Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL COGLIONAVIRUS

 

TERZA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

IL VIRUS

 

NEL MONDO

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

IL VIRUS

 

Introduzione.

Le differenze tra epidemia e pandemia.

I 10 virus più letali di sempre.

Le Pandemie nella storia.

Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.

La Temperatura Corporea.

L’Influenza.

La Sars-Cov.

Glossario del nuovo Coronavirus.

Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.

Il Coronavirus. L’origine del Virus.

Alla ricerca dell’untore zero.

Le tappe della diffusione del coronavirus.

I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.

I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.

A Futura Memoria.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.

Fattori di rischio.

Cosa risulta dalle Autopsie.

Gli Asintomatici/Paucisintomatici.

L’Incubazione.

La Trasmissione del Virus.

L'Indice di Contagio.

Il Tasso di Letalità del Virus.

Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.

Morti: chi meno, chi più.

Morti “per” o morti “con”?

…e senza Autopsia.

Coronavirus. Fact-checking (verifica dei  fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.

La Sopravvivenza del Virus.

L’Identificazione del Virus.

Il test per la diagnosi.

Guarigione ed immunità.

Il Paese dell’Immunità.

La Ricaduta.

Il Contagio di Ritorno.

I preppers ed il kit di sopravvivenza.

Come si affronta l’emergenza.

Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?  

Lo Scarto Infetto.

 

INDICE SECONDA PARTE

LE VITTIME

 

I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.

Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.

Eroi o Untori?

Contagio come Infortunio sul Lavoro.

Onore ai caduti in battaglia.

Gli Eroi ed il Caporalato.

USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

Covid. Quanto ci costi?

La Sanità tagliata.

La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.

Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?

Una Generazione a perdere.

Non solo anziani. Chi sono le vittime?

Andati senza salutarci.

Spariti nel Nulla.

Epidemia e Case di Riposo.

I Derubati.

Loro denunciano…

I Funerali ai tempi del Coronavirus.

La "Tassa della morte". 

Le ritorsioni.

Chi denuncia chi?

L’Impunità dei medici.

Imprenditori: vittime sacrificali.

La Voce dei Malati.

Gli altri malati.

 

INDICE TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

L’epidemia ed il numero verde.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Il Coronavirus in Italia.

Coronavirus nel Mondo.

Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

…in Africa.

…in India.

…in Turchia.

…in Iran.

…in Israele.

…nel Regno Unito.

…in Albania.

…in Romania.

…in Polonia.

…in Svizzera.

…in Austria.

…in Germania.

…in Francia.

…in Belgio.

…in Olanda.

…nei Paesi Scandinavi.

…in Spagna.

…in Portogallo.

…negli Usa.

…in Argentina.

…in Brasile.

…in Colombia.

…in Paraguay.

…in Ecuador.

…in Perù.

…in Messico.

…in Russia.

…in Cina.

…in Giappone.

…in Corea del Sud.

A morte gli amici dell’Unione Europea. 

A morte gli amici della Cina. 

A morte gli amici della Russia. 

A morte gli amici degli Usa. 

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CURA

 

La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

L'Immunità di Gregge.

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

Meglio l'App o le cellule telefoniche?

L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Epidemia e precauzioni.

Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.

La sanificazione degli ambienti.

Contagio, Paura e Razzismo.

I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?

Tamponi negati: il business.

Il Tampone della discriminazione.

Tamponateli…non rinchiudeteli!

Epidemia e Vaccini.

Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.

Il Costo del Vaccino.

Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.

Epidemia, cura e la genialità dei meridionali.

Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.

Gli anticorpi monoclonali.

Le Para-Cure.

L’epidemia e la tecnologia.

Coronavirus e le mascherine.

Coronavirus e l’amuchina.

Coronavirus e le macchine salvavita.

Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.

Attaccati all’Ossigeno.

 

INDICE QUINTA PARTE

MEDIA E FINANZA

 

La Psicosi e le follie.

Epidemia e Privacy.

L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Epidemia ed Ignoranza.

Epidemie e Profezie.

Le Previsioni.

Epidemia e Fake News.

Epidemia e Smart Working.

La necessità e lo sciacallaggio.

Epidemia e Danno Economico.

La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.

Il Supply Shock.

Epidemia e Finanza.

L’epidemia e le banche.

L’epidemia ed i benefattori.

Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.

Mes/Sure vs Coronabond.

La Caporetto di Conte e Gualtieri.

Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.

I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.

"Il Recovery Fund urgente".

Il Piano Marshall.

Storia del crollo del 1929.

Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e ha rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.

Un Presidente umano.

Le misure di sostegno.

…e le prese per il Culo.

Morire di Fame o di Virus?

Quando per disperazione il popolo si ribella.

Il Virus della discriminazione.

Le misure di sostegno altrui.

Il Lockdown del Petrolio.

Il Lockdown delle Banche.

Il Lockdown della RCA.

 

INDICE SESTA PARTE

LA SOCIETA’

 

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

I Volti della Pandemia.

Partorire durante la pandemia.

Epidemia ed animali.

Epidemia ed ambiente.

Epidemia e Terremoto.

Coronavirus e sport.

Il sesso al tempo del coronavirus.

L’epidemia e l’Immigrazione.

Epidemia e Volontariato.

Il Virus Femminista.

Il Virus Comunista.

Pandemia e Vaticano.

Pandemia ed altre religioni.

Epidemia e Spot elettorale.

La Quarantena e gli Influencers.

I Contagiati vip.

Quando lo Sport si arrende.

L’Epidemia e le scuole.

L’Epidemia e la Giustizia.

L’Epidemia ed il Carcere.

Il Virus e la Criminalità.

Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

Il Virus ed il Terrorismo.

La filastrocca anti-coronavirus.

Le letture al tempo del Coronavirus.

L’Arte al tempo del Coronavirus.  

 

INDICE SETTIMA PARTE

GLI UNTORI

 

Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?

Un Virus Cinese.

Un Virus Americano.

Un Virus Norvegese.

Un Virus Svedese.

Un Virus Transalpino.

Un Virus Teutonico.

Un Virus Serbo.

Un Virus Spagnolo.

Un Virus Ligure.

Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.

Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.

La Bergamasca, dove tutto si è propagato.

Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.

Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.

Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.

La Caduta degli Dei.

La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.

Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.

I Soliti Approfittatori Ladri Padani.

La Televisione che attacca il Sud.

I Mantenuti…

Ecco la Sanità Modello.

Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.

 

INDICE OTTAVA PARTE

GLI ESPERTI

 

L’Infodemia.

Lo Scientismo.

L’Epidemia Mafiosa.

Gli Sciacalli della Sanità.

La Dittatura Sanitaria.

La Santa Inquisizione in camice bianco.

Gli esperti con le stellette.

Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.

Le nuove star sono i virologi.

In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…

Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.

Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.

Giri e Giravolte della Scienza.

Giri e Giravolte della Politica.

Giri e Giravolte della stampa.

 

INDICE NONA PARTE

GLI IMPROVVISATORI

 

La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Un popolo di coglioni…

L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

 “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Stare a Casa.

Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.

Non comprate le cazzate.

Quarantena e disabilità.

Quarantena e Bambini.

Epidemia e Pelo.

Epidemia e Violenza Domestica.

Epidemia e Porno.

Quarantena e sesso.

Epidemia e dipendenza.

La Quarantena.

La Quarantena ed i morti in casa.

Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.

Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.

Cosa si può e cosa non si può fare.

L’Emergenza non è uguale per tutti.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Dipende tutto da chi ti ferma.

Il ricorso Antiabusi.

Gli Improvvisatori.

Il Reato di Passeggiata.

Morte all’untore Runner.

Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.

 

INDICE DECIMA PARTE

SENZA SPERANZA

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

In che mani siamo!

Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.

Fase 2? No, 1 e mezza.

A Morte la Movida.

L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.

I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.

Fase 2: finalmente!

 “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.

Le oche starnazzanti.

La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.

I Bisogni.

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Non sarà più come prima.

La prossima Egemonia culturale.

La Secessione Pandemica Lombarda.

Fermate gli infettati!!!

Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.

Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?

Gli Errori.

Epidemia e Burocrazia.

Pandemia e speculazione.

Pandemia ed Anarchia.

Coronavirus: serve uno che comanda.

Addio Stato di diritto.

Gli anti-italiani. 

Gli Esempi da seguire.

Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…

I disertori della vergogna.

Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus. 

Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.

Grazie coronavirus.

 

 

 

 

 

IL COGLIONAVIRUS

TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

·        L’epidemia ed il numero verde.

Simone Pierini per leggo.it il 10 marzo 2020. Il professore Federico Ferro Luzzi è tornato a Roma il 5 marzo da un viaggio di lavoro a Milano, prima dell'entrata in vigore del decreto che ha bloccato tutti gli spostamenti dalla Lombardia. L'ordinanza della Regione Lazio, in vigore da domenica, indicava l'obbligo di telefonare al numero verde 800118800 e di «osservare la permanenza domiciliare, il divieto di spostamenti». Poi l'aggiornamento di ieri sera con un questionario scaricabile sul sito della Regione Lazio.

Lei ha fatto così?

«Ho seguito tutte le indicazioni alla lettera. Dal momento dell'uscita dell'ordinanza mi sono rinchiuso in casa e ho provato a telefonare».

Le hanno risposto?

«È sempre occupato, ho tentato 127 volte. Solo in un caso ha risposto un disco automatico, pochi secondi dopo è caduta la linea».

E il nuovo questionario da compilare?

«Sì, ho provato a riempirlo tre volte ma alla fine della procedura mi usciva errore. Riproverò».

Ha avuto sintomi?

«No, sto benissimo. Sono in casa, vorrei solo sapere se posso uscire».

Cosa farà adesso?

«Se non riceverò notizie attenderò 14 giorni e poi uscirò».

Attese infinite, jingle, silenzi: la giungla dei numeri regionali. Abbiamo chiamato i numeri per l'emergenza di Regioni e Ministero: sapere cosa fare in caso di sintomi è impossibile. Rosa Scognamiglio, Lunedì 09/11/2020 su Il Giornale. Il 27 febbraio 2020, il ministro della Salute Roberto Speranza ha istituito il numero unico nazionale per l'emergenza sanitaria 1500, quello che sul sito del dicastero viene indicato come "di pubblica utilità". Al fine di agevolare il monitoraggio dell'epidemia in maniera più capillare sull'intero territorio sono stati poi attivati dei call center regionali a cui il cittadino avrebbe potuto rivolgersi per richiedere informazioni, sia di carattere generale che sanitario, sul coronavirus. Un'iniziativa senza dubbio encomiabile quella promossa dai vertici di Lungotevere Ripa ma che, ad oggi, si rivela un mezzo flop. Se non fosse, infatti, per la disponibilità e cortesia degli operatori arruolati, tutto si potrebbe dire tranne che la trovata sia sta risolutiva nella risposta meramente assistenziale alla pandemia. Anzi, è un disastro su tutta linea. Pur concedendo ogni possibile beneficio del dubbio – e di ampio margine di errore – nella prima ondata, quando del virus non si aveva altro che una comprensione sommaria, adesso si fa davvero fatica a capire il motivo per cui questi numeri non siano più sponsorizzati come qualche mese fa, allorquando rimbalzavano sotto i nostri occhi tra spot alla tivù e annunci social a tutte le ore del giorno. Insomma, sono ancora attivi? Funzionano? A cosa possono essere utili? La redazione de IlGiornale.it ha provato ad andare a fondo della questione contattando uno ad uno i recapiti telefonici elencati sul portale ministeriale. Ecco il risultato dell'esperimento.

L'indagine. Una premessa è d'obbligo. L'indagine è durata 24 ore spalmando le telefonate in un arco temporale ampio, ovvero, dalle 8 fino alle 20 e in misura dell'orario medio di attività dei contact center. Agli operatori sono state chieste informazioni sul Covid e, nello specifico, sulla possibilità di mettersi in lista per un tampone presso l'Asl territoriale di riferimento. Detto questo, e al di là del dato evidenziato nella breve ricerca, è necessario precisare che abbiamo simulato il comportamento di un qualunque cittadino che, in presenza di sintomi sospetti e non riuscendo a contattare il proprio medico di base, attinge ai numeri indicati sul sito del ministero della Salute. Infine, va detto che le testimonianze raccolte non hanno la pretesa di verità assoluta ma sono da intendersi come "spie" indicative l'inadeguatezza della rete assistenziale in un momento critico come quello che stiamo attraversando.

Nessuna risposta. Nella categoria dei "non pervenuti all'appello" si collocano Abruzzo, Basilicata, Campania, Lazio, Toscana, Piemonte, Sicilia e Valle d'Aosta. A seguito di svariati tentativi è stato pressoché impossibile stabilire un contatto con l'operatore. Il numero per l'emergenza in Abruzzo è di sola voce registrata e, dopo poco più di un minuto, la telefonata si interrompe. Lo stesso accade in Basilicata dove, successivamente all'annuncio di rito, seguono dei minuti di inquietante silenzio. Di male in peggio in Campania: il nastro fa riferimento "alla nuova epidemia Coronavirus in Cina" poi, il telefono squilla a vuoto per 15 minuti finché non decidiamo di riagganciare. "Sovraccarico" perenne delle linee per la regione Lazio dove il senso di smarrimento è totale. Stesso andazzo per il Piemonte in cui i 10 minuti di attesa sono accompagnati da un motivetto di 3 note a ripetizione che finiscono in un nulla di fatto. In Toscana e Valle d'Aosta in numeri di emergenza sono attivi in modalità "part-time" visto che dopo le 15 non è più possibile parlare con un operatore. Chiude il cerchio la Sicilia dove per "non perdere la priorità acquisita" c'è il rischio che finisca la pandemia.

Il numero "fantasma" delle Marche. Nell'elenco fornito dal ministero, per le Marche non è presente alcun contatto di riferimento. A quel punto, abbiamo immaginato che ulteriori informazioni fossero presenti sul sito della Regione. Ed effettivamente sì, ci sono. Ma di un eventuale numero per l'emergenza Covid neanche l'ombra. Scorrendo al fondo della pagina, però, viene indicato quello della sede regionale: chiamiamo. L'operatrice che aggancia la telefonata, gentilissima e cortese, ci dice che "quel numero è stato disattivato a maggio". Straniti dalla risposta chiediamo le motivazioni del disservizio dal momento che la pandemia sembrerebbe ancora in corso. La signora, che colpa non ha se non quella farsi carico delle irresponsabilità altrui, ribadisce ancora una volta: "è stato disattivato a maggio". Un numero fantasma?

Il dilemma del Molise. Ci sono poi quelle Regioni che fanno caso a sé stante come il Molise. Sì, perché non è neanche chiaro se all'altro capo del telefono ci sia un operatore del call center o qualcuno messo lì a ricevere le chiamate. Dopo solo due squilli risponde una signora – la chiamata è stata fatta verso le 18,30 – che a gentile richiesta di informazioni sul Covid dice che "gli uffici sono chiusi" poi ci abbandona ad un interminabile jingle fino a quando non siamo noi a riagganciare. Di dubbi tanti, di certezze nessuna. Uno solo il dilemma: di che uffici parlava?

I numeri operativi. In tutto questo gran trambusto di canzonette e silenzi, però, quei casi in cui la risposta è stata più che soddisfacente. Tra le regioni "promosse" vi sono Liguria, Calabria, Emilia Romagna, Umbria, Puglia, Sardegna, Veneto e Provincia Autonoma di Bolzano. Oltre a fornire indicazioni sul comportamento da mantenere in caso di sintomi sospetti, gli operatori sono in grado di offrire valide alternative qualora si avesse la necessità di fare un tampone e nell'eventualità in cui non fosse possibilità di contattare il medico di base. Scongiurando all'unisono iniziative personali, quali recarsi autonomamente al pronto soccorso ad esempio, il suggerimento è quello di interfacciarsi con il Dipartimento di Prevenzione territoriale o rivolgersi al medico di guardia. Ovviamente i tempi di attesa sono piuttosto lunghi ma, in ogni caso, rincuora sapere che non si è abbandonati al proprio destino. Una buona notizia, no?

In Lombardia i "medici di base sono spariti". Nulla da eccepire sul servizio in Lombardia. La telefonata è stata accolta in non più di dieci secondi da quando la voce registrata ha smesso di elencare le misure da rispettare in caso di sintomi sospetti. Ma la criticità da evidenziare è un altra. Alla richiesta di poter eseguire un tampone, in considerazione dell'impossibilità a contattare il medico di base, l'operatore ci suggerisce di telefonare alla guardia medica. Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che poco dopo rivela trattarsi di una circostanza molto diffusa. "Passo le giornate a rispondere a telefonate di questo tipo. - spiega - Ci sono molte persone che lamentano di non riuscire a contattare il proprio medico. Non capisco cosa stia succedendo, sembrano che siano spariti". Che i cosiddetti medici di famiglia fossero irreperibili, in realtà, non è una notizia dell'ultim'ora. La scorsa settimana, Mario Balzanelli, presidente Società italiana Sistema 118 aveva denunciato la falla nella rete di risposta territoriale all'emergenza. "Non filtrano i casi lievi" aveva dichiarato nel corso di una intervista a La Nazione. Dato per certo che una spiegazione ci sarà sicuramente, sarebbe interessante sapere qual è. Insomma, dove sono finiti?

Tamponi "impossibili" nella provincia Autonoma di Trento. La chiamata viene filtrata dalla Protezione Civile. Non appena l'operatore ci risponde esponiamo il problema. Veniamo prontamente informati del fatto che il Dipartimento di Prevenzione "fa fatica a rispondere" a tutte le richieste in quanto "oberatissimo di lavoro". I tempi di attesa stimati per la presa in carico della richiesta per un tampone supererebbero addirittura i 5 giorni. "Purtroppo è un problema diffuso qui in Friuli. - spiega l'operatrice - Il Dipartimento dà priorità ai sintomatici e ai casi urgenti. Riceviamo telefonate di persone che aspettano di essere ricontattate da più di 5 giorni". L'alternativa sarebbe quella di rivolgersi ad struttura privata ma i costi, si sa, "sono esosi".

Il 1500. È il numero unico per l'emergenza operativo dallo scorso 27 febbraio. Chi riceve la chiamata risponde per conto del Ministero della Salute (lavorano in smartworking e ci tengono a precisarlo). I tempi di attesa sono pressoché nulli e un operatore dal tono rassicurante ci tranquillizza subito: "Se non ci sono sintomi, se non ha avuto contatti con una persona positiva e ha seguito tutte le indicazioni, non c'è alcun motivo di richiedere un tampone". Gli manifestiamo il nostro stato di apprensione dal momento che il numero dei contagi sembra in rapida risalita. La risposta seda tutte le preoccupazioni: "Va bene preoccuparsi ma restiamo coi piedi per terra" dice. Insomma, una speranza c'è sempre. Forse.

·        Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Da ilmessaggero.it il 3 novembre 2020. Nei Paesi più poveri e dove in generale ci sono condizioni igieniche peggiori e problemi di accesso all'acqua potabile, il tasso di mortalità legata al Covid è più basso. Lo affermano due studi (ancora non pubblicati) riportati dalla Bbc secondo cui a giocare un ruolo chiave sarebbe il sistema immunitario rafforzato degli abitanti di questi Paesi. Entrambi gli studi mettono a confronto i dati disponibili sui casi e sulla mortalità da Covid nel mondo, mettendoli a confronto con quelli che si riscontrano in India. Il Paese asiatico, rileva una delle due ricerche del Council of Scientific and Industrial Research, ha un sesto della popolazione mondiale e un sesto dei casi riportati di Covid-19. Tuttavia le morti sono meno del 10% del totale mondiale, con una mortalità inferiore al 2% che è tra le più basse. «Le persone nei Paesi più poveri sembrano avere una risposta immunologica migliore rispetto a quelli più ricchi», afferma Shekhar Mande, l'autore principale. Una spiegazione, suggerisce il secondo studio, potrebbe essere nell'esposizione maggiore in questi Paesi a batteri di tipo "gram negativo". Questi batteri possono causare polmonite grave e infezioni del tratto urinario e della pelle, ma fanno sì che l'organismo produca citochine, molecole che aiutano a combattere i patogeni, che potrebbero difendere dal coronavirus. La cosiddetta «teoria dell'igiene», che ipotizza una connessione tra allergeni e batteri protettivi non è comunque una novità: anzi, secondo vari esperti, «siamo al livello delle ipotesi più che delle dimostrazioni basate su evidenze»; ma per la BBC l'interrogativo resta: «Come mai in India ci sono state così poche morti?».

Dal Giappone all’Australia: ecco perché i contagi sono al minimo. Federico Giuliani su Inside Over il 27 ottobre 2020. Dal Giappone alla Nuova Zelanda, dalla Corea del Sud all’Australia, passando per Taiwan e Thailandia. Senza dimenticarsi di Cina, Vietnam e Cambogia. In Estremo Oriente, a cavallo tra l’Asia e l’Oceania, il Sars-CoV-2 sembrerebbe aver rallentato la propria corsa. I Paesi elencati sono la dimostrazione lampante della frenata dei contagi a queste latitudini. A Pechino e dintorni, salvo qualche focolaio sporadico (l’ultimo è scoppiato ieri nello Xinjiang, con 137 asintomatici scovati in uno stabilimento che produce indumenti) e i casi importati dall’estero, da mesi si registrano poche manciate di positività interne quotidiane. A Seul, archiviato il picco rilevato ad agosto (441 casi il 27 agosto), l’ultimo bollettino sanitario parlava di 61 nuove infezioni. Discorso simile anche per il Giappone, dove si rilevano meno di mille casi giornalieri dallo scorso 23 agosto. Situazione ancora più calma anche in Thailandia, Vietnam e Cambogia, con picchi massimi di qualche decina di infetti quotidiani dalla scorsa primavera. La Nuova Zelanda aveva perfino annunciato la vittoria contro il virus, salvo attuare nuove restrizioni a fronte di una ventina di casi. L’Australia ha sofferto a luglio e settembre, dove pure la curva epidemiologica non ha mai sfondato il tetto dei 750 casi, ma adesso anche Canberra si gode la sua quiete. Una domanda sorge dunque spontanea: perché in tutte queste nazioni i contagi sono al minimo il numero di decessi pressoché irrisorio?

Qualche precisazione. No, il virus non sparito dall’Asia e neppure dall’Oceania (prova ne sono ad esempio le situazioni che stanno attraversando Malesia, Indonesia e Bangladesh). Continua a circolare, proprio come avviene in Europa e negli Stati Uniti. La differenza sta tutta nel modo con cui i governi dei Paesi elencati hanno affrontato l’emergenza sanitaria. Certo, poi è necessario fare qualche precisazione. La Nuova Zelanda è un’isola che conta circa 5 milioni di abitanti e una densità piuttosto limitata (18 per chilometro quadrato). Vietnam, Cambogia e Thailandia potrebbero non esser riusciti a scovare tutti i casi reali presenti nei rispettivi territori a causa di importanti limiti sanitari e di un numero minore di test effettuati rispetto ad altre nazioni. La Cina meriterebbe un discorso a sé, per via di un particolare sistema politico unito a un retroterra culturale nel quale il bene della comunità prevale sull’individuo. Tralasciando tali particolarità, è interessante approfondire il discorso relativo al Giappone.

Il “segreto” di Tokyo. Il Giappone è stato agevolato nella lotta al coronavirus dall’abitudine della popolazione di indossare le mascherine. Un’abitudine, questa, ben radicata ancor prima che la pandemia di Sars-CoV-2 travolgesse il mondo intero. Ma, come ha inoltre sottolineato il Corsera, che ha citato una nota riportata sul sito dell’ambasciata di Tokyo in Italia, la vera intuizione del governo giapponese è stata quella di imparare il significato di “cluster di trasmissione“. Detto altrimenti, è di fondamentale importanza intervenire chirurgicamente su quei pochi gruppi che determinano un’altissima contagiosità nella società. Una volta individuati, questi gruppi devono essere isolati così da stroncare la catena dei contagi. Per aiutare le autorità sanitarie nell’impresa non deve mancare il supporto di un criterio di mappatura e incrocio dei dati (lo stesso, tra l’altro, adottato dalla Corea del Sud). E qui appare evidente il ruolo giocato dalle nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale. È grazie a questo che Tokyo ha attuato un tracciamento retrospettivo su tutti i pazienti positivi (che ha permesso di ricostruire gli spostamenti del paziente prima di essere contagiato) e cercato di prevenire situazioni ad alto rischio. L’ampio ricorso al telelavoro ha infine evitato l’affollamento sui trasporti pubblici, scongiurando ulteriori contagi.

Antonio Socci, il mistero coronavirus: "Perché Cina, Giappone e Africa hanno avuto meno morti dell'Italia". Antonio Socci su Libero Quotidiano il 27 ottobre 2020. «Non si capisce dove stiamo andando» ha dichiarato domenica Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, dopo l'ennesimo Dpcm di Conte. È l'impressione generale. E i costi di questa deriva sono altissimi. Le sole cose certe, concrete e utili che si dovrebbero fare, non si fanno. Sono in particolare due. Primo: curare subito a casa (invece di abbandonarli alla sorte) coloro che hanno primi sintomi non gravi di Covid con i farmaci efficaci (che ci sono) sulla base di un protocollo nazionale: queste cure precoci - dicono gli specialisti - scongiurerebbero aggravamenti, ricoveri, collasso di ospedali e pure morti. Secondo: predisporre un numero di letti adeguato nelle terapie intensive e nuove strutture con nuovo personale (cosa che non è stata fatta in cinque mesi: se ne parla ora). Sul primo punto, in queste ore, è stato il governatore veneto Zaia a intervenire decisamente: «Chiedo che a livello nazionale si stabiliscano protocolli di cura efficienti per la terapia domiciliare nei primi giorni perché sono quelli che ci evitano i ricoveri. E non parlo solo di cortisone» ha aggiunto «ma di altri principi attivi che hanno funzionato e che sono stati messi in discussione». Anche l'onorevole Armando Siri (Lega) ha chiesto «urgentemente» al governo di «premere su Aifa per sbloccare i protocolli di cura domiciliare per il Covid» invece di «dare il colpo di grazia all'economia italiana con l'ennesimo Dpcm» che insiste con «misure liberticide e catastrofiche per il lavoro». Per tutti questi mesi il governo, invece di occuparsi di come curare i malati, è andato a caccia di ristoranti, bar, discoteche e falò sulla spiaggia, dopo essersi dedicato a monopattini e banchi a rotelle. Cioè ha inseguito il nulla.

Strategia errata - Anziché occuparsi dei malati, ha concentrato tutte le attenzioni sulla ricerca dei cosiddetti "positivi", ma «il 95% dei positivi», com'è stato autorevolmente spiegato dal professor Giorgio Palù, «non ha sintomi e quindi non si può definire malato». Inoltre «è certo che queste persone sono state "contagiate", cioè sono venuti a contatto con il virus, ma non è detto che siano "contagiose", cioè che possano trasmettere il virus ad altri». Oltretutto il test non dà un verdetto sicuro e ci sono pure i casi di persone con sintomi (anche gravi come la polmonite interstiziale) che non sono positivi. Addirittura c'è chi si domanda se sia stata dimostrata la relazione di causalità fra il nuovo virus e la malattia, dal momento che, a quanto pare, il famigerato agente patogeno, a tutt' oggi, non è stato isolato, come invece si sarebbe dovuto fare subito. Gli specialisti spiegano che alla base di ogni strategia contro un'epidemia c'è l'isolamento del nuovo virus, la purificazione da altro materiale biologico e lo studio che dimostri la correlazione di esso con la malattia. Ma tutto questo non c'è stato se non in modo parziale. Così i test cercano qualcosa che non ha volto, non si sa cos' è, com' è fatto e come si comporta. Per questo i test non possono dare risultati certi. Anche per questo la sola, ossessiva, corsa ai positivi (per di più sempre in ritardo) non è risolutiva. Oltretutto questo virus ha un comportamento anomalo. Una pandemia dovrebbe comportarsi allo stesso modo nelle zone omogenee e dovrebbe avere alta letalità. Invece non c'è l'alta letalità e il suo comportamento è imprevedibile. Tre esempi. Nessuno ha ancora spiegato cosa sia successo in Cina. Sembra che là tutto sia improvvisamente e totalmente passato. Arrivano immagini e reportage da Wuhan che oggi mostrano vie e locali pieni di gente senza mascherine. Il Covid sembra scomparso anche secondo i dati ufficiali. Perché? Possibile che nessuno se lo chieda e nessuno dia spiegazioni?

L'esempio - Altro caso: il Giappone. È a due passi dalla Cina, ha 126 milioni di abitanti (il doppio dell'Italia), ha un'età media della popolazione molto alta, non ha adottato un duro lockdown e ha avuto solo 1.700 morti (contro i nostri 36mila). È vero che in Giappone è attivo un sistema di cure a domicilio per i "poco sintomatici" (quello che avrebbe dovuto fare da tempo l'Italia e non fa). Tuttavia c'è molto di strano e incomprensibile nei suoi dati epidemici. Ancora più strano è il caso del continente africano che è l'opposto del Giappone come organizzazione, mezzi e ordine sociale. L'Oms lì aveva previsto una vera catastrofe umanitaria, ma dopo otto mesi risulta il continente meno colpito del pianeta: su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti in Africa le vittime per Covid sono 28.800 (meno della sola Italia che ne ha 36mila), sebbene i governi abbiano potuto fare ben poco (e di certo mascherine, gel igienizzanti e distanziamenti non sono molto abituali in quelle megalopoli). L'Oms applaude quegli Stati, ma non è merito di nessuno. Si dovrebbero piuttosto cercare le ragioni di queste anomalie del Covid. Troppi sono i punti oscuri e i dati dubbi o ignoti (anzitutto quelli dei morti per solo Covid). Intanto da noi si mette in ginocchio un'intera economia senza fondamenti scientifici certi e non si fanno le sole cose concrete che sono indispensabili per i malati.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? Annalibera Di Martino il 6 maggio 2020 su Notizie.it. Il coronavirus si sviluppa di più in alcune zone rispetto ad altre. Gli scienziati americani provano a dare una spiegazione elencando 4 fattori. Il coronavirus ha colpito i Paesi di tutto il mondo ma la distribuzione dell’epidemia non è stata la stessa su tutto il pianeta. Da cosa dipende? Gli esperti hanno individuato 4 cause.

Coronavirus, aumenta in alcuni Paesi: perchè? Dalla Cina passando per l’America, tutta l’Europa fino alle foreste amazzoniche. Il coronavirus è davvero arrivato ovunque, ma non allo stesso modo. Nella Repubblica Dominicana, ad esempio, i casi positivi sono stati 8 mila mentre ad Haiti, sulla stessa isola, solo 85. L’Indonesia è stata duramente colpita dal Covid-19, eppure la confinante Malesia ha registrato solo pochi morti. La stessa discrepanza si nota anche nelle grandi metropoli come Parigi, Londra e New York, quest’ultime hanno registrato un’impennata di casi, rispetto a Bangkok e New Delhi che, nonostante siano superaffollate hanno registrato un minor numero di morti. E poi c’è l’Italia che continua a registrare casi positivi ma sullo stesso suolo italiano si notano differenze di distribuzione della malattia.

Lo studio del fenomeno. Gli scienziati, nonostante i dati che arrivano dai censimenti per una pandemia siano imprecisi, hanno iniziato a studiare il fenomeno per vedere se si può risalire ad una causa scatenante in un Paese rispetto ad un altro. In America decine di esperti di malattie infettive, tra cui epidemiologi, virologi di diverse aree del mondo hanno collaborato per trovare una spiegazione a questa distribuzione diversificata nelle aree geografiche. Dall’indagine sono emersi condizionamenti dovuti a 4 fattori in particolare: caratteristiche demografiche; abitudini culturali; ambiente; governi.

La distribuzione della popolazione. Le popolazioni meno colpite dal coronavirus sono le più giovani. I medici hanno notato che il coronavirus si presenta con sintomi lievi tra i più giovani. Il decorso, rispetto ad una persona anziana, è più veloce. Per esempio, in Africa sono stati contati 50mila casi di coronavirus. Nonostante il numero spaventi, è contenuto per una popolazione intorno all’1,3 miliardi di persone. L’Africa è il continente più giovane, con il 60% di abitanti sotto i 25 anni. C’è sempre l’eccezione che conferma la regola, come in Giappone, il paese più anziano del mondo ma con un tasso di mortalità tra i più bassi. Ovviamente il numero è variabile perché, i dati vengono aggiornati costantemente e quindi, nel tempo potrebbero aumentare i numeri.

La cultura: Un altro aspetto legato alla diffusione del coronavirus è quello che riguarda le abitudini sociali. Anche il saluto può condizionare il contagio. In Giappone e Corea del Sud ci si saluta già da lontano, come in India ma non in Medio Oriente, non a caso con un alto numero di contagi. Qui il saluto avviene con una stretta di mano. Lo stesso vale per i Paesi europei e gli Usa. A questo va aggiunto il fattore turismo, con un’interazione tra i popoli ed il commercio. Per i Paesi con meno turismo ed apertura verso gli altri Stati si sono registrati meno casi di Covid-19. È il caso di Venezuela, Libia, Libano, Iraq e Siria. Anche gli scarsi trasporti, i servizi pubblici, paradossalmente, hanno favorito la non diffusione dell’epidemia, in quanto riducono la possibilità di contatto tra le persone.

Ambiente: L’epidemia è iniziata nelle stagioni più fredde, sia in Italia e Stati Uniti mentre, nelle zone più calde, come Guyana e il Ciad è rimasto assente con le elevate temperature. Gli esperti non credono che con l’arrivo del caldo si ridurrà il virus, in quanto si tratta di un’epidemia estremamente contagiosa che non può allentarsi con le alte temperature così facilmente. Il contagio, però, può essere ridotto in estate perché si tendono a frequentare posti all’aperto, meno ambienti chiusi e si usano mezzi individuali come la bici.

Le scelte dei governi: Le misure prese dai governi sono un altro fattore che può condizionare il coronavirus. Le restrizioni più severe come in Grecia e Vietnam hanno fatto si che venissero ridotti i contagi. Sin da subito è stato adottato il distanziamento sociale.

Anche la Sierra Leone e l’Uganda hanno iniziato a tenere sotto controllo la temperatura dei passeggeri una volta arrivati in aeroporto, già prima degli Stati Uniti, imponendo anche l’uso delle mascherine. Ruanda e Senegal hanno chiuso i confini ed indetto un coprifuoco, riuscendo, proprio come i paesi già citati, a contenere i contagi. Nella diffusione del contagio le restrizioni e la chiusura delle attività commerciali hanno avuto un ruolo fondamentale, nonostante abbiano influito molto sull’economia. Anche in questo caso la risposta migliore arriva da quei paesi che hanno ammortizzatori sociali ed assistenza sanitaria universale. Per questo, gli esperti credono che un modo per affrontare la pandemia sia alternare periodi di lockdown ad aperture, per dare modo alle aziende di respirare. Questo almeno per un anno fino a che non sarà sviluppato un vaccino.

Il fattore a “sorpresa”: Oltre ai fattori elencati ne esiste anche un altro che ha permesso la diffusione maggiore in paesi europei come Spagna, Francia, ed anche oltre l’Europa, negli Stati Uniti. Si tratta di un elemento del tutto imprevedibile: il caso. Esistono centinaia di occasioni per cui un uomo, in un determinato contesto, ad esempio un concerto, riesce ad innescare una catena di contagi. Lo stesso potrebbe succedere con una nave da crociera ed una messa. Questo è successo nella Corea del Sud: una donna di 61 anni partecipò ad un evento religioso a Daegu senza sapere che fosse positiva al Covid-19. Se fosse rimasta a casa non avrebbe contagiato decine di persone che a loro volta hanno contagiato centinaia di altre persone.

Restano ancora molti punti interrogativi sul coronavirus che solo il tempo potrà svelare, grazie al lavoro degli scienziati che si stanno muovendo anche per studiare la presenza di ceppi più contagiosi in alcune zone del mondo. Ma non solo, il loro mira anche ad accertare quali siano, con certezza, i fattori scatenanti del coronavirus.

Dal “Financial Times” il 2 maggio 2020. Il Financial Times dedica un articolo sui dati, ancora parziali ma già piuttosto indicativi, che indicano come il Covid 19 non sia “democratico”. Quando gli esperti di salute pubblica norvegesi hanno iniziato a indagare sulle origini delle persone infettate dal coronavirus, hanno fatto una scoperta sorprendente: i nati in Somalia hanno tassi di infezione più di 10 volte superiori alla media nazionale. Il Paese scandinavo ha poco più di 7.500 casi di Covid-19, equivalenti a 140 ogni 100.000 abitanti, secondo gli ultimi dati. Ma 453 di questi casi sono stati tra la comunità relativamente piccola che vive in Norvegia e che è nata in Somalia, un tasso di 1.586 casi ogni 100.000 abitanti. La Norvegia non è certo l'unico paese in cui le persone di colore e i gruppi etnici minoritari (black and minority ethnic - Bame) sono stati colpiti in modo sproporzionato. Le persone di etnia Bame costituiscono circa il 13% della popolazione del Regno Unito, ma rappresentano un terzo dei pazienti affetti da virus ricoverati in unità di terapia intensiva. I neri americani rappresentano circa il 14% della popolazione statunitense, ma il 30% di coloro che hanno contratto il virus. Sono in corso indagini sul perché le minoranze razziali siano così fortemente sovrarappresentate tra i malati di Covid-19, anche se non ci si aspetta risposte semplici. "Quando abbiamo iniziato a dare l'allarme, circa quattro settimane fa, alcune persone hanno pensato che si trattasse di allarmismo", ha detto Kamlesh Khunti, professore di diabete di base e medicina vascolare all'Università di Leicester nel Regno Unito. "Ora vediamo che più del 70% dei professionisti della sanità che sono morti nel Regno Unito provengono da ambienti Bame". Modelli simili che mostrano un numero sproporzionato di vittime del virus appartenenti a minoranze etniche sono emersi negli Stati Uniti e in altri paesi europei con una cospicua componente di minoranze, anche se il Prof Khunti ha detto che nessuno aveva prove così forti come il Regno Unito sui modelli etnici complessivi di Covid-19. La Francia, un altro Paese con un'alta percentuale di Bame, proibisce la raccolta di statistiche basate sull'etnia. Negli Stati Uniti, i dati compilati dai Centers for Disease Control and Prevention sono incompleti. Ma mostrano che i bianchi rappresentano il 51% dei casi di Covid-19 di cui è stata specificata la razza, rispetto al 74% della popolazione statunitense. Un fattore oggetto di indagine è la comorbilità. Jerome Adams, il surgeon general statunitense di origine afroamericana, ha messo in guardia su come la comunità sia maggiormente a rischio a causa dei tassi più elevati di patologie di fondo come il diabete, le malattie cardiache e l'obesità che rendono le persone più vulnerabili al Covid-19. Gli afroamericani sono tendenzialmente più poveri e meno in grado di effettuare il distanziamento sociale a causa del tipo di lavoro che svolgono e del luogo in cui vivono. Le persone appartenenti a comunità minoritarie spesso vivono più strettamente insieme rispetto alla popolazione generale, con famiglie allargate che si mescolano. Sono anche più concentrate nei lavori pubblici, come i trasporti e le consegne, così come nell'assistenza sanitaria e sociale, dove rischiano una maggiore esposizione al virus. Molti degli stessi motivi spiegano probabilmente gli alti tassi di infezione nella comunità somala in Norvegia. Sono generalmente più poveri e vivono in stretti nuclei familiari. Molti lavorano come tassisti, e potrebbero aver guidato gli sciatori di ritorno dalle vacanze alpine, che è stata la fonte della maggior parte dei primi casi in Norvegia.

·        Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Tonia Mastrobuoni per repubblica.it  il 4 marzo 2020. La Germania ha eseguito 11mila test per il coronavirus soltanto nell'ultima settimana, quella in cui l'epidemia ha raggiunto per la seconda volta il Paese di Angela Merkel. Il dato è stato reso noto dall'Associazione federale delle casse sanitarie Kbv. Ed è un numero incontrovertibile che smentisce le bufale che continuano ad appestare il dibattito pubblico. Un numero, purtroppo, arrivato a settimane dalla prima ondata di casi scoperti in Germania, che risale all'inizio di febbraio. Il sistema sanitario è misto, pubblico e privato: è più difficile elaborare un dato complessivo dei tamponi. Lunedì anche il ministro della Sanità, Jens Spahn, aveva mostrato irritazione per il ritardo con cui i dati dei laboratori stavano arrivando all'Istituto Koch. Oggi, finalmente, sono arrivati, ma dalla Kbv. A Repubblica, l'Istituto Koch ha continuato a scrivere anche stamane che non erano ancora pronti. Ma già nei giorni scorsi i numeri resi noti da singoli Land come la Baviera, che sta eseguendo 1.200 tamponi al giorno, avrebbero potuto instillare qualche dubbio nei complottisti. La tesi che in Germania ci sarebbero pochi casi perché sarebbero stati pochi i test fatti finora impazza infatti da giorni sui social media, rimbalza nei talk show e alimenta i complottismi più pericolosi, nel momento in cui il continente europeo è colpito dalla peggiore epidemia da anni. E in Italia, il partito di governo M5S è riuscito oggi a scrivere, senza premurarsi di citare una fonte qualsiasi, che la Germania avrebbe eseguito "meno di mille" tamponi. Una tesi totalmente campata per aria e puntualmente smentita dai fatti. Intanto il numero complessivo degli infettati registrati in Germania è salito a 223. Un centinaio sono concentrati in Nordreno-Westfalia, dove una festa di carnevale a Heinsberg ha fatto da detonatore per la diffusione del virus. Sono 14, invece, le persone guarite, tutte concentrate in Baviera. Si tratta dei dipendenti della Webasto, i contagiati della prima ondata di coronavirus che aveva raggiunto la Germania un mese fa. Erano stati contagiati da una collega cinese venuta in Baviera per un seminario di aggiornamento.

 “IN GERMANIA E IN FRANCIA HANNO CONTINUATO A CHIAMARLA INFLUENZA”. LaPresse il 3 marzo 2020.  Il Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'IRCCS Ospedale San Raffaele, diretto dal professor Massimo Clementi, ha isolato il nuovo coronavirus da due pazienti con infezione respiratoria acuta ricoverati da sabato 29 febbraio presso l'ospedale. Altre cinque colture provenienti da altri pazienti sono al momento in corso e se avranno esito positivo costituiranno ulteriori campioni di virus isolato. "Si tratta della ulteriore evidenza che questo virus si trasmette molto efficientemente anche in vitro, oltre che in vivo" ha commentato il professor Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele. "E' auspicabile che questi nostri virus isolati, come quelli che sono stati ottenuti all'Ospedale Spallanzani e all'Ospedale Sacco, siano gestiti in biobanche che possano fornire materiale per la ricerca, sia farmacologica sia immunologica, contribuendo cioe' allo sviluppo di nuovi farmaci antivirali e nuovi vaccini". Il Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'Ospedale San Raffaele ha una lunga esperienza nello studio dei Coronavirus e nel 2003 ha isolato l'unico stipite italiano di SARS-Coronavirus.

Giovanni Rodriquez per “Quotidiano Sanità”, pubblicato da startmag.it  il 3 marzo 2020. La confusione sui dati, il conteggio dei morti e la questione controversa del ceppo italiano. del Coronavirus Estratto di un’intervista di Quotidiano Sanità a Walter Ricciardi, membro italiano del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione mondiale della Sanità e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza. Per lasciarci alle spalle il pericolo coronavirus sarà necessario attendere almeno maggio-giugno”, la previsione è del professor Walter Ricciardi, membro italiano del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione mondiale della Sanità e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza che in questa intervista esclusiva disegna quali potrebbe essere gli scenari prossimi futuri dell’epidemia in corso in Italia.

Professor Ricciardi, prima di tutto proviamo a far chiarezza sui numeri. Si continua a parlare di casi confermati, casi sospetti, casi ancora da confermare…Ma quali dovrebbero essere comunicati e da chi, per non fare confusione?

«Non ho dubbi in proposito, la fonte dei dati deve essere unica: il ministero della Salute. A lui e solo a lui dovrebbe spettare la comunicazione ufficiale dei casi confermati e per casi confermati dobbiamo intendere quelli già vistati dal secondo esame da parte dell’Iss».

Ma fino ad oggi in realtà i dati provengono da più fonti…

«È vero. Finora sono stati e sono tuttora comunicati dati sui contagi rilevati dalle Regioni che li comunicano autonomamente ancor prima di aspettare la convalida dall’Istituto superiore di sanità. Così non va: come ho già detto, dati di questa rilevanza andrebbero comunicati e gestiti da un unico interlocutore nazionale. Qual è l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale? È l’Istituto superiore di sanità. Dovrebbero essere loro a convalidare i dati ed il Ministero della Salute a comunicarli. Questa è la mia proposta che fa fatica ad imporsi per la difficoltà nel coordinare tante regioni».

Passiamo ora alla questione dei decessi. Anche ieri sera durante la conferenza stampa di aggiornamento della Protezione Civile è stato ribadito che sarà l’Iss a effettuare l’analisi. Potremmo scoprire che queste persone sono morte per cause diverse dal virus?

«Questo è molto probabile. Però è chiaro che in Italia dal punto di vista medico-legale l’accertamento di morte è di competenza del medico legale. Questo compito non spetta all’Istituto superiore di sanità. Dopo l’accertamento da parte del medico legale ci potrebbe però essere un parere dell’Istituto. Si tratterebbe quindi di un parere, non di una conferma. Ricordiamo che, ad esempio, nell’influenza sono 300 i casi di decesso diretti ed 8.000 gli indiretti. Sarebbe un modo per ‘vidimare’ le cause di morte diretta o indiretta».

Potrebbe così calare il numero dei morti o in epidemiologia si conteggiano comunque tutti i decessi come per influenza?

«Si conterebbero in ogni caso tutti i decessi, esattamente come avviene per l’influenza».

Nei giorni scorsi ha destato molto scalpore il dato dell’Oms che ha parlato di 24 casi di coronavirus esportati dall’Italia in 14 Paesi, è corretta l’affermazione? Si può parlare di esportazione italiana, legata quindi al ceppo del virus isolato dall’Ospedale Sacco oppure il virus è ormai già in circolazione globalmente indipendentemente da quanto sta accadendo in Italia?

«Io su questa storia del ceppo italiano sono estremamente scettico. Mi spiego… sappiamo che esiste questo nuovo coronavirus che sta già circolando a livello mondiale. Che poi questo possa avere delle piccole variazioni genetiche può essere una questione con una sua rilevanza solo in termini di ricerca, ma per quanto riguarda la sanità pubblica è un dato ininfluente. Si tratta comunque di un’unica catena di contagio, la circolazione sta diventando ormai pandemica non certo a causa di quello che sta avvenendo in Italia. Noi in questo momento sappiamo che dobbiamo continuare ad insistere sulle misure di contenimento per poi eventualmente passare ad una fase successiva di mitigazione».

Il professor Galli sosteneva che il virus possa aver circolato sotto traccia in Italia da qualche settimana, prima che venissero messe in atto le misure di limitazione dei voli dalla Cina. Conferma questa ipotesi?

«Sì, a mio parere questa è una tesi che ha una sua plausibilità».

Proviamo a mettere un punto sulla questione asintomatici e tamponi. Con le nuove indicazioni si rischia di sottovalutare il rischio di trasmissione del virus da parte di soggetti asintomatici?

«Non è epidemiologicamente plausibile che l’Italia abbia chiuso i voli dalla Cina e conti più di 1.000 casi mentre la Germania che non li ha chiusi, alla stessa data, ne conti 100. Se poi consideriamo che da noi sono stati effettuati più di 21.000 tamponi e in Germania meno di 1.000, quale differenza salta all’occhio? Che in Italia sono stati fatti più test per far emergere la malattia, mentre Germania e Francia si sono comportate diversamente. A tutto questo dobbiamo aggiungere che l’influenza da coronavirus presenta nell’80% dei casi gli stessi sintomi di un’infezione respiratoria acuta di grado lieve, ed ha anche lo stesso decorso. Dunque la differenza qual è?»

Ce la spieghi…

«La differenza è che qui abbiamo dato un nome ad oltre 1.000 casi di sindrome influenzale chiamandola Covid19 mentre in Germania e Francia hanno continuato a chiamarla influenza. Aggiungiamo poi che in quell’80% dei casi le misure intraprese sono le stesse, sia che si chiami Covid19 sia che si chiami influenza comune. Le uniche vere conseguenze della sovradiagnosi italiana, o più correttamente della sottodiagnosi francese e tedesca, sono che in quei posti le persone sono serene e stanno iniziando a preoccuparsi solo ora. Ma l’immagine di questi paesi a livello internazionale è ben salda e le economie reggono, mentre qui in Italia, agli occhi dell’Europa, siamo diventati degli untori».

Quindi possiamo dire che si è sbagliato qualcosa nella comunicazione istituzionale sovradimensionando da subito il fenomeno?

«Possiamo dire che abbiamo sovradimensionato il problema facendo tutti questi tamponi. Quando dico che abbiamo sovrastimato, non voglio far passare l’idea che abbiamo sbagliato le diagnosi, ma semplicemente che con un numero così alto di tamponi abbiamo fatto emergere prepotentemente il problema in maniera anticipata rispetto a Germania e Francia. Noi anticipando questa emergenza ci siamo esposti alla pubblica opinione mondiale. Ma in realtà penso che la situazione italiana sia del tutto analoga a quella francese e tedesca».

L’Italia non è l’anomalia d’Europa insomma.

«No. Se si fanno 21.000 tamponi da noi, mentre in Francia e Germania se ne fanno meno di mille, qual è la differenza tra questi paesi?»

Che a maggiori controlli in Italia è conseguito un maggior numero di casi riscontrati…

«Esattamente, e credo che molto probabilmente non abbiamo un numero di casi di coronavirus così maggiore rispetto a quello realmente esistente negli altri due paesi».

Scusi ed in UK? Qui sono stati eseguiti migliaia di tamponi ma il numero di positivi è rimasto contenuto.

«L’Inghilterra ha fatto circa 7.000 tamponi, è vero. Ma c’è anche qui una differenza importante rispetto a quanto fatto in Italia. Lì hanno deciso da subito di eseguirli esclusivamente su soggetti sintomatici ed hanno mantenuto in maniera coerente questa linea».

Non è che globalmente abbiamo esagerato nel dare tutta questa importanza ad un virus forse non più pericoloso di tanti altri? Fosse accaduto 20 anni fa, senza la diffusione dei social e questa infodemia, ci sarebbe stata la stessa reazione?

«Penso che la verità stia nel mezzo. Sicuramente questa è la prima epidemia del mondo globalizzato, con i social, e in cui la velocità della comunicazione è superiore anche a quella dei virus. Però non c’è dubbio sul fatto che questa non sia una malattia da poter sottovalutare. Parliamo di un virus che ha delle caratteristiche molto insidiose: è altamente contagioso, ha una letalità non alta ma neanche trascurabile, ed è abbastanza persistente. Colpisce soprattutto gli anziani, ma non è trascurabile anche l’effetto sui giovani. Quindi, in ogni caso, non va preso sottogamba».

Coronavirus, i contagiati sono meno di quelli comunicati? Le Iene News il 27 febbraio 2020. L'Istituto superiore di sanità ha il compito di convalidare i risultati dei tamponi positivi al coronavirus. E secondo una nostra fonte diversi tamponi supposti positivi sarebbero risultati invece negativi. "Il presidente ci ha detto che due terzi dei tamponi supposti positivi sono risultati da noi negativi". A parlare è un ricercatore dell'Istituto superiore di sanità, presente a una riunione interna che si sarebbe tenuta il 25 febbraio in cui il presidente Brusaferro avrebbe comunicato il risultato dei tamponi positivi al coronavirus e controllati successivamente a Roma. Dichiarazioni che abbiamo comunicato all'Istituto superiore di sanità per ottenere una conferma o una smentita, ma è da ieri sera che non abbiamo più ricevuto risposte. L’Istituto, infatti, è incaricato di confermare l’eventuale positività dei test condotti dai laboratori sul territorio. Come ha confermato lo stesso ministro della Salute Speranza pochi minuti fa: "l'ufficialità passa attraverso la certificazione dell'Iss". E' l'anticipazione dell'inchiesta su quanti siano effettivamente i contagiati in Italia. Il 25 febbraio, sempre secondo la fonte interna, il presidente avrebbe comunicato che i casi risultati positivi al coronavirus e successivamente confermati dall'Istituto sarebbero stati "poco più di ottanta", mentre i contagi comunicati pubblicamente fino a quel momento erano più di 250. Com'è possibile che ci siano due dati diversi sui contagi da coronavirus? I dati che conosciamo sono quelli che la Protezione civile comunica con due bollettini quotidiani. Questi dati li riceve direttamente dalle Regioni, e cioè dagli ospedali e dalle Asl, ma che solo in seguito vengono confermati dall'Istituto di Roma. Ma perché i dati delle regioni sono diversi da quelli dell'Iss? Un motivo è il tempo che impiegano i campioni ad arrivare a Roma, visto che  nel momento in cui un esame dà esito positivo il campione viene inviato fisicamente all’Istituto, portato in genere dai carabinieri del Nas. Inoltre però, come ci spiega la fonte interna all'Istituto, "rispetto agli ospedali e ai laboratori noi abbiamo l'esperienza e i macchinari più adatti". E quindi alcuni tamponi risultati positivi a livello locale sarebbero smentiti a Roma. Per questo i contagiati potrebbero essere meno di quanti risulterebbero ufficialmente. Nella giornata di ieri abbiamo provato più volte a ottenere una conferma o una smentita del numero dei tamponi confermati positivi al coronavirus dall'Istituto. Ma i dati della convalida dei tamponi non sono ancora stati resi pubblici, e alla domanda su quando lo saranno la capo ufficio stampa dell'Iss Anna Maria Taranto ha risposto: "Spero presto". E oggi sul Corriere della sera Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza sull'emergenza, ha confermato che i casi positivi al coronavirus accertato dall'Istituto sono meno di quelli comunicati finora. "I casi verificati sono circa 190, confermati dall'Istituto superiore di sanità che ha il compito di validare l'eventuale positività dei test condotti nei laboratori locali", ha detto al quotidiano milanese. "Quindi meno dei 424 casi dichiarati che invece includono quelli in attesa di conferma". Ma è di pochi minuti fa la comunicazione di Angelo Borrelli, il capo della protezione civile, che va in un'altra direzione: "L'Istituto superiore di sanità dà la conferma dei contagiati: sono 282 casi su 282 campioni analizzati". A cui è seguita un'ulteriore comunicazione di Ricciardi: "I test strumentali fatti nei laboratori regionali hanno ancora margini di incertezza, ci possono essere falsi positivi e falsi negativi, per questo bisogna attenersi ai risultati dell'Iss". Chi ha ragione e chi torto? E' solo una questione di tempo, oppure ci sono dei tamponi risultati negativi? Difficile stabilirlo, finché l'Istituto superiore di sanità non renderà pubblici i dati. E la Regione Piemonte ha pubblicato ieri la notizia che sui tre casi di positività l’Istituto superiore di sanità ha confermato solo il caso del paziente torinese.

Dagospia il 27 febbraio 2020. Thread di Mauro Venier su Twitter: In Italia ci lascia andare all'isteria, ma io - se fossi in #Italia - mi sentirei più tranquillo di quanto sono qui in #Germania. Perché? Semplice le statistiche tedesche non quadrano. Io non ho competenze mediche, ma so di statistica, so leggere i numeri. La Germania è il paese può popoloso della #UE (e il secondo d'Europa dopo la Russia) e quello con i maggiori contatti, sia commerciali che turistici, con la #Cina. Praticamente ogni azienda tedesca media o grande ha almeno uno stabilimento in Cina. E ci sono solo 18 casi? No, non quadra. Per di più vorrei farvi notare altri numeri interessanti. Da ottobre a oggi sono stati segnalati in Germania 80000 casi di classica #influenza, 40000 dei quali solo nelle ultime due settimane. 40000. In due settimane. Siamo proprio sicuri che siano tutti influenza? Ho appena sentito in radio che nella cittadina di Prien (10000 abitanti) 18 persone sono state ricoverate in ospedale quasi contemporaneamente con sintomi influenzali. E le autorità, prima di fare i controlli, dichiarano già che non c'è motivo di credere sia il virus. Il focolaio più importante in Germania è a Monaco. E Prien è vicinissima a Monaco. Oltretutto non riesco a trovare su nessuna pagina istituzionale il dato sul numero di test effettuati. Né sul sito del ministero federale della salute. Né su quello del Robert Koch Institut (di fatto corrispettivo dell'italiano Istituto Superiore di Sanità). Cercherò ancora.

(LaPresse il 27 febbraio 2020) - "Siamo davanti a un'epidemia" che dobbiamo "affrontare al meglio". Lo ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron, in visita all'ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi, dove ha parlato con un'equipe di medici, riferendosi al coronavirus. Lo riporta Bfm Tv. Il presidente ha sottolineato l'importanza di avere "informazioni trasparenti" per fronteggiare l'epidemia. Nella struttura sanitaria, ieri, è morto un professore 60enne, risultato positivo al coronavirus. "Conto su di voi così come voi potete contare su di me", ha detto Macron rivolto agli operatori sanitari. Il presidente francese è atteso a Napoli in giornata per un incontro con il premier, Giuseppe Conte.

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” il 27 febbraio 2020. «Lo ripeto anche stasera, non c' è un' epidemia di coronavirus in Francia». Nella conferenza stampa quotidiana delle 19, il ministro della Sanità francese Olivier Véran adotta ancora una volta il tono rassicurante e competente, da medico, con il quale si sta facendo conoscere dai francesi. L' epidemia per ora non c' è, ma, come ripete la portavoce del governo Sibeth Ndiaye, potrebbe arrivare presto: per questo la capacità di test diagnostici è stata portata a 1.500 al giorno (dai 400 al giorno iniziali) e il ministro Véran ha annunciato la distribuzione sul territorio nazionale di 15 milioni di mascherine finora custodite nei depositi del ministero, che saranno messe a disposizione di medici e possibili pazienti. Neurologo, 39 anni, Véran è arrivato al governo appena 10 giorni fa per una serie di circostanze imprevedibili: l' artista russo Piotr Pavlenski ha diffuso in rete i video intimi di Benjamin Griveaux; il 14 febbraio Griveaux ha rinunciato alla candidatura a sindaco di Parigi; per sostituirlo il partito di Macron ha scelto l'allora ministra della Sanità Agnès Buzyn; al posto di Buzyn è stato precipitosamente chiamato Olivier Véran, che si è trovato ad affrontare subito una delle più gravi crisi sanitarie degli ultimi anni. La continuità nel ministero è rappresentata dal direttore generale Jérôme Salomon, che difende le scelte fin qui adottate: test per il coronavirus solo sui casi «possibili», cioè quando vengono soddisfatti due criteri: paziente con sintomi di febbre e difficoltà respiratorie, e tornato da una zona a rischio. Anche per questo il numero dei test con tampone «naso-faringeo» effettuati dalla Francia è inferiore a quello dell' Italia: ieri alle 18 erano solo 762. Il bilancio francese per ora è di 18 casi: 12 guariti, quattro ricoverati e due morti. Il primo decesso è stato, all' inizio della crisi, quello di un turista cinese ottantenne. Il secondo è avvenuto nella notte tra martedì mercoledì all' ospedale della Pitié Salpêtrière di Parigi, dove era stato trasferito d' urgenza e purtroppo inutilmente un 60enne professore di scuola media di Crépy-en-Valois, nell' Oise, che era in malattia dal 12 febbraio. Questo è il caso che inquieta di più le autorità francesi: l' uomo aveva i sintomi dell' influenza ma non era tornato da nessuna delle regioni considerate a rischio (ovvero Cina, Corea del Sud, Singapore, Lombardia o Veneto), ed è stato ricoverato in un primo momento nell' Oise, venendo quindi a contatto con medici, infermieri e altri malati. La paura è che possa ripetersi un caso come quello dell' ospedale di Codogno, all' origine della crisi in Lombardia. Le autorità prendono decisioni valutando caso per caso, cercando un equilibrio tra accuse di allarmismo e di leggerezza: sì ai 3.000 tifosi italiani al seguito della Juventus a Lione, niente scuola per 14 giorni agli allievi che tornano dall' Italia. Oggi Macron sarà con 11 ministri a Napoli per incontrare Conte e Mattarella nel 35° vertice bilaterale. L' incontro previsto da tempo è stato confermato due giorni fa, e «sarà l' occasione per portare la nostra solidarietà al popolo italiano», dicono all' Eliseo.

Dagospia il 25 febbraio 2020. Da I Lunatici. Vincenzo D'Anna, presidente dell'ordine nazionale dei biologi, è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dalla mezzanotte e trenta alle sei del mattino. Il presidente dell'ordine nazionale dei biologi ha detto la sua sul Coronavirus: "Bisognerebbe parlare alla gente in maniera meno catastrofica e più pacatamente. Il panico è peggiore della malattia. E la borsa ieri ha bruciato circa quaranta miliardi di euro. Ricchezza che se ne va. E' tutto fermo, tutto paralizzato, per un virus che è poco più di un virus influenzale. Iniziamo a chiamare le cose col proprio nome. Lasciamo stare la Cina. Lasciamo stare le smanie di mettere in quarantena migliaia e migliaia di persone, bisogna mettere in quarantena solo quelli per i quali esista un fondato sospetto di contagio. Ma si tratta sempre del contagio di un virus influenzale. Un virus che ha una mortalità che se vogliamo è ancora più bassa di un virus influenzale". D'Anna ha proseguito: "Il coronavirus non è più grave o più mortale di una influenza. I nostri stessi morti, e dispiace sempre quando una persona decede, erano ottuagenari, o persone già malate, di cancro o con malattie croniche di tipo cardiorespiratorio. Avrebbe potuto ucciderle anche un virus influenzale. Questa è la verità. Non possiamo sparare alle mosche col cannone. Mi aspetto che gli scienziati comincino a parlare. Molti hanno paura di essere aggrediti, di essere tacciati come superficiali, perché le brutte notizie sono sempre più gradite delle buone notizie, le brutte notizie fanno i titoloni sui giornali. Ne abbiamo lette tante in questi giorni". Il presidente dell'ordine nazionale dei biologi ha concluso: "Diciamoci la verità, noi non abbiamo degli scienziati molto coraggiosi in Italia. Ognuno quando può si esime dal mettersi sotto i riflettori, mentre in pochi inseguono come una star la luce dei fari. Mi auguro e spero che questa frenesia finisca, che la gente si cominci a rendere conto che contrarre il coronavirus è come contrarre un virus influenzale. In Europa non ci sono molti contagiati perché molte nazioni il virus non lo cercano".

Test a tappeto e trasmissioni in ospedale. Perché siamo i più colpiti in Occidente. Ha contribuito anche il blocco dei voli diretti senza però intervenire sulle rotte secondarie. Daniela Minerva su La Repubblica il 25 febbraio 2020. Il conteggio degli italiani contagiati dal coronavirus Covid-19 cresce di ora in ora. Il terzo Paese più colpito al mondo, dopo Cina e Corea del Sud, (il quarto se al Giappone vengono sommati i casi della nave Diamond Princess); e di gran lunga il più colpito in Europa e in Occidente. Perché? Per tre ragioni. Innanzitutto, rispondono pressoché all'unisono gli esperti, perché noi cerchiamo i contagiati. I numeri sembrano dimostrarlo: in Francia sono stati eseguiti a oggi 300 test per cercare il coronavirus e le sue tracce sul nostro sistema immunitario, in Italia oltre 3000. E poi, come ha denunciato nei giorni scorsi Walter Ricciardi, esperto indiscusso e nominato ieri dal ministro Roberto Speranza consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali: paghiamo oggi il fatto di aver chiuso le rotte con la Cina senza impedire che i passeggeri facessero scalo da qualche parte in Europa e poi venissero qui; Francia, Germania e Regno Unito hanno invece seguito le indicazioni dell'Oms, non hanno bloccato i voli così hanno potuto tracciare e mettere in quarantena i soggetti a rischio. Infine: molti contagi si sono registrati in ospedale dove la trasmissione avviene più rapidamente. Cominciamo dalla prima ragione: i test che noi facciamo a ruota libera e di cui, invece, gli altri Paesi Ue sono più parchi. Detta così sembrerebbe una nota di merito per le nostre strutture sanitarie, ma, invece, è l'inizio di un cortocircuito nel quale sembriamo esserci avvitati e che ha un'origine molto precisa: regioni e Asl che procedono in ordine sparso facendo ognuna quello che ritiene più opportuno. Seguendo il cuore, l'opportunità politica, le indicazioni di illustri quanto scoordinati professori locali. E questo è un guaio perché testare tutti "a casaccio", come ci ha detto un superesperto che non vuole essere citato, significa trovare tanti falsi positivi; significa intasare le strutture sanitarie seminando il panico e distraendo dall'unica cosa utile da fare in questo momento: tracciare i sospetti e limitarne i movimenti per evitare che vadano in giro ad infettare altri. Certo, il test è anche un business e, mentre Maria Elena Boschi e Vito De Filippo di Italia Viva chiedono di estendere anche ai laboratori privati la possibilità di eseguirlo, cresce la preoccupazione che diventi uno di quegli eccessi di atti medici che alimentano caos e ansia a carico del Sistema sanitario nazionale. Resta, però, che i contagi ci sono stati. Nonostante la misura draconiana di bloccare i voli dalla Cina. Appariscente ma bucata ogni giorno dai passeggeri che triangolavano su Londra, Zurigo, Parigi, Francoforte. Col risultato che nessuno sa chi e quando è arrivato in realtà dalla Cina. I contatti commerciali sono infiniti, i colletti bianchi che dalla Lombardia e dal Veneto vanno e vengono da Pechino, Shanghai, e anche Wuhan centinaia. E oggi è difficilissimo rintracciare i movimenti delle persone contagiate alla ricerca del cosiddetto paziente zero. La componente Cina, concordano gli esperti, non ha più impatto: i contagi sono avvenuti in Italia, per secondo, terzo o anche quarto contatto. Chissà quando, nelle settimane se non nei mesi scorsi, Covid 19 è entrato in Italia, molte persone si sono contagiate, ammalate e guarite, ma hanno sparso il virus... Dicono i virologi che era il tempo dell'influenza e i sintomi sono stati confusi. L'influenza ora ha fatto il suo decorso, ha colpito gli anziani e le persone a rischio come sempre fa. E oggi se ne sta andando lasciandoci in eredità Covid-19. Con una conseguenza grave: le persone immunodepresse, malate o anziane, che potrebbero guarire bene da un'influenza, di fronte a Covid-19 rischiano di soccombere. Ma tutti gli italiani sono esposti a un virus sconosciuto e quindi dalle conseguenze imprevedibili anche per una persona sana, come dimostra il paziente 1, il trentottenne del basso lodigiano ancora in rianimazione. Si poteva evitare? Ci si poteva almeno provare, rispettando alla lettera le indicazioni dell'Oms in tutto il Paese, senza fughe in avanti. Speranza ha nominato Ricciardi per coordinare la gestione italiana con le indicazioni delle autorità internazionali. Resta però, intangibile, la sovranità delle regioni in materia di sanità.

Test in blocco e stop dei voli: ecco perché l'Italia ha il record di contagi. L'esperto: "Più casi perché noi abbiamo cercato, gli altri no". Avrebbero contribuito a causare i contagi anche il blocco dei voli diretti, senza intervenire sugli scali, e la trasmissione in ospedale. Francesca Bernasconi, Mercoledì 26/02/2020 su Il Giornale. In Italia, il numero dei contagiati dal Covid-19 continua ad aumentare. Tanto che il nostro Paese è diventato il terzo più colpito al mondo, dopo Cina e Corea del Sud, e il primo in Europa.

Ma cosa ha determinato il record europeo di malati in Italia? Una prima ragione potrebbe essere ricercata nel fatto che noi "cerchiamo" i contagiati. Lo dimostra il numero di tamponi effettuati: "Finora sono stati effettuati oltre 3mila tamponi", aveva reso noto il commissario della protezione civile Angelo Borrelli, sottolineando "un livello altissimo di screening sanitario". Dello stesso avviso è anche Massimo Andreoni, direttore scientifico della società italiana di malattie infettive e tropicali Simit, che al Corriere della Sera ha rivelato: "La crescita improvvisa può essere dovuta a diverse cause. La prima è appunto la strategia di sottoporre al prelievo con tampone faringeo tutti i contatti delle persone malate. Questo ha permesso di individuare persone che non sarebbero mai state diagnosticate come positive. Noi abbiamo cercato, gli altri no". E infatti, in Francia sarebbero stati eseguiti solamente 300 test per cercare il nuovo coronavirus. Un'altra causa del grande numero di casi da Covid-19 in Italia potrebbe essere legata alla decisione di chiudere le rotte aeree con la Cina, senza impedire ai passeggieri di fare scalo in altre nazioni per poi arrivare in Italia. L'Organizzazione mondiale della sanità, invece, aveva consigliato "il monitoraggio attento di chi arriva e di chi parte", senza bloccare i voli dalla Cina, perché considerata una misura poco utile, proprio per la possibilità per i passeggeri di fare scalo in altri Paesi. Walter Ricciardi, il rappresentante dell'italia nell'Executive Board dell'Oms, aveva rivelato ad AdnKronos: "Serve monitorare attentamente chi entra ed esce e il blocco dei voli diretti, oltre a complicare gli spostamenti per chi dalla Cina vuole tornare in Italia, rischia di favorire ingressi da Paesi terzi". In questo modo, aveva avvisato, risulta più difficile "tracciare" chi entra e chi esce dal Paese. Inoltre, secondo quanto riporta Repubblica, i virologi concorderebbero su un punto: la confusione tra influenza e coronavirus, che non avrebbe permesso ai malati di accorgersi di aver contratto il virus. In questo modo "molte persone si sono contagiate, ammalate e guarite, ma hanno sparso il virus". Infine, avrebbe contribuito alla diffusione del virus anche il fatto che la trasmissione sia avvenuta in ospedale. Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all'Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell'ospedale Sacco di Milano aveva spiegato: "Da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l'innescarsi di un'epidemia nel contesto di un ospedale", che si è trasformato "in uno spaventoso amplificatore del contagio". Dello stesso avviso è anche Massimo Andreoni che concorda con Galli: "L'ospedale ha fatto da cassa di risonanza. Negli ambienti sanitari esistono tutte le condizioni che favoriscono la moltiplicazione di batteri e virus in pazienti fragili, ricoverati per patologie debilitanti e, spesso, per altre malattie infettive".

Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 26 febbraio 2020. «Chi cerca trova»: questa è la frase più popolare ogni volta che si parla con un epidemiologo o con un virologo, in Italia ma anche in altri paesi. Nessuno riesce a spiegarsi perché tra Lombardia e Veneto vi sia il triplo di casi di coronavirus di tutti gli altri paesi europei messi insieme. Qualcosa non torna. Ecco allora che alcuni dirigenti di grandi ospedali spagnoli, sentiti ieri da El Pais, dicono che ora cominceranno ad aumentare il numero di test eseguiti su chi è ricoverato con una polmonite e ammettono: «Il virus potrebbe essere circolato in Spagna da diversi giorni come in Italia. Se non l'abbiamo rilevato, è perché non l'abbiamo cercato e ora è necessario fare questo passo». In molti si chiedono come sia possibile che paesi così vicini e collegati all'Italia, con relazioni economiche con l'Asia e arrivo di turisti in massa dalla Cina, in cui sono stati svolti controlli perfino più blandi alle frontiere, abbiano circa il 90-95 cinque per cento in meno dei casi di positività del nostro paese. Alcuni numeri: Francia 14 casi, Spagna cinque, Germania 16. Giovanni Rezza, direttore delle Malattie infettive dell'Istituto superiore della Sanità: «L'Italia è un paese con molti anziani, si spiegano così i tassi di mortalità al 2-3 per cento». Ma anche su scala nazionale si osserva questa differenza tra le regioni che fanno i test a raffica e quelle che, non essendoci emergenze locali, non li fanno. Su 6.224 esami con i tamponi (dato di ieri mattina), 3.298 sono stati eseguiti in Lombardia, 2.200 nel Veneto, tutti negli ultimi giorni sull'onda dell'emergenza esplosa a Codogno e Vo' Euganeo. In Emilia-Romagna sono 148, in Piemonte 141, in Toscana 140, nel Lazio 124, in Friuli 86, in Liguria 35. In pratica, se si esclude tutto il nord più il Lazio, dalle altre parti i test sono stati pochissimi. Walter Ricciardi, componente italiano dell'esecutivo dell'Oms, sottolinea: «Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. E tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute. L'Oms dice i tamponi vanno fatti solo ai soggetti sintomatici: chi ha tosse, febbre e altri sintomi, ed inoltre se sono stati in determinate zone a rischio. La Francia di questi tamponi ne ha fatti 300, noi molti di più». Spiega un docente universitario che preferisce non essere citato: «I controlli a tappeto, in Italia, sono cominciati quasi casualmente, per il finto paziente zero che si sospettava avesse contagiato il trentottenne di Codogno. Senza quell'evento casuale non ci sarebbero state le verifiche sistematiche su migliaia di persone. Bene, in Francia, Germania e Spagna questo non è avvenuto e forse è la spiegazione più plausibile di questa differenza, anche se ovviamente ci vorranno mesi per avere certezze». Alcuni dati fanno riflettere: i due paesi con più test eseguiti sono anche quelli con più casi, se si escludono la Cina e l'anomalia della nave Diamond Princess. Italia: 8.600 test e 322 positivi, Corea del Sud 13.000 test con 977. In particolare a Seul addirittura potrebbero fare i test a 200mila adepti di una setta religiosa da cui si è originato il contagio. Di riflesso, Francia 14 contagiati ma solo 531 test, Stati Uniti formalmente 57, ma in realtà 17 (perché 40 sono della Diamond Princess) su meno di 500 test. Certo si può anche pensare che Italia e Corea, travolte dal moltiplicarsi dei casi positivi abbiano semplicemente scoperto un contagio che ormai era dilagante, mentre in Francia e negli Usa non hanno questo tipo di emergenza e non hanno incrementato le verifiche. Però è arduo pensare che l'Italia sia diventata terra di conquista per il coronavirus, mentre altri paesi, che non hanno chiuso le frontiere, ne siano immuni. Discorso diverso per il Regno Unito, che ha reagito subito al primo super diffusore, un inglese tornato da Singapore, isolato il contagio e per ora su quasi 7.000 test ha 13 positivi. Restano due elementi: secondo Giovanni Rezza «quasi tutti i casi sono riconducibili all'epicentro dell'epidemia che si trova nel Lodigiano. Ci sono poi un paio di focolai più piccoli in Veneto». Questo vorrebbe dire che il contagio attorno a Codogno è iniziato da diverse settimane e con la presenza di pazienti asintomatici. Dice il virologo Francesco Broccolo (Università La Bicocca di Milano): «Noi che stiamo cercando il virus lo abbiamo trovato ed è questo il primo motivo dell'alta incidenza di nuovi casi. Proprio perché i contagi c'erano già in precedenza, quelli del Lodigiano possono essere la punta dell'iceberg». Vi sono altri iceberg in giro per l'Italia? E in Europa?

Infettivologo Andreoni: «Cercare i malati col tampone ha fatto aumentare i casi dell’Italia». Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 da Corriere.it. Massimo Andreoni, segretario scientifico della società italiana di malattie infettive e tropicali Simit, professore all’università di Tor Vergata, non si illude: «Non pensiamo a un’Italia divisa in due. Molto probabilmente l’epidemia arriverà anche a Roma e nelle regioni del Sud, il rischio è oggettivamente molto alto. Però non bisogna aspettare questo momento con terrore. Anche se arriverà un po’ dappertutto, è un’infezione nella maggior parte delle volte banale». L’esperto risponde alle domande del Corriere a circa due mesi dal primo annuncio dell’emergenza coronavirus da parte dell’Organizzazione Mondiale di Sanità. Margherita De Bac il 24 febbraio 2020 su Il Corriere della Sera. I casi arriveranno anche a Roma. Massimo Andreoni, direttore scientifico della società italiana di malattie infettive e tropicali Simit, professore all’università di Tor Vergata, non si illude: «Non pensiamo a un’Italia divisa in due. Molto probabilmente l’epidemia arriverà anche a Roma e nelle regioni del Sud, il rischio è oggettivamente molto alto. Però non bisogna aspettare questo momento con terrore. Anche se arriverà un po’ dappertutto, è un’infezione nella maggior parte delle volte banale».

Cosa sappiamo di certo sul virus?

«Alcune certezze le possediamo, per fortuna, grazie agli articoli pubblicati sulle riviste internazionali. Innanzitutto è certa l’origine del virus. Quasi sicuramente viene dai pipistrelli con un possibile passaggio intermedio su un secondo animale. Quindi possiamo eliminare le ipotesi fantasiose sulla fuga di questo agente infettivo da un laboratorio in Cina. Il Sars-CoV2 è ufficialmente un virus animale che si è adattato all’uomo compiendo il cosiddetto salto di specie. È una buona notizia perché sappiamo come è nato».

E’ una malattia banale?

Le epidemie generate da virus che hanno compiuto il salto di specie sono le più complicate. Quando un microrganismo infetta l’uomo per la prima volta, lo trova completamente indifeso, mancante di immunità. Aumentano di conseguenza le possibilità che la malattia abbia un decorso più grave e che abbia una maggiore diffusione nella popolazione. Potenzialmente potrebbe contagiare tutti. Però non spaventiamoci. Otto volte su dieci si tratta di malattia banale, i casi gravi sono pochi e il nostro sistema sanitario ha una rete infettivologica di altissimo livello».

Si trasmette solo per naso e bocca?

«È in tutto e per tutto un virus respiratorio che passa da un individuo all’altro trasportato dalle goccioline emesse con tosse e starnuti. Si introduce nell’organismo utilizzando tre vie, bocca, naso e in misura minore occhi. Il contagio diretto attraverso le mani può avvenire solo se stringiamo la mano di una persona malata che ha appena starnutito e portiamo le mani al viso. È una sciocchezza che il virus sopravviva a lungo al di fuori delle cellule umane e resti aggressivo depositandosi sulle superfici. Quando è nell’ambiente perde la sua carica infettiva e diventa praticamente innocuo. Insomma se si trova su un oggetto, ad esempio una maniglia contaminata due giorni prima dalle goccioline, non è pericoloso. E poi spieghiamo che per essere contagiati il contatto con il malato deve essere ravvicinato e rapido, circa a un metro e mezzo di distanza, e non è detto che un contatto stretto equivalga all’aver preso il coronavirus. Se poi siamo all’aperto e vediamo un passante che tossisce non facciamoci prendere dal panico. È davvero difficile che le goccioline arrivino fino a noi. Dobbiamo dirlo chiaramente. Tanti comportamenti cui stiamo assistendo in questi giorni sono immotivati».

Gli alimenti sono un rischio?

«Il Sars-CoV2 è un virus respiratorio, la via alimentare non la sa percorrere, quindi non sa introdursi nell’organismo attraverso il sistema digestivo, usa solo naso e bocca e attraverso queste aperture può raggiungere i polmoni causando casi più gravi che possono finire in terapia intensiva. Il più delle volte, e lo ripeto, non produce sintomi oppure ne esprime di lievi come raffreddore, congiuntivite, tosse e pochi decimi di febbre».

Il tampone é utile?

«La crescita improvvisa può essere dovuta a diverse cause. La prima è appunto la strategia di sottoporre al prelievo con tampone faringeo tutti i contatti delle persone malate. Questo ha permesso di individuare persone che non sarebbero mai state diagnosticate come positive. Noi abbiamo cercato, gli altri no. Se ci si fosse limitati al controllo dei pazienti con i sintomi il numero delle infezioni sarebbe stato ridotto. Però ricordiamo che solo la metà delle persone sono state ospedalizzate, le altre sono in quarantena domiciliare, in osservazione, dunque in salute».

Esistono i super trasmettitori?

«Non escludo che all’origine dei focolai italiani possano esserci quelli che noi chiamiamo super trasmettitori. Solitamente il fattore di moltiplicazione di questo nuovo coronavirus è pari a 2.6, vale a dire ogni malato lo trasmette a circa due persone e mezzo. I super trasmettitori sono capaci di diffondere l’infezione a decine di soggetti perché eliminano il virus in alte quantità. Sospetto che nel lodigiano sia accaduto un fenomeno del genere. Sono inoltre d’accordo col collega infettivologo Massimo Galli e con l’intervista pubblicata dal Corriere della Sera: l’ospedale ha fatto da cassa di risonanza. Negli ambienti sanitari esistono tutte le condizioni che favoriscono la moltiplicazione di batteri e virus in pazienti fragili, ricoverati per patologie debilitanti e, spesso, per altre malattie infettive».

Bambini meno colpiti?

«La spiegazione non è semplice. Il sistema immunitario di bambini e adolescenti reagisce meglio a questo coronavirus. Possiamo immaginare che, se colpiti, non vadano incontro a un’evoluzione grave della malattia. Un’indagine con i tamponi faringei nella popolazione giovanile magari mostrerebbe una percentuale di casi anche tra loro. Però non si ammalano».

L’incubazione è 14 giorni?

«Confermo, l’incubazione oscilla tra 2 e 14 giorni. Ci teniamo larghi per precauzione. La media dei giorni reali è più bassa, da 7 a 9. Totalmente infondata l’ipotesi delle tre settimane? In medicina la certezza è una parola da non utilizzare, soprattutto a proposito dei virus, capaci di sorprenderci. Non ci sono evidenze per sospettare di andare oltre le due settimane».

Lavare le mani come?

«Un lavaggio energico con acqua e sapone resta il miglior intervento di pulizia. I gel studiati per disinfettare a fondo la pelle possono essere sostituiti da disinfettanti fai-da-te facili da preparare e portare in borsa. Diluire alcol in acqua rispettando la proporzione di 70% e 30%. Non diluire troppo. Per disinfettare le superfici va benissimo la comune varechina, l’ipoclorito di sodio. La mascherina è una protezione inutile, dovrebbe usarla solo chi ha sintomi influenzali per rispetto verso gli altri. Una buona abitudine che speriamo non venga dimenticata col passare del Covid-19. Quando finirà? La primavera potrebbe spegnerla ma con i virus mai dire mai, sono imprevedibili. In generale non amano il caldo e i raggi del sole».

E’ sicuro prendere l’aereo?

«Il rischio di prendere il coronavirus aumenta tanto più vicini e a lungo sostiamo accanto a un passeggero infetto ma la probabilità di incontrarlo è talmente bassa da non doverci preoccupare. Capisco che la chiusura di scuole, teatri e musei è un provvedimento che trasmette insicurezza. Però ragioniamo, prendiamo coscienza che parliamo di un rischio minimo».

Bloccare le città, misura opportuna?

«Nelle malattie a trasmissione respiratoria i blocchi sono interventi complicati ma servono a ridurre la possibilità di incontro tra i cittadini. Si tratta comunque di una misura di riduzione del rischio, serve a prendere tempo, a contenere. In attesa di agire con altre strategie».

Luigi Ripamonti per corriere.it il 25 febbraio 2020.

Perché proprio in Italia tanti casi di Covid-2019? Anche in altre nazioni europee ci sono stati casi ma non un contagio così esteso.

«Non è affatto detto che in altri Paesi non possa capitare la stessa cosa» risponde Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco di Milano. «Da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale, come accadde per la Mers a Seul nel 2015. Purtroppo, in questi casi, un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato: il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un Paese significativamente interessato dall’infezione. Chi è andato all’ospedale di Codogno non era stato in Cina e, fra l’altro, la persona proveniente da Shanghai che a posteriori si era ipotizzato potesse averla contagiata è stato appurato non aver contratto l’infezione. Non sappiamo quindi ancora chi ha portato nell’area di Codogno il coronavirus, però il primo caso clinicamente impegnativo di Covid-19 è stato trattato senza le precauzioni del caso perché interpretato come altra patologia».

Che cosa è accaduto dopo l’entrata del virus nell’ospedale di Codogno?

«L’epidemia ospedaliera implica una serie di casi secondari e terziari, e forse anche quaternari. Dobbiamo capire ora bene come si è diffusa l’infezione e come si diffonderà. Che poi la trasmissione sia avvenuta inizialmente davvero in un bar o in un altro luogo andrà verificato quando avremo a disposizione una catena epidemiologica corretta. Quello che si può dire di sicuro è che queste infezioni sono veicolate più facilmente nei locali chiusi e per contatti relativamente ravvicinati, sotto i due metri di distanza».

In che modo si può pensare sia penetrato il virus in Italia: quali «strade» ha percorso?

«È verosimile che qualcuno, arrivato in una fase ancora di incubazione, abbia sviluppato l’infezione quando era già nel nostro Paese con un quadro clinico senza sintomi o con sintomi molto lievi, che gli hanno consentito di condurre la sua vita più o meno normalmente e ha così potuto infettare del tutto inconsapevolmente una serie di persone. Se l’avessimo fermato alla frontiera avremmo anche potuto non renderci conto della sua situazione. D’altro canto in Francia un cittadino britannico proveniente da Singapore ha infettato diverse persone pur arrivando da una zona non considerata ad alto rischio».

Perché tutti questi casi proprio in Lombardia e in Veneto e non altrove?

«Probabilmente perché Lombardia e Veneto sono le regioni in cui sono più intensi gli scambi con la Cina per ragioni economiche e commerciale, e in cui c’è inoltre un’importante presenza di cittadini cinesi. Non è detto che il primo a portare il virus in Italia sia stato un cinese, potrebbe essere stato anche un uomo d’affari italiano di ritorno da quel Paese».

Stupisce che l’epidemia sia esplosa in una cittadina di provincia. Non era più logico che accadesse da subito in una grande città, dove gli scambi sono più numerosi?

«Tutto il territorio intorno a Milano costituisce una grande area metropolitana, che vive in modo simbiotico. Moltissimi sono coloro che si spostano da un capo all’altro di questa zona. Un’epidemia come quella di Codogno sarebbe stata possibile anche altrove. Possiamo sperare che, dopo quanto accaduto, in qualsiasi Pronto soccorso d’Italia chiunque arrivi con certi sintomi sia trattato con un’attenzione specifica».

Possiamo aspettarci che con l’arrivo della stagione calda i casi diminuiscano?

«Mi auguro di sì ma per un virus nuovo non ci possono essere certezze. In Cina, nel 2002-2003, la Sars è scomparsa verso giugno-luglio. È però difficile dire se sia accaduto per l’arrivo del caldo, per la riduzione delle aggregazioni in luoghi chiusi o per gli interventi messi in atto. Anche le analogie con le epidemie influenzali sono possibili soltanto fino a un certo punto perché alcune di esse non si sono attenute in modo rigoroso all’andamento stagionale».

Perché si insiste tanto sull’importanza della diffusione di un test per gli anticorpi? Non basta la ricerca diretta del virus?

«Il riscontro diretto del virus da un secreto corporeo è fondamentale per identificare le persone che hanno l’agente patogeno in quel momento e quindi possono diffonderlo e potrebbero aver bisogno di cure. La ricerca degli anticorpi serve invece a dirci se si è già venuti in contatto con il virus, ed è utile, per esempio, in casi come quelli dell’ipotetico “paziente zero” di Codogno per stabilire se poteva essere davvero tale, oppure per condurre studi epidemiologici a posteriori, che fanno capire quante persone si sono infettate e non ce ne siamo accorti, oppure per l’identificazione di ambiti di particolare rischio. Questo coronavirus è nuovo e quindi il kit per la determinazione degli anticorpi non poteva ovviamente essere trovato in commercio, il suo allestimento è stato possibile grazie all’isolamento del virus».

Qual è la reale letalità di questa infezione. Si parlava all’inizio del 2%. È confermata?

«Per adesso, se dobbiamo parlare in base ai dati relativi alla provincia di Hubei, in Cina, la letalità è del 3,8%, lievemente salita rispetto all’inizio perché tiene conto dei decessi avvenuti successivamente. La letalità è più bassa se si considerano i casi fuori della Cina perché ci sono stati meno morti. È comunque più alta fra gli ultrasessantacinquenni, perché hanno un fisico meno idoneo a combattere l’infezione».

Qual è il momento in cui un malato è più contagioso?

«Nella Sars la massima diffusione del virus si verificava svariati giorni dopo l’inizio dei sintomi respiratori. Speriamo che sia così anche per questo virus, ci sono elementi che ce lo possono far supporre».

Che armi abbiamo contro Covid-19?

«Per curare i malati abbiamo possibilità solo di tipo sperimentale in uso “compassionevole”, cioè non all’interno di uno studio controllato, bensì in utilizzo diretto per vedere se la cura funziona. In questo modo, però avremo poche informazioni sull’efficacia o meno della terapia perché se il decorso dovesse essere infausto non potremo dire in assoluto che il farmaco non funziona, se invece fosse buono non potremmo essere sicuri che sia per merito del farmaco. Allo stato attuale si ragiona sul ricorso all’associazione Lopinavir/Ritonavir a lungo utilizzato contro l’Hiv, però non abbiamo prove con studi in vivo che funzioni davvero anche su questo coronavirus. Un’altra opzione presa in considerazione è il Remdesivir. La prima soluzione è un inibitore delle proteasi, agisce cioè verso un enzima che assembla le proteine virali, una sorta di “sarto”. Il secondo farmaco agisce invece inserisce una “tesserina” sbagliata nella catena dell’Rna del virus in modo che non possa più replicarsi».

Ci sarà un vaccino? E se sì quando?

«Il precedente dell’Hiv, per il quale stiamo ancora aspettando il vaccino dovrebbe indurre a prudenza nelle previsioni. Tuttavia l’Hiv è un virus molto diverso da questo coronavirus, che ha invece caratteristiche tali da farci pensare che si potrebbe disporre di un vaccino in tempi non lunghissimi. Vale la pena fare due annotazioni per comprendere però in quale terreno ci si muove. La prima è che siamo ancora solo ai primi passi sperimentali per il vaccino contro la Mers, che pure circola dal 2012 in una nazione ricca come l’Arabia Saudita. Una seconda considerazione è che per la Sars l’interesse a realizzare un vaccino c’è stato ma è subito scemato perché la malattia è sparita in fretta. Nel caso di Covid -19 l’infezione sta interessando tutto il mondo e quindi lo sforzo della ricerca è molto più robusto e diffuso. Va infine ricordato che nella produzione di un vaccino entrano tante variabili che rendono difficile fare previsioni. Sarebbe più facile realizzare un vaccino per un virus pandemico influenzale perché le modalità di produzione per quel tipo di vaccino sono ampiamente sperimentate. Intanto sarebbe opportuno imparare a vaccinarci contro l’influenza. I dati di adesione, anche fra gli ultrasessantacinquenni sono ancora troppo bassi».

Che cosa fare ora, come comportarsi come singoli cittadini?

«Condurre la propria vita normalmente attendendo disposizioni da parte delle autorità preposte e rispettarle».

In relazione al titolo di questa intervista apparso sull’edizione cartacea e, in una prima edizione, sul sito, il professor Galli intende precisare che «l’epidemia si è chiaramente generata al di fuori dell’Ospedale di Codogno e che nell’Ospedale di Codogno ha trovato soltanto un ambito di amplificazione, colpendo colleghi che non erano in condizione di poter sospettare che il paziente giunto alla loro osservazione fosse portatore dell’infezione da Coronavirus».

Elisabetta Andreis per "corriere.it" il 23 febbraio 2020. Questa è la storia di un signore cinese di 83 anni che dorme dentro un supermarket. Mercoledì sera lo nota Lapo Elkann: il rampollo di casa Agnelli va al Carrefour di corso Lodi, aperto 24 ore su 24. Vede l’anziano sdraiato sulla panchina d’ingresso, con l’aria sperduta. Davanti a sé ha il parcheggio di Brenta, di fianco un trolley, una bottiglia d’acqua e una brioche, forse regalata da qualcuno. Per il resto è solo. I commessi del supermarket spiegano che vive lì da circa un mese. Lapo, scosso, esce e posta un tweet: «Sono venuto a conoscenza della storia di un anziano cinese malato (...) Lo aiutiamo?». Giovedì, molto presto, quando ancora il sole non è sorto, quel signore sta sulla sua panca. Una coppia di ragazzi cinesi, lì per caso, lo nota: sono Vanessa, studentessa della Naba, e Stefano, dell’artistico Brera. Se c’è da aiutarlo, sono disponibili. Fanno da traduttori improvvisati, visto che l’anziano parla solo mandarino e pochissimo inglese. In tasca ha la fotocopia lisa di un permesso di soggiorno svizzero. Fa capire che negli anni ha perso tutto — il passaporto, il bancomat e buona parte di memoria —. I giovani, generosi e intraprendenti, provano a indagare un po’. Si chiama Xie Ruowang e la sua foto compare in un sito cinese analogo a «Chi l’ha visto?». Iniziano a emergere tasselli di vita. Online chiedeva su di lui informazioni un pastore della comunità cristiana evangelica cinese di Roma che lo aveva appena conosciuto e voleva aiutarlo. Rispondeva fornendo «indizi», con tanto di documenti e foto, uno studioso dall’altra parte del globo: dalla Fudan university di Shanghai. Aveva incrociato Xie Ruowang a un grande evento che si era tenuto addirittura nel 2008. Il signore che dorme al Carrefour, all’epoca già anziano, era stato invitato come relatore esperto di filosofia e letteratura. Ricercatore di fama internazionale, ha lavorato per tutta la vita tra Shanghai e Zurigo. Formatosi all’università di Zhejiang, poi chiamato in Svizzera. Non ha figli né parenti. In Cina è stato per l’ultima volta nel 2008 e ha tentato di mettersi in contatto con i suoi grandi amici: l’ex vice preside dell’università di Zhejiang e Zhu Dongrun, professore e suo ex collega. Ma entrambi erano già morti e questa è una delle poche cose che l’anziano si ricorda bene: «Non ho potuto salutarli, e io non sono mai più tornato in Cina». Un anno fa è arrivato, chissà perché, a Roma. «Si è presentato un giorno alla messa con il suo enorme trolley nero e, finita l’omelia, rimaneva lì — racconta Gao, pastore della Chiesa cristiana evangelica cinese di via Principe Eugenio, nella Capitale —. Dovevo chiudere la chiesa ma non se ne andava, allora ho capito che non aveva dove stare». Per un anno quel pastore l’ha fatto mangiare, si è preoccupato per lui. È diventato punto di riferimento, tanto che l’anziano Xie, pur non possedendo un telefono, si tiene in tasca il suo numero. «Gli abbiamo offerto un posto in dormitorio ma preferiva stare qui, sulla panca della chiesa — sospira —. In un mondo ideale avrebbe supporto psicologico. O forse avrebbe solo bisogno di un figlio, che però non ha». A gennaio Gao è partito per un viaggio in Israele e il suo amico si è sentito perso. Ha caricato il suo trolley sul treno ed è arrivato a Milano. Dalla stazione Centrale, in metropolitana, fino a Brenta. È sceso ad una fermata casuale. Ha trovato il Carrefour, aperto anche di notte. Dalla panca della chiesa a quella del supermarket, ha affondato radici lì, come fosse una casa. I commessi fanno a gara per portargli qualcosa da mangiare «ma non voleva che avvertissimo nessuno», dice Paola, che si è affezionata. La catena di solidarietà finora non è servita a toglierlo dalla strada, da oggi chissà. Quando i due studenti gli chiedono, in mandarino, cosa vorrebbe fare, lui risponde: «Trovare degli amici, ritornare in Cina». Chissà poi se quella sarebbe la soluzione: andare da chi? È partita una colletta. Stanza d’hotel pagata, nel quartiere. Come si è appoggiato al letto, Xie si è addormentato.

