Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

IL COGLIONAVIRUS

 

DECIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

SENZA SPERANZA

 

TUTTO SARA’

 

COME PRIMA…

 

FORSE

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

IL VIRUS

 

Introduzione.

Le differenze tra epidemia e pandemia.

I 10 virus più letali di sempre.

Le Pandemie nella storia.

Coronavirus, ufficiale per l’Oms: è pandemia.

La Temperatura Corporea.

L’Influenza.

La Sars-Cov.

Glossario del nuovo Coronavirus.

Covid-19. Che cos’è il Coronavirus.

Il Coronavirus. L’origine del Virus.

Alla ricerca dell’untore zero.

Le tappe della diffusione del coronavirus.

I 65 giorni che hanno stravolto il Mondo.

I 47 giorni che hanno stravolto l’Italia.

A Futura Memoria.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Sintomi. Ecco come capire se si è infetti.

Fattori di rischio.

Cosa risulta dalle Autopsie.

Gli Asintomatici/Paucisintomatici.

L’Incubazione.

La Trasmissione del Virus.

L'Indice di Contagio.

Il Tasso di Letalità del Virus.

Coronavirus: A morte i maschi; lunga vita alle femmine, immortalità ai bimbi.

Morti: chi meno, chi più.

Morti “per” o morti “con”?

…e senza Autopsia.

Coronavirus. Fact-checking (verifica dei  fatti). Rapporto decessi-guariti. Se la matematica è un'opinione.

La Sopravvivenza del Virus.

L’Identificazione del Virus.

Il test per la diagnosi.

Guarigione ed immunità.

Il Paese dell’Immunità.

La Ricaduta.

Il Contagio di Ritorno.

I preppers ed il kit di sopravvivenza.

Come si affronta l’emergenza.

Veicolo di diffusione: Ambiente o Uomo?  

Lo Scarto Infetto.

 

INDICE SECONDA PARTE

LE VITTIME

 

I medici di famiglia. In prima linea senza ordini ed armi.

Dove nasce il Focolaio. Zona rossa: l’ospedale.

Eroi o Untori?

Contagio come Infortunio sul Lavoro.

Onore ai caduti in battaglia.

Gli Eroi ed il Caporalato.

USCA. Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

Covid. Quanto ci costi?

La Sanità tagliata.

La Terapia Intensiva….Ma non per tutti: l’Eutanasia.

Perché in Italia si ha il primato dei morti e perchè così tanti anziani?

Una Generazione a perdere.

Non solo anziani. Chi sono le vittime?

Andati senza salutarci.

Spariti nel Nulla.

I Funerali ai tempi del Coronavirus.

La "Tassa della morte". 

Epidemia e Case di Riposo.

I Derubati.

Loro denunciano…

Le ritorsioni.

Chi denuncia chi?

L’Impunità dei medici.

Imprenditori: vittime sacrificali.

La Voce dei Malati.

Gli altri malati.

 

INDICE TERZA PARTE

IL VIRUS NEL MONDO

 

L’epidemia ed il numero verde.

Coronavirus, perchè colpisce alcuni Paesi più di altri? 

Perché siamo i più colpiti in Occidente? Chi cerca, trova.

Il Coronavirus in Italia.

Coronavirus nel Mondo.

Schengen, di fatto, è stato sospeso.

Quelli che...negazionisti, sbeffeggiavano e deridevano.

…in Africa.

…in India.

…in Turchia.

…in Iran.

…in Israele.

…nel Regno Unito.

…in Albania.

…in Romania.

…in Polonia.

…in Svizzera.

…in Austria.

…in Germania.

…in Francia.

…in Belgio.

…in Olanda.

…nei Paesi Scandinavi.

…in Spagna.

…in Portogallo.

…negli Usa.

…in Argentina.

…in Brasile.

…in Colombia.

…in Paraguay.

…in Ecuador.

…in Perù.

…in Messico.

…in Russia.

…in Cina.

…in Giappone.

…in Corea del Sud.

A morte gli amici dell’Unione Europea. 

A morte gli amici della Cina. 

A morte gli amici della Russia. 

A morte gli amici degli Usa. 

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CURA

 

La Quarantena. L’Immunità di Gregge e l’Immunità di Comunità: la presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

L'Immunità di Gregge.

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con isolamento collettivo: il Modello Cinese.   

L’Immunità di Comunità. La Quarantena con tracciamento personale: il Modello Sud Coreano e Israeliano.   

Meglio l'App o le cellule telefoniche?

L’Immunità di Comunità: La presa per il culo dell’italianissimo “Si Salvi chi Può”.

Epidemia e precauzioni.

Indicazioni di difesa dal contagio inefficaci e faziose.

La sanificazione degli ambienti.

Contagio, Paura e Razzismo.

I Falsi Positivi ed i Falsi Negativi. Tamponi o Test Sierologici?

Tamponi negati: il business.

Il Tampone della discriminazione.

Tamponateli…non rinchiudeteli!

Epidemia e Vaccini.

Il Vaccino razzista e le cavie da laboratorio.

Il Costo del Vaccino.

Milano VS Napoli. Al Sud gli si nega anche il merito. Gli Egoisti ed Invidiosi: si fanno sempre riconoscere.

Epidemia, cura e la genialità dei meridionali..

Il plasma della speranza, ricco di anticorpi per curare i malati.

Gli anticorpi monoclonali.

Le Para-Cure.

L’epidemia e la tecnologia.

Coronavirus e le mascherine.

Coronavirus e l’amuchina.

Coronavirus e le macchine salvavita.

Coronavirus. I Dispositivi medici salvavita: i respiratori.

Attaccati all’Ossigeno.

 

INDICE QUINTA PARTE

MEDIA E FINANZA

 

La Psicosi e le follie.

Epidemia e Privacy.

L’Epidemia e l’allarmismo dei Media.

Epidemia ed Ignoranza.

Epidemie e Profezie.

Le Previsioni.

Epidemia e Fake News.

Epidemia e Smart Working.

La necessità e lo sciacallaggio.

Epidemia e Danno Economico.

La Mazzata sui lavoratori…di più sulle partite Iva.

Il Supply Shock.

Epidemia e Finanza.

L’epidemia e le banche.

L’epidemia ed i benefattori.

Coronavirus: l’Europa ostacola e non solidarizza.

Mes/Sure vs Coronabond.

La Caporetto di Conte e Gualtieri.

Mes vs Coronabond-Eurobond. Gli Asini che chiamano cornuti i Buoi.

I furbetti del Quartierino Nordico: Paradisi fiscali, artifici contabili, debiti non pagati.

"Il Recovery Fund urgente".

Il Piano Marshall.

Storia del crollo del 1929.

Il Corona Virus ha ucciso la Globalizzazione del Mercatismo e ha rivalutato la Spesa Pubblica dell’odiato Keynes.

Un Presidente umano.

Le misure di sostegno.

…e le prese per il Culo.

Morire di Fame o di Virus?

Quando per disperazione il popolo si ribella.

Il Virus della discriminazione.

Le misure di sostegno altrui.

Il Lockdown del Petrolio.

Il Lockdown delle Banche.

Il Lockdown della RCA.

 

INDICE SESTA PARTE

LA SOCIETA’

 

Coronavirus: la maledizione dell’anno bisestile.

I Volti della Pandemia.

Partorire durante la pandemia.

Epidemia ed animali.

Epidemia ed ambiente.

Epidemia e Terremoto.

Coronavirus e sport.

Il sesso al tempo del coronavirus.

L’epidemia e l’Immigrazione.

Epidemia e Volontariato.

Il Virus Femminista.

Il Virus Comunista.

Pandemia e Vaticano.

Pandemia ed altre religioni.

Epidemia e Spot elettorale.

La Quarantena e gli Influencers.

I Contagiati vip.

Quando lo Sport si arrende.

L’Epidemia e le scuole.

L’Epidemia e la Giustizia.

L’Epidemia ed il Carcere.

Il Virus e la Criminalità.

Il Covid-19 e l'incubo delle occupazioni: si prendono la casa.

Il Virus ed il Terrorismo.

La filastrocca anti-coronavirus.

Le letture al tempo del Coronavirus.

L’Arte al tempo del Coronavirus.  

 

INDICE SETTIMA PARTE

GLI UNTORI

 

Dall’Europa alla Cina: chi è il paziente zero del Covid?

Un Virus Cinese.

Un Virus Americano.

Un Virus Norvegese.

Un Virus Svedese.

Un Virus Transalpino.

Un Virus Teutonico.

Un Virus Serbo.

Un Virus Spagnolo.

Un Virus Ligure.

Un Virus Padano e gli Untori Lombardo-Veneti.

Codogno. Wuhan d’Italia. Dove tutto è cominciato.

La Bergamasca, dove tutto si è propagato.

Quelli che… son sempre Positivi: indaffarati ed indisciplinati.

Quelli che…i “Corona”: Secessione e Lavoro.

Il Sistema Sanitario e la Puzza sotto il Naso.

La Caduta degli Dei.

La lezione degli Albanesi al razzismo dei Lombardo-Veneti.

Quelli che…ed io pago le tasse per il Sud. E non è vero.

I Soliti Approfittatori Ladri Padani.

La Televisione che attacca il Sud.

I Mantenuti…

Ecco la Sanità Modello.

Epidemia. L’inefficienza dei settentrionali.

 

INDICE OTTAVA PARTE

GLI ESPERTI

 

L’Infodemia.

Lo Scientismo.

L’Epidemia Mafiosa.

Gli Sciacalli della Sanità.

La Dittatura Sanitaria.

La Santa Inquisizione in camice bianco.

Gli esperti con le stellette.

Epidemia. Quelli che vogliono commissariare il Governo.

Le nuove star sono i virologi.

In che mani siamo. Scienziati ed esperti. Sono in disaccordo su tutto…

Virologi: Divisi e rissosi. Ora fateci capire a chi credere.

Coronavirus ed esperti. I protocolli sanitari della morte.

Giri e Giravolte della Scienza.

Giri e Giravolte della Politica.

Giri e Giravolte della stampa.

 

INDICE NONA PARTE

GLI IMPROVVISATORI

 

La Padania si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

Il Coglionavirus ed i sorci che scappano.

Un popolo di coglioni…

L’Italia si chiude…con il dubbio. A chi dare ragione?

La Padania ordina; Roma esegue. L’Italia ai domiciliari.

Conta più la salute pubblica o l’economia?

Milano Economia: Gli sciacalli ed i caporali.

 “State a Casa”. Anche chi la casa non ce l’ha.

Stare a Casa.

Ladri di Libertà: un popolo agli arresti domiciliari.

Non comprate le cazzate.

Quarantena e disabilità.

Quarantena e Bambini.

Epidemia e Pelo.

Epidemia e Violenza Domestica.

Epidemia e Porno.

Quarantena e sesso.

Epidemia e dipendenza.

La Quarantena.

La Quarantena ed i morti in casa.

Coronavirus, sanzioni pesanti per chi sgarra.

Autodichiarazione: La lotta burocratica al coronavirus.

Cosa si può e cosa non si può fare.

L’Emergenza non è uguale per tutti.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Dipende tutto da chi ti ferma.

Il ricorso Antiabusi.

Gli Improvvisatori.

Il Reato di Passeggiata.

Morte all’untore Runner.

Coronavirus, l’Oms “smentisce” l’Italia: “Se potete, uscite di casa per fare attività fisica”.

 

INDICE DECIMA PARTE

SENZA SPERANZA

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

In che mani siamo!

Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Il Sud non può aspettare il Nord per ripartire.

Fase 2? No, 1 e mezza.

A Morte la Movida.

L’Assistente Civico: la Sentinella dell’Etica e della Morale Covidiana.

I Padani col Bollo. La Patente di Immunità Sanitaria.

Fase 2: finalmente!

 “Corona” Padani: o tutti o nessuno. Si riapre secondo la loro volontà.

Le oche starnazzanti.

La Fase 3 tra criticità e differenze tra Regioni.

I Bisogni.

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

L’Idiozia.

Il Pessimismo.

La cura dell’Ottimismo.

Non sarà più come prima.

La prossima Egemonia Culturale.

La Secessione Pandemica Lombarda.

Fermate gli infettati!!!

Della serie si chiude la stalla dopo che i buoi sono già scappati.

Scettici contro allarmisti: chi ha ragione?

Gli Errori.

Epidemia e Burocrazia.

Pandemia e speculazione.

Pandemia ed Anarchia.

Coronavirus: serve uno che comanda.

Addio Stato di diritto.

Gli anti-italiani. 

Gli Esempi da seguire.

Come se non bastasse. Non solo Coronavirus…

I disertori della vergogna.

Tutte le cazzate al tempo del Coronavirus. 

Epidemia: modi di dire e luoghi comuni.

Grazie coronavirus.

 

  

IL COGLIONAVIRUS

 

DECIMA PARTE

 

SENZA SPERANZA

 

TUTTO SARA’ COME PRIMA…FORSE

 

·         In che mani siamo!

Che sfiga. Il momento peggiore con i protagonisti peggiori.

Non ho nulla più da chiedere a questa vita che essa avrebbe dovuto o potuto concedermi secondo i miei meriti. Ma un popolo di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito, informato, curato, cresciuto ed educato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Chi ci ha rincoglionito? I media e la discultura in mano alle religioni; alle ideologie; all’economie. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora ho il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

In che mani stiamo. Un Governo che non è stato votato dal Popolo, si impegna a non rappresentarlo. Questo Governo non decide, ma per pararsi il culo per le stragi, si tiene buoni scienziati, pubblici ministeri e giornalisti. A loro fa decidere sulla carcerazione domiciliare dei cittadini e sulla scarcerazione dei detenuti. Ed ai giornalisti ha dato l'incarico di vigilanza sulle fake news (sic).

Massimo Galli, il ritratto di Vittorio Feltri: "Di sinistra, ma onesto su Luca Zaia. Perché è un grande medico". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 24 dicembre 2020. Presento qui un infettivologo o virologo - non ho ancora appurato la differenza tra le due qualifiche - che ammiro e dalle cui labbra pendo come un bambino. Poiché il professor Massimo Galli è manifestamente di sinistra, non rinnega il 68 cui partecipò a 17 anni, questa mia predilezione stupirà i cretini. Pazienza. Reggerò i colpi del loro astio, cui sono abituato. Ma dev' esserci abituato anche quest' uomo. È facile metterlo nel mazzo dei virologi da combattimento, ostinatamente in tivù, e perciò fiocinabile come i pavoni usciti di gabbia e saltati sui trespoli dei talk-show grazie alla pandemia. Con costoro Galli non ha in comune neppure una piuma. In tivù e sui giornali esercita il ruolo di Cassandra, non perché gli piace la parte in commedia, ma perché gli preme dentro il dovere di non transigere sulla verità. Ad un certo punto, a chi gli rinfacciava come terroristica la sua furia contro il rilassamento da parte di ministri e persino medici, con il seguito ovvio della gente comune, ha tagliato corto: «Con il Covid non ci possono essere trattative». A me ricorda la dirittura morale di un Seneca, non c'è nulla che valga più delle sue convinzioni e dei suoi affetti, non c'è nulla che sia in vendita della coscienza e delle di lei propaggini, tra cui la sua faccia. Non la atteggia mai. Quella è e quella tenetevi. Il tipo è così. Non gli riesce proprio di zuccherare le proprie gote per accattivarsi il pubblico. Non ha libri da vendere. Ha rifiutato e persino schifa la proposta di compensi per le sue apparizioni televisive: di mestiere non è un opinionista, non fornisce pareri da dilettante. Sa che Troia brucia, e Troia è anche la sua casa, ci abita gente che ama: la figlia 35enne, studiosa come lui, ma in settore umanistico (la madre da cui è divorziato è una insegnante di chimica alle superiori), pochi amici, i suoi allievi cui si manifesta con un carattere solido e tosto. Un cagnetto adorabile. Dopo di che, non si scherza, anche se conosce l'arte della battuta (ad una giornalista, che in marzo gli mise il microfono sotto il naso e gli domandava i rischi di contagio per lui in quanto medico, rispose: «L'essere intervistato»).

Parla con autorità. È contro le mezze porzioni, le porte girevoli da grand hotel per far entrare e uscire la gente a braccetto del virus: «Avete presente Alien? Adesso l'abbiamo imprigionato. Ma se lo rimettiamo in libertà potrebbe succedere di tutto». Diceva così in tempi non sospetti. Maledizione, aveva ragione. Sa quello che dice: è il primo della classe nella ricerca (è diventato prima ordinario in Università che primario; in luglio ha prodotto con altri scienziati lombardi uno studio sul genoma del coronavirus in Italia), ma a differenza di altre teste d'uovo fa anche il giro in corsia dai suoi malati.

IL CURRICULUM. Insegna, ricerca e cura. È direttore della struttura complessa di Malattie Infettive 3 dell'Ospedale Luigi Sacco (un gioiello di caratura internazionale) e fino al 30 settembre è stato anche direttore del dipartimento universitario di Scienze Biomediche e Cliniche del medesimo Sacco. Non fa il diplomatico, non aspira a nomine. Davanti ai Dpcm contorti e irrazionali del governo, ne ha censurato i ritardi e le magagne. In questo fregandosene della sua predilezione per la sinistra. Non ha il paraocchi. Ha condiviso ed elogiato le decisioni di Luca Zaia in Veneto, ovvio per lui: siccome è bravo, lo dice. Paolo Mieli - conoscendo le sue opinioni politiche - stava ricamandoci sopra a La7. Al che Galli ha risposto: «Per Zaia ho simpatia, gli faccio i complimenti, ma non lo voterei, ho una storia troppo diversa dalla sua». Come dicevano i vecchi di una volta: «La idea!». Pochi giorni fa ha denunciato il pericolo imminente, dopo il Covid, di una nuova epidemia «causata da germi multiresistenti». Prima va saltato l'ostacolo attuale: il Covid. E per questo ha strapazzato i giovani incoscienti o chi è convinto di sfangarsela con poco. «Per definizione è una malattia infettiva data da un virus invisibile: la vedi quando ce l'hai, la vedi quando ce l'ha qualcuno dei tuoi cari. Sono anche così amareggiato, stanco di dover consolare l'inconsolabile, cioè quelle persone che sanno di aver portato l'infezione a casa, a genitori o nonni che magari sono andati all'altro mondo. Temo che su tutta questa vicenda si sia ancora molto lontani dall'aver acquisito una robusta comprensione di quella che è la sua realtà» (Accordi&Disaccordi, sul Nove). Non ha esitato in diretta tivù a dire di aver paura per sé stesso. In questi giorni però, avendo percepito il rumore dei Tir che si stanno scaldando in Belgio per portare le fiale di vaccino Pfizer-Biontech in Italia, gli si è sollevato il labbro in un sorriso. Sarà tra i primi a farsi vaccinare domenica 27. Ma non si accontenta della sua testimonianza personale. La dice tutta: «Medici e infermieri devono fare il vaccino anti-Covid. Chi opera in campo sanitario e si rifiuta, deve cambiare mestiere. Non è un gesto eroico, ma un atto dovuto», ha sottolineato.

FUORICLASSE. Non so se lo vedremo con il camice. Non se lo mette mai. Non si è mai fatto filmare con il volto scombinato dalla fatica fuori dal reparto. Si lava, si incravatta, si profuma. I fuoriclasse, hanno l'attitudine a trascendere il loro orto. Non si trincerano dietro un linguaggio gergale, ripudiano i tecnicismi dietro cui si rifugiano gli scienziati che si esauriscono nei calcoli. Personalità di questo livello costruiscono la loro scienza sul terreno fertile dell'umanesimo (Umberto Veronesi docet, anzi purtroppo docebat). Come avrete forse capito da certi particolari sono onorato di poterlo frequentare. E lì ho compreso che di virus di oggi e di quelli di migliaia d'anni fa, di pestilenze e vaccini sa proprio tutto. Si è immedesimato con i medici di Manchester travolta dal colera nel 1832, e così via.

Mi ha colpito quel che mi ha raccontato dei suoi studi sulla pandemie, una apparente divagazione. Etimologicamente pandemia viene dal greco pandémos, composto di pan «tutto» e démos «popolo». Che appartiene a tutti. Nel mondo classico, era epiteto di Eros e di Afrodite, in quanto divinità dell'amore sessuale. Pandemia stava per prostituta. Casa pandemia era un modo elegante di dire bordello. Poi ci si stupisce se l'Italia va a puttane (ma questa è roba mia, il professore non c'entra).

Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova agguerrite contro Roberto Gualtieri, Dagospia: "Non ha letto il Recovery Plan". Libero Quotidiano il 22 dicembre 2020. Già i rapporti tra Italia Viva e Giuseppe Conte non sono dei migliori, poi ci si mette anche Roberto Gualtieri. Stando a un retroscena di Dagospia durante l'incontro per la verifica del governo tra il premier e i renziani, la domanda ricorrente sarebbe stata: "Ma Gualtieri lo ha letto il Recovery Plan? “. A una domanda dell’ex ministra Maria Elena Boschi - spiega nel dettaglio Dago - sulla riforma della giustizia, nella parte del Pnr relativa alle “riforme di sistema”, il ministro dell’Economia avrebbe risposto di non averlo letto. “Ah complimenti!”, avrebbe esordito il capodelegazione del partito di Matteo Renzi. E ancora, secondo il retroscena del sito di Roberto D'Agostino: “Ma davvero non hai letto il piano?”. Peggio di così, ben poco.

Giorgio Del Re per tpi.it il 22 dicembre 2020. “Ma Gualtieri lo ha letto il Recovery Plan? “, durante l’incontro durato oltre due ore con la delegazione di Italia Viva questa mattina a Chigi, mentre si stava esaminando la bozza di Recovery Plan presentata dal premier, sarebbe trapelato che il ministro dell’Economia non ha letto il piano nel dettaglio. A una domanda dell’ex ministra Maria Elena Boschi sulla riforma della giustizia, nella parte del Pnr relativa alle “riforme di sistema”, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri risponde candidamente che lui il piano non lo ha letto.

“Ah complimenti!”, salta sulla sedia la ministra Bellanova: “Ma davvero non hai letto il piano?”. Segue un siparietto del rimpallo tra il ministro degli Affari Europei Vincenzo Amendola e Gualtieri. Insomma, fosse anche solo quello, Italia Viva un merito ce l’ha avuto: incoraggiare il premier a mettere nero su bianco un piano di investimenti di cui finora solo in pochi avevano davvero sentito parlare, o che, nella migliore delle ipotesi, veniva tenuto nel cassetto riservato di qualche ministro (e non di altri), dato che, a quanto si apprende, nemmeno il titolare del Mef lo aveva studiato dettagliatamente prima dell’incontro di oggi. Un altro siparietto è avvenuto quando, a un certo punto del vertice, Conte ha sbottato: “Ma chi ha detto che volevamo fare un emendamento alla legge di Bilancio?”. E la Boschi risponde: “Voi, all’articolo 184 della legge di Bilancio”. Conte ribatte: impossibile. La Bellanova chiede: “Ma ci prendete in giro?”. A quel punto, anche Riccardo Fraccaro e Roberto Gualteri avrebbero fatto notare la cosa a Conte.

Pierpaolo Sileri e Roberto Speranza, indiscrezioni: "Quasi rissa" al dicastero tra ministro e vice. Tutta "colpa" di Giletti. Libero Quotidiano il 15 dicembre 2020. Alta tensione tra il ministro della Salute, Roberto Speranza e il suo vice Pierpaolo Sileri. I punti di contrasto, clamorosamente emersi ai limiti quasi della rissa tra i due in un vertice di maggioranza, sono il mancato aggiornamento del piano pandemico italiano e le conseguenti dimissioni del segretario generale, Giuseppe Ruocco, richieste da Sileri anche in diretta tv nel programma di Massimo Giletti Non è l'Arena, in onda domenica su La7.  Programma che ha attaccato pesantemente il ministro Speranza, con Sileri in studio, è che deve aver fatto innervosire non poco il titolare del dicastero. "La colpa del mancato aggiornamento del piano pandemico è dei direttori della prevenzione che si sono avvicendati in questi 13 anni e hanno scritto un piano per la pandemia influenzale senza mai né applicarlo e nemmeno aggiornarlo alla luce delle epidemie che si sono succedute in tutto questo tempo, come sars, mers, aviaria", ha cercato di spiegare alla Stampa uno dei uomini di Speranza. Ma certo tra i due la lite deve essere scoppiata probabilmente proprio per la partecipazione del viceministro alla trasmissione che ha messo pesantemente sotto accusa lo stesso ministro che, invitato, non ha neanche risposto alla richiesta di Giletti. Infine altro punto di scontro tra i due è il ruolo di Ranieri Guerra, vice direttore della sezione europea dell’Oms e membro del Cts scelto dal ministro Speranza. "Il programma Report  ha puntato il dito contro l’attuale vice direttore della sezione europea dell’Oms, Ranieri Guerra. Ma qui c’è una sciatteria e un pressapochismo generalizzati, persone che hanno mandato a morire centinaia di medici e infermieri, ai quali nessuno ha mai fatto un corso ed eseguire una esercitazione. Le dimissioni e le scuse me le aspetto da tutti coloro che in questi anni il Piano se lo sono passato di mano. Con il ministro non ne ho ancora parlato. Voglio sperare la pensi come me", la richiesta rabbiosa di Sileri a Speranza.

Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” il 15 dicembre 2020. Volano gli stracci nel ministero della Salute. Domenica, nella trasmissione Non è l'arena su La7, il viceministro Pierpaolo Sileri ha denunciato «pressapochismo» dei vertici amministrativi, suggerito di «cacciarne qualcuno a calci nel sedere» e chiesto le dimissioni di Giuseppe Ruocco, segretario generale perno di tutta la struttura. Ma il bersaglio implicito dell'affondo è il ministro Roberto Speranza. Da mesi Sileri (ieri spalleggiato da Morra e Pirro del M5S) si lamenta, nel ministero e fuori, di «non toccare palla». Non siede nel comitato tecnico scientifico (eppure è medico, e pure bravo), non ne viene informato degli esiti, non partecipa alle riunioni importanti, è escluso dalle decisioni. Il ministero è governato dalla filiera Speranza, Zaccardi (capogabinetto di osservanza bersaniana, richiamato dalla pensione e poi prorogato), Rezza (direttore generale della prevenzione, membro del Cts e link con l'Istituto superiore di sanità) e Ruocco, capo della «macchina». Sileri, isolato, compensa con una presenza mediatica spesso «fuori linea». La trasmissione era dedicata all'assenza di un piano pandemico, denunciata da un dossier dell'Organizzazione mondiale della sanità pubblicato il 13 maggio e inspiegabilmente rimosso l'indomani. La trasmissione di Rai3 Report ha svelato le mail con cui Ranieri Guerra, tra il 2014 e il 2017 direttore generale della prevenzione al ministero (competente sul piano) e ora assistente direttore generale dell'Oms, chiedeva ai ricercatori di edulcorare il dossier spiegando l'inopportunità politica di una critica al governo italiano. Sulla vicenda indaga la Procura di Bergamo, dopo che il comitato di parenti delle vittime del Covid «Noi denunceremo» ha scovato il dossier e commissionato una perizia secondo cui il piano avrebbe evitato 10mila morti. Guerra è stato sentito dai pm per cinque ore, ma l'Oms ha impedito le testimonianze degli autori del dossier, opponendo l'immunità diplomatica che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha chiesto di rimuovere con una lettera svelata in tv da Massimo Giletti. Sileri, benché numero due del ministero, lo ha picconato come fosse all'opposizione, unendosi alla denuncia di inefficienza e opacità. Ha riferito di aver chiesto informazioni sul piano pandemico, invano. E ha chiesto la testa del segretario generale Ruocco, imputandogli cronico assenteismo dalle riunioni del comitato tecnico scientifico e reticenza sul piano. Napoletano, 63 anni, medico, discreto pianista, Peppe Ruocco è un archetipo della burocrazia ministeriale. Del ministero (entrò nel 1984 occupandosi di sanità aerea) conosce ogni centimetro, anche a occhi chiusi. Democristiano come tutti i burocrati di vecchia scuola, zero scandali, collaborativo senza mai legarsi mani e piedi con i politici, «prossimo alla pensione» a ogni cambio di governo eppure sempre lì. Usato sicuro. Il che gli ha consentito di attraversare 11 governi in vent' anni, alla faccia dello spoils system. Cambiando 15 incarichi di vertice. Diventando nel 2017 segretario generale, nomina Lorenzin confermata da Grillo e Speranza. E reggendo contemporaneamente, in piena pandemia, anche tre delle dodici direzioni generali rimaste acefale. Tra cui quella, a lui cara (meno ai Cinquestelle), sui rapporti internazionali che lo porta in giro per il mondo. Dieci missioni, da Tokyo a Riyadh, solo nei sette mesi prima del blocco Covid. Ruocco, pronto a riferirne ai pm bergamaschi, tra il 2012 e il 2014 elaborò il piano nazionale di prevenzione sanitaria. Un capitolo era dedicato alle malattie infettive delineando «i pilastri» dello specifico piano pandemico, imposto dall'Ue nel 2013 per vecchie (morbillo, Hiv) e nuove minacce come i virus influenzali tipo suina e aviaria, allora appena debellati. Poi Ruocco cambiò incarico, al suo posto arrivarono Guerra (2014-2017) e Claudio D'Amario (2018-2020, ora capo della sanità in Abruzzo). E il piano pandemico rimase lettera morta. 

Paolo Russo per “la Stampa” il 15 dicembre 2020. Il vice ministro della Salute, Pierpaolo Sileri, teme l'effetto al quadrato del giorno del Ringraziamento, «che insieme al black friday negli Usa ha fatto raddoppiare casi e morti in 15 giorni». Ma pensa che per tenere sotto controllo la situazione basti un lockdown nei giorni clou delle feste. E intanto torna a sparare contro i dirigenti del suo ministero «che non applicando e aggiornando per 13 anni il piano pandemico hanno mandato allo sbaraglio medici e infermieri».

Gli scienziati sostengono che con questo clima da liberi tutti si va a sbattere contro la terza ondata. Concorda?

«Con tutta questa movimentazione rischiamo di ricominciare da capo proprio quando con il calo dei contagi delle ultime settimane stavamo per compiere l'ultimo miglio: raggiungere la soglia di 6-7mila casi al giorni che consente al contact tracing di tenere sotto controllo i focolai».

Merkel con meno casi di noi ha chiuso tutto. Seguiremo l'esempio tedesco?

«Noi il lockdown totale lo abbiamo fatto prima dei tedeschi. È chiaro che dobbiamo impedire che il gran numero di contatti sociali sotto le feste ci riporti a 35-40mila casi al giorno. E penso anche che le mezze misure non servano. Senza arrivare a bloccare il Paese per 15 giorni credo sia sufficiente proclamare la zona rossa in tutto il Paese nei giorni più a rischio del clou delle feste».

Si discute di divieti ma poi non c'è chi li fa rispettare. Ci sarà una stretta sui controlli i prossimi giorni?

«La ministra degli Interni Lamorgese ha assicurato che verranno schierati in campo 70mila agenti in più, che sanzioneranno e sospenderanno le attività commerciali quando non vengono rispettate le regole».

Sul vaccino si parla di un'approvazione limitata agli under 55 per quello più opzionato dall'Europa di AstraZeneca. Non si rischiano discriminazioni?

«Spero che l'approvazione arrivi per il mezzo dosaggio che si è rivelato efficace al 90%. Ad anziani e operatori sanitari andrà somministrato quello più efficace comunque. Se poi l'approvazione dovesse in prima battuta riguardare il dosaggio pieno efficace al 62% si potrebbe pensare di iniziare con i più giovani, se questo significasse metterli al riparo da evoluzioni più insidiose della malattia».

Il 7 gennaio le riapriremo sul serio le scuole?

«Se i contagi restano così senza dubbio. Si sta già lavorando per impedire gli assembramenti sui mezzi di trasporto pubblici, potenziandoli e scaglionando gli orari di ingresso e uscita».

L'Italia ha affrontato questa pandemia senza un piano pandemico aggiornato. Di chi è la responsabilità?

«Dei direttori della prevenzione che si sono avvicendati in questi 13 anni e hanno scritto un piano per la pandemia influenzale senza mai né applicarlo e nemmeno aggiornarlo alla luce delle epidemie che si sono succedute in tutto questo tempo, come sars, mers, aviaria. Il programma Report ha puntato il dito contro l'attuale vice direttore della sezione europea dell'Oms, Ranieri Guerra. Ma qui c'è una sciatteria e un pressapochismo generalizzati, persone che hanno mandato a morire centinaia di medici e infermieri, ai quali nessuno ha mai fatto un corso ed eseguire una esercitazione».

Lei intanto ha chiesto la testa dell'attuale segretario generale del suo Ministero, Giuseppe Ruocco, già responsabile della prevenzione. Il Ministro Speranza le ha risposto?

«Le dimissioni e le scuse me le aspetto da tutti coloro che in questi anni il Piano se lo sono passato di mano. Con il Ministro non ne ho ancora parlato. Voglio sperare la pensi come me».

Gabriella Cerami per huffingtonpost.it il 14 dicembre 2020. Il Governo ha attivato il cashback per incentivare gli acquisti nei negozi, salvo poi indignarsi se le persone a dicembre, mese per eccellenza del cashback e degli acquisti di Natale, passeggiano creando anche folla e creando assembramenti lungo le vie dei negozi aperti di tutte le grandi città. Diceva il premier Giuseppe Conte una decina di giorni fa annunciando l’extra Cashback di Natale, anche chiamato ‘Bonus Natale 2020’: “Per sostenere le attività commerciali, un settore che è in grande sofferenza, e anche per aiutare le famiglie, abbiamo deciso di fare partire da subito il piano Italia Cashless”. Mossa fatta anche per colpire i pagamenti non tracciabili e quindi contrastare gli evasori ma soprattutto, sono le parole del presidente del Consiglio: “Adesso dobbiamo favorire gli esercizi commerciali, i negozianti, gli esercizi di prossimità”. Tanto è vero che l’e-commerce non vale ai fini del cashback, che diventa quindi la dimostrazione, più di ogni altro provvedimento, dell’obiettivo di far spendere in presenza i cittadini negli esercizi commerciali. Come è noto, nel mese di dicembre, dunque in un solo mese, si può avere un rimborso fino a 150 euro, nel 2021 invece i 150 euro si accumulano in sei mesi. Questo cosa vuol dire? Il cashback vale come riprova che l’esecutivo tiene aperti i negozi, i bar e i ristoranti a pranzo per paura del crollo dell’economia ma poi è pronto a pentirsi di fronte alle conseguenze, non calcolate, delle sue decisioni. Compreso il fatto che il cashback non è attivo per gli acquisti online che invece in periodo di lockdown totale venivano giustamente incentivati. Ecco il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia: “Le foto degli assembramenti mostrano scene ingiustificabili, irrazionali, irresponsabili. Comprendo la voglia delle persone di uscire, ma dovremmo sentire ogni giorno dentro di noi il lutto nazionale”. Giusta osservazione perché senza dubbio dai cittadini ci si aspetterebbe un pizzico di autoresponsabilità in più. È l’osservazione che vanno facendo più o meno tutti i ministri in questo lunedì della cattiva sorpresa in cui si è pronti a cambiare le regole e a scrivere nuovi decreti per l’ennesima volta. Ma stigmatizzare lo shopping, dopo averlo incentivato, senza fare mea culpa, è un altro scaricabarile dei governanti sui governati.

Aldo Grasso per il ''Corriere della Sera'' il 7 novembre 2020. Il discorso con cui il premier Conte ha annunciato in tv i nuovi provvedimenti restrittivi anti-Covid viene di continuo riproposto da Blob tanto da permetterci di fantasticare che Giuseppe Conte sia un consumato attore, mosso da un abile regista. Indossa una maschera. Nel teatro greco antico, le maschere servivano a rappresentare il carattere del personaggio mentre nascondevano l'individualità dell'attore. Teoricamente, Conte avrebbe potuto farne a meno, ma l'ha indossata per nascondere uno stato d'animo di sgomento o di debolezza. Come ha scritto Aldo Busi nel Manuale del perfetto papà , «il volto ti viene dato, e si esprime su un unico piano orizzontale; la maschera si impone, ed è verticistica anche quando sembra piana». Nell'annunciare le regioni colorate, Conte ha usato come modello le estrazioni delle squadre di calcio nelle coppe europee: tono distaccato, assenza di emozioni, potenza della lotteria. Poi, però, con tono notarile, ha cominciato a elencare puntigliosamente tutte le restrizioni, colore per colore, ripetendo con fredda determinazione sempre le stesse cose. Perché l'attore Conte e il regista Casalino hanno scelto questo tipo di comunicazione nello stile delle gride manzoniane? La «grida» è così chiamata perché, dato l'ampio analfabetismo, era fatta conoscere mediante comunicazione orale e gridata anche per incutere un certo timore. L'attore Conte fa qualcosa di più: attraverso la tv, «grida» per provocare un senso di colpa negli italiani. Comportatevi bene, birbanti, altrimenti sarete castigati! Cioè obbliga gli altri a fare quello che avrebbe dovuto fare l'esecutivo nell'estate folle del rilassamento, scarica sui governati le manchevolezze di chi ci governa. Per questo ha evitato ogni discorso motivazionale, nessun incipit empatico, nessuna conclusione a effetto. Non ha detto «usciremo dall'oscurità verso la luce». Ha detto «non fate questo, non fate quello».

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 7 novembre 2020. "Mini lockdown", "semi lockdown", "lockdown parziale": sono i diminutivi dell' isolamento, ricordano le donne un poco incinta, le case chiuse semiaperte, il mezzo morto. Introducono infatti la mezza misura nel fuori misura. Socchiudono la clausura. Chiudono le scuole lasciandole aperte. Impongono il confinamento con sconfinamento a percentuale. Promuovono il "quasi" a rimedio pandemico. Inventano il lockdown con la condizionale, il "chiuso per virus" ma non troppo. Propongono il "no-ma-anche-sì" come antivirale economicamente sostenibile. Ecco che torna dunque la quasità italiana, vecchio trucco che è allo stesso tempo una difesa per addomesticare la realtà dei contagi in crescita e dei conti in decrescita. È la stessa quasità del progetto grillino del 2019 per una mini Tav, una quasi Tav che i no Tav non avrebbero potuto più contestare. Proprio come il mini Ponte di Messina che ai No-Ponte potrebbe piacere perché non sarebbe un ponte, ma un quasi ponte, un' idea da Recovery Fund che ha affascinato Giuseppe Conte, il Submerged Floating Tube Bridge, quattro gallerie ancorate al fondale con dei tiranti d' acciaio, un quasi ponte sottomarino invisibile e poco ingombrante, un tunnel sotto il pelo dell' acqua o addirittura sotto il fondale, lungo lo Stretto indispensabile, sottile lo Stretto necessario. Insomma è grazie a un' antica e sperimentata saggezza che siamo in quasi lockdown noi italiani. In un Paese penisola, che in latino vuol dire quasi isola, dove gli abitanti del Nord si sentono quasi europei e quelli del sud quasi africani, non c' è davvero da meravigliarsi se ora siamo rinchiusi all' aria aperta, quasi dentro e quasi fuori, noi che siamo quasi occidentali e quasi orientali, con un ministro degli Esteri (si fa per dire) quasi filoamericano e quasi filocinese, noi che l' inglese lo sappiamo quasi, la storia la studiamo quasi, noi che siamo quasi moderni e quasi antichi. Teniamo sempre una porta aperta perché la quasità ci consente di non perdere e di non perderci, di essere sinceri mentendo, come capitava al premier Conte quando sdillabrava il suo curriculum universitario, e come ora gli capita quando parla del Mes. Grazie alla quasità riusciamo alla fine ad avere ragione anche quando ci troviamo dalla parte del torto. E non si tratta di paradossi, ma di scienza della politica applicata alla salute: la sanità e l' economia sono le nuove convergenze parallele, il compromesso tra i ministri Speranza e Azzolina è "storico", e la virtuosa doppiezza dei governatori De Luca e Bonaccini nutre l' andreottismo di Conte che resuscita i due forni e va avanti, non scegliendo di non scegliere, ma sdoppiandosi. Modelli? Andreotti fu quasi statista e quasi mafioso. Berlusconi fu quasi liberale e quasi truffatore. Grillo è quasi comico e quasi politico. Alla fine questo quasi lockdown è quasi meglio del famoso "quasi gol" di Niccolò Carosio.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 2 novembre 2020. Il caso più emblematico restano le cene. Il 13 ottobre scorso il governo vara un Dpcm con cui impone il limite di 6 persone per i party in casa. Undici giorni più tardi, il 24, la misura sparisce da un altro nuovo Dpcm - nel mezzo ne è stato emanato un terzo, il 18 - e diventa fortemente raccomandato non ricevere affatto nella propria abitazione persone non conviventi. Obblighi e sanzioni non ce ne sono, così il dubbio corre sulle chat. Si può cenare insieme? E guardare la partita della Roma? Un continuo cortocircuito informativo causato da decreti ed ordinanze che se i cittadini più prudenti possono provare a tenere sotto controllo con il buonsenso, rischia di paralizzare altre categorie. Per i ristoratori ad esempio, il gioco dell' oca dei Dpcm è diventato ormai un paradosso. Pensare di esporre un banale cartello all' ingresso con gli orari di apertura o di chiusura, per loro è un' odissea. Così se dal testo del 13 ottobre hanno appreso di poter chiudere alle ore 24 offrendo il servizio al tavolo (e giù a costruire dehors per aumentare il numero di sedute a disposizione e ospitare più clienti) o alle 21 se nel locale ci sono solo banconi. Una manciata di giorni più tardi però, il 18 ottobre, hanno scoperto che se la mezzanotte per il servizio al tavolo era ancora un' opzione, per chi serve al bancone le 21 diventavano un miraggio: dalle 18 tutti a casa. Poco male se non fosse che ad una settimana di distanza, il 24, l' aperitivo e le cene al tavolo venivano abolite in tutta la Penisola. Dalle 18 serrata totale. È comprensibile quindi se oggi i ristoratori, confusi più che mai dalle notizie di un altro Dpcm in arrivo, oggi hanno preferito tenere la serranda chiusa ed evitare altra confusione. Come si decide se fare o meno la spesa? Come si fa ad organizzare i turni dei lavoratori? E l' asporto? Consentito fino alle ore 24 dicono, ma in Campania ad esempio, dalle 22.30 possono farlo solo coloro che servono i clienti direttamente in auto. Se si è a piedi si va a casa a pancia vuota. Per non parlare degli studenti delle superiori. Già in tumulto per un' età particolare, gli adolescenti italiani hanno iniziato le lezioni in presenza il 14 settembre per poi scoprire che sarebbero dovuti entrare a scuola dopo le ore 9 per decongestionare il trasporto pubblico, anzi no, restare anche il pomeriggio. Infine che la didattica a distanza, così osteggiata e denigrata da tutti, alla fine è una buona alternativa ma solo al 75% ed integrata con quella in aula. Per poi scoprire, oggi o forse domani, che la dad' al 100% non è poi così male e che devono stare a casa tutto il giorno. E a casa restano anche gli studenti fuori sede che, tramortiti da mesi di lezioni online, sarebbero voluti tornare alla loro vita universitaria lontani dai genitori ma non lo hanno fatto perché non si sa mai e un nuovo Dpcm dall' oggi al domani può costare mesi d' affitto.

Distanziamento statale. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 30 ottobre 2020. Ministri e decisori si affannano a ripetere che non hanno chiuso teatri, cinema e ristoranti per sfiducia nei loro...Politici e amministratori hanno passato i mesi caldi a farci la predica, mentre loro vivevano alla giornata e discettavano di banchi a rotelle. E adesso ci rinchiudono tutti in casa per manifesta incapacità di lasciarci uscire in modo decente. Ministri e decisori si affannano a ripetere che non hanno chiuso teatri, cinema e ristoranti per sfiducia nei loro sistemi di sanificazione e distanziamento, ma - cito dal video di Franceschini (uno dei migliori) - «per ridurre la mobilità delle persone». Quindi non hanno paura che ci si contagi mangiando la pizza o guardando Shakespeare, ma mentre ci si muove per raggiungere i luoghi della pizza e di Shakespeare. Ci lasciano ancora uscire di casa solo per arrivare a scuola o in ufficio, ma ci vietano tutti gli spostamenti che hanno un risvolto voluttuario. Il problema è che ci si contagia molto di più andando a scuola e in ufficio che non al ristorante e a teatro, e questo perché la sera ci si sposta con i mezzi propri, mentre di giorno si prendono in prevalenza quelli pubblici, che sono congestionati. E lo sono, come non ci stanchiamo di ripetere, perché a tempo debito non vennero potenziati da chi aveva il dovere di farlo. Ma si sa come funziona la mano pubblica da queste parti: esosa nel pretendere il rispetto delle regole da parte dei privati e nel perseguirli, specie se sono deboli, ma estremamente lassista quando si tratta di pagare i suoi debiti e offrire servizi all’altezza di una nazione civile. Politici e amministratori hanno passato i mesi caldi a farci la predica, mentre loro vivevano alla giornata e discettavano di banchi a rotelle. E adesso ci rinchiudono tutti in casa per manifesta incapacità di lasciarci uscire in modo decente.

BRUNO PALERMO per il Messaggero l'8 novembre 2020. Tra incompetenze, infiltrazioni della ndrangheta, clientelismi e sprechi la sanità calabrese fa acqua da tutte le parti, e non da ora. Cinque aziende sanitarie provinciali: Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Poi ci sono le aziende ospedaliere di Reggio Calabria; Pugliese-Ciaccio e il Policlinico Mater Domini di Catanzaro; l'Annunziata di Cosenza. Una sanità tanto fragile da costringere il presidente, Giuseppe Conte, a dichiarare la Calabria zona rossa Covid, nonostante i numeri siano relativamente piccoli. Il rischio concreto è che il sistema sanitario calabrese possa collassare da un momento all'altro.

LA STORIA. Ma se da una parte a rischiare di collassare il sistema sanitario, dall'altra fino a poche ore fa era ben solido il sistema Calabria che ruota attorno alla sanità. Un sistema rodato, collaudato e che affonda le radici negli anni passati. Un sistema che ha portato la sanità calabrese non solo ad essere talmente fragile da non garantire ai calabresi di curarsi, ma di produrre un deficit che dai 55 milioni del 2006 è arrivato agli oltre 200 milioni di euro, motivo per cui la sanità calabrese è commissariata da un decennio. Per capire cosa la sanità rappresenti in termini di potere ed economia in Calabria, occorre tenere in considerazione i legami tra questo comparto, il malaffare, la politica e la ndrangheta. Legami che hanno una data che segna un punto di non ritorno: 16 ottobre 2005. A Locri, davanti al seggio per le primarie de L'Unione, viene ucciso Domenico Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale della Calabria. Per quell'omicidio vengono condannati all'ergastolo 4 persone, tra cui Alessandro Marcianò, caposala dell'ospedale di Locri. Secondo i giudici Marcianò (legato alla cosca dei Cordì) si sarebbe speso per un altro candidato, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l'exploit di Fortugno mandò ogni progetto all'aria scrivono i magistrati nella sentenza. L'emergenza Covid non ha fatto altro che far esplodere tutti insieme problemi e carenze che da anni erano emerse. Il 4 novembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto Calabria che conferma il commissariamento della sanità regionale con un rafforzamento della struttura. Tra Commissari e facenti funzioni la sanità calabrese non ha manager titolari. Una vera e propria girandola. Nel dicembre 2019 l'ormai ex commissario regionale, Severio Cotticelli, nomina i commissari di alcune Asp tra le quali quella di Cosenza. Nel gennaio del 2020 prende servizio Daniela Saitta che il 19 febbraio rassegna le dimissioni dopo le polemiche seguite all'affidamento di un incarico alla figlia, sia pur gratuito. Il ruolo viene affidato, sempre da Cotticelli, a Giuseppe Zuccatelli, già commissario straordinario dell'Azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio e del policlinico universitario Mater Domini di Catanzaro. Dopo tre mesi Zuccatelli rassegna le dimissioni da commissario Asp di Cosenza. L'11 giugno 2020 Cotticelli nomina Cinzia Bettelini che è tutt' ora in carica. A Crotone l'ex ministro Giulia Grillo nomina commissario dell'Asp Gilberto Gentili che dopo un anno si dimette per prendere servizio come commissario alla Usl Umbria 1. L'Asp di Crotone viene affidata ad un facente funzioni e Cotticelli, insieme alla Regione Calabria, avrebbero dovuto individuare il nuovo dg entro 60 giorni. Di giorni ne sono passati 131. Giuseppe Giuliano commissario dell'Asp di Vibo Valentia è, invece, in carica. Poi ci sono le Asp sciolte per infiltrazioni mafiose. Il 12 settembre del 2019 il Consiglio dei Ministri delibera scioglie l'Asp di Catanzaro per accertati condizionamenti da parte delle locali organizzazioni criminali. Lo scioglimento arriva dopo l'operazione Quinta bolgia della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. A marzo 2019 è stata sciolta l'Asp di Reggio Calabria per infiltrazioni della ndrangheta. E poi i posti di terapia intensiva mai realizzati: ora sono 152, ma erano 146 prima del Covid. Se ne sarebbero dovuti realizzare 280 con un finanziamento già stanziato di 51 milioni di euro. 

SPIRLÌ: “GOVERNO CI TRATTA COME INCAPACI DI METTERCI UNA SUPPOSTA”. D strill.it il 5 novembre 2020. Il Presidente facente funzioni Nino Spirlì (Lega) dopo le restrizioni imposte dall’ultimo DPCM è intervenuto questa mattina a Coffee break su La7. “Il Governo è stato sordo a qualsiasi sollecitazione da parte nostra. Ho tentato in tutti i modi per evitare la zona rossa che ammazzerà la Calabria, soprattutto la piccola impresa. La gente morirà di fame. Il Governo se la deve prendere con se stesso perchè ha commissariato la Calabria, in 18 mesi di commissariamento in Calabria non si è fatta una benemerita mazza da parte del Governo.Tutto quello che era di competenza regionale è stato completamente portato a termine. Il Governo ricommissaria la sanità in Calabria lasciando al posto di comando il commissario che il Governo stesso dice che non aver fatto bene il suo lavoro. E’ un Governo schizzofrenico. Invece di fare le decisioni semaforiche avrebbe dovuto prendere una decisione con i contro maroni e stabilire che tutta l’Italia deve avere lo stesso atteggiamento. Il virus più scostumato è quello delle regioni di centrodestra, stranamente. Il Governo ha deciso di fare la Calabria zona rossa, ha deciso di ricommissariare la sanità come per dire non siete nemmeno in grado di mettervi una supposta”.  

Calabresi, fate la rivoluzione contro gli azzeccagarbugli che vi governano. Notizie.it l'8/11/2020. Siete scesi in piazza contro il DPMC del governo Conte che vi metteva in zona rossa, perché non scendete in piazza con lo stesso impeto per chiedere finalmente una sanità che funzioni? Succede che un incredibile reportage della trasmissione televisiva “Titolo V” su Raitre, a firma di Walter Molino, faccia scoprire ai telespettatori, e al diretto interessato, in questo caso il commissario ad acta per la sanità della Calabria, Saverio Cotticelli, che non solo la Calabria non ha un piano Covid, ma che chi doveva predisporlo, ovvero il commissario, non l’ha predisposto e non sapeva che fosse lui a doverlo predisporre. Questo editoriale potrebbe anche finire qui, con un hashtag del tipo #vergogna. Ma voglio farmi del male e proseguire. Perché dopo la figuraccia televisiva del commissario Cotticelli lo stesso Presidente del consiglio Conte lo ha destituito – proprio lui che lo aveva nominato, ma tant’è – e ne ha scelto uno nuovo. E allora sentite insieme a me cosa pensa del contagio, del Covid, di come ci si può infettare, il nuovo commissario Giuseppe Zuccatelli, scelto dal governo Conte per sostituire l’improbabile Cotticelli e dare finalmente alla Calabria un governo della sanità che sia efficiente. “Le mascherine non servono a un cazzo, te lo dico in inglese stretto, ok? Se io fossi positivo tu sai cosa devi fare per beccarti il virus? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca. Altrimenti non te lo becchi il virus”. Insomma per il nuovo capo della sanità calabrese il virus te lo becchi solo se limoni per minimo un quarto d’ora. Anche in questo caso potrei fermarmi qui e questa volta l’hashtag sarebbe #poveracalabria. Invece voglio ancora farmi del male e fare un ragionamento, sempre partendo dalle evidenze. Il presidente del consiglio regionale della Calabria, Domenico Tinelli, nei giorni scorsi ha affermato: “La Calabria è stata la regione che meglio ha saputo affrontare l’emergenza Covid“. Ecco, mi verrebbe da chiedergli di pensare per lo meno a un seminario, a un workshop, a una giornata di studi per spiegare, a noi bifolchi delle nebbie lombarde tirati su a verze e lockdown, come si fa a essere la regione che meglio ha affrontato l’emergenza Covid in assenza di un piano Covid.

Secondo punto. La sanità calabrese è commissariata da quasi undici anni. Il disavanzo è di 160 milioni di euro. Com’è possibile che in tutto questo tempo questo gap non sia stato colmato? Come è possibile che negli anni non si sia sostituita, alla procedura commissariale, una assunzione di responsabilità politica nella gestione della sanità in una delle regioni più povere del Paese? Il terzo punto su cui è doveroso soffermarsi è sui cittadini calabresi. A loro si deve solidarietà, perché non deve essere facile pagare con soldi pubblici una serie tale di incompetenti e perdigiorno e nello stesso tempo subire ritardi su ritardi, specie sui tamponi, che a Locri, per esempio, vengono spediti a Reggio Calabria per essere analizzati, perché è lì che si trova l’unico laboratorio per tutta la provincia. Ricordo ancora un reportage che realizzai per Ballarò all’ospedale dell’Annunziata, a Cosenza. Lo sforzo dei medici era improbo, perché in quel pronto soccorso mancava di tutto, dai posti letto ai sostegni per le flebo. E così i malati stazionavano nei corridoi anche per settimane, con un via vai di familiari ad assisterli. E grazie a Dio che c’erano loro, altrimenti con la carenza di personale infermieristico non so come avrebbero fatto. Insomma ai miei amici calabresi voglio dire questo. Siete scesi in piazza contro il DPMC del governo Conte che vi metteva in zona rossa. Vi ho sentito far casino a colpi di slogan come “qua si muore di fame”. E allora: perché non scendete in piazza con lo stesso impeto per chiedere finalmente, dopo 11 anni di commissariamento, una sanità che funzioni, un’assunzione di responsabilità da parte dei politici che avete da poco votato, un miglioramento dei servizi? Vi voglio vedere incazzati come quando ritenevate ingiusto il lockdown nonostante un Rt, l’indice di contagio, a 1,84 e una previsione di occupazione dei posti letto in terapia intensiva superiore al 50 per cento, come ha detto Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di prevenzione del ministero della Salute. Fate la rivoluzione contro gli azzeccagarbugli che vi governano. Perché di questo passo prima di morire di fame rischiate davvero di morire di Covid.

Il mondo della politica nazionale e il caso Cotticelli. Da calabrianews.it il 7 Novembre 2020. Le dimissioni del generale Cotticelli da commissario straordinario della Sanità calabrese hanno infuocato il dibattito politico italiano. La trasmissione Titolo V è stata così clamorosa nella sua tragicità che i leader nazionali dei vari schieramenti l’hanno messo al centro delle loro dichiarazioni. Si registra subito un botta e risposta fra Salvini e Frattoianni. “La scandalosa inadeguatezza del commissario Cotticelli dimostra la scandalosa inadeguatezza di tutto il governo, che l’aveva appena confermato alla guida della Sanità calabrese. I cittadini non meritano uomini come Arcuri e Cotticelli, ora sia la Calabria a riprendersi in mano la sua dignità e la sua Sanità”. Lo affrerma il leader della Lega Matteo Salvini.

“Matteo Salvini sembra il Trump di queste ore. Come un pugile suonato che si perde così tanto nel suo sciocchezzaio quotidiano da scordare che Cotticelli fu nominato commissario per la Calabria dal governo in cui lui era vicepremier, il 7 dicembre 2018…”. Lo scrive su Twitter il portavoce nazionale di Sinistra Italiana ed esponente di Leu Nicola Fratoianni in risposta al leader della Lega. “Sul commissario governativo alla Sanità della Calabria Cotticelli sta andando in scena uno spettacolo indecoroso e un ignobile scaricabarile. Oggi il presidente del Consiglio Conte si scandalizza per una nomina che lui stesso ha fatto nel dicembre 2018, insieme all’allora ministro M5S della Salute Grillo, e che ha confermato solo pochi giorni fa. Il M5S, partito della Grillo, prende le distanze, ringrazia Conte e dice che servono ‘persone all’altezza’ per gestire l’emergenza Covid. I grillini dimenticano però che la responsabilità è anche loro e che è stato un loro ministro a sottoscrivere la nomina di Cotticelli”. Lo afferma Giorgia Meloni di Fdi. “Stiamo assistendo ad una scandalosa sceneggiata sulla pelle di due milioni di cittadini calabresi e della Calabria, che oggi per colpa del M5S e della sinistra non ha un piano Covid per affrontare la seconda ondata dell’epidemia. Questo disastro è l’ennesima conferma dell’inadeguatezza di questo Governo, che dall’inizio dell’emergenza naviga a vista e non ha la benché minima idea di come affrontarla. Conte e il suo governo chiedano scusa e si dimettano”, conclude. “Presidente Conte, questo è un tweet furbo ma poco serio. Il commissario l’ha nominato lei. Verificarne il lavoro spettava al suo governo. Fare finta di nulla equivale al tentativo di prendere in giro gli italiani. Purtroppo questo suo tratto caratteriale sta sempre più emergendo”. Così su Twitter il leader di Azione, Carlo Calenda, risponde al presidente del Consiglio sulla vicenda di Cotticelli, commissario alla sanità in Calabria. La vicenda Cotticelli “è la fotografia della sconfitta di un Paese, dello Stato e del Governo”. Lo dichiara Matteo Richetti, senatore di Azione. “La sanità calabrese – prosegue – è commissariata da 11 anni e nonostante i tagli a personale e posti letto esiste ancora un buco di 160 milioni di euro. Ancora nessuno è riuscito a completare il piano di rientro. Il Governo, piuttosto che potenziare e rafforzare le terapie intensive calabresi, si affida ad un commissario che non ha nemmeno stilato il Piano- Covid (non sapeva nemmeno di esserne il responsabile). La risposta del Governo a questo scempio? Inserire la Calabria tra le zone rosse e, dopo 11 anni, mandare l’ennesimo commissario. Chiudere una regione a causa della debolezza del sistema sanitario (commissariato dal Governo) è la prova lampante della sconfitta dello Stato e del Governo stesso”. “Conte e il M5S che oggi si mostrano indignati per il caso Cotticelli sono semplicemente ridicoli. Lo hanno voluto e nominato loro commissario quando al ministero della Salute sedeva un ministro grillino, di nome e di fatto. Cotticelli non è l’unico a doversi dimettere”. Lo scrive su Twitter Licia Ronzulli, vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato. “L’annuncio da parte di Giuseppe Conte della rimozione e sostituzione del commissario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli è un atto assolutamente insufficiente per porre rimedio alla vergogna e al danno provocati a questa terra”. Lo sostiene, in una nota, l’europarlamentare della Lega, Vincenzo Sofo. “Il ministro Roberto Speranza – prosegue Sofo – deve assumersi la responsabilità dell’operato del suo rappresentante nel territorio calabrese e rimettere il proprio incarico da ministro. E il Presidente del Consiglio deve prendere atto della comprovata inutilità di questo decennio di gestione commissariale, annullare il Decreto Calabria e indire al più presto nuove elezioni regionali per ridare, dopo la morte della Presidente Jole Santelli, a questa regione un’amministrazione nel pieno delle funzioni alla quale riconsegnare la gestione del sistema sanitario”. “Attenzione che di Cotticelli non ce n’è solo uno. Il governo nazionale ce ne sta per rifilare degli altri che ci dovremo tenere per almeno 3 anni. Ma la misura è ormai colma, la Calabria è stanca, e non accetterà più gestioni incompetenti. Inutile che oggi qualche improbabile difensore Dem in consiglio regionale, evidentemente in cerca di un posto al sole, attribuisca ad altri colpe che lui e i suoi compari hanno avuto per decenni”. Lo afferma, in una nota, il deputato della Lega Domenico Furgiuele. “La Calabria è stufa – prosegue Furgiuele – di commissari che falliscono in tutti gli ambiti dove operino con il pieno sostegno di certe forze politiche. L’Italia tutta sta però capendo che il disastro sanitario in cui è precipitata la nostra terra in piena pandemia è figlio dell’esecutivo nazionale. Alla luce di tutto questo, la maggioranza che sostiene Conte e Speranza, invece di restituire ai calabresi dignità e diritto alla salute si appresta a varare un nuovo decreto Calabria con una nuova struttura commissariale che già si annuncia inadeguata al pari di quelle che l’hanno preceduta. Perché in una situazione del genere, non c’è bisogno di soloni o peggio di uomini soli al comando, ma di scelte politiche discusse, condivise, calibrate sulla conoscenza territoriale che che i prossimi ‘scienziati’ governativi non potranno avere prima di diverso tempo”. “Questo governo – conclude il deputato della Lega – scherza con la salute dei calabresi, le forze politiche responsabili anche quelle che non si ritrovano necessariamente nell’area moderata di centro-destra a fare fronte comune per evitare nuovi Cotticelli”. “Con un tweet da salvatore della Patria il presidente Conte scarica il commissario Cotticelli, sostenendo che i calabresi meritano di meglio. Peccato che non abbia mostrato lo stesso scrupolo quando i suoi governi lo hanno voluto come commissario alla sanità in Calabria, nominandolo con il ministro Giulia Grillo e confermandolo con il ministro Speranza. Forse Conte vuol far credere di essere stato all’oscuro delle decisioni dei suoi ministri, tanto che oggi sembra commissariare anche lo stesso ministro Speranza assumendosi la responsabilità, o il merito, della sostituzione di Cotticelli”. E’ quanto afferma il deputato di Fratelli d’Italia Wanda Ferro. “Il generale Cotticelli si scopre oggi figlio di nessuno – prosegue Ferro – un abusivo arrivato in Calabria chissà da dove e voluto chissà da chi. Attaccato dai parlamentari cinque stelle che lo hanno fortemente voluto e che oggi tentano di rigirare la frittata, rinnegato dallo stesso governo che gli ha dato i pieni poteri sulla sanità calabrese. I cittadini non sono stupidi e non hanno la memoria così corta, e sono chiare ed evidenti a tutti le responsabilità sui ritardi della sanità calabrese, che hanno messo a rischio la salute dei cittadini e comportato un nuovo lockdown della regione. Con la defenestrazione di Cotticelli il governo boccia se stesso”. “Ci aspettiamo ora – sostiene la parlamentare di FdI – anche la rimozione di tutti gli organismi commissariali che hanno avuto un ruolo nella gestione dell’emergenza covid in Calabria, dai commissari delle aziende ospedaliere al commissario Arcuri. E un minuto dopo aver ritirato il nuovo Decreto Calabria a dimettersi sia il presidente Conte, il vero responsabile di questo scempio ai danni dei calabresi”. “Le dichiarazioni di Conte di oggi sono in notevole ritardo rispetto alle richieste di rimuovere Cotticelli pervenute da più parti in queste settimane. La Calabria paga il ritardo del Governo e la sua incapacità di prendere decisioni”. Lo ha dichiarato Fulvio Martusciello europarlamentare di Forza Italia. “Sono rimasta anche io senza parole nel guardare ieri sera l’intervista televisiva del commissario Cotticelli, che ha mostrato una inaccettabile approssimazione relativamente al ruolo che gli è stato attribuito”. Lo afferma il sottosegretario di Stato ai Beni e alle attività culturali Anna Laura Orrico. “Di fronte a tutto questo – prosegue Orrico – è necessario intervenire con risolutezza. Pertanto, mi sono da subito mossa con gli altri colleghi portavoce calabresi del M5s, in linea con il nostro capo politico Crimi, per chiedere la nomina di un nuovo commissario, che ponga in essere una reale discontinuità verso le fallimentari gestioni ordinarie e commissariali pregresse della Sanità calabrese. La volontà del Presidente del Consiglio Conte e del governo di provvedere rapidamente a quel cambio che abbiamo auspicato è fondamentale. Lo dobbiamo ai calabresi -conclude il sottosegretario Orrico – dato che in ballo ci sono diritti costituzionali, come la salute e la sicurezza”. “Amico e difensore dell’Arma dei Carabinieri, come tutti ho visto con sconcerto il video del generale Cotticelli. La verità è che non è vero che uno vale uno e ognuno deve fare il suo mestiere”. Lo afferma, in una dichiarazione, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. “Si può essere ottimi ufficiali – prosegue Gasparri – ma non altrettanto capaci nel gestire la sanità e peggio ancora la comunicazione. Ma il peggiore di questa vicenda si chiama Giuseppe Conte, un incapace irresponsabile. È lui con il suo governo e i suoi ministri che avevano fatto quella nomina. È inutile che adesso si erga a moralista. Lo scandalo d’Italia non sono soltanto persone non adeguate che vanno rimosse come in questo caso, ma quelli che scelgono gli incapaci. Conte non può fare il moralista, si dovrebbe chiudere in uno sgabuzzino e battersi il petto. Bisogna cacciare Conte, non soltanto quelli che lui ha lottizzato. Bisogna cacciare i grillini, che hanno fatto all’Italia più danni di qualsiasi altra cosa. Conte è il loro capo ed è il re degli ipocriti e degli inadeguati. Gli incapaci li ha imposti lui”.

Da liberoquotidiano.it l'8 novembre 2020. “Sulla sanità calabrese Giuseppe Conte ha fatto la più grande figura di merda della storia politica italiana”. Franco Bechis non usa mezzi termini per commentare quanto accaduto in Calabria nelle ultime ore, con il commissario Saverio Cotticelli che ha scoperto in televisione di doversi occupare del piano anti-Covid: il premier lo aveva nominato e confermato, poi lo ha scaricato con un tweet e sostituito immediatamente con Giuseppe Zuccatelli. Il quale però non è meno controverso: famosa la sua frase “le mascherine non servono a un cazzo”, inoltre è pure positivo e in quarantena. “Conte prima di indigna con chi ha nominato il vecchio commissario (era lui) - ha aggiunto Bechis - poi fa una nomina di svolta: un negazionista rosso per la sanità calabrese”. Infatti Zuccatelli è stato descritto come un personaggio da sempre organico alla sinistra, fin dai tempi del Pci, e appartenente a Leu del ministro Roberto Speranza. Insomma, questa ha tutta l’aria di una nomina “fatta in casa”.

Carlo Macrì per corriere.it il 7 novembre 2020. Venerdì sera Peppino De Filippo, si è materializzato all’ottavo piano della Cittadella regionale, assumendo le sembianze del generale Saverio Cotticelli, Commissario ad acta alla Sanità in Calabria, fresco di rinnovo per altri due anni. Intervistato dal giornalista della trasmissione «Titolo Quinto», andata in onda venerdì sera su Raitre, il generale Cotticelli come nel film i fratelli Capone (Totò e De Filippo), è stato protagonista di una scenetta così comica e esilarante che alla fine ha fatto arrossire anche se stesso. Intervistato sui temi relativi al Covid e alla zona rossa in Calabria, il generale Cotticelli è apparso sbigottito, perso, in alcuni momenti imbarazzatissimo sulla materia. Tant’è che quando l’intervistatore gli ha chiesto perché non è stato fatto il Piano Covid in Calabria, l’ammissione scellerata del Commissario è stata: «Era compito della Regione Calabria, tanto che ho anche chiesto al Ministero della Salute di risolvere il quesito su chi avesse il titolo per farlo», dice, addirittura, schernendosi. Salvo poi ricredersi quando l’intervistatore l’ha messo dinnanzi alle sue responsabilità chiedendogli di sapere cosa ha risposto il Ministero. «Oh! avrei dovuto farlo io, già a giugno scorso?», dice mentre si toglie gli occhiali appannati dal sudore che gli gronda dalla fronte. Poi, svegliandosi dal letargo istituzionale che l’ha addormentato in questi due anni, in maniera savia ha sbottato: «Domani mattina mi cacceranno per questo». Lo sketch di Cotticelli continua legittimando la sua incapacità e difficoltà nella gestione della Sanità calabrese allorquando, incalzato dalle domande del cronista, non ha saputo fornire neanche il dato sul numero dei posti letto in terapia intensiva in Calabria. Ma in questo, però, è stato bacchettato anche dalla sua vice, Maria Crocco, nominata a suo tempo dalla ministra Grillo. «La prossima volta studia, presentati preparato, comu te l’aggia a dì». Cotticelli, però non arretra e mette in campo tutto il suo appeal militaresco, addirittura nel domandare all’usciere: «Quanto posti abbiamo in terapia intensiva?». Il povero dipendente si blocca sull’uscio dell’ufficio del generale disorientato da cotanta gratitudine per quella importanza datagli davanti alle telecamere. E risponde, cinicamente, impettito: «Io faccio l’usciere». Dopo l’imbarazzante intervista pubblica il Capo del Governo Giuseppe Conte ha detto: «Il generale Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato». Aggiungendo: «Voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità». In tarda mattinata Cotticelli ha presentato le sue dimissioni: fonti del ministero della Salute precisano che «già nelle prossime ore è prevista la nomina del nuovo Commissario per la Calabria».

Il Commissario Cotticelli scopre in tv di essere il responsabile del piano covid: «Domani mattina sarò cacciato da qui». Francesco Ridolfi su Il Quotidiano del Sud il 7 novembre 2020. La Calabria non ha ancora un piano operativo covid. La Calabria è diventata da oggi zona rossa per i rischi derivanti dal contagio da coronavirus covid-19. La Calabria è commissariata, per quanto riguarda la gestione della sanità, da quasi 11 anni e a capo della struttura commissariale c’è oggi Saverio Cotticelli nominato dal Primo Governo Conte un paio di anni fa. Durante la trasmissione Titolo Quinto V su Rai Tre, andata in onda venerdì 6 novembre, il Commissario Cotticelli è stato intervistato da Walter Molino rivelando la propria posizione sull’inserimento della regione tra le aree rosse e, quindi, ad altissimo rischio covid ma, soprattutto, ha “scoperto”, proprio durante il servizio, che il responsabile della redazione del piano operativo covid (ancora non redatto per la Regione Calabria) è proprio la struttura commissariale, in parole povere e ultima analisi: Saverio Cotticelli. La cosa sorprendente è che poco prima nella stessa intervista il commissario Cotticelli ha testualmente dichiarato: «Io non sono il responsabile, Si sono dimenticati (presumibilmente il governo ndr) che ci sono due regioni commissariate, la Calabria e il Molise, e hanno dato l’incarico (del piano covid ndr) ai presidenti della Giunta». Quindi, secondo il Commissario Cotticelli, il Governo avrebbe dimenticato di avvertire la struttura commissariale di realizzare il piano operativo covid, in questa Italia spesso strabica può anche accadere. Nel dubbio, quindi, giustamente nel giugno di quest’anno lo stesso Cotticelli ha voluto vederci chiaro ed ha interpellato il ministero per ottenere una indicazione incontestabile su chi avrebbe dovuto redigere quel piano. E lo scorso 27 ottobre il ministero ha risposto. “E vediamo questa risposta” incalza il giornalista di Titolo Quinto. Cotticelli lo accontenta, si procura il parere del ministero, lo legge, gira un paio di volte le pagine, e alla domanda “chi doveva fare il piano covid?” la risposta è sconcertante: «Io, il piano devo farlo io» e poi legge il parere del ministero: «Nelle regioni sottoposte a piano di rientro e commissariate il potere/dovere di predisporre il piano operativo covid compete esclusivamente alla struttura commissariale». Imbarazzo. Tentativo di rassicurare («il piano lo sto realizzando io (?) e la settimana prossima è pronto»). Resa incondizionata: «Domani mattina io sarò cacciato da qui». Sfumato… Sipario… Titoli di coda.

Il Commissario Sanità calabrese: “Il piano Covid dovevo farlo io? Non lo sapevo”. E Conte lo rimuove. Redazione su Il Riformista il 7 Novembre 2020. “Il commissario per la sanità in Calabria Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato”. Giuseppe Conte non ha perso un attimo dopo aver sentito le parole del commissario ad acta della sanità regionale calabrese durante il programma Titolo V di Rai3 e lo ha subito deposto. A irritare il premier sono state le parole del commissario che ha ammesso davanti alle telecamere di non sapere che sarebbe spettato a lui il compito di predisporre un piano Covid in Calabria. “Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore – ha scritto Conte sui social – i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità”. E già nelle prossime ore sarebbe prevista la nomina del nuovo Commissario per la Calabria. Lo ha appreso l’Ansa da fonti del ministero della Salute sottolineando che “il commissario ad Acta per la Sanità della Calabria, Saverio Cotticelli, sta presentando le sue dimissioni al ministro della Salute, Roberto Speranza, e al ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri“. Durante la trasmissione di Rai 3, al giornalista che domandava perché la Calabria fosse diventata zona rossa, Cotticelli ha risposto: “Non lo so, i numeri non dicono questo. L’emergenza sanitaria è dappertutto, in tutta Italia”. L’inviato di Titolo V ricorda poi al commissario che “la Calabria oggi non ha un piano Covid”, aggiungendo: “Lei è il responsabile del piano Covid”. All’inizio Cotticelli nega: “Non è così, le spiego subito. Io non sono il responsabile. Hanno sbagliato a fare… Si sono dimenticati che c’erano due regioni commissariate, la Calabria e il Molise, per cui si son dimenticati e hanno dato l’incarico al presidente della Giunta”. Durante la trasmissione il giornalista aveva domandato: “Lei a giugno si accorge che non c’era il piano Covid e cosa fa?”. La risposta del commissario: “Pongo un quesito al Ministero e dico ‘chi è che deve fare il piano operativo Covid?’”. Dall’altra stanza di sente la voce del vice Maria Crocco, la sua vice che si rivolge al commissario dicendo: “La devi finire! Quando fai queste cose devi andare preparato”. Cotticelli scopre così nel corso del programma che il compito del piano spettava a lui: recupera il carteggio, poi torna dal giornalista e ammette “Sono io il responsabile” e dichiara quindi di essere sul punto di realizzarlo: “La settimana prossima è pronto”. Poi realizza l’accaduto e davanti all’inviato ammette: “Cosa vuole che le dica? Tanto io domani mattina sarò cacciato”. E così è stato. Il piano operativo per la gestione sanitaria dell’emergenza Covid era stato richiesto dal Governo con l’entrata in vigore del decreto legge Cura Italia, a marzo. Il Consiglio dei Ministri in quell’occasione varava una serie di risorse per il potenziamento del servizio sanitario nazionale. Tuttavia Cotticelli è stato nominato dal governo gialloverde e poi riconfermato. Lo stesso che poi lo ha deposto. “Non ci sono alternative all’immediata sostituzione del commissario Cotticelli, alle quali andrebbe allegato un messaggio di scuse ai calabresi da parte del Movimento 5 Stelle e della Lega che lo hanno nominato”. Ha dichiarato il commissario regionale del Partito Democratico della Calabria Stefano Graziano. “Oggi la priorità è recuperare il tempo aumentando posti letto e terapie intensive – aggiunge l’esponente dem – ma questo vuoto che si è creato tra regione e struttura commissariale è un’offesa a tutti i calabresi, che adesso si ritrovano in zona rossa, rischiando di dover pagare un prezzo altissimo in termini economici, a causa di scelte non prese e una battaglia pregiudiziale alle misure prese dall’attuale governo sia a marzo che oggi”. La polemiche sono scattate anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia. “Sul commissario governativo alla Sanità della Calabria Cotticelli sta andando in scena uno spettacolo indecoroso e un ignobile scaricabarile. Oggi il presidente del Consiglio Conte si scandalizza per una nomina che lui stesso ha fatto nel dicembre 2018, insieme all’allora ministro M5S della Salute Grillo, e che ha confermato solo pochi giorni fa. Il M5S, partito della Grillo, prende le distanze, ringrazia Conte e dice che servono “persone all’altezza” per gestire l’emergenza Covid. I grillini dimenticano però che la responsabilità è anche loro e che è stato un loro ministro a sottoscrivere la nomina di Cotticelli – ha detto la leader di Fdi, Giorgia Meloni, in una nota – “Stiamo assistendo ad una scandalosa sceneggiata sulla pelle di due milioni di cittadini calabresi e della Calabria, che oggi per colpa del M5S e della sinistra non ha un piano Covid per affrontare la seconda ondata dell’epidemia. Questo disastro è l’ennesima conferma dell’inadeguatezza di questo Governo, che dall’inizio dell’emergenza naviga a vista e non ha la benché minima idea di come affrontarla. Conte e il suo governo chiedano scusa e si dimettano”, conclude Meloni. “Amico e difensore dell’Arma dei Carabinieri, come tutti ho visto con sconcerto il video del generale Cotticelli. La verità è che non è vero che uno vale uno e ognuno deve fare il suo mestiere. Si può essere ottimi ufficiali, ma non altrettanto capaci nel gestire la sanità e peggio ancora la comunicazione. Ma il peggiore di questa vicenda si chiama Giuseppe Conte, un incapace irresponsabile. È lui con il suo governo e i suoi ministri che avevano fatto quella nomina. È inutile che adesso si erga a moralista. Lo scandalo d’Italia non sono soltanto persone non adeguate che vanno rimosse come in questo caso, ma quelli che scelgono gli incapaci. Conte non può fare il moralista, si dovrebbe chiudere in uno sgabuzzino e battersi il petto. Bisogna cacciate Conte, non soltanto quelli che lui ha lottizzato. Bisogna cacciare i grillini, che hanno fatto all’Italia più danni di qualsiasi altra cosa. Conte è il loro capo ed è il re degli ipocriti e degli inadeguati. Gli incapaci li ha imposti lui”. Lo dichiara il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri.

