Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL COGLIONAVIRUS

 

QUARTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

LA CURA

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

IL VIRUS

 

Introduzione.

Le differenze tra epidemia e pandemia.

I 10 virus più letali di sempre.

Le Pandemie nella storia.

Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.

La Temperatura Corporea.

L’Influenza.

La Sars-Cov.

Glossario del nuovo Coronavirus.

Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.

Il Coronavirus. L’origine del Virus.

Alla ricerca dell’untore zero.

Le tappe della diffusione del coronavirus.

I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.

I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.

A Futura Memoria.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.

Fattori di rischio.

Cosa risulta dalle Autopsie.

Gli Asintomatici/Paucisintomatici.

L’Incubazione.

La Trasmissione del Virus.

L'Indice di Contagio.

Il Tasso di Letalità del Virus.

Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.

Morti: chi meno, chi più.

Morti “per” o morti “con”?

…e senza Autopsia.

Coronavirus. Fact-checking (verifica dei  fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.

La Sopravvivenza del Virus.

L’Identificazione del Virus.

Il test per la diagnosi.

Guarigione ed immunità.

Il Paese dell’Immunità.

La Ricaduta.

Il Contagio di Ritorno.

I preppers ed il kit di sopravvivenza.

Come si affronta l’emergenza.

Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?  

Lo Scarto Infetto.

 

INDICE SECONDA PARTE

LE VITTIME

 

I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.

Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.

Eroi o Untori?

Contagio come Infortunio sul Lavoro.

Onore ai caduti in battaglia.

Gli Eroi ed il Caporalato.

USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

Covid. Quanto ci costi?

La Sanità tagliata.

La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.

Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?

Una Generazione a perdere.

Non solo anziani. Chi sono le vittime?

Andati senza salutarci.

Spariti nel Nulla.

I Funerali ai tempi del Coronavirus.

La "Tassa della morte". 

Epidemia e Case di Riposo.

I Derubati.

Loro denunciano…

Le ritorsioni.

Chi denuncia chi?

L’Impunità dei medici.

Imprenditori: vittime sacrificali.

La Voce dei Malati.

Gli altri malati.

 

INDICE TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

L’epidemia ed il numero verde.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Il Coronavirus in Italia.

Coronavirus nel Mondo.

Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

…in Africa.

…in India.

…in Turchia.

…in Iran.

…in Israele.

…nel Regno Unito.

…in Albania.

…in Romania.

…in Polonia.

…in Svizzera.

…in Austria.

…in Germania.

…in Francia.

…in Belgio.

…in Olanda.

…nei Paesi Scandinavi.

…in Spagna.

…in Portogallo.

…negli Usa.

…in Argentina.

…in Brasile.

…in Colombia.

…in Paraguay.

…in Ecuador.

…in Perù.

…in Messico.

…in Russia.

…in Cina.

…in Giappone.

…in Corea del Sud.

A morte gli amici dell’Unione Europea. 

A morte gli amici della Cina. 

A morte gli amici della Russia. 

A morte gli amici degli Usa. 

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CURA

 

La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

L'Immunità di Gregge.

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

Meglio l'App o le cellule telefoniche?

L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Epidemia e precauzioni.

Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.

La sanificazione degli ambienti.

Contagio, Paura e Razzismo.

I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?

Tamponi negati: il business.

Il Tampone della discriminazione.

Tamponateli…non rinchiudeteli!

Epidemia e Vaccini.

Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.

Il Costo del Vaccino.

Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.

Epidemia, cura e la genialità dei meridionali..

Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.

Gli anticorpi monoclonali.

Le Para-Cure.

L’epidemia e la tecnologia.

Coronavirus e le mascherine.

Coronavirus e l’amuchina.

Coronavirus e le macchine salvavita.

Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.

Attaccati all’Ossigeno.

 

INDICE QUINTA PARTE

MEDIA E FINANZA

 

La Psicosi e le follie.

Epidemia e Privacy.

L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Epidemia ed Ignoranza.

Epidemie e Profezie.

Le Previsioni.

Epidemia e Fake News.

Epidemia e Smart Working.

La necessità e lo sciacallaggio.

Epidemia e Danno Economico.

La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.

Il Supply Shock.

Epidemia e Finanza.

L’epidemia e le banche.

L’epidemia ed i benefattori.

Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.

Mes/Sure vs Coronabond.

La Caporetto di Conte e Gualtieri.

Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.

I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.

"Il Recovery Fund urgente".

Il Piano Marshall.

Storia del crollo del 1929.

Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e ha rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.

Un Presidente umano.

Le misure di sostegno.

…e le prese per il Culo.

Morire di Fame o di Virus?

Quando per disperazione il popolo si ribella.

Il Virus della discriminazione.

Le misure di sostegno altrui.

Il Lockdown del Petrolio.

Il Lockdown delle Banche.

Il Lockdown della RCA.

 

INDICE SESTA PARTE

LA SOCIETA’

 

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

I Volti della Pandemia.

Partorire durante la pandemia.

Epidemia ed animali.

Epidemia ed ambiente.

Epidemia e Terremoto.

Coronavirus e sport.

Il sesso al tempo del coronavirus.

L’epidemia e l’Immigrazione.

Epidemia e Volontariato.

Il Virus Femminista.

Il Virus Comunista.

Pandemia e Vaticano.

Pandemia ed altre religioni.

Epidemia e Spot elettorale.

La Quarantena e gli Influencers.

I Contagiati vip.

Quando lo Sport si arrende.

L’Epidemia e le scuole.

L’Epidemia e la Giustizia.

L’Epidemia ed il Carcere.

Il Virus e la Criminalità.

Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

Il Virus ed il Terrorismo.

La filastrocca anti-coronavirus.

Le letture al tempo del Coronavirus.

L’Arte al tempo del Coronavirus.  

 

INDICE SETTIMA PARTE

GLI UNTORI

 

Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?

Un Virus Cinese.

Un Virus Americano.

Un Virus Norvegese.

Un Virus Svedese.

Un Virus Transalpino.

Un Virus Teutonico.

Un Virus Serbo.

Un Virus Spagnolo.

Un Virus Ligure.

Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.

Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.

La Bergamasca, dove tutto si è propagato.

Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.

Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.

Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.

La Caduta degli Dei.

La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.

Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.

I Soliti Approfittatori Ladri Padani.

La Televisione che attacca il Sud.

I Mantenuti…

Ecco la Sanità Modello.

Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.

 

INDICE OTTAVA PARTE

GLI ESPERTI

 

L’Infodemia.

Lo Scientismo.

L’Epidemia Mafiosa.

Gli Sciacalli della Sanità.

La Dittatura Sanitaria.

La Santa Inquisizione in camice bianco.

Gli esperti con le stellette.

Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.

Le nuove star sono i virologi.

In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…

Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.

Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.

Giri e Giravolte della Scienza.

Giri e Giravolte della Politica.

Giri e Giravolte della stampa.

 

INDICE NONA PARTE

GLI IMPROVVISATORI

 

La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Un popolo di coglioni…

L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

 “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Stare a Casa.

Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.

Non comprate le cazzate.

Quarantena e disabilità.

Quarantena e Bambini.

Epidemia e Pelo.

Epidemia e Violenza Domestica.

Epidemia e Porno.

Quarantena e sesso.

Epidemia e dipendenza.

La Quarantena.

La Quarantena ed i morti in casa.

Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.

Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.

Cosa si può e cosa non si può fare.

L’Emergenza non è uguale per tutti.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Dipende tutto da chi ti ferma.

Il ricorso Antiabusi.

Gli Improvvisatori.

Il Reato di Passeggiata.

Morte all’untore Runner.

Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.

 

INDICE DECIMA PARTE

SENZA SPERANZA

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

In che mani siamo!

Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.

Fase 2? No, 1 e mezza.

A Morte la Movida.

L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.

I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.

Fase 2: finalmente!

 “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.

Le oche starnazzanti.

La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.

I Bisogni.

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Non sarà più come prima.

La prossima Egemonia Culturale.

La Secessione Pandemica Lombarda.

Fermate gli infettati!!!

Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.

Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?

Gli Errori.

Epidemia e Burocrazia.

Pandemia e speculazione.

Pandemia ed Anarchia.

Coronavirus: serve uno che comanda.

Addio Stato di diritto.

Gli anti-italiani. 

Gli Esempi da seguire.

Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…

I disertori della vergogna.

Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus. 

Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.

Grazie coronavirus.

 

 

 

 

 

IL COGLIONAVIRUS

 

QUARTA PARTE

 

LA CURA

 

·         La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

La lotta al Covid-19 a Madrid passa (anche) dalle fogne. Andrea Walton su Inside Over il 25 ottobre 2020. L’analisi delle acque reflue come arma per combattere il Covid-19 ed evitare chiusure e lockdown generalizzati. Si tratta del cosiddetto modello Madrid, una strategia originale ed apparentemente efficace impiegata anche negli Stati Uniti per proteggere contesti circoscritti come quelli dei campus universitari. A spiegarne il funzionamento è stata Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità Autonoma di Madrid e membro del Partito Popolare, che ne ha parlato con il Corriere della Sera. La Diaz Ayuso ha chiarito come l’individuazione di un certo quantitativo di virus nelle acque reflue fa comprendere che a breve scoppierà un focolaio di Covid-19 in una specifica zona della città. Questo consente di programmare chiusure geograficamente limitate, efficaci ed in grado di preservare quanto più possibile il tessuto economico e sociale dell’insediamento urbano. L’adozione di mini lockdown ha consentito di giungere ad un dimezzamento, nel periodo compreso tra il 27 settembre e l’11 ottobre, del tasso di diffusione del virus a Madrid, una delle città spagnole più colpite della pandemia. La capitale spagnola ha così visto migliorare il suo quadro epidemiologico ma l’approccio non è stato gradito, almeno inizialmente, dal governo nazionale, con cui ci sono stati numerosi contrasti.

Una sconfitta dolorosa. L’esecutivo progressista spagnolo, guidato dal premier Pedro Sanchez, ha riportato in vigore, nella giornata di domenica, lo stato di emergenza valido su tutto il territorio nazionale. Si tratta di un provvedimento volto ad imporre misure restrittive per limitare la diffusione del virus SARS-CoV-2, con l’obiettivo di normalizzare il quadro epidemiologico in vista del Natale. Il provvedimento è articolato in diversi punti: dall’imposizione del coprifuoco, in vigore tra le undici di sera e le sei del mattino del giorno seguente alla possibilità per le regioni di chiudere i confini interni mentre gli incontri sociali tra privati non potranno avere più di sei partecipanti. Le amministrazioni locali potranno anticipare o posticipare di un’ora l’entrata in vigore del coprifuoco ma non potranno abolirlo del tutto. L’obiettivo del governo è quello di prorogare la durata delle misure restrittive almeno sino ad aprile. L’economia del Paese, già duramente provata dal lockdown primaverile, rischia di inabissarsi definitivamente anche a causa della cattiva gestione della pandemia. I casi giornalieri registrati nel Paese sono stati, nel periodo compreso tra il 3 settembre ed il 20 ottobre, circa 10-15 mila. Il numero di infezioni è però tornato a crescere con prepotenza nelle ultime settantadue ore ed ha toccato i 20.986 casi il 22 ottobre. Uno sviluppo preoccupante che potrebbe causare seri problemi al sistema sanitario e che evidenzia come l’approccio messo in campo dall’esecutivo si sia rivelato fallimentare.

Il ruolo delle fogne. La Comunità di Madrid aveva iniziato a monitorare, già nel mese di maggio, trecento collettori di acque reflue fognarie. La speranza è sempre stata quella di individuare precocemente eventuali focolai e di normalizzare la situazione epidemiologica nel più breve tempo possibile. Una tesi supportata dalle evidenze scoperte da una squadra di ricercatori dell’Università di Barcellona capeggiata da Albert Bosch. I ricercatori hanno individuato tracce del virus SARS-CoV-2 in campioni di acque reflue di Barcellona risalenti al marzo del 2019 e Bosch ha affermato che la scoperta precoce del virus avrebbe potuto portare ad una gestione diversa della pandemia. Il Covid-19, pur essendo molto contagioso, può essere contenuto efficacemente con l’adozione di un efficace sistema di tracciamento dei casi e dei contatti delle persone infette. Il problema è che il tracciamento, per essere valido, deve essere implementato nelle fasi iniziali della diffusione del morbo, altrimenti rischia di essere travolto dalla crescita esponenziale dei casi e di essere sostanzialmente inutile.

Gli esecutivi non vogliono ascoltare. La convivenza con il Covid-19 non dovrebbe portare ad uno stravolgimento delle vite quotidiane dei cittadini ne alla violazione delle loro libertà costituzionali in nome dell’emergenza sanitaria. Pochi governi, però, sembrano aver compreso questo principio di base e preferiscono adottare misure restrittive su vasta scala (che generano peraltro effetti recessivi a livello economico) piuttosto che cercare di circoscrivere i focolai a livello di edificio, di quartiere o di città. La Comunità di Madrid aveva individuato, con l’ordinanza entrata in vigore il 21 settembre, 37 aree urbane da sottoporre a restrizioni nella speranza di rallentare l’avanzata del virus. Il piano mirava a limitare la libertà di movimento dei cittadini residenti nelle aree in questione e ad imporre chiusure anticipate per i negozi ed i locali presenti in tali zone. Non un lockdown vero e proprio, dunque, ma una lotta strada per strada contro il virus nel tentativo di circoscriverlo. L’ordinanza non è stata apprezzata dal Primo Ministro Pedro Sánchez che ha ingaggiato una lunga battaglia con il governo locale nel tentativo di sottoporre la città a misure più dure. I prossimi mesi potrebbero però vedere un ritorno di un tentativo di convivenza morbida con il virus e la strategia di Madrid potrebbe così tornare in auge.

Mauro Evangelisti per ''Il Messaggero'' l'11 settembre 2020. Sulla scia di quanto deciso dalla Francia, l' Italia si appresta a ridurre il numero dei giorni di quarantena per i casi sospetti di Covid. Attualmente sono 14, a Parigi hanno deciso che 7 sono sufficienti, su richiesta del governo il Comitato tecnico scientifico martedì valuterà se tagliare il periodo di isolamento a 10. Ma c' è un altro numero da tenere d' occhio. Tra luglio e settembre i pazienti in terapia intensiva per Covid-19 sono quadruplicati. Siamo passati dal dato più basso del 29 luglio, 38, a quello molto più alto di ieri, 164, con un incremento di 14 unità rispetto al giorno precedente. E nell' ultima settimana c' è un più 40%. In sintesi: dimentichiamo la storia estiva del coronavirus scomparso e dei contagiati tutti asintomatici. La realtà è differente: i pazienti in terapia intensiva, in poco più di un mese e mezzo, sono quadruplicati. Siamo lontani dal picco del 3 aprile (4.068 pazienti nelle terapie intensive). Non c' è saturazione delle strutture sanitarie, anche perché i posti da poco più di 5.000 sono stati aumentati fino a superare quota 9.000. Però dagli ospedali segnali di difficoltà arrivano: al Santissima Trinità di Cagliari i posti Covid in terapia intensiva sono finiti, tanto che ieri è stato deciso di aprire la seconda unità. A fine agosto al Cotugno di Napoli hanno dovuto potenziare i posti di sub-intensiva. La Lombardia ha già 27 ricoverati per Covid nel reparto dei casi più gravi, la Sicilia 18. «Quanto campanello di allarme non va sottovalutato. Non significa che andremo in emergenza, ma tutti dobbiamo mantenere atteggiamenti virtuosi e prudenti: è vero che abbiamo imparato molte cose su come affrontare la malattia, ma dopo sei-sette mesi avrei sperato che ci fossero farmaci risolutivi che ancora non abbiamo» spiega il professor Massimo Andreoni, primario di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Secondo Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva del San Raffaele, addirittura nei mesi scorsi Berlusconi avrebbe rischiato di morire. «La carica virale del tampone nasofaringeo di Berlusconi era talmente elevata che a marzo-aprile, sicuramente non avrebbe avuto l' esito che fortunatamente ha ora. Lo avrebbe ucciso? Assolutamente sì, molto probabilmente sì, e lui lo sa. E comunque decisiva è stata la tempestività con cui è andato in ospedale: dieci ore dopo poteva essere troppo tardi». Due Paesi vicini come Francia e Spagna avvertono la pressione sugli ospedali (in particolare la penisola iberica); va detto che l' Italia, pur segnando un aumento di nuovi casi positivi (ieri 1.597) resta tra i Paesi europei meno colpiti in questa fase: la Spagnaviaggia a 263,2 infetti ogni 100mila abitanti nelle ultime due settimane, la Francia a 135,1, l' Italia a 32. Sta crescendo, però, in Italia anche il dato dei ricoverati negli altri reparti, più che raddoppiato in un mese (da 800 a a 1.836). Ecco, di fronte a questi segnali ci si sta organizzando: il commissario Domenico Arcuri sta aggiudicando la gara per l' affitto 4 strutture mobili di terapia intensiva, ognuna avrà 75 posti letto. Ma come sono cambiati, rispetto a marzo e aprile, i pazienti che finiscono in terapia intensiva? E come sono state migliorate le cure? Analizza Andreoni: «La tipologia dei pazienti non è cambiata, sono soprattutto anziani e soggetti fragili. Ma questo non significa, esattamente come avveniva a inizio epidemia, che non vi siano anche persone giovani. Negli ultimi mesi abbiamo imparato a trattare i pazienti prima, più tempestivamente, affidandoci soprattutto a un medicinale come il Remdesivir, che si è dimostrato essere il più efficace. E poi cortisone e anticoagulanti. Altri farmaci, che invece sono risultati poco validi se non dannosi, sono stati abbandonati: penso alla idrossiclorochina e ad alcuni antivirali che inizialmente sembravano promettenti. Sulla ventilazione assistita, va detto che la usiamo meglio, non meno».

Mini quarantena, in Italia libererebbe 40 mila asintomatici. Notizie.it il 21/09/2020. Interpellata alcuni giorni fa sulla possibilità di una quarantena ridotta, il Comitato tecnico scientifico non se l’è sentita di fare un passo in avanti ed ha preferito prendere tempo. La mini quarantena, con la riduzione da 14 a 10 giorni dell‘obbligo di isolamento domiciliare libererebbe infatti in Italia ben 40.000 asintomatici ma sono diversi gli ambienti scientifici ufficiali che hanno, seppur timidamente, espresso aperture nell’ottica di una diminuzione dei giorni di quarantena.

Mini quarantena, opinioni contrastanti. Le opinioni scientifiche sono contrastanti. In Italia il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha sposato non più di due giorni fa la posizione del Cts riguardo alla quarantena ridotta riferendosi all’Italia come esempio di prudenza e avvertendo del rischio di aumento contagi Covid nel caso di riduzione del numero di giorni dell’isolamento fiduciario, tuttavia anche in ambito internazionale sembra che Oms e Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) stiano frenando nonostante le timide aperture di giugno. L’Organizzazione mondiale della Sanità, aveva infatti diffuso un dossier, dal titolo Criteria for releasing Covid-19 patients from isolation, in cui si riteneva fattibile la quarantena ridotta perché il Sars_CoV2 “risulta raramente presente nei campioni respiratori dei pazienti affetti dalla Covid-19 dopo nove giorni dall’esordio dei sintomi, specialmente nei pazienti con malattia lieve, solitamente accompagnati da livelli crescenti di anticorpi neutralizzanti e dalla risoluzione dei sintomi“. Il report Oms veniva inoltre accompagnato da una raccomandazione distintiva: quarantena di 10 giorni per pazienti sintomatici (a partire dalle prime manifestazioni dei sintomi) più 3 giorni di convalescenza post Coronavirus senza sintomi. Per gli asintomatici, invece, l’Oms indicava la possibilità di quarantena ridotta a 10 giorni a seguito di tampone positivo. Personalmente ne ho le tasche pine di questa storia degli asintomatici come se fossero untori come nella peste di Manzoniana memoria. Mi vengono in mente le parole della dottoressa Gismondo virologa di fama internazionale che ad un convegno disse che se faceva il test del citomegalovirus ai presenti in sala probabilmente il 70% sarebbe risultato positivo però nessuno aveva alcun sintomo.

Vincenzo Bruno. Classe 1980, originario di Diamante (CS), è laureato in Scienze delle Comunicazioni e si occupa di scrittura creativa per il web. Ha collaborato con diverse testate, sia cartacee (CalabriaOra e Il Meridione) che online. Scrive per Notizie.it e Actualidad.es.

Inglese, italiano, coreano e cinese: 4 strategie diverse per affrontare il virus, quale sarà la più efficace? La Stampa il 15 marzo 2020. Tutto il mondo sta affrontando il contagio del coronavirus e deve misurarsi con gli stessi problemi: un virus che si diffonde velocissimo nella popolazione, per cui non esiste ancora un vaccino, che ha sintomi quasi identici a quelli di una normale influenza, o addirittura si presenta in forma asintomatica in alcuni soggetti. Per contenere il contagio, tuttavia, sono state adottate diverse strategie. Regno Unito, Italia, Corea del Sud e Cina hanno adottato modelli diversi. Vediamo in cosa consistono e quali vantaggi o svantaggi hanno.

Cina, la militarizzazione del territorio. Dopo aver affrontato la Sars nel 2003, il governo di Pechino era pronto e ha mostrato al mondo una macchina tecnologica, logistica e organizzativa di grande potenza. Tutti siamo rimasti a bocca aperta nel veder costruire un ospedale da mille posti nel giro di tre giorni. L’isolamento fisico di intere città, l’uso dei droni per sorvegliare e controllare la popolazione, la militarizzazione dell’intero territorio sono state la risposta di un governo abituato a imporre ai propri cittadini misure di emergenza. E per imporre s’intende nel modo più draconiano immaginabile, con la chiusura di tutta la filiera produttiva e la pena di morte per chi fuggiva dalle zone rosse. Un modello inapplicabile nel mondo occidentale, che non tiene conto di alcun altro diritto dei cittadini se non quello della salute pubblica.

Italia, tutto chiuso ma con deroghe. Dal punto di vista sanitario il modello italiano è simile a quello cinese: chiusi gli uffici, le scuole, i locali, i luoghi pubblici per quindici giorni. Spostamenti solo se necessari e solo se giustificati da validi motivi come lavoro, spesa e salute. Anche in questo caso l’imposizione dei divieti è arrivata dall’alto, non senza polemiche iniziali. Ma alla fine le decisioni politiche sono state più partecipate, l’estensione della zona rossa a tutta l’Italia è stata chiesta dall’opposizione. Pur essendoci sanzioni nei confronti di chi viola i decreti, queste sono decisamente più blande di quelle cinesi. La reazione della popolazione è per adesso quella di una solidarietà nazionale e anche iniziative come i concerti dai balconi rispondono a un’esigenza di mitigare misure pesanti e mostrarsi vicini al prossimo. Molti diritti sono stati compressi nel nome di quello alla salute, dal punto di vista produttivo le aziende sono a terra e questo avrà conseguenze, per adesso non ancora prevedibili. Il modello italiano viene seguito anche da Francia e Spagna.

Corea, tecnologia e tracciamento. Completamente diversa la strategia della Corea del Sud. Seul ha infatti messo in campo un capillare monitoraggio degli spostamenti attraverso il tracciamento dei telefonini. L’idea è quella di riuscire a bloccare solo i soggetti che sono entrati in contatto con soggetti positivi al Covid-19 in modo da isolarli, tenendo però aperte le attività. Il modello coreano adotta una strategia sanitaria che fa grande impiego di tamponi. In pratica vengono fatti test a tutta la popolazione e si adotta in seguito un tipo di contenimento selettivo.

Regno Unito, cinismo e diritti individuali. Se il modello cinese è quello quasi orwelliano di controllo delle masse, Londra ha scelto una strategia opposta. La salute è un bene primario, ma non si possono comprimere i diritti individuali fino al punto di eliminarli. Impossibile nella mentalità inglese privare i suoi cittadini della libertà di scegliere (modello cinese) quanto privare i cittadini della loro privacy con campagne di contact tracing (modello coreano). Londra ha quindi annunciato in un discorso choc che il governo inglese non farà assolutamente nulla per contrastare la diffusione del virus. Meglio affrontare il virus e confidare che dopo una prima ondata con un elevato numero di decessi la popolazione possa sviluppare da sola gli anticorpi per tenere sotto controllo l’infezione. Passerà alla storia la frase del premier Boris Johnson: “Preparatevi ad avere lutti in famiglia”. God save the Queen.

Dal modello coreano all'Italia: tutte le "ricette" anti-Covid 19. Con più di 380mila contagiati e oltre 16mila morti il coronavirus spaventa ancora l’Europa (e non solo). Ecco i vari "modelli" a confronto. Francesco Curridori, Mercoledì 25/03/2020 su Il Giornale. Con più di 380mila contagiati e oltre 16mila morti il coronavirus continua a spaventare l’Europa e le potenze occidentali per i suoi risvolti sanitari ed economici. La pandemia, nata a Whuan e nella provincia dell’Hubei, ha colpito principalmente l’Italia.

Il (fallimentare) modello italiano. Il 22 febbraio il governo Conte mette in quarantena i residenti di Codogno e di altri 9 comuni della provincia di Lodi dove si è sviluppato il primo focolaio di persone infette dal Covid-19. L’esecutivo giallorosso procede con vari tentennamenti perseguendo la politica dei piccoli passi. Nel linguaggio dei media fa il suo ingresso il DPCM, acronimo del cosiddetto “decreto del presidente del Consiglio dei ministri”, lo strumento usato da Conte per chiudere progressivamente il Paese. Non si è trattato di una chiusura immediata e totale, come avevano suggerito molti infettivologi, ma un crescendo di restrizioni che inizialmente ha riguardato solo la Lombardia e il Veneto e, poi, dall’11 marzo, tutto il Paese. Dopo dieci giorni dal primo “lockdown” il premier Conte ne annuncia un altro che prevede anche la chiusura di tutte le fabbriche “non essenziali”, anche se le eccezioni sembrano essere ancora troppe. A livello internazionale si inizia a parlare di “modello italiano” che, in realtà, non è altro che l’applicazione graduale della quarantena attuata da Pechino che ha chiuso l’intera provincia dell’Hubei, una regione popolosa come l’Italia. Un modello che, finora, ha portato dei risultati deludenti dal momento che, in Italia, si registrano quasi 64mila contagiati e più 6mila decessi.

I soldi promessi da Bruxelles. Un “lockdown” che durerà fino al 3 aprile e che molto probabilmente, purtroppo, sarà prorogato con inevitabili conseguenze negative che si rifletteranno sull’economia italiana per i prossimi anni. A tal proposito il presidente della Bce Christine Lagarde, proprio nei giorni in cui il numero dei morti per coronavirus nel nostro Paese continuava a salire, annunciava di non aver nessuna intenzione di intervenire per ridurre lo spread italiano come fece Mario Draghi. Parole in netto contrasto con quelle usate dal presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen che, invece, si è mostrata molto solidale con l’Italia tanto da sospendere il patto di stabilità e costringere la Bce a mettere sul piatto ben 750 miliardi di euro per aiutare i Paesi europei colpiti dall’emergenza Covid-19.

Spagna, Francia e Germania copiano l'Italia. Un’iniziativa portata avanti per tranquillizzare anche gli altri Paesi europei come la Spagna e la Francia che hanno seguito il “modello italiano”. Il Paese iberico, quarto al mondo per numero di contagiati (quasi 35mila) e terzo per numero di decessi (più di 2300), si trova in stato di emergenza dal 14 marzo. Il governo socialista di Pedro Sanchez ha deciso di adottare per due settimane misure più restrittive di quelle italiane, vietando persino di fare jogging nei parchi e, due giorni dopo, ha di fatto sospeso la Convenzione di Schengen. Le scuole, ovviamente sono chiuse, mentre le aziende lavorano, ma a ritmi ridotti. I luoghi di culto, invece, sono aperti, ma devono garantire la distanza di un metro tra le persone. Il premier Sanchez ha, inoltre, annunciato l’acquisto di nuove forniture mediche e l’estensione dei test per trovare il maggior numero possibile di persone positive al Covid-19. Il suo governo stanzierà 200 miliardi di euro di cui la metà andranno a beneficio di prestiti e imprese, mentre 600 milioni serviranno per l’assistenza ai più deboli. La Francia, con oltre 20mila contagiati e 862 morti, è il terzo Paese europeo più colpito per numero di decessi da coronavirus. Il presidente Emmanuel Macron, lo scorso 16 marzo, ha dichiarato lo stato d’emergenza e imposto per due settimane una serie di limitazione “in stile italiano”, approvate per legge dall’Assemblea nazionale nella notte tra il 21 e il 22 marzo. Tra le misure entrate in vigore vi è la possibilità di uscire di casa solo per lavorare, fare la spesa, andare dal medico e fare esercizio fisico solo nei pressi della propria abitazione e a debita distanza dalle altre persone. Restano chiuse scuole, bar, ristoranti e negozi che non vendono beni di prima necessità, mentre i luoghi di culto sono aperti, ma la partecipazione alle funzioni religiose è interdetta ai fedeli. Dal punto di vista economico Macron ha stanziato 45 miliardi di cui 32 andranno per cancellare o rinviare le tasse delle imprese, mentre 2 miliardi finiranno in un fondo di solidarietà per i più deboli. Il resto verrà usato per ampliare i fondi per la disoccupazione. La Germania, con quasi 29mila positivi e poco più di un centinaio di morti, è stata colpita soprattutto in Baviera dove il lockdown è iniziato il 20 marzo scorso. Il governo guidato da Angela Merkel (anche lei si trova in quarantena), che il 16 marzo aveva imposto la chiusura delle scuole fin dopo Pasqua, ha adottato delle “misure senza precedenti” soltanto nel fine settimana. Berlino vieta gli assembramenti con più di due persone, "eccezion fatta per le famiglie e le persone che convivono nello stesso domicilio". Sarà possibile andare al lavoro e dal medico, fare la spesa, partecipare a esami o altre attività "necessarie" purché si mantenga una distanza minima di 1,5 metri. Lo sport all’aperto è consentito, ma pub, bar e ristoranti restano chiusi così come parrucchieri, studi di bellezza, di massaggi e di tatuaggi". L’apertura e la chiusura dei luoghi di culto è demandata ai singoli Lander. Dal punto di vista economico, il governo tedesco ha garantito con prestiti "illimitati" per 550 miliardi di euro e ha fatto cadere il tabù sul deficit, annunciando 156 miliardi di euro di aiuti a famiglie e imprese.

Il modello Sudcoreano. In Italia Giovanni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, ha invitato il governo ad “adottare il metodo coreano per rintracciare e isolare i positivi”. La Sud Corea, che finora ha registrato quasi 9mila contagiati e appena 111 decessi, è riuscita a contenere la diffusione del coronavirus facendo tesoro degli errori commessi durante l’epidemia di Mers che nel 2015 causò 200 contagi e 38 vittime. Da allora Seul ha deciso di adottare nuovi protocolli e una strategia che coniuga la possibilità di effettuare test a tappeto” e l’uso di app per monitorare gli spostamenti delle persone positive. Il governo di Seul non ha imposto una quarantena rigida come quella cinese, ma ha chiuso le scuole per tre settimane e vietato ogni manifestazione pubblica. I sudcoreani, infine, sono tenuti a indossare la mascherina nei luoghi pubblici e a rispettare le misure di distanziamento sociale che comprendono, ovviamente, anche il divieto di creare assembramenti. Il governo, infine, ha annunciato lo stanziamento di oltre 9,8 miliardi di dollari per affrontare l’emergenza sanitaria e finanziaria.

Il "caso russo": quarantene per turisti e poche restrizioni. Anche la Russia, dove finora si sono registrati 438 positivi e 1 solo decesso, ha deciso di usare i sistemi di geolocalizzazione per monitorare gli spostamenti dei russi che sono stati in contatto con persone affette da Covid-19. Qui le scuole sono state chiuse dal 21 marzo fino al 12 aprile, ma i collegamenti con la Cina sono stati interrotti già dai primi giorni di febbraio. Inizialmente tutti gli stranieri provenienti da Paesi in cui vi è stata una grande diffusione del virus sono sati messi subito in quarantena, mentre ora l’ingresso degli stranieri in Russia è stato proibito fino al primo maggio. Il governo ha fatto una serie di raccomandazioni (non baciarsi, abbracciarsi e non frequentare luoghi affollati), ma ha anche vietato di formare assembramenti o dar vita a manifestazioni pubbliche. Il sindaco di Mosca, invece, ha imposto l'auto-isolamento obbligatorio, valido dal 26 marzo al 14 aprile, per tutti i residenti over 65 anni e per le persone affette da malattie croniche, ad eccezione del presidente Vladimir Putin. Il governo si è impegnato a investire 86 milioni di euro in respiratori artificiali e altre strumentazioni sanitarie.

Regno Unito e Stati Uniti: dalla sottovalutazione ai lockdown. Il Regno Unito, con oltre 6mila contagiati e 336 decessi, sembra aver preso sottogamba il pericolo dettato dal coronavirus. Il premier conservatore Boris Johnson, inizialmente, era intenzionato ad affidarsi all’immunità di gregge, ma poi ha cambiato strategia dopo che i medici dell'Imperial College gli hanno prospettato che sarebbero potuti morire fino a 250mila britannici. Se il 16 marzo sono partite una serie di raccomandazioni volte ad evitare contatti sociali, quattro giorni dopo Johnson è stato costretto a chiudere le scuole, i cinema, i teatri, le palestre e tutti i locali di ristorazione, compresi gli amatissimi pub. Ieri, invece, è arrivata la svolta del governo conservatore che ha abbracciato il modello italiano, limitando all'osso la libertà di movimento degli inglesi. In compenso, il governo ha fornito garanzie statali per 330 miliardi di debiti delle imprese e ha annunciato altri aiuti per i disoccupati e per i lavoratori autonomi ai quali è stato concesso il rinvio del pagamento di 30 miliardi di sterline di IVA. Negli Stati Uniti, terzo Paese al mondo per numero di contagiati (oltre 43mila anche se i decessi sono solo 557), il presidente Donald Trump, dopo un’iniziale sottovalutazione del problema, ha sospeso tutti i voli da e per gli Stati Uniti a partire dal 13 marzo. E mentre in 8 Stati, tra cui New York e California, è partito il lockdown costringendo ben 100 milioni di americani a restare a casa, da Washington è arrivata la promessa di investire 2.000 miliardi di dollari che si tradurranno in assegni per i contribuenti e per le famiglie. Una misura sulla quale i parlamentari democratici e repubblicani devono ancora trovare un accordo.

Dallo sviluppo iniziale alla guarigione: le fasi del coronavirus. Federico Giuliani su Inside Over il 15 marzo 2020. L’epidemia provocata dal nuovo coronavirus è diventata una pandemia. Questo significa, prima di tutto, che il Covid-19 ha superato ogni confine e fatto breccia praticamente ovunque: dall’Asia all’Europa, dalle Americhe all’Africa. Da un punto di vista tecnico, il nuovo livello di allerta comporta più limitazioni alla vita quotidiana e blocchi più stringenti. In altre parole le disposizioni a cui gli italiani sono già stati sottoposti verranno via via estese un po’ ovunque. Ma quando torneremo alla normalità? In Italia, a meno di ulteriori proroghe, la data segnata sul calendario è quella del 3 aprile. È tuttavia complicato individuare il momento esatto della fine della pandemia,. Non a caso esperti e ricercatori sono soliti adattare i loro ragionamenti sul lungo periodo (settimane o mesi, non certo giorni). Non solo. C’è un altro aspetto da considerare e riguarda le strategie adottate dai vari Paesi. Ogni governo applica misure differenti, quindi la velocità impiegata da ciascuno Stato per uscire dal tunnel dipende dall’efficacia della strategia perseguita. Detto altrimenti, è probabile che la quarantena forzata importa dalla Cina ai suoi abitanti sia più efficace dell’immunità di gregge proposta dal Regno Unito di Boris Johnson.

Dallo sviluppo iniziale alla guarigione. Tenuto conto di quanto appena detto, Jp Morgan ha realizzato un grafico interessante che incrocia due aspetti. Il primo: le settimane di epidemia trascorse da quando è stato rilevato il primo paziente infetto in un dato Paese. Il secondo: la fase di epidemia che sta attraversando attualmente ciascun Paese preso in esame, dallo sviluppo iniziale alla guarigione. Il quadro che emerge è una fotografia istantanea che dovrebbe aiutarci a capire chi è sulla via della vittoria e chi sta per iniziare la sua battaglia. La prima fase è quella dello “sviluppo iniziale” e la caratteristica che la contraddistingue è l’aumento dei nuovi casi di pazienti infetti. Lo step successivo è l’”accelerazione” dell’epidemia, con una crescita dei contagi e guarigioni limitate. Entriamo poi nella terza fase denominata “Late Accumulation”: qui iniziamo ad assistere a una diminuzione della crescita dell’infezione seppur con in presenza di nuovi contagi. I malati, per lo meno, iniziano ad aumentare. L’ultima fase è quella della “guarigione“, che si verifica quando ci sono pochissime infezioni e numerose guarigioni.

Fasi e Paesi. Il quadro è ovviamente dinamico anche se la ricerca si ferma a fotografare un dato istante. Al momento dello studio, Olanda e Regno Unito si trovano nella prima fase mentre Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna in quella dell’accelerazione. Discorso a parte merita il Giappone che, dati alla mano, sembrerebbe essere arrivato alla guarigione saltando gli altri step. Iran e Italia sono vicini al picco e impegnati nella fase di massima salita. La Corea del Sud è invece in fase calante, così come la Cina: questi due Paesi asiatici sembrerebbero essersi lasciati il peggio alle spalle. La Cnn ha invece mostrato un altro grafico, sempre relativo alla spread trajectory del coronavirus. I dati più o meno coincidono con quelli proposti da Jp Morgan, anche se sono stati inclusi Hong Kong e Singapore. Date le piccole dimensioni di queste città-Stato, qui i danni provocati dal Covid-19 sono decisamente più limitati.

Coronavirus: cosa sta succedendo? Salvo Di Grazia su medbunker.it lunedì 9 marzo 2020. Nonostante cerchi di continuare a parlare di altri argomenti ormai (ovviamente) le cronache e le discussioni sono tutte incentrate sull'epidemia da Coronavirus. Di notizie ce ne sono tante, troppe e forse anche questo alimenta confusione e incertezza. Come sempre credo che i dati siano la base migliore dalla quale partire. Abbiamo un virus nuovo. Questo lo rende interessante dal punto di vista scientifico (per ovvi motivi), subdolo da quello clinico (non conoscendolo non sappiamo cosa possa causare). Essendo un virus che si diffonde ormai da settimane (prima in una regione confinata, la Cina, poi in tutto il mondo), cominciamo ad avere qualche notizie in più. Certo, la valanga di notizie, pareri, opinioni e lanci d'agenzia non ha aiutato nessuno e parole come "epidemia", "pandemia", "zona rossa", "quarantena", sembrano uscite da un film apocalittico e possono fare paura, cosa che non giova. Ma allora, cosa sta succedendo? Cosa possiamo dire e cosa sappiamo oggi? Sappiamo per esempio che la malattia causata da questo virus (si chiama Covid-19, CoronaVirus Disease) causa una sindrome simil influenzale con particolare coinvolgimento dei polmoni. Nei polmoni la malattia può causare una grave polmonite interstiziale che, in certi casi e soprattutto nelle persone a rischio, può essere persino letale. La classe che sembra più delicata e a rischio è quella degli anziani, dai 65 anni in poi con un rischio che aumenta parallelamente all'età (l'età media del decesso dei pazienti positivi al Coronavirus è 81 anni). Nei casi confermati in questa ondata epidemica quasi tutti (i due terzi) i decessi erano di persone con malattie preesistenti. La letalità (numero di morti tra i contagiati) di questa malattia non è altissima ma nemmeno trascurabile, siamo attorno al 3,5% ma si tratta di un dato discutibile e sicuramente non preciso. Per capirci: molto probabilmente questo numero è in realtà molto più basso perché i contagiati sono solo quelli che risultano positivi al test per la presenza del virus. È molto probabile che molti (moltissimi?) positivi non sono mai stati rilevati perché con pochi sintomi e quindi non si sono mai resi conto di essersi ammalati. Se i contagiati (reali) fossero, come probabile, molti di più, la letalità sarebbe notevolmente più bassa (forse simile a quella dell'influenza stagionale). C'è da dire un'altra cosa importante, legata alle fasce d'età. Come ho scritto, questa malattia è più pericolosa per le persone più anziane (a maggior ragione oltre gli 80 anni). Se consideriamo la letalità per fasce d'età vedremo che negli over 80 avremo 10,9% di letalità (altissima), mentre nella fascia 0-65 anni di età è dello 0,5% (bassissima). Come notate, questi dati bisogna saperli leggere e, anche sapendolo fare, possono essere molto variabili. Il dato della letalità generale (che sembra maggiore rispetto alla Cina contro quella delle varie fasce d'età), è una nota distorsione statistica dovuta al fatto che da noi ci sono più anziani, si chiama "Paradosso di Simpson". Detto questo c'è un grosso problema. Il virus, come tanti virus e come in tante epidemie, non "chiede il permesso" per infettare. Ha un'alta contagiosità (più di altre malattie infettive) e quindi se "entra" in una popolazione rischia di infettarne larga parte. Per popolazione, in epidemiologia, non si intende per forza una nazione o una regione ma "un gruppo". Il virus può infettare una regione, una "macroregione" (il nord Italia, ad esempio) o una nazione intera ma anche di più. Così è successo in Cina. Moltissimi contagiati, in pochissimo tempo e, anche se la letalità fosse bassissima, le vittime potrebbero essere tantissime (su grandi numeri, anche una piccola percentuale è in ogni caso numerosa). Questo, a prescindere dalla gravità dei sintomi della malattia, oltre a fare vittime, sovraccarica le strutture sanitarie. Migliaia di persone si riversano al pronto soccorso, centinaia di ricoverati, tanti in rianimazione. Serve personale, farmaci, posti letto, macchinari. Quando questo succede in sei mesi (come per l'influenza) si riesce a sopportare l'impatto (e supportare tutti), quando questo avviene in un mese potrebbe far crollare tutto. E poi diventa una reazione a catena. Se i reparti di rianimazione fossero pieni di pazienti con polmonite da Coronavirus, non potrebbero ricevere persone in insufficienza renale, con un infarto, chi ha avuto un incidente, una donna che ha avuto un'emorragia post partum, un uomo che ha avuto un ictus con conseguente diminuzione dell'assistenza, delle cure e quindi un aumento senza precedenti della mortalità e delle complicanze, oltre che un peggioramento improvviso e pesante del livello delle cure.

Ecco, il vero, principale rischio di questa epidemia è questo. Un contagio veloce, della maggior parte della popolazione metterebbe a rischio il sistema sanitario e questo non sarebbe un problema solo relativo all'epidemia ma a tutto il resto. A tutto questo si aggiunge il fatto che il virus è veramente pericoloso (come detto prima) nelle persone più anziane, cosa tipica delle malattie infettive a maggior ragione se con sintomi respiratori. Sono loro gli individui da proteggere perché, colpiti dalla malattia, avrebbero conseguenze gravi se non irreparabili.

E allora? I provvedimenti di contenimento e mitigazione? Le "zone rosse"? Sono doverose. Proprio per evitare quello che ho detto. Hanno funzionato, spesso funzionano e quindi dobbiamo usarle. Questo ci consentirà (nello scorso articolo ho fornito qualche spiegazione e pure la letteratura scientifica a supporto) di diminuire i casi il più possibile e, in ogni caso, di "spalmare" quelli che hanno bisogno di cure, diminuire il numero dei contagiati e quindi delle complicanze, evitare il contagio di persone fragili (anziani su tutti) e curare tutti, fino alla fine dell'ondata epidemica. Se non riuscissimo a contenere il numero di persone bisognose di cure si potrebbe assistere al collasso del sistema sanitario. L'obiettivo delle misure di contenimento e mitigazione, è proprio quello di limitare il più possibile (annullarlo è praticamente un'utopia) la contagiosità del virus e la cosa più evidente (anche da studi che hanno analizzato il caso cinese) è che le misure devono essere severissime, rigide e rispettate, altrimenti saranno praticamente inutili.

Vari scenari. Il valore R0 indica la "contagiosità" del virus. Se è molto alta o anche solo alta, potrebbe determinare il collasso dell'assistenza medica. Se la abbassiamo a valori molto più bassi questo collasso sarà almeno ritardato e contenuto. Unica soluzione quindi è quella di diminuire i contagi e subito. Il punto da capire è riflettere sulla conseguenza tra rischio individuale e rischio di popolazione (grazie a Luca De Fiore che mi ha fatto riflettere su questo punto decisivo). Questo può servire per fare capire a tutti, anche a chi non si rende conto della necessità delle misure di contenimento nonostante si parli di una malattia non grave, che siamo in un momento decisivo. Il rischio individuale di questa malattia (quindi il rischio che corre ogni persona, ogni singolo di ammalarsi e avere gravi danni dalla malattia) è basso. Bassissimo. Non significa nullo e non significa che non morirà nessuno, anzi. Il rischio di popolazione (le complicanze in generale, il peso su strutture mediche e lavoratori della sanità, lo stress sulla popolazione) è alto, altissimo. Capita questa differenza le cose saranno messe al loro posto più giusto.

Per capirci ancora meglio. Il rischio di ammalarsi oggi di difterite, in Italia, è molto basso, quasi nullo (anche perché ci vacciniamo). Ma allora perché ci vacciniamo ancora obbligatoriamente e ci battiamo per le vaccinazioni? Perché il rischio di popolazione è molto alto. Basterebbe UN caso di difterite per causare un caos totale, rappresenterebbe un problema di salute pubblica molto grave. La malattia è gravissima per tutti, soprattutto per le persone più fragili (bambini, anziani, immunodepressi), quindi l'obiettivo non è avere "pochi casi" (sarebbe un dramma!) ma zero. Neanche uno. Per questo, nonostante non si parli di una malattia diffusa, siamo così impegnati per mantenerla tale. Non farlo non è solo rischiare (poco per se, tanto per gli altri), non solo causare dolore e sofferenza (anche a una persona è sempre tanto) ma anche dimostrare un egoismo e una superficialità altissimi, oltre che un bassissimo senso civico. Le malattie infettive, tutte, influenza compresa, sono per definizione pericolose e dannose e se fino a oggi non lo abbiamo capito è perché abbiamo i vaccini, le cure, le strutture sanitarie. Nel caso del Coronavirus non abbiamo vaccini, cure e le strutture sanitarie rischiano di non reggere l'impatto. Ecco, la situazione attuale quindi non è un'apocalissi in corso e nemmeno sono prevedibili o pensabili stragi, si dovrà convivere per un po' con un problema che poteva accadere ed è accaduto. Calma e sangue freddo. Tutto il resto, lo spettacolo al quale abbiamo assistito in questi giorni, tra cui urla, il panico, il terrore sono invece ingiustificati, inutili, pericolosi. Sono la conseguenza di un mondo virtuale, connesso, nel quale tanti cercano una finestra dalla quale affacciarsi o farsi notare.

Cosa ci aspetterà? Un'epidemia ha un decorso quasi sempre tipico. Un aumento dei casi lineare (pochi casi, continuamente), poi esponenziale (tanti casi improvvisamente), poi si arriva al picco epidemico (tanti casi, il massimo raggiunto), una stabilizzazione (i nuovi casi restano simili per numero per un po' di tempo) per poi arrivare a un calo progressivo. Questo succede perché il virus trova sempre meno persone da infettare e condizioni sempre più sfavorevoli alla sua diffusione (più o meno dopo un 15%-20% di popolazione colpita si ha un picco epidemico). Probabilmente anche questa volta succederà questo e l'obiettivo è proprio quello di arrivarci nel migliore dei modi. Cosa fare quindi? Seguire con attenzione e precisione i consigli delle istituzioni sanitarie. Essere educati e rispettosi degli altri limitando i contatti e i comportamenti a rischio. Evitare luoghi affollati. Igiene ripetuta soprattutto delle mani. E poi calma, serietà, razionalità. Alla prossima.

PANDEMIA, SIAMO GIÀ AL “QUARTO PASSO”. ECCO COSA DOVREBBE ACCADERE. Redazione sicilia.opinione.it il 12 Marzo 2020. Dalla dichiarazione dell’inizio di un’ondata pandemica fino al picco e alla decelerazione, per prepararsi a una futura ondata: sono queste le fasi che è necessario affrontare ogni volta che un’epidemia si diffonde a livello globale. Adesso che ufficialmente l’Oms ha dichiarato la pandemia la gente di tutto il mondo si domanda che cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. E alcune nozioni, determinate dalle esperienze precedenti, possono essere utili per immaginare concretamente gli scenari futuri. La progressione verso una pandemia avviene in sei passi.

Il primo è la comparsa di un nuovo microrganismo pericoloso per l’uomo, come è accaduto alla fine del 2019 in Cina con il coronavirus SarsCoV2. In questa fase il primo obiettivo è valutare il livello di rischio e di aggressività.

Il secondo passo consiste nell’identificare tutti i casi di contagio per identificare il potenziale di diffusione e nell’adottare azioni tese al contenimento.

Il terzo passo segna l’inizio di un’infezione diffusa a livello globale, la pandemia.

Il quarto passo segna l’accelerazione dell’ondata pandemica, con una curva epidemiologica che punta verso l’alto. Le azioni di sanità pubblica si concentrano su interventi di contenimento, come la chiusura delle scuole e il distanziamento sociale, nonché l’uso di farmaci e la ricerca di un vaccino. L’obiettivo di queste azioni combinate è ridurre la diffusione della malattia.

Il quinto passo consiste nella progressiva e costante riduzione dei casi e, parallelamente, delle azioni di contenimento (come la chiusure delle scuole).

Il sesto e ultimo passo segna la fine della pandemia e contemporaneamente l’inizio di una fase di preparazione a ulteriori ondate.

L’effetto dell’isolamento contro il coronavirus, in una strepitosa grafica. Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Elena Tebano. In queste settimane lo abbiamo sentito ripetere spesso: senza misure contenitive il coronavirus si diffonde a una velocità esponenziale. È la matematica del contagio, come Paolo Giordano ha spiegato magistralmente sul Corriere. Per permettere a tutti di visualizzare le differenze nel diffondersi dell’epidemia a seconda delle misure di «isolamento sociale» adottate, il Washington Post ha fatto adesso una bellissima simulazione grafica interattiva. La trovate qui (l’accesso è libero, basta premere il pulsante in nero sulla sinistra della schermata del paywall e dare l’assenso per la privacy). I grafici simulano il contagio per una malattia inventata (la «stimulitis») in quattro scenari diversi:

1. senza nessuna misura di contenimento;

2. con la quarantena assoluta (che comunque fa «scappare» qualche infetto);

3. con isolamento e «distanziamento sociale» che permettono di uscire solo a un cittadino su quattro e infine 4. con isolamento e «distanziamento sociale» che permettono di uscire solo a un cittadino su otto. L’ipotetica «stimulitis» è estremamente contagiosa: basta che una persona sana (il pallino celeste) entri in contatto con una persona malata (il pallino marrone) e si infetterà. Nella dinamica bisogna inoltre considerare coloro che guariscono (pallino rosa). Potete scorrere la pagina tenendo conto di queste indicazioni e otterrete la curva dei contagi (in marrone) e quella dei guariti (in rosa). Il risultati sono calcolati in modo che i contagi avvengano in modo casuale: ogni volta che visiterete la pagina darà una dinamica diversa. Ma in ogni caso la tendenza è sempre la stessa: più la curva è alta, più sono i malati in contemporanea, più è difficile per il sistema sanitario prendersene cura. Il messaggio è chiaro: l’«isolamento sociale» è fondamentale per contenere l’epidemia e migliorare la risposta sanitaria. Perché funzioni, però, ognuno di noi deve prendersi la responsabilità di seguire sempre le misure richieste.

Silvia Turin per il “Corriere della Sera” il 16 marzo 2020. Quanto tempo servirà per capire se le restrizioni funzionano? Uno studio che ha totalizzato più di 24 milioni di visualizzazioni ci può dare qualche spunto sull'andamento dell' epidemia qui in Italia. L' analisi in questione è stata fatta da Tomas Pueyo, 33 anni , Mba all' Università di Stanford, vicepresidente di «Course Hero», una piattaforma di insegnamento online oggi valutata 1,1 miliardi di dollari e si intitola: «Perché agire ora». Analizza gli andamenti del Covid-19 in tutto il mondo, soffermandosi su errori e strategie da adottare e partendo dalla Cina, non solo perché è il Paese (finora) più colpito, ma perché più avanti cronologicamente di tutti gli altri e in qualche modo già fuori dall' emergenza, uno scenario che può fornire dati più completi. Il dettagliato grafico ( si veda sopra, ndr ) riporta l' andamento (nella provincia di Hubei, la più colpita) del numero di casi confermati per ogni giorno. Le barre blu sono casi reali di coronavirus. I Cdc cinesi (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) li hanno ricavati chiedendo ai pazienti in cura quando sono iniziati i sintomi. Le barre arancioni mostrano ciò che le autorità sapevano (i casi ufficialmente positivi), quelle grigie quello che stava realmente accadendo. Incrociando i numeri dei positivi con le misure intraprese dal governo cinese, si nota come tra il 23 e il 24 gennaio (chiusura di Wuhan e chiusura di 15 città dell' Hubei) i casi reali arrivino al picco, per poi iniziare a scendere due giorni dopo. Le colonnine arancioni, però, crescono ancora esponenzialmente per altri 12 giorni, ma nella realtà non era così. La discrepanza temporale è data dal ritardo tra l' insorgenza dei sintomi (in media 5 giorni dopo il contagio) e l' arrivo dei risultati dei tamponi. La crescita rappresenta le persone che, avendo sintomi più forti, vanno dal medico. Ebbene, si vede come i casi reali non sono subito noti, si possono scoprire solo guardando all' indietro. L' altro dato importante è che, all' inizio di un' epidemia, i casi reali possono essere molti di più di quelli che si stimano: quando a Wuhan pensavano di avere 444 positivi, ne avevano 27 volte di più. Il contrario succede quando la curva dei contagi diminuisce: sono ancora tantissimi quelli ufficiali, ma nella realtà stanno calando. E veniamo all' Italia: anche l' ISS (Istituto Superiore di Sanità) emette un bollettino che contiene un grafico analogo ( si veda sopra, ndr ): in blu i casi reali con la data di inizio dei sintomi e in azzurro i casi diagnosticati aggiornati al 14 marzo. Il problema con la nostra situazione è che è ancora troppo presto per costruire curve precise. Lo stesso ISS specifica in una nota che « i dati raccolti sono in continua fase di consolidamento e, come prevedibile in una situazione emergenziale, alcune informazioni sono incomplete. Il calo che si osserva nelle curve epidemiche negli ultimi due giorni, pertanto, deve essere interpretato come un ritardo di notifica e non come descrittivo dell' andamento dell' epidemia ». Non solo. Ogni Paese adotta policy diverse che regolano l' esecuzione dei tamponi (che tra l' altro cambiano nel tempo): in Italia ora i test si fanno solo a persone con sintomi evidenti e seri e con sospetto di essere entrate in contatto con malati di Covid-19. L' indagine sull' inizio dei sintomi, invece (colonne blu), parla di dati «raccolti dai laboratori di riferimento regionale»: non si capisce quanto rappresentino la popolazione che ha qualche sintomo leggero e che si confina in casa senza chiamare le autorità sanitarie. Quel che possiamo dire, e che rassicura, a partire dalla Cina, è che quando si «chiudono» le città i casi si arrestano subito e diminuiscono, ma lo si «scopre» solo 12 giorni dopo. Teoricamente la crescita che vediamo oggi, quindi, è l' effetto dei comportamenti di una settimana fa e tra una settimana (circa) vedremo a cosa è servita la chiusura «totale». Quello che sappiamo per certo è che in gran parte ora dipende da noi: come insegnano la Cina e Codogno, i risultati verranno.

Il tricolore contro il cinismo. Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. In questa prova terribile viene fuori non solo il carattere delle persone, ma anche quello dei popoli. I latini si sono confermati più emotivi, sia nelle reazioni, sia nelle decisioni. Non è detto sia un male. L’Italia, colpita per prima, ha scelto la via drastica della chiusura totale. La Spagna l’ha seguita abbastanza rapidamente, compreso il blocco dei voli da e per l’Italia. Macron, dopo la clamorosa gaffe della Lagarde, ha fatto un discorso bellissimo: ha detto ai francesi che conta su di loro, che la crisi deve «risvegliare il meglio che è in noi», che «ognuno porta in sé una parte di responsabilità per la salute dell’altro»; poi ha annunciato la chiusura delle scuole, senza avere il coraggio di mettere il lucchetto pure a bar e ristoranti — come peraltro la Francia ha dovuto fare appena 24 ore dopo — e di sospendere le elezioni comunali. Il mondo anglosassone ha avuto una reazione del tutto diversa. Business as usual, ha detto in sostanza Boris Johnson: si lavora come sempre. «I casi sono molti di più di quelli scoperti. Preparatevi a perdere i vostri cari». Nessuna restrizione, però: chi ha febbre e tosse resti a casa; l’importante è non fermare l’economia. Una linea che è stata elogiata dai quotidiani vicini al governo, compreso il Times, ed è stata paragonata allo stoicismo churchilliano; ma che può costare carissimo sia agli inglesi, sia al mitico National Health Service, che non si è ancora ripreso dai tagli thatcheriani (e blairiani). C’è da scommettere che nel giro di giorni, se non di ore, la strategia sarà rivista: già ieri è stato consigliato agli over 70 di restare in casa. Di sicuro far giocare a porte aperte Liverpool-Atletico Madrid di Champions League, con tremila tifosi madrileni sugli spalti, è stato un rischio pazzesco: la capitale spagnola è anche il principale focolaio del Paese; del resto il virus colpisce innanzitutto le regioni più ricche, dinamiche, aperte al mondo. In Italia, la Lombardia; in Germania, il Nord Reno-Westfalia, il Land della Ruhr, che da solo sarebbe la quattordicesima economia del mondo. Anche Angela Merkel ha detto una frase spaventosa: il virus può contagiare il 60 per cento dei tedeschi. La sua strategia è meno cinica di quella di Johnson, ma in Germania il blocco è stato ritardato dal dogma federalista; ogni Land decide per sé. E la situazione dev’essere davvero grave, se la sparagnina Cancelliera ha annunciato un piano di spesa senza precedenti e ha chiuso le frontiere agli amici francesi. Donald Trump invece ha seguito un altro dogma: il sistema privato e il denaro. Sulle prime il presidente ha scelto una linea negazionista: «Ne uccide molti di più l’influenza». Poi ha capito che stava correndo verso il disastro, e ha corretto la rotta promettendo 50 miliardi di dollari, milioni di test, e la mobilitazione delle multinazionali, da Walmart a Google. Trump sa che la crisi da coronavirus può costargli la Casa Bianca, e non solo perché puntava sul buon andamento dell’economia e di Wall Street. La superpotenza con il Terzo Mondo in casa, con fasce poverissime di popolazione prive di assistenza medica, si scopre vulnerabile; la domanda di Stato, di governo, di sanità pubblica può favorire un candidato non esaltante come Joe Biden. Ma lo scenario cambia di giorno in giorno, e a volte i popoli smentiscono sé stessi. Gli inglesi ad esempio sono stati meno understated di quanto il loro premier vagheggiasse: Londra si è un po’ svuotata, chi poteva ha raggiunto la dimora di campagna, molti italiani sono rientrati, Alitalia — l’unica compagnia che ancora opera tra l’Inghilterra e Roma — ha aggiunto due voli supplementari. L’Italia invece è parsa seguire il paradigma della propria storia. Una classe dirigente impreparata, con poche eccezioni tra cui il presidente della Repubblica, che ha saputo tranquillizzare e anche farsi sentire quando la Lagarde ci ha mancato di rispetto. Per il resto l’oscillazione tra chiusure, riaperture, richiusure ha fatto perdere tempo prezioso. Appare assurdo che non ci siano abbastanza mascherine, che l’arrivo del virus ci abbia colti di sorpresa. Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. A Torino, a Milano e non solo si cominciano a vedere i tricolori alle finestre; a conferma che siamo più legati all’Italia di quanto amiamo riconoscere. L’emotività può portare a commettere errori; ma può essere più razionale del cinismo. E può rappresentare anche una fonte inesauribile di energie morali. Alla fine della sua vita, Winston Churchill raccontò a Indro Montanelli di quando, passeggiando con i cronisti tra le macerie di un quartiere di Londra semidistrutto dai bombardamenti nazisti, vide «una botteguccia di barbiere» con un cartello che diceva «business as usual»: «Colpito, mi lanciai in una tirata patriottica sull’orgoglio di condurre un popolo che dava tali prove. Nessuno ebbe il coraggio di dirmi che il proprietario di quel negozio si chiamava Pasquale Esposito».

Paola Cipriani per "repubblica.it" il 21 marzo 2020. Da New York a Singapore, da Beirut a Tokyo, da Parigi a Venezia passando per Nairobi. Lo scenario è sempre lo stesso: il vuoto. L'effetto del coronavirus e, quindi, delle misure restrittive prese dai governi del mondo per contenere la pandemia mostrano metropoli, città, stazioni e strade deserte. Milioni di persone non escono più di casa. Ecco come si presenta il mondo nei giorni del Covid-19.

Quando la quarantena è utile: Newton scoprì la legge di gravità. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 18 marzo 2020. Il grande scienziato britannico si isolò a causa della grande peste: e fu il suo anno più fecondo. Lontano dalle aule del Trinity college, dai disprezzati colleghi, dall’imbolsita comunità accademica. Per un anno intero il grande scienziato Isaac Newton ha vissuto confinato nel suo cottage di Woolsthorpe, a nord di Londra. Era il 1665 e la capitale britannica era flagellata dall’epidemia della “grande peste” ( portata in città dalle navi mercantili olandesi che commerciavano cotone) che uccise 100mila persone, circa il 20% della popolazione. Paradossalmente fu un altro tragico evento a debellare il morbo: il grande incendio di Londra del 1666 che oltre a distruggere 15mila abitazioni segnò anche la fine della piaga, sterminando le colonie di topi, principali vettori della malattia. Le scene, infernali, di quell’ecatombe, sono raccontate in modo vivido dallo scrittore Daniel Defoe ( già autore di Robinson Crusoe e Moll Flanders) nel toccante A Journal of the Plague Year. E’ stata l’ultima grande ondata di peste bubbonica nel Regno Unito e assieme all’analoga epidemia di Marsiglia nel 1712, rappresentò il primo tentativo di risposta su scala nazionale e con protocolli epidemiologici più o meno efficaci al contagio di massa. Nessuno ancora sapeva cosa diavolo fossero batteri e virus, ma il buon senso e i riscontri empirici suggerivano l’isolamento e i mantenimento delle distanze per attenuare le infezioni, gli stessi ragionevoli metodi che quattro secoli dopo continuiamo a seguire per proteggerci dal coronavirus. Così anche il giovane Newton ( all’epoca aveva 24 anni) decise di mettersi in “quarantena volontaria”, una condizione quasi ideale per una mente vorticosa e irrequieta come la sua; fu nel silenzio e nella bucolica calma di Woolsthorpe che Isaac mise a fuoco le sue intuizioni e concepì la rivoluzionaria teoria della gravitazione universale. Intanto divorava i libri di Wallis, Boyle, Hobbes e Descartes verso cui nutriva un sincero disprezzo, accusando il filosofo francese di «mescolare fisica e metafisica», con tutte quelle teorie sui vortici, sulla materia eterea e sugli animali definiti “macchine senz’anima” che secondo lo scienziato britannico sarebbero «ipotesi gratuite e pagane». Lo stesso Galileo Galilei, che Newton stimava per forza di cose, era a suo avviso ancora vittima di «incrostazioni metafisiche». La storiella della mela che cade giù dall’albero accendendo improvvisamente la luce del genio è probabilmente una leggenda apocrifa che i divulgatori diffondono per spiegare la fisica ai bambini. Ma come racconta il suo assistente personale John Conduitt , al centro della sua tenuta sorgeva un grande melo, sotto il quale Isaac si immergeva in profonde riflessioni sulla gravità: «Era seduto accanto al grande albero e confabulò tra sé e sé: “la stessa forza che fa cadere i frutti dagli alberi deve estendersi oltre i limiti della terra, oltre la luna e i pianeti”». Ed è sicuramente nel suo giardino di casa che affinò le capacità di osservazione e di calcolo, gettando le basi della legge di gravità che vent’anni più tardi verranno esposte nel grandioso Principi di matematica e filosofia naturale, uno dei libri più importanti della storia umana assieme a L’origine della specie di Darwin e L’interpretazione dei sogni di Freud. Newton era un genio matematico, come sapevano tutti a Cambridge, ma da buon pensatore britannico era anche un appassionato seguace del metodo sperimentale e del ragionamento induttivo, E in quello splendido isolamento, che lui stesso definì «anno delle meraviglie», realizzò centinaia di esperimenti cruciali, in particolare sulla natura della luce. Era nel pieno del vigore intellettuale e attraversato da un fervore a tratti incontenibile come scrisse al termine della sua vita: «Pensavo tutto il giorno alla matematica e alla filosofia, facevo questo più che in qualsiasi altro momento della mia vita». Osservando un raggio che attraversava un prisma di vetro stabilì le principali leggi dell’ottica e della rifrazione, scoprendo che i colori non sono una proprietà degli oggetti bensì della luce stessa. Ribaltò così le vaghe nozioni che all’epoca si erano raccolte intorno alla natura dei fenomeni luminosi. Nel 1667 la peste è finita Newton ritorna all’università e presenta agli accademici suoi lavori, nonostante la diffidenza per la sfrontatezza delle sue teorie nessuno può negare che quel giovane irruento abbia una mente brillante e superiore, così viene nominato professore associato e l’anno successivo ottiene una cattedra tutta sua diventando fellow professor.

Coronavirus, che cosa significa la parola Lockdown e gli eventi storici in cui c’è stato. Che cosa significa la parola “lockdown”? Ma soprattutto, in quali situazioni le autorità possono applicare questo protocollo di emergenza? Dall’attacco terroristico delle Torri Gemelle nel 2001 alla pandemia di Coronavirus, ecco tutti gli eventi della storia recente in cui si è parlato di “lockdown”. Fanpage il 12 marzo 2020. Lockdown è una parola inglese minacciosa. In questi mesi, con il nascere dell'epidemia da Coronavirus in Cina e poi con la sua diffusione nel nostro Paese, abbiamo imparato a conoscerla e poco alla volta stiamo imparando a conviverci. A maggior ragione dopo le drastiche misure decise dal Governo italiano per limitare gli effetti di quella che l'Oms ha definito ormai essere, in tutto il mondo una pandemia. Ma cosa significa precisamente lockdown?

Lockdown, il significato della parola inglese. Innanzitutto, c'è da dire che lockdown nasce dall'unione di due termini inglesi, "lock" e "down", cosa che genera un'unica parola. Lockdown, in inglese, si scrive di filato, senza interruzioni. In italiano i termini più adatti per tradurlo sono "isolamento", "blocco". Nel caso in cui venga usato come un verbo ("to lockdown") il modo più appropriato per tradurlo nella nostra lingua è "blindare", "bloccare".

Cosa succede con il lockdown di un luogo. Genericamente con la parola lockdown si definisce un protocollo di emergenza che impedisce alle persone o alle informazioni di muoversi da una determinata area per salvaguardarne la salute e, in taluni casi, la vita stessa. Che è quanto accaduto nei mesi scorsi a Whuan e nella provincia dello Hubei, in Cina, e quanto sta accadendo da noi in questi giorni. Anche se non con lo stesso grado di intensità. Di solito tale protocollo di emergenza viene avviato dalle autorità. I blocchi possono anche essere utilizzati per proteggere le persone all'interno di una struttura o, ad esempio, un sistema informatico da una minaccia o altro evento esterno. In casi meno gravi di quello a cui stiamo assistendo attualmente, si parla anche di lockdown di edifici, attraverso il blocco delle porte che conducono all'esterno sono chiuse in modo tale che nessuna persona possa entrare o uscire. Un blocco completo di solito significa che le persone devono rimanere dove sono e non possono entrare o uscire da un edificio o da stanze all'interno di un edificio. Se le persone si trovano in un corridoio, dovrebbero recarsi nella stanza chiusa e sicura più vicina.

Gli eventi storici in cui abbiamo avuto il lockdown. Nel settembre 2001, sulla scia degli attacchi dell'11 settembre allw Twin Towers di New York, fu avviato un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile americano. Quattro anni dopo, nel dicembre 2005, la polizia del Nuovo Galles del Sud, in Australia, avviò un blocco della Sutherland Shire e di altre aree di spiaggia del Nuovo Galles per contenere la rivolta di Cronulla tra suprematisti bianchi e la polizia australiana. Un esempio di lockdown di un campus/scuola è stato dimostrato all'Università della British Columbia (UBC) il 30 gennaio 2008, quando è stata creata una minaccia sconosciuta e la Royal Canadian Mounted Police (RCMP) ha emesso un blocco su uno degli edifici del campus per sei ore, isolando l'area. Il 10 aprile 2008, due scuole secondarie in Canada sono state chiuse a causa di sospette minacce di armi da fuoco. La George S. Henry Academy fu rinchiusa a Toronto, in Ontario, mentre la New Westminster Secondary School fu chiusa a New Westminster, nella British Columbia. Il 19 aprile 2013, l'intera città di Boston è stata chiusa e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati durante la caccia all'uomo del terrorista islamista Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, i sospettati dell'attentato alla maratona di Boston, mentre la città di Watertown è rimasta sotto il pattugliamento della polizia armata, durante ricerche sistematiche casa per casa. Nel blocco di Bruxelles del 2015, la città è stata chiusa per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato sospetti coinvolti negli attacchi di Parigi del novembre nello stesso anno. Sempre nel 2015, una minaccia terroristica ha causato la chiusura del Distretto scolastico unificato di Los Angeles del 2015.

MEGLIO IL LOCKDOWN TOTALE O L'IMMUNITÀ DI GREGGE? MEGLIO LA VITA O L'ECONOMIA? Pasquale Lucio Scandizzo per formiche.net, professore dell'Università di Tor Vergata e già consigliere del ministro dell'Economia Giovanni Tria, il 16 marzo 2020. I modelli epidemiologici del coronavirus sono ancora speculazioni senza riscontri empirici sufficienti, ma alcuni risultati significativi emergono dalla esperienza cinese (Xinkai et al, 2020). Il tasso di gravità della malattia e il tasso di mortalità sono rimasti apparentemente invariati durante l’intera epidemia. L’intervento del governo ha avuto un effetto moderato sul tasso di incubazione, ma il tasso di guarigione ha subito un aumento continuo (fenomeno che cominciamo a vedere anche in Italia). Una riduzione significativa è stata osservata per il tasso di infezione che è passato da più di due contagiati per infetto a poco più di uno. In assenza di misure restrittive, questo significa che applicando i parametri iniziali dell’epidemia, il picco di infezioni a Wuhan avrebbe raggiunto 7,78 milioni (70% dell’intera popolazione) e il totale dei decessi avrebbe raggiunto 319.000 persone in base all’attuale tasso di mortalità. Per l’intera provincia, che ha una popolazione dello stesso ordine di grandezza di quella dell’Italia, queste cifre implicano 40 milioni di infetti e almeno un milione di morti. Dal punto di vista economico, le misure restrittive di isolamento della popolazione utilizzate in Cina sono un’ultima spiaggia equivalente a un investimento irreversibile in condizioni di incertezza. Applicando il metodo delle opzioni reali (Pennisi e Scandizzo, 2013), se queste misure di tipo “cinese” non vengono applicate, se si sfrutta cioè la cosiddetta “opzione di attesa” come sembra fare il governo Uk, si guadagnano con il trascorrere del tempo informazioni preziose per le decisioni successive, ma allo stesso tempo si affrontano rischi consistenti sulla base delle caratteristiche dell’epidemia note al momento. In caso di attesa, in Italia in particolare si potrebbe prevedere uno scenario credibile, e non eccessivamente pessimistico, per cui restando l’epidemia progredirebbe verso un traguardo (usando parametri cinesi) di 20- 25 milioni di contagi e almeno 1 milione di morti. Questi sarebbero soprattutto anziani, ammalati, poveri e immigrati. I benefici sarebbero, forse, un minor impatto negativo sull’economia, l’immunità di gregge e una popolazione più giovane e più affluente. L’economia potrebbe resistere nel breve periodo e rinascere più forte nel lungo periodo, come avvenne dopo la peste nera nel 1400. Se invece l’Italia esercitasse la sua versione dell’opzione cinese, possiamo prevedere che le conseguenze umanitarie negative sarebbero minori, ma l’economia risentirebbe di un danno temporaneo più grave, per riprendersi con maggior fatica nel medio periodo. Boris Johnson e il suo consigliere scientifico suggeriscono di sfruttare l’opzione di attesa: ossia non fare niente di drastico, almeno per il  momento, riservandosi di prendere misure più estreme solo se si raggiungesse un “trigger point” (un livello critico) in termini di morti e contagiati e quindi di vite umane che si spera di salvare attraverso le misure restrittive da intraprendere. Questo livello critico dipende dal grado di incertezza, ma sulla base dell’evidenza attuale, è ragionevole concludere che esso non è superiore al doppio degli investimenti e dei sacrifici economici richiesti. In altre parole, le misure restrittive estreme (di tipo cinese) sarebbero giustificate se il beneficio in termini di vite umane salvate fosse almeno pari al doppio dei costi economici e sociali delle restrizioni stesse. Nasce a questo punto un problema etico, perché la decisione dipende dal valore che diamo alla vita umana. Il cosiddetto valore statistico della vita calcolato per l’Italia è, secondo studi recenti (Viscusi e Masterman, 2017), pari a 5,6 milioni di dollari per la vita di una persona media. Questo non significa che una persona media sarebbe disposta a pagare 5,6 milioni per salvare la propria vita, ma che, sulla base delle preferenze espresse da un campione di intervistati, 60 milioni di persone (ossia la popolazione italiana) sarebbero disposte a pagare collettivamente 5,6 milioni di dollari, ossia 9 centesimi in media a testa, per ciascuna vita salvata da un programma pubblico di riduzione del rischio sul territorio nazionale. Questo valore statistico della vita, ovvero la disponibilità a pagare, cresce men che proporzionalmente rispetto al numero delle vite salvate, ma se un’aspettativa ragionevole delle misure di isolamento di tipo cinese è di risparmiare anche soltanto 100mila vite, il valore corrispondente sarebbe di qualche centinaio di miliardi di dollari. Analogamente, per un milione di vite, anche se si dimezzasse, il valore statistico della vita sarebbe comunque di un ordine di grandezza di 2.500 miliardi di dollari. Questi valori vanno paragonati con i costi economici delle misure restrittive, il calo della produzione, e il disagio sociale. Anche per stime molto ampie dei sacrifici economici (-5% del Pil), sulla base della valutazione precedente, sembra evidente che abbiamo già raggiunto da tempo il livello critico di beneficio atteso richiesto per investire nelle misure di isolamento. Ovvero, il governo sta operando correttamente dal punto di vista del razionale economico sottostante secondo un valore statistico della vita basato sulla disponibilità a pagare dei cittadini. Se si considera invece il valore del capitale umano secondo un parametro più oggettivo, ovvero in termini di produttività (circa 400mila dollari per persona, secondo l’Istat), per 100mila vite salvate, saremmo intorno a una cifra di circa 40 miliardi di dollari (400 miliardi di dollari se prendiamo come riferimento la cifra più estrema di 1.000.000 di vite salvate). Anche queste cifre, benché molto inferiori alle precedenti, seppur in modo più problematico, sembrano suggerire un livello critico del beneficio atteso che giustifica le misure adottate sinora dal governo italiano.

Modello cinese contro modello inglese: Chi sconfiggerà il coronavirus? Il Dubbio il 15 marzo 2020. Pechino ha militarizzato e abolito i diritti. L’Inghilterra punta sull’immunità di gregge e non tocca le libertà. Dai sistemi di tracciamento digitali dei coreani alla scelta di Boris Johnson di non voler fare nulla per contrastare la diffusione del virus, passando per le quarantene militarizzate dei cinesi e per quelle con le suonate dai balconi degli italiani, la reazione dei diversi paesi al coronavirus sta mostrando una serie di approcci molto diversi tra loro che si possono spiegare anche considerando le diverse attitudini culturali e politiche dei paesi interessati. Il coronavirus mette infatti in gioco le  nostre libertà e i nostri diritti e mostra in maniera plastica fino a che punto le nostre società siano disponibili a rinunciare alle libertà in cambio della sicurezza. Dall’estremo del regime cinese dove, in nome della lotta al virus, sono state letteralmente militarizzate intere regioni e ai cittadini è stato intimato l’isolamento a fronte di un sistema sanzionatorio durissimo, a quello del Regno Unito, patria dell’Habeas Corpus e della Magna Charta che preferisce affrontare il virus pur di rinunciare a una sola delle sue consolidate libertà. In mezzo la Corea del Sud con la sua democrazia tecnologica e l’Italia che, davanti alla minaccia del virus, ha chiesto di essere messa in quarantena.

Il modello cinese. In parte lo abbiamo seguito anche noi in Italia, dove le autorità, dopo un primo periodo di sbandamento, hanno avuto una reazione imperiosa che ha portato prima all’isolamento di Wuhan, una metropoli da undici milioni di abitanti e polo industriale di primaria importanza, e poi l’intera provincia dell’Hebei con tutti i suoi 56 milioni di abitanti. Le considerazioni che hanno spinto il governo di Pechino a stringere in maniera così forte e decisa non sono state solo di carattere sanitario. La Cina infatti sapeva che nella gestione del coronavirus si sarebbe giocata gran parte della solida reputazione che, nel corso degli anni ha costruito con abilità e con diplomazia. -Davanti alla sfida della sicurezza globale legata al rischio che il nuovo coronavirus potesse diffondersi nel mondo come era già avvenuto nel 2003 con la Sars, il governo di Pechino non ha mancato di far sfoggio agli occhi del mondo di tutta la sua potenza, economica, scientifica, organizzativa, logistica, tecnologica e persino militare. Tutti siamo rimasti meravigliati dalla capacità messa in campo di far fronte all’epidemia. Nessuno al mondo aveva mai costruito un ospedale da mille posti letto in soli tre giorni. La reazione è stata da grande potenza, così come la Cina vuole apparire anche se, con il coronavirus ormai in fase pandemica, i risultati sono stati discutibili. Il focolaio di Wuhan è spento, ma nel mondo ce ne sono ormai troppi ad essere accesi.

Il modello italiano. L’approccio italiano, è stato, almeno sotto il profilo sanitario simile a quello cinese, anche se, è stato decisamente meno autoritario e più partecipato: la decisione di estendere la zona rossa a tutto il paese è stata infatti richiesta dalla stessa opposizione e le misure adottate sono state poi, diluite da una serie di provvedimenti e deroghe in pieno stile italico. Tutti a casa per almeno 15 giorni, tutto chiuso, uffici, scuole, locali, luoghi pubblici. Vietato uscire, se non per urgenti motivi di lavoro, per fare la spesa o andare in farmacia. Isolamento per chi avverte i sintomi e aumento delle terapie intensive. Sulla strada italiana stanno virando la Spagna, forse la Francia, un plauso convinto è arrivato dagli Stati Uniti.

Il modello coreano. Completamente diverso, l’approccio dei coreani al Covid-19. La patria dei telefonini Samsung non poteva non mettere in campo la sua tecnologia per far fronte a questa minaccia. E i risultati sono stati davvero significativamente incoraggianti. Il governo coreano ha deciso infatti di non adottare misure di contenimento come in Cina e come in Italia, ma di tracciamento e profilazione dei soggetti infetti. E per farlo non hanno esitato ad utilizzare insieme a una campagna a tappeto di screening biologico (tamponi), proprio le tecnologie digitali. La strategia coreana ha puntato essenzialmente su una campagna di identificazione di tutti i soggetti venuti in contatto con il virus e di contenimento selettivo delle persone invece che delle città come in Cina o in Italia.

Il modello britannico. Radicalmente opposta all’approccio cinese e senza voler cadere nel rischio di una deriva orwelliana, la scelta del Premier Britannico Boris Johnson che, in un discorso destinato a rimanere nei libri di storia, ha annunciato ai sudditi di Sua Maestà che il governo non avrebbe fatto assolutamente nulla per provare a contrastare il virus e che le famiglie avrebbero dovuto prepararsi ad avere dei lutti. Impensabile per un governo, soprattutto per un governo conservatore pensare di costringere i sudditi a interventi coercitivi come quelli imposti in Cina. Men che meno invadere la privacy per avviare campagne di contact tracing in stile coreano. Meglio affrontare il virus e confidare che dopo una prima ondata con un elevato numero di decessi la popolazione possa sviluppare da sola gli anticorpi per tenere sotto controllo l’infezione. Il governo e con lui gli inglesi hanno insomma scelto di condividere il rischio invece di arroccarsi alla ricerca di una sicurezza, che, vista la diffusione del virus in tutto il mondo, potrebbe anche non essere così certa.

Marco Lillo per “il Fatto quotidiano” il 14 marzo 2020. L' Italia potrebbe diventare l' Hubei d' occidente? L'impatto del Covid-19 potrebbe devastare solo il nostro Paese e scalfire gli altri come è avvenuto in Cina con la regione di Wuhan? Su 80.955 casi accertati dall' Organizzazione Mondiale della Sanità ( WHO ), in tutta la Cina (1,4 miliardi di abitanti) ben 67.773 sono concentrati in quella regione che conta 59 milioni di abitanti, più o meno come l' Italia. L' Usa, con il blocco degli ingressi dall' Europa, spera di salvarsi dall' UE che forse a sua volta spera di salvarsi dall' Italia. I dati dicono che, almeno per Francia e Spagna, è già troppo tardi. Il 4 febbraio scorso nell' Hubei, c' erano 13.522 casi, poco più del dato italiano di oggi. Mentre il vicino Henan, contava appena 675 casi su 97 milioni di abitanti. Nel rapporto dell' 11 marzo scorso, l' ultimo pubblicato dal WHO , l' Hubei è salito a 67.773 mentre l'Henan è arrivato appena a 1.272 casi. Frutto delle misure drastiche di isolamento della regione "malata". Oggi l' Italia cresce quasi a ritmi da Hubei mentre, sempre secondo il rapporto dell' 11 marzo del WHO , che riporta dati meno aggiornati di quelli dei media, i nostri alleati europei non sono riusciti a chiudere la circolazione del virus come fatto in Cina tra Hubei e resto del paese. Se è vero quindi che l' Italia ha raggiunto 10.149 casi e la Francia si ferma a 1.774, la Spagna a 1.639 e la Germania a 1.296, è vero anche che i ritmi di crescita sono simili a quelli italiani e non a quelli dello Henan : 615 casi nuovi in Spagna; 372 in Francia e 224 in Usa. Resta il fatto che l' Italia cresce a ritmi da primato mondiale. L' 11 marzo ci sono stati 31 nuovi casi in tutta la Cina, 977 in Italia su un totale mondiale di 4.627. Il 10 marzo erano addirittura 1.797. A oggi, su 37.371 casi fuori dalla Cina, noi ne vantiamo 10.149 e la situazione peggiora: siamo in vetta per nuovi contagi inseguiti dall' Iran. Di fronte a questi dati dobbiamo farci una domanda: dove abbiamo sbagliato? Nessuno può chiamarsi fuori. Sarebbe bello poter dire: gli scienziati lo avevano detto, ma i politici populisti, amici dei no-vax, non gli hanno creduto. Oppure: l' opinionista di destra lo aveva previsto, ma l' influencer di sinistra ha avuto più seguito. La verità è che gli errori sono stati tanti e di tutti. All' origine c' è la censura del Regime in Cina. A fine dicembre, il dottor Li Wenliang (morto a febbraio di Covid-19) fu accusato di diffondere voci pericolose e ammonito dalla polizia quando lanciò l' allarme. È bene ricordarlo ora che il regime comunista si fa bello offrendo all' Italia le mascherine. Poi c' è stato l' errore dei medici, non solo italiani, che hanno impiegato un po' a capire questo strano virus a due facce. Per l' 80% delle persone è una normale influenza e solo per il 20% il Covid-19 è un male molto pericoloso. Questa doppia natura ha reso il virus scivoloso da maneggiare per la politica e la comunicazione. Non è colpa del premier Giuseppe Conte o del governatore Attilio Fontana se le nostre prime mosse sono state sbagliate. Basta leggere i rapporti quotidiani, da gennaio a oggi, sul sito del WHO per scoprire come siano cambiate nei mesi le raccomandazioni ai governi e ai cittadini. La comunità medica italiana ha mutuato questa incertezza iniziale aggiungendo una buona dose di personalismo. Abbiamo assistito a derby inutili tra virologi e opinionisti. Purtroppo la logica dei talk show e dei tweet funziona per l' ascolto non per la prevenzione. Bisognava invece spiegare agli italiani che il Covid-19 per l' 80% (come diceva la dottoressa Maria Rita Gismondo del Sacco) è un' influenza, ma proprio per questo bisognava aggiungere che - come diceva Roberto Burioni - è pericolosissimo per il restante 20%. Queste persone indifese infatti devono essere curate con macchinari non disponibili in grande numero. Questo concetto chiaro è stato inserito dal Robert Koch Institute di Berlino nel suo decalogo. Però il 10 marzo. Non a fine gennaio. In quel momento si è persa la grande occasione. Allora bisognava comunicare a tutti l' obbligo di auto-quarantena in caso di influenza o tosse. Bisognava incentivare le mascherine e il telelavoro. Bisognava imporre di stare lontano dal pronto soccorso non solo a chi era stato in contatto diretto o indiretto con la Cina come facevano i virologi in tv allora. Invece solo l' 11 marzo i principali tabloid britannici, facendo tesoro dei morti italiani, sono usciti con un titolo a tutta pagina quasi identico: "Chi ha la tosse resti a casa". Il governo e le autorità sanitarie (quindi i giornali e le tv) avrebbero dovuto dirlo prima, quando in Germania è stato accertato il primo contagio che poi probabilmente è sceso in Italia. Nessuno ha detto allora di stare a casa a chi mostrava i sintomi di una comune influenza. L' errore condiviso da virologi e politici nella prima fase è stato quello di far credere che il Covid-19 fosse una sindrome cinese: un virus con gli occhi a mandorla. Non un virus bifronte che poteva essere asintomatico in quattro casi su cinque e avere il volto di un bavarese o bergamasco. Così nessuno lo ha identificato. Opinionisti e politici si dividevano su un fronte sbagliato. La sinistra applaudiva il presidente Mattarella che andava nelle scuole cinesi. Il sindaco di Bergamo (focolaio italiano) Giorgio Gori mangiava al ristorante cinese e Matteo Salvini attaccava il governatore Pd della Toscana Rossi che non metteva in quarantena i cinesi di ritorno. Nessuno pensava che il virus era già tra noi e che i cinesi di Prato erano meno rischiosi degli italiani di Codogno e Bergamo perché si mettevano in auto-quarantena, portavano la mascherina e si lavavano le mani. Noi no. Questo errore, tecnico prima che politico, è disceso nelle circolari delle Regioni e del ministero della Sanità di fine gennaio che si rivolgevano solo a chi era stato in Cina o aveva avuto contatti con chi ci era stato. Così il boom di polmoniti di inizio 2020 nel Lodigiano non ha fatto accendere nessuna lampadina e il pronto soccorso di Codogno è diventato un focolaio sì ma 'legale' osservando tutte le circolari vigenti. Anche i cinesi hanno fatto errori, ma sono stati recuperati grazie a importanti limitazioni delle libertà individuali. C' è però un secondo segreto del successo cinese che invece dovremmo copiare: il comportamento responsabile. I cinesi di Prato si mettevano in auto-quarantena mentre il medico di Codogno partiva con la moglie per una vacanza in India. A Hong Kong gli operatori sanitari si lavavano normalmente le mani tra una visita e l' altra e indossavano la mascherina e non si sono infettati. In Italia quelle regole all' inizio non sono state rispettate. Il contrappasso è crudele: il New York Times solo il 2 marzo pubblicava la storia della studentessa di Hong Kong, Ciara Lo, discriminata a Bologna. Chi scrive è tornato il 10 marzo da un viaggio in Canada dove quando sentono parlare italiano i tassisti (di ogni nazionalità) aprono i finestrini. A zero gradi. Agli studenti italiani a Vancouver gli affittacamere cinesi disdettano le prenotazioni. Questo pezzo è stato scritto nell' aeroporto di Londra dove British Airways ha cancellato il volo per Roma e l' unica compagnia che ha riportato a casa l' autore e i connazionali si chiama Alitalia. Ora che Macron e Trump, forse illudendosi, pensano di trasformare l' Italia nell' Hubei dell' occidente è arrivato il momento di smettere di dividersi tra tifosi di Burioni e Gismondo, Conte e Salvini per mostrare a tutti quel che l' Italia sa fare. La Cina ha sconfitto il virus con le regole autoritarie. Dobbiamo mostrare al mondo che siamo in grado di sconfiggere il virus a modo nostro, con la scelta individuale di essere responsabili, nella libertà. Perché il coronavirus passa ma la democrazia resta.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 14 marzo 2020. Il blocco prolungato dell'Italia, al punto in cui eravamo, era necessario. Ma non è detto che fermi in maniera definitiva il contagio, o l'epidemia. E' quanto sostengono, con una serie di analisi e studi italiani e internazionali, alcuni professori italiani - di economia, statistica, scienza dei dati, informatica. Secondo molti elementi e tante proiezioni sui dati, il modello Corea del sud sarebbe stato quello ottimale: big dati e tracciamento digitale mirato dei contagiati e di tutti i loro contatti. Quarantene mirate dei contagiati con sintomi lievi, o asintomatici (usando magari strutture ad hoc, diverse dagli ospedali riservati a malati più gravi). Il rischio della semplice chiusura disposta dal governo italiano è che, alla riapertura da un «lockdown» totale, «quattro nuovi infettati introdotti in un nuovo ambiente produrrebbero un rischio superiore al 50 per cento di una nuova epidemia», secondo quanto scrive per esempio la rivista scientifica Lancet (in un articolo dal titolo «Early dynamics of transmission and control of COVID-19: a mathematical modeling study»), firmato da Adam Kucharski, Timothy Rusell, Charlie Diamond, Yang Liu, John Edmonds, Sebastian Funk. Un Double Dip che sarebbe a quel punto devastante. Fabio Sabatini, professore di economia politica alla Sapienza, lo spiega in maniera assai chiara. Al momento in cui scriviamo, «in Corea del sud, dopo l'esplosione iniziale, la curva dei contagi ha già iniziato a flettere. Finora sono morti 66 pazienti su 7800, contro i nostri 827 morti su circa 12500 contagi. Perché? La Corea ha attuato una nuova strategia da cui possiamo imparare molto». Il ragionamento è lineare: «Primo pilastro coreano: la situazione è comunicata con grande trasparenza, l'enfasi sul social distancing è molto forte. I cittadini rispondono molto bene». Secondo pilastro: «Il Korean Center for Disease Control, KCDC, ha organizzato un formidabile sistema di raccolta di informazioni geolocalizzate per il tracciamento dei contatti dei contagiati». I potenziali contagiati e i viaggiatori che arrivano nel paese devono scaricare una app in cui volontariamente descrivono giorno per giorno la propria posizione, eventuali sintomi, e contatti tenuti. Naturalmente ciò è più semplice in un paese ordinato, un popolo anarchico come noi italiani ce la farebbe? La domanda è comprensibile, e non è detto abbia una risposta positiva, ma gli italiani nelle emergenze sanno sorprendere se stessi. Il terzo pilastro è: «Test mirati, rapidi e precoci. Il KCDC è in grado di effettuare fino a 20mila test rapidi al giorno». In questo modo, chi ha sintomi viene testato a casa, e in caso di contagio viene curato in isolamento, per evitare che contagi la sua famiglia. «Nessuno - spiega l'economista - è stato lasciato a casa a guarire da solo». Grazie a big dati e tracciamenti, e ovviamente rispettando consenso e privacy, la catena di contatti dei contagiati emerge molto bene, e così si interrompe la catena di nuovi contagi. Le preoccupazioni sulla privacy sarebbero risolte in questo caso dall'utilizzo esclusivamente sanitario dei dati, rigorosamente da parte di medici e ricercatori. I risultati finora sono eccellenti: il tasso di letalità (che in Lombardia sale all'8%), in Corea è dello 0, 7%. In Italia, sfuggita la possibilità del tracciamento e del controllo precoce (dobbiamo ammettere che la risposta su questo non è stata adeguata né rapida), la chiusura è ora necessaria. Però, avvisa Sabatini, «c'è il rischio che, se non si tracciano i contagiati e la loro rete di contatti, al primo allentamento del lockdown l'epidemia riprenda a galoppare. Affiancare il sistema coreano al nostro lockdown aiuterebbe a conseguire risultati definitivi». L'Italia non è in grado di organizzare un tracciamento digitale usando smart data e app? Assolutamente falso. L'Italia poteva mettere in piedi un tracciamento del genere, ha le competenze per farlo. E' una decisione politica, per la quale sta spingendo molto Carlo Alberto Carnevale Maffè, della School of Management della Bocconi: «Senza cambiare i processi di testing e contact tracing a monte, imporre il lockdown al paese è non solo inutile, ma anche dannoso per salute ed economia. Dobbiamo ricominciare da capo, e imparare da chi ha fatto meglio di noi». La Tech Review del Mit di Boston ha scritto che il modello è Singapore (molto simile alla Corea del sud, nella sostanza): azione precoce, tantissimi test, tracciamento digitale indefesso, capillare. «La risposta degli Stati Uniti finora è stata essenzialmente l'opposto», scrive la rivista de Mit. Studi che altri professori italiani, come Alfonso Fuggetta (informatica al Politecnico), stanno rilanciando. Chiudere l'Italia e auto-isolarci tutti è stato saggio ma, se non usiamo il cervello e le vere potenzialità digitali di questa epoca, potrebbe drammaticamente non bastare. 