Coronavirus, Franco Bechis sulla bugia del Fatto: "Più malati in Italia perché più bravi? Da camicia di forza". Libero Quotidiano il 25 Febbraio 2020. "Noi li cerchiamo, altri Paesi se ne infischiano": apre così il Fatto Quotidiano nell'edizione di martedì 25 febbraio per spiegare perché l'Italia detiene già il record di contagi in Europa ed è terza in tutto il mondo. Una spiegazione che non convince Franco Bechis, per il quale è "una bugia" sostenere che "l'Italia ha più casi di coronavirus perché ha fatto più test". "La Francia - scrive su Twitter il direttore de Il Tempo - dai primi di febbraio ne fa 400 al giorno, la Germania ne ha fatti migliaia. Dire che abbiamo più malati degli altri perché siamo più bravi è da camicia di forza". Una tesi, quella di Bechis, che è in controtendenza anche rispetto al parere della virologa Ilaria Capua, secondo cui "troviamo tutti questi malati perché semplicemente abbiamo cominciato a cercarli. Cioè abbiamo iniziato a porci il problema se certe gravi forme respiratorie simil-influenzali fossero o meno provocate dal coronavirus". Insomma, più test specifici si fanno e più è probabile individuare casi da Covid-19, ma la vera differenza tra l'Italia e gli altri paesi europei sta nel paziente zero. I francesi e i tedeschi lo hanno subito rintracciato ed è quindi stato più facile gestire l'emergenza, mentre in Lombardia e in Veneto il contagio è venuto alla luce quando ormai era quasi impossibile ricostruire tutti i contatti avuti dagli infetti. E infatti ormai il paziente zero non è più così necessario, a dispetto di un numero enorme di test sulla popolazione delle aree colpite dal coronavirus. 

·        Il Coronavirus in Italia.

Covid-19 - Situazione in Italia, da salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus. Nel nostro Paese è attiva fin dall'inizio della pandemia una rete di sorveglianza sul nuovo coronavirus. Il monitoraggio dell'epidemia dei casi di Covid-19 in Italia viene effettuato attraverso due flussi di dati giornalieri: il flusso dei dati aggregati inviati dalle Regioni coordinato da Ministero della Salute (prima con il solo supporto della Protezione Civile) e dal 25 giugno 2020 anche con il supporto di ISS, per raccogliere informazioni tempestive sul numero totale di test positivi, decessi, ricoveri in ospedale e ricoveri in terapia intensiva in ogni Provincia d’Italia. il flusso dei dati individuali inviati dalle Regioni all'Istituto Superiore di Sanità (Sorveglianza integrata Covid-19, ordinanza 640 della Protezione Civile del 27/2/2020), che comprende anche i dati demografici, le comorbidità, lo stato clinico e la sua evoluzione nel tempo, per un'analisi più accurata. Dal 25 giugno la scheda con l’aggiornamento quotidiano dei dati è stata integrata con i “casi identificati dal sospetto diagnostico” (casi positivi al tampone emersi da attività clinica) e “casi identificati da attività di screening” (indagini e test, pianificati a livello nazionale o regionale, che diagnosticano casi positivi al tampone). Tutti i dati sono consultabili anche sulla mappa interattiva (dashboard) del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile. 

N.B. La conferma che la causa del decesso sia attribuibile esclusivamente al SARS-CoV-2 verrà validata dall'Istituto Superiore di Sanità. Il numero dei positivi totali può subire variazioni in base ad eventuali ricalcoli da parte delle Regioni interessate.

Report monitoraggio fase 2. Per la gestione della Fase 2 della pandemia in Italia è stato attivato uno specifico sistema di monitoraggio  (Sorveglianza settimanale Regioni), disciplinato dal decreto del ministero della Salute del 30 aprile 2020, sui dati epidemiologici e sulla capacità di risposta dei servizi sanitari regionali. Il monitoraggio è elaborato dalla cabina di regia costituita da ministero della Salute, Istituto superiore di sanità e Regioni.

Caratteristiche dei pazienti deceduti COVID-19 positivi. Ecco le principali caratteristiche dei pazienti deceduti sulla base dei dati ISS (ultimo aggiornamento 25 giugno 2020):

Età media  80 anni

Età mediana 82 anni (più alta di quasi 20 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione e la cui età mediana è di 62 anni)

Sesso

uomini 58%

donne 42%%

Patologie pregresse al momento del ricovero

Pazienti con 0 patologie pre-esistenti 4,1%

Pazienti con 1 patologia pre-esistente 14,5%

Pazienti con 2 patologie pre-esistenti 21,3%

Pazienti con 3 o più patologie pre-esistenti 60,1%

Aree geografiche con la percentuale maggiore di deceduti

Lombardia con 49,5%

Emilia Romagna con il 12,7%

Piemonte con il 8,9%.

Veneto con il 6%

Sintomi più comunemente osservati prima del ricovero nelle persone decedute

febbre 76%

dispnea 73%

tosse 39%

diarrea 6%

emottisi 1%

I primi casi in Italia. I primi due casi di Coronavirus in Italia, una coppia di turisti cinesi, sono stati confermati il 30 gennaio dall'Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma, dove sono stati ricoverati in isolamento dal 29 gennaio e dichiarati guariti il 26 febbraio. Il primo caso di trasmissione secondaria si è verificato a Codogno, Comune della Lombardia in provincia di Lodi, il 18 febbraio 2020.

Misure di contenimento. L'Italia ha bloccato il 30 gennaio con un'Ordinanza del ministro della Salute tutti i voli da e per la Cina per 90 giorni, oltre a quelli provenienti da Wuhan, già sospesi dalle autorità cinesi.

Il Governo italiano ha dichiarato il 31 gennaio lo Stato di emergenza, stanziato i primi fondi e nominato Commissario straordinario per l'emergenza il Capo della protezione civile Angelo Borrelli.

Con il decreto del Capo del Dipartimento della protezione civile del 5 febbraio 2020 è stato istituito un Comitato tecnico-scientifico per fronteggiare emergenza, poi ampliato con ordinanza del 18 aprile 2020.

Come previsto dal Decreto legge 18 del 2020, il Presidente del Consiglio dei Ministri con decreto del 18 marzo 2020 ha nominato Domenico Arcuri Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Il Consiglio dei ministri ha varato un primo decreto legge  il 23 febbraio 2020 con misure per il divieto di accesso e allontanamento nei comuni dove erano presenti focolai e la sospensione di manifestazioni ed eventi.

Successivamente sono stati emanati i seguenti decreti attuativi: il Dpcm 25 febbraio 2020, il Dpcm 1° marzo 2020, il Dpcm 4 marzo 2020, il Dpcm 8 marzo 2020, il Dpcm 9 marzo 2020 #Iorestoacasa, il Dpcm 11 marzo 2020 che chiude le attività commerciali non di prima necessità.

Tra le misure adottate l'ordinanza 22 marzo 2020, firmata congiuntamente dal Ministro della Salute e dal Ministro dell'Interno, che vietava a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati un comune diverso da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

Il Governo ha poi emanato con il Dpcm 22 marzo 2020 nuove ulteriori misure in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull'intero territorio nazionale. Il provvedimento prevedeva la chiusura delle attività produttive non essenziali o strategiche. Restano aperti alimentari, farmacie, negozi di generi di prima necessità e i servizi essenziali. Le stesse disposizioni si applicano, cumulativamente al Dpcm 11 marzo 2020 nonché a quelle previste dall’ordinanza del Ministro della salute del 20 marzo 2020 i cui termini di efficacia, già fissati al 25 marzo 2020, sono entrambi prorogati al 3 aprile 2020.

Con il DPCM 1 aprile 2020, tutte le misure per contrastare il diffondersi del contagio da coronavirus sono state prorogate fino al 13 aprile 2020. Il decreto entrato in vigore il 4 aprile sospende anche le sedute di allenamento degli atleti, professionisti e non professionisti, all’interno degli impianti sportivi di ogni tipo.

In seguito con il DPCM 10 aprile 2020 tutte le misure sono state prorogate fino al 3 maggio. Il Decreto ha permesso la riapertura dal 14 aprile dei negozi per neonati e bambini, librerie e cartolibrerie.

Con il DPCM 26 aprile 2020 sono specificate le misure per il contenimento dell'emergenza Covid-19 della cosiddetta "fase due” .

Le disposizioni del decreto si applicano a partire dal 4 maggio 2020 in sostituzione di quelle del DPCM 10 aprile 2020 e sono efficaci fino al 17 maggio 2020, a eccezione di quanto previsto per le attività di imprese, che si applicano dal 27 aprile 2020 cumulativamente.

Il Decreto legge 33 del 2020 disciplina la fine delle limitazioni agli spostamenti e la riapertura delle attività produttive, commerciali, sociali a partire dal 18 maggio e fino al 31 luglio.

Con il DPCM 17 maggio 2020 vengono definite le misure di prevenzione e contenimento per la convivenza con il coronavirus.

Infine, con il DPCM 11 giugno 2020 viene autorizzata la ripresa di ulteriori attività.

Coronavirus, i cinesi contagiati a Roma: "Cosa hanno fatto in hotel", la ricostruzione ad Agorà. Libero Quotidiano il 31 Gennaio 2020. Primi due casi di coronavirus in Italia. La notizia la hanno data nella serata di giovedì Giuseppe Conte e Roberto Speranza in conferenza stampa. Si tratta di due coniugi cinesi provenienti dalla zona di Wuhan che si trovavano in Italia per turismo. E gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda sono arrivati da Agorà, il programma del mattino in onda su Rai 3, dall'inviato che si trovava fuori dall'hotel Palatino dove i due asiatici soggiornavano. "I due coniugi ora sono all'ospedale - premette -. La stanza dell'hotel Palatino è stata sigillata per consentire alla Asl le procedure di decontaminazione e chiaramente sono scattate le misure di sorveglianza sanitaria anche per le persone che erano entrate in contatto con i due coniugi, compreso il personale dell'albergo". L'inviato Rai poi sottolinea che "i due coniugi sono rimasti quasi sempre in stanza: si sono sentiti poco bene subito dopo essere arrivati. In albergo l'atmosfera ora è tranquilla e serena, non c'è allarmismo: dicono che è tutto sotto controllo", conclude. Niente allarmismo, insomma.

Coronavirus, tutti i luoghi in cui è stata la coppia cinese contagiata a Roma. In hotel, il cambio stanza. Libero Quotidiano il 31 Gennaio 2020. I primi segnali mercoledì pomeriggio, con violenti attacchi di tosse, poi un velocissimo peggioramento delle condizioni di salute: si parla dei due cinesi contagiati dal coronavirus, primi due casi ufficiali in Italia confermati nella serata di giovedì. I due stavano all'hotel Palatino, in via Cavour a Roma, dove hanno alloggiato per due giorni. La coppia cinese, originaria di Wuhan, ora sono ricoverati in ospedale. I due viaggiavano soli, pur all'interno di una comitiva che è stata rintracciata dalla polizia vicino a Cassino, e dunque condotta al Lazzaro Spallanzani, il risultato dove i due contagiati sono ricoverati. In precedenza, la coppia era stata a Milano: era atterrata allo scalo di Malpensa il 23 gennaio. Il soggiorno nel capoluogo lombardo è durato soltanto un giorno. Quindi il tour a Parma e in altre città d'arte. A Roma sono arrivati lo scorso martedì: nella Capitale, hanno ricostruito gli inquirenti, si sono spostati per il centro storico, visitando i più famosi musei e i luoghi di interesse turistico. All'hotel Spallanzani sono sigillate le stanze all'interno delle quali sono stati. Già, perché i due - questo è un piccolo giallo - per ragioni ancora da chiarire, hanno chiesto il cambio della stanza. La coppia è composta da un uomo di 67 anni, mentre la moglie ne ha uno in meno. Nella Capitale, dopo il contagio confermato, è scattato il piano di Difesa civile, che viene coordinato dalla Prefettura (che tra le varie emergenze prende in considerazione anche le epidemie).

Quali città italiane hanno visitato i turisti cinesi colpiti da Coronavirus. Redazione de Il Riformista il 30 Gennaio 2020. Sono marito e moglie di 66 e 67 anni i due turisti cinesi colpiti da coronavirus a Roma. La coppia proviene dalla provincia di Wuhan, considerata il primo focolare del virus. Sono arrivati in Italia  una settimana fa, lo scorso 23 gennaio, all’aeroporto milanese di Malpensa. Da lì sarebbero partiti in tour nelle province italiane, tra cui la città di Parma, insieme a una comitiva di altri turisti cinesi. Quest’ultimi erano diretti oggi in pullman a Cassino per una gita ma, dopo il caso della coppia, sono stati scortati dalle forze dell’ordine all’ospedale Spallanzani di Roma per accertamenti. Marito e moglie, invece, sono stati soccorsi ieri sera, mercoledì 29 gennaio con sintomi riconducibili al coronavirus. Poi oggi la conferma e l’annuncio del premier Giuseppe Conte: “C’erano due casi sospetti, abbiamo avuto l’aggiornamento: questi due casi sono confermati. Anche in Italia abbiamo i primi due casi, due turisti cinesi da qualche giorno nel nostro paese”. Poi ha aggiunto: “Abbiamo già predisposto tutte le misure precauzionali per isolare questi due casi”. L’Italia, ha poi spiegato il premier, ha deciso di chiudere il traffico aereo da e per la Cina. “Non ci siamo fatti trovare impreparati, il ministro Speranza ha appena adottato un’ordinanza che chiude il traffico aereo da e per la Cina”. Domani, venerdì 31 gennaio, si terrà un Coniglio dei Ministri alle ore 10. Per l’emergenza è stato annullato un vertice sull’ILVA. La stanza dell’hotel di via Cavour dove la coppia alloggiava è stata sigillata dalla polizia. Gli agenti della questura della Capitale sono intervenuti dopo essere stati allertati dall’ospedale.  “E’ già stata attivata la sorveglianza sanitaria alle persone venute in contatto con la coppia ricoverata presso l’istituto nazionale malattie infettive “Spallanzani”. Sono scattate tutte le misure previste dai protocolli sia per quanto riguarda alcune persone dell’albergo, sia riguardo gli altri componenti del gruppo di turisti. Al momento sono tutti asintomatici e non destano preoccupazione”. Lo comunica in una nota l’Assessorato alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio.

L’Allied Pilots Association, un sindacato che rappresenta 15.000 piloti dell’American Airlines, ha chiesto a un giudice un’ordinanza restrittiva temporanea e immediata contro la compagnia per fermare il servizio del vettore USA-Cina, citando “gravi, e per molti versi ancora sconosciuti, minacce alla salute poste dal coronavirus”, lo scrive il sito della Cnn. “La sicurezza e il benessere dei nostri equipaggi e dei passeggeri devono essere sempre la nostra massima priorita’, prima, ultima e sempre”, ha detto il presidente dell’APA, il capitano Eric Ferguson. “Numerosi altri importanti vettori che servono la Cina, tra cui British Airways, Air Canada e Lufthansa, hanno scelto di sospendere il servizio verso quel Paese per eccesso di cautela”. Il consiglio dei ministri è convocato per domani alle ore 10. E’ quanto si apprende da fonti di governo.

Dall’aeroporto di Malpensa a Firenze: il viaggio in Italia della coppia ricoverata a Roma per il coronavirus. Pubblicato martedì, 04 febbraio 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Si sono aggravate le condizioni della coppia di turisti cinesi ricoverata allo Spallanzani di Roma il 29 gennaio scorso. I due, 66 e 65 anni, hanno contratto il coronavirus in Cina prima del viaggio in Italia. Ecco le tappe del loro tour ricostruito nei giorni scorsi. Volo «Ca 949» partito da Pechino e atterrato a Milano Malpensa il 23 gennaio alle 5.35. È l’aereo che ha portato in Italia i due coniugi cinesi risultati positivi al test del coronavirus e ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma. Dovevano fare un tour nelle città più belle d’Italia, sono da giorni in isolamento nel reparto malattie infettive. Ma prima di arrivare nella Capitale hanno viaggiato prima a bordo di un pullman e poi hanno preso un’auto con conducente. Sono stati a Verona, a Parma, a Firenze. Hanno mangiato nei ristoranti e soggiornato in hotel, hanno fatto passeggiate e visitato monumenti. Ecco perché sono scattate le verifiche delle autorità sanitarie, ma anche di polizia e carabinieri, per rintracciare le persone che sono entrate in contatto con loro in modo da poter effettuare i controlli ed escludere il contagio. L.X.M.ha 66 anni, sua moglie, H.Y. ne ha 65. Vivono a Wuhan e con un gruppo di connazionali decidono di comprare un «pacchetto» della Kuoni per un tour in Italia. Prima tappa Pechino, poi volo diretto verso Milano. Quando atterrano, all’alba del 23 gennaio, il mondo è già in allarme per il coronavirus, ma negli scali italiani non è stato predisposto alcun controllo specifico. E dunque dopo aver compilato i moduli per chi proviene dai Paesi extra Ue e aver ritirato i bagagli, salgono sul pullman diretti a Verona. Arrivano nella città veneta e visitano alcuni tra i luoghi più suggestivi. Trascorrono alcune ore nel centro storico, passeggiano insieme agli altri turisti, si fermano per il pranzo. Nel pomeriggio si dirigono verso il grande hotel di una catena internazionale in zona Fiera. Arrivano alle 19,30. L’addetto alla reception registra i documenti, la coppia sale in camera così come il resto della comitiva. L’ispezione ordinata ieri dalla Asl impone il «congelamento» della stanza dove hanno dormito e la bonifica dei luoghi dove sono stati. Ma anche le analisi cliniche per tutte le persone che con loro hanno avuto contatti, sia pure in maniera sporadica. Sale da pranzo, luoghi comuni, ogni posto viene controllato. «Ma noi siamo tranquilli», assicurano dalla direzione dell’albergo». Alle 8 della mattina successiva il pullman riprende il cammino e si dirige verso l’Emilia-Romagna. Destinazione Parma. In realtà il viaggio della coppia prosegue con il resto della comitiva soltanto per poche ore. Il 25 gennaio tutto il gruppo va via perché il tour prevede altre tappe prima della costiera amalfitana. I coniugi decidono invece di rimanere nell’hotel di Parma. Non si sa se abbiano cominciato ad accusare i primi sintomi della malattia o se invece abbiano deciso di proseguire da soli perché scontenti dell’organizzazione. Scelgono di rimanere nello stesso hotel per una notte mentre il 26 gennaio cambiano albergo e si spostano più in centro. Le verifiche su dove siano andati e su che cosa abbiano fatto in quei giorni sono ancora in corso, soprattutto per scoprire se siano stati in bar o ristoranti. Certamente sono usciti e poi hanno deciso di proseguire il viaggio affittando una macchina con autista. L’uomo va a prenderli con la vettura a noleggio il 27 per portarli a Firenze, dove giungono dopo pranzo. Anche per lui scatta la procedura per la verifica di eventuali sintomi e dunque una sorta di quarantena visto che ha avuto con entrambi rapporti stretti e prolungati. Li accompagna in un piccolo hotel del centro storico, con loro fa anche un giro nei dintorni, qualcuno dice che siano stati sulle colline del Chianti. Evidentemente le condizioni di salute della coppia continuano però a peggiorare. Saltano tutte le tappe intermedie e si dirigono direttamente a Roma. Il 28 gennaio, quando arrivano nella capitale sono entrambi influenzati. Il cameriere di un ristorante cinese del centro storico racconta di averli riconosciuti tra i clienti entrati quella sera, loro dicono di aver fatto una passeggiata. Giurano di non aver preso mezzi pubblici. Certamente la mattina del 29 il marito comincia a stare davvero male, tanto che verso le 17 la donna si rivolge alla reception e chiede aiuto. È molto agitata, spiega che bisogna chiamare al più presto un medico. Il personale dell’hotel lancia l’allarme e dopo pochi minuti arriva l’ambulanza con gli infermieri in tuta bianca e mascherina. Scatta la procedura prevista per le malattie infettive. I due vengono ricoverati e venerdì sera arriva la conferma: hanno il coronavirus. Sono i pazienti «zero» italiani.

L’ingegnere biochimico  e la moglie in isolamento:  «Ci siamo ammalati a Roma e siamo stati solo in hotel». Pubblicato venerdì, 31 gennaio 2020 su Corriere.it da Rinaldo Frignani. Cinque giovani traduttori dell’Istituto Confucio dell’università La Sapienza si alternano 24 ore su 24 nel centro di isolamento della IV divisione dell’ospedale Lazzaro Spallanzani. Sono loro a trasformare in parole gli sfoghi e le richieste di supporto, anche morale, dei turisti cinesi trattenuti in osservazione o attualmente in cura perché hanno contratto il virus. Questi ultimi per il momento sono solo due, marito e moglie, originari proprio di Wuhan, l’epicentro dell’epidemia che in Cina, secondo fonti ufficiali, ha già ucciso più di 200 persone e ne ha contagiate oltre 10 mila (per le Organizzazioni non governative, invece, sarebbero molte di più, addirittura 75 mila). I coniugi dormono in stanze separate, sigillate, come gli altri degenti sottoposti a controlli per il sospetto contagio da 2019-n-CoV. Con i medici che li visitano tre volte al giorno e un altissimo livello di attenzione alla minima mutazione del panorama clinico. L.X.M., 66 anni, è un ingegnere biochimico. È abituato a rapportarsi con i medici. Appare tranquillo — come lo era il pomeriggio del 29 gennaio scorso in via Cavour sull’ambulanza protetta del 118 che di lì a poco lo avrebbe portato via dall’Hotel Palatino —, ma lo è anche la moglie, H.Y., di un anno più giovane. È stata lei a dare l’allarme preoccupata dal fatto che da due giorni il marito stava male. Il clima con il personale sanitario del centro per la cura delle malattie infettive è tutto sommato buono. E le loro condizioni, secondo il direttore scientifico Giuseppe Ippolito, «sono discrete». «Siamo sereni — sottolineano i coniugi, secondo chi li assiste in ospedale — e vogliamo rassicurare tutti: ci siamo ammalati appena arrivati a Roma e non siamo usciti dall’albergo. Abbiamo cenato in camera, abbiamo sempre indossato le mascherine di protezione (le avevano anche la sera in cui sono stati soccorsi, come viene confermato in un video finito in Rete, ndr). Niente mezzi pubblici, niente visite ai musei. In pratica — dicono ancora — non siamo andati in giro. Ma vogliamo ringraziare tutti coloro che ci stanno aiutando qui a Roma, per i primi soccorsi, per l’accoglienza, le cure, la disponibilità». Parole che autorizzano un cauto ottimismo su quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni, anche se si prosegue con i piedi di piombo. Oggi lo Spallanzani dovrebbe emettere un nuovo bollettino medico sulle condizioni della coppia di turisti, dopo il primo, nel pomeriggio di ieri, già abbastanza tranquillizzante. Lei — secondo i medici — «presenta un iniziale interessamento interstiziale polmonare, febbricola e congiuntivite bilaterale», lui invece «un interessamento polmonare più pronunciato, con febbre, tosse e astenia». L’umore sarebbe ottimale, sempre tenendo presente le condizioni in cui trascorrono queste giornate marito e moglie, che sono stati informati nei minimi particolari sul loro stato di salute. Il fatto che si siano premuniti da soli facendo ricorso alle mascherine è stato giudicato positivo e segno di responsabilità. D’altra parte i cittadini cinesi hanno già dovuto affrontare la Sars, e sono abituati a prendere precauzioni ormai da anni.
Non si esclude che nei prossimi giorni possano essere messi in contatto con rappresentanti dell’ambasciata cinese di via Bruxelles, come anche i connazionali tuttora trattenuti allo Spallanzani, dai compagni di viaggio fermati in pullman al casello autostradale di Cassino (tutti asintomatici, come anche i due autisti che li accompagnavano) ai cinesi — turisti e residenti a Roma — che si sono presentati spontaneamente al pronto soccorso (in nove, e sono stati dimessi), fino alla ragazza di 24 anni con febbre alta, da poco tornata dalla Cina e accompagnata ieri pomeriggio da Frosinone con un’ambulanza scortata fino all’ospedale al Portuense. A tutt’oggi, anche per ragioni di privacy, la delegazione diplomatica non ha potuto incontrare le persone assistite dai medici italiani, ma le cose potrebbero cambiare in fretta. Intanto, in mancanza almeno per il momento di una cura per debellare il Coronavirus — e tantomeno di un vaccino per bloccarlo —, la terapia per la coppia ricoverata consiste, come spiega Emanuele Nicastri, direttore della divisione Malattie infettive, in «reidratazione per via endovenosa, terapia antibiotica per il paziente maschio e una terapia locale per la congiuntivite per la moglie». Anche in questo caso si attendono gli sviluppi nei prossimi giorni per capire come proseguire nella cura dei pazienti, per il momento gli unici con il virus su tutto il territorio nazionale. E per questo motivo continuano nella Capitale gli accertamenti per ricostruire nei minimi dettagli cosa abbiano fatto i coniugi fra il 28 e il 29 gennaio, date in cui come aveva dichiarato la donna in un primo momento, erano usciti dall’hotel per fare una o due brevi passeggiate. Forse fra il rione Monti e il Colosseo.

Coronavirus, terzo caso sospetto all'hotel Palatino di Roma: si tratta di un operaio. Libero Quotidiano il 31 Gennaio 2020. Oltre ai due casi di Coronavirus già accertati, ce ne sarebbe un terzo. A Roma, all'Hotel Palatino di via Cavour, un operaio romeno di 42 anni sarebbe stato contagiato dalla coppia di turisti positivi alla malattia. L'uomo, secondo il Corriere della Sera, sarebbe quasi sicuramente venuto in contatto con la coppia che alloggiava nell'albergo della Capitale dove Marian C. (questo il suo nome) lavorava. Circostanza che dimostra quanto il virus sia aggressivo. Il paziente, con febbre alta e tosse, è arrivato al pronto soccorso dell'ospedale di Tivoli intorno alle 17 di giovedì, lamentando gli stessi sintomi imputati al virus proveniente da Wuhan. Ora - prosegue il quotidiano di via Solerino - l'uomo si trova in isolamento in una stanza dedicata. Immediata anche la comunicazione al 118 che ha inviato a Tivoli un'ambulanza ad alto biocontenimento della Cri per il trasferimento d'emergenza all'Istituto nazionale per le malattie infettiva Lazzaro Spallanzani di Roma.

Coronavirus, nuovo caso sospetto: è operaio dell’hotel dove soggiornavano i due contagiati. Redazione de Il Riformista il  31 Gennaio 2020. Nuovo caso sospetto di Coronavirus in Italia. Si tratterebbe di un uomo che ha lavorato nell’hotel della capitale in cui erano ospitati i due turisti cinesi ricoverati dalla scorsa sera all’Ospedale Spallanzani della capitale. L’uomo, un operaio di 42 anni, è stato messo in isolamento e ricoverato anche lui presso la stessa struttura ospedaliera e messo sotto osservazione. Il nuovo caso aumenta la psicosi che si sta diffondendo in Italia. L’uomo è sicuramente venuto in contatto con la coppia contagiata, direttamente o indirettamente, avendo frequentato gli stessi ambienti. Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza per sei mesi in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili. Tra le misure prese anche lo stanziamento iniziale di 5 milioni di euro, diretta conseguenza della decisione dell’Oms di lanciare l’emergenza globale.

LA COPPIA CONTAGIATA – La notizia del contagio arrivato in Italia è stata fornita in una conferenza stampa convocata d’urgenza nella serata di giovedì dal premier Giuseppe Conte. Si tratta di due turisti cinesi arrivati nel nostro Paese a gennaio; la coppia è ricoverata da ieri in isolamento all’ospedale Spallanzani di Roma e sarebbe in buone condizioni. Sono scattate subito tutte le misure sanitarie per isolare i soggetti ed è stata già sigillata dalla polizia la stanza dell’hotel della Capitale in via Cavour dove alloggiavano. Un bus di turisti cinesi è stato scortato allo Spallanzani per i controlli. Secondo quanto si apprende dalla questura, le persone a bordo appartenevano allo stesso gruppo della coppia che ha contratto il virus.

STOP AEREO DA E PER LA CINA – Il governo ha varato una misura inedita: blocco del traffico aereo da e per la Cina. “Assicuro che non c’è nessun motivo di creare panico sociale”, ha spiegato il premier in conferenza stampa, aggiungendo come “la situazione è assolutamente sotto controllo. Questo, però, non significa che ci stiamo appagando delle prime misure”.

LE PAROLE DEL MINISTRO DELLA SALUTE – “La situazione internazionale va seguita con la massima attenzione perché seria, ma non bisogna fare allarmismo”, ha aggiunto il ministro della Salute Roberto Speranza. “I due pazienti sono in isolamento, in buone condizioni. La tempestività dell’intervento ci fa pensare che non ci sono persone esposte. Questo ci fa essere abbastanza tranquilli, non c’è il rischio di popolazione”, ha aggiunto il direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito. Anche il Servizio Sanitario del Lazio si è attivato, con la sorveglianza sanitaria alle persone venute in contatto con la coppia ricoverata presso l’istituto nazionale di malattie infettive.

SBARCANO I PASSEGGERI DI CIVITAVECCHIA – È iniziato lo sbarco dei quasi 6mila passeggeri della nave da crociera Costa ormeggiata al porto di Civitavecchia (Roma), che erano bloccati da ieri per controlli relativi al coronavirus. Le tv mostrano infatti lo sbarco e decine di pullman allontanarsi dalla banchina con a bordo i passeggeri scesi. Nella serata di ieri era arrivata infatti la negatività dei due casi sospetti sulla nave Costa Crociere a Civitavecchia dopo giorni di falsi allarmi.

Coronavirus, terzo caso sospetto in Puglia: 43enne di Lecce trasportata al Policlinico di Bari. La donna è tornata il 18 gennaio da Wuhan. La Gazzeta del mezzogiorno il 31 Gennaio 2020. Terzo caso sospetto di coronavirus in Puglia: si tratta di una donna 43enne, residente a Ruffano, in Salento. Lo conferma il capo dipartimento Salute della Regione Puglia, Vito Montanaro. La donna è rientrata lo scorso 18 gennaio da Wuhan, in Cina. Nel pomeriggio è andata all’ospedale Vito Fazzi di Lecce con febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Scattato il protocollo di sicurezza, la donna è stata portata a bordo di un’ambulanza al Policlinico di Bari dove è stata messa in isolamento. Al policlinico la donna è stata sottoposta alle indagini del laboratorio di Epidemiologia molecolare e Sanità pubblica dell’unità di Igiene. Ulteriori prelievi sono stati inviati all’Istituto nazionale per le Malattie infettive Spallanzani di Roma. «La Regione Puglia ha insediato la task force per il coronavirus coordinata dal direttore del dipartimento Salute Vito Montanaro. La task force ha provveduto a varare ed inoltrate tempestivamente a tutte le direzioni strategiche un protocollo operativo - attivo dallo scorso lunedì - per la gestione di possibili casi sospetti di infezione da nuovo coronavirus». Lo comunica il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che oggi pomeriggio ha partecipato, in collegamento da Bari, alla riunione convocata dal capo dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli. «Anche l’Ordine dei medici - ha aggiunto Emiliano - ha ricevuto il protocollo. Perciò, per qualsiasi dubbio, tutti i cittadini possono rivolgersi ai propri medici di famiglia o pediatri».

Coronavirus, sono 32 i casi sotto osservazione all'ospedale Spallanzani: psicosi-contagio. Libero Quotidiano il 31 Gennaio 2020. Due casi confermati, uno sospetto: questo il bilancio del coronavirus in Italia. Almeno fino a quando, in conferenza stampa, ha parlato Emanuele Nicastri, medico dell'Ospedale Spallanzani di Roma, il centro di trasferimento nazionale per le malattie infettive in cui sono contratti i due cittadini cinesi che hanno contratto l'infezione. Ma non solo, allo Spallanzani sono stati trasferiti anche gli altri casi sospetti. E sono parecchi. "Sono ricoverati nel nostro istituto anche dodici pazienti provenienti da zone diverse della Cina interessati all’epidemia, con sintomi respiratori modesti, e sono sottoposti al test per il Coronavirus - ha rivelato Nicastri -. Altri nove sono stati isolati e già dimessi dopo risultato negativo. Altri venti soggetti asintomatici, che risultano essere stati contatti primari della coppia con l’infezione, sono attualmente in osservazione presso la nostra struttura". Insomma, cifre cospicue quelle snocciolate da Nicastri: un totale di 32 persone sotto osservazione. Sulla prima coppia che ha ufficialmente contratto il coronavirus, il medico ha spiegato che lei, 65 anni, è in condizioni cliniche discrete. "Il marito - ha sottolineato Nicastri -, di 66 anni, ha condizioni discrete con interessamento polmonare più pronunciato". E ancora, tornando ai primi due pazienti positivi, è stato spiegato che "da quanto emerso, durante il soggiorno la coppia di pazienti ha limitato gli spostamenti dentro l’hotel e indossato delle mascherine". Lo ha spiegato, nel corso della medesima conferenza stampa, l'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato.

Stanze singole con pc e tv, tre visite mediche al giorno. Le regole della quarantena. Pubblicato giovedì, 30 gennaio 2020 su Corriere.it da Fabrizio Caccia. Il protocollo per i 68 italiani dopo l’atterraggio da Wuha. Da lunedì cominceranno una nuova vita. Una vita nel bunker. Lunga appena 14 giorni, la durata massima d’incubazione del Coronavirus. Se non ci saranno brutte sorprese, passate due settimane cesserà anche l’allarme e loro potranno finalmente tornare a respirare. Sono 65 i nostri connazionali a Wuhan che hanno espresso la volontà di tornare in Italia e stanno solo aspettando di poter lasciare le proprie case o gli alberghi per dirigersi in aeroporto col servizio di pulmini a domicilio organizzato dall’ambasciata. Il giorno indicato è domenica. Ma in extremis potrebbero aggiungersi al gruppo altri tre connazionali, che stanno ancora valutando il da farsi. In tutto, così, sarebbero 68 persone. «Sta per scattare l’operazione rimpatrio», annuncia il senatore Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute, del Movimento Cinque Stelle. Sarà un Boeing KC-767A dell’Aeronautica Militare, con 99 posti previsti a bordo, a prenderli e riportarli in Italia. L’aereo è già pronto all’aeroporto di Pratica di Mare. Decollerà domani e tornerà domenica. E dove si trova il bunker a loro destinato? A Roma. Oggi sarà deciso il luogo dove inizierà la «quarantena», anzi la stretta sorveglianza sanitaria per gli italiani di Wuhan. Serviva un luogo protetto, dedicato esclusivamente a loro. La scelta, così, avverrà tra le due uniche opzioni ormai rimaste sul tavolo: una caserma isolata all’interno della cittadella militare della Cecchignola oppure un edificio presente nel parco dell’area militare di Pratica di Mare. Un posto non lontano dall’aeroporto e non distante neppure dall’ospedale Spallanzani, dove nella peggiore delle ipotesi, se cioè dopo lo sbarco dovesse manifestarsi il virus in uno dei nostri connazionali, l’ambulanza speciale per il bio-contenimento (già attrezzata) impiegherebbe solo pochi minuti per arrivare. Eppoi? Gl’italiani di Wuhan vivranno come in un college, ciascuno avrà la propria stanza («Di 16-20 metri quadrati come negli ospedali», chiosa il senatore Sileri, che è chirurgo) con un letto singolo, un tavolino, la tv, il computer, il telefono. Ogni stanza avrà il suo bagno. I medici del ministero, vestiti con tute spaziali, capo coperto, guanti e mascherina adesa al volto, andranno a visitarli in stanza 3 volte al giorno, misureranno la temperatura, i parametri vitali, ascolteranno loro il torace. Ad ogni visita, tutto nuovo: tuta, guanti e mascherina. «Potranno anche cucinarsi da soli se vorranno», aggiunge Stefano Verrecchia, il capo dell’Unità di crisi della Farnesina, l’organismo che insieme al Comando operativo interforze della Difesa e al ministero della Salute, sta gestendo l’«operazione rimpatrio». «Tutti gli italiani di Wuhan al momento risultano in ottima salute, tutti asintomatici», sottolinea il viceministro Sileri. Perciò, al loro arrivo in Italia, non saranno sottoposti a «una vera e propria quarantena», avverte il capo dell’Unità di crisi della Farnesina, Verrecchia: «Non li stiamo curando, ricordiamolo, li stiamo solo tenendo sotto controllo...». Così, «i nuclei familiari non saranno separati tra loro, perché ci sono anche dei minori tra gli italiani in partenza e l’unico accorgimento sarà quello di far indossare mascherine a tutti i componenti della famiglia quando saranno vicini. Le stanze in questo caso saranno comunicanti», continua Verrecchia. E per tutti gli altri? «Non è una quarantena vera, si potrà uscire perciò anche all’esterno dell’edificio, purché sempre con la mascherina. E si potranno ricevere le visite dei familiari purché anche loro tengano i volti protetti». Verrecchia spiega, inoltre, che il ritardo di un giorno rispetto alle previsioni di partenza è dipeso dalla necessità di ricevere le autorizzazioni al sorvolo del nostro aereo militare da parte di tutti quei Paesi che figurano sulla rotta Italia-Cina (Turchia, Kazakistan, ecc.). Si sarebbe potuti partire prima con un charter, è vero, ma l’equipaggio della compagnia privata interpellata avrebbe poi dovuto sottostare, al ritorno, alla stessa quarantena di 14 giorni prevista per i passeggeri. Una prospettiva poco allettante. Così, alla fine, si è deciso per il volo militare, operato dall’8° Gruppo del 14° Stormo. «Ci vorranno 12 ore per arrivare, poi i medici che partiranno da Roma faranno dei controlli su tutti i passeggeri, quindi l’aereo verrà rifornito di carburante e subito si riparte. Altre 12 ore ed ecco che domenica sera, infine, dovrebbero atterrare», sospira il capo dell’Unità di crisi della Farnesina al termine di un’altra lunga giornata sul fronte del Coronavirus. Un’ultima curiosità: anche i vestiti degli italiani saranno messi «in quarantena». Al passaggio dei fatidici 14 giorni verranno loro restituiti.

Coronavirus, primo italiano positivo ai test È uno dei 56 rimpatriati da Wuhan. Pubblicato giovedì, 06 febbraio 2020 su Corriere.it da Rinaldo Frignani. Si tratta di un ricercatore italiano che era tra i 56 rientrati da Wuhan. Adesso è ricoverato allo Spallanzani. L’Istituto superiore di sanità (Iss) ha appena comunicato alla task force del ministero della Salute l’esito positivo del test di conferma per il Coronavirus su uno dei rimpatriati italiani da Wuhan, messo in quarantena nella città militare della Cecchignola. Lo comunica lo stesso Iss precisando in una nota che il paziente è attualmente ricoverato all’istituto Spallanzani con «modesto rialzo termico ed iperemia congiuntivale». Nel pomeriggio proprio uno dei 56 italiani fatti rientrare nei giorni scorsi dalla Cina era stato ricoverato allo Spallanzani con i sintomi del male.

E' emiliano, di Luzzara, il primo italiano contagiato da coronavirus. Lo Spallanzani: "Inizierà oggi la terapia antivirale". Partiti anche all'aeroporto Marconi di Bologna i controlli su tutti i passeggeri. False le mail inviate dal "rector Ubertini" ai dipendenti Alma Mater. La Repubblica il 07 febbraio 2020. E' un ricercatore di 29 anni originario di Luzzara (Reggio Emilia), da anni residente all'estero, l'italiano contagiato da coronavirus e ricoverato allo Spallanzani di Roma. Ne dà conferma il sindaco, Andrea Costa, sulla sua pagina Facebook. "Confermo la notizia che il primo italiano contagiato dal  coronavirus è un ragazzo di Luzzara. Ho sentito il padre che mi ha dato, fortunatamente, notizie confortanti: il ragazzo sta bene", precisa Costa. "Era in Cina per motivi di svago", in compagnia della fidanzata cinese, "e da lì è stato direttamente rimpatriato con tutte le misure precauzionali del caso. Al momento si trova in isolamento allo Spallanzani di Roma. Un abbraccio grande a lui e a tutta la sua famiglia". Lo Spallanzani, nell'ultimo bollettino medico, conferma le "buone condizioni generali". Il giovane "presenta lieve febbricola e lieve iperemia congiuntivale. Il quadro clinico e quello radiologico polmonare sono negativi. Il paziente inizierà in giornata la terapia antivirale". "Anche se non si può escludere del tutto - dice il direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss), Gianni Rezza - è molto improbabile che l'italiano risultato positivo al coronavirus possa avere trasmesso l'infezione a qualcun altro dei 55 italiani rientrati, come lui, dalla città cinese di Wuhan". È partito anche all’aeroporto Marconi di Bologna il monitoraggio della temperatura corporea di tutti i passeggeri in arrivo da voli internazionali, come disposto dal ministero della Salute. A Bologna sono i volontari della Protezione civile regionale dell’Emilia-Romagna (Pubbliche assistenze e Associazioni delle varie città) a svolgere questo compito, con l’uso di termometri laser. "Se il passeggero controllato ha una temperatura uguale o superiore a 37,5 gradi", fa sapere una nota dello scalo, "proviene da zone a rischio e rientra nei casi sospetti previsti dalle linee guida del Ministero, scatteranno gli accertamenti medici".

Le finte mail del "rector Ubertini". Non sono state spedite dal rettore Francesco Ubertini le mail inviate a dipendenti dell'Alma Mater di Bologna che recano per oggetto "Lettera dal Rector Francesco Ubertini" e che conterrebbe suggerimenti per proteggersi dal contagio del coronavirus. "I passi che puoi adottare per proteggerti dall'infezione da 2019-nCoV sono allegati in questa e-mail e tutti i dipendenti, incluso l'impiego a tempo pieno o parziale, sono tenuti a passare attraverso l'allegato", si conclude la mail. Subito dall'Area aistemi e servizi informatici (Cesia) dell'Ateneo di Bologna è partito un contromessaggio, che mette in guardia tutti i dipendenti dell'Università: "Stanno arrivando delle email, come quella riportata di seguito, che sembrano provenire dalla casella del Magnifico Rettore- avvisano gli uffici- l'email non è stata inviata dal Rettore e deve essere cancellata, senza aprire l'allegato contenuto", anche perché non è escluso che possa contenere un virus, in questo caso informatico.

Coronavirus, sulla Diamond Princess 61 infetti. La nave con 35 italiani a bordo ancora bloccata. La Cina: "Italia pronta a riaprire i voli", ma la Farnesina e il ministro Speranza smentiscono la possibile ripresa dei collegamenti aerei. "Forte insoddisfazione" di Pechino per il blocco dei voli. Ieri 73 vittime ma rallentano i contagi. Filippo Santelli il 07 febbraio 2020 su La Repubblica. Si aggrava la situazione sulla Diamond Princess, la nave da crociera in quarantena nel porto di Yokohama con 35 italiani su 3700 passeggeri. Altri 41 passeggeri provenienti da sei Paesi diversi sono risultati positivi ai nuovi test fatti dalle autorità giapponesi, portando il totale dei contagiati a 61. Tra di loro, al momento, non risulta nessuno degli italiani presenti sulla nave, 25 membri dell'equipaggio, compreso il comandante della nave Gennaro Arma, e dieci turisti. Secondo la Cina l'Italia sarebbe pronta a riattivare alcuni voli di collegamento. Ma a smentire quanto riferito dopo un incontro tra il vice ministro degli Esteri e il nostro ambasciatore a Pechino, Luca Ferrari, è la Farnesina. "I collegamenti aerei diretti con la Cina sono e restano chiusi", ha scritto su Facebook il ministro della Salute Roberto Speranza. Nonostante la "grande irritazione" espressa dalla Cina, il nostro esecutivo non sembra disposto alla parziale marcia indietro sul blocco, l'unico adottato fra tutti gli Stati Ue. Ieri in Cina sono stati registrati 73 nuovi decessi legati al coronavirus, tra cui quello di Li Wenliang, il dottore che tra i primi aveva avvertito sulla pericolosità del contagio ed era stato messo a tacere dalla polizia.

Pechino: "Italia disposta a riaprire i voli". L'Italia sarebbe disposta a riaprire alcuni collegamenti aerei con la Cina, chiusi dal governo una settimana fa. A dirlo è il ministero degli Esteri di Pechino, dopo un incontro avvenuto ieri tra il vice ministro Qin Gang e il nostro ambasciatore Luca Ferrari. Repubblica aveva scritto dell'irritazione cinese per la decisione italiana, unico Paese in Europa e primo al mondo a introdurre un blocco completo degli aeroporti, andando oltre le raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità. La "grande insoddisfazione per la reazione eccessiva", messa in atto senza contattare la Cina e con "grossi inconvenienti" per i cittadini del Dragone è stata esplicitata durante l'incontro di ieri dal vice ministro Qin. Secondo quanto riporta la parte cinese l'ambasciatore Luca Ferrari avrebbe espresso la disponibilità dell'Italia a approvare alcune delle applicazioni presentate dalle compagnie cinesi per riattivare i voli. L'Italia conferma l'incontro, ma non ne dà al momento una sua versione. Quella di riattivare parte dei collegamenti si presenta come una marcia indietro politicamente difficile da motivare, se è vero che l'obiettivo del blocco era soprattutto tranquillizzare l'opinione pubblica. La decisione era stata presa direttamente da Palazzo Chigi, cogliendo di sorpresa, oltre alla Cina, anche la Farnesina. Erano stati fermati anche i voli cargo, un potenziale danno per le nostre imprese, poi riattivati. Nei giorni successivi è scattata un'operazione di ricucitura, con la vicinanza dimostrata da Sergio Mattarella e l'incontro di Luigi Di Maio con l'ambasciatore cinese a Roma. Al momento però la matassa pare ancora difficile da sbrogliare.

Diamond Princess, la nave bloccata in mezzo al mare. Intanto la situazione sulla Diamond Princess appare particolarmente grave: il continuo contatto tra le persone durante la crociera sembra aver favorito la trasmissione del virus. Per il momento le autorità giapponesi hanno sottoposto a test solo 273 passeggeri su 3700, quelli che presentavano sintomi come tosse o febbre, oppure che erano entrati a stretto contatto con loro, e ben 61 sono risultati infetti, uno è in condizioni critiche. Tutti gli altri, compresi gli italiani, restano in quarantena a bordo, in attesa di capire se svilupperanno sintomi. L'isolamento è stato deciso lunedì, quindi per esaurire le due settimane di incubazione mancano ancora dieci giorni, da passare chiusi dentro le cabine, alcune senza balcone, con un'ora d'aria a rotazione sul ponte. Le testimonianze che arrivano dalla nave sono le più diverse, tra noia e apprensione. "Siamo tutti un po' in ansia, ma sereni. Mi sento con mio marito", ha detto la moglie del comandante Marianna Arma. Il governo giapponese ha spiegato di essere pronto ad adottare nuove misure per prevenire la diffusione del coronavirus, attingendo anche ai fondi di emergenza.

Rallentano i nuovi contagi. Ancora una volta, la giornata di ieri è stata la più pesante per quanto riguarda il numero delle vittime: sono state 73, di cui 69 nella provincia dello Hubei, per un totale di 636. Tra di loro c'è anche Li Wenliang, l'oftalmologo di Wuhan (34 anni) che tra i primi aveva messo in guardia amici e colleghi sulla pericolosità nella nuova epidemia, salvo essere punito con l'accusa di diffondere il panico e silenziato dalla polizia.

La morte nascosta del medico che aveva segnalato il virus. La sua scomparsa, ieri notte, ha provocato una ondata di rabbia senza precedenti sui social network cinesi, con critiche molto esplicite verso le autorità che la censura non è riuscita a tenere a bada. La notizia incoraggiante invece è il leggero calo, per il secondo giorno consecutivo, del numero dei nuovi contagi rilevati: sono stati 3.143, per un totale di 31.161. È possibile sia l'indizio di un rallentamento dell'epidemia, ma solo i dati dei prossimi giorni lo potranno confermare. In una telefonata con Donald Trump, Xi Jinping ha ribadito "la piena fiducia e la capacità della Cina di superare l'epidemia".

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 9 febbraio 2020. Ventuno grandi navi da crociera hanno visitato la Cina da gennaio - secondo la rivista giapponese Nikkei Asian Review - e oggi alcune di loro «non hanno più un posto dove andare». Lussuose crociere finite nel caos, trasformate in «viaggi verso il nulla». La causa è il coronavirus. A queste fortezze del mare, infatti, molti porti tra Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Vietnam negano l' attracco, temendo quello che sta già succedendo a Yokohama, Giappone, dove la nave «Diamond Princess» - con 64 contagiati, secondo l' ultimo bollettino - si trova tuttora ancorata nella baia con i passeggeri e l' equipaggio (in tutto 3.700 persone) in quarantena fino al 19 febbraio. Gli elicotteri militari giapponesi ieri li hanno riforniti dall' alto di medicine e altri beni primari. Oggi la «Diamond» verrà fatta entrare in porto per consentire al personale di risistemare almeno le cabine. Ci sono, come noto, 35 italiani sulla nave, di cui 25 membri dell' equipaggio. Dicono di stare «tutti bene» e che il morale «è buono», ma quanto durerà? Le scorte di resistenza, fisica e morale, sono davvero agli sgoccioli. Così, ecco che c' è un' altra nave da crociera, la «Westerdam », attualmente alla disperata ricerca di un porto. La nave, della Holland America Line , era partita da Hong Kong il primo febbraio con a bordo più di 2.200 persone. Ma Taiwan ha negato l' attracco temendo l' infezione e anche il Giappone le ha impedito l' approdo a Okinawa. A nulla è valso il grido d' aiuto della compagnia: «La nave non è in quarantena» e «non c' è ragione per temere il coronavirus». Ma finora nessuno li ascolta. E così pure la nave «Ovation», della compagnia statunitense Seabourn Cruise Line , che ha lasciato Hong Kong domenica scorsa ma solo due giorni fa è riuscita a far scalo in Thailandia dopo aver ricevuto diversi dinieghi lungo la rotta. Quello che è certo è che il danno alla fine sarà enorme per tutti. La compagnia italiana Costa ha già sospeso le sue crociere in Asia dal 25 gennaio scorso fino a fine febbraio e i passeggeri saranno tutti rimborsati. Le sue quattro navi presenti nell' area, «Costa Serena», «Costa Venezia», «Costa Atlantica» e «Neoromantica», sono ormai lontane dalla Cina ma restano ferme nei porti di Giappone e Corea del Sud in attesa di notizie. Sono navi «congelate». A bordo ci sono solo gli equipaggi, da 500 a 1.000 uomini per nave, pagati lo stesso per lavorare perché i motori vanno tenuti in efficienza. La «Costa Serena» è a Nagasaki, Giappone, dopo essere passata per Busan in Corea del Sud. Nessuno, però, sa come andrà a finire. La Cruise Lines International Association , l' associazione mondiale delle compagnie di crociera, in rappresentanza di 270 navi, ha stretto ulteriormente le maglie degli imbarchi: Royal Caribbean e Norwegian Cruise Line si sono spinte oltre, vietando l' accesso sulle navi a tutti i passeggeri con passaporto cinese, di Hong Kong o di Macao. L' americana Royal Caribbean ha pure cancellato 8 crociere dalla Cina all' inizio di marzo. E il suo piano d' emergenza, se l' epidemia continuerà, potrebbe prevedere una ridistribuzione a livello regionale ma anche fuori dalla stessa regione asiatica. Identici dubbi nutrono le compagnie europee: ma ritirare le proprie navi da quell' area potrebbe rivelarsi «antieconomico», ragionano alla Costa , perché poi «una crociera in Europa non si vende in un giorno».

(ANSA-AFP il 16 febbraio 2020) - Altre 70 persone, per un totale di 355, risultano positive al coronavirus sulla nave da crociera Diamond Princess ferma in quarantena in Giappone. Lo rende noto oggi il ministero della Sanità nipponico. "Finora abbiamo condotto test su 1.219 persone: 355 sono risultate positive, tra cui 73 senza sintomi", ha detto il ministro Katsunobu Kato sull'emittente pubblica Nhk. La Diamond Princess è in quarantena dal 5 febbraio nel porto di Yokohama, vicino a Tokyo. "Sulla base dell'elevato numero di casi di COVID-19 identificati a bordo, il Dipartimento della sanità ha valutato che i passeggeri e i membri dell'equipaggio sono ad alto rischio d'esposizione", ha detto l'ambasciata americana in una lettera ai passeggeri.

Mauro Evangelisti per ''Il Messaggero'' il 16 febbraio 2020. Gli americani tornano a casa, tutti gli altri no. Gli Usa hanno previsto due voli charter da Tokyo, l' Italia sta ancora organizzando l' operazione e ci vorrà del tempo. C' è una nave da crociera, la Diamond Princess, al largo del Giappone, a Yokohama, divenuta dal 4 febbraio una prigione per una quarantena forzata a cui sono condannati 3.600 passeggeri (tra loro 35 italiani, di cui 25 membri dell' equipaggio) a causa del contagio del coronavirus. I casi di infettati sono già diventati 286, ma ogni giorno, in questa situazione di convivenza forzata, la cifra aumenta: ieri ne sono stati ufficializzati già altri 67. Non solo: lo sbarco ufficiale, inizialmente ipotizzato per mercoledì, slitta addirittura a venerdì, come ha annunciato la presidente di Princess Cruises, Jan Swartz, che in una lettera ai passeggeri ha spiegato che è impossibile esaurire tutti i test prima. Ma questa storia rischia di mostrare una clamorosa differenza di trattamento, perché da Tokyo i voli charter riporteranno a casa i cittadini americani che erano all' interno della nave. Secondo il Wall Street Journal «la svolta è legata alla preoccupazione montata negli Usa sulla vicenda. A circa 380 persone a bordo è stata offerta la possibilità di salire su due voli in partenza dal Giappone verso gli Stati Uniti, dove l' arrivo è atteso in queste ore, in base a quanto detto dal Centers for Disease Control and Prevention». E l' Italia? Ribadiamolo, sulla nave da crociera ci sono 286 contagiati; di fatto, se si esclude Wuhan, è il focolaio dell' epidemia più vasto che esista al mondo e la decisione delle autorità giapponesi di non lasciare sbarcare e isolare tutti i 3.600 passeggeri che stavano facendo una crociera tra Giappone e Cina, si è rivelata una scelta poco lungimirante, perché ha ovviamente moltiplicato le possibilità di trasmissione del virus in un luogo chiuso come una nave. A bordo ci sono 35 italiani, 25 membri dell' equipaggio, a partire dal comandante, il capitano Gennaro Arma, campano, e dieci passeggeri. Per l' equipaggio, che cerca di essere di aiuto ai viaggiatori, tra l' altro è assai complicato rispettare la quarantena. Ieri il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha annunciato: «L' Unità di crisi sta sentendo tutti gli italiani a bordo della Diamond Princess. Nessuno di loro presenta sintomi o fa sospettare che ci possa essere un sintomo legato al coronavirus. Valuteremo tutte le possibilità ed eventuali azioni da intraprendere per proteggere i nostri connazionali».

In sintesi: mentre gli Stati Uniti avevano fatto partire l' operazione per evacuare i connazionali, mentre il Giappone, secondo la Cnn, faceva sapere di «apprezzare la mossa degli americani», l' Italia era ancora in attesa di prendere una decisione. In serata, questa diversità di trattamento tra americani e resto del mondo rischiava di risultare troppo evidente e così dalla Farnesina è stato fatto trapelare: è allo studio la possibilità di realizzare un volo di rimpatrio per i 35 italiani bloccati sulla nave da crociera Diamond Princess in Giappone. Di questo hanno parlato al telefono Di Maio e il commissario straordinario per l' emergenza coronavirus, Borrelli. In realtà, l' operazione italiana è complicata perché 25, come detto, sono membri dell' equipaggio. Di certo, l' Unità di crisi della Farnesina è già al lavoro per organizzare il volo del 767 dell' Aeronautica militare (lo stesso usato per le due missioni a Wuhan), ma si ipotizza anche una soluzione differente insieme agli altri Paesi europei. Il parlamentare del Pd, Andrea Romano, membro della commissione Esteri, osserva: «Il ministro Di Maio si attivi con assoluta urgenza per riportare a casa gli italiani fermi sulla Diamond Princess, che da troppi giorni sono di fatto bloccati dall' indecisione delle autorità giapponesi, che sta assumendo contorni ormai intollerabili. Nessuno di loro presenta sintomi da infezione da coronavirus, eppure tutti sono costretti a permanere sulla nave in condizioni di crescente pericolosità. Chiediamo quindi che il Ministero degli Esteri attivi subito un' operazione simile a quella realizzata dagli Stati Uniti». L' emergenza del coronavirus sta colpendo duramente le crociere. Un' altra nave, la Westerdam, con 2.257 passeggeri a bordo, è stata respinta da cinque differenti nazioni asiatiche. Alla fine la Cambogia ha autorizzato l' attracco a Sihanoukville. Nessun passeggero era positivo, ma una donna americana di 83 anni è risultata contagiata una volta arrivata a Kuala Lumpur, in Malesia.

Coronavirus, stop ai voli, un caso nel governo: bloccati in Cina 600 italiani. Pubblicato sabato, 08 febbraio 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Sono rimasti bloccati in Cina dopo la decisione del governo italiano di sospendere i collegamenti aerei diretti. E adesso si appellano al governo affinché li riporti a casa. Sono almeno 600 gli italiani in attesa di rimpatrio e tanto basta per creare tensioni all’interno del governo. Perché la scelta di «chiudere» — presa una settimana fa subito dopo la notizia di due coniugi cinesi ricoverati all’ospedale Spallanzani per aver contratto il coronavirus — sta ormai creando numerosi disagi. E soprattutto non fornisce alcuna garanzia ad impedire che persone contagiate varchino la frontiera. Anzi. Chi ha fretta di rientrare opta per i voli che fanno scalo in altri Paesi e di fatto sfugge ai controlli obbligatori soltanto per chi proviene dalla Cina. Ecco perché alla Farnesina si sta cercando di pianificare alcuni voli speciali che — seguendo cautele particolari — possano far tornare chi era partito per motivi di lavoro o per vacanza e mai avrebbe immaginato di essere costretto a rimanere. Ma ci si scontra con le resistenze del ministro della Salute Roberto Speranza che aveva sollecitato il premier Conte a dichiarare il blocco, convinto sin dall’inizio che fosse la misura più efficace. Già questa mattina potrebbe dunque essere convocata una nuova riunione tecnica per valutare una serie di deroghe allo stato di emergenza decretato il 31 gennaio e così avviare il rientro dei primi connazionali. Sono 11mila gli italiani iscritti all’Aire che vivono in Cina e almeno 600 quelli non registrati perché arrivati soltanto per periodi brevi. Un numero che potrebbe essere addirittura più elevato — arrivando fino a un migliaio — e per questo l’Unità di crisi della Farnesina diretta da Stefano Verrecchia sta effettuando una sorta di «censimento»: una volta rientrati tutti dovranno infatti essere sottoposti alla quarantena. Il rimpatrio è reso però impossibile dal divieto di volo imposto da Conte e condiviso con Speranza che sin da subito aveva provocato l’irritazione forte delle autorità cinesi, ma anche le perplessità degli altri ministri. Tanto che palazzo Chigi aveva fatto trapelare di aver «deciso con il pieno coinvolgimento dei capi delegazione di maggioranza e sentendo specificamente il ministro degli Esteri e il titolare dell’Economia che hanno dato pieno assenso». Versione non confermata dai diretti interessati e così nemmeno 24 ore dopo si è decisa una parziale marcia indietro concedendo il via libera per i cargo che trasportano merci: «Si tratta di materiale non contaminabile né contaminato, dunque fatti salvi i controlli sanitari per gli equipaggi non sembra sia necessario tenere ferme le merci», aveva chiarito il commissario per la gestione dell’emergenza Angelo Borrelli. E dal Quirinale era filtrato «l’auspicio a un ritorno alle normali relazioni tra Italia e Cina sollecitamente e sotto ogni profilo». Ora si lavora per trovare una soluzione rapida. Più passa il tempo più aumenta il pericolo che i 600 italiani possano essere contagiati. E dunque più forte è il rischio che decidano di tornare effettuando triangolazioni in altri Stati, anche tenendo conto che l’Italia — se si eccettua la Repubblica Ceca che farà scattare il divieto da domani — è l’unico Stato ad avere fermato i collegamenti diretti. Ecco perché ieri mattina dal ministero degli Esteri si è chiesto a quello della Salute di concordare una modifica al decreto per autorizzare almeno un volo. Fino a tarda sera non è arrivato alcun assenso, probabilmente nel timore di dover ammettere una sorta di avventatezza nelle prime decisioni. E questo nonostante i tecnici siano concordi nel ritenere che la scelta davvero indispensabile sia un’ulteriore stretta dei controlli negli aeroporti italiani proprio per evitare il rischio di non «visitare» chi è stato in Cina ma è rientrato passando da un altro Paese. Ieri l’ambasciata italiana a Pechino ha deciso di chiudere i centri per il rilascio dei visti fino al 16 febbraio. Una scelta che potrebbe creare ulteriori tensioni dopo le proteste dei giorni scorsi delle autorità cinesi proprio sui voli bloccati, ma anche degli imprenditori preoccupati per una situazione che sta causando gravi perdite economiche in numerosi settori.

Coronavirus: arrivati gli italiani evacuati da Wuhan. Due bambini in quarantena a Cecchignola portati allo Spallanzani. Di Maio: "Aereo militare riporterà Niccolò". I piccoli hanno alcune linee di febbre. In giornata il rientro in Italia. Sale il bilancio delle vittime del virus, che a livello globale supera quello della Sars. La Repubblica il 09 febbraio 2020. È atterrato intorno alle 14 all'aeroporto militare di Pratica di Mare l'aereo proveniente dalla base Raf di Brize Norton, nell'Oxfordshire, con a bordo il piccolo gruppo di 8 italiani provenienti da Wuhan, la regione focolaio del coronavirus. Dopo i primi controlli il trasferimento all'ospedale militare del Celio a Roma, per essere messi in quarantena. Gli italiani erano arrivati in mattinata in Inghilterra, alla base Raf di Brize Norton, nell'Oxfordshire, a bordo di un aereo proveniente da Wuhan con 200 persone. Gli italiani dovevano essere nove con Niccolò, lo studente 17enne di Grado, che invece è rimasto bloccato in Cina, dato che ha di nuovo la febbre (già il 3 febbraio scorso non ha potuto volare con gli altri 56 italiani rientrati). Lo studente rimasto in Cina è stato riportato in albergo e sta bene. Anche i suoi genitori non sono particolarmente preoccupati. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, al termine della riunione con il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha dichiarato che è stato "deciso che un velivolo della aeronautica militare andrà in Cina e riporterà Niccolò in Italia. L'aereo partirà nelle prossime 24 ore". Il ministro ha aggiunto: "Per noi nessuno deve rimanere indietro. I nostri connazionali hanno la massima priorità per rientrare e faremo tutto il possibile per assicurare sia ai nostri connazionali che sono in Cina sia a quelli che vogliono rientrare in Italia la massima assistenza e vicinanza". Del gruppo dei 56 italiani rimpatriati i primi giorni di febbraio sono stati trasferiti a titolo puramente precauzionale all'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma per ulteriori accertamenti due bambini di 4 e 8 anni, con solo alcune linee di febbre. Per il primo dei due, il tampone ha dato esito negativo al test di nuovo coronavirus 2019-nCoV. In corso l'esame sul secondo. Buone notizie, intanto dal nuovo bollettino medico diffuso dallo Spallanzani: "Tutti i test relativi ai casi sospetti per il nuovo coronavirus sono risultati negativi, compreso il test per la donna italiana inviataci, a puro scopo precauzionale, dalla Città Militare della Cecchignola e la coppia proveniente da un Pronto soccorso cittadino", è stato comunicato dall'ospedale. "Sono stati valutati, a oggi, presso la nostra accettazione 53 pazienti sottoposti al test per la ricerca del nuovo coronavirus. Di questi, 36 risultati negativi al test sono stati dimessi. Diciassette pazienti sono tuttora ricoverati". Così lo Spallanzani nel bollettino quotidiano. "Tre - è stato spiegato - sono casi confermati (la coppia cinese attualmente in terapia intensiva e il giovane proveniente dal sito della Cecchignola); 12 sono pazienti sottoposti a test per la ricerca del nuovo coronavirus in attesa di risultato; 2 sono pazienti che, risultati negativi al test per nuovo coronavirus, rimangono comunque ricoverati per altri motivi clinici".

La trasmissione, le cure, gli effetti. A Taiwan è risultato positivo al test del coronavirus un ragazzo di 20 anni che era stato in vacanza in Italia l'ultima settimana di gennaio con i genitori. Nonostante siano state attivate da parte delle autorità italiane tutte le procedure stabilite dal protocollo per verificare gli spostamenti della comitiva di cui i tre facevano parte, fonti del Ministero della Salute sono abbastanza tranquille nell'escludere contagi. Data la tempistica della permaneza dei turisti (hanno soggiornato in Italia dal 22 al 31 gennaio, spostandosi in varie città della Toscana) ed essendo l'incubazione del virus di 14 giorni, a distanza di 9 giorni dal loro rientro in patria non sono stati segnalati casi di contagio oltre ai tre accertati allo Spallanzani. 

Bilancio sempre più pesante. È salito a 813 morti, quasi tutti registrati in Cina, il nuovo bilancio dell'epidemia che, con quste cifre, supera a livello globale quello della Sars del 2002-2003 quando morirono 774 persone. Nelle ultime 24 ore sono morte altre 89 persone, segnando un nuovo record consecutivo per il numero di decessi quotidiani. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha tuttavia stimato che il numero di casi di contagio rilevati quotidianamente in Cina si sta stabilizzando, anche se è troppo presto per concludere che l'epidemia ha superato il suo picco. "Stiamo registrando un periodo di stabilità di quattro giorni, in cui il numero di casi segnalati non è aumentato. Questa è una buona notizia e potrebbe riflettere l'impatto delle misure di controllo che sono state messe in atto", ha dichiarato il responsabile del programma di emergenza sanitaria dell'Oms, Michael Ryan. Nella Cina continentale, il numero di casi confermati domenica è di quasi 37.200, 2.600 casi in più rispetto alla precedente valutazione giornaliera. Una cifra significativamente inferiore alle quasi 3.900 nuove infezioni annunciate mercoledì dalle autorità cinesi. Anche il numero di casi sospetti è diminuito in modo significativo: sono state poco più di 3.900 nelle ultime 24 ore, contro oltre 5.300 nel rapporto pubblicato giovedì.

Coronavirus, atterrato a Pratica di Mare l'aereo con 56 italiani. Cecchignola in rivolta: "Non li vogliamo". Libero Quotidiano il 3 Febbraio 2020. È arrivato intorno alle 10 del mattino il Boeing KC 767 dell'Aeronautica militare con a bordo gli italiani rimpatriati da Wuhan, la città cinese da cui si è diffuso il coronavirus. Atterrato a Pratica di Mare con 56 connazionali, uno in meno del previsto: un ragazzo di 20 anni infatti è stato costretto a rimanere a Wuhan a causa delle febbre. Il protocollo delle autorità locali, infatti, prevede che chi ha sintomi che potrebbero essere riconducibili al coronavirus non può lasciare il Paese. Altri dieci italiani hanno scelto di restare a Wuhan. Nel primo pomeriggio di lunedì si è appreso che nessuno degli sbarcati presenta i sintomi del coronavirus, che come è noto però può essere trasmesso anche tra soggetti asintomatici. Il volo, partito in piena notte, è arrivato con un poco di ritardo rispetto a quanto previsto inizialmente. Ora gli italiani verranno trasferiti alla cittadella militare della Cecchignola, a Roma sud, dove trascorreranno un periodo di isolamento lungo 14 giorni. Dopo l'atterraggio, verrà effettuato un nuovo screening sui 56 sbarcati: i casi sospetti verranno isolati. In caso di anomali verrà disposto l'immediato trasferimento allo Spallanzani. Per inciso, riferisce Il Giornale, i residenti dell'area della Cecchignola, dove andranno gli sbarcati, non ci stanno e fanno sentire la loro voce: hanno para del virus e del possibile contagio. "Non capiamo perché queste persone debbano essere ospitate negli appartamenti del Centro sportivo esercito - spiegano i residenti -. Ci è stato detto che possono circolare all'interno di quell'area militare. Sia chiaro che non ce l'abbiamo con loro, ma siamo preoccupati. Chi ci dice che il coronavirus non possa trasmettersi in maniera più semplice di quella che ci viene indicata?", concludono.

Coronavirus, 56 italiani in quarantena. Bloccato in Cina giovane studente: “Ha la febbre”. Redazione de Il Riformista il 3 Febbraio 2020. E’ risultato negativo al test del nuovo coronavirus il paziente irlandese ricoverato in rianimazione nella serata di domenica all’Istituto Spallanzani di Roma. L’esito degli esami “ci è stato appena comunicato dal Laboratorio di virologia” dichiara l’assessorato alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio su comunicazione della Direzione Sanitaria dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive della Capitale.

LE CONDIZIONI DELLA COPPIA CINESE – La coppia cinese risultata positiva al coronavirus è invece ancora ricoverata: le condizioni dei coniugi trasferiti nel nosocomio il 30 gennaio scorso sono “stazionarie, ed entrambi presentano polmonite virale con interessamento alveolo interstiziale bilaterale”, si legge nel bollettino.

I 20 SOTTO OSSERVAZIONI – Nel bollettino dello Spallanzani si legge inoltre che “sono 20 i pazienti ancora sotto osservazione presso l’Istituto Spallanzani che hanno avuto contatto con la coppia cinese positiva all’infezione da nuovo coronavirus. Le loro condizioni di salute sono buone e resteranno in quarantena fino al termine del periodo previsto dalle procedure”.

GLI ITALIANI ATTERRATI DA WUHAN – E’ invece atterrato il Boeing KC 767 dell’aeronautica militare con a bordo i 56 italiani rimpatriati da Wuhan è atterrato nell’aeroporto militare di Pratica di Mare. I rimpatriati saranno trasferiti nella cittadella della Cecchignola per una quarantena di 14 giorni. Dieci italiani hanno invece scelto di restare in Cina, mentre uno è dovuto rimanere perché aveva la febbre.

Come testimoniato dal capo dell’Unità di crisi della Farnesina Stefano Verrecchia, i 56 italiani sono “Stanchi ma sollevati” per essere rientrati da Wuhan. A bordo dell’aereo c’erano anche sei bambini, mentre la persona con la febbre rimasta in Cina si trova in ospedale “con l’assistenza del personale dell’ambasciata italiana”, ha detto Verrecchia.

LO STUDENTE CHIUSO IN CAMERA – ”Tornerò presto in Cina” ha spiegato all’AdnKornos Lorenzo Di Berardino, studente 22enne di Pescara tra i 56 rimpatriati da Wuhan. Le parole del ragazzo erano rivolte ai suoi genitori, Giulio e Alessandra, che sono arrivati davanti al Centro Sportivo Olimpico Esercito alla Cecchignola per poter vedere l’arrivo dei pullman da Pratica di Mare. ”Lorenzo era a Wuhan dal primo settembre, ha frequentato l’università e per lui il periodo natalizio è stato un periodo di esami. In questi ultimi giorni erano chiusi con gli altri studenti in camera per precauzione” hanno raccontato i genitori. ”Non c’era un obbligo a rimanere in camera, ma hanno ritenuto prudente farlo – spiegano Giulio e Alessandra – l’Università ha messo a disposizione una mensa per gli studenti fuori sede rimasti nel campus”. 

17ENNE IN CINA CON FEBBRE – Non è riuscito a rientrare in Italia un ragazzo di circa 17 anni, in Cina nell’ambito di un programma di studio all’estero. Lo studente è rimasto a Wuhan perché al momento della partenza aveva la febbre. Ospite di una famiglia a 400 chilometri da Wuhan, nell’ambito di un progetto che prevede un anno scolastico all’estero, il 17enne ha raggiunto Wuhan per poter partire insieme al gruppo di italiani rimpatriati, ma poi non è potuto salire a bordo a causa della febbre. Grazie alle donne e agli uomini delle #ForzeArmate che come sempre si fanno trovare pronti. Atterrato a Pratica di Mare l'aereo militare che ha riportato a casa i nostri connazionali da #Wuhan. Ora riceveranno ogni assistenza nelle strutture allestite dalla Difesa per l'emergenza.

IL MONITORAGGIO DEI VOLI INDIRETTI – Dal capo dipartimento della Protezione civile e neo commissario per la gestione dell’emergenza del nuovo coronavirus, Angelo Borrelli, è arrivato invece l’annuncio durante una intervista a Radio24 che, dopo aver chiuso i voli diretti dalla Cina, “saranno monitorati negli aeroporti tutti i voli indiretti, anche quelli che arrivano dall’area Schengen, nel nostro Paese”. Il monitoraggio, ha spiegato Borrelli, consisterà in un controllo generalizzato negli aeroporti con apparecchiature termoscanner e, “laddove non fossero presenti queste apparecchiature”, in un aumento del personale medico e paramedico che misurerà la temperatura dei passeggeri in arrivo negli aeroporti.

Heather Parisi sul Coronavirus: “Sono stata la prima a dare l’allarme”. Alice su Notizie.it il 03/02/2020. Heather Parisi ha lanciato l'allarme per il Coronavirus e ha fornito dettagli sulla situazione a Hong Kong. Heather Parisi e la sua famiglia vivono a Hong Kong. La ballerina ha condiviso sui social diverse foto in cui lei e i suoi figli utilizzano le mascherine protettive e ha parlato della situazione dovuta al coronavirus. Da giorni circola l’allarme circa la diffusione del coronavirus in giro per il mondo e diversi vip residenti in Cina hanno segnalato l‘allarme. Heather Parisi, che da anni abita con la famiglia a Hong Kong, ci ha tenuto a dire la sua sull’argomento e ha condiviso alcuni scatti in cui lei e i suoi figli indossano le mascherine protettive. “Siamo pronti a tutto, o quasi tutto”, ha scritto la showgirl nel suo post. a hong Kong sarebbero stati riconosciuti 118 casi sospetti e la ballerina ha dichiarato che per lei la prudenza “non sarebbe mai troppa”. Insieme ad Heather Parisi a Hong Kong si trovano anche il suo compagno, l’imprenditore Umberto Maria Anzolin, e i due gemelli che la showgirl ha avuto a 50 anni Elizabeth Jaded e Dylan Maria. La showgirl ha avuto anche altre due figlie dalle sue precedenti unioni: Rebecca Jewel Manenti e Jacqueline Luna Parisi. Le due non avrebbero mantenuto i rapporti con la madre e sarebbero rimaste entrambe a vivere con i rispettivi padri. Proprio la figlia Jacqueline in passato si è scagliata pubblicamente contro la madre lasciando intendere che i loro rapporti non sarebbero affatto dei migliori. Heather Parisi non ha mai replicato.  

Da liberoquotidiano.it il 2 febbraio 2020. Scivolone clamoroso in diretta a Domenica In di Iva Zanicchi. Durante l'intervista con Mara Venier, la cantante ha parlato del coronavirus e ha confessato di essere preoccupata: "Io quando vedo un cinese sorrido ma me la do a gambe. Non viaggio con la mascherina per ora. Se uno ha paura, ha paura". Una frase che poco dopo ha corretto insieme alla conduttrice. "Sì, forse farei meglio a tacere", ha detto la Zanicchi rispondendo alla Venier che aveva sollevato il dubbio: "Non vorrei che qualche cinese si fosse offeso...". Allora la cantante, sempre con tanta ironia, ha chiuso la questione: "No ma guarda era solo una battutaccia. Io sono in un albergo a Rome e a colazione stamattina tra i tavoli c'erano trenta cinesi, io ero in un tavolino da sola eh... ma solo perché non li conoscevo".

Riccardo Fogli, la gaffe sul Coronavirus: “Hai la febbre, sei stato in Cina?” Linda su Notizie.it il 03/02/2020. Riccardo Fogli nella bufera: la gaffe del cantante sul Coronavirus non passa inosservata e il web insorge. Ospite di Rai Due nell’ultima puntata di Settimana Ventura è stato anche Riccardo Fogli. A distanza di qualche tempo dalla sua partecipazione all’Isola dei Famosi, l’ex frontman dei Pooh è dunque tornato in tv. Proprio sul piccolo schermo, tuttavia, il cantante toscano ha commesso una clamorosa gaffe, che ha dato il via a una serie di polemiche sui social e sul web in generale. L’ex naufrago ha infatti fatto della facile ironia sul Coronavirus, il tremendo virus che sta tenendo sotto scatto il mondo intero. L’argomento, come sappiamo molto delicato, sta di fatto creando una sorta di psicosi planetaria, al punto che al solo vedere una persona cinese molti cambiano strada o non entrano in negozi e ristoranti. Cos’ha dunque fatto Riccardo Fogli di così grave? Come detto poc’anzi, durante la messa in onda del programma di Simona Ventura a un certo punto c’è stato un collegamento telefonico di Stefano Bettarini, ex marito della padrona di casa. La stessa Simona ha dunque spiegato al pubblico che Stefano sarebbe dovuto essere presente in collegamento da Firenze, ma purtroppo gli è venuta la febbre. Ecco che allora ha preso la parola Riccardo Fogli, che ha pensato di ironizzare sulla situazione. “Non è che sei stato in Cina? Ti vogliamo bene lo stesso anche se hai preso il…”. Così ha dunque commentato il cantante dei Pooh, pur senza menzionare direttamente il Coronavirus. Il suo riferimento sottinteso non è però piaciuto affatto agli internauti, che hanno subito manifestato il proprio dissenso sui social network. 

GF VIP, il figlio di Fabio Testi bloccato in Cina per il Coronavirus. Linda su Notizie.it il 03/02/2020. Il figlio di Fabio Testi, al momento rinchiuso nella casa del Gf Vip, è bloccato in Cina a causa del Coronavirus. Come tutti sanno, Fabio Testi è uno degli attuali concorrente del Gf Vip 4. Tuttavia l’attore, al momento rinchiuso nella casa di Cinecittà, non sa che suo figlio Fabio Jr è bloccato in Cina proprio a causa del famigerato Coronavirus. Nella magione più spiata d’Italia non si ha infatti nessun contatto col mondo esterno. Gli inquilini non sanno quello che succede nel mondo durante la loro permanenza nel reality show. Pertanto anche il tremendo virus di Wuhan che ha colpito il paese asiatico non è stato loro annunciato. Il virus ha intanto provocato la morte di oltre 300 persone, tanto da spingere il governo italiano a bloccare tutti i voli da e per la Cina. Il figlio dell’attore, dunque, non sarebbe rientrato in Italia proprio a causa di tale stop forzato. Secondo quanto riportato dal paparazzo Alan Fiordelmondo, Fabio Testi jr per il momento sta bene. Il figlio del popolare attore sarebbe però bloccato per cause di forza maggiore in Cina, dove gestisce alcune attività con altri italiani. Sembra che Fabio Jr non riesca dunque a tornare in patria proprio a causa dell’epidemia che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Il giovane sarebbe per la precisione a Shanghai, dove insieme alla stilista spagnola Lola sta seguendo l’apertura del ristorante Funk A Deli. “Per gli italiani è stato subito casa, per gli stranieri un posto nuovo e di qualità. Per i cinesi è una curiosità, ma sta diventando anche un trend”. Così aveva raccontato qualche tempo fa il veronese, parlando del locale che da poco anima la movida della più grande metropoli cinese.

Il caso di Telese Terme. “Quella bimba è stata in Cina”, scuola semivuota per rischio contagio: “Controlli ok, è psicosi coronavirus”. Ciro Cuozzo de Il Riformista il 31 Gennaio 2020. La compagna di classe dei loro figli è una bambina cinese da poco rientrata dal suo Paese d’origine. Psicosi coronavirus in un istituto comprensivo di Telese Terme, piccolo comune in provincia di Benevento, dove da qualche giorno le classi sono semivuote per “evitare il rischio contagio”. Ore ad alta tensione in Campania dopo la notizia delle coppia di coniugi di nazionalità cinese che a Roma è risultata positiva al virus diffusosi in oltre 18 nazioni. Prima il caso di Sorrento, con gli abitanti scossi dalla visita della comitiva cinese che nei giorni scorsi sarebbe entrata in contatto con la coppia di coniugi colpita da coronavirus e ricoverata allo Spallanzani di Roma. Poi la protesta delle mamme dell’istituto comprensivo statale Telese Terme che hanno anche inviato giovedì 30 gennaio una lettera alla dirigente scolastica Rosa Pellegrino per chiedere “le iniziative intraprese” di comune accordo con l’Asl, “e se quest’ultima ha attivato i protocolli del caso”.

LA VICENDA – La bambina in questione frequenta la quarta elementare ed è rientrata il 29 gennaio scorso in Italia dopo aver trascorso diverse settimane in Cina, dove era tornata con i genitori per festeggiare anche il Capodanno. Un rientro che ha allarmato i genitori della scuola sannita, molti dei quali ha ritenuto opportuno non far andare i figli a scuola. La stessa alunna cinese è a casa “per scelta dei genitori” fa sapere la preside che questa mattina ha risposto con una nota alle spiegazioni chieste dai genitori che chiedevano un periodo di incubazione di 15 giorni. “Con grande senso di responsabilità e sensibilità, i genitori stanno privando la figlia delle attività didattiche pur di non creare scompiglio tra le famiglie” sottolinea la dirigente che aggiunge: “Il Paese in cui si è recata la bambina, Wenzho, è un piccolo centro sulla costa a circa mille chilometri dalla provincia di Wuhan, focolaio del virus”. La bambina, così come i genitori, è stata sottoposta ad accertamenti sia durante il periodo trascorso in Cina che al rientro in Italia. “Hanno superato ben quattro controlli aeroportuali in entrata e in uscita e non presentano alcun sintomo influenzale” fa sapere la dirigente scolastica.
La dirigente sottolinea che non metterebbe mai a “rischio gli altri bambini” e che “la situazione è sotto stretto monitoraggio dell’Asl di Telese Terme, che ha confermato che non c’è necessità di quarantena per chi, pur rientrando dalla Cina, non presenta sintomi influenzali.  Sull’episodio il sindaco di Telese Terme Pasquale Carofano rassicura: “Il suo unico peccato è quello di essere andata in Cina per qualche settimana” spiega sottolineando che i suoi figli sono andati regolarmente a scuola. “La situazione è sotto controllo, la famiglia cinese quando è tornata in città il 29 gennaio scorso ha effettuato tutti i controlli del caso e non è emerso nulla di preoccupante”.

Coronavirus, l'italiano atterra a Roma da Wuhan: "I medici non mi hanno controllato, sono in auto-quarantena". Libero Quotidiano il 2 Febbraio 2020. C'è un italiano che si è messo in "quarantena volontaria" a Enna per non rischiare di contagiare di Coronavirus a qualcuno, visto che dalle autorità non pare esserci alcun interesse a valutare la sua condizione di salute. Domenico T., studente di 26 anni tornato dalla Cina lo scorso 30 gennaio, racconta la sua incredibile storia al Fatto quotidiano. Dopo aver lasciato Wuhan il 18 gennaio scorso, nel pieno dell'allarme virus, ha percorso un migliaio di chilometri in treno e il 29 gennaio si è imbarcato a Guiyang "per il volo che mi avrebbe dovuto portare a Roma, facendo scalo a Pechino e a Vienna".  Sia all'aeroporto di Guiyang che a quello di Pechino, a Domenico viene misurata la febbre. In Europa, però, nessuna precauzione anche se l'allarme globale è già scattato. "Una volta atterrati a Vienna - spiega lo studente al Fatto - siamo usciti dall'aereo come se niente fosse. A parte il controllo passaporti, nessuna visita. Come se non arrivassimo da Wuhan". L'Austria non ha ancora preso misure restrittive, l'Italia lo ha fatto solo dopo la comparsa dei primi "pazienti zero", i due turisti cinesi contagiati all'hotel Palatino di Roma. Anche a Fiumicino, spiega il giovane, nessun controllo: "Ero molto preoccupato per la mia famiglia, sono andato alla postazione della Guardia di Finanza dicendo che venivo da Wuhan e che volevo essere visitato. Mi hanno portato alla postazione di pronto soccorso dell' aeroporto, dove finalmente, su mia richiesta, mi hanno visitato. Mi hanno fatto qualche domanda, mi dicevano che dovevo stare tranquillo, sono giovane, non c'è nulla di cui preoccuparsi. Cercavo di dirgli che il quartiere vicino a quello dove abitavo a Wuhan era stato messo in quarantena, che non ho fatto alcuna profilassi, ma non mi facevano parlare". Anzi, i medici "hanno perfino litigato su chi mi doveva visitare". "Io non sono come quelli che non vanno al ristorante per paura - protesta lo studente -, io vengo dal posto dove è scoppiata l'epidemia!". A questo punto prende un alto aereo e torna in Sicilia, dai genitori. "Erano 5 mesi che non tornavo a casa - conclude - non ho potuto nemmeno riabbracciarli dopo tutti i timori che hanno passato in queste settimane". I genitori gli passano il cibo nella sua stanza, non hanno contatti fisici con lui e si sono messi pure loro in quarantena, rinunciando ad andare al lavoro. 

Coronavirus, termoscanner negli aeroporti italiani: perché sono inefficaci. Libero Quotidiano il 6 Febbraio 2020. In risposta all'allarme coronavirus, i termoscanner sono approdati negli aeroporti italiani di Roma Fiumicino, Milano Malpensa e Cagliari. Serviranno a rilevare la temperatura corporea dei passeggeri in arrivo, per individuare casi sospetti di contagi. Ma il London School of Hygiene and Tropical Medicine, centro di ricerca britannico, ha sollevato dubbi sulla reale utilità dei termoscanner. Lo studio, riportato dall'edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano, ha dimostrato che su 100 casi di malati solo 8 verrebbero individuati dal termoscanner nell'area "arrivi"; 43 al momento della partenza e tutto il resto (49) passerebbero i controlli. La ragione? Presto detto. Il passeggero potrebbe aver già contratto il virus, ma non presentare sintomi. La febbre è, infatti, il primissimo sintomo del coronavirus, il cui periodo medio di incubazione è stimato in 5 giorni. "I soggetti potrebbero anche presentare un'infezione asintomatica, dunque vi sono forti dubbi sull'efficacia dei termoscanner", ha affermato Billy Quilty, ricercatore della London School. Tuttavia le modalità di utilizzo del termoscanner sono coerenti con le indicazioni dell'Oms, che ha escluso l'infettività dei soggetti che non presentano sintomi.

Coronavirus Italia, dagli scanner in aeroporto ai primi casi di contagio: tutto quello che è successo. Pubblicato lunedì, 03 febbraio 2020 da Corriere.it. È il 21 gennaio quando all’aeroporto di Fiumicino tornano gli scanner per misurare la febbre ai viaggiatori che arrivano da Wuhan, la città focolaio principale del coronavirus cinese. I primi a funzionare saranno quelli utilizzati per controllare i passeggeri del volo diretto dalla città. Questa è la prima concreta misura adottata in Italia da quando, il 31 dicembre 2019, le autorità cinesi hanno reso nota la presenza di un focolaio di sindrome febbrile nella città con 11 milioni di abitanti. Ad oggi invece i voli da e per la Cina sono tutti bloccati. Lo ha deciso il 30 gennaio il governo dopo aver annunciato lo stato di emergenza: «No agli allarmismi» ha precisato il ministro della Salute Roberta Speranza. Nella stessa occasione sono stati segnalati anche in Italia i primi due casi accertati di coronavirus. Si tratta di due cinesi, marito e moglie, arrivati a Malpensa il 23 gennaio per un viaggio di piacere che ha toccato città come Parma, Firenze, Roma. L’Italia ha il maggior numero di turisti cinesi presenti in Europa, 5 milioni nel corso del 2018 e le stime sul periodo attuale erano date in crescita. Cifre che tenderanno a diminuire invece nel corso dell’anno: gli analisti temono che le conseguenze dello stop brusco alle attività legate alla paura del contagio impatteranno sulla crescita di Pechino e dell’economia globale. Il prezzo del greggio è crollato a 56 dollari al barile, circa il 5% in meno rispetto a venerdì. Tanto che l’Iran — che esporta soprattutto in Cina — ha già chiesto interventi ai Paesi produttori per un taglio alla produzione. Ma impatti ci sono e ci saranno in tutti i settori: turismo, industria, moda, Morgan Stanley stima un impatto fino all’1% sulla crescita del Pil cinese nel primo trimestre 2020, con l’effetto di ridurre di 0,15-0,30 punti percentuali l’intero Pil globale nel primo trimestre. Diversi i casi di contagio segnalati in Italia, risultati poi dei falsi allarmi: dalla cantante lirica a Bari fino a Palermo, Potenza, Napoli. Ma per ora i casi accertati in Italia sono i due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma in condizioni stabili. Proprio nell’istituto nazionale per le malattie infettive, il virus è stato isolato: l’isolamento, realizzato da un gruppo di tre ricercatrici, permette di verificare se il virus si sta modificando. I coronavirus sono diffusissimi fra gli uomini e gli animali. A volte sono pure responsabili di raffreddori, nell’uomo. Ma hanno una grande capacità di mutare e, nel caso di Wuhan, sono diventati capaci di provocare polmoniti. Quindi vanno «monitorati» nel tempo, passo fondamentale per sviluppare terapie e possibile vaccino. Nel frattempo la federazione internazionale delle compagnie di crociera (Clia) ha annunciato che non ammetteranno più sulle navi da crociera passeggeri che siano stati di recente in Cina. Il 30 gennaio a Civitavecchia ansia e disagio a bordo della nave da crociera Costa Smeralda, dove erano stati messi in isolamento un cittadino cinese e sua moglie mentre le altre 7 mila persone imbarcate (tra passeggeri e staff) erano rimaste bloccate sulla nave al porto. A seguito di controlli però nessuno è risultato positivo al test. Il 31 gennaio nel frattempo è stato nominato commissario per l’emergenza Angello Borrelli, attuale capo della protezione civile. Suo il compito di gestire i 5 milioni che il governo ha deciso di stanziare per affrontare la prima fase dell’emergenza. Le regole riguardano i controlli da effettuare negli aeroporti, l’allertamento per le Asl, l’eventuale potenziamento delle forze dell’ordine per le verifiche, le norme di comportamento in caso di malore. Il 3 febbraio, alle 10, è atterrato a Pratica di Mare l’aereo con i 56 cittadini italiani rimasti nella città da cui è partita l’epidemia, Wuhan. Un 57esimo non è stato imbarcato perché aveva la febbre: si tratta di un ragazzo di 17 anni. Tutti gli italiani del volo sono stati trasportati alla Cecchignola dove rimarranno 14 giorni per la quarantena. In totale per ora i morti a livello globale sono 362 (la mappa in aggiornamento): superati i decessi causati dalla Sars che nel 2002-2003 furono 349 (Dati Oms). Il totale delle persone ricoverate e dimesse in tutto il mondo dopo essere state colpite dal virus è salito a 530, più di cento in più nel giro di 24 ore, mentre i morti nello stesso arco di tempo sono aumentati di poco più di cinquanta unità. Un ritmo di crescita più che doppio che offre un segnale di ottimismo rispetto alla possibile evoluzione della malattia. La mappa della diffusione della malattia, che segna in rosso le zone colpite, disegna un enorme cerchio scarlatto sulla Cina, dove naturalmente si registra il maggior numero di malati: 17.306 su un totale globale arrivato a quota 17.489. Nel resto del mondo, una serie di pallini di dimensioni diverse, ma tutti molto più piccoli, marchiano un totale di 27 Paesi coinvolti (il conteggio di Hong Kong è considerato a parte rispetto alla terraferma cinese). Fuori dalla Cina, il più colpito resta il Giappone, con 20 casi confermati e nessun nuovo contagio nell’ultima giornata. Seguono la Thailandia, Singapore, Hong Kong, Corea del Sud, Australia e Stati Uniti. Il primo Paese europeo nella classifica è la Germania, con 10 casi, seguita dalla Francia (6) e dall’Italia, con i suoi due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani. Da noi, i governatori di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige hanno scritto una lettera comune al Ministero della Sanità chiedendo che il periodo di isolamento previsto per chi rientra dalla Cina sia applicato «anche ai bambini che frequentano le scuole». I governatori chiedono che sia rivista la circolare del dicastero della Salute (qui il documento ufficiale) che lo scorso 1° febbraio il ministero dell’Istruzione ha inoltrato agli Uffici scolastici regionali e alle scuole con quelle che chiama le «indicazioni per la gestione degli studenti e dei docenti di ritorno o in partenza verso aree affette della Cina». In tre pagine vengono proposti i «comportamenti caratteristici nelle diverse fasce d’età» per evitare l’eventuale contagio, ma senza prevedere le misure proposte dai presidenti delle regioni.

Mauro Evangelisti e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”  il 2 febbraio 2020. Dopo la conferma dei primi due casi di contagiati dal coronavirus a Roma, giovedì è stato annunciato dal governo il blocco totale dei voli, ma domani ripartiranno gli aerei dalla Cina. In Italia, però, arriveranno vuoti, con l' unica eccezione dei posti riservati ai nostri connazionali che da Pechino e Shanghai se ne vogliono andare. E ieri sera la Farnesina ha già annacquato il blocco, visto che sono stati riattivati i voli cargo che trasportano le merci. Sospesa la concessione di nuovi visti ai cinesi e i tour operator sono stati convocati dal governo. Ma il nodo ora è quello dei cinesi bloccati in Italia. Ad alcuni sta scadendo il visto, altri non hanno più una stanza in hotel, molti devono tornare al lavoro in Cina e ora sono preoccupati perché magari hanno raggiunto il limite di spesa della carta di credito. E c' è anche chi è stato costretto a dormire nella brandine del terminal dell' aeroporto di Roma. All' improvviso, tra venerdì e ieri, hanno scoperto che tutti i voli di ritorno a Pechino, Shanghai e nelle altre città cinesi collegate con Fiumicino erano stati cancellati. L' obiettivo del governo era arginare il pericolo del contagio del coronavirus che si è sviluppato a Wuhan, ma l' effetto ottenuto è insidioso: abbiamo migliaia di cinesi che se ne vogliono andare, ma non possono. Vagano per Roma e magari rischiano di prendere una banale influenza e in questo modo fare scattare la dispendiosa macchina dell' emergenza coronoavirus, che impiega mezzi speciali e laboratori per le verifiche. Per questo Protezione civile e Farnesina, in collaborazione con Enac ed Enav, stanno organizzando una massiccia operazione per rimandare a casa almeno i primi 3.300 cinesi a cui sta scadendo il visto. Già domani a Malpensa e Fiumicino arriveranno i voli speciali a Pechino e Shanghai, almeno cinque. Di fatto, è come se le compagnie che normalmente volano sugli aeroporti italiani, riattivassero i collegamenti, ma senza la possibilità di vendere biglietti in partenza dalla Cina (con l' eccezione, come detto, dei 500 nostri connazionali che non si trovano nell' area di Wuhan, ma non possono rientrare per la sospensione delle rotte). Va precisato che non sarà una operazione a carico dello Stato italiano, in pratica i passeggeri devono pagarsi il biglietto. Tra l' altro, una parte dei cinesi bloccati a Fiumicino dall' improvvisa decisione di proibire i voli tra il colosso asiatico e il nostro Paese, ha risolto il problema autonomamente. Ha trovato voli di connessione verso il proprio Paese, passando da Bangkok, Doha, Dubai, Abu Dhabi, per fare alcuni esempi (ma non da Singapore, visto che anche la città-stato ha chiuso le frontiere per i cinesi). Ma davvero ci sono così tanti cinesi in attesa di tornare a casa? Sì. Le città collegate, solo da Fiumicino, con volo diretto - ovviamente prima del blocco - sono dieci: Guangzhou, Chengdu, Haikou, Hangzhou, Pechino, Shanghai, Shenzen, Wenzhou, Wuhan (in questo caso ovviamente lo stop rimane ed è iniziato prima) e Xian. Cinque le compagnie aeree interessate: Air China, China Eastern Airlines, China Southern Airlines, Hainan Airlens e Sichuan Airlines. Totale: 670mila passeggeri all' anno solo su Roma (anche se dal conto va sottratta la parte di italiani ed europei in uscita verso l' Asia). Non solo: a complicare tutta l' operazione-rientro c' è il fatto che il blocco dei voli interessa anche Taiwan (China Airlines) e Hong Kong (Cathay Pacific). Quanti aerei serviranno per rimpatriare tutti i cinesi bloccati in Italia? Limitandosi solo ai 3.300 a cui scade il visto nelle prossime ore, almeno dieci. Ma se si guarda alle settimane successive, il numero raddoppia, anche perché al grosso dei turisti, si aggiungono i tanti uomini di affari che sono nel nostro Paese. Altro tassello: il ban riguardava anche le merci, bloccati tutti i cargo. Su questo si stava cercando un compromesso, in primis per inviare in Cina materiale medico e test per il virus, quanto mai preziosi in questi giorni in cui ha superato quota 12mila il numero dei contagiati. Ma alla fine, anche per le possibili pesanti conseguenze sull' economia italiana, è stato eliminato il divieto per i voli cargo.