Da ansa.it il 7 novembre 2020. "Il commissario per la sanità in Calabria Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità", lo afferma in una nota il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. "Dalle analisi effettuate è emerso che, in alcune Aziende ospedaliere, nei primi giorni di novembre si era verificato un aumento considerevole, e non in linea con i mesi precedenti, dei ricoveri in terapia intensiva. Grazie a una interlocuzione con i responsabili delle unità operative, è stato verificato che, a causa della temporanea carenza di posti letto nei reparti di degenza ordinaria e di terapia sub-intensiva, alcuni pazienti, che non avevano bisogno di ventilazione meccanica assistita, perché non presentavano gravi criticità, erano stati ricoverati in Rianimazione". Così il delegato per l'emergenza Covid della Regione Calabria, Antonio Belcastro, in merito alla situazione inerente alla copertura dei posti letto per il Covid. "L'aggiornamento del Bollettino regionale è stato necessario per permettere una più corretta classificazione dei casi", ha spiegato Belcastro, che definisce "una speculazione priva di fondamento" le ipotesi sulle manipolazioni delle cifre. "Il trasferimento dei pazienti dalle Terapie intensive ai reparti di Malattie infettive e Pneumologia - ha proseguito Belcastro - ha fatto aumentare il tasso di saturazione (16%) dei posti letto di area medica, mentre il tasso di occupazione dei posti letto di terapia intensiva (6%) è ancora lontano dalla soglia di allerta, fissata al 30%".

Cotticelli emblema del fallimento. Così Lollobrigida umilia Conte. Il Tempo il 07 novembre 2020. Cotticelli da cacciare. E Lollobrigida umilia Conte. Il fallimento del commissario per la sanità calabrese è l'emblema dell'inesorabile fallimento di entrambi i governi Conte visto che è stato nominato dal ministro Grillo e confermato da Speranza. «Conte, come al solito, scarica su altri le sue responsabilità. Sostituisce il disastroso commissario per la Sanità in Calabria, Saverio Cotticelli. Si sappia, però, che è stato lo stesso presidente del Consiglio a valutarlo, sceglierlo, nominarlo e rinnovarlo per più di 2 anni. Nominato dal ministro Grillo (5stelle) nel primo esecutivo Conte e confermato dal ministro Speranza, Cotticelli è un altro dei fallimenti che accomuna i disastrosi Governi 1 e 2». Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida.

Cotticelli, la sinistra punta il dito. Ma fu nominato dai grillini. Rimpallo di responsabilità su Saverio Cotticelli, commissario straordinario alla sanità in Calabria. I giallorossi attaccano Salvini per la nomina, avvenuta nel 2018, ma è il Conte-bis che lo ha riconfermato con maggiori poteri. Francesco Curridori, Sabato 07/11/2020 su Il Giornale. “Con i valori della competenza, onestà e trasparenza sono sicura che porterà buoni risultati”. L’allora ministro della Salute, la grillina Giulia Grillo, il 7 dicembre 2018, non aveva dubbi sulla nomina del generale dei carabinieri Saverio Cotticelli come commissario straordinario alla sanità in Calabria. Il premier Conte ha annunciato la rimozione di Cotticelli dopo la messa in onda dell’intervista rilasciata alla trasmissione Titolo V in cui il generale ammette con un notevole imbarazzo di non sapere che spettasse a lui il compito di preparare il piano Covid per la Calabria. "La scandalosa inadeguatezza del commissario Cotticelli dimostra la scandalosa inadeguatezza di tutto il governo, che l'aveva appena confermato alla guida della Sanità calabrese. I cittadini non meritano uomini come Arcuri e Cotticelli, ora sia la Calabria a riprendersi in mano la sua dignità e la sua Sanità", ha subito attaccato il leader della Lega Matteo Salvini. Ma le risposte dei giallorossi non si sono fatte attendere. Nicola Fratoianni di LeU attacca: “Matteo Salvini sembra il Trump di queste ore. Come un pugile suonato che si perde così tanto nel suo sciocchezzario quotidiano da scordare che Cotticelli fu nominato commissario per la Calabria dal governo in cui lui era vicepremier, il 7 dicembre 2018...". Peccato, però, che la nomina sia stata fatta dalla Grillo, esponente di quel M5S che ora governa col Pd. È lei che affida a Cotticelli il mandato di realizzare il Piano di rientro della sanità calabrese. Tra gli interventi prioritari c’è “il completamento e attuazione del piano di riorganizzazione della rete ospedaliera e della rete di emergenza-urgenza”. Il neo commissario, ricorda Open, subentrava a Massimo Scura, una personalità che era invisa sia all’allora presidente regionale Mario Oliviero, ma soprattutto al M5S che per quel ruolo pretendeva “legalità” e “onestà”. “Spesso dove c’è inefficienza, c’è illegalità”, erano state le parole di Cotticelli il giorno del suo insediamento. Ma quel che non torna in questa vicenda è lo scaricabarile di responsabilità che la sinistra ha subito portato avanti nei confronti di Salvini. "Salvini ha cacciato dal suo partito i dirigenti della Lega che hanno organizzato quella pseudo manifestazione sotto casa del sindaco di Bergamo Gori? Se non lo fa diventa corresponsabile di quell'atto ignobile", ha scritto su Twitter Alessia Morani (Pd), sottosegretaria al Ministero dello Sviluppo economico. Peccato che sia stato proprio il governo giallorosso di cui la Morani fa parte ad aver confermato Cotticelli neanche tre giorni fa. Ma non solo. Il governo Conte-bis ha persino potenziato la figura del commissario ad acta rendendolo responsabile “ove delegato” del Programma operativo di potenziamento delle terapie intensive e semi-intensive. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ospite a Stasera Italia, rispondendo alle polemiche su Cotticelli, ha spiegato: "Questo commissario era stato nominato dal governo precedente e non era stato rinominato, come invece erroneamente ho sentito dire in queste ore, dal nostro governo". E ha concluso: "Mercoledì, molto prima che scoppiasse questa polemica, abbiamo approvato in consiglio dei ministri un decreto legge sulla sanità in Calabria che crea finalmente le condizioni per la ripartenza perché mette più risorse, dà più poteri a chi deve governare quella sanità, mette in campo competenze più significative e secondo me crea le condizioni finalmente per una ripartenza".

Cotticelli si difende: «Non ero io quello lì e il piano Covid c’è». Massimo Clausi su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Surreale. Non ci sono altre parole per commentare la “difesa” del generale Cotticelli dopo la magrissima figura rimediata in tv. Forse l’Arena di Massimo Giletti non era il palcoscenico più adatto per arrivare ad una chiarezza che alla fine non c’è stata anche perchè a Cotticelli raramente veniva concesso di finire un concetto. L’impressione è stata quella di un uomo in confusione, come ha ammesso lui stesso, che ha esordito dicendo di non essersi riconosciuto in quelle immagini «Sembrava la mia controfigura, la mia famiglia, io stesso non mi sono riconosciuto. Mi deve credere dottor Giletti non so cosa mi sia successo al punto che con un medico sto indagando». Se fossimo familiari del Generale gli consiglieremmo analisi approfondite perchè confuso lo è apparso sul serio. La triste e amara verità che è venuta fuori, però, è che i calabresi devono sorbirsi la zona rossa per colpe che non sono loro.

I POSTI LETTO. Il punto centrale dell’intervista è stata infatti la questione dei posti letto di terapia intensiva. Per il Ministero in Calabria sono necessari circa 300 posti per fronteggiare la seconda ondata della pandemia. Al momento i posti letto disponibili sono 146. I rimanenti sono solo sulla carta. Il piano Covid (che c’è come si è finalmente ricordato Cotticelli) prevede la realizzazione degli altri 134, ma tutto si è arenato nella burocrazia italiana. Il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Arcuri, ha stanziato le somme solo qualche mese fa. Ha poi deciso che i soggetti attuatori (cioè quelli che operativamente debbono appaltare le gare) siano le aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. Nè il commissario nè la Regione. Le aziende calabresi si stanno muovendo solo oggi con la solita celerità per cui nessuno sa dire con certezza quando saranno pronti. Nel frattempo, come ha ammesso la stessa maggioranza di centrodestra che governa la Regione, i ventilatori polmonari inviati dallo Stato restano imballati in qualche stanza della Protezione Civile regionale e i calabresi sono costretti al lockdown.

IL PIANO COVID. Cotticelli sul punto recupera la memoria e dice che in giugno aveva redatto il piano di potenziamento sia ospedaliero sia territoriale. Il problema è che poi di questo piano si è quasi dimenticato. Non si capiva bene chi doveva poi renderlo operativo. Ad un certo punto il commissario è assalito da un dubbio e chiede un parere al Ministero della Salute su chi fosse il responsabile della realizzazione del piano. Il Ministero risponde solo il 27 ottobre, ma nessuno si prende la briga di leggere la risposta nè nei quattro mesi precedenti di sollecitarla. Cotticelli ammette di aver letto la risposta solo in occasione dell’intervista che gli è costata il posto cioè il 5 novembre. Possibile? Cotticelli dice di sì perchè il suo ufficio era ridotto all’osso e non era nemmeno dotato di segreteria. Secondo il suo racconto era composto solo da lui e dal sub commissario, la ormai arcinota Maria (Crocco).

IL COMPLOTTO. Su questo punto Cotticelli si è scatenato lasciando adombrare un complotto ai suoi danni per farlo fuori e prenderne il posto. Utilizza la metafora di Giovanni Falcone parlando di «menti raffinatissime» che avrebbero agito contro di lui. Ma in che modo? In primis non dotando l’ufficio di un organico vero. Cotticelli lo ribadisce facendo riferimento al nuovo Decreto Calabria che nella bozza che dovrebbe essere convertita in legge prevede non solo la nomina di due sub commissari, ma anche la creazione di uno staff di supporto di ben 25 persone per un costo vicino ai 3,5 milioni di euro. Non solo. Ma nel nuovo decreto sono previsti poteri più stringenti nei confronti del Dipartimento Salute della Calabria. Come dire: io ho dovuto combattere a mani nude, al mio successore fanno ponti d’oro. Ma la lamentela di Cotticelli non finisce qui. Ha anche detto che ad un certo punto era riuscito ad abbattere il debito per circa 90 milioni. All’improvviso però Giuseppe Zuccatelli ha tirato fuori un debito di circa 100 milioni delle aziende ospedaliere di Catanzaro che gestisce. Il debito risale al 2014 ed è legato al fallimento della Fondazione Campanella. In studio si insinua subito un complotto ad opera dello stesso Zuccatelli che non ha mai nascosto, fin da quando ha messo piede in Calabria, di voler fare il commissario. In realtà il debito viene fuori come conseguenza di alcune sentenze della Cassazione che hanno considerato inesigibili alcuni crediti della Fondazione. Il che ha fatto aumentare il debito. Ancora. Cotticelli ha denunciato di aver riscontrato problemi nel calcolo dei Lea (livelli essenziali di assistenza). Questi vengono calcolati sulla base di dati che il Dipartimento Salute della Regione invia al Ministero. Cotticelli sostiene di aver scoperto che nonostante le aziende del territorio hanno inviato i loro dati alla Regione questa non ha poi trasmesso i flussi al Ministero. Da qui la pessima valutazione dei Lea che è un altro elemento che ci ha portati alla zona rossa. Cotticelli stava anche spiegando il difficile rapporto con la sanità privata e la vicenda della rete oncologica in particolare delle Breast Unit che fu motivo di scontro con la Santelli come testimonia la lettera che la presidente scrisse a Conte. In studio però non gli hanno fatto finire il racconto. Questo quindi il punto della situazione della sanità in Calabria e la dimostrazione plastica del fallimento del commissariamento che non ha fatto altro che moltiplicare la burocrazia e agevolare le “non decisioni”, ovviamente sulla pelle dei calabresi. Cotticelli ha chiuso con grande dignità il suo intervento chiedendo scusa ai calabresi per tutta questa vicenda ma sottolineando di avere le tasche pulite e di aver messo tutto se stesso nella difficile sfida di rendere normale la sanità calabrese. Purtroppo per tutti non è bastato.

Carlo Cotticelli a Non è l'Arena: "Io drogato? So solo che ero in uno stato confusionale, sto indagando". Libero Quotidiano il 09 novembre 2020. Un'uscita che gli è costata carissima. Saverio Cotticelli, dopo la messa in onda del programma Titolo V di Rai 3, ha detto addio al suo posto da commissario della Sanità in Calabria. A Cotticelli il giornalista di viale Mazzini ha chiesto informazioni sulla mancanza del piano anti-Covid e la risposta ha sollevato lo scandalo. L'uomo ha infatti scoperto di fronte alle telecamere che doveva essere lui a redigerlo: "Non lo sapevo", ha detto. Immediato il licenziamento, ma Cotticelli ha comunque voluto dire la sua a Non è l'Arena durante la puntata di domenica 8 novembre. Di fronte a Massimo Giletti Cotticelli ha spiegato quanto successo: "Ero in uno stato confusionale su cui sto indagando. Dopo l'intervista ho vomitato e ho passato una notte terribile. Non ero lucido e non stavo bene". E alla domanda di un'altra ospite, la conduttrice di La7 Myrta Merlino: "Ma l'hanno drogata?", Cotticelli ha replicato: "Non lo so dottoressa, sto indagando. Dico solo che non sono stato bene, non ero lucido". Intanto anche il suo successore, Giuseppe Zuccatelli è finito nel mirino della polemica. Alla sua nomina è comparso un vecchio video che lo ritrae mentre dice chiaro e tondo: "La mascherina non serve a un cazzo". Insomma, di male in peggio.

La strana difesa di Cotticelli: "Mi hanno drogato? Non so...". Il commissario alla Sanità calabrese Saverio Cotticelli ha provato a difendersi: "Il piano Covid l'ho fatto io. Non mi riconosco in quell'intervista. Forse ho avuto un malore". Federico Giuliani, Domenica 08/11/2020 su Il Giornale. "Non mi riconosco in quell'intervista. Non so cosa mi sia successo. Sto cercando di capire, magari con l'aiuto di un medico, se è stato un malore o altre cose". Questo il commento dell'ex commissario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli nel corso della trasmissione Non è l'Arena, su La7, in merito all'intervista che ha portato alla sua sostituzione.

La versione di Cotticelli. Cotticelli ha affermato di non riconoscersi in quelle immagini. "Mi hanno drogato? Non lo so. Dico solo che non sono stato bene. Non ho sospetti su nessuno, ma non ero lucido e non stavo bene. Non ero io, ero una controfigura", ha spiegato. Il commissario non ci sta e insiste: "Tutti quelli che mi conoscono si sono chiesti chi era quello dell'intervista. Il piano covid l'ho fatto io a giugno. La fase attuativa viene demandata ad Arcuri che a fine ottobre delega ASP e AO come soggetti attuatori". Infine, alla domanda se qualcuno gli ha voluto addebitare un buco di cento milioni di euro nel 2014, l'ex commissario ha dimostrato di non avere dubbi: "Assolutamente sì. Mi volevano addebitare un buco del bilancio 2014".

Da Cotticelli a Zuccatelli. Facciamo un piccolo passo indietro per riassumere che cosa è accaduto nei giorni scorsi. La Calabria è finita al centro di molte polemiche a causa dell'istituzione della zona rossa. La Regione non ritiene adeguate le misure di sicurezza imposte dal governo e sostiene di essere in grado di gestire l'emergenza. A capo della macchina sanitaria calabrese c'era proprio Saverio Cotticelli, commissario alla Sanità in Calabria. Quando durante la trasmissione Titolo Quinto gli è stato chiesto del piano anti Covid, Cotticelli è sembrato cadere dalle nuvole: "Avrei dovuto farlo io, già a giugno scorso?", ha dichiarato il commissario. In seguito a questa uscita, Giuseppe Conte aveva dichiarato di voler destituire l'ex carabiniere dalla sua carica. Al posto di Cotticelli, il governo ha inviato in fretta furia Giuseppe Zuccatelli. Che non è partito con il piede giusto, a giudicare da un'intervista in cui ha commentato l'ultimo Dpcm di Conte. "La mascherina non serve a un cazzo, ve lo devo dire in inglese stretto?", ha dichiarato ai suoi interlocutori, aggiungendo altre parole emblematiche. "Sapete cosa serve? La distanza! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!", ha concluso.

Cotticelli si difende: "Sull'emergenza covid non ho mai avuto alcuna responsabilità". Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. L’ormai ex commissario alla Sanità calabrese, Saverio Cotticelli risponde alle critiche. Al sito di Repubblica ha fornito la sua versione dei fatti, spiegando che la presidente compianta presidente della giunta regionale Jole Santelli avesse scelto come responsabile dell’emergenza Covid Antonio Belcastro. “Io sono stato inserito nella task force, ma ero tagliato fuori da tutte le scelte – ha detto Cotticelli – io sull’emergenza Covid non ho mai avuto alcuna responsabilità”. Cosa è stato realizzato? “La fase esecutiva è in capo al commissario Arcuri – ha detto ancora Cotticelli nell’intervista – ma anche lui ha scavalcato la struttura commissariale delegando direttamente le Aziende ospedaliere e sanitarie provinciali. Non è mai stata chiarita la catena di comando. Per me, il soggetto attuatore per l’emergenza Covid è il presidente della Regione, insieme al suo delegato”.

Luca Telese per tpi.it il 9 novembre 2020.

«Non ero io. Non ero io quello che ha parlato nell’intervista a “Titolo Quinto”!»

Cosa significa, scusi, Generale Cotticelli?

«Che non mi riconosco in quell’uomo. Non ero io».

Era lei.

«Sì, ma stavo male. Era come se fossi un altro».

Ma lei pensa davvero quello che ha detto ieri da Giletti?

«Sì, sto indagando su me stesso. Su cosa mi è accaduto».

Perché non si riconosce nel se stesso che ha visto nella sua intervista?

«Esatto. Nemmeno la mia famiglia mi ha riconosciuto. Sono ancora sconvolto».

Questo lo ha detto ieri sera all’Arena. Ma cosa significa esattamente?

«Sto valutandolo con il mio medico, sto ricostruendo quello che è accaduto il giorno dell’intervista. È tutto molto strano. Gli orari, la modalità… non torna nulla».

Cosa è strano?

«La mia sostituzione era già decisa. Da sei mesi».

Come come?

«Sì, diciamo come stanno davvero le cose. Il ministro Speranza aveva già deciso di nominare Zuccatelli. Ormai è chiaro, carte scoperte».

Quindi lei?

«Io dovevo essere rimosso. È semplice».

Sta scherzando?

«Affatto. La mia intervista è solo stato un pretesto».

Tuttavia l’ha fatta.

«Certo, glielo ho già detto, non lo nego».

E quindi? Sospetta davvero di essere stato drogato? Vittima di un complotto?

«Questo non lo so. Ripeto, sto indagando: io so che dopo quell’intervista ho vomitato tutta la notte. Sono stato malissimo».

Generale, ma si rende conto di quello che sta ipotizzando?

«Certo».

Lei sta sostenendo che qualcuno avrebbe operato per farle del male, per spingerla alle dimissioni.

«Ah, c’è di peggio».

Ma perché, scusi?

«Senta, la Calabria ha una terra di mezzo. Da un lato la povera gente, dall’altro il potere, in mezzo ci sono loro».

Loro chi?

«La massoneria. Con i suoi riferimenti a Roma.

E cosa significa questo? Lei non ricordava chi dovesse fare il piano Covid e il numero delle terapie intensive attivate.

«Ma come potevo non ricordarlo, scusi? Quel piano esiste davvero, e l’ho predisposto io.

Capisce che questa domanda non può farla a me. Dovrei farla io a lei.

«Ha capito cosa le ho detto? In Calabria tutto è deciso da questo mondo di mezzo: e io a questa massoneria non ho dato tregua».

E quindi…

«Se vuole glielo spiego. È notte. Il generale Saverio Cotticelli ha appena finito di rilasciare una clamorosa intervista a Massimo Giletti, durante la puntata di Non è l’Arena. Ha detto tante cose, ha ricostruito la giornata che ha prodotto le sue dimissioni, ha lanciato accuse pesanti ma il tempo non gli è bastato. E così – dietro le quinte – mi spiega, prima di andarsene, il suo sospetto. E la sua risoluzione: “Andrò in procura”».

Scusi generale, ci pensi per un attimo: come si può credere ad un uomo che dice “Non riconosco me stesso”.

«Capisco la sua ironia. Ma io mi sono dimesso. Ho abbandonato il mio incarico. Questo è sempre un gesto nobile».

Ma non necessariamente prova quello che lei sta dicendo.

«Ma ha capito che potrei scrivere un libro? Ha idea di quello che ho trovato nella sanità calabrese?»

No, me lo dica lei.

«C’erano fatture ai privati, nella sanità calabrese, che venivano pagate tre volte. C’erano posto di lavoro, appalti oscuri, il potere reale mercanteggiava su tutto».

Che tipo di mercato?

«Il più classico. Io ti do i fondi, tu mi dai il lavoro».

Ma questo cosa c’entra con il Covid, scusi?

«Io potrò avete tanti difetti, ma a questi signori ho tolto il concime dal vaso. Gli ho cancellato 500 milioni di euro di appalti. Gli ho revocato gli affidamenti impropri».

Sì, ma questo cosa c’entra con l’intervista in cui non riconosce se stesso?

«Guardi che questi, se potevano mettermi sotto una macchina, l’avrebbero già fatto».

Si rende conto della gravità di quello che sta dicendo?

«Non si dimentichi che sono un carabiniere. Un incidente avrebbe risolto: però io sapevo come proteggermi, mi creda».

Ma cosa c’entra il mondo di mezzo calabrese con chi doveva fare il piano anti-Covid?

«Se non potevano mettermi sotto una macchina, allora restava solo la possibilità di screditarmi. Noto che questo alla fine è accaduto».

Ma chi sono questi nemici così spietati e potenti?

«Nell’intervista a Giletti le ho definite “menti raffinatissime”. È la citazione di una celebre frase Giovanni Falcone. Insomma le sto parlando di una forza che in Calabria ha un potere enorme: la masso-mafia».

Ma scusi, chi sapeva nel suo Entourage che lei avrebbe fatto quell’intervista?

«Quel pomeriggio? Solo io e la mia vice commissaria, che era lì con me».

Non starà mica sostenendo che i giornalisti di “Titolo quinto” hanno partecipato ad un piano. È senza senso!

«E chi lo ha detto? I poteri di cui parlo non hanno difficoltà di intelligence. E poi…»

Cosa?

«Quel giorno è stato tutto strano: prima dovevano venire alle 15.00, poi sono venuti alle 18.00, avevano un tono inquisitivo che nemmeno delle Iene».

Iene?

«Iene, iene. Quelle del programma di Mediaset».

Generale lei non può prendersela con altri per quello che è accaduto a lei.

«Avevano quel documento, che mi è stato spedito il 27 ottobre, e che io ho ricevuto quel giorno. Proprio quel giorno!»

Insomma, un complotto per sostituirla con Zuccatelli.

«Ma ha sentito quello che ho detto a Giletti? Io ho lavorato due anni senza nessun supporto: senza una segreteria, senza nemmeno una dattilografa. Da so-lo!»

E adesso?

«Adesso a Zuccatelli danno una struttura con 27 persone! Che costa tre milioni di euro».

Se lei non si fosse dovuto dimettere a capo di quella struttura ci sarebbe lei, non Zuccatelli.

(Sorriso). «Ma davvero può crederlo? Le ho detto che Zuccatelli lo volevano mettere da prima! È di LeU, lo stesso partito di Speranza, è amico di Bersani, se ne andava in giro per la Calabria a dire che sarebbe stato nominato commissario da mesi, e come vede lo anche è diventato.

Ed è bravo?

«Non scherzi: ha litigato con tutti, è in guerra con il mondo, è positivo al Covid, e dice quelle cose sul contagio. Perfetto».

Quindi?

(Sorriso). «Quindi nulla».

Nulla?

(Altro sorriso). «Glielo ho detto: su questa storia dovrei scrivere un libro».

Chi è Cotticelli, il commissario della sanità in Calabria che non sapeva che il Piano Covid l’avrebbe dovuto redigere lui. Il premier Conte: «Va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore». Di An.C. su ilsole24ore.com il 7 novembre 2020. Alla fine l’oramai ex commissario ad acta della sanità calabrese Saverio Cotticelli si appresta a rassegnare le dimissioni nelle mani del ministro della Salute Roberto Speranza e del responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri. Troppo impetuoso l’impatto mediatico prodotto dall’intervista da lui rilasciata alla trasmissione di Raitre “Titolo V”. Il video, nel quale ammette di non sapere che la responsabilità di redigere il piano Covid per la Calabria da poco entrata nella zona rossa era proprio sua, è rimbalzato nei social, provocando un tam tam mediatico rilanciato da migliaia di condivisioni. Contro di lui in queste ore si sono espressi tutti gli schieramenti politici.

Conte: via subito. Ma il passo indietro avviene in un contesto che è già segnato. «Il commissario per la sanità in Calabria Saverio Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità», ha detto il premier Giuseppe Conte dopo l’intervista andate in onda ieri sera, venerdì 6 novembre. «Già nelle prossime ore è prevista la nomina del nuovo Commissario per la Calabria», chiariscono fonti del ministero della Salute.

«Il piano Covid dovevo farlo io? Non lo sapevo, ora mi cacciano». Intervistato sul tema d’attualità, ovvero la Calabria in zona rossa a causa dell’emergenza Coronavirus, a un certo punto gli viene chiesto come mai non fosse stato fatto un Piano Covid per la regione. «Era compito della Regione Calabria - risponde Cotticelli -, tanto che ho anche chiesto al Ministero della Salute di risolvere il quesito su chi avesse il titolo per farlo». E quando gli viene chiesto cosa avesse risposto il Ministero lui, non con un certo imbarazzo, ammette: «Oh! avrei dovuto farlo io, già a giugno scorso? Domani mattina mi cacceranno per questo».

Non sa quanti sono i posti di terapia intensiva in Calabria. Non solo. Nell’intervista l’oramai ex commissario ad acta della sanità calabrese si gioca l’ultima carta: assicura che «la settimana prossima il piano anti Covid è pronto», salvo poi peggiorare ulteriormente la sua situazione mostrandosi impreparato anche sul numero delle terapie intensive in Calabria, e ricevendo il rimprovero “fuori campo” del suo sub commissario, Maria Crocco.

Generale dei Carabinieri in pensione. Campano, originario di Castellammare di Stabia, 69 anni, generale di corpo d’armata dei Carabinieri in pensione, è arrivato in Calabria agli inizi di gennaio 2019. È stato nominato dal Conte uno il 7 dicembre 2018, ad opera dell'allora ministro dell'Economia Tria, di concerto con la ministra della Salute Grillo e sentita la ministra degli Affari Regionali Stefani. La nomina è stata confermata da Conte due il 19 luglio 2019. Conticelli ha alle spalle una lunga carriera nell’Arma, che lo ha visto ricoprire anche incarichi di rilievo: comandante Carabinieri della Regione Piemonte e Valle d'Aosta, è stato alla guida dei N.A.S. ( Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell'Arma dei Carabinieri, posti alle dipendenze funzionali del Ministero della salute), comandante della regione Carabinieri Lazio. Dieci anni fa gli è stata conferita l'onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana; nel 2012 assume la Presidenza del Cocer interforze.

Terapie intensive e ricoveri, le regioni in cui la seconda ondata è già peggiore della prima. Poi la chiamata in Calabria come commissario ad acta per il piano di rientro della Sanità calabrese. Un incarico che ha assunto, evidentemente, ignorando che quel Piano l’avrebbe dovuto redigere proprio lui. «A volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto», ha scritto il poeta polacco Stanisław Jerzy Lec.

Cotticelli, una figuraccia anche prima che andasse in televisione. Valerio Panettieri su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Ci sono voluti otto mesi per capire chi era il soggetto attuatore del piano covid in Calabria. Otto mesi per aspettare i bandi di Arcuri sulle terapie intensive, nonostante il documento firmato dal commissario Cotticelli, lo stesso che in una imbarazzante intervista scopre che il 27 ottobre scorso Speranza gli aveva detto che era lui il soggetto che doveva attuare il piano, e otto mesi di scontri istituzionali e perdite di tempo che sono costati una zona rossa alla Calabria. Ma alla fine Saverio Cotticelli è stato mandato a casa in diretta tv? Neanche per sogno. Il commissario al piano di rientro dal debito sanitario della Regione Calabria si era già dimesso il 10 ottobre scorso. Si aspettava solo l’ufficialità e il cambio di passo dopo il rinnovo del decreto Calabria. Il teatrino visto in televisione due giorni fa che ha messo in mostra tutta l’inadeguatezza dell’ex generale dei carabinieri alle prese con la sanità calabrese è a tratti inspiegabile. Perché ha detto che il piano Covid doveva farlo lui se in Calabria di piani ce ne sono due e uno è stato firmato a giugno? Il primo annunciato dalla presidente Jole Santelli il 10 marzo scorso in un tripudio di collaborazione con Cotticelli, il secondo licenziato con decreto del commissario ad acta, il numero 91: “piano di riorganizzazione della rete ospedaliera”. È il famoso disegno dei 124 posti letto aggiuntivi per la terapia intensiva e 128 per la subintensiva che il commissario Arcuri ha messo a bando, delegando direttamente Asp e ospedali come soggetti attuatori, ad ottobre. Ma per il ministero, invece, era il commissario Cotticelli a doverne dare attuazione. Quello che si è visto in diretta televisiva due giorni fa e il conseguente tweet di Giuseppe Conte che ha cancellato in un attimo il ruolo di Cotticelli da commissario sa di resa dei conti a reti unificate. In realtà era tutto già scritto. Il ministro Speranza aveva chiamato Cotticelli diverse settimane fa all’indomani di una riunione di verifica del piano di rientro dal debito, schizzato nuovamente sui 200 milioni, durata due giorni. Insomma, si aspettava solo un cambio di guardia ufficiale, mentre l’ex generale in pensione è rimasto arroccato negli uffici della Cittadella regionale in attesa. Tutto quello che è davanti agli occhi è frutto di una responsabilità collettiva, non solo decennale, politica e burocratica. Dalle scelte dei governi all’innocenza presunta della Regione, passando ovviamente per il sacrificato commissario ad acta.

PRIMA DEL COVID. Saverio Cotticelli è stato nominato nel 2018 alla guida della struttura commissariale calabrese. Fu una decisione dell’allora governo a trazione leghista e pentastellata. All’epoca al Governo c’erano Giuseppe Conte, Giulia Grillo alla Salute, Matteo Salvini agli Interni e Giovanni Tria all’Economia. La storia di Cotticelli è costellata più da fallimenti che successi: l’unico atto degno di nota è stato autorizzare poco più di 400 assunzioni in un sistema sanitario che richiederebbe almeno 3mila 700 persone in più. In fondo al commissario sono richieste due cose: pareggiare il debito sanitario e raggiungere dati accettabili sui Livelli essenziali di assistenza. E invece le continue e ripetute riunioni semestrali di verifica hanno prodotto l’esatto contrario. Ad agosto 2019 il disavanzo certificato e non coperto era di 105 milioni di euro mentre la stima sul punteggio Lea era di 139 su un minimo di 160, ad ottobre 2020 è sui 200 milioni mentre il punteggio Lea sfiora finalmente l’idoneità arrivando a 162. In mezzo ci sono i debiti verso i fornitori fermi a circa un miliardo di euro. E poi il caos gestionale: due Asp (Reggio Calabria e Catanzaro) sciolte per mafia. Dopo lo scioglimento di Reggio, ad aprile 2019, la reazione del governo pentaleghista fu il decreto Calabria che tra le altre cose ha strappato le nomine alla politica per i vertici delle aziende. Ma anche lì è un caos. Le aziende sono rimaste in mano a reggenti per mesi lunghissimi. Subito dopo inizia una lottizzazione in salsa nazionale. In questo caos Cotticelli non ha brillato: ci ha messo nove mesi dall’approvazione del decreto a stipulare una convenzione con l’Anac e oltre un anno per mettere in piedi l’obbligatorio piano di rientro triennale. Poi è arrivata la resa dei conti nell’ultimo incontro interministeriale: due giorni di riunioni sul perché il debito fosse aumentato a dismisura (obbligando per la terza volta lo Stato ad aumentare le aliquote Irpef e Irap per tentare di ripianare il debito) e infine le dimissioni, il 10 ottobre scorso. Cotticelli da quel giorno è rimasto in attesa di un incontro con Speranza.

L’EMERGENZA. Nel frattempo che si consumava l’ordinario è arrivato il coronavirus. A marzo scorso il ministero ha delegato direttamente la Regione nella gestione della pandemia, che a sua volta ha nominato una task force di esperti e un soggetto delegato all’emergenza. In quei giorni in molti si erano chiesti che fine avesse fato il commissario che, laconico, rispose di non avere “poteri” sul caso essendo la Regione nominata alla gestione. Ed è arrivato il primo piano: 400 posti letto, individuazione della rete e possibilità di utilizzare i beni confiscati per riconvertirli in centro Covid. Tutto questo è rimasto sulla carta. Poi a maggio il governo modifica la rotta, assegnando le responsabilità dell’emergenza al commissario. La struttura a giugno licenzia un piano monstre: ampliamento dei posti letto in terapia intensiva e sub intensiva, ristrutturazione dei pronto soccorso, creazione dei percorsi covid e strutture modulari montabili all’occasione in caso di emergenza assoluta. E poi le assunzioni, almeno 500 tra medici, operatori e infermieri per gestire l’emergenza. Per la Santelli si tratta di un piano “inattuabile” accusando Speranza e Conte di avere per l’ennesima volta esautorato la Regione dalla gestione. Ma in fondo anche questo in buona parte è rimasto carta straccia. Delle terapie intensive in più ne sono arrivate molto poche, nessuna di quelle previste dal piano. La Regione in tutto questo prima ha accusato le dirigenze ospedaliere, poi direttamente il commissario non spiegando mai chiaramente invece come ha speso gli 87 milioni destinati all’emergenza. Ad un certo punto la giunta ha deciso anche di rimodulare il Por Calabria per aprire nuove terapie intensive. Intanto in queste ore si è subito dimenticata delle figuracce: l’ultima due giorni prima della dichiarazione di zona rossa della Calabria. Nel ricalcolo del bollettino regionale sono “sparite” ben 16 persone ricoverate in terapia intensiva: “non erano intubati” diranno. La colpa è solo di Cotticelli?

L'ex commissario nella bufera. Storia della carriera del generale Saverio Cotticelli, quasi capo dei Carabinieri ma "bruciato" da Del Sette. Paolo Comi su Il Riformista il 10 Novembre 2020. Il generale Saverio Cotticelli, l’ex commissario della Sanità della regione Calabria che dopo le recenti interviste sta indagando sul proprio “stato confusionale”, era destinato a diventare il numero uno della Benemerita. La notizia è stata confermata al Riformista direttamente dai piani alti del Comando generale dell’Arma. Questi i fatti. Siamo alla fine del 2014 e a viale Romania la poltrona più importante è occupata dal 2009 dal generale Leonardo Gallitelli. L’incarico di Gallitelli doveva terminare ad aprile del 2013 ma il governo Monti, il 27 marzo precedente, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle sue dimissioni, aveva deciso di prorogarlo fino al 31 dicembre dell’anno successivo. Il motivo? Nel 2014 si sarebbe celebrato il bicentenario di fondazione dell’Arma e la presenza di Gallitelli era indispensabile per sovrintendere in maniera adeguata la macchina organizzativa dei festeggiamenti. Cotticelli è in quel momento il potentissimo comandante del comando unità mobili e speciali “Palidoro”, il reparto da cui dipendono tutti i reparti speciali dell’Arma, dal Nas, al Noe, al Tpc, al Ros, e, appunto i contingenti destinati a garantire l’ordine pubblico in Italia e nelle missioni all’estero. Ma non solo. Cotticelli è anche il capo del Cocer, prima della sentenza della Consulta che sdoganerà l’associazionismo con le stellette, il sindacato unico dell’Arma. Cotticelli è, infine, in ottimi rapporti con lo stesso Gallitelli. Divenuto a ottobre del 2008 comandante della Legione Lazio, Cotticelli non viene neppure lontanamente sfiorato da quello che accade nelle caserme a poche centinaia di metri dal suo ufficio. Durante il suo periodo di comando si verificano due episodi che segneranno per sempre la storia dell’Arma. La morte di Stefano Cucchi e il porno ricatto al presidente della regione Lazio Piero Marrazzo. Le vicende, a opera dei suoi dipendenti, non intaccano minimamente l’inarrestabile ascesa del generale la cui carriera prosegue spedita. Cotticelli continua, dunque, ad aggiungere stellette sulle spalline dell’uniforme. Per i recenti fatti di Piacenza, tanto per fare un confronto, il comandante generale Giovanni Nistri rimuoverà l’intera scala gerarchica della città emiliana, stroncando ogni residua aspettativa di progressione in ruolo.  La strada di Cotticelli verso il comando generale sembra essere, allora, tutta in discesa: nessuno dei candidati al posto di Gallitelli ha un curriculum come il suo. I piani del generale vanno in fumo, però, nel Consiglio dei ministri della vigilia di Natale del 2014. Sotto l’albero Cotticelli trova un’amara sorpresa: l’allora ministra della Difesa e ora presidente della commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti, ha deciso di puntare sul proprio capo di gabinetto, il generale Tullio Del Sette. La decisione della ministra dem ha l’avallo del premier Matteo Renzi che aveva conosciuto Del Sette quando il generale era comandante dei carabinieri della Toscana e lui sindaco di Firenze. La scelta di Del Sette sorprende tutti in quanto era diventato capo di gabinetto del ministro Pinotti solo cinque mesi prima. Oltre a non esserci precedenti, la nomina di Del Sette è vista come un fatto “irrituale”. Era la prima volta che un ufficiale dell’Arma che ricopriva un incarico prettamente politico diventava, senza soluzione di continuità, comandante generale. Del Sette è ora sotto processo a Roma con l’accusa di rivelazione del segreto e favoreggiamento in uno dei filoni dell’inchiesta Consip. In particolare avrebbe comunicato al presidente di Consip che i carabinieri del Noe per ordine della Procura di Napoli stavano facendo indagini su alcuni appalti assegnati dalla centrale acquisti della Pa. Il “tradimento” da parte dei vertici del Pd è inaspettato per Cotticelli. Il generale era stato fra i più stretti collaboratori della ministra della Salute Livia Turco, dalemiana di stretta osservanza, durante il governo Prodi. La ministra dem aveva anche conferito a Cotticelli la medaglia d’oro per la sanità pubblica. Cotticelli, bocciato la notte di Natale, non si perde d’animo. Arrivato al massimo della carriera, diventerà il presidente di tutti i Cocer: oltre a quello dei carabinieri, anche quelli dell’esercito, della marina, dell’aereonautica e della guardia di finanza. Qualche mese fa, a giugno, l’ultima soddisfazione. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd), su proposta del comandante generale Nistri, lo ha insignito della più alta onorificenza: la croce d’oro al merito dell’Arma dei carabinieri. A dir poco sorprendente la motivazione alla luce delle sue recenti performance televisive: “Ufficiale generale di preclare qualità umane e professionali ha sempre costituito limpido esempio e sprone per il personale dipendente, assicurando costantemente soluzioni organizzative brillanti e di rara efficacia”. E poi: “Con la sua infaticabile e preziosa opera di comando e di pensiero ha contributo al progresso dell’istituzione, esaltandone spiccatamente il lustro e il decoro nell’ambito delle Forze armate e della Nazione”.

L'accusa dell'ex generale. Cotticelli va da Gratteri e ne spara un’altra: “I clan hanno fermato il piano anti-Covid”. Paolo Comi su Il Riformista il 11 Novembre 2020. È tutta colpa del “mondo di mezzo”. L’ormai mitologica teoria criminale by Massimo Carminati ha, dunque, fatto scuola e proseliti. Dopo essere stata sdoganata nel 2014 dalla Procura di Roma, con l’insostituibile collaborazione delle cimici del Ros dei carabinieri e della penna del vice direttore di Repubblica Carlo Bonini, la teoria del mondo di mezzo è tornata agli onori delle cronache questa settimana grazie al generale Saverio Cotticelli. L’alto ufficiale dell’Arma, rimosso dal premier Giuseppe Conte dall’incarico di commissario alla Sanità della regione Calabria dopo una surreale intervista in cui affermava di non sapere di dover redigere il Piano covid territoriale, aveva evocato, nel tentativo di giustificarsi, complotti assortiti nei propri confronti. Dalla tribuna “ripatrice” di Non è l’Arena di Massimo Giletti, inizialmente aveva lasciato intendere di essere stato drogato prima di parlare con i giornalisti e di dover pertanto indagare sul proprio “stato confusionale”, poi, davanti al taccuino di Luca Telese aveva rispolverato il celebre teorema di Carminati che ha dato il nome all’indagine su (ex) “Mafia capitale”. Se a Roma, però, il luogo oscuro dove gli interessi della politica e dell’imprenditoria si incontravano con gli interessi della criminalità organizzata era popolato al massimo da vecchi picchiatori fascisti dediti all’usura e allo spaccio di stupefacenti, con Cotticelli avviene un non indifferente salto di qualità delinquenziale. Il mondo di mezzo calabrese, che tutto controlla e domina, è composto infatti da masso-mafiosi. Questo cocktail micidiale, formato quindi da esponenti della massoneria e da ‘ndranghetisti, avrebbe impedito a Cotticelli di svolgere con efficacia il ruolo di commissario straordinario. L’ufficiale, che nel 2014 ha rischiato di diventare il numero uno dell’Arma se l’allora ministro della Difesa Roberta Pinotti (Pd) non avesse puntato sul suo capo di gabinetto, il generale Tullio Del Sette, ha anche affermato di aver temuto per la propria incolumità fisica. Sempre facendo un salto nel tempo, oltre al mondo di mezzo, Cotticelli ha evocato pure un altro teorema criminale, quello delle “menti raffinatissime”. Il teorema, questa volta, non è di Carminati da Sacrofano ma di Giovanni Falcone. Cotticelli ha dichiarato che andrà ora dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri per denunciare quanto ha visto in questi due anni in Calabria. Per il generale sarà un ritorno negli uffici giudiziari di Catanzaro dal momento che aveva fatto visita a Gratteri il primo giorno del suo insediamento come commissario in Calabria a dicembre del 2018. Speriamo solo che non ci siano sorprese per Cotticelli. In Italia, infatti, trovarsi iscritti sul modello 21 delle Procure, per chi ricopre ruoli nella Pa, è facile come prendere il Covid se non si indossa la mascherina. È il destino che è capitato a due ufficiali dei carabinieri che, prima di Cotticelli, avevano svolto il medesimo incarico di commissario. Non in Calabria ma in Campania. Si tratta del generale Maurizio Scoppa e del colonnello Maurizio Bortoletti, entrambi nominati nel 2011 dall’allora governatore Stefano Caldoro, il primo all’Asl di Napoli, il secondo a quella di Salerno. Scoppa è finito in una indagine condotta dal sostituto procuratore partenopeo Valter Brunetti. Secondo i finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria che hanno condotto l’inchiesta, Scoppa avrebbe effettuato affidamenti diretti senza gara. Per Bortoletti, invece, l’accusa è di abuso d’ufficio per aver chiuso alcune strutture sanitarie. In attesa che Cotticelli termini di indagare su stesso, merita di essere riportato su questa vicenda il commento del colonnello dei carabinieri in congedo Salvino Paternò. «Genera’, ma goditela la lussuosa pensione, perché fuori dagli ovattati e pomposi palazzi dei vertici dell’arma c’è il rischio che la mancanza di meritocrazia si noti in tutta la sua squallida evidenza… e la figura da peracottaro incombe», scrive Paternò dal proprio profilo social. Ogni commento è superfluo.

L'incarico al Dis a partire dal 2015. Il retroscena: dopo la bocciatura a capo dei carabinieri Cotticelli è diventato un agente segreto. Paolo Comi su Il Riformista il 12 Novembre 2020. Saverio Cotticelli, prima di essere nominato a dicembre del 2018 commissario straordinario della Sanità in Calabria, sarebbe stato per diverso tempo un “super” agente segreto. Dopo aver visto sfumare la nomina a comandante generale dell’Arma, come riportato questa settimana in esclusiva dal Riformista, Cotticelli avrebbe dunque intrapreso la carriera da 007, venendo destinato all’Ufficio centrale ispettivo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Il Riformista ha cercato ieri di avere conferma della notizia dal diretto interessato. Cotticelli, però, dopo aver dichiarato durante la trasmissione televisiva Non è l’arena condotta da Massimo Giletti di dover indagare sul proprio “stato confusionale” emerso durante una precedente intervista, è al momento irreperibile. L’incarico di ispettore al Dis sarebbe scattato dal mese di giugno del 2015. Il generale Tullio Del Sette, suo compagno di corso all’Accademia militare di Modena, era diventato comandante generale dell’Arma sei mesi prima. Cotticelli, sulla carta più titolato di Del Sette, era stato per mesi il comandante “in pectore” della Benemerita, l’ufficiale destinato a sostituire Leonardo Gallitelli, con cui aveva ottimi rapporti, a viale Romania. La scelta, invece, cadde proprio su Del Sette, in quel momento capo di gabinetto della ministra della Difesa Roberta Pinotti (Pd). Pare che a Cotticelli, dopo l’inaspettata bocciatura, fosse stato offerto di diventare il braccio destro di Del Sette. Un altro incarico di natura politica, essendo la nomina del vice comandante dei carabinieri di competenza del governo. Cotticelli, però, rifiutò. Anche dal Dis sul punto bocche cucite. Inutile tentare di avere informazioni in merito al ruolo e ai compiti svolti da Cotticelli presso il Dipartimento. Ogni notizia sugli appartenenti ai Servizi e alle loro varie articolazioni è coperta dal segreto di Stato. Una conferma dell’incarico “extra Arma” di Cotticelli è venuta dall’appuntato scelto dei carabinieri Vincenzo Romeo. L’appuntato è stato uno dei collaboratori strettissimi di Cotticelli quando quest’ultimo era presidente del Cocer, il “sindacato” militare. Romeo raccontò ai colleghi, che a giugno del 2015 gli chiedevano notizie sul futuro professionale di Cotticelli, che il generale era stato destinato ad un incarico di “governo”. Un incarico che lo costringeva ad abbandonare prima del tempo l’attività alla rappresentanza militare. I vertici del Servizi sono, come noto, tutti “dipendenti” da Palazzo Chigi. Il Dis è ora diretto dal generale della guardia di finanza Gennaro Vecchione. L’alto ufficiale delle Fiamme gialle è molto ascoltato dal premier Giuseppe Conte. Il Dipartimento è il centro nevralgico dei Servizi segreti, il luogo dove si elaborano i dati e si coordinano le azioni di intelligence. Il Dis vigila sull’attività di Aise e Aisi e sulla corretta applicazione delle disposizioni emanate dal presidente del Consiglio dei ministri, nonché in materia di tutela amministrativa del segreto. Il Dis cura, infine, anche le attività di promozione e diffusione della cultura della sicurezza e la comunicazione istituzionale e impartisce gli indirizzi per la gestione unitaria del personale delle varie strutture. Compiti di assoluta importanza per la sicurezza del Paese. Qualche report riservato, comunque, deve essere sfuggito a Cotticelli. Ad esempio quello sulla “masso-mafia”, l’entità criminale composta da massoni e ‘ndranghetisti che ha impedito al generale di redigere il piano Covid per la regione Calabria, e di cui Cotticelli ha avuto contezza solo al momento del suo arrivo a Catanzaro. Una svista fatale che è costata all’agente segreto Cotticelli il posto di commissario straordinario.

L'ex commissario nella bufera. Storia della carriera del generale Saverio Cotticelli, quasi capo dei Carabinieri ma "bruciato" da Del Sette. Paolo Comi su Il Riformista il 10 Novembre 2020. Il generale Saverio Cotticelli, l’ex commissario della Sanità della regione Calabria che dopo le recenti interviste sta indagando sul proprio “stato confusionale”, era destinato a diventare il numero uno della Benemerita. La notizia è stata confermata al Riformista direttamente dai piani alti del Comando generale dell’Arma. Questi i fatti. Siamo alla fine del 2014 e a viale Romania la poltrona più importante è occupata dal 2009 dal generale Leonardo Gallitelli. L’incarico di Gallitelli doveva terminare ad aprile del 2013 ma il governo Monti, il 27 marzo precedente, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle sue dimissioni, aveva deciso di prorogarlo fino al 31 dicembre dell’anno successivo. Il motivo? Nel 2014 si sarebbe celebrato il bicentenario di fondazione dell’Arma e la presenza di Gallitelli era indispensabile per sovrintendere in maniera adeguata la macchina organizzativa dei festeggiamenti. Cotticelli è in quel momento il potentissimo comandante del comando unità mobili e speciali “Palidoro”, il reparto da cui dipendono tutti i reparti speciali dell’Arma, dal Nas, al Noe, al Tpc, al Ros, e, appunto i contingenti destinati a garantire l’ordine pubblico in Italia e nelle missioni all’estero. Ma non solo. Cotticelli è anche il capo del Cocer, prima della sentenza della Consulta che sdoganerà l’associazionismo con le stellette, il sindacato unico dell’Arma. Cotticelli è, infine, in ottimi rapporti con lo stesso Gallitelli. Divenuto a ottobre del 2008 comandante della Legione Lazio, Cotticelli non viene neppure lontanamente sfiorato da quello che accade nelle caserme a poche centinaia di metri dal suo ufficio. Durante il suo periodo di comando si verificano due episodi che segneranno per sempre la storia dell’Arma. La morte di Stefano Cucchi e il porno ricatto al presidente della regione Lazio Piero Marrazzo. Le vicende, a opera dei suoi dipendenti, non intaccano minimamente l’inarrestabile ascesa del generale la cui carriera prosegue spedita. Cotticelli continua, dunque, ad aggiungere stellette sulle spalline dell’uniforme. Per i recenti fatti di Piacenza, tanto per fare un confronto, il comandante generale Giovanni Nistri rimuoverà l’intera scala gerarchica della città emiliana, stroncando ogni residua aspettativa di progressione in ruolo.  La strada di Cotticelli verso il comando generale sembra essere, allora, tutta in discesa: nessuno dei candidati al posto di Gallitelli ha un curriculum come il suo. I piani del generale vanno in fumo, però, nel Consiglio dei ministri della vigilia di Natale del 2014. Sotto l’albero Cotticelli trova un’amara sorpresa: l’allora ministra della Difesa e ora presidente della commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti, ha deciso di puntare sul proprio capo di gabinetto, il generale Tullio Del Sette. La decisione della ministra dem ha l’avallo del premier Matteo Renzi che aveva conosciuto Del Sette quando il generale era comandante dei carabinieri della Toscana e lui sindaco di Firenze. La scelta di Del Sette sorprende tutti in quanto era diventato capo di gabinetto del ministro Pinotti solo cinque mesi prima. Oltre a non esserci precedenti, la nomina di Del Sette è vista come un fatto “irrituale”. Era la prima volta che un ufficiale dell’Arma che ricopriva un incarico prettamente politico diventava, senza soluzione di continuità, comandante generale. Del Sette è ora sotto processo a Roma con l’accusa di rivelazione del segreto e favoreggiamento in uno dei filoni dell’inchiesta Consip. In particolare avrebbe comunicato al presidente di Consip che i carabinieri del Noe per ordine della Procura di Napoli stavano facendo indagini su alcuni appalti assegnati dalla centrale acquisti della Pa. Il “tradimento” da parte dei vertici del Pd è inaspettato per Cotticelli. Il generale era stato fra i più stretti collaboratori della ministra della Salute Livia Turco, dalemiana di stretta osservanza, durante il governo Prodi. La ministra dem aveva anche conferito a Cotticelli la medaglia d’oro per la sanità pubblica. Cotticelli, bocciato la notte di Natale, non si perde d’animo. Arrivato al massimo della carriera, diventerà il presidente di tutti i Cocer: oltre a quello dei carabinieri, anche quelli dell’esercito, della marina, dell’aereonautica e della guardia di finanza. Qualche mese fa, a giugno, l’ultima soddisfazione. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd), su proposta del comandante generale Nistri, lo ha insignito della più alta onorificenza: la croce d’oro al merito dell’Arma dei carabinieri. A dir poco sorprendente la motivazione alla luce delle sue recenti performance televisive: “Ufficiale generale di preclare qualità umane e professionali ha sempre costituito limpido esempio e sprone per il personale dipendente, assicurando costantemente soluzioni organizzative brillanti e di rara efficacia”. E poi: “Con la sua infaticabile e preziosa opera di comando e di pensiero ha contributo al progresso dell’istituzione, esaltandone spiccatamente il lustro e il decoro nell’ambito delle Forze armate e della Nazione”.

Le inchieste dell'ex generale. Inchiesta "Camici sporchi", il grande flop di Saverio Cotticelli. Paolo Comi su Il Riformista il 15 Novembre 2020. Nel prestigioso cv del generale dei carabinieri Saverio Cotticelli non compare uno dei flop investigativi più clamorosi della recente storia repubblicana. Si tratta dell’inchiesta “Camici sporchi” condotta nel 2012 dal Nas (Nucleo antisofisticazioni e sanità) di Parma e dal pm Procura di Modena. In quell’anno Cotticelli, dopo aver svolto l’incarico di comandante di tutti i Nas d’Italia ed essere stato insignito per i brillanti risultati ottenuti della medaglia d’oro per la sanità pubblica, era il capo dei reparti speciali dell’Arma. Quindi non solo il Nas, ma anche il Noe (Nucleo operativo ecologico), il Tpc (Tutela patrimonio artistico) e tanti altri meno noti ma comunque importanti. Gli investigatori di Cotticelli hanno nel mirino la cardiologia del policlinico di Modena. Nel reparto, diretto dalla professoressa Maria Grazia Modena, secondo i carabinieri avverrebbero sperimentazioni cliniche senza autorizzazione, installazione di apparecchiature mediche, alcune difettose, su pazienti ignari, taroccamento di cartelle cliniche, truffe a carico del Ssn, creazione di Onlus fittizie su cui far confluire somme di denaro per incentivare queste sperimentazioni non autorizzate. Accuse pesantissime dal momento che la cardiologia del Policlinico di Modena è considerata un’eccellenza a livello internazionale e ha in cura migliaia di pazienti provenienti da tutte le regioni d’Italia. All’alba del 9 novembre di otto anni fa scatta la maxi retata. Vengono arrestati, oltre alla professoressa Modena, tutti i cardiologi del policlinico e il professor Massimo Giuseppe Sangiorgi, il capo di emodinamica del nosocomio. Insieme a loro ci sono poi settanta indagati e dodici aziende che producono attrezzature cardiologiche a cui viene disposto il divieto di contrattare con la Pa. Sei di queste aziende sono straniere. Tutti i beni dei dottori sono sequestrati. Per portare a compimento la maxi retata sono impiegati centocinquanta carabinieri, due elicotteri, e il “troy”, un antesignano del celebre virus spia “trojan”, che viene installato nel pc della professoressa Modena per copiare in tempo reale sui server degli investigatori tutte le sue mail. «È l’inchiesta più importante mai fatta», dicono soddisfatti dalla Procura di Modena, diretta dal procuratore Vito Zincani, aggiungendo che si tratta di «un’indagine sperimentale ed unica che farà scuola». Convinti della bontà del loro operato, gli inquirenti arrivano ad affermare che questa indagine «è stata esportata all’estero ed è oggetto di studio in altri ordinamenti ed in altri Stati». I carabinieri vengono poi premiati dalla scala gerarchica e i giornali dedicano pagine e pagine all’inchiesta. Anche la trasmissione Report di Rai tre si occupa dell’inchiesta. In primo grado vengono tutti condannati. Le sorprese iniziano in appello. La prima ad andare davanti ai giudici di Bologna è proprio la professoressa Modena che aveva scelto di essere processata con rito abbreviato. Nel 2018 la Corte d’Appello di Bologna smonta quasi completamente la condanna in primo grado: da quattro anni si passa a otto mesi, per l’unica accusa di falso. Archiviazione per associazione a delinquere e corruzione. Nelle motivazioni si parla di “assenza totale di prove” e possibile “inattendibilità” delle dichiarazioni del principale accusatore della cardiologa, un volontario di una associazione emiliana “Amici del cuore” che con le sue dichiarazioni ai carabinieri aveva dato il via all’inchiesta. La Corte di Cassazione, l’anno dopo, assolve definitivamente la professoressa “perché il fatto non sussiste”, respingendo i ricorsi delle parti civili: regione Emilia-Romagna, Policlinico, Procura generale di Bologna e l’associazione ‘Amici del cuore’. Questa settimana la Corte d’Appello ha definito la posizione degli ex coimputati della professoressa Modena, assolvendoli tutti. Le motivazioni fra novanta giorni. L’ex procuratrice di Modena Lucia Musti, di cui si ricorda un estenuante contenzioso con il Csm con il collega Paolo Giovagnoli per essere nominata a capo della Procura della città emiliana, aveva sempre sottolineato “la bontà del lavoro fatto”. «Tutte le indagini che fanno da apripista- aveva dichiarato – uno scotto comunque lo pagano. La Procura non si rimangia il proprio lavoro: non siamo contro nessuno e facciamo il nostro lavoro in buona fede e con professionalità». «Non voglio vendetta. Voglio i miei pazienti. Sono felice, ma la sconfitta morale rimane. Mi erano serviti anni per creare uno staff che potesse fare diventare un’eccellenza internazionale il reparto di cardiologia di una piccola cittadina. Ora tutto questo non c’è più». Il commento, invece, della professoressa Modena. E Cotticelli? Dopo le dimissioni da commissario straordinario della sanità della regione Calabria e l’annuncio di aver iniziato ad “indagare su se stesso” per capire come abbia potuto dire ai giornalisti di non sapere che doveva redigere il Piano covid regionale, ha fatto perdere le proprie tracce.

Sei mesi di parole inutili: Calabria ultima per le terapie intensive. Rocco Valenti su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Quando si spegnerà l’eco dell’imbarazzante intervista televisiva dell’ormai ex commissario per la sanità calabrese Cotticelli, i riflettori torneranno a concentrarsi soprattutto sulla classificazione della regione zona rossa e sulla rabbia popolare che questa decisione ha suscitato. Rabbia comprensibile e di facile interpretazione perché a legger da soli i numeri dei contagi da Covid in Calabria la misura può apparire spropositata. Rabbia legittima per chi è stato costretto a chiudere la propria attività economica (in attesa di un ristoro che in molti casi non sarà sufficiente a ristorare un bel niente, perché sarebbe come voler curare un malato che già era grave con un’aspirina). Se i rossi di rabbia, verosimilmente, rimarranno tali, c’è da chiedersi se quelli rossi di vergogna torneranno – ammesso che rossore abbia provocato questa certificazione del fallimento della politica a ogni livello, a partire dal Governo ma senza risparmiare chi oggi sembra caduto dal pero – ad un colorito normale. Senza soffermarsi più di tanto qui sul caso Cotticelli, del quale il Quotidiano scrive oggi in maniera diffusa in tutte le sue edizioni, non si può non notare che se ad un commissario il Ministero che l’ha nominato e comunque mantenuto in carica assegna un adempimento, non si capisce perché in caso di inadempimento nessuno intervenga per tempo (si legga ministro della Salute, potenti direttori generali del Ministero e giù a catena). Considerato, in particolare, che si sta parlando di compiti legati ad una emergenza sanitaria da pandemia. Insomma, non è propriamente come quando uno studente non fa un tema. Commissario per la sanità calabrese, commissario per l’emergenza nazionale, Ministeri, Governo, Regione (per la parte eventuale di competenza), insomma il solito girone dantesco (dell’Inferno) all’italiana a cui sono ascrivibili inefficienze totali, come nel caso del numero dei posti letto di terapia intensiva. Questa volta non sono chiacchiere, non sono annunci, non sono dirette Facebook né riunioni per programmare interventi delicati sine die. Cento, duecento, trecento, diecimila… No, solo qualche numero di facile lettura e di semplicissima interpretazione, salvo mettere in dubbio i dati dei report dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Il report aggiornato a ieri che pubblichiamo qui sopra la dice lunga sul vergognoso fallimento delle strategie anti-Covid (alle terapie intensive vanno poi aggiunti il sistema di tracciamento saltato, i tamponi che addirittura da qualche parte scarseggiano, le Unità territoriali partite a metà e tutto ciò, insomma, che gli scienziati considerano tra l’altro nelle loro previsioni sulla diffusione del contagio). La Calabria non solo è la regione ultima per numero totale di posti letto attivi di terapia intensiva (6.3 ogni centomila abitanti), ma è anche quella che ha avuto il più basso incremento dallo scoppiare dell’emergenza Covid (0.8 posti per centomila abitanti, cioè, una quindicina in tutto). Ma la Calabria è sottoposta a piano di rientro, si dirà. Certo, ma lo sono anche altre regioni. Ma la Calabria, si obietterà, è anche commissariata per risanare i conti… Certo, esattamente come il Molise, dove di posti in terapia intensiva per il Covid ne sono stati attivati 1.3 ogni centomila abitanti e soprattutto, sommati a quelli di cui già quella regione disponeva prima della pandemia, fanno 11.2, quasi il doppio di quelli calabresi. Sei mesi, in Calabria, per attrezzare 15 posti letto. Per arrivare alla seconda ondata con meno della metà dei letti in terapia intensiva considerati come soglia minima di sicurezza (14 ogni centomila abitanti). La rabbia e la vergogna. Quantomeno per decenza, chiunque abbia un ruolo in questa porcheria non osi strumentalizzare la rabbia legittima di chi vede nero nel suo orizzonte lavorativo, di chi ha fatto di tutto per mettersi in regola con le norme di prevenzione del contagio nelle proprie attività, siano essere ristoranti o negozi di scarpe. Non si faccia contagiare da quel rosso comprensibile, e pensi, piuttosto a quell’altro, di rosso, quello della vergogna. Per il resto, le proteste contro il Governo siano piuttosto rivolte, se il destinatario è giusto, per quei 15 posti in più e per quel 6.3 che, vergogna a parte, fa rabbrividire. Altro che ricorsi e slogan di partito dei quali, anche se si voterà speriamo prima possibile per le regionali, ai calabresi non interessano affatto.

CALABRIA SENZA SPERANZA. Emergenza Covid, siamo al punto di massimo tradimento delle istituzioni. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 7 novembre 2020. Possiamo tollerare che il 27 ottobre, sette mesi dopo la prima ondata, il ministro della Salute si ricordi di nominare il generale Cotticelli commissario attuatore per il piano Covid in Calabria e che il medesimo generale non ritenga di dovere neppure leggere la comunicazione che lo riguarda? Non sa che è commissario per la sanità in Calabria e ritiene che il ministero debba fare il lavoro suo. Non sa che è stato nominato commissario attuatore per il piano Covid. Non sa che tocca a lui fare il piano B. Non conosce il numero dei posti letto in terapia intensiva della Regione a lui affidata e chiede assistenza tecnica all’usciere del suo piano. Non sa probabilmente neppure come si chiama. Non abbiamo la minima idea di chi possa avergli dato le stellette di generale. Riteniamo un’offesa al decoro delle istituzioni avere nominato una persona così incompetente alla guida della sanità calabrese. Si chiama Saverio Cotticelli. Non può rimanere nemmeno un secondo di più seduto su quella poltrona perché la sua sola presenza può rappresentare un oltraggio alle donne e agli uomini della Calabria. Rimuoverlo da quella poltrona è obbligatorio ma resta una decisione tardiva che nulla toglie alle responsabilità di chi lo ha nominato e di chi lo ha fino ad oggi mantenuto in questo incarico. Siamo molto oltre la barzelletta di un generale chiamato da uno Stato patrigno a fare un mestiere che non conosce. Siamo al punto massimo di tradimento delle istituzioni quando si decide che alle ruberie della politica locale regionale, ai falsi in bilancio e alle corruttele delle aziende sanitarie, si deve aggiungere un altro stipendio pagato da tutti noi per non fare nulla. Anzi peggio. Per non leggersi neanche le carte che lo riguardano. Per cumulare debiti su debiti. Per aggravare ciò che nessuno riteneva possibile aggravare ancora di più. Possiamo tollerare che il 27 ottobre, sette mesi dopo la prima ondata, il ministero della Salute si ricordi di nominare il generale Cotticelli commissario attuatore per il piano Covid e che il medesimo generale non ritenga di dovere neppure leggere la comunicazione che lo riguarda? Ministro Speranza, erano spariti tutti i manager di settore al momento della nomina di Cotticelli, c’erano disponili solo uomini dell’arma? E, soprattutto, che cosa ha fatto Lei da marzo a ottobre, forse era più urgente leggere le bozze del suo libro che occuparsi dell’emergenza sanitaria calabrese? Commissario Arcuri, possiamo ricordarLe che la Calabria fa parte dell’Italia e che doveva essere la prima delle sue preoccupazioni? Che cosa Le fa ritenere che dobbiamo sopportare ancora il peso della Sua tanto manifesta quanto presuntuosa incapacità? Per quanto vi possa apparire paradossale ci tocca addirittura assistere ad un Presidente facente funzioni della Regione, tale Nino Spirlì, che scopre che la sua Regione è finita in codice rosso, occupa le tv da mattina a sera ma non sa niente di quello che è avvenuto prima di lui e non trova mai un minuto per informarsi che l’attuazione del piano Covid non doveva farlo la Regione ma il commissario Cotticelli. Anche qui siamo alla farsa di una tragedia vera. La tragedia vera è che a ogni cittadino calabrese vanno 15,9 euro per investimenti fissi in sanità e a ogni cittadino emiliano-romagnolo ne vanno 84,4. La tragedia vera è che tutto ciò avviene da undici anni in un luogo nascosto della democrazia italiana che si chiama Conferenza Stato-Regioni dove, con il trucco della spesa storica, esistono cittadini di seria A e cittadini di serie B grazie a una solida alleanza tra la Sinistra Padronale tosco-emiliana e la Destra lombardo-veneta a trazione leghista. Siamo alla tragedia di un misfatto che si ripete nel silenzio complice di tutti senza che un solo presidente della Regione Calabria o di una qualunque delle Regioni del Mezzogiorno abbia ritenuto di sollevare il problema in quella sede o, meglio ancora, davanti alla Corte Costituzionale. Siamo nel caso della Calabria alla tragedia supplementare di uno Stato che subentra alla Regione nella gestione della sanità da oltre dieci anni per una serie di scandali che hanno riguardato le aziende sanitarie locali, ma riesce a fare peggio di chi li ha preceduti. Siamo allo Stato patrigno che non vede, non sente, non parla, e fa male. Molto male. Non ha consapevolezza o non vuole avere consapevolezza che con un finanziamento così ingiustificatamente ridotto non è possibile fare alcuna azione di risanamento e, tanto meno, di riorganizzazione e di sviluppo delle attività sanitarie. Lo Stato è fuori. Non ha la cassa. I soldi sono stati trasferiti alle Regioni e, come questo giornale documenta in assoluta solitudine da mesi e mesi, la ripartizione delle risorse di fatto non appartiene più alla potestà nazionale, ma all’arbitrio negoziale tra i Capetti delle Regioni che si sono autonominati “Capi di stato” e che hanno in mente loro una precisa gerarchia. Per cui gli “Stati” del Centro-Nord lombardo-veneto e dei “granducati” toscano e emiliano-romagnolo, quello piemontese di origine sabauda e la consorella Liguria che contribuiscono insieme al primo e al secondo posto alla realizzazione del deficit sanitario nazionale, sono tutti Stati di serie A, lo staterello calabrese può giocare al massimo la sua partita nei campionati minori. Il finale di questo circolo perverso di un Paese che è diventato terra di nessuno, dove non si sa più chi comanda, dove non si sa chi decide, dove tutto è opinabile, è che una regione come la Calabria dove il tasso di contagio non è per fortuna esploso, deve subire la beffa di finire in codice rosso come regioni infinitamente più foraggiate dallo Stato (Lombardia e Piemonte) che hanno tassi di contagio infinitamente superiori, per la semplice ed esclusiva ragione che non è stata messa nelle condizioni di assicurarsi un livello di protezione ospedaliera adeguato. Il finale di questa maledetta storia italiana che ne fotografa le ragioni profonde della sua crisi strutturale è che un’economia già in ginocchio come quella calabrese viene rasa al suolo non perché c’è una pandemia globale, ma per colpe che non appartengono a questa comunità. Che cosa hanno fatto, mi chiedo, le donne e gli uomini della Calabria per meritarsi un tale trattamento di “riguardo”? Ma vi rendete conto a quali abissi di irresponsabilità ci ha condotto il federalismo incompiuto all’italiana che mette insieme il miope egoismo del Nord e la rassegnazione al degrado del Sud? Lo ripetiamo come un disco incantato ogni giorno, ma se non si mette mano con urgenza immediata alla riforma dello Stato e della sua macchina amministrativa, non abbiamo speranze. Se non si restituisce allo Stato ciò che è dello Stato, se non la smettono i Capetti delle Regioni di muoversi come Capi di Stato ombra, non solo non supereremo la crisi terribile del Covid ma faremo lentamente precipitare il Sud intero nella povertà e il Nord intero in un regime di sudditanza coloniale tedesca e francese come subfornitori di industria e di finanza. Nel frattempo c’è una sola realtà che riguarda i cittadini calabresi. Che hanno visto aumentare, di addizionale in addizionale, le loro tasse per coprire i buchi della sanità. Cioè per non avere nulla. Come dire: “stracornuti e stramazziati”. Questa realtà fa paura.

Caso Calabria, il governo prova a metterci una pezza: ecco il nuovo commissario (positivo al Covid). Il Tempo il 7 novembre 2020. Il governo prova a metterci una pezza sull'incredibile pasticcio della sanità calabra. "In CdM abbiamo appena nominato il nuovo commissario alla sanità in Calabria. È il dott Giuseppe Zuccatelli, persona di grande competenza e capacità operativa. Avrà tutto il sostegno per l’emergenza e oltre, dando pari dignità ai cittadini, recuperando ritardi e diritti perduti", annuncia il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, su Twitter.

Bufera in Calabria, Conte caccia il commissario alla sanità. La nomina segue le dimissioni del commissario Saverio Cotticelli dopo le dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista tv sulle misure adottate nella Regione per contrastare la seconda ondata di Covid.  Durante "Titolo V" su Rai3 il commissario per il rientro del debito sanitario della Calabria  ha sostenuto di non essere lui l'incaricato di redigere il piano anti Covidm e di averlo scoperto solo qualche giorno fa dopo una richiesta fatta un paio di mesi prima al ministero. 

Cotticelli emblema del fallimento. Così Lollobrigida umilia Conte. Il nuovo commissario ad acta della sanità calabrese, Giuseppe Zuccatelli, vanta una lunga esperienza nel campo del management sanitario. Zuccatelli, 76 anni di Cesena, è stato anche presidente dell’Agenas e ha avuto anche incarichi manageriali in Campania e Abruzzo: è arrivato in Calabria nel dicembre 2019, dopo la nomina del governo alla luce del primo "Decreto Calabria", per guidare l’azienda ospedaliera "Pugliese Ciaccio" e l’azienda ospedaliera universitaria "Mater Domini" di Catanzaro, inoltre per un breve periodo è stato anche commissario straordinario dell’Asp di Cosenza. Adesso, con la nomina odierna in sostituzione del dimissionario Cotticelli, Zuccatelli, ritenuto vicino al ministro Roberto Speranza, guiderà la sanità calabrese con il supporto dei poteri assegnatigli dal nuovo "Decreto Calabria", approvato nei giorni scorsi dal governo Conte, provvedimento che ha ulteriormente rafforzato la figura del commissario della sanità regionale: Zuccatelli infatti potrà indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere, dare direttive al dipartimento Tutela della Salute della Regione, occuparsi degli appalti sopra la soglia comunitaria e redigere il piano Covid. La scorsa settimana Zuccatelli ha reso noto di essere risultato positivo al coronavirus, spiegando all’Agi di "essere assolutamente asintomatico e di stare bene". 

Giuseppe Zuccatelli, nuovo commissario anti-Covid in Calabria: "Le mascherine non servono a un cazzo". Conte l'ha appena nominato. Libero Quotidiano l'8 novembre 2020. Un "negazionista rosso" come commissario alla Salute in Calabria. Giuseppe Zuccatelli, nominato da poche ore dal governo al posto di Saverio Cotticelli per gestire l'emergenza coronavirus nella regione, è già nella bufera. Il fatto che da fine ottobre sia in quarantena perché positivo è di fatto un viatico pessimo, ma tutto sommato sfortunato. Il vero guaio sono le sue frasi circolate in rete, in cui rivendicava con orgoglio la propria posizione: "Le mascherine non servono a un cazzo. Conta solo la distanza", assicurava agli interlocutori un po' spiazzati. Per prendere questo cazzo di virus sai cosa devi fare? Devi stare con me, se sono positivo, e baciarmi 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi. Si becca se tu hai una frequentazione in cui le gocce di saliva ti arrivano per 15 o 20 minuti addosso". Una teoria tristemente smentita dai fatti. E la Calabria, che aveva un commissario ignaro del fatto di dover preparare lui un piano anti-Covid, passa dalla padella alla brace. 

Un negazionista rosso per la sanità calabrese. Cosa diceva Zuccatelli del Covid: il video clamoroso. Il Tempo l'8 novembre 2020. Un negazionista rosso per la sanità calabrese. Ecco il fenomenale nuovo commissario della sanità calabrese, scelto dal governo Conte su proposta dei ministri Speranza e Gualtieri. È lui, in questo video, Giuseppe Zuccatelli. La mascherina? Non serve a niente, dice, e se lo afferma uno che deve prendere il posto di chi, come Saverio Cotticelli, aveva detto di non sapere di dover fare il piano anti-Covid, stiamo a posto. Nei giorni scorsi aveva anche fatto sapere di essere positivo al test sul coronavirus. Negazionismo di sinistra...

Giorgia Meloni contro Giuseppe Conte: "Zuccatelli commissario in Calabria? Da sempre organico alla sinistra". Libero Quotidiano l'08 novembre 2020. “Tra i suoi grandi meriti quello di essere da sempre organico alla sinistra, fin dai tempi del Pci, e di essere candidato di Leu. Ecco con quali criteri il governo Pd-M5s sceglie a chi affidare la salute dei cittadini”. Giorgia Meloni mette in imbarazzo Giuseppe Conte per la nomina di Giuseppe Zuccatelli in qualità di nuovo commissario alla salute della Regione Calabria. Zuccatelli sostituisce Saverio Cotticelli, che nemmeno sapeva di essere responsabile del piano di emergenza Covid: l’assurda vicenda è emersa solo grazie ad un’inchiesta di RaiTre, l’ormai ex commissario era stato confermato da poco dal governo. La toppa però è stata quasi peggio del buco, dato che Zuccatelli non solo è positivo al Covid ed è in quarantena, ma è pure un personaggio controverso per quel “le mascherine non servono a un cazzo” pronunciato qualche tempo fa in un video. Per la Meloni si tratta di una nomina grave, che dimostra la totale incapacità dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte. 

Speranza difende Zuccatelli: "Un video sbagliato e rubato non cancella un curriculum di trent'anni". su Il Quotidiano del Sud il 9 novembre 2020. Un video “del tutto inappropriato”, quello del neo commissario calabrese Giuseppe Zuccatelli. Così il ministro della Salute Roberto Speranza intervistato da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai3, che aggiunge: “Ma trent’anni di curriculum non si cancellano per un video sbagliato e rubato”. Speranza sottolinea come Zuccatelli si sia già scusato, spiegando che il video “risale alla prima fase dell’epidemia, quando anche l’Oms affermava che la mascherina fosse necessaria solo per malati e operatori”. «Credo che il messaggio di fondo sia far ripartire la sanità calabrese», sottolinea Speranza. «La questione calabrese è una questione nazionale – ha aggiunto il ministro – l’unica cosa di cui non si è parlato è stato il decreto Calabria approvato lo scorso mercoledì che prova a mettere mano alla necessaria ripartenza della regione, nuovi investimenti, più agibilità per la struttura commissariale e più strumenti. In questi anni si sono accumulati in Calabria un numero di risorse incredibili, 700 milioni non spesi e abbiamo creato le condizioni per spenderli nel modo più veloce possibile».