·         L'Immunità di Gregge.

Pierluigi Battista il 13 novembre 2020: Non so niente di virologia. Ma a scuola ho imparato somme e sottrazioni. Dicono: Svezia travolta. La Svezia 10 milioni di abitanti, l'Italia 60. Casi totali Svezia 171.000, Italia 1 milione, morti di Covid in Svezia 6122, in Italia 43.589. Ieri Svezia 4562, Italia 37.900.

Paolo Becchi a Piazzapulita: "Lockdown inutile, la Svezia ha un tasso di mortalità più basso del nostro". Libero Quotidiano il 13 novembre 2020. "Le pandemie non sono solo fenomeni medici, ma anche sociali". Paolo Becchi torna in tv a Piazzapulita e "scandalizza" Corrado Formigli e i suoi ospiti in studio con le sue posizioni "eretiche" sul coronavirus. "I virologi possono certo dire la loro, ma molti hanno cambiato idea, come Matteo Bassetti che qualche mese fa negava la possibilità di una seconda ondata e oggi invece chiede scusa per essersi sbagliato. Vogliamo creare uno Stato terapeutico?". La nuova Repubblica dei virologi non convince l'editorialista di Libero. "Si sta creando un clima di terrore e paura - sottolinea Becchi -. Noi non avevamo bisogno nemmeno del primo lockdown, l'unica cosa che è necessario fare, come in Israele e nei paesi nordici, sono lockdown molto localizzati e proteggere determinate categorie e lasciare agli altri la più alta libertà possibile. Quello che è successo in Svezia è esemplare: non hanno fatto lockdown e hanno un tasso di mortalità più basso del nostro". 

Coronavirus, 80 scienziati contro immunità gregge: “Grave errore, non scientifico”. Redazione su Il Riformista il  15 Ottobre 2020. “L’immunità di gregge per la pandemia Sars-Cov-2 è un errore pericoloso, non ci sono prove scientifiche”. A dirlo sono ottanta ricercatori da tutto il mondo in una lettera pubblicata ieri sulla prestigiosa rivista medica Lancet. Sono epidemiologi, virologi, esperti di malattie infettive e sanità pubblica: tutti sono coalizzati per comunicare la gravità della nuova ondata, soprattutto all’indomani della dichiarazione della Casa Bianca di non voler limitare la pandemia con delle restrizioni optando per l”immunità di gregge”. Questa, “suggerisce di consentire un ampio focolaio incontrollato nella popolazione a basso rischio proteggendo i più vulnerabili. I sostenitori – si legge sul portale del Lancet – suggeriscono che questo alla fine proteggerà i vulnerabili. Questo è un errore pericoloso non supportato da prove scientifiche. Qualsiasi strategia di gestione della pandemia basata sull’immunità da infezioni naturali per Covid-19 è difettosa. Oltre al costo umano – insistono gli scienziati nella lettera aperta – ciò avrebbe un impatto sulla forza lavoro nel suo complesso e sopraffarebbe la capacità dei sistemi sanitari di fornire cure intensive e di routine. Inoltre, non ci sono prove di un’immunità protettiva duratura alla Sars-Cov-2 a seguito di infezione naturale, e la trasmissione endemica derivata dal declino dell’immunità rappresenterebbe un rischio per le popolazioni vulnerabili per un tempo indefinito. Una strategia del genere non porrebbe fine alla pandemia ma si tradurrebbe in epidemie ricorrenti, come nel caso di numerose malattie infettive prima dell’avvento della vaccinazione”, dicono categorici gli ottanta esperti. Questa strategia, continuano gli scienziati, rappresenterebbe un “carico inaccettabile per l’economia e gli operatori sanitari, molti dei quali sono morti a causa del Covid-19 o hanno subito traumi a causa della pratica della medicina ‘catastrofica'”. Gli ottanta virologi, epidemiologi ed esperti medici hanno ricordato anche che si sa ancora chi effettivamente potrebbe soffrire di Covid-19, e che anche solo prendendo in considerazione le persone a rischio di malattie gravi “la percentuale di persone vulnerabili costituisce fino al 30% della popolazione in alcuni regioni. L’isolamento prolungato di ampie fasce della popolazione è praticamente impossibile e altamente immorale – sottolineano -. L’evidenza empirica di molti Paesi mostra che non è fattibile limitare i focolai incontrollati a particolari settori della società”. Hanno posto poi l’accento su una problematica ricorrente in più Paesi: la distribuzione del virus a seconda delle capacità economiche e culturali di una certa fascia di popolazione di difendersi. “Un simile approccio rischia di esacerbare ulteriormente le disuguaglianze socioeconomiche e le discriminazioni strutturali già messe a nudo dalla pandemia – dicono -. Sono essenziali sforzi speciali per proteggere i più vulnerabili, ma devono andare di pari passo con strategie su più fronti a livello di popolazione”. Con più di 35 milioni di positivi nel mondo e oltre un milione di decessi registrati dall’Oms lo scorso 12 ottobre, gli scienziati si focalizzano nell’articolo sull’importanza di una comunicazione chiara di cosa serva davvero per rallentare la trasmissione del virus. Questa, si legge, “può essere mitigata attraverso l’allontanamento fisico, uso di rivestimenti per il viso, igiene delle mani e delle vie respiratorie, evitando la folla e gli spazi poco ventilati. Anche test rapidi, tracciamento dei contatti e isolamento sono fondamentali per il controllo della trasmissione. L’Oms ha sostenuto queste misure sin dall’inizio della pandemia”, ricordano gli scienziati, che hanno evidenziato come i blocchi istituiti nei vari Paesi “sebbene abbiano avuto un impatto distruttivo sulla salute mentale e fisica e danneggiato l’economia” siano stati l’unico modo per porre freno ai contagi. “Il tasso di mortalità per infezione del Covid-19 – ricordano ancora gli studiosi nell’articolo, anche per smentire le molte notizie scorrette divulgate soprattutto negli Stati Uniti – è molte volte superiore a quello dell’influenza stagionale, e l’infezione può portare a malattie persistenti, anche in persone giovani e precedentemente sane. Non è chiaro per quanto tempo l’immunità protettiva dura e, come altri coronavirus stagionali, Sars-Cov-2 è in grado di reinfettare persone che hanno già avuto la malattia”.

Coronavirus: Bergamo e Brescia interpellano. Piccole Note su Il Giornale il 7 novembre 2020. È iniziata una nuova fase nell’affronto del coronavirus: si è passati a una gestione più convergente, nei limiti del possibile della dialettica politica, tra governo e opposizione, cosa che non può che aiutare il Paese, anche se i difetti di approccio pregressi restano e restano tante le domande e le perplessità sulle misure varate (e su quelle precedenti ancora inevase, come le tante casse integrazioni non pagate da mesi: cosa si aspetta a correggere?). Anche l’idea di fissare dei criteri per suddividere le zone a rischio o meno è un passo avanti, che certo avrebbe dovuto essere fatto molto prima, Tant’è. Dubbi, perplessità e conflittualità, anche tra Regioni e autorità centrali, restano, ma una minima razionalità di approccio inizia a riscontrarsi. I numeri del contagio continuano a salire, ma quel che vediamo oggi sono i contagi, le patologie e i decessi che vengono dai giorni precedenti. Per osservare i frutti delle misure di questi giorni occorre attendere. Si attendono, ovviamente, i vaccini, si spera che si sia iniziato a predisporre piani accurati per la produzione e la distribuzione, cosa che potrebbe accorciare, anche se di poco, il lungo inverno pandemico. Intanto si può osservare come Bergamo e Brescia, le province più colpite nella prima ondata, registrino una diffusione scarsa del virus, soprattutto in rapporto al resto della Lombardia. Di certo, la terribile esperienza del passato ha portato i cittadini delle due città a un rigore diverso che altrove. Ma si può comunque porre la domanda sulla possibilità che la larga diffusione del virus in passato abbia prodotto un qualche attutimento nella diffusione odierna. Di certo la diffusione nelle due province è stata massiva, molto più larga dei numeri registrati ufficialmente al tempo, dati i tanti asintomatici e pauci-sintomatici che nella scorsa stagione sono passati inosservati, anche perché la terribile emergenza costringeva a restringere le maglie degli accertamenti allo stretto necessario, dove si è potuto (e non a scanso di errori). Si è parlato diffusamente della possibilità di un’immunità di gregge, sulla quale c’è controversia, o della possibilità che le reinfezioni siano rare e per lo più meno gravi. Sul punto non c’è convergenza o evidenze scientifiche acclarate ed è inutile dilungarsi. Però sicuramente gli anticorpi sviluppati da quanti hanno attraversato la malattia durano nel tempo, anche se in maniera variabile. Ed è possibile anche che alla loro scomparsa, come spiegano taluni virologi, resti comunque una memoria nel sistema immunitario, che saprebbe a questo punto reagire, più o meno efficacemente, alla ricomparsa del virus. Domande tante, nessuna risposta scientificamente inattaccabile, anche per la difficoltà di trovare convergenze nell’ambito sanitario che dovrebbe darle. Resta però la constatazione della contagiosità ridotta nelle due province, un fenomeno che, almeno si presume, sarà studiato per capire anzitutto se sia stato prodotto da un più marcato rigore dei cittadini locali o se, invece, sia da ricondurre a una qualche forma di immunità raggiunta dopo il flagello pregresso. In attesa, c’è comunque da tirare un sospiro di sollievo per quanto sta accadendo, una delle poche buone nuove di questo anno nefasto. Sospiro di sollievo comunque a metà, perché, pur ridotte nel numero, le persone ammalate a causa di questa seconda non devono passare inosservate. Un malato o un decesso vale tanto, oggi come ieri.

Tarro all’attacco: «Le mascherine all’aperto non servono, la soluzione è l’immunità di gregge». Sara Gentile sabato 10 Ottobre 2020 su Il Secolo d'Italia. «La manifestazione a Roma? Non avevo alcuna intenzione di partecipare, ma smentisco categoricamente le voci che sostengono che dalla Regione mi abbiano imposto di non andare. In generale, sul coronavirus, credo che di base ci sia una mancanza di competenza». Così all’Adnkronos il virologo Giulio Tarro ha precisato che oggi non sarà nella Capitale per manifestare contro le misure anti covid 19 e parla poi di immunità di gregge. «L’ho già detto – ha spiegato Tarro – è l’unica soluzione in questo momento da adottare. L’approccio giusto al coronavirus dovrebbe essere questo. Facendo così si sviluppano poi gli anticorpi. Ma ormai seguo questa vicenda quasi con distacco, sono diventati tutti tuttologi». «La corrente negazionista? Per me non esiste – ha sostenuto Tarro – fa comodo crearla. Il virus c’è stato, c’è ancora in forma minore, è stato fotografato anche in laboratorio, ma si supera. Non vedo perché si debba creare questa contrapposizione tra chi semplicemente ha un approccio diverso e, nel mio caso, anche corrisposto da fatti. Ho risolto il colera a Napoli, qualcosa saprò». E poi ancora: «Le mascherine all’aperto per tutti non servono». Sul vaccino Tarro ha poi spiegato che «servirà, ma dovrà essere efficace e soprattutto sicuro. In generale – ha concluso il virologo – bisognerebbe vivere tutta questa situazione con molta più tranquillità». Qualche giorno anche Enrico Montesano si era schierato con la linea di Tarro sulla mascherina. «Ci sono tanti medici, esperti, da Montagnier alla dottoressa Gatti, a Tarro, a Citro, a Tirelli, che dicono che la mascherina all’aperto è inutile e dannosa. E io ho più fiducia in questi professionisti che non appaiono mai in televisione piuttosto che nel virologo da tv. Posso dirlo, o se lo dico sono “fascio-negazionista”, e ora anche no mask? Non c’è scampo».

Se la Svezia diventa un modello nella lotta al Covid-19. Francesco Boezi su Inside Over il 19 settembre 2020. La Svezia, simbolo di un approccio alternativo al contrasto alla diffusione del Covid-19, ha costretto molti media a rivalutare la sua strategia. Sono i numeri, in realtà, a raccontare una verità non smentibile: la situazione pandemica svedese è migliore rispetto a molte altre. Il Paese scandinavo è stato bersagliato in prima battuta da chi riteneva che la tutela delle vite umane dovesse essere il tratto caratteristico della tattica occidentale. Quella da contrapporre all’emersione del nuovo coronavirus. La Svezia, insomma, è stata presa di mira da chi pensava che la ricerca della “immunità di gregge” ed il mancato blocco delle attività economiche rappresentassero tanto un pericolo quanto una sconfitta per la cultura della vita, che è tipica invece dei contesti cattolici. Qualcosa di simile, almeno nelle prime fasi ed in termini di rimostranze, è accaduto al premier britannico Boris Johnson. Nel caso svedese, però, sono le statistiche a stupire attualmente i commentatori. Se non altro perché la seconda ondata, a Stoccolma, sembra essere già un fantasma del passato. Anzi, il ritorno del virus sembra un fenomeno che gli svedesi potranno dire dii non aver subito. Partiamo dalla casistica. Mentre scriviamo, in Svezia non si fa che parlare di come la pandemia sia stata sostanzialmente sconfitta. Forse è un po’presto per cantare vittoria, ma le cifre sono lì apposta per verificare. 188 casi il 15 settembre. Un quadro ben diverso rispetto a quello di giugno, quando le autorità mediche della nazione del Nord Europa erano costrette a contare quasi duemila positività giornaliere. Cos’è successo nel frattempo? Perché, durante i mesi in cui il resto del Vecchio continente è costretto a ragionare su un eventuale secondo lockdown, la Svezia sembra poter dormire tra due cuscini (almeno sino a questo momento)? Qualcosa di diverso dal resto d’Europa deve essere accaduto. Una spiegazione è stata fornita a France24 dal capo della task force. La Svezia è una di quelle nazioni in cui la voce della scienza, di quella ufficiale legata allo Stato, è una. E l’esito del meccanismo comunicativo, a differenza di altri contesti tipo il nostro, sembra meno confusionario. Sono parole semplici – quelle del dottor Anders Tegnell – . E forse anche questa presunta banalità è alla base del successo: “La nostra è una strategia più sostenibile – ha affermato al giornale francese, come riportato da Europa Today – , che puoi mantenere in atto per lungo tempo, invece della strategia che impone lockdown, poi riaperture, e poi di nuovo lockdown”. La ratio sta dunque nel dilatare nella prassi le regole stringenti imposte altrove. Poi c’è l’ordine mentale e sociale degli svedesi, che di certo – come l’adagio vorrebbe – avrà contribuito. Le persone hanno dunque rispettato in generale le indicazioni fornite, mentre quest’ultime – in relazione a quelle disposte per l’Italia – sono risultate meno invasive. Il trucco sarebbe tutto qui. Ma c’è un però, che anche Tegnell individua e che è legato al lungo termine: “Solo alla fine vedremo quanta differenza ha fatto”, ha ammesso. Le sentenze arriveranno a conti fatti, dunque. Ma intanto il quadro è agevole. La stessa Oms ha dovuto ammettere che la Svezia può essere d’esempio per le altre comunità nazionali. Prescindendo dalla bontà di questa o di quella strategia, sembra di poter dire che un ruolo decisivo l’abbia giocato la sinergia tra le disposizioni degli esperti e i comportamenti privati dei cittadini. Questo, almeno, è quello su cui Tegnell pone più di qualche accento. Un lockdown parziale ma prolungato nel tempo, in buona sostanza, sarebbe in grado di produrre effetti migliori rispetto ad un lockdown secco, stringente ma limitato da un punto di vista temporale. La conclusione che si può trarre per il regno svedese in relazione al Sars-Cov2 è questa. L’unico giudice – come premesso – sarà però il tempo che passa.

Da corriere.it il 5 settembre 2020. Ma se alla fine si scoprisse che la strategia della Svezia per fronteggiare il coronavirus non era così campata in aria e, anzi, sta dando il suoi frutti? Stoccolma, a differenza dei vicini scandinavi, non ha voluto varare misure di lockdown, facendo conto più sulla responsabilità dei singoli che sui divieti. E fino ad oggi ha pagato un prezzo altissimo con un tasso di contagi e mortalità di gran lunga superiore a quello di Norvegia e Danimarca avendo avuto 84.985 positivi e 5.835 morti.

La svolta. Oggi, però, la situazione appare diversa mentre molti Stati affrontano una ripresa della pandemia, a Stoccolma i dati sono saldamente discendenti. «La Svezia è passata dall’essere il Paese con più contagi in Europa a quello più sicuro — ha detto il dottor Anders Tegnell, l’epidemiologo maggiormente considerato dal governo —. La nostra politica può aver tardato a portare risultati ma alla fine sono arrivati e sono più stabili».

I dati. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie la scorsa settimana la Svezia ha avuto 12 casi per milione di abitanti mentre la Danimarca ne ha 18 e la Norvegia 14. A differenza di metà aprile quando si registravano più di cento decessi al giorno, oggi non si superano i due o tre morti. Al contrario giovedì Copenaghen ha raggiunto il record degli ultimi 4 mesi con 179 infetti in 24 ore.

Il test. La scorsa settimana in Svezia circa 2.500 persone scelte a caso sono state sottoposte a tampone e nessuna è risultata positiva. Alla fine di aprile erano lo 0,9% e a maggio 0,3%. «Questo significa che non ci sono in giro persone asintomatiche» ha spiegato al Daily Telegraph Karin Tegmark Wisell dell’Agenzia di Sanità pubblica svedese (PHAS).

I dubbi. I dati, però, non mentono. La Svezia finora ha avuto 5.832 morti, sei volte di più di Danimarca (264) e Norvegia (626) messe insieme. Davanti a cifre del genere è difficile vedere il vantaggio. C’è anche da considerare che Stoccolma testa in media 1,2 persone ogni 1000 mentre la Norvegia è a quota 2,2 e la Danimarca a 5,9. «È impossibile che Oslo e Copenaghen raggiungano un numero così alto di decessi — ha spiegato al Daily Telegraph la virologa Lena Einhorn — , anche perché le cure stanno migliorando e all’inizio del prossimo anno dovremmo ottenere un vaccino»

Elena Tebano per "corriere.it" il 19 settembre 2020. E se la Svezia avesse ragione? Ci siamo occupati molto, nella Rassegna stampa del Corriere, della via svedese all’epidemia di Covid-19, e spesso con toni critici. Ma i nuovi dati che arrivano da Stoccolma inducono a una riconsiderazione: mentre in molti Paesi europei — primi fra tutte Spagna, Francia e Regno Unito — i contagi da Sars-Cov-2 sono tornati a crescere esponenzialmente, in Svezia rimangono bassi. «Secondo il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), i 14 giorni totali di nuovi casi nei paesi scandinavi martedì erano 22,2 ogni 100 mila abitanti, contro i 279 della Spagna, i 158,5 della Francia, i 118 della Repubblica Ceca, i 77 del Belgio e i 59 del Regno Unito, tutti casi che questa primavera hanno imposto il blocco — scrive il Guardian —. Ventidue dei 31 Paesi europei esaminati dall’ECDC hanno registrato tassi di infezione più elevati. I nuovi casi, ora segnalati in Svezia solo da martedì a venerdì, sono all’incirca al ritmo di fine marzo, mentre i dati dell’agenzia sanitaria nazionale hanno mostrato solo l’1,2% dei 120 mila test della settimana scorsa sono risultati positivi». «Non abbiamo la recrudescenza della malattia che molti Paesi hanno» ha detto, in un’intervista all’emittente France-24, Anders Tegnell, il principale epidemiologo del Paese e colui che ha guidato la risposta svedese al coronavirus. «Alla fine, vedremo che differenza farà avere una strategia più sostenibile, che si può mantenere a lungo, invece della strategia di chiudere, aprire e chiudere più e più volte» ha aggiunto. Nel complesso nel Paese ci sono stati 5.800 decessi attribuiti al Covid-19 su 10 milioni di abitanti. «Ovvero, una mortalità di circa lo 0.06%, praticamente uguale a quella dell’Italia» come spiega Ugo Bardi, docente presso il dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze, che fa il punto sul Caso svedese sulla pagina facebook Pillole di ottimismo. «Il rapporto fra risultati positivi e test si mantiene costante intorno a 1,3%, circa lo stesso valore che troviamo in Italia. Nemmeno in termini di ospedalizzazioni risulta che ci siano problemi» scrive ancora Bardi. Errori ce ne sono stati sicuramente anche in Svezia, come ammette lo stesso Tegnell: per esempio la mancata protezione delle case di cura per anziani, dove si è registrata la maggior parte dei decessi per Covid del Paese. Ma nel complesso la strategia leggera ha funzionato. Strategia che non era quella di cercare l’immunità di gregge, ma di rallentare l’epidemia in modo che non travolgesse il sistema sanitario: la Svezia per esempio ha chiuso le scuole per gli over 16, ha vietato i raduni con più di 50 persone e ha chiesto agli over 70 e ai gruppi a rischio di autoisolarsi, ma invece di imporre tutto questo per decreto, lo ha «consigliato», e ha avuto fiducia nel fatto che i suoi cittadini seguissero i consigli e le regole di prudenza. Lo hanno fatto. «Gli svedesi sono rimasti a casa il più possibile, come gli era stato raccomandato di fare — racconta ancora Bardi —. Nei momenti più difficili dell’epidemia, in Svezia nessuno cantava dai balconi ma l’atmosfera generale era molto simile a quella che c’era in Italia. Niente traffico, locali vuoti, poca gente in giro, distanziamento, eccetera. Fra le tante cose, i viaggi aerei interni alla Svezia sono stati praticamente azzerati durante l’emergenza, pur non essendo proibiti». Questo di per sé non significa che il lockdown sia stato inutile in Italia, un Paese dove l’epidemia è andata avanti per mesi senza che le autorità sanitarie se ne accorgessero (e come sia stato possibile è un problema di cui dovremmo occuparci) e in cui i contagi avevano già fatto saltare il sistema sanitario di una delle Regioni, la Lombardia, in teoria più attrezzate da questo punto di vista. Ma, come scrive Walter Münchau sul Financial Times, dalla via svedese all’epidemia possiamo trarre moltissime lezioni utili. La prima è che esistono delle alternative valide al lockdown duro di matrice cinese a cui quasi tutto il mondo si è ispirato (Münchau definisce «il riflesso automatico al lockdown» come «la più grande minaccia per le democrazie capitaliste occidentali» in questo momento). La seconda è che dobbiamo smettere di trarre conclusioni affrettate. «Ora, le nuove statistiche svedesi sulle infezioni sono migliori di quelle di gran parte dell’Ue. Ma non dovremmo ancora trarre conclusioni. È stato sbagliato due mesi fa condannare la strategia svedese basata su quei dati, e sarebbe altrettanto sbagliato trarre ora la conclusione opposta». Ci vorrà tempo per capire, perché il fenomeno è molto complesso e si sviluppa in un periodo medio-lungo. Intanto, aggiungo, la priorità è fare in modo che i sistemi sanitari non si sovraccarichino. Se c’è una cosa chiara è che nessuno vuole un altro lockdown: il costo, stavolta, sarebbe intollerabile sul piano economico, sociale e politico. Anche per questo dobbiamo essere prudenti.

Immunità di gregge, cos’è e perché si chiama cosi. Redazione de Il Riformista il 15 Marzo 2020. In gergo l’immunità di gregge viene indicato come un meccanismo per cui quanto più è elevato il numero di persone che non sono in grado di trasmettere una malattia infettiva, come il caso del coronavirus o in generale una malattia causata da un batterio, minore sarà la probabilità di essere contagiati. Questo significa che quando la maggior parte di una popolazione sviluppa l’immunità nei confronti di una infezione, o perché l’ha già contratta o perché è ricorsa al vaccino, l’agente patogeno non trova soggetti da infettare, proteggendo indirettamente anche i pochi che sono ancora ‘scoperti’. L’immunitá data dal gregge si ottiene normalmente grazie a un vaccino che provoca risposte immunitarie specifiche nella popolazione attraverso la produzione di anticorpi mirati contro la malattia in modo simile a come avverrebbe con l’infezione, ma con conseguenze minime.

LA SPIEGAZIONE– La strategia dell’immunità di gregge riguarda le malattie infettive contagiose. La sua esistenza è stata dimostrata in maniera indiretta in diversi casi come con l’eradicazione della rabbia in Germania alla fine del secolo scorso. Il numero di individui che devono essere vaccinati per tutelare le persone che non sono protette, o perché non possono essere vaccinati o perché non hanno sviluppato un’immunità totale al vaccino, varia in base all’agente patogeno. Per fare un esempio, nel caso di malattie infettive molto diffuse come il morbillo, è possibile considerare al sicuro l’intera popolazione quando almeno il 95 % di essa risulta vaccinata. L’immunità di gregge diventa cosí determinante per arrestare una malattia infettiva nel caso in cui avvenga un vaccinazione di massa, mentre ottenerla in maniera naturale può portare a conseguenze molto gravi.

Nel caso del nuovo coronavirus, l’immunità di gregge potrebbe risultare difficile da attuare in quanto in primis sarebbe complicato definire la soglia d’immunità di gregge visto che non si conosce ancora esattamente quanto sia contagioso il covid-19. Inoltre, non potendo quantificare l’immunità sviluppata dalle persone guarite è difficile calcolare l’orizzonte temporale della protezione indotta dal gregge.

IL CASO REGNO UNITO – In merito alla pandemia del coronavirus, il Regno Unito é stato l’unico Paese che ha tirato in ballo questo tipo di soluzione scatenando molte polemiche. Infatti, il premier britannico Boris Johnson ha dichiarato in una conferenza stampa dedicata al tema del covid-19 che il popolo inglese dovrà abituarsi a perdere i propri cari e che la vita quotidiana continuerá normalmente senza chiusura di scuole, università o attività commerciali mirando, appunto, all’immunità di gregge. Il consigliere scientifico del governo britannico, Patrick Vallance, ha infatti dichiarato che la strategia per il contenimento del virus è quella di sviluppare una certa immunità nella popolazione e, per farlo, è necessario che il 60% della popolazione contragga il coronavirus. In linea generale, l’immunità di gregge non può essere indotta volontariamente lasciando infettare il maggior numero di persone, ma è più funzionale renderlo piuttosto un obiettivo da raggiungere tramite le campagne vaccinali sviluppando anticorpi anche per i più deboli o per i soggetti più inclini a contrarre l’infezione. La soluzione che quindi propone il governo inglese, almeno per una prima fase, è quella di provare a contenere l’epidemia attraverso l’immunità che le persone contagiate svilupperanno.

Ecco cos'è l'immunità di gregge a cui punta la Gran Bretagna. Il governo britannico potrebbe lasciare esposta al virus la maggior parte della popolazione, così da far ottenere l'immunità ai rimanenti. Ecco in cosa consiste l'immunità di gregge e come si raggiunge. Francesca Bernasconi, Lunedì 16/03/2020 su Il Giornale. Parole che hanno fatto molto discutere, quelle di Sir Patrick Vallance, che per superare la pandemia da coronavirus in Gran Bretagna potrebbe puntare sull'"immunità di gregge". Vallance, il primo consigliere scientifico del governo di Boris Johnson, aveva spiegato che il virus "sarà stagionale e tornerebbe anche il prossimo inverno". Per questo, per tenere sotto controllo il virus, sarebbe utile che la maggior parte della popolazione venisse contagiata: "Con il 60% della popolazione infetta dal virus- aveva detto- avremmo una immunità di gregge". Una teoria che ha fatto molto discurtere, in questi giorni, e che ha destato preoccupazione, soprattutto dopo la frase choc del presidente Boris Johnson: "Abituatevi a perdere i vostri cari".

Che cos'è l'immunità di gregge? Si tratta di un meccanismo che permette anche alle persone non vaccinate di resistere al virus. Questo, solitamente, succede quando la maggior parte della popolazione è vaccinata: l'agente patogeno non trova più "vittime" da infettare, perché protette dai vaccinati, e non attacca. Secondo quanto riporta l'Istituto superore di Sanità (Iss), "questo avviene grazie all'immunità di gregge per cui, se la percentuale di individui vaccinati all'interno di una popolazione è elevata si riduce la possibilità che le persone non vaccinate (o su cui la vaccinazione non è efficace) entrino in contatto con il virus e, di conseguenza, si riduce la trasmissione dell'agente infettivo". Così, si potrebbe impedire al virus di circolare, fino alla sua scomparsa. È un obiettivo che si può raggiungere con campagne vaccinali a tappeto, effettuate una volta trovato l'antidoto al virus, e non lasciando che la maggior parte della popolazione venga contagiata, così da proteggere la parte restante. Secondo Sir Vallance, è possibile che la maggior parte delle persone contraggano solamente dei sintomi lievi se contagiate dal Covid-19. Considerando il dato del 60% della popolazione del Regno Unito, che conta 66,4 milioni di abitanti, significherebbe il contagio di circa 40 milioni di persone. Durante il picco dell'epidemia, le persone più fragili verrebbero isolate, per evitare l'infezione con sintomi gravi e, una volta accumulata immunità dal resto della popolazione, la diffusione del virus dovrebbe rallentare. Ma secondo il professore di Igiene del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Firenze, Paolo Bonanni, intervistato dal Corriere della Sera, un'immunità di gregge "spontanea" sarebbe rischiosa: "Significherebbe lasciare circolare il virus senza misure di contenimento- spiega-e avere un carico di morti intollerabile, per non parlare della situazione degli ospedali". E ribadisce che, per il momento, le uniche armi a disposizione per tutelare la vita umana sono "l’isolamento e il distanziamento sociale". E conclude: "Con un virus di tipo nuovo entrano in gioco anche variabili sconosciute: non sappiamo se l’immunità sarà permanente e, anche se lo fosse, dovremmo valutare se il patogeno muti, come fa l’influenza stagionale (per la quale dobbiamo vaccinarci ogni anno)".

Ecco perché non possiamo ancora sperare in immunità di gregge. Secondo gli esperti, per raggiungere un'immutà naturale serve il il contagio del 60-70% della popolazione. Francesca Bernasconi, Sabato 04/04/2020 su Il Giornale. Il primo a parlarne era stato il primo consigliere del governo di Boris Johnson, che l'aveva suggerita come arma per sconfiggere il nuovo coronavirus. Ma raggiungere l'"immunità di gregge" non è un processo così immediato. Secondo gli esperti, infatti, per arrivarci servirebbe che almeno il 60-70% della popolazione venisse contagiata. L'"immunità di gregge" è un meccanismo biologico che permette anche alle persone non vaccinate di resistere a un virus. Solitamente, si raggiunge grazie a un vaccino, ma può essere anche il risultato della risposta immunitaria delle persone che sono già state contagiate e l'hanno sconfitta. In questo modo, le persone immuni (per vaccino o per anticorpi) riescono a proteggere quelle che non sono ancora state infettate, perché il virus fa fatica a trovare chi attaccare e scompare. Un'immunità di questo genere, ottenuta con il metodo "naturale", quindi senza l'uso di un vaccino, non è semplice da raggiungere. Come spiega a La Stampa il direttore dell'istituto di genetica molecolare del Cnr, Giovanni Maga, per arrivare a questa condizione, il virus deve contagiare "un'alta percentuale della popolazione: almeno il 60-70%, come succede con le campagne di vaccinazione". I dati, però, "non suggeriscono uno scenario simile: se il valore R0, il tasso di contagiosità del virus, è di poco superiore a 2, mentre quello influenzale si attesta tra 1.5 e 2, possiamo ipotizzare che sia stato colpito all' incirca il 10% degli italiani e quindi circa 6 milioni di persone". Dello stesso parere è anche Carlo La Vecchia, epidemiologo dell'Università Statale di Milano che, insieme a Eva Negri, ha condotto l'indagine Doxa per stimare i casi sommersi positici al Covid-19. Gli scienziati hanno effettuato due stime. La prima, basata sul fatto che "soltanto metà dei sintomi riferiti fossero dovuti a Covid", il che ha portato i casi a 5 milioni in Italia. L'altra opzione, inceve, prevede che "tutti o larga parte lo fossero, e quindi si arrivasse a 10 milioni". A questi numeri, però, andrebbero aggiunti coloro che non vengono colti: "Arriviamo a stimare che in Italia possano esserci 5, 10 o anche 20 milioni di infettati se gli asintomatici fossero molto numerosi". Ma, anche con questi numeri, "siamo lontani dal raggiungimento dell'immunità naturale", per cui servirebbero i due terzi della popolazione, che in Italia è di 40 milioni (sui 60 milioni totali). Per questo, avvisa lo scienziato, "la ripresa dovrà essere fatta con attenzione".

L’immunità di gregge e i pericoli per l’Italia. La tentazione di Germania e Gran Bretagna. Geopoliticalcenter.com il 14 Marzo 2020. Il virus si può combattere in due modi: il primo è il metodo cinese e nei fatti, anche se messo in atto con ritardo ed incertezze, anche il metodo italiano. Un metodo che si basa sull’isolamento delle aree urbane, o comunque dei territori, dove la malattia imperversa, e che determina il crollo della possibilità di avere contatti sociali, limitando in questo modo la circolazione della malattia. Esiste poi un secondo metodo che è sicuramente meno “prudente” ma in presenza di determinate condizioni potrebbe essere più efficace delle quarantene. Il secondo metodo consiste nel far circolare liberamente il virus, far si che infetti rapidamente gran parte della popolazione ed raggiungere, dopo circa 3/4 mesi La cosiddetta immunità di gregge. Perché dunque l’Italia ha scelto il “metodo cinese”, mentre la Germania e la Gran Bretagna potrebbero valutare la seconda opzione, e cioè tentare di raggiungere rapidamente l’immunità di gruppo? A nostro avviso non è tanto l’Italia che ha scelto questo approccio, ma bensì è la Germania e la Gran Bretagna che hanno la possibilità, seppur non priva di incognite, di decidere come comportarsi. Perché? Perché la Germania dispone di circa 25000 posti letto in terapia intensiva, confrontati ai 5000 posti italiani. Se andiamo a considerare la differenza tra la popolazione italiana e quella tedesca scopriamo che, al netto di questo calcolo, la Germania dispone del quadruplo dei nostri posti in terapia intensiva. Grazie a questa caratteristica del sistema sanitario tedesco la Germania potrebbe scegliere di non paralizzare la sua economia e tentare di gestire la massa di pazienti che necessiteranno di assistenza ventilatoria. Ma quali sarebbero quindi i rischi per l’Italia? La spiegazione è un po’ complessa ma cercheremo di renderla semplice e sintetica. La nostra strategia mira a minimizzare il già alto numero di morti che stiamo osservando, ma limiterà molto anche il numero di italiani contagiati. Se per caso, alla fine del nostro sforzo di contenimento (verso la fine di aprile), riprendessero con l’usuale densità di traffico i nostri scambi con la Germania, o se durante il periodo estivo vedessimo il consueto afflusso di bagnanti teutonici, esiste la teorica possibilità che alcuni pazienti tedeschi affetti dal virus (in assenza di contenimento il virus sarà in circolo in Germania per mesi) potrebbero innescare nuovi cluster infettivi in Italia, riportandoci alla necessità di nuove chiusure e nuove quarantene. Ecco perché in questa condizione pandemica, tutto il continente europeo dovrebbe agire in maniera uniforme e utile a tutelare l’anello debole della catena. Non sappiamo perché ma siamo convinti che nessun paese della nostra Unione abbia intenzione di tutelare nient’altro che il proprio interesse nazionale, anche se ciò dovesse determinare un vero e proprio incubo sanitario, economico, produttivo e sociale, per un paese a caso: l’Italia. Ecco perché se la Germania dovesse optare per il raggiungimento “rapido” dell’immunità di gregge anche l’Italia dovrebbe riconsiderare tutto quanto finora è stato fatto, pena una débâcle che potrebbe affossare l’Italia come una sconfitta in un conflitto militare.

Addendum. Anche l’Italia disponeva un tempo di molti più posti letto di terapia intensiva, sub intensiva e di degenza ordinaria. Poi vennero le “razionalizzazioni”, le cure dimagranti, i tagli alla sanità. Benvenuti nell’era dell’austerità

DAGONEWS il 13 marzo 2020. La frase choc di Boris Johnson ha sortito i primi effetti in Gran Bretagna. Se è pur vero che il governo non ha alcuna intenzione di prendere misure draconiane, è altrettanto vero che i britannici hanno risposto svuotando le strade e rimanendo a casa. Oggi le vie, le piazze e i luoghi generalmente affollati da uomini d’affari e turisti erano deserti. Così come le stazioni delle metropolitane e i treni che viaggiavano con i vagoni vuoti. Poche ore fa il premier inglese aveva annunciato: «Molte famiglie perderanno i loro cari», aggiungendo che i casi di contagio potrebbero aver superato i diecimila. Una circostanza che non gli impedito di limitarsi a dare qualche consiglio tra i quali lavarsi le mani e rimanere a casa una settimana se si hanno sintomi. Nel Regno Unito il numero di persone contagiate con il nuovo coronavirus è salito a 798, cioè 208 in più di ieri, quando i casi erano 590. I morti per Covid-19 sono 10.

La maggior parte dei tedeschi verrà contagiata, ha detto Angela Merkel. Il Post mercoledì 11 marzo 2020. Infetterà «dal 60 al 70 per cento della popolazione», ha detto durante il suo primo intervento pubblico sulla diffusione del virus. Mercoledì la cancelliera tedesca Angela Merkel ha tenuto la sua prima conferenza stampa sull’epidemia di coronavirus. In Germania al momento sono stati rilevati 1.622 casi di contagio e 3 morti, ma secondo la cancelliera Merkel nei prossimi giorni il numero potrebbe salire molto, fino a contagiare gran parte della popolazione tedesca. «Gli esperti affermano che tra il 60 e il 70 per cento delle persone saranno contagiate», ha detto Merkel. La Germania ha circa 82 milioni di abitanti e, al momento, il coronavirus nel paese è risultato letale per lo 0,2 per cento delle persone contagiate (ma dipende anche dalle cause attribuite ai decessi). La newsletter del Post sul coronavirus arriva ogni sera e racconta molto di più di quello che trovi sui giornali: è gratuita e ci si iscrive qui. Merkel ha aggiunto che il suo governo si occuperà di limitare i danni all’economia, e solo in un secondo momento si occuperà di valutare gli effetti che questo ha avuto sul budget. Venerdì saranno annunciate le prime misure per contrastare gli effetti dell’epidemia. La dichiarazione ha suscitato molti commenti, visto che da anni la Germania mantiene un bilancio in pareggio, nonostante le numerose richieste da parte di istituzioni e partner europei di spendere di più per cercare di rivitalizzare l’economia del continente. Con Merkel alla conferenza stampa erano presenti il ministro della Salute Jens Spahn e Lothar Wieler, direttore dell’Istituto Koch, che si occupa del controllo e della prevenzione delle malattie infettive in Germania. Durante l’intervento, Merkel ha raccomandato ai governatori dei Lander di vietare gli eventi pubblici con più di 1.000 persone, e ha escluso che la chiusura dei confini possa essere una soluzione alla diffusione del virus in Europa, secondo molti un riferimento all’Austria che ieri ha approvato alcune misure restrittive per i cittadini italiani che per entrare nel paese avranno bisogno di un certificato medico o di avere un posto dove rimanere eventualmente in quarantena per due settimane.

Coronavirus, ministro francese: "Probabile che il 50% di noi si contagi". Il ministro dell'Istruzione francese, Jean-Michel Blanguer: "Probabilmente il Covid-19 contagerà più della metà della popolazione francese". Federico Giuliani, Domenica 15/03/2020 su Il Giornale. Tra dubbi e incertezze anche la Francia si appresta a fare i conti con l'onda d'urto del nuovo coronavirus. Il ministro dell'Istruzione francese, Jean-Michel Blanguer, ha rilasciato un'intervista emblematica a Franceinfo nella quale ha sottolineato come “probabilmente” il Covid-19 contagerà più della metà della popolazione francese. "Come sapete, sin dall'inizio, la strategia non è stata quella di impedire il passaggio del virus. Sappiamo che probabilmente toccherà più della metà di noi. Quanto fatto è per assicurarsi che passi nel modo più diluito possibile nel tempo", ha affermato il ministro. E così, dopo Regno Unito, anche la Francia sembrerebbe voler seguire la strategia dell'immunità di gregge. Una strategia rischiosa, data la totale assenza di informazioni sul comportamento di questo virus, che comporta la decisione di lasciar seguire il suo corso all'epidemia, senza tentare di fermarla all'improvviso. Secondo quanto riportato dal quotidiano Le Figaro, questo non significherebbe tuttavia “non fare niente” bensì concentrare gli sforzi delle autorità “per rallentare la diffusione del virus” al fine di evitare “la congestione dei servizi di emergenza”. Detto altrimenti, Parigi punterebbe ad “appianare” la curva epidemica, limitando i contatti tra i cittadini.

Una strategia che non convince. Le parole del ministro Blanguer arrivano dopo un discorso di Emmanuel Macron in cui il presidente francese ha delineato indirettamente una strategia nel lungo periodo. Dichiarando che l'attuale epidemia di Covid-19 è "la più grave crisi sanitaria che la Francia abbia conosciuto per più di un secolo", il capo dell'Eliseo ha ovviamente pianificato per il futuro. Perché con 3661 casi identificati e 79 morti giovedì, non è la situazione attuale a essere drammatica, ma quella che ci aspetta: milioni di persone infette, centinaia di migliaia di casi gravi e decine di migliaia di morti potenziale. Nel frattempo 30 giornalisti francesi corrispondenti dall'Italia hanno scritto in una lettera aperta ai connazionali che “la Francia deve imparare la lezione dall'esperienza italiana”. L'avvertimento lanciato a cittadini e autorità, che sembrano sottovalutare i rischi della pandemia da nuovo coronavirus, è chiaro. "Osserviamo una lontananza notevole tra la situazione a cui assistiamo quotidianamente in Italia - scrivono i 30 - e la mancanza di preparazione dell'opinione pubblica francese per uno scenario che comporterà una diffusione consistente, se non massiccia, del nuovo coronavirus, come conferma la stragrande maggioranza degli esperti. Non c'è più tempo da perdere, anche fuori dall'Italia”. “Molti francesi - concludono i giornalisti - non si rendono conto che in caso di patologia grave diversa dal nuovo coronavirus non saranno curati come necessario per mancanza di posti disponibili, come accade in Italia ormai da giorni. Sottolineiamo infine che il sistema sanitario coinvolto è quello del nord della penisola, ovvero il migliore del paese e uno dei migliori d'Europa". quindi, per carità, sfruttate il vantaggio e imparate la lezione dall'esperienza italiana".

Coronavirus Inghilterra, il discorso di Boris Johnson: «Abituatevi a perdere i vostri cari». Pubblicato venerdì, 13 marzo 2020 su Corriere.it da Luigi Ippolito. La frase è da choc: «Molte famiglie perderanno i loro cari». Ma la reazione è forse ancora più raggelante: non faremo nulla. Perché questa è la linea scelta dal governo di Boris Johnson: avanti come se niente fosse. La Gran Bretagna si smarca dal resto dell’Europa: mentre sul Continente i governi prendono misure sempre più drastiche, Londra letteralmente se ne lava le mani. Il consiglio fondamentale contro il coronavirus resta infatti quello di usare acqua e sapone; chi ha sintomi è invitato a starsene a casa per una settimana; ma per il resto è business as usual. Niente chiusure, niente emergenze: la vita a Londra continua a scorrere normale (e nessuno va in giro con la mascherina). Eppure il tono usato ieri da Johnson, nel suo intervento da Downing Street, è stato grave e solenne. Ha ammesso che il Paese si trova di fronte alla più seria emergenza sanitaria in una generazione e che il numero reale dei contagiati potrebbe aver già toccato i diecimila. Ma ha insistito che prendere misure «draconiane» non farebbe grande differenza e potrebbe addirittura risultare controproducente. Il premier era affiancato dai massimi esperti scientifici e sanitari britannici, che hanno spiegato che bloccare il virus è impossibile e che l’unica strategia è quella di spalmarne la diffusione nel tempo, in modo da consentire al sistema sanitario di gestire la situazione. Addirittura, hanno sostenuto che non è desiderabile che nessuno venga contagiato, perché è preferibile che la popolazione sviluppi da sé anticorpi al virus. Un approccio che è stato criticato da più parti, sia a livello sanitario che politico: ma che oggi il governo ha continuato a difendere. E non sono pochi quelli che apprezzano la linea di Johnson: il Times ha scritto che si sta comportando da statista, senza cedere alle pressioni populiste. E sono scattati i paragoni con Churchill - che prometteva «sangue, sudore e lacrime» - e con Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore che sfiancò Annibale. Addirittura c’è chi evoca lo spirito del 1940, con l’Europa che capitola, gli Stati Uniti che si isolano e la Gran Bretagna che resta in piedi da sola. La popolazione sta reagendo in ordine sparso. Alcuni eventi, come la Fiera del Libro, sono stati cancellati, ma il grosso degli appuntamenti va avanti. Nelle università qualche professore fa lezione a distanza, ma sono iniziative individuali: scuole e college restano aperti. C’è gente che si è data a fare scorte di generi di prima necessità (soprattutto carta igienica, che in qualche supermercato scarseggia) ma non ci sono scaffali vuoti. È anche una questione culturale: i britannici vanno fieri del loro stiff upper lip, il labbro superiore rigido, cioè lo stoicismo (fino all’indifferenza) di fronte alle difficoltà, senza abbandonarsi a reazioni emotive. E un altro concetto fondamentale è quello di grace under fire, la grazia sotto il fuoco nemico: ossia mai perdere la compostezza. Resisterà tutto questo all’infuriare del coronavirus? È presto per dirlo. Ma per ora, dopo la Brexit politica, si sta assistendo anche alla Brexit sanitaria.

British coglions. La migliore ricetta antivirus arriva da Londra e porta la firma del premier inglese Boris Johnson. Alessandro Sallusti, Domenica 15/03/2020 su Il Giornale. Stupidi noi a non averci pensato prima. La migliore ricetta antivirus arriva da Londra e porta la firma del premier inglese Boris Johnson. Si chiama «immunità di gregge» e consiste nel non prendere alcuna precauzione in modo che la popolazione, dopo un numero imprecisato di morti, sviluppi per gli affari suoi gli anticorpi che renderanno immuni eventuali sopravvissuti. Semplice, no? La domanda a cui Johnson non ha ancora risposto, ma sono affari degli inglesi, è se i moribondi in arresto respiratorio verranno lasciati agonizzanti senza assistenza, per strada o in casa, in modo da accelerare il contagio e quindi la formazione delle autodifese personali in chi è loro vicino, o se viceversa intende in qualche modo occuparsene. Io chiamerei questa ricetta «British coglions», che l'inglese maccheronico a volte rende l'idea meglio di quello accademico e non c'è bisogno di traduzione. Se poi a questo aggiungiamo il fatto che Donald Trump, dopo averci scherzato sopra per settimane, solo nelle ultime ore a epidemia diffusa nel suo Paese è stato punto dal dubbio che in Italia non siamo pazzi e che il virus sia una cosa maledettamente seria, ecco che finalmente capisco in che senso «gli americani sono figli illegittimi degli inglesi»: tale padre, tali figli. Uscendo dal piano familiare ed entrando in quello politico, l'accoppiata Johnson-Trump sul Coronavirus dimostra anche che essere nazionalisti, populisti e antieuropeisti non è garanzia di maggiore intelligenza. Gli stolti pensiamo a madame Lagarde sull'altro fronte abbondano nei due schieramenti in modo equanime. Come ci spiega bene oggi Nicola Porro dal suo isolamento (è positivo, ma sta meglio di me), non è che qui le cose funzionino a meraviglia. Ma un conto è una ricetta giusta in mano a persone sbagliate, altro è se le ricette sono farlocche tipo quella di Boris. Se in Italia comincia (incrociamo le dita) a calare il numero dei morti e a crescere quello dei guariti, significa certo che abbiamo medici straordinari, ma anche che abbiamo imboccato la strada giusta nel modello di gestione dell'emergenza. Che, credetemi, è ancora una volta il modello Lombardia. Regione impegnata su due fronti di lotta: quello medico con il virus e quello politico con il governo centrale, lento e indeciso come sempre.

La strategia di Boris: “Il 60% degli inglesi si ammalerà così guadagneremo l’immunità di gregge”. Il Dubbio il 13 marzo 2020. Fanno discutere le parole del primo consulente scientifico del governo britannico. Circa il 60% della popolazione del Regno Unito dovrebbe essere infettato dal coronavirus per far sì che la società possa guadagnare una immunità di gregge dai futuri focolai, dato che l’infezione potrebbe tornare “di anno in anno”. Lo ha affermato ha detto a Sky News il principale consigliere scientifico del governo britannico, Sir Patrick Vallance. Il numero di casi confermati nel Regno Unito ha raggiunto quota 590 – un aumento di 134 in 24 ore, anche se Vallance ritiene che il numero effettivo di persone infette nel Paese, al momento, potrebbe essere compreso tra 5.000 e 10.000. Secondo l’esperto, che ha pronunciato parole destinate a far discutere, la maggioranza della popolazione inglese, pari a oltre 65 milioni di persone, dovrebbe essere infettata dal coronavirus per far sì che si riduca il rischio di diffusi focolai futuri. “Pensiamo che questo virus probabilmente si presenterà di anno in anno – ha fatto notare – diventando come un virus stagionale. Se la comunità ne diventerà immune, questa rappresenterà una parte importante del controllo a lungo termine. Circa il 60% è la percentuale necessaria a ottenere l’immunità di gregge”, che solitamente si raggiunge attraverso la vaccinazione di massa, non le infezioni dirette.

Antonello Guerrera per ''la Repubblica'' il 14 marzo 2020. È un azzardo. Per molti pericoloso, incosciente, nell' era coronavirus. Ma ora è ufficiale, dopo settimane di reticenze, semplici inviti a lavarsi le mani e keep calm and carry on , "state calmi e andiamo avanti". Perché ieri mattina, Sir Patrick Vallance, massimo consigliere scientifico del premier Boris Johnson, l' ha detto a Sky News : «Il 60% dei britannici avrà bisogno di contrarre il coronavirus per sviluppare l' immunità di gregge. Perché il virus sarà stagionale e tornerebbe in inverno. Sì, è una brutta malattia. Ma nella maggioranza dei casi comporta solo sintomi lievi». Una gaffe? No. In una successiva intervista alla Bbc , Vallance è andato oltre: «Se cerchi di sopprimerlo con misure molto dure e poi allenti la presa, il virus reagisce, magari in un momento sbagliato. Il nostro obiettivo è creare una sorta di immunità di gregge contro la trasmissione del virus a lungo termine, proteggendo i più vulnerabili». Anche perché un vaccino contro il Covid- 19 ancora non c' è, servirà almeno un anno e l' Oms ieri ha ammesso che si è in alto mare causa «mancanza di fondi». Ma la strategia estrema del governo Johnson potrebbe provocare la morte di centinaia di migliaia di persone. I britannici sono 67 milioni, il 60% circa 40 milioni. Con un tasso di mortalità (al ribasso) dell' 1%, questa "scommessa" potrebbe avere un "costo" iniziale di 400mila morti. La sanità rischia di collassare. Inoltre, il Covid-19 pare un virus mutevole e non c' è ancora la certezza assoluta che si ottenga l' immunità da guariti. Ma giovedì Johnson l' aveva accennato in conferenza stampa: «Purtroppo moriranno molti nostri cari». Eppure il premier è ancora contrario a ogni misura draconiana per contenere il virus, che a oggi in Regno Unito ha contagiato "solo" 708 persone su 32.771 testate, anche se i malati "nascosti" sarebbero 10mila. Le scuole restano aperte, pub e ristoranti sono stracolmi, il concertone di Glastonbury è stato confermato e per il governo pure il calcio sarebbe andato avanti - a porte aperte - se solo la Premier League ieri non si fosse opposta dopo vari contagi di giocatori e allenatori. Un approccio che sta spaventando anche i 700mila della comunità italiana oltremanica, nella morsa emotiva di una patria "chiusa a chiave" e un Regno Unito passivo contro il contagio: genitori preoccupati per i figli in classe, centinaia di turisti bloccati dallo stop ai voli, permesso di chiamare il numero speciale anti-virus solo se si hanno sintomi gravi. Altrimenti, lo ha detto Johnson stesso, restate in casa per una settimana senza assistenza. E però ieri il premier è stato comunque costretto a rinviare le elezioni locali di maggio, la maratona di Londra, mentre alcune università, come la London School of Economics, già si autogestiscono con corsi online. Anche la Regina ha cancellato i suoi appuntamenti. Ma il vero problema di Johnson è un altro. Sperando che il caldo limiti il Coronavirus, il premier non vuole bloccare il Paese allo scopo di preservare l' economia. Un azzardo che già l' Italia ha pagato a carissimo prezzo. La sola chiusura delle scuole costerebbe al Regno Unito il 3% di Pil, sussurrava ieri un sottosegretario. Figuriamoci uno stop totale all' italiana. Boris non può permetterselo nell' anno decisivo della Brexit. Perché, dopo infinite promesse, ora si gioca tutto: la carriera e il futuro del Regno Unito. In queste condizioni, il coronavirus potrebbe tornare in inverno, proprio nei mesi in cui si concretizzerà la Brexit, nel 2021. Ecco perché in molti, a Downing Street, si stanno convincendo sull' immunità di gregge preventiva. A ogni costo.

Michele Bocci per ''la Repubblica'' il 14 marzo 2020. È stupito da quello che sta succedendo in Inghilterra Walter Ricciardi, il consulente del ministero alla Salute per i rapporti con gli altri Paesi riguardo all' emergenza coronavirus.

«Hanno una delle più importanti scuole di epidemiologia del mondo eppure procedono in questo modo », dice il professore che è anche nel Comitato di esperti della Protezione civile.

Professore, che differenza c' è tra il nostro Paese e il Regno Unito?

«Il nostro governo ha semplicemente recepito le indicazioni della comunità scientifica, cosa che quello inglese non sta facendo. Eppure hanno gli epidemiologi dell' Imperial college, della London School of hygiene and tropical medicine e di una rivista come il Lancet. Sarebbero consiglieri di prim' ordine sul tema sanità pubblica che evidentemente stanno ignorando».

Perché le nostre misure di chiusura sono migliori?

«Intanto sottolineo che le stanno piano piano adottando tutti gli altri Stati, a partire da Spagna e Francia. Del resto hanno il nostro esempio da seguire, visto che siamo stati i primi a essere colpiti qui in Europa. Con un nuovo virus in circolazione l' unica cosa da fare è dilazionare e ritardare l' impatto sul sistema sanitario attraverso il contenimento, quindi il distanziamento sociale».

A cosa serve rallentare il virus?

«Intanto a non far soccombere le strutture sanitarie che devono curare i casi gravi e poi ad aspettare che si rafforzino gli strumenti di cura. Credo che vedremo prima una terapia più specifica rispetto a un vaccino. Non è assolutamente etico accettare che si ammalino le persone per creare una immunità di gregge che peraltro non è neanche sicura».

Come mai non è sicura?

«Perché si tratta di un virus nuovo e non ci sono ancora conferme scientifiche su una immunità duratura dopo la malattia. Chi è stato contagiato potrebbe anche riprenderlo per quanto si sa al momento».

Se un Paese si comporta in modo così diverso dagli altri, come può cambiare la storia dell' epidemia?

«Intanto corre il rischio di essere investito in modo più violento rispetto agli altri. E soprattutto può diventare l' area che mantiene l' infezione viva e latente, quando gli altri sono già riusciti a contenerla. Diventa così quello che nessuno vorrebbe essere considerato, l' untore del mondo».

L' Oms non può costringere a prendere provvedimenti i Paesi che non adottano misure di protezione?

«No, sono scelte sulle quali non può dire niente».

Le aree del mondo che si liberano del coronavirus, come ha fatto adesso la Cina, rischiano di essere di nuovo esposte in futuro?

«Certo, finché non si troveranno degli strumenti di cura efficaci oppure il vaccino. Se non ci sono, l' umanità resta sempre suscettibile».

Quando avranno effetto le misure prese dall' Italia?

«Ci vorrà tempo, ma la strada che abbiamo scelto è giusta e questa convinzione è rafforzata da quanto sta succedendo nella prima zona rossa della Lombardia, che in questi giorni sta vedendo i nuovi casi crollare in modo importante».

L’azzardo per bloccare il coronavirus: l’immunità di gregge. Federico Giuliani su Inside Over il 13 marzo 2020. Da un punto di vista medico la cosiddetta immunità di gregge (herd immunity) è una forma di protezione indiretta che si verifica quando una parte significativa di una popolazione è vaccinata contro una minaccia esterna, a tal punto da fornire una tutela anche a quei soggetti che non hanno sviluppato direttamente questa immunità. Alcuni Paesi del mondo stanno pensando di fare leva proprio sull’immunità di gregge per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus all’interno dei rispettivi territori. Nel caso del Covid-19 c’è tuttavia da prendere in considerazione un aspetto cruciale. Dal momento che non esiste ancora alcun vaccino da poter utilizzare contro questo agente patogeno, l’unico modo per immunizzare gli individui è fare in modo che le persone si infettino nella speranza gli organismi colpiti siano in grado di produrre validi anticorpi. L’idea, in linea teorica, sembra meritevole di essere approfondita. C’è tuttavia un interrogativo enorme: nessuno è in grado di affermare con certezza se l’infezione del nuovo coronavirus conferisce l’immunità ai pazienti colpiti. In altre parole, non sappiamo se le persone infettate possano essere contagiate di nuovo. Gli esperti spiegano infatti che l’immunità di gregge è valida e si verifica quando una fetta consistente di una certa popolazione può contare su anticorpi in grado di difenderla da una data malattia. In generale, una situazione del genere avviene con la vaccinazione. Senza antidoti, i dubbi sono tanti: bisogna ad esempio fare i conti con la mortalità del Covid-19 e la sua altissima contagiosità.

Inseguire l’immunità di gregge. Il Regno Unito sembrerebbe intenzionato a giocare il jolly dell’immunità di gregge. Il premier inglese, Boris Johnson, è stato chiaro: “Abituatevi a perdere i vostri cari”. Londra punta sugli anticorpi e spera che questi possano essere sufficienti per poter stoppare l’onda d’urto del nuovo coronavirus sul lungo periodo. Il fatto, come abbiamo spiegato, è che un organismo è in grado di produrre anticorpi a una malattia solo dopo averla contratta. La domanda è: quanti cittadini potranno resistere al Covid-19? Il ragionamento seguito dal governo britannico è più o meno il seguente: per ridurre al minimo l’impatto del nuovo coronavirus è necessario consentire al virus di passare attraverso l’intera popolazione, in modo da ottenere l’immunità di gregge. Questo dovrà però essere fatto a una velocità controllata, in modo tale da riservare cure specifiche ai soggetti con sintomi più acuti e da spedire in quarantena le persone con sintomi lievi.

Una strategia rischiosa. Due sono le considerazioni fatte dal Regno Unito. La prima: poiché non è possibile impedire al virus di diffondersi, questo rappresenterà sempre una minaccia costante e latente, almeno fino a quando non sarà disponibile un vaccino di massa. La seconda: far restare le persone in casa il più possibile non farebbe altro che bloccare il virus nelle abitazioni. Non appena i limiti alla libertà di movimento verranno sollevati, secondo questo ragionamento, il Covid-19 tornerà alla ribalta. Londra ha così scelto di limitare i danni puntando sull’immunità di gregge. Un discorso simile è stato fatto anche dai rappresentanti politici della Germania, che tuttavia potrebbe scegliere di imporre qualche misura più stringente rispetto ai britannici. In ogni caso, Patrick Vallance, una delle due massime autorità mediche del governo di Boris Johnson, ha detto chiaramente a Sky News che “il Coronavirus è una brutta malattia ma nella maggioranza dei casi ha soltanto sintomi lievi” e che ” il virus sarà stagionale e tornerebbe anche il prossimo inverno. Per questo è importante sviluppare un’immunità di gregge, per tenere sotto controllo il virus a lungo termine”. Un azzardo enorme, considerando che nel mondo la mortalità del Covid-19 oscilla tra l’1 e il 6%.

Burioni e Ricciardi: “Folle e non etica la strategia inglese sull’immunità di gregge”” – parola ai virologi, in aggiornamento. Burioni, Ricciardi, Gismondi, Bassetti e gli altri…parola ai virologi. Il Dubbio il 14 marzo 2020.

Maria Rosaria Capobianchi – Virologa dello Spallanzani. “In molte regioni la curva dell’epidemia” da nuovo coronavirus, “cominciata più tardi, è in salita”. Mentre “la crescita dei casi sta rallentando nelle regioni dove l’epidemia è cominciata, altrove invece c’è un aumento sostenuto. Potremmo raggiungere anche in altre zone gli stessi, attuali numeri di Lombardia, Veneto ed Emilia- Romagna in proporzione agli abitanti”. “Potrebbe essere un indizio favorevole” il fatto che “l’aumento generale dei casi”, secondo i dati dell’ultimo aggiornamento di ieri, sia “in effetti inferiore a quello del giorno precedente. Ma tanti fattori vanno considerati. L’apparente rallentamento nelle regioni del Nord epicentro dell’epidemia può essere un segnale incoraggiante ma, frena Capobianchi, “i dati hanno bisogno di consolidarsi nel tempo”. Quanto al virus Sars-Cov-2, “il confronto tra le sequenze dei genomi pubblicate sui database internazionali, a partire dal 10 gennaio, quando i ricercatori cinesi di Wuhan hanno reso pubblica la prima sequenza, non mostra cambiamenti sostanziali tali da rendere il virus diverso e quindi non più riconoscibile dal sistema diagnostico”. Il patogeno, aggiunge la virologa, ha “in comune l’80% del genoma” con il virus che ha causato in passato l’epidemia di Sars. Quel virus da un lato ha “avuto una mortalità maggiore”, circa il 10%, ma dall’altro “si trasmetteva meno subdolamente e non dava luogo a infezioni con sintomi lievi. Dunque le catene di trasmissione della Sars si potevano individuare e bloccare”, ed “era più facile arrestare la diffusione”.

Roberto Burioni – Virologo: “Immunità di gregge all’inglese è pura fantascienza”. “I virus umani, in generale, trovano un’equilibrio. Non infettano mai tutte le persone, rimane sempre qualcuno immune, finché l’infezione stessa non trova ulteriori soggetti, ovvero i nuovi nati, per alimentare il contagio. Cosa faceva il morbillo quando non c’era il vaccino? Infettava il 90 per cento dei bambini durante le epidemie, che si avvicendavano una volta ogni due o tre anni, per poi tra un anno e l’altro trasmettere a basso livello endemico il contagio su quei nuovi nati che, una volta cresciuti, continuavano a loro volta ad alimentare il ciclo epidemico. Per tale motivo, più che un boomerang, parlare oggi di immunità di gregge per il coronavirus è pura fantascienza”, ha detto Burioni a  Linkiesta.

Walter Ricciardi- Oms: “La strategia inglese di far ammalare le persone non è etica”.  “Il nostro governo ha semplicemente recepito le indicazioni della comunità scientifica, cosa che quello inglese non sta facendo. Eppure hanno gli epidemiologi dell’Imperial college, della London School of hygiene and tropical medicine e di una rivista come il Lancet. Sarebbero consiglieri di prim’ordine sul tema sanità pubblica che evidentemente stanno ignorando”. Ricciardi ha osservato che le misure italiane “le stanno piano piano adottando tutti gli altri Stati, a partire da Spagna e Francia”. “Del resto hanno il nostro esempio da seguire, visto che siamo stati i primi a essere colpiti qui in Europa. Con un nuovo virus in circolazione l’unica cosa da fare è dilazionare e ritardare l’impatto sul sistema sanitario attraverso il contenimento, quindi il distanziamento sociale”, ha aggiunto. “Non è assolutamente etico accettare che si ammalino le persone per creare una immunità di gregge che peraltro non è neanche sicura”, ha aggiunto alludendo all’approccio adottato finora dalla Gran Bretagna. Non è sicura “perché si tratta di un virus nuovo e non ci sono ancora conferme scientifiche su una immunità duratura dopo la malattia. Chi è stato contagiato potrebbe anche riprenderlo per quanto si sa al momento”.

Maria Rita Gismondo – Virologa ospedale Sacco. “Sappiamo tutti che questo virus è diffuso nella popolazione molto più rispetto a quello che stiamo vedendo. Tra poco il 60-70% della popolazione risulterà  positivo. Ma non dobbiamo preoccuparci. Con l’aumento dei numeri ci renderemo conto che questo virus è meno letale di quanto possiamo pensare adesso”. “Questo virus, nella gran parte dei casi, o è silente o ci dà sintomi simil influenzali, nel 90% dei casi”, continua, “C’è un 10% di persone che ha bisogno di essere ricoverato in ospedale. Borrelli ci ha detto più volte che le fasce più toccate sono anziani con 1 o 4 patologie. Il virus dunque è stato un aggravante. Ad oggi i dati di morte diretta per coronavirus sono molto scarsi, si parla di qualche unità”. La virologa parla anche dei giovani in terapia intensiva: “La medicina non è mai una scienza esatta, quindi non significa che non ci possano esserci casi di qualche giovane. Dobbiamo però vedere la curva, dobbiamo parlare della maggior parte dei casi. Dobbiamo andare a vedere se ci sono altre malattie. Oggi l’età media dei deceduti è 81-83 anni, i guariti sono quasi il doppio delle persone che vengono ricoverate in terapia intensiva. Io non dico che la situazione sia rosea”.

Roberto Burioni: “I positivi asintomatici sono molti di più. Stare a casa è unica soluzione”. “Concordo con quello che dice il professor Galli e molti altri colleghi, è realistico pensare che ci siano moltissimi positivi ignari di esserlo, e ognuno può inconsapevolmente contagiare”. Lo sottolinea il virologo Roberto Burioni, ribadendo che “di fronte a questa situazione c’è una sola soluzione: stare a casa. I dati di Codogno dicono che un periodo congruo di isolamento funziona, cerchiamo di tenere duro e fare altrettanto”. Quanto al farmaco antivirale remdesivir, su cui partirà la sperimentazione anche in Italia, secondo Burioni “abbiamo solo dati preliminari, quindi è presto per fare valutazioni. Diciamo che se si trovasse un antivirale già pronto, come il remdesivir ma non solo, che funziona anche contro il coronavirus sarebbe una bella fortuna, ma siamo solo all’inizio. Questi test sono ottimi punti di partenza, per l’arrivo ci vorrà tempo. Ma vorrei anche dire – conclude – visto che per anni mi sono impegnato nella battaglia per la cultura vaccinale contro chi considerava le case farmaceutiche alla stregua di mercanti d’armi, che Roche il suo farmaco lo mette a disposizione gratuitamente. Mi pare una cosa da sottolineare”.

Walter Riccardi – Oms: “Vinceremo, ma sarà una lunga battaglia”. “I virus nella storia hanno sempre perso. Vinceremo sicuramente, ma sarà battaglia di trincea non una guerra lampo, che si concluderà verso giugno”. Questa la possibile fine dell’emergenza covid-19 in Italia secondo il consigliere Oms e consulente del governo italiano Walter Ricciardi. “Noi non abbiamo metri di paragone se non quello con la Sars che era un virus simile, meno contagioso e la situazione si risolse verso maggio-giugno”, afferma durante un intervento mattutino in una trasmissione televisiva. “Questo è più contagioso quindi è probabile che almeno arriveremo fino a quei mesi e forse un po’ oltre”. Ricciardi definisce “per ora necessarie e sufficienti” le misure messe in campo dal governo, ricordando che Wuhan si bloccò totalmente sì, “ma è una provincia con tutt’attorno un paese che continuava ad andare avanti”.

Fabrizio Pregliasco, virolgo Università di Milano:  “Picco a fine marzo”. “E’ difficile fare previsioni, ma le proiezioni e gli scenari sono importanti per pianificare al meglio gli interventi. Ebbene, sulla base dell’andamento del coronavirus in Cina e dei dati italiani, possiamo stimare uno scenario con picco a fine marzo e la fine del problema in Italia tra maggio e giugno“. E’ lo scenario tratteggiato all’AdnKronos Salute dal virologo dell’università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco, che da anni monitora l’andamento della stagione influenzale nel nostro Paese. Un quadro un po’ diverso da quello tratteggiato da uno studio della Ragioneria generale, e anticipato dalla stampa, che fisserebbe il picco al 16-17 marzo e per fine aprile l’uscita dal tunnel. “Nel caso di Covid-19 – avverte però Pregliasco – si tratta di un virus nuovo, ma l’esperienza cinese e quello che sta accadendo nelle ex zone rosse può dirci molto. Tra gli elementi che possono influire su questo scenario” per l’esperto “c’è l’incognita rappresentata dal resto d’Europa e dalla Gran Bretagna. Stiamo vedendo mancanza di coordinamento e azioni disomogenee, che possono rovinare quello che si sta facendo in Italia”.

Massimo Galli, primario infettivologo del Sacco di Milano: “Tampone anche agli asintomatici”. “La politica del tampone solo a pazienti sintomatici potrebbe rivelarsi insufficiente”, e “la cartina di tornasole è il numero dei morti: 6,6%, più alto rispetto all’attuale 4,5% di Wuhan. Bisogna risalire a tutti coloro che sono stati in contatto con le persone malate, metterli in quarantena, seguire la comparsa o meno dei sintomi dell’infezione. L’impressione è che vere indagini epidemiologiche su tutti i contatti reali dei malati non vengano fatte”. Così Massimo Galli, primario infettivologo del Sacco di Milano, in un’intervista al Messaggero in cui sottolinea: “Il distanziamento sociale è fondamentale, ma il tracciamento è importante per uscirne prima”. Per Galli “c’è un po’ di confusione nelle indicazioni e sarebbe necessaria maggiore chiarezza a livello di articolazioni locali: quali vengono ritenute attività indispensabili tali da giustificare gli spostamenti? Inviterei chi di dovere a precisarlo alla svelta, in questo momento abbiamo bisogno di chiarezza e di unità. Le indicazioni generali vanno bene. La chiusura dei negozi, di bar e ristoranti è decisamente importante, ma la definizione delle attività che possono essere continuate va subito specificata”.

Coronavirus, Mantovani: «L’immunità di gregge è da irresponsabili: l’Italia deve essere fiera delle sue scelte coraggiose». Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Cristina Marrone. Professor Mantovani, la Gran Bretagna ha scelto di non fare nulla contro il coronavirus, puntando sull’immunità di gregge naturale. Che idea si è fatto? «Ho un legame molto forte con la Gran Bretagna dove ho una cattedra e dove mio figlio vive con la sua famiglia. È socialmente difficile accettare di avere vittime in famiglia, ma fa parte del loro modo di affrontare le sfide più difficili. Fatta questa premessa sono sinceramente preoccupato da questa scelta e la trovo irresponsabile».

È davvero possibile raggiungere l’immunità lasciando correre il virus?

«Non amo molto il termine immunità di gregge, preferisco parlare di immunità di comunità, dove è insito il concetto di solidarietà. Non ritengo sia pensabile costruire l’immunità della comunità lasciando correre il virus, è da incoscienti. Bisogna ragionare sul prezzo di una immunità della comunità ottenuta non con un vaccino, ma esponendo come è stato detto, il 60% della popolazione britannica al virus. Ammettiamo, in modo forse ottimistico, una mortalità del 2%. Su un milione di persone vuol dire 20 mila morti; su 10 milioni, 200 mila morti. Ma facciamo un conto ancora più drammatico. Il 10% dei malati ha bisogno di terapia intensiva e respirazione assistita: su un milione di persone servirà a 100 mila pazienti. Nessun sistema sanitario al mondo è in grado di far fronte a un’emergenza del genere. Ci sarebbero troppe vittime e troppi pazienti non potrebbero essere curati».

Si profilano tre scenari: l’Italia blindata, la Gran Bretagna immobile, la Germania una via di mezzo. Come mai scelte così diverse?

«Ho l’impressione che in generale nessuno in Europa abbia imparato la lezione della Lombardia, che è una delle aree più ricche d’Europa, con uno dei sistemi sanitari più all’avanguardia. Gli altri Paesi stanno sottovalutando la portata di questa epidemia, come era già successo con la Cina. Farlo due volte mi sembra grave».

La Gran Bretagna sarà davvero impreparata?

«Se a Londra la metropolitana è piena, per quanto ho potuto sapere le strutture sanitarie e le università si stanno preparando all’arrivo dell’epidemia. La Gran Bretagna ha scelto una strategia di contenimento a fasi perché valuta di non poter sostenere misure draconiane nel lungo periodo».

L’Italia prima o poi sarà «liberata», ma la popolazione a quel punto non sarà immune. Rischiamo di ripartire da capo?

«Noi adesso dobbiamo risolvere il problema in casa. Queste domande ce le dobbiamo porre dopo. Se non fermiamo il più possibile la circolazione del virus al Nord e non lo blocchiamo sul nascere nelle regioni del Centro-Sud, più fragili, rischiamo di andare incontro a una situazione catastrofica».

Come si costruisce l’immunità?

«L’immunità di comunità si costruisce in due modi: con il vaccino o in qualche misura in modo spontaneo, come succede con l’influenza (per la quale esiste comunque un vaccino fatto da circa il 40% degli italiani). Non è una protezione totale perché i virus possono cambiare a ogni stagione e vorremmo un vaccino più efficace, ad ogni modo buona parte della popolazione è protetta in una certa misura e questo serve ad attutirne l’impatto. Ma non siamo nella stessa situazione con Sars-Cov 2 perché è un nemico ignoto, ben più aggressivo di un’influenza: non sappiamo quasi nulla di lui».

Ma come arriverà l’immunità al coronavirus?

«Alla fine l’immunità ce la darà il vaccino, ma noi dobbiamo guadagnare tempo per poterci arrivare. Anche l’Italia sta dando il suo contributo. Ricordiamoci che a Pomezia è nato il vaccino contro Ebola e il nostro Rino Rappuoli ha inventato il modo di creare il vaccino partendo dal genoma, senza dover tenere “l’orrenda cosa” in mano».

L’Italia sta facendo bene?

«Io sono profondamente convinto che dobbiamo essere fieri di aver scelto queste misure restrittive. Abbiamo avuto il coraggio, in un sistema democratico, di prendere misure draconiane. Nella storia non ci sono precedenti di Paesi che si autodefiniscono zona rossa per proteggere le parti più deboli e costruire una prima trincea per gli altri Stati. Siamo un Paese all’avanguardia e dobbiamo esserne orgogliosi».

Alberto Mantovani, 71 anni, è un immunologo di fama internazionale. È il direttore scientifico dell’Humanitas di Rozzano, docente all’Humanitas University

Giuliano Ferrara per ''Il Foglio'' il 14 marzo 2020. Una corrispondenza di Antonello Guerrera per Repubblica e una di Mark Landler per il Times, oltre alla visione della conferenza stampa di Boris Johnson e dei suoi consiglieri per la sanità Chris Whitty e per la scienza Patrick Vallance, rilanciano il tema della "grande scrematura" da noi affacciato una decina di giorni fa. Charles Darwin o il suo profilo caricaturale sogghigna, con la sua bella barba, i suoi complessi religiosi e fideisti, la sua teoria dell' evoluzione e della selezione. Certo, uno fa di tutto per evitare la morte delle persone, certo, ma il ricambio delle generazioni è il rinnovamento del mondo via sostituzione dei vecchi con i meno vecchi. Via, queste cose si sanno. Ci eravamo domandati qui poco fa, girando la domanda al professor Francesco Giavazzi: sarebbe migliore o comunque senza alternative civilmente superiori un mondo scremato di chi non ce la fa a resistere a una pandemia di polmonite che strozza le vie respiratorie con la violenza del coronavirus? La risposta, dall' alto del cinismo di gente implicata direttamente nel ricambio per via dell' età, era stata un agghiacciante e tecnico: sì. I costi della vecchiaia sono altissimi, quasi insopportabili, e non sarebbe la prima volta che civilizzazione e natura si trovano alleate in una selezione demografica spinta. Ora in Europa e in occidente un paio di conti non tornano. L' Italia, paese del melodramma e di una radicata quanto invisibile cattolicità, ha chiuso i battenti per impedire l' estensione del contagio, e chissenefrega dell' economia, del profitto, delle relazioni internazionali, non si balla sul Titanic, tutto va sulle spalle dello stato che impone la quarantena. Ma è sola. La Francia oscilla, paese latino cattolico e protestante, chiude scuole e università ma non rinvia come noi le elezioni locali (noi anche un referendum costituzionale). Macron offre un set di prescrizioni stringenti, ma ancora niente quarantena, teatri aperti e il resto socchiuso. Chissà quanto durerà ma per adesso è così. In Germania, paese da cui trapela pochissimo della realtà del contagio, in certo senso sembra la Cina del mese di dicembre o di gennaio 2020, la Merkel, che non è una passante, dice con linguaggio piano e medio, il suo, che il 60-70 per cento dei tedeschi quest' influenza prima o poi dovrà prendersela. Ma la strategia anticontagio è lasciata impregiudicata, non si capisce ancora bene che cosa faranno. Entra in gioco la Gran Bretagna. Ha appena riacquistato quella che considera la sua indipendenza. Ha ripreso la sua vocazione transatlantica e imperiale, multilaterale, marittima. Ha un primo ministro disinibito con una maggioranza di un' ottantina di deputati, il partito Tory avendo prevalso su un imbecille vecchio socialista che ha portato il Labour alla peggiore sconfitta dal 1935. Sul piano politico e d' immagine, la preparazione di questo grande paese, l' ora più buia eccetera, consiste in un appello del primo ministro di Sua Maestà: abituatevi all' idea che perderete prima del tempo alcuni dei vostri cari. Il che risuona come un sì alla "grande scrematura", e si noti l'accenno all' anticipo dei tempi (vogliamo mica vivere tutti fino a ottanta o novant' anni?). Sul piano scientifico, e sono molto curioso di sapere se questa intuizione empirica ha basi vere nella virologia e nell' epidemiologia all' ora del caro corona, il consigliere Vallance dice che se il 60 per cento dei 69 milioni di britannici (si notino le percentuali merkeliane) si becca l' influenza polmonitica, allora ci sarà l' immunità di gregge e il problema sarà per lo più risolto. Quattro, cinquecentomila morti in questo quadro non sono un problema, doloroso dirlo, ma la soluzione. Nel frattempo, salvo consigliare chi è malato di starsene a casa e vedere come va, salvo sconsigliare gite scolastiche e altri assembramenti da crocieristi, si esclude rigorosamente la chiusura delle scuole e delle Università e la paralisi della società commerciale finanziaria e produttiva (bè, per gli advisor di BoJo tutto questo sarebbe solo un palliativo). Bisognerebbe, pare di capire, puntare su una chiusura di un anno e mezzo, almeno, con conseguenze perniciose per il paese della Brexit in trattativa sul suo destino e con un futuro indipendente in costruzione, non se ne parla. Almeno per adesso. Ma chiudere per riaprire dopo aprile, che per Eliot era il più crudele dei mesi, è una bizzarria melodrammatica in tutto degna degli italiani. Ecco. Senza moralismi, anche magari evitando il burlesque del macabro, io vorrei veramente capire se sia vero che l' immunità di gregge il corona la dà. Poi si vedrebbe come comportarsi. O se sia consigliabile resistere fino a medicamento o vaccino disponibile, sacrificando quello che nel Regno Unito finora non è ritenuto disponibile. Mi rendo conto di non rendere un servizio civile opportuno alla curva demografica auspicabile, ma insomma, la "grande scrematura" può ben essere un po' più graduale. O no?

Boris Johnson avrebbe molto da imparare dalla storia di Enea e Anchise. Angela Azzaro  de Il Riformista il 17 Marzo 2020. Ho imparato a non giudicare le frasi dei politici per come vengono riportate dai media. Anche la frase più banale viene enfatizzata, spesso strumentalizzata, allo scopo di creare polemica, fare scalpore, ottenere più clic. E ho anche imparato a separare ciò che viene detto da chi lo dice: a non farne insomma una questione personale, moralistica. Anche se davanti hai il tuo avversario politico, è importante contestualizzare, non offendere, non fare la caricatura di chi hai davanti. La sinistra, da cui provengo, è piena zeppa di casi simili e sta pagando un prezzo molto alto. Eppure sentendo la frase di Boris Johnson sulle persone che il coronavirus si porterà via (“Dovete abituarvi alla morte dei vostri cari”) mi sono più che indignata, veramente incazzata. Vorrei capire perché un leader politico, a fronte di una pandemia che sta stravolgendo la vita delle persone in tutto il mondo, affermi che ci si deve abituare alla morte dei propri cari, come se nulla fosse. Come se non ci fosse spazio per il dolore, il lutto, la paura, l’attaccamento, il senso di colpa. Come se non fossimo qui, a parlare dal confine, forse labile ma ancora esistente, della cultura occidentale, anzi della cultura tout court. Del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest. Quella cultura che giustamente hanno ricordato in molti si fonda, tra gli altri miti, sull’immagine di Enea, che in fuga da Troia in fiamme, scappa con il vecchio Anchise, il padre, sulle spalle. È un’immagine potente, dolente, commovente. Ma davvero ce ne vogliamo e possiamo disfare? Sì, ecco, voglio capire perché. Perché a un certo punto della Storia, superate due guerre mondiali, mentre siamo ancora lì a fare i conti con l’orrore dei campi di sterminio, un leader politico molto popolare arrivi a dire questa cosa. Che cosa è successo? Che cosa ci è successo? Che cosa sta accadendo nel nostro mondo? Il governo inglese ha deciso di prendere una strada diversa dagli altri Paesi. Non chiuderà tutto, ma deciderà a singhiozzo quali zone o quali attività mettere in pausa. Non parlano più di “immunità di gregge” come avevano fatto all’inizio, ma l’obiettivo è quello di far contagiare più persone possibili e sacrificare chi non ce la fa. Non voglio neanche entrare nel merito di questa scelta. Ma ragionare sulla narrazione che Johnson ha costruito: una sorta di darwinismo applicato alla società e alla specie. È una forma di determinismo biologico (resiste chi resiste) che non solo è deprecabile di per sé, ma rappresenta l’esatto opposto del mondo che abbiamo creato, dove tutto, ma davvero TUTTO, si regge su una dinamica opposta. Viviamo più a lungo perché abbiamo scelto di investire nella scienza, nasciamo perché qualcuno sceglie per noi, viviamo in un modo piuttosto che in un altro perché scegliamo, per esempio investendo nella tecnologia. Anche quando subiamo una ingiustizia, c’è qualcuno o qualche istituzione che sceglie di perpetrarla. Siamo quel che siamo, umani, uomini e donne, perché abbiamo affrontato il caso e abbiamo costruito un cosmo, dando ordine a ciò che ci ricorda. Per molti questo cosmo è frutto anche dell’intervento divino, di qualunque dio esso sia. Ma se c’è una cosa che ci distingue dagli altri animali, è la possibilità di scegliere. Certo, mi si può dire che anche Johnson sta scegliendo. Ma è una scelta in contrasto con quanto di più importante abbiamo costruito: andare contro il cosiddetto stato di natura, darci delle regole, tra cui quella fondante è il rispetto della vita umana. In questi giorni si continua a ripetere che questo frangente è uno spartiacque nella storia dell’umanità. Vedremo. Io questo spartiacque lo ho visto iniziare da molto prima, da quando ci sono state alcune persone che hanno protestato perché l’allora premier Matteo Renzi aveva investito del denaro per recuperare i corpi del più grande naufragio del Mediterraneo. Era il 2015, a capo della missione c’era Cristina Cattaneo che ha identificato, per quel che ha potuto, le persone ritrovate in fondo al mare. Si voleva dare loro sepoltura. Un gesto che lega il presente al passato, al cuore stesso della nostra civiltà. Dare sepoltura a chi muore. Eppure in tanti protestarono. Erano migranti, erano neri, erano stranieri. Erano nulla. Lì ho visto lo spartiacque, lì ho intravisto il confine da non superare, lì ho capito che stiamo sull’orlo del baratro. Non oggi, ma già ieri davanti a quei corpi che perdevano valore, a quelle morti che non potevano avere un nome e un cognome, ho visto il rischio di una umanità che perde i suoi miti, i suoi valori, che dà un calcio nei fondelli alla sua Storia. Oggi, è vero, è un frangente complicatissimo da cui non sappiamo come usciremo, ma ancora una volta siamo chiamati a scegliere. E dobbiamo capire se davvero ci interessa un mondo che non preservi quei valori che ci hanno guidato finora, anche nelle differenze, permettendoci di stare insieme. Non credo che senza alcuni principi, chiamiamoli anche freudianamente tabù, potremmo andare avanti. Perché se si accetta che la morte non è sempre da contrastare, da sconfiggere, anche quando si sa che è impossibile, ci troveremo davanti solo macerie. Certo, si può obiettare che forse quello che dice Johnson è inevitabile, che il suo calcolo è realistico. Ma le parole, come i miti, sono importanti. Mi viene in mente Primo Levi. Per lui le parole erano così importanti, da chiedersi se era il caso, attraverso di loro, di raccontare Auschwitz. Sottolineava il loro valore in questo caso, per difetto. Ma così riconosceva alle parole un valore enorme, incredibile. Ogni singola sillaba la soppesava, la sentiva dentro di sé, anche misurandone lo scarto con l’orrore di ciò che aveva visto. Sì, le parole sono importanti. Possono liberare o condannare, possono chiudere o aprire. Quelle di Boris Johnson non avremmo mai volute sentirle.

Le parole di Johnson, la disonestà dei nostri fake media e il vero piano Uk contro il coronavirus. Daniele Meloni il 14 Marzo 2020 su Atlantico Quotidiano. Ci risiamo. Dopo il Johnson ignorante, quello che mette i piedi sul tavolo dell’Eliseo davanti a Macron – qualcuno ha davvero creduto non fosse uno sketch – e quello, ovviamente, razzista, siamo a una nuova puntata della sagra anti-Boris, quella che vede il premier britannico nella parte del Populista Senza Cuore (PSC) che vorrebbe addirittura che i suoi concittadini si “abituassero a vedere i loro parenti morire”. Peccato che la frase incriminata sia stata ben diversa: “More families will lose their loved ones”, “altre famiglie perderanno i loro cari”. Non, si abituino. Ma d’altronde, può il premier di una nazione come la Gran Bretagna auspicare un genocidio della sua stessa popolazione? In molti, specie sulla stampa sino-eurofila, stanno criticando la posizione assunta dal Governo Johnson nella lotta al coronavirus come se fossero tutti virologi, immunologi o avessero le risposte esatte alla drammatica crisi sanitaria in tasca. Alcuni accusano anche il premier di volere occultare la realtà, anche se allo stesso tempo lo accusano di essere troppo brutale nel comunicarla ai cittadini britannici. Il Regno Unito si sta comportando in modo diverso rispetto all’Italia e ad altri Paesi europei, vero. Nessuno può dire con certezza ora se le misure prese da noi o quelle che ha preso – e prenderà – l’Inghilterra porteranno a un contenimento dei contagi, dei decessi e dei guariti da Covid-19. È lecito sperare che in entrambi i casi le cose vadano per il meglio. Nella conferenza stampa di giovedì Johnson è stato affiancato dallo Scientific Advisor del governo, Sir Patrick Vallance, che ha esposto le motivazioni della strategia del Regno Unito nella lotta al virus. Siamo entrati nella seconda fase, definita delay, dopo che la prima denominata containment si è ritenuta superata. La fase delay prevede misure per ritardare il picco del virus – previsto in Uk tra 10/14 settimane – e l’imposizione di 7 giorni di auto-quarantena per tutti gli individui che soffrono di tosse, leggera febbre e raffreddore. Sono allo studio misure di restrizione dei movimenti e delle libertà personali come la chiusura di scuole, atenei e mezzi di trasporto, ma al momento il consiglio degli scienziati è quello di lasciare tutto così com’è. Critiche nei confronti di questo approccio – per alcuni troppo soft – sono state espresse anche all’interno dello stesso Parliamentary Party conservatore, con l’ex sfidante di Bojo alla leadership del partito, Jeremy Hunt, che ha manifestato la sua preoccupazione per la situazione. D’altronde, in democrazia funziona così. C’è una maggioranza e ci sono le opposizioni, e spesso anche dissonanze all’interno della stessa maggioranza. In questi giorni stiamo assistendo alla beatificazione della Cina e del modello cinese in un curioso ribaltamento della realtà reso possibile solamente grazie al Minculpop del governo che preferisce fare passare l’Italia come untore globale del coronavirus piuttosto che accusare Xi e compagnia comunisteggiante di poca trasparenza nella gestione e nella comunicazione dell’emergenza; che preferisce additare Johnson come Tiranno Senza Cuore della Perfida Albione – terra ribelle all’Unione più sgangherata che la storia ricordi e quindi da punire e sputtanare sotto ogni punto di vista – e non accorgersi che, al momento, purtroppo, a morire a migliaia sono i nostri cari (fortunatamente ci sono solo 10 vittime nel Regno Unito per il coronavirus); che preferisce, senza alcuna certezza, definire folle le idee non tanto di Johnson a cui sono attribuite, ma di un comitato di esperti medico-scientifici che sta affiancando il primo ministro in questa crisi. Johnson dice che non si tratta di una normal flu e tutti scrivono che la tratta come una normale influenza; Johnson impone 7 giorni di quarantena per chi è raffreddato e tossisce, e i media scrivono che la quarantena per il coronavirus è di 14 giorni (infatti: per il coronavirus, non per chi ha un semplice raffreddore). I professionisti della mistificazione non vedono l’ora di gridare Dio stramaledica gli inglesi! ma alla fine Dio – o chi ne fa le veci – dovrebbe stramaledire i propalatori di fake news: nei casi migliori mentono sapendo di mentire. In quelli peggiori finiscono per credere alle loro stesse bugie.

Il virologo Giulio Tarro: "Vi spiego perché l'immunità di gregge ha una sua logica". Il virologo due volte candidato al Premio Nobel racconta al Giornale.it perché la strategia inglese ha una spiegazione logica. Roberta Damiata, Martedì 17/03/2020 su Il Giornale. Premiato in America come “miglior virologo dell’anno” nel 2018, il prof. Giulio Tarro è forse uno dei virologi più importanti al mondo, candidato al Nobel per la Medicina nel 2015, già allievo del padre del vaccino contro la poliomelite Albert Sabin, fu lui a isolare il vibrione del colera quando scoppiò l’epidemia a Napoli. Quarant'anni fa inoltre, "sconfisse" il cosiddetto "male oscuro di Napoli", il virus respiratorio "sincinziale" che provocava un'elevata mortalità nei bimbi da zero a due anni affetti da bronchiolite . Lo abbiamo intervistato per avere delucidazioni sull’immunità di gregge, in merito alle ultime dichiarazioni del premier inglese Boris Johnson di portare ad infettare il 60% della popolazione inglese in modo fargli sviluppare anticorpi e quindi renderli immuni dal virus. Questa ipotesi ha scatenato enormi polemiche nella comunità mondiale, che ha preso questo come un atto irresponsabile e criminale. Il prof. Tarro ha una sua teoria in merito, se vogliamo un po’ fuori dal coro, a cui è comunque importante dar voce in questo periodo di poche certezze dove si va avanti a braccio vista la poca conoscenza del Covid-19.

Professore, può spiegarci chiaramente che cosa è l’”immunità di gregge”?

“E’ quella che normalmente si cerca di ottenere con una vaccinazione verso un determinato agente che può essere un virus o un batterio. Attraverso questa si riesce ad ottenere il 95% della risposta immunologica delle varie persone, per questo si parla di "gregge”. Il che vuol dire arrivare ad un numero che ci rende abbastanza tranquilli sul fatto che quell’agente non circolerà più, perché troverà gente vaccinata e quindi verrà bloccato. L’altro 5% che rimane, è legato o a situazioni in cui non vengono consigliate le vaccinazioni perché sono persone in stato di immunodepressione, quindi non avrebbero una risposta valida, oppure potrebbero avere motivi ideologici o di altra natura per cui non vogliono essere vaccinati”.

Come mai secondo lei Boris Johnson ha scelto questa opzione?

“Ovviamente nel caso del Covid-19 non stiamo parlando di vaccinazione, credo che però il primo ministro inglese non avrebbe mai preso una decisione così se non avesse consultato chi di dovere. Sono certo che alle spalle potrebbe esserci l’Università di Cambridge o quella di Londra, o gente molto valida sul campo che pensa, viste le caratteristiche del Coronavirus, che proteggendo le persone che potrebbero risentirne di più come gli anziani o quelli affetti da altre malattie, di far circolare liberamente il virus, non usando quindi le misure che stiamo attuando noi come il rigore e l’isolamento, per cercare di debellare quella che tutto sommato è una malattia che al 96% si risolve senza mortalità. Quindi in base a questo noi avremmo un’immunità di tutta la popolazione”.