Coronavirus, Maria Teresa Meli accusa il governo: "Sono basita, fanno cose da pazzi". Libero Quotidiano il 31 Gennaio 2020. Picchia durissimo, Maria Teresa Meli, contro il governo. Un esecutivo a suo giudizio incapace di gestire l'emergenza coronavirus. O che, quanto meno, desta parecchie perplessità. Ospite a Coffee Break su La7, la firma del Corriere della Sera, punta il dito dopo i primi due casi di contagio confermati a Roma: "Un governo che non decide, che non si prende responsabilità. C'è bisogno di una conferenza stampa? C'è bisogno di convocare un consiglio dei ministri per dichiarare lo stato d'emergenza? È una cosa da pazzi - picchia duro la Meli -. Viene fatto per sgravarsi dalle responsabilità, sono basita per quello che stanno facendo", conclude. I riferimenti della Meli sono in primis alla conferenza stampa di giovedì sera, in cui Giuseppe Conte e Roberto Speranza hanno confermato i primi casi. Dunque, il secondo riferimento, è al CdM che nella mattinata di venerdì ha confermato l'emergenza sanitaria: atti formali che servono a ben poco, stando alla sua analisi.

Coronavirus in Italia, cos’è lo stato di emergenza dichiarato dal Governo. Redazione de Il Riformista il 31 Gennaio 2020. La reazione dell’esecutivo Conte ai due casi di contagio da coronavirus accertati nella serata di ieri a Roma è stata la dichiarazione dello stato di emergenza per sei mesi, formalizzato durante il Consiglio dei ministri tenutosi questa mattina a Roma.

COS’E’ LO STATO DI EMERGENZA – Ma cosa implica lo stato di emergenza? In Italia gli eventi calamitosi sono classificati in base ad estensione, intensità e capacità di risposta del sistema di protezione civile. Per le emergenze di rilievo nazionale che devono essere, con immediatezza d’intervento, fronteggiate con mezzi e poteri straordinari, il Consiglio dei Ministri delibera lo stato di emergenza, su proposta del Presidente del Consiglio, acquisita l’intesa della regione interessata. Lo stato di emergenza può essere dichiarato al verificarsi o nell’imminenza di calamità naturali o eventi connessi all’attività dell’uomo in Italia. Può essere dichiarato anche in caso di gravi eventi all’estero nei quali la protezione civile italiana partecipa direttamente. Il Codice della Protezione Civile aggiornato nel 2018 ridefinisce la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale, portandola a un massimo di 12 mesi prorogabile di ulteriori 12 mesi. La delibera dello stato di emergenza stanzia l’importo per realizzare i primi interventi. Ulteriori risorse possono essere assegnate, con successiva delibera, a seguito della ricognizione dei fabbisogni realizzata dai Commissari delegati. Nella delibera viene indicata anche l’amministrazione pubblica competente in via ordinaria che subentra nelle attività per superare definitivamente le criticità causate dall’emergenza. Agli interventi per affrontare l’emergenza si provvede con ordinanze in deroga alle disposizioni di legge ma nei limiti e secondo i criteri indicati con la dichiarazione dello stato di emergenza e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico. Le ordinanze sono emanate dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile, se non è diversamente stabilito con la deliberazione dello stato di emergenza. L’attuazione delle ordinanze è curata, in ogni caso, dal Capo del Dipartimento. Allo scadere dello stato di emergenza viene emanata un’ordinanza “di chiusura” che disciplina e regola il subentro dell’amministrazione competente in via ordinaria.

Coronavirus, Conte: “Non diffondere il panico, non serve cambiare stile di vita”. Laura Pellegrini l'01/02/2020 su Notizie.it. Di fronte alla psicosi italiana sul coronavirus, Giuseppe Conte è intervenuto lanciando un appello ai cittadini: evitare allarmismi. Giuseppe Conte e Roberto Speranza hanno tenuto una conferenza di fronte ai giornalisti e agli italiani nella serata del 30 gennaio per informare i cittadini sul caso coronavirus. Infatti, giovedì scorso sono stati confermati i primi due casi in Italia: sarebbero una coppia di coniugi cinesi atterrati a Malpensa e giunti a Roma. Per loro è scattata la quarantena presso lo Spallanzani della Capitale. L’arrivo della malattia nel nostro Paese, però, ha scatenato la paura negli italiani, generando talvolta alcune psicosi. L’appello del premier Conte, dunque, vuole rassicurare i cittadini. Intervistato dal Tg5, il premier Giuseppe Conte è intervenuto sul caso coronavirus invitando gli italiani alla responsabilità e a non diffondere allarmismi. Infatti, dopo i due casi registrati a Roma il Cdm ha dichiarato lo stato di emergenza e sono stati presi tutti i provvedimenti necessari per evitare epidemie. “Non c’è motivo di suscitare allarme o diffondere panico sociale – ha detto quindi il presidente del Consiglio -. Lo stato d’emergenza ci consente di poter disporre del tempestivo efficace intervento anche della Protezione civile“. L’invito e il “messaggio a tutti i cittadini che ci ascoltano e a tutti coloro che hanno una qualche responsabilità” è il seguente: “questo non è il tempo delle polemiche – ha sottolineato il premier -, non accetto assolutamente polemiche politiche. È il tempo della responsabilità“.

L’appello alla responsabilità. La responsabilità di cui si parla “riguarda in primis il governo e le autorità sanitarie, che deve riguardare le forze di maggioranza ma, se mi permettete, anche le forze di opposizione. Dobbiamo avere un solo unico obiettivo. Parlare chiaro ai cittadini, tutelare la loro salute e assumere comportamenti conseguenti e responsabili”. Per realizzare tutto ciò, però, occorre seguire un principio: “Non bisogna assolutamente cadere nel panico o seguire un allarme per cui non c’è motivo. Bisogna seguire le indicazioni delle autorità sanitarie che raccomandano di rispettare le prioritarie regole igienico sanitarie”. Inutile quindi cambiare stile di vita di fronte al virus cinese. “Io ai miei figli – ha concluso Conte riportando un esempio personale – raccomando di lavare sempre accuratamente le mani, questo sempre e quotidianamente”. Rispetto alla azioni dell’Italia per combattere e affrontare il coronavirus, infine, Conte sostiene che sia stata “adottata, da subito, fin dai giorni scorsi, la linea di precauzione più efficace, più tempestiva, più costante”.

Coronavirus, Angelo Borrelli è il commissario straordinario per l’emergenza. Laura Pellegrini l'01/02/2020 su Notizie.it. Angelo Borrelli è stato nominato Commissario straordinario per l'emergenza: a lui spetta definire un piano per contrastare il coronavirus. Il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli è stato nominato Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Il premier Giuseppe Conte, infatti, ritiene possa definire un piano di contrasto efficace della malattia. Il Cdm, invece, ha emanato lo stato di emergenza nella riunione di venerdì 31 gennaio. Le prossime mosse di Borrelli andranno a definire la gestione dei 5 milioni di euro stanziati dal Consiglio dei Ministri.

Coronavirus, il piano Borrelli. Dopo l’annuncio dei due casi sospetti e confermati a Roma, il coronavirus ha fatto scattare lo stato di emergenza anche in Italia: Angelo Borrelli è il Commissario straordinario. Analogamente a quanto avvenuto per la Sars nel 2003 (quando Guido Bertolaso venne nominato commissario), infatti, occorrerà definire un piano di contrasto del virus. Un primo abbozzo è già stato delineato. Stando a quanto dichiarato, infatti, l’intenzione è quella di requisire hotel o strutture recettive per accogliere i cinesi che dovranno essere rimpatriati visto il blocco dei voli. Questo permetterebbe di far fronte al primo problema: quello dei rimpatri. In seguito sarà bene definire le modalità con cui fare i controlli in porti, stazioni ed aeroporti. Predisporre, inoltre, l’eventuale blocco di voli da altri Paesi, stabilire le regole da seguire all’arrivo di passeggeri dalla Cina e anche per chi fa scali intermedi. Nel piano, infine, verranno predisposti anche sistemi di protezione per tutti i lavoratori e gli operatori esposti all’emergenza. In primis le ferrovie, ma anche le poste e i trasporti pubblici locali, i vigili del fuoco e le forze di polizia. Inoltre, occorrerà definire gli ospedale adibiti al ricovero degli infetti, mentre lo Spallanzani rimarrà il riferimento centrale. I 5 milioni stanziati dal Cdm saranno utili per potenziare il sistema sanitario e il numero di medici e infermieri a disposizione dei pazienti.

Le parole di Borrelli. “Il nostro Paese – ha assicurato il Commissario – ha messo in piedi un sistema di prevenzione che ci consente di gestire in modo assolutamente adeguato a questa situazione. Nessuna paura e nessun allarmismo”. Il compito della protezione civile, aggiunge ancora, prevede “ogni attività necessaria di prevenzione” al fine di “evitare così la diffusione del virus”.

Coronavirus: aeroporti, ospedali, stanziamenti. Cosa prevede lo stato di emergenza sanitaria. Borrelli commissario. Pubblicato venerdì, 31 gennaio 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Nomina di un commissario per l’utilizzo degli stanziamenti e la fissazione delle regole per affrontare tutti i problemi legati alla diffusione del Coronavirus. È quanto prevede lo stato di emergenza decretato dal governo che affida alla Protezione Civile la gestione della vicenda e che emanerà nelle prossime ore un’ordinanza. Nel ruolo di commissario è stato nominato Angelo Borrelli, attuale capo della Protezione Civile: suo il compito di gestire i 5 milioni che il governo ha deciso di stanziare per affrontare la prima fase dell’emergenza. Le regole riguardano i controlli da effettuare negli aeroporti , l’allertamento per le Asl, l’eventuale potenziamento delle forze dell’ordine per le verifiche, le norme di comportamento in caso di malore. L’ordinanza stabilisce la durata della chiusura dei voli da e per la Cina e gli eventuali altri divieti legati al traffico aereo. Stabilisce le regole da seguire all’arrivo dei passeggeri provenienti dalla Cina, ma anche il protocollo da seguire per chi fa scali intermedi. Vengono individuate aree all’interno dei terminal dove si farà il primo screening - misurazione della temperatura, visite in caso di sintomi influenzali - e poi la destinazione di chi presenta una situazione sospetta. L’ordinanza della protezione civile prevede un’allerta per tutte le Regioni e le Asl che dovranno individuare gli Ospedali che diventeranno presidio per eventuali situazioni critiche. Una sorta di «centro di raccolta» dove individuare reparti “dedicati” se la situazione attuale dovesse peggiorare. Con il picco di influenza previsto per i prossimi giorni è infatti possibile che aumenti il numero delle persone da ricoverare per accertamenti. Lo Spallanzani di Roma rimane il centro dove far confluire i malati e dove effettuare le analisi di verifica dei casi «sospetti». Lo stato di emergenza consente di snellire le procedure saltando una serie di passaggi per l’acquisto e l’approvvigionamento del materiale. E dunque - qualora ce ne fosse necessità - di rifornire con procedura d’urgenza tutte le strutture che avranno bisogno di mascherine, siringhe e tutto il resto del materiale necessario a gestire la situazione. Questo vale anche per le scorte dei farmaci che dovranno essere sempre al massimo livello. La gravità della situazione era stata messa in chiaro già da giovedì quando il ministro della salute Roberto Speranza aveva annunciato che l’emergenza coronavirus sarebbe stata trattata con misure «equivalenti a una epidemia di colera e peste».

Coronavirus, Giulietto Chiesa e l'errore della Russia: "Cinesi decuplicati prima della chiusura dei confini". Libero Quotidiano il 31 Gennaio 2020. La bomba Coronavirus nella pancia della Russia? Secondo Giulietto Chiesa la decisione del Cremlino di chiudere i confini con la Cina è avvenuta troppo tardi, visto che negli ultimi giorni la presenza di cinesi nel Paese è decuplicata per i festeggiamenti del Capodanno. "La Russia ha un rapporto con i cinesi molto vicino e stretto - ha spiegato il giornalista a Radio Cusano Campus -, il rapporto tra Cina e Russia è diventato molto importante soprattutto negli ultimi 5 anni. La quantità di cinesi che va a Mosca è più che decuplicata. È anche un grande affare per i russi. Decine di migliaia di cinesi sono in Russia, molti arrivati per i festeggiamenti del capodanno. Questa notte però è accaduto un fatto nuovo. La Russia ha chiuso la frontiera con la Cina, 2.700km divenuti di colpo impenetrabili".  "Se confrontiamo la situazione russa con quella italiana - continua Chiesa - ci sono alcuni grandi punti interrogativi. Quanti di questi cinesi sono entrati in Russia dopo l'esplosione del contagio? Quanti sono nello stato di incubazione? Per ora non abbiamo informazioni, sappiamo solo che in Russia ora si sta correndo ai ripari. L'Oms ha dichiarato l'emergenza mondiale, figuriamoci se la Russia può ignorare questo fattore. Sperano di fare un gigantesco censimento. È possibile che i russi abbiano sottovalutato la situazione. Noi in fondo siamo lontani dalla Cina. In Russia, dalla Cina, ci si arriva a piedi seppur in Siberia, nelle zone orientali. Sono circa 200 milioni i cinesi che hanno rapporti costanti con la Russia, possiamo immaginare cosa significhi stare lì. Il problema vero quindi è fare il censimento di chi ha attraversato la frontiera negli ultimi 20 giorni".

Igor Pellicciari per Dagospia il 28 Gennaio 2020. Non esiste città europea più asiatica di Mosca. Qui prima che altrove da sempre si respirano le tendenze dell’estremo oriente. E’ una familiarità culturale che negli anni recenti è diventata anche politica, dopo il riavvicinamento strategico Russo-cinese, contromossa alle sanzioni dell’Occidente contro Mosca, che ha sorpreso molti analisti soprattutto americani, convinti che un accordo del genere fosse improbabile in quanto contro natura (geo-politica). Ed invece negli ultimi anni la presenza cinese è aumentata a vista d’occhio nella quotidianità moscovita, a partire dai numerosissimi turisti alto/spendenti che, stimolati dal nuovo clima di amicizia tra i due paesi, vengono nella capitale Russa, attratti dal notevole lifestyle e shopping. Per chi vive in Russia ma legge le cronache nostrane, colpisce che in questi giorni, con l’arrivo di decine di migliaia di turisti cinesi festanti in occasione delle celebrazioni del loro anno nuovo, ad attenderli ci fosse una Mosca illuminata a festa (il sindaco  Sobjanin ha prolungato le luminarie natalizie fino ai primi di Febbraio e molti negozi espongono scritte ed auguri in lingua cinese) ma nessun segno della fobia crescente nel resto del mondo per il Corona virus. Nè, a quanto è dato sapere, le autorità Russe hanno previsto alcun tipo di precauzione al di fuori di quelle standard per i voli provenienti dalla Cina. Mosca, che date le sue dimensioni e il clima non mite in genere non sottovaluta le crisi meteorologiche e sanitarie che le si presentano, sembra dare questa volta poco peso al Corona virus il cui tasso di mortalità dei contagiati (sul 3 %), si dice in Russia, è in linea con quello di altri ceppi di influenza e molto lontano da quanto minacciava anni fa la terribile SARS. A sentire Mosca, la drammatizzazione del virus questa volta sarebbe riconducibile ad una chiara scelta in tal senso della leadership a Pechino, dove il Presidente Xi Jinping vuole evitarsi le critiche di debolezza rivolte al suo predecessore Hu Jintao in occasione della SARS. Questa prova di forza tornerebbe utile al Presidente Xi sia come segnale e deterrente da giocare sul piano della crisi di Hong Kong,  tutt’altro che sfiammata, sia come diversivo e giustificazione al rallentamento della economia cinese, molto più serio di quanto venga percepito da noi.

Coronavirus: media cinesi: "Trovati farmaci efficaci contro il virus". Ma l'Oms frena: "Niente di concreto". Due istituti cinesi hanno fatto sapere di avere due diverse combinazioni che fermano il patogeno. Galli: "Cure ancora lontane". Garattini: "Servono altri test". Individuati "i super diffusori" della patologia. La Repubblica il 05 febbraio 2020. Un doppio annuncio dalla Cina ha dato la notizia di due diverse combinazioni di farmaci che sarebbero efficaci contro  il nuovo coronavirus. Ma poco dopo l'Oms ha fatto sapere che non esiste ancora una cura contro il virus. I medicinali testati non possono essere definiti efficaci e non ci sarebbe nulla di concreto per combattere il virus.

Oms: "Non ci sono terapie note". "Non esistono ancora terapie efficaci contro il 2019-nCoV e l'Oms ricord che solo studi su larga scala possono essere efficaci e sicuri. E sviluppare terapie o vaccini contro patogeni come questo di solito prende anni. Prima bisogna affrontare lunghe sperimentazioni e passare attraverso anche qualche sconfitta", spiega il portavoce dell'Oms Tarik Jasarevic. A confermare che una terapia è ancora lontana anche Massimo Galli, docente dell' Università di Milano e primario dell'ospedale Sacco. "Si sta lavorando con farmaci già noti, ma i test in vitro non sono sufficienti per trarre alcuna conclusione. In una situazione così critica - ha detto Galli - si lavora con quello che si ha".

I media cinesi. Questa mattina i media cinesi avevano annunciato con entusiasmo le due scoperte. La prima notizia è arrivata dalla tv cinese Cgtn: un team di ricercatori, guidati dalla scienziata Li Lanjuan della Zhejiang University, ha spiegato di aver due farmaci efficaci contro il virus, specificando però che si tratta solo dei primi risultati di una ricerca. I test preliminari avrebbero dimostrato che Abidol e Darunavir possono effettivamente inibire il virus negli esperimenti con cellule in vitro. Un'altra combinazione di farmaci è stata annunciata sempre oggi come una possibile terapia per combattere il virus 2019-n-CoV. Sul suo sito il Wuhan Institute of Virology, che fa capo all'Accademia Cinese delle Scienze, i ricercatori hanno fatto sapere di aver individuato due medicinali, il Remdesivir e la clorochina, con effetti inibitori sul nuovo coronavirus. "I i risultati sono stati consegnati alle autorità pertinenti a livello nazionale e richiedono verifiche cliniche", si legge nel comunicato citato dal tabloid Global Times. La clorochina è utilizzata contro la malaria, già disponibile sul mercato interno cinese, mentre il Remdesivir GS-5734, prodotto dall'azienda Usa Gilead è in fase avanzata di ricerca clinica per la cura dell'Ebola in Congo. L'azienda farmaceutica ha già firmato un accordo con il China-Japan Friendship Hospital di Pechino per testare il farmaco. L'istituto di Wuhan ha fatto domanda per brevettare la scoperta anche in altri Paesi o regioni in base al trattato di cooperazione in materia di brevetti, e nella nota chiede alle industrie straniere di non mettere in atto i diritti legittimi sui brevetti per aiutare la Cina.

Farmaci ancora da testare. Per cercare certezze bisogna rifarsi a quanto detto dall'Oms. Non ci sono soluzioni contro il virus dalla Cina, come confermano anche gli esperti in Italia. "Lo studio sull'anti-malarico clorochina è molto interessante. Il problema è che occorrono degli studi sull'animale prima di passare dalle sperimentazioni in vitro alla pratica clinica", spiega il farmacologo, fondatore e presidente dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, Silvio Garattini. "I ricercatori cinesi stanno esaminando una serie di molecole esistenti, dagli antiretrovirali all'anti-malari, e questa è la via logica da seguire per avere delle terapie in tempi brevi. Il fatto è che la sperimentazione sull'uomo non è proprio semplice, a meno di non farla su grandi numeri: per la maggior parte, infatti, i pazienti affetti dal nuovo coronavirus guarirebbero comunque. Dunque è complesso valutare la reale efficacia di potenziali terapie i studi su piccoli numeri di pazienti. E' molto importante, invece, la base di conoscenze che arrivano dalla sperimentazione animale, e certo in alcuni Paesi questo tipo di sperimentazione è più snella e permette di mettere in piedi ricerche in tempo brevi".

Identificati i primi "super diffusori". Intanto in Cina sono stati identificati i primi "super diffusori" dell'infezione da nuovo coronavirus, persone che possono trasmetterlo più velocemente e a più soggetti rispetto ad altri. Una notizia "per nulla confortante", afferma Nicasio Mancini, microbiologo medico all'ospedale San Raffaele di Milano, sul sito Medical Facts del virologo Roberto Burioni. "Sappiamo che il cosiddetto R0 di questa epidemia, ossia il numero di persone che un singolo paziente ammalato può infettare - spiega l'esperto - sembra essere compreso fra 2 e 3. In pratica, un paziente con il coronavirus può trasmettere l'infezione a 2 o 3 altri soggetti. In una città della provincia di Jiangsu della Cina orientale, Xuzhou, si è visto però che dieci pazienti infetti sono stati a stretto contatto con solo una persona infetta. Cioè, un singolo individuo ne ha infettati dieci". Inoltre, "nella città di Xinyu della provincia di Jiangxi, sembra che un solo operatore sanitario di 43 anni, ricoverato in condizioni critiche in ospedale, abbia da solo infettato 15 dei 17 nuovi casi verificatisi in città", prosegue spiegando che si tratta di un fenomeno già emerso ai tempi della Sars.

Marzio Bartoloni per ilsole24ore.com l'8 febbraio 2020. «Nelle prossime due settimane ci si gioca la possibilità di contenere l’epidemia in Cina e non farla arrivare fuori: si capirà infatti se si stabilizzano i casi o aumenteranno ancora». Questa la previsione di Walter Ricciardi, ex presidente dell'Istituto superiore di sanità e ordinario di Igiene dell'Università Cattolica di Roma che sottolinea anche come finora il coronavirus «sia meno pericoloso dell’attuale pandemia influenzale». Influenza ora arrivata al picco in Italia con 795mila casi su un totale di 4,266 milioni di pazienti colpiti.

Cosa dobbiamo aspettarci?

«Le prossime due settimane saranno cruciali per gestire e contenere l'epidemia di coronavirus in Cina la cosa importante però è prendere decisioni basate sulle evidenze scientifiche e la solidarietà. Finora il coronavirus si è diffuso più velocemente a esempio della Sars, ma è molto meno mortale e direi che lo è anche rispetto alla pandemia influenzale di quest’anno. Va comunque preso sul serio, come tutti i virus respiratori, ma senza esagerare facendosi prendere dal panico».

Sono corrette le misure prese finora dall’Italia?

«Le misure di controllo scattate nei porti e aeroporti con la misurazione della temperatura sono misure molto utili perché consentono di verificare subito eventuali casi sospetti. Il blocco dei voli aerei invece è inutile e sbagliato».

Perché?

«Perché questo non evita assolutamente che arrivino persone dalle aree a rischio. Per loro basta prendere voli con uno scalo. Invece era meglio mantenere i voli diretti e poi controllare le persone in arrivo dalle zone a rischio. Anche l’Oms ha caldamente sconsigliato di non bloccare i voli».

I governatori del nord hanno chiesto la quarantena per i bambini.

«È una richiesta coerente con le misure di prevenzione che sono state prese finora. Non si tratta di isolare i bambini cinesi. Bensì di prendere precauzioni con tutte le persone, comprese i bambini cinesi e non, che arrivano dalle zone a rischio».

Graziella Melina per “il Messaggero” il 10 febbraio 2020. Il coronavirus può resistere sulle superfici come metallo, vetro o plastica fino a 9 giorni. La scoperta di quattro ricercatori, Günter Kampf, Daniel Todt, Stephanie Pfaender, Eiker Steinmann, pubblicata quattro giorni fa sulla rivista scientifica The journal hospital infection, pone nuovi interrogativi sulle modalità di diffusione del virus. Fabrizio Pregliasco, virologo e ricercatore di igiene dell'Università degli Studi di Milano, però, tranquillizza: «La carica virale si abbassa nell'arco delle ore e successivamente dei giorni».

Si tratta di uno studio che però può allarmare.

«In realtà, è stata pubblicata una revisione di 22 studi che sono realizzati sui coronavirus umani e animali, ossia la Mers (middle east respiratory syndrome), la Sars (severe acute respiratory syndrome) e l'Hcov (endemic human coronaviruses). Sostanzialmente si evidenzia, come già sapevamo, che i coronavirus possono resistere sino a 9 giorni, ma possono essere disinfettati con alcol, perossido di idrogeno, ipoclorito di sodio».

Ma in questi nove giorni possono infettare?

«Si tenga presente che la carica virale si abbassa nell'arco delle ore e successivamente dei giorni. Questi studi, inoltre, sono stati condotti in condizioni sperimentali. Noi sappiamo che la sopravvivenza dipende poi dall'umidità, se ce n'è di più resistono di più e dalle tipologie di substrato: se c'è del materiale organico questi virus si salvano; il materiale proteico infatti fa da schermo e li difende, come biofilm. La cosa certa è che con il lavaggio noi asportiamo questo materiale e conseguentemente i batteri e il virus».

La trasmissione avviene dunque esclusivamente attraverso le vie respiratorie?

«Per il coronavirus cinese l'occasione di contatto principale sono le goccioline più grosse di quelle che emettiamo, e devono essere assorbite in grande quantità. Per cui, per esempio, la piccola quantità che si può prendere attraverso il dito di una mano su una superficie che ha una ridottissima quantità di virus non determina una infezione efficace. Infatti, non tutte le infezioni ovvero i contatti avvenuti con il virus possono in qualche modo determinare la malattia. Per fare un paragone con altre patologie, si sa che addirittura i malati positivi per hiv hanno nella loro saliva una quantità così esigua di virus che l'efficacia di trasmissione non avviene. La cosa importante è che le prove mostrano che i più semplici e più disponibili disinfettanti agiscono in meno di un minuto».

E per quanto riguarda i cibi che potrebbero arrivare dalla Cina, si può stare tranquilli?

«Con i viaggi, con l'esposizione a temperature bassissime, come nei cargo dove non c'è riscaldamento, è assolutamente incongruo pensare che questa capacità di sopravvivere del virus possa determinare un rischio».

È comunque un aspetto che andrebbe approfondito?

«Finora non sono disponibili dati sulla trasmissione con la superficie contaminata. Dipenderà da ulteriori studi. A mio avviso, comunque, la principale via di trasmissione rimane quella del contatto. I due cinesi risultati infetti erano stati in giro per l'Italia, quindi se ci fosse stata una concreta possibilità di questa trasmissione forse avremmo avuto molti casi secondari».

Chi sono i «super diffusori» E quali caratteristiche possono avere? Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 su Corriere.it da Daniela Natali. Fare un identikit è impossibile Si possono solo fare ipotesi. E le misure già prese dai Governi e dai singoli restano le stesse. La contagiosità dell’attuale coronavirus è misurata a R 2,2:un individuo può contagiarne 2,2 ; ma se ci fossero dei superdiffusori e cioè persone in grado di infettare un numero di persone molto più alto della media? «Dell’esistenza di superdiffusori nella storia delle epidemie siamo certi, per esempio nel caso della Sars ci furono -ricorda Massimo Galli, direttore e dell’Unità di malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano - ma per fortuna la grande maggioranza dei colpiti disperdeva relativamente poco virus». Per la SARS in cui il rapporto malato -contagiato era circa 1 a 1, una commissione di scienziati ed epidemiologi stabilì che 8 era il numero di casi di trasmissione necessari per identificare un super diffusore. In Cina di superdiffusori 2019-nCoVdi ne sarebbero stati identificati due, come si è letto sul sito Medical Facts del virologo Roberto Burioni. In una città della provincia di Jiangsu, 10 pazienti infetti sarebbero stati a stretto contatto con una sola persona malata. E nella città di Xinyu, un solo operatore sanitario pare aver causato 15 dei 17 nuovi casi verificatisi in città. Anche un inglese sembra essere l’esempio perfetto, non solo dell’attuale globalizzazione, ma anche della possibilità di una superdiffusione del virus. Ha contratto il virus a Singapore a una conferenza; quando era ancora asintomatico, ha raggiunto la famiglia in una località sciistica sul Monte Bianco in Francia. Lì ha contagiato sei persone tra cui uno spagnolo. Tornato a Brighton, il nostro portatore sano (almeno fino ad allora) si è recato in un pub dove ha diffuso ancora di più la malattia. Questo senza contare le persone che ha potuto incontrare sui voli e si teme anche che altre novanta persone, presenti alla conferenza a Singapore, possano essere state infettate e aver così iniziato altre catene di contagio nei loro Paesi d’origine. Ma che caratteristiche ha un superdiffusore? Le ipotesi sono molte ma non ci sono certezze. Sembra logico pensare che si tratti di una persona con le difese immunitarie basse che viene pesantemente aggredito dalla malattia e diventa in pratica un “serbatoio” di virus. Al contrario, come scrive il giornale inglese The Guardian il superdiffusore “tipo” potrebbe essere qualcuno con sistema immunitario molto efficiente che ha sintomi lievi oppure praticamente non li sviluppa. O forse il superdiffusore, nel luogo in cui è stato infettato, è venuto in contatto con una dose di virus più alta della media o, ancora , è stato attaccato contemporaneamente da più agenti patogeni e questo ha indebolito il suo sistema immunitario. In ogni modo fare un “identikit” è impossibile . E le misure precauzionali già prese dai Governi e dai singoli ( lavarsi bene e spesso le mani, innanzitutto) restano le stesse. 

Coronavirus, il super-diffusore Steve Walsh: così ha contagiato decine di persone. Libero Quotidiano l'11 Febbraio 2020. Si chiama Steve Walsh, ha 53 anni e in poche ora la sua è diventata una fama mondiale. A suo discapito. Già, perché viene indicato come un "super-diffusore" del coronavirus. La ragione? Un rapido tour partito da Singapore, dove ha contratto il virus, per poi spostarsi in Francia e, infine, fare ritorno nel Regno Unito. Un uomo d'affari, un ricco produttore di sensori industriali, che ora - riporta Corriere.it - è sospettato di aver contagiato decine di persone. Ma procediamo con ordine. Dopo Singapore, quando in Francia era ancora asintomatico, mister Walsh ha infettato cinque concittadini che erano nel suo hotel, compreso un bimbo di 9 anni e uno spagnolo che si trovava in quella zona. Quando lui e la sua famiglia sono tornati a Brighton, sud dell'Inghilterra, Steve Walsh è entrato in un pub, dove avrebbe diffuso ancora di più la malattia. Il tutto non tiene in considerazioni i numerosi voli che ha preso per tornare nel Regno Unito. Si teme anche che altre 90 persone, presenti a una conferenza a Singapore a cui aveva preso parte, potrebbero essere state contagiate dal coronavirus, iniziando così altre catene di contagio nei loro Paesi natali. A definirlo super-diffusore, per la precisione "super-spreader" è stato lo stesso Oms. Per inciso, Welsh ora è guarito.

Il viaggio a Singapore, poi la vacanza sulle Alpi e la serata a Brighton: così un inglese  è diventato «super diffusore». Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 su Corriere.it da Monica Ricci Sargentini. Un signore britannico di mezza età in vacanza sulle Alpi francesi è diventato l’emblema di come i viaggi internazionali possano mettere a repentaglio gli sforzi del mondo per contenere l’epidemia di coronavirus. Mister x, come lo chiameremo, avrebbe contratto il virus mentre era Singapore per una conferenza internazionale sponsorizzata dalla sua azienda, la Servomex, una compagnia britannica che produce sensori industriali e li vende nel mondo. In seguito l’uomo, quando era ancora asintomatico, ha raggiunto la sua famiglia che era a sciare sul monte Bianco, in Francia. Lì ha infettato altri cinque concittadini che erano nel suo hotel, compreso un bambino di 9 anni, e uno spagnolo che era nell’area. Tornato in patria, a Brighton nel sud dell’Inghilterra, il nostro portatore sano (almeno fino ad allora) si è recato in un pub dove ha diffuso ancora di più la malattia. Questo senza contare le persone che ha potuto incontrare sui voli che ha preso per tornare nel Regno Unito. Si teme anche che altre novanta persone, presenti alla conferenza a Singapore, possano essere state infettate e aver così iniziato altre catene di contagio nei loro Paesi natali. Per l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Mister x è l’esempio perfetto di «super-spreader» (super diffusore), cioè qualcuno che infetta una grande quantità di persone. Non è la prima volta che accade. A gennaio una donna di Shanghai che si era recata in Germania per partecipare a una sessione di aggiornamento alla Webasto, un’azienda di componentistica automotive, nel quartiere generale di Stockdorf, a sud-est di Monaco. La signora, che era infetta ma non ancora malata, ha contagiato una dozzina di colleghi che poi hanno passato la malattia anche ai loro familiari.Questi casi mettono in luce l’importanza dello scambio di informazioni tra Paesi diversi per riuscire a trovare nel minor tempo possibile le persone che possono diffondere la malattia, loro malgrado. Non è ancora chiaro come si trasmette il coronavirus che ha già infettato più di 40mila persone e ne ha uccise più di 900. Secondo gli esperti è probabile che il contagio passi attraverso le gocce che si entrano nell’aria quando una persona tossisce o starnutisce. L’incubazione è di circa 14 giorni, all’inizio i sintomi possono essere leggeri, facilmente confondibili con un raffreddore o una febbriciattola. Secondo il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il modo in cui il contagio è stato diffuso dall’uomo d’affari britannico che non ha mai messo piede in Cina è molto allarmante: «Questa potrebbe essere la scintilla che crea un incendio ancora più grande. Il nostro obiettivo è il contenimento. Rinnoviamo l’invito a tutti i Paesi perché evitino il diffondersi dell’epidemia». Durante l’esplosione della Sars, tra il 2002 e il 2003, fu un dottore cinese a portare la malattia all’estero quando si recò in un hotel di Hong Kong e infettò altri sei ospiti che poi tornarono in Canada, Taiwan, Thailandia e Singapore dove diffusero ulteriormente la malattia. Andando molto indietro nella Storia la più famosa «super spreader» è la cuoca irlandese Mary Mallon, soprannominata Mary la tifoidea per aver passato inconsapevolmente la malattia a decine e decine di persone. La donna, che ha vissuto tra il 1869 e il 1938, è stata costretta a vivere tanti anni in esilio all’estero proprio per la sua noema.

Coronavirus, il focolaio del Nord. Primi casi di contagio tra italiani: 15 malati. L'infezione partita a Codogno (Lodi) da un 38enne mai stato in Cina. Dieci paesi isolati. “Non uscite da casa". Giampaolo Visetti il 22 febbraio 2020 su La Repubblica. Tappati in casa davanti a social e tivù con l’incubo del virus. Al mattino ancora si aggrappavano alla speranza di un pessimo scherzo di carnevale. Con il passare delle ore e l’aumento dei contagiati, calma e battute si trasformano in panico e silenzi. «Sembra incredibile — dice a tarda sera Mariuccia, proprietaria del bar “La Tentazione” di Castiglione d’Adda, dove il morbo si sarebbe trasmesso la prima volta — nessuno sa come lottare contro un nemico invisibile». Cinquantamila persone, nel cuore dell’epidemia, adesso temono davvero che il Lodigiano si riveli la Wuhan d’Italia. Il coronavirus, dalla Cina centrale, ha ormai raggiunto una delle aree più globalizzate del Nord ed è, oltre che in Veneto, alle porte di Milano. Dieci i paesi chiusi attorno all’epicentro del contagio, tra Codogno, Castiglione e Casalpusterlengo. Stop a tempo indeterminato per asili, scuole, uffici, negozi e locali pubblici anche in altri sette paesi. Fermi anche i treni. A rischio-isolamento perfino Lodi. Invitato a restare in casa, per almeno una settimana, un terzo degli abitanti di una provincia che conta 230 mila residenti, snodo cruciale tra Lombardia ed Emilia Romagna. Il primo bilancio del contagio, oltre che fulmineo, è impressionante: 15 infettati, ricoverati tra l’ospedale di Codogno e il centro specialistico «Sacco» di Milano, alcuni in condizioni gravi. Altri due in Veneto, vittime di un altro focolaio. Oltre 250 i pazienti posti in quarantena: 70 medici e infermieri, 79 tra famigliari e amici entrati in contatto con i contagiati nei tre centri-focolaio. «Venerdì mio figlio è venuto a trovarmi — dice a Castiglione la mamma dell’uomo che ora lotta con la morte nel reparto di terapie intensive di Codogno — stava male e il medico ha accettato di visitarlo qui. È un omone, forte e sportivo. Pensavamo a una brutta influenza. Questa mattina me l’hanno lasciato vedere in ospedale: intubato, incosciente, molto grave. Quasi non l’ho riconosciuto». Francesca e il marito Moreno, chiusi in casa a due passi dall’ambulatorio di quel medico di base, pure colpito dalla polmonite, aspettano di fare il tampone ordinato dall’unità di crisi costituita in Regione. A diffondere il contagio, dopo essere stato infettato da un amico, sarebbe loro figlio Mattia, 38 anni, residente a Codogno, chimico nello stabilimento Unilever di Casalpusterlengo. Ai primi di febbraio ha frequentato più volte bar e ristoranti della zona assieme a un amico, dipendente della «Mae» di Fiorenzuola d’Adda, nel Piacentino. Tra i ricoverati, anche la cognata. «Era tornato dalla Cina il 21 gennaio — dice la proprietaria della farmacia Gandolfi di Castiglione — ed è venuto ad acquistare le solite medicine contro il raffreddore». L’intuizione si è accesa giovedì sera a Valentina, 36 anni, moglie di Mattia, insegnante, in congedo da settembre e al settimo mese di gravidanza. Si è ricordata delle uscite del marito e dell’amico che lavora in Cina, rientrato il per capodanno lunare. Il primo caso di coronavirus trasmesso tra italiani, è stato scoperto così. Lo ha detto subito agli infettivologi della cittadina, che da domenica non si spiegavano l’improvvisa febbre a 40 di Mattia, passato al pronto soccorso e in medicina interna, prima di aver preferito proseguire le cure a casa. Dietro le finestre ora sbarrate il mistero sulla positività al virus si è dissolto. «Il morbo a questo punto — dice il direttore dell’ospedale, Massimo Lombardo — può al massimo essere contenuto: nessuno può eliminarlo». Oltre 120 i colleghi di Mattia sottoposti al tampone all’Unilever, dove sono stati chiusi mensa e reparti da lui frequentati. Due le caserme, di esercito e aeronautica, attrezzate per la quarantena di quasi 200 persone tra Milano e Piacenza. Tra i contagiati, con Mattia «non trasportabile» ci sono sua moglie Valentina e l’amico rientrato dalla Cina, considerato il «paziente zero» in Italia. Negativo al test, avrebbe trasmesso il virus da asintomatico, o durante quella «influenza» poi superata. La valutazione sulla presenza degli anticorpi è in corso all’Istituto superiore di sanità. Con loro anche il medico di Castiglione e il compagno di corsa di Mattia, figlio della proprietaria del bar dove sembra esplosa l’epidemia. A Milano tre clienti abituali del locale, tutti settantenni, oltre a cinque medici e quattro pazienti dell’ospedale di Codogno, secondo incubatore ora chiuso alle visite dall’esterno. Chi avverte i sintomi di un’influenza viene invitato a restare in casa e a chiamare il 112. Deserte anche le strade dei paesi sigillati. Deviati da oggi pure i treni. Chi esce lo fa con le mascherine, esaurite, o coprendosi il volto con la sciarpa. «Siamo piccole comunità — dice sotto shock il sindaco di Castiglione, Costantino Pesatori — frequentiamo gli stessi posti: se si ammala uno rischiamo di ammalarci tutti». Mattia, in due settimane, ha incontrato centinaia di persone. Non solo in laboratorio all’Unilever. Anche correndo con gli amici del Circolo podistico «Codogno 82»: uscite quotidiane, più una mezza maratona il 2 febbraio a Santa Margherita Ligure e una corsa non competitiva il 9, a Sant’Angelo Lodigiano. Sabato scorso era andato a giocare a calcio: campionato amatori, lui centrocampista del bar «Picchio» di Soragna, contro il «Sabbioni» di Crema. «Aveva qualche linea di febbre — dice l’allenatore — sembrava niente». Invece era già tutto. «A mezza mattina — dice Cecilia Cugini, preside delle medie a Codogno — i genitori sono venuti a riprendersi i bambini. Piangevano perché qui la vita non sarà più quella prima». Nulla di visibile, nella notte che sconvolge la pianura delle cascine e delle industrie. Proprio questo, come l’esplosione di una centrale atomica, paralizza anche i pensieri.

Virus, primo caso a Torino: ha avuto contatti con alcuni dei contagiati della Lombardia. Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 su Corriere.it da Lorenza Castagneri e Massimo Massenzio. Il coronavirus arriva in Piemonte. Un caso di contagio è stato registrato oggi, sabato 22, all’ospedale Amedeo di Savoia di Torino. Si tratta di un uomo di 40 anni che ha avuto contatti con alcune delle persone contagiate in Lombardia. Il 40enne al momento, ha un po’ di febbre, ma non sarebbe grave. La famiglia è monitorata. Il 40enne è di Torino e lavora in una ditta di Cesano Boscone, nel Milanese, dove è entrato in contatto con due persone contagiate, padre e figlio, ricoverati all’ospedale Sacco di Milano in buone condizioni. Ha iniziato a stare male giovedì sera. Il 40enne ha moglie e due figli, di 8 e 10 anni, che al momento sono monitorati assieme al personale dell’ambulanza e alla squadra di pallacanestro con cui ha giocato a basket mercoledì sera. La conferma del contagio è arrivata dalla Regione Piemonte nel corso di una conferenza stampa organizzata nella sede della protezione civile di Torino, in corso Marche. L’uomo ha contattato l’ospedale Amedeo di Savoia facendo i nomi di due delle persone ricoverate in Lombardia e da lì è iniziata la procedura di controllo. Fino all’esito del tampone: positivo. Altri 15 casi sospetti in Piemonte. Tra questi una donna di Asti che ha partecipato alla stessa gara in cui ha corso l’uomo di Codogno, in Lombardia, contagiato dal Coronavirus. E un uomo di Biella con polmonite da 15 giorni. Il Piemonte è la quinta regione italiana toccata da casi accertati di coronavirus. «Oggi emergenze non ce ne sono, oggi c’è una situazione per cui 15 casi in Piemonte sono in corso di accertamento, riguardano diverse province, quindi non sono localizzate in un’unica città», ha detto il presidente del Piemonte, Alberto Cirio. «C’è un caso accertato di coronavirus che è ricoverato attualmente all’Amedeo di Savoia, è un cittadino italiano 40enne di Torino che ha contratto il virus per contratto il virus per rapporti con il ceppo lombardo che già conosciamo», ha aggiunto. «Quello che abbiamo fatto e stiamo facendo con il Servizio di igiene pubblica — continua — è isolare i rapporti personali, familiari e lavorativi che questo soggetto ha avuto in modo da restringere il cerchio in modo che la situazione sia controllata». «Alle 18 avremo un confronto con il governo. Da ieri, venerdì 21 febbraio, abbiamo una situazione che stiamo gestendo, il livello di attenzione è altissimo e ora di contenimento. Con prefetto e sindaca abbiamo ritenuto opportuno riunire l’Unità di crisi permanente». «Per un caso accertato - ha concluso Cirio - abbiamo tanti casi negativi. I nostri servizi di igiene stanno facendo tutte le verifiche necessarie anche a domicilio. Il tampone si potrà fare a casa con il 118». L’assessore alla Sanità Icardi invita a contattare il numero verde 1500, il proprio medico o il 118, senza uscire, mentre il prefetto sta predisponendo dei percorsi diversi negli ospedali. «È bene che tutti i soggetti con i sintomi e che si sentano affetti non vadano al pronto soccorso — l’appello di Icardi — ma si rivolgano al medico di medicina generale o chiamino il 118, a cui forniremo le protezioni necessarie». Inoltre «l’Assessorato alla sanità del Piemonte ha predisposto un servizio per fare il tampone a domicilio, affollare i pronto soccorso degli ospedali sarebbe deleterio».

Coronavirus, chi è il primo contagiato a Milano. Due morti in Italia. Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 su Corriere.it da Sara Bettoni. Alla lista di contagi di Coronavirus (Covid-19) in Italia si aggiunge un primo caso positivo a Milano. Si tratta di un residente di Sesto San Giovanni ricoverato all’ospedale San Raffaele da una settimana. Allo studio le misure di emergenza da fare scattare nel capoluogo lombardo. Adesso vanno ricostruiti tutti i contatti che l’uomo ha avuto nella settimana di degenza al San Raffaele tra cui medici, infermieri e altri pazienti. La struttura si trova a cavallo dei comuni di Milano e Segrate: emblema dell’ospedale è il Cupolone con l’Angelo San Raffaele, alto otto metri. Fondato da don Luigi Verzé , dal gennaio 2012 è di proprietà del gruppo ospedaliero San Donato della famiglia Rotelli. È un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico ed è un policlinico accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale con oltre 50 specialità cliniche. Conta complessivamente oltre 6 mila addetti. Tenendo conto di tutte le sedi si arriva a circa 68 mila accessi al pronto soccorso all’anno, 34.000 interventi chirurgici, 51.130 ricoveri e oltre 950.000 prestazioni ambulatoriali. È collegato all’università Vita-Salute San Raffaele.

Coronavirus a Milano, il medico infettato tra pazienti e conferenze. Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 su Corriere.it da Sara Bettoni. Una tosse fastidiosa e continua. Gli accertamenti da un collega. Il test del tampone, fatto più per scrupolo che per reale sospetto. Poi l’esito: positivo. È emerso, domenica, il primo caso a Milano città di contagio da coronavirus, il terzo nell’area metropolitana. Si tratta di un dermatologo e docente universitario, che lavora negli ambulatori di via Pace del Policlinico e risiede in centro. Si sarebbe presentato nei giorni scorsi all’ospedale Sacco, con sintomi simili a quelli di una normale influenza: febbre e tosse. È stato sottoposto agli esami e anche al controllo per accertare se avesse contratto il Covid-19. Domenica sono arrivati i risultati: l’uomo è positivo. Le sue condizioni tuttavia sono buone ed è stato già dimesso. Subito sono scattate le verifiche per ricostruire la mappa dei movimenti del professore nelle ultime settimane. Oltre al lavoro negli ambulatori di Dermatologia di via Pace, ha un’attività accademia intensa che comprende la partecipazione a conferenze e incontri. Recentemente ha viaggiato all’estero, in Germania e in Grecia (ma non sarebbe stato in Cina) e potrebbe aver contratto il virus in occasione di questi spostamenti, mentre nelle ultime settimane non sarebbe stato a contatto coi pazienti. Da ieri la dirigenza del Policlinico e l’assessorato regionale alla Sanità si sono attivati per verificare chi sia entrato in stretto contatto con il professore. L’attenzione si concentra sui colleghi e gli specializzandi di Medicina. Alcuni di loro avrebbero avuto nei giorni scorsi febbre e tosse. Per oggi è in programma una riunione con i capi dipartimento per stabilire quali misure adottare, anche sulla base dell’ordinanza regionale e per coordinare le attività con l’Università Statale, dal momento che il Policlinico è ospedale universitario, nonché uno dei più importanti della città con 900 posti letto. Al vaglio la possibilità di chiudere il reparto di Dermatologia. Anche la sospensione delle attività negli ambulatori di via Pace è ancora in corso di valutazione. A medici e specializzandi vicini al professore sarà effettuato il tampone che permette di verificare il possibile contagio. Sono invitati a rimanere a casa. Nel Milanese finora sono noti altri due casi: un uomo di Sesto San Giovanni ricoverato al San Raffaele e uno di Mediglia, al Sacco.

Antonio Rapisarda per “Libero quotidiano” il 7 febbraio 2020. Nessuna psicosi (come è avvenuto con alcuni netturbini che si sarebbero rifiutati di prestare servizio nelle zone di Roma più frequentate dai cinesi), nessun espediente per evitare di presentarsi al posto di lavoro, ma almeno una mascherina per proteggersi concretamente sì. La richiesta arriva dai giudici di pace, una sorta di prima linea quando si parla di immigrazione dato che toccano a loro le udienze di convalida delle espulsioni dei migranti. «Schermarsi da eventuali contagi», per questo i giudici chiedono alle istituzioni di essere forniti del filtro: per tutelare la propria salute non solo dal temibile coronavirus giunto dall' Oriente (trasmissibile da chiunque) ma anche da altre malattie, come la tubercolosi, il colera o il vaiolo. L' appello per «le più elementari tutele sanitarie e assistenziali», di cui i giudici si sentono sprovvisti «pur fornendo un servizio pubblico che non può essere interrotto né differito», è indirizzato al Governo e ai ministri interessati, ossia Speranza e Bonafede: a veicolarlo i due maggiori sindacati italiani della categoria, l' Associazione nazionale dei giudici di pace e l' Unione nazionale dei giudici di pace con due note accomunate dalla stessa preoccupazione. Le mascherine, ovviamente, sono solo una parte del problema. Come spiega l' Unione nazionale, ad esempio, nel pacchetto andrebbero comprese le «indennità di malattia e di rischio» per i giudici e pure per «i magistrati onorari che si trovano in medesime situazioni». Si tratta, come è chiaro dalle ricostruzioni, di un problema assai tangibile per chi è chiamato a dirimere casi da tutto il mondo. Le testimonianze raccolte dall' Associazione nazionale raccontano di come i giudici di pace reputano che la «pericolosità di un contagio» del nuovo virus 2019-nCoV sia «tangibile» durante le udienze per la «convalida delle espulsioni di migranti clandestini». Un problema che potenzialmente riguarda tutto lo Stivale, dato che le udienze del genere si celebrano non solo negli otto Centri di Permanenza e Rimpatrio, i Cpr - che si trovano tra Trapani, Roma, Bari e Torino - ma anche negli uffici dei giudici di pace, e nelle apposite sale della Questura di una qualsiasi città sprovvista di Cpr. Proprio uno dei giudici di pace di Milano, parlando con l' Ansa, ha ricostruito la procedura: «Il provvedimento di accompagnamento alla frontiera emesso dal Questore, che segue il decreto di espulsione firmato dal prefetto, deve essere convalidato da noi». Prima, però, la prassi richiede un colloquio con lo straniero, «che dura dai 10 ai 15 minuti». Colloquio in cui ci si ritrova seduti allo stesso tavolo, «uno di fronte all' altro senza nessuna precauzione». Davanti al bollettino medico che registra l' altissima capacità di contagio del coronavirus, si comprende bene la preoccupazione degli operatori della giustizia per la loro salute. Per questo motivo l' Unione nazionale si aspetta una risposta urgente da palazzo Chigi «essendo difficile continuare a garantire il pubblico servizio svolto a queste condizioni ormai non più procrastinabili», aggiungendo che «in caso di contagio» le responsabilità ricadrebbero inevitabilmente sul Governo. Buone notizie, da questo punto di vista, arrivano dai produttori ufficiali di mascherine. Nonostante l' impennata incredibile della domanda, la Copag (una delle società leader in Italia nell' ambito delle forniture sanitarie) «è riuscita a far fronte agli impegni assunti nei confronti dei clienti, senza speculazioni e rispettando tutte le richieste». La disponibilità c' è, l' esigenza pure: la parola, adesso, passa a Conte e ai suoi ministri.

Adalgisa Marrocco per huffingtonpost.it il 22 febbraio 2020. “Non lasciamo spazio alla psicosi. Siate cauti ma non affollate gli ospedali senza sintomi che lo giustifichino: farlo può essere addirittura deleterio per la salute di grandi e bambini”. Il professor Alberto Villani - presidente nazionale della Società Italiana di Pediatria (Sip) e responsabile del reparto di Pediatria Generale e Malattie Infettive dell’Ospedale Bambino Gesù - non ha dubbi e all’HuffPost dice: “Il Coronavirus è sicuramente molto aggressivo, ma gli effetti che può causare sono diversi in base al Paese dove avviene il contagio: in Italia siamo preparati ad affrontarlo, su tutti i fronti”. Villani commenta così i casi di pazienti risultati positivi al Covid-19 in Lombardia. “Bisogna fare gli opportuni distinguo: gli esiti del contagio in un Paese molto povero e sovrappopolato sono ben diversi da quelli verificabili in un Paese come il nostro. Questo non vuol dire che bisogna abbassare la guardia: in Lombardia il soggetto contagiato è stato individuato e, insieme a lui, sono state rintracciate tutte le persone con cui era stato a contatto”. Quello messo in atto in Lombardia è un protocollo rodato: “Si tratta della stessa procedura usata quando, per esempio, si verifica un caso di tubercolosi o di meningite: individuare il caso originario, tracciandone contatti e spostamenti. È prassi nel nostro sistema sanitario”. L’Italia, infatti, ha tutti gli strumenti per gestire l’eventuale emergenza. “Anche i due casi ritenuti gravi di turisti cinesi ricoverati all’Ospedale Spallanzani stanno resistendo grazie alle cure riservate loro. Ciò dimostra come i nostri reparti di rianimazione e le nostre strutture rappresentino una sicurezza per la popolazione”, sottolinea Villani. Nonostante le rassicurazioni, in queste ore ospedali e pronto soccorso sono affollati. Particolarmente in allarme risultano le mamme, spaventate dai sintomi lamentati dai bambini e solitamente riconducibili ad influenza e sindromi parainfluenzali di stagione. A tale riguardo, la posizione di Villani è chiara: “Affollare le strutture può essere addirittura deleterio per la salute di grandi e bambini poiché aumenta il rischio di esposizione a patogeni”. “Bisogna interpellare prima il proprio medico di base e valutare insieme la situazione, senza correre al pronto soccorso per un semplice raffreddore o per una febbricola. Se sono in circolo patologie molto contagiose, infatti, è addirittura più pericoloso recarsi in un pronto soccorso affollato poiché è lì che c’è maggior rischio di esporsi ai virus. Il discorso è diverso se un soggetto presenta difficoltà respiratorie e febbre alta per più giorni: in quel caso bisogna prendere altri provvedimenti”. Questo il monito del Professore. Un elemento di rassicurazione per quanto concerne l’incidenza pediatrica del Coronavirus pare confermato. “Fino ad ora tra i bambini contagiati nel mondo non ci sono stati né casi gravi né morti”, afferma Villani. Tra i nuovi casi registrati in Lombardia anche una donna incinta, moglie del 38enne contagiato e ricoverato presso l’Ospedale di Codogno. Al Professor Alberto Villani abbiamo chiesto se chi aspetta un bambino debba proteggersi o preoccuparsi in maniera particolare. “In gravidanza bisogna sempre avere cautela e uno stile di vita adeguato, che limiti qualsiasi tipo di contagio soprattutto nell’ultimo trimestre. La stessa influenza può essere fonte di problemi per la mamma e per il nascituro. Sui possibili effetti del Coronavirus in gravidanza sappiamo ancora troppo poco, ma la cautela deve essere costante”. E ancora rivolgendosi alle mamme, Villani dice che “la guardia va tenuta alta, di fronte a qualunque patologia. Non a caso il Ministero della Salute, i Ginecologi e la Società Italiana di Pediatria hanno portato avanti una campagna molto importante per la vaccinazione delle donne incinte contro influenza e pertosse”. A proposito di neonati e bambini, gli specialisti italiani in pediatria sono preparati ad affrontare un’eventuale emergenza. Villani, responsabile del reparto di Pediatria Generale e Malattie Infettive del Bambino Gesù di Roma, afferma: “Il nostro ospedale, come altre strutture del Paese, è sempre pronto a fronteggiare qualsiasi tipo di emergenza. Tutti i percorsi sono attivi, tutto il sistema sanitario è allertato”. Gestire la psicosi da Covid-19, dunque, è necessario. Il professor Villani riassume, in quattro punti, i motivi alla base della condizione di relativa sicurezza del nostro Paese: “1) In Italia, al momento, la casistica è scarsissima e governabile; 2) Le nostre condizioni sociali, ambientali ed economiche consentono di fronteggiare il virus; 3) Il nostro sistema sanitario nazionale è efficiente; 4) Se si viene ricoverati si può contare su tutela sanitaria e strutture adeguate”.

Da repubblica.it il 23 febbraio 2020. "Abbiamo adottato un decreto legge con misure per il contenimento e la gestione dell'emergenza epidemiologica. Lo scopo è tutelare il bene della salute degli italiani". Lo ha detto il premier Giuseppe Conte al termine della riunione del Consiglio dei ministri dedicato all'epidemia di coronavirus nella sede della Protezione civile. "Il bene della salute degli italiani - ha continuato il premier - è quello che ci sta ci sta più a cuore, è quello che nella gerarchia dei valori costituzionali è al primo posto. La salute è al primo posto in una ideale gerarchia di valori". "Nelle aree focolaio - ha spiegato il premier - non sarà consentito l'ingresso e l'allontanamento, salvo specifiche deroghe da valutare di volta in volta. In quelle aree è già stata disposta la sospensione delle attività lavorative e delle manifestazioni".

Previsto il blocco delle gite scolastiche e delle manifestazioni sportive. Come ha spiegato il ministro della Salute Roberto Speranza è stato dato al ministro della Pubblica Istruzione la possibilità di bloccare le gite scolastiche in Italia e all'estero e a quello dello sport di bloccare le manifestazioni sportive. Il ministro Vincenzo Spadafora ha deciso di sospendere tutte le manifestazioni sportive di domani in Veneto e Lombardia. In una lettera inviata al presidente del Coni, Giovanni Malagò - sulla base delle decisioni del cdm - Spadafora chiede al numero unio dello sport italiano "di farsi interprete presso tutti i competenti organismi sportivi dell'invito del governo di sospendere tutte le manifestazioni sportive di ogni grado e disciplina previste nelle Regioni Lombardia e Veneto per la giornata di domenica 23 febbraio 2020".

Ma Schengen non si tocca. Dal premier un netto no allo stop di Schengen e, soprattutto, alla chiusura dei confini come misure di protezione dalla diffusione del coronavirus. "Quando parliamo di controlli accurati - ha spiegato - dobbiamo sempre tenere conto della sostenibilità delle misure" e una chiusura dei confini è una scelta "sproporzionata. Al momento - ha insistito Conte - non ci sono gli estremi per un'iniziativa di questo tipo, senza tenere conto poi dell'impatto devastante che avrebbe sull'economia. Cosa facciamo dell'Italia - ha chiesto il premier - un lazzaretto?".

Il comunicato del Consiglio dei ministri. Nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un'area già interessata dal contagio, le autorità competenti sono tenute ad adottare ogni misura di contenimento adeguata e proporzionata all'evolversi della situazione epidemiologica. Le misure Il divieto di allontanamento e quello di accesso al Comune o all'area interessata. La sospensione di manifestazioni, eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato. La sospensione dei servizi educativi dell'infanzia e delle scuole e dei viaggi di istruzione. La sospensione dell'apertura al pubblico dei musei. La sospensione delle procedure concorsuali e delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l'erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità. L'applicazione della quarantena con sorveglianza attiva a chi ha avuto contatti stretti con persone affette dal virus e la previsione dell'obbligo per chi fatto ingresso in Italia da zone a rischio epidemiologico di comunicarlo al Dipartimento di prevenzione dell'azienda sanitaria competente, per l'adozione della misura di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva. La sospensione dell'attività lavorativa per alcune tipologie di impresa e la chiusura di alcune tipologie di attività commerciale. La possibilità che l'accesso ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l'acquisto di beni di prima necessità sia condizionato all'utilizzo di dispositivi di protezione individuale. La limitazione all'accesso o la sospensione dei servizi del trasporto di merci e di persone, salvo specifiche deroghe.

Coronavirus: i contagi in Lombardia. L'assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera predica "calma e serenità" nell’annunciare che la regione ha attivato tutte le procedure di emergenza contro l’incubo del virus cinese: sono state messe in isolamento 250 persone che saranno sottoposte ai test e ai tamponi per constatare l’eventuale contagio da Covid-19. M.M, il 38enne ricoverato in terapia intensiva al nosocomio di Codogna, si crede che possa aver contratto il virus da un amico e collega – attualmente sotto osservazione all’ospedale Sacco di Milano – tornando da un viaggio di lavoro in Cina, in occasione una cena che si sarebbe consumata in un ristorante di Milano.

Da repubblica.it il 23 febbraio 2020. "Mentre i casi di coronavirus in Italia continuano purtroppo ad aumentare, come vi raccontiamo su Iene.it e come vi racconteremo in onda, Le Iene prendono una decisione storica per adeguarsi alle indicazioni di contenimento della diffusione del coronavirus. Per la prima volta in 24 anni di storia del programma andremo in onda senza pubblico in studio nelle prossime puntate di martedì 25 e giovedì 27 febbraio, come sempre dalle 21.20 su Italia 1, in cui vi parleremo naturalmente anche dell'emergenza coronavirus". È quanto si legge sul sito de Le Iene. "La decisione è stata presa visto che la Lombardia è la regione di gran lunga con più contagiati e alcuni casi sono stati registrati anche a Milano", si legge ancora, "il sindaco del capoluogo lombardo Giuseppe Sala ha chiesto di prendere tutte le misure per fermare la diffusione del virus. Anche noi vogliamo contribuire". Da parte sua, anche Mediaset ha deciso che questa sera Live Non è la d'Urso andrà in onda in diretta senza pubblico in studio, "una scelta che condivido totalmente per senso di responsabilità verso il pubblico stesso, verso gli ospiti e i tecnici che lavorano al programma": lo ha reso noto con un messaggio Barbara D'Urso. "Si dice che "the show must go on", sì, ma giustamente senza esporre le persone ad alcun tipo di rischio inutile", ha continuato la conduttrice, "non sarà facile per me con lo studio completamente vuoto ma cercherò comunque di tenervi compagnia e so che sentirò il vostro calore da casa attraverso i social". 

Coronavirus in Lombardia: assalto ai supermercati aperti. Le Iene News il 23 febbraio 2020. In Lombardia sono scattate le misure per contenere il contagio e la diffusione del coronavirus. Scuole, chiese e negozi dovranno rimanere chiusi per almeno una settimana. A Iene.it vi mostriamo i primi video dei supermercati presi d’assalto con scaffali e frigoriferi svuotati. È assalto ai supermercati facendo lo slalom tra quelli aperti e chiusi. È la prima conseguenza del diffondersi del coronavirus in Lombardia. Le immagini che arrivano a Iene.it sono dei negozi attorno alla zona rossa di Lodi e dalla provincia di Cremona e Piacenza. In questi 10 comuni tra Veneto e Lombardia nessuno può entrare e i loro abitanti non possono superare i confini. La prefettura ha predisposto che i varchi verranno sorvegliati da 35 pattuglie che controlleranno gli accessi alla zona rossa. I presidi saranno attivi 24 ore al giorno. Il piano di cinturazione è stato definito questa mattina dal dipartimento di pubblica sicurezza. Qui i piccoli negozi e le attività della media distribuzione già da ieri mattina sono stati chiusi mentre strade e piazze erano completamente deserte (come vi abbiamo mostrato in questo video). Da qualche ora il presidente di Regione Lombardia con l’unità di crisi nazionale ha chiuso per una settimana scuole, musei e luoghi aggregativi di carattere ludico (clicca qui per l’articolo). Anche la Curia di Milano ha predisposto la chiusura di chiese, oratori e la sospensione delle Messe. Anche il teatro alla Scala e il Piccolo di Milano hanno sospeso le rappresentazioni. Si aggiungono alle università chiuse da ieri, ma entro sera questa lista potrebbe aumentare con altre prescrizioni per ridurre i contatti tra le persone e quindi i possibili contagi. Tutt’attorno si sta scatenando la psicosi che si sta espandendo in tutta la Regione. La grande distribuzione è presa d’assalto. Non è più la caccia all’ultimo paio di guanti o mascherine (che già da ieri risultano esaurite pure nelle farmacie). Già dalle 8 di stamattina all’esterno di alcuni supermercati della Lombardia c’erano persone in fila in attesa di entrare. Non una normale coda, ma qualcosa di più. Le corsie sono invase da carrelli e clienti a caccia di qualsiasi acquisto. Proprio da pochi minuti sono stati chiusi i negozi di due centri commerciali a Sesto San Giovanni, a nord di Milano. È quanto ha stabilito il sindaco in un’ordinanza con "misure drastiche di contenimento per la città”. Qui è risultato positivo al coronavirus un 78enne che da una settimana era ricoverato all’ospedale San Raffaele.

Elisabetta Andreis e Elisabetta Rosaspina per corriere.it il 24 febbraio 2020. Alle casse dell’Unes di viale Premuda, Porta Venezia, a Milano, le commesse si consolano: «Se svuotano gli scaffali entro le 20, stasera andiamo a casa prima». È solo una battuta, ma pochi dei clienti in fila sorridono o hanno voglia di simpatizzare con le cassiere in straordinario. Nella domenica senza calcio, senza mostre, senza cinema e senza teatri, le prove tecniche di coprifuoco sembrano essere diventate l’unica distrazione possibile per coppie, famiglie e single. Una sorta di caccia al tesoro: l’ultimo flacone di candeggina, una rara confezione di salviette umide all’aloe, seminascosta dietro il latte detergente per neonati, una scatola di guanti in lattice, e pazienza se è rimasta soltanto la taglia più piccola. L’Amuchina o il Germozero (qui una guida per trovare online i gel disinfettanti) equivarrebbero al primo premio della lotteria; ma soltanto accanto alle casse se ne intravvede la preziosa etichetta, fragile baluardo dei dipendenti contro il tanto sconsigliato affollamento delle ultime ore. «Posso?», una ragazza porge le mani per ricevere qualche goccia di disinfettante in omaggio. Poi ridacchia imbarazzata come se l’avesse chiesto soltanto per scherzare. Siamo a Carnevale, no? Da una parte e dall’altra del nastro scorrevole si cerca di disinnescare la tensione. Ma le famose mascherine, sparite negli ultimi giorni dalle farmacie, sono riapparse sui volti di chi è stato più tempestivo degli altri. È la legge della giungla. Ipermercati e supermercati del Lodigiano e di Casalpusterlengo sono stati i primi, ieri mattina presto, a essere invasi da un esercito di consumatori compulsivi e ben organizzati. Ma anche a Milano l’annuncio della chiusura di scuole, locali pubblici e musei ha fatto temere che anche le saracinesche sarebbero potute restare abbassate questo lunedì. I carrelli si riempiono in fretta: carne, broccoli, patate, affettati, salmone. Ma soprattutto acqua. All’Esselunga di viale Piave un equilibrista riesce a impilare in un solo carrello sei confezioni da sei bottiglie da un litro e mezzo ciascuna: una cascata da 54 litri. Come se l’acquedotto civico rischiasse di essere bombardato da un momento all’altro o fosse stato distrutto dall’uragano Katrina. I reparti più sguarniti forniscono utili indizi sui timori e sugli scenari previsti dagli acquirenti: biscotti e cioccolata per addolcire una lunga e tediosa quarantena sul divano. Succhi d’arancia e tubi di vitamina C come debole, ma non del tutto inutile, sostegno al sistema immunitario. Pasta e scatolame a lunga conservazione che in ogni caso non vanno a male. E poi carta igienica, dentifricio e shampoo, perché sono anche quelli generi di prima necessità, seppure non di stretta sopravvivenza. Senza dimenticare sacchi di crocchette per cani e gatti con i quali dovesse essere condivisa la temuta serrata di negozi alimentari. «Al Carrefour di via Ancona ho preso l’ultima scatoletta di tonno e le ultime due patate» non sa se rallegrarsi o demoralizzarsi Francesca Singer, imprenditrice e mamma di tre bambini. I vertici dell’Esselunga hanno dovuto affidare all’Ansa, l’agenzia di stampa, un comunicato rassicurante sulla rapidità del ripristino delle scorte: «Siamo pronti ad affrontare qualsiasi esigenza». I magazzini sono pieni, fanno sapere, si tratta soltanto di trasportare la merce fino ai ripiani, ripuliti come neanche nel più riuscito dei Black friday. Rispetto alla corsa all’accaparramento di quasi trent’anni fa, all’inizio della Guerra del Golfo, ora c’è a disposizione un altro canale di approvvigionamento: l’e-commerce. Ma anche l’autostrada online si è ben presto intasata. C’è chi sfoga sui social il suo disappunto quando dall’ordine su Amazon prime si è visto sfilare dal carrello il pacco da otto bottiglie di minerale: «Questo prodotto è stato comprato da un altro cliente» gli ha notificato un messaggio. Sospese in molti supermercati, le consegne a domicilio sono slittate a data da definirsi anche sul web: non prima di martedì, nei casi più fortunati. Amazon, dalle 15 e 30 circa di ieri, informa che le consegne non sono per il momento disponibili. Mentre la App Supermercato h24 avverte genericamente che «potranno verificarsi ritardi».

Coronavirus: trovare parcheggio è facile come se fosse agosto. Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 su Corriere.it da Elisabetta Rosaspina. Così insolitamente fragile e spaventata, senza più un’agenda fitta di impegni professionali e mondani da rispettare, senza affanno, senza traffico, senza rumore e senza code (supermercati e farmacie a parte), Milano è da ieri in modalità «pausa». Brutto a dirsi, ma è perfino più bella nella sua versione rarefatta. Silenziosa, un po’ attonita, amabile e quasi rassegnata. Il primo lunedì dopo l’annuncio dell’apparizione del coronavirus è cominciato con la mancata riapertura dei negozi cinesi nella zona di via Paolo Sarpi. Non tanto per paura, quanto per solidarietà. Una lunga fila di saracinesche abbassate è la risposta della Chinatown locale allo sgomento da contagio che si è impadronito della città. Qualche cartello sulle serrande fa riferimento alle «disposizioni delle autorità sanitarie», ma altri si limitano a comunicare le date di chiusura delle ferie impreviste: dal 24 febbraio al 1° marzo. Per cominciare. Ristoranti, parrucchieri, bar, manicure sempre aperti, domeniche comprese, si sono arresi all’infausto debutto dell’Anno del Virus: «È un’iniziativa nata in modo orizzontale, sulle chat, e c’è stato anche un invito dell’ambasciata cinese» ha spiegato all’Ansa Francesco Wu, referente per l’imprenditoria straniera in Confcommercio. Nessun ordine dall’alto: «L’autoquarantena di chi torna dalla Cina ha funzionato — osserva Wu —, non c’è nessun italo-cinese fra i contagiati. Quindi basta caccia all’untore». Tenere aperto, comunque, sarebbe antieconomico. Un’unica cliente ha rallegrato, per esempio, la giornata di un centro estetico cinese disponibile in zona Porta Venezia: «Se proprio devo andare in quarantena almeno avrò i piedi in ordine» stabilisce, pragmatica, all’uscita. Ma, in generale, lo shopping può attendere. In via Montenapoleone e nelle altre vie del quadrilatero d’oro, le boutique sono vuote. Le commesse della Rinascente sorridono grate ai pochi visitatori che si aggirano tra i banchi dando un senso alla loro vana attesa di comitive di turisti. Anche spostarsi per Milano sui mezzi pubblici è diventato confortevole. In metropolitana, sugli autobus e i tram c’è soltanto l’imbarazzo della scelta per sedersi. I timori di un’indesiderata promiscuità hanno spinto molti impiegati a raggiungere gli uffici in auto. Inoltre diverse aziende hanno optato per il telelavoro e le riunioni in streaming. Quindi anche trovare parcheggio è diventato facile quasi come in agosto. All’altro estremo della quotidianità ai tempi della perfida simil-influenza c’è lo stress dei farmacisti: «La gente sembra impazzita — constata una dottoressa Elena Colombo in zona San Siro —. Ieri ho “bruciato” 600 mascherine, reperite per fortuna, e disinfettanti in meno di una giornata. Ma che fine hanno fatto? Dovrebbe esserci tutta la città in maschera, per strada, invece...». Invece no. Se non erano destinate al mercato nero, le tanto ricercate mascherine sono rimaste in tasca o in borsa. Per le vie del centro sono una minoranza i passanti che le sfoggiano. Spesso stranieri. La maggioranza difende l’orgoglio della normalità. Messo a dura prova, però, all’ora della spesa. Nel segreto del monitor gli ordini di generi alimentari e per l’igiene sono quintuplicati, informa Sami Kahale, direttore generale di Esselunga. I rifornimenti sono arrivati, ma non tengono il ritmo dell’incetta: «Non ci sono carenze di prodotti nei nostri magazzini e non prevediamo di averne. Desideriamo pertanto rassicurare i nostri clienti sulla continuità del servizio e di conseguenza invitiamo ad acquistare quantitativi solo per le normali esigenze di consumo» raccomanda (a vuoto) il manager. Con tante provviste accantonate in casa i milanesi disertano caffè, ristoranti e — segno inequivocabile della gravità del momento — addirittura le imprescindibili «apericene». Nonostante i 19 gradi regalati da questo mite inverno, i tavolini all’aperto delle vie di Brera sono desolatamente liberi. Allo storico bar Jamaica sono quasi 110 anni di onorato servizio a ribollire contro «l’isteria collettiva», e lo sdegno è condensato nel cartello appeso dietro al banco del bar: «Non abbiamo chiuso neanche sotto i bombardamenti». Figurarsi se ci riuscirà un pestilenziale mostriciattolo. La quaresima anticipata di Milano prosegue, tra cinema, teatri, night e musei sbarrati. Anche la Biblioteca Sormani si è arresa, ma purtroppo non risulta che le librerie siano state prese d’assalto da torme di lettori angosciati.

Coronavirus Milano, vite (quotidiane) che cambiano: «Noi, i resilienti del virus». Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 da Stefano Landi e Elvira Serra su Corriere.it.

Le scuole chiuse hanno costretto le mamme a moltiplicare le acrobazie. C’è chi si è offerto di ospitare per qualche giorno i figli delle altre e chi si è cucito addosso lo smart workingGli scaffali saranno pure vuoti, ma la resilienza abbonda. Scuole chiuse hanno costretto le mamme (sempre loro, salvo rare eccezioni: ne abbiamo raccontata una in questa pagina) a moltiplicare le acrobazie per stare in equilibrio precario e perfetto tra casa e lavoro. C’è chi si è offerto di ospitare per qualche giorno i figli delle altre nel proprio appartamento, chi si è cucito addosso lo smart working, inventandosi videoconferenze al parco. Preti di periferia si sono lanciati in dirette social della messa, per non far sentire esclusi i parrocchiani (ma don Walter Magni, portavoce della diocesi ambrosiana, avverte che non vale per le confessioni: quelle si devono fare sempre di persona). Gli psicologi in via del tutto eccezionale stanno sperimentando videotelefonate con Skype o su WhatsApp per sostituire le sedute ed evitare troppe defezioni. Milano non ha perso la sua vocazione ad aiutare gli altri e, nonostante i limiti posti a garanzia della sicurezza nei centri di aggregazione, l’Opera San Francesco, 900 volontari tra mensa solidale e Poliambulatorio medico, ha scelto di fornire lo stesso i pasti, nonostante la mensa sia chiusa, distribuendo sacchetti alimentari. Mentre nella Fondazione Fratelli di San Francesco, dove si gestiscono corsi d’italiano per minorenni stranieri, piuttosto che far viaggiare gli studenti sui mezzi pubblici si sono organizzati per fare le lezioni via Skype e correggere i compiti via email. Insegnanti di yoga e di danza stanno studiando alternative social, per non interrompere del tutto i corsi. E c’è chi, infine, prova a sdrammatizzare. In piena zona rossa del Covid-19, a Codogno, dove tutte le attività commerciali sono state chiuse, i titolari di bar, vinerie e caffetterie stanno cercando di prenderla sul ridere. «Ormai qui è un deserto — racconta una di loro —. Ma noi ci teniamo in contatto con messaggi ironici». (Stefano Landi ed Elvira Serra)

Chiara Alessi: «Disposta a ospitare bimbi a casa mia». Chiara Alessi, 38 anni, fa la giornalista e lavora da casa. «Quando ho saputo che avrebbero chiuso le scuole ho pensato di dare una mano», racconta. Ha due figli di cinque e sette anni e una casa grande a Milano. Quindi ha postato su Twitter: «Se qualche genitore non sapesse a chi lasciare i figli metto a disposizione casa, Lego, libri, pastelli, fogli e pasta in bianco». Che per un bambino di quella età è il kit di sopravvivenza. Anche al coronavirus. L’idea, come dice lei, non è eroica né da pazza irrazionale. «Mi sembra una cosa laica: nella speranza che lo faccio io per te e magari lo faccia qualcun altro per me la prossima volta», racconta. Solo che in poche ore più dei complimenti al coraggio sono piovuti insulti. «Mi dicono che sono la classica italiana che non rispetta le regole. Ma propongo solo di ospitare qualche bambino per dare una mano».(Stefano Landi)

Simona Trotta: «Sedute su Skype con i miei pazienti». Nel suo studio in viale Fulvio Testi Simona Trotta, psicologa di 60 anni, sta vedendo meno pazienti. Vedendo meno, si fa per dire: perché le sedute, in molti casi, sta continuando a farle su Skype o con le videochiamate su WhatsApp. «Alcuni non si fidavano a venire con i mezzi pubblici, altri avrebbero dovuto prendere il treno da fuori Milano. Mi hanno proposto questa alternativa e ho deciso di assecondarli, in via eccezionale, per dare continuità al nostro lavoro». Trotta è anche psicologa infantile all’ospedale Sacco di Milano, proprio nel reparto di Infettivologia pediatrica. «Ma è vuoto, come i viali e il cortile», rassicura. «I certi casi i pazienti hanno annullato perché a casa non avrebbero avuto privacy, con i genitori costretti allo smart working. Ho cercato di essere la stessa, inquadrando la finestra alle mie spalle, la scrivania. Le sedute? Durano uguale».(Elvira Serra)

Don Fabio: «La messa in diretta su Instagram». A Fabio Zanin, prete di 28 anni, l’idea è venuta domenica pomeriggio, quando si chiedeva con il parroco di Cusano Milanino, don Giampaolo, cosa avrebbero potuto fare dopo la sospensione delle messe. «Il vescovo ha detto che ogni situazione è occasione e noi dobbiamo obbedire, naturalmente, ma anche sperimentare nuovi linguaggi», racconta per telefono. La sua sperimentazione è consistita in una diretta Instagram e Facebook della messa delle 8.30. «Mi ha aiutato Claudio, un giovane collaboratore. L’idea in sé non è originale, oggi puoi assistere alla messa anche in tv. Ma la cosa nuova è far arrivare ai parrocchiani la voce del proprio pastore». Claudio gli ha dato una mano a creare un account Instagram della parrocchia e a rinverdire quello Facebook. Da oggi, poi, sarà anche su YouTube. «Ho chiesto ai più giovani di aiutare i loro nonni con il telefonino!».(Elvira Serra)

Giulia Franzoni: «Sfollata al lago così sto con mamma». Quando le responsabili dell’agenzia Angèlia-Bc Communication le hanno proposto lo smart working per tutta la settimana, Giulia Franzoni, stagista di 25 anni, non ha dovuto pensarci sopra e ha scelto di essere «sfollata» vicino al Lago Maggiore. «Vivo ancora con i miei genitori, mio padre è pediatra a Cormano e segue duemila bambini senza mascherina o kit di disinfettanti. Diciamo che è un po’ a rischio. Mia madre soffre di asma. Così mi sono immolata, si fa per dire, ad accompagnarla al lago. E nel frattempo continuo a lavorare». La vita campestre ha i suoi vantaggi: «Per esempio posso fare delle passeggiate nella natura quando sono in pausa». Ma ci sono pure svantaggi: «Beh, vedere solo mia mamma e leggere i miei comunicati stampa non è una gran vita. Con le colleghe ci prendiamo il caffè, chiacchieriamo... Però sia chiaro: non è un sacrificio così terribile!». (Elvira Serra)

Luca Arcoini: «Mia moglie lavora, i figli li gestisco io». Luca Arcoini ha 38 anni e due figli, Giacomo di 4 e Giorgio di uno e mezzo. Gestisce alcuni ristoranti in Lombardia, sono 25 in tutta Italia, e da ieri lo fa restando a casa, in modo da occuparsi anche dei bambini, perché sua moglie Marta, manager, non può scegliere lo smart working. «Oggi è stato abbastanza facile (lunedì, ndr)», racconta. «Ho sentito i direttori dei ristoranti, abbiamo ridimensionato gli ordini sulla base del crollo delle affluenze. Abbiamo provveduto a far arrivare i dispenser di gel anti batterico sia per i clienti che per i camerieri. Tutte cose che sono riuscito a gestire su WhatsApp o con una telefonata, mentre i bimbi giocavano». In effetti anche adesso uno dorme, l’altro disegna accanto a lui. «Poi servirà un piccolo rinforzo da parte dei nonni. Ma tra poco, per esempio, farò una call dal parco. È una situazione di emergenza, c’è più tolleranza». (Elvira Serra)

Addio ufficio, con il coronavirus Milano lavora da casa. Una giornata a Citylife, nelle torri di Generali e Allianz dove l'epidemia ha accelerato l’attività da remoto e svuotato le stanze. Raffaele Ricciardi il 25 febbraio 2020 su La Repubblica. Gli addetti ai lavori delle risorse umane sono convinti che, una volta passata la paura del coronavirus resterà una lezione sull'organizzazione delle aziende. Citylife, uno dei quartieri di shopping e uffici che ha ridisegnato il profilo di Milano, ne diventa un avamposto in un mite lunedì di febbraio. Sull'area troneggiano le torri di Generali e Allianz, le compagnie assicurative che qui hanno accentrato le funzioni di vertice. Se un gigante potesse batterle con le nocche, ne emergerebbe un rimbombo che sa di vuoto. Poco resta del brulicare di grisaglie che di solito calcano il selciato. Smart working, lavoro agile: è il mantra da queste parti. Una virtù che diventa una scelta necessaria per tutelare il personale e continuare a operare come nulla fosse davanti all'emergenza sanitaria. Calcolano ad Allianz che dei circa 2.600 dipendenti che lavorano alla torre milanese, la metà non sia in ufficio. Periodo di sciate e Carnevale, certo, ma è soprattutto l'invito al lavoro a distanza che ha svuotato i moderni open space. La comunicazione ai dipendenti è arrivata domenica, dopo le riunioni di una task force che si aggiornava al ritmo della cronaca: è corsa sulla Intranet interna, ribadita poi a cascata dai vertici a tutti i livelli. Chi è abilitato allo smart working (1.200 persone sulle 5 mila in Italia), per una settimana lavorerà da casa. Per quelli che presenziano, gli orari di ingresso e uscita sono ampliati per sfuggire all'affollamento dei mezzi pubblici. Chiuse le mense, l'auditorium, la palestra e il bar. Quando si prende l'ascensore non si preme la pulsantiera, per evitare impronte: si avvicina il badge per esser diretti al proprio piano. Gli spostamenti tra i 50 livelli sono vietati. Tutto si smaterializza, anche le riunioni con i colleghi del piano di sopra. È lo stesso disegno degli spazi a consentirlo: le postazioni sono allineate sui lati lunghi degli open space, nel cuore ci sono le sale conferenze con dozzine di monitor e "ragni" per collegarsi a ogni parte del mondo. Un flusso di dati al quale ogni dipendente, dal suo portatile, può prender parte. Fronteggiare il caos straordinario potenziando le misure ordinarie: è quel che accade anche dai dirimpettai delle Generali, altri 2.100 dipendenti, molti dei quali sono abituati a lavorare in remoto due giorni alla settimana (oltre il 50% a livello di gruppo) grazie a un accordo sindacale: chi può farlo è stato invitato a utilizzare al massimo, in questi giorni, il beneficio contrattuale. Sicurezza dotata di termometri e detergente sul banco della reception segnalano che la guardia è alta. Ma negli uffici senza postazioni fisse, dove ogni sera si libera la scrivania lasciando il proprio pc in un armadietto (quando non serve per lavorare da casa l'indomani), la paralisi è solo apparente. Produttività in aumento, più tempo per la famiglia, risparmi sui trasporti e sulle emissioni, riduzione dell'assenteismo (meno 20-30% alle Generali): questi i dividendi, in tempi di pace, dal lavoro smart. Garanzia della continuità operativa, in tempi di crisi. Tutti i big vi stanno facendo ricorso: 1.600 dipendenti in Aon, altri mille in Snam, solo per citarne alcuni. In Vodafone, dove da anni si lavora sul punto, tra Milano, Padova, Bologna, Ivrea e Torino restano a casa in 2.700 su 3.400 (si supera il 90% nelle sedi meneghine). Il lavoro senza lavoratori, però, fa anche le sue vittime. Bisogna scendere tra i bar e i ristoranti di Citylife per trovarli: "Abbiamo il 70% di clienti in meno", stima una cameriera sfaccendata. "Questa sera chiuderemo, anche se potremmo restare aperti, e lasceremo solo una persona in cucina per preparare le consegne a domicilio". La cena, nella City spaventata dal virus e protetta dagli anticorpi smart, si consumerà rigorosamente a casa.

«Ma io devo lavorare». A Vo’ l’intero paese in fila per il tampone. Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 su Corriere.it da Marco Imarisio. Sembra il primo giorno di scuola, ma non è una festa. Le mamme che tengono i bambini per mano cominciano a dare segni di impazienza. Insomma, quand’è che ci fate entrare? Gli uomini sbuffano, si lamentano. «Io dovrei andare a lavorare» dice uno. «Non fare il furbo, resta qui che almeno ti riposi» replica la moglie. Esserci, ci sono quasi tutti, i 3.305 vadensi, tranne i pochi che hanno approfittato dell’ultima notte per fuggire da casa loro. Si sono presentati puntuali alle 8.30 del mattino davanti al plesso scolastico di primo e secondo grado Guido Negri, per scoprire subito che gli altri, gli uomini incaricati di sottoporre al tampone l’intera popolazione, invece sono in ritardo. E che la mappatura da Coronavirus dell’intero paese, una prima volta assoluta, non sarà certo una formalità. Pronti, partenza, via, e mancano i tamponi. I primi duecento talloncini numerati per prenotare la chiamata spariscono manco fossimo in coda alle Poste il 27 del mese. Il geometra e il responsabile della Protezione civile stanno sulla soglia e li chiamano uno alle volta. Ma il meccanismo si inceppa subito. Le operazioni vanno a rilento, e non c’è sala d’attesa, le ressa è tutta all’esterno, dove ogni colpo di tosse risuona come una schioppettata e attira sguardi impauriti. «Siamo su Scherzi a parte?» chiede polemica Kathy Scarpariol, titolare del Ttb, l’unico supermercato del paese, l’unico negozio autorizzato a rimanere aperto «per pubblica utilità», quindi titolare anche di una fretta giustificata di ritornare alla cassa. Le cattive notizie vengono affidate ai volontari, che si aggirano davanti ai cancelli per disperdere i loro compaesani invitandoli al rientro immediato a casa per riprovarci oggi. Vo’ Euganeo non è certo Wuhan, in ogni senso possibile e auspicabile. Il primo giorno di quarantena totale dell’intera popolazione, impossibile entrare o uscire dai dieci varchi sorvegliati dalle forze dell’ordine, con annesso tampone per rilevare l’eventuale contagio, si rivela una faccenda molto all’italiana, nonostante le inevitabili suggestioni cinesi. Purtroppo o per fortuna, a seconda di come uno la guarda. All’interno della zona rossa c’è molto silenzio e altrettanta confusione generata dalla mancanza di certezze. I cittadini davanti alla scuola chiedono come e quando potranno ritornare per sottoporsi a un esame che pochi ritengono davvero necessario. I volontari allargano le braccia perché non lo sanno. «Tornare indietro, strada alternativa». Al varco 1 il maresciallo dei carabinieri ripete a tutte le auto la stessa frase. La sua pattuglia viene da Mestre, quindi non è ferrata sulle deviazioni e i giri sui colli necessari per aggirare Vo’, ma da entrambe le parti c’è buona volontà e reciproca comprensione. Con la luce del giorno, sono poche le persone che provano a uscire. Qualcuno lo fa passando a piedi per i campi, ma sono sempre ragazzi, più che una fuga è una bravata da raccontare al bar del paese, quando riaprirà. I posti di blocco diventano luoghi di appuntamento. Federico Cappellato scende dal furgone con un cartone in mano. «Consegna urgente». I carabinieri gli fanno appoggiare a terra il pacco che contiene germogli di melanzana e pomodoro. Dalla curva spunta Marco Longo, vivaista di Vo’. Sono i giorni della semina, tra un mese dovrà vendere le piantine agli agricoltori. I due amici si fanno una breve chiacchierata, a distanza di sicurezza. «Oh, non ti dimenticare di me» dice Marco. «Come potrei, mi devi ancora pagare» replica Federico. Ridono entrambi. Non ci sono drammi, in questa situazione da film. Anche gli inevitabili disagi sono ben metabolizzati. «Se serve a debellare questa malattia, li sopportiamo volentieri» dice la signora Serafina, fermata mentre prova a raggiungere la sorella in una frazione di Vo’. Il numero di casi confermati è salito a quota 34 in tutto il Veneto, e venticinque di questi sono di questo paese. Ma le tre zone di contagio sono le stesse di ieri. Quando è sera, al pianterreno della scuola si intravedono uomini con la tuta bianca e la maschera integrale che entrano nelle aule per appoggiare sui banchi le casse di tamponi appena arrivati. Alle pareti sono appesi i disegni dei bambini che raffigurano alberi, girotondi e tante facce sorridenti. Speriamo.

Edoardo Semmola per corriere.it il 22 febbraio 2020. Nel sentire le parole concitate «oddio, non sarà mica coronavirus, l’altro giorno ero in palestra insieme a uno dei contagiati di Lodi», ogni dubbio che fosse uno scherzo è subito svanito. E Niccolò Torrini, direttore marketing di Hard Rock Café a Firenze ed ex presidente della commissione Servizi educativi del Quartiere 1, ha iniziato a sudare freddo. Si trovava sulla carrozza 10 del treno Italo partito da Santa Maria Novella alle 18,25 di ieri in direzione Milano quando, poco prima di Bologna, nella carrozza davanti alla sua è scoppiato un parapiglia. «Un tizio ha cominciato a tossire in modo insistente e, evidentemente preoccupato, si è messo a parlare a telefono con qualcuno dicendo che aveva paura che fosse coronavirus perché giorni fa era stato in palestra con uno di quelli che lo hanno contratto e hanno corso insieme», racconta Torrini. Parte «il delirio in carrozza», «un gran trambusto», «mascherine, gente che urla, che chiede di scendere dal treno». All’altezza di San Ruffilio il treno si ferma. Salgono Carabinieri e uomini dell’Unità di crisi del Ministero della sanità. «I Carabinieri bloccano l’accesso alla carrozza 11 e siamo rimasti bloccati per circa 40 minuti, chiusi ad aspettare, mentre la tensione saliva». Dal vetro della porta che separa i due vagoni, Niccolò vede il sospetto portatore del virus parlare con i sanitari di quello che era successo, mentre tutto intorno la gente chiedeva di «uscire e scendere». Ma pare che, «siccome erano passate 3 settimane da quella giornata in palestra, il periodo incubazione fosse passato, e i sanitari hanno detto che non c’era un pericolo imminente». Ma i Carabinieri «non ci facevano avvicinare», poco male perché «comunque io nel frattempo ero già scappato dalla carrozza 10 alla 8, più lontano possibile». Il primo pensiero è stato: «Sarà uno scherzo». Il secondo: «Ma cribbio, proprio sul mio treno doveva accadere?». Il terzo invece: «Paura. La storia della palestra, tornava tutto, sembrava proprio vero. Per questo è scoppiato il delirio collettivo». Torrini non ha capito se il paziente è stato fatto scendere a San Ruffilio o se ha proseguito il viaggio, visto che era fuori dai tempi di quarantena. Ma sui binari «c’era un dispiegamento di uomini da fare impressione».

Anticipazione da “Oggi” il 19 febbraio 2020. «La mia vita ai tempi del Coronavirus si svolge tra il tinello e la cucina di casa. Trascorro il tempo a leggere, a cucinare e soprattutto a insegnare ai miei gemelli che fanno home-schooling dall’età di cinque anni», scrive Heather Parisi in un’ampia testimonianza pubblicata da «Oggi» in edicola da domani. La ballerina dal 2010 vive a Hong Kong con il marito e i due figli e racconta nei dettagli sulle pagine del settimanale come si vive vicino all’epicentro del virus che spaventa il mondo intero. «Gli  impiegati pubblici, quelli delle società finanziarie e degli studi legali lavorano da casa; in pratica chiunque abbia un lavoro di ufficio. E siccome la maggior parte dell’impiego a Hong Kong è nel terziario, di fatto è l’intera città a starsene a casa... Gli studenti frequentano le lezioni da casa in remoto, utilizzando il computer e rispettando l’obbligo, quando sono collegati, di vestirsi in maniera appropriata e, rigorosamente, senza indossare il pigiama. Così, oltre al diritto allo studio, sono salvi anche la disciplina e la forma, che da queste parti hanno una certa importanza. Ascensori e scale mobili vengono sterilizzati ogni due ore e tutti si disinfettano le mani prima di entrare in un edificio pubblico. Per chi è costretto a lavorare in ufficio, è previsto il controllo della temperatura prima di entrare. In realtà», scrive Heather su «Oggi», «la temperatura oramai viene misurata ovunque. È necessario farlo per accedere a qualsiasi club privato, così come per andare dal parrucchiere o al ristorante. Io la misuro anche a chi viene a trovarmi a casa, benché la mia vita sociale sia ridotta davvero ai minimi termini. Fino a oggi non ho ancora respinto nessuno sulla porta di casa e non sono stata respinta da nessuno, ma dovreste vedere la paura e l’imbarazzo negli occhi di ciascuno durante l’attesa del responso della misurazione». La Parisi spiega anche le regole sanitarie che tutti stanno adottando: «Non ci si bacia, non ci si abbraccia e non ci si stringe nemmeno la mano… La prevenzione e l’attenzione ai minimi dettagli è talmente invasiva da entrarti fin dentro agli aspetti più intimi e privati della vita quotidiana, fin dentro al bagno di casa. In questi giorni, ogni condominio ha fornito ai suoi inquilini un prontuario per l’uso nientepopodimeno che del WC. È stato infatti rilevato che il virus può trasmettersi anche attraverso la nebulizzazione delle acque utilizzate nel WC». Heather racconta inoltre che certi prodotti sono introvabili e razionati. «Ho supplicato il direttore del supermercato sotto casa di tenermi un po’ di carta igienica da parte, ma quando è stato il momento di ritirarla, non ce l’ho fatta a tenerla tutta per noi e, come fanno i bambini a scuola con le merendine, ho finito col dividerla con indiani, cinesi e filippini che ne avevano bisogno come e più di me. I prodotti per davvero razionati sono, oltre alle mascherine, i disinfettanti e l’alcool. Non se ne possono acquistare più di due confezioni a testa. Mio figlio Dylan Maria ha il fiuto nel trovare la fila giusta nei negozi giusti! A volte scompare di casa e, preoccupata, chiedo a sua sorella Elizabeth dove sia andato. Dopo un paio di ore se ne torna orgoglioso con qualche confezione di disinfettante: «Mummy, I bought two! Mamma, ne ho comprati due!». Io lo bacio commossa e felice, perché la felicità ai tempi del coronavirus è anche un bottiglia di disinfettante in più».

heather__parisi: Molti mi chiedono come e quanto sia diversa la nostra vita dopo l'esplosione del #coronavirus. Sarò sincera. Io ho sempre amato stare a casa, a leggere, a cucinare ad insegnare ai miei gemelli. E per questa ragione le nostre abitudini non sono assolutamente cambiate. In compenso, è lo stile di vita della gran parte dei cittadini di Hong Kong ad essere cambiato diventando molto più simile al mio. Infatti, la gente esce pochissimo e in gran parte lavora da casa. Questo accade per tutti gli impiegati pubblici, per la quasi totalità delle società finanziarie, per gli studi legali, per i commercialisti e per gli uffici amministrativi. Per coloro che sono costretti a lavorare in ufficio, è previsto il controllo della temperatura ogni volta che entrano dall'esterno. Gli studenti svolgono le loro lezioni da casa collegati via computer con gli insegnanti e i loro compagni in una sorta di classe virtuale. Tutti indossano la mascherina e si disinfettano le mani all'entrata di ogni edificio pubblico. Gli ascensori e le scale mobili vengono sterilizzate ogni due ore. Non c'è panico, nè isteria, ma la consapevolezza che solo con il contributo di tutti indistintamente, questa epidemia può essere sconfitta. Se c'è una città che è preparata ad affrontare una simile situazione, questa è senz'altro Hong Kong e il numero circoscritto di malati, nonostante la vicinanza con la Cina, è lì a dimostrarlo.