Il commissario di Conte delira: "Per prendere il Covid devi usare la lingua". Il nuovo commissario alla sanità della Calabria shock: "Ti becchi il virus solo se ficchi la lingua in bocca ad uno per 15 minuti". Michel Dessì, Domenica 08/11/2020 su Il Giornale. “La mascherina non serve a un cazzo!” Parola del nuovo commissario ad acta della sanità in Calabria Giuseppe Zuccatelli, nominato in fretta e furia dal governo per riparare ai danni del dimissionario Saverio Cotticelli, finito nella bufera a seguito di una surreale intervista televisiva. Insomma, di male in peggio. Prima un commissario inadatto, poi un commissario quasi “nagazionista”. Al peggio non c’è mai fine. E la Calabria, anche questa volta dovrà accontentarsi. Del peggio. “Adesso se non c’è la mascherina non si fa assolutamente nulla.” Dice il commissario fresco di nomina commentando uno degli ultimi DPCM firmati da Conte, che obbliga tutti i cittadini ad indossare sempre e ovunque la mascherina. Anche a casa. Ma lui, l’uomo di fiducia del governo, precisamente di Leu e del ministro Speranza, la pensa diversamente dal premier e da tutto il comitato tecnico scientifico. Anche dal ministro che lo ha voluto. “La mascherina non serve a un cazzo, ve lo devo dire in inglese stretto?” Dice con veemenza ai suoi interlocutori basiti dalle sue parole. Qualcuno cerca di replicare, ma è tutto inutile. E rincara la dose: “Sapete cosa serve? La distanza! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!” Ne è convinto il medico mandato da Giuseppe Conte a risanare la sanità calabrese. Sì, lo stesso Conte che non fa altro che ripetere come un mantra: “Indossate la mascherina, indossate la mascherina.” Uno monito ripetuto più e più volte, pubblicizzato anche su tutti i social. Una raccomandazione semplice fatta da tutti i medici. Tutti, tranne lui. Tranne Zuccatelli. Talmente convinto da andare contro tutti e tutto. Anche contro le regole. Anche contro la legge che, la mascherina, la impone. Ma un medico così scettico come può combattere in prima linea il Covid? Come può farlo, soprattutto, in una Regione ad alto rischio come la Calabria? Resta un mistero. Il governo lo ha voluto, ed ora sarà lui ad attuare il piano d’emergenza per contrastare il coronavirus. Un piano che doveva essere fatto già dal precedete commissario, ignaro di tutto. Caduto dalle nubi come dimostrato dalle telecamere di “Titolo Quinto”. Ma Giuseppe Zuccatelli non è il nuovo che avanza, non è l'uomo forte, il salvatore che tutti i calabresi si sarebbero aspettati dopo il terremoto d'inefficienza causato da Cotticelli. Zuccatelli è in Calabria già da dicembre 2019, nominato commissario straordinario dell’azienda ospedaliera Pugliese Ciaccio e dell’azienda universitaria Mater Domini di Catanzaro. Ha diretto anche l’azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Seppur per poco tempo. Eppure, la sanità in quegli ospedali non è delle migliori. “Il virus si becca se tu ti becchi le gocce di saliva per venti minuti.” Dice ancora il medico. Parole che ci mettono in imbarazzano. Lo sarà anche la politica? Non è dato sapere. Intanto (ironia della sorte) Zuccatelli si trova in isolamento perché risultato positivo al Covid. La domanda è d’obbligo: con chi avrà “limonato”?

Luca Sablone per ilgiornale.it l'8 novembre 2020. "Adesso se non c’è la mascherina non si fa assolutamente nulla. La mascherina non serve a un cazzo! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!". Le parole di Giuseppe Zuccatelli hanno innescato subito una serie di reazioni del mondo della politica. Il video, pubblicato in esclusiva su ilGiornale.it dal giornalista Michel Dessì, sta facendo il giro del web da questa mattina. E pensare che proprio ieri sera Giuseppe Conte, riunendo d'urgenza il Consiglio dei ministri, lo ha nominato come nuovo commissario alla sanità in Calabria in seguito allo scandaloso caso del generale Saverio Cotticelli che ha scoperto in televisione di doversi occupare del piano Covid. Il premier, dopo il servizio andato in onda sulla trasmissione Titolo Quinto, lo ha immediatamente destituito. Ma la sensazione è che questo sia il classico esempio in cui la toppa sia peggio del buco. Infatti il centrodestra è andato subito all'attacco, puntando il dito contro il governo giallorosso per la scelta fatta. A farsi sentire è stato Giorgio Mulé, deputato di Forza Italia: "Dopo il danno la beffa. Il governo Conte colpisce ancora: non bastava lo scempio compiuto dall'ex commissario per la sanità in Calabria, Saverio Cotticelli, scoperto nella sua inefficienza solo per un'inchiesta tv, il nuovo commissario voluto sempre da palazzo Chigi, Giuseppe Zuccatelli, è forse anche peggiore". Il portavoce dei gruppi azzurri di Camera e Senato ha sottolineato come il Cdm sia stato capace "di sostituire un incapace con un negazionista". "Fino a che punto vogliono continuare a provocare i cittadini calabresi?", si chiede.

"Conte non ama la Calabria". Su tutte le furie pure Matteo Salvini, che ha additato duramente il presidente del Consiglio e tutto l'esecutivo che a suo giudizio è composto da personaggi "incapaci e pericolosi". Il leader della Lega non tollera che il nuovo commissario sia stato premiato solamente per la militanza a sinistra: "È ufficiale, Conte non vuole bene alla Calabria". Intanto lo stesso Zuccatelli ha provato a difendersi: "Le mie affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata, risalgono al primo periodo della diffusione del contagio. L'esperienza di questi mesi, tuttavia, ci ha insegnato che si tratta di un virus per molti versi ancora sconosciuto per evoluzione e modalità di diffusione. Le conoscenze si sono consolidate nel corso dei mesi, in accordo con gli studi scientifici condotti".

Antonello Piroso per la verità l'8 novembre 2020. Brutto risveglio quello di ieri mattina per Giuseppe Conte, il premier con il dpcm incorporato. Quando l'ufficio stampa di Palazzo Chigi gli ha segnalato l'articolo della Verità che accusava il governo in carica - ma anche quello che lo aveva preceduto, accomunati dall'avere lo stesso capo dell'esecutivo: toh, sempre lui, Giuseppi - per il disastro della sanità in Calabria, da cui non poteva chiamarsi fuori dal momento che è esso stesso, attraverso la nomina dei commissari ad acta, a gestirla, Conte ha fatto spallucce: «Un foglio sovranista e fazioso, chi volete che prenderà sul serio una campagna chiaramente propagandistica?» (questa è una ricostruzione di fantasia, ovviamente, ma diciamo che ci può stare). Purtroppo per lui, però, a ruota è diventato gettonatissimo in Rete, con commenti al vetriolo tra cui il più soave era questo: «Chiusi in casa per zona rossa decisa da questa banda di scappati di casa», il video trasmesso la sera prima dal programma di Rai 3 Titolo V, sull'incontro con il commissario straordinario alla sanità calabrese, Saverio Cotticelli. Una sequenza degna di Scherzi a parte. Il «commissario per caso», pover' uomo, davanti alle contestazioni sul mancato varo del piano anti Covid («Ah, dovevo farlo io da giugno?», per poi aggiungere, aggravando la sua situazione, «sarà pronto la settimana prossima»: a novembre inoltrato?), sembrava un pugile suonato, ignorava perfino quanti fossero i posti disponibili in terapia intensiva. A un certo punto nel confronto si inseriva il sub commissario Maria Crocco, che dall'altra stanza lo rimproverava: «La devi finire! Quando fai queste cose (parlare con i giornalisti, per dirne una, nda) devi andare preparato». Fino all'apoteosi finale di questa pochade tragicocomica: a fornire il numero delle terapie intensive, correggendo lo stesso commissario, arrivava un terzo soggetto. Un dottore? Un componente di qualche comitato tecnico scientifico? Macché: l'usciere. No, dico: l'u-s-c-i-e-r-e. Ma non è tutto meraviglioso? A mezzogiorno Conte aveva così un sussulto di dignità istituzionale, e annunciava urbi et orbi che il predetto rappresentante del governo (da lui nominato) sarebbe stato dimissionato senza se e senza ma, alla sua maniera (quindi: adesso, ma non subito): «Il commissario Cotticelli va sostituito con effetto immediato. Anche se il processo di nomina del nuovo commissario prevede un percorso molto articolato, voglio firmare il decreto già nelle prossime ore: i calabresi meritano subito un nuovo commissario pienamente capace di affrontare la complessa e impegnativa sfida della sanità». I calabresi via social, invece, ritenevano di meritare di non essere presi per i fondelli. A loro si affiancava anche chi calabrese non è. Come Marco Bentivogli, ex leader dei metalmeccanici della Cisl, che non può certo essere tacciato di essere filo salviniano o meloniano, il quale l'ha toccata piano: «Troppo facile cacciare, via Twitter, un commissario alla Sanità di cui si è responsabile della nomina. E il governo, ministro della Sanità, Affari regionali apprendono da una trasmissione tv che la Calabria non ha il piano anti Covid?».O come il capitano Ultimo, Sergio De Caprio, il carabiniere che ha catturato Totò Riina, chiamato dal presidente della Calabria, la scomparsa Jole Santelli, a far parte della sua giunta come assessore all'ambiente, che ha scritto, rivolgendosi esplicitamente a Conte, Speranza e al governo tutto: «Di fronte al proprio fallimento una leadership responsabile e concettualmente onesta si fa da parte e cede il posto ad altri. È rispetto per i caduti». I fan di Conte hanno provato a buttare la palla in tribuna, puntando il dito sulle corresponsabilità regionali. Una difesa d'ufficio, l'inutile tentativo di arroccarsi su una Linea Maginot travolta dalla più inoppugnabile delle constatazioni: è da 11 anni, come segnalavamo ieri, che la sanità non è più nelle mani dei calabresi. Che possono essere chiamati a rispondere del pessimo andazzo precedente, di certo non di quello dell'ultimo decennio, che vede esposti i ministri della Salute e i loro governi. Prendendo in esame solo gli ultimi cinque esecutivi, dal 2013 a oggi, vale la pena ricordare che in quelli di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, titolare del dicastero è stata Beatrice Lorenzin, nel Conte uno la penstastellata Giulia Grillo, oggi il «sinistro» Roberto Speranza: tutti accasati in un campo che non può essere di certo definito «sovranista». E, rimanendo a Cotticelli (campano, 69 anni, generale di corpo d'armata dei carabinieri in pensione, commendatore Ordine al merito della Repubblica italiana), va ribadito che è stato nominato dal Conte uno, a maggioranza Lega-M5s, nel dicembre 2018 con un decreto firmato da Conte, dall'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e dal ministro Grillo, e appunto riconfermato dal Conte due, con la duplice firma Speranza-Gualtieri. Il mantra dei 5 stelle, si sa, è sempre stato: onestà-onestà-onestà (e nessuno dubita che Cotticelli sia persona perbene), purtroppo a scapito della competenza. Cotticelli si è ritrovato (ex) commissario in Calabria un po' per caso, come del resto si può dire, senza offesa ma anche senza tema di essere smentiti, di Conte a Palazzo Chigi. «Generale dietro la collina/ci sta la notte cruccia e assassina... davanti alla collina, invece, ignoranti e incapaci», hanno concluso gli aspromontani su Facebook, con una citazione metà canzone, metà «sconsolazione», che non necessita di una parola di più.

Antonello Piroso per “la Verità” il 9 novembre 2020. Giuseppe Zuccatelli, chi era costui? Ma forse sarebbe più appropriato dire cos' è: una toppa peggiore del buco. Nominato per sostituire Saverio Cotticelli (il quale -come si sa - ha rimediato una figura di menta colossale a favore di telecamere) come commissario straordinario alla sanità della Regione Calabria, non ha fatto nemmeno in tempo a pronunciare la formula di rito: «Sono onorato dell' incarico ricevuto», che si è ritrovato bombardato da una shitstorm da far impallidire il ricordo delle V2 naziste su Londra durante la seconda guerra mondiale. Infatti nel giro di poche ore si sono apprese le seguenti «perle»:

1. Zuccatelli, che deve fronteggiare l' espandersi del Covid, è un «no mask»: non nega cioè che il virus esista, ma sostiene - come una Sara Cunial qualsiasi, la parlamentare ex M5s, ora gruppo Misto - che le mascherine siano inutili. Anche lui in video, infatti, si lascia andare alle seguenti, dotte considerazioni: «La mascherina non serve a un ca...» e «Per beccarti il virus, se io fossi positivo, tu devi stare con me e baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi». Ovviamente, è arrivata puntuale la rettifica: «Le mie affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata, risalgono al primo periodo della diffusione del contagio» (manco per niente: le immagini sono del 27 maggio, a primo lockdown archiviato).

2. Zuccatelli è arrivato in Calabria l' anno scorso - sempre su nomina governativa - per guidare l' Asp di Cosenza (una delle aziende sanitarie più grandi d' Italia, con 1 miliardo di euro di bilancio), e poi le due realtà sanitarie di Catanzaro, l' ospedale Pugliese Ciaccio e la citata azienda ospedaliera universitaria Mater Domini, con risultati a dir poco controversi.

3. Zuccatelli, che deve combattere il coronavirus, in Calabria - per dirne un' altra - «ha depotenziato il reparto di malattie infettive dell' ospedale catanzarese Mater Domini, declassandolo! In tutto il mondo sono state potenziate! Sono perplesso!», ha scritto su Twitter sabato sera Raffaele Bruno, primario cosentino del reparto malattie infettive del San Matteo di Pavia.

4. Zuccatelli nel frattempo il Covid l' ha preso e si trova in isolamento, asintomatico (a lui i più sinceri auguri). I social spietati si sono scatenati: «Con chi avrà fatto lingua in bocca per esserselo beccato?»; «Piuttosto: chi avrà avuto il coraggio di limonare con lui?»; «Per Zuccatelli il virus si becca solo baciandosi con la lingua per 15 minuti, Calabria passa da zona rossa a zona a luci rosse», e via infierendo.

5. Zuccatelli sarà pure un tecnico, ma di sicuro è immerso mani e piedi nel sistema lottizzatorio che è la costante di ogni Repubblica (la prima, la seconda e pure la terza): ex presidente dell' Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha avuto incarichi da commissario e subcommissario alla sanità in Campania e Abruzzo. Anche (o soprattutto?) in quanto bersaniano storico.

6. Nel 2018 è stato infatti candidato alla Camera con il movimento di sinistra-sinistra Liberi e uguali, nel collegio Emilia Romagna 2, rimediando poco più di 5.000 voti (il collegio è andato a Simona Vietina di Forza Italia). 

7. Ma a Cesena, dove sta trascorrendo la quarantena, Zuccatelli è stato prima consigliere comunale pd, per poi formare nel marzo 2017 uno dei primi gruppi consiliari d' Italia di Articolo 1, formazione nata dalla scissione nel Pd con la fuoriuscita di Pier Luigi Bersani, poi confluita appunto in Leu.

8. Zuccatelli era già stato protagonista di uno svarione alla Cotticelli, davanti alle telecamere di Report, ma per sua fortuna la «carica virale» sul piano mediatico non c' era stata. Come se nulla fosse, spiegò al microfono che l' individuazione come centro Covid dell' ospedale calabrese di Castrovillari, all' epoca sguarnito di tutto (per capirci: non c' erano né il reparto, né i medici per curare polmoni e polmoniti), era una fake news, una «classica invenzione della stampa, mai nessuno ha indicato Castrovillari come presidio Covid». Peccato che la delibera in tal senso fosse stata firmata da... lui medesimo, nel pieno del carosello delle multi reggenze!

Si dirà: vabbè, è che sarà mai? La Calabria è solo sfortunata, passando - per investitura del governo centrale - dal lottizzato M5s Cotticelli a quello Leu, Zuccatelli. In realtà, ci sarebbe poi da parlare del caso di Domenico Maria Pallaria: dal 2013 a oggi -passando quindi attraverso giunte regionali di colore opposto - un superdirigente «reggente» del Dipartimento infrastrutture e lavori pubblici, responsabile unico del procedimento per la realizzazione dei nuovi ospedali di Sibari, Gioia Tauro e Vibo Valentia, cui viene affidato anche, scrive il sito Ilfattodicalabria.it, l' onere di controllare l' emergenza pandemica e requisire attrezzature sanitarie. E lui, serafico: «Non mi sono mai occupato di sanità e di apparecchiature. Non so neanche cosa sia un ventilatore polmonare, né dove trovarlo». Povera Calabria. E povera Italia.

Striscia la Notizia, attacco estremo a Roberto Speranza: le "figure di merda multiple" di un ministro da cacciare. Libero Quotidiano il 09 novembre 2020. In un governo disastroso, in cui Giuseppe Conte è massima espressione del disastro, forse c'è anche chi riesce a fare peggio: Roberto Speranza. Gaffe e scivoloni l'uno dietro l'altro. Tanto che anche Striscia la Notizia cannoneggia contro l'improbabile ministro alla Salute. Lo fa con un tagliente servizio trasmesso nell'edizione del tg satirico in onda su Canale 5 lunedì 9 novembre, in cui vengono ripercorse le ultime due "prodezze", in rigoroso ordine cronologico, in cui è incappato Speranza. Spiega Striscia: "Tra il libro Perché guariremo, recentemente ritirato dal mercato, e lo scandalo del commissario della Sanità in Calabria Cotticelli, sostituito da un altrettanto discusso Zuccatelli, per il ministro della Salute Roberto Speranza non è certo un bel momento - premettono -. Anzi, come direbbe Emilio Fede, quelle accumulate dal ministro sarebbero delle figure di merda multiple", concludono da Striscia. Il messaggio è chiarissimo: Speranza farebbe meglio a farsi da parte.

Bruno Vespa a Quarta Repubblica: "Ho ripensato a Mussolini e a piazza Venezia piena". Il paragone col Covid: lo insultano in diretta. Libero Quotidiano il 10 novembre 2020. "Questo virus è un dittatore cruento", Bruno Vespa lascia per una sera Porta a porta e Raiuno per un "blitz" a Mediaset, ospite di Nicola Porro a Quarta repubblica. Si parla anche  di coronavirus, seconda ondata, Dpcm e zone rosse, e Vespa espone una teoria suggestiva che sorprende i presenti in studio e molti telespettatori a casa: "Sono andato a Piazza Venezia alla fine del lockdown ed era deserta e ho ripensato a quando c'era il Duce e la piazza era gremita, quindi anche il virus è un dittatore, uno la riempie la piazza e l'altro la svuota". Un paragone spiazzante, quello tra Covid e Benito Mussolini, che trova anche qualche contestazione un po' troppo "vivace" sui social. E c'è come sempre chi passa direttamente agli insulti.

Zuccatelli nella bufera. Meloni: «È stato nominato solo perché è da sempre organico alla sinistra». Redazione domenica 8 Novembre 2020 su Il Secolo d'Italia. Meloni su Zuccatelli polverizza Conte. La scelta del premier ha solo motivazioni politiche. O meglio, di appartenenza politica. Agli schieramenti di sinistra e, in particolare, alla conventicola di Leu in cui rientra, guarda caso, il ministro della Salute Speranza. L’avvicendamento in Calabria al ruolo di commissario alla Salute scatena la bufera. E conferma il detto secondo cui, spesso, la toppa è peggio del buco. Del resto, come altro valutare se non cercando di contenere stupore e indignazione nel tentativo di trovare una valida ragione alla scelta, la decisione di Conte di nominare per la sanità regionale un uomo, non solo positivo al Covid e attualmente in quarantena. Ma anche un sostituto chiamato ad affrontare l’emergenza epidemiologica a dir poco controverso. E che, come rilevato dai più ancora in queste ore, appena poco tempo fa, in un video sostenne apertamente che: «Le mascherine non servono a un cazzo». Tanto per far capire come il discusso personaggio, ora nobilitato dalla carica insignita dal premier, la pensava su rischi sanitari e disposizioni governative nel merito… Tutto questo per Giorgia Meloni è semplicemente inaccettabile. E la leader di Fratelli d’Italia non manca di argomentare perché sui suoi profili social…Tutto questo per Giorgia Meloni è semplicemente inaccettabile. E la leader di Fratelli d’Italia non manca di argomentare perché sui suoi profili social. «Questo signore è Giuseppe Zuccatelli, il nuovo commissario alla Salute della Regione Calabria nominato dal governo Conte – scrive la presidente di Fdi su Facebook – in sostituzione del precedente commissario (sempre nominato da Conte) che nemmeno sapeva di essere responsabile dell’emergenza anti-Covid. Tra i grandi meriti di Zuccatelli quello di essere da sempre organico alla sinistra. Fin dai tempi del Pci. E di essere stato candidato di Leu (partito del ministro della Salute). Ecco con quali criteri il governo Pd-M5S sceglie a chi affidare la salute dei cittadini». Un post, quello in cui la Meloni su Zuccatelli annichilisce Conte, in cui la leader di FdI mette in evidenza e alla berlina l’ultima, controversa scelta varata dal premier. Una decisione che, al danno dell’urgenza, ha unito e amplificato, il carico della beffa e del caos che la contestata soluzione ha aggiunto al problema. E non è solo la presidente di FdI a rimarcare danno e beffa della scelta operata da Conte con Zuccatelli. Anche il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha di che recriminare. E infatti, sulla vexata quaestio, dichiara: «Prima un commissario alla Sanità (Cotticelli) che non sapeva di doversi occupare di emergenza Covid. Ora un sostituto (Zuccatelli) premiato per la militanza a sinistra. E che diceva: “Se fossi positivo devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!”». Concludendo poi lapidario che: quello in carica è un «governo di incapaci e pericolosi. È ufficiale: Conte non vuole bene alla Calabria»…Stesse argomentazioni, stessa indignazione, quella manifestata dal senatore azzurro Maurizio Gasparri sulla scelta di Zuccatelli commissario alla salute in Calabria. Una decisione che anche l’esponente forzista, come Meloni e Salvini, legge solo in chiave di una palese appartenenza politica a sinistra. «E poi dicono che dovremmo collaborare con il governo. Dopo aver tenuto in Calabria un commissario alla Sanità scelto dal governo Conte, assolutamente incapace e costretto alle dimissioni dopo una figuraccia, Speranza ha scelto un suo compagno di partito per guidare la sanità in Calabria», commenta Gasparri. Quindi prosegue: «Si tratta di un tale Zuccatelli, già candidato nel collegio di Cesena al Senato per Liberi e uguali, il movimento politico a cui appartiene Speranza. Quindi non si sceglie una persona competente e super partes, ma uno del proprio partito, che avrebbe detto cose sostanzialmente negazioniste sull’uso delle mascherine, con delle affermazioni sconcertanti sul virus. Questo è il modo con cui si governa il territorio da parte del governo Conte e del ministro Speranza. Questa è la gente che chiede collaborazione e che usa cariche importanti soltanto per scelte politiche. Denuncio pubblicamente questa vicenda – conclude quindi il senatore di Forza Italia – e chiedo al Presidente della Repubblica di intervenire a tutela della Regione Calabria».

Luca Sablone per ilgiornale.it l'8 novembre 2020. A Roberto Speranza tocca scendere in campo e mettere la propria faccia per difendere le frasi shock pronunciate da Giuseppe Zuccatelli, che nelle scorse ore è stato promosso dal governo come nuovo commissario alla sanità in Calabria. La nomina è arrivata in seguito allo scandalo che ha coinvolto il generale Saverio Cotticelli, il quale ha scoperto in televisione di doversi occupare del piano Covid. Il premier Giuseppe Conte ha deciso di destituirlo immediatamente dopo il servizio andato in onda sulla trasmissione Titolo Quinto. Peccato però che il successore non possa vantare di meglio. Da questa mattina sta girando il video, pubblicato in esclusiva su ilGiornale.it, che immortala il neocommisario mentre sostiene teorie piuttosto strampalate. "Adesso se non c’è la mascherina non si fa assolutamente nulla. La mascherina non serve a un cazzo! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!", dichiarava a gran voce. Il centrodestra è andato su tutte le furie e ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti, ma il ministro della Salute ha minimizzato tutto sottolineando che la ripresa risale alla fase iniziale della pandemia, quando la stessa Organizzazione mondiale della sanità riteneva che l'uso delle mascherine fosse da riservare ai soli contagiati e ai sanitari: "Quel video è profondamente inopportuno, è un modo sbagliato di comunicare, ma 30 anni di curriculum non si possono cancellare per un video sbagliato e rubato. Il commissario si è scusato e ha indicato come la mascherina sia qualcosa di decisivo". Non ci si poteva aspettare altro visto che Zuccatelli sarebbe stato già candidato nel collegio di Cesena al Senato per Liberi e uguali, il movimento politico a cui appartiene il titolare della Salute. Neanche all'interno della maggioranza riescono a mettersi d'accordo. Dopo la diffusione del video è intervenuto a sorpresa Nicola Fratoianni. "Capisco tutto, l’urgenza, l’emergenza, la fretta e tutto il resto per trovare un nuovo commissario alla sanità della Calabria", ha esordito. Ma il portavoce di Sinistra italiana ed esponente di Leu ha voluto aggiungere che si tratta di un fatto gravissimo e in quanto tale pretende immediate conseguenze: "Così non si può fare. Si intervenga subito".

"Dati falsi? Reato grave" In questi giorni sta facendo molto discutere l'azione dell'esecutivo giallorosso che, stando all'accusa dei governatori, avrebbe deciso di dividere il nostro Paese in tre fasce di rischio tenendo in considerazione dati vecchi, non aggiornati e dunque non corrispondenti all'attuale quadro epidemiologico. Il sospetto è che qualche presidente di Regione possa fornire dati parziali sulla situazione Coronavirus per non subire restrizioni. "Nel rapporto tra istituzioni sarebbe un reato molto grave dare dei dati falsi. Penso che le Regioni debbano necessariamente dare dei dati corretti. I nostri dati sono pubblici. Sono perché siano pubblici sempre, la trasparenza è un punto di forza", ha avvertito Speranza. Nell'intervista rilasciata a In mezz'ora in piu su Rai 3, il ministro della Salute - probabilmente imbarazzato da quanto accaduto - ha aggirato subito la domanda sulla questione Zuccatelli. Lo ha fatto parlando del decreto Calabria che, in teoria, dovrebbe fornire nuovi investimenti e potenziare la struttura commissariale: "In questi anni si sono accumulati oltre 700 milioni non spesi e con questo decreto costruiamo le condizioni per spenderle più velocemente possibile". Ha dunque approfittato dello spazio in tv per fare il classico spot al governo: "Vorrei che il messaggio fosse questo, ovvero una nuova presa in carico della questione della sanità calabrese come nazionale e non territoriale".

Calabria come Kabul. E c’è chi invoca Gino Strada commissario alla Sanità. Rocco Vazzana su Il Dubbio l'11 novembre 2020. Dopo le dimissioni del commissario alla sanità Cotticelli, finisce nella bufera anche il suo successore Zuccatelli. E Morra (M5S) spera di portare in Calabria il fondatore di Emergency. La Calabria come un teatro di guerra. Deve pensarla un po’ così chi, in queste ore, invoca il nome di Gino Strada, il fondatore di Emergency, come nuovo commissario alla Sanità calabrese. Il nome del chirurgo milanese, inizialmente sussurrato a bassa voce da pochi estimatori, comincia infatti a farsi largo tra le forze politiche di maggioranza. Strada piace alla base del Movimento 5 Stelle come a una parte del Pd e sarebbe, secondo i sostenitori della soluzione “emergenziale”, la migliore via d’uscita a una situazione imbarazzante. Dopo le dimissioni del commissario Saverio Cotticelli – che aveva appreso durante un’intervista televisiva di essere il responsabile del piano anti Covid della Regione – non è andata meglio col suo successore: Giuseppe Zuccatelli, manager molto stimato dal ministro Roberto Speranza, candidato tra le file di Leu alle scorse Politiche. A poche ore dalla nomina a commissario salta infatti fuori un video in cui Zuccatelli mette in discussione l’utilità delle mascherine nel contenimento della diffusione virale. Il filmato risale al maggio scorso e a nulla servono le scuse del diretto interessato, che parla di «affermazioni errate, estrapolate impropriamente da una conversazione privata». Per una parte della maggioranza la nomina di Zuccatelli  è «un’inaccettabile beffa per i cittadini». I primi a prendere le distanze dal nuovo commissario sono i parlamentari grillini calabresi. «Dopo le dimissioni del generale Cotticelli non possiamo permetterci un’altra figura inadeguata a sovrintendere alla sanità calabrese», scrivono in un documento diffuso sui social una decina tra deputati, senatori ed europarlamentari. «È fondamentale avere la certezza che la Calabria sia messa questa volta in buone mani», aggiungono. Ma è l’intervento di una componente del governo, la sottosegretaria ai Beni culturali Anna Laura Orrico – che parla di una nomina non «all’altezza delle aspettative» – a mandare in tilt i big del M5S, convinti che il fuoco amico su Zuccatelli possa comportare ripercussioni sull’intera maggioranza. I pentastellati calabresi, però, non sono gli unici a chiedere la rimozione del neo commissario. Anche Nicola Fratoianni, membro di Leu, in quota Sinistra italiana, definisce quella di Zuccatelli «una scelta discutibile e sbagliata». E mentre persino la Cei calabra manifesta «forte preoccupazione e profonda amarezza di fronte all’evoluzione delle vicende che riguardano la sanità e la tutela del diritto alla salute in Calabria», ecco farsi largo l’ipotesi Gino Strada. Inizialmente invocata dalle Sardine, ora la figura del fondatore di Emergency è acclamata anche da una parte della politica. Il primo a nominarlo è il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra. L’esponente di spicco del Movimento non si spinge fino parlare di Strada come nuovo commissario, ma riferisce di un «dialogo in corso» nel governo per inserire il chirurgo in una sorta di squadra alla Sanità calabrese. «Bisogna fare un salto di qualità facendo scendere in campo una personalità che è, a livello forse mondiale, considerata capace di mettere mano nella sanità, portando immediatamente servizi, prestazioni e soprattutto diritti per i più deboli», dice Morra. «E allora, lavorando in silenzio, senza far polemiche inutili si possono ottenere dei risultati, ci stiamo forse riuscendo», aggiunge il presidente dell’Antimafia, prima di annunciare: «Spero che nel giro di 24 ore al massimo si possa dar ufficialità di una notizia che sarebbe enorme non soltanto per la Calabria ma per l’Italia tutta». Morra è convinto che per la punta meridionale del Paese serva una vera e propria «rivoluzione». E a quanto pare lo pensa anche il Pd locale. «Il ministro Speranza non può restare sordo, far credere a questa terra che dei malati di Covid in attesa davanti al Ps di Cosenza al governo non importi nulla», scrive su Facebook il coordinatore provinciale dei Forum Pd di Cosenza, Giuseppe Giudiceandrea. «Si metta mano, urgentemente, a questo scempio, ascoltando chi da più parti propone la nomina di persone “realmente terze” come Gino Strada». Non può che accogliere con soddisfazione la notizia Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, di cui il medico di Emergency è cittadino onorario, che ha sentito Strada al telefono. «Sarebbe il nome giusto al momento giusto, una luce in mezzo alle ombre di poteri forti e perversi», racconta Lucano. Credo accetti questo ruolo in un momento emergenziale per la Calabria assimilabile agli scenari dove ha combattuto in prima linea in tutto il mondo». La sanità calabra, a quanto pare, è proprio in “emergenza”.

Calabria, su Zuccatelli va in onda lo scontro tra Speranza e Conte (che vuole Gino Strada…). Claudia Fusani su Il Riformista l'11 Novembre 2020. Uno è convinto di essere “vittima di un attacco mediatico” una sorta di complotto che ha agito al segnale convenuto e ipnotico della luce rossa della telecamera in funzione. È un generale dell’Arma, si chiama Saverio Cotticelli, due anni fa è stato nominato commissario ad acta per la sanità calabrese – l’allora ministra del governo giallo-verde Giulia Grillo ebbe quasi una crisi di nervi in aula per difendere quella nomina – ma venerdì sera, intervistato a “Titolo V” su Rai 3, non ha saputo dire chi dovesse dare seguito al piano della sanità calabrese contro il Covid. L’altro, quello che ne ha preso il posto, ha dichiarato che il Covid si trasmette «dopo un bacio lungo almeno quindici minuti» e che le mascherine servono fino ad un certo punto. Effetto ebrezza: era maggio, l’Italia era uscita di casa e non aveva assolutamente voglia di sentir parlare di restrizioni e simili. Ma non è tanto una frase dal sen fuggita che adombra l’adeguatezza del commissario in una regione “rossa” – per il Covid – come la Calabria, a rischio non tanto per i contagi quanto per l’inefficienza delle strutture sanitarie. Il fatto è che Giuseppe Zuccatelli, 76 anni, esperienze manageriali nella Sanità in Campania e Abruzzo dove non ha disegnato tagli e razionalizzazioni, arrivato in Calabria nel dicembre del 2019 dove guida l’azienda ospedaliera “Pugliese Ciaccio” e il “Mater Domini” di Catanzaro, è un “uomo di Pierluigi Bersani”. E su di lui scommette il partito dell’ex ministro per portare a casa la guida della regione quando tornerà a votare. Accadrà tra febbraio e aprile quando la regione dovrà sostituire l’amata governatrice Jole Santelli. Quello che puzza quindi non è il bacio e la mascherina. Ma l’uso del Covid in chiave politica. Il capitolo dei commissari alla Sanità calabresi è stato solo uno dei tanti che abbiamo potuto “leggere” nell’ultimo week end al tempo del Covid. Se per la prima volta dopo un mese siamo stati esentati da contare i petali Dpcm Sì – Dpcm No, la cronaca ha però servito sul piatto numerose altre variabili. Il premier Conte ha silurato in diretta il commissario Cotticelli. Nicola Fratoianni, stesso partito di Speranza, ha attaccato il ministro della Sanità perché «quando è troppo è troppo». Walter Ricciardi, consigliere particolare del ministro della Salute, ha accusato il governo «di non aver la forza e la determinazione per decidere», dopodiché uno si aspetta che o il consigliere o il ministro levino il disturbo. Sono invece entrambi al loro posto. I media hanno innescato la consueta gara all’inasprimento delle misure scommettendo su lockdown più o meno nazionali. Più Conte dice di voler “resistere”, più i media pronosticano nuove chiusure. Più il premier dice «adesso aspettiamo che le nuove misure facciano effetto» e alla prima contabilità utile, quella delle 17 in genere, sale il coro: «Serve subito una nuova ordinanza o un nuovo Dpcm». È successo anche ieri: da venerdì scorso ci sono cinque regioni rosse (Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta, Trentino, Calabria); da oggi ce ne sono sette arancioni (Liguria, Toscana, Umbria, Marche Abruzzo, Puglia e Sicilia). Le altre sono ancora gialle ma i governatori di Emilia Romagna, Veneto e Friuli stanno valutando di anticipare alcune misure per vedere di evitare ondate più dure in termini di contagi e decessi. La Campania resta ancora gialla. Il governatore ha il potere di chiudere Napoli e Caserta, i due cluster. Gli scommettitori sono già al lavoro: “Nuovo Dpcm nel fine settimana”. E vai con gli scongiuri. Il caso Calabria è senza dubbio il fatto più politico. Dove è lampante che nella gestione Covid pesano non due ma tre variabili: salute, economia e il consenso politico. Il punto è se arriva il momento in cui tutto quello che tocchi da consenso positivo diventa negativo. Ed è un po’ quello che sta accadendo alla maggioranza. Rimuovere Cotticelli è stato una necessità. Sostituirlo con Zuccatelli rischia di essere un boomerang. Sono partite campagne social per chiederne la rimozione. Nel frattempo il premier, suggerito dai 5 Stelle, ha contattato Gino Strada. Conte vedrebbe bene in Calabria il fondatore di Emergency. Ha tenuto testa ai Talebani e bande di tagliatori di teste di ogni tipo. Può ben farlo con l’’ndrangheta. Ma il ministro tiene duro. Ha assunto su di sé la responsabilità della nomina. E con poteri mai visti prima. Per risanare la sanità calabrese, il governo ha messo a disposizione di Zuccatelli una nuova struttura composta da 20 dirigenti e 5 amministrativi, un patrimonio di tre milioni di euro dove devono entrare appalti, assunzioni, nuove strutture, il famoso piano Covid. Gino Strada, se accetta, potrebbe avere un ruolo di consulente. Il Commissario del commissario? Oppure lavorare insieme al governo? Il braccio di ferro Conte-Speranza è più intenso del previsto. Il ministro ha dato a Zuccatelli una delega molto ampia, fiducia totale, azzardo calcolato. Se dovesse andare bene, come poi tutti si augurano per la salute dei calabresi, è chiaro che il neo commissario ha buone chance per essere il candidato del centrosinistra alla guida della regione. E, a quel punto, lasciare il posto a Strada. Politica, appunto.

 “Non abbiamo bisogno di missionari”. Il presidente calabrese non vuole Gino Strada. Il Dubbio l'11 novembre 2020. Nino Spirlì contro l’ipotesi del medico di Emergency come commissario alla sanità. Ma in Calabria è emergenza posti letto e terapie intensive. “Cosa c’entra Gino Strada? La Calabria è una regione dell’Italia, non abbiamo bisogno di missionari. Abbiamo fior di professori, si cerchi qui chi deve occuparsi della sanità calabrese, non abbiamo bisogno di essere schiavizzati”. Così Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Regione Calabria, ospite di Tagadà su La7, ha risposto a una domanda sull’ipotesi del coinvolgimento di Gino Strada, il fondatore di Emergency, nella struttura commissariale della sanità calabrese. “Basta, è una vergogna alla quale il governo deve mettere fine – ha aggiunto Spirlì – non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo. Men che meno del professore Strada”. Ma forse Spirlì ignora la situazione gravissima della sanità calabrese che ancora non ha pronto un piano anticovid. Una situazione emersa dopo l’intervista dell’ex commissario Cotticelli il quale ignorava che dovesse essere lui ad allestire il piano. Per fare fronte alla situazione, il presidente ff della Regione Nino Spirlì ha firmato un’ordinanza che prevede la conversione di posti letto di area medica in posti letto Covid-19. Un’ordinanza, tuttavia, definita “illegittima solo un atto di propaganda politica” dal gruppo del Pd alla Regione. Spirlì, secondo gli esponenti dem, “dovrebbe giustificarsi con i calabresi perché non ha dato attuazione al decreto 91: adesso sarebbero già possibili nuove Terapie intensive e ricoveri in degenza ordinaria dedicati Covid”. La carenza di posti letto è confermata dall’ospedale di Cosenza, visitato stamani dal sindaco Mario Occhiuto. “Si tratta di una situazione d’emergenza – ha detto – che riguarda tutto il Paese ma al momento i posti in terapia intensiva ci sono e potrebbero essere ampliati in altri reparti. Ho deciso di emanare un’ordinanza per imporre all’Azienda ospedaliera di assumere personale”. E sempre a Cosenza un gruppo di mamme sono scese in piazza davanti al Comune per chiedere la chiusura di tutte le scuole ancora aperte in città.

"Dobbiamo scavare pozzi?" Così Spirlì asfalta Gino Strada. Il presidente facente funzione della Calabria contro la possibile nomina del fondatore di Emergency: "Non abbiamo bisogno di medici missionari africani". Luca Sablone, Giovedì 12/11/2020  su Il Giornale. Pare che il governo faccia sul serio e voglia puntare su Gino Strada per affidargli la gestione sanitaria in Calabria. Il profilo del fondatore di Emergency è spuntato in seguito al video choc - pubblicato in esclusiva da ilGiornale.it - in cui si sentiva il neocommissario Zuccatelli sostenere teorie strampalate sul Coronavirus. "La mascherina non serve a un cazzo! Per beccarti il virus, se io fossi positivo, sai cosa devi fare? Devi stare con me e baciarmi per quindici minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus!", aveva dichiarato. E pensare che la fiducia al manager sanitario - tra l'altro già candidato nel collegio di Cesena al Senato per Liberi e uguali - era stata conferita in seguito alla clamorosa figuraccia del generale Saverio Cotticelli, che solamente in televisione ha scoperto di doversi occupare del piano Covid. Così i giallorossi, imbarazzati per quanto accaduto nel giro di pochissimi giorni, si sono messi subito al lavoro per rimediare a questi flop e vorrebbero affidare all'attivista italiano non solo la gestione del piano sanitario nella Regione ma anche un ruolo operativo più esteso. Il premier Conte, che l'ha già sentito al telefono, sta dunque per esaudire il sogno di sardine e 5 Stelle: entrambi, con il sostegno anche del Partito democratico, hanno avanzato la proposta di premiare Strada in Calabria. Voci dicono che potrebbe affiancare Zuccatelli, magari organizzando i reparti Covid e gli ospedali da campo per far fronte alla pandemia.

L'ira di Nino Spirlì. Ma come l'avrà presa la politica locale? Stando alle parole di Nino Spirlì l'ipotesi di certo non è gradita a tutti. "Mandateci anche i padri comboniani e diteci dove dobbiamo scavare i pozzi. Ma cosa c’entra Gino Strada? La Calabria è una Regione dell’Italia, non abbiamo bisogno di medici missionari africani, non ne abbiamo necessità. Non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo, men che meno del professore Strada", ha tuonato il presidente facente funzione della Calabria ai microfoni di Tagadà su La7. Il suo auspicio è che ai "fior di professori" del posto si possano dare i compiti di gestire la sanità calabrese: "Non abbiamo bisogno di essere schiavizzati nella nostra sanità. Ora basta, è una vergogna a cui il governo deve mettere fine". A scagliarsi contro l'ipotesi dell'esecutivo è stata anche Giorgia Meloni, che non ha risparmiato parole dure e ha respinto categoricamente questa possibilità: "Mi pare si facciano scelte molto politicizzate e mi chiedo se sia il tempo delle scelte ideologiche, di mettersi a fare politica su una materia come quella che stiamo trattando".

Da affaritaliani.it il 12 novembre 2020. Mentre l'Italia intera è alle prese con l'emergenza Coronavirus, in una regione la situazione oltre ad essere caotica è addirittura paradossale. In Calabria si susseguono le voci su chi dovrà essere il nuovo commissario alla sanità, dopo l'uscita di scena di Saverio Cotticelli, che non sapeva di doversi occupare del piano di emergenza Covid per la regione. Il governo ha nominato in tutta fretta un sostituto, Giuseppe Zuccatelli, ma anche su questo nome ci sono forti perplessità, dopo il video comparso in rete in cui dichiarava: "Le mascherine non servono a niente, bisogna stare 15 minuti a baciarsi con la lingua per prendere il virus". Da qui anche l'ipotesi di Gino Strada, il fondatore di Emergency. Ma sull'ex commissario Cotticelli - si legge sul Riformista - emerge un retroscena choc. Sarebbe stato per diverso tempo un agente segreto, uno 007. Dopo la mancata nomina a comandante generale dell'Arma, sarebbe stato destinato all'Ufficio centrale ispettivo del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, dal giugno 2015. Una conferma dell'incarico extra Arma - riporta il Riformista - sarebbe arrivata dall'appuntato scelto Vincenzo Romeo, che era suo stretto collaboratore ai tempi del Cocer. Per ora dai Servizi nessun commento in merito alla vicenda.

Stefano Filippi per “la Verità” il 12 novembre 2020. I commissari nominati dal governo per la sanità calabrese sono come i terremoti di assestamento: fanno crollare quel poco che è rimasto in piedi. Ieri è arrivata l' ultima perla di saggezza di Giuseppe Zuccatelli, spedito l'anno scorso nel Tacco d' Italia dal ministro Roberto Speranza, suo compagno di partito, a guidare i due ospedali di Catanzaro. Zuccatelli è un vecchio compagno ferrarese cui piace spararle grosse. Del resto, ci voleva uno così per fare dimenticare Saverio Cotticelli, il generale dei carabinieri che ha appreso durante un' intervista che toccava a lui redigere il piano regionale contro il coronavirus, e poi si è pentito dicendo che qualcuno l' aveva drogato. L' altro giorno un collettivo di femministe di Cosenza aveva mostrato Zuccatelli mentre illustrava dottamente come ci si infetta di Covid. «La mascherina non serve a un cazzo, ve lo dico in inglese stretto», aveva detto davanti alle telecamere il 27 maggio scorso. «Sapete cosa serve? La distanza. Se io fossi positivo, sai cosa devi fare?», aveva domandato alla bella ragazza mora che gli faceva le domande. «Devi stare con me e baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca, altrimenti non te lo becchi il virus». Senza limonare per un quarto d' ora si ha l' immunità garantita: la rivelazione ha rincuorato tutte le terapie intensive d' Italia traboccanti di anziani. Ieri le Cosentine in lotta del collettivo Femin hanno sparato il secondo colpo. Uno spezzone della stessa registrazione ancora inedito in cui Zuccatelli se la prende con i virologi. La scena è la medesima, risale alla fine del maggio scorso: il manager seduto a una scrivania, privo di mascherina, che si agita sulla poltrona, alza la voce e sparge i suoi tesori di sapienza anti contagio. «Che la politica abbia affidato ai virologi il compito di governare il Paese, questa è una cosa che solo in Italia può succedere», protesta gesticolando il nuovo commissario della sanità calabrese parlando con tre rappresentanti del collettivo. «I virologi sono virologi, e sono la coda della coda della coda dell' area medica. Dopo l' Hiv nella fine degli anni Ottanta hanno avuto una visibilità che nessuno gli aveva mai dato». «La coda della coda della coda»: non c' è scampo per i nuovi campioni di ascolto televisivo, le vestali del sapere medico che saltano da un talk show all' altro terrorizzando gli italiani. Ma non c' è scampo nemmeno per il suo amico Speranza, il ministro che ha messo sé stesso e il destino del Paese nelle mani del Comitato tecnico scientifico e ha affidato la divulgazione sul Covid a una squadra di esperti capitanata da Roberto Burioni. Così il superesperto di sanità ha sbugiardato il governo che l' ha incaricato. Zuccatelli ha girato tutta Italia come manager della sanità in quota rossa: tessera del Pci, uomo forte della sanità di Ferrara, poi ispettore sanitario, quindi una lunga discesa verso il Sud in ospedali della Romagna, delle Marche, dell' Abruzzo fino ad approdare in Calabria dalla fine dell' anno scorso. Speranza lo ha nominato commissario dopo Cotticelli mentre Zuccatelli era in quarantena perché positivo al Covid, anche se asintomatico: una bella pena del contrappasso per chi aveva gettato la mascherina al vento. Ora è entrato nella cerchia ristretta degli stregoni del virus, dopo il suo predecessore Cotticelli e Giuseppe Tiani, nominato da un altro big della sinistra, il governatore pugliese Michele Emiliano, a gestire gli appalti regionali della sanità. Tiani è quello che l' altro giorno si è presentato a una videoconferenza davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera con un ciondolo al collo che gli consentirebbe di tenere lontano le particelle virali. Tre manager sanitari scelti dai giallorossi, tre disastri. Il generale Cotticelli è stato cacciato, Tiani ha dato le dimissioni da InnovaPuglia, Zuccatelli resiste: è abituato alle apnee lingua in bocca per dei quarti d' ora.

Il caso. Calabria commissariata e il ghigno mediatico che produce i "Cotticelli". Ilario Ammendolia su Il Riformista il 12 Novembre 2020. Se potessi parlare con il generale Cotticelli vorrei esprimergli tutta la mia umana comprensione. Lo potrei fare perché credo di essere stato l’unico, in Calabria e fuori, ad aver pubblicamente denunciato, già nel gennaio 2019, l’oggettivo “scandalo” costituito dalla nomina d’un ex generale di corpo d’armata a commissario straordinario alla sanità calabrese. I primi segnali di Cotticelli all’atto dell’insediamento confermavano e moltiplicavano tutti i miei dubbi. Oggi, sono certo che il blocco politico-istituzionale (e mediatico) che aggredisce il generale per la brutta figura rimediata durante la trasmissione “Titolo V”, rappresenti il cancro che mangia se stesso. Hanno ridotto la grave questione sanitaria calabrese in un problema di apparente lotta alla ‘ndrangheta e ciò ha portato a pesanti ricadute sulla salute dei calabresi e sulla fragile economia regionale. Anche un bambino avrebbe capito che un generale di corpo d’armata non sarebbe stato la figura adatta a riformare un sistema sanitario che negli anni è stato trasformato in verdi pascoli su cui brucano politici di rango, alti burocrati, cliniche private, “baroni” della sanità, imprenditori e mafiosi. Locali e nazionali. E sembra apparentemente inspiegabile il fatto che le grandi operazioni di polizia che da circa 30 anni si abbattono sistematicamente sulla Calabria abbiano risparmiato il torbido mondo e i grandi privilegi che girano intorno alla sanità calabrese. Neanche dopo l’atroce esecuzione del dottor Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale, ragionevolmente riconducibile al mondo della sanità, la soglia che separa i diritti degli ammalati dai grandi interessi e privilegi è stata oltrepassata. Sembra quasi che i grandi inquisitori abbiano preferito conquistare le luci della ribalta operando su un terreno diverso da quello in cui sono attendati gli oligarchi che dominano sulla Regione. Cotticelli è stato mandato in Calabria a difendere i confini d’una legalità malata. Una legalità impegnata e ingessata sulla difesa d’un ordine che confligge con i diritti costituzionali dei calabresi. E lui già comandante di tutte le unità mobili speciali, dei Ros e con una medaglia d’oro conferitegli per meriti speciali nel campo della sanità (?) si è arroccato in una specie di fortezza dei tartari immaginando di essere circondato da un popolo di ‘ndranghetisti, cannibali e malviventi che, prima o poi, avrebbe tentato l’assalto alla cittadella della legalità. E in questa logica non bisogna sorprendersi se ha considerato il piano anticovid un impaccio burocratico di poca importanza. Un generale che è stato a un passo dal diventare comandante generale dell’Arma, avrà trovato mortificante doversi occupare di posti letto in terapia intensiva o d’un piano per la medicina territoriale. Altri i motivi per cui Cotticelli era stato scelto e mandato sul “fronte” della lotta alla ‘ndrangheta. Più grave ci sembra il fatto che né il ministero della Salute e ancor meno la Regione Calabria si siano accorti di questa sua grave inadempienza (e oggettiva incompetenza). Oggi la Calabria è in zona rossa e paga un prezzo enorme così tanto da spingere i responsabili del disastro a chiedere il “sacrificio” di Cotticelli e la sua esposizione sulla pubblica gogna. Il ghigno crudele con cui il generale viene aggredito sulla stampa (soprattutto calabrese) e in televisione è inversamente proporzionale alla supina e storica complicità e accondiscendenza verso un sistema di potere che non può non produrre “Cotticelli” seriali. De André cantava che non esistono poteri buoni. Sicuramente non ci potranno essere commissari buoni che vengono in Calabria a decidere i destini d’un popolo sottomesso e rassegnato.

Perché la Calabria è zona rossa? Ecco la situazione in alcuni ospedali. Le Iene News il 10 novembre 2020. Nonostante un numero di positivi relativamente basso rispetto a medie più allarmanti, la Calabria è “zona rossa”. La sanità della regione è impreparata ad affrontare la pandemia? Gaetano Pecoraro intervista medici, dirigenti e il consigliere regionale Carlo Guccione per capire cosa è andato storto. Mentre infuria la polemica su vecchio e nuovo commissario alla Salute. “Avessero aperto i posti letto tipo Gioia Tauro e individuato un altro punto nella zona della Locride, la Calabria non sarebbe diventata zona rossa perché avevamo i posti letto. Ma non hanno fatto niente”, dice a Gaetano Pecoraro un medico calabrese Nella regione la rabbia è grande dopo che è diventata “zona rossa” nonostante un numero di contagi da Covid relativamente basso rispetto a medie più allarmanti. Ma perché anche qui è stato deciso un nuovo lockdown? La regione è stata negli ultimi giorni al centro delle polemiche dopo che il commissario alla sanità calabrese, Saverio Cotticelli, ha ammesso di non aver fatto il piano Covid nonostante toccasse a lui occuparsene. Anche il nuovo commissario Giuseppe Zuccatelli, appena nominato per sostituirlo dopo le sue dimissioni per il caso, è finito nel mirino dopo la diffusione di un video che riporta alcune sue dichiarazioni risalenti a maggio. Una su tutte: “Le mascherine non servono a un c….”. “La sanità calabrese è impreparata ad affrontare la pandemia”, dice a Gaetano Pecoraro il consigliere regionale Pd Carlo Guccione. E il problema non riguarderebbe solo i posti in terapia intensiva: “Come è possibile tracciare una provincia che ha 750mila abitanti con un solo laboratorio di virologia, che può processare sì e no 300 tamponi al giorno?”. E questo a fronte di qualche migliaia di richieste al giorno: “Noi siamo a mani nude a contrastare il Covid in Calabria”. “È come se avessero sperato che non succedesse nulla e non hanno fatto assolutamente nulla”, dice Nuccio Azzarà, segretario della Uil di Reggio Calabria. Gaetano Pecoraro intervista anche un medico dell’ospedale di riferimento per i malati di Covid di tutta la provincia di Reggio Calabria. Ci racconta la situazione nella struttura, che la Iena è andata a visitare per capire come stanno le cose.  Gaetano Pecoraro è andato anche nell’ospedale di Gioia Tauro, che era stato individuato come centro Covid dopo la prima ondata. È stato quasi tutto ristrutturato ma ora invece di essere operativo e alleggerire la pressione sull’ospedale di Reggio, è chiuso. La Iena va all’ospedale di Reggio, al centro Covid, per capire con i dirigenti l’origine di tutte le criticità che abbiamo visto. Parlando con i medici, sembra che problemi e carenze di questo centro Covid non dipendano dalla loro inefficienza: è vero che i soldi per il potenziamento sanitario sono stati stanziati dal governo, ma la loro versione è che non sono arrivati perché il commissario straordinario nazionale per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, non li avrebbe ancora liberati.

La polemica. La Calabria è alla deriva, periferia d’Italia ormai abbandonata. Gioacchino Criaco su Il Riformista l'11 Novembre 2020. In Calabria sta succedendo qualcosa di pericoloso, devastante: si sta rompendo il patto democratico con lo Stato. Si marcia, di errore in errore, verso il disastro. Un pezzo, grande, di periferia, ormai abbandonato a se stesso. Alla deriva, un distacco che si propagherà a Sud. Non è il piagnisteo solito, il dare la colpa agli altri: è la coscienza di un punto di non ritorno, l’ipogeo raggiunto, superato. La vicenda del commissario Cotticelli e di Zuccatelli, di una Regione costretta in zona rossa non per i numeri degli infettati, ma per la disarmante resa della Sanità, del Governo, della Regione, per il venir meno della ragione fondante dello stare insieme: rinunciare a molte libertà individuali per fondersi in un principio di solidarietà che curi, migliori, sia futuro. Il Governo ha cacciato un commissario alla Sanità per manifesta incapacità di risolvere il problema, lo ha fatto dopo averlo tenuto in carica per due anni e dopo averlo riconfermato, solo tre giorni prima, per altri tre anni. Ha nominato un nuovo commissario che si annuncia pericolosamente vicino, per capacità risolutive, al precedente. Entrambi arrivano dopo un altro commissario del Governo. E tutti incarnano una surroga della democrazia, ormai strumento abituale dello Stato nel rapportarsi con la Calabria. È mancato, e magari arriverà, il commissariamento dei talami, come atto finale, che dettasse i tempi dell’amore ai calabresi. Tutto ciò che significava autonomia locale è finito nelle mani di prefetti, generali e magistrati in pensione, o funzionari del ministero degli interni o comunque in delega di qualche potere centrale. E tutto è accaduto senza che la situazione migliorasse, con una dilatazione dei problemi e non una loro contrazione, o contenimento. La corsa della Calabria è stata un percorso inverso allo sviluppo, alla liberazione. Si togliessero un po’ di orpelli della modernità, si ripiomberebbe in un’epoca lontana, scomparsa dal resto dell’Occidente. Un quadro del genere rappresenta un mosaico da miriadi di tessere, trovare incolpevoli sarebbe arduo. Il fallimento più grande è quello statuale, plastico, evidente nella caduta del sistema sanitario, che ha superato l’affanno del sistema economico, di quello sociale. Il Governo continua a ignorare la situazione reale, magari se la fa raccontare da chi abbia un interesse a falsarla. Sul posto lo Stato è assente, il presidente della Giunta, purtroppo, è morto, al suo posto un facente funzioni che non era nemmeno stato eletto, abilitato alla sola amministrazione ordinaria. La Calabria è orfana di direzione, di punti di riferimento, in uno dei momenti più tragici dell’umanità. Resta a ricordo, e simbolo, dello Stato, un formidabile sistema repressivo, come se la questione calabrese fosse esclusivamente un caso criminale. Resta un nuovo commissario portato dalla Romagna, a significare che in loco non si possano reperire capacità. Resta un rapporto logorato, teso, che presto si romperà.

SPERANZA E ARCURI: VERGOGNATEVI. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 10 novembre 2020. Otto mesi per dare alla Calabria 6, solo 6, nuove postazioni di terapia intensiva. Alla regione più penalizzata negli investimenti fissi in sanità – 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 pro capite dell’Emilia-Romagna – che parte nella Pandemia dalla posizione più sfavorevole e dovrebbe quindi avere molto più degli altri. Non ci sono mezze misure: il ministro della Salute e il commissario devono dimettersi per le scelte fatte e per non avere vigilato. 140, 146, 6. In questi tre numeri ci sono sigillate in una bustina per mascherina chirurgica monouso dispositivo medico classe uno, le ragioni algebriche ineliminabili delle dimissioni obbligate del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del commissario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri. 140 è il numero delle postazioni di terapia intensiva disponibili a marzo in Calabria. 146 è il numero delle postazioni di terapia intensiva disponibili al 14 ottobre. Otto mesi otto per dare alla Calabria 6, dico 6, nuove postazioni di terapia intensiva. Alla regione più penalizzata negli investimenti fissi in sanità – 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 pro capite dell’Emilia-Romagna – che parte nella Pandemia dalla posizione più sfavorevole e dovrebbe quindi avere molto più degli altri, chi ha la responsabilità della politica sanitaria e della gestione dell’emergenza dà meno di tutti, anzi non dà niente, perché 6 è niente. Questo 6 della vergogna che rimarrà per sempre ha un nome e cognome. Roberto Speranza. Anzi ne ha due. Perché il secondo nome è quello di Domenico Arcuri e viene prima del ministro. Che avrebbe dovuto vigilare su di lui. Vi rendete conto in che Paese viviamo? Se non ci fosse stato un giornalista televisivo di Titolo V, meritoria trasmissione di Rai3, che intervistava l’ex commissario Cotticelli, il ministro in carica della Salute non si sarebbe accorto che il suo commissario neppure sapeva di essere stato nominato soggetto attuatore del piano Covid e, tanto meno, se ne occupava. Avevano bisogno dell’intervista lui e Arcuri per rendersi conto del misfatto di cui si erano macchiate le loro coscienze. Nel caso di Arcuri siamo poi all’apoteosi dello scandalo. Fa l’ordinanza il 27 ottobre, avete capito bene il 27 ottobre, che vuol dire otto mesi otto con le mani in mano. E chi nomina come soggetto attuatore? Il mitico Cotticelli che apprende di essere stato nominato leggendo la carta che le dà la sua segretaria davanti alle telecamere TV. Quando si capirà che i generali vanno usati anche nel Mezzogiorno per guidare team di legalità non per fare mestieri che non sanno fare avremo fatto un bel passo in avanti. Ma vi rendete conto che l’ineffabile coppia Speranza-Arcuri riesce a superarsi nominando l’amichetto politico di Cesena, Zuccatelli, che ha già fallito a Cosenza e sta fallendo a Catanzaro, come successore del generale per andare a combattere sul campo di guerra di una Pandemia che può diventare un’ecatombe? Il candidato trombato nelle liste di Leu alle politiche del 2018 è il “generale” al quale Speranza e Arcuri vogliono affidare il comando della guerra per salvare vite umane che si preannuncia a dir poco terribile dopo la vergogna di cui loro si sono macchiati rimanendo inerti per otto lunghissimi mesi. Non solo non hanno agito, ma nemmeno si informavano di quello che accadeva e, quando sono messi davanti alle loro imperdonabili responsabilità, che fanno? Chiedono scusa? Chiamano a raccolta i cervelli migliori della Calabria che sono in casa per scrivere una storia nuova? Cercano un manager specializzato e un team di medici di valore? No, assolutamente no, chiamano il loro amichetto politico. Ci sono settecento milioni da spendere prima delle nuove prossime elezioni regionali, mettiamoli in mani politiche sicure, avranno pensato. Ci sono venticinque persone da assumere, avranno pensato, meglio che li scegliamo noi, magari altri amichetti vero? Pensare per un attimo alle postazioni di terapia intensiva che mancano per colpa esclusivamente loro, no? Per carità. Pensare per un attimo che un’economia regionale già in ginocchio rischia di passare dalla povertà alla sotto povertà non perché ha un tasso di contagio del Covid 19 che la obbliga alla zona rossa, ma perché per colpa loro non ha la sufficiente protezione sanitaria mai, vero? Pensare per un attimo che tanta inefficienza fa lo stesso gioco che dodici anni dodici della più inefficiente delle gestioni commissariali ministeriali ha fatto e, cioè, negare una sanità decente alle donne e agli uomini della Calabria, ma che in tempi di Pandemia affossando per sempre l’economia fa anche il gioco della più temibile delle soccorritrici che è la ‘ndrangheta, è forse chiedere troppo? Che ci si macchia, così, della più grave delle responsabilità civili, è davvero così difficile almeno chiederselo? Se si esce dal film surreale della comunicazione con le stellette dei generali e il bacio in bocca di quindici minuti di Zuccatelli si arriva alla dura realtà. Che è quella di una regione che è stata giustamente espropriata dei suoi poteri in materia sanitaria per i debiti accumulati, falsi in bilancio e ruberie varie con tanto di consorterie criminali. Che è quella di una regione che dopo dodici anni dodici di commissariamento ministeriale deve constatare che gli espropriatori possono competere con gli espropriati perlomeno in inefficienza. Che è quella di una regione dove un presidente pro tempore senza i poteri (che sono dei commissari) annuncia di avere predisposto duecento e passa tra letti e nuove postazioni di terapia intensiva. Ritorna anche in Calabria quella frammentazione decisionale da Paese Arlecchino che condanna l’Italia all’ immobilismo in una lite permanente tra l’esecutivo e i venti Capetti regionali che si sentono venti Capi di Stato ombra. Abbiamo avvisato il Presidente Conte: in Calabria la paura e la protesta sociale dilagano in modo contagioso. Uno o due o tre commissari se si ispirano sempre a operazioni di immagine non solo non servono, ma sono controproducenti. Servono atti pubblici che dimostrano di avere capito gli errori commessi e di averne tratto le conseguenze. Servono uomini nuovi per avviare in corsa una stagione di cambiamento all’insegna della concretezza. Altrimenti il cerino della Calabria incendierà il Paese intero. Perché la questione non è regionale ma nazionale.

Io Speranza che me la cavo, terzo grado al ministro. Per il ministero della Salute era tutto ok. Il piano Covid 19 per il potenziamento della rete ospedaliera di emergenza della Regione Calabria era stato portato a termine. Come il ministro anche il commissario Arcuri sapeva, ma nessuno in estate ha vigilato. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. Per il ministero della Salute era tutto ok. Il piano Covid 19 per il potenziamento della rete ospedaliera di emergenza della Regione Calabria era stato portato a termine. Adottato in base all’art.2 del Dl 34 2020 dall’ente locale il 18 luglio scorso. Integrato il 3 luglio con tanto di timbro del dicastero guidato da Roberto Speranza. Il 13 luglio era stato poi inviato al commissario Domenico Arcuri.  Anche lui sapeva, era stato messo al corrente. Ma nessuno dei due, nei giorni dell’afa e del solleone, mentre le spiagge iniziavano ad affollarsi, i deejay in discoteca si scaldavano i pollici, si era preso la briga di vigilare, di verificare per capire come stessero realmente le cose in una regione drammaticamente commissariata dalla a alla zeta. Se si stesse attrezzando, se le dotazioni di terapia intensiva si stessero incrementando, i reparti ampliando, se quel signore che aveva dismesso la divisa avesse adottato i piani anti-pandemia o se almeno sapesse di cosa si stava parlando.  Quasi che quel motto “fedeli nei secoli” si potesse applicare a scatola chiusa anche all’ex comandante dell’Arma, quel Saverio Cotticelli, commissario straordinario «a sua insaputa», verrebbe da dire, visto il modo in cui ha apertamente ammesso dinanzi alle telecamere di Rai3 di non sapere neanche il numero di terapie intensive disponibili sul suo territorio.

LA BUFERA SULLA CATENA DI COMANDO. LA GRANATO: SI DIMETTANO. Il primo scossone ha fatto cascare dall’albero l’ex commissario dimissionario mostrandone tutta l’approssimazione e l’inadeguatezza. Il secondo minaccia le radici e il tronco, rischia di investire in ordine gerarchico tutta la catena di comando. A partire dal tandem Speranza-Arcuri.  Con l’aggravante per il ministro di aver commesso un secondo errore: la scelta del sostituto, Giuseppe Zuccatelli. «Se per Speranza prima di prendere una decisione affrettata è giusto fare una pausa di riflessione – attacca Bianca Granato, senatrice calabrese del M5S – non può dirsi altrettanto per il commissario Arcuri e per Zuccatelli. Dinanzi al ripetersi di omissioni e ritardi non ci sono più giustificazioni che tengano. Dimissioni immediate del primo e dimissioni spontanee del secondo. Per noi calabresi la nomina di Zuccatelli è un affronto. Ci dispiace – riprende la senatrice – che in questo momento sia malato di Covid, per noi resta una scelta inopportuna. Stiamo parlando di un personaggio molto discutibile. Va revocato prima dell’entrata in vigore del nuovo decreto che cambierà l’assetto dell’ufficio commissariale introducendo un secondo subcommissario».

AL MINISTRO ERA STATA INVIATA UNA NOTA PER FERMARE LA NOMINA. Che si sia trattato di uno scivolone del ministro Speranza è ormai di tutta evidenza. Il suo tentativo di giustificare Zuccatelli («ho guardato solo al suo curriculum, non andrei a vedere il passo falso sulle mascherine…») è apparso goffo. Rischia di coinvolgerlo ancora di più portandoli entrambi a fondo. Nel M5S si è alzato un fuoco di fila. L’obiettivo dei pentastellati era lanciare un S.O.S Al fondatore di Emergency Gino Strada. «Il ministro non può non rispondere di questa nomina – alza il tiro la senatrice Bianca Granato – due giorni prima che lui indicasse il sostituto di Conticelli gli avevamo inviato le nostre osservazioni. Dalla questione dei tamponi all’Asp di Cosenza, alla gestione dei pazienti di Villa Torano. Non può dirci che non sapeva». Persino i vescovi calabresi non avevano gradito la nomina del nuovo commissario. Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, non c’è andato leggero. Zona rossa e avvicendamento dei due improponibili commissari «dimostrano non soltanto la totale inadeguatezza del sistema sanitario regionale, ma la mancanza di senso di responsabilità che la seconda ondata ha definitivamente e inequivocabilmente palesato”. Stiamo parlando di una situazione già collassata. Basti pensare che per 4 anni consecutivi il commissario ad acta Massimo Scura, un ingegnere indagato insieme al suo subcommissario Andrea Urbani – che per 9 anni avrebbe percepito compensi aggiuntivi che non gli spettavano – non è riuscito a presentare i bilanci. Di questo stiamo parlando. Per anni chi ha tenuto in piedi la parte tecnica è stata Maria Crocco, la subcommissaria che nel fuorionda tv rimprovera il povero Cotticelli di non essersi preparato all’intervista, diventando il caso mediatico del momento. Al ministro Speranza, uno dei leader di Articolo 1, ex capogruppo Dem alla Camera, non vengono risparmiate critiche. Ed è già iniziata la caccia al colpevole. Chi ha voluto Zuccatelli, il padre del sistema sanitario emiliano romagnolo? Chi se non il duo Vasco Errani-Pierluigi Bersani, suoi sponsor da sempre, avrebbero caldeggiato la sua nomina?  «Giudichiamolo dai risultati», è stata la difesa d’ufficio del ministro. Troppo flebile, però, per arginare la rivolta scoppiata nel Pd, capeggiata a livello locale dal sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà.

IL METODO CASALINO: FUOCO SUI MINISTRI PER SALVARE IL PREMIER. I bersaniani che avrebbero voluto esportare il modello emiliano in Italia e nel mondo si sfilano. Per loro il ministro ha scelto autonomamente e in base al Cv, quello di Zuccatelli «parla da solo», fanno sapere senza esporsi in prima persona. A difendere il ministro pugliese sono in pochi. Tra questi Michele Anzaldi. «Questo governo ancora una volta ha dimostrato tutta a sua inadeguatezza – commenta il deputato di Italia Viva – ma prendersela con Speranza non ha molto senso. È uno dei pochi a coltivare ideali autentici e non può essere diventato all’improvviso il capro espiatorio». «Non vorrei – prosegue Anzaldi – che fosse un effetto del metodo-Rocco Casalino (portavoce del premier Conte, n.d.r.) – quando le cose si mettono male si mandano avanti i ministri. Quando invece c’è da rivendicare qualche raro successo ecco che sì fa bello il presidente del Consiglio. È un metodo che ormai conosciamo bene». Negli ambienti di Articolo 1 si lascia intendere intanto che il video incriminato, quello che inchioda Zuccatelli, sia stato innescato tipo ordigno ad orologeria. Preparato perché esplodesse al momento opportuno, in perfetta sincronia con la nomina. Filmato il 27 maggio scorso, scaricato solo tre giorni fa da Facebook e diffuso sul web da un collettivo femminista di Cosenza. Tutte le attività produttive avevano riaperto i consultori continuavano a rimanere chiusi. Gli operatori sanitari non avevano i dispositivi di protezione individuale per visitare i pazienti e le strutture sanitarie non erano state igienizzate. Il 3 giugno, ovvero 5 giorni dopo, il manager di Cesena che aveva promesso di risolvere in poche ore il problema si dimise dall’incarico. Insomma, sostengono le femministe cosentine, quel video non fu una voce dal sen fuggita, un trappolone riproposto ora per allora per far fuori l’ex commissario, ma fu autorizzato «come possono testimoniare alcuni agenti della Digos presenti all’incontro.» Ma la resa dei conti è solo iniziata.

Sanità in Calabria, le infinite verità. Il ministro D'Incà: «Cotticelli aveva approvato il piano Covid». Saverio Puccio su Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. L’ormai ex commissario Saverio Cotticelli aveva approvato il Piano di riorganizzazione della rete ospedaliera per l’emergenza COVID-19 in Calabria che era stato successivamente deliberato anche dal ministero della Salute, ma la gestione commissariale aveva comunque evidenziato altre criticità. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, ha fatto chiarezza sulla gestione Cotticelli nel corso del question time alla Camera, confermando alcune tesi espresse dall’ex generale dei carabinieri ed evidenziando alcune difficoltà del sistema commissariale. Il ministro ha sottolineato che il Piano «è stato adottato dalla struttura commissariale» guidata da Saverio Cotticelli, «con decreto del Commissario ad acta n. 9. del 18 giugno 2020. Il piano è stato quindi approvato dal Ministero della salute il 3 luglio 2020 e trasmesso al Commissario straordinario per l’emergenza il successivo 6 luglio». «Il Piano – ha aggiunto – prevede, rispetto alla dotazione iniziale di posti letto di terapia intensiva, un incremento di 134 posti letto, nel rispetto dello standard previsto dal decreto-legge n. 34 del 2020 (0,14 posti letto per 1.000 abitanti)». Nel ripercorrere gli atti relativi alla nomina di Cotticelli, D’Incà ha aggiunto che la «conferma del commissario Cotticelli, ricordo che lo stesso è stato nominato nel dicembre 2018 e confermato, in occasione della sostituzione del relativo sub-commissario, nel luglio 2019». Il ministro ha, quindi, rappresentato le prospettive che derivano dal nuovo “Decreto Calabria”: «Il decreto-legge recante misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria, presentato ieri alla Camera ha come obiettivo principale rialzare in modo adeguato i livelli essenziali di assistenza». Tra le principali finalità del decreto elencate da D’Incà in Aula, anche quella di «prevedere un fondo di solidarietà di 60 milioni di euro per tre anni per ridurre il debito della sanità calabrese». Per il ministro, la «gestione dell’emergenza sanitaria in Calabria è priorità per l’azione del governo, mentre «Quanto all’attività della struttura commissariale, ferma restando la situazione di squilibrio economico e finanziario della regione Calabria, si osserva che il monitoraggio effettuato a maggio 2020 nel competente tavolo tecnico, con riferimento all’ultimo trimestre 2019, ha presentato un disavanzo dopo il conferimento delle coperture pari a 10 milioni di euro e un disavanzo prima del conferimento delle coperture pari a 116,172 milioni di euro. Nel tavolo tecnico di verifica di ottobre 2020 sono emerse criticità derivanti dall’inesigibilità di un credito in seguito a una sentenza della Corte di Cassazione. L’impossibilità di riprodurre questa posta positiva in bilancio, unitamente ad altre poste, ha determinato un disavanzo di circa 104 milioni di euro». Inoltre, per il ministro, l’erogazione dei Lea «numericamente non ha raggiunto la sufficienza». Dati che, secondo l’ex commissario Cotticelli, sarebbero stati falsati dal mancato caricamento dei numeri da parte delle singole Aziende sanitarie (LEGGI LA DIFESA DI COTTICELLI). Un vero e proprio “complotto”, secondo l’ex commissario, che non ha escluso il ricorso alla magistratura con una denuncia rispetto a quanto accaduto.

SUDISMI - Se il centralismo è quello visto in Calabria nasce il dubbio che la cura sia peggiore del male. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 10 novembre 2020. L’episodio del commissariamento della sanità calabra, che risale a 10 anni fa, diminuisce la forza della teoria dell’esigenza di meno federalismo e più centralismo. Molti sono convinti che il Mezzogiorno abbia bisogno di essere in alcuni casi maggiormente guidato dal Governo centrale, con una sostituzione di poteri, nel caso le Regioni non fossero in grado di adempiere alle loro funzioni. Ma, se lo Stato interviene nel modo in cui l’ha fatto in Calabria, allora in tanti nasce il dubbio che la cura sia peggiore del male. La povera Jole Santelli aveva denunciato: “Siamo vittime da anni di un commissariamento governativo che, improntato esclusivamente a logiche meramente ragionieristiche, ha distrutto la sanità calabrese” aveva tuonato. La critica al titolo V della costituzione, che introduce le autonomie regionali e che ha portato alla messa in discussione della catena di comando, che ha visto recentemente scatenare la babele decisionale tra Regioni e Stato e che ha trovato molti consensi, rischia di essere sepolta da una incapacità di azione non tollerabile. È così chiaro che in settori fondamentali del Paese, come la sanità, l’istruzione e l’infrastrutturazione non ci possano essere grandi autonomie, perché si rischia di avere 20 realtà differenti, ed in molti hanno richiesto il cambiamento di tale assetto istituzionale.

CONFLITTO DI POTERE. La clausola di supremazia viene richiesta per evitare che non si sappia, sopratutto nell’emergenza, chi debba intervenire. Probabilmente, essendo il Paese diviso in due parti completante diverse, l’effetto di norme simili potrebbero avere risultati differenti, perché chi è più avvertito potrebbe non subire commissariamenti come avverrebbe invece a chi non riesce a gestire in modo adeguato. Quindi probabilmente il cambiamento richiesto potrebbe essere accettato anche dalle Regioni settentrionali che, ritenendosi più brave, invece chiedono di avere più autonomia. Ovviamente tutto a patto che i diritti di cittadinanza vengano garantiti a tutti e che la spesa pro capite sia uguale in tutti i territori. Ci sarà tempo per mettersi d’accordo di quale spesa pro capite si tratti, considerato che in molti per esempio non vogliono che in tale spesa venga inserita quella delle imprese pubbliche, alcune quotate, che non dovrebbero avere l’obiettivo della redistribuzione ma solo quello di fare utili. Per la spesa previdenziale non dovrebbe essere inserita perché corrispettivo di contributi versati, dimenticando che molta parte riguarda le pensioni calcolate con il metodo retributivo e che quindi gravano sulla fiscalità generale. Ma andiamo con ordine: alcuni anni fa la sanità calabra viene commissariata perché spende troppo e male, non raggiungendo gli obiettivi che dovrebbe perseguire. Come è previsto dalla normativa nazionale, viene nominato dal Conte 1 e confermato dal Conte 2 un commissario che si dimette giorni fa perché non “ricorda” che l’emergenza Covid è di sua competenza. Per cui la Calabria, pur avendo un rapporto di contagiati su popolazione che è il più basso del Paese, 18.44 su 100.000 abitanti, viene inserita, giustamente per l’andamento degli altri 20 indicatori, tra le zone rosse come il Piemonte che invece ha un indice di contagiati su popolazione di 89.16. Si interviene tempestivamente nominando un altro commissario dopo le dimissioni del primo, vicino a Leu e gradito al ministro Speranza. Nulla da ridire se avessero scelto un uomo vicino al partito, ma con competenza manageriale consolidata da un curriculum di eccellenza. Invece scelgono un uomo di Cesena, che scende in Calabria, non in aereo o in treno, ma con la macchina con l’autista, che dimostra tutta la sua protervia ed incapacità in un video semi negazionista, fatto quando l’epidemia era già in uno stadio maturo.