Sorge però un dubbio, se il resto del mondo sta applicando, chi prima a o chi dopo, misure di isolamento, questa voce “fuori dal coro” dell’Inghilterra non potrebbe essere diciamo “azzardata”?

“C'è una logica in questo, Non bisogna fossilizzarsi su certe situazioni o perché sono di routine o perché sembrano più semplici, oppure perché fino ad allora si è fatto in quel modo. E' anche bene avere la mente che possa spaziare. Colombo ha scoperto l'America perché ha deciso che magari c'erano le Indie da quel lato”.

Non è un po' minimizzare? Già in questo caso noi abbiamo gli ospedali al collasso e un’alta mortalità. La Lombardia è già in ginocchio, e si teme per il sud del nostro paese forse non in grado di poter contenere un’epidemia simile.

“Diciamo pure che non lottiamo contro l’Ebola, per fare un esempio, o contro l’HIV prima che ci fosse la terapia. Lottiamo contro una malattia che quasi nel 96% dei casi non è mortale. Il problema è il rimanente 4% che si è scatenato contemporaneamente mettendo in difficoltà anche gli ospedali della Lombardia che sono il nostro fiore all’occhiello. Ma già questi, nell’inverno 2018, a causa di un’epidemia influenzale erano già sovraccarichi. Questo grazie ai tagli alla sanità compiuti negli anni. Di questo dovrebbero rendere conto anche secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, chi dal ’97 al 2015 ha dimezzato tutti i centri di terapia intensiva. E vedo che oggi non c’è tempestività per riparare a quegli errori. E’ una cosa molto seria. Mi chiedo, perché a gennaio quando abbiamo avuto le notizie dalla Cina, i francesi hanno subito raddoppiato la possibilità di avere questi centri di terapia intensiva, e noi no? Tutto questo porta poi, cosa che io non posso accettare, che si arrivi a scegliere tra un ragazzo di venti anni e uno di settanta. Noi, abbiamo insegnato la cultura a tutti e ora per i motivi detti sopra, arriviamo a ragionare così”.

Se l'Inghilterra dovesse attuare questo metodo, tutti gli altri paesi che invece sono stati in isolamento non rischierebbero invece di veder accesi nuovi focolai?

"Presumo di no, perché se il virus circola produrrà un'infezione e l'infezione porterà anche la risposta dell'organismo con degli anticorpi, quindi questi saranno soggetti che saranno immuni. Il 95% degli Inglesi sarà quindi protetta dal Coronavirus".

Rispetto agli inizi dell’epidemia c’è stato un abbassamento di età e si è passati da persone molto anziane con patologie pregresse a persone anche relativamente giovani c’è una spiegazione?

“Questa famosa fascia di età si basa a secondo delle condizioni fisiche. Abbiamo visto anche un altro aspetto, quello dei 'cofattori' di questa situazione che facilitano il virus. Vogliamo vedere ad esempio chi fuma e a chi no? Chi vive in un ambiente inquinato e così via? Le età sono relative a questo punto”.

Come mai c’è tanta confusione e pareri così discordanti? Forse per la poca conoscenza che si ha del virus?

“Posso permettermi di dire che ho esperienza nel campo della virologia e non tutti quelli che aprono bocca davanti ad un microfono hanno competenze per farlo, e quindi per dare informazioni utili a tutti”.

Affidandoci sua esperienza, ci spiega allora come si sta comportando questo virus?

“Sia il virus cinese, italiano, che quello che si è modificato, ha fatto ormai il suo passaggi dall'animale all'uomo, e quindi c'è questa diffusione interumana che è quella che assistiamo in qualsiasi altro virus di un'altra famiglia come quello influenzale, dall'aviaria alla suina, che ha circolato in questo secolo, o nel secolo scorso come la Spagnola o L’Asiatica. E' un fatto stagionale perché poi la gente produce gli anticorpi che servono a chi si ammala di questa influenza. Questa cosa è stata notata per la prima volta con l’Asiatica. Chi ha avuto l’influenza nel 1890, nel 1956 non si ammalava. E parliamo di nonni quindi”.

Come popolazione noi siamo da sempre bombardati dagli antibiotici, sia per l’uso sconsiderato che se ne fa, sia per il fatto che li assumiamo con il cibo, carne, omogenizzati etc. Questo ci ha indebolito come specie?

“Diciamo che si prevede che la resistenza agli antibiotici diventi la prima causa di mortalità. Ecco perché c’è una ricerca costante di nuovi ceppi e nuove forme per evitare questa resistenza. Sarebbe utile e importante non abusarne, e utilizzarli solo quando servono. Altresì sarebbe ancora più importante non usarli come anabolizzanti nei polli e nei maiali”.

Si dice che i virus non spariscono e rimangono in natura, un po' come se andassero in letargo per poi riuscire nuovamente…

“Questo riguarda solo determinate famiglie come quelle degli Herpes virus dove il virus si latinizza e può rimanere per tutta la vita silente, salvo poi ricomparire magari sotto forma di 'Fuoco di Sant’Antonio'. Per altri virus però, c’è la possibilità una volta sviluppati gli anticorpi, non soltanto di non averlo più, ma anche in caso di ‘riavvicinamento’ o ‘richiamo’ che è ancora più potente, non avrà più la capacità di infettare. Il problema è per chi non ha gli anticorpi, quindi per chi non si ammala, oppure ha uno stato di deficit immunitario, ma questa è un'altra cosa. Però, gli stessi anticorpi dei soggetti guariti, possono essere utilizzati a loro volta come si fa con le glammaglobuline per il tetano, per creare anticorpi”.

Cosa cambia con la dichiarazione di Pandemia?

“Vorrei premettere che già da tempo il virus era da considerarsi come una pandemia, perché da tempo era in tutti i continenti che hanno avuto una fioritura di polmoniti atipiche. Detto questo, la situazione d’emergenza autorizza la messa in commercio di un vaccino senza i cosiddetti “clinical trials”, ossia senza la sperimentazione”.

Lei che conosce così bene le caratteristiche dei virus sui bambini, sa spiegarci perché lo prendono in una forma più lieve?

“I bambini fino a sei mesi sono protetti dagli anticorpi materni. Successivamente hanno come dire l'esperienza di incontrare un microbo per volta, verso il cui hanno una risposta immunologica. E’ la natura che con tutta l'evoluzione che c'è stata che ci fa produrre gli anticorpi del sistema immunitario. Loro hanno anche “l’immunità innata”, che è indipendente dalla formazione degli anticorpi, per questo in un certo senso, non hanno i problemi che hanno gli adulti, e sono in grado tutto sommato di crescere e soprattutto di sopravvivere”.

·         L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

Melania Rizzoli a Dritto e rovescio: "In Lombardia non ho mai visto un cinese ricoverato o in farmacia, c'è qualcosa che non va". Libero Quotidiano il 13 novembre 2020. "Non ho visto mai un paziente cinese ricoverato in un nostro reparto, tra migliaia di pazienti di tutte le nazionalità". Melania Rizzoli, in collegamento con Paolo Del Debbio a Dritto e rovescio, avanza un sospetto sulla pandemia in Lombardia: "Sono una comunità che si è chiusa in un lockdown durissimo  - riconosce la Rizzoli, assessore all'Istruzione della Regione Lombardia -. Da medico, è la cosa che mi stupisce di più".

Così la Cina ha arginato il contagio di coronavirus (ma in Italia non funzionerebbe). Juanne Pili su Open.online il 5 marzo 2020. Una democrazia non potrebbe mai adottare le misure prese dalla Cina per contenere l’epidemia, ma difficilmente metterebbe il bavaglio a chi la denuncia. Secondo la vulgata, in Cina l’epidemia di Coronavirus è stata così esplosiva per via dei presunti bassi standard igienici e alimentari del Paese, per non parlare delle eventuali negligenze nella gestione dell’emergenza. In realtà le cose stanno diversamente, al netto degli errori iniziali, come il tentativo poi rivelatosi controproducente di tenere nascosta l’epidemia alla popolazione. Science analizza un recente report dell’Oms, in cui conferma come le misure prese da Pechino siano state fondamentali nel ridurre il numero dei nuovi casi, proprio grazie a caratteristiche giuridiche molto diverse da quelle dei Paesi democratici, che giustamente devono tener conto del rispetto di tutti i diritti dei cittadini nel prendere misure straordinarie, anche quando ci si trova in uno stato d’emergenza. La questione infatti non è scientifica, bensì legale e costituzionale. Fino a che punto gli interessi di sanità pubblica possono spingersi nell’imporre la ragione generale su quella del singolo? Il problema era stato già affrontato per la questione dell’obbligo vaccinale – non solo in Italia – anche se in ben altri contesti.

Possiamo permetterci gli insegnamenti della Cina? Oggi la Cina ha decisamente meno posti letto occupati rispetto a qualche settimana fa. Parallelamente al calo di nuovi casi sono state adottate nuove terapie antivirali – anche attraverso il plasma dei convalescenti – che ormai superano il numero di nuovi contagi, stando almeno ai test effettuati. In questo senso non dobbiamo dimenticare gli aiuti richiesti dal governo di Pechino all’Occidente, per far fronte alla carenza di presidi medici. Il report dell’Oms risale al 28 febbraio, ed è frutto di una missione organizzata insieme a Pechino. Unisce gli sforzi di 13 esperti stranieri e 12 cinesi nell’analizzare in cinque città colpite quanto le misure prese dalla Cina siano state efficaci. Alcuni aspetti sono uno spauracchio in Occidente, perché minano i diritti civili, come i blocchi massicci e le misure di sorveglianza elettronica: tutti ingredienti di una delle storie orwelliane che spaventano – comprensibilmente – anche i più moderati spiriti liberali.

Breve cronologia dell’emergenza:

3 gennaio – Vengono comunicati all’Oms i primi dati sull’epidemia.

10 gennaio – Il genoma del 2019-nCoV (poi ribattezzato SARS-CoV2) viene reso pubblico. Vengono intanto formulati vari protocolli per diagnosticare la malattia polmonare (oggi nota come Covid-19). Nascono così i primi kit. I mercati dove vengono esposte carni provenienti da animali selvatici sono sottoposti a rigorosi controlli.

20 gennaio – L’epidemia viene inclusa tra le malattie infettive di classe B, oltre a quelle per cui è prevista la quarantena. Cominciano così a essere adottate procedure legali per il controllo globale del fenomeno.

23 gennaio – Vengono applicate misure rigorose per limitare il traffico a Wuhan, principale focolaio epidemico. Altri provvedimenti vengono presi per isolare la città. Si lavora maggiormente anche per comunicare il rischio in tutta la Cina.

8 febbraio – Il Consiglio di Stato emana un avviso sulla «ripresa ordinata della produzione».

Il regime cinese non ha funzionato quando poteva prevenire l’esplosione dei casi a Wuhan. Tutte le misure analizzate e riportate dagli autori del documento non sembrano poi così difficili da attuare, anzi sembrerebbe che anche altrove si sia fatto il possibile. Il punto è che tra le righe rimangono i modi autoritari con cui il regime di Pechino li ha messi in atto. Gli autori ce lo fanno capire usando qualche eufemismo (il grassetto è nostro): «la Cina è unica in quanto ha un sistema politico che può ottenere la conformità del pubblico con misure estreme … Ma il suo uso del controllo sociale e della sorveglianza intrusiva non sono un buon modello per altri Paesi … Nessun altro al mondo può davvero fare ciò che la Cina ha appena fatto». Secondo gli autori del report, «la Cina ha lanciato forse lo sforzo di contenimento delle malattie più ambizioso, agile e aggressivo della storia». Una cifra di questo potrebbe essere la costruzione di due ospedali appositi nell’arco di una settimana.  Per quanto riguarda la ricostruzione del percorso del virus da un contagiato all’altro, basti pensare che solo a Wuhan sono state mobilitate 1800 squadre da sei o cinque persone, col compito di rintracciare decine di migliaia di contatti; chissà con che riguardo nei confronti dalla privacy, altro concetto comprensibilmente sacro in Occidente. Potremmo pensare che “a mali estremi, estremi rimedi”. Effettivamente il virus è piuttosto veloce a diffondersi, anche a causa dell’esistenza di asintomatici e super diffusori, ma se la Cina ha avuto improvvisamente così tanti casi, questo è dovuto proprio alle stesse caratteristiche antidemocratiche del Paese. Nella “pagella” dell’Oms troviamo infatti anche pessimi voti, per esempio si fa notare che i cinesi non sono stati molto bravi a «comunicare più chiaramente i dati chiave e gli sviluppi a livello internazionale»; la stessa mancanza che ha prodotto ritardi nel comunicare l’emergenza quando si era ancora in tempo, con tanto di medici ridotti al silenzio. Questo difficilmente potrebbe succedere in Occidente.

Coronavirus: il vero “modello cinese” a cui ispirarsi è quello di Taiwan. Redazione analisidifesa.it il 20 marzo 2020. Ripubblichiamo un articolo dell’agenzia AsiaNews che evidenzia un aspetto che sembra essere sfuggito ai tanti fans di Pechino che siedono in posti di rilievo nell’attuale governo italiano. Dati su contagio e mortalità oltre che misure adottate repentinamente e con decisione invece che in ritardo e un po’ alla volta, confermano che in tema di contrasto al Coronavirus il “modello cinese” a cui ispirarsi o comunque da prendere in esame in Italia e in Europa dovrebbe essere quello della Cina Nazionalista, cioè di Taiwan, non certo quello della Cina Comunista. Taiwan, vale la pena di precisarlo, oltre a non essere riconosciuta dalla gran parte degli Stati, che non intendono irritare Pechino, non ha mai potuto aderire neppure all’Organizzazione Mondiale della Sanità a causa del veto cinese.

Taipei (AsiaNews) – “Taiwan non ha atteso le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità([Oms) e ha risposto prontamente alla crisi del coronavirus”. È quanto dichiara ad AsiaNews Russell Hsiao, direttore esecutivo del Global Taiwan Institute. Questo è il segreto del successo della “provincia ribelle” nel contrastare l’epidemia. A oggi nel Paese si registrano solo 135 casi di infezione e due decessi. Un paradosso, se si considera la campagna diplomatica dell’isola per entrare a far parte dell’Oms, che Pechino boicotta in modo sistematico. Di seguito l’intervista a Hsiao. “Taiwan non aveva il ‘lusso’ di aspettare le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms] per elaborare la sua risposta al coronavirus. In modo paradossale, ciò ha incoraggiato il governo ad assumere un approccio più energico al problema”. Per Russell Hsiao, direttore esecutivo del Global Taiwan Institute, è questo il segreto del successo che sta avendo Taipei nel contrastare la diffusione del Covid-19, che in Cina e altre parti del mondo sta mietendo migliaia di vittime. Nell’isola, che vive una autonomia di fatto, ma è considerata una “provincia ribelle” da Pechino, si sono registrati sinora solo 135 casi di infezione e due decessi. A inizio febbraio, quando la crisi epidemica iniziava a manifestarsi anche fuori della Cina, i contagiati erano 16. Il timore delle autorità è che i numeri possano aumentare nelle prossime due settimane per i casi di infezione importati dall’estero. Secondo Hsiao, la comunità internazionale può trarre importanti spunti dal modello taiwanese in risposta all’epidemia, soprattutto per combattere possibili future pandemie: “ Quando il virus è cominciato ad apparire nell’Hubei, il governo di Taipei è stato veloce nell’intuire la situazione, e ha imposto controlli sanitari ai visitatori da Wuhan. Subito dopo ha chiuso i confini con il resto della Cina”. Nelle prime battute della crisi, Taiwan ha introdotto inoltre alcune restrizioni ai collegamenti con Hong Kong e Macao, ritenute potenziali focolai di contagio. Taipei pagò già un considerevole tributo di vittime durante l’epidemia di Sars del 2002-2003. “Le esperienze vissute nel passato con la Sars e la febbre aviaria – nota Hsiao – hanno influenzato le decisioni attuali del governo, che includono anche il varo di campagne di educazione pubblica, con conferenze stampa giornaliere, per informare i cittadini sugli sviluppi in corso”. Il ricercatore, che collabora anche con il Pacific Forum, sottolinea che questo sforzo comunicativo è stato essenziale per preparare la società taiwanese e formare la “spina dorsale” di un’attenta risposta pubblica. ”Nell’era delle pandemie virali, la presenza di un pubblico bene informato è fondamentale per mitigarne i possibili effetti ”. A differenza di Taiwan, il governo cinese è stato criticato – dentro e fuori del Paese – per aver messo il bavaglio all’informazione, fatto che secondo molti ha favorito la propagazione dell’infezione polmonare. Per Hsiao, il successo di Taiwan nell’affrontare il coronavirus, sta migliorando la sua immagine a livello globale. Gli Stati Uniti hanno deciso di lanciare una partnership con Taipei per condividere le buone pratiche adottate contro il Covid-19: un modello di relazioni che potrebbe essere accettato anche da altri Paesi. “È tutto da vedere, però, se questa maggiore consapevolezza [del diritto di Taipei a far parte a pieno titolo della comunità internazionale] si tradurrà in un numero crescente di Stati che sostengono l’ingresso dell’isola nell’Oms”. All’inizio della crisi, il governo del presidente  Tsai Ing-wen (nelle foto sopra) aveva accusato l’Oms di fornire “inaccurate” informazioni sulla diffusione dell’epidemia. Nei primi report dell’organizzazione, Taiwan era indicata come parte integrante della Cina, e ciò aveva spinto Paesi come l’Italia e il Vietnam a sospendere i voli da e verso l’isola.

Come la Cina ha affrontato l’epidemia. Davide Maria De Luca su Il Post il 21 marzo 2020. Con quarantene rigidissime, cliniche della febbre e una mobilitazione enorme delle proprie comunità: è un sistema praticabile in Europa? Mercoledì scorso il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha indicato tre paesi in cui gli sforzi per contenere il contagio sono stati particolarmente imponenti, e che sembrano aver prodotto risultati notevoli: Cina, Corea del Sud e Singapore. Questi paesi, ha detto Ghebreyesus, «dimostrano che il contagio si può prevenire e che vite umane possono essere salvate con un’aggressiva campagna di test, indagando sui contatti avuti dalle persone infette, adottando misure di distanziamento sociale e mobilitando le proprie comunità». Oggi la Cina, il primo paese dove si è sviluppato il contagio e quello che, prima di essere superato dall’Italia, ne aveva pagato il prezzo più alto, ha raggiunto e superato il picco dell’epidemia: questa settimana, per la prima volta dall’inizio dell’emergenza, non ha registrato nessuno nuovo caso di COVID-19 infettato localmente. Tutti i 34 casi registrati, hanno detto le autorità sanitarie cinesi, sono persone provenienti dall’estero e tornate da poco in Cina. In Corea del Sud il numero di casi si è fermato a poco più di 8mila e sembra stabile, e così a Singapore. Nessuno sa cosa accadrà quando le fabbriche e i luoghi di lavoro torneranno a funzionare a pieno regime e le persone torneranno a circolare, ma per il momento in Asia orientale l’epidemia sembra essere sotto controllo. In un influente studio pubblicato pochi giorni fa, l’Imperial College di Londra ha scritto che: «Cina e Corea del Sud sono riuscite a sopprimere il virus nel breve periodo, anche se rimane da vedere se sia possibile fare lo stesso nel lungo termine»; ma nonostante i dubbi, «la soppressione rimane l’unica strategia praticabile al momento». Questa settimana l’OMS ha ripetuto ancora una volta che per fronteggiare la pandemia i paesi del mondo devono fare di più e adottare le tattiche aggressive di Cina e Corea del Sud. Ma quali sono esattamente queste tattiche e come ha fatto la Cina, fino a un mese fa rimproverata e accusata in tutto il mondo di aver causato e poi nascosto l’epidemia, a divenire un modello indicato dalla principale autorità sanitaria del mondo?

Un inizio fallimentare. Sono in pochi oggi ad avere dubbi sui ritardi e le incertezze della prima reazione da parte delle autorità cinesi di fronte all’epidemia. Ai normali errori commessi da medici costretti a misurarsi con una malattia mai incontrata prima, si sono uniti i problemi cronici del sistema sanitario cinese, le interferenze della politica locale e le esitazioni di quella nazionale.

I primi casi accertati di contagio da coronavirus furono riscontrati tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre nella città di Wuhan, un importante centro industriale con 11 milioni di abitanti nel centro della Cina e capitale della provincia dello Hubei. All’epoca nessuno sapeva di trovarsi di fronte a un nuovo coronavirus capace di trasmettersi per via aerea da un essere umano all’altro. I medici vedevano solo un sospetto aumento di polmoniti insolitamente aggressive e difficili da trattare con i farmaci. Alcuni pazienti sembravano collegati al mercato di Huanan, a Wuhan, dove si vendevano carne e pesce freschi. Il Wall Street Journal è il giornale internazionale che è riuscito a ricostruire con maggior precisione cosa è accaduto negli ospedali di Wuhan e nei circoli del governo cinese in quelle settimane: per questa ragione tre dei suoi corrispondenti erano stati espulsi dal paese, mentre più di recente molti altri giornalisti americani sono stati espulsi per rappresaglia nei confronti di una decisione presa dal governo americano sui media cinesi che operano negli Stati Uniti.

Secondo il Wall Street Journal, la sanità cinese, basata su un sistema di assicurazioni più simile a quello degli Stati Uniti che a quello italiano, è stato uno dei fattori che hanno rallentato l’identificazione dell’epidemia. Diversi lavoratori, per esempio, hanno preferito non sottoporsi ai costosi esami non rimborsati dalle loro assicurazioni che avrebbero facilitato la scoperta della nuova malattia.

In un primo tempo, le autorità locali erano preoccupate più di evitare il panico e l’interruzione delle normali attività sociali e lavorative che di reagire rapidamente alla malattia. A gennaio erano previste una serie di riunioni degli organi di governo della provincia dello Hubei e di Wuhan, un periodo dell’anno in cui normalmente le autorità locali cercano di nascondere le cattive notizie. Milioni di persone avevano programmato le loro ferie in vista del capodanno cinese, che si celebra alla fine dello stesso mese: un evento che le autorità volevano si svolgesse senza ostacoli.

A dicembre i casi iniziarono ad aumentare e i medici accumularono abbastanza materiale per ipotizzare la causa di quella nuova polmonite. Ulteriori analisi mostrarono che la causa era un coronavirus, appartenente a una famiglia di virus che può causare gravi infezioni respiratorie come la SARS e la MERS in Cina, Corea, Egitto e Arabia Saudita.

Il 30 dicembre l’oculista 34enne Li Wenliang, in servizio in uno dei principali ospedali di Wuhan, scrisse in una chat di ex colleghi dell’università che a Wuhan un gruppo di pazienti era risultato infetto dalla SARS. Li fu denunciato dalle autorità dell’ospedale e costretto a scrivere una lettera di scuse, in cui affermava che la sua fuga di notizie aveva «danneggiato gli sforzi per contenere l’epidemia». Li è poi morto a causa della malattia, diventando così una sorta di eroe nazionale: il governo cinese ha fatto sapere di aver aperto un’indagine sulla sua morte.

Il 3 gennaio all’OMS fu notificata ufficialmente l’epidemia e furono prese le prime misure di contenimento, come la chiusura dei cosiddetti “wet market”, i mercati dove si vendono alimenti di ogni tipo – animali esotici vivi e spesso la loro carne – sospettati di essere al centro della diffusione. Ma le autorità continuarono a minimizzare quanto stava accadendo.

Tra il 3 e il 17 gennaio nessun nuovo caso fu comunicato ufficialmente e le autorità locali assicurarono che non ci fossero ancora prove che la malattia si trasmettesse tra esseri umani. Secondo le informazioni raccolte dal Wall Street Journal, in realtà, erano disponibili ormai da giorni sufficienti indizi per ipotizzare questo tipo di trasmissione. La decisione più dannosa per il contenimento dell’epidemia fu presa proprio in quei giorni.

Il 18 gennaio le autorità di Wuhan lasciarono che si svolgesse regolarmente il tradizionale cenone per la fine dell’anno lunare, a cui parteciparono centinaia di migliaia di famiglie. Senza misure di quarantena in vigore, milioni di lavoratori immigrati lasciarono la città per festeggiare con le loro famiglie nelle province di origine. Pochi giorni dopo centinaia di nuovi casi furono registrati nello Hubei e nel resto del paese. L’epidemia era iniziata.

La reazione. Il governo centrale di Pechino accusò apertamente le autorità dello Hubei di aver minimizzato l’epidemia, rimosse i capi locali del partito e consentì ai media cinesi di criticare la gestione iniziale del contagio. Secondo i documenti visti dal Wall Street Journal, però, il presidente cinese Xi Jinping era informato di quello che stava accadendo già dal 7 gennaio e avrebbe quindi almeno una parte della responsabilità per non aver obbligato le autorità locali a prendere misure più severe. Secondo Zhong Nanshan, il più famoso e apprezzato epidemiologo cinese, se le azioni di contenimento fossero state assunte per tempo, a dicembre o all’inizio di gennaio, «il numero di persone infettate sarebbe stato significativamente ridotto».

Dopo un mese di incertezze e insabbiamenti, a fine gennaio, era diventato chiaro quello che stava succedendo. Wuhan era al centro di un’epidemia causata non da SARS o da MERS, ma da un nuovo tipo di coronavirus, molto meno letale ma allo stesso tempo molto più contagioso.

Il 23 gennaio l’intera città di Wuhan, con i suoi quasi 15 milioni di abitanti, fu messa in quarantena. Ogni forma di trasporto privato fu vietata e misure simili furono adottate anche negli altri centri principali dello Hubei. Una settimana dopo, il 30 gennaio, l’OMS proclamò lo stato di emergenza medica di rilevanza internazionale. Il governo cinese aveva aspettato circa un mese per intraprendere drastiche misure di contenimento, ma quando alla fine decise di muoversi, preferì adottare una strategia estremamente aggressiva. L’elemento centrale della reazione fu la quarantena totale dell’area infetta, così da evitare il moltiplicarsi dei focolai nel resto del paese. Per facilitare il contenimento, il governo stabilì di allungare il periodo di ferie per il capodanno cinese di una settimana, così da rallentare il rientro in città di decine di milioni di cinesi. Fuori dallo Hubei, le altre province cinesi sperimentarono vari gradi di quarantena. Si decise di chiudere musei e scuole, di limitare i trasporti pubblici, di incentivare il telelavoro e di far lavorare a regime ridotto le produzioni non essenziali. Diverse province cominciarono a emettere passaporti interni per limitare la possibilità dei cittadini di spostarsi, mentre la capitale, Pechino, fu sottoposta a un regime speciale, che rese estremamente difficile per chiunque provenisse da fuori entrare in città senza sottoporsi a una quarantena.

Parallelamente alla quarantena, il governo avviò una vasta campagna per identificare il numero più alto possibile di infetti e sottoporli a misure di isolamento. L’obiettivo non era soltanto quello di limitare la diffusione del contagio fuori dallo Hubei, ma anche di identificare il più alto numero possibile di infetti e sottoporli a quarantena. Non si voleva solo rallentare il contagio, ma anche contenerlo e, se possibile, bloccarlo. In tutta la Cina decine di migliaia di funzionari pubblici iniziarono a prendere la temperatura delle persone: negli autobus, nella metropolitana, all’ingresso dei luoghi pubblici. Persino nei condomini i responsabili locali furono incaricati di prendere la temperatura a chi ritornava nella propria abitazione. A Wuhan, quando la quarantena arrivò al punto in cui alle persone fu vietato uscire di casa, gruppi di funzionari in tenuta protettiva andarono casa per casa a prendere la temperatura delle persone e a fare domande sui sintomi. Ancora oggi, chi viene trovato con una temperatura superiore a 37,5 °C o manifesta i sintomi principali della malattia, tosse secca e spossatezza, viene indirizzato a una “clinica della febbre”. Sono cliniche temporanee, costruite all’interno degli ospedali o in strutture esterne, e trattate come luoghi in cui il contagio è presente (i pazienti sono tenuti isolati e i medici indossano tute protettive). In queste cliniche inizialmente ai pazienti veniva fatto un tampone, il cui risultato arrivava in poche ore (in Europa e Stati Uniti i risultati invece arrivano in genere dopo almeno 24 ore, ma in alcuni casi ci vogliono giorni). Quando per via del numero dei casi non fu più possibile fare il tampone a tutti e ottenere i risultati rapidamente, le autorità cinesi passarono a identificare gli infetti sulla base delle loro condizioni diagnosticabili clinicamente: nelle cliniche della febbre furono installate TAC portatili per esaminare i polmoni dei casi sospetti, in cerca della tipica infezione polmonare causata dal nuovo coronavirus. Al momento del picco dell’epidemia a Wuhan, ogni TAC veniva utilizzata fino a 200 volte al giorno. Chiunque risultasse positivo, o in base ai sintomi venisse considerato infetto, era obbligato a sottoporsi a un regime di quarantena in una struttura apposita. I media cinesi e internazionali hanno celebrato la costruzione in pochi giorni di due ospedali a Wuhan, uno da mille e l’altro da 1.600 posti. Ma è solo la punta dell’iceberg degli sforzi compiuti in Cina per isolare le persone infette. A Wuhan e nel resto dello Hubei decine di centri congressi, alberghi e altri luoghi pubblici sono stati convertiti in cliniche dove tenere in isolamento i casi più lievi, mentre il posto negli ospedali è stato riservato ai malati più gravi. La risposta all’epidemia è stata generalizzata e ha coinvolto l’intero paese. In tutta la Cina la normale assistenza sanitaria è stata spostata online. Medici e cliniche hanno chiuso ovunque, tranne che per gestire i casi più gravi. Anche nelle aree rurali la popolazione è stata invitata a restare lontana dagli ospedali e dai medici, e usare invece il nuovo sistema di assistenza medica al telefono o via internet. Le prime settimane di questo enorme sforzo furono difficilissime: anche i media di stato, impegnati in quei giorni a esaltare lo sforzo contro il contagio, non hanno potuto nascondere gli enormi problemi che si sono verificati a Wuhan e nello Hubei. Inizialmente i medici e gli altri operatori sanitari si trovarono a corto di tutto: mascherine, disinfettanti e altri equipaggiamenti protettivi. A metà febbraio oltre 1.700 medici e personale sanitario risultavano infetti e 6 erano morti. Per fronteggiare l’emergenza, il governo rafforzò la produzione di mascherine e altre attrezzature, convertendo la produzione di fabbriche che fino a quel momento facevano altro: simili decisioni però richiesero tempo per essere messe in pratica. Per sostenere il personale sanitario di Wuhan, migliaia di medici furono inviati nella provincia. Alla fine, la capitale dello Hubei ricevette l’aiuto di 30mila medici e infermieri provenienti dal resto del paese, mentre altri diecimila furono trasferiti nelle altre città della regione. Ogni provincia cinese si fece carico di un particolare ospedale o di una particolare città, e gli sforzi dei medici furono celebrati dalla propaganda nazionale e dalle autorità locali. Per molto tempo, comunque, nel centro dell’epidemia la situazione rimase gravissima, con il personale medico impegnato in turni estenuanti, la popolazione sottoposta a una severissima quarantena totale e i malati assistiti spesso in maniera precaria. Al picco dell’epidemia oltre 15 milioni di pasti al giorno dovevano essere distribuiti agli abitanti della città, a cui era vietato uscire se non per andare nelle cliniche della febbre. Si cercò in tutti i modi di far fronte al collasso del sistema sanitario locale: per rispondere alla mancanza di ambulanze, per esempio, furono utilizzati taxi e veicoli della polizia isolati in maniera precaria con cartone e nastro adesivo. Lo sforzo enorme a cui fu sottoposto il sistema sanitario dello Hubei emerge chiaramente guardando al tasso di letalità dell’epidemia nel suo epicentro. A Wuhan 3,8 persone infettate ogni cento sono morte, contro meno di un morto ogni cento infetti nel resto del paese.

I risultati. L’OMS ha definito gli sforzi della Cina «la più ambiziosa, agile e aggressiva campagna di contenimento di una malattia mai messa in campo nella storia». Queste imponenti misure hanno prodotto un risultato che molti oggi definiscono inaspettato. Un grafico pubblicato sul Journal of the American Medical Association ne mostra chiaramente gli effetti. Le barre gialle del grafico indicano il numero di casi confermati dai medici cinesi ogni giorno. Le linee grigie mostrano invece quando quelle stesse persone sono state infettate, un’informazione che i medici hanno ottenuto chiedendo ai pazienti quando si erano manifestati i primi sintomi. Nel grafico si vede chiaramente che mentre i contagi denunciati hanno continuato ad aumentare dopo la proclamazione della quarantena, l’insorgenza di nuovi casi (le barre grigie) prima si ferma e poi inizia rapidamente a precipitare. Oggi, nonostante i ritardi iniziali e le difficoltà causate a Wuhan e nello Hubei dalle dimensioni dell’epidemia e dal conseguente quasi-collasso del sistema sanitario locale, il numero di casi in Cina ha smesso di crescere e lentamente la situazione sta tornando alla normalità. Gli ospedali temporanei iniziano a essere chiusi e, nel resto del paese, le persone cominciano a tornare al lavoro. La comunità medica internazionale osserva con attenzione e preoccupazione il possibile ritorno di una “seconda ondata” del contagio, che potrebbe verificarsi nelle prossime settimane o nei prossimi mesi. Per il momento, però, l’epidemia di coronavirus sembra contenibile. Le precedenti pandemie identificate dall’OMS avevano quasi sempre attraversato il mondo senza incontrare ostacoli e avevano contagiato gran parte delle persone esposte. La pandemia di influenza spagnola del 1918-1919, per esempio, contagiò probabilmente metà della popolazione mondiale e altrettanti furono i contagiati dall’influenza asiatica del 1958. Nel 1968-69 quasi un terzo della popolazione mondiale fu contagiata dall’influenza di Hong Kong e tra il 10 e il 20 per cento della popolazione mondiale si ammalò durante la pandemia di influenza suina del 2009. Tutte queste pandemie sono state causate da virus influenzali, i più diffusi e contagiosi che l’uomo abbia mai incontrato: così contagiosi che i rari tentativi di contenerli si sono rivelati inutili.

Secondo molti il modello cinese non è riproducibile in Europa e Stati Uniti. La Cina, sostengono, è una tirannia in grado di adottare misure di contenimento senza curarsi dei diritti individuali. Può spostare risorse e concentrare gli sforzi in un modo che, per le normali democrazie, appare impossibile. Bruce Aylward, capo della missione OMS che ha visitato la Cina a febbraio, la pensa diversamente. «In Cina si sono mobilitati come per una guerra», ha detto al New York Times: «I giornalisti dicono sempre “Beh, ma noi non possiamo farlo nel nostro paese”. Ma noi dobbiamo cambiare mentalità e iniziare a pensare in termini di dare una risposta rapida a questa epidemia. Qual è l’alternativa, alzare le mani e arrenderci?». 

·         L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

COREA DEL SUD.

(Dal seguito dell’articolo “Come la Cina ha affrontato l’epidemia”). Davide Maria De Luca su Il Post il 21 marzo 2020. L’approccio coreano e quello italiano. Chi ritiene impraticabile in Occidente il modello cinese suggerisce di seguire l’esempio dell’altro paese indicato dall’OMS come “caso virtuoso”. La Corea del Sud è un paese democratico con 50 milioni di abitanti ed era il più colpito dall’epidemia prima di essere sorpassato dall’Italia una settimana fa (oggi è l’ottavo paese più colpito, superato tra gli altri da Francia e Stati Uniti). In Corea del Sud risultano al momento solo 8.600 casi confermati e 94 morti, contro più di 47 mila casi confermati e più di quattromila morti in Italia. Come in Cina, anche in Corea i casi hanno smesso di aumentare da giorni e la curva dell’epidemia punta nettamente verso il basso. La situazione in Corea del Sud viene spesso paragonata a quella dell’Italia, visto che il contagio è arrivato nei due paesi quasi contemporaneamente ed è stato affrontato in maniera molto diversa. In Italia il primo caso venne confermato il 30 gennaio e nelle settimane successive vennero individuati due grossi focolai in provincia di Lodi e Padova. Il 23 febbraio 11 comuni furono posti in quarantena. Nuove misure di blocco e di quarantena furono estese nei giorni successivi fino a che, l’11 marzo, nell’intero paese sono stati vietati gli spostamenti non necessari. La Corea del Sud ha seguito una strada differente. Fin dall’inizio si rifiutò esplicitamente di ricorrere a massicce misure di quarantena. Oggi in Corea del Sud non c’è nessun blocco generalizzato dei trasporti e non ci sono divieti di uscire di casa. «Un approccio simile sarebbe parziale, coercitivo e inflessibile», ha detto una settimana fa il vice-ministro della Salute coreano, Kim Gang-lip. Al momento alcuni condomini particolarmente colpiti dall’epidemia sono sottoposti a quarantena, ma a parte la città di Daegu, dove ristoranti e altri luoghi di ritrovo sono stati chiusi, il resto del paese funziona più o meno normalmente. Invece che sulla quarantena, il governo coreano si è concentrato sul cosiddetto “contact tracing”, cioè l’identificazione, l’esame e l’eventuale isolamento di tutti i contatti avuti dalle persone infette. L’obiettivo di questa strategia è individuare una a una le persone infette e di metterle in quarantena, in modo da bloccare il contagio sul nascere. È una strategia simile a quella del governo cinese, ma dove in Cina sono stati mobilitati impiegati pubblici e autisti di autobus per misurare la temperatura corporea a milioni di persone, la Corea del Sud ha utilizzato un metodo più raffinato. Grazie a leggi sulla tutela della privacy piuttosto deboli (e nelle quali nuove eccezioni sono state introdotte in queste settimane), il governo ha potuto usare le immagini delle telecamere di sicurezza, i dati delle carte di credito e quelli degli smartphone per ricostruire gli spostamenti effettuati da tutti coloro che sono risultati infetti. Le informazioni sono state poi rese pubbliche, in modo che chiunque si fosse trovato a passare negli stessi posti nello stesso momento di un contagiato avesse la possibilità di farsi visitare. Scaricando un’applicazione per smartphone è possibile ricevere in tempo reale le informazioni su tutti i casi noti e di contagio e sui loro spostamenti. Per fare un’analogia, è come se nella lotta alla pandemia la Cina avesse utilizzato un grosso e pesante martello, mentre la Corea del Sud avesse preferito ricorrere a un bisturi. Per fare un lavoro efficace di “contact tracing” è necessario testare moltissime persone, e il numero di test effettuati in Corea è un’altra delle ragioni indicate spesso come spiegazione del suo successo nel contenere l’epidemia. Nel paese sono stati fatti oltre 300 mila tamponi, il numero più alto al mondo rapportato alla popolazione, il doppio di quanti ne siano stati fatti in Italia. Grazie a questa strategia di test di massa e “contact tracing”, la Corea è divenuto uno dei principali modelli per affrontare l’epidemia secondo l’OMS. Lunedì il capo dell’Organizzazione ha rimproverato Europa e Stati Uniti, senza nominarli direttamente, sostenendo che le misure di “distanziamento sociale” sono sempre più diffuse, ma invece non si stanno facendo abbastanza test e non si sta realizzando un adeguato “contact tracing”. Per i paesi che stanno affrontando la pandemia, ha detto Ghebreyesus, il messaggio dell’OMS è «fare test, fare test e fare ancora test». Parole che, secondo molti, sono un riferimento esplicito alla strategia sudcoreana. Anche grazie a questa continua pressione, il numero di test effettuati in Occidente sta aumentando. Nell’ultima settimana l’Italia ha moltiplicato il numero di test effettuati, arrivando questa settimana a oltre 160 mila, ma non è chiaro quanto questo numero possa essere ulteriormente incrementato. Ci sono barriere difficili da superare, in termini di numero di laboratori e di personale che è possibile impegnare nella realizzazione dei test. In Europa e negli stati democratici ci sono poi ovvie barriere nel mobilitare la macchina dello stato come è stato fatto in Cina, e sembra quindi difficile che in paesi come l’Italia o la Francia vedremo presto impiegati delle poste o autisti di autobus reclutati per misurare la temperatura dei sospetti contagiati casa per casa. Anche quello coreano rischia di essere un esempio difficile da imitare per i paesi europei: il primo focolaio sviluppatosi in Corea era concentrato tra gli aderenti a un gruppo religioso. Se questo all’inizio ha causato dei problemi (i membri del gruppo considerano la malattia un peccato e preferiscono nascondere il fatto che non si sentono bene), alla fine ha di fatto facilitato moltissimo il lavoro di contact tracing: circa 4 mila degli 8 mila coreani infetti sono risultati legati direttamente o indirettamente al gruppo religioso. La Corea del Sud, inoltre, così come molti altri paesi dell’Asia orientale, partiva con conoscenze e capacità su come affrontare epidemie di coronavirus molto superiori alle nostre. Nel 2003, Corea del Sud, Giappone, Taiwan e Singapore affrontarono la SARS, la prima epidemia causata da un coronavirus, e da allora hanno adottato numerosi protocolli e strutture sanitarie per combattere simili epidemie. La Corea del Sud, poi, ha sperimentato un’epidemia di MERS nel 2015 che ha funzionato come una sorta di prova generale per quello che vediamo oggi e ha spinto i governi degli ultimi cinque anni a rafforzare ulteriormente le difese contro le epidemie. Chi spera di veder cambiare in breve tempo le strategie di contenimento in Europa e Stati Uniti, quindi, rischia di rimanere deluso. Ci sono limiti alle nostre capacità di mobilitazione e di analisi che è difficile superare, soprattutto in situazioni di emergenza. Solo il tempo ci dirà se un approccio meno massiccio di quello cinese e meno sofisticato di quello sudcoreano sarà sufficiente a contenere l’epidemia.

Cosa significa adottare davvero il modello coreano. L'eccezione di Seul sta nell'essere stati in grado di tracciare per tempo i focolai epidemici e nell'avere saputo contenerli. Qui vi spieghiamo come funziona. Enrico Bucci il 23 Marzo 2020 su Il Foglio. Di fronte ad eventi insoliti o eccezionali, che per questo sembrano strani, tutti noi – medici ed esperti inclusi – siamo preda di un bias, che consiste nel ricercare la spiegazione in circostanze e fatti altrettanto insoliti ed eccezionali, preferendo ipotesi attraenti a ciò che già sappiamo e che potrebbe funzionare altrettanto bene nello spiegare ciò che osserviamo. E’ esattamente quanto stiamo osservando nel caso dell’epidemia di COVID-19 in Italia. Non vi è dubbio che la sua diffusione, i danni che sta provocando in ambito sanitario e le morti che provoca siano eccezionali per le generazioni di Italiani oggi in vita (sarebbero apparse molto meno spaventose e inattese ad un italiano del ‘300, che poteva vedere nella sua vita ben più di un’epidemia ad alta letalità). Ipotesi con maggiore o minore fondamento, basate – quando va bene – su correlazioni che potrebbero essere spurie e su scarse evidenze in supporto, ci sembrano appropriate proprio perché, per la loro eccezionalità o scarsa considerazione presso la comunità scientifica, sono altrettanto poco frequenti dell’evento a cui assistiamo. Si cerca di correlare la maggiore o minore diffusione del virus con la presenza di particolato atmosferico, la densità di fabbriche a livello regionale, la presunta “voglia di lavorare” di supposte popolazioni diverse (che porta a stipare le metropolitane la mattina), dimenticando che le variabili confondenti da escludere (prime fra tutte la semplice densità di popolazione e di scambi commerciali, che correlano almeno con i primi due fattori) sono tali e tante da non poter classificare quanto osservato in altro modo che come una correlazione spuria, in attesa di prove dirette sul virus. Si arriva persino ad ipotizzare, senza lo straccio di una prova, mutazioni che specificamente innalzino letalità ed infettività del virus in Italia; possibili, sì, ma finora non riscontrate in nessuna delle sequenze virali ottenute su pazienti italiani o su pazienti infettati in Italia. E’ arrivato il momento di concentrarci su quello che sappiamo, sia su questo che su altri virus simili, così da scartare un po’ di ipotesi non necessarie e concentrarci su fatti noti da tempo per prendere misure migliori delle attuali. In questo articolo, ci preoccuperemo di un primo aspetto: l’andamento generale dell’epidemia, che a taluni osservatori appare eccezionalmente incontenibile in Italia. Nel prossimo, ci occuperemo della anomala letalità del virus in Italia.

Perché non riusciamo a contenere l’epidemia? La percezione che oggi si ha in Italia è che le cose stiano andando peggio che in altri paesi, cioè che ci sia un’esplosione di contagi più repentina e più estesa che altrove – anche in assenza di numeri affidabili sui contagi, visto che i positivi al tampone non ci danno nessuna idea di quanti essi siano in realtà. Inanzitutto, dobbiamo chiederci: l’epidemia si sta davvero diffondendo ad una velocità maggiore che in altri paesi? Se crediamo che la positività ai tamponi rappresenti in modo affidabile ed omogeneo tra paesi diversi una percentuale più o meno fissa del numero totale di infetti, il grafico seguente (la fonte è qui) ci dice che, grossolanamente e con l’eccezione della Corea del Sud, l’epidemia procede allo stesso modo in tutti i paesi. Al di là della robustezza delle assunzioni che dobbiamo fare per paragonare curve di crescita dei positivi al tampone tra nazioni diverse e per assumere che il loro andamento sia proporzionale alla crescita del numero di infetti (molto più grande), resta il fatto che l’anomalia della Corea del Sud è ovvia ed è l’unico segnale serio da prendere in considerazione. La prima differenza che è stata già evidenziata tra Corea del Sud ed altri paesi sta nell’attivazione precoce di un protocollo di tracciamento, test e isolamento delle persone venute in contatto con soggetti infetti, basato su uso di tecnologie digitali, un numero estensivo di tamponi e la collaborazione della popolazione che si è sottoposta a screening volontario, una volta che ciascuno apprendeva di essere stato in possibile contatto con un soggetto infetto grazie alle app che segnalavano i luoghi frequentati nei giorni precedenti dai soggetti trovati infetti. Aumentare semplicemente il numero di tamponi, senza avere strumenti di tracciamento rapido dei contatti che allertino i cittadini sul loro possibile contagio e li inviti a sottoporsi al test, non basta. Per capirlo, guardiamo alle figure seguenti. In rosso sono rappresentati soggetti positivi e sintomatici, in giallo soggetti positivi ma non ancora sintomatici o paucisintomatici, in grigio soggetti liberi dal virus. Una croce blu rappresenta l’esecuzione di un test per la rilevazione del virus. Nel primo caso, illustrato dalla figura qui sotto, applichiamo un gran numero di test sulla popolazione, utilizzando una distribuzione casuale per avere un campione statistico. Dalla percentuale di positivi al test otteniamo al più una rappresentazione statisticamente corretta della frequenza del virus nella popolazione, ma non identifichiamo tutti i soggetti infetti. Nel secondo caso, illustrato nella figura seguente, lo stesso numero di test è diretto alle persone che sono state identificate per aver avuto contatti (anche casuali) con il primo soggetto infetto: la frazione dei positivi nella popolazione esaminata sarà più alta e non rappresenterà la diffusione del virus nella popolazione, ma avremo identificato (tracciato) tutti i soggetti positivi (idealmente, se le cose sono fatte facendo tantissimi tamponi e avendo la collaborazione della popolazione). Dunque possiamo vedere come, seguendo IN TOTO la strategia della Corea del Sud (cioè usando anche strumenti invasivi della privacy personale), si riesca a tracciare per tempo i focolai epidemici; sempre che, naturalmente, nella zona campionata ci si trovi nella fase iniziale di un’epidemia (quando cioè si possa appunto parlare di focolai epidemici e non di epidemia diffusa). Fin qui abbiamo parlato di tracciamento dei focolai epidemici; bisogna, però, discutere anche di contenimento. In maniera naive, potremmo pensare che il problema sia di facile soluzione, attuando una politica di isolamento dei contagiati. Il problema, però, è che molti di questi richiedono anche di essere ospedalizzati: dunque isolamento sì, ma in ospedale – in un luogo, cioè, ove si concentrano altri pazienti e personale medico impegnato a fronteggiare l’epidemia. A questo punto il confronto fra Italia e Corea del Sud diventa particolarmente istruttivo. Facciamo un passo indietro: nel 2015, la Corea dovette affrontare uno scoppio epidemico di un altro coronavirus, quello che causa la MERS, a partire da un paziente proveniente dall’Arabia Saudita che era stato ospedalizzato. L’andamento di quell’epidemia è rappresentato qui sotto: si nota come ci fu una letalità di circa il 20% e la quarantena di migliaia di persone. Ora, bisogna sapere che sebbene la letalità del coronavirus MERS sia alta, il suo R0 è generalmente inferiore a 1; il che provoca in genere l’immediato esaurimento spontaneo dei focolai infettivi. Tuttavia, in ambito ospedaliero i contatti prossimi tra un paziente infetto ed il personale sanitario sono molteplici e ravvicinati nel tempo: questo spinge in alto R0, il numero di persone mediamente contagiate da ogni soggetto infetto, e diminuisce il tempo medio che ci vuole per ogni nuova infezione secondaria a partire da un soggetto infetto (perchè ci sono pià contatti per unità di tempo). Per questo motivo, nel 2015 R0 per il coronavirus MERS è schizzato da meno di 1 a 5 (in alcuni ospedali), come poi è stato misurato a posteriori. Cosa sappiamo riguardo SARS-CoV-2? Come atteso, le infezioni ospedaliere sono già state descritte a Wuhan, e la possibilità di eventi superinfettivi (quelli che alterano R0 ed il tempo medio che ci mette un infetto a contagiare altri) è stata già enunciata. In Italia, i peggiori focolai – quelli del Lodigiano e del Bergamasco – hanno certamente risentito del burst ospedaliero, perchè il personale sanitario è risultato immediatamente infetto e ha propagato rapidamente l’infezione. In particolare, l’assessore alla sanità della Lombardia ha ricordato come vi sia stato un notevole contagio del personale sanitario (per una frazione attuale di circa 12% dei medici contagiati o potenzialmente contagiati), che, come abbiamo visto, soprattutto all’inizio, in condizioni di scarsa consapevolezza, contribuisce agli eventi di rapida propagazione ed accensione di forti focolai, difficilmente contenibili per la velocità con cui si espandono. Naturalmente, quando l’epidemia si diffonde su di un territorio, i valori di R0 dei singoli ospedali risultano “diluiti” su quelli della popolazione nel suo complesso, per cui il numero di contagiati giornalieri è dominato da infezioni extraospedaliere e Rt (il numero medio di contatti contagiati da un soggetto infetto) torna a valori simili a quelli attesi per R0. Tuttavia, gli ospedali rimangono un “motore” attivo di infezione, soprattutto se si considera che l’alto Rt ospedaliero significa che in quelle comunità è necessario raggiungere una frazione di immuni molto più alta per avere immunità di gregge protettiva, e questo prevedibilmente comporterà che il personale medico non sarà protetto nemmeno quando la popolazione nel suo complesso avrà raggiunto una sufficiente immunità. Il problema non è solo lombardo: si hanno esempi di cluster epidemici ospedalieri, in qualche caso dovuti anche forse alla trascuratezza di singoli medici, in ogni regione, e preoccupano soprattutto quelli riscontrati in alcuni ospedali del sud Italia, che, ove non bloccati immediatamente, potrebbero rapidamente replicare il quadro che si osserva al nord, soprattutto considerando quanto sta accadendo ad esempio in Campania, ove le misure di prevenzione sembrano totalmente assenti o molto scarse in quei reparti ed in quei pronto soccorsi che non siano dedicati proprio alle malattie infettive. Le infezioni ospedaliere, quindi, contribuiscono a generare il “fuoco d’artificio” rapidissimo ed improvviso che accende poi l’incendio di vaste proporzioni; è per questo che, tornando ai coreani, sulla scorta dell’esperienza con il coronovirus MERS, essi avevano predisposto una serie di misure che garantissero che la terza fase dopo il tracciamento ed il testing – vale a dire l’isolamento – si svolgesse nella massima sicurezza per il personale sanitario. Percorsi differenziati, sospensione delle attività routinarie non indispensabili, presidi di sicurezza per tutti i medici ed il personale – non solo quello dedicato agli ospedali con casi già accertati di COVID-19; cosa altro si può fare per far diminuire la propagazione ospedaliera del virus? Alcune altre misure, derivate dall’analisi della letteratura disponibile anche su altre epidemie (come Ebola), prevedono:

il test continuo nel tempo di tutto il personale sanitario;

l’utilizzo di test serologici, per identificare medici immuni da utilizzare nelle zone a maggior rischio;

il tracciamento dei movimenti del personale medico, per evitare che la stanchezza faccia commettere errori;

l’utilizzo di personale ausiliario meno esperto per il controllo degli accessi e delle procedure di sicurezza e per la vestizione e la svestizione dei medici;

la preparazione di strutture dedicate per il personale medico, che non deve essere costretto ad organizzare una “separazione in casa propria” dal resto della famiglia e non deve essere costretto a spostarsi su lunghe distanze per raggiungere il luogo di lavoro;

il controllo elettronico differenziato degli ingressi del personale nei vari reparti;

la separazione fisica delle strutture dedicate a fronteggiare COVID-19 (fino alla costruzione di strutture dedicate e centralizzate per i pazienti COVID).

Non è detto che tutte queste misure siano praticabili nella realtà italiana; tuttavia, di sicuro queste misure sono certamente più efficaci dell’aumento (pur necessario) del personale medico dedicato, che in sè, ove non sia messo in condizioni di sicurezza, potrebbe rappresentare un mezzo di diffusione maggiore dell’epidemia a causa dell’esposizione professionale. E’ particolarmente grave che si aspetti lo scoppiare dell’emergenza per attuare queste misure, in quelle regioni soprattutto del Sud (non tutte, se per esempio si guarda alla Puglia, che ha già preso in considerazione questo fenomeno e sta attuando opportune contromisure) ove al momento molte, troppe procedure di routine clinica sono rimaste invariate, senza tener conto del fatto che il contagio è già arrivato a colpire duramente anche il personale sanitario. Il nostro personale sanitario – i nostri soldati, in questa guerra – deve essere salvaguardato, per evitare che si trasformi involontariamente in un mezzo di propagazione del virus nelle fase iniziali e di mantenimento di un “motore epidemico” nelle fasi più avanzate. Se si vuole, guardiamo pure alla Corea, ma guardiamoci davvero: “mezza Corea” non funzionerà, dobbiamo attuare in toto le misure necessarie.

“Facciamo come in corea, tracciamo gli spostamenti dei contagiati col telefonino”. Il Dubbio il 17 Marzo 2020. Tracciamento dei cellulari e tamponi a tappeto Matteo Renzi ora guarda a Seoul. “Facciamo come la Corea, usiamo il telefonino per tracciare gli spostamenti”. Parola di Matteo Renzi, il quale sembra approvare le misure di contenimento del virus messe in campo da Seul, che in Europa hanno fatto discutere perché considerate “spionaggio” a tappeto dei contagiati con tracciamento dei cellulari e riconoscimenti facciali. La strategia coreana ha puntato essenzialmente su una campagna di identificazione di tutti i soggetti venuti in contatto con il virus e di contenimento selettivo delle persone invece che delle città come in Cina o in Italia. E sulla possibilità di contenere il virus rinunciando a un pezzo di privacy, interviene anche l’avvocato Andrea Lisi, esperto di diritto digitale e presidente di Anorc Professioni: “non calpesterebbe necessariamente i diritti dei cittadini, perché anche in Europa quello della protezione dei dati personali non è un diritto assoluto, bensì va bilanciato con gli altri diritti fondamentali e in questo caso con quello alla salute, non solo individuale, ma collettiva“. Ne è convinto . Secondo quanto spiega Lisi l’attuale regolamento europeo, il 2016/679 Gdpr, “prevede la difesa del diritto fondamentale dell’individuo alla protezione dei dati personali, un diritto che possiamo ritenere oggi indirettamente garantito anche dalla Costituzione, che però stabilisce non solo la protezione, ma anche l’adeguata circolazione dei nostri dati personali. Se c’è un’emergenza eccezionale come quella che si vive oggi- continua l’esperto- si entra nella sfera del diritto alla salute che e’ altrettanto fondamentale. Quindi in ipotesi eccezionali più Stati europei potrebbero in qualche modo ridimensionare il diritto alla protezione dei dati favorendo la circolazione di alcuni dati con delle forme di controllo e garanzia, bilanciandolo così con queste esigenze eccezionali di tutela della salute pubblica” “Per fare una cosa del genere- spiega ancora l’esperto di diritto digitale e presidente di Anorc Professioni- sarebbe opportuno lavorare su una normativa europea specifica e di emergenza che operi quel bilanciamento tra i due diritti, cioè il diritto alla cosiddetta privacy e il diritto fondamentale alla salute, che potrebbe avere un enorme giovamento nel caso odierno grazie alla verifica degli spostamenti, dei contatti tra persone infette. È chiaro che bisognerebbe stabilire i tempi precisi di questo tracciamento, le modalità, le procedure di sicurezza per garantire che soltanto alcuni specifici autorizzati possano accedere a quei dati e fino a che punto quei dati possono essere esposti senza essere previamente pseudoanonimizzati o anonimizzati. Quindi non possiamo pensare in Europa ad arrivare un controllo generalizzato e pervasivo dei cittadini, pur giustificato dall’emergenza, ma ad un equo bilanciamento tra i diversi diritti in gioco, determinando tempi e modi certi di questa forma di tracciamento e confermandone l’eccezionalità e le dovute garanzie”. “Anche i padri del diritto alla protezione dei dati come Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli- conclude Lisi- non hanno mai pensato al diritto alla privacy come a un diritto assoluto, ricordiamocelo. Oggi stiamo combattendo una guerra e quindi alcune garanzie individuali possono essere compresse, come è stato del resto con la libertà di muoversi”.

Coronavirus e privacy, monitorare gli spostamenti delle persone è giusto? Le iene News il 19 marzo 2020. Per combattere l’emergenza mondiale del coronavirus la Corea del Sud invia sms abbastanza dettagliati in cui avverte in forma anonima sui luoghi che sono stati frequentati dai positivi al covid-19. Mentre la Cina ricorre al riconoscimento facciale. E in Italia a che punto siamo? Ne abbiamo parlato con un esperto. Cosa siamo disposti a rivelare della nostra vita e dei nostri spostamenti se la posta in gioco è contenere la diffusione del coronavirus? Quanto vale la nostra privacy? L’epidemia che il mondo sta attraversando non ha solo rivoluzionato le nostre vite, ma ci sta anche facendo riflettere sul giusto rapporto tra sicurezza e privacy. Una riflessione che nasce di fronte alle misure prese da alcuni governi in questi giorni, dalla Corea del Sud alla Cina, fino a Israele. Sono misure su cui si sta discutendo molto anche in Italia. Se da noi, infatti, le norme sulla privacy non permettono alcune delle misure adottate in questi paesi, anche in Italia si sta iniziando a impiegare la tecnologia per monitorare, in maniera anonima e aggregata, gli spostamenti delle persone per contenere il contagio. È quello che da alcuni giorni si sta facendo in Lombardia, dove, attraverso la collaborazione con le compagnie di telefonia mobile, la Regione sta monitorando gli spostamenti dei cittadini. Il risultato fotografato attraverso questi dati è che in Lombardia la riduzione degli spostamenti sulle lunghe distanze è del 60%. Troppo poco, secondo il sindaco di Milano Beppe Sala, che ha nuovamente chiesto ai cittadini di restare a casa. Bisogna rimarcare però una semplice quanto fondamentale differenza tra questo utilizzo dei dati e quello che sta avvenendo in alcuni dei paesi che abbiamo citato, come vedremo più nel dettaglio tra poco. In Lombardia i dati sono raccolti in forma aggregata e anonima. Non c’è quindi nessuna informazione sulla singola persona. Attraverso questa analisi, la regione ha però potuto constatare il rispetto delle limitazioni agli spostamenti introdotti dal decreto del governo per arginare il contagio. Ma se da noi il tutto è avvenuto nel rispetto delle norme sulla privacy, tanto è bastato per aprire un dibattito e guardare con più attenzione a come la tecnologia viene impiegata in altri paesi per contrastare la diffusione del contagio. Tra gli esempi più eclatanti c’è la Corea del Sud, dove il governo per contenere l’epidemia invia i “messaggi di orientamento sulla sicurezza”. Si parte da un monitoraggio volontario in cui vengono tracciati gli spostamenti delle persone infette utilizzando non solo dati Gps, ma anche le immagini delle telecamere di sorveglianza e transazioni di carte di credito. Il monitoraggio non parte da quando la persona, di cui non viene rivelato il nome ma il genere e la fascia di età, risulta positiva in poi: va anche a ritroso. Una volta risultata positiva, il sistema rintraccia e comunica tutti i luoghi che la persona ha frequentato dal giorno prima in cui si manifestassero i primi sintomi. Queste informazioni vengono poi pubblicate in forma anonima su un sito dedicato e inviati tramite sms alle persone che avrebbero potuto incrociare una persona infetta perché si trovavano negli stessi luoghi. Anche se non c’è nome e cognome, sono bastati i dettagli rivelati da questi sms a scatenare in alcuni casi il linciaggio e la “caccia alla persona” incrociando età, genere, luoghi frequentati (quindi il quartiere) e gli orari degli spostamenti. Ad esempio, un uomo di 30 anni risultato positivo sarebbe diventato bersaglio di insulti sul web dopo che in uno di questi sms si leggeva che era stato seguito fino alla stazione ferroviaria principale di Seul, noto luogo di prostituzione. Un’informazione poi corretta: era andato a mangiare in un ristorante. Fanno discutere molto anche le misure prese dalla Cina, che ricorre addirittura al riconoscimento facciale. Attraverso le telecamere sparse per la città, le autorità verificano chi indossa la mascherina e quali sono i luoghi che sta frequentando. Non solo, i sistemi di sorveglianza sono impiegati anche per tracciare i contagiati e i possibili nuovi contagi. Si tratta di modalità di controllo adottate in virtù di legislazioni molto differenti dalla nostra: in Europa ad esempio, grazie alla recente normativa in tema di privacy, tali metodi non sarebbero consentiti. Arriviamo a Israele, dove il governo il 17 marzo ha approvato il tracciamento dei cellulari dei cittadini per sorvegliare gli spostamenti dei pazienti risultati positivi al coronavirus e quelli sospettati di essere infetti con l’obiettivo di stabilire a seconda dei luoghi frequentati chi debba essere messo in quarantena. Ma torniamo in Italia, da noi l’utilizzo di dati aggregati fatto in Lombardia rispetta le norme sulla privacy. Sarebbe mai possibile arrivare al sistema messo a punto negli altri paesi? Lo abbiamo chiesto a Alex Orlowsky, esperto di digital marketing e open source intelligence. “In Italia quello che è successo ad esempio in Corea del Sud non potrebbe avvenire, bisognerebbe cambiare la normativa. Ma lì hanno sbagliato più che altro nella divulgazione che hanno fatto dei dati. Non credo che sia la gestione in sé dei dati a creare problemi, anche perché siamo tutti tracciati già da anni dai social network per motivi pubblicitari, non vedo perché adesso scoppi questo ‘panico da privacy’. Per la prima volta questi dati invece di servire per venderci prodotti attraverso le pubblicità, serviranno alla collettività per la salute dei cittadini. Ovviamente i dati devono essere assolutamente anonimi e aggregati con parametri stabiliti dal garante della privacy”. “Io credo che in Italia già con i dati che abbiamo a disposizione potremmo fare un lavoro utile nel contenere il contagio. Con le dovute cautele potresti chiedere il permesso alle persone infettate di essere geolocalizzate. Io non avrei problemi a dare il consenso. Cioè se fossi infetto da Codvi-19 e domani mi chiedessero di firmare la cessione dei miei dati di localizzazione direi di sì, come se mi chiedessero di donare il sangue o un rene per aiutare un’altra vita. Questi dati potrebbero essere utili per aiutare i cittadini in un momento di emergenza nazionale. Le tecnologie devono aiutarci, non opprimerci. I cittadini non devono avere informazioni specifiche sugli altri cittadini, ma il governo potrebbe allertare ad esempio chi ha frequentato un luogo a rischio”. Intanto in Italia si stanno sviluppando tecnologie proprio volte a cercare di tracciare la nascita di possibili nuovi focolai. C’è ad esempio una nuova app, che segnala gli spostamenti dei contagiati. Attraverso le reti Gps e i sensori degli smartphone, sarà possibile monitorare gli spostamenti effettuati dai pazienti positivi e avvertire coloro che sono stati vicino a questa persona nei giorni precedenti. “Tutto questo avverrà chiaramente su base volontaria, garantendo l’anonimato e condividendo in tempo reale i dati ottenuti con la Protezione Civile”, spiega a StartupItalia Luca Foresti, ceo del Centro Medico Sant’Agostino, da cui nasce l’idea. Sulla privacy Foresti assicura: “Non è necessario inserire alcun nome, cognome o numero di cellulare per accedere all’app. Saranno sufficienti soltanto l’username e la password. In questa maniera, si preserva l’anonimato e i tracciati non vengono resi pubblici”.

PREVEDERE LA STORIA. Ecco come i Big data possono limitare il contagio del coronavirus. Maurizio Stefanini su linkiesta.it il 20 marzo 2020. L’app sudcoreana che consente di sapere col proprio telefono dove si trovano aree o edifici con persone contagiate. Taiwan ha ottenuto risultati strepitosi combinando i database di immigrazione e dogana con l’archivio nazionale del sistema sanitario. In attesa del vaccino, più efficaci della quarantena di massa decisa da Cina e Italia e ora imitata da altri, più accettabili della immunità di gregge agitata da Boris Johnson e subito ritirata, ci sono i Big Data. Che sono un concetto in realtà antico, divenuto però pratico e definito negli anni ’90, non senza qualche rischio potenziale incisivamente espresso in un famoso film del 2002 diretto da Steven Spielberg e liberamente tratto da un racconto di fantascienza di Philip K. Dick: Minority Report. Ma in questo momento più che ai fantasmi si pensa ai morti. I già troppi che sta provocando il coronavirus in tutto il mondo, e i sorprendentemente pochi che sta facendo in alcuni Paesi che invece stavano giusto a ridosso della Cina. Non solo la Corea del Sud: che pure resta il sesto Paese al mondo per contagiati, ma con una mortalità di appena l’1 per mille. Giappone e Malaysia hanno avuto a loro volta meno contagi dei principali Paesi dell’Europa Occidentale e degli Usa, Singapore meno del Brasile, Hong Kong meno del Lussemburgo, addirittura Taiwan meno di San Marino! Il metodo sud-coreano è stato esaltato addirittura dal Manifesto: quotidiano comunista che forse sarebbe eccessivo dire è più abituato a lodare la sanità nord-coreana, ma certamente in genere indica a esempio quella cubana. «Imbarazzante il paragone con l'Italia. 8 mila casi contro 15 mila, 71 morti contro oltre mille», scriveva venerdì 13 (absit iniuria diei). Al contempo, dall’altra parte dell’arco politico l’esempio di Seul sta facendo impazzire Zaia, che chiede anche da noi «leggi per tracciare i movimenti dei telefonini». L’uso dei cellulari è la cosa che ha fatto più impressione di un sistema in realtà più sofisticato, sviluppato dopo lo scandalo dell’epidemia di Mers che nel 2015 aveva fatto 38 morti e 200 contagi, rivelando l’assoluta impreparazione del sistema sanitario locale. Invece di limitarsi a recriminare, i sud-coreani fecero la riforma che già nel 2016 si rivelò efficacissima contro l’epidemia di zika. Un aspetto importante del sistema è anche una rete di stazioni mobili per i test, visite nelle abitazioni e punti di controllo in strada per gli automobilisti che ha permesso di fare la cifra record di 240 mila tamponi in un mese e mezzo, limitando i rischi di contagio che operatori e altri pazienti avrebbero corso a farli in ospedale. Una volta individuati i contagiati, i loro movimenti e transazioni sono stati resi pubblici attraverso un sistema centralizzato con tecnologia Gps, telecamere di sorveglianza e, appunto, app. La app «Corona 100m», in particolare, è scaricabile da tutti, e permette a chiunque di sapere col proprio telefono dove si trovano aree o edifici con persone contagiate. Attenzione, però: le app non erano che uno strumento. Al servizio, appunto, dei Big Data: torniamo sul concetto. Senza puntare troppo sui cellulari, Taiwan ha a sua volta ottenuto risultati strepitosi combinando i database di immigrazione e dogana con l’archivio nazionale del sistema sanitario. L’identificazione dei singoli casi è avvenuta in tempo reale, comparando i sintomi clinici con la raccolta dati dei viaggi del paziente e dei suoi familiari. E anche Singapore ha seguito un metodo del genere, dopo aver messo in quarantena e poi chiuso le frontiere a tutti i viaggiatori provenienti dalla Cina. Ovviamente in Italia la privacy è percepita in modo diverso che in Asia, dove anche nei Paesi più liberali come Corea del Sud, Taiwan o il Giappone c’è un senso confuciano della comunità fortissimo. Però ad esempio in Israele lo Shin Bet si è messo a sua volta a monitorare i movimenti dei positivi al coronavirus sulla base di un database creato nel 2002 per combattere il terrorismo. Milioni di dati su spostamenti e orari di tutti i possessori di un telefonino che aggancia la rete telefonica di Israele sono stati messi a disposizione sui autorizzazione della Knesset per un periodo di emergenza di 30 giorni. Ma, appunto, questi dati già c’erano. L’eccezione è servita solo per dare il permesso di utilizzarli. E torniamo dunque al concetto di Big Data. Che significa? Semplicemente la possibilità di utilizzare una gran quantità di informazioni in modo da avere una rappresentazione esatta della realtà; non quella indotta e approssimata che deriva da un campionamento statistico. Quest’ultimo è ad esempio il caso di un sondaggio elettorale. I Big Data sono proprio i risultati dell’elezione. Il termine fu lanciato negli anni ‘90 da John Mashey, noto guru dell’Informatica. Una buona spiegazione ne hanno dato il docente dii Oxford Viktor Mayer-Schönberger e l’analista dell’Economist Kenneth Cukier in un libro del 2013: Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work and Think, pubblicato in italiano con il titolo più minaccioso di Big Data Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà. L’anno prima i Big Data erano stati al centro del Forum di Davos, che comunque da allora ha continuato a seguirli con attenzione. Proprio quel libro ci informa che grazie ai Big Data si è scoperto che le auto di colore arancione hanno meno difetti delle altre. Come gli automobilisti che fanno il pieno intorno alle quattro del pomeriggio spendono quasi sempre nell’ora successiva tra 35 e 50 dollari in un supermercato o in un ristorante. Che nei campionati di sumo la proporzione di combine aumenta nelle ultime gare. E anche che in previsione di un uragano aumentano non solo le vendite di torce elettriche, ma anche quelle di merendine dolci. Come mai? In qualche caso, una volta individuato il fenomeno la spiegazione è ovvia. Nei campionati di sumo, ad esempio, per mantenere ranking e guadagni un lottatore deve vincere la maggioranza delle 15 gare in calendario, per cui verso la fine chi si è già aggiudicato almeno 8 incontri ha meno spinta a impegnarsi di chi sta a quota 7 vittorie e 7 sconfitte. E il sapore dolce aiuta a combattere l’ansia, riempiendo l’organismo di calorie per affrontare l’emergenza. In altri casi, pur lavorando di fantasia, è difficile arrivare a una certezza. Ma nel mondo del Big Data, il perché non conta più. Quello che importa è il cosa. La grande quantità, infatti, a un certo punto fa scattare una vera e propria rivoluzione epistemologica, così come avvenne quando si passò dal manoscritto al libro stampato. E il punto di passaggio è appunto stato nel primo decennio del nuovo millennio. Nel 2000, in particolare, il 75 per cento delle informazioni immagazzinate nel mondo era ancora di tipo analogico: giornali, libri, stampe fotografiche, eccetera. E solo il 25 per cento era digitale. Ma nel 2007 l’analogico era sceso al 7, e il digitale era diventato il 93 per cento. E nel 2013, anno del libro, eravamo arrivati al 2 per cento analogico contro il 98 per cento digitale. Attenzione, però! Non è che la massa delle informazioni analogiche in senso assoluto sia diminuita in questa proporzione. È l’informazione digitale che è esplosa: ognuno di noi è oggi investito da un «diluvio digitale» pari ad almeno 320 volte le informazioni immagazzinate nella Biblioteca di Alessandria. Una volta proprio l’abbondanza di informazioni costringeva a ricorrere al campionamento, base della statistica. Ma adesso le nuove tecnologie permettono di utilizzare tutto l’universo delle informazioni disponibili. È la «fine della teoria, la correlazione basta e avanza». Appunto, la massa degli scontrini emessi da Walmart, per cui nei punti vendita si è iniziato a impilare scatole di merendine accanto alle attrezzature anti-uragano. Facendo affari d’oro. In teoria, il sistema dei Big Data era utilizzabile anche in passato. Tra le molte storie raccontate da Mayer-Schönberger e Cukier c’è quella di Matthew Fontaine Maury: ufficiale della marina statunitense che, bloccato a un lavoro di ufficio da un incidente, comparò i dati dei libri di bordo custoditi nel suo archivio per scrivere una monumentale Physical Geography of the Sea che permise di ottimizzare il sistema delle rotte oceaniche. Ma oltre certi limiti i Big Data dati erano difficile da gestire, e proprio per maneggiare i dati dei censimenti Usa nel 1887 fu inventato il sistema delle schede perforate: primo passo del percorso che ha portato alla rivoluzione dei nostri giorni. Una rivoluzione, avvertivano gli autori, gravida di promesse, ma anche di rischi. Uno scenario alla Orwell o alla Dick poteva ad esempio essere intravisto nel modo in cui a New York i Big Data erano stati utilizzati per individuare gli stabili dove più probabilmente si era proceduto a un’illegale frammentazione delle unità abitative, con conseguente grave rischio di incendio. Orwell e Dick a parte, un approccio positivo al fenomeno potrebbe guardare alla profezia di Teilhard de Chardin sulla noosfera. La rete nervosa planetaria in cui secondo il grande gesuita paleontologo si sublimerà la fratellanza tra gli uomini, e che rappresenterebbe il secondo passo di quella «legge della complessità crescente» attraverso cui dal primo momento organico della biosfera l’evoluzione arriverà al terzo e definitivo momento del «punto Omega»: quello in cui convergono le categorie del «Cristo universale» e del «Cristo cosmico». Insomma, l’uomo che scopre di non essere altra cosa se non l'evoluzione divenuta cosciente di sé stessa. Oppure si potrebbe pensare alla Psicostoriografia posta da Isaac Asimov alla base del suo Ciclo della Fondazione: una «scienza del comportamento umano ridotto ad equazioni matematiche» che permetterebbe di prevedere la Storia futura. Uno scenario del genere attorno al 2014 fu presentato da Kalev Leetaru: altro guru dei Big Data, e collaboratore di Foreign Policy. La sua creatura era Google Big Query, uno strumento in grado di cercare in fonti da oltre 100 lingue per raccogliere dal 1979 in poi i dati che sono poi confluiti nel The Global Database of Events, Language, and Tone (Gdelt), reperibile su Google Cloud Platform. Fu lui stesso a spiegare che erano stati proprio i romanzi di Asimov a dargli l’idea, e che questa possibilità di mettere a confronto 250 milioni di informazioni in pochi minuti avrebbe permesso appunto di prevedere la Storia. L’Università dell’Illinois, però, dopo averlo assunto come docente lo ha cacciato, accusandolo di aver truccato i dati per far filare le sue previsioni. E il progetto di nuova Psicostoriogafia è stato dunque per un po’ screditato. I Big Data, però, in Africa avevano già permesso di prevedere la direzione di espansione dell’epidemia di Ebola verso il Senegal, semplicemente accostando in tempo reale ai dati sui ricoveri quelli su voli aerei, menzioni sulle reti sociali e chiamate al cellulare. Già nel 2014 l’efficacia di questo sistema era stato trattato dai giornali, anche se era rimasto un po’ confinato nelle pagine per specialisti. E dopo altri buoni risultati con zika e cancro poco più di un anno fa Il National Geographic di aveva fatto un grosso servizio. «Come possono i Big Data sconfiggere una grande malattia?», era la domanda. Una clamorosa profezia: anche se non di quanto sarebbe stata grande la malattia e spettacolare la vittoria. 

Katia Riccardi per repubblica.it del 6 marzo 2020. Nel tentativo di prevenire e contenere la diffusione del virus, il governo della Corea del Sud ha preso misure contestabili. Manda sms, in continuazione, dalla mattina alla sera. Un sovraccarico di informazioni sotto forma di avvisi di sms d'emergenza che oltrepassano ogni limite di privacy, includendo rivelazioni sulla vita privata delle persone infette. Un grande fratello malato e imbarazzante che sta spaventando ancora più del coronavirus. Sono "messaggi di orientamento sulla sicurezza" inviati dalle autorità sanitarie e dagli uffici distrettuali di tutto il Paese. Ricordano alle persone di lavarsi accuratamente le mani, di non toccarsi il viso. Ma non solo. Tracciano i movimenti degli infetti utilizzando dati Gps, riprese delle telecamere di sorveglianza e le transazioni con carta di credito per ricreare i loro percorsi già dal giorno prima della manifestazione dei primi sintomi. Una specie di caccia al contagiato. "Una donna di sessant'anni è appena risultata positiva" si legge in un sms. "Clicca sul link per vedere i luoghi che ha visitato prima di essere ricoverata in ospedale". Chi lo fa viene reindirizzato al sito di un ufficio distrettuale che elenca gli spostamenti. Gli sms non forniscono un nome ma un numero di caso, il genere e la fascia di età del contagiato. Cercando online però le query correlate includono "dettagli personali", "volto", "foto", "famiglia" o persino "adulterio". E lo stigma social ha superato la paura dell'epidemia.

Il grande fratello e le storie private. Le storie sono tantissime. Un uomo sulla cinquantina, per esempio, tornato dalla provincia di Wuhan in Cina, focolaio iniziale del virus, insieme alla sua segretaria trentenne. Entrambi sono stati infettati nei primi giorni dell'epidemia. Peggio di questo però, sono stati ricoperti di insulti e accusati di adulterio. In un altro caso, riportato dalla Bbc, un sms ha riferito di un uomo di 43 anni residente nel distretto di Nowon contagiato dal suo istruttore durante un corso sulle molestie sessuali. La notifica diceva: "Era al lavoro nel distretto di Mapo e frequentava un corso di molestie sessuali. Ha contratto il virus dall'istruttore della classe". Poi una serie di messaggi a indicare i posti dove i due uomini si erano recati insieme, compreso un bar nell'area dove erano rimasti "fino alle 11,03 di notte".

La donna "scoperta" e accusata di frode. In un altro sms una donna sulla sessantina, poi risultata positiva, nei suoi spostamenti avrebbe partecipato a un matrimonio e pranzato in un ristorante con gli amici nonostante risultasse recentemente ricoverata in ospedale con lesioni per un incidente d'auto. Gli utenti hanno cominciato a perseguitarla accusandola di frode assicurativa. I giornalisti le hanno dato la caccia e infine rintracciata, lei ha negato. Una persecuzione su ogni fronte. Secondo il team del professor You Myoung-soon, per i sudcoreani "le critiche e gli ulteriori danni" sono più temuti che avere il virus. Lee Su-young, psichiatra dell'ospedale Myongji di Goyang, Gyeonggi, ha dichiarato alla Bbc coreana che alcuni dei suoi pazienti "avevano più paura di essere incolpati che di morire del virus".

L'uomo bersagliato di insulti per prostituzione. Un uomo di 30 anni, positivo al coronavirus, è diventato il bersaglio di insulti online per il suo comportamento sessuale dopo che le autorità hanno dichiarato in un sms che non erano stati in grado di seguirlo oltre la stazione ferroviaria principale di Seul, un'area nota per la prostituzione. L'uomo è stato preso di mira. In effetti aveva semplicemente mangiato in un ristorante nelle vicinanze, hanno poi chiarito le autorità sanitarie, scusandosi per la precedente informazione sbagliata e dovuta a un problema tecnico. Troppo tardi.

La persecuzione della ragazza della setta. Un messaggio riguardava una ragazza 27 anni che lavora nello stabilimento Samsung di Gumi. Diceva che alle 18,30 di sera del 18 febbraio aveva partecipato al raduno della setta religiosa Shincheonji, la più grande causa di infezioni nel paese. Il sindaco della città Jang Se-yong ha rivelato il suo cognome su Facebook. Centinaia di commenti subito dopo, residenti di Gumi nel panico: "Dicci il nome del suo condominio". Lei ha cercato di difendersi: "Per favore, non divulgate le mie informazioni personali", ha scritto in un post Fb, dicendo di essere spaventata.

I ristoranti minacciati: "Falliremo". Gli sms non identificano i pazienti ma rivelano i nomi dei negozi e dei ristoranti che hanno visitato prima di essere testati. I ristoranti nominati vengono quindi temporaneamente chiusi, perdono i clienti, rischiando il fallimento. C'è chi se ne approfitta. Un uomo che affermava di essere stato infettato da Covid-19 ha contattato diversi ristoranti nel distretto di Mapo di Seul avvertendo che avrebbe detto di aver mangiato lì alle autorità sanitarie, e chiedendo soldi in cambio del silenzio.

La preghiera del padre di famiglia. Un uomo che ha contratto il virus insieme a sua madre, sua moglie e i suoi due figli ha scritto un lungo e emozionante post su Facebook chiedendo alle persone di smettere di incolparli. "Non sapevo che mia madre fosse una seguace di Shincheonji", scrive. Poi difende la moglie, un'infermiera, criticata per aver visitato così tanti posti durante il periodo di incubazione. "È vero che mia moglie si è spostata molto, ma per favore smettetela di maledirla. La sua unica colpa è quella di aver sposato uno come me, che per lavoro accompagno persone con disabilità e mi prendo cura dei bambini". "Come potevo sapere del coronavirus?". Commenti online virali più del virus, più dolorosi. Senza cura.

Coronavirus, pronta la app italiana per tracciare i contagi: «Così possiamo fermare l’epidemia». Pubblicato mercoledì, 18 marzo 2020 su Corriere.it da Elena Tebano. «Abbiamo già sviluppato una app da scaricare sui cellulari che permette di tracciare in tempo reale i movimenti delle persone positive al coronavirus, di avvertire chi è entrato in contatto con loro ed è quindi a rischio contagio e di individuare sul nascere lo sviluppo di possibili nuovi focolai. Il tutto in modo assolutamente anonimo. Stiamo facendo gli ultimi test e siamo pronti a metterla a disposizione della Protezione civile». Luca Foresti è l’amministratore delegato della rete di poliambulatori specialistici Centro medico Santagostino. Ex normalista (a Pisa ha studiato fisica e matematica) con esperienze nella finanza etica e nell’imprenditoria digitale, sta lavorando con i maggiori esperti italiani di big data a un progetto senza fini di lucro per mettere l’analisi dei database e la geolocalizzazione digitale al servizio del contenimento dell’epidemia di Covid-19. Insieme hanno formato una onlus sotto la direzione tecnico-scientifica dell’ex commissario per l’Agenda Digitale Diego Piacentini e del presidente dell’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi, a cui lavorano Bending Spoons, la più importante azienda italiana che fa app; Jakala, una società di marketing digitale con grandi competenze sulla georeferenziazione; e Geouniq, che ha sviluppato un programma di geolocalizzazione capace di individuare la posizione di un cellulare (compreso il piano del palazzo a cui si trova) con un errore di soli 10 metri.

A cosa serve la app?

«A limitare e contenere i contagi intervenendo sui focolai in modo mirato, chirurgico. L’isolamento deciso dal governo in questo momento è fondamentale, ma dobbiamo pensare a degli strumenti per il dopo, quando il virus sarà diminuito ma non del tutto scomparso e dovremo prevenire che si diffonda di nuovo».

Come funziona?

«È una applicazione scaricabile sul cellulare che permette, una volta individuati i positivi, di ricostruire tutti i loro movimenti nelle settimane precedenti e di mandare un messaggio a coloro con cui sono entrati in contatto per segnalare che sono a rischio e devono mettersi in autoquarantena. In questo modo si ferma la diffusione del virus. È lo stesso approccio sperimentato in Corea del Sud, a Singapore e in parte in Cina, che si è rivelato molto efficace».

Uno dei problemi però è che molte persone positive, con sintomi lievi, non vengono rilevate perché non sono sottoposte ai tamponi…

«La app ha anche un “diario clinico” per la early detection, l’individuazione precoce delle infezioni. Una sezione in cui i singoli utenti possono registrare in modo anonimo eventuali sintomi. I dati così raccolti permettono di prevedere se ci sono delle zone in cui si sta diffondendo il contagio. Oggi invece facciamo i test solo alle persone che si aggravano: significa che rileviamo i casi quando ormai sono vecchi di almeno dieci giorni. E quindi hanno già contagiato altri. Sapere se oggi a Milano, per esempio, c’è un improvviso aumento di persone con la febbre significa poter intervenire subito con la quarantena e l’isolamento preventivo. Poi certo è auspicabile fare test a tappeto: speriamo che si arrivi anche a quello».

Si possono rilevare anche gli spostamenti “eccessivi” come quelli che sono stati denunciati in questi giorni in Lombardia?

«Sì, siamo già in grado di rilevare su base statistica (e quindi anonima) assembramenti a rischio o di dire quali comuni hanno comportamenti sbagliati e quindi devono rivedere le politiche di contenimento. Non solo, questi dati possono essere incrociati con quelli dell’Istat per tracciare ulteriori mappe di rischio». Quali dati Istat? «L’Istat divide tutto il territorio nazionale in “cellette” di 65 famiglie. Per ognuna di esse abbiamo la distribuzione della popolazione in base all’età: se sappiamo che in un determinato territorio c’è una maggiore concentrazione di anziani, sappiamo che c’è una più alta probabilità di avere vittime e che quindi dobbiamo pensare a interventi mirati per quella zona».

Chi avrebbe accesso a questi dati?

«La Protezione civile, che così potrebbe intervenire in tempo reale per prevenire i comportamenti sbagliati o predisporre la risposta sanitaria. E poi la comunità scientifica. La ricerca scientifica è fondamentale per sconfiggere il coronavirus, ma deve essere veloce: per questo deve avere dati il più possibile precisi. Infine la app funziona anche nel verso opposto: permetterebbe di informare e seguire i cittadini preoccupati o con sintomi, che adesso non sempre riescono a raggiungere i numeri di emergenza».

In tutto questo però c’è il problema della privacy: siamo in una democrazia, è un diritto fondamentale delle persone.

«Ne abbiamo tenuto conto fin dall’inizio e abbiamo sviluppato la app in collaborazione con Giuseppe Vaciago, avvocato ed uno dei maggiori esperti nella protezione dei dati sensibili in Italia. La app non rivela né i dati anagrafici né il numero di telefono delle persone».

In Corea ci sono stati problemi perché la ricostruzione dei movimenti dei contagiati ha fatto capire chi erano e cosa facevano.

«Noi non rendiamo pubblici i tracciati, ma avvertiamo in modo automatico coloro che sono stati in posti dove c’erano positivi».

Cosa vi manca per partire? State aspettando l’autorizzazione del governo? Ci sono anche altre realtà che stanno lavorando a strumenti simili…

«Siamo in contatto con il ministero per l’Innovazione digitale guidato da Paola Pisano, che ci ha dato il suo supporto. E siamo pronti a collaborare e unire le forze con chiunque abbia sviluppato altri strumenti utili».

Coronavirus, come funzionano il controllo delle celle e il tracciamento dei contagi. Il Garante: «Non bisogna improvvisare». Pubblicato mercoledì, 18 marzo 2020 su Corriere.it da Martina Pennisi. Dal 20 febbraio, giorno in cui siamo venuti a conoscenza del primo cittadino italiano malato di Covid-19, in Italia sono morte 2.978 persone con il virus Sars-Cov-2 e i contagiati hanno superato quota 35 mila (qui i dati aggiornati). Per questo motivo si sente parlare della possibilità di sfruttare la tecnologia per monitorare e provare a contenere l’epidemia. Lunedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha caldeggiato qualcosa di simile auspicando test a tappeto, isolamento dei positivi e tracciamento dei loro contatti. Come si sono spostati e con chi sono venuti a contatto i malati, quindi. Il vice presidente della Lombardia e assessore per la Ricerca Fabrizio Sala e l’assessore al Welfare Giulio Gallera hanno scoperchiato il vaso di Pandora martedì sera, annunciando di aver analizzato gli spostamenti «da cella a cella» dei telefoni cellulari per capire quanti abitanti si muovono sul territorio e come lo fanno (qui l’articolo di Cesare Giuzzi). Innanzitutto è bene premettere che si tratta di una versione light delle soluzioni più articolate e delicate che potrebbero venire adottate nei prossimi giorni o settimane. In questo caso, la Regione afferma di acquisire i dati anonimi e aggregati di Vodafone e Tim sul numero di telefonini che si agganciano alle antenne (qui Alessio Lana spiega come funziona): mentre ci muoviamo per continuare a funzionare il telefonino passa da una porzione di rete all’altra - le celle, appunto - e così i due operatori, prima, e la Regione, poi, sanno quante persone si sono spostate da un luogo a un altro e, per esempio, scoprono se in molti sono andati oltre le poche centinaia di metri concesse dal decreto (a queste condizioni, in continua evoluzione). Come spiega Sala al Corriere, «l’esperienza deriva da Expo e dall’analisi di flussi intorno e all’interno della fiera. Per Covid-19, abbiamo preso in considerazione il 20 febbraio, giorno del primo caso, e ci siamo resi conto che dopo il lockdown gli spostamenti sono calati solo del 60 per cento. Troppo poco». Cosa vuol dire che le informazioni sono anonime e aggregate? «Sono dati secchi, numeri. Non abbiamo modo di risalire ai proprietari dei cellulari», risponde Sala. Rimane il fatto che un primo canale di acquisizione e analisi dei dati delle società di telecomunicazioni per gestire Covid-19 sia stato aperto e che ne sia stata data comunicazione un mese dopo. Qui inizia la parte delicata. Con il primo decreto sull’emergenza del 9 marzo, la Protezione civile ha già ottenuto una deroga per acquisire e trattare i dati biometrici che identificano in modo univoco una persona o quelli sulla salute. Quello del 17 marzo, Cura Italia, prevede la nomina di un «contingente di esperti» che si occupi «di dare concreta attuazione alle misure adottate per il contrasto e il contenimento del diffondersi del virus con particolare riferimento alle soluzioni di innovazione tecnologica». Come anticipato da Wired Italia, sarà il ministero dell’Innovazione di Paola Pisano a occuparsi di questa task force, di cui faranno parte economisti ed esperti del tracciamento dei dati i cui nomi arriveranno con un decreto di nomina. Sul piatto verranno messi sia dati di fonti aperte, come la Protezione civile, sia di fonti dal mondo universitario. L’Università di Pavia, per esempio, che secondo Wired ha ottenuto da Facebook i dati sugli spostamenti da Nord a Sud nella notte del grande esodo, tra il 7 e l’8 marzo, dopo che il premier Giuseppe Conte ha annunciato la chiusura della Lombardia. Quindi: fonti aperte, dati anonimi e aggregati o dati che non escono dai dipartimenti degli atenei. Ancora diverso - ed ecco il punto - è il discorso del monitoraggio dei contatti dei casi positivi di cui parlavamo all’inizio: per attivarlo e andare a indagare sulla posizione e sugli spostamenti dei singoli cittadini, seppur ridistribuendoli anonimamente, servono regole e garanzie, come sottolineato anche dall’European Data Protection Board citando il Regolamento europeo per la privacy Gdpr, che consente il trattamento per finalità di sicurezza nazionale ma allo stesso tempo richiede una valutazione d’impatto e sulla sicurezza. Il governo non si è ancora sbilanciato. Nonostante questo sono numerose le dichiarazioni di aziende o startup (come quella raccolta da Elena Tebano) che stanno sviluppando applicazioni per tracciare i movimenti dei malati di Covid-19 ed eventualmente avvisare chi è entrato in contatto con loro. Anche Asstel, l’associazione di rappresentanza delle compagnie telefoniche, ha dato la sua disponibilità, ribadendo che serve un’indicazione dell’esecutivo. Il modello è quello della Corea del Sud, che ha puntato innanzitutto su test a tappeto (come vuole fare il Veneto di Zaia) e poi sull’uso della tecnologia con applicazioni mobili e attingendo a Gps o carte di credito per creare una mappa del contagio, utile anche per allertare le persone che potrebbero aver incrociato un infetto, di cui nessuno saprebbe nome e cognome, ma tutti saprebbero dove è stato. «La Corea ce l’ha fatta. Questa è una misura è un po’ lesiva della privacy e bisogna avere la certezza che il dato venga usato a fini di sanità pubblica, ma tracciare tutti i contatti dei positivi può aiutare a contenere il contagio, anche in questa condizione di semi reclusione in cui siamo. Si tratta di una misura eccezionale che dovrebbe essere svolta solo per un determinato periodo», afferma Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all’Università degli Studi di Firenze e componente della Società italiana di Igiene, medicina preventiva e sanità pubblica.