L'assalto ai supermercati nella zona rossa colpita dal coronavirus. Si sono formate code nei principali supermercati della zona. Sono gli unici punti di approvvigionamento visto che a Codogno sono tutti chiusi. Michele Di Lollo, Domenica 23/02/2020 su Il Giornale.  Sembrerebbe la trama di un disaster movie girato a Hollywood. Ma è tutto vero, purtroppo. Verrebbe da pensare al film “Io sono leggenda”, con protagonista un grande Will Smith. Uscito nelle sale di tutto il mondo nel lontano 2007. Supermercati presi d’assalto da questa mattina nel Lodigiano, la provincia da cui il Coronavirus si è diffuso in tutto il nord Italia solo pochi giorni fa. Dopo il blocco di entrate e uscite dalla zona rossa dei dieci comuni della bassa lodigiana a causa dell’emergenza, lunghissime code si sono formate nei punti vendita principali di Casalpusterlengo. Unici punti di approvvigionamento visto che a Codogno gli esercizi commerciali sono tutti chiusi. Gli addetti all’ingresso limitano le entrate, almeno cinque alla volta. E, i clienti, anche se non è obbligatorio, entrano con la mascherina sul volto. Si è formato un lunghissimo serpentone fuori dal Lidl, Famila e Conad. Le città, intanto, sono vuote. Lunghe code anche fuori dalle farmacie. Supermercati pieni e fuori una lunga fila indiana di carrelli. Persone in coda una dietro l’altra per fare provviste. È accaduto nella mattinata di oggi per una comunità che da venerdì fa i conti con il Coronavirus. Sul posto è intervenuta anche la polizia locale che ha cercato di regolamentare il flusso di chi compra. Per il momento tutto si sta svolgendo in tutta tranquillità e non si registrano situazioni di tensione. Ma i negozi di beni alimentari non sono gli unici a subire l’assalto dei cittadini impauriti. Come detto, nei locali di farmacie e parafarmacie si moltiplicano gli scaffali svuotati. Mascherine e disinfettanti per le mani sono esauriti. C’è rabbia e preoccupazione tra gli abitanti: “Come faremo, manderanno la protezione civile?”. Ormai privi di scorte alcuni punti vendita a San Giuliano Milanese e a Peschiera Borromeo. È esplosa tra venerdì e ieri la paura del contagio del virus nato in Cina e arrivato in Italia, con casi accertati in Veneto e Lombardia. Se la settimana scorsa era una chimera reperire le mascherine nei negozi della città, adesso sono spariti anche tutti quei prodotti per l'igiene personale. Tra farmacie, parafarmacie e negozi specializzati, è praticamente impossibile reperirli. Siamo alla sagra dell’Amuchina. Con prezzi che salgono vertiginosamente per quei negozianti e distributori pronti a speculare sull’emergenza. Esauriti tutti i prodotti di ogni marca e formato. Le mascherine sono terminate in molti luoghi, non solo nel Settentrione, da almeno dieci giorni. E troppo spesso non si sa quando torneranno. I magazzini di chi produce non riescono a soddisfare la quantità di richieste dei punti vendita. E anche questo è un dramma.

Eva Desiderio per quotidiano.net il 24 febbraio 2020. Con un messaggio arrivato nella notte Giorgio Armani annuncia che oggi la sfilata della sua prima linea donna, in calendario per Milano Moda Donna alle ore 16 nel Teatro di Via Bergognone, sarà a porte chiuse “dati i recenti sviluppi del coronavirus in Italia”. Teatro vuoto dunque, senza ospiti in sala e senza buyer e giornalisti. La decisione è stata presa per non esporre ad alcun rischio gli ospiti del defile’. Lo show verra’ trasmesso in streaming su armani.com e sugli Instagram è Facebook del groppo ma ancora non si conosce l’ora. Saputo della decisione presa da Giorgio Armani anche Lavinia Biagiotti Cigna ha deciso per la sfilata a porte chiuse alle 12 e 30 di oggi, allineandosi così alla tutela della salute dei proprio ospiti. La Camera Nazionale della Moda Italiana ha comunicato che "oggi penultima giornata di Milano Moda Donna ogni maison prenderà’ decisioni sulle modalità’ di presentazione dei defile’. “A proposito della situazione sul coronavirus - dice la Cnmi - comunichiamo che per quanto riguarda la Camera della Moda, abbiamo seguito e continueremo a seguire le istruzioni delle autorità preposte. Ovviamente i singoli brand prenderanno in autonomia la decisione riguardo alla modalità della sfilata odierna. L’unica notizia che abbiamo riguarda la decisione del signor Armani di tenere la sfilata all’orario previsto ma a porte chiuse. La decisione del signor Armani di salvaguardare la salute dei suoi ospiti è sicuramente apprezzabile. Tuttavia al momento non abbiamo notizia di altre scelte di questo tipo né del resto, di casi legati alla settimana della moda. Speriamo che le misure di attenzione diramate dal ministero della salute ed applicate in questi giorni da tutti noi, siano state sufficienti, visto che da oltre cinque giorni le stesse persone condividono gli stessi ambienti di lavoro. Non possiamo quindi che rimanere fiduciosi del lavoro delle istituzioni.”, conclude Camera Moda. 

Da liberoquotidiano.it il 23 febbraio 2020. Cartelli spiazzanti: il coronavirus "è solo un brutto raffreddore", o "l'epidemia è solo temporanea". A tappezzare Prato, città toscana con una storica e numerosissima "colonia" cinese, sono state due associazioni, il Club Husky motociclisti Prato e il Club Black Dragon Boat, e a denunciare la provocazione alla "volemose bene" è Marco Curcio, consigliere comunale della Lega Salvini premier a Prato. "Questi sono solo due esempi di diversi manifesti apparsi nelle zone a più alta densità di cittadini di origine cinese", spiega il consigliere leghista. "Questi cartelli sono evidentemente inopportuni, considerato che danno messaggi potenzialmente nocivi per la salute pubblica e stanno sollevando un enorme polemica nella città con la più grande città cinese d'Italia".

Coronavirus Milano, assalto ai supermercati: tra mascherine e scaffali svuotati. Pubblicato domenica, 23 febbraio 2020 su Corriere.it da Davide Casati. Il supermercato - Milano, zona semicentrale, est della città - apre alle 9: come ogni domenica. Eppure davanti all’ingresso arrivano clienti su clienti sin dalle 8. Complice un’indicazione sbagliata sul web, certo. Ma è un segnale. L’inizio di una mattinata particolare, in questo grande magazzino qualsiasi di una città che si sveglia diversa dal solito. «Non è aperto? Strano», sospetta un cliente sulla sessantina: che si mette ordinatamente in fila davanti alle porte a vetri. Alle nove, quella coda è diventata imponente. Ci sono decine di persone: un paio con le mascherine, altri con le sciarpe tirate davanti a naso e bocca. Alle nove in punto, il reparto frutta e verdura diventa affollato come la vigilia di Natale. E i clienti continuano ad arrivare: a decine. Le mascherine aumentano, minuto dopo minuto. Le sciarpe anche. È normale, questo affollamento? «Macché», risponde sorridente un’addetta del banco del pane. «È la fobia della gente». I carrelli non sembrano esplodere di generi di prima necessità: ci si trova di tutto, come in una giornata normale. Non i gel per disinfettare le mani - introvabili - né le mascherine - mai vendute, in questo supermercato: anche se c’è chi continua a chiederne notizia ai commessi. Le casse, normalmente semideserte, alle 9:30 esplodono di clienti in fila. E aprono, una dopo l’altra. Prima - come normale, in una giornata festiva - solo la 1 e quelle per i cestelli. Poi, visto l’afflusso, la direzione cambia i piani. E aprono la 14, la 15, la 16, la 17, la 18. Una dopo l’altra, senza sosta. Una commessa passa a consegnare alle colleghe alle casse dei guantini. «E le mascherine?», chiede senza voltarsi una cassiera all’altra. «Le hanno messe all’ingresso, ma dovrebbero passare a proporcele, no?», replica la collega. Arriva una cliente che ne ha una, verde. La sfila da un orecchio per parlare con l’addetta alla cassa. «Che ansia, tutta questa gente con le mascherine», dice la commessa di spalle. La cliente tenta di accampare qualche scusa, «Ne ho una anche io», «Scusi, non l’avevo vista», ma l’imbarazzo si stempera con una risata. «Hanno sospeso le gite, questo mi fa impressione», commenta la cliente. «Io non ho paura», replica la cassiera, staccando gli occhi da pacchetti e pacchetti di fazzoletti di carta, «ma non sopporto i clienti che tossiscono senza coprire la bocca. O che prima di pagare tengono la carta di credito tra le labbra, e poi ce la porgono». Del virus - del Coronavirus - nessuno parla apertamente: nessuno lo ha nominato, in nessuna conversazione. Nemmeno nell’ultima, prima di uscire. «Ho capito perché c’é tutta questa gente», sorride una cassiera. «Mi sa che domani nessuno uscirà più di casa». Fuori dal supermercato, poco lontano, la chiesa è deserta. Sul piazzale volano i coriandoli di due bimbi, mascherati anche loro. Ma da superereoi.

Scuole, musei, cinema e atenei: il Nord Italia chiuso per il coronavirus. Salgono i numeri dei contagi da coronavirus che schizzano oltre i 130 casi. Nuovi provvedimenti regionali prevedono la chiusura di scuole e università. A Venezia salta il Carnevale. Rosa Scognamiglio, Domenica 23/02/2020 su Il Giornale. Schizza il numero dei contagi da coronavirus in Italia che, al momento, fa registrare oltre i 130 episodi infettivi con almeno 5 Regioni nella morsa del Covid-19. Un escalation in continuo aggiornamento dove a pagarne lo scotto sono soprattutto le aeree provinciali a Nord del Paese tra Piemonte, Veneto e Lombardia. In previsione di uno stato di emergenza nazionale, al termine di un'assemblea straordinaria, il consiglio dei ministri ha già emesso un decreto di sicurezza volto ad arginare la propagazione dell'epidemia fuori dalla cosiddetta "zona rossa", in netta espasione nella giornata di domenica. Ulteriori misure restrittive sono affidate ai Governi regionali che, pertanto, dovranno stabilire nuove linee guida a tutela dei cittadini. Già in queste ore sono stati fornite nuove disposizioni per le Regioni "a rischio" con la sospensione di eventi programmati e la chiusura delle scuole. In Veneto saltano le celebrazioni in onore del carnevale a Venezia e in altre cittadine limitrofe. "Abbiamo firmato con il ministro Speranza l'ordinanza con la quale vengono bloccate manifestazioni pubbliche, private, la chiusura delle scuole e dei musei fino al primo marzo", fa sapere il presidente della Regione Veneto Luca Zaia durante l'unità di crisi a Marghera. Il governatore ha spiegato la necessità di interventi drastici invitando la popolazione a "non frequentare luoghi di aggregazione pubblici e privati". Dopo il decesso per coronavirus del pensionato 78enne, il comune di Vo' Euganeo si blinda proclamando l'isolamento totale. "Sono arrivate indicazioni abbastanza chiare. - spiega Marcello Bano, vicepresidente della Provincia di Padova - Bisogna blindare completamente Vo' sia in entrata che in uscita, quindi non potrà uscire nessuno e la zona sarà completamente isolata". In Lombardia, dove si registra il numero più elevato di contagi - oltre gli 89 casi accertati - il governatore Attilio Fontana ha appena sottoscritto un'ordinanza, d'accordo con il ministro della Salute Speranza - che sarà emessa in prima serata a tutti i prefetti delle province lombarde. Tra i provvedimenti in via d'esecuzione vi sono: la sospensione di manifestazioni o iniziative di qualunque entità, la sospensione di eventi calcistici, attività ludiche, culturali e religiose, la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado ed infine la chiusura di musei, teatri e cinema. In Piemonte, invece, è stata data disposizione per la chiusura delle scuole (di ogni ordine e grado) per almeno una settimana. Questa la decisione della sindaca Appendino in collaborazione con il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, il prefetto Claudio Palomba e i rappresentanti delle forze dell'ordine. Asili chiusi e università ferme in Alto Adige fino a domenica 2 marzo salvo nuove disposizioni in misura della diffusione del coronavirus. La chiusura delle strutture coinvolge le province di Bolzano, Bressanone e Brunico. Annullate tutte le attività del parco archeologico regionale Noi ed eventi aggregativi.

Coronavirus, chiuso pure il Duomo di Milano. Non solo scuole, musei, cinema, pub e atenei. Fino al 25 febbraio il Duomo chiuso ai turisti, aperta solo area preghiera. Francesco Boezi, Domenica 23/02/2020 su Il Giornale. La Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano comunica "la chiusura ai turisti del Complesso Monumentale del Duomo di Milano nelle giornate del 24 e del 25 febbraio 2020, in attesa di ulteriori e più dettagliate disposizioni da parte delle autorità competenti, da definire a seguito dell'evolversi della situazione. L'area riservata alla preghiera resterà regolarmente aperta secondo le consuete modalità di accesso. Sono sospese le celebrazioni". L'emergenza dovuta al coronavirus impone scelte dratische. Le tempistiche e la durata del provvedimento, come vale per ogni altra misura cautelativa che viene presa in queste ore, dipenderanno da quello che accadrà nel corso delle prossime fasi. Ma la decisione per il Duomo è stata presa. Il coronavirus continua ad influenzare le scelte degli organi istituzionali e degli episcopati del Belpaese. La Regione Lombardia, considerata la situazione dei contagi, ha in qualche modo caldeggiato la sospensione delle funzioni religiose. Le diocesi lombarde hanno preso atto della disposizione del Pirellone, decretando lo "stop" alle Messe. Altre realtà ecclesiastiche stanno predisponendo azioni simili. Qualche decisione ha già riguardato una fase specifica della Messa, ossia lo scambio del segno della pace, che i fedeli - per un parroco di Cremona - non hanno potuto compiere. Qualche riflessione sta riguardando le modalità di distribuzione del sacramento dell'eucaristia: c'è chi sottolinea la necessità di evitare troppi contatti tra le mani dei fedeli. Ma si tratta di un aspetto di cui si dibatte per lo più social newtork. Il Patriarcato di Venezia, dal canto suo, ha chiesto a tutti di tenere conto delle "norme igieniche" e di "evitare contatti inutili". A riportare le indicazioni date dall'istituzione ecclesiastica veneta, tra gli altri, è stata la Sir. Da Venezia, comunque sia, hanno fatto sapere di attendere eventuali ed ulteriori "indicazioni" da parte della Prefettura. E sempre il Patriarcato, in relazione al segno della pace, ha parlato di una facoltà che rimane nel paniere delle scelte dei fedeli. Il Veneto, come sappiamo, è un'altra delle regioni colpite da qualche contagio. E quindi gli ambienti cattolici, che non fanno differenza, cercano di porre un freno a tutti quei comportamenti che possono coadiuvare la diffusione del virus. Le chiese sono soltanto uno dei luoghi in cui le persone sono solite incontrarsi. E infatti il Nord non può limitarsi soltanto a questo tipo di precauzione: come abbiamo già riportato, ulteriori misure sono stata adottate nei confronti di alcune scuole, università, plessi museali e spazi di svago quali cinema. Alcune delle sfilate previste per il Carnevale di Venezia, almeno stando a quanto abbiamo appreso in queste ore, sono state interessate da un blocco: non si terranno. A Vo'Euganeo, invece, hanno pensato ad un vero e proprio isolamento. La Lombardia - com'era ovvio che fosse - ha esteso le disposizioni ad un numero di attività abbastanza cospicuo: scuole chiuse sì, ma anche sospensioni di qualsiavoglia manifestazione sportiva o ludica dal carattere pubblico. Non è sufficiente: i sigilli verranno apposti anche a musei, cinema e teatri. Gli studenti del Piemonte, sulla base delle decisioni concordate dagli amministratori con la Regione, non dovranno recarsi a scuola per almeno una settimana. In Alto Adige, infine, le decisioni sulla sospensione delle attività sono inerenti solo agli asili e alle istituzioni universitarie.

Maurizio Giannattasio per corriere.it il 24 febbraio 2020. Il Duomo, la Scala e il Piccolo. Milano chiude i suoi luoghi simbolo, indossa il saio e si prepara alla sua prima giornata di clausura. Un coprifuoco a metà, con le scuole chiuse ma i trasporti funzionanti, con discoteche e pub che dovranno tirare giù la serranda alle 18 e riaprirle solo alle 6, ma con i ristoranti aperti. Obiettivo: ridurre le occasioni di assembramento. Tra queste c’è anche una tradizione tutta milanese, l’happy hour. I bar dovranno seguire l’esempio dei loro colleghi dei pub e chiudere tassativamente alle 18. L’ordinanza regionale parla di sette giorni, ma potrebbero diventare quattordici, equivalenti alle due settimane di incubazione del coronavirus. Si cambia regione e città ma la sostanza non cambia. Dopo la Lombardia, tocca al Veneto, al Friuli Venezia Giulia, al Piemonte, alla Liguria, al Trentino Alto Adige. Un pugno di ordinanze molto simili fra loro. Se a Milano chiude la Pinacoteca di Brera, a Venezia salta il Carnevale che attira turisti da tutto il mondo e in tutte e cinque le regioni le scuole di ogni ordine e grado e le università chiudono le aule per sette giorni. Insomma, Nord chiuso per coronavirus con un coprifuoco a gradazione variabile. Più severo per le zone rosse, quelle dove si sono sviluppati i focolai del contagio e più morbido per le zone gialle dove l’obbiettivo è ridurre la presenza di troppe persone. Nelle aree «focolaio» del virus, è in vigore il divieto di allontanamento e di ingresso: le zone saranno presidiate dalle forze di polizia e, in caso di necessità, anche dall’esercito con sanzioni penali per i trasgressori. Nei Comuni della provincia di Lodi sono escluse «dalla sospensione dell’attività lavorativa e di trasporto» le attività commerciali di «supermercati, ipermercati, negozi alimentari e quelle connesse al trasporto» dei prodotti alimentari. Per il resto della regione, Milano in testa, l’ordinanza firmata dal governatore Attilio Fontana riguarda in primis le scuole. Già sabato i rettori delle università lombarde avevano deciso di sospendere lezioni ed esami in tutti gli atenei fino al 29 febbraio. Ieri, è stato il sindaco Beppe Sala ad annunciare la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. «A questo punto anche a livello prudenziale penso che l’attività scolastica vada sospesa a Milano — ha detto il sindaco dopo un vertice in prefettura — Proporrò al presidente della Regione di allargare l’intervento a livello di città metropolitana. È un intervento prudenziale. Lontano da noi di scatenare alcun tipo di psicosi». L’ordinanza vieta anche tutte le «manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico». Il catalogo è vastissimo: si va dai centri sportivi e dalle palestre alle cerimonie religiose di tutti i culti. A partire dalle celebrazioni eucaristiche, ossia la messa. A darne l’annuncio è stato lo stesso arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Lo stop alle messe è partito domenica sera. Sospese le celebrazioni anche in Duomo che inoltre verrà chiuso ai turisti sia oggi sia domani. Anche la cultura a Milano e in Lombardia si mette in stand by perché lo stesso divieto che limita le messe riguarda anche i cinema, i teatri e i musei, tutti luoghi di grande affollamento. La Scala ha deciso di sospendere «tutte le rappresentazioni a titolo cautelativo in attesa di disposizioni». Da ieri sono saltati tutti gli spettacoli a partire dal recital del soprano Aleksandra Kurzak. Stesso destino per la Pinacoteca di Brera chiusa ieri pomeriggio. L’ultimo visitatore è uscito alle 17. Anche il Piccolo ha abbassato il sipario. Così il Franco Parenti. I negozi invece restano aperti. Tranne quelli all’interno dei centri commerciali che nelle giornate di sabato e domenica dovranno abbassare le serrande. Resteranno aperti solo quelli che vendono generi alimentari. Lo stesso discorso vale per i mercati cittadini. A differenza delle altre regioni del Nord, la Lombardia ha inserito un’ulteriore limitazione. Riguarda i bar, i pub e le discoteche che dovranno servire l’ultimo cliente rigorosamente entro le 18. Nessuna limitazione invece per i ristoranti. A cascata, i rider continueranno a svolgere il loro lavoro. Fontana lancia un appello ai lombardi: «Dateci una mano a rispettare questi provvedimenti, so che vi chiedo un sacrificio ma presto ci troveremo a bere uno spritz insieme». Prima era stato meno ottimista. Se non funziona provvedimenti come «a Wuhan». Saltano le manifestazioni legate al Carnevale di Venezia e in tutto il Veneto si fermano scuole ed eventi. Stop anche le manifestazioni sportive, ludiche e religiose e verranno chiuse le discoteche e i locali notturni; salvi, però, a differenza della Lombardia, i bar, che non dovranno chiudere alle 18 come nella vicina regione. Come spiega l’ordinanza emessa dal governatore, Luca Zaia, e dal ministro della Salute, Roberto Speranza, stop anche a musei, scuole, corsi professionali e le gite. Negli ospedali saranno invece contingentate le visite, con un visitatore al giorno per ogni paziente, mentre è stato stabilito che tutti i treni, i mezzi pubblici di terra d’acqua e d’aria vengano disinfettati. «Abbiamo firmato l’ordinanza con la quale vengono bloccate, Carnevale di Venezia compreso, tutte le manifestazioni pubbliche, private, la chiusura delle scuole e dei musei fino al primo di marzo». Come in Lombardia sono state fermate le messe. Lo ha deciso il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia. In sostituzione del precetto festivo e del mercoledì delle Ceneri, i fedeli sono invitati a «un tempo conveniente alla preghiera e alla meditazione, anche aiutandosi con le celebrazioni trasmesse tramite radio e televisione». Per i funerali, saranno possibili le sepolture, anche con la benedizione della salma alla presenza delle persone più vicine del defunto, ma senza la celebrazione della messa o di altra liturgia. E anche i matrimoni saranno possibili solo con un numero ristretto di invitati. Stessa regola a Milano. Chiudono le scuole, le università, i musei, le biblioteche, i cinema e i teatri, ma restano aperti gli uffici pubblici e i negozi. «In Lombardia — ha spiegato il governatore Alberto Cirio — si è prevista la chiusura di bar e centri commerciali dalle 18 alle 6 del mattino. Noi abbiamo ritenuto che non fosse il caso. Credo che la riduzione dei contagi ci dia ragione». La partita di calcio Torino-Parma è stata rinviata, ma quella di basket fra Reale Mutua e Junior Casale si è giocata regolarmente. Il Carnevale di Ivrea interromperà gli appuntamenti solo da oggi. Chiusura — e non sospensione — delle scuole di ogni ordine e grado, asili nido e università. Vietate le manifestazioni e gli eventi oltre a ogni forma di aggregazione in luogo pubblico o privato. Stop alle gite di istruzione e ai concorsi. Misure che saranno valide fino al primo marzo. «L’idea è fronteggiare la diffusione del virus offrendo le migliori condizioni possibili di sicurezza e tutela ai cittadini», dice il presidente Stefano Bonaccini. Si stanno valutando misure ulteriori per Piacenza e il territorio piacentino. La Liguria ha disposto la chiusura di scuole e musei fino al primo marzo. Il rettore di Genova aveva già sospeso per una settimana ogni attività didattica dell’università. Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, ha ordinato che in Alto Adige siano chiuse per una settimana le strutture pubbliche e private, dedicate alla prima infanzia (asili nido e microstrutture aziendali). Saranno sospese anche le attività didattiche presso l’università «Claudiana» e al conservatorio «Monteverdi». Anche in Friuli Venezia Giulia è stata disposta fino al 1 marzo la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, asili nido e università.

Milano che resiste. Dal metrò agli aperitivi: “Basta panico non è la peste”. La turista pugliese: “A casa sono preoccupati Ma l’unico problema è che i musei sono chiusi a causa del virus. Per fortuna stasera ceniamo in un localino” di Brunella Giovara. La Repubblica il 25 febbraio 2020. Ma tra bar vuoti e turisti in fuga: ora la città paga il conto più caro. Saggio come uno di novant’anni, il giovane Federico Salvi dice: «L’allarme è giusto. Ma il prof di biologia ci ha spiegato che questa non è la peste bubbonica», bravo prof. «Il tasso di mortalità è 2 per cento, e che per chi ha la nostra età è 0,2 per cento». Benedetto l’insegnante ignoto dello scientifico Maria Ausiliatrice, che ha spiegato agli allievi diciassettenni che bisogna lavarsi le mani e «non farsi tossire in faccia, il rischio finisce lì», poi li ha congedati per una settimana e Federico, con gli amici Giorgio e Matteo Vitobello, sono in bici in piazza Gae Aulenti, sotto la torre scintillante di Unicredit dove il sorvegliante armato spiega che «gli uffici sono aperti, gli impiegati stanno lavorando, è tutto regolare», siamo a Milano. E «i genitori sono preoccupati per noi figli. Dicono “mettiti la mascherina”. Ma la maschera seria è quella della 3M da 200 euro». Ed ecco i tre ciclisti sfrecciare verso Niguarda, «andiamo al Parco Nord!», sanno che «bisogna evitare i luoghi troppo affollati, e poi c’è il sole, ci sono 20 gradi, don’t panic» per favore. E Valentina Benghi, mamma di 35 anni con figlia di 4 anni vestita da pavone per il Carnevale, al bar della Feltrinelli: «Sopravviveremo. Se stai male chiami il 112, e da lì sei in buone mani. Che allarmismo! tutta questa gente con la maschera, e la corsa a comprare l’amuchina. La vendono a prezzi folli a quei poveri stolti». Giù per le scale mobili, ecco l’Esselunga che trabocca di salami peperoni verdure biscotti e pane fresco. Oh, c’è tutto, se davvero c’è stato l’assalto ai forni, sono stati veloci a rifornire gli scaffali. Manca l’amuchina, che una volta nessuno si filava, anche se il tassista Sergio Bossi del 6969 assicura che al Gigante di Lodi «c’è un espositore enorme all’ingresso, e la vendono solo a 3,50 euro. Io ne ho prese dieci». Ma lei, ha paura? «No. Mia madre sì, domenica sera mi ha chiamato agitata, “vai a comprarmi della pasta, compra tanta pasta”». Il 6969 ha consigliato «di pulire maniglie e interni con la candeggina», ed eccola qui, bidoncino pronto all’uso. Resta il dilemma: «Pulire anche i sedili, che poi si rovinano?». Si va per via Torino, il Mc Donalds è pieno. Bossi è sereno, «siamo a Milano, mica puoi chiuderla. C’è meno giro ma è lunedì, molti negozi sono chiusi». C’è meno gente del solito, lo dice anche l’uomo Amsa che vuota il cestino in Santa Radegonda. «Turisti sì, ma i caldarrostai sono spariti, non so perché». Non sa neanche perché «tanti hanno la mascherina, che comunque serve a poco. Ci sono stati i morti? Erano anziani, malati. Cambierà se morirà uno giovane», e speriamo che il virus si spenga, che Milano torni frizzante come prima, ma il Camparino in Galleria ieri era impraticabile, italiani e stranieri con lo spritz e le patatine davanti, ore 16. Certo, la mattina faceva impressione la metro semivuota. Mancavano però gli studenti, che in città sono 445 mila e rotti tra elementari medie e superiori, e un 200 mila universitari, quindi un popolo imponente che ora si ritrova a spasso, come la coppia avvinghiata sul tram 33, lui che diceva nel collo di lei: «Ma ti hanno dato dei compiti? A noi niente». Qualcuno ha paura, su questo tram 33 direzione Lambrate? Pare di no, ci sono 18 persone, c’è una bimbetta con mascherina che vuole togliere, «mi vergogno». Il tram 1 passa davanti allo Swiss Corner che ha i tavoli fuori, e pieni, e qui una bionda annuncia al telefono e a tutto il tram «sto andando dall’osteopata. Paura? Mi mette le mani addosso ma mica mi bacia, l’osteopata». Sulla banchina della Rossa, fermata Duomo, ci sono due turiste da Gravina in Puglia. Anita Tucci, 44 anni, con la mamma al telefono dal paese, «stai bene? Non sai cosa stiamo passando noi, pensando a te a Milano…». E come deve stare Anita, «ho scaricato il telefono, tutti i parenti che chiamano. L’unico problema è che i musei sono chiusi per il virus. Meno male che stasera ceniamo in un localino». L’amica Doriana Barchetta, 32 anni, al telefono con il fratello, «qui è tutto normale, no non c’è il panico, statti tranquillo che domani torno». «Il problema di Milano sono le mamme, sono loro che fanno casino. Invece, guardi: scuole chiuse, strade libere», così sul taxi del 4040 lungo via De Amicis. Ma Andrea, milanese «del Lorenteggio, quasi Giambellino», ammette di aver lavorato poco, «tutti a casa con il telelavoro, o a saccheggiare il super, o su Facebook dove ti consigliano di saccheggiare il super». E dichiarandosi «fiducioso nei medici» racconta di aver caricato «un napoletano molto nervoso, ha viaggiato con le testa fuori dal finestrino. E una tizia mi ha detto che il coronavirus l’ha inventato Trump contro i cinesi». I cinesi, appunto, che stanno chiudendo i negozi in silenzio, perché hanno paura degli italiani. Sofia, Classico Nail di via Farini: «Tanta paura, chiudo una settimana. Ha chiuso anche il fornitore di smalti di via Paolo Sarpi». Di fronte, il “Ravioli freschi” tira giù la clair, e Yun Dan riapre il 5 marzo. Aperto Chef J, la padrona manciuriana dice che «non ci sono quelli degli uffici perché lavorano da casa, ma vengono i lavoratori», intendendo muratori, elettricisti, quelli dei cantieri che non si fermano. Né si ferma la movida, in Alzaia del Naviglio grande alle 18 chiusi bar e pub, aperti ristoranti e osterie che servono Negroni Martini con l’oliva e spritz «perché noi facciamo ristorazione», quindi va tutto bene, se non chiudono ristoranti e metro va tutto davvero bene, poi si vedrà. 

L'assalto ai centralini per la paura coronavirus: 300mila chiamate in un giorno al numero di emergenza della Lombardia. Tra 112 e il centralino attivato dalla Regione linee intasate da ogni genere di richiesta, la più frequente quella di fare un tampone. "Ma così si manda in tilt il sistema e si toglie tempo alle richieste di aiuto reali". Tiziana De Giorgi e Sandro De Riccardis il 25 febbraio 2020 su La Repubblica. Oltre 300mila chiamate in un giorno, più di mezzo milione in 48 ore, una media di 12.500 ogni ora. E' come se tutti gli abitanti di una città grande quasi quanto Catania si fossero attaccati al telefono nello stesso giorno, chiamando lo stesso numero: 800.894.545. E' quello attivato dalla Regione Lombardia per fronteggiare l'emergenza da coronavirus e i timori di chi vive in Lombardia e per provare a decongestionare le linee caldissime del 112 e garantire informazioni corrette e istruzioni a chi, in questo momento, ha sintomi influenzali e problemi respiratori che possono mettere in allarme. Decine di migliaia di chiamate da di chi ha paura di avere i sintomi della malattia, ma soprattutto di richieste di poter fare il tampone che hanno più volte mandato in tilt il sistema, nonostante i 60 operatori al lavoro e le 90 linee dedicate, come spiega l'Areu, l'Azienda regionale emergenza e urgenza. "Bisogna cercare di limitare anche le richieste di informazioni che si trovano facilmente sul decalogo del ministero o qui si satura tutto e chi ha bisogno di assistenza vera, anche se non è in condizioni allarmanti, rischia di non riuscire a parlare con nessuno", spiega il presidente dell'Ordine dei medici di Milano, Roberto Carlo Rossi. Ma non è l'unico appello che fa. La sua preoccupazione in questo momento è per la prima linea del sistema sanitario impegnato sul coronavirus. I medici di base, una delle categorie più esposte al contagio. "Evitate di presentarvi nei loro studi senza prima telefonare", chiede Rossi. Ieri, spiega, l'Ats ha inviato una comunicazione che chiude gli studi dei medici di famiglia ad accesso libero, secondo le nuove linee guida della Regione. Dal dottore, quindi, si va su appuntamento, chiamando prima. "Bisogna fare un triage telefonico preventivo. Sarà lui a indicare un orario di vista precisa. E se sono evidenti i fattori di rischio da contagio, in studio non si va. Ma bisogna poter contattare i numeri indicati. Ne va dell'incolumità di tutti". Ma i medici di famiglia, che visitano decine di pazienti al giorno, non hanno al momento alcun tipo di protezione a disposizione, perché "i dispositivi di protezione promessi da Ats non sono ancora arrivati", denuncia Rossi. Negli studi dei medici di famiglia sono attesi camici monouso e idrorepellenti, occhiali a maschera, la famosa mascherina FFP3 e i copricapo. La psicosi coronavirus arriva anche nella sala della Centrale unica di risposta del numero di Emergenza, il 112, come un magma di domande, richieste, lamentele, paure, sintomi inequivocabili e diagnosi preconfezionate, incubi di contagio, pianti per figli, nipoti, anziani genitori. Chiamano tutti senza sosta, sui monitor vengono geolocalizzati i telefoni fissi e le chiamate tramite l'App "Where are U" dell'Areu mentre ne restano in attesa in media altre sei per operatore. Da quando è partita l'emergenza sanitaria, i turni di otto ore sono stati allungati fino a dieci e dodici, ferie e riposi di tutta la squadra sono stati sospesi, molti hanno chiesto loro stessi di tornare al lavoro. "Nessuno voleva restare a casa, volevano rientrare a dare una mano", racconta Contini. "Nei giorni normali rispondiamo a tutti in meno di cinque secondi - spiega Marco Contini, 34 anni, coordinatore della squadra di 28 operatori - . In questi giorni di emergenza sanitaria l'attesa media è salita a trenta secondi". Se la media delle telefonate di soccorso in Lombardia è di 12 mila al giorno, venerdì scorso già erano 18 mila, sabato sono arrivate a 31 mila, domenica hanno sfiorato le 40 mila. 39.450, per la precisione. Domenica scorsa, nella sola provincia di Milano, erano 14 mila. "Una situazione mai vista, forse solo con le esondazioni del Seveso, ma in quei casi dura poche ore - dice ancora Contini - . I cittadini devono capire è che il 112 è solo per le emergenze, non solo quelle sanitarie, ma anche di ordine pubblico, per gli incidenti, gli incendi, le aggressioni, i malori". E invece da giorni, e chissà fino a quando, gli operatori ascoltano di tutto: domande, sfoghi di paura, ricostruzioni di contatti con amici di amici che hanno incontrato un amico di ritorno dalla Cina. Ma poi, in assenza di sintomi reali, non si può che dirottare l'utente all'altro numero istituito dalla Regione. Un circolo vizioso, al momento, senza fine.

Coronavirus, parla il contagiato di Cumiana: "Io e mia moglie positivi ma stiamo bene". La Repubblica tv il 25 febbraio 2020. "Sto bene, non un colpo di tosse ne una linea di febbre, ma io e mia moglie siamo risultati positivi al coronavirus". Il quarantenne di Cumiana nel torinese, dipendente dell'Italdesign, parla a distanza di sicurezza affacciandosi sulla soglia di casa dove da due giorni è in quarantena. "Con mia moglie abbiamo portato la nostra bambina al Regina Margherita per una febbre che non andava via - Spiega - La piccola è risultata negativa ma i nostri tamponi positivi ed è scattato il protocollo di profilassi".

Coronavirus, terzo morto in Lombardia: è una donna di Crema. Terzo decesso in Lombardia per coronavirus. Si tratta di una donna anziana ricoverata presso il reparto oncologico dell'ospedale di Crema. Rosa Scognamiglio, Domenica 23/02/2020 su Il Giornale. "Abbiamo un altro decesso a Cremona. Una persona che aveva quadro clinico complesso". Lo ha confermato l'assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, nel corso della conferenza stampa convocata questo pomeriggio a Palazzo Lombardia per fare il punto sui casi di coronavirus e per presentare le azioni di contrasto al contagio contenute nell'ordinanza regionale. Salgono a 2 i casi di decesso nella Regione Lombardia dove, già nella mattinata di sabato 22 febbraio, una pensionata di 77 anni, residente a Casalpusterlengo, nella "zona rossa" del lodigiano, è morta in seguito a complicanze respiratorie insorte presumibilmente dopo aver contratto il Covid-19. La vittima di quest'oggi, invece, era ricoverata in oncologia presso l'ospedale di Crema "con una situazione clinica già molto compromessa", fa sapere Giulio Gallera. A fronte delle ultime stime, sono 3 i morti in Italia per coronavirus. Il primo decesso è stato registrato a Vo'Euganeo, nel padovano, nella serata di venerdì, dove è deceduto un pensionato di 78 anni che era ricoverato presso l'ospedale di Schiovonia con patologie pregresse. Saranno infatti gli esami autoptici, in programma per i prossimi giorni, a stabilire le cause della morte e a chiarire in che misura sia stata determinante la contrazione del nuovo virus. Intanto, in Lombardia, si registra il numero più elevato di contagi: almeno 112 quelli finora accertati. "Abbiamo fatto più tamponi possibili, oltre 880. - conferma l'assessore al Welfare lombardo - 112 sono i casi positivi, con una media del 12%. Dei 53 ricoverati in ospedale, 17 sono in terapia intensiva". Un vero e proprio bollettino di guerra. A confermare il trend negativo, con picchi sempre più elevati nelle città-focolaio e ad esse limitrofe, è anche il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli che riferisce di 152 contagiati su tutto il territorio nazionale, dei quali 3 deceduti tra Veneto e Lombardia. Quanto alla distribuzione territoriale dei positivi, invece, in Lombardia sono 110, in Veneto 21, in Emilia Romagna 9, nel Lazio 2. I ricoverati con sintomi sono 55, 25 sono le persone in terapia intensiva, 19 quelle in sorveglianza domiciliare e 26 in verifica. Una famiglia lombarda è risultata positiva al coronavirus mentre era in vacanza in Trentino e in queste ore è già stato predisposto il loro trasferimento in Lombardia. Lo rende noto il presidente della Provincia, Maurizio Fugatti."Tre turisti lombardi provenienti dai comuni interessati dal coronavirus in Lombardia sono stati riscontrati positivi sul territorio Trentino. Questo è avvenuto oggi e la notizia l'abbiamo avuta alle 14. Abbiamo subito preso i contatti con il presidente della Regione Attilio Fontana, che ringrazio, e l'Azienda sanitaria lombarda - spiega Fugatti in un video diffuso sul suo profilo Facebook -. In questi momenti abbiamo organizzato il trasferimento della famiglia presso una struttura lombarda. Quindi nessun trentino è stato contagiato". Un dermatologo dell'ospedale Policlinico, l'ospedale maggiore del capoluogo lombardo, con 900 posti letto in 35 padiglioni, tutti nel pieno centro della città, è risultato positivo al test per il Covid-19 ed è ricoverato all'ospedale Sacco di Milano. Quattro medici specializzandi del reparto hanno e hanno avuto nei giorni scorsi sintomi compatibili con il Coronavirus, in particolare febbre e tosse, ma nessuno è ancora stato sottoposto al tampone che può confermare il contagio. Uno degli specializzandi è stato male lo scorso fine settimana e, guarito, era già rientrato al lavoro. La direzione sanitaria dell'ospedale sta al momento valutando la chiusura in via precauzionale del reparto di dermatologia e tentando di ricostruire i contatti del medico. Nel frattempo tutti i colleghi venuti a contatto con il dermatologo sono stati invitati ad astenersi dal lavoro. Domani pomeriggio è prevista una riunione dei capi di dipartimento, per valutare le misure da adottare anche sulla base dell'ordinanza regionale e per coordinare le attività con l'Università Statale di Milano, dal momento che il Policlinico è il principale ospedale universitario della città e ha circa 300 medici specializzandi impiegati. Regione Lombardia oggi ha sospeso tutti i corsi per le professioni sanitarie, ma ad esclusione di specializzandi e tirocinanti. Quanto al bilancio mondiale del coronavirus, la stima si attesta attorno a quota 2.461 vittim. Stando ai dati pubblicati dalla mappa online della statunitense Johns Hopkins University, i casi di contagio confermati all giornata di domenica 23 febbraio sono 78.766, tra cui 76 italiani. Sono invece 23.313 le persone negativizzate, quindi presumibilmente guarite, in tutto il mondo.

Da open.online il 23 febbraio 2020. «I miei angeli sono stremati. Corro a portar loro la colazione. Oggi la mia domenica sarà al Sacco. Vi prego, abbassate i toni» ha scritto. «A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così», a parlare è Maria Rita Gismondo, direttore responsabile di Macrobiologia Clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze, il laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano in cui vengono analizzati da giorni i campioni di possibili casi di coronavirus. Diversi post, tutti pubblicati su Facebook, in cui la dottoressa Gismondo prova a fare il punto della situazione: «Il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte. In continuazione arrivano campioni» scrive, denunciando che «i suoi angeli sono stremati»: «Oggi la mia domenica sarà al Sacco. Vi prego, abbassate i toni». E infine: «Leggete! Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1».

Dagonota il 23 febbraio 2020. Come è messa l’Italia rispetto al resto d’Europa? Siamo il Paese con il numero di contagi più robusto. Attualmente la Germania ha registrato 16 casi di infezione, la Francia 12m il Regno Unito 9, la Spagna 2, il Belgio, la Svezia e la Finlandia 1. Nel mondo va ancora peggio: siamo al quarto posto nella classifica mondiale dei contagiati, a ridosso del terzo occupato dal Giappone:

1) Cina 77579

2) Corea del Sud 556

3) Giappone 135

4) Italia 115

5) Singapore 85

6) Hong Kong 70

7) Thailandia 35 P 

Praticamente stiamo in Europa ma ai numeri sembriamo un Paese asiatico. Qual è il problema? Sembra sia stato il blocco dei voli deciso dal Conte Casalino e da Speranza per prendersi le prima pagine dei giornali. È infatti sorprendente che il Paese che ha vantato di aver adottato le misure più stringenti, oggi risulta essere il più colpito. In sostanza: bloccando i voli dalla Cina si è instaurato un meccanismo degli arrivi attraverso voli indiretti, arrivi dunque innumerevoli (da ogni parte del mondo) e incontrollabili in modo approfondito. Non puoi pensare di mettere in quarantena ogni essere umano che entra in Italia, né di interrogarlo per capire se è stato in Cina, Dunque i controlli generici sono stati effettuati con il solo ausilio del termoscanner, che rileva solo la febbre, ma abbiamo visto he il contagio può arrivare persino dai portatori sani, senza contare che il virus ha un periodo di incubazione molto lungo. Gli altri Paesi Ue, lasciando aperto la tratta con la Cina, hanno invece avuto la possibilità di circoscrivere il problema. Nessuno è rientrato in Spagna o in Germania da voli indiretti. E tutti quelli che rientrati dalla Cina sono stati messi direttamente in quarantena. Altro che termoscanner, che non serve a nulla. Se Conte e Speranza avessero lasciato aperto il transito dei voli dalla Cina, oggi anche l’Italia avrebbe avuto un canale unico su cui lavorare.

Coronavirus, quarta vittima in Italia: è un uomo ricoverato a Bergamo. Redazione de Il Riformista il 24 Febbraio 2020. C’è un altro morto in Lombardia, facendo salire così a quattro la conta delle vittime in Italia da quando è scattata l’emergenza del coronavirus. La vittima è un uomo di 84 anni ricoverato a Bergamo. In Lombardia aumentano a 112 le persone contagiate dal virus. Il primo malato era stato certificato giovedì sera e poi a partire dal “paziente 1”, un 38enne ricoverato in terapia intensiva, si è passati a sua moglie incinta, a un loro amico e a cascata ad altri pazienti, tra cui una signora di 77 anni morta a Casalpusterlengo, che è stata anche la prima vittima del coronavirus. Ieri è deceduta un’altra che era ricoverata nel reparto di Oncologia a Crema.  “Abbiamo disposto la chiusura dalle ore 18 dei luoghi commerciali di intrattenimento o svago, non i ristoranti, quindi pub e discoteche, luoghi dove si trovano molte persone”. Lo ha detto l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera. Un coprifuoco generale in tutta la Lombardia. Scuole e università chiuse, stop a “manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura”. E’ il contenuto dell’ordinanza emanata dalla Regione Lombardia, “in relazione all’evolversi della diffusione del coronavirus”. Un’ordinanza, firmata dal presidente Attilio Fontana di concerto con il ministro della Salute Roberto Speranza che è valida per tutto il territorio lombardo e che viene diffusa nel giorno in cui Maria Rita Gismondo, la primaria dell’ospedale Sacco di Milano, struttura che si occupa della cura dei pazienti contagianti raffredda i toni: “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Vi prego, abbassate i toni”. Ma il governatore aggiunge: “Impensabile isolare Milano”.

IL DECRETO – Al lavoro ventiquattr’ore su ventiquattro per “scacciare la paura”, affidandosi a un decreto lampo e al sistema di screening tra i più avanzati nel mondo. In uno dei momenti più traballanti della sua esistenza, è nella sfida al Covid-2019 che il governo cerca un po’ di compattezza. Intanto il decreto, firmato in serata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e pubblicato in Gazzetta ufficiale, prevede nella sua ultima versione lo stanziamento di 20 milioni aggiuntivi per ovviare all’emergenza che ha causato in Italia oltre 150 contagi e 3 vittime. “Ho appena firmato il decreto attuativo che dispone queste misure per i prossimi 14 giorni”, annuncia Conte nel pomeriggio, promettendo ai cittadini “assistenza e la massima attenzione per la loro salute” in cambio di alcune restrizioni alla vita pubblica. L’avvocato del popolo vive una domenica molto particolare, ‘blindato’ nella sede della Protezione civile a Roma per seguire passo l’evoluzione del contagio. I conteggi ufficiali vengono affidati sempre ad Angelo Borrelli, per una “comunicazione capillare e trasparente”. E se conferma come di fronte ad una situazione simile “non ci deve essere distinzione di colori politici”, il premier ammette di essere “rimasto sorpreso dall’esplosione dei casi”. Un’ascesa preoccupante che ha reso in pochi giorni l’Italia il terzo Paese con più contagi al mondo, dopo Cina e Corea del Sud. “Noi facciamo molti più controlli di altri Paesi”, è la spiegazione ufficiale degli oltre 4mila tamponi, con la conferma indiretta che nelle prossime ore le positività potrebbero aumentare. Ma la linea di massima precauzione e rigore pagherà secondo il governo, attento al massimo dialogo con la Regioni per delimitare i contagi e “contenere” gli effetti negativi. E per evitare l’effetto paura e il vortice della psicosi collettiva che circola incontrollato tra le chat di tutta Italia. Un esempio? La fake news della chiusura del Pronto soccorso di Tor Vergata o il falso caso di isolamento all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma. “È l’esperienza più forte della mia vita, sono convinto che questa sfida la vinceremo”, è il messaggio di ottimismo firmato Roberto Speranza. Il ministro della Salute che non esclude un “rafforzamento delle misure” contro il coronavirus. Dal punto di vista economico l’esecutivo starebbe valutando in settimana un secondo decreto, con lo stop del dei tributi per la aree interessate (in primis Lombardia e veneto). In Cdm domani dovrebbe essere varato il dl imprese con norme ad hoc, mentre la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ha incontrato sindacati e associazioni datoriali ed è al lavoro per la possibilità “di fare ricorso al lavoro agile anche in deroga ai limiti percentuali stabiliti dai contratti collettivi e dalla legge”.

REVOCATO IL BLOCCO AL BRENNERO –  Il blocco ferroviario al Brennero è stato revocato. A comunicarlo sono le ferrovie austriache OeBB. La linea ferroviaria del Brennero è stata riaperta e i treni internazionali e locali in territorio austriaco provenienti e diretti al Brennero possono nuovamente circolare. Il blocco imposto dalle autorità austriache nel tardo pomeriggio era per sospetto caso di coronavirus. A bordo dell’Eurocity 86 proveniente da Venezia Santa Lucia e diretto a Monaco di Baviera, due donne tedesche avevano accusato febbre e tosse forte. Fatte scendere alla stazione di Verona Porta Nuova, erano state trasportate in un ospedale della città scaligera per essere sottoposte a screening per il coronavirus poi risultato negativo. Al Brennero è stato fermato anche un secondo treno, sempre un Eurocity (1288) e sempre diretto nella città tedesca.

La Toscana non fa controlla su chi torna dalla Cina. E la Lega prepara l’esposto. Volano stracci tra Enrico Rossi, governatore della Toscana, e la Lega. Carenze contro il Coronavirus, ma per il dem si tratta di “fascioleghisti”. Michele Di Lollo,  Venerdì 21/02/2020 su Il Giornale. Volano stracci tra il governatore della Toscana, Enrico Rossi, e la Lega. Sale la tensione. La paura da Coronavirus c’è, inutile ignorarlo. Ed è sempre più difficile distinguere il terrore dalla psicosi. Ma in Toscana qualcosa si rompe. Migliaia di cinesi tornano dal capodanno festeggiato a Pechino e, stando alle dichiarazioni della classe dirigente del Carroccio, nella regione non c’è un piano adeguato per evitare contagi. “Valutiamo un esposto verso il presidente della regione Toscana e l’assessore regionale alla Sanità, Stefania Saccardi, per il loro comportamento”. Sotto la lente le misure adottate per contrastare il diffondersi del virus cinese. Potrebbero essere tacciati di comportamenti gravemente omissivi riguardo alle azioni di contenimento di un ipotetico diffondersi della polmonite anche nella regione. Lo annunciano, con una nota, i parlamentari toscani e i consiglieri regionali della Lega. Sotto osservazione anche un post pubblicato su Facebook dallo stesso governatore. In poche righe Rossi definisce "fascioleghisti" le persone che lo attaccano sul rischio contagio. Al centro della polemica, in soldoni, la superficialità con cui il governo della regione agisce su questo problema. Si parla di querela. Ed è lo stesso Matteo Salvini che, sul social network, scrive:“Basta! Anche dopo le numerose segnalazioni ricevute da voi, abbiamo deciso di denunciare il presidente della Toscana (Pd) che, non facendo tutti i controlli necessari su chi rientra dalla Cina, mette a rischio la salute dei cittadini. E accusa chi lo critica, scienziati e medici compresi, di essere un “fascioleghista”! Insomma, si sparigliano le carte nella città di Firenze e non solo. Si arriva ai ferri corti su un tema, quello del Coronavirus, che in queste ore fa paura più del solito sul territorio italiano, dopo l’annuncio delle sei persone contagiate in Lombardia. “Riteniamo doveroso - affermano nella nota tutti i parlamentari e i consiglieri regionali della Lega eletti in Toscana - che nell’affrontare la delicata tematica relativa al Coronavirus non si debbano usare due pesi e due misure” (il caso dei contagi a Lodi, testimoniano ulteriormente il potenziale rischio in essere anche per il nostro Paese). Si riferiscono a un fatto preciso: “I nostri connazionali sono stati sottoposti a una giusta quarantena presso il centro sportivo militare della Cecchignola, alle porte di Roma. In Toscana non è così. E alcune migliaia di cinesi di ritorno dal loro capodanno sono solo invitati (e non obbligati) a presentarsi presso un ambulatorio allestito nella zona industriale di Firenze. Messo in piedi in fretta e furia, tra il giusto sconcerto di chi lavora nei paraggi”. Apprezzano lo sforzo che sta facendo la Cina sul suo territorio, ma ribadiscono la loro forte perplessità riguardo alle misure adottate dal presidente Rossi e dall’assessore Saccardi. “Per noi assolutamente non idonee allo scopo che si prefiggono”. Per questo motivo i parlamentari leghisti stanno verificando l’opportunità di produrre un esposto nei confronti dello stesso governatore e dell’assessore alla Sanità. L'obiettivo del Carroccio è dimostrare i comportamenti gravemente omissivi che riguardano le azioni di contenimento del virus. 

Da it.blastingnews.com il 23 febbraio 2020. Il coronavirus continua a far paura. Nonostante gli sforzi compiuti dal governo cinese e dagli organismi internazionali, infatti, per il momento la diffusione del contagio non si arresta, anche se negli ultimi giorni è sembrata ridursi, almeno stando alle notizie di cronaca ufficiali. In Italia, dove al momento i casi accertati sono solo tre, il leader della Lega Matteo Salvini ha minacciato di denunciare il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese se un solo malato di coronavirus sbarcherà nel nostro Paese da un barcone proveniente dall’Africa. Chi invece decide di lanciare un vero e proprio allarme è Alessandro Meluzzi. Ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, infatti, il criminologo e noto opinionista tv si dice infatti certo che la “pandemia arriverà” e che, a differenza della Cina, “Paesi come l’Italia sono fot...” per colpa del loro “buonismo”. Sul caso del transatlantico Diamond Princess, poi, Meluzzi si dice convinto che la colpa della diffusione del contagio da coronavirus sia dei sistemi di aerazione e avverte sui rischi di prendere treni e aerei. Ospite di Quarta Repubblica per discutere di coronavirus, insieme ai giornalisti Maria Giovanna Maglie, Piero Sansonetti, Giampiero Mughini, e al rappresentante della Croce Rossa Internazionale Capobianco, Alessandro Meluzzi non mostra, come spesso gli capita, peli sulla lingua. “Tu sei preoccupato?”, gli domanda il conduttore Nicola Porro. “Io sono molto preoccupato, anche perché bisogna analizzare un attimo i fatti - risponde secco Meluzzi - lo dicono anche i grandi virologi. Intanto questo coronavirus ha una capacità di incubazione fino ai 26 giorni, sopravvive sulle superfici per nove o dieci giorni, è trasmissibile già durante la fase in cui è asintomatico, quindi le misurazioni della temperatura non servono a granché, perché uno può essere non febbrile ed essere in grado di trasmettere il virus. In Cina i numeri probabilmente, per ragioni di scarsità di trasparenza, non sono neppure quelli che sono stati pubblicati, ma si può dire che sono state già messe in quarantena significative zone, non solo della Cina del centro e del Nord, ma anche del Vietnam per esempio”.

Meluzzi e il coronavirus in Africa: "In quel continente lavorano 6 mln e 500mila cinesi". Parlando del caso specifico dell’Africa, Alessandro Meluzzi riferisce che “in quel continente ci sono sei milioni e 500mila lavoratori cinesi, molti dei quali provenienti esattamente dalla zona che rappresenta il focolaio fondamentale del coronavirus” e ritiene che “molti di questi lavoratori viaggino sistematicamente da e verso la Cina. Ci sono linee aeree come la Ethiopian che mantengono i viaggi per l’Africa. Questo caso emerso in Egitto è una minuscola punta di iceberg di un sistema sanitario come quello africano che non è minimamente in grado di fare delle valutazioni, né tempestive, né non tempestive. Questa è la verità. Allora io sono convinto - questo il suo grido di allarme - che la pandemia inesorabilmente arriverà. E questo non lo dico io ma grandi studiosi, immunologi e virologi. E ritengo che, mentre (potrebbero salvarsi ndr) alcuni Paesi come la Cina, che hanno applicato delle misure draconiane che arrivano fino alla pena di morte per chi nasconde il contagio, Paesi come l’Italia saranno semplicemente fottuti. Per buonismo, per ottusaggine, per incapacità di vedere le cose. Perché guardate che se un medico non è pessimista non fa mai una diagnosi precoce e il medico pietoso fa la piaga verminosa. Ed è quello che accadrà.”

"Il coronavirus si trasmette anche coi sistemi di ventilazione". “Noi dobbiamo uscire dalla demenzialità ideologica - prosegue poi Alessandro Meluzzi - perché i virus non hanno ideologie di destra o di sinistra, occidentale, bianca o nera. I virus purtroppo hanno una penetranza e una mortalità che può essere studiata. La cosa più interessante che ho sentito è stata che sulla Diamond Princess c’è un problema di ventilazione e di ricircolo d’aria, fino ad ora ci hanno raccontato che con i sistemi di ventilazione il coronavirus non si prende, invece questa è una falsificazione. E questo vale anche sugli aerei o sui treni tipo il Frecciarossa. Mi metto in gioco a costo di apparire un allarmista. Avevo previsto un viaggio internazionale di lavoro fuori dall’Italia, non in Cina, posso dire che l’ho cancellato, perché in questo momento non ritengo i voli internazionali sicuri dal punto di vista della trasmissione virale”. 

Dagospia il 22 febbraio 2020. Mario Adinolfi, presidente nazionale del Popolo della Famiglia (PDF) e candidato alla Camera alle suppletive di Roma contro il ministro Gualtieri, in merito alla crisi coronavirus ha dichiarato: “Le famiglie italiane sono giustamente preoccupate. Il governo coi loro soldi ha pagato uno spot con l’attore Michele Mirabella, che in un ristorante cinese dice che "non è affatto facile il contagio". Il tempo delle pantomime, del pistolotto ideologico alla Elly Schlein per far sentire tutti razzisti, è finito. Lo spot della premiata ditta Gualtieri-Speranza sia immediatamente ritirato dai teleschermi, la pazienza delle famiglie italiane ha un limite. Si attivi una rigida quarantena obbligatoria con verifica per tutti i provenienti dalla Cina anche in via indiretta e smettano di far pagare la loro incapacità e i loro pregiudizi ideologici agli italiani. D’altronde da un Pd che oggi elegge presidente del Pd una che non ha mai votato Pd, ti aspetti che sappia gestire il coronavirus?”. Adinolfi illustrerà le proposte del Popolo della Famiglia nel corso di una iniziativa oggi alle 12.30 alla Sala Capranichetta di piazza Montecitorio. 

Coronavirus, 325 casi in Italia. Altri tre morti in Lombardia e uno in Veneto, le vittime diventano 11. I dati aggiornati della protezione civile. Casi in 9 regioni. Primi contagi in Toscana e a Palermo e due in Liguria. Ricciardi (Oms): "Ridimensionare l'emergenza". Sulle misure per i Comuni della zona rossa e per le imprese è atteso venerdì un decreto del governo. Che intanto impugna l'ordinanza delle Marche sulla chiusura di scuole e manifestazioni fino al 4 marzo. Michele Tocci il 25 febbraio 2020 su La Repubblica. La Lombardia è la regione italiana più colpita dal coronavirus. In termini di contagiati e vittime. Nelle ultime ore sono decedute tre delle persone contagiate, secondo i dati della protezione civile, facendo salire il totale delle vittime nella regione a 9. E' morta anche la donna 76enne che era in rianimazione a Treviso. Le vittime in Italia sono dunque 11 (9 in Lombardia e 2 in Veneto) per lo più anziani già indeboliti da altre patologie. Aumentano anche i contagiati, che in Italia sono 323 e tra questi anche tre persone colpite dal virus in Sicilia. L'incremento dei 28 casi nuovi registrati in Lombardia portano il totale nella regione a 240. Altri 45 casi di contagio in Veneto, 26 in Emilia Romagna, due in Toscana, tre nel Lazio, tre in Piemonte, tre in Sicilia, uno in Alto Adige, due in Liguria.

Rezza: "Focolai circoscritti". Il coronavirus circolava in Italia già diversi giorni prima che venisse fuori il cosiddetto "paziente 1": "Ormai è un dato certo", ha spiegato il capo del dipartimento malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità, Gianni Rezza, al punto stampa in Protezione Civile. "Per fortuna - ha aggiunto - al momento abbiamo dei focolai abbastanza circoscritti".

L'Iss: Italia anziana, ecco perché 2-3% di morti. Per Giovanni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità, "in Italia c'è una popolazione anziana e si spiegano così i tassi di mortalità del 2-3%. Gli anziani sono più fragili, lo vediamo con l'influenza. Da quest'ultima possiamo proteggerli con il vaccino; non essendoci il vaccino per il Coronavirus c'è la mortalità. L'unica maniera per proteggerli è circoscrivere i focolai come si sta facendo". 

Ricciardi (Oms): "Ridimensionare l'emergenza". C'è poi l'appello di Walter Ricciardi dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) in conferenza stampa alla Protezione civile a Roma: "Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini". E ha spiegato perché, ribadendo i numeri di questa epidemia di coronavirus: "Su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. Peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute". Sempre il medico italiano: "In Italia, dopo i primi casi di Roma gestiti in maniera antologica, c'è stata una frammentazione" nell'azione contro il coronavirus, con "regioni che facevano tamponi ad asintomatici e altre ai contatti. In questo modo - ha spiegato - si è persa l'evidenza scientifica. L'Oms dice che bisogna fare i tamponi solo ai sintomatici e a coloro che sono stati in determinate zone", ricordando che "la Francia ha fatto 300 tamponi, noi 4.000, e il Regno Unito 6.000, ma con una metodologia e seguendo un protocollo rigoroso". Ricciardi ha pure affermato che in questa fase "le mascherine di protezione non servono alle persone sane". Mascherine la cui distribuzione in Italia, a detta del capo della Protezione civile Angelo Borrelli farà capo al " Dipartimento della Protezione civile (...) così da venire incontro alle richieste delle Regioni".

Borrelli: l'acquisto delle mascherine sarà centralizzato. "C'è l'esigenza di accentrare in capo al Dipartimento della Protezione civile l'acquisizione di Dispositivi di protezione individuale (Dpi), come mascherine. Lo prevediamo in un'ordinanza di Protezione civile che firmerò nei prossimi minuti. Veniamo così incontro alle richieste delle Regioni". A parte la Lombardia, nel resto dell'Italia si registra il primo caso di positività al coronavirus, a Firenze e a Pistoia, e a Palermo. Arriva anche il primo caso in Liguria, ad Alassio, una settantenne che proviene da una zona a rischio. Il fiorentino è un imprenditore di 63 anni che ha aziende in Oriente. L'uomo ieri pomeriggio si è presentato all'ospedale di Santa Maria Nuova, nel centro cittadino. Nella notte il tampone ha rivelato la presenza del coronavirus Covid -19. Il paziente è stato trasferito nel reparto malattie infettive dell'ospedale di Santa Maria Annunziata a Ponte a Niccheri e gli ambienti del Pronto soccorso di Santa Maria Nuova sono stati sanificati. L'imprenditore di Firenze sarebbe rientrato dall'Oriente ai primi di gennaio e si sta cercando di capire se possa essere stato contagiato in Italia da un suo dipendente che stava male alcune settimane fa. La persona contagiata a Pistoia invece, un informatico di 49 anni già in isolamento volontario, sarebbe appena tornata da Codogno. Ieri, in seguito a un picco febbrile, ha contattato i servizi sanitari. E' risultata positiva al coronavirus anche la turista di Bergamo in vacanza a Palermo che ieri sera è stata ricoverata nell'ospedale Cervello per i controlli dopo aver mostrato sintomi influenzali. E' stata disposta la quarantena per il gruppo di amici della donna e per le persone che sono state a stretto contatto coi turisti. Questo è il primo caso di coronavirus accertato nel Sud Italia. "Il campione esaminato al Policlinico di Palermo - ha spiegato il governatore Nello Musumeci - verrà immediatamente inviato allo Spallanzani per ulteriori verifiche. La signora, che è stata posta in isolamento al reparto di malattie infettive dell'Ospedale Cervello, è pienamente cosciente e mi è stato riferito che non presenta particolari condizioni di malessere. Ringrazio tutti gli operatori perché la macchina sanitaria regionale si è mossa con prontezza ed ha dimostrato di essere pienamente allertata. Al termine degli accertamenti daremo tutte le informazioni necessarie". Nelle Marche una persona è stata trovata positiva alle prima analisi, ma servono conferme. "E' stato diffuso da pochi minuti il risultato positivo di un campione analizzato nel pomeriggio di oggi, 25 febbraio", ha fatto sapere la Regione Marche. "Il campione, proveniente dalla provincia di Pesaro, sarà inviato nelle prime ore di domani mattina al Centro diagnostico di riferimento nazionale dell'Istituto superiore di sanità. Solo al seguito di questo secondo controllo si potrà effettivamente confermare il caso di Nuovo Coronavirus". Ora il "paziente è stato isolato a domicilio e in buone condizioni di salute".

Caccia al paziente zero. Potrebbe essere uno dei tanti casi 'invisibili' l'introvabile paziente zero che avrebbe dato inizio in Italia all'epidemia da coronavirus SarsCoV2. E' proprio nel fenomeno dei casi di portatori del virus impossibili da riconoscere il perché sia praticamente impossibile rintracciare il caso che ha innescato il focolaio di Codogno, così come non è noto il legame tra i casi del Veneto e quelli della Lombardia. Se le persone portatrici del virus stanno bene "non si riesce a identificare i casi", ha rilevato il fisico esperto di sistemi complessi Alessandro Vespignani, direttore del Network Science Institute della Northeastern University di Boston. "Se in Italia non si riesce a trovare il paziente zero è perché questi potrebbe essere asintomatico, magari incontrato in un aeroporto o in una stazione", ha osservato. Le misure per le cosiddette zone rosse sono pienamente in vigore. Oggi sono arrivati anche i militari dell'Esercito per presidiare i check point del Lodigiano. Il Governo punta ora a definire bene cosa devono fare le altre Regioni, per evitare che procedano in ordine sparso e con provvedimenti poco sensati. Il premier Conte ha spiegato che un'ordinanza - molto probabilmente venerdì - definirà tre linee di condotta: "Uno per le zone focolaio (i 10 Comuni lodigiani e Vò, in Veneto), un secondo livello che si estende alle aree circostanti che presentano episodi da contagio che sono state indirettamente coinvolte, un terzo che è il resto d'Italia, dove non c'è bisogno di adottare misure restrittive". L'esempio fatto da Conte è quello della scuola: "Non si giustifica - ha rilevato - la chiusura delle attività scolastiche in Italia, semmai possiamo sospendere le gite, ma sicuramente non ha ragione di esistere la sospensione si attività scolastiche e produttive". Non lo ho però ascoltato il governatore delle Marche, Luca Ceriscioli, che disposto la chiusura di scuole e manifestazioni fino al 4 marzo. Ordinanza che il governo avrebbe già deciso di impugnare. Il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia, dell'Istruzione Lucia Azzolina e dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, in una nota congiunta, spiegano: "Con la sua decisione unilaterale di firmare un'ordinanza per la chiusura di tutte le scuole e Università della Regione Marche, il Governatore Luca Ceriscioli si sfila dall'accordo che era stato raggiunto solo poche ore prima nel corso dell'incontro tra governo e Regioni tenutosi alla Protezione Civile e viene meno all'impegno preso con tutti gli altri Governatori che invece si stanno attenendo alle disposizioni concordate".

Paziente di Vo’ torna a casa. È il terzo guarito  «Il 95% dei casi si rimette senza problemi». Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 su Corriere.it da Mariolina Iossa. Dal coronavirus si guarisce quasi sempre. Ogni giorno che passa diventa più importante ridimensionare l’allarme, arginare la diffusione di inutili timori che alimentano una ingiustificata psicosi di massa. Il coronavirus fa paura perché anche ieri si sono registrati nuovi casi, sia di contagiati (siamo a 322) sia di decessi (saliti a 11). Eppure, nella stragrande maggioranza dei casi, non porta alla morte ma alla completa guarigione. A dirlo è Walter Ricciardi, componente del Comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della Sanità e da lunedì consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza, ma lo dicono anche i primi casi di persone colpite dal virus e ormai completamente ristabilite. «Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme», ha sostenuto ieri pomeriggio in conferenza stampa alla Protezione civile, Walter Ricciardi. Certo, ha continuato, è «bene non sottovalutare» ma «la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, e quindi guariscono, il 5 per cento è grave, ma di questo 5 per cento, solo il 3 per cento muore». Ed in ogni caso, tutte le persone decedute, conclude Ricciardi, «erano persone in gravi condizioni di salute per proprie pregresse patologie». Questi i dati, nero su bianco, dati che dovrebbero aiutare ad arginare la «pandemia della paura». Tre almeno i casi finora di completa guarigione. Il ricercatore ventinovenne ricoverato allo Spallanzani a Roma, primo italiano contagiato, risultato ripetutamente negativo ai test, e dichiarato «sostanzialmente guarito» tre giorni fa. Il dermatologo del Policlinico di Milano, professore di 55 anni sempre in viaggio per lavoro, che è migliorato quasi subito dopo le cure, e che ormai sta bene ed è in dimissione («Non vedo l’ora di tornare in pista», ha scherzato ieri con i medici). La signora di Vo’ Euganeo, il piccolo paese in provincia di Padova tra i più colpiti per numero di contagiati, sempre asintomatica durante tutto il periodo di ricovero in ospedale, dimessa e riportata a casa ieri pomeriggio: sarà nella sua abitazione per 14 giorni in «dimissione domiciliare protetta», ma solo come misura precauzionale, perché in realtà è in buona salute. Sono questi i primi «guariti» dal coronavirus. E presto ce ne saranno altri, la malattia ha un decorso di pochi giorni nei casi non gravi: i due cinesi ancora ricoverati allo Spallanzani di Roma migliorano di giorno in giorno, riferiscono i medici, e migliorano anche le condizioni di tutti i primi ricoverati in Veneto e in Lombardia con sintomi lievi.

Da “la Stampa” il 25 febbraio 2020. Non è finita la caccia al «paziente zero». Più trascorrono i giorni, però, più diventa difficile trovarlo. E siccome il contagio si allarga, il ministero della Salute e le Regioni si stanno preparando a fronteggiare la prossima fase con i piani di «mitigazione del danno»: una delle contromisure, su cui convergono Inps e ministero, saranno le visite mediche effettuate al telefono. I sanitari potranno fare certificati di malattia anche senza vedere il paziente e senza rischiare di infettarsi a loro volta. In Lombardia, spiegano gli interessati, ormai l' estensione del focolaio ha fatto passare in secondo piano la ricerca del soggetto che ha portato nel loro territorio il virus: di fatto nel Lodigiano, con la «cintura sanitaria», è scattata una fase successiva. Quella che gli esperti di malattie infettive chiamano la tecnica «cluster containment». Tradotto: impedire che il fuoco si espanda fuori dai confini della zona rossa. Dicono all' Ats, l' azienda territoriale sanitaria, che la ricerca di un «paziente zero» aveva un senso nella fase 1, quando si deve bloccare il contagio e ovviamente è indispensabile identificare chi sta portando in giro il virus. Arrivati dove si è, non c' è ispettore sanitario al mondo che possa ricostruire gli spostamenti e i contatti di centinaia di persone, ricostruire una ragnatela di decine di migliaia di contatti, isolare mezza regione. E anche se da Roma chiedono le investigazioni, ormai quella linea di difesa è stata travolta. Ecco perché nel Lodigiano si è alla fase 2, quella del «contenimento». Nel senso che si cerca di contenere il virus nel territorio cinturato, bloccando nella zona rossa ben 50mila persone. Dato che non si risce a capire come il virus è entrato, almeno si spera che basti a non farlo uscire fuori. «Comunque vada a finire la caccia al paziente zero - spiega intanto Marcello Tavio, Presidente della Società scientifica delle malattie infettive - il fatto che si stia impiegando così tanto tempo a individuarlo, per noi indica che in queste zone il virus circola oramai da tempo, almeno tre settimane». È questa, la «falla» di cui si parla nel governo. Un deficit nelle investigazioni sanitarie in Lombardia.

«Errore affidarsi alle Asl». «Un' indagine epidemiologica sul campo - accusa Walter Ricciardi, professore, executive board dell' Oms, e da ieri consulente personale del ministro Speranza - richiede particolari competenze proprie delle forze dell' ordine e degli esperti dell' Istituto superiore di sanità: non può essere lasciata in mano alle singole Asl». È un fatto che i Nas dei carabinieri sono stati lasciati in panchina: solo ora che la valanga è partita, gli è stato chiesto di occuparsi dei tamponi. E i carabinieri del Nucleo Sanità vanno per le case dove c' è gente in isolamento volontario e gestiscono la consegna dei tamponi da tutt' Italia allo Spallanzani di Roma. Caccia aperta In Veneto, invece, la caccia è ancora aperta. I Dipartimenti di medicina preventiva delle Usl, che un tempo si chiamavano laboratorio di igiene, sono impegnati allo spasimo per tentare di ricostruire la via del virus. Ma senza risultati, per ora. A Vo' Euganeo, per dire, si è stati con il fiato sospeso per sapere se l' agricoltore sessantenne del comune vicino, Albettone, uno che frequentava abitualmente il bar dove si sono ammalati in tanti e che era nel Lodigiano un paio di settimane fa, era ammalato. Il tampone ha chiarito che non c' entra. Questi investigatori in camice bianco sono impegnati nel «contact tracing», tracciatura dei contatti. E si spera ancora che riescano a ricostruire il tragitto del virus che dal Lodigiano si è manifestato sul Colli Euganei, tra Padova e Vicenza, e poi ancora a Mira, in provincia di Venezia, e infine nel centro storico di Venezia. «Il nostro lavoro funziona partendo da una intervista con il contagiato - racconta un anonimo addetto - al quale chiediamo nomi, indirizzi e numeri di telefono di tutte le persone con le quali è venuto a contatto nelle ultime due settimane. Se si tratta di una persona con una normale vita sociale, in due ore ce la caviamo. Ma ci sono individui iper-attivi che richiedono molto più tempo e con i quali si fa fatica a ricostruire la lunga catena di contatti».

Sara Bettoni per il “Corriere della Sera” il 25 febbraio 2020. «I tamponi un po' scarseggiano. Abbiamo modificato l' approccio». Cambia la strategia di Regione Lombardia per mappare i contagi di coronavirus e frenare la diffusione dell' epidemia. A spiegarlo è l' assessore lombardo alla Sanità Giulio Gallera, che lo ha anticipato domenica sera a «Che tempo che fa» di Fabio Fazio e lo ha ripetuto ieri, in diverse occasioni. Al programma Rai il sindaco di Bertonico, uno dei comuni nella «zona rossa» del Lodigiano, racconta di essere stato convocato per il test, poi la verifica è stata sospesa perché «mancano i tamponi». «Non in Italia. Non possono mancare i test, bisogna fare qualcosa» commenta in studio il virologo Roberto Burioni. Risponde Gallera che gli strumenti per l' analisi dei contagi «scarseggiano un po' ma ne abbiamo già ordinati nuovi quantitativi». Nei soli primi tre giorni di allarme ne sono stati usati circa mille per controllare l' eventuale positività dei contatti vicini ai malati accertati, mentre ieri si è toccata quota 1.500 test processati. I laboratori e le squadre addette al prelievo corrono per stare al passo col numero crescente di casi sospetti. Per questo il Pirellone ha deciso di modificare le linee di intervento. «I tamponi prima si facevano per tracciare, ora per accertare - dice l' assessore -. All' inizio sono stati usati su tutti i contatti stretti ma questo era possibile perché i casi emersi erano pochi. È stato così fino a ieri (domenica, ndr ) ed è il motivo per cui abbiamo anche una grossa evidenza, circa il 50 per cento, di persone senza sintomi che hanno il coronavirus e che molto probabilmente lo supereranno senza rendersene conto». Ora però non è possibile seguire lo stesso metodo. «Abbiamo deciso che non è più utile fare il tampone a tutte le persone vicine ai contagiati se stanno bene. Saranno messe in isolamento a casa loro o in una delle strutture che stiamo per aprire». Tra queste c' è l' ospedale militare di Baggio, alla periferia Ovest di Milano. Le persone in quarantena a casa propria dovranno provare la febbre due volte al giorno, l' Ats chiamerà per conoscere lo stato di salute. In caso di febbre, anche minima, la persona verrà portata in ambulanza in ospedale per le analisi e per accertare così la positività al Covid-19. «Questa è la strategia che stiamo applicando ora». Gallera rassicura sulla fornitura dei vari dispositivi medici, non solo tamponi, che la Regione può acquistare senza ricorrere a gara vista la situazione. «Non esiste un' emergenza tamponi - rimarca il governatore Attilio Fontana - ci sono». La nuova strategia intende anche frenare le moltissime richieste di cittadini che vorrebbero essere sottoposti al test, nonostante le scarse probabilità di contagio.

Coronavirus, gli italiani tornati da Wuhan: “La notte non dormivamo per la paura”. Le Iene News il 26 febbraio 2020. Dopo la quarantena alla cittadella militare della Cecchignola, i nostri connazionali rientrati dalla Cina sono tornati a casa. Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli hanno accompagnato cinque di loro verso casa: ecco che cosa ci hanno raccontato di quei terribili giorni trascorsi bloccati a Wuhan. Da giorni tutta Italia è col fiato sospeso per la diffusione del coronavirus: decine e decine di casi e alcuni morti hanno portato al massimo livello l’attenzione delle istituzioni, nel tentativo di circoscrivere quanto più possibile il contagio. Proprio nel giorno in cui sono arrivate le notizie sui primi contagi confermati in Italia, però, per qualcun altro è arrivato un sospiro di sollievo: gli italiani rientrati dalla Cina e messi in quarantena nella cittadella militare della Cecchignola potevano finalmente tornare a casa, nessuno era malato. Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli, già in contatto con alcuni di loro che si trovavano proprio a Wuhan, sono allora andati ad aspettarli fuori dalla Cecchignola con una sorpresa: un furgoncino a 9 posti per riaccompagnare i nostri cinque amici a casa! Paolo, Lucio, Beppe, Michel e Fabio salgono in macchina con noi diretti finalmente dalle loro famiglie. Durante il viaggio, i cinque raccontano alla Iena la loro storia. “Siamo tecnici nella lavorazione della ceramica, eravamo andati a Wuhan per avviare una linea di produzione in una nuova fabbrica”, ci spiegano. I primi due di loro, Beppe e Fabio, arrivano in città il 7 gennaio: “La situazione era tranquillissima”. Le prime notizie su quanto stava accadendo arrivano infatti tra il 9 e il 10 gennaio. “All’inizio è partita la notizia di una polmonite, solo dopo si è saputo del virus”. E infatti due settimane dopo, il 22 gennaio, arrivano a Wuhan anche Lucio, Paolo e Michel. “Siamo partiti il 21, c’era un morto. Quando siamo arrivati il direttore della fabbrica ci ha detto: ‘Qui siamo tranquillissimi’”, raccontano. “La mia domanda è sempre stata: perché ci hanno permesso di entrare il 22 per poi bloccare tutto il 23 mattina?”. Da quel momento inizia il loro calvario: potete sentire il loro racconto di quanto è accaduto a Wuhan in quei giorni nel servizio qui sopra. “Non riuscivo a dormire per l’ansia, mi addormentavo solo all’alba”, ci dice uno di loro. “Non riuscivo a prendere sonno, pensavo a tutte le possibili via d’uscita per scappare da quella situazione”, aggiunge un altro. Dopo due settimane bloccati a Wuhan, però, la Farnesina è riuscita a portarli fuori e farli ripartire alla volta dell’Italia. Così i nostri cinque amici, insieme ad altri italiani, partono e atterrano a Pratica di Mare. Ad attenderli c’è la quarantena nella cittadella militare di Cecchignola. Diciassette giorni in attesa e speranza che nessuno avesse contratto il coronavirus. Finalmente arriva il via libera e possono tornare dalle loro famiglie, accompagnati da noi de Le Iene. È il momento degli abbracci e dei saluti: grazie allo sforzo dello Stato italiano – e con il nostro passaggio – per loro l’incubo è finito.

Iene.it: dal Nord Italia a Ischia è panico da coronavirus. Le Iene News il 25 febbraio 2020. A Iene.it con Giulia Innocenzi parliamo di panico da coronavirus. In collegamento ci sarà Teresa, l’ischitana che ha provato a bloccare i pullman in arrivo dal Nord sull’isola, l’infettivologo Matteo Bassetti che risponderà alle domande degli utenti, e il filosofo Stefano Bonaga, che prova a capire le ragioni del panico che si sta diffondendo in Italia. “Il coronavirus attualmente è un po’ più grave della comune influenza”. Risponde così Matteo Bassetti, direttore della clinica malattie infettive di Genova, alle domande dei nostri utenti che gli pone Giulia Innocenzi a Iene.it, il programma digital che va in onda prima de Le Iene. “E di coronavirus, come anche di influenza stagionale, si può morire. Per questo è importante cercare di evitare il contagio senza però creare allarmismi”, continua Bassetti. E alla domanda se le misure prese dal governo siano esagerate risponde: “Sì”. Un’immagine simbolo della paura collettiva del contagio è quella di Teresa, che ha urlato contro il pullman di turisti dal Nord per impedire che scendessero sull’isola. L’abbiamo intervistata per capire le sue ragioni. “Noi siamo un puntino in mezzo al mare e siamo terrorizzati se da noi dovesse scoppiare il coronavirus. Non abbiamo un ospedale attrezzato per reggere un’emergenza del genere. Allora meglio bloccare i turisti oggi per non avere un danno maggiore domani. Però prometto che non lo farò più”. L’immagine più iconica della paura è la fila fuori dal supermercato dove centinaia di persone con le mascherine aspettano il loro turno per entrare a fare provviste. La foto ha fatto il giro del mondo ed è finita persino sulla prima pagina del Wall Street Journal. Dentro il supermercato gli scaffali sono vuoti perché gli abitanti della zona rossa hanno paura di restare senza provviste. E vi abbiamo mostrato dei filmati che provengono proprio dall’area in quarantena. Martina che vive lì ha documentato per noi la situazione. Abbiamo cercato di capire cosa si innesca nelle persone in queste circostanze con l’aiuto del filosofo Stefano Bonaga. “Quando si ha paura di qualcosa la paura ti spinge nella direzione opposta a ciò che temi. Ma in questo caso non sai da dove arriva il pericolo, quindi si scatena il panico. È difficile gestire questa situazione”.

Coronavirus, giorno 1. "Raziono lo shampoo e vado in vigna, dove mi cacciano". Su La Repubblica il 26 febbraio 2020 Auro Michelon, 36 anni, architetto esperto in ecologia del paesaggio, vice presidente dell’associazione culturale Fuori Via, è un appassionato ricercatore di cammini storico culturali in Europa. L'isolamento raccontato da Vo' Euganeo. "Oggi niente lavoro, i miei colleghi fuori dalla zona rossa hanno deciso di interrompere le operazioni perché dicono, è tutto fermo". Sveglia alle 8.00, l’ansia è sempre presente, mi faccio la doccia accorgendomi di avere quasi finito l’unico tubo di shampoo in mio possesso e decido di razionare. Scendo in cucina e faccio la colazione, do da mangiare ai gatti, le crocchette sono quasi finite ma queste non le posso razionare, esco di casa per prendere un po' d’aria attirato dal rumore del trattore ma a parte il cigolare dei cingoli il rombo del motore, ancora nessuna voce umana, nel frattempo mi arriva un sms dall’assicurazione che comunica l’annullamento della pratica aperta il giorno prima per coprire economicamente il periodo di quarantena. Oggi niente lavoro, i miei colleghi fuori dalla zona rossa hanno deciso di interrompere le operazioni perché dicono, "è tutto fermo" ed è difficile approvvigionarsi dei materiali per proseguire le lavorazioni che sono in atto e hanno deciso di andare in vacanza per qualche giorno sperando che la situazione migliori. Decido di fare una camminata su per il colle per cercare di incontrare qualcuno dei miei vicini e chiedere se hanno notizie del tampone, il sentiero si inerpica a destra del mio cancello e conduce direttamente all’interno della vigna della proprietà confinante, sotto un celo plumbeo avvisto due persone che stanno lavorando alla vigna appena piantata, sono seduti sopra delle strane sedie con delle ruote per muoversi più agevolmente e legare la vigna al filo metallico. Sono silenziosi, appena mi avvicino quasi si spaventano, sono i miei vicini e mi conoscono, li saluto e a distanza di tre metri iniziamo una conversazione, le domande sono semplici: come state? che ne pensate della quarantena? Ci sono strade aperte? Ci sono negozi aperti in paese? Avete notizie del tampone? Mi raccontano che il tampone è stato diviso per zone e per giorni e noi di Cortelà abbiamo l’ultimo turno di mercoledì mattina, sono arrabbiati si sente dal tono di voce mi dicono che pensano di essere stati rinchiusi come animali e che sono terrorizzati dai risvolti economici anche perché possiedono un agriturismo che si riempie tre volte a settimana poi mi dicono che almeno la strada che porta a Valnogaredo, il comune vicino, è aperta e non ci sono controlli e da lì si può andare ad Este. Sono incuriosito e vado a vedere. Salgo su per la strada asfaltata e raggiungo il famoso incrocio, effettivamente è deserto! Ma presto i nostri sogni di libertà si infrangono ecco arrivare lentamente su per la strada un camioncino del comune munito di segnaletica e transenne subito dietro una pattuglia della polizia, scendono e subito chiedono a me e ad altri due agricoltori, "Che ci fate qua? Non potete stare qua!" e gli agricoltori rispondono, "ma noi abbiamo i campi in comune di Valnogaredo e dobbiamo andare a lavorare" e il dipendente comunale risponde, "voi non potete passare". Io e gli agricoltori ci ritiriamo per la paura di essere puniti. Proseguo la mia passeggiata, per fortuna siamo immersi in un paesaggio stupendo all’interno del parco dei Colli Euganei segnato dalla presenza di vigne, uliveti e mandorli appena in fiore. La strada prosegue dritta sulla cresta del colle Monte Versa da un lato, a destra la pianura e Vò dall’altro l’irraggiungibile libertà, l’Italia.

Coronavirus, il ritorno dell’Allegra Viandante: diario di bordo dalla Cecchignola. Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 su Corriere.it da Fabrizio Caccia. «Poco fa ho detto ad una amica che mi sento come trasportata da mille mani calde e amorevoli. Quando chiudo gli occhi mi vedo fluttuare su una nuvola piena di tanta speranza, gioia e accettazione. Mi sento al sicuro qui. Stiamo bene e siamo circondati dal verde...». È tornata l’Allegra Viandante. Vi ricordate di lei? Era il nickname scelto da Roberta Scala, passeggera a bordo della nave da crociera Diamond Princess, che su Facebook durante i drammatici giorni della quarantena a Yokohama, in Giappone, teneva ogni giorno un diario in cui raccontava della sua personale “resilienza” contro il coronavirus. Roberta, siciliana di Pozzallo, era tra i 35 italiani (25 membri dell’equipaggio e 10 turisti) “prigionieri” sulla nave, fino a quando, sabato scorso, un Boeing dell’Aeronautica militare non ne ha riportati in patria 19, finalmente al sicuro. Ebbene, L’Allegra Viandante, dopo qualche giorno di silenzio, lunedì notte è tornata a scrivere ai suoi oltre 6 mila followers. Ma stavolta lo fa dalla quarantena della Cecchignola, la cittadella militare di Roma dove resteranno per 14 giorni i 19 italiani. E scrive di nuovo cose bellissime: «Ciò che sta accadendo è davvero ultraterreno, surreale. Sono cose che abbiamo visto solo nei film o abbiamo letto solo nei libri di fantascienza. Io a volte mi fermo con lo sguardo perso nel vuoto perché mi domando se tutto ciò stia succedendo davvero oppure mi sto trovando dentro una realtà parallela...».Qui in Italia pensava di trovare solo belle notizie e invece ha trovato i morti, le centinaia di contagi, però la ragazza è di tempra forte: «Una cosa è costantemente presente dentro di me: io non ho paura e non mi farò prendere dal panico. E lotterò con le unghie e con i denti per far si che chi mi circonda non si lasci prendere dallo sconforto. Non mi serve. Non ci serve. Adesso siamo qui a compiere il nostro dovere di cittadini, siamo sani, stiamo bene e monitorati. Il senso civico e di responsabilità è forte e la sicurezza di essere controllati costantemente analizzati e tamponati ci rende orgogliosi e fieri di poter contribuire al contrasto di questo virus». Ora dei 35 italiani della Diamond sono rimasti a Yokohama solo 14 membri dell’equipaggio, agli ordini del comandante Gennaro Arma. Oltre all’unico passeggero, un anziano di 72 anni, risultato positivo al coronavirus, che tornerà in Italia con un volo speciale a lui dedicato. L’Allegra Viandante, leggendo le cronache italiane, è preoccupata soprattutto per la terza età: «Facciamo in modo che le nostre mamme, papà e nonni siano al sicuro, ma anche i vicini di casa, gli anziani che vivono da soli, sono loro quelli più in pericolo. Facciamo in modo che i nostri amati vecchietti siano protetti da noi in primis. Io credo nell’unità e nella collaborazione, perché per quanto noi italiani possiamo avere mille difetti, nelle situazioni di crisi e di bisogno siamo sempre stati uniti e vittoriosi. Sempre». E infine: «Non perdiamo il controllo. Solo collaborando e restando uniti in un unico intento, possiamo vincere questa cosa. “Contenere e debellare”, questo deve essere il nostro nuovo motto». I suoi amici su Facebook la ringraziano pubblicamente: «Grazie per quest’iniezione di fiducia, ora in Italia ne abbiamo davvero bisogno». E le inviano cuori e baci in quantità. Lei ricambia con un ultimo pensiero, molto poetico: «Vorrei lasciarvi l’immagine di un fiore, si tratta del Biancospino che nel linguaggio dei fiori vuol dire speranza. Nutriamoci di Speranza». Con la «S» maiuscola, ma non sembra esserci un riferimento all’omonimo ministro della Salute.

Virus, le misure: così si cintura una città. Agenti in strada e corridoi per il cibo. Pubblicato domenica, 23 febbraio 2020 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. Posti di blocco intorno ai paesi del contagio per impedire ai residenti di uscire. Corridoi «sterili» per far entrare derrate alimentari e farmaci garantendo così ai cittadini l’approvvigionamento delle merci indispensabili. È il piano di intervento messo a punto dal governo dopo le decine di casi di coronavirus registrati in Lombardia e Veneto per «cinturare i luoghi colpiti». Un provvedimento che — se l’epidemia dovesse aggravarsi come è presumibile visti i numeri di queste ore — mira a limitare la trasmissione del virus e prevede anche l’impiego dell’esercito proprio come accaduto prevenire atti di terrorismo. Una misura di massima emergenza che di fatto «sospende i diritti di libera circolazione delle persone» ma che si rende necessaria quando non ci sono altri modi per fermare la diffusione di un’epidemia. È il «modello Wuhan», dal nome della città cinese dove si è sviluppato per la prima volta il coronavirus e dove è tuttora in vigore un regime di sorveglianza strettissimo. Ogni area dove sono transitate occasionalmente o vivono persone risultate positive ai test, deve essere «isolata». Si crea dunque una vera e propria «zona rossa» interdetta alla circolazione. Le vie di accesso vengono controllate dalle auto di polizia e carabinieri in modo che nessuno possa arrivare o andare via, a meno che non ci siano delle particolari esigenze che dovranno comunque essere appositamente autorizzate dal prefetto. Nella prima fase il «cordone» di sicurezza sarà predisposto attorno a quei Comuni dove sono già state sospese le attività pubbliche, chiuse le scuole e gli uffici. Se l’epidemia dovesse estendersi saranno create aree più estese che potrebbero comprendere più Comuni in modo da poter meglio controllare le zone. Nelle «zone rosse» non possano arrivare i treni o altri mezzi pubblici. La circolazione all’interno dell’area interdetta viene limitata e nei casi più gravi completamente interdetta. L’ordinanza firmata dal ministero della Salute già prevede «l’interdizione delle fermate dei mezzi pubblici» nei Comuni dove sono state «sospese» tutte le attività pubbliche e chiuse le scuole e gli uffici. Qualora dovesse esserci un grave peggioramento della situazione e l’epidemia dovesse estendersi alle città dovrà essere valutata l’eventuale chiusura delle metropolitane. Per garantire ai cittadini l’approvvigionamento dei generi di prima necessità vengono fissati i cosiddetti corridoi «sterili» che servono a rifornire negozi e farmacie di cibo e medicinali. Sono percorsi di sicurezza controllati dalle forze dell’ordine dove possono transitare i fornitori — naturalmente equipaggiati con mascherine protettive e guanti (le tute vengono utilizzate soltanto da chi rischia di entrare in contatto con una persona positiva al coronavirus) — che vengono aperti in giorni e orari stabiliti dalle prefetture. Polizia e carabinieri stanno predisponendo turni per il controllo delle aree che devono essere «isolate». Al momento ogni questura e prefettura deciderà quanti uomini impiegare nei controlli ma se la situazione dovesse peggiorare sarà necessario impiegare l’esercito per garantire il presidio fisso e «liberare» così gli uomini delle forze dell’ordine. La presenza dei militari per «cinturare» le zone di rischio fornisce la sensazione di una gravissima emergenza e per questo il governo ha valutato a lungo questa eventualità. Il rischio per chi non rispetta le disposizioni è stato inserito già nella prima ordinanza del ministero della Salute che «sospendeva le attività nelle aree di rischio». E applica l’articolo 650 del codice penale secondo cui «chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 206 euro». 

Coronavirus, fuori tutti: l’ospedale di Schiavonia sarà svuotato. Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 su Corriere.it da Marco Imarisio. VO’ EUGANEO (Padova) «Ma è proprio sicuro? Guardi che è meglio se fa il giro largo». A mezzogiorno gli agenti della polizia locale e i volontari della protezione civile esercitano gli unici poteri dei quali dispongono, fino a ordine contrario. Fanno moral suasion, con gentilezza e senza troppi allarmismi. La loro auto non blocca neppure la strada provinciale da Este a Padova che diventa via Marconi quando attraversa Vo’ Euganeo, tremila e cinquecento abitanti, anche se oggi non se ne vede quasi nessuno. Nella piazza del municipio c’è il custode che si aggira sperduto, qualche giornalista che fa domande ai pochi passanti tenendosi a distanza da sicurezza, almeno due metri, meglio tre non si sa mai, quindi in ogni angolo c’è qualcuno che grida per farsi sentire. Molti sono già andati via. In piazza Risorgimento c’è un casolare con le galline lasciate libere che beccano nelle fioriere, e un aquilone abbandonato sul vialetti d’ingresso. Eppure non tutti hanno questa urgenza. Ogni colpo di tosse, ogni starnuto, come quello della signora Mirella Ruffi che attraversa la piazza con il girello, viene interpretato a seconda delle singole sensibilità. «Sono tutte cose nuove» dice lei dall’alto della saggezza dei suoi 84 anni. «Ormai il male fa presto ad arrivare. Ma bisogna fidarsi di chi ne capisce più di noi». Abita dall’altra parte della carreggiata. Proprio sopra a quella Locanda del Sole dove secondo una vox populi che potrebbe anche rivelarsi inesatta, sarebbe avvenuto il contagio del povero Adriano Trevisan, la prima vittima italiana del Corona virus. «L’aveva costruita lui, quella palazzina, come molte delle case qui intorno». L’ex muratore Trevisan ha trascorso i suoi ultimi quindici giorni all’ospedale di Schiavonia, struttura ultra moderna anche nell’aspetto inaugurata alla fine del 2014 che ha inglobato i nosocomi di Monselice, Este, e Montagnana. Trecento pazienti e 150 dipendenti fissi, altri duemila con l’indotto. I carabinieri allontanano chiunque oltrepassi lo spazio del parcheggio. Dietro il primo edificio è sorto nella notte un ospedale da campo. Quello vero non è più sicuro, e verrà svuotato. E’ la prima volta che succede. «Il luogo dove si va per essere curati diventa a sua volta pericoloso per chi ne è ospite e chi ci lavora» è la sintesi di Michele Magrini, infermiere di chirurgia e segretario locale della Uil. Alle 17.15 di venerdì le infermiere del reparto di ginecologia-ostetricia si stavano preparando alle visite quando i telefoni hanno cominciato a suonare. «Chiudete tutto. Non entra e non esce nessuno». Sono rimaste dentro per quasi quaranta ore, fino a quando i loro tamponi non hanno dato esito negativo. Medici e infermieri hanno dormito dove potevano, sulle barelle della sale operatorie, sulle brande, per terra. Le pazienti hanno mangiato, tutti gli altri sono rimasti a digiuno, perché neppure il passaggio tra reparti era più consentito. All’alba sono arrivati da Padova gli uomini del reparto infettivo incaricati delle analisi, con le loro tute bianche e le maschere di ossigeno a prova di contagio. Anche oggi, anche da fuori, il silenzio e il vuoto intorno all’ospedale creano una atmosfera surreale da brutto film post apocalittico. Ai lati dell’edificio principale si intravedono le tende mobili montate nottetempo, dove sono stati portati tutti i pazienti. Gli infermieri che escono alla spicciolata, da porte secondarie, vorrebbero dire ma non possono. Si chiedono come sia stato possibile una diagnosi così tardiva su un paziente anziano, ricoverato per una polmonite. La loro idea, maturata in anni di esperienza, che i protocolli sono fatti di parole, che diventano reali solo se provati sul campo. Un signora scende dalla sua utilitaria e affida al primo carabiniere con mascherina d’ordinanza un sacchetto. Si chiama Anna Andretto, è qui per suo suocero Ensio, ricoverato in nefrologia. Ha una polmonite, è reduce da un trapianto. Nel sacchetto ci sono i suoi farmaci anti-rigetto. Dietro di lei attende un’altra donna, madre di un medico in attesa del verdetto. Vuole dare al figlio una busta di prosciutto, non si sa mai che abbia fame. Tutto avviene senza scene di disperazione, senza angoscia. Non è come sembra, o come ci immaginiamo che dovrebbe essere. Qui come a Vo’ Euganeo, il paese degli undici contagiati, non c’è panico. Chi sta dentro, chi è coinvolto in prima persona, è più calmo di quel che gli si agita intorno. Giuliano Martini, il sindaco, è provato ma tranquillo. «Se chiuderanno l’accesso al paese, come sembra, faremo in modo di stare calmi. Non mi sembra che agitarsi serva a molto». Nella piazza deserta sotto al municipio, il suo compaesano Claudio Benatto, fabbro carpentiere, la prende con filosofia. «Almeno c’è spazio per parcheggiare». E la scorsa notte, nell’ospedale di Schiavonia, «tagliato fuori dal mondo» come dicevano tutti, il più inaccessibile e blindato d’Italia, nel giro di poche ore sono nati tre bambini. E c’è stato anche tempo per un brindisi, tra genitori, dottori e infermieri. C’era una mezza bottiglia di spumante, dimenticato nel frigorifero da Natale, e ormai sgasato. Ma aveva comunque un buon sapore.