TRE MILIONI DI POSTI. Ed allora se questi sono i criteri di selezione, cioè quello dell’appartenenza, per cui “un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene” allora non c’è centralismo che ci può salvare. Per cui non è l’assetto istituzionale che diventa importante ma il modo in cui si gestisce la cosa pubblica. Il vero cambiamento che serve al Paese è quello di rimettere al centro il merito e la competenza, dopo la notte buia dell’uno vale uno, che tanto danni ha fatto. Se le scelte sono fatte sulla base dell’appartenenza, se la democrazia in una parte è sospesa perché una classe dominante estrattiva ha preso il sopravvento piegando ai propri interessi la democrazia con un gigantesco voto di scambio, favorito dal bisogno estremo di un territorio che avrebbe bisogno di un saldo occupazionale di 3 milioni di posti di lavoro, mentre una parte quella Nord cerca di sottrarre al territorio più risorse possibili, approfittando della maggiore capacità di essere sul pezzo, gestendo nella conferenza delle Regioni a proprio favore la distribuzione delle risorse, allora il nostro Paese non può salvarsi. Il Covid è l’occasione per una riflessione più ampia e per il recupero di competenze e professionalità, sia in termini politici che tecnici. Il dubbio che tutto ciò possa non avvenire però è legittimo.

(ANSA il 10 novembre 2020) - Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sentito il fondatore di Emergency Gino Strada. Lo confermano fonti di Palazzo Chigi. Il nome di Gino Strada è stato proposto da esponenti del Movimento 5 stelle e dalle Sardine per la sanità in Calabria, dopo il caso emerso attorno alla nomina di Giuseppe Zuccatelli a commissario della sanità regionale.

Ilario Lombardo per lastampa.it il 10 novembre 2020. Calabria, il tutto è successo in 48 ore. Conte II ha mandato a casa un commissario straordinario alla Salute nominato dal Conte I inadatto a completare un piano anti-Covid, ne ha nominato un altro, Giuseppe Zuccatelli, che la sinistra considera un fuoriclasse, ma che invece di infilarsi la mascherina in bocca, a maggio sosteneva che non servisse «a un cazzo». Poi è arrivato il M5S, partito che con la Lega aveva promosso il primo commissario, e ha detto: «Meglio Gino Strada», con un pezzettino di sinistra a ruota e la benedizione dell' ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Conte contro Conte. Maggioranza contro maggioranza. Il premier e il ministro Speranza congelati nell' imbarazzo, sperando che svanisca presto. Tutto in 48 ore. Mentre dopo 15 anni di commissariamento la Calabria ha ancora una Sanità che non è degna di chiamarsi tale.

Da adnkronos.com l'11 novembre 2020. "Cosa c'entra Gino Strada? La Calabria è una regione dell'Italia, non abbiamo bisogno di missionari. Abbiamo fior di professori, si cerchi qui chi deve occuparsi della sanità calabrese, non abbiamo bisogno di essere schiavizzati". Così Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Regione Calabria, ospite di Tagadà su La7, ha risposto a una domanda sull'ipotesi del coinvolgimento di Gino Strada, il fondatore di Emergency, nella struttura commissariale della sanità calabrese. "Basta, è una vergogna alla quale il governo deve mettere fine - ha aggiunto Spirlì - non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo. Men che meno del professore Strada".

(ANSA l'11 novembre 2020) - "Ci sono state interlocuzioni, non con me direttamente". Così Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute, a proposito di Gino Strada e le voci di una sua possibile nomina a commissario alla sanità calabrese. Intervenuto poco fa in diretta nel programma di Raiuno "Oggi è un altro giorno", Sileri ha aggiunto: "Giuseppe Zuccatelli ha fatto un passo falso, anzi ha detto una scemenza, ma ha un curriculum valido: lasciamolo lavorare in santa pace. È importante girare pagina. Ognuno di noi oggi è calabrese, ci aspettiamo un netto miglioramento della situazione".

Sanità, Spirlì boccia Gino Strada: «Non abbiamo bisogno di lui, ci sono tanti calabresi». Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. Il nome di Gino Strada, medico e fondatore di Emergency, come componente dell’ufficio del commissario per la sanità calabrese non piace al presidente Nino Spirlì. L’idea era stata avanzata anche dal presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ma respinta dal governatore facente funzioni: «Ma cosa c’entra Gino Strada. La Calabria è una regione dell’Italia, non abbiamo bisogno di medici missionari africani, non ne abbiamo necessità». Una dura presa di posizione da parte di Spirlì, intervistato a Tagada su La7: «Abbiamo bisogno che in Calabria, dove ci sono fior di professori, si cerchi qui chi si deve occupare della sanità calabrese. Non abbiamo bisogno di essere schiavizzati nella nostra sanità. Ora basta – ha aggiunto – è una vergogna a cui il governo deve mettere fine. Non abbiamo bisogno di geni che vengono dalle altre parti del mondo men che meno del professore Strada».

IL COMMISSARIO CHE NON È STATO. Il caso Calabria dimostra che il Governo non riesce a agire pur avendo tutti i poteri. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud l'11 novembre 2020. Perché Speranza e Arcuri non hanno vigilato su nulla? Perché soprattutto non fanno niente? Che cosa impedisce loro di chiamare a raccolta l’esercito e il personale medico e di fare loro un ospedale da campo in Calabria? Che cosa impedisce di mandare gli anestesisti e i rianimatori che mancano? Bisogna dimostrare che lo Stato in Italia c’è, che dà i soldi che servono per comprare le terapie intensive e rimborsare le perdite per salvare le aziende. Presidente Conte, bisogna agire subito altrimenti la situazione sfugge di mano. Errare è umano, perseverare è diabolico. Non solo non c’è stata la revoca dell’incarico a Arcuri di commissario per l’emergenza sanitaria ma addirittura si raddoppia con quella per la gestione del trasporto e della logistica dei vaccini. Siamo più vicini all’incoscienza che all’ irresponsabilità perché è sotto gli occhi di tutti che quella struttura commissariale non funziona e nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi complica, non facilita le cose. Abbiamo la netta sensazione che la Presidenza del Consiglio non abbia la piena consapevolezza che oggi la questione sanitaria della Calabria è molto più importante della sua dimensione territoriale perché è il luogo dove si dimostra che il Governo non riesce a agire pur avendo tutti i poteri. Speranza nomina un commissario a nostro avviso sbagliato dopo che chi lo ha preceduto ne aveva nominato uno ancora più inadeguato, ma oggi Speranza e il suo commissario per l’emergenza sanitaria Arcuri potrebbero fare tutto da soli. Invece non hanno visto niente. Non hanno vigilato su nulla. Soprattutto non fanno niente. Che cosa impedisce loro di chiamare a raccolta l’esercito e il personale medico e di fare loro un ospedale da campo in Calabria? È così difficile capire che qui bisogna agire subito e dare segnali concreti altrimenti la situazione sfugge di mano? A volte i problemi si risolvono da soli, Presidente Conte, e la sua indole la spinge a lasciare decantare le situazioni, ma in questo caso i problemi sono destinati a aggravarsi e a esplodere in modo deflagrante in tempi strettissimi. Questo giornale ha sempre difeso la responsabilità nazionale rispetto allo strapotere delle Regioni con i suoi Capetti del Centro-Nord che operano come Capi di Stato ombra e hanno anche il vizio di prelevare alla fonte risorse pubbliche che toccano alle Regioni del Mezzogiorno distorcendo la spesa sociale e infrastrutturale e minando così dalle fondamenta coesione e competitività del Paese. Proprio per questo riteniamo di essere titolati ad avvisarla che se il suo Governo fallisce in Calabria non ha più titolo a ambire a quel ruolo nazionale di guida e di gestione che invece noi valutiamo fondamentale per riunire le due Italie e tornare a dire la nostra tra i Grandi del mondo. Qui, non altrove, il Governo deve dimostrare che se c’è lo Stato la musica cambia. Se in Cina fanno un ospedale da campo in tre settimane che cosa impedisce di farlo anche noi? Che cosa impedisce di mandare in Calabria gli anestesisti e i rianimatori che mancano? Bisogna dimostrare che lo Stato in Italia c’è, è forte e dà i soldi che servono per comprare le terapie intensive e salvare vite umane, ma anche per salvare le aziende altrimenti il danno certo post Pandemia è quello di un deserto industriale. Condivida con l’opposizione e faccia uno scostamento di bilancio, ma per fare cose serie che è poi essenzialmente una. Prendere il fatturato e rimborsare al 50/75% la perdita sul conto corrente dell’impresa che avete chiuso. Si tratta di fare cose semplici non di fantasia alla Gualtieri che è costretto a rifare la manovra smentendo i suoi numeri venti giorni dopo averli raccontati a tutti con un’enfasi fuori dal mondo. Se ne è accorto perfino Crozza che abbiamo conosciuto il primo ministro dell’Economia che racconta barzellette sui numeri della finanza pubblica. Non ne possiamo più di questo Paese Arlecchino così miope e incapace che neppure nei giorni del nuovo ’29 scopre ragioni di solidarietà, ma vuole addirittura riproporre alleanze tra Regioni ricche del Nord-Est, le quali Regioni tutte e, cioè, ricche e povere fanno uno scaricabarile con il Governo avendo come bussola non le vite umane da salvare ma il proprio gradimento. Vogliono sempre che le scelte impopolari le faccia il Governo e quelle popolari invece loro. Se, però, l’alternativa a ciò è un ministro della Salute che sbaglia tutto e non chiede mai scusa o un commissario per l’emergenza che in otto mesi riesce a fare sei, dico sei, nuove terapie intensive mentre ne servirebbero centinaia e che addirittura non si rende conto che il soggetto attuatore neppure sa di dovere attuare qualcosa, allora siamo messi davvero male. Presidente Conte, prima pone fine a questa farsa meglio è anche perché la polveriera calabrese è già esplosa ma ora può deflagrare in un modo incontrollato. Non c’è un solo sindaco della Calabria che non chieda l’azzeramento del debito sanitario calabrese e che non può non notare che prima del commissariamento il buco era di cento milioni, ma che dopo dieci anni è tale e quale con l’aggiunta di altri due miliardi di debiti nuovi. Questo senza considerare che il debito ricevuto in eredità è anche figlio di finanziamenti alla sanità calabrese e, in genere, del Mezzogiorno indebitamente ridotti a favore delle Regioni del Nord. Per fare questa operazione verità servono uomini di governo e di macchina di ben altra tempra. Perché bisogna fare le cose e bisogna evitare che la sanità calabrese ritorni a essere sotto qualsiasi forma la greppia di intessi criminali e massonici. Non lo meritano le donne e gli uomini della Calabria che hanno fame di ospedali e lavoro. Che sono già molto arrabbiati ma lo diventeranno ancora di più se si continuerà con questo andazzo scandaloso. Il ministro degli Esteri Di Maio e vero Capo dei 5Stelle chiede, in un’intervista al nostro giornale che pubblichiamo oggi, che il governo ascolti il Sud perché il Sud non può essere abbandonato. Siamo contenti della sensibilità rispetto al tema che è decisivo per il Paese intero, ma deve essere chiaro a tutti che senza un’autocritica esplicita su una politica assistenziale che ha fallito e senza un cambiamento in corsa della macchina pubblica e degli uomini che la guidano l’ascolto non può produrre nulla di buono. Servono risposte concrete nell’immediato per non essere travolti dalla protesta sociale e, subito dopo, una nuova architettura istituzionale che restituisca allo Stato il ruolo e i poteri che permettono di coniugare strategia e operatività. Serve l’esatto contrario di quello che hanno fatto Speranza e Arcuri in Calabria. 

(LaPresse il 16 novembre 2020.) - Al professor Eugenio Gaudio, Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", di origine cosentine, è stato affidato l'incarico di nuovo Commissario alla Sanità della Regione Calabria. Lo si apprende da fonti di palazzo Chigi. Gino Strada ha confermato la disponibilità a far parte della squadra, anche con una delega speciale, che in Calabria sta fronteggiando le criticità dell'attuale emergenza sanitaria. "Due nomi autorevoli che possono aiutare la sanità calabrese a ripartire", continuano le stesse fonti. Calabria, Zuccatelli: Torno a fare il pensionato. "In questo momento sono un pensionato quindi ora torno a leggere le cose che mi piacciono e faccio il pensionato". Lo dice a Rainews24 Giuseppe Zuccatelli, commissario straordinario per la sanità in Calabria che oggi ha rassegnato le sue dimissioni dopo una 'gaffe' sull'uso delle mascherine.

Gaudio commissario alla sanità in Calabria. Strada delega speciale. Notizie.it il 16/11/2020. Eugenio Gaudio è il nuovo commissario alla sanità in Calabria. A Gino Strada è stata affidata la delega speciale. Due nomi autorevoli inizieranno a far fronte all’emergenza sanitaria che sta affrontando la Calabria. Eugenio Gaudio è il nuovo commissario alla sanità. A Gino Strada è stata affidata la delega speciale. Lo si apprende da fonti autorevoli di Palazzo Chigi. Eugenio Gaudio è stato chiamato per ricoprire il ruolo di Commissario alla Sanità. Gino Strada ha confermato la possibilità di far parte della squadra con delega speciale. Si tratta di due nomi di eccellenza che potrebbero risollevare le sorti della Calabria. Gino Strada è noto e tutti associano da decenni il suo nome all’associazione Emergency, ma chi è Eugenio Gaudio? Laureato in Medicina e Chirurgia alla facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma, ha ricoperto per un periodo il ruolo di ricercatore di Anatomia Umana sempre alla Sapienza. Dal 2000 ricopre il ruolo di docente di Anatomia Umana alla Sapienza. Dal 2014 al 2020 è stato il Rettore dell’Università alla Sapienza. Ha curato inoltre diversi libri accademici.

Le parole di Gino Strada. Nella serata di domenica 15 novembre Gino Strada si è espresso a proposito della proposta che il Governo gli ha fatto di potersi impegnare per l’emergenza sanitaria in Calabria. Ha anche tuttavia precisato che nonostante i colloqui con il Governo non gli sarebbe stata ancora avanzata nessuna proposta formale, non mancando tuttavia il supporto alla Calabria dove con Emergency ha lavorato molto. ” Una settimana fa ho ricevuto la richiesta da parte del Governo di impegnarmi in prima persona per l’emergenza sanitaria in Calabria. Ho chiesto alcuni chiarimenti sul mandato e sulle modalità di lavoro, ponendo una condizione fondamentale: non sono disponibile a fare il candidato di facciata né a rappresentare una parte politica, ma metterei a disposizione la mia esperienza solo se ci fossero la volontà e le premesse per un reale cambiamento. Ho sentito qualche commentatore dire che – dopo tanti giorni – dovrei “decidere se accettare o meno l’incarico”. Non sono in questa condizione perché dopo quei primi colloqui non mi è stata fatta alcuna proposta formale. Sia chiaro: non ho nulla da recriminare nei confronti del governo che ha ovviamente facoltà di scegliere il candidato che ritiene più adatto a questo incarico. Non voglio però neanche alimentare l’equivoco di una mia indecisione: da medico, ritengo che in un momento di grave emergenza sanitaria per il nostro Paese, tutti debbano dare una mano e con questo spirito avevo messo a disposizione il lavoro mio e di EMERGENCY che già opera da 15 anni in molte regioni italiane, Calabria inclusa. Nel frastuono delle tante voci di questi giorni, ho avuto anche l’occasione di sentire la fiducia e la voglia di fare di tanti cittadini, calabresi e non, infermieri e medici e rappresentanti delle istituzioni, che ringrazio per il sostegno e per l’apprezzamento che hanno dimostrato per il lavoro mio e di EMERGENCY”.

Eugenio Gaudio indagato. Nel frattempo la nomina di Eugenio Gaudio potrebbe essere a rischio. Il Neocommissario alla sanità in Calabria sarebbe indagato per concorso in turbativa dalla Procura di Catania in un’inchiesta del 2019 sui concorsi truccati all’Università. Stando a quanto riporta il quotidiano Domani Gaudio sarebbe stato indagato e al momento sembrerebbe che si possa procedere con l’archiviazione. Ad oggi la richiesta dovrebbe essere ancora approvata. Sarebbero diversi i professori coinvolti negli atenei di tutta Italia.

Strada, il tandem Gaudio non esiste.

In seguito alla notizia che vedrebbero Gaudio commissario alla sanità in Calabria, Gino Strada è tornato a parlare del tandem che lo vedrebbero insieme a quest’ultimo, dichiarando che si tratta di un’accoppiata che semplicemente non esiste. Per quanto riguarda l’incarico che gli sarebbe stato dato con delega speciale Gino Strada parla chiaro parlando che ancora non sono stati definiti i termini di tale collaborazione con il Governo specificando: “Ribadisco di aver dato al Presidente del Consiglio la mia disponibilità a dare una mano in Calabria, ma dobbiamo ancora definire per che cosa e in quali termini”. Strada ha poi proseguito dichiarando di come questa situazione in divenire lo stia mettendo a disagio: “Sono abituato a comunicare quando faccio le cose – a volte anche dopo averle fatte – quindi mi trovo a disagio in una situazione in cui si parla di qualcosa ancora da definire. Ringrazio il Governo per la fiducia e rinnovo la disponibilità a discutere di un possibile coinvolgimento mio e di EMERGENCY su progetti concreti per l’emergenza sanitaria che siano di aiuto ai cittadini calabresi”.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia per editorialedomani.it il 16 novembre 2020. Il nuovo commissario per la sanità calabrese Eugenio Gaudio è ancora indagato a Catania nell’ambito dell’inchiesta sull’università. Gaudio aveva ricevuto l’avviso di conclusione indagine e subito dopo era stato interrogato. La sua versione dei fatti sull’accusa che gli contestano i magistrati ha convinto questi ultimi, spiegano fonti della procura. La maledizione dei commissari alla sanità in Calabria continua. Il governo e il ministro competente, Roberto Speranza, sono riusciti in meno di dieci giorni a sbagliarne due, ma anche la terza nomina presenta una criticità. Dopo l’addio del generale Saverio Cotticelli, le dimissioni di Giuseppe Zuccatelli, il governo ha nominato un indagato: Gaudio, rettore uscente dell’università La Sapienza di Roma. Sarà affiancato, nel ruolo di supporto, da Gino Strada, fondatore di Emergency. L’inchiesta nella quale è coinvolto Gaudio è quella relativa ai concorsi truccati. Nel 2019 l’indagine della Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, ha travolto il mondo universitario etneo, coinvolgendo 66 persone, per alcune sono scattate le misure cautelari. In questa indagine Gaudio è indagato per alcune telefonate nelle quali parlavano di lui, il reato è il concorso in turbativa. Precisiamo che per la sua posizione è arrivato l’avviso delle conclusioni delle indagini, Gaudio si è fatto interrogare e, spiegano fonti autorevoli, la sua difesa ha fatto riflettere gli inquirenti che al momento propendono per una richiesta di archiviazione nei suoi confronti. Anche il suo avvocato difensore ha dichiarato di avere «buoni motivi per ritenere imminente l’archiviazione». Tuttavia ancora non è stata fatta e deve comunque passare al vaglio di un giudice, che dovrà condividere o meno l’eventuale richiesta di archiviazione della procura di Catania.

Calabria, il neo commissario Gaudio indagato dalla procura di Catania. Gaudio è indagato dalla procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta sui concorsi truccati all'università. Federico Giuliani, Lunedì 16/11/2020 su Il Giornale. Pronti, via: neanche il tempo di essere scelto dal governo come nuovo commissario alla Sanità in Calabria che Eugenio Gaudio è subito finito nell'occhio del ciclone. Gaudio è infatti indagato dalla Procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta sui concorsi truccati all'università. Secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, l'ex rettore dell'Università La Sapienza di Roma aveva ricevuto l'avviso di conclusione indagine e subito dopo era stato interrogato. Dunque, in meno di dieci giorni, il ministro competente, Roberto Speranza, e l'esecutivo sono riusciti a mettere sul tavolo tre nomine collegate ad altrettante criticità. L'inchiesta nella quale è coinvolto Gaudio è stata avviata nel 2019 dal Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro e dalla pm Raffaella Vinciguerra. Sono 66 le persone coinvolte tra cui molti esponenti del mondo universitario etneo. "In questa indagine Gaudio è indagato per alcune telefonate nelle quali parlavano di lui, il reato è il concorso in turbativa", si legge su Domani.

Le indagini e l'inchiesta. Sembra che per la sua posizione sia in arrivo l'avviso delle conclusioni delle indagini. "Gaudio si è fatto interrogare e, spiegano fonti autorevoli, la sua difesa ha fatto riflettere gli inquirenti che al momento propendono per una richiesta di archiviazione nei suoi confronti", scrive ancora il quotidiano. In ogni caso la suddetta richiesta di archiviazione non è ancora stata fatta e deve prima passare al vaglio di un giudice, chiamato a condividere o meno l'eventuale archiviazione della procura di Catania. Gaudio dovrebbe essere affiancato, nel ruolo di supporto, dal fondatore di Emergency, Gino Strada. Profilo, quest'ultimo particolarmente gradito al Movimento 5 Stelle. Strada ha tuttavia ribadito di "aver dato al Presidente del Consiglio la mia disponibilità a dare una mano in Calabria, ma dobbiamo ancora definire per che cosa e in quali termini". In ogni caso il neo commissario è indagato per alcune telefonate nelle quali parlavano di lui. Il reato è concorso in turbativa. Ricapitolando, la Regione Calabria ha visto evaporare come neve al sole prima Saverio Cotticelli poi Giuseppe Zucatelli. Ricordiamo che Cotticelli si è dimesso dopo l'intervista a Titolo V mentre Zucatelli, chiamato a sostituire il collega, ha fatto altrettanto dopo la bufera che lo ha coinvolto nei giorni scorsi, legata a un video in cui definiva inutili le mascherine. Adesso è la volta di Gaudio.

Strada: "Tandem con Gaudio non esiste". Abbiamo parlato di Gino Strada. Ebbene, il fondatore di Emergency ha dichiarato che, nonostante la disponibilità data al governo, non esiste ancora alcun tandem con Gaudio. "Apprendo dai media che ci sarebbe un tandem Gaudio-Strada a guidare la sanità in Calabria. Questo tandem semplicemente non esiste. Sono abituato a comunicare quando faccio le cose - a volte anche dopo averle fatte - quindi mi trovo a disagio in una situazione in cui si parla di qualcosa ancora da definire", ha scritto lo stesso Strada su Facebook, rinnovando la disponibilità a discutere "di un possibile coinvolgimento mio e di Emergency su progetti concreti per l'emergenza sanitaria che siano di aiuto ai cittadini calabresi". Nel frattempo la Lega ha attaccato l'esecutivo per l'ennesimo pasticcio. Emblematiche le parole del leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato: "Hanno spalancato i porti ai clandestini, adesso nominano Gino Strada, la prossima volta daranno un incarico anche alla figlia di Strada oppure a Carola Rackete? Sul ponte dello Stretto non sventola più la bandiera bianca di Battiato ma quella rossa di Conte e dei Cinque Stelle". "La nomina di Gino Strada in Calabria - ha aggiunto Calderoli - certifica che la deriva dei Cinque Stelle e del loro premier Conte verso una sinistra, non solo quella di Leu, sempre più rossa ed estrema sta assumendo una deriva ideologica da sinistra extraparlamentare. La scelta di Strada, scelta dei Cinque Stelle e soprattutto di Conte, è il tributo ai loro veri alleati della sinistra estrema, al ministro Speranza, a Leu e alle Sardine rosse che, finora, lo ricordiamo, non hanno mai preso un voto".

Strada e Gaudio: falce e tampone per la Calabria. Max Del Papa il 16 novembre 2020 su Nicola Porro.it. È straordinario: “La Calabria ha bisogno di Gino Strada, sia nominato oggi, subito”. Firmato Matteo Renzi aka il Bomba. E invoca uno che proviene dal ’68 movimentista. Con rottamatori così, chi ha bisogno di vecchi arnesi?, parliamo del giovane frequentatore della Ruota della Fortuna, mica dell’altro. Gira che ti rigira amore bello, i compagni post tutto ritornano alla comune, al compagnero: la sinistra riparta da Gino. La storia si ripete sempre due volte, la prima in forma di comunismo, la seconda in forma di comunismo. Il governo si vergogna di avere affidato la pubblica sanità calabrese metastizzata dalla ‘ndrangheta prima ad un generale in pensione talmente incompetente, per diretta ammissione, da arrivare a dire: mah, non so più niente, mi avranno drogato; poi ad un successore al di là del negazionismo, per prendere il Covid bisogna infilarsi la lingua in gola per un quarto d’ora. Oltre la tragedia e oltre la farsa. Conte se li sceglie col lanternino e alla terza opzione le lanterne son rosse fuoco, non si risolverà niente in Calabria ma forse si risolve qualcosa a Roma, palazzo Chigi, dove il puntello del Pd scricchiola sempre più. Ma il santo Emergencyale da solo non basta e gli affiancano un rettore, quello della Sapienza: da Gino a Eugenio, breve è la Strada che conduce al Gaudio, cosentino verace, medico pregno di riconoscimenti plurimi e ideologicamente impeccabili: fra i tanti, un attestato delizioso: insignito il 1 novembre 2019 a Wuhan, presso la Zhongnan University of Economics and Law, del prestigioso Honorary Doctoral Degree in Economics and Law dal Governo della Repubblica popolare cinese. Cioè ha preso un premio a Wuhan, terra d’origine del Covid, esattamente quando il Covid fuggiva dai laboratori degli apprendisti stregone. Che vuoi di più dalla vita? Un Lucano (Mimmo, inventore del prodigioso modello Riace, ispirato a sicura dissipazione)? Tocca al dream pool mettere ordine nel gran casino calabrese e per Gino stanno esultando come un coro militare tutte le giubbe rosse sulla piazza: le varie estreme, da SeL a LeU, che son come l’araba fenice, che ci siano ciascun lo dice ma cosa facciano nessun lo sa, il sedicente riformismo progressista piddino, e poi il citato Lucano, le immancabili sardine, l’Anpi reducista, i centri sociali, le frange maduriste, il mondo antagonista, il revanscismo comunista. Forse il superpool falce & tampone (ma Strada dice che “il tandem non esiste”) schiererà pure l’immunologo Galli, altro sessantottino per sempre, quello che spinge per lockdown totali, sovietici, e vuole proibire “il superfluo”, che sarebbe tutto ciò che non piace a lui, e vuole impedire le visite ai cimiteri, che è tutta paccottiglia fideista, e vuole mettere sotto chiave anche il Natale, basta regali, cenoni, lucette, robaccia da deviazionismo borghese. Il dream team per salvare la Calabria sanitaria assomiglia alla squadra di calcio di Alberto Sordi: BorgoRosso, Rosso, Rosso… A sinistra tutti si scapigliano e si accapigliano e, essendo Arcuri imbarazzante per sicumera non giustificata, cercano di ripartire dal Red Pool. Che ironia, però, uno come Gino, sempre antagonista contro ogni potere, divisa, autorità, ritrovarsi nel ruolo di vicecommissario Strada. Come si cambia, per non cambiare, quando la realtà supera ogni fiction. Max Del Papa

In Calabria arriva Gino Strada: "Abbiamo siglato un accordo". Gino Strada ha annunciato un accordo tra Emergency e la Protezione civile, per intervenire sull'emergenza sanitaria in Calabria. Francesca Bernasconi, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. C'è un accordo di collaborazione tra la Protezione civile ed Emergency. Gino Strada, il fondatore dell'associazione, scende in campo per aiutare a rispondere all'emergenza sanitaria che sta affliggendo la Calabria, dove in pochi giorni si sono succeduti tre Commissari designati alla Sanità. Non sarà lui ad accogliere la nomina, ma l'associazione aiuterà a gestire l'emergenza. Ad annunciarlo è il medico stesso che, sul suo profilo Facebook ha confermato: "Oggi pomeriggio abbiamo definito un accordo di collaborazione tra Emergency e Protezione civile per contribuire concretamente a rispondere all'emergenza sanitaria in Calabria". I lavori inizieranno domani mattina, per mettere a punto "un progetto da far partire al più presto". Nel post, Strada ringrazia anche "il governo per la stima che ha dimostrato per il lavoro di Emergency e le tante persone che ci hanno dato fiducia, offrendo da subito il loro sostegno". "Considerando l'evoluzione della situazione epidemiologica in atto, si è ritenuto che l'Associazione Emergency possa contribuire a rispondere ad urgenti esigenze di assistenza socio-sanitaria alla popolazione, come la gestione di strutture ospedaliere campali o il supporto all'interno dei "Covid Hotel", nonchè nei punti di triage delle strutture ospedaliere", ha commentato il Dipartimento della Protezione Civile in una nota. E da domani, "l'associazione sarà attiva sul territorio". In 10 giorni, in Calabria si sono succeduti tre Commissari alla Sanità. I problemi erano iniziati a inizio novembre, con le dimissioni di Saverio Cotticelli, ritrovatosi responsabile del piano Covid per la Regione a sua insaputa. Il caos si era scatenato a causa di un'intervista andata in onda su Rai3, durante Titolo V, in cui Cotticelli si mostrava spaesato davanti alle domande del giornalista, che chiedeva il punto sulle terapie intensive in Calabria. Dopo di lui, aveva ricevuto la nomina Giuseppe Zuccatelli, ma anche in questo caso la bufera non aveva tardato ad arrivare, portata da un video in cui il neo Commissario parlava dell'inutilità delle mascherine. Successivamente, Zuccatelli aveva ammesso di aver detto "sicuramente una fesseria", precisando però che le immagini risalivano allo scorso maggio, durante la "prima fase, dove è stato detto di tutto". In molti avevano sperato nelle sue dimissioni, che erano arrivate solamente su richiesta del ministro della Salute, Roberto Speranza, secondo quanto aveva dichiarato lo stesso Zuccatelli al Corriere della Sera. A quel punto, già in molti avevano fatto il nome di Gino Strada, da Matteo Renzi, a Nicola Morra. Ma ieri, dopo le dimissioni di Zucchelli, era spuntato un altro nome, che avrebbe dovuto prendere l'incarico: si trattava di Eugenio Gaudio, il rettore uscente della Sapienza di Roma. Oggi, però. Gaudio ha dichiarato che non avrebbe accettato l'incarico offertogli dal governo: "Motivi personali me lo impediscono", ha detto a Repubblica, specificando che il motivo sarebbe legato alla volontà della moglie di non trasferirsi a Catanzaro. Così, nel giro di pochi giorni, è spuntata l'ennesima dimissione. E ora, dopo le pressioni della maggioranza, in Calabria arriva l'associazione di Gino Strada, anche se il medico non sarà designato ad essere Commissario, intervenendo con un ruolo di consulenza. Ad annunciarlo è stato lui stesso, che ha parlato di un "accordo di collaborazione tra Emergency e Protezione civile per contribuire concretamente a rispondere all’emergenza sanitaria in Calabria". I lavori inizieranno domani.

"Bush, Salvini e Minniti? Come Hitler". Strada dà del fascista un po' a tutti. Il body shaming contro Brunetta. Massimo Malpica, Mercoledì 18/11/2020 su Il Giornale. Sicuramente tecnico, ma anche politico per sua stessa ammissione, e per nulla bipartisan. Nel curriculum di Gino Strada non ci sono solo i tanti anni da chirurgo e capo di Emergency, ma anche un continuo ricamo di strali rivolti alla politica, con un occhio di ri(s)guardo per il centrodestra, pur senza trascurare occasionali attacchi anche alla sinistra e ai grillini, che pure nel 2013 lo avevano candidato al Quirinale. La scarsa diplomazia delle sue uscite pubbliche divenne conclamata già nel 2003, quando, a febbraio, Strada disse la sua sul presidente Usa che si apprestava a muovere guerra all'Irak, con un paragone delicatissimo. «Siamo a un passo dalla guerra mondiale e forse da una guerra nucleare. Gli Usa sono pronti ad attaccare, con o senza l'Onu. Mi pare che le analogie con Hitler siano evidenti. Basterebbe chiederlo ai 6 miliardi di cittadini del mondo: chi è secondo voi il nuovo Hitler del terzo millennio? Sarebbe un plebiscito per Bush, sono sicuro». Quello stesso anno, a dicembre, Strada ed Emergency rifiutano i finanziamenti della cooperazione internazionale, come reazione alla decisione di governo e parlamento di prendere parte alla guerra in Afghanistan. Ad aprile 2013, parlando a un Giorno da Pecora, Strada invece sceglie la strada del body shaming per attaccare Renato Brunetta, raccontando che negli ultimi anni aveva scelto di votare solo una volta, nel 2010, per le Comunali di Venezia. «Ho scelto Orsoni racconta perché ho pensato che Brunetta fosse esteticamente incompatibile con Venezia». Le sue esternazioni si moltiplicano soprattutto con il primo governo Conte, quando nel mirino di Strada finisce il ministro dell'interno Matteo Salvini. A giugno 2018 spiega che a 70 anni «non pensavo più di vedere ministri razzisti o sbirri alla guida del mio Paese», sei mesi più tardi definisce il governo «una banda dove una metà sono fascisti e lìaltra metà coglioni», spegnendo anche l''idillio passato con i Cinque stelle, e su Salvini taglia corto: «è il nuovo fascistello». Il leader del Carroccio, ribadisce tre mesi dopo, vanta «l'elemento più caratteristico del fascismo, cioè il razzismo». E ancora su Salvini e sul suo predecessore Minniti, Strada azzarda il paragone che aveva riservato a Bush: «Entrambi spiega - condividono una pratica: si possono anche sacrificare vite umane rispetto a una priorità: l'impenetrabilità dei nostri confini. Non è così lontano dall'idea della Fortezza Europa di Adolf Hitler». Uscito Salvini dal governo, ecco a settembre 2019 Strada invocare "«l giusto silenzio su di lui», salvo tornare ad attaccarlo a febbraio scorso, ironizzando alla sua maniera sulle «differenze» tra il leader leghista e Giorgia Meloni: «Anche tra i gerarchi nazisti c'era discussione fra chi rappresentava meglio la destra». Nel mirino, però, finisce anche il Conte-bis, per i ritardi nell'abrogare i decreti sicurezza, «leggi fasciste» per Strada, che conclude: «C'è una logica fascista e razzista non soltanto nell'opposizione ma anche nel governo». Lo stesso che ora vuole spedirlo a fermare il Covid in Calabria.

Anche Gaudio e Strada rinunciano. Meloni: “I calabresi non meritano questo governo di incapaci”. Carlo Marini martedì 17 Novembre 2020 su Il Secolo D'Italia. Dal “dream team” formato da Gaudio e Strada e annunciato con squilli di tromba, si è passati allo zero assoluto. Le mirabolanti imprese del governo Conte sul prossimo commissario alla Sanità della Calabria non finiscono mai. Oggi pomeriggio, il primo a rinunciare è stato il rettore uscente della Sapienza. Gaudio ha comunicato al ministro della Salute, Roberto Speranza di dover dire no per motivi familiari. Dopo poche ore è arrivato anche il secco no del fondatore di Emergency. Anche questa volta è stata una doccia scozzese per il governo. Quattro commissari liquefatti in pochi giorni non si era mai visto. In tutto questo, come nota la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni a farne le spese sono i cittadini calabresi. «Conte e Speranza trasformano in farsa la nomina del commissario alla Sanità in Calabria. A pagarne le spese sono i cittadini calabresi che non meritano un governo di presuntuosi incompetenti». E sulla rinuncia di Gaudio e Strada è durissimo anche l’assessore regionale di FdI. «Sembra una telenovela. A noi non interessa chi nominano, basta che sia una figura di discontinuità che venga ad operare con serietà. Ci eravamo rallegrati per la nomina dell’ex rettore Gaudio, che ora ha rinunciato. Ma verificassero bene prima di nominarli. E imbarazzante». Così l’assessore al Turismo della Regione Calabria, Fausto Orsomarso, commentando la rinuncia di Eugenio Gaudio. «Le istituzioni sono una cosa seria – spiega Orsomarso -, la Calabria non merita questo, e con grande rispetto dico, e lo abbiamo detto anche in Consiglio regionale, che il primo responsabile è il ministro della Salute Roberto Speranza. Cotticelli prima, Zuccatelli poi, e ora Gaudio, significa che il ministro si sta occupando in modo poco serio dei problemi della Calabria e quindi dell’Italia. Nulla si personale, ma è irresponsabile e imbarazzante. Così perdono tutte le istituzioni. Non è possibile dedicare tre Consigli dei ministri alla Calabria senza azzeccarne una», conclude l’assessore.

Corrado Zunino per repubblica.it il 17 novembre 2020. Eugenio Gaudio, appena nominato dal Consiglio dei ministri nuovo commissario alla Sanità in Calabria, ha rinunciato al suo incarico. Lo ha annunciato a Repubblica lo stesso rettore in carica dell'Università La Sapienza di Roma.

Rettore, ci spiega perché non vuole prendere in mano un comparto così importante e disastrato della Regione Calabria?

"Motivi personali e familiari me lo impediscono".

Deve spiegare meglio, altrimenti non si capisce e partono le illazioni.

"Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare".

C'entra l'ansia per un incarico così diverso da quello di medico e rettore?

"Sarebbe una sfida importante, ma la famiglia per me è un valore primario".

E' rimasto ferito per le notizie che hanno richiamato un suo coinvolgimento, nell'estate 2019, nell'inchiesta sull'Università di Catania?

"Sono sempre colpito dall'imbarbarimento della politica. Le do una notizia in proposito: il procuratore di Catania ha appena fatto sapere al mio avvocato che è andato a depositare la richiesta di archiviazione per la mia presunta turbativa nei concorsi. Ne esco come ne sono entrato, pulito. Vorrei ricordare questo...".

Dica?

"Ho mandato i miei figli a studiare in Inghilterra, a Cambridge e Coventry, per evitare che si iscrivessero alla Sapienza di Roma, che chicchessia potesse avanzare illazioni nei loro e mei miei confronti. Ho vissuto così e vedermi tirato dentro un'inchiesta per alcune telefonate in cui dico che non faccio impicci, sì, mi ha fatto male".

Lei è un medico che, nei cinque anni di mandato, ha migliorato conti e iscrizioni della più grande università d'Europa. Sarebbe stato in grado di guidare una realtà storicamente malata qual è la sanità calabrese?

"Avrei voluto provare, è un impegno gravoso ma mi sono sempre messo a disposizione del servizio pubblico. Ho trovato resistenze in casa, e a questo mi piego. L'ho detto per tempo al ministro Speranza".

Gino Strada, candidato in un primo tempo a fare tandem con lei, ha scritto una lettera che dice: "Il tandem con Gaudio semplicemente non esiste". Nasce da quella lettera la sua decisione di rinunciare?".

"No, non sono quelli i problemi, ho passato tutto il mandato in Sapienza a trovare coinvolgimenti, mediare. La scelta è mia, non posso fare il commissario della Sanità in Calabria".

E' un rettore uscente, adesso che cosa farà?

"Non vado in pensione. Continuo a insegnare, un mestiere meraviglioso. I miei due corsi di Medicina. E poi sono consulente del ministro Manfredi e continuo a dirigere l'osservatorio delle scuole di specializzazione di Medicina".

Da liberoquotidiano.it il 17 novembre 2020. “Come sanno i suoi amici, Domenico Arcuri è noto anche per essere chiamato in privato ‘ciao come sto’”. Così Claudio Cerasa ha suscitato grande ilarità nello studio di Tagadà, con Tiziana Panella che ha esclamato “questa non la sapevo”. “Questa è una chicca”, ha aggiunto sorridendo il direttore de Il Foglio, che ha poi offerto il suo punto di vista sul commissario all’emergenza coronavirus: “È evidente che se viene scelto per fare qualsiasi cosa vuol dire che qualche capacità probabilmente ce l’ha, anche se tende a nasconderla molto bene. Però se fa il commissario di una quantità incredibile di cose, mi risulta strano che abbia anche il tempo di andare così spesso a fare conferenze stampa che servono a mettere in mostra il proprio narcisismo più che la capacità di risolvere i problemi”. Infine Cerasa ha auspicato che Arcuri, essendo la persona di riferimento per le terapie intensive e per i vaccini, “si dedichi più alle cose da fare che a quelle da dire, perché poi come comunicatore potrebbe fare meglio”.

Da corriere.it il 17 novembre 2020. È pesante la replica dell’Associazione dei medici anestesisti e rianimatori (Anaao) alle parole pronunciate oggi dal commissario straordinario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, secondo cui attualmente in Italia, con 3.300 ricoverati «non c’è pressione sulle terapie intensive». Arcuri, intervenuto alla conferenza ”Finanza e sistema Paese un anno dopo” durante la Digital Finance Community Week, ha detto anche che «al picco abbiamo avuto nel nostro Paese circa 7 mila pazienti in rianimazione; mentre oggi abbiamo circa 10 mila posti di terapia intensiva e arriveremo a 11.300 nel prossimo mese».

«Oltre la soglia critica». Ad insorgere è il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Carlo Palermo: «I posti di terapia intensiva oggi disponibili ed attivi in Italia sono intorno a 7.500 e non 11mila — afferma —. È questa infatti, con gli organici a disposizione, la dotazione massima con cui si possono garantire numeri e cure di qualità». E Palermo quindi puntualizza: «La soglia del 30%, indicata come livello di allarme, di posti letto di Terapia intensiva dedicati alla Covid-19 è quindi posta intorno a 2.300 ricoveri. I dati sui ricoveri totali di malati Covid-19 in Terapia intensiva, 3.492, indicano che ormai siamo ben oltre il 40% dei posti presenti. In molte realtà i pazienti aspettano ore, se non giorni, anche intubati, nei pronto soccorso prima di essere avviati nei reparti intensivi. Va ribadito poi che circa il 60% di questi letti è già occupato da pazienti con malattie gravissime come ictus, infarti, politraumi, stati di shock, sepsi e insufficienze multi-organo, che ovviamente non possono essere collocati in altri setting assistenziali».

«Un azzardo». Ma contro Arcuri si schiera anche Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia In Salute e Coordinatore dell’Unità Sanitaria di Crisi della AUSL Toscana Centro per l’emergenza pandemica da SARS-COV-2 . «Il commissario all’emergenza Covid sbaglia — sottolinea il presidente —, il picco di pazienti Covid in terapia intensiva nella prima ondata è stato non di “circa 7 mila” come dice lui ma di 4.068, il 3 aprile. E dire che oggi non vi è pressione in questi reparti è un azzardo».

Le mascherine di Arcuri? Troppo grandi o strette e difficili da togliere. Invitalia manda alle elementari dispositivi per adulti, che spesso non vengono usati. Marta Bravi, Mercoledì 18/11/2020 su Il Giornale. Mascherine da adulti per bambini, troppo grandi per le dimensioni del volto, impossibili da far aderire al viso, in alcuni casi dotate di elastico da far passare dietro la testa che le rendono ostiche alla maggioranza degli alunni e di fatto inutilizzabili. Si parla di migliaia di dispositivi che il governo, o meglio la struttura coordinata dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri invia alle scuole di tutta Italia. Le segnalazioni in questo caso arrivano dalle scuole primarie di Milano, che hanno segnalato l'errore e lo spreco conseguente. La tipologia IIR è stata in prevalenza distribuita da settembre: si tratta di mascherine di formato pediatrico, ma con gli elastici dietro la testa. La maggior parte dei bimbi le trovano «opprimenti», gli altri che riescono ad indossarle per la dimensione piccola della testa, al momento di toglierle in autonomia fanno passare la parte esterna sul volto, cosa che andrebbe assolutamente evitata. Inoltre l'assenza del ferretto da stringere sopra al naso fa sì che la mascherina sia più «mobile» di quanto dovrebbe, non trovandosi ad aderire al volto di chi la indossa. Il risultato è che per poter utilizzare comunque le mascherine, gli elastici vengono tagliati e di nuovo attaccati (in vari e fantasiosi modi) per poterli posizionare dietro le orecchie, ma nella maggioranza dei casi le mascherine non vengono usate del tutto, con un enorme spreco di risorse pubbliche, e di conseguenza con le famiglie che si trovano a sobbarcarsi anche la spesa dei dispositivi formato bimbo. A ciò si aggiunge lo smaltimento delle mascherine inutilizzate. Con il Dpcm del 3 novembre per le elementari e le prime medie, uniche ad avere garantita la didattica in presenza, l'uso della dispositivi di protezione individuale è diventato obbligatorio anche al banco e i bambini sono tenuti a cambiarli a metà giornata. A ogni alunno viene ora distribuito un pacchetto di 10 pezzi per la settimana, peccato che si sia in formato per adulti. L'aspetto che lascia assolutamente perplessi è che Invitalia, la struttura guidata da Arcuri, pur essendo ovviamente a conoscenza dell'utenza cui i dispositivi sono destinati, ha inviato mascherine per adulti. E solo dopo l'ennesima segnalazione, ha pensato di modificare la fornitura. «Si conferma anzitutto che la struttura commissariale provvede alla fornitura gratuita di mascherine chirurgiche destinata agli studenti di scuole primarie, secondarie di I e II grado nonché al personale docente e non docente di ogni ordine e grado - si legge nella risposta, che non tiene conto del fatto che gli studenti delle scuole superiori sono ormai a casa-. Proprio per venire incontro alla segnalazioni ricevute, da qualche giorno, abbiamo deciso di far realizzare anche per i più piccoli le mascherine con gli elastici dietro le orecchie. Come quelle che avete chiesto. Servirà ancora qualche settimana, e quando saranno pronte le manderemo in tutte le scuole d'Italia». Ma ancora più scioccante è la risposta finale: «Laddove nel frattempo la tipologia di mascherine non fosse conforme alle Vostre esigenze, potremo fornire quelle per adulti».

In Calabria va in scena la tragicommedia del governo Conte. Tre commissari in dieci giorni. In Calabria sta andando in scena una vera e propria tragicommedia, dopo le dimissioni di Eugenio Gaudio arrivate oggi "per colpa della moglie". Francesco Curridori, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. Tre commissari in dieci giorni. Se fosse un film, ci sarebbe da ridere. E, invece, è la tragica realtà che sta vivendo la Regione Calabria che, dopo le doverose dimissioni di Saverio Cotticelli e di Giuseppe Zuccatelli, si ritrova prima priva anche di Eugenio Gaudio. L’ex rettore dell’Università La Sapienza di Roma ha spiegato che la sua scelta è dettata da “motivi personali e familiari”. “Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare", ha aggiunto Gaudio. Nessuno mette in dubbio che il passaggio da Roma a Catanzaro possa essere un cambiamento traumatico per chi magari è abituato alla vita della Capitale, ma siamo davvero sicuri che le polemiche degli ultimi giorni non abbiano avuto alcuna influenza nella rinuncia di Gaudio? L’ombra di Gino Strada, fondatore di Emergency, cercato e poi abbandonato dal premier Giuseppe Conte, deve essere stata alquanto ingombrante e l’ipotesi di nominarlo consulente del nuovo commissario, al di là delle smentite di rito, non dev’essere piaciuta a Gaudio. Il governo ce la mette tutta, ma, per quanto si sforzi, non riesce proprio a sbrogliare la matassa calabrese. Tutto, come sappiamo, ha inizio con l’intervista che il generale Cotticelli rilascia alla trasmissione Titolo V durante la quale ammette candidamente di non sapere che spettasse a lui stilare il piano Covid e non era a conoscenza neppure del numero esatto di letti di terapia intensiva disponibili per la Calabria. In pratica, quasi un omaggio all’incompetenza. Un’intervista così scandalosa che il premier Conte, il mattino dopo, lo licenzia con un tweet. Gli esponenti di maggioranza respingono con prontezza le critiche di Salvini: “Cotticelli è lì dal 2018, lo hai nominato tu”. Peccato però che, solo pochi giorni prima di quella fatale intervista, proprio il governo Conte-bis aveva attribuito degli ulteriori poteri a Cotticelli. Ma, ormai, dare le colpe a Salvini su qualsiasi cosa avvenga in Italia sta quasi diventando una prassi tra le forze di maggioranza. La nomina di Zuccatelli, invece, è tutta opera del ministro Roberto Speranza dato che il predecessore di Gaudio è un bersaniano di ferro che nel 2018 si candidò alle politiche con LeU. Zuccatelli è, forse, uno dei rarissimi di negazionisti di sinistra ed è bastato un vecchio video per innescare un vespaio infinito di polemiche. Quella che sembra una tragicommedia sta assumendo sempre più i contorni di un film horror del quale non si vede ancora la fine. Solo il futuro saprà svelarci quale pantomima ci riserverà il governo Conte….

Covid, la farsa dei super tecnici. Il caos in Calabria è l'ultimo degli errori del governo. Durante la pandemia fioccano le nomine, ma senza risultati. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. Se ancora avessimo avuto bisogno di una prova del fallimento della stagione dei super tecnici, ecco che il brutto pasticcio consumato sulla pelle dei calabresi ce l'ha fornita. Negli ultimi dieci giorni, mentre la regione sta lottando contro il dilagare del contagio e la conseguente emergenza sanitaria, sono saltate tre teste. Una dopo l'altra. Giù come birilli. Così, dopo le dimissioni di Eugenio Gaudio (nominato appena ventiquattr'ore prima), la Calabria si è ritrovata nuovamente senza commissario alla Sanità in un momento in cui non può certo permettersi un passo falso di questo tipo. "Ora attendiamo se ne vada pure Speranza...", ha commentato nelle ultime ore Matteo Salvini sparando contro il ministro della Salute. Al centro della bufera, però, finisce anche Palazzo Chigi che sin dall'inizio della pandemia ha deciso di mettersi nella mani dei tecnici augurando così una lunga stagione di gaffe, passi falsi, polemiche e buchi nell'acqua.

Lo "scippo" delle competenze. Alla fine di gennaio, quando inizia a essere chiaro che le "polmoniti atipiche" registrate a Wuhan sono più gravi di quanto non si immaginasse, il dossier finisce sulla scrivania del ministero della Salute. Ed è da lì che escono le prime, caotiche circolari che dicono tutto e il contrario di tutto. Speranza mette il suo vice, Pierpaolo Sileri, su un aereo e lo spedisce in Cina per gestire il rientro degli italiani bloccati a Wuhan. Nonostante i primi passi falsi, la pratica rimane nelle sue mani anche quando a Roma vengono scoperti due turisti cinesi positivi. Poi, però, qualcosa si inceppa. Ancora prima che a Codogno venga scoperto il "paziente uno", come ricostruito nel Libro nero del coronavirus (clicca qui), il ministro finisce dietro le quinte. Il 31 gennaio, dichiarando lo Stato di emergenza, il premier Giuseppe Conte decide di togliergli dalle mani il dossier e di affidarlo ad Angelo Borrelli. Al capo della Protezione civile, sebbene del tutto inesperto in ambito medico e sanitario, vengono dati poteri speciali e diretti per gestire l'emergenza. Difficile ipotizzare il motivo di questa scelta. Secondo Sileri, Speranza non ha mai voluto fare il commissario. "Non è nel suo carattere...", ha rivelato il viceministro. Sta di fatto che in quel momento il premier decide di affidare le sorti del Paese a una task force di tecnici che aumenterà di giorno in giorno senza produrre mai risultati apprezzabili. Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di medicina molecolare dell'Università di Padova, ha individuato subito il nocciolo del problema. "C'è un problema di Cts non tanto nella composizione, quanto nell'assenza. Possibile che non ci siano le migliori menti delle università italiane?". Da quando Conte ha affidato la gestione dell'emergenza a Borrelli, abbiamo assistito a un imbarazzante e repentino moltiplicarsi di poltrone, incarichi e deleghe che, come dicevamo, non ha portato a grandi risultati. Nel giro di un paio di mesi accanto al capo della Protezione civile, chiamato a coordinarne e organizzarne il lavoro, ecco spuntare fuori Domenico Arcuri, a cui viene affidato l'approvvigionamento delle forniture sanitarie. Da subito soprannominato "mister Mascherina" per i pasticci inanellati, viene percepito come una sorta di anti Borrelli. Una sorta di commissario del commissario. Difficile capire il perché dello sdoppiamento delle figure. Sta di fatto che al super commissario vengono affidati i dossier più spinosi: dalle mascherine ai ventilatori, fino ai "banchi a rotelle" per riportare gli studenti in classe. I risultati della sua gestione vengono bocciati ripetutamente dalle opposizioni che in più di un'occasione ne chiedono le dimissioni, ma Conte continua ad affidarsi a lui. Tanto che Arcuri si troverà a dover gestire anche la pratica dei vaccini.

Le meteore. A luglio, per dare una "mano" di rosa alle innumerevoli task force che aveva creato, Conte aveva fatto un'infornata di donne. Del tutto inutile. Aldilà del rispetto delle "quote rosa", non è dato infatti sapere se queste nomine abbiano prodotto un risultato. Ma non dobbiamo stupirci. Non è certo l'unica trovata del governo a finire in un buco nell'acqua. Che dire, per esempio, dei sessantaquattro esperti infilati nella task force tecnologica voluta dalla ministra all'Innovazione Paola Pisano? E che dire di Vittorio Colao? Quest'ultimo è stato chiamato a guidare la squadra che doveva accompagnare il Paese nella "fase 2" ponendo le basi per il rilancio del sistema economico. Aldilà dei bonus e delle mancette non si è visto molto di più. Tra le meteore, a cui il governo ha legato il proprio destino e il destino dell'Italia, non possiamo non annoverare anche i tre commissari chiamati a gestire la sanità in Calabria. Prima è toccato a Saverio Cotticelli che, in un'unica intervista alla trasmissione di Rai3 Titolo V, ci ha svelato di non aver la benché minima idea del numero dei letti in terapia intensiva e di non sapere di essere il responsabile del "piano Covid" della regione. Chiuso con lui, ecco subentrare per pochi giorni Guglielmo Zuccatelli, padre di una tesi alquanto insolita sull'inefficacia delle mascherine: "Non servono a un cazzo, ve lo dico in inglese stretto. Sapete cosa serve? La distanza. Perché per beccarti il virus, se io fossi positivo, dovresti baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca". Dulcis in fundo, Speranza si affida a Gaudio (già indagato dalla procura di Catania) per uscire dal pantano. Ma quest'ultimo li gela: "Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro". Ultimo schiaffo al Paese che cerca di uscire dalla pandemia. Nonostante le task force.

La gogna contro Gaudio la paga la disastrata sanità calabrese. Davide Varì su Il Dubbio il 17 novembre 2020. La stampa ha crocifisso il neocommissario alla sanità calabrese presentato un’indagine come fosse una condanna. Lui ha lasciato l’incarico ma sono i calabresi a pagarne le conseguenze. E’ bastata una sola indagine, una macchia montata ad arte dalla stampa per convincere Eugenio Gaudio a rinunciare all’incarico di commissario della sanità calabrese. Ma stavolta la vittima della gogna mediatica non è il diretto interessato – il quale probabilmente vedrà archiviata la sua posizione di indagato nel giro di qualche giorno. No, la vera vittima è il popolo calabrese e la sua disastrata sanità. Gaudio, già rettore dell’Università La Sapienza e autore di più di 500 pubblicazioni sulle più note riviste scientifiche del mondo, sarebbe stato il primo medico a prendere in mano il sistema sanitario calabrese dopo decenni di gestione (disastrosa) affidata a generali della finanza e dei carabinieri. Risultato: record di morti per malasanità, strutture fatiscenti e immigrazione sanitaria tra le più alte d’Europa. Come dimenticare la tragica e incredibile storia di Federica Monteleone, la ragazza 17enne morta nel corso di un’operazione di appendicite per un banalissimo blackout e l’assenza di un semplice generatore di corrente? E così i calabresi vanno a farsi curare in Lombardia o nel Lazio pur di non rischiare la pelle. E c’è da capirli. Insomma, Gaudio, crocifisso dalla stampa e dalla politica, sarebbe stato il primo commissario alla sanità degno di questo nome. Ma la stampa “scandalistica”, e qualche politico, ha preferito spulciare nei polverosi casellari giudiziari presentando un’indagine come fosse una sentenza di condanna piuttosto che valutare la sua indiscutibile preparazione professionale. E la Calabria ringrazia…

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'11 novembre 2020. Non abbiamo posti per la terapia intensiva, ma abbiamo Giuseppe Tiani, il manager che gestisce gli appalti della sanità in Puglia maneggiando un ciondolo liberamente ispirato al «pendolino» del compianto Maurizio Mosca. Tiani se lo è sfilato dal collo durante un' audizione alla commissione Affari Costituzionali, il sancta sanctorum della democrazia. Leggendo un testo scritto - forse un dépliant, forse le memorie di Vanna Marchi - ha spiegato che si trattava di un micropurificatore d' aria. Per la modica cifra di 50 euro, ha detto, questa meraviglia di produzione israeliana genera dei cationi in grado di inibire qualsiasi virus di segno positivo si aggiri nel raggio di un metro cubo. Alla parola «cationi» è serpeggiato un comprensibile sgomento tra gli astanti, e il Tiani ne ha approfittato per raccomandare l' acquisto del ciondolo da parte dello Stato, così da poterlo dare in dotazione a medici e poliziotti (egli è anche segretario di un sindacato di polizia). «Ci aiuterebbe a combattere il virus», ha concluso, agitandolo davanti ai padri della Patria in stato di ipnosi. Più tardi ha negato di essersi riferito alla pandemia, lasciando tutti nel dubbio: esiste dunque un altro virus contro cui dobbiamo combattere, oltre al Covid e alle castronerie? Oppure anche Tiani parlava sotto l' effetto di droghe, come il commissario alla Sanità calabrese della settimana scorsa? Se questi sono gli uomini che governano la nostra salute, il ciondolo di cui abbiamo più bisogno è un portafortuna.

Salvatore Dama per “Libero Quotidiano” l'11 novembre 2020. È tutto un giramento di cationi. È così che funziona l'amuleto anti-covid. Sì, ok, sembra la classica "calla" da televendita notturna. Ma c' è chi ci crede. Un tizio in particolare. Tale Giuseppe Tiani. Non proprio un fesso qualsiasi. Ma il presidente di InnovaPuglia, ovvero la centrale degli appalti della Regione guidata da Michele Emiliano. Uno che gestisce un giro di forniture da un miliardo di euro all' anno. Per dire. Ebbene, se guardi il video che sta circolando in rete, puoi essere tratto in inganno. Il nostro Tiani sembra il mago do Nascimiento. Che tira fuori un amuleto dal collo della camicia - un pezzo di latta luccicante appeso a un cordino di caucciù - e ne magnifica gli effetti benefici. Validi, a suo dire, anche contro il coronavirus. Poi, se metti a fuoco meglio la scena, capisci che fa sul serio. Non è in onda su Tv Luna, ma sta parlando sul circuito interno della Camera dei deputati, in un' audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio. Tiani è anche segretario nazionale del sindacato di polizia Siap. La sua tesi è che la patacca potrebbe essere salvifica per le forze dell' ordine, proteggendole dal contagio. «Io oggi porto al collo questo micro-purificatore d' aria che costa 50 euro, di tecnologia israeliana», spiega il burocrate-sciamano. Il feticcio, precisa, crea una bolla di sicurezza di «un metro cubo intorno alla persona» e genera «dei cationi che inibiscono qualsiasi virus abbia segno positivo». Insomma, averlo con sé ha il vantaggio che nessuno ti rompe i cationi. Neanche il Covid. «È tecnologia che andrebbe distribuita alle forze di polizia del Paese e a tutti i sanitari impegnati», propone Tiani, «questo ci darebbe una mano a fare più serenamente il nostro lavoro e soprattutto a combattere il virus». L' amuleto magico, però, non protegge il presidente di InnovaPuglia dalle polemiche. E ora rischia il posto alla Regione, che gli frutta un emolumento di 40mila euro l' anno. A chiedere al governatore Michele Emiliano di rimuoverlo dall' incarico sono il parlamentare di Italia Viva Ivan Scalfarotto e l' europarlamentare salentino Andrea Caroppo. «Penso sia inutile attardarsi a commentare l' incredibile performance del presidente di InnovaPuglia sul "miracoloso" ciondolo anti-Covid. Sarebbe da riderci di gusto, se non stessimo parlando di una tragedia che anche in Puglia ha disseminato perdite, lutti e dolori. Emiliano lo cacci immediatamente e chieda scusa. Siamo oltre ogni decenza», dice Scalfarotto. «Credo che non debba trascorrere altro tempo: il signor Tiani non deve restare un minuto di più alla guida di InnovaPuglia», gli fa eco Caroppo. Mister Amuleto prova a difendersi: «Non ho mai fatto alcun accostamento tra l' utilizzo del purificatore d' aria individuale di ultima generazione ed il contrasto al Covid-19. A margine di un ben più articolato intervento in tema di immigrazione e sicurezza», spiega Tiani, «ho richiesto anche l' utilizzo della tecnologia più all' avanguardia, evidenziando ai presenti l' esistenza di uno strumento, pubblicizzato da diversi mesi dalla ditta costruttrice attraverso importanti e qualificati quotidiani nazionali e la cui scheda tecnica non è stata mai smentita, che potrebbe essere utile per la salute degli operatori». Cioè, il pataccone israeliano. Tiani si dice «basito» dal clamore delle sue dichiarazioni, oltretutto «interrotte dal presidente della Commissione». L' intromissione gli ha impedito di «concludere il ragionamento, impropriamente abbinato al contrasto del Covid a cui non è mai stato mai fatto alcun riferimento». Sul tema interviene anche il professor Roberto Burioni: «Pare che la pubblica amministrazione si impegni assiduamente a individuare chi ha detto la cosa più irreale sul Covid-19 negli ultimi mesi per affidargli infine un importante incarico». Le polemiche spingono il diretto interessato di nuovo a precisare il suo discorso, stavolta al TgNorba24. Spiega che il «senso dell' intervento era nell' ambito del decreto Sicurezza e Immigrazione», che l' intenzione è di fornire l' amuleto «al personale di polizia, che è particolarmente esposto ad agenti atmosferici infettanti, dai pollini alle polveri sottili al fumo passivo, e a tutto ciò che può essere portatore di virus che certamente non sono il coronavirus. Non mi riferivo a quello», ribadisce. Ma la frittata, oramai, è fatta.

Nicolò Zuliani per termometropolitico.it il 10 novembre 2020. Giuseppe Tiani, segretario di InnovaPuglia, vicequestore e segretario nazionale del sindacato di polizia SIAP, presenta alla camera un ciondolo anti Covid. Lo mostra alla videocamera e spiega: “Questo micropurificatore d’aria di tecnologia israeliana, per un metro cubo attorno alla persona genera dei tachioni che inibiscono, praticamente, qualsiasi virus abbia segno positivo. Ok? È tecnologia che andrebbe distribuita alle forze di polizia del paese, a tutti i sanitari impegnati, perché questo ci darebbe una mano a fare più serenamente il nostro lavoro e soprattutto a combattere il virus. È un neutralizzatore di batteri.” La gente si spertica in ironie e derisioni. Su Twitter i paragoni con Wanna Marchi si sprecano, ma a quanto pare nessuno ha idea di cosa sia quel ciondolo o da dove venga. In rete si trovano tracce di altri tentativi anticovid finiti male. In Indonesia avevano creato una collanina con essenze di eucalipto pubblicizzato dal ministro dell’agricoltura, che aveva scatenato un putiferio. Poi c’era stato lo Shut Out necklace, che sta venendo bandito negli Stati Uniti. Anche in Italia ci sono stati dei timidi tentativi non finiti benissimo, ma nessuno di questi oggetti somiglia al ciondolo mostrato dal vicequestore Tani. Da dove viene? Cos’è? Chi lo produce? Chi l’ha inventato? Si chiama AirMed, ed è prodotto da una startup italiana.  “un determinato voltaggio su un’area dotata di miscroscopiche punte accuminate (scritto così, NdA) che fungono da emettitori di ioni. L’elettricità fa in modo che gli elettroni si sviluppino proprio su queste piccolissime punte, per poi essere subito espulsi ed immessi nell’aria; una volta liberati, gli elettroni cercano la molecola di ossigeno più vicina e le si aggrappano, dandole una carica negativa diventano ioni negativi”. Sul canale Youtube della AirMed si trova anche un test, che nomina una certa “Ari’oh – Breath technology”. L’articolo di Repubblica entra nei dettagli con un esperimento condotto dalla Columbia University: Sempre sul sito, alla domanda “perché usare AirMed”, le motivazioni sono che aiuta a ridurre il colesterolo nel sangue, ha effetti positivi su bambini affetti da ADHD, aiuta a proteggersi da virus influenzali, aiuta a contrastare le allergie da pollini e riniti, aiuta a contrastare il particolato (PM2,5 e PM10), aiuta a contrastare virus e batteri, aiuta a dimagrire, aiuta a dormire meglio, rafforza il sistema immunitario e favorisce l’autoguarigione, aiuta le performance cognitive e sportive. È straordinario. Secondo quanto riportato, è possibile acquistare AirMed in farmacia e in parafarmacia. Noi lo abbiamo trovato solo su Amazon, mentre non abbiamo trovato riscontri su alcun sito di farmacie o parafarmacie online, e i farmacisti interpellati da Termometro politico non l’hanno mai sentito nominare; se è una startup di Isernia, tuttavia, non è strano. Dopotutto cercano agenti di commercio. Il prezzo di listino sono 59,90 euro, non 50. Chi ha inventato AirMed è la Mendel Capital srl, fondata dai fratelli David e Daniel Feig. Due commercialisti di Isernia apparsi sull’inserto “Salute e benessere” di Repubblica e su QuotidianoMolise. Non è chiaro quale sia la sede di Mendel Capital srl; sul sito nomina solo via dei Serpenti 32 a Roma, mentre sul sito dell’Associazione Italiana Commercio Elettronico dice Corso Risorgimento 166 a Isernia, che però risulta essere la sede di tale Simone Feig, anche lui commercialista. Nella brochure che si può scaricare dal sito sono presenti entrambi gli indirizzi. Come al solito, chiudiamo con più domande che risposte.  Quest’invenzione è davvero in grado di migliorare e salvare milioni di vite? Due commercialisti di Isernia hanno davvero creato un meccanismo capace di far respirare “aria più pulita fino all’87,5%“?, anticipando gli scienziati nel resto del mondo? Come mai un’invenzione simile è stata snobbata? Come ne è venuto a conoscenza, il segretario di InnovaPuglia? Aspettiamo fiduciosi qualcuno risponda.

Il presidente del “ciondolo anti-covid” si dimette dal vertice di InnovaPuglia. Il Corriere del Giorno l'11 Novembre 2020. Il segretario nazionale del sindacato di polizia Siap, travolto dalle polemiche per la presentazione ridicola alla commissione Affari costituzionali della Camera di un ‘rimedio’ israeliano al Covid, abbandona la presidenza dell’agenzia regionale che gestisce appalti sanitari dove era stato “piazzato” da Michele Emiliano. Giuseppe Tiani segretario nazionale del sindacato di polizia SIAP ridicolizzato dalle polemiche per la presentazione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera di un ciondolo anti-batterico, “che inibisce qualsiasi virus di segno positivo“, ha rimesso nelle mani del governatore pugliese Michele Emiliano il suo incarico di presidente della società pubblica regionale InnovaPuglia. Tiani ha abbandonato l’incarico proprio mentre si apprestava a spegnere la sua prima candelina dalla sua nomina alla guida del nuovo Consiglio di amministrazione di InnovaPuglia che gli fruttava un compenso annuo di 40mila euro, dove era stato designato da Emiliano , in sostituzione dell’ex sindaco di Bisceglie, Francesco Spina. La nomina di Tiani al vertice InnovaPuglia aveva suscitato molte polemiche clamore a causa dei trascorsi del sindacalista da esponente dell’estrema destra, avvicinandosi un anno fa al Partito Democratico, nel tentativo di conquistare un posto alle elezioni politiche del 2018, nel collegio della Bat. Travolto da una valanga di polemiche esplose a seguito della diffusione del video su siti di quotidiani e social network, Tiani dopo la figuraccia diventata “virale”, si è visto anche messo in discussione da imminenti iniziative politiche per verificare la compatibilità del suo lavoro presso la Polizia di Stato con la presidenza della società in house della Regione Puglia, che gestisce appalti milionari. “Eccoci qua. Mi ero appena ripreso dallo sbigottimento per la grande soddisfazione espressa per la Puglia in zona arancione chiaro che mi vedo costretto guardare attonito un video di uno dei tanti nominati da Emiliano che esibisce il ciondolo anti-virus. Lo ripeto per convincere più me stesso: il ciondolo che purifica l’aria dal virus” ha commentato Raffaele Fitto eurodeputato di Fratelli d’Italia. “La misura è colma. Siamo drammaticamente ancora in attesa delle centinaia di posti di terapia intensiva e subintensiva, la gente è in fila nelle ambulanze, la Puglia è zona arancione per inefficienza e non per i numeri di contagio, subiamo atteggiamenti ondivaghi che vedono scrivere e stracciare ordinanze sempre più contorte. E in questo fase drammatica c’è chi si affida agli amuleti israelinani.” ha aggiunto Fitto. “Ora tutti possono cogliere fino in fondo il livello dei nominati da questa Regione, ai quali vengono affidati compiti importanti – attacca l’eurodeputato di FdI – Abbiamo davvero raschiato il fondo del barile“. Reazione indignata da parte del ministro all’Agricoltura Teresa Bellanova: “Noi pugliesi ci siamo già passati con la Xylella. Si sarebbe dovuto ascoltare la scienza, si è preferito dar seguito alle parole di sedicenti santoni – ha scritto il ministro su Facebook – Ma quando le vesti dei santoni sono indossate da chi riveste cariche pubbliche, è ancora più intollerabile“. Nella sua lettera di dimissioni Tiani così scrive “Non ho mai messo il ciondolo in relazione al Covid ma l’ho presentato nell’ambito di un discorso in cui si parlava delle tutele operative dei poliziotti che operano in situazioni particolari“. “Il contenuto di una mia audizione, largamente travisato e volutamente strumentalizzato, ha generato un ampio quanto inaspettato clamore mediatico, non risparmiando, in modo assolutamente inappropriato, il mio ruolo di presidente di InnovaPuglia che nulla ha a che vedere con l’episodio” si era giustificato poche ore fa Tiani. “Quando lei mi conferì l’incarico di guidare Innovapuglia – continua Tiani nella sua lettera al governatore Michele Emiliano – mi chiese massima trasparenza e costante celerità nell’espletamento delle procedure di gara, ed io ho pienamente onorato l’impegno assunto, tanto che in quel settore la Regione Puglia si è distinta, anche nei confronti di altre regioni, per tempestività ed efficienza“. “Ma tutto questo non è valso a scoraggiare la gogna mediatica che si è ingiustamente abbattuta su di me” – prosegue Tiani – Quello che però non riesco ad accettare è il tentativo becero di coinvolgere nella vicenda soggetti assolutamente estranei all’accaduto come la società in house che presiedo, l’amministrazione regionale e la sua stessa persona. Questa, dunque – conclude – è la ragione che mi induce a rassegnare in modo irrevocabile le dimissioni”.

Conte sceglie ancora una volta Arcuri: sarà commissario per la distribuzione del vaccino anti-Covid. Carmine Di Niro su Il Riformista l'11 Novembre 2020. Alla guida della macchina che dovrà gestire il piano di distribuzione del vaccino anti-Covid ci sarà Domenico Arcuri, commissario straordinario all’emergenza Covid. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come anticipato dall’Ansa, ha deciso di affidare il piano nazionale per la vaccinazione della popolazione all’ex AD di Invitalia, che dall’inizio dell’emergenza si è già occupato del reperimento di mascherine, tamponi, ventilatori polmonari e di tutto il materiale medico richiesto dalle Regioni per fa fronte al coronavirus. Arcuri ha anche gestito la riapertura delle scuole a settembre, con il caso dei banchi a rotelle diventato "simbolo" dei ritardi del governo, con l’arrivo quando per gli studenti era già applicata la Didattica a distanza.

PFIZER E LA "CATENA DEL FREDDO" – Secondo le previsioni, che dovranno essere confermate "sul campo", il vaccino di Pfizer-ioNTech potrebbe essere disponibile a partire da metà gennaio. Gli sviluppatori americani-tedeschi hanno già spiegato che il vaccino dovrà essere conservato a temperature tra i 70° e gli 80° sotto zero, durante tutta la catena, dalla produzione alla somministrazione, quella che è stata definita “catena del freddo” ed è attualmente la sfida logisticamente più importante da affrontare nel breve periodo.

L’ALTRO VACCINO – Attualmente l’Italia è riuscita ad ottenere 3,4 milioni di dosi per 1,7 milioni di italiani (il vaccino prevede due somministrazioni) del vaccino Pfizer. Non solo. L’Italia ha prenotato altre 70 milioni di dosi ad AstraZeneca, che produce e commercializza un vaccino messo a punto in collaborazione anche con Irbm di Pomezia e dall’Università di Oxford.

LA LOGISTICA DEL VACCINO – Nell’ottica di non farsi trovare impreparati va letta la richiesta di Raffaella Paita, parlamentare di Italia Viva presidente della Commissione Trasporti della Camera, di convocare “un ciclo di audizioni, da svolgersi in accordo con la commissione Affari sociali, che permettano di mettere in luce i vari aspetti della questione, in modo da offrire al Parlamento gli strumenti necessari per affrontarla, ascoltando le principali associazioni della logistica, i ministri competenti e il Commissario straordinario per l’emergenza”. “L’operazione di distribuzione dei vaccini rappresenta una difficilissima sfida logistica. Come spiegano i rappresentanti del settore, per vincerla è indispensabile giocare d’anticipo chiarendo già ora quali sono i mezzi e i metodi necessari”, aggiunge la Paita.