Il Corriere ha chiesto al Garante per la privacy Antonello Soro di chiarire i punti più delicati. Sul caso della Lombardia: «Non siamo stati informati dell’iniziativa della Lombardia e non la conosciamo, dunque, nei dettagli. Dalle notizie pubblicate sembrerebbe si tratti unicamente di dati aggregati e anonimi e ci riserviamo di verificarlo». Sul tracciamento dei contagi anche in Italia: «L’acquisizione di trend, effettivamente anonimi, di mobilità potrebbe risultare una misura più facilmente percorribile, laddove, invece, si intendesse acquisire dati identificativi, sarebbe necessario prevedere adeguate garanzie, con una norma ad efficacia temporalmente limitata e conforme ai principi di proporzionalità, necessità, ragionevolezza. In tal senso, andrebbe effettuata un’analisi dell’effettiva idoneità della misura a conseguire risultati utili nell’azione di contrasto. Ad esempio, apparirebbe sproporzionata la geolocalizzazione di tutti i cittadini italiani, 24 ore su 24, non soltanto per la massività della misura ma anche e, forse, preliminarmente, perché non esiste un divieto assoluto di spostamento e dunque la mole di dati così acquisiti non avrebbe un’effettiva utilità. Diversa potrebbe essere, invece, la valutazione relativa alla geolocalizzazione, quale strumento di ricostruzione della catena epidemiologica. In ogni caso, è indispensabile una valutazione puntuale del progetto. Non è il tempo dell’approssimazione e della superficialità». Sulla possibilità che vengano coinvolte anche le piattaforme come Google o Facebook: «Il coinvolgimento delle piattaforme, se necessario ai fini dell’acquisizione di dati utili a fini di prevenzione, va normato adeguatamente, circoscrivendo, per ciascun soggetto coinvolto nella filiera del trattamento, i rispettivi obblighi. Se, infatti, può essere opportuno che il patrimonio informativo di cui dispongano i big tech sia messo a disposizione per fini di utilità collettiva, dall’altro questo non deve risolversi in un’occasione di ulteriore incremento di dati da parte loro. In ogni caso, gli utenti devono essere adeguatamente informati di tale ulteriore flusso di dati, che deve essere comunque indirizzato solo ed esclusivamente all’autorità pubblica, a fini di prevenzione epidemiologica». Sui paletti da mettere, adesso: «Bisognerebbe anzitutto orientarsi secondo un criterio di gradualità e, dunque, valutare se le misure meno invasive possano essere sufficienti a fini di prevenzione. Ove così non sia, si dovrà studiare modalità e ampiezza delle misure da adottare in vista della loro efficacia, proporzionalità e ragionevolezza, senza preclusioni astratte o tantomeno ideologiche, ma anche senza improvvisazioni. Il Garante fornirà, naturalmente, il suo contributo nello spirito di responsabilità e leale cooperazione istituzionale che ne ha sempre caratterizzato l’azione, nella consapevolezza della difficoltà del contesto attuale».

ISRAELE.

Giordano Stabile per ''La Stampa'' il 15 marzo 2020. In Israele l'epidemia accelera, il numero dei contagiati passa da 127 a 193 in un solo giorno e Netanyahu interviene, parla alla nazione per prepararla alla battaglia, mentre il capo dell' opposizione Gantz annuncia che è pronto a entrare in un governo di unità nazionale guidato dal rivale. La curva del contagio indica che presto lo Stato ebraico potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella italiana. Il premier promette che «non solo supereremo questa crisi, sconfiggeremo il virus». Soprattutto con l' uso di «una tecnologia invasiva», cioè un software per la difesa antiterrorismo, di concezione militare, per tracciare il diffondersi del contagio e stroncarlo, anche attraverso il controllo degli spostamenti attraverso i cellulari, con l' appoggio dello Shin Bet. Una guerra cibernetica «al nemico invisibile». Il primo passo è però cercare di «non infettarsi e non infettare altre persone». Per questo il governo ha annunciato nuove misure. Scuole e università rimarranno chiuse fino a dopo il Passover, tutte le attività ricreative sospese e gli assembramenti oltre le 10 persone proibiti. Ci saranno anche controlli della temperatura nei supermercati. Netanyahu ha valutato tre scenari per il futuro. In quello più drastico chiuderanno tutte le aziende a parte quelle che forniscono servizi essenziali: acqua, carburanti, elettricità, gas, sanità, sicurezza. Ai militari di leva è stato ordinato di tornare in caserma, dove dovranno restare «fino a un mese». Israele non ha ancora imposto il blocco dei voli, come l' Arabia Saudita, ma le norme imposte ai visitatori stranieri, che devono dimostrare di avere un posto dove stare per 14 giorni in quarantena, hanno di fatto bloccato gli arrivi. Nei Paesi vicini, il Libano si prepara a una chiusura totale in stile Italia, che sarà annunciata oggi, mentre il principale focolaio di contagio resta l' Iran. Ieri i casi sono saliti a 12.729, i morti a 611. Ma la realtà potrebbe essere peggiore. Foto satellitari hanno mostrato come il cimitero di Qom abbia allestito una nuova area grande come un campo da calcio, medici parlano di «centinaia di morti al giorno», mentre le autorità hanno arrestato un noto calciatore, Mohammad Mokhtari, per aver scritto su Instagram che «le cifre ufficiali sono una piccola percentuale della verità». Anche i contagi nel Golfo stanno esplodendo: 337 in Qatar, 211 in Bahrein, 104 in Kuwait, 103 in Arabia Saudita, 85 negli Emirati. 

Israele, i servizi segreti arruolati  per pedinare gli infettati dal Coronavirus: «E’ una guerra».  Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Davide Frattini. «E’ una guerra», proclama. E della guerra vuole usare gli strumenti «per combattere questo nemico invisibile». Quasi ogni sera all’ora della cena il premier Benjamin Netanyahu appare in diretta televisiva e comunica agli israeliani le ultime restrizioni per fermare la diffusione del Covid-19, fino a questo momento i casi sono 200: scuole, università, bar e ristoranti chiusi, proibiti i raggruppamenti di più di 10 persone, già nelle scorse settimane il governo aveva deciso di obbligare alla quarantena chiunque arrivasse dall’estero, la maggior parte dei voli sono stati cancellati. Come altri Paesi anche Israele si sta barricando per provare a rallentare la diffusione del virus. Soprattutto Netanyahu vuole poter utilizzare i sistemi di sorveglianza tecnologica che lo Shin Bet, i servizi segreti interni, usano «nella guerra al terrorismo, è la nostra nuova sfida». In sostanza monitorare chi sia risultato positivo: con la geo-localizzazione è possibile individuare i luoghi dove queste persone sono passate e controllare che non violino il periodo di isolamento a casa. Il procuratore generale dello Stato ha dato l’approvazione alle misure speciali, mentre lo Shin Bet garantisce che non verrà violata la privacy e le informazioni non saranno sfruttare per imporre la quarantena. Dovrebbero servire a ricostruire la mappa degli spostamenti degli infettati. Anche con queste limitazioni l’intervento dei servizi preoccupa deputati della sinistra come Nitzan Horowitz: «Pedinare i cittadini con questi mezzi sofisticati è una violazione dei diritti civili. E’ per questa ragione che queste tecniche sono proibite nelle nazioni democratiche». L’emergenza Coronavirus non ferma la politica, rinvia però a maggio l’inizio del processo per corruzione, frode, abuso d’ufficio contro Netanyahu: il primo ministro avrebbe dovuto sedersi martedì davanti ai giudici per ascoltare le accuse, tutte le udienze sono sospese. Oggi il presidente Reuven Rivlin ha cominciato le consultazioni con i leader dei partiti e dovrà decidere a chi affidare il mandato per provare a formare il governo, dopo che gli israeliani hanno votato il 2 marzo per la terza volta in meno di un anno. Né Netanyahu né il rivale Benny Gantz hanno i numeri per la maggioranza. Il capo dello Stato vuole spingere per una coalizione di unità nazionale e sembra che i due avversari siano disposti all’intesa. Da definire chi siederebbe per primo sulla poltrona di premier, una posizione che Netanyahu non vuole cedere. Gantz, l’ex capo di Stato Maggiore sceso in campo proprio per deporre il leader della destra, dovrebbe riceve il numero più alto dei consensi: la Lista Unita, che rappresenta per la maggior parte gli arabi israeliani, ha deciso di sostenerlo e così dovrebbe fare anche Avigdor Lieberman.

Israele, misure antiterrorismo contro il coronavirus. Francesca Salvatore su Inside Over il 16 marzo 2020. Israele utilizzerà le tecnologie antiterrorismo per rintracciare i vettori del coronavirus. Lo ha dichiarato sabato scorso il primo ministro Benjamin Netanyahu mentre il governo ha varato nuove restrizioni tra cui la chiusura di tutti i ristoranti, caffè e teatri e ha chiesto che gli uffici facciano lavorare i dipendenti da casa. Sono circa 200 i casi in Israele ed il paese, in queste ore, sta transitando verso un parziale lockdown. Le nuove restrizioni saranno in vigore fino a dopo la Pasqua, a meno che la situazione non muti rapidamente.

Cyber tech e privacy. “Siamo di fronte a una guerra che richiede passaggi unici, passaggi non semplici e che richiede una certa violazione della privacy. Questa misura è stata messa alla prova a Wuhan e Israele è uno dei pochi paesi che hanno questa capacità e la useremo”. La dichiarazione di Netanyahu ha suscitato immediatamente numerose polemiche, in una fase non certo semplice della politica israeliana. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, dal canto suo conferma di star esaminando l’uso delle proprie capacità tecnologiche per combattere il coronavirus, su richiesta di Netanyahu e del Ministero della Salute. Le misure proposte, infatti, generano una serie di problemi legati alla privacy e alla libertà personale. Ma di cosa si tratta nello specifico? Netanyahu ha affermato di aver ricevuto il via libera dal ministero della Giustizia per utilizzare gli strumenti dell’intelligence per monitorare digitalmente i pazienti affetti da coronavirus anche senza il loro consenso. Una misura estrema che, secondo il leader israeliano, dovrebbe contribuire ad isolare l’agente patogeno e non l’intera nazione. Si tratta di veri e propri “pedinamenti digitali”, soprattutto ex post, che permetteranno di indagare sulle vite degli infettati, di vedere con chi erano, cosa è successo prima e dopo la venuta a contatto con il virus. Israele è uno dei pochi paesi al mondo a possedere questo tipo di infrastrutture digitali e di tecnologie per i suoi atavici problemi di sicurezza e terrorismo. Le misure potrebbero includere il monitoraggio in tempo reale dei telefoni cellulari delle persone infette per individuare violazioni della quarantena e tornare indietro, attraverso i metadati, per capire dove sono stati e chi hanno contattato. Dall’alto, però, è stato subito chiarito che questo affondo nelle vite private dei cittadini israeliani non si applicherà al monitoraggio del loro isolamento. Se, nel frattempo, è stata disposta la chiusura di strutture ricreative, solo parzialmente di quelle scolastiche e tutto ciò che crei assembramenti di persone, la proposta del premier ha scatenato un vespaio di polemiche. Si scaglia contro le misure l’Istituto per la democrazia israeliana che invoca il rispetto della privacy dei cittadini messa a repentaglio da questa involuzione verso lo stato di polizia. L’attorney general, fa sapere il Jerusalem Post, prenderà a breve una decisione finale in merito a questo monitoraggio digitale, ma servirà l’approvazione del governo e della Knesset.

Gli esempi asiatici a cui si ispira Israele. Strumenti di monitoraggio come quelli menzionati da Netanyahu sono stati impiegati in paesi come Cina, Corea del Sud e Taiwan per aiutare a contenere il virus. La scorsa settimana, la Corea del Sud ha annunciato che intensificherà il suo monitoraggio con un sistema di smart city sviluppato dal governo che utilizzerà dati come filmati di telecamere di sorveglianza e transazioni con carta di credito per tracciare i movimenti dei pazienti. Taiwan sta monitorando le persone tramite sim card e attraverso le sue numerose misure di contenimento è riuscita a rallentare la diffusione in modo ammirevole, anche se i funzionari avvertono che il contagio di massa è solo questione di tempo. Mentre numerosi paesi, tra cui l’Italia, combattono per contenere la diffusione del Covid-19, Taiwan sta dando l’esempio di come ridurre efficacemente la sua diffusione. Si prevedeva che Taiwan, un’isola di 23 milioni di persone, avesse il secondo rischio di importazione più elevato per via della sua prossimità con la Cina. Con oltre 850.000 dei suoi cittadini che risiedono e lavorano nella Cina continentale, gli esperti si aspettavano che Taiwan fosse pesantemente colpita, soprattutto dopo il contro esodo per il capodanno cinese. Tuttavia, Taiwan ha avuto solo 49 casi confermati e un decesso, un numero sorprendentemente basso. Molte delle azioni del governo sono state rese possibili dall’integrazione tra big data e tecnologia. All’esplodere dell’emergenza, in un solo giorno, il governo di Taiwan è stato in grado di combinare i dati della National Health Insurance Administration e dell’Immigration Agency per identificare la storia di viaggio dei pazienti nei precedenti 14 giorni. Inoltre, con i dati provenienti dai sistemi di registrazione delle famiglie dei cittadini e dalle carte di accesso agli stranieri, le persone ad alto rischio sono state identificate, messe in quarantena e monitorate attraverso i loro telefoni cellulari. Il 18 febbraio, nel pieno del dramma cinese, il governo ha concesso a tutti gli ospedali, cliniche e farmacie l’accesso alle storie dei pazienti. Un’esperienza mutuata dalla vicenda SARS del 2003 che ha portato ad una profonda compenetrazione tra tecnologia e management della sanità pubblica.

·         Meglio l'App o le cellule telefoniche?

App... però. Report Rai PUNTATA DEL 08/06/2020. Lucina Paternesi, collaborazione di Giulia Sabella. In ritardo sui tempi, da questa settimana è possibile scaricare Immuni, l'app di tracciamento voluta dal governo e sviluppata dalla software house di Milano Bending Spoons. In attesa di capire in quanti la utilizzeranno e cosa accadrà, a livello regionale, dopo che un utente sarà avvisato di un contatto a rischio, siamo andati a cercare di capire come funziona e quanto è affidabile il tracciamento che farà. E, soprattutto, chi sarà responsabile in caso di falle nella sicurezza?

APP…PERÒ di Lucina Paternesi Collaborazione di Giulia Sabella immagini di Tommaso Javidi.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO (DA REPORT DELL’11/5/2020) L’app ti avvisa dopo che sei stato in contatto con uno che è risultato positivo e serve ad evitare che anche tu diventi veicolo di contagio.

STEFANO ZANERO - DIP. ELETTRONICA E BIOINGEGNERIA POLITECNICO DI MILANO (DA REPORT DELL’11/5/2020) Quando mi chiamano per dirmi che il mio tampone è risultato positivo mi comunicano un codice da inserire nell'applicazione per sbloccare io il processo di notifica. Questo codice è un codice di sblocco, quindi una sorta di codice di autorizzazione, che autorizza quel cellulare a caricare un identificativo, il suo, che solo il cellulare sa, in ogni caso, in maniera anonima.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO (DA REPORT DELL’11/5/2020) A questo punto il codice di chi è risultato positivo finisce nel server centrale, quello pubblico di Sogei. Mentre arriverà una notifica sullo smartphone di chi, nei 14 giorni precedenti, è stato a contatto stretto per più di 15 minuti. Ma se l’app funziona a livello nazionale come verrà recepita a livello di protocolli sanitari regionali? Visto che i governatori fino ad oggi sul virus si sono divisi.

CARLO BLENGINO - AVVOCATO PENALISTA ESPERTO IN PROTEZIONE DEI DATI (DA REPORT DELL’11/5/2020) Perché quell’app lì può funzionare nel momento in cui ho appunto un sistema, una macchina pazzesca per cui chiunque venga allertato viene testato nel giro di 24 ore. Si rischia di avere dai 140 mila ai 300 mila soggetti ogni giorno che devono andare in quarantena sulla base del niente, sulla base di un bip che gli è arrivato in automatico da un algoritmo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Arriva il bip. Ora, già centinaia di migliaia di persone, di italiani hanno scaricato la app Immuni, ma non è ben chiaro che cosa avverrà a livello regionale quando ti verrà notificato il rischio di contagio. C’è stato l’esordio e diciamo che non è stato proprio brillantissimo perché c’è stata subito una polemica: nella grafica di presentazione iniziale della app c’era l’immagine di una donna con un bambino in mano, l’uomo con il pc, ecco, è stata giudicata un’immagine troppo stereotipata e che cosa hanno fatto? L’hanno cambiata, hanno risolto il problema, hanno mollato il bambino in mano all’uomo, il pc in mano alla donna. Insomma, hanno risolto il problema ma non è il solo: ora, sembra che il sistema, la app Immuni non giri a perfezione sul modello di smartphone Huawei, quello che copre il 27% del mercato e non giri neppure bene su molti modelli vecchi, tre o quattro anni che hanno il sistema Apple o Android. Ecco, è solamente una delle tante questioni aperte, ma qual è poi il problema se l’app dovesse causare dei danni? Chi è che pagherà? E poi, è vero che la geolocalizzazione non serve, non verrà utilizzata? E il sistema di rilevazione di contatti Bluetooth, è così affidabile?

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Per capire perché il Bluetooth è poco affidabile per calcolare le distanze, siamo andati in provincia di Cosenza, alla Technest, l’incubatore di spin-off dell’università della Calabria. Esperti di tracciamento da tempo, qui hanno realizzato un’app, open source, che calcola la distanza così come misurata dal segnale Bluetooth.

 LUCINA PATERNESI In questo momento dice che io e lei siamo a 5 metri.

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. Sì.

LUCINA PATERNESI Quando invece siamo a un metro e mezzo? Due metri? Sei metri e 3, in questo momento…

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. Il mio adesso dice a tre metri e mezzo. È estremamente variabile perché dipende anche dall’orientamento del telefono.

LUCINA PATERNESI Quindi se io lo giro?

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. Cambia, perché dipende dove è messa l’antenna Bluetooth sul telefono. Banalmente anche tenere la mano davanti all’antenna implica l’assorbimento dell’onda del mio telefono verso il suo.

LUCINA PATERNESI Infatti l’ho ruotato e mi dice che siamo a quattro metri e mezzo.

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. A me ha dato un attimo 17 e adesso si è attestato su 7 metri e uno.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO A partire dall’intensità del segnale ricevuto tramite Bluetooth, il cellulare calcola la distanza. Il problema nasce quando tra un cellulare e l’altro ci sono degli ostacoli di mezzo.

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. Essendo il corpo umano fatto all’80% di acqua, tende ad assorbire molto il segnale Bluetooth che in pratica rischia di non arrivare all’altro telefono. Se non arriva all’altro telefono la stima della distanza è completamente falsata, quindi si rischia di stimare distanze molto alte anche quando in realtà i due soggetti sono vicini, ma, per esempio, girati di spalle.

LUCINA PATERNESI Ipotizziamo di essere dentro una metropolitana, di spalle, uno contro l’altro…

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. In quel caso lì ci sarebbero due persone di mezzo, io già adesso ho 15 metri nella stima della distanza, 9 metri di errore, 22 metri di errore. Perché l’onda del mio telefono deve attraversare me e lei per arrivare al suo, ed è sostanzialmente quasi assorbito completamente.

LUCINA PATERNESI La notifica di possibile contatto a rischio ci arriverà a una distanza inferiore a?

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. La parola “distanza” è completamente quasi scomparsa. Anzi, addirittura, dalle Api ufficiali di Google, adesso si precisa, sulle stesse Api di Google, che la misura della distanza non è efficace. E questo è scritto sul documento ufficiale. Quindi, i termini dell’equazione sono tre o quattro fattori che vengono moltiplicati, dove un fattore tiene conto del Bluetooth, l’altro fattore tiene conto del tempo di esposizione e l’altro fattore tiene conto di quanto vecchio è il contagio rispetto al momento di accadimento dell’infezione per il contagiato, diciamo. LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Se il Bluetooth non può misurare una distanza precisa, il rischio è che si potrebbero creare tanti falsi positivi o falsi negativi. Ma non è l’unico rischio: per funzionare con la tecnologia Bluetooth, solo su smartphone Android, è necessaria l’autorizzazione alla posizione.

GAETANO D’AQUILA – AMMINISTRATORE DELEGATO E FONDATORE GIPSTECH S.R.L. Esattamente, ma questo lo dice Google, eh? Questo si è installato sul mio telefono, c’è scritto che la geolocalizzazione del dispositivo deve essere attiva per poter rilevare dispositivi Bluetooth nelle vicinanze, ma per le notifiche di esposizione al Covid 19 non viene usata la posizione del dispositivo.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Il buon funzionamento dell’app dipenderà da come è stata sviluppata. Ma in caso di falle sulla sicurezza, chi pagherà?

UMBERTO RAPETTO - DIRETTORE INFOSEC.NEWS Il responsabile, ogni volta che si utilizza un software open source, è il soggetto che ne assume la paternità. In questo caso è stato commissionato a un’azienda produttrice di software, che ha passato la mano e quindi chi ha registrato il copyright, quindi tutti i diritti, è il Governo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma; Immuni. Ricapitolando: non funziona su tutti i telefoni, se provoca qualche danno paga Pantalone, poi è stato abolito il concetto di distanza perché non è attendibile. Anche lo stesso Garante ha detto: avvisate gli utenti della percentuale di rischio che c’è per una falsa, in una falsa notifica. Poi se ti arriva il bip che fai? Cioè, sei tu che valuti la percentuale di rischio, se rivolgerti alla Asl regionale oppure no? E poi, che fa la Asl regionale, che non sa neppure come comportarsi? A oggi, ecco, diciamo che poi sono finite nel cestino anche altre rassicurazioni, quali per esempio: non utilizzeremo la geolocalizzazione, invece si è scoperto dopo che è necessario indicare il posizionamento se hai un telefono con il sistema Android, ecco, ne beneficia Google che accumula anche altri dati. Non ci rimane che usare le mascherine.

Il cavallo di Troia. Report Rai PUNTATA DEL 09/11/2020 di Lucina Paternesi, collaborazione di Alessia Marzi. Alla vigilia di un nuovo lockdown, l’Italia si scopre impreparata ad affrontare la seconda ondata della pandemia da Covid-19. Che fine ha fatto l’app di contact tracing voluta dal Governo e che avrebbe dovuto aiutarci a monitorare la diffusione del virus? A cinque mesi dalla sua adozione è stata scaricata da quasi 10 milioni di italiani, ma ha effettivamente funzionato? Dalle mani degli sviluppatori di Bending Spoons oggi l’app è passata in quelle dei tecnici del ministero dell’Innovazione e della Salute e di Sogei e PagoPA. Tra notifiche mancate, chiavi mai inserite nei server e lunghe attese telefoniche per capire che fare dopo l’arrivo dell’alert, a oggi soltanto poco più di duemila utenti hanno deciso di sbloccare il meccanismo. All’estero, nonostante i download siano stati maggiori, come in Germania, l’app è stata più utile? E perché Google e Apple stanno lavorando in autonomia affinché non servano più le interfacce nazionali e possano gestire da soli il sistema di notifiche di esposizione? Quali sono i veri dati che servirebbero ai nostri medici ed epidemiologi per bloccare sul nascere un focolaio e predire, con maggiore precisione, l’insorgere del virus in una determinata zona?

“IL CAVALLO DI TROIA” Di Lucina Paternesi Collaborazione di Alessia Marzi Immagini Davide Fonda – Tommaso Javidi Montaggio di Giorgio Vallati.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ecco proprio per arrivare a questo punto, all’intasamento i governi di tutto il mondo avevano lanciato le app per il tracciamento, ma come sta funzionando e quale è la ricaduta? Snowden, aveva lanciato, consulente dell’agenzia nazionale di sicurezza statunitense aveva lanciato un allarme, sentiamolo.

DA VICE EDWARD SNOWDEN - EX CONSULENTE NSA USA Credete veramente che quando la prima ondata, la seconda ondata, la sedicesima ondata di coronavirus saranno solo un ricordo sbiadito, queste nuove competenze e questi dati raccolti non saranno mantenuti? Inizieranno ad applicarle alla micro criminalità, all’analisi politica, per effettuare censimenti o per le elezioni politiche. Non importa come verranno usate, ma quello che stiamo costruendo è l’architettura dell’oppressione. E noi ci potremmo anche fidare di chi la sta gestendo, di chi la governa, noi potremmo anche dire “non ci importa niente di Mark Zuckerberg”. Ma qualcun altro avrà accesso a quei dati, magari un altro paese straniero. Se quei dati sono stati raccolti, qualcuno ne abuserà.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Chi sarà ad abusarne? Certo se lo dice l’ex consulente dell’agenzia nazionale per la sicurezza statunitense forse vale la pena di fare attenzione. Ecco, secondo lui c’è qualcuno che sta raccogliendo una mole gigantesca di dati e sta costruendo un’architettura, una strategia dell’architettura dell’oppressione. Che potrebbe entrare in campo laddove un giorno, finita la pandemia, si dovessero svolgere delle elezioni, delle competizioni elettorali. È credibile tutto questo? Certo, se qualcuno ci avesse detto tempo fa agli esordi di Facebook, che quel social avrebbe potuto giocare un ruolo fondamentale nell’esito delle elezioni, nessuno ci avrebbe creduto e invece la realtà ha superato la fantasia. Ora, la nostra Lucina Paternesi ha scoperto invece che anche le app di tracciamento come Immuni, potrebbero avere un ruolo nell’esito delle campagne elettorali. Come? Attraverso questo gettone, è uno dei mezzi, perché poi bisogna avere una rete molto potente, metter su insieme altri mezzi, ma insomma questo gettone è in grado di registrare i codici, le chiavi, quelle con cui vengono comunicati i contatti bluetooth e poter mandare delle notifiche e far mettere in quarantena un’intera città, uno stadio, un intero stadio di calcio, i dipendenti di un’azienda strategica per il paese, vediamo come.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Tra i rischi a cui sono esposte le app di contact-tracing che utilizzano il Bluetooth, c’è quello del replay attack. Un attacco hacker vero e proprio che fa arrivare una notifica di contatto a rischio a persone che non sono state mai in contatto con persone affette dal virus. Per capire da vicino come funziona un attacco di questo tipo, siamo andati a trovare i ricercatori del dipartimento di Ingegneria Informatica ed Elettrica dell’Università degli Studi di Salerno.

IVAN VISCONTI - PROFESSORE DI INFORMATICA - UNIVERSITÀ DI SALERNO Se usano immuni basta raccogliere questi identificativi. Ne raccogli tanti, anche diciamo 30, se raccogli 30 identificativi in un posto in cui c’è il 10% di probabilità hai il 95% di probabilità, quindi quasi la certezza, che uno di questi identificativi corrisponderà a un infetto che farà l’upload dei dati. Benissimo. A questo punto questi identificativi possono essere proiettati ovunque a distanza e su larga scala.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Abbiamo voluto fare una prova: il 16 ottobre abbiamo acquistato un cellulare nuovo di zecca; i ricercatori mi hanno scelto come obbiettivo di un attacco hacker: sul telefono mi è arrivata la notifica datata due giorni prima, cioè, sarei stata a contatto con un positivo quando il telefono era ancora impacchettato sullo scaffale del negozio.

LUCINA PATERNESI Esposizione a rischio 14 ottobre, cioè due giorni fa. Ma come è possibile? Con questo gettone che registra e diffonde si potrebbe mandare in quarantena un intero stadio di calcio, un intero aeroporto, un’intera stazione.

IVAN VISCONTI - PROFESSORE DI INFORMATICA - UNIVERSITÀ DI SALERNO Esatto. La vulnerabilità, in teoria appunto era nota già da aprile; abbiamo visto che in pratica non esiste una mitigazione, questa simulazione dimostra che non è stata mitigata dopo alcuni mesi, quindi l’attacco è realizzabile.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO E le stesse vulnerabilità le hanno testate i ricercatori del laboratorio di cyber sicurezza di Darmstadt.

AHMAD-REZA SADEGHI - RESPONSABILE LAB. CYBER SICUREZZA - UNIVERSITÀ DI DARMSTADT La tecnologia Bluetooth può essere facilmente attaccata. Facciamo un esempio: qui ci sono 3 città tedesche, un attacco riesce a colpire a oltre 100 km di distanza. Basta captare le chiavi anonime registrate dagli smartphone in un determinato luogo e replicarli altrove. Ecco che in qualche minuto hai mandato in quarantena un’intera regione prima del voto o tutti i dipendenti di un’azienda, facendo loro credere di aver avuto contatti a rischio con persone infette.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Attacchi di questo tipo sono illegali e per far sì che riescano è necessario investire risorse e strumentazioni o avere a portata di mano il dispositivo che si vuole attaccare. Quello che non sappiamo, però, è se questo tipo di scenario sia stato valutato dal nostro Governo. Dopo settimane di attesa dalla nostra richiesta di intervista, avremmo voluto parlarne direttamente con la ministra all’Innovazione Paola Pisano.

LUCINA PATERNESI Ministro, scusi! Ministro, Ministro!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO É andata. Comunque abbiamo capito che il rischio di un attacco hacker c’è: lo confermano gli informatici dell’Università di Salerno, ma anche dai responsabili del laboratorio di Cyber Security di Darmstadt. Insomma. La nostra Lucina, abbiamo fatto una prova, la nostra Lucina con i ricercatori dell’università di Salerno hanno acquistato un telefono il 16 ottobre e che cosa hanno fatto? Hanno simulato un attacco. Ecco è arrivata una notifica che quel il 14, era stato in contatto con qualcuno che aveva contratto il virus. Falso. Perché il 14 quel telefono era ancora imballato e non funzionante. Con questo metodo potresti addirittura mandare in quarantena un’intera città, uno stadio addirittura di tifosi e una regione, prima che venga svolta la competizione elettorale. Abbiamo chiesto a Google. Google dice che questi attacchi, su larga scala sarebbero molto costosi - come se mancassero a qualcuno soldi per farlo - e richiederebbe una preparazione tecnica. Anche qui: manca la preparazione tecnica? Comunque, sulla possibilità di un attacco di questo tipo abbiamo sentito anche il Garante della Privacy e anche lui dice, sì, sono attuabili, ma altamente improbabili perché richiedono una complessità nella realizzazione e avrebbero la finalità insomma più che altro di allarmare. Quello che abbiamo capito è che comunque il problema c’è. L’abbiamo anche sottoposto al ministro Pisano 15 giorni fa, perché ci sarebbe piaciuto parlare con lei di questo problema, se ne erano a conoscenza. Ma lei ha preferito scivolare via, non vuole parlarci. Mentre invece avremmo potuto chiederle cose molto più terrene. Immuni, per esempio funzione?

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO La Asl dice di chiamare il Call Center che dice di chiamare il servizio clienti immuni che dice di chiamare la Asl. Un vero e proprio rimpallo senza via d’uscita. E dopo un’ora al telefono la signora Simonetta ha gettato la spugna.

SIMONETTA Io direi che abbandono.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Eccoci qui, allora il nostro paese è parso impreparato ad affrontare la seconda ondata della pandemia, avrebbe potuto aiutarci Immuni a contrastare il dilagare del virus, è stata scaricata da circa 10 milioni di italiani. Noi ne avevamo parlato agli esordi lanciando alcuni warning, ci siamo chiesti, ma le asl sono in grado di gestire le segnalazioni fatte da chi ha avuto le notifiche da parte di Immuni? Anche il Garante aveva avvisato, aveva detto al Governo: avvisate gli utenti che potrebbero verificarsi delle false notifiche. Bene, Immuni è partita in questi mesi, è partita con un bug, hanno cercato di metterci una pezza quando i buoi sono già scappati dalle stalle. La nostra Lucina Paternesi.

FEDERICO CABITZA - PROF. INTERAZIONE UOMO-MACCHINA UNIVERSITÀ MILANO BICOCCA Possiamo dire che i falsi negativi sono moltissimi.

LUCINA PATERNESI Per falso negativo lei intende?

FEDERICO CABITZA - PROF. INTERAZIONE UOMO MACCHINA - UNIVERSITÀ MILANO BICOCCA Che Immuni non segnala a una persona che è stato effettivamente a rischio perché ha frequentato una persona che poi è risultata positiva.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO È quanto successo a Brescia. Lo ha scritto in un articolo Francesca Renica. Si racconta la storia di due amiche che si ritrovano a cena in un locale. I loro telefoni rimangono sul tavolino del ristorante per tutta la sera. Il giorno dopo una risulta positiva al Covid. Ha l’app Immuni e chiede ed ottiene che le sue chiavi siano caricate nei server. L’alert arriva a tre contatti, ma non all’amica che era con lei.

FRANCESCA RENICA - GIORNALE DI BRESCIA A distanza di un paio di giorni vengo contattata da un esponente del team digitale appunto del Ministero, il quale cerca di capire qual è il bug all’origine del malfunzionamento. La prima obiezione, è stata che forse i telefoni non erano stati vicini abbastanza per inviare questa notifica di avvenuto contagio o comunque di pericolo di esposizione.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Dal Ministero mettono in dubbio la ricostruzione, ma quello che non potevano sapere è che Francesca questa storia non l’ha solo scritta, ne è anche la protagonista. LUCINA PATERNESI E invece l’amica eri tu.

FRANCESCA RENICA - GIORNALE DI BRESCIA E invece una delle amiche ero io. Loro comunque con la nostra autorizzazione, perché per la privacy non avrebbero potuto, sono riusciti a ricostruire l’iter. Sono partite effettivamente tre notifiche, ma tra queste nessuna è arrivata sul mio cellulare.

LUCINA PATERNESI Che cosa è successo quindi?

FRANCESCA RENICA - GIORNALE DI BRESCIA I telefoni non scansionavano gli altri telefoni che avevano incontrato, di conseguenza era come non avere avuto l’app sul telefono per quegli utenti.

LUCINA PATERNESI E hai sottoposto questa ipotesi al Ministero?

FRANCESCA RENICA - GIORNALE DI BRESCIA Sì, è stato confermato che il bug esiste ed è stato risolto con un aggiornamento dell’app che però risale a 3 mesi e mezzo dal lancio dell’app.

LUCINA PATERNESI Quindi in tre mesi e mezzo quanti scambi ci siamo persi?

FRANCESCA RENICA - GIORNALE DI BRESCIA Eh, penso parecchi.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Problemi tecnici a parte, in Italia c’è un’altra anomalia.

FEDERICO CABITZA - PROF. INTERAZIONE UOMO MACCHINA - UNIVERSITÀ MILANO BICOCCA A fronte di determinati positivi, sono pochi quelli che poi attivano la procedura di sblocco. Una volta che queste poche persone attivano una procedura di sblocco sono anche pochi i contattati.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Se in Veneto le Asl non ne hanno attivata neanche una, a Roma la signora Simonetta ha trascorso intere giornate della sua quarantena al telefono.

SIMONETTA Ufficialmente sono positiva al Covid dal 7 ottobre e già il giorno dopo mi chiamavano invitandomi a scaricare Lazio per Covid che è un’applicazione che ha permesso poi di farmi recapitare sia un apparecchio telefonico che un oxymeter che mettendolo al dito registra su questo telefono il mio flusso di ossigeno e le mie pulsazioni.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Dalla Asl la invitano a scaricare l’applicazione di telemedicina Lazio x Covid, su Immuni però neanche una parola.

SIMONETTA Devo essere sincera, non subito quando me l’hanno comunicato perché ero un pochino sotto shock, poco dopo mi è venuto in mente e quindi ho preso il mio telefono sono andata nell’app. Ma nell’app ho scoperto che alla voce segnala che sei positivo c’è scritto che devi essere guidato dall’operatore che ti ha segnalato la positività e alla mia domanda come fare non ne sapevano assolutamente nulla.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Dopo alcuni tentativi caduti nel vuoto, la signora Simonetta ha deciso di ritentare e provare a caricare il suo codice nel server.

SIMONETTA Sono le tre e mezza, vediamo se rispondono.

CENTRALINO Pronto? Noi in questa azienda utilizziamo quello che è della Regione Lazio. SIMONETTA Il problema mio era lo sconosciuto che ha preso l’autobus con me che magari ha l’app Immuni come me e quindi poteva essere avvisato.

CENTRALINO ASSISTENZA COVID Immuni buonasera.

SIMONETTA Buonasera a lei, senta, io non trovo nessuno che mi possa aiutare per segnalare la mia positività. Chi devo chiamare esattamente?

CENTRALINO APP IMMUNI Allora gli operatori sanitari che possono inserire la positività sono gli operatori della Asl.

SIMONETTA Qual è la persona che mi aiuta per comunicare i codici nell’app Immuni; lei capisce? É una settimana…

CENTRALINO ASL ROMA Noi facciamo così, ora le spiego come funziona il sistema. Ce l’ha un secondo di tempo?

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO L’Asl dice di chiamare il call center, che dice di chiamare il servizio clienti Immuni che dice di chiamare l’Asl. Un vero e proprio rimpallo senza via d’uscita. E dopo un’ora al telefono la signora Simonetta ha gettato la spugna.

SIMONETTA Io direi che abbandono…

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Povera Simonetta, sfinita più dall’organizzazione sanitaria che dagli effetti del virus. Lei voleva avvisare i suoi contatti della sua positività, ha dovuto rinunciare. Ha chiamato l’operatore della asl, che le consigliato di chiamare il call center, che le ha consigliato di chiamare il servizio clienti di Immuni che ha consigliato di chiamare la asl. Meraviglioso, hanno trasferito la logica dello scaricabarile anche alle app. Come ne usciamo? Ne usciamo che il Governo ha deciso di mettere sul piatto altri 4 milioni di euro per tirar su un altro call center. Chi lo gestirà? L’uno e trino, commissario Domenico Arcuri. In bocca al lupo, ma come farà a gestire tutte queste cose? Però va detto che le app di tracciamento non stanno dando una grande prova di sé neppure nei paesi più organizzati di noi: Germania e Irlanda.

JENS SPAHN - MINISTRO DELLA SALUTE TEDESCO CONFERENZA STAMPA 23/09/2020 Già oltre 5mila utenti hanno avvisato i propri contatti tramite l’app Corona Warn App è di gran lunga l’app di maggior successo in Europa, per noi è una grande soddisfazione.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Se in Italia Immuni ci ha messo un po’ a ingranare, la sua gemella tedesca, Corona Warn App, in pochi mesi, è stata scaricata da oltre 20 milioni di tedeschi.

LUCINA PATERNESI Quanti sono gli utenti che la stanno veramente ed effettivamente utilizzando?

KARL LAUTERBACH - EPIDEMIOLOGO E DEPUTATO SPD GERMANIA Non lo possiamo sapere con certezza, è un dato che il Governo non sa, proprio perché è un’app volontaria e rispetta la privacy.

LUCINA PATERNESI L’app sta interrompendo la catena del contagio qui in Germania?

KARL LAUTERBACH - EPIDEMIOLOGO E DEPUTATO SPD GERMANIA Appena suona la notifica di contatto a rischio, ti fanno immediatamente il tampone. E in 24 ore ti danno il risultato. Non possiamo ancora dire se e quanto è stata utile fino ad oggi, ma ora, con i contagi in aumento, crediamo che avrà un ruolo molto importante nello spezzare la catena dei contagi. Soprattutto tra i giovani.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO A difendere a spada tratta il contact-tracing via app è l’epidemiologo e professore universitario Karl Lauterbach, membro della SPD, nella coalizione di governo con Angela Merkel. L’app, sviluppata da un’azienda privata in collaborazione con Deutsche Telekom, finora è costata circa 70 milioni di euro. Ma alcuni responsabili sanitari sono critici.

PATRICK LARSCHEID - RESPONSABILE SANITARIO BERLINO-REINICKENDORF Soldi buttati che avremmo potuto spendere in modo diverso.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Ne è convinto chi prova a fermare il contagio in uno dei distretti sanitari di Berlino, quello a più alta densità di immigrati turchi.

PATRICK LARSCHEID - RESPONSABILE SANITARIO BERLINO-REINICKENDORF L’app è una grande delusione. Quest’ossessione per la sicurezza dei dati e la privacy non ci permette di capire chi si è incontrato con chi, dove e a che ora.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Quindi sarebbe stata più utile un’app più invasiva per i cittadini dal punto di vista della privacy?

PATRICK LARSCHEID - RESPONSABILE SANITARIO BERLINO-REINICKENDORF Sicuramente sì, ma questo in Germania non si può fare. Il vero contact-tracing lo facciamo manualmente, anche perché non tutti si possono permettere cellulari di ultima generazione, costano molto e questo alla fine crea una netta divisione sociale.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO E lo stesso vale per l’app di tracciamento irlandese. Qualche giorno prima che Dublino chiudesse di nuovo pub e ristoranti per un rialzo dei contagi, siamo andati a trovare il responsabile dei servizi informativi del servizio sanitario irlandese.

LUCINA PATERNESI Quante persone hanno scaricato l’app irlandese?

FRAN THOMPSON - RESPONSABILE SERVIZI INFORMATIVI SANITARI IRLANDA Quasi due milioni di persone in totale, mentre ogni giorno gli utenti attivi sono circa 1 milione e duecento mila.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Un numero impressionante se si pensa che la popolazione totale è di appena 4 milioni e mezzo. Basata sul sistema di esposizione alle notifiche elaborato da Google e Apple, che qui in Irlanda hanno solide radici fiscali, l’app irlandese Covid Tracker è del tutto simile alla nostra Immuni. Ultimamente ha combinato qualche guaio. Ha mandato in quarantena oltre 700 studenti del St. Oliver’s Community College di Drogheda dopo aver inviato una notifica di contatto a rischio a una trentina d’insegnanti.

FRAN THOMPSON - RESPONSABILE SERVIZI INFORMATIVI SANITARI IRLANDA L’app non può sapere se tu stai indossando una mascherina chirurgica. Ricevuto l’allarme, gli studenti e gli insegnanti si sono messi in isolamento fino all’intervento dei sanitari che hanno valutato il caso e revocato la quarantena imposta dall’app. LUCINA PATERNESI Come si risolve il problema di una quarantena ingiustificata sulla base di un beep?

FRAN THOMPSON - RESPONSABILE SERVIZI INFORMATIVI SANITARI IRLANDA Una delle opzioni che abbiamo implementato potrebbe essere di mettere in pausa le notifiche quando indossiamo una mascherina chirurgica.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO I ricercatori del Trinity College di Dublino hanno indagato sul funzionamento dell’infrastruttura tecnologica costruita da Google e Apple, quella che permette alle app di tracciamento europeo l’invio delle notifiche di esposizione.

STEPHEN FARRELL - RICERCATORE INFORMATICO - TRINITY COLLEGE DUBLINO Il sistema prevede che ogni cellulare invii un codice univoco anonimo e registri i codici degli altri che incontra. Poi sono stati aggiunti aspetti volti a salvaguardare la privacy e un algoritmo che fa scattare la notifica in base alla distanza e al tempo di esposizione. Questo era l’obiettivo, almeno.

LUCINA PATERNESI Non è stato raggiunto?

STEPHEN FARRELL - RICERCATORE INFORMATICO - TRINITY COLLEGE DUBLINO L’invio delle notifiche di esposizione è del tutto casuale. Abbiamo condotto dei test su alcuni tipi di telefoni e i risultati sono stati deludenti. La potenza del segnale Bluetooth dipende da molti fattori: la rotazione del telefono, l’angolazione, se lo tieni in tasca o nella borsa. Lo abbiamo testato dentro un tram ed è come lanciare una monetina in aria, c’è il 50% di possibilità che la notifica arrivi o non arrivi.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Il segnale Bluetooth, infatti, risente molto degli ostacoli che si frappongono tra i dispositivi. Ma i ricercatori non si sono fermati qui e hanno deciso di andare più a fondo e analizzare anche l’interfaccia di Google su cui sono state sviluppate le singole app nazionali.

STEPHEN FARRELL - RICERCATORE INFORMATICO - TRINITY COLLEGE DUBLINO Il sistema di notifiche di esposizione di Google è stato implementato dentro il Google Play Services, un componente essenziale nei telefoni Android che permette l’aggiornamento delle app. Ogni sei ore si collega ai server di Google e invia dati come il numero di telefono, il numero seriale della tua sim, il codice IMEI del telefono e altre informazioni ricavate dalla posizione e dal wifi.

LUCINA PATERNESI Ogni sei ore?

STEPHEN FARRELL - RICERCATORE INFORMATICO - TRINITY COLLEGE DUBLINO Non solo, ogni 20 minuti c’è un altro interscambio con Google e di nuovo vengono trasmessi tutti questi dati.

LUCINA PATERNESI Che tipo di dati vengono raccolti?

STEPHEN FARRELL - RICERCATORE INFORMATICO - TRINITY COLLEGE DUBLINO Non siamo riusciti ad analizzare tutto il traffico tra Google e il Google Play Services, perché non è un sistema open source. Abbiamo notato che vengono trasferiti dei codici legati al nostro cellulare e all’utilizzo che ne facciamo, che non sono anonimi e che durano nel tempo.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Ovviamente tutti questi dati vengono raccolti anche se non abbiamo scaricato un’app di contact tracing sul nostro cellulare. Ma se per farla funzionare, su Android, è necessario abilitare la posizione le informazioni a disposizione di Google saranno molte di più.

LUCINA PATERNESI Sembra un paradosso, i governi hanno imposto limitazioni alle singole app nazionali, per preservare la privacy e poi lasciano a Google la possibilità di raccogliere tutti questi dati sensibili?

STEPHEN FARRELL - RICERCATORE INFORMATICO - TRINITY COLLEGE DUBLINO Lo è.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Ma c’è anche chi ha trovato la lucidità per riflettere sul rapporto tra costi e benefici, privacy e tutela della salute. In Norvegia dopo appena qualche settimana dall’avvio dell’app il garante per la privacy ha deciso di sospenderla.

SUSAN LIE - AVVOCATO E CONSULENTE AUTORITÀ PER LA PRIVACY NORVEGIA L’Autorità ha stabilito che le misure prese erano sproporzionate rispetto all’obiettivo prefissato. Mancavano anche solidi elementi che provassero l’efficacia del tracciamento via app, tutte motivazioni per cui non può essere accettabile un’intrusione nella privacy dei cittadini.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO In sostanza l’autority ha riscontrato che l’app raccoglieva una grande quantità di dati personali senza che le autorità potessero utilizzarli per tracciare i contagi. E così nonostante 1,5 milioni di download la Norvegia ha bannato l’app.

SUSAN LIE - AVVOCATO E CONSULENTE AUTORITÀ PER LA PRIVACY NORVEGIA É evidente che se vogliamo evitare intrusioni dello Stato nella privacy dei cittadini non possiamo permetterle da parte di aziende private come Google e Apple.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Alla fine hanno vinto loro e dal prossimo natale, la Norvegia avrà una app di contacttracing. Il timore è che l’emergenza si trasformi in un’occasione per conquistare un’altra fetta della privacy dei cittadini. Qualche dubbio è venuto anche al laboratorio di cybersicurezza dell’Università di Darmstadt.

AHMAD-REZA SADEGHI - RESPONSABILE LAB. CYBER SICUREZZA - UNIVERSITÀ DI DARMSTADT Siamo finiti in una trappola. Per non farci controllare dallo Stato ci siamo affidati a Google e Apple. Ora sono loro ad aver accesso a una quantità di dati incredibile, semplicemente perché stiamo usando i loro dispositivi. Se dieci anni fa ci avessero detto che Facebook sarebbe stato usato per influenzare le elezioni presidenziali negli Stati Uniti avremmo gridato al complotto. Oggi sappiamo che è accaduto. Dobbiamo stare attenti prima di dare così tanto potere a due aziende private come Google e Apple. Soprattutto prima di consegnare loro anche i dati sul sistema sanitario pubblico. È una roccaforte che i nostri governi devono proteggere.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO Per non finire sotto scacco di Google e Apple, i ricercatori hanno lavorato a un’altra app, indipendente. La terza via al contact tracing, dicono, decentralizzata e ancora più rispettosa della privacy. Ma dal governo federale non è mai arrivato il via libera per la sperimentazione. Alla fine gli stati nazionali hanno capitolato, hanno abdicato al loro ruolo di controllori e hanno ceduto ai due colossi.

MICHELE MEZZA - GIORNALISTA E ANALISTA DI SISTEMI DIGITALI Nella più grande depressione economica del mondo, quel cluster di aziende, quella tipologia di gruppi e di imprese hanno accumulato delle ricchezze inverosimili. Gli stati hanno abdicato, i sistemi sanitari si sono rinchiusi in una marginalità assoluta e i centri di monopolio del controllo dei nostri dati e delle informazioni vitali ne hanno approfittato.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO È il contagio dell’algoritmo, secondo Michele Mezza, giornalista e docente universitario. Combinando le tracce che ogni giorno lasciamo sul web, le nostre chiavi di ricerca, le informazioni raccolte dall’uso dei loro dispositivi oggi Google, ma anche Facebook potrebbero predire un focolaio pandemico con la stessa precisione con cui si predice un temporale.

MICHELE MEZZA - GIORNALISTA E ANALISTA DI SISTEMI DIGITALI Ultimamente sono stati catalogati dei servizi georeferenziati, un comune fino a 10mila abitanti, una comunità fino a 30mila, può chiedere di avere la proiezione dei dati epidemiologici intrecciati coi dati di rete riferiti al proprio territorio pagando tanto per tanti abitanti. Questa è l’offerta che è stata fatta dai colossi della rete. Ora la domanda è se questo è un bene comune o no.

LUCINA PATERNESI Quindi: glieli abbiamo dati, se li sono presi, ce li stanno rivedendo.

MICHELE MEZZA - GIORNALISTA E ANALISTA DI SISTEMI DIGITALI Brava. Noi li paghiamo per farci comprare da loro.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bel colpo. Ora sono già pronti per la fase due. È molto probabile che non avremo più bisogno dell’app Immuni e delle sue sorelle. Perché saranno proprio Google ed Apple a segnalarci probabilmente, in un prossimo futuro, se siamo stati in contatto con un positivo. È la crescita a dismisura dei giganti del web che continuano a incamerare i dati e, secondo il professor Michele Mezza, gli stati stanno affrontando un altro tipo di pandemia, quella dovuta dal contagio dell’algoritmo. Questo perché lo strapotere dei giganti del web aumenta in proporzione del loro fatturato. Anche in questo periodo di crisi sono aumentati dell’11 per cento lo hanno detto gli stessi Facebook ed Apple che continuano ad arricchirsi grazie ai nostri dati. Li incamerano e poi ce li rivendono. A chi fanno gola questi dati? Alle assicurazioni, alle farmaceutiche, ai datori di lavoro. Ecco, Google ci dice, ci scrive di non aver ricevuto informazioni sulle persone né dati sulla posizione e se hanno sviluppato un sistema lo hanno fatto, quello delle notifiche, in accordo con le autorità sanitarie, con i governi, con gli scienziati e con le organizzazioni per la privacy. Chi la pensa diversamente sono invece gli informatici di Dublino, che hanno scoperto che Google, almeno per quello che riguarda il sistema android presente su alcuni telefoni, continua ad incamerare dati attraverso un suo componente, Google Play Services, che serve per aggiornare le app. Ecco, hanno scoperto questi ricercatori che ogni 20 minuti e poi ogni 6 ore, Google incamera, Google Play Services, incamera dei dati e li gira verso il server di Google. Ecco d’altra parte un po’ tutti giochiamo con i nostri dati sui social.

La lotta contro il coronavirus è roba da ricchi. Natale Cassano il 03/06/2020 su Notizie.it. Chi non può permettersi di acquistare un telefono nuovo, non può che arrendersi di fronte alla barriera digitale. La prevenzione contro il Covid-19? È roba da ricchi, o almeno da chi può permettersi di comprare un cellulare di ultima generazione. E attenzione, non parliamo di cure, ma degli stessi strumenti che il Ministero della Salute ha messo a disposizione gratuitamente per i cittadini affinché sia ridotto al minimo il rischio di un nuovo contagio nella ‘Fase 2’. Al centro della bufera torna ‘Immuni’, l’app per smartphone che ha il compito di segnalare quando siamo entrati in contatto con un potenziale contagiato dal virus. “Uno scudo di sicurezza per il cittadino” l’aveva definito l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, consigliando a tutti di scaricarla. Peccato che chi ha dribblato le polemiche relative all’invasione della privacy da parte dell’app (che, per forza di cose, tiene comunque continuamente sotto controllo la posizione dell’utente), si è ritrovato con un nuovo scoglio da superare: la versione del sistema operativo del cellulare. Già, perché, assurdo a dirsi, c’è bisogno di uno smartphone aggiornato per godere delle funzioni di "Immuni". E chi non può permettersi di acquistarne uno nuovo, non può che arrendersi di fronte alla barriera digitale. Insomma, prevenzione sì/prevenzione no è un dilemma ancora (purtroppo) legato al reddito dei singoli. E se è vero che un nuovo cellulare lo si può acquistare anche con poco meno di 100 euro, non è detto che le famiglie – in molti casi ancora in attesa di cassa integrazione – possano permettersi una spesa aggiuntiva. Un problema che speriamo sarà risolto presto. Il Ministero dovrebbe infatti spingere i cittadini a scaricarla, non creare inutili ostacoli, o il ‘gap digitale’ sarà ancora più sentito e rischia di trasformarsi contemporaneamente in un "gap informativo". Un discorso che avevamo già affrontato con la querelle mascherine: anche lì non si era riusciti a rendere accessibile un presidio sanitario necessario nella fase più calda della pandemia, costringendo le famiglie a esborsi elevati (le mascherine arrivavano a costare anche 10-15 euro al pezzo). E la conseguenza era la stessa di Immuni: si finiva a risparmiare sulla "barriera per i cittadini", mettendo a rischio tutti. E neanche l’annuncio del calmieramento dei dpi era riuscito a risolvere la situazione. Chiunque si fosse fatto un giro tra le farmacie della propria città se ne sarebbe accorto: acquistare una mascherina a 50 centesimi, come promesso dal premier Conte, era praticamente impossibile. E la colpa non era dei farmacisti in questo caso, visto che gli stessi costi di acquisto dalle aziende erano ben più elevati dei pochi spiccioli richiesti per la vendita all’utente. Dov’è il cortocircuito? Come sempre, alla base del sistema, in quel modello di distribuzione che spesso non riesce a tenere conto dei bisogni più semplici. Che magari non pensa che tutti possano avere il cellulare aggiornato all’ultimo sistema operativo, se ancora si cercano i soldi per poter mettere il piatto a tavola a fine giornata. Gli annunci rischiano di essere mere parole, se non si invoglia un popolo già frustrato (e in alcuni casi, purtroppo, maleducato) a rispettare le regole mettendosi nei loro panni. Il virus si combatte lottando. Tutti insieme, sullo stesso piano.

Meloni: “Monitorare gli immigrati era razzista, ma tracciare gli italiani no”. Laura Pellegrini il 21/04/2020 su Notizie.it. Giorgia Meloni si sfoga: quando chiedeva di monitorare gli immigrati le davano della razzista, ma ora si pensa a tracciare gli italiani. “Monitorare gli immigrati irregolari sul territorio italiano dicevano fosse razzista e impossibile“, scrive Giorgia Meloni sui social, “perché non esistevano strumenti”. Ai tempi del coronavirus, però, si rende necessario scovare le persone positive e i loro contatti affinché si possano isolare i nuovi focolai sul nascere. La leader di FdI, dunque, attacca la sinistra che è pronta a lanciare la nuova app Immuni per il tracciamento degli spostamenti degli italiani. “D’improvviso – prosegue Meloni sui social – con il coronavirus la sinistra ha scoperto le task force, i droni, gli elicotteri, i braccialetti e le app per tracciare ogni minimo spostamento degli italiani“. Giorgia Meloni attacca la sinistra mentre si inizia a parlare del tracciamento degli spostamenti degli italiani per riscontrare da subito il sorgere di nuovi focolai di coronavirus. La leader di FdI, infatti, contesta alla sinistra di aver scoperto nuovi strumenti per invadere la privacy degli italiani seppur per motivi di salute e sanità pubblica. Mentre Meloni rilanciava la necessità di “monitorare gli immigrati irregolari sul territorio italiano” e veniva additata come razzista, oggi nessuno si oppone a questo tracciamento. Il suo sfogo arriva dai social, dove Meloni rilancia: “D’improvviso con il Covid-19 la sinistra ha scoperto task force, droni, elicotteri, braccialetti e app per tracciare ogni spostamento degli italiani”.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 2 ottobre 2020. Il governo ci crede, il Parlamento meno. Dopo i contagi registrati nei giorni scorsi e il rischio di paralisi dei lavori al Senato (poi sventato, i lavori sono già ripartiti), si è riaperto il dibattito sull' utilità di Immuni. Così se da una parte l' esecutivo prosegue l' opera di convincimento degli italiani e immagina una maratona tv in stile Telethon per aumentare i download (fermi a 6,6 milioni), dall' altro spadroneggiano scettici della tecnologia e apostati del tracciamento. Tra i corridoi di Palazzo Madama e Montecitorio si muovono frenetici i vorrei ma non posso di alcuni, i no ideologici di molti e gli «assolutamente sì, ma devono farlo tutti», di altri ancora. La categoria più fantasiosa però sono gli indecisi. Tra loro spicca proprio Francesco Mollame, senatore M5s contagiato dell' ultim' ora, che «non ha potuto scaricarla perché ha avuto delle difficoltà a causa del telefono». Impedimenti simili per la collega Margherita Corrado che vorrebbe farlo ma ha «Problemi con la memoria dei dispositivi». Favorevoli ma non abbastanza. Un po' come il senatore dem Luciano D' Alfonso che pur essendo d' accordo con il suo impiego non l' ha installata perché «non era una priorità, mentre ora che con i casi degli ultimi giorni lo è, lo farò». Più drastica l' ex M5s Paola Nugnes che, dopo essere approdata al gruppo misto, è confluita tra gli oppositori più ferrei di Immuni. «Penso che possa causare una psicosi e immobilizzare il Paese». Una posizione netta, che fa il paio con le rimostranze di molti parlamentari. Guidati da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, una folta schiera di eletti, spesso dai propri account sempre attivi sui social, già nelle scorse settimane si è detta contraria a causa di hacker, interferenze cinesi e prospettive di un Grande fratello di Stato. Tra loro gli ex grillini Michele Giarrusso ed Elena Fattori, i leghisti Massimiliano Capitanio e Diego Binelli, i meloniani Ignazio La Russa e Edmondo Cirielli, la dem Anna Rossomando, il socialista Riccardo Nencini e i più dubbiosi forzisti Deborah Bergamini e Renato Brunetta che attacca la scelta di non imporre il download come obbligo: «La natura dell' operazione è sacrosanta - dice, sottolineando da ex ministro dell' Innovazione di approvare il lavoro di Paola Pisano - ma mancando l' obbligatorietà è stata vanificata sul nascere». L' ultimo fronte, quello che impugna l' app come baluardo, è popolato da molte anime. Il corpus principale però è composto dai cinquestelle, schierati compatti nel sostegno al lavoro di Salute e Innovazione (e di Bending Spoons) come non lo sono mai stati nello scegliere un leader. Da Emilio Carelli a Stefano Vignaroli, da Giulia Grillo ad Emanuele Dessì, da Mattia Crucioli a Stefano Vaccaro, è per tutti una rincorsa a «l' ho scaricata per primo» e «dovrebbe farlo chiunque». Questo appena prima di interrogarsi. Proprio come Marco Croatti, l' altro M5s contagiato, su come sia possibile che a loro «non sia arrivata neppure una notifica». Se poi gli si chiede se dopo averla scaricata tengano attivo il bluetooth, però va a finire che la risposta è: «Ah! Si dovrebbe?»

Marco Lombardo per “il Giornale” il 15 ottobre 2020. Diciamo la verità: scaricare Immuni è un dovere. Avere un'app che permette di controllare il contagio è un'arma eccezionale. Ed anche le polemiche sulla privacy sono ormai passate. Immuni adesso è sicura ed è pronta. Peccato che non lo sia il Paese. E soprattutto non siano pronte quelle strutture che dovrebbero controllare i codici generati dall'app per avvisare chi è stato in contatto con una persona positiva di fare il tampone di controllo. Non lo sono in molte regioni d'Italia, e questa è la notizia clamorosa. Ed anche un po' vergognosa. Riassunto delle puntate precedenti: ieri Bending Spoon, la società che ha approntato l'app di tracciamento sulla piattaforma preparata da Aplle e Google, ha fatto sapere di aver finito il suo lavoro. Successivamente il ministro dell'Innovazione Paola Pisano ha gonfiato il petto durante un question time alla Camera: «Attualmente in Italia l'app è stata oggetto di circa 8 milioni e 600.000 download. Dal principio di ottobre questi sono stati 1.967.000. Dal 1 giugno i casi di potenziali focolai individuati e contenuti risultano 16. Le notifiche di esposizione registrate dal 13 luglio ammontano a 10.060 con netto incremento, purtroppo, nell'ultimo mese». Il ministro non dice quanti, dopo averla scaricata, poi la cancellano (perché succede anche questo). Ma è certo, visti i numeri, che la gente ha paura. E solo così, in Italia, si arriva a fare quello che si deve. Solo che c'è un virus ancor più forte che in Italia non teme vaccino: l'impreparazione. Regione Veneto: un signore di Padova riceve dal proprio telefono l'alert che lo avvisa di essere stato in contatto con un positivo al Covid. Il dato è certo, visto che Immuni lancia il messaggio solo se la vicinanza si protrae per oltre un quarto d'ora. Il nostro amico (visto il suo comportamento possiamo definirlo così) ha immediatamente attivato la procedura prevista in questi casi. Ha chiesto di fare il tampone, ha ricevuto a sua volta la certezza della positività, ha avvisato amici e parenti e si è chiuso in casa per la quarantena. Mancava un pezzo, ovvero chiamare l'Ulss di competenza per condividere i dati dell'app, la vera arma di Immuni. Il suo codice insomma sarebbe servito per continuare la catena di prevenzione. Solo che la risposta dell'operatore dell'azienda ospedaliera ha spezzato l'incanto: «Al momento in Veneto non c'è una procedura per utilizzare il codice dell'app». Punto. La verità arriva così, candidamente. Sono mesi che Immuni è ormai è partita ma ci sono zone d'Italia dove ancora il meccanismo non ha fatto girare un ingranaggio. La Regione è subito corsa ai ripari e ha fatto sapere che nei prossimi giorni «la piattaforma informatica che mette in relazione i soggetti positivi con gli eventuali contatti sarà pronta». Cose che in questi casi succedono sempre dopo. Ma di certo non è solo il Veneto ad avere questo problema. Diverse testimonianze hanno fatto venire a galla il fallimento della procedura in diverse parti d'Italia, con attese infinite ai centralini, addetti che sanno poco o niente, codici che non vengono trasmessi al server centrale perché non c'è modo di farlo. Per carità ci sono anche storie positive e casi che si sono risolti come ha detto il ministro Pisano. Ma ce ne sono tanti altri, come quello di una pensionata di Ancona, che raccontano giorni di attesa in attesa di essere contattati e di autoconfinamenti in casa senza sapere se davvero sia necessario farlo: «La segnalazione si è persa nei meandri delle email - ha detto al Resto del Carlino - o non è stata proprio presa in considerazione? Qual è il protocollo in questa situazione? Quale integrazione tra il medico di medicina generale e l'azienda sanitaria. Ora capisco la riluttanza a scaricare l'app». Non si dovrebbe essere riluttanti e ripetiamolo tutti, ma certi virus italici ti fan passare la voglia.

Dagospia il 15 ottobre 2020. Perché nessuno dice che l’app Immuni su alcuni smarthphone non si può caricare, perché hanno un sistema operativo non recentissimo? Io per esempio ho un iPhone 6, con versione software 12.4.8, quindi neppure troppo datato, e non riesco a scaricare l’applicazione, che gira solo con la versione 13. Saluti, Riccardo Frumento

L'intervista. Perché il ministro Pisano ha fallito su Immuni? L’esperto: “Poca logica e troppa vanità”. Giuseppe Mauro su Il Riformista il 21 Ottobre 2020. Immuni è la app di contact tracing utilizzata dal Governo Italiano che ha lo scopo di aiutare a prevenire le infezioni da Coronavirus. In questi giorni l’entusiasmo dei Ministri Speranza e Pisano si è scontrato con la realtà dei primi mesi di utilizzo dell’app dove tra Asl, scarsa fiducia dei cittadini e dati con scarsa attendibilità, quello che doveva essere un software innovativo e di veloce applicazione, è diventato la barzelletta d’Italia. In questi mesi accademici, politici e giornalisti fanno a gara nell’esprimere la loro opinione, c’è chi invece segue da tempo il dibattito a distanza e prova a tracciare un metodo propositivo per rendere Immuni realmente efficace. Il Riformista ha chiesto un parere al data journalist, Livio Varriale, esperto di tematiche digitali sul perché immuni non ha funzionato e la risposta è stata lapidaria: “Perché è nata burocraticamente male, impossibile applicarla nel nostro Paese salvo correttivi normativi forti e poi mi consenta, c’è davvero un dibattito di basso livello che mi stupisce molto visti gli attori impegnati. Nelle università e nelle stanze della politica i problemi si dovrebbero risolvere, ma qui sembra invece di assistere a discussioni da circoli letterari”.

Lei l’ha scaricata?

«Non scarico una app che non serve, ma invito gli altri a scaricarla. Non vorrei essere additato mica come nemico del popolo e del progresso tecnologico».

Cosa non ha funzionato.

«Per quel che so, e lo si è letto, è stato nominato un CTS composto da persone preparate che ha individuato due scelte tecniche ed il Ministro Pisano ha preferito scavalcare questa decisione e puntare su una azienda qualificata, con partecipazioni private vicine al mondo della politica e ad un fondo cinese. Questo però è un dettaglio giornalistico che potrebbe anche essere irrilevante dinanzi ad una comprovata efficacia tecnica. Al cittadino serve una app che funzioni per non infettarsi e ridurre al minimo il contagio e cosa dovrebbe fornire Immuni per assolvere al suo scopo?»

Non saprei, me lo dica lei.

«Mentre molti tra accademici, giornalisti ed esperti hanno cavalcato la promozione del numero crescente del numero di persone che scaricavano Immuni, io e alcuni informatici ci siamo domandati se l’app stesse funzionando. Può mai funzionare una app, che fornisce segnalazioni in anonimato degli infetti, avere all’interno del suo archivio solo 600 positivi mentre in Italia ne esistono almeno 70.000? Quindi il risultato è stato poche notifiche e pochi avvisi. Altra bugia che è stata presentata al pubblico è proprio il numero di Download. Dicono che Immuni possa funzionare bene se il 60% della popolazione ce l‘ha sul dispositivo, ma dimenticano che il 60% non deve essere un dato nazionale, ma territoriale che è ben diverso. Se il 60% è tutto il Nord, e il 40% è il sud, Immuni non funzionerà nel meridione. Se una regione a Sud ha l’80% e una a nord ha il 20%, funzionerà a macchia di leopardo. Altro aspetto agghiacciante è quello che è stato scelto un sistema decentralizzato per garantire maggiore privacy dei dati, ma è uscita una notizia che vede Apple e Google già pronti per fornire servizi di contact tracing se il governo dovesse autorizzarli. Come sanno di farcela se i dati li ha solo Immuni e per di più in anonimato? Ci sarebbe tanto di cui parlare, ma concentriamoci sul punto più importante».

Ma ci sono pubblicazioni, anche in ambito accademico, che dimostrano i benefici del contact tracing.

«Come fanno a dirlo? Ci sono pochi mesi di esperienza, i contagi salgono a dismisura e non esistono modelli europei di successo in tal senso. Questa è la vergogna del dibattito e invito chiunque ascolti dichiarazioni in tal senso a diffidare da chi le propone. L’unico paese dove il contact tracing ha dato i suoi frutti si chiama Cina».

Ma noi non siamo la Cina.

«E allora non possiamo utilizzare questa tecnologia. Smettiamola con questa ipocrisia. Una app che traccia i contatti quotidiani di una popolazione è per definizione una violazione della privacy così come la concepiamo noi e si basa sull’obbligo di comunicazione della positività alla asl che è obbligata a caricare i dati sulla piattaforma e l’infetto ha l’obbligo di ospitare la app sul suo cellulare fino a quando non smette di essere positivo almeno. Vorrei fare una battuta, non siamo la Cina, ma per questi casi il GDPR europeo prevede comunque la deroga alle regole normate per tutelare la privacy dei suoi cittadini. Se non è oggi, potrebbe essere comunque domani».

E come fanno a controllare? Se io non la scarico?

«Bene, vogliamo che la App funzioni? Il telefono o la app di un infetto vengono incaricati di mandare le segnalazioni alle autorità competenti qualora ci sia un alert di inutilizzo da parte di un infetto, l’autorità va a controllare immediatamente e a sanzionare se ci sono i presupposti. Altrimenti partner come Google e Apple a cosa servirebbero?»

Come il braccialetto elettronico per i detenuti, è una barbarie questa.

«Guardi, non basta scaricare una applicazione, ma fare in modo che questa sia utile. Molti pensano a prevenire le infezioni dopo la segnalazione ricevuta dall’App ed insistono giustamente sui tamponi da fare velocemente, ma il problema è che l’app non deve tenere conto di questo bensì assolvere al suo compito e cioè quello di segnalare e non vedo preoccupazione su questo aspetto che è quello che descrive o meno il funzionamento dell’applicazione. Se non fa questo, l’App potrà anche funzionare, ma non serve. Poi possiamo parlare o meno se un positivo da Covid debba essere riconoscibile perché, se mi trovo in una strada e passo vicino a un positivo, che probabilità ho di fare il tampone e risultare infetto? Se invece conosco il positivo e so che è il mio datore di lavoro o un congiunto, allora vale la pena di intasare il sistema sanitario facendo richieste di tamponi. Leggevo della Prestigiacomo e delle notifiche di falsi positivi, immaginate se all’improvviso corrono tutti in ospedale per di casi di falsa positività. I big data servono a qualificare i flussi, non a riportarli solo».

Molti sostengono che il Governo ha fatto già molto e Immuni sia stata boicottata dalle Asl e dalle regioni.

«Se non c’è l’obbligo di comunicare la propria positività e di renderla tracciabile alla comunità, mi spiega come si fa a dare colpa alla Asl? L’Asl ha colpa se un positivo dichiara la volontà di essere inserito nell’archivio e non procede a farlo. Il Governo ha la colpa di non aver avuto coraggio nell’imporre Immuni ai suoi cittadini, ma soprattutto agli infetti e forse è meglio così visto che è stato scelto un sistema decentralizzato. Queste cose dovrebbero interessare lo Stato in prima persona senza coinvolgere privati cosa che ha delineato il peccato originale di Immuni e la mancata fiducia da parte di molti, me compreso. Adesso che ci penso sa cosa ha boicottato Immuni?»

No cosa.

«Le passerelle di molti che per aggraziarsi il Governo, per visibilità e per incarichi di consulenza tecnica, non hanno mai centrato il punto della discussione, anzi, spesso hanno dovuto fare i conti con la logica e cambiare opinione smentendosi. Per alcuni è stata impreparazione, per quelli bravi, io ci vedo sia un feticcio tecnologico di cui discutere sia, per una parte minima ma di opinione, malafede e lobbismo. Immuni dovrebbe essere è una cosa seria, non un dibattito da Bar o una opportunità corporativistica. Da questa storia si comprende il perché l’Italia sia arretrata nel settore digitale dal punto di vista strategico nazionale».

Domenico Zurlo per leggo.it il 28 ottobre 2020. Bella ma inutile: a quattro mesi e mezzo dal suo lancio, non si può dire che la app Immuni abbia dato un gran contributo in questa pandemia di Covid. Scaricata da appena un italiano su cinque, tra obiezioni sulla privacy, tempismo incerto degli alert e scarsa chiarezza nelle procedure, il contact tracing della app è un vero e proprio percorso a ostacoli. Lo dimostra la storia di Monica, mamma milanese di tre figli: «Il 16 ottobre mio figlio 15enne ha ricevuto sulla app la notifica su un contatto con un positivo avvenuto otto giorni prima, forse a scuola - racconta - era un venerdì sera e l’indicazione era di chiamare il medico: nel weekend non risponde nessuno, dall’Ats idem. Parlo con la guardia medica e il responso è questo: il ragazzo non ha sintomi, sono passati 9 giorni, il lunedì può andare a scuola. E nessuno sa come gestire gli alert». Essendo Immuni su base volontaria, chi riceve la notifica non ha diritto in automatico a tampone, se non a discrezionalità dei medici, spesso oberati dalle troppe richieste: il risultato è una evidente farraginosità della procedura. E non a caso i positivi che hanno condiviso i propri dati tramite la app siano poco più di mille, con circa 25mila notifiche inviate su smartphone, numeri che impallidiscono davanti ai quasi 22mila casi registrati nella sola giornata di ieri. «Se vuoi fare il tampone, devi farlo privatamente e pagartelo - spiega Monica - e se l’isolamento è volontario non vale come malattia. Io ho tre figli in tre scuole diverse, rischio di ricevere un alert a settimana senza una procedura chiara e connessa». In altre parole: se Immuni avverte il cittadino che ha avuto un contatto a rischio, per questo’ultimo - specie se non ha sintomi e non ha intenzione di autoisolarsi - è più facile ignorare la segnalazione, o disinstallare direttamente la app. Per contenere il virus, si poteva fare di meglio.

App Immuni, Golia ci ha messo 10 giorni per segnalare la sua positività. Funziona davvero? Le Iene News il 21 ottobre 2020. Perché sull’app Immuni ci sono solo 902 casi registrati, sugli oltre 134mila attualmente positivi in Italia? Giulio Golia ha provato a contattare il presidente del Consiglio, i ministeri e anche l’azienda che ha prodotto Immuni per capire se funziona davvero. Ma per il ministero dell’Innovazione non ci sono disservizi. Quanto funziona l’app Immuni sul tracciamento dei contatti positivi al Covid? Ce lo stiamo chiedendo da qualche giorno con Giulio Golia, anche lui alle prese con il coronavirus, che è riuscito a inserire i propri dati solo dopo 10 giorni dal tampone che lo ha dichiarato positivo. Attualmente in Italia sono 134mila i positivi: da quando esiste l’app, però, solo 902 utenti hanno caricato l’informazione di positività su Immuni, l’app scaricata su 9 milioni di dispositivi. Come è possibile? Forse ci sono degli intoppi nel completare il complesso iter di segnalazione della positività? La Iena ha provato a chiederlo ai nostri politici a partire dal presidente del Consiglio Conte e dal ministro della Salute Speranza passando dal viceministro Sileri, il commissario Domenico Arcuri fino all’azienda che ha prodotto Immuni. Solo dal ministero per l’Innovazione e la digitalizzazione, a cui fa capo la ministra Paola Pisano, otteniamo risposta. “L’app tecnicamente funziona ed è la stessa tecnologia utilizzata dai Paesi europei”, ci dicono dall’ufficio stampa del ministero. “Non ci risultano disservizi dagli utenti iscritti che sono risultati positivi attribuibili ad aspetti tecnologici e quindi di nostra competenza”. Il caricamento dei dati e la verifica del reale funzionamento dell’app vengono eseguiti in modo rapido ed efficiente? Nel servizio della scorsa settimana (qui il video), Giulio Golia ci ha mostrato un’attesa infinita a centralini e numeri verdi. Ha iniziato chiamando l’Asl, che ci ha rimandato alla centrale operativa del distretto Covid, da cui però non ha ottenuto risposto. Intanto i giorni passano dal primo tampone positivo, così Giulio Golia ha contattato il servizio clienti dell’app Immuni che gli ha risposto di chiamare il 1500 ovvero il numero del ministero della Salute attivo 24 ore su 24. Al primo tentativo è caduta la linea finché gli risponde un operatore che lo ha messo in attesa di un operatore di secondo livello. A questo punto lo rimandano al dipartimento di Igiene dell’Asl, ma ci sono ben 40 utenti in attesa. Alla fine Giulio riesce a inserire i propri dati nell’app, così tutti i suoi contatti stretti delle ultime 48 ore hanno ricevuto la notifica. Ma un conto sarebbe stato segnalarlo dieci giorni prima e non così dopo quando per molti è addirittura finito il periodo di quarantena fiduciaria.  È davvero questo il funzionamento e l’efficacia di Immuni?

App Immuni, 10 giorni per inserire i dati. Dal governo: “Non ci risultano disservizi”. Le Iene News il 21 ottobre 2020. Perché sull’app Immuni ci sono solo 999 casi registrati su oltre 155mila attualmente positivi in Italia? Giulio Golia ha provato a contattare il presidente del Consiglio, i ministeri e anche l’azienda che l’ha sviluppata per capire se funziona davvero. Per il ministero dell’Innovazione non ci sono disservizi. L’app Immuni è un’esperienza abbastanza disastrosa perché non la si sta facendo funzionare. Nonostante i 9 milioni di download, a oggi gli utenti che hanno segnalato la loro positività sono stati 999, nonostante siano più di 155mila gli attuali positivi. Dopo averci mostrato come funzionano alcuni test rapidi (qui il servizio), Giulio Golia ci racconta la sua odissea: 10 giorni per caricare i dati dopo che è risultato positivo al Covid. Un periodo di tempo troppo lungo che renderebbe inutile l’utilizzo dell’app visto che invece deve tracciare i contatti velocemente. Oltre al caso di Giulio, ci sono state intere regioni che non avevano il servizio come il caso Veneto: solo 5 giorni fa si è scoperto che i dati non venivano caricati. E intanto il governo sbandierava il successo dell’app. Ma allora quanto funziona? Ogni positivo viene contattato da un “tracciatore” che chiede i contatti delle persone incontrate nelle ultime 48 ore che possono essere potenzialmente infette e quindi vanno messe in quarantena. Ma nel meccanismo del contact tracing c’è un problema: “Va molto bene se i casi sono pochi, se invece sono tanti va in sovraffollamento”, dice il microbiologo Andrea Crisanti. “Ogni persona ha una rete di contatti a cui può aver trasmesso l’infezione, tra i 10 e i 15”. A giugno erano 8.966 i tracciatori, dopo tre mesi sono aumentati di soli 275 unità. Ora le Asl sono obbligate a caricare i dati su Immuni, ma come si fa se non c’è abbastanza personale? Lo abbiamo chiesto al governo a partire dal presidente del Consiglio Conte e dal ministro della Salute Speranza passando dal viceministro Sileri, dal commissario Domenico Arcuri fino all’azienda che ha sviluppato Immuni. Dal ministero per l’Innovazione e la digitalizzazione, a cui fa capo la ministra Paola Pisano, otteniamo risposta non dalla ministra ma dall’ufficio stampa. “L’app tecnicamente funziona ed è la stessa tecnologia utilizzata dai Paesi europei”, ci dicono dall’ufficio stampa del ministero. “Non ci risultano disservizi dagli utenti iscritti che sono risultati positivi attribuibili ad aspetti tecnologici e quindi di nostra competenza”. 

App Immuni: il viceministro Sileri risponde a Giulio Golia dopo 10 giorni. Le Iene News il 27 ottobre 2020. L’ufficio stampa del viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, risponde alle domande di Giulio Golia dopo 10 giorni di attesa. Abbiamo chiesto perché sull’app Immuni ci sono 1.202 casi registrati nonostante i circa 20mila contagi quotidiani. Vi riportiamo le risposte integrali che abbiamo ricevuto

Dopo una settimana di attese, rimbalzi e domande via mail abbiamo parlato con l’ufficio stampa del viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri. Volevamo chiedergli perché l’app Immuni ha solo 1.202 casi registrati nonostante i 9 milioni di download e i circa 20mila nuovi contagi al giorno. Un problema di cui ci sta parlando da due settimane Giulio Golia (qui il servizio): con l’aumento dei contagi le regioni hanno chiesto di fare i tamponi solo ai sintomatici, eliminando così il concetto di tracciamento. Proprio ora, Immuni sarebbe fondamentale. Da tre settimane cerchiamo risposte dai responsabili, ma nessuno ci ha voluto parlare dal presidente del consiglio Conte al commissario straordinario Arcuri passando per l’ufficio stampa del ministro Speranza. A lasciarci a bocca aperta è stato il viceministro Sileri: dieci giorni fa, alla nostra richiesta di intervista, ci aveva detto di mandargli le nostre domande via mail. L’abbiamo fatto, dopo quattro giorni il suo ufficio stampa ci ha detto che il viceministro si era messo in contatto “con le altre istituzioni interessate”, come ci hanno fatto sapere. E noi abbiamo continuato ad aspettare. Nel frattempo il viceministro questa settimana si è dato da fare con interviste in radio e televisioni, presentazioni di libri e cene. Solo per Le Iene non ha avuto tempo? Questo pomeriggio finalmente ci sono arrivate le risposte via mail.  Qui di seguito vi riportiamo il testo integrale della mail con le domande del nostro Giulio Golia e le risposte ricevute poche ore fa dall’ufficio stampa del viceministro Sileri.

- Non vi sembra che ci sia un evidente problema nel sistema di segnalazione della positività? Avete in piano un sistema per risolverlo?

“Alla fine di agosto il numero di download dell’app era di 5 milioni di utenti e il numero di casi positivi piuttosto limitato, per cui il basso numero di segnalazioni di positivi con Immuni (intorno ai 6/7 casi al giorno) non è stato ritenuto segnale di mancata applicazione delle procedure previste per lo sblocco dei contatti di utenti Immuni risultati positivi al Covid-19. Solo a fine settembre con l'aumento dei download (che ad oggi sono più di 9 milioni) e l'aumento dei casi abbiamo iniziato a rilevare alcuni problemi nel numero limitato di trasferimenti di chiavi nel backend di Immuni in alcune Regioni e abbiamo inviato nuovamente a tutte le istituzioni coinvolte il materiale per la formazione degli operatori per le procedure di sblocco del codice. Al momento attuale, stiamo intervenendo sul piano operativo con segnalazioni specifiche alle Regioni nelle situazioni in cui emerge un mancato caricamento di chiavi di utenti positivi di Immuni, affinché le stesse possano adeguare i propri processi organizzativi per consentire il corretto utilizzo della app e del suo backend. Il Governo ha inviato una nota ai Governatori perché sul corretto funzionamento delle procedure ci sia anche un'attenzione dei vertici politici delle Regioni, che hanno la responsabilità gestionale della sanità a livello territoriale. Il pieno uso della app Immuni diventa ancora più determinante in un momento in cui le procedure tradizionali di contact tracing hanno dei rallentamenti dovuti all'elevatissimo numero di casi positivi da seguire”.

- Secondo un articolo del Sole24ore che riporterebbe dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i “tracciatori” che si occupano del contact tracing in servizio ai Dipartimenti di Igiene delle Asl sono al momento 9.241. Sono gli stessi che dovrebbero caricare le segnalazioni di positività sul portale di Immuni?

“Non sono solo loro. L'attivazione del codice sblocco contatti di Immuni è una funzione che è stata resa disponibile nell'ambito del sistema Tessera Sanitaria a cui accedono le utenze dei medici o operatori sanitari che la Regione/Asl può decidere di abilitare. Ogni Regione ha valutato, secondo la propria organizzazione, se e chi abilitare nell'ambito dei Dipartimenti di prevenzione e anche al di fuori degli stessi”.

- Come è possibile che la regione Veneto non avesse attivato Immuni? Ne eravate a conoscenza prima che Il Corriere del Veneto pubblicasse la notizia? 

“La regione Veneto come tutte le altre aveva accettato l'adozione di una app nazionale di contact tracing già da aprile e aveva solo espresso delle perplessità sull'impossibilità con Immuni di risalire al caso indice, comunque non rappresentando contrarietà al suo utilizzo nelle numerose riunioni realizzate con le Regioni tra fine maggio e prima metà di giugno per avviare prima la fase sperimentale con 4 Regioni e poi quella a regime con tutte le altre”. 

- A inizio settembre, prima dell’inizio della temuta seconda ondata, risultavano appena 155 gli utenti che avevano segnalato la loro positività. Non avevate mai notato un problema nel caricamento dei dati?

“Vedi risposta alla prima domanda”.

- Nell’ultimo Dpcm del 18 ottobre 2020, è stata inserita l’obbligatorietà da parte degli operatori Asl di inserire il codice in caso di presenza di un caso positività. Ma se il problema è che gli operatori addetti a questa funzione sono oberati di lavoro, pensate che l’obbligatorietà faciliti l’utilizzo? 

“Sin dalle prime circolari sono state date indicazioni precise sulle responsabilità delle Asl. L’ulteriore richiamo contenuto nel Dpcm dovrebbe portare le Regioni e le Asl a mettere in atto soluzioni organizzative per assicurare lo sblocco dei contatti degli utenti Immuni positivi”.

- Secondo la nostra esperienza, potrebbe essere molto utile assumere ulteriore personale o estendere le possibilità ad altri che si occupino del caricamento dei dati di positività sull'App. Avete piani in tal senso?

“Come già ricordato, ogni Regione può valutare chi abilitare al caricamento delle segnalazioni. Il dialogo con le Regioni prosegue in modo costante per trovare ulteriori soluzioni e realizzare miglioramenti nell’operatività della app a beneficio di tutti”.

- Da oggi pomeriggio è comparsa una nuova dicitura sul sito dell’app: "La rilevazione è parziale poiché solamente un terzo dei devices Android utilizza la tecnologia di hardware attestation, condizione necessaria affinché i dati vengano registrati dal server." Cosa intende? Come mai è comparsa solo oggi?

“La pagina del sito di Immuni con i numeri è stata pubblicata recentemente e solo da pochi giorni ci è stato comunicato dai tecnici del Dipartimento per la trasformazione digitale che i numeri che il Ministero riceve dagli Analytics del backend dell’app sono solo quelli di una parte dei  device Android che hanno la funzione di hardware attestation, cioè di garanzia che la notifica sia effettivamente stata generata in un device con Immuni e non sia un informazione introdotta da un hacker sul sistema. Questa funzione dovrebbe essere abilitata per un terzo dei device Android. Abbiamo pertanto ritenuto più corretto comunicare che il dato pubblicato relativo alle notifiche può essere sottostimato”.

Hanno chiesto a tutto il ministero e ci hanno fatto aspettare dieci giorni per queste risposte? 

Umberto Rapetto per infosec.news il 21 aprile 2020. L’atmosfera di mistero si mescola alla paura del braccialetto elettronico. Nemmeno Agatha Christie avrebbe saputo intessere una trama così intrigante e quindi nessuno è in grado – si trattasse mai di un thriller – di sapere come si sono svolti i fatti, se è il maggiordomo ad aver inferto la coltellata mortale o se qualche insospettabile alla fine della storia si rivela essere il fatidico colpevole. La testa di ciascuno di noi comincia così ad affollarsi di domande che finora non hanno trovato plausibile risposta. Per quale motivo non è dato conoscere le considerazioni tecniche e pratiche che hanno fatto scegliere proprio l’applicazione di Bending Spoons? Perché mai non è spiegato dettagliatamente cosa è in grado di fare la “app” in questione? Per quale oscura ragione (e non mi si parli di segreto industriale) non è reso noto il codice sorgente (ovvero le istruzioni su cui si basa il funzionamento di qualunque programma) della applicazione? Perché non consentire a chi ha esperienza di queste cose di verificare che “Immuni” non faccia operazioni che esorbitino la specifica missione o addirittura non dia luogo ad attività nocive per la riservatezza della vita privata (non solo dei dati personali) dei soggetti che scelgono di accettare l’installazione? Come si deve interpretare l’affermazione del dottor Luca Foresti uscita il 18 marzo sul Corriere della Sera? Il manager, parlando della “app” di tracciamento a cui stava lavorando ha tenuto a dichiarare “Siamo in contatto con il ministero per l’Innovazione digitale guidato da Paola Pisano, che ci ha dato il suo supporto”. Supporto? Cosa si intende per supporto? Supporto da chi? Dal Ministero o, vista l’esiguità dell’organico del dicastero senza portafoglio, direttamente dalla ministra? Ma soprattutto chi è Luca Foresti? E’ l’amministratore delegato della rete di poliambulatori specialistici Centro medico Santagostino che – con Bending Spoons” – ha “vinto” la selezione per la “app” con l’ormai famosa “Immuni”. A guardar bene il calendario, il 18 marzo precede di tredici giorni la nomina del Gruppo di lavoro (o “task force” come piace a qualcuno) che avrebbe poi dovuto occuparsi di valutare i progetti e il cui responso sarebbe stato comunicato il successivo 10 aprile (tre settimane dopo la dichiarazione di Foresti), date desumibili anche dalla lettura dell’ordinanza firmata dal Commissario straordinario Domenico Arcuri. A rileggere il pezzo del Corriere si scoprono altri dettagli interessanti, come – ad esempio – la composizione della squadra che si è adoperata per la realizzazione della tanto discussa applicazione. Ci si accorge che nella compagine c’è Geouniq, società “che ha sviluppato un programma di geolocalizzazione capace di individuare la posizione di un cellulare (compreso il piano del palazzo a cui si trova) con un errore di soli 10 metri”. Poco importa se si tratta solo di una buona referenza, ma è legittima ogni preoccupazione se Geouniq ha messo nella app “Immuni” il seme (o magari una porzione dormiente, attivabile in un secondo momento) di istruzioni capaci di pedinare chiunque con il GPS a dispetto del tracciamento anonimo di cui tanto si parla. Poi si scopre che nel qualificatissimo team c’è pure una realtà “con grandi competenze sulla georeferenziazione”. Non ne bastava una, quella precedente? A guardar bene la Jakala è una società di marketing digitale, la cui tipologia di impresa porta i più fantasiosi ad immaginare entità probabilmente abituate a trattare dati degli utenti per localizzare chi-consuma-dove-quanto-quando e per promuovere azioni commerciali calibrate sulle informazioni di persone che potrebbero non sapere di essere “controllate”. I sospetti, i timori, le angosce e ogni altra strana vibrazione potranno essere sedate solo quando saranno resi pubblici i verbali di aggiudicazione (leggibili da tutti senza difficoltà una volta disponibili) e i “codici sorgenti” (interpretabili solo da esperti “terzi”, magari scelti tra i non vincitori la competizione). Accontentiamoci di sapere, nel frattempo, che si vocifera che ai milioni di nostri anziani potrebbe essere applicato il braccialetto elettronico, lo stesso dispositivo il cui progetto non si è riusciti a realizzare per un migliaio di detenuti da mandare ai domiciliari o per gli stalker. Sarà gratuito anche il pedinamento dei “diversamente giovani” oppure il pagamento di quel servizio sarà una opportunità allettante per le casse delle società telefoniche che – dilaniatesi nella corsa al ribasso delle tariffe – ansimano alla ricerca di qualcosa che le salvi dal tracollo?

Coronavirus, scelta l'app per il tracciamento dei contagi: si chiamerà Immuni. Progettata da Bending Spoons: il commissario Arcuri ha firmato l'ordinanza. Funziona con il Bluetooth e non sarà obbligatoria. Giovanna Vitale su La Repubblica il 16 aprile 2020. Si chiamerà Immuni l'app di contact tracing necessaria a tenere sotto controllo la diffusione del virus durante la Fase 2. Il commissario straordinario per l'emergenza sanitaria Domenico Arcuri ha firmato oggi l'ordinanza con cui dispone la stipula del contratto di cessione gratuita della licenza d'uso sul software e di appalto di servizio gratuito con la società Bending Spoons, la quale si occuperà anche degli aggiornamenti necessari nel corso dei mesi.

Non sarà obbligatoria. Si tratta del progetto selezionato dal gruppo di esperti insediato al dicastero dell'innovazione, proposto al premier dalla ministra Paola Pisano il 10 aprile e ora sottoposto al vaglio del team Colao. La app Immuni, che non sarà  obbligatoria, ma scaricabile solo in modo volontario, si compone di due parti. La prima è un sistema di tracciamento dei contatti che sfrutta la tecnologia Bluetooth.

Funzionerà con il Bluetooth. Attraverso il Bluetooth è possibile rilevare la vicinanza tra due smartphone entro un metro e ripercorrere a ritroso tutti gli incontri di una persona risultata positiva al Covid-19, così da poter rintracciare e isolare i potenziali contagiati. Una volta scaricata, infatti, la  app conserva sul dispositivo di ciascun cittadino una lista di codici identificativi anonimi di tutti gli altri dispositivi ai quali è stata vicino.

Il diario clinico. La seconda funzione di Immuni, invece, è un diario clinico contenente tutte le informazioni più rilevanti del singolo utente (sesso, età, malattie pregresse, assunzione di farmaci) e che dovrebbe essere aggiornato tutti i giorni con eventuali sintomi e cambiamenti sullo stato di salute.

I test. L'app sarà "un pilastro importante nella gestione della fase successiva dell'emergenza", ha spiegato il commissario Arcuri, precisando che verrà prima avviata una sperimentazione in alcune regioni pilota. "Speriamo in una massiccia adesione volontaria dei cittadini", ha proseguito l'ad di Invitalia, sottolineando come "il sistema di tracciamento dei contatti ci servirà a capitalizzare l'esperienza della fase precedente ed evitare che il contagio si possa replicare". Per essere efficace, infatti, Immuni dovrà essere scaricata dal 60 per cento degli italiani. Un'impresa non certo non semplice.