Coronavirus, scontro politico. Salvini: «Blindare porti e confini». Il Pd: «Sciacallo». Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 su Corriere.it. Mentre l’emergenza coronavirus sta diventando sempre più forte, scatta anche lo scontro politico. Nella notte, dopo il primo decesso nel nostro paese, Matteo Salvini torna a far sentire la sua voce critica contro il governo e a chiedere di «blindare» porti e confini per l’emergenza coronavirus. Il leader della Lega esprime cordoglio ai familiari di Adriano Trevisan, prima vittima italiana dell’epidemia cinese e attacca: «Forse ora qualcuno avrà capito che è necessario chiudere, controllare, blindare, bloccare, proteggere?». Dura la reazione del Pd: «Salvini si sta veramente comportando da sciacallo», ribatte il ministro dei Trasporti, Paola De Micheli , arrivando all’auditorium della Conciliazione a Roma dove è in corso l’Assemblea nazionale del Partito democratico. La ministra ha poi subito raggiunto il Comitato operativo della Protezione civile sul coronavirus, presso la sede della protezione civile di via Vitorchiano a Roma. «Le divisioni della politica su questo tema mettono solo una grande tristezza — aggiunge Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato —. Lo scrivo da “politico”: evitate di dare retta ai miei colleghi politici, sul coronavirus vanno seguite solo le indicazioni del ministero della salute, degli operatori, dei medici, degli scienziati». «Chiediamo al premier Conte di venire a riferire in Parlamento sul tema del coronavirus», chiede la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. «È il momento di lavorare e non delle polemiche», aggiunge Meloni.«Fratelli d’Italia, sin dall’inizio, ha dato la sua massima disponibilità a collaborare perche questo è il momento di lavorare e non il momento delle polemiche. Ma chiediamo definitivamente una risposta chiara a quattro domande: qual è il tasso di contagio, quello di mortalità, si può essere infettati da persone asintomatiche, si può guarire. Noi vogliamo sapere tutto del corona virus altrimenti non potremmo dare una mano». Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera afferma : «Le misure fin qui predisposte dal governo potrebbero rivelarsi adesso insufficienti. Occorre alzare subito il livello di guardia e passare dalle quarantene volontarie a quelle obbligatorie, coinvolgendo anche l’Esercito». E poi: «Dobbiamo inoltre valutare rapidamente, semmai la situazione si aggravasse ulteriormente, la sospensione del trattato di Schengen. Niente polemiche, ma servono soluzioni all’altezza». 

Giuseppe Conte e i suoi ministri i veri sciacalli del coronavirus. Franco Bechis il 23 Febbraio 2020 su Il Tempo. Ecco perché i veri sciacalli di questa drammatica vicenda sono Giuseppe Conte e i suoi ministri, e non chi solo oggi li critica pesantemente per avere sottovalutato i rischi non ascoltando i pressanti appelli dei veri esperti, i massimi virologi italiani che da fin e gennaio chiedevano quarantena e isolamento per chiunque fosse stato in Cina nelle settimane precedenti. Dicevano per una questione di pura immagine dell’esecutivo che l’ Italia era all’avanguardia sulla prevenzione del coronavirus. All’avanguardia lo è per davvero da venerdì 21 febbraio. Ma tristemente per numero di contagiati. Ecco perché i veri sciacalli di questa drammatica vicenda sono Giuseppe Conte e i suoi ministri, e non chi solo oggi li critica pesantemente per avere sottovalutato i rischi non ascoltando i pressanti appelli dei veri esperti, i massimi virologi italiani che da fin e gennaio chiedevano quarantena e isolamento per chiunque fosse stato in Cina nelle settimane precedenti. Per chi se le fosse dimenticate, ecco le irresponsabili parole pronunciate da Conte il 30 gennaio e il 4 febbraio scorso e dal ministro della Salute, Roberto Speranza, il 13 febbraio. Fa rabbrividire ascoltare all’indomani della esplosione del contagio che ha già coinvolto in Italia più persone di quel che è accaduto in ogni altro paese europeo tanta prosopopea, che è anche presunzione, e tanto astio nei confronti di chi chiedeva le sole cose ritenute utili dagli esperti: isolamento e quarantena per chiunque avesse avuto rapporti con chi era andato e venuto dalla Cina nelle settimane precedenti. Il solo professore Roberto Burioni l’ha ripetuto fino a sgolarsi, prima con  cortesia, poi in un modo pressante, decine di volte da fine gennaio. Ma non è stato ascoltato da Conte e dal governo, che in testa avevano una sola cosa che ormai è da ricovero psichiatrico: la mania di non fare favori a Matteo Salvini e alla Lega temendo di mettere a rischio in questo modo la loro poltrona (che per altro non c’entrava nulla con quelle misure sagge da adottare). Siccome le richieste di Burioni erano diventate richieste anche di governatori del Nord, che sono della Lega o del centrodestra, guai a darla vinta a loro. Se l’ossessione di Salvini è così grande da superare anche il dovere che Conte e i suoi avevano di proteggere la salute degli italiani, il problema è davvero gravissimo e va posto seriamente al Capo dello Stato Sergio Mattarella: chi ha questo chiodo fisso in testa va accompagnato dolcemente alle cure necessarie per liberarsene e nel frattempo deve essere sostituito anche con questa stessa maggioranza, o se ce ne saranno le condizioni con una maggioranza di emergenza nazionale più larga, da un Presidente del Consiglio che abbia a cuore la salute del paese più della sua pochette per i clic dei fotografi o per le sceneggiate organizzate davanti ai giornalisti debitamente avvertiti prima: “preparatevi in piazza Colonna che Conte fra poco forse va a prendere un caffè“. Basta con un premier solo di immagine- la sua immagine- e affrontiamo i bisogni e le urgenze con qualcuno in grado di non pensare solo a sè ma al bene di tutta la comunità. In queste ore le legittime critiche a un capo del governo che ha sbagliato gravemente sul coronavirus e a chi ha sostenuto le stesse irresponsabili tesi sono scambiate per atti di sciacallaggio. Non mi interessa quello che dice questo o quel politico di opposizione, che può anche darsi ne approfitti per ritagliarsi qualche vantaggio nei sondaggi (altro non è a disposizione) compiendo lo stesso identico errore di Conte. Ma le critiche sono legittime: avessero adottato i provvedimenti richiesti forse quel venerdì non sarebbe stato quello che abbiamo vissuto e che difficilmente ora argineremo. Gli sciacalli veri sono stati quelli che hanno voluto proteggere la loro funzione addirittura appuntandosi medaglie sul petto per meriti che non avevano e non la vita degli italiani. Di gente così non abbiamo davvero più bisogno.

Il buonismo giallorosso ripete gli errori cinesi. Il blocco dei voli ci ha impedito di tracciare gli arrivi. E minimizzare ha fatto il resto. Gian Micalessin, Lunedì 24/02/2020 su Il Giornale. I cinesi hanno Xi «Dada», ovvero «Zio» Xi Jinping, il leader supremo presidente del paese, capo del partito e comandante dell'esercito. L'Italia nel suo piccolo ha Giuseppe Conte, Nicola Zingaretti e Roberto Speranza. La differenza è solo nell'ordine di grandezza. Qualitativamente i danni provocati dalla triade giallorossa sono gli stessi. Xi «Dada» e i vertici del Partito comunista cinese hanno per molte settimane ridimensionato la reale diffusione del Coronavirus mettendo a tacere il medico Li Wenliang - colpevole di aver denunciato la pericolosità del morbo - e manipolando i dati su contagio e ammalati. Per rimediare a quella nefasta sequela di errori, censure e omissioni hanno trasformato la provincia di Wuhan, e i suoi 58 milioni di abitanti, in una prigione a cielo aperto. Da noi le cose non vanno molto diversamente. In seguito alle drastiche misure assunte sabato sera dal consiglio dei Ministri i comuni della Lombardia e del Veneto assediati dal Coronavirus diventeranno delle piccole Wuhan presidiate dall'esercito e controllate dalla polizie. Le misure, per quanto estreme, sono - a questo punto - assolutamente indispensabili per evitare ulteriori diffusioni dell'epidemia. Ma si sarebbero potute facilmente evitare se il governo giallorosso, non avesse inanellato al pari dei cinesi una serie di devastanti errori figli del credo dei benpensanti di Pd e Leu e della grancassa del «Repubblica-pensiero». Errori che ci stanno regalando il triste primato di primo paese in Europa - e quinto al mondo - per casi di Coronavirus. Per capirlo bisogna partire da quell'8 gennaio quando l'epidemiologo Burioni lancia il primo allarme sull'arrivo dell'epidemia. Un allarme che - al pari di quello dello sfortunato collega cinese Li Wenliang - viene completamente ignorato. La madre di tutti gli errori è però la scelta, adottata dal governo il 31 gennaio scorso, di bloccare i voli in arrivo dalla Cina. La scelta ignora tutte le raccomandazioni diffuse in quegli stessi giorni dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. «Paghiamo il fatto spiega oggi il professor Walter Ricciardi membro del consiglio esecutivo dell'Oms - di non aver messo in quarantena da subito gli sbarcati dalla Cina. Abbiamo chiuso i voli, una decisione che non ha base scientifica, e questo non ci ha permesso di tracciare gli arrivi, perché a quel punto si è potuto fare scalo e arrivare da altre località». Un errore confermato dai dati di Germania, Regno Unito e Francia, dove grazie al mantenimento dei voli e all'imposizione della quarantena si registra oggi un numero di casi assolutamente insignificante rispetto a quelli del nostro paese. Ma per il governo giallorosso la scelta sbagliata è l'inevitabile conseguenza delle sue convinzioni ideologiche. Se, come impongono lo «Zingaretti pensiero» e il «verbo» di Repubblica, la quarantena è una bestemmia sinonimo d'intolleranza e segregazione razziale allora il blocco dei voli dalla Cina diventa l' ipocrisia indispensabile per aggirare i dettami scientifici ed evitare di applicarla. Nel nome del buonismo «politicamente corretto» il governo Conte sceglie, insomma, di marciare - al pari della Cina - non nei solchi della ragione, ma in quelli dell'ideologia. Ma non c'è da stupirsi. Il comunismo di Pechino e il buonismo «politicamente corretto» del governo giallorosso sono due facce della stessa ideologia. Un'ideologia che spinge i suoi fautori a stravolgere la realtà dei fatti e il buon senso per dar vita ad un universo illusorio dove la prevenzione invocata dai governatori del Nord e da scienziati come Roberto Burioni viene equiparata al razzismo, mentre l'imprevidenza diventa sinonimo di libertà e tolleranza. Un universo assolutamente folle e inesistente nel cui nome si sceglie, come in Cina, di mettere a rischio la vita dei propri cittadini.

Cosa sappiamo sulle morti legate al Coronavirus in Italia. Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 da Cristina Marrone su Corriere.it. Finora, le sette persone decedute e risultate positive al virus erano tutte anziane e/o con patologie pregresse, in linea con gli studi epidemiologici finora effettuati. In Italia si contano finora 7 decessi per coronavirus: o, meglio, di persone positive al coronavirus. La precisazione è importante, perché tutte le vittime erano state ricoverate nei vari ospedali per patologie pregresse. Il nuovo virus ha dunque peggiorato un quadro già compromesso e questo è in linea con tutti gli studi epidemiologici fatti finora sui casi cinesi: il rischio di morte aumenta con l’età (per gli over 80 arriva al 14,8%) e se il paziente presenta condizioni mediche preesistenti, la cosiddetta comorbidità. Le probabilità di decesso salgono al 10,5% se il paziente che si ammala è cardiopatico; al 7,3% se ha il diabete; al 6,3% con malattie respiratorie croniche; al 6% con ipertensione; al 5,5% con tumore. Il rischio di morire se non si hanno patologie pregresse scende invece allo 0,9%. Insomma, di coronavirus si guarisce: il 98% ce la fa.

Le vittime italiane. Le prime vittime italiane erano già più o meno gravemente malate. In altre parole: da noi, finora, non c’è stato (e speriamo che non ci sia) un paziente come il medico di Wuhan che si è ammalato e poi è morto in corsia. E neppure ci sono stati, finora (e speriamo non ci siano), casi di pazienti sani che sono morti «di coronavirus». La prima vittima in Italia è un paziente veneto di 78 anni morto all’ospedale di Schiavonia la notte del 14 febbraio. Era ricoverato da 10 giorni con più patologie. Il giorno dopo è morta una donna di 75 anni di Casalpusterlengo (Lodi) che era stata all’ospedale di Codogno per una crisi respiratoria. Qui aveva incrociato il paziente 1, il 38enne ora ricoverato a Pavia ancora in gravi condizioni. La donna, anche lei pluripatologica, è poi morta a casa sua. Il tampone post mortem ha rilevato la positività al coronavirus. La terza vittima è una donna di 68 anni deceduta a domenica all’ospedale di Crema. Era ricoverata dal 18 febbraio nel reparto di oncologia ed è risultata positiva al tampone post mortem. Prima di arrivare all’ospedale di Crema la donna era rimasta a lungo ricoverata all’ospedale Maggiore di Cremona e il suo stato di salute era compromesso. Lunedì sono state rese note le ultime quattro vittime: un uomo di 78 anni deceduto all’ospedale Papa Giovanni XXI di Bergamo, ricoverato da tempo per altre patologie; un uomo di 88 anni di Codogno del quale ancora non si conoscono le condizioni di salute precedenti al decesso; un 80enne di Castiglione d’Adda portato all’ospedale di Lodi per un infarto. Ricoverato in rianimazione è poi morto dopo essere stato trasferito all’ospedale Sacco di Milano. E poi ancora un uomo di 62 anni, già affetto da altre patologie, di Castiglione d’Adda ma deceduto all’ospedale di Como.

L’impatto su un sistema indebolito. Il coronavirus è stata quindi molto probabilmente una concausa di morte: ha aggravato le condizioni di persone con un sistema immunitario debole. Del resto il virus è nuovo, nessuno è immune, nessuno ha gli anticorpi per combatterlo e a farne le spese sono le persone più fragili. A differenza dell’influenza non esiste un vaccino e neppure un farmaco per curare la polmonite molto profonda che talvolta può provocare. Come ci dicono i dati che quotidianamente vengono diffusi dal commissario all’emergenza Borrelli, al momento in Italia circa il 40% delle persone positive al coronavirus non presentano sintomi e non si accorgono neppure di essere stati contagiati. Non è assolutamente detto che si sviluppi la polmonite.

Coronavirus in Italia: 7 morti e oltre 200 contagi. Si continua a cercare il "paziente 0". Le Iene News il 24 febbraio 2020. Continua drammaticamente ad aumentare il numero dei morti e dei contagi. Preoccupazione a Milano dopo il caso di un medico del Policlinico e anche per l’economia (giù la Borsa). Nuove ipotesi sul “paziente zero”. Paesi esteri sconsigliano di visitare l'Italia, Oms: "Molto preoccupati". Continua ad aumentare in modo drammatico la conta dei morti per il coronavirus in Italia: dopo un uomo di 84 anni di Bergamo, uno di 88 di Caselle Landi (Lodi), paziente oncologica ricoverata a Brescia, la settima vittima è un paziente di 62 anni di Castiglione d'Adda ricoverato all'ospedale di Como con precedenti problemi di salute. Intanto i contagi continuano a salire, superando quota 200 (al momento sono 229): un turista italiano è inoltre risultato positivo al virus a Tenerife. È questo il primo bollettino dell’epidemia per il nostro paese dopo un weekend che ci ha visto entrare improvvisamente nell’emergenza del coronavirus, come terzo paese al mondo per numero di casi dopo la Cina e la Corea del Sud. La notizia della morte di una donna di Crema è stata smentita da Regione Lombardia. L’Italia si ritrova con 50mila persone isolate in una quarantena di fatto nell’epicentro dell’epidemia nel basso lodigiano (sopra nella foto, la gente in fila sperando di fare la spesa a Codogno); scuole e università chiuse nel Nord, Duomo e Scala di Milano chiusi, Carnevale di Venezia annullato, sport e serie A sospesi e molte altre misure restrittive prese in particolare in Lombardia per limitare la possibile diffusione del virus nei luoghi di aggregazione (chiusi cinema, musei e anche bar e pub ,dopo le 18: qui per tutte le decisioni prese domenica 23 febbraio). La Borsa di Milano registra intanto pesanti contraccolpi per tutta l'economia, chiudendo la giornata in negativo di oltre 5 punti percentuali. E le notizie sul diffondersi del contagio in Italia iniziano a preoccupare anche all'estero. La Francia ha invitato chi rientra da Lombardia e Veneto a porsi in quarantena. Altri Paesi, come l'Irlanda e Israele, hanno invece sconsigliato di recarsi in Italia. Germania, Regno Unito e Stati Uniti non hanno ancora applicato misure nei confronti del nostro Paese, ma la diffusione del coronavirus rischia di avere pesanti ripercussioni sull'economia e in particolare sul turismo. L'Oms, l'organizzazione mondiale della sanità, si è detta "molto preoccupata" per quanto sta avvenendo in Italia in questi giorni.

I MORTI. Le vittime in Italia sono sette e sembrano confermare i dati sull’andamento della malattia che sembra colpire di più le persone più anziane e quelle con altre patologie. Sono morti per coronavirus: Adrian Trevisan, 78 anni, venerdì nell’ospedale di Schiavonia (Padova); Giovanna Carminati, 77 anni, di Casalpusterlengo (Lodi), sabato, gravemente malata da tempo: la positività al coronavirus è arrivata da un test post mortem; Angela Denti Tarzia ieri, domenica, a Crema, 68 anni, ricoverata in oncologia e con una situazione già gravemente compromessa; un uomo di 84 anni ricoverato all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per patologie pregresse, e uno di 88  di Caselle Landi (Lodi). Delle ultime due vittime si è saputo stamane. E' arrivata la notizia della morte di un uomo di 80 anni ricoverato all'ospedale Sacco, e infine di un uomo di 62 anni in ospedale a Como, con precedenti seri problemi di salute.

I CONTAGI. I casi di coronavirus in Italia sono saliti dai 150 di ieri a oltre 229: almeno 172 in Lombardia, 32 nel Veneto, 18 in Emilia Romagna, 4 in Piemonte e uno nel Lazio (all'Istituto Spallanzani dove due pazienti sono nel frattempo guariti). Aumenta la preoccupazione a Milano con metropolitana, stazione ferroviaria e treni semideserti. Molti supermercati sono stati “assaltati” con scaffali rimasti semivuoti. Alcune aziende hanno scelto di lasciare i lavoratori a casa scegliendo lo “smart working” via computer da casa per contenere la diffusione del virus come alla Torre Unicredit di piazza Gae Aulenti. Qui c’è anche la situazione segnalata da un dipendente che ha i genitori entrambi positivi al coronavirus (non vive con loro). Allerta soprattutto per un medico del Policlinico di Milano, dermatologo e docente universitario, primo contagio all’interno del Comune. Ricoverato al Sacco e trovato infetto, è in buone condizioni ed è stato già dimesso. Si temono eventuali contagi tra conferenze e lavoro in reparto.

L’EPICENTRO DELL’EPIDEMIA. Continua intanto la ricerca del “paziente 0” da cui sarebbe partita l’epidemia: potrebbe esserci una connessione tra il paese di Vo’ (Padova), l'epicentro veneto, e Codogno (Lodi), quello lombardo. Un agricoltore 60enne di Albettone (Vicenza), frequentatore dei bar di Vo', era stato a Codogno e in altri centri del lodigiano e accusa ora sintomi influenzali.

NEL MONDO. In totale si contano oltre 2.600 morti e 79 mila contagi: in entrambi i casi la stragrande maggioranza è in Cina, da dove è partito il coronavirus, in particolare dalla provincia dello Hubei e dalla città di Wuhan. Qui l’epidemia sembra iniziare a rallentare, seppur sempre con numeri altissimi, mentre a in Corea del Sud l’allerta è stata innalzata a livello massimo. Preoccupazione anche in Giappone con 162 casi (senza contare però i 691 sulla nave da crociera Diamond Princess ormeggiata a Yokohama).

LE IENE E L'EMERGENZA. Anche noi vogliamo contribuire alle misure per contenere la diffusione del virus: dopo 24 anni Le Iene andranno in onda per la prima volta senza pubblico in studio nelle prossime puntate di martedì 25 e giovedì 27 febbraio. Iene.it continua a seguire in diretta l'evolversi dell'emergenza. Torneremo a parlarvene anche in onda a Le Iene martedì dalle 21.20 su Italia1, con servizi dedicati alla diffusione del coronavirus.  

Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” il 25 febbraio 2020.

«Mi ha chiamato una dottoressa infettivologa di Milano. Mi dice: come sta? Come si sente? Io le dico che sto bene, e lei: mi dispiace, è risultato positivo al test».

Reazione?

«Sono rimasto basito per qualche secondo e ho guardato l' orologio. Forse volevo fissare nella memoria un momento così importante, erano le 11.53 di domenica mattina. Ho fatto un respirone e mi sono detto: stai tranquillo e cerca di essere razionale. E così ho cominciato a convivere con lui».

«Lui» è il Covid-19. L' uomo che parla, ha 37 anni, vive in uno dei Comuni della zona rossa e chiede di scrivere soltanto le sue iniziali, A.F.

Come ha contratto il virus?

«Sono un giocatore del Picchio Calcio Somaglia, la stessa squadra di calcio di Mattia, il "Paziente Uno" ricoverato all' ospedale Sacco in condizioni gravi. Sabato 15 ha giocato con me, sono stato seduto accanto a lui. Quando si è saputo che era in ospedale, venerdì, tutti quanti ci siamo messi volontariamente in isolamento e sabato ci hanno fatto i tamponi».

Che esiti hanno avuto?

«Alcuni ancora devono arrivare. Per adesso siamo risultati positivi in sei, più Mattia. Siamo tutti in quarantena nelle nostre case. Nessuno di noi per ora è stato così male da essere ricoverato. Qualche sintomo, qualche linea di febbre, ma niente di serio. Io sono sposato, ero convinto di aver contagiato mia moglie e invece, con mia grande sorpresa, il suo tampone è negativo».

Quali sono le precauzioni che le hanno suggerito di prendere?

«Rimanere in casa, non avere contatti ravvicinati con altre persone, a partire da mia moglie che come me è in quarantena. E poi niente sudate, tachipirina all' occorrenza, chiamare subito il 112 se i sintomi si aggravano e misurare la febbre più volte. Io esagero un po': la misuro ogni ora».

Ed è stabile?

«Per adesso varia fra i 37.1 e i 37.8. Non ho difficoltà respiratorie e ogni tanto mi viene un colpo di tosse, ma niente di che».

È in contatto con gli altri compagni di squadra contagiati?

«Si, certo. Abbiamo creato un gruppo WhatsApp fantastico. Ci scriviamo difficoltà, dettagli che preoccupano o divertono. È diventato un passatempo».

A proposito. Come scorre il tempo in quarantena?

«Ascolto musica, parlo al telefono, mando messaggi, e poi non so più quanto calcio e documentari ho visto. Me ne sto a guardare il cane che gioca con mia moglie in giardino. Vorrei tanto abbracciarla ma non si può».

Riuscite a rimanere a distanza di sicurezza?

«Dormiamo in stanze separate e usiamo bagni diversi. Io disinfetto il mio ogni volta che lo uso. Stiamo rigorosamente a più di due metri di distanza. Mangiamo e parliamo in lontananza».

Avete chi vi porta il cibo?

«Fino a ieri (domenica, ndr ) i miei suoceri, lasciavano i sacchetti davanti a casa. Poi è arrivato il risultato del mio test e sono finiti anche loro in isolamento quindi per adesso saccheggiamo le scorte del freezer, poi si vedrà».

Quante persone saranno controllate per essere state a contatto con lei?

«Una settantina. Ma ho saputo dall' infettivologa una cosa surreale: pur di farsi fare il tampone qualcuno che mi conosce si è inventato contatti recenti con me mai avvenuti».

Il Coglionavirus. Un signore filippino, forse scambiato per cinese, è stato colpito al volto in un supermercato. Costretto a giustificarsi: “Io sono filippino, non sono cinese”. Ormai siamo alla follia #coronavirus. Da leggo.it il 25 febbraio 2020. Quando la psicosi per il Coronavirus si unisce all'ignoranza e all'inciviltà, accadono le cose più gravi e impensabili. Un cittadino di nazionalità filippina, infatti, è stato aggredito in un supermercato da un uomo che, con tutta probabilità, lo aveva scambiato per un cinese. 

In un filmato che sta circolando sui social nelle ultime ore, si vede un uomo aggredire il cittadino filippino con un violento pugno al volto, per poi cercare di colpirlo ancora. A quel punto l'uomo aggredito prova a difendersi mentre altri clienti e alcuni dipendenti del supermercato li separano. «Vaffanculo, io sono filippino, non cinese», la risposta dell'uomo vittima di un'aggressione priva di alcun senso. L'aggressione ricorda molto quanto accaduto due settimane fa ad Assemini (Cagliari): un uomo filippino, scambiato per un cinese (nonostante i tratti somatici tra le due popolazioni siano piuttosto differenti), era stato aggredito su un bus da tre ragazzi, poi fuggiti.

Da repubblica.it il 24 febbraio 2020. È caos nella circolazione ferroviaria con il nord Italia a causa dell'allarme coronavirus. Il traffico della linea convenzionale Milano-Bologna fra Lodi e Piacenza, comunica Ferrovie dello Stato, è sospeso dalle 13.30 per controlli sanitari e attività precauzionali di sanificazione dei locali tecnici, nell’ambito della stazione di Casalpusterlengo, dai quali si gestisce una parte del traffico della linea. I tempi tecnici previsti dai protocolli sanitari prevedono la riapertura dei locali nella notte. È in corso la riprogrammazione dei servizi. I treni a media e lunga percorrenza della linea AV Torino - Milano - Roma - Salerno stanno subendo cancellazioni o deviazioni di percorso via Verona/Padova, con un allungamento medio dei tempi di viaggio superiore ai 90 minuti. Per i treni regionali sulla linea Milano - Bologna e Bologna - Poggio Rusco sono possibili cancellazioni e limitazioni. Attivati servizi sostitutivi con autobus fra Lodi e Piacenza e fra Bologna e Poggio Rusco. Rimane interrotta la linea AV Milano - Bologna in attesa del ripristino dell'infrastruttura dopo l'incidente del 6 febbraio. La linea tra Piacenza e Lodi è proprio quella su cui è stata deviata anche l'alta velocità dopo il deragliamento delle scorse settimane a Ospedaletto lodigiano. "Considerata la possibilità del verificarsi di analoghe esigenze di controlli sanitari", si legge in una nota di Rfi, "in via precauzionale, l’offerta dei servizi di trasporto da domani, martedì 25 febbraio, sarà ridotta, anche in funzione della domanda di trasporto prevista dalle imprese ferroviarie. I programmi di circolazione saranno pubblicati nelle prossime ore sui canali delle imprese ferroviarie". Trenitalia riconoscerà il rimborso integrale per i clienti che hanno acquistato fino al 23 febbraio 2020 un biglietto per viaggi su Frecce, Intercity, Intercity Notte e Regionale. La società, si legge in una nota, riconoscerà il rimborso per qualsiasi viaggio e indipendentemente dalla tariffa acquistata, in caso di rinuncia al viaggio per Coronavirus. La richiesta deve essere presentata entro il 1 marzo 2020. Più in particolare, i biglietti per viaggi su Frecce, Intercity, Intercity Notte e per viaggi misti Frecce, Intercity, Intercity Notte e Regionale, saranno rimborsati con un bonus elettronico di importo pari al valore del biglietto acquistato, utilizzabile entro un anno dalla data di emissione del bonus stesso. La richiesta può essere effettuata: compilando l'apposito web form disponibile su trenitalia.com; presso qualsiasi biglietteria. Per i biglietti del trasporto regionale, il rimborso avrà luogo: in biglietteria, per biglietti acquistati su qualsiasi canale di vendita Trenitalia, con rimborso immediato, con riaccredito sullo strumento di pagamento elettronico utilizzato all'acquisto o in denaro fino a disponibilità di cassa della biglietteria (altrimenti si procederà con la compilazione del modulo da parte del viaggiatore). Per i biglietti acquistati tramite il Call Center, il sito trenitalia.com oppure App Trenitalia è possibile richiedere il rimborso anche telefonando al Call Center Trenitalia ai numeri 06.3000 oppure 892021. Anche Italo dispone rimborsi per i clienti che rinunciano ai viaggi, da realizzarsi entro il 1 marzo nelle zone interessate dal contagio epidemiologico. Sono previste le seguenti condizioni di rimborso: sono rimborsabili i biglietti acquistati fino al 23/02/2020 (incluso) per viaggi dal 24/02/2020 al 01/03/2020 (incluso). Tratte rimborsabili: tutti i viaggi da / per le zone impattate del Nord Italia - restano al momento quindi escluse Campania (Salerno e Napoli), Lazio (Roma) e Toscana (Firenze). Il Cliente, prima dell'orario di partenza, potrà richiedere il rimborso integrale del biglietto tramite Voucher utilizzabili per nuovi acquisti di biglietti relativi a viaggi da effettuarsi entro il 31/07/2020. In tal caso dovrà utilizzare i canali di contatto 060708 o inviare la richiesta via mail all'indirizzo cancellazioni ntvspa.it indicando il codice biglietto nell'oggetto. L'erogazione del voucher avverrà entro 30 giorni dalla richiesta. Resta inteso che il cliente potrà in alternativa richiedere in autonomia sul sito italotreno.it il rimborso secondo le proprie condizioni tariffarie di contratto. 

Mario Evangelisti per ''Il Messaggero'' il 24 febbraio 2020. Dall'aeroporto di Malpensa al centro massaggi gestito da cinesi, dove erano passati sia i due turisti di Wuhan ricoverati allo Spallanzani, sia i quattro di Taiwan che, tornati a Taipei, hanno scoperto di essere positivi. Si seguono tutte le piste per capire chi abbia originato i focolai più importanti del contagio, tra Lombardia e Veneto. Ma la verità è che probabilmente non arriveremo mai alla soluzione, quando meno non a tutte. Secondo gli esperti, però, sarebbe utile ricostruire la catena del contagio, probabilmente arrivato alla terza generazione dei casi: significa che è arrivato alla fine di gennaio, qualcuno è stato contagiato ma con sintomi poco significativi, e ogni settimana i contagi potrebbero essere raddoppiati. Nel Veneto ci sono tre focolai, ma non c'è neppure un paziente zero. In sintesi: non si sa chi abbia portato il coronavirus dalla Cina. Il primo epicentro è quello di Vo' Euganeo, paesino in provincia di Padova, 19 contagiati tra cui Adriano Trevisan, 78 anni, il primo morto per Covid-19 in Italia. Per chi sta investigando sul contagio è un rompicapo poiché nessuno degli infetti è mai stato in Asia. Il sospetto era caduto su un gruppo di cittadini cinesi, che hanno un laboratorio in paese e che frequentavano lo stesso bar di Trevisan. Ma secondo i test nessuno di loro è positivo. C'è però un particolare da chiarire: dopo che i carabinieri sono andati a prendere gli otto cinesi, tra i vicini c'è chi assicura di avere visto una donna fuggire. Potrebbe essere scomparsa semplicemente perché irregolare. Potrebbe essere la paziente zero? Improbabile, visto che nessuno degli altri cinesi è positivo. Altro mistero: Mira, provincia di Venezia, contagiato un pensionato che per due volte era stato in ospedale, prima a Mirano, poi a Dolo, infine a Padova. A Dolo risultano altri tre contagiati, tutti del personale sanitario dell'ospedale. E anche in questo caso non c'è una traccia concreta per capire chi abbia contagiato il pensionato. Stesso rompicapo per una coppia di ultraottantenni di Venzia. C'è solo una certezza: i tre focolai non sono collegati tra loro. Dove ormai la ricerca del paziente sembra un puzzle che non può essere ricomposto è a Codogno e nella provincia di Lodi, focolaio più vasto di tutta Italia. La pista iniziale del manager tornato dalla Cina che, in una cena, poteva aver contagiato il trentottenne ricoverato in terapia intensiva, è sfumata. Più test hanno dimostrato che non è lui il paziente zero. Ormai, con il coronavirus che in Lombardia è arrivato fino a Milano, appare impossibile trovare il paziente zero e perfino inutile: troppo tardi per arginare il contagio. Su questo però dissente il governatore della Lombardia, Attilio Fontana: «Non abbiamo cessato di cercare, vogliamo ricostruire la catena del contagio. Certo, più passa il tempo, più diventa difficile». C'è un paradosso: nell'ospedale di Codogno decisero di sottoporre al test del coronavirus il trentottenne con la febbre alta e difficoltà respiratoria, solo quando la moglie ricordò che era stato una decina di giorni prima a cena con l'amico tornato dalla Cina. Poi gli approfondimenti hanno dimostrato che il manager non c'entrava nulla, ma senza il suo viaggio in Asia non si sarebbe acceso il campanello di allarme e non sarebbe stato svolto il primo test che ha poi messo in moto la macchina della ricerca e che ha fatto scoprire decine e decine di casi in Lombardia. Probabilmente anche l'intuizione dei medici del Veneto, che hanno trovato i due positivi di Vo' Euganeo, è scattata dopo il caso di Codogno. Insomma, non era il paziente zero ma ha contribuito a scoprire gran parte dei casi di coronavirus italiani.

Coronavirus, nelle case del sesso psicosi virus. Rita Bartolomei per quotidiano.net il 24 febbraio 2020. Ma nei centri massaggi, chi controlla? Sì, dietro quelle vetrine che – come dimostrano decine e decine di inchieste, da Trento a Pescara, passando per Emilia Romagna, Lombardia e Lazio – spesso nascondono saloni a luci rosse, con giri di prostituzione molto proficui. Tra le ultime operazioni quella di Monfalcone (Gorizia), sigilli a sei attività e un arresto.

Contagio inarrestabile, come difendersi. «Tanti centri, ad esempio in Veneto, già dalle vacanze di Natale hanno chiuso le saracinesche – fa notare un investigatore –. Psicosi da coronavirus? Può essere. Ma sono aumentati molto anche i controlli. Di solito chi lavora qui è regolare, i tempi di permanenza da noi sono medio-lunghi. Anche se le ragazze cambiano spesso, passano da una città all’altra. Il vero problema sono le case». Appartamenti in tutta Italia, spesso intestati a prestanome compiacenti, trasformati in prigioni. Giovanissime segregate e ritmi da schiave del sesso, da mattina presto a notte fonda. Irregolari dalla provenienza ignota. Eccolo, il vero rischio. Profilo basso, prestazioni scontate, presenza capillare nelle città. Dall’organizzazione criminale al problema di salute il passo è breve.

Comuni infetti blindati, salta lo sport: le misure speciali. I controlli sanitari sono praticamente impossibili, ammettono gli inquirenti: «Questo è un tema che riguarda in genere tutto il mondo della prostituzione e anche le nigeriane, unica etnia che si trova ancora su strada». Le attività delle case chiuse cinesi di solito sono pubblicizzate in rete. Arduo dimostrare il reato di sfruttamento. Di certo le ragazze non denunciano. Escono di casa solo se autorizzate. Il traffico si rigenera in tempi rapidissimi, più forte delle indagini che pure colpiscono pesante. Inchieste dai nomi fantasiosi – vedi ‘Lussuria orientale’ –, processi e intercettazioni che non lasciano dubbi. Call center per smistare le richieste. In tasca alle ragazze, guadagni decurtati delle spese, dal supermercato alla farmacia. Da Trento a Pescara, da Modena a Milano a Prato a Savona, 30 euro per un happy ending, immaginate voi cosa voglia dire quel finale felice che sembra la parola in codice più ripetuta, a tutte le latitudini. L’ultima relazione della Dia (direzione investigativa antimafia) al capitolo criminalità orientale segnala che «lo sfruttamento della prostituzione, in particolare, mostra segnali evolutivi ed oggi non si rivolge solo a favore della clientela cinese». Lo sa bene la moglie che a Nuoro si era presentata con il marito in un centro massaggi e poi aveva avvisato le forze dell’ordine: «Altro che terapie! A lui hanno proposto ben altro». Salone sequestrato, il processo è iniziato pochi giorni fa.

Umberto Rapetto per infosec.news il 24 febbraio 2020. Tutti a chiedersi da dove sia cominciata la italianizzazione del coronavirus, tutti a dare la caccia al “paziente zero” quasi fosse la Titina che nella storica melodia non è trovata da chi la canta. La minaccia del contagio – esasperata da una fraintesa libertà di parola sulle piattaforme social – ha monopolizzato ogni conversazione ed è riuscita ad ammutolire chi a tavola con gli amici parlava di pietanze in un loop gastroculturale. In mezzo a tante chiacchiere (ma nella piena consapevolezza che di chiacchiere si trattava) un amico dermatologo – forse triste per l’assenza di bubboni che in altre pestilenze per lui sarebbe stati forieri di business – ha indotto i commensali ad una riflessione elementare ma suggestiva. Il tema è lo stesso che nel frattempo è stato ripreso da qualche quotidiano che punta il mirino su un ipotetico centro massaggi dove sarebbe scoccata la scintilla. Un centro massaggi? Uno? Mentre chiudiamo scuole, tribunali e stadi, nessuno (non solo adesso ma anche e soprattutto prima) si è mai preso la briga di andare a mettere il naso (il naso sicuramente no…) in uno dei tanti “esercizi commerciali” che erogano prestazioni di varia natura che sarebbero in qualche modo legate alla “wellness”. Se si digita “centro massaggi” all’interno di un motore di ricerca che sia capace di localizzare quelli nei dintorni dell’utente potenzialmente interessato ad “opportunità di benessere”, ci si accorge che la mappa della città è costellata da una miriade di “segnalini” pronti ad indicare nei rispettivi punti la presenza di una “struttura” corrispondente alla richiesta. Avvezzi un tempo ad immaginare il “focolare domestico” (riscoperto dai cittadini delle località in quarantena), dinanzi allo schermo del computer o al display dello smartphone ci si accorge della sbalorditiva densità di “angeli del focolaio”. E se si pensa che molte attività di quel genere non amano promuovere le proprie iniziative commerciali (non solo la pubblicità è l’anima del commercio), è facile comprendere che larga parte delle operatrici non compaiono nella ricerca online o almeno non in quella “tradizionale”. Un qualunque controllo sulla liceità delle imprese in questione e magari sulle condizioni igienico sanitarie oggi arriverebbe tardi e sono in parecchi ad essere curiosi di conoscere le statistiche (non mancano mai) degli accertamenti ispettivi svolti dagli organi di polizia e dalle autorità sanitarie sullo specifico settore. In un momento in cui tutti strombazzano la prevenzione come fede assoluta, è legittimo domandarsi cosa abbiano fatto prima che scoppiasse il caos di questi giorni. Complice il periodo carnevalizio, gli spargitori di terrore si sono preoccupati di raccomandare l’acquisto e l’uso mascherine che sono immediatamente a ruba (con l’unico vero risultato di recare un danno significativo alle coppie scambiste e ai verniciatori delle carrozzerie automobilistiche) e di lavarsi attentamente le mani. La gente, nel frattempo, bistratta e malmena i cinesi colpevoli di essere cinesi, e sta alla larga dai “listolanti” che un mese fa erano sempre gremiti. Chissà se la fuga da certi contesti etnici ha riguardato anche quei locali finora indisturbati e dove ora farà capolino la proposta di un “massaggio rilassante all’Amuchina”…. 

(ANSA il 24 febbraio 2020) - "In quest'aula tra magistrati, imputati e avvocati siamo spesso decine di persone, una situazione ambientale che contrasta con la circolare della Corte d'Appello di Milano" sull'emergenza coronavirus. Così il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano ha chiesto e ottenuto dai giudici della settima penale il rinvio del processo milanese 'Ruby ter' a carico di Silvio Berlusconi e altri 28 imputati. Il pm, infatti, ha ricordato ai giudici che le direttive della presidenza della Corte d'Appello richiedono una distanza minima tra le persone in aula di due metri e che si "entri in aula 3/4 persone alla volta". La Procura, tra l'altro, aveva già avvisato i difensori ieri, tanto che in aula stamani erano presenti solo tre avvocati e 7/8 persone in tutto. Il presidente del collegio Marco Tremolada inizialmente ha spiegato che "i servizi pubblici devono proseguire, salvo che per i lavoratori provenienti" dalle 'zone rosse'. Poi, però, ha deciso di rinviare al 9 marzo anche per l'assenza dei testimoni. Tanti procedimenti, nel frattempo, vengono rinviati stamani in Tribunale a Milano.

R.Tro. per “il Messaggero” il 24 febbraio 2020. Sull'altare il parroco ha comunicato le indicazioni ricevute dal vescovo ausiliario, ma in realtà nessuno ieri aveva voglia di scambiarsi le mani in segno di pace. Niente di personale, ma anche nelle chiese si corre ai ripari per prevenire possibili contagi da coronavirus. A parte i casi limite di chi, assiduo frequentatore della messa domenicale, ieri ha deciso di dare forfait, i fedeli hanno preso alla lettera le indicazioni ricevute: niente mani nell'acquasantiera, niente scambio della pace e, al momento della comunione, prendere l'ostia con le proprie mani. Le misure già disposte al Nord, da ieri sono ufficiali anche a Roma, anche se la gente già nelle settimane scorse aveva cominciato ad evitare contatti e ad usare accorgimenti durante le funzioni religiose. «Noi andremo a messa stasera, così c'è meno gente, ci mettiamo in un angolo e non diamo la mano a nessuno, nemmeno facciamo la comunione», così raccontava ieri una coppia di una certa età che frequenta la chiesa di San Giovanni Battista de Rossi all'Appio Latino. Poi è arrivata la comunicazione, ognuno è dispensato dallo stringersi la mano. Le acquasantiere sono vuote, le ciotole rivolte al contrario. I banchi sono un po' più vuoti del solito. Le persone anziane, chissà, evitano di frequentare i luoghi pubblici, dove possono venire a contatto con altre persone. Chi è cagionevole in questo periodo evita proprio di andare in chiesa, una preghiera a casa funziona lo stesso. E comunque, per chi è malato o anziano, la parrocchia di San Giuda Taddeo permette di seguire la messa in streaming: basta cliccare il bottone rosso presente in alto o richiedere in Segreteria parrocchiale il ricevitore radio, sta scritto sul sito.

Il Nord chiude. L'epidemia si allarga. Alessandro Sallusti, Domenica 23/02/2020 su Il Giornale. A buoi scappati chiudono le stalle. Affidarsi alla prevenzione fai da te, lanciare messaggi buonisti e tranquillizzanti, non obbligare alla quarantena chiunque - cinese o italiano - provenisse dalla Cina è stato un errore che oggi paghiamo caro. Il virus è arrivato a Milano e tutto il Nord Italia è sull'orlo della paralisi. Già questo - al di là dei problemi sanitari che restano comunque prioritari - è un danno enorme (molte aziende si stanno preparando a operare a scartamento ridotto già da domani). Chi non ha chiuso bene la stalla oggi non trova di meglio - come ha fatto ieri la ministra Paola De Micheli - che dare dello sciacallo a Salvini che ha denunciato ritardi e omissioni. Mi spiace per la ministra, ma la responsabilità di ciò che sta succedendo e che succederà non è degli ex ministri ma di quelli in carica, cioè anche sua. Evidentemente hanno sbagliato, e se si preoccupano delle parole di Salvini vuole dire che stanno continuando a sbagliare, solo che a pagare non sarà Salvini, ma tutti noi. Ieri il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità ha detto che il punto debole del mondo, rispetto alla diffusione del virus, sarà presto l'Africa. Facciamo finta di niente o chiudiamo i porti? Gli crediamo o lo bolliamo come sciacallo razzista (che è pure un signore di colore)? Che senso ha «limitare i rapporti sociali in città», come ha chiesto ieri il sindaco di Milano Beppe Sala, se poi non «limitiamo» i rapporti con possibili nuovi portatori più o meno sani? Si dice che la destra cavalchi le paure. È che le paure non sono infondate e da un giorno all'altro, come dimostra il Coronavirus, diventano realtà. E allora casca l'asino buonista, il cui raglio diventa insopportabile. Questo asino non accetta che la strada da prendere per salvarsi porti a destra che più a destra non si può: rigore, misure speciali, severità nei controlli, intransigenza. Sospendiamo quindi la ricetta Bersani di una politica «larga e plurale», come lui ama dire. Serve oggi una guida «stretta e singolare», che prenda decisioni anche dolorose e impopolari e se ne assuma le responsabilità. È quello che mi auguro avrà il coraggio di fare, all'occorrenza, il sindaco di Milano, perché sia chiaro a tutti: se cade Milano, cade il Paese. Meglio chiudere per un po' la metropolitana che chiudere a lungo l'Italia.

Coronavirus in Italia: 150 positivi. 112 solo in Lombardia. Stop al carnevale di Venezia. Carabinieri del Nas e personale medico specializzato a Castiglione d'Adda. I dati aggiornati. Oltre 50 mila persone in quarantena in 11 comuni. Un cittadino della "zona rossa" di Vò Euganeo, uno dei focolai veneti: "Sembra di essere in guerra". La Repubblica il 23 febbraio 2020. Di ora in ora. Mentre aumentano i casi di positività al nuovo coronavirus in Italia, un paziente è morto a Cremona. E' il terzo in Italia. Il numero delle persone ammalate sotto osservazione è salito a 150 persone in cinque regioni: in Lombardia i casi sono 112, in Veneto 24, in Piemonte 6, in Emilia Romagna 9 e nel Lazio 1. Questi ultimi sono la coppia di cinesi che si trova ancora allo Spallanzani. Nel dettaglio, ci sono 54 persone sono ricoverate, 26 sono in terapia intensiva e 22 in isolamento domiciliare. Il conteggio - va detto - non contempla le due vittime - una in Lombardia e una in Veneto - e il ricercatore che era ricoverato allo Spallanzani ed è guarito. Dall'ospedale Spallanzani di Roma arrivano buon notizie. "La coppia di cittadini cinesi provenienti dalla città di Wuhan, casi confermati di covid-19, continua a essere ricoverata nel nostro istituto", dicono i sanitari del nosocomio romano. "Il marito sta meglio, non necessita di terapia con ossigeno, si alimenta autonomamente e ha ripreso la deambulazione autonoma con appoggio. Risulta negativo ai test per la ricerca del covid-19. La moglie, vigile e orientata - aggiunge - è in respiro spontaneo è ancora ricoverata in terapia intensiva, e non necessita più di supporto ventilatorio. Ha ancora bisogno di monitoraggio per la presenza di patologie preesistenti. Il giovane studente italiano proveniente dalla città di Wuhan è ancora ricoverato ed è in ottime condizioni di salute e di umore". Pier Luigi Lopalco, professore di Igiene all'Università di Pisa, spiega che "è presumibile che il nuovo coronavirus SarsCoV2 abbia cominciato a circolare in Italia verso la fine di gennaio, quando ancora l'allerta non era al massimo ed i voli non erano bloccati: vari soggetti avranno preso l'infezione magari senza accorgersene. Dunque, quella che vediamo ora è già la terza generazione di casi". Il numero di casi infatti, chiarisce l'esperto, "si raddoppierebbe circa ogni 7 giorni e questo spiegherebbe il numero attuale di casi in Italia". Scuole e università chiuse in alcune regioni, gite scolastiche sospese, eventi sportivi cancellati. Laddove si sono verificati i contagi vengono messe in pratica le misure di contenimento previste della autorità. E se ne programmano altre. E' partito alle 13 un summit, non previsto, in Protezione civile del presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il capo del Dipartimento di Protezione civile, Angelo Borrelli. Sta arrivando anche il ministro della Salute, Roberto Speranza. I due recenti casi a Venezia e i 24 casi complessivi, hanno spinto le autorità della regione a fermare i festeggiamenti del carnevale di Venezia. "Da questa sera è previsto il blocco del Carnevale di Venezia e di tutte le manifestazioni anche sportive fino al 1 marzo compreso", dice  governatore del Veneto Luca Zaia. Che poi parla delle indagini sanitaria per individuare il punto di partenza dei focolai in Veneto. "Non abbiamo novità sul paziente zero e abbiamo i due casi a Venezia città storica che ci preoccupano non poco, perché sono pazienti che non hanno alcuna storia clinica e sociale riferita alla comunità cinese e di persone che venivano la zona infetta. Le linee guida ci dicono che è più efficace effettuare i test per cerchi concentrici a partite dai casi, e non a tappeto sulla popolazione", aggiunge il governatore spiegando che si sta lavorando per "ricostruire la storia" dei contatti dei due casi veneziani. Mentre a Milano il teatro alla Scala ha deciso di sospendere "tutte le rappresentazioni a titolo cautelativo in attesa di disposizioni".

Sono circa 500 gli uomini e le donne delle forze di polizia e delle forze armate che verranno inviati in Lombardia e Veneto per presidiare gli accessi alle aree focolaio del coronavirus e che devono restare isolate. E in serata è scattata la cintura di protezione della zona rossa, nel Lodigiano, prevista dalle misure annunciate dal governo per l'emergenza. Da questo momento le forze dell'ordine hanno allestito sulle strade posti di controllo per informare gli automobilisti che chi entra nel territorio non potrà più uscire. Allo stesso modo chi si allontana non potrà più fare ritorno.

In Veneto e in Lombardia ci sono poi interi paesi "chiusi" per quarantena, in entrata e in uscita. Provvedimenti che riguardano le zone dei focolai più importanti e misure restrittive per qualcosa come 50 mila persone. Sono undici i comuni del Lodigiano e del Veneto in quarantena, interessati dall'emergenza coronavirus e dai relativi provvedimenti delle autorità per impedire la diffusione del virus. Sono Vò Euganeo, Codogno, Castiglione d'Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano. Dice un cittadino di Casalpusterlengo: "Sembra di essere in guerra: siamo fermi, i negozi sono chiusi, solo i supermercati sono aperti qualche ora al giorno. Entriamo scaglionati, ma qui carne non ce n'è più e non sanno quando arriverà perché arriva tutto da fuori. La gente ha paura. Non ci sono posti di blocco e si può circolare liberamente, ma solo all'interno dei comuni del cerchio rosso. A presidiare - racconta l'uomo - ci sono le forze dell'ordine e mi hanno detto che sul ponte di Piacenza c'è anche l'esercito".

Territori dove vivono oltre 50 mila persone, trasformati in zone rosse a tutti gli effetti: non si entra e non si esce. Non solo: all'interno delle zone focolaio "l'accesso ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l'acquisto di beni di prima necessità è condizionato all'utilizzo di dispositivi di protezione individuale". E a tutti coloro che hanno avuto "contatti stretti con casi confermati" dovrà essere applicata la "misura della quarantena con sorveglianza attiva". Nei comuni della provincia di Lodi interessati dalla limitazioni imposte dal Coronavirus, fa sapere la Prefettura di Lodi, sono "da ritenersi essenziali" e quindi "escluse dalla sospensione dell'attività lavorativa e di trasporto" le attività commerciali di "supermercati, ipermercati, negozi alimentari e quelle connesse al trasporto connesse al rifornimento di prodotti alimentari in quanto tese all'approvvigionamento di beni di prima necessità per la popolazione". Sempre in applicazione delle direttive del governo, il ministero dell'Istruzione informa che, "in attesa dell'adozione formale dell'ordinanza prevista dal decreto approvato in consiglio dei Ministri, per motivi precauzionali i viaggi di istruzione vanno comunque sospesi a partire già da oggi domenica 23 febbraio 2020". Lo stop alle uscite didattiche e ai viaggi di istruzione, sottolinea il Miur, riguarda sia le mete in Italia sia all'estero. "Siamo in attesa di ulteriori disposizioni da parte della Prefettura di Lodi che pubblicheremo appena possibile", si legge sul sito del Comune di Codogno, uno dei principali centri del lodigiano, diventato una città fantasma dopo le disposizioni del governo prese ieri sera per contenere la diffusione del virus. E il presidente della Lombardia Attilio Fontana, parlando a Mezz'ora in più su Rai3, ha detto che se la situazione dovesse "degenerare", "nella fase due si potrebbero assumere iniziative più drastiche e rigorose" che in Cina sono state adottate "a Wuhan", ma sono "convinto che non si arriverà a questo". 

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 24 febbraio 2020. A mezzogiorno in piazza San Marco c' erano tante maschere e poche mascherine. Chi arriva nella città dove il tempo si è fermato, come recita la pubblicità sulla fiancata dei bus che in piazza Roma scaricano turisti a getto continuo, non vuole portarsi dietro le angosce del mondo di fuori. Così quando cominciano i tradizionali voli dal campanile di piazza San Marco, con il naso all' insù ci sono ventimila persone, 30.000 meno dell' anno scorso, ma comunque determinate a rivendicare il loro diritto alla spensieratezza. «Afraid? I' m not afraid, you' re afraid». Io non ho paura, sei tu che ce l' hai. Il gondoliere di San Marcuola accoglie la famigliola cinese a petto in fuori. Padre, madre, due bambini. Tutti con mascherina professionale. I due genitori gli chiedono se non teme di portarli a spasso per i canali, nonostante la loro provenienza. La trattativa per fissare il prezzo comincia all' istante.

Com' è che si dice business as usual in dialetto? Anche Venezia, la vetrina d' Italia, chiude. Ma non troppo. Perché il Carnevale viene fermato quando ormai è agli sgoccioli dopo le due canoniche settimana di durata. Salterà il martedì grasso, ma ormai nel tempo moderno contano le due domeniche, e quelle sono state salvaguardate, con ordinanza regionale giunta a festeggiamenti in corso e mantenuti fino alla mezzanotte di ieri, quando invece sabato mattina era già stato deciso di sigillare le università. Certo, la notizia che rende impossibile tirarla ancora in lungo giunge ieri a inizio mattinata. Due uomini, entrambi di 88 anni, hanno contratto il virus sono ricoverati in terapia intensiva all' Ospedale civile. Non sono turisti, non sono cinesi. Sono residenti da sempre a Castello, il quartiere dietro San Marco, tra i più antichi e veneziani di tutte le calli. Da tempo erano ricoverati per patologie «gravi e croniche». A quel punto, tirarla in lungo salvaguardando uno dei principali business dell' eterna stagione turistica veneziana diventa un non senso, e così nella draconiana ordinanza firmata da Luca Zaia ci finisce il Carnevale ormai in zona Cesarini e qualunque altro assembramento pubblico o privato. «Possibile che per quattro soldi facciamo questa figura da bottegai?», Gianpietro Zucchetta legge l' editto zaiano con un occhio e con l' altro osserva i vaporetti carichi di turisti cinesi e non solo che attraccano alle Zattere, davanti alle fondamenta degli Incurabili. Il suo mestiere era quello del perito giudiziario. La sua vocazione è quella di rappresentare l' anima di una Venezia che forse non c' è più, alla quale ha dedicato decine di libri, dalla storia dei rii e canali a quella delle acque alte che sta riscrivendo, purtroppo va aggiornata. «Tutti sanno che Venezia è una porta spalancata. Figurarsi a Carnevale. Lo sanno tutti, del rischio che si corre, a prescindere dalle cause del contagio di quei due poveretti, per carità. Ma hanno deciso di correrlo comunque, perché chi tocca gli eventi, perde i voti e l' appoggio dei commercianti».

Sono in molti a pensarla così. «Potevano pensarci prima», dice il gondoliere di ritorno dalla corsa con la famigliola cinese. «Fermare adesso il Carnevale è come proibire Natale a Santo Stefano». «C' è da sempre un tacito accordo», sostiene un impiegato del ristorante Pedrocchi in Campo San Geremia. «Chiudono un occhio, anche su elementari misure di controllo, per una festa che in due settimane richiama mezzo milione di persone e oltre. Ma questa volta, forse, non ne valeva la pena». Nel primo pomeriggio sul ponte che attraversa il Canal Grande, quello ideato da Calatrava, in solo mezz' ora passano almeno duemila turisti, e si ascoltano almeno 15 idiomi diversi. Ci sarà pure meno gente del solito, per la prima volta la Polizia locale non ha fatto ricorso ai sensi unici pedonali nei punti più stretti. Ma si avanza a fatica. «A me sembra che la popolazione, e non mi riferisco solo a quella locale, è molto meno preoccupata di quanto non lo siano i media e le autorità». L' osservatorio sulla città di Arrigo Cipriani è il suo Harry' s Bar, che non ha mai chiuso, neppure per l' acqua alta. «Mi sbaglierò, ma la gente non sta seguendo questa vicenda con l' ansia e il terrore che trapela dalle decisioni dei suoi governanti di ogni ordine e grado». La tesi di Cipriani trova conferma nella folla che alle 17 si avvia verso piazza San Marco, dove «in collaborazione con Red Bull e Aperol» è in programma un Dj set, evento non proprio ispirato alla tradizione del Carnevale veneziano. Le ultime notizie sono ormai di dominio pubblico. A Calle dell' Anconeta, uno dei punti più stretti, qualche ragazza si stringe la sciarpa o il foulard sulla bocca. Nulla di più. Su quasi ogni ponte campeggia il manifesto del Carnevale di quest' anno. «Il Gioco, l' Amore e la Follia». Anche il portafoglio ha la sua importanza. La verità è che questa città può chiudere solo sulla carta, perché chiuderla davvero è impossibile. Potremo sbarrare ogni frontiera, ma avremo sempre Venezia, che appartiene al mondo, e non a noi.

PASQUALE RAICALDO per repubblica.it il 23 febbraio 2020. Divieto di sbarco sull'isola di Ischia per i residenti in Lombardia e in Veneto, per i cittadini cinesi provenienti dall'aree dell'epidemia e per chi vi abbia soggiornato negli ultimi 14 giorni. Lo prevede, fino al 9 marzo, una ordinanza appena firmata dai sindaci dei sei comuni dell'isola. Già stamane erano stati segnalati problemi agli imbarchi da Napoli. Nell'ordinanza i sindaci sottolineano l'elevato volume di arrivi turistici sull'isola anche nel periodo invernale, e le difficoltà che comporterebbe dover fronteggiare casi di contagio in un territorio come quello ischitano, che dispone di un solo ospedale ed è svantaggiato dal punto di vista dei collegamenti. Il divieto di accesso temporaneo, secondo quanto scrivono i sindaci, dovrebbe essere fatto rispettare da "polizia municipale e forza pubblica", mentre "le competenti autorità sanitarie locali" dovrebbero realizzare "presidi sanitari prima degli imbarchi per l'isola". Al momento non è ancora chiaro però come possa avvenire il 'filtro' sulla terraferma, poiché agli imbarchi sono tenuti a presentare un documento di identità solo i residenti ischitani che vogliano fruire delle agevolazioni tariffarie in vigore.

Il Coronavirus ferma anche la Serie A: quattro partite sospese. Rinviate a data da destinarsi Atalanta-Sassuolo, Hellas Verona-Cagliari e Inter-Sampdoria e Torino-Parma. Per la prossima settimana si discuterà l'ipotesi di giocare alcune giornate a porte chiuse. Fulvio Bianchi il 23 febbraio 2020 su La Repubblica. Massima allerta in Federcalcio e nelle quattro Leghe (A, B, C e dilettanti) per il coronavirus. C'è l'ipotesi, che si spera ancora di scongiurare, che alcune partite, anche di serie A, possano essere giocate a porte chiuse. Almeno per un paio di turni, con l'augurio ovviamente che questa situazione, ora allarmante, possa migliorare con l'arrivo della primavera. Come noto la Lega di A, "a seguito delle decisioni assunte dal Consiglio dei Ministri in merito alle manifestazioni sportive in programma oggi, domenica 23 febbraio 2020, nelle Regioni Lombardia e Veneto", ha già disposto il rinvio a data da destinarsi di Atalanta-Sassuolo, Hellas Verona-Cagliari e Inter-Sampdoria. Bloccata oggi anche Torino-Parma (e domenica c'è Juve-Inter...). In Primavera 1 Tim rinviate invece Atalanta-Lazio e Chievo Verona-Fiorentina. Il problema sarà poi quello di trovare delle date per recuperare questi incontri. Il calendario d'altronde è ingolfatissimo fra campionato, Coppa Italia e competizioni europee. Inoltre in marzo ci sono due amichevoli della Nazionale con Germania e Inghilterra: si può rinunciare? Giovedì a Milano è previsto ad esempio il ritorno fra l'Inter e il Lugodorets di Europa League: cosa deciderà l'Uefa? Porte chiuse o campo neutro? Intanto, proprio il club bulgaro ha chiesto formalmente a Uefa e Inter chiarimenti sulla situazione in Lombardia e a Milano. "Più di 600 tifosi dovrebbero sostenere la squadra al San Siro. Molti di loro - spiega il Ludogorets con una nota sul proprio sito - hanno già acquistato i biglietti aerei e ci sono viaggi organizzati in autobus dalla Bulgaria all'Italia. Il Ludogorets si aspetta una dichiarazione ufficiale e una rapida spiegazione dall'Inter sulla situazione in città. Se ricevuta, il Club informerà immediatamente i suoi sostenitori della situazione a Milano tramite un messaggio sul suo sito web ufficiale. Il Ludogorets collaborerà con le autorità diplomatiche bulgare sulla situazione in Italia". Ancora: se l'Inter dovesse andare in finale di Europa League e di Coppa Italia non ci sarebbe un mercoledì disponibile, da qui sino a fine stagione, per recuperare la partita rinviata con la Samp. Insomma, l'ipotesi di giocare un paio di turni di campionato a porte chiuse, se il contagio dopo Lombardia e Veneto dovesse diffondersi in altre Regioni, sarà presa in considerazione in questi giorni come soluzione estrema (certo non auspicabile per le conseguenze che potrebbe avere). Anche perché, se dovessero essere rinviate altre partite, non ci sarebbero date disponibili per recuperarle. "Penso che sia un problema serio e importante quello che sta accadendo in Italia, sono d'accordo se si dovranno fermare le partite di campionato" ha detto l'allenatore della Lazio, Simone Inzaghi, che si è detto però contrario all'ipotesi porte chiuse. "Il calcio resta dei tifosi, penso a oggi, con i tifosi del Genoa splendidi e quelli della Lazio impressionanti. E' giusto vivere il calcio con le tifoserie. Per questo bisognerà cercare di porre rimedio a questa grandissima problematica". "Ora più che mai abbiamo il dovere di essere prudenti e responsabili. È necessario agire in maniera seria e determinata, senza alcun allarmismo ma evitando ogni situazione di rischio": lo scrive su facebook Vincenzo Spadafora, ministro dello sport. "Per questa ragione- aggiunge- abbiamo sospeso le competizioni sportive nelle aree in cui può esserci anche solo l'eventualità di diffusione del virus. Siamo un grande Paese ed è in queste situazioni che dobbiamo dimostrarlo. Ringrazio tutto il personale sanitario che si sta impegnando e condivido le parole del presidente Mattarella: occorrono 'senso di responsabilità e unità di impegno'". Domani, lunedì 24 febbraio, a Roma intanto si terrà il consiglio federale della Figc. Il presidente Gabriele Gravina da giorni sta seguendo con la massima attenzione l'evolversi della situazione. Il presidente della Lega di A, Paolo Dal Pino, è partito per gli Stati Uniti, un viaggio già previsto per incontrare emittenti interessate ad acquistare i diritti tv del nostro campionato: ma sarà in collegamento telefonico con via Allegri. Lo stesso per l'ad Luigi De Siervo, anche lui in partenza. Intanto Gabriele Gravina ha convocato per domani (lunedì) alle ore 10, presso la sede della Figc, una task force di medici della Federazione per analizzare la situazione e dare indicazioni precise circa l'attività delle Squadre Nazionali. Alla riunione con Gravina, del cui esito verrà relazionato il consiglio Federale convocato per le ore 12- fa sapere con una la Figc- parteciperanno il prof. Paolo Zeppilli, il prof. Andrea Ferretti e il dott. Carmine Costabile, nonché il prof. Roberto Cauda, direttore dell'Area Clinica e dell'Unità Operativa Complessa di Microbiologia e Malattie Infettive del Policlinico Gemelli di Roma. "In attesa di ulteriori determinazioni, è stato comunque deciso di rinviare i raduni delle Nazionali Under 19 maschile e femminile". Una riunione "per prendere atto delle decisioni già prese e della situazione epidemiologica e regolarci di conseguenza", così Paolo Zeppilli, responsabile medico della Figc, nonché direttore della Medicina dello Sport del Policlinico Gemelli, presenta la task force dei medici della Federazione, convocata per domani a via Allegri per analizzare la situazione dell'emergenza Coronavirus e dare indicazioni precise sull'attività delle squadre nazionali. "La Federazione già ieri si è attivata, prendendo atto delle decisioni del governo - spiega Zeppilli- Noi abbiamo le idee chiare e domani ci riuniremo per valutare il da farsi, anche in vista della riunione, martedì, con i medici delle Federazioni al Coni. Noi ascolteremo e valuteremo in base a quella che sarà la realtà che ci sarà portata avanti dalla Federazione - aggiunge Zeppilli - una realtà abbastanza sfaccettata e complessa. Per questo si è deciso di fare un tavolo ristretto per coordinare al meglio le decisioni per l'attività delle squadre nazionali. Dobbiamo fare il punto, tra domani e dopodomani comunque molte cose si chiariranno.

E' tutto in divenire. I casi cominciamo ad essere non più così limitati e quindi bisogna circoscrivere il più possibile il fenomeno. Non dimentichiamo comunque - conclude Zeppilli - che i calciatori sono una popolazione giovane e quindi da un punto di vista prettamente medico meno preoccupante, quindi evitiamo allarmismi fermo restando che le decisioni devono essere prese coerentemente e attuate senza distinzioni di sorta". Intanto, martedì 25 sono previste Giunta e Consiglio Nazionale del Coni: prevista la partecipazione, per la prima volta, anche del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora. Ai primi di marzo inoltre esecutivo del Cio a Losanna e assemblea dell'Asoif, l'associazione delle Federazioni estive olimpiche (presidente Francesco Ricci Bitti). Si parlerà della situazione mondiale e anche dei Giochi di Tokyo. Al momento non ci sono controindicazioni. I dirigenti giapponesi hanno respinto sdegnosamente l'ipotesi di spostare le Olimpiadi a Londra, ipotesi ventilata da alcuni politici conservatori britannici. Londra come noto aveva ospitato con pieno successo l'edizione del 2012, mentre ad esempio a Rio, dove si era tenuta l'edizione 2016, molti impianti sono già stati smantellati. Il Cio non vuole prendere, almeno al momento, in alcuna considerazione un eventuale piano B (annullare i Giochi e spostarli, sempre a Tokyo, di un anno). Ma intanto si studierà come si può venire incontro agli atleti cinesi: molti di loro non possono fare le qualificazioni olimpiche in questo periodo. Forse una wild card potrebbe essere una soluzione ma aumenterebbe il numero degli atleti a Tokyo con problemi per gli organizzatori. Ma la speranza ovviamente è che da qui a luglio, quando inizieranno i Giochi, la situazione sia ampiamente sotto controllo. Altrimenti sarebbe un problema non solo del Giappone.

Coronavirus, via libera del governo: si gioca a porte chiuse. Juve-Inter, Milan-Genoa, Parma-Spal, Sassuolo-Brescia e Udinese-Fiorentina. Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 da Corriere.it. Avanti, anche se a porte chiuse. Il calcio si è compattato, Lega e Federcalcio dalla stessa parte della barricata per affrontare l’emergenza Coronavirus. Il governo ha compreso le difficoltà del momento e con un nuovo decreto ha dato il via libera ufficiale alle partite senza pubblico nelle zone del contagio. La collaborazione ha funzionato. Ieri mattina la linea è stata stabilita in un incontro in via Allegri, nella sede della Federcalcio, alla presenza del presidente Gravina, di Lotito e Marotta per la serie A, con il presidente della confindustria del pallone, Paolo Dal Pino, collegato in conference call da New York. Presenti anche i rappresentanti dei ministeri coinvolti: Sport e Salute. Dalle parole ai fatti, attraverso due lettere inviate al governo: la prima asciutta della Figc. La seconda, più articolata, della Lega «per chiedere che nei territori considerati a rischio Coronavirus le gare di calcio non vengano sospese, ma disputate a porte chiuse». La motivazione è il calendario già saturo «e la necessità che le competizioni si concludano entro il 24 maggio» considerando che a giugno comincerà l’Europeo itinerante. Il Dpcm, cioè il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri, con scadenza 1 marzo, consentirà di giocare a porte chiuse nelle aree interessate. «I provvedimenti, inizialmente previsti per Lombardia, Veneto e Piemonte, sono stati estesi a Friuli, Emilia Romagna e Liguria», ha fatto sapere Vincenzo Spadafora, il ministro dello Sport. Questo significa che il prossimo weekend la serie A giocherà senza pubblico nelle città in cui il virus ha fatto breccia e in quelle che avevano deciso a priori di sospendere gli avvenimenti sportivi. Udinese-Fiorentina, in programma sabato alle 18, è stata rinviata, ma il governatore della regione si adeguerà alle decisioni che arrivano da Roma e quindi si giocherà a porte chiuse. Come Milan-Genoa, domenica alle 12.30, Parma-Spal e Sassuolo-Brescia alle 15 e soprattutto la partita scudetto tra Juventus e Inter. Per adesso le gare con la presenza dei tifosi dovrebbero essere Lazio-Bologna, Napoli-Torino, Lecce-Atalanta, Cagliari-Roma e Samp-Verona, posticipo di lunedì sera e quindi fuori dal decreto. Cinque su dieci. «È chiaro che se la situazione dovesse peggiorare ci atterremo alle disposizioni del governo», ha fatto sapere con sano realismo Gravina. La Figc, nella lettera al governo, ha chiesto anche la possibilità che Inter-Ludogorets, ritorno dei sedicesimi di Europa League, in programma giovedì alle 21, si possa giocare a Milano con San Siro deserto. Il prefetto ha dato l’ok, anche se è giusto ricordare che il decreto ministeriale va oltre le decisioni delle varie prefetture. La società nerazzurra ha fatto sapere che rimborserà il biglietto ai circa trentamila tifosi che lo avevano acquistato. Sulle date dei recuperi regna ancora un po’ di confusione. Si era ipotizzato lo slittamento delle semifinali di ritorno di Coppa Italia e invece si dovrebbe andare avanti con il vecchio programma: mercoledì 4 marzo si giocherà Juventus-Milan e il giorno successivo Napoli-Inter. La sfida dei nerazzurri con la Samp, rinviata domenica scorsa, sarà messa in calendario alla prima data utile e dipenderà dal cammino europeo e nella stessa Coppa Italia della squadra di Conte. La Lega sta studiando anche i recuperi delle altre gare della venticinquesima giornata: Atalanta-Sassuolo (18 marzo la data plausibile), Torino-Parma (4 o 11 marzo) e Verona-Cagliari (11 o 18 marzo). La Lega ci sta lavorando e oggi tutto dovrebbe essere ufficiale. Con le porte chiuse nasce il caso dei rimborsi per i tifosi che hanno già acquistato i biglietti. Il Milan, solerte, ha già annunciato che i propri sostenitori saranno rimborsati per la gara con il Genoa, ma nei regolamenti dei 20 club di serie A, ben 11 non lo prevedono. Tra questi Juventus e Inter e c’è molta attesa per capire cosa faranno i bianconeri, che hanno venduto tagliandi a prezzi elevati, da 70 euro sino a 300, con un incasso che dovrebbe superare i cinque milioni. Di che fine faranno questi soldi se ne riparlerà oggi.

Coronavirus. Porte chiuse e tv, il calcio è in castigo. Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 su Corriere.it da Stefano Agresti e Monica Colombo. Senza spettatori, senza giornalisti e senza immagini in chiaro: il calcio ai tempi del coronavirus. Al termine di una giornata convulsa dove fitti sono stati i colloqui fra il ministro delle Sport Vincenzo Spadafora e le istituzioni sportive. E i ribaltamenti di scena non sono mancati: in mattinata era atteso un provvedimento che ampliasse a ogni stadio la disposizione di giocare a porte chiuse nel prossimo fine settimana, nel pomeriggio la conferma di limitare le misure di contenimento alle gare che si disputeranno nelle sei regioni colpite dall’epidemia. Dopo aver partecipato al Consiglio nazionale del Coni, Spadafora ha spiegato: «Non esistono le condizioni o le motivazioni per ampliare le limitazioni al resto del Paese, neppure in via precauzionale. Anzi, se i dati non ci daranno indicazioni differenti può anche darsi che da lunedì non prorogheremo lo stop agli eventi sportivi nelle regioni coinvolte: potremmo delimitare ancora di più le aree, restringendole alle zone dove sono in corso i focolai». Al momento, rimangono 5 le partite di serie A che si giocheranno a porte chiuse: sabato Udinese-Fiorentina; domenica Milan-Genoa, Sassuolo-Brescia, Parma-Spal e Juve-Inter. Da definire la situazione di Sampdoria-Verona, lunedì, quando il decreto avrà esaurito i suoi effetti. Anche la serie B dovrebbe seguire il campionato principale: si giocherà a porte chiuse nelle sei regioni coinvolte e con il pubblico nelle altre. Hanno invece sospeso i loro tornei basket, volley e rugby che, rispetto al calcio, hanno date libere per recuperare le giornate rinviate. Anche sotto la spinta del Codacons, è stata ipotizzata la possibilità di trasmettere in chiaro Juve-Inter, partita scudetto, per dare a tutti i tifosi — e non solo agli abbonati alle pay tv — la possibilità di assistere al big match. Sky ha fornito la disponibilità a programmarla su TV8, il suo canale gratuito. La soluzione però risulta impraticabile poiché l’emittente satellitare possiede solo i diritti criptati, non quelli in chiaro: una decisione del genere susciterebbe l’attenzione dell’Antitrust rappresentando una violazione della legge Melandri. Anche Mediaset e Rai si sono candidate con la Lega per trasmettere le gare che si disputeranno a porte chiuse. In realtà la trasmissione in chiaro delle partite sarà possibile solo in caso di intervento da parte del governo con un decreto e per una motivazione speciale (ordine pubblico...). Ipotesi assai remota. Ma gli abbonati o coloro i quali hanno acquistato il biglietto per una partita che si gioca a porte chiuse saranno rimborsati? Tutto dipende dalle singole società. Nello specifico la Juve attende la circolare governativa di attuazione del decreto per dare indicazioni in merito, così come il Milan che però ha già avviato l’iter necessario al rimborso: riguarderà non solo il costo del biglietto ma anche la quota parte di abbonamento (un diciannovesimo del prezzo totale, dunque). L’Inter è coinvolta per il rinvio della partita con la Samp e intende aspettare che venga stabilita la data del recupero prima di decidere come comportarsi. Il confronto con i blucerchiati dovrebbe essere fissato per il 20 maggio, unico mercoledì libero per i nerazzurri nel caso in cui arrivassero in finale di Coppa Italia e di Europa League, ma verrà anticipato se la squadra di Conte sarà eliminata. È tramontata l’ipotesi di disputare Inter-Samp la prossima settimana facendo slittare al 13 maggio il ritorno della semifinale di Coppa Italia con il Napoli e al 20 maggio la finale. C’è attesa anche per capire chi sarà ammesso sugli spalti per le partite a porte chiuse. Per la gara di domani tra Inter e Ludogorets ci sono 250 giornalisti accreditati, potrebbero essere ritenuti troppi e lasciati fuori anche loro per motivi di sicurezza.

Alessandro Barbano per il ''Corriere dello Sport'' il 24 febbraio 2020. Ragioniamo a mente fredda: c’è più carica virale sugli spalti di uno stadio o in una metropolitana, in un autobus, in un treno, in un aeroporto, in un supermercato? Per rispondere a questa domanda non serve un virologo. Basta un cittadino comune, o un politico, che, di questi tempi, è la stessa cosa. E la politica ha risposto chiudendo gli stadi, e non anche tutto il resto. Si dirà: lo sport è un optional, e non un bene o un servizio pubblico essenziale. Ma una risposta come questa vale in un’economia di guerra. Allora la domanda diventa un‘altra: noi siamo in guerra? A giudicare dagli scaffali vuoti di alcuni supermercati di Milano e dai cittadini con la mascherina in fila davanti alle casse sembrerebbe che sì, ci sentiamo in guerra. Quando una democrazia reagisce agli attacchi entrando in guerra, rinuncia a molte cose. Per esempio al calcio. Si dirà ancora che il nemico è acerrimo e infido, perché si nasconde dietro un misterioso e inafferrabile paziente zero. E che, se ha già fatto tre vittime e 26 ricoveri in rianimazione su 150 contagiati, non si può chiamarlo “influenza”. Davanti a questa evidenza scientifica non resta che alzare le mani. Lo ha fatto anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, rimettendosi alla decisione delle autorità. Ma una domanda, alle stesse autorità, ci sia consentita. Se chiudere le mura di interi centri abitati e inseguire la presunta catena del contagio umano non sono serviti a stanare e circoscrivere il virus, perché quello ti sguscia da ogni dove, non dobbiamo dotarci di una strategia più chirurgica e socialmente meno invasiva? I piani di prevenzione e di contrasto non possono avere un prezzo sociale ed economico più alto della loro stessa efficacia sanitaria. Il prezzo di un Paese che chiude rischia di fare più grande l’emergenza. Ragionate a mente fredda, uomini delle istituzioni, quando, oggi, deciderete se continuare a fermare il calcio in tutte le aree dove il Coronavirus si allarga, cioè ormai in gran parte del Paese. Non cedete alla tentazione di piegare il pericolo al gioco della competizione politica, o di farne il paravento dei vostri irrisolti conflitti. E non nascondetevi dietro il parere degli scienziati, peraltro non univoco. Le misure che adotterete sono politiche, e toccano a voi. Dovete assumerle con la responsabilità e il coraggio di chi cerca un difficile punto di equilibrio, non con la preoccupazione di precostituirvi un alibi di fronte al rischio di un’epidemia che dilaga. Il calcio, lo sport non sono ostacoli da saltare, né vittime sacrificali da esibire, ma alleati per difendere la qualità della vita civile in un momento difficile. Proteggeteli.

Ciclismo, Coronavirus: rinviate Milano-Sanremo e Tirreno-Adriatico. Rimandate a data da destinarsi anche il Giro di Sicilia. A forte rischio il Giro d'Italia. Annullata la Coppi e Bartali. Si fermano anche i Team, dopo Ineos, Astana e UAE Team Emirates, stop anche per la Movistar. La Repubblica il 06 marzo 2020. Lo sport continua a fermarsi a causa del Coronavirus. Dopo l'appuntamento con le "Strade Bianche", corsa toscana in programma inizialmente questo weekend, saltano altri appuntamenti importanti. Tirreno-Adriatico, Milano-Sanremo e Giro di Sicilia sono state rinviate (al momento) ad altra data. Ed è a forte rischio anche il Giro d'Italia in programma dal 9 al 31 maggio, che col suo giro d'affare fa muovere oltre 500 milioni di euro. La Milano-Sanremo, la 'Classicissima' di inizio stagione nata nel 1907, si era fermata nella sua storia solo in occasione delle due guerre mondiali (1916, 1944 e 1945).

Il comunicato di RCS Sport: "A seguito del diniego delle autorizzazioni da parte di alcuni organi competenti - fa sapere la RCS Sport in una nota - si comunica di dover annullare la Tirreno-Adriatico nelle date 11-17 marzo. Inoltre, verificato che non esistono le condizioni per garantire quanto previsto dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana del 4 marzo 2020, e per garantire la salvaguardia della salute pubblica e della sicurezza di tutte le persone coinvolte, RCS Sport ha deciso di annullare la Milano-Sanremo nella data 21 marzo e Il Giro di Sicilia nelle date 1-4 aprile. RCS Sport, attraverso la Federazione Ciclistica Italiana, chiederà all'UCI di ricollocare le tre corse in altra data del calendario ciclistico internazionale, così come già fatto per Strade Bianche e Strade Bianche Women Elite".

Annullata la Coppi e Bartali. Salta anche la settimana internazionale Coppi e Bartali prevista dal 25 al 29 marzo. Lo rende noto un comunicato del GS Emilia. "Il Gruppo Sportivo Emilia - si legge - in accordo con le istituzioni preposte e le amministrazioni comunali interessate dalle tappe, si è già attivato per ricollocare la gara nel calendario internazionale UCI". "Seguiranno ulteriori comunicazioni anche in merito alla collaborazione tecnica con il Gran Premio Industria e Commercio di Larciano per il quale l'UC Larcianese ha già richiesto una nuova data".

La Movistar si unisce ai team che si fermano. E intanto anche i team provano a evitare il contagio dopo quanto accaduto all'UAE Tour, non iscrivendosi alle competizioni. Dopo la Ineos, l'Astana e  l'UAE Team Emirates, oggi è stato il turno della Movistar che ha deciso di fermarsi fino al 22 marzo. "La decisione, presa tenendo conto dei consigli del team medico, risponde all'attuale situazione relativa al Covid-19 - si legge in una nota -. Il team Movistar, al fine di preservare la salute di tutti i suoi membri, nonché' di tutti coloro che sono in contatto con il ciclismo, adotta una misura che cerca di contribuire, con i suoi mezzi, a normalizzare la situazione".

Medicina, rinviato l’esame di Stato del 28 febbraio: troppi atenei chiusi. Pubblicato lunedì, 24 febbraio 2020 da Corriere.it. Saltano gli esami di abilitazione per i neo-medici: l’esame di Stato per il quale era prevista la prova scritta il 28 febbraio è stato rinviato dal ministero dell’Università a data da destinarsi. Si tratta della seconda sessione dell’esame 2019. L’esame riguarda più di 5000 mila neo laureati che dovranno poi accedere alla specializzazione. Del resto già gli atenei del Nord Italia chiusi in questi giorni per il contenimento del Coronavirus avevano disdetto le prove. La Sapienza di Roma aveva comunicato che neppure nella Capitale, dopo l’ordinanza del sindaco Virginia Raggi che vietava lo svolgimento di qualsiasi concorso nazionale, si era vista costretta al rinvio. Il ministero dell’Istruzione darà aggiornamenti appena la situazione si sarà normalizzata. In ogni caso restano confermate le date per l’esame di Stato nelle due sessioni del 2020: la prima sessione è fissata per il 16 luglio 2020 e il 25 febbraio 2021 per la seconda. Il Miur ricorda che la domanda di ammissione deve essere presentata per la prima sessione non oltre il 6 marzo 2020 e per la seconda sessione non oltre l’8 ottobre 2020, presso la segreteria dell’università presso cui i candidati intendono sostenere gli esami. 

L'assistenza ai malati sta funzionando ma la soglia limite è stimata in 4mila posti letto. Oltre il sistema va in tilt. Maria Sorbi, Mercoledì 26/02/2020 su Il Giornale. Il numero del contagio da coronavirus è in crescita. E se è vero che alcuni pazienti guariscono in pochi giorni, altri sono gravi e hanno bisogno di una terapia intensiva. Tuttavia i letti non sono infiniti, soprattutto nei reparti di rianimazione. Quanto potrà reggere il sistema sanitario? Arriverà mai il giorno del collasso in cui non ci sarà più posto? Senza tratteggiare scenari apocalittici, gli ospedali stanno iniziando a fare due conti su capienze e disponibilità di personale. Ad oggi l'organizzazione funziona bene, ma i problemi potrebbero arrivare nel caso in cui si dovesse superare la quota di 4mla posti letto occupati. Oltre quel numero i reparti di rianimazione non sarebbero più in grado di dare un letto a tutti i pazienti da isolare.

IL PIANO EPIDEMIA. I posti letto nei reparti di terapia intensiva sono 500, con una media di otto per reparto. «Ma, in caso di epidemia, ci si potrebbe appoggiare anche ai letti della rianimazione nelle sale operatorie, come è già stato fatto a Toronto per gestire l'influenza h1n1 del 2009 - spiega Guido Bertolini, responsabile del laboratorio di Epidemiologia clinica, dipartimento di Salute Pubblica dell'istituto Mario Negri - Inoltre si potrebbe recuperare un altro 20% di posti grazie ai letti liberi, quelli che solitamente vengono tenuti vuoti per far fronte alle emergenze. E poi si utilizzerebbe anche quel 25% di posti destinati ai pazienti fragili che devono essere operati. Quegli interventi programmati verrebbero rinviati. Non solo, un'altra valvola di sfogo sarebbero anche le terapie intensive specialistiche e quelle semi intensive». Con questo piano si garantirebbero cure fino alla soglia limite. Dopo di che stop, non si potrebbe più organizzare l'isolamento.

MANCA PERSONALE. Dopo la «quota collasso» a mancare non sarebbero solo lo spazio e i letti attrezzati ma anche il personale. In base alla circolare del Ministero della Salute per la gestione dell'emergenza, un paziente grave ha bisogno, ogni giorno, come minimo di 15 persone dedicate tra medici, infermieri, addetti delle pulizie e altri servizi. E diventerebbe davvero difficile provvedere ai turni e alle cure. In questi giorni i medici, gli specializzandi e gli infermieri non conoscono riposo e si presentano volontariamente al lavoro per dare una mano ai colleghi. Ma una volta «a regime», la gestione dell'infezione avrà altri equilibri: degenze lunghe, di almeno 14 giorni, e personale scarso. Si consideri che, da ben prima del sos coronavirus, in Italia mancavano 4mila anestesisti e medici di terapia intensiva. Il motivo? Turn over mal rispettato, numero chiuso degli specializzandi e concorsi che, in alcuni ospedali, vanno del tutto deserti. Più volte il presidente degli Anestesisti e rianimatori degli ospedali italiani, Alessandro Vergallo, ha sottolineato la situazione di sofferenza del settore salva-vite dove, in alcuni ospedali, sono gli specializzandi a coprire i turni dei medici mancanti. «C'è carenza di professionisti, è vero - ribadisce Guido Bertolini, autore di un report sulla qualità delle cure nei reparti di terapia intensiva - I primari sono perfino tornati a coprire i turni di notte. Ovviamente con questa emergenza, tutti i nodi vengono al pettine. Il blocco delle assunzioni ha generato gravi problemi, anche in Lombardia».

I PROSSIMI MESI. La saturazione dei posti è uno scenario lontano che probabilmente non si realizzerà mai. «Il picco dell'onda epidemica - sostengono i ricercatori dell'istituto Mario Negri - durerà un paio di mesi, poi inizierà a calare, replicando l'andamento che già si è verificato a Whan. Per di più si indebolirà anche la portata del virus, destinato ad essere sostituito da una forma meno aggressiva». In ogni caso, per contenere il numero delle degenze ospedaliere e accogliere solo quelle necessarie, restano fondamentali sia la quarantena domiciliare, quando possibile, sia la cintura di contenimento del contagio realizzata grazie a isolamenti e chiusura delle scuole.

Vo’ Euganeo, parla la prima paziente guarita: «Ma quale paura? Stavo benissimo». Pubblicato mercoledì, 26 febbraio 2020 su Corriere.it da Marco Imarisio. La «donna guarita» è ancora molto arrabbiata. «Noi saremo anche ignoranti, ma qualcuno ha soffiato sul fuoco della nostra ignoranza». Dopo la morte di Adriano Trevisan, il primo decesso italiano che ha avuto come concausa il coronavirus, era stata subito sottoposta al tampone. «L’ho fatto non tanto per me, ma per quelli di Vo’ Euganeo che avevo intorno. Mi guardavano come se avessi sputato il virus nel caffè. Tranquilli, ho detto ai miei amici, non sintomi, sarà negativo». Invece, positivo. «I medici me lo hanno detto subito: la ricoveriamo, per scrupolo. Sono stati di parola». Lunedì mattina è tornata a casa, in isolamento domiciliare fiduciario. Insomma, la quarantena di 14 giorni. La sua degenza è durata poco, appena un giorno e mezzo. Quel tanto che basta per fare diventare questa donna di 47 anni l’oggetto delle nostre attenzioni, in quanto a sua volta prima persona dimessa dopo una diagnosi che le assegnava una infezione da virus Covid-19. E di amareggiarla ulteriormente, se possibile.

«Sono solo una persona che è andata a casa, come faranno presto tanti altri. Svegliamoci ragazzi, che ci stiamo facendo del male da soli».

I medici cosa le hanno detto?

«Quel che le sto dicendo io. Gli anziani devono stare più attenti, gli altri facciano attenzione a non pestarsi i piedi, a tenersi a distanza».

Ha mai avuto paura?

«Ma di cosa? È una influenza, mica muori, se non sei già malato. Mi sembra che siamo diventati tutti scemi».

Di chi è la colpa?

«Guardi, io sono vecchio stampo e non sono su Facebook. Ma per la mia attività ogni tanto ci vado. E ci sono andata durante il ricovero».

E dunque?

«Mi ha colpito il video di un signore con la mascherina. Sembrava in panico, diceva che ci infetteremo tutti...».

Perché le ha fatto impressione?

«A un certo punto si è tolto la mascherina. E ha detto di essere un malato di cancro, a cui resta un mese di vita. Noi, diceva, andiamo via nell’indifferenza generale, “senza rompere i c... a nessuno”, mentre voi state impazzendo per questa cosa qui. Ma non vi vergognate? chiedeva. Secondo me, ha ragione lui. Un po’ ci dovremmo vergognare».

Come ha trascorso il periodo di ricovero?

«Mi sono tolta le scarpe solo per dormire. Pensi che mi sono addormentata con i jeans addosso. Stavo bene, ero soltanto seccata, ma tranquilla».

Che trattamento ha ricevuto?

«Ma niente! Ero positiva, ma senza neppure una linea di febbre. Appena arrivata mi hanno fatto un flebino, di zucchero liquido. Per precauzione, dicevano».

Poi più nulla?

«L’unica medicina me la sono data io. Avevo mal di testa, per tutto questo casino, e ho chiesto se potevo prendere un Moment che avevo in borsa. Fine. Vuole la verità?»

Ci mancherebbe.

«Se non fosse morto il povero Adriano, se fossimo andati lunghi, non avrei saputo di essere positiva. E come me, tanti altri. Non credo sarebbe cambiato nulla».

Ora non crede di esagerare nell’altro senso?

«Ma no. Quando mi hanno dimessa, i medici mi hanno detto di stare chiusa in casa, e in caso di febbre, prendere la Tachipirina. Insomma, di gestirmela da sola, e di chiamare solo in caso di febbre molto alta. In tanti criticano anche loro, ma le sembrano disposizioni allarmistiche?»

Sarà almeno contenta di essere la prima di Vo’ Euganeo che torna a casa?

«Per carità. Ma io sono solo risultata positiva al coronavirus. Leggo ovunque su Internet che sarei guarita, quando invece non sono mai stata malata. A meno di non voler farsi suggestionare, come all’inizio abbiamo fatto tutti».

Crede che stia cambiando qualcosa nella percezione di questo virus?

«Me lo auguro. Ci stiamo arrivando, mi sembra. I dottori mi hanno detto che loro cercano solo di limitare il numero degli infettati. Il resto non è di loro competenza. Qualcuno dovrà chiedersi se valeva la pena di scatenare questo finimondo per un virus influenzale».

Come sta?

«Benone. Pensi che negli ultimi 2-3 anni ho sempre avuto una tosse fastidiosa. Quest’anno manco quella. Faccio la quarantena e poi torno al lavoro, almeno spero».

Teme danni economici alla sua attività?

«All’inizio, e per un paio di mesi, ne avrò molti. Se la gente non ragiona con la sua testa e si fa guidare come un gregge, è inevitabile. Ma poi si stancheranno di andare in un altro paese. Quando sarà il momento, le cose torneranno alla normalità. Anche se non ce lo meritiamo». 

Coronavirus, guariti i tre pazienti curati a Roma: il farmaco studiato contro l’Ebola fa sperare i medici. Pubblicato mercoledì, 26 febbraio 2020 su Corriere.it da Margherita De Bac. Aumenta la fiducia dei medici per il farmaco sperimentale indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità nelle linee guida sulle terapie da somministrare ai pazienti con Covid-19. È il remdesivir, un antivirale prodotto dall’azienda americana Gilead Sciences, studiato per il virus Ebola ma che sembrerebbe funzionare anche contro il nuovo coronavirus. «Potrebbe essere la soluzione», ha affermato il capo missione in Cina dell’Oms, Bruce Aylward. I risultati dei primi test sull’uomo, condotti proprio in queste settimane nell’ospedale di Wuhan su pazienti gravi e di moderata gravità, saranno comunicati ad aprile. La sperimentazione clinica era stata accelerata proprio nella speranza che il farmaco, provato solo sugli animali, attivo anche contro i coronavirus di simili sindromi con polmonite grave (SARS e MERS) potesse costituire un aiuto terapeutico in una situazione di emergenza assieme ad una combinazione di antivirali specifici contro l’Hiv, il virus dell’Aids. Il remdesivir è stato utilizzato anche nei tre pazienti curati allo Spallanzani, guariti. Si tratta dei due coniugi cinesi (lui sta bene ed è tornato in reparto, lei sta per essere dimessa dalla terapia intensiva) ammalatisi durante la vacanza in Italia, ricoverati nell’ospedale romano appena arrivati a Roma. E del ricercatore emiliano rimpatriato assieme ad una sessantina di italiani dalla Cina. I malati della Lombardia sono trattati con la stessa cura. Nicola Petrosillo, direttore del dipartimento clinico e di ricerca sulle malattie infettive dello Spallanzani, avanza le prime valutazioni positive: «I nostri tre casi non possono fare letteratura. Però è una terapia molto promettente, senza effetti collaterali di rilievo. Perché un antivirale studiato per un virus differente è attivo anche contro il nuovo agente infettivo? Sono molecole capaci di agire su determinati meccanismi, comuni ai virus. In questo caso la terapia interviene bloccando la replicazione virale all’interno della cellula». Il remdesivir non è ancora in commercio, proprio perché è in fase di sperimentazione. Il nostro sistema sanitario lo ha avuto gratuitamente dall’azienda produttrice, secondo una procedura chiamata «uso compassionevole». E così succede nel resto del mondo. In una conferenza stampa a Pechino, il rappresentante dell’Oms ha dichiarato: «Al momento esiste un solo farmaco che riteniamo possa avere una reale efficace». Le azioni della Gilead sono di botto aumentate del 4,6%. L’americana Charbeat pensa al vaccino anti SARS-CoV 2 e si dice pronta a partire con i test clinici.