In Italia c'è un commissario per ogni disgrazia. Il Paese incapace di gestire le sue difficoltà si affida a manager dell’emergenza in ogni campo, dall'Ilva all’Alitalia, dal Mose ai comuni infiltrati dalla criminalità. Un esercito di Montalbano strapagati che non porta i risultati del poliziotto di Camilleri. Gianfranco Turano su L'Espresso il 27 novembre 2019. Paese di santi, di navigatori, di commissari. L’Italia in emergenza permanente effettiva, dal Mose all’Ilva, dall’Alitalia alle imprese edili, si consegna ad alti commissari, supercommissari, commissari straordinari, commissari prefettizi, commissari giudiziali, commissari ad acta. C’è un commissario per ogni difficoltà che non si possa risolvere attraverso le vie normali: cioè sempre. Ci sono stati commissari antimafia (1982-1993), che Giovanni Falcone considerava inutili. Commissari polivalenti come Guido Bertolaso (terremoti, vulcani, rifiuti, migranti, mondiali di ciclismo) e superspecializzati come l’ex governatore leghista del Piemonte Roberto Cota (contraffazione) o come il democrat veneziano Paolo Costa, delegato dal governo per il traffico acqueo in laguna. Dal Grande Vecchio al Grande Montalbano il salto è stato rovinoso. Venezia, Taranto, Fiumicino rischiano di essere le pietre tombali di un esecutivo che francamente è solo l’ultimo a reggere un cerino a fine corsa. Quando è colpa di tutti, non è colpa di nessuno. Si è visto con l’acqua alta nella laguna veneta dove l’unico spettacolo più orrendo della devastazione di un gioiello architettonico senza pari al mondo è stato lo scaricabarile collettivo dei politici. Il governatore Luca Zaia ha detto che ormai tanto vale finire ma a lui il Mose non è mai piaciuto. Non si sarebbe detto a vederlo entusiasta durante la primissima inaugurazione del Mose alla bocca di Treporti nel 2013, poco dopo il primo scossone della magistratura con l’arresto di Pierluigi Baita, deus ex machina del Consorzio Venezia Nuova (Cvn). Baita, che ha patteggiato per le tangenti veneziane dopo l’arresto (febbraio 2013), spara a zero sui cinque anni di gestione straordinaria e denuncia “l’irresponsabilità collettiva”. Giancarlo Galan, predecessore di Zaia, che era il suo vicepresidente, si è assolto da ogni colpa sui ritardi dell’opera da 5,5 miliardi dopo avere anche lui patteggiato una condanna a due anni e dieci mesi. I veneziani Renato Brunetta (Forza Italia) e Pier Paolo Baretta (Pd) hanno rievocato il loro trauma giovanile dell’“aqua granda” del 1966. Intanto nelle ore della marea eccezionale si litigava sul sistema delle dighe: sollevarle o lasciarle sott’acqua, dove stanno arrugginendo a grande velocità? Ha prevalso la linea dell’immobilismo, dettata dal commissario Francesco Ossola, e forse è stata una fortuna dati i problemi tecnici manifestati dall’opera di recente. Ma nel picco della crisi non era chiaro a chi spettasse la parola finale, se ai commissari, e a quale dei due commissari, oppure al prefetto o ancora al provveditorato che il governo Renzi ha sostituito all’antico magistrato alle acque, dopo che due figure di vertice dell’organismo creato dai dogi (Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva) erano finite agli arresti per le tangenti del Mose, stimate complessivamente in un centinaio di milioni di euro. Così è stato nominato il supercommissario previsto da una legge del governo giallo-verde, la Sblocca cantieri, parente stretta dello Sblocca Italia di Matteo Renzi. A Venezia arriverà l’architetto Elisabetta Spitz. Il compito è di completare quel 6-7 per cento di impiantistica, e non è poco, che manca al Mose per entrare compiutamente in azione alla fine del 2021. «Ci sono tante figure di commissari», dice Luigi Magistro, terzo commissario del Cvn fino alle dimissioni senza rimpiazzo due anni e mezzo fa. «Quelli per le crisi aziendali, come per il concordato di Astaldi, o quelli che arrivano in casi di crisi giudiziaria, come il Mose. In teoria sono plenipotenziari dello Stato. In pratica, lo Stato stesso aumenta i controlli rispetto alla situazione precedente, per esempio attraverso la Corte dei conti. Giusto farlo ma i tempi si allungano. In più, il commissario subentra in casa altrui e si dà per scontato che i proprietari, per quanto delinquenti, continuino a finanziare l’impresa. Ma se dicono di no, nessuno li può costringere. Si può solo farli fallire, e non è questo l’obiettivo. Il terzo problema è che i lavori li fanno sempre loro e, se prima erano abituati a fare prezzi molto alti, tendono a insistere su questa strada. Da qui nascono altri rallentamenti e spesso il commissario passa gran parte della sua attività a replicare ai ricorsi dei proprietari». Con questo panorama, il lavoro dei commissari impegnati con il Mose non è certo stato dei peggiori. L’opera, giusta o sbagliata che sia, è andata avanti nonostante le condizioni ardue perché in questi anni sopra Venezia si è scatenata la tempesta perfetta. Al commissariamento governativo del Cvn si è aggiunta la crisi economica di quasi tutti i soci del consorzio: Mantovani-Fip (Serenissima holding), Condotte, Fincosit Grandi Lavori, Astaldi, le cooperative. La capofila Serenissima della famiglia Chiarotto a fine gennaio ha ottenuto il via libera del tribunale di Padova che ha nominato i commissari Remo Davì, Anna Paccagnella e Michele Pivotti. Il documento con la richiesta di concordato fallimentare dei Chiarotto è allo stesso tempo la carrellata su un declino finanziario e un atto di accusa. Eppure la holding è cresciuta a dismisura e in breve tempo grazie ai finanziamenti pubblici dello Stato. Nel 2013 i ricavi arrivavano al record di 633 milioni. Nel 2014, dopo l’inizio dello scandalo, erano 551, nel 2015 scendevano a 336, poi a 230 nel 2016 e a 152 milioni nel 2017. L’anno scorso il fatturato è stato di 70 milioni con 200 milioni di perdite contro i 10 milioni di utile del 2014. La colpa? «L’intervenuto commissariamento del principale committente (Cvn) e una gestione assai penalizzante nei confronti delle imprese consorziate realizzatrici dei lavori, tanto nel mancato affidamento di nuovi lavori quanto nel pagamento dei debiti pregressi». Firmato Romeo Chiarotto, il patriarca novantenne azionista del gruppo padovano. Per andare avanti la Mantovani è stata ceduta in fitto alla parmense Coge ad agosto 2018 e Serenissima aspetta di fare cassa con la cessione del 14 per cento della superstrada Ragusa-Catania, statalizzata dall’ex ministro Danilo Toninelli, e con l’11,7 per cento del raccordo anulare di Padova. Certo, che il Mose sia un’opera giusta o sbagliata non è propriamente secondario. Come non era secondario diffondere dati ridicolmente bassi sulle spese annuali di gestione delle dighe mobili. I 15-20 milioni di euro previsti sono in effetti 100 o forse più. «Può anche essere giusto che costi così tanto», dice un ex collaudatore che chiede l’anonimato. «Il problema è che dichiararlo da subito sarebbe costato il posto a chi lo diceva». Un altro commissario collaudatore, l’ex direttore generale dell’Anas Francesco Sabato, presidente della commissione di collaudo alla bocca di porto del Lido, oggi ricorda: «Nel 2004 con i miei colleghi completammo diversi controlli e presentammo una serie di rilievi. Evidentemente eravamo troppo pignoli e il Magistrato alle acque ci sostituì nel 2010. Da allora ho letto sull’Espresso del problema della ruggine nelle cerniere. Credo sia una mancanza da parte dell’impresa perché non erano certo imprevedibili gli effetti dell’acqua salata sulla parte metallica sommersa». Anche volendo attribuire alla Fip (gruppo Chiarotto) i 34 milioni di euro già spesi fuori budget per tamponare il problema, l’azienda di Selvazzano non sarebbe in grado di fare fronte. Pagherà il contribuente, come da manuale delle grandi opere in Italia. A ben guardare c’è un quarto problema oltre ai tre esposti da Magistro. È il compenso del supercommissario. Per un impegno come quello che richiede il Mose vale la legge 111 del 2011. C’è una parte fissa di 50 mila euro e una somma pari variabile secondo il raggiungimento degli obiettivi. Nella migliore delle ipotesi, si parla di 100 mila euro. Nella peggiore, sono duemila netti al mese per tenere a bada il mare Adriatico. Con questi chiari di luna si comprende come spesso la qualità del personale commissariale abbia suscitato perplessità, soprattutto quando le terne hanno dovuto affrontare situazioni complesse come quelle dei comuni colpiti contemporaneamente da infiltrazioni del crimine organizzato e situazioni di dissesto finanziario. La vicenda drammatica dell’Ilva di Taranto, per restare agli ultimi mesi, mostra che più di qualcosa non va, nonostante l’introduzione del sorteggio su una rosa di selezionati voluto dai grillini per evitare un’eccessiva concentrazione di incarichi sui soliti noti. A fine aprile si sono dimessi i commissari di nomina renziana Piero Gnudi, commercialista bolognese per decenni in testa alla lista di chi ha più incarichi, Enrico Laghi, cinquantenne che si muove sulla strada del professionista bolognese (tredici incarichi attivi tra commissariamenti, collegi sindacali, cda e liquidazioni), e Corrado Carrubba. Al loro posto, l’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha nominato Antonio Cattaneo, Antonio Lupo e Francesco Ardito. Cattaneo ha declinato l’invito quasi subito, senza neppure entrare in carica, per possibili conflitti di interessi e si è andato a occupare della crisi di Mercatone Uno insieme a Luca Gratteri e a Giuseppe Farchione. Negli ultimi giorni, dopo che Arcelor-Mittal ha dichiarato di volere chiudere l’impianto, il Mise di Stefano Patuanelli ha incaricato una società di head-hunting di individuare un commissario straordinario, per gestire la fase di transizione. La fine di questo mese di novembre potrebbe essere la svolta per Taranto, come per il Mose  e per Alitalia che paga mesi e mesi di indecisione. Ma come se non bastassero le esitazioni fra Delta e Lufthansa e il tira e molla con Atlantia, dieci giorni fa la Procura di Civitavecchia ha spedito la Guardia di finanza a caccia di documenti negli uffici di Fiumicino per verificare la posizione, e gli eventuali conflitti di interessi, dei quattro commissari straordinari Luigi Gubitosi, poi passato a guidare Tim, il suo sostituto Daniele Discepolo, l’ex rettore dell’università di Bergamo Stefano Paleari e il già citato Laghi, ex presidente di Midco, controllante della compagnia di bandiera. Sulla vicenda a giugno dell’anno scorso si era pronunciata l’Anac, allora guidata da Raffaele Cantone, che si era dichiarata incompetente «in relazione ai profili evidenziati». Rispetto ai 100 mila euro del supercommissario al Mose, il lavoro in Alitalia offre ben altre prospettive di guadagno, se la compagnia riuscirà a salvarsi. Il decreto del Mise guidato da Carlo Calenda (2017) prevede circa 10 milioni di euro complessivi per la terna. Possono sembrare tanti soldi ma sono poca cosa rispetto ai 12 milioni a testa, poi scesi a 7 milioni, contrattati dai commissari Astaldi Vincenzo Ioffredi, Francesco Rocchi e Stefano Ambrosini (recordman italiano con 50 incarichi inclusa la vecchia Alitalia). Rocchi e Ambrosini sono indagati per corruzione dalla Procura di Roma in un’inchiesta rivelata dall’Espresso all’inizio di novembre. Con loro è indagato Corrado Gatti, che doveva vagliare la bontà del piano di concordato. Laghi ha un ruolo anche nella vicenda Astaldi. Il docente di economia aziendale alla Sapienza di Roma è creditore dell’impresa per oltre 900 mila euro e ha un contratto di consulenza da 2,5 milioni per il piano che dovrebbe riportare l’impresa in buona salute con Laghi ad agire da procuratore, se andrà bene, o da liquidatore, se andrà male. Laghi ha minimizzato il suo possibile conflitto di interessi scrivendo ai commissari che i 900 mila euro sono «meno del 9 per cento del volume d’affari» suo e del suo studio nell’anno in cui si è formato il suo credito ossia una decina di milioni complessivi. Il commissario inventato da Andrea Camilleri non ha mai visto tanti soldi in vita sua.

Impreparati, incompetenti, immaturi: il ceto politico non è mai stato così ignorante. Non si è mai visto un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. Colpa della scuola? O di una selezione al contrario? La democrazia rischia di non funzionare se conferisce responsabilità di comando a persone palesemente impreparate. Raffaele Simone su L'Espresso il 27 settembre 2017. Anche se la legge elettorale ancora non c’è, le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli. Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”. Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità, cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila. Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti. Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante. Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco. I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato. Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio? Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace. Perché dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perché è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia. I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca. Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica. La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni. Si dirà, come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente. Il caso di Virginia Raggi, per esempio, è da trattato di sociologia politica. Pronuncia carinamente l’inglese, ma è un’icona fulgente dell’incompetenza e dell’improvvisazione. Lo mostra, tra le mille cose, il suo incessante fare e disfare alla ricerca di assessori, alti funzionari e dirigenti per le partecipate: li raccatta dalle più varie parti d’Italia, senza distinguere tra accademici e gestori di night, li licenzia di punto in bianco, non vede che la città affonda nella monnezza e nell’incuria e intanto, svagata e placida, esibisce al popolo sfinito la più granitica certezza del radioso futuro della Capitale. Max Weber non avrebbe mai immaginato neppure che i destini della Capitale potessero esser telegovernati da un paio di signori che nessuno ha eletto, o che una deputata, che nella vita faceva la ragioniera, sarebbe arrivata a spiegare col forte caldo la lieve ripresa estiva del Pil. Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa. Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sé, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza. La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic). La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perché suscita due domande gravi e serie. La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)? È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui José Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere? «L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica». «La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia». È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente? Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti. La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I? Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese. Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica. Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà, del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.

Massimo Gramellini contro il governo Conte: "Manifesta incapacità. Prima la predica, ora il lockdown". Libero Quotidiano il 31 ottobre 2020. “Politici e amministratori hanno passato i mesi caldi a farci la predica, mentre loro vivevano alla giornata e discettavano di banchi a rotelle”. Massimo Gramellini ha aperto il fuoco contro il governo presieduto da Giuseppe Conte, accusato di aver preso misure anti Covid che anziché diminuire il contagio paradossalmente rischiano di incentivarlo. “E adesso ci rinchiudono tutti in casa per manifesta incapacità di lasciarci uscire in modo decente”, è il commento della firma del Corriere della Sera, che ha ben rappresentato l’assurdità della situazione attuale che sta vivendo il paese: “Ci lasciano ancora uscire di casa solo per arrivare a scuola o in ufficio, ma ci vietano tutti gli spostamenti che hanno un risvolto voluttuario. Il problema è che ci si contagia molto di più andando a scuola e in ufficio che non al ristorante e a teatro”. Il motivo è piuttosto semplice, quasi scontato: “La sera ci si sposta con i mezzi propri, mentre di giorno si prendono in prevalenza quelli pubblici, che sono congestionati. E lo sono - ha ribadito Gramellini - perché a tempo debito non vennero potenziati da chi aveva il dovere di farlo. Ma si sa come funziona la mano pubblica da queste parti: esosa nel pretendere il rispetto delle regole da parte dei privati e nel perseguirli - ha chiosato - ma estremamente lassista quando si tratta di pagare i suoi debiti e offrire servizi all’altezza di una nazione civile”. 

Carlo Verdelli per il “Corriere della Sera” il 31 ottobre 2020. Vero, non è come a marzo. È molto peggio. Allora c' era un Paese preso alla sprovvista che, pur pagando un prezzo alto, trovò una compattezza e una compostezza che ci valse la stima del mondo. Adesso, a parte il premier Conte (forse), non ci crede più nessuno che andrà tutto bene. E questa perdita di fiducia collettiva è l' effetto collaterale più grave di un devastante ritorno di fiamma del virus, certamente, ma anche di una tragica impreparazione sia a prevederlo che a gestirlo. Un' anestesista racconta, ed è una voce tra mille e mille: «Quello stanzone così pieno, tutti questi malati proni di cui non puoi neanche vedere i volti, 7 mesi cancellati, tutto troppo triste». Qualcosa di più che triste. Il virus ci sta usando per riprendere slancio, per moltiplicarsi. Ha bisogno che i nostri corpi entrino in contatto con altri corpi, più siamo e meglio è. Per lui. Trasporti pubblici affollati, con la calca per infilarsi in un vagone della metro o sul predellino di un bus? Magnifico. Sciatori in coda per il primo weekend sulle piste? Perfetto. Spostamenti sui treni locali di gruppi di pendolari, per esempio verso Monza, dove c' è un picco tra i più preoccupanti? Benissimo così. Limitandoci all' Europa, il Sars-Cov-2 è risorto, le Borse affondano, gli Stati arrancano, il nostro purtroppo più di altri. E pensare che avevamo quasi vinto, almeno noi. Il 2 agosto, contavamo 239 nuovi contagi e 8 morti. Eravamo in salvo. La cura italiana aveva funzionato. E allora, invece di lavorare come matti per rafforzare le difese, ci siamo messi a cantare e ballare, abbiamo rimandato di applicare il tanto che la prima ondata ci aveva insegnato, di colmare le mancanze strutturali che avevano contribuito allo sconquasso. Le gare per la fornitura di tamponi rapidi e per il potenziamento delle terapie intensive sono partite il 29 settembre e il 2 ottobre, quando i buoi erano già fuori dalla stalla, la burocrazia rallentava il rallentabile, e si lasciava che si spegnesse la già flebile sintonia tra governo centrale e Regioni. Qualcuno ha chiesto scusa? Non risulta. Qualcuno ha avuto la dignità di guardare negli occhi la nazione per dire «abbiamo sbagliato, non difendiamo l' indifendibile, ripartiamo consapevoli dei nostri errori»? Niente. Soltanto un penoso scaricabarile tra ogni singola parte del variegato mosaico di chi è chiamato a gestire la cosa pubblica. Il risultato è la catastrofe, non solo sanitaria, verso cui ci stiamo speditamente avviando. Le 10 ore di coda per un tampone a Roma sono l' emblema, uno a scelta, di un Paese allo sbando. Nelle ultime due settimane, il numero dei positivi si è moltiplicato per sei. Adesso i morti superano i 200 al giorno e i contagiati sono oltre 30 mila in più da una sera all' altra, con la curva in costante impennata, la curva peggiore d' Europa. La pandemia è con tutta evidenza fuori controllo e anche il Paese, per la prima volta, rischia di diventarlo. Da Trieste a Palermo, si moltiplicano e incattiviscono le manifestazioni di tutte le categorie toccate dall' ultimo Dpcm del presidente del Consiglio, il suo dodicesimo dal 23 febbraio, ultimo soltanto in ordine di tempo, perché presto ce ne sarà un tredicesimo, e poi un quattordicesimo, alla disperata rincorsa di un virus che sembra però aver innestato un' altra marcia. Sono proteste alle quali non eravamo più abituati e tantomeno pronti, figlie di un disorientamento generale e di preoccupazioni anche comprensibili (se adesso ci chiudete, come faremo a sopravvivere, con tutto quello che abbiamo già perso?), alle quali si mischiano la rabbia delle periferie e il calcolo destabilizzante di gruppi di destra fuorilegge e di agitatori manovrati anche da lontano, per esempio da capitali che hanno tutto l' interesse che l' Italia e l' Europa implodano. Italiani angosciati, estremisti di professione, mercenari al servizio di Paesi iena che fiutano l' occasione di addentare una preda indebolita e afflitta: uno scenario delicatissimo, con i primi feriti tra le Forze dell' Ordine chiamate a contenerlo e con il terrore che ci scappi, prima o poi, un incidente simbolo. Povera patria, se dovesse succedere. Ripartiti a difenderci in grave ritardo, adottando misure che per adesso non frenano il Coronavirus e inevitabilmente danneggiano parti del nostro tessuto economico, viviamo ore in precario equilibrio su un filo sottilissimo. Eppure la consapevolezza della gravità estrema del momento non sembra davvero compresa. Prevale un tatticismo in ordine sparso, dove un governatore chiude le scuole della sua regione, un altro abolisce l' orario del coprifuoco salvo poi rimetterlo, un leader della maggioranza attacca le decisioni dell' esecutivo di cui fa parte, e dove il leader dell' opposizione va in Parlamento senza mascherina e annuncia che non ci sarà una seconda ondata, mentre la seconda ondata ci sta già travolgendo. In attesa di un vaccino che non arriverà a dicembre (imperdonabile l' errore di Conte di continuare a promettere l' impossibile: su larga scala non ne disporremo prima dell' autunno 2021), avremmo bisogno come il pane, anzi come l' aria che proprio il virus ci fa mancare, di una strategia chiara e onesta, alla quale contribuiscano tutte le tribù di cui è composta l' Italia, finalmente disposte a disarmarsi per unirsi, almeno il tempo necessario, a scongiurare il peggio che avanza. Chiamatela come preferite: unità nazionale, regia condivisa, concertazione d' emergenza. La minaccia oscura, incompatibile con il nostro stile di vita, non si dissolverà da sola. E il tempo che ci siamo incoscientemente lasciati per fronteggiarla è molto più corto delle prossime due o tre settimane, che paiono essere diventate la nuova frontiera prima dell' ora x, quale che sia.

Hanno tutti ragione. La prevalenza del cretino. Stefano Cappellini su La Repubblica il 30 ottobre 2020. Questo è il numero di venerdì 30 ottobre 2020 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione clicca qui. Quando da adolescente lessi qualcosa di Charles Bukowski (poi passa, il guaio è se non passa, allora fatevi vedere) una frase mi fece molto arrovellare. Suonava più o meno così: “Preferirò sempre un intelligente del partito avversario a un cretino del mio partito”. Da subito mi interrogai con un certo tormento: sono d’accordo? E se sono d’accordo, che senso può avere, allora, aderire a un partito? E se invece non sono d’accordo, significa che preferisco l’ottusa militanza alla libera intelligenza? O forse bisogna provare a smontare la costruzione, e distinguere tra lato umano della cosa (ha ragione Bukowski) e lato politico (ha torto Bukowski)? Quella frase, comunque, all'epoca mi diede fastidio. Mi parve, al fondo, un po' qualunquista. E infatti è una trappola che pare funzionare proprio all’opposto del suo autore: fatta apposta per dispiacerti a 16 anni e convincerti a 40. Pare. Ma è davvero così? Mi è tornata in mente, quella vecchia citazione, per via del dibattito intorno al governo Conte e alla sua adeguatezza rispetto all’emergenza Covid, o meglio all’inadeguatezza di alcuni dei suoi ministri. Sia chiaro, non sono così mal messo da considerare il governo Conte bis il “mio” governo. Anzi, provo rigetto – se scusate la durezza del termine – per una parte della sua composizione politica. Ma non sono nemmeno più così giovane o così calendiano da pensare che, per inseguire un “mio” governo ideale, valga la pena rischiare di trovarsene in concreto uno ben peggiore. Uno a guida Salvini-Meloni, per esempio. Però non siamo ancora al cuore della questione. Perché molti dei detrattori del Conte bis sostengono l’ipotesi alternativa di un governo tecnico, chiamiamolo così per comodità. Un esecutivo che sostituisca almeno una parte degli impresentabili, dei dilettanti, degli inattrezzati con figure di più solido spessore e curriculum. Anche per chi, come me e molti altri, non ha mai amato questo genere di soluzione, è difficile non interrogarsi sulla sua opportunità. Abbiamo un ministro degli Esteri, e tuttora capo di fatto del partito di maggioranza relativa in Parlamento, che nel pieno della seconda ondata di virus non ha trovato di meglio che rilanciare su tutte le sue piattaforme social la proposta di tagliare lo stipendio dei parlamentari. Abbiamo una ministra dell’Istruzione che pochi giorni fa è andata in televisione e ha dimostrato di non avere idea della differenza tra test sierologico e tampone rapido, una cosa sconvolgente, perché da otto mesi si suppone che la ministra non abbia avuto altra preoccupazione che rendere sicure e agibili le scuole, e che abbia fatto decine di riunioni, e parlato con centinaia di esperti e consulenti, una trafila che in teoria avrebbe dovuto rendere edotto della materia anche il più ignorante in materia, e in partenza lo eravamo quasi tutti, e che invece nel suo caso, nonostante la responsabilità diretta sulle decisioni da prendere, non è bastato: incredibilmente, a ottobre 2020, Azzolina non aveva chiara la distinzione. Abbiamo una viceministra dell’Economia che dichiara in una intervista che è l’ora di finirla con le “politiche anticicliche” e che pare dunque afflitta da analfabetismo economico. L’elenco potrebbe continuare. E allora? Meglio un nuovo governo degli ottimati? Un altro Monti? Un Draghi, se volessimo usare il brand che accompagna questa suggestione? Di base, penso scambieremmo tutti o quasi una Azzolina o un Di Maio per un Draghi. Ma la politica è sempre una faccenda un po’ più complessa di uno scambio di figurine e, a differenza di altri mestieri, ha un rapporto non meccanico con la competenza tecnica. Tanto per cominciare, è una sciocchezza figlia solo del delirio antipolitico degli ultimi anni l’idea che un buon ministro del Tesoro possa essere solo un economista, o un buon ministro della Salute solo un dottore e via dicendo. In realtà compito di un buon politico è applicare alla gestione tecnica della materia di cui è responsabile una visione, un impulso, una direzione. Quando Silvio Berlusconi scese in campo, lo fece con la retorica dell’amministratore delegato del Paese: “Guiderò l’Italia come ho guidato le mie aziende”. La nazione, però, sotto la sua guida non ha conosciuto le fortune di Segrate e Cologno Monzese. Perché il Consiglio dei ministri non è, per fortuna, l’equivalente di un cda e l’amministrazione della cosa pubblica richiede sensibilità e capacità spesso sconosciute anche al più brillante dei manager. Oppure prendete il caso di Corrado Passera. Manager e uomo d’impresa notevole, accompagnato da una meritata fama di efficiente risolutore, divenne ministro dello Sviluppo economico del governo Monti. Poi si buttò in politica fondando un suo partito: Italia unica. Quella di Passera fu una delle più scalcagnate imprese di ogni epoca, chiusa dopo poco tempo per manifesta inferiorità, come si dice nel baseball, e non prima di aver consegnato alla storia minima del costume politico alcune perle, come la foto di Passera imbavagliato insieme a un pugno di figuranti e la più scellerata delle scelte di calendario, dato che l’assemblea fondativa di Italia Unica si svolse il 31 gennaio 2015, e se vi chiedete il perché della pignoleria di riportare la data esatta, sappiate che è il giorno dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, evento che relegò l’attenzione mediatica per la nascita del partito di Passera a un massimo di dieci righe a pagina 28 o in pezzi che nella home page precedevano di poco la ricetta della perfetta carbonara. Elsa Fornero, ministro cattedrato del governo Monti e autrice dell’omonima riforma del sistema previdenziale, scrisse una norma forse salvifica nell’immediato per i conti pubblici minacciati dallo spread a 500 ma gravata da un clamoroso vulnus: i cosiddetti esodati, fuori dal lavoro ma anche dal diritto alla pensione, inizialmente stimati in poche decine di migliaia (come fossero pochi, peraltro) e più avanti ricalcolati in almeno 300 mila invisibili. Negli anni successivi i vari governi dovettero intervenire a più riprese per tappare quella tragica falla, una disattenzione poco tecnica e molto politica al cui confronto impallidisce persino il pasticcio dei navigator. Fin qui, l’equivoco della competenza o del curriculum. Poi c’è la questione più squisitamente politica e che riporta al dilemma bukowskiano: è accettabile tenersi l’incompetenza manifesta se veste del colore meno sgradito? Ieri il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci ha scatenato un finimondo per aver detto in aula che urge una verifica: "Valuti Conte se i singoli ministri sono adeguati all’emergenza che stiamo vivendo". Ora, nonostante la folta concorrenza, io faccio fatica a trovare un nome più distante del senatore Marcucci dalla mia personale idea di sinistra. E ritengo folle aprire un tavolo di rimpasto in questo momento. Ma l'invito di Marcucci al premier, in sé, non pare così infondato. Perché a nessuno piace rassegnarsi all'idea che in un frangente simile il volante non sia nelle migliori mani possibili. Eppure il problema di quale alternativa non è meno pressante. Un governo è una macchina complessa, dove spesso spinge e conta anche chi non ha un ruolo formale o chi ha un potere di controllo e indirizzo, oppure quei pochi abili in squadra che finiscono per surrogare l’inazione dei ministri incapaci. La presenza di un diversamente intelligente nella compagine più affine alla propria visione non cancella la visione stessa, cosa che invece può accadere se la leva del comando passa in mano a un intelligente di altra fazione. Il guaio del Conte bis, e dell’Italia tutta, è che si tratta di un esecutivo pieno di schiappe nel momento più drammatico del dopoguerra dopo il sequestro Moro, quando però la classe dirigente del Paese, maggioranza e opposizione, era oggettivamente di un'altra levatura. È brutto dirlo così, somiglia a quei giudizi demagogici che sono il veleno del dibattito pubblico da tanti anni, ma è una verità difficile da negare. Al tempo stesso, il legittimo desiderio di cambiare ciò che non va deve fare i conti con la necessità e la responsabilità di capire come si ricostruisce il palazzo che si vuole buttare giù (un concetto che è il pilastro dell'azione di Sergio Mattarella, un capo dello Stato formidabile). Anche perché un’altra verità incontestabile, e mi piace dirlo nel giorno del suo sessantesimo compleanno, è che non ci sono molti Maradona in panchina. Per questo, alla fine, se devo fare una previsione penso che il governo andrà avanti com'è. Se devo esprimere un giudizio, credo che faticherà molto a mantenere il consenso dei mesi scorsi. E se devo tornare alla citazione di partenza sono convinto che, nonostante l’apparenza, quella frase di Bukoswki sia un po’ come Bukoswski tutto: è più facile condividerla nel furore dei 16 anni piuttosto che nella maturità dei 40.   

Dagospia l'1 novembre 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, governo di incapaci, senza dubbio, che adesso chiede all’opposizione un aiuto e l’opposizione risponde con un troppo tardi. Il troppo tardi avrebbe forse un senso (forse, perché per un’opposizione responsabile di fronte a una pandemia mondiale non dovrebbe essere mai troppo tardi) se in tutti questi mesi ci fossero state proposte serie non ascoltate. Invece gli slogan sono stati: no alle chiusure durante il lockdown, no al MES quando la maggioranza voleva chiederlo (che poi neppure ha chiesto), no perfino alla mascherina, appoggiando ogni negazionista e scendendo perfino in piazza a settembre contro la dittatura sanitaria (dittatura sanitaria, proprio così, e cioè se il governo ha la colpa di aver fatto poco e male, l’opposizione avrebbe fatto ancora meno). Tuttavia il troppo tardi bisogna ammettere che conviene: se sei altrettanto incapace di chi contesti, meglio starne fuori e continuare a fare campagna elettorale sulla vita delle persone con i no a tutto. Baci, Massimiliano Parente

Il covid-19 e le misure di contenimento. Se Salvini e Meloni fossero onesti chiederebbero scusa agli italiani…Giuliano Cazzola su Il Riformista il 31 Ottobre 2020. «La guerra! È una cosa troppo seria per affidarla ai militari». Così Georges Clemanceau, detto “il Tigre”, uomo politico della III Repubblica francese, presidente del Consiglio durante l’ultima fase della Grande Guerra, protagonista dei Patti di Versailles che imposero dure condizioni alla Germania sconfitta. Per come è stata condotta la guerra (tutta in difesa) al covid-19 e considerati gli ultimi repentini sviluppi ci sentiamo autorizzati a parafrasare lo statista d’Oltralpe: “La pandemia! È una cosa troppo seria per affidarla ai virologi e, in generale, agli scienziati”. Certo non è colpa di illustri cattedratici ed autorevoli primari se la politica, per darsi delle coperture verso l’opinione pubblica, si è messa nelle mani degli “esperti” e i media hanno fatto incetta di personaggi prestigiosi, contendendoseli nei vari talk show e andando costantemente alla ricerca di volti nuovi da presentare al loro pubblico. Poco alla volta gli esperti si sono lasciati travolgere dall’ondata di popolarità ed hanno assaporato il nettare del potere mediatico: quello stesso che influenzando l’opinione pubblica riesce ad orientare e, spesso, a guidare la politica. Già nei primi momenti della manifestazione del virus (fino ad allora sconosciuto) le famiglie confinate davanti alle tv avrebbero dovuto “mangiare la foglia”: era troppo evidente la discrepanza con cui i virologi e affini illustravano le caratteristiche del virus (come se il covid fosse stato il tema della loro tesi di laurea) e la banalità delle precauzioni suggerite (lavarsi le mani, evitare i contatti fisici, indossare una mascherina se proprio si voleva essere zelanti oltre il necessario). La linea che prevalse tra gli esperti consultati dall’esecutivo era orientata a una rappresentazione drammatica della situazione (del resto l’evidenza – al di là degli errori e delle sottovalutazioni – non lasciava dubbi in tal senso). I medici ‘’riduzionisti’’ venivano pubblicamente tacitati nelle “corride” televisive. Del resto apparve subito chiaro che la questione centrale era quella di impedire che il Servizio sanitario fosse travolto da una vera e propria aggressione di contagiati in condizioni estreme. Il governo fu indotto a disporre un regime di lockdown, molto ampio che – come sappiamo – ha creato effetti devastanti dell’economia (anche se alcuni settori, chiamati ad assicurare i beni e i servizi necessari, hanno accresciuto i loro ricavi) e forti limitazioni non solo dei diritti, ma anche delle consuetudini di una vita normale. Le misure adottate – ancorché discutibili – erano sostenute da un reale consenso determinato dal clima di panico che aveva travalicato le frontiere, attraversato i mari e scalato le catene montuose. “Andrà tutto bene” era lo scongiuro diffuso per persuadersi del fatto che l’epidemia, come era iniziata, così sarebbe finita, grazie ai comportamenti virtuosi imposti. Subito furono accantonate tutte le regole di bilancio e si lasciò intendere all’opinione pubblica che sarebbe arrivato da varie fonti, nazionali ed europee, un ammontare straordinario di risorse, come non se ne erano mai viste, per ‘’ristorare’’ i redditi e i fatturati, congelare i licenziamenti in attesa che l’incubo finisse e tutto tornasse come prima. Effettivamente, andando verso l’estate, la curva di tutti i parametri quotidianamente monitorati durante l’emergenza, cominciò a declinare, consentendo di riaprire le aziende e i servizi e restituendo la normale quotidianità alle persone. Ricordo che qualcuno sosteneva, in quelle settimane, che in realtà si stessero truccando le statistiche per non mortificare troppo la stagione turistica. Ma la linea era cambiata: eravamo stati bravi, obbedienti, responsabili e disciplinati; eravamo diventati un esempio per tutto il mondo sviluppato, in barba a quanti ci avevano umiliato nelle prime settimane di crisi. Il Servizio sanitario aveva tenuto e si era rafforzato, potenziando le terapie intensive (nessuno faceva caso alle centinaia di migliaia di interventi per gravissime patologie rinviati per dare priorità ai pazienti colpiti dallo stigma del millennio, che per mesi erano apparsi come i soli a morire). Ma il fuoco non era spento: le notizie sulla diffusione del contagio erano finite in coda ai tg, ma i ricoveri e i decessi non erano scomparsi. È stato durante questo passaggio attraverso la “terra di nessuno” di un contagio mitigato, che l’opposizione sovranpopulista ha perso – sul piano etico – il diritto di criticare oggi le inadempienze del governo. Per Salvini e Meloni l’epidemia era finita e la richiesta di una proroga dello stato di emergenza era una pretesa inaccettabile, contro la quale fu persino organizzata una manifestazione di protesta. Ma se avessero un briciolo di onestà politica e personale sia Giorgia Meloni che il suo “compagno di merende” leghista dovrebbero delle scuse agli italiani. Almeno a quelli che non hanno dimenticato la linea di condotta dei due boss della destra-destra in agosto. Ci fu una infuriata requisitoria della presidente di Fdi nell’emiciclo dell’Aula della Camera («Pazzi irresponsabili, non vi daremo tregua»). Mentre Salvini intervenne al convegno dei “riduzionisti” (la sezione dei “terrapiattisti” del covid) organizzato da Vittorio Sgarbi, sostenendo che l’epidemia aveva esaurito la sua spinta propulsiva, ma che il governo voleva tenerla accesa importando immigrati clandestini allo scopo di impestare i nostri concittadini. «Per prorogare uno stato d’emergenza – tuonò l’ex Capitano – serve un’emergenza. E dov’è l’emergenza? Basta guardare i numeri, le terapie intensive. Non c’è più emergenza, a meno che qualcuno voglia usare questo pretesto per salvare la poltrona, per motivi politici e non sanitari». E ancora: «Il governo sta importando infetti. Magari è una strategia per tenerci sotto lo stato di emergenza». Per non parlare delle piazze piene durante la campagna elettorale e i selfie generosamente erogati dal leader della Lega in quelle occasioni. Ma a decidere che la linea era cambiata sono stati i virologi e affini (questa volta zittendo le Cassandre che predicavano sventure). In questa fase – sostenne l’insigne patologo Giuseppe Remuzzi in una intervista a Il Foglio – il Servizio sanitario può contare su 8mila posti in terapia intensiva, utilizzati solo per l’1,5%. E aggiunse che, anche arrivando al numero dei ricoverati in Francia, sarebbe stato comunque occupato solo il 5% dei letti disponibili. Una situazione del tutto diversa da quando era necessario stabilire delle priorità anche a costo di mettere a rischio delle vite. Rimanevano, però, altri gravi problemi sottotraccia. Il più importante dei quali riguardava la riapertura delle scuole. Per quanti sforzi si facciano – ammoniva Remuzzi – per mettere in sicurezza il personale scolastico e gli studenti, il rischio zero non esiste. Sorgeranno problemi che andranno affrontati senza panico. Nel primo pomeriggio di quella “domenica bestiale”, quando, all’ora di cena, ci crollò addosso il mondo all’improvviso e si fece ritorno ai Dpcm, il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, ospite a “Mezz’ora in più” su RaiTre, ci aveva rassicurati. «Che ci sia stata un’accelerazione, negli ultimi 10-15 giorni, del numero dei contagi in tutta Italia è un dato di fatto. Ma andrei cauto – aveva sostenuto il presidente – prima di parlare di crescita esponenziale. Non siamo in questa situazione». «È giusto guardare ai numeri con massima attenzione e allerta, ma non siamo in una situazione né di panico né di allarme. Degli 11mila casi registrati ieri, solo un terzo è sintomatico. Nella fase critica, a marzo, individuavamo tutti soggetti sintomatici». E ancora: «Siamo a quasi 700 persone ricoverate in terapia intensiva, un numero che non è paragonabile al momento del picco della scorsa primavera». Inoltre, aveva osservato il professore, l’Italia è «un Paese con un tasso di positivi in rapporto ai tamponi tra i più bassi d’Europa. La situazione sanitaria non è comparabile con marzo», aveva ribadito. Ma il racconto di Locatelli si diffondeva ancora in ulteriori rassicurazioni. «Non credo che dobbiamo arrivare a un coprifuoco serale» per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus, «certo un occhio sugli assembramenti forse va dato, magari implementando i meccanismi di sorveglianza». Per Locatelli, poi, «in Italia abbiamo imparato a proteggerci» e «abbiamo una formidabile capacità di fare tamponi». «Io credo che le Regioni abbiano tutta una serie di piani per attivare le rianimazioni. Non sono stati attivati perché non ce n’è stata l’esigenza. Abbiamo 700 terapie intensive su 6.600 adesso». Sempre secondo il presidente Locatelli, era «indubitabile che ci sia stata forte crescita» del numero di contagi negli ultimi giorni, ma, non è necessario chiudere le scuole. «Prima la scuola – insistette – La scuola, insieme al lavoro e alle attività produttive, è la priorità. È stato fatto uno sforzo straordinario e va tenuta aperta. Il contributo della scuola nella diffusione del virus non è assolutamente d’impatto». E il vaccino, gli chiesero? «Probabilmente lo avremo disponibile nella primavera del 2021». «Fino ad allora dobbiamo convivere in modo da minimizzare l’impatto del coronavirus sulla vita degli italiani». Quanto al rischio di una nuova chiusura generalizzata del Paese, Locatelli commentava: «Voglio sperare che non arriviamo a lockdown su scala nazionale, si sta lavorando a questo, anche per contemperare la tutela della salute con il mantenimento delle attività produttive nel Paese». Se il numero di contagiati da coronavirus arriverà o arrivasse in Italia a quota 600mila, allora sì che si potrebbe parlare di pandemia “fuori controllo”, chiariva Locatelli. Sono diversi i fattori da considerare prima di poter parlare di pandemia fuori controllo: «occupazione dei posti letto, contact tracing». Oggi – ricordò – c’è una linea di pensiero che si sta sviluppando in ambito europeo secondo cui «il sistema rischia di andare fuori controllo quando c’è circa l’1% di popolazione infetta, in Italia quindi 600.000 persone». Questa «è una variabile troppo influenzata da una serie di strategie che prevengono questo scenario, i modelli matematici (quelli usati dagli scienziati che avevano chiesto con urgenza il lockdown? ndr) sono utili ma – ribadì Locatelli – bisogna tenere in considerazione i dati che possono interferire». Una settimana dopo (sabato 24 ottobre), mentre gli italiani attendevano il supplemento del Dpcm di nuovo conio, a Stasera Italia, un altro virologo forniva una valutazione prudente, benché realistica, della situazione: il 95% dei contagiati – affermava – sono asintomatici o leggermente sintomatici, ma essendo ridotta la quota di virus introiettata, di solito non manifestano abbastanza tasso di ‘’infezione’’ da trasmettere alle persone con cui vengono a contatto. Poi, con garbo, aveva criticato gli scienziati che facevano allarmismo ingiustificato. Quanto all’appello dei cento scienziati rivolto a Mattarella e a Conte, il medico faceva notare che nessuno dei firmatari era un seguace di Esculapio, ma appartenevano tutti ad altre discipline. Da qui era partita una critica al modello matematico usato per prevedere il progredire dei contagi. Ma – direbbe Marc’Antonio – “Conte denuncia una situazione che può scappare di mano. E Conte è un uomo d’onore”. Qualche cosa il governo doveva pur fare. Che senso ha avuto, però, anticipare alle 18 la chiusura di bar e ristoranti e degli altri esercizi pubblici? Innanzitutto tale misura, almeno per la ristorazione, significa togliere di mezzo i due terzi dell’attività, perché non c’è confronto tra il numero degli avventori a pranzo e quelli a cena, soprattutto nei fine settimana e sempre in condizioni di sicurezza come prescritto dai protocolli. Lo stesso discorso vale per i cinema, i teatri e i luoghi di spettacolo. Se l’esperienza della scorsa primavera ha fornito qualche insegnamento, non c’è una “seconda ondata”: è sempre la stessa di prima. Vogliamo metterci a giocare a nascondino con il covid-19? Il virus – dopo un periodo di trend decelerato per effetto delle misure di contenimento – attenderà il momento della riapertura che prima o poi dovrà pure avvenire. Che fare allora? Si va avanti con un’indefinita politica di stop and go? Incuranti della letalità in cui incorrono le imprese? Ben vengano le misure di “ristoro”, ma il problema non è quello di assicurare la sopravvivenza dell’imprenditore, piuttosto la salvezza dell’impresa. Questo perché lo Stato non sarà mai in grado di accollarsi, non solo i redditi (attraverso la cig), ma anche i fatturati, per un tempo indefinito. C’è poi la questione della messa in quarantena della PA con il pretesto dello smart working e della forte raccomandazione (si è mai vista un norma che si limita a dare pressanti consigli?) di passare al “dad” nella scuola superiore in nome di una logica del “fai da te” che garantisce molto poco sul piano effettivamente formativo. Il governo procede a tentoni: sa che deve fare qualche cosa, ma non sa bene se le misure serviranno o meno. Nell’ordinamento costituzionale la serrata non è un diritto, ma è pur sempre una libertà. Perché le organizzazioni delle professioni colpite non proclamano una “serrata a rovescio” rifiutandosi di chiudere all’ora stabilita?

Milena Gabanelli per corriere.it il 24 ottobre 2020. Di fronte ad una pandemia che si diffonde nel Paese in maniera non uniforme, è evidente la necessità di misure di prevenzione e cura mirate, pertanto la cooperazione tra Stato, Regioni e Comuni è indispensabile. Lo scenario più efficace dovrebbe prevedere misure specifiche e circoscritte, inserite tuttavia in un contesto solido di visione e coordinamento nazionale. Di fronte all’emergenza estrema che stiamo affrontando, continuiamo invece ad assistere  ad un confuso e persistente conflitto istituzionale e scarico di responsabilità. Le Regioni conoscono i problemi del loro territorio, e se valutano di isolare una zona, la decisione non può essere presa autonomamente, perché quella zona poi la devi cinturare, e le forze di polizia le dispone il prefetto, che risponde al Ministro dell’Interno. Le questioni sono strettamente connesse alla salute pubblica, e in sanità la competenza è delle Regioni. Vuol dire che devono provvedere al buon funzionamento degli ospedali, incrementare la medicina del territorio, organizzare con i comuni il trasporto pubblico in sicurezza, individuare tempestivamente i focolai, provvedere al tracciamento dei contagi. Ma ci sono misure che coinvolgono anche la sicurezza pubblica, e le Regioni non hanno forze di polizia. Da qui i conflitti, e il consueto scaricabarile. Siamo in una sorta di federalismo di fatto, ma senza regole, dove spesso prevale il più forte. Non in termini di capacità progettuale o operativa ma di peso politico. L’esempio più emblematico è quello della scuola. La competenza è nazionale. Nella prima fase dell’epidemia il presidente delle Marche Ceriscioli decide autonomamente di chiuderle. Ceriscioli è in uscita, si sa già che non sarà ricandidato, il governo impugna il provvedimento, e vince. Le scuole riaprono, per essere richiuse qualche giorno dopo, e in tutta Italia, con un provvedimento governativo. Seconda ondata: De Luca, rieletto trionfalmente  a settembre, la scorsa settimana chiude le scuole. Il governo ha fatto un attacco durissimo a  De Luca, il ministro Azzolina ha usato parole che rasentano il disprezzo,  ma non impugna. Tema immigrazione: la competenza è nazionale. Nel mese di giugno Musumeci dirama una  direttiva ai prefetti siciliani (non potrebbe farlo senza averlo prima concordato con il Ministro dell’Interno)  intimando loro di procedere ad una distribuzione dei migranti giunti in Sicilia sull’intero territorio nazionale. Il governo fa finta di niente e non impugna. È tuttavia costretto a farlo quando lo stesso Musumeci ordina la chiusura dei centri d’accoglienza in Sicilia. Vince al TAR, e a quel punto vengono fatte le navi quarantena per liberare Lampedusa dal sovraccarico. Tema chiusura dei confini regionali: non essendo l’Italia uno Stato confederale non ci sono confini da chiudere. Ed in ogni caso la limitazione della libertà di movimento, in situazioni di ultima emergenza, spetta allo Stato nazionale, non ai presidenti di regione poiché ci vuole un’attività di polizia per cui le Regioni non hanno le competenze ne’ i mezzi. E qui viene la questione del controllo del territorio. L’ ultimo dpcm delega ai sindaci la chiusura di zone delle città ritenute preoccupanti per la diffusione della pandemia. Giustamente chi meglio di loro sa dove si annidano i focolai? Quindi possono fare le ordinanze, mandare i vigili a chiudere le piazze con le transenne, ma è poco più di un’operazione di facciata perché per rendere efficace il controllo occorre un altro calibro di forza, e la  competenza non è ne’ regionale ne’ comunale. Il Sindaco può partecipare al Comitato provinciale per  l’ordine e la sicurezza pubblica, ma la responsabilità esclusiva è del prefetto e quindi dello Stato nazionale. Per la precisione il ministro dell’interno è Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza. Nessun altro lo è. Nemmeno il Presidente del Consiglio. Eppure il ministro dell’Interno non fa parte di alcuna cabina di regia governativa sulle misure anti covid. Ne’ di quella con i poteri legali, ne’ quella dei cosiddetti capi delegazione. Per il contenimento del Covid è stato istituito un Comitato Tecnico Scientifico che fa le proposte, ma poi si attuano quelle a cui i partiti danno il via libera. Il ministro Lamorgese è l’unico ministro tecnico, che non rappresenta un partito,  e per questo tenuta fuori dalle decisioni e consultazioni. Ora, con le tensioni esplose, Lamorgese si è impegnata – di sua iniziativa – ad aprire un canale con gli enti locali. Sarebbe stato opportuno coinvolgerla prima di firmare il dcpm. Sta di fatto che il governo non si assume la responsabilità di fare misure restrittive perché sono impopolari, delegando gli enti locali, che sono anatre zoppe. Così si alza la tensione fra Presidenti di Regione e i sindaci, fra Fontana e la Azzolina. Addirittura il presidente della Campania chiede il lockdown nazionale. Per arrivare al paradosso del sindaco di Borgosesia che ha deciso di denunciare chi denuncia gli assembramenti. Un quadro di caos istituzionale dove nessuno fa ciò che gli compete e di cui il Paese ha bisogno, mentre i contagi si impennano e ancora non si capisce perché sia così complicato fare i tamponi rapidi, già disponibili da mesi e autorizzati dal Ministro Speranza.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2020. Eravamo usciti di casa ai primi di maggio, pieni di rimorso per i focolai negli ospedali e nelle case di riposo, in primis il Pio Albergo Trivulzio trasformato in una trappola per anziani. E ci avevano garantito: mai più. Quasi sei mesi dopo, nell' Albergo sempre meno pio si contano di nuovo decine di positivi, mentre il reparto cardiologia del Sacco di Milano dovrà essere disinfestato a causa di un ingorgo di contagi che coinvolge medici e infermieri. Allora, ricorderete, ci spiegarono che ad averci sigillato tra le mura domestiche, con danni irreparabili per il portafogli e la psiche di molti, era stata la necessità di non ingolfare gli scarni reparti di terapia intensiva. Ci avevano detto: mai più. Adesso ci informano che il secondo lockdown potrebbe scattare proprio perché di terapie intensive, rispetto a quelle promesse, ne mancano almeno duemila. In primavera si ragionava sulla riapertura autunnale delle scuole, raccomandando di potenziare i trasporti per non creare focolai a quattro ruote. Ebbene, l' altro ieri la società che si occupa degli autobus romani ha pubblicato il bando per potenziare la sua flotta. Ma non potevano farlo a maggio, quel bando? No, non potevano. Altrimenti sarebbero stati svedesi. E sorvolo sullo scandalo dei vaccini dell' influenza introvabili e delle code sovietiche per un tampone. Se ci richiuderemo in casa, non sarà solo perché il Covid è cattivo e noi indisciplinati, ma perché chi ci governa e amministra si è dimostrato incapace di farlo.

Massimo Franco per il "Corriere della Sera" il 23 ottobre 2020. Probabilmente ha ragione Giuseppe Conte quando sostiene di non sentirsi in pericolo. E tuttavia cresce la sensazione che il premier e i suoi collaboratori stiano vivendo in una bolla autoreferenziale. In questa fase di recrudescenza del Covid-19, sembrano rispondere a riflessi del passato: conferenze stampa spettrali nel cortile di Palazzo Chigi; aperture d' ufficio ma poco convinte alle opposizioni, che lo accusano di «prendere in giro il Paese»; e tendenza a scaricare difficoltà e ritardi sugli altri. È un comportamento che fa pensare a un momento di scarsa lucidità politica. Più che visione emerge furbizia. E forse la convinzione che il calo di popolarità di Conte nei sondaggi sia un effetto transitorio: una flessione recuperabile con nuovi decreti di chiusura, con l' opinione pubblica costretta a stringersi intorno al governo. Ma in questo approccio si indovina l' eco del passato. L' esecutivo sembra non vedere, o comunque sottovalutare, lo scontento che tracima nella maggioranza; e che riflette il nervosismo evidente in settori crescenti del Paese. La stessa conferenza stampa di Conte di qualche giorno fa è stata considerata un autogoal. Non si tratta solo dei tentennamenti sul prestito europeo del Mes, motivati col timore di ritrovarsi i Cinque Stelle lacerati: un rinvio che stride con l' urgenza di rafforzare il sistema degli ospedali, mentre i soldi del Fondo per la ripresa si allontanano nel tempo. Il tema vero è il rapporto con alleati che tendono a non fidarsi di uno status quo presagio di tensioni a ogni livello. A Nicola Zingaretti, segretario del Pd, preoccupato del «tirare a campare» del premier, Conte ha risposto di essere «pienamente d' accordo». Ma evidentemente non ha convinto, se ieri il presidente dei deputati del Pd, Graziano Delrio, ha additato una seconda fase che potrebbe portare «alla sfiducia nelle istituzioni, a un minore senso di affidamento e di protezione». E ha messo in fila quelli che ritiene i punti deboli del governo: dai trasporti, ai tracciamenti, ai tempi per eseguire i test. È bene, ha aggiunto, che Conte «non dimentichi la fragilità, l' angoscia, l' impazienza e la rabbia che stanno montando nel Paese». Se a questo si aggiunge una situazione esplosiva tra i grillini, lo sfondo potrebbe risultare presto meno scontato e stabile di quanto si pensi. La questione di un possibile cambio di ministri è rispuntata nel modo più imbarazzante, con il titolare della piattaforma Rousseau, Davide Casaleggio, secondo il quale un ministro del M5S gli avrebbe offerto un posto nel passato governo: non è chiaro a che titolo. È stato chiesto al titolare degli Esteri, il grillino Luigi Di Maio, se ne sapesse qualcosa. Risposta: «Pensiamo ai contagi che sono arrivati a sedicimila...».

Da liberoquotidiano.it il 23 ottobre 2020. Uno strano caso aleggia su Roberto Speranza. Il libro del ministro della Salute, dal titolo "Perché guariremo", doveva uscire il 22 ottobre, ma fin dai primi momenti sui principali store online era irreperibile. Il motivo? Secondo l'ufficio stampa Feltrinelli sentito dal Foglio l'opera è stata sospesa. D'altronde vista la seconda ondata non era il caso di farla uscire. Eppure al quotidiano sorge un dubbio oltre quello relativo a chi ha fermato la distribuzione: perché mai un ministro della Repubblica dovrebbe scrivere un libro controvoglia, ritirandolo dal commercio a pochi giorni dall’uscita. La risposta è presto data: "Imboscare è il vero potere - conclude Il Foglio -, stavolta è stato usato per evitare una figura forse non commendevole, ovverosia proporre in lettura agli italiani un saggio dell’uomo che guida un ministero sulla cui crucialità in questo momento di iella cosmica e malattia mondiale è forse crudele spendere parole". E in effetti in qualche stralcio disponibile su Google Books si legge: “Ho deciso di scrivere nelle ore più drammatiche della tempesta, perché non possiamo più permetterci di essere colti disarmati di fronte alla violenza di una eventuale nuova pandemia”. Troppo tardi verrebbe da dire.

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 23 ottobre 2020. La pietra tombale sull' attuale governo, e dunque anche su sé stesso, il ministro della Salute, Roberto Speranza, la mette alla seconda pagina del suo libro. Spiega di aver scritto il prezioso tomo «nelle ore più drammatiche della tempesta, nelle lunghe notti in cui il sonno mi sfuggiva, perché ero tormentato dalla preoccupazione che l' onda alta del Covid potesse travolgere il nostro sistema sanitario». E il motivo per cui si è cimentato nell' impresa è il seguente: «Dopo questa esperienza [] nessuno di noi potrà dire "non lo sapevo". Non possiamo più permetterci di essere colti disarmati di fronte alla violenza di una eventuale nuova pandemia». Già: nessuno potrà permettersi di essere impreparato, dice Speranza. Eppure, guarda un po', l'esecutivo di cui lui fa parte proprio in questi giorni è riuscito nell' impresa. Il testo del ministro è uscito ieri per l' editore Feltrinelli e s'intitola Perché guariremo. Dai giorni più duri a una nuova idea di salute. Per gran parte è costituito da un diario che inizia gennaio e finisce ai primi di settembre. Supponiamo dunque che il ministro abbia ultimato la stesura un mesetto fa, e che - sull' onda degli ultimi entusiasmi estivi e dei dati confortanti - si sia lasciato andare a giudizi che ora suonano grotteschi, considerate le circostanze. «Nessuno potrà dire "non lo sapevo"», ruggisce lo Speranza scrittore, e chissà se lo Speranza ministro ribadirà il concetto ai suoi colleghi. Cioè quelli che hanno lasciato la scuola allo sbando o si sono occupati di aumentare i posti in terapia intensiva giusto qualche giorno fa. E chissà se ripeterà agli altri ministri e ai suoi compari giallorossi le parole tonanti vergate nel libro a pagina 191: «La prova che abbiamo attraversato fa cadere tutti gli alibi. Ogni volta che una scelta è rinviata o non presa è perché si sceglie di non decidere. Il Parlamento democraticamente eletto attraverso il voto popolare dà la fiducia al governo. Il governo deve governare. Ha l' obbligo di assumersi le sue responsabilità. Non ci sono scuse». Strepitoso: speriamo ardentemente che Giuseppe Conte metta immediatamente gli occhi sull' aureo libretto. Qualora decidesse di farlo, vi troverebbe passaggi molto istruttivi. Credevamo infatti che il premier fosse maestro nell' arte dello scaricabarile, ma dopo aver letto Speranza abbiamo capito che, nel mollare la patatona bollente agli altri, il ministro della Salute non ha rivali. Nel suo curioso manufatto, egli sostiene di essere stato, sin dall' inizio dell' emergenza, a favore della linea dura. «Se si interviene immediatamente con forza, anche adottando misure estreme in territori limitati», scrive nel brano datato febbraio 2020, «si può provare a contenere il virus in un ambito ristretto e rallentarne la diffusione. Questa idea mi resta impressa in testa, va nella cassetta degli attrezzi che tra pochi giorni saremo costretti a utilizzare». Capito? Lui era per le maniere forti da subito, ma spesso non l' hanno ascoltato, soprattutto in Europa. Infatti ai primi di marzo, uscendo da un vertice Ue che - a suo dire - ha dato buoni frutti, annota: «Se anziché il 6 marzo questo passo avanti si fosse fatto dopo la mia prima lettera di fine gennaio, oggi saremmo in tutt' altra situazione». Povera Cassandra... Ma se Roberto era così convinto dalla fine di gennaio, come mai il 7 febbraio il suo ministero ha diffuso uno spot televisivo in cui Michele Mirabella spiegava che con il Covid «non è affatto facile il contagio»? Mistero. Sempre a proposito di maniere forti, è interessante una frase riportata a pagina 85 del libro, nel capitoletto datato 25 febbraio 2020. Speranza si vanta: «Ben presto la "linea dura" dell' Italia non sarà più una scelta discutibile da valutare, ma un modello da seguire». Nella realtà, proprio il 25 febbraio il ministro dichiarò scocciato ai giornalisti: «Le misure da assumere contro il coronavirus le decidono gli scienziati e non la politica: considero le misure al Senato, ovvero le mascherine in Parlamento, non fondate sul piano scientifico, così come non è fondato sul piano scientifico che tutti girino con mascherine». Di nuovo: se lui aveva capito tutto ed era per la «linea dura», perché ci veniva a dire che le mascherine non servivano? A pagina 96 del suo capolavoro, Speranza insiste. Dando conto del dibattito di inizio marzo sulla chiusura delle scuole, ricorda: «Io sono per la linea dura, ancora una volta». E ancora una volta, sfiniti, ci domandiamo: se lui era così determinato, perché il 4 febbraio, ai governatori che chiedevano di tenere in quarantena i bimbi rientrati dalla Cina, rispondeva: «Su queste cose decide la scienza. Noi ci affidiamo alla scienza e non alla propaganda»? La posizione autoassolutoria del caro Roberto è così difficile da sostenere che egli si contraddice più volte persino all' interno del libro. Dopo essersi lamentato dell' Europa che non ascoltava i suoi allarmi, dopo aver raccontato nel dettaglio (allo scopo di difendere Domenico Arcuri) la difficoltà a reperire mascherine, a pagina 137 scrive: «Ha infuriato una polemica, con tanto di interrogazioni parlamentari, perché nel mese di febbraio il nostro governo aveva inviato dispositivi di protezione e altro materiale sanitario in Cina [...] Io credo che non ci sia nulla di più sbagliato e inattuale di quelle polemiche. [...]. La solidarietà è un'arma potentissima per combattere il virus». Splendido: Speranza diceva che le mascherine non servivano, le abbiamo regalate ai cinesi e siamo rimasti senza, ma in compenso ci siamo curati con la «solidarietà». I risultati si sono visti...Tanto è tenero con sé stesso, tanto il nostro ministro è spietato con gli avversari politici e soprattutto con gli alleati. In un capitolo dedicato alla comunicazione, ad esempio, spiega che a lui non piace apparire o tenere conferenze stampa (e il pensiero corre ai comizietti di Giuseppi). Ma il meglio arriva al capitolo 12, «La settimana della solitudine». Speranza racconta i giorni tristi di fine febbraio in cui si è sentito «controvento». Lui - lo sappiamo - era per il pugno di ferro, ma «gli hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma spopolano»; «il Pd organizza un aperitivo sui Navigli per dimostrare che si può andare avanti senza fermarsi [...] Invitano anche me, ma declino». Commovente: per l' ennesima volta il ministro della Salute riesce a mettere in ridicolo i suoi alleati. Vero, nel libro bastona pure i sovranisti, tuttavia il peggio - forse involontariamente - lo riserva proprio all' Ue (ah, la cara Europa) e ai giallorossi. Quelli che invitavano a fare gli aperitivi, quelli che «non hanno scuse» e invece si sono fatti di nuovo trovare con le braghe calate. Lo spettacolo è desolante, ma state tranquilli, perché Speranza assicura: «Non ci sono dubbi, guariremo». Sì, state sereni, e non dimenticate i gesti apotropaici.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 24 ottobre 2020. Ci sono articoli che sono commissionati e altri che sono proposti, ma ecco, sorge una terza categoria che vogliamo denominare «non dirmi niente». È un articolo né proposto né commissionato: basta un indizio o un'occhiata e l'articolo si scrive da solo, sorge per generazione spontanea. Nel caso, l'occhiata bastava darla al titolo del Fatto Quotidiano (la colf del governo Conte) che ieri recitava così: «Posticipata l'uscita del libro del ministro Speranza: "subirà un ritardo"». Riportiamo anche l'occhiello, così risparmiamo tempo: «Il volume firmato dal titolare del dicastero della Salute che tratta della pandemia è intitolato "Perché guariremo". Da giovedì doveva essere sugli scaffali. La nota di Feltrinelli: "Subirà un ritardo nella data di messa in vendita"». Infine la foto: riproduce lui a Montecitorio, con la solita mascherina e la consueta aria tristanzuola. Ora: quale battuta scegliere, tra le tremila che ti assalgono da sole, senza cercarle? Quando poi stai per sceglierne una, ti assale un dubbio atroce: la capiranno, i lettori? Non che siano scemi, ma anzitutto va osservato che ai presunti colleghi del Fatto Quotidiano, per esempio, non è scappata una sola parola di ironia che fosse una, niente, zero. Anche l'articolo è gelido come una nota Ansa: «Il comunicato della casa editrice Feltrinelli non fornisce spiegazioni sulle motivazioni di questo ritardo. Il volume firmato dal ministro Speranza era già arrivato nei magazzini ed era pronto a essere esposto: "Invitiamo i librai a non rendere il libro, ma a tenerlo nei propri magazzini, fino a quando, auspicabilmente in tempi brevissimi, verrà comunicata la nuova data di messa in vendita"». Possibile che non colgano l'assurdo? Neanche mezza battuta? Oddio, è il giornale di Travaglio: per loro l'assurdo è la normalità. Però, diosanto, il ministro si chiama pure «Speranza», e ha quella faccia lì, da penitente: no, non è possibile. Evidentemente è l'ortodossia governativa spinta al parossismo: è vietato ridere del Conte II, sempre, anche al circo, anche se il ministro si veste da clown. Non c'è altra spiegazione. Proviamo a inventare una notizia paragonabile: dunque, il ministro Pacifico ha rimandato l'uscita del suo libro «Perché vincerà la pace» dopo che la casa editrice è stata bombardata da colpi di mortaio. Rende l'idea? No. Niente supera la fantasia del reale. Bene, allora restiamo reali anche noi, e scriviamo cose quasi serie: ma ridendo, se non disturba. In ordine sparso, come il virus:

1) La carica italiana più titolata a programmare il prossimo futuro sanitario, cioè il ministro della Salute, escludeva che in questo periodo potesse esserci una recrudescenza dei contagi, ipotesi ventilata (da mesi) anche dall'ultimo immunologo di Barletta;

2) la scrittura di un libro non necessita di tre minuti: neppure se ti aiuta un ghostwriter (figura che un tempo chiamavano «negro», ah, orrore) e quindi significa non solo che Speranza non ha previsto la notevole impennata delle ultime settimane, ma non l'aveva neanche prevista nei mesi scorsi, mentre pure - vogliamo pensare - si documentava per il libro nonché, in second'ordine, perché era suo dovere: essendo lui - circola voce - il ministro della Salute;

3) ora finalmente sappiamo perché anche Speranza sembra che non abbia fatto un tubo, da giugno a oggi, per pianificare e fronteggiare il probabilissimo ritorno del Covid, peraltro con l'ausilio dei soldi del Mes; ecco cioè perché non sono state formate delle equipe, né predisposto personale, né preservati degli ospedali «puliti» dove indirizzare chi non era malato di Covid e non voleva beccarselo nei focolai ospedalieri: non se n'è occupato perché stava scrivendo un libro.

Stava scrivendo un libro titolato «Perché guariremo», titolo positivo forse suggerito dagli editor Feltrinelli (complimenti anche a loro) che forse però, chissà, forse non ci hanno pensato: invece di rimandare l'uscita, forse bastava cambiare il titolo. Da «Perché guariremo» a «Perché dovremmo guarire?», e questo perché «Andrà tutto male» sarebbe giudicato iettatorio o potrebbe instillare dubbi sacrosanti, tipo: «Perché, prima come andava», «ma parla del governo?». In ogni caso è troppo tardi («Troppo tardi»: altro buon titolo dedicato al tempismo governativo) nel senso che il libro, come detto, è già arrivato nei magazzini ed era pronto per gli scaffali. Opzioni possibili: o avvolgi ogni volume con una fascetta dell'ultim'ora («Parla l'esperto», qualcosa del genere) oppure dovranno ritirarlo e rimetterci le mani, possibilmente ben lavate. Feltrinelli ci ha speso dei bei soldi, ed è logico che ora inviti i librai «a non rendere il libro ma a tenerlo nei propri magazzini, fino a quando, auspicabilmente in tempi brevissimi, verrà comunicata la nuova data di messa in vendita». Ma fidatevi, non è una pubblicazione postdatata: è una figura di merda. Circola pure un'anticipazione del libro, testuale: «Nessuno di noi potrà dire "non lo sapevo". Non possiamo più permetterci di essere colti disarmati di fronte alla violenza di una eventuale nuova pandemia». Un consiglio a Speranza: a questo punto giochi sulle parole. «Perché guariremo»: perché prima ci ammaleremo.

Estratto dell’articolo di Riccardo Luna per “la Repubblica” il 20 ottobre 2020. «[…] Se pensiamo che le uniche armi contro il virus siano le mascherine e tenere le persone chiuse in casa, stiamo sbagliando tutto. […]». Alessandro Vespignani, 55 anni, fisico, è il direttore del laboratorio della Northeastern University di Boston […] Intanto con diecimila casi al giorno il tracciamento dei contagi è saltato: Immuni è stata scaricata da 9 milioni di persone ma ha mandato segnalazioni di appena 900 positivi. Perché non funziona? «[…] la app contro il virus è una cosa bellissima ma funziona solo se gli crei un mondo intorno. […] ho la app e poi che succede? Ho qualcuno con cui parlare? Posso contattare un medico più velocemente? Posso fare subito un test? Senza queste cose la app fa addirittura paura. Ti arriva una notifica di un contatto a rischio e sei solo». […] «[…]Era invece il momento per assumere studenti, o disoccupati, e addestrarli a stare in un call center di questo tipo. Si dovevano creare i navigator del Covid». […] Guardiamo al futuro ideale: ti arriva la notifica di Immuni, chiami un call center nazionale, ti risponde subito un navigator e che succede? «Che puoi fare subito il test. Le file che ho visto in Italia sono una follia. Ci sono modi semplici per gestirle: il contact tracer che ti risponde al telefono può darti l'ora esatta in cui farai il test. Oppure lo prenoti via Immuni. In Germania lo fanno già».  […]

Crepet: “Mi vergogno di questo paese! Qui siamo al regime. Infosannio 11 ottobre 2020 (radiorai.it) – ”Paolo Crepet già ad aprile denunciava il modo di agire del Governo. Possibile che nessuno si occupi delle conseguenze psicologiche che la situazione di emergenza può comportare? Dubbi, da parte dello psichiatra e sociologo, che ancora oggi persistono e si sono estesi a ulteriori ambiti: lavoro, scuola, sanità futura, vulnerabilità emotiva e fisica. Proprio da queste prende vita il suo nuovo libro ‘Vulnerabili’, dove la stessa sensibilità viene intesa come punto di partenza per un cambiamento, necessario dopo lo stato di emergenza vissuto. Ma come metterlo in atto, il cambiamento, se ogni giorno si fa vivo un “nuovo” pensiero che pare catapultarci nel peggiore dei passati? È ciò su cui si sofferma Crepet in diretta, mostrando indignazione in relazione alla notizia del divieto posto dal Presidente della Campania De Luca a medici e primari della regione di rilasciare interviste o fornire informazioni sul coronavirus. “L’Unità di crisi – si legge in una nota protocollata dalla regione – è l’unico organismo abilitato a fornire indicazioni e riscontri agli organi di stampa e a quelli radiotelevisivi e ai social media. È pertanto inibito a tutti gli organi aziendali rilasciare informazioni e interviste o intrattenere collaborazioni con i predetti organi senza espressa autorizzazione di questa unità di crisi”. Insieme al’ex Ministro della Famiglia Antonio Guidi, Paolo Crepet è intervenuto a “Un giorno speciale”. I due hanno discusso sui possibili scenari italiani e sugli errori che, secondo loro, sono stati commessi e si continuano a commettere nelle varie fasi passate, presenti e future di questa emergenza sanitaria.

Ecco l’intervista fatta da Francesco Vergovich: “Si deve lottare contro l’ignoranza, non se ne può più di un paese così straordinario condotto nemmeno dal cocchiere del Circolo Pickwick. Io sono veramente esterrefatto di questa totale incapacità. A osservare le cose sono capaci anche i deficienti, a prevederle ci vuole intelligenza: non è stato previsto nulla! Abbiamo cominciato male, con delle bugie. A febbraio è stato messo nel cassetto un documento dell’Istituto Superiore di Sanità in cui si prevedeva l’arrivo dalla Cina di una pandemia. Ora, mi chiedo, perché è stato messo in un cassetto? Qualcuno pensa che siamo tutti scemi? Ci trattano come bambini a cui non bisogna dire che il nonno sta bene? Questo fa ribollire il sangue. Nulla è stato previsto. Nessuno al Governo ha previsto che sarebbe arrivata l’estate e con essa le vacanze, i locali, i balli, le riunioni, i ristoranti strapieni… Non è stato previsto che a settembre sarebbe iniziata la scuola e si son trovati senza banchi, senza le regole. Dilettanti allo sbaraglio! Adesso, finalmente, c’è qualcuno che inizia a dire che inizia l’influenza, perché neanche questo sono riusciti a prevedere. Io ho scritto quel libro perché do un senso più che positivo alla vulnerabilità perché porta sensibilità e potrebbe essere un’opportunità per cambiare il paese. Ma se poi le ignoranze rimangono, se ancora sento terrapiattisti che parlano di vaccini a sproposito, se si riuniscono nelle piazze… Questa non è sensibilità e senza questo trionfa l’odio, le persone che non hanno merito. E allora, cominciamo ad alterarci! Oggi in Campania mi è stato detto che le Asl non possono parlare di coronavirus e che i primari ospedalieri non possono parlare di coronavirus. Qui siamo al regime. Io mi vergogno di questo paese. Io sono medico, noi abbiamo il diritto e dovere di informare la gente. È stato il Fascismo che ha negato le statistiche sul suicidio perché non bisognava dire che c’era qualcuno che si toglieva la vita per mancanza di libertà.

Marco Travaglio e la prima pagina del Fatto sul Dpcm Conte: "Salva Natale, Pd isterico e sgovernatori falliti". Libero Quotidiano il 25 ottobre 2020. "Oggi arriva il Dpcm per salvare il Natale". Quasi lockdown, ma il Fatto quotidiano preferisce indorare la pillola ai suoi lettori. D'altronde, leggendo il Dpcm in via di definizione (tra mille polemiche) e l'editoriale di Marco Travaglio, pare di vivere in due realtà parallele. Giuseppe Conte avrebbe voluto licenziarlo già sabato sera, ma lo scontro con regioni e Cts (che vorrebbero misure diverse su scuola, orari di chiusura e spostamenti) ha fatto slittare tutto. Eppure, secondo il direttore del Fatto, la colpa delle misure contenute nella bozza è tutta degli altri. Nello specifico, spiega Travaglio, "sembrano il frutto delle pressioni isteriche del Pd, che non tocca palla e vuol piantare una bandierina, e degli sgovernatori falliti, ansiosi di coprire le proprie vergogne". Non solo, a proposito dell'appello a misure urgenti dei 100 scienziati a Mattarella, Travaglio parla di "scienziati apocalittici ma digiuni della materia (fisici nucleari, vulcanologi e astronomi che scambiano i positivi per malati e i dati parziali dei tamponi per il totale degli infetti)". Insomma, una manica di incompetenti terroristi. Ma per fortuna che c'è Giuseppe.

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 27 ottobre 2020. Ieri sulle pagine di alcuni dei principali giornali è comparso un avviso di indizione gara della presidenza del Consiglio. Sotto il titolo banale di qualsiasi bando pubblico, l' annuncio avvisava che la scadenza per la presentazione di offerte per la fornitura di autoambulanze e automediche era fissata alle ore 18 del 3 novembre 2020. Sì, avete letto bene, il commissario straordinario per l' emergenza Covid, a otto mesi dall' inizio dell' epidemia, mentre migliaia di persone devono far ricorso al pronto soccorso causa coronavirus, ha sentito l' urgenza di chiedere ai fornitori della pubblica amministrazione di manifestare il loro interesse alla fornitura entro i primi giorni di novembre. Immaginiamo che tra chiusura della gara, apertura delle buste con le offerte inviate e proclamazione dei vincitori passeranno alcune settimane. Dopo di che, arrivato Natale, ne serviranno altre per avviare la produzione. Non credo di essere pessimista, ma immagino che prima della fine dell' anno non vedremo alcuna autoambulanza in più di quelle di cui già disponiamo. Naturalmente, quando parlo di fine anno intendo l' anno nuovo, perché è evidente che un' automedica non si attrezza così su due piedi. Servono sistemi di assistenza, ossigeno e altro e dunque, prima di metterla su strada, ci vuole tempo e dopo l' assegnazione dell' incarico bisogna passare alla fase operativa, cioè alla produzione, perché, a differenza delle automobili, le ambulanze non si comprano dal concessionario. Dunque, in piena emergenza, con gli ospedali pieni e i mezzi di pronto soccorso pienamente impegnati, la presidenza del Consiglio e il baldo Domenico Arcuri, ovvero l' uomo a cui Giuseppe Conte ha affidato pieni poteri per fronteggiare la pandemia, si sono ricordati di ordinare le ambulanze solo ieri e in gran fretta hanno invitato le aziende produttrici a farsi avanti. Che otto mesi dopo a Palazzo Chigi si siano resi conto della carenza di automediche non deve stupire. Impegnati com' erano a fare conferenze stampa e rilasciare interviste, è comprensibile che i nostri eroi contro l' emergenza siano un po' in ritardo sulla tabella di marcia. Pensate solo che per riuscire a raggiungere il numero di posti letto in rianimazione il governo - per bocca del solito Arcuri - ha chiarito che per arrivare a pieno regime, e dunque coprire il fabbisogno di disponibilità nelle terapie intensive, ci vorranno 27 mesi, vale a dire che saremo pronti ad affrontare l' emergenza all' incirca alla metà del 2023. Il che sarebbe già un brillante risultato, perché, se si dà un' occhiata al cronoprogramma per cablare le scuole e consentire la didattica a distanza, si capisce che con l' istruzione siamo messi anche peggio. Già, perché il bando di gara del solito Arcuri scadrà anche dopo quello per le ambulanze. Le offerte dovranno infatti pervenire entro il 23 novembre e i lavori dovranno essere completati entro la fine del 2023, con una scadenza per il Natale dell' anno prossimo di almeno un 25 per cento del totale. Dunque, per la rianimazione c' è tempo, per le lezioni anche e volete che nel ramo trasporti si proceda spediti? Ovvio che no. Sempre Arcuri, il mago dell' emergenza, l' uomo che riesce a tenere in surplace il Covid, l' altro giorno ha spiegato che a lui nessuno ha parlato di autobus e mezzi pubblici. Forse, essendo convinto che studenti e lavoratori viaggino con la forza del pensiero o, anche lui come il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che le persone si spostino da un capo all' altro delle città in monopattino, il super commissario pare non aver prestato neppure un minuto del suo tempo alla questione del trasferimento casa-scuola-lavoro. Con il risultato che al momento non paiono neppure essere state avviate le procedure per i bandi di gara e dunque, per i nuovi autobus, si dovrà scavallare anche il 2023, che a noi già sembrava una scadenza lontanissima. Ma c' è di più. Oltre a essersi dimenticato di ordinare ambulanze, cablare le scuole e comprare mezzi per il trasporto locale, il governo ha proceduto a rilento pure sul tracciamento dei contagiati, scordandosi che l' app Immuni doveva servire per informare gli italiani entrati in contatto con un malato. Dopo settimane di polemiche sulla scelta di un sistema dall' azionariato ritenuto non completamente affidabile (tra gli investitori c' è anche un gruppo cinese con base ad Hong Kong), l' applicazione che avrebbe dovuto tracciare le relazioni delle persone con il Covid, in realtà è finita in cavalleria, insieme ai tanti altri progetti rimasti sulla carta. L' elenco dei ritardi e delle manchevolezze naturalmente potrebbe continuare, arricchendosi di promesse e annunci non rispettati, come per i bonus. Tuttavia, penso che basti questo a far comprendere che qui l' unico a dover essere messo in isolamento prima che faccia altri guai è il governo. Non ci piacciono le rivolte in piazza e non abbiamo certo intenzione di soffiare sul fuoco. Semmai oggi ad appiccare l' incendio è chi siede a Palazzo Chigi, il quale rinviando di giorno in giorno i problemi è riuscito nella non facile opera di aggravarli. E ora pretende pure di presentarci il conto dei suoi danni.

Da huffingtonpost.it il 27 ottobre 2020. ″È inaccettabile che oggi, dopo mesi in cui abbiamo ripetuto che il trasporto pubblico poteva diventare il collo di bottiglia se non fossero stati riprogrammati gli orari della città, delle scuole, degli uffici, ci si venga a dire che si chiudono scuole e attività produttive perché i trasporti si sono fatti trovare impreparati”. È lo sfogo affidato al Corriere della Sera di Arrigo Giana, presidente di Agens (l’Agenzia confederale dei trasporti) e numero uno di Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. “Da aprile ho scritto a tutti gli stakeholder per chiedere dei tavoli di coordinamento e oggi vengono a dire che i trasporti si sono fatti trovare impreparati. È indecente”, denuncia Giana. “Ci si è riempiti la bocca con gli scaglionamenti degli orari scolastici. Chi lo ha fatto? Ma pensate che il ministero dell’Istruzione abbia mai chiesto alle agenzie di trasporto cosa fosse necessario fare? A un certo punto ci hanno persino detto che in base all’indipendenza scolastica dovevamo metterci d’accordo con i singoli presidi. A oggi i presidi chiamano direttamente gli amministratori delegati delle aziende di Tpl perché non sanno a che santo votarsi. Né come Agens, né come Atm sono mai stato invitato a un tavolo se non a quelli del ministero delle Infrastrutture. Il ministero è l’unico che si è dato da fare. Altri si sono riempiti la bocca senza sapere nulla”. Il presidente di Agens rivendica gli sforzi fatti, spiegando come il sistema del trasporto pubblico locale (Tpl) non sia espandibile oltre un certo limite: “abbiamo messo in campo tutto quello che avevamo, usando i vecchi bus, non dismettendone altri, chiedendo straordinari al personale. Oltre un certo limite il Tpl non è espandibile. Bisogna mettersi in testa che in questa situazione il trasporto pubblico non è la variabile ma la costante data intorno a cui deve girare correttamente il resto”. Secondo Giana, malgrado gli errori fatti, ”è necessario mettersi insieme, creare subito dei tavoli di coordinamento permanenti”. Altrimenti la storia del "farsi trovare impreparati" è destinata a ripetersi, ancora e ancora.