Dagospia il 16 aprile 2020. Estratto dell'articolo di Eugenio Cau per Il Foglio. (...) La app si chiama Immuni, anche se da qui alla diffusione al pubblico il nome potrebbe cambiare. Per il suo sviluppo, Bending Spoons si è avvalsa della consulenza e della supervisione tecnica tra gli altri di John Elkann, presidente di FCA. La partecipazione di Elkann al progetto è particolarmente importante: secondo quanto risulta al Foglio, nelle prossime settimane la app potrebbe essere testata nella fabbrica Ferrari di Maranello, prima della diffusione al pubblico. Sono invece ancora aperte alcune possibilità su chi, assieme a Bending Spoons, gestirà la app dal lato della Pubblica amministrazione. Il commissario Arcuri avrà facoltà di scegliere una società pubblica che faccia da partner a Bending Spoons all'interno della PA e che faciliti l'interfaccia con i sistemi tecnologici dello stato. Tutto il progetto è realizzato pro bono. La app Immuni si potrà scaricare liberamente (non ci sarà nessun obbligo) ed è composta da due parti. La prima, e la più importante, è un sistema di tracciamento dei contatti che sfrutta la tecnologia Bluetooth. (...) La app conserva sul dispositivo di ciascun cittadino una lista di codici identificativi anonimi di tutti gli altri dispositivi ai quali è stata vicino entro un certo periodo. Quando un cittadino viene sottoposto al test per il coronavirus, un operatore sanitario dovrà preoccuparsi di chiedergli se ha installata la app. L'operatore sanitario sarà in possesso di una app differente, che genera un codice da dare al cittadino. Con questo codice, il cittadino può caricare su un server i dati raccolti dalla sua app, compresa la lista anonima delle persone a cui è stato vicino. Affinché l'operazione sia efficace, il caricamento deve avvenire su cloud, in maniera protetta.(...) La seconda funzione della app Immuni è un diario clinico, nel quale a ciascun utente verranno chieste alcune informazioni rilevanti (l'età, il sesso, la presenza di malattie pregresse e l'assunzione di farmaci) e che dovrebbe essere aggiornato tutti i giorni con eventuali sintomi e novità sullo stato di salute. 

Claudia Fusani per notizie.tiscali.it il 7 maggio 2020. “La App Immuni? La task force ha svolto la scrematura. La scelta è stata fatta direttamente dal Dis. Io ho seguito le loro indicazioni”. Con tranquillità disarmante, come se dicesse la più grande delle ovvietà, la ministra per l’Innovazione Paola Pisano ha raccontato ieri davanti al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti la vera storia della App Immuni. Una storia inedita, che ha lasciato a bocca aperta il presidente del Copasir, il deputato leghista Raffaele Volpi, e i sei membri del comitato. Sapere che stiamo per consegnare i nostri dati più privati ad una società indicata dalla nostra intelligence potrebbe cambiare la narrazione sin qui salvifica della App che dovrà tracciare il virus tra 60 milioni italiani e quindi isolarlo.

Audizione shock. Doveva essere quella di ieri l’ultima audizione prima di scrivere la relazione finale da consegnare al Parlamento. Relazione chiave per approvare il decreto legge (dl Giustizia) approdato ieri al Senato che contiene tra le altre cose anche il via libera alla App che è uno dei pilastri della Fase 2, quella della convivenza con il virus, e anche una nuova sfida per nostra privacy. Tanto che il Garante della privacy da una parte e il Parlamento dall’altra hanno puntato i piedi perché sia il Parlamento a definire il perimetro delle funzioni e la gestione dei dati della App con due paletti imprescindibili: trasparenza e temporaneità dee conservazione dei big data. L’audizione del ministro è durata due ore e mezzo. Poi è stato deciso all’unanimità di non procedere con la relazione e di convocare nuovamente giovedì Giuseppe Vecchione, il capo del Dis nonché amico personale del premier Conte. “Il punto è - racconta una fonte del Comitato a TiscaliNews - che il Direttore del Dis è già stato audito e ha raccontato di aver proceduto alla valutazione della App solo alle fine dell’iter svolto dalla task force e del ministro”. A valle, quindi. Pisano dice, invece, “a monte”. C’è qualcosa che non torna. Anche qui, come già è successo nel caso Di Matteo-Bonafede.

La scrivania del premier. Un altro siluro atterra quindi sulla scrivania del premier Conte. Il dossier App è in buona compagnia: c’è il caso Di Matteo-Bonafede che nonostante gli sforzi di tenerlo basso, provoca continui imbarazzi visto che si parla di uno noto pm antimafia ora membro togato del Csm e del ministro della Giustizia sospettato di non aver scelto Di Matteo alla guida del Dap per il timore dei boss; c’è il decreto Covid 19 rinviato nuovamente a domani, dopo i rinvii della scorsa settimana,  per mancanza del parere della Commissione Bilancio. Il decreto liquidità, quello del famoso bazooka da 400 miliardi, è arrivato alla Camera  ed è stato sommerso da 2500 emendamenti di cui 400 presentati dal Pd, 300 da M5s, 500 da Forza Italia e altri 500 dalla Lega. L’unità nazionale si realizza al momento solo attraverso gli emendamenti che le forze parlamentari di maggioranza ed opposizione presentano al decreto che avrebbe dovuto finanziare le imprese ma in un mese di applicazione ha fatto poco. Per non parlare poi, a proposito di dossier che scottano, del decretone Maggio, ex Aprile, su cui si sta creando un inedito asse Pd-Italia Viva. Una parte del Pd. Non quella di Zingaretti.

Tre ore di audizione. L’audizione della ministra Pisano è stata preceduta da quelle, la scorsa settimana, di Vecchione, capo del Dis, del suo vice Baldoni e del ministro della Sanità Speranza. E da un’inchiesta, pubblicata ieri mattina su Il Foglio, da cui risulta che la task force della ministra Pisano aveva indicato due società titolari del progetto digitale di contact tracing, la Immuni della Bending spoons e la Covid-app. La task force aveva indicato di testarle entrambe per avere sempre pronto una specie di piano B. Invece il 7 aprile il ministro Pisano porta avanti una sola candidata, la Bending spoons, perché il progetto era in fase più avanzata. Da quel momento di Covid app si perdono le tracce. Il commissario Arcuri ha spiegato ieri sera in Commissione Trasporti di “non aver avuto alcun ruolo nella selezione”. Prima di Arcuri aveva parlato davanti al Copasir la ministra Pisano spiegando, aiutata dal suo capo di gabinetto, che in realtà il suo ufficio non ha scelto proprio nulla. E che la decisione è arrivata direttamente da palazzo Chigi e dal generale Vecchione, direttore del Dis, l’agenzia che coordina la nostra intelligence e di cui il premier Conte ha mantenuto la delega. “Un colpo di scena - spiega una fonte del Copasir - perchè Vecchione a noi aveva raccontato il contrario una settimana prima. E’ chiaro che qualcuno non dice la verità”. O che, forse, c’è stato “un malinteso”. Come è successo 36 ore prima tra il pm Di Matteo e il ministro Bonafede. Due ministri chiave della squadra 5 Stelle finiscono così nel tritacarne dei malintesi. E per la tenuta del Movimento non è una bella notizia. Neppure per la tenuta del governo Conte. Un uno-due micidiale. Solo una coincidenza?

I due filoni. Dai verbali dell’audizione Pisano incrociati con quelli delle audizioni precedenti emergono così due filoni che allungano ombre sulla App che ci dovrà “tutelare” dal virus. Il primo filone ha a che fare con la Cina. Si sa che Benging Spoons è una start up con capitali misti ma tutti con pedigree. Ha aperto lo scorso luglio, il suo capitale a tre family office: la H14 presieduta da Luigi Berlusconi (che controlla Fininvest per il 21,4%), la Nuo Capital, holding di investimenti della famiglia Pao/Cheng di Hong Kong, e StarTip, veicolo di Tamburi Investments. L’80% è in mano ai quattro fondatori di Bending Spoons Luca Ferrari, Francesco Patarnello, Matteo Danieli e Luca Querella mentre un 10-12% fa capo ai collaboratori. Non è noto al momento come sia avvenuto l’ingresso delle 3 family office. Le domande che sono state fatte durante la riunione del Copasir, riguardano soprattutto il gruppo della Nuo Capital: il fatto che Steven Chen (Nuo) è nipote di Sir Y.K. Pao, uno degli uomini più ricchi della Cina; come sono regolati gli aumenti di capitali; che rischio c’è che, qualora il signor Chen voglia fare un aumento di capitale, diventi proprietario di una app così strategica visto che avrebbe raccolto i dati più sensibili della popolazione italiana. E cosa succede qualora il governo cinese avesse a pretendere informazioni più dettagliate.

C’è poi il filone “svizzero”…Accanto a quello cinese c’è il filone svizzero. La App Bending spoons fa parte di un consorzio Ue specializzato in contact tracing. Riceve ogni anno 5 milioni euro per lo sviluppo del progetto da parte della Fondazione Botnar (Nissan) e dall’Ecole politecniche di Losanna. Il Comitato si chiede se sia sicuro che la app che dovrà tracciare 60 milioni di italiani abbia a che fare con capitale cinese e una fondazione che non è in un paese dell’Unione europea. A completare un quadro pieno di ombre anche il fatto che non è ancora pronto “il progetto esecutivo”. Chi gestirà i codici sorgenti e i dati per utilizzo statistico. Bocche cucite tra i membri del Comitato. Evitato anche il comunicato finale. Enrico Borghi (Pd) concede solo che “l’audizione del ministro impone l’esigenza di ulteriori approfondimenti senza i quali non è possibile una valutazione completa”.

L'App Immuni tra i parlamentari, Salvini "Mia figlia gioca col telefono". Morra: "Per motivi di privacy non la scarico". Camilla Romana Bruno il 13 ottobre 2020 su La Repubblica. La campagna di sensibilizzazione per far scaricare Immuni, l'app che avverte se si entra in contatto con una persona positiva e aiuta a contenere l'ulteriore diffondersi del virus, non è arrivata a chi dovrebbe dare il buon esempio. Oggi l'app è stata scaricata da 8 milioni di persone. Il leader della Lega Matteo Salvini non l'ha scaricata: "Perché mia figlia prende sempre il cellulare e me lo incasina". L'ex Cinque Stelle Gianluigi Paragone dice chiaramente: "Non la scarico perché non funziona. Un collega senatore, poi rivelatosi positivo (Marco Croatti, ndr) è entrato in Senato con la febbre e io devo avere Immuni?". Si aggiunge il Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra: "Per il ruolo che rivesto è meglio che non lo faccia".

App Immuni un successo? Finora ha trovato 13 positivi. Le Iene News l'11 ottobre 2020. Scaricare Immuni è importantissimo, ma per adesso i numeri dell’app non sembrano molto confortanti: solo il 20% della popolazione l’ha scaricata, le notifiche inviate sono 8.300 e solo 13 positivi sono stati rintracciati grazie all’app. “Altro che Immuni, altro che tracciamento: è fantascienza”. La dura accusa dell’ex candidato a presidente della Liguria, adesso consigliere regionale, Ferruccio Sansa, è sembrata un fulmine a ciel sereno contro l’app di tracciamento scelta dal governo per la lotta al coronavirus. Mentre i partiti di maggioranza festeggiano i numeri via via crescenti di download dell’applicazione, Sansa – che ha contratto il coronavirus - ha detto che l’Asl gli avrebbe risposto “non sappiamo cosa bisogna farne” di Immuni. Una versione che è stata smentita dall’Asl3 ligure, che ha affermato di aver rispettato il protocollo previsto nei casi di positività al Covid-19. Ma che ha riacceso una domanda: l’app Immuni sta funzionando? Il numero crescente dei download è davvero significativo? Per capirlo bisogna leggere i dati: al 9 ottobre, secondo i numeri forniti dalla pagina ufficiale di Immuni, sono 8 milioni e 140 mila i download dell’app. Se ogni download corrispondesse a una persona fisica, circa il 20% di chi poteva scaricarla l’avrebbe fatto. Ma c’è un ma da sottolineare subito: il numero di download non corrisponde necessariamente al numero di persone che l’hanno scaricata. E’ infatti possibile che un cittadino scarichi l’app, la rimuova e poi la scarichi nuovamente. Oppure che l’app sia scaricata su più dispositivi in uso alla stessa persona. Non sappiamo quindi quante siano effettivamente le persone che hanno scaricato Immuni. E soprattutto, non sappiamo quante persone una volta scaricata l’app l’abbiano mantenuta o l’abbiano correttamente installata: il governo, sentito da Agendadigitale.eu, sostiene di non aver accesso a quel dato. Il che ovviamente è un grosso problema: se l’app è scaricata e non installata, è come non averla affatto. Il lato positivo, almeno, è che il numero dei download è in crescita: a inizio settembre erano poco più di 5 milioni di download, oggi sono oltre 8. Ma purtroppo senza sapere quanti di quegli 8 milioni siano effettivamente attivi, il dato dice poco o nulla di quanto stia effettivamente funzionando Immuni. Per capirlo allora è meglio leggere altri numeri: quante sono le persone risultate positive che hanno inserito i loro dati nell’app? Quante hanno ricevuto un alert per il contatto con un positivo? Quante hanno scoperto di aver contratto il coronavirus grazie a Immuni? Secondo quanto risulta sul sito di Immuni, al 9 ottobre sono 477 gli utenti che hanno scoperto di essere positivi e hanno caricato le loro chiavi di backend per avvertire i contatti a rischio. Perché, occorre ricordarlo, Immuni non comunica direttamente questa informazione ai suoi utenti: deve essere la persona risultata positiva ad attivare la procedura. Le notifiche inviate dall’app per i contatti a rischio sono state 8.300. E – secondo quanto riporta Agendadigitale.eu - le persone che hanno scoperto di essere positive grazie al contact tracking di Immuni sono 13, erano 8 un mese fa secondo quanto riporta Agi: per fare il confronto, sarebbe lo 0,22% dei positivi registrati ieri dal bollettino della Protezione civile. Ma quel numero, 13 positivi, si riferisce all’intero periodo di funzionamento dell’app, quindi dal 15 giugno in tutta Italia. Da quel giorno sono state 112.204 le persone contagiate dal coronavirus: di queste lo 0,01% sono state trovate grazie a Immuni. Insomma, non sembra si possa parlare di un grande successo. Ovviamente è fondamentale ricordare che l’app Immuni dovrebbe essere scaricata da tutti, che è sicura ed è uno strumento in più per cercare di contenere i nuovi casi di coronavirus tornati a esplodere in tutto il Paese. In questi giorni avete visto appelli a scaricare Immuni: un appello che facciamo nostro, perché più siamo a scaricarla più sarà facile trovare e circoscrivere i nuovi focolai. E far migliorare i numeri poco confortanti e i difetti del sistema che vi abbiamo raccontato con Luigi.

Dagospia il 7 maggio 2020. Le fake su Immuni. Replica del ministro Pisano (e risposta).

Lettera di Paola Pisano a “il Foglio”. Al direttore - Le scrivo per chiedere di pubblicare integralmente questa mia lettera di rettifica in merito all’articolo “Tracciamento delle menzogne - L’app anti virus scelta con una manipolazione del ministro Pisano”, apparso l’altroieri in prima pagina sul Suo giornale a firma di Luciano Capone e seguito, anche ieri, da un articolo che ne riprende i contenuti. Nell’articolo di martedì 5 maggio si afferma che avrei “mentito a tutti, al presidente del Consiglio e ai cittadini” perché avrei scelto l’app Immuni, quale soluzione migliore per realizzare un sistema di tracciamento anti Covid-19, attribuendo la decisione alla task force e non avendo dato atto ad alcuno delle attività e delle diverse valutazioni invece compiute da questo organo di valutazione tecnica. Nell’articolo, poi, oltre a ripetere più volte – e fin dal titolo – l’accusa di avere mentito e di avere “preferito bugie e opacità”, si riportano anche “parti” del report della task force, da me reso integralmente pubblico, estrapolate dal contesto e, soprattutto, mancanti delle valutazioni conclusive operate dalla medesima task force, ossia il Gruppo di lavoro data-driven per l’emergenza Covid-19. Ebbene, mi corre l’obbligo di precisare che la comunicazione della scelta dell’app, da parte mia e del ministro della Salute Roberto Speranza è stata accompagnata dall’invio al presidente del Consiglio di tutte le relazioni e gli atti di valutazione compiuti dalla task force. Peraltro, il percorso che ha portato alla scelta dell’app è stato accompagnato, oltre che dalle valutazioni tecniche della task force, da una serie di attente verifiche e valutazioni condivise in sede governativa con vari soggetti competenti, deputati a valutare tutti gli aspetti, non ultimi quelli della protezione dei dati personali e della sicurezza nazionale. Di questo percorso ho dato pienamente atto nelle sedi istituzionali, rispondendo al Parlamento in varie audizioni e pubblicando in trasparenza tutti gli atti della procedura. E veniamo al secondo punto. Proprio perché ho reso pubblici gli atti della procedura, spiace rilevare che il Suo giornale abbia estrapolato e dato conto solo di alcuni passaggi della relazione finale della task force, senza riportare tuttavia il suo giudizio conclusivo sulla comparazione effettuata tra l’app Immuni e l’altra soluzione tecnologica esaminata. Le trascrivo allora, per completezza, il passaggio della relazione, chiedendo che ne sia data immediata evidenza sul Suo giornale: “La soluzione Immuni utilizza la tecnologia sviluppata dal Consorzio Progetto Europeo PEPP-PT, promettendo quindi maggiori garanzie di interoperabilità e anonimizzazione dei dati personali. Tale soluzione inoltre risulta essere ad uno stadio di sviluppo più avanzato della soluzione CovidApp”. Tali motivate conclusioni della task force, valorizzando gli aspetti di maggiore garanzia sia sul piano operativo e della tutela della privacy sia sul piano della maturità e dello stadio più avanzato di sviluppo, hanno fatto propendere per la scelta dell’app Immuni come più rispondente alle attuali necessità, per essere poi sottoposta agli interventi finalizzati al suo effettivo funzionamento. Mi rincresce che sia stata la sua testata, abituata a rivendicare un’identità attenta ai diritti delle libertà personali e improntata al garantismo, a riservarmi – non capisco perché – un trattamento più adatto a un processo sommario, basato su un impianto accusatorio infondato. Nella speranza che le affermazioni del Suo giornale sul mio lavoro siano derivate da uno spiacevole fraintendimento, da me non voluto, e non da altre motivazioni, le invio i miei saluti. Paola Pisano, Ministro per l’Innovazione tecnologica

La risposta di Luciano Capone. Nella sua lettera, purtroppo, il ministro Paola Pisano non rettifica nulla e fa esattamente ciò di cui ci accusa: estrapola dal contesto le valutazioni della task force. La domanda a cui non c’è ancora una risposta è semplice: chi ha scelto la app? Il ministro non lo dice. Nella lettera del 10 aprile al presidente Conte, scrive che “il Gruppo di lavoro ha indicato nella soluzione denominata Immuni… quella più rispondente alle attuali necessità”. Non è vero. Il Gruppo di lavoro ha indicato due app – Immuni e CovidApp – da testare “in parallelo”. E per una questione di metodo fondamentale: viene indicato un percorso che prevede di testare l’efficacia e verificare la sicurezza delle due app prima di effettuare una scelta definitiva. La scelta doveva avvenire a valle, dopo aver provato sul campo l’app e averne ottenuto il codice sorgente, e non a monte come invece è stato fatto. Il ministro Pisano dice anche che “la comunicazione della scelta dell’app” al presidente Conte è avvenuta “da parte mia e del Ministro della Salute Roberto Speranza”. Bisogna premettere che un eventuale coinvolgimento del ministro Speranza non renderebbe vero il contenuto della lettera che attribuisce tale scelta alla task force, ma li renderebbe corresponsabili di una comunicazione non veritiera. In ogni caso, a quanto risulta al Foglio, il ministro Speranza non ha partecipato a questa decisione, ma ha semplicemente “preso atto” della scelta del ministero dell’Innovazione. Non a caso, l’8 aprile il consigliere del ministro Speranza Walter Ricciardi, che ha coordinato i gruppi di lavoro, aveva dichiarato all’Ansa che per la selezione “ci sarà una shortlist di app, ovvero una rosa di soluzioni tra cui scegliere”. Che era poi il metodo suggerito dal Gruppo di lavoro della task force. Poi, all’improvviso, dal ministero dell’Innovazione della Pisano è arrivata la decisione di fiondarsi su Immuni, con “sorpresa” di tutti. Sorpresa che è poi diventata “sconcerto” quando tale decisione è stata attribuita alla task force. Quanto alle asserite omissioni del Foglio, il ministro farebbe meglio a rileggere l’articolo. Che secondo la task force Immuni fosse “a uno stadio di sviluppo più avanzato” noi lo abbiamo riportato. Ma in nessun modo questa constatazione implicava una scelta. In diversi passaggi, sulla base del principio della ridondanza che la prof. Pisano dovrebbe conoscere, la task force suggerisce di testare “almeno due soluzioni, al fine di avere la certezza di poter disporre di almeno una soluzione da mettere in campo” qualora l’altra si fosse rivelata inadeguata. Invece la scelta è caduta su una sola app e senza alcuna sperimentazione. Il ministro scrive che “il percorso che ha portato alla scelta dell’app è stato accompagnato, oltre che dalle valutazioni tecniche della task force, da una serie di attente verifiche e valutazioni” di soggetti che si occupano “della protezione dei dati personali e della sicurezza nazionale”. Più che una smentita, è una confessione. La Pisano ci conferma che la scelta non si è basata solo sulle indicazioni della task force, come finora ha sostenuto, ma anche sulle valutazioni di altri organismi come l’intelligence. Manca, però, ancora una volta il soggetto: chi ha scelto Immuni? La Pisano o il Dis? Di sicuro non la task force. Più che insinuazioni sulle oscure motivazioni alle base delle nostre domande, servirebbero delle risposte.

Dagoreport l'8 maggio 2020. Chi ha deciso per l’app Immuni? I servizi o il governo? “La scelta è stata fatta direttamente dal Dis” ha dichiarato la ministra Pisano. Il capo dei Servizi Vecchione ha raccontato di aver “proceduto alla valutazione della App solo alla fine dell’iter svolto dalla task force e del ministro”. Dal 9 marzo ci sono state diverse riunioni informali su come doveva essere fatta la app che consente il tracciamento delle persone venute a contatto con una persona infetta. Durante questi incontri c’era un rappresentante della Pisano e un altro in quota Vecchione. Dunque, entrambi sapevano come stava procedendo “la costruzione” della app della discordia. Dubbi e ombre anche sulla società chiamata a gestire Immuni, la Bending Spoons, una start up con capitali misti che ha tra gli azionisti anche un fondo cinese. Fin dall’inizio la questione degli aspetti di sicurezza dell’applicazione ha presentato una serie di criticità riguardo alle tecnologie non a disposizione dei servizi italiani per garantire la sicurezza dei processi. La presenza di bug e falle digitali può esporre a rischi informatici i dispositivi che utilizzano le app di tracciamento. Chi controlla i controllori? La tutela dei dati degli utenti impone rigide misure di sicurezza anche a presidio di chi potrà accedere alle informazioni dei cittadini. Hacker, agenzie di intelligence, gruppi criminali possono essere interessati a questi dati per acquisire notizie, a scopi di business o, peggio, per ricattare le persone. Infine, una domanda. Chi sarà così temerario da inserire sui propri dispositivi un’applicazione colabrodo che non garantisce la sicurezza dei dati? La previsione è che non se la scaricherà nessuno...

Immuni s.p.App. Report Rai PUNTATA DEL 11/05/2020 di Lucina Paternesi. A breve entrerà in funzione la cosiddetta app “Immuni” scelta tra oltre trecento progetti. È stata realizzata dalla società Bending Spoons in collaborazione con il centro medico Sant’Agostino. Tra i soci di Bending Spoons risultano H14 (di Luigi, Eleonora e Barbara Berluconi), StarTip, e il fondo asiatico Nuo Capital. Ma che cosa sappiamo di questo progetto? In realtà ancora ben poco, se non che dovrebbe sfruttare la tecnologia Bluetooth anziché il tracciamento dei contatti tramite Gps, giudicato più lesivo della privacy. Secondo i paletti fissati dall’Ue, questa app funzionerà se sarà scaricata almeno sul 60% dei telefoni dell’intera popolazione italiana. Alcuni esperti informatici sono scettici: se neanche Whatsapp è stata scaricata dal 60% degli italiani, che probabilità di successo ci sono per l’app immuni? E poi, quali dati raccoglierà e dove saranno conservati? Solo sugli smartphone dei cittadini o anche su un server centralizzato? Quanto è stata gestita in trasparenza la scelta della soluzione tecnologica migliore e come si rapporterà con la soluzione che stanno mettendo a punto Apple e Google? Come si sono mossi gli altri stati nel mondo? 

Le risposte del ministero dell'Innovazione alle domande di Report. Domande Report. Come mai, nonostante la relazione finale sul contact tracing prodotta dal sottogruppo di lavoro 6 in seno alla task force, ritenesse opportuno il test in parallelo di due soluzioni tecnologiche individuate, nella nota del 10 aprile viene trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei ministri la decisione di indicare la scelta dell’app Immuni per la realizzazione del sistema nazionale di contact tracing? Perché, come scritto nella relazione del gruppo 6, Immuni mostrava “maggiori garanzie di interoperabilità e anonimizzazione dei dati personali. Tale soluzione inoltre risulta essere ad uno stadio di sviluppo più avanzato della soluzione CovidApp.” Quindi la scelta dell’app Immuni è stata coerente rispetto alle conclusioni della task force, che aveva valorizzato gli aspetti di maggiore garanzia di tale soluzione sia sul piano operativo e della tutela della privacy sia sul piano della maturità e dello stadio più avanzato di sviluppo, facendo propendere per tale scelta come più rispondente alle attuali necessità. Per rispondere a questa domanda è anche necessario ripercorrere brevemente il percorso che ci ha portato alla selezione di questa applicazione. Il Ministero della salute, nell’ambito di interlocuzioni istituzionali anche con rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha chiesto al Ministro Pisano la disponibilità a collaborare nella ricerca e definizione di un percorso che consentisse in tempi rapidi la realizzazione di un sistema nazionale per il contact tracing. Il Ministro Pisano ha quindi messo a disposizione le risorse e le competenze del Dipartimento per la trasformazione digitale. È stata dunque avviata una chiamata pubblica per l’invio di proposte tecnologiche utili allo scopo e, allo stesso tempo, è stata costituita una task-force, composta da esperti di chiara fama che potessero osservare e studiare il fenomeno generale dell’analisi dei dati con un approccio interdisciplinare. Nell’ambito della task force si è previsto che la soluzione di contact tracing venisse valutata da due appositi sottogruppi: il n. 6 denominato “Tecnologie per il governo dell’emergenza” e il n. 8 su “Profili giuridici della gestione dei dati connessa all’emergenza”. Senza ritardo avrebbero dovuto esaminare le 319 proposte e soluzioni tecnologiche pervenute. I sottogruppi hanno lavorato in piena autonomia con le modalità e i risultati riportati nelle relazioni che hanno sottoposto all’attenzione del Ministro Pisano per le valutazioni finali e che il Ministro ha successivamente reso note alla Commissione Lavori pubblici del Senato e subito dopo pubblicato sul sito istituzionale del Dipartimento. All’esito delle sue valutazioni tecniche, il Sottogruppo n. 6 ha concluso le sue attività, giungendo all’individuazione di due sole soluzioni tecnologiche, ritenute teoricamente valide per essere sviluppate e testate a scopo di implementazione nell’attuale situazione emergenziale. Si tratta in appunto di: Immuni e CovidApp. Tuttavia, all’esito della sua analisi comparativa, la stessa task force ha formulato il seguente giudizio conclusivo: “La soluzione Immuni utilizza la tecnologia sviluppata dal Consorzio Progetto Europeo PEPP-PT, promettendo quindi maggiori garanzie di interoperabilità e anonimizzazione dei dati personali. Tale soluzione inoltre risulta essere ad uno stadio di sviluppo più avanzato della soluzione CovidApp.” A valle del lavoro e delle conclusioni della task force, sono state compiute poi ulteriori verifiche e interlocuzioni condivise con diversi soggetti istituzionali, deputati a valutare, ciascuno per le proprie competenze, gli aspetti e le esigenze del sistema e dell’applicazione di contact tracing nel campo sanitario, della sicurezza nazionale, della protezione dei dati personali, dell’architettura tecnologica e di sviluppo. Ed è stato all’esito di tali interlocuzioni che sono emerse ulteriori esigenze, condivise con tutti i soggetti istituzionali deputati a supportare la scelta da intraprendere, quali quelle legate all’urgenza di procedere e dunque all’inopportunità di uno sviluppo contemporaneo di due soluzioni (immuni e covid-app),; la necessità di utilizzare una piattaforma pubblica, ubicata su territorio nazionale e gestita da soggetto pubblico; la necessità di un’approfondita verifica del codice sorgente offerto dallo sviluppatore selezionato; la necessità di definire in modo chiaro la governance del progetto. All’esito di tale complesse interlocuzioni, verifiche e valutazioni, il Ministro Pisano e il Ministro Speranza hanno comunicato al Presidente del Consiglio dei Ministri la scelta dell’app Immuni, accompagnando ovviamente tale comunicazione con l’invio di tutte le relazioni e gli atti di valutazione compiuti dalla task force. In particolare, la scelta dell’app Immuni è stata coerente rispetto alle conclusioni della task force, che aveva valorizzato gli aspetti di maggiore garanzia di tale soluzione sia sul piano operativo e della tutela della privacy sia sul piano della maturità e dello stadio più avanzato di sviluppo, facendo propendere per tale scelta come più rispondente alle attuali necessità. Una volta scelta l’app Immuni, tale ipotesi – e, in particolare – la compagine societaria del proponente, è stata verificata – sul piano della sicurezza nazionale – ed è emerso che, a riguardo, non vi fossero situazioni ostative all’utilizzo dell’app e della soluzione sviluppata dalla Bending Spoons S.p.a. Infine, è stata altresì introdotta una specifica norma primaria, all’articolo 6 nel decreto-legge 30 aprile 2020, n. 29, sulla quale il Garante della protezione dei dati personali ha espresso parere favorevole: 1) istituisce la piattaforma unica nazionale per il sistema di allerta del rischio di contagio da Covid-19, da attivare su base volontaria; 2) individua quale titolare del trattamento dei dati personali il Ministero della Salute; 3) impone l’adozione di misure tecniche e organizzative idonee a garantire un livello di sicurezza adeguato ai rischi elevati per i diritti e le libertà degli interessati, sentito il Garante e nel rispetto delle norme sulla privacy; 4) impone che, prima dell’installazione dell’app, gli utenti ricevano informazioni chiare e trasparenti; 5) limita i dati personali raccolti dall'app di contact tracing a quelli strettamente necessari ad avvisare gli utenti dell’applicazione; 6) impone che il trattamento effettuato per allertare i contatti riguardi solo i dati di prossimità dei dispositivi, resi anonimi oppure pseudonimizzati, con esclusione in ogni caso della geolocalizzazione dei singoli utenti; 7) prescrive che i dati relativi ai contatti stretti siano conservati per il periodo strettamente necessario al trattamento e che gli stessi dati siano cancellati in modo automatico alla scadenza del termine; 8) vieta che i dati raccolti possano essere trattati per finalità diverse da quelle di allerta delle persone; 9) vieta che il mancato utilizzo dell’app possa in qualsiasi modo pregiudicare i cittadini e chiarisce che il sistema di tracciamento integra e non sostituisce gli ordinari sistema in essere; 10) prevede la titolarità pubblica della piattaforma del sistema di tracciamento dei contatti; 11) impone che la piattaforma sia sviluppata esclusivamente con infrastrutture localizzate sul territorio nazionale e gestite dalla società pubblica Sogei S.p.A., interamente partecipata dal Ministero dell’economia e delle finanze; 12) prevede che i programmi informatici di titolarità pubblica sviluppati per la realizzazione della piattaforma e l'utilizzo dell'applicazione di tracciamento siano resi disponibili e rilasciati sotto licenza aperta e verificabile da chiunque; 13) fissa l’interruzione dell’utilizzo della piattaforma e del trattamento dei dati personali alla data di cessazione dello stato di emergenza disposto con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020; 14) impone che entro la medesima data tutti i dati personali trattati debbano essere cancellati o resi definitivamente anonimi. Come mai è stato affidato un compito così delicato a un’azienda sicuramente leader nel settore delle app, ma focalizzata solo su app ludiche, alcune della quali, in passato, eliminate dall’App store perché non rispettava le direttive di Apple? La soluzione tecnologica proposta Bending Spoons è stata selezionata in una call per idee chiamata “Innova per l’Italia” (link) che ha visto la partecipazione di oltre 2.000 aziende. All’interno di questo programma la “fast call” che abbiamo pubblicato riguardava i servizi di telemedicina e data analysis per il monitoraggio, è stata aperta da martedì 24 marzo ore 13 a giovedì 26 marzo ore 13 e ha coperto la necessità di scouting e analisi su questi temi. In particolare, la scelta dell’app Immuni aveva tre caratteristiche estremamente convincenti: Utilizzando il know-how e il codice derivanti dal lavoro del consorzio PEPP - PT, che, all’epoca, riuniva i maggiori centri di ricerca europei, con competenze epidemiologiche, di cybersecurity e informatiche. Tale consorzio mirava a garantire la migliore interoperabilità e le migliori soluzioni per la tutela della privacy nello sviluppo di soluzioni di Digital Contact tracing. Inoltre, anche molti Stati membri dell’UE, tra cui il nostro guardavano con attenzione a questo consorzio e al suo lavoro. Infine Bending spoons è considerata tra i primi 10 sviluppatori di app al mondo come riportato da questo articolo del Sole 24 Ore  che cita uno studio di Sensor Tower, una delle principali società di app intelligence al mondo. Detta classifica si basa sui download di app nel mondo non ludiche e Bending spoons si posiziona al nono posto. Non si tratta quindi di una società specializzata in “app ludiche” e comunque la tecnologia e le competenze utilizzate per sviluppare questa tipologia di applicazioni sono fra le più avanzate. Bending Spoons ci conferma che nel 2017 alcune app furono eliminate (assieme a quelle di migliaia di altri sviluppatori) a fronte di una modifica di alcune direttive da parte di Apple, dopo che le stesse app erano state approvate centinaia di volte in precedenza attraverso il rigoroso processo di revisione dell’App Store. Dal momento che inizialmente l’azienda Bending Spoons S.p.A. era parte del consorzio Pepp-pt e che, invece, dalle dichiarazioni rese dal ministro Pisano in audizione alla Camera, si evince che l’app di tracciamento Immuni utilizzerà un protocollo decentrato, chi sta ora, effettivamente, sviluppando la tecnologia dell’applicazione? Se ne stanno occupando direttamente le società pubbliche Sogei e PagoPA? In che modo sono entrate a far parte della gestione e dello sviluppo dell’app? Che tipo di protocollo sarà sviluppato? Una volta che Bending Spoons ci ha consegnato il suo codice, siamo entrati in una nuova fase di lavoro, nella quale abbiamo riesaminato anche insieme a PagoPA e SoGEI tutta la soluzione, rivedendo ogni singola scelta. In particolare, dopo l’annuncio della soluzione di Apple e Google avvenuto a valle della valutazione della task force, abbiamo ritenuto opportuno valutare tale soluzione perché risolutiva di molti dei problemi tecnici riscontrati su tutte le soluzioni valutate dallta task force. Su tale soluzione è poi ricaduta la nostra scelta, infatti oggi Immuni utilizza il framework di Apple e Google Exposure Notification ovvero un sistema cosiddetto decentralizzato. Al lavoro di messa a punto del progetto stanno ovviamente partecipando tutti gli attori istituzionali coinvolti, secondo le rispettive competenze. Per quanto riguarda le necessarie attività di verifica del codice sorgente dell’applicazione, di condivisione dello stesso in modalità open source, di analisi e sviluppo dell’applicazione, di diffusione dell’app negli store, di installazione e gestione del back-end della stessa app, sono coinvolte Bending Spoons insieme e sotto la direzione di SoGEI e PagoPA e con il supporto del Dipartimento per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione. Tra i documenti resi pubblici dalla task force, la relazione sui Profili giuridici indica chiaramente che l’app Immuni vede tra i suoi proponenti la società Bending Spoons S.p.A., unitamente a GeoUniq, Centro medico Santagostino, Jakala e Arago. L’app utilizzerà la tecnologia di tracciamento dei contatti Arago? Né GeoUniq né Jakala hanno progettato o sviluppato l’app. Nessuna di queste società ha legami con Bending Spoons e non è coinvolta nello sviluppo, non ha e non avrà accesso a dati di nessun tipo. Comunque l’app non genererà altri dati se non quelli utili al contact tracing. Le due società insieme al Centro Medico Santagostino erano state coinvolte nel progetto in una fase iniziale (fino al momento della fast call), mettendo a disposizione le loro competenze nel caso potessero risultare utili. La versione di immuni presentata nella fast call non aveva funzionalità legate a tali competenze—la documentazione si limitava a suggerirle come possibili espansioni future. Da allora Bending Spoons ha smesso di collaborare con queste società. Per la versione di Immuni presentata alla fast call, Arago fornì solo il modulo Android che gestiva la comunicazione Bluetooth (ora quella componente è fornita da Google a livello di sistema operativo). Tutto il resto del codice (che era la stragrande maggioranza) era stato sviluppato da Bending Spoons. Nella stessa relazione di cui sopra si legge anche che sotto il profilo della sicurezza informatica la società proponente non ha fornito report in merito a test di sicurezza sulle applicazioni o sui server in uso. Sono stati condotti questi test? È possibile visionare il report sui test di sicurezza? Le usuali e già previste analisi di sicurezza sono iniziate con il processo di sviluppo proprio dalla revisione del design architetturale della soluzione e continueranno con la revisione del codice di tutte le componenti, il vulnerability assessment ed infine i penetration tests che saranno condotti con la massima cura e attenzione. Riteniamo inoltre sia necessario svolgere una valutazione del rischio complessiva tenendo in considerazione anche gli aspetti organizzativi e di gestione dell’intera piattaforma. Quando sarà rilasciato il codice sorgente dell’app? E quando sarà possibile scaricarla? Apple e google rilasceranno la versione del sistema operativo con il framework di Exposure Notification intorno al 15 maggio p.v. L’obiettivo è rilasciare l’app intorno alla fine di maggio e al momento stiamo rispettando “la tabella di marcia” che ci siamo dati per essere pronti non appena la versione del sistema operativo sarà rilasciata dalle due società. Il codice sorgente sarà rilasciato su github come tutti i nostri progetti, sarà scaricabile dopo i test come in ogni progetto di questo tipo. Siete al corrente che tra i soci finanziatori della società Bending Spoons, oltre a una partecipazione della StarTip di Gianni Tamburi e H14 dei Berlusconi, c’è anche un fondo con capitale asiatico? Una volta scelta l’app Immuni, tale ipotesi – e, in particolare – la compagine societaria del proponente, è stata verificata – sul piano della sicurezza nazionale – ed è emerso che, a riguardo, non vi fossero situazioni ostative all’utilizzo dell’app e della soluzione sviluppata dalla Bending Spoons S.p.a. Per verificare i soci finanziatori di Bending Spoons è sufficiente una semplice visura camerale, dalla quale si evince che i soci fondatori, poco più che trentenni, detengono l’80% delle quote e il 90% di quelle con diritto di voto, che permettono loro di eleggere il consiglio di amministrazione nella sua interezza. Queste partecipazioni non destano preoccupazioni su un’eventuale raccolta dati da parte di terze app sviluppate sempre dalla società, dal momento che tra gli sviluppatori ci sono compagnie, come Jakala e Geouniq che hanno centrato il proprio business proprio sul data analytics? Né GeoUniq né Jakala hanno progettato o sviluppato l’app. Le due società erano state coinvolte nel progetto in una fase iniziale (fino al momento della fast call), mettendo a disposizione le loro competenze nel caso potessero risultare utili. La versione di immuni presentata nella fast call non aveva funzionalità legate a tali competenze—la documentazione si limitava a suggerirle come possibili espansioni future. Dal allora Bending Spoons ha smesso di collaborare, dal punto di vista tecnico, con queste società. Né GeoUniq né Jakala hanno mai avuto e mai avranno accesso ai dati. Come mai già lo scorso 18 marzo, una settimana prima dell’avvio della fast call lanciata da Innova per l’Italia che avrebbe scelto, soltanto il 10 aprile, l’app Immuni come la più adatta per il contact tracing, l’amministratore delegato del centro medico Santagostino Luca Foresti, sulle pagine del Corriere della Sera, affermava di essere già in contatto con il ministero guidato da Paola Pisano “che ci ha dato il suo supporto?”. A che cosa si stava riferendo? Luca Foresti aveva contattato direttamente il MID in data tramite email. Il Dipartimento ha ritenuto utile ascoltarlo, come chiunque abbia, in quei momenti, manifestato interesse e impegno ad aiutare il nostro Paese in una fase di grave difficoltà. In quell’occasione vennero presentate alcune possibili idee per utilizzare la tecnologia a supporto dell’emergenza sanitaria. Abbiamo confermato massima disponibilità anche con un una comunicazione del Ministro. Crediamo sia doveroso per le istituzioni sostenere chi si renda disponibile gratuitamente per il bene del Paese, suggerirgli il percorso corretto e contribuire ad abbattere qualsiasi barriera perché questo possa avvenire. Il 20 marzo abbiamo lanciato “Innova per l’Italia”, un programma che invita aziende, università, enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni, cooperative, consorzi, fondazioni e istituti a fornire un contributo nell’ambito dei dispositivi per la prevenzione, la diagnostica e il monitoraggio per il contenimento e il contrasto del diffondersi del Coronavirus (SARS-CoV-2) sull’intero territorio nazionale. All’interno del programma Innova per l’Italia sono state anche aperte delle “call to action” specifiche e di breve durata che rispondevano alle esigenze di altri enti e istituzioni (es. Ministeri, Protezione civile, ecc) nei tre ambiti di riferimento del programma. In questa pagina pubblicheremo di volta in volta gli avvisi per altre call di servizi e tecnologie in ambiti specifici. La “fast call” che abbiamo pubblicato riguardava i servizi di telemedicina e data analysis per il monitoraggio, è stata aperta da martedì 24 marzo ore 13 a giovedì 26 marzo ore 13 e ha visto 318 proposte tra cui quella di Bending Spoons che è stata valutata da una task force di profili indipendenti  con una relazione pubblica sul sito.

Le risposte di Bending Spoons S.p.A alle domande di Report. Report Q&A Le risposte che seguono sono scritte per essere pubblicate nella loro totalità, in quanto esprimono concetti critici che altrimenti rischierebbero di essere distorti. Dal momento che inizialmente l’azienda Bending Spoons S.p.A. era parte del consorzio PEPP-PT e che, invece, dalle dichiarazioni rese dal ministro Pisano in audizione alla Camera, si evince che l’app di tracciamento Immuni utilizzerà un protocollo decentrato, chi sta ora, effettivamente, sviluppando la tecnologia dell’applicazione? Se ne stanno occupando direttamente le società pubbliche Sogei e PagoPA? In queste settimane Bending Spoons si sta occupando di modificare le parti del design e riscrivere le parti del codice di Immuni che necessitano di essere riviste per integrare la nuova tecnologia di Apple e Google, sempre a titolo gratuito e in conformità col contratto con il Governo che prevede lo sviluppo di personalizzazioni e migliorie. In questo, sta lavorando a stretto contatto con SoGEI e PagoPA. Il fatto che il Governo abbia deciso di continuare la collaborazione con noi dopo la decisione di integrare il modello di Apple e Google ci è sembrata la scelta più razionale da compiere, considerato il tanto lavoro già fatto. Diversamente si sarebbero sicuramente introdotti nel progetto ritardi difficilmente giustificabili. Che tipo di collaborazione hanno fornito le seguenti società nella realizzazione dell’app: GeoUniq, Jakala e Arago? La versione attuale di Immuni è stata sviluppata nella sua interezza e sta venendo ultimata da Bending Spoons insieme e sotto la direzione di SoGEI e PagoPA e con il supporto del Dipartimento per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione. Nella versione dell’app proposta nel contesto della fast call, Arago aveva fornito una piccola parte del codice che ora non viene più utilizzato. Tutto il resto del codice l’aveva implementato Bending Spoons. Né GeoUniq né Jakala avevano contribuito allo sviluppo dell’app, avendo messo a disposizione durante la fase di ideazione le loro competenze nel caso potessero risultare utili. La versione di Immuni presentata nella fast call non aveva funzionalità legate a tali competenze—la documentazione si limitava a suggerirle come possibili espansioni future. In che rapporti è Bending Spoons con Arago? La società di proprietà di Hans Christian Boos ha effettivamente sviluppato la tecnologia dell’applicazione? La versione attuale di Immuni è stata sviluppata nella sua interezza e sta venendo ultimata da Bending Spoons insieme e sotto la direzione di SoGEI e PagoPA e con il supporto del Dipartimento per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione. Bending Spoons non era mai stata in contatto con Hans-Christian Boos o Arago prima del progetto Immuni. Per la versione di Immuni presentata alla fast call, Arago aveva fornito solo il modulo Android che gestiva la comunicazione Bluetooth (ora quella componente è fornita da Google a livello di sistema operativo). Tutto il resto del codice (che era la stragrande maggioranza) era stato sviluppato da noi di Bending Spoons. La collaborazione con Arago e il consorzio PEPP-PT si è interrotta nel momento in cui si è deciso di passare alla tecnologia offerta da Apple e Google. Ad oggi sono stati condotti test sulla sicurezza dell’applicazione? Sarebbe possibile avere un report? Privacy e sicurezza informatica sono priorità nello sviluppo di Immuni. Fin dall’inizio della collaborazione con SoGEI e PagoPA, sono iniziate revisioni dell’architettura infrastrutturale, processo che continuerà per includere la revisione di tutto il codice sviluppato per il progetto. Inoltre, la collaborazione con Apple e Google e il fatto che il codice sarà ben presto reso open source aiuteranno a garantire un livello di qualità ancora superiore in questo senso. Infine, abbiamo già da tempo pianificato dei test di penetrazione, che saranno effettuati con la massima attenzione. Tuttavia, sarebbe poco utile effettuarli su una versione non finale del sistema—un po’ come cercare le infiltrazioni in una casa in costruzione. Non appena disponibili, condivideremo i risultati di questi test. Bending Spoons o le altre società che hanno partecipato alla realizzazione della tecnologia avranno accesso ai dati degli utenti che scaricheranno Immuni? No, il ruolo di Bending Spoons è limitato al design e allo sviluppo del software e la società non avrà nessun tipo di accesso ai dati degli utenti. Sarà il Ministero della Salute a controllare i dati e SoGEI, società pubblica, a gestire l’infrastruttura server, mantenendo tutti i dati sul territorio italiano. Come mai nel 2017, quando Apple rimosse alcune app create da Bending Spoons per guadagnare follower su Instagram, la società creò un sito per offrire lo stesso servizio e avere completo accesso ai dati degli utenti? Il sito non fu certo creato per avere “completo accesso ai dati degli utenti”. I dati che venivano raccolti oltre allo username Instagram (dato pubblicamente disponibile fornito dagli utenti e necessario all’erogazione del servizio) venivano usati per fornire (e migliorare nel tempo) il servizio stesso e, in parte, per fare attività di marketing molto standard. Il sito, che comunque ha avuto un ruolo trascurabile nel business di Bending Spoons, fu creato per continuare a erogare il servizio offerto in precedenza dalle app. I ricavi di Bending Spoons da sempre derivano interamente dai pagamenti degli utenti e in minima parte da pubblicità, non dalla vendita di dati. Bending Spoons ha un rapporto eccellente con Apple e da sette anni operiamo sull’App Store e siamo attualmente uno dei principali sviluppatori di app a livello mondiale. Nel caso menzionato furono rimosse non solo le app di Bending Spoons, ma tutte quelle di quel tipo, incluse le app di tantissimi altri sviluppatori. Prima della rimozione, le nostre app avevano passato regolarmente il severo processo di scrutinio di Apple centinaia di volte. Come sono stati gestiti i dati? Avete mai venduto dati degli utenti raccolti attraverso le app distribuite dalla compagnia e dalle sue controllate? Non abbiamo mai venduto i dati dei nostri utenti, anche se, diversi anni fa, avevamo per un brevissimo periodo valutato la possibilità di cedere dati anonimi. Il 98% dei ricavi di Bending Spoons derivano da acquisti effettuati in app dagli utenti stessi e circa il 2% da pubblicità. Negli ultimi anni abbiamo investito davvero molto—milioni di euro—per eccellere dal punto di vista della protezione dei dati degli utenti, tra le altre cose facendoci supportare da alcuni dei migliori professionisti del settore. Nel 2019 abbiamo anche ingaggiato diverse aziende specializzate per fare penetration test (tra le quali Aon, azienda leader nel settore) su alcune delle nostre app principali, test che abbiamo passato a pieni voti. Come mai già lo scorso 18 marzo, una settimana prima dell’avvio della fast call lanciata da Innova per l’Italia che avrebbe scelto, soltanto il 10 aprile, l’app Immuni come la più adatta per il contact tracing, l’amministratore delegato del centro medico Santagostino Luca Foresti, sulle pagine del Corriere della Sera, affermava di essere già in contatto con il ministero guidato da Paola Pisano “che ci ha dato il suo supporto?”. A che cosa si stava riferendo? Poco tempo prima dell'intervista rilasciata al Corriere della Sera da Luca Foresti, il Centro Medico Santagostino, Jakala, GeoUniq e Bending Spoons avevano fatto una videochiamata con il Ministro Pisano. Al centro della presentazione c’era un sistema di analytics territoriali fornito da Jakala, ma si era discusso anche dell’app. Il Ministro aveva espresso supporto per l’iniziativa, che le sembrava, a una primissima valutazione, meritevole. Le società avevano ritenuto naturale entrare in contatto con il Ministro Pisano, vista la natura del progetto, che era di pubblica utilità. Ma soprattutto, il supporto di un ente pubblico sarebbe stato necessario per rilasciare un’app per il COVID-19 sugli app store, come dichiarato da Apple e Google. In seguito, il Governo ha ritenuto opportuno percorrere la strada della fast call. Come noto, Bending Spoons ha deciso di partecipare con il progetto Immuni. Possiamo dire senza tema di smentita che se anche un altro progetto fosse stato scelto, meritandolo, ne saremmo stati felici. Non ci importava che fossimo noi, ma che un team valido facesse qualcosa di buono per il Paese.

“IMMUNI s.p. App”. Di Lucina Paternesi Collaborazione Laura Nesi-Giulia Sabella Immagini Alfredo Farina-Tommaso Javidi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati. Allora, per la cosiddetta fase 2, ben 7 paesi europei si stanno operando per adottare il sistema di tracciabilità dei contagi da virus. Ecco, quello che stanno adottando è il sistema proposto da Apple e Google che avviene attraverso la tracciabilità bluetooth. Noi come ci stiamo comportando? Ecco, noi, dopo aver elaborato 300 progetti, la scelta era ricaduta su sue app, una dal nome “Immuni”, l’altra da “Covid app”. Alla fine si è scelto Immuni. Perché si è scelto Imnuni, di chi è, e come funzionerà? La nostra Lucina Paternesi.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Individuare e fermare chi ha i sintomi del virus prima che faccia troppi danni e laddove non si riesca prima, bloccare sul nascere nuovi focolai. In questa logica nasce il contact tracing. La tracciabilità avverrebbe monitorando attraverso smartphone i contatti sociali. Se poi un soggetto dovesse risultare positivo si allerterebbero tutte le persone con cui è entrato in contatto. Ma per scovare i positivi devi fare tanti tamponi.

STEFANO ZANERO - DIP. ELETTRONICA E BIOINGEGNERIA POLITECNICO DI MILANO Il contact tracing tradizionalmente si fa con schiere di persone che interrogano i malati. Servono dei giorni.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Sono talmente scarse le informazioni che anche i nostri ministri si avventurano in dichiarazioni non corrette.

LUIGI DI MAIO - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI - SKY TG24 22/09/20 È una app che non è obbligatoria, serve a permettere a un cittadino di avere una segnalazione nel caso in cui stia per entrare a contatto con un positivo. LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Non è proprio così. Infatti la app ti avvisa dopo che sei stato in contatto con uno che è risultato positivo. E serve ad evitare che anche tu diventi veicolo di contagio.

STEFANO ZANERO - DIP. ELETTRONICA E BIOINGEGNERIA POLITECNICO DI MILANO Quando mi chiamano per dirmi che il mio tampone è risultato positivo mi comunicano un codice da inserire nell'applicazione per sbloccare io il processo di notifica. Autorizza quel cellulare a caricare un identificativo, il suo, che solo il cellulare sa, in ogni caso, in maniera anonima.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO A questo punto il codice di chi è risultato positivo finisce nel server centrale, quello pubblico di Sogei. Mentre arriverà una notifica sullo smartphone di chi, nei 14 giorni precedenti, è stato a contatto stretto per più di 15 minuti. Ma se l’app funziona a livello nazionale come verrà recepita a livello di protocolli sanitari regionali? Visto che i governatori fino a oggi sul virus si sono divisi.

CARLO BLENGINO - AVVOCATO PENALISTA ESPERTO IN PROTEZIONE DEI DATI Perché quell’app lì può funzionare nel momento in cui ho appunto un sistema una macchina pazzesca per cui chiunque venga allertato viene testato nel giro di 24 ore. Si rischia di avere dai 140 mila ai 300 mila soggetti ogni giorno che devono andare in quarantena sulla base del niente, sulla base di un beep.

LUCINA PATERNESI Chi controlla poi che le persone a cui l’alert è arrivato facciano qualcosa, cioè questo è stato previsto?

STEFANO MELE - AVVOCATO SPECIALIZZATO IN DIRITTO DELLE TECNOLOGIE Al momento che io sappia non c’è nessuna disposizione in merito. Si immagina che le strade possano essere due: o io volontariamente decido di entrare in un distanziamento sociale oppure collegare a un obbligo per il soggetto di autodenunciarsi e quindi di mettere a disposizione questi dati.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Per questo riteniamo importante dirvi qualcosa prima. Giusto per non farci dire nessuno ce l’aveva detto. Come nasce l’app Immuni e chi c’è dietro? È importante saperlo perché poi ne deriverà chi gestisce i dati e come verranno gestiti. Saranno gestiti da un sistema decentrato, modello decentrato, e dunque sulla memoria dei telefonini o da un sistema centralizzato? Questo è importante saperlo perché su questo aspetto si è divisa la comunità dei ricercatori, si son tirati anche gli stracci in faccia. LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Un gruppo di scienziati e ricercatori europei si è diviso su quale fosse la strada giusta da prendere per tracciare la gente. Quella di un sistema decentralizzato e dunque della trasparenza o quella della centralizzazione e cioè consentire che una massa di dati importanti diventi il patrimonio occulto di pochi?

MARCEL SALATHÈ - PROFESSORE EPIDEMIOLOGIA DIGITALE POLITECNICO DI LOSANNA Eravamo tutti sotto stress perché i governi ci chiedevano di agire in fretta e fornire una soluzione. Ma abbiamo capito subito che l’unico modo per far sì che un’applicazione di questo tipo potesse funzionare e incontrasse la fiducia delle persone era di rendere il progetto open source, trasparente e limpido. Ma questo non era quello che volevano gli sponsor del modello centralizzato. Così abbiamo deciso di andarcene.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Con il professor Salathé, del politecnico di Losanna, si ritirano dal consorzio anche il centro Helmholtz per la sicurezza delle informazioni, altri istituti di ricerca di Zurigo e di Leuven.

LUCINA PATERNESI Perché crede che questo approccio non sia trasparente?

MARCEL SALATHE’ - PROFESSORE EPIDEMIOLOGIA DIGITALE POLITECNICO DI LOSANNA Perché si trattava di un modello di tracciamento realizzato a porte chiuse solo da alcuni ricercatori.

LUCINA PATERNESI Quel consorzio, il Pepp-pt riceve finanziamenti da compagnie telefoniche o altre aziende che lavorano con i dati?

MARCEL SALATHE’ - PROFESSORE EPIDEMIOLOGIA DIGITALE POLITECNICO DI LOSANNA Ci sono grandi interessi, sicuramente. Noi lavoriamo tutti in modo completamente gratuito e tutti i conflitti d’interesse sono dichiarati.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO È cosi che ben 300 scienziati da 26 paesi diversi decidono di portare avanti un modello di tracciabilità trasparente. Ma lo fanno fuori dal consorzio. Tra loro c’è anche il professor Persiano, esperto crittografo che lavora anche con colossi come Google e che insegna al campus di Fisciano dell’Università degli studi di Salerno.

GIUSEPPE PERSIANO - PROFESSORE INFORMATICA UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SALERNO Se pensiamo che allertare in anticipo le persone che sono a potenziale rischio di infezione sia d’interesse lo possiamo fare in questo modo senza dover sacrificare la privacy.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Ma dopo la diaspora tra scienziati scoppia un giallo: dalla piattaforma del consorzio europeo per la tracciabilità, Pepp-pt, spariscono i documenti relativi al protocollo decentralizzato più trasparente, e su Twitter i ricercatori si scambiano accuse pesanti: nel consorzio c’è chi ha interesse a far passare il modello centralizzato. E lo stesso Pepp-pt sarebbe il cavallo di Troia di Hans Christian Boos, svizzero di nascita e tedesco d’adozione, con il pallino dell’intelligenza artificiale. La sua Arago è diventata un affare da milioni di euro. Boos è anche consigliere digitale della cancelliera Angela Merkel e sta cercando di infilare nei governi europei la sua tecnologia di tracciamento attraverso Bluetooth. Lo scopo sarebbe quello di creare una gigantesca banca dati dei contatti sociali di tutti i cittadini europei. La Germania, però, l’ha mandato in fallo laterale, ha optato assieme ad altri 7 paesi europei per un modello più trasparente, quello offerto da Google e Apple, i cui sistemi operativi Android e iOS sono presenti sul 99% degli smartphone utilizzati nel mondo. Alla fine anche l’Italia ha optato per lo stesso modello.

PAOLA PISANO - MINISTRA PER L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA E LA DIGITALIZZAZIONE - SENATO COMMISSIONE LAVORI PUBBLICI 29/04/2020 Il sistema di contact tracing dovrà tenere in considerazione l’evoluzione di sistemi internazionali oggi ancora non completamente definiti, in particolare i modelli annunciati da Apple e Google, su cui la soluzione italiana si baserà.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO La soluzione italiana che dovrà basarsi sul modello proposto da Google e Apple è l’app Immuni. Dentro, ci sono altri interessi imprenditoriali. Giovanni Gianni Tamburi, il fondo con capitale asiatico Nuo Capital e Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi. I tre figli di seconde nozze di Berlusconi li ritroviamo anche dietro Jakala, un’altra azienda con cui il progetto di Immuni è stato presentato. Assieme a loro anche i Doris, Renzo Rosso, Giuliana Benetton, i Dompé della Farmaceutici, tutte famiglie di successo. Ma soprattutto Immuni nasce da un’idea di 4 30enni geni dell’informatica, i fondatori di Bending Spoons, Luca Ferrari, Matteo Danieli, Francesco Patarnello e Luca Querella. La società ha sede qui a Milano e negli ultimi anni le applicazioni sfornate sono diventate molto popolari.

UMBERTO RAPETTO - DIRETTORE INFOSEC.NEWS Non c’è nulla di sanitario. Che cosa ha fatto di pregevole? Beh un ottimo pedometro, ha fatto un’applicazione per il fitness, poi ha una miriade di società collegate che hanno sviluppato ad esempio delle applicazioni utilissime come quella per ottenere un maggior numero di follower.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO I fondatori di Bending Spoon negli anni avranno sicuramente gestito una montagna di dati, ma giurano di non averli mai venduti. La ministra Pisano afferma pubblicamente che l’app Immuni seguirà un modello decentrato, con i dati conservati sui telefoni e che saranno al sicuro. Dello stesso tenore le dichiarazioni del Commissario Arcuri.

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO PER L’EMERGENZA COVID-19 - CAMERA DEPUTATI COMM.FINANZE E ATTIVITÀ PRODUTTIVE 29/04/2020 Servirà, non servirà? Non è mio compito dirlo. Io ho la richiesta e il dovere di implementarla e per quanto mi riguarda di farla essere compatibile con le norme sulla sicurezza, sulla riservatezza e sulla privacy. State tranquilli che ciò sarà.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Ma poi succede qualcosa di strano: dopo aver incassato l’incarico dal commissario Arcuri, quando il ministero dell’Innovazione pubblica i suoi documenti, a fianco dell’azienda italiana che ha presentato il progetto, Bending Spoons, appare anche Arago, la società di Christian Boos. L’imprenditore accusato di voler utilizzare un sistema di tracciabilità centralizzato e opaco.

STEFANO ZANERO - DIP. ELETTRONICA E BIOINGEGNERIA POLITECNICO DI MILANO Dove questi contatti tra cellulari non rimangono solo sul cellulare ma vengono anche caricati su un sistema centralizzato ovviamente è molto più invasivo perché a quel punto esiste un sistema da qualche parte che ha tutto il grafo delle relazioni sociali delle persone Si pensi a chi è andato a visitare un certo specialista medico oppure chi è andato da un certo avvocato.

LUCINA PATERNESI Si svelerebbero tutte le fonti dei giornalisti?

STEFANO ZANERO - DIP. ELETTRONICA E BIOINGEGNERIA POLITECNICO DI MILANO Assolutamente sì.

LUCINA PATERNESI FUORI CAMPO É anche per questo che l’app Immuni è finita sotto la lente della Commissione parlamentare che vigila sui servizi di informazione: per capire chi ci sia effettivamente dietro alla società a cui è stato affidato il tracciamento dei contatti degli italiani.

LUCINA PATERNESI Come è stata gestita da un punto di vista di sicurezza l’intera vicenda?

STEFANO MELE - AVVOCATO SPECIALIZZATO IN DIRITTO DELLE TECNOLOGIE Ci saremmo aspettati, almeno come esperti all'esterno delle task force, una maggiore trasparenza sui vari processi proprio perché l'applicazione inevitabilmente e il servizio che scaturisce dall'applicazione andranno a tracciare fondamentalmente in maniera molto capillare i cittadini italiani e soprattutto le loro relazioni.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Bending Spoons ci scrive che il controverso mago informatico tedesco Christian Boos non fa parte del progetto Immuni e neanche Jakala. E la ministra Pisano rassicura sul fatto che la tecnologia ora la stanno scrivendo insieme Immuni e tecnici del governo. Ma se la stanno scrivendo ora insieme in base a quali criteri è stata scelta Immuni?

UMBERTO RAPETTO - DIRETTORE INFOSEC.NEWS È difficile dire chi abbia scelto visto e considerato che il ministro per l'Innovazione ha detto che sono stati i servizi che hanno messo quasi fosse stato Brenno a reincarnarsi, la spada sul piatto della bilancia e quindi ha portato a individuare i Immuni come quella soluzione che poteva combaciare con i desiderata.

LUCINA PATERNESI Quindi abbiamo scelto una soluzione su carta e non sono stati fatti ad oggi test di sicurezza.

UMBERTO RAPETTO - DIRETTORE INFOSEC.NEWS Non ci sono referenze che siano attendibili, ma soltanto dei buoni propositi. Pensiamo dove vanno a finire i dati e le informazioni che fine fanno?

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO La ministra Pisano in commissione, e poi ce lo ha anche scritto, garantisce che i dati degli italiani tracciati saranno gestiti da due piattaforme pubbliche, Sogei e PagoPa, l’occhio telematico dello Stato.

UMBERTO RAPETTO - DIRETTORE INFOSEC.NEWS Si è subito fatto un insieme di ipotesi è svettato il nome di Sogei e qualche contribuente ha tremato per la semplice ragione che se in passato erano arrivate le cartelle pazze beh adesso ricevere magari una comunicazione non attendibile che si è positivi o che si è stato in contatto di qualcuno che aveva contratto il coronavirus. È giusto che sia un soggetto pubblico, ma un soggetto che offra tutte le garanzie che i cittadini meritano. LUCINA PATERNESI Per far sì che il 60% degli italiani scaricherà questa app serve fiducia.

 UMBERTO RAPETTO - DIRETTORE INFOSEC.NEWS Funzionerà soltanto se tutti avranno quella app, è inutile pensare che si ammalano soltanto i soggetti che hanno la app o addirittura quelli che hanno lo smartphone e sullo smartphone hanno una connessione ad internet.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Sapere quale codice sorgente utilizzerà l’app immuni è un’informazione fondamentale per capire il destino della nostra Privacy. Per il momento non possiamo far altro che consultare il decreto Bonafede: c’è scritto che i dati raccolti dal server saranno anonimi o pseudonimizzati. Un gioco di parole su cui si deve prestare attenzione.

GIOVANNI ZICCARDI - PROFESSORE INFORMATICA GIURIDICA UNIVERSITÀ STATALE DI MILANO L’anonimato è l’impossibilità assoluta di collegare l’identità di una persona a un determinato dato. La pseudonimizzazione invece vuol dire che si prendono i dati di una persona, si collocano in un determinato ambito, si separa magari la sua identità dai dati di quella persona e poi si genera uno pseudonimo, cioè un codice, che può richiamare poi successivamente l’identità di quella persona. Sono comunque dati che derivano da test medici, da diagnosi, da soggetti contagiati.

LUCINA PATERNESI Dal decreto non si capisce se il modello sarà centralizzato o decentrato.

ANTONELLO SORO - PRESIDENTE DELL’AUTORITA’ GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI No, il modello è decentrato nel senso che i dati rimangono nel dispositivo telefonico.

LUCINA PATERNESI Però fino a che non avremo la documentazione tecnica in realtà non lo potremo sapere come funzionerà.

ANTONELLO SORO - PRESIDENTE DELL’AUTORITA’ GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI Diciamo che la documentazione tecnica per la quale chiederanno anche il parere del Garante dovrà necessariamente stare dentro il perimetro fissato dalla norma.

LUCINA PATERNESI Lei non è spaventato che Google si siano messi a disposizione della collettività?

ANTONELLO SORO - PRESIDENTE DELL’AUTORITA’ GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI La reputazione per loro è più importante di quanto non sia una raccolta di dati così modesti come quelli che verranno raccolti dal sistema pubblico, in questa vicenda.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Chi è critico sul tracciamento dei contatti è chi la sa lunga. Edward Snowden, l’ex tecnico della Cia e consulente della National Security Agency, la gola profonda che ha rivelato i programmi top secret di sorveglianza di massa messi a punto dal governo americano e inglese sfruttando anche le comunicazioni in rete.

EDWARD SNOWDEN - EX CONSULENTE NSA USA Credete veramente che quando la prima ondata, la seconda ondata, la sedicesima ondata di coronavirus saranno solo un ricordo sbiadito, queste nuove competenze e questi dati raccolti non saranno mantenuti? Inizieranno ad applicarle alla microcriminalità, all’analisi politica, per effettuare censimenti o per le elezioni politiche. Non importa come verranno usate, ma quello che stiamo costruendo è l’architettura dell’oppressione. E noi ci potremmo anche fidare di chi la sta gestendo, di chi la governa, noi potremmo anche dire “non ci importa niente di Mark Zuckerberg”. Ma qualcun altro avrà accesso a quei dati, magari un altro paese straniero. Se quei dati sono stati raccolti, qualcuno ne abuserà.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quello che appare grave è che la scelta del governo sull’app Immuni sia avvenuta senza guardare dentro la tecnologia, ma sulla carta. Non l’ha potuto fare neppure il garante, ecco insomma… adesso stanno collaborando, la scriveranno insieme la tecnologia per adattarla al sistema europeo. Quello proposto da Google e Apple. Però a noi sinceramente poco importa. Se i dati verranno conservati su modello decentrato, cioè sulla memoria dei telefonini o su uno centralizzato, perché chi ci dice che se li conservi su un modello decentrato sui telefonini, che sono per lo più, funzionanti nel 99% col sistema IOS o Android, che significa Apple e Google, chi ha progettato quei sistemi operativi non sia in grado comunque di consultarli? Non ce lo dice nessuno. Quello che sappiamo però è che queste app non potranno funzionare se non c’è una rete capillare sul territorio di presidio sanitario. Se non c’è chi fa il tampone e che valuta e ti dice subito se sei contagiato. Altrimenti tutto questo sarà un bel gioco, dove noi saremo i giocatori inconsapevoli, e inconsapevoli anche potremo essere il prodotto.

Immuni non tutelerà i più fragili: in Italia 11 milioni di anziani senza smartphone. Deborah Bergamini de Il Riformista il 23 Aprile 2020. Si fa un gran parlare della app che, tracciando i nostri movimenti, dovrebbe salvarci da un’ulteriore diffusione del contagio da Coronavirus, e naturalmente sono già schierati da una parte i tutori della salvaguardia in primis della salute pubblica e dall’altra i difensori dei residui confini di libertà personale di cui ancora disponiamo. Su “Immuni” – questo il nome della app – si è aperto un dibattito giusto, che non riguarda solo la nostra sicurezza in tempi di pandemia, ma più in generale il nostro rapporto con la tecnologia: quanto essa ci offre ma a quale prezzo. E il prezzo naturalmente è la nostra individualità, cioè che ci rende unici. Sempre di più, infatti, la tecnologia ci porta verso la dimensione del gregge indiscriminato, e infatti siamo arrivati anche a parlare di immunità di gregge tecnologica. E dare risposte che abbiano poi effetti anche politici su un crinale così complesso non è certo facile. Per questo bisogna provare a stare semplici, e attenersi rigorosamente al dato di realtà. E la realtà ci dice che qui in Italia, anno 2020, siamo ancora molto lontani dal gregge tecnologico. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, sono ben 16.185.000 gli italiani sopra i 6 anni che non usano Internet. La maggioranza assoluta di questi ha più di 60 anni. Su 100 over 65, infatti, quasi il 70% non naviga in rete e non ha alcuna dimestichezza digitale. In pratica la app Immuni, che una volta caricata sul nostro telefono cellulare dovrebbe difenderci tutti dal contagio, rischia di non poter essere utilizzata proprio da coloro che in termini di rischio sono più esposti alle conseguenze del Coronavirus: gli anziani. Su 16 milioni di cittadini che non usano internet, quasi 6 milioni hanno più di 75 anni, 3.7 milioni ne hanno tra 65 e 74, 1.3 milioni ne hanno tra 60 e 64, la parte restante è suddivisa tra gli under 60.  Su questo dato ci sono due componenti che pesano più di altre: quella di genere e quella territoriale. Le donne che non usano la rete sono molte più degli uomini. Solo nella fascia degli over 65 si registrano 5.8 milioni di donne a fronte dei 3.6 milioni di uomini. E quasi 4 milioni di queste donne non ha alcun titolo di studio o al massimo la licenza di scuola elementare. Per quanto riguarda la componente territoriale emergono delle differenze tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia. Se al Nord e al Centro la percentuale di persone che non usano Internet sia aggira tra il 25.3% e il 26.2%, al Sud si va dal 29.1% dell’Abruzzo al 36.1% della Puglia. Con un dato che in Campania, Molise, Basilicata e Calabria oscilla tra il 35 e il 36%. Ecco perché trovo surreale tutto questo dibattito sulla app. Non so quale sarà la decisione finale del governo su questa faccenda, quali le modalità e anche le condizionalità con cui la app verrà messa in uso, dato che ci sono già stati tanti cambiamenti di approccio. Inimmaginabile anche l’efficacia che potrà avere. Però l’abc della democrazia e del suo esercizio impone un punto di partenza: la demografia. Se è vero che il virus colpisce maggiormente gli anziani e quindi sono loro ad aver bisogno di maggiori difese, se è vero che la popolazione italiana è fra le più anziane del mondo, se è vero che la penetrazione di internet e di minime competenze digitali fra i nostri anziani è bassissima, ma allora che contributo potrà offrire questa app al contenimento vero del contagio? Di certo fornirà al governo molti dati sensibili che riguardano ognuno di noi. Ma servirà davvero allo scopo che si prefigge? Forse uno dei fattori più promettenti della pandemia è che si accelererà la semplificazione nell’uso di internet da parte delle generazioni più indifese, ma ci vorrà del tempo, e fino a quel momento, prima di farsi abbagliare da soluzioni tecnologiche che in altri paesi sembrano funzionare, bisognerebbe dare meglio un’occhiata a come siamo messi da queste parti...

Figuraccia Di Maio, non ha ancora capito come funziona l’app Immuni. Redazione de Il Riformista il 24 Aprile 2020. L’app Immuni riesce a prevedere il futuro? Ne è convinto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. L’ex capo politico del Movimento 5 Stelle in una intervista a Sky Tg24 ha infatti spiegato, riferendosi all’app che il governo utilizzerà per tracciamento dei contatti delle persone contagiate dal coronavirus in Italia, che “serve a permettere ad un cittadino di avere una segnalazione nel caso in cui stia per entrare a contatto con un positivo”. Messa così, sembrerebbe che Immuni abbia la capacità della preveggenza. Ovviamente è falso. Immuni, basata su tecnologia Bluetooth, emetterà periodicamente un ID, un codice identificativo univoco e anonimo, che sarà ‘captato’ dagli altri smartphone che utilizzano la stessa app nelle vicinanze, massimo entro qualche metro. Se uno dei proprietari dell’app/smartphone segnala di essere risultato positivo, Immuni avviserà le persone con cui era stato vicino nei giorni precedenti. Di Maio quindi ha spiegato la sua posizione sul tracciamento personale. “In questo Paese ci facciamo geolocalizzare anche quando dobbiamo ordinare una pizza o un panino con una app, ci facciamo geolocalizzare da tutti i social del mondo e gli diamo tutte le autorizzazioni, ma ora facciamo una app, che è facoltativa e non prevede penali per chi non la usa, e scoppia la polemica sulla privacy e scoppia proprio su quei social a cui abbiamo dato l’autorizzazione a trattare tutti i nostri dati personali. Lo dico con ironia perché è un dibattito un po singolare”.

Coronavirus, Ats e app Immuni: “Due settimane da incubo per una notifica”. Le Iene News il 25 settembre 2020. Luigi racconta a Iene.it la sua odissea, che non è ancora finita, partita da una notifica di allarme dell’app di tracciamento dei contagi Immuni per un contatto su un autobus con una persona positiva. Tra medici di base, Ats, drive-through e poche certezze. L’app “Immuni”, che consente il tracciamento dei contatti e riduce il rischio della diffusione della pandemia di coronavirus, è stato ad oggi scaricato da oltre 6 milioni di italiani, circa l’11% della popolazione. Per poter garantire la massima efficacia però, ha bisogno di una rete complementare di servizi che funzionino, a partire dal ruolo delle Ats, e cioè le Aziende di tutela della salute. La storia che ci racconta Luigi però (il nome è di fantasia perché il giovane ha chiesto di restare anonimo), getta qualche ombra su questo connubio. “La mia piccola odissea è iniziata l’11 settembre scorso. Apro casualmente l’applicazione e ricevo una notifica: sono entrato in contatto con una persona positiva una settimana prima. Dai miei ricordi, deduco che il contatto è avvenuto su un autobus mentre andavo in ufficio. Chiamo il mio medico di base e lui mi mette in quarantena per sette giorni perché il contatto era avvenuto sette giorni prima. Il lunedì mi chiama l’Ats e mi dà la data di fine quarantena: 17 settembre”. Luigi allora chiede informazioni per un tampone: “Per Immuni la mia, su un mezzo pubblico, è considerata un’esposizione a basso rischio e quindi l’Ats mi propone il tampone solo in forma volontaria in una struttura pubblica e abilitata. Decido di non fare nulla ma di rimanere ovviamente in casa. Passano altri tre giorni, siamo al 17, il giorno di fine quarantena e ricevo una chiamata da un operatore che mi spiega che dal giorno dopo, il 18, sarei stato libero di uscire. Spiego che Ats mi ha parlato di giovedì 17: mi confermano che fa fede la data indicata, anche se dai loro registri risulta il 18. Non voglio avere problemi legali e così aspetto in casa fino al 18, per sicurezza”. Luigi nel weekend esce di casa per sbrigare alcune commissioni. “Il lunedì dopo, siamo al 21, chiamo il numero verde 1500: l’operatore di secondo livello, un medico, mi dice che la quarantena è finita ma che sarebbe meglio avere una conferma scritta di fine quarantena proprio da Ats. Il giorno dopo vado all’ospedale, al drive-through, per il tampone dall’automobile. Racconto del tipo di contatto che ho avuto e della mia quarantena: l’operatrice si meraviglia chiedendomi cosa facessi lì…”. Ricordiamo che l’app Immuni dà agli utenti la possibilità di sospendere temporaneamente il tracciamento, un aspetto utile anche per evitare che contatti a basso rischio come quelli avuti da Luigi sul bus (dove occorre rispettare il distanziamento e l' uso della mascherina) possano di fatto bloccare tante persone non realmente entrate in contatto con il virus. Sulle Faq della app di tracciamento, infatti, è spiegato che "Immuni permette di disattivare temporaneamente la funzionalità", ad esempio mentre si è al lavoro nel caso di un operatore sanitario a contatto con pazienti Covid-19. Così "disabilitando Immuni non verranno registrati i contatti con altri utenti". Luigi fa il tampone il giorno 22: “Mi spiegano che devo rimanere presso il mio domicilio in attesa del risultato, che arriverà entro 3 o 4 giorni, anche se sul foglio del ritiro c’è scritto 29 settembre. Trovo tra l’altro paradossale che io possa andare a ritirare personalmente il mio tampone senza ancora sapere se sono positivo o no, anche se il contatto c’era stato quasi 20 giorni prima. Io comunque quando arriverà il risultato lo vedrò accedendo al mio fascicolo sanitario online”.

Insomma questa disavventura, tra le apparenti informazioni contraddittorie fornite dagli operatori, ha lasciato Luigi amareggiato. Nonostante questa vicenda personale ribadiamo l’importanza di rispettare tutte le regole di buonsenso per la prevenzione del Covid e di scaricare  l’App immuni, che rappresenta sicuramente un utile strumento al servizio della salute pubblica.

Da repubblica.it il 15 aprile 2020. Dopo Google e Facebook, anche Apple rilascia uno strumento che attraverso le sue Mappe mette in chiaro i dati sulla mobilità degli utenti per aiutare nel contrasto alla diffusione del coronavirus. "Questi dati - spiega - possono fornire spunti a governi locali ed autorità sanitarie e possono anche essere utilizzati come base per nuove politiche pubbliche. Mostrano il cambiamento negli spostamenti delle persone che guidano, vanno a piedi o prendono mezzi pubblici nelle loro comunità". In Italia, ad esempio, scorrendo il grafico reso disponibile da Apple, al 12 aprile gli spostamenti sono crollati dell'87%, in Gran Bretagna del 76%, negli Stati Uniti del 63% e in Germania del 54%. In particolare, nel nostro paese, gli spostamenti con i mezzi pubblici hanno registrato un crollo del 91%, quelli a piedi dell'89% e con la macchina dell'87%. "Mappe - spiega Apple - non associa i dati di mobilità all'ID Apple degli utenti, né registra la cronologia dei loro spostamenti. Il nuovo sito analizza i dati aggregati raccolti durante l'utilizzo dell'app Mappe per fornire i trend di mobilità per le principali città del mondo e di 63 Paesi e territori. Tali informazioni vengono generate contando il numero di richieste di indicazioni stradali ricevute dall'app Mappe. I set di dati sono poi messi a confronto per riflettere la variazione del volume di persone che si spostano in auto, a piedi o con i mezzi pubblici nelle varie parti del mondo. La disponibilità dei dati per una particolare città o un dato Paese o territorio dipende da diversi fattori, fra cui un limite minimo di richieste giornaliere", conclude Apple.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 4 aprile 2020. Dopo le celle telefoniche è l' ora dei Big Data. Da ieri Google ha deciso di scendere ufficialmente in campo contro il Covid-19 e di mettere a disposizione delle autorità sanitarie di 131 Paesi nel mondo i dati, aggregati e anonimi, estratti dalla geolocalizzazione dei nostri smartphone. Così dal primo rapporto si scopre che considerando la seconda metà di febbraio e il mese di marzo (fino a domenica 29), quindi per un periodo che inizia prima dell' identificazione dei focolai nel Nord Italia e dell' imposizione delle misure restrittive, in Italia l' affluenza a farmacie e alimentari è diminuita dell' 85%. Del 94% quella in bar e ristoranti, del 90% l' attività in parchi e giardini e dell' 87% l' affluenza nelle stazioni dei trasporti pubblici. Non solo, dai big data di Google si evince anche come un italiano su tre frequenti ancora il proprio posto di lavoro e come, l' unico dato in crescita, riguardi la residenzialità (più 24%). Vale a dire la presenza, più o meno costante, dei cittadini nelle proprie case. Un' informazione che se da un lato sintetizza l' efficacia con cui i singoli paesi stanno eseguendo il lockdown dall' altro evidenzia l' approssimazione della rilevazione. Non è infatti noto se le informazioni comprendano, e probabilmente non lo fanno, gli spostamenti nei pressi dell' abitazione per cui mancherebbero del tutto i furbetti della passeggiata con il cane. Allo stesso modo, va sottolineato come la fotografia scattata da Google sia relativa alla situazione italiana fino al 29 marzo e cioè, prima dell' allentamento denunciato dalle autorità vissuto negli ultimi giorni. In pratica si dovrebbe fare di meglio, tant' è che il risultato italiano è battuto da Israele (+30%) nonostante sia avanti rispetto al +15% del Regno Unito o al +12% degli Stati Uniti. Proprio negli Usa peraltro questo genere di dati gps, stavolta forniti da Facebook, sono utilizzati da università e governo per verificare l' adozione delle misure di distanziamento sociale. La stessa Google ha precisato come il report sia stato fornito su richiesta delle autorità sanitarie che hanno ritenuto «questo tipo di dati aggregati e anonimizzati» utili per prendere decisioni nella lotta Covid-19. Per questo, nelle aree più difficili, il rapporto analizza anche le singole regioni. In Italia ad esempio i dati della Lombardia sono in linea con la media mentre quelli del Lazio si discostano per farmacie e alimentari: i laziali li frequentano più del resto della Penisola, tant' è che il calo registrato è meno incisivo del 9%. Non solo è anche evidente come prima dell' 8 marzo in Calabria e in Liguria, parchi e giardini pubblici fossero molto frequentati a differenza di quanto accadeva in altre regioni. Un' immagine significativa se si ripensa alle polemiche del periodo. I dati sembrano confermare quanto evidenziato da ricerche precedenti. Il tutto, a detta di Big G, senza violare la privacy degli utenti. Mountain View ha spiegato che la cronologia delle posizioni utilizzata per raccogliere le informazioni è disattivata come impostazione predefinita e che quindi deve essere autorizzata da ogni utente. Gli utilizzatori del servizio inoltre possono eliminare i dati raccolti, facendo di fatto perdere le proprie tracce.

Coronavirus, Puglia «traccia» cellulari «esodati» dal Nord: monitorati gli spostamenti. Lo ha confermato il prof. Lopalco: i dati sono anonimi ma serviranno a verificare se sono state rispettate le misure di quarantena. Sono 35mila le persone che si sono autosegnalate. Massimiliano Scagliarini l'1 Aprile 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. La Puglia sta esaminando anche i dati delle celle telefoniche cellulari per tracciare gli spostamenti, "specialmente quelli tra Nord e Sud", allo scopo di ricostruire le catene dei contagi. Lo ha spiegato il professor Pier Luigi Lopalco, responsabile epidemiologico della task-force della Regione: «Abbiamo chiesto i dati alla Normale di Pisa", quella da cui lui stesso proviene, perché la "geolocalizzazione delle catene di contagio" potrebbe consentire di comprendere meglio le modalità con cui si sta propagando il coronavirus. In particolare per confermare l'ipotesi in base a cui l'epidemia è arrivata in Puglia attraverso gli spostamenti dalla Lombardia (il caso uno, un operaio di Torricella, era andato a trovare la madre ricoverata poco lontano dalla "zona rossa")». «Naturalmente si tratta di dati anonimi», ha spiegato Lopalco in riferimento al fatto che i gestori telefonici non forniscono ai centri di ricerca i nomi degli intestatari delle utenze telefoniche cellulari ma soltanto i dati aggregati relativi a tempo, luogo e posizione. Dall'analisi di questi dati è possibile - lo ha già fatto la Regione Lombardia per verificare se la gente resta effettivamente in casa - avere una idea di come si muovono i cittadini, e quindi sarà possibile capire con più esattezza da dove prevenivano le persone che sono rientrate in Puglia: le autosegnalazioni pervenute alla Regione sono state oltre 35mila. L'esame dei dati di geolocalizzazione è stata affidata a un gruppo statistico coordinato dall'agenzia Aress.

Martina Pennisi per il “Corriere della Sera” il 2 aprile 2020. «Stiamo parlando di un brevissimo lasso di tempo». Sono le parole pronunciate ieri da Hans-Christian Boos, imprenditore e consulente per il digitale del governo tedesco, mentre annunciava la corsa di 130 scienziati al rilascio entro il 7 aprile di una piattaforma che faccia da base comune alle applicazioni di tracciamento dei positivi al coronavirus nel rispetto delle regole europee. Boos non è l' unico ad avere il fiatone. In Italia, a 25 giorni dal primo lockdown e più di 110 mila contagiati dopo, sono stati nominati solo martedì i 74 esperti che devono valutare l' uso dei dati per contenere l' epidemia di Covid-19. Il (maxi) gruppo, il cui zoccolo duro sta già lavorando da qualche settimana, deve innanzitutto domandarsi quali e quante informazioni sia utile usare e, a fronte di 319 proposte arrivate al ministero dell' Innovazione, indicare l' applicazione migliore. La prima risposta, al netto delle esperienze asiatiche, è arrivata da uno studio dell' Università di Oxford, che reputa indispensabile digitalizzare la ricerca di chi ha incrociato un positivo per rallentare il virus, che finora si è dimostrato più veloce dei metodi tradizionali. La seconda dovrebbe essere pronta entro il fine settimana: la task force sta guardando ad architetture che minimizzino la raccolta dei dati, usino la crittografia e traccino i contatti e non i movimenti delle persone. La tecnologia più adatta e meno invadente, come ha riconosciuto anche il movimento Privacy international, sarebbe il Bluetooth, che permette agli smartphone di accorgersi quando sono vicini celando l' identità dei loro possessori. Attenzione anche alla cybersicurezza, vien da dire guardando alle carenze nella lista dei 74: il blocco di ieri del sito dell' Inps e tentativi già capitati di mettere in Rete versioni malevole delle app che hanno partecipato al bando ricordano che è prioritaria e non deve diventare un parafulmine se qualcosa va storto. A quanto risulta, circa il 10 per cento delle 319 applicazioni si basa sul Bluetooth, due esempi sono quella gruppo Vetrya o quella di Pikdare. Verranno prese in considerazione anche le soluzioni in lavorazione nel resto d' Europa, ad esempio quella britannica (Bluetooth, ancora), anche perché la selezione di uno dei progetti che ha partecipato al bando del ministero di Paola Pisano sarà solo una delle variabili che il governo prenderà in considerazione per adottare una strategia. «È fondamentale che si arrivi a un modello condiviso a livello europeo vicino ai nostri valori e alle nostre norme di riferimento e non deve più esserci la falsa dicotomia fra privacy e salute pubblica: qualsiasi soluzione verrà adottata rispetterà le regole europee», dichiara Francesca Bria, presidente del Fondo innovazione della Cassa depositi e prestiti che figura fra i 74 esperti. Il paradosso è che mentre si guarda a Bruxelles e ci si prepara a chiedere ai cittadini di scaricare un' applicazione attiva a livello nazionale (volontariamente? Questo sarà importante, come sarà importante la condivisione volontaria o meno dei propri dati e la possibilità di gestirli ed eventualmente cancellarli) sono già state lanciate iniziative autonome delle Regioni, come quella della Lombardia, che dalle 18.30 di martedì alle 19 di ieri ha fatto compilare il suo questionario via app a 300 mila persone.

Da impresacity.it l'1 aprile 2020. Seguire l'evoluzione della pandemia da coronavirus tracciando i cittadini europei? È possibile farlo senza intaccare la privacy, secondo l'Unione Europea. E ora c'è una organizzazione che promette di conseguire questo obiettivo. Si chiama PEPP-PT, sigla che sta per Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing. Espressione che indica bene di che si tratta. Tracciare quanto le persone vengono in contatto fra loro. In tutta Europa e tutelando la privacy. PEPP-PT nasce come organizzazione no-profit localizzata in Svizzera. Si definisce come "un grande e inclusivo team europeo". E comprende al momento oltre 130 membri di otto nazioni europee. L'elenco comprende, sempre secondo i creatori del progetto, "scienziati, tecnici ed esperti di ben note aziende e istituti di ricerca". Siamo ai primi passi, quindi non esiste una organizzazione formale del progetto. Tra i nomi noti di PEPP-PT c'è in primo piano Vodafone. Ma anche alcune Università e istituti di ricerca di varie nazioni, come il Fraunhofer Institut. C'è anche una realtà italiana. la ISI Foundation di Torino, che fa ricerca nel campo della data science. La sensazione è quella di una organizzazione in costruzione. Con l'invito a partecipare esteso a chiunque sia interessato. E ovviamente possa portare un suo contributo tecnologico. È invece molto chiaro quello che PEPP-PT vuole fare. Che ricorda da vicino gli approcci seguiti in Sud Corea e soprattutto a Singapore. Tanto che viene da chiedersi se il Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing non sia un derivato del progetto BlueTrace. L'approccio di fondo è certamente il medesimo. E ha le sue ragioni. PEPP-PT parte dal presupposto che le misure di quarantena e lockdown non possono essere prolungate più di tanto. Diventa quindi necessario fare in modo che i nuovi eventuali positivi al coronavirus siano identificati rapidamente. A quel punto deve essere possibile rilevare le possibili catene di contagio. Ossia, in pratica, le persone che sono venute a contatto con un nuovo positivo. A questo serve il "proximity tracing", o tracciamento della prossimità. A ogni smartphone viene associato - attraverso un'app - un identificatore (ID) anonimo non riconducibile a un utente. Per ovvie questioni di privacy. Lo smartphone trasmette continuamente il suo ID, che viene raccolto dagli altri smarphone in prossimità che hanno la medesima app. Se due smartphone - e quindi due persone - restano abbastanza vicini per abbastanza tempo da provocare potenzialmente un contagio, conservano l'uno l'ID dell'altro. Ciascuno in un database locale, memorizzato sullo smartphone. PEPP-PT sottolinea che vengono conservate solo queste informazioni. Non altre, come il luogo o il momento in cui le due persone sono venute a contatto. Le informazioni non possono essere consultate da nessuno e sono cifrate. E sono cancellate quando non sono più rilevanti epidemiologicamente. Ossia, pare di capire, quando l'incontro è avvenuto da un numero di giorni ben superiore al periodo di incubazione del coronavirus. Nel momento in cui una persona viene rilevata come positiva al coronavirus, le autorità sanitarie la contattano e le inviano un codice (in pratica una password usa-e-getta) da inserire nell'app. Questa allora - in sintesi e semplificando - invia una notifica a tutte le persone, o meglio gli smartphone, che sono stati in contatto con il nuovo positivo. Tutto avviene in maniera anonima, attraverso gli ID. Quindi il positivo non sa chi potrebbe aver contagiato. E i potenziali contagiati non sanno chi potrebbe averli infettati. Il sistema funziona anche a livello internazionale. Quello che non è chiaro è come il lavoro di PEPP-PT possa essere messo in pratica. E da chi, sotto la supervisione di chi altro. Un ipotetico partner del Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing riceve il codice sorgente che permette di abilitare il sistema. In un servizio nuovo o in uno già esistente. Ma l'approccio al momento non è validato o certificato da altri che non siano i membri del progetto stesso. Un po' di perplessità quindi è inevitabile. Specie quando si indica che sono proprio i partner del progetto a "incoraggiare la propria nazione a supportare lo sviluppo e l'implementazione di PEPP-PT".

Bruno Ruffilli per “la Stampa” il 31 marzo 2020. Per combattere il coronavirus abbiamo tutti un' arma potente: lo smartphone. Molti Paesi hanno lo hanno usato per monitorare i movimenti delle persone e prevenire nuovi contagi, altri per informare la popolazione, altri ancora per controllare chi non rispetta l' obbligo di rimanere in casa. E non solo. Se qualcuno si ammala, si analizzano i suoi movimenti e si cerca di capire con chi è entrata in contatto, in modo da isolare queste persone e impedire che a loro volta diffondano il virus. Il contact tracing è adoperato anche in Italia, ma a farlo sono medici e addetti degli ospedali: è una procedura lunga e difficile, senza l' aiuto delle tecnologie. Forse il suo uso più aggressivo si è visto in Corea del Sud, dove il governo ha creato una mappa che ognuno può consultare per verificare se è venuto in contatto con persone infettate dal coronavirus.

La Cina ha utilizzato anche il riconoscimento facciale e le telecamere a circuito chiuso, oltre ai dati provenienti da stazioni di treni e metropolitane, carte di credito e tutto quanto possibile tracciare. Lo scopo - raggiunto - era far rispettare le disposizioni che imponevano non uscire di casa.

A Hong Kong, poi, le autorità hanno controllato alcuni cittadini in quarantena con braccialetti elettronici e un' app. Oggi nel primo focolaio della pandemia un' altra app serve da passaporto virtuale: mostra un codice QR che certifica lo stato di salute e consente di allontanarsi più o meno da Wuhan.