I due turisti cinesi: «I medici italiani ci hanno salvato». Sono già 45 i guariti. Pubblicato venerdì, 28 febbraio 2020 su Corriere.it da Virginia Piccolillo. Dal coronavirus si continua anche a guarire. Sono quarantacinque i pazienti tornati sani, secondo i dati forniti ieri dal capo Dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli. «Dalla regione Lombardia ci giunge notizia della guarigione di altre tre persone. Così il totale dei guariti è salito a quaranta in quella regione. E con i due in Sicilia e i tre del Lazio il totale sale a quarantacinque», ha annunciato il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Tra questi ci sono due pazienti del gruppo di contagiati a Vo’ e uno di Padova. A Piacenza è stato dimesso l’infermiere che aveva accolto il 38enne di Codogno. Ed è risultato negativo al test il neonato partorito da una donna lodigiana contagiata. Già erano tornati a casa un 17enne di Valdidentro a Sondrio, un dermatologo di 55 anni di Milano e la moglie di un imprenditore di Firenze. Stanno tutti bene i primi casi, ricoverati allo Spallanzani, gli unici contagiati della regione Lazio. Il ricercatore era già stato dimesso e tra poco lo sarà anche la coppia di cinesi in vacanza a Roma che ci hanno fatto risvegliare dal sogno di essere rimasti immuni dal contagio. «Grazie, i medici italiani ci hanno curato e salvato la vita» hanno detto ai sanitari, secondo quanto ha riferito Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani, ieri, in una conferenza stampa. «C’è stata una festa con il personale l’altro giorno, e il marito, contento, ha abbracciato il medico. Saranno dimessi dopo la riabilitazione. Lui sta benissimo. La signora ci metterà un po’ di più. Ma sono ottimista», ha aggiunto, raccontando come nel periodo della rianimazione la figlia, arrivata in Italia, li incoraggiasse «con tazebao attraverso il vetro». Sabato potrebbe finalmente tornare a casa Niccolò, il 17enne che era rimasto bloccato a Wuhan, l’epicentro del contagio. A causa di una febbre per due volte non era stato fatto salire sull’aereo che riportava a casa gli italiani. Ed era stato organizzato per lui un rientro successivo. In isolamento alla Cecchignola, non è mai risultato positivo al coronavirus. Dichiarato guarito anche l’informatico quarantanovenne di Pescia, il primo caso di coronavirus in Toscana. Contrariamente a quanto era stato deciso in un primo momento terminerà il periodo di quarantena in ospedale, anche se potrebbe essere dimesso presto. Forse oggi stesso. In Lombardia sono quaranta i pazienti dimessi perché guariti. A Pavia una famiglia è stata dimessa dopo essere risultata positiva. In questo caso non si è trattato di una vera e propria guarigione, ma di un errore del laboratorio.

Coronavirus, i coniugi cinesi sono stati dimessi. La moglie ha pianto di gioia e ha ringraziato l’Italia. Hanno lasciato l’ospedale Spallanzani dopo 49 giorni di ricovero. Valentina Dardari, Venerdì 20/03/2020 su Il Giornale. I coniugi cinesi ricoverati da ben 49 giorni all’ospedale Spallanzani di Roma sono stati dimessi. Marito e moglie, i primi casi risultati positivi al coronavirus a Roma, sono guariti. La coppia di turisti, che stava visitando la Capitale, aveva contratto il Covid-19 a gennaio e verso la fine del mese era stata portata in gravi condizioni nella struttura ospedaliera romana.

Hanno vinto la loro battaglia contro il coronavirus. Secondo quanto riportato dal dottor Francesco Vaia, direttore sanitario dell'Istituto Spallanzani, la signora avrebbe pianto di gioia alla notizia delle imminenti dimissioni. “Stanno bene, erano allegri, la signora piangeva dalla gioia e diceva: Vi amo, amiamo questo ospedale e amiamo l’Italia. Siamo commossi anche noi” ha sottolineato Vaia. I coniugi sono stati giudicati clinicamente guariti. Una battaglia vinta sia dal team medico che li ha seguiti durante tutta la loro permanenza in ospedale, sia dalla coppia. All'uscita dall'ospedale la donna ha alzato il pollice verso medici e giornalisti in segno di vittoria, con un sorriso che si poteva scorgere anche sotto la mascherina. Entrambi avevano rischiato di morire e, appena giunti allo Spallanzani erano stati subito intubati. Le loro condizioni si erano ulteriormente aggravate nei primi giorni di febbraio, tanto da dover essere dotati di un supporto per la respirazione. Monitorati in maniera continuativa, erano stati sottoposti a diverse cure farmacologiche. Il marito è quello che ha risposto meglio, mentre la moglie, che al momento deve usare la sedia a rotelle, dovrà fare un periodo di riabilitazione neuromotoria presso l’ospedale San Filippo Neri. Una volta terminata la riabilitazione della donna, entrambi potranno fare ritorno in Cina. Qualche giorno fa era stato il dottor Vaia a comunicare la totale guarigione dei due pazienti cinesi e ad annunciarne le vicine dimissioni.

Tutto era iniziato a gennaio. La coppia di turisti era arrivata nel nostro Paese insieme ad altri connazionali per un tour tra le bellezze italiche. Poco dopo il loro arrivo si erano sentiti male mentre alloggiavano al Grand Hotel Palatino di Roma. Il 29 gennaio erano stati prelevati in ambulanza dalla struttura alberghiera e trasportati d’urgenza all’ospedale Spallanzani di Roma con chiari sintomi da coronavirus. Entrambi avevano avuto gravi insufficienze respiratorie. In particolar modo il marito era stato il primo ad aver bisogno di essere ricoverato nel reparto di terapia intensiva dopo sei giorni dal suo arrivo in ospedale. Il giorno seguente la stessa sorte era toccata a sua moglie. Entrambi avevano avuto bisogno di ventilazione assistita. L’inizio dell’incubo, il 29 gennaio, sembra ora così lontano. Ma da allora la vita degli italiani è completamente cambiata.

Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 21 aprile 2020. Le loro mani non tremano più da giorni e nella camera dell' ospedale San Filippo Neri che li ha ospitati per un mese, quando le valigie erano ormai chiuse e dai comodini restavano solo da togliere alcuni libri, la coppia di coniugi di Wuhan ha chiesto carta e penna per poter scrivere quelle parole che la voce, per l' emozione, non riusciva a pronunciare. Li hanno ringraziati uno a uno, i fisioterapisti e i medici che in questi trenta giorni li hanno sostenuti per ritrovare la forza nelle gambe e nelle braccia. Due pagine fitte di parole e di nomi di coloro i quali gli sono stati al fianco per farli tornare a camminare ancora, a stringere tra le mani una tazza di tè senza che cadesse. «Grazie a ognuno di voi, ci avete salvato la vita, torneremo a casa, buona fortuna Italia». A bordo di un' auto hanno lasciato, nelle prime ore della mattinata di ieri, l' ospedale e il reparto di riabilitazione dove sono stati ricoverati in seguito alle dimissioni dall' Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani. Prima dei saluti dai finestrini, domenica sera si è tenuta anche una piccola festa di commiato. La loro vita, finalmente, ricomincia da qui. Trascorreranno ora qualche giorno in una struttura alberghiera della città e poi in accordo con l' Ambasciata cinese a Roma, lasceranno l' Italia per tornare a Wuhan. La figlia, che aveva pensato di portarli negli Stati Uniti dove risiede da anni, sarà con loro. La coppia - lui ingegnere di 66 anni, lei umanista e docente di un anno più piccola - erano arrivati in Italia a metà gennaio per un viaggio alla scoperta del Paese. Il 29 gennaio, mentre erano ospiti in un hotel della Capitale hanno accusato i primi sintomi del Covid-19 e da allora la Regione Lazio si è fatta carico di loro. Un lungo ricovero allo Spallanzani e una terapia a base di antivirali hanno escluso il peggio, anche se non è mancato il timore. Le loro condizioni per alcuni giorni erano divenute critiche, ma poi la coppia di coniugi si è ripresa. A lasciare per primo la Terapia intensiva è stato il marito, dopo qualche giorno anche la moglie è stata trasferita in reparto. E alla notizia che entrambi, dopo i tamponi di controllo, avevano negativizzato il virus si è aperta la seconda fase: quella della riabilitazione motoria, svolta per l' appunto al San Filippo Neri. L' assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D' Amato parla di «Giornata simbolica» per il territorio. Perché oltre alle dimessi dei coniugi cinesi si è registrato ieri anche il dato più basso di contagi da un mese: 60, con un trend in frenata all' 1%. Il direttore dell' Asl Roma 1 - da cui dipende l' ospedale San Filippo - Angelo Tanese ribadisce come questo virus può essere sconfitto. «La loro è un' esperienza comune a molte persone ma anche l' esempio di coloro i quali, seppur costretti a vivere anche una fase molto critica della malattia, alla fine ne possono uscire, dopo anche un percorso riabilitativo che si dimostra necessario per la ripresa».

Coronavirus Roma, coppia cinese curata allo Spallanzani dona 40 mila dollari per la ricerca. La coppia è tornata in Cina, ma ha deciso di ringraziare con questa donazione i medici e i ricercatori. La Repubblica il 18 giugno 2020. La coppia cinese che è stata il primo caso di contagio in Italia, ricoverata e curata all'Inmi Spallanzani di Roma e dimessa dalla struttura a metà marzo, ha donato all'Inmi 40 mila dollari per contribuire alla ricerca sul coronavirus. La coppia è tornata in Cina, ma ha deciso di 'ringraziare' con questa donazione i medici e i ricercatori dello Spallanzani, che hanno salvato la vita ai due coniugi ricoverati per molti giorni in terapia intensiva. Marito e moglie rispettivamente di 66 e 67 anni, provenivano dalla provincia di Wuhan ed era arrivati lo scorso 23 gennaio all'aeroporto di Milano Malpensa. Insieme a tutta la loro comitiva si erano spostati per un tour nelle province italiane che aveva toccato varie destinazioni del nord Italia. E avrebbero dovuto proseguire per il sud Italia. Il primo ad accusare i sintomi era stato il marito, mentre la donna, positiva ma asintomatica, ha sviluppato la malattia nei giorni successivi. "La scelta di fare una donazione a favore dell'Istituto Spallanzani è un atto di grande generosità e di riconoscenza. C'è un proverbio cinese che recita: “Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”. Ecco il viaggio e la vicenda della coppia di Wuhan curata all'Istituto Spallanzani, che è un'eccellenza del nostro sistema sanitario regionale riconosciuta in tutto il mondo, e che sono stati il primo caso di positività in Italia, rimarrà impressa nella loro e nella nostra memoria. Voglio dunque rivolgere loro un ringraziamento e un invito a fare ritorno a Roma", scrive in una nota l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato.

·        Coronavirus nel Mondo.

Ecco quali Stati hanno lottato (con successo) contro il Covid-19. Andrea Walton su Inside Over il 14 ottobre 2020. Il 2020 è stato segnato dallo scoppio della pandemia provocata dal virus SARS-CoV-2 e dal suo dilagare in quasi tutti i Paesi del mondo. Ci sono, però, alcune nazioni che sono riuscite a resistere all’avanzata del contagio riportando pochi o nessun danno. Si tratta, perlopiù, di Stati insulari dell’Oceania, remoti e difficilmente raggiungibili anche in tempi in normali ma anche di Paesi autoritari ed isolati come la Corea del Nord ed il Turkmenistan. Sullo sfondo ci sono anche quelle nazioni che hanno arginato, con efficacia, il virus ed hanno registrato pochissime infezioni.

I segreti dell’Oceania. Le isole Kiribati, Marshall, Nauru, Palau, Samoa, Tonga, Tuvalu, Vanuatu e gli Stati Federati della Micronesia hanno tenuto, almeno sinora, il virus a distanza di sicurezza. La strategia maggiormente applicata è stata quella di chiudere i confini nazionali mentre alcune di queste nazioni, come le Isole Tonga, hanno implementato severe misure restrittive anche in assenza di casi (per evitare che qualche infezione sfuggita alla rete di controllo potesse diffondersi) o dichiarato lo stato di emergenza, come Vanuatu, che durerà sino alla fine del 2020. Non è stata una scelta facile dato che il turismo fornisce un contributo spesso significativo al prodotto interno lordo di alcuni di questi Paesi che sono comunque ben consci dei rischi che potrebbero correre qualora l’epidemia li raggiungesse. A Nauru, ad esempio, buona parte della popolazione soffre di obesità, diabete e problemi cardiaci che, combinati all’assenza di servizi sanitari potrebbe provocare una vera e propria strage. La nazione di Tuvalu, in passato legata al Regno Unito e formalmente una monarchia retta dalla Regina Elisabetta II, ha tratto beneficio dalla sua collocazione geografica. Anche in tempi normali servono più aerei per raggiungerla e lo spostamento, estenuante, dissuade la stragrande maggioranza delle persone dal recarvisi.

Il mistero nordcoreano e quello turkmeno. La Corea del Nord, con una popolazione di oltre 25 milioni di abitanti, non ha dichiarato la presenza di alcun caso di Covid-19 all’interno dei propri confini nazionali. Edwin Salvador, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel Paese, ha dichiarato che (le sue parole sono riportate dall’agenzia Anadolou) che tutti i test svolti nel Paese sino al 17 settembre (3374) hanno dato esito negativo. Le autorità hanno comunque imposto l’uso delle mascherine negli spazi pubblici e sono state implementate anche altre misure di controllo, come la misura della temperatura corporea in alcune occasioni. Tutti i confini del Paese, compreso quello terrestre con la Cina, sono stati sigillati anche se, nel mese di luglio, si era parlato di un caso sospetto nella città di Kaesong. La vicenda aveva riguardato un uomo, che si era rifugiato in Corea del Sud per poi fare ritorno, i cui test diagnostici avevano dato un risultato indeterminato. Non tutti, data la segretezza che aleggia su Pyongyang, sono realmente convinti che in Corea del Nord non ci siano mai stati o non ci siano attualmente casi di Covid-19 ma, al momento, non ci sono evidenze in tal senso. Il caso del Turkmenistan presenta diverse incongruenze. I corrispondenti di Radio Free Europe/Radio Liberty, un’organizzazione per la comunicazione fondata dal Congresso degli Stati Uniti, hanno segnalato, ad inizio settembre, che gli ospedali del Paese sono stati saturati da pazienti che mostravano una sintomatologia riconducibile a quella del Covid-19 e che anche i decessi erano in crescita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva espresso preoccupazione, in passato, per l’aumento di casi di polmonite atipica in Turkmenistan ed avevano invitato Asghabat ad autorizzare un monitoraggio indipendente in materia. Il Presidente Gurbanguly Mälikgulyýewiç Berdimuhamedow esercita un rigido controllo sulla vita pubblica della nazione e la sua amministrazione ha confermato l’assenza di casi di infezione nel Paese.

Ecco chi è riuscito a resistere. L’espansione della pandemia ha toccato solo marginalmente alcuni Stati, che hanno segnalato la presenza di pochissimi contagi (numeri confermati dall‘ECDC in data 14 ottobre) . Tra questi, in Asia, ci sono Timor Est, separatosi dall’Indonesia nel 1999 dopo una cruenta guerra civile, con appena ventinove casi di infezione, il Bhutan, isolato dalle splendide cime himalayane e situato al confine tra India e Cina, con 313 casi ed il Petro-Stato del Brunei, con 146 contagi confermati. Cambiando continente spicca il caso della Groenlandia, dove i casi totali sono 16 e buona parte dei Paesi più piccoli nei Caraibi, come Dominica e Grenada, che raramente hanno più di qualche decina di infezioni. Ci sono poi diverse nazioni molto popolose, come il Vietnam, che grazie ad interventi sanitari mirati e radicali e ad un’effettiva politica di controllo hanno messo il virus al tappeto. Hanoi ha avuto appena 1113 casi di contagio mentre la vicina Thailandia le infezioni non hanno toccato quota 3700. L’esempio più noto di contenimento efficace è quello messo in pratica dalla Nuova Zelanda, che ha dichiarato appena 1518 casi e che è riuscita ad eradicare quasi completamente il virus SARS-CoV-2 dal Paese. Il costo derivante dalla chiusura totale rischia però di rivelarsi molto alto e bisognerà vedere, nel prossimo futuro, come si manifesterà.

Sono i tracotanti i veri perdenti. Ce lo svela il Coronavirus. Il Corriere della Sera il 15/10/2020. Martha Lincoln in un editoriale pubblicato su Nature il 17 settembre scorso ha proposto un originale spunto per spiegare, almeno in parte, le differenti conseguenze della pandemia in alcuni Paesi del mondo. La sua riflessione è partita dalla constatazione che nazioni in coda nel Global health security index hanno arginato molto meglio Covid-19 rispetto ad altre piazzate nelle posizioni alte della medesima classifica. Fra queste ha citato Stati Uniti, Brasile, Cile e Regno Unito. E si è chiesta quale potesse essere il loro denominatore comune in questo caso. La risposta che si è data è: «il fatto di sentirsi speciali». In effetti solo un anno fa — sottolinea Lincoln — chi avrebbe pensato che gli Usa non fossero uno dei posti più attrezzati al mondo per contrastare un’epidemia? Il Brasile, dal canto suo, ha un presidente che non ha lesinato messaggi mirati a rimarcare come i brasiliani fossero troppo forti per farsi spaventare da una «influenzetta». Quanto al Cile, l’ipotesi dell’editorialista di Nature è che la lusinghiera immagine di sé del Paese potrebbe aver indotto i suoi leader a sottostimare la vulnerabilità al virus nonostante un robusto sistema sanitario. A proposito del Regno Unito, Lincoln si limita a citare la Brexit per ipotizzare che una profonda e diffusa fiducia nelle proprie risorse forse ha qualcosa a che vedere almeno con l’iniziale sottovalutazione del rischio Covid. Al contrario, Paesi perfettamente consci dei propri limiti e dell’impossibilità di fronteggiare l’epidemia, hanno messo in campo prontamente tutte le misure a loro disposizione per ridurre al massimo la diffusione di Sars-Cov-2. L’editorialista cita a questo proposito, per esempio, il Vietnam. Chiaramente si tratta di una tesi che presta il fianco a obiezioni e che certo non basta a spiegare i fattori molto complessi che concorrono a giustificare le differenze epidemiologiche. Nondimeno rimane una lettura stimolante perché può essere applicata sia su scala di popolazione sia individuale e quindi interpella ciascuno di noi sulle proprie responsabilità. Su Nature viene evocata la hybris, che chi ha avuto il privilegio di poter studiare e ha scelto di occupare a suo tempo il banco di un ginnasio ricorderà spiegata come «superbia» o «tracotanza verso gli dei», nella tragedia greca preceduta da olbos e koros, che traduciamo approssimativamente in «felicità» e «abbondanza», e seguita invariabilmente dall’ate, la punizione divina. Papa Francesco ha appena scritto nella sua ultima enciclica che Covid non è una punizione divina. Ma incorrere o non incorrere in un’ate laica è in gran parte nelle nostre mani. Verrebbe da dire nelle nostre mascherine, se non fosse banale. Il problema probabilmente alligna più in profondità. La sicurezza che ci viene da anni di prosperità, almeno nei Paesi occidentali, ha probabilmente contribuito a offuscare la percezione della nostra fragilità e ha indotto a mettere in un cassetto il valore dell’umiltà, esaltando il cinismo, la sicurezza di sé, l’arroganza e soprattutto il disprezzo per la debolezza, tanto che ormai l’insulto più di moda (anche fra potenti leader) è «you are a looser» («sei un perdente»). Ma chi è davvero un vincente e chi un perdente? Forse un virus può aiutarci a capirlo.

Coronavirus in Europa: perché Romania, Bulgaria, Albania e Grecia hanno avuto meno vittime. Pubblicato sabato, 23 maggio 2020 su Corriere.it da Federico Fubini. Dopo tre mesi di questa crisi sanitaria i dati accumulati iniziano a permetterci di iniziare a leggere la sua storia, o almeno la sua prima parte, Ne emerge che in Europa hanno vinto i Paesi considerati di solito più deboli, hanno vinto i meno ricchi e quelli chiaramente poveri. Romania, Bulgaria, Grecia, Albania, Ungheria o Slovacchia hanno avuto - in proporzione alla popolazione – molti meno e spesso meno di un decimo dei morti dei Paesi dell’Europa ricca come Francia, Germania, Svizzera, Svezia, Belgio, Danimarca, Gran Bretagna. Hanno avuto molti meno contagi, sono riusciti a controllare la curva dell’epidemia e a piegarla prima. Fortuna? Forse anche. Forse meno persone portatrici del virus si sono trasferite in quella regione centro orientale d’Europa nelle settimane decisive di gennaio e febbraio. Ma alcuni indizi presenti nei dati fanno pensare che c’è anche qualcos’altro: quei Paesi sono stati più umili, perché erano più consapevoli della fragilità dei loro sistemi sanitari. Per questo non hanno preso alla leggera i segnali che arrivavano da Italia e Spagna e hanno deciso di applicare prima, e con più rigore, regimi di lockdown più stringenti. Sapevano che non potevano permettersi di prendersi rischi. Una fotografia del quadro del 15 marzo scorso permette di capire come il cammino delle due parti d’Europa – la più ricca a Occidente, la meno ricca più a Oriente – si sia divaricato molto presto in questa crisi. Quel giorno l’Italia contava già 1809 morti per coronavirus e 24 mila contagi. La Spagna aveva 294 morti e 7988 casi, ma il resto d’Europa poteva pensare di essere quasi indenne. La Francia, il terzo Paese allora più colpito in grandezze assolute, aveva 127 morti e 5423 contagi registrati. Molti nel resto dell’Europa occidentale sospettavano tacitamente, e un po’ sdegnosamente, che l’epidemia nell’Europa del Sud fosse frutto della disorganizzazione dei paesi coinvolti. Se si guarda allo “Government Response Stringency Index” della Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford - una misura a punti della restrittività dei lockdown, da 1 per la massima apertura a 100 per la massima chiusura – a metà marzo il gruppo dei Paesi “umili” si era già mosso per anticipare il contagio sulla base di ciò a cui stava assistendo in Italia. L’Albania era 84, la Slovacchia a 71, la Romania a 67, la Polonia a 60, l’Ungheria a 59, la Grecia a 57. Invece i Paesi più ricchi sembravano decisamente più rilassati (la Germania a 37, la Francia a 50, il Belgio 53, Gran Bretagna a 11, la Svizzera 46, la Svezia. Una stretta del confinamento in quasi tutta l’Europa occidentale sarebbe arrivata solo a fine marzo, dieci giorni dopo, quando ormai era chiaro che l’epidemia non era solo un problema dell’Italia o della Spagna. Sono stati dieci giorni fatali, che potrebbero essere costati decine di migliaia di morti. Due mesi e mezzo dopo ci sono tutti i segni che la sottovalutazione dei Paesi più forti d’Europa ha comportato un costo molto alto. E che l’umiltà dei Paesi poveri d’Europa ha dato i suoi frutti. Li ha resi più lungimiranti e meno fragili. In base ai dati del Worldometer l’Albania oggi conta solo 11 morti per milione di abitanti, la Gran Bretagna 536 morti. La Grecia conta 16 morti per milione di abitanti, il Belgio 795. La Slovacchia 5 morti, la Francia 432. La Svizzera 220 morti (ma con dati che sembrano incoerentemente bassi, a un’analisi accurata), la Romania 60. La Germania 99 (con una cautela simile a quella che vale per i dati svizzeri), mentre la Polonia 60. Una drammatica pandemia non è certo il contesto adatto per parabole generiche e moraleggianti sul valore dell’umiltà e della prudenza e sui rischi insiti nell’eccessiva sicurezza di sé. Ma la consapevolezza della propria fragilità questa sembra aver reso a nazioni vicine come l’Albania o la Grecia un grande servigio.

Il mondo si è fermato: più del 40% della popolazione mondiale è chiusa in casa o sottoposte a limitazioni di movimento o isolamento sociale nella lotta alla pandemia di coronavirus Sars-Cov-2. Gli Stati Uniti sono ormai il paese con più casi al mondo, l'Italia quello con più vittime. Una tragedia senza fine. E gli occhi sono puntati alla curva dei contagi, aspettando una flessione, per capire o almeno iniziare a pensare a un ritorno alla normalità.

Da agi.it il 5 aprile 2020. E' San Marino lo Stato al mondo più colpito dall'epidemia di coronavirus in atto, seguito da Andorra e Lussemburgo. Non si parla naturalmente di numeri assoluti, che non sono paragonabili con quelli a sei cifre di Stati Uniti (245.000 casi di positività), Italia e Spagna, entrambe oltre i 110.000, ma di numeri relativi, in rapporto alla popolazione. Sulla base dei dati mondiali sui casi di contagio della Johns Hopkins University, che raccoglie le cifre provenienti dai vari dipartimenti sanitari dei Paesi, possiamo calcolare a nostra volta la diffusione nella popolazione. A San Marino si sono verificati dall'inizio del contagio 245 casi; in percentuale sui 33.500 abitanti della Rocca questo significa un tasso del 7,3 per mille. Il secondo posto in questa poco lusinghiera classifica va ad Andorra, che conta 428 casi di contagio, vale a dire il 5,6 per mille sui 76.000 abitanti. Segue il Lussemburgo, con ben 2.487 casi, il 4,1 per mille in rapporto alla popolazione di 602mila abitanti. Altri casi all'attenzione sono quello dell'Islanda, con 1319 contagi su una popolazione di 374.000 abitanti, pari al 3,5 per mille, e le Isole Far Oer, che fanno parte della Danimarca, con 179 contagiati, il 3,4 per mille degli abitanti. A San Marino spetta anche il triste primato dei decessi, con 30 morti (0,8 per mille sugli abitanti), mentre Andorra ne ha 15 e il Lussemburgo ugualmente 30 ma su una popolazione più ampia. Tra gli Stati più grandi, gli unici a superare un tasso di contagio sopra il 2 per mille sono la Spagna, con 112.065 casi su quasi 47 milioni di abitanti, pari al 2,3 per mille, e la Svizzera, 18.827 casi, pari al 2,1 per mille su 8,5 milioni di abitanti. Segue l'Italia, con l'1,9 per mille, il Belgio a 1,34 e l'Austria a 1,27.

Coronavirus nelle Filippine, Rodrigo Duterte: sparare a vista a chi viola le regole della quarantena. Libero Quotidiano il 02 aprile 2020. Laddove si spara a vista. Laddove all'incubo del coronavirus si aggiunge quello di un governante fuori di testa. Siamo nelle Filippine, dove il presidente simil-dittatore, Rodrigo Duterte, ha ordinato alla polizia di sparare ai cittadini che violano le regole imposte dalla quarantena. Una minaccia piovuta dopo l'arresto di 21 persone che erano scese in strada a Quezon City, sull'isola di Luzon, in un mini-corteo per chiedere aiuto al governo. Arrestati perché la protesta non era autorizzata. Probabilmente, alcuni dei manifestanti erano in cerca di cibo. Duterte ha poi invitato i cittadini ad attendere l'assistenza del governo: "Anche se in ritardo, arriverà. E nessuno morirà di fame", ha spiegato. Ma, intanto, si spara a vista.

Filippine, Duerte minaccia: «La polizia sparerà a chiunque violi la quarantena». Il Dubbio il 2 aprile 2020. Il presidente ha dato l’annuncio in tv: «I miei ordini alla polizia e ai militari è di sparare. Piuttosto che creare problemi, vi manderò nella tomba». Il presidente della Filippine, Rodrigo Duterte, ha ordinato alla polizia di sparare ai cittadini che violano le regole della quarantena, imposta per contenere la diffusione del nuovo coronavirus. La violenta minaccia arrivata dal presidente, riporta il Guardian, segue l’arresto di 21 persone, scese in strada a Quezon City, sull’isola di Luzon, per chiedere aiuto al governo sullo sfondo della crisi provocata dall’epidemia. La polizia ha detto che la protesta non era autorizzata, ma secondo il sito Rapper non è chiaro se tutti i partecipanti stessero manifestando o se qualcuno semplicemente fosse in cerca di cibo. Ci sono preoccupazioni crescenti nel Paese su come le fasce più povere della popolazione potranno sopravvivere al mese di lockdown imposto sull’isola di Luzon, dove si trova anche la capitale Manila. La maggior parte dei 48 milioni di persone che la popolano dipendono da lavori giornalieri, interrotti bruscamente in seguito alla chiusura decisa dalle autorità. Duterte ha invitato i cittadini ad aspettare l’assistenza del governo, spiegando che «anche se in ritardo, arriverà e nessuno morirà di fame». Il presidente ha avvertito che il rispetto delle misure di quarantena sarà severamente controllato: «I miei ordini alla polizia e ai militari è di sparare. Piuttosto che creare problemi, vi manderò nella tomba», ha ammonito Duterte in un discorso trasmesso in tv.

Danilo Taino per il “Corriere della Sera” il 31 marzo 2020. Per i Paesi poveri, la pandemia è un dramma ancora maggiore che per le società più ricche. Ma c' è qualcosa di peggio del coronavirus. Per esempio, la risposta avventata di qualche governo. Il primo ministro indiano Narendra Modi ha deciso, repentinamente, di mettere in quarantena tutti, un miliardo e 400 milioni di persone, senza valutarne le conseguenze. Un «coprifuoco del popolo» impopolare come mai. Il risultato, in piena luce in queste ore, è un esodo di massa che non ha precedenti in anni recenti. Milioni di migranti poveri, senza più lavoro, hanno abbandonato le città, nelle quali vivevano perlopiù negli slum, per tornare ai loro villaggi. A piedi: il blocco dei trasporti pubblici doveva durare una giornata di «prova» ma l' attività non è più ripresa. Sono lavoratori, in gran parte dell' economia informale, che vengono pagati a giornata o ogni settimana, già ora senza denaro. Ai quali molti proprietari di casa (anche negli slum si sta in affitto) si rifiutano di fare credito, ai quali i commercianti non regalano una cipolla, ai quali non è rimasto che caricarsi in spalla le poche cose e i figli e partire per viaggi lunghi anche centinaia di chilometri. Con poco cibo o senza. Sotto il sole dell' India, sulle strade che attraversano la attraversano. Una "marcia del sale" gandhiana a rovescio, di disperati senza speranza. La situazione è serissima e fa temere rivolte. Modi si è scusato ma ha detto che la misura era inevitabile per ragioni sanitarie. Questo è però l' effetto ultimo, frutto della mancanza di considerazione per milioni di lavoratori, che la pandemia ha sull' India. C' è altro. I fornitori di servizi informatici al resto del mondo perdono business giorno dopo giorno. Le manifatture di componenti e di prodotti intermedi chiudono via via che le imprese estere riducono l' attività. Un dramma per l' India - un' economia emergente - che racconta su grandi numeri la catastrofe potenziale rappresentata dall' espandersi del coronavirus nei Paesi più poveri.

Nel vicino Bangladesh, un milione di Rohingya in fuga dal Myanmar, rinchiusi in affollati campi di accoglienza, rischia un' epidemia a tappeto. E l' industria del Paese, legatissima alle commesse estere del settore tessile, si sta riducendo quasi a zero. In Cambogia sono state arrestate persone che avevano scambiato informazioni sul virus non gradite al governo.

In Asia, alcuni Paesi - Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Hong Kong, Vietnam - stanno affrontando la crisi meglio dell' Europa e degli Stati Uniti. Ma di altri si fatica persino ad avere dati. Si vedono però gli effetti. A causa del lockdown, in Thailandia, migliaia di migranti cercano di tornare nel Myanmar, ma molti sono stati bloccati prima della frontiera. Nelle Filippine si è creato un notevole caos, soprattutto a Manila, dopo la dichiarazione di quarantena.

In Africa, il numero di casi ufficiali è abbastanza limitato ma la preoccupazione è alta. Soprattutto in Egitto, Algeria e Sud Africa, Paesi con i maggiori contatti con manodopera cinese molto presente nel continente. Fatto sta che la Nigeria ha ordinato la chiusura di tutti i business nelle città di Lagos e Abuja. Oltre alla mancanza di strutture sanitarie capaci di rispondere a un'espansione della pandemia, molti Paesi poveri saranno colpiti con violenza dal rallentamento dell' economia mondiale dalla quale dipendono. Il prezzo delle materie prime, loro esportazioni, è crollato. Il turismo è a terra. Le valute, a cominciare dal rand sudafricano, si deprezzano. Molti Paesi africani, che avevano economie in crescita, rischiano di fare un balzo all' indietro di anni. Oltre a restare in balia del virus e a costituire focolai di infezione per lungo tempo. A maggior ragione se i governi sbagliano grandiosamente.

Bielorussia, Brasile e l'Isis gli ultimi negazionisti. Per Lukashenko "basta una sauna". Bolsonaro: "Influenzetta". E i jihadisti: "Colpisce gli infedeli". Fausto Biloslavo, Domenica 29/03/2020 su Il Giornale. Il presidente bielorusso che invita a lavorare nei campi perché «il trattore guarisce tutti», quello messicano che va al ristorante invitando la popolazione a uscire a cena e il leader brasiliano che parla di «influenzina» e «raffreddorino». La lista di chi si sente immune dal virus cinese è lunga e comprende anche i terroristi dell'Isis convinti che colpisce solo «gli stati idolatri». In Bielorussia il campionato di calcio continua come se nulla fosse accaduto con gli spalti pieni di tifosi. Il padre-padrone del paese dal 1994, Alexander Lukashenko, ha bollato le misure anti contagio come «una psicosi di un mondo civilizzato impazzito». Non a caso invita la popolazione ad andare al lavoro come sempre. E soprattutto nei campi perché «il trattore guarisce tutti», ma secondo il presidente a vita pure vodka e sauna fanno bene contro il virus. Dall'altra parte del mondo Jair Bolsonaro ha addirittura lanciato la campagna #OBrasilNaoPodePara, il Brasile non può fermarsi. «Non si chiude una fabbrica di automobili perché ci sono morti negli incidenti stradali», ha sentenziato il presidente. E durante un'intervista è riuscito a dire che «per il 90 per cento della popolazione sarà una influenzetta». Anche il capo di stato messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, era un campione di sottovalutazione del pericolo fino a ieri, quando il governo ha imposto lo stop a tutte le attività non essenziali. In realtà sono aperti ancora molti ristoranti, dopo che Obrador si è fatto riprendere a cena, la scorsa settimana, in un ritrovo popolare. E postando il filmato su Facebook aveva annunciato: «Se avete la possibilità economica continuate a portare la famiglia a mangiare, ai ristoranti, alle aziende agricole. Fatelo perché significa rafforzare l'economia familiare e popolare». Amlo, come viene chiamato in Messico, ha pure continuato a tenere raduni in tutto il paese dove ha abbracciato i fan e stretto la mano ai sostenitori fregandosene delle raccomandazioni di evitare contatti ravvicinati. Pure i terroristi pensano di essere immuni dal virus. «L'annuncio», bollettino in rete dello Stato islamico ha dedicato la copertina al contagio pubblicando una foto dei nostri soldati in mimetica e mascherine che cinturano una zona rossa. Secondo i redattori jihadisti l'epidemia «ha colpito soprattutto le nazioni idolatre (sia lodato Allah)». Non solo i paesi occidentali come l'Italia o la Cina comunista, ma pure l'odiato Iran dove governano gli ayatollah sciiti considerati apostati. «Possa Allah aumentare la sofferenza degli infedeli e tenere al sicuro i credenti», rimarcano i terroristi, convinti che sia «un tormento divino». Gli svedesi, che sorridevano di fronte all'emergenza italiana, nelle ultime ore hanno inasprito le misure di distanziamento sociale abbassando da 500 a 50 il numero massimo di persone permesso negli assembramenti. Però, rispetto a gran parte dell'Europa, hanno tenuto aperte scuole, ristoranti e bar. Il più incredibile è il monarca thailandese, Maha Vajiralongkorn, alias Rama decimo, che non ha rinunciato alle vacanze a Garmisch-Partenkirchen, rinomata località sciistica in Baviera. E fregandosene del rischio virus ha affittato un intero hotel per il vasto seguito. Non solo: il re con 20 concubine alloggiava nella sua villa in zona, ma si sospetta senza tener conto della distanza di un metro. In patria, nel frattempo, veniva decretato lo stato di emergenza per il Covid-19. La vacanza reale ha provocato un'ondata di indignazione.

Coronavirus, le misure di contenimento nel mondo: dall'indeciso Giappone al modello Singapore. Le misure che i vari governi stanno adottando per arrivare all’obiettivo sono diverse, dettate dalle peculiarità della situazione locale e dalla sensibilità politica e dell’opinione pubblica. Filippo Santelli il 23 febbraio 2020 su La Repubblica. L’allarme rosso in Corea del Sud, le indecisioni del Giappone, le informazioni via social di Singapore, la quarantena obbligatoria negli Stati Uniti (ma non nel resto d’Europa). Non è solo l’Italia: in molti Paesi i casi di coronavirus stanno aumentando, e in alcuni, come la Corea, ad un ritmo altrettanto rapido. Per tutti in questo momento la parola d’ordine è “contenimento”, cercare di tracciare i contatti attraverso cui le persone si sono contagiate, per circoscrivere e spegnere i focolai di epidemia. Ma le misure che i vari governi stanno adottando per arrivare all’obiettivo sono diverse, dettate dalle peculiarità della situazione locale e dalla sensibilità politica e dell’opinione pubblica. Eccone una sintesi, una sorta di cassetta degli attrezzi anti-contagio a cui in queste ore sta attingendo, a modo suo, anche l’Italia.  

Allarme rosso in Corea del Sud. La Corea del Sud è il Paese, insieme al nostro, dove nelle ultime ore il numero dei contagiati è salito più veloce. Solo domenica i nuovi casi sono stati 169, portando il totale a 602, con 5 morti. Per la prima volta da un decennio il governo ha alzato il livello di allarme sanitario a “rosso”, il massimo grado, mossa che in teoria permette di bloccare gli arrivi da specifici Paesi, sospendere i trasporti e boccare le città. Al momento però nessuna di queste misure è stata presa. La riapertura delle scuole dopo il Capodanno lunare è stata rinviata di una settimana, a lunedì 9. Sconsigliate le manifestazioni pubbliche, anche se questo non ha impedito a un gruppo cristiano di tenerne una ieri a Seul. All’ingresso di molti edifici pubblici sono state installate postazioni con disinfettante per le mani. I casi sono per la maggior parte legati a due focolai, quello tra i fedeli della setta pseudo-cristiana Shincheonji, nella città di Daegu (2,5 milioni di abitanti), e quello in un ospedale nella città di Cheongdo. Il governo ha proclamato entrambe “aree speciali”, invitando i cittadini a restare a casa ma senza bloccare ingressi e uscite. Sono in corso operazioni di disinfestazione nelle aree pubbliche. Il massimo sforzo è per ricostruire la mappa delle persone contagiate e dei loro contatti. Le autorità hanno la lista di tutti i fedeli della chiesa locale di Shincheonji, circa 10mila sarebbero in quarantena domestica, ma molti altri non si riescono a rintracciare. I laboratori nazionali eseguono dai 5mila ai 6mila test al giorno. Seul non ha chiuso i voli dalla Cina, ma secondo il sito Viaggiare sicuri del nostro ministero degli Esteri ha creato dei canali di ingresso speciali negli aeroporti per chi arriva dalla Repubblica Popolare, persone a cui poi chiede di registrare la propria residenza e di sottoporsi ad autodiagnosi per 14 giorni, registrando i risultati su una app.

Niente panico, siamo Singapore. Anche a Singapore (89 casi su 5,6 milioni di abitanti, nessun morto) la priorità è ricostruire storia e legami di ogni persona contagiata. Il livello di allarme resta da un paio di settimane ad arancione, un grado più volte raggiunto anche in passato e che non prevede alcun tipo di limitazione o chiusura. Scuole, uffici, luoghi pubblici e mezzi di trasporto sono sempre rimasti aperti. Ma se c’è una cosa in cui la città-Stato appare un modello è nella gestione della comunicazione in questo momento di crisi. Sul sito ufficiale del governo e attraverso i suoi canali social (Whatsapp, Facebook o Instagram) vengono dati costanti aggiornamenti ai cittadini sull’evoluzione dei casi e delle indagini sugli stessi, consigli su come proteggersi e su cosa fare in caso si manifestassero dei sintomi. Obiettivo: assicurarsi che le persone prendano le giuste precauzioni, che non si scateni il panico e che gli ospedali non si intasino diventando un luogo di moltiplicazione del contagio. Singapore ha introdotto un divieto di ingresso per tutti gli stranieri provenienti dalla Cina (ma non da Hong Kong e Macao). Per i cittadini o i residenti di ritorno dalla Repubblica Popolare sono previsti 14 giorni di congedo obbligatorio dal lavoro, o 14 giorni di quarantena se sono passati dallo Hubei. Funzionari sanitari verificano il rispetto delle misure di isolamento con migliaia di telefonate ogni giorno.

Le indecisioni del Giappone. Da qualche giorno il governo giapponese (146 casi, più i 634 sulla nave Diamond Princess, un decesso) è oggetto di pesanti critiche per come sta gestendo l’emergenza. In primo luogo per aver deciso di bloccare a bordo i passeggeri della nave da crociera, rivelatasi un moltiplicatore di contagio, e poi per la scelta, al termine della quarantena, di far sbarcare i suoi cittadini senza ulteriore isolamento o accertamenti più approfonditi. Ieri una turista giapponese scesa dalla Diamond Princess è risultata positiva e altri 20 compagni di viaggio che dovrebbero essere ritestati non si trovano. Il ministro della Sanità si è scusato pubblicamente per “l’errore”. Dal punto di vista della prevenzione, il governo si è limitato a dire a lavoratori e studenti di restare in casa se hanno sintomi influenzali, ma l’appello rischia di lasciare il tempo che trova vista la dedizione al lavoro della cultura giapponese. Tokyo non vuole creare allarmismo in vista delle Olimpiadi della prossima estate, ma non ha potuto evitare di limitare alcuni eventi pubblici: la maratona cittadina prevista tra una settimana sarà corsa dai soli atleti professionisti, mentre i corsi di preparazione per i volontari dei Giochi sono stati rinviati. L’altra priorità di Abe sembra quella di evitare di compromettere i rapporti con la Cina, anche per questo le limitazioni alle frontiere sono contenute: vietato l’ingresso solo alle persone, cinesi o non, che provengono dalle regioni dello Hubei o dello Zhejiang, le più colpite.

La chiusura cinese. Le misure di contenimento più energiche, si capisce il motivo, sono quelle prese dalla Cina. Oltre all’isolamento completo della provincia dello Hubei, 50 milioni di persone, che dura ormai da un mese, varie forme di limitazione ai trasporti, sorveglianza domestica o controllo degli spostamenti sono state introdotte anche nel resto del Paese, coinvolgono tra i 500 e i 750 milioni di persone, la metà della popolazione. Ogni provincia o città autonoma le ha declinate e fatte rispettare a suo modo, più o meno duro a seconda delle esigenze. Un blocco di fatto, da cui ora il Paese sta lentamente uscendo, riavviando le attività produttive. Ma i dipendenti degli uffici continuano a lavorare da casa e le scuole restano chiuse a tempo indeterminato. Tutte le manifestazioni pubbliche sono state sospese. Questo blocco senza precedenti comincia a dare i suoi frutti: il numero di nuovi casi registrati è in discesa sia nello Hubei che nel resto del Paese. Ora i guariti sono più dei nuovi contagiati.

Il resto del mondo. Gli Stati Uniti (35 casi) hanno vietato l’ingresso a tutte le persone che negli ultimi 14 giorni siano state in Cina continentale (ma non a Hong Kong). Per i cittadini americani che tornano, solo la California ne conta quasi 7mila, è prevista una quarantena di 14 giorni in casa. La verifica dell’isolamento e il supporto a chi lo sta facendo sono affidati alle oltre 3mila giurisdizioni sanitarie locali, un sistema che molti considerano poroso. I maggiori Paesi europei come Francia (12 casi), Germania (16) o Spagna (2) invece al momento non prevedono alcuna quarantena per chi ritorna dalla Cina, né hanno bloccato completamente i collegamenti aerei con la Repubblica Popolare.

Mattia Feltri per “la Stampa” il 18 marzo 2020. Si dice, con dovizia di scienza, che l'andamento del virus non è prevedibile. Ma c'è una tabella messa a punto dall' economista tedesco Henrik Enderlein secondo cui la Germania è otto giorni in ritardo sull' Italia, e la marcia è la stessa. L'1 marzo l' Italia aveva 1.100 contagiati e il 9 marzo la Germania ne aveva altrettanti. Il 3 marzo l' Italia ne aveva duemila e l' 11 marzo la Germania 1.900. Secondo la tabella di Enderlein, il 16 marzo (corrispondente all'8 marzo in Italia) la Germania avrebbe dovuto avvicinarsi ai seimila contagiati ed è successo: li ha superati di poco. La tabella è applicabile a tutti i paesi europei, con differenze massime di poche centinaia di contagiati. La Spagna è in ritardo di sei giorni, la Francia di nove, il Regno Unito di quattordici (noi il 3 marzo duemila casi e 53 morti, loro ieri 1.950 casi e 55 morti). Fantastico e terribile. Il virus si muove con una precisione da passo dell'oca, e la sua precisione sarebbe la sua vulnerabilità se solo gli uomini non fossero vittime di orgoglio, di folle fiducia nella loro eccezionalità, della medesima accecante paura, e così soluzioni ed effetti si ripetono con cronometrica ineluttabilità. La Germania ha chiuso i ristoranti, ma solo dalle 18. Ricorda qualcosa? Da Parigi arrivano foto di stazioni prese d' assalto per la fuga, e dall' intera Francia assedi di supermercati e rivolte di carceri. Intanto l' Organizzazione mondiale della sanità ci ha di nuovo proposti come modello. Un primato che ci saremmo risparmiati. Ma di sicuro, per una volta, i suonatori di mandolino non siamo noi.

Di Luca Guadagnino raccontato a Hunter Harris il 18 marzo 2020 su vulture.com. Mentre i casi di coronavirus continuano ad aumentare a livello planetario e i governi impongono isolamenti e restrizioni di viaggio, Vulture sta parlando con registi di tutto il mondo su come stanno gestendo questo nuovo modo di vivere, fatto di distanza sociale.  ‘’Stiamo affrontando un momento imprevedibile e senza precedenti. Sono a Milano. Nel centro di Milano. Tutto è così rallentato, come del resto in ogni parte del mondo. In America, i nostri amici, fratelli e sorelle, sono all’inizio, esattamente come eravamo noi due settimane fa: ti preoccupi delle persone che sono nel tuo paese ma sei convinto che tanto la cosa non ti toccherà. E poi si diffonde. Il 22 febbraio, quando le prime due aree in Lombardia sono state definite “zone rosse”, a casa mia c’erano degli amici arrivati dall’America.  L’indomani mattina sono partiti dall’Italia ed è suonato come “oh, strano”. E poi, nel giro di una settimana, il contagio si è diffuso fino ad arrivare all’isolamento. Sono impegnato nella post-produzione di tre differenti progetti. Sto lavorando ad uno spettacolo per l’HBO chiamato Noi Siamo Chi Siamo (We are who We are). Ho prodotto un film diretto da Ferdinand Cito Filomarino con John David Washington intitolato Nato Per Essere Ucciso (Born to be Murdered). Ho quasi finito il documentario Salvatore Il Calzolaio dei Sogni, sulla vita del grande stilista Salvatore Ferragamo. La tecnologia aiuta molto perché puoi lavorare e confrontarti a distanza, come stanno facendo tutti in questa condizione di isolamento. Ho lavorato molto in Svezia e in Francia perché i miei collaboratori sono là. Prima dell’isolamento il sentimento nei nostri confronti era “oh ragazzi. Mi dispiace tanto per voi”. E ora, guarda: la Francia è in isolamento, la Spagna è in isolamento, l’Austria è in isolamento, la Germania è in isolamento. È veramente strano essere i primi, non ti vedi come ti sei sempre immaginato, ma allo stesso tempo hai un senso etico di responsabilità, di comunione e di collettività che ti permette di capire che devi farlo. La primavera sta esplodendo. Sono nel mio salotto e ho queste grandi finestre. Sono fortunato perché la stanza è grande e anche la casa. Dalle finestre vedo entrare la luce e vedo foglie e fiori sbocciare. Di solito in primavera esci, vivi la natura e fai vita sociale. La città è vuota. Lo vedo dalla mia finestra. Realizzi che ci vuole veramente tanta forza di volontà per non farsi danneggiare da queste misure estreme ed è emozionante vedere che, in qualche modo, stiamo reagendo, lavorando e cercando di limitare i danni. Questa esperienza che stai condividendo con tutti, con tutti quelli che sono in isolamento in Italia, ti fa sentire meno solo. E presto questo esempio verrà seguito in tutto il mondo. Ho appena ricevuto una email dagli amici di New York che mi informano della chiusura di negozi, cinema, e così via. Le foto che vedo delle altre città nel mondo mi ricordano le città italiane. Per me sembra un po’ una distopia futuristica, come in The Man Who Fell to Earth, come l’Omega Man o come il finale del grande film di John Carpenter in The Mouth of Madness. Esco solo una volta al giorno per comprare i giornali. Sono andato a vedere L’uomo invisibile a Parigi dieci o dodici giorni fa, ed è stato l’ultimo film che ho visto al cinema. Sono andato al ristorante forse il 3 o il 5 marzo. Quella è stata l’ultima volta che ho cenato in un ristorante. Sto leggendo un libro molto bello di Mohamed Mahmoud Ould Mohamedou, un docente di politica internazionale. È intitolato La Teoria dell’ISIS: violenza politica e la trasformazione dell’ordine globale. È un libro fantastico. Guardo film. Finalmente sono riuscito a vedere Waves (Le onde della vita), dove recita Kelvin Harrison Jr, che ritengo sia tra gli attori più intelligenti che lavorano oggi. Mi piace davvero tanto, ed è stato meraviglioso vedere un’altra sua interpretazione. Sto pensando di guardare tutti i film del grande regista taiwanese Edward Yang. È molto importante che le persone capiscano — che i leader capiscano — che non è un problema italiano, così come non era un problema cinese. È una pandemia, e prima o poi colpirà duramente dappertutto. La regione cinese di Hubei era solo due mesi in anticipo, poi la Corea del Sud, il Giappone, poi l’Iran, poi l’Italia, e ora stiamo vedendo che si sta diffondendo ovunque. La cosa peggiore che può accadere è la negazione, un errore di valutazione o compiacenza. Dobbiamo capire che questo problema riguarda tutto il mondo e ognuno di noi è a rischio. Joe Biden, in un dibattito con Bernie Sanders, ha affermato che in America un sistema sanitario nazionale non funzionerebbe, evidenziando quanto non funzionasse in Italia. Sanders, invece, sostiene che in America, dove il sistema sanitario è totalmente privato e for-profit, debba esserci un sistema sanitario pubblico. Penso sia terribile che un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti dica una cosa così inesatta e devastante. In Italia, grazie al sistema sanitario nazionale, stiamo gestendo l’epidemia e si salvano vite. Le persone non sono ignorate ma sottoposte a controlli, e anche chi non può permettersi un’assicurazione sanitaria può andare in ospedale gratuitamente.  Negli ultimi 25 anni, il liberalismo nel mondo ha permesso la privatizzazione di servizi cruciali e fondamentali come la sanità nazionale, e questo è grave. Non voglio prevedere un problema serio per l’America, ma credo che sarà molto complicato perché le persone meno benestanti affronteranno tempi difficili e le risposte dal governo sono minime. Ma forse si sveglieranno. Spero che la modalità di diffusione del virus faccia capire a tutti noi che è importante riflettere e continuare a svolgere il nostro lavoro. È un nemico invisibile. Sono spaventato? Non lo so. Lo sarei se fossi più vecchio, onestamente. Sono spaventato per le persone che amo. 

Dagospia il 17 marzo 2020. Da I Lunatici Rai Radio2. Micaela, italiana che vive a Londra da due anni e mezzo, ha raccontato lo spiacevole inconveniente che le è capitato in un supermercato della city, intervenendo ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì dalla mezzanotte e trenta alle sei del mattino. Micaela, che chiede di non svelare il suo cognome, ha raccontato: "E' successo a Londra, dove abito. Tornavo dal lavoro, ero appena scesa dalla metro e sono entrata in un supermercato per comprare delle cose. Visto che lo Stato inglese non sta prendendo grandi provvedimenti ho scelto di portare la mascherina quando viaggio in metro o nei supermercati particolarmente affollati. Ero in fila per pagare, quello che era davanti a me si è girato e in modo ironico ha detto "ah, la tua mascherina cambierà molto". Il cassiere, che ha sentito, ha iniziato a ridacchiare con lui e ha detto che gli italiani hanno infettato tutta l'Europa. Non so se parlasse in modo generico o se avesse capito che sono italiana, anche se frequento spesso questo supermercato. A quel punto ho detto la mia opinione, ho detto che non era divertente scherzare su questa cosa, perché in Italia la gente sta morendo e che la situazione è drammatica e triste. Quello della sicurezza ha sentito le mie parole, è venuto verso di me gridando, mi ha detto che non dovevo permettermi di parlare in questo modo, mi ha preso per il braccio e portato all'uscita, dicendomi che me ne sarei dovuta andare immediatamente". Micaela è ancora scossa mentre ne parla: "Mi ha preso per il braccio e mentre provavo a replicare mi ha portato all'uscita e mi ha detto di andarmene. Sono tornata a casa, anche se avrei dovuto chiamare la polizia. Non l'ho fatto, è stato un errore. Ma in quel momento volevo solo tornare a casa. Ci si sente male ad essere trattati così. E' strano. Per la prima volta in due anni e mezzo mi sono sentita vittima di razzismo". Sul futuro: "Vorrei tornare in Italia. Ma i voli sono costosissimi. E non è una cosa che si può fare da un giorno all'altro. Vivo da due anni e mezzo qui, sono legata al mio lavoro, mi piace quello che faccio, non vorrei lasciarlo. Ma se la situazione dovesse peggiorare, non avrò scelte. L'opinione pubblica?  Molti inglesi sono d'accordo con il Governo, altri no. Spero che cambino idea, nelle ultime ore si inizia a parlare di provvedimenti di restrizione". 

Dagospia il 17 marzo 2020. Da radiocusanocampus.it. Luca, italiano residente ad Anversa (Belgio), è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Come si vive l'emergenza Coronavirus in Belgio. "All'inizio nei tg non si parlava d'altro che della situazione italiana, c'era una curiosità sincera sull'avanzamento del virus e le soluzioni che il governo avrebbe assunto -ha raccontato Luca-. Poi da venerdì lo stesso Belgio ha preso contromisure come la chiusura di scuole, attività ricreative, ristoranti. Ancora c'è tanta gente in giro, la città è normale, anzi forse a correre c'è qualche persona in più visto che hanno chiuso le palestre. Ci sono poi le raccomandazioni. I belgi sono molto affettuosi e ora devono rinunciare al bacio per salutarsi, viene raccomandato di salutarsi con la scarpa. Anche qui ci sono scene di assedi ai supermercati. Il giorno in cui dovevano annunciare la chiusura delle scuole sono andato al supermercato e l'ho trovato svuotato. Tanta gente è andata in Olanda, dove ristoranti e pub sono ancora aperti. Fino a domenica scorsa c'era qui mio padre e ha rischiato di non poter rientrare in Italia perchè hanno bloccato moltissimi voli. Ho paura che accada come in Italia perchè minacciano sempre decisioni più forti. Poi la Germania ha bloccato le frontiere per la Francia e i francesi stanno passando dal Belgio per entrare in Germania".

Luigi Mascheroni per il Giornale il 17 marzo 2020. Il virus è identico in ogni Paese, ma ogni Paese risponde al virus a modo suo. Non è una questione di regole, più o meno uguali per tutti. Ma di spirito. Le razze non esistono, ma i caratteri nazionali sì, e sono eterni. I tipi e gli aspetti umani raccontano più di un decreto governativo in materia di norme regole igienico-sanitarie. Si chiama antropologia. Gli italiani, popolo per natura refrattario alle regole e diviso su tutto ma che si ricompatta sull'idea di Italia più che su quella di Nazione, ha reagito come ha reagito, con un po' di improvvisazione, tantissimo coraggio, la solita furbizia, e il genio. Poi resta l'insostituibile spirito comunitario e di adattamento latino. Non c'è niente da fare. Siamo mediterranei e non riusciamo a stare da soli. L'agorà può esser anche solo il cortile condominiale, basta che da un lato all'altro del palazzo si riesca a improvvisare l'inno di Mameli, pur di fare festa. Più discretamente, con una tromba solitaria, a Milano. Coralmente, con pentole e grancasse, sui balconi di Napoli. Abbracciame cchiù forte. E l'Amuchina non serve.

La Spagna, latina e mediterranea come noi, ci ha già lanciato la sfida della creatività. Provaci tu a chiudere in casa uno spagnolo che ha 350 giorni di sole all'anno. Dai balconi, durante la quarantena, loro sono già arrivati a fare la tombola di quartiere. Cuarenta y nueve... Sesenta y siete...

Poi ci sono i francesi. Arroganti, non certo simpaticissimi, insopportabili nel loro sciovinismo, nel credersi sempre migliori, quelli che a loro non può capitare niente di male. I francesi acquisiti, poi, sono i peggiori. Sommano ai propri difetti nazionali quelli transalpini. Senza scomodare il còrso Napoleone, avete visto cosa ha detto e cosa ha fatto Carla Bruni, ieri? La Grandeur della stupidità. O la piccolezza della Grandeur.

E i tedeschi? Davanti a qualsiasi cosa si muovono come la Panzer-Division. Schiacciano tutto e tutti, a volte anche il buonsenso, l'etica e la fratellanza fra popoli. Hanno requisito le mascherine destinate all'Italia... In passato c'è andata anche peggio. In Russia, agli alpini della Julia, Tridentina e Cuneense portarono via tutti i mezzi di trasporto e la benzina, lasciandoli a piedi sul Don. Ed eravamo alleati...

Poi ci sono gli inglesi. L'Impero, la Corona, l'amor patrio, il sacrificio fino all'ultimo uomo. Trafalgar, Waterloo, Dunkerque.. Solo loro potevano resistere alla battaglia d'Inghilterra. Pur di non cedere l'Isola a Hitler si sarebbero fatti bombardare fino all'ultima casa. Figurati quanto si preoccupano di un virus. È lo spirito di Agincourt che dura dalla Guerra dei Cent'anni. E i loro figli illegittimi? Gli americani? Sono rimasti cowboy. Il buonsenso viene sempre dopo aver mostrato i muscoli. Prima le sparano, poi contano i morti. È un'attitudine anche questa. Alla fine, non siamo il peggio noi italiani. Potremmo persino sopravvivere ai nostri politici.

DAGONEWS il 17 marzo 2020. Le principali città del mondo hanno adottato una serie di misure per contrastare l’emergenza coronavirus: c’è chi ha deciso di adottare misure draconiane e chi si è rivolto al buonsenso sei cittadini. Sappiamo già cosa succede in Italia, ma diamo un’occhiata a come si stanno comportando Berlino, Londra, Parigi, Seul, Los Angeles, Chicago, New York e San Francisco. La città di Berlino, così come accade nei 16 stati federali tedeschi, ha grande autonomia sulle misure da adottare. Sono chiuse le scuole e gli asili da questa settimana. Gli esami scolastici possono svolgersi se gli alunni vengono tenuti a una distanza di 1,5 metri l'uno dall'altro per evitare un contatto ravvicinato. Bar, pub e locali notturni della città sono stati chiusi. Tuttavia, i ristoranti possono rimanere aperti se applicano la distanza di sicurezza di 1,5 metri tra gli ospiti. Tuttavia son previste misure restrittive già dalle prossime ore. Chiuse piscine e palestre. Ferma la Bundesliga. Restrizioni anche alle visite in ospedale e nelle case di cura.  Ancora nessun divieto di spostamento in città. Berlino ha confermato 300 casi di coronavirus. Al momento non ci sono morti. In Corea del Sud c’è stato uno dei focolai più grande del mondo, ma ha preferito effettuare tamponi a tappeto sulla popolazione alle misure drastiche. In ogni caso, Seul non è stato l’epicentro del contagio, l'epidemia nel Paese si è sviluppata a Daegu ed è stata collegata a una setta segreta. Di conseguenza, i bar e i ristoranti non sono stati chiusi a Seul e non vi è alcun divieto generale di spostamento. Il direttore della sanità pubblica Yoon Tae-ho ha esortato i sudcoreani in tutto il paese a evitare incontri pubblici, ma non esiste un limite specifico. L'inizio del nuovo semestre scolastico è stato rinviato al 23 marzo. Stop anche agli sport. Seul ha confermato 253 casi di coronavirus. Non ci sono stati morti. La scorsa settimana il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato misure drastiche, tra le quali la chiusura totale delle scuole e delle università in tutto il paese. Ristoranti e bar sono stati chiusi e alle persone è stato ordinato di rimanere a casa tranne che per fare la spesa, recarsi al lavoro o per ricevere assistenza medica. Non si può fare sport. Limitati i viaggi a lunga percorrenza, vietati i raduni. Famosi siti turistici di Parigi come Disneyland, il Louvre e la Tour Eiffel sono stati chiusi. Anche i negozi sono stati chiusi in tutta la Francia, sebbene supermercati, farmacie, banche, distributori di benzina e tabaccherie - che vendono anche giornali, snack e francobolli - rimangono aperti. Il contagi nel Paese sono 6655 e 148 morti. La Gran Bretagna ha adottato finora misure soft per combattere l’emergenza. Le scuole rimangono aperte, non c’è un divieto di spostamento anche se Boris Johnson ha sconsigliato i viaggi non necessari e di interrompere i contatti non essenziali con gli altri. Ma non è stato introdotto alcun limite gli assembramenti mentre i bar e i ristoranti non hanno ricevuto l'ordine di chiudere. Interrotta la Premier League. Ci sono stati 480 casi di virus a Londra, 15 i morti. Il Distretto scolastico unificato di Los Angeles ha annunciato di chiudere le scuole da lunedì. Il sindaco Eric Garcetti ha ordinato a tutti i bar e locali notturni che non servono cibo di chiudere. I pasti al ristorante sono vietati, anche se il personale può ancora preparare cibo per la consegna o da asporto. Non esiste un divieto di spostamento anche se sono sconsigliati quelli non necessari. Il governatore californiano Gavin Newsom ha imposto un divieto a livello statale di raduni con almeno 250 persone, mentre negli eventi più piccoli si raccomanda la distanza sociale di almeno due metri. Palestre, centri fitness e piste da bowling sono state chiuse a Los Angeles, mentre i negozi di alimentari e le caffetterie nelle strutture mediche possono rimanere aperti. La contea di Los Angeles - che è più grande dei limiti della città - ha 94 casi di virus con un solo decesso. A partire da lunedì, tutti gli edifici delle scuole pubbliche di New York sono stati chiusi fino alla pausa primaverile, che non termina prima del 20 aprile. Tutti gli eventi all'aperto e al coperto con 50 o più persone sono stati proibiti. Per gli eventi con un numero inferiore di persone si raccomanda la distanza sociale. Ristoranti, bar e caffè possono servire solo cibo da asporto e per la consegna, mentre i locali notturni sono chiusi. Il consiglio è che "tutti i newyorkesi, sani o malati, devono restare a casa. Si invitano le persone a uscire solo per lavoro, per la spesa o cure mediche». Ci sono stati 463 casi confermati a New York City e sette morti. Come Los Angeles, San Francisco è soggetta al divieto imposto dalla California di raduni pubblici di almeno 250 persone. Tuttavia, la città è andata oltre, vietando i raduni fuori casa. San Francisco ha anche vietato qualsiasi viaggio a piedi, in bicicletta, in scooter, in moto, in automobile o con i mezzi pubblici, se non in caso di necessità. Il decreto avverte che "la violazione o il mancato rispetto di questo ordine è un reato punibile con la multa, la reclusione o entrambi. I negozi e le attività che non sono considerati "essenziali" dovranno chiudere. Tutte le scuole del distretto scolastico unificato di San Francisco sono state chiuse almeno fino al 3 aprile. Anche tutti i bar e ristoranti sono chiusi, anche se i ristoranti possono continuare a fornire servizi di consegna e da asporto. Palestre e strutture ricreative sono state chiuse. San Francisco ha 40 casi confermati, non ci sono morti. Le scuole pubbliche di Chicago sono chiuse da oggi almeno fino alla fine del mese. Alle università e alle strutture per l'infanzia non è stato ordinato di chiudere, anche se alcuni lo fanno volontariamente. Il governatore democratico dell'Illinois JB Pritzker ha già chiuso bar e ristoranti in tutto lo stato, compresa Chicago. Lo stato dell'Illinois ha anche ordinato un divieto di raduni pubblici di 50 o più persone. I ristoranti di Chicago potranno ancora offrire servizi di consegna e drive-thru. Non si consiglia ancora alle persone di rimanere a casa: invitati a non muoversi solo anziani e chi ha patologie croniche. Allo stesso modo, i datori di lavoro sono incoraggiati a rimandare a casa i propri lavoratori quando si sentono male. Chicago ha confermato 49 casi, nessun decesso.

Erasmus bloccati in Spagna: “Grazie a tutti, siamo riusciti a tornare a casa”. Le Iene il 29 marzo 2020. Vi abbiamo raccontato la loro storia: la sera del 26 marzo non sono potuti salire sulla nave per l’Italia perché due di loro avevano la febbre. Sono rientrati con un volo da Madrid messo a disposizione dal governo: “Grazie”. E ci tengono a puntualizzare alcune cose. “Grazie a tutti quelli che ci hanno contattato e mostrato solidarietà, grazie anche al governo italiano che ci ha dato varie alternative per rientrare: siamo tornati con il volo speciale da Madrid”. C’è dunque il lieto fine nella storia dei nostri connazionali bloccati in Spagna durante l’Erasmus. Li abbiamo conosciuti qualche giorno fa, quando un loro video postato in rete è diventato virale. Questo gruppo di studenti è andato a Barcellona per cercare di prendere uno degli ultimi traghetti diretti in Italia. Lì però due di loro hanno avuto la febbre al momento dell’imbarco e la compagnia Grimaldi ha deciso di non farli salire sulla nave. “Avevano 37,5 e 37,7, poi anche un po’ di più”, ci hanno detto i ragazzi. “Abbiamo seguito il protocollo per tutelare la salute delle persone a bordo”, ci hanno spiegato dalla compagnia. Respinti all’imbarco, i ragazzi hanno passato la notte all’aperto a Barcellona. Nel video che ci hanno mandato dalla Spagna prima di raggiungere Madrid per il volo speciale ci spiegano: “Non ci lamentiamo del fatto che Grimaldi non ci abbia fatto partire, ma di essere rimasti una notte intera in porto senza che nessuno ci desse indicazioni su dove andare o dove poter alloggiare”, ci raccontano. “Se non fosse stato per la polizia saremmo rimasti tutta la notte per strada”. Vogliono anche chiarire un’altra cosa: “Un medico che ha riscontrato febbre a oltre 38 in questo momento dovrebbe accertarsi per capire cos’ha, invece abbiamo dovuto pensarci noi”. Per fortuna sembra che adesso stiano tutti bene: “Nessuno ha più la febbre, ce la misuriamo tre o quattro volte al giorno”. Ora sono arrivati in Italia: “Grazie al governo e a tutti quelli che ci hanno mostrato solidarietà. Avevamo a disposizione dei trasporti sia via nave che via aereo: abbiamo scelto di tornare con il volo speciale da Madrid”. E adesso sono tornati a casa, come potete vedere nell’immagine qui sopra.

L'odissea dei connazionali bloccati all'estero: «Fateci rientrare in Italia». Trentasei giovani studenti dell'associazione Intercultura asserragliati nelle case in Honduras, dove c'è il coprifuoco. Altri 30 tra Bolivia e Nuova Zelanda. L'incubo dei genitori. La Farnesina: riceviamo 6-7mila telefonate e 1.500 email al giorno da ogni parte del mondo. Finora rientrati più di 36mila italiani con 200 voli. Emanuele Coen il 30 marzo 2020 su L'Espresso. Trentasei ragazzi italiani, tra i 17 e i 18 anni, bloccati, asserragliati nelle case delle famiglie che li ospitano in diverse città dell'Honduras, uno dei Paesi più pericolosi e violenti del mondo, con un sistema sanitario a dir poco carente. Con lo scoppio dell'emergenza Covid-19, a partire dal 16 marzo le autorità del Paese centroamericano - dove si registrano finora 139 casi positivi al coronavirus, tre morti e tre guariti - hanno imposto il coprifuoco, l'esercito presidia le strade, l'acqua è razionata, la tensione è alle stelle. Le frontiere aeree, terrestri e marittime sono sbarrate. Si è trasformata in un incubo l'esperienza dei giovani vincitori del concorso di Intercultura, l'associazione fondata nel 1955 che invia ogni anno oltre 2.200 ragazzi delle scuole secondarie a vivere e studiare all’estero. E che ora sta facendo di tutto per farli tornare a casa. E un incubo vivono in queste ore i genitori dei ragazzi bloccati in Honduras, che venerdì scorso hanno inviato una lettera al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alla presidenza del Consiglio per chiedere aiuto e riportare a casa i loro figli con un volo commerciale o un volo dedicato. «La situazione là non è  normale e la quarantena là non è la nostra. Il Paese sta iniziando a razionare acqua ed elettricità, i supermercati sono chiusi, c’è l’esercito che pattuglia tutte le strade e i ponti e i respiratori si contano sulle dita di una mano», hanno scritto preoccupati per l'incolumità dei ragazzi, i quali restano in contatto con l’ambasciata italiana in Guatemala e Honduras. Nelle ultime ore dalle autorità italiane sono arrivati ai genitori messaggi piuttosto rassicuranti su un imminente rientro, anche se la situazione è delicata e in continua evoluzione. «Sono in costante contatto con l'ambasciatore Edoardo Pucci, che sta lavorando a una possibile soluzione da realizzare in tempi brevi per far rientrare gli studenti dall'Honduras», dice Andrea Franzoi, segretario generale di Intercultura, che per tutelare la sicurezza degli studenti ha deciso di terminare anticipatamente i programmi di scambio in tutti i Paesi. Un'odissea, far rientrare gli oltre 1.200 studenti che si trovavano nel mondo al momento della dichiarazione di pandemia da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità. Di questi, finora ne sono tornati oltre mille: 888 nei giorni scorsi da Argentina, Belgio, Canada, Cina, Colombia, Danimarca, Egitto, Filippine, Francia, Germania, Ghana, Giappone, India, Irlanda, Islanda, Hong Kong, Malesia, Messico, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica Dominicana, Repubblica Slovacca, Russia, Spagna, Svezia, Svizzera, Repubblica del Sudafrica, Thailandia, Tunisia, Turchia, Ungheria, Stati Uniti. Ieri ne sono arrivati 34, di cui 25 dal Brasile (un secondo gruppo rientrerà nei prossimi giorni), due dalla Danimarca, cinque dall’Uruguay, uno dalla Spagna e uno dalla Repubblica Dominicana. Nelle prossime ore atterrerà a Fiumicino un aereo Lufthansa con nove studenti dalla Lettonia, domani a Malpensa arriveranno invece con un volo speciale Neos (partenza Santiago del Cile, scalo a Lima) 19 studenti dal Cile e 11 dal Perù; sempre domani sono attesi a Malpensa altri 37 studenti da San Paolo del Brasile e a Fiumicino 25 studenti provenienti dal Paraguay. Una volta rientrati questi ultimi, ne resterà una settantina tra Honduras (36), appunto, Bolivia (8) e Nuova Zelanda (23). «La Bolivia è un Paese militarizzato. Siamo in contatto con l'ambasciatore Francesco Tafuri, ci sono buone possibilità di identificare un volo entro questa settimana», prosegue Franzoi. Quanto alla Nuova Zelanda, il segretario generale di Intercultura spiega: «I voli di linea di Qatar Airways non sono ancora bloccati ma sono pochissimi, mentre sono stati sospesi i voli speciali della Germania. In ogni caso l'ambasciata italiana sta lavorando a delle ipotesi, per il momento non sono previsti voli speciali da parte della Farnesina». In generale, conclude Franzoi, «si tratta di uno sforzo organizzativo ed economico enorme che la nostra associazione sta mettendo in campo e che non avrà fine fino a quando non saremo riusciti a fare rientrare tutti i ragazzi in Italia. Dove possibile, Intercultura è intervenuta acquistando nuovi biglietti aerei e organizzando nuovi itinerari di rientro, facendosi carico di tutti i costi aggiuntivi. Per l’organizzazione dei viaggi abbiamo potuto contare anche sulla preziosissima collaborazione dell’unità di crisi della Farnesina e sulla rete delle ambasciate e dei consolati italiani all'estero». La vicenda degli studenti di Intercultura è una delle tante che riguardano i nostri connazionali (sono 5,3 milioni gli iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero) che chiedono di rientrare in Italia, come mostrano i dati snocciolati dall'unità di crisi della Farnesina: sei-sette mila telefonate ricevute al giorno, oltre 1.500 email. Dopo lo scoppio dell'emergenza Covid-19 sono già rientrati nella Penisola 36 mila italiani con oltre 200 voli, a cui aggiungere 18 collegamenti via mare, su traghetti, e cinque via terra, in bus. Il ministero degli Esteri è impegnato attraverso un'intensa attività diplomatica a far riaprire gli scali ai voli commerciali, per facilitare i voli delle compagnie aeree Alitalia, Neos, Blue Panorama. Finora da Barcellona sono sbarcati a Civitavecchia 20 traghetti, ognuno dei quali con 500-600 persone a bordo, mentre Alitalia ha attivato voli speciali da Madrid a Roma. Inoltre, ogni giorno da Londra partono cinque aerei diretti nel nostro Paese. Dove la compagnia di bandiera non opera direttamente, invece, la situazione è più complessa, bisogna fare pressione su altre compagnie per intensificare gli sforzi, come in Australia. La notte scorsa, l'ambasciata italiana a Canberra ha annunciato con un post su Facebook di aver ricevuto una comunicazione da parte della compagnia Qatar Airways, secondo cui oltre ad aver aumentato i voli verso l’Europa hanno ulteriormente abbassato le tariffe per agevolare il più possibile il rientro di tutti verso i paesi dell'Unione europea. «Vista la crescente domanda da parte dei tanti cittadini europei in rientro verso l’Unione europea, raccomandiamo ai connazionali che hanno urgenza di rientrare, di attivarsi quanto prima», si legge nel post. Non è possibile stimare quanti siano i connazionali destinati a rientrare dal resto del mondo, fa sapere il ministero degli Esteri, perché le emergenze e le segnalazioni alle ambasciate italiane nel mondo emergono di giorno in giorno. Come ha sottolineato nei giorni scorsi anche il ministro Di Maio, il rientro in Italia di un cittadino italiano temporaneamente all'estero o di uno straniero residente in Italia è possibile solo se trattasi di un'urgenza assoluta. È quindi, per esempio, consentito il rientro dei cittadini italiani o degli stranieri residenti in Italia che si trovano all'estero in via temporanea (per turismo, affari o altro). È ugualmente consentito il rientro in Italia dei cittadini italiani costretti a lasciare definitivamente il Paese estero dove lavoravano o studiavano perché, ad esempio, sono stati licenziati, hanno perso la casa, il loro corso di studi è stato definitivamente interrotto. In ogni caso, l'unità di crisi della Farnesina invita a registrarsi sul sito viaggiaresicuri.it per ricevere tutte le informazioni aggiornate via sms, WhatsApp, email. Gli uffici consolari sparsi nei cinque continenti possono erogare un sussidio ai cittadini italiani stabilmente residenti nella propria circoscrizione consolare, iscritti all’Aire e che si trovi in situazione di comprovata indigenza. Inoltre, ai cittadini italiani temporaneamente all’estero e residenti in Italia o in un'altra circoscrizione consolare, che si trovi ad affrontare difficoltà economiche impreviste e che non possa avvalersi dell’aiuto di familiari o terze persone, può essere concesso un prestito, che l’interessato si impegna a restituire all’erario entro 90 giorni. Occorre infine ricordare che l'ordinanza firmata il 28 marzo dalla ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli e dal ministro della Salute, Roberto Speranza, prevede l'obbligo di quarantena e di autocertificazione su dove la si trascorrerà per tutti coloro che dall'estero entrano in Italia. Una nuova stretta su tutti gli ingressi nel nostro Paese, che siano via terra, mare o aria. Le disposizioni riguardano ovviamente anche gli italiani ancora bloccati all'estero che una volta rientrati dovranno attenersi alle nuove misure. Con la speranza che tra questi ci siano anche i 36 ragazzi ancora in Honduras. 

Salvatore Cannavò per il Fatto Quotidiano il 29 marzo 2020. È l' Italia che va, con le sue motociclette a noleggio, le valigie pesanti e l'orario dei voli perduto nella borsa. Quella che non sa tornare e chiede aiuto allo Stato. Anzi, lo subissa di richieste, di email, di sms, di telefonate invocando l' intervento del proprio Paese, di cui finalmente ricorda l' importanza. È l' Italia del circo bloccato in Grecia, dei motociclisti di ritorno dal Safari in Africa, dei genitori con i figli bloccati in qualche paese o di quelli che sono restati in India accorgendosi solo all' ultimo che quel paese ha ormai chiuso tutto. La Farnesina è in questi giorni destinataria di lettere, messaggi e richieste di ogni tipo. Chi chiede di farsi prenotare il volo, chi di farsi spedire la motocicletta e chi, ancora, vorrebbe un pullman speciale perché il figlio viaggia con troppe valigie. L' altra sera, durante la trasmissione Otto e mezzo, il ministro Di Maio ha lasciato intendere di vivere a contatto con situazioni a volte serie e preoccupanti, ma spesso anche surreali. E ha buttato lì l' allusione ai reduci del Safari. Si tratta in effetti di due ventenni che dopo un lungo viaggio in Africa, dal quale non hanno ritenuto di tornare in tempo, sono bloccati a Patrasso, in Grecia, anche perché non riescono a spedire le moto prese a noleggio. Hanno ben pensato di chiedere al governo di attivarsi per spedire le due motociclette e anche per questo motivo non riescono a imbarcarsi. Il circo Zavatta è invece bloccato a Filippiada, sempre in Grecia. La polizia di Atene ha deciso qualche giorno fa di rimuovere il suo sito e di collocare i circensi in un campeggio a Igoumenitsa. I circensi, però, non vogliono lasciare la Grecia fino a quando non sarà possibile tornare a organizzare spettacoli e chiedono all' Ambasciata di essere sostenuti economicamente. I diplomatici italiani hanno raccomandato diverse soluzioni per il rientro, compreso un volo speciale dell' Alitalia, ma l' invito non è stato accolto. È stata poi attivata la Caritas, tramite il Coasit di Atene, ma per quanto riguarda il rientro ancora non c' è una soluzione Richieste sono giunte anche dagli italiani in gita che, evidentemente, si sono accorti in ritardo, per disattenzione o per impossibilità, dell' esplosione planetaria del contagio. Solo quattro giorni fa, un gruppo di italiani presente a Goa, la costa indiana che affaccia sul Mar Arabico, ha telefonato e scritto per chiedere dei mezzi di rientro. La richiesta coincide con il lockdown proclamato dall' India e segnalazioni analoghe arrivano dal Marocco e dalla Tunisia dove diversi turisti si sono attivati solo il 23 marzo per rientrare in Italia. Non ci sono voli disponibili e certamente la Farnesina non può attivare dei voli di Stato per ogni richiesta. Ci sono gli italiani che dal 22 marzo hanno deciso di rientrare da Bulgaria e Ungheria nonostante l' Italia si fosse attivata il 12 marzo per un volo Alitalia rientrato con ben 40 posti vuoti e nonostante la possibilità di rientrare via Lufthansa tramite Monaco o Francoforte. Ci sono i genitori ansiosi per i figli, ma l' ansia si spinge fino a non poter accettare troppi scali per un viaggio di ritorno dalla Spagna, lamentando le tappe tra Roma, Firenze e Pistoia e chiedendo la disponibilità di un pulmino per il figlio in viaggio con valigie molto pesanti. È l' Italia che va.

Franco Giubilei per video.lastampa.it il 20 marzo 2020. “Un volo organizzato senza rispettare minimamente le condizioni di sicurezza per passeggeri e personale di bordo”. E’ la denuncia di Francesco Girolamo Ciancimino, corredata da un video girato a bordo, che oggi pomeriggio era fra le 230 persone partite da Madrid per Roma per fare ritorno nel nostro Paese su uno dei voli Alitalia allestiti per permettere il rientro dei nostri connazionali dalla Spagna: “Ci hanno costretto fortunatamente ad indossare mascherine e guanti ma il volo è pieno, oltre 230 persone ammassate che fra tre ore atterrano in Italia, con tutti gli enormi rischi e le conseguenze connesse”. Francesco aggiunge di aver contattato la nostra ambasciata a Madrid per protestare, ma senza risultati: “Mi è stato detto che, essendo voli commerciali, loro non hanno potere di intervenire, si può solo presentare reclamo scritto. Sono basito, mi scuso fin da ora per il rischio a cui espongo il mio Paese, già provato dai danni del Coronavirus”.

Arianna Finos per “la Repubblica” il 19 marzo 2020. Massimo Ghini risponde dalla cucina di casa: “Siamo in prima linea tra spremute, colazioni, caffè... una fabbrichetta. Siamo in quattro, io e i miei tre figli – mia moglie Paola è a Salerno ad assistere la madre malata - perché finalmente mi ha raggiunto mia figlia Margherita da Londra, c’è stata la fuga degli italiani. Noi siamo riusciti a trovare il biglietto per farla tornare perché la situazione si stava facendo difficile. Ieri sera l’abbiamo mandata a prendere all’aeroporto, noi non possiamo uscire. E’ stato bello commovente, ci siamo incontrati senza poterci abbracciare ed è stata attualmente messa in quarantena in camera sua, preventivamente igienizzata”.

Siete separati in casa.

“Si, ci fa un po’ ridere, ma seguiamo le regole. Lei per fortuna si era già messa in una sorta di auto-quarantena a Londra da 12 giorni fa. Questa storia e queste storie vanno affrontate: ci rivolgiamo all’Inghilterra come se noi fossimo sempre una sorta di trogloditi e loro over the top, invece ultimamente mi pare non sia successo. Mi meraviglio perché la storia e la cultura di quel paese sono stati per me sempre un punto di riferimento. Ma il momento del matto capita a tutti e credo sia quel che sta succedendo lì. Il problema è che Margherita studia da due anni a Londra, alla Ravensbourne University, studia l'organizzazione della moda, quel che c’è dietro gli stilisti e la realizzazione di una linea di moda. E’ partita diciottenne, molto determinata, in una università dove le tasse sono pagate dallo stato inglese che poi lei dovrà rimborsare quando inizierà a lavorare, un grado di civiltà che noi nel nostro paese non abbiamo raggiunto...Solo che nei giorni scorsi, quando è partita questa follia, gli studenti italiani si sono sentiti abbandonati. Lo scarto tra le notizie che ricevevano dall’Italia e quel che stava succedendo a Londra li lasciava sbigottiti: tutti parlano di pandemia e vivi in un posto con pub e ristoranti aperti e metropolitane piene. Margherita spinta da noi ha iniziato ad andare in giro con la mascherina e la guardavano come se fosse lei un’appestata. Si sono chiuse in casa con le sue due amiche in auto isolamento, hanno cercato di avere contatti per questioni mediche, capire in caso di problema a chi rivolgersi. Hanno avuto un numero di telefono di riferimento, hanno risposto loro chiedendo solo il nome e neanche il cognome, dicendo che richiamavano e sono spariti, si sono sentiti presi in giro. Si sono sentite isolate finché non è arrivata loro una mail di medici italiani che hanno cercato i nostri connazionali a Londra dicendo “fate riferimento per ogni problema a noi”. I nostri medici si sono stretti a coorte, come dice il nostro inno, e si sono messi a disposizione, perché quella sanità lì, quella britannica, non si è neanche fatta sentire. Soprattutto dopo l’intervento di Boris Johnson: mi chiedo cosa avrebbero detto da noi se Conte si fosse presentato dicendo “scusate ma le nostre nonne e zie le perderemo per strada, se ci pensate pesano anche sul nostro bilancio economico familiare, purtroppo le perderemo che dobbiamo fare?” Una macabra barzelletta. Ma neanche Goebbels dei momenti di gloria avrebbe potuto fare un intervento del genere. Ora sta tornando indietro”.

Com’è stato gestire logisticamente il rientro?

“Stavo per muovere la Farnesina, parlare con i giornali, andare in televisione, inchiodarmi davanti a qualche ministero e invece per fortuna tra i servizi della carta di credito c’è un’agenzia che aveva dei biglietti a disposizione per un giorno determinato: ho avverto Margherita e le amiche. La partenza è stata un esodo, perché la paura è massiccia e l’aeroporto e il volo era pieno di ragazzi che tornavano a casa, tutti con le mascherine in un aeroporto in cui non c’era nessun tipo di precauzione. La sicurezza l’hanno trovata qui a Roma dove sono state sottoposte a un controllo e ora è chiusa nella sua camera in quarantena, dove ha le sue cose. Le lezioni le fa via Skype, ha consegnato l’ultimo esame e sta studiando. Ora voglio vedere la teoria del gregge: vorrei fare un video con Boris Johnson, con quei capelli da Cugini di campagna, che parla agli italiani”.

Come passate questi giorni?

“Mi trovo da solo con i due figli maschi e ora è arrivata Margherita. L’altra figlia è segregata in casa con il suo fidanzato. Due maschi che vanno in gita, giocano a pallone, hanno la ragazza si ritrovano improvvisamente murati a casa: li tengo a bada come le tigri del Circo Togni, con la sedia. Hanno ragione e ne ridiamo. Mia moglie Paola, che è l’elemento cardine della famiglia, è a Salerno, la mamma non sta bene ed è ad altissimo rischio coronavirus. Cucino tanto, cucino bene ma anche i miei figli lo fanno, è la nostra valvola di scarico. In tutto questo mi è capitato di vedere anche il film dei Dragon Ball, in una regressione all’infanzia vicino a letture più interessanti e film vecchi e nuovi e serie, c’è un momento Pokemon e Dragon Ball, alla ricerca dell’infanzia perduta. Non è che posso dire ai figli “ma io ho studiato con Strehler”. Questo convivere insieme in qualche modo scatena anche desideri nascosti. Per forza l’uomo di sinistra, che ha fatto studi classici, in questi frangenti si dedica alla lettura alta. Io preferisco guardare a quelli che si affacciano con la tromba e le pentole che adoro a cantare e sono vivi - parliamo di gente che anche non ha avuto tantissime soddisfazioni nella vita. Ci siamo attrezzati anche noi: con una cassa gigantesca ci uniamo al delirio musicale. Io ho avuto un padre partigiano che ha combattuto in montagna e lì stavano tutti insieme senza differenziazioni. Oggi mi sento come se fossimo tutti insieme in una specie di montagna e combattiamo tutti insieme contro qualcosa che può farci molto male. Non voglio differenziazioni di tipo snobistico culturale. Oggi siamo qui, così. Qualcuno ha sottolineato presentando i video che faccio in questi giorni “sceglie di parlarne con ironia”. Ma io la trovo la forma più diretta di qualunque altro messaggio al popolo italiano con la faccia compresa: dico esattamente le stesse cose in forma di gioco per fare arrivare lo stesso tipo di messaggio in modo meno ansiogeno. La mia responsabilità da comunicatore è entrare in quella logica e condividere una difficoltà. Ci sono studiosi, professori e politici che sono affidabili e sono loro il punto di riferimento serio, non servo io”.

Cosa ha imparato dall’esperienza di questi giorni?

“La capacità di sapersi rimettere alla prova rispetto a quello che abbiamo dimenticato. Nella società in cui viviamo, essendo privilegiati, a recuperare valori che sono umani e pratici. Per capire tutto quello che è effimero. Vengo da una generazione che ha vissuto prima della televisione e prima del cellulare, ma per i ragazzi vivere questo momento significa iniziare a capire che esistono delle restrizioni e delle responsabilità. Vedo un salto in avanti. Poi si sfogano al telefono parlando con ventisette amici, ridono, cercano di ricostruire l’ambiente in cui vivevano fino a pochi giorni fa. Ma questa capacità di rispondere a un ordine che viene dato e non in modo dittatoriale, ma con coscienza, mi pare serva a recuperare un valore che stavamo perdendo, correndo dietro alla inutilità della vita riproposta, specialmente dalla televisione che non racconta. Sarò duro, ma spero che il reality dopo quel che è successo trovi un viale del tramonto. Oggi non interessa più a nessuno stare a guardare qualcuno chiuso dentro una stanza visto che si vive direttamente a casa”.

Da lastampa.it il 26 marzo 2020. Non si è ancora sbloccata la situazione dei giovani italiani con visto temporaneo che dall’ Australia stanno cercando di tornare in patria  in questi giorni. Dall'Ambasciata d'Italia in Canberra fanno sapere che «al momento non sono previsti voli speciali di rientro verso l'Italia dall'Australia», ma che è in atto un costante lavoro per tenere aperte le tratte attualmente disponibili e a prezzi accessibili. Fonti dell'ambasciata, citate dai bisettimanali in lingua italiana Il Globo di Melbourne e La Fiamma di Sydney, informano tuttavia che fino al 15 aprile la Qatar Airways, che continua a operare regolarmente dall'Australia e ha posti disponibili in economy, ha messo a disposizione dei viaggiatori di rientro uno sconto del 10%. Intanto sono numerosi gli italiani con visto temporaneo per specializzati, in particolare nei settori della ristorazione, fra il milione e mezzo di lavoratori stranieri licenziati con le chiusure di innumerevoli aziende e allo stesso tempo bloccati in Australia, senza accesso alle coperture di sicurezza sociale come il sussidio di disoccupazione. Ad attivarsi per chiedere alla Farnesina di prestare assistenza a chi vorrebbe far rientro in Italia, sono intanto i due parlamentari eletti in questa ripartizione estera, il senatore Francesco Giacobbe e il deputato Nicola Carè, entrambi Pd, che seguono da vicino gli sviluppi della situazione. Il senatore Giacobbe ha scritto al ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiedendo che il ministero si adoperi attraverso un intervento diplomatico, per far restare disponibili le tratte aeree dall'Australia e perché si valuti di organizzare un volo charter direttamente dall'Italia. Carè ha invece sollecitato chiarimenti in merito al divieto imposto in Italia di muoversi al di fuori del proprio comune di residenza. Non è chiaro infatti se questo comporti restrizioni particolari per chi, iscritto all'anagrafe degli italiani all'estero (Aire), decida di rientrare in Italia.

Coronavirus, italiani bloccati in Cambogia: “Certificato con 40 dollari, senza tampone”. Le Iene News il 25 marzo 2020.  Da 10 giorni sono bloccati in Cambogia e da qui non possono partire per la Thailandia e quindi tornare in Italia. Su Iene.it vi mostriamo il racconto di questi 5 ragazzi e come lì sarebbe stato possibile secondo loro aggirare il test del tampone pagando 40 dollari. “Aiutateci a tornare a casa”. È l’appello di Sara, Sasha, Rossana, Manuela e Lars. Loro sono 5 ragazzi italiani bloccati da 10 giorni in Cambogia che non hanno neppure potuto fare il tampone per essere certi di non essere positivi al coronavirus. A certificare il loro stato di salute ci avrebbe pensato, ci dicono, un ospedale francese. In cambio di 40 dollari a testa e senza alcun esame, sostengono nel video che ci mandano da lì e che potete vedere qui sopra. “Alcuni mesi fa siamo partiti dall’Italia per un viaggio nel Sud-est asiatico. Negli ultimi mesi qui la situazione è stata più stabile rispetto a Italia e Cina”, raccontano. Ora sono a Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Da qui stanno assistendo da settimane all’emergenza della pandemia da coronavirus. Vorrebbero tornare in Italia, ma per poterlo fare devono fare scalo in Thailandia. Non prima di essersi sottoposti al tampone che attesti su un documento che siano negativi al COVID-19. Così vanno in un ospedale pubblico nella capitale. “Siamo in coda per il tampone. Non siamo di certo a un metro di distanza”, dicono nel video che vi mostriamo. Attorno a loro si vedono persone in attesa ma tra uno e l’altro c’è meno di un metro, alcune indossano la mascherina. “Qui ci viene anche chi ha sintomi, e questo è un grande rischio”, raccontano i ragazzi. Si vedono anche i sanitari all’interno di un ambulatorio. Addosso hanno tute e mascherine perché il rischio di venire a contatto con persone positive è altissimo. “Non ci sono più collegamenti aerei tra la capitale cambogiana e Bangkok, questo rende vane le nostre speranze di uscire da questo paese, dove ci troviamo ufficialmente bloccati con un livello sanitario nettamente inferiore a quello occidentale”, spiegano i 5 ragazzi. Se nell’ospedale pubblico non sono riusciti a sottoporsi al tampone, ci mostrano un altro modo per ottenere comunque il certificato necessario per imbarcarsi. Insieme vanno in un ospedale francese e registrano tutto quello che succede. “Stiamo pagando circa 40 dollari a testa per questo esame 'approfondito'”, sostengono mostrandoci alcune impiegate al lavoro dietro a un bancone che sembra un’accettazione. “Non ci hanno neanche misurato la febbre o la pressione. Ma non ci hanno neppure chiesto se abbiamo dei sintomi da coronavirus. Però ci hanno preso questi soldi, che moltiplicati per quanti siamo fa un totale di 240 dollari”. Il documento che rilascia l’ospedale è necessario per poter volare in Thailandia. “Per loro non siamo un pericolo. Ma la cosa più grave è che questo è fatto da una clinica francese, non cambogiana. E la Francia conosce bene l’emergenza che c’è in Europa”. Loro non sono i soli italiani che da quando è scoppiata la pandemia si trovavano all’estero. Qui su Iene.it Luca Sironi ci ha raccontato l’incredibile odissea sua e dei suoi genitori per tornare in Italia dall’Indonesia e abbiamo ospitato anche gli appelli di tanti altri giovani in giro per il mondo.

Da leggo.it il 19 marzo 2020. Bloccati a Dublino per l'emergenza coronavirus, e molti di loro sono positivi: un gruppo di ragazzi italiani è bloccato nella capitale irlandese dopo che 15 di loro, su 17, sono risultati positivi al Covid19. I 15 giovani avevano seguito un corso per assistenti di volo RyanAir a Bergamo: ora si trovano in isolamento in una struttura messa a disposizione delle autorità irlandesi e sono in quarantena fino al 26 marzo. I giovani erano partiti il 2 marzo da Bergamo, diretti a Bari, e da lì si erano imbarcati il sabato successivo per Dublino. Una ragazza si è sentita male in albergo ed è stata portata in ospedale: i test sugli altri colleghi hanno evidenziato la positività. Cinque sono siciliani. Tra i 17 ragazzi di diverse regioni italiane vi sono anche cinque siciliani. Uno di loro lancia un appello affinchè la Farnesina si occupi della loro vicenda. «Siamo bloccati - spiega - senza che nessuno di noi, a parte quattro ragazze che sono state portate in ospedale perchè stavamo male e poi sono state dimesse, sia mai stato visitato da un medico. Alcuni assistenti sociali, in verità assai gentili, ci stanno portando generi alimentari. Ma non sappiano nulla nè delle nostre condizioni sanitarie nè di come dobbiamo comportarci». Il portavoce del gruppo aggiunge di avere avuto il permesso dalle autorità irlandesi di uscire dalla struttura, pur essendo risultato positivo appena cinque giorni fa, e sottolinea che il 26 marzo dovranno obbligatoriamente lasciare la struttura dove attualmente sono ospitati. «Ci siamo messi in contatto con l'ambasciata italiana a Dublino - aggiunge - per sapere se possiamo essere rimpatriati o perlomeno se ci possono aiutare a trovare una sistemazione. Ryanair ci è stata vicina, assicurandoci che non appena riprenderanno i voli e sarà superata l'emergenza, potremo cominciare a lavorare. Ed è quello che ci auguriamo tutti noi».