L'Italia ha già 120 miliardi di euro in tasca e non è capace di spenderli. Ponti, dighe, ferrovie: decine di grandi opere sono ferme anche se già finanziate con montagne di soldi. In attesa del Recovery fund, il nostro Paese conti con il suo immobilismo. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 03 novembre 2020. Milano il Seveso esonda puntualmente ogni autunno, da almeno sei anni sono a disposizione 120 milioni di euro per realizzare le vasche di compensazione, ma i lavori sono praticamente fermi. A Palermo da cinque anni sono stati stanziati 17 milioni di euro per mettere in sicurezza il ponte Corleone, una sorta di ponte Morandi di Genova come importanza strategica per la città visto che collega i due tratti principali della circonvallazione, ma ad oggi non un euro è stato speso. Sono due fotogrammi che uniscono da Nord a Sud il Paese che non sa spendere i soldi che ha già in cassa. E ne ha tanti, in pancia, divisi in mille rivoli tra enti locali, Stato e società controllate come Rfi e Anas.

Ritardi, cavilli e milioni non spesi. Così i trasporti sono andati in tilt. Emanuele Lauria e Giovanna Vitale su La Repubblica il 2 novembre 2020. In sofferenza soprattutto i mezzi pubblici delle grandi città. Tra le cause gli ingressi nelle scuole non scaglionati a sufficienza. Alla fine pure Giuseppe Conte, nella cornice solenne di Montecitorio, ha dovuto ammettere che qualcosa è andata storta: "C'è un'oggettiva difficoltà ad assicurare il distanziamento sui mezzi di trasporto". Anche sul suo smartphone, d'altronde, sono rimbalzate le immagini di bus e metropolitane pieni, con i passeggeri accalcati nelle ore di punta. Immagini che fanno a pugni con l'esigenza di frenare la curva dei contagi che ha cominciato a crescere esponenzialmente da fine settembre in poi, da quando cioè un esercito di otto milioni di studenti si è rimesso in movimento, accanto ai lavoratori già in attività dopo le ferie. Questa è la storia del pericoloso flop dei trasporti pubblici, che ha contribuito a provocare l'attuale stato di semi-lockdown e che ha generato uno scontro fra il governo e le autonomie locali. Ma cosa è successo esattamente?

I 180 milioni non spesi. È vero, come dice il premier, che il governo ha stanziato a fine agosto 300 milioni per potenziare i servizi di trasporto e che le Regioni, al momento, ne hanno spesi solo 120. Fondi che però sono stati materialmente ripartiti due mesi dopo, con un decreto attuativo firmato venerdì scorso. In ogni caso, in forza di impegni e anticipazioni, quei soldi sono stati impiegati per 4 mila nuove corse: impossibile acquistare bus nuovi in breve tempo, sono stati utilizzati 2 mila bus forniti da privati. Eppure ciò non è bastato a evitare l'emergenza. Perché il potenziamento è avvenuto principalmente su tratte extraurbane e nei piccoli centri, mentre non è servito ad alleggerire le corse nei capoluoghi, dove più forte è la domanda di mobilità.

La beffa dei bus turistici. Uno dei problemi emersi, sin da subito, è la difficoltà di impiegare i mezzi turistici assicurati dai privati per le corse ordinarie nei centri urbani: la loro conformazione impedisce accessi e uscite veloci dai bus. In realtà, è solo una parte della questione. Perché un altro affollamento - quello normativo - è stato d'intralcio: nessuno, a inizio settembre, nel mettere a disposizione i 300 milioni per i trasporti ha pensato di eliminare una disposizione precedente che vincolava l'utilizzo delle somme al fatto che le linee, prima del Covid, facessero registrare un grado di utilizzo superiore all'80 per cento della capienza. Un cavillo che, denunciano diversi governatori, ha limitato la possibilità di intervento.

Il nodo autonomia scolastica. Ma lo scoglio più alto si è rivelato lo scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita dalle scuole. "Il vero problema è che le aziende di trasporto non sono mai riuscite neppure a conoscere la domanda di mobilità", sintetizza Andrea Gibelli, presidente di Asstra, l'associazione che rappresenta il 95 per cento del Tpl urbano in Italia: "Ogni scuola, nel passaggio dall'orario provvisorio a quello definitivo, si è organizzata a modo proprio, con comunicazioni inesistenti o tardive a chi gestisce i collegamenti. L'autonomia scolastica è sacra - osserva Gibelli - ma in questo periodo di emergenza tutti stanno rinunciando a qualcosa. Forse chi sovraintende al mondo della scuola avrebbe potuto fare di più per assicurare un coordinamento". Ma almeno sino a metà ottobre la ministra Lucia Azzolina non ha voluto prendere in considerazione indicazioni univoche, su tutto il territorio, sullo scaglionamento degli orari delle lezioni, proprio in nome dell'autonomia scolastica. E malgrado le sollecitazioni in senso contrario di altri esponenti di governo (come Francesco Boccia) e degli enti locali. Nel frattempo, però, gli assembramenti non sono finiti, sui mezzi e alle fermate. Anche perché i controlli sono pochi e non esiste il contingentamento degli ingressi. In alcune città come Roma e Milano per evitare la ressa alle banchine della metro è stato offerto ai passeggeri un servizio alternativo sui bus. Ma la gente ha continuato a preferire la metropolitana.

I ritardi. Un dato è evidente: questa affannosa corsa per garantire trasporti sicuri è partita in ritardo. E qui si torna ai 300 milioni spesi per meno della metà. E messi in circolo con una conferenza unificata solo il 31 agosto, cioè proprio a ridosso dell'inizio dell'anno scolastico, dopo un'estate a discutere di plexiglas e banchi con le rotelle. Non si poteva fare prima? "Noi abbiamo presentato già a luglio un piano per garantire collegamenti sicuri", sottolinea il presidente dell'Asstra Gibelli sollevando altri interrogativi. Con lo stesso provvedimento il governo ha alzato il limite di riempimento dei mezzi all'80 per cento della loro capienza. Tetto che con il passare delle settimane è finito sotto accusa perché ritenuto troppo elevato, sulla base anche delle immagini delle resse sui mezzi. Eppure, ha sottolineato la ministra dei Trasporti Paola De Micheli in commissione, il limite dell'80 per cento è appena superiore a quello (75 per cento) indicato dal comitato tecnico scientifico: anche con 5 passeggeri per metro quadro, adeguatamente protetti e per un periodo non troppo lungo, non c'è rischio di contagio. Seppur questo riempimento - ha precisato De Micheli - possa sembrare "non coerente con le misure di contenimento del virus". Nel dubbio, il governo sta pensando di riabbassare la percentuale. L'ennesima prova di una scommessa fallita.

Federico Fubini per il “Corriere della Sera” il 30 ottobre 2020. L'Urss era quel posto dove lavoratori e mezzi erano tanti, ma restavano fermi. La domanda dei frutti del loro lavoro rimaneva insoddisfatta. E politici e burocrati discutevano per mesi, senza riuscire a far incontrare gli uni e l' altra. A Gabriele Saija, che ha 25 anni, le foto di bus e metrò affollati nelle città italiane durante le prime settimane del ritorno a scuola ricordano un po' la storia sovietica che ha studiato a scuola. Saija nel 2018 aveva vinto un premio di Confindustria per la sua startup che fa nel trasporto privato in bus ciò che Uber fa con le auto. Era arrivato ad avere 16 dipendenti. E quando a marzo le prenotazioni si sono azzerate con la prima ondata virale, ha lanciato zeelo.co.it: offre bus privati con distanziamento, tracciamento, disinfezione e controllo di temperatura. Amazon e altre aziende lo stanno già usando. L'imprenditore ha anche scritto ai 735 comuni italiani sopra i 15 mila abitanti per offrire lo stesso servizio con oltre quattromila bus privati connessi. Poteva aiutare a ridurre l' affollamento, quando avrebbero riaperto le scuole. Risposte positive: zero su 735. Sajia non è stato il solo a ricevere queste reazioni, spiega Riccardo Verona del Comitato bus turistici. In questi mesi molte coalizioni di imprese di trasporto privato, rimaste senza lavoro, si sono viste chiudere le porte in faccia da comuni e regioni. I mezzi pubblici sono rimasti spesso affollati oltre i limiti di legge; almeno 180 dei 300 milioni di euro stanziati dal governo per affittarli sono rimasti dormienti; migliaia di bus privati disponibili sono rimasti nelle rimesse, con i conducenti in cassa integrazione. L' Italia è giunta impreparata alla ripresa d' autunno e il virus ha ripreso a circolare. Non era inevitabile. Già in aprile un rapporto, firmato da figure di spicco del comitato-tecnico scientifico (Cts) del governo come Silvio Brusaferro dell' Istituto superiore di sanità e Sergio Iavicoli dell' Inail, indicavano i problemi e le scelte da compiere: «Emerge una criticità soprattutto per le grandi aree metropolitane relativa alla mobilità nelle ore di punta», si legge. I punti delicati sono già indicati in quel testo: servono, si osserva, «misure organizzative e di prevenzione per il contenimento della diffusione del contagio». In altri termini servivano più bus all' ora di punta del mattino - attorno alle sette e trenta - specie nelle aree di Roma, Milano, Torino, Venezia-Mestre e Genova. A maggior ragione perché il Cts dall' estate chiede che il riempimento dei mezzi non superi il 50% della capienza. Solo a fine agosto il governo arriverà a indicare un livello massimo di affollamento dell' 80%, al termine di un estenuante negoziato con le regioni. Ma in realtà queste ultime, che hanno poteri diretti sul trasporto pubblico locale, non sono mai state d' accordo. Un' ordinanza del 26 giugno della giunta veneta, a guida leghista, consente l' occupazione al 100% dei posti seduti e in piedi sui mezzi «in deroga all' obbligo di distanziamento». Il 27 giugno la Liguria, anch' essa in mano al centrodestra, permette i viaggi a pieno carico dei posti a sedere. Il 7 agosto la leghista Lombardia esprime «preoccupazione per l' obbligatorietà del distanziamento sui mezzi» e ricorda (correttamente) che tutte le regioni - anche quelle rette dal centrosinistra - sono della stessa idea. Quello è il giorno in cui il governo stanzia trecento milioni per il noleggio di bus privati supplementari, dei quali solo 120 verranno usati. Ad oggi la Lombardia ha aggiunto l' offerta di circa tremila posti in bus per il mezzo milione di studenti e lavoratori in più che si sono riversati sulle strade da settembre. Il Veneto ottomila in più (e solo da questa settimana) per i 250 mila viaggiatori tornati a circolare sui mezzi. Roma a guida M5S rafforza sette linee urbane di bus su 345 e non offre navette per alleggerire le rotte della metro. Anche l' Emilia-Romagna e il Lazio, a guida del Pd, irrobustiscono l'offerta di posti - rispettivamente - del 4,5% e del 2% dell' aumento di domanda di trasporto stimata con l' inizio delle scuole. E il governo non mostra la leadership necessaria per scardinare la protezione stesa dagli enti sul monopolio delle società di trasporto pubblico che essi stessi controllano. Quasi niente. Così le foto di viaggiatori stipati fanno il giro del Paese, il virus anche, ma è impossibile sapere quanta congestione ci sia stata in realtà: fra i grandi enti locali d' Italia, solo Roma dà trasparenza sui propri punti critici dell' ora di punta. «Spero che il blocco parziale del prossimo mese serva a prepararci meglio», osserva ora Iavicoli del Cts. Intanto Saija, lo startupper, ha trovato l' unica soluzione per lui ormai possibile: ha tagliato due dipendenti su tre e si è indebitato in banca.

Ministri e burocrati non all’altezza e la gente non sa più a chi credere. Paolo Pompeni su Il Quotidiano del Sud il 25 ottobre 2020. L’OPINIONE pubblica non sa a chi credere: a quelli che denunciano che la situazione è sfuggita di mano, o a quelli che sostengono che non la si può paragonare all’emergenza di marzo-aprile? Dopo aver ridotto la politica a comunicazione, dopo avere aperto tutti i possibili palcoscenici ad una folta schiera di esperti che non sai se ti aiutano con la loro scienza, fanno a chi la spara “strana”, o addirittura si mettono al servizio di questa o quella lobby di potere in vista di future prebende, scopriamo che siamo poco informati e ancor meno diretti. E sì che “leadership” in inglese significa banalmente capacità di condurre. E’ diventata una banalità scrivere che il paese è disorientato e frastornato, benché fino a non molto tempo fa dirlo era considerato fare del sensazionalismo. Oggi siamo in balia dell’attesa di conoscere se entro sera arriverà il solito DPCM che dovrebbe mettere ordine e ricostruire la fiducia della gente. Abbiamo qualche dubbio che sia in grado di farlo, per la semplice ragione che arriva tardi, dopo che ha lasciato correre anticipazioni di ogni genere e conseguenti prese di posizione pro o contro. Soprattutto non si vede ancora lo sforzo coeso delle classi dirigenti del paese a compattare tutti nella risposta possibile, e dunque non miracolistica, all’emergenza che minaccia di travolgerci. Il governo è debole, difficile negarlo. Il premier non si è mostrato più capace di imporsi come riferimento, molte figure da lui scelte per gestire la situazione si stanno rivelando quantomeno non altezza, vale per i ministri come per i burocrati. Per quanto sia sempre antipatico dirlo, in questi casi bisognerebbe capire che non si danno messaggi tranquillizzanti senza cambiare un po’ di persone. Lasciamo perdere le macabre immagini delle teste che rotolano, ma più banalmente la chiamata in servizio di figure nuove che possano dare almeno la speranza di avere più capacità da mettere in campo è una vecchia, ma sempre valida ricetta per fronteggiare momenti politicamente difficili. Alcuni si sono buttati nei paralleli storici e hanno ricordato che dopo Caporetto si manda via Cadorna e si chiama Diaz: un po’ semplicistico, ma rende l’idea, anche se non è detto che basti questo per raddrizzare la situazione (peraltro in quel caso cambiarono anche il governo e la sua guida …). Il fatto è che la politica non è in grado di prendere decisioni così impattanti. Il presidente Mattarella non può fare altro che richiamare ormai in continuazione alla coesione nazionale, ma non ha il potere di indicare una soluzione. I partiti di maggioranza sono in competizione fra loro e il più numeroso, M5S, è politicamente inconsistente. Le opposizioni maggiori faticano ad uscire dalla scelta che sotto sotto hanno fatto per il tanto peggio, tanto meglio. Del resto un vero cambio di passo da parte loro implicherebbe qualche cambiamento traumatico nei rispettivi equilibri interni e tra di essi. Eppure è singolare che con tutta l’attenzione che si mette oggi sulla comunicazione e sulle demagogie di vario tipo non si colga la necessità di tentare almeno una o più mosse di forte impatto simbolico. Lo è tanto più che siamo in prossimità di un momento dell’anno che è ad altissima densità simbolica, perché andiamo verso le festività natalizie, che sommano contenuti tanto culturali quanto banalmente consumistici la cui carica emotiva non può essere sottovalutata. Arrivare in quel periodo in preda ad uno sconquasso tanto sanitario quanto socio-economico sarebbe un colpo durissimo per la tenuta dello spirito pubblico, e al contempo un rischio non sottovalutabile per tutto il nostro sistema politico (intendendo la parola nel senso più alto del termine).

Da corriere.it il 24 ottobre 2020. «Questa è la tac polmonare di un paziente di 37 anni malato di Covid. Senza la terapia intensiva morirebbe». Il presidente della regione Campania De Luca mostra le immagini dell'esame clinico. Poi rimprovera i cittadini campani mostrando i video di una festa in spiaggia a Bagnoli (Napoli). «Siamo all'irresponsabilità», ha commentato. «Sono queste le situazioni che hanno portato a una diffusione enorme del contagio», ha concluso il governatore che ha annunciato per la sua regione la chiusura totale delle attività.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 24 ottobre 2020. Perché Vincenzo De Luca ha deciso di mostrare la lastra dei polmoni di un trentasettenne ricoverato al Cotugno di Napoli con il Covid? Al di là del buongusto (la prossima volta mostrerà la tac di un trauma cranico per scoraggiare gli incidenti stradali?), come mai ha voluto trasformare un caso abbastanza eccezionale in una storia emblematica? Immagino che De Luca lo abbia fatto per spaventare i suoi amministrati più giovani, ritenendo la paura il migliore antidoto contro il diffondersi del contagio. L' idea che i popoli si governino trattandoli come sudditi - anziché sforzarsi di renderli cittadini consapevoli - raccoglie molti estimatori e, pur senza condividerla, non mi permetto di giudicarla. Però De Luca non è un corsivista, né un parroco o uno psicanalista. De Luca è un presidente di Regione, e il compito istituzionale dei presidenti non consiste nello spaventare i cittadini, ma nel far funzionare gli ospedali, dotandoli dei posti di terapia intensiva che in questi mesi di tregua si sarebbero potuti e dovuti allestire, magari nel tempo dedicato a mostrare lastre e minacciare l' uso di lanciafiamme in tv. Invece, dopo appena due settimane di recrudescenza del virus, gli ospedali della Campania sono già in affanno, e De Luca invoca il lockdown perché per sua stessa ammissione non è in grado di gestire le conseguenze prevedibili della crisi sanitaria. Quando un problema diventa troppo complicato, molti politici preferiscono rimuoverlo, chiudendolo in casa.

Manlio Biancone Rosalba Emiliozzi per “il Messaggero” il 24 ottobre 2020. Due morti in poche ore in attesa di essere ricoverati in un ospedale intasato e con complesse procedure d' entrata. Morti «inaccettabili» le definisce la sindaca di Luco dei Marsi, Marivera De Rosa. Una donna di 79 anni con il coronavirus, infettata nella casa di riposo dove viveva, è deceduta in ambulanza dove ha aspettato 4 lunghissime ore davanti all' ospedale di Avezzano senza poter mai entrare nel reparto Covid: 4 posti già pieni. Un uomo di 72 anni, con una forte crisi respiratoria, ma senza una diagnosi di positività al virus, è spirato nell' auto ferma davanti allo stesso ospedale, con la moglie accanto che, con urla strazianti, gridava: «Fateci entrare». «Siamo sconvolti», dice Paolo Venti, figlio di Maria Giuseppa Palma, la donna morta in ambulanza. È appena terminato il funerale della mamma, una donna conosciuta a Luco dei Marsi, in provincia dell' Aquila, dove la famiglia Venti ha una grande azienda agricola. Parla con un filo di voce il figlio: «Siamo persone riservate, queste sono ore di grande dolore, ancora non ci rendiamo conto di ciò che è successo, abbiamo messo tutto in mano all' avvocato». E il loro legale, Giuseppe Palladino di Nola, non usa mezzi termini: «Lunedì, al massimo martedì, ci rivolgeremo alla Procura di Avezzano per chiedere la riesumazione della salma e svolgere così l' autopsia». Il perché, spiega il legale, è anche nella gestione dell' emergenza Covid nella Rsa Don Orione di Avezzano dove si sono verificati 102 casi di infezione: 70 ospiti, 25 dipendenti, 5 religiosi e 2 volontari e fra questi anche il direttore della struttura, padre Vittorio Quaranta, che si trova in isolamento. Sette i decessi, 4 solo ieri. Tra questi Maria Giuseppa Palma. La sua famiglia ora vuole la verità. «Nella stessa struttura è ricoverato anche il marito di Maria Giuseppa, Vittorio - spiega l' avvocato - e abbiamo serie difficoltà ad avere sue notizie, Vittorio è molto malato e non è stato ancora informato della morte della moglie, vorremmo farlo noi con garbo, le sue precarie condizioni potrebbero precipitare, ma non riusciamo a metterci in contatto con lui, c' è una procedura incredibile, dobbiamo passare attraverso il medico di base, essere accreditati». Ha intenzione di fare piena luce anche la sindaca Marivera De Rosa, la prima a lanciare sulla sua bacheca Facebook la «vicenda triste e allarmante di Maria Giuseppa, ricoverata nella Rsa Don Orione, deceduta dinanzi all' ospedale, a bordo dell' ambulanza nella quale ha atteso invano il ricovero nell' area Covid di Avezzano, i cui pochi posti letto erano già occupati». Nel post-denuncia dice: «È evidente che il sistema è già in tilt, e i numeri dell' emergenza ci dicono che il nostro territorio (la Marsica, ndr) si sta avviando rapidamente a un tracollo. È imperdonabile che oggi ci si trovi impreparati: mancano medici, attrezzature, posti letto. Chiameremo a rispondere, in tutte le sedi, i responsabili di ogni colpevole inadempienza». La procura di Avezzano, dopo l' esposto dei familiari ai carabinieri, ha aperto un fascicolo e disposto l' autopsia sul corpo di Enzo Di Felice, 72 anni, anche lui di Luco dei Marsi, anche lui morto in attesa di ricovero durante un' emergenza in corso, problemi respiratori seri, che hanno spinto la sorella Iole e la moglie Amalia a portarlo con l' auto in ospedale. Secondo il racconto delle due donne, una clinica privata avrebbe rifiutato il ricovero. «Andate in ospedale» avrebbero detto e le due donne si sono precipitate ad Avezzano dove ieri mattina si sono messe in coda per l' accesso al pronto soccorso passando prima per la tenda triage dove si svolgono i controlli Covid ai pazienti in arrivo. Ma le condizioni di Enzo si sono aggravate ed è sopraggiunta la morte nell' auto. Secondo la Asl, l' uomo sarebbe stato soccorso dai medici «ma ogni tentativo è stato vano». Alla Procura spetterà ricostruire la vicenda e attribuire eventuali responsabilità.

L'aumento dei posti nelle terapie intensive: meno della metà dell'obiettivo. Carlo Cottarelli e Federica Paudice su La Repubblica il 24/10/2020. L'Osservatorio sui conti pubblici italiani compie un'analisi dei ritardi: distribuzione non omogenea in tutto il Paese. Il Decreto Rilancio aveva previsto 3.500 nuovi posti letto in terapia intensiva che avrebbero garantito la presenza di 14 posti letto ogni 100.000 abitanti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. A oggi le unità aggiuntive sono però solo 1.279, meno della metà rispetto all’obiettivo prefissato. Inoltre, i nuovi posti sono distribuiti in maniera disomogenea sul territorio. Le ragioni del ritardo risiedono nell’iter previsto per la programmazione e, in generale, in un’azione della Pubblica Amministrazione che non è stata in grado di realizzare gli obiettivi anche in presenza di risorse finanziarie adeguate.

Posti letto in terapia intensiva. L’articolo 2 del Decreto Rilancio aveva previsto un aumento dei posti letto in terapia intensiva di 3.500 unità che si sarebbero aggiunte alle 5.179 esistenti pre-Covid, per un totale di 8.679 unità. Le risorse stanziate erano rilevanti: circa 606 milioni. I nuovi posti sarebbero stati distribuiti alle regioni in modo da garantire 14 posti letto ogni 100.000 abitanti in maniera omogenea su tutto il territorio. Al 9 ottobre si registravano però 6.458 posti letto, un aumento di sole 1.279 unità. La distribuzione per regione degli aumenti risulta disomogenea.  Sono andate particolarmente bene Veneto, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Basilicata con un grado molto elevato di completamento dei posti letto. Le prime tre regioni hanno ottenuto un aumento dei posti letto addirittura superiore a quello che era l’obiettivo (il grado di completamento è superiore al 100 per cento). Tra le regioni con il minor grado di completamento ci stanno Umbria, Calabria, Marche, Piemonte e Abruzzo. Anche la Lombardia ha avuto un grado di completamento basso, intorno al 20 per cento. Si potrebbe pensare che le regioni che hanno fatto meglio in termini di grado di completamento siano quelle cha avevano un obiettivo meno difficile da raggiungere. In effetti, esiste una relazione negativa tra grado di completamento dell’obiettivo e difficoltà di raggiungimento dell’obiettivo (quest’ultimo misurato dall’aumento previsto nel numero di posti letto ogni 100.000 abitanti; Figura 1). Tuttavia, la difficoltà dell’obiettivo spiega solo in piccola parte le diversità tra regioni. Nella figura 2 Veneto, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Basilicata stanno tutte sopra la linea di regressione, il che indica che hanno fatto bene anche rispetto alla difficoltà dell’obiettivo. In aggiunta il Decreto prevedeva la messa a disposizione di 4 strutture movimentabili con un totale di 300 posti letto da destinare alle zone con maggiore fabbisogno. Per l’acquisizione delle quattro strutture, l’11 agosto è stata pubblicata un’indagine di consultazione preliminare di mercato per l’acquisizione di documentazione tecnica. La data per presentare le offerte era stata fissata al 2 settembre. Attualmente la procedura risulta ancora in corso.

Posti Letto in Terapia Semi-Intensiva. La terapia semi-intensiva è intermedia tra quella intensiva e quella ordinaria ed è destinata ai pazienti sottoposti a monitoraggio continuo. Il Decreto Rilancio prevedeva anche la riqualificazione di 4.225 posti letto di terapia semi-intensiva. Per il 50 per cento questi posti letto (2.112 posti) dovevano essere prontamente convertibili in terapia intensiva.  L’aumento dei posti in terapia semi-intensiva ha superato l’obiettivo: sono stati realizzati 7.670 posti letto (contro i 4.225 previsti) che sommati ai posti preesistenti danno un totale di 14.195 unità.  Non è però chiaro in che misura si sia raggiunto l’obiettivo di poter trasformare rapidamente circa 2.000 di questi posti letto in letti di terapia intensiva.

Le ragioni dei ritardi. L’iter per l’assegnazione dei letti prevedeva la presentazione, da parte delle regioni, di un piano al Ministero della Salute entro il 17 luglio, piano che il Ministero doveva approvare entro 30 giorni. Dopodiché il Commissario Straordinario per l’emergenza Covid avrebbe dovuto fornire le indicazioni operative per l’attuazione dei piani.  Secondo le regioni, e il Commissario ha confermato, la presentazione dei piani e l’approvazione è avvenuta nei tempi prefissati. Tuttavia, secondo il Commissario, i piani presentati e approvati “erano spesso privi di dettagli tecnici, operativi e logistici necessari per poter avviare le gare”. Sarebbero servite altre settimane per completarli. Conseguentemente il bando relativo è stato pubblicato solo a inizio ottobre, con scadenza per la partecipazione alla gara fissata al 12 ottobre. Questa sarebbe stata la causa dei ritardi.  Resta il fatto che, l’iter procedurale non si è rivelato idoneo a gestire una situazione di emergenza. Era necessario, per esempio, che i programmi presentati dalle regioni dovessero essere approvati dal Ministero entro 30 giorni? La data di inizio dell’autunno era conosciuta. Non si poteva agire più rapidamente, magari lasciando più spazio per un’azione autonoma delle regioni? D’altro canto, esistono anche responsabilità a livello regionale, visto che alcune regioni sono comunque riuscite a raggiungere o a eccedere il proprio obiettivo di incremento del numero dei posti letto, mentre altre hanno fallito. In ogni caso, se si stavano accumulando ritardi non avrebbe dovuto il Commissario, anche pubblicamente, segnalare in modo energico l’insorgere di un serio problema soprattutto in certe regioni?

Bertolaso tuona così in diretta: "Ecco chi manderei in lockdown". "Che ci sarebbe stata una seconda ondata di epidemia di Coronavirus lo sapevano anche i sassi", affonda l'ex capo della Protezione civile, che critica le istituzioni del nostro Paese. Federico Garau, Giovedì 15/10/2020 su Il Giornale. Intervistato durante "Tagadà", trasmissione televisiva in onda su La7, Guido Bertolaso non ha mancato di rivolgere critiche nei confronti di quanti ritenuti da lui responsabili di questa nuova fase di diffusione del Coronavirus. Le frecciate sono rivolte, in modo evidente, a coloro che avrebbero dovuto vigilare sulla gestione dell'emergenza, anche nel corso dell'evidente rallentamento registrato nella stagione estiva, esecutivo giallorosso e premier Giuseppe Conte in primis. "Nel momento in cui tu fai uno stato di emergenza e sei responsabile del Paese, del governo e di questa situazione di grande criticità, tu devi ogni giorno lavorare immaginando lo scenario peggiore che si possa realizzare", spiega l'ex capo della protezione civile. "Invece abbiamo fatto una sorta di 'tana libera tutti', giustissimo per i cittadini ma sbagliatissimo per le istituzioni che invece dovevano, mentre noi stavamo al mare, continuare a lavorare, programmare e pianificare". "Si parla di un nuovo lockdown prima di Natale, cosa ne pensa?", domanda la conduttrice Tiziana Panella al suo ospite. "Ma, io manderei in lockdown quelli che ci hanno portato a queste condizioni oggi, se devo essere sincero", affonda Bertolaso. "In lockdown ci deve andare chi, invece di acquistare i letti per le rianimazioni dal 18 di maggio, quando uscì il decreto legge, ha fatto il bando di concorso il 2 di ottobre scorso. Ci deve andare chi non si è occupato di prevedere i trasporti per gli studenti", prosegue ancora, "dato che sapevamo che l'anno scolastico sarebbe iniziato. Ci deve andare chi non ha saputo comperare i tamponi e organizzare un sistema di indagine coi tamponi su tutti i cittadini". E poi arriva anche l'attacco alla App Immuni, "che sappiamo perfettamente che non funziona per niente" ed ai suoi ideatori e sostenitori." Mi pare che ci siano delle pesanti responsabilità e non mi compiaccio della considerazione che gli altri Paesi stanno peggio di noi, non mi interessa. Io come istituzione mi devo occupare dei miei cittadini e del mio Paese". Dopotutto, come sottolineato da Bertolaso nelle fasi iniziali del suo intervento, era ovvio che si potesse arrivare ad una recrudescenza del virus. Quel che è peggio è che "manca la prevenzione, ed è questo che io rimprovero più di tutto alle nostre istituzioni. Non hanno saputo fare alcuna iniziativa di previsione e di prevenzione. Che ci sarebbe stata una seconda ondata di epidemia di Coronavirus", dichiara Bertolaso, "lo sapevano anche i sassi. Lo sapeva anche la mia nipotina, lo sapevano tutti". Una bella bastonata arriva anche sui banchi a rotelle, con cui alcuni studenti si sono divertiti a fare l'autoscontro in aula: "I banchi con le rotelle sono una perla delle sciocchezze che sono state commesse questa estate, una fra le tante. Forse merita l'oscar per la sciocchezza. In un Paese dove il 70% delle nostre scuole si trovano in territori sismici, anche ad alto rischio sismico, il 65% non hanno neppure il certificato di agibilità, dove purtroppo ogni tanto qualche nostro figlio o nipote ci lascia la pelle perchè casca qualche infisso, noi ci permettiamo di inventarci i banchi a rotelle", attacca ancora Bertolaso.

Piazzapulita, coronavirus a Roma libero di circolare? "Zero tracciamenti, una vergogna". Gli errori di Zingaretti e Speranza. Libero Quotidiano il 16 ottobre 2020. Tracciamenti zero, coronavirus libero di circolare a Roma. Il disastro di Nicola Zingaretti e del governo di Pd e in M5s in una manciata di minuti. Piazzapulita manda in onda un servizio in cui si testimonia lo sconcertante caos in cui versa l'Asl nella Capitale: ore di attese ai drive in per effettuare un tampone, positivi mai contattati per il tracciamento. Di fatto, un'autostrada per la nascita di cluster e focolai. Così avanza la seconda ondata dell'epidemia. "Sono stata abbandonata a me stessa, ho chiamato io tutte le persone che ho frequentato", denuncia una ragazza in coda al drive in. "Sono risultata positiva il 18 settembre, ho una figlia di 15 anni per avvisare la scuola è stato un dramma, nessuno dalla Asl ha mai contattato la scuola di mia figlia, una vergogna", aggiunge un'altra signora. Ciliegigina sulla torta, l'annuncio della Regione Lazio di laboratori privati autorizzati a fare i tamponi rapidi: molti istituti della lista, però, non sono ancora pronti per effettuare i test, senza contare centralini irraggiungibili e iscrizioni online in tilt a causa di siti non adeguati e prenotazioni impossibili.

Da liberoquotidiano.it l'1 settembre 2020. Un governo che chiude le scuole e apre i porti. Vittorio Sgarbi, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, lancia la sua crociata contro il premier Giuseppe Conte e la gestione di questa fase del coronavirus, che si preannuncia fallimentare. "La curva del contagio è arrivato al punto più basso ma se la posizione dello Stato è quella dell'emergenza perché continuare a far arrivare i migranti? - domanda il professore, che negli ultimi giorni da sindaco di Sutri ha destato scalpore per a sua ordinanza con cui vieta ai concittadini di indossare la mascherina - Come sarò attento ai bambini nelle scuole starò attento ai migranti, o no?" Logico, ma evidentemente non scontato per chi siede a Palazzo Chigi e al Viminale. "Siamo in stato d'emergenza per la sanità, imponiamo le mascherine e siamo severissimi, ma ci mettiamo a far arrivare persone a rischio, allora c'è una profonda contraddizione", è la conclusione lapalissiana di Sgarbi. 

Dagospia il 7 ottobre 2020. Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi. Trump ha 74 anni ed è piuttosto sovrappeso, ma in tre giorni sembra abbia passato la Covid-19 senza problemi. Berlusconi ha 84 anni e ha passato anche lui il coronavirus senza danni.  Così il Principe Carlo di Inghilterra a 71 anni e Briatore a 70 anni. Se questa è ora la pericolosità del virus perché si insiste a voler tenere chiusi uffici e locali e impedire di viaggiare per il mondo? Come ha detto Trump oggi tornando alla Casa Bianca dopo due giorni in ospedale “Non abbiate paura del Covid. Non lasciate che domini la vostra vita. Sono state sviluppate terapie e ci sono conoscenze mediche...” Trump un pallone gonfiato che ignora i dati dei morti ? In America, come in Europa, da questa estate la mortalità è in realtà scesa sotto la media storica, cioè ai decessi totali si muore ora di meno che negli altri anni. Questa è la realtà. Anche in America si parla (sui media) quasi sempre di contagi e del totale dei morti semmai, ma non dei pazienti malati in terapia ora, per il semplice motivo che i reparti Covid allestiti ovunque spendendo miliardi sono vuoti. Ci sono invece decessi di persone molto anziane e malate per cui si indica Causa A: Covid19 e Causa B: patologie varie senza specificare quale abbia portato al decesso. Da questa estate in Nordamerica ed Europa la mortalità è tornata normale (anzi leggermente sotto la media) e da otto mesi ormai l’epidemia è scomparsa in Cina e paesi limitrofi, dove i giovani si assembrano senza mascherina in discoteca senza problemi. Noi invece siamo in emergenza, ma solo per i contagi. Sui giornali  e in TV  si dice che  in Campania ora gli ospedali sono pieni di pazienti Covid: “Covid Campania, impennata di ottobre: posti esauriti al Cotugno che si trasforma in ospedale "tutto Covid". Poi vai a leggere tutto il pezzo leggi e trovi: " Morti non se ne registrano..." E i medici intervistati dicono che “sono tutti in unità “sub-intensive”, quindi non sono in pericolo e non necessitano trattamenti. Sembra siano in ospedale sotto osservazioni. Con cosa stanno trattando queste centinaia di casi di Covid che ora di colpo affollano gli ospedali di Napoli ? Quando a marzo c’erano in Lombardia ed Emilia centinaia di decessi si parlava di come erano curati, prima i famosi respiratori (ora scomparsi), poi idrossiclorochina, redemsivir, plasma autoimmune e così via. Si può sapere questa ondata di pazienti Covid negli ospedali di Napoli come viene curata? Forse non si trova nessun accenno alle terapie perché sono asintomatici, cioè stanno bene e sono solo risultati positivi al test? Si dirà che la situazione  potrebbe peggiorare. Non in Campania dove quest’anno la mortalità è sempre stata normale e da inizio anno sono stati indicati come Covid solo 438 decessi, in larga parte persone molto anziane e già malate in modo grave morte per altre cause. Prendiamoli lo stesso come tutti causati dal Covid anche se è dubbio. In Campania la popolazione è di 5.9 milioni e ci sono tra 56 e 58 mila decessi all’anno.  I morti Covid quindi sono lo 0,8% del totale (visto che ormai si sono fermati possiamo dividere 438 decessi “Covid” per circa 56mila decessi annuali...). Il totale dei decessi, come si può facilmente verificare, è nella media degli ultimi cinque anni a Napoli, per cui questo 0,8% è irrilevante. Non è successo niente di diverso dagli altri anni, non c’è stata mai neanche in marzo nessuna emergenza e lo stesso si riempiono gli ospedali ora di persone che non sono malate e non si capisce se vengono curate o sono solo “in osservazione”.  Sarebbe interessante capire se i rimborsi maggiori riconosciuti per Covid giochino un ruolo e così il volersi garantire più finanziamenti tenendo viva l’”emergenza” (che a Napoli per una volta non c’è stata).  Altrimenti si rischia di pensare male, come succede sui brutti “social”. Un’ epidemia che è già costata all’Italia il 10% del reddito annuale cioè circa 170 miliardi, dovrebbe ora costare altri 3 punti percentuali di PIL cioè altri 50 miliardi solo perché in tutta Italia da giugno ci sono da dieci a venti decessi di anziani malati che risultano positivi al Covid? E perché dei politici astuti mettono le mani avanti riempiendo di positivi asintomatici gli ospedali? Oppure assumono come succede  in Calabria una infornata di infermieri da utilizzare nelle scuole, ovviamente per non fare  niente, visto che i giovani non si ammalano. L’interesse dei politici locali è per certi versi simile a quella  del governo Conte, che sta in piedi grazie per all’emergenza “dei contagi”. Peccato che gli altri milioni di italiani ammalati di tumori, problemi cardiaci, ictus, emorragie, diabete, infezioni ecc. ...avrebbero bisogno di ospedali che funzionino e in certi casi di terapie costose negli anni a venire. Con che soldi verranno curati se si continua a bloccare l’Italia, a creare una psicosi collettiva  e decidere  di non  fare niente come stanno facendo Conte, Gualtieri e soci?  Spiace dirlo, ma l’ Europa al massimo  - se si firma per questo “MES” di cui si parla da un anno -  agevolerà un finanziamento a debito. A tasso zero, ma tutto il debito ora in Europa costa più o meno zero per cui non è un gran favore e comunque dobbiamo restituirlo restituire. Il Recovery Fund è ancora in forse, se arriva è tra un anno e si tratta di meno di 80 miliardi spalmati su forse cinque anni (e il resto è tutto debito). Bisogna che qualche leader o personalità sui media spieghi queste cose e dica agli italiani che il problema non sono le mascherine all’aperto, o gli assembramenti,  ma i fallimenti, gli sfratti, i pignoramenti e i licenziamenti. In America Trump e i repubblicani questi discorsi li fanno e sono chiaramente schierati per riaprire l’economia, i governatori repubbicani come quello della Florida, De Santis, riaprono tutto, contagi o non contagi, e non impongono neanche le mascherine. Biden e i Democratici sono per chiudere di nuovo tutto , anche le scuole (vedi New York parzialmente ieri) e quando vedono una telecamera si incollano la mascherina anche se sono a distanza di 30 metri da dieci reporter. In America è molto chiaro che l’emergenza, passato il picco di mesi fa, è ora teatro politico per far perdere l’elezione a Trump,  e la campagna elettorale si gioca in buona parte sul “riaprire” l’economia da una parte e sul “chiudere” causa emergenza Covid dall’altra. In Italia, nonostante da fine maggio la Covid-19 come fenomeno di mortalità eccessiva si sia esaurito, come era successo in Cina e Asia, non c’è invece questa opposizione né in politica, né sui media. O perlomeno a noi non sembra sufficientemente incisiva. Il nostro è un discorso qui “alla Trump”, disinformato, perché queste migliaia di giovani e adulti che non hanno sintomi poi contageranno altri e quindi sono pericolosi?  Proviamo allora a fornire qualche informazione in più di quella che trovi al TG o su “Repubblica”. In Cina i contagiati sono spariti anche perché, se non sei malato non vieni considerato tale anche se positivo al tampone e inoltre il test viene tarato a 35 cicli di amplificazione al massimo, perché andare oltre rileva un carico virale troppo basso per essere rilevante. In Cina occorre rispettare tre criteri per essere “contagiato” dal virus: avere sintomi seri, essere positivo ad un test che però è tarato più basso di quello che si usa in occidente ed essere stato in contatto con qualcuno che a sua volta rispetti questi criteri. Per le autorità sanitarie cinesi quindi è probabile che l’”ondata di contagi”, perlopiù senza sintomi, che affligge ora l’Italia non avrebbe alcun senso epidemiologico. Gli esperti del governo Conte potrebbero quindi spiegarci cosa succederebbe se considerassimo come “contagiati” solo persone malate e positive ad un test tarato in modo diverso. Forse sparirebbero?

Dagospia il 16 ottobre 2020. Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi. Sembra che si stia tornando verso un nuovo “coprifuoco” e nuove chiusure perché i “casi” positivi o contagiati sono saliti dall’estate  e allora i nostri prof Ricciardi, Galli, Crisanti e altri esperti del governo appaiono sui media ad avvertire che siamo ormai vicini ad un nuovo lockdown. Tutto questo perché ci sono di nuovo molti morti? No, ma ci dicono che i morti presto arriveranno perché i “positivi” ai tamponi in aumento sono migliaia e ora risultano tanti quanti erano in marzo. E dato che in marzo è morta tanta gente (in alcune zone d’Italia) con tutti questi positivi si morirà di nuovo come a marzo e forse anche di più. Gli esperti del governo ci stanno quindi dicendo che presto avremo il “coprifuoco” dopo le dieci di sera e ristoranti e locali pubblici chiusi. Ci sentiamo fortunati, non arriverà la polizia in casa a controllare se al pranzo di Natale ci saranno meno di sei persone. Intanto i matrimoni tornano ad essere solo con gli sposi e senza invitati. Al funerale di Totti a Roma sembra che gli invitati non abbiano potuto entrare in chiesa. E ovviamente gli uffici pubblici, i medici di base, i tribunali e il resto del settore pubblico restano accessibili solo per appuntamento e a distanza cioè poco e male. Tutto questo perché ci sono migliaia di “positivi” e quindi a breve migliaia di morti. Peccato che a marzo si facevano da 15 a 20 mila test al giorno e oggi se ne fanno oltre 150mila al giorno, circa dieci volte tanto, per cui se in marzo si fossero fatti così tanti tamponi i casi sarebbero stati molti di più e quindi il confronto che si fa ora non ha alcun senso. Bisogna chiedersi, ma questo virus è così letale, così devastante che occorre un test per sapere se lo hai preso? Se non fai infatti questo test il 90 % della gente non si accorgerebbe neppure di averlo preso. Oppure lo risolverebbe in qualche giorno come fosse una influenza, come è successo a Trump, Berlusconi o Boris Johnson. La cosa più importante da notare è che i casi “positivi” cioè il numero di persone che risultano positivi a questi test non hanno più relazione con i decessi e non hanno quindi molta importanza. Questa non è una nostra tesi bislacca, ma l’opinione di tanti scienziati che si stanno occupando a tempo pieno della Covid-19 , come il già citato (da noi perché sui media italiani finora non ha avuto spazio) Premio Nobel Michael Levitt, biologo molecolare e biofisico a Stanford, che ha formato un team che studia non-stop tutti i dati del virus  nel mondo. Levitt è uno dei tantissimi scienziati impegnati da mesi contro la psicosi da Covid-19 e contro le politiche di lockdown. La sua conclusione principale è di ignorare il numero di “casi” positivi perché solo i malati ospedalizzati e i decessi contano.  La seconda è che molte morti riportate come Covid non sono tali perché sono persone decedute per altre cause che risultano anche positive alla Covid-19. E infine che nel caso della Covid-19 la “MSM” cioè “mainstream media e grandi media” sono stati quasi sempre in errore. Un modo semplice perché tutti se ne rendano conto è confrontare i famosi “casi” positivi con i morti in Italia da inizio anno, una cosa che non ci sembra faccia nessuno. Ecco qui i due grafici ripresi dal New York Times. Come si può vedere da tre mesi circa i contagi aumentano, i morti però sono continuati a calare. Quello che comunque veramente conta è la mortalità totale. Se ad esempio ci fossero anche 50 o 60 decessi “con” o “da” Covid al giorno, ma il totale dei decessi fosse lo stesso degli altri anni, si potrebbe pensare che si tratti di persone che muoiono per altri motivi che si ritrovano però anche ad essere positivi ad un test. Volendo portare una esperienza personale, il padre di uno degli autori di questo articolo è deceduto questa settimana alla bella età di 96 anni e nessuno si è preoccupato delle cause precise perché si stava spegnendo già da mesi progressivamente. Lo si è ricoverato in ospedale per cercare di prolungarne un poco il tempo su questa terra, ed è entrato come “fin di vita” cioè qualcuno che non ci si aspetta poi torni a casa e a cui si da qualche giorno di vita. La prima cosa che gli è stata fatta è il test della Covid-19. Per cui curiosità si è chiesto, nel caso fosse risultato positivo, se la sua morte sarebbe stata classificata tra quelle del Bollettino giornaliero del virus. E ci hanno confermato che è quello che accade. Nel caso di un amico il cui padre è morto anche lui ultra novantenne per altre cause, il test della Covid-19 è stato fatto dopo morto e poi il suo nome è finito sul giornale come primo decesso per il Covid a Ferrara in marzo. Dato che l’età media dei decessi da Covid è di 80 anni e sono quasi tutti persone già malate la statistica di tali decessi come notava Michael Levitt non è affidabile. L’unico dato certo è il totale dei decessi in un Paese. Se come in marzo è maggiore significativamente della media degli altri anni allora c’è una emergenza sanitaria. Se invece, come accade da fine maggio, la mortalità è tornata nella media, allora i problemi importanti, sanitari e poi sociale ed economici sono altri. Se si guarda  alla mortalità totale in Italia si può constatare che essa è tornata nella media da cinque mesi (dati dell’Osservatorio Europeo della Mortalità). Si dirà allora da parte degli esperti del governo che il merito è dell’aver chiuso per due o tre mesi l’Italia e avere imposto distanziamento e mascherina. Purtroppo per loro c’è l’esempio eclatante della Svezia che non ha chiuso neanche le scuole e dove nessuno anche adesso porta la mascherina. La Svezia ha evitato le chiusure e i blocchi degli altri e ha ora solo uno o due morti al giorno “Covid” e uno due ricoveri in terapia intensiva al giorno. Purtroppo per i nostri esperti del governo e per il governo Conte, abbiamo davanti agli occhi l’esempio di un Paese che è sempre stato considerato modello per le politiche sociali e di benessere, che ha dimostrato che la politica del lockdown era suicida. Bisogna guardare quindi ai dati della mortalità e non del numero di “test” fatti a gente che non è malata e sta bene. Bisogna guardare  a chi  muore veramente a causa del virus.  Bisogna chiedersi,  se è una pandemia che continua a minacciare il mondo intero, perché in Asia è scomparsa da mesi e perché in Africa non si è diffusa? Perché qualcosa che causa un numero di decessi (se si guarda a quelli realmente causati dal virus) inferiore all’1% dei morti complessivi deve continuare a rovinare l’economia e la vita di tutti?

Dagospia il 23 ottobre 2020. Testo di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi pubblicato da ''Libero Quotidiano'', qui in versione integrale: Si ricomincia da capo con la chiusura di negozi e di attività commerciali, e cercando di impedire ai cittadini di condurre una vita decente ("in Campania e Lombardia...nel fine settimana saranno chiusi i centri commerciali non alimentari e la grande distribuzione, lasciando aperti i supermercati e i negozi di generi di prima necessità…tutti gli spostamenti effettuati durante il coprifuoco dovranno essere giustificati con un'autocertificazione…”). Queste nuove forme di lockdown arrivano anche se decessi classificati come COVID sono circa 90 al giorno di media e quelli in cui la malattia è la causa primaria probabilmente molti meno. L’età media dei morti da COVID è sempre 80 anni e la maggioranza ha già tre patologie come mostrano i dati dell’ISS. Pochi però in Italia criticano e si oppongono sui grandi media e a livello politico le decisioni prese dal governo, a differenza di quello che accade in America dove il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non teme di prendere posizione e dichiara che i lockdown per la COVID-19 sono "unscientific" e stanno distruggendo inutilmente milioni di vite ("needlessly destroying million of lives"). In America per capire se uno è repubblicano o democratico oggi guardi se indossa la mascherina all’aperto. I repubblicani e i sostenitori di Trump sono per riaprire tutto e non credono molto alle mascherine da portare ovunque e i democratici invece le hanno incollate alla faccia anche quando non c’è nessuno intorno e chiudono attività e scuole. Ad esempio, in California il governatore Newsom mantiene restrizioni di vario genere quali il coprifuoco e dice che vieterà anche la festa di Halloween (che avviene all’aperto). In California però non ci sono decessi, gli ultimi dati provenienti dalla contea di Los Angeles vedono, su dieci milioni di persone, un solo decesso alla settimana! Come si giustifica l’imposizione di chiusure e divieti in una popolazione di dieci milioni di persone in cui il virus fa un solo decesso a settimana? In California ogni settimana muoiono circa diecimila persone, per cui le morti da Covid contano per lo 0,01%. Il sospetto è che dopo il 3 novembre gli Stati governati dai Democratici come la California se vincerà Biden di colpo si accorgeranno che non c’è bisogno di lockdown. In Italia destra e sinistra, governo e opposizione sono invece simili, chiudono di nuovo in Lombardia dove c’è la Lega e in Campania dove c’è il PD e tutti i leader (ora anche Salvini) si presentano in pubblico sempre con mascherina, a differenza di Trump e dei governatori repubblicani. Trump e i Repubblicani in generale sono sempre stati antipatici ai grandi media italiani, che dai tempi di Reagan li dipingono come rozzi cowboys, ignoranti e privi di cultura. Prendiamo però il tema delle mascherine. A questo proposito l’Associazione Medici e Chirurghi Americani, AAPS, ha sul suo sito un documento molto lungo e dettagliato con una bibliografia di un centinaio di studi citati intitolato: "MASK FACTS". È impossibile riassumerlo qui, ma il tono è critico, spiega che solo le mascherine N95 servono e solo se sempre perfettamente aderenti, che quelle di stoffa sono da evitare e ci sono molte controindicazioni in termini di salute. Nel documento si legge anche che è impossibile che milioni di persone indossino solo quelle corrette per tutta la giornata ed inoltre si osserva che è molto dubbio il fatto che l’uso da parte della  popolazione delle mascherine abbia inciso sui contagi. In termini di raccomandazioni per i politici e le autorità la conclusione è: “l’uso continuo di mascherina per una popolazione di persone sane NON è supportato dall’evidenza e comporta diversi rischi critici”. Vedi anche il grafico che riportiamo qui sotto sull’obbligo della mascherina imposto in Francia in luglio: non sembra avere avuto alcun effetto. Sembra quindi che Trump quando parla di mancanza di evidenza scientifica abbia sostegno nella comunità medica. Si dirà che in Italia si tornano di nuovo a riempire le terapie intensive. In realtà al momento ii ricoverati in TI sono 700  e le terapie intensive in Italia hanno oltre 7mila posti. A differenza di quest’estate quando erano vuote, si leggono ora interviste a medici della TI che parlano del fatto che hanno pazienti in media tra i 40 e i 65 anni in cura, i quali essendo sostanzialmente sani reggono meglio dei ricoverati di aprile e marzo. Leggendo non sembra parlino di decessi in TI  perché i morti da COVID invece sono quasi tutti dei 80 o 90enni con già diverse patologie e non sembra muoiano in TI. In ogni caso sono l’1 o 2% dei 1,800 circa morti che si verificano ogni giorno in Italia per altre venti cause diverse. Ad esempio, in Emilia-Romagna l’altro ieri i decessi sono stati cinque, i morti avevano 92, 87, 89, 100 e 88 anni. Età media 91,2. L’età media dei contagiati è oggi invece 47 anni, per cui non si vede la relazione tra le migliaia di contagi e i pochi decessi. In ogni caso bisognerebbe allora a tutti i costi evitare i contagi degli anziani malati, individuarli e consigliare loro di restare il più possibile a casa nella stagione invernale, o uscendo con molta prudenza, predisponendo consegne a domicilio con opportuni “bonus”. Sui giornali invece appaiono interviste a noti personaggi del mondo politico e non solo, che hanno o hanno appena passato un tumore e che si sentono a rischio e invitano tutti gli altri a stare chiusi in casa dopo il lavoro. Tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare. A chi ha un tumore o altre patologie che lo rendono vulnerabile alla COVID-19 andrebbe consigliato di stare per quanto possibile  a casa fino a quando il virus non sarà più pericoloso, o uscire con molte precauzioni. E invece tutti gli altri dovrebbero continuare a lavorare e vivere normalmente. Nel 1957-58 in Italia come nel resto d’Europa arrivò “l’asiatica” che si stima nel mondo abbia causato più di un milione di morti. Dato che la popolazione mondiale era minore di un terzo rispetto ad oggi fu quindi molto più letale della COVID-19, forse anche di tre volte. Nel caso però delle epidemie precedenti non venivano calcolati giorno per giorno i decessi attribuibili al virus, il numero dei positivi, ecc. ecc. perché c’erano tante altre cause di mortalità (come del resto anche oggi) e perché non era considerato il problema dominante della società. In Italia il 1958 fu anzi l’anno migliore del famoso boom economico con una crescita straordinaria del PIL, tutti continuarono a lavorare e vivere e negli ospedali si cercò di curare i malati come meglio si poteva. Come tutte le altre pandemie di questo secolo poi scomparve. Oggi siamo noi a rischiare di scomparire.

Covid, c'erano 2,5 miliardi per la sanità e non sono stati spesi. Così è di nuovo emergenza. Guanti e camici per i medici di base? Mai arrivati. Vaccini per l’influenza? Troppo pochi. Le Asl? Un caos. La nuova ondata era prevista ma i fondi per ospedali e cure non sono stati sfruttati. Gloria Riva su L'Espresso il 16 ottobre 2020. I medici di base sono ancora senza guanti e camici. E in Campania, Lazio e Sardegna le terapie intensive sono in affanno. In Lombardia è impossibile trovare una dose di vaccino anti-influenzale, mentre un po’ ovunque le code ai drive-in per fare un tampone sono infinite. Nonostante fosse stata ampiamente prevista da virologi e infettivologi già all’inizio dell’estate, l’Italia non è pronta ad affrontare la gestione della seconda ondata di epidemia da coronavirus. Eppure il tempo per organizzarsi c’era, e pure qualche soldo era stato stanziato. Nel decreto Rilancio di giugno il Governo aveva varato un aumento delle risorse destinate al servizio sanitario nazionale da 2,5 miliardi.

Gian Antonio Stella per il ''Corriere della Sera'' il 16 ottobre 2020. Stavolta no, per favore. Stavolta ci venga risparmiata la sbigottita sorpresa davanti all’impennata dei numeri dei contagi, coi casi superiori perfino a quelli del 21 marzo. Scoprire a febbraio che il virus scoppiato in Cina aveva ammazzato un pensionato reo di aver giocato a carte con gli amici in un bar di Vo’ Euganeo fu sul serio un inaspettato ceffone in faccia, per quanto gli scienziati avessero avvertito che le cose avrebbero potuto prender quella piega. Ma ora? Erano mesi che, a dispetto del delirio collettivo d’una estate pazza di spiagge traboccanti, di folle euforiche che sbuffavano impazienti davanti a chi ricordava sommessamente l’obbligo della mascherina almeno negli assembramenti più appiccicosi, si sapeva che l’ondata di ritorno (la definizione testuale finì nell’archivio dell’Ansa l’11 marzo) sarebbe arrivata. Eppure, come ricordava ieri Pierluigi Battista, tantissime cose che si sarebbero potute fare dalla fine del lockdown ad oggi non sono state fatte. Rinviate. Lasciate lì, in sospeso. A volte mai avviate. Ma ve lo ricordate il «cruscotto» di Lucia Azzolina che avrebbe dovuto consentire alle scuole di riaprire con certezze sugli spazi a disposizione? Spuntò fuori dal cilindro della ministra dell’istruzione il 1° luglio, quando annunciò in una audizione: «E’ stato costituito un cruscotto informativo che consentirà di poter definire il distanziamento e di rendere evidente i casi in cui gli spazi non risultino sufficienti». Poi, il nulla. Zero. Finché la rivista Tuttoscuola prese a pubblicare una irridente rubrica on-line che contava i giorni trascorsi dall’annuncio e quelli che mancavano all’inizio delle lezioni. Un orologio che avrebbe potuto contare altre scadenze destinate a non essere rispettate. Come l’impegno a completare finalmente l’anagrafe, istituto per istituto, delle scuole a rischio sismico e idrogeologico. E tanto altro ancora. Il guaio è che il nostro è un Paese di dannunziani, per dirla con le parole di Pietro Gobetti, capace di grandi gesta di coraggio, abnegazione, generosità nei momenti più difficili ma incapace di rispettare sé stesso e gli impegni presi con gli altri nella realtà quotidiana. E così poco fiducioso nella propria capacità di mantenere le promesse in tempi meno estremi da cercare di volta in volta una scadenza a cui farsi inchiodare. Basti ricordare l’Expo 2015 a Milano, la cui candidatura venne avanzata nove anni e accettata sette anni prima dell’evento, poi aperto in mondovisione mentre ancora le carriole correvano su e giù febbricitanti per gli ultimi lavori...Un andazzo che ha plasmato tutto. Fino all’invenzione, per sfuggire a una ragnatela burocratica che ogni governo rinuncia presto a riformare, dell’emergenza perenne. Lo Stato che inventa scorciatoie per imbrogliare le proprie regole senza restarne paralizzato. Al punto che, come qualcuno ricorderà, la Protezione Civile costituita proprio quarant’anni fa dopo la tragedia di Alfredino Rampi, finì per occuparsi perfino del restauro del David di Donatello. E così rischia di andare a finire anche stavolta. Erano preziosi, i tre mesi appena trascorsi. Preziosi per andare subito a recuperare, magari con una gara nazionale, le dosi necessarie del vaccino anti-influenzale in attesa (quando sarà…) dell’agognato anti-Covid-19 e sprecati da regioni come la Lombardia, che nell’affannosa rincorsa a rimediare ai propri ritardi finirà per pagare lo stesso prodotto il triplo del Veneto. Erano preziosi per prendere di petto i grandi problemi della sanità pubblica, fino ad oggi salvata dalla generosità di medici e infermieri ma esposta soprattutto nel Mezzogiorno a gravissimi rischi mentre ancora pochi giorni fa veniva promesso «un bando super veloce» per avvicinarsi all’obiettivo di 3.443 nuovi posti letto di terapia intensiva e 4.213 di terapia sub intensiva. Erano preziosi per settori come l’agricoltura e il turismo, che dopo avere respirato un po’ in questa estate sregolata, rischiano di ritrovarsi ora coi problemi di prima dopo aver aspettato settimane e mesi quella «cassa integrazione in deroga» resa di fatto irraggiungibile da procedure burocratiche che, come dimostrano nel loro libro Tito Boeri e Sergio Rizzo, sembrano scritte apposta per chiudere il più possibile i rubinetti dell’erogazione. Un sospetto che inquieta buona parte degli imprenditori. Lo dicono ad esempio le osservazioni dell’Ance sui progetti di Italia Veloce («Hanno qualcosa della vecchia lavagna di Berlusconi da Vespa…») o sull’«Idra a nove teste della Governance degli investimenti in Italia: tutte strutture dello Stato che avrebbero il compito di accelerare gli investimenti pubblici e invece non sono mai nate o ancora non hanno prodotto effetti: Strategia Italia, InvestItalia, DIPE, Struttura per la progettazione, Italia Infrastrutture SpA, Invitalia...» Per non dire dei 22 diversi canali di finanziamento per le scuole. Un caos. E se finora tutte queste «semplificazioni» hanno rallentato se non frenato l’arrivo dei soldi veri che accadrà quando toccherà al «paperonico» fantastilione di triliardi in arrivo dall’Europa? Ricordate, mesi fa, l’idea di due magistrati come Giovanni Melillo e Francesco Greco? Spiegarono alle commissioni riunite di Camera e Senato che, in un momento così difficile, i soldi dovevano essere distribuiti secondo loro il più in fretta e il più generosamente possibile, senza troppi controlli iniziali per non intralciare il flusso di ossigeno a quanti erano in crisi drammatica. Sostennero anzi che fino a 25.000 euro quei finanziamenti a fondo perduto avrebbero potuto essere considerati una sorta di speciale «reddito di cittadinanza». Chiesero sono due paletti: che quel denaro fosse speso per reagire alla crisi del Covid-19 esattamente come in Svizzera («guai se li porti all’estero: ti stango») e poche regole più rigide per poter colpire «il bersaglio grosso: i grandi affari legati a mondi ambigui se non addirittura alla criminalità». Un iter che avrebbe accelerato tutto ma sottratto il potere di decidere a chi quella conta. Bene, interessante, grazie, vi faremo sapere, fu la risposta. E ciao.

Giuseppe Colombo per huffingtonpost.it il 16 ottobre 2020. Innanzitutto il tempo perso. Perché la prima fase della pandemia, con annesso lockdown, aveva suggerito al Paese, anzi imposto, di prepararsi al pieno ritorno sui mezzi pubblici e alla riaperture delle scuole in modo adeguato. E tutti, dal Governo ai sindaci, a dire che “il ritorno alla normalità” avrebbe seguito il protocollo dell’urgenza e della precisione. Insomma tempo ce n’è stato, e in abbondanza, eppure alla prova dei fatti i mezzi pubblici si sono ritrovati sovraccarichi nelle ore di punta, con decine di passeggeri costipati sui bus o intenti a non farsi chiudere le porte della metropolitana in faccia piuttosto che sulla schiena. Questa è la storia di un tilt che poteva e doveva essere evitato. E la colpa va condivisa tra tutti gli attori coinvolti: dal Governo, chiamato a monitorare l’attuazione delle disposizioni date a colpi di Dpcm e piani di intervento, alle Regioni, che hanno la competenza del tpl, ai sindaci, che hanno sottomano la vita quotidiana di mezzi pubblici e scuole, alle aziende del trasporto pubblico, ai presidi che le scuole le dirigono. Ora che il danno è stato fatto, ora che viaggiare a bordo di bus e metro sta diventando un problema, tutti gli attori citati sanno ben individuare la questione, ma nessuno è disposto ad assumersi le rispettive responsabilità. Il trasporto pubblico locale è diventato il capro espiatorio su cui riversare la grande colpa dell’impennata dei contagi, addirittura una delle ragioni per cui Vincenzo De Luca è arrivato a chiudere le scuole. Eppure questo pasticcio poteva essere evitato. Proprio da quella catena istituzionale che si è rivelata invece frammentata, dove ogni anello è andato per conto suo, tra misure non attuate e altre fatte alla carlona, che tanto la colpa è sempre dell’altro e comunque più di tanto non puoi fare contro un sovraffollamento fisiologico. Lo schema scelto dal Governo è quello di una capienza a bordo dei mezzi pubblici fino all′80 per cento. A Roma significa che su un treno della metropolitana possono salirci in 960, 80 su un bus. Ma questo schema, fin dall’inizio, si regge su tutta una serie di disposizioni che implicano una compartecipazione attiva da parte di tutti gli attori coinvolti e di cui si diceva. Il Piano scuola è stato approvato il 26 giugno. E già in questo Piano si diceva che “le istituzioni scolastiche, ove interessate da un servizio di trasporto appositamente erogato per la mobilità verso la scuola, comunicano singolarmente o in forma aggregata all’Ente competente, anche per il tramite dell’Ufficio di ambito territoriale, gli orari di inizio e fine delle attività scolastiche, tenendo a riferimento costante l’esigenza che l’arrivo a scuola degli alunni possa essere differito e scaglionato in materia da evitare assembramenti nelle aree esterni e nei deflussi verso l’interno”. Queste righe dicono che le scuole possono prevedere orari scaglionati per l’ingresso e l’uscita degli alunni. Ma quanti presidi hanno ottemperato a questa disposizione? Né l’associazione che li riunisce né il ministero dell’Istruzione ha questi dati. Eppure i dati dei contagi nelle scuole si conoscono, annunciati un giorno sì e un giorno no dalla ministra Azzolina, costretta a sfornarli per difendere la scuola dell’accusa di essere il luogo della contaminazione. Tra l’altro l’intento non è riuscito dato che De Luca, in Campania, ha chiuso tutte le scuole con una percentuale di contagio dello 0,075 per cento. I dati che implicano problemi, come quelli sugli orari scaglionati, invece non ci sono. Ma come si fa a controllare un fenomeno se non se ne conosce neppure l’entità? La stessa ministra ha ricordato qualche giorno fa che gli orari scaglionati sono previsti già da giugno (l’ha fatto quando è stata messa sotto accusa da alcuni governatori), ma è tutto affidato alla buona volontà dei presidi. E se la Lombardia, una delle Regioni più colpite dal virus, pensa solo oggi alla “rimodulazione” degli orari e alla modalità di svolgimento delle lezioni, è evidente che gli ingressi scaglionati sono stati scritti sulla carta e lì sono in gran parte rimasti. E anche i sindaci sono evidentemente a corto di memoria se solo da qualche giorno il presidente dell’associazione che li riunisce, Antonio Decaro, dice che “l’opzione migliore per evitare gli assembramenti a scuola e sul trasporto pubblico locale è quella di scaglionare gli ingressi a scuola, spostando almeno di un’ora gli ingressi delle scuole superiori”. Ma un sindaco non ha contezza degli orari delle scuole del Comune che amministra? E lo stesso Governo, che ha definito “molto puntuale” la richiesta di Decaro, perché non ha chiesto conto alle Regioni, che hanno il tpl tra le loro competenze, del perché gli ingressi scaglionati sono stati fatti poco e male? E perché la questione diventa centrale solo ora per l’esecutivo, con la grande promessa fatta all’ultimo incontro con le Regioni e le aziende del tpl di sollecitare Azzolina a monitorare e intervenire sugli orari scaglionati? Ma quello degli orari scaglionati delle scuole non è la sola cosa che poteva e doveva essere fatta per tenere in piedi lo schema della capienza a bordo dell′80 per cento. La lista è lunghissima ed è nota a tutti da inizio settembre. Allegato 15 del Dpcm del 7 settembre. Titolo: “Linee guida per l’informazione agli utenti e le modalità organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19 in materia di trasporto pubblico. Cinquantacinque pagine, incluse le indicazioni per la gestione dei focolai nelle scuole, dove sono previste una serie di azioni. Come gli orari differenziati “con ampie finestre di inizio e fine di attività lavorativa” per “prevenire i rischi di aggregazione connessi alla mobilità dei cittadini”. Ma anche la differenziazione e il prolungamento degli orari di apertura di uffici, negozi, e servizi pubblici, oltre che delle scuole. E poi ancora l’aumento delle corse “soprattutto durante le ore di punta”. E “interventi gestionali” per regolamentare gli accessi nei luoghi di accesso ai mezzi pubblici. C’è scritto anche che bisogna predisporre dei sistemi che bloccano l’accesso alle banchine nel caso ci sia troppa gente. Ma perché allora le banchine di molte stazioni della metro, e di tante città, sono state immortalate in foto e video dove neppure si riesce a intravedere il suolo a causa dell’affollamento? E si arriva qui alle responsabilità delle aziende di trasporto pubblico, che affermano di aver sempre fatto rispettare la capienza dell′80%, ma che non possono negare che ci sono stati degli episodi di sovraffollamento. Perché i governatori e i sindaci che oggi chiedono più corse non l’hanno chiesto prima alle stesse aziende? E se è un problema di soldi possibile che 1,2 miliardi già stanziati dal Governo, anche per risarcire le aziende dei mancati introiti durante il lockdown, non bastano per coprire le esigenze nei territori? A tutte queste domande, e non solo, bisognerà dare una risposta.

 (AGI il 16 ottobre 2020) - Effetto lockdown sull'economia e buco nei conti pubblici italiani di oltre 56 miliardi di euro: quest'anno nelle casse dello Stato dovrebbero arrivare 785 miliardi, con un crollo del 6,7%, rispetto agli 849 miliardi del 2019. Con il Paese fermo, a causa dell'emergenza Covid-19, a farne le spese sono soprattutto i consumi: non a caso, il gettito legato all'Iva (la tassa sugli acquisti) dovrebbe scendere di oltre 10 miliardi, mentre le imposte dirette (tra cui quelle sui redditi da lavoro e societari) dovrebbero scendere di 41,7 miliardi, da 516 miliardi a 474 miliardi con una riduzione dell'8%. Sono questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa sull'impatto del lockdown sulle finanze dello Stato, secondo la quale la pressione fiscale, nonostante i minori versamenti tributari, salirà dal 42,4% del 2019 al 42,5% quest'anno. "L'emergenza sanitaria, che ha cagionato una drammatica crisi economica, di cui non si conoscono ancora a fondo i confini - sottolinea il segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro - è stata gestita nel peggiore dei modi dal governo. Tutti gli interventi normativi e le decisioni assunte, sia dal premier che dai singoli ministri, sono stati improntati all'approssimazione e all'improvvisazione. Di questa incapacità gestionale ne faranno le spese tutti i cittadini e le imprese, sia direttamente che indirettamente, a causa degli effetti negativi sulle finanze dello Stato". Secondo l'analisi del Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato i dati contenuti nell'ultima Nota di aggiornamento della Documento di economia e finanza, dal 2019 al 2020, a causa del lockdown e del conseguente blocco delle attività economiche, le casse dello Stato subiranno un contraccolpo non indifferente. Il minor gettito stimato è pari, appunto, a 56,2 miliardi di euro, con il totale delle entrate in calo da 841,9 miliardi a 785,7 miliardi (-6,7%). Nel dettaglio, le entrate tributarie dovrebbero calare, alla fine di quest'anno, rispetto al 2019, da 516,6 miliardi a 474,9 miliardi, con una diminuzione di 41,7 miliardi (-8,1%); le imposte dirette (tra cui Irpef, Ires e Irap) dovrebbero scendere di 12,03 miliardi (-4,7%) da 257,2 miliardi a 245,2 miliardi; le imposte indirette (la principale è l'Iva) caleranno di 29,5 miliardi (-11,5%) da 258,1 a 228,5 miliardi; diminuzione di 117 milioni (-9,5%) per le imposte in conto capitale, da 1,2 miliardi a 1,1 miliardi. Calo complessivo di 17,01 miliardi (-7%), da 241,9 miliardi a 224,9 miliardi, per i contributi sociali; quelli effettivi dovrebbero scendere di 17,1 miliardi (-7,2%), mentre quelli figurativi dovrebbero aumentare di 130 milioni (+3,1%), da 4,2 miliardi a 4,3 miliardi. E' poi previsto un calo di 1,4 miliardi (-1,8%) per le altre entrate correnti, da 80,6 miliardi a 79,1 miliardi, mentre le entrate non tributarie dovrebbero crescere di 3,9 miliardi (+143,9%), da 2,7 a 6,6 miliardi. La riduzione delle tasse versate nelle casse dello Stato dai contribuenti - sia imprese che famiglie - sarà accompagnata da una discesa del prodotto interno lordo, ma non si tratta di diminuzione proporzionali, ragion per cui la pressione fiscale salirà dal 42,4% del 2019 al 42,5% del 2020.

Covid, le verità parziali e il punto di non ritorno. Paolo Giordano su Il Corriere della Sera il 14/10/2020. La seconda ondata ci sta cambiando. E ci aspettavamo che fosse maneggiata meglio. «Dovrebbero smettere tutti di parlare di questa malattia», mi ha detto un tassista di Milano alcuni giorni fa. Mi raccontava degli alberghi del centro ancora spopolati, della difficoltà di chi opera in un settore come il suo. Ho obiettato che il virus non sarebbe scomparso anche se avessimo smesso di parlarne, e lui ha ribattuto sicuro: «Ormai si è capito che non è davvero pericoloso. Lo è al massimo per qualche anziano già malato». Siamo inclini a pensare che là fuori esistano i negazionisti, persone irrazionali e fanatiche, mosse da rancori profondi, e che qui esistiamo noi, ben informati e prudenti. Ma io dubito che il tassista con cui ho discusso fosse un negazionista. Era una persona preoccupata, esasperata e un po’ confusa. Quello che chiamiamo «negazionismo» non è una condizione univoca, semmai un continuum di atteggiamenti e mezze idee, uno spettro di tonalità nel quale ci collochiamo tutti. Dopo mesi di vita a singhiozzo, abbiamo maturato ognuno la propria resistenza personale all’ipotesi del contagio. Per alcuni si traduce nella convinzione che il Covid-19 sia una minaccia solo per una fascia ristretta della popolazione; per altri si tratta di interpretare i numeri con maggiore obiettività e accorgersi che il rischio non è alto quanto vogliono farci credere (è quel che diciamo ogni volta che ci sentiamo di puntualizzare che le terapie intensive sono ancora «mezze vuote»); per altri ancora è semplice stanchezza. Le verità parziali, gonfiate dal desiderio di fare le cose della vita di prima come le facevamo prima, diventano facilmente scetticismo e sottovalutazione: negazionismo, se proprio vogliamo chiamarlo così, ma di un tipo più «debole», strisciante. Forse, il segreto delle seconde ondate è proprio questo: non la stagione fredda e nemmeno una mutazione del virus, ma una mutazione della nostra psicologia. D’altra parte, se a febbraio conoscevamo a malapena il significato di espressioni come «test molecolare», «lockdown» e «superdiffusore», oggi siamo un po’ tutti epidemiologi. Basta scorrere certi post, tweet e articoli molto commentati in rete per accorgersene. È allora il momento di aggiungere al nostro vocabolario minimo pandemico un nuovo lemma: il «tipping point». Il tipping point, o «punto di non ritorno», è la soglia che separa il regime di linearità dell’epidemia da quello di non-linearità. Se prima della soglia il contagio evolve in maniera graduale e abbastanza ordinata, come succedeva quest’estate, oltrepassato il tipping point la situazione si aggrava a dismisura e molto rapidamente. In una parola: esplode. Il tipping point è il momento a partire dal quale le cose precipitano. Nello specifico attuale potrebbe manifestarsi in modi diversi: il monitoraggio sotto stress che inizia a perdere troppe linee di trasmissione, gli ospedali che non riescono a far fronte al flusso dei ricoveri, i tamponi che diventano troppo lenti rispetto alle richieste, i medici di famiglia sovraccarichi che non rispondono più agli assistiti, oppure la somma dei nuovi positivi che d’un tratto si trasforma in un numero ingestibile di malati. Ci sono una miriade di soglie in questa epidemia e ognuna è come un argine. Finché tutti reggono, le cose vanno «abbastanza bene», ma se l’acqua rompe in un tratto qualsiasi il resto viene allagato in un istante. Il problema principale nel rapportarsi con una dinamica a rischio di rottura della linearità è il fatto che nessuno sa in anticipo dove si trovi il tipping point, a quanti focolai, a quante ospedalizzazioni, a quanti nuovi contagi giornalieri. Nemmeno il monitoraggio più attento è in grado di prevederlo. Il punto di non ritorno è riconoscibile solo una volta che è stato superato, ovvero quando è troppo tardi. A febbraio lo abbiamo attraversato senza nemmeno accorgercene, ben prima di renderci conto della presenza del virus fra di noi. Sappiamo cosa è stato necessario, dopo, per frenare la caduta. Adesso il tipping point ci sta di fronte, molto vicino oppure un po’ più distante, nessuno è in grado di dirlo con certezza. Chi guarda al rapporto fra nuovi positivi e tamponi effettuati sente di averne un’idea, ma si tratta di un’indicazione sufficientemente vaga. Chi insiste nel confronto con i numeri di marzo e aprile, come se ci stessimo muovendo all’indietro nel tempo, fa paragoni inappropriati. E chi dice «sì, ci sono i nuovi contagi, ma i ricoverati sono ancora pochi» sbaglia nella direzione opposta. Ciò che conta sapere è che il punto di non ritorno non si trova al 100% di occupazione dei posti in ospedale, né all’80% né, probabilmente, al 50%. Un ospedale che abbia la metà dei suoi letti occupati da malati Covid è un ospedale che sta già operando in sofferenza, è un ospedale a cui manca organico, che si trova costretto a curare peggio, a trascurare altri malati e a rimandare interventi necessari. La nostra sanità non è strutturata per funzionare in sovraccarico, è stata pensata per lavorare in un regime di normalità, molto lontano dalle soglie che ora vogliamo schivare. Il tipping point è più vicino di quanto il nostro istinto ci porta a supporre. Il governo decide quindi di varare una serie di misure restrittive, sebbene, ancora una volta, in ritardo (ventiquattro ore in più di indugi a ottobre equivalgono a parecchi giorni persi un mese fa, quando la ripresa era già evidente, per i soliti effetti non lineari). Quanto alle norme stesse, che singolarmente hanno un loro senso, nel complesso sembrano ancora ispirate al paradigma della prima ondata («sta per esplodere, blocchiamo il più possibile dappertutto»), un paradigma che speravamo di aver superato. Si tratta, infatti, di misure indiscriminate rispetto al territorio, che rischiano di dimostrarsi insufficienti laddove servono davvero ed eccessive altrove. Questa epidemia la si fronteggia innanzitutto con la percezione che i cittadini ne hanno. In questo momento avremmo bisogno di sentire la struttura territoriale, quella immediatamente circostante, solida e funzionale, non così fragile da richiedere un’altra azione muscolare dall’alto. Se il procedere delle regioni in ordine sparso era deprecabile ad aprile, oggi sarebbe un segno di affidabilità. I danni che questa distinzione mancata può comportare sono perfino più ampi della scarsa efficacia: si rischia di rafforzare ulteriormente gli atteggiamenti di resistenza psicologica già presenti in tutti noi, di spingerci ancora di più verso le innumerevoli forme di negazionismo debole, rendendoci un po’ più scettici, un po’ più esasperati, un po’ meno collaborativi. La fiducia nel contesto viene incrinata dalle continue contraddizioni in cui ci ritroviamo, alcune facilmente risolvibili («Perché non posso rischiare giocando a calcetto e devo rischiare mandando mio figlio a scuola? Perché la scuola è prioritaria, punto»), altre molto più difficili da accettare («Perché dovrei rispettare un limite di inviti a casa, se per tornare in quella stessa casa mi tocca viaggiare ogni giorno su un mezzo di trasporto affollato?»). Ecco, arrivati a ottobre ci aspettavamo che il contagio fosse maneggiato un po’ meglio, ma le nuove misure, pur inevitabili a questo stadio, non rispecchiano veramente quel meglio. Perfino noi, epidemiologi dell’ultima ora su Facebook e Twitter, ce ne rendiamo conto.