In India c'è l' app Corona Kavach; prevede un questionario con quattro risultati: Tutto bene, Consultare il medico, Quarantena e contagiato. Ogni volta che si esce di casa, automaticamente avvisa se ci si trova in prossimità di un' altra persona a rischio: conviene attivarla perché in primo luogo protegge chi la usa.

L' app di Singapore si chiama TraceTogether, ha un' interfaccia semplice e giocosa, e sfrutta i segnali del Bluetooth per identificare la prossimità con persone a rischio. La principale novità viene dall' app creata dal Ministero della salute israeliano che chiede ai cittadini l' accesso volontari ai dati di geolocalizzazione, li incrocia con quelli dell' indagine epidemiologica e informa in tempo reale gli utenti che sono a rischio o che costituiscono un rischio per gli altri. Il secondo pilastro del sistema israeliano è il controllo dei cellulari di tutti i cittadini da parte dell' agenzia Shin Bet che usa dati per verificare che i cittadini rispettino la quarantena. Fra qualche giorno il governo irlandese metterà a disposizione un' app per il tracciamento volontario: si aspetta che il picco dei contagi sarà fra due settimane, quindi è importante sfruttare questo margine di tempo. Intanto, alcuni scienziati del King' s College di Londra hanno realizzato COVIDradar. La usa un milione di volontari in tutto il Regno Unito per monitorare costantemente il proprio stato di salute: così è possibile capire dove i sintomi diventano più frequenti. I dati vanno al Ministero della Sanità, che decide risorse da allocare e provvedimenti da prendere, zona per zona. Queste informazioni arrivano prima che i volontari abbiano bisogno di cure speciali, così è possibile controllare i nuovi focolai fin dall' inizio.

In Australia, l' app del governo serve solo per essere aggiornati sulla situazione, anche via Whatsapp; non traccia chi la usa, ma lo farà con un aggiornamento. Anche l' app ufficiale dell' Organizzazione Mondiale per la Sanità oggi fornisce consigli, in futuro potrebbe essere usata per il contact tracking e aiutare gli studiosi di capire meglio come il virus si muove all' interno delle comunità. Utilizza i dati di Google Maps, un po' come Waze per il traffico.

Negli Usa, Trump aveva annunciato una collaborazione con l' azienda di Mountain View (non confermata) e con Facebook (smentita da Mark Zuckerberg). Secondo il Wall Street Journal, tuttavia, funzionari governativi stanno già utilizzando i dati di milioni di smartphone per monitorare fino a 500 città e pianificare una risposta alla pandemia.

In Italia a breve dovrebbe arrivare il via definitivo al progetto dell' app di tracciamento italiana. Non sarà facile scegliere tra le 319 proposte di monitoraggio arrivate al Ministero dell' Innovazione, ma il team di 60 esperti che dovrà valutarle c' è già. Il ministro Paola Pisano punta su una soluzione su base volontaria, da testare in un' area territoriale ristretta, magari la Lombardia. La Gdpr prevede già eccezioni alla normale tutela dei dati in ambito sanitario, proprio nei casi di epidemie, tuttavia per il varo dell' app potrebbe servire un decreto legge che garantisca il carattere temporaneo della raccolta e dell' uso di informazioni riservate.

Martina Pennisi per il “Corriere della Sera” il 26 marzo 2020. Ricerca italiana dell' applicazione anti-coronavirus: giorno due. Ieri il ministero dell' Innovazione ha ricevuto più di cento idee, che si vanno ad aggiungere alla cinquantina di martedì, per un totale di 170 candidature di aziende e startup che vogliono contribuire al contenimento dell' epidemia di Sars-Cov-2 con le loro app di teleassistenza a domicilio e di tracciamento. Hanno invece superato il migliaio le risposte alla richiesta di dispositivi per la protezione dei pazienti (le mascherine), respiratori artificiali e strumenti per la diagnosi veloce. Dal 31 marzo al 20 aprile, il ministero di Paola Pisano e l' Agenzia Spaziale Italiana mettono inoltre sul tavolo due milioni e mezzo di euro per idee basate su asset spaziali (come le comunicazioni satellitari). Da oggi si comincia a tirare le fila: alle 13 parte la scrematura delle app, a cui lavorerà un gruppo di economisti, tecnici ed esperti di privacy. Sullo sfondo la domanda ormai familiare anche a chi non è avvezzo alla tecnologia, ma dal semi-isolamento non può fare a meno di chiedersi quando migliorerà la situazione e in che modo può contribuire al ritorno a una vita più normale possibile: i dati dei nostri smartphone, la posizione in primis, per mappare gli eventuali incontri fra positivi e sani e avvisare i secondi del pericolo; possono essere utili? Come verranno tutelati? Una ricerca Bva Doxa (su un campione di 5 mila individui) mostra innanzitutto come il 93 per cento degli italiani sia pronto a «sacrificare alcuni diritti fondamentali se ciò aiuta a prevenire la diffusione del virus». Non è necessario che accada se, come spiega l' avvocato Ernesto Belisario, «si utilizzano solo i dati strettamente necessari per il contrasto alla situazione emergenziale, limitandosi - per quanto possibile - a trattare dati aggregati. Inoltre, i dati devono essere trattati soltanto dai soggetti istituzionalmente deputati ad affrontare l' emergenza e soltanto per un periodo limitato». Il Massachusetts Institute of Technology di Boston ha lavorato in questa direzione per sviluppare la sua app Private Kit: Safe Paths, che prevede la condivisione di dati crittografati tra gli smartphone, cosicché si possa venire avvisati di aver incrociato un positivo senza sapere e poter ricostruire chi è. Sono i positivi poi a decidere se condividere o meno la diagnosi sull' app. Anche Singapore punta sulla comunicazione fra gli smartphone, attraverso il Bluetooth, e sul fatto che i dati non lascino il dispositivo. In Spagna, per ora nella sola area di Madrid, un' applicazione supportata da Telefonica e Google aiuta le persone nella fase di autodiagnosi, in modo da non sovraccaricare le linee telefoniche di emergenza. Esperimenti avviati e funzionanti ce ne sono anche da noi: per esempio, quello raccontato sul «Corriere» da Simona Ravizza, del portale informatico dell' epidemiologo dell' Ats Milano, Antonio Russo. Funziona così: l' algoritmo calcola il rischio che i singoli pazienti con patologie e ricoveri pregressi hanno di ammalarsi di Covid-19. I medici di famiglia e i sindaci possono agire di conseguenza dopo aver consultato il portale. A proposito del tracciamento dei contagi, Russo spiega che «queste tecnologie saranno utili nel momento in cui la popolazione ricomincia ad avere una vita attiva: rintracciare velocemente un malato e i suoi contatti per inibire un focolaio è estremamente interessante. Dobbiamo capire come prepararci a una fase in cui probabilmente andremo avanti a fisarmonica: reimmissione nella vita attiva e poi di nuovo contenimento».

Giacomo Amadori per “la Verità” il 27 marzo 2020. La strana gara per portare gli italiani dentro a una sorta di Grande fratello si è chiusa ieri alle 13. Il ministero dell' Innovazione aveva indetto «una call per le tecnologie per il contrasto alla diffusione del Covid-19» e sono arrivate 319 proposte di app per telefonini destinate al monitoraggio delle persone e al tracciamento dei loro spostamenti. Hanno partecipato aziende, ma anche università come il Politecnico di Milano e l' ateneo di Salerno. In questi giorni si è aperto il dibattito su quali norme applicare per impedire di finire tutti in una specie di occhiuta caserma. Dal ministero spiegano che al momento siamo solo a livello di «scouting» per trovare la soluzione più idonea, mentre sarà compito del governo intervenire ove fosse necessario con lo strumento normativo. Che, però, potrebbe non servire, «se si scegliesse la via della libera adozione dell' applicazione da parte dei cittadini». Evidentemente la speranza è che gli italiani accettino l' invito delle autorità a scaricare l' app. «Sarebbe come aprire un account Facebook, in cui si firma un' informativa sulla privacy e si cedono i propri dati liberamente», minimizzano dal ministero. In realtà sarebbe come indossare una specie di braccialetto elettronico che permette di controllare i nostri movimenti, come se fossimo ai domiciliari. Luca Tomassini, presidente e ad del gruppo Vetrya di Orvieto, considerato uno dei padri della telefonia mobile italiana, ha proposto al ministero uno dei progetti più accreditati per il controllo di massa degli italiani. È stato realizzato con il Cnit (Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni che raggruppa numerose facoltà e una decina di unità di ricerca presso il Cnr): «Ogni smartphone ha un' applicazione silente che funziona in background e non impatta sull' operatività dei telefonini. Si "guarda" sempre intorno per controllare se abbia vicino altre persone con l' app». Un cervellone centrale monitorerebbe gli spostamenti di questi «identificativi» (collegati a nomi e cognomi) e i loro incroci. Un po' come le app di incontri: «Sì, ma con ben altra tecnologia» precisa Tomassini. Che prosegue: «I dati raccolti vanno a finire nella piattaforma di tracciabilità, che è la cosa più importante di questo progetto, che traccia, per l' appunto, tutti gli incontri degli id digitali. Qualora uno sia stato segnalato come positivo al Covid-19 sarà possibile ricostruire in tempo reale tutte le persone che ha incrociato e dove». La notizia ci dà un senso di soffocamento. «L' app sfrutta il Gps e non le celle telefoniche: non funziona con i dati degli operatori telefonici perché noi puntiamo a tracciare in tempo reale i contatti a 1-1,5 metri e la loro durata». Il nostro senso di angoscia aumenta. «L' ipotesi è di affidare tutta questa macchina di controllo e di tracciamento alla Sogei, che è la società informatica controllata al 100 per cento dal ministero dell' economia». Guidata dall' ad Andrea Quacivi, nominato ai tempi del governo Gentiloni. La sensazione di oppressione raggiunge l' apice. Ci assale il timore che questi dati in mano a Sogei possano essere utilizzati per tracciare gli spostamenti dei contribuenti.

«Francamente non lo credo. Il governo ha già i dati di 60 milioni di clienti (sic, ndr) e questo monitoraggio durerebbe il tempo dell' emergenza». Tomassini si aspetta che il cittadino liberamente scaricherà l' applicazione spia «come gesto di aiuto per chi sta governando questa pandemia», ma sottolinea che «nessuno è obbligato a farlo» e che «se c' è libera scelta non c' è bisogno di nuove norme» per regolarne l' utilizzo. Obiettiamo che il cittadino in questo modo dovrebbe «scegliere» di mettere la propria privacy nelle mani del governo: «Esattamente, è lui che decide se farlo o no». L' ingegnere, nominato nel 2015 cavaliere del lavoro, si dice sia in stretti rapporti con Matteo Renzi, anche perché le sue imprese vennero cantate dal giornale del Pd, Democratica, quando il fu Rottamatore era premier. «Io grande amico di Renzi? Questo l' ha detto lei. Se lo nego? Io sono amico di tutti». Alla fine Tomassini ci fa sapere che l' app verrebbe donata gratuitamente al governo italiano e che l' obiettivo è quello «di non fare uscire i dati e di non metterli nella maniera più assoluta su sistemi di cloud computing per il mantenimento della sovranità digitale». Quindi questo giochino delle app anti coronavirus non è l' ennesimo assalto alla diligenza che tante società stanno tentando? «Noi lo facciamo per il governo italiano, poi è vero che molti in queste situazioni cercano di approfittarne, ma non noi». Il bando per le tecnologie per il contrasto alla diffusione del Covid-19, come detto, si è chiuso ieri ed era un' iniziativa congiunta dei ministeri dell' Innovazione e della Salute, dell' Istituto superiore di sanità e in collaborazione con l' Organizzazione mondiale della sanità. Alla fine sono arrivate 504 proposte di app di telemedicina e assistenza domiciliare e 319 possibili soluzioni per il «monitoraggio attivo del rischio di contagio». In questa trasformazione dell' Italia in una sorta di Grande fratello occorre ricordare che la Sogei è stata tra le prime, se non la prima, a comprare la tecnologia della Palantir, la società che analizza i dati per la Cia, un' idrovora digitale capace di succhiare tutti i dati possibili che ci riguardino dai social (uno dei fondatori di Palantir, Peter Thiel, ha scritto: «Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili»). Quindi Sogei è già in grado di incastrare l' incauto evasore fiscale che posta la foto di sé in barca alle Barbados su Instagram, domani avrà anche la possibilità di incrociare i nostri movimenti? Sapere quante volte andiamo nella seconda casa? Vedremo. Di certo, la nuova tecnologia, una volta avviata, non è ancora chiaro quando verrà rimessa in soffitta. L'Italia è il Paese che sfrutta le emergenze per attuare leggi speciali che spesso diventano normali. Per esempio durante il periodo del terrorismo venne introdotto il fermo di polizia di 24 ore per l' identificazione, tuttora in vigore. Il garante della privacy, Antonello Soro, ha concesso che in tempi tanto grami ci possano essere deroghe alla nostra privacy in nome dell' interesse collettivo, ma ha aggiunto che «le deroghe non devono diventare un punto di non ritorno» e che «la scadenza dovrà essere definita in partenza e dovrà coincidere con la fine dello Stato di emergenza proclamato dal governo a febbraio». Soro ha anche aggiunto che il «contact tracing», che incide su un numero elevatissimo di persone, avrebbe bisogno di essere regolato da un decreto legge. Anche se, come abbiamo visto, al governo sperano che non ce ne sia bisogno. Anche l' ex presidente del Senato Marcello Pera, in un' intervista a Sky, ha lanciato l' allarme: «Le decisioni di oggi sono veleno per la democrazia e devono avere tempi e modalità garantite», visto che queste misure potranno lasciare tracce e proseguire nel tempo, con il rischio che a esse potremmo abituarci. «Il vero problema è che si sta realizzando in tutta fretta un sistema di biosorveglianza che, però, è indispensabile all' insorgere delle epidemie, quando occorre tracciare i primi contagi e mettere selettivamente i malati in quarantena», conclude Giuliano Tavaroli, ex capo della security Telecom ed esperto di innovazione e sicurezza. «Ma se siamo tutti a casa che cosa vuoi monitorare? Chi esce con il cane tre volte al giorno anziché due? Piuttosto servirebbe un grande screening epidemiologico, cosa che sta tentando di fare la Regione Lombardia».

Paolo Russo per "la Stampa" il 26 marzo 2020. La nuova arma tecnologica anti-Covid si chiama "test track contain". Tracciando i nostri movimenti con il Gps attivato da una App, telefonate al cell, pagamenti con carta di credito, si riuscirà a scoprire chi tra i contagiati e chi è in isolamento domestico rompe la quarantena. Ma soprattutto, ed è questa la novità più importante, consentirà di individuare tutti i contatti della persona positiva nei 14 giorni precedenti, permettendo di fare tamponi a tappeto ma mirati, isolando gli eventuali nuovi infetti. Magari asintomatici, che secondo gli epidemiologi sono poi quelli da cui dipende il 70% dei contagi. Oggi si chiuderà la call con la quale i ministeri della salute e dell' innovazione hanno chiamato a raccolta imprese e amministrazioni pubbliche per presentare le loro idee che rendano tecnologicamente realizzabile tutto questo. Poi il Comitato tecnico scientifico elaborerà il piano definitivo che aziende ed enti prescelti saranno chiamati a supportare. «Pensiamo di essere operativi entro 15, massimo 20 giorni», assicura Walter Ricciardi, consulente di Speranza e principale sponsor del "modello Corea". Ed è lui stesso a spiegarci il progetto, «che prevede tre fasi. La prima è quella di unificare la massa di dati su ciascun cittadino, oggi divisi a silos e che riguardano informazioni anagrafiche, condizioni di salute, attività lavorativa". La seconda fase è quella cosiddetta di "testing". «Si utilizzano una serie di informazioni: i movimenti segnalati dalle celle telefoniche quando ci spostiamo oltre un certo raggio, i geo localizzatori che quotidianamente attiviamo sui nostri smartphone con app come quelle di navigazione stradale o del meteo e infine le transazioni con le carte di credito. Incrociando i dati potremo risalire ai contatti del contagiato nei precedenti 14 giorni, il tempo massimo di incubazione del virus». A quel punto si fanno tamponi mirati «a chi ha sintomatologia febbrile e comunque per tutti si applica la quarantena». La terza fase è quella della App al servizio di tutti, che raccogliendo la gran mole di informazione sugli spostamenti di positivi e persone potenzialmente contagiose «consentirà come in Corea di segnalare a chiunque le zone a maggior rischio, da evitare o percorrere con cautela», spiega Ricciardi. Che ci tiene a sottolineare come il sistema consentirà di assistere da remoto chi è in quarantena, «misurando parametri vitali, come battiti e pressione o la saturazione di ossigeno nel sangue». Quanto siamo preparati a un salto tecnologico di questo tipo ce lo spiega Stefano Grilli, amministratore delegato di Mediatica, azienda leader in Italia nell' uso di tecnologie per la gestione dati. Diciamo subito che le celle telefoniche riescono a fornire la posizione di una persona nell' arco di circa 100 metri nei centri urbani, in un raggio di anche qualche chilometro nelle aree rurali. Quindi questi dati serviranno solo a un alert nel caso qualcuno rompa le prescrizioni circa quarantena o divieto di spostamento da un comune all' altro. La App anti-Covid che attiverà la nostra geolocalizzazione tramite Gps restringe invece di molto l' obiettivo. «Fino a 10 metri di raggio, anche uno o due metri se si utilizzano smartphone di ultima generazione. Ma il posizionamento è possibile solo out-door, ossia fino a quando non entro in quello stabile, in ufficio o al supermercato», mette in chiaro Grilli. «Esistono anche tecnologie per la localizzazione indoor, all' interno degli edifici ma - spiega il manager- in Italia sono ancora molto sperimentali».

Da tgcom24.mediaset.it il 27 marzo 2020. L'ospedale Spallanzani di Roma come la Corea del Sud. Cominciano ad arrivare i costosi macchinari che serviranno a digitalizzare l'iter diagnostico sul Covid-19. L'arma dell'automazione più avanzata e soprattutto dell'informatica per combattere il coronavirus oggi è prepararsi a possibili future epidemie. Proprio sulla scia del modello sud coreano che grazie alla tecnologia - big data, app e a una mappatura in tempo reale dei casi positvi - è riuscita a contenere i contagi. In questi giorni i laboratori clinici dell'Istituto Spallanzani di Roma, l'eccellenza italiana nel contrasto alle malattie infettive, sono al centro di una rivoluzione tecnologica, con l'installazione di software, banche dati, ma anche macchinari per sostituire le mani dei ricercatori nelle operazioni più faticose e ripetitive e riconsegnarle alla ricerca. Tutto questo avviene adesso, in piena crisi anche grazie alle donazioni private al servizio della sanità pubblica. In questo caso dalla Fondazione Angelini. Il dato sui nuovi contagi, condizionato dalla saturazione delle capacità operative dei laboratori di analisi, è ormai definito inattendibile da gran parte della comunità scientifica. La rivoluzione del modello sudcoreano è iniziata proprio da qui, dai laboratori di analisi. Trasformare questi laboratori in centri automatizzati consentirà di accelerare tempi e procedure e allestire una banca di "big data" per fotografare, finalmente, la diffusione reale del virus.

Fast call, la più grande e inutile operazione di spionaggio di massa. Alberto Cisterna de Il Riformista il 26 Marzo 2020. La chiamano “Fast Call”, durerà ancora poche ore. Una chiamata alle armi per pubbliche amministrazioni, aziende e organizzazioni che abbiano «già realizzato soluzioni tecnologiche» perché aiutino il Governo nel «tracciamento continuo, l’alerting e il controllo tempestivo del livello di esposizione al rischio delle persone e conseguentemente dell’evoluzione dell’epidemia sul territorio». Così recita il bando pubblicato sul sito ufficiale del Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. La più massiccia operazione per il monitoraggio di massa che sia stata mai progettata nel nostro Paese e con pochi precedenti in tutte le democrazie liberali (Corea del sud e Israele sono paesi in stato di guerra da decenni e che non dovrebbero essere neppure citati a modelli di riferimento in questa discussione). Per intenderci una cosa di cui neppure si sussurra in Germania, in Francia e finanche negli Stati uniti o in Gran Bretagna che, pure, con Echelon e con Cambridge Analytica non si sono fatti mancare nulla. In un paese in cui la maggioranza dei contagi è stata propagata dalle falle di un sistema sanitario desertificato da decenni di tagli, in cui il 10% dei contagiati sono eroici medici e infermieri. In una nazione che ha proclamato in pompa magna quasi due mesi or sono lo stato d’emergenza “dimenticandosi” di accertare che la produzione nazionale di mascherine e di apparati di respirazione era praticamente a zero. Bene in una condizione del genere a qualcuno viene in mettere di giocare all’apprendista stregone con la libertà dei cittadini e con le garanzie costituzionali per proporre di costruire un sistema di sorveglianza elettronica di massa e per implementare «il tracciamento continuo» e «l’alerting» di tutti gli italiani. Un modo, come dire, quantomeno bizzarro di eludere il tema delle gravi responsabilità politiche (e, vedrete, non solo) che sono alla radice di questa ingiusta mattanza. Anche solo alimentare l’idea che gli italiani siano un popolo di irresponsabili untori, pronti a contagiare parenti e amici è inaccettabile, poiché intende sfuggire alla domanda delle domande: ossia di chi sia la responsabilità della grave impreparazione del Paese alla pandemia. In Corea del sud, per essere chiari, non è stato il tracciamento continuo e l’alerting a contenere il numero dei contagiati, ma un sistema governativo efficiente, competente e rapido che ha fronteggiato (come in Cina) l’intero fabbisogno di dispositivi di protezione e di posti letti equipaggiati e ai cui divieti i cittadini si sono serenamente affidati. Quel che appare insidioso – finanche nella sola discussione che si sta alimentando su questa opzione orwelliana – è che così facendo si possa rafforzare l’idea che le colpe dell’espandersi della nuova peste siano da scaricare sulla popolazione inerme e vittima, additata come insubordinata e infida. Una linea di pensiero che, per intendersi, aveva già preso di mira i runner della domenica, vilipesi come traditori e untori e fatti oggetto di indecorose ingiurie dai balconi delle case. Si badi bene incombe il pericolo di una manipolazione comunicativa che corre il rischio di saldare interessi possenti e convergenti. Non ultimi quelli del ceto politico del Sud che, invece che recitare il mea culpa del fallimento dell’autonomismo regionale (in piedi in Sicilia da decenni e nel resto d’Italia dal 1970) e del collasso sanitario che ha generato, minacciano il filo spinato lungo inesistenti confini; o quelli delle élite del Nord che hanno privilegiato per anni la sanità privata che ora serve a poco o a nulla, salvo rare eccezioni. La teoria degli untori fuggiti dalla Lombardia verso il Sud è, al momento, solo una diceria priva di riscontri oggettivi e di dati significativi. Non si ha notizia di persone che risultino contagiate in Sicilia o in Calabria e che provengano dalla Lombardia eppure sarebbe questo l’unico indice predittivo di un fondamento per la grande paura instillata tra gli italiani in una delle domeniche del coprifuoco sanitario. Per chiudere. Ovviamente tutti tranquilli. Di questa rete onnivora di libertà non se ne farà nulla e la pandemia avrà praticamente fine prima che l’Italia possa darsi un sistema del genere. Chi ha fatto cose analoghe ci ha messo decenni e aveva lo scopo di scoprire le reti degli infiltrati palestinesi o delle spie di Pyongyang, non di dare la caccia a premurosi nipoti che vanno ad assistere i propri anziani nonni. Alla fine anche su questo versante della propaganda si dovranno fare i conti per stabilire se a fare strage di anziani siano stati parenti sprovveduti e contaminati (vedremo se saranno risultati tali e ce lo diranno i dati) oppure se il massacro dipenda dalle faglie di un sistema sanitario abbandonato a sé stesso di cui quegli anziani erano i primi utenti. Ecco, a proposito, si raccolgano questi dati e la “Fast Call” ministeriale di queste ore si concentri su uno solo degli obiettivi che enuncia, ossia la creazione di «sistemi di analisi dati, tecnologie hardware e software utili per la gestione dell’emergenza sanitaria» che tanto utili saranno quando – pianti i morti e sanati gli infermi – si arriverà all’immancabile redde rationem politico (e non solo).

«Paura», «rientro dal nord», «contagio»: così le parole sui social  ci possono aiutare contro il Covid-19. Pubblicato mercoledì, 25 marzo 2020 su Corriere.it da Marco Pratellesi. E’ presto per fare un bilancio sulla pandemia scatenata dal virus Sars-Cov-2 a partire dalla fine di dicembre. Ma alcune cose le abbiamo già imparate. Fra queste sicuramente l’importanza dei dati e delle tecnologie di «contact tracing», tracciamento dei positivi, che si sono rivelate particolarmente efficaci in Cina, Corea del Sud e Singapore. Un conto sono infatti i dati sull’andamento quotidiano dei contagiati conclamati, altro la possibilità di individuare i potenziali positivi e di circoscriverne movimenti e contatti. Solo l’insieme di questi dati può consentire analisi predittive mirate e isolare da subito i potenziali focolai di Covid-19 limitandone la diffusione in maniera efficace. Il virologo Crisanti, sul Corriere, ha parlato di «emergenza sottovalutata. In Italia ci sono almeno 450 mila casi. Questo è un fallimento». Lo ha ammesso lo stesso capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, in una intervista a Repubblica dove ha affermato che i contagiati ufficiali sono attualmente 63.000, ma «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile». Sono questi dieci malati non censiti i potenziali diffusori di nuovi focolai del virus. Individuarli e sottoporli a quarantena è indispensabile per tenere sotto controllo la diffusione della malattia e ridurne gli effetti. Come rilevato dall’Istituto Superiore di Sanità il tempo medio che intercorre tra l’insorgenza dei primi sintomi e la diagnosi è di 3-5 giorni. Durante questo periodo il malato può contagiare familiari e altre persone con le quali entra in contatto. E’ evidente l’importanza di poter prevedere i circuiti di diffusione del virus in modo da isolare le persone infette e bloccare il contagio. Da questo punto di vista anche i social network, una diffusa rete di racconto sociale e personale soprattutto in tempi di «lockdown» (isolamento forzato), possono fornire dati utili per la costruzione di una piattaforma in grado di monitorare e lanciare alert su potenziali nuove aree di crisi. Un modello di «words tracing», analisi delle parole che le persone scrivono sui social, è stato testato da Felicia Pelagalli, fondatrice e Ceo di Culture, ed è adesso alla base di un progetto sperimentale che si avvale della collaborazione del professor Paolo Ferragina, ordinario di Algoritmi all’Università di Pisa, e di Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva. Il modello di words tracing si basa sulla «tecnica dizionario», condotta con algoritmi di analisi semantica e machine learning. L’algoritmo viene infatti addestrato ad analizzare le conversazioni sui social alla ricerca di termini che possono riferirsi a determinate categorie al fine di individuare temi e classificare tweet/post in base alla co-occorrenza di parole sentinella, «alert» di potenziale contagio. Nel caso del coronavirus il monitoraggio permette di stimare la popolazione di individui che presentano sintomi lievi o gravi, ricostruire network di potenziali diffusori di contagio (come ad esempio i movimenti nord-sud), monitorare situazioni di allerta e crisi e veicolare messaggi mirati di informazione e prevenzione. Tutti dati che contribuirebbero a migliorare le analisi predittive sull’andamento del virus e ad attuare le eventuali contromisure contenitive. «Una prima analisi sperimentale per individuare le parole sentinella – spiega Felicia Pelagalli, che coordina il lavoro dal bunker casalingo – si è basata su tecniche di elaborazione del linguaggio naturale e text analysis che sono andate a rintracciare pattern di parole all’interno di 12.000 tweet prodotti tra il 18 e il 22 marzo». Il risultato è una mappa delle parole che ha evidenziato 4 principali aree tematiche (cluster) lungo due direttrici di senso. Come rappresentato dal grafico, nel quadrante in alto a sinistra emerge il cluster «febbre alta» che riunisce i tweet nei quali compaiono parole come «problemi respiratori», «febbre alta», «tampone», «crisi/difficoltà respiratorie», «paura di morire», “positivo», «ospedale», «polmonite». Nel quadrante in basso a sinistra troviamo invece il cluster di chi fa riferimento a «sintomi lievi», come «tosse secca», «colpi di tosse», «mal di gola», «raffreddore», «starnuti», «dolori muscolari», «congiuntivite». La somma dei due, febbre alta 28,5% e sintomi lievi 29,6%, ci mette di fronte a un 58,1% dei tweet estratti che potrebbe riferirsi a persone potenzialmente positive, che già sanno di esserlo o che rientrano in quel rapporto di 10 non «censite» per ogni «malato certificato» indicato da Borrelli. Da alcuni esempi dei tweet analizzati si intuisce come l’algoritmo sia in grado di cogliere la rilevanza dell’allarme: Febbre alta: «Tre giorni di febbre alta e ossa rotte senza altri sintomi poi i primi segnali dal petto». Sintomi lievi: «Dolori muscolari mooolto leggeri, tosse solo se faccio respiri veramente profondi, sento l \’aria strusciare in gola e mi fa venire tosse sul momento, respirando normalmente no, forse ho la gola appena infiammata». Interessante anche nel quadrante in basso a destra il cluster del «rientro dal nord» (21,6%) che raccoglie i tweet di chi parla di «nord», «coronavirus», «contagiare i genitori», rientrare in Puglia», «viaggio», «studente», «tornare al sud», «treno». Il modello, in fase sperimentale, andrà testato, ampliato, corretto e raffinato nella individuazione delle «parole sentinella», che dovranno essere sempre più precise ed esaustive per restituire dati che riducano il margine di errore, i falsi positivi. Ma il «words tracing» rappresenta una delle possibilità di raccogliere quei dati, anche se in forma anonima come previsto dall’attuale normativa sulla Privacy, che si rivelano sempre più indispensabili per le analisi predittive e che, a quanto abbiamo sperimentato, si sono rilevate particolarmente efficaci nella lotta contro la diffusione del virus.

Umberto Rapetto per infosec.news il 23 marzo 2020. Nonostante la tragicità degli eventi c’è chi continua a improvvisare. Non una jam session di professionisti che possono permettersi qualunque variazione sul tema, ma lo stridulo strimpellare iniziative la cui inefficacia si riverbera sulla collettività già sufficientemente messa alla prova. E’ venuto il momento di dire basta al “me lo ho detto un mio amico” o “l’ho sentito in televisione”. E’ giunta l’ora di lasciarsi scappare quel “che cavolo vai dicendo” che staziona nella gola di chi non riesce più a sopportare il leitmotiv dell’approssimazione a tutti i costi. Tra le tante azioni ipotizzate per contrastare la diffusione del coronavirus ci sono quelle mirate a frenare la libera circolazione delle persone che possono risultare vettori dell’infezione. E’ così saltata fuori la storia di sfruttare le “celle telefoniche” per rilevare le posizioni geografiche degli utenti e monitorare i possibili spostamenti. Il sistema, nonostante il tono imperativo che ha accompagnato qualche annuncio, non può essere considerato la panacea in un momento in cui il controllo della “immobilità individuale” risulta effettivamente fondamentale. Per far sì che ciascuno rispetti il refrain “#iorestoacasa”, la mappatura delle celle “agganciate” dagli apparati di telefonia mobile non funziona e – anzi – rischia di avere controindicazioni. Gli appassionati dei più sofisticati “poliziotteschi” dei nostri giorni hanno ammirato l’abilità di certi specialisti delle forze dell’ordine nel rintracciare questo o quel delinquente, ma la semplificazione di certe serie televisive è affascinante sullo schermo e al contempo fuorviante nella realtà che stiamo vivendo. E’ bene sapere che il territorio è ricoperto di stazioni base (BTS la loro sigla tecnica, “ponti radio” l’espressione gergale) la cui singola copertura è chiamata “cella” e la cui totalità disegna un reticolo molto simile a quello di un alveare. Le celle hanno dimensione variabile in ragione del numero di potenziali utenti che in quell’area devono collegarsi alla rete telefonica. In ambito urbano la densità delle celle è quindi molto più elevata rispetto le zone “rurali” o comunque “fuori città”. La precisione del “posizionamento” è quindi proporzionale al raggio della cella in cui il telefonino si trova o, meglio, cui si è “agganciato” per comunicare. Questa postilla è fondamentale, perché se la cella più vicina è satura di utenti il telefono si collega ad un’altra non distante. A voler banalizzare (chiedo venia, ma non posso farne a meno) il nostro dispositivo mobile lancia costantemente un segnale alla rete per dire dove si trova. Al suo “sono qui” le celle che rilevano il “richiamo” dialogano tra di loro (valutando l’intensità del segnale e tenendo soprattutto conto del numero di utenti già connessi alla BTS) e comunicano la relativa presa in carico. Questo consente a chi si sposta in auto o in treno di non troncare la propria comunicazione lungo l’itinerario passando da una cella all’altra senza interruzioni grazie ad una vera e propria staffetta. E’ comprensibile che l’eccessivo affollamento di una cella o il decadimento del segnale può far slittare l’utente ad una cella diversa da quella che “naturalmente” gli si potrebbe attribuire. Cosa succede se la lettura del tabulato di un tizio evidenzia telefonate effettuate/ricevute o messaggi inoltrati/arrivati in una “cella” diversa da quella abituale o semplicemente differente da quella riportata nella riga precedente o successiva? Il rischio di vedersi attribuito uno spostamento indebito è inevitabilmente altissimo, ma può essere limitato con la “triangolazione” ovvero mettendo in relazione le risultanze delle diverse celle per ciascuna utenza. Un lavoraccio che comunque non porta a quella precisione che sarebbe auspicabile. La telefonia mobile però non va accantonata. “Fuochino” direbbero i bimbi a chi cerca qualcosa e arriva nelle vicinanze. Gli smartphone hanno al loro interno un dispositivo GPS di localizzazione satellitare. E’ quello che di solito viene adoperato per i “navigatori” automobilistici o per spedire via WhatsApp la propria posizione (magari per dare un appuntamento a qualche amico o per fornire la precisa dislocazione di un esercizio commerciale). E allora? Basterebbe una minuscola “app” che segnala ad un ipotetico centro di controllo le variazioni significative delle coordinate geografiche di ciascuno rispetto quelle di originaria registrazione sul sistema. Un programmino che probabilmente qualche smanettone quattordicenne riuscirebbe a realizzare in pochi giorni. Un programmino che in altri Paesi (la Corea del Sud ad esempio) sono già stati sperimentati con successo e che forse potrebbe essere ottenuto senza perdere altro tempo. Perché insistere con la storia delle celle telefoniche? I più malvagi sono convinti che – a differenza della “app” che avrebbe costi infinitesimali – una simile soluzione potrebbe costituire un business per le compagnie telefoniche che sarebbero costrette a dar luogo a “prestazioni obbligatorie” (analogamente a quelle già rese a magistratura e forze di polizia per intercettazioni et similia) che, giustamente, devono essere remunerate. Nel frattempo il Ministero dell’Innovazione avvia una sorta di chiamata alle armi per chiedere ad “aziende, università, enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni, cooperative, consorzi, fondazioni e istituti” idee e proposte “per l’utilizzo di tecnologie utili al monitoraggio e al contenimento del virus”. Visto che – ma forse è solo una mia impressione – non c’è tempo da perdere, perché non chiedere a Seul il software utilizzato lì con successo e passare dalle inutile parole ai necessari fatti? I fallimenti governativi su certi fronti non sono mancati, dagli “innovation manager” del MISE alla “password di Stato” sognata dalla Ministra per l’Innovazione Paola Pisano. Evitiamo, almeno per pudore, di reiterare errori il cui prezzo ora – vista l’emergenza – sarebbe insostenibile.

Paolo Russo per “la Stampa” il 23 marzo 2020. «Va bene aver chiuso fabbriche e uffici ma bisogna adottare il metodo coreano per rintracciare e isolare i positivi. Anche mappando gli spostamenti con il Gps dei cellulari». E la privacy? «Lo scriva per favore, sono c…, siamo in guerra e bisogna rispondere con tutte le armi che abbiamo». Non va per il sottile nel chiedere di implementare i controlli Gianni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell' Istituto superiore di sanità.

Era necessario spegnere il motore dell' economia in tutta Italia?

«Da epidemiologo dico che più fai per garantire il distanziamento e meglio è. E da Roma in giù la stretta può servire a tamponare gli effetti delle fughe recenti da nord a sud di decine di migliaia di persone. Poi le decisioni spettano a economisti e politici. Però è innegabile che nelle fabbriche il distanziamento è difficile da applicare e poi il contagio può avvenire anche sui mezzi di trasporto usati per gli spostamenti casa-lavoro».

Resta aperta la questione dei test. Dovremmo seguire il modello coreano e farne di più?

«Si. Loro hanno effettuato test rapidi ed estesi ma mirati, utilizzando la mappa degli spostamenti di ciascun positivo accertato, ottenuta utilizzando il Gps dei cellulari. Così sono riusciti individuare e a isolare i soggetti a rischio. Poi hanno utilizzato le informazioni per creare App che hanno consentito ai cittadini di individuare le aree di maggior transito di potenziali contagiati, così da evitarle o adottare il massimo delle precauzioni. Una strategia efficace che ha consentito di ridurre molto la crescita della curva epidemica. Anche se manca ancora un tassello».

Quale?

«Quello della trasmissione intra-familiare. Abbiamo centinaia di migliaia di persone in quarantena perché positive o a rischio di esserlo che in casa non riescono a garantire il distanziamento necessario. Se c' è un positivo, questo dovrebbe dormire in una stanza separata, non mangiare con gli altri, usare un suo bagno e i suoi asciugamani. Difficile per una larga parte degli italiani. Se non teniamo conto di questo il fermo delle attività produttive non basterà».

Cosa bisognerebbe fare?

«Seguire l' esempio cinese e isolare le persone che non sono nelle condizioni di fare la quarantena in casa. Magari requisendo alberghi e caserme».

Ma quanti sono gli asintomatici portatori del virus senza saperlo?

«Dallo studio condotto a Vo' circa un terzo della popolazione. Da altri studi che stiamo analizzando un po' meno di un quarto. E il 10% dei contagi avviene da parte di asintomatici e pre-sintomatici. Per questo è importante rintracciare e testare tutti coloro che hanno avuto contatti con persone positive».

E' vero che il virus può sopravvivere anche nell' aria?

«Uno studio dell' Istituto americano per le malattie infettive stima un tempo di sopravvivenza massimo di tre ore nell' aria delle goccioline che emettiamo con la respirazione. Ma sono indagini sperimentali. Il rischio maggiore resta quello della trasmissione tramite le particelle che emettiamo starnutendo, tossendo o parlando».

Cosa ne pensa dell' Avigan, l' antinfluenzale giapponese che impazza in Rete come anti-Covid per casi non gravi?

«La speranza è l' ultima a morire, ma non mi risulta siano stati condotti trials clinici che ne dimostrino l' efficacia. L'80% delle persone infettate guarisce da se. Anche senza Avigan».

Milena Gabanelli e Fabio Savelli per “il Corriere della Sera” il 23 marzo 2020. Perché ora che dovremmo usare tutta la tecnologia che abbiamo non lo stiamo facendo? L' ordine, per tutte quelle persone che non svolgono un' attività cruciale a mantenere in piedi il Paese, è di stare in casa. Una regola che in troppi violano, perché stiamo ancora combattendo con le armi del Novecento. Per vincere la sfida a questo virus subdolo bisogna partire dalle indicazioni dell' Organizzazione mondiale della Sanità: «Trova il contagiato, isolalo, testalo, tratta ogni caso e traccia ogni contatto». Per fare questo rapidamente le Autorità possono chiedere agli operatori mobili di mettere a disposizione i dati in loro possesso, e tecnologie efficienti per controllare il rispetto del distanziamento sociale su larga scala, con risparmio di risorse umane delle forze dell' ordine, e canali di comunicazione con i cittadini. Tutti i cellulari sono «agganciati» alle celle. La rete, per essere gestita, deve sapere quanti sono attaccati a quali celle e «chi» è attaccato «dove» (altrimenti le chiamate e i dati non potrebbero arrivare e partire). Quindi in aggregato gli operatori telefonici conoscono la densità per area e gli spostamenti. Dati che vengono già conservati per un lungo periodo in caso l' autorità giudiziaria ne richieda l' utilizzo, vuol dire che è possibile ricostruire velocemente i contatti di ogni singolo contagiato nelle due settimane precedenti. In aggiunta molte applicazioni - come Facebook, Google maps, Mytaxi, Uber, Find-my-phone, Deliveroo - usano il Gps degli smartphone per dare la localizzazione del telefono, autorizzata dal possessore nelle condizioni iniziali. Questa localizzazione è molto precisa (e difatti Uber ti prende all'angolo, e Deliveroo ti legge l'indirizzo di casa) e permette comunicazioni mirate geograficamente.

1) Individuati i casi di nuovi contagiati, rintracciare i contatti dei 15 giorni precedenti e testarli per interrompere la catena di contagio.

2) Sapere chi si sposta dal luogo di residenza, e dove va rispetto alle concentrazioni di contagiati è l' essenziale fotografia di partenza quando si stabiliscono blocchi alla mobilità.

3) Installare una app che individua «chi» e «dove». Per esempio se risiedi a Milano quartiere Lorenteggio, puoi vedere che al quartiere Sempione ci sono molti casi dichiarati.

4) Mantenere una fotografia «autodichiarata» della localizzazione dei sintomatici non testati aggiornata in tempo reale.

5) Assicurarsi che i contagiati in quarantena non si muovano (si possono metter sotto tracciamento e far partire un allarme se il telefono si muove).

6) Istruire le aziende che hanno lavoratori essenziali a consegnare un coupon elettronico che li autorizza a uscire (origine-destinazione dichiarati dall' azienda) e può esser verificato dalle autorità di polizia mostrando il telefono (senza autocertificazioni).

7) Distribuire il flusso nei trasporti pubblici e supermercati su diverse fasce orarie attraverso sms con ora dedicata, indicando a gruppi di residenti predefiniti le ore a loro riservate, in modo da evitare affollamenti.

Dare priorità agli anziani, mantenendo nelle ore dedicate a loro una minore densità. Funzionalità che saranno importanti anche dopo la fase acuta, quando si dovranno riprendere gradualmente le attività e partiranno anche nuove onde di contagio che andranno rapidissimamente fermate. In Corea del Sud alcune di queste applicazioni sono in funzione. I numeri di Seul ci dicono che imponendo una quarantena collettiva sin da subito, e l' utilizzo dei dati degli operatori mobili, le autorità sono riuscite ad arrestare la curva epidemica in poco meno di un mese. L' effetto è studiato dall' Oms come caso-scuola: il 26 febbraio a distanza di due settimane dall' adozione della app «Corona 100m» si è verificato il picco (800 contagi al giorno), esattamente il tempo di incubazione del virus. Per poi declinare fino ai circa 80 di questi giorni. Negli Stati Uniti cinque giorni fa si è tenuta una riunione ai massimi livelli alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha accolto i vertici di Google e Facebook per chiedere la loro disponibilità. In un documento, già sul tavolo del governo e dell' Istituto superiore di Sanità, un gruppo di economisti e scienziati dei dati, tra cui Carlo Alberto Carnevale Maffè della Bocconi ed Alfonso Fuggetta del Politecnico di Milano, ha proposto di replicare il modello Corea. Il team di specialisti di SoftMining, una spin-off dell' Università di Salerno, ha sviluppato un' app denominata «SM_Covid19» in grado di valutare il rischio di trasmissione del virus attraverso il monitoraggio di chiunque sia positivo. Gli ospedali potrebbero così leggere i dati di rischio e aggiornare lo stato di una persona (negativo o positivo al test). Se risulta positiva al test, il rischio di ogni altra persona con la quale questa sia venuta in contatto viene aggiornato automaticamente. Al lavoro c' è una squadra Covid-19 composta da personale sanitario e tecnico, che adotta un algoritmo procedurale per l' individuazione di casi sospetti. Vengono sottoposti a screening coloro che sono domiciliati o hanno soggiornato a lungo nelle zone rosse; i familiari dei casi sospetti o confermati; chi ha avuto rapporti stretti con pazienti ricoverati provenienti dalle zone rosse o dalla Cina. Il team alle dipendenze della Protezione civile, in base alle condizioni cliniche, stabilisce la necessità di ricovero ospedaliero o di test per Sars-CoV-2 e isolamento in caso di positività. Non è considerata la platea degli asintomatici, che possono continuare ad andare al lavoro (per esempio tutte le categorie che stanno garantendo i servizi essenziali), o i sintomatici lievi, ai quali viene solo consigliato di stare a casa. Potrebbero essere decine di migliaia e infettare a loro insaputa. Molti laboratori privati di diagnostica sono già attrezzati per coprirne migliaia alla settimana, ma le indicazioni del ministero della Salute predispongono il tampone solo per i casi sintomatici che necessitano di ricovero, e devono essere eseguiti solo dai laboratori accreditati, uno per regione. Da ieri potranno identificarne di aggiuntivi. Il nuovo test diagnostico dell' italiana Diasorin, che ridurrà il processo di analisi a un' ora (oggi la media è di sei) è pronto per andare in commercio, ma verrà consegnato solo ai laboratori ospedalieri. Quindi serve un maggior numero di test, una capillare tracciatura dei contatti, e gestione in sicurezza dei flussi. Ci vuole la volontà politica per mettere a terra un progetto d' urto, andando in deroga al diritto della privacy per particolari categorie di dati (la Ue lo ha già concesso); e velocità di decisione. Basterebbe un decreto del governo e un commissario che assuma la responsabilità di una gestione anonima dei dati, e della loro distruzione quando l' incubo sarà finito. Dice Vittorio Colao, ex Ceo di Vodafone, oggi consigliere dell' americana Verizon: «Nessuno di noi si preoccupa di dare la propria localizzazione per usare mappe digitali, prendere un taxi o ordinare cibo: non ho dubbi che in un momento di grande rischio per la salute i cittadini saranno disposti ad accettare che i loro dati siano usati per rendere le loro comunità più sicure e immuni. In Europa dobbiamo usare anche la tecnologia delle reti mobili per limitare al massimo i rischi delle persone e assicurare il rispetto delle misure di protezione».

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 23 marzo 2020. Questa mattina il governo italiano avvierà ufficialmente un progetto che cerca di emulare le migliori pratiche internazionali (soprattutto Corea del Sud, Taiwan, Singapore), con l' obiettivo di far partire varie operazioni tecnologiche mirate contro il Covid-19. Tra queste, spicca una: il tracciamento digitale dei contagiati asintomatici (il gruppo sociale più pericoloso nella trasmissione del coronavirus) e degli anziani, il gruppo esposto alle conseguenze sanitarie più gravi. Tracciamento al quale si potrebbe arrivare con una specie di "passaporto digitale", che potrebbe anche essere una app dedicata, e ovviamente consensuale. Il governo sembra dunque aver ascoltato, sia pure con serio ritardo, una sequela di idee e proposte sollevate da molti giorni da professori italiani (tra i quali Carlo Alberto Carnevale Maffè, Bocconi, Alfonso Fuggetta, Politecnico, Fabio Sabatini, La Sapienza), raccontate da La Stampa ormai dieci giorni fa. La call è coordinata da una task force guidata da Walter Ricciardi, dell' Organizzazione mondiale della sanità, di concerto con i ministeri dell' innovazione e della sanità (e, va chiarito, non ha a che fare con la call dei giorni scorsi della ministra Pisano sui droni). Il progetto si articola in tre punti. Il primo è mettere a sistema i dati, di cui l' Italia già dispone. Moltissimi dati ci sono, ma sono aggregati tra regioni e stato centrale. Bisogna disaggregarli, in sostanza renderli fruibili e usabili. Già solo ricostruire la mappa dei contatti dei contagiati asintomatici finora reperiti aiuterebbe tantissimo a mappare le catene trasmissive del virus. Il secondo punto riguarda un potenziamento della teleassistenza a casa, di quelli che sono chiusi in casa - lievemente malati, o forse positivi asintomatici. Ma è il terzo punto quello cruciale, che più richiama l' esperienza di successo sud coreana: il contact tracing, ossia il tracciamento digitale dei contatti degli asintomatici e degli anziani, e l' attivazione di un "passaporto digitale" (viene chiamato proprio così, nella bozza di lavoro del team, di cui siamo a conoscenza), una specie di patente che ci consenta di sostituire il ridicolo modulo cartaceo di autodichiarazione, per evitare il lockdown. Che forma può prendere questo "passaporto" è da vedere. Potrebbe essere una app, ma non è detto. Ricciardi anticipa a La Stampa quale sarà il primo passo della parte digitale: «Nessuno deve temere un Grande Fratello, ci potremo avvalere di un mix di tre strumenti che già esistono, nel tracciamento: compagnie telefoniche, carte di credito, telefoni cellulari». Naturalmente tutto sarà gestito seguendo le eventuali osservazioni del garante per la privacy, e tenendo conto delle leggi sulla privacy. Ma proprio la tecnologia, in una fase di divieti che finora l' esecutivo ha imposto in maniera verticale e forse un po' alla cieca, può evitare i rischi di scivolare in forme di paternalismo autoritario. Bisogna per esempio provare a spiegare bene ai nostri lettori che non si tratterebbe di una schedatura di massa di 60 milioni di italiani (sarebbe, oltre che illegale, stupido): basterà invece tracciare e ricostruire le catene trasmissive del virus dentro una sessantina di focolai, grandi o piccoli, del virus, e dunque in un numero circoscritto di persone. Per far questo la app potrebbe aiutare, ma non è neanche detto sia necessaria. Lo scambio che s' è attivato tra governo e istituti di ricerca è stato catalizzato da diversi professori, che hanno trovato orecchie attente in Ricciardi, e sta coinvolgendo eccellenze italiane come il Politecnico, la Bocconi e il Centro medico Santagostino di Milano, l' Isi Foundation di Torino, la fondazione Kessler di Trento, e vari altri istituti. In Italia abbiamo certamente capacità e conoscenze per lavorare sui big data, purché la cosa non diventi parodistica, come in certi partiti politici, o peggio foriera di conflitti d' interessi, che qui - ci viene assicurato - saranno rigorosamente evitati.

Coronavirus, cosa sappiamo finora dell’applicazione per il tracciamento dei contagi. Pubblicato martedì, 24 marzo 2020 su Corriere.it da Martina Pennisi. La macchina del monitoraggio tecnologico dell’epidemia di Coronavirus si è già messa in moto? Sì. Sappiamo dove ci porterà? No. A che punto siamo: nonostante i dati degli ultimi due giorni evidenzino un rallentamento della crescita della diffusione del virus Sars-Cov-2 nel nostro Paese, siamo ancora nel pieno dell’emergenza (sia per il numero dei contagi e dei decessi, sia per la situazione degli ospedali) ed è necessario stabilire come verranno gestite le prossime fasi, dall’allentamento del lockdown in poi. Il governo italiano, ma anche quello britannico o tedesco, stanno valutando l’utilizzo della tecnologia per gestire sia i casi positivi conclamati sia quelli potenziali. È dunque apparso chiaro fin da subito che lo sforzo deve andare di pari passo alla capacità di fare test diagnostici rapidi e diffusi. Così si è mossa la Corea del Sud, come è ormai noto. In Italia qualcosa di concreto è già stato fatto: la Regione Lombardia analizza i dati anonimi e aggregati delle celle delle reti mobili per verificare se i cittadini — non i singoli, ma complessivamente — si stiano muovendo o meno oltre le poche centinaia di metri consentiti oltre la propria abitazione. E come ha scritto oggi sul Corriere Simona Ravizza, nella provincia di Milano è stato messo a disposizione dei medici di famiglia un sito che ha contribuito a individuare 1.800 positivi potenziali da mettere in quarantena. I prossimi passi: oggi si è aperta la tre giorni in cui il ministero dell’Innovazione, quello della Sanità, l’Istituto Superiore di Sanità e il commissario straordinario Domenico Arcuri vaglieranno i progetti delle aziende italiane per raccogliere e gestire dati utili al contenimento del virus e per comunicare con la popolazione (quando andare nei supermercati o in quali zone non recarsi). In parallelo sta nascendo una task force che studierà come usare le informazioni e valuterà rischi e problemi connessi alla privacy. Per nominare questo gruppo serve un decreto che è imminente. Un intervento normativo è necessario anche per chiarire come verranno trattati i dati: la possibilità di farlo è già stata introdotta con il decreto del 9 marzo. Adesso, di concerto con il Garante per la privacy (qui la nostra intervista), bisogna fissare una serie di paletti. Chi è il titolare dei dati? Fino a quando potranno essere usati? Di quali dati stiamo parlando, in quale formato e come verranno protetti? Il cittadino potrà cancellarli in qualsiasi momento? Solo per citarne alcuni. Domande e risposte dipendono molto dalla soluzione che verrà eventualmente adottata, perché l’applicazione non è ancora stata selezionata. Nonostante la possibilità di presentare i progetti sia pubblica solo da ieri, e attiva da oggi, alcuni sono già noti e si può iniziare a fare una serie di considerazioni. Innanzitutto, ci sono almeno tre livelli di profondità di indagine:

• quello dei dati di anonimi e aggregati sulla mobilità, come nel caso delle celle telefoniche della Lombardia. Il più blando dal punto di vista dell’acquisizione delle informazioni, il meno preciso e quello che non necessita di alcuna partecipazione attiva dei cittadini e di interventi normativi.

• C’è poi la possibilità di analizzare gli spostamenti nei 14 giorni precedenti alla diagnosi (o ai sintomi? Stabilirlo starà fondamentale per capire a chi si sta chiedendo di condividere informazioni sul suo stato di salute) per ricostruire gli incontri del singolo cittadino e avvisarli di mettersi in quarantena. Il cosiddetto contact tracing. Lo propone la maggior parte delle applicazioni sul tavolo, a partire da quella del Centro medico Santagostino (qui l’articolo di Elena Tebano), che promette l’anonimato. Il punto è: come? Basandosi sull’accesso alla localizzazione Gps dei dispositivi, come StopCovid19 di Webtek, o sfruttando più sensori per costruire una rete degli smartphone incrociati, come Sm_Covid19 di SoftMining, spinoff dell’Università di Salerno (l’ha provata Wired Italia). In Germania si sta pensando a una soluzione che sfrutti gli identificativi delle applicazioni presenti sugli smartphone e restituisca dati almeno pseudonimizzati (che vuol dire quasi del tutto anonimi). Condizione necessaria è comunque la partecipazione di quanti scaricano l’app.

• Terza e più spinta opzione è quella di permettere alle autorità di essere avvisate se il singolo sta violando o meno la quarantena. Nell’applicazione di Santagostino c’è un passo indietro e più cauto con la rilevazione su base statistica, e quindi anonima, degli assembramenti per individuare le zone a rischio. CovidGuard di Defcon12 propone invece (per il tracciamento, ma può valere anche per il rispetto della quarantena) di salvare le informazioni relative alla posizione per un certo periodo di tempo all’interno dell’app , senza che lascino mai il dispositivo: sarà poi il cittadino, se verrà fermato dalle autorità, a doverle mostrare tramite un QrCode.

Ora una guerra vera al Covid-19. Con la tecnologia. Antonio Leo Tarasco, Ordinario di Diritto amministrativo, su Il Dubbio il 23 marzo 2020. Il mantra nazionale “Io resto a casa”? Ormai è chiaro che non basta: a meno di non voler tenere un intero Paese barricato per altri 6 mesi e rassegnarsi a una crisi finanziaria che avrebbe ripercussioni per decenni. Come in Corea, vanno estesi i tamponi, individuati e isolati tutti i contagiati (sintomatici e non), mappati i movimenti col Gps e informati i cittadini del rischio-contagio prossimo.

Lo schema d’attacco italiano al Corona virus finora seguito è un modello o un fallimento? A un mese dall’emanazione del primo provvedimento con cui il governo ha cominciato a fronteggiare l’emergenza da Corona virus (è del 23 febbraio scorso il varo del decreto legge n. 6), è tempo di bilanci. Quattro decreti legge in un mese (i Dl 6, 9, 11, 14), tre decreti del Capo del governo (i dpcm dell’8, del 9 e del 22 marzo) non hanno né bloccato l’emergenza epidemiologica né sono stati utili a far intravedere l’atteso “picco”, cioè la punta di massima espansione degli effetti del contagio a seguito del quale vi possono essere solo diminuzioni di infetti e, quindi, di morti, ricoverati e di pazienti in terapia intensiva. E se è vero che l’aumento della temperatura atteso per la primavera-estate non sarà in grado di segnare automaticamente la morte del virus e che un vaccino potrebbe essere pronto solo a fine anno (quando il virus potrebbe essere morto per cause, diciamo, naturali), bisogna seriamente interrogarsi sull’efficacia delle misure tecniche messe a punto dal governo (e, al momento, solo da questo, non essendo il Parlamento coinvolto in alcuna decisione, se non in sede di conversione dei decreti legge già emanati dall’Esecutivo). Chiusura della stragrande maggioranza delle attività commerciali, sostanziale divieto di circolazione interno e internazionale, divieto di assembramento, di attività sportive, qualunque sia il luogo in cui queste vengano praticate, telelavoro imposto a tutti i dipendenti delle poche aziende, pubbliche e private, ancora aperte, hanno funzionato? Può risolversi tutto con la quarantena degli infettati, l’isolamento sociale dei “sani” (o presunti tali) e la condanna morale (e penale) di coloro che non rispettano il mantra nazionale dell’ Io resto a casa? Ad oggi, tutti i dati sembrano dimostrare l’esatto contrario: crescono i contagiati, i morti (che hanno superato quelli della Cina), i pazienti in terapia intensiva, e la autentica tragedia delle province di Brescia e Bergamo non si accenna ad arrestare. E poiché dopo il dpcm del 22 marzo ci sarà poco altro da chiudere (a meno che non si voglia, per una polmonite virale che statisticamente colpisce la minima parte della popolazione, far morire di stenti tutti gli italiani) o si prende atto del fallimento della strategia finora seguita o si rischia di continuare ad andare avanti così almeno fino a Ferragosto. Ma a quel punto anche la proverbiale pazienza degli italiani, la minaccia delle sanzioni penali, la militarizzazione delle strade, potrebbero non bastare più. Qui non è in discussione la serietà dell’impegno, lo spirito di unità delle forze politiche e la leale collaborazione tra tutti i livelli di governo (magari si assistesse sempre a questo clima di fantastica complicità e spirito di servizio), quanto la idoneità delle misure messe in campo che consistono, essenzialmente, nella importazione dello schema cinese senza… la dittatura cinese (che già mai è augurabile importare in Italia: meglio la polmonite virale). Il primo errore commesso è stato seguire le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (veicolate dal professor Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza) di effettuare i tamponi esclusivamente sui soggetti sintomatici. Questo ha determinato due conseguenze nefaste. In primo luogo, il mancato arresto dei contagi e l’espansione del numero degli infetti. Se il tampone viene effettuato solo a soggetti sintomatici, tra questi vi è un’alta probabilità di “stanare” i pazienti infetti. Ma gli altri? Gli asintomatici o, come amano dire i virologi, i pauci-sintomatici? Anch’essi sono contagiati che – anche se stanno bene – possono ulteriormente infettare. Per loro si sarebbe dovuto prescrivere la quarantena (il cosiddetto lockdown). Non averlo fatto ha consentito al virus di diffondersi. Certo, si può obiettare, se tutti stanno a casa, il problema non si pone. Sbagliato, poiché gli infetti inconsapevoli, anche se stanno a casa, possono ulteriormente contagiare e comunque possono doversi recare al lavoro e contagiare a loro volta. Ed in ogni caso, dal 22 febbraio ad oggi, grazie agli infetti inconsapevoli, il virus è riuscito a propagare magnificamente in Italia, e ciò sia in aree già al collasso (Lombardia) che in altre in origine incontaminate. Questo spiegherebbe il mancato arresto del virus e della sua espansione inarrestabile. Vi è, poi, una seconda nefanda conseguenza, non inferiore alla prima: gli effetti statistici. Poiché le percentuali sono dei rapporti, se al numeratore poniamo i morti e al denominatore i soli contagiati noti, la percentuale statistica che ne deriva è molto alta se si sono analizzati solo i “sintomatici” ma sarebbe di gran lunga inferiore se inserissimo al denominatore tutti i pazienti affetti realmente da Covid-19 ma che non presentano sintomi. In tal caso, il cosiddetto tasso di letalità scenderebbe di gran lunga. E anche le misure di politica pubblica da adottarsi potrebbero essere differenti: magari più drastiche in alcune aree ma più leggere in altre (e, dunque, più compatibili con una vita quasi-normale). Inoltre, riuscire ad individuare tutti i pazienti realmente affetti da Corona virus attraverso l’estensione dei tamponi avrebbe consentito, in un Paese tecnologicamente evoluto (quale non è l’Italia) di tracciare i pazienti e ricostruirne gli spostamenti precedenti e successivi. In tal modo, da un lato si potrebbero evitare successivi contagi e dall’altro si potrebbe, a ritroso, ricostruire la rete di contatti avuti da costoro e così effettuare anche su tali soggetti i tamponi mirati (e non a tappeto, alla cieca, sull’intera popolazione italiana). Ciò avrebbe comportato la necessità di analizzare i cosiddetti big data, creare e diffondere tra le autorità sanitarie “app” di tracciamento degli spostamenti dei contagiati. La protezione dei dati personali è già ampiamente (e a giustissima ragione) derogata dall’articolo 14 del decreto legge 14/2020; e va ricordato, poi, che la disciplina sulla privacy è in funzione dello sviluppo della persona umana che è a rischio anzitutto se sussistono minacce alla sopravvivenza. Giganti del web come Google e Facebook spiano costantemente le nostre abitudini per scopi solo commerciali; avrei preferito che a “spiarci” fosse stata la Protezione civile per difendermi dal rischio di infezione di una polmonite virale potenzialmente mortale. Comportandosi diversamente dagli italiani, i coreani (quelli democratici del Sud e non quelli capeggiati da Kim Jong-un) sono riusciti a contenere la curva dei contagi attraverso tamponi selettivi, controllo a distanza degli infetti, analisi dei big data: solo 8.652 infetti e 92 morti contro i 47 mila contagiati italiani e i 4.032 morti (dati comparati al 20 marzo). E dire che oltre a indubbie similitudini di geografia umana, i due Paesi hanno vissuto analoghe vicende epidemiologiche per 14 giorni; dopodiché la curva dei contagi italiana si è impennata mentre quella coreana si è stabilizzata. Cosa fare, ora, dunque? Certamente non potremo festeggiare la Pasqua come l’anno scorso o partecipare al “concertone” del 1° maggio a piazza San Giovanni, a Roma; ma credere che il mantra nazionale “Io resto a casa” da solo possa bastare è pia illusione, a meno di non voler attendere altri 6 mesi, chiudersi a casa anche a Ferragosto, ed assistere (impotenti) all’implosione del sistema sanitario nazionale. Giunti a tal punto, dopo preziose settimane in cui aerei da e per la Cina si sono lasciati liberi di partire ed arrivare e in cui tutti i contagiati inconsapevoli sono stati lasciati liberi di contagiare altre persone, occorre affiancare alla sospensione dei diritti costituzionali (ora, purtroppo, inevitabile) un’attività di intelligence sanitaria: estendere i tamponi, individuare tutti i contagiati isolando tutte le persone infette (sintomatici e non), raccogliere e analizzare tutti i dati, rendere pubblici i movimenti dei malati attraverso la tecnologia Gps e telecamere di sorveglianza, informare i cittadini del rischio-contagio prossimo, far funzionare la telemedicina a supporto della medicina in presenza. Solo così si potrà ridurre la pena a 60 milioni di italiana, salvando libertà e vite umane. Diversamente, sarà un’ecatombe, per gli italiani, la sanità e… il governo Conte.

Oggi, l’Italia è chiusa. La produzione è per la massima parte ferma. Gli uffici pubblici sono virtualmente aperti per garantire un minimo di presidio. Ma questo blocco, nonostante le rassicurazioni dei seguaci keinesiani, non potrà essere rivitalizzato da pure iniezioni di liquidità finanziaria grazie all’intervento di Corona bond e al quantitative easing. La crisi finanziaria che si è aperta da un mese avrà ripercussioni per decenni. Nonostante le dichiarazioni politiche, nessun governo potrà ripagare in toto le perdite economiche delle imprese italiane.

·         L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Covid. Immunità di gregge o Lockdown e coprifuoco?

L'Immunità di gregge è l'infezione totale ed immediata, tale da scongiurare la reinfezione, ove sussistesse come nel Coronavirus. La pandemia si estinguerebbe naturalmente in breve tempo.

Il Confinamento-Quarantena (Lockdown) e Coprifuoco è l'infezione graduale che,  ove si manifestasse la reinfezione, sarebbe duratura e mai totale. La pandemia, negli anni, si fermerebbe, inibendo il protrarsi dell'infezione, tramite la prevenzione con i vaccini periodici, a secondo la variante del virus, che attivano gli anticorpi nei soggetti più forti, o con le cure con gli antivirali (combattono le cause) ed antinfiammatori (leniscono gli effetti). La quarantena è preferita per la speculazione effettuata su prevenzione e cura. 

Immunità di gregge. Sarebbe un sistema che ci permetterebbe di uscire dalla crisi in tempi brevi senza restrizione. Il Virus circola liberamente. Ci sarebbero asintomatici, paucisintomatici e sintomatici lievi e gravi, i quali, quest'ultimi, sarebbero ricoverati e curati con qualsiasi cura disponibile, anche quelle osteggiate, ma efficaci. Ma è No!  No. Non perchè,  per media prezzolati ed allarmisti, per politici incapaci e per pseudoesperti virologi di sinistra, morirebbe troppa gente, ma perchè la malconcia sanità italiana non potrebbe sopportare lo stress dei ricoveri. Ergo: i morti sarebbero tali per la malasanità e non per il virus.

Lockdown e coprifuoco: misure per salvare vite umane? No! Misure deleterie per l'economia,  ma obbligate per nascondere il fallimento della Sanità. Foraggeria e tagli. Clientelismi e nepotismi per la cooptazione e favoritismi al Privato hanno ridotto il sistema sanitario a dover adottare l'unica scelta: confinare i cittadini e centellinare i ricoveri per Covid per mancanza di personale ed infrastrutture, impedendo la cura, inoltre, di altre patologie, il cui numero di morti conseguenti è taciuto. Infartuano i pazienti per non collassare gli ospedali. Taglia, taglia che qualcosa resterà!

Insomma: confinamento e crisi economica è il prezzo da pagare per salvare la faccia ed i finanziamenti a pioggia a soggetti fisici e giuridici tutelati a fini elettorali. Finanziamenti che, se veicolati sulla sanità, porterebbe questa ad affrontare qualsiasi emergenza.

Coronavirs: altro che Immunità di Gregge. Con la falsa quarantena si è permesso di infettare il Sud Italia per salvare i padani.

L’opinione del sociologo storico e scrittore Antonio Giangrande che sul tema ha scritto il saggio “Coglionavirus”.

I media prezzolati e nordisti a criticare l’immunità di gregge, per giustificare le scelte del Governo italiano.

Perché si obbliga la quarantena della reclusione in casa con relative sanzioni penali e poi si agevola la fuoriuscita criminale dalla zone rosse del settentrione degli infettati, permettendo loro la mobilità verso il sud?

Scientemente si è diffuso il contagio dell’epidemia nel sud Italia? Perché?

Il virus si può combattere in due modi: il primo è il metodo cinese e nei fatti, anche se messo in atto con ritardo ed incertezze, anche il metodo italiano. Un metodo che si basa sull’isolamento delle aree urbane, o comunque dei territori, dove la malattia imperversa, e che determina il crollo della possibilità di avere contatti sociali, limitando in questo modo la circolazione della malattia.

Esiste poi un secondo metodo che è sicuramente meno “prudente” ma in presenza di determinate condizioni potrebbe essere più efficace delle quarantene. Il secondo metodo consiste nel far circolare liberamente il virus, far si che infetti rapidamente gran parte della popolazione ed raggiungere, dopo circa 3/4 mesi La cosiddetta immunità di gregge.

Un termine importante è la Curva appiattita. Questa è un qualcosa di non concreto, ma importante. Si tratta di spalmare il numero di contagi più in là nel tempo grazie ai vari interventi fatti. Se si lasciasse proseguire il contagio libero, quest’ultimo presenterebbe un picco molto più grande, ma in poco tempo. Il problema di lasciarlo libero è che si crea una pressione eccessiva sul sistema sanitario e altri collegati. Si diluisce il contagio per favorire il suo decorso. Moltissimi contagiati, in pochissimo tempo e, anche se la letalità fosse bassissima, le vittime potrebbero essere tantissime (su grandi numeri, anche una piccola percentuale è in ogni caso numerosa).

Questo, a prescindere dalla gravità dei sintomi della malattia, oltre a fare vittime, sovraccarica le strutture sanitarie. Migliaia di persone si riversano al pronto soccorso, centinaia di ricoverati, tanti in rianimazione. Serve personale, farmaci, posti letto, macchinari. Quando questo succede in sei mesi (come per l'influenza) si riesce a sopportare l'impatto (e supportare tutti), quando questo avviene in un mese potrebbe far crollare tutto. E poi diventa una reazione a catena.

Se i reparti di rianimazione fossero pieni di pazienti con polmonite da Coronavirus, non potrebbero ricevere persone in insufficienza renale, con un infarto, chi ha avuto un incidente, una donna che ha avuto un'emorragia post partum, un uomo che ha avuto un ictus con conseguente diminuzione dell'assistenza, delle cure e quindi un aumento senza precedenti della mortalità e delle complicanze, oltre che un peggioramento improvviso e pesante del livello delle cure.

L’Italia disponeva un tempo di molti più posti letto di terapia intensiva, sub intensiva e di degenza ordinaria. Poi vennero le “razionalizzazioni”, le cure dimagranti, i tagli alla sanità. Benvenuti nell’era dell’austerità.

Togliamocelo dalla testa: l'attenzione all'epidemia di coronavirus non è dovuta alla sua letalità quanto alla capacità di far «saltare» il nostro sistema sanitario. La spiegazione è nelle parole di Massimo Galli, primario infettivologo dell'Ospedale Sacco di Milano, in un'intervista rilasciata a Corriere della Sera il 23 febbraio 2020: «In quarantadue anni di professione non ho mai visto un’influenza capace di stravolgere l’attività dei reparti di malattie infettive e delle rianimazioni di un’intera regione tra le meglio organizzate e preparate alle emergenze d’Italia. Nessun sistema sanitario avanzato può essere predisposto per ricoverare tanti pazienti critici tutti assieme e per di più in regime di isolamento».  Alle 18 di ieri infatti, dei 2052 casi confermati, circa l'8% è in terapia intensiva e il 36% è ricoverato con sintomi. Anche se il rischio di contrarre la malattia nella popolazione, soprattutto al di fuori dei focolai, rimane basso, la diffusione del virus va rallentata per evitare che questo rischio aumenti con il conseguente collasso degli ospedali. Più persone si ammalano - e nella maggior parte dei casi il decorso è benigno - e più individui necessiteranno di ricovero.

Conclusione.

Hanno infettato il Sud per spalmare su tutta l’Italia e le relative strutture sanitarie il picco del contagio e salvare, curandoli, così, quanto più Padani.

Ilaria Capua: «Il vaccino sarà lento, spero nell’immunità di gregge». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 27/10/2020. La virologa italiana che lavora in Florida: «Ci vorrà tempo per avere dosi per tutti». Trump? «Lui ora va in giro perché è protetto». Ilaria Capua ci apre la porta della villetta in un quartiere residenziale di Gainesville, dove vive con il marito e la figlia. Qui nel cuore di questo Stato in bilico, uno dei principali campi di battaglia nelle elezioni presidenziali, ha sede l’Università della Florida in cui lavora, un puntino blu (democratico) circondato da un mare rosso (Trumpland). I laboratori — spiega la virologa italiana — hanno rallentato il lavoro, impossibile rispettare il distanziamento. A un’ora da qui Trump ha tenuto uno dei suoi ultimi comizi, dove moltissimi partecipanti erano senza mascherina, in uno Stato dove il 20,5% della popolazione ha più di 65 anni. Trump aveva annunciato che il vaccino sarebbe arrivato entro le elezioni, ieri Fauci ha spiegato che potremmo sapere se è efficace entro dicembre. Capua dice di non sperare che arrivi a breve, e invita a ricordare — come ha fatto lo stesso virologo della Casa Bianca — che all’inizio le dosi saranno comunque insufficienti per tutti.

Quanto ci vorrà e quali sono gli ostacoli?

«Pensate al vaccino per l’influenza: lo sappiamo fare e distribuire, eppure non si trova. In questo momento di crisi non si riesce a fare l’upscaling delle dosi di vaccino anti-influenzale per produrne abbastanza. Ad oggi un vaccino per il Covid innanzitutto non c’è; secondo, non abbiamo certezza che quelli che sono in via di sviluppo siano efficaci; terzo, non sappiamo neanche se l’efficacia possa essere raggiunta con una dose o se ce ne vorranno di più, perché alcuni coronavirus sono dei pessimi immunogeni. Oltretutto, vi sono colli di bottiglia legati al fatto che le aziende che producono i vaccini hanno una pipeline, ovvero passaggi obbligati di produzione. Un pasticcere che sforna 100 torte al giorno può arrivare a farne 500, ma non 5 milioni. Se il mondo può produrre per unità di tempo cento milioni di dosi, noi siamo comunque sette miliardi, ed è giusto che siano garantite le dosi per i lavoratori degli ospedali e i trasporti essenziali, perché se si fermano si ferma tutto di nuovo, ed ovviamente per le persone più fragili. Quando i vaccini saranno pronti e autorizzati, e si conosceranno le caratteristiche di efficacia e di sicurezza, dovranno essere somministrati in maniera organizzata. Io sono certa che così come molti Paesi hanno fatto piani per questo, l’Italia seguirà linee guida europee e internazionali. Ma è necessario che le persone capiscano che al primo giro non ce ne sarà abbastanza per tutti».

Nel frattempo cosa bisogna fare?

«Tre cose: in primo luogo, arrivare all’immunità di gregge facendo girare il virus lentamente, perché, se gira troppo velocemente , invece dell’immunità di gregge avremo le pecore morte. Bisogna stare lontani e distanziarsi in modo che l’indice di contagio sia basso, mantenere sotto soglia la circolazione virale ed immunizzarsi piano piano. Poi il vaccino darà il suo contributo. Queste convergenze fanno si che si arriverà a un punto in cui l’infezione si sarà endemizzata. Nel momento in cui si crea questo equilibro tra virus circolante e anticorpi, il Covid appena entra in contatto con una persona viene bloccato. Fra qualche anno, diventerà — io mi auguro — il nuovo virus del raffreddore».

Ora Trump è immune?

«Lui va in giro adesso perché è protetto, i monoclonali che gli hanno fatto sono un farmaco protettivo oltre che terapeutico».

Trump dice che «durerà per tutta la vita o forse per quattro mesi».

«Gli hanno fatto una cura potentissima, con i monoclonali, in più l’antivirale, il cortisone, e una terapia di sostegno. Quell’anticorpo monoclonale, il Regeneron, è come un guanto da baseball o come un missile terra aria, gliene hanno fatti 8 grammi, una grossa dose. Si tratta di una molecola che non si riproduce nell’organismo, che dopo un paio di mesi si degrada, però lui secondo me è protetto da qua a gennaio».

Trump ha detto che vuole velocizzarne l’approvazione dall’Fda, l’agenzia federale dei farmaci.

«Ci vuole tempo, e tutte le carte devono stare a posto. Ma costa anche un occhio della testa, sull’ordine di centinaia migliaia di dollari».

Argentina, finisce il lockdown più lungo del mondo: pochi risultati e popolazione alla fame. Le Iene News il 9 novembre 2020. Primo vero allentamento oggi dal 20 marzo scorso del lockdown più lungo del mondo in Argentina, durato oltre sette mesi. I risultati non sembrano però decisivi in un paese tra i più colpiti dal coronavirus. Devastate l’economia, che già prima del Covid marciava verso il fallimento finanziario, e la vita di milioni di persone ridotte alla fame. Si avvia verso la fine in Argentina dopo oltre 7 mesi il lockdown più lungo del lungo del mondo, lasciando dietro di sé risultati ancora non decisivi nella lotta a una gigantesca epidemia locale di coronavirus e una popolazione allo stremo, letteralmente alla fame. In un paese che già prima del Covid marciava verso una nuova bancarotta finanziaria. Come annunciato dal presidente Alberto Fernández, da oggi la capitale Buenos Aires e la sua provincia, dove vive un terzo dei cittadini argentini (16 milioni su 44), passano dal regime di quarantena in vigore dal 20 marzo a una fase di semplice distanziamento sociale. L’epidemia però qui non è finita, si registrano solo otto settimane consecutive di diminuzione dei casi di contagio da Covid-19 nell’area della capitale, mentre anche le province dell'interno, come quella di Santa Fe, sta cominciando una riduzione delle  persone infettate. L’Argentina resta il nono paese al mondo per numero di casi di Covid: un milione e 242mila, con 33.560 morti. E lo stesso presidente peronista Fernández ammette che “il problema è lungi dall'essere risolto”, con oltre 4.500 mila persone in rianimazione e una occupazione dei letti da parte dei malati di coronavirus di oltre il 60%. Qui sotto potete vedere i grafici dell’andamento nel paese rispettivamente di contagi e morti, purtroppo per niente rassicuranti. Pandemia e lockdown sembrano intanto aver assestato il colpo di grazia all’economia che già prima del Covid viaggiava appunto verso la bancarotta finanziaria, già disastrosamente affrontata nel 2002 quando l’Argentina si arrese ammettendo di non poter pagare più i propri debiti. La crisi economica e la povertà diffusa, anche nel ceto medio, sono devastanti oggi come allora, ancora peggio dopo oltre sette mesi di lockdown. Il paese è tecnicamente fallito di nuovo secondo le principali agenzie di rating mondiale mentre continuano le trattative per evitare il nono default economico formale della sua storia. L’economia reale e la vita delle persone sono a pezzi. “Una famiglia su quattro non ce la fa proprio poiché vivevano di ‘changas’, di lavori alla giornata”. Il professor Eduardo Donza, economista dell’Università Cattolica Argentina, ha raccontato all’agenzia cattolica AgenSir i risultati di un primo studio: “È completamente al palo il 45% dei piccoli imprenditori e commercianti. Ma i problemi esistono anche per quel 35% di lavoratori stabili e in regola. Il calo complessivo della produzione supera il 50% e ci sono ripercussioni sulle imposte incassate dagli enti pubblici. Solo a Buenos Aires crollano del 40%”. “Cosa vogliamo mettere al centro? La finanza, i bond, le speculazioni o la dignità della persona umana?” ha detto sempre ad AgenSir monsignor Gustavo Carrara, vescovo ausiliare di Buenos Aires citando Papa Bergoglio, nato qui ed ex arcivescovo della capitale. Carrara si concentra sul dramma delle “villas”, le favelas argentine dove la fame distrugge sempre più vite: “In molti casi qui non solo non c’è il pane ma nemmeno l’acqua potabile: come si fa a dire ai bambini che si devono lavare le mani per prevenire i contagi?”.

Coronavirus, il record di vittime? Colpa dei tagli alla sanità. La Liuc di Castellanza: "Dove il tasso di saturazione dei reparti era più alto c’è stata una letalità maggiore, anche del 2.000%". Valentino Rigano su ilgiorno.it il 4 aprile 2020. Castellanza (Varese), 4 aprile 2020 - A uccidere chi ha contratto il coronavirus non è la sola malattia, ma la mancanza di posti letto per i tagli alla sanità. Ad affermarlo è una ricerca del Centro sull’economia e il management nella sanità e nel sociale della Liuc business school di Castellanza, in provincia di Varese. "Saturazione dei posti letto e mortalità da Covid-19, fatti e misfatti" si intitola il dossier. Secondo la ricerca, a firma di Lorenzo Schettini e Daniele Bellavia, l’Italia "a differenza di molti altri Paesi europei, è stata teatro, negli ultimi anni, di azioni di spending review, con particolare riguardo all’ambito sanitario", "per ottemperare alle richieste normative, dalla Legge Balduzzi del 2012, al Decreto 70 del 2015, sono stati tagliati complessivamente ben 7.389 posti letto". Il documento affronta poi la centralità della Lombardia nel contesto epidemiologico, definendola "regione focolaio d’origine", spiegando come l’oggetto della ricerca sia stato il "calcolo del tasso di saturazione dei posti letto di terapia intensiva nelle diverse Regioni". Basandosi sui dati relativi ai ricoveri per Covid-19 e quelli dei decessi, la ricerca spiega come "le regioni con il sistema sanitario più saturo, sono quelle che hanno un’incidenza di deceduti per Covid-19 maggiore rispetto alle più note infezioni respiratorie". Secondo il documento, "regioni come Lombardia o Val d’Aosta hanno avuto un incremento percentuale addirittura maggiore, rispettivamente, del 2.000% e del 1.000%, mentre Basilicata, Lazio e Sardegna, hanno registrato un numero di decessi per Covid-19 pressoché sovrapponibile alle morti per le più comuni infezioni respiratorie". La conclusione è che "dove il tasso di saturazione è più alto sono Lombardia, Marche, Liguria e Piemonte, che sono anche le Regioni con il più alto numero di decessi".

Storia minima di 40 anni di tagli alla sanità italiana. Simone Fontana su Wired il 12 marzo 2020. L'emergenza di queste ore non è solo frutto della contingenza, ma un problema strutturale vecchio di almeno quattro decenni. Tutti i numeri del sistema sanitario italiano, considerato ancora tra i migliori al mondo. Negli ultimi giorni il dibattito pubblico italiano ha imparato a fare i conti con la locuzione medicina delle catastrofi, l’ambito scientifico che si occupa di mettere a punto una risposta sanitaria adeguata di fronte a situazioni emergenziali e alla conseguente scarsità di risorse mediche. Diverse testimonianze giornalistiche raccontano di un sistema sanitario pesantemente sotto stress, con reparti di terapia intensiva sull’orlo del collasso e dolorose scelte sui pazienti da intubare. All’allarme lanciato dai media si è aggiunta in queste ore l’apprensione del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che su Twitter ha parlato di “pazienti lasciati morire” perché non possono essere trattati. Al momento non esistono dati certi sulla saturazione delle strutture lombarde e numerose voci mediche escludono apertamente simili ricostruzioni, ma in nessun caso i pazienti sarebbero comunque “lasciati morire”, dal momento che anche in assenza di respiratori sono previste tutte le cure necessarie. Ciò che sappiamo con certezza, invece, è che lo stato in cui versa oggi la sanità italiana non è unicamente frutto della contingenza. È un problema strutturale, piuttosto, figlio di precise scelte di finanza pubblica, che nell’arco di 40 anni hanno contribuito a indebolire un servizio sanitario considerato, nonostante tutto, ancora tra i migliori al mondo.

I numeri della sanità italiana. Nel 2018 l’Italia ha speso per il sistema sanitario nazionale l’8,8% del Pil, una percentuale che scende al 6,5% considerando solo gli investimenti pubblici. Facciamo peggio di Stati Uniti (14,3%), Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%), ma sostanzialmente in linea con la media Ocse, ferma al 6,6%. Sotto di noi solo i paesi dell’Europa orientale, Spagna, Portogallo e Grecia. In numeri assoluti ciò si traduce in un esborso per lo stato di 2.326 euro a persona (2mila meno della Germania), complessivamente 8,8 miliardi più rispetto al 2010. Un tasso di crescita dello 0,90%, dunque, che con l’inflazione media annua all’1,07% si traduce in un definanziamento di 37 miliardi. La Fondazione Gimbe calcola che il grosso dei tagli sia avvenuto tra il 2010 e il 2015 (governi Berlusconi e Monti), con circa 25 miliardi di euro trattenuti dalle finanziarie del periodo, mentre i restanti 12 miliardi sono serviti per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica tra il 2015 e il 2019 (governi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte). Come si legge nell’annuale relazione della Corte dei Conti, la frenata più importante è arrivata dagli investimenti degli enti locali (-48% tra il 2009 e il 2017) e dalla spesa per le risorse umane (-5,3%), una combinazione che in termini pratici si ripercuote sulla quantità e sull’ammodernamento delle apparecchiature, oltre che sulla disponibilità di personale dipendente, calato nel periodo preso in considerazione di 46mila unità (tra cui 8mila medici e 13mila infermieri). I mancati investimenti si fanno sentire soprattutto nel sud Italia, dove tutte le regioni (eccezion fatta per il Molise) spendono meno della media nazionale.

I numeri negli ospedali. I dati più affidabili per aiutarci a capire ciò che sta realmente accadendo negli ospedali italiani arrivano dall’annuario statistico del Servizio sanitario nazionale e sono aggiornati all’anno 2017. I posti letto complessivamente disponibili nelle strutture pubbliche sono 151.646 (2,5 ogni mille abitanti), che sommate alle oltre 40mila unità incluse in strutture private rappresentano un calo del 30% rispetto all’anno 2000. L’unica regione in linea con la media Ocse è il Friuli Venezia Giulia, che conta 5 posti ogni mille abitanti, quasi il doppio della media nazionale). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Italia ha a disposizione 164mila posti letto per pazienti acuti (272 ogni centomila abitanti), dato calato di un terzo dal 1980 a oggi. I posti in terapia intensiva sono invece poco più di 3.700, che diventano 5.300 (8,4 ogni 100mila abitanti) se consideriamo anche le strutture private. Attualmente, sul territorio nazionale, i pazienti ricoverati in terapia intensiva a causa del Covid-19 sono 1.028, di cui 560 nella sola Lombardia.

Coronavirus: il crollo della sanità pubblica. E le colpe della privatizzazione. Vittorio Agnoletto: «La sanità pubblica è stata tagliata, indebolita e smantellata. Deve essere rifinanziata e tornare a produrre salute. Non profitto per pochi». Come in Lombardia. Rosy Battaglia su Valori.it il 15.04.2020. «C’è stato un clamoroso fallimento, e di questo ne dovremo prendere atto per il futuro, della medicina territoriale. Ammettiamolo e riconosciamo questo aspetto», ha dichiarato Massimo Galli, direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche all’ospedale Sacco di Milano, lo scorso 8 aprile ad Agorà Rai.

Più di 11 mila morti in Lombardia per coronavirus. L’intervento del primario di uno degli ospedali pubblici d’eccellenza, in prima linea dall’inizio dell’emergenza sanitaria da Covid-19, ratifica, a un mese dal lockdown istituito dal governo Conte, il crollo del sistema sanitario lombardo. Quello che, secondo la Corte dei Conti e l’Ocse, dovrebbe essere uno dei più efficienti in Italia e in Europa. E che invece oggi conta i morti: oltre 11mila persone. Compresi 100 tra medici e infermieri.

Le colpe della privatizzazione. La testimonianza del professor Galli, dall’interno del sistema ospedaliero pubblico, combacia con quanto denunciato da tempo da Vittorio Agnoletto, storico medico del lavoro, impegnato sul territorio, oggi docente di Globalizzazione e politiche della salute all’Università degli Studi di Milano. Nella sua analisi, si spinge oltre: «Le cause principali, che ci hanno impedito di reggere all’onda d’urto del coronavirus – spiega Vittorio Agnoletto – vanno ricercate proprio nell’abbandono dell’assistenza territoriale e nella privatizzazione della sanità lombarda». «Ci siamo ritrovati senza posti letto in terapia intensiva, ma anche senza dispositivi di protezione negli ambulatori. Con il 10% del personale sanitario infetto, un dato sconcertante per un paese occidentale. Senza alcun supporto ai medici di famiglia: proprio coloro che, invece, avrebbero potuto frenare la pressione su ospedali e pronto soccorso. E che ora stanno vivendo nel caos».

Il 40% della spesa sanitaria lombarda finisce a strutture private. Agnoletto ribadisce a Valori che «la sanità pubblica è stata tagliata, indebolita e smantellata. Ora deve essere rifinanziata e tornare a produrre salute. Non profitto per pochi, come è successo in Lombardia, dove il 40% della spesa sanitaria corrente è stato destinato a strutture private». A confermarlo, di fatto, è la delibera regionale XI/2906 dell’8 marzo scorso, che ha riorganizzato l’intera accoglienza sanitaria a fronte dell’emergenza coronavirus. Delibera che ha individuato come “Hub Ospedalieri”, per i pazienti Covid-19, quasi unicamente strutture pubbliche, anche per le terapie acute indifferibili. Sospendendo, invece, quasi tutte le cure ambulatoriali nel privato accreditato, chiamato anch’esso a contribuire all’emergenza. Tutto ciò è avvenuto, gradatamente, solo dal 12 marzo 2020. Lo ha reso noto la stessa Regione Lombardia. Come? Con un annuncio a pagamento, alla vigilia di Pasqua, sui quotidiani lombardi, insieme all’Associazione Italiana per l’Ospedalità Privata, all’Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari e a Confindustria.

Emergenza Covid-19: tutta sulle spalle degli ospedali pubblici. «Ricordiamo che, su 100 ospedali pubblici, il 60-70% ha un pronto soccorso e un reparto per emergenze. Nel privato non si arriva al 30% – ribadisce Agnoletto – In questi anni si è lasciato totalmente alla sanità pubblica l’onere dell’emergenza e al privato il profitto determinato dalla cura dei malati cronici». Percentuali che non corrispondono alla tanto decantata «partecipazione paritaria della sanità privata al servizio sanitario della Lombardia». Lo dimostrano le elaborazioni dei dati forniti dalla stessa amministrazione, effettuate dalla professoressa Maria Elisa Sartor del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università degli Studi di Milano, secondo cui «la supposta parità fra erogatore pubblico e privato», alla resa dei conti, non si è dimostrata tale. Proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato più bisogno. «Al 29 febbraio 2020 in Lombardia le strutture di ricovero e cura in prima linea nell’emergenza coronavirus sono tutte pubbliche – scrive la professoressa Sartor – Ospedale di Codogno (LO), Ospedale di Casalpusterlengo (LO), Ospedale di Lodi (LO), Ospedale di Crema (CR), Ospedale di Cremona (CR), Ospedale Sacco (MI), Ospedale Niguarda (MI), Ospedale San Paolo (MI), IRCCS Policlinico Ca’ Granda (MI), IRCCS San Matteo (PV), Ospedale San Gerardo di Monza (MB), Spedali civili (BS), Ospedale S. Anna (CO), Ospedale Papa Giovanni XXIII (BG), Ospedale Carlo Poma (MN)». «L’informazione circa la “natura pubblica” delle strutture in prima linea nell’identificazione e nella cura dei contagiati dal coronavirus è, quindi, la prima notizia rilevante su cui soffermarsi – precisa la professoressa – La seconda notizia è l’assenza sostanziale nell’emergenza in Lombardia, e nel periodo considerato, di un ruolo rilevante della sanità privata».

Oneri al pubblico, guadagni al privato. La fotografia scattata dalla professoressa Sartor ci dice che, prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus, in tutte le province, tra le strutture di ricovero ordinario, quelle private superavano il 50%, anche quelle maggiormente colpite dal Covid-19, come Milano, Bergamo e Brescia. Suddivisione tra sanità pubblica e privata delle strutture in Lombardia, anno 2017. Elaborazione su su flussi informativi Regione Lombardia a cura di Maria Elisa Sartor, Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università degli Studi di Milano. Pubblicato da Centro Sereno Regis, Torino. Nel 2017 solo il valore dei ricoveri nelle cliniche del privato accreditato era arrivato a quasi a un miliardo di euro, 974 milioni, ben il 45,5% a fronte di 1 miliardo e 169 milioni di euro del pubblico. I dati sono stati ricavati da un’accurata analisi dei flussi informativi pubblici – come ha confermato Maria Elisa Sartor a Valori – resasi necessaria, in quanto bilanci e informazioni sul sistema socio-sanitario della Lombardia non sono, a tutt’oggi, così facilmente accessibili e trasparenti. Suddivisione e valorizzazione tra sanità pubblica e privata dei soli ricoveri ordinari e Day Hospital in Lombardia, anno 2017. Elaborazione Maria Elisa Sartor, Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università degli Studi di Milano, pubblicato da Centro Sereno Regis, Torino.

L’efficienza economica non può misurare la qualità di un sistema sanitario. L’Italia, sia secondo i dati OCSE che Bloomberg, nonostante i tagli draconiani che l’hanno portata ad avere una delle spese sanitarie più basse d’Europa,  è rimasta in testa nelle classifiche internazionali, fino al 2019. Ma si allontana, sempre più, dal ricoscimento ottenuto nel 2000, da parte dell’OMS, come una delle nazioni con la sanità tra le migliori al mondo. «Riconoscimento ottenuto per qualità di cure, strutture e presenza di personale sanitario, ottenuti con la riforma del 1978», ricorda Agnoletto. «Mancano medici specializzati e di famiglia, infermieri. Manca il turnover generazionale», aveva già sottolineato a Valori Nerina Dirindin. La Fimmg (Federazione italiana medici di famiglia) ha calcolato, infatti, che nei prossimi 5 anni andranno in pensione più di 14mila medici di famiglia. Mancano, anche e soprattutto, medici specialisti, almeno 16.500, a causa dell’imbuto formativo, con insufficienti borse di studio, sia per per la medicina generale, che per le specialità. Tra quelle che che si troveranno maggiormente sguarnite, secondo lo studio di Anaoo-Assomed, oltre pediatria, anestesia e rianimazione, medicina d’urgenza. Scenario che spiega come in piena crisi, proprio in Lombardia siano dovuti arrivare medici specializzati da Cuba, per esempio.