15 italiani col coronavirus abbandonati all'estero dalla compagnia aerea: “Aiutateci!” Le Iene News il 17 marzo 2020. L’appello di Carlo a Iene.it. Fa parte, racconta a Ismaele La Vardera, di un gruppo di aspiranti steward e hostess di una compagnia aerea. Portati per la formazione da Bergamo a Bari e poi in una località del Nord Europa. Qui hanno scoperto di essere stati contagiati in 15: “Dicono che siamo guariti e ci buttano in mezzo alla strada, ma l’Italia non ci rimpatria perché non si fida”. Ci sono 15 italiani in una località del Nord Europa che, dopo aver scoperto di avere il coronavirus, rischiano letteralmente di essere buttati in mezzo a una strada. Chiedono aiuto a Le Iene, come potete vedere qui sopra nel video con Ismaele La Vardera. E naturalmente cercheremo di darglielo. Ecco la loro storia. Il gruppo stava frequentando un corso di formazione per hostess e steward per una grande compagnia aerea a Bergamo, di cui non possiamo svelarvi il nome per non mettere in difficoltà i nostri connazionali. Sono i giorni drammatici in cui esplode il focolaio dell’epidemia proprio lì vicino. Gli aspiranti assistenti di volo vengono trasferiti a Bari: “Nonostante arrivassimo da Bergamo, nessuno ci ha fatto un controllo”, ci racconta Carlo (nome di fantasia), uno di questi ragazzi. “Proprio a Bari, dove giravamo tutti per la città tranquillamente, ho iniziato ad avere la febbre”. Le misure di contenimento coinvolgono intanto tutta l’Italia, il gruppo viene fatto partire allora per una località del Nord Europa, dove sarebbero comunque dovuti andare, per continuare la formazione: “Al nostro arrivo due ragazze del gruppo si sono sentite male: hanno preso il coronavirus. Abbiamo fatto tutti il tampone e abbiamo scoperto di essere positivi in 15 su 17, tutti gli italiani del gruppo”. Vengono sistemati in una struttura messa a disposizione dal governo. “Io sono stato trovato positivo cinque giorni fa", continua Mauro. "Ieri mattina mi hanno chiamato" “dicendomi che per loro basta che io abbia iniziato ad avere la febbre due settimane fa, appena arrivato a Bari: dopo 14 giorni, sarei libero di uscire”. Insomma, uno a uno rischiano di dover lasciare la struttura senza un test che attesti che non hanno più il coronavirus: “Il governo italiano non ci rimpatria perché non ha la certezza che stiamo davvero bene. Il governo che ci ospita dice che, se l’Italia vuole farci un test, deve farlo a spese sue e nel suo territorio”. Intanto, se dovranno lasciare all’improvviso la casa che li ospita, non sanno dove andare: “Qui non possiamo lavorare né c’è chi ci vuole ospitare, in quanto italiani. Ho sentito che diversi nostri connazionali sono stati già buttati fuori di casa”. Iene.it continuerà a seguire l’evolversi della vicenda. Abbiamo contattato la Farnesina per aiutare questi ragazzi, che ci ha fatto sapere che “l’Ambasciata d’Italia a Dublino, in stretto raccordo con l’Unità di Crisi della Farnesina, è costantemente in contatto con il gruppo di connazionali, che sta rispettando la quarantena imposta dalle autorità sanitarie irlandesi, per prestare loro ogni possibile assistenza”.

(AGI il 20 marzo 2020) Il Brasile ha proclamato lo stato d'emergenza, liberando fondi per il governo da destinare alla lotta all'epidemia di Covid-19, mentre la popolarità del presidente Jair Bolsonaro è in forte calo per la sua gestione della crisi in corso. Il Senato ha approvato una misura che consente al governo di non perseguire gli obiettivi di bilancio di quest'anno. I senatori hanno votato a distanza dopo che nei giorni scorsi due di loro sono risultati positivi al coronavirus.

Estratto da repubblica.it il 20 marzo 2020. Dopo quasi tre mesi dal primo focolaio di coronavirus scoppiato a Wuhan, dove per il secondo giorno consecutivonon sono stati registrati nuovi casi, nel mondo oltre diecimila persone hanno perso la vita a causa della pandemia di Covid-19. È il bilancio aggiornato della Johns Hopkins University.

I contagi giorno per giorno nel mondo. Il bilancio delle vittime in Italia (3405) ha superato ieri quello della Cina (3200). Preoccupa la situazione in Spagna dove si sono superati mille morti. Il Paese, conta 1.002 decessi e 19.989 casi di contagio, in crescita di 2.833 casi rispetto al rapporto di ieri, con un aumento del 16,5 per cento.

Spagna dopo Italia: superati mille morti.Le persone che hanno contratto il Covid-19 in Spagna sono 19.980, e il numero dei deceduti è 1.002, ha reso noto il direttore del Centro di coordinamento per la crisi, Fernando Simon. Ed "è molto probabile che questi dati fotografino per difetto" la situazione reale, ha precisato. Si sono ammalate nelle ultime 24 ore 2.833 persone in più. I decessi in un giorno, ieri, sono stati 235. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sànchez, ha fatto un appello richiamando alla "responsabilità sociale" contro il rischio di un aumento delle violenze maschili all'interno delle mura domestiche. "In questi giorni di reclusione - ha detto Sanchez -  la vittima e l'aggressore vivono a stretto contatto per più ore e il rischio è maggiore. Mi appello alla responsabilità di tutti perchè segnalino quando sospettano un caso di violenza maschile", ha scritto su Twitter.

Cina ripristina 60% dei servizi medici. Pechini ha ripristinato circa il 60% dei servizi medici che erano stati sospesi o ridotti per far fronte alla lotta all'epidemia. Secondo Guo Yanhong, funzionario della commissione, l'enorme quantità di personale medico e di risorse che il Paese ha messo a disposizione per contenere il virus, ha influito sui normali servizi medici. I documenti indicano che le aree a basso rischio di contagio dovrebbero gradualmente spostare l'attenzione dal controllo dell'epidemia alla ripresa dei normali servizi medici, le aree ad alto rischio dovrebbero migliorare i servizi medici per i gruppi vulnerabili e i pazienti che necessitano di una stretta attenzione, rafforzando nel contempo il lavoro di controllo delle epidemie.

Canada, Trudeau: diario di isolamento. Il premier canadese, è arrivato al 14esimoo giorno di isolamento nella sua abitazione dopo che la moglie Sophie Grégoire Trudeau ha contratto il coronavirus. Trudeau si è mostrato in una foto in cui si vede seduto a lavorare dalla scrivania di casa ma allo stesso tempo deve prendersi cura dei suoi tre figli perché la moglie si trova in quarantena in un'altra parte della residenza. A casa Trudeau, infatti, non ci sono badanti o staff dell'amministrazione. Politico scrive, citando una fonte ufficiale, che il premier ha tenuto in attesa al telefono un membro del suo staff perché doveva fare il bagno alla sua Hadrien, sei anni.

Corea Sud, curva ricomincia a scendere. I nuovi casi di coronavirus in Corea del Sud sono ritornati a scendere sotto quota 100, a 87, all'indomani dell'impennata inattesa a 152: il Korea Centers for Disease Control and Prevention ha aggiornato i contagi a 8.652, in base ai dati della fine di giovedì. Sono 3 i nuovi decessi, per 94 totali, in gran parte registrati della popolazione più anziata già affetta da altre gravi patologie, come il cancro. Il tasso di mortalità per gli uomini è dell'1,53%, contro lo 0,81% delle donne: quello complessivo resta poco sopra l'1%.

In Argentina quarantena nazionale. Il presidente argentino Alberto Fernandez ha annunciato l'isolamento sociale preventivo obbligatorio fino al 31 marzo alle 24. Il rispetto della quarantena, ha sottolineato il capo dello Stato, sarà sorvegliato dalla polizia nazionale e locale e dalle forze armate. La misura si aggiunge ad altri provvedimenti già adottati, come la sospensione delle lezioni fino al 31 marzo, e l'obbligo per tutti coloro che entrano in Argentina dall'estero di mettersi in quarantena per 14 giorni. Poco prima dell'annuncio del presidente, il ministero della Sanità argentino aveva aggiornato il bilancio dei contagiati a 126, con un aumento rispetto al giorno precedente di 31 casi.

Coronavirus, Brasile chiude le frontiere. Il Brasile ha deciso di vietare l'ingresso nel Paese ai cittadini dell'Europa e di gran parte dell'Asia. Il provvedimento, che sarà in vigore a partire da lunedì, durerà per 30 giorni e riguarderà le persone non di nazionalità brasiliana che arrivano da Unione europea, Gran Bretagna, Islanda, Norvegia e Svizzera, così come da Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Malesia. Sono escluse dal divieto le persone che hanno un lavoro qualificato in Brasile o che viaggiano per raggiungere la famiglia.

Cina, zero casi a Wuhan e 39 importati. Wuhan, il focolaio della pandemia del coronavirus, non ha riportato nuovi contagi per il secondo giorno di fila: in tutta la Cina, ha riferito la Commissione sanitaria nazionale, ci sono stati altri 39 casi di infezione importata e 3 decessi, di cui 2 nella provincia dell'Hubei e uno in quella del Liaoning. I casi confermati sono saliti a 80.967 totali, comprensivi di 6.569 pazienti ancora sotto trattamento medico, di 3.248 morti e di 71.150 persone dimesse dagli ospedali, che hanno spinto la quota dei guariti all'87,8%. Sui 39 casi importati, 14 sono relativi al Guangdong, 8 a Shanghai, 6 a Pechino e 3 al Fujian. Infine, uno ciascuno a Tianjin, Liaoning, Heilongjiang, Zhejiang, Shandong, Guangxi, Sichuan e Gansu. Alla fine di giovedì i contagi di ritorno totali sono saliti a quota 228. Sono 730 le persone dimesse ieri dagli ospedali, mentre i casi di contagio gravi sono calati di 178 unità, a 2.136. Ammontano a 104, ha spiegato la Commissione, le persone che sono attualmente sotto osservazione per il sospetto di contagio, mentre sono 8.989 quelle entrate a stretto contatto con i contagiati e quindi sotto monitoraggio.

Coronavirus, cosa succede nel mondo: contagi, vittime, misure. Le stime in Germania: «Rischio dieci milioni di positivi». Pubblicato mercoledì, 18 marzo 2020 da Corriere.it.

(Paolo Valentino) «Se la popolazione tedesca non si atterrà alle misure di prevenzione decise dal governo, rischiamo di avere in pochi mesi 10 milioni di contagiati». Lo dice il direttore del Robert Koch Institut, Lothar Wieler, nelle ore in cui la Germania supera i 10 mila casi di infezione da Covid-19, cioè il doppio di quanti erano appena 2 giorni e mezzo fa. Wieler parla di un’accelerazione «esponenziale dell’epidemia» nei sedici Laender federali e invita la popolazione a ridurre ulteriormente i contatti sociali per fermare il contagio da persona a persona. Nello scenario peggiore, evocato anche dalla cancelliera Merkel, il 60% dell’intera popolazione tedesca rischierebbe di essere contagiato: in cifre significherebbe circa 50 milioni di persone. A confermare la gravità della situazione è l’annuncio che questa sera, per la prima volta dall’inizio della crisi, Angela Merkel parlerà alla nazione in diretta televisiva. La cancelliera vuole non soltanto annunciare nuove misure restrittive della vita pubblica, ma anche convincere la popolazione ad attenersi rigorosamente alle misure precauzionali e allo stesso tempo lanciare un messaggio di speranza. Per la Germania l’appello di un cancelliere al Paese è un fatto eccezionale e drammatico, che di regola accompagna momenti fatali della vicenda nazionale: in dodici anni Helmut Schmidt lo fece una volta sola nel 1977, durante l’autunno tedesco mentre il Paese era sotto l’attacco del terrorismo della Rote Armee Fraktion, le Brigate Rosse tedesche; nei suoi sedici anni al potere Helmut Kohl usò la procedura appena due volte, il 1 luglio 1990 al momento in cui entrò in vigore il cambio 1 a 1 tra il marco dell’Ovest e quello dell’Est, e il 2 ottobre dello stesso anno alla vigilia della Riunificazione; anche Gerhard Schroeder in sette anni al Kanzleramt parlò due volte ai tedeschi: il 24 marzo 1999 per spiegare l’intervento tedesco nella guerra del Kosovo, il primo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e il 20 marzo 2003 per il motivo opposto, cioè il rifiuto di partecipare all’invasione dell’Iraq decisa unilateralmente dagli Stati Uniti. Intanto Il governo federale e la conferenza dei Laender hanno deciso un piano di emergenza per gli ospedali della Germania, che prevede di attrezzare una serie di strutture come centri di riabilitazioni, cliniche private, hotel di proprietà pubblica e alcune grosse arene, dotandole anche di posti di terapia intensiva, per accogliere e curare gli ammalati di Coronavirus. L’obiettivo è raddoppiare le stazioni di terapia intensiva, che attualmente sono 28 mila in tutta la Germania. Nella sola Berlino, l’area della Messe dovrebbe accogliere mille nuovi posti letto. Anche la Bundeswehr, l’esercito tedesco con i suoi ospeali e il suo personale medico, verrà associata al piano.

(Stefano Montefiori) Sono arrivati i primi gel disinfettanti che LVMH (primo gruppo di lusso al mondo) ha deciso di produrre negli stabilimenti di solito riservati ai profumi Givenchy e Christian Dior (da settimane i gel in farmacia non si trovano) e distribuire gratis. Altre aziende (anche i concorrenti Kering) stanno facendo donazioni e filantropia, ma la scelta di LVMH è notevole da un punto di vista comunicativo.

(Stefano Montefiori) Il premier Philippe ieri sera ha detto di non escludere nazionalizzazioni per salvare l’economia. Macron sospende bollette, fatture, affitti per le piccole e medie imprese e sospende la riforma delle pensioni. Il capovolgimento di politica è totale, e potrebbe non essere del tutto momentaneo vista la promessa di «ripensare» il sistema e «uscire dalle leggi del mercato» per certi beni e servizi.

(Paola De Carolis) Il cancelliere dello scacchiere Rishi Sunak ha annunciato un intervento che «sino a qualche settimana fa sarebbe stato inconcepibile» per sostenere l’economia britannica: 330 miliardi di sterline, circa il 15% del prodotto interno lordo del paese, in prestiti per grandi e piccole industrie. «Ho promesso che avremmo fatto il necessario e lo faremo», ha sottolineato il ministro del tesoro al fianco del premier Boris Johnson durante la conferenza giornaliera instaurata per l’emergenza del Covid-19. Se il meccanismo dei prestiti è stato deciso assieme alla Banca d’Inghilterra, il governo ha stanziato altri 20 miliardi di sterline per aiutare famiglie, teatri, bar, ristoranti, locali e associazioni culturali, sportive e turistiche che si trovano ad affrontare un periodo difficilissimo che Johnson, come già altri politici, ha paragonato alla guerra «contro un nemico insidioso che insieme possiamo battere». Allo stesso tempo sono stati disdetti tutti gli interventi medici non essenziali pianificati dal 15 aprile in poi con l’obiettivo di liberare 30.000 posti letto per l’emergenza. Il primo ministro ha fatto riferimento alla situazione italiana sottolineando di aver utilizzato il sistema sanitario italiano: «è eccellente». Se è sopraffatto, ha detto, è per via del numero di contagi. Stando al consigliere medico del primo ministro, Sir Patrick Vallance, l’obiettivo in Gran Bretagna è di contenere i decessi sotto la soglia di 20.000. «Un totale enorme e tragico», ma possibile, ha precisato, aggiungendo che ogni anno muoiono di influenza 8,000 persone ed è possibile che il virus duplichi le vittime. Le scuole per ora rimangono aperte ma Johnson non esclude di varare misure aggiuntive. (Paola de Carolis) Il peso delle nuove misure in Gran Bretagna: chiudono i ristoranti, i camerieri licenziati. Chiude anche la catena per telefonini Carphone Warehouse. E sono più di 2900 gli esoneri. Varie industrie puntano il dito contro Boris Johnson. Il fatto che non abbia imposto per legge la chiusura di pub, ristoranti, cinema e teatri, ma solo consigliato questi provvedimenti, significa che non scattano gli indennizzi delle assicurazioni: «ci vuoi uccidere», dicono diverse associazioni, che scrivono al pubblico alla ricerca di donazioni: aiutateci voi. Con l’assalto ai supermercati, gli anziani hanno difficoltà a fare provviste, così dovrebbe essere introdotto un nuovo servizio solo per gli over-70 per le consegne a casa e anche un’ora al giorno in cui solo loro possono entrare nei negozi.

(Elisabetta Rosaspina) Con la mobilitazione di 200 miliardi di euro, il 20% del suo Pil, la Spagna vara nuove misure economiche per appoggiare «tutti i lavoratori, garantire i pagamenti delle aziende e ai lavoratori autonomi e tutelare le categorie più deboli», secondo quanto ha annunciato questo pomeriggio il capo del governo Pedro Sánchez, al termine del primo, storico consiglio dei ministri virtuale. Una parte della gigantesca somma sul piatto contro il coronavirus, circa 83 miliardi, proverrà da «risorse private». Seicento milioni di euro serviranno per finanziare l’assistenza sociale di base, in particolare quella sanitaria, per la protezione degli anziani e dei più vulnerabili. Non saranno tagliate le forniture di acqua, telefono, gas e corrente a chi sta perdendo il lavoro o parte dei suoi introiti e non riesce più a far fronte alle bollette. Garanzie sul diritto alla casa, stop agli sfratti finché durerà la crisi del coronavirus. Dilazioni di un mese per il pagamento delle ipoteche. I lavoratori dipendenti possono ridurre il loro orario di lavoro, fino al 100%, per fronteggiare gli impegni famigliari. Ai lavoratori autonomi sarà consentito di sospendere il pagamento dei contributi e alle imprese solventi sarà garantita liquidità dal tesoro pubblico, con prestiti per i quali sono stati stanziati cento miliardi di euro. Agevolate le condizioni della cassa integrazione che già riguarda centomila dpendenti. Trenta milioni di euro sono destinati alla ricerca di un vaccino. L’Ibex ha avuto un sussulto positivo del 5% dopo la conferenza stampa del premier. Giro di vite invece sulle passeggiate. Chiuse al pubblico le spiagge, si esce per strada da soli o in due soltanto per accompagnare persone non autonome. Restano aperti i centri veterinari, e i parrucchieri possono prestare servizio a domicilio. Ma il ministero della Sanità potrà ampliare o restringere le misure a proprio discernimento. Intanto il governo invita i propri cittadini all’estero a rientrare: non si sa quanto ancora resteranno aperti gli aeroporti e i porti. La Catalogna aspetta soltanto il via libera del premier, Pedro Sánchez, per chiudere. Se il presidente della Generalitat, Quim Torra (positivo come la sua omologa della comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso), dovesse prendere provvedimenti più restrittivi, diversi dalle disposizioni del decreto reale, potrebbe essere esautorato dal governo centrale. Nemmeno le isole sono un buon rifugio. Sono stati ridotti a un solo volo al giorno i collegamenti tra le Baleari (dove si contabilizzano finora un centinaio di contagiati e un morto) e Barcellona, Madrid, Valencia. Alle Canarie due donne sono morte, 148 persone sono positive e 50 ricoverate. La progressione esponenziale del virus negli ultimi giorni ha fatto capire nell’arcipelago e sul continente che non c’è tempo da perdere. Le cifre totali segnalano ufficialmente 11.186 infettati (2.000 in più da ieri), 491 morti. La comunità di Madrid è l’epicentro dell’epidemia con 4.871 casi e 355 vittime. La comunità di Madrid è l’epicentro dell’epidemia con 4.871 casi e 355 vittime. La situazione è disperata in alcune case di riposo private, dove il contagio arriva al 70% degli anziani ospiti e quasi tutto il personale infermieristico, a sua volta positivo al test, è stato rimpiazzato da nuovi addetti molto meno pratici del luogo e della situazione. All’estremo opposto c’è il caso di un bebè di pochi mesi ricoverato a Malaga. Come in un film già visto, sono iniziate le proteste nei penitenziari sovraffollati e i test sono razionati e limitati ai soli casi davvero sospetti. Niente analisi per chi ha solo sintomi lievi. La polizia ha requisito tutte le mascherine e i gel disinfettanti reperibili per affidarne la gestione alle autorità sanitarie. Per far rispettare le misure di confinamento decise dal governo sono stati dispiegati quasi duemila soldati in 28 città. I malati meno gravi, ma che necessitano comunque di ricovero, saranno isolati in alberghi «medicalizzati» e non negli ospedali.

(Stefano Montefiori) «Siamo in guerra», ripete molte volte il presidente Emmanuel Macron nel suo secondo discorso ai francesi in cinque giorni. È lo stesso capo di Stato che venerdì 6 marzo andava a teatro con la moglie Brigitte e diceva «nonostante il coronavirus la vita deve continuare», ma sembra passato un secolo. Dopo avere chiuso scuole e università, cinema e teatri, bar e ristoranti, Macron di nuovo in diretta tv annuncia che «non saranno più consentite le riunioni tra parenti o amici. Passeggiare, incontrare gli amici al parco o per strada non sarà più possibile». A partire da oggi a mezzogiorno, e per quindici giorni almeno, gli spostamenti saranno limitati ai bisogni essenziali: andare a lavorare se lo «smart working» non è possibile, fare la spesa, correre un po’ «ma uno alla volta e senza incontrare nessuno». Chi trasgredisce verrà sanzionato. È un ulteriore passaggio di livello nell’emergenza - ieri il bilancio è arrivato a 148 morti -e l’evocazione continua della guerra serve a scuotere i francesi, a fare capire che non si può più scherzare, non ci possono più essere assembramenti come quelli di domenica nei mercati e nei parchi. Ma manca la parola che tutti ormai si attendevano, confinement . Il «confinamento all’italiana» era la raccomandazione del Consiglio scientifico che da mercoledì scorso aiuta il presidente nelle sue scelte, ma Macron ha preferito evitare questa formula attirandosi le critiche immediate di alcuni medici, delusi. «L’unica risposta possibile era un confinamento totale - dice il professor Philippe Juvin, capo del pronto soccorso dell’ospedale Pompidou di Parigi -. Le misure descritte sono ancora ambigue», e anche Marine Le Pen giudica che «i provvedimenti annunciati non sono chiari a sufficienza». Molto dipenderà dal decreto di applicazione, atteso per oggi, affidato al governo di Edouard Philippe. Pochi minuti dopo il discorso del presidente, il ministro della Sanità Olivier Véran ha spiegato: «Ogni francese dovrebbe limitare i contatti a non più di cinque al giorno. Vuol dire che se qualcuno va a fare la spesa, per quel giorno non può fare altro e deve restare a casa». Macron ha anche annunciato il rinvio (forse al 21 giugno) del secondo turno delle elezioni municipali previsto domenica, e la sospensione di tutte le riforme in corso, a cominciare da quella molto contestata delle pensioni. Il presidente ha chiesto ai francesi di comprendere la gravità del momento, ha fatto appello di nuovo al loro senso di responsabilità, ma ha chiesto anche di mantenere la calma ed evitare il panico. Quando si è diffusa la voce che si andava verso un blocco come in Italia, ieri molti francesi hanno lasciato di corsa Parigi per spostarsi nelle seconde case, ospitati da parenti o in alloggi presi in affitto all’ultimo istante in provincia. Una fuga dalle città meno caotica di quella vista in Italia, ma con gli stessi rischi: «Così si aiuta la propagazione del coronavirus», dice Rémi Salomon degli ospedali di Parigi. La situazione è grave soprattutto nella regione di Parigi e in Alsazia, dove l’esercito allestirà un ospedale da campo. I soldati verranno mobilitati anche per aiutare nel trasporto dei malati.

(Marta Serafini) L’aeroporto internazionale Liszt Ferenc di Budapest non chiuderà. Lo riferisce all’agenzia di stampa «Mti» Zoltan Kovacs, sottosegretario del governo ungherese alle comunicazioni internazionali. La mancata chiusura avviene nonostante la decisione del governo ungherese di sigillare le frontiere del paese per contenere la diffusione del coronavirus. Kovacs precisa comunque che solo i cittadini ungheresi possono entrare in Ungheria. In Slovacchia sono 72 i casi di contagio da coronavirus registrati fino a questa mattina. Da mezzanotte scorsa è chiusa la frontiera con l’Ungheria, dalla scorsa settimana sono chiuse le frontiere con gli altri paesi confinanti, compresa la Repubblica ceca. Gli ospedali hanno dichiarato lo stato di emergenza. Intanto in piena epidemia, sta per nascere il nuovo governo: Igor Matovic, il leader del partito vincitore delle elezioni parlamentari Gente ordinaria e personalità indipendenti (Olano), ha messo insieme la nuova coalizione con altri tre partiti della destra. In Polonia invece a tutti i membri del governo che hanno partecipato alla riunione del 10 marzo scorso è stato fatto il test, dopo che il ministro dell’ambiente è risultato positivo, ha spiegato il capo della cancelleria del premier Michal Dworczyk. «I risultati si sapranno martedì, fino ad allora i membri del governo rimarranno in isolamento e lavoreranno da remoto», ha aggiunto. Il ministro dell’ambiente Michal Wos ha annunciato ieri di essersi messo in quarantena, dopo essere risultato positivo al test, assicurando di essere comunque in buona salute. E anche in Repubblica ceca il Covid-19 lascia il segno sulla politica. Cinque partiti dell’opposizione ceca hanno chiamato il governo a mostrare più apertura nella condivisione di informazioni sulla pandemia di coronavirus, la disponibilità di indumenti protettivi e i possibili scenari di crisi futuri. Lo rende noto l’emittente radiofonica «Cesky rozhlas», che fa riferimento a un comunicato congiunto del Partito democratico civico (Ods), del Partito pirata, di Sindaci e indipendenti (Stan), di Tradizione Responsabilità Prosperità (Top 09) e del Movimento cristiano-democratico (Kdh) in cui si chiede di mettere al corrente i cittadini dei possibili sviluppi della situazione sanitaria in Repubblica Ceca e delle misure che il governo intende adottare, si legge nel comunicato. Nel frattempo il capo della Camera dei medici ceca, Milan Kubek, ha espresso l’opinione che il paese non sia stato adeguatamente preparato a fare i conti con una pandemia, data la carenza di mascherine e disinfettanti anche per le strutture sanitarie e data la lunga lista di pazienti in attesa di un test per il coronavirus.

(P.de Car.) La strategia del governo basata su uno studio di Imperial College che mostra tutti i vari scenari. Ecco perché chiudere le scuole non funziona. L’unica possibilità per il Regno Unito è la soppressione del virus, in quanto rallentare i contagi (come pensava di fare inizialmente il Regno Unito) funzionerebbe solo con un sistema sanitario di otto volte superiore a quello che ha il Regno Unito. La nuova strategia ridurrebbe i decessi futuri di 250.000 ed è stata ideata sulla base dei dati provenienti dagli ospedali italiani, dove circa il 30% dei malati ha avuto bisogno della terapia intensiva. Il Regno Unito ha molti meno posti dell’Italia. Il governatore dell’Ohio Mike DeWine vuole che le primarie del partito democratico vengano rimandate a giugno, a causa del coronavirus. Si è aperto un grande scontro con il partito democratico, che vorrebbe andare avanti, il tribunale che ha dato l’ok al voto, e DeWine, repubblicano, che ha deciso di tenere chiusi i seggi per ragioni sanitarie. Invece, Florida, Illinois e Arizona intendono andare alle urne come previsto domani. DeWine ha spiegato di non avere il potere di annullare il voto, ma i cittadini dello Stato possono presentare ricorso ad un giudice e chiedergli di intervenire. Già due Stati, la Georgia e la Louisiana, hanno rimandato le primarie, previste rispettivamente la prossima settimana e il 4 aprile.

(Ivo Caizzi) L’emergenza coronavirus porta l’Europa verso il blocco degli arrivi non necessari dai Paesi extraeuropei, ma anche a chiedere di tenere aperte le frontiere interne per consentire il mantenimento del mercato comune e, soprattutto, i trasferimenti delle forniture mediche e alimentari. La presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen, ha annunciato di aver proposto ai 27 capi di Stato e di governo Ue «restrizioni ai viaggi non necessari verso l’Unione europea per 30 giorni, che possono essere prorogati se necessario» in base al principio che «meno si viaggia, più possiamo contenere i contagi». La cancelliera tedesca Angela Merkel ha confermato l’aumento degli infettati da Covid-19 anche in Germania e ha annunciato misure precauzionali «straordinarie» perché «più tutti rispettano le restrizioni, prima usciremo da questa fase». Le esenzioni citate dalla presidente della Commissione Ue riguardano — oltre ai cittadini comunitari e altri europei con i loro familiari — le persone di altri Stati da tempo residenti in Europa, diplomatici, medici e ricercatori impegnati nella battaglia contro il coronavirus. Le restrizioni proposte possono essere approvate già nel summit straordinario dei capi di Stato e di governo, in programma oggi in teleconferenza, e poi ratificate nel Consiglio dei ministri dei trasporti, convocato per domani sempre via video. L’istituzione di von der Leyen ha però richiamato Germania, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia, Lituania e la extracomunitaria Svizzera, che hanno notificato a Bruxelles di voler chiudere le loro frontiere interne con altri Paesi Ue. Nella prima riunione straordinaria con i 54 ministri della Sanità e degli Interni in teleconferenza, i commissari Ue Stella Kyriakides, Ylva Johansson e Janez Lenarcic hanno espresso la posizione che il coronavirus «è attualmente presente in tutti gli Stati membri dell’Ue, pertanto, la nostra valutazione è che chiudere i confini non è necessariamente il modo migliore per contenere la diffusione del virus». Hanno poi presentato «linee guida» in 25 punti per proteggere la salute dei cittadini e il corretto funzionamento del mercato interno comunitario. A Bruxelles ritengono che controlli sanitari possono essere attuati su chi entra nei Paesi membri senza dover chiudere le frontiere. Germania e Francia non potranno bloccare le esportazioni di mascherine e di altre apparecchiature sanitarie verso altri Stati Ue, come hanno fatto per aumentare le loro scorte. Nell’incontro con i ministri è stata concordata l’utilità di organizzare acquisti congiunti di macchine per la ventilazione polmonare e altri prodotti sanitari in modo da poterli destinare agli Stati membri più in difficoltà con il Covid-19 (come è l’Italia) e frenare eccessivi rialzi dei prezzi o altri effetti negativi. Il governo belga avrebbe già subito una truffa su un acquisto di mascherine per 5 milioni di euro, ammettendo come «minime» le possibilità che possano ormai arrivare dal sedicente venditore.

(P.de Car.) Anche la Gran Bretagna è in semi-quarantena. Nella prima conferenza stampa della nuova era – l’emergenza del Covid-19 ha portato Downing Street a instaurare un incontro quotidiano con la stampa – il premier Boris Johnson ha sottolineato che è arrivato il momento di adottare «misure draconiane». Si tratta di una nuova realtà, ha detto il premier, «che cambierà in modo sostanziale la vita quotidiana di tutti noi». «Non credo — ha aggiunto —‘che ci sia mai stato nulla di simile in tempo di pace». Chi ha sintomi o ha in famiglia qualcuno con sintomi, così, ha adesso l’obbligo di autoisolarsi per 14 giorni. Johnson ha chiesto a tutti, inoltre, di limitare i contatti sociali, di lavorare da casa laddove possibile, di non frequentare pub, ristoranti, teatri o musei. «Questo è di particolare importanza per chi ha più di 70 anni, chi ha problemi cronici di salute e chi è incinta». Particolari misure per Londra, dove è concentrata la maggioranza dei casi. La capitale britannica è avanti di due settimane rispetto al resto del paese nella marcia inesorabile verso il picco delle infezioni, ha detto il primo ministro. Di conseguenza le indicazioni sono di ridurre al minimo le uscite e i contatti con gli altri. Chris Whitty, coordinatore della sanità pubblica, ha sottolineato che le prossime 12 settimane saranno «particolarmente difficili per i colleghi della sanità, siamo estremamente orgogliosi di ciò che stanno facendo». Per quanto riguarda i tamponi – la Gran Bretagna è stata criticata per la mancanza di test – Whitty ha sottolineato che a livello nazionale sono stati effettuati 45.000 esami. Mentre teatri, musei e sale da concerto saranno costretti a chiudere, le scuole per ora rimangono aperte e non sono per ora previste sanzioni criminali a chi viola le indicazioni sull’autoisolamento e i contatti sociali.

(Elisabetta Rosaspina) La Spagna ha deciso la chiusura delle frontiere per far fronte all’epidemia di coronavirus: a partire dalla mezzanotte potranno quindi entrare nel Paese per via terrestre soltanto i cittadini spagnoli, gli stranieri per cause di forza maggiore e le merci al fine di garantire la catena si sostentamento. Lo ha annunciato il ministro spagnolo dell’Interno.

(E. Ros.) Intanto viene superata l’Italia in curva con mille infettati in più al giorno, e la comunità di Madrid guida la tragica corsa del coronavirus che concentra nella capitale ormai ben più della metà dei contagiati. I dati, non ancora ufficializzati dal Ministero della Sanità, segnalano 4.665 casi a Madrid dei 9.100 contati in tutta la spagna, e 213 delle 309 vittime. Nei giorni precedenti la dichiarazione dello stato d’emergenza il virus è liberamente circolato sotto traccia tra raduni, concerti, convegni, assemblee di partito, mercatini e, in particolare, le manifestazioni per la Festa della donna, al cui corteo, l’8 marzo, hanno partecipato tra migliaia di persone la moglie del premier, Begoña Gómez, la ministra delle Pari opportunità, Irene Montero, entrambe positive come la ministra delle Politiche territoriali e della Funzione Pubblica, Carolina Darias (negativo invece Sanchez). Positiva e in isolamento anche la presidente della regione, Isabel Diaz Ayuso, dopo essere risultata negativa a un primo test. E positivo, ha appena rivelato, anche il presidente della Catalogna Quim Torra.Tutte sono a casa (per la first lady, la Moncloa), come la maggioranza dei contagiati, ma secondo il quotidiano La Vanguardia il 40% dei casi richiede ricovero. Il mercato più famoso, quello domenicale del Rastro, ieri era chiuso, ma domenica scorsa è stato frequentatissimo come al solito. Ancora stamattina la stazione di Atocha era affollata di pendolari in arrivo dai comuni limitrofi e dalle cittadine satellite della capitale, nonostante un crollo del 70% dei passeggeri e nonostante il governo abbia rafforzato il numero dei treni per permettere di mantenere le distanze nei vagoni. Cala fortunatamente la ressa in metropolitana, poiché molte aziende hanno aderito alla raccomandazione di promuovere il lavoro da remoto, ma cresce il pessimismo. Non soltanto il picco è ancora lontano, ma crollano le residue illusioni che le misure, quasi identiche a quelle italiane, adottate dal governo possano risolvere la situazione nei 15 giorni per i quali sono state dichiarate. Per rinnovarle occorrerà il via libera del parlamento, che nella situazione drammatica in cui si trova il paese non mancherà quasi certamente di accordarlo. L’obiettivo per il giro di boa è fissato ora al 15 aprile. L’esercito, incaricato di pattugliare le strade di 20 città per sorvegliare il rispetto delle decisioni del governo (i cittadini possono uscire di casa per andare al lavoro, in farmacia, a fare la spesa, dal medico, in banca, per assistere persone anziane o non autosufficienti, e per portare a passeggio i propri cani), è stato mobilitato anche per attrezzare ospedali da campo supplementari. Gli uomini della Brigata paracadutista hanno trasportato decine di letti supplementari dagli alberghi all’ospedale Príncipe de Asturias di Alcalá de Henares, famosa come città natale di Miguel de Cervantes, a una trentina di chilometri dalla capitale, e ora il ground zero della comunità per progressione dei contagi (30 al giorno su 200 mila abitanti): con 300 posti in tutto nell’ospedale, 200 sono già occupati da pazienti colpiti dal Covid-19. Manca materiale sanitario e il 25% del personale è a casa perché positivo al test. Soltanto il centralissimo ospedale de La Paz, a Madrid, è impegnato con più malati. Nei prossimi giorni potrebbero emergere con le conseguenze della fuga dei madrileni verso le seconde case, sulla costa mediterranea e nelle campagne ai villaggi d’origine. La percezione del rischio era ancora bassa nel week end quando nella Sierra madrilena si potevano vedere centinaia di gitanti.

(Paolo Valentino) Mentre i casi di contagio da covid-19 in Germania schizzano a quota 6500, il doppio in meno di tre giorni, e i decessi salgono a 16, il triplo rispetto a sabato scorso, la Baviera, primo Land federale a farlo, proclama l’emergenza catastrofi. Non era mai successo nella Storia del libero Stato. La prima conseguenza della drammatica decisione annunciata dal ministro-presidente Markus Soeder, è che da questo momento la lotta al Coronavirus diventa centralizzata, con un unico coordinamento direttamente nelle mani del ministero dell’Interno bavarese. Nuove misure restrittive sono già state annunciate: già sbarrate scuole e asili nido, teatri, cinema e discoteche, ora verranno chiusi fino al 19 aprile anche piscine, parchi, musei, bar e non ultimi i bordelli. Da mercoledì chiuderanno tutti i negozi, tranne quelli alimentari, lavanderie e ovviamente farmacie, banche e stazioni di rifornimento. I ristoranti potranno rimanere aperti tra le 6 e le 15, ma dovranno assicurare una distanza di almeno 1,5 metri tra i clienti e accettare un massimo di 30 persone. Oltre a rivolgere un nuovo pressante appello alla popolazione a non uscire di casa, Soeder ha messo in chiaro che «non si tratta delle ultime misure» e che altre potranno essere adottate nei prossimi giorni: «Occorre ridurre al minimo indispensabile la vita pubblica», ha detto il premier. Il governo bavarese ha anche annunciato di voler stanziare fino a 10 miliardi di euro per l’economia e il sistema sanitario del Land. Intanto è proprio la Baviera a chiedere con più insistenza al governo federale il coinvolgimento nel sistema sanitario della Bundeswehr, l’esercito tedesco, con tutti i suoi ospedali militari e il suo personale medico nel grande sforzo nazionale per arginare la pandemia.

(Redazione Esteri) «Non abbiamo chiuso le frontiere ma abbiamo introdotto controlli ai confini» terrestri con Austria, Svizzera, Francia, Lussemburgo e Danimarca con l’obiettivo di rallentare l’espandersi del covid-19: lo ha detto il portavoce del ministro degli Interni tedesco, Steve Alter, in conferenza stampa a Berlino. Al momento la misura non riguarda gli aeroporti e il traffico aereo. Il provvedimento prevede di limitare l’ingresso in Germania a chi non ha «stringenti necessità», quindi a chi viaggia per turismo, ha aggiunto il portavoce. Luce verde invece ai pendolari e al traffico di merci. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha annunciato alcune misure di isolamento sociale per tentare di contenere la diffusione del coronavirus nel Paese. Parlando oggi in conferenza stampa, il capo del governo tedesco ha spiegato: «Abbiamo bisogno di misure per rallentare il contagio. Sono misure senza precedenti, ma necessarie per non sovraccaricare il nostro sistema sanitario». La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen «terrà oggi alle 17.30 una videoconferenza con il management della CureVac di Tubinga», in Germania. CureVac è l’azienda biofarmaceutica che secondo i media internazionali Donald Trump aveva cercato di convincere, dietro il compenso promesso di un miliardo di dollari, a destinare un vaccino eventualmente sviluppato in esclusiva agli Stati Uniti. Il colloquio «è collegato» alla necessità «di assicurarci che questa società possa continuare ad operare e a fare ricerca in Europa». Lo dice il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, durante il briefing con la stampa a Bruxelles. Secondo indiscrezioni di stampa non smentite, il precedente Ceo di CureVac, il cittadino Usa Daniel Menichella, sarebbe stato sostituito dopo una riunione alla Casa Bianca, all’inizio di marzo, in cui l’Amministrazione americana di Donald Trump avrebbe offerto alla compagnia tedesca ingenti somme di denaro per avere accesso esclusivo ai risultati ottenuti dalla stessa nella ricerca, in particolare su un vaccino per la Covid-19.

(Irene Soave) Nei Paesi Bassi, dove l’autorità di sicurezza nazionale fino a pochi giorni fa rispondeva con molta calma e un pizzico di ironia, sul proprio sito, alle domande dei cittadini — «Perché non ci sono controlli della temperatura a chi arriva negli aeroporti olandesi?» «Perché troveremmo solo tanti bei raffreddori e qualche influenza» — le nuove regole sulla chiusura dei negozi e degli esercizi pubblici infiammano il clima. Lunghe code di fronte ai coffee-shop delle città, chiusi da domani al 6 aprile, per comprare le ultime scorte di «erba»: le immagini fanno il giro del mondo. E il verbo «hamstern», «fare incetta» (nei supermercati), viene tradotto nella lingua dei segni con un gesto improvvisato e subito ritwittato centinaia di volte dalla interprete governativa Irma Sluis, che ha riportato in lingua dei segni la conferenza stampa del governo. Il gesto è talmente chiaro (e accompagnato da mimica facciale) che entra nel vocabolario della Lis.

(Stefano Montefiori) Mezzo milione di morti è la stima di Neil Ferguson, scienziato dell’Imperial College di Londra, autorità mondiale riconosciuta nell’epidemiologia, e autore del rapporto arrivato sulla scrivania di Macron. Se non vengono prese misure drastiche di confinamento, le vittime in Francia potrebbero essere tra 300 e 500 mila. Intanto il collasso degli ospedali è cominciato nell’Est del Paese, in Alsazia: mancano i letti e i ventilatori. Le due regioni più colpite sono l’Est e l’Ile de France (Parigi), il blocco totale modello italiano potrebbe essere dichiarato prima qui e poi esteso al resto del Paese. Lasciare Parigi? È la tentazione di tutti: rifugiarsi in campagna, in una casa con giardino, finché si è ancora in tempo. Nel frattempo si diffonde la rabbia popolare contro le scelte scellerate degli ultimi giorni. Le autorità che sembravano gestire bene la situazione fino a qualche giorno fa hanno perso credibilità. In particolare la scelta di tenere le elezioni, inviando un messaggio contraddittorio, è considerata imperdonabile. Così come l’avere creduto fino all’ultimo che fosse possibile evitare il destino dell’Italia. Il comitato scientifico Finalmente noti i nomi del comitato scientifico nominato mercoledì da Macron per consigliarlo sulla crisi: c’è un po’ di tutto, antropologi, sociologi, ma i virologi si sono fatti conoscere all’inizio della crisi per avere sostenuto la famosa teoria «è come un’influenza». Il che spiegherebbe il ritardo nella presa di coscienza.

(Paola De Carolis) Il governo britannico guidato da Boris Johnson viene criticato perché agli organi d’informazione arrivano informazioni a sgoccioli, ad alcuni sì ad altri no. Ieri ad esempio la decisione sull’isolamento degli anziani e lo studio secondo il quale l’80% della popolazione contrarrà il virus sono stati dati in esclusiva a un giornale o tv piuttosto che un altro (rispettivamente a ITV e Guardian). Viene introdotta così una conferenza stampa quotidiana da trasmettere in diretta a tutto il Paese. Lo studio indica che circa 8 milioni di persone in Gran Bretagna avranno bisogno di essere ricoverati, mentre il virus durerà sino alla primavera 2021. In Gran Bretagna 8 milioni di ricoveri non sono in alcun modo sostenibili. Gli ospedali privati uniscono le forze con quelli statali, mentre è possibile che vengano requisiti gli alberghi – per la maggior parte vuoti – per trasformarli in centri d’accoglienza per malati.

(Massimo Gaggi) In ritardo rispetto a Italia ed Europa, ma prima di altre parti d’America, New York chiude le scuole e anche bar e ristoranti (eccetto il servizio take-out). Non siamo al coprifuoco proclamato da Hoboken, la città del New Jersey dirimpettaia di Manhattan, dall’altra parte del fiume Hudson, dove è nato e cresciuto Frank Sinatra, ma ci siamo vicini. Aule sprangate per più di un mese, fino al 20 aprile, ma un affranto sindaco Bill de Blasio ha ammesso che gli alunni potrebbero non tornare più in classe per tutto il resto dell’anno scolastico: si sta cercando, dove possibile, di sostituire l’insegnamento in classe con lezioni online. Pressato dalla cittadinanza e dallo stesso governatore Andrew Cuomo e con i numeri del contagio che indicano una rapida espansione dell’epidemia a New York, il sindaco ha preso con enorme sofferenza una decisione ormai inevitabile ma che lui ha cercato di evitare fino all’ultimo momento. I tormenti di de Blasio illustrano bene la prossima prova tremenda, insieme a quella del cattivo funzionamento del suo sistema sanitario, che dovrà essere affrontata da un’America attonita nello scoprire, davanti alla sfida del coronavirus, l’enorme fragilità del suo modello economico.Degli enormi ritardi nel testare i possibili contagiati scriviamo ormai da dieci giorni. Di tamponi, nonostante tutte le promesse, se ne fanno ancora molto pochi e ad operare sono soprattutto laboratori privati che non sempre comunicano i risultati dei test alle autorità pubbliche, oltre che al paziente. Circondandosi di rappresentanti delle assicurazioni sanitarie, delle case farmaceutiche, degli ospedali, ai quali delega spesso le risposte alla crisi coronavirus, rende evidente la realtà di un Paese che non ha un servizio di tutela della salute pubblica semplicemente perché negli Usa essere curati non è un diritto ma una responsabilità individuale. Affidata ai privati. Oltre alle carenze della sanità ora vengono fuori anche quelle, drammatiche, di un sistema di protezione per i meno abbienti sociale pressoché inesistente: de Blasio ha esitato a lungo perché per una parte molto consistente del milione di alunni di New York la scuola, prima ancora del luogo in cui apprendere, è quello in cui ricevono gli unici pasti della loro giornata: colazione e pranzo. E in una struttura sociale polverizzata con molti genitori single, niente nonni ad aiutare né altre possibilità di tenere i piccoli in strutture protette, padri e madri rischiano di dover restare a casa anche quando sono addetti a servizi pubblici essenziali che non possono essere interrotti come i conducenti di metrò e bus, i poliziotti, gli infermieri, i netturbini.

(Giuseppe Sarcina) Mentre a Las Vegas chiudono tutti i casinò, la Cdc, l’autorità sanitaria federale ha fissato altre restrizioni nella tarda serata di domenica 15 marzo. Da oggi e per otto settimane saranno vietati in tutto il territorio americano «assembramenti con più di 50 persone». La raccomandazione è piuttosto generica: si spiega solo che il limite «non si applica alle scuole e alle società». Se ne deduce che dovrebbe azzerare la programmazione di cinema, teatri, discoteche. Vale anche per bar e ristoranti (oltre a quelli di New York)? I chiarimenti dovrebbero arrivare nel pomeriggio americano di oggi, lunedì 16 marzo, nel briefing quasi quotidiano tenuto dalla «task force anti virus» della Casa Bianca. Donald Trump, invece, ha incontrato i manager della Grande distribuzione e ha promesso ai cittadini americani che «negozi e supermercati rimarranno sempre aperti per tutta la durata della crisi». Non c’è bisogno, quindi, dice il presidente, di accaparrarsi generi alimentari o altri prodotti. L’onda di preoccupazione, però, cresce. Ieri a New York supermarket strapieni. Ancora abbastanza normale la situazione a Washington DC. Nella capitale sono vuoti solo gli scaffali della carta igienica, dei detergenti, della pasta e dei legumi in scatola.

(Marta Serafini) Gli Usa sono pronti ai primi test su esseri umani del vaccino per il coronavirus. Il primo partecipante a una sperimentazione clinica riceverà una dose sperimentale lunedì, secondo quanto rivelato da un funzionario governativo all’Associated Press. Il National Institutes of Health sta finanziando i test, in atto presso il Kaiser Permanente Washington Health Research Institute di Seattle. Il funzionario che ha rivelato la notizia ha parlato a condizione di anonimato. Al primo volontario e a quelli che dovranno eventualmente seguire verranno somministrate diverse dosi del vaccino sperimentale. Ciascuno riceverà due dosi in totale, a distanza di 28 giorni, nel muscolo della parte superiore del braccio. Funzionari della sanità pubblica statunitense sostengono che ci vorranno da un anno a 18 mesi per convalidare completamente qualsiasi potenziale vaccino.

(G. Sar.) Il Covid-19 nella sfida Biden-Sanders In serata il Covid-19 ha dominato anche il dibattito tra i candidati democratici Joe Biden e Bernie Sanders. Biden, dopo aver annunciato che sceglierà una donna come sua vice, è apparso più convincente sulla strategia di contrasto al coronavirus. Ha chiesto di concentrarsi più sull’emergenza che sulla “rivoluzione” predicata da Sanders. Nello scontro, però, la cosa che ha avuto la peggio è l’immagine dell’Italia. A un certo punto, Jake Tapper, moderatore della Cnn, ha chiesto ai due contendenti: «Se lei fosse il presidente in questo momento, che cosa farebbe per essere certo che ogni americano malato possa ottenere le cure necessarie, in modo che gli Stati Uniti non debbano subire lo stesso destino dell’Italia, dove i medici devono decidere in questo momento chi può avere le cure per restare in vita e chi non le può avere?» Una semplificazione estrema di una questione molto più complessa e drammatica. Ma nessuno dei candidati ha contestato, anzi Biden ha usato il nostro Paese per rintuzzare gli argomenti di Sanders a favore di una sanità universale: «In Italia c’è il sistema della sanità universale. Ma non ha funzionato. Questa cosa (il contagio, ndr) non ha nulla a che fare con Medicare per tutti. E la sanità universale non risolve per nulla questo problema.

(Marta Serafini) L’emergenza coronavirus sta spingendo i paesi della sponda sud del Mediterraneo a prendere delle misure senza precedenti che rischiano di avere un impatto significativo per l’Italia. Nell’immediato, infatti, occorre risolvere la questione delle migliaia di cittadini italiani che rischiano di rimanere bloccati in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Ciascuno di questi Paesi, infatti, ha optato per un blocco del traffico aereo (chi totale, chi parziale) che sta spingendo il governo italiano a predisporre dei voli straordinari in collaborazione con Alitalia. Guardando più a medio-lungo termine, invece, l’attenzione si sposta sugli scambi commerciali e sulle centinaia di aziende italiane che hanno scelto di investire in Nord Africa e che rischiano di rimanere isolate. Non va dimenticato, inoltre, che Algeria e Libia forniscono all’Italia ingenti quantità di gas: per il momento i flussi di metano non sono stati intaccati dall’emergenza e la situazione non sembra poter mutare. Secondo quanto riferisce la piattaforma Covid19-Africa, il paese nordafricano con il numero più alto di contagi è l’Egitto con 126 casi, seguito da Algeria (54), Marocco (28) e Tunisia (16). Nessun caso invece è stato segnalato in Libia, almeno per ora.

(M.Ser.) Di fronte all’aumentare dei casi di coronavirus, arrivati a 33, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha proclamato «una quarantena sociale» in tutto il Paese per impedire la diffusione del virus. «A partire dalla mattina del 17 marzo alle 5 il Venezuela entrerà in una quarantena sociale, misura drastica necessaria», ha detto Maduro durante una riunione del governo trasmessa dalla televisione di stato. Inoltre, Maduro ha detto che la Cina ha già assicurato sostegno ed aiuto al Paese con l’invio di personale e materiale sanitario ed ha anche ringraziato il governo cubano per l’assistenza ricevuta. «Per ogni caso di Covid-19, vi sono altri 27 da scoprire», ha aggiunto spiegando la necessità di rompere «la catena della trasmissione ed isolare gli infettati: quello che stiamo facendo è giusto», ha concluso. Il sistema sanitario venezuelano è gravemente compromesso dalla tracollo economico che ha spinto milioni di persone a lasciare il Paese.

(M.Ser.) Diversi supermercati in Australia hanno riservato un’ora di apertura solo per gli anziani, in modo da permettere loro di fare la spese con più serenità ed evitare il contagio da Covid-19. Di fronte ad alcuni negozi di Melbourne, nel Sud, o persino di Sydney, si sono formate lunghe code molto presto e alcuni clienti hanno rinunciato. «Questo è il primo giorno in cui abbiamo adottato questa ora dedicata e sappiamo che non tutto è stato perfetto in tutti i nostri negozi», ha riconosciuto in un comunicato stampa il direttore generale dei supermercati Woolworths, Claire Peters, il cui gruppo ha riservato l’orario dalle 7 alle 8 ad anziani e disabili. L’India ha chiuso ai visitatori il Taj Mahal, una delle sette meraviglie del mondo I casi di coronavirus in India, aggiornati alla tarda mattinata di oggi, sono saliti a 126 e i decessi a tre. All’avviso ai viaggiatori è stato aggiunto il divieto di ingresso nel paese, con effetto immediato e fino al 31 marzo, per i passeggeri provenienti da Afghanistan, Filippine e Malesia. Gli Stati e i Territori dell’Unione interessati dal contagio sono quindici: Andhra Pradesh (uno), Nuova Delhi (sette), Haryana (15), Karnataka (otto), Kerala (24), Maharashtra (39), Orissa (uno), Punjab (uno), Rajasthan (quattro), Tamil Nadu (uno), Telangana (quattro), Jammu e Kashmir (tre), Ladakh (quattro), Uttar Pradesh (tredici) e Uttarakhand (uno). La terza vittima è un uomo di 64 morto all’ospedale Kasturba di Mumbai, nel Maharashtra. Tra i pazienti ci sono 22 stranieri, di cui 16 italiani.

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 17 marzo 2020. In attesa per ritornare a casa. Ci sono i turisti rimasti bloccati all’estero e gli studenti «fuori sede» oppure quelli che seguivano il programma Erasmus. Ci sono anche gli italiani che vivono all’estero e adesso, spaventati di rimanere senza assistenza sanitaria, stanno meditando di rientrare. Di tutti si sta occupando l’Unità di crisi della Farnesina. «Stiamo trattando i Paesi per ottenere slot dedicati e organizzando voli commerciali e traghetti per risolvere ogni problema», conferma il capo Stefano Verrecchia. La linea del ministero degli Esteri Luigi Di Maio è netta: «Stiamo lavorando per risolvere i problemi di tutti. Sono giornate delicate ma stiamo rispondendo a questa crisi con tempestività. È il momento di stare uniti e collaborare, lo dico anche a tutte le forze politiche: serve responsabilità. Tutti noi dobbiamo avere un solo obiettivo: tutelare gli italiani. I nostri cittadini stanno dando una straordinaria dimostrazione di serietà. Se saremo forti e solidali ne usciremo più forti e più uniti di prima».

Finora sono 3mila i connazionali già rientrati, per gli altri si stanno organizzando nuovi viaggi.

SPAGNA: Sono 2 i voli organizzati da NEOS per 186 posti ciascuno per il 16 marzo da Tenerife e Fuerteventura per Roma Fiumicino. ALITALIA ha programmato 3 voli per il 17, il 18 e il 19 marzo (operati da AIR EUROPA) sempre dalle Canarie. Si può partite anche da Barcellona con il traghetto che va a Civitavecchia. Per ragioni di sicurezza non si può garantire la capienza totale di 3000 posti , ma per ogni tratta può portare fino a 600 passeggeri. ALITALIA sta organizzando un volo da Madrid.

MALTA Si può rientrare con un collegamento via mare garantito da un catamarano che sbarca a Pozzallo, in Sicilia. Parte ogni giorno e ha già riportato in Italia 562 persone.

ALBANIA: da Tirana ci sono già stati 3 voli BLUE PANORAMA/ALBAWINGS che hanno fatto rientrare 435 passeggeri e viene garantito il collegamento.

AUSTRIA: Sono stati già organizzati tre viaggi in pullman da Vienna e altri ne saranno organizzati nelle prossime.

PAESI BASSI: Volo ALITALIA del 16 marzo alle 17.25 su Roma Fiumicino ha riportato 435 persone.

GRAN BRETAGNA: Da Londra ci sono 2 voli ALITALIA al giorno da London Heathrow (LHR) a Roma Fiumicino, il secondo è stato introdotto oggi. Vettore più grande per mettere a disposizione più posti. Possibile terzo volo.

MALDIVE: Volo Alitalia il 16 marzo – Totale 293 posti.

ALGERIA: Volo in programmazione con Alitalia probabilmente il 21 marzo (priorità accordata a chi disponga già di un biglietto previamente acquistato).

 Da ansa.it il 17 marzo 2020. Le stazioni ferroviarie di Parigi stamane sono affollate di gente che vuole lasciare la città, prima che scatti il blocco agli spostamenti non necessari decretato ieri dal presidente francese Emmanuel Macron, per far fronte all'emergenza coronavirus. Il blocco scatterà a mezzogiorno e molti residenti dell'Ile-de-France, riferisce l'emittente all news Bfm-tv, sono in fila nelle stazioni per lasciare Parigi fin quando sarà possibile, ma con il risultato di creare assembramenti che in questo momento sono sconsigliati. Al contrario, il traffico automobilistico nell'area è nettamente inferiore rispetto ad un normale martedì mattina. La parola d'ordine, annunciata da Macron ieri sera alla nazione, e ribadita dal ministro dell'Interno Castaner, è "restare a casa", sul modello italiano, per almeno 15 giorni.

In Germania il Robert Koch Institut registra 6012 casi positivi ufficiali al test da Coronavirus, "ma noi sappiamo che i casi sono certamente di più". Lo ha detto il presidente del Koch Institut, Lothar Wieler. "I test vanno fatti in modo molto strategico", ha poi aggiunto. "Le misure adottate per il contenimento del coronavirus vanno rispettate altrimenti nel giro di pochi mesi milioni di persone saranno contagiate, e questo va assolutamente evitato". Wieler ha inoltre affermato che "le pandemie vanno avanti a ondate" e che secondo le loro valutazioni, la pandemia da coronavirus potrà durare due anni. Ovviamente tanto più presto arriverà il vaccino tanto meglio è", ha aggiunto.

Patrizia Floder Reitter per “la Verità” il 17 marzo 2020. Altro che fuori dall'emergenza. Nella provincia cinese dello Hubei, quella più duramente colpita, il coronavirus è tornato a fare male. L' agenzia di stampa Xinhua ha dato la notizia di quattro nuovi casi di infezione sabato e di 14 decessi domenica a Wuhan, capoluogo di provincia ed epicentro dell' epidemia. La commissione sanitaria provinciale parlava anche di altri 18 casi sospetti. Il sito As-Source News annunciava ieri che le città di Xiaogan e Tianmen sono state nuovamente chiuse dopo un giorno e riproponeva sul suo profilo Twitter il video pubblicato da un utente. Sono stati segnalati anche 14 casi di contagio di ritorno, quattro a Pechino, quattro nella provincia del Guangdong, due a Shanghai e uno, rispettivamente, nelle provincie dello Yunnan e del Gansu. Una settimana fa, il presidente, Xi Jinping, faceva visita a Wuhan, dove tutto il male sarebbe nato dal mercato degli animali vivi o da laboratori militari, per annunciare al mondo che il peggio era ormai passato e che il Partito comunista era riuscito ad avere la meglio sul Covid-19. Per dieci giorni consecutivi nell' Hubei non si erano verificati nuovi contagi, poi sabato la commissione sanitaria ha riferito di quattro nuovi casi di infezione in sole 24 ore, portando il totale dei positivi su quel territorio da inizio epidemia a 67.794, il numero più alto di contagiati di tutta la Cina (81.032 secondo i dati di ieri). I pazienti dimessi nella provincia dello Hubei sono 55.094, rimangono in ospedale 8.703 cinesi dei quali 2.403 ancora in gravi condizioni e altri 572 in condizioni critiche. La notizia del virus che riprende vigore in Cina è stata subito ridimensionata. Un rapporto di Citizen Lab, organizzazione di ricerca sulla censura di Internet con sede in Canada, ha rivelato infatti che a partire dallo scorso 31 dicembre, i censori del Web in Cina hanno introdotto un nuovo elenco di 45 parole chiave per bloccare la discussione online sull' epidemia di Covid-19. Secondo gli autori del rapporto, a febbraio sono state identificate altre 516 combinazioni di parole, bloccate su Wechat, l' app di messaggistica più diffusa in quel Paese. I nuovi malati nello Hubei, però, significano una cosa sola: non è ancora spento il focolaio scoppiato tra novembre e dicembre nella metropoli di 11 milioni di persone nel cuore della Cina. Non si può ancora annunciare la vittoria sul Covid-19, malgrado il blocco messo in atto da Xi Jinping per un mese e mezzo. In Italia, invece, c' è già chi si illude che il peggio sia passato. Che siamo prossimi a vedere la fine dell' emergenza. Nulla di più falso, da settimane i virologi stanno ripetendo che sono tante le variabili da tenere d' occhio per capire l' andamento dell' epidemia. Parlare di trend in ribasso o di calo costante dei contagi è pura incoscienza, quando non conosciamo ancora come si diffonderà il coronavirus al Sud e come si riuscirà a contenerlo al Nord. «La violenza con cui è stata colpita l' Italia è apparsa finora unica, nell' ambito dei Paesi sviluppati. Altri Paesi occidentali sembrano tuttavia ad altissimo rischio di intraprendere lo stesso percorso, se non anticiperanno l' attuazione di misure restrittive», affermava qualche giorno fa il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). E metteva in guardia: «Di tale pandemia l' Italia è in questi giorni il Paese più colpito. Il superamento della Cina in termini di numero ufficiale di decessi appare imminente. Altri Paesi, soprattutto in Occidente, sembrano avviati sulla stessa strada». E lo stesso Dragone torna ad avere paura.

DAGONEWS il 18 marzo 2020. Esodo dei cinesi verso le loro città natali: dopo che l’emergenza nel loro Paese è di sotto controllo (almeno prima del loro arrivo) in centinaia hanno deciso di lasciare l’Europa, dopo i casi di coronavirus crescono di giorno in giorno. I più ricchi hanno prenotato voli su jet privati alla impressionante cifra di 21mila sterline pure di raggiungere la Cina che, adesso, è considerato un luogo sicuro. Pechino ha riportato solo un nuovo caso rispetto ai 15.152 di appena cinque settimane fa, mentre il numero di decessi e contagi in Europa continua a salire. Alcuni video hanno mostrato la folla all’aeroporto di Pechino, strapieno di passeggeri in arrivo dall’estero. Molti sono studenti cinesi che dichiarano di sentirsi spaventati e indifesi dal modo in cui diversi paesi in Europa stanno gestendo l’emergenza. «Essere sul suolo cinese mi fa sentire al sicuro - ha detto un ragazzo ritornato nel suo Paese – Mi sembrava pericoloso rimanere nel Regno Unito». Una situazione che ha ingrossare le tasche delle compagnie di jet privati che hanno dovuto aggiungere nuovi voli visto la grande richiesta. La Deer Jet, al prezzo di 21mila sterline, riporta riccastri a casa su un aereo da 14 posti.

La Cina ha registrato domenica un solo caso a Wuhan, focolaio del coronavirus, e altri 20 di contagio di ritorno. Secondo gli aggiornamenti della Commissione sanitaria nazionale (Nhc), i morti sono stati 13, di cui 12 nella provincia dell'Hubei - di cui Wuhan è capoluogo - e uno in quella di Shaanxi. Tra i casi mortali, nove sono stati rilevati a Pechino, tre a Shanghai e nel Guangdong, e uno nelle province di Zhejiang, Shandong, Guangxi, Yunnan e Shannxi. I contagi di ritorno sono così saliti a 143.

La Corea del Sud ha approvato una stretta ai controlli a partire da giovedì su tutti gli arrivi internazionali contro i rischi del contagio di ritorno, nel mentre ha annunciato su lunedì 84 nuovi casi di coronavirus che hanno portato il totale a quota 8.320. Secondo i Korea Centers for Disease Control and Prevention, i morti sono saliti a 81. Malgrado un leggero rialzo sui 74 casi di domenica, il trend è sotto quota 100 per il terzo giorno di fila. Circa il 61% dei casi certi sono legati alla Chiesa di Gesù Shincheonji, setta religiosa di Daegu.

La pandemia di coronavirus ha raggiunto un altro, allarmante traguardo: per la prima volta i contagi e i morti nel mondo hanno superato quelli in Cina. In questo scenario l'Europa, che è il nuovo epicentro, chiude da oggi a mezzogiorno le frontiere esterne dell'Unione. "Questa è una crisi sanitaria che segna la nostra epoca", ha sottolineato l'Oms, avvertendo che la lotta contro questa "malattia grave, che uccide anche giovani e bambini", richiederà "mesi". Lo dimostrano gli 87.000 contagi registrati nel mondo, che hanno superato gli 80.000 della Cina, e lo stesso vale per il numero dei morti, ben oltre i 3.200 degli oltre 7.000 complessivi.

La crescita più robusta è in Europa, dove in diversi Paesi si assiste all'escalation iniziata in Italia. La situazione nel Vecchio Continente è stata tra i temi al centro della videoconferenza dei leader del G7 in cui è stato concordato di fare tutto il possibile per garantire la crescita. Ai suoi partner, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha anticipato di aver proposto "una restrizione temporanea per tutti i viaggi non essenziali verso l'Ue, per trenta giorni, ma da prolungare se necessario". Tale blocco, soggetto ad esenzioni per cittadini europei che tornano a casa, ma anche per personale sanitario e ricercatori, ha come obiettivo quello di "non appesantire ulteriormente i sistemi sanitari", ha spiegato von der Leyen, che domani ne discuterà con i capi di Stato e di governo convocati per un consiglio straordinario, sempre in video. Ma la decisione è presa, tanto che in serata è stato il presidente francese Emmanuel Macron ad annunciare che la chiusura scatterà da martedì a mezzogiorno.

Sempre più Stati membri però hanno già rinunciato alla libera circolazione interna sancita da Schengen. Così dopo Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia, Lituania e Germania, anche la Spagna ha sigillato i suoi confini: è il secondo Paese più colpito in Europa, con oltre 9.000 contagi (anche il governatore catalano Quim Torra) e 300 morti.

Cresce l'allarme anche in Gran Bretagna: il brusco aumento delle infezioni da Covid-19 ha convinto Boris Johnson ad abbandonare la linea dell'attendismo, tanto che il capo del governo di Sua Maestà ha raccomandato lo stop di tutti i viaggi non necessari, il lavoro da casa e la rinuncia ai contatti sociali, incluse le 'istituzionali' bevute al pub.

Misure draconiane sulla falsariga italiana sono state adottate in Svizzera e uno scenario simile è stato imposto in Francia: spostamenti drasticamente ridotti per 15 giorni e sanzioni per chi non rispetta le regole. "Siamo in guerra", è stato il monito di Macron. La stretta anti-pandemia non riguarda solo l'Europa.

Negli Stati Uniti le due città simbolo, New York e Los Angeles, di fatto si fermeranno, con lo stop a scuole, bar, ristoranti, cinema e all'iconica Statua della Libertà. Anche a Washington si resterà a casa e Las Vegas ha chiuso i casinò, mentre in New Jersey è scattato il coprifuoco. La città di San Francisco ha ordinato ai residenti di gran parte della regione della Baia di restare a casa per le prossime tre settimane e il più possibile lontano dalle altre persone per fermare la diffusione del contagio da coronavirus. In Africa infine si registrano solo un centinaio di contagi complessivi in 27 Paesi ma c'è da dubitare che i controlli siano massicci. L'Oms ha messo in guardia i paesi a basso reddito perché l'infezione avrebbe un impatto devastante sulle fasce più deboli. Per questo l'imperativo è sempre lo stesso: "Test, test, test" su ogni caso sospetto. 

 (ANSA il 3 febbraio 2020) - Il coronavirus sembra sempre più una pandemia: "è molto, molto trasmissibile, e quasi certamente sarà una pandemia" afferma Anthony Fauci, il direttore dell'istituto americano per le allergie e le malattie infettive. Gli scienziati, riporta il New York Times, non sanno ancora quanto letale sia il coronavirus che si sta diffondendo più come un'influenza che come le cugine Sars o Mers. Ed è proprio la sua rapida diffusione a preoccupare. Secondo alcuni modelli il numero reale di casi è di 100.000 o più. La Cina ha registrato ieri 57 nuovi decessi legati al coronavirus di Wuhan, che portano il totale a 361: gli ultimi aggiornamenti forniti dalla Commissione sanitaria nazionale (Nhc) segnalano inoltre 2.296 nuovi contagi accertati, per 17.205 casi complessivi. Si attestano a 21.558 i casi sospetti, mentre le guarigioni accelerano a quota 475. La provincia dell'Hubei si conferma l'epicentro dell'epidemia del letale coronavirus: solo ieri, in base ai dati della Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese, i nuovi decessi sono stati 56 (sui 57 complessivi) e i nuovi contagi accertati si sono portati a 2.103 (su 2.296). Nella sola provincia i decessi sono saliti a 350, contro il dato nazionale di 361. L'aereo con 57 degli italiani bloccati a Wuhan, a causa della quarantena decisa per contenere l'epidemia del nuovo coronavirus, è partito in piena notte, con un po' di ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale, ed è atteso in patria in mattinata, all'incirca verso le 10. Secondo quanto riferito da diversi connazionali rimasti nella città focolaio dell'epidemia, oltre agli italiani c'è stata la partenza di altri stranieri in fase di evacuazione. Le Borse cinesi sprofondano al ritorno agli scambi dopo la lunghissima pausa del Capodanno lunare, scontando l'epidemia del coronavirus di Wuhan: Shanghai cede l'8,7%, Shenzhen il 9%. L'indice Composite di Shanghai ha accusato nelle prime battute un tonfo dell'8,73%, bruciando ben 259,83 punti, scivolando a quota 2.716,70 e ai minimi da febbraio 2019, mentre Shenzhen ha perso il 9%, lasciando sul floor di Borsa 158,02 punti, a quota 1.598,80. La Banca centrale cinese (Pboc) ha ieri annunciato una maxi iniezione di liquidità sui mercati per 1.200 miliardi di yuan (173 miliardi di dollari) per aiutare, una delle le misure per attutire il contraccolpo di un atteso drammatico ritorno agli scambi, dopo un Capodanno lunare esteso di 3 giorni e una crisi del coronavirus che nel Paese ha causato 361 morti, superando i 349 legati alla Sars nel 2002-03. Secondo quanto riportato dal 21st Century Business Herald, l'autorità di regolamentazione sui mercati finanziari (CSRC) avrebbe notificato agli intermediari la sospensione, a partire da oggi, delle vendite allo scoperto sulle azioni al fine di dare una maggiore stabilizzazione dei mercati. Sono almeno 24 tra province e municipalità cinesi, come Shanghai, Chongqing e il Guandong, che hanno rinviato la ripresa delle attività economiche e produttive a non prima del 10 febbraio per i timori di contagio del coronavirus di Wuhan. Sono aree che nel 2019 hanno pesato per oltre l'80% in termini di contributo al Pil della Cina e per il 90% all'export. L'Hubei, cuore dell'epidemia, non ripartirà prima del 14 febbraio, sempre che non si richieda una "appropriata estensione" del periodo di ferie, ha scritto venerdì il Quotidiano del Popolo.

Giordano Stabile per ''La Stampa'' il 15 marzo 2020. In Israele l' epidemia accelera, il numero dei contagiati passa da 127 a 193 in un solo giorno e Netanyahu interviene, parla alla nazione per prepararla alla battaglia, mentre il capo dell' opposizione Gantz annuncia che è pronto a entrare in un governo di unità nazionale guidato dal rivale. La curva del contagio indica che presto lo Stato ebraico potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella italiana. Il premier promette che «non solo supereremo questa crisi, sconfiggeremo il virus». Soprattutto con l' uso di «una tecnologia invasiva», cioè un software per la difesa antiterrorismo, di concezione militare, per tracciare il diffondersi del contagio e stroncarlo, anche attraverso il controllo degli spostamenti attraverso i cellulari, con l' appoggio dello Shin Bet. Una guerra cibernetica «al nemico invisibile». Il primo passo è però cercare di «non infettarsi e non infettare altre persone». Per questo il governo ha annunciato nuove misure. Scuole e università rimarranno chiuse fino a dopo il Passover, tutte le attività ricreative sospese e gli assembramenti oltre le 10 persone proibiti. Ci saranno anche controlli della temperatura nei supermercati. Netanyahu ha valutato tre scenari per il futuro. In quello più drastico chiuderanno tutte le aziende a parte quelle che forniscono servizi essenziali: acqua, carburanti, elettricità, gas, sanità, sicurezza. Ai militari di leva è stato ordinato di tornare in caserma, dove dovranno restare «fino a un mese». Israele non ha ancora imposto il blocco dei voli, come l' Arabia Saudita, ma le norme imposte ai visitatori stranieri, che devono dimostrare di avere un posto dove stare per 14 giorni in quarantena, hanno di fatto bloccato gli arrivi. Nei Paesi vicini, il Libano si prepara a una chiusura totale in stile Italia, che sarà annunciata oggi, mentre il principale focolaio di contagio resta l' Iran. Ieri i casi sono saliti a 12.729, i morti a 611. Ma la realtà potrebbe essere peggiore. Foto satellitari hanno mostrato come il cimitero di Qom abbia allestito una nuova area grande come un campo da calcio, medici parlano di «centinaia di morti al giorno», mentre le autorità hanno arrestato un noto calciatore, Mohammad Mokhtari, per aver scritto su Instagram che «le cifre ufficiali sono una piccola percentuale della verità». Anche i contagi nel Golfo stanno esplodendo: 337 in Qatar, 211 in Bahrein, 104 in Kuwait, 103 in Arabia Saudita, 85 negli Emirati.

Si moltiplicano i focolai di coronavirus. Federico Giuliani su Inside Over su il 21 gennaio 2020.  Dalla Corea del Sud all’Iran, da Israele alla Russia: adesso l’emergenza coronavirus è diventata a tutti gli effetti globale. I focolai del Covid-19 si moltiplicano giorno dopo giorno, superano i confini nazionali ed eludendo misure di controllo più o meno ferree. I primi Paesi caduti in questo circolo vizioso non potevano che essere gli Stati asiatici, cioè quelli più vicini alla Cina, epicentro del contagio. Il caso che sta facendo più scalpore è quello relativo alla Corea del Sud. Fino a pochi giorni fa sembrava che Seul fosse immune alla psicosi che stava iniziando a prender piede in Estremo Oriente. Certo, la Casa Blu doveva fare i conti con alcune persone infette ma nelle ultime ore è arrivata la doccia fredda: cento nuovi casi da aggiungere in una volta sola ai precedenti, per un totale di 204 pazienti contagiati. Calcolatrice alla mano, la Corea del Sud è diventata di colpo il secondo Paese per incidenza della malattia dietro la Cina.

Corea del Sud in emergenza. Come è potuta accadere una cosa del genere? Stando a quanto riferisce la Bbc, molti dei nuovi contagi, 86, sono stati registrati tra i fedeli di una congregazione religiosa della città di Daegu, il quarto centro urbano più grande del Paese con 2,5 milioni di abitanti. Le autorità locali hanno chiesto ai cittadini di non lasciare le proprie abitazioni. Il sindaco ha descritto l’evento come “una crisi senza precedenti” e, stando a quanto riferito dall’agenzia Afp, perfino i comandanti di una vicina base militare americana hanno imposto restrizioni di accesso. Stessa sorte è capitata ai residenti di Cheongdo, località sospettata di essere il ground zero del contagio. Qui, dal 31 gennaio al 2 febbraio, un gran numero di seguaci della Shincheonji Church of Jesus the Temple of the Tabernacle ha partecipato ai funerali allestiti in occasione della morte del fratello fondatore della congregazione. Ai 9mila membri del gruppo è stato detto di ricorrere all’auto quarantena, dopo che la setta è stata identificata come focolaio di coronavirus. In 400 presentano sintomi collegabili al Covid-19. Il contagio potrebbe esser partito da una donna di 61 anni. “Finora il governo si è concentrato sul contenimento delle infezioni provenienti dall’estero – ha detto il primo ministro Chung Sye Kyun – ma da ora in poi darà la priorità a prevenire la diffusione locale del virus”. A Seul le autorità hanno vietato i principali raduni per cercare di combattere l’epidemia.

Giappone e Iran: sale la preoccupazione. Allarme rosso anche in Giappone dove, nonostante le drastiche misure prese dal governo di Abe Shinzo, preoccupano i crocieristi della Diamond Princess, da poco fatti sbarcare nonostante i dubbi sull’efficacia della quarantena trascorsa a bordo della nave, altro focolaio di coronavirus. In Iran, dopo i primi due morti, ci sono stati altri contagi. Le ultime rilevazioni parlano di 4 decessi e 18 cittadini infettati anche se i media sostengono che il conto possa essere superiore. Il portavoce del ministero della Salute, Kianoush Jahanpour, ha affermato che i casi rilevati sono tutti collegati alla città di Qom, a 140 chilometri da Teheran. Le elezioni parlamentari in corso in queste ore potrebbero diffondere ulteriormente il virus tra la popolazione.

L’epidemia si estende in Libano. Confermato il primo caso di coronavirus anche in Libano. Stando a quanto riportato da AdnKronos, il ministro della Salute, Hamed Hassan, ha reso noto che si tratta di una donna di 45 anni. Il soggetto è risultato essere positivo ai test dopo essere rientrato in patria con un volo dall’Iran. Il governo ha assicurato che la donna, ricoverata al Rafiq Hariri University Hospital di Beirut, è in buone condizioni. Nel corso di una conferenza stampa lo stesso ministro Hassan ha accennato ad altri due casi sospetti, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Da quel che è emerso la donna avrebbe contratto il virus in Iran, senza essere recentemente passata dalla Cina.

Le contromisure di Israele. Primo caso di Covid-19 anche in Israele: si tratta di una donna rientrata proprio dalla citata Diamond Princess. Secondo le disposizioni delle autorità israeliane i viaggiatori in arrivo da Cina, Hong Kong, Macao, Singapore e Thailandia devono isolarsi a casa per un periodo di 14 giorni. Chi violerà consapevolmente questa misura rischia fino a sette anni di carcere; in caso di negligenza, il massimo della pena è di tre anni.

Le carceri cinesi. In Cina tornano a salire i nuovi contagi. Rispetto alle scorse settimane c’è una novità: il virus si è diffuso anche all’interno delle carceri. I media hanno riferito di 512 casi all’interno di quattro prigioni: due situate nello Hubei, una nello Shandong e una nello Zhejiang. I responsabili delle strutture sono stati puniti. A Pechino c’è da registrare un focolaio di 36 casi sospetti all’ospedale Fuxing, nel distretto di Xicheng, vicino a piazza Tienanmen. Nel gruppo degli infetti figurano medici, infermieri e operatori sanitari.

Coronavirus, l'Ue si prepara a chiudere l'area Schengen, stop agli ingressi da Paesi terzi per 30 giorni. L'annuncio di Ursula von der Leyen al termine della videoconferenza con i leader del G7: "Restrizione dei viaggi non essenziali". Eccezioni per gli europei che rientrano e per medici impegnati nella ricerca sul Covid19. Domani video-summit dei 27 capi di Stato e di governo. Intanto sono otto i Paesi che hanno chiuso le frontiere, ultima la Spagna. Speranza, ministro della Salute: "I più importanti Paesi europei stanno adottando le stesse misure che l'Italia ha già varato". Alberto D'Argenio il 16 marzo 2020 su La Repubblica. L'Europa si blinda, si chiude al mondo e sbarra i suoi confini esterni: per trenta giorni nessuno potrà più entrare nel nostro continente dai paesi extra-Schengen. Lo annuncia da Bruxelles la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al termine della videoconferenza tra i leader del G7. "Con i governi europei abbiamo deciso una restrizione temporanea dei viaggi non essenziali nell'Unione. Lo facciamo per non far ulteriormente diffondere il virus dentro e fuori il continente e per non avere potenziali ulteriori pazienti che pesano sul sistema sanitario Ue". Eccezioni per gli europei che rientrano nella Ue e per medici e scienziati che portano avanti la ricerca contro il Covid-19. Il provvedimento è arrivato dopo ore febbrili di contatti tra i quali, in mattinata, una telefonata tra von der Leyen, Angela Merkel ed Emmanuel Macron alla quale ha partecipato anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Al termine dei colloqui è stato convocato un summit in collegamento video tra i ventisette capi di stato e di governo per domani. Con la chiusura dei confini esterni si cerca anche di salvare Schengen, ovvero di evitare che i singoli governi continuino a chiudere le frontiere interne all'Unione. "Il coronavirus è diffuso già in tutti i paesi quindi la chiusura dei confini tra i nostri paesi non è il modo migliore per bloccarlo", afferma il portavoce capo della Commissione europea, Eric Mamer. La chiusura dei confini interni intreccia le due grandi emergenze del momento, quella sanitaria e quella economica. Come traspare dalle parole dei responsabili di Bruxelles: "La libera circolazione delle merci è cruciale per le forniture alimentari, di medicinali e di protezioni. Inoltre evita gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento", il cui stop danneggerebbe ulteriormente l'economia. Al momento sono otto i paesi che hanno notificato alla Ue misure sulle frontiere: Austria, Ungheria, Repubblica ceca, Danimarca, Polonia, Lituania, Germania e Spagna. Proprio la decisione di Berlino di chiudere la maggior parte delle frontiere ha dato un'accelerazione al processo decisionale Ue. Ecco allora che per non trasformare l'Europa in uno spezzatino e per dare una risposta politica a Donald Trump che la scorsa settimana ha unilateralmente bloccato i voli da e per gli Usa, si combina la decisione estrema di blindare i confini esterni dagli arrivi extra-Schengen e intanto di salvare quelli interni. Per farlo Bruxelles ha presentato ai governi delle linee guida sperando così di armonizzare le varie decisioni nazionali. La Commissione non esclude verifiche sullo stato di salute ai confini tra soci dell'Unione, ma ricorda che non possono essere discriminati i cittadini in base alla nazionalità. Bruxelles soprattutto chiede "corsie preferenziali" per il passaggio di medicine e cibo e ricorda che non sono necessarie certificazioni "Covid free" per le merci. C'è poi il capitolo economico, con Bruxelles che dà già per certa una recessione della zona euro. Ecco allora che è in corso un Eurogruppo tra i ministri delle Finanze in collegamento video. "Il contenimento forzato sta portando le nostre economie ai tempi di guerra", il pesante allarme del suo presidente, il portoghese Mario Centeno. I ministri approveranno le drastiche misure proposte dalla Commissione venerdì scorso: sospensione del Patto di stabilità e delle regole sugli aiuti di Stato con possibilità per i governi di spendere ben oltre il 3% del deficit per sostenere i sistemi sanitari e contenere i danni del virus sulla società e sull'economia. Italia, Francia e Commissione spingeranno sui nordici, che hanno dovuto accettare la fine (temporanea) dei vincoli di bilancio, per andare oltre e preparare un grande piano coordinato tra capitali da centinaia di miliardi per rilanciare l'economia. "I più importanti Paesi europei stanno adottando le stesse misure che l'Italia ha già varato". Lo scrive su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza.  "Da tempo ho stimolato i miei colleghi a scelte più dure. Il virus non conosce confini. Siamo dinanzi alla più grande emergenza sanitaria globale degli ultimi anni. Nessun Paese può pensare di salvarsi da solo. Tutti insieme ce la faremo", aggiunge Speranza.

Coronavirus, l’Ue chiude le frontiere Von der Leyen: «Sospendere il patto di stabilità». Pubblicato martedì, 17 marzo 2020 su Corriere.it da Ivo Caizzi. I leader dei 27 hanno dato l’ok alla proposta della Commissione europea di introdurre una restrizione temporanea per tutti i viaggi non essenziali verso l’Ue, per un periodo di 30 giorni, per far fronte al coronavirus. Ogni Stato attuerà la misura, in modo coordinato. Lo spiega il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al termine di una videoconferenza con i capi di stato e di governo dell’Ue. «Siamo stati tutti d’accordo sulla decisione della Commissione Ue» sul fatto che per i viaggi verso l’Europa» ci sia «una limitazione per 30 giorni, di fatto un veto con pochissime eccezioni». Il Consiglio europeo straordinario in teleconferenza ha appoggiato le posizioni dell’Eurogruppo e le misure della Commissione europea per far fronte alle conseguenze economiche della crisi del coronavirus. Lo ha detto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, spiegando che i capi di Stato e di governo hanno chiesto che i ministri dell’Economia monitorino la situazione e adattino la risposta in base ai cambiamenti rapidi che avvengono. «Faremo "Whatever it takes" per ristabilire la fiducia e sostenere la ripresa velocemente», ha sottolineato Michel. La Commissione europea presenterà nei prossimi giorni una proposta per attivare la «clausola di salvaguardia generale» che permette di sospendere il Patto di Stabilità e Crescita. Lo ha annunciato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, al termine della teleconferenza dei capi di Stato e di governo. «Da venerdì vediamo che le cose sono ancora più gravi», ha detto von der Leyen. «Stiamo lavorando sulla clausola di salvaguardia generale (general escape clause, ndr) e faremo una proposta al Consiglio nei prossimi giorni», ha detto von der Leyen.

L’Ue blocca tutti gli ingressi non essenziali in Europa per 30 giorni. Pubblicato lunedì, 16 marzo 2020 su Corriere.it da Ivo Caizzi. La Commissione europea, presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen, ha richiamato la Germania e gli altri Paesi membri intenzionati a chiudere le loro frontiere interne all’Ue. Nella prima riunione straordinaria in teleconferenza con i 54 ministri della Sanità e degli Interni l’istituzione di Bruxelles ha fatto presente che il coronavirus «è attualmente presente in tutti gli Stati membri dell’Ue, pertanto, la nostra valutazione è che chiudere i confini non è necessariamente il modo migliore per contenere la diffusione del virus». La Commissione europea, che controlla la corretta applicazione dei Trattati comunitari, ha così comunicato che «gli Stati membri devono salvaguardare la libera circolazione di tutte le merci, in particolare, devono garantire la filiera di prodotti essenziali come medicine, equipaggiamento medico e cibo». Al momento, oltre alla Germania, hanno notificato a Bruxelles la richiesta di chiudere le frontiere interne con altri Paesi Ue anche Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca, Polonia, Lituania e la extracomunitaria Svizzera. Von der Leyen ha invece annunciato per chi proviene dagli Stati extracomunitari «restrizioni temporanee ai viaggi non essenziali verso l’Ue per 30 giorni». «Meno viaggiamo, più possiamo contenere i contagi. Propongo dunque ai capi di Stato e governo di introdurre restrizioni temporanee ai viaggi non essenziali verso l’Unione europea», ha detto von der Leyen. «Queste restrizioni dovrebbero rimanere in vigore, almeno inizialmente, per un periodo di 30 giorni, ma possono essere prorogate, se necessario». Le esenzioni citate dalla presidente della Commissione europea riguardano la possibilità di ingresso da parte di persone extracomunitarie che da tempo risiedono nei Paesi europei, familiari di cittadini europei, diplomatici, dottori e ricercatori impegnati nella battaglia contro il Sars-CoV-2. Nella teleconferenza con i ministri della Salute e degli Interni, i commissari Ue competenti Stella Kyriakides, Ylva Johansson e Janez Lenarcic, hanno presentato precise «linee guida» (in 25 punti: le trovate qui, in inglese) per proteggere sia la salute dei cittadini, sia il corretto funzionamento del mercato interno comunitario. In particolare Germania e Francia non potranno continuare il blocco delle esportazioni di mascherine e di altre apparecchiature sanitarie verso altri Paesi Ue, che avevano attuato per aumentare le loro scorte. Nell’incontro è stato affrontata anche la necessità di organizzare acquisti congiunti di macchine per la ventilazione polmonare e degli altri prodotti sanitari necessari per contrastare la Covid-19, in modo da poterle destinare agli Stati membri più in difficoltà (come al momento è l’Italia) ed evitare eccessivi rialzi dei prezzi o altri effetti negativi. Il governo belga avrebbe già subito una truffa su un acquisto di mascherine sanitarie per 5 milioni di euro, definendo ormai «minime» le possibilità che possano effettivamente essere spedite dal venditore.

Ora l’Europa segue l’esempio italiano e si barrica. Chiudono scuole, bar, ristoranti, discoteche e pub in mezzo continente. Il Dubbio il 13 marzo 2020. L’Europa diventa l’epicentro della pandemia. E piano piano tutti cominciano a seguire l’esempio italiano, chiudendo scuole, bar, ristoranti, discoteche e pub, nel tentativo di fermare la diffusione del virus.

SPAGNA. In Spagna risulta essere il Paese europeo maggiormente colpito dopo l’Italia e si prepara a dichiarare domani uno stato di allerta nel tentativo di arginare l’epidemia che si sta diffondendo a ritmi vertiginosi e che ha già ucciso 120 persone. Un consiglio straordinario dei ministri adotterà domani un decreto che metterà la Spagna in «allerta per un periodo di 15 giorni», ha annunciato il premier Pedro Sanchez in un breve discorso televisivo. La Spagna conta 4.209 casi positivi, oltre 2 mila a nella regione della capitale Madrid, dove i decessi sono 64), risultando la più colpita. «Purtroppo, non possiamo escludere che la prossima settimana supereremo le 10 mila persone contagiate», ha dichiarato il capo del governo. «Siamo nella prima fase di una lotta contro il virus diffuso in tutti i paesi del mondo e in particolare nel nostro continente, l’Europa». Lo stato di allerta dichiarato consente di mobilitare «tutti i mezzi economici, sanitari, pubblici e privati, civili e militari, per proteggere tutti i cittadini», ha spiegato. Le autorità locali hanno adottato una serie di misure per cercare di limitare la diffusione del virus. Dopo quella di Madrid – che ha chiuso anche bar, ristoranti e discoteche – diverse regioni hanno annunciato la chiusura delle scuole. Nel nord, la Catalogna ha decretato la quarantena di quattro località e la chiusura di aree commerciali, palestre e stazioni sciistiche. La regione di Murcia, nel Sud-Est del Paese, ha annunciato su Twitter l’isolamento di aree turistiche di fronte al timore degli arrivi dei madrileni nelle loro seconde case. Nei Paesi Baschi, una delle regioni più colpite, le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza sanitaria che facilita la mobilitazione di tutti i servizi. Per evitare che le chiese diventino focolai di contaminazione, la Conferenza episcopale spagnola ha esortato i cattolici a seguire «messe alla radio e alla televisione».  E sulla situazione spagnola è intervenuto anche il leader di Italia Viva, Matteo Renzi: «la Spagna, nei primi giorni, fa peggio dell’Italia. Amici europei: fate tesoro di ciò che è accaduto da noi, intervenite subito!».

GERMANIA. Per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, il governo del Land di Berlino ha disposto la chiusura di discoteche, bar e birrerie dal 17 marzo prossimo. Come riferisce il quotidiano “Berliner Morgenpost”, la disposizione si applica a «tutte le strutture di ristorazione che non servono forniture alimentari di base». In precedenza, è stata ordinata la chiusura di tutte le scuole e di tutti gli asili della capitale tedesca, nonché dei teatri pubblici. Per contrastare il contagio da coronavirus , diversi musei, biblioteche e altre istituzioni culturali di Berlino stanno informando il pubblico della loro chiusura. Infine, le Imprese berlinesi di trasporto pubblico (Bvg) hanno annunciato limitazioni al servizio.

GRECIA. Nonostante finora siano stati solo 190 i casi, in Grecia il ministero della Salute ha ordinato la chiusura di tutti i bar, caffè, ristoranti, centri commerciali e sportivi. Le misure si aggiungono a quella già decisa dal dicastero della Cultura, che ha stabilito la chiusura di musei, siti archeologici e biblioteche, riferisce l’agenzia stampa ellenica Ana-Mpa. Al momento una persona è deceduta.

AUSTRIA, SLOVENIA, REPUBBLICA CECA e ISLANDA. L’Austria ha individuato due zone rosse e isolato la valle Paznaun e del centro sciistico St.Anton, ha chiuso i negozi «non essenziali» e 47 valichi minori con l’Italia. La Slovenia, dove sono 126 i casi positivi, ha bloccato gli automezzi oltre 3,5 tonnellate che non abbiano targa slovena. Chiuse le scuole, mentre la Repubblica Ceca chiude i confini. L’Islanda ha chiuso licei e università, disponendo l’obbligo di due metri di distanza sui posti di lavoro, il divieto di eventi con più di 100 partecipanti e test a tappeto.

DANIMARCA. La premier danese Mette Frederiksen oggi ha annunciato la chiusura delle frontiere, a partire da domani mattina alle 11, per tentare di rallentare la l’epidemia di coronavirus. «Tutti i turisti e gli stranieri che non possano provare di avere una ragione valida per venire in Danimarca non saranno autorizzati ad entrare», ha dichiarato Frederiksen in una conferenza stampa, chiarendo che la circolazione delle merci non è sospesa e che i danesi saranno sempre autorizzati a rientrare.

FRANCIA. All’indomani del discorso alla nazione del presidente Emmanuel Macron, sono state disposte restrizioni e chiusure a catena, anche se restano confermate le elezioni municipali di domenica. In base all’ultimo bilancio reso noto dal ministro della Salute Olivier Vèran, in Francia ci sono 3.661 contagiati, 800 in più in 24 ore, 79 decessi e 154 pazienti ricoverati e in gravi condizioni. «Siamo all’inizio della fase di accelerazione del virus. Le misure varate servono a frenarlo» ha spiegato a Tf1 il primo ministro Edouard Philippe, che si è difeso dalle critiche sulla decisione di andare alle urne tra due giorni: su base scientifica, ha detto, «andare a votare per rinnovare i sindaci non è più pericoloso di andare a fare la spesa», confermando anche il secondo turno del 22 marzo. Sul piano diplomatico, in un colloquio telefonico con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, Macron ha proposto di valutare nei prossimi giorni l’attuazione di controlli rafforzati all’interno dello spazio Schengen, fino alla chiusura per le zone a rischio. Una proposta, ha sottolineato l’Eliseo, tesa ad «evitare provvedimenti non coordinati», come quelli attuati da paesi che hanno già deciso di chiudere o controllare i confini con diversi vicini europei, «in violazione delle regole comunitarie». Chiudono il castello di Versailles, la Tour Eiffel «dalle 21 e a tempo indefinito», e il Louvre, ma sono consentite le messe festive fino a 100 persone coi fedeli distanziati tra i banchi. Chiuse scuole e università.

REGNO UNITO. Il governo britannico ha rinviato di un anno le elezioni amministrative previste per il 7 maggio, a causa dell’emergenza. Secondo quanto riportano i media britannici, il premier Boris Johnson ha deciso per il rinvio a causa del timore che il voto sarebbe coinciso con il previsto picco dell’epidemia nel Regno Unito. Il rinvio era stato caldeggiato sia dalla Commissione elettorale che dal Partito laburista. 

Coronavirus, cosa succede in Europa: i contagi, le vittime, le misure. Il dossier su Francia, Germania e altri Paesi. In tutta Europa salgono i casi: Berlino ha superato Parigi (670 casi a 613), ma ogni governo risponde in modo molto diverso. Il numero di tamponi in alcuni casi rimane basso, ma c’è già allarme per la tenuta dei sistemi sanitari. Sulle scuole per ora poche chiusure. Una guida per capire come sta avanzando l’epidemia negli Stati europei più colpiti. Corriere della Sera il 7 marzo 2020. Ivo Caizzi, Paola De Carolis, Stefano Montefiori, Elisabetta Rosaspina, Irene Soave, Paolo Valentino.