Crisanti sul piano tamponi: “Mi hanno ignorato e ora piangiamo”. Notizie.it l'08/10/2020. Crisanti sul piano tamponi non ha dubbi: lo hanno ignorato, adesso le conseguenze sono tangibili. "Mesi buttati e ora piangiamo”, ha dichiarato. Il piano tamponi di Crisanti non è mai partito. Il noto microbiologo, che da inizio epidemia sta fornendo il suo aiuto nella gestione del Covid in Italia, aveva infatti proposto di triplicarli per ottenere un quadro più completo della situazione epidemiologica, ma lo hanno ignorato. “L’aumento dei test di questi giorni è un pannicello caldo. Volevo triplicarli, nessuno si è fatto vivo”, ha dichiarato Crisanti a Repubblica, “Il mio piano sui tamponi ignorato. Mesi buttati e ora piangiamo”. Secondo quanto ha affermato, l’aumento record nel numero dei tamponi registrato nella giornata del 7 ottobre 2020, ovvero oltre i 125mila (25mila in più rispetto al giorno prima), non sarebbe sufficiente. “Venticinquemila in più? Sono acqua fresca. O una pezza calda, se preferisce. Io ne suggerivo 3-400 mila al giorno”, ha detto il microbiologo durante l’intervista. Amareggiato per il disinteresse nei confronti del suo piano, Crisanti ha specificato di averlo consegnato al ministro Federico D’Incà e al viceministro Pierpaolo Sileri, questi lo hanno sottoposto al Cts. “Poi non ne ho saputo più nulla. Lo dico contro me stesso: forse ad agosto eravamo già in ritardo e ora ne paghiamo le conseguenze. Abbiamo perso 4 mesi preziosi”, ha proseguito l’esperto, “L’aver pensato che era tutto finito perché avevamo 100 casi al giorno è stata un’illusione e nel frattempo non s’è fatto nulla. Abbiamo speso miliardi per il bonus bici e i banchi, invece di investirli per creare un sistema sanitario di sorveglianza che ci avrebbe messo in sicurezza”.

Estratto dell’articolo di Graziella Melina per “il Messaggero” il 21 ottobre 2020. […] Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di Virologia e Microbiologia dell'Università-azienda ospedale di Padova: «ancora una volta si persiste nell'errore di non chiedersi come si faccia a mantenere il contagio a livelli bassi, anche se lo si riduce con misure progressivamente restrittive». […] Il punto è che Crisanti […] una proposta l'aveva abbozzata […] ma nessuno gli ha risposto. Il suo piano prevedeva un rafforzamento a livello nazionale […] del tracciamento […] L'analisi di Crisanti partiva dalla considerazione che a fine estate le Regioni erano in grado di effettuare in totale non più di 95mila tamponi. Per mettere in piedi un piano di sorveglianza efficace suggeriva di dotarsi di «20 laboratori con la capacità di effettuare 10mila tamponi al giorno sul modello di quello realizzato dall'università di Padova e altrettanti laboratori mobili con capacità di effettuare 2mila tamponi al giorno […]». […] «I costi di questa iniziativa - si legge nella bozza - possono essere stimati in circa 40 milioni di euro di investimenti e in circa 1 milione e 1/2 al giorno di costi di gestione comprensivi di reagenti e personale». […]

Vittorio Macioce per “il Giornale” l'8 ottobre 2020. Qualcuno considera Pierpaolo Sileri una mina vagante nel governo. Non è detto che sia un difetto. Il viceministro della Salute non si nasconde dietro giri di parole. Non sembra un uomo di palude e questo gli sta creando parecchi problemi anche al ministero. Adesso sta diventando un vero caso politico. È martedì sera e Sileri è ospite su La7 di Floris. Non è la prima volta. Si parla di virus, delle strategie per contenere il contagio, di speranze e di ritardi. Cosa non sta funzionando? Sileri risponde: «Secondo me c'è troppa burocrazia nel comitato tecnico scientifico. Non si possono aspettare otto ore per i tamponi». La frase non passa inosservata. Tra i venti esperti del Cts c'è chi non la prende bene e parte un giro di telefonate. «Avete sentito cosa ha detto? Questa non possiamo farla passare». Arriva infatti subito la risposta del comitato. È un attacco frontale e ingiustificato. Viene convocata per il giorno dopo, cioè ieri, una riunione per affrontare la questione Sileri. Fanno sapere che stanno mettendo al servizio del Paese le loro competenze e lo fanno gratis. C'è chi suggerisce le dimissioni in massa. Calma. Prima bisogna parlarne con Conte, magari serve una sua presa di posizione pubblica. Il premier però non ha tutta questa voglia di ritrovarsi in queste beghe. Qualsiasi sua parola rischierebbe di accendere un fuoco. Sileri è un senatore dei Cinque Stelle e non è proprio il caso di aprire un altro fronte politico. I rapporti tra Sileri e il ministro Speranza sono sereni, nel senso che si evitano e se per sbaglio si incrociano si scambiano un saluto frettoloso. La collaborazione è zero. La maggioranza di governo si regge sul principio del non toccare nulla. Qualsiasi movimento minaccia gli equilibri già instabili. Conte così fa quello che sa fare meglio: smussare, sgonfiare, nascondere il problema. In questo caso la mossa è saggia. Diventa irresponsabile di fronte a questioni più gravi e profonde. Impone una parvenza di pace. «Ho parlato con Sileri e non c'è alcuna polemica. Ha sempre apprezzato il lavoro del Cts». All'esterno c'è chi, come Maria Stella Gelmini, parla di «scontro aggghiacciante» Alberto Villani, presidente dei pediatri italiani e componente del comitato, smorza sempre in tv, su Sky TG24, la polemica: «Noi non siamo arrabbiati con nessuno. Il viceministro è un esponente del nostro governo e come tale ha tutta la nostra stima». Poi conclude: «Siamo contenti che, soprattutto dal ministro Speranza, abbiamo ricevuto la stessa stima». Non serve neppure leggere tra le righe. Facciamo finta che, come in una vecchia canzone di Ombretta Colli, tutto vada bene. In studio, sempre su Sky, è presente anche Sileri. Non rettifica e non si scusa. Tiene il punto senza alzare la voce. «Ho letto anch' io sui giornali che il comitato tecnico scientifico sarebbe infuriato con me. Voglio sperare che non sia così. Le mie dichiarazioni di ieri sera erano solo domande. E non le mie personali domande, ma quelle degli italiani. Si tratta di dare delle risposte, che in questi mesi non ho avuto. E anche leggendo i verbali non ho trovato risposte». Non si ferma qui e mette sul piatto le domande: «Io sono un'autorità politica, prestata temporaneamente a questo ministero, che chiede risposte ad un organo che è deputato a darle. Ma le mie non sono curiosità, ma chiarimenti specifici come: possiamo ridurre la quarantena? Possiamo fare i test salivari a livello nazionale? Mi basta un sì o un no». La situazione al ministero della Salute di fatto è questa: c'è una frattura insanabile difficile da sopire. Conte proverà in tutti i modi a non affrontarla. Le domande del vice ministro vengono vissute dai consulenti tecnici come lesa maestà. Il virus rende tutti più permalosi.

Stefano Folli per “la Repubblica” il 15 ottobre 2020. L’errore è trovarci oggi, dopo nove mesi, come se il virus fosse esploso ieri. Gli strumenti e la gestione sono esattamente identici a nove mesi fa». Chi parla, in un'intervista al Riformista, non è un esponente della destra anti-governativa bensì Giovanni Guzzetta, costituzionalista con cattedra a Roma, uno stimato giurista di formazione cattolica, attivo in passato nel fronte referendario di Mario Segni. Guzzetta mette il dito nella piaga. La prima volta il caos e i disservizi erano giustificati da eventi senza precedenti, per cui il successo d'immagine del governo, e quello personale di Conte, riflettevano il desiderio dell'opinione pubblica di essere protetta e guidata. Ma oggi è diverso. Gli scontri con le Regioni, le disposizioni contraddittorie, la confusione nei trasporti pubblici testimoniano di un sorprendente ritardo. Il Parlamento è stato messo ai margini - afferma il costituzionalista - senza peraltro aumentare l'efficienza. Come se non bastasse, per alcune ore il Paese ha avuto la sensazione che il governo stesse aggirando gli articoli della Costituzione che garantiscono libertà di riunione e di domicilio. Chi è intervenuto dietro le quinte "per impedire questo scempio" e indurre Conte a dire infine una parola chiara? Il presidente della Repubblica: ovviamente con il suo stile discreto, alieno da ogni pubblicità. Si capisce quindi che non si è trattato di un'incomprensione lessicale. Per molte ore lo "scempio" è apparso possibile: vale a dire il controllo di polizia negli appartamenti, magari su segnalazione anonime. Per risolvere lo psicodramma ci è voluto l'intervento del Quirinale.

Secondo punto. L'altro giorno, rivolgendosi all'Assolombarda, il commissario europeo Gentiloni ha usato toni severi (per chi vuole intendere). Ha detto intanto che gli iniziali 20 miliardi del Recovery arriveranno entro il primo semestre del '21: non c'è dunque da attendersi alcuna pioggia di risorse a breve. E poi ha ammonito il governo e le forze politiche: «Il contributo europeo va preso sul serio, non possiamo interpretarlo e utilizzarlo come se fosse un aiuto alle nostre cose ordinarie. Queste risorse vanno utilizzate in modo lungimirante». Gentiloni, come è noto, è molto vicino al Quirinale. I suoi giudizi, che esprimono i timori dell'Europa verso l'Italia, sono senza dubbio conosciuti e condivisi da Mattarella. Tuttavia il governo vive di annunci e non ha ancora fornito dati convincenti su come utilizzare i fondi. Il meno che si possa dire è che il presidente della Repubblica si pone degli interrogativi. È un'incrinatura da non sottovalutare.

ALBERTO CUSTODERO per repubblica.it il 16 ottobre 2020. "Ho chiesto ieri al presidente Conte una riunione appena sarà rientrato da Bruxelles per decidere senza indugio nuove misure nazionali per contenere il contagio, ovviamente d'intesa con le Regioni". La richiesta arriva dal capo delegazione Pd Dario Franceschini al governo che da giorni preme per avere più attenzione e severità dal governo nell'affrontare la preoccupante ripresa della pandemia. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, da Fiorenzuola d'Arda nel Piacentino, dove si trova per una visita in occasione dello stanziamento di finanziamenti a proposito della situazione dei contagi da Sars-Cov2, interviene subito spiegando: "Nessuna decisione è stata assunta in questo momento. Leggo un'abbondanza di indiscrezioni, ma noi siamo qui e analizziamo tutti i dati, ci confrontiamo con le Regioni. Non inseguiamo le indiscrezioni - aggiunge - C'è un problema serio, non dobbiamo nasconderlo" ma "ci sono istituzioni, scienziati che stanno lavorando. Facciamo le cose per bene". Il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, si rivolge proprio alle Regioni: "Massima disponibilità e massima trasparenza, trasmettiamo tutti i dati a tutti e chi ha bisogno di aiuto lo dica. Ma prima di intervenire su lavoro e scuola".

La denuncia di Arcuri. Intanto, il commissario per l'Emergenza, Domenico Arcuri, al termine della Stato-Regioni, denuncia: "In questi mesi alle Regioni abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari per le terapie intensive, 1.429 per le subintensive. Prima del Covid le terapie intensive erano 5.179 e ora ne risultano attive 6.628 ma, in base ai dispositivi forniti, dovevamo averne altre 1.600 che sono già nelle disponibilità delle singole regioni ma non sono ancora attive. Chiederei alle regioni di attivarle. Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili, ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti letto di terapia intensiva per cui abbiamo già inviato i ventilatori", osserva Arcuri.

Boccia alle Regioni: "Chi ha bisogno lo dica". "Massima disponibilità e massima trasparenza, chi ha bisogno di aiuto lo dica, ma questo va fatto prima di intervenire su lavoro e scuola. In questi mesi sono stati distribuiti ventilatori polmonari ovunque, così come confermato da Arcuri: il problema è dove sono finiti i ventilatori, attendiamo risposte in tempo reale dalle regioni - incalza il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia, al termine della Stato-Regioni - La Campania prima del Covid aveva 335 posti letto di terapia intensiva. Il governo attraverso il commissario Arcuri ha inviato 231 ventilatori per le terapie intensive e 167 per le sub intensive. Oggi risultano attivati 433 posti, devono essere 566". Boccia poi annuncia che "domani alle 9 è prevista una riunione di coordinamento dalla Protezione civile con le Regioni, il ministro Speranza e Arcuri. Chiedo alle Regioni di rispondere alle richieste inviate dal commissario Arcuri in modo da intervenire se necessario in tempo reale".

Questione tamponi. "Sarebbe opportuno utilizzare lo schema utilizzato da alcune regioni, Veneto, Lazio o Emilia Romagna, che indicano chiaramente sul proprio sito i luoghi e i laboratori in cui è possibile effettuare tamponi, molecolari, antigenici e quelli rapidi validati dalle autorità sanitarie del g7 autorizzati la settimana scorsa", spiega Boccia. Che ha fatto sapere che a ieri sono stati somministrati oltre 13 milioni di tamponi (11 milioni messi a disposizione dal commissario e 2 milioni dalle Regioni). È stata inviata inoltre due giorni fa una lettera alle Regioni in cui si chiedeva di comunicare il fabbisogno di tamponi e reagenti per poter chiudere la nuova offerta. Arcuri ora attende da loro indicazioni per poter procedere ulteriormente. Altri 5 milioni di tamponi sono già acquistati.

E sulla scuola e il lavoro, Bocca precisa: "Tutti i presidenti hanno autonomia di fare ordinanze più restrittive nelle modalità che ritengono. Ma se abbiamo condiviso che i due pilastri che dobbiamo tutelare sono scuola e lavoro e le ordinanze incidono su quegli ambiti, sarebbe opportuno un raccordo tra governo e regioni".

Zaia: "Sì a lockdown chirurgici". Dall'opposizione il leader della Lega, Matteo Salvini, attacca chi parla di chiusura ("Dire forse lockdown a natale è un crimine contro il popolo", dice), mentre il governatore del Veneto, Luca Zaia, apre al lockdown purché sia 'chirurgico'. "Sono contrario ad un nuovo lockdown - dichiara Zaia - dopodiché un lockdown chirurgico lo abbiamo già fatto nel Comelico, che può essere preso ad esempio. Abbiamo introdotto misure per 10 giorni e poi siamo tornati alla normalità". Zaia precisa ancora: "Non porto avanti idee di lockdown perché sarebbe una sconfitta, vorrebbe dire avere ospedali al collasso, molte vittime, sarebbe ammettere che qualcosa è andato storto nel piano di prevenzione. Sono per il lavoro di squadra, però qualche aggiustamento, senza complicare la vita ai cittadini, va fatto soprattutto nelle misure di protezione. Si andrà verso restrizioni a seconda dei contesti territoriali. Sento che tutti gli altri presidenti di regione sono su questa linea. Penso però che sia fondamentale che il governo cominci a lavorare per una scala di parametri".

A preoccupare Franceschini l'accelerazione della pandemia. A preoccupare il ministro dei Beni culturali Franceschini è stata l'accelerazione dei contagi delle ultime settimane e la presa di posizione del Comitato tecnico scientifico (Cts) secondo il quale alla luce dei nuovi dati emersi e della nuova fase servono misure più stringenti anche in vista del week end. Tra le ipotesi, quella di un “coprifuoco” e la Didattica a distanza almeno per le scuole superiori. Per evitare dunque che in Italia vengano presi provvedimenti a macchia di leopardo magari per iniziativa delle singole Regioni, ed essendo mutato il quadro epidemiologico della diffusione del Covid - 19 rispetto all'ultimo Dpcm, Franceschini chiede ora una riunione urgente per un aggiornamento degli  interventi nazionali".

Gianluca Zappa per startmag.it il 24 ottobre 2020. La guerra legale avviata dal commissario Domenico Arcuri, come capo azienda del gruppo statale Invitalia, divide due consiglieri di amministrazione del quotidiano diretto da Stefano Feltri, già vicedirettore del Fatto Quotidiano. Ieri Arcuri ha dato mandato ai suoi legali di avviare un’azione civile contro il nostro quotidiano, Domani, dopo l’articolo pubblicato da Nello Trocchia ieri dal titolo “La guardia di finanza a Invitalia per i super stipendi di Arcuri”. Il commissario agisce per tutelare la sua “immagine e reputazione”, come ha scritto ieri l’Ansa: “La cosa che avrebbe leso entrambe è aver scritto che “il 29 settembre le fiamme gialle, su delega della procura della Corte dei Conti, hanno acquisito documenti per verificare l’eventuale danno erariale e capire se la società è esonerata dal rispetto dei tetti degli stipendi”, ha scritto oggi il direttore Feltri nel suo editoriale. “Arcuri non contesta la notizia, non smentisce nulla – sottolinea il direttore del quotidiano Domani – Considera semplicemente lesivo della sua reputazione che un giornale racconti una notizia vera, cioè che la procura della Corte dei conti sta ancora indagando sui suoi stipendi da amministratore delegato della società pubblica Invitalia che guida dal lontano 2007.” Prosegue Feltri: “Nell’articolo noi abbiamo riportato anche la versione di Arcuri, che rivendica la legittimità di aver percepito 617mila euro di stipendio nel 2014, derogando al tetto già allora in vigore che fissa il tetto per i manager pubblici a 240mila. Nel complesso, sostiene la Corte dei Conti, ha ricevuto 1.467.200 euro più del dovuto. Arcuri dice che è tutto corretto, perché la sua società emette obbligazioni quotate, cosa che permette di sfuggire al tetto. La vicenda, peraltro, è ampiamente nota. La novità è la l’acquisizione da parte della Guardia di Finanza di nuovi documenti nelle scorse settimane, di cui abbiamo dato notizia ieri”. In effetti gli approfondimenti della Corte dei Conti sono stati svelati nelle scorse settimane in più puntate della trasmissione “Quarta Repubblica” condotta da Nicola Porro su Rete4. Conclude oggi Feltri: “Nella mia carriera mi era capitato di incontrare soltanto persone – potenti e non – che si sentissero danneggiati dalle notizie scorrette, da epiteti offensivi, da paragoni inappropriati. Non mi era mai capitato di trovare qualcuno che si sente danneggiato da una notizia vera, peraltro riportata in un breve articolo nel basso di una pagina. Ma la legge consente ad Arcuri di chiedere danni ai giornali anche in questo caso, spetterà poi a un giudice decidere. Nell’attesa dell’esito, saranno i lettori e i cittadini a valutare l’opportunità da parte di uno degli uomini più potenti di Italia di avviare richieste di risarcimento danni nei confronti di un giornale che pubblica notizie vere sulla sua persona nel pieno di una tragica pandemia che pensavamo assorbisse ogni energia del commissario straordinario”. Ma dietro la guerra di Arcuri al quotidiano nato per iniziativa di Carlo De Benedetti si cela anche una diatriba di fatto all’interno del consiglio di amministrazione della società che edita il quotidiano Domani. Infatti, secondo le indiscrezioni raccolte in ambienti legali romani, a difendere Arcuri sarà lo studio del noto avvocato Grazia Volo, che è uno dei consiglieri di amministrazione proprio della società del giornale debenedettiano presieduta da Luigi Zanda. Non solo: a difendere invece il quotidiano diretto da Feltri sarà come sempre un avvocato che è anche membro del consiglio di amministrazione dell’Editoriale Domani spa: Virginia Ripa di Meana. Il 29 settembre, mentre Domenico Arcuri tesseva le lodi del nostro paese nel contrastare il virus e, implicitamente, le sue come commissario all’emergenza Covid-19, a Invitalia arrivava la Guardia di finanza. Invitalia è la società del ministero dell’Economia di cui Arcuri è amministratore delegato dal 2007 (anche se all’epoca si chiamava Sviluppo Italia). «Noi tutti siamo più bravi degli altri a gestire la tragedia», diceva il commissario. Nel frattempo i militari entravano nella sede della società a Roma per acquisire documenti e materiale su delega della procura della Corte dei conti del Lazio, in una vicenda che riguarda proprio Arcuri. Gli accertamenti, avviati nel 2016, riguardano un possibile danno erariale. Ma la svolta è arrivata lo scorso luglio quando i finanzieri hanno notificato ad Arcuri un atto di costituzione in mora per interrompere gli effetti della prescrizione che incombeva sul fascicolo. La storia è diventata pubblica in piena emergenza. Secondo la ricostruzione della Corte dei conti, da manager di Invitalia, Arcuri e gli altri membri del consiglio di amministrazione avrebbero per alcuni anni percepito stipendi più alti di quelli stabiliti dalla legge che ne aveva disposto la riduzione. Secondo le norme che fissano a 240mila euro il tetto degli stipendi per i manager pubblici e secondo un decreto del ministero dell’Economia, Invitalia «avrebbe dovuto adeguare il compenso dell’amministratore delegato a 192mila euro». Nell’atto di costituzione in mora si legge invece che «risulta dalla tabella che, nel corso del 2014, all’ad (e dirigente) Arcuri Domenico è stato riconosciuto un compenso (comprensivo di tutte le voci, ndr) complessivo pari a 617mila euro». L’amministratore delegato di Invitalia supera il tetto di 192mila euro anche nel 2015, 2016 e 2017. E questo nonostante proprio il 4 agosto 2016 l’assemblea rappresentata dal socio unico, il ministero dell’Economia, aveva invitato la società a ricondurre «i trattamenti economici ai limiti di legge vigenti». Arcuri si è detto pronto a spiegare tutto: «Offro la mia totale collaborazione alla Corte dei conti in modo da chiarire l’assenza di qualunque errore da parte mia o di Invitalia. Non vi è stata alcuna violazione». La cifra non è stata restituita, il commissario ha ricevuto 1.467.200 euro in più rispetto ai limiti di legge, e ora la Guardia di finanza, su delega del viceprocuratore generale Massimo Lasalvia (il fascicolo è passato alla magistrata Gaia Palmieri), ha acquisito dati e documenti per approfondire due questioni. La prima riguarda la verifica degli emolumenti ricevuti, in questi anni, da Arcuri e dagli altri manager di Invitalia. La seconda questione riguarda una legge che permette alle società che emettono strumenti finanziari di derogare al tetto dei compensi. I militari hanno acquisito tutta la documentazione per capire se gli strumenti finanziari emessi da Invitalia consentono di rientrare nelle società esonerate dagli obblighi di riduzione dei costi. Nel 2014 Arcuri a Repubblica spiegava che al momento la società non emetteva strumenti finanziari e che guadagnava: «300mila euro l’anno, tutto compreso». Prima di lodarsi: «Se non avessi ritenuto giusto il taglio al mio stipendio me ne sarei andato».

Radical Chic. Contro il virus bendati e sul monopattino. Eva Kant su Il Quotidiano del Sud l'1 novembre 2020. Adesso, ora che i buoi sono scappati, che il virus circola indisturbato in tutta Italia, adesso che si è presa questa illogica decisione per cui a pranzo puoi andare al ristorante o al bar, ma la cena la devi per forza fare a casa tua, ebbene adesso che tutto questo è già successo, chi ci amministra si è finalmente reso conto di una cosa: sono i mezzi pubblici affollati, i bus stracolmi ben oltre  quell’80 per cento che già era una follia quando si predica di mantenere almeno la distanza di un metro tra  una persona e l’altra, a far dilagare i contagi. Adesso si sono finalmente tolti le bende dagli occhi e  lo hanno capito. Nemmeno tutti per la verità visto che la ministra dei trasporti De Micheli appena l’altro giorno in parlamento ha continuato a sostenere che non è lì che il virus si diffonde maggiormente. E poi ragazzi, non dimentichiamo che la ministra è la stessa che qualche mese fa annunciava con grande enfasi gli incentivi per i monopattini e le biciclette.  Adesso la regione Lazio, guidata da quel Nicola Zingaretti che è anche il capo di uno dei due partiti maggiori azionisti di questo governo, ha annunciato che noleggerà 300 bus turistici da “girare” all’Atac, l’azienda dei trasporti locali su Roma, per decongestionare le linee nelle ore di punta. Complimenti. Ma l’applauso no, non ve lo meritate. Perché sarà pur vero che è meglio tardi che mai, ma io mi chiedo: come è possibile che si è aspettato tanto? Sarà mica perché chi ci amministra un mezzo pubblico non lo prende da decenni? Di certo non può essere una questione di mancanza di automezzi, perché – come sta avvenendo adesso, e sottolineo ancora una volta la parola adesso – non era necessario acquistarli gli autobus, ma bastava noleggiarli. E con i flussi turistici sotto zero, sono centinaia e centinaia le imprese di trasporto private sparse in tutte la Penisola che si ritrovano pullman totalmente inutilizzati nei loro parcheggi. Sarebbero state ben felici di darle a noleggio per affiancare il trasporto locale per un po’ di mesi. Tutto questo costa? Ovvio, ma il governo ha dato 300 milioni alle regioni per potenziare il trasporto locale, e finora ne hanno utilizzato solo un terzo. Perché? Che fine hanno fatto quei soldi? E poi: quanto costa adesso risarcire gli imprenditori costretti a tenere chiuse le loro saracinesche parzialmente (ristoranti, bar, gelaterie, pizzerie) o addirittura totalmente (palestre, piscine, cinema, teatri, ecc.)? Quanto costa aiutare i lavoratori “sospesi” con indennizzi che a stento ti permettono di dare da mangiare alla tua famiglia per tutto il mese? Una cifra enorme: altri cinque miliardi. E il conto è valido solo fino a marzo. Come se fossimo sicuri che a marzo il virus sarà solo un ricordo lontano. E quanto valgono, infine, le vite dei morti per Covid?  La colpa – ci stanno dicendo quasi come una litania – è dell’estate folle di molti italiani, che hanno sciolto le briglie credendo che questo maledetto virus fosse ormai acqua passata. Ma per favore! La colpa è di chi non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare: approntare piani seri per affrontare la seconda ondata che tutti, dico tutti, sapevano sarebbe arrivata. Il virus ci ha dato una tregua di almeno tre mesi, era un tempo sufficiente a mettersi pancia a terra e trovare soluzioni serie. Come quella di approntare contratti di noleggio dei bus turistici, ad esempio. Ma non ci ha pensato nessuno. O quasi (qualche regione lo ha fatto a settembre). Però abbiamo scommesso sui  monopattini. E abbiamo comprato i banchi singoli, con o senza rotelle, dei quali il commissario straordinario Domenico Arcuri va particolarmente fiero. Lo stesso Arcuri in questi giorni va sui vari canali tv a dire, numeri alla mano, che la situazione di adesso non è paragonabile a quella di marzo/aprile. Infatti, lo penso anche io. Ma per i motivi opposti rispetti a quelli elencati da Arcuri. Ora è molto peggio. Perché il virus è arrivato anche nei territori più fragili e meno attrezzati dal punto di vista sanitario. Dice Arcuri: adesso si fanno molti più tamponi di allora, per questo ci sono più positivi. Ma che razza di ragionamento è? Allora non li facciamo proprio i tamponi, così i positivi sembreranno pochissimi. E quelli che arrivano “senza respiro” in ospedale, li cataloghiamo come polmoniti stagionali.  L’altra sera, tornando dal lavoro – erano più o meno le 21 – ho attraversato il centro della grande città in cui abito desolatamente vuoto. Deserto. Spettrale. In circa cinque chilometri di tragitto (è questo il mio percorso quotidiano casa-ufficio) avrò incrociato  non più di cinque automobili e una decina di ciclofattorini che portavano il cibo ordinato online ai vari indirizzi. In compenso ho contato almeno una trentina di monopattini abbandonati nei posti più improbabili. Nemmeno a ferragosto ho mai visto la mia città così. E qualche ora prima, nel pomeriggio, affacciandomi dalla finestra del mio ufficio che dà in una delle strade centrali generalmente molto trafficate, non è che la situazione fosse molto diversa: niente turisti, negozi aperti ma vuoti, qualche auto ma poche. Una città fantasma. Intanto il manager Arcuri (che oltre allo stipendio come  commissario straordinario per  la pandemia prende ancora anche quello di amministratore delegato di Invitalia, la società dello Stato che avrebbe dovuto trovare una soluzione per Whirpool a Napoli o anche per Ilva a Taranto, e tutti sappiamo come stanno andando le cose) resta al suo posto. Inspiegabilmente.  E ci restano – rieletti a furor di popolo – anche i presidenti di regioni che, nonostante la  tregua estiva del Covid,  si sono lasciati trovare impreparati alla  seconda ondata. Colpa nostra, questa sì, che li abbiamo rieletti. E ci siamo fidati. 

Altro che Mr. Wolf, Arcuri non risolve problemi. Luca La Mantia su Il Quotidiano del Sud il 2 novembre 2020. Panorama l’ha ironicamente chiamato il “Commissario moviola” per la capacità di rallentare, anziché velocizzare, le procedure che avrebbero dovuto permetterci di resistere alla seconda ondata di pandemia. A sette mesi dalla nomina a supercommissario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri si è dimostrato tutt’altro che il signor Wolf di “Pulp fiction”. Eppure continua a godere della piena fiducia del premier, Giuseppe Conte, che lo vorrebbe anche al vertice di Leonardo come successore di Alessandro Profumo. Ma con quali titoli? A oggi la gestione dell’affaire Covid portata avanti da Arcuri presenta più di una lacuna. L’ultimo flop è quello dei banchi monoposto a rotelle, che nelle intenzioni della ministra Lucia Azzolina avrebbero assicurato il rispetto delle distanze a scuola, garantendo la didattica in presenza. Il commissario aveva promesso che banchi e sedie innovative sarebbero stati distribuiti in tutte le scuole entro il 31 ottobre. Scadenza non rispettata, all’appello ne mancano diverse centinaia di migliaia. La consegna dovrebbe essere ultimata per Natale, ma sull’intera operazione pesa l’incognita di una nuova chiusura generalizzata degli istituti. Non meno spinosa la questione delle mascherine a uso degli studenti. L’obiettivo era fornire ogni giorno 11 milioni di dispositivi di protezione alle scuole insieme al gel per disinfettare le mani. Arcuri l’aveva definita un’impresa «senza eguali» ma per arrivare a dama sono serviti quasi due mesi. Il risultato è stato rivendicato recentemente dallo stesso commissario in un’intervista al Corriere della Sera. Ma lo stesso quotidiano ha messo in evidenza che questa cifra ora, con la ripresa della Dad alle superiori in numerose regioni, potrebbe addirittura superare le reali necessità del sistema scuola. Le mascherine, in effetti, sono state il grande tallone d’Achille di Arcuri. Per settembre l’attuale ad di Invitalia aveva assicurato la piena autosufficienza, annunciando che sul nostro mercato ci sarebbero state «solo mascherine italiane». Ma i dati pubblicati lo scorso mese da Assosistema certificano che il made in China continua a coprire un’ampia fetta della domanda (2,5 miliardi di euro il controvalore dei dispositivi arrivati nel nostro Paese fra marzo e luglio). Conte ha recentemente affermato che l’Italia ogni giorno produce circa 18 milioni di mascherine, bel al di sotto del fabbisogno da 35 milioni individuato da numerosi studi come cifra da raggiungere per gestire la fase due. Un numero che oggi, fra l’altro, andrebbe rivisto al rialzo in forza dell’obbligo di indossare il dispositivo usa e getta anche all’aperto. Senza dimenticare i ritardi sull’implementazione del sistema di terapie intensive su cui Arcuri ha sostanzialmente scaricato ogni responsabilità sulle regioni.

Le promesse mancate e i fallimenti del commissario Domenico Arcuri. "Da settembre non dipenderemo più dall’estero", aveva annunciato a maggio parlando delle mascherine. E invece per lentezze burocratiche e difficoltà tecniche la corsa contro il tempo è andata persa e dipendiamo ancora dalle importazioni. Quasi tutte dalla Cina. Vittorio Malagutti e Francesca Sironi su L'Espresso il 23 ottobre 2020. Le ultime parole famose risalgono a maggio, il 27 del mese, quando la stagione dei lutti e della paura sembrava volgere alla fine e il mondo intero si illudeva di poter convivere con il virus fino alla inevitabile vittoria. «A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine italiane», scandì Domenico Arcuri davanti ai deputati della commissione Affari sociali della Camera, con il tono solenne delle dichiarazioni definitive, parole che non lasciavano spazio a dubbi e obiezioni. E nessuno obiettò, infatti. Del resto, solo poche settimane prima, lo stesso Arcuri non aveva forse annunciato che sei aziende italiane entro l’autunno avrebbero rifornito il Paese di 660 milioni di mascherine pagate dallo Stato?

Il dossier che inchioda Arcuri: perché ha sprecato tre mesi. Il commissario all'emergenza coronavirus Domenico Arcuri avrebbe sprecato tre mesi senza riuscire a garantire all'Italia nuovi posti nelle terapie intensive. Federico Giuliani, Sabato 17/10/2020 su Il Giornale. L'Italia sta facendo i conti con la seconda ondata di Covid-19 completamente impreparata, senza una strategia chiara per arginare la pandemia o contromisure adeguate, che pure erano state promesse dal governo giallorosso. I contagi hanno sfondato il tetto dei 10mila casi al giorno. Gli ospedali iniziano nuovamente a sentire la pressione, con il numero di posti in terapia intensiva insufficiente nel caso in cui la curva epidemiologica dovesse continuare a salire con questa rapidità. Eppure - come rivelato più volte da ilGiornale.it - chi doveva gestire questa delicata situazione, tra cui Domenico Arcuri, ha avuto tutta l'estate per prendere provvedimenti adeguati, così da evitare gli stessi errori della scorsa primavera, quando il Paese si presentò a combattere il virus in modo inadeguato.

Arcuri nell'occhio del ciclone. I riflettori sono puntati proprio su Domenico Arcuri, il "super commissario" nominato da Giuseppe Conte per l'emergenza coronavirus. Già finito nell'occhio del ciclone per la questione delle mascherine, secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, Arcuri avrebbe sprecato tre mesi, senza riuscire a garantire all'Italia nuovi posti nelle terapie intensive. Per quale motivo il nostro Paese si trova adesso con il fiato corto? A luglio – è la ricostruzione dei fatti offerta da Domani – il Ministero della Salute avrebbe trasmesso ad Arcuri i progetti delle Regioni. Il commissario, tuttavia, avrebbe dato le deleghe per i lavori soltanto il 9 ottobre, ovvero poco più di una settimana fa. Detto altrimenti, i piani realizzati dalle Regioni per riorganizzare i vari ospedali sarebbero rimasti a prendere polvere sul tavolo di Arcuri per oltre due mesi. Non solo: in questi mesi, orientativamente da luglio a settembre, i reparti degli ospedali si erano svuotati grazie al rallentamento estivo della pandemia. Ed era proprio in una simile fase di calma che i lavori di ristrutturazione sarebbero potuti (e dovuti) partire. Non è invece andata così, visto che le gare per i lavori sono partite soltanto a ottobre, quando l'Italia era già con un piede nella seconda ondata. Le Regioni che nel frattempo si sono attrezzate riorganizzando gli ospedali lo hanno fatto attingendo ai propri fondi o adeguando vecchie strutture non utilizzate, adattandole ad accogliere posti letto extra.

Tre mesi sprecati. Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire che cosa è successo. Al termine della prima ondata di Covid-19, il 19 maggio, il governo – attraverso il decreto legge 34 - dà 30 giorni di tempo alle amministrazioni regionali per riorganizzare il numero di posti letto in terapia intensiva. L'obiettivo dell'esecutivo? Portarli da 7 a 14 ogni 100mila abitanti. Il governo stanzia perfino 1,1 miliardi per i vari piani. Quasi tutte le Regioni rispondono presente in tempo; 18 – sottolinea ancora Domani – avrebbero completato e consegnato i progetti all'esecutivo nel giro di un mese esatto. Il Ministero chiede però ad alcune amministrazioni di integrare i progetti. Entro il 17 luglio è tutto pronto, ed entro il 24 i piani aggiornati sono approvati. A questo punto i documenti sarebbero stati inviati sia agli uffici centrali di bilancio e alla Corte dei Conti, sia alla struttura coadiuvata da Domenico Arcuri. Quest'ultimo avrebbe ricevuto il 3 luglio i piani di sei regioni (Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Veneto e delle due province di Trento e Bolzano). L'ultimo piano sarebbe stato quello della Campania, arrivato il 24 luglio. Il 29 luglio arriva il semaforo verde dalla Corte dei Conti. Si attende quello di Arcuri. Che però non arriva, così come non partono i lavori di ristrutturazione previsti. L'Abruzzo si lamenta, chiedendo di avere la delega dal commissario all'emergenza per poter gestire la riorganizzazione in modo autonomo. Niente da fare. Il 9 ottobre, due mesi dopo che la corte dei Conti ha registrato l'ultimo progetto, Arcuri avrebbe finalmente firmato le ordinanze di delega ai presidenti di regione che avevano chiesto di gestirei progetti. Nello stesso giorno il commissario avrebbe firmato anche le nomine per le regioni che non avevano chiesto la delega. Intanto però il virus è tornato a correre. E l'Italia scopre di aver bruciato settimane preziose.

Lisa Di Giuseppe per “Domani” – estratto il 17 ottobre 2020. Il decreto Rilancio di questa primavera ha stanziato nuovo fondi per le terapie intensive. I posti in più previsti sono 5.612 in terapia intensiva e 4.225 in terapia subintensiva. Le regioni hanno presentato le loro richieste entro luglio, ma il ministero della Salute ha tardato a dare risposta. La pubblicazione del bando o l’affidamento diretto spettava poi al commissario Domenico Arcuri che ha fatto una gara lampo, di tre giorni, dal 9 al 12 ottobre. I lavori dovranno partire a fine mese. Iniziare ora che la pandemia sta tornando significherebbe chiudere interi reparti oppure spostare i pazienti ricoverati in stanze recuperate in extremis.

Giovanna Faggionato per “Domani” – estratto il 17 ottobre 2020. Per più di due mesi i piani delle regioni per riorganizzare gli ospedali sono rimasti a prendere polvere nelle mani della struttura del commissario all’emergenza Domenico Arcuri. I documenti interni che abbiamo consultato provano che diciotto regioni hanno progettato la riorganizzazione degli ospedali nel giro di un mese e consegnato il programma al governo entro la scadenza. Il manager riceve già il 3 luglio i piani di sei regioni e cioè di Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Marche e Umbria, del Veneto e delle due province di Trento e Bolzano.

Stefano zurlo per Il Giornale il 17 ottobre 2020. Il commissario Domenico Arcuri gonfia i muscoli: «Abbiamo distribuito 13 milioni di tamponi». Una cifra che dovrebbe spegnere l'inquietudine serpeggiante. Ma Arcuri parla dei tamponi rapidi che non risolvono ma anzi rischiano di aggravare il problema perché spesso fanno cilecca e certificano negativi che poi puntualmente si ammaleranno. La verità è che il commissario si impicca alle sue stesse parole: «Il tempo è una variabile fondamentale». Peccato che i mesi della tregua estiva concessa dal Covid non siano stati sfruttati per riempire gli arsenali e irrobustire le prime linee. Oggi, alle prime spallate del nemico invisibile, si aprono crepe paurose nel sistema di difesa. Occorreva tagliare la strada al virus, anticiparlo e chiuderlo all'angolo appena scoperto. Per questo erano necessari due passaggi: la moltiplicazione dei tamponi tradizionali, fino alla quota trecentomila teorizzata da Andrea Crisanti. E poi erano state disegnate le Usca, ovvero le Unita speciali di continuità assistenziale. «Alle Usca - spiega al Giornale Crisanti - era stato assegnato un ruolo cruciale, ovvero tenere i rapporti con i positivi, tracciare i loro contatti, accompagnarli passo passo fino al tampone liberatorio». Ma a quanto risulta su 1.200 Usca ne sono state create solo 600 e queste funzionano come possono. Molte persone continuano ad affollare i pronto soccorso, in barba a tutta la retorica sulla medicina territoriale, i risultati dei tamponi arrivano dopo giorni e giorni. Con ritardi abissali. «Ma soprattutto - aggiunge Crisanti - non c'è nessuna organizzazione che sia in grado di tracciare centomila persone al giorno, calcolando 10 incontri per positivo». Si procede a tentoni, anche perché le assunzioni promesse non sono arrivate. Non solo: i tamponi sono sempre quelli, la soglia dei trecentomila è lontanissima e dunque il virus scappa da tutte le parti. Si sono sperperati i soldi per i banchi a rotelle, trovata dadaista dell'esecutivo Conte, non si sono investiti dove servivano. L'app Immuni è un flop e le situazioni che affiorano hanno dell'incredibile pure su questo fronte: la Regione Veneto non ha mai attivato la piattaforma. Mancanza grave, ma pare altrettanto drammatico se non peggio che Roma non se ne sia accorta. Si è discusso per settimane, come fossimo in un alato convegno con annesso coffee break, se fosse corretto accettare i 32 milioni del Mes, da buttare immediatamente nel pozzo dell'emergenza. Risultato: pochi soldi, idee confuse. Siamo indietro sul capitolo delicatissimo delle terapie intensive e qui Arcuri, che ci tiene a non fare il parafulmine, ha qualche ragione nel bacchettare le Regioni: «Abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari, abbiamo attivato fino a 9.463 posti di terapia intensiva, ma per ora ne risultano operativi 6.628. Dovevamo averne altri 1.600 che sono già nella disponibilità delle singole regioni ma sono ancora sulla carta, chiediamo alle regioni di procedere. Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili - insiste il commissario - ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti di terapia intensiva per cui abbiamo mandato i ventilatori». È l'eterno rimpallo delle competenze italiane che rende tutto pasticciato e sfuggente. Arcuri punta il dito contro le Regioni, ma il bando per il potenziamento delle terapie intensive, con uno stanziamento di 713 milioni datato maggio, è stato aperto solo il 2 ottobre. Non si poteva fare prima? Insomma, il centro accusa la periferia che risponde per le rime, esattamente come era successo nelle settimane cupe della prima ondata, ad esempio per la mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo. Oggetto di un'inchiesta della procura di Bergamo per dirimere le responsabilità. Infine, i mezzi pubblici: invece di potenziare il parco mezzi si punta sullo smart working per tenere a casa gli utenti. Poca o nulla programmazione, molta approssimazione e distanziamento a fisarmonica. Governo e Regioni litigano. Il virus, intanto, corre.

Dagospia il 14 ottobre 2020. Caro Direttore, sostenere che gli Uffici del Commissario Per l’emergenza Covid hanno già distribuito oltre 20 milioni tra tamponi e provette alle Regioni Italiane, che oggi ne hanno somministrati oltre 152 mila ai cittadini, oppure che i vaccini antiinfluenzali non hanno nulla a che fare con le sue attività o, ancora, che le problematiche connesse al sistema dei trasporti sono di competenza di altri, sarebbe riduttivo. Così come dire che il Commissario non ha ingaggiato nè Lorenzo Mingolla nè alcun altra risorsa per la comunicazione o le Relazioni Istituzionali sarebbe poco. L’intero articolo, per così dire, è davvero poco informato: sia sulle norme, sia sulle funzioni, sia sulle azioni specifiche che gli Uffici del Commissario Arcuri stanno ponendo in essere per fronteggiare l’emergenza. L’Ufficio Stampa del Commissario Straordinario  per l’Emergenza Covid 19.

DAGONEWS il 14 ottobre 2020. C'è un responsabile dell'attuale situazione, che è precipitata nell'arco di dieci giorni? Ovviamente non ce n'è uno solo, ma su uno solo si è incaponito il premier nella scorsa primavera, tanto da dargli pieni poteri e da oscurare Protezione Civile e ministero della Salute. Parliamo ovviamente del commissario straordinario all'emergenza sanitaria Domenico Arcuri. Il prode ad di Invitalia (carica che ha ovviamente mantenuto) ha occupato le conferenze stampa a litigare con gli ''economisti da divano'' e gli studiosi da cocktail che gli contestavano le scelte sulle mascherine (introvabili) e poi l'estate aggrappato a questi demenziali banchi a rotelle (spostarli con le manine non si può). Il tutto senza che nel frattempo – il lockdown è finito ai primi di maggio - fosse predisposto un sistema per l’approvvigionamento di tamponi, di vaccini influenzali e mezzi di trasporto in vista della seconda ondata, evento che gli scienziati e virologi davano praticamente per scontato. Il problema è che il prode manager non può nascondersi dietro al calo dei casi in estate o a settembre, perché in quegli stessi mesi il governo di cui fa parte aveva rinnovato lo stato di emergenza. Se c'è un'emergenza, bisogna predisporre misure straordinarie, no? E invece dopo i click day che duravano un secondo e le gare per centinaia di migliaia di banchi a rotelle affidate a ditte con un dipendente, siamo arrivati all'autunno con le proverbiali mani, una davanti e l'altra dietro. Il buco più clamoroso, oltre a quello dei tamponi per cui la gente fa file di 14 ore ai drive-in, è quello dei trasporti. Certo, non si può rivoluzionare un settore così fondamentale in pochi mesi, ma da marzo a oggi forse qualche idea poteva essere partorita. Invece niente. Il sistema della mobilità è lo stesso di allora, e si fa presto a mettere nastri e imporre capienze al 50 o 80% se tanto nessuno può controllare e non esistono mezzi aggiuntivi messi in campo dalle autorità. E non parliamo dei bollettini: ogni giorno leggiamo una pioggia di numeri totalmente falsati, visto che le regioni con il maggior numero di contagi sono anche quelle che fanno più tamponi (Lombardia, Lazio) e che ci sono dei veri e propri buchi neri (vedi la Sicilia e il Piemonte) dove i test sono in numero ridicolo rispetto alla gravità del contagio. Questa quotidiana comparazione di pere e mele non viene né coordinata né spiegata da qualche esperto come almeno avveniva nella fase iniziale con le soporifere conferenze stampa di Borrelli e company. Il problema politico è però che nessuno chiede conto ad Arcuri di cosa abbia fatto in questi mesi. Non ci risulta che ci sia una commissione parlamentare che si occupi di verificare e controllare il suo operato. Dai 5 Stelle, che pure non lo amano (Di Maio in primis) non è venuto neanche un rantolo, per non indebolire il suo dante causa Conte prima delle elezioni. La maggioranza stessa sul tema Covid è in preda a un caos totale, con il consiglio dei ministri dell'altra sera che si è arenato proprio sul divieto di feste in casa e sull'ipotizzato demente sistema di delazione dei vicini messo in campo da Speranza. Il fatto che il premier debba specificare ''Non vi manderemo la polizia in casa a verificare quanti siete'' è di per sé una follia col botto. Frasi mai sentite manco da Kim Jong-Un. Tanto che c'è voluto l'intervento di un Mattarella straincazzato per stoppare qualunque ipotesi di sanzione e di uso delle forze dell'ordine nei confronti di chi ospita persone a cena. Anche grazie a questo bordello Arcuri può viaggiare sotto i radar e continuare a puntare al suo vero obiettivo: in tandem con il neo-ingaggiato Lorenzo Mingolla (ex collaboratore del famigerato sondaggista Luigi Crespi), aspetta solo che passi la nottata invernale per arrivare alle nomine di primavera, quando scade il cda di Cdp e lui punta a prenderne il timone al posto di Fabrizio Palermo.

Mario Giordano per “la Verità” il 19 ottobre 2020. Caro commissario Arcuri, lei non mi risponde, perché preferisce esibirsi nei salottini amici, ma io insisto. Non riesco a darmi pace. Passi che non restituisce i soldi dello stipendio che secondo la Corte dei conti avrebbe preso in più rispetto al dovuto e che avrebbe già dovuto ridarci indietro a luglio. Passi che appena nominato non è riuscito a procurarci in tempo nulla di quello che ci serviva, né camici per medici né respiratori. Passi che abbia fatto partire la gara per i test rapidi a fine settembre. Passi che aveva promesso che le mascherine sarebbero state prodotte tutte in Italia e invece continuiamo a importarla dalla Cina, e pure senza il marchio di sicurezza della Ue. E passi perfino che i famosi banchi che dovevano essere tutti in aula l'8 settembre (lo annunciò lei) non ci sono ancora. Glielo confesso: con una buona dose di digestivo, sarei disposto a buttare giù questo malloppo di nefandezze. A patto che lei la smettesse di raccontare balle sui posti letto in terapia intensiva. La terapia intensiva è un luogo sacro. Di sofferenza. Di dolore. Spesso di morte. Attorno a quei letti si muovono i fili fragili delle nostre esistenze, le nostre speranze, le mani di medici e infermieri che per tenerci attaccati all'ultimo respiro sono disposti a sacrifici disumani. Lei non ha il diritto di bruciare tutto questo sull' altare della sua arroganza e della sua supponenza. L' altro giorno ha attaccato le Regioni dicendo di aver distribuito 1.600 ventilatori che non sono stati ancora usati. E ha aggiunto, quasi sotto forma di ricattuccio, ne abbiamo pronti altri, ma non ve li diamo. Tiè tiè tiè. Un atteggiamento che già nel cortile della scuola elementare Carducci di Alessandria, quando ancora portavamo il grembiule nero, avremmo considerato un po' troppo sciocchino. Il fatto è che lei ha una coda di paglia grande quanto la sua prosopopea. È stato nominato commissario unico. Ha centralizzato su di sé tutto. Tra un po' anche per cambiare il bidet nel nostro bagno di casa bisognerà passare per una gara d'appalto gestita da lei. Per le terapie intensive ha voluto tutti i piani regionali. Li ha riscritti. Ha fatto partire una gara unica per i lavori negli ospedali (lavori necessari per realizzare terapie intensive definitive e non provvisorie). E ora, che si scopre che siamo in ritardo, non trova di meglio che scaricare tutto sulle Regioni? Lei si deve vergognare, caro Arcuri. A maggio sono stati stanziati i soldi per realizzare 3.443 posti in più in terapia intensiva. Lei ha gestito tutta la pratica, con poteri, per l'appunto, straordinari. Il bando di gara lo ha fatto solo il 1° ottobre. Siamo in un ritardo spaventoso. E lei non ha nemmeno l'umiltà di chiedere scusa? Vede, caro Arcuri, come tutti i boiardi attaccati al potere lei non conosce il significato della parola responsabilità. Le faccio un esempio? Il direttore di questo giornale ha poteri straordinari. Può decidere di pubblicare o no questo pezzo. Può decidere come titolarlo e come impaginarlo. Ma se sbaglia finisce davanti al tribunale. Non scarica mica sul tipografo, come invece farebbe lei. Meschino com' è.

Terapie intensive inadeguate. E Arcuri è in ritardo. Nicolaporro.it il 14 ottobre 2020. Dalla puntata di Quarta Repubblica del 12 ottobre 2020. Ormai da giorni il governo giallorosso è tornato a parlare di emergenza Covid, seconda ondata e allarme contagi. E via con l’obbligo dell’utilizzo della mascherina all’aperto, sparate del ministro Speranza sulle delazioni e nuovo Dpcm con restrizioni draconiane. Ma allora perché per la realizzazione di quelle terapie intensive, per cui c’era uno stanziamento governativo già il 14 maggio, si è aspettato addirittura il 2 ottobre per pubblicare il bando (scaduto lunedì)? Dov’era il commissario all’emergenza Domenico Arcuri in questi mesi? Perché dà la colpa alle Regioni, se le Regioni già da mesi gli hanno fatto pervenire le loro richieste?

 Da liberoquotidiano.it il 20 ottobre 2020. Si parla ancora di coronavirus a Quarta Repubblica, il programma di Rete 4. E chi meglio di Guido Bertolaso può spiegare quanto sta realmente accadendo in Italia. L'ex direttore del Dipartimento della Protezione Civile è stato chiamato da Nicola Porro per rispondere alle critiche che lo hanno visto protagonista nella prima ondata. Giornalisti come Marco Travaglio e politici del Pd e del M5s hanno duramente attaccato la realizzazione, da lui pensata, di un nuovo ospedale, quello della Fiera di Milano. Una costruzione che ai cittadini non è costata un euro, nata con soli soldi privati e che fa di Bertolaso, più ancora di quanto già non lo fosse, un veterano del suo mestiere. "Quando incontravo i presidenti di Regione - ha raccontato al conduttore di Mediaset - mi dicevano che correvo troppo, che non riuscivano a starmi dietro". Meglio così per il funzionario, visto che siamo in una situazione di emergenza. "Questa è la più drammatica e difficile emergenza della storia della Repubblica italiana, è la peggiore di tutte perché è mondiale". Poi la frecciatina a Domenico Arcuri, commissario per l'emergenza, ora addetto alla ripartenza della scuola: "Lui è stato messo lì, ma è come se mettessero me all'Agenzia delle Entrate e mi chiedessero dell'Irpef di cui io non so nulla. Anche Arcuri non sa nulla di tamponi e vaccini".

Alessandro Barbera per “la Stampa” il 12/10/2020. Come cicale allietate dalla tregua estiva, abbiamo perso tempo prezioso. File ai drive-in per i test e negli ambulatori, ospedali non adeguatamente attrezzati. Abbiamo affrontato l'emergenza, stiamo contenendo la seconda ondata, ma la nostra sanità non è pronta a convivere con il virus. Lo racconta l'esperienza di molti, emerge dai numeri. Dall'inizio della pandemia il governo ha messo a disposizione circa 3,4 miliardi di euro: finora ne sono stati spesi poco più di un terzo, in gran parte per l'acquisto di mascherine, camici, attrezzature. Prendiamo il caso delle terapie intensive. Il rapporto consegnato a Palazzo Chigi dal commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri il 9 ottobre dice che i posti letto sono 6.458, uno ogni 9.346 abitanti. Si tratta di un quarto dei posti in più di quelli a disposizione all'inizio dell'anno, appena la metà di quelli programmati dal ministero della Salute. Per il momento - lo rivela sempre il documento di Arcuri - sono occupati appena il 6 per cento dei posti. Se però la curva dei ricoveri dovesse impennarsi alcune Regioni potrebbero trovarsi rapidamente in difficoltà. Il 9 ottobre quelle con più ricoverati gravi rispetto ai posti disponibili sono la Campania (14,7 per cento), la Sardegna (13,4), la Liguria (12,4) e l'Umbria (11,43). Le cose vanno meglio alla voce «malattie infettive e pneumologia»: da 6.525 ora i posti sono saliti a 14.195. C'è un enorme però: i nuovi letti sono quasi tutti al Nord. Sono 5.120 contro gli 886 del Centro e i 1.664 del Sud.  L'Italia ha venti sistemi sanitari, e si vede. Il 19 maggio il decreto «Rilancio» ha stanziato 1,9 miliardi per il potenziamento delle strutture sanitarie. Solo ora, a cinque mesi di distanza, le Regioni hanno iniziato a presentare piani per spendere 734 milioni di euro. Nove hanno chiesto ad Arcuri di fare da sole (Abruzzo, Campania, Emilia, Liguria, Puglia, Sicilia, Valle d'Aosta, Trento e Bolzano) tre sono in ritardo, le altre riceveranno i fondi dal commissario su richiesta dei direttori generali delle Asl. Per i governatori puntare il dito contro lo Stato è facile, eppure hanno responsabilità enormi nei ritardi. Una delle emergenze post-Covid è quella delle liste d'attesa per gli interventi non urgenti. Ebbene, l'ultimo decreto di emergenza pubblicato il 15 agosto imponeva alle Regioni di prendere provvedimenti «entro trenta giorni». A ieri le amministrazioni che hanno stanziato i fondi sono appena quattro: Piemonte, Marche, Toscana e Veneto. Stessa cosa dicasi per i tamponi: ci sono Regioni in cui i medici di famiglia sono in grado di disporre dei test, altre in cui, prima di farlo, devono chiedere l'autorizzazione alla Asl. Secondo le stime della loro associazione accade una volta su due. In questi mesi Arcuri ha distribuito 10 milioni e 514mila tamponi, ce ne sono disponibili altri 2,7 milioni, questa settimana ha completato la gara per comprare cinque milioni di test antigenici, quelli che permettono i risultati in poche ore: andranno principalmente alle scuole. Ma quanto ci vorrà per distribuirli? E' più o meno il destino del vaccino antinfluenzale: molte Regioni hanno annunciato la distribuzione ben prima di averlo a disposizione. Il ministero della Salute avrebbe ordinato 17 milioni di dosi, il 30 per cento in più dell'anno scorso, ma nella maggior parte dei casi - soprattutto al Sud - non è possibile prenotarsi. Mai come oggi il governo ha l'opportunità di far recuperare terreno a un sistema sanitario che per vent' anni ha dovuto accontentarsi di non aumentare i fondi. Ma come sempre più degli annunci contano i risultati. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha presentato un piano da 29 miliardi da finanziare con fondi europei, eppure dall'inizio della pandemia non siamo riusciti ad utilizzarne bene e rapidamente nemmeno tre.

Alessandro Rico per “la Verità” l'8 ottobre 2020. La peculiarità di Domenico Arcuri è che gli manca il senso del ridicolo. «Abbiamo già avviato un piano di rafforzamento delle reti ospedaliere Covid», ha arringato ieri. Capito? «Già». Come se fosse in anticipo. Eppure, il bando cui fa riferimento il commissario straordinario è partito il primo ottobre. Le offerte arriveranno entro il 12. Dopodiché, inizierà la solita corsa contro il tempo. Tipo quella per i banchi. A proposito: Arcuri ha ribadito che li consegnerà tutti «entro ottobre». Significa che ne sta spedendo oltre 61.000 al giorno: le avete viste, no, le autostrade ingorgate di camion? Purtroppo, anche se, al convegno Fimmg a Villasimius, si è vantato di aver «stabilizzato 7.000 posti di terapia intensiva e 15.000 di subintensiva», lo Speedy Gonzales di Reggio Calabria è di nuovo in ritardo. Come sui reagenti. Come sulle mascherine. Come sugli arredi scolastici. L'epidemia c'è da otto mesi, ma il bando per la «riorganizzazione della rete ospedaliera», che dovrebbe portare ad altri «3.500 posti stabili in intensiva e 4.500 in subintensiva», lui l'ha pubblicato una settimana fa. E sono proprio questi dettagli a smontare la narrazione del governo e del ministro Roberto Speranza. Quel tentativo di puntare il dito sui cittadini irresponsabili, che non mettono i Dpi, non rispettano le distanze e vanno a cena fuori. Se emergenza è, significa che per mesi l'esecutivo ha dormito. L'emergenza, per definizione, è qualcosa che «emerge», che non si poteva prevedere, per cui non ci si poteva preparare. Aver dichiarato l'allerta il 30 gennaio, per poi mettersi a regalare protezioni alla Cina, finendo sguarniti, era già imperdonabile; ancora peggio è volerci dare a bere che, arrivati a oggi, non siamo ancora in grado di gestire la situazione con i mezzi ordinari. Non si poteva immaginare che in autunno ci sarebbe stato un rialzo delle infezioni? Non ci si poteva premunire, arrivando a ottobre con le dotazioni ospedaliere ultimate? Non suona un po' comico parlare di piano «già» avviato, quando siamo ormai nella stagione in cui è possibile una recrudescenza del Covid?Sarà per queste ragioni che Arcuri, in mezzo a tante amenità, ha infilato anche qualche verità. Ad esempio, ha ridimensionato la retorica della strage imminente, che il governo è tornato a cavalcare per preparare il terreno ad altre restrizioni draconiane: «Abbiamo dei numeri ancora nei limiti della normale gestione», ha assicurato il commissario. Che ha sottolineato: «Ieri [lunedì, ndr] eravamo il diciottesimo Paese per numero di contagiati e il 21 marzo eravamo il secondo. [...] Siamo attrezzati a contenere la forza di una eventuale seconda ondata pandemica». Fantastico. Ma il punto resta quello. O siamo messi bene, dunque l'emergenza non c'è, dunque non è necessario minacciare i ristoratori e mandare sul lastrico chi tiene la mascherina abbassata. Oppure l'emergenza c'è e dunque non è andato tutto bene, come da slogan; l'esecutivo non è stato fenomenale, come baltera qualcuno all'Oms; e, soprattutto, non ha senso catechizzarci a ottobre sulla necessità di «prepararci alla possibilità» che i contagi «crescano». Perché questa era un'eventualità cui bisognava pensare a giugno, quando la morsa dell'infezione si era allentata. Cosa faceva Speranza? Dov' era Giuseppe Conte? A che pensava Arcuri? Il commissario, giorni fa, è stato convocato dal Cts per un incontro di «preparazione» alla stagione autunnale e invernale, al fine di scongiurare «possibili mancanze» di Ffp2 e Ffp3 nei nosocomi. Ci rendiamo conto? Sui monti nevica, però Arcuri e il Cts si stanno ancora («già», direbbe lui) preparando all'inverno e alla potenziale penuria delle mascherine, per le quali l'ad di Invitalia avrebbe già dovuto garantire l'autonomia produttiva del Paese. Ecco qual è la vera emergenza: è che l'emergenza la gestiscono questi qui.

Coronavirus, Franco Bechis: "Governo di irresponsabili, ecco le cifre sulle terapie intensive". In sei mesi non è cambiato nulla. Libero Quotidiano il 07 ottobre 2020. La seconda ondata di coronavirus è già qui ma l'Italia si fa trovare impreparata. La denuncia arriva da Franco Bechis, che parla di "governo di irresponsabili", indietro su tutto: terapie intensive, banchi scolastici e vaccini anti-influenzali.  "A febbraio nessuno aveva pensato di fare gli acquisti necessari di mascherine, camici, guanti, respiratori e tutto quel che serviva almeno negli ospedali e nei centri medici per affrontare la pandemia - ha scritto il direttore sul Tempo -.  Ma almeno speravamo che quella esperienza negativa sarebbe stata di lezione a chi aveva mostrato tanta irresponsabilità". Innanzitutto Bechis fa notare che nulla è cambiato negli ospedali, dove le terapie intensive sono le stesse che andarono nel panico a marzo. All'epoca sia il premier Giuseppe Conte che il ministro della Salute Roberto Speranza assicurarono che si sarebbe fatto di tutto per rafforzare gli ospedali. Ma così non è andata. Solo il 2 ottobre, infatti, il commissario Domenico Arcuri ha emanato il bando "per l'affidamento di lavori, servizi di ingegneria ed architettura e altri servizi tecnici al fine dell'attuazione dei piani di riorganizzazione della rete ospedaliera nazionale". "In pieno inizio della seconda ondata siamo ancora al giorno zero delle nuove terapie intensive". continua Bechis. Un ritardo difficile da spiegare secondo il giornalista, anche perché ci si era mossi già a maggio, quando un decreto del governo aveva stanziato più di 1 miliardo di euro per finanziare gli interventi necessari negli ospedali. A quel punto l'esecutivo aveva chiesto e ottenuto i progetti dalle regioni e Speranza aveva dato la sua approvazione il 29 maggio con una circolare. Ma da quel giorno più nulla. Adesso bisogna, quindi, darsi una mossa. Ma non è detto che si riesca a fare tutto in tempo. Ecco perché Franco Bechis lancia l'allarme: "Anche correndo il bando deve cercare progettisti e architetti che disegnino sia quelle terapie intensive che i percorsi di ingresso e uscita da quei luoghi necessari. Se il virus dovesse marciare esponenzialmente con la velocità mostrata in queste settimane, saremmo fritti e con il sistema sanitario nazionale per la seconda volta in tilt". La stessa irresponsabilità, secondo il giornalista, è stata dimostrata anche sul versante scuola, dove mancano ancora i banchi, e sul versante dei vaccini anti-influenzali. Non ce ne sarebbero abbastanza, infatti, per soddisfare la domanda di tutti i cittadini. 

La crisi dei competenti: «Fin qui tutto male, ma può peggiorare. Lo dice la Storia». Luca Mastrantonio su Il Corriere della Sera il 26 settembre 2020. Per non venire spiazzati dal tatticismo del titolo, che potrebbe far pensare a un tardo racconto della disfatta degli intellettuali di sinistra, il nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, Radical choc (Einaudi) va letto da destra verso sinistra: «choc radicale». Perché è uno choc ed è radicale lo stravolgimento che sta investendo i competenti, ossia i dispensatori di quelle risposte pertinenti che generano sicurezza, favorendo lo sviluppo. Ascesa e caduta dei competenti sono inserite in un quadro agilmente vasto: dal filosofo arabo del 1300 Ibn Khaldun, con le sue intuizioni sul rapporto tra centro e periferia e la guerra simbolica per il prestigio sociale, fino al nazismo come apoteosi della macchina-Stato omicida, animata da un populismo che ha realizzato la modernità azzerando la democrazia. In mezzo, il Medioevo, l’Umanesimo e gli Stati moderni, la cui Bibbia è Il Leviatano poiché lo Stato nasce come patto postbellico.

I riferimenti pop e la fine di Hubert. Il libro, già al centro di La guerra di tutti (saggio che ha seguito l’esordio di Ventura nel 2017, Teoria della classe disagiata ), qui dialoga con il famigerato La burocratizzazione del mondo, del trozkista Bruno Rizzi: il libro già nel 1939 svelava le similitudini tra nazismo e stalinismo e, benché clandestino, ispirò Guy Debord (e indirettamente George Orwell) per La società dello spettacolo (1967): lo statalismo con la burocrazia e il capitalismo con la divisione del lavoro sono al servizio di una stessa ideologia economica che, con la maschera dello Spettacolo, domina la società con scopi razionali (sviluppo) ed effetti irrazionali (alienazione). I riferimenti pop di Ventura, funzionali a storicizzare il presente, vanno da Voltron, cartone animato Anni 80 che ricorda il Leviatano, al film L’odio (1995), con la frase «fin qui tutto bene» di Hubert che sta cadendo da un palazzo: finché non si sfracella può dirlo. Ventura invece sostiene: fin qui tutto male, ma può peggiorare, lo dice la Storia.

I costi di manager, burocrati e intellettuali. Il popolo che abita le periferie e la campagna si ribella alle élite del centro e della città quando i costi dei competenti superano i benefici (avviene non solo per la crisi economica, ma per la concorrenza interna e per la complessità delle macchine che manager, burocrati, intellettuali e impiegati devono oliare). Le rivolte, che porteranno ad altri paradigmi, spingono su leader che parlano in nome del popolo. Trump, Brexit, 5Stelle, Lega... Ecco il primo choc. Ma — secondo choc — il popolo tanto sovrano non è se la politica si fa commissariare dai tecnici, per debolezza cognitiva o alibi, mentre i tecnici stressati dall’urgenza e dalla paura di sbagliare nella propria sfera di competenza esasperano il principio di precauzione, invadendo altre sfere. La perdita di sovranità avviene anche dove non c’è dittatura: basta il regime di urgenza, com’è avvenuto in Italia.

Tecnopopulismo o il capitalismo di Stato. Gli scenari sono due: il tecnopopulismo o il capitalismo di Stato. In entrambi, la modernizzazione vuole risposte accelerate (ansia da vaccino) e meno democrazia (insofferenza per i partiti). Cosa fare? Servono competenti con un migliore equilibrio tra costi e benefici, tra centro e periferia: meno polarizzazione. Altrimenti i populisti dilagheranno, sostiene Ventura, che abbiamo intervistato.

Nel libro gli intellettuali di oggi hanno uno spazio marginale. Cita il filosofo Giorgio Agamben, che sul blog ha scritto della «supposta epidemia» sfiorando il negazionismo. Aggiungo: l’opinionista tv Andrea Scanzi prima sbeffeggia chi considera il Covid una malattia mortale e poi scrive un best-seller contro I cazzari del virus ; infine Sgarbi, critico d’arte, leader no-mask. La competenza è un optional?

«Sono esempi diversi. Il problema nel caso di Agamben, di cui rispetto l’allarme sui rischi della democrazia legati allo stato di emergenza, è la facilità di accesso a mezzi digitali che gli hanno permesso di intervenire subito su un tema in evoluzione. La macchina, la possibilità di comunicazione istantanea favorisce errori».

Il prestigio dei competenti oggi deve fare i conti con gli influencer, la cui legittimità non viene tanto da titoli, ma dalla capacità di farsi seguire. Alcuni virologi e scienziati sui social sembrano aspiranti influencer.

«Gli influencer hanno il pro di far emergere outsider, rappresentanti di minoranze prima escluse, senza dover passare da accademie o istituzioni. Io stesso arrivo dal web, non dall’università. Sono autocritico allora se dico che i social network e media hanno un meccanismo disfunzionale, il like cresce anche se causi un litigio, infiammi un dibattito violento, riporti un contenuto negativo. Gli incentivi funzionali portano a effetti positivi sulla società, quelli negativi no, sono perversi. E penso al ruolo di reclutamento politico via web, che ha ottenuto anche risultati qualitativi inferiori persino al sorteggio».

Nel libro scrive di società iatrogena, dove le cure producono effetti collaterali negativi, a volte persino patologie. Cita l’ospedalizzazione che accelera la diffusione del virus, ma pure la radicalizzazione di islamici dovuta a infiltrati dell’antiterrorismo. Come evitare di cadere nella dietrologia complottista?

«Mi interessa mostrare com’è realmente possibile diventare cospirazionisti, anche per evitarlo: la società è ossessionata dal controllo ma non riuscendo a controllare tutto crea disfunzioni. Io le analizzo per togliere moralismo, alibi, non c’è alcun cattivo che sta controllando tutto, ma ci sono strutture e burocrazie così complesse che producono pasticci che forniscono dati reali a chi crede alla dietrologia. Capire le ragioni di chi pensiamo abbia torto, populisti o complottisti, è importante, non dobbiamo avere paura, sennò abbiamo già perso».

Raffaele Alberto Ventura, nato nel 1983 a Milano, vive a Parigi, dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Sul web si è imposto con il nome di Eschaton. Il nuovo saggio Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, conclude la «trilogia del collasso» iniziata con la Teoria della classe disagiata (2017) e La guerra di tutti (2019), entrambi editi da minimumfax.

Andrà tutto a… (#AndràTuttoARamengo). Alessandro Bertirotti il 24 agosto 2020 su Il Giornale. È tutta questione di… povertà mentale. Bene, o male… vedremo. Certo, non tutti avranno l’occasione di vedere, se le cose continuano ad andare in questo modo. Cerchiamo di fare il punto della situazione circa quello che sta accadendo ultimamente in questa nazione. Il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, è apertamente in contrasto, e mi sembra anche forte, con il governo centrale della nazione (se abbiamo il coraggio di chiamarlo Governo), per la presunta positività a zio COVID-19 dei migranti. Quindi, vuole chiudere tutti i centri di accoglienza dell’isola. I soliti noti virologi, che continuiamo a definire esperti, ci dicono tutto e il contrario di tutto, rispetto al comportamento che dovremmo adottare nei confronti zio COVID-19, ma non solo. Esprimono continuamente idee contrarie, le une alle altre, per non farci assolutamente comprendere in che modo sarebbe necessario diventare tutti positivi, e produrre invece sani anticorpi. E fino a quando questo non avverrà, è evidente che il virus continuerà a circolare. È abbastanza facile comprendere che per fermare un virus è necessario che non circoli più, e per non circolare più deve aver prima contagiato il maggior numero di persone. Ed è altrettanto logicamente comprensibile che il contagio debba avvenire senza che per questo l’essere infettato esprima una malattia conclamata, proprio in nome della replicazione del virus che possiede un RNA di oltre 30.000 basi. E ciò significa che, nella sua replicazione, gli errori sono costanti e continui, il che gli può progressivamente far perdere la carica virale (come, peraltro, affermano alcuni scienziati). Lungi da me, dunque, negare l’importanza e l’evidenza di questa malattia, mentre ho l’impressione che stiamo assistendo ad una drammatica e politica strumentalizzazione della situazione, per raggiungere altri fini. La prossima stagione scolastica è già praticamente allo sbando. Il 1° settembre 2020 devono iniziare i corsi di recupero per coloro che hanno accumulato i debiti, mentre la scuola dovrebbe iniziare il 14 settembre 2020, e servono circa 200.000 nuovi insegnanti. Il sistema telematico per la gestione delle supplenze è già in tilt, e le segreterie scolastiche non sono nelle condizioni di sapere effettivamente quali sono i docenti a disposizione. I famosi Navigator, che continuano a percepire circa 1700 € al mese senza risultati significativi, non sono ovviamente nelle condizioni di trovare lavoro ai loro “assistiti”, visto che lavoro non ce n’è. Quindi, nella sostanza, i Navigator sono stati assunti e pagati con i nostri soldi per non svolgere le mansioni alle quali erano preposti, mentre ad aprile terminerà il loro contratto e dovranno cercare lavoro loro stessi. E direi che questo è nello stile dei Cinquestalle. Poiché sembra evidente che il problema dei prossimi anni, a livello mondiale, non sarà solo di tipo ecologico-ambientale, oppure legato alle riserve idriche naturali del nostro pianeta, ma sarà anche quello demografico, questo governicchio sta tentando di far passare, con una semplice direttiva, l’assunzione casalinga della RU486, la pillola abortiva ad uso contraccettivo (rivolgendosi solo ad un consultorio, ovviamente… una specie di “faccio da me, che faccio per tre” – padre, madre e bambino ucciso). Dovremmo andare a votare, ma non sono assolutamente sicuro di andarci. Una votazione è relativa ad un referendum completamente inutile e demagogico, nel senso che vuole togliere rappresentatività ai cittadini italiani, mentre sarebbe stato ovviamente intelligente (e capisco che questo termine è completamente al di fuori dell’unico neurone che possiedono gli esponenti di questo governicchio…) diminuire drasticamente il compenso agli attuali parlamentari. Inoltre, nella eventualità che passasse il sì, non saremo nelle condizioni di votare per un certo numero di anni, perché andrebbe rifatta completamente la legge elettorale. E tutti noi sappiamo che per fare una legge elettorale, in questa nazione, impieghiamo anni col risultato di ottenere significative demenze, utili solo a non governare in modo La seconda scadenza elettorale, dovrebbe essere quella per eleggere i Presidenti di alcune regioni della nazione e i sondaggi non sono positivi nei confronti dei Pidioti e dei Cinquestalle, mentre lo sono per il Centro-destra, in quanto i cittadini italiani, votati da sempre alla disperazione del meno peggio, si riversano su quello che rimane (un meno peggio, sempre peggio…). Certo, rimane anche la possibilità di non recarsi alle urne. Potremmo non farlo tutti per obbligo, con l’ingresso di un nuovo Lockdown. Bene, questa è la situazione, così come la vedo io. E mi sembra di vederla in modo relativamente realistico, al di là dei miei personali giudizi sulla politica di questi para-umani al governicchio. Ora, cosa possiamo fare, in attesa che qualche pensiero particolarmente innovativo animi le motivazioni socio-culturali degli italiani? Non sono in grado di rispondere per gli altri, ma solo per me. Intanto, non è più proponibile lo slogan “andrà tutto bene“. Non ho la sensazione che le cose stiano andando in quella direzione, e penso invece che “andrà tutto a ramengo” (#AndràTuttoARamengo). E, sulla base di questa caotica direzione, io non posso fare altro che affidarmi al volere divino, pregando con una certa insistenza, e riconoscendo una deficienza etico-morale che sta investendo sempre più l’intera umanità. E non dimentico, certo, di sorridere.

Stefano Filippi per la Verità il 14 settembre 2020.

Professor Luca Ricolfi, sociologo, docente di analisi dei dati, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, che cosa ci dicono i dati sull'andamento del virus elaborati dalla fondazione?

«La Fondazione pubblica quotidianamente un termometro dell'epidemia, che monitora l'andamento del numero di contagiati. Ebbene, il termometro segnava 1,5 gradi pseudo-Kelvin alla fine di luglio, oggi sfiora gli 8 gradi. Questo significa che il numero di contagiati è almeno quintuplicato in poco più di un mese. Un'altra cosa che facciamo è valutare la capacità dei vari Paesi di intercettare i contagiati. È un'operazione essenziale, perché i dati dei nuovi casi, che sono i più usati dai mass media, sono del tutto fuorvianti: 1.000 casi in più in Italia, che ha una bassa capacità diagnostica, sono molto più preoccupanti che 1.000 contagiati in più in Germania, un Paese che, grazie al numero di tamponi e alla capacità di tracciamento, ha una capacità diagnostica ben superiore alla nostra».

Che evoluzione c'è stata in questi mesi?

«Forse, riguardo all'Italia, in questo momento il dato più significativo è l'inversione di tendenza delle curve dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva. In poche settimane abbiamo avuto una triplicazione (di decessi) e una quadruplicazione (di terapie intensive). La svolta nella curva epidemica risale alla seconda metà di giugno. Noi l'abbiamo segnalata il 18 giugno sul sito Fondazionehume.it. Ma il governo - fino a Ferragosto - è stato del tutto sordo ai nostri allarmi, e non solo ai nostri. Anche la Fondazione Gimbe, con il professor Nino Cartabellotta, e virologi autorevoli come Andrea Crisanti e Massimo Galli si sono sgolati per mesi avvertendo del pericolo di una ripartenza dell'epidemia, ma è stato tutto vano. Il governo non voleva vedere né sentire».

I virologi consigliano di guardare il numero dei ricoverati e non quello dei contagiati per capire l'andamento dell'epidemia: è d'accordo?

«Hanno perfettamente ragione, il numero di ricoverati è molto più significativo. Però anche il numero di ricoverati ha dei problemi, due soprattutto».

Quali?

«Il primo è che la Protezione civile non fornisce il numero di ingressi in ospedale, cioè il dato di flusso, ma solo quello degli ospedalizzati, ovvero il dato di stock, che è altamente fuorviante: se avessero fornito il numero di ingressi in ospedale, che non si sono mai fermati, ci si sarebbe accorti che l'epidemia andava assai meno bene di quanto suggerisse la stazionarietà o la diminuzione del numero di ospedalizzati».

E il secondo?

«L'andamento del numero di ospedalizzati sottostima fortemente l'andamento dei contagi quando l'età mediana dei contagiati si abbassa, perché i giovani finiscono in ospedale molto più raramente degli anziani. In concreto questo significa: negli ultimi 30 giorni le persone in terapia intensiva sono "solo" quadruplicate, ma i contagiati potrebbero essere aumentati anche di 7 o 8 volte».

Il governo Conte si è proposto come modello di gestione della pandemia, ma lei ha sconsigliato di prendere l'Italia come esempio. Perché?

«Perché, fra le società avanzate, che sono più di 30, ci sono solo 3 Paesi che hanno registrato più morti per abitante di noi, e cioè Belgio, Regno Unito, Spagna. Persino gli Stati Uniti, che i nostri media descrivono come un Paese dove si è scatenata l'Apocalisse,hanno meno morti per abitante di noi. Ma non è l'unica ragione per cui considero l'Italia come un modello da non imitare, ce ne sono almeno altre due».

Si spieghi.

«La prima è che l'Italia ha gestito malissimo il ritorno a scuola, commettendo alcuni errori madornali, primo fra tutti la mancata riduzione del numero di alunni per classe. La seconda è che l'Italia è uno dei pochi Paesi che sono riusciti nel capolavoro politico di rilanciare l'epidemia e al tempo stesso affossare l'economia».

Chi bisognerebbe seguire? La «solita» Germania?

«Sì, la Germania si è comportata benissimo, era organizzata e pronta già a febbraio con i tamponi e il tracciamento. Ma, se devo indicare dei modelli, più che un singolo Paese indicherei una categoria di Paesi, che per brevità chiamerò i "Paesi disciplinati". Si tratta di Paesi che, per le ragioni più diverse (la religione, la tradizione, la cultura), hanno un'ampia riserva di senso civico, rispetto per l'autorità, propensione a seguire le regole. Fra questi c'è sicuramente la Germania, ma ci sono anche altri Paesi europei di area germanica o asburgica come Austria, Svizzera, Ungheria, o di religione luterana (i Paesi scandinavi), nonché buona parte delle democrazie asiatiche più o meno influenzate dal confucianesimo e dal buddismo: Giappone, Corea del Sud, Taiwan. Se si vanno a vedere i tassi di mortalità per il Covid di questi Paesi, si scopre che sono tutti molto inferiori a quelli dei maggiori Paesi europei, come Regno Unito, Francia, Spagna, Italia».

A chi va attribuita la ripresa dei contagi? Ai giovani incontrollabili e amanti del rischio? Alla voglia generalizzata di sfogarsi dopo i mesi di isolamento? O è semplicemente un'evoluzione naturale della malattia alla quale dovremmo adeguarci?

«No, il Covid si poteva sconfiggere, anche se non debellare completamente, quando a giugno i contagi erano scesi a 200-300 al giorno. Quello era il momento di moltiplicare i tamponi e mettere restrizioni severe ai viaggi per motivi turistici, sia verso l'estero sia verso l'interno. Alcuni governatori, ad esempio quelli della Sardegna e della Sicilia, l'avevano capito, ma sono stati messi a tacere dall'imperativo categorico di salvare la stagione turistica, costi quel che costi».

Le autorità sanitarie dovevano seminare tra la gente ancora più paura del Covid?

«No, le autorità sanitarie avrebbero dovuto limitarsi a dire la verità, senza cambiarla a seconda dei giorni, dei programmi televisivi, o di chi fosse l'intervistato di turno».

Che messaggi ha dato il governo ai cittadini in questi mesi con la sequela di regole incoerenti su bus, treni, aerei, scuole, discoteche, aperitivi, mascherine a orario?

«È molto semplice. Il governo ha scelto di dare messaggi contraddittori, perché ognuno potesse raccontarsi la situazione come voleva. Il governo desiderava che ci sfrenassimo, per risarcirci del lockdown e far ripartire l'economia, ma non poteva dire che non c'erano pericoli, perché sarebbe stato accusato di "procurata epidemia". Ha scelto di lasciarci credere che i pericoli fossero tutto sommato limitati, senza prendersi la responsabilità di affermarlo esplicitamente».

Perché per la scuola si parla soltanto di regole da applicare, dai banchi mobili a chi deve rilevare la temperatura, senza che nessuno si sia preoccupato di una riforma più complessiva?

«È da almeno vent' anni che, quando si parla di scuola, si parla solo di cattedre, graduatorie, edilizia, orari, senza alcun riferimento alla funzione di trasmissione culturale. Questo governo si è limitato a continuare sulla strada dei predecessori, dopo essersi liberato dell'unico ministro, cioè l'onorevole Lorenzo Fioramonti, che sulla scuola e sull'università forse qualche idea ce l'aveva». Alla fine del lockdown lei disse che il governo si giocava una «scommessa rischiosa»: lasciava riprendere l'economia e consentiva di fare le vacanze sperando che in autunno la situazione sarebbe stata diversa».

Scommessa vinta o persa?

«Strapersa, direi. Anche perché stagione fredda e influenze non potranno che peggiorare ancora le cose».Nel suo ultimo libro (La società signorile di massa, La nave di Teseo), pubblicato subito prima dello scoppio della pandemia, lei sostiene che l'Italia si sta trasformando in una «società parassita di massa».

Le decisioni prese finora dal governo a colpi di bonus confermano la sua analisi. È una tendenza ineluttabile?

«Temo di sì, perché anche a destra le spinte stataliste e assistenziali sono molto forti: quota 100 l'ha inventata Salvini. La realtà è che le forze pro-impresa e pro-mercato, non eccessivamente compromesse con l'assistenzialismo, non rappresentano più del 30% dell'elettorato».

A chi si riferisce?

«Fratelli d'Italia, Forza Italia, Azione (Calenda), Italia Viva (Renzi), più qualche esponente isolato del Pd, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori».

I soldi promessi dall'Europa serviranno davvero per ripartire o sarà l'ennesima iniezione di assistenzialismo parassitario?

«La seconda che ha detto».Lei ha scritto che del Covid si è parlato finora come minaccia per la salute e per l'economia, e non per la nostra psiche. Che intende?«Che non ci si può dividere stabilmente fra impauriti e incoscienti, e che il Covid è destinato a degradare la rete delle nostre relazioni sociali. Se dura ancora a lungo, diventerà anche un problema psichiatrico, perché l'umanità non è programmata per vivere temendo sistematicamente l'altro, quando l'altro è parte della propria comunità, rete di amici, cerchia famigliare».

Davvero ci avviamo verso una società in cui gli altri sono soltanto un pericolo?

«No, perché una società di questo tipo non è una società. Se il Covid dura, e non si trova un vaccino né una cura, quella verso cui ci avviamo è una società di bolle, o monadi, o vasi non comunicanti: piccole cerchie di persone, che si vedono fra loro e minimizzano i contatti con il resto del mondo.  Con buona pace della globalizzazione».

Professore, le posso chiedere che cosa voterà al referendum, se voterà?

«Vivo buona parte dell'anno a Stromboli, non mi sposto certo a Torino per scegliere fra il sì e il no al referendum. Il problema è che chi vota No rafforza la casta, chi vota Sì rafforza l'anti-casta, ma nessuno sa quale delle due fa più danni all'Italia».

Coronavirus, il caso dei treni: telefonata di fuoco Speranza-De Micheli, all'origine dell'ultimo caso al governo. Libero Quotidiano il 02 agosto 2020. Ogni volta che c'è un treno di mezzo, il governo combina un disastro. Si pensi, all'inizio del lockdown per coronavirus, alla fuga di notizie che innescò la fuga di massa da Milano, alla Stazione Centrale. O si pensi a quanto accaduto nelle ultimissime ore, con la repentina retromarcia circa il 100% dei posti a sedere, prima annunciati e poi subito cancellati. Altra figuraccia per l'esecutivo. Ma che cosa è accaduto, esattamente? Una ricostruzione la offre il Corriere della Sera. Si deve partire de una premessa: Trenitalia, forse, ha recepito con "troppo entusiasmo" le indicazioni del decreto di Giuseppe Conte, i cui si parla del fatto che in alcuni casi specifici si può non prevedere nei trasporti il distanziamento di un metro. Dunque, il gruppo ha comunicato: si torna a riempire i vagoni. Furibondo Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute, che si rivolge a Roberto Speranza, titolare del dicastero. E a quel punto, spiega il Corsera, Speranza telefona a Paola De Micheli, ministro di Infrastrutture e Trasporti. Telefonata di fuoco: "Ma come avete pensato di fare una cosa del genere senza avvertirmi?", alza la voce Speranza. Da par suo la De Micheli prova a spiegargli che nulla è stato fatto alle sue spalle: il Dpcm prevede le deroghe ed è pubblico. Dunque, a sera, la De Micheli fa diffondere le linee guida del ministero: possibili le eccezioni, ma con condizioni talmente stringenti da rendere impossibile il riempimento dei treni al 100 per cento. E la De Micheli provava a spiegare che "il governo non ha mai autorizzato il riempimento dei treni come prima del coronavirus". Niente da fare, però, la furia di Speranza non scema. Si arriva così a ieri, sabato 2 agosto, in cui ad arrabbiarsi è la De Micheli, stufa di essere tirata in mezzo come accadde per il caso-Autostrade. Dunque, il ministro dei Trasporti suggerisce a Speranza di firmare lui, in prima persona, l'ordinanza che avrebbe fatto chiarezza sul caso dei treni. Il ministro della Salute, dopo un consulto con Conte e Cts, decide di farlo e reintroduce l'obbligo di distanziamento sui treni. Una vicenda che dimostra come il governo abbia grossi, profondi problemi anche semplicemente a parlarsi. 

Annalisa Girardi per fanpage.it il 2 agosto 2020. Giornata di disagio per i passeggeri dei treni Italo ad Alta velocità. Infatti, per "ottemperare a quanto previsto" dall'ordinanza "emessa improvvisamente ieri dal ministro della Salute che reintroduce, con decorrenza immediata, l'obbligo di distanziamento nei treni ad Alta velocità" la società di trasporto ferroviario è stata "costretta, suo malgrado, a cancellare 8 treni della mattina e numerosi biglietti per i treni del pomeriggio, arrivando a coinvolgere circa 8000 passeggeri che non hanno potuto fruire del biglietto già acquistato". In una nota Italo ha anche affermato di essersi "già attivata per rimborsare i passeggeri nel più breve tempo possibile e sta lavorando per ridurre al minimo eventuali disagi per i prossimi giorni confidando nella comprensione dei suoi clienti". Anche sulle Frecce di Trenitalia è stata reintrodotta la misura che obbliga a lasciare un posto vuoto tra i passeggeri, come misura precauzionale vista l'epidemia di coronavirus. Appena due giorni fa i treni avevano ripreso a viaggiare al 100% della capacità, affermando che fossero state raggiunte delle specifiche condizioni, segnalate nel Dpcm dello scorso 14 luglio, che consentivano di poterlo fare. Ma un'ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, ha costretto a fare marcia indietro: "Ti informiamo che su tutte le Frecce e gli Intercity resta confermato il distanziamento e il limite del 50% di posti da occupare a scacchiera. Trenitalia, su ordinanza del Ministro della Salute, ha infatti sospeso l'applicazione delle misure precedentemente attuate in coerenza con quanto previsto dal DPCM dello scorso 14 luglio che consentivano la deroga al distanziamento sociale a bordo dei treni AV e a Media e Lunga Percorrenza in presenza di specifiche condizioni", ha comunicato questa mattina Trenitalia in una mail ai passeggeri.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 2 agosto 2020. Si parte assembrati e si torna distanziati, tutto nello spazio di un pomeriggio, alla stazione Termini. Lungimirante, perciò, l' addetto di Trenitalia che ieri, non sapendo ancora nulla della nuova ordinanza del ministro della Salute, sul Frecciarossa 1000 delle ore 16 per Napoli Centrale aveva mantenuto alternati e invariati i segnaposto rossi e blu in prima classe. Come se avesse avuto una premonizione. «Da oggi non c' è più il distanziamento ma c' è poca gente a bordo, perciò lasciamo ancora le cose come stanno», era stata la sua candida spiegazione. E quindi: segnaposto blu per indicare i posti da occupare, rossi per quelli invece da lasciare vuoti, secondo le vecchie regole anti Covid. Anche se venerdì, all' improvviso, era scattato il via libera: di nuovo capienza massima per i treni ad Alta velocità, 100 per cento dei posti disponibili. Ma poi ieri è arrivata l' ordinanza del ministro Speranza ed ecco che sul treno di Italo 9994 delle ore 17.35, partito da Napoli e diretto a Milano Centrale, il controllore si lascia prendere dallo sconforto: «Che Paese comico, il nostro. Tutto è cambiato di nuovo in 24 ore. Ora dovremo riproteggere i passeggeri, con il solo 50 per cento dei posti tornati disponibili da un giorno all' altro si rischia l' overbooking. E poi perché sugli aerei e sui pullman il distanziamento non è più previsto, mentre sui treni è stato ripristinato? Perché i locali sono aperti e gli stadi sono chiusi? Troppa confusione, non ci si capisce più niente». Per fortuna, va detto, il passeggero italiano è diventato disciplinatissimo: sempre con la sua mascherina indossata sul viso, all' ingresso in stazione docilmente si presta al passaggio sotto il giogo dei termoscanner per la misurazione della temperatura. Anche a bordo, poi, viene continuamente informato dall' altoparlante sulle misure antivirus previste dal governo, mentre il treno sfreccia a 300 chilometri orari. Parole d' ordine mandate a memoria: sanificazione, igienizzazione, biglietti contactless, snack distribuiti in confezioni monodose. Vocabolario da intenditori: «Scusi mi sa dire se il riciclo è a posto? Si può abbassare un poco l' aria condizionata?», chiede una signora al capotreno del Frecciarossa 1000: in effetti, dentro si gela, mentre fuori va in scena il sabato più infuocato dell' anno, un sabato da bollino rosso. Il riciclo costante dell' aria a bordo, attraverso l' impianto di climatizzazione, è una delle condizioni di sicurezza anticontagio previste dalle linee guida degli scienziati del Cts: la signora, insomma, sa bene di cosa parla. Così, una volta arrivati a Napoli Centrale, a metà pomeriggio, sembrava davvero il primo giorno della nuova era: finito per sempre il distanziamento prudenziale, in fila per l' uscita assembrati come ai bei tempi, mascherina facoltativa e assalto liberatorio alle sfogliatelle di piazza Garibaldi. Ma è bastato il lasso d' un caffè perché si tornasse indietro come prima: il controllore del 9994 di Italo ha letto sui siti che era di nuovo tutto cambiato, così si è consultato col capotreno, ha parlato con Roma, decidendo infine di lasciare le cose com' erano: carrozze semivuote, decametri di distanza. E in questa specie di limbo, fino a nuovo ordine, si è consumato il viaggio verso Roma, tra il noto e l' ignoto, le vecchie e le nuove norme. E come tutte le più belle cose, la fine del distanziamento è durata appena un giorno. Come le rose.

Ilaria Sacchettoni per il ''Corriere della Sera'' il 3 agosto 2020. La mascherina conferisce il tocco di dignitosa sopportazione che non t' aspetti. Indossata con puntiglio perfino quando, sotto la volta della stazione Termini, si materializzano temperature esotiche, crudeli, avversarie del decoro. La pandemia è ancora tra noi, certo, ma oggi è il giorno del contrordine, della confusione. «Possibile trasformare sempre qualunque cosa in un mezzo disastro?» dice, quasi interrogando sé stesso, Luciano Forti, allenatore sportivo («paintball») mentre aspetta in coda davanti alla biglietteria di Italo che qualcuno raccolga, pietoso, le sue preoccupazioni: «Avrei dovuto incontrare mia moglie a Reggio Emilia e poi avremmo dovuto partire assieme in auto per la Calabria ma così salta ogni progetto...». Il posto di Forti è appena stato sacrificato sull'altare del distanziamento sociale. Il suo, come quello di molti qui alla stazione Centrale di Roma (ma anche in altre città), è stato soppresso. Compri, prenoti, paghi ma poi non parti. É una lotteria al contrario. Con molti perdenti. Giorgio Sabbadin, commercialista di Padova indossa l'ultima camicia messa in valigia per il fine settimana romano: «Avevamo il treno per Venezia - dice con la moglie Marta - ma nulla, il nostro posto è annullato. E sì che domattina dovevo lavorare, vabbé per fortuna sono il capo di me stesso». Fortuna dice lui. Potenza dei modi di dire. Perché Sabbadin, cassato dalla lista passeggeri di Italo, quindi rimbalzato allo sportello di Trenitalia con un'altra ora di fila («L'unica soluzione che mi proponevano era di partire martedì»), infine riaccolto fra i viaggiatori di Italo pagando un nuovo biglietto («L'altro me lo rimborseranno con comodo...») non può proprio dirsi benedetto dalla fortuna. Eppure, mentre gronda alle temperature tropicali di questa domenica 2 agosto, indosso l'inevitabile mascherina, reprime con un sorriso astiose considerazioni: «Meno male che abbiamo trovato un posto per domani. Al "Massimo D'Azeglio" hanno ancora la nostra stanza libera quindi abbiamo dove dormire» scherza, issando sulla spalla una borsa delle Scuderie del Quirinale.  Poi si allontana con la moglie - «Questa storia ci costerà altri 400 euro come minimo» dice lei - verso l'uscita. Con meno aplomb Ernesto Blasi lascia la stazione assieme alla sua compagna: «Ci hanno cancellato il treno delle 6,50 di lunedì per Firenze - spiega -. Quindi perderemo la prenotazione del bed and breakfast perché non è rimborsabile. Vi pare possibile?». Sorpresa: alle venti di domenica alla biglietteria di Italo, i pur gentili dipendenti, si confermano incapaci di prevedere una soluzione per i giorni a venire. «Eppure - sottolinea Blasi con stupore- la nostra prenotazione risale ai giorni scorsi, prima del balletto di decreti governativi. E allora perché?». Saperlo. Ma qui è ancora tutto in divenire, le certezze sono un piccolo lusso che pochi possono permettersi. Maurizio Scalise, ad esempio, è un passeggero «semi rifiutato» . Nel senso che il suo posto, sul treno che dovrebbe portarlo mercoledì mattina a Lamezia Terme, non è stato annullato. Ma neppure è confermato. Scalise appartiene di diritto al limbo dei passeggeri che non sanno. Quelli che devono pazientare. Lo spiega lui stesso con la sua irritazione: «Devo scendere a Lamezia mercoledì, ecco la mia prenotazione. Ma mi hanno detto che devo tornare a informarmi ogni giorno per sapere se il mio posto sul treno è confermato oppure no. Mi pare incredibile. Ma se voglio essere sicuro allora devo riaffacciarmi lunedì e poi martedì...». Di solito, aggiunge, Italo «invia una mail per avvisare della cancellazione del posto ma potrebbe essere un po' tardi per trovare altre soluzioni». E dunque? L'unica è sacrificarsi di persona, tornare e poi ancora fare file per conoscere il proprio destino.

Leonard Berberi e Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 2 agosto 2020. In queste ore di confusione sulle norme di distanziamento sui treni — prima l’annuncio di Trenitalia e Italo della possibilità di tornare a viaggiare a capienza piena; poi l’ordinanza del ministero della Salute che ha ribadito l’obbligo di mantenere la regola del metro di distanza — se lo sono chiesti in molti: ma perché tutto questo clamore sui treni, mentre sugli aerei si può volare senza distanziamento sociale? E se il ministro Speranza ha, appunto, «ribadito» che le regole di distanziamento vanno mantenute in «tutti i luoghi pubblici chiusi», perché per gli aerei la «regola del metro» non vale? (A chiederselo è anche l’Ad di Italo, Gianbattista La Rocca, in una intervista al Corriere: «Ci sentiamo discriminati»).

Le ragioni del Comitato tecnico-scientifico. Il motivo principale che ha spinto gli esperti del Comitato tecnico scientifico ad autorizzare le compagnie aree a riempire gli aerei — consentendo dunque ai passeggeri di occupare tutte le poltrone, purché indossino la mascherina — è che i sedili, sugli aerei, non consentono mai di viaggiare «faccia a faccia». Il via libera è stato fornito a metà luglio. La prossima riunione del Cts è fissata per giovedì 6 agosto: e all’ordine del giorno ci sono proprio le linee guida sui trasporti.

Le linee guida europee. A metà giugno, il governo aveva rivisto una iniziale posizione più rigida, adeguandosi — come scrivevamo qui — alle linee guida dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) e riallineando così il nostro Paese al resto del continente. Per salire a bordo bastano dunque una mascherina e una temperatura corporea inferiore ai 37,5 gradi centigradi. In realtà, il decreto spiega che l’obbligo di distanziamento interpersonale è in vigore, a meno che — ed è una precisazione importante — «l’aria a bordo sia rinnovata ogni tre minuti, i flussi siano verticali e siano adottati i filtri Epe (ma in realtà sono i filtri Hepa, ndr), in quanto tali precauzioni consentono una elevatissima purificazione dell’aria». Diversi esperti consultati dal Corriere spiegano che questo passaggio dell’allegato tecnico risulta già soddisfatto da quasi tutti gli aerei che volano in Italia: gli Embraer, gli Airbus e i Boeing.

Come si filtra l’aria in un aereo. In aereo — spiegava qui Salvatore Sciacchitano, primo italiano della storia a guidare l’Icao, l’organizzazione internazionale dell’aviazione civilel — «l’aria è pulita come quella delle sale operatorie degli ospedali ». Il sistema di circolazione dentro gli aeromobili - spiegano gli ingegneri dei costruttori Boeing e Airbus - è stato pensato per far circolare aria al 50% presa da fuori e al 50% da dentro (ma filtrata) per 20-30 volte all’ora: quello che respiriamo in quota cambia ogni 2-3 minuti. «Non avviene lo stesso nemmeno negli ospedali dove c’è aria nuova cinque volte all’ora, mentre negli altri edifici (case, scuole, cinema, ristoranti) una volta o al massimo 2,5 volte ogni sessanta minuti», chiariscono da Embraer, altro fabbricatore di velivoli. L’aria, poi, viene sparata dall’alto verso il basso, cosa che secondo gli esperti evita che eventuali particelle contagiose possano andare in giro in cabina. Questo ricambio avviene grazie ai filtri Hepa (High efficiency particulate air ) «che sono identici a quelli degli ospedali e per questo riescono a catturare fino al 99,97 per cento dei microbi presenti», sostiene la Iata. Una percentuale che secondo alcune compagnie sui loro jet sale al 99,999 per cento andando così a fermare particelle anche di 0,01 micrometri di diametro. I coronavirus hanno una dimensione che va da 0,08 a 0,16 micrometri. L’aria che arriva dall’alto - all’altezza delle cappelliere - scende velocemente in basso e viene poi catturata da altri filtri posti sul pavimento.

Le regole in vigore. Restano comunque in vigore le regole dell’Easa: dall’ingresso in aeroporto e fino al termine del viaggio i passeggeri sono tenuti a indossare la mascherina, eccezion fatta per chi ha meno di 6 anni. E i viaggiatori devono ricordarsi che il loro dispositivo di protezione delle vie respiratorie dovrà essere cambiato ogni quattro ore circa e quindi devono «assicurarsi di portarsene un numero sufficiente per concludere il viaggio».

Mirella Serri per “la Stampa” il 2 agosto 2020. Ne usciremo migliori? In che modo? Non c' è dubbio, la prima a essere migliore sarà sicuramente la scuola: parola della ministra grillina dell' Istruzione, Lucia Azzolina. Una promessa che è stata formulata il 23 aprile. Con l' annuncio trionfale che «quella di settembre sarà una scuola innovativa e aperta. Si dovranno organizzare nuovi spazi ma sarà anche una scuola che, reagendo all' emergenza, dovrà dare qualcosa in più ai nostri studenti Possiamo puntare sul digitale, sulla formazione del personale scolastico, su una scuola rinnovata nei locali e negli arredi rafforzata attraverso il potenziamento dell' organico». La scuola, per il ministro, avrebbe dovuto essere il modello competitivo per tutto un paese che riparte dopo l' emergenza sanitaria. La grande nave scolastica doveva essere varata all' inizio dell' estate e ancora oggi è una barchetta arenata sull' orlo del collasso. La coincidenza vuole che la Azzolina, ultima arrivata al ministero, in questo decisivo momento di riavvio dei motori scolastici rimasti in panne per tanto tempo, si sia trovata in uno snodo della storia simile a quello a cui si trovò circa 46 anni fa il primo arrivato al ministero della Pubblica istruzione nell' Italia repubblicana, il democristiano Guido Gonella. Il ministro dovette fronteggiare un' emergenza anche peggiore di quella causata dal Covid 19, ovvero i disastri provocati dalla seconda guerra mondiale. La storia a volte si ripete e Gonella, insediandosi sullo scranno ministeriale, aveva pronunciato concetti e parole vicini a quelli della infervorata Azzolina: il dopoguerra avrebbe creato uomini migliori, avrebbe incentivato la crescita e il rinnovamento "delle persone" proprio attraverso il rinnovamento del sistema scolastico. Uomo di fiducia di De Gasperi - ebbe addirittura l' incarico di redigere il 26 aprile 1946 la relazione programmatica del primo congresso nazionale della Dc, il cosiddetto "discorso delle libertà" - insediatosi al ministero era però consapevole che la scuola era una bomba a orologeria. Ardui i problemi da risolvere, come quello dei libri di testo che dovevano fare i conti con il fascismo, il rapporto scuola pubblica-scuola privata, il carattere confessionale dell' insegnamento, il fatto che due terzi degli ultraquattordicenni italiani, il 60 per cento, erano privi di licenza elementare e che un terzo di questi si dichiarava analfabeta. Cosa fece il ministro? Ad aprile del 1947 promosse la costituzione di una commissione nazionale d' inchiesta, a novembre 1948 diede avvio alla consultazione, a cui parteciparono 211 mila docenti e 85 mila persone non appartenenti al corpo docente, poi lavorò alla riforma dal luglio 1949 fino alla primavera del 1951. Il testo fu approvato dal Consiglio dei ministri ma lui dall' aprile del 1950 era già uccel di bosco da Viale Trastevere ed era diventato il segretario politico della Democrazia Cristiana. La patata bollente finì nelle mani del suo successore, Antonio Segni (la riforma della scuola media unica arrivò poi solo nel 31 dicembre 1962). Gonella la tirò per le lunghe ma mentre era ministro provvide a non far crollare la scuola che andava a pezzi. Usò la strategia della calce e del martello: si occupò di infiniti interventi, recuperò gli edifici abbandonati o abbattuti dai bombardamenti, cercò di ridare dignità agli insegnanti (base elettorale della Dc), accorpò le classi, prese provvedimenti per limitare la gravissima dispersione scolastica. I suoi avversari la chiamarono giustamente la politica del rattoppo. Ma rattoppando potenziò anche senza un eccessivo dispendio economico l' intero sistema scolastico. E' un esempio di quello che si può fare anche senza risolvere i problemi fondamentali. La Azzolina si è data invece la mission impossible di edificare una nuova scuola. Però non riesce a tappare nemmeno i buchi più piccoli: la conquista di nuovi spazi, la risistemazione degli edifici scolatici, il personale docente. Dalla mission impossible alle soluzioni impossibili e spendaccione il passo è breve, lo testimoniano gli ormai famosi banchi con le rotelle, i milioni di mascherine che non sapremo come smaltire e i termoscanner a go-go nelle scuole. Gonella il temporeggiatore non è un per nulla modello (fu lui a reinserire nell' insegnamento accademico i professori epurati in quanto implicati con il regime fascista) ma era consapevole della correlazione stretta tra sviluppo dei livelli di istruzione e formazione e crescita del reddito e che bisognava tamponare le falle poiché la mancanza di istruzione può portare disagi economici pesantissimi. Traghettò il sistema scolastico oltre i disastri del conflitto mentre la Azzolina al momento i disastri sembra interessata a provocarli.

Riccardo Pelliccetti per “il Giornale” il 30 luglio 2020. «I banchi di scuola con le rotelle sotto? Come strumento di distanziamento? Ma come se la sono inventata???». L' economista Carlo Cottarelli non nasconde l' ironia commentando su Twitter i continui annunci sulle modalità per riprendere le lezioni scolastiche a settembre. «Non sono un esperto di scuola, ma reagisco come una cittadino comune», sottolinea l' ex commissario alla Spending review.

Che cosa l' ha colpita di più su tutto questo susseguirsi di dichiarazioni per la scuola?

«Ho l' impressione che ogni giorno ne esca una nuova. Non sembra che ci sia ancora una chiara strategia. Si fanno i bandi e gli imprenditori dicono che sono produzioni troppo grandi e che non parteciperanno. Si parla della misurazione della febbre, che dev' essere fatta a casa e non a scuola, però ogni scuola può prendere l' iniziativa. Ma allora che ci sta a fare il ministero se non dà precise istruzioni? Mi sembra tutto un po' improvvisato».

A proposito dei tre milioni di banchi. I produttori italiani non sono in grado di soddisfare la richiesta in un mese e così il commissario Arcuri ha indetto una gara europea. Il governo si è svegliato tardi?

«A parte il fatto che altri Paesi hanno già aperto le scuole. D' accordo, eravamo in una situazione d' emergenza, ma forse dovevano pensarci un po' prima. Le imprese italiane però non sono penalizzate perché è una domanda aggiuntiva, anche se sarebbe stato meglio che non venisse soddisfatta all' estero».

Come reputa il lavoro e le dichiarazioni del ministro dell' Istruzione Lucia Azzolina?

«Probabilmente ci saranno le motivazioni, ma sarebbe necessario un documento in cui si spieghi perché si fanno le cose. È successo tante volte nella gestione di questa crisi: si fanno provvedimenti, dpcm e non si spiega perché certe cose sono praticabili mentre altre no».

E le rotelle?

«A occhio, le rotelle aumentano lo spostamento e quindi i bambini cominceranno a spingere e a giocarci. Ma spero ci sia un motivo per cui qualcuno si è inventato questa cosa, io faccio semplici domande.Perché non viene spiegato? Non ci si poteva attrezzare prima? Allora ci sarà un motivo e siamo tutti disposti ad ascoltarlo. In questo Paese non spiegano le cose».

Vale per la scuola ma anche per altri settori.

«Sì, in questa crisi è successo anche altre volte, come il dpcm sull' autocertificazione per camminare in strada. Autocertificare che si cammina, va bene, ma perché non hanno detto a che cosa serve? Il motivo ci sarà stato, però non ce lo spiegano».

Un deficit di comunicazione da parte del governo?

«Sì, ma la comunicazione è importantissima. Per evitare malcontenti bisogna spiegare le difficoltà e invece non lo fanno».

Così il governo "importa" il virus nella Regione che non ha malati. "La Basilicata non è più una regione Covid free grazie a questo governo", attacca il leader del Carroccio. Si attendono con preoccupazione anche i dati di Matera. Federico Garau, martedì 21/07/2020 su Il Giornale. A seguito della scoperta di tre nuovi casi di contagio da Coronavirus rilevati tra gli stranieri ospiti dell'ex hotel Vittoria (Potenza), oramai da anni adibito a centro d'accoglienza per richiedenti asilo, arriva purtroppo la conferma dell'esistenza di un nuovo preoccupante focolaio in Basilicata. Dopo i primi infetti individuati, originari del Bangladesh, si sono aggiunti infatti ulteriori 23 extracomunitari positivi al tampone faringeo, tutti provenienti dalla medesima struttura. Ciò che preoccupa ancora maggiormente è che mancano i dati di altri esami medici condotti nel materano, per cui non è escluso che il numero possa incrementarsi quando arriveranno i risultati definitivi nelle prossime ore. In un comunicato diffuso durante la giornata di domenica mattina dalla regione Basilicata si faceva riferimento alla positività di 3 individui su un totale di 10 cittadini bengalesi sottoposti a specifici esami medici. Insieme a questi ultimi, tuttavia, anche altri 40 loro connazionali erano stati trasferiti per volontà del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese dall'hotspot di Lampedusa (dove erano approdati all'inizio del mese di luglio) all'ex hotel Vittoria di Potenza. Ecco il motivo per il quale era immediatamente scattato l'allarme sanitario: "altre 40 persone bengalesi verranno sottoposte a tampone naso faringeo", si leggeva nel comunicato della Regione, come riportato dal "Quotidiano del Sud". Intervenuto sulla questione, il sindaco leghista di Tolve Pasquale Pepe, senza mezzi termini, si è scagliato contro la scelta scellerata operata dal ministro dell'Interno: "Scarica sulla Regione Basilicata i suoi arrivo sull’arrivo dei migranti". Sono ben 73, come riferisce il primo cittadino, i migranti trasferiti dall'isola di Lampedusa e quindi distribuiti tra Potenza (50 in tutto, suddivisi tra due differenti centri d'accoglienza) e Matera (i restanti 23). "La gestione del fenomeno migratorio in piena pandemia da parte di questo governo, lascia a dir poco perplessi", ha attaccato ancora Pepe, dubbioso anche sull'esito negativo dei tamponi effettuati in Sicilia sui migranti che ha quindi permesso una loro ridistribuzione in Basilicata. "Fa specie, peraltro, che, mentre il ministro Speranza si affretta a chiudere i voli da e per il Bangladesh, non si arresta il flusso di clandestini provenienti dagli stessi Paesi ad alto rischio via mare con i barconi, eludendo qualsiasi tipo di controllo sanitario", ha concluso in modo polemico il sindaco. Duro l'intervento di Matteo Salvini: "La Basilicata non è più una regione Covid free. Grazie a questo governo, ben 22 immigrati trasferiti nei centri di accoglienza sono risultati positivi. Italiani in quarantena per mesi, clandestini infetti liberi di sbarcare. Questo governo mette in pericolo l'Italia", ha affondato l'ex ministro dell'Interno.

Da liberoquotidiano.it il 19 giugno 2020. Sbrocca anche Maria Elisabetta Casellati. Incredibile al Senato, dove la seduta chiamata a votare la seconda fiducia sul dl Elezioni, per la mancanza del numero legale della vigilia, si è trasformata subito in bagarre. Dagli scranni più alti dell'emiciclo alcuni senatori lamentavano il fatto di non riuscire a richiamare l'attenzione della presidente di Palazzo Madama a causa delle norme sul distanziamento sociale. Così la Casellati, in modo molto secco, ha risposto: "Faccio presente che quando uno chiede di parlare, siccome il presidente non ha lo sguardo a trecentosessanta gradi, ho messo davanti a me, proprio per garantire che tutti possano parlare, un assistente parlamentare - premette con voce decisa -. Quindi, quando qualcuno (degli assistenti, ndr) mi segnala, do la parola", taglia corto. A quel punto però un senatore della Lega ha iniziato a riprendere con il cellulare la seduta, senza che gli assistenti segnalassero il gesto, proibito dal regolamento, alla presidenza. E a quel punto la Casellati perde le staffe proprio contro gli assistenti: "Siete qui come pupazzi!". Nervi a fior di pelle.

Tav, Tap, Ilva, fondi di coesione, Autostrade, ecco perché l’Italia non è più un Paese credibile. Per non parlare del debito pubblico e del reddito di cittadinanza. Presidente Conte, forse è il momento di fare un tagliando alla sua squadra di governo. Ercole Incalza il 21 luglio 2020 su Il Quotidiano del Sud.

Come può essere credibile un Paese il cui il Ministro dell’Economia e delle Finanze anticipa certezze che certezze non sono, mi riferisco alle dichiarazioni ottimistiche e trionfaliste rilasciate due mesi fa dal Ministro Gualtieri sulla disponibilità delle risorse della Unione Europea attraverso il Recovery Fund; una anticipazione ricca di dettagli; infatti avremmo potuto disporre subito di 172,7 miliardi di euro e di tale importo 81,7 miliardi li avremmo avuti come aiuti, cioè a fondo perduto, e 90,938 miliardi come prestiti. Poi abbiamo scoperto che questa assicurazione ricca di dettagli era solo una ipotesi, forse solo una speranza.

Come può essere credibile un Paese che riesce a spendere del Programma supportato dal Fondo di Coesione e Sviluppo comunitario 2014 – 2020 per un importo globale di 53,8 miliardi di euro solo 5 – 6 miliardi di euro; cioè appena un miliardo all’anno e rischia di perdere la parte non spesa che nel comparto delle infrastrutture è di circa 28 miliardi se entro il 31 dicembre 2022 tale importo non venisse utilizzato.

Come può essere credibile un Paese che per un anno blocca un’opera di rilevanza comunitaria come il nuovo tunnel ferroviario Torino – Lione e poi si accorge che tale scelta non poteva essere in alcun modo intrapresa perché l’intervento era supportato da un accordo bilaterale Italia – Francia approvato per Legge.

Come può essere credibile un Paese che per cinque anni invocando il “project review” blocca la realizzazione di opere ubicate sulle Reti comunitarie Trans European Network (TEN – T) come il collegamento ferroviario AV/AC Genova – Milano (Terzo Valico dei Giovi) o come l’asse ad alta velocità Brescia – Verona – Vicenza – Padova. Un project review che alla fine si è rivelato inutile ed ha fatto emergere che il vero obiettivo era quello di garantire la copertura di provvedimenti in conto esercizio come gli “80 euro per i salari minimi”, il “reddito di cittadinanza” e il “quota 100”.

Come può essere credibile un Paese che blocca per 18 mesi la realizzazione del gasdotto previsto dal progetto Trans Adriatic Pipeline (TAP) un intervento supportato da un accordo internazionale (solo per informazione ricordo che trattasi di un gasdotto lungo 878 Km che porta gas naturale dalla regione del Mar Caspio in Europa e tale scelta è stata sottoscritta e condivisa da tutti gli Stati interessati).

Come può essere credibile un Paese che ormai da quasi cinque anni non riesce a rendere operativo e concreto il rapporto con il concessionario del centro siderurgico di Taranto Arcelor Mittal, assistendo in modo davvero preoccupante ad una crisi occupazionale di oltre 25 mila unità lavorative.

Come può essere credibile un Paese che, dopo la conclusione davvero kafkiana del rapporto con la Società concessionaria ASPI, ha praticamente una impostazione tradizionale di coinvolgimento di capitali privati nella realizzazione delle reti autostradali; in realtà, indipendentemente dal compromesso raggiunto, è crollata la credibilità del pubblico nel rapporto contrattuale con il privato.

Come può essere credibile un Paese che vara una serie di Decreti Legge (Liquidità, Cura Italia, Rilancio e Semplificazioni) dichiarando disponibilità finanziarie pari a circa 70 miliardi di € ma che nei fatti, hanno, almeno per quanto concerne il comparto delle infrastrutture, una disponibilità finanziaria nel triennio 2020 – 2022 non superiore ai 6 miliardi di euro

Come può essere credibile un Paese che per bloccare il comparto delle costruzioni ha varato un provvedimento come il Decreto Legislativo 50/2016 (Codice Appalti) che ha praticamente fatto fallire 130.000 imprese di costruzioni e cosa ancor più grave gli ultimi due Governi (Conte I° e Conte II°) pur convinti del fallimento di tale Codice ha prodotto norme come il Decreto Legge Sblocca Cantieri o come il Decreto Legge Semplificazioni che non hanno prodotto e non produrranno alcun snellimento nell’attivazione della spesa.

Come può essere credibile un Paese che convoca gli “Stati Generali” e dopo quindici giorni di confronto, dopo i manifesti di Colao, dopo giornate di interviste e di comunicati stampa, cioè dopo una ricca ed inutile masturbazione mediatica, non riesce a produrre un programma organico misurabile e concreto capace di tentare il rilancio socio economico.

Come può essere credibile un Paese in cui la giustizia civile e quella penale hanno solo una certezza temporale: l’apertura delle indagini, la definizione del contenzioso. Poi il resto non rientra in nessuna logica previsionale, i tempi non si misurano non in anni ma in lustri: cinque anni, dieci anni, quindici anni

Come può essere credibile un Paese in cui un progetto di una infrastruttura viene approvato dalla Amministrazione competente, poi viene sottoposto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, poi alla Conferenza dei Servizi, poi alla Verifica di Impatto Ambientale, poi al parere del Ministero dell’Ambiente, poi al parere del Ministero dei Beni Culturali, poi al Dipartimento per la programmazione economica presso la Presidenza del Consiglio, poi al CIPE, poi al Ministero dell’Economia e delle Finanze e poi alla Corte dei Conti.

Non ho messo tra le cause della mancata credibilità il forte debito pubblico, il forte scostamento tra quanto approvato nella Legge di stabilità il 31.12.2020 e il 30.6.2020, uno scostamento di oltre 52 miliardi di euro, la indisponibilità a rivedere il provvedimento su “reddito di cittadinanza” dopo un fallimento colossale della intera iniziativa; ho ritenuto inutile aggiungere ulteriori motivazioni perché sarebbe, a mio avviso, sufficiente la prima motivazione quella in cui un Ministro della Repubblica ha dato per scontato una disponibilità finanziaria comunitaria tutta da definire; molti lo definiranno un atto di leggerezza e di superficialità mediatica. Leggerezza e superficialità mediatica che la squadra di Governo di un Paese fondatore della Unione Europea non può permettersi. D’altra parte questa superficialità porta Paesi come l’Olanda e l’Austria a chiedere un controllo analitico e dettagliato sulle nostre proposte di utilizzo del Recovery Fund. Forse il Presidente Conte sta capendo che quanto prima sarà opportuno fare un tagliando alla sua squadra di Governo.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2020. Benvenuto tra noi mostri! Cinguettio del senatore Nicola Morra, grillino duro e puro, presidente della Commissione parlamentare antimafia: «Tanti a sfottere Gallera. Ci sta. Ora però dovremmo interrogarci su come evitare che illogicità ed incompetenza, irrazionalità ed inettitudine, a tutti i livelli, trionfino». Il tweet è stato verificato più volte perché è un coraggioso ritratto di famiglia dall' interno. Volontario o involontario non importa. Illogicità, incompetenza, irrazionalità e inettitudine sono esattamente le doti che in larga misura il grillismo ha portato in Parlamento. La tragedia del coronavirus, il ruolo dell' Europa, la necessità nella tempesta di affidarsi a mani esperte vanno di pari passo con un ritrovato timido coraggio dei partiti tradizionali (reagire alla crisi immaginando un futuro) e il conseguente affievolirsi del movimentismo antisistema. Di fronte alla catastrofe, il populismo non paga più. Men che meno i vaffa, la cultura del No, la dottrina talebana della democrazia diretta, la subcultura. Nessuno meglio di Morra ha colto il dramma del M5s: illogicità, incompetenza, irrazionalità e inettitudine. Servirà attenzione, allora, al Pd, se davvero ritiene - come spiegato dal ministro Dario Franceschini - che l'intesa con i 5 Stelle debba sfociare in una «alleanza permanente».

Lucia Esposito per “Libero quotidiano” il 2 giugno 2020. Ci sono misteri che sono dogmi: si accettano e basta. Davanti a un capo incompetente non si dovrebbero cercare risposte ma ingoiare rospi e sperare di vincere alla Lotteria. Eppure la domanda è sempre lì, come un punteruolo in agguato in un angolo del cervello: perché è così facile per gli incompetenti diventare leader? E perché, al contrario, professionisti preparatissimi - specie se donne - non riescono a raggiungere posizioni apicali? Ognuno di voi si sarà dato una risposta. La solita raccomandazione, un grande savoir faire, una spiccata propensione per l' adulazione o solo una fortuna sfacciata. Ma adesso, finalmente, Tomas Chamorro-Premuzic professore di psicologia allo University College di Londra e alla Columbia di New York, in un saggio provocatorio e illuminante dà una risposta scientifica al quesito. Questo professore dal curriculum sterminato, riscatta i Fantozzi schiacciati da capi arroganti che si aggirano nei corridoi accecati da un ego immotivatamente smisurato. Il testo, nelle librerie dal 3 giugno s' intitola, appunto, Perché tanti uomini incompetenti diventano leader (e come porvi rimedio) e pubblicato da Egea, pp. 188, euro 25. È un viaggio attento e documentato da centinaia di studi nelle anomalie del mondo del lavoro, prima tra tutte quella per cui la maggioranza dei leader è rappresentata da uomini sebbene molte ricerche dimostrino che essi ottengono spesso risultati inferiori rispetto alle donne. Il punto è che ancora oggi la leadership viene identificata con alcuni tratti della personalità tipicamente maschili come l' eccessiva sicurezza in se stessi e il narcisismo. Il filosofo e matematico Bertrand Russell in un saggio in cui commentava l' ascesa dei nazisti in Germania sottolineava che «la causa fondamentale del disastro è che nel mondo moderno gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi». Ecco, in sintesi, quello che succede nel mondo del lavoro. Cacciatori di teste e addetti al personale sono fatalmente colpiti dalla sicumera di un candidato anche se non sempre è accompagnata da un' effettiva competenza. L' arroganza colpisce più dell' umiltà, intuito e azzardo attirano più della saggezza. Per Chamorro-Premuzic, poi, la ragione principale dell' ineguale rapporto tra i sessi nella gestione della leadership è la nostra incapacità di discernere tra fiducia e competenza: interpretiamo in modo errato l' ispirazione di fiducia come un segno di conoscenza. Quando pensiamo a una "guida carismatica", le manifestazioni di arroganza - spesso mascherate da carisma o fascino e tipiche più degli uomini che delle donne - sono comunemente scambiate per potenziale di leadership. Il guaio, spiega l' autore, è che le caratteristiche di un buon capo si trovano in quei candidati che non riescono a impressionare i selezionatori. L' assertività o l' intelligenza emotiva, cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri, di empatizzare con suoi problemi, sono espressioni del carattere ancora molto raramente apprezzate e comprese. Questo vale soprattutto per le donne: vi sono ora prove scientifiche convincenti - l' autore cita almeno 45 ricerche compiute in tutto il mondo - del fatto che le donne performino meglio degli uomini. Più inclini al cambiamento, capaci di comunicare meglio, più creative nella soluzione dei problemi e più oggettive nel valutare il lavoro dei dipendenti, tuttavia, quando si tratta di scegliere, a parità di competenze, le aziende preferiscono ancora optare per un leader maschio. La soluzione che potrebbe migliorare la vita di milioni di dipendenti costretti a sottostare a leader incapaci non è sperare di cambiare lavoro. Perché, dice Chamorro, molti di quelli che lo hanno fatto nella speranza di liberarsi per sempre di un capo inetto, si sono ritrovati agli ordini di uno anche peggiore. L' unica possibilità per salvarsi è sperare che cambino i criteri di selezione. L' autore cita un dialogo tra lui e il direttore di un' importante banca d' affari che è illuminante perché spiega che quando bisogna assumere un leader ci si affida, sbagliando, soprattutto all' istinto. «Come fate a sapere se qualcuno ha il potenziale per la leadership?», domanda Chamorro.«Te ne accorgi. Quando io lo vedo, lo riconosco e basta». E allora l' autore, sconcertato, si domanda: «Se questo atteggiamento esiste in una delle organizzazioni più grandi del mondo, che cosa possiamo aspettarci da aziende più comuni?». Il marcio nel mondo del lavoro è nei processi di selezione perché normalmente le persone che valutano i leader non sono esperti del ruolo che il candidato andrà a ricoprire. Ma non solo. Sono le stesse che li assumono e li promuovono. E chi ammetterebbe di aver commesso un errore? E così, di errore in errore, il mondo del lavoro diventa tutto sbagliato.

Giuseppe De Lorenzo per "ilgiornale.it" l'1 giugno 2020. Ecco. Alla fine sono riusciti a dirlo chiaro e tondo: “L’Italia è il Paese più ignorante d’Europa”. Buzzurri, cattivoni e attenti alle sirene del generale Pappalardo quando non seguono quell’altro puzzone di Matteo Salvini. Gli italiani visti con gli-occhiali-molto-chic delle sardine appaiono più o meno così: dei pirla cui occorrono babbo Giuseppi e i suoi Dpcm per rigare dritto. L’autore (o autrice, se preferite) dell’ultima uscita delle sardine è Jasmine Cristallo, leader calabrese del movimento, ideatrice della rivolta (ma de che?) dei balconi anti-leghisti, grande sostenitrice di Domenico “Mimì” Lucano da Riace e ora una dei portavoce più ascoltati dei pesciolini. Sul suo profilo Jasmine si è scagliata contro gli “intellettuali (o pseudo tali…) indignati per il tono ‘paternalistico’ di Conte durante l’emergenza sanitaria”. A loro intende ricordare “che l’Italia è il Paese più ignorante d’Europa e che si piazza in dodicesima posizione a livello mondiale”. Voleva dire “ai signori de ‘Non si può trattare gli italiani come bambini’ che in Italia ci sono i Pappalardo e che i Pappalardo riescono ad essere ascoltati”. Il centro della questione è ovviamente la gestione della crisi coronavirus da parte del Governo. Ricorderete di quando è andato in onda a reti unificate per elargire in maniera misericordiosa (“vi concediamo, vi concediamo”) autorizzazioni ad uscire dal focolare domestico? Oppure di quella fantasiosa definizione di “congiunto”, particolare classe sociale evidentemente meno contagiosa degli amici, trattati fino a una settimana fa come dei pària? O ancora della bulimia regolatrice in cui è lo Stato a decidere chi incontrare e chi tenere a debita distanza sociale? Ecco. Se tutto questo (e molto altro) vi è sembrato strano, paternalista (Calenda dixit) o a suo modo populista (Renzi copyright), allora evidentemente fate parte di quella fetta di italiani che abbassano la media intellettuale del Paese e lo lanciano in cima alla classifica dell’ignoranza mondiale. Abbiamo semplificato, ma il ragionamento della Cristallo ci pare essere questo. In realtà fa sorridere leggere tanto snobismo radical-sardinesco in poche righe. Pensare che un centinaio di gilet arancioni e un capopopolo bastino a giustificare il paternalismo inaugurato dal premier ci pare superficiale (per non dire di peggio). In fondo di sciocchezze se ne dicono a bizzeffe e pure le sarde non ne sono esenti. Qualche esempio? Il primo manifesto sosteneva che i populisti non avessero il “diritto” di essere ascoltati. In tv Santori sostenne che “in un Paese normale” Bonaccini non avrebbe dovuto neanche fare campagna elettorale, come se il voto fosse un giochino e non la base della democrazia. E sempre in tv, sempre Santori disse qualcosa sui bambini autistici e i palloni da basket che ancora aleggia incomprensibile nell’etere. Le grandi menti unite dal simbolo del pesce, per dire, hanno prodotto punti programmatici di tale calibro che nessuno se ne ricorda neppure uno. Se non quella sciocchezza del Daspo social, citato sì ma solo per riderci su. Insomma: i geni non stanno tutti su una sponda del fiume, come non tutti i deficienti galleggiano sull’altra. Si può criticare Conte pur non avendo il QI sotto zero, così come si può essere sardine anche senza tre lauree e un paio di master. Vorremmo infatti ricordare alle intellettuali sardine (o presunte tali…) che l’Italia è il Paese più ignorante d’Europa e che si piazza in dodicesima posizione a livello mondiale. Vorremmo dire ai signori del “Benvenuti in mare aperto” che in Italia ci sono le sardine e che le sardine riescono ad essere.

 “Siamo nelle mani di dilettanti, dovrebbero andare tutti a casa”, Calenda spara a zero sul governo. Giulio Cavalli su Il Riformista il 14 Maggio 2020.

Calenda, come giudica l’operato fin qui del commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri?

«Un operato palesemente disastroso. Non è riuscito a rispettare le scadenze che lui stesso si era dato. A questo si aggiungano i toni inaccettabili usati durante le conferenze stampa, il suo paternalismo e la sua arroganza. Solo ieri è partita la gara per i reagenti dei tamponi e ha combinato un completo disastro con la storia della mascherina a 50 centesimi, tra l’altro continuando a ripetere che non è colpa sua. In un Paese normale dovrebbe dare le dimissioni, anzi: sarebbe licenziato».

Eppure dal governo non sembrano levarsi voci critiche…

«Penso che siano talmente fragili che il loro obiettivo sia di non muovere nulla. Se si muove un pezzo del resto viene giù tutto. Anche oggi Sileri (il viceministro della salute, ndr) ha ammesso candidamente che è stato fatto un disastro. Questi sono talmente pericolanti che qualsiasi scossone, anche piccolo, rischia di mettere in discussione tutta la maggioranza. Lo vediamo benissimo anche su questo decreto che doveva uscire ad aprile e forse uscirà a metà maggio. Litigano su tutto. Il governo ha perso il controllo del Paese e Arcuri è solo una manifestazione di tutto questo».

Si parla molto di riaperture di aziende però continuano i dubbi sulla riapertura “sociale”. Oggi circola voce che al ristorante si potrà andare forse solo con i “congiunti” certificati. Cosa ne pensa?

«Sono solo cazzate. Questi non hanno idea di come gestire questa crisi, la stanno affrontando solo vedendo l’andamento dei contagi e chiudendo e riaprendo senza un ragionamento. Noi abbiamo provato a spiegarlo: la strategia non deve essere solo sui contagi ma deve tenere conto del tracciamento, dei tamponi, dei test sierologici, del rafforzamento dei medici di base. Non ci sono nemmeno dati affidabili delle regioni. Sostanzialmente questi dicono agli italiani cose barocche e stravaganti come i 5 metri da tenere al mare che poi diventano 1 al supermercato. Roba da dilettanti».

Ma una crisi di governo in questo momento non sarebbe ancora più rischiosa?

«Una crisi al buio non si può fare. Io avevo suggerito un tavolo permanente con le opposizioni. L’assicurazione di Conte è quella di avere un’opposizione sgangherata come quella di Salvini e di Meloni. Poi ovviamente avere loro due al governo sarebbe ancora più drammatico. Bisogna vedere se c’è la possibilità di costruire un governo di unità nazionale che tenga dentro gli amministratori locali come Zaia e Bonaccini. L’obiettivo del centrodestra invece è quello di andare alle elezioni, prendere un po’ di voti in più ma non avere la responsabilità di governare. Poi chiamerebbero Draghi e si metterebbero comodi a bombardarlo. Nessuno di questi sarebbe in grado di gestire nemmeno un bar».

L’ultimo scontro del governo è stato quello sulle regolarizzazioni dei braccianti. Ogni volta che si affronta un tema “politico” questo governo sembra andare in crisi e faticare a trovare una quadra…

«Era evidente fin dal primo giorno. Sono andato via dal Partito Democratico proprio perché due forze che si attaccavano tutti i giorni, Pd e M5S, hanno deciso di mettersi insieme. Il M5S è una forza irresponsabile che andrebbe cancellata dalla politica italiana e in tutto questo Renzi continua a fare il Gian Burrasca. Questa maggioranza sta insieme solo per la paura di andare alle elezioni».

Tornerà di moda la serietà?

«A un certo punto succederà inevitabilmente altrimenti il rischio è che il Paese finisca gambe all’aria. L’Italia è un Paese ricco e gli italiani capiranno che la politica non è tifo da stadio e non è nemmeno il Grande Fratello. Però siamo ancora lontani: ho gente che mi scrive per dirmi che è d’accordo con me ma si dichiara di destra o di sinistra. Serve un cambiamento di consapevolezza dei cittadini. Questo Paese non lo salva Draghi e non lo salva nemmeno Batman: questo Paese lo salvano i cittadini che non cascano nella trappola “fascisti-comunisti”. Se succederà che torni di moda la serietà non te lo so dire però noi lo stiamo provando a fare».

Classe dirigente incapace, o c’è svolta verso modernità o soccombiamo. Umberto Ranieri su Il Riformista il 14 Maggio 2020. Secondo il neo presidente degli industriali, Bonomi, la classe politica italiana è apparsa smarrita nella emergenza virus. In realtà, a mostrare smarrimento è stata la intera classe dirigente, Confindustria compresa. L’Italia e tutti i Paesi sono stati largamente colti di sorpresa dal “morbo cinese”. La condotta del governo è stata ondivaga, dominata da interessi immediati di sopravvivenza politica personale e di partito. Lo Stato amministrativo burocratico è apparso una enorme torre di babele. Ricordo il rimpallo di responsabilità, l’andirivieni dei decreti, “la pluralità anarchica dei singoli sistemi sanitari regionali”, la inclinazione al vago delle misure governative. Perché solo a marzo si è scoperto che le case di riposo erano diventate degli obitori? Perché così pochi tamponi e ancora pochi se ne fanno? Ed oggi, su quali dati, previsioni, modelli il governo ha compiuto le sue scelte per la fase di allentamento del confinamento? Non ha aiutato una opposizione che ha assunto caratteri odiosi e antinazionali. Siamo alla ripartenza. Prima di infilarci in improbabili “metanoie escatologiche” (cui alcuni intellettuali italiani, e qualche mediocre politico, amano indulgere) è necessario incominciare a progettare il futuro prossimo a partire dai mesi a venire che non saranno facili. La transizione al dopo virus sarà lunga. Di fronte al Paese si stagliano due sfide. Una sanitaria e l’altra economico-sociale. Per affrontare la prima occorre passare dal modello confinamento a quello del tracciamento individuale. Non è una impresa facile. Comporta innovazione tecnologica, minima intermediazione burocratica, nuova legiferazione sulla privacy. Sul fronte economico-sociale gli scenari sono allarmanti. Disoccupazione, disuguaglianze, il Sud che rischia di precipitare in un baratro. Le scelte compiute in sede europea ci aiuteranno. Dal primo giugno dovrebbero essere disponibili i fondi della Bei, della cassa integrazione europea, del fondo Salva Stati, alla fine dell’anno quelli provenienti dal Recovery fund. Attenzione a come utilizzarli proficuamente. Vanno sostenute famiglie e imprese. È una priorità. Occorre evitare tuttavia che le risorse disponibili si risolvano in una immensa pioggia di sussidi, ridurremmo in quel caso l’Italia ad un “capitalismo mediterraneo guidato dal debito”. È necessaria una politica tesa agli investimenti e al sostegno della innovazione tecnologica. Secondo l’Economist nei prossimi 18 mesi assisteremo ad una accelerazione tecnologica pari a quella che senza “morbo cinese” si sarebbe diluita in cinque anni. È in questa direzione che va orientata la ripartenza. La questione di fondo è la fiducia. Fiducia che le autorità abbiano la situazione sotto controllo e che una strategia di ricostruzione sia credibile.  Il governo è in grado di guidare il Paese in questo frangente? Quale strategia intende seguire? Se penso al modo di procedere sulla questione cruciale della scuola, se osservo i comportamenti del ministro Guardasigilli, una liquidità che stenta a giungere ai lavoratori e alle imprese, ambiguità sul Mezzogiorno, strumenti normativi annunciati e poi ritirati mentre si va affermando l’idea malsana che si possano affrontare i problemi a colpi di debito e sussidi, ho timore che non ci siamo. Impavido, il presidente del Consiglio sostiene che rifarebbe tutto quanto fatto in questi tre mesi. Una affermazione poco intelligente. Surreale l’appello del Manifesto. Per molto meno di quanto accaduto, il nobile quotidiano comunista avrebbe chiamato, senza alcun imbarazzo, alla vigilanza antifascista e alla difesa della Costituzione. Oggi scrivono che si prepara, subdolamente, “un governo dei poteri forti che si occupi della ricostruzione per monopolizzare le cospicue risorse”. Insomma, in Italia ci sarebbe chi, volendo impossessarsi delle risorse stanziate per emergenza, attacca Conte e auspica Draghi a Palazzo Chigi. Perché sostenere una tale sciocchezza?  In realtà le condizioni per una svolta politica, che, con buona pace di qualcuno, non è immorale auspicare, per il momento, purtroppo non ci sono. Occorre provare a cavarsela ancora per un bel po’ con questo governo. Magari incalzandolo. Che Dio ci assista.

Il Paese nel caos. Fatto! Vuoi riaprire? Paga la tassa Covid. Succede a Milano. Il commissario all’emergenza Arcuri fa sparire le mascherine dalle farmacie. I soldi promessi da Gualtieri non sono mai partiti e in mano ai damerini della Sace non arriveranno mai. All’Alitalia in arrivo Altavilla che è un buon manager industriale ma lì serve un commerciale con il coltello tra i denti. Roberto Napoletano l'8 maggio 2020 su Il Quotidiano del Sud. Vuoi riaprire la tua bancarella da ambulante nel mercatino di strada? Paga la tassa Covid, quindici euro prego. Succede a Milano. Ti abbiamo murato in casa per due mesi: non hai avuto reddito? Fai la fame? Qualcuno ti ha mandato un bel bonifico sul conto corrente per fare la spesa? Per carità, mica siamo a Francoforte, fai la fame e zitto. Vuoi riaprire la bottega per racimolare qualche spicciolo? Beccati nuova di zecca la prima Covidtax d’Italia “solidale”. Messa nero su bianco dall’amministrazione comunale milanese con toni spicci: o paghi o perdi il diritto di lavorare. Ci deve essere a Milano qualcosa nell’aria, non solo ai Navigli dove si abbracciano e baciano come se nulla fosse. Si chiama bacillo della stupidità, ma non fa ridere. Ha sbagliato il prezzo. Ha sbagliato a fare l’addizione. Ha confuso il numero di mascherine che servono per un giorno con quelle che servono per un mese. Fa progetti che sono fallimentari già quando vengono concepiti. Si chiama Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza sanitaria. È riuscito nel miracolo di fare sparire le mascherine dalle farmacie italiane, lo avevano messo lì per fare l’esatto contrario. Ricordo il colloquio tra un capo azienda e il suo capo acquisti. Il primo chiede al secondo: come è fatto un tavolo? “Beh, mah, mica è il mio mestiere, mica faccio il geometra, ho mille e 200 ordini” dice il Capo acquisti. “No, invece è proprio il suo di mestiere perché se il mercato si mette d’accordo e glielo vende a un prezzo tre volte superiore oppure non glielo vende affatto lei deve avere coscienza tecnica del problema, la paghiamo per questo” dice il Capo azienda. Quel capo acquisti verrà congedato, rispondeva della vendita di qualche tavolino al suo datore di lavoro. Arcuri risponde a tutti gli italiani, non ha coscienza tecnica, e è ancora lì. A noi non serve la conferenza stampa di Arcuri, serve che arrivino le mascherine ma questo è incompatibile con la sua presenza. Perché prima dell’emergenza sanitaria, il Paese paga l’emergenza Arcuri. Per piacere torni nell’ombra dove stava, è meglio per lui e per noi. All’Alitalia arriva Alfredo Altavilla, un buon manager industriale è stato scelto dal Tesoro per un ruolo dove serve un buon commerciale con il coltello tra i denti. Vogliono farsi perdonare di averlo inseguito per guidare Leonardo, dove avrebbe fatto benissimo, ma poi per ordine del Pd hanno confermato un banchiere, Profumo, che sta imparando il mestiere e fa le prove con il futuro dell’Italia. Di questo passo alla prossima tornata di nomine alla guida di una banca ci metteranno un ristoratore, di sicuro ne rimarranno molti a spasso. Basta giochetti, ministro Gualtieri. I soldi che dovevano arrivare non sono mai partiti e con i damerini alla Latini in Sace e questa burocrazia di Stato che non ha capito niente e pensa solo al suo stipendio, non si vedranno mai. Un po’ di tempo fa Berlusconi si inventò uno spot. Ponte, fatto! Un milione di posti di lavoro, fatto! Giannelli il giorno dopo fece una vignetta: casino nel governo, fatto! Erano altri tempi, si poteva scherzare. Oggi non ride più nessuno perché il Paese sta saltando e hanno capito tutti che va rifondata la sua classe dirigente pubblica. Va cambiata la macchina. Il mondo va da una parte, noi andiamo dall’altra. Se non si interviene all’istante finisce malissimo.

Le Iene News il 4 maggio 2020. Un giorno alla settimana di lavoro e 30 mila euro incassati in due mesi: la quarantena per ora per deputati e senatori è andata così mentre tantissimi italiani fanno fatica ad andare avanti. Filippo Roma ha chiesto ai nostri parlamentari perché non danno a chi ha bisogno gli oltre 27 milioni di euro che hanno incassato tra marzo e aprile. E ha fatto anche una domanda al presidente del Consiglio sulla sua acconciatura in tempi di parrucchieri chiusi: Conte ci ha svelato un segreto, bacchettato da Casalino! Non perdetevi come è andata a finire martedì 5 maggio a Le Iene dalle 21.10 su Italia1. In questi mesi, per l’emergenza coronavirus, milioni di italiani sono stati costretti a rimanere a casa senza poter lavorare e senza percepire un euro di stipendio. Parliamo di impiegati, negozianti, imprenditori. E molti, quando sarà finita la quarantena, saranno ancora nei guai. Ma c’è una categoria che a marzo e ad aprile praticamente non ha lavorato (una seduta alla settimana) e ha percepito lo stipendio per intero: i nostri parlamentari, con entrate da 15mila euro per 5 giorni di lavoro al mese. 15.000 euro a testa per due mesi a tutti i deputati e senatori fanno oltre 27 milioni: perché non distribuiamo questi soldi agli italiani in difficoltà? Filippo Roma è andato a parlarne con i politici di tutti i partiti e gli schieramenti. Il segretario della Lega Matteo Salvini e Renato Brunetta (Forza Italia) tirano dritto davanti alla proposta della Iena. Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia replica: “Io non mi vergogno, perché ho contribuito a un fondo per l’ospedale di Bergamo, le forze dell’ordine e le forze armate”. La presidente del suo partito invece, Giorgia Meloni sposa in pieno la proposta, anche se una paura ce l’ha: “Mi volete far linciare dal Parlamento italiano”. Tra gli altri favorevoli che abbiamo incontrato ci sono il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S), Vittorio Sgarbi (anche se, dice: “I miei stipendi vanno ai miei figli e alle cause, faccio fatica ad arrivare a fine mese: verrò alla mensa de Le Iene!"), l’ex ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli e anche il collega di partito M5S Stefano Buffagni. Dare lo stipendio a chi più bisogno? “L’idea mi piace ma conosco alcuni che lo fanno e non lo dicono”, dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd). “Non ho niente in contrario, lo sto già facendo”, dice Andrea Orlando, vicesegretario Pd. Quanto ha dato? “Non lo ricordo esattamente”. Dal Pd, anche Andrea Orlando ammette: “Siamo molto privilegiati”. Mentre Maurizio Lupi (Gruppo misto) e Ettore Rosato (Italia Viva) difendono il fatto di lavorare comunque tutti i giorni. E a proposito di quarantena ci siamo fatti un’altra domanda: come fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad avere i capelli sempre così perfetti, anche secondo gli esperti del settore, visto che i parrucchieri sono chiusi? “Le rivelo un segreto eccezionale, e siccome è un segreto e lei non mi crederà sono già disponibile alla prova: me li taglio da solo”, ha detto alla Iena. “Lei non ci crede, se vuole glieli taglio io, è una vecchia pratica che appresi durante gli anni dell’università li tagliavo a tutti i miei coinquilini”. Passa pochissimo e arriva la chiamata del suo portavoce Rocco Casalino per sapere il tema dell’incontro con Conte: “Ma era sui capelli? Davvero sui capelli? Se li taglia lui, c’ha sta fissa qua. E infatti se li fa anche male, eh?”. “Ma anche prima se li tagliava lui, eh, cioè lui se li taglia sempre”, continua Casalino. “Anche prima che chiudessero i barbieri ogni volta andava su, scendeva, diceva: ti piace il mio taglio? E io dicevo: ma come il tuo taglio? Diceva: no, mi sono andato a tagliare un po’... ho detto: ma no, no infatti lo criticavo perché secondo me non erano fatti bene cioè secondo me doveva andare dal barbiere comunque”. Noi intanto abbiamo abbiamo strappato al premier una promessa: un suo taglio speciale con “una bella sistemata” per Filippo Roma! Non perdetevi come sono andate a finire tutte queste storie nel servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti martedì 5 maggio a Le Iene dalle 21.10 su Italia1.

Italiani in lockdown: lo stipendio dei politici e i capelli di Giuseppe Conte. Le Iene News il 6 maggio 2020. Nel servizio di Filippo Roma e Marco Occhipinti, Le Iene vanno a chiedere ai parlamentari di tutti gli schieramenti se sono disposti a distribuire agli italiani i 27 milioni di euro percepiti a marzo e aprile quasi senza lavorare. E indagano sul “mistero” dell’acconciatura perfetta sfoggiata dal premier Conte. Ma i parrucchieri non erano tutti chiusi? “Io c’ho 19 dipendenti che non so come gestirli perché se non me dà qualcosa lo Stato… dobbiamo ripartire... non se può sta’ a casa per tutta la vita, non gliela famo più”. Filippo Roma raccoglie la voce disperata di Claudio Olivetti, uno dei tanti ristoranti ed esercenti romani ormai “alla frutta” a causa del lungo lockdown per l’emergenza coronavirus. Imprenditori che non sanno più dove sbattere la testa, tra tasse e dipendenti da pagare e aiuti dello Stato che, se e quando arrivano, ci mettono mesi. Una soluzione? Ci sarebbe, almeno in parte, ovvero distribuire tra chi ha bisogno quei quasi 27 milioni di euro percepiti a marzo e aprile dai nostri parlamentari, pur avendo di fatto lavorato un solo giorno alla settimana. Filippo Roma va a proporlo ad alcuni esponenti della politica, di tutti gli schieramenti. E mentre il segretario della Lega Matteo Salvini e l’esponente di Forza Italia Renato Brunetta tirano dritto, senza rispondere, qualcuno difende quei soldi percepiti in questi due mesi di lavori parlamentari. Come Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia, che dice: "Io non mi vergogno, perché ho contribuito a un fondo per l’ospedale di Bergamo, le forze dell’ordine e le forze armate”. Favorevole al “lodo Iene” è la presidente del suo partito, Giorgia Meloni. “Guardi è una vergogna che il Parlamento sia chiuso in un momento come questo, noi come Fratelli d’Italia tutti i parlamentari hanno devoluto la loro intera indennità di marzo il punto è se ti pagano per non fare quello che dovresti fare, su questo siamo d’accordo...”. Quando le chiediamo di farsi portavoce della nostra proposta, per tutti i suoi colleghi parlamentari, dice: ”Mi volete far linciare dal Parlamento italiano”. Non si sottrae al confronto, dichiarandosi favorevole alla nostra proposta, neanche l’onorevole Vittorio Sgarbi, che però ci tiene a precisare: "I miei stipendi vanno ai miei figli e alle cause, faccio fatica ad arrivare a fine mese: verrò alla mensa de Le Iene!”. Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l’ex ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli e il collega di partito M5S Stefano Buffagni sono d’accordo. “Lei lo sa proprio che il movimento 5 stelle già si taglia lo stipendio?", dice il ministro Bonafede, "per tagliarlo a tutto il parlamento abbiamo fatto la proposta”. L’onorevole cinque stelle ed ex ministro Danilo Toninelli è “entusiasta”: "Al 100% ci sto, ma di più, se non riusciamo a convincere tutti i partiti noi lo faremo da qua a fine legislatura, non due mesi”. Filippo Roma, in tempi di sacrifici e di rinunce per tutti, si pone anche un’altra domanda, solo apparentemente minore: come fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad avere i capelli sempre così perfetti visto che i parrucchieri sono chiusi? Un dubbio più che legittimo, che emerge anche dalle parole di Giacomo Sandroni, un parrucchiere che ci ha scritto: "È molto facile notare come il nostro presidente Conte è stato cliente di un parrucchiere o barbiere. Basti notare come il ciuffo sia della stessa lunghezza o addirittura più corto. Chiede sacrifici ma predica bene e razzola male. La legge è uguale per tutti”. Il premier, al microfono di Filippo Roma, ha la risposta pronta: “Le rivelo un segreto eccezionale, e siccome è un segreto e lei non mi crederà sono già disponibile alla prova: me li taglio da solo. Lei non ci crede, se vuole glieli taglio io, è una vecchia pratica che appresi durante gli anni dell’università, li tagliavo a tutti i miei coinquilini”. Passano pochi minuti dall’incontro e riceviamo la chiamata del suo portavoce Rocco Casalino, che dopo aver appreso il motivo, spiega:” Se li taglia lui, c’ha sta fissa qua. E infatti se li fa anche male, eh? Anche prima che chiudessero i barbieri ogni volta andava su, scendeva, diceva: ti piace il mio taglio? E io dicevo: ma come il tuo taglio? Diceva: no, mi sono andato a tagliare un po’... Lo criticavo perché secondo me non erano fatti bene, cioè secondo me doveva andare dal barbiere comunque”. Intanto, approfittando delle abilità nascoste del premier, gli abbiamo strappato una promessa: un suo taglio speciale con “una bella sistemata” per Filippo Roma!

Annalisa Chirico a Non è l'arena sulla Fase 2: "Il governo Conte è troppo debole, i virologi decidono per la politica". Libero Quotidiano il 27 aprile 2020. “Il governo è troppo debole per decidere, Giuseppe Conte non si assume la responsabilità neanche di esporre le sue idee, non l’ho sentito parlare di una strategia chiara”. Annalisa Chirico è molto critica dopo l’annuncio del premier sulla fase 2, che è stata praticamente delegata al comitato tecnico scientifico. “Per i virologi - ha dichiarato a Non è l’arena su La7 - probabilmente sarà possibile tornare liberi solo quando i contagi saranno pari a 0 o quasi. Questo è un punto di vista che comprendo, però la politica è una cosa diversa, deve assumersi responsabilità e fare scelte, altrimenti eleggeremmo i virologi in Parlamento”. Inoltre la Chirico ritiene che il governo stia commettendo un grosso errore sulla Chiesa: “In tutta Italia le persone non possono andare a messa, credo che sia una violazione di un diritto costituzionale”. 

L’emergenza Covid 19 sta creando mostri giuridici. Claudia Porchietto de Il Riformista il 26 Aprile 2020. Parallelamente alla progressiva discesa della curva dei contagiati da coronavirus, stiamo assistendo ad una rapidissima esplosione di inchieste, giornalistiche e giudiziarie, sulle eventuali responsabilità nella gestione dell’emergenza sanitaria. La necessità di verità su come il sistema Paese abbia gestito l’emergenza è un sacrosanto diritto visto il numero dei cari che abbiamo perso e osservati gli sclerotici cambi delle linee guida che hanno purtroppo contribuito a disorientare l’opinione pubblica: portando a sommare il blackout delle informazioni ai disagi del lockdown. L’approccio però inquisitorio e al limite della “caccia alle streghe” non può che preoccupare perché come sa molto bene qualunque giurista la legislazione d’emergenza è capace di creare mostri giuridici che però possono avere conseguenze pesantissime sotto il profilo dei processi. È questo il caso dell’art. 42 secondo comma del D.L. Cura Italia che riconosce come infortunio il caso di infezione da