La metà degli italiani over 65 anni soffre di patologie croniche. E i risultati dello smantellamento della sanità pubblica, intanto, cominciano a farsi vedere. «Proprio i dati OCSE ci mostrano come la qualità della salute tra la popolazione italiana stia crollando. Più della metà degli italiani, dopo i 65 anni, non ha più una vita sana, lamentando una o più patologie croniche». Quelle su cui si riversano le attenzioni della sanità privata in Lombardia. Conclude Agnoletto: «Oltre tre milioni di cittadini, secondo il disegno della giunta regionale, non dovrebbero più sottostare alle cure dei medici di base. ma ai cosiddetti “gestori” che, nella stragrande maggioranza, sono strutture private, sorrette da fondi finanziari internazionali».

Non solo in Italia: la sanità in Europa paga le politiche di austerità. Intanto, tutta l’Europa si ritrova a combattere la più grande pandemia del secolo e a non poter far altro, per ammissione di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che applicare le misure di distanziamento sociale, isolare gli anziani, mentre si lavora al vaccino. Una situazione che evidenzia, ancora una volta, come le politiche di rigore, applicate anche con i tagli alla spesa pubblica destinati alla sanità, si siano rivelati un tragico boomerang. A denunciarlo, in Francia, oltre al sindacato dei medici internisti, è stato anche il presidente della federazione sanità privata, Lamine Gharbi, che ha ammesso: «Oggi stiamo pagando le conseguenze della politica di austerità». Proprio per questo restano fondamentali le scelte operate all’interno di ogni Paese e, nel caso italiano, dalle singole regioni.

"La quarantena non è malattia". Ecco cosa stabilisce l'Inps. Il lavoratore avrà diritto alla copertura Inps solo in casi come una malattia conclamata. In altre situazioni, decise dalle autorità amministrative, addio tutela. Michele Di Lollo, Domenica 11/10/2020 su Il Giornale. "La quarantena non è malattia", a parlare è l’Inps. Una stretta che segna un limite rispetto a quanto stabilito dal decreto Cura Italia (varato dal governo nei mesi di lockdown) che invece equiparava proprio la quarantena alla malattia. I cittadini sono avvisati. In caso di isolamento domiciliare, dunque, è bene ricordare questa norma. Già, perché in caso di nuovi lockdown per emergenza Covid che impediscano alle persone di svolgere la propria attività, l’isolamento domiciliare non sarà automaticamente equiparato allo status di malattia. L’Inps è chiaro quando spiega che "in tutti i casi di ordinanze o provvedimenti di autorità amministrative che di fatto impediscano alle persone di svolgere la propria attività lavorativa non si procederà con il riconoscimento della tutela della quarantena con la malattia". Un esempio lampante potrebbe essere quello di un lavoratore che viene a contatto con soggetti positivi al coronavirus. In questo caso è l’autorità sanitaria a decidere tramite un provvedimento la quarantena del soggetto che, dunque, si vede riconosciuta regolarmente la tutela della malattia durante quarantena. Quando invece è un comune o una regione a decretare la quarantena, non si ha diritto al trattamento. Quindi se è un’autorità sanitaria a prevederlo si ha diritto alla copertura, altrimenti no. Per quanto riguarda i lavoratori fragili, scrive il Corriere della Sera, la quarantena non configura un’incapacità temporanea al lavoro. Non è dunque possibile ricorrere alla tutela previdenziale nei casi in cui il lavoratore sia bloccato in casa. Sono i casi in cui il soggetto continui a svolgere, sulla base degli accordi con il proprio datore di lavoro, l’attività lavorativa presso il proprio domicilio, nei modi alternativi alla presenza in ufficio già previsti. Il cosiddetto smart working. In caso di malattia conclamata, con il lavoratore temporaneamente incapace al lavoro, spiega ancora l’Inps, viene assicurato invece "il diritto ad accedere alla corrispondente prestazione previdenziale". Può accadere che il lavoratore si trovi fuori dai confini italiani. Trovarsi in quarantena all’estero non può essere un problema previdenziale dell’Inps. L’Istituto infatti ha precisato che una quarantena fuori dall’Italia e per richiesta del Paese di destinazione esclude l’accesso alla tutela per malattia. Infine, un altro caso su cui l’Inps si esprime chiaramente. Il lavoratore che è in cassa integrazione non può chiedere la tutela della malattia anche se dovesse essere ricoverato in ospedale. L’Inps spiega questo ricordando che c’è una prevalenza del trattamento di integrazione salariale sull’indennità di malattia. Ecco, nel particolare, le situazioni in cui il lavoratore non è coperto dall’Istituto di previdenza. Non c’è Covid che tenga. Quando la persona occupata è in quarantena può accedere alla copertura della malattia solo in determinati casi (quelli stabiliti da medici o Asl per esempio). Per tutti gli altri lo Stato fa spallucce.

Coronavirus: rallentare il virus estendendo le misure di contenimento. Daniele Banfi l'8 marzo 2020. Ridurre i contagi per evitare il collasso degli ospedali. Le misure di contenimento nelle diverse aree del paese. Con oltre 5.000 casi totali  di positività al coronavirus (dato 7 marzo), il nostro Paese è al terzo posto per numero di contagi dopo Cina e Corea del Sud. L'imperativo rimane il contenimento e la mitigazione del virus possibile solo attraverso le misure restrittive messe in atto. Nella notte fra il 7 e l'8 marzo il Governo ha emanato un decreto contenente ulteriori misure per il contenimento e il contrasto del diffondersi del virus Covid-19 sull'intero territorio nazionale.

PERCHE' E' IMPORTANTE FRENARE IL CORONAVIRUS. Togliamocelo dalla testa: l'attenzione all'epidemia di coronavirus non è dovuta alla sua letalità quanto alla capacità di far «saltare» il nostro sistema sanitario. La spiegazione è nelle parole di Massimo Galli, primario infettivologo dell'Ospedale Sacco di Milano, in un'intervista rilasciata a Corriere della Sera: «In quarantadue anni di professione non ho mai visto un’influenza capace di stravolgere l’attività dei reparti di malattie infettive e delle rianimazioni di un’intera regione tra le meglio organizzate e preparate alle emergenze d’Italia. Nessun sistema sanitario avanzato può essere predisposto per ricoverare tanti pazienti critici tutti assieme e per di più in regime di isolamento». Alle 18 di ieri infatti, dei 2052 casi confermati, circa l'8% è in terapia intensiva e il 36% è ricoverato con sintomi. Anche se il rischio di contrarre la malattia nella popolazione, soprattutto al di fuori dei focolai, rimane basso, la diffusione del virus va rallentata per evitare che questo rischio aumenti con il conseguente collasso degli ospedali. Più persone si ammalano - e nella maggior parte dei casi il decorso è benigno - e più individui necessiteranno di ricovero.

COME POSSIAMO FARLO? Ad oggi l'unica strategia per rallentare e «spalmare» i contagi in modo da evitare che si verifichino troppi casi in poco tempo (questo il problema principale dell'emergenza coronavirus) sono le misure restrittive che tutti possono mettere in atto. Diagnosi precoce ed isolamento sono le armi a nostra disposizione per isolare i focolai e rallentare la corsa del virus. Come spiega Giuliano Rizzardini, infettivologo del Sacco in prima linea in questi giorni nel coordinamento dell'emergenza in Lombardia, «bisogna fermare la corsa del virus. Sappiamo di chiedere sacrifici alla popolazione. Ma siamo anche consapevoli che solo se ciascun cittadino farà la propria parte riusciremo a bloccare i contagi. Le istituzioni cercano di fare al meglio la loro parte. Ma molto dipende anche da ciascuno di noi. I contatti sociali vanno limitati. Ciò vuol dire che chi può è meglio che lavori da casa, i bar non devono essere affollati. Non solo: chi ha tosse, raffreddore e sintomi compatibili con il coronavirus è meglio che stia a casa per qualche giorno».

NON ABBASSARE LA GUARDIA AL CALO DEI CONTAGI. Misure restrittive che secondo il comitato scientifico voluto dal Governo a supporto del Ministero della Salute dovrebbero essere estese a tutto il territorio nazionale e non solo alle aree di focolaio. «Il rischio - spiega Nino Cartabellotta, presidente GIMBE, Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze - è di vedere in tutte le altre regioni quello che abbiamo visto in Lombardia o Veneto, magari non con quella intensità, ma il virus sta circolando, quindi le misure di contenimento, quanto meno quelle previste per la “zona gialla” vanno estese a tutto il Paese: no agli eventi di massa, chiusura scuole, telelavoro, ridurre contatti sociali, evitare assembramenti, distanziamento sociale». Prima di 14 giorni dall'inizio delle misure restrittive sarà difficile vedere un calo dei contagi. Su questo il professor Pierluigi Lopalco, professore di Igiene all'Università di Pisa, ha le idee chiare: «Gridare oggi vittoria al primo segnale di calo dei casi nel Nordest è una stupidaggine. Il picco epidemico è quella parte della curva dopo la quale inizia la diminuzione dei contagi. Questo ovviamente avviene se di focolaio epidemico ce n'è uno solo. Se infatti dal primo focolaio se ne sono sviluppati altri, con un intervallo variabile si svilupperanno altre curve epidemiche. Tante curve epidemiche una accanto all'altra maschereranno il picco del primo focolaio e sarà difficile osservare un calo nel numero dei casi. Morale della favola: non aspettiamo il picco del primo focolaio come un segnale che le cose vadano bene. Bisogna evitare che si accendano altri focolai». E le misure restrittive vanno in questa direzione.

Coronavirus: ergastolo per chi diffonde l’epidemia. Mariano Acquaviva l'8 Marzo 2020 su la Legge per tutti. Reato di epidemia: cos’è e in cosa consiste? La diffusione volontaria del contagio da Coronavirus è reato? Cosa rischia chi non rispetta la quarantena? Il Coronavirus (o, con terminologia più corretta, il SARS-CoV-2) ha obbligato tutti gli Italiani a ripensare alle proprie abitudini di vita: meno contatti personali, meno frequentazioni, uscite solo per motivi validi di lavoro o per emergenze. Lo Stato chiude le scuole e isola le città che rappresentano i focolai dell’epidemia. Devi sapere che il codice penale italiano, sebbene risalente al 1930, aveva in qualche modo già previsto tutto ciò, predisponendo pene severissime per tutti coloro favoriscono il propagarsi della malattia. Se sfogli il codice penale scoprirai che la legge prevede l’ergastolo per chi diffonde un’epidemia. Hai capito bene: chi con la propria condotta agevola la diffusione del Coronavirus potrebbe andare incontro alla massima pena. Su questo reato, però, bisogna intendersi. Quando la diffusione del Covid-19 è punita con l’ergastolo? Chi viola il divieto di allontanamento dalle zone rosse rischia davvero il carcere a vita? Vediamo cosa dice la legge.

Epidemia: quando è reato? Il codice penale afferma che chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo. Letta così, la norma sembrerebbe punire con il massimo della pena anche colui che, consapevole di avere il Coronavirus, se ne vada in giro per locali rischiando di contagiare seriamente le altre persone. È proprio così? Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quando la diffusione di un’epidemia costituisce reato.

Quando la diffusione di un’epidemia è reato? Per comprendere se chi diffonde il Coronavirus rischia l’ergastolo dobbiamo spiegare per bene la condotta punita dal codice penale. Innanzitutto, per epidemia si intende una malattia infettiva e contagiosa, straordinariamente aggressiva, in grado di colpire l’uomo, caratterizzata da un’elevata capacità di diffusione (in pratica, tutte le caratteristiche del Coronavirus). Per germi patogeni si intendono, indifferentemente, virus o batteri, cioè quei microrganismi responsabili dell’insorgenza di una patologia. Affinché la diffusione di germi patogeni possa costituire reato occorre che l’epidemia sia volontariamente provocata: in altre parole, occorre che vi sia la precisa volontà di diffondere virus e/o batteri per favorirne l’insorgenza. Solamente al ricorrere di questi presupposti la legge punisce con l’ergastolo chi ha provocato un’epidemia. È appena il caso di precisare, peraltro, che affinché scatti il reato non occorre che vi siano vittime: in altre parole, rischia l’ergastolo anche colui che ha diffuso un’epidemia che non ha fatto morti.

Covid-19: la diffusione del virus è reato? Siamo pronti ora a dare una risposta al seguente quesito: c’è l’ergastolo per chi favorisce il propagarsi dell’epidemia di Coronavirus? In teoria sì, se c’è la precisa volontà di contagiare le altre persone e di aiutare il diffondersi della patologia. Facciamo alcuni esempi che ci aiutano a capire questa particolare situazione.

Coronavirus, in Lombardia oltre 700 in terapia intensiva. Gallera: «Vicini a punto di non ritorno». Polemiche sulle mascherine: «Sono stracci». Pubblicato sabato, 14 marzo 2020 su Corriere.it da Cesare Giuzzi. L’orizzonte ancora non si vede. I numeri continuano a crescere e in Lombardia l’emergenza per i posti di Terapia intensiva sembra non avere fine. Sabato è stato il giorno più difficile di queste tre settimane di battaglia al coronavirus. I pazienti ricoverati in rianimazione nelle ultime 24 ore sono stati 85 in più. Un carico quasi doppio rispetto ai 40-45 nuovi casi registrati nell’ultima settimane. Un segnale che allarma ancora di più la sanità lombarda, ormai allo stremo da giorni: «Stiamo facendo dei veri miracoli», ha detto il governatore Attilio Fontana. Non solo perché nonostante tutto il sistema lombardo riesce a tenere di fronte a ogni nuova ondata, ma anche perché negli ospedali, tra pubblico e privato, si è riusciti a recuperare in venti giorno 376 nuovi posti di terapia intensiva. A metà febbraio, prima della scoperta del focolaio a Codogno, in Lombardia c’erano 724 letti di rianimazione. Tutti dedicati a ictus, infarti, incidenti stradali, terapie post operatorie. Oggi l’emergenza ha portato il numero a 1.100 (+10 nelle ultime 24 ore), 890 dei quali dedicati solo a malati Covid-19. Uno sforzo «incredibile», sottolinea Fontana: si utilizzano i corridoi, le sale operatorie, le camere di risveglio. Qualsiasi soluzione sia utile per ricavare anche un solo posto letto in più. L’assessore al Welfare Giulio Gallera (che ha criticato la Protezione civile per le mascherine inviate per gli operatori sanitari lombardi, definite «panni per pulire per terra, meno solide della carta igienica») ha detto che «sono almeno 7 giorni» che arriviamo a fine serata con «15-20 letti liberi. Tra poco arriviamo a un punto di non ritorno». Che la situazione sia critica lo dicono i numeri: i ricoverati in terapia intensiva in Lombardia sono 732, dieci giorni fa erano 244. Il dato dei positivi non cala - 11.690 (+1.870), 966 le vittime(+ 76) - per questo la preoccupazione è fortissima. A questo ritmo, senza nuove strutture la saturazione è vicina. Dall’inizio dell’epidemia sono stati trattati in terapia intensiva 1.064 malati: 149 sono stati dimessi, altri 145 però non ce l’hanno fatta. A dare un sospiro di sollievo dal San Raffaele arriveranno presto 14 nuovi posti di rianimazione in una tensostruttura che il gruppo San Donato ha realizzato con le donazioni private. Quasi 4 milioni raccolti da 191 donatori (da 92 Paesi) nella campagna lanciata da Chiara Ferragni e Fedez. Tra le aree più critiche resta la Bergamasca (80 posti di rianimazione) ma è difficile trovare un ospedale fuori emergenza. Si naviga a vista, anche grazie ai trasferimenti di pazienti (92) dagli ospedali più congestionati a quelli meno «caldi» e alle Rsa, ormai trasformate in buona parte in centri Covid-19. La crisi è legata a due fattori: le apparecchiature tecniche e il personale. La Regione ha chiesto alla Protezione civile la fornitura di respiratori da destinare all’ospedale da 500 posti che si vorrebbe allestire in Fiera: «Noi abbiamo messo la sede, nessuno è in grado di fornirci né medici né ventilatori», chiosa Fontana. Sul fronte del personale sono 1.600 i sanitari che hanno risposto all’appello della Regione. Ne sono già stati valutati 692: 68 medici specialisti, 137 specializzandi, 74 appena laureati (che saranno abilitati d’ufficio) e 323 infermieri. «Molti però rinunciano - spiegano dalla Regione -, così si creano ulteriori ritardi». I numeri restano insufficienti per fronteggiare l’emergenza. Per questo si è deciso di aprire personale straniero da Venezuela, Cuba e Cina: «Saranno superati problemi di equipollenza e abilitazioni, potranno lavorare da subito».

Coronavirus, a che punto è la «battaglia di Milano»: «Ci sono evidenti avvisaglie di focolai». Pubblicato lunedì, 16 marzo 2020 su Corriere.it da Cesare Giuzzi. È la linea del Piave. La frontiera da difendere per evitare il collasso del Paese. Nell’emergenza coronavirus adesso è il momento della battaglia delle battaglie. Perché se cade Milano non crolla solo il sistema sanitario lombardo ma quello dell’intera nazione. È al capoluogo lombardo che ora guardano, con estrema preoccupazione, virologi ed epidemiologi di tutto il mondo. Il motivo è chiaro e dipende dalle ripercussioni che il Sars-Cov-2 potrebbe avere su una popolazione di 1,3 milioni di abitanti e che nell’intera provincia di Milano arriva a 3,2 milioni. Per questo si aspettano con ansia i primi segnali che dimostrino che davvero le ultime misure varate dal Governo siano efficaci per bloccare il fronte dei contagi. Su questo, come spiegato anche dal governatore lombardo Attilio Fontana, c’è un «cauto ottimismo» perché è innegabile che nelle ultime due settimane ci sia stato un cambio di passo enorme nelle presenze e nella vita sociale di Milano e di tutta la Lombardia. Ma anche misure così severe, che solo tre settimane fa quando venne introdotta la zona rossa a Codogno apparivano impensabili sul resto della regione, potrebbero non essere sufficienti a evitare una catastrofe sanitaria. Ne è convinto anche il sindaco Beppe Sala che da giorni osserva preoccupato i dati sulla città: «Sono in linea con i giorni precedenti, il virus non sta sfondando. È fondamentale, perché se lo facesse il sistema sanitario sarebbe messo veramente in crisi». Se oggi tutti guardano alla «battaglia di Milano», c’è chi fin dalle prime ore di questa emergenza si è preoccupato delle possibili ripercussioni sul capoluogo lombardo dell’emergenza. Come il virologo Massimo Galli, responsabile del dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Sacco: «È fondamentale contenere il numero dei contagi nell’area metropolitana. Difficile dire quanti siano i positivi al virus non conteggiati nelle statistiche, bisognerebbe fare analisi epidemiologiche per capire quali contatti ci siano stati e isolarli in tempo. Nell’area metropolitana milanese le avvisaglie di focolai di infezione qua e là sono sempre più evidenti. È inutile illuderci: dovremo cercare di contenere il problema a Milano e di essere molto preparati a combattere questa battaglia con più efficienza, organizzazione e dotazioni di protezione per i medici senza mandarli allo sbaraglio. Raggiungere la casa delle persone, dare assistenza non fisicamente ma almeno con un contatto. La battaglia si vince sui territori. Tamponi a tutti? Potrebbe non essere sostenibile». I numeri con cui Milano si appresta ad affrontare la sfida più grande di questa emergenza sono ancora bassi. Gli ultimi dati, riferiti a lunedì 16 marzo, parlano di 1.983 casi in provincia e di 813 in città: «Gli ospedali registrano un afflusso in leggerissima crescita ma costante e per ora assolutamente gestibile», spiega preoccupato l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera. Ma i medici sostengono, a ragione, che la presenza del virus sia fortemente sottostimata. I «positivi sommersi», prendendo per buone le statistiche generali del comportamento dell’epidemia da Covid-19, potrebbero essere 40-50 mila solo nel capoluogo. La ragione è semplice: in Lombardia da ormai due settimane non si sottopongono a tampone tutte le persone «entrate potenzialmente in contatto» con il virus, ma soltanto i casi gravi e di pazienti che devono essere ospedalizzati. Ciò nonostante il dato lombardo è orma arrivato a 14.649 positivi, 6.171 ricoverati e 823 malati in terapia intensiva. Quindi l’indicatore dei positivi, benché per forte difetto, resta un parametro per monitorare l’evoluzione più grave dell’epidemia. Il resto dei «presunti» infettati è in cura a domicilio anche se ha sintomi da Covid-19 in fase non acuta. «Tuttavia è fondamentale che vengano rispettate in maniera molto rigida le norme basilari dell’isolamento, anche rispetto ai familiari. Perché chi teme di avere il virus e ha sintomi compatibili, come febbre, tosse e affaticamenti polmonari, deve comportarsi come se fosse risultato positivo al tampone anche se non è stato sottoposto al test». Solo in questo modo è possibile arginare il contagio in un contesto molto urbanizzato come Milano. Le statistiche di queste settimane parlano di una «crescita costante» dei positivi in città. È un segnale positivo? Sì e no. Perché è vero che non siamo in presenza di una crescita esponenziale, e questo è indubbiamente un grosso bene. Ma anche aree come la Bergamasca e il Bresciano, in particolare, hanno avuto andamenti simili nelle prime settimane di epidemia. Poi sono esplose rapidamente arrivando a oltre 3.800 e 2.900 casi in pochi giorni. L’emergenza sui posti letto e sulle rianimazioni per il momento riguarda soprattutto malati che arrivano da quelle due zone e da Cremonese e Lodigiano. Quindi è impossibile che Milano abbia raggiunto il suo picco, le ripercussioni sugli ospedali sarebbero già evidenti. Dall’altro lato non esistono basi scientifiche che facciano ipotizzare che Milano e la sua provincia possano essere considerate isole felici rispetto all’epidemia. Analizzando i numeri però emerge un trend preoccupante: il 4 marzo, quando la Lombardia già contava 2.194 positivi e 73 morti, Milano e provincia erano fermi a 147 casi. Due giorni dopo erano già diventati 267. Il 10 marzo la quota di Milano aveva sfondato i 500 casi (592) per raddoppiare due giorni dopo. Il 12 marzo, infatti, i positivi milanesi erano già 1.146. Domenica 15 marzo i numeri parlano di 1.750 positivi (+ 199 rispetto a sabato) e 711 sulla città (+79). L’aggiornamento di oggi sfiora quota 2 mila: 1.983 (+ 233) in provincia e 813 in città (+ 102) . Quattro volte più di sei giorni fa.

La grande paura del Sud: il contagio cresce troppo in fretta, non possiamo reggerlo. Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Alessandro Trocino. Il governatore pugliese Michele Emiliano la chiama la Grande Onda e il Sud la aspetta a breve, come uno tsunami dopo un terremoto. Il sisma è partito dalla Lombardia la notte del 7 marzo, quando la decisione di chiudere la Regione ha scatenato una fuga di una massa di emigranti di ritorno, stimata in almeno 100 mila persone. Una marea arrivata a destinazione ma i cui effetti, attesi a giorni, potrebbero mettere in ginocchio il Meridione d’Italia, già afflitto da una malattia cronica, la mala sanità, che la rende più fragile di fronte a un’eventuale impennata della malattia. I governatori stanno provando a erigere un cordone sanitario contro «la bestia infame», come la chiama Emiliano. Ben sapendo che si tratta di un muro poroso, con troppi varchi possibili. Le regioni del Centro e del Sud più colpite sono le Marche, con 1.133 contagiati e 98 persone in terapia intensiva. E la Puglia, soprattutto per la progressione: in un giorno l’aumento dei contagi è stato del 38 per cento e il numero dei decessi è raddoppiato, da 8 a 16. Nel Lazio il maggior numero di contagiati del Centro-Sud: sono 396. Lopalco, il virologo nominato da Emiliano a capo del coordinamento regionale, spiega: «Tra Nord e Sud c’è un intervallo di una manciata di giorni. Noi speriamo che l’ondata arrivi qui quando al Nord si è già allentata la morsa. Se si liberano risorse al Nord, possono essere spostate al Sud». Ma c’è un problema: dall’8 marzo si sono autodenunciati, e sono finiti in quarantena, 20 mila pugliesi rientrati a casa. Emiliano stima che siano almeno 30 mila i rientri reali: «Siamo in grado di gestire fino a 2.000 contagi e 200 persone in rianimazione. Teniamo solo fino a lì». Tutti i governatori si stanno attrezzando con l’aumento dei posti letto. Ma mancano i macchinari, annunciati da Roma con tempi biblici di 45 giorni. Il presidente siciliano Nello Musumeci ha individuato 200 posti in terapia intensiva. Ma in Sicilia sono tornate dal Nord 31 mila persone, che si sono autodenunciate. In Calabria va ancora peggio. Una delle peggiori sanità d’Italia non è in grado di resistere a un impatto forte. Come confessa la neogovernatrice Jole Santelli: «Abbiamo cento posti in terapia intensiva. Non so fare previsioni sulle nostre capacità di reggere». Vincenzo De Luca, l’energico governatore campano, dopo aver spiegato che purtroppo non si possono usare i metodi «terapeutici» cinesi, ovvero «le fucilazioni» per chi trasgredisce, ha messo in quarantena la popolazione di Ariano Irpino e mandato l’esercito sul lungomare. Anche Santelli e Musumeci invocano l’aiuto dell’esercito, mentre Emiliano frena: «Se a epidemia e restrizione delle libertà ci aggiungiamo l’esercito, si evocano brutte cose». A San Severino Marche si prova a resistere con la preghiera: alle 17, i megafoni recitano il rosario. Il sindaco di Benevento Clemente Mastella, più laicamente, ha predisposto l’assistenza gratuita di psicologi. Duecento tra medici e infermieri siciliani denunciano: «Il giuramento non prevede l’essere immolati sull’altare della spending review». In Puglia ci sono 15 mila addetti alla sanità in meno rispetto all’Emilia-Romagna, che ha lo stesso numero di abitanti. Lopalco sintetizza: «È come se noi giocassimo in 6 e gli altri in 11. E non basta un uomo solo al comando. Mi faceva ridere quando chiamavano Cottarelli, pur bravissimo, per tutte le emergenze. A fare la differenza non è una persona, ma il sistema complessivo».

Crescono i contagi, il sud ha paura: trincea contro gli esodi di massa. Musumeci: «Serve l’esercito». Martino Della Costa domenica 15 marzo 2020 su Il Secolo d'Italia.  «Ho chiesto l’esercito. Non ci sono alternative». Il governatore siciliano Nello Musumeci è arrivato a un momento di snodo. Il sud, che nelle previsioni di virologi e politici, potrebbe registrare a partire dai prossimi giorni un aumento considerevole di contagi. Per contrastare gli arrivi dal Nord Italia nell’isola il numero uno della regione ha chiesto «l’intervento dell’Esercito», come unica soluzione possibile ai flussi dal nord del Paese. Musumeci lo ha annunciato a Mezz’ora in più su Rai3. Quindi ha aggiunto: «I prefetti sono stati avvertiti. Si tratta di destinare una parte dei soldati che già sono su strada ai controlli nei punti di arrivo in Sicilia. Se mettiamo questi posti di controllo con la possibilità dei soldati di essere agenti di ps, questo sarebbe un deterrente». Studi epidemiologi e report su spostamenti e viaggi degli italiani, danno già per concreto il rischio di una espansione dei contagi nel meridione. E l’esercito è pronto a intervenire, scrive tra gli altri Il Giornale in queste ore, «con circa 7000 uomini in più, in stato di prontezza», su tutto il territorio a livello regionale». Dunque non solo in Sicilia. Del resto, solo ieri il sindaco di Trani, Amedeo Bottaro, in una accorata diretta Facebook in cui si è definito «disperato» per quanto sta accadendo anche nella città pugliese da lui amministrata, ha formalizzato la richiesta online: «I cittadini non restano a casa». E sempre ieri, anche il governatore della Campania De Luca, ribadendo l’impennata di infezioni a colpi di 40 contagi al giorno, si è espresso duramente contro quelli che ha definito gli «esodi irresponsabili». In Sardegna, infine, solo per delineare un rapido quadro della situazione al sud, si sa che sono almeno 13.300 le persone rientrate sull’isola dal nord. Comportamenti deprecabili che, da un lato non aiutano a contenere l’epidemia. Dall’altro creano problemi di ordine pubblico. E in queste ore più che mai, l’unica possibilità individuata dagli amministratori locali delle varie regioni, è quella dell’invio dei militari a sostegno dell’azione delle forze dell’ordine. Secondo, secondo l’ipotesi del governo, il virus potrebbe contagiare fino a 92.000 persone. Tanto che il premier Conte, già il 9 marzo, nel corso di una riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza ha delineato «una situazione estremamente grave per quanto riguarda l’ordine pubblico». E, a stretto giro, il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha descritto uno scenario all’orizzonte fatto di «limitazioni alle libertà individuali. Difficoltà economiche. Sviluppi negativi dell’epidemia, come il collasso del sistema di assistenza». Soprattutto per quanto riguarda il meridione, dove si prevede un aumento significativo del numero dei contagiati.

Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 16 marzo 2020. Il governatore pugliese Michele Emiliano la chiama la «Grande onda» e il Sud la aspetta a breve, come uno tsunami dopo un terremoto. Il sisma è partito dalla Lombardia la notte del 7 marzo, quando la decisione di chiudere la Regione ha scatenato una fuga di una massa di emigranti di ritorno, stimata in almeno 100 mila persone. Una marea arrivata a destinazione ma i cui effetti, attesi a giorni, potrebbero mettere in ginocchio il Meridione d'Italia, già afflitto da una malattia cronica, la mala sanità, che la rende più fragile di fronte a un' eventuale impennata della malattia. I governatori stanno provando a erigere un cordone sanitario contro «la bestia infame», come la chiama Emiliano. Ben sapendo che si tratta di un muro poroso, con troppi varchi possibili. Le regioni del Centro e del Sud più colpite sono le Marche, con 1.133 contagiati e 98 persone in terapia intensiva. E la Puglia, soprattutto per la progressione: in un giorno l' aumento dei contagi è stato del 38% e il numero dei decessi è raddoppiato, da 8 a 16. Nel Lazio il maggior numero di contagiati del Centro-Sud: sono 396. Lopalco, il virologo nominato da Emiliano a capo del coordinamento regionale, spiega: «Tra Nord e Sud c' è un intervallo di una manciata di giorni. Noi speriamo che l' ondata arrivi qui quando al Nord si è già allentata la morsa. Se si liberano risorse al Nord, possono essere spostate al Sud». Ma c' è un problema: dall' 8 marzo si sono autodenunciati, e sono finiti in quarantena, 20 mila pugliesi rientrati a casa. Emiliano stima che siano almeno 30 mila i rientri reali: «Siamo in grado di gestire fino a 2.000 contagi e 200 persone in rianimazione. Teniamo solo fino a lì». Tutti i governatori si stanno attrezzando con l' aumento dei posti letto. Ma mancano i macchinari, annunciati da Roma con tempi biblici di 45 giorni. Il presidente siciliano Nello Musumeci ha individuato 200 posti in terapia intensiva. Ma in Sicilia sono tornate dal Nord 31 mila persone, che si sono autodenunciate. In Calabria va ancora peggio. Una delle peggiori sanità d' Italia non è in grado di resistere a un impatto forte. Come confessa la neogovernatrice Jole Santelli: «Abbiamo 100 posti in terapia intensiva. Non so fare previsioni sulle nostre capacità di reggere». Vincenzo De Luca, l' energico governatore campano, dopo aver spiegato che purtroppo non si possono usare i metodi «terapeutici» cinesi, ovvero «le fucilazioni» per chi trasgredisce, ha messo in quarantena la popolazione di Ariano Irpino e mandato l' esercito sul lungomare. Anche Santelli e Musumeci invocano l' aiuto dell' esercito, mentre Emiliano frena: «Se a epidemia e restrizione delle libertà ci aggiungiamo l' esercito, si evocano brutte cose». A San Severino Marche si prova a resistere con la preghiera: alle 17, i megafoni recitano il rosario. Il sindaco di Benevento Clemente Mastella, più laicamente, ha predisposto l' assistenza gratuita di psicologi. Duecento tra medici e infermieri siciliani denunciano: «Il giuramento non prevede l' essere immolati sull' altare della spending review ». In Puglia ci sono 15 mila addetti alla sanità in meno rispetto all' Emilia-Romagna, che ha lo stesso numero di abitanti. Lopalco sintetizza: «È come se noi giocassimo in 6 e gli altri in 11. E non basta un uomo solo al comando. Mi faceva ridere quando chiamavano Cottarelli, pur bravissimo, per tutte le emergenze. A fare la differenza non è una persona, ma il sistema complessivo».

Coronavirus, il governatore Musumeci: “Serve l’esercito in Sicilia”. Beatrice Carvisiglia il 15/03/2020 su Notizie.it. Il governatore della Sicilia Musumeci sull'emergenza coronavirus: "Destiniamo parte dei soldati ai controlli dei punti d'arrivo in Sicilia". Il governatore della Sicilia Nello Musumeci chiede l’intervento dell’esercito per fronteggiare l’emergenza coronavirus, come già richiesto dal suo omologo campano Vincenzo De Luca. Nella fattispecie, il governatore si riferisce al pericolo derivante dai numerosi rientri dal Nord. Nella giornata di domenica 15 marzo, Musumeci è intervenuto a Mezz’ora in più su Rai3 e si è detto molto preoccupato dalla situazione. Sono infatti previsti all’incirca 31mila rientri di cittadini siciliani, di provenienza da tutta Italia. “I prefetti sono stati avvertiti “, specifica Musumeci. “Si tratta di destinare una parte dei soldati che già sono su strada ai controlli nei punti di arrivo in Sicilia. Noi siamo preoccupati per le oltre 31 mila persone arrivate in Sicilia in pochi giorni dal Nord Italia. Abbiamo subito fissato un numero verde al quale chiunque rientrava dal Nord doveva autodenunciarsi”. Il governatore della regione Sicilia è già in contatto con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, alla quale ha richiesto un supporto speciale. Musumeci riporta i dati effettivi del contagio nella sua terra: “In Sicilia ci prepariamo al peggio, anche se fino a questo momento la diffusione appare contenuta, con 188 positivi e 71 ricoverati, di cui 15 in terapia intensiva e due decessi. È chiaro che bisogna essere preparati al peggio e abbiamo già preparato reparti da convertire per realizzare 1.000-1.500 posti per ospedalizzazione ordinaria e 200 posti per terapia intensiva“. Musumeci non è preoccupato solo dalla condizione del sistema sanitario, ma anche dai trasporti. Infatti ha rivelato: “Ho chiesto al Ministero dei trasporti di predisporre un’ordinanza che blocchi non solo tutti gli arrivi di notte in Sicilia ma che li limiti anche di giorno”.

Coronavirus, Sicilia isolata: vietati l’ingresso sull’isola e l’uscita delle persone. Regolare il trasporto merci. Firmato il decreto. Pubblicato lunedì, 16 marzo 2020 su Corriere.it da Salvo Toscano. Vietato l’ingresso in Sicilia. E anche l’uscita. Salvo che per comprovate esigenze. A seguito della richiesta pervenuta ieri sera da parte della Regione Siciliana, la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, ha firmato nella notte il decreto che prevede la sospensione dei collegamenti e dei trasporti ordinari delle persone da e per l’Isola per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Lo annuncia il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti in una nota, spiegando che è invece regolare il trasporto merci. Le persone potranno viaggiare via mare sullo Stretto solo «per comprovate esigenze di lavoro, salute o necessità». Il decreto, spiega il ministero in una nota, specifica che le persone possono viaggiare su navi adibite al trasporto merci esclusivamente per dimostrate ed improrogabili esigenze, previa autorizzazione del presidente della Regione. E, ancora, sono consentiti gli spostamenti via mare per i passeggeri da Messina per Villa San Giovanni e Reggio Calabria e viceversa, per comprovate esigenze di lavoro, di salute o per situazioni di necessità. Quanto al trasporto aereo delle persone, è assicurato soltanto per improrogabili esigenze di connessione territoriale con la penisola, esclusivamente presso gli aeroporti di Palermo e Catania, mediante due voli andata e ritorno Roma-Catania e due voli andata e ritorno Roma-Palermo, uno meridiano e l’altro antimeridiano, con sospensione di tutti gli altri voli compresi quelli internazionali. Nei giorni scorsi erano stati chiusi gli scali di Trapani e Comiso. Per i collegamenti ferroviari diurni è previsto il mantenimento dei collegamenti minimi essenziali mediante un treno giorno intercity Roma/Palermo e viceversa. Sono soppressi, infine, i servizi automobilistici interregionali. Il governatore Nello Musumeci ha caldeggiato a più riprese questa decisione, invocando una stretta sia nei controlli sia nella possibilità di entrare in Sicilia. In Sicilia l’epidemia ha ancora una diffusione ridotta, il 15 marzo i casi rilevati erano 188, di cui la circa la metà tra Catania e provincia. Tutti i primi casi di contagio riscontrati riguardavano persone venute dal Nord Italia, turisti o siciliani che rientravano da trasferte nel Settentrione. Il rientro in Sicilia di oltre ventimila persone nei giorni scorsi, questo il numero di quanti si sono registrati, fa temere una possibile accelerazione della diffusione. Nel fine settimana, la giunta regionale ha imposto la quarantena a casa per quindici giorni senza contatti con l’esterno per chi torna dal Nord. Negli ultimi giorni è cresciuto il numero dei ricoverati, che hanno superato le settanta unità, quindici in terapia intensiva.

 Gianluca Veneziani per liberoquotidiano.it il 17 marzo 2020. Spirito di unità e solidarietà nazionale? Ma quando mai! Qui siamo di fronte ad italiani che cacciano altri italiani dalle proprie regioni, per salvarsi la pelle e lasciare che quegli altri vadano a infettare altrove. Altro che fratelli d' Italia, semmai fratellastri o fratelli coltelli. La Provincia autonoma di Bolzano ha appena emesso un' ordinanza con cui impone «ai turisti, ospiti, villeggianti e tutte le altre persone presenti sul territorio provinciale che non hanno la propria residenza in Alto Adige, di rientrare alla propria residenza, affinché possano eventualmente beneficiare delle prestazioni dei propri medici di base o pediatri di libera scelta». Tradotto, significa che chi non ha la residenza in Alto Adige deve fare le valigie e smammare e andare a farsi curare eventualmente da un' altra parte. Gli altoatesini duri e puri, nati e cresciuti lì, non vogliono intrusi: parliamo, in realtà, di persone che magari non stanno lì solo in vacanza, ma hanno il domicilio da tempo in Sud Tirolo, lavoratori stagionali, pensionati con seconda casa Ebbene, tutti costoro sono sgraditi alla "tollerante" e "solidale" Provincia di Bolzano. Questa scelta nasce evidentemente dalla volontà di tutelarsi, dalla logica cinica del "meno siamo, meno ci contagiamo". Ma non tiene conto, nel proprio egoismo, che ciò significa mandare in giro per l' Italia persone potenzialmente infette, favorire la mobilità che ora è la migliore alleata del virus. Una scelta sadica, in un' ottica nazionale. Altro è ciò che hanno fatto ad esempio regioni come Valle d' Aosta e Sicilia. La prima ha «vietato l' ingresso nel territorio valdostano» ai non residenti, a chi che in quella regione ha solo il domicilio o una seconda casa: fare questo non significa tutelare solo i valdostani, ma anche le persone che dovrebbero spostarsi per arrivare lì. È un invito coerente con l' idea del "Restiamo a casa".

Sovranismo altoatesino: via i non residenti da Bolzano, poi la retromarcia. Redazione de Il Riformista il 19 Marzo 2020. Alla fine la Provincia autonoma di Bolzano ha dovuto ritirare l’ordinanza con cui chiedeva l’allontanamento per tutti i non residenti in Alto Adige, invitandoli a tornare presso la residenza di appartenenza per non intasare la sanità locale. Un provvedimento contestato da più parti, perché riguardava non solo (improbabili) turisti, ma anche centinaia di lavoratori stagionali e proprietari di seconde case. I vigili urbani stanno provvedendo a richiamare le persone multate per avvisarli che la sanzione viene ritirata. La resa di Bolzano è arrivata a seguito di vigorose proteste. Nell’intento di contenere l’epidemia da Covid-19, il presidente della Provincia autonoma Kompatscher infatti aveva ordinato «ai turisti, ospiti, villeggianti e tutte le altre persone presenti sul territorio provinciale che non hanno la propria residenza di Alto Adige, di rientrare alla propria residenza affinché possano beneficiare delle prestazioni dei propri medici di base o pediatri di libera scelta». Diktat che ha sollevato la marea del malcontento. Innanzitutto perché in senso opposto al principio del “#iorestoacasa”, tanta gente sarebbe stata costretta a spostarsi verso i luoghi di residenza, in secondo luogo perché in tanti si trovavano sul posto in villeggiatura già prima che scoppiasse l’epidemia, e soprattutto perché, rivolgendosi ai non residenti, la provincia autonoma sembrava intenzionata a cacciare da Bolzano e dintorni lavoratori e famiglie italiane che lì hanno un appartamento, magari stabile, ma non hanno spostato la residenza per un qualsiasi motivo. Per Alessandro Urzì, consigliere di FdI, si trattava di un atto “discriminatorio” e “illegittimo”. Kompatscher ha provato a metterci una pezza, spiegando di aver fatto una scelta «nell’interesse primario delle persone stesse che in questo territorio non hanno né medico di fiducia né pediatra». Per smorzare i toni, il presidente della Provincia autonoma di Bolzano aveva provato a derubricare il tutto ad una “raccomandazione” (nonostante l’uso del termine “ordina”), escludendo dalla platea degli interessati i lavoratori.  Ma alla fine, la diaspora forzata è stata scongiurata.

Trentino, i residenti “denunciano” i turisti alla polizia locale. Giulia Merlo su Il Dubbio il 18 marzo 2020. Ma l’unica misura è stata presa nei confronti di una famiglia che era arrivata dopo l’11 marzo, data in cui il decreto del premier Conte aveva vietato tutti gli spostamenti fuori dal comune di residenza. Ecco i primi effetti della ordinanza presidenziale firmata dal governatore leghista del Trentino, Maurizio Fugatti. Giovedì scorso  è stato disposto l’obbligo di rientro nei comuni di residenza per tutti i turisti e i proprietari di seconde case in Trentino (lo stesso ha fatto anche il governatore autonomista dell’Alto Adige, Arno Kompatcher) e nei giorni scorsi sono iniziate le segnalazioni alla Polizia locale da parte dei trentini, per “denunciare” la presenza di non residenti. Come riporta il quotidiano online Il Dolomiti, alcuni cittadini della val di Fassa, nota meta di vacanze estive e invernali, hanno chiamato la Polizia per allertarla sulla presenza di turisti che ancora soggiornano nei paesi, con tanto di nomi e indirizzi. La polizia ha confermato di aver effettuato dei controlli ma anche di aver denunciato una sola famiglia, che per altro stava rientrando nel proprio comune di residenza, perchè era arrivata in Trentino dopo l’11 marzo (data del decreto “Io resto a casa” che ha trasformato tutta la penisola in zona rossa). Questo, dunque, il discrimine e non il decreto presidenziale di Fugatti. Attualmente, tutti i varchi delle valli sono video-sorvegliati, in modo da controllare i veicoli in ingresso e poter fermare chi prova a raggiungere le seconde case in montagna. Il decreto emanato dal premier Conte, infatti, vieta ogni spostamento non necessario fuori dal proprio comune di residenza. Come invece verrà applicato il decreto di Fugatti è ancora poco chiaro, anche rispetto a come si coordinerà con quanto previsto dalle norme nazionali di emergenza. Gli unici, infatti, ad aver violato le regole sono i non residenti che si sono spostati nelle seconde case non di residenza nei giorni successivi all’11 marzo. Chi, invece, si è mosso prima della data di entrata in vigore del decreto ed ora è rimasto “bloccato” in Trentino, lo ha fatto in piena legalità perchè i divieti riguardavano solo le zone rosse. I medici, gli infermieri e i sindacati trentini hanno confermato che le cure verranno garantite, come del resto prevede la Costituzione, a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione tra residenti e non.

L’Alto Adige caccia i non residenti: manifesti affissi nei comuni. Giulia Merlo il 16 Marzo 2020 su Il Dubbio. Il presidente autonomista Arno Komatscher ha spiegato: «A tutte queste persone, prive di residenza in Alto Adige, non è garantito l’accesso ai servizi del medico o del pediatra di fiducia. In caso di necessità o dubbi su un eventuale contagio potrebbero solo andare al pronto soccorso. Ed è esattamente ciò che non vogliamo accada per non sovraccaricarlo». La Provincia Autonoma di Trento e quella di Bolzano chiedono a tutti i non residenti di tornare a casa loro. La decisione, evidentemente in controtendenza rispetto alla direttiva nazionale di non uscire di casa e di non spostarsi se non per necessità, ha lasciato pieni di dubbi e paura i moltissimi non residenti che, al momento del decreto “Io resto a casa”, erano in montagna per le vacanze. Molti di loro hanno seconde case in Trentino e in Alto Adige e passano lì anche diversi mesi l’anno, altri sono anziani e non sono in grado di spostarsi autonomamente, altri ancora sono residenti in Lombardia e Veneto temono di muoversi con i mezzi pubblici per tornare in comuni con situazioni di contagio gravi. Eppure, le due direttive provinciali parlano chiaro e sono state spiegate in questi termini dai due governatori.

L’ordinanza dell’Alto Adige. In Alto Adige, l’ordinanza presidenziale è di giovedì scorso e domenica i sindaci la hanno recepita, affiggendo – come riporta il quotidiano Alto Adige – in tutti i paesi annunci che chiedono chi non è residente a lasciare l’Alto Adige nel più breve tempo possibile. «A tutte queste persone, prive di residenza in Alto Adige, non è garantito l’accesso ai servizi del medico o del pediatra di fiducia – ha spiegato il presidente autonomista Arno Komatscher -. Soggiornando qui, a queste persone manca il medico di famiglia. In caso di necessità o dubbi su un eventuale contagio, avrebbero un unico luogo a cui potersi rivolgere, il pronto soccorso dell’ospedale. Ed è esattamente ciò che non vogliamo accada per non sovraccaricarlo». Per giustificare la misura, ha spiegato che si tratta di una scelta che punta a «tutelare la salute delle persone, cosa impossibile se non riusciamo a far funzionare il sistema» e ha chiarito che i turisti sono stati invitati a partire «in tempi ragionevoli, dando loro il modo di organizzarsi». Nell’ordinanza si ordina «a turisti, ospiti, villeggianti e tutte le altre persone presenti sul territorio provinciale che non hanno la propria residenza in Alto Adige, di rientrare alla propria residenza, affinché possano eventualmente beneficiare delle prestazioni dei propri medici di base o pediatri di libera scelta».

L’ordinanza del Trentino. Più dure, invece, le dichiarazioni del suo omologo trentino, il leghista Maurizio Fugatti: «Se la situazione sanitaria si aggraverà, noi daremo risposte solo a chi rispetta le regole». Il presidente ha confermato che «A livello nazionale le norme sono diverse, ma il messaggio che vogliamo dare è che il Trentino sarà responsabile con chi è responsabile; il Trentino non potrà esserlo con chi è irresponsabile e si trova sul nostro territorio in modo non legale». Fugatti, dunque, è stato ancora più esplicito di Kompatscher, che non era arrivato a minacciare di non curare i non residenti. «Questo forse è un messaggio non bello» ma, ha aggiunto «è un messaggio chiaro che il Trentino vuole dare».

Le reazioni. Immediate le reazioni, soprattutto in Trentino, da parte dei medici e dei sindacati. “Non accetteremo mai ingerenze di questo tipo – ha commentato al quotidiano online Dolomiti il segretario della Cisl medici del Trentino, Nicola Paoli – noi seguiamo il giuramento di Ippocrate e la legge italiana e curiamo tutti, tutti i giorni, senza distinguo. Sono parole gravi, in questo momento, perché dobbiamo stare uniti, a livello nazionale”.  Lo stesso aveva detto anche il presidente dell’ordine dei medici trentini, Marco Ioppi, citando il giuramento di Ippocrate.

Arrabbiati e preoccupati, invece, i non trentini o altoatesini colpiti dalle misure. Il quotidiano Alto Adige ha riportato la reazione più frequente: «Adesso che non compriamo più skipass perché le piste sono chiuse ci cacciano?». Tutta da verificare, inoltre, è anche la compatibilità dei due decreti dei presidenti con le misure di contenimento del virus disposte a livello nazionale, che impongono di rimanere nelle abitazioni e di muoversi solo per motivi di necessità certificata, soprattutto negli spostamenti fuori comune.

Il governatore Fugatti: “I non trentini tornino a casa loro, noi non li curiamo”. Gli ha risposto il presidente dell’Ordine dei Medici trentini, Marco Ioppi, citando il giuramento di Ippocrate. Giulia Merlo Il Dubbio il 15 marzo 2020. “Se la situazione sanitaria si aggraverà, noi daremo risposte solo a chi rispetta le regole. A livello nazionale le norme sono diverse, ma il messaggio che vogliamo dare è che il Trentino sarà responsabile con chi è responsabile; il Trentino non potrà esserlo con chi è irresponsabile e si trova sul nostro territorio in modo non legale”. Scivolone comunicativo o messaggio voluto: in questo modo il presidente leghista della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti – dopo aver invitato i turisti a venire a sciare in Trentino con messaggi su Facebook fino al 5 marzo scorso – ha invitato tutti i non trentini ad andarsene. Il presidente ha spiegato ieri in conferenza stampa che ”Abbiamo ancora persone non trentine che soggiornano in zone turistiche e molti nelle seconde case” e che “chi è arrivato in Trentino dopo il secondo dpcm è qui in forma irregolare. Alle persone nelle seconde case e quindi in villeggiatura chiediamo loro di rientrare a casa loro perché sono qui in forma di irregolarità”. Invito, questo, lanciato anche dal governatore dell’Alto Adige, Arno Kompatscher. Fugatti, però, ha fatto seguire una successiva considerazione sul fatto che, se l’emergenza sanitaria si aggraverà, il Trentino privilegerà i residenti: “Il Trentino sarà responsabile con chi è responsabile; il Trentino non potrà esserlo con chi è irresponsabile e si trova sul nostro territorio in modo non legale”.  Fugatti ha ammesso che “a livello nazionale le regole sono diverse” e che “questo forse è un messaggio non bello” ma, ha aggiunto “questo è un messaggio chiaro che il Trentino vuole dare”, ha concluso. Come riporta il quotidiano online “Il Dolomiti”, a rispondergli sul punto è intervenuto il presidente dell’Ordine dei Medici trentini, Marco Ioppi, citando senza commenti il codice deonotologico della professione: “Il codice, in armonia con i principi etici di umanità e solidarietà e civili di sussidiarietà, impegna il medico nella tutela della salute individuale e collettiva vigilando sulla dignità, sul decoro, sull’indipendenza e sulla qualità della professione”. E ancora “I doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera”. In Trentino, il numero di contagi è in aumento: i dati di ieri riferiscono di 261 casi, 88 in più rispetto al giorno prima.

Emergenza Sud, l'appello di cento sindaci: "Rischiamo il caos, serve l'esercito in strada". Richiesta anche da prefetti e governatori: più controlli e senso di sicurezza. Fausto Biloslavo, Mercoledì 18/03/2020 su Il Giornale. Prefetti, cento sindaci, governatori, da nord a sud, vogliono l'esercito sul fronte del coronavirus. «La situazione sanitaria si sta progressivamente aggravando facendo registrare in Puglia () un sensibile aumento di casi positivi al virus», scrive al ministro dell'Interno, Maurizio Valiante, prefetto di Barletta-Andria-Trani. Nella comunicazione chiede «di assegnare, con ogni consentita urgenza, un adeguato contingente di militari dell'Esercito, da dispiegare sull'intero territorio provinciale». I soldati in mimetica, mascherina e armati, rassicurano i cittadini e servono da deterrente se qualcuno pensasse di non restare a casa. Lunedì il prefetto di Bologna, Patrizia Impresa, ha chiesto rinforzi per garantire la cinturazione di Medicina, un comune dichiarato «zona rossa». «Tale nuova disposizione normativa ha richiesto l'attivazione immediata di un servizio di vigilanza e e presidio dei varchi di accesso (), che rende assolutamente necessario un incremento di almeno 50 uomini delle unità di personale delle Forze Armate» si legge nella comunicazione urgente. A Trieste il prefetto Valerio Valenti ha ottenuto 100 soldati in più da schierare lungo il confine con la Slovenia per intercettare i clandestini ed evitare il caos degli ultimi giorni con lunghe file di Tir bloccati alla frontiera. Già ieri erano pronti 115 dragoni del Piemonte cavalleria. Anche da Novara, Alessandria, Pesaro i prefetti auspicano rinforzi dell'esercito. Qualcosa non ha funzionato a Bergamo, dove il prefetto era contagiato ed il vicario non ha firmato l'ordinanza di chiusura da zona rossa, che probabilmente avrebbe evitato l'impennata di vittime. E tantomeno ci ha pensato il premier Conte a Roma. «La Difesa e l'Interno avevano già schierato su Bergamo 300 uomini fra carabinieri, polizia ed esercito pronti a chiudere tutto, ma alla fine non è arrivato l'ordine» spiega una fonte militare. L'esercito ha sul territorio 7200 uomini dell'operazione Strade sicure e altri 6mila soldati pronti ad intervenire su base regionale. Il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, ha spiegato ieri che «non vogliamo i carri armati per le strade, ma ho chiesto l'impegno dei soldati dell'esercito per dare man forte nei controlli degli arrivi». In Sicilia sono rientrate in dieci giorni 31mila persone e nessuno sa quanti rispettino la quarantena. Nelle ultime 72 ore l'esercito ha mobiliato altri 200 uomini e a Piacenza è in ricognizione una squadra per un ospedale da campo. Più di un centinaio di sindaci della provincia di Cosenza hanno chiesto «l'immediato dispiegamento sul territorio dei comuni calabresi dell'esercito e delle risorse disponibili delle altre forze armate». E ieri ha lanciato l'allarme immigrati a Castel Volturno, dove sono 20mila, il vicepresidente della giunta regionale campana. Fulvio Bonavitacola chiede «una specifica azione di controllo territoriale e dell'esercito volta all'osservanza dei divieti imposti su persone non residenti», ovvero gli immigrati. «Il numero è tale - ha spiegato Bonavitacola - che se anche una piccola parte sfuggisse alle limitazioni previste si determinerebbero effetti davvero incontrollabili».

Grazia Longo per lastampa.it il 17 marzo 2020. Una volta, fino a poche settimane fa, c’era Codogno, provincia di Lodi, Lombardia. Ma oggi i Comuni chiusi per l’emergenza coronavirus sono più quelli in cui si parla con accento meridionale. Senza dimenticare l’Emilia Romagna, dove non è più possibile uscire e entrare nel Comune di Medicina e nella frazione di Ganzanigo, nel comune bolognese, dove ormai da giorni si registra una crescita anomala del contagio da covid-19. Lo ha stabilito il governatore Stefano Bonaccini. Mentre in Campania sono ben cinque i centri interamente in quarantena, per un totale di 40 mila persone, e altri 23 hanno chiesto di diventare zona rossa. Per ora lo sono: Ariano Irpino (provincia di Avellino) e Sala Consilina, Caggiano, Polla e Atena Lucana (provincia di Salerno), per volontà del presidente della Regione Vincenzo De Luca. Ariano Irpino è stato il primo Comune chiuso al Sud del nostro Paese. A breve giro però si sono aggiunti i quattro in provincia di Salerno: l’epidemia si è diffusa un po’ per l’arrivo sconsiderato di persone fuggite dalla Lombardia, un po’ per riti pseudo religiosi avvenuti a stretta vicinanza. «La decisione di mettere in quarantena i Comuni - precisa De Luca - è la conseguenza di due iniziative messe in campo da un “predicatore” ed altri suoi collaboratori, in violazione a ordinanze già in essere. Si rimane davvero indignati di fronte a questa irresponsabilità che ha prodotto decine di contagi, la quarantena per i Comuni e decine di contatti che andranno verificati nelle prossime ore. Ho dato mandato all’Asl di procedere alla denuncia penale di quanti hanno promosso o partecipato a questa iniziativa per il danno enorme che ha prodotto sulla pelle di migliaia di cittadini, di migliaia di medici e infermieri impegnati all’ultimo respiro nella battaglia contro la diffusione del contagio». Negli ultimi giorni, nei quattro Comuni in provincia di Salerno, sono state rilevate ben 17 persone positive che hanno avuto contatti stretti con almeno altre 80 residenti nei quattro Comuni. Mentre 29 delle persone ammalate sulle 47 complessive registrate fino a ieri mattina in provincia di Avellino sono di Ariano Irpino. In Campania i contagi fino a ieri erano 400, ma cresce la paura di un’impennata. Da oggi sarà attivo il primo ospedale interamente riconvertito, a Napoli, per coronavirus: 120 posti letto al Loreto Mare, primo tassello del piano di emergenza firmato dal governatore De Luca. La situazione è talmente critica che altri 23 sindaci dell’Alta Irpinia hanno chiesto che i loro Comuni diventino zona rossa. Si tratta dei seguenti centri: Andretta, Aquilonia, Bagnoli Irpino, Bisaccia, Cairano, Calabritto, Calitri, Caposele, Cassano Irpino, Conza della Campania, Guardia dei Lombardi, Lacedonia, Lioni, Montella, Monteverde, Morra De Sanctis, Rocca San Felice, Sant'Andrea di Conza, Sant'Angelo dei Lombardi, Senerchia, Teora, Torella dei Lombardi, Villamaina. Fino al 3 aprile, inoltre, sarà off limits anche il Comune di Medicina, del comprensorio imolese e della Città metropolitana di Bologna, che conta un milione di abitanti. Il sindaco di Medicina Matteo Montanari dichiara: «Il covid-19 che si è abbattuto su Medicina ha due caratteristiche peculiari: è particolarmente aggressivo e contagioso». La zona rossa è una scelta obbligata per «evitare che il numero dei casi aumenti. Inoltre questa misura così restrittiva serve per contrastare l’allargamento dei contagi da covid-19 all’interno territorio metropolitano, una zona ad alta densità di popolazione». A Medicina e nella frazione di Ganzanigo «sono oltre 70 i casi accertati di Coronavirus, nove i decessi, oltre 100 soggetti posti in isolamento fiduciario domiciliare a seguito di contatti stretti di casi accertati». L’ordinanza regionale dispone la sospensione di tutte le attività produttive e commerciali. Ad esclusione dei servizi essenziali socio sanitari e delle attività di beni di prima necessità. I furbetti di turno sono avvisati: il mancato rispetto degli obblighi è punito, in base all’articolo 650 del codice penale, con l’arresto fino a tre mesi o con la multa di 206 euro. 

Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 17 marzo 2020. La vedono arrivare l'onda del Covid-19 e la temono. A ragione. Perché i casi dei contagi crescono giorno dopo giorno e c'è una sacca cospicua di residenti che è tornata al Sud senza autodenunciarsi. Persone in carne ed ossa, salite sui treni della Lombardia (non solo la notte tra il 7 e l'8 marzo), che hanno fatto ritorno a casa ma che non hanno dato segnalazione del loro rientro in molte Regioni. A partire dalla Calabria che ieri contava 7.793 ingressi denunciati calcolando però altrettanti (ma la stima è prudenziale) casi fantasma. Sono loro - i rientrati e nascosti - a destare la preoccupazione di clinici e governatori che ora aspettano di vedere l'indice complessivo dei contagi tra mercoledì e giovedì per poter decretare o meno la vera emergenza al Sud Italia. Ma intanto le Regioni stanno correndo ai ripari: la Sicilia - che annovera già 95 pazienti ricoverati per il coronavirus, di cui 20 in Terapia intensiva con l'incidenza maggiore a Catania è isolata: stop ai collegamenti in ingresso e in uscita (fatta eccezione per due voli, un intercity e i rifornimenti merci) varati dal ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli dopo le richieste avanzate dalla Regione. L'aeroporto di Reggio Calabria è chiuso, molti sindaci della provincia di Catanzaro e di Cosenza hanno presentato esposti alle rispettive Procure nonché al ministero dell'Interno per chiedere l'applicazione dell'articolo 438 del codice penale, che tutela la salute pubblica, contro quello che chiamano «flusso indiscriminato» dal Nord. Dal comune di Ariano Irpino, in provincia di Avellino - vista l'impennata dei contagi - non si entra e non si esce, mentre i casi in Campania sono arrivati a 400 e in Puglia è stato presentato ieri il piano ospedaliero per far fronte all'emergenza. Che si sta palesando ma che governatori, epidemiologi, virologi, medici e direttori sanitari sperano di non dover affrontare. Perché se i casi di Covid-19 dovessero deflagrare, il conto da pagare sarebbe più alto di quello del Nord Italia. Il problema riguarda la disponibilità reale dei posti in Terapia intensiva che mal si coniuga con una popolazione relativamente giovane e per questo più esposta alla minaccia del virus. In Calabria - dove la governatrice Jole Santelli ha costituito ieri una Task-force di cui fa parte anche il Commissario straordinario per la Sanità Saverio Cotticelli - le persone positive al coronavirus sono 89: 21 in più rispetto a quelle registrate il 15 marzo. I maggiori ricoveri si contano nella provincia di Cosenza: 15 in reparto, 3 in Rianimazione. Segue Reggio Calabria con 9 pazienti ospedalizzati e 2 in Terapia intensiva, mentre a Catanzaro ci sono 7 ricoveri (2 in Rianimazione) e 5 a Crotone. Le persone in quarantena volontaria sono 4.583. Ma gli ospedali della Regione quanti posti letto in Terapia intensiva possono garantire? Al momento appena 100 anche se proprio la Calabria ha avviato un piano per attivarne altri 400. Di questi, 90 serviranno le strutture di Cosenza, Castrovillari, Rossano, Cetraro, Catanzaro, Lamezia, Crotone, Reggio Calabria, Polistena e Vibo Valentia. Ulteriori 310 posti verranno attivati, invece, a Paola, Rogliano, Rossano, Germaneto, Tropea, Gioia Tauro, Locri e Melito Porto Salvo. In Puglia la situazione «Al momento resta controllata», spiega il virologo Pier Luigi Lopalco nominato dal Governatore Michele Emiliano a capo del coordinamento per l'emergenza. «In Puglia, così come più in generale al Sud, dobbiamo aspettare - spiega Lopalco - mercoledì e giovedì per capire se l'ingente flusso dei rientri provocherà delle pesanti ripercussioni». È questa la dead-line per capire se - e con quale impatto - il virus si manifesterà perché «Dobbiamo analizzare i tempi di incubazione partendo dalla data del 7 marzo quando migliaia di cittadini hanno fatto ritorno a casa dal Nord», prosegue il virologo. Proprio in Puglia ieri si sono registrati 72 nuovi casi e 2 nuovi decessi, mentre il conto di domenica era di 248 contagi: 148 ricoveri, di cui 6 in Terapia intensiva, 16 decessi, 3 guariti e 75 in isolamento. Se il numero dei positivi al Covid-19 dovesse arrivare a 2 mila, saranno necessari 200 posti letto in Terapia intensiva e circa mille posti in area medica. Attualmente per l'emergenza coronavirus nella rete degli ospedali pubblici, degli enti ecclesiastici, delle case di cura della Regione, sono attivi 54 posti in Rianimazione che potranno arrivare a 306, con un aumento di 252 unità. «Ma questo - conclude Lopalco - per reggere la prima ondata».

Davide Madeddu per ilsole24ore.com il 17 marzo 2020. Controlli incrociati e a tappeto per individuare i proprietari delle seconde case che sono arrivati in Sardegna da quando è scoppiata l’emergenza Coronavirus e prima che diventasse esecutivo il blocco del trasporto passeggeri in nave e aereo. In campo i sindaci delle città e dei centri costieri o comunque dove sono presenti le case vacanze e un esercito di 1.300 forestali. L’obiettivo è far si che si rispettino le norme previste dal decreto del presidente del Consiglio e le ordinanze regionali del 4 e 5 marzo che impongono registrazione obbligatoria, isolamento fiduciario di 14 giorni e reperibilità costante al domicilio per i controlli, per chi è arrivato nell’isola a partire dalla fine di febbraio. Dall’emanazione delle due ordinanze si sono “autodenunciate” nel portale della Regione 13.300 persone. Compito della Task force, gli uomini del corpo forestale e di vigilanza ambientale sono agenti di pubblica sicurezza a tutti gli effetti, sarà quello di verificare se chi è arrivato nell’isola rispetta le disposizioni. Non solo. Da tempo l’Anci, su sollecitazione delle amministrazioni comunali costiere o dove sono presenti case vacanze, ha chiesto un inasprimento dei controlli soprattutto alla luce dei numerosi arrivi segnalati dai sindaci. Argomento che il presidente Emiliano Deiana ha messo nero su bianco in una lettera inviata al presidente della Regione Christian Solinas in cui ha chiesto, tra le altre cose, un «inasprimento dei controlli nelle aree a maggiore pressione antropica (città e aree costiere)». A prendere posizione sollecitando controlli anche gli amministratori di altri centri costieri e turistici, da Pula a Villasimius, continuando con il nord dell’isola. A Iglesias, il sindaco Mauro Usai ha annunciato a partire da oggi una stretta sulle seconde case di persone residenti nella penisola con verifiche sulle presenze. Nei primi due giorni di attività gli uomini della forestale hanno effettuato poco meno di mille controlli, soprattutto sulle zone costiere e nelle campagne. Zone dove, come rimarcano dalla regione «nelle ultime settimane si sono riversate migliaia di persone provenienti dalla penisola per trasferirsi nelle case al mare». «Tutte le nostre forze sono in campo per tutelare la salute pubblica - dice il presidente della Regione -. Ma resta fondamentale, in questa emergenza, la collaborazione di tutti e in primo luogo in rispetto rigoroso di tutte le disposizioni emanate». L’obiettivo è ora contenere i contagi e far sì che si rispettino le regole. Da lunedì sono entrati in vigore i blocchi ai trasporti passeggeri marittimi e aerei per i passeggeri, previsti dal decreto della ministra dei Trasporti. Sul fronte marittimo, i trasporti potranno avvenire solo in casi di assoluta emergenza e dietro autorizzazione del presidente della Regione previo parere dell’autorità sanitaria. Concesso solo il trasporto via mare delle merci possibilmente non accompagnate. Stesso discorso per il trasporto aereo che prevede il funzionamento dello scalo di Cagliari Elmas per i collegamenti con Roma Fiumicino. Il trasporto passeggeri potrà comunque avvenire solamente dietro autorizzazione del presidente della Regione per comprovati motivi di urgenza e previo parere dell’autorità di sanitaria.

Chiuso il comune di Ariano Irpino, De Luca: “È il risultato dei rientri dal Nord”. Redazione de Il Riformista il 15 Marzo 2020. Quarantena per tutta la popolazione e divieto di entrata e uscita per il Comune di Ariano Irpino. Lo ha deciso con un’ordinanza il Presidente Vincenzo De Luca visto l’aumento dei contagi verificato dai dati riferiti al Comune della provincia di Avellino. Si è ritenuto indispensabile e urgente applicare una misura rigorosa per isolare il focolaio. “Chiediamo a tutti i cittadini – ha dichiarato il Presidente de Luca – di collaborare per il contenimento del contagio e quindi per il rispetto di questa e delle altre ordinanze”. La decisione è stata presa per l’elevato numero di contagi riscontrati in Irpinia: 37 cittadini di cui 21 nel solo territorio di Ariano Irpino aumentati in meno di 24 ore da 12 che ne erano al 14 marzo. In Irpinia si è inoltre verificato il primo decesso. “Il dato relativo ai soggetti rientrati dalle ex zone rosse ammonta a 370 persone e i contatti diretti ai soggetti contagiati ammonta ad oggi a 125 – si legge nell’ordinanza –  costituisce ‘dato suscettibile di considerevole aumentò e alla luce delle inchieste epidemiologiche in atto”. Per questo motivo De Luca ha imposto ulteriori ristrettezze al comune introducendo ulteriori divieti. Divieto di allontanamento dal territorio comunale da parte di tutti gli individui presenti, il divieto di accesso nel territorio comunale, sospensione delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità. È fatta salva la possibilità di transito in ingresso e in uscita dal territorio comunale da parte degli operatori sanitari e socio-sanitari, del personale impegnato nei controlli e nell’assistenza alle attività relative all’emergenza nonché degli esercenti le attività consentite sul territorio e quelle strettamente strumentali alle stesse, con obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione individuale. È comunque consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il mancato rispetto degli obblighi di cui al presente provvedimento è punito, ai sensi dell’art.650 del codice penale, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro. “In relazione alla messa in quarantena di Ariano Irpino ho impegnato l’Asl di Avellino a sviluppare un’attività di monitoraggio e controllo intensa e straordinaria per i prossimi 15 giorni nei comuni vicini. La sensazione che si ha in queste ore, in attesa di una valutazione più puntuale e scientifica sui contagi, è che si stiano scontando due fenomeni. Il primo, è l’inizio di una ricaduta legata all’arrivo dalle aree più contagiate del Nord di migliaia di persone in maniera affrettata e non controllata. La seconda causa è la presenza ancora oggi di comportamenti individuali assolutamente irresponsabili. Come è capitato ad Ariano, e come si è verificato in un paese dell’area a sud della Campania dove i membri di una comunità, dopo aver dato vita a una loro cerimonia, hanno bevuto tutti dallo stesso calice, ritenendo forse di compiere un gesto mistico. È necessario in queste ore il massimo di responsabilità e anche il massimo di rigore possibile nei confronti di chi vìola le regole elementari e gli obblighi di legge dettati dalle autorità sanitarie. Questo è un dovere verso i nostri concittadini ed è un atto di rispetto per tutto il personale medico e infermieristico del 118 che è impegnato in un lavoro straordinario da settimane. Non c’è ad oggi alcun motivo di panico. La situazione in Campania rimane sotto controllo al netto di comportamenti irresponsabili e di episodi nazionali francamente evitabili”.

Sindaco contro chi usa seconde case per isolarsi: “Andate via”. Antonio Emanuele Piedimonte de Il Riformista il 14 Marzo 2020. Napoletani potenziali untori? A leggere l’appello messo nero su bianco dal sindaco di Campo di Giove qualche dubbio nasce. In sintesi: «Gentili ospiti (…) è dunque fondamentale che le persone non residenti, anche se proprietarie di seconde case, ancora presenti sul territorio valutino, responsabilmente, il ritorno alle loro abitazione di residenza nel più breve tempo possibile». O almeno così l’hanno vissuto i partenopei (ma non solo loro) che hanno un’abitazione di proprietà nel piccolo borgo e si sono visti recapitare la missiva del primo cittadino. Cominciata su Fb, la querelle sulla presenza di non autoctoni nel centro montano è degenerata in polemica. «Egregio signor sindaco, un’unica preghiera non usi l’appellativo ospiti, perché questo fa nascere in me una profonda delusione per essermi sentito sempre uno di voi», scrive Giacomo Polledrini. Gli fa eco Fulvia Demi: «Noi da sempre amiamo questo posto e non si comprende come mai gli autoctoni non ricambino lo stesso amore. P.s.: io sono a casa mia (…) non mi è balenato neanche per un secondo il pensiero di venire a Campo di Giove, dove la prima strutta sanitaria è a 20 minuti di auto». Sulla stessa lunghezza d’onda Daniela Cimmino: «Visto che siamo considerati ospiti e gli ospiti (…) propongo al signor sindaco di sospendere l’Imu e più ancora la Tari visto che produciamo spazzatura meno di zero». Uno degli “ospiti”, Francesco Gentile, spiega al Riformista che sta succedendo tra le belle cime abruzzesi: «Io e mia moglie siamo napoletani e frequentiamo il paese dagli anni Ottanta, ieri abbiamo ricevuto la lettera e siamo rimasti molto male. Certo, non è un decreto di espulsione, però ci è parsa una cosa davvero fuori luogo». Eppure a sfogliare fb sembra che una parte della comunità sia sulla stessa lunghezza d’onda del sindaco. «Guardi, la psicosi purtroppo sta colpendo tanti italiani e posso capire che sfugga una parola poco simpatica al bar, ma il primo cittadino dovrebbe tutelare anche noi che pure trascorriamo tanto tempo qui». Ma quanti sono gli “ospiti” ora in paese? «Ma ci saranno al massimo 4-5 famiglie…. Noi abbiamo scelto di venire perché abbiamo un bimbo di 3 anni che è immuno-depresso a causa di una malattia rara. Spostarlo adesso gli farebbe correre dei rischi». Ed è proprio sugli aspetti sanitari che il sindaco sembra voler giustificare l’invito a sloggiare, la lettera infatti si chiude con un preciso riferimento: «La richiesta (che, si specifica, è in attuazione al decreto del Consiglio dei ministri, ndr) mira ad evitare situazioni di sofferenza nelle strutture preposte a seguire la crisi sanitaria». Il dottor Gentile abbassa il tono della voce come nei frangenti in cui lo sconforto prende per un attimo il sopravvento: «Strutture preposte? Quella più vicina è a Sulmona. Qui c’è solo un medico e null’altro». Un’uscita infelice o un clima un po’ da caccia alle streghe? «Penso che l’emotività abbia innanzitutto provocato una comunicazione erronea quantomeno nella modalità, e del resto una parte della comunità ci ha già manifestato la sua vicinanza e solidarietà. Certo la delusione è stata tanta…». Dalla montagna al mare, quello di Praia, poco meno di settemila abitanti nella provincia di Cosenza, lungo una delle coste più belle del Mediterraneo, località molto amata dai napoletani che qui hanno acquistato un gran numero di seconde case. «No, qui non c’è stato nessun invito a ripartire per i non residenti – spiega Angelo, un professionista che come diversi partenopei ha origini calabresi e possiede un’abitazione nel comune – ma il sindaco ha chiesto che tutti quelli che arrivano da fuori si sottopongano spontaneamente a una sorta di quarantena di sicurezza per 14 giorni, anche se ormai tutta l’Italia è in quarantena. Io – aggiunge – sono rimasto a Napoli, ma mi dicono che ci sono controlli serrati nelle strade e persino un’auto che circolava con un altoparlante per dare indicazioni ai cittadini. Evidentemente anche in tempi di internet i vecchi sistemi hanno sempre un loro perché». E che il momento sia di difficile gestione anche per i sindaci (caricati di gravose responsabilità) lo dimostrano pure alcuni video divenuti virali sul rete, dove si vedono alcuni amministratori in palese affanno. Tra più cliccati c’è quello che mostra un primo cittadino del Napoletano che tradito dall’emozione della telecamera (si spera) ha ribattezzato sia il virus, chiamandolo “coronaro”, sia gli ammalati, definiti “sieropositivi”. E, dulcis in fundo, le fake news sono diventate “fuck news”. Effetti collaterali d’una inattesa pandemia.

Ritratto di Vincenzo De Luca, leader vero che sa scegliere e decidere. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 27 Marzo 2020. Magari Conte potrebbe farsi dare qualche lezione. Il nostro Presidente del consiglio per caso è uno che si mangia le finali quando si sente incerto e spreca a ruota libera il tempo suo e di tutti noi. Potrebbe prendere delle decisioni nette, serie. Non lo fa. Forse perchè non ha fegato, forse perché è impomatato. Mentalmente. Chi invece ha fegato è il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ha un tono sì, da protagonista ma amaro: niente fronzoli e va dritto al punto cutting to the chase come dicono gli americani: dritto al punto. Se ne è accorta la splendida Naomi Campbell che ha rilanciato sottotitolato in inglese una delle frasi di successo di De Luca, quando dice: «ho sentito dire che qualcuno vuole fare una festa di laurea.: be’, se lo fate io vi mando i carabinieri, ma col lanciafiamme: We will send the police, with flamethrowers». Un successo mondiale. Molti dicono che il governatore campano ha i tempi teatrali. Può darsi. Certamente ha i tempi mentali di chi ha in mente un ragionamento e un obiettivo e segue i tempi necessari alla comunicazione per raggiungere l’obiettivo. Veste in modo quasi banale, giusto l’indispensabile giacca e cravatta ma dimostra di avere chiare sia le idee che i mezzi per spiegarle e le cose da fare. Ha lanciato un avvertimento di valore nazionale: seguitiamo tutti a parlare di Lombardia ed è giusto perché lì è la tragedia. Ma fra pochi giorni la tragedia potrebbe sfondare in Campania, nel grande hinterland della metropoli napoletana che è quella più densamente popolata d’Europa e che rischia di andare totalmente fuori, perché oggi il venti per cento dei campani, ma diciamo meglio, napoletani – a fronte di un buon ottanta che rispetta le norme – se ne frega e fa come gli pare. E Roma, dice De Luca, non capisce. O meglio, Roma fa finta. Emana, dice, mezze misure. De Luca l’avevo sempre guardato con prudente diffidenza. I decisionisti ispirano diffidenza proprio perché suscitano facile consenso: la diffidenza per Salvini scatta quando il leader leghista si lascia sfuggire un deliriuccio di onnipotenza sui pieni poteri e in milioni di italiani gli sognano dietro. È lì che scatta l’immunizzazione democratica. Ma De Luca è un uomo fortemente, laicamente, politicamente e moralmente incazzato. I respiratori per la Campania che dovevano arrivare ma non si sono visti, se li è andati a cercare in Cina e arriveranno, speriamo in tempo. E così le altre attrezzature. Il governo, lo dice sopra, sotto e fra le righe, fa semplicemente schifo perché con decreti pieni di smagliature e di trucchi, codardo di fronte alla necessità di decidere e assumersi le responsabilità, rende l’agonia sempre più lenta e incerta. È questo coraggio in questo momento che ci fa apparire il governatore campano come un leader nazionale. Per il realismo che ci ricorda molto Craxi, per un modo di fare scostante che cerca più antipatia politica che consenso. Lo fa un meridionale come lui e non è raro che i napoletani sappiano descrivere nel modo più schietto e anche spietato le pieghe e le piaghe dei comportamenti di massa che impediscono la connessione del tessuto civile e il più banale rispetto delle regole. Non vogliamo esagerare sottolineando questo aspetto fatto di amara schiettezza, di uso del lanciafiamme, di incazzatura nera, di disprezzo per i concittadini, per il tono di chi – di fronte al menefreghismo dei lazzari e dei lazzaroni – non esiterebbe a schierare la truppa e fare uso di quel tanto di forza che la forza della legge richiede per essere legge e non carta straccia, come accade invece con il continuo balletto dei decreti, pandette, proclami, bolle, emanazioni che vengono secreti da un governo sempre incerto e che non ha mai saputo decidere nulla, e che quando impone delle norme, le riempie subito di eccezioni, smagliature, qui lo dico e qui lo nego, a meno che, purtuttavia, il linguaggio mentale di Conte e della sua contea governativa che chiama al soccorso truppe cinesi, russe, cubane e se occorre tartare e uzbeche, pur di fare ammoina, cioè l’arte, partenopea per eccellenza, di non fare assolutamente nulla. Nulla, ma mostrando finta agitazione, perché è l’ “ammuina”: chi sta in basso vada in alto e viceversa, andate da destra a sinistra e ritorno, fate ma non fate nulla ed è ciò che De Luca aborre e denuncia con la secchezza scudisciante di chi invoca – anzi pretende – l’uso immediato dei militari per il rispetto militare delle regole indispensabili e tardive, vista la cialtronaggine, il menefreghismo e la spudoratezza di una fetta della popolazione della sua Regione che lui stesso valuta intorno al venti per cento. De Luca va di sicuro dritto allo scontro con Conte e il suo governo: siete degli ipocriti e degli incapaci – dice dalla sua diretta Fb – perché non avete voluto impedire le trasgressioni. È sicuro che fra una settimana i contagiati saranno tremila e centoquaranta in terapia intensiva. La strage seguirà, se non si agisce col pugno di ferro e senza mentire. Con sei milioni di abitanti, gli irresponsabili possono distruggere tutto. «Io la penso diversamente dal governo nazionale perché ritengo che le mezze misure non risolvono il problema e finiscono con aggravare le condizioni di vita dei nostri concittadini. Siamo il Paese del mezzo-mezzo che non decide mai e del fare finta, mai verifiche dopo le ordinanze. L’autocertificazione è una finzione perché nella realtà non si controlla niente. Rischiamo di trascinarci in un calvario di mesi. Storcete il naso? Se vogliamo evitare di contare migliaia di morti tutti i corpi dello Stato devono essere messi a sostegno delle forze dell’ordine. Non sappiamo che può succedere se perdiamo il controllo dell’area più densamente popolata d’Europa, che è la Campania. In questo caso i morti li conteremo a migliaia ma a Roma non capiscono. Le pattuglie devono avere potere di dissuasione, sequestro della macchina e sanzioni e rispetto delle ordinanze della Regione che prevede che chi va girando senza motivo debba essere messo in quarantena per quindici giorni di isolamento». L’uomo è amaro e sembra quel che è: un buon comandante sulla tolda di una nave piuttosto scassata di fronte all’uragano e con alcuni farabutti ammutinati. Che dire? Giù il cappello.

In Lombardia è emergenza : "Stanno finendo i posti letto". Attilio Fontana lancia l'allarme: "I numeri aumentano e i letti potrebbero non bastare". Gallera: "Vicini al punto di non ritorno". Francesca Bernasconi, Domenica 15/03/2020 su Il Giornale. In Lombardia è corsa contro il tempo, per cercare di far fronte all'emergenza coronavirus. I numeri crescono e gli ospedali devono accogliere sempre più pazienti, sempre più velocemente. E i posti letto iniziano a scarseggiare. A lanciare l'allarme è il presidente della Regione, Attilio Fontana, che a Skytg24 ha rivelato: "Siamo vicini al momento in cui non potremo più utilizzare rianimazioni perchè non avremo più letti". La situazione "è sempre peggio", perché i numeri continuano ad aumentare. Il governatore ha poi aggiunto che il cuscinetto di posti liberi in terapia intensiva (circa 15) "resta quello, ma soprattutto restano i miracoli che i nostri operatori riescono a realizzare". Infatti, in queste due settimane sono stati recuperati "più di 300 posti letto in rianimazione dal nulla. Spero che riescano ancora per qualche giorno, in attesa che si riescano a recuperare i respiratori. Spero che ancora riescano a compiere questi miracoli". A mancare sono i macchinari necessari per ventilare i polmoni, "che purtroppo non riusciamo a trovare". Fontana comunica anche la ricerca di "nuovi medici per far funzionare questi reparti". Per recuperare i ventilatori "ci stiamo dando da fare un pò ovunque nel mondo, abbiamo avuto un contatto dagli Usa e uno dalla Cina, parliamo anche con il Sudamerica". Secondo il governatore, "nel mondo qualcuno che potrà aiutarci c'è. Stamattina parlavo con un grande imprenditore italiano, il quale forse riesce a recuperare questi benedetti respiratori". Secondo i dati resi noti ieri, i casi positivi sono aumentati, raggiungendo gli 11.685 (quasi 2mila in più del giorno precedente): 3.427 persone sono in isolamento domiciliare, mentre 4.898 sono ricoverate in ospedale, 463 in più del giorno prima. Già ieri, l'assessore regionale al Welfare Giulio Gallera aveva espresso la sua preoccupazione per la situazione sanitaria: "Continua la corsa contro il tempo- aveva detto- il problema sono i posti e il personale". Ieri, addirittura scarseggiavano le ambulanze "per qualcuno che ha già un posto in un altro presidio e attenderemo la tarda serata per poterli spostare". E aveva avvisato: "Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive, ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione. Ogni giorno ne ricaviamo qualcuno di nuovo, domani ne arrivano liberi altri tre e il San Raffaele sta creando un'area con 14 posti che sarà pronta però tra una settimana". Il modo per ricavarli è chiudere "le sale operatorie, dove ci sono dei respiratori che possono essere utilizzanti anche per sostenere il respiro". E avvisa: "Tra poco arriviamo a un punto di non ritorno". Intanto il virologo Roberto Burioni ha fatto il punto sulla costruzione del nuovo reparto di terapia intensiva all'ospedale San Raffaele, che verrà realizzato con i soldi raccolti grazie all'iniziativa di Fedez e Chiara Ferragni. "Voi avete generosamente donato e i lavori sono immediatamente partiti- ha detto il virologo- Questa è la tensostruttura che ospiterà i nuovi letti, la costruzione sta procedendo a tempo di record".

L'ira di Fontana: "Roma non capisce la gravità della situazione". Il governatore della Lombardia sbotta: "Ora non è colpa di nessuno e i ventilatori non si trovano e i medici mancano..." Luca Sablone, Domenica 15/03/2020 su Il Giornale. Probabilmente in molti fuori da Milano non hanno ben chiara quale sia la gravità della situazione Coronavirus in Lombardia: in tutta la Regione sono rimasti una quindicina di posti liberi in terapia intensiva e sono arrivate mascherine "che sono un fazzoletto o un foglio di carta igienica che viene unito". Perciò la preoccupazione di Attilio Fontana (e non solo) è comprensibile: "Credo che ci sia una percezione sbagliatissima a Roma. Siamo agli sgoccioli dei letti per la terapia intensiva. Per questo noi avevamo fatto alla protezione civile una proposta e ci avevano appoggiato". Una sinergia per recuperare personale, ventilatori e reparti preparati come un reparto ospedaliero: "Ora non è colpa di nessuno e i ventilatori non si trovano e i medici mancano...". Inoltre vi è il progetto di massima al Padiglione 1 e 2 della Fiera, dove si vorrebbe creare un ospedale provvisorio per ospitare e curare i contagiati dal Covid-19: nonostante sia arrivato il parere negativo da parte della protezione civile, i lavori stanno continuando. Anche per questo il governatore della Lombardia si è affidato a Guido Bertolaso, nominato consulente personale per seguire il piano: "Mi fido di lui. Ci aiuterà con i suoi contatti in tutto il mondo a realizzare questo ospedale da campo dedicato alle terapie intensive". Perché l'intenzione è chiara: non farsi trovare impreparati "di fronte al peggio".

"Temiamo il peggio". Ma perché si teme il peggio? Va considerato che l'analisi delle curve del contagio parla della necessità di un grande centro di rianimazione: il virus al 10% della popolazione causa una gravissima polmonite e a ognuno di loro andrebbe dedicato un letto per la rianimazione anche per una dozzina di giorni. "Noi in due settimane ne abbiamo creati 300, e li abbiamo aggiunti ai 650 che già c'erano, puoi fare miracoli ma esistono studi seri che parlano di 4mila persone da ricoverare in terapia intensiva in Italia a breve. Noi siamo i primi a essere finiti nello tsunami", ha sottolineato il leghista. In effetti anche fuori dal nostro Paese pare lo abbiano capito, con la Merkel che si sarebbe detta pronta a collaborare: "Se lo fa le dirò grazie per tutta la mia vita". Quello della Lombardia potrebbe essere il modello vincente: se dovesse passare l'emergenza "i malati da altre regioni potranno trovare qui il posto che non hanno a casa loro". Fontana infine, nell'intervista rilasciata a La Repubblica, si è sfogato duramente per gli attacchi ricevuti dopo essersi messo la mascherina: "Non pochi hanno provato a farmi fare la figura del pirla, con la storia della mascherina su Facebook, e magari pirla posso anche essere, ma sinora non mi pare d'aver fatto sciocchezze".

Massimo Lorello per Repubblica.it il 14 marzo 2020. "Abbiamo pochissimi posti liberi nelle terapie intensive, ormai siamo nell'ordine di 15 o 20 a disposizione. Ogni giorno ne ricaviamo qualcuno di nuovo, domani ne arrivano liberi altri 3 e il San Raffaele sta creando un'area con 14 posti che sarà pronta però tra una settimana. Oggi li recuperiamo chiudendo le sale operatorie, dove ci sono dei respiratori che possono essere utilizzanti anche per sostenere il respiro". L'allarme lanciato dall'assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera lascia poco spazio alla fantasia. "Tra poco arriviamo a un punto di non ritorno - ha sottolineato - Se ogni giorno abbiamo 85 persone in piu' che entrano in terapia intensiva e tendenzialmente ne escono due o tre, perchè il dato è il 10% e il 15% considerato chi esce e chi muore, tutto questo non è sufficiente. E' difficile per tutti ma, come noi stiamo facendo un grande sforzo, chiediamo la stessa intensità da tutti".

E ancora: "A noi servono mascherine del tipo fpp2 o fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex". Così, ai microfoni di Sky l'assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, a proposito del materiale sanitario inviato dalla Protezione civile nazionale. Gallera ha spiegato che le mascherine non sono marchiate Cee. "Non voglio fare polemica - ha aggiunto - ma è evidente che non è possibile immaginare di utilizzare queste mascherine se si assistono pazienti infetti". Al massimo potrebbe utilizzarle “un volontario che le usa per portare la spesa a un anziano". Secondo Gallera "c'è un'emergenza mascherine che va risolta con i giusti presidi. Almeno dateci gli strumenti per combattere questa battaglia".

Coronavirus in Lombardia, 1.865 nuovi contagiati. "In Lombardia ci sono 11.685 positivi, con un incremento di 1.865. Abbiamo 4.898 persone ospedalizzate (+463 rispetto a ieri), le persone in terapia intensiva sono 732 con un incremento di 85. E i decessi sono 966 con un incremento di 76". E’ il bilancio del coronavirus in Lombardia diffuso dall'assessore regionale al Welfare Giulio Gallera. "Non ci sono più ambulanze – ha aggiunto - e quindi qualcuno dovrà aspettare tarda sera" per essere trasferito in altri ospedali da quelli più sotto stress.

Mattia Feltri per ''La Stampa'' il 14 marzo 2020. Penso che i vecchi della mia città abbiano colto la dimensione della sciagura leggendo i necrologi dell' Eco di Bergamo. Non sono stupidi i vecchi, piuttosto hanno sempre letto il giornale col distacco di chi al mondo ne ha viste tante, e non è lo sperpero di aggettivi a incantarli. Quand' ero bambino, i vecchi leggevano l' Eco di Bergamo al bar, girando le pagine e soffermandocisi con fugace attenzione, ma quando arrivavano ai necrologi si aggiustavano gli occhiali con la punta dell' indice e dedicavano alle parole la sacralità del raccoglimento. I miei nonni e gli zii e i vecchi della nostra cascina ci si intrattenevano con puntiglio, rintracciando amici, antiche conoscenze, ricostruendo filiere di parentela, speculando sull' età dei defunti e sulla loro di sopravvissuti, e sempre scuotevano il capo. Anche noi bambini li guardavamo, assorti e sbigottiti sulle foto di facce vive ormai morte e sulle piccole croci nere a separare un necrologio dall' altro, esordienti dentro l' unico mistero e l' unica verità: si nasce e si muore. Per noi e per i vecchi, ecco come stanno le cose, tutto il resto era opinabile, discutibile, ma il necrologio era il fatto nella sua incontrovertibile e spaventosa purezza. L' orrore della contabilità di questi tempi - infettati, posti letto e bare allineate della mia bella, pulita, civile, ritrosa e generosa città, dove da giorni si celebra un funerale ogni mezzora - è stata infine scolpita nel marmo nelle pagine dei necrologi dell' Eco. Erano tre, poi quattro, cinque, l' altro ieri nove, ieri dieci. Dieci pagine di necrologi. Mi sono aggiustato gli occhiali, e le ho lette tutte.

 (ANSA il 15 marzo 2020) - Due pazienti sessantenni, di Bergamo, in gravi condizioni respiratorie, per mancanza di posti negli ospedali della Lombardia, sono stati trasferiti la notte scorsa in Sicilia con un aereo militare. Sono ricoverati nel reparto di rianimazione dell'ospedale Civico di Palermo con la prognosi riservata. Lo rende noto l'assessorato regionale alla Salute della Sicilia. Sono una quarantina i pazienti che dalla Lombardia sono stati portati in altre Regioni: lo ha detto in conferenza stampa l'assessore al Welfare Giulio Gallera spiegando che lo smistamento è fatto attraverso il cross di Pistoia, quindi attraverso la Protezione civile. I primi 28 erano pazienti no Covid mentre successivamente sono stati trasferiti pazienti di terapia intensiva positivi al Coronavirus. "Sono stati mandati in Puglia, Toscana. Quando quest'onda sarà passata - ha aggiunto - metteremo i nostri posti letto a disposizione degli altri".

Coronavirus in Lombardia, Gallera: «C'è un disperato bisogno di invertire la curva dei contagi». Pubblicato domenica, 15 marzo 2020 su Corriere.it da Giampiero Rossi. «No, nessuna polemica, anzi, rispetto e collaborazione tra le istituzioni, però io ho il dovere di tutelare le persone che lavorano in prima linea». Fino a un mese fa Giulio Gallera era «soltanto» l’assessore al Welfare della Regione Lombardia. Da 24 giorni è il volto della risposta all’emergenza nel territorio epicentro dell’epidemia di coronavirus. Sabato è stato protagonista di una plateale, quasi teatrale, protesta contro la Protezione civile per la fornitura di centinaia di migliaia di mascherine di qualità inadeguata. Ma il giorno dopo, al termine della seconda domenica di coprifuoco generale, manda un duplice messaggio: smorzare i toni della polemica e «tutto quel che si può fare lo facciamo anche da soli».