1) Quanti sono i casi?

FRANCIA I positivi sono 613, dei quali 9 morti e 12 guariti (al 6 marzo). Rispetto al giorno precedente i nuovi casi sono 138, il che indica un aumento molto pronunciato rispetto all’inizio della crisi, a fine gennaio. Le persone ricoverate in rianimazione, giovedì 5 marzo, erano 23. Molti casi positivi non sono tenuti in ospedale: soprattutto negli ultimi giorni si è deciso di ricoverare solo i casi gravi. I primi tre malati sono stati individuati il 24 gennaio, tre persone di origine cinese tornate da Wuhan.

GERMANIA Al 6 marzo c’erano 670 casi ufficiali di Coronavirus in 15 su 16 Laender tedeschi, la sola eccezione è la Sassonia-Anhalt. Non ci sono ancora decessi, ma un uomo è in fin di vita in una clinica di Aaachen, nel Nord Reno Vestfalia. Il primo caso ufficiale riconosciuto in Germania risale al 28 gennaio scorso e si è verificato in Baviera nella provincia di Starnberg. Ma probabilmente già prima, secondo la lettera di un gruppo di medici tedeschi pubblicata sul New England Journal of Medicine, un uomo tedesco di 33 anni originario di Kaufering, sarebbe stato il primo europeo a infettarsi, entrando in contatto con la dipendente cinese dell’azienda per cui lavora, la Webasto.

REGNO UNITO Sono 163 (30 diagnosticati nelle ultime 24 ore). Una sola vittima: si tratta di una donna di 75 anni che aveva altri problemi di salute, ricoverata al Royal Berkshire Hospital di Reading. La settimana scorsa era morto un britannico sulla nave da crociera Diamond Princess, ma era un residente all’estero e non è entrato nelle statistiche ufficiali. Sono guarite 18 persone. 45 si sono auto-isolate.

SPAGNA In Spagna sono stati registrati al 6 marzo 386 casi, in aumento costante, tra positivi ospedalizzati, morti e guariti in 17 regioni (indenni finora l’enclave di Ceuta e Melilla in Marocco). Otto le vittime accertate. La prima, il 13 febbraio, è un uomo di 69 anni che aveva viaggiato in Nepal. Il primo positivo al Coronavirus ufficializzato, il 2 febbraio, è stato un turista tedesco (asintomatico) in vacanza a Tenerife. Ogni comunità autonoma tiene il conto dei propri contagiati e il dato globale è aggiornato due volte al giorno nel sito del Ministero della Sanità. Nelle statistiche fornite non si fanno distinzioni tra pazienti ricoverati e i casi meno gravi trattati a domicilio. La comunità più colpita è quella di Madrid, seguita con molto distacco, dalla Catalogna (90 casi a 24, al sei marzo).

BELGIO In Belgio il 6 marzo sono stati indicati 56 nuovi casi arrivando a quota 109, ma testano solo i casi gravi, sulla massa c’è un preciso ostruzionismo delle autorità sanitarie con una lettera ai medici che stabilisce una procedura complicata (e scoraggiante).

OLANDA I positivi sono 128, il 6 marzo il primo morto, un 86enne. Il 27 febbraio la prima diagnosi, a Tilburg: un uomo che aveva viaggiato in Nord Italia.

SVEZIA Sono 101 casi. La prima paziente, una donna di Jönköping, è stata trovata positiva il 31 gennaio. Tornava da un viaggio a Wuhan e prima di riscontrare alcun sintomo si era auto-quarantenata: il suo caso viene citato come esempio di «condotta corretta»: si pensa infatti che non abbia contagiato nessuno. Il secondo caso è arrivato il 26 febbraio: da un trentenne che aveva viaggiato in Italia. Da lì, è partita l’epidemia.

2) Quanti tamponi sono stati fatti?

FRANCIA All’inizio, sono stati fatti solo a chi rispondeva a due criteri concomitanti: sintomi influenzali, e anche ritorno da regioni a rischio (Cina, Corea del Sud, Singapore, Lombardia e Veneto in un primo momento poi tutta Italia). Ora i criteri sono allargati ai «contatti» (chi ha condiviso gli stessi ambienti o hanno avuto un contatto a meno di un metro con una persona risultata positiva). Gli ospedali sono in grado di realizzare migliaia di test al giorno, i risultati arrivano in 3-5 ore. È previsto di aumentarne il numero nella «fase 3» (epidemia conclamata), definita «inevitabile» da Macron. In ogni caso, viene fatta una «preselezione» e il numero di test effettuati è molto inferiore a quello italiano: lunedì scorso erano intorno a 1000 quando in Italia avevano già superato i 20 mila.

GERMANIA I tamponi vengono fatti «a ritmo intenso», come ha spiegato il Robert Koch Institut, l’autorità che monitorizza e valuta la situazione in Germania. Vengono presi a chiunque abbia avuto contatti certi con malati di Covi-19 o proviene da Paesi a rischio o presenta sintomi evidenti, ma non a chi ha semplici sintomi influenzali. Il numero dei tamponi non viene fornito, perché se sono negativi vale la legge sulla privacy, molto restrittiva in Germania. Il Robert Koch Institut ammette che ci possano essere cifre nascoste, cioè casi non dichiarati o conosciuti, ma è sicuro che si tratti di numeri non significativi.

REGNO UNITO Il test non viene effettuato su tutti i pazienti che presentano sintomi, solo sui malati gravi o chi dice di essere stato all’estero.

SPAGNA Il governo spagnolo ha deciso di mantenere riservate le informazioni sul numero di tamponi praticati. Da informazioni giornalistiche si sa che i test vengono effettuati certamente su chi ha avuto contatti con malati o presenta sintomi assimilabili al contagio da Covid-19. In questo caso i prelievi vengono effettuati a domicilio e i risultati comunicati nell’arco di 48 ore circa.

BELGIO Provenienti dal Nord Italia con febbre hanno chiesto di fare il tampone e medici/ospedali li hanno rimbalzati…

OLANDA I tamponi si fanno a chi “presenta febbre e sintomi respiratori insieme”, o è stato in un’area a rischio negli ultimi 14 giorni.

SVEZIA L’autorità di salute pubblica ha cambiato indirizzo: il test si farà di routine a chi ha sintomi respiratori di qualunque tipo, con priorità ai più gravi. E da fine febbraio il governo ha disposto che si possano fare i tamponi anche a casa, per evitare contagi in ospedale o affollamenti di pronto soccorso e ambulatori.

3) Ci sono focolai dell’epidemia accertati?

FRANCIA Sì. I principali finora sono nell’Oise (sopra Parigi), nella vicina Val d’Oise, nel Morbihan (Bretagna), in Alta Savoia e nell’Haut-Rhin, in Alsazia.

GERMANIA La Codogno tedesca è il Landkreis di Heinsberg, nel Nord Reno-Vestfalia. Le regioni più colpite sono il Nord-Reno Vestfalia, il Land più popoloso, dove si registrano più della metà dei casi di contagio tedeschi. A seguire il Baden-Wuerttenberg con 100 infettati e la Baviera, con 80.

REGNO UNITO No.

SPAGNA Non ci sono località considerate focolai, ma nel centro di Madrid, a pochi passi dal Parco de Retiro, è scattato l’allarme in una residenza per anziani, dove il 3 marzo è deceduta una donna di 99 anni per Coronavirus e altri 15 anziani e un’infermiera sono risultati positivi.

BELGIO No, per il momento.

OLANDA L’area dove si concentrano più casi è il Nord Brabante, con 17 positivi, e il gruppo di contagiati più nutrito è a Houten, vicino Utrecht (9)

SVEZIA Il 60% dei contagi è a Stoccolma.

4) Ci sono contagi dall’Italia?

FRANCIA Dopo alcuni contagi dall’Italia, si moltiplicano i casi sviluppati dall’interno, senza che sia possibile risalire al paziente zero di un particolare focolaio.

GERMANIA La maggior parte dei malati ha contratto il Coronavirus in Germania. I contagi dall’Italia sono una sessantina, dall’Iran 15.

REGNO UNITO Sono 10 i casi per i quali la Sanità non ha una spiegazione e che di conseguenza sono contagi interni. L’unica vittima era tra questi: non aveva viaggiato all’estero. Il resto, invece, sembra aver contratto il virus in altri paesi o essere stato in contatto con persone che provenivano da fuori.

SPAGNA Sì, l’Italia è spesso citata come luogo di provenienza o di passaggio delle persone infettate. La situazione più critica è quella dell’hotel di Costa Adeje sull’isola di Tenerife, dove una coppia italiana è risultata positiva al tampone, cinque connazionali sono stati ricoverati in ospedale e altri cinque sono in isolamento sotto osservazione in albergo. Altri casi, in Catalogna e Cantabria.

BELGIO I primi contagi sono stati attribuiti a chi proveniva dal Nord Italia e dalla Francia. In un comune di Bruxelles, Woulowe Saint Lambert, abitato da molti italiani, il borgomastro ha imposto la quarantena per gli uffici pubblici a chi era stato recentemente nel Nord Italia.

OLANDA «La maggioranza dei positivi» rientrava da viaggi in nord Italia o aveva avuto contatti stretti con altri contagiati, spiega il sito dell’Istituto nazionale di Sanità.

SVEZIA Arriva da viaggi organizzati in Italia la maggioranza dei contagiati.

5) Come regge il sistema sanitario?

FRANCIA è la preoccupazione più grande. A Parigi in preparazione tende per allestire nuovi reparti dove curare i casi più gravi. L’indicazione è ricoverare solo le persone con i sintomi più seri, e tutte le misure vengono decise con l’intento di distribuire la crisi nel tempo.

GERMANIA La situazione degli ospedali varia a seconda dei Land. Quelli delle regioni meno colpite ancora reggono più o meno bene lo stress. Sul modello di quanto ha fatto a Berlino la Charitè, il più grande policlinico d’Europa, vengono erette tende all’esterno degli edifici principali per eseguire i test in condizioni di sicurezza. Critica è invece la situazione del sistema sanitario nel Nord Reno Vestfalia, dove il personale medico e paramedico da ieri non osserva più il severo (e assurdo per alcuni) protocollo del Koch Institut, che prevede la quarantena per ogni dottore o infermiere che entra in contatto con un malato di Covid-19: vista la situazione, il personale non sarebbe più sufficiente a gestire l’emergenza. Ci sono diversi casi di medici e paramedici contagiati: uno proprio ad Aachen, dove adesso l’intera struttura nella quale operava (45 persone) rischia di esser messa in quarantena, senza possibilità di sostituzione.

REGNO UNITO Sono 30 gli ospedali del Regno Unito designati centri per il Coronavirus. In tutti gli ospedali sono state istituite unità di isolamento per la diagnosi di pazienti che presentano sintomi (non per la cura). Il governo ha chiesto a chi ha sintomi di non recarsi al pronto soccorso o dal medico e di procedere con una diagnosi telefonica e seguire le indicazioni su dove recarsi (chiamando il numero verde dell’NHS, 111).

SPAGNA Quasi duecento medici internisti sono stati messi in quarantena a titolo precauzionale, da tre giorni, nei Paesi Baschi, in Andalusia e nella regione di Madrid, per essere stati in contatto con pazienti o con i 13 colleghi risultati positivi. La comunità più colpita è quella basca, con un centinaio di medici isolati e altrettanti sotto osservazione.

6) Ci sono altre zone rosse?

No, in nessun Paese d’Europa. L’unica, piccolissima zona rossa è Heinsberg, nel Nord Reno Vestfalia, in Germania.

7) Quali misure sono state prese per le scuole e i trasporti?

FRANCIA Le scuole sono state chiuse finora nei principali focolai, circa 150 istituti in totale. Nell’Haut-Rhin, dove i casi si sono moltiplicati per otto nelle ultime 48 ore e sono adesso 81, a partire da sabato 7 marzo verranno chiuse altre 100 scuole. In tutta la Francia gli eventi - concerti, manifestazioni varie - che prevedano la presenza al chiuso di oltre 5000 persone.

GERMANIA Sulle scuole in Germania vale il federalismo. Scuole e asili nido sono chiusi fino al 14 marzo ad Heinsberg e fino all’8 marzo in tutta la Baviera. Nel resto del Paese, Nord Reno-Vestfalia compreso, si procede caso per caso. Si registrano quindi chiusure di singoli istituti pubblici o privati, legate a casi sospetti o a contagi ufficialmente confermati, un po’ in tutti i 15 Laender dove è presente il virus. Lufthansa ha messo a terra un quarto della flotta, cancellando oltre 7 mila voli fino alla fine di marzo. Il governo sconsiglia fortemente i viaggi verso i Paesi a rischio: Cina, Giappone, Corea del Sud, Iran, Thailandia. Anche le regioni del Nord Italia sono nella lista, che ieri è stata allargata al Trentino-Alto Adige. Chiunque si rechi in questi posti, sarà sottoposto a quarantena obbligatoria al rientro in Germania. A Düsseldorf, capitale del Nord Reno Vestfalia, è stato svuotato un centro di accoglienza per rifugiati e i suoi 100 ospiti distribuiti in altre strutture: il centro è destinato a diventare una «stazione di quarantena» nel caso di un aggravarsi dell’emergenza.

REGNO UNITO Sono state chiuse le scuole dove sono stati identificati casi, al momento si tratta di quattro istituti. Tante scuole hanno introdotto per gli allievi i gel disinfettanti e mandato questionari ai genitori sui viaggi intrapresi di recente da familiari e parenti stretti.

SPAGNA Scuole e università restano aperte. Nessuna misura è stata presa riguardo al trasporto pubblico, salvo a Madrid la raccomandazione di evitare i mezzi nelle ore di punta. Per il momento non ci sono limitazioni neppure ai viaggi per le zone più colpite nel mondo: Cina, Corea del Sud, Giappone, Singapore, Italia.

BELGIO No, a parte il caso di cui sopra del comune di Bruxelles, Woulowe Saint Lambert, abitato da molti italiani, dove il borgomastro ha imposto la quarantena anche agli studenti che sono stati recentemente nel Nord Italia.

OLANDA Nessuna: il sito del governo ha approntato un Q&A nel quale spiega espressamente che non c’è «alcun bisogno» di chiudere le scuole e che i bambini, anche se di ritorno da una vacanza in Italia, vanno tenuti a casa solo se hanno sintomi.

SVEZIA I voli da e per l’Iran sono stati bloccati. Il ministero degli Esteri ha sconsigliato i viaggi «non essenziali» in Italia e Corea del Sud. Per ora non ci sono misure di chiusura delle scuole, né di restrizioni ai viaggi di lavoro; molte aziende con personale all’estero, però, lo stanno richiamando.

8) A che livello è l’allerta del governo?

FRANCIA Il piano epidemiologico approvato nel 2011 prevede tre fasi: nella prima, si cerca di impedire l’ingresso del virus. Nella seconda, quella attuale, si cerca di limitarne la diffusione nei focolai già individuati. Nella terza fase, la cui proclamazione è imminente, il virus circola in tutto il territorio nazionale e l’obiettivo è limitarne gli effetti, estendendo a tutto il Paese i provvedimenti già presi nei focolai.

GERMANIA Il ministero della Sanità ha imposto il divieto all’esportazione di ogni tipo di mascherine, maschere per respirare, abiti protettivi e guanti sterili. «Tutti i mezzi di difesa devono essere messi a disposizione del nostro sistema sanitario», è la motivazione. Grandi eventi economici e culturali sono stati cancellati: la Borsa Internazionale del Turismo di Berlino, la Fiera del Libro di Lipsia, quella dei costruttori di Monaco. Rinviata per il momento da aprile a luglio la Hannover Messe, la più grande del mondo per l’industria e l’automazione.

REGNO UNITO Dopo il letargo iniziale, il Regno Unito è in stato di allerta. Quattro le fasi identificate: contenimento, ritardo, ricerca, diminuzione. Siamo nella prima fase. Non è stata annunciata l’epidemia ma il governo ha sottolineato che un grave aumento dei casi è inevitabile. Tra le preoccupazioni, oltre al servizio sanitario, c’è la distribuzione del cibo. I supermercati hanno fatto sapere che c’è stata un’impennata negli acquisti di cibo a lunga scadenza e che il ritmo attuale non è sostenibile. Sono aumentati inoltre i clienti che fanno la spesa online e i supermercati non hanno abbastanza furgoni per le consegne. Il governo ha consigliato a tutte le aziende di prepararsi alla possibilità che un quinto dei dipendenti si ammali.

SPAGNA Non è stata varata per adesso alcuna restrizione ufficiale per evitare affollamenti, anche se il ministero della Sanità ha raccomandato di programmare a porte chiuse gare e competizioni sportive nelle «zone a rischio». Ma gli organizzatori del Rally Costa Brava, una gara di auto d’epoca fissata per il 13 e 14 marzo, nella provincia catalana di Girona, hanno deciso di escludere i partecipanti provenienti da Paesi con alto numero di contagiati, tra cui l’Italia. La Conferenza Episcopale ha disposto invece che fosse ritirata l’acqua benedetta dall’acquasantiera nelle chiese e che la stretta di mano al momento dello scambio di un segno di pace sia sostituita da una leggera inclinazione del corpo.

BELGIO L’allerta è salita molto soprattutto nelle istituzioni europee di Bruxelles. A livello nazionale il primo vero allarme è stato per la carenza di mascherine (perché Germania e Francia hanno bloccato le esportazioni).

OLANDA In apertura del sito del governo (government.nl) è stata pubblicata una pagina di informazioni su ogni aspetto dell’epidemia. Non ci sono annunci di misure differenti.

SVEZIA L’agenzia di salute pubblica (Folkhälsomyndigheten) considera il livello di rischio «moderato»: 3 punti su una scala di cinque. Per ora, una nota del governo spiega espressamente che la quarantena si mette in atto solo se estremamente necessaria, perché sono misure che violano molti diritti umani - libertà di movimento, di riunione e così via.

9) Quali controlli ci sono per chi arriva dall’Italia e dall’estero?

FRANCIA Non ci sono controlli particolari negli aeroporti francesi, per adesso. Nuovi provvedimenti potrebbero essere presi nelle prossime ore.

GERMANIA Chi arriva in Germania dall’estero (non dalle zone a rischio) con qualsiasi mezzo di trasporto non viene al momento sottoposto ad alcun controllo. Gli o le viene tuttavia chiesto di riempire un formulario, per garantire la sua reperibilità nei prossimi trenta giorni.

REGNO UNITO Pochi e rari. A Heathrow ad esempio le precauzioni adottate riguardano le strutture, con scale, bagni e ascensori disinfettati con maggiore frequenza.

SPAGNA Non ci sono al momento controlli sanitari sui passeggeri in partenza e transito dagli aeroporti spagnoli, ma secondo El Independiente , Enaire (la società pubblica responsabile della gestione del traffico aereo) prepara un piano per proteggere dal contagio i controllori di volo, per scongiurare quarantene nelle torre di controllo. Per esempio gli operatori in servizio non potranno passare da un centro di controllo all’altro.

BELGIO Nessun controllo specifico negli aeroporti e nel resto del Paese.

OLANDA Non ci sono controlli speciali. ««Se dovessimo controllare tutti i passeggeri in arrivo negli aeroporti del Paese», recita il sito dell’Istituto di Sanità, nelle schede messe a disposizione del pubblico, «scopriremmo solo un sacco di raffreddori e influenze».

SVEZIA Sul sito Krisisinformation.se, un sito apposito, c’è una sezione apposita che spiega l’assenza di controlli speciali negli aeroporti: «Queste misure sono efficaci solo se si possono tracciare i voli diretti, senza scali, e da Wuhan alla Svezia per esempio non ce ne sono».

10) Il governo sta valutando misure economiche straordinarie?

FRANCIA Il governo sta varando aiuti fiscali e finanziari per le aziende messe in difficoltà dall’epidemia.

GERMANIA Non ci sono ancora misure economiche straordinarie, ma cresce la pressione degli imprenditori perché il governo intervenga. Secondo un documento della BDI, la Confindustria tedesca, il calo nella produzione nell’export è pesante e rischia di azzerare le già deboli previsioni di crescita per quest’anno. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, si è detto pronto a mobilitare miliardi nel caso di crisi congiunturale.

REGNO UNITO Il governo ha stanziato oggi altri 46 milioni di sterline per la ricerca di un vaccino e di un test rapido, il totale dall’inizio della crisi arriva così a 91 milioni per il virus e 65 milioni per un vaccino.

SPAGNA Non sono state annunciate per ora misure economiche o fiscali straordinarie dal governo.

BELGIO Nessuna misura straordinaria.

OLANDA Le misure sono state discusse a porte chiuse nell’ultimo consiglio dei ministri, e non divulgate dalla stampa. Il ministro della Salute Bruno Bruins invita per ora semplicemente a rimanere calmi e ad aggiornarsi sul sito dell’Istituto nazionale di sanità.

SVEZIA La sola misura presa finora è stata classificare come «malattia socialmente pericolosa» il Covid-19: solo con questa definizione è possibile prendere rapidamente misure di quarantena, ove fossero necessarie.

11) Come ne parla la stampa?

FRANCIA Il coronavirus è l’argomento principale dei media dai primi giorni della crisi internazionale, con qualche pausa legata alla riforma delle pensioni. Ma la copertura e l’interesse sono simili a quelli italiani, tenuto conto che la Francia è il secondo Paese in Europa dopo l’Italia per gravità della situazione.

GERMANIA I giornali fanno coperture a tappeto da dieci giorni a questa parte. Soprattutto con live-ticker, i blog in diretta 24/7 con il continuo aggiornamento della situazione. I toni sono in generale misurati (con l’eccezione della Bild, ma è la regola per un giornale popolare). Forte presenza di scienziati ed esperti.

REGNO UNITO Sino alla settimana scorsa, il Coronavirus era trattato dalla stampa principalmente come un problema estero. Adesso è sulle prime pagine di tutti i giornali, ma la copertura, rispetto all’Italia, è ancora relativamente contenuta. Il Guardian, ad esempio, oggi ha la parte alta della prima pagina sul primo decesso in Gran Bretagna e un approfondimento a pagina 8 e 9.

SPAGNA La stampa nazionale e locale ha iniziato a seguire gli sviluppi della diffusione del Coronavirus fin dagli esordi in Cina, ma senza eccessivo allarmismo. I titoli di apertura dei giornali sono riservati all’epidemia. On line quasi tutti i quotidiani nazionali hanno aggiornamenti «in diretta», consigli pratici e delucidazioni scientifiche.

BELGIO I giornali belgi iniziano a titolare chiedendosi se il Paese rischia una situazione emergenziale “all’italiana”.

OLANDA Il primo morto, di oggi, apre le homepage dei maggiori quotidiani, ma non c’è molto altro: toni bassi, poche notizie, per ora.

SVEZIA A oggi non c’è quasi nulla sulle homepage dei principali quotidiani. Nei giorni scorsi, al crescere dell’epidemia, se n’è parlato.

Da lastampa.it il 26 febbraio 2020. Controlli meticolosi a Malpensa, Fiumicino e Caselle ma nessun test negli aeroporti di Londra. È la situazione che ha sconcertato alcuni italiani, rientrati nella capitale britannica dopo qualche giorno trascorso in Italia. «Alla partenza da Caselle mi hanno preso la temperatura - racconta Silvio, tornato a Ivrea per il celebre carnevale - Al mio arrivo a Gatwick non mi ha fermato nessuno. E non ho visto alcun termoscanner». Della psicosi Coronavirus che si vive in queste ore in Italia, nel Regno Unito non c’è traccia. L’aplomb british, certo. Ma secondo alcuni nostri connazionali i controlli su suolo inglese sono troppo morbidi. Alcuni esperti, da giorni, spiegano il motivo dell’alta incidenza del virus in Italia: ci sono più contagi perché i controlli sono più numerosi. Simple as that. «Noi abbiamo fatto più di 8 mila test, meno di 500 in Francia», osserva il virologo Francesco Broccolo, dell'Università Bicocca di Milano. Nel Regno Unito i tamponi realizzati sono 6795, di cui 13 risultati positivi. E ancora non si registrano vittime. «Ma non è certo merito dei controlli», ragiona Achille, 35enne che lavora nel settore finanziario della City. La sua storia è emblematica. Qualche giorno fa si è presentato in un ambulatorio privato con tosse e problemi respiratori. Era rientrato dall’Italia a fine gennaio, quando l’emergenza Coronavirus non era ancora scoppiata. «Dopo avermi misurato la febbre, che non avevo, la dottoressa mi ha domandato se ero stato di recente in Asia. Al mio “no”, mi ha detto che potevo andare». E’ poi stato lui a specificare che era italiano e che la moglie era rientrata da qualche giorno da una delle zone di contagio. La risposta è stata sconcertante: «Mi spiace, ma non abbiamo il tampone per fare il test per il Coronavirus». E l’ha invitato a chiamare il 111, il numero per le emergenze. Poi la dottoressa si è lasciata andare a una confidenza: «Spero di sbagliarmi, ma credo che le autorità sanitarie stiano sottovalutando questa situazione». La storia di Achille assume contorni inquietanti per i dettagli geografici in ballo: la famiglia della moglie, infatti, frequenta spesso Vo’, uno dei focolai dell’epidemia in Veneto. Nel suo ufficio, poi, lavora un giovane sudcoreano. È andato dal dottore perché aveva la febbre e ha ricevuto la stessa risposta: «Se non sei entrato in contatto diretto con persone contagiate, non possiamo farci nulla. Noi non abbiamo il tampone». Ieri il responsabile delle risorse umane ha inoltrato una mail ad Achille e a tutti gli altri dipendenti: sono vietati i viaggi in Italia e chi è rientrato da una delle zone di contagio deve rimanere in quarantena per 14 giorni. Una decisione aziendale, non del sistema sanitario. Molti si chiedono se sia stata una mossa tempestiva.

·        Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Cos’è il CommonPass, il primo passaporto Covid digitale per viaggiare. Roberta Caiano su Il Riformista il 26 Ottobre 2020. Un passaporto sanitario digitale per far ritornare le persone a viaggiare in sicurezza ai tempi del Covid-19. E’ questo lo scenario su cui si affaccia l’Europa e il mondo intero utilizzando le nuove tecnologie per certificare in tempo reale lo stato di salute del passeggero, grazie al risultato di un tampone e, in futuro, a seguito della relativa vaccinazione. La pandemia da coronavirus, infatti, continua a dilagare nel Vecchio Continente e in tutto il mondo. Anche se in maniera diversa, ogni Stato sta cercando di contrastare la diffusione dell’infezione con delle misure sempre più restrittive e conformi all’obiettivo di non aumentare il contagio. In particolar modo, uno dei modi su cui sono tutti concordi è quello di trovare il vaccino al più presto per debellare il virus e l’ondata di morti e contagi che sta devastando la vita di ognuno di noi a livello globale. Per questo, il World Economic Forum e altri organismi internazionali tra cui il Commons Project hanno lanciato il progetto rendendo sempre più chiaro che quando un vaccino verrà sviluppato, molto probabilmente diventerà un prerequisito per il viaggio. Questa settimana a Heathrow, Londra due delle più importanti compagnie aeree, precisamente United Airlines e Hong Kong Cathay Pacific, hanno cominciato a fare le prove con il nuovo software per smartphone che funge appunto da passaporto Covid per i viaggiatori. A confermare l’importanza dei test è stato lo stesso top manager della United Airlines, Steve Morrissey, che al Financial Times ha ribadito lo sviluppo di un’alternativa alla quarantena e alle restrizioni ai viaggi in vigore in molti Paesi. Come riporta il sito ufficiale della fondazione Commons Projects, un trust pubblico non profit, il progetto è stato sviluppato da “un fondo pubblico senza scopo di lucro istituito per costruire piattaforme e servizi per migliorare la vita delle persone in tutto il mondo e per sbloccare il pieno potenziale della tecnologia e dei dati per il bene comune”. Inoltre, la pagina ufficiale riporta che la nuova applicazione digitale mondiale è stata istituita con il sostegno della Fondazione Rockefeller.

IL COMMON PASS – E’ denominato CommonPass il primo passaporto digitale Covid che certifica la negatività al virus. Per il momento, la prova si basa su un recente test e/o tempone che testimoni lo stato di “Covid Free” in attesa di includere anche la vaccinazione non appena diventerà disponibile. Il CommonPass consente ai passeggeri semplicemente di attraversare le frontiere e facilitare gli spostamenti internazionali, imbarcandosi sui voli commerciali attraverso un codice QR scansionabile sul proprio telefono cellulare personale. Ciò che però desta preoccupazioni è la questione della privacy dei dati sensibili come quelli relativi alla salute, che viene subito coperta dal World Economic Forum in un video promozionale in cui annuncia che i passeggeri condivideranno solo determinate informazioni sulla salute proteggendole in modo sicuro. All’attualità dei fatti, un test con esito positivo al covid-19 vieta ai viaggiatori di attraversare i confini internazionali e di salire a bordo degli aerei. Un esempio viene proprio dall’Italia con la compagnia Alitalia che ha introdotto i voli Covid-free, per alcuni collegamenti da Milano Linate a Roma Fiumicino, imponendo a tutti i passeggeri un test sierologico prima dell’imbarco con un risultato immediato. Ma ciò che manca è una standardizzazione a livello globale. Infatti per quanto riguarda altre malattie, come ad esempio la febbre gialla, in un certo numero di paesi subtropicali è già richiesto un certificato di vaccinazione per consentire ai viaggiatori di entrare nei loro confini. La novità è che il covid-19 è un virus mutante, dunque il vaccino è molto più complicato da trovare e soprattutto da testare nella sua completa efficacia. Per ora si pensa ad arrestare il contagio affermando in maniera unitaria il passaporto sanitario Covid, che permette così l’attraversamento dei confini in modo più controllato attraverso un monitoraggio più moderno e tecnologico. Dal canto loro, le compagnie aeree sono ben liete di accogliere questi nuovi metodi coordinati a livello internazionale permettendo così un ritorno alla normalità nel settore dei viaggi, garantendo sicurezza e coesione. Sono molti, infatti, gli aerei che stanno rimanendo a terra o volano semi vuoti, per questo il passaporto sanitario digitale potrebbe risultare un metodo efficace per ritornare a far volare anche un settore come quello dei viaggi che ha risentito in maniera traumatica della crisi scatenata dall’ondata dell’epidemia.

Luigi Offeddu e Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera” il 6 aprile 2020. L' Ue è stata fondata su due principi base: la libera circolazione di persone, merci e servizi, senza controlli alle frontiere interne, e la sicurezza (anche sanitaria) dei suoi cittadini. Una libertà sancita dal trattato di Schengen, cui aderiscono 26 Paesi, tranne la Bulgaria, Croazia, Cipro, Irlanda, Romania. Non fanno parte dell' Ue ma aderiscono a Schengen la Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda. Ora, contro il coronavirus, la Commissione europea ha emanato una direttiva generale che dice fra l' altro: «agli autisti merci non dovrebbe essere imposta alcuna restrizione, né chiesto di esibire alcun certificato medico. Varcare un confine, inclusi i controlli sanitari, non dovrebbe richiedere a un convoglio merci più di 15 minuti». Poi ha stabilito 3 linee di difesa: ha «raccomandato» di evitare ogni viaggio all' estero «non essenziale»; fino al 16 aprile ha chiuso i suoi confini esterni a tutti i cittadini extra-Ue; infine, nello stesso periodo, ha ristabilito i controlli alle frontiere interne. Inoltre chiede che i britannici siano considerati come cittadini Ue per tutto il 2020.

Traduzione: anche se non del tutto formalmente, Schengen è stato sospeso, e quasi tutta l' Europa è sotto chiave. Hanno chiuso ai voli passeggeri e commerciali gli aeroporti di Paris Orly, Milano Linate, Bergamo. Tutti gli altri, al 1° aprile hanno un' attività ridotta fino al 92% (fonte Eurocontrol). Armonizzare è complicato e alla fine questa è la casa di mezzo miliardo di persone nella morsa del coronavirus.

Austria: sospesi i voli passeggeri con l' Italia e chiusi 47 valichi terrestri su 56. Per il trasporto merci gli autisti devono esibire un certificato medico non più vecchio di 4 giorni. Gli stranieri residenti possono rientrare in Austria sottoscrivendo l' impegno alla quarantena volontaria. È permesso il transito senza soste in territorio austriaco.

Belgio: gli italiani che vogliono tornare devono autocertificare motivi di assoluta urgenza. Alitalia offre ancora un'«offerta rimodulata» fra Roma e Bruxelles, mentre Brussels Airlines ha cancellato tutto.

Finlandia. Per transfrontalieri valgono norme Schengen. Restrizioni ai confini orientali, quarantena obbligatoria. Raccomandazione di evitare viaggi all' estero. Sospesi voli civili in arrivo, permessi quelli merci, ma con quarantena obbligatoria per i piloti.

Francia. Stretti controlli ai confini. Traffico merci ammesso «se compatibile con la salute pubblica». Gli autisti hanno l' obbligo di mostrare il certificato della effettiva necessità del viaggio. Fino al 15 aprile chiuse le frontiere, restano aperte quelle con l' Italia. Air France offre ancora voli passeggeri, ma raccomanda di verificare prima con i consolati.

Germania. Controlli ai confini, traffico libero per merci e transfrontalieri. Chi arriva in nave ad Amburgo (i voli sono in genere tutti sospesi) da Italia, Iran, Corea, Giappone, dovrà avere la «passenger locator card» che traccia i movimenti per 30 giorni.

Grecia: sospesi voli da e per Spagna, Francia, Inghilterra.

Irlanda: chiunque arrivi, esclusi i viaggiatori dall' Ulster, è tenuto alla quarantena di 14 giorni se è stato in zone colpite da virus. Tutti i cittadini sopra i 70 anni verranno monitorati fino al 31 luglio.

Italia: negli scali è garantita l' operatività per i soli voli di Stato, trasporto organi, canadair, cargo e voli emergenziali. Completamente sospesi i voli da e per la Spagna fino all' 11 aprile. Ripresi giovedì invece i traghetti passeggeri per la Sicilia e Sardegna.

Londra: Alitalia opera ancora da Fiumicino su Londra, si vola anche da Zurigo e Francoforte, «ma in rapida riduzione». Gli italiani possono rientrare in patria, previa autocertificazione e autoisolamento volontario. Nessuna restrizione per gli italiani in arrivo. Con sintomi lievi la quarantena è di 7 giorni.

Lussemburgo: sospesi voli e viaggi non essenziali, abolito il divieto di circolazione festivo dei Tir.

Malta: Sospesi voli da Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Italia. Dal nostro Paese sospesi anche i collegamenti marittimi fino a data da definirsi. Quarantena obbligatoria. Multa fino a 1000 euro per chi non rispetta le restrizioni.

Olanda: sospesi tutti i voli da e per Italia, Spagna e Austria.

Portogallo: divieto sconfinare via terra. Sospesi voli da e per Italia e Spagna.

Spagna: dal 16 marzo confini terrestri aperti solo a spagnoli, transfrontalieri o residenti, che documentano cause di forza maggiore o bisogno. Via libera alle merci.

Svezia: confini aperti. Nessuna misura di auto-isolamento, libertà di circolazione.

Bulgaria: fino al 17 aprile divieto di ingresso per cittadini italiani, cinesi, iraniani, coreani, provenienti da Gran Bretagna, Bangladesh, India, Maldive, Nepal, Sri Lanka, Spagna, Irlanda Nord, Francia, Germania, Olanda, Svizzera. Permesso il transito per tornare al proprio Paese. Sospensione voli da/per Italia e Spagna Slovenia: dall' Austria possono entrare solo cittadini con certificato medico rilasciato non più di 3 giorni prima. Sospesi tutti i voli e i treni dall' Austria Croazia: confini chiusi in entrambi i sensi. Con eccezioni concesse a diplomatici, militari, medici, camionisti. Obbligatoria quarantena di 14 giorni in auto-isolamento domiciliare o in strutture ospedaliere, per chi arriva dall' Italia e altri Paesi «contagiati».

Danimarca: blindati i confini, schierato l' esercito, e per entrare nel Paese occorre provare una ragione importante, fino al 13 aprile. Frontiera aperta solo per il passaggio di beni alimentari e medicine.

Lettonia. Divieto spostamento passeggeri su aerei, auto, treni, lungo i confini esterni dell' Ue Estonia: entrano solo estoni e stranieri residenti o in transito verso il loro Paese d' origine. Sui traghetti verso Finlandia, Svezia, Germania, si sale solo con l' auto.

Lituania: vietato l' ingresso agli stranieri, con l' eccezione di autisti merci. Vietata l' uscita dei cittadini lituani, a meno che non che lavorino all' estero.

Polonia: entrano solo i polacchi. Nessun limite per chi lascia la Polonia via terra. Gli stranieri con permesso di lavoro e residenza possono tornare, ma con obbligo di quarantena (esentati autisti merci e transfrontalieri Slovacchia: ingresso vietato agli stranieri, ad esclusione di chi ha il permesso di residenza, con obbligo di quarantena. Sospesi voli civili per tutti.

Romania: divieto di entrata ai cittadini non Ue, tranne quelli in transito. Proclamato formalmente lo «stato d' assedio». Quarantena per chi viene dai Paesi Ue con più di 500 casi. Sospesi voli da e per Italia, Spagna, Germania, Francia, e i treni da /per Italia.

Ungheria: frontiere aperte solo per gli ungheresi. Al momento solo chi ha applicato rigidissime misure interne con chiusura delle attività non cruciali, monitoraggio sanitario di massa e controllo degli spostamenti della popolazione è riuscito a contenere la pandemia, ovvero Cina e Corea, dove stanno gradualmente riprendendo le attività. Per quel che riguarda l' Ue non è mai arrivata una raccomandazione sul primo presidio di difesa dal contagio: l' obbligo per tutti i cittadini di indossare da subito la mascherina. Del resto non ce n' erano per tutti, avendo da anni delegato la Cina la produrre per tutti noi.

·        Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

Andrea Marinelli per il “Corriere della Sera” il 3 ottobre 2020. «Non mi sorprende che i tre leader del G20 che hanno preso meno seriamente il Covid-19 anche dal punto di vista personale, Donald Trump, Boris Johnson e Jair Bolsonaro, hanno finito per essere contagiati. Il coronavirus è un grande livellatore. Non importa quanto ricco o importante tu sia: se non stai attento, rischi il contagio», afferma Ian Bremmer, politologo e fondatore del centro studi newyorchese Eurasia Group.

Come legge questa «maledizione» dei tre grandi negazionisti?

«Quando hai un Paese e un mondo così divisi, questo scontro fra "noi e loro" può sembrare positivo: ti dà l'impressione di avere alle spalle una squadra per cui combattere. Invece finisce per indebolire la nazione, il mondo: viviamo in un'epoca "G-zero", senza potenze dominanti, in cui le persone non sanno cooperare. Trump, Johnson e Bolsonaro sono un simbolo di questo mondo frammentato, che non sa cooperare e non riesce neanche a rispondere alle crisi insieme. Il messaggio che ne deriva è che quello "G-zero" è un mondo molto pericoloso».

Cosa pensa del contagio di Trump?

«Possiamo dire che da parte sua non c'è stata nessuna ipocrisia. Era il primo a non indossare la mascherina, faceva comizi, incontrava persone. Non prendeva il virus seriamente, e parliamo di un uomo obeso di 74 anni. È stato irresponsabile, ed è il motivo per cui oggi abbiamo 207 mila morti».

Che messaggio ha dato al popolo americano?

«A un mese dalle elezioni pensavamo di aver già visto di tutto nel 2020. Dopo aver preso in giro Biden sostenendo che facesse campagna dal seminterrato, adesso Trump resterà in isolamento per almeno due settimane. Per ora ha sintomi leggeri ma anche Johnson ha iniziato così e poi ha rischiato di morire».

Trump ha spesso preso in giro i rivali che indossavano la mascherina.

«Ha politicizzato l'uso della mascherina, nonostante il dottor Fauci dicesse che bisognava convincere le persone a indossarla. Il presidente non se ne è curato ed è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti hanno risposto così male alla crisi. C'era il tempo di prepararci, abbiamo epidemiologi e scienziati bravissimi, molti soldi da spendere e piani già pronti per una pandemia, ma la nostra risposta è stata fra le peggiori al mondo. In gran parte dipende da lui, perché non ha preso la questione seriamente e l'ha politicizzata».

Riuscirà a trarre benefici politici dal contagio?

«Secondo me renderà ancora più difficile una sua vittoria. Durante la campagna non voleva affrontare il coronavirus perché l'ha gestito molto male, e molti americani la pensano così: va meglio di Biden sull'economia, ma peggio sul virus. Ora il suo contagio ci porterà a parlarne per tutto il mese, sarà l'argomento principale e di certo lo danneggerà. E poi non potrà fare comizi di persona per almeno due settimane. Senza considerare che è stato ricoverato e potrebbe non essere in grado di svolgere le sue funzioni: tutto questo rende più difficile una sua vittoria. Di una cosa però sono certo: se non sarà incapacitato in ospedale, contesterà l'esito delle elezioni».

Coronavirus, i paesi contrari al lockdown sono quelli che hanno più morti. Matteo Gamba su Le Iene News il  9 maggio 2020. Donald Trump, Boris Johnson (che poi si è ammalato, anche gravemente) e Jair Bolsonaro prima hanno paragonato il coronavirus a un’influenza e poi si sono opposti e hanno ritardato ogni quarantena in nome dell’economia. A pagarla duramente sono ora americani e britannici, primi e secondi al mondo per numero di morti. Mentre in Brasile la pandemia dilaga. E anche nella Svezia del no al lockdown e dell’immunità di gregge le cose peggiorano di giorno in giorno. “Il Covid-19 è meno grave dell’influenza. Non ci sarà nessuna emergenza e non sono preoccupato, è un virus che sparirà spontaneamente con il caldo”, diceva il presidente americano Donald Trump a inizio marzo. Lo stesso che ora è arrivato a consigliere di “iniettarsi disinfettante” e che ieri, 8 maggio, insisteva nel voler “riaprire subito tutto, anche a costo di molti morti” per dire addio nel nome dell’economia agli odiati lockdown, già in genere molti più blandi negli Stati Uniti che in Europa. “Non cambierà niente”, gli faceva eco sempre a inizio marzo l’alleato primo ministro britannico Boris Johnson, che si è opposto fino all’ultimo anche lui, accumulando ritardi, alla quarantena di massa che ha appena dovuto prolungare per tre settimane. Il 13 marzo confermava la strategia del “tutto aperto” e del “business as usual”. Mentre il suo consigliere scientifico Patrick Vallance parlava di “una brutta influenza” e puntava direttamente all’immunità di gregge (lasciando libero il virus fino ad arrivare a un 60% di contagiati che avrebbe tutelato gli altri e portato però decine di migliaia di morti). Il 27 marzo poi Boris Johnson si è ammalato di coronavirus, è finito in terapia intensiva e ha raccontato di aver avuto paura di morire. Dopo questi ritardi nel decidere il lockdown, che costava troppo all’economia, e sottovalutazioni del Covid-19, oggi gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono i due stati del mondo che hanno registrato più morti per coronavirus, rispettivamente 77.180 e 36mila (secondo un ricalcolo effettuato ieri nel Regno Unito), nonostante siano stati colpiti in pieno dall’epidemia dopo la Cina, l’Italia, la Spagna, la Francia e la Germania per esempio. Anche come numero di contagiati la tragedia Usa è enorme: i casi sono 1.283.929. Seguono la Spagna (222.587), l’Italia (217.185) e il Regno Unito (212.629), che come trend sembra destinato a breve al secondo posto anche in questa triste classifica. Sempre ieri, 8 maggio, gli Stati Uniti hanno registrato un’impennata di 2.500 morti in 24 ore dopo qualche giorno di trend almeno in calo. E il virus sempre avvicinarsi anche alla cerchia di Trump: ieri è risultata positiva Katie Millner, portavoce del vicepresidente Usa Mike Pence, mentre il giorno prima è successo lo stesso a un membro dello staff del presidente che si occupa del cibo e del guardaroba. Insomma anche la stessa Casa Bianca sembra accerchiata dall’“influenza”. Un’altra clamorosa sottovalutazione del Covid-19 viene da Jair Bolsonaro, ancora fortemente contrario alle misure di contenimento, che ha ridotto al minimo. Il presidente brasiliano è circondato pure da un mistero attorno alla notizia di una sua presunta positività circolata il 13 marzo (di sicuro da martedì scorso lo è il suo portavoce, il generale Otavio Rego Barros). Immancabile la definizione, risalente al 26 marzo, del Covid-19 come di “un’influenza di poco conto”: Bolsonaro continua a dirsi contrario con battute e violazioni a effetto alle misure di isolamento e distanziamento sociale e ha anche licenziato il ministro della Sanità Luiz Mandetta che le reclamava. L’epidemia di coronavirus sta esplodendo però negli ultimi tempi in Brasile: ieri ci sono stati 751 morti, non ce ne erano mai stati così tanti. E ci sono anche forti dubbi sui numeri reali dei decessi, difficili da conteggiare in particolare nella parte amazzonica e nelle favelas. Il paese, dove la pandemia è partita molto dopo rispetto a tanti altri, è già l’ottavo al mondo per numero di contagiati (146.894) e si avvia, come tutto l’emisfero australe, verso la stagione fredda che potrebbe peggiorare le cose. Bolsonaro sembra infischiarsene: dopo le critiche per aver organizzato una grigliata con una trentina di invitati, ha appena rilanciato: “Ho invitato tremila persone”. A pagare la visione del Covid-19 come “un’influenza” e l’opposizione e i ritardi sul lockdown nemico dell’economia di questi tre leader sono stati e sono i cittadini americani, britannici e brasiliani. Si può discutere su quanto stringenti debbano essere le misure di distanziamento sociale e di quarantena, che infatti sono state declinate in maniera diversa in vari paesi. Dati alla mano però, il no e le sottovalutazioni dei leader di Stati Uniti, Gran Bretagna e Brasile sono la palese dimostrazione che, comunque vada, servono a salvare vite. Un altro caso molto discusso è quello della Svezia. Contrariamente a Norvegia e Finlandia, i confinanti paesi scandinavi che hanno chiuso tutto, Stoccolma ha deciso di non adottare nessuna quarantena di massa puntando appunto su un lento raggiungimento di quell’immunità di gregge di cui si era parlato anche in Gran Bretagna. Il numero dei morti in proporzione alla popolazione, come potete vedere dal grafico qui sotto (fonte: OurWorldInData) è però molto più alto dei vicini. “È stato davvero una sorpresa, devo dire che non avevamo calcolato un così alto numero di morti”, ha detto mercoledì 6 maggio Anders Tegnell, l’epidemiologo a capo dell’Agenzia di sanità pubblica, che difende comunque la strategia della “mitigazione dolce” sul lungo periodo: “La seconda ondata da noi sarà meno critica e non avremo mai chiuso”. Molti dei decessi sono avvenuti nelle case di cura nonostante, con uno dei pochi divieti decisi in Svezia, le visite dei parenti siano state bloccate. Intanto l’economia, che è comunque in crisi globale e che doveva avvantaggiarsi invece dall’assenza di lockdown, non va meglio dei vicini. Con molti morti in più.

Irene Soave per il “Corriere della Sera” il 22 aprile 2020. In guerra, diceva Eschilo, la prima vittima è la verità. E se la metafora bellica per il Covid-19 è inadeguata, non lo è in questo senso: in molti Paesi la «verità» su contagi e vittime reali del virus è difficile da rintracciare nei dati ufficiali. Per povertà di mezzi: non ovunque i tamponi si trovano (come nello Yemen in guerra: un solo caso). Per i numeri che non tornano, come in Cina o in Turchia, ma soprattutto per la scarsa trasparenza di governi e regimi. Come il Brasile di Jair Bolsonaro e gli altri tre del «club dello struzzo» (la definizione è del politologo Oliver Stuenkel): anche Turkmenistan, Nicaragua e Bielorussia negano semplicemente che il virus li abbia colpiti. Non a caso nel rapporto 2020 di Reporter Senza Frontiere, pubblicato ieri, c' è un' inedita sezione «Coronavirus»: molti leader hanno approfittato dell' emergenza per restringere ancora la libertà di stampa, incarcerando giornalisti che dubitavano delle statistiche (come in Algeria) o varando leggi «anti-fake news» che aumentano il loro controllo sull' informazione.

Fabrizio Dragosei per il “Corriere della Sera” il 22 aprile 2020.  Al centro dell' Europa c' è una specie di Paese delle favole, dove tutto va bene, la gente è felice e nessuno muore per coronavirus. O almeno così sostiene il presidente-padrone Aleksandr Lukashenko, in sella dal 1994, quando la Bielorussia tenne la sua prima elezione democratica. Il capo del Paese (tutti lo chiamano «batka», cioè babbo) parla di «coronapsicosi». «Nel nostro Paese non è morta una sola persona per il virus La causa è stata una delle malattie croniche che avevano». Domenica lui è andato in chiesa in mezzo a centinaia di fedeli e lunedì le scuole hanno riaperto. Pure il campionato di calcio funziona: gli stadi sono aperti al pubblico e 11 Paesi, tra i quali Russia, Ucraina e Israele, trasmettono in tv le uniche partite che si giocano nel Vecchio Continente. Ma stavolta sembra che il suo popolo non creda a «batka», visto che molta gente da settimane pratica un auto lockdown. E perfino le autorità statali diffondono cifre che non sono in linea con quello che dice Lukashenko. Secondo i dati del ministero della Salute, ad aprile c' è stata un' impennata dell' epidemia. Da poche centinaia di casi si è passati a 6.264, con 51 morti. Altro che un sorso di vodka, un po' di hockey e lavoro in campagna per combattere il Covid, come dice il presidente. Il 60% degli studenti non è tornato in classe. E perfino i tifosi sono guardinghi. Negli 8 stadi dove sabato si è giocata la 5° giornata del campionato c' erano solo 2.383 persone. Il match più frequentato, a Borisov, è stato seguito dal vivo da 652 appassionati.

Paolo Salom per il “Corriere della Sera” il 22 aprile 2020. In Cina il virus esiste eccome. Anche se ultimamente i nuovi contagi sarebbero quasi scomparsi. E, da gennaio almeno, le autorità sanitarie informano con regolarità il mondo sull' evoluzione dell' epidemia: positivi, decessi, guarigioni. Il problema tuttavia è duplice: per prima cosa c' è stato un grave ritardo nella comunicazione sulla presenza, a Wuhan, della nuova epidemia, i cui primi casi sarebbero stati osservati già a dicembre, se non prima. E poi i numeri: la Cina ha denunciato 84 mila casi e meno di 5 mila decessi. Considerando la popolazione (un miliardo e 400 milioni) e la densità abitativa di megalopoli come Wuhan (10 milioni di abitanti), resta un mistero capire come sia possibile che la Cina abbia avuto cinque volte meno morti rispetto all' Italia. Pechino è stata oggetto di numerose proteste a livello di cancellerie. Donald Trump ha criticato il suo «amico» Xi Jinping per la «poca trasparenza» a proposito del virus. E persino la tedesca Angela Merkel, raramente critica della Cina, ha avanzato «dubbi» sulla «sincerità» dei partner orientali. Ma Pechino a tutti ha sempre risposto: «Noi non abbiamo mai nascosto nulla».

Rocco Cotroneo per il “Corriere della Sera” il 22 aprile 2020. Jair Bolsonaro ha smesso di chiamare il Covid-19 una gripezinha - dolce parola che significa piccola influenza - ma non di difendere il ritorno alla normalità e di accusare gli altri di propagare panico eccessivo. Ha sostituito il popolare ma troppo loquace ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta, allineato alle indicazioni Oms, con Nelson Teich, un altro medico che la pensa allo stesso modo ma non lo dice, appare assai meno in tv e se lo fa ha dietro il ritratto del presidente, con il quale si dice allineato. Risultato, ordine sparso sotto l' Equatore: ogni governatore e sindaco fa quel che gli pare, annuncia aperture e chiusure a giorni alterni, e ancora non è chiaro se la curva ascendente del contagio in Brasile stia andando verso il peggio oppure non è poi così ripida, né se i dati diffusi su contagi e vittime (40.000 e 2.600) siano attendibili o molto sottostimati. Intanto il sistema ospedaliero di due Stati, Amazonas e Ceará, è al collasso con il 100% di letti e respiratori occupati, altri si stanno saturando. Sono le zone più calde del Brasile, sempre per ricordare a Bolsonaro, e a molti altri che lo sostenevano, che il virus non si ferma con le alte temperature.

Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” il 22 aprile 2020. «Nessun virus è più forte delle nostre misure». Così il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a inizio aprile cercava di minimizzare i numeri della pandemia e di rassicurare i cittadini sulla capacità del sistema sanitario. Sempre meglio dell' atteggiamento adottato fino a metà marzo quando Ankara negava persino che ci fossero contagi e se qualcuno dava dati diversi da quelli ufficiali veniva ripreso o, peggio ancora, arrestato «per incitamento al panico» come è successo a 410 persone. Ieri il New York Times ha rivelato che soltanto ad Istanbul tra il 9 marzo e il 12 aprile ci sono state 2.100 morti in più della media dei due anni precedenti, più o meno tanti quanti i decessi dichiarati oggi in tutta la Turchia a causa del Covid-19: i numeri non tornano. Il governo si difende dicendo di aver agito tempestivamente chiudendo a metà marzo tutti i voli internazionali, le scuole, i bar e i caffè e sospendendo le preghiere di massa. L' 11 aprile è stato imposto un primo coprifuoco per il fine settimana in 31 regioni su 81. Da domani, vigilia dell' inizio del Ramadan, sarà imposto un lockdown di quattro giorni. Basterà? Il presidente assicura un ritorno alla normalità a giugno nonostante i 90.980 contagi. Ma l' Associazione dei Medici turchi è scettica: chiede maggiore trasparenza sui dati. E i sindaci di Istanbul e Ankara, entrambi dell' opposizione, invocano maggiori tutele per i loro cittadini. La pandemia, però, sta affondando l' economia e di soldi ce ne sono veramente pochi.

L'avanzata dei negazionisti del coronavirus. Melissa Aglietti su videodromenews.com il 02-04-20. Mentre la pandemia di coronavirus lascia spiazzati governi e cittadini, c’è chi, orgoglioso, mostra la verità sul palmo della mano: «SARS-CoV-2, in realtà, non esiste». Parafrasando Wittgenstein, i limiti del linguaggio sono i limiti del nostro mondo. E così, c’è qualcuno per cui la parola “coronavirus” rappresenta una demarcazione talmente netta e solida da poterla srotolare lungo le frontiere di un intero Paese, come negli Usa, dove fino a un mese fa Trump paragonava il virus a una banale influenza. O come in Turkmenistan, dove da martedì è addirittura vietato girare con le mascherine e parlare della pandemia.

Negazionismo in salsa turkmena. Secondo Reporter senza Frontiere, l’organizzazione che difende e promuove la libertà di stampa e di informazione, il governo della repubblica dell’Asia centrale, guidata dall’autocrate Gurbanguly Berdimuhamedow, avrebbe proibito ai media statali di riportare la parola "coronavirus". «Le autorità turkmene hanno tenuto fede alla loro reputazione adottando questo metodo estremo per sradicare tutte le informazioni sul virus», ha fatto sapere Rsf. Non solo. Secondo Turkmenistan Chronicle, dalle brochure informative sulla prevenzione delle malattie virali è stato eliminato ogni riferimento all’infezione da Covid-19. Ma l’onda negazionista non si ferma qui. Radio Azatlyk riporta di poliziotti in borghese occupati a intercettare le conversazioni sulla pandemia tra la popolazione, mentre, stando a quanto riportano i corrispondenti di Radio Free Europe, la polizia adesso può arrestare chi indossa la mascherina in pubblico. Una strategia paradossale che va oltre ogni logica: al momento i contagi ufficiali nella repubblica turkmena sono pari a zero, nonostante il vicinissimo Iran sia tra i Paesi più colpiti al mondo.

Vittorio Sgarbi e gli altri negazionisti di casa nostra. Il coronavirus non sa nemmeno di esistere. È solo un parassita che infetta le nostre cellule, perdendo la sua individualità, a metà tra l’essere e il non essere. Ma a noi, che osserviamo le conseguenze che si porta dietro, ci sembra assurdo negare la sua esistenza. Eppure c’è chi, fino a pochi giorni fa negava l’emergenza coronavirus. Tra questi anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi. «Vi hanno messo paura», scriveva il 14 marzo sul suo profilo Facebook. «È una paura che vi è stata introdotta da tutte le immagini televisive, da tutti i camici, le mascherine e da alcuni virologi». Per Sgarbi, il governo avrebbe attuato una strategia della tensione per coprire le inefficienze del sistema sanitario e che la zona rossa sarebbe nient’altro che una sospensione della democrazia. Il 16 marzo, la conversione: «Ho sottovalutato. La quarantena è una misura intelligente e drastica», dirà in un video su Facebook. E poi c’è la virologa Maria Rita Gismondo dell’ospedale Sacco di Milano che a fine febbraio assicurava che il coronavirus non fosse altro che una banale influenza. Eppure una banale influenza non ha mai sconvolto il mondo in questo modo.

Stefano Montanari e i morti “per” coronavirus. Tra i negazionisti del coronavirus, un nome salta all’occhio: è quello di Stefano Montanari, nanopatologo, farmacista e direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena e guru degli antivaccinisti. «Non c’è un aumento di mortalità a causa del coronavirus. Stiamo parlando del nulla: i morti per coronavirus sono tre», sostiene Montanari in un’intervista al canale Byoblu. «Contrariamente a quanto si crede abbiamo delle difese nostre immunitarie che sono fortissime, molto più forti di quanto non sia la stragrande maggioranza dei farmaci. Quando ci mettiamo i guanti facciamo un disastro dal punto di vista della nostra salute». Insomma, dopo i negazionisti dell’Olocausto, arrivano loro, i negazionisti del coronavirus, che negano, più o meno in buonafede, quello che è sotto gli occhi di tutti. Con buona pace dei fatti, costretti a fare da tappezzeria al gran ballo delle bufale. 

Il circolo mondiale dei negazionisti vip: macché epidemia, è una normale influenza. In Usa il presidente Trump e l'industriale Musk minimizzano il Coronavirus. Lodovica Bulian, Mercoledì 11/03/2020 su Il Giornale. «Falsità», «panico da stupidi», «il coronavirus non esiste». I negazionisti del Covid-19 non desistono nemmeno di fronte a un'Italia chiusa per emergenza e di terapie intensive a rischio collasso. Twittano, si immortalano in video selfie per «svegliare» i followers dal «terrorismo mediatico». Il virologo Roberto Burioni, attento controllore dei cinguettii diffusori di fake news sui social, ha risposto a Elon Musk, patron di Tesla, che ai suoi 32 milioni di seguaci su Twitter aveva scritto: «Il panico da coronavirus è stupido». Per molti l'imprenditore ha sminuito la portata dell'infezione nonostante anche la sua «patria d'affari», la California, ne sia stata colpita. «L'epidemia di babbei è già una pandemia», gli ha risposto Burioni. E con gli utenti che lo hanno attaccato in difesa di Musk, il virologo ha rincarato la dose: «Io ho fatto un millesimo di quello che ha fatto questo babbeo: ho studiato molto la virologia. Lui con tutti i suoi soldi no». Del resto Burioni ha risposto, sebbene in toni più garbati, anche al presidente degli Stati Uniti Donal Trump che sul Covid-19 aveva twittato: «Quindi l'anno scorso 37.000 americani sono morti per l'influenza comune. In media tra 27.000 e 70.000 all'anno. Niente è fermo, la vita e l'economia continuano». Il professore gli ha fatto notare: «Signor Presidente, mentre tutti gli americani hanno un certo grado di immunità contro l'influenza stagionale, non esiste alcuna immunità contro questo nuovo coronavirus. Il virus è pericoloso, si diffonde molto rapidamente e penso che sottovalutare questa malattia infettiva sarebbe un errore mortale». E poi ci sono personaggi di casa nostra, che scatenano l'indignazione collettiva. Come l'uscita video su Facebook della ex showgirl Eleonora Brigliadori che si cimenta su teorie di complotti americani e ai suoi followers parla così: «Che ci fosse l'America dietro tutto questo, era già chiaro a molti di noi!». E ancora: «I contagi ci sono sempre stati, non c'è niente di nuovo tranne la volontà di creare terrorismo». È bene ricordate che l'Organizzazione mondiale della sanità ha più volte ribadito che «a livello globale si arriva al decesso in circa il 3,4% dei casi di Covid-19. Per fare un confronto, l'influenza uccide meno dell'1% degli infetti». E fanno discutere anche le dichiarazioni del presidente della casa del caffè Hausbrandt, Martino Zanetti, che ieri ha commentato la situazione italiana così: «Il Coronavirus non esiste, se questa è una pandemia allora ce l'abbiamo tutti gli anni. È una falsità palese costruita dal governo francese per sabotare i progetti di Via della Seta fra Pechino e Venezia. Ai miei collaboratori consiglio di viaggiare e muoversi liberamente senza preoccupazioni». Alla fila si è aggiunto ieri anche Helmut Marko, ex pilota e ora consulente di Red Bull: «È come un'influenza. Per la maggior parte, le persone muoiono di vecchiaia con malattie preesistenti. Dobbiamo contrastare la paura dei politici e non sostenerli».

Materazzi : “I Francesi ci deridevano ora ci copiano”. Angela Costagliola su Mondonapoli il 19 Marzo 2020. In diretta dal profilo Instagram della Gazzetta dello Sport insieme ad Andrea Elefante, Marco Materazzi, ex difensore dell’Inter e della Nazionale Italiana, ha detto la sua sull’emergenza Coronavirus in particolare sul comportamento della Francia :”Ci hanno deriso al mondiale e anche adesso durante questa crisi, ma alla fine ora stanno facendo come noi, che ci siamo uniti tutti assieme per fronteggiare il virus così come eravamo uniti durante quel mondiale del 2006.”

Carla Bruni sfotteva sul coronavirus in Italia. "Ora se la fa sotto, solo i coglioni..." Roberto Alessi su  Libero Quotidiano il 05 aprile 2020. Adoro Carla Bruni, nata ricchissima, con due padri adorabili e miliardari (in euro), uno naturale e uno che le ha dato il cognome e un' eredità colossale. Claudia è nata pure bella, certo, con qualche aiutino, ma la struttura è quella (mia madre Anita mi diceva: «Bella a partire dalle ossa, quella è dalla base»). In più colta: ottime scuole e frequentazioni, viaggi, fidanzati famosi (compresi Mick Jagger e Eric Clapton). Infine ha sposato uno degli uomini più famosi di Francia, Nicolas Sarkozy, ex presidente. Le ha tutte. Come si fa a non detestarla? Ha pure la stronzaggine. Quando si iniziava a parlare di Coronavirus in Italia lei faceva le battutine alla tv francese e durante una sfilata (era il 23 gennaio) ha detto davanti alle telecamere: «Baciamoci, non facciamo gli stupidi! Noi siamo della vecchia generazione! Non abbiamo paura di nulla paura del Coronavirus. Nada!» e poi, guardando la telecamera, ha finto di star male, fingendo di tossire. Spiritosa come una lapide, vero? Oggi, come tutti, se la fa addosso e dopo un paio di settimane dalla bravata ha scritto «Certe volte succede di fare uno scherzo di cattivo gusto. Sul momento, in un certo contesto uno scherzo, anche stupido, non significa granché. Uscito dal contesto, lo stesso scherzo diventa schifoso». E la retromarcia (un po' tardiva per la verità) è arrivata e Carla ha montato un video dove mostra gli eroi dei nostri giorni: medici che tengono duro, infermieri che per mille euro rischiano di contrarre una broncopolmonite fulminante, malati che resistono, parenti e bambini che riescono perfino ad accennare un sorriso. Solo i coglioni non cambiano idea.

Carla Bruni sbeffeggia il Coronavirus, finge tosse e crisi respiratoria: "Baciamoci, nessuna paura". Una scenetta di cattivo gusto quella di cui si è resa protagonista l'ex première dame francese durante la settimana della moda di Parigi. Redazione Today il 16 marzo 2020. Carla Bruni non fa ridere. La simpatia non è mai stata la qualità migliore dell'ex top model italiana "adottata" dalla Francia, ma stavolta ha esagerato. Durante la settimana della moda di Parigi - due settimane fa - dopo una sfilata, l'ex première dame ha finto tosse e crisi respiratoria, ironizzando sull'emergenza Coronavirus, davanti al presidente di LVMH Fashion Group, Sidney Toledano. A riprendere la scena, che in questi giorni sta facendo il giro del web, le telecamere del programma di Tf1 '5 Min de Mode'. "Baciamoci, non facciamo gli stupidi - dice Carla Bruni a Toledano - Noi siamo della vecchia generazione. Non abbiamo paura di nulla, non siamo femministi e non abbiamo paura del Coronavirus. Nada". Immagini che hanno fatto scoppiare una bufera sui social, dove in molti non perdonano Carla Bruni. "Da oggi potremo porre la domanda 'Quanto sei stupido da 1 a #CarlaBruni?' twitta qualcuno e non è il solo a pensarla così... Su Instagram, quando anche la Francia è nel pieno dell'emergenza, arrivano le scuse (ma se la prende con il montaggio): "Certe volte succede di fare uno scherzo di cattivo gusto - scrive Carla Bruni - Sul momento, in un certo contesto, uno scherzo, anche stupido, non significa granché. Uscito dal contesto, lo stesso scherzo diventa schifoso. Ho purtroppo scherzato io qualche settimana fa, uno scherzo stupidissimo e sono stata filmata senza rendemene conto. Un montaggio malvagio ha deliberatamente dato un carattere schifoso a questo mio scherzo imbecille. Vorrei presentare le mie scuse a tutti quelli che sono stati scioccati e feriti da questo video e dal suo contenuto. Vorrei precisare ancora una volta che si trattava di uno scherzo. Che non riflette in niente i miei sentimenti. Buon coraggio a tutti". 

 Emergenza Coronavirus, Ogbonna: «Noi italiani derisi dagli inglesi. Ora…». Redazione LazioNews24 il 28 Marzo 2020. Emergenza Coronavirus, il difensore del West Ham, Angelo Ogbonna ha raccontato come gli inglesi stanno vivendo la situazione di emergenza. Angelo Ogbonna, ex difensore di Torino e Juventus, ora in forza al West Ham, in un’intervista rilasciata ai microfoni di TMW,  ha spiegato in che modo l’Inghilterra ha affrontato e sta affrontando la situazione di emergenza legata al Coronavirus. Ecco le sue parole: «Hanno sottovalutato una problematica globale, seria, grave. Inizialmente ci deridevano, pensavano che stessimo esagerando ed esasperando la questione. Io vivo a Londra ma sono da subito stato preoccupato per noi e per la famiglia in Italia. Devo dire la verità: nell’aria, almeno a Londra, la preoccupazione c’era. Supermercati vuoti, meno gente a giro. Però Londra non è l’Inghilterra. Io voglio ringraziare i medici in Italia che si stanno prendendo cura delle persone, dei malati, dei contagiati. Di chi rischia ogni giorno. La mia famiglia è a Cassino, la situazione è difficile ovunque e anche lì. Quella della mia compagna è a Torino dove quando torniamo siamo quasi in pianta stabile. Sono città bloccate, sembra di vivere un film».

Coronavirus, "Una scusa per gli italiani per non fare niente": il commento infelice di un presentatore britannico. Lui è Christian Jessen, medico e presentatore di programmi "spazzatura". La battuta inopportuna l'ha pronunciata premettendo che può  "essere un po' razzista". Di Maio: "Qualcuno ha confuso la pandemia con uno show". Enrico Franceschini il 13 marzo 2020 su La Repubblica.  "Il coronavirus? Una scusa degli italiani per prolungare la loro siesta". Un commento a dir poco vergognoso, specie davanti a 15mila malati e oltre mille morti nel nostro Paese, quello del dottor Christian Jessen, 43enne medico britannico, scrittore e presentatore televisivo di show stile tabloid, come "Embarassing  bodies" (Corpi imbarazzanti) e "Supersize vs Superskinny" (Supergrassi contro supermagri). Ha anche prodotto e narrato un documentario intitolato "Cure me, I am gay" (Curatemi, sono gay), su presunte terapie per "curare l'omosessualità". Che le sue parole siano imbarazzanti è lui stesso ad ammetterlo, durante l'intervista radiofonica alla rete Fubar, secondo quanto riporta il quotidiano Independent: "Quello che dico potrebbe essere un po' razzista, e mi toccherà scusarmi, ma non pensate che il coronavirus sia un po' una scusa? Gli italiani, sappiamo come sono, per loro ogni scusa è buona per chiudere tutto, interrompere il lavoro e fare una lunga siesta". Usa proprio il termine spagnolo, "siesta", diffuso anche in inglese, alludendo a un prolungato riposino pomeridiano, ovvero nelle ore lavorative. A quel punto il conduttore gli domanda se è d'accordo con la decisione di Boris Johnson di ritardare la chiusura delle scuole. "Concordo in pieno", risponde il dottor Jessen. "Penso che sia un'epidemia vissuta più sulla stampa che nella realtà. In fondo anche l'influenza uccide migliaia di persone ogni anno". Il che è vero: le vittime della normale influenza sono circa 8mila l'anno soltanto in Gran Bretagna. Ma a parte che il coronavirus a detta di medici e scienziati non sembra una "normale" influenza, l'intervistatore gli fa notare che comunque già 10 persone sono morte nel Regno Unito per l'infezione arrivata dalla Cina. "Lo so, è tragico per le persone coinvolte, ma non si tratta di grandi numeri. Non colpisce le madri, non riguarda le donne incinte, e nemmeno i bambini per quanto sappiamo, perciò perché questo panico di massa? Diciamo la verità, è solo un brutto raffreddore. Non è una vera epidemia, o meglio, ovviamente lo è, ma ci preoccupiamo troppo. Beh, spero di non dovermi rimangiare queste parole!" Laureato in medicina al prestigioso University College London, il dottor Jessen ha una specializzazione proprio alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, la facoltà che studia i nuovi virus. Esercita tuttora la professione di medico presso una clinica privata di Harley Street a Londra, anche se il suo principale mestiere è diventato fare la star delle tivù sensazionale. Questa sera è arrivata, sulla sua pagina Facebook, la reazione del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio: “Qualcuno ha confuso il coronavirus per uno show. E personalmente provo imbarazzo per queste persone. Dopo l’insulto alla pizza italiana (su cui poi sono arrivate le scuse della tv francese), ora arriva l’ultimo dei conduttori televisivi, tale Christian Jessen, inglese, già noto per i suoi programmi di grande approfondimento culturale come “Malattie imbarazzanti”... Questo straordinario statista, in merito all’emergenza che stiamo vivendo, ha detto che 'gli italiani usano delle scuse per chiudere tutto e smettere di lavorare per un po’, per avere una lunga siesta'. Io non lo commento nemmeno. E stavolta, sono sincero, non ci servono nemmeno le scuse, ancor meno le sue. È un piccolo uomo, lasciamolo alle sue farneticazioni e guardiamo avanti. Con dignità, come abbiamo sempre fatto”.

Eleonora D'Amore per fanpage.it il 24 marzo 2020. Era lo scorso 13 marzo quando il dottor Christian Jessen, medico e conduttore del programma inglese Malattie imbarazzanti, affermò che gli italiani stavano usando la pandemia di coronavirus come scusa per avere una "lunga siesta", riconoscendo che i suoi commenti potevano sembrare "un po' razzisti". A pochi giorni da quella frase infelice, arriva il suo commento sui social, nel quale si scusa per aver offeso l'Italia e chiunque stia affrontando questo momento di forte sofferenza: Per quanto riguarda i miei commenti sull’epidemia di coronavirus in tutto il mondo e la situazione dell’Italia: Ho sbagliato, lo ammetto. Ho cercato di sdrammatizzare il panico. Tuttavia, col senno di poi riconosco che la mia osservazione era insensibile e devo scusarmi per qualsiasi turbamento io abbia causato. Capisco perché sia stato offensivo e spero possiate perdonarmi. Come medico, il mio lavoro è essere onesto e cercare di portare luce nella vita delle persone. Vorrei assicurarvi che i miei pensieri sono rivolti a tutti coloro che sono colpiti dal virus e a coloro che stanno lavorando duramente per aiutare tutti a superare questo momento difficile. Infine, al momento non sto usando molto i social media, quindi tenete presente che forse non vedrò le vostre risposte. Ripeto che adesso non userò i social media perché sto lottando con la mia salute mentale e Twitter non è sempre il posto migliore dove trovarsi in tali circostanze. Tornerò quando starò meglio.

Coronavirus, da Valencia a Tgcom24: "Noi italiani derisi, qui sono arrivati in ritardo con le chiusure". TGcom il 26 marzo 2020. "Mi meravigliavo degli aerei che ancora il 4 marzo atterravano da Orio con centinaia di connazionali, giunti per il Festival delle Fallas, interrotto solo allʼultimo", commenta Vittoria, da anni residente in Spagna. "Non so se c'entra la partita con l'Atalanta, non so se c'entrano il corteo dell'8 marzo o le Fallas; so che anche qui siamo arrivati in ritardo ad affrontare il coronavirus". Da dieci giorni in quarantena con la famiglia a Valencia, su disposizioni del governo Sanchez, Vittoria, trentenne italiana, esprime a Tgcom24 tutto il suo sgomento. "Per business hanno interrotto il più tardi possibile i tradizionali festeggiamenti di San Giuseppe; ricordo che noi italiani eravamo derisi per le nostre preoccupazioni, informati com'eravamo di quello che avveniva nel nostro Paese", racconta. Mentre il rimpallo di responsabilità per la pandemia di Bergamo continua tra Valencia (e il suo club calcistico) e gli esperti italiani (anche l'Iss e da ultimo il commissario Borrelli valutano come ipotesi che tifosi spagnoli e atalantini a San Siro quel 19 febbraio per il match di Champions abbiano potuto innescare il contagio zero nella Bergamasca).

Strade vuote e posti di blocco anche lì a Valencia: che aria si respira da quando è iniziato il lockdown spagnolo?

"Anch'io sto chiusa in casa da dieci giorni; cerco di non guardare troppe notizie per non angosciarmi. Vivo su una strada di passaggio, con i negozi, gente ce n'è ancora in giro. Mi arrivano foto della piazza principale che è vuota ed è inusuale, ma non mi risulta il coprifuoco come in Italia. Ma anche qui si respira un'aria di incertezza. Tutti i giorni alle 20 c'è l'applauso comunitario dalle finestre, dal primo giorno. Emotivamente molto coinvolgente".

Mentre a Valencia e in tutta la Spagna la vita continuava normalmente, le notizie che riceveva dall'Italia erano di piena emergenza: che idea si faceva?

"Qui in Spagna il problema coronavirus è stato sottovalutato, ma seguivo la questione in Italia, meravigliandomi degli aerei carichi di turisti che arrivavano da Orio e da Roma a Valencia per le Fallas. Com'è possibile?, mi chiedevo sapendo dell'emergenza in Italia. Proprio le Fallas, la festa più grande e attesa di Valencia, era iniziata il primo marzo e nessuno intendeva fermarla anche perché in un mese di festival girano 4 milioni di persone e un grande business. Poi, alla fine, il 13 marzo, per decisione del governo centrale, anche le Fallas si sono fermate; tutto rimandato a luglio e nella piazza principale è rimasto da bruciare il busto dell'opera-simbolo, la Meditatrice, alla quale hanno messo una mascherina. Ciò, mentre dall'Italia le notizie ci angosciavano: qui la comunità italiana è molto numerosa e tutti si chiedevano se andare a lavoro normalmente. Io alla fine ho deciso di mettermi in telelavoro da subito, prima del discorso al Paese del presidente Sanchez".

Una situazione surreale?

"All'inizio noi italiani qui venivano derisi, perché eravamo molto in allarme; eravamo preoccupati; eravamo un passo avanti in questo senso, ma non venivano presi sul serio. Si poteva forse evitare il disagio che verrà con un po' più di intelligenza e serietà. Noi le Fallas quest'anno non le abbiamo vissute, proprio per questo motivo. C'era gente di tutto il mondo, turisti, troppi assembramenti nella piazza principale e li ritenevo un pericolo. Facevo giri all'aria aperta ma con le dovute distanze. Quando l'Oms ha sancito la pandemia, il governo spagnolo si è svegliato e ha deciso di chiudere tutto. Il giorno prima non c'era da preoccuparsi, il giorno dopo tutti a casa".

Come vive la quarantena: routine stravolta, ansie?

"Non ci vediamo più neanche con i vicini. Alla fine si esce solo per buttare la spazzatura. E pensare che fino a due giorni prima lo stesso governo assicurava che non ci fosse bisogno di bloccare le Fallas. Abbiamo vissuto i primi giorni con l'incubo di esserci ammalati. E ora sono soprattutto preoccupata anche in ambito lavorativo, i prossimi mesi saranno molto duri. Provo preoccupazione mista a rabbia per la disorganizzazione dei governi dei vari Paesi, con ognuno che agisce in maniera diversa senza coordinamento europeo. Il contagio era prevedibile. Certo, ora la routine è stravolta; cerco di non far annoiare il mio bambino e di stare allegri; ci colleghiamo tutto il giorno con i famigliari in Italia".

Sulla stampa locale che notizie ha dell'emergenza sanitaria? Anche lì si ipotizza che il coronavirus sia arrivato prima di metà febbraio nella Regione Valenciana o è solo un'ipotesi che si segue in Italia e che vorrebbe spiegare la pandemia di Bergamo?

"Lunedì nella Comunitat Valenciana si erano registrati 25 decessi in più e 297 nuovi positivi in 24 ore, leggevo su Las Provincias, per un totale di 1.901 infetti e  94 vittime; ci sono anche 378 malati tra i sanitari. Situazione, dunque, in evoluzione, con altri 15 giorni di lockdown che ci aspettano. Per quanto riguarda la partita, sì, i contagi anche qui dicono siano potuti iniziare da lì: positivi di Valencia insieme a positivi di Bergamo a San Siro avrebbero dato vita a un contagio massivo, come riporta in questi giorni, tra gli altri, anche Mundo Deportivo. Ricordo della polemica per la gara di ritorno che si è giocata a porte chiuse, con i tifosi fuori dallo stadio tutti ammucchiati".

Il primo pensiero quando si tornerà alla normalità?

"La voglia più grande non è solo che passi tutto questo, e la vedo abbastanza lunga, ma è di tornare in Italia, riabbracciare i miei cari, stare un po' con loro e vivere con loro la normalità anche di una passeggiata, che ora sembra un evento storico".

Coronavirus, in Svezia si ride dell'Italia: "Siete ridicoli, non siamo come voi". Redazione AV LIVE il 27/03/2020. La Svezia è l’unico paese in tutto il vecchio continente che di fatto non ha applicato misure restrittive per contenere il coronavirus. Come sottolinea l’edizione online di Repubblica, il governo ha deciso di chiudere le scuole solamente per gli studenti dai 16 anni in su, università comprese, e vietato gli assembramenti superiori alle 500 persone. Per il resto, il nulla. Una ragazza italiana che si trova a Goteborg, una delle città più importanti della Svezia, ha deciso di mettersi in quarantena come molti suoi connazionali, ma gli svedesi li hanno derisi con frasi quasi razziste: “noi non siamo come voi, non ci accadrà nulla, siete ridicoli”. La Svezia ha optato per continuare la vita di prima, con gli uffici aperti, e i mezzi pubblici fra bus, tram e metro che all’ora di punta sono stracolmi.

La strategia dell’Italia contro il Coronavirus: prima derisa poi copiata da tutti. Pietro Lepidi il 21 marzo 2020 su  thewisemagazine.it il 21 marzo 2020. Noi italiani siamo sempre pronti a criticare ogni singola disposizione del governo e facciamo bene. Anni di mala amministrazione della cosa pubblica e di personalità politiche mediocri ci hanno abituato a essere cauti. Tuttavia, per quanto riguarda la lotta al coronavirus bisogna ammetterlo: il governo italiano e i suoi cittadini hanno azzeccato in pieno la strategia vincente per combattere il Covid-19. Gli altri paesi del mondo prima ci hanno guardato con diffidenza, poi ci hanno considerati degli untori, poi ci hanno derisi e infine ci hanno copiato. Ormai è molti giorni che siamo chiusi in casa aspettando il giorno in cui potremo finalmente tornare a fare un giro in centro o vedere gli amici dal vivo, ma soprattutto aspettando il giorno in cui dovrebbero iniziare a diminuire i contagi, con alcuni giornali che parlano di picco imminente e altri che prospettano ancora molte settimane di crisi. Noi ci stiamo forse ormai abituando a questo stato di quarantena, dopo gli avvenimenti dell’ultimo mese che hanno costretti a correre precipitosamente ai ripari congelando gradualmente tutte le attività sociali e molte delle attività produttive del paese. Tra l’8 e il 9 marzo l’Italia si fermata e si è chiusa in casa mentre il mondo guardava incredulo il numero crescente di contagi registrato nel nostro paese dopo il primo caso di Lodi del 20 febbraio. Diciamolo pure, abbiamo fatto benissimo a fermare il paese. Qualsiasi altra misura meno restrittiva avrebbe messo in ginocchio il nostro sistema sanitario più di quanto questo virus non stia già facendo ora. La stragrande maggioranza degli italiani ha rispettato i decreti del presidente del consiglio e si è spostata da casa solo se necessario, le città italiane si sono svuotate e gli ospedali stanno con tenacia combattendo il virus al meglio delle loro possibilità. L’Italia si è gradualmente blindata per fermare il Coronavirus e mentre lo abbiamo fatto i paesi occidentali ci hanno guardato con sospetto e indifferenza. Una prima reazione è stata quella di bloccare i cittadini italiani in viaggio all’estero. Il 27 febbraio, solo una settimana dopo il primo infetto nel lodigiano, già dodici paesi avevano bloccato l’ingresso agli italiani: Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, El Salvador, Mauritius, Turkmenistan, Iraq, Vietnam, Capo Verde, Kuwait, Maldive e Seychelles (oggi sono 43). Mentre sono bastati quattro giorni alle autorità delle Mauritius per decidere di respingere quaranta italiani provenienti dalle regioni allora più a rischio e rispedirli indietro «come pacchi». Incredibilmente, sono improvvisamente ritornate le frontiere nell’Unione Europea, con l’accordo di Schengen prima timidamente difeso poi abbandonato. D’altra parte, nessuno aveva immaginato o molti governi hanno fatto finta di non sapere che il virus per arrivare in Italia doveva aver attraversato l’intera Europa e che quindi bloccare gli italiani avrebbe fatto poco per fermare l’epidemia. In queste ultime settimane sembrava che l’emergenza fosse tutta e solo italiana (al più cinese). I paesi che consideriamo nostri alleati invece di aiutarci ci hanno deriso e ostacolato. Prima attraverso l’emittente francese Canal+ e la sua “pizza al coronavirus” poi è stato il turno del medico inglese Christian Jessen secondo cui il Coronavirus era «una scusa per gli italiani per non fare niente». Dal punto di vista istituzionale, la Germania voleva bloccare tutte le esportazioni delle mascherine verso l’Italia che disperatamente le richiedeva, in barba a tutti gli accordi europei di libero scambio. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen è riuscita a impedire questa violazione dei trattati ma i suoi provvedimenti non sono bastati a fermare lo sgretolamento di tutte le principali disposizioni dell’UE, da Schengen a Maastricht. A rincarare la dose ci ha pensato poi la presidente della BCE Christine Lagarde, che per le sue dichiarazioni ha fatto rimpiangere a tutti i mercati finanziari europei il «whatever it takes» del buon Mario Draghi. A poco è servito l’appello alla solidarietà di Maurizio Misani, ambasciatore italiano presso l’Unione Europea. Mentre alcuni stati, come il Belgio, attuavano misure restrittive blande e altri, come l’Inghilterra, sostenevano apertamente posizioni antiscientifiche come l’idea di combattere il virus attraverso l’immunità di gregge in mancanza di vaccino, in Italia molti si chiedevano: non è che stiamo sbagliando noi? Non avremmo esagerato nei provvedimenti restrittivi? Ha ragione Trump quando il 10 marzo definiva il Coronavirus «meno grave dell’influenza»? Perfino Joe Biden, candidato dem di punta nella corsa alle presidenziali USA si è permesso di attaccare il sistema sanitario italiano nel dibattitto di domenica scorsa contro Bernie Sanders. Mentre Biden difendeva la sanità privata USA, Anthony Fauci, direttore dell’istituto nazionale USA contro le malattie infettive (NIAID), affermava «il nostro sistema di controllo del Coronavirus non è pronto per ciò che stiamo affrontando». Sì, avevamo ragione noi, in questa settimana moltissimi paesi hanno adottato provvedimenti restrittivi “all’italiana” che hanno dimostrato l’efficacia della quarantena nel combattere il Coronavirus. Dopo i primi tentennamenti anche Donald Trump e Boris Johnson, i più restii a bloccare l’economia dei loro rispettivi paesi, si sono convinti a blindare le loro nazioni. Per una volta possiamo dirlo: l’Italia, nonostante tutte le divisioni politiche, le polemiche, le inosservanze di alcuni cittadini incoscienti, ha fatto la cosa giusta. E per una volta possiamo dire anche questo, che l’Italia ha insegnato alle democrazie occidentali come gestire una crisi pandemica, e se il mondo avesse adottato con la stessa lungimiranza le stesse misure restrittive e di contenimento del Covid-19 che l’Italia ha utilizzato per prima, oggi la situazione sanitaria ed economica mondiale sarebbe maggiormente sotto controllo.

Rocco Cotroneo per il “Corriere della Sera” l'1 aprile 2020. Rimasto isolato persino dall' amico Donald Trump e da altri ex ostinati negazionisti come il messicano López Obrador, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro insiste nella sua linea sulla pandemia, creando l' ennesimo caso internazionale e un impasse interno di rara complessità. «Meglio morire di coronavirus o di fame?», è l' ennesima provocazione lanciata ieri ai giornalisti che lo attendevano fuori dalla residenza ufficiale, e ai quali Bolsonaro ha dedicato la dose quotidiana di insulti. Negli ultimi giorni il leader di estrema destra è stato sommerso dalle critiche per aver passeggiato tra la folla alla periferia di Brasilia, e aver spinto per il ritorno al lavoro e alla normalità. Contro le indicazioni dello stesso ministro della Salute, la cui poltrona è in serio pericolo, e di quasi tutti i governatori e i sindaci che con le loro ordinanze hanno chiuso i brasiliani in casa. Dopo che Bolsonaro e i suoi tre figli hanno postato in modo provocatorio i video del bagno di folla di domenica, i social hanno optato per una decisione umiliante. Facebook, Instagram e Twitter hanno cancellato i messaggi del clan presidenziale, perché, hanno detto, «la disinformazione» in essi contenuta può provocare «gravi danni alle persone». Nei giorni scorsi il presidente aveva definito il Covid-19 «una influenza come tante». Gli effetti pratici della posizione di Bolsonaro, per ora, sono pochi. I brasiliani che possono permetterselo continuano a rispettare la quarantena e il presidente ha dovuto rinunciare a due iniziative. Una campagna nazionale dal titolo «Il Brasile non può fermarsi» è stata bloccata sul nascere dalla giustizia, e anche la tentazione di emettere decreti federali contro quelli degli enti locali si è rivelata una strada difficile. La Corte suprema potrebbe dichiararli nulli.

Quanto pagheremo per i negazionisti del Coronavirus (quelli che è una “normale influenza”). Giovanni Drogo l'11 Marzo 2020 su Next Quotidiano. Il coronavirus Covid-19? Poco più che una normale influenza, spiegava qualche giorno fa il Presidente della Lombardia Attilio Fontana. E chissà come spiegherà ai suoi concittadini che ora ha intenzione di fermare tutte le attività produttive ed economiche della regione per una quarantena totale di 15 giorni a causa di una “banale influenza”. Fortunatamente al Pirellone sembrano essersi finalmente resi conto che Covid-19 non è affatto come l’influenza, ma ci sono molti altri che invece pensano che il coronavirus non presenti davvero maggiori rischi dell’influenza stagionale.

Donald Trump che dice che il coronavirus è come l’influenza e quello strano tweet di Elon Musk. È il caso ad esempio del Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump che un paio di giorni fa su Twitter scriveva che l’influenza uccide tra le 27.000 e le 70.000 persone all’anno e che ciononostante nessuno pensa di chiudere negozi, uffici o fabbriche. «La vita e l’economia continuano. In questo momenti ci sono 546 casi confermati di coronavirus, con 22 decessi. Pensateci!», scriveva il 9 marzo il Presidente USA. Oggi, 11 marzo, i casi di coronavirus negli States sono 1.039, i decessi 29. In realtà sappiamo che non è così. Quella da Covid-19 non è un’epidemia di “banale influenza” soprattutto per tre semplici ragioni: non esiste un vaccino, non esiste una cura, la totalità della popolazione mondiale non ha sviluppato anticorpi contro questo nuovo virus e quindi potenzialmente tutti possono ammalarsi. Un altro Vip che è stato molto criticato è il fondatore di Tesla Elon Musk che in un tweet del 6 marzo ha scritto «il panico per il coronavirus è idiota» e nulla più. Ora non si capisce se Musk sta dicendo che è da stupidi farsi prendere dal panico per il coronavirus (magari assaltando i supermercati o altre cose) o se sta dicendo che è da idioti preoccuparsi per il coronavirus. La frase in sé è davvero poco chiara e il rischio che venga fraintesa è davvero alto. In una successiva reply Musk però sostiene che «le navi con a bordo molte persone e una scarsità di strutture mediche sono un problema serio». Probabilmente sta parlando delle numerose navi da crociera bloccate o messe in quarantena per il coronavirus. E sembra quindi che la prima interpretazione (quella sul fatto che è inutile reagire in maniera irrazionale alle notizie sul coronavirus) sia quella corretta. In un altro tweet però Musk scrive che «la capacità di contagio di Covid-19 è sovrastimata» a causa di una eccessiva estrapolazione della crescita esponenziale dei contagi «che non è quello che accade nella realtà». Secondo Musk continuando a fare questo genere di calcoli «il virus supererà la massa dell’universo conosciuto». Quindi sì, per Musk quello che si sta dicendo a proposito dell’epidemia di Covid-19 è esagerato.

I VIP italiani che spiegano che è solo un’influenza. In Italia abbiamo la nostra buona dose di VIP che ritengono di saperla lunga, più di virologi e scienziati.  In un video pubblicato due giorni fa dal titolo “Il virus del buco del culo” Vittorio Sgarbi se la prende con i virologi Burioni e Pregliasco dicendo che «se bevi un tè caldo» il coronavirus «è già morto» e che non serve convincere gli italiani che c’è un pericolo: «io giro ovunque, le uniche zone che mi attraggono sono le zone rosse, io vorrei andare a Codogno, a Vò». Sgarbi non crede a medici, virologi ed esperti «non mi convincono». Anzi lui «non crede al coronavirus, ci deve essere qualcosa dietro che vogliono far passare, ci deve qualche malessere, qualche influenza ma con questo devo cambiare completamente la vita per avere tremila letti in più per mettere uno a cui è venuto il raffreddore?? Non c’è un cazzo!». Eleonora Brigliadori invece ha fatto sapere sempre tramite Facebook che lei non si farà certo fermare dal decreto del Governo che invita gli italiani a evitare tutti gli spostamenti ad eccezione di quelli necessari e urgenti. «Uscirò quando e dove vorrò e incontrerò tutte le persone che devono rincuorare le proprie forze nella libertà soprattutto in questo momento perché hanno chiuso le chiese ma l’anima umana», ha scritto l’ex conduttrice televisiva. La settimana scorsa invece era stato il presidente di Hausbrandt Martino Zanetti a rilanciare una famosa teoria del complotto sul coronavirus dicendo che: «il Coronavirus non esiste, se questa è una pandemia allora ce l’abbiamo tutti gli anni. È una falsità palese costruita dal governo francese per sabotare i progetti di “Via della Seta” fra Pechino e Venezia». Zanetti ha aggiunto anche un consiglio: «come uomo dissento totalmente dai meccanismi di coercizione mascherati da ordini di tutela della salute pubblica e ai miei collaboratori consiglio di viaggiare e muoversi liberamente senza preoccupazioni». Lo show di oggi invece è gentilmente offerto dal senatore di Forza Italia Massimo Mallegni che in un video ci tiene a far sapere che questa cosa che circola “si chiama influenza” e che non dobbiamo assolutamente preoccuparci: «stamani aereo Pisa-Roma pieno di gente, nessun cavaliere mascherato in giro, d’altra parte qualcuno ha la psicosi nella testa ma evitiamo di essere deficienti, cerchiamo di uscire e di usare il cervello: non siamo noi ad aver contagiato i cinesi ma sono i cinesi che hanno avuto questo problema che si chiama influenza. Quindi evitiamo di essere presi per coglioni, chiaro?». Anche il senatore ci tiene a dispensare consigli: «torniamo a riempire gli autobus, torniamo a riempire i treni, torniamo a riempire gli aerei, mi raccomando, ce la possiamo fare». Ma a fare cosa?

Diario virale. I giorni del coronavirus a Bulåggna (22-25 febbraio 2020). Pubblicato il 25.02.2020 da Wu Ming. Le mascherine erano pantomima, non prevenzione. La maggior parte della gente lo aveva capito, oppure prevaleva il timore del ridicolo: era pur sempre una città che amava stare in ghingheri. Fatto sta che le mascherine si vedevano quasi solo sui giornali e sui siti dei giornali. Nei primi giorni, si era trattato sempre di operatori sanitari, infermieri, gente che lavorava in ospedale, poi erano arrivate a valanga le foto dal presunto “shock value” (oooooh!): tizi con la mascherina davanti al Duomo di Milano o in altri luoghi famosi. A Bologna, l’edizione locale di Repubblica mostrava ogni giorno foto di qualcuno che girava sotto i portici con la mascherina. Per la verità, era sempre un fagiano isolato, attorniato da altre e altri che non la indossavano e forse lo compativano. Eppure Chiara, che lavorava in farmacia, ci raccontava di quante persone entravano e le chiedevano mascherine, dopo aver superato almeno cinque cartelli che avvisavano del loro esaurimento. Un conoscente si vantava di averne acquistate on line un pacco da dieci, per tutta la famiglia, già all’inizio di febbraio. Comprare la mascherina era un modo per sentirsi efficienti, pronti alla battaglia. Omologati e quindi più sicuri. Era il desiderio per un oggetto solo perché lo desiderano gli altri. Un mix di consumismo e paranoia. Very emiliano. La mascherina era l’equivalente individuale, personal, delle «misure di prevenzione» imposte alla cittadinanza. Non c’era bisogno di indossarla davvero. Contava il gesto: come certi eroinomani che rimangono dipendenti dal buco, anche senza iniettarsi la roba. Tornato a casa, te ne dimenticavi, la imbucavi in un armadio e tanti saluti. Pura funzione apotropaica. Un talismano. Nel frattempo, proprio facendo la coda in farmacia, potevi esserti beccato il virus. La deterrenza produce quel che vorrebbe evitare. Nel tardo pomeriggio del 23 febbraio avevamo perlustrato due quartieri – Navile e Porto – in cerca di mascherine. Da poche ore era arrivata l’ordinanza del governatore Bonaccini, tanto perentoria quanto ambigua nelle formulazioni, anche per via di un inquietante eccetera: «Sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di aggregazione in luogo pubblico o privato, anche di natura culturale, ludico, sportiva ecc, svolti sia in luoghi chiusi che aperti al pubblico […]». Non avevano scritto «politica e sindacale», ma nell’eccetera molti avevamo letto precisamente quello. «Il 29 c’è la manifestazione per Orso in Cirenaica», si diceva nelle mailing list. «Che faranno? Mandano la Celere a caricarci in quanto “untori”?». L’ordinanza proseguiva: «chiusura dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado nonché della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, corsi professionali, master, corsi per le professioni sanitarie e università per anziani ad esclusione dei medici in formazione specialistica e tirocinanti delle professioni sanitarie, salvo le attività formative svolte a distanza