sui social generando proiezioni di scenari da pestilenza medioevali, mi chiedo dove sia il ruolo di responsabilità dello scienziato. Inghiottito dalla bramosia di visibilità? Ancor di più mi preoccupa la gestione che dell’argomento Covid-19 hanno fatto i media. Titoli apocalittici da Day-after. Amplificazione studiata della paura, inviati che fanno i collegamenti in diretta con la mascherina al solo scopo di fare scena e mi ricordano i “colleghi” che negli anni Novanta venivano a fare due minuti di collegamento da Palermo o Catania indossando il giubbotto antiproiettile. L’informazione che diventa show, per qualche punto in più di share, per una manciata di clic o di copie vendute, oppure, più banalmente, per soddisfare la miseria dell’io narciso del singolo che pensa di essere lui la notizia. Nel panico che ha travolto il Paese dobbiamo interrogarci per primi noi giornalisti su come abbiamo esercitato il nostro ruolo, su quali toni abbiamo usato e stiamo usando nel veicolare le notizie, se abbiamo rispettato le carte deontologiche che ci impongono scrupolosa attenzione e sobrietà quando veicoliamo notizie che riguardano salute e la scienza. Lo abbiamo fatto? Sinceramente credo che non tutti lo abbiamo fatto. Dovremo capire che non siamo al circo, che abbiamo tra le mani materiale pericoloso e dovremmo ricordarci soprattutto che dobbiamo aiutare la gente a non aver paura, ma ad avere la giusta consapevolezza del problema, ad avere fiducia nella scienza e non nelle chiacchiere sui social di coorti di imbecilli. Soprattutto abbiamo il dovere di non contribuire anche noi a trasformare il Paese in una giungla selvaggia dove ci scanneremo per un’inutile mascherina. Sarà bene ricordare che la paura e la stupidità sono stati alla base di tutti i fascismi e dunque della più grande tragedia del ventesimo secolo, con sessanta milioni di morti. Nessun virus ha mai fatto tante vittime. 

Tutto quello che i media italiani stanno sbagliando nel raccontare il coronavirus. Non è una sorpresa, ma la copertura del coronavirus sui media italiani per ora è tra l'imbarazzante, il non professionale e il procurato allarme. Mattia Salvia il 24 febbraio 2020 su rollingstone.it. Non è una sorpresa, ma la copertura mediatica dell’emergenza coronavirus in Italia – perlomeno per quanto riguarda i media mainstream – finora si è collocata in un punto medio tra il male e il malissimo, tra l’imbarazzante, il non professionale e il procurato allarme. I motivi di tutto ciò sono ovvi per chiunque abbia chiaro come funziona il mondo dell’informazione oggi, perennemente stretto nella tensione tra l’ansia di arrivare primi sulle notizie e un modello di business basato sulla quantità. Il che si traduce in notizie false, panico, allarmismo, clickbait, informazioni importanti per il pubblico nascoste dietro paywall per abbonati, titoli francamente incredibili ed errori grossolani di traduzione dall’inglese che fanno cadere le braccia.

LA PISTA DEGLI 8 CINESI AL BAR. Forse l’esempio più emblematico di tutto ciò è un articolo uscito ieri sul Corriere intitolato “la pista degli 8 cinesi al bar” per parlare del fatto che a Vo’ Euganeo, focolaio di coronavirus in Veneto, ci sono otto abitanti di origine cinese (tra l’altro tutti risultati negativi al test per il coronavirus).

L’ALLARMISMO DELLA STAMPA ITALIANA. In questo momento la home del Corriere è aperta dal numero dei morti, quello dei contagi che continuano a salire e il dato sulla borsa che precipita. Quella di Repubblica uguale. A suo modo anche questo sparare numeri su numeri costantemente aggiornati invece che inserirli in un discorso più ampio e ragionato sulla situazione è una forma di allarmismo – e purtroppo è lo standard dell’informazione italiana. Ad esempio questa è la prima di Repubblica oggi: “mezza Italia” è un modo di dire, ovvio, ma su in momenti delicati come questi i giornali non dovrebbero usare modi di dire. Mezza Italia in quarantena – Buongiorno con la prima pagina di Repubblica di oggi Pubblicato da la Repubblica su Domenica 23 febbraio 2020.

GLI ERRORI DI TRADUZIONE. La copertura dell’emergenza coronavirus ha mostrato anche i non indifferenti problemi di inglese dei media nazionali. In due articoli che parlano del sito internet che mappa in tempo reale le infezioni e i morti per coronavirus in tutto il mondo, i siti di Repubblica e Tgcom hanno tradotto il termine inglese “recovered”, che significa “guariti”, con “ricoverati” Repubblica nel frattempo – dopo diverse segnalazioni su Twitter – ha corretto, ma il fatto che non sia un errore isolato lasciato sinceramente senza parole.

I SERVIZI TG DA UNA CODOGNO POST-APOCALITTICA. Nel frattempo i telegiornali nazionali hanno ovviamente realizzato servizi da Codogno, nel frattempo diventata il centro del contagio o la “zona rossa” del coronavirus in Italia. Se la realtà è quella di un paese con poche decine di casi e che giustamente prende subito delle misure di prevenzione dettate dal buonsenso, nella narrazione mediatica la situazione diventa subito una versione cheap di The Walking Dead. “Paesi isolati. Supermercati presi d’assalto. Mascherine esaurite. È la vita nelle zone del coronavirus”, è il lancio social del servizio di ieri del Tg1 – che poi mostra semplicemente persone con la mascherina in fila al supermercato per fare scorte di pasta. Come ha scritto Luca Sofri sul suo blog Wittgenstein, “il problema, stavolta, tra i terroristi e i minimizzatori, è che la realtà delle cose proprio non si può sapere” perché nel caso del nuovo coronavirus nemmeno il parere degli esperti è risolutivo. Da questo, a cascata, deriva tutto il resto: le autorità politiche che prendono misure di prevenzione senza precedenti motivate dal buonsenso; il sistema mediatico che non ci capisce nulla, vede queste misure eccezionali e le traduce in una copertura schizofrenica; il pubblico che ascolta i media, va nel panico e svuota i supermercati. 

Coronavirus e media: i rischi dei social e della corsa all’audience. Come governare la comunicazione di questa epidemia, la prima scoppiata in tempi di social? Come gestire un’informazione, specie televisiva, fortemente spettacolarizzata alla ricerca di ascolti? Intervista a Chiara Giaccardi, sociologa della comunicazione. Roberta Gisotti – Città del Vaticano, 25 febbraio 2020 su vaticannews.va. Ansia, tensione, paura, panico sono tutte manifestazioni, alcune motivate molte altre no, di un comune e diffuso disagio, sia personale che sociale, di fronte ad un evento imprevisto come l’epidemia del coronavirus, che nell’arco di pochi giorni ha investito la vita degli italiani, più di altri popoli europei, chiamati a confrontarsi con un pericolo avvertito poco prima come lontano, che ha indotto il governo e le istituzioni preposte ad adottare misure di contenimento e prevenzione dei contagi, finora inedite per la popolazione.

I comportamenti irrazionali. Tutto ciò sta scatenando anche comportamenti irrazionali, come il precipitarsi a fare scorte alimentari svuotando gli scaffali nei supermercati, perfino nelle regioni dove non ci sono casi di contagi, oppure intasare le farmacie per acquistare mascherine e disinfettanti o prenotarli in rete pagandoli cifre esorbitanti o ricorrere a fantasiose ricette fai da te - diffuse on line - per ottenere soluzioni igieniche.

Il ruolo cruciale dei media. Social e informazione stanno svolgendo un ruolo cruciale, che va riconosciuto e governato, come spiega Chiara Giaccardi, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ascolta l'intervista a Chiara Giaccardi:

E’ la prima seria epidemia in tempi dei social, quali rischi di propagare allarmi, timori, o false informazioni da parte di tutti?

R. – I rischi ci sono e da una parte c'è l'opportunità per ciascuno di esprimere le proprie paure, i propri timori e questo è bene, ma dall'altra parte c’è il rischio di gonfiare paure che generano instabilità, creando una situazione che favorisce quello che Bauman chiamava il “demone della paura”, mentre Heidegger diceva che nella paura si perdono di vista le proprie possibilità. Allora la paura può avvelenare il presente e spesso può essere gonfiata a scopo strumentale perché governare la paura dà potere.

Quale ruolo sta giocando l'informazione? Da un lato è stato detto che bisogna informare correttamente i cittadini, da altro lato di non alimentare il panico. Dov'è il punto di equilibrio?

R. – Credo che il punto di equilibrio sia molto delicato, perché mi sembra che ci sia quasi una 'venerazione' per la scienza: anche se è giusto il rispetto della scienza, bisognerebbe attenersi di più ad alcuni dati come quelli che parlano di una influenza più grave ma non di una pandemia. Se vediamo i decessi sono di persone anziane e vulnerabili; se vediamo poi quanti sono i decessi per un’influenza normale ogni anno verifichiamo che sono infinitamente superiori a quelli per questo nuovo coronavirus. Quindi, da una parte avere la giusta fiducia nella scienza ma non la venerazione e dall'altra parte ricordarci che il rischio fa parte dell'esistenza, il rischio articola la vita e la morte. Noi prendiamo il rischio solo come un timore per la nostra incolumità fisica, dimenticando che la morte è compagna della vita. Questa rimozione della morte ci fa affrontare la questione in maniera viscerale e assolutamente inadeguata, sia dal punto di vista della possibilità di contrastare la diffusione di questo virus sia per il senso che questa diffusione assume rispetto alla nostra vita. Forse potrebbe essere un’occasione per ripensare che la vita e la morte sono compagne di viaggio e che la vita è un'avventura, che si morirà tutti e che questo significa che dobbiamo santificare e rendere sacra la vita, non cercare di combattere la morte affidandoci al panico e a questa "overdose" di informazione poco rassicurante.

Sappiamo bene che le emozioni fanno audience e a quanto pare i media stanno cavalcando una comunicazione altamente adrenalinica, con la conta minuto per minuto dei contagiati, la mappa aggiornata dei focolai. Per non parlare dei talk-show incentrati sul coronavirus, di fatto divenuto quasi un tema di intrattenimento.

R. – Purtroppo questa è una società di consumatori e noi abbiamo fame di notizie e le notizie drammatiche, lo sappiamo, attirano in qualche modo, anche talvolta morbosamente, di più delle buone notizie, nonostante tutti i tentativi che i giornalisti seri facciano per rimettere un po' al centro, riequilibrare la percezione della società attraverso anche il bello che la società esprime; quindi c'è una strumentalità, a mio avviso, evidente non tanto nel dire cose non vere quanto mettendo l'accento su, per esempio, i numeri del contagio e non sui numeri delle guarigioni rispetto a quelli dei decessi. Quindi c'è sicuramente una furbizia delle informazioni. Quando non si vendono giornali mettere titoli eclatanti e anche terrorizzanti fa vendere.

Che dire delle tante vignette che girano sui social, alcune onestamente molto divertenti, sono da condannare o l'umorismo gioca un ruolo positivo per sdrammatizzare ansie e tensioni?

R. – Credo che utilizzare una pluralità di linguaggi, soprattutto attraverso i social, dove la comunicazione è veloce e anche più leggera ed è più difficile argomentare, sia tutto sommato qualche cosa di positivo. Io credo che anzi l’ironia ci aiuti a prendere un po' di distacco da una situazione emotivamente sempre più carica, che rischia di farci perdere lucidità e anche di consegnarsi nelle mani di chi ci promette soluzioni che non esistono e dobbiamo renderci conto che la globalizzazione ha anche questo effetto e che i muri contro i virus non ci sono. Quindi forse dovremmo ripensare anche la nostra idea di convivenza globale, di mobilità non soltanto delle persone e delle merci nelle direzioni che ci fanno comodo ma anche dei virus nelle direzioni che non ci fanno comodo. E come questo ci può aiutare a ridare senso a cosa significhi vivere oggi, essere persone oggi nell'epoca della globalizzazione e anche della globalizzazione dei virus. 

Coronavirus, il duplice ruolo dei social: fake news e verità dal basso. Per contrastare la diffusione di notizie false sul coronavirus, l’OMS collabora con social e media tradizionali, I social si sono rivelati anche uno strumento positivo per fare emergere la verità censurata dal Governo e le storie personali delle persone. Per questo si tratta della prima “infodemia” della storia. Michele Gentili,  consulente ICT e Digital transformation, ed Alessandro Longo su agendadigitale.eu il 20 febbraio 2020. L’epidemia da coronavirus è la prima infodemia della storia, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS): il suo impatto sociale, economico e umano è indissolubilmente connesso al mondo dei media digitali, i social soprattutto. Nel bene e nel male: i media digitali amplificano i danni – veicolando disinformazione sul virus – ma si stanno anche rivelando un mezzo per ridurre le conseguenze negative dell’infezione e fare emergere verità e racconti della gente, anche non gradite al Governo cinese.  Ecco perché la stessa Oms sta collaborando con tutte le società di social media come Google, Facebook, Tencent, etc. con l’intento di combattere notizie incontrollate e “falsi miti” e per garantire che le informazioni corrette e ufficiali siano facilmente individuabili e soprattutto ben visibili prima di tutte le altre. La raccomandazione dell’OMS è anche rivolta a tutti gli utilizzatori dei social media; ognuno di noi infatti ha il dovere di condividere coscientemente, “facendo click” con attenzione ed evitando di alimentare notizie false o anche solo dubbie. Come a dire che, per la prima volta, l’umanità sperimenta un’epidemia che va combattuta non solo sul campo della scienza e della salute pubblica, ma anche in quello dei media di massa distribuiti. La battaglia che si sta combattendo è certamente contro l’epidemia nata a Wuhan ma anche contro la disinformazione che si sta diffondendo molto più velocemente di quanto faccia il virus stesso. Anche questo è un problema perché la disinformazione, come sempre, è nemica nel trovare una soluzione e soprattutto alimenta ossessioni e “modi di fare” controproducenti. L’”infodemia”, dunque sta ostacolando gli sforzi per contenere l’epidemia, diffondendo panico e confusione e anche una certa discriminazione, quando la solidarietà e la collaborazione sarebbero elementi fondamentali e imprescindibili per salvare vite umane e porre fine alla crisi sanitaria. Abbondano, soprattutto in rete infatti, oscure teorie della cospirazione, false rivendicazioni che il virus sia uno sforzo di qualche fantomatica organizzazione per porre fine alla vita dell’uomo sulla terra, o altre fantasiose rivendicazioni di una presunta guerra biologica. Le false teorie circolano rapidamente online in tutti i paesi del mondo e in quasi tutte le lingue più diffuse contribuendo così alla loro ancora più rapida propagazione. Combattere la disinformazione sul virus è diventata dunque una sfida che, come ben sappiamo, non è certo l’unica, quando si parla di disinformazione sul web. Il problema però, come sempre è complesso perché, se da una parte in tutto il mondo e questa volta soprattutto in Cina, le persone hanno diritto di accesso alla libera informazione, in questo caso più di altri, va tutelato il diritto di accesso a informazioni accurate e certificate su come proteggere sé stessi e le proprie famiglie dal contagio. Nonostante il concreto rischio legato alla disinformazione, va riconosciuto ai social media anche il ruolo di grande ed importante fonte primaria di informazioni. I giornalisti di tutto il mondo hanno utilizzato i social media cinesi per ottenere un quadro più preciso della situazione, raccogliere e archiviare importanti notizie ri-condividendole nella propria lingua. C’è da dire, anche, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta svolgendo un ruolo importante nel soddisfare questa esigenza critica.

Coronavirus: come lo stanno affrontando i Big del web. I colossi del web, in stretta collaborazione con l’OMS, hanno già preso alcune misure per rimuovere false dichiarazioni e promuovere ed evidenziare informazioni accurate e sicure. Elisa De Panicis e lo scivolone sul sud d'Italia. Cosa dice sul coronavirus. Giada Oricchio il 26 febbraio 2020 su Il Tempo. Bufera su Elisa De Panicis, la prima eliminata del GFVip 4: ringrazia il coronavirus e inneggia alla magrezza. Finora l’insulsa Elisa De Panicis era nota per i flirt con i calciatori e con Andrea Denver, altro concorrente del GF oltre che per una fugace e super sexy apparizione nella casa di Cinecittà. Da oggi sarà ricordata per due scivoloni ignorantissimi uno dietro l’altro. In una storia di Instagram è apparsa stesa su un lettino, piallata da un filtro con fiorellini e di buonumore. Perché? Lo ha detto lei tra una risatina e l’altra: “Adesso so che con quello che sto per dire scatenerò gli odiatori, però per una volta, il Sud ha vinto contro il Nord perché odiamo quelli del Nord e non possono scendere. Per una volta, tutti i milanesi, i lombardi e i veneti hanno bisogno di andare al Sud e non possono: questa è la cosa più bella di Coronavirus”. Per l’influencer il riscatto del Sud passa dal Coronavirus: una sciocchezza dettata dalla superficialità e dalla voglia di conquistare qualche titolo. Poi ha postato una seduta di pilates mostrando una forma fisica strepitosa e addominali tiratissimi, ma ecco l’altra sparata. Seppur magrissima, stupisce tutti con frasi scioccanti: “Sono ingrassatissima sulle ginocchia. Fisicamente faccio cagare, ho la pancia, cazzo!”. La Rete però non l’ha trovata spiritosa: “per chi se lo fosse perso questa signorina ha mostrato nelle sue storie tutto il suo entusiasmo e allegria per la propagazione del virus al nord...Fossi in voi smetterei di seguirla immediatamente”, “Sei squallida”, “Talmente stupida che neanche il virus vuole avere a che fare con te”, “Comunque hai augurato la morte a non so quante persone, e in tutto ciò sei a Milano. Ma a coerenza unni l'hai missa?”, “Non ti vergogni? Che imbarazzo”.

·        Epidemia ed Ignoranza.

L’epidemia di Coronavirus ci fa riscoprire ignoranti, presuntuosi e fragili. Antonio Selvatici de Il Riformista il 3 Marzo 2020. La natura si sta vendicando? Ehi, homo sapiens il Coronavirus ti sta fregando! Ci siamo scoperti ignoranti e forse un po’ presuntuosi. Ignoranti, ignoramus, vale a dire “non sappiamo”. Presuntuosi perché coccolati nella confort zone del nostro quotidiano sapere, ambivamo a obiettivi altissimi. Eravamo orientati e tesi verso l’infinito, verso cime altissime: difficili da raggiungere anche con il solo pensiero. Addirittura l’intelligenza artificiale sembrava essere un buon rimedio per salvarci dalla deficienza naturale. Un taxi spaziale era già pronto per portarci a far visita alla luna: pacchetto andata/ritorno e pranzo al sacco con visita asteroidi. Mega computer grandi quanto una fabbrica capaci di elaborare in un’unità di tempo infinitesima una abnorme quantità di dati. Cose mai viste e sentite, così grandi che diventano inimmaginabili. Poi, all’improvviso mentre stavamo ancora digerendo le abbondanti libagioni delle festività, come uno scherzo, da un ignoto innocente pipistrello Made in China, sbarca il Coronavirus. Improvvisamente viene a mancare il patto scienza-uomo moderno. E l’ignoranza si trasforma in paura. Ed è naturale che quando la scienza non riesce a dare risposte (“non sappiamo”) si assaltano i supermercati o i forni, dipende dall’epoca. Mancano le processioni (occasioni dove il morbo si diffondeva) con pubbliche fustigazioni e corali canti di litanie. Ora le funzioni religiose sono sospese, matrimoni e funerali possono attendere tempi migliori. Gli aspiranti sposini avranno più tempo per riflettere sull’importante, difficile ed emozionante passo. I secondi, gli ignari protagonisti dei funerali, sono molto meno interessati alla cosa: hanno terminato il tempo terrestre. Dunque ignoramus et ignorabimus, ed ecco che anche oggi nuovamente si discute dei limiti della nostra comprensione della natura. Allora chiudiamo gli occhi. Sfogliamo mentalmente le nitide fotografie degli sbiaditi luoghi abbandonati, delle fabbriche di Detroit. L’ex capitale mondiale della cantieristica e della produzione di autovetture tende al suo stato naturale: gli alberi avvolgono e soffocano le cadenti strutture in muratura. Dal basso le radici innalzano i pavimenti, gli arbusti fanno il resto. Qui la natura sta vincendo, si sta riprendendo i suoi spazi: spacca e copre. Ed ecco che quando la Cina stava per salire sul gradino più alto del podio, un pacifico abitante della sua terra, della sua distrazione verso la natura e del suo egoismo, l’ha fatta inginocchiare dinnanzi alla realtà. Ha lasciato il segno l’unico mammifero volante, quel buffo volatile notturno che dorme a testa all’ingiù e che si orienta con una specie di radar. È buffa come immagine: il piccolo pipistrello piega il grande e forte Dragone. La globalizzazione ha fatto il resto: il vigente modello produttivo e commerciale non lascia scampo. Del resto se le fragole a dicembre sulla tavola non destano stupore perché un virus a forma di corona deve starsene confinato nella sua zona d’origine? Il Coronavirus è democratico, silente e gentile: ha un tasso di mortalità molto basso (predilige le persone che già tanto hanno vissuto e già soffrono di altre malattie), fortunatamente non ama i bambini, non fa distinzione di sesso e razza. Il Coronavirus è lo specchio dei nostri tempi: tecnologicamente fragili, ma impauriti. Dimostra i punti di forza e di debolezza dei vari modelli di governance. In Cina la dittatura comunista può quello che i paesi democratici non possono permettersi: costrizioni, censura e privazioni. È, e sarà, il grande partito comunista cinese a sistemare le cose al meglio, con pudore e autorevole dignità anche calpestando i diritti civili. Anche perché, diciamocelo, il modello cinese non ha così a cuore i diritti civili dei cittadini. Il nostro modello democratico è molto democratico. I cittadini non sono lasciati soli: se necessitano di cure possono fare affidamento su un sistema sanitario moderno ed efficiente (a parte rare eccezioni). I cittadini che si ammalano non pagano (direttamente) le cure, quelli più gravi (fortunatamente percentualmente pochissimi) non pagano i giorni che trascorreranno in terapia intensiva. E negli Sati Uniti? Come il modello sociale statunitense può gestire la possibile (speriamo di no) diffusione del Coronavirus? Il loro modello, anche se sempre si tratta di democrazia elettiva, è differente: non sempre la sanità e gratuita. Anzi! Quanti cittadini statunitensi hanno una assicurazione sanitaria che copre anche tutti i costi della cura al Coronavirus? Probabilmente il Coronavirus sarà un occasione di extra guadagno per chi guida le invisibili leve della finanza: i vari indici delle varie borse passano velocemente da un deciso segno meno ad un altrettanto deciso segno più. Orso e Toro s’alternano: viva la speculazione, viva gli speculatori! Noi mortali abbiamo i piedi ben saldi a terra: si sono impennate le terrene quotazioni di una babysitter disposta ad accudire tutto il giorno strillanti marmocchi che scoppiano dall’entusiasmo e gridano di gioia ogni volta che viene prorogata la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Nelle Regioni interessate dalle ordinanze governative restrittive l’indice di sopportazione intra-familiare è salito alla fase rossa. Babysitter, cittadini, speculatori, medici, infermieri, imprenditori, artigiani, liberi professionisti, siamo tutti in attesa che la scienza moderna ci aiuti. Una volta si pregava la provvidenza, con devozione e dazioni, si edificavano chiese dedicate alla Madonna della Salute. Ora dobbiamo ammettere che il Coronavirus ci ha un po’ sconvolti: l’homo sapiens è un po’ meno sapiens di quello che in troppi s’immaginavano. La Natura sta sconvolgendo il nostro quieto vivere orientato all’infinita crescita. Già, quella natura matrigna di Giacomo Leopardi che ora, dati gli eventi, intrecciamo con l’assalto al “forno delle grucce” dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Ma non dimentichiamoci la scienza. Ancora una volta la rivoluzione della scienza ha dimostrato quanto, in realtà, siamo ignoranti. Siamo stati presuntuosi pensavamo che manovrando nervosamente il sacro telefonino si potessero risolvere buona parte dei nostri interrogativi e dei nostri problemi. Anche se può sembrare bizzarro e controcorrente, possiamo ringraziare il Coronavirus per averci riportato all’ignoranza: quando s’assaltavano i forni, ed ora, i supermercati. Dobbiamo ringraziare il Coronavirus in quanto dimostra quanto la scienza sia importante e quanto noi, homo sapiens, siamo fragili e ignoranti. Dobbiamo ringraziare ciò che non possiamo vedere e pesare: la dedizione e la professionalità dei medici, infermieri e personale sanitario chiamati al dovere dal virus. Dobbiamo ringraziare il Coronavirus perché ci ha insegnato che la Natura, nonostante le nostra incuranza, non s’arrende. Anzi, a volte, si vendica.

·        Epidemie e Profezie.

Il tweet profetico di Biden sulla pandemia. Piccole Note de Il Giornale il 26 ottobre 2020. L’ex presidente Barack Obama domenica ha invitato gli elettori a sostenere il candidato democratico Joe Biden, condividendo un tweet che il suo ex vice-presidente ha pubblicato il 25 ottobre del 2019, nel quale si avvertiva che il presidente Trump non era preparato per affrontare una pandemia. Lo riferisce The Hill che riporta come nel “tweet del 2019, [pubblicato] molto prima che la pandemia del Coronavirus entrasse nell’orizzonte degli americani  [in realtà prima che si manifestasse anche in Cina ndr.], Biden ha scritto: “Non siamo preparati per una pandemia. Trump ha annullato i progressi che io e il presidente Obama abbiamo fatto per rafforzare la sicurezza sanitaria globale. Abbiamo bisogno di una leadership che goda della fiducia dell’opinione pubblica, sia focalizzata sulle minacce reali e mobiliti il mondo per fermare le epidemie prima che raggiungano le nostre coste”. Il tweet di Biden prendeva spunto da un articolo pubblicato il giorno precedente dal Washington Post, che riportava il rapporto Global Healt Security Index, “la prima valutazione completa delle capacità sanitarie globali”, il quale segnalava come 195 Paesi del mondo fossero impreparati ad affrontare un “evento biologico catastrofico a livello globale” (capitolo 2). L’Index, scriveva il Washington Post, è “un progetto della Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Washington, e del Johns Hopkins Center for Health Security“. La Nuclear Threat Initiative è stata fondata dal senatore democratico Sam Nunn e dal fondatore della CNN Ted Turner; del Johns Hopkins Center ci siamo occupati in note pregresse riguardanti alcune esercitazioni militari anti-pandemia che si sono svolte nel 2019 negli Stati Uniti d’America, prima del manifestarsi del Covid-19 (Piccolenote). Non tiriamo nessuna conclusione da questa serie di coincidenze, che tali sono. L’unica, indubitabile, è che la profezia di Biden, annunciata mentre nel mondo iniziava a prendere forma la pandemia, sembra essersi avverata. E forse regalerà al candidato democratico la Casa Bianca, dato che proprio su tale drammatico evento si è basata la sua campagna elettorale ormai vincente (almeno a  stare ai sondaggi).

Ps. Il Wp citato nella nota criticava la decisione di dell’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa John Bolton di chiudere l’Ufficio per la sicurezza sanitaria globale e la difesa biologica che faceva capo al suo ufficio. Già fiero antagonista del presidente nel periodo in cui ha ricoperto l’incarico, dopo il suo licenziamento l’alfiere dei neocon è diventato un acerrimo oppositore di Trump.

Da "corriere.it" il 26 ottobre 2020. Il presidente Usa, Donald Trump, protesta con i media. Lo fa ad un comizio elettorale a Lumberton, in Carolina del Nord: «Questo è tutto quello che sento adesso. Accendi la tv e non si sente parlare di altro che ‘Covid, Covid, Covid, Covid, Covid, Covid’». Una parola che il capo della Casa Bianca ripete per 6 volte consecutive come un refrain davanti ad una folla in delirio per lui: «Bene,dopo il 4 novembre questa parola non la sentirete più»

Hamutal Shabtai, la scrittrice israeliana che aveva previsto la pandemia. Ne parlava già in un libro del 1997. Libero Quotidiano il 24 ottobre 2020. Nel 1997 la scrittrice israeliana Hamutal Shabtai aveva previsto tutto quello che sta succedendo oggi. Infatti, nel suo libro, dal titolo 2020, parlava proprio di una pandemia che avrebbe sconvolto il mondo nel 2020. Un libro profetico, insomma, che descrive nel dettaglio situazioni che adesso tutti conoscono benissimo: dal distanziamento fisico al rispetto delle norme sanitarie. Come scrive Meir Ouziel, ripreso da Repubblica, l’autrice è psichiatra di professione e iniziò a scrivere il romanzo negli anni ’80, quando il mondo era terrorizzato dalla sfida dell’Aids. In quel periodo Shabtai era preoccupata per le implicazioni che quella nuova malattia avrebbe potuto avere sulle relazioni interpersonali. Ed è per questo che nel suo mondo letterario viene sviluppata una nuova razza umana caratterizzata dal rifiuto delle relazioni intime. Nel romanzo 2020, in particolare, viene descritta una realtà inquietante in cui ogni contatto tra esseri umani è accompagnato dal sospetto. Addirittura per i rapporti sessuali si ricorre a dei robot.

La profezia del bambino che aveva previsto il Covid: "In arrivo una catastrofe". C'è grande scetticismo sulla nuova previsione del bambino prodigio indiano Abhigya Anand, che dopo aver previsto la pandemia di Covid nel 2019, ora ha "visto" una nuova tragedia che sconvolgerà l'umanità nel 2021. Roberta Damiata, Sabato 08/08/2020 su Il Giornale. Una nuova catastrofe tra dicembre e marzo potrebbe minacciare l’umanità, a dirlo è Abhigya Anand, il 14enne indiano famoso in tutto il mondo per aver previsto nel 2019 la pandemia di coronavirus con tale precisione da specificare che sarebbe iniziata dalla Cina. Il ragazzo possiede un diploma post-laurea in Microbilogia ayurvedica ed è un astrologo di fama internazionale famoso per le sue capacità di pronosticare gli eventi. Secondo le nuove predizioni il 5 settembre segnerà la fine del Covid, ma una nuova catastrofe, che per il momento non si sa di quale genere potrebbe essere è pronta a farsi viva pochi mesi dopo, sempre provocata dal comportamento umano. “L’uomo che non rispetta la terra dove è nato, che non smette di uccidere gli animali e che continua a danneggiare la natura - sono state le sue parole - e le sue azioni stanno aumentando il karma negativo”.

Ma da cosa deduce queste sue previsioni? Intanto si conosce il periodo, che sarà da dicembre 2020 fino a marzo 2021 e l’evento sarà addirittura più distruttivo della pandemia di coronavirus. Questo perché proprio in quel periodo ci sarà l’allineamento di Saturno e Giove che procurerà questa catastrofe. Facendo ovviamente i dovuti scongiuri è importante specificare bene come stanno realmente le cose, per evitare fraintendimenti. In realtà Anand ha espresso un’opinione basata su una una generalizzazione astrologica, proprio come era successo nel video del 2019 in cui aveva parlato di malattie generiche in tutto il mondo che avrebbero richiesto molti sforzi per uscirne. Un articolo specifico è stato redatto sul sito "Asia Net News" dove si legge un’analisi approfondita sul video che il ragazzo ha registrato ad agosto 2019 in cui i punti da lui trattati a detta del sito sono tre. Il primo riguarda la forte probabilità di una guerra tra India e Pakistan, che non è avvenuta, considerando il fatto che non ci sono state situazioni di dispute armate tra i due Paesi da novembre 2019 a maggio 2020. Inoltre Anand ha anche parlato dei prezzi dell’oro, dell’argento e del petrolio destinati ad aumentare notevolmente, cosa che dati alla mano non è successa. Inoltre ha menzionato anche una possibile guerra tra Stati Uniti e Iran, che non è successa anche se ci sono stati forti tensioni tra i due Stati.

La profezia Maya era stata letta male: non era il 2012, ma il 2020. A supportare finora sul web la teoria per cui il 2012 indicato dai Maya sarebbe in realtà il 2020 hanno contribuito anche dei sedicenti scienziati. Gerry Freda, Lunedì 15/06/2020 su Il Giornale. In rete impazza ultimamente una teoria per cui la profezia Maya della fine del mondo, che fissava l’apocalisse al 21 dicembre del 2012 e poi rivelatasi fortunatamente inesatta, non sarebbe affatto campata in aria, in quanto necessiterebbe solo di una correzione legata al tipo di calendario usato come riferimento. Adeguando i calcoli degli antichi amerindi al moderno calendario gregoriano emergerebbe infatti che la terribile data anticipata da quel popolo sarebbe ancora pronta a minacciarci. In base alla profezia “aggiornata”, il giorno del giudizio sarebbe appunto in arrivo il 21 giugno di quest’anno. Secondo la teoria apocalittica che circola su Internet, rilanciata dal Corriere dello Sport, l’iniziale errata individuazione della data incriminata come il 21 dicembre 2012 sarebbe stata causata dal mancato adeguamento della profezia al contemporaneo calendario gregoriano, subentrato verso la fine del ‘500 a quello giuliano. La spiegazione della confusione tra 2012 e 2020 è stata delineata dal quotidiano con tali parole, ricavate dalla rete: “I Maya avevano profetizzato la fine del mondo il 21 dicembre 2012, ma l'errore nella stesura del calendario gregoriano, introdotto nel 1582 al posto di quello giuliano, ha di fatto alterato il conteggio. Aggiungendo i giorni persi in virtù dello sbaglio, 11 per ogni anno, si arriva così al 21 giugno 2020, cioè la settimana prossima”. La tesi relativa a una fine del mondo in arrivo il 21 di questo mese sarebbe stata finora propugnata sul web, rimarca la testata, anche da alcuni sedicenti scienziati, tra cui un certo Paolo Tagaloguin. Quest’ultimo avrebbe infatti supportato di recente a colpi di tweet la nuova teoria apocalittica, pubblicando messaggi come il seguente: “Secondo il calendario giuliano, tecnicamente siamo adesso nel 2012”. Un altro post a lui attribuito recitava: “Usiamo il calendario gregoriano da 268 anni (dal 1752 al 2020). A 11 giorni all'anno, abbiamo perso 2948 giorni. E 2948 giorni divisi 365 (i giorni dell'anno) fa un totale di 8 anni. Seguendo questa teoria, il 21 giugno 2020 corrisponde al 21 dicembre 2012, una data che dovremmo conoscere”. Dopo avere riportato i tweet di Tagaloguin, sempre il Correre dello Sport ha però precisato che lo scienziato con la passione per le profezie Maya si sarebbe ormai cancellato da tutti i social network, relegando nell'oblio le sue cacciate catastrofiste.

Virus, stragi e silenzi. Se non fosse tutto vero sembrerebbe un thriller (di Lawrence Wright). Il giornalista americano mesi fa immaginava un mondo devastato da un morbo invincibile. Stefania Vitulli, Mercoledì 29/04/2020 su Il Giornale. Un virus che nasce in Asia, aggredisce il pianeta nella primavera del 2020, costringe al lockdown le nazioni tutte e distrugge il sistema economico? Già scritto da un Pulitzer e in bozza da inizio di quest'anno. Se ne parla sui media di tutto il mondo da fine febbraio, ma arriva solo ora in ebook in contemporanea globale: il romanzo Pandemia (Piemme, e-book 5,99 euro, cartaceo pagg. 432, euro 18,90, in uscita il 5 maggio) di Lawrence Wright è senza dubbio la Cassandra per eccellenza dell'emergenza Coronavirus. Averlo scritto è il corrispondente in letteratura obiettivo impensabile persino per un giornalista del New Yorker, saggista di razza e vincitore del Pulitzer come Wright di quello che sarebbe in medicina l'aver trovato un vaccino al Covid per un ricercatore: l'autore ha predetto più o meno tutto quel che ci sta accadendo e ha già pure provato a spiegarlo, con flussi economici e intrighi politici internazionali. Oltre due anni di fatiche, pare gli sia costato, ma leggendo questo thriller si stenta a credere che una tale preveggenza possa risalire a un periodo in cui l'evento pandemia sembrava ai più lontano quanto i replicanti di Blade Runner. Ma cominciamo dall'inizio. Wright non è uno che scrive romanzi, tuttavia è dalla fiction che spesso prende le strutture e l'ispirazione per mettere insieme i pezzi dei suoi puzzle-reportage. Il titolo che gli ha assicurato il Pulitzer, Le altissime torri (Adelphi), è una dissezione anatomica sull'11 settembre che parte sul campo e connette puntini reali, inserendo nello stesso piano di azione indagini spregiudicate dell'FBI, il fondatore del jihad e le basi di al-Qaeda, proprio come se fossero personaggi di un romanzo. Più o meno all'inverso Wright ha invece proceduto per Pandemia: ha usato la sua credibilità di reporter per raggiungere scienziati, epidemiologi, fonti ufficiali dei governi mondiali ed esperti militari e poi ha costruito, usando le loro dichiarazioni e i materiali ottenuti, una vera opera di narrativa. L'idea gli è venuta in parte perché è rimasto soggiogato dal fascino delle armi biologiche: invisibili, imprevedibili, letali. In parte perché anni fa ebbe una conversazione con il regista Ridley Scott a proposito della risposta alla domanda: «Che cosa potrebbe portare la società a spaccarsi?». Al centro di Pandemia, ambientato nella primavera del 2020, una «influenza emorragica» mai vista prima e molto aggressiva - quello che potrebbe essere il nostro Coronavirus che si sviluppa in un campo profughi a Giacarta e provoca, in poche ore, 47 morti. Il caso viene presentato all'Assemblea Mondiale sulla Salute a Ginevra e il nostro eroe, l'instancabile epidemiologo Henry Parsons (ecco, questa è l'unica cosa che, se riscrivesse il libro oggi, Wright magari cambierebbe: la figura dell'epidemiologo di fama mondiale che capisce al volo cosa accade e segue la giusta pista del virus come un bracco col tartufo) parte per l'Indonesia, dove il peggio è già avvenuto: l'apocalisse del contagio si è ormai diffusa in modo irrimediabile. Ma il personale «Paziente 1» di Parsons, il suo autista, nel frattempo parte per la Mecca in pellegrinaggio e il virologo si mette sulle sue tracce, intuendo il rischio. Troppo tardi. Il mondo è in balìa del panico e della pandemia. È qui che si affacciano altre somiglianze stringenti con la contemporaneità: tensione tra superpotenze, sospetti sulla creazione del virus in laboratorio a scopi egemonici, possibile ruolo delle armi chimiche nel la diffusione. Il libro è godibilissimo ed è chiaro che la simulazione su cui Wright si esercita nel narrare è congegnata nei minimi dettagli, perciò rende credibile un grande complotto globale in cui ognuno degli attori ha obiettivi diversi e ottenere, agli occhi del lettore, quella che si chiama «eterogenesi dei fini», ovvero un finale inaspettato, viste le premesse. Quel che conta, secondo Wright, non è solo è capire perché gli eventi accadono ma che cosa potrebbe succedere dopo e chi ne beneficia ovvero chi sono i burattinai del futuro, poi che si tratti di Covid-19 o di Ebola poco importa. A mancare alla popolazione al pari delle cure, quando un evento del genere si verifica, è la trasparenza, secondo un Wright, oggi in isolamento a Austin, Texas: «Quando capiscono che gli si sta mentendo, le persone vanno nel panico» ha commentato Wright nella sua intervista di due mesi fa a Bloomberg non a caso una testata economico-finanziaria a proposito della ricerca che sta dietro al libro. «Il ministro della Salute iraniano negava a proposito del Coronavirus mentre sudava per la febbre».

Le premonizioni in un libro pubblicato nel 1976. Coronavirus, la profezia del Papa Buono: “Sette anni di pestilenza”. Redazione de Il Riformista il 13 Aprile 2020. L’essere umano dovrà convivere con il coronavirus per altri sette anni. O almeno così dice un libro di profezie attribuite a Papa Giovanni XXIII, Angelo Giuseppe Roncalli. Stando a quanto riporta il volume Le profezie di Papa Giovanni, il “Papa Buono”, sul soglio Pontificio dal 1958 al 1963, avrebbe infatti predetto una terribile epidemia e una carestia. Del volume si è tornato a parlare in questi giorni a causa della pandemia da Covid-19. “Si alzano le grida e le barriere della contesa, già dall’acque esce la Bestia. E la carestia ferma gli eserciti. Gli uomini si contano morire. E dopo la carestia, la pestilenza”, si legge. E poi: “Iddio ha scatenato la guerra della natura per impedire la guerra degli uomini”. Il libro in questione è Le profezie di Papa Giovanni (Edizioni Mediterranee); sottotitolo: La storia dell’umanità dal 1935 al 2033. È opportuno però precisare che non venne scritto dal Santo Padre, ma da Pier Carpi, scrittore, regista, sceneggiatore di fumetti e studioso dell’esoterico e del paranormale, che pubblicò il libro nel 1976. La storia dietro il volume è criptica e misteriosa quasi quanto le premonizioni al suo interno. Carpi, amico e confidente di Licio Gelli, il “maestro venerabile” della loggia massonica P2, raccontò di aver ricevuto le profezie lasciate dal “Papa Buono” da un massone di alto rango. Il “grande vecchio” avrebbe dunque consegnato nelle mani dello scrittore tali premonizioni alla rocca di San Leo, una fortezza in Emilia Romagna dove – coincidenza – venne detenuto l’esoterista e alchimista siciliano Cagliostro. La pestilenza, stando al libro, viene al tempo di uno scontro tra due imperatori, che secondo Carpi sarebbero due pretendenti al soglio pontificio. E sempre secondo l’interpretazione, posta in esergo al volume, dell’autore il “Papa Buono” nelle sue visoni anticipa i segni di sette anni di pestilenza e carestia seguiti dal caos. Uno dei passaggi chiave cita in diverse parti il libro biblico dell’Apocalisse e una “fine dei tempi”: “La figlia di Caino è salita a Nord, a predicare. Lussuria nella nuova Babilonia, per sette anni. Il settimo anno cade il settimo velo di Salomè, ma non esiste imperatore, non esiste chi sappia alzare la spada e recidere il collo di Giovanni. Il tempo è vicino”. Alla fine del caos, tuttavia Pier Carpi prevede “l’avvento di “una superiore civiltà umana, basata sulla fede, la conoscenza, la fratellanza tra gli uomini”. Quella delle profezie di Papa Giovanni sembra una storia che ha a che fare più con la suggestione, e i culti esoterici, che altro. Resta, comunque, nella storia dell’emergenza coronavirus l’abbondanza di allarmi, premonizioni, profezie o qual dir si voglia, che avevano annunciato o quantomeno messo in guardia il mondo dalla possibilità di una epidemia globale. Le parole di Bill Gates, durante un ‘intervento ai Ted Talks del 2015, hanno fatto il giro del web. Come pure gli studi e gli articoli di numerosi ricercatori ed esperti, come David Quammen, che nel suo Spillover (Adelphi) aveva scritto come il prossimo evento catastrofico, “big one” sarebbe potuto essere una grande epidemia passata agli uomini dagli animali.

La profezia di Obama sul virus: "Prepariamoci, ecco cosa arriverà..." Queste parole vennero pronunciate nel 2014 dall'allora presidente degli Stati Uniti, poco tempo dopo che il virus Ebola aveva colpito duramente l’Africa occidentale. Andrea Pegoraro, Giovedì 16/04/2020, su Il Giornale. “Potrebbe e verosimilmente arriverà un momento in cui si diffonderà una malattia che si trasmetterà per via aerea e che sarà mortale”. Queste parole vennero pronunciate nel 2014 da Barack Obama, all’epoca presidente degli Stati Uniti. Una frase profetica di quanto poi sta accadendo oggi nel mondo con il coronavirus.

L’intervento del leader statunitense. Il discorso di Obama risale al 3 dicembre 2014, poco tempo dopo che il virus Ebola aveva colpito duramente l’Africa occidentale ed era stato una minaccia per il mondo. Il leader democratico era intervenuto al National Institutes of Health (Istituto nazionale di sanità) e si era complimentato per la professionalità con cui era stata fronteggiata quella crisi sanitaria. Inoltre, aveva offerto al suo Paese un modo per contrastare in modo efficace una pandemia. Durante il suo intervento, Obama aveva richiesto al Senato di approvare una proposta di finanziamento e soprattutto aveva evidenziato l’importanza di creare un’infrastruttura mondiale in grado di affrontare un’eventuale epidemia o influenza.

La profezia. L’allora presidente degli Usa aveva sottolineato che il finanziamento richiesto sarebbe stato necessario per rafforzare la capacità interna degli Stati Uniti di rispondere a possibili casi futuri di Ebola. Inoltre, aveva aggiunto che sarebbe servito per consentire agli Usa di collaborare con altri Stati per prevenire e affrontare prossimi focolai, impedendo loro di trasformarsi in epidemie. “Siamo stati fortunati con H1N1 che non si è rivelato più mortale di quanto poteva essere - aveva continuato Obama -. Non possiamo dire di essere fortunati con l'Ebola perché ovviamente sta avendo un effetto devastante in Africa occidentale, ma non si trasmette via aerea”. Poi le parole profetiche. Il leader democratico aveva invitato tutti a prepararsi per una malattia globale che si sarebbe diffusa per via aerea e sarebbe stata mortale.

Come affrontare una futura epidemia. Obama aveva dato la sua ricetta per prevenire una prossima pandemia. “Per consentirci di affrontarla in modo efficace - aveva spiegato -, dobbiamo creare un'infrastruttura, non solo qui negli Usa, ma a livello globale, che ci consenta di individuarla rapidamente, isolarla rapidamente e reagire rapidamente”. Secondo il leader statunitense, così facendo gli Usa sarebbero stati in grado di fronteggiare negli anni futuri un nuovo ceppo di influenza come la Spagnola. “È un investimento intelligente. Non è solo un’assicurazione - aveva concluso Obama -. Sappiamo che in futuro continueremo ad avere problemi come questo. Quindi è importante ora, ma è anche importante per il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e il futuro dei nostri nipoti".

Maria Mento per "newnotizie.it" il 27 marzo 2020. Quello che in questi giorni, al tempo del Coronavirus, sta accadendo in Israele sta nuovamente alimentato le teorie dei complottisti. Dozzine di pipistrelli ancora in giovane età sono morti e inspiegabilmente sembrano non esserci delle motivazioni valide per spiegare questi decessi. I pipistrelli trovati privi di vita (alcuni sono anche stati fotografati, come si può vedere dall’immagine che vi proponiamo) non presentano alcun segno esteriore di trauma fisico. Una spiegazione scientifica sicuramente ci sarà, ma ecco che subito sono spuntate all’orizzonte le teorie di chi sostiene che si stia avverando una profezia biblica sulla fine del mondo (che ormai sarebbe vicinissima).

Pipistrelli misteriosamente morti in Israele, sono tre gli avvistamenti registrati in tutto il Paese. In Israele si sono registrati, in questi ultimi giorni alcuni strani decessi che hanno colpito dei pipistrelli. A rinvenire i corpi di dozzine di queste creature, ormai morte, è stato Adi Moskowits: l’uomo- al momento della scoperta, fatta lo scorso sabato- si trovava presso il Park Leumi di Ramat Gan (città che sorge alla periferia est di Tel Aviv). L’uomo ha scattato delle foto e le ha condiviso in rete. Si è poi scoperto che un’altra persona, che però vive a molte miglia di distanza dal parco (nel quartiere Pardes Katz), ha notato la stessa anomalia e ha pubblicato un video per segnalare questo mistero sorto intorno ai pipistrelli. Ancora, un terzo avvistamento sarebbe avvenuto a 50 km dal Park Leumi, e più precisamente nella città di Hadera. A dichiararlo è stato un utente Facebook che ha detto di aver visto con i propri occhi i pipistrelli deceduti.

Pipistrelli misteriosamente morti in Israele, la teoria biblica sulla fine del mondo. Nora Lifshitz, la fondatrice della Israeli Bat Society, ha dichiarato ai microfoni di Breaking Israel News di non aver visto una cosa simile prima d’ora.  La donna si è lanciata in una spiegazione che per non è stata provata, sostenendo che forse il freddo intenso patito nel corso dello scorso weekend potrebbe avere ucciso in massa i pipistrelli. Su internet, invece, spopola un’altra teoria (ancora una volta non sostenuta da prove scientifiche): quella secondo cui i pipistrelli sarebbero stati uccisi dalle onde emanate dalle torri 5G erette nel Paese. Ma per Breaking Israel News la spiegazione sarebbe diversa e sarebbe da rintracciare nei versetti che le Sacre Scritture dedicano all’arrivo della fine del mondo. I versetti presi come esempio racchiudono le frasi che il Signore avrebbe indirizzato a Sofonìa figlio dell’Etiope, figlio di Godolia figlio di Amaria, figlio di Ezechia, al tempo di Giosia figlio di Amon, re di Giuda, in quello che è il “Preludio cosmico” (Sofonia 1-3):

“Tutto farò sparire dalla terra.

Oracolo del Signore. 

Distruggerò uomini e bestie;

sterminerò gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

abbatterò gli empi; sterminerò l’uomo dalla terra.

Oracolo del Signore”.

Alberto Dandolo per Dagospia il 12 marzo 2020. Mejo del Divino Otelma! Ecco cosa scriveva il mitologico avvocato Marra sulla sua pagina Fb il 22 febbraio scorso, quando il corona virus si era appena palesato in Lombardia: Post di Alfonso Luigi Marra su Facebook del 22 febbraio 2020. La notizia del primo contagiato italiano a Codogno era del giorno prima, 21 febbraio. Spiegherò di seguito perché, io credo, in pochi giorni emergerà che le autorità, mentendo come sempre, hanno sminuito quella che è palese sarà tra pochissimo una grave pandemia. Voglio invece partire dal fatto che tutta questa mai vista disponibilità a chiudere aziende, città, settori, cela in realtà il desiderio profondo di non volere più andare avanti così dell’intera umanità. Un sistema che, innanzitutto, ha il suo motore in quella gravissima forma di sofferenza che è l’insoddisfazione, anticamera della depressione e della psicosi di massa. Perché il consumismo necessità che i beni siano inutili, affinché appunto, stante la loro inutilità, determinino quell’insoddisfazione che causerà poi altri desideri ed altri consumi inutili all’infinito. A questo poi si sono aggiunti altri gravi elementi di sofferenza frutto delle contraddizioni che, pur nel mezzo dell’eccesso produttivo, hanno reso la società mondiale schiava ad ogni livello del debito, della difficoltà economica e di una grande sofferenza psichica (approfondisci da pas.it, dal documento “Causa della fondazione e ideologia del PAS”, del 1987, oltre che da “La storia di Giovanni e Margherita” e le altre mie opere). Cose tutte sovrastate dalla sempre più malcelata consapevolezza planetaria dell’imminenza della catastrofe climatica e dell’esigenza di fermarla a qualunque costo, perché, quale che sarà il numero di morti della pandemia, sarà sempre meglio dell’estinzione, alla quale non è affatto detto che, anche spegnendo il mondo, riusciremo a sfuggire. Indicazione della pandemia, e non del clima, quale causa della necessità di fermare il mondo che quindi si configura anche come ultimo, estremo tentativo di rivoluzione per non cambiare. Tentativo destinato fortunatamente a fallire perché senza il cambiamento culturale non si potrà gestire l’enorme complessità della situazione che deriverà dall’arresto del sistema. Un desiderio di fermarsi che trova un’occasione purtroppo ‘ideale’ nel corona virus, perché, per forza di cose, in pochi giorni verranno assunte misure draconiane che colpiranno il sistema nel suo punto nodale, che è l’ideologia dell’accalcarsi, della promiscuità e del tipo di consumi ad essa connessi (discoteche, tifoserie, enormi raduni, carnevalate, spiagge, esodi per vacanze ecc). Ciò detto, venendo ad un aspetto della questione sanitaria indicatomi dal mio giovane amico Alessandro Raffa, quello che le autorità tacciono, ma emerge da vari articoli, è che l’insufficienza respiratoria causata in una certa percentuale di casi da questo virus richiede trattamenti (macchine per facilitare la respirazione) che la sanità è in grado di fornire solo a pochi, sicché, ora che il numero dei malati aumenterà, non sarà possibile curarli. Di tal che, oltre ai morti subito, che non è dato sapere se, in assenza di cure, rimarranno nelle percentuali indicate, bisognerà vedere quali potranno essere gli strascichi polmonari per chi per il momento sopravvive. Ci sono poi altri aspetti a partire dall’approssimatività delle notizie cosiddette scientifiche, che sono invece sempre e tutte di parte, sicché non è dato sapere né dei rischi di mutamenti del virus né della possibilità che partano altri ceppi a vari livelli di pericolosità.

Coronavirus, gli astrologi avevano predetto tutto: "Cambiamenti epocali e duraturi nella storia dell'umanità per il 2020". Libero Quotidiano il 24 marzo 2020. Il coronavirus era stato profetizzato? A guardare le previsioni fatte nel 2019 dagli astrologi sembra di sì. Nel portale astrologico Nel magico mondo di Isolo, "grazie" alla congiunzione di Saturno e Plutone, si parlava di "cambiamenti epocali e duraturi nella storia dell'umanità nel 2020". Non solo perché il sito parlava anche del transito di Saturno in Acquario. Questo annunciava l'arrivo di "scelte drastiche" che porteranno gli umani a "cambiare rotta", passando per un guado oscuro. A fare eco anche gli astrologi Astropoli.it, che indicavano "eventi eccezionali per la Scena Mondiale in ordine alla Triplice ed Irripetibile congiunzione di Giove, Saturno e Plutone nel segno del Capricorno". Fasi, queste, di crisi tra poteri diversi, rimodulazione del settore alimentare ed economico, scoperte rivoluzionarie" e un ruolo di "Primissimo Piano" di Marte, il Pianeta dell'Azione, della Volontà e della Guerra sulla Dinamiche degli Eventi". Insomma, tutto lascia pensare che l'epidemia e la crisi che ha generato in Italia e non solo sia stata preannunciata senza, però, avere troppo seguito.

Elisabetta Ambrosi per il “Fatto quotidiano” il 24 marzo 2020. Si fa presto a dire che gli astrologi falliscono. A guardare le previsioni fatte nel 2019, infatti, si scopre che, mentre noi stappavamo lo spumante, i nostri esperti di futuro profetizzavano rivoluzioni astrali e stravolgimenti globali. La palma della chiaroveggenza? Senz' altro va al portale astrologico Nel magico mondo di Isolo dove si predicevano, per il 2020, "grazie" alla congiunzione di Saturno e Plutone, "cambiamenti epocali e duraturi nella storia dell' umanità", proprio come nell' agosto nel 1914 o nel settembre del 1939. Ma c' è di più: il transito di Saturno in Acquario, si leggeva sul sito, annunciava l' arrivo di "scelte drastiche" che porteranno gli umani a "cambiare rotta", passando per un guado oscuro, come la fenice che risorse dalle ceneri. "Eventi eccezionali per la Scena Mondiale in ordine alla Triplice ed Irripetibile congiunzione di Giove, Saturno e Plutone nel segno del Capricorno" erano stati intravisti anche dagli astrologi di Astropoli.it, che indicavano - nel libro Previsioni Astrologiche 2020. O ti superi o ti limiti, "fasi di crisi tra poteri diversi, rimodulazione del settore alimentare ed economico, scoperte rivoluzionarie" e un ruolo di "Primissimo Piano" di Marte, il Pianeta dell' Azione, della Volontà e della Guerra sulla Dinamiche degli Eventi". Ma se gli indovini di medio calibro hanno, per quest' anno, sfoderato tutta la loro capacità visionaria, anche le grandi astro-star non sono state da meno. "Per la metà del tempo Marte sarà in assetto di guerra in Ariete", aveva scritto il notissimo Branko, per poi presagire che l' uomo avrebbe dato prova del suo immenso ingegno "nel campo della matematica, delle scienze, della ricerca medica e astrofisica". Dal canto suo, Rob Brezsny avvertiva che "il 2020 sarà un anno in cui prevarranno domande, il 2021 offrirà risposte importanti" e Paolo Fox lanciava per il 2020 il motto "ripartiamo da zero". E che dire di Simon & The Stars, che nel nuovo libro L' oroscopo 2020, il giro dell' anno in 12 segni, scriveva, forse prevedendo la quarantena, che a fare da padrone sarebbe stato il Capricorno, "il genitore severo che ti dà lo sculaccione, che ti spinge a raddrizzare le cose, con le buone o con le cattive"? Di più: secondo l' astro blogger, le sequenze astrali segnalavano "uno step successivo nel nostro percorso sulla Terra come esseri umani". Insomma, il 2020 è l' anno di ''o la va o la spacca". Ancor più dettagliate le intuizioni di Astra che prevedeva "una prova da superare per la Cina", anche lo sviluppo di "nuovi e più veloci e più sofisticati sistemi di comunicazione" (smart working?). Una profezia c' era stata anche per Nicola Zingaretti - "mesi complicati a causa dell' opposizione di Nettuno" - e per il premier Conte, per cui si immaginava un aumento di consenso ma anche il rischio di "avere la sensazione di essere politicamente invulnerabile". Insomma, che dire? Visto che gli italiani sono allergici agli esperti veri, che almeno ascoltino i visionari delle stelle. A noi non resta che sperare, con Branko, che questa "nuova e mai provata agitazione sarà un blitz di qualche mese, poi il pianeta rientrerà in Capricorno fino a Natale". Quando, se non avremo il vaccino, potremo almeno contare su un altro vaticinio.

Prefazione all'oroscopo di Branko 2020 il 14 marzo 2020. All'alba del nuovo anno è necessario ritrovare subito il senso della libertà e della sicurezza, acquisire serietà e disciplina. Nel 2020, le stelle non pensano a giocare a mosca cieca con noi: forse non l'hanno mai fatto, siamo noi a desiderare di vederle sempre luminose nel cielo blu. Questo anno non resterà nella storia come un periodo artistico-sportivo eccezionale, per la metà del tempo Marte sarà in assetto di guerra in Ariete. È invece significativo l'influsso dei grandi pianeti, corpi celesti che aiutano veramente a cambiare una vita e risultano importanti per l'educazione dei giovani (che costituisce ormai un'emergenza), e per alcuni "esami di riparazione" di qualche potente. Ma in un campo in particolare l'uomo darà prova del suo immenso ingegno: la matematica, le scienze, la ricerca medica e astrofisica; nonché varie attività nel settore dell'industria e della finanza, ovunque siano richieste capacità organizzative e attitudine al comando. Molte volte non crederemo a quanto vedranno i nostri occhi o sentiranno le nostre orecchie... Serpeggerà una nuova e mai provata agitazione il primo giorno di primavera, ingresso di Saturno in Acquario. Sarà un blitz di qualche mese soltanto, una prova di resistenza per noi tutti, poi il pianeta rientrerà in Capricorno fino a Natale. Il suo influsso sarà diretto in particolare al sociale e alla politica (parlamento, ministri, legislatura e dintorni). Qualcuno cadrà: il colpo di scena nasce con Saturno contro Urano in Toro, una quadratura astrale verificatasi ultimamente prima della Seconda guerra mondiale... Molte sono le somiglianze, invece, con l'ultimo transito di Saturno in Acquario, avvenuto negli anni 1991-1994: una su tutte, la situazione in Europa. A questo proposito, la gente farebbe meglio a guardare in casa propria, come suggeriva il famoso film "La finestra sul cortile"... Buon 2020!

Introduzione Branko Oroscopo 2020 – pubblicato da Il Messaggero il 31 dicembre 2019. Elisabetta II, qualche giorno fa, ha definito il 2019 un anno dal percorso “accidentato”. Ancora una volta la regina d’Inghilterra ha centrato, da buona e concreta Toro, la definizione perfetta di questo anno, inconcludente, che ci lasciamo alle spalle. Gli anni passano veloci come rapide navi, siamo già nel 2020, ma forse non siamo preparati ai grandi eventi, anche mondiali, che le stelle delineano. Impossibile non partire dalla politica, più che altro dalla retorica che abbiamo dovuto subire per un anno intero. L’impressione che abbiamo avuto è di un continuo dejà vu, salti nel passato evocando eventi e vita di cinquanta, ottanta o addirittura cento anni fa. Forse non siamo ancora nel terzo millennio, cosa che magari succederà nel nuovo anno, in dicembre, quando assisteremo alla spettacolare congiunzione di Giove con Saturno, aspetto conosciuto come la stella cometa che guidò i re Magi…La difficoltà di staccarsi dal passato è scritta nell’oroscopo di quel 2 giugno 1946, nascita della Repubblica. Era il mese dei Gemelli, segno intelligente ma volubile e  “doppio”, ancora più incisiva allora la Luna (popolo) che sostava in Cancro insieme a Saturno (politica). Tutto, dopo anni, diventa lunatico…Che ci siano stati nell’ultimo mezzo secolo anche periodi felici e uomini preparati, non ci sono dubbi. Ma con gli anni novanta del secolo scorso ha avuto inizio un deciso e costante cambiamento del quadro astrale. Plutone dopo duecentocinquanta anni è tornato in Capricorno, Nettuno dopo centocinquanta in Pesci, Urano dopo ottanta in Toro. Urge un approccio diverso alle problematiche della Nazione. Il 2020 è una danza delle stelle incredibile. Cinque potenti pianeti seguono la nostra vita, tutti orientati verso lavoro, affari, finanza, banche, borsa, grandi multinazionali ma anche il trionfo mondiale di una singola persona. Genialità, è la parola d’ordine. Straordinario il campo della ricerca, a medicina, astrofisica (novità dal cosmo emozionanti e scioccanti). Il problema può essere anche quest’anno Nettuno visionario in Pesci, esaltato, provoca eventi di massa irrazionali, frequenti fenomeni naturali…specie nelle fasi lunari. Guerra. Ancora più difficile da gestire sarà Marte in Ariete, dove il pianeta guerriero è al massimo della forza e da luglio a dicembre sarà in contrasto con il potere del Capricorno.

La profezia sbagliata di Casaleggio sul Coronavirus e sugli sconvolgimenti del 2020. Redazione de Il Riformista il 20 Marzo 2020. “Anche la nostra generazione sta vivendo la sua guerra. Una guerra al contrario dove i medici sono in prima linea e l’esercito trasporta i feretri. Nel 2008 mio padre realizzò un filmato sul futuro della politica, lo volle intitolare Gaia. In quel video prevedeva per il 2020 grandi sconvolgimenti”. ‘Musica e parole’ di Davide Casaleggio, figlio di quel Gianroberto ideologo del Movimento 5 Stelle fondato da Beppe Grillo. L’erede al trono è intervenuto ieri con un post su Facebook sull’emergenza Coronavirus, che ha provocato solo in Italia 3405 vittime per Covid-19. Lo ha fatto nel tentativo di legare proprio quel documentario del padre alla pandemia in atto, tentando di leggere quel video come una ‘profezia’ su quanto sta accadendo da mesi a questa parte. Ma è vero? Come è facilmente riscontrabile guardando ‘Gaia’, si tratta a tutti gli effetti di una interpretazione completamente sbagliata. Verso il quinto minuto del ‘documentario’ si può infatti sentire: “2020: inizio della Terza Guerra Mondiale. Che dura 20 anni. Distruzione dei simboli dell’Occidente. Piazza San Pietro, Notre Dame de Paris, Sagrada Familia. Uso di armi batteriologiche. Accelerazione dei cambiamenti climatici. E innalzamento degli oceani. Fame. Fine dell’era dei combustibili fossici. Riduzione della popolazione mondiale a un miliardo di persone”. Di pandemie devastanti nel video non c’è traccia, si parla di una generica terza guerra mondiale tra l’Occidente e la Russia, la Cina e il Medio-Oriente, che per fortuna non si vede all’orizzonte. Nel ‘documentario’ tra l’altro si parla anche di elezioni interamente via internet e della proclamazione di Gaia, una repubblica della democrazia diretta.

La cupa profezia di Casaleggio sr. L'epidemia ha un'intelligenza politica? In senso stretto no, in senso storico sì. Nessuna peste ha lasciato un tessuto sociale come l'ha trovato. Claudio Brachino, Giovedì 19/03/2020, su Il Giornale. L'epidemia ha un'intelligenza politica? In senso stretto no, in senso storico sì. Nessuna peste ha lasciato un tessuto sociale come l'ha trovato. Da un lato sono per il rispetto assoluto delle regole che le autorità ci danno per combattere il coronavirus, all'altro guardo con sospetto la sequenza dei decreti del premier che passo dopo passo, sospendono, non cancellano per carità, la nostra già sbilenca democrazia. Tra i libri della clausura sto leggendo un bel testo sulla critica della ragion paranoica. Chiusi in casa tutto il giorno, abbiamo bisogno di attentati più che di cibo. Li annusiamo ovunque ma finisce che poi, come nel grande racconto di Poe, non vediamo che la lettera rubata è proprio in bella vista lì sul tavolo. Mettiamo allora insieme le cose. Negozi chiusi, commercio on line (non erano i grillini che volevano chiudere i negozi la domenica?). Bar e ristoranti chiusi, si ordina in casa, on line. Parlamento sostanzialmente esautorato dai decreti presidenziali. Il lavoro? Da casa, con il computer. Il narcisismo televisivo, da casa con le cuffiette tipo Amplifon. Le lezioni scolastiche? Via Skype. Chissà come faremo l'amore via Skype, forse ricorrendo alla fisica quantica e al teletrasporto dei corpi. Il lavoro, come era concepito solo qualche anno fa, nel Novecento, con la cristallizzazione marxista-hegeliana di fabbriche e operai, sembra una cartolina in cui anche il bianco si confonde con il nero. Si fermano l'industria, i commerci, gli scambi? È la de-crescita felice. Vuoi uscire di casa per fare la spesa, comprare i giornali, impedire l'esplosione della vescica del tuo cane, ti metto il telefonino sotto controllo. Il lavoro nel 2050 non ci sarà più. Non lo diceva Nostradamus, ma Casaleggio padre (nella foto). Se continuiamo così, la profezia si avvererà assai prima, a tutto vantaggio della già pronta intelligenza artificiale. Il guru economico di Conte, Gunter Pauli, si è detto felice delle conseguenze ambientali del coronavirus. L'aria è più pulita. Andate a dirlo ai parenti di quelli che muoiono per asfissia nei reparti di rianimazione degli ospedali e non possono neanche stringere la mano ai loro cari durante il trapasso. Burioni, il più autorevole degli scienziati che in questi giorni parlano pure troppo, spera che quelle affermazioni non siano vere. No, niente fake, solo diversi modi pirandelliani di approcciarsi alla respirazione. Poi c'è il 5G, la nuova tecnologia che arriva dalla Cina. Paese da cui nelle ultime ore abbiamo preso il virus e le cure mediche. Ma pare anche avveniristici cloud che danno le informazioni su interi ospedali. Primo passo del futuro orwelliano che ci aspetta, la fine della privacy. A pensare male, diceva Andreotti, non si va in Paradiso ma spesso ci si azzecca. Intanto Trump e i servizi segreti americani sono diciamo innervositi. Io poso il mio libro sui complotti e porto il cane a fare la pipì. Passa un cretino che fa running, ma niente delazione. Sono ancora un liberale.

George W. Bush, nel 2005, era ossessionato dalla pandemia: "Se aspettiamo che arrivi, sarà troppo tardi". Repubblica tv il 6 aprile 2020. In un discorso tenuto il 1 novembre del 2005 nella sede del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti, l'allora presidente Usa George W. Bush metteva in guardia sulla possibile minaccia di una pandemia influenzale. "La pandemia non è come un disastro naturale - disse Bush ai presenti -. Al contrario di tempeste e alluvioni che colpiscono e poi regrediscono, una pandemia può continuare a fare disastri con ondate ripetute per un anno o anche di più". In quell'occasione il presidente americano disse anche che "nel caso si verifichi una pandemia, qualsiasi cosa dalle siringhe ai letti d'ospedale, dai ventilatori fino al materiale sanitario protettivo scarseggerebbe velocemente". Le parole di di Bush sono tornate d'attualità nei giorni dell'emergenza coronavirus, che ha colto molti Paesi del mondo - tra cui gli Usa - impreparati. I media americani raccontano la genesi di quel discorso tenuto a novembre 2005, quando i suoi collaboratori più stretti pensavano a tutt'altro, per esempio al controterrorismo: le Torri Gemelle erano state abbattute solo quattro anni prima. Nell'estate del 2005, Bush rimase colpito da un nuovo libro sull'influenza spagnola del 1918 letto mentre era in vacanza in Texas. Il presidente all'epoca stanziò 7 miliardi di dollari per organizzare la risposta a un eventuale pandemia, lanciando un sito - pandemicflu.gov - che viene tuttora utilizzato. Ma il budget necessario per tenere in piedi il piano, anno dopo anno, è diminuito così come è calata l'attenzione nei confronti del progetto.

DAGONEWS il 2 aprile 2020. A dispetto delle ripetute affermazioni del presidente Trump secondo cui l'epidemia di Covid-19 è stata "imprevedibile", il Pentagono era ben consapevole non solo della minaccia di una nuova epidemia, ma aveva persino anticipato come il Paese si sarebbe trovato di fronte a una mancanza di ventilatori, mascherine e letti d'ospedale, come si legge in un documento del 2017 pubblicato da The Nation. «La minaccia più probabile e significativa è una nuova malattia respiratoria, in particolare una nuova malattia influenzale – si legge nel documento militare datato 6 gennaio 2017 - Le infezioni da coronavirus sono comuni in tutto il mondo». Il documento, denominato "USNORTHCOM Branch Plan 3560: influenza pandemica e risposta alle malattie infettive”, è un aggiornamento a un precedente piano di risposta a un’influenza pandemica del Dipartimento della Difesa, e fa riferimento a diversi focolai recenti e in particolare alla “2012 Middle Eastern Respiratory Syndrome Coronavirus”. Denis Kaufman, che è stato a capo della divisione Malattie infettive presso la Defense Intelligence Agency dal 2014 al 2017, ha sottolineato che l'intelligence statunitense era ben consapevole dei pericoli dei coronavirus da anni: «L'intelligence mette in guardia sulla minaccia dei virus da almeno due decenni. Parlano di coronavirus da almeno cinque anni». Oltre ad anticipare la pandemia di coronavirus, il documento prevedeva con incredibile precisione molte delle carenze in campo medico: «Ci sarà una scarsità di risorse tra cui ventilatori, dispositivi di protezione individuale come mascherine e guanti, attrezzature mediche e supporto logistico. Ciò avrà un impatto significativo sulla disponibilità della forza lavoro globale». Il piano di 103 pagine fornisce una panoramica su ciò che potrebbe causare una pandemia, sulle probabili complicazioni e su come i militari potrebbero rispondere. La scorsa settimana, Trump si è scagliato contro General Motors e Ford su Twitter, chiedendo loro di produrre ventilatori. L'avvertimento su mascherine e ventilatori ora sembra quasi un segno premonitore visto che gli Usa di fronte all’emergenza si ritrovano già adesso a fare i conti con un numero insufficiente. «Anche i paesi più industrializzati non avranno letti in ospedale a sufficienza, così come attrezzature specializzate come ventilatori polmonari e farmaci per curare la popolazione durante una pandemia».

Coronavirus: le Agenzie Usa avevano previsto tutto. Piccole Note de Il Giornale il 2 aprile 2020. “Anthony S. Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, ha affermato che ‘non c’è dubbio’ che Donald Trump dovrà affrontare un focolaio di una malattia infettiva a sorpresa durante la sua presidenza”. Inizia così un articolo di Healio dell’11 gennaio del 2017 (fatidico 11…), che riportava quanto emerso in un convegno dell’epoca. Fauci attualmente guida la lotta contro il coronavirus in America e compare accanto a Trump nelle conferenze stampa, con il quale entra spesso in aperta polemica per la gestione della crisi (vedi Post). Nell’articolo, gli interventi di altri esperti della materia che in diversi modi confermavano l’allarme di Fauci. Un allarme che si riferiva ad alcune epidemie del passato, alle quali l’immobiliarista prestato alla politica, così definito nel testo, non era all’altezza di far fronte. Ma non solo quelle del passato. Così conclude l’articolo: “Fauci ha affermato che altre preoccupazioni riguardo l’amministrazione Trump comprendono anche una nuova potenziale pandemia influenzale e l’insorgere di malattie che non sono ancora state individuate di nessuno”. “E le cose a cui non stiamo nemmeno pensando?” ha detto ancora. “Indipendentemente da ciò, la storia ci ha detto definitivamente che [i focolai, ndr.] avverranno perché [affrontare, ndr.] le malattie infettive è una sfida continua. Non spariranno. La cosa di cui siamo straordinariamente sicuri è che vedremo accadere questo nei prossimi anni“.

Contagio cremisi. Nulla di segreto, il monito lanciato dal dottor Fauci circola sul web da tempo. Come circola anche la notizia che, dal gennaio ad agosto dello scorso anno, lo Health and Human Services (HHS ), il Department of Homeland Security (DHS), il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e altre Agenzie degli Stati Uniti hanno condotto delle esercitazioni per “rispondere a un’influenza pandemica a di entità severa”. Un’esercitazione su larga scala chiamata Crimson Contagion. Nel documento si legge: “35 centri operativi sono stati attivati ​​per l’esercitazione, comprese autorità statali e centri di emergenza locali, centri sanitari pubblici e ospedali pubblici e locali, centri operativi delle organizzazioni non governative, le strutture dell’HHSS Center, il CDC Emergency Operations Center e la DHS / FEMA National Center che coordina la risposta”. Altri particolari si possono leggere nella bozza del rapporto conclusivo, strettamente riservato, che è stata ripresa anche dal New York Times, non certo un media complottista. Il NYT sintetizza le conclusioni dell’esercitazione: “il focolaio di un’epidemia causata da un virus che aggredisce le vie respiratorie, scoppiato in Cina, si è rapidamente diffuso in tutto il mondo tramite i passeggeri degli aerei, che presentano febbre con temperature corporee alte”. “Negli Stati Uniti, il virus viene scoperto per la prima volta a Chicago e, 47 giorni dopo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara ufficialmente che si tratta di una pandemia. Ma ormai è troppo tardi: 110 milioni di americani sarebbero stati contagiati, 7,7 milioni di questi sarebbero stati ospedalizzati e 586.000 sarebbero morti”. In altra nota abbiamo accennato all’esercitazione Event 201 e a un’esercitazione similare, ambedue svolte a ottobre 2019, per simulare la risposta a una pandemia (Piccolenote). Come si vede, gli Stati Uniti avevano previsto con estrema accuratezza quanto sta avvenendo; anche l’origine della pandemia in Cina, nonostante le ultime due pandemie siano nate altrove. Infatti, dopo la Sars del 2003, c’è stata la cosiddetta sindrome influenzale suina – nata negli Usa nel 1976 presso la base militare Usa di Fort Dix -, dichiarata pandemia nel 2009, partita dal Messico; quindi è stata la volta della Mers, o sindrome influenzale mediorientale, iniziata in Egitto nel 2012.

La pandemia e Trump. Tra le tante domande che tutto ciò pone, una alquanto ingenua: possibile che a fronte di tanta accurata preveggenza negli Usa si registri una risposta tanto confusa alla pandemia? Certo, Trump non è un esperto in materia. Ma possibile che le varie Agenzie americane si siano fatte sorprendere addirittura senza mascherine e ventilatori? E neanche lo straccio di un piano di quarantena, nonostante a novembre, anche qui prima della pandemia, abbiano lanciato bandi di assunzione per esperti in quarantena? Eppure hanno Agenzie specifiche, come quelle coinvolte nel Crimson Contagion, che vantano cospicui finanziamenti pubblici. Evidentemente tali Agenzie hanno fatto ben poco al riguardo, come poco o nulla sembra stiano facendo ora: nessun coordinamento, ogni Stato e ospedale va per conto suo, con Trump che naviga a vista...Una tragedia immane, che ha investito non solo l’America, ma anche il presidente, totalmente spiazzato da quanto sta accadendo. Evidentemente nessuno gli ha spiegato con esattezza quanto si preparava. Non gli ha giovato l’avversione del Deep State, per il quale egli è un pericoloso intruso, il quale ha fornito ai suoi avversari politici armi di distruzione di massa per distruggerlo, prima con il Russiagate poi con l’Ucrainagate, che quasi gli costava l’impeachment. Non abbiamo citato a caso tali precedenti: Adam Schiff, il repubblicano a capo della commissione intelligence della Camera, che ha avuto un ruolo importante nell Russiagate (suscitando le ire di Trump), ha già prefigurato una Commissione d’inchiesta sulla pandemia, che ha paragonato a Pearl Harbor e all’11 settembre (a volte ritornano: quando il coronavirus flagellava la Cina, era definito l’11 settembre di Pechino…). Anche se Trump sopravviverà alla pandemia, non avrà vita facile. Resta la tragedia, simbolizzata dall’Empire State Building acceso di rosso sangue e lampeggiante allarme. Messaggio nefasto infisso nel cuore pulsante della città-simbolo dell’Impero.

Coronavirus, rapporti di intelligence: "Il governo italiano sapeva tutto ma non ha agito, ha sottovalutato il problema". Libero Quotidiano il 19 marzo 2020. Fox News sgancia la bomba in un lungo articolo dedicato all’emergenza coronavirus che ha travolto l’Italia e che si sta allargando a tutto il mondo. Il sito americano sostiene che il governo presieduto da Giuseppe Conte era stato avvertito del rischio di pandemia con largo anticipo: all’esecutivo italiano sarebbero stati inviati alcuni rapporti di intelligence poco dopo che l’emergenza è esplosa in Cina, ma la questione sarebbe stata sottovalutata. E di ciò se ne è avuta ampia conferma dalle azioni del governo, che ha prima sminuito il pericolo e poi è corso ai ripari chiudendo tutto dinanzi alla gravità del contagio. La fonte che Fox News cita è un esperto di sicurezza che fa base a Roma e che ovviamente ha chiesto di mantenere l’anonimato perché non autorizzato a parlare in pubblico della questione. L’idea dell’Italia era che il coronavirus fosse un problema cinese e che non sarebbe arrivato fin qui, per questo motivo sono passate settimane prima che a Roma prendessero in considerazione gli adeguati provvedimenti. 

Coronavirus, per gli americani l’intelligence avvertì il governo italiano dei rischi. Redazione de Il Riformista il 19 Marzo 2020. Tra le mille teorie che circolano in questi giorni sul coronavirus e il diffondersi dell’epidemia dagli Stati Uniti arriva una nuova ipotesi: il Governo italiano sarebbe stato avvertito da alcuni rapporti dell’intelligence americana sul rischio imminente di pandemia. Il fatto sarebbe avvenuto poco prima che l’emergenza esplodesse in Cina ma la questione sarebbe stata allora ampiamente sottovalutata.  Lo ha annunciato Fox News sul suo sito. L’emittente, vicina alla Casa Bianca, cita un “esperto di sicurezza che fa base a Roma” che ha chiesto di mantenere l’anonimato, perché “non autorizzato a parlare in pubblico” della questione. “rapporti di intelligence allertarono il governo della potenziale pandemia pochi giorni dopo che questa si infiltrò in Cina alla fine dello scorso anno. Ma passarono settimane prima che qualsiasi azione seria venne presa a Roma”. Secondo la fonte citata da Fox News, l’idea generale era “che era un problema cinese, che non sarebbe arrivato qui”. Ma fonti di Intelligence italiane hanno smentito l’ipotesi all’Adnkronos “dicono categoricamente di non avere mai ricevuto dai colleghi dell’intelligence statunitense alcuna notizia sulla potenziale pandemia originata in Cina alla fine dello scorso anno”.

Coronavirus, la Germania aveva già simulato la pandemia nel 2012. Le Iene News il 20 marzo 2020. Il documento dell’Istituto Robert Koch, che nel 2012 simulava l'arrivo di “un coronavirus partito in Asia da animali selvatici e che in Germania, in tre anni, ucciderà 7 milioni di persone”. “Arriverà un virus nato da un agente patogeno, il Modi-Sars, sviluppatosi in Asia negli animali selvatici e che dopo aver fatto il salto di specie aggredirà l’uomo”. Proprio quello che sta accadendo nel mondo da tre mesi con la pandemia da coronavirus: peccato che questa non sia la strana previsione di un qualche affabulatore, ma sia contenuta in documento riservato scritto in Germania nel 2012 e consegnato al Bunderstag (il parlamento tedesco) il 3 gennaio 2013. Lo ha scoperto la giornalista tedesca Kristina Dunz, cronista del Rheinische Post. A leggere il documento n° 17/12051, una simulazione redatta dal Robert Koch Institute (un istituto pubblico del ministero della Salute tedesco) per conto del Parlamento di Berlino, vengono letteralmente i brividi. Il virus, spiega la simulazione, parte da alcuni mercati in Asia saltando dagli animali selvatici all’uomo. Occorrono settimane perché ci si renda conto della pericolosità dell’agente patogeno, che ha un periodo di incubazione dai 2 ai 14 giorni. La trasmissione avviene attraverso goccioline e macchie e i sintomi più comuni sono febbre, tosse secca, respiro corto, brividi, mal di testa. Se nei contagiati più giovani il virus passerà abbastanza velocemente, saranno gli anziani a subire le conseguenze più gravi, con una letalità del 50% negli over 65. Una volta arrivato in Germania, il Modi-Sars, che ha una probabilità di verificarsi ogni 100-1000 anni, sconvolgerà letteralmente la vita quotidiana: scuole e negozi chiusi, persone in isolamento e quarantena, restrizioni su viaggi aerei e trasporti. Il virus asiatico, simile al Corona-Sars, e per il quale non ci sarebbe vaccino, potrebbe durare tre anni e con un tasso di mortalità del 10% porterebbe alla morte almeno 7,5 milioni di tedeschi, anche a causa della carenza di personale medico e cure adeguate. Una morte per contagio che, dal momento del ricovero, arriverebbe in una media di 28 giorni. Le aree principalmente colpite sarebbero l’Asia, il Nord America e l’Europa. Il Robert Koch Institute, dopo che il documento è stato reso noto dalla giornalista tedesca, si è affrettato a rispondere che “non era una previsione dello sviluppo e degli effetti di un evento pandemico, ma uno scenario massimo innescato da un agente patogeno fittizio”. Di qualunque cosa si sia trattato, è un documento che ricorda molto il coronavirus che sta stravolgendo le nostre vite. A distanza di 7 anni da quando è stato scritto.

IN GERMANIA AVEVANO PREVISTO TUTTO NEL 2012. it.finance.yahoo.com il 20 marzo 2020. Si chiama Modi-Sars 2012 e non è altro che una simulazione che, in maniera inquietante, otto anni fa aveva previsto l’attuale pandemia da coronavirus. Lo studio, commissionato dal governo tedesco al Roberto Koch Institut, sarebbe servito alla Germania per farsi trovare pronta con misure e restrizioni in caso di una nuova emergenza sanitaria capace di mettere in ginocchio l’intero paese. Lo studio, custodito tra gli archivi del Bundestag, è stato scovato dalla giornalista del Rheinische Post Kristina Dunz che ha svelato lo scenario ipotizzato dai tedeschi. Una nuova malattia, chiamata per l’appunto Modi-Sars 2012, si sarebbe sviluppata tra i mercati di animali selvatici in Asia e, come successo per il Covid-19, si sarebbe poi trasferita agli esseri umani in maniera aggressiva. Il periodo d’incubazione varierebbe dai 3-5 giorni ai 2-14 giorni con contagio possibile per goccioline o per contatto. I sintomi ipotizzati erano febbre, tosse secca, difficoltà respiratorie, tremori, mal di testa, con bambini e giovani che avrebbero superato relativamente presto l’infezione, mentre per gli anziani erano state ipotizzate pochissime chance di sopravvivenza. Nei giorni della crisi mondiali a causa della pandemia, leggere lo studio ipotizzato dal Robert Koch Institut fa rabbrividire, con uno scenario ipotizzato di una durata dell’epidemia di quasi tre anni e una stima di mortalità del 10% dei contagiati, cioè più di 7 milioni di morti. Tra le misure consigliate al governo c’è l’isolamento e la quarantena per i malati, chiusura delle scuole, cancellazione di ogni tipo di evento pubblico, forti limitazioni alla circolazione delle persone all’aria aperta, proprio come accade in questi giorni. ”Nello scenario Modi-Sars 2012 non si trattava di una predizione sullo sviluppo e sulle conseguenze di una pandemia, ma di uno scenario estremo scatenato da un immaginario agente patogeno, per illustrare i danni teorici possibili di una malattia che si può trasmettere da un essere umano a un altro”, dice Susanne Glasmacher, portavoce del Koch Institut. Il direttore dell’istituto, Lothar Wieler, ha successivamente avvertito la Germania: “Se le misure restrittive di protezione annunciate dal governo non verranno rispettate alla lettera, in due o tre mesi si potrebbero avere dieci milioni di contagi”.

I sintomi, la pandemia  e le misure dei governi: uno studio tedesco aveva previsto tutto 8 anni fa. Pubblicato giovedì, 19 marzo 2020 su Corriere.it da Paolo Valentino. Nel 2012, sull’onda dell’epidemia mondiale di Sars, il governo tedesco commissionò al Robert Koch Institut e a esperti del ministero della Sanità una simulazione sull’eventuale diffusione di una devastante pandemia in Germania. Il risultato fu un’analisi di rischio estremo molto dettagliata, comprensiva delle misure che sarebbero state necessarie per proteggere la popolazione e cercare di arginare la diffusione del contagio. Lo studio, custodito negli archivi del Bundestag e scovato da Kristina Dunz, giornalista della Rheinische Post, anticipa in modo impressionante quello che è successo e sta succedendo con il Covid-19. Il virus immaginato nello scenario ha infatti origine in Asia, dove dai mercati di animali selvatici fa il salto sugli esseri umani, ma il pericolo e la sua dimensione vengono realizzati soltanto diverse settimane dopo. Il periodo di incubazione è da 3 a 5 giorni, ma può cambiare in uno spazio compreso da 2 a 14 giorni. Il contagio avviene per goccioline o per contatto. I sintomi sono febbre, tosse secca, difficoltà respiratorie, tremori, mal di testa. Bambini e giovani superano relativamente presto l’infezione, ma gli anziani hanno pochissime chance di sopravvivenza. Le misure imposte dal governo sono massicce: isolamento e quarantena per i malati, chiusura delle scuole, cancellazione di ogni tipo di evento pubblico, forti limitazioni alla circolazione delle persone all’aria aperta. La domanda posta dalla rivelazione è inevitabile: nonostante avesse a disposizione un’analisi di rischio così approfondita, il governo tedesco ha sottovalutato l’epidemia di Covid-19? Gli esperti del Robert Koch Institut ammettono le similarità tra la simulazione e l’attuale crisi, ma contestano che la situazione virtuale e quella reale siano paragonabili: «Nello scenario Modi-Sars 2012 non si trattava di una predizione sullo sviluppo e sulle conseguenze di una pandemia, ma di uno scenario estremo scatenato da un immaginario agente patogeno, per illustrare i danni teorici possibili di una malattia che si può trasmettere da un essere umano a un altro», dice Susanne Glasmacher, portavoce del Koch Institut. Eppure, la lettura del documento rimane scioccante. Lo scenario dell’Apocalisse immagina anche una durata dell’epidemia di quasi tre anni e stima una quota di mortalità pari al 10% dei contagiati, cioè più di 7 milioni di morti come diretta conseguenza dell’infezione. La realtà vede il direttore dello stesso istituto, Lothar Wieler, ammettere che se le misure restrittive di protezione annunciate dal governo non verranno rispettate alla lettera, la Germania «in due o tre mesi potrebbe avere dieci milioni di contagi». Differenza importante, la percentuale di mortalità per fortuna rimane al momento bassissima: fino si sono registrati infatti “solo” 30 decessi. Che ci sia stata una certa iniziale sottovalutazione, ma non solo in Germania, lo ha ammesso anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nella Repubblica federale, il problema è stato aggravato dalle complessità del sistema federale, totem della democrazia tedesca in ragione della sua Storia, che impedisce una gestione centralizzata delle crisi. Eppure, anche un deputato di opposizione, il liberale Andrew Ullmann, che è anche professore di Epidemiologia a Wuerzburg, dà al governo tedesco il beneficio del dubbio: «Anche i più grandi esperti hanno sottovalutato all’inizio la dinamica del virus, anch’io ho pensato che bastassero alcune misure regionali come la chiusura degli asili. Chi punta il dito sul governo, deve farlo anche contro se stesso: in casi simili non c’è una risposta modello già tutta prefigurata, anche se nel 2012 è stata fatta una simulazione accademica».

Edoardo Bennato canta il coronavirus. Il rocker riarrangia la sua canzone del 1974. E sembra una profezia. Ilaria Urbani su Repubblica Tv il 12 marzo 2020. “Una di notte, c’è il coprifuoco, pensare che all’inizio sembrava quasi un gioco”. Ecco il blues di Edoardo Bennato per l’emergenza coronavirus. Il cantautore napoletano con il suo inconfondibile sound e la sua ironia di sempre fa un appello carico di senso civile e riarrangia da casa la sua canzone “Bravi ragazzi” dall’album del 1974 “I buoni e i cattivi”. Bennato incalza: “Fate i bravi ragazzi”. “Ora non c’è più tempo per pensare, tutti chiusi dentro ad aspettare. Ognuno ha avuto le sue razioni, poveri e ricchi, cattivi e buoni. Ognuno ha fatto le sue preghiere, ora si tratta solo di aspettare. Bravi su! bravi ragazzi, ma non è il caso di agitarsi. Bravi su, fate i bravi ragazzi, vedrete poi che sistemeremo tutto”. La canzone, di quasi mezzo secolo fa, voce, chitarra e armonica, sembra essere stata scritta oggi per l’epidemia globale, appare come una profezia. “Per fronteggiare la situazione - canta Bennato - c’è stato un programma alla televisione, hanno parlato tutti gli avvocati, di tutte le bandiere, di tutti i partiti. Ed è stato davvero commovente, vedere tutti i grandi sacrificare le proprie idee in nome della gente. Poi hanno dato severe istruzioni, di stare calmi, di stare buoni. Buoni su! buoni ragazzi, ma non è il caso di agitarsi. Bravi su, fate i bravi ragazzi, vedrete che poi, poi sistemeremo tutto”.

La profezia di 16 anni fa: nel 2020 comparirà un virus che poi sparirà improvvisamente. Roberta Caiano de Il Riformista il 9 Marzo 2020. “Entro il 2020 diventerà di prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma, a causa di un’epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, sembrerà scomparire completamente per altri dieci anni, rendendo ancora più difficile scoprire la sua causa e la sua cura”. Per quanto possa sembrare una raccolta di testimonianze di questi giorni in cui imperversa l’emergenza del coronavirus in Italia e nel mondo, in realtà queste parole sono state scritte in un libro 16 anni fa. “Profezie. Che cosa ci riserva il futuro” è un testo di Sylvia Browne e Lindsay Harrison pubblicato nel 2004. La sensitiva Sylvia Browne è famosa in quanto rilegge le predizioni, spesso contraddittorie o poco chiare, che nel corso della storia sono state fatte dai veggenti più celebri. La Browne si occupa di spiegare come fanno i profeti a conoscere il futuro e come smascherare i ciarlatani, ma soprattutto risponde a tanti interrogativi sul destino dell’umanità toccando argomenti fondamentali, dallo sviluppo tecnologico alle sorti dell’ambiente, dalla cura per molte malattie alla pace nel mondo, fino all’evoluzione sociale, economica e politica. Tra questi spicca sicuramente il nome di Nostradamus, ma fa riferimento anche ai profeti biblici, George Washington fino agli scienziati della Nasa. 

IL LIBRO – In questo libro, l’autrice affronta i temi più caldi rispondendo a tanti dubbi e domande che spopolano tra le persone. Gli umani si sono preoccupati a lungo per la fine della civiltà, ma ora più che mai tra la gente aleggia il sentimento dell’ansia e del timore di quello che succederà. Come se non poter prevedere il futuro porti ad una sorta di isteria e psicosi collettiva. Le guerre di religione, il terrorismo globale, le pandemie e il genocidio hanno contribuito a inaugurare così l’era dell’ansia. Tra le tante cose riportate nel libro, in un momento storico come quello che stiamo vivendo per l’epidemia del covid-19 spicca la predizione del Coronavirus.

Una famosa sensitiva americana predisse nel 2004 l’epidemia di Coronavirus. E con precisione sconcertante. Chiara Volpi giovedì 12 marzo 2020 su Il Secolo d'Italia.  Il coronavirus è un mostro sconosciuto. Epidemiologi e virologi. Scienziati e medici, lo stanno studiando. Monitorando e combattendo. Eppure continuano a piovere sul web stralci di libri. Strisce di fumetti. Addirittura copioni di film che evocano lo scenario al limite del fantascientifico che tutti noi stiamo vivendo in questi giorni di pandemia. Di angoscia da contagio. Di paura per quanto ci sta accadendo intorno. Di incertezza su quello che sarà lo scenario a epidemia scongiurata del tutto. Un senso di smarrimento penetrato fin nei gangli connettivali. Che ci disorienta e ci lascia senza risposte. Un senso di smarrimento su cui si innesta anche un ennesimo, inquietante interrogativo: com’è possibile che qualunque lo abbia previsto con 20 anni o anche più di anticipo? E con una coincidenza di indicazioni e descrizioni da lasciare a bocca aperta? Ricordiamo quanto rimarcato ovunque nelle ultime settimane già ovunque. Ossia che, già nel 1981, Dean Koontz, autore di bestseller, firmò il romanzo Eyes of Darkness, forte di una moda letteraria in quegli anni assai in voga come quella incentrata su profezie e preveggenza. Un sentiero editoriale battuto anche da un’altra scrittrice, nota negli Stati Uniti come autrice, veggente e medium: Sylvia Browne. La quale, nel 2004, firma il volume dal titolo End of a days. Certo l’elenco di libri che, più o meno fantasiosamente, anticipano virus letali e pandemie spaventose è ben più lungo e vario. Ma nel caso del testo della Browne le coincidenze sono davvero incredibili. «Entro il 2020 gireremo con mascherine e guanti per via di un’epidemia di polmonite», scrive l’autrice. Poi, a circa 200 pagine dall’inizio, aggiunge: «Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma. Tutto a causa di un’epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni, sia i canali bronchiali. E che sarà refrattaria a ogni tipo di cura». E poco più avanti leggiamo: «Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, quasi in maniera più sconcertante della malattia stessa, improvvisamente svanirà. Con la stessa velocità con cui è arrivata, poi, tornerà all’attacco nuovamente. Dopo dieci anni. E poi scomparirà completamente»…Insomma, se l’apripista è stato il thriller di Dean Koontz, The eyes of darkness, in cui l’autore ipotizzava il virus “Wuhan-400” che avrebbe creato nel 2020 una grave polmonite, anche la profezia precisa e articolata nel dettaglio come quella di Sylvia Browne sorprende e inquieta. E poco importa che la scrittrice sia una donna assai popolare e seguita oltreoceano. O, di contro, possa essere considerata una figura controversa, alle presa con studi e teorie discusse nel campo del paranormale. Resta il fatto che questa donna, che come scrive oggi il Fatto Quotidiano, «ha scritto decine di libri (molti di questi tradotti in Italia da Mondadori) sulle sue doti medianiche. Doti che si erano palesate fin da quando era bambina», è entrata nel dettaglio rivelando con 16 anni di anticipo quanto oggi è a noi che lo stiamo vivendo, ancora molto oscuro…

La minaccia della pandemia globale: spunta un rapporto "profetico". Un rapporto del Global Preparedness Monitoring Board (Gpmb), datato settembre 2019, parlava già di un'imminente pandemia globale, mesi prima che l'epidemia di coronavirus emerse per la prima volta a Whuan. Roberto Vivaldelli, Lunedì 09/03/2020, su Il Giornale. "Il mondo sa che sta arrivando una pandemia apocalittica. Ma nessuno è interessato a fare qualcosa al riguardo". Un titolo da brividi, letto oggi, eppure è proprio ciò che ha pubblicato la rivista Foreign Policy lo scorso 20 settembre 2019, ben prima che in Cina scoppiasse l'emergenza coronavirus. Nel pezzo di Foreign Policy si citava "un rapporto indipendente redatto su richiesta del segretario generale delle Nazioni Unite" che, in tempi non sospetti, parlava dell'esistenza della minaccia "reale" di una "pandemia" che avrebbe ucciso fino a 80 milioni di persone, spazzando via quasi il 5% dell'economia globale. Non sembra al momento che il coronavirus - fortunatamente - per quanto pericoloso e contagioso, e assolutamente da non sottovalutare, sia così letale. Ma quel rapporto citato dall'autorevole rivista americana oggi suona tristemente profetico. Un rapporto, spiega Foreign Policy, realizzato da un gruppo indipendente, il Global Preparedness Monitoring Board (Gpmb), riunitosi nel 2018 su richiesta dell'ufficio del segretario generale delle Nazioni Unite e convocato congiuntamente dalla Banca mondiale e dall'Organizzazione mondiale della sanità. Copresieduto dall'ex capo dell'Oms e dall'ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland e dal capo della Croce Rossa internazionale, Elhadj As Sy, il Gpmb parlava dei rischi di un'imminente pandemia globale e di come il mondo fosse completamente impreparato a uno scenario di questo tipo. "La preparazione è ostacolata dalla mancanza di una volontà politica costante a tutti i livelli", spiega il rapporto. "Sebbene i leader nazionali rispondano alle crisi sanitarie quando la paura e il panico crescono, la maggior parte dei Paesi non dedica l'energia e le risorse costanti necessarie per evitare che i focolai si trasformino in disastri". Come spiega la ricercatrice del Council on Foreign Relations Laurie Garrett su Foreign Policy, senza sminuire il lavoro del Gpmb, "devo purtroppo sottolineare che questo messaggio chiave è stato lanciato molte volte, con scarso successo, ai leader politici, imprese finanziarie o istituzioni multinazionali. Non c'è motivo di pensare che questa volta sarà diverso". Tra il 2011 e il 2018, sottolinea il rapporto, l'Oms ha monitorato 1483 eventi epidemici in 172 paesi. "Malattie a tendenza epidemica come influenza, sindrome respiratoria acuta grave (Sars), sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers), Ebola, Zika, peste, febbre gialla e altre, sono testimoni di una nuova era di forte impatto, potenzialmente in rapida diffusione con focolai sempre più frequentemente rilevati e sempre più difficili da gestire". Lo stesso rapporto, mesi prima che l'epidemia di coronavirus emerse per la prima volta a Whuan, in Cina, (dicembre 2019), metteva in guardia i leader mondiali del fatto che gli agenti patogeni delle vie respiratorie, "come un ceppo particolarmente letale dell'influenza", pongono rischi globali nell'età moderna e della globalizzazione. "I patogeni - si legge -si diffondono attraverso goccioline respiratorie; possono infettare un gran numero di persone molto rapidamente e, con le infrastrutture di trasporto odierne, possono spostarsi rapidamente su più aree geografiche". Inoltre, i costi di contenimento per fronteggiare una nuova pandemia globale, insieme all'impatto economico generale, sono notevolmente cresciuti. L'epidemia di Sars del 2003 ha richiesto un bilancio di circa 40 miliardi di dollari sull'economia globale, l'epidemia di influenza suina del 2009 ha raggiunto circa 50 miliardi di dollari e l'epidemia di Ebola dell'Africa occidentale del 2014-16 è costata quasi 53 miliardi di dollari. Una pandemia dovuta a un'influenza affine all'influenza del 1918 oggi costerebbe all'economia mondiale 3 trilioni di dollari, ovvero fino al 4,8% del prodotto interno lordo globale (Pil).

Agnese Codignola per “il Sole 24 Ore” il 17 marzo 2020. «Ci troviamo di fronte a due sfide mortali, nel breve e nel lungo periodo. Nel breve: dobbiamo fare tutto ciò che possiamo con intelligenza, calma e impegno assoluto di ogni risorsa per contenere e poi eliminare questa epidemia di nCov-2019 prima che diventi, come può accadere, una pandemia globale devastante. Nel lungo: quando la polvere si sarà posata, dobbiamo ricordare che nCOv-2019 non è stato un accidente o una sfortuna capitata per caso. È stato - ed è - una componente di una serie di scelte che abbiamo fatto noi umani». Così scriveva il 28 gennaio, sul New York Times, David Quammen, autore di "Spillover" (pubblicato in Italia da Adelphi), il libro che nel 2012 ha raccontato al mondo che perché era necessario prepararsi alla pandemia che sarebbe arrivata. Quammen si è così unito ai molti che, da più fronti della ricerca, dell' ambientalismo e di enti internazionali, stanno ripetendo tutti lo stesso mantra: quando avremo superato la fase critica, bisognerà cambiare radicalmente l' abitudine, molto radicata in diversi Paesi asiatici e non solo, di cacciare, commerciare, macellare, vendere, cucinare e mangiare animali selvatici. Perché essi spesso sono depositari di virus che possono mutare fino a contagiare l' uomo, che ospitano a causa del continuo restringimento del loro habitat, che li fa entrare in contatto con altre specie. È stato così per tutte le peggiori epidemie degli ultimi anni: da Ebola a Nipah, dall' HIV alle aviarie. È stato così per la SARS, il cui animale serbatoio era uno zibetto, per la MERS, che ancora infetta uomini e cammelli nella penisola arabica. Ed è stato probabilmente così anche per Covid-19, forse trasmesso dai pangolini, in una vicenda a dir poco emblematica. I pangolini sono infatti al primo posto nell' elenco delle specie più minacciate di estinzione, e sono protetti dalla convenzione CITES dal 2016 in tutto il mondo. Eppure in Cina il commercio ha continuato a essere florido: tra il 2000 e il 2013 ne sono stati venduti più di un milione, tra il 2016 e il 2019 ne sono state intercettate sul mercato illegale 206 tonnellate, e nello scorso dicembre altre 10 tonnellate nella provincia di Zhejiang. Perché il pangolino, in Cina, è considerato una prelibatezza da ricchi, ed è anche utilizzato da migliaia di anni nella medicina tradizionale. L' ipotesi - non ancora confermata - è che sia stato lui a fare da tramite tra i pipistrelli-serbatoio del Covid-19 e l' uomo, e che il passaggio fatale sia avvenuto proprio durante la vendita illegale, ma tollerata al mercato di Wuhan: l' ennesimo caso di spillover nato per motivi alimentari. Da qui la richiesta, al governo cinese, di cambiare tutto. E così, dopo alcune timide norme che "sospendevano" il commercio di animali selvatici, il 12 febbraio il Partito ha varato una legge severa che comprende anche il settore, fiorente, dei ristoranti specializzati (ma non quello della medicina tradizionale). Se davvero si riuscisse a intaccare l' idea che gli animali selvatici (tra i quali rientrano, per esempio, gli squali uccisi solo per le pinne con cui fare una zuppa) sono alimenti elitari, ciò potrebbe costituire un esempio per altri Paesi dell' area, dalla Thailandia al Vietnam. Paesi dove, come in Cina, le abitudini alimentari, per quanto diverse, prevedono spesso animali non allevati e macellati sul posto come in Cina. Nel menu dei cosiddetti wet market di Paesi dove vivono miliardi di persone rientrano pipistrelli e altri roditori, piccoli mammiferi come appunto lo zibetto e il pangolino o lo scoiattolo, pesci vivi, coccodrilli, salamandre, insetti, pezzi di animali quali le tigri e chi più ne ha più ne metta. Ciò spiega perché le epidemie si stiano moltiplicando e perché la situazione non potrà che peggiorare. Eppure è stato tutto previsto, periodicamente, da anni. In un documento del 2018 si legge, nella lista delle otto malattie che verranno, su cui concentrare il massimo degli sforzi, accanto a SARS e MERS, anche un nuovo coronavirus altamente patogeno. E poi si parla così della malattia X: «Sarà causata da un virus animale ed emergerà in qualche parte nel mondo in cui lo sviluppo economico e l' aumento di popolazione spingono sempre di più le persone e gli animali selvatici a incontrarsi. Probabilmente, all' inizio sarà confusa con altre malattie note, e per questo si diffonderà in fretta, e silenziosamente. Sfruttando lo scambio di persone e di merci nel pianeta, raggiungerà moltissimi Paesi e renderà vani i tentativi di contenimento. La malattia X avrà tassi di mortalità superiori a quelli dell' influenza stagionale, e si diffonderà con la stessa facilità. Avrà gravi conseguenze economiche ancor prima di diventare una pandemia». A tracciare questo sinistro ritratto era l' Oms, che attraverso il suo comitato R&D Blueprint avvisava il mondo. Uno dei suoi membri, Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, in un editoriale sul New York Times del 27 febbraio, intitolato «Sapevamo che la malattia X sarebbe arrivata. Eccola, adesso» conclude che bisogna cambiare tutto, nel sistema della progettazione di farmaci e vaccini. Ma, soprattutto, bisogna agire su abitudini quali quelle dei wet market e nella sorveglianza sulle infezioni che originano da essi e da allevamenti non controllati. Perché «le pandemie sono come gli attentati terroristici. Sappiamo da dove hanno origine e chi sono i responsabili, ma non quando e dove sarà il prossimo attentato. Non possiamo quindi che prestare la massima attenzione a tutti gli indizi, e cercare di smantellare ogni possibile fonte prima che sferri il suo attacco».

“Spillover”, la peste diffusa. Il libro di David Quammen che anticipava il Coronavirus, è la bibbia del momento. Carlo Franza il 5 aprile 2020 su Il Giornale. “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” è il titolo del libro  del momento, il libro che tutti dovrebbero leggere,  balzato in pochissimo tempo in cima alle classifiche dei libri più venduti e che oggi tiene compagnia a tantissime persone in queste lunghe giornate di reclusione forzata. Nel libro, pubblicato la prima volta nel 2012 ed edito in Italia da Adelphi nel 2014, l’autore, lo statunitense David Quammen, aveva infatti previsto con qualche anno di anticipo la pandemia globale che oggi attanaglia il mondo intero, mettendo in guardia rispetto ai concreti rischi di un “next Big One” e spiegando con tali parole il termine “Spillover” che dà il nome al suo libro: “Non vengono da un altro pianeta e non nascono dal nulla. I responsabili della prossima pandemia sono già tra noi, sono virus che oggi colpiscono gli animali ma che potrebbero da un momento all’altro fare un salto di specie – uno spillover in gergo tecnico – e colpire anche gli esseri umani”. Il vocabolo scientifico vuol dire salto,  traboccamento, fuoriuscita, diffusione, espansione, ricaduta, con il quale si indica  che tale processo di transizione di specie del virus è “zoonosi”, ossia malattia infettiva trasmessa dall’animale all’uomo e il suo primo responsabile,  e secondo l’autore di Spillover, sarebbe l’uomo stesso. Intervistato recentemente dal New York Times, Quammen ha infatti puntato il dito proprio contro l’uomo, a suo parere il principale imputato dell’attuale pandemia globale: “Siamo stati noi a generare l’epidemia di Coronavirus. Potrebbe essere iniziata da un pipistrello in una grotta, ma è stata l’attività umana a scatenarla”. L’uomo sarebbe dunque colpevole –secondo il giornalista statunitense  in linea con la ben nota vulgata ecologista– di aver con la sua azione manomesso e alterato il delicato equilibrio naturale, favorendo così il diffondersi di virus ed epidemie. Una tesi chiaramente espressa in una sezione del suo libro intitolata “Tutto ha un’origine”, nella quale l’autore spiega come l’opera di distruzione dell’uomo della biodiversità e il suo agire all’interno dell’ambiente abbiano creato le condizioni per la comparsa di nuovi pericolosi virus. In un’intervista a Stella Levantesi per Il Manifesto  lo scrittore ha detto: “Sì, è così. Molti dei virus che hanno causato le zoonosi negli ultimi 60 anni hanno trovato il loro ospite nei pipistrelli. Sono mammiferi come noi e i virus che si adattano a loro hanno più probabilità di adattarsi a noi rispetto a un virus che è in un rettile o in una pianta, per esempio. La seconda ragione è che i pipistrelli rappresentano un quarto di tutte le specie di mammiferi sul pianeta, il 25%. È naturale, quindi, che sembrino sovra rappresentati come fonti di virus per l’uomo. Ci sono un altro paio di cose oltre a questo che rendono i pipistrelli ospiti più probabili, vivono a lungo e tendono a rintanarsi in enormi aggregazioni. In una grotta, potrebbero esserci anche 60.000 pipistrelli e questa è una circostanza favorevole per far circolare i virus. C’è un’altra cosa che gli scienziati hanno scoperto da poco: il sistema immunitario dei pipistrelli è più tollerante ad «estraneità» presenti nel loro organismo rispetto ad altri sistemi immunitari”. Le tesi di Quammen sono state prontamente riprese anche nell’ultimo report di WWF Italia intitolato “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi-Tutelare la salute umana conservando la biodiversità” , in cui si spiega come all’origine della diffusione di epidemie e pandemie come quella che stiamo vivendo vi sia l’opera di distruzione dell’ambiente naturale portata avanti dall’uomo. “Molte delle cosiddette malattie emergenti – come Ebola, AIDS, SAR S, influenza aviaria, influenza suina e oggi il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2 definito in precedenza come COVID-19) – si legge a tale proposito nell’introduzione del report del WWF – non sono eventi catastrofici casuali, ma la conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali. L’uomo con le proprie attività ha alterato in maniera significativa i tre quarti delle terre emerse e i due terzi degli oceani, modificando a tal punto il Pianeta da determinare la nascita di una nuova epoca denominata “Antropocene” ”. Il report dell’associazione ambientalista italiana cita nuovamente David Quammen, sottolineando come il diffondersi delle odierne pandemie sia la diretta conseguenza di un cocktail micidiale derivante dall’azione umana sull’ecosistema in un contesto di società globalizzata che vede l’uomo trasportare inconsapevolmente tali virus da capo all’altro della terra: “quando noi umani interferiamo con i diversi ecosistemi, quando abbattiamo gli alberi e deforestiamo, scaviamo pozzi e miniere, catturiamo animali, li uccidiamo o li catturiamo vivi per venderli in un mercato, disturbiamo questi ecosistemi e scateniamo nuovi virus. Poi siamo così tanti -7,7 miliardi di esseri umani sul pianeta che volano in aereo in ogni direzione, trasportano cibo e altri materiali  -e se questi virus si evolvono in modo da potersi trasmettere da un essere umano all’altro, allora hanno vinto la lotteria. Questa è la causa alla radice dello spillover, del problema delle zoonosi che diventano pandemie globali”. Ecco cosa dice  David  Quammet: “Quando gli alberi cadono e gli animali nativi vengono massacrati, i germi che lì erano contenuti volano come polvere da un magazzino demolito. Li stiamo rimuovendo dai loro limiti ecologici naturali, luoghi in cui non erano molto abbondanti e subivano una feroce concorrenza, anche all’interno di un singolo animale. Li introduciamo invece in un nuovo ricco habitat chiamato popolazione umana, dove possono prosperare in gran numero”. Le tesi di David Quammen sono senza dubbio interessanti e il libro ha il pregio, oltre a quello di aver “profetizzato” l’attuale scenario di pandemia globale, di spiegare argomenti complicati e complessi con  un linguaggio chiaro e avvincente. Esplicito  -e sconvolgente-  il messaggio con il quale l’autore conclude il suo libro in cui si legge: “Quando hai finito di preoccuparti di questa epidemia, preoccupati della prossima”. Una frase, per il lettore e per tutti noi, certamente  poco rassicurante, destabilizzante,  ma che in realtà ben esprime l’impossibilità della scienza di domare le ignote ed implacabili leggi della natura. Il sottotitolo di Spillover (Animal infection and the next human pandemic) fa balenare infine la possibilità di una pandemia globale che porterà all’estinzione della nostra specie: la comunità scientifica ha già battezzato come Next Big One il prossimo virus zoonotico, in grado di diffondersi e infettare senza rimedio l’intero pianeta. Cosa da brividi. Ma, in particolare, l’analisi di David Quammen risulta parziale in quanto si svolge su un piano puramente scientifico, tralasciando  del tutto l’esistenza di una entità  superiore. Il giornalista statunitense legge e analizza infatti la realtà unicamente con le lenti dello scienziato che escludono a priori cause e motivazioni che vadano oltre la asettica e fredda evidenza scientifica. Una prospettiva, in altre parole atea, che esclude Dio e qualsiasi motivazione trascendente da ogni fatto e accadimento naturale.

David Quammen è un divulgatore scientifico, scrittore e giornalista del «National Geographic». Ha studiato letteratura a Oxford; oggi vive in Montana, ma viaggia molto per conto del «National Geographic». Ha lavorato anche per altre riviste e giornali, tra cui «Harper’s», «Rolling Stone» e il «New York Times». Carlo Franza

Maddalena Oliva per il “Fatto quotidiano” il 4 aprile 2020. Pensava di fare lo scrittore, e alla fine l' ha fatto. E anche se si occupa di scienza, è sempre William Faulkner a guidarlo. Perché "le persone, pure quando leggono di scienza, vogliono prima di tutto leggere storie". David Quammen è "uno dei più brillanti scrittori americani di non fiction, anzi - come ha scritto il New York Times - uno dei più brillanti scrittori americani, punto". Dal suo primo articolo sulle zanzare ("animali insopportabili, ma qualcuno prima o poi bisognava ne parlasse bene"), Quammen ha lavorato sul campo al seguito di scienziati in posti remoti, dalle foreste tropicali al Mare Artico.

Ha scritto reportage e libri. Tra questi Spillover, tornato best-seller in tempi di coronavirus. Ci risponde dalla sua casa in Montana, dove ha scelto di vivere "per quella prossimità tra cose, bestie, posti, animali, forze della natura capaci di assassinarci con sublime indifferenza".

Nel suo libro scriveva che la prossima grande pandemia sarebbe arrivata da uno spillover , in un mercato degli animali cinese, con un salto di specie da un pipistrello è preveggente?

«Ho solo riportato le parole di scienziati che da anni studiano questi fenomeni. Mi dicevano che la prossima pandemia sarebbe stata causata da un virus trasmesso da un animale, probabile un pipistrello; che sarebbe stato un coronavirus perché questi si evolvono e adattano rapidamente; e che il salto di specie - lo spillover - sarebbe avvenuto in una ambiente in cui esseri umani e animali selvatici sono prossimi».

Dove?

«Verosimilmente, in un wet market cinese. Tutto prevedibile. Siamo stati egualmente impreparati. Non siamo stati in grado di implementare, e integrare, i sistemi di sorveglianza. Né a livello locale né a livello internazionale. Non abbiamo investito risorse nella sanità pubblica: più posti letto, più terapie intensive negli ospedali, più formazione del personale».

Perché non lo abbiamo fatto?

«Perché come cittadini siamo poco informati e tendenzialmente apatici, mentre i nostri leader sono cinici e avari, concentrati solo su loro stessi. Questa pandemia è il risultato delle cose che facciamo, delle scelte che prendiamo. Ne siamo responsabili tutti».

Che caratteristiche ha questo virus?

«Sars-Cov-2 appartiene alla famiglia dei coronavirus, virus più capaci di trasferirsi a "ospiti" umani e più veloci nel proliferare. In questo caso, anche senza che si presentino sintomi. È come un proiettile che ti colpisce: non senti il colpo, perché il proiettile arriva prima, il suono dopo».

Perché il nostro Paese è stato colpito più degli altri?

«È un mistero. Me lo sono chiesto più volte. Il Nord Italia è ricco di risorse mediche, strutture e personale. Non è l' Africa. Mi ha sorpreso Temo sia stata sfortuna. Qualcuno ha portato il virus nel vostro Paese, pur non mostrando sintomi, e ha contagiato molte persone prima che si capisse cosa stava accadendo? Ma perché così tanta sfortuna nella diffusione del contagio? Per questo voglio tornare in Italia: per studiare».

Crede che le misure di contenimento funzioneranno?

«Faccio lo scrittore. La mia idea è però che la chiusura, di per sé utile, non sarà sufficiente. È necessario mappare e isolare i contagi e i loro contatti, incoraggiare la quarantena domiciliare, concentrare i casi in ospedali dedicati, proteggere gli operatori sanitari allora forse l' Italia si salverà dal collasso».

In che modo i cambiamenti che l' uomo impone all' ambiente rendono la vita facile ai virus?

«Diciamo che ogni volta che distruggiamo una foresta estirpandone gli abitanti, i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali, offrendoci a nostra volta come ospiti alternativi. Il virus così vince la lotteria! Ha una popolazione di quasi 8 miliardi di individui attraverso cui diffondersi».

È possibile che Sars-Cov-2 abbia trovato in Lombardia, così come a Wuhan, un ambiente simile e particolarmente ospitale?

«L' ospite serbatoio di questo virus è il corpo umano. L' inquinamento dell' aria può essere stata una variabile. Per i danni che provoca ai polmoni e alle vie respiratorie ha reso le persone più vulnerabili al virus. Alla fine il virus, come l' uomo, cerca solo di sopravvivere più a lungo. Le persone e i gorilla, i cavalli e i maiali, le scimmie e gli scimpanzé, i pipistrelli e i virus: siamo tutti sulla stessa barca. È la cara vecchia evidenza darwiniana. Siamo legati indissolubilmente gli uni agli altri. Nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia. Sembra ovvio, ma non lo è».

Fake news e proliferazione ossessiva delle notizie sono un' altra epidemia.

«Dimentica le teorie cospirazioniste! Io le chiamo lo "zucchero del web". Alcuni più ne leggono più ne vorrebbero leggere. È come una droga. Noi dobbiamo resistere all' ossessione di sapere l' ultimo dato, l' ultima notizia. È giusto prestare attenzione al virus, ma abbiamo bisogno anche di altre storie».

Cosa possiamo imparare da questa pandemia?

«Quando finiremo di preoccuparci per questa, dovremo già preoccuparci della prossima».

Sconfiggeremo Sars- Cov-2?

«Non credo ce ne libereremo. Questa epidemia è talmente diffusa che potrebbe non scomparire. Ma possiamo metterla sotto controllo, anche grazie a vaccini e terapie».

Cosa dobbiamo aspettarci?

«Ci attendono molti spillover di virus pericolosi che si trasformeranno, se non migliorerà la nostra preparazione nell' affrontarli, in pandemie. Anche peggiori di questa».

Davide Milosa per “il Fatto quotidiano” il 17 marzo 2020. Era già tutto scritto almeno dallo scorso settembre, quando l' Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha incaricato un gruppo di esperti (Global Preparedness Monitoring Board) di redigere un rapporto dal titolo decisamente predittivo: "Un mondo a rischio (A world at risk)". Sono 48 pagine che rilette oggi con la nuova Sars elevata da giorni a rango di pandemia, impressionano e non poco. Scrivono i tecnici dell' Oms: "La malattia prospera nel disordine, le epidemie sono in aumento e lo spettro di un' emergenza sanitaria globale incombe su di noi". Siamo a settembre, da lì a meno di due mesi SarsCov2 inizierà a diffondersi nella regione cinese dell' Hubei. Il report prosegue: "C' è una minaccia molto reale di una pandemia in rapido movimento, altamente letale, di un agente patogeno respiratorio che uccide da 50 a 80 milioni di persone e spazza via quasi il 5% dell' economia mondiale". Le cifre non sono quelle di oggi, ma diversi ricercatori prevedono un' emergenza che andrà ben oltre il 2020. Si legge ancora: "Una pandemia globale su tale scala sarebbe catastrofica, creando un caos diffuso. Il mondo non è preparato". Il caso italiano, nonostante gli sforzi enormi, è lì a dimostrarlo. Ciò che si legge in questo documento è ciò che sei mesi dopo ci stanno spiegando politici e scienziati. "Il mondo - scrivevano già gli esperti dell' Oms - deve stabilire i sistemi necessari per individuare e controllare potenziali focolai di malattie". Lo studio si basa sui dati emersi durante la pandemia della febbre suina ( H1N1 ) e l' epidemia di Ebola. Risultato: "Molte delle raccomandazioni esaminate sono state attuate male, o non sono state attuate affatto e persistono gravi lacune. È ormai tempo di agire". Questo dato era noto ai governi fin dallo scorso settembre. Cosa si è fatto? Tra il 2011 e il 2018 "l' Oms ha seguito 1.483 eventi epidemici in 172 Paesi". Dalla Sars alla Mers, dall' Ebola alla febbre gialla. Tutti questi virus annunciavano, come sta accadendo oggi, "una nuova era di epidemie ad alto impatto e potenzialmente a diffusione rapida". Ogni paragrafo trova una drammatica conferma nella realtà che il mondo sta vivendo. Le modalità del contagio ad esempio. Tutti ormai lo abbiamo capito, ma a settembre era già scritto: "Gli agenti patogeni si diffondono attraverso le goccioline respiratorie; possono infettare un gran numero di persone molto velocemente e, con le odierne infrastrutture di trasporto, si spostano rapidamente in diverse aree geografiche". Davanti a questo già a settembre gli Stati erano impreparati. Viene scritto: "La grande maggioranza dei sistemi sanitari nazionali non sarebbe in grado di gestire un grande afflusso di pazienti infettati da un agente patogeno respiratorio capace di una facile trasmissibilità e di un' elevata mortalità". Tanto più che "i governi, gli scienziati, i sistemi sanitari di molti Paesi stanno affrontando un crollo della fiducia pubblica che minaccia la loro capacità di funzionare in modo efficace". Salute, ma anche economia. A pagina 30 si legge: "La Banca Mondiale stima che una pandemia influenzale globale costerebbe all' economia 3.000 miliardi di dollari, ovvero fino al 4,8% del Pil; il costo sarebbe del 2,2% del Pil anche per una pandemia influenzale moderatamente virulenta". Vien da chiedersi se qualcuno dei nostri rappresentanti istituzionali abbia mai sfogliato queste pagine. La fotografia inquieta e ieri il direttore dell' Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha confermato il quadro annunciato sei mesi fa: "Questa è la crisi sanitaria che segna la nostra epoca". Poi ha concluso: "Crisi così tirano fuori il meglio e il peggio dell' umanità".

PANDEMIE E QUARANTENE GIÀ VISTE AL CINEMA. Federico Pontiggia per il “Fatto quotidiano” il 20 marzo 2020. Déjà-vu, déjà-vu pandemico. Complice la serrata per il Covid-19, viviamo in un mondo inaudito, ma non inedito: abbiamo già visto e ascoltato tutto. Dai classici della canzone italiana urlati dal balcone alla programmazione televisiva (Tutti a casa con Rai Movie) e streaming (la Cineteca di Milano ha fatto addirittura un palinsesto; unica novità Ultras di Francesco Lettieri, da domani su Netflix), vince l' archivio, se preferite, la library: old but gold, nel migliore dei casi. Se il solito, impareggiabile Ettore Scola affidava al Vittorio Gassman di C' eravamo tanto amati l' imperituro "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo neanche accorti", noi ci stiamo accorgendo che questo presente in quarantena l' abbiamo già vissuto: al più, lo stiamo sopravvivendo. Nei tempi, nei modi, perfino nei generi.

Kammerspiel. Cent' anni addietro la Germania espressionista teneva a battesimo il Kammerspiel, letteralmente "recitazione da camera". Vale a dire, un "piccolo teatro destinato a recite che cercano un intimo rapporto con lo spettatore" oppure "film o rappresentazione teatrale di intreccio semplice, intimo e psicologico, la cui azione si sviluppa tra pochi personaggi, con un dialogo limitatissimo e una scenografia basata su pochi ambienti". Non è forse, soprattutto alla voce "dialogo limitatissimo", quel che stiamo sperimentando nella nostra casalinga reclusione involontaria? La variante filmica del Kammerspiel annovera L' ultima risata di Friedrich Wilhelm Murnau (1924): pregevole, ma qui e ora dal titolo piuttosto infelice.

Contagion. Se tra un flashmob e l' altro si guarda fuori dalla finestra, il campo lungo risulta familiare: Contagion di Steven Soderbergh, anno 2011, metteva sul set la pandemia, addebitava al pipistrello (più maiale) il contagio, insomma, faceva del finzionale Mev-1 l' antesignano dell' attuale Covid-19. A richiamare via Instagram il déjà-vu - anzi, nel suo caso il già recitato - è stata l' interprete Gwyneth Paltrow: "I' ve already been in this movie".

Perfetti sconosciuti. Contagion è il primatista di visioni più o meno legali, ma l' Italia non sta a guardare: Perfetti sconosciuti (2016), il campione di incassi e di remake di Paolo Genovese. L' unità di spazio, tempo e azione è la medesima, nella realtà del lockdown si aggiunge alla cena il pranzo e si sottraggono gli amici, una famiglia basta e avanza. Occhio al cellulare, e occhio alla realtà: "Sofia - diceva la madre Kasia Smutniak - sta vivendo il dramma di uscire dalla scena familiare", "Ecco, facciamola uscire - ribatteva il padre Marco Giallini - senza romperle troppo i coglioni", solo che oggi non si può uscire. Almeno fino al 25 marzo.

Il Papa. L' abbiamo vista tutti, l' avevamo già vista in molti: la foto icastica di Papa Francesco che cammina in una via del Corso semideserta. Scatto che cattura lo Zeitgeist, sintetizza mille editoriali, invera svariate analisi: chi avrebbe mai potuto immaginare un pontefice che in una Roma desolata se ne va a fette seguito a distanza dalla scorta? Ebbene, due registi: Nanni Moretti e Paolo Sorrentino. Il primo con Habemus Papam - altro film del 2011, annata assai preveggente - e il suo papa Michel Piccoli che si dà per l' Urbe, il secondo con il dittico seriale The Young Pope e The New Pope, di cui quella fotografia potrebbe legittimamente essere di scena. Ma non solo: vi ricordate Giulio Andreotti (Toni Servillo) che rifà, anzi, prefà quella passeggiata sotto scorta ne Il Divo (2008)?

Camera e tinello. No, non va tutto bene: per un Moretti che preconizza, per un Sorrentino che trasfigura, c' è tanto altro cinema patrio che, Covid-19 o meno, il naso fuori dall' uscio non lo mette. Le geometrie invariabili sono del dramma da cameretta, della commedia bilocale e monorisata, del dramedy con angolo scottura: quanti ne abbiamo visti, e quanto abbiamo faticato a digerirli? Camera e tinello ubicati Roma, talvolta con vista Gasometro, altri Mandrione, sovente in Prati: si mangia, si parla, che barba, che noia. Dopo averne fatto il nostro pane quotidiano in quarantena, riusciremo - riusciranno i patri sceneggiatori - a mandarli in soffitta?

Da "Roma città riaperta" a "Germania paziente zero"? Ma lo spettro che si aggira per i tavoli di sceneggiatura è un altro: il Neo-Neorealismo. Uscire dalla pandemia come dalla Seconda guerra mondiale, mutatis mutandis, rifare il cinema che ci rese grandi e celebrati in tutto il mondo, risciacquare gli andreottiani panni sporchi da Cannes a Berlino, con affaccio sugli Oscar Oltreoceano. Le migliori penne della nostra generazione sono già al lavoro, con lo strumento più raffinato che possiedano: il copia & incolla. Teniamoci pronti a un Miracolo a Codogno, venato di irrealismo magico; Roma città riaperta, con echi rosselliniani e karaoke condominiali; Germania Paziente Zero, genere on the road sovranista; Non c' è pace tra i balconi, con due proiezioni giornaliere già fissate alle 12.00 e alle 18.00; Umberto Covid, con l' originario voltaggio senile ma l' upgrade del cane in sharing per la passeggiata. Chi vivrà vedrà: pardon, rivedrà.

Filmografia del Coronavirus, tutte le pellicole per esorcizzare la paura del contagio. Roberta Caiano de Il Riformista il 9 Marzo 2020. L’emergenza coronavirus sta esplodendo sempre più nel nostro Paese, paralizzando non soltanto la popolazione ma molti ambiti che vanno dall’economia alle istituzioni pubbliche. In queste occasioni la cultura ci viene in aiuto con numerosi libri, film e altri tipi di rappresentazioni artistiche che nel corso del tempo hanno trattato argomenti simili. Si passa dai libri capitanati da ‘La Peste’ di Albert Camus, uno dei romanzi più venduti non soltanto in Francia ma anche in Italia sulle principali piattaforme online, alla filmografia. Sia la letteratura che il cinema, infatti, hanno sempre dedicato particolare attenzione a queste tematiche soprattutto per la facilità con cui possono raggiungere il più ampio pubblico possibile. A questo proposito, per esorcizzare la paura e l’ansia che in questi giorni sta dilagando tra la popolazione, c’è una lista di film che potrebbero aiutare a stemperare il clima creatosi soprattutto in queste ultime ore.

L’esercito delle 12 scimmie – Il film risale al 1995 e vede come protagonista Bruce Willis nei panni di James Cole, un detenuto che con la promessa della grazia viene inviato nel passato per indagare sui fatti che hanno portato all’estinzione del 99% dell’umanità e costretto i sopravvissuti a vivere nel sottosuolo per sfuggire al contagio di un virus letale. I detenuti sono obbligati a salire in superficie con speciali tute ermetiche, correndo il rischio di venire contagiati a loro volta, per raccogliere le prove riguardo alla responsabilità di una tale catastrofe. I capi di queste comunità sotterranee sembrano essere degli scienziati che fanno di tutto per poter, un giorno, mettere le mani sul virus originale, che intanto è mutato, per creare un vaccino. Tutte le prove riconducono a gruppo ecologista, l’esercito delle 12 scimmie, che avrebbe diffuso il contagio per liberare la Terra da quel cancro che ritengono siano gli esseri umani.

Virus letale – Film risalente al 1995 diretto da Wolfgang Petersen con Dustin Hoffman e Rene Russo, vede come protagonista un ufficiale medico dell’esercito americano mandato in Africa per indagare su un virus devastante, il Motaba. Torna convinto del pericolo di una epidemia anche negli Stati Uniti, ma nessuno crede alle sue teorie. Fino a quando in una cittadina californiana compaiono le prime e numerose vittime e si scopre che i militari avevano tenuto nascosto il vaccino per continuare la sperimentazione di armi batteriologiche.

Cassandra crossing – Datato 1976, la pellicola vede come protagonisti Sophia Loren e Richard Harris. La trama vede coinvolti due terroristi che entrano in un laboratorio di armi batteriologiche e contraggono un terribile virus. Uno dei due riesce a salire sul treno diretto a Stoccolma, dove contagia alcuni passeggeri. Da qui parte un treno infettato da un virus che attraversa l’Europa e porta alla morte.

Contagion – Uscito nel 2011 con Gwyneth Paltrow e Matt Damon, il film Contagion è tornato spesso in questi giorni alla ribalta. La trama vede come un solo contatto da cui parte il contagio di un virus letale. Quando la turista da cui parte il virus torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari ad Hong Kong, quello che pensava fosse solo un banale jet lag è invece il contagio di un virus. Dopo due giorni, la donna muore in un pronto soccorso e i dottori dicono al marito che non hanno idea di cosa sia successo. In breve tempo altre persone mostrano gli stessi sintomi misteriosi: tosse secca e febbre, seguita da attacchi ischemici, emorragia cerebrale e in ultimo la morte. Il contagio supera ogni confine, alimentato dalle infinite interazioni che avvengono tra gli esseri umani nel corso di una normale giornata di vita quotidiana causando una pandemia globale. Così i ricercatori si mobilitano per cercare di interrompere la catena dell’agente patogeno che continua a mutare.

Io sono leggenda – Uscito nelle sale cinematografiche nel 2007, Io sono Leggenda è un film con un cast che vanta come protagonista Will Smith. La trama vede al centro della scena Robert Neville, l’ultimo uomo rimasto su una Terra invasa dai vampiri, che ogni notte si barrica per difendersi dall’assalto di tutti gli altri esseri umani trasformati in mostri assetati di sangue.

Covid-19, prezzi alle stelle per il libro che 15 anni fa aveva previsto tutto. A pagina 210 della versione originale in inglese del libro edito nel 2008, si legge...La Voce di Manduria martedì 10 marzo 2020. Prezzi alle stelle per il libro, oramai quasi introvabile, "Profezie" della scrittrice e sedicente veggente americana, Sylvia Browne, che una quindicina di anni fa aveva previsto l’epidemia da coronavirus. Su Ebay l’unica copia disponibile nella grande vetrina del mercato mondiale online, è venduta a 99,9 euro. Niente in confronto al prezzo raggiunto dallo stesso libro in vendita su Amazon: 641,42 dollari (561,39 euro). A pagina 210 della versione originale in inglese del libro edito nel 2008, si legge: “Entro il 2020 diventerà prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di una epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, quasi in maniera più sconcertante della malattia stessa improvvisamente svanirà con la stessa velocità con cui è arrivata, tornerà all’attacco nuovamente dopo dieci anni, e poi scomparirà completamente”. Qualcuno parla di coincidenza, facendo notare che nello stesso libro si parla anche di un'altra malattia batterica prevista per il 2010 che poi non si è verificata. Per altri la Browne sarebbe stata influenzata dall'epidemia di SARS avvenuta nel 2004, cioè 4 anni prima dell'uscita del libro in oggetto. Sylvia Browne, morta nel 2013 in California, era una sensitiva molto conosciuta negli Stati Uniti. Fondatrice di una chiesa sincretista in California, aveva partecipato come consulente di polizia ed FBI a centinaia di casi di sparizioni e omicidi (anche se, va detto, il suo contributo non si è mai rivelato determinante nelle indagini).

Dagospia il 10 marzo 2020. Estratto del libro Profezie di Sylvia Browne con Lindsay Harrison. (...) Entro il 2020 diventerà di prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma, a seguito di un’epidemia di una grave malattia simile alla polmonite che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, sembrerà scomparire completamente per altri 10 anni, rendendo ancora più difficile scoprire la sua causa e la sua cura (...)

Coronavirus, la profezia in un libro: "Entro il 2020 gireremo con mascherine e guanti". La scrittrice statunitense Sylvia Browne aveva preannunciato l’arrivo di questa epidemia nel suo libro “End of days” pubblicato nel 2008. Andrea Pegoraro, Martedì 10/03/2020, su Il Giornale. Aveva previsto il coronavirus già dodici anni fa. La scrittrice statunitense Sylvia Browne aveva preannunciato l’arrivo di questa epidemia nel suo libro “End of days” pubblicato nel 2008. La saggista aveva scritto che “entro il 2020 diventerà di prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma, a seguito di un’epidemia di una grave malattia simile alla polmonite che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura”. Poi la scrittrice si era lanciata in un giudizio sugli effetti del coronavirus e sulla sua evoluzione. “Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto - aveva sottolineato - sembrerà scomparire completamente per altri 10 anni, rendendo ancora più difficile scoprire la sua causa e la sua cura”. Naturalmente staremo a vedere se quanto detto dalla Browne avrà una sua fondatezza, soprattutto se con l’arrivo dell’estate il virus avrà attenuato la sua forza. La scrittrice è stata una figura celebre negli Stati Uniti ed è morta nel 2013 all'età di 77 anni in circostanze non chiare. Nota anche come sensitiva, la Browne è stata un’attrice di varie opere, molti di questi tradotti anche in Italia, che sono state oggetto di controversie e dibattiti. Inoltre avrebbe partecipato a oltre 100 casi investigativi, dando le sue informazioni che poi in realtà sarebbero state non utili ai fini delle indagini. La stessa scrittrice ha affermato di aver collaborato con la polizia statunitense, compresa l’Fbi ma come detto molto spesso le sue indicazioni sono state troppo vaghe o addirittura inutili.

Sylvia Browne ha detto di aver avuto esperienze paranormali fin da quando era bambina e su questi temi ha basato i suoi libri. Ha iniziato a operare pubblicamente fin dai primi anni Settanta e poi con il tempo ha fatto le sue apparizioni anche in televisione e in radio. Durante gli anni la sua popolarità è quindi cresciuta. Oltre a esercitare le sue doti di sensitiva, la Browne aveva creato due società a suo nome e poi aveva fondato in California una chiesa che lei definiva di culto cristiano agnostico. Anche se era presente la dottrina del sincretismo, che porta all’incontro di forme religiose differenti. Legato a questo occorre dire che quando era bambina la scrittrice si era convertita al cattolicesimo come tutta la sua famiglia e in seguito è stata insegnante di religione cattolica per molti anni.

La profezia di 16 anni fa: nel 2020 comparirà un virus che poi sparirà improvvisamente. Roberta Caiano de Il Riformista il 9 Marzo 2020. “Entro il 2020 diventerà di prassi indossare in pubblico mascherine chirurgiche e guanti di gomma, a causa di un’epidemia di una grave malattia simile alla polmonite, che attaccherà sia i polmoni sia i canali bronchiali e che sarà refrattaria a ogni tipo di cura. Tale patologia sarà particolarmente sconcertante perché, dopo aver provocato un inverno di panico assoluto, sembrerà scomparire completamente per altri dieci anni, rendendo ancora più difficile scoprire la sua causa e la sua cura”. Per quanto possa sembrare una raccolta di testimonianze di questi giorni in cui imperversa l’emergenza del coronavirus in Italia e nel mondo, in realtà queste parole sono state scritte in un libro 16 anni fa. “Profezie. Che cosa ci riserva il futuro” è un testo di Sylvia Browne e Lindsay Harrison pubblicato nel 2004. La sensitiva Sylvia Browne è famosa in quanto rilegge le predizioni, spesso contraddittorie o poco chiare, che nel corso della storia sono state fatte dai veggenti più celebri. La Browne si occupa di spiegare come fanno i profeti a conoscere il futuro e come smascherare i ciarlatani, ma soprattutto risponde a tanti interrogativi sul destino dell’umanità toccando argomenti fondamentali, dallo sviluppo tecnologico alle sorti dell’ambiente, dalla cura per molte malattie alla pace nel mondo, fino all’evoluzione sociale, economica e politica. Tra questi spicca sicuramente il nome di Nostradamus, ma fa riferimento anche ai profeti biblici, George Washington fino agli scienziati della Nasa. 

IL LIBRO – In questo libro, l’autrice affronta i temi più caldi rispondendo a tanti dubbi e domande che spopolano tra le persone. Gli umani si sono preoccupati a lungo per la fine della civiltà, ma ora più che mai tra la gente aleggia il sentimento dell’ansia e del timore di quello che succederà. Come se non poter prevedere il futuro porti ad una sorta di isteria e psicosi collettiva. Le guerre di religione, il terrorismo globale, le pandemie e il genocidio hanno contribuito a inaugurare così l’era dell’ansia. Tra le tante cose riportate nel libro, in un momento storico come quello che stiamo vivendo per l’epidemia del covid-19 spicca la predizione del Coronavirus. 

Letteratura contro il coronavirus, boom di vendite per La Peste di Albert Camus. Redazione de Il Riformista il 9 Marzo 2020. “Tutti vennero separati dal resto del mondo, da coloro che amavano o dalle proprie abitudini. E in questa solitudine furono costretti, quelli che lo potevano, a meditare, gli altri a vivere come animali braccati. Alla fine della peste tutti gli abitanti sembrano migranti”. Tempi duri quelli che il Paese sta affrontando per l’emergenza coronavirus. L’elevata allerta dichiarata in tutta la Penisola ha portato, allo stato attuale, la maggior parte della popolazione a chiudersi in casa ed evitare quanto più possibile rapporti sociali per evitare il rischio di contagio. Questa situazione di “quarantena collettiva” potrebbe essere terreno fertile per aumentare le attività da casa che tra i vari impegni quotidiani non si ha abbastanza tempo per svolgere, tra cui la lettura. Tra i libri più letti troviamo ‘La Peste’ dello scrittore francese Albert Camus, risalente al 1947. Appena pubblicato, il romanzo riscosse grande successo vendendo oltre 160.000 copie nei primi due anni solo in Francia, con traduzioni in decine di lingue. Settantatre anni dopo, il romanzo incontra un nuovo successo sempre nell’Oltralpe ma anche all’estero, in particolare in Italia dove le vendite sono triplicate e il titolo si posiziona nella top ten degli acquisti online. Secondo quanto riportato da Edistat, l’istituto che cura le statistiche per il settore editoriale, attraverso il quotidiano francese Le Figaro, le vendite del romanzo sono sensibilmente aumentate dall’inizio del 2020. Infatti tra gennaio e febbraio, le edizioni di La peste pubblicate dalla casa editrice parigina Gallimard hanno registrato un impennata delle vendite, il 40% in più rispetto alla quantità normalmente venduta in un anno. Il grafico riporta che le vendite hanno raggiunto il primo picco alla fine di gennaio, quando si sono verificati i primi casi di contagiati dal covid-19 in Francia, con circa 1.700 libri venduti. I dati sono impressionanti se confrontati all’anno precedente, quando erano state vendute poco più di 400 copie del libro. L’emergenza per il contagio e la diffusione del coronavirus sta ormai aumentando in tutta Europa, per questo la tendenza dell’aumento delle letture de ‘La Peste’ è continua a febbraio con 1.800 libri acquistati, sempre in Francia. Ma il dato è riferibile anche all’Italia in quanto il romanzo è stato segnalato nei primi posti nelle classifiche dei rivenditore online. Infatti, dato il grande successo riscosso per la riscoperta dell’autore, della storia e della lettura, il comune di Siracusa in una nota ha indetto un’iniziativa riguardante la diffusione del libro di Albert Camus il quale sarà il primo libro letto via Facebook nell’ambito del progetto ministeriale La Biblioteca dei borghi. L’assessore alla Cultura Fabio Granata dichiara che “se la gente non può più andare in Biblioteca, allora la biblioteca andrà nelle case della gente, continuando a mantenere intatto il rapporto di scambio, condivisione, ascolto e confronto, tipiche dei laboratori di lettura. La Biblioteca come presidio che nutre le intelligenze e propone finestre aperte sulla lettura. Un’esperienza che ci consente, nonostante i tempi, di mantenere vivi i rapporti con i nostri cittadini”.

IL LIBRO – La peste sembra riportare a galla l’attuale situazione del coronavirus. Il covid-19 sta aleggiando tra noi come un fantasma, paralizzando la popolazione in una situazione surreale. Il romanzo di Camus non rappresenta altro che una riflessione sul male e sul trauma della guerra ancora vivo (il romanzo è stato pubblicato nel 1947). Il protagonista del libro è un medico francese, Bernard Rieux che per primo dà l’allarme di una situazione che potrebbe precipitare da un momento all’altro: in breve tempo muoiono più di seimila ratti e anche il portinaio del suo stabile si ammala gravemente fino a perdere la vita. Inizialmente nessuno gli crede ma ben presto anche le autorità si sono dovute arrendere all’evidenza, provvedendo subito ad una quarantena collettiva. La città è bloccata, ma al suo interno la vita continua a scorrere. Dalla primavera si passa all’estate e con il caldo anche la peste si trasforma, passando dalla forma bubbonica alla più contagiosa peste polmonare. Gli abitanti della città di Orano, in Algeria, dove è ambientato il romanzo continuano a morire e non c’è neanche più posto per le fosse comuni. Rieux riesce a trovare una formula di un siero che finalmente funziona, facendo in modo che pian piano l’epidemia cominci a scemare e la quarantena viene revocata. Anche se Rieux rimarrà per sempre sull’attenti per il timore di una nuova ondata di peste.

Nel 2017 Asterix e Obelix si battevano contro il condottiero «Coronavirus». Pubblicato sabato, 07 marzo 2020 su Corriere.it da Monica Ricci Sargentini. Il terribile coronavirus si era abbattuto sull’Italia già nel 2017 ma non ce ne eravamo accorti. Soprattutto perché non era un’epidemia ma un condottiero di quadriga nell’antica Roma. Quello di Asterix , il personaggio ideato da René Goscinny e Albert Uderzo e poi, dal 2013, portato avanti da Jean-Yves Ferri e Didier Conrad. In Asterix e la corsa d’Italia, 37esimo albo della serie, Coronavirus è un romano mascherato cui si accompagna lo scudiero Bacillus. A leggere oggi il fumetto sembra che i disegnatori abbiano avuto una premonizione. Nella storia il senatore Lactus Bifidus, accusato di usare in altro modo i soldi per la manutenzione delle strade, decide di organizzare una corsa di carri a cui far partecipare tutti i popoli dell’impero per dimostrare l’eccellenza delle vie dell’Impero romano. La gara si svolgerà da Modicia a Neapolis, da Monza a Napoli. Giulio Cesare dà il suo benestare ma a patto che un romano, Coronavirus (soprannominato “l’auriga mascherato”) capeggi la squadra romana. Ma i due galli ci mettono lo zampino. Obelix compra una quadriga e, affiancato dall’immancabile Asteric, si getta nella competizione. Cosa ha ispirato i due autori? Probabilmente la diffusione della Sars nel 2002 e della Mers nel 2012. Certo nessuno avrebbe potuto prevedere che il numero ritornasse in auge tre anni dopo. Forse qualcuno dovrebbe ristamparlo.

Coronavirus, da Nostradamus a Mussolini, tutte le profezie sul virus. Libero Quotidiano il 28 Febbraio 2020. Quando ci si trova di fronte ad un evento di portata mondiale, si iniziano a raccogliere ex post le "fonti profetiche", tutte le opere che in qualche modo hanno anticipato il fenomeno. Con il coronavirus, naturalmente, la corsa è iniziata. Nell'edizione cartacea del 28 febbraio, Il Giornale elenca alcuni casi: libri fantascientifici, cinema e persino cartoni animati. E' saltato all'occhio il romanzo "The eye of Darkness" di Dean Koontz (1981), in cui si racconta la creazione di un virus letale nei laboratori di Wuhan, cittadina cinese da cui è partito il corona. Il virus Wuhan -400 venne definito dall'autore una "arma perfetta che colpisce solo gli esseri umani". Allo scoppio del coronavirus, la società editrice Fanuzzi ha curato la traduzione del romanzo, che arriverà nelle librerie italiane sotto il titolo di "Abisso". Profezie meno precise, ma che trattano la diffusione di un virus letale, arrivano dalla sterminata filmografia: Resident Evil, Io sono Leggenda, World War Z, per citarne alcuni. Non potevano mancare i Simpsons, la regina delle serie preveggenti. Gli autori hanno dedicato l'episodio 21 della quarta stagione alla diffusione di un virus dall'Estremo Oriente, sbarcato a Springfield tramite un pacco postale su cui aveva starnutito un dipendente asiatico. Anche il celebre profeta di sventure Nostradamus parlava di una "grande peste da una città marittima", benché non abbia indovinato, dato che Wuhan non ha sbocchi sul mare. Infine, in piena epoca fascista, Benito Mussolini avvertiva l'ambasciatore italiano a Shangai, Galeazzo Ciano, di un "pericolo giallo". E, preoccupato, aggiunse: "Invaderanno il mondo con la loro smisurata prolificità, con i loro prodotti a basso costo e con le epidemie che coltivano al loro interno".

Fake news o coincidenze? Le profezie del virus da Nostradamus (e il Duce...) fino ai Simpson. Tradotto di corsa il thriller americano del 1981 sul morbo «Wuhan-400». Luigi Mascheroni, Venerdì 28/02/2020 su Il Giornale.  Tra gli effetti collaterali del Coronavirus il più inquietante è la diffusione - ex post - delle profezie, letterarie e non solo. Fake news o coincidenze? Fra le più sorprendenti, quella del thriller The Eye of Darkness scritto nel 1981, quasi quarant'anni fa, in cui il bestsellerista americano Dean Koontz, che oggi ha 75 anni, immagina che in un laboratorio cinese, nella città di Wuhan (proprio così...) venga creato un virus letale, ribattezzato Wuhan-400: «Fu in quel periodo che uno scienziato cinese di nome Li Chen disertò negli Stati Uniti, trasportando un dischetto delle più importanti e pericolose nuove armi biologiche cinesi in un decennio. Chiamano il materiale Wuhan-400 perché è stato sviluppato nei laboratori fuori dalla città di Wuhan... Un'arma perfetta. Colpisce solo gli esseri umani». Bene. Visto il successo mediatico del Coronavirus, il romanzo sul virus in grado di uccidere la popolazione mondiale col solo contagio per vie respiratorie sarà presto leggibile anche in Italia. Lavorando notte e giorno sulla traduzione la TimeCrime, una sigla della casa editrice Fanucci, specializzata in narrativa di fantascienza, ha annunciato l'uscita del libro - titolo: Abisso, sottotitolo: «Coronavirus: il romanzo della profezia» - a marzo, il giorno 13, venerdì. Lancio: «Finora inedito in Italia, questo romanzo ha venduto 4 milioni di copie». Da noi, invece, con meno successo di pubblico e minor sincronismo, lo scorso anno uscì La maledizione della croce sulle labbra (Ink), romanzo a quattro mani di Danilo Arona e Edoardo Rosati con al centro una strana epidemia: da una lontana isola dei Caraibi un virus sconosciuto sbarca in Italia, a Milano. «Due infettivologi ospedalieri, un lui e una lei, cominciano a indagare, ma ciò che sembra un bizzarro focolaio epidemico si trasformerà in un autentico incubo. Che ha il sapore di una piaga biblica...». Non sveliamo il finale. Poi, tralasciando la lunghissima sequenza di film a tema, ma troppo generici - Virus letale, Resident Evil, Io sono leggenda, 28 giorni dopo, World War Z, L'esercito delle 12 scimmie, Contagion, Infection... - c'è la serie TV più preveggente di sempre (o presunta tale): I Simpson. Qualcuno ha notato che il creatore di Homer Simpson aveva previsto nel 1993 l'arrivo di un virus dall'Estremo Oriente. La puntata (episodio 21 della quarta stagione) s'intitola Marge in catene e presenta curiose analogie con l'attualità: racconta dell'arrivo di un pacco postale - sul quale ha starnutito un dipendente della fabbrica - spedito da un Paese asiatico. La conseguenza è l'arrivo a Springfield di un virus influenzale con successiva psicosi collettiva alimentata dai notiziari tv. In realtà tutto nasce dal Giappone, non dalla Cina, e non sembra esserci alcuna attinenza con le caratteristiche del Coronavirus. Ma tant'è. La Rete non guarda a certe sottigliezze, e la fake news si è propagata con velocità impressionante. Del resto, chi ama credere alle profezie non ha che da scegliere. Bill Gates due anni fa «previde» la diffusione di un virus pandemico nel Sud dell'Asia: «Il mondo deve prepararsi alle pandemie seriamente, come quando ci si prepara a una guerra» disse il fondatore di Microsoft il 27 aprile 2018 durante la conferenza annuale sui programmi educativi della Massachusetts Medical Society a Boston, calcolando che il morbo avrebbe potuto uccidere 30 milioni di persone in sei mesi... Poi c'è l'onnipresente Nostradamus, che in una delle quartine scritte nel XVI secolo preannunciò una «grande peste» in una «città marittima» (Wuhan non ha sbocchi sul mare, però ha un grande «mercato del pesce» ha subito precisato un fan del medico-astrologo...). Senza dimenticare - in tempi di fascismo strisciante - la profezia sul «pericolo giallo» di Benito Mussolini nel discorso di saluto a Galeazzo Ciano, nominato rappresentante italiano a Shangai, pronunciato a Roma nel 1927: «Nei prossimi decenni ci dovremo guardare dall'espansionismo cinese. Invaderanno il mondo con la loro smisurata prolificità, con i loro prodotti a basso costo e con le epidemie che coltivano al loro interno».

Il video di Bill Gates che sembrava predire il Coronavirus, 5 anni fa. Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 da Corriere.it. È tornato molto popolare, in questi giorni, il video di una conferenza del circuito Ted (gestito dall’organizzazione no profit The Sapling Foundation) nel corso della quale Bill Gates, nel 2015, lanciava un allarme che suona, oggi, profetico. Gates, fondatore di Microsoft (dal consiglio di amministrazione della quale è uscito pochi giorni fa) spiegava che, in un mondo che aveva investito molto in armi e poco nella lotta contro i virus, una pandemia avrebbe potuto fare più morti di una guerra. «Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni», aveva detto Gates (al secondo 00'51 del video qui sotto), «è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi». Gates spiegava che «abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un'epidemia. Non siamo pronti per la prossima epidemia». Il fondatore di Microsoft parlava di Ebola e spiegava che c'erano stati «tre motivi» er cui non si era diffuso di più: «Il primo è perché molti operatori sanitari sono stati eroici. La seconda è la natura del virus: Ebola non si diffonde per via aerea, e nel tempo in cui diventa contagioso la maggior parte dei malati sta così male da essere costretta a letto. Terzo, non è arrivato nelle aree urbane. La prossima volta potremmo non essere così fortunati: potremmo essere di fronte a un virus che ci fa sentire abbastanza bene anche quando si è contagiosi, tanto da salire su un aereo o andare al mercato». Alcune di queste caratteristiche — la contagiosità degli asintomatici, la trasmissione per via aerea, l'estrema contagiosità — sono tipiche del coronavirus Sars-CoV-2, che causa la Covid-19. Gates faceva poi il parallelo con «un virus che si diffonde per via aerea» - la «Spagnola» del 1918, che aveva fatto «30 milioni di morti».

Lo stesso concetto era stato reiterato da Bill Gates in una intervista del 2016 a Massimo Franco, sul Corriere:

Lei vede minacce alla stabilità dell’Europa nei prossimi anni provenienti dall’interno o dall’immigrazione?

«Non vedo un rischio di conflitto che minacci l’Europa per i prossimi dieci anni. Se debbo pensare a che cosa potrebbe destabilizzare il mondo, penso semmai a qualche epidemia capace di uccidere anche dieci milioni di persone. Questa è la prospettiva più rischiosa che intravedo. Sia chiaro: in dieci anni saremo più preparati ad affrontare una simile emergenza. I governi e le organizzazioni non governative stanno lavorando per minimizzare il rischio. Non voglio spaventare la gente. Ma dobbiamo essere preparati ad affrontare un problema del genere. La guerra è il passato». Negli Stati Uniti, il video di Gates viene rilanciato anche nell'ambito di teorie complottiste: specie perché - come scritto qui — «la sua fondazione, la Bill & Melinda Gates Foundation, sta finanziando un progetto per distribuire dei kit per testare la positività al virus a Seattle, la città epicentro dell'epidemia statunitense» con «proiezioni che prevedono fino a 30mila nuovi casi entro la fine di marzo». Gates aveva stanziato altri 100 milioni di dollari a favore della sua fondazione. Alcuni giorni fa, un'altra teoria complottista — sempre con al centro Bill Gates — era stata diffusa in Italia.

(ANSA il 14 marzo 2020) - Bill Gates esce dal consiglio di amministrazione di Microsoft, il colosso che ha co-fondato, per dedicare più tempo alle sue attività filantropiche quali la sanità, il cambiamento climatico, l'istruzione e lo sviluppo. L'annuncio di Microsoft arriva a sorpresa e fa seguito all'addio dopo 15 anni anche al consiglio di amministrazione di Berkshire Hathaway, la holding del suo amico Warren Buffett: il posto di Gates è preso da Ken Chenault, l'ex amministratore delegato di American Express. I titoli Microsoft risentono dell'uscita di Gates e, nelle contrattazioni after hours, perdono il 3,05%. "E' stato un onore e un privilegio lavorare e imparare da Bill nel corso degli anni", afferma l'amministratore delegato di Microsoft, Satya Nadella. "A nome degli azionisti e del cda voglio ringraziare Bill per il suo contributo a Microsoft", dichiara il presidente indipendente del board, John Thompson. Con l'uscita di Gates il consiglio di Microsoft resta composto da 12 membri, incluso il presidente. Gates continuerà a servire Microsoft come consulente tecnologico. "Microsoft sarà sempre una parte importante della mia vita lavorativa e continuerò a essere impegnato con Satya e la leadership tecnica della società per aiutarla a centrare i suoi obiettivi ambiziosi", osserva Gates dicendosi "più ottimista che mai sui progressi" che Microsoft "sta facendo". Gates ha co-fondato Microsoft nel 1975 insieme a Paul Allen. La società è sbarcata in Borsa nel 1986 e oggi è una di quelle che vale di più al mondo con una capitalizzazione di mercato di 1.210 miliardi di dollari. Gates è uno dei maggiori azionisti di Microsoft con una quota di circa l'1,36% e uno degli uomini più ricchi al mondo. Nel 2010 Gates e sua moglie Melinda insieme a Buffett hanno annunciato l'iniziativa Giving Pledge destinata ai 'paperoni' che vogliono aiutare a portare avanti battaglie per l'istruzione, la sanità, la giustizia sociale ma anche la lotta al cambiamento climatico. All'iniziativa si aderisce impegnandosi a donare almeno metà della propria ricchezza, fra gli ultimi che hanno aderito c'è l'ex moglie di Bezos, MacKenzie.

Il testo del TED Talk di Bill Gates pubblicato da ''il Giornale'' il 14 marzo 2020. Quand' ero ragazzo il disastro di cui ci si preoccupava di più era la guerra nucleare. Ecco perché avevamo tutti un barile come questo in cantina (mostra un bidone nero con la scritta survival supplies, cioè rifornimenti per la sopravvivenza, ndt) pieno di lattine, di cibo e di acqua. Quando l' attacco nucleare sarebbe arrivato, saremmo dovuti scendere, accovacciarci e mangiare dal barile. Oggi il più grande rischio di catastrofe globale non è più questo (il fungo di un' esplosione atomica, ndt). È più simile a questo (compare l' immagine in 3D di un virus, ndt). Se qualcosa ucciderà più di 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso, piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi. In parte il motivo è che abbiamo investito cifre enormi in deterrenti nucleari ma abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un' epidemia. Non siamo pronti per la prossima epidemia. Vediamo l' Ebola. Sono sicuro che ne avete letto sui giornali, tante sfide difficili. L' ho seguito attentamente attraverso gli strumenti di analisi dei casi che usiamo per monitorare l' eradicazione della poliomielite. Se osservate quello che è successo, il problema non era che il sistema non funzionava. Il problema era l' assenza totale di un sistema. Di fatto mancano alcuni elementi chiave abbastanza ovvi. Non avevamo un gruppo di epidemiologi, pronti a partire per controllare il tipo di malattia e il livello di diffusione. I rapporti sui casi sarebbero arrivati tramite i giornali. Sono stati messi online con molto ritardo ed erano estremamente imprecisi. Non avevamo un team medico pronto a partire. Non avevamo modo di preparare la gente. Medici Senza Frontiere ha fatto un lavoro straordinario nell' organizzare i volontari. Ma anche così eravamo più lenti del necessario a portare le migliaia di operatori in quei Paesi. E una grande epidemia richiede centinaia di operatori. Non c' era nessuno sul posto a valutare le terapie. Nessuno analizzava le diagnosi. Nessuno cercava di capire che strumenti andassero utilizzati. Ad esempio avremmo potuto prendere il sangue dei sopravvissuti, filtrarlo e rimettere quel plasma nelle persone per proteggerle. Ma non è mai stato tentato. Sono mancate molte di queste cose. Ed è stato un fallimento globale. L' OMS viene finanziata per monitorare le epidemie, ma non per fare le cose che vi ho detto. Nei film è un po' diverso. C' è un gruppo di epidemiologi carini pronti a partire, che si trasferiscono e salvano la situazione - ma è solo Hollywood. La mancanza di preparazione potrebbe permettere alla prossima epidemia di essere terribilmente più devastante di Ebola. Guardiamo la progressione dell' Ebola di quest' anno (immagine di una cartina, ndt). Sono morte circa 10.000 persone e quasi tutte nei tre Paesi dell' Africa Occidentale. Ci sono tre motivi per cui non si è diffuso di più. Il primo è perché molti operatori sanitari sono stati eroici: hanno trovato le persone e hanno prevenuto altre infezioni. La seconda è la natura del virus: l' Ebola non si diffonde per via aerea, e nel tempo in cui diventa contagioso, la maggior parte dei malati sta così male da essere costretta a letto. Terzo, non è arrivato nelle aree urbane. E quella è stata solo fortuna. Se fosse arrivato in più aree urbane, il numero dei casi sarebbe stato molto più alto. La prossima volta potremmo non essere così fortunati. Può essere un virus in cui ci si sente abbastanza bene anche quando si è contagiosi, tanto sa salire su un aereo o andare al mercato. La fonte del virus potrebbe essere un' epidemia naturale come l' Ebola, o potrebbe essere bioterrorismo. Ci sono cose che potrebbero rendere la situazione mille volte peggiore. Vediamo il modello di un virus che si diffonde per via aerea, (immagine di una cartina, ndt) come l' influenza spagnola del 1918. Ecco cosa succederebbe: si diffonderebbe nel mondo molto rapidamente. Vedete che più di 30 milioni di persone sono morte in quell' epidemia. È un problema serio, dovremmo essere preoccupati. Ma di fatto, possiamo realizzare un buon sistema di reazione. Abbiamo tutti i benefici di tutta la scienza e tecnologia di cui parliamo qui. Abbiamo i cellulari per raccogliere informazioni e trasmetterle. Abbiamo le mappe satellitari in cui si vede dov' è la gente e come si muove. Facciamo passi avanti in biologia che dovrebbero cambiare drasticamente i tempi di ricerca di un patogeno ed essere in grado di creare farmaci e vaccini adatti a quel patogeno. Possiamo avere strumenti, ma devono essere inseriti in un sistema sanitario globale. E bisogna essere pronti. Il migliore esempio, credo, su come prepararsi è quello che facciamo in guerra. Abbiamo sempre soldati pronti a partire. E abbiamo i riservisti per aumentare i numeri. La NATO ha unità mobili da schierare rapidamente. La NATO fa tanti giochi di guerra per controllare se la gente è preparata, se conosce i combustibili e la logistica, persino le frequenze radio. Sono assolutamente pronti a partire. Sono queste quindi le cose che servono ad affrontare un' epidemia.

Quali sono gli elementi chiave?

Primo: servono sistemi sanitari efficienti nei Paesi poveri, dove le donne possano partorire in sicurezza e i bambini siano tutti vaccinati. Ma anche dove vedremo l' epidemia con molto anticipo. Serve un corpo medico di riserva: tanta gente formata che sia pronta a partire con le competenze giuste. E poi dobbiamo affiancare i militari a questi medici, sfruttando l' abilità dei militari nel muoversi velocemente nella gestione logistica e nella messa in sicurezza delle aree. Dobbiamo fare le simulazioni: sui germi, non di guerra, per vedere dove sono le lacune. L' ultima guerra dei germi è stata fatta negli Stati Uniti nel 2001 e non è andata così bene. Per ora il punteggio è Germi 1, Persone 0. Infine servono più ricerca e sviluppo nell' area dei vaccini e della diagnostica. Ci sono grandi scoperte come i virus adeno-associati, che potrebbero funzionare molto velocemente. Non ho un budget esatto di quanto potrebbe costare, ma sono sicuro sia molto basso rispetto al potenziale danno. La Banca Mondiale sa che se ci fosse un' epidemia di influenza mondiale la ricchezza globale si ridurrebbe di più di tre trilioni di dollari e ci sarebbero milioni e milioni di morti. Questi investimenti offrono benefici significativi oltre alla semplice preparazione alle epidemie. Cure primarie, ricerca e sviluppo ridurrebbero le disuguaglianze in termini di salute globale e renderebbero il mondo più giusto e sicuro. Credo quindi che dovrebbe essere assolutamente una priorità. Non dobbiamo farci prendere dal panico. Non dobbiamo fare scorta di spaghetti o scendere in cantina. Ma dobbiamo muoverci perché il tempo non è dalla nostra parte. Di fatto, se c' è una cosa positiva dell' epidemia di Ebola, è che può servire come avvertimento da campanello d' allarme per prepararci.

La profezia di Bill Gates del 2015: “Un virus ucciderà 10 milioni di persone”. Rossella Grasso de Il Riformista il 13 Marzo 2020. “Quando ero ragazzo, il disastro di cui ci si preoccupava di più era la guerra nucleare”. Inizia così il TedX tenuto da Bill Gates nel 2015. Allora Gates era scottato dalla recente epidemia di Ebola, e nelle sue parole si intravede una certa profezia che, guardando all’oggi, si è avverata. “Temevamo la guerra nucleare, ecco perché tutti in cantina avevamo un barile pieno di lattine di cibo e acqua. Quando l’attacco nucleare sarebbe arrivato, dovevamo scendere, accovacciarci e mangiare dal barile. Qggi il più grande rischio di catastrofe globale non è più la bomba atomica, è più simile a questo”. E sullo schermo compare l’immagine al microscopio del germe dell’influenza molto simile a quello a cui siamo abituati del coronavirus. “Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra. No missili, ma microbi. In parte il motivo è che abbiamo investito cifre enormi in deterrenti nucleari. Ma abbiamo investito pochissimo in un sistema che possa fermare un’epidemia. Non siamo pronti per la prossima epidemia”. E passa a parlare del caso dell’Ebola. “Il problema non era che il sistema non funzionava. Il problema era l’assenza totale di un sistema. Di fatto, mancano alcuni elementi chiave abbastanza ovvi. Non avevamo un gruppo di epidemiologi pronti a partire, che sarebbero andati, avrebbero controllato il tipo di malattia e il livello di diffusione. I rapporti sui casi sono arrivati tramite i giornali. Sono stati messi online con molto ritardo ed erano estremamente imprecisi. Non avevamo un team medico pronto a partire e non avevamo nemmeno un modo per preparare la gente”. Gates racconta come nel 2014, il mondo ha dunque evitato un terribile scoppio globale dell’Ebola, grazie a migliaia di operatori sanitari disinteressati – e, francamente, grazie ad un fortissimo in bocca al lupo. Con il senno di poi, sappiamo cosa avremmo dovuto fare di meglio. “Allora avremmo potuto ad esempio prendere il sangue dei sopravvissuti, filtrarlo e mettere quel plasma nelle persone per proteggerle. Ma non è mai stato tentato. Sono mancate molte di queste cose. Ed è stato un fallimento globale. La WHO viene finanziata per monitorare le epidemie, ma non per fare le cose che vi ho detto”. “La mancanza di preparazione potrebbe permettere alla prossima epidemia di essere terribilmente più devastante dell’Ebola”. Per Gates il motivo per cui si è riusciti a contenere l’ebola è perché ci sono stati molti operatori sanitari eroici che hanno trovato le persone e hanno prevenuto altre infezioni. E poi perché l’ebola non si trasmette per via aerea, le persone contagiate stanno così male da essere costrette a letto e poi non è mai arrivato nelle aree urbane fermandosi all’Africa. “la pèrossima volta potremmo non essere così fortunati. Può essere un virus in cui ci si sente abbastanza bene anche quando si è contagiosi, tanto da salire su un aereo o andare al mercato”. Il discorso di Bill Gates sembra una profezia annunciata quando dice: “Ci sono cose che potrebbero rendere la situazione mille volte peggiore. Vediamo il modello di un virus che si diffonde per vie aeree, come l’influenza spagnola del 1918. Si diffonderebbe nel mondo molto rapidamente. Vedete che più di 30milioni di persone sono morte in quell’epidemia”. Dice che bisogna preparare personale sanitario efficiente, pronta a partire con le esperienze giuste, affiancare i  medici ai militari. Dice che bisogna fare delle simulazioni “sui germi, non di guerra, per vedere dove sono le lacune”. “E infine servono più ricerca e sviluppo nell’area dei vaccini e della diagnostica. Non so quanto potrebbe costare questa operazione ma sono certo che sia molto basso rispetto al potenziale danno”. E cita le stime della Banca Mondiale che se ci fosse un’epidemia di influenza mondiale la ricchezza globale si ridurrebbe di più di 3 trilioni di dollari.E ci sarebbero milioni e milioni di morti. Per Gates se fatte in tempo queste misure avrebbero anche aiutato il mondo a sopperire a tute le disuguaglianze anche per il sistema sanitario. Quindi, ora è il momento, suggerisce Bill Gates, di mettere in pratica tutte le nostre buone idee, dalla pianificazione degli scenari alla ricerca sui vaccini fino alla formazione degli operatori sanitari. E di utilizzare tutte le tecnologie a nostra disposizione. Per Gates già 5 anni fa si doveva iniziare a prepararsi a qualcosa come i soldati quando vanno in guerra.  “Non c’è bisogno di andare nel panico … ma dobbiamo andare avanti. Dobbiamo muoverci perché il tempo non è dalla nostra parte. Se ci muoviamo adesso, potremmo essere pronti per la prossima epidemia”. Forse l’epidemia di ebola è stata dimenticata con troppa fretta, fatto è che ai tempi del Coronavirus siamo arrivati molto impreparati. 

La profezia di Bill Gates sul coronavirus ignorata da tutti. Valerio Rossi Albertini de Il Riformista il 22 Marzo 2020. Vi scrivo da un computer, naturalmente. Molti di voi stanno leggendo dal loro computer, nella versione online di Il Riformista. Personal computer vuol dire Bill Gates. Un genio visionario, indubbiamente. La caratteristica dei talenti visionari spesso è di riuscire a prevedere scenari e ad anticipare situazioni che si verificheranno anche al di fuori del loro campo di competenza. Se Bill Gates avesse vaticinato l’avvento dei tablet o degli smartphone, prima che venissero prodotti e commercializzati, lo avremmo giudicato provvisto di grande lungimiranza, ma non di virtù divinatorie. Lui era stato il primo a pensare a un computer individuale che sostituisse in molti usi i giganteschi computer delle generazioni passate. Da uno come lui, prevedere la comparsa di uno smartphone, sarebbe stato solo uno spericolato esercizio di estrapolazione, non un presagio miracoloso. Ma Gates nel 2015 fa qualcosa di completamente diverso. Si presenta sul palco dei Ted talks, quelle conferenze spettacolarizzate, il cui motto è “Idee degne di essere diffuse”. In un Ted talk, il conferenziere, avvalendosi di mezzi audiovisivi di fronte a una platea, espone le sue idee su un argomento tecnico o scientifico. Il titolo dell’intervento di Gates è “La prossima epidemia? Non siamo pronti”. Gates esordisce dicendo che ci siamo attrezzati per un eventuale conflitto nucleare, perché lo riteniamo il disastro più probabile che si potrebbe verificare in futuro, però aggiunge: «Oggi il più grande rischio di catastrofe globale non somiglia a questo – e mostra il fungo di un’esplosione nucleare -, ma somiglia a questo e mostra… il Coronavirus!!! (guardate al 40”)». Continua spiegando quanto proclamato da epidemiologi e virologi: cioè che, se non si era ancora verificato un evento del genere, si doveva a una concomitanza di circostanze molto favorevoli. Dopo la terribile epidemia di influenza Spagnola del 1919, abbiamo goduto di una calma illusoria per un secolo intero. Illusoria in quanto nulla ci garantiva che un nuovo virus non sarebbe arrivato a scuotere le nostre deboli certezze. Eppure un assaggio si era avuto recentemente in Africa, con l’epidemia di Ebola, la febbre emorragica, nel 2014. La mortalità dell’Ebola era superiore al 50% dei casi, per cui c’erano tutti i presupposti per un’ecatombe. I tre fattori che evitarono il disastro furono la difficoltà di contagio, perché il virus dell’Ebola non si trasmette per via aerea ma solo per contatto diretto con fluidi corporei del malato; la comparsa dei focolai epidemici in piccoli centri, paesi e villaggi, e non nelle grandi città; la difficoltà di spostamento della popolazione dell’Africa centro orientale, dove si era diffusa la malattia. Ma giocare d’azzardo alla roulette della Storia raramente è un buon investimento. Seneca, nel De brevitate vitae riflette sul fatto che le persone agiscono con leggerezza, sprecano le opportunità e poi, quando vedono che la situazione precipita, abbracciano gli altari o le ginocchia dei medici implorando aiuto.  Il governo per l’epidemia attuale ha stanziato 25 miliardi di euro, di cui la metà immediatamente disponibili. L’urgenza è allestire nuovi posti di terapia intensiva per i malati gravi che, con i polmoni impregnati d’acqua, non riescono più a respirare da soli e richiedono apparecchi respiratori ausiliari. E allora corri a trovare locali idonei a essere adibiti ad ospedali da campo, disegna gli spazi interni, solleva setti di separazione, arreda con letti, macchinari per diagnosi e terapia, soprattutto dispositivi per la ventilazione e la respirazione assistita. Ma una richiesta così imponente di respiratori, ancora una volta, non l’aveva prevista nessuno e le aziende produttrici hanno già esaurito le scorte e sono incapaci di soddisfare la domanda crescente, pur lavorando a pieno regime. Si può tentare di rivolgersi al mercato estero, ma gli altri Paesi, vedendo che si avvicina la tempesta, certo non si mettono a esportare gli ombrelli. E questo non è neanche il peggio. Un respiratore, magari usato, magari dismesso e rigenerato, lo puoi pure trovare. Se paghi bene, lo puoi pure trovare. Ciò che non puoi comprare a prezzo di denaro sono i rianimatori, gli pneumologi, gli anestesisti. Quelli te li dovevi coltivare a partire da dieci anni prima. Invece l’emorragia di laureati, soprattutto i più meritevoli, che hanno trovato tanta accoglienza all’estero, quanta indifferenza in patria, ci ha condotto in un vicolo cieco, da cui non si esce a suon di quattrini. I quattrini andavano impiegati saggiamente prima, non frettolosamente adesso. Dobbiamo perciò essere grati agli specialisti cinesi che sono volati in nostro soccorso, proclamandosi frutti dello stesso albero, fiori dello stesso giardino, per esprimere con una delle tipiche allegorie poetiche tanto care agli orientali la vicinanza e l’affetto alle genti italiche. Purtroppo però gli specialisti sono nove… Manco se fossero i nove Avengers potrebbero risolvere loro il problema! Bill Gates dice che le epidemie dovrebbero essere affrontate come se si fosse in guerra (e forse lo siamo davvero, anche se il nemico è minuscolo). Ci vorrebbero piani internazionali di azione basati su protocolli comuni ben definiti, strumentazione e mezzi accantonati allo scopo, un sistema logistico e di comunicazione dedicati e, soprattutto, una task force di pronto intervento. Invece, l’agenzia delle Nazioni Unite che presiede alla salute pubblica, l’Organizzazione Mondiale di Sanità, è incaricata soltanto di studiarle le epidemie e seguirne il corso, ma non di intervenire per reprimerle. Sarebbe come se, in caso di attacco nemico, lo Stato Maggiore dell’Esercito si limitasse ad annotare come procede l’invasione e a informarne la cittadinanza…D’accordo, è una questione di soldi e quelli scarseggiano sempre, ma quanto costerà adesso all’Italia e al mondo intero questa pandemia? Costi economici e finanziari, ma anche costi umani. In Olanda c’è un piccolo eroe nazionale, la cui impresa ha più i contorni della leggenda, che della realtà. Si dice infatti che Hans di Haarlem, camminando accanto alla diga della sua città, vedesse una piccola falla, un forellino da cui fuoriusciva uno zampillo. Immaginando quello che sarebbe potuto accadere, mise il ditino per tappare il buco e iniziò a strillare perché qualcuno arrivasse in soccorso e provvedesse. Il suo atto salvò la città. Infatti, finché il foro è di dimensioni ridotte, il getto può essere arrestato ma, se si allarga oltre un certo limite, non c’è più alcun mezzo per contrastare la pressione dell’acqua e la diga crolla. Allo stesso modo un’epidemia. Sul nascere, bastano forze limitate per soffocarla ed estinguerla. Ma, se comincia a dilagare, poveri noi. Quindi, ora dobbiamo fare come il marinaio che si accorge che sta imbarcando acqua. Prende il secchio e inizia a ributtarla fuori, senza un attimo di sosta finché non passa la tempesta. Noi stiamo imbarcando germi e non acqua, quindi il nostro strumento non è il secchio, ma l’isolamento. E come il marinaio, superata la tempesta e arrivato in porto, fa montare una pompa idrovora per non doversi più trovare in condizioni critiche, anche noi aspettiamo pazientemente che passi la nostra tempesta restando a casa, ma poi… attrezziamoci, per fare quello che ci dice Bill Gates! 

Ritratto di Bill Gates, filantropo e visionario: si è avverata la sua profezia sul Coronavirus. Marco Demarco de Il Riformista il 20 Marzo 2020. “Ho appena attraversato il mondo per guardare una toilette”. La foto lo ritrae in un villaggio africano, appoggiato a un piccolo capanno che sembra reggersi per scommessa. Questo è Bill Gates. E questo è quello che scrive sul suo sito uno degli uomini più ricchi del mondo: “I servizi igienico-sanitari sono una delle questioni più importanti su cui lavoriamo. Ho anche bevuto acqua prodotta da feci umane un paio di anni fa”. Tutto vero, naturalmente. E a provarlo c’è un’altra foto di lui che sorseggia, ultimo atto di un progetto di ricerca applicata lautamente finanziato. Quest’uomo sta mettendo in crisi una radicata visione del mondo. Vediamo perché. “Diventare ricchi è glorioso”, pare abbia detto Deng Xiaoping nel traghettare la Cina dal comunismo al capitalismo. Ma dopo? Quando sei diventato ricco, ma proprio ricco ricco, come Bill Gates, per intenderci, che altro puoi fare? Puoi darti al consumo vistoso, regalare una Birkin di Hermes al posto di una borsa di Carpisa. Ma poi? Puoi dedicarti agli acquisti non ostentativi, magari ai prodotti eco-compatibili e ai cibi biologici e non a quelli tipici dell’età dell’abbondanza, così da dare anche un senso morale all’uso della carta di credito. Ma poi? Puoi lasciar perdere i beni tradizionali e dedicarti all’arte, al cinema, alla letteratura, facendo sfoggio di cultura e conoscenza più che di patrimoni materiali. Ma poi? Insomma, se la gloria è l’immortalità degli antichi e dei non credenti, cosa può esserci di “più oltre”? È lo stesso Bill Gates a rispondere. Oltre c’è solo la filantropia. La filantropia come forza di autogoverno della società, la stessa che fa scattare le donazioni – anche quella di Berlusconi – a favore degli ospedali lombardi, per esempio. Come parente ricca della solidarietà minuta che si sta stringendo intorno ai medici e gli infermieri stremati dal coronavirus. Come espressione laica della carità. Per cui, passati i tempi mitici degli esordi, quelli dell’Università di Harvard abbandonata per il business, e archiviati quelli d’oro della Microsoft, la società che gli ha permesso di entrare nel club degli straricchi producendo software, ecco riapparire Bill Gates sulla scena mondiale: prima nei panni, insoliti ma comodi, del profeta – di fatto un pantalone dozzinale e un pullover rosa – e poi in quelli – sostanzialmente gli stessi – del ricco più generoso della contemporaneità. Più generoso del molto più giovane Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, impegnato a sostenere piani di assistenza sanitaria e di lotta all’analfabetismo. Più di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, particolarmente sensibile alla riduzione del consumo energetico. Più di Warren Buffett, investitore senza pari al mondo, famoso anche per aver annunciato, nel 2006, che i figli avrebbero ereditano solo il 35% del suo patrimonio di 61miliardi di dollari, perché il resto sarebbe andato in beneficenza. E più dello spagnolo Amancio Ortega, dominus di Zara, la catena di abbigliamento, con un patrimonio valutato intorno ai 70 miliardi di dollari, interessato a piani di formazione e assistenza sociale. La profezia – anche questa laica- di Gates si è avverata proprio in questi giorni. Era il 2015 e in rete c’è un video che ne certifica la veridicità. Bill sale con andatura dimessa sul palco di una Ted conference ed ha l’aria di chi di sicuro annoierà il pubblico. Invece, ecco cosa succede. “Quando ero un ragazzo – comincia – il disastro di cui ci preoccupavamo era la guerra nucleare. Oggi la più grande catastrofe possibile non è più questa…”. E mostra l’immagine di una esplosione atomica. “Ma questa…” Cioè la gigantografia della corona di un virus. Non quella del Covid-19, ma qualcosa di straordinariamente simile. “Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nelle prossime decadi – conclude – è più probabile che sia un virus molto contagioso e non una guerra. Non missili ma microbi”. Quanto basta per riportarlo ancora una volta ad altezze siderali: ma oggi, beninteso, non allora, non cinque anni fa, quando quelle parole non allarmarono nessuno, non avendo chi le pronunciava l’espressione corrucciata di Greta, né il volto aureolato da treccine. Più recente, ma non separata dalla prima, è invece l’altra proiezione del mito, rivelatesi quando, a pandemia dichiarata, e nel vivo dell’emergenza sanitaria, Bill Gates ha annunciato che, dopo essersi dimesso dal consiglio di amministrazione della Microsoft, aveva lasciato anche la carica di presidente. Insieme con la moglie farà ora il filantropo a tempo pieno. E questa volta la ragione è proprio il Covid-19. La Bill & Melinda Gates Foundation ha investito 10 milioni di dollari quando si è saputo del diffondersi del virus in Cina e poi altri cento quando l’emergenza si è estesa all’Europa e all’America. Complessivamente sono così oltre 45 i miliardi che Bill e Melinda hanno donato in beneficenza, la metà dell’intero patrimonio. Perché lo fanno? Per due ragioni, hanno spiegato. “La prima è per senso di responsabilità, perché così dovrebbe fare chiunque ha molti soldi. La seconda è che ci divertiamo a farlo”. E nel divertimento è compreso anche il succo di sterco Il filantropo fa il gioco del sistema capitalistico, ripetevano i marxisti. Ma non è questo che ci racconta la storia di Bill Gates, cioè la storia di uno straricco che aiuta gli strapoveri. Ci dà conferma, piuttosto, di quell’alchimia degli estremi che tiene il mondo anche se non lo spiega. In questa alchimia c’è un po’ di tutto, compreso un pizzico del Brecht di “sventurato quel paese che ha bisogno di eroi”, perché Gates è a suo modo un eroe, e il suo attivismo non è che l’altra faccia di un mondo di poveri. E c’è un poco, ma solo un poco, del ricco Tolstoj che se ne andava al mercato Chitrov e nei dormitori dei dintorni per soccorrere gli ultimi. Solo che a differenza di Tolstoj, Bill Gates non ripudia la proprietà in quanto istituto, non rivendica l’arroganza del filantropo, non ha modelli da scardinare o altri da proporre e non cita Buddha, Isaia, Lao Tze, Socrate, Gesù e Giovanni Battista. Bill Gates crede nella scienza e nella ricerca. E gli piace complicarci la vita, perché è ricco, anzi straricco, in un mondo diseguale, ed è un privato non uno Stato, in un tempo in cui solo il pubblico – inteso come sanità pubblica, finanza pubblica, scuola pubblica – sembra legittimato ad agire per il bene della collettività. Ma ciò nonostante è praticamente impossibile metterlo nella colonna dei cattivi.

"La casa nella prateria" ha predetto il coronavirus più di 40 anni fa. Un articolo del "New York Post" segnala l'inquietante somiglianza tra un virus e la pandemia descritti in due episodi della celebre serie e l'attuale Covid-19. Alessandro Zoppo, Sabato 02/05/2020, su Il Giornale. Contagion di Steven Soderbergh, il thriller sceneggiato da Scott Z. Burns con la consulenza degli studiosi del Centers for Disease Control, non è l'unico film ad aver raccontato una terribile pandemia globale che sembra in tutto e per tutto simile a quella attuale. Due episodi della celebre serie tv La casa nella prateria, uno dei telefilm più amati nella storia del piccolo schermo, sembrano richiamare in molti punti il nostro coronavirus. L'inquietante similitudine è stata sottolineata da molti utenti sui social. Le puntate in questione sono due. La prima si intitola L'epidemia (Plague in originale), fa parte della prima stagione ed è andata in onda negli Stati Uniti il 29 gennaio del 1975. Nell'episodio, il tifo contagia gli abitanti di Walnut Grove e il capofamiglia Charles Ingalls (interpretato da Michael Landon) ed il dottor Baker (Kevin Hagen) scoprono che ha un'origine animale: arriva dai topi presenti nei sacchi di grano. I sintomi (febbre alta e tosse) e i tentativi di contenimento sono simili a quelli di oggi: il pastore Alden (Dabbs Greer) trasforma la chiesa in un ospedale da campo per curare i malati, Charles confessa alla moglie Caroline (Karen Grassle) di aver dovuto seppellire un anziano in una fossa comune, Laura (Melissa Gilbert) pratica il distanziamento sociale con il padre che può vedere soltanto da lontano a causa del pericolo di contagio.

La casa nella prateria, previsto il confinamento domestico. L'altro episodio, intitolato La quarantena (in originale Quarantine), fa parte della terza stagione ed è stato trasmesso negli Usa il 17 gennaio del 1977. In questo caso, il signor Edwards (Victor French) è reduce da un viaggio e porta a Walnut Grove un morbo sconosciuto, che colpisce la figlia Alicia. Isaiah, amico fraterno di Charles, pratica il confinamento domestico: si rinchiude subito in un capanno per non contagiare gli altri membri della famiglia. Il New York Post ha sottolineato per primo queste similitudini e ha intervistato Melissa Gilbert per chiederle un parere su questi episodi che avevano "previsto" l'arrivo del virus. "Mi sono resa conto soltanto oggi – racconta l'attrice 55enne – di quanto La casa nella prateria sia stata premonitrice. Tutti noi possiamo imparare qualcosa da ciò che succede in quegli episodi". "Anche se su piccola scala – aggiunge la Gilbert – molto di quello che è stato fatto nella serie è applicabile oggi. Il villaggio ha attenuato la situazione mettendo tutti a casa in quarantena, isolando i malati in un unico luogo e cercando la causa del virus". L'attrice continua a pensare che le vicende del paesino del Minnesota e della famiglia Ingalls siano un'esplorazione dei concetti di "amore e comunità". "In fondo – ammette – l'episodio L'epidemia non è altro che un racconto di abnegazione e altruismo per un bene superiore. Proprio come adesso, gli abitanti di Walnut Grove erano tutti insieme. Non avevano i progressi scientifici di oggi e nessun tipo di cura, ma si sono legati come comunità per superare la crisi".

 “CONTAGION”, IL FILM DEL 2011 CHE AVEVA PREVISTO L’EMERGENZA CORONAVIRUS. Da it.wikipedia.org. Dopo essere stata ad Hong Kong in viaggio d'affari, Beth Emhoff crolla a terra apparentemente per una banale influenza. Portata velocemente in ospedale, muore poco dopo il suo ricovero a causa di una malattia sconosciuta. La donna viene quindi indicata come la prima persona conosciuta ad aver contratto questa malattia, che viene indicata successivamente con la sigla di virus MEV-1. Nella ricerca di una possibile cura, il dottor Ellis Cheever, capo del CDC, incarica la dottoressa Ally Hextall di indagare sui primi casi di morti. Contemporaneamente la dottoressa Leonora Orantes viene inviata in un villaggio cinese alla ricerca del paziente zero. Viene scoperto che il ceppo iniziale si è diffuso per un incrocio di virus tra pipistrello e maiale e che il virus originario colpisce polmoni e sistema nervoso. Intanto si diffonde il panico tra la popolazione che vede la malattia proliferare senza che vi siano rimedi efficaci. Un blogger, Alan Krumwiede, che si occupa di teorie del complotto decide di lucrare sulla situazione, e si accorda con un'azienda produttrice di un rimedio omeopatico a base di forsizia per far credere che questo preparato possa curare il virus. Tramite un inganno (si finge malato e poi guarito tramite la forsizia) ottiene milioni di contatti per il proprio blog, mentre nel mondo il virus si diffonde e miete milioni di vittime. Il dottor Cheever annuncia alla dottoressa Hextall che la malattia è troppo pericolosa e pertanto il virus dovrà essere trattato con livello di Biosicurezza 4. Tuttavia il dottor Ian Sussman, contravvenendo all'ordine del dottor Cheever, riesce a far riprodurre il virus in colture virali, passo fondamentale nella ricerca di un vaccino. Durante l'organizzazione medica dei siti dove stazionare i numerosi infetti da MEV-1, la stessa dottoressa Erin Mears contrae la malattia, morendo in uno dei luoghi che essa stessa aveva dato ordine di organizzare. Dopo diversi giorni è pronto un vaccino che deve però passare attraverso la lunga fase della sperimentazione clinica, la dottoressa Hextall decide di testare l'efficacia del vaccino su se stessa, cosa che permetterebbe un'approvazione più veloce dello stesso. La stessa dottoressa farà visita al padre, precedentemente infettato dal virus, per testare il vaccino, che risulta essere efficace. Dopo essere stato approvato, non essendoci scorte sufficienti per la somministrazione in contemporanea a tutti i malati, si decide di somministrarlo a scaglioni, basandosi sull'estrazione a sorte delle date di nascita dei cittadini per determinare un ordine di ricezione del vaccino. Molte persone però, convinte da Krumwiede, spingono perché il vaccino non venga imposto a tutti. Il blogger viene arrestato ed accusato di cospirazione, truffa e omicidio colposo: le analisi sullo stesso Krumwiede dimostrano infatti che l'uomo, non presentando anticorpi contro il virus MEV-1, non ne è stato mai affetto e che la cura omeopatica della forsizia era un inganno. Il dottor Cheever rinuncia al proprio vaccino, donandolo al figlio di Roger, che aveva assistito al discorso tra il dottore e la moglie riguardo alla quarantena della città di Minneapolis. Nel finale viene mostrata la trasmissione iniziale del virus. Delle pale meccaniche dell'azienda per cui lavorava Beth Emhoff estirpano delle palme da una foresta nei pressi di Hong Kong, piante dalle quali vengono disturbati alcuni pipistrelli che si spostano su un albero di banane; uno di questi cibandosi dei frutti ne fa cadere un pezzo all'interno di un capannone in cui uno dei maiali allevati lo mangia. Il maiale, successivamente ucciso e portato in un ristorante del centro di Hong Kong, viene trattato a mani nude dallo chef. Lo stesso cuoco, senza lavarsi le mani successivamente al contatto con la bocca del suino, stringerà le mani di Beth Emhoff che si trova proprio nel ristorante della metropoli durante il viaggio di lavoro per la propria azienda, facendola diventare il paziente zero.

Dagospia il 27 febbraio 2020. Da popcorntv.it. Sono stati pubblicati i dati sui noleggi e gli acquisti di film di tendenza che gli utenti hanno scelto negli ultimi mesi e, quello che recentemente ha cavalcato maggiormente l'onda è stato Contagion, poiché ha anticipato l'arrivo del Coronavirus. La pellicola del 2011 - diretta da Steven Soderbergh - in cui ha recitato Gwyneth Paltrow del 2011, parlava proprio di un focolaio di virus che si diffonde in tutto il mondo, partendo da Hong Kong. Contagion: il film parlava del Coronavirus? Uno dei film più chiacchierati delle ultime settimane è Contagion del 2011, pellicola diretta da Steven Soderbergh. Il thriller, in cui - attenzione, spoiler - Gwineth Paltrow muore quattro giorni dopo aver contratto il virus ma non prima di averlo scatenato in tutto il mondo, causando milioni di morti, è nella classifica dei 10 tra i film più noleggiati e/o acquistati su iTunes. Molti utenti su Twitter hanno rilevato tante somiglianze tra la trama del film e ciò che sta accadendo attualmente nel mondo con la diffusione del Coronavirus che si è sviluppato proprio dalla Cina, come avveniva nella trama di Soderbergh. Anche le ricerche di Google che gli internauti hanno effettuato digitando il titolo del film sono salite alle stelle dall'inizio del 2020, quando è arrivata la notizia della diffusione di questo nuovo virus.  Il film ha alcune assonanze con quanto sta accadendo nel mondo a causa dell'emergenza sanitaria. Nel film, infatti, si parla di un virsu letale che si diffonnde a macchia d'olio nel mondo, ma ci sono anche delle differenze: nel caso del COVID19 la diffusione esclude gli animali, mentre nella storia del film  si trasmette anche da animali a persone. Inoltre, l'immaginaria malattia di contagio uccide oltre il 20% delle persone infette, una percentuale molto più elevata, rispetto al 2% circa stimato del tasso di mortalità nell'attuale epidemia.

Beth Emhoff ritorna da un viaggio d'affari a Hong Kong con una sosta all'aeroporto di Chicago, dove fa sesso con il suo ex amante. Beth si sente male, ma pensa che il problema sia il jet-leg. Torna a casa a Minneapolis e diffonde il virus a suo figlio Clark e suo marito Mitch. Quando Beth e Clark muoiono, Mitch va in quarantena dove i medici si rendono conto che è immune al misterioso virus. Nel frattempo a Hong Kong, a Londra e in una piccola provincia, i casi della malattia misteriosa si stanno iniziando a manifestare, mentre l'americana CDC e l'Organizzazione mondiale della Sanità fanno il possibile per analizzare il virus. Inizia una corsa contro il tempo, poiché il virus si sta diffondendo in progressione geometrica e - se non viene trovata alcuna soluzione velocemente - l'umanità cesserà di esistere. Contagion diventa virale: lo sceneggiatore Burns non è meravigliato Date queste somiglianze a livello superficiale, lo sceneggiatore Scott Z. Burns non è sorpreso dal fatto che il film del 2011 possa essere di particolare interesse per quelli scossi dalla diffusione di COVID-19. Il bilancio delle vittime ha superato 1.100 questa settimana, quasi interamente in Cina. Ma gli è stato chiesto se gli spettatori si stanno concentrando sui punti più ampi del film, sul panico sociale durante le epidemie legate a malattie infettive. Ecco cosa ha rivelato lo sceneggiatore a Fortune: Le somiglianze tra Contagion e il coronavirus sono irrilevanti, accidentali e davvero non così importanti. Ciò che è più importante e preciso è la risposta sociale e la diffusione della paura e gli effetti a catena di tutto ciò.  Se il virus di Contagion presenta somiglianze tangibili con COVID-19, c'è una semplice ragione che giustifica tutto ciò: Burns ha fatto le sue ricerche. Nello scrivere la sceneggiatura di Contagion, ha sempre cercato di realizzare la versione scientificamente più accurata di un thriller pandemico che poteva, arruolando i dottori W. Ian Lipkin e Larry Brilliant per aiutare a creare un virus immaginario basato sia sulla scienza che sulle loro esperienze in prima persona, all'interno del campo di epidemiologia. Proprio parlando con gli scienziati che Burns ha anche portato alla luce idee su come la società potrebbe reagire a un tale virus, dal saccheggio di vetrine a un vlogger messianico di "fake news", interpretato da Jude Law. "Quando in origine ho presentato questa idea a Steven Soderbergh, ho detto che volevo che Contagion fosse radicato nella scienza il più possibile", ricorda. "Non volevo fare un film sul disastro di Hollywood che si scatenasse con la scienza. Gli eroi dovevano essere scienziati".  Fortunatamente, in Brilliant e Lipkin, Burns aveva a disposizione due "scienziati eroi".

Negli anni '70, Brilliant era uno degli epidemiologi che alla fine scacciarono il vaiolo. Successivamente, è diventato il primo CEO dello Skoll Global Threats Fund, lanciata dall'ex presidente di eBay, Jeff Skoll, per combattere le minacce contro l'umanità. Lipkin è conosciuto nel suo campo come un "maestro cacciatore di virus", una reputazione guadagnata in tre decenni di gare contro il tempo per identificare e combattere nuovi virus, dal virus del Nilo occidentale allo scoppio della SARS del 2003.

Da "tgcom24.mediaset.it" il 27 febbraio 2020. “In viaggio verso Parigi. Paranoica? Terrorizzata? Prudente? Tranquilla? Pandemia o propaganda? Paltrow prosegue il suo viaggio e dorme indossando questi oggetti sull’aereo. Ho già vissuto questo film. Bisogna stare attenti. Non stringere mani altrui. Lavarsi le mani frequentemente”. Gwyneth Paltrow prende le sue precauzioni contro il coronvarius e pubblica un selfie con mascherina dall'aereo ricordando la sua "esperienza personale" nel film "Contagion" del 2011. Eva Longoria invece gira un film in Italia e non sembra avere nessuna paura...Nella pellicola di Steven Soderbergh l'attrice 47enne interpretava la paziente zero, Beth, che di ritorno da un viaggio d'affari in Estremo Oriente diventa portatrice di un virus letale che miete vittime in tutto il mondo. E l’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus sta preoccupando anche altre star americane che su Instagram si mostrano con tanto di mascherina sul volto come Kate Hudson e Selena Gomez o, al contrario rassicurano i fan come Eva Longoria. La star di "Desperate Housewives" infatti sta girando in una piccola città in Italia, ma niente mascherina e niente panico da coronavirus, come spiega in un video: "Ciao a tutti. Sto girando in questa piccola città in Italia. Non sono vicino al Nord, grazie per le vostre preoccupazioni. Tutti mi chiamavano e mi mandavano messaggi sul coronavirus nel Nord Italia. È davvero triste, ma qui siamo più lontani". Nel frattempo, nella Corea del Sud, che ha il più grande focolaio al di fuori della Cina continentale, il gruppo K-Pop BTS ha chiesto ai fan di stare lontano dai loro spettacoli per aiutare a prevenire la diffusione del coronavirus, mentre altri artisti come il rapper britannico Stormzy hanno momentaneamente annullato i loro concerti. 

Quel libro del 1981 che aveva predetto il virus di Wuhan. Federico Giuliani su Inside Over il 13 febbraio 2020. Dean Koontz è uno scrittore americano autore di decine e decine di bestellers dai quali, nel corso degli anni, sono stati tratti innumerevoli film. Proprio in questi giorni, nel periodo in cui la Cina è alle prese con l’epidemia del nuovo coronavirus, il South China Morning Post si è soffermato su un suo titolo che vale la pena essere citato. Si intitola “The Eyes of Darkness“. Stiamo parlando di un thriller uscito nel 1981 la cui trama sembra incredibilmente anticipare la vicenda che sta oggi scuotendo il mondo intero, con tanto di stessi, identici, luoghi geografici. Anche se il virus letterario non si chiama Covid-19 ma Wuhan-400, il modus operandi con cui l’agente patogeno contagia il mondo intero è tuttavia analogo alla versione reale. L’opera di Koontz racconta infatti di un laboratorio militare cinese che crea un virus come parte del suo programma di armi biologiche. Dove si trova questo centro? Niente meno che a Wuhan, il capoluogo della provincia dello Hubei da dove lo scorso dicembre si è propagato il nuovo coronavirus. Nel romanzo, i civili si ammalano uno dietro l’altro dopo aver contratto il Wuhan-400 per errore. In effetti, nella realtà, l’unico laboratorio in Cina capace di gestire i virus più letali si trova proprio a Wuhan, ed è lo stesso che ha contribuito a sequenziare il nuovo coronavirus. In molti si sono chiesti: si tratta di una semplice coincidenza letteraria oppure siamo di fronte a un inconsapevole profeta-scrittore?

Una storia inquietante. La trama del libro è avvincente e ben strutturata. Una madre, tale Christina Evans, è in lutto per la morte di suo figlio Danny. La donna ha intenzione di scoprire se il suo bambino è morto in campeggio o se, come suggeriscono alcuni messaggi sospetti, è ancora vivo. Alla fine Christina riesce a rintracciarlo in una struttura militare, dove è detenuto dopo essere stato accidentalmente infettato da alcuni microrganismi creati dall’uomo e provenienti dal centro di ricerca di Wuhan. Nel testo ci sono passaggi emblematici che anticipano diversi concetti di quasi 30 anni, tra cui eventi realmente avvenuti nell’ambito del contagio del nuovo coronavirus cinese e altre teorie complottiste. Eccone uno: “Fu in quel periodo che uno scienziato cinese di nome Li Chen si trasferì negli Stati Uniti mentre trasportava con sé un disco floppy contenente i più importanti di una nuova arma biologica, la più pericolosa dell’ultimo decennio. Lo chiamano Wuhan-400 perché è stato sviluppato nel loro laboratorio RDNA appena fuori dalla città di Wuhan”. Torniamo ai giorni nostri, nel mondo reale. Il Wuhan Institute of Virology ospita l’unico laboratorio di biosicurezza di livello quattro della Cina, cioè la classificazione di livello più alto dei laboratori che studiano i virus più letali. È situato ad appena 32 chilometri dal presunto epicentro dell’attuale focolaio di coronavirus.

Anticipare la realtà. Certo, le teorie della cospirazione secondo cui il Cov-19 sarebbe stato creato dall’uomo e fuoriuscito, magari per errore, dal laboratorio di Wuhan sono state smentite. Eppure il thriller di Koontz anticipa questo luogo comune, e anticipa pure il concetto di virus come “arma perfetta” in quanto l’agente patogeno colpisce gli umani e non può sopravvivere al di fuori di un corpo per oltre un minuti. Bisogna comunque ricordare che Wuhan è stata storicamente sede di numerose strutture di ricerca scientifica, comprese quelle che, come detto, si occupano di microbiologia e virologia. Koontz è stato bravo ad usare queste informazioni fattuali per creare una storia tanto convincente quanto inquietante. Poi che il Wuhan-400 sia uscito dal suo libro per approdare nella realtà con il nome di nuovo coronavirus, è un altro discorso. Ma il fascino di come questo libro sia riuscito a descrivere decenni prima gli effetti di una pandemia partita di Wuhan è sicuramente sorprendente. Ed è possibile anche che molte ipotesi più o meno stravaganti nascano anche da questo libro.

Da adnkronos.com il 20 febbraio 2020. Un virus letale che colpisce l'uomo e che è stato creato in un laboratorio in Cina, più precisamente nella città di Wuhan. Sembra un riferimento al coronavirus, con tanto di tesi complottista sulle origini dello stesso. Invece, è quanto si racconta in un romanzo thriller scritto nel 1981. L'autore dell'incredibile profezia è lo scrittore statunitense Dean Koontz nel libro The Eyes of Darkness, uscito appunto quarant'anni fa. Nel testo si legge: "Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio. La chiamano ‘Wuhan-400’ perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microorganismi creato presso quel centro di ricerca". "Wuhan-400 è un'arma perfetta", dice lo scrittore, perché "colpisce solo gli esseri umani". Non è tutto, perché in un altro passaggio dello stesso romanzo Koonts scrive che "intorno al 2020 una grave polmonite si diffonderà in tutto il mondo" e che questa è "in grado di resistere a tutte le cure conosciute". Sulle analogie tra il romanzo e le notizie di questi giorni relative al coronavirus si sofferma il giornalista informatico Paolo Attivissimo, che su twitter fornisce la sua lettura del caso rimandando al suo blog: "E' pressoché inevitabile che fra i milioni di storie che vengono scritte prima o poi qualcuna ci azzecchi, almeno vagamente (leggendo i dettagli del romanzo, le caratteristiche del ‘Wuhan-400’ divergono fortemente da quelle del coronavirus)", scrive Attivissimo. "Oltretutto -aggiunge- Koontz ha pubblicato più di una versione del suo romanzo, cambiandone i dettagli. Nella versione originale, uscita nel 1981, non si parla affatto di Wuhan, ma della città sovietica di Gorki, e il virus si chiama ‘Gorki-400’. Divenne Wuhan nell’edizione del 1996, per tenere conto del fatto che l’Unione Sovietica non esisteva più e che la Cina sembrava una fonte più credibile". Il blogger ricorda infine che "quello di Koontz non è il primo caso di apparente precognizione letteraria: il romanzo del 1898 The Wreck of the Titan di Morgan Robertson 'previde' il disastro del Titanic del 1912 descrivendo un transatlantico, il Titan, che affondava nel Nord Atlantico dopo uno scontro con un iceberg. In questo caso, però, il romanzo fu ritoccato dopo il 1912 per renderlo più calzante. Nella versione originale, infatti, la nave era di stazza minore, e il titolo era un ben più generico Futility".

Coronavirus, nel libro del 1981 la "profezia" sul “virus letale da Wuhan”. Carmine Di Niro de Il Riformista il 20 Febbraio 2020. “Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti, portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese più importante e pericolosa del decennio. La chiamano ‘Wuhan-400’ perché è stata sviluppata nei loro laboratori di RDNA vicino alla città di Wuhan ed era il quattrocentesimo ceppo vitale di microorganismi creato presso quel centro di ricerca”. Non è un riferimento complottista al coronavirus Covid-2019, che secondo il governo cinese ha già provocato oltre 2mila vittime, bensì un libro scritto oltre 40 anni fa dal noto scrittore americano Dean Koontz. Nel 1981 Koontz scrisse nel suo romanzo thriller “The Eyes of Darkness” che “intorno al 2020 una grave polmonite si diffonderà in tutto il mondo” e che questa è “in grado di resistere a tutte le cure conosciute”. Ma, come spiega il giornalista informatico Paolo Attivissimo sul suo blog, “è pressoché inevitabile che fra i milioni di storie che vengono scritte prima o poi qualcuna ci azzecchi, almeno vagamente (leggendo i dettagli del romanzo, le caratteristiche del ‘Wuhan-400’ divergono fortemente da quelle del coronavirus)”. Va detto inoltre che Koontz ha pubblicato più versioni del romanzo “The Eyes of Darkness”: nella prima, quella originale del 1981, lo scrittore faceva riferimento alla città sovietica di Gorki e il virus si chiama ‘Gorki-400’. La città divenne quindi Wuhan nell’edizione del libro del 1996, dato che l’Unione Sovietica non esisteva più e che la Cina sembrava una fonte più credibile. Sempre il blogger Paolo Attivissimo spiega infine che “quello di Koontz non è il primo caso di apparente precognizione letteraria: il romanzo del 1898 The Wreck of the Titan di Morgan Robertson previde il disastro del Titanic del 1912 descrivendo un transatlantico, il Titan, che affondava nel Nord Atlantico dopo uno scontro con un iceberg. In questo caso, però, il romanzo fu ritoccato dopo il 1912 per renderlo più calzante. Nella versione originale, infatti, la nave era di stazza minore, e il titolo era un ben più generico Futility”.

·        Le Previsioni.

"Seconda ondata a inizio 2021: catastrofe al Sud". Dossier riservato consegnato ai vertici di Forza Italia rivela: «Gli effetti saranno devastanti». Redazione, Mercoledì 22/04/2020 su Il Giornale. Lo scenario è da incubo, persino peggio dell'inferno dal quale stiamo uscendo. É il dossier elaborato da una famosa agenzia di ricerche e commissionato in forma riservata da Forza Italia. Sono contenute le previsione socio economiche dei prossimi mesi, supportate da dati e grafici che disegnano un futuro disastroso, quasi come quello del dopoguerra. Ma paradossalmente non è questo che ha gelato il sangue nelle vene di chi lo he letto. Si parla anche del Coronavirus, analisi su quel che sarà basate delle informazioni raccolte in tutto il mondo sull'andamento della pandemia. Parla di quell che pare probabile sia la seconda ondata dei contagi e che investirtà di nuovo il nostro Paese a partire dal prossimo inverno. «Colpirà il Sud a gennaio - c'è scritto nel rapporto - e gli effetti saranno catastrofici». Quindi all'inizio dell'anno prossimo e non in autunno come ventilato dagli esperti che lavorano per il governo. Un dossier che ha spinto i vertici di Forza Italia a consultarsi con i governatori di centrodestra del sud per analizzare la situazione e prendere le necassarie contromisure. E se nel 2020 la morte arrivava da Est, stavolta il Covid-19 colpirà dall'Africa e dalle Americhe, spiega il sito on line de La Stampa che ha pubblicato la notizia. Non meno preoccupanti comunque i dati relativi alla situazione economica che aspetta l'Italia. Chi li ha letti rivela che entro la fine dell'anno saranno un milione e settecentomila le piccole e medie imprese che rischiano la rovina economica. Anche il prodotto interno lordo, molto al di là del devastante -9% stimato dal Fondo monetario, precipiterà a -14,7%, trascinando a fondo quasi 6 milioni e mezzo di italiani che perderanno il lavoro, con un tasso di povertà che crescerà al 22,7%. Numeri spaventosi che è facilmente prevedibile metteranno a dura prova la tenuta sociale e politica del Paese. Ed è sulla capacità di gestirla del governo Conte che si moltiplicano i dubbi. L'emergenza Covid-19 ha costretto milioni di italiani a restare a casa, con inevitabili ripercussioni anche dal punto di vista economico: in particolare 3,4 milioni di famiglie hanno perso più del 50% del reddito, secondo l'indagine realizzata per Facile.it da mUp Research e Norstat. Ancora una volta, la situazione sembra essere più difficile al Meridione, che è riuscito comunque a mantenere limitata la diffusione del virus e dei contagi, dove le famiglie che hanno dichiarato di essere già oggi in difficoltà economica corrispondono al 23%; condizione altrettanto difficile anche tra i nuclei con figli minorenni (23,8%) e in quelli monoreddito (25%). Vivono soprattutto al Nord Ovest, invece, gli italiani che hanno dichiarato di potersi trovare a breve in difficoltà (45,4%). Una nuova ondata sulla parte più fragile del Paese potrebbe avere conseguenze devastanti.

 “Coronavirus colpirà il Sud a gennaio”/ Studio riservato Forza Italia: scenari tetri. Dario D'Angelo su Il Sussidiario il 21.04.2020. Coronavirus, la seconda ondata colpirà il Sud a gennaio: lo sostiene uno studio riservato di Forza Italia. La profezia agghiacciante tra sanità ed economia. La seconda ondata del coronavirus colpirà il Sud Italia a gennaio. Lo sostiene uno studio riservato commissionato da Forza Italia ad un’agenzia di ricerca che sembra evocare uno scenario agghiacciante per il Mezzogiorno. Se la prima ondata del virus è partita da Est e ha colpito il Nord Italia, la seconda – stando alle elaborazioni degli esperti sulla pandemia – muoverà dall’Africa e dalle Americhe. Secondo quanto riportato da La Stampa, chi ha avuto modo di leggere il dossier nel partito di Silvio Berlusconi è letteralmente raggelato. Una profezia “agghiacciante”, quella formulata dall’agenzia cui è stato commissionato lo studio, ancora di più considerando le deficienze strutturali di un sistema sanitario che in molte Regioni del Meridioni non sarebbe certamente in grado di supportare la pressione che la pandemia potrebbe provocare. L’allarme generato dal dossier avrebbe già dato il via ad una consultazione ristretta dai dirigenti nazionali di Forza Italia e i governatori di centrodestra del Sud, molti dei quali appartenenti proprio al partito di Silvio Berlusconi. Obiettivo: tentare di muoversi per tempo e organizzare una risposta adeguata del sistema sanitario, pur consapevoli che realtà sulla carta ben più strutturate di quelle del Meridione hanno sofferto, se non rischiato totalmente il collasso, durante il picco epidemico. Tra gli scenari ipotizzati nel corso di questa consultazione anche l’ipotesi di una chiusura dei confini, per tentare di limitare il contagio, da prolungare necessariamente almeno fino alla primavera 2021. Ovvio che i modelli elaborati dallo studio possano tenere conto soltanto fino ad un certo punto della “variabile umana”, compresa la possibilità che per allora sia stato già trovato un vaccino. Lo studio riservato arrivato sulle scrivanie dei dirigenti di Forza Italia ha esaminato anche la situazione economica del Paese e anche in questo caso i dati non sono per niente incoraggianti. I numeri parlano di un milione e settecentomila Pmi a rischio default finanziario. Horror anche la previsione sul Pil: il prodotto interno lordo scenderà ben oltre il -9% ipotizzato dal Fondo monetario, ma precipiterà a -14,7%. A risentirne saranno quasi 6 milioni e mezzo di italiani che perderanno il lavoro, con un tasso di povertà che aumenterà al 22,7%. Numeri a dir poco inquietanti, che rischiano di mettere a repentaglio la tenuta sociale oltre che quella politica. In molti dubitano che il governo Conte possa reggere l’urto di questa crisi, ma al di là degli ammiccamenti è Tajani – almeno ufficialmente – a negare che Forza Italia possa appoggiare un esecutivo guidato dal premier: “In nessun caso faremmo da stampella a questo governo se i grillini dovessero spaccarsi. Al massimo potremmo votare lo scostamento del bilancio o singoli provvedimenti per far fronte all’emergenza sanitaria. Ma chi pensa che possiamo spaccare il centrodestra per aiutare Conte è completamente fuori strada”.

·        Epidemia e Fake News.

Coronavirus fra negazionisti e bufale. Le vere ragioni delle false credenze. Elisa Manacorda La Repubblica il 9 novembre 2020. Una protesta di negazionisti quest'estate a Berlino. Fra i motivi la poca preparazione scientifica e la scarsa fiducia nelle istituzioni pubbliche. Ma anche problemi di salute. E' tutta colpa della Cina: la pandemia è stata creata ad arte dal Dragone per prendere il controllo del pianeta Terra. Per fortuna il virus Sars-Cov-2 non esiste, dunque stiamo tutti senza mascherina, che d’altra parte fa malissimo alla salute. L’emergenza? Niente di più falso. Gli ospedali italiani sono vuoti, e le immagini che vediamo in Tv sono prodotte da professionisti al soldo di Soros o di Bill Gates... Le chiamiamo bufale, fake news, negazionismi e complottismi, anche se forse sarebbe più corretto definirle false credenze (dall’inglese “false beliefs”). Eppure a queste affermazioni crede sinceramente una certa parte della popolazione mondiale. Italiani compresi, come si è visto dalla partecipazione alle manifestazioni no-mask delle scorse settimane, dalle violente discussioni sui social, e dai sondaggi, come quello condotto già nel marzo di quest’anno da BVA Doxa, secondo cui per un quarto dei nostri connazionali la pandemia sarebbe frutto di una non meglio identificata forza esterna.

Troppe informazioni. E’ uno dei tanti effetti della Covid-19: la scoperta di un mondo articolato e complesso di uomini e donne che, magari in perfetta buona fede, sostengono e diffondono notizie non basate sulla realtà dei fatti. I motivi sono tanti. Quello più immediato e banale è che il fenomeno pandemia è troppo complesso per essere semplificato in modo ragionevole: ci arriva ogni giorno una quantità vertiginosa di dati e immagini che non è affatto facile interpretare e gestire. L’informazione scientifica proviene dalle fonti più disparate, non necessariamente autorevoli, ed è per giunta in continuo divenire. Insomma, distinguere il vero dal falso - detto che la scienza in generale, e ancor più la medicina, ha per sua natura una certa difficoltà nello stabilire un confine netto tra le due categorie - non è affatto semplice.

La disinformazione. E’ indubbio però che quello della disinformazione sia un problema rilevante anche ai fini del contenimento della pandemia, da analizzare con tutti gli strumenti a disposizione. Alla base di questo fenomeno globale (che non è nuovo, ma la cui diffusione le connessioni digitali amplificano e velocizzano) ci sono diverse ragioni, di natura socio-culturale, psicologica, e persino neurologica, come ben racconta uno studio appena pubblicato sul Journal of American Medical Association a firma di Bruce Miller, del Memory and Aging Center dell’Università della California a San Francisco. "Miller – spiega Stefano Cappa, professore di Neurologia all’Istituto di Studi Superiori di Pavia e alla Fondazione Mondino, e membro della Società Italiana di Neurologia – è un grande esperto di demenza fronto-temporale. E usa questa competenza per trovare delle similitudini tra i pazienti con questa condizione e persone del tutto sane che però mostrano comportamenti analoghi in termini di "false credenze'".

Una provocazione. Una sorta di provocazione, dunque, che non deve farci pensare ai negazionisti come individui malati, bensì aiutarci ad analizzare i meccanismi del cervello umano che ci rendono vittime delle fake news. D’altra parte, scrive Miller, le credenze che si basano su informazioni false, esattamente come quelle fondate sulla verità, hanno origini neurali e riflettono le connessioni nei circuiti cerebrali dedicati. Gli studi sui disturbi neurodegenerativi che colpiscono questi circuiti aiutano a comprendere i processi neurali alla base della creazione e della diffusione di credenze non basate sulla realtà. Per capire di cosa stiamo parlando, spiega Cappa, dobbiamo innanzitutto pensare che tutti noi siamo sottoposti a un carico informativo quotidiano che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Per non soccombere sotto questa mole di dati è necessario operare una selezione, separando le informazioni degne di nota da quelle che non lo sono. Ebbene, in alcune malattie neurologiche questo meccanismo salta: le informazioni arrivano al cervello degradate o con molto 'rumore' intorno, il filtro non funziona bene e l’attenzione viene richiamata in modo abnorme solo da quelle che vengono gridate o molto ripetute da chi ci sta intorno – analogamente a quanto succede quando si viene attratti dai titoli cubitali o ci si fida solo degli elementi molto condivisi sui social.

La percezione. Un altro dei fattori che interviene in questo processo è quello della percezione. “Immaginiamo di scorgere un oggetto in condizioni di scarsa visibilità”, spiega Cappa. “Quello che vediamo è solo una parte dell’esistente, ma il nostro cervello ricostruirà anche quello che in realtà non vediamo. In questo normale processo si inserisce l’aspettativa. Mi spiego: se sono su un sentiero di campagna e vedo un movimento tra i cespugli, mi aspetto di vederne sbucare un cane, non un elefante. Ma se mi aspetto un elefante, sarò convinto di avere visto un elefante anche sulla base di informazioni che altri interpretano come riferibili a un cane. In questo senso le mie aspettative sono preponderanti sull’informazione effettiva, e l’informazione frammentaria che ricevo viene completata dal cervello e interpretata sulla base di quello che io mi aspetto”.  Chi vede elefanti là dove ci sono cani, per di più, è incrollabilmente convinto di essere nel giusto. "Ad accomunare alcuni disturbi neurologici e le false credenze - continua Cappa – è infatti un’idea della realtà che nessuno è in grado di scalfire, dunque assolutamente impermeabile a qualunque cambiamento”. Alcuni pazienti colpiti da demenza frontotemporale, spiega Miller, credono di aver vinto alla lotteria, e questo li porta a spendere soldi che non hanno. Ma è del tutto inutile discutere con loro e cercare di fargli capire che la loro ricchezza non esiste, perché i loro circuiti nei lobi frontali hanno perso la capacità di confermare o smentire la validità di un’idea, in questo caso la propria ricchezza.

Cosa fare con i complottisti? Questo significa che dobbiamo smetterla di discutere con i complottisti? “Non in assoluto – sostiene Cappa – ma dobbiamo imparare a distinguere tra le diverse categorie di persone che subiscono il fascino delle fake news. A coloro che non hanno gli strumenti culturali per interpretare la complessità, questi strumenti vanno forniti, con una buona istruzione, divulgazione, comunicazione. Con quelli che affrontano il tema come un dogma, invece, forse non vale la pena perdere tempo. In ogni caso – conclude il neurologo - chi è in buona fede non andrebbe mai deriso o insultato, cosa che invece accade di frequente a causa della polarizzazione delle opinioni”.

Scarsa conoscenza scientifica. Per comprendere un fenomeno complesso è indispensabile quindi quella che Miller chiama science literacy, una consuetudine con il procedimento logico e scientifico e con il pensiero critico che forse non è così diffusa in Italia. E nemmeno negli Stati Uniti, a detta dello studioso: una valutazione nazionale condotta nel 2015 dal National Assessment of Educational Progress (NAEP) su 11000 studenti di fine liceo ha mostrato che solo il 22 per cento di questi aveva una buona conoscenza scientifica, mentre il 40 per cento era classificato come "al di sotto delle competenze di base”. In uno studio condotto su 9654 adulti statunitensi, il 48 per cento di chi aveva un'istruzione superiore credeva che ci fosse del vero nella teoria del complotto secondo cui la pandemia è stata pianificata da forze oscure, ma solo il 15 per cento tra quelli con una formazione post-laurea condivideva questa idea. L’alfabetizzazione scientifica – la ricerca di dati a supporto di una affermazione, lo studio delle fonti, la riproducibilità di un esperimento e così via - non è esclusiva dei medici o degli scienziati, sottolinea Miller. Dovrebbe fare parte dell’istruzione primaria e secondaria, e affinata per risolvere problemi all’università o nella vita professionale. Se questo processo di confronto tra tutti gli aspetti di un problema non viene insegnato da piccoli, un individuo è più suscettibile a credere a informazioni false.

Gli italiani e la Scienza. A questo proposito va detto che l’Italia non si è mai distinta per l’amore nei confronti della cultura scientifica, a cominciare dalle scuole. Ma è una lunga storia, anche senza scomodare Croce e Gentile e il popolo di poeti. “La sfiducia nella scienza che percepiamo oggi, e che alimenta i negazionismi sul Covid, è frutto di un processo iniziato probabilmente alla fine della seconda Guerra mondiale con la bomba di Hiroshima”, dice Federico Neresini, sociologo all’Università di Padova che da sempre si interessa dei rapporti tra scienza, tecnologia e società.

Bassa fiducia nelle istituzioni pubbliche. Ma attenzione: l’Italia non è un paese di complottardi, o comunque non stiamo messi peggio di altri in Europa. A differenza di altri paesi però noi abbiamo un aggravante, continua il sociologo: una bassissima fiducia nelle istituzioni pubbliche. Nel momento in cui la Scienza viene percepita come espressione dell’establishment, la sfiducia si estende anche alla categoria degli scienziati. Che per altro hanno le loro responsabilità, almeno dal punto di vista della comunicazione. “Lavorando sul tema delle biotecnologie e della loro accettazione da parte dell’opinione pubblica, ci siamo accorti di un fenomeno illuminante per quello che accade oggi”, continua Neresini: tra le persone che percepivano gli esperti divisi su un tema scientifico, in particolare quello delle cellule staminali, il tasso di opposizione era doppio rispetto a chi invece percepiva una concordia tra gli scienziati. Andare in televisione l’un contro l’altro armati per sostenere tesi opposte, insomma, non aiuta. E però la scienza è fatta anche di questo: di conoscenze che si costruiscono attraverso il confronto tra dati e ipotesi diverse. “Il punto è che in Italia manca un dibattito pubblico di buon livello sulla scienza, anche per colpa dei media, per i quali la ricerca arriva in prima pagina solo quando, metaforicamente parlando, nasce un bambino con due teste”, aggiunge Simone Gozzano, che insegna Filosofia della Scienza all’Università dell’Aquila. Se invece ci abituassimo all’idea che gli scienziati sono sempre sul ring, tanto più se si muovono sul limite estremo delle conoscenze come è il caso del coronavirus, avremmo meno problemi ad assistere alle loro legittime divisioni, e non ci rifugeremmo nelle false credenze per paura di affrontare quello che stiamo cominciando a capire e che ci spaventa moltissimo: il fatto che la scienza non è in grado di fornirci verità assolute. C’è un ulteriore aspetto da considerare. Per difenderci dalle bufale non basta solo una migliore alfabetizzazione scientifica. Servirebbe - aggiunge Federico Conte, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio – anche una alfabetizzazione emotiva. Un abc dei sentimenti che ci consentirebbe di tollerare meglio la paura, le frustrazioni, l’attesa o la mancanza di notizie certe sul coronavirus. Se non possediamo gli strumenti per gestire queste emozioni negative – e la psicologia, dice Conte, è da sempre considerata roba da ricchi, quindi non fa parte del bagaglio primario – e se dunque non sappiamo contenerle cognitivamente, dobbiamo trovare una causa esterna che ci aiuti a elaborarle. In questo il complottismo ha una funzione salvifica: ci aiuta a trovare una spiegazione, ci permette di dare la colpa a qualcuno, ci consente di sfogare la nostra rabbia sugli altri, secondo un meccanismo che, fatte le debite proporzioni, è simile a quello che si ritrova nella violenza domestica. Sfogo sui familiari la mia incapacità di gestire la frustrazione perché le cose non vanno come vorrei, perché il mondo non funziona secondo i miei schemi. Il che spiega anche, conclude Conte, perché il discorso sociale (e social) sulla pandemia sia così polarizzato e pieno di aggressività. Ne usciremo? Secondo Miller sì, a patto che ci si impegni su alcuni fronti. L’educazione scientifica dovrebbe essere parte integrante dell’istruzione, a partire dall'infanzia e per tutta la vita. Scienziati, medici ed esperti di salute pubblica dovrebbero impegnarsi nel dialogo sui temi caldi (mascherine, vaccini, farmaci anti-Covid). In ogni centro di cura dovrebbe essere disponibile materiale informativo chiaro e accessibile a tutti. Soprattutto, la comunità scientifica dovrebbe interrogarsi, insieme a politici e comunicatori, per capire cosa sia andato storto durante questa pandemia. Ed evitare di ripetere gli stessi errori alla prossima occasione,  che certamente si ripresenterà.

Il silenzio colpevole degli intellettuali. Davide Rondoni su Panorama l'11/11/2020. Non dicono niente, o quasi. Molti sacrosanti manifesti contro il fermo della musica, del teatro, dei cinema. Come sono sacrosanti e comprensibili i lamenti di altre professioni (dalle palestre ai ristoratori). Ma, appunto, professioni. Qui sta il primo punto di rinuncia, di astuta vigliaccheria della stragrande maggioranza degli intellettuali italiani in questo momento. Accreditarsi come una professione come un'altra. Decadere dalla propria funzione o compito a mera professione. meritevole certo come altre di tutela, di ristoro, di assicurazione. Ma così al tempo stesso decadendo, dimettendosi dalla propria funzione e compito, dalla verità della propria professione o arte - che è di agitare le coscienze e il potere con delle domande, con delle inquietudini. Che non è "fare politica" ma indagare la verità anche del momento politico. Nessuna domanda invece, se non da rare voci (da Agamben a Sgarbi, dalla Tamaro al poeta Conte, da Fusaro al sottoscritto) e non molto altro, sul perché si è giunti a tale massiva sospensione della libertà, sulle contraddizioni evidenti (tanto da spingere Procure a indagare sui vertici del sistema sanitario e su strane giochi di documenti nel "famigerato" Comitato tecnico scientifico, come mostrato da una trasmissione un tempo cult Report, non da fonti oscure), sulle falle evidenti di una narrazione ufficiale che accompagna e copre le falle di una gestione sanitaria da massacro, sugli atteggiamenti ambigui delle massime autorità dello Stato in mesi decisivi, sul ruolo di multinazionali nel finanziamento di Organismi internazionali della Sanità mentitori e sul ruolo degli stessi nel grande affare del vaccino. Nessuna inquietudine sull'appiattimento e spegnimento di un paese dominato da una piccola borghesia dipendente dallo Stato in via diretta e indiretta e dunque più facilmente "accomodabile", né sulla dose di cinismo e depressione buttata con violenza addosso a una generazione di giovani. Poche domande, poche inquietudini. E molto spregevole esercizio di riduzione d'ogni dubbio o interrogazione al rango spregevole del più idiota negazionismo, o respingendo ogni tentativo di ragionare nell'ombra fastidiosa del vacuo complottismo. Solo generale accodarsi a slogan e luoghi comuni, a verità buttate sul popolo in nome di "evidenza scientifica" da parte di scienziati che si contraddicono o tacciono su questioni rilevanti. Nemmeno buttando un occhio a documenti sotto gli occhi di tutti, dai grafici dell'economia mondiale alle evidenze demografiche pandemiche o alla inaffidabilità di bollettini propinati quotidianamente come bollettini di guerra e del terrore. Ho sentito con le mie orecchie il maggiore consulente attuale del Ministro della salute, ( che spesso e volentieri in tv veniva presentato come membro Oms fino alla smentita di tale appartenenza per bocca di un direttore italiano della stessa OMS ora al centro delle indagini della procura di Bergamo) affermare che quanto si svolgeva in primavera dalla Protezione Civile e inchiodava gli italiani ogni sera per mesi era una pantomima. Ma non mi pare lo abbia mai detto in tv. Nulla da dire da parte degli intellettuali su tutto questo ? Come se a un fatalismo mediterraneo e clericale si fosse sovrapposto un fatalismo sanitario e scientista. E come se un diktat avesse -con un profluvio di informazione mediatica martellante e omologata- ordinato: poche domande, non si disturba il manovratore. Ma, come riporta Simona Zecchi nel suo recente e inquietante libro "L'inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini", il poeta friulano già rimproverava poco prima di morire agli intellettuali organici al Pci, occorre innanzitutto aver chiaro che scopo del lavoro intellettuale non è disturbare politicamente il manovratore o chi al manovratore politicamente oppone, spesso con pari occultamento della verità, bensì sollevare questioni di verità politica, su quanto accade alla polis. Interiori e civili. Non farlo -come non lo stanno facendo la maggior parte degli intellettuali più in vista del Paese, cresciuti e foraggiati dai media dominanti in decenni di banale militante indignazione continua- significa dichiarare il proprio fallimento ancor prima che la propria viltà. Cosa dicono il giornalista d'inchiesta famoso, la pasionaria isolana per i diritti e contro i fascismi? Cosa dicono gli ex giovani scrittori allevati in scuderia da editori di best seller? Cosa dicono i giornalisti culturali cullati nei salotti televisivi? Tale deserto intellettuale, a cui si accompagna come un fantasma il quasi assoluto silenzio anche degli uomini custodi del fuoco del sacro, si offre come panorama inedito ma non sorprendente, in un posto dove sembra contare più il "posizionamento" che la passione per la verità.

Da "leggo.it" il 30 ottobre 2020. «I termoscanner danneggiano il cervello causando la perdita della memoria». Questa l'ennesima bufala diffusa sul web, tra ambienti "complottisti", "no mask" e "Qanon", e prontamente smentita con i fatti dalla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo). Sul portale anti-fake news "Dottore ma è vero che", i medici italiani hanno deciso di smentire l'ennesima bufala, svelata, secondo chi l'ha ampiamente diffusa, da una presunta e sedicente infermiera australiana. Sotto accusa gli infrarossi dei termometri, che però non emettono alcuna radiazione e si limitano a catturare le lunghezze d'onda dal corpo per misurare la temperatura. «Ogni corpo emette radiazioni elettromagnetiche e la quantità di radiazioni emesse è direttamente proporzionale alla temperatura del corpo elevata alla quarta, secondo la legge di Stefan-Boltzmann. Di conseguenza, più un corpo è caldo, più radiazioni emette. Tutto ciò che ci serve quindi è uno strumento che misuri la quantità di radiazioni infrarosse emesse dal corpo del passeggero: chi ha la febbre infatti emette più radiazioni". "Queste onde, una volta convogliate su lenti ottiche, vengono convertite in un segnale elettrico e attraverso un processore vengono tradotte in numeri, che l'operatore può leggere facilmente sullo schermo» - si legge ancora nel post - «Non sono pericolosi per la salute, non cancellano la memoria, non danneggiano né uccidono neuroni poiché questi dispositivi misurano gli infrarossi anziché emetterli, e la persona la cui temperatura viene misurata non è soggetta a radiazioni infrarosse extra", come rassicura Rachael Krishna su Full Fact, un ente britannico che si occupa di controllare l'attendibilità delle notizie che circolano su Internet. "La luce rossa vista su questi dispositivi è proprio questo, un fascio di luce per aiutare l’operatore a prendere correttamente la mira». Nella fake news diffusa sul web si spiegava che i termoscanner agirebbero direttamente sulla ghiandola pineale che si trova nel cervello. Niente di più falso, spiega ancora il sito della Fnomceo: «I termometri a infrarossi e termoscanner non trasmettono onde nel corpo. C'è quella sensazione che in qualche modo si stia inviando qualcosa che poi deve tornare indietro, ma niente di tutto questo è vero. Si tratta solo di un ricevitore che sta catturando onde luminose».

Pensare e scrivere liberamente, senza se e senza ma. Alessandro Sallusti il 30/05/2020 su Il Giornale Off. Riportiamo l’articolo di Alessandro Sallusti pubblicato sul numero di maggio di CulturaIdentità che potrete ancora trovare in edicola. L’intervento del direttore del Giornale si concentra sul proliferare di commissioni etiche e comitati e task force governative che decidono ciò che è vero e ciò che è falso in merito a notizie e opinioni di attualità: qual è la verità? E come si fa a smascherare il falso? (Redazione). Da qualche millennio l’uomo si interroga sul concetto di verità senza riuscire a dare una risposta univoca, convincente e condivisa. I fisici – semplifico – hanno deciso di cavarsela definendo vero solo ciò di cui è dimostrabile il contrario: si può dire con certezza che il sole scalda perchè senza sole percepiamo il freddo. Un concetto banale ma allo stesso tempo troppo complicato per un uso quotidiano nel quale trovare la prova contraria è spesso impossibile. Un metro di misura potrebbe quindi essere che “è vero ciò che accade”, punto. Ma purtroppo (sarebbe bello) non è così: una somma di fatti veri, cioè accaduti, non necessariamente porta a una verità. Se mettiamo in fila dieci fatti realmente accaduti nella vita di qualsiasi persona ed escludiamo tutti gli altri che la riguardano possiamo tranquillamente far passare per santo un assassino e un assassino per santo (è la tecnica preferita dalla cultura di sinistra ben applicata dai giornali che la diffondono) senza tema di smentita. Faccio un esempio personale. Mio nonno Biagio, ufficiale del regio esercito, fu condannato a morte nel ‘45 per aver presieduto suo malgrado il tribunale che l’anno prima aveva condannato a morte il partigiano Giancarlo Puecher. Questo è quello che si legge sui libri di storia ed è la pura verità. Ma nessuno scrive con altrettanta chiarezza, e quindi nessuno sa, che il giovane Puecher aveva partecipato, insieme a tre compagni, a un agguato in cui furono uccisi a sangue freddo due giovani fascisti e che solo grazie alla mediazione di mio nonno con il rappresentante dell’accusa, tre partigiani (i compagni di Puecher) salvarono la vita, come risulta da numerosa e indiscutibile documentazione. Quale è la verità fattuale ed etica di questo caso? Un bel rebus, non c’è che dire, irrisolvibile perché i fatti della vita e della storia non sono mai “one shot” ma al tempo stesso figli e padri di altri fatti in una catena infinita nella quale si alternano eroismi e tragedie. Da qui, per la gestione umana della verità, la necessità di semplificazioni. Nelle dittature si stabilisce in maniera coercitiva che è vero ciò che decide e dichiara il regime, e la cosa finisce lì. Nelle democrazie, perché siano tali, la verità può essere invece anche un atto di fede o un punto di vista. È cioè riconosciuto che esiste una verità soggettiva altrettanto plausibile di quella ufficiale e che se non costituisce minaccia all’incolumità altrui non può essere ingabbiata dentro codici e leggi figlie del tempo e delle mode sociali e politiche. Attenzione, anche in democrazia la rilettura della storia e la lettura della cronaca sono condizionate (a volte imposte con furbizia come nelle dittature) dal vincitore “democratico” di turno, basti come esempio quello di far credere che l’Italia fu liberata dai partigiani comunisti e non, come accaduto in realtà, dagli eserciti angloamericani. Ma detto questo in una democrazia compiuta il pensiero, e le parole che lo esprimono, devono restare liberi e non penalmente sindacabili, tantomeno perseguibili o imbavagliabili (non a caso questo concetto è il primo emendamento della Costituzione americana). Liberi di pensare e di sostenere pubblicamente che Dio esista o non esista, che la terra sia piatta o tonda, che si debba andare a destra o sinistra, che le ondate migratorie siano una opportunità da prendere o una minaccia da scongiurare, che il Coronavirus sia un’arma segreta cinese o una vendetta di Dio. E qui veniamo al punto. Questo proliferare di commissioni etiche (la più nota è quella parlamentare denominata Segre) per indagare sui pensieri che si discostano dalle verità ufficiali o che più semplicemente si permettono di contrapporre loro altre verità, questi comitati insediati per decidere ciò che è vero e ciò che è falso su notizie e opinioni riguardo a temi di attualità (è appena successo per il Coronavirus) cosa hanno a che fare con la democrazia e con la verità? . La risposta è semplice: nulla. Il rischio che con la scusa della crisi economica e sanitaria ci venga sottratto, in nome di nobili principi, un pezzettino alla volta la libertà di pensiero è più pericoloso della povertà e del virus stesso. Fino a che il pensiero è libero tutte le altre libertà possono essere o tornare. Sanzionare il pensiero è l’anticamera della perdita della libertà fisica – le carceri delle dittature sono zeppi di dissidenti – e non è un caso che i nostri corpi e comportamenti stanno per essere affidati, con la scusa della sicurezza sanitaria, a della app gestite da un giudice supremo senza volto. Così come peggio di un colpevole in libertà c’è solo un innocente in carcere, peggio di una fake news c’è soltanto un pensiero impedito, represso o sanzionato. Per questo il diritto a “pensare liberamente” , a “scrivere liberamente”, a “informare liberamente” deve essere la madre di tutte le battaglie, senza se e senza ma.

Articolo dell'Economist tratto dalla Rassegna Stampa di Epr Comunicazione l'8 giugno 2020. L'"infodemia" intorno al covid-19, dichiarata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità a febbraio, non è la prima epidemia di disinformazione al mondo, scrive The Economist. Questa volta i miti includono l'idea che la malattia possa essere curata bevendo metanolo, che ha portato a più di 700 morti in Iran, e che sia diffusa da trasmettitori 5g, che hanno convinto i piromani in Gran Bretagna a compiere più di 90 attacchi alle torri telefoniche. Proprio come il virus si insinua nei polmoni delle persone, le idee pericolose stanno contagiando le loro menti.  A marzo un sondaggio condotto da Gallup in 28 paesi di quattro continenti ha rilevato che in tutti loro almeno il 16%  e ben il 58% delle persone pensava che il covid-19 fosse stato deliberatamente diffuso. Il 4 maggio è stato caricato un filmato di un film intitolato "Plandemico", che sostiene che un'oscura élite ha iniziato l'epidemia a scopo di lucro; nel giro di una settimana è stato visto 8 milioni di volte e la sua star, Judy Mikovits, è stata in cima alla lista dei bestseller di Amazon. I social media permettono alle persone di condividere notizie vere e quelle false. Ma i favolisti sembrano vincere. Uno studio pubblicato su Nature a maggio ha scoperto che, sebbene gli utenti di Facebook pro-vaccino siano più numerosi di quelli anti-vaccino, gli anti-vaxxers sono più bravi a creare legami con gruppi non allineati come le associazioni dei genitori delle scuole, quindi il loro numero sta crescendo più velocemente. Tra gli americani, l'esposizione ai social media è associata a una maggiore probabilità di credere che il governo abbia creato il virus o che i funzionari ne esagerino la gravità, secondo un recente articolo della Misinformation Review della Harvard Kennedy School. Le emittenti di molti paesi hanno bisogno di una licenza e devono convincere le autorità di regolamentazione che riportano le notizie in modo veritiero. Poche di queste limitazioni si applicano a Internet. In aprile l'Ofcom, il cane da guardia delle emittenti britanniche, ha censurato una piccola stazione televisiva chiamata London Live per aver mandato in onda una parte di un'intervista con David Icke, un teorico della cospirazione che crede che la pandemia sia una bufala. La trasmissione era stata guardata solo da 80.000 persone. Ma Ofcom aveva visto l'intervista completa su YouTube, che è fuori dalla sua  giurisdizione. Covid-19 può sembrare un argomento relativamente semplice su cui giocare a fare il censore. Rispetto, ad esempio, alla politica, "è più facile stabilire politiche che siano un po' più in bianco e nero e che prendano una linea molto più dura", ha detto Mark Zuckerberg, il capo di Facebook, al New York Times a marzo. Così come la disinformazione non è una novità, né il suo uso politico. Nel 1964 un saggio di uno storico, Richard Hofstadter, sullo "stile paranoico" della politica americana descriveva "il senso di accesa esagerazione, sospettosità e fantasia cospiratoria" che attraversava tutto, dalle proteste settecentesche contro gli Illuminati al movimento anti-massonico.

Eppure, mentre Hofstadter sosteneva che lo stile paranoico arrivava facilmente a quelli di sinistra come a quelli di destra, per esempio, citava le voci di un complotto dei proprietari di schiavi propagandato da alcuni abolizionisti: l'infodemia di oggi sembra diffondersi più facilmente tra i conservatori del mondo che tra i liberali. In America il Pew Research Centre ha scoperto a marzo che il 30% dei repubblicani ritiene che il virus sia stato creato intenzionalmente, quasi il doppio dei democratici. Il mese scorso un sondaggio di YouGov ha rilevato che il 44% dei repubblicani pensa che Bill Gates voglia usare i vaccini covid-19 per impiantare microchip nelle persone; il 19% dei democratici è d'accordo. In Francia un sondaggio di Ifop ha rilevato che il 40% di coloro che sostengono il partito di Marine Le Pen ritiene che il virus sia stato programmato, il doppio della quota tra i sostenitori del partito di estrema sinistra Unsubmissive . I sostenitori del Partito della Libertà della destra populista olandese e del Forum per la Democrazia (fvd) nella misura del 40% affermano che il covid 19 è un'arma biologica, 4 volte tanto il numero  dei sostenitori del Partito Socialista di estrema sinistra. A parte le teorie cospirative più estreme, i conservatori sembrano anche più propensi dei liberali a mettere in discussione la linea ufficiale sulla pandemia. Alla fine di marzo, con la Gran Bretagna appena bloccata, un quarto dei conservatori, ma solo il 15% dei sostenitori laburisti credeva che il covid-19 fosse "proprio come l'influenza". La riluttanza di tanti conservatori a credere alla narrativa convenzionale del covid-19 fa parte di un sospetto più generale sulle fonti di informazione tradizionali in alcuni luoghi. In America Rush Limbaugh, noto  presentatore americano di talk-show, parla dei "quattro angoli dell'inganno": i media, gli scienziati, il mondo accademico e il governo. L'elitarismo non è solo per i conservatori. Andrés Manuel López Obrador, il presidente populista di sinistra del Messico, si rivolge continuamente ai media. Così come l'ex leader laburista, Jeremy Corbyn, che parlava in modo oscuro di un "establishment" che misteriosamente continuava a fargli perdere le elezioni. Le credenze cospirazioniste sono associate all'estremismo ideologico di qualsiasi varietà, sostiene Karen Douglas, un'esperta di teorie cospirazioniste dell'Università del Kent. Eppure dice che c'è una "asimmetria". Le persone di destra ci credono più spesso, e si occupano di una gamma più ampia di teorie, in particolare quelle che accusano l'altra "parte" di complotto, sia che si tratti di sinistra, di stranieri o di altri gruppi. I cambiamenti strutturali possono spiegare perché gli elettori conservatori sembrano essere più inclini all'infodemia, e perché i leader conservatori hanno più ragioni - e sono più simili - per minare le fonti affidabili. Per prima cosa, le lamentele dei conservatori che le élite non sono dalla loro parte sono diventate più plausibili. In molti Paesi la vecchia divisione politica di sinistra-destra, basata sull'economia, è stata sostituita da una divisione liberal-conservatrice, basata sulla cultura. Ciò contrappone in gran parte i laureati liberali ai conservatori che lasciano la scuola. E l'élite - sia nei media, nella pubblica amministrazione, nella scienza o nel mondo accademico - è dominata dai laureati. Questo non li rende necessariamente parziali. Ma quando i brexiteers si lamentano che la funzione pubblica è un nido di Remainers, o i repubblicani ringhino che le università americane sono piene di liberali, hanno ragione. I conservatori hanno risposto sintonizzandosi con le loro fonti mediatiche, che hanno scoperto che si possono fare soldi amplificando le loro paure. Le talk radio americane punteggiano le chat paranoiche con annunci di rimedi sanitari dubbi (ad Alex Jones, un conduttore radiofonico texano, è stato recentemente ordinato di smettere di vendere dentifricio che, secondo lui, "uccide l'intera famiglia sars-corona a bruciapelo"). Canali via cavo come Fox News e siti web come Breitbart hanno attirato il pubblico portando le teorie marginali nel mainstream. Più di recente, gli algoritmi dei social network hanno indirizzato le persone verso contenuti polarizzanti, che hanno maggiori probabilità di provocare "engagement" e quindi di generare impressioni pubblicitarie. Nel 2018 un rapporto interno a Facebook ha avvertito che gli utenti venivano indirizzati verso materiale che creava divisioni. Tuttavia, secondo il Wall Street Journal, il progetto "Eat Your Veggies" (Mangia le tue verdure) è stato messo da parte, anche a causa della preoccupazione che i cambiamenti avrebbero colpito gli utenti conservatori più di altri, secondo il Wall Street Journal. Circa il 16% degli americani riceve le notizie covid-19 direttamente dalla Casa Bianca; tre quarti di coloro che lo fanno pensano che i media abbiano esagerato la gravità della pandemia. Un'altra causa di sfiducia conservatrice è che, in alcuni Paesi, il sistema elettorale dà ai politici conservatori un particolare incentivo per incoraggiare la polarizzazione. I liberali tendono a concentrarsi nelle città; i conservatori sono più sparsi. Nei sistemi "chi vince prende tutto", questo mette i partiti liberali in una posizione di svantaggio, in quanto accumulano enormi maggioranze nelle città, mentre i partiti conservatori ottengono più seggi con margini più bassi altrove. In America questo significa che i repubblicani possono vincere il collegio elettorale con una minoranza del voto popolare (come hanno fatto nel 2000 e nel 2016). In Gran Bretagna significa che i sostenitori di Brexit sono in maggioranza in quasi due terzi delle circoscrizioni, ma costituiscono solo la metà circa degli elettori. Il risultato, sostiene Ezra Klein in un nuovo libro sull'America, "Why We're Polarised", è che l'ultra-partitismo funziona meglio per i conservatori. I liberali devono vincere i voti dei moderati; i conservatori possono prevalere solo tirando fuori la loro base. Man mano che la politica diventa più polarizzata, dare energia alla base diventa più facile, e conquistare i moderati è più difficile.

Dal piano Kalergi al Covid come influenza, la controinformazione secondo Messora: "Sentire pareri diversi fa bene". Pubblicato venerdì, 05 giugno 2020 da Matteo Pucciarelli su La Repubblica.it. Claudio Messora, 52 anni, è l'inventore di Byoblu, un blog nato nel 2007 dove si promette di "svelare le verità che gli altri non vi dicono". Anche perché spesso sono teorie strampalate, in questi anni però utilizzate a man bassa soprattutto da 5 Stelle e Lega per soffiare sul fuoco dello scontento e della paura.

A proposito di queste teorie e partendo da qualche anno fa, tra le altre cose lei divenne famoso spiegando il "piano Kalergi" su La7, ovvero che ci fosse in corso in Europa un piano-complotto di sostituzione etnico inventato da un conte boemo cento anni fa. Ci crede ancora?

"Non sono diventato famoso per quello. Avevo già fatto tre anni di televisione con Gianluigi Paragone su Rai 2. Comunque quel pezzo mi fu chiesto esplicitamente dalla redazione de La Gabbia, per interpretare un sentimento che emergeva in rete, ma a parte quell'episodio non me ne sono mai occupato. Non è un tema che mi appassiona".

Quindi era un po' una parte in commedia?

"La televisione è spesso una rappresentazione...".

Senta ma Byoblu dà semplicemente voce a quel che gira in rete oppure alla fine ne è una cassa di risonanza? Un conto è dire "sul web si parla di questa teoria", un altro è lavorare direttamente o meno per farla crescere e renderla credibile.

"Il blog nacque per consentire a chi ha una posizione sottorappresentata di esporla con calma. Ovviamente c'è una selezione, ma il criterio è quello di rappresentare l'opposizione informativa: quando i grandi media vanno in un'unica direzione, noi andiamo nell'altra e copriamo i buchi. Non c'è quasi mai un'adesione personale ai temi, tranne la volontà di rappresentare, nei limiti della legalità, ciò che manca".

In effetti è un modello di marketing politico editoriale che sembra funzionare molto in questi anni, sfruttato specialmente a destra. A questo proposito, politicamente oggi lei come si definirebbe?

"Noi però non facciamo marketing: noi crediamo davvero che sia necessario riequilibrare un modello di informazione troppo uniformato. Politicamente, Byoblu a giorni alterni viene accusato di essere leghista, grillino, perfino piddino o comunista: dipende da chi intervistiamo. Ne siamo felici: lo prendiamo come un attestato di libertà. Io personalmente, ad esempio, non sono contro l'Euro o contro l'Europa: sono solo contro ogni decisione che non venga presa direttamente dai cittadini dopo ampio dibattito. Difendo la libertà di un popolo di andare a sbattere, se lo desidera. Dagli errori si impara e si cresce".

Però dire come ripetete spesso che "tutta la stampa" segue un copione al quale solo voi vi opponete non è una banalizzazione? Faccio un esempio: il Manifesto e il Giornale sono molti diversi e distanti... La pluralità c'è, ma a voi piace far credere che non sia così.

"Ma guardi intervistiamo spesso giornalisti del Giornale come Vivaldelli e altri del Manifesto come Dinucci, per dire che non siamo legati a nessuno. In ogni caso sui temi minori c'è ampia discrezionalità, ma sull'agenda che è davvero importante la stampa non esce dal politicamente corretto. Il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini, ad esempio, tempo fa ha ammesso spontaneamente di non avere dato una notizia per non ostacolare il processo di integrazione europea. Dobbiamo tornare a un mondo dove le notizie si danno e basta, e l'informazione si sveste di quel ruolo paternalista che la porta a sentirsi responsabile di come i lettori la assimileranno. Lo sa come il Corriere diede l'annuncio della ratifica del Fiscal Compact e del Mes nel 2012? Con cinque righe e mezza a pagina 7. Erano atti politici fondamentali, di cui tanto si sarebbe discusso in futuro. Io ne parlavo, ma sulla stampa era tabù".

Nel sommario di un video del cosiddetto esperto di medicina Stefano Montanari e che vi è stato rimosso da YouTube, era dello scorso marzo, si diceva che il coronavirus era poco più di una influenza. Poi ci sono stati oltre 30 mila morti in Italia. Non le sembra pericoloso questo voler sempre distinguersi?

"Ecco, vede? Se abbiamo paura che un'opinione sia pericolosa entriamo in un mondo dove il giornalista decide chi ha diritto di parola e chi no in base al sentire comune o all'agenda delle commissioni di tecnici. Chiaramente il giornalista può e deve mettere alla prova le opinioni di un intervistato, come sta facendo lei, ma io credo che non le debba censurare. Sentire pareri discordanti fa solo bene. Prova ne è che quella intervista, che fu condotta da una giornalista professionista, è stata vista due milioni e mezzo di volte prima di essere oscurata. Le risulta che l'Italia abbia smesso di indossare guanti, mascherine, e che si sia riversata in strada? No: la gente è più capace di esercitare la ragion critica di quel che si crede. Bisogna avere fiducia nei lettori".

Lei darebbe mai spazio a opinioni che minimizzano o negano, ad esempio, l'Olocausto? Dopotutto un suo lettore potrebbe aspettarsi anche in questo caso una "versione alternativa" della verità.

 "Se la questione fosse posta in questi termini no. Si tratta di una stagione troppo buia della storia, che riguarda troppe persone che ancora oggi soffrono la perdita dei loro cari in circostanze drammatiche. Sono cresciuto con i racconti di mio padre che a soli cinque anni aveva negli occhi gli Stuka abbattuti e i piloti riversi al suolo senza gli stivali, perché glieli rubavano, e con i racconti di mio nonno sui rastrellamenti. Tuttavia sono contrario alle leggi che vogliono impedire perfino agli storici di affrontare la questione da un punto di vista rispettoso, oggettivo e basato su ricostruzioni documentali. La scienza e la cultura devono essere libere di dibattere".

Un altro vezzo di Byoblu è quello di dar voce a chi non è mainstream. Però scusi, buona parte dei vostri ospiti sono fissi in tv, altri sono diventati parlamentari, Marcello Foa addirittura è presidente della Rai. Piace e funziona molto definirsi fuori dal sistema, però poi la realtà è ben diversa, si è sistema e forse più degli altri.

"Quando ho iniziato a intervistarli erano poco noti e non avevano alcun ruolo pubblico. Sono in tanti che, dopo avere mosso i primi passi su Byoblu, hanno fatto il salto e raggiunto posizioni apicali nell'informazione o nella politica. Alcuni di loro restano legati a noi e tornano volentieri. Altri preferiscono smarcarsi, adesso che hanno accesso ai salotti buoni televisivi. Non gliene voglio. Credo anzi che il nostro ruolo sia proprio questo: portare alla ribalta nuovi temi e nuovi personaggi che apportino nuova linfa al dibattito pubblico. In questo l'informazione indipendente e quella mainstream potrebbero essere complementari anziché antitetici, ed accettare una contaminazione reciproca".

Foa si è "smarcato" o siete rimasti in contatto?

"Direi che si è smarcato. Ma lo capisco: nella sua posizione ogni parola che dice verrebbe strumentalizzata. Certo però che fa specie pensare che addirittura il presidente del servizio pubblico radiotelevisivo italiano sia uscito proprio da qui, e ciò nonostante continuiamo ad essere esterni al cosiddetto sistema. Questa è la dimostrazione di quello che le dicevo all'inizio: noi non siamo organici a nessuno. Quando furono nominati i direttori Rai, Foa e Carlo Freccero vennero bersagliati di telefonate da chi pensava di dover riscuotere un credito. Io non chiamai nessuno perché non sono un arrivista. Mi chiamò Freccero per complimentarsi e parlò bene di me anche in Commissione di Vigilanza. Ma se mi avessero offerto un programma in Rai mi avrebbero dato un dispiacere, amo troppo Byoblu e sto bene dove sono".

Avete fatto uno studio o lo avete commissionato su chi è il lettore medio di Byoblu? Età, sesso, lavoro, convinzione politica...

"No, perché le ripeto che non facciamo marketing. Fino ad adesso siamo stati istinto e passione". 

Ma un'idea ve la sarete fatta, o no?

"Sì, abbiamo un pubblico di tutte le età ma concentrato specialmente nella fascia tra i 35 e i 65, in prevalenza maschile, composto da moltissime famiglie che faticano ad arrivare a fine mese ma che mettono tutto il cuore che hanno per sostenerci, e da una parte di intellettuali che apprezzano molto le interviste di spessore, quelle di cui nessuno parla mai, preferendo citare quelle più folkoristiche, che sono apprezzate per la capacità di andare a fondo nei temi senza il limite dei tempi televisivi. Politicamente non c'è una prevalenza specifica di bandiera: immagino, certo, che ci siano pochi elettori del Pd, ma più che altro si tratta di persone che credono nella necessità di ripartire dai valori costituzionali, progressivamente svuotati, insoddisfatti dell'approccio mercantilista alle questioni sociali, che inseguono il sogno della fondazione di un nuovo modello sociale basato sul rapporto con gli altri, su nuovi valori di solidarietà e su una politica più vicina ai cittadini e meno alle cosiddette élite. È una parte del Paese che si spende per un mondo che crede di poter migliorare, e non va sottovalutata, perché storicamente i grandi cambiamenti sono sempre partiti da poche persone molto impegnate".

"Solidarietà" dice lei, magari sì, ma leggendo commenti e analisi su Byoblu verso i non italiani se ne vede un po' parecchio meno...

"È una vulgata che mi sento di contestare con forza. Sono nato in Egitto e ho zii di colore e parenti musulmani. Quando ero piccolo festeggiavo il Ramadam e cenavamo con il pane "sciami", quello che facevano i beduini. Si figuri come potrei mai avere paura della diversità. Quello che alcuni ospiti su Byoblu casomai hanno criticato in passato è la politica di immigrazione in un Paese dove la povertà e la disoccupazione sono molto elevati, e dove si sfrutta la manodopera clandestina per soddisfare le leggi del mercato globale. Anziché innalzare i diritti e le conquiste in maniera universale, si finisce per comprimerli per tutti".

Non si è mai pentito di qualche cosa che ha pubblicato? 

"Mi sono pentito dei modi, più che dei contenuti. In rete abbiamo imparato a fare i 'giornalisti' strada facendo, sperimentando sulla nostra pelle le conseguenze del modo che si sceglie per presentare le questioni e argomentare le critiche. Più ruvido e naive in passato e progressivamente più accettabile e professionale a mano a mano che l'esperienza cresceva. Come tutti, sicuramente ho fatto molti errori e da questi ho imparato. Fuori dall'agone dove infuriano le contrapposizioni, però, posso dirle che le critiche anche feroci mi hanno cambiato e che ancora mi cambiano tutti i giorni. Certi titoli forti di dieci, dodici anni fa non li farei più. Il confronto è sempre salutare ed è fonte di insegnamento: aiuta a crescere come persone e far progredire il dibattito pubblico verso una maggiore tolleranza e integrazione".

Lei è stato organico ai 5 Stelle, ne fu anche responsabile della comunicazione al Senato e in Europa, oggi come li vede?

"Ho creduto molto nel modello politico che aveva costruito Gianroberto Casaleggio, sotto la cui guida illustri sconosciuti avevano trovato una nuova ispirazione e una possibilità per incidere finalmente nella società. Ci siamo sentiti tutti i giorni per anni, e spesso mi chiedo cosa penserebbe oggi di Byoblu, se fosse ancora vivo. Purtroppo la sua scomparsa ha privato il Movimento del faro che ne illuminava il percorso, ed oggi tutti i principi ispiratori degli inizi sembrano essere tramontati. Il M5S si è voluto fare sistema, ma non avendone l'esperienza e l'astuzia, anziché cambiarlo ne è stato inghiottito".

E della Lega invece che opinione ha?

 "Ha acquistato alcuni cavalli di razza, molto cari al nostro pubblico, ma nonostante abbia i numeri per fare quell'opposizione strenua di cui il Parlamento e il Paese hanno bisogno, sembra che nel suo complesso sia poco incline a sbilanciarsi. Vedremo la nascita di nuove forze politiche e di nuovi movimenti, alcuni dei quali potranno anche incontrare il favore dei delusi dalle forze cosiddette sovraniste, ma il tema della rappresentanza politica, cioè del divario tra le promesse fatte durante le campagne elettorali e ciò che poi realmente si mantiene, continuerà purtroppo ad essere attuale molto a lungo".

Dagonota il 5 giugno 2020. Non crediamo ai nostri occhi: la reazione di Rula Jebreal dopo aver spacciato bufale su Twitter? Prendersela con il nostro ''linguaggio di odio''! Non smette di stupirci, anche perché essendo una giornalista intelligente e preparata, deve davvero esserci qualcos'altro dietro, una specie di copione, di personaggio che si è scelta e dal quale non può più uscire. Come un bot che è stato riprogrammato per parlare solo di razzismo, fascismo, sessismo. Non essendoci in Italia un vero movimento come quello americano, si è intestata una battaglia in cui è l'unica combattente. Il titolo di Dagospia recitava ''Twitter smerda Rula''. Certo, pesantuccio, come d'altronde è spesso lo stile del sito, riservato a uomini e donne e perfino primati (''Macaco er cazzo''). A Fabrizio Biggio dei ''Soliti Idioti'' (quelli di ''Mavvaffanculo Gianluca, sei 'nfrocio demmerda'') non è piaciuto, ed è una legittima critica sul linguaggio, ci può stare. Ma Rula commenta così: Mentre il mondo protesta contro il razzismo, la priorità dei sovranisti e dei loro propagandisti in Italia è attaccarmi. Quell'errore è stato commesso da molti colleghi bianchi, ma guarda caso sono l'unica a subire attacchi con un linguaggio di odio e violenza. Fatece capì: lei affianca Hitler, tra i più crudeli, razzisti e sanguinari dittatori della storia, a un presidente degli Stati Uniti in carica, che non ci risulta essere colpevole di crimini di guerra, e noi usiamo ''linguaggio di odio''? Non solo, pubblica un contenuto clamorosamente falso e ritoccato, tanto che Twitter è costretto ad aggiungere l'avvertimento: ''manipolato'', ed è ''la società'' (italiana, presumiamo) a essere ''lontana dalla verità e giustizia''? Spacciare foto taroccate di Trump (lo aveva già fatto nei mesi scorsi) facendo body shaming sul suo colorito arancione e sul suo riporto è un ''tentativo di fare informazione''? Infine, una nota ''di colore'', appunto: in Italia parlare di ''colleghi bianchi'' fa veramente ridere i polli. Noi non ce la siamo presa con Rula per il colore della pelle, ma perché fa parte di quella categoria di giornalisti che vive per insegnare agli altri il mestiere. Ed essendo ormai obnubilata dalla sua battaglia identitaria, non solo non si scusa per l'errore clamoroso, ma se la prende con chi glielo fa notare. Prova della sua modestia e obiettività è il suo ritwittare il commento di un altro utente, che spinge sul fatto che è ''straniera, palestinese, passaporto italo/israeliano …ma soprattutto (e non glielo perdoneranno mai) intelligente!''. Seguito dalla chiosa: Quando una società è lontana dalla verità e dalla giustizia, il tentativo di fare informazione viene visto come oppressione! Invito i colleghi italiani a seguire l’esempio dei colleghi americani...E a non lasciare la questione del RAZZISMO/SESSISMO solo a giornalisti come me! Quindi lo ammette lei stessa: non è più una giornalista, ma un'attivista della sotto-categoria RAZZISMO/SESSISMO, un formaggino di Trivial Pursuit nel quale si è auto-ghettizzata. Oddio, possiamo usare ancora la parola ghettizzare? Rula, aiutaci!

Mariangela Garofano per ilgiornale.it il 5 giugno 2020. La giornalista Rula Jebreal torna su Twitter, dopo lo “scivolone” commesso nei giorni scorsi. La giornalista ha pubblicato una foto che ritrae Donald Trump con la Bibbia in mano, durante un discorso alla nazione, accostandola ad una di Adolf Hitler in mezzo alla folla, anch’egli con una presunta Bibbia in mano. L'immagine, come il social network le ha fatto notare, era un fotomontaggio creato ad arte per screditare il presidente Trump. Lungi dal chiedere scusa per l’errore commesso, la Jebreal si è servita ancora una volta di Twitter, per sfogare la sua “indignazione” nei confronti dei media italiani, rei di aver riportato la sua gaffe, ma di non aver fatto altrettanto con altri “colleghi”, caduti nel medesimo tranello. Nel tweet pubblicato, la giornalista palestinese ha condiviso un articolo, riportato dal comico Fabrizio Biggio, che addita la donna come "spacciatrice di fake news". “Mentre il mondo protesta contro il razzismo, la priorità dei sovranisti e dei loro propagandisti in Italia è attaccarmi. Quell'errore è stato commesso da molti colleghi bianchi, ma guarda caso sono l'unica a subire attacchi con un linguaggio di odio e violenza. #BlackLivesMattter”, si legge nella didascalia di accompagnamento al tweet. Ma il tentativo di far leva sul razzismo nei suoi confronti non è piaciuto al web, che ha accusato all'unanimità la giornalista di vittimismo e di aver giocato per l’ennesima volta la carta di un’inesistente discriminazione, di cui lei sarebbe bersaglio. “Invece di scusarsi per il fake usa la carta del razzismo. Vette altissime!!”, scrive contrariato un utente. E ancora: “Parli di razzismo e poi rimarchi la parola "bianchi". Nessuno ti ha attaccata, anche se è un comportamento ingiusto, perché sei nera, ma perché da una che si ritiene giornalista ci si aspetta che, prima di pubblicare, verifichi le fonti. PS avrebbero attaccato anche un bianco”. “Colleghi bianchi? Scusi la domanda ma lei di che colore è? I peggiori razzisti siete voi arabi, poi rompe le scatole e frigna sul razzismo. Ancora la carta del razzismo? Ma anche no grazie”. Rula Jebreal, paladina dei diritti delle donne e delle minoranze, non ha mai nascosto il suo disappunto nei confronti del presidente degli Stati Uniti. Ma nel tentativo di screditare Trump, accostandolo addirittura al fuhrer, è caduta nella trappola delle fake news, e Twitter è intervenuto a bollare la foto da lei condivisa, come “contenuto manipolato”. D'altronde, recentemente il social network aveva segnalato due tweet proprio a Donald Trump, come "potenzialmente fuorvianti". Quando si dice l'ironia della sorte...

Umberto De Gregorio: “Servizio Report inaccettabile, contro De Luca metodi squadristi”. Ciriaco M. Viggiano de il Riformista il 4 Giugno 2020. “Il servizio di Report sull’Asl Napoli è inaccettabile. Informare dando notizie false è gravissimo. Questo non è servizio pubblico, è camorrismo giornalistico”. Parole dure quelle che Umberto de Gregorio, numero uno dell’Eav storicamente vicino al governatore De Luca, usa per commentare l’ultima inchiesta del programma di Rai Tre.

Presidente, che cosa pensa del servizio?

“Inammissibile il metodo con il quale è stato realizzato. Dare una notizia falsa, come quella del commissariamento dell’Asl, è gravissimo. E lo è anche il ricorso all’intervista fatta in anonimato e senza contraddittorio: un infermiere coperto dall’anonimato e col dente avvelenato può dire qualsiasi cosa. In più, nel servizio si vede chiaramente l’abitazione di Verdoliva: abbiamo criticato Salvini quando ha citofonato a un presunto spacciatore e ora nessuno si indigna poi? Questo non è giornalismo, ma squadrismo”.

E l’obiettivo qual è?

“De luca. Il suo lavoro durante l’emergenza Coronavirus è stato eccellente, quindi qualcuno ha pensato bene di sporcare la sua immagine sparando a zero sull’Asl e sulla gestione della sanità locale”.

Commistione tra politica e giornalismo?

“Non credo al complotto. Le inchieste possano essere scomode ed è comprensibile che il Movimento 5 Stelle, nella persona del suo leader campano Valeria Ciarambino, punti a far emergere il marcio anche dove il marcio non c’è. Ma, ripeto, il problema è il metodo che è stato usato per centrare l’obiettivo”.

Nel servizio si fa riferimento addirittura alla camorra: anche queste affermazioni sono funzionali all’obiettivo politico?

“Sì, se l’obiettivo consiste nello screditare De Luca e Verdoliva. Chi non sa nulla di questa storia e guarda il servizio di Report, è automaticamente portato a immaginare che i protagonisti siano dei farabutti. Eppure credo che questo metodo sia destinato a fallire”.

Perché?

“È troppo tempo che su De luca si dicono cose false. Nel 2015, in occasione delle regionali, si parlò di corruzione e furono imbastite tante ricostruzioni fantasiose sulla campagna elettorale. Invece il governatore amministra in maniera trasparente, efficiente ed efficace da sempre. E i campani lo riconoscono”.

Come rimediare agli effetti delle fake news?

“I danni provocati da certe operazioni sono irrimediabili. Penso, però, che la Commissione di vigilanza sulla Rai. Ripeto, è legittimo criticare De Luca e Verdoliva. Ma è inammissibile agire seguendo certi metodi”.

Report cancella il servizio sulla sanità campana, problema tecnico o auto-censura per le fake news? Redazione su Il Riformista il 3 Giugno 2020. “Errore 404: contenuto non disponibile”. Chi volesse rivedere la puntata di Report andata in onda lunedì scorso collegandosi al sito della Rai si troverebbe di fronte a questo messaggio. La puntata in questione, sparita dalla rete, è quella in cui il giornalista Federico Ruffo ha raccontato la gestione dell’emergenza Covid in Campania e la decisione di sciogliere, poi smentita dal Ministero dell’Interno, l’Asl Napoli 1. A quell’inchiesta il direttore generale dell’Azienda sanitaria Ciro Verdoliva, accusato di avere utilizzato una ditta che lavorava alla manutenzione dell’Asl per ristrutturare la sua abitazione privata, aveva risposto parlando di “fake news miste a pochi contenuti veri, decontestualizzati e montati ad arte”, chiedendo la smentita delle notizie rivelatesi poi palesemente false. Lo stesso dg sanitario ha denunciato di aver ricevuto minacce e offese al citofono di casa, in piena notte, in seguito alla messa in onda dell’inchiesta in cui viene chiaramente mostrata l’abitazione di Verdoliva, in contrasto con la tutela della privacy. “Sono un uomo pubblico, se qualcuno ha qualcosa da dirmi può farlo, le porte del mio ufficio sono aperte – ha spiegato in un’intervista a radio Crc – ma non tollero che venga attaccata la mia sfera privata  e la mia famiglia. Questi individui sono dei vigliacchi che, nascondendosi dietro l’anonimato, non hanno il coraggio di prendersi le responsabilità delle proprie azioni, e tutto questo grazie al fatto che una trasmissione Rai, quindi una Tv pubblica, abbia mostrato le immagini del portone di casa mia”. Dopo la denuncia del direttore generale la puntata è scomparsa dai canali Rai senza alcuna spiegazione in merito.

AGGIORNAMENTO DELLE 19.00 DEL 03/06/2020. Il sito di Report in pomeriggio ha ripubblicato il video ma ha eliminato la parte finale in cui il conduttore Sigfrido Ranucci dava la (fake) news riguardo lo scioglimento dell’Asl Napoli 1 centro smentita da una nota del Viminale.

Scioglimento Asl Napoli, le scuse di Report: “Data informazione inesatta”. Redazione su Il Riformista il 4 Giugno 2020. “Ho sbagliato e chiedo scusa ai telespettatori e come da legge ne darò conto nella prossima puntata”. Così Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione d’inchiesta Report, dopo le polemiche e le richieste di rettifica dei giorni scorsi relative all’annuncio fake dello scioglimento dell’Asl Napoli 1 Centro per infiltrazioni di camorra. La notizia, lanciata lo scorso weekend da alcuni media, è stata poi ripresa da Report nel suo viaggio nella sanità campana dal titolo “Lo sceriffo si è fermato a Eboli”, nonostante la smentita del Viminale chiamato a pronunciarsi sulla questione. Il servizio del programma di Rai 3 era stato temporaneamente tolto dal sito Rai Play per modificare la parte finale dove veniva annunciata “una informazione inesatta”. Ranucci, in un lungo messaggio su Facebook, ribadisce che “l’infiltrazione è stata provata e documentata dai magistrati”. “Non c’è alcun mistero sull’inchiesta andata in onda lunedì scorso sulla sanità campana. Ho dichiarato in uno studio che il ministro dell’Interno aveva dato il via allo scioglimento dell’Asl Napoli 1 per infiltrazione camorristica. Richiesta che avrebbe comunque dovuto passare, in base alla legge, il vaglio del consiglio dei Ministri. Ho dato un’informazione non esatta, perché il ministro Lamorgese sta ancora valutando. Come sempre quando Report sbaglia ammette il suo errore. Ho sbagliato e chiedo scusa ai telespettatori e come da legge ne darò conto nella prossima puntata. Per questo ho chiesto che venisse corretta l’informazione in puntata e sul nostro sito sito, perché non continuasse ad essere divulgata un’informazione sbagliata”. Ranucci tuttavia sottolinea che “quello che è stato un gesto di correttezza deontologica è stato strumentalizzato. Questo è quanto vi devo. Ma per completezza d’informazione, e per questo non vorrei disturbare i sogni di chi alza cortine fumogene evocando solo la fake news, che i fatti riportati nella relazione della commissione che sono in attesa della firma del ministro, riguardano l’indagine della procura di Napoli, e che purtroppo è confermata nella sua gravità. Per rinfrescare la memoria di chi tenta invece di offuscarla ricordo le parole del procuratore capo Melillo su quanto trovato nell’ indagine sulla Asl Napoli 1: “I giudici hanno riconosciuto l’esistenza di una associazione mafiosa denominata Alleanza di Secondigliano; è documentato il controllo mafioso al di là di ogni capacità personale di immaginazione, addirittura di una struttura sanitaria, l’ospedale San Giovanni Bosco, diventata una sorta di ‘sede sociale’ dell’organizzazione mafiosa. Un luogo nel quale gli uomini del clan Contini controllano ogni aspetto, anche minuto, del funzionamento dell’ospedale: dalle forniture, alle assunzioni nelle ditte appaltatrici, persino le relazioni sindacali passano per la mediazione camorristica. Tutto quello che è documentato in questa ordinanza di custodia cautelare è stato realizzato senza che denunce di sorta arrivassero alle autorità”. Questa è l’infiltrazione provata e documentata dai magistrati. Se poi questo è sufficiente per firmare uno scioglimento, appartiene a una decisione politica”.

Il dramma dell’Italia: quelli che sparavano le balle più grosse al bar ora sono la classe dirigente…Gioacchino Criaco su Il Riformista il 27 Maggio 2020. Uno di quei bar di periferia, un tempo sgangherati, oggi vintage: quei locali che conservano ancora l’arredo degli anni settanta e tengono sugli scaffali le bottiglie dell’Oro Pilla e del Rosso Antico. Da nord a sud l’Italia è un posto in cui una volta ogni sette giorni ci si concede un aperitivo, prima del pranzo domenicale, e si tirano le somme della settimana lavorativa. E, puntualmente, si celano le sconfitte, raccontandosi i successi, veri o solo immaginati. Il luogo delle balle, insomma. In cui tutti si cimentano a spararla grossa. E per quanto ci si affanni in mirabolanti iperboli, si finisce sempre per mordere la polvere, ché proprio quando la si è detta così grossa da avere la vittoria in tasca arriva lui: il drago. A Milano quello doc stava al Giambellino, periferia sud-ovest, portava una balla più grande di una mongolfiera, stendeva tutti al tappeto, facendoli rientrare a casa con in mano il vassoio delle pasterelle e in cuore la voglia di vendetta che si rinviava alla domenica successiva. Inutilmente perché il drago è drago di professione, inventarsi le balle è il suo lavoro, vano stargli dietro e rincorrere i suoi fuochi di artificio. I Draghi, al bar del Giambellino, non giocavano a carte, stavano dietro, in piedi, a criticare, che solo loro sapevano la giocata giusta, erano gli inventori del re-belot, avevano donne stupende che nessuno mai aveva visto, e un affare clamoroso prossimo alla conclusione. I vecchietti del quartiere li mandavano via a male parole. Sfigati di periferia, a cui nessuno dava una lira, una possibilità nella vita. La Lombardia, al timone dei suoi vascelli, di ogni cabotaggio, ci metteva gente solida, marinai provetti. Poi qualcosa è successo, ai cummenda di parlare da pari a pari con la politica non è andato più giù. I Draghi, dal bar del Giambellino si sono trasferiti ai partiti, hanno davvero trovato l’occasione: sono entrati in politica e sono diventati classe dirigente. L’economia ha dettato le regole, la nave Lombardia ha macinato le miglia davanti a tutto e a tutti. E tutto è andato bene fino a che il tempo è stato buono. Che tutto fosse un azzardo lo ha svelato la tempesta, nel mare in burrasca non galleggi con i Draghi. La Lombardia si è impegnata in una crescita a dismisura dei propri distretti industriali, saturando gli spazi, consumandone risorse territoriali e ambientali. Un immenso insediamento economico e umano, votato quasi unicamente agli scambi commerciali, avendo per guida la produzione di utili. Tutto troppo gigantesco per reggere a una tempesta mostruosa generata dal Covid-19. È vero che nessuna altra Regione italiana avrebbe retto a un urto del genere, ma è vero che in nessun’altra Regione si sia verificato un impatto così violento proprio perché non esiste un territorio italiano così affetto da gigantismo. Forse la Lombardia, per andare veloce, ha superato un limite che non era attrezzata a varcare. La salvezza e la tenuta, per come avvenute, si devono ai lombardi che indipendentemente da chi li dirige hanno reagito al meglio. Le classi dirigenti hanno fallito, gli operatori della sanità, non i direttori, hanno tenuto. E pensare di correre sempre più forte, all’infinito, è un azzardo se in testa, per la volata, si piazzano i Draghi del Giambellino.

Coronavirus, il Copasir lancia l’allarme: “Italia target di fake news per destabilizzare”. Redazione su Il Riformista il 26 Maggio 2020. La pandemia Covid-19 “è stata al centro di una diffusa attività di disinformazione on line, nella quale si sono inseriti attori statuali, attori strutturati (think tank, stakeholder, professionisti della comunicazione, speculatori e gruppi industriali con forti cointeressenze rispetto ai paesi d’origine), che intendono manipolare il dibattito politico interno, influenzare gli equilibri geo-politici internazionali, incitare al sovvertimento dell’ordine sociale e destabilizzare l’opinione pubblica in merito alla diffusione del contagio e alle misure di prevenzione e di cura”. E’ questo l’allarme lanciato dal Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), dopo l’approfondimento svolto dal deputato Pd Enrico Borghi. I commissari si dicono “preoccupati” dall’attività congiunta di “profili fake, rilancio di post facebook, siti esteri che diffondono in modo coordinato su numerose piattaforme e account notizie fuorvianti, sono solo alcune delle forme dei fenomeni di disinformazione riconducibili al mondo del web, volti a creare sovraccarico informativo circa l’individuazione dei vaccini, i rimedi terapeutici e gli strumenti diagnostici efficaci a fronte del contagio”. Il coronavirus viene definito il “palcoscenico perfetto che alcuni regimi autocratici aspettavano per mostrare una supposta – e non provata – maggiore efficienza e capacità, rispetto alle democrazie occidentali”. Il report del Copasir è netto: “Sia pure con posture differenti tra loro sull’idea di ordine globale, gli attori principali della campagna di disinformazione hanno inserito tale attività in un quadro di parallelismo, posizionando l’Italia come target“. Sul dossier è stata svolta una attività di verifica da parte dello European External Action Service (agenzia diplomatica della UE), che ha registrato “la diffusione di fake news in inglese, spagnolo, tedesco e francese allo scopo di alimentare il panico e creare un clima di sfiducia ostacolando la comunicazione ufficiale europea di risposta alla crisi epidemiologica”. In tale contesto, avverte il Copasir, “le relazioni internazionali, lungi dal limitarsi alle sedi istituzionali e alle dichiarazioni ufficiali, possono risentire anche dell’azione di una pluralità di attori strutturati, che tendono a supportare o screditare la reputazione statuale non solo attraverso la disinformazione, ma spesso con la diffusione di messaggi fuorvianti, decontestualizzati o parziali, che raggiungono il pubblico globale. Approfittando della estrema sensibilità dell’opinione pubblica sul tema, si tende a fomentare polemiche contro l’Unione europea e i Paesi dell’Alleanza euro-atlantica”.

Dagospia il 21 maggio 2020. Riceviamo e pubblichiamo. Lettera di Giulio Tremonti al “Corriere della Sera”. Gentile Direttore, ho letto sul “Dataroom” del 20 maggio, a firma di M. Gabanelli  e di R. Franco, l’articolo intitolato “Cinema e live, perdite per 1 miliardo e mezzo”. Nell’articolo è scritto tra l’altro quanto segue: “… con la cultura non si mangia… L’uscita infelice era scappata nel 2010 all’ex ministro dell’economia Tremonti, che disse di essere stato frainteso”. Sono davvero grato per l’attenzione che mi è stata così riservata. Noto tuttavia che da anni ed in tutte le sedi ho escluso di avere pronunciato la frase di cui sopra. Ricordo in specie che alle mie smentite, non ha mai fatto seguito prova contraria. Sono perciò anche oggi costretto a smentire quanto – per la verità con molto garbo – è scritto in “Dataroom”, secondo cui l’“uscita infelice” mi sarebbe “scappata”. Questa uscita non mi è “scappata”, per il semplice fatto che quella frase non è mai stata da me pronunciata! Grato per l’attenzione che vorrete così specificamente riservarmi, Vi invio i miei migliori saluti, Giulio Tremonti.

Gustavo Bialetti per “la Verità” il 21 maggio 2020. Siccome quando un giornalista è garbato e indipendente deve per forza rimanere una mosca bianca, quando un politico lo attacca in modo scomposto l' Odg e il sindacato devono fare finta di nulla. Così, almeno, anche gli altri capiscono che prima di disturbare una conferenza stampa del presidente del Consiglio con una domanda imprevista è meglio pensarci bene. E possibilmente passare ad altro. Domenica scorsa, Alberto Ciapparoni, cronista parlamentare di Rtl 102.5, ha osato chiedere conto a Giuseppe Conte del flop del commissario Domenico Arcuri sul fronte delle mascherine. La risposta della creatura mediatica di Rocco Casalino, più che da Gf, è stata da Grande arroganza: «Se lei ritiene di poter far meglio, la terrò presente». Ovviamente, un minuto dopo, Ciapparoni, collega di rara gentilezza e disponibilità con tutti, era già oggetto di centinaia di insulti da parte dei leoni da tastiera che sui social sembrano invaghiti del nostro premier. Ma la cosa più triste, l' ha raccontata lo stesso giornalista ieri al Secolo d' Italia, ovvero che a distanza di quattro giorni sindacato e ordine dei giornalisti non avevano ancora trovato modo di dire una parola in sua difesa. È un vero peccato, perché stiamo parlando di due entità della cui utilità si dubita da tempo, visto che a parte essere una buon modo di trascorrere la pensione senza dare fastidio a casa, ormai non sono in grado di difendere la categoria da parecchi anni. Certo, se Ciapparoni fosse stato oggetto di scherno da parte di un Salvini o di un D' Alema, sarebbero intervenuti tutti quanti, ma quando parla il premier è meglio far finta di niente. Anche perché in fondo, i cordoni della borsa dei fondi per l' editoria ce l' ha sempre Palazzo Chigi. E il collega che fa domande sgradite, la prossima volta, si arrangi.

"Andrà tutto bene"? Non fidatevi: è la bugia più diffusa nel mondo. Uno studio britannico ci aveva messo in guardia: la frase mantra che ci scorta in questa emergenza cercando di tranquillizzarci in realtà è la frottola delle frottole. Seguita da «che piacere vederti» e «non ho soldi con me». E da 20 fandonie una più spassosa dell’altra. Massimo M. Veronese, Martedì 05/05/2020 su Il Giornale. Lo diceva anche Nanni Moretti: le parole sono importanti. Vanno scelte con attenzione, soprattutto quando diventano il mantra della resilienza, la frase magica che tranquillizza i cuori agitati, la parola d’ordine del futuro: andrà tutto bene.

Andrà tutto bene: la speranza sui balconi d’Italia. Non si è detto altro, nonostante migliaia di morti e la bancarotta economica, andrà tutto bene perché porta bene dirlo. Peccato che uno studio britannico di qualche anno fa, sepolto dalla memoria che non c’è mai, certificasse, dati alla mano, che «andrà tutto bene» è la bugia delle bugie, la moneta più falsa in circolazione nei rapporti umani, soprattutto in Gran Bretagna dove gli uomini mentono cinque volte al giorno e le donne tre. La ricerca commissionata dalla WDK, una nota marca di bevande alcoliche, spiega che «andrà tutto bene» e la sua variabile «va tutto bene» è la menzogna preferita, usata per tagliare corto la conversazione dal 28 per cento degli intervistati. La regina delle frottole che ha però un podio di tutto rispetto. La numero 2 è la frase «che piacere vederti», meglio se accompagnata da un sorriso a denti stretti, e la numero 3 è «non ho soldi con me», buona per tutta una serie di imbarazzanti circostanze. Segue «ti chiamo…», quante volte l’avete detto e c’è ancora gente che aspetta da anni, «mi spiace aver perso la tua chiamata», ruffiano il giusto, «dobbiamo vederci presto», e poi mai più, e «sono già per strada» che traduce il più delle volte «non sono ancora partito da casa». All'ottavo posto l’intramontabile: «Non è vero, quel vestito non ti fa il sedere grande…».Si tratta di piccole bugie (o come dicono gli inglesi «white lies»), che, secondo i due terzi degli intervistati, non fanno male a nessuno e nemmeno sentire in colpa. «La maggior parte delle persone - aveva detto al tabloid Daily Mail un portavoce della WDK - ricorre a innocenti frottole per non ferire i sentimenti altrui». O per tranquillizzarlo quando è necessario. Del resto si dice che lo stesso complimento è una bugia in abito da sera'.Se poi uno vuole divertirsi nella classifica delle 20 panzane più usate, nell'era dei telefonini e di internet, ci sono anche «sono bloccato nel traffico», «non ho campo», «certo che ti voglio bene», «ho il server che non funziona”, “la sveglia non ha suonato», «l’assegno è stato depositato», «mi è morta la batteria», «il treno era in ritardo», «ti richiamo tra un minuto», «che buono!» e «stasera vado in palestra».Per completezza d’informazione va detto, però prendendo con le pinze la morale dei numeri, che gli uomini mentono di più delle donne e su argomenti diversi. Con quattro falsità al giorno, ogni anno uomini e donne raccontano in media 1.460 bugie a testa e nel corso della vita 88mila. Gli uomini sono disposti ad ingannare la propria fidanzata per una vasta compilation di ragioni: andare al pub e allo stadio, rassicurare lei sul suo aspetto fisico e flirtare con un'altra. Il 29 per cento ha taciuto alla propria partner il fatto di aver corteggiato un'altra ragazza. Un classico. Le donne, invece, non dicono quanto hanno speso veramente per un vestito (44 per cento), quanto hanno bevuto (30 per cento), quanto pesano, a quanto ammonta il loro debito e quanto esercizio fisico fanno.La più brutta per tutti è quella che nasconde un tradimento, ma da questo punto di vista, spiega sempre la ricerca, le donne mentono meglio sia quando rifiutano che quando accettano un appuntamento. Nella coda della classifica, se poi volete tutto, ci sono, al proposito, «siamo solo amici», «stasera lavoro fino a tardi», e «mi chiamano sull’altra linea». Nel caso vi becchino, fate finta di niente, comportatevi come durante un’epidemia e siate fiduciosi: andrà tutto bene…

NewsGuard: "Ecco le dieci pagine Facebook che diffondono in Italia disinformazione sul coronavirus". Oltre cinque milioni di utenti, post complottisti e su cure miracolose fasulle alternati a contenuti legati alla moda, alla cucina e alla cura dei più piccoli. La società americana che analizza l’attendibilità dei siti di informazione punta lo sguardo anche sui social media. Jaime D'Alessandro su La Repubblica il 5 maggio 2020. Nel cuore delle donne, Il Nettare dell'amore, La vita, Il pensiero folle di due sognatori. Soprattutto Il mondo di Nelly, Luxury Fashion e Semplicemente Charlie. Sono queste alcune delle pagine Facebook dalle quali vengono diffuse notizie fasulle sul coronavirus. Cure miracolose per eliminarlo, complotti su scala planetaria dietro la sua fantomatica creazione, teorie cospirazioniste sulla diffusione del Covid attraverso le reti per le telecomunicazioni 5G. Parliamo di pagine dedicate in apparenza alla moda, alla cucina, ai bambini con oltre cinque milioni di seguaci che seminano disinformazione fra una ricetta, una poesia, un capo di abbigliamento. "Un modo per occultarsi ai sistemi di controllo del social network", racconta Virginia Padovese, parte del gruppo italiano di NewsGuard Technologies. Nato nel 2018 per volontà di alcuni giornalisti americani, Newsguard è un sistema che censisce e analizza i siti di informazione stabilendone il grado di affidabilità. Grado visualizzabile grazie ad una semplice estensione del browser e presente in Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Ha già censito le testate che raccolgono oltre il 92 per cento del traffico Web. "Stavolta però abbiamo deciso di guardare ai social media, dato che molti siti di disinformazione poi riversano lì i propri contenuti dove vengono ripresi e diffusi". Con 5.482.698 di utenti, secondo l'analisi di NewGuard, le dieci pagine prese in esame hanno contribuito significativamente alla diffusione della disinformazione sul Covid-19 condividendo gli articoli pubblicati da due siti: ViralMagazine.it e FanMagazine.it. Entrambi questi siti sono stati valutati con il bollino rosso non rispettando i criteri fondamentali di credibilità e trasparenza. Per ben 61 volte è stato riproposto ad esempio un articolo che sostiene che limone e acqua calda possano sconfiggere il Covid-19. Sono invece 30 le pubblicazioni su queste pagine del pezzo dove si afferma falsamente che il Governo italiano avrebbe impedito di effettuare i test sui migranti. Di gran moda anche gli articoli deve si sostiene che coronavirus sia stato creato dalla Cina, nascosto in un laboratorio di Wuhan con la complicità dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, e poi diffuso nel mondo. "Abbiamo rimosso centinaia di migliaia di contenuti di disinformazione e abbiamo mostrato l’avviso di notizia falsa analizzata da fact-checker indipendenti su 40 milioni di post nel solo mese di marzo", fanno sapere da Facebook. "Stiamo anche fornendo informazioni sanitarie ufficiali attraverso le nostre app: finora abbiamo indirizzato oltre 2 miliardi di persone alle risorse messe a disposizione dalle autorità sanitarie attraverso il nostro Centro Informazioni sul coronavirus (COVID-19) - e sono oltre 350 milioni le persone che hanno cliccato per saperne di più". Ma non c'è modo di sapere se il social network si sia accorto o meno dei contenuti segnalati da NewsGuard che hanno raggiunto milioni di persone. Perché vengono pubblicati? "Negli Stati Uniti spesso è per vendere prodotti curativi che poi curativi non sono", conclude Virginia Padovese. "In Europa invece si punta più alla cospirazione che ha evidenti motivazioni politiche". Non è un lavoro facile quello di NewsGuard. In un mondo nel quale figure istituzionali di primo piano trovano "interessanti" l'ipotesi di usare forme di disinfettante per pulire il corpo dal virus, combattere la disinformazione è una strada decisamente in salita. Nota del 6 maggio. Stando alla NewGuard, dopo la pubblicazione dell’indagine, nove pagine Facebook sulle dieci citate sono state chiuse. Un buon segno.

Cos’è Plandemic, la nuova teoria del complotto sul Coronavirus “diffuso dai ricchi”. Redazione su Il Riformista il 9 Maggio 2020. È il piano Kalergi, la rinomata bufala sulla sostituzione etnica delle popolazioni europee incentivando l’immigrazione da Africa e Asia, applicato al Coronavirus. È diventato incredibilmente virale, tanto da spingere i principali social network a iniziare le complicate operazioni di rimozione, un video noto come Plandemic, diventato anche un libro in vendita su Amazon. Di cosa si tratta? Plandemic mette insieme una serie di strampalate teorie del complotto sul Coronavirus, molte con un importante seguito anche in Italia, in un disegno più ampio che fa riferimento finale ad un piano dei ricchi del mondo per spingere i cittadini a vaccinarsi. All’interno del video poi ci sono una sequela di affermazioni senza alcun fondamento scientifico, dalla mascherine che non proteggono dal virus ma che, anzi, sono dannose, all’acqua del mare che contiene microbi guaritori. L’autrice del video si spinge anche a formulare l’ipotesi che il numero reale dei decessi sia molto più basso del dato ufficiale, il tutto ovviamente per una gigantesca macchinazione dei ‘ricchi’ per aumentare il controllo sulla popolazione. Ma chi c’è dietro Plandemic? Come spiegano Bbc e Washington Post, l’autrice del video èJudy Mikovits, una biochimica finita al centro di uno scandalo nel 2009 per uno studio inizialmente pubblicato sulla nota rivista Science e poi ritratto, che collegava erroneamente la sindrome da fatica cronica a un retrovirus venuto dai gatti. Da quel momento Mikovits è caduta in disgrazia nell’ambito della comunità scientifica internazionale.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 12 maggio 2020. Judy Mikovits è convinta che il mondo intero ce l' abbia con lei. O meglio le élite, i poteri forti, Bill Gates, Anthony Fauci, gli ex colleghi del National Cancer Institute. Non si è capito, però, perché lei ce l' abbia con tutti noi, visto che da mesi sta avvelenando i pozzi dei social con bugie colossali e pericolose sulla diffusione del Covid-19. Ma la cosa più inquietante è che una parte dell' opinione pubblica americana, anziché seppellirla con una risata, per quanto amara date le circostanze, la segua con devota e bovina passione. Mikovits ha 62 anni (o forse 63 non c' è chiarezza manco sull' anno di nascita), si è laureata nell' Università della Virginia e poi ha conseguito un dottorato in biochimica alla George Washington University. Ha lavorato per 22 anni al National Cancer Institute, a Bethesda, vicino a Washington, il centro che coordina la ricerca sui timori negli Stati Uniti. Un posto importante. Judy se ne andò nel 2001. Si trasferì in California. Per un certo periodo fece la barista in uno Yacth club, poi fu assunta da un centro privato, il Whittemore Peterson Institute. Continuò a fare ricerca finché nel 2009 non firmò uno studio sulla sindrome da stanchezza cronica. La rivista «Science» prima lo pubblicò, poi gli esperti della pubblicazione si resero conto che le conclusioni non erano fondate e l' articolo fu ritirato. Nel 2011 fu arrestata con l' accusa di aver rubato dati e materiali per la ricerca del Whittemore Peterson Institute. In quel momento cominciò la mutazione radicale di Mikovits. Anziché rimettere mano alle evidenze empiriche si lanciò sul terreno, purtroppo fertile negli Usa, delle teorie cospirative. Ora ha messo insieme tutte le sciocchezze immaginabili sul Coronavirus e naturalmente non provate come per esempio che il segnale cellulare del 5g favorisca il contagio. Ne ha tirato fuori un libro e poi un documentario titolato «Plandemic», cioè pandemia pianificata. Il successo è stato clamoroso e inquietante: una sequenza del documentario ha totalizzato otto milioni di visualizzazioni su YouTube in una settimana. Si vede la (ex) scienziata in un laboratorio che spiega come il flagello sia stato progettato da Bill Gates e dal dottor Anthony Fauci. Mikovits accusa il virologo di riferimento della Casa Bianca di aver insabbiato una sua portentosa ricerca che dimostrava come i vaccini indeboliscano il sistema immunitario. Il «New York Times» ha calcolato che la parola «Mikovits» viene citata sui social e in tv fino a 14 mila volte al giorno. La contraerea scientifica finora non è riuscita ad arginare il fenomeno. Facebook, YouTube e Vimeo hanno cancellato le immagini di «Plandemic» dalle loro piattaforme. Nel frattempo Bill Gates è diventato il bersaglio di una campagna d' odio. E la polizia ha assegnato la scorta a Fauci.

Il complotto.  Alessandro Bertirotti il 21 maggio 2020 su Il Giornale. È tutta questione di… conoscenza. Siamo tutti consapevoli dell’utilità di Internet. Accediamo a notizie che provengono, in tempo reale, da tutto il mondo. Sappiamo tuttavia che all’interno di queste notizie ve ne sono alcune prodotte ad arte. Per confondere, mistificare e fuorviare completamente il lettore, rispetto al fatto in sé. In fondo, anche secondo una prospettiva evolutiva, la menzogna è funzionale alla stessa verità, proprio perché ne evidenzia una presenza, nascosta ma da cercare. Il lettore contemporaneo deve, così, essere attento nella valutazione di quello che legge, mentre, forse un tempo, avrebbe potuto prestare una maggiore fiducia. Ma non ne sono sicuro totalmente, anzi ho qualche dubbio anche sul passato. Bene, data questa premessa, voglio ora riflettere insieme a voi sul fatto che alcune persone, e mi sembra che stiano via via aumentando, ritengono che l’umanità sia vittima di infiniti complotti. Ovviamente, a danno di molti, ad opera di pochi potenti, ma molto influenti. Nel 1963, il grande Karl Raiumund Popper, nel suo Congetture e confutazioni, sosteneva che alcune persone tendono ad attribuire tutto ciò che a loro non piace ad un disegno intenzionale di pochi individui, genericamente definiti “altri“. Ecco perché diventa particolarmente interessante, anche da un punto di vista antropologico-mentale, cercare di capire quali sono le tipologie identitarie di queste persone. In un sondaggio del 2013, condotto negli Stati Uniti, in riferimento all’omicidio di John Kennedy del 1963, un cittadino su due si è detto convinto che sia stato il frutto di una cospirazione, mentre solo il 4% ha dichiarato di credere che “individui simili ai rettili controllino il mondo, assumendo sembianze umane, ed occupando posizioni di potere”. E questo 4% corrisponde a 12 milioni di persone. Un numero relativamente inquietante. La conclusione dei ricercatori è che le persone che tendenzialmente credono ai complotti possiedono una comune visione del mondo. Innanzitutto, sono generalmente convinti che il mondo è uno spazio governato da forze sinistre ed occulte. E questo, indipendentemente dal tipo di complotto al quale credono. In effetti, da precedenti ricerche, emerge che la mentalità cosiddetta complottista è legata alla profonda sensazione di non avere il controllo sulla propria vita, come se questa fosse governata da qualcun altro. In un ulteriore studio, risulta relativamente evidente che tutti coloro che pensano di non poter controllare quasi nulla della loro vita hanno altresì la tendenza a credere che il mondo sia governato da complotti, mentre ciò non accade per coloro che hanno un atteggiamento meno fatalista. E quando faccio riferimento al concetto di “poco controllo sulla propria vita“, intendo parlare anche di coloro che sono in situazioni professionali precarie, che vivono una situazione lavorativa senza sicurezze. Ecco perché credere nel complotto favorisce la sensazione illusoria che tutto dipenda da una volontà altrui, e non certo dalla personale capacità di cambiare le cose nella propria vita. Siamo cioè in presenza di una sorta di “delega di responsabilità“. Individuare oscuri disegni, laddove molto probabilmente e di fatto non esistono, lascia quantomeno la sensazione di possedere un certo potere sulla propria esistenza, maggiore rispetto a quella che può darci il pensare alle dinamiche del meteo, come incontrollabili e ineluttabili. Ma non vi è solo questo. La spiegazione di questo atteggiamento mentale, che vede nell’idea di complotto una compensazione rispetto alla incapacità di gestire le proprie scelte di vita, si unisce all’evangelizzazione di questi creduloni, perché gli altri diversi da loro sono Schalafaschaf, “capre dormienti”. In sostanza, loro sono gli intelligenti, e tutti gli altri esseri umani sono dei deficienti. Tutti noi attendiamo che loro ci dicano quale strada percorrere, perché sanno secondo quali dinamiche evolverà il mondo. Oltre ad essere intelligenti, sono anche preveggenti.

Quale conclusione possiamo trarre? Bene, molto probabilmente coloro che aderiscono a una teoria complottista hanno anche la presunzione di sentirsi superiori rispetto alle masse ignoranti, e rafforzano così la propria debole autostima. L’idea complottista non deriva, dunque, solo o semplicemente, dalla percezione di non avere il controllo, ma anche, e forse soprattutto, dalla convinzione di essere unici, talmente originali da essere anche geniali. Infatti, le persone che pensano di essere unici tendono a sposare più delle altre persone le teorie complottiste. Inoltre, coloro che tendono a considerare vere le diverse tipologie di complotto hanno maggiori probabilità di credere a quelle supposizioni che sono sostenute da pochissime persone. In altre parole, credere nei complotti è tipico nelle persone che tendono a sposare teorie poco popolari, dando più importanza all’esclusività di una convinzione che alla sua credibilità. Credere che esistano strane macchinazioni mondiali dietro a quasi tutti gli eventi eccezionali non è solo il risultato dello sforzo di dare un senso al mondo, ma può anche essere gratificante, in quanto ci darebbe quell’aura di conoscenza esclusiva, in grado di allontanarci dal resto delle “capre dormienti”. Insomma, andiamo bene.

La bufala del dottor Shiva sul complotto dei potenti per il vaccino del Coronavirus. Redazione su Il Riformista il 16 Aprile 2020. Si è addirittura conquistato un paragrafo sulla sua pagina Wikipedia: “disinformazione sul Covid-19”. Eppure le sue teorie continuano a circolare in rete. Si tratta del dottor Shiva Ayyadurai, nato in India ma trapiantato negli Stati Uniti. Scienziato, ingegnere e imprenditore, si legge sulla sua pagina Wikipedia. Già diventato noto in passato per essersi attribuito l’invenzione dell’email, in questi giorni sta diventando celebre per aver rilanciato teorie complottiste e bufale sul coronavirus. In un’intervista al The Next News Network ha dichiarato che la pandemia è un complotto dei cosiddetti “poteri forti” per costringere il mondo a sottoporsi a un vaccino. E chi sarebbero i burattinai di questa pandemia? Più o meno i soliti noti: ovvero i politici Bill Clinton e Hillary Clinton, il filantropo e fondatore di Microsoft Bill Gates, Big Pharma ed Anthony Fauci, immunologo e consigliere della Casa Bianca. Tutti pronti a trarre profitto da un vaccino da somministrare a tutto il mondo. Il video è stato tradotto e ripreso anche da siti italiani con titoli come: “tutto quello che dobbiamo sapere sul Covid-19”, oppure “tutto quello che stanno nascondendo sul coronavirus”. E non è l’unica fake news rilanciata dal Shiva Ayyadurai. Precedentemente, oltre ad aver suggerito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump come non fosse opportuno ordinare il lockdown a causa del covid, aveva anche sostenuto l’efficacia della vitamina C contro il contagio. Una teoria simile era circolata un mese fa, in particolare in Lombardia, attraverso una catena whatsapp. Un messaggio vocale sosteneva infatti l’efficacia delle compresse da un grammo di Cebion contro il coronavirus, salvo poi essere categoricamente smentito dalla comunità scientifica. Già prima di diventare celebre in tutto il mondo per il coronavirus Shiva Ayyadyurai si era anche una delle invenzioni più rivoluzionare del ventesimo secolo: la posta elettronica. Aveva infatti sostenuto che furono i suoi studi negli anni ’70 a portare alla formulazione dell’email. Gli studi sulla tecnologia erano cominciati però già nel decennio precedente fino a quando nel 1971 Roy Tomlinson non mise a punto il sistema tramite ARPANET.

Ora riceve minacce di morte. “Credevo che il coronavirus fosse un complotto del governo”, negazionista finisce in terapia intensiva. Redazione su Il Riformista il 29 Maggio 2020. “Pensavamo che il governo lo stesse usando per distrarci, o aveva a che fare con il 5G. Quindi non abbiamo seguito le regole o cercato aiuto prima”. A parlare è Brian Lee Hitchens, 46enne residente in Florida. Lui e sua moglie non hanno rispettato le misure di sicurezza, hanno contratto il coronavirus, sono finiti in terapia intensiva e il primo pensiero dell’uomo non appena è riuscito a respirare da solo è stato raccontare la sua esperienza a chi, come lui, credeva che il Covid-19 fosse tutto un complotto. “State attenti a cosa leggete, alle fake news, ora mi rendo conto che il coronavirus non è assolutamente falso, è là fuori e si sta diffondendo”, ha scritto in un post pubblicato su Facebook. La moglie è ancora attaccata al ventilatore e la sua condizione non migliora: “I suoi polmoni sono infiammati – ha raccontato alla Bbc – Il suo corpo non risponde.” Quasi quotidianamente, dal suo diario Facebook, dà notizie sulle condizione di salute sue e della moglie, ringrazia i medici e chiede agli amici di pregare per loro. Ma non tutti hanno preso positivamente la sua conversione dal negazionismo alla scienza. C’è chi lo accusa di mentire, chi augura a lui e alla moglie di non sopravvivere. “A tutti voi hater là fuori che mi avete mandato messaggi terribili dicendo che merito di morire, spero che stiate leggendo forte e chiaro questo: ‘Io sono negativo! Lode al Signore!”

Simone Pierini per leggo.it il 29 maggio 2020. Il complottista pentito. Credeva che il coronavirus fosse una bufala inventata dal governo per controllarci. Ha dato credito alle cospirazioni legate al 5G come possibile causa del Covid-19. Per lui la pandemia era soltanto un bluff, poco più di una banale influenza o frutto di qualche complotto mondiale. Ha scelto di non seguire le regole, di non dar perso alle indicazioni sulla quarantena, sul distanziamento, sull'uso della mascherina e su qualunque precauzione necessaria per evitare il contagio. Poi è risultato positivo al test e con lui anche la moglie. Sono entrambi finiti in ospedale con la donna attaccata a un ventilatore in terapia intensiva. Ha toccato con mano il dramma di una malattia invisibile e ha finalmente aperto gli occhi. «State attenti a cosa leggete, alle fake news, ora mi rendo conto che il coronavirus non è assolutamente falso, è là fuori e si sta diffondendo», le sue parole mentre la moglie lottava tra la vita e la morte. È la storia di Brian Lee Hitchens, 46enne residente in Florida, che lui stesso ha raccontato attraverso il suo profilo Facebook, ripresa successivamente da testate statunitensi e pubblicata oggi su Il Foglio in un articolo a firma del professor Enrico Bucci, scienziato e docente alla Temple University di Philadelphia. Brian Lee Hitchens era diventato un negazionista del virus, stregato dalle tantissime fake news che continuano a girare nel web e tra i social network. A queste aveva dato credito ignorando i rischi del coronavirus a conferma di quanto la disinformazione sia pericolosa per se stessi e per le persone che ci circondano. Dal giorno del pentimento l'uomo ha pensato solo a ringraziare gli infermieri e i medici in prima linea. Attraverso la sua esperienza ha cercato di indirizzare tante persone che come lui danno credito al mondo complottista di aprire gli occhi e di rendersi conto di quanto realmente grave sia questa pandemia. La moglie sta migliorando ma lotta ancora con il virus. Lui invece ne è uscito, risultato negativo ai successivi tamponi. Purtroppo però ora si sta scontrando con altro. Gli stessi complottisti, haters, ora lo hanno messo nel mirino, gli hanno augurato la morte a lui e alla moglie. E lui ha denunciato tutto in un post pubblico. «Devo solo togliermi qualcosa dal petto stamattina - ha scritto - A tutti voi hater là fuori che mi avete mandato messaggi terribili dicendo che merito di morire, spero che stiate leggendo forte e chiaro questo: "Io sono negativo! Lode al Signore!"».

Coronavirus e complottisti: “Il COVID-19 non esiste, il virus è il 5G”. Le Iene News il 6 maggio 2020. Il nostro Gaston Zama ci porta a conoscere i massimi esponenti del complottismo, concordi su un punto fondamentale: "Il Covid-19 non esiste, è tutta una copertura architettata per coprire i danni del 5G”. Ecco le loro teorie. Nel 2020 solo una cosa si diffonde più veloce del COVID-19: il virus del complottismo. Il nostro Gaston Zama ci porta in questo mondo, attraverso le voci dei massimi esponenti della categoria. E sono concordi su un punto fondamentale: "Il COVID-19 non esiste, è tutta una copertura architettata per coprire i danni del 5G". Rosario Marcianò, precursore delle scie chimiche in Italia e autore di “Attacco dal cielo”, ha le idee chiare: “La situazione in cui ci troviamo adesso è stata preparata da lungo tempo”. Il COVID-19 sarebbe stato tutto studiato a tavolino, nei minimi dettagli. “Siamo sotto controllo da tanti anni ormai. Ci spiano costantemente”, dice invece Il Corvo. Secondo alcuni mantenere l’anonimato è il modo migliore per portare avanti la verità, Marcianò invece ci ha sempre messo la faccia. “Sui media nazionali vedo solo la versione ufficiale”, ci dice. “Le notizie alternative sulla rete vengono insabbiate”. “Il coronavirus è stato solo l’inizio per spaventare il popolo”, aggiunge Il Corvo. E Marcianò ci porta dentro la sua teoria: “Io sono dell’opinione che le conseguenze derivanti dall’uso intensivo del 5G vengono coperte con questa storia del COVID-19. Io non ho paura di prenderlo, perché non esiste”. “E’ solo un diversivo”, aggiunge ancora Il Corvo. Parliamo del 5G, la neonata tecnologia di quinta generazione con prestazioni migliori rispetto al 4G. “Il 5G rispetto agli altri campi magnetici ha in peggio la frequenza”, spiega Marcianò. “Le microonde. Tanto è vero che noi le usiamo per cuocere il pollo. Potremmo essere dei polli che vengono leggermente cotti”. “A te fa piacere vivere in un forno a microonde? A me no”, asserisce Il Corvo. Il segnale del 5G è vero, viaggia grazie alle microonde. Ma le frequenze sono diverse: “L’importante è l’energia: nel forno a microonde viene pompato un chilowatt, nel modem di casa la potenza è 0,1 watt. Diecimila volte più piccola”, spiega Patrizia Caraveo, direttrice dell’Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica di Milano. L’infondata teoria di cui vi abbiamo parlato qui sopra ha scatenato il panico in tutto il mondo. C’è anche chi ha dato fuoco alle torri del 5G. Il governo inglese è stato perfino obbligato a smentire la teoria pubblicamente: “Questa storia sul 5G è pura spazzatura, non ha senso, è il peggior tipo di fake news”. Ma ci sono anche altre sfumature in questa teoria: c’è anche chi, come Il Corvo, sostiene che “le antenne del 5G sono praticamente i vettori del virus”. Siete impazienti di saperne di più sulle teorie complottiste? E soprattutto perché non sono vere? Beh, allora guardate il servizio di Gaston Zama qui sopra!

Il nostro Gaston Zama querela uno dei complottisti del Covid19 intervistato nel suo servizio. Le Iene News l'8 maggio 2020. Le Iene News l'8 maggio 2020. Prima una shit storm, poi insulti e minacce sempre più pesanti. Il nostro Gaston Zama si è visto costretto a denunciare uno dei complottisti del Covid19 di cui ha raccontato le sue teorie nel suo ultimo servizio de Le Iene. Ancora prima della puntata di martedì, i complottisti del COVID19 hanno colpito con una tempesta di insulti il nostro Gaston Zama. Dopo la messa in onda del suo servizio che potete vedere qui sopra, sono passati a minacce sempre più forti. Così è stato costretto a denunciare "Il Greg", uno dei complottisti. “Ragazzi ho appena dato mandato di querelare questa persona qui e vi spiego il perché. Nel mio servizio mi sono concentrato in particolare su una delle mille tesi strampalate che girano di questi tempi, ovvero quella che mette in correlazione il COVID19 con il 5G. Prima della messa in onda, quando ho comunicato sui social che avrei affrontato quell'argomento/quel complotto, sono stato subito colpito da una “shit storm” - una tempesta di insulti, minacce e quant'altro che si è poi amplificata dopo la messa in onda del servizio. Nulla di drammatico eh, ci mancherebbe altro, però con il passare delle ore gli insulti sono diventati sempre più infamanti, motivo per cui querelo questa persona che tra le altre cose in un suo filmato caricato su youtube mi definisce “un criminale”. Spero di cuore che sia la prima e ultima querela della mia vita nei confronti di qualcuno. Ancora una volta ci tengo davvero a ringraziare tutte quelle persone che mi stanno scrivendo dei bellissimi messaggi, non era scontato anche perché ovviamente i problemi sono altri, sia ben chiaro! Però non nego che questi vostri messaggi d'affetto nei miei confronti mi facciano davvero piacere. Scusate il messaggio prolisso ma ci tenevo, ora perdonatemi ma scappo in cucina a scolare la rana”.

I complottisti estremisti e le shit storm organizzate sui social. Le Iene News il 19 maggio 2020. Dopo la messa in onda del servizio sul complottismo su 5G e il coronavirus, siamo finiti al centro di una shit storm organizzata sui social da gruppi specializzati in questo genere di attività. Con l’aiuto dell’esperto Alex Orlowki e i consigli della Polizia postale, il nostro Gaston Zama ci porta a conoscere questo oscuro mondo online. Dopo il servizio del nostro Gaston Zama sui complottisti del COVID-19 si è scatenata una vera tempesta sui social, come potete vedere qui sopra. Nel servizio parlavamo dei cospirazionisti che pensano che il coronavirus sia collegato al 5G. In molti si sono scatenati online, con tanti insulti ma nessuna spiegazione su come per esempio l’Iran - dove non c’è il 5G - abbia avuto così tanti casi di coronavirus. Attenzione, non tutti i complottisti sono dei facinorosi. Come il Moralizzatore: “Secondo me nessun pensiero deve andare a finire in violenza verbale. Ho letto anche minacce di morte”. Insomma, un complottista moderato. “Io non trovo un nesso tra il 5G e il coronavirus”, ci dice ancora il Moralizzatore. “Secondo me il discorso è un altro”. Ma prima di scendere di nuovo nei meandri di questo mondo, vi sveliamo una cosa: consci di cosa sarebbe potuto accadere, ci eravamo rivolti ad Alex Orlowski, esperto di reti sociali e disinformazione online. Dal momento in cui abbiamo condiviso sui social il servizio, ha monitorato ogni schizzo della shit storm. Alex ci ha spiegato come vengono organizzate queste ‘tempeste di merda', come potete vedere nel servizio qui sopra. La shit storm contro il servizio di Gaston Zama ha generato oltre 12mila commenti nel primo post su Facebook, con migliaia di insulti: “Insulti che spesso cadono nelle minacce, quando ti senti parte e protetto da un gruppo… lo lo chiamerei squadrismo online”, ci dice Alex. Il gruppo che sembra aver organizzato tutto questo non è nato per attaccare noi, ma era attivo già da tempo. Tra i bersagli ci sono stati anche Enrico Mentana e il leader delle Sardine. Il nostro servizio è stato accolto positivamente da moltissime persone online, l’indagine di Alex però si è focalizzata su quei gruppi che ci hanno attaccato insultandoci. E potete vedere quali sono nel servizio qui sopra. “È come un esercito organizzato”. Tra i tanti gruppi coinvolti in questa shit storm, sono molti ad avere come oggetto il 5G o i vaccini. Tra le vittime dello shit storm nelle ultime settimane c’è stato anche Vasco Rossi, che su Instagram ha consigliato di scaricare l’app Immuni per il tracciamento dei casi di coronavirus in Italia. Alex Orlowski ha anche analizzato quali sono le parole più usate per insultarci: “Venduti, vergognatevi, buffoni, disinformati”, e via discorrendo. E non solo: è anche riuscito a ricostruire numerose caratteristiche delle persone che hanno partecipato alla shit storm contro di noi. Qual è l’identikit del complottista che ci insulta? Uomo, tra i 40 e 60 anni, con capacità linguistiche di un ragazzino. Questa collaudata macchina del fango “è una tecnica molto in uso sia da parte di alcune forze politiche che da gruppi di attivisti”, ci spiega Alex. Attivisti di alcune frange estremiste di no vax, no 5G e altre. Di alcune di queste tesi il nostro Gaston Zama ci ha parlato nel precedente servizio. E attenzione, che abbiamo fatto anche un’altra scoperta: il leader del gruppo che ha innescato la shit storm contro di noi è un terrapiattista. Queste persone, insomma, si attivano per bombardare chiunque cerchi di smentire il loro credo. A finire vittime di queste shitstorm è stato anche David Puente, noto debunker: “È evidente che il mio lavoro dia fastidio a qualcuno”, ci dice. “Invece di rispondere in maniera educata, tende a passare agli insulti. C’è stato chi mi ha accusato di pedofilia e anche chi ha diffuso il mio indirizzo di casa alle persone che mi hanno minacciato di morte online”. Anche Barbascura, chimico e youtuber, non se la passa benissimo dopo aver spiegato che non esiste alcuna correlazione tra il 5G e il coronavirus: “Non ho alcun problema che tu mi dica che sono un coglione, ma a un certo punto una o più persone hanno diffuso i miei dati personali. Mi hanno anche scritto: ‘Ti veniamo a trovare sotto casa, ho degli amici che ti vorrebbero tanto conoscere’ e cose del genere”. Sia lui che David Puente hanno denunciato queste persone, che però sono fermamente convinte che sul web non ci siano regole. “Questo è quello che devono dire i leoni da tastiera”, ci spiega Alessandra Belardini, direttore divisione operativa della Polizia postale. “Quando poi si vengono a identificare da leoni diventano un’altra cosa. La diffamazione online è un reato grave che arriva alla reclusione da 6 mesi a 3 anni”. Per le minacce online le pene sono ancora più severe: “Consigliamo al cittadini di agire non solo penalmente ma anche attraverso il risarcimento del danno, che a volta fa anche più male”. Il complottismo e le fake news in questi mesi hanno raggiunto nuove vette e anche per questo stanno arrivano segnali importanti: il re dei complottisti David Icke in Inghilterra è stato bloccato su Facebook e il suo canale su YouTube è sparito. E lo stesso sembra stia accadendo anche in Italia. Le nostre tonnellate di dati raccolte da Alex e il suo team, oltre a altre informazioni, saranno fornite alla Polizia postale. Nel frattempo, preparate i pop corn per la settimana prossima!

Leonardo Leone, un imprenditore tra business e complottismo sul coronavirus. Le Iene News il 26 maggio 2020. Nella terza puntata dei servizi dedicati al complottismo sul coronavirus, il nostro Gaston Zama ci porta a conoscere Leonardo Leone, “imprenditore”, “formatore”, “facilitatore”. E anche convinto della teoria secondo cui il COVID-19 sarebbe stato creato in laboratorio a Wuhan e poi accidentalmente rilasciato. Leonardo Leone è “un imprenditore con numerose aziende in settori differenti e oltre 280 dipendenti”. Uno dei suoi motti è “accontentarsi di partecipare è come accontentarsi di sopravvivere”. Leonardo Leone invece vuole sempre vincere, ma le cose per lui non sono sempre state rose e fiori: “Anche a me è capitato di sbagliare un rigore. Anzi, ne ho sbagliati tanti”. Ma lui ha fatto tesoro dei suoi sbagli, e come traspare dai suoi social oggi ha tutto quello che desidera. Leonardo adesso insegna agli altri la ricetta del suo successo. Da imprenditore è mutato in “formatore e facilitatore”. E voi vi starete chiedendo: ma questo cosa c’entra con il complottismo sul coronavirus? Qualche mese fa, alla fine di uno dei suoi normali meeting, ha parlato proprio del COVID-19: “Sono incazzato a bestia, bisogna fare chiarezza. Numero uno: il coronavirus non è un virus che è nato dal pesce del c*zzo, non è vero che le teste di pterodattilo che si mangiano i cinesi sono andate a male…”. Una rabbia che da quel giorno Leonardo Leone non è mai riuscito a smaltire. Lui non accetta la tesi del contagio da animale a uomo. “Io non credo al caso”, dice Leone. “È certo che non è partito dal mercato di Wuhan, perché lì c’era un laboratorio che si occupa di ricerche in merito ai virus. E sembra che la causa di questa diffusione del virus sia che si siano rotte delle provette e un medico si sia infettato”, dice Leone al nostro Gaston Zama. Una tesi strampalata, che però è condivisa da alcune persone che appaiono sul suo canale YouTube, come potete vedere nel servizio qui sopra. L’idea che il virus sia stato creato in laboratorio comunque è sostenuta anche dal premio Nobel Luc Montagnier, che però è stato seccamente smentito da molti studiosi. Secondo Leone nelle ricerche al laboratorio di Wuhan c’entrerebbero anche gli americani: “L’errore è stato umano di far rompere delle provette, dove uno interno è stato contagiato”, sostiene. E quindi, se è stato un errore non può essere un piano americano in combutta coi cinesi, ma a insospettire Leonardo c’è anche un altro fattore: “Guarda caso, proprio mentre lì (in Cina, ndr) c’è il Capodanno”. Anche perché lui non crede mai al caso. “Svegliamoci un po’, andiamo oltre le apparenze”, ci dice. Come sottolineano spesso i titoli dei suoi filmati su YouTube. Leone parlando con il nostro Gaston Zama allarga il tiro: “Ci sono virologi che asseriscono e certificano che la Sars, l’Ebola e tante altre robe successe nel passato siano un’invenzione dell’uomo e c’è chi dice che invece è tutta roba d’animali e già esistevano. C’è chi dice che i vaccini ammazzano le persone e chi dice che li curano”. Anche se la scienza dice che i vaccini le salvano, le persone: “Eh, la scienza... ma non voglio aprire questa parentesi”. Anche se, sempre su YouTube, lo fa come potete vedere nel servizio qui sopra. E c’è anche altro che insospettisce Leone: “Guarda caso le due regioni (più colpite, ndr) hanno il più grosso impatto sul Pil in Italia”, dice in uno dei suoi interventi. “Un altro caso…”, dice a Gaston Zama. Anche se lui dice sempre che alle coincidenze non ci crede. Leone comunque non si sbilancia, anche se in Rete c’è chi invece sostiene sia tutto un piano architettato. Da chi? Da Angela Merkel che, secondo altri cospirazionisti, sarebbe nientepopodimeno che la figlia di Adolf Hitler. Insomma in questo caso la figlia del Fuhrer, assieme ad altre forze oscure tra cui Bill Gates, avrebbe pianificato la diffusione del coronavirus in Italia per danneggiare la nostra economia a favore di quella tedesca. “Guarda caso qui in Italia le più sfortunate sono le tre regioni più potenti”, dice Leone a Gaston Zama. E confida anche di essere a favore dell’Europa, ma “non sul discorso economico”. Torniamo comunque alla Lombardia e al Veneto: “Le tre nazioni che stanno pagando di più il coronavirus sono l’Italia, la Cina e l’Iran. Non sono queste tre nazioni con cui gli Stati Uniti non hanno tutta questa simpatia?”, dice in un video del 13 marzo. Il motivo dell’antipatia degli States verso l’Italia? La via della Seta! Parliamo dell’accordo commerciale firmato da Italia e Cina qualche mese fa che secondo i cospirazionisti avrebbe infastidito i nostri alleati americani che poi avrebbero fatto il virus con gli stessi cinesi che poi avrebbero diffuso il virus in Europa con l’aiuto della figlia di Hitler e Bill Gates in Veneto e Lombardia. Senza contare che adesso il virus ha fatto più morti negli Stati Uniti che in Cina. “Il senso del mio video è proprio questo, far vedere un’altra realtà”, dice Leone a Gaston Zama. “Se questo panico fosse voluto, ti andrebbe di vivere in questo panico?”. Comunque se è vero che prima della pandemia Leone era mutato da imprenditore a “formatore e facilitatore”, aiutando altri a raggiungere il successo, è anche vero che a quel tempo alcuni suoi video su YouTube arrivavano a poche centinaia di visualizzazioni. Ma adesso Leone ha cambiato pelle, cucendosi addosso le numerose sfumature del complotto e i nuovi filmati raggiungono milioni di visualizzazioni. A fine febbraio, durante il suo incontro con Gaston Zama e quando ancora il COVID-19 non era ancora una pandemia e in Italia i casi non erano così numerosi, ci ha chiesto: “Era il caso di bloccare cinque Regioni? Io ritengo che questa quarantena possa creare più danni di quanti ne possa fare la pandemia stessa”. Alla fine della chiacchierata, che potete vedere qui sopra, ci ha lanciato una sfida: “Vediamo se ho ragione tra un po’ di tempo”. Era il 27 febbraio, c’erano due morti. Oggi sono oltre 32mila, più di 300mila in tutto il mondo. Tra i Paesi più colpiti ci sono quelli i cui governi hanno reagito con più lentezza alla minaccia del coronavirus. Su tutti, gli Stati Uniti di Donald Trump con numeri che sono ancora destinati a salire. Destinati a salire come i follower di Leonardo Leone, che a colpi di complotti ha continuato a progredire nella sua mutazione aumentando il seguito su Facebook e Youtube. Ma forse è solo un caso.

Giornalisti zitti sull'uomo di Ravanusa arrestato e sedato per un'opinione. E’ successo in provincia di Agrigento, nel silenzio generale. A essere colpito dopo la task-force “Minculpop” di Martella è anche il giornalismo indipendente. Rec News compreso. Secondo le Nazioni Unite oggi si festeggia la Giornata della Libertà di Stampa. In Italia, Patria di un dibattito sulla presunta epidemia che si è rivelato inquinato e viziato dagli stessi inesatti dati istituzionali, sappiamo che siamo lontani da questo principio. Oggi più di allora, perché ormai il problema della libertà di esprimersi non è solo dei giornalisti e perché ormai sono tutte le libertà a mancare. Con la scusa del virus.

Ieri in provincia di Agrigento, in Sicilia, un uomo ha preso un megafono e dalla sua auto, senza creare occlusione al traco che ormai non c’è, si è messo a dire che “il virus non esiste”. Queste parole, ormai, dopo i bollettini dell’ISS, le parole di esperti come Tarro che ora si vorrebbe demolire, i falsi positivi, le mire di Bill Gates, le possibilità oerte dalla trasfusione di plasma gratuita e la presenza di cure sistematicamente ignorate, hanno un peso. Ma in Italia anziché discuterne, degli agenti arrestano un uomo che dovrebbe essere protetto dall’Articolo 21 della Costituzione, e lo sedano. Gli praticano un TSO, un trattamento sanitario forzato, tenendolo fermo assieme a personale medico. In rete circola già la voce che fosse “squilibrato”. Valutate da soli (video in basso) se, in realtà, non fosse solo più sveglio della media e – dunque – pericoloso.

Che ne ha fatto quell’uomo? Che ne fanno gli anziani della Sardegna allontanati dalle loro case per la “presunzione” che fossero contagiati, come si domanda in questi giorni il giornalista Cesare Sacchetti? Che ne hanno fatto – ci hanno chiesto – i bambini che a Milano e a Torino sono stati tolti a genitori “contagiati” settimane fa e non sono più tornati? Sindaco Sala, sindaco Appendino, i cittadini – che dovrebbero denunciare alla stampa indipendente (perché con quella commerciale è inutile) e alle Procure, aspettano risposte immediate. Dove sono i servizi indignati dei tg, dei programmi e dei quotidiani di regime che pure hanno schiere di corrispondenti? Perché nessuno ha parlato di quel povero uomo in Sicilia e di questi bambini?

Che cos’è il cittadino per le Forze dell’Ordine che eseguono ordini in maniera supina anche quando sono ingiusti e vanno contro quello che hanno imparato nel corso di una lunga e faticosa carriera? Che cos’è il giornalista che davvero può dirsi tale per la Polizia e per la Polizia Postale? Non una sentinella che vigila sul malaffare politico, da qualunque parte esso provenga, ma un nemico da combattere e a cui causare problemi, da vessare attraverso prassi inconsuete per impedirgli di lavorare. Da perseguitare, stalkerare, tempestandolo di domande che avrebbero facile risposta consultando le FAQ o il footer, dove sono ben esposte le informazioni di servizio. Che ruolo hanno quei pm politicizzati che scrivono sui giornali della concorrenza e lasciano dormire denunce presentate da anni, solo perché non sono gradite ai loro vicini?

Sta accadendo anche a Rec News per i suoi numerosi articoli scomodi: non saremo così stupidi da non tutelarci. Le pressioni – da qualunque parte provengano – come sempre non ci faranno abbassare la testa. Non ci impediranno di pubblicare il frutto delle nostre indagini giornalistiche, per quanto scomode. Se il sito, un giorno, dovesse essere sottoposto alla censura della task-force da Minculpop di Andrea Martella ne apriremo altri dieci uguali. Troveremo sempre nuovi modi per comunicare con la gente, perché questa è la nostra missione, fosse anche tornando al volantinaggio come ai tempi dell’Università. Buona giornata della “Libertà di stampa” a tutti.

Chi è il sindaco “sceriffo” di Ravanusa che ha autorizzato il “TSO da opinione”. Recnews.it il 03/05/2020. Si chiama Carmelo D’Angelo, e a febbraio di quest’anno è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. Fa parte della lista civica “Andiamo avanti”. Chi ha autorizzato il trattamento sanitario sul 40enne di Ravanusa (Agrigento) che sul web sta provocando tanto sdegno, nel silenzio colpevole di Tg, programmi di approfondimento, e quotidiani? Ovviamente, il sindaco, che è Carmelo D’Angelo. In carica a partire dal 2013 dopo una parentesi di consigliere provinciale, fa parte della lista civica “Andiamo avanti”. E’ considerato vicino al deputato Vincenzo Fontana, che dal 2015 al 2017 è stato componente della Commissione Servizi Sociali e Sanitari. Ma questo non è bastato a redarguire il “figlioccio politico” sui comportamenti da tenere nei riguardi di un cittadino che esprime in maniera legittima la propria opinione.  A febbraio del 2020 D’Angelo viene rinviato a giudizio con l’accusa di abuso di ufficio. L’udienza avrebbe dovuto tenersi il 25 marzo, ma così non è stato “causa coronavirus”. La vicenda processuale è nata dopo la denuncia di un avvocato che ha lamentato il divieto, da parte del sindaco, di autorizzare l’uso degli spazi di una biblioteca per il cantante Povia. Gli spazi sarebbero invece stati destinati all’attuale leader di Italia Viva Matteo Renzi. Ancora in carica, ad aprile D’Angelo ha tutto il tempo di mettere mano all’ordinanza “Antiscampagnate” per il periodo pasquale. Uomo di destra, sembra comunque in perfetta sintonia – oltre che con i renziani – con i divieti imposti dal premier Conte. Ma la “Antiscampagnate” impallidisce di fronte a quanto accaduto nella giornata di ieri (stando alla data del video, in alto), quando il 40enne è stato fermato mentre si trovava nel suo veicolo. Stava parlando in maniera pacifica con un megafono del “coronavirus”. L’uomo è stato fatto scendere dal veicolo – non è chiaro con quali modalità – e dopo con la forza è stato immobilizzato e steso a terra da quattro carabinieri, mentre due uomini (forse agenti in borghese) erano intorno. Un totale di sei contro uno. A quel punto, gli è stato somministrato un TSO sedativo da un infermiere o medico, alla presenza di altri due sanitari in camice. Erano presenti anche testimoni. Molte delle persone sono identificabili (in basso). Sul web già circola la voce che si trattasse di uno “squilibrato”. Nel video che precede l’arresto, tuttavia, l’uomo parla in maniera rilassata, affermando di essere perseguitato per le sue opinioni. Il malcapitato, non armato e senza neppure urlare, non ha fatto alcuna resistenza. E, ora, non si sa dove sia.

Ravanusa, dal giornale “anti” Falcone e Borsellino arriva la cronaca postuma delle gesta del sindaco. Rec News 05/05/2020.

Dopo i nostri articoli sul caso Ravanusa sul “TSO da opinione” e sul sindaco responsabile del provvedimento, c’è chi si è svegliato. Non per dire che episodi del genere non devono più accadere, ma per dare ragione ai nuovi metodi.

Dopo i nostri due articoli sul caso Ravanusa (uno sull’uomo sottoposto a TSO per aver espresso un’opinione e uno sul sindaco responsabile del provvedimento) sono comparsi due articoli. Uno sostiene che da parte dei carabinieri non ci sia stato alcun abuso e che anzi le misure fossero più che legittime, ma la trattazione manifesta già due limiti: il primo riguarda i motivi del provvedimento. Ettore Lembo scrive che “la persona sottoposta all’intervento risulterebbe non nuova a certe particolari iniziative”. Ma questo basta, domandiamo, a giustificare un trattamento sanitario forzato? E perché, se l’uomo in questione era davvero pericoloso, si trovava in strada alla guida della sua auto, in pieno giorno?

Alcune vicende di Dario Giuseppe Musso – questo il nome dell’uomo che ha subìto il TSO – risultano travagliate? E’ possibile, fatto sta che il suo arresto politico (perché trattamento sanitario forzato o no di questo si tratta) avviene a inizio maggio di quest’anno per un motivo specifico riconducibile al gesto di prendere un megafono e dire che “non c’è nessun virus“. Che è, per inciso, il senso di quanto hanno ammesso fior fior di esperti, nel momento in cui hanno parlato di allarmismo ingiustificato e di terrorismo psicologico e mediatico. E qui subentra il secondo punto debole della trattazione de La notizia.

Il sito afferma che l’episodio del megafono fosse “marginale”, e che il vero motivo fosse riconducibile al presunto gesto di aver tentato di dare fuoco alla carta di identità. Ma allora perché il TSO non era avvenuto prima, sempre che un accendino in mano basti a motivarlo? Perché Musso, se ritenuto pericoloso, quel giorno se ne andava in giro con la sua auto? Ma non è nulla in confronto al metodo di “verifica” che il firmatario dell’articolo propone: “Un paio di telefonate a amici e conoscenti”, scrive Lembo, sarebbero bastati a non fornire una “errata informazione” che “potrebbe sottoporre ad una distorta luce persone e organismi istituzionali”. Messo in buon conto che il dovere del giornalista dovrebbe essere proprio quello di richiamare all’ordine i politici quando sbagliano, a chi domanda, Lembo, per ristabilire ordine e verità? Proprio a quegli “organismi istituzionali”, cioè al sindaco D’Angelo, che si preoccupa per giunta di ringraziare (!) e ai carabinieri.

E qui giungiamo al secondo sito, che agisce in maniera ancora più singolare e, giorni dopo l’accaduto, se ne esce col postumo Ravanusa, offende i carabinieri per strada: il sindaco dispone il Tso. E’ un articolo di cronaca di quelli “a freddo”, da sfornare con giorni e giorni di ritardo, quando arresto e TSO sono lontani ma gli articoli di chi si permette di parlarne sono vicini. A confezionarlo è Il giornale di Sicilia, la cui versione cartacea passerà alla storia per aver pubblicato lettere contro i magistrati Falcone e Borsellino. Musso, a detta di Paolo Picone che firma l’articolo “se ne andava in giro ad insultare i carabinieri – non è chiaro in che modo e utilizzando quali parole, sempre ammesso che questo possa giustificare un TSO – e a invitare la gente a uscire di casa”.

Eccoci al punto. Non si può disturbare la narrativa di Giuseppi, che è la narrativa degli estimatori dei vaccini, che è la narrativa di chi ha interesse a chiuderci in casa per cambiare la nostra vita perché “niente sarà più come prima”. Non si può dire che è una recita, un esperimento sociale, sennò ti arrestano e ti addormentano. E poi chissà dove ti portano. Dov’è Dario Musso? Visto che legge assieme ai suoi amici giornalisti, caro sindaco D’Angelo, vorremmo saperlo. Perché vogliamo spiegare ai nostri lettori cosa rischiano a essere amministrati da sindaci troppo zelanti che forse a volte dimenticano la loro missione: fare l’interesse del cittadino. Vorremmo sapere dove Musso è stato, quanto è stato trattenuto e dove e per quanto tempo, e – soprattutto – perché. Perché non abbiamo letto di mandati di cattura e perché dire che “il coronavirus non esiste” non è un reato, né un motivo in grado di giustificare la presenza di una decina tra Vigili Urbani, carabinieri e personale sanitario che giocano a tutti contro uno.

Musso è uno squilibrato, un soggetto pericoloso? Abbiamo ascoltato le sue parole prima del TSO e siamo convinti del contrario. Che, cioè, sia solo più sveglio della media, e più coraggioso. Pensiamo che abbia toccato un nervo scoperto, e che per questo sia stato punito. Se è pazzo, lo sono anche tutti quelli che si sono accorti che è tutta una farsa, una commedia a cielo aperto. Per noi di sicuro c’è questo: che dovendo scegliere tra la follia e la supina sudditanza, opteremo sempre per la prima.

Per strada col megafono: “Non c'è la pandemia”. Gli fanno un Tso, il sindaco: “Segni pregressi di instabilità”. Le Iene News il  9 maggio 2020. Un uomo di circa 30 anni è stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio in provincia di Agrigento. È andato in giro in macchina dicendo al megafono che “non c’è nessuna pandemia” e invitando i cittadini a togliersi le mascherine. Per il suo avvocato non si registravano ragioni per il Tso, per il sindaco invece c’erano “segnali pregressi di instabilità mentale”. “Lo hanno sedato perché esponeva le sue ragioni in modo pacifico”. Siete in tanti ad averci segnalato quanto accaduto in provincia di Agrigento: il 2 maggio un uomo intorno ai 30 anni è stato sottoposto a Tso dopo esser andato in giro in macchina gridando al megafono che “non c’è pandemia, levatevi le mascherine e andate a Roma”. Nei video che sono diventati virali online si vedono alcuni momenti dell’uomo che incita la popolazione a non rispettare le norme di contenimento del coronavirus, come potete vedere qui sopra. E si vedono inoltre i momenti in cui viene sottoposto al Trattamento sanitario obbligatorio che viene disposto dal sindaco su richiesta delle autorità sanitarie. Nei momenti del fermo, una persona con il camice bianco sembrerebbe praticargli una iniezione. L’avvocato dell’uomo, intervistato da vari media tra cui Radio radicale, ha detto che “è stato disposto un Tso per iniziativa diretta di un sindaco per una manifestazione non autorizzata condotta con un megafono per le strade del paese”. Secondo il legale si tratterebbe di “un'aberrazione giuridica che non resterà priva di seguito. Non sussistevano i requisiti di legge per il Tso e gli atti già acquisiti difettano di motivazione". La famiglia ha anche fatto sapere di aver avviato le pratiche per la revoca del Trattamento sanitario obbligatorio. Il legale ha anche lamentato difficoltà nel mettersi in contatto con l’uomo dopo il Tso. Sono in tanti sui social media a sostenere che l’uomo sia stato fermato per zittirlo mentre esprimeva le sue opinioni. La versione delle autorità, però, è molto diversa: il sindaco della città - cioè la persona che ha disposto il Tso - ha detto al Giornale di Sicilia che “a malincuore ho dovuto disporre il trattamento per i segnali pregressi di instabilità mentale che l'uomo aveva manifestato. In precedenti occasioni, infatti, si era reso protagonista di azioni che hanno messo in allarme la comunità e si era scagliato contro un carabiniere che lo aveva fermato in un posto di controllo e lui aveva bruciato la carta di identità". Una situazione, quindi, che si sarebbe protratta nel tempo e avrebbe richiesto l’intervento delle autorità sanitarie. Almeno questa è la versione del sindaco, che come vi abbiamo detto è contestata dall’avvocato della famiglia.

I retroscena del TSO a Dario Musso l’attivista sedato a Ravanusa. Redazione .casertakeste.it l'11 maggio 2020. Ravanusa – Sono due i documenti che svelano importanti retroscena sul ricovero di Dario Musso, il 33enne di Ravanusa sottoposto a TSO lo scorso 2 maggio dopo aver preso un megafono per gridare che “non c’è nessuna pandemia”. Il primo è la “proposta” di trattamento obbligatorio redatta da due dottoresse, il secondo, l’ordinanza del sindaco Carmelo D’Angelo. Entrambi sono stati diffusi ed esaminati dall’avvocato Francesco Catania. Diversi gli aspetti che saltano all’occhio, soprattutto se raffrontati al video realizzato da una testimone oculare. Anzitutto, nella proposta di TSO si legge che il ragazzo sarebbe stato in preda a “scompenso psichico con agitazione psicomotoria”. Per dirla in altri termini: alterazioni mentali e convulsioni. Il video, però, lo mostra piuttosto tranquillo mentre si lascia sopraffare dalle Forze dell’Ordine, quasi affidandovisi. Il perché lo ha spiegato nel corso di una video-intervista il fratello Lillo Massimiliano: “Pensava – ha detto – che sarebbe stato solo arrestato”. I medici sottoscrivono dunque un documento che parla di “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici”, e affermano di aver “accertato che il paziente rifiuta gli urgenti interventi terapeutici richiesti dal caso”. Ma quali interventi Musso avrebbe rifiutato, sempre che la somministrazione di un TSO fosse attinente? “Le misure sanitarie extraospedaliere adottate – recita inoltre il pre-stampato su cui si sofferma anche l’avvocato Catania – non risultano attualmente idonee”. Altro segno burocratico, quest’ultimo, di quell’invito a ricevere assistenza che Musso avrebbe dovuto avere prima di subire un trattamento coatto. Invito che, a giudicare dal video, non è mai stato fatto. Dunque le due dottoresse propongono un trattamento ospedaliero presso il Servizio psichiatrico dell’Ospedale di Canicattì che nei fatti, stando a quanto riferito ancora dal fratello e legale, si traduce in una degenza caratterizzata da arti superiori e inferiori legati, catetere, feci rilasciate sul posto, flebo e cibo somministrato da personale infermieristico. Dario meritava tutto questo per il solo fatto di aver preso il megafono o per aver reagito – una settimana prima – a un controllo manifestando tutto il suo dissenso per il sistema di restrizioni in atto? Secondo il sindaco Carmelo D’Angelo, sì. E’ lui a firmare l’ordinanza in cui viene recepita la proposta della dottoressa Maria Grazia Migliore, e a sottoscrivere tutto quanto “rilevato” dal personale medico. Con un’apparente scappatoia: “Chiunque – si legge nel provvedimento – può rivolgere al sindaco richiesta di revoca o di modifica del presente provvedimento”. Una sorta di scaricabarile che, tuttavia, visti i tempi stringenti imposti non avrebbe comunque permesso ai familiari o a chiunque altro di opporsi. Secondo D’Angelo sussistevano, infatti, “evidenti ragioni di celerità di esecuzione del provvedimento”, tali da impedire, perfino, l’accesso agli atti, e tali da “non dover procedere alla comunicazione di avvio del procedimento”.

TSO Ravanusa, “Aberrazione giuridica”. Il caso approda in Parlamento. Rec News 06/05/2020. Secondo il legale del ragazzo si sarebbe configurata la violazione della Costituzione e della legge che regola le prestazioni sanitarie. Secondo il legale del ragazzo si sarebbe configurata la violazione della Costituzione e della legge che regola le prestazioni sanitarie. A Ravanusa i coinvolti a vario titolo (sindaco compreso) nell’episodio di Dario Musso – il giovane sottoposto a trattamento sanitario forzato – hanno commesso una “Aberrazione giuridica”, tanto che il caso – si apprende – approderà in Parlamento tramite interrogazione. In particolare, si sarebbe configurata la violazione degli articoli 21 (libertà di espressione con ogni mezzo di diffusione) e 32 e della Legge 833/1978. A sostenerlo è il legale giovane in un articolo de La notizia.

“Non c’erano i requisiti di legge per il TSO”. L’avvocato sostiene infatti che non ci fossero “i requisiti di legge per il TSO” , e che gli atti acquisiti difettassero “di motivazione”. La normativa vigente, infatti, dispone che prima di procedere a un trattamento forzato che di sicuro lascia conseguenze del soggetto che lo riceve, debbano giungere due certificazioni scritte da parte di due diversi medici all’ufficio del sindaco, e che – aspetto non di poco conto – il soggetto debba essere invitato a ricevere cure. I tempi sono dunque piuttosto lunghi, di sicuro giorni, e stimabili a seconda della gravità del comportamento del soggetto. Ma a Ravanusa, per ammissione dello stesso sindaco, tutto è successo da un momento all’altro.

Il caso del “picchiatore seriale dell’Arcella”. Musso era pericoloso? Nel 2014 in provincia di Padova ci fu il caso del “Picchiatore dell’Arcella”. La vicenda è documentata dal mattino di Padova. Si tratta dell’allora 33enne Mohajer Kourosh, iraniano colpevole di ben sette aggressioni siche “feroci”, stando al termine utilizzato dalla testata. Mohajer senza dubbio è uno di quei mirabili esempi di integrazione: sua l’aggressione a una coppia di anziani, suoi i pugni contro un sessantenne e le minacce a un altro anziano “con un calcinaccio”. Conducibile a lui anche l’aggressione di tre agenti di polizia che tentavano di fermarlo. Caro sindaco, valuti lei se il picchiatore di anziani debba ricevere il Tso. Cordialità.

Eppure per lui il sostituto procuratore Sergio Dini scriveva: “Quanto sopra anche la signoria vostra valuti, nell’ambito delle competenze e delle attribuzioni che le sono proprie, l’opportunità di procedere a Tso nei confronti del predetto. Cordialità”. Come andò a finire? Che più di un mese dopo “Mohajer è stato rintracciato e intrattenuto dagli uomini della polizia municipale negli uffici del commissariato di via Pietro Liberi. L’uomo (…) è stato trasportato in ambulanza al Pronto soccorso dopo una prima valutazione del medico del 118 accorso sul posto su richiesta della polizia municipale”.

Per gli aggressori ultimatum e inviti scritti. Per chi esprime la propria opinione, internamento coatto. “Come sempre avviene in casi del genere – si legge ancora – la valutazione su un eventuale trattamento sanitario obbligatorio, sarà condotta dallo psichiatra di turno che, sentito un secondo collega come prescritto dalla legge, redigerà l’apposito verbale ed eventualmente la sottoporrà al sindaco per la firma. Tale evenienza non è accaduta in nessuno dei tre fermi di polizia operati da polizia e carabinieri (…) Sabato, come risulta da documentazione depositata presso l’azienda ospedaliera, lo psichiatra di turno non ha ritenuto necessario avviare la procedura del Tso”.

A Ravanusa c’erano davvero condizioni tali di “squilibrio” da legittimare l’operato del sindaco e degli altri?

Questo il caso di un picchiatore seriale abituato ad aggredire gli anziani a pugni in faccia, per cui l’autorità preposta “non ha ritenuto necessario avviare la procedura del Tso”. A Ravanusa lo “squilibrio” manifestato era maggiore di questo? Sarà chi di competenza a stabilirlo, tanto più che la famiglia del giovane – fa sapere l’avvocato – ha denunciato l’accaduto. Che, si legge, approderà anche nei Palazzi istituzionali tramite un’interrogazione parlamentare.

Da “la Verità” il 3 maggio 2020. Scivolone di Enrico Letta a causa dell'onnipresente mania per gli inglesismi. Il nostro ha twittato: «Le frontiere non hanno bloccato il virus. Così come la polluzione». L'idea era quella di prendersela con l'inquinamento (dall' inglese «pollution»). Peccato che in italiano per polluzione si intenda, come recita la Treccani, l'«eiaculazione spontanea e involontaria che ha luogo durante il sonno». E pensare che per evitare la figuraccia sarebbe bastato usare l' italiano, senza brutte copie dalle lingue straniere.

Carlo Tarallo per “la Verità” il 3 maggio 2020. Sogno, o sondaggio? In questi giorni di totale caos, con il governo protagonista di uno spettacolo indecoroso, fatto di messaggi contraddittori, ritardi nell' erogazione dei contributi alle famiglie e alle imprese, scuse, dietrofront, figuracce nazionali e internazionali, secondo alcuni luminari dei sondaggi, Giuseppe Conte godrebbe del gradimento del 70% degli italiani. Anzi, più che secondo alcuni, secondo uno: Nando Pagnoncelli, patron di Ipsos, guru dell' intenzione di voto, negli ultimi giorni ha sostanzialmente posizionato Giuseppi su un piedistallo. Il sondaggio pubblicato domenica scorsa, 26 aprile, sul Corriere della Sera, vedrebbe il ciuffo del premier svettare al 66% di gradimento da parte degli italiani (5 punti in più rispetto a marzo). Il buon Pagnoncelli, nei giorni successivi, è andato diffondendo il sondaggio in tv, e in particolare a La 7, emittente di Urbano Cairo, ormai diventata la Telekabul di Conte. Martedì scorso, a Di Martedì, Pagnoncelli ha coccolato affettuosamente Giovanni Floris e i suoi telespettatori, sciorinando i risultati del sondaggione della domenica precedente, quello con la fiducia in Conte al 66% e nel governo al 58%; due giorni dopo, a Otto e mezzo, Lilli Gruber ha arrotondato per eccesso e ha gratificato Conte con una fiducia al 70%. Un plebiscito che neanche Mubarak, negli anni d' oro, avrebbe riscosso al Cairo, nel senso della capitale dell' Egitto. Ma Cairo, inteso come Urbano, patron di Corriere e La 7, ormai ha indossato i panni del VisConte, e quindi non gli dispiace di certo che i suoi giornali e le sue tv facciano la ola al presidente del Consiglio. Quello che è poco «urbano», però, è propinare ai telespettatori solo e soltanto i sondaggi che dipingono un Conte a livelli di gradimento da vera e propria pop star, mentre basta uno sguardo ai social o una chiacchierata con amici, parenti e congiunti, per verificare che la maggioranza degli italiani non ne possono più del premier giallorosso e delle sue continue giravolte a reti unificate. Per renderci conto di quanto Conte, al contrario di quanto  va proclamando Pagnoncelli, non goda affatto della fiducia della maggioranza degli italiani, vediamo i risultati degli altri sondaggi effettuati negli ultimi giorni. Ixè per Cartabianca (Rai 3) il 29 aprile assegna a Conte una fiducia del 60% degli italiani (6 punti in meno di Pagnoncelli, 10 in meno della affermazione della Gruber),e un 57% al governo nella sua interezza; Emg, per la Rai, il 28 aprile, ha chiesto agli italiani: «In questi mesi di chiusura il governo ha fatto abbastanza per preparare la fase 2?». Ha risposto «sì» solo il 28%, mentre la fiducia in Conte viene valutata appena al 42%, in calo di un punto rispetto alla settimana precedente; Tecnè per Quarta Repubblica (Rti) lo scorso 26 aprile, lo stesso giorno del sondaggio di Ipsos, ha chiesto un giudizio su come il premier sta gestendo l' emergenza coronavirus: le risposte positive sono state del 54%, 12 punti in meno della fiducia che nello stesso momento Pagnoncelli attribuiva a Conte. Molto articolato il sondaggio realizzato lo scorso 21 aprile da Winpoll per il Sole 24 Ore. Alla domanda: «Quali di questi personaggi politici ha apprezzato durante questa crisi?», solo il 35% ha risposto Conte (il presidente del Veneto, Luca Zaia, svetta con il 46%, superando anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 32%). Alla domanda: «In caso di un governo di unità nazionale, secondo lei, chi dovrebbe essere il presidente del Consiglio?», il 37,6% risponde Giuseppi Conte, il 62,4% Mario Draghi. Alla domanda: «In generale, quanto è soddisfatto di come il governo sta gestendo l' emergenza sanitaria?», i soddisfatti sono appena il 44%. Il 23 aprile Monitor Italia, per l' agenzia Dire, ha misurato il gradimento verso il governo nel suo insieme: solo il 31,6% ha dichiarato di avere fiducia nell' esecutivo. Passiamo a Termometro politico, che il 21 aprile ha chiesto agli italiani: «Lei ha fiducia nel premier Giuseppe Conte?». Le risposte: sì, molta 21,9%; sì, abbastanza 20,7%; no, poca 11,5%; no per nulla 45,2%. Questi sondaggi sono tutti pubblicati sul sito sondaggipoliticoelettorali.it, curato dal Dipartimento informazione e editoria della presidenza del Consiglio dei ministri. Trattasi di numeri, freddi numeri, freddi come quelli di Ipsos, che però assegna a Conte, rispetto ai colleghi degli altri istituti, tra i 20 e i 30 punti in più di gradimento. Naturalmente, nessuno mette in dubbio la correttezza, la professionalità e l' esperienza di Pagnoncelli, che magari avrà telefonato, casualmente, a una serie di congiunti e affetti stabili del premier. Resta però il dubbio sul perché i media di Cairo non abbiano la voglia di mostrare ai lettori e ai telespettatori anche i sondaggi che fotografano una situazione completamente ribaltata, con la stragrande maggioranza degli italiani che non hanno fiducia né in Conte e tanto meno nel governo da lui guidato. Sarebbe un modo assai più urbano di fotografare la realtà.

Ilvo Diamanti per “la Repubblica” il 3 maggio 2020. La notte del virus continua. E si fatica a vedere la luce, all' orizzonte. Semmai, ci stiamo abituando a muoverci nel buio. O almeno, nella penombra. Peraltro, i fari che hanno illuminato il nostro percorso, nelle ultime settimane, hanno perso un po' di energia. Ma resistono. Senza che altri riescano a rimpiazzarli. In altri termini, il governo e il premier, Giuseppe Conte, vedono ridursi il grande consenso conquistato di recente. Ma di poco. Mentre i principali partiti di opposizione e i loro leader si perdono sullo sfondo, buio, di questa emergenza. Riassumerei così le opinioni degli italiani, che emergono dal sondaggio condotto da Demos, nei giorni scorsi, per l' Atlante Politico di Repubblica. Il consenso verso il governo, infatti, nell' ultimo mese subisce un calo significativo: 8 punti. Tuttavia, il sostegno nei suoi confronti resta maggioritario: 63%. Per incontrare indici di fiducia verso il governo altrettanto elevati, se saltiamo il dato del mese scorso, bisogna risalire al settembre 2018, all' inizio del primo governo Conte, imperniato sull' alleanza fra Lega e M5s. O, prima ancora, al 2014, quand' era premier Renzi. La Lega di Salvini, peraltro, scende ancora, nelle indicazioni di voto. Resta il primo partito, in Italia, con il 26,6%. Ma scivola di quasi 8 punti, rispetto alle elezioni Europee dello scorso maggio (2019). A Centro-Destra, i Fratelli d' Italia di Giorgia Meloni confermano le posizioni degli ultimi mesi, attestandosi sul 13,6%. Mentre FI sembra aver frenato una discesa che pareva inarrestabile. E si ferma al 6,2%. Ben lontano dai fasti di un passato, peraltro, neppure lontano. Rispetto alle elezioni Politiche del 2018, comunque, il suo peso elettorale risulta più che dimezzato. Parallelamente, le forze di governo si consolidano. Senza, però, mostrare grandi progressi. Il Pd si avvicina al 22%. Mentre il M5S risale oltre il 16%, dopo molti mesi di declino. LeU e la Sinistra mantengono il loro spazio, per quanto limitato. Chi non sembra in grado di ripartire, o meglio, di partire, è Italia Viva. Il Partito di Renzi. Poco sopra il 2%. Più che un "partito personale", appare un "partito - e un leader - senza persone". Senza elettori. E ciò spiega, in parte, l' atteggiamento polemico di Renzi. Alla ricerca di visibilità e "distinzione", soprattutto in questa fase. La fiducia verso i leader precisa queste tendenze. Conferma la posizione del premier, Conte. In calo di non pochi punti: 7. Ma ancora saldamente davanti a tutti, con il 64% di valutazioni positive. Seguito dal governatore del Veneto, Luca Zaia, oltre il 50%. Ma, soprattutto, molto avanti rispetto a Matteo Salvini, il "capo" del suo partito. Il quale scende al 37%: quasi 10 punti in meno, in un mese. Così si allinea ad Attilio Fontana, governatore della Lombardia. La "sua" regione. Come Salvini rammenta e ripete spesso, nelle ultime settimane. Con due conseguenze, forse non del tutto intenzionali: ri-dimensionare Fontana e mettere fra parentesi l' identità "nazionale" della sua Lega Il calo di gradimento più sensibile, fra i leader, riguarda, però, Giorgia Meloni: 12 punti in meno rispetto al mese scorso. Superata da Roberto Speranza. Ministro della Sanità. Al centro dell' attenzione e delle "speranze" dei cittadini. Poco sotto (al 40%), incontriamo altre figure importanti di questa stagione politica, Dario Franceschini e Luigi Di Maio. Seguiti dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Accanto a Silvio Berlusconi. In fondo alla graduatoria (o quasi) rimane Matteo Renzi, apprezzato (si fa per dire) dal 20% degli elettori. Certamente più del suo partito. Dal sondaggio di Demos emerge l' immagine di viaggio incerto. Attraverso un tempo senza tempo, che alterna momenti di emozione e di frustrazione. Oggi viviamo una fase di attesa, dopo il picco dei consensi raggiunto dal governo in mezzo - o meglio, in cima - all' emergenza determinata dal Covid. La paura e, più ancora, la necessità di affrontare una minaccia senza volto, che colpisce persone e "volti", talora noti e "familiari", ha suscitato un moto solidale. I cittadini, dunque, si sono stretti intorno al "capo" - del governo. Nazionale ma anche regionale. Chiusi in casa. In famiglia. Eppure "insieme". Hanno messo da parte le divisioni. Politiche - ma non solo. E hanno di-mostrato uno spirito unitario, che non si ricordava da tempo. Oggi, dopo oltre un mese ai "domiciliari", questo sentimento resiste. Con qualche in-sofferenza. Ma due italiani su tre continuano a valutare positivamente l' azione del governo. E delle Regioni. E più ancora - 3 su 4 - il ruolo del Presidente della Repubblica. Anche l' informazione è apprezzata, mentre c' è insoddisfazione verso i soggetti - partiti e leader - che non accettano il clima di "unità nazionale". E verso l' Unione Europea. Che ci lascia "soli". Peraltro, (quasi) tutti gli italiani oggi riconoscono l' importanza del sistema sanitario e della Protezione civile. Ma, soprattutto, hanno scoperto la capacità dei cittadini come loro, come noi, di adeguare i comportamenti "personali" alle regole imposte dall' emergenza. Per il bene comune. Per rispondere alla preoccupazione che coinvolge, soprattutto, chi vive con noi e vicino a noi. I nostri familiari. Così, oggi gli italiani si accingono ad affrontare la cosiddetta fase 2, che prevede un piano di apertura graduale. Nel sistema del lavoro e delle imprese. Nella nostra vita e nei nostri spostamenti personali. Un piano che, fra i cittadini, suscita ancora larga adesione (oltre il 60%), ma anche po' di frustrazione. Soprattutto fra i lavoratori autonomi. E fra i più giovani, che sopportano con maggiore fatica l' isolamento. Perché, anche se siamo convinti che il cosiddetto "distanziamento sociale" sia utile e che "andrà tutto bene", è altrettanto vero che "da soli" e "distanti dagli altri" non si sta bene. C' è adesione al piano predisposto per la Fase 2, ma anche frustrazione da parte dei lavoratori autonomi e dei giovani Nel giudizio degli italiani penalizzati partiti e leader che si contrappongono al clima di "unità nazionale". Delusione per l' Unione europea.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 3 maggio 2020. La Repubblica ha preso un brutto vizio, cambia spesso direttore nella speranza di cambiare se stessa, tuttavia non riesce a mutare. Va indietro. Sempre. Nella perdita di lettori tutti i giornali se la cavano abbastanza bene. Quindi non c' è nulla da rimproverare ai vari timonieri. Semmai ci sarebbe qualche appunto da muovere agli editori, i quali riescono a essere peggiori dei giornalisti, cosa non facile. Sta di fatto che questo quotidiano, un tempo di moda e letto pertanto da una folla di fighetti di sinistra ma non troppo di sinistra, oggi, dato che i tempi si sono evoluti, è gradito soltanto a gente nostalgica che non ha niente da rimpiangere. La sua è una malinconia che fa tenerezza poiché è senza speranza di un ritorno al passato. Vi sono ancora buone firme che scrivono sul capolavoro fondato da Scalfari, eppure sono più decrepite del vecchissimo ed eroico Eugenio, e non giungono a incidere sul pensiero corrente. L'editorialista più arrugginito è Michele Serra, al quale si ingrippano le dita sul computer ogni volta che lo usa. Compone articoli con una svogliatezza che rivela una totale mancanza di idee, perfino le più cretine. Il primo maggio ne ha pubblicato uno che andrebbe analizzato da un bravo psicologo. Poche righe per dire che Giorgia Meloni è fascista e che Matteo Salvini è più fascista di lei, non avendo entrambi trovato un vaccino antifascista, peraltro già scoperto 75 anni orsono e ora superfluo. Inutile assumere un farmaco per una malattia debellata da quasi un secolo. Il leghista e la sorella d' Italia, come tutti, prestano il fianco alle critiche. Ovvio. Però, allorché sfotte la destra e trascura di compiere altrettanto con la sinistra, Serra si copre di ridicolo pur facendo piangere di disgusto. Michele ha mai guardato in faccia Nicola Zingaretti, capo assoluto del Pd? Ha mai ascoltato un suo discorso? Ha esaminato sia pure distrattamente la sua linea politica a zigzag? Io non ritengo che si debba applaudire all' attuale opposizione, ma se Serra prestasse orecchio alle bischerate del suo segretario e ne verificasse gli atti avrebbe il pudore almeno di tacere sulla condotta di Giorgia e Matteo, i quali al confronto del fratellino di Montalbano sembrano madame Curie e Quintino Sella. Caro Serra, eri prode e spiritoso, adesso sei una lingua lessa da tagliare a fette. Senza contare che chi, come te, è stato comunista, sarebbe obbligato a contemplarsi allo specchio resistendo all' impulso di sputare.

Michele Serra per “la Repubblica” il 3 maggio 2020. Fossimo cittadini di un altro Paese, meglio ancora di Marte, potremmo seguire con supremo divertimento l' incredibile spettacolo dei fascisti veri (Meloni) che danno frequenti lezioni di misura e di savoir faire ai fascisti improvvisati (Salvini), che perfino nei dettagli - i modi truci, la mascherina nera, l' occupazione vociante e sgomitante del Parlamento - sembrano molto più fascisti dei fascisti. Come modello antropologico, il capo ultras (Salvini) è decisamente più impressionante della capessa di borgata. Nel secondo caso ci si può illudere che una gita a Frascati porti a una transazione pacifica, nel primo si cerca riparo nel bar più vicino sperando che non ti vedano. Meloni moderata? Non fatelo sapere a Steve Bannon e all' internazionale nera, che proprio su di lei puntano le loro carte. Certo appare un poco meno violenta e più riflessiva, diciamo meno maleducata, del suo nemico interno; l' effetto potrebbe essere che l'Uomo Forte, ma poco sagace, sta regalando voti alla Donna Abile, che glieli sfila dalle tasche senza dover fare niente. Fa tutto lui. È un problema che ci riguarda solo di riflesso. Riguarderebbe, ovviamente, l' elettorato italiano di destra, largamente indifferente all' antifascismo (non hanno ancora trovato il vaccino) e dunque liberissimo di orientarsi, tra Meloni e Salvini, con assoluta spensieratezza. L' alternativa "liberale" sarebbe Berlusconi. Questo per dire come sono messi, a destra. Per parziale consolazione di noi di sinistra.

Primi al mondo in supercazzola. La celeberrima "supercazzola" del Conte Mascetti (cioè Ugo Tognazzi nel film Amici miei) è l'arte di parlare senza dire nulla, confondendo e quasi ipnotizzando l'interlocutore, già predisposto a lasciarsi incantare. Alessandro Gnocchi, Lunedì 11/05/2020 su Il Giornale. La celeberrima «supercazzola» del Conte Mascetti (cioè Ugo Tognazzi nel film Amici miei) è l'arte di parlare senza dire nulla, confondendo e quasi ipnotizzando l'interlocutore, già predisposto a lasciarsi incantare. Ieri, il governo ha rilasciato supercazzole a giornali unificati. Sul Corriere della Sera, sotto al titolo sferzante Le parole di Conte, il premier, dopo aver annunciato, bontà sua, che concederà ai sudditi di fare le vacanze, si è lanciato in una supercazzola da competizione, come fosse Antani: «Stiamo lavorando giorno e notte per rafforzare le attività di monitoraggio, contact tracing e tele-assistenza, in un'ampia strategia integrata che prevede potenziamento degli ospedali, delle terapie intensive e della medicina del territorio. Aspettiamo di vedere il funzionamento della App, ma invito a considerare che potremmo essere i primi al mondo ad avere sviluppato un sistema pubblico con tutte le garanzie». Traduzione: «Manca ancora tutto quello che avremmo dovuto fare durante la quarantena. Però siamo i primi al mondo». Scatenato anche Paolo Gentiloni, il commissario europeo per l'Economia, la «voce forte» dell'Italia a Bruxelles. A Repubblica rifila una supercazzola nella quale alterna momenti visionari a passaggi strappalacrime per il tentativo disperato di illudere il lettore. Esempi ravvicinati del primo tipo: «L'Europa esce più forte perché ha messo a nudo le velleità dei nazionalismi, del mito dell'uomo forte» e «Risparmieremo miliardi». Esempio ravvicinato del secondo tipo: «Il governo ha reagito con prontezza e mi auguro che anche le prossime misure verranno prese rapidamente e che soprattutto si acceleri la loro attuazione». Siamo dei fenomeni. Anche se non si capisce perché. Non poteva mancare il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri. Se Mario Monicelli fosse vivo, avrebbe preso l'intervista al Messaggero e l'avrebbe infilata nella sceneggiatura di un nuovo capitolo di Amici miei. Ci sono ampie anticipazioni del decreto aprile: uscirà in maggio, per aiutare le imprese in giugno, che tempismo. Fatti certi, nessuno. Però una cosa è chiara: «Si tratta di un insieme di interventi organico e coerente che sarà tra i più ampi e ambiziosi d'Europa». Tutti concordi: siamo i migliori. «Tarapia tapioco» concluderebbe il conte Mascetti prima di rivolgere un pensiero malinconico ai trentamila morti e alla peggior performance economica dopo la Grecia.

Maria Giovanna Maglie: "Nessuna tv ve lo mostra ma succede". La censura sulle proteste contro Conte. Libero Quotidiano il 09 maggio 2020.  Maria Giovanna Maglie, con un post pubblicato sul suo profilo Twitter rilancia un video in cui vengono mostrate le proteste in Italia contro il governo Conte e la gestione delle riaperture. "Magari nessuna tv ve lo mostra ma succede, ed è solo l'inizio", scrive la giornalista. Nel filmato di RadioSavana si vedono i cortei molto composti e con tutte le precauzione (i partecipanti indossano tutti la mascherina e rispettano le distanze di sicurezza. E si legge: "Avviso di sfratto in corso. Proteste in tutta Italia contro Conte: Milano piazzale Giulo Cesare, Torino piazza Santa Rita, Roma Porta San Paolo. Proteste in corso ovunque: la mascherina non è un bavaglio, l'Italia deve tornare al Popolo".

Le fake news che puntellano Conte. Giuseppe Marino, Venerdì 01/05/2020 su Il Giornale.  A fianco della guerra al virus si va consumando una discreta battaglia comunicativa. A colpi anche di notizie gonfiate, distorte, a volte semplicemente false. Le falle nella gestione del governo Conte sono diventate man mano sempre più evidenti: l’erogazione dei fondi per privati e aziende, i contrasti con le Regioni, la scarsa trasparenza nel monitoraggio statistico dell’epidemia, i ritardi nel preparare un piano sanitario e misure di sicurezza per la Fase 2. E il premier sa benissimo che il momento in cui sarà davvero allentata la quarantena sarà anche l’ora della resa dei conti. Ecco perché non ha fretta. Nel frattempo, per coprire i ritardi e giustificare una reazione al Covid-19 che solo in Italia si è risolta esclusivamente in un lockdown strettissimo, aiuta la diffusione di una serie di notizie sballate, gonfiate e distorte. Nel primo periodo dell’epidemia, i media più fedeli a Conte davano un enorme risalto a notizie di violazioni alla quarantena, scatenando l’isteria collettiva della caccia al runner e l’inseguimento con il drone. Il messaggio connesso era chiaro: se la lotta al virus va male è colpa degli italiani indisciplinati che evadono. Un chiaro falso, perché dopo 9 milioni di controlli di polizia il tasso di violazione delle restrizioni è risultato minimo: meno del 4 per cento. Un classico anche le cattive notizie dall’estero inventate o manipolate. Prima ci fu la deformazione del discorso di Boris Johnson, a cui si attribuì la volontà di far infettare e morire gli inglesi per avere l’immunità di gregge, termine mai utilizzato da BoJo, che invece aveva con duro realismo avvisato i concittadini che i lutti sarebbero stati inevitabili. Niente più che una durezza sconosciuta ai nostri leader, ma una durezza onesta, non certo spietata. E al momento ci sono molti più morti in Italia che nel Regno Unito. C’è stato poi il caso Svezia. Solitamente considerata un modello da seguire a sinistra per il suo abnorme stato sociale, è diventata una cinica dispensatrice di morte non appena ci si è resi conto che non seguiva il tanto decantato (dal governo) “modello Italia”: niente lockdown, solo misure di prevenzione e sicurezza consigliate ai cittadini, non ordinate. Subito uscì una severa condanna del sistema ospedaliero che non curava i deboli, scambiando le tristi, ma comuni, linee guida da applicare in casi estremi per una legge cinica e discriminatoria. Peccato che linee guida simili, come ha svelato proprio il Giornale, siano state applicate anche in Italia. Mentre in Svezia, mai arrivata al collasso delle strutture ospedaliere, le linee guida sono rimaste teoria. Poi si è cominciato a prevedere che senza lockdown in Svezia sarebbero successi sfracelli. Finché non è venuto fuori che in Svezia ci sono 2.500 morti per dieci milioni di abitanti, contro i 3.000 per quattro milioni di abitanti del Piemonte, per dire. L’ultimo sipario sulla verità si è alzato quando, mentre Conte ci costringeva all’umiliante balletto delle visite ai congiunti, l’Oms dichiarava la Svezia senza lockdown un modello da seguire. Ma il capolavoro vero della disinformazia è arrivato, guarda caso, il giorno dopo che Conte è stato sbranato per la penosa conferenza stampa che ha prolungato la Fase 1, deludendo l’Italia e pasticciando tra congiunti e seconde case, senza nemmeno eliminare l’autocertificazione cartacea, un’esclusiva che ci invidiano solo a Cuba e in Corea del Nord. Il giorno dopo i giornali più filogovernativi hanno pubblicato il “dossier segreto che ha convinto il governo a prorogare il lockdown” ammonendo che “ci sarebbero stati 151mila ricoveri in terapia intensiva” in caso di apertura totale. Come se qualcuno avesse mai parlato di apertura totale. Tanto per capirsi, nel peggior momento dell’epidemia i ricoverati sono stati 4.100. Sarebbe stata un’apocalissi. Il professor Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerca Mario Negri, ha liquidato così questa ipotesi: “Se prevedi che tutto, ma proprio tutto vada male, si avrà un numero importante. Ma non quello, al quale si arriva sovrastimando in modo abnorme la popolazione anziana in Italia”. Numero pompati insomma, puro doping informativo. Tanto che se davvero il governo ha deciso in base a questo dossier terroristico c’è da gridare allo scandalo. E Conte ci ha solo tenuto a precisare che il dossier “non era un segreto”. Infatti. Tutt’al più un segreto di Pulcinella. A proposito: cosa ne dice la task force di Conte contro le fake news?

Contagi in risalita in Germania dopo le riaperture e ritorno alla Fase 1? È falso. Matteo Gamba Le Iene News il 30 aprile 2020. Da tre giorni in Italia giornali e tv raccontano che l’indice R0 di contagiosità del Covid-19 è salito a 1 e che il governo tedesco vorrebbe tornare indietro sulle aperture (tra l’altro, fin dall’inizio più ampie che da noi e con risultati molti più efficaci). Peccato che media e politici tedeschi non ne parlino. E che il dato non sia così. Vi spieghiamo tutto, facendo un po’ di calcoli e ascoltando la testimonianza di un italiano che ci ha contattato da Dusseldorf. “Il tasso dei contagi risale dopo le riaperture: la Germania torna alla Fase 1”. Addirittura: “Allarme per un’impennata di contagi in Germania”. In questi ultimi tre giorni abbiamo letto e sentito questo sui media italiani. Ma è vero? No. Lo dimostrano i dati, i media e le autorità tedesche che non ne hanno parlato e la testimonianza dei tanti che ci hanno contattato dalla Germania. Da un Paese portato a modello nella gestione dell’emergenza coronavirus: al momento sesto al mondo per casi (161.539 contro i 203.591 dell’Italia, terza), conta un numero di morti in proporzione molto più basso rispetto agli altri (6.467 rispetto ai 27.682 del nostro paese per esempio). “Nessuno qui in Germania ha parlato di un indice di contagio risalito a 1 né tanto meno del fatto che si voglia tornare alla Fase 1, che qui tra l’altro non chiamano così, o ripensare la politica delle riaperture”, ci racconta al telefono Stefano Mento, romano che vive e lavora da 9 anni a Dusseldorf, uno dei tanti che ci ha contattato. “Nella fase del lockdown hanno chiuso le scuole e proibito gli assembramenti ma non hanno impedito alla gente di uscire e lavorare. E non c’erano autocertificazioni, poliziotti, droni o posti di blocco continui. Dal 4 maggio, dopo le prime riaperture dei negozi del 20 aprile, molti bambini e ragazzi torneranno in classe, riapriranno anche i parrucchieri, per esempio, fatto salvo il rispetto della distanza di un metro e l’evitare assembramenti superiori a 50 persone. Riapre quasi tutto insomma e nessuno pensa di tornare indietro. Stanno già preparandosi anche alla stagione estiva da giugno, con la possibilità di riprendere a usare gli aerei con accordi con alcuni altri paesi. Se gli infettati non supereranno l’1% della popolazione di 83 milioni di abitanti non ci sarà nessun dietrofront”. Ma ripartiamo dai dati. Al centro delle notizie date in Italia c’era l’indice R0 (si legge “erre con zero”), che misura il numero di persone contagiate in media da una persona infetta e che dà un quadro importante dell’andamento di un’epidemia. Per l’Istituto Koch di Berlino, responsabile di controllo e prevenzione delle malattie infettive e una delle massime autorità del mondo in materia, in Germania i dati dell’R0 sono questi: a inizio marzo era a 3 (tre persone contagiate da ogni infetto), dal 21 marzo si è stabilizzato attorno a 1, dal 15 aprile è rimasto sempre sotto questa cifra. È un elemento molto importante perché sotto a 1 il dato ci dice che l’epidemia tende a rallentare. Da dove sono nati gli allarmi italiani? Il 27 aprile l’R0 in Germania è stato dello 0,96 (arrotondato a 1). Il giorno dopo è già sceso a 0,90, lo stesso registrato il 20 aprile quando ci sono state le prime riaperture. Quindi il dato non ha subito variazioni con l’allentamento delle restrizioni. C’è stato solo un leggero aumento dal 18 aprile, ma restando comunque sotto i livelli di guardia. Ieri, 29 aprile, l’R0 era a 0,75, uno dei dati più bassi mai registrati qui (è il secondo più basso nella serie dal 7 aprile quando si partiva da 1,3) Il livello 1 non è mai stato di fatto oltrepassato e non solo: per destare allarme deve ripetersi per qualche giorno per essere statisticamente attendibile. E infatti in Germania nessuno, politici, media o autorità sanitarie, si è allarmato. Perché in Italia si è scritto il contrario? Facile pensare che la questione sia stata usata all’interno delle polemiche sulle poche riaperture decise dal governo Conte per il 4 maggio prossimo. “Il messaggio è che si riapre con il massimo della prudenza. Basta poco per tornare indietro e il caso della Germania lo dimostra”, ha detto per esempio il ministro della Sanità Roberto Speranza il 28 aprile durante la trasmissione DiMartedì su La7. In Italia intanto, secondo quanto ha dichiarato il 23 aprile il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli l’R0 è sceso a livelli compresi tra 0,5 e 0,7. Il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) Silvio Brusaferro ha appena dichiarato che l’indice Rt, che misura la trasmissibilità con un altro modello matematico, è inferiore a 1 in tutte le regioni. A proposito, perché l’approccio della Germania, pur colpita da tantissimi casi ma con un tasso di mortalità molto più basso degli altri principali paesi, è considerato un modello? Dietro non ci sono ricette miracolistiche. L’organizzazione tedesca è sembrata da tradizione più efficiente, forte della sanità forse migliore al mondo. I contagiati sono stati curati quanto più possibile a casa attraverso la rete dei medici di base per evitare il rischio di lazzaretti nelle corsie degli ospedali fonti di contagi continui. È stata evitata quanto più possibile, davvero, la morte degli anziani nelle case di cura. Si è proceduto a test e trattamenti precoci, forti di un numero di posti letto in terapia intensiva per i malati più gravi, per esempio, che è 5 volte superiore a quello italiano. Tamponi, guanti e mascherine c’erano e non c’è stata una ecatombe di medici e infermieri e quindi nemmeno un’eccessiva diffusione del coronavirus da parte degli operatori sanitari. Le misure di contenimento decise dal governo Merkel sono state tempestive, senza ritardi o allarmismi e senza nessun bollettino quotidiano di morti e contagiati. Sono state meno stringenti che in Italia (avete presente le immagini che ci ha mandato Giulia di un normale giovedì a Berlino? Cliccate qui) e sono state osservate con tradizionale disciplina. Non c’è stato nessun miracolo appunto, solo un approccio efficace al contenimento del Covid-19. Come oggi non c’è alcun nuovo allarme per presunte risalite dei contagi dopo i primi allentamenti del lockdown e non c’è nessuna volontà di tornare indietro sulle riaperture, anche stavolta molto più estese che da noi.

Articolo del “Wall Street Journal” – dalla rassegna stampa estera di “Epr comunicazione” il 30 aprile 2020. Qualche giorno fa Donald Trump l’aveva sparata grossa, con la storia delle iniezioni di disinfettanti. Però, inavvertitamente o meno, l’altra sua idea ha un fondamento scientifico, e ne parla il WSJ riportando le parole del Ceo di un’azienda farmaceutica. “Fino a pochi giorni fa gestivo una semi sconosciuta azienda farmaceutica, la Aytu BioScience. Poi siamo diventati famosi. Il 20 aprile abbiamo pubblicato un comunicato stampa intitolato ‘Aytu BioScience firma una licenza globale esclusiva con l’ospedale Cedars-Sinai per il potenziale trattamento del coronavirus". Il trattamento si chiama Healight, ed è stato sviluppato da medici ricercatori del programma di scienze e tecnologie mediche dell'ospedale. La tecnologia, in sviluppo dal 2016, utilizza la luce ultravioletta come antimicrobico ed è un potenziale trattamento promettente per il Covid-19.  Il programma Medically Associated Science and Technology (MAST) del Cedars-Sinai ha sviluppato la piattaforma Healight in attesa di brevetto dal 2016 e ha prodotto un numero crescente di prove scientifiche che dimostrano la sicurezza preclinica e l'efficacia della tecnologia come trattamento antivirale e antibatterico. La tecnologia Healight impiega la somministrazione di raggi ultravioletti intermittenti (UV) attraverso un nuovo dispositivo medico endotracheale. Aytu e Cedars-Sinai si sono impegnati con la Food and Drug Administration per perseguire un rapido percorso verso l'uso umano attraverso l’autorizzazione all'uso d'emergenza. Ma quasi nessuno se n'è accorto - fino a giovedì, quando il presidente Trump ha pensato: "... supponendo che tu abbia possa portare la luce all'interno del corpo...". Io e il mio team sapevamo che i commenti del presidente avrebbero potuto scatenare una reazione contro l'idea della luce UV come trattamento, che avrebbe potuto ostacolare la nostra capacità di far girare la voce. Abbiamo deciso di creare un account YouTube, caricare un'animazione video che avevamo creato e twittarla. Ha ricevuto circa 50.000 visualizzazioni in 24 ore. Poi YouTube l'ha tolto. Anche Vimeo. Twitter ha sospeso il nostro account. Questo non lascia spazio alla scienza, in cui i dati parlano da soli, indipendentemente dall'ideologia. Purtroppo, l'eccitazione viscerale del conflitto politico attira molti più clic e valutazioni migliori rispetto al mondo metodico della scienza.

Coronavirus, le strade piene di persone non sempre corrispondono al vero. Asia Angaroni il 28/04/2020 su Notizie.it. Nei giorni di piena emergenza coronavirus, hanno suscitato molte polemiche le foto delle strade piene di gente. Tuttavia, non sempre dicono il vero. Hanno fatto non poco scalpore le immagini del centro di Genova affollato di persone, proprio quando l’Italia si trovava ad affrontare l’apice dell’epidemia. Via Sestri, infatti, era piena di gente nonostante il richiamo del presidente della Regione Giovanni Toti. Neppure la polizia presente in strada intimoriva le persone, che hanno evitato l’isolamento passeggiando per il centro. Stessa situazione a Roma, dove nonostante i divieti imposti per far fronte all’emergenza coronavirus, le strade sono state fotografate piene di gente. Per le vie della Capitale, nel pieno dell’allarme Covid-19, erano troppe le persone in giro e, si teme, non tutte con comprovate esigenze. Scenario analogo a Napoli, dove i rioni affollati e la troppa gente in giro a fare la spesa hanno spinto il presidente De Luca a intensificare i controlli. Tuttavia, Ólafur Steinar Gestsson e Philip Davali, due fotografi di Copenaphen, andando a fotografare le stesse scene con obiettivi diversi hanno dimostrato la verità. Non sempre quelle immagini corrispondono al vero. Le foto che ritraggono lunghe file di persone, il più delle volte in attesa che arrivi il proprio turno per entrare in negozio, possono trarre in inganno. Le immagini mostrano molte persone troppo vicine tra loro, non rispettando i limiti di distanziamento sociale richiesti obbligatoriamente per tutelare la salute propria e altrui, contenendo così il coronavirus. Molte anche le fotografie di strade apparentemente trafficate. Com’è possibile che ci sia così tanta gente in auto nonostante i divieti governativi italiani e stranieri? La verità è stata dimostrata Ólafur Steinar Gestsson e Philip Davali, i quali sono stati mandati dall’agenzia Ritzau Scanpix a fotografare le stesse scene usando obiettivi diversi. Così è emerso che le foto, se scattate usando un teleobiettivo e non un obiettivo grandangolare, possono far pensare che il distanziamento tra le persone non sia stato rispettato, ma non è così. I due fotografi, autori di questa attenta analisi, lo hanno spiegato in un articolo pubblicato sul sito del canale televisivo danese TV 2. Il giornalista Thomas Baekdal, servendosi di altre immagini ed evidenziando alcuni particolari, ha provato la veridicità di quanto detto dai fotografi. Con un obiettivo grandangolare, infatti, si ottengono immagini che mostrano le cose come le vedono gli occhi umani. Al contrario, con il teleobiettivo la scena appare schiacciata. Per questo motivo, le persone che magari si trovano a due metri di distanza possono sembrare molto vicine.

Le parole dei fotografi. Ólafur Steinar Gestsson ha spiegato che, se dovesse fotografare alcuni frammenti di vita quotidiana ai tempi del coronavirus, userà soprattutto obiettivi grandangolari. A sua detta, usare i teleobiettivi non è scorretto. Infatti, non sempre gli obiettivi grandangolari garantiscono un’immagine più realistica. Tuttavia, ritiene che l’effetto estetico delle foto sia secondario rispetto alla resa realistica che si ottiene con un grandangolare. “Una possibile soluzione potrebbe essere di indicare nella didascalia della foto come è stata scattata, in modo che i photoeditor dei giornali possano sceglierla come credono meglio”, è la sua proposta. L’effetto dei teleobiettivi è stato notato su Twitter anche da altri utenti. Quest’ultimi hanno commentato un articolo del quotidiano norvegese Dagbladet secondo cui, sabato 4 aprile, nel centro di Oslo moltissimi cittadini passeggiavano indifferenti di fronte alle regole sul distanziamento sociale. Notando la posizione di un segnale stradale e di un lampione, è emerso che la fotografia mostrava un tratto di strada molto più lungo rispetto a quanto appariva nella foto. Il che conferma che spesso i teleobiettivi fanno apparire vicine cose anche molto distanti.

Il virus nero. Report Rai. PUNTATA DEL 27/04/2020 di Giorgio Mottola. Oltre al coronavirus, stiamo vivendo una pandemia di disinformazione. Dall’inizio dei contagi hanno iniziato a circolare notizie false o manipolate, che hanno avuto su Whatsapp e su Facebook il loro epicentro di diffusione. Report ha scoperto un filo nero che lega tra di loro alcuni dei contenuti di disinformazione diventati più virali. Siti di destra estrema e di alternative right hanno spinto in tutto il mondo la diffusione di video e post, contribuendo a creare una narrazione complottistica e allarmistica sul coronavirus. Chi li finanzia? Report ha fatto un viaggio nell’impero economico del leader neofascista più longevo della storia recente d’Italia: Roberto Fiore, capo di Forza Nuova. Fuggito a Londra negli anni ‘80, da latitante si è ritrovato a gestire un floridissimo business che arrivava a fatturare oltre 30 milioni di euro all’anno. Con documenti inediti, racconteremo com’è nata la sua fortuna finanziaria e come si è sostenuto il network neofascista europeo. Nel corso dell’inchiesta l’inviato di Report Giorgio Mottola ha raccolto fatti inediti che potrebbero portare a novità rilevanti sulla strage della stazione di Bologna, e soprattutto ha incontrato un latitante dell'estrema destra, tra i trenta ricercati più importanti, che vive indisturbato a Londra e gestisce un piccolo impero economico.

“IL VIRUS NERO” Di Giorgio Mottola Consulenza Andrea Palladino Collaborazione Norma Ferrara – Simona Peluso Immagini Dario D’India – Alfredo Farina Immagini Davide Fonda – Tommaso Javidi Montaggio e grafica Giorgio Vallati.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il modo in cui il video del TGR Leonardo diventa virale presenta alcune anomalie. Sui motori di ricerca era difficilissimo trovarlo. E così, per cinque anni, il servizio è rimasto sepolto nell’archivio del sito della Rai: fino al mese scorso le visualizzazioni registrate risultavano zero.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Mentre eravamo a casa blindati e anche un po’ irritati perché costretti alla lunga quarantena, è arrivato sui nostri telefonini e anche sui social questo video. Era un vecchio TGR Leonardo dove si parlava di un esperimento fatto in un laboratorio da ricercatori cinesi su un Coronavirus. E il sospetto è venuto a tutti: il SARS-coV-2 è di origine umana, è il frutto amaro dei ricercatori cinesi. L’abbiamo un po’ postato tutti, anche io l’ho postato sul mio profilo anche se specificando che nonostante gli scienziati avessero escluso la mano umana dietro il virus, questo video continuava a diffondersi più velocemente del contagio del Coronavirus. Chi è che lo ha fatto viaggiare così tanto? Chi è che lo ha reso virale? Con quale scopo? E soprattutto la notizia era vera o falsa? Il confine è sottile.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Se avete un profilo sui social network o semplicemente usate Whatsapp, mentre eravate sigillati in casa in quarantena, di sicuro avete visto questo video.

TGR LEONARDO – DEL 16/11/2015 È un esperimento, certo ma preoccupa, preoccupa tanti scienziati. Un gruppo di ricercatori cinesi innesta una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars. La polmonite acuta, ricavato da topi. E ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo. Resta chiuso nei laboratori, ovvio. Serve solo per motivi di studio, ma vale la pena correre il rischio, creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il servizio dà conto di una notizia vera, basata su un articolo scientifico pubblicato da Nature. Ma il fatto risale al 2015 e pur parlando di coronavirus, non c’è nessun collegamento con il SARS-coV-2, il virus con cui noi tutti siamo alle prese da qualche mese.

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE Non è una fake news, si chiama falso contesto, cioè false contest. Quindi prendere una notizia fatta in maniera corretta a livello giornalistico e cambiare contesto. L’autorevolezza della Rai è conosciuta in tutto il mondo per cui anche per chi non capisce l’italiano, se vede la Rai e vede che è del 2015 e la mette in un falso contesto, cambia il senso dell’informazione.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sui social il video viene presentato come la dimostrazione che il Covid-19 è stato costruito in laboratorio. E sebbene, subito dopo la pubblicazione, in tanti, a partire dal sito Open, dimostrino la manipolazione di senso del video, sui social e Whatsapp arriva in poche ore a milioni di visualizzazioni.

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE Abbiamo avuto moltissimi diciamo measleading del titolo con cui la gente pubblicava: vedete già la Rai lo aveva scoperto nel 2015. Il Coronavirus lo hanno inventato i cinesi in laboratorio. Poi le persone non conoscendo la lingua spesso, o gli stessi italiani non guardano il video, non cercano di interpretarlo, hanno capito un’altra cosa.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il modo in cui il video del TGR Leonardo diventa virale presenta alcune anomalie. Sui motori di ricerca era difficilissimo trovarlo. E così, per cinque anni, il servizio è rimasto sepolto nell’archivio del sito della Rai: fino al mese scorso le visualizzazioni registrate risultavano zero. Poi all’improvviso il 25 marzo arriva la prima visualizzazione e tra le 16 e le 18 le visualizzazioni schizzano a 474. La prima piattaforma su cui compare il video è Whatsapp. E Report è riuscito a scoprire chi è la persona che per primo lo ha condiviso. La paziente zero del video virale.

GIORGIO MOTTOLA Quindi lei in qualche modo è la paziente zero di questo video virale su Coronavirus?

CRISTINA ROMIERI Sì, sembra proprio di sì. Perché il 24 marzo ho trovato un appunto, questo esattamente, che stavo buttando via quando vedo scritto “scienziati cinesi hanno creato super virus”. Poi mi sono ricordata che era una trasmissione, anche perché lo avevo scritto, TGR Leonardo del 16/11/2015. E ho cercato naturalmente anche il video per capire se avevo inteso bene, e non l’ho trovato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Come conferma anche il post pubblicato su Facebook, il 24 marzo la signora Cristina ritrova un suo appunto sul TGR Leonardo e cerca il video online. Non riuscendo a trovarlo, chiede aiuto a un suo amico.

CRISTINA ROMIERI Lo trova il mattino dopo, 25 marzo, un mio amico e verso le 11.30 –ho controllato appunto i messaggini- mi dice sì, l’ho trovato e me lo invia. Allora, sia lui che io lo inviamo, ma in maniera molto ridotta, appunto ad alcune persone.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed eccola la prova. Alle 11.38 del 25 marzo l’amico della signora Cristina le manda il video su Whatsapp scaricato e tagliato, proprio come nella versione che poi ha iniziato a circolare.

GIORGIO MOTTOLA Ma quando voi avete cominciato a far girare quel video, l’obbiettivo era farlo diventare virale? CRISTINA ROMIERI No. Assolutamente. No, no, non avevamo questa pretesa.

GIORGIO MOTTOLA Quando ha scoperto che questo video cominciava e essere utilizzato per fare sostanzialmente disinformazione, lei che cosa ha pensato? CRISTINA ROMIERI Mi è dispiaciuto naturalmente. Non avevo nessun scopo politico…assolutamente no.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La disinformazione politica parte quando da Whatsapp il video inizia a diffondersi su Facebook.

GIORGIO MOTTOLA Dov’è che si comincia a visualizzare all’improvviso questo video?

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE I gruppi di Facebook che sono una grande fonte di viralizzazione di certi temi e nello stesso momento su Twitter, che è un altro canale e poi contemporaneamente, e questo è un segnale, un segnale anche della galassia che ha voluto viralizzare questo video, su Vkontank, che è il social network russo. Ci sono certi video che se ad esempio nascono dagli Stati Uniti o nascono dal Sudamerica o dall’Asia, non li troverai mai viralizzati su Vkontakt. Quando invece nascono da certi gruppi di ultradestra, sovranisti o far right, in Europa uno dei canali per la veicolarizzazione è anche Vkontakt.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma su Vkontak, il social russo divenuto rifugio dell’estrema destra europea, comincia a diffondersi in un secondo momento. Alle 18:20 del 25 marzo, ad appena un’ora e mezza dalla prima visualizzazione, il video del Tgr Leonardo viene pubblicato dal profilo di Matteo Salvini e poi da quello di Giorgia Meloni, raggiungendo oltre 3 milioni di visualizzazioni. Qualche minuto prima, alle 18.07 il video era stato caricato per la prima volta anche su Youtube da Stefano Monti, un attivista dei 5 Stelle, candidato con il Movimento alle regionali in Emilia nel 2014.

STEFANO MONTI Sono Stefano Monti, mi occupo di programmazione, informatica e tecnologia.

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE Questo video è stato spinto sicuramente dalla destra sovranista europea, italiana in particolare, all’inizio, ma in congiunta è stata quasi un’associazione parallela con alcuni simpatizzanti della prima ora del Movimento 5 Stelle. I simpatizzanti che amavano molto le notizie complottiste di Beppe Grillo, questa forma di clickbait, so, conosco, pseudoscience.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dall’Italia il video ha poi fatto il giro del mondo. Lo hanno ripreso attivisti della chiesa ortodossa in Romania, raggiungendo le 500mila visualizzazioni. Siti dell’alternative right, la destra radicale americana, come Infowars, bannato più volte dai social per la diffusione di notizie false, forum neonazisti europei come Stormfront e Zero Hedge, sito dell’ultradestra bulgara.

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE Questo grafico mostra da che pagine sono stati spinti di più questi contenuti legati a TGR Leonardo.

GIORGIO MOTTOLA E cosa emerge?

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE Emerge che praticamente sono legati in maggior parte al mondo dell’alternative right, ultraright, poi abbiamo una parte che è legata solamente alla pseudoscience, per cui siti di ufologia, moltissimi siti di ufologia, è incredibile. Sovranisti, cospirazionisti eccetera.

GIORGIO MOTTOLA Leggo anche no 5G.

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE No 5G ci sta dando dentro parecchio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Su facebook il 5G viene indicato come causa del Coronavirus e su molte pagine circolano video di falsi raid per distruggere le antenne.

VOCE FUORI CAMPO Ha preso fuoco un’antenna. Un’antenna Telecom.

GIORGIO MOTTOLA Leggo anche pagine contro il papa.

ALEX ORLOWSKI – ESPERTO PROPAGANDA ON LINE Molte di queste pagine non sono solo di alt right e fake news, ma sono ad esempio basate su fake news contro il papa o fake news contro l’islam ad esempio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO On line la disinformazione sul Coronavirus si è mossa a una velocità maggiore di quella con cui si è diffuso il contagio. Uno degli esempi è questo video, pubblicato da ByoBlu, denunciato dalla comunità scientifica come pericoloso e antiscientifico, un nanopatologo sostiene che l’emergenza Coronavirus è tutta una bufala.

DA BYOBLU24 STEFANO MONTANARI - NANOPATOLOGO Ma tutte queste bare appartengono ai 650 mila morti che abbiamo tutti gli anni in Italia, non c’è un aumento di mortalità. Qui stiamo parlando di tre morti, sempre che ci siano sempre questi tre morti.

GIORGIO MOTTOLA Qual è stato il principale veicolo di diffusione di disinformazione sul Coronavirus?

LUCA NICOTRA – AVAAZ ONG Dalla nostra indagine emerge chiaramente che Facebook è la principale piattaforma di questa pandemia di disinformazione online. Subito dopo seguita da Whatsapp che è proprietà di Facebook, quindi diciamo maggiore responsabilità da parte di Zuckerberg e la sua compagnia.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dalle ricerche condotte da Avaaz risulta che Facebook è stato il principale veicolo di disinformazione on line. Contenuti falsi o notizie manipolate sul Coronavirus sono state condivise in Europa oltre un milione di volte e visualizzate circa 117milioni. E l’Italia insieme alla Spagna è il paese in cui la disinformazione sui social è stata maggiormente fuori controllo. Infatti, a differenza di quanto accade per il mondo anglosassone, Facebook ai propri utenti italiani segnala di rado quali sono le notizie false.

LUCA NICOTRA – AVAAZ ONG Il nostro paese come anche in Spagna invece il 70 per cento delle notizie non hanno alcuna avvertenza dopo settimane dalla loro pubblicazione, quindi continuano a essere condivise, decine, centinaia, migliaia di volte ogni giorno, visualizzate da milioni di persone a settimane dalla loro pubblicazione. Addirittura, anche nel caso in cui in seguito ci sia un giornalista, un fact-checker indipendente che dimostri che si tratta in realtà di notizie false, ebbene, anche in quel caso, le milioni di persone che hanno visto quelle notizie false, non lo sapranno mai.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E in tempi di pandemia questo rischia di avere degli effetti devastanti. Molta disinformazione riguarda ad esempio la salute e i comportamenti da adottare per prevenire il Coronavirus. Ad esempio sullo stesso video di Byoblu si sconsiglia l’utilizzo dei guanti.

DA BYOBLU24 STEFANO MONTANARI - NANOPATOLOGO Il guanto impedisce alle nostre difese immunitarie che stanno sulla pelle, impedisce di agire. Quindi quei guanti fanno infinitamente peggio dei non guanti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Altri post hanno suggerito invece di bere acqua ogni quindici minuti per far scendere il virus nell’intestino ed espellerlo. Questi post sono stati pubblicati in decine di lingue, adattandoli ai vari paesi e ogni volta indicando una fonte scientifica o istituzionale diversa.

LUCA NICOTRA – AVAAZ ONG Disinformazione che sostanzialmente si comporta esattamente come un virus, cioè muta assumendo in ogni contesto le forme più utili a, in questo caso, infettare le nostre menti e quello che crediamo essere la verità.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’altro cavallo di battaglia della disinformazione ha riguardato il ruolo di Bill Gates nella nascita del Coronavirus. La sua fondazione da anni finanzia studi per trovare un vaccino all’influenza e da tempo lancia un allarme sul rischio di una nuova pandemia. Proprio come hanno fatto migliaia di scienziati e capi di Stato. Ma il solo fatto che Bill Gates abbia parlato in passato, lo ha trasformato in probabile untore.

IL VASO PANDORA La Bill e Melinda Gates tre settimane prima del primo scoppio fa una simulazione della pandemia globale proprio da Coronavirus, arrivano i militari americani in occasione di questa festa militare in Cina, due settimane dopo, giusto il tempo dell’incubazione, scoppia il primo caso di Coronavirus e ovviamente la causa è il mercato del pesce.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tra i partiti italiani più attivi sul fronte della disinformazione online, c’è senza alcun dubbio il movimento neofascista di Forza Nuova, secondo cui molti certificati di morte per Coronavirus sarebbero stati falsificati per far guadagnare più soldi alle onoranze funebri.

GIULIANO CASTELLINO – DIRIGENTE FORZA NUOVA Vi porto decine e decine di quelli che a Roma chiamiamo becchini che continuano a lavorare che vanno nelle sale mortuarie e i dottori, gli infermieri dicono di che è morto? Scrivi Coronavirus perché prendiamo più soldi dalla Comunità Europea.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO All’inizio dell’epidemia il presidente di Forza Nuova, Roberto Fiore, aveva lanciato su Twitter questo appello: “Interrompete la quarantena e usate il Tocilizumab”, il farmaco che ha dato sollievo a molti malati in crisi respiratorie, ma che nessuno studio scientifico ha identificato come la cura definitiva contro i danni causati dal Covid.

GIORGIO MOTTOLA Quand’è che ha studiato medicina e virologia lei?

ROBERTO FIORE – PRESIDENTE FORZA NUOVA Quando io ho parlato di quel farmaco avevo la certezza, la ragionevole certezza che il farmaco funzionasse, avevo già visto cos’era avvenuto in alcuni casi.

GIORGIO MOTTOLA Lei è l’anti Burioni praticamente?

ROBERTO FIORE – PRESIDENTE FORZA NUOVA Non voglio cadere nella polemica.

GIORGIO MOTTOLA No, non è una polemica però è un virologo insomma.

ROBERTO FIORE – PRESIDENTE FORZA NUOVA No, assolutamente no.

GIORGIO MOTTOLA Lei dice fermiamo la quarantena, dice. Usate quel farmaco, blocchiamo la quarantena.

ROBERTO FIORE – PRESIDENTE FORZA NUOVA Era ancora una fase in cui i morti erano ancora bassi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Forza Nuova ha lanciato una violenta campagna sui social per boicottare la quarantena e un appello per la riapertura delle chiese a Pasqua. L’appello di Forza Nuova è stato rilanciato in televisione dal leader della Lega Matteo Salvini.

DA SKYTG24 MATTEO SALVINI Io sostengo le richieste di coloro che dicono in maniera ordinata, composta, sanitariamente sicura, fateci entrare in chiesa per Pasqua. Fateci assistere anche in 3, 4, in 5 alla messa di Pasqua. Mi dicono: si può andare dal tabaccaio, perché senza