Assessore Gallera, si è arrabbiato davvero per quelle mascherine?

«No, senta, facciamo subito chiarezza: nessuna polemica. Io sono cresciuto politicamente nella cultura del rispetto e della collaborazione tra le istituzioni. Quindi, niente polemiche».

Però lei ha definito quelle mascherine «carta igienica».

«Io ogni giorno incontro i direttori della sanità lombarda e ricevo raffiche di appelli: mancano i presidi sanitari essenziali, il personale che lavora in prima linea contro il virus ha bisogno di proteggersi con camici, guanti, mascherine, e io mi sento dire “abbiamo autonomia per un giorno, per due giorni...”. Poi la Protezione civile ce ne manda 250 mila, noi le smistiamo immediatamente agli ospedali e poi, e in diretta durante una riunione mi sento dire “ma cosa ci avete mandato?”. Quindi nessuna polemica, ma io devo tutelare i miei medici e i miei infermieri. E allo stesso modo ho reagito quando si è detto che i medici dell’ospedale di Codogno hanno lavorato male. Era mio dovere».

Comunque, a che punto ci troviamo? C’è un orizzonte?

«Stiamo cercando di resistere, negli ospedali avviene quotidianamente il miracolo della moltiplicazione dei posti letto e degli strumenti per contrastare questa epidemia. In questo fine settimana ho visto Milano vuota, niente a che vedere con le immagini di una settimana fa, quando i parchi erano pieni e io ho provato una grande frustrazione. La gente ha capito e sta collaborando, questo ci incoraggia molto. Ma dobbiamo continuare».

Per quanto ancora?

«Impossibile dirlo ora. Diciamo che noi ci aspettiamo entro una settimana di vedere quella dannata curva dei contagi calare o almeno rallentare. Insomma, abbiamo disperato bisogno di un’inversione di tendenza, ma comunque questa battaglia non sarà finita lì. Sarà una maratona».

E la Lombardia come intende affrontare questa maratona? Da sola?

«No, le ripeto, io credo molto nella collaborazione tra soggetti istituzionali, però nello spirito di questa terra dico anche che noi andiamo avanti, tutto ciò che possiamo fare da soli lo facciamo».

È questo il senso del reclutamento di Guido Bertolaso. Pensate di recuperare materiali per conto vostro?

«Ogni amministrazione ha i suoi canali di approvvigionamento ordinari, poi ci si trova in situazioni di emergenza e bisogna fare di più. Bertolaso ha molta esperienza e contatti a livello internazionale, e noi abbiamo l’obiettivo di quell’ospedale da 500 posti negli spazi della Fiera, che potrà diventare una risorsa per l’intero Paese».

Quindi tirate dritto in modo autonomo?

«Facciamo tutto quello che possiamo, ma mai in alternativa ma in aggiunta agli sforzi compiuti da tutte le altre istituzioni».

·         Epidemia e precauzioni.

Cristina Fernández Esteban per it.businessinsider.com il 12 giugno 2020. Anche se il lockdown viene revocato, le misure di protezione contro il coronavirus continueranno ad essere essenziali per prevenire il ritorno della malattia. In questo contesto, si prevede che la mascherina continuerà a essere un elemento comune della cosiddetta “nuova normalità”. La maschera è utile per evitare l’infezione, ma soprattutto per non infettare gli altri se si è contratto il COVID-19. Esistono diversi tipi di mascherine e conoscerle tutte, soprattutto le loro caratteristiche specifiche, garantisce una protezione corretta. Ma sebbene il suo utilizzo stia diventando diffuso, ci sono ancora alcuni errori comuni sulle maschere che possono comportare rischi per te o per gli altri. Per evitare ciò e garantire la migliore protezione, ecco alcuni consigli e trucchi che ti aiuteranno a indossare la mascherina nel modo più corretto e sicuro. Allo stesso modo, è essenziale ricordare che anche se si indossa una protezione per il viso, è necessario continuare a prendere le altre misure di sicurezza contro il coronavirus, come evitare di toccare il viso e lavarsi frequentemente le mani.

1. Indossare una mascherina non ti protegge completamente dal virus: Indossare una mascherina è un passo importante nella prevenzione della diffusione dell’epidemia. Il virus può essere trasmesso attraverso goccioline espulse tossendo o starnutendo, e alcuni studi suggeriscono che può persino essere trasmesso parlando o respirando. Coprirsi bocca e naso crea una barriera che può impedirlo. Tuttavia, indossare semplicemente una maschera non ti rende completamente protetto da una possibile infezione. L’agente patogeno potrebbe comunque entrare nel tuo corpo, ad esempio attraverso gli occhi se tocchi il viso senza lavarti le mani. È importante tenerlo a mente e sapere, quindi, che anche se indossi le maschere devi continuare a rispettare le misure di protezione indicate dall’inizio: evita di toccarti il viso e lavati spesso le mani. Soprattutto dopo averla rimosso, poiché la carica virale potrebbe accumularsi sul lato esterno della maschera e infettarti.

2. Se hai una visiera protettiva, dovresti anche indossare una maschera: Una misura con cui potresti evitare il contatto con il tuo viso per proteggerti dal contagio è quella di utilizzare uno schermo di protezione del viso. Ma questo dovrebbe sempre essere integrato con la maschera. Perché sebbene aiuti a coprire gli occhi e le orecchie, gli schermi facciali non offrono protezione respiratoria come fa la maschera.

3. La maschera chirurgica aiuta a non infettare gli altri ma non ti protegge dal virus. Indossare una maschera chirurgica o igienica previene la diffusione di goccioline di saliva e quindi evita di infettare gli altri. Ma nessuno di questi tipi mostra una grande efficacia nel filtrare l’aria per cui non impedirà il contagio. Anche le maschere di tipo FPP1 filtrano solo il 78% delle particelle, quindi non rappresentano una barriera totale contro le infezioni. Nonostante ciò, la sua utilità non deve essere sottovalutata, poiché, come visto, aiutano a non diffondere la malattia se si è infetti. Se tutti le indossassero, ciò ridurrebbe al minimo la diffusione del COVID-19, specialmente in casi asintomatici che potrebbero passare inosservati.

4. Le mascherine con le valvole non impediscono la diffusione del virus. La valvola sulle maschere ha lo scopo di impedire all’aria di accumularsi e riscaldarsi all’interno. In questo modo la maschera filtra le particelle dall’esterno, evitando il contagio della persona che la indossa, ma non protegge il resto delle persone, poiché l’aria che esce dalla valvola non viene filtrata. “La valvola che alcune maschere hanno è progettata in modo che le persone sane possano curare i pazienti con patologie infettive respiratorie”, ha detto a Maldita Ciencia Guillermo Melgar, farmacista e autore di Enraged Pharmacy. “Se la persona che la porta è infetta, non serve per evitare di infettare gli altri. Ecco perché si consiglia di chiudere detta valvola”, aggiunge. Ad esempio, utilizzando una maschera chirurgica sulla parte superiore della maschera della valvola. Questo punto è importante da capire perché una persona che indossa questo tipo di maschera potrebbe diffondere la malattia senza saperlo se non ha ancora sviluppato sintomi o è asintomatica.

5. Come devono essere le mascherine che indossano i bambini? Secondo le raccomandazioni della BOE (Boletín Oficial del Estado spagnolo), “il fissaggio per mascherine igieniche per bambini deve poter essere fissato senza generare nodi, estremità libere o elementi tridimensionali”. Il documento raccomanda inoltre di utilizzare questi prodotti sotto la supervisione di un adulto. Non è raccomandato l’uso di maschere nei bambini di età inferiore ai 3 anni, poiché esiste il rischio di soffocamento. Quelli di età compresa tra 3 e 12 anni devono scegliere quella che si adatta meglio alla loro taglia a seconda delle taglie normalmente disponibili.

6. Come sapere se la maschera si adatta correttamente. Quando indossi una maschera è importante verificare se si adatta correttamente. Dal momento che sarà efficace solo se l’aria può entrare solo attraverso il filtro. Per raggiungere questo obiettivo, si consiglia di cercare le dimensioni e il modello più adatti a te. Oltre a questo, per sapere se una maschera si adatta bene alcuni dei consigli includono il controllo dei seguenti aspetti:

Respira normalmente e profondamente.

Muovi la testa da un lato all’altro.

Muovi la testa su e giù.

Leggi o parla ad alta voce.

7. Qual è il tessuto migliore per realizzare una maschera fatta in casa. Una maschera fatta in casa sarà meno efficace. Nonostante ciò, sarà sempre meglio che restare a viso scoperto. A questo proposito l’Università di Chicago, in Illinois, ha studiato l’efficacia di alcuni tessuti comuni per filtrare spray simili alla dimensione delle goccioline. Secondo i risultati forniti all’American Chemical Society (ACS), una combinazione di cotone con seta naturale o chiffon può filtrare efficacemente queste particelle.

Altri materiali consigliati per realizzare una maschera fatta in casa sono:

Sacchetti per aspirapolvere, che hanno l’86% di efficacia contro le particelle di virus.

Stracci da cucina, con un’efficienza del 73%.

Tessuti in misto cotone, con un’efficienza del 70%.

Federe antimicrobiche, efficaci al 68%.

Al contrario, tessuti come lino, seta o sciarpe sono meno efficaci e non dovrebbero essere usati.

8. Quanto dura una maschera? Riguardo alla durata di una mascherina, esistono due tipi: la maschera riutilizzabile e quella usa e getta. Come suggerisce il nome, gli articoli monouso sono  solo per un uso e devono essere gettati una volta usati. Di questo tipo sono, ad esempio, quelli forniti dai mezzi pubblici. Le raccomandazioni per questa classe indicano che non deve essere usato per più di 4 ore per motivi igienici e deve essere rimossa ogni volta che è si inumidisce. Per quanto riguarda le maschere riutilizzabili, sono valide per usi diversi, ma dovranno essere disinfettate correttamente per non perdere efficacia.

9. La corretta disinfezione della mascherina è cruciale perché rimanga efficace. Se hai una maschera riutilizzabile puoi indossarla più di una volta. Tuttavia, sebbene si tratti di un vantaggio e di una misura più sostenibile rispetto ai prodotti monouso, deve essere disinfettata correttamente per continuare a garantire la protezione. Per questo esistono diversi metodi efficaci per pulire una mascherina. In lavatrice, usando un ciclo normale, detersivo normale e acqua a una temperatura compresa tra 60º e 90º. Immergere le maschere in una diluizione di candeggina 1:50 con acqua calda per 30 minuti, quindi lavarle con acqua e sapone, assicurandosi di rimuovere l’eventuale candeggina residua prima di lasciarla asciugare. Utilizzare i prodotti virucidi autorizzati dal Ministero della Salute, disponibili in questo documento.

10. Dove vengono gettate le mascherine usa e getta? Quando le mascherine monouso devono essere smaltite, devono essere collocate nel contenitore dei rifiuti, mai nella carta. Si raccomanda che siano chiuse in un sacchetto. Allo stesso modo, anche i guanti devono essere smaltiti nel contenitore dei rifiuti e mai in quello della plastica.

11. Come verificare se una mascherina è efficace. La testata Khaleej Times ha pubblicato due trucchi per vedere se una maschera è efficace:

versare un po’ d’acqua sulla maschera e tenerla in aria, “se è originale, non ci saranno perdite”.

indossarla e soffiare su un accendino che si trova a diversi centimetri di distanza, nel caso in cui si riesce a spegnerlo non sarà una maschera originale.

Oltre a questi suggerimenti, il più consigliabile prima di qualsiasi tipo di dubbio è quello di richiedere informazioni al produttore o al venditore. Per garantire che le maschere acquistate siano affidabili e soddisfino gli standard di protezione, si consiglia di rivolgersi a farmacie o stabilimenti di fiducia.

12. Come indossare correttamente una maschera. Il modo di indossare correttamente la maschera richiede che copra il naso e la bocca e si adatti bene al viso. Quando si tratta di indossarla, la migliore cosa da fare è lavarsi le mani prima e poi tenerla solo per gli elastici. Passarli dietro le orecchie o la testa, a seconda del tipo di presa, evitando di toccare la maschera. Mentre la indossi, non toccare mai la parte esterna della maschera, poiché potresti infettare le mani se contengono particelle virali. Inoltre, evita di toccarti il viso in ogni momento.

13. Come rimuovere la maschera in sicurezza. Altrettanto o persino più importante è come rimuovere la maschera correttamente. Per rimuoverla in sicurezza, lavati prima le mani, rimuovila prendendola dagli elastici e gettala in un sacchetto chiuso. Non toccarne mai il lato esterno. Quindi lavati di nuovo bene le mani con acqua e sapone.

14. Come prevenire l’appannamento degli occhiali quando si indossa una mascherina. Indossare una mascherina con gli occhiali può essere un fastidio, poiché è possibile che si appannino spesso gli occhiali a causa dell’aria calda che fuoriesce dall’alto. Per evitarlo ci sono alcuni metodi che puoi mettere in pratica:

lava le lenti degli occhiali con acqua e sapone e asciugale all’aperto prima di indossare la maschera, così si genera uno strato di protezione contro umidità.

Piega un fazzoletto rettangolare e mettilo all’interno della maschera, sul ponte del naso. Questo assorbirà il respiro e la maschera non si appannerà. È efficace con qualsiasi tipo di maschera.

Piega verso l’interno un quarto della parte superiore della maschera prima di indossarla, così si adatterà meglio e ti renderà più difficile che passi il fiato. Sebbene con questo metodo se si sbaglia, si può perdere la protezione.

È importante soprattutto non tentare di togliersi gli occhiali o rimuovere la maschera perché in questo modo si potrebbe finire per toccare il viso a rischio di infezione.

15. Trucchi per evitare che gli elastici della maschera stringano troppo. Indossare una maschera può essere scomodo, specialmente se viene fatto per molto tempo. A lungo termine, gli elastici possono finire per disturbare e persino causare segni alle orecchie. Per evitare ciò, sono iniziati a emergere trucchi intelligenti. Ad esempio, l’ idea di Hayley Alden, una ventiduenne residente nella città di Victor (New York, Stati Uniti), è stata quella di agganciare la maschera ai bottoni cuciti su una fascia per capelli, liberando così le orecchie. In un articolo di Computer Hoy rivelano anche altri trucchi intelligenti, come attaccare gli elastici dietro la testa grazie a una fila di clip, usando un elastico con ganci e persino stampare uno stampo 3D progettato per impedire all’elastico di stringere sulle orecchie.

Pronta l’arma italiana per combattere il Covid-19. L’ambizioso progetto italiano, ideato dall’imprenditore trevigiano Diego Pol e sviluppato in smart working durante il lockdown, contribuirà nel lavoro di prevenzione e messa in sicurezza della salute pubblica dei cittadini. A partire dall’inizio della Fase 2, il prossimo 4 maggio, la soluzione Thermo Access sarà pronta e disponibile per essere installata in tutta Italia e nel mondo. Redazione su Il Giornale Mercoledì 29/04/2020. “Prevenzione, Protezione e Sicurezza”. Ecco le tre parole chiave che hanno acceso la scintilla dell’immaginazione e della creatività nella mente dell’imprenditore trevigiano Diego Pol per la realizzazione di un progetto inedito e rivoluzionario per combattere, dalla Fase 2 in poi, una nuova possibile diffusione del Covid-19 in Italia. Memore dei drammatici giorni vissuti per lavoro in Liberia nel 2014, durante la terribile epidemia del virus Ebola, che ha colpito duramente il paese e altri stati dell’Africa Occidentale, l’impresario Diego Pol, amministratore unico di Cesaf S.r.l., società trevigiana che da decenni opera nel settore del contract e delle telecomunicazioni in Italia e all’estero, ha deciso di mettersi, ancora una volta, in gioco, accettando l’ambiziosa sfida di contribuire con la sua invenzione a fermare una seconda ondata di Coronavirus. Dopo aver lavorato intensamente giorno e notte per dare vita alla propria idea, Diego Pol, in collaborazione con Andrea Minozzi, amico imprenditore e amministratore della C.M. Solutions di Padova, è riuscito a costruire Thermo Access, un dispositivo che risponde appieno alle obbligatorietà che si prospettano per il prossimo futuro, la Fase 2. “È necessario che ognuno di noi, con senso di responsabilità civile, si impegni attivamente alla prevenzione della diffusione di questo nemico invisibile. - dichiara Diego Pol - Per garantire a tutti un sicuro e tranquillo svolgimento delle attività, è indispensabile elevare i normali standard di sicurezza; l’esercente, il datore di lavoro, i dipendenti, i clienti devono poter accedere ad ambienti in cui è stato compiuto ogni sforzo possibile per evitare la diffusione del virus. L’indicazione del sintomo di stato febbrile è uno dei principali fattori da considerare, in una politica di prevenzione diligente ed efficace. Ebbene, Thermo Access è il dispositivo decisivo per la battaglia al Covid-19, appropriato e giusto per la salvaguardia comune: uno strumento semplice, efficiente, versatile ad ogni condizione architettonica/logistica, pronto per un uso immediato.”. Leggendo la brochure tecnico-descrittiva dell’innovativo prodotto sul sitoweb dedicato thermoaccess.com (è possibile ottenere ulteriori informazioni chiamando il numero telefonico dedicato 0438/564359), capiamo che Thermo Access è un prodotto concreto, ideato per prevenire un’eventuale rinfocolazione del virus Covid-19, e non solo, in qualsiasi luogo del nostro Belpaese.

Le caratteristiche principali. Thermo Access è un sistema di rilevazione della temperatura corporea con precisione medicale, concepito a totem integrato e preconfigurato, studiato per la misurazione non solo nell’individuo adulto, ma anche nel bambino e nella persona disabile in carrozzina, pronto all’utilizzo in 5 minuti, senza l’ausilio di nessun tecnico per l’installazione, il tutto nel totale rispetto della privacy dell’utente. Thermo Access è un dispositivo con tecnologia Plug & Play, disponibile in 4 diverse versioni, per rispondere a qualsiasi esigenza, sia di maggior controllo, sia di limitato spazio per il suo posizionamento. Oltre alla funzione di rilevazione della temperatura corporea, questa geniale soluzione è integrabile con un sistema di regolazione di accesso/contapersone (per la gestione dei varchi canalizzati quali porte con apertura automatica, tornelli, porte rotanti), un dispositivo di distribuzione di gel igienizzante, un apparato per la registrazione e gestione dei dati raccolti. In base alla programmazione, le immagini possono essere conservate o distrutte. Inoltre, l’assistenza o l’eventuale manutenzione di Thermo Access è possibile grazie al supporto da remoto, tramite accesso web riservato.

Come funziona. Thermo Access è dotato di un preciso sensore termico, capace di rilevare istantaneamente la temperatura corporea dell’utente. Thermo Access è intuitivo e di semplice funzionamento: il viso dell’utente viene inquadrato dalla telecamera e visualizzato nel display, che ne segnalerà il corretto posizionamento con un riquadro verde o, se inesatto, rosso. Configurato secondo il “Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro - 14 marzo 2020” e successive integrazioni, con set point di 37,5°C (impostabile), il display visualizzerà - al termine dell’operazione - la possibilità di entrare o meno all’interno dei locali. Il tempo necessario al rilevamento della temperatura è di 5 secondi. “La produzione su vasta scala di Thermo Access inizierà il prossimo 4 maggio. – affermano orgogliosi del loro progetto Diego Pol e Andrea Minozzi - Ci teniamo a sottolineare che questa nuova linea produttiva, in un periodo in cui tanti hanno perso il lavoro e non sanno come sbarcare il lunario, richiederà l’impiego di almeno 70/80 persone. Vogliamo inoltre sottolineare che questo dispositivo è stato totalmente concepito e progettato in modalità di lavoro “smart”; tante ore - concentrate in pochissimi giorni - trascorse ognuno davanti al proprio monitor perché questo progetto potesse diventare realtà concreta. Per questo, ringraziamo sentitamente i tecnici e tutti coloro che hanno collaborato con me alla riuscita di questo mio sogno.”

Dagospia il 18 maggio 2020. GLI ESIMI VIROLOGI SPERNACCHIATI DALLA SCIENZA: LE MASCHERINE RIDUCONO I CONTAGI DI OLTRE IL 50%. QUANTE MORTI CI SAREMMO EVITATI SE NON AVESSIMO ASCOLTATO I VARI PREGLIASCO, LOPALCO, ARLOTTI, PER NON PARLARE DEI CAPOCCIONI DELL'OMS, CHE DICEVANO ''NON USATELA, SERVE SOLO AI MALATI, CREA UNA FALSA SENSAZIONE DI SICUREZZA''. NO, CREAVA UNA VERA SICUREZZA E VOI DOVRESTE ANDARE A NASCONDERVI.

ECCO COSA DICEVANO NEI PRIMI MESI DELL'EPIDEMIA MOLTI VIROLOGI:

CORONAVIRUS, L'IMMUNOLOGO ARLOTTI: «LA MASCHERINA? EFFETTO CARNEVALE, SERVE SOLO PER I MALATI». 1 febbraio su ilmessaggero.it.

PREGLIASCO: NON SERVE USARE LE MASCHERINE. 22 Febbraio 2020 su scienze.fanpage.it. "Ad oggi non è cambiato ancora nulla, non c'è necessità di utilizzare le mascherine" ha spiegato a Fanpage.it il professor Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano. "Per ora le indicazioni sono solo quelle relative al territorio coinvolto, ma non esagererei a dire tutti con le mascherine. Comunque anche nelle aree colpite [dalla recente diffusione] non ce n'è bisogno, è una precauzione ma la diffusione al momento non è così devastante".

CORONAVIRUS, IL VIROLOGO FABRIZIO PREGLIASCO: "LA MASCHERINA È UN ECCESSO DI PRUDENZA". 3 marzo  2020 su la7.it/tagada.

LOPALCO: LE MASCHERINE CHIRURGICHE? CHI LE INDOSSA E NON HA SINTOMI POI SI SENTE TROPPO TRANQUILLO. QUINDI NON LE CONSIGLIO. 8 Marzo 2020.

DAGOSPIA 7 aprile 2020: LE MASCHERINE SERVONO, A TUTTI, PIU' SI USANO E MEGLIO E' (INTERVISTA A GARBAGNATI)

OGGI: LE MASCHERINE RIDUCONO I CONTAGI DI OLTRE IL 50%. Silvia Turin il 18 maggio 2020 per corriere.it. Le mascherine sono davvero efficaci nel ridurre la diffusione del virus. È un tema più volte affrontato, ma mai con la dovuta risolutezza da parte di alcune autorità scientifiche, perché mancavano studi di un certo peso, non tanto sull’efficacia delle mascherine (ci sono quelli che riguardano l’influenza, ad esempio), ma sulla loro “tenuta” rispetto allo specifico SARS-CoV-2. Alcune ricerche sono nel frattempo partite e proprio l’ultima in ordine di tempo sembra dare una salda conferma all’invito a non abbandonare le mascherine, specie nella fase di maggiore libertà di circolazione. Le mascherine infatti - dice un nuovo studio - riducono i contagi da coronavirus fino al 50%.

Criceti infettati dai flussi d’aria. L’esperimento è stato condotto presso l’Università di Hong Kong dal professor Yuen Kwok-yung su 52 criceti. Secondo quanto riferisce il South China Morning Post, gli animali sono stati divisi in due gruppi: sani e contagiati con il SARS-CoV-2. Tra le gabbie dei sani e degli infetti sono state posizionate come barriere delle mascherine chirurgiche e il flusso d’aria è stato diretto dagli animali malati verso i sani. Si è scoperto che i contagi si riducevano di oltre il 50% quando venivano utilizzate le mascherine: due terzi dei criceti sani a cui non era stata fornita la protezione sono stati infettati nel giro di una settimana. Il tasso di infezione è sceso a poco più del 16% quando le maschere chirurgiche sono state messe sulla gabbia degli animali infetti e di circa il 35% quando sono state collocate sulla gabbia con i criceti sani. Gli animali che sono stati infettati “con la protezione” avevano comunque meno virus all’interno del corpo rispetto a quelli infetti senza la barriere di mascherine.

Cosa rivela la ricerca sul pericolo di contagio. Cosa ci dice la ricerca? Che il virus è nell’aria, che contano i flussi d’aria, che le mascherine riducono fortemente la possibilità di infettarsi soprattutto se indossate dai positivi (anche asintomatici) e che comunque la mascherina abbassa la carica virale che ci raggiunge, provocando una malattia meno grave. Il virus viaggia nell’aria, ormai è noto e, a seconda della spinta che riceve (tosse, starnuti e parole), può percorrere lunghe distanze. Anche i flussi d’aria sono importanti: in un ambiente chiuso come un ristorante o un ufficio le goccioline respiratorie si trasmettono. Poi serve un certo tempo di permanenza e questo riguarda più che i negozi, gli uffici o i ristoranti e i luoghi chiusi. Infine bisogna considerare che per contrarre la malattia, occorre esporsi a una carica virale tale da risultare infettiva. In base agli studi fatti su altri coronavirus, basta anche una carica virale piuttosto bassa. Alcuni esperti stimano che siano sufficienti appena 1.000 particelle virali di Sars-CoV-2 per ammalarsi.

Inoltre, è stato dimostrato come la quantità di virus (carica virale) cui si è esposti in alcuni casi determina la forma e la gravità della malattia che si contrae.

Dove si rischia di più. I luoghi chiusi, con scarso ricambio d’aria, o con aria riciclata, e densamente affollati sono i più rischiosi dal punto di vista del contagio. Se siete all’aperto, e passate accanto a qualcuno, tenete a mente i due principali fattori del contagio, «carica virale» e «tempo». Dovreste restare nel flusso d’aria di quella persona per oltre 5 minuti per contagiarvi, all’aperto il vento e gli elementi esterni assicurano la diluizione del virus, riducendone la carica virale. La luce solare, il calore e l’umidità concorrono a ridurre la sopravvivenza del virus e minimizzano il rischio di ammalarsi all’aperto.

Come usare le mascherine e perché. L’uso delle mascherine protegge soprattutto le altre persone (abbiamo visto le percentuali nel caso dei criceti): per questo è importante che tutti le indossino come se si fosse tutti asintomatici. I pazienti positivi sono più contagiosi nei primi giorni dell’infezione, quando sono asintomatici o presentano sintomi lievi. Il professor Yuen, autore principale dello studio, fu uno dei microbiologi che scoprirono il virus SARS quando emerse nel 2003: all’inizio di quest’anno, forte della sua conoscenza dei virus, consigliò alle autorità di Hong Kong di obbligare tutti alle mascherine. Diversi scienziati hanno aderito alla campagna #Masks4All, ovvero mascherine per tutti.

Coronavirus, visiere protettive sono efficaci quanto le mascherine? Laura Pellegrini il 05/05/2020 su Notizie.it. Nella fase di riapertura delle attività produttive e degli spostamenti ai tempi del coronavirus è importante indossare i dispositivi di protezione individuale. Esistono mascherine, visiere protettive, guanti: ma quale tra questi è il più efficace per evitare il contagio da Covid-19? Pare che una ricerca americana – confrontando mascherine e schermi facciali – abbia dimostrato come le visiere risultino più efficaci. Anche i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) raccomandavano sempre ai cittadini di indossare una mascherina in stoffa e una qualsiasi protezione che potesse coprire naso e bocca. Nel confronto tra l’utilizzo di visiere protettive e mascherine appare evidente come le prime risultino più efficaci non solo per la protezione individuale, ma anche per la fabbricazione. Infatti, gli schermi possono essere prodotti e distribuiti in tempi rapidi e con facilità, non richiedendo l’utilizzo di materiali particolari. Molte produzioni si sono già riconvertire in questo senso e quindi la disponibilità – anche in Italia – è ampia. “Inoltre – aggiungono i ricercatori – mentre le mascherine chirurgiche hanno una durata limitata e poca possibilità di essere riciclate, gli schermi facciali possono essere riutilizzati indefinitamente e possono essere facilmente puliti con acqua e sapone o comuni disinfettanti domestici”. Sono comodi da indossare, proteggono le vie aeree e impediscono a chi li indossa di toccarsi il viso. Lo studio di simulazione sulla protezione delle visiere facciali ha dimostrato che esse sono in grado di ridurre l’esposizione virale immediata del 96%. Questo però qualora vengano indossati da un operatore sanitario entro 46 cm di distanza da un simulatore di tosse con goccioline grandi. Se il simulatore propaga goccioline più piccole, invece, la protezione scende al 68% delle particelle. la mascherina in stoffa, invece, hanno potere filtrante pari al 90% per le particelle grandi e al 24% per particelle piccole.

Giovanna Cavalli per il “Corriere della Sera” il 15 maggio 2020. Mai più (o quasi) senza mascherina. Risolto, si spera, il problema dell' approvvigionamento in farmacia, dovremo abituarci sempre di più a convivere con il rettangolino di tessuto premuto su bocca e naso. Poi è chiaro che ci sono delle circostanze in cui è proprio impossibile indossarla. O almeno non sempre. Va da sé che al ristorante, se all' ingresso dovremo presentarci con indosso la protezione - così come in tutti i luoghi chiusi - per forza di cose però ci sarà consentito toglierla per consumare pietanze e bevande, riponendola non si sa bene dove, certo non sulla tovaglia, ma dovremo comunque inforcarla per andare alla toilette, cercando di non toccarla troppo. O portandone una di riserva. Situazione analoga al bar: per avvicinare alle labbra l' agognata tazzina di caffè, rigorosamente distanziati dal prossimo, sarà inevitabile scostare o rimuovere il lembo di stoffa. Idem per gustare un gelato, sperando che non sgoccioli sul mento, macchiandola irrimediabilmente. Ed è altrettanto evidente che, sulla sedia del dentista, sia per un' otturazione o per una pulizia dei denti, il paziente, protetto da occhiali e camice idrorepellente, non potrà tenerla. Sarà il medico a rafforzare il presidio sanitario, indossando sia la mascherina Ffp2 che la visiera in plexiglass. Altra sedia, quella del barbiere. Il cliente, con mantella e asciugamano monouso, dovrà sempre indossare la mascherina per taglio ed eventuale ritocco al colore dei capelli. Consentito toglierla per farsi radere o modellare basette e barba, che andrà lavata a casa prima dell' appuntamento. Durante l' operazione il barbiere, cui le direttive Inail suggeriscono di «conversare tramite lo specchio» e «rimanere alle spalle in tutti i casi possibili», aggiungerà alla mascherina classica anche la visiera di plexiglass. Dal parrucchiere le signore porteranno la mascherina durante il taglio, la tinta e il successivo shampoo. Si macchierà, si bagnerà, ma il coiffeur ne fornirà una seconda pulita. Stesso discorso se dall' estetista si va per un trattamento al viso: l' operatrice avrà una doppia protezione, in tessuto e in plastica.

Mascherine ed effetti indesiderati: come e quando indossarle. Marco Grieco il 12/05/2020 su Notizie.it. Ritorno a lavoro e inizio della bella stagione: per alcuni indossare le mascherine per troppo tempo può avere degli effetti indesiderati. Ci siamo abituati ad indossarle e cercarne le versioni più glamour, ma con l’arrivo della primavera, sono in tanti a chiedersi se le mascherine abbiano degli effetti indesiderati. La domanda non è banale: sui luoghi di lavoro c’è l’obbligo di indossarle, e c’è chi si chiede come e quando farlo in maniera opportuna.

Mascherine in ufficio. I dipendenti che lavorano in uno stesso ufficio hanno l’obbligo di indossare le mascherine durante tutto il turno di lavoro. Ogni mascherina ha il suo livello di protezione – come spiega il dott. Paolo Esposito in un’intervista a Fanpage.it. Le mascherine chirurgiche filtrano bene l’aria verso l’esterno, ma non verso l’interno: chi le indossa ha, quindi, una resistenza respiratoria bassa. Nelle mascherine FFP2 e FFP3 il potere filtrante varia se è presente o meno la valvola: se le prime sono più tollerabili, le FFP3 non sono così tollerate, perché l’aria si accumula al loro interno e la respirazione è più difficile. A differenza delle mascherine lavabili, il loro utilizzo è temporaneo. Quelle chirurgiche, per esempio, andrebbero gettate dopo il loro utilizzo.

Mascherine ed effetti indesiderati nello sport. Con la Fase 2 sono state fatte concessioni sull’attività fisica all’aperto. Nel caso di sport aerobico ad alta intensità – dove cioè è necessario un grande utilizzo di ossigeno -, gli esperti sconsigliano l’utilizzo delle mascherine, che generano un accumulo di anidride carbonica e possono provocare capogiri e svenimenti. Negli sport anaerobici in spazi chiusi, – come il sollevamento pesi – indossare la mascherina non dà grossi problemi.

Come indossare le mascherine. Sull’utilizzo delle mascherine, è opportuno sapere come usarle perché un abuso potrebbe generare pruriti e arrossamenti su alcune parti del volto. Questi dispositivi sono, infatti, composti di materiali come poliestere o polipropilene e contribuiscono ad alterare la cute per la condensa generata nell’area naso-bocca. Gli esperti consigliano di utilizzare una crema lenitiva nelle aree più esposte all’umidità e agli sfregamenti del materiale: questo garantirebbe una protezione che va coltivata con creme idratanti anche dopo il loro utilizzo.

Mascherine: indossarle in estate? Sulla base delle disposizioni dell’Istituto Superiore di Sanità, è probabile che indosseremo le mascherine anche quest’estate. La stagione calda può influire negativamente sulla cute di chi le indossa, perché vi si aggiunge il sudore nelle parti del viso coperte dal dispositivo. Per questo, come sottolineano gli esperti, è importante tenere a mente come e quando è opportuno utilizzarle, considerando che resta prioritario il distanziamento sociale. Bisogna, pertanto ricordare che solo un uso intelligente preserva gli altri e noi stessi da eventuali effetti indesiderati.

Mascherine di stoffa, chirurgiche e le Ffp: la guida completa. Nella Fase 2 che scatterà il 4 maggio, le mascherine per proteggere bocca e naso saranno obbligatorie. Ecco la guida sui dispositivi, per grado di sicurezza. Fabio Franchini, Venerdì 17/04/2020 su Il Giornale. Sono diventate forse il simbolo "pratico" della pandemia di coronavirus, nonché strumento primario di prevenzione per proteggersi dal rischio di contrarre l'infezione da Covid-19. Sono le mascherine e da lunedì 4 maggio, giorno in cui dovrebbe finalmente scattare a livello nazionale la tanto agognata "Fase 2", saranno obbligatorie per tutti i cittadini che escono di casa in Italia. Al momento, le uniche regioni che hanno posto l'obbligatorietà di indossare i dispositivi – o in alternativa sciarpe, foulard o scaldacollo – sono la Lombardia, il Piemonte, il Veneto, l'Emilia Romagna e la Toscana. Fra qualche settimane, la regola varrà per tutto lo Stivale. Ecco allora perché è importante tornare su rinnovata forza sul tema delle mascherine, dando utili consigli su quali siano i modelli migliori, capaci cioè di schermare al meglio contro il coronavirus. Innanzitutto, bisogna fare un uso corretto delle mascherine stesse. Perciò la prima cosa da sottolineare è il fatto che le mascherine sono monouso, motivo per il quale non utilizzate sempre le stessa, a meno che vi siate dotati di una mascherina di stoffa, comodamente lavabile a mano o in lavatrice.

L'UTILIZZO DELLA MASCHERINA. Detto ciò, quando la indossate – poi andremo a parlare dei vari modelli presenti sul mercato – fate attenzione al fatto che aderiscano bene al volto: la mascherina deve aderire bene al viso, senza lasciare spazi tra il materiale di cui è costituita e la pelle. E, notate bene, guai a toccare la parte anteriore della mascherina stessa, perché è esattamente quella la zona del dispositivo di protezione maggiormente contaminato. Quando vi sfilate la mascherina, fatelo prendendola per gli elastici.

QUALE MODELLO DI MASCHERINA. Anti-smog, le Ffp1, Ffp2 e le Ffp2, chirurgiche, di stoffa: quale tipologia di mascherina scegliere? Iniziamo dal bass delle classifica, dicendo che quelle che hanno una maggior capacità di protezione sono le mascherine fatte di stoffa, forti di un potere filtrane ridotto ai minimi termini. Va molto meglio con le mascherine chirurgiche, in grado di stoppare circa il 95% dei virus in uscita dalle proprie vie respiratorie, ma non hanno la capacità invece di schermarci del tutto in fase di ispirazione: sono efficaci contro l'effetto droplet per il 20-30%, come sottolineato dal Corriere della Sera. Ancora meglio delle chirurgiche sono le Ffp1, brave a proteggere gli altri e anche se stessi da una minaccia esterna (in modo appunto più performante rispette a quelle chirurgiche. In questo caso, però, è bene sottolineare una cosa: se la mascherina Ffp1 è fornita di una valvola filtrante, ciò significa che chi la indossa protegge se stesso, ma non li altri, dal momento che dalla valvola in questione può uscire verso l'estero materiale potenzialmente infetto e infettante. Ecco allora perché le valvole vengono sconsigliate – anche per tutti gli altri tipi di mascherine -, visto che non proteggono gli altri (e quindi, in realtà, neanche noi stessi). Il top di gamma delle mascherina è rappresentato dalle Ffp2 e Ffp2, riservate al personale medico e infiermerisico.

Occhiali con la mascherina: come non fare appannare le lenti. Indossare la mascherina quando si esce di casa è obbligatorio, almeno in Lombardia e in Toscana ed è bene che tutti lo facciano. Per chi indossa gli occhiali, però, è un problema, visto che le lenti si appannano: il video tutorial per evitare che succeda. Fabio Franchini, Domenica 12/04/2020 su Il Giornale. Quando usciamo di casa per motivi di salute, lavoro o reale necessità, con tanto di modulo di autocertificazione in tasca (altrimenti ci becchiamo una multa bella salata), dobbiamo indossare la mascherina. Piccola parentesi: in alcune regioni italiane, come Lombardia e Toscana, il dispositivo sanitario di protezione contro l'infezione da coronavirus è obbligatorio, mentre nel resto del Paese è "solo" caldamente consigliato. Ecco, ma chi porta gli occhiali sa bene quanto sia scomodo portare la mascherina. Perché? Perché le lenti degli occhiali, con il respiro, si appannano. Ecco allora un utilissimo video-tutorial che vi spiega come evitare che ciò accada.

Mascherina, sciarpa o foulard: ecco come (e perché) usarla. A fornire il vademecum da seguire, peraltro declinato in tre modalità diverse, ci ha cortesemente pensato l'associazione sportiva di immersioni Bolla Blu, che ha confezionato e dunque pubblicato online, su YouTube, i tre semplici video-tutorial. Si tratta di appena tre facili accorgimenti per evitare che gli occhiali si appannino e non vi facciano vedere niente quando indossate il dispositivo sanitario che vi scherma possibili contagi. Peraltro, molte persone con gli occhiali cadono nell'errore di togliersi o abbassarsi la mascherina anche più di una volta per risistemarla, lasciando magari anche uno spiraglio a mo' di sfiato. Ecco, la cosa è tutto fuorché raccomandabile.

Coronavirus, quando indossare la mascherina. Perfetto, veniamo dunque ai tre metodi indicati da Bolla Blu per non far appannare le lenti degli occhiali:

1) Il primo trucchetto consigliato è quello di dotarvi di un liquido antiappannante, lo potete acquistare comodamente (anche online) e dunque di utilizzarlo, spruzzandolo sulle lenti. Una volta fatto, lasciate agire il prodotto per una decina di secondi e poi provvedete a pulire le lenti stesse. Quindi, indossate tranquillamente la mascherina e “magicamente” non avrete problemi di "nebbia".

2) Dal primo al secondo metodo, che è forse un po' più ingegnoso. Basterebbe infatti dotarsi di un comune fazzoletto di carta usa e getta e aprendolo a metà potete posizionarlo all'interno della mascherina, all'altezza del bordo superiore, facendo aderire la seconda metà all'esterno.

3) Infine, terzo e ultimo espediente: piegate di bordo superiore di un quarto all'interno e dunque indossate così la mascherina, facendo però attenzione che ben aderisca al vostro viso.

Mascherine mai in tasca o sui mobili: le istruzioni per l’uso dell’Istituto Superiore di Sanità. Redazione su Il Riformista il 10 Maggio 2020. La mascherine sono uno degli strumenti fondamentali per contenere il contagio del Coronavirus, tanto da diventare obbligatorie col Dpcm del 26 aprile scorso negli spazi confinati o all’aperto in cui non è possibile o garantita la possibilità di mantenere il distanziamento fisico, obbligatorietà estesa in alcune Regioni anche ad altri contesti. Per questo l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un focus in cui si evidenzia il corretto utilizzo della mascherine e una serie di norme sull’utilizzo pratico. Le mascherine rappresentano una misura complementare  per il contenimento della trasmissione del virus e, come spiega l’ISS,  “non possono in alcun modo sostituire il distanziamento fisico, l’igiene delle mani e l’attenzione scrupolosa nel non toccare il viso, il naso, gli occhi e la bocca”. Queste le FAQ sul corretto utilizzo delle mascherine:

1) Che differenza c’è tra le cosiddette mascherine di comunità e le mascherine chirurgiche? Le mascherine chirurgiche sono le mascherine a uso medico, sviluppate per essere utilizzate in ambiente sanitario e certificate in base alla loro capacità di filtraggio. Rispondono alle caratteristiche richieste dalla norma UNI EN ISO 14683-2019 e funzionano impedendo la trasmissione. Le mascherine di comunità, come previsto dall’articolo 16 comma 2 del DL del 17 marzo 2020, hanno lo scopo di ridurre la circolazione del virus nella vita quotidiana e non sono soggette a particolari certificazioni. Non devono essere considerate né dei dispositivi medici, né dispositivi di protezione individuale, ma una misura igienica utile a ridurre la diffusione del virus SARS-COV-2.

2) Quali sono le caratteristiche che devono avere le mascherine di comunità? Esse devono garantire una adeguata barriera per naso e bocca, devono essere realizzate in materiali multistrato che non devono essere né tossici né allergizzanti né infiammabili e che non rendano difficoltosa la respirazione. Devono aderire al viso coprendo dal mento al naso garantendo allo stesso tempo confort.

3) La mascherina è obbligatoria anche per i bambini? Dai sei anni in su anche i bambini devono portare la mascherina e per loro va posta attenzione alla forma evitando di usare mascherine troppo grandi e scomode per il loro viso.

4) È possibile lavare le mascherine di comunità? È possibile lavare le mascherine di comunità se fatte con materiali che resistono al lavaggio a 60 gradi. Le mascherine di comunità commerciali sono monouso o sono lavabili se sulla confezione si riportano indicazioni che possono includere anche il numero di lavaggi consentito senza che questo diminuisca la loro performance.

5) Quali mascherine devo usare nel caso in cui compaiano sintomi di infezione respiratoria? Nel caso in cui compaiano sintomi è necessario l’utilizzo di mascherine certificate come dispositivi medici.

6) Come smaltire le mascherine? Se è stata utilizzata una mascherina monouso, smaltirla con i rifiuti indifferenziati;   se è stata indossata una mascherina riutilizzabile, metterla in una busta e seguire le regole per il suo riutilizzo dopo apposito lavaggio.

ISTRUZIONI PER L’USO. Prima di indossare la mascherina: 

lavare le mani con acqua e sapone per almeno 40-60 secondi o eseguire l’igiene delle mani con soluzione alcolica per almeno 20-30 secondi;   indossare la mascherina toccando solo gli elastici o i legacci e avendo cura di non toccare la parte interna;  posizionare correttamente la mascherina facendo aderire il ferretto superiore al naso e portandola sotto il mento; accertarsi di averla indossata nel verso giusto (ad esempio nelle mascherine chirurgiche la parta colorata è quella esterna);

Durante l’uso: se si deve spostare la mascherina manipolarla sempre utilizzando gli elastici o i legacci;  se durante l’uso si tocca la mascherina, si deve ripetere l’igiene delle mani;  non riporre la mascherina in tasca e non poggiarla su mobili o ripiani; 

Quando si rimuove: manipolare la mascherina utilizzando sempre gli elastici o i legacci;  lavare le mani con acqua e sapone o eseguire l’igiene delle mani con una soluzione alcolica; 

Nel caso di mascherine riutilizzabili: procedere alle operazioni di lavaggio a 60 gradi con comune detersivo o secondo le istruzioni del produttore, se disponibili; talvolta i produttori indicano anche il numero massimo di lavaggi possibili senza riduzione della performance della mascherina; dopo avere maneggiato una mascherina usata, effettuare il lavaggio o l’igiene delle mani.  

Coronavirus, il punto sulle mascherine: a chi servono, quali sono e come indossarle. Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 su Corriere.it da Silvia Turin. «Le mascherine alle persone sane non servono. Servono per proteggere le persone malate e servono per proteggere il personale sanitario». Lo ha detto il professore Walter Ricciardi componente del comitato esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, nel corso della conferenza stampa di martedì 25 febbraio. «Quelle di garza che vanno a ruba - ha precisato Ricciardi - servono come misura di precauzione. Quelle sofisticate, che hanno dei filtri, servono a proteggere gli operatori sanitari». «Bastano le misure di igiene (lavare le mani) ed evitare i contatti ravvicinati, come per l’influenza, mentre sono necessarie a chi è già malato per evitare di diffondere i patogeni», conferma il presidente della Federazione degli Ordini dei farmacisti italiani (Fofi), Andrea Mandelli. Chi deve indossare le mascherine quindi? Chi sospetta di aver contratto il nuovo coronavirus e presenti sintomi quali tosse o starnuti, oppure chi si prende cura di una persona con sospetta infezione da nuovo coronavirus, come i sanitari, e le persone che vivono nelle aree considerate focolaio e dunque zone rosse, come ad esempio nel comune di Codogno. L’uso della mascherina aiuta a limitare la diffusione del virus ma deve essere adottata in aggiunta ad altre misure di igiene respiratoria e delle mani. Non è utile indossare più mascherine sovrapposte. Inoltre, la mascherina non è necessaria per la popolazione generale in assenza di sintomi di malattie respiratorie. È quanto scrive il Ministero della Salute sul proprio sito. Le mascherine più idonee sono quelle di classe FFP3 o FFP2, certificate in conformità alla norma EN 149, che viene considerato uno standard necessario per essere certi della protezione fornita da questi dispositivi contro il rischio biologico. A spiegarlo è l’Associazione dei produttori e distributori dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) o collettivi in una nota ufficiale, in cui si legge che le mascherine FFP3 hanno un’efficacia filtrante del 98% (rispetto al 92% garantito dalla classe FFP2). Ma come bisogna indossarle? Prima, lavati le mani con acqua e sapone o con una soluzione alcolica - copri bocca e naso con la mascherina assicurandoti che aderisca bene al volto - evita di toccare la mascherina mentre la indossi, se la tocchi, lavati le mani - quando diventa umida, sostituiscila con una nuova e non riutilizzarla; infatti sono maschere mono-uso - togli la mascherina prendendola dall’elastico e non toccare la parte anteriore della mascherina; - gettala immediatamente in un sacchetto chiuso e lavati le mani. Proprio per questo le mascherine FFP3 o FFP2 non sono consigliate per i bambini o per le persone con la barba, a causa “dell’impossibilità di un perfetto adattamento ai contorni del viso”, spiega il Ministero della Salute. Detto questo, i problemi di queste ultime ore riguardano l’approvvigionamento dei sanitari, ad esempio i medici di base. In Lombardia le regole prevedono che i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta abbiano un kit protettivo composto da: camice monouso in Tnt idrorepellente, occhiali e occhiali a maschera, mascherina Ffp3, guanti, copricapo (da valutare in relazione al contesto). Tutto materiale del quale, spiegano i medici di famiglia, «attendiamo l’arrivo». L’Assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, ha detto martedì: «Stiamo recuperando: 300 mila mascherine ffp3, 200 mila mascherine chirurgiche, 1,5 milioni di tamponi (già 10 mila consegnati oggi), un milione di camici e 2 milioni di guanti. Rassicuriamo che ci sono e stiamo iniziando a distribuirli». A livello nazionale tutte le Autorità preposte si stanno attivando per rendere disponibili mascherine e disinfettanti che mancano sul mercato. Dovrebbero arrivare nel giro di qualche giorno. Lo conferma il presidente di Assofarm, Venanzio Gizzi: Assosistema Confindustria, con la sezione Safety, sta lavorando attivamente con Confindustria, il Ministero della Salute e la Protezione Civile per fronteggiare l’emergenza. Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna, spiega di aver chiesto, d’intesa con i presidenti Zaia e Fontana, il blocco delle esportazioni dei dispositivi di protezione individuale prodotti dalle aziende italiane e la requisizione di questo materiale. «Una misura necessaria per evitare che fra pochi giorni ci si trovi nella situazione in cui non si trovino mascherine, tute, guanti, cuffie e i dispositivi necessari, soprattutto nelle Regioni più colpite. Materiale che - ha sottolineato - serve in particolare agli operatori sanitari, che stanno facendo un lavoro straordinario. Tema che ho posto al presidente del Consiglio, Conte, che ci ha rassicurati sul fatto che si troverà immediatamente una soluzione positiva su questo».

"Goccioline infettive nell'aria", ma ora è scontro sul contagio. Secondo alcuni esperti l’aerosol disperso avrebbe un ruolo nella diffusione del virus. Ma alcuni studi non concordano. Valentina Dardari, Mercoledì 19/08/2020 su Il Giornale. Ancora tanti i dubbi riguardanti la diffusione del coronavirus. Uno di questi, tema anche di scontro tra esperti che non la pensano nello stesso modo, riguarda il fatto che il virus possa o meno diffondersi per via aerea. L’Organizzazione mondiale della Sanità ha recentemente ammesso che questa possibilità ci possa essere, ma le opinioni sono discordanti.

Coronavirus e la diffusione per via aerea. Secondo un gruppo di scienziati anche le goccioline disperse nell’aria, quelle che emettiamo respirando o parlando, possono essere portatrici di contagio. Sul fatto che siano infettive però ci sono dei dubbi. Un recente studio condotto da un team di ricerca dell’Università della Florida avrebbe dimostrato che le goccioline di aerosol contengono virus vivi. Stando a questo il coronavirus nell’aria sarebbe quindi infettivo. Il gruppo di ricerca avrebbe isolato virus vivi da goccioline di aerosol in una stanza dove vi erano soggetti positivi a oltre due metri di distanza l’uno dall’altro. Ancora però non c’è la conferma scientifica che il risultato della ricerca si attendibile.

Lo scontro sullo studio. Subito la dottoressa Linsey Marr, esperta nella diffusione aerea dei virus, ha dichiarato in un a intervista al New York Times che “questo è quanto le persone stavano chiedendo a gran voce, la prova inequivocabile della presenza di virus infettivi negli aerosol”. Molti sono però gli esperti che sottolineano come non sia comprovato il fatto che la quantità di virus rintracciato sia comunque sufficiente a causare il contagio. Tra questi anche Angela Rasmussen, virologa della Columbia University di New York, che ha dichiarato: “Non sono sicura che questi numeri siano abbastanza alti da provocare l’infezione di qualcuno. L’unica conclusione che posso trarre da questo documento è che è possibile coltivare virus vitali campionati in aria, e ammetto che non è poco”. Essendo gli aerosol molto piccoli, non è facile questo genere di indagine. Anche perché l’evaporazione li fa diventare ancora più piccoli e cercare di accalappiare le goccioline può danneggiare il virus al loro interno. Precedentemente altri esperimenti avevano utilizzato filtri di gelatina o anche tubi di vetro o plastica per raccogliere l’aerosol. In quei casi però la potenza dell’aria aveva ridotto il volume degli aerosol eliminando il virus. Un altro gruppo di lavoro era riuscito a isolare il virus vivo, senza però poter dimostrare che il virus isolato potesse infettare le cellule. E in Italia ci sono esperti, come il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie Infettive dell'Ospedale San Martino di Genova, che da settimane parla di un virus che non fa più paura, proprio per il fatto che la sua carica virale è diminuita. Ai primi di agosto Bassetti aveva spiegato che “se prima il numero di particelle infettive di virus era di 100, adesso è di 10 o anche meno e quindi ci si difende più facilmente”.

 Michele Bocci ed Elena Dusi per repubblica.it il 2 aprile 2020. L'Organizzazione mondiale della Salute e l'Italia le consigliano a chi ha sintomi o assiste i malati di coronavirus. A Hong Kong sono obbligatorie sui mezzi pubblici. Negli Stati Uniti il chirurgo generale (responsabile del servizio sanitario pubblico) ha raccomandato alla gente su Twitter di smettere di comprarle. In Austria dalla prossima settimana diventeranno obbligatorie nei supermercati. In Slovacchia e Repubblica ceca è vietato uscire di casa senza indossare una mascherina chirurgica. I dubbi della comunità scientifica sulla nuova malattia sono tanti. Ma in pochi campi si è registrata così tanta confusione come sulle mascherine. Gli studi delle ultime settimane confermano che la diffusione del coronavirus nell'aria è più sostenuta di quanto si ritenesse all'inizio. E anche l'Oms potrebbe decidersi a cambiare le sue linee guida. David Heymann, il responsabile del panel che si occupa dell'argomento presso l'Organizzazione di Ginevra, ha annunciato alla Bbc: "Stiamo studiando le nuove evidenze scientifiche e siamo pronti a cambiare le linee guida, se necessario". "Allo stato attuale delle conoscenze - spiega Paolo D'Ancona, epidemiologo del nostro Istituto Superiore di Sanità (Iss) - sappiamo che il coronavirus si trasmette prevalentemente attraverso le goccioline nell'aria. Negli ospedali con molti pazienti sottoposti a ventilazione meccanica potrebbe disperdersi anche con aerosol". La differenza fra goccioline e aerosol può sembrare accademica: sta nelle dimensioni delle sfere di saliva che trasportano il virus. Ma ha grandi implicazioni per la diffusione: le goccioline viaggiano 1-2 metri dalla persona che le emette e cadono subito a terra. L'aerosol resta sospeso in aria e può raggiungere distanze maggiori. Vorrebbe dire che anche in stanze chiuse affollate e ascensori potrebbe accumularsi il virus, qualora molte persone infette vi rimanessero a lungo. Una ricerca del New England Journal of Medicine del 17 marzo ha dimostrato che il virus può resistere in aerosol fino a tre ore, anche se la sua quantità si dimezza in un'ora. Un esperimento del Massachusetts Institute of Technology pubblicato su Jama il 26 marzo ha osservato che il virus viaggia sia su goccioline che in aerosol, e che quest'ultimo può arrivare a 7-8 metri con uno starnuto potente. In Cina, nelle stanze di ospedale che hanno ospitato i pazienti, tracce di coronavirus sono state trovate su davanzali e grate degli impianti di aerazione. Segno che forse dal coronavirus dovremmo imparare a proteggerci meglio, quando torneremo a uscire di casa. "Ricordiamoci però che la mascherina non è una formula magica che ci salva dal contagio" dice Marina Davoli, direttrice del Dipartimento di epidemiologia della regione Lazio. "La cosa più importante resta l'attenzione e l'igiene. E poi se la si utilizza bisogna essere molto attenti, ricordando che è un dispositivo monouso che ha regole per essere messo e tolto. Ad esempio in troppi toccano la parte esterna con le mani rischiando poi di contagiarsi una volta che se la tolgono. Non vorrei che indossarla faccia più male che bene, perché dà una sensazione di invulnerabilità". Le mascherine chirurgiche non sono la soluzione perfetta (non sigillano per esempio naso e bocca come quelle filtranti), e sono ancora poche, come dimostrano le difficoltà a rifornire il personale sanitario, ma diventeranno probabilmente nostre compagne di vita, nella fase di riapertura. "Sono utili nei luoghi di lavoro dove non è garantita la distanza di un metro" spiega D'Ancona. Via via che un numero sempre maggiore di persone inizierà ad uscire, restando per ore in una situazione di potenziale rischio, arriverà molto probabilmente l'indicazione di utilizzare la mascherina, insieme alla raccomandazione sulla distanza di sicurezza. Se i suggerimenti del governo dovessero cambiare, però, serviranno tante mascherine, perché vanno cambiate spesso. L'Iss, in una situazione di grave carenza, sta testando i prodotti di nuove aziende italiane che hanno iniziato a produrle. Finora ha dato il suo ok a 40 di esse. L'Istituto nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e l'università di Catania hanno creato in fretta e furia un laboratorio per testare i materiali adatti. "Abbiamo realizzato uno strumento che simula uno starnuto potente di un minuto. Le mascherine, per essere efficaci, devono trattenere almeno il 95% dei microbi emessi" spiega Giacomo Cuttone, il ricercatore che ha coordinato il gruppo dell'Infn. "Si stanno rivolgendo a noi aziende tessili, di pannolini o bioplastiche traspiranti. I loro materiali sono un buon punto di partenza".

Ma. Le. Per “il Tempo" il 30/01/2020. Metti che con tutte le notizie che arrivano in questi giorni dalla Cina hai un certo timore del coronavirus partito da Wuhan, anche se abiti in Europa. In Italia. Ed allora per sentirti più sicuro decidi di andare in una farmacia, magari a Roma, per comprare una mascherina da indossare sulla bocca e sul naso, così, giusto per sentirti più sicuro mentre vai in giro. Anche la mente, del resto, ha bisogno delle sue sicurezze soprattutto quando si parla di virus. La trovi, la mascherina, nonostante molte siano già andate a ruba da giorni. La compri, la paghi, saluti il farmacista e vieni via. Arrivi a casa, la tiri fuori dal sacchetto e mentre stai per scartarla sul retro della confezione leggi, quasi per caso, dove è stata prodotta: Wuhan, Hubei, China. Son quelle coincidenze che ti lasciano a bocca aperta. Ma che diamine, ma tutto in Cina facciamo oggi noi occidentali. Ma andate tutti in ....mascherina.

Laura Bogliolo per “il Messaggero”  il 2 febbraio 2020. «Signora, la deve indossare fino a quando arriva a casa e non solo qui alla stazione Termini perché il virus si sta espandendo, ed è pericolosissimo!». Due euro per gli italiani, 10 per gli stranieri: è il costo per una mascherina antismog senza confezione, sporca, presa chissà dove e soprattutto di nessuna utilità contro il virus cinese. Ciondolano dalle mani degli ambulanti che cercano di convincere su via Giolitti che si tratta di un acquisto «che salva la vita, indispensabile». Insomma, guai a non averlo. Lui, accento napoletano, compra scatole da 10 pezzi a 10 euro, poi rivende le mascherine in strada per «proteggere dal virus». Quasi un benefattore, un volontario insomma. Trovare gli spacciatori di mascherine non è complicato e sono i colleghi del Bangladesh a offrire informazioni. La spartizione del territorio della macchina criminale che domina la stazione più grande d' Europa sembra essere chiara: all' uscita di via Marsala ad assediare fastidiosamente i viaggiatori ci sono scattanti nugoli di cittadini del Bangladesh pronti a rifilare ombrelli e mantelline contro la pioggia. Gli stessi che si trovano davanti a tutti i monumenti del Centro, con una grande capacità di adattamento alle esigenze delle città e alle mode: dagli ombrelli quando piove, ai selfie stick, fino all' acqua gelata d' estate che costa 5 euro a bottiglietta. «Gli ambulanti a Roma sono circa 8 mila, il mercato della merce illegale vale 5-6 milioni di euro l' anno, 2,3 milioni è il valore dei prodotti contraffatti» denuncia Valter Giammaria, presidente di Confesercenti Roma. Il mercato nero delle mascherine per ora è sfuggito al mondo sommerso degli abusivi dell' Asia, perché dietro l' apparente compattezza del business dell' illegalità ci sono sfumature che vanno colte. Sull' affare coronavirus sono planati come avvoltoi gli italiani, mentre gli stranieri devono stare alla larga, reclutati solo per qualche giorno, spinti a rischiare di più, provando a vendere la merce addirittura dentro la stazione a 10 euro al pezzo. Non vendete mascherine? «Noi non le abbiamo - dicono gli ambulanti del Bangladesh su via Marsala - devi andare in via Giolitti, vedrai che trovi chi te le vende». Dall' altra lato della stazione, quello verso l' Esquilino, dominano gli italiani con accento napoletano. Uno è poggiato su un' auto tra via Giolitti e via Gioberti. Dopo un po' attraversa e con tranquillità si posiziona quasi accanto all' entrata della stazione. A seguirlo c' è un ragazzo, sembra essere una sentinella pronta a scattare se qualcosa non va. A pochi metri dal mercato illegale delle mascherine ci sono guardie private, poi divise delle forze dell' ordine. Ma l' uomo, sulla quarantina, continua a fare affari, anche con noi. Quanto costa? «Due euro - dice - queste salvano la vita signora, si indossano facilmente, vede?». Insegna come posizionarle sulla bocca, fa pressing sull' acquisto, drammatizza, prova a mettere insieme qualche frase («peste», «vaiolo»), preannuncia in pratica la fine del mondo che ovviamente avverrà a breve. «Tra un po' il virus esploderà, le mascherine non si troveranno più, stanno già finendo le scorte e allora sì che saranno guai per noi italiani, mica solo per i cinesi». È il turno di un anziano. «Mi ha chiesto due euro, ma io glene ho dati solo 1,80». «È una semplice mascherina antismog - spiega Cristina Barletta, farmacista di piazza della Repubblica che analizza l' acquisto - una confezione da 3 costa 4 euro, ma chissà da dove le avrà prese, tra l' altro dovrebbero essere dentro confezioni di plastica ed è tutta sporca. Le uniche mascherine che possono avere effetto sono quelle con filtro N 95, le usano i dentisti per interventi, da noi le richieste sono aumentate del 1000 per cento». Il mercato delle mascherine continua a gonfiarsi: un pacco da 50 in un negozio del Centro ieri veniva venduto a 20 euro. «Il costo reale è di 12» aggiunge la farmacista che nel suo negozio intanto ha finito le scorte di gel disinfettante della marca più venduta.

Da “il Fatto Quotidiano” il 26 febbraio 2020. Per limitare la diffusione del Coronavirus negli aeroporti italiani sono stati installati dispositivi in grado di rilevare la temperatura corporea delle persone. A Ciampino ci sono cinque termoscanner, a Fiumicino 21 e tre di questi sono stati acquistati dalla Sunell Italia. Scherzo del destino - che per fortuna supera ogni stupida barriera mentale e culturale - si tratta dell' azienda importatrice della Sunell Shenzhen technology, con filiali in tutto il mondo e sede a Shenzhen (Cina). È qui che vengono prodotte le telecamere termiche "Body Temp Sn-T5", chiamate anche "Panda" per la loro caratteristica forma. Paolo Cardillo, general manager della società, spiega che le telecamere "riescono a misurare su una folla, con un passaggio di 16 persone ogni fotogramma ovvero ogni 30 millisecondi, una frazione al secondo, nello spazio di raggio della telecamera, la temperatura dei singoli con un errore massimo di 0,3 gradi". È un sistema che è stato ideato già in passato, con la diffusione del virus della Sars. Così, nei monitor di chi effettua i controlli agli aeroporti, appariranno dei quadrati verdi su ogni passeggero: "Quando il quadratino diventa rosso - continua il manager - vuol dire che il passeggero ha la febbre". Anche la produzione di queste telecamere sta subendo le conseguenze della diffusione del virus: "Oltre ai voli - spiega Cardillo - vi è il problema del ritorno dal Capodanno cinese: causa epidemia, non tutte le persone sono rientrate in fabbrica. Non tutta la forza lavoro è a disposizione per la produzione". Ogni termoscanner "Panda" costa, compreso il sistema di rilevazione, circa 20 mila euro. E in Italia ne sono già stati ordinati una quarantina. "Li consegneremo anche agli aeroporti di Verona, Pisa, Firenze, Catania e Palermo - spiega il manager -. E poi ci sono le richieste di aziende private, come Assicurazioni Generali".

Coronavirus, 10 comportamenti da seguire per evitare il contagio. Redazione de Il Riformista il 22 Febbraio 2020. L’Istituto Superiore di Sanità ha redatto un decalogo per segnalare ai cittadini 10 buone norme per evitare il contagio da Coronavirus.

1 – Lavati spesso le mani. Vanno lavate con acqua e sapone per almeno 20 secondi

2 – Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute

3 – Non toccarti occhi, naso e bocca con le mani

4 – Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci

5 – Non prendere farmaci antivirali nè antibiotici a meno che non siano prescritti dal medico

6 – Pulisci le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol

7 – Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate

8 – I prodotti Made in China e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi

9  – Contatta il numero verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni

10 – Gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus

Massimo Finzi per Dagospia il 24 febbraio 2020. I Coronavirus (CoV), scoperti negli anni ‘60, sono così denominati per la forma della loro superficie che, al microscopio elettronico, appare come una corona a punte. Nel 2002, ai quattro ceppi già identificati, si è aggiunto  il SARS-CoV (Severe acute respiratory syndrome) e nel 2012 il MERS-CoV (Middle East respiratory syndrome) confinato alla penisola arabica. Alla fine di dicembre 2019 è stato identificato in Cina, nella città di Wuhan, un nuovo ceppo di coronavirus denominato 2019-nCoV (nuovo coronavirus 2019): poiché tale virus ha caratteristiche molto simili a quello dello SARS è stato successivamente denominato SARS-CoV-2 e infine l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di identificarlo con la sigla COVID-19 (Corona Virus Disease 2019). Quindi i termini 2019-nCoV, SARS-CoV-2 e COVID-19 sono sinonimi e indicano questo settimo e nuovo ceppo di coronavirus. Questi virus circolano comunemente in alcune specie animali come il pipistrello, il cammello e il dromedario e talora possono fare “il salto di specie” e infettare l’uomo causando sintomi sovrapponibili a quelli dell’influenza o delle altre malattie da raffreddamento quali infiammazione delle alte vie respiratorie con rinite, faringite, tosse, cefalea, febbre, malessere generale. In molti casi il decorso è così lieve da non essere neppure avvertito dal paziente. La gravità della malattia è in funzione di alcuni fattori che interagiscono tra loro: la carica virale, le occasioni e la durata dell’esposizione al contagio, la risposta immunitaria individuale, l’età, eventuali patologie preesistenti ecc. I bambini, proprio in virtù della loro vivace risposta immunitaria, sembrano meno esposti a rischi. Nei casi più gravi la malattia evolve verso polmoniti talora fatali, shock e insufficienza renale. La percentuale di evoluzione infausta viene stimata intorno al 3% dei malati che però rappresentano solo una parte dei contagiati: è importante comprendere la distinzione tra contagiati e ammalati perché scontrarsi con il virus non vuol dire ammalarsi con automatica certezza.  E’ comunque fondamentale identificare e isolare anche questi soggetti perché, pur non essendo malati, potrebbero contribuire alla diffusione del virus. Il contagio avviene soprattutto attraverso le goccioline dello sternuto e della tosse ad una distanza inferiore ai due metri e con il contatto delle mani non lavate con bocca, naso e occhi. Il lavaggio accurato delle mani con detergenti o anche con soluzioni alcoliche è la misura profilattica più efficace, consigliabile infine la pulizia delle superfici con soluzioni alcoliche o clorate. Ma se i sintomi del nuovo coronavirus sono simili a quelli dell’influenza stagionale quando scatta l’allarme? Quando i sintomi si manifestano in un soggetto che proviene da una zona infetta o è venuto a contatto con persone che hanno soggiornato in quelle zone. Il tempo di incubazione varia tra 2 e 12 giorni: per questo motivo, a scopo precauzionale, la quarantena dura 14 giorni. Al momento non esiste una cura efficace e neppure il vaccino. La rilevazione di una alterazione febbrile, messa in atto in tutti gli scali aeroportuali, ha permesso di identificare i soggetti sospettati di essere malati ma non è stata efficace per impedire l’ingresso di coloro che, a causa del periodo di latenza dell’incubazione, avrebbero potuto manifestare in seguito la malattia. Giusta quindi la quarantena di due settimane per chiunque provenga da zone infette o abbia avuto contatto con persone potenzialmente contagiose. La negatività dello specifico tampone faringeo, ripetuto nel tempo, esclude la possibilità di trasmettere il virus.

Quali misure adottare in prevenzione? Quelle dettate dal nostro Ministero della Salute:

- Lavarsi le mani accuratamente.

- Evitare il contatto ravvicinato con persone che presentino sintomi respiratori acuti.

- Evitare di toccare con le mani non preventivamente lavate la bocca, il naso e gli occhi.

- Coprire bocca e naso in caso di sternuto o tosse, meglio se con l’incavo del gomito.

- Usare fazzoletti di carta monouso da gettare in un sacchetto chiuso.

- Pulire le superfici con disinfettanti a base di alcol o di cloro.

- Usare la mascherina solo se si sospetta di essere malato o se si assistono malati.

- Non assumere autonomamente terapie ma seguire i consigli del medico.

- In caso di sintomi sospetti non recarsi al pronto soccorso ma chiamare il 112 o il 1500.

- Evitare luoghi affollati.

- Seguire fedelmente le indicazioni fornite dalle autorità competenti.

I sintomi, le precauzioni: 8 cose da ricordare. Come gestire la quarantena in famiglia. Pubblicato domenica, 23 febbraio 2020 su Corriere.it da Cristina Marrone. I sintomi del Covid-19 assomigliano molto a quelli dell’influenza e delle forme parainfluenzali, per questo si creano molti falsi allarmi prima che le analisi di laboratorio consentano una diagnosi certa. Febbre, tosse, mal di gola, dolori muscolari sono i più comuni. Segnalati anche congiuntiviti, disturbi intestinali e diarrea, sebbene più rari. Nei casi più seri si manifestano polmoniti che possono portare a gravi insufficienze respiratorie e insufficienza renale. «L’unico elemento (ma non è sempre così) che può far distinguere il coronavirus dall’influenza è l’insorgere di difficoltà respiratorie — spiega Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all’Università Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di Malattie infettive tropicali —. Se manca l’aria vale la pena allertare il medico curante, soprattutto qualora si sospetti di essere entrati in contatto con persone risultate positive al virus. Ma solo il tampone faringeo può confermare l’eventuale positività al Covid-19». Il coronavirus, come i rinovirus del raffreddore, segue un andamento stagionale: si diffonde di più in inverno. Il caldo e l’ambiente più secco, oltre al fatto che nella bella stagione si sta meno al chiuso, potrebbero ridurne la diffusione.

Marco De Nardin per med4.care il 24 febbraio 2020. Coronavirus: spieghiamo perché non dovete avere paura ma dovete stare a casa. Sono un medico rianimatore ed è per questo che mi permetto di spiegarvi come mai lo Stato stia prendendo delle decisioni così drastiche. Il problema del Coronavirus non è la sua gravità, dal momento che è solo 10, o forse 20, volte più serio dell’influenza. Per quali motivi è più serio dell’influenza?

È diverso, quindi non siamo molto abituati;

Gli anziani non sono vaccinati.

Quindi chi è più a rischio? Gli anziani. Come sempre. I bambini molto meno, non sono segnalati casi gravi pediatrici per il momento. Allora, come mai ci preoccupa così tanto? Perché è MOLTO PIÙ INFETTIVO dell’influenza, ciò vuol dire che si trasmette con enorme facilità. A questo punto facciamo qualche calcolo così da capire meglio qual è il problema.

I dati che leggete non sono “esatti” al millimetro, ma solo delle proiezioni verosimili. Sono approssimati ai numeri interi o, per così dire, “semplici”, in modo che i conti siano più facili da fare anche a mente. Per esempio il numero di italiani è stato approssimato a 50 milioni anzichè 60, così che i calcoli siano più semplici per tutti. Non contano i numeri esatti, ma capire le DIMENSIONI POTENZIALI del problema e capire come mai il governo ha preso una decisione così drastica.

L’Influenza. Di norma l’influenza colpisce nell’arco di una stagione, supponiamo in 5 mesi, circa il 10% della popolazione. Quindi colpisce circa 5 milioni di italiani nell’arco di 30*5 = 150 giorni. La mortalità è dello 0,1%, quindi abbiamo circa 5000 morti (quasi tutti anziani) ogni anno in 150 giorni. Per ogni morto supponiamo di avere circa 4-5 pazienti in rianimazione, per tenerci larghi, e che tutti vadano messi in terapia intensiva. Mettiamo quindi 25.000 persone in terapia intensiva in 150 giorni, con degenza media di 7 giorni, ciò significa 1000-2000 pazienti al giorno in terapia intensiva in Italia durante l’inverno.

Riassumiamo:

Infettività: 10% circa (dati reali) = 50 milioni * 10% = 5 milioni di infetti, molti dei quali inconsapevoli.

Mortalità: 0,1% stimata = 5000 persone in 150 giorni.

Critici (dato stimato): 5*0,1% =  25.000 persone in 150 giorni. quindi circa 1000-2000 persone in terapia intensiva al giorno per influenza. 

I posti letto in terapia intensiva sono per la provincia di Venezia, dove io abito, circa 60 su 1 milione di abitanti, quindi potrebbero essere circa 4000 in tutta Italia. Questo significa che nella peggiore delle ipotesi i pazienti con influenza e le sue complicazioni, ovvero la polmonite, occupano tra il 25 e il 50% al massimo delle terapie intensive d’Italia nel massimo del picco.

Il Coronavirus. Vediamo ora cosa può accadere con il Coronavirus. Ricordiamoci che la grande differenza è che il Coronavirus è estremamente più infettivo e potrebbe infettarci, anziché in 150 giorni, in 30-60 giorni. Supponiamo 60 giorni. Ricordiamo che non esistono dati certi riguardo la potenzialità di persone che esso può infettare. Bisogna tenere conto che è un virus “nuovo”, quindi potenzialmente può colpire fino al 60% della popolazione, dati stimati, quindi facciamo qualche calcolo:

Infettività: 60% potenziale (dati stimati) = 50 milioni * 60% = 30 milioni di infetti, di cui la stragrande maggioranza inconsapevoli.

mortalità: 1-2% stimata = tra 500.000 e 1.000.000 milione di persone. (Per chi ama la precisione 300.000-600.000)

Critici: 5% = 1.500.000 persone in 60 giorni. quindi circa 300.000 persone in terapia intensiva.

Ma abbiamo solo 4000 posti letto! Come possiamo mettere 300.000 persone in terapia intensiva quando abbiamo solo 4000 letti?

Se state a casa, la gente si infetta poco alla volta. Molti non se ne accorgono. Gli altri, specialmente gli anziani, ma anche qualche giovane, noi medici e infermieri li prendiamo, li mettiamo in terapia intensiva, li curiamo e ve li restituiamo. Un poco alla volta. Se invece tutti escono di casa il rischio è che si infettino tutti insieme e che quindi non riusciamo a gestirli, con un aumento importante della mortalità.

Come gestire la quarantena in casa: lavarsi  le mani e letti separati - Le 10 cose da sapere. Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 su Corriere.it da Adriana Bazzi. Non chiamiamola più «quarantena», come si faceva nel Medioevo, ma «isolamento domiciliare». L’idea di fondo è la stessa: confinare le persone, che sono venute a contatto con un germe contagioso e potrebbero trasmetterlo ad altre, in strutture protette (come è successo alla Cecchignola, presidio militare di Roma per gli italiani evacuati da Wuhan, in Cina) o a casa. Ma oggi, per il nuovo coronavirus, Covid 19, bastano 14 giorni, il periodo di incubazione durante il quale l’infezione ha tempo di manifestarsi (e non gli storici «quaranta»). Ma chi, oggi, in Italia viene «isolato» a casa per colpa del nuovo coronavirus? «Chi ha avuto contatti con persone che hanno sviluppato l’infezione o chi proviene da aree dove è in atto l’epidemia», conferma Matteo Bassetti, infettivologo all’Università di Genova e presidente della Società italiana di terapia antinfettiva (Sita). Sono persone chiuse in casa ma che possono condurre una vita normalissima, rassicura l’esperto. Non senza, però, alcune precauzioni, partendo dal presupposto che chi è in «quarantena» può trasmettere il virus ad altri componenti della famiglia che devono restare isolate nell’abitazione con lui. «Intanto sarebbe bene che, anziani o bambini in famiglia, venissero allontanati» precisa Bassetti. Al momento i bambini non sembrano particolarmente colpiti dall’infezione, ma gli anziani sì, come dimostrano anche i due decessi italiani. E poi ci sono le regole igieniche, invocate da tutti per controllare l’infezione da coronavirus (ma, in generale, valide per moltissime infezioni, influenza stagionale compresa, ndr). La prima precauzione è quella di lavarsi spesso le mani, accuratamente. E, possibilmente, di non portarle al naso o alla bocca. E poi, nel caso di starnuti, di farlo in fazzoletti di carta, da eliminare subito. Sarebbe bene anche, per chi può, usare bagni separati dal resto della famiglia. E usare biancheria personale, da lavare spesso. «Altra precauzione — aggiunge Bassetti — disinfettare le superfici degli ambienti domestici, soprattutto bagno e cucina, con candeggina o ipoclorito di sodio. Ancora non si sa se il virus può essere trasmesso per altre vie, diverse da quella aerea. Per esempio attraverso liquidi corporei (come la pipì, ndr). O addirittura attraverso rapporti sessuali». Sarebbe bene che la persona «sospetta» non dormisse con il compagno o la compagna: meglio letti separati. Chi è costretto a casa deve poi pure mangiare. E se non ha fatto scorta di cibo, può ordinarlo online o chiedere la consegna a domicilio a negozi o conoscenti. L’infezione non si trasmette attraverso gli alimenti e il «delivery» non è a rischio di trasmissione di virus, anche se è bene attenersi a qualche regola igienica, magari sugli imballaggi esterni (eliminarli subito e, lavarsi sempre le mani). Altro problema, quando eventualmente si presentino sintomi respiratori, come febbre, mal di gola, respiro difficile. «La prima raccomandazione è quella di non andare al pronto soccorso, perché lì si rischia di trasmettere il virus ad altri — dice Bassetti —. Occorre chiamare il 112 o il 118, a seconda delle Regioni, e aspettare indicazioni». Gli animali domestici, cani e gatti, sarebbero al sicuro: per adesso il virus non li contagia.

Da esquire.com il 24 febbraio 2020. I nostri genitori, i nostri zii, fratelli e sorelle maggiori e soprattutto i nonni, ce lo hanno detto in mille modi quando eravamo piccoli: "lavati le mani!". E lo facevamo sul serio, prima di andare a tavola, dopo aver mangiato e così via. Oggi, però, prima di sgranocchiare uno snack in ufficio, o all'Università, chi si alza mai per arrivare fino ai bagni più vicini per lavarsi le mani? Risposta: nessuno. Eppure quelli non erano di certo consigli insensati, esagerati dalla classica apprensività che si dedica ai più giovani, anzi al contrario: erano consigli ragionevoli, sensati e molto più importanti di quanto avremmo mai immaginato. Una prova? Oggi, per contenere il contagio globale dovuto al Nuovo corona Virus (il COVID-19) uno dei consigli che le autorità danno più spesso, soprattutto quelle cinesi, è proprio quello di lavare bene, e spesso, le mani. Lavare le mani è fondamentale: lì si accumulano germi e batteri, succede perché sono il nostro mezzo per avere contatto col mondo, con le mani degli altri, con i soldi, il computer, gli attrezzi per il giardino, gli animali domestici e poi ovviamente noi stessi e il nostro corpo, comprese le zone umide che sono le più esposte a subire l'attacco dei batteri. Eppure le mani le laviamo malissimo, e dobbiamo imparare a farlo meglio: vanno lavate per almeno 20 secondi, per non usare un cronometro fate conto che è il tempo necessario a cantare abbastanza lentamente "tanti auguri a te" per due volte (se avete visto Basta che funzioni di Woody Allen forse vi ricordate che il protagonista usa esattamente questo trucchetto). Il sapone deve essere abbondante e fate attenzione alle unghie, alle pieghe della pelle e così via. Ricordatevi di arrotolare le maniche, se sono lunghe, e lavare insieme alle mani praticamente tutto l'avanbraccio. Infine, e non è un passaggio da sottovalutare, bisogna asciugarle bene e a fondo, senza che rimangano umide. C'è poi la questione della frequenza: dovreste farlo tassativamente prima e dopo che toccate del cibo, prima e dopo che andate in bagno, prima e dopo che cambiate un pannolino, e ricordarvi di farlo ancora più spesso se qualcuno in casa è malato o se siete stati in luoghi pubblici affollati e sporchi. Ma quasi nessuno lo fa in questo modo, ci limitiamo a una passata sotto l'acqua per un minuto scarso, facendo diventare in questo modo i bagni dei luoghi ideali per il proliferare di virus e batteri. Tocchiamo asciugamani, spariamo aria calda sulle nostre mani bagnate con quegli aggeggi che si trovano nei bagni pubblici, ma è tutto sbagliato. Così stiamo spargendo, e non eliminando, germi batteri e virus di ogni tipo. Non serve essere paranoici per riprendere a lavarsi le mani correttamente, basta essere realisti. Oggi siamo esposti a una quantità di possibili contagi enorme: sui mezzi pubblici, in casa, al parco e a lavoro. Per non parlare poi di piscine, palestre, saune e così via. Insomma, questa è la realtà, non certo quella immaginaria di una persona ipocondriaca o paranoica, quindi è necessario lavare le mani bene, accuratamente e farlo sempre. Per quanto alle nostre orecchie possa suonare un po' eccessivo e bacchettone insistere così tanto sul lavarci le mani, la verità è che è ancora più importante di così: il Centre for Disease Control and Prevention ha dedicato al tema del lavaggio delle mani moltissime attenzioni di recente, fino a definire il lavare le mani correttamente "uno dei passi più importanti che possiamo compiere per evitare malattie e la diffusione di germi". Questa rigidità che dobbiamo autoimporci viene da un'evidenza che oggi, attraverso studi epidemiologici e biologici, risulta essere sempre più evidente: lavarsi le mani è efficacissimo per fermare epidemie, diffusione di virus e batteri e l'aumento del numero dei contagiati da una qualsiasi forma di virus influenzale, per esempio. Dobbiamo anche pensare che per quanto noi, egoisticamente, potremmo pensare che facciamo un po' come vogliamo, ne va anche della salute degli altri, come delle persone deboli, giovani, debilitate, immunodepresse, anziane e di un sacco di individui che se contagiati da noi potrebbero patirne le conseguenze in modo molto più serio. Per questi motivi l'OMS, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sottolineato come per proteggersi dal Nuovo corona Virus convenga più lavarsi le mani spesso e bene che indossare una mascherina. Pochissime volte si viene contagiati da un virus perché arriva direttamente nella nostra bocca, moltissime volte invece succede che il virus siamo noi a portarlo al viso con le nostre mani, perché ci tocchiamo il volto circa 52 volte al giorno.

Dagospia il 25 febbraio 2020. Dario Bressanini, chimico, divulgatore, sulla sua pagina Facebook. Ero restio a parlare di disinfettanti fai-da-te perché non volevo alimentare l'isteria collettiva ma vedo che è troppo tardi quindi tanto vale dare le informazioni corrette e spiegare come fare un disinfettante per le mani dai fa te che almeno funzioni, NON come quelli che stanno girando in rete. Lasciatemi però dire che, anche a causa del nostro pessimo giornalismo (vedi i titoli di giornale di questi giorni) ho visto scene al supermercato che non vedevo dai tempi della Guerra del Golfo e che speravo di non vedere più, dove tutto il mondo ci ha preso per il sedere per le foto di persone coi carrelli pieni di sale, zucchero e pasta.

1) Lavarsi le mani serve. SEMPRE. Mica solo quando c'è il coronavirus. Serve a ridurre la possibilità di fare entrare virus e batteri nel corpo passando da naso, bocca, occhi etc. che tocchiamo con le mani. E vanno benissimo ACQUA E SAPONE.

In un paese dove ancora resiste il retaggio errato di lavare il pollo nel lavandino, le statistiche dicono che ci laviamo poco le mani. E non solo quando torniamo dal bagno. Quindi oltre a bullarci e prendere per i fondelli gli altri paesi che non hanno il bidet impariamo a lavarci BENE le mani. NO, non lo sappiamo fare. Sì servono 60 secondi, non cinque. 

2) Questione Amuchina. Lo sappiamo, è sparita dai supermercati. "Amuchina" è un nome commerciale, a cui corrispondono formulazioni DIVERSE con disinfettanti DIVERSI a seconda dell'uso previsto e delle concentrazioni.

Nelle formulazioni classiche spesso il disinfettante è a base di cloro, spesso ipoclorito di sodio. Come la classica formulazione a basa concentrazione consigliata alle donne in gravidanza per lavare frutta e verdura cruda. Sì, l'ipoclorito di sodio, con il suo potere ossidante, oltre che sbiancante ("candeggiante") è lo stesso contenuto nella candeggina, che parimenti è un disinfettante (ma non è registrata per uso alimentare e quindi non è il caso di usarla per le verdure).

*Intermezzo*: vedo ancora una volta gli italiani dare il peggio su WhatsApp e gruppi Facebook. TOGLIETEVI da lì, staccate la spina a chi diffonde terrore senza alcuna cognizione di causa.

3) I prodotti a base di cloro sono efficaci disinfettanti (a certe concentrazioni) soprattutto per le superfici, tipo il bancone della cucina o il bagno. Sì, anche la candeggina. NON è vero (come leggo in alcuni gruppi) che NON disinfetta solo perché non è registrata al ministero come presidio medico chirurgico. La registrazione è una cosa diversa, una azienda registra un prodotto (pagando) perché vuole che abbia un certo uso e sia certificato, ma le proprietà ossidanti dell'ipoclorito sono quelle.

4) Anche il Ministero consiglia di usare prodotti a base di cloro come disinfettanti per le superfici. Quindi la formula che gira, diluendo la candeggina, va bene anche per le mani? NO.

5) L'efficacia dell'ipoclorito contro microrganismi patogeni dipende sia dalla concentrazione sia dal tempo di contatto. Questa è una cosa che ha indagato l'OMS da tempo, anche in risposta alle epidemie di virus come Ebola, nel tentativo di fornire dei mezzi di disinfezione efficaci fai-da-te anche in paesi poveri. Quindi va BENISSIMO la candeggina o analoghi su superfici, dove la si lascia agire per il tempo necessario (anche vari minuti io la lascio quando lavo, oppure pensate al gel a base di candeggina che lasciate agire nei sanitari per anche 10 minuti). Il problema è al punto 1: le mani ce le laviamo in poche decine di secondi, e in quel breve lasso di tempo l'efficacia dell'ipoclorito non è molta.

6) Quindi quella formula che gira emula sì l'amuchina, ma quella che viene venduta per lasciare a bagno la verdura per molti minuti, che NON SERVE per lavarsi le mani. L'amuchina in gel per le mani è a base di ALCOOL ETILICO.

7) Anche l'OMS (e il ministero della salute) consigliano prodotti a base di Alcol etilico o alcol isopropilico. Gli esperimenti mostrano che l'alcol etilico è efficacissimo per disinfettate in poche decine di secondi la pelle a patto che A) le mani siano pulite e lisce. Se sono sporche di terra l'efficacia del gel è ridotta. B) La concentrazione di alcool sia tra il 60% e l'80% circa.

In altre parole l'alcol puro è MENO efficace di una miscela con una certa percentuale di acqua. E questo perché acqua e alcol denaturano efficacemente le proteine sulla superficie di virus e batteri e permettono più facilmente alla miscela di penetrare e distruggere tutto.

9) E' per questo che l'OMS consiglia di produrre un disinfettante con Alcol etilico (che è il vero disinfettante), glicerina (che serve per umettare e aumentare la densità del prodotto) e un po' di acqua ossigenata (che serve a eliminare eventuali spore batteriche dal prodotto stesso, che non sono uccise dall'alcol.

10) Sono tutti ingredienti comuni in vendita nei supermercati. MANTENETE COLLEGATO IL CERVELLO E NON CORRETE AD ACCAPARRARVI DECINE DI LITRI DI ALCOOL. Come dicevo acqua e sapone vanno benissimo. E se siete fuori casa semplicemente evitate di toccarvi il viso. Se avete contatti prolungati in zone dove il rischio è più alto usatelo ma ricordatevi che la prevenzione migliore è lavarsi spesso le mani.

11) Le dosi dell'OMS per la ricetta sono queste per 1 Litro

833 ml di alcol etilico al 96%

42 ml di acqua ossigenata al 3%

15 ml di glicerina (glicerolo) al 98%

Acqua distillata oppure bollita e raffreddata quanto basta per arrivare a 1 litro. Mettete in una o più bottigliette.

12) Girano anche altre ricette a base di alcol, ma vedo che è troppo diluito per essere efficace. E lasciate perdere bicarbonato, aceto, oli essenziali, limone e tutto il resto della paccottiglia solita del fai-da-te-magico (scusate ma come chimico mi girano sempre i marroni a leggere certi intrugli)

13) Ora sono in viaggio. Appena arrivo a casa mi organizzo e farò sia un video su YouTube che delle storie su Instagram dove faccio vedere come si prepara. Ma intanto DIFFONDETE questo post su tutti i gruppi dove vedete della cattiva informazione.

Dario Bressanini (Questo è un post che ho appena fatto su Facebook ma che ho messo anche qui a beneficio di chi non frequenta quel social network)

Coronavirus, come nacque l’abitudine di lavare le mani: l’intuizione del dr Semmelweis. Pubblicato mercoledì, 26 febbraio 2020 su Corriere.it da Anna Mannucci. Per proteggersi dalle influenze, e ancor di più dal Coronavirus, è stato consigliato di lavarsi bene le mani(nella foto Ansa, il pilota di F1 Fernando Alonso, ambasciatore Unicef, durante una campagna sul tema in India) . Potrebbe sembrare un’indicazione banale, quasi inutile, ma una storica vicenda ci insegna che non è così. Il medico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis (1818 – 1865) scoprì che questa pratica igienica poteva salvare la vita alle puerpere, la cui mortalità nella clinica ostetrica all’Ospedale generale di Vienna era altissima. Céline ha dedicato a Semmelweis la sua tesi di laurea, nel 1924, diventata poi un libro memorabile (Louis-Ferdinand Céline, Il dottor Semmelweis, Adelphi edizioni, 1975, per la versione italiana). Semmelweis aveva 28 anni e rimase molto colpito dalle strane percentuali della mortalità delle partorienti: 1% nel settore dove i parti erano seguiti dalle ostetriche (femmine), l’11% nel settore dove intervenivano i medici (maschi). Le donne morivano di «febbri puerperali», le spiegazioni molto scientifiche furono cercate nella aria inquinata della città (!), nel suono della campanella che accompagnava le estreme unzioni, miasmi vari e altre bizzarrie. Semmelweis studiò molto la situazione che trovava inaccettabile e fece delle statistiche; in un suo libro dimostrò la correlazione esistente tra l’introduzione, nel 1823, dell’anatomia patologica (ovvero le autopsie) nella clinica viennese e l’aumento delle morti per febbre puerperale. L’illuminazione gli arrivò dalla morte di un collega che si era ferito con un bisturi appunto durante un’autopsia: le febbri mortali erano trasmesse dai medici stessi, che visitavano le partorienti dopo avere effettuato delle autopsie, senza guanti sterili (ovviamente) e senza lavarsi le mani. Così obbligò i medici a lavarsi le mani con un disinfettante prima di visitare le donne e a far cambiare le lenzuola e la mortalità crollò. Effetto collaterale: fu violentemente attaccato dall’establishment medico, e non solo, di Vienna. Non era considerato accettabile che i medici potessero sbagliare, a lui non fu rinnovato il contratto, dovette tornare in Ungheria e presto morì in manicomio, anche a causa dell’incomprensione e dell’ostilità che aveva incontrato. E le donne continuarono a morire, e non solo a Vienna, ma questo non fu considerato rilevante, la «scienza ufficiale», quella con il potere, aveva vinto. Gli studi, i tanti dati da lui raccolti, i risultati delle pratiche igieniche, non contarono nulla. Era giovane, straniero e non faceva parte dei potenti locali.

Quel medico ungherese che disse: «Lavatevi le mani», ma lo presero per pazzo. Daniele Zaccaria de Il Dubbio il 10 marzo 2020. Ignace Semmelweis con quel semplice gesto ha salvato migliaia di vite. «Lavatevi le mani!». Un consiglio anodino che, in questi giorni di virali passioni, è diventato un mantra imprescindibile per tutti noi. Eppure, questo gesto così semplice è stato ignorato per secoli dalla medicina con catastrofiche conseguenze per la salute pubblica. In particolare negli ospedali, autentici ricettacoli di virus e batteri. Ci è voluto un medico ungherese, Ignace Semmelweis, per scoprire quante vite umane possono essere salvate d quel semplice gesto. Verso la metà dell’Ottocento nei reparti di ostetricia degli ospedali viennesi una donna su cinque moriva durante il parto a causa di una patologia molto insidiosa: la febbre puerperale. Semmelweis, che all’epoca lavorava proprio in uno di quei reparti, non accettava le giustificazioni della medicina ufficiale che attribuiva quei decessi a cause oscure, come i “miasmi”, i “fliuidi dell’utero” o a oscuri “squilibri” organici, concetti privi di evidenza sperimentale derivati dall’antichità. Semmelweis, che era un tipo pratico, non prestava molta fede a quella psudo- scienza. Preferiva dunque affidarsi all’osservazione e infatti notò una particolare coincidenza: un suo collega professore di anatomia era deceduto a causa di un’infezione molto simile a quella che colpiva le madri dopo aver praticato un’autopsia. E allo stesso tempo vide che il tasso di mortalità nel padiglione di ostetricia aumentava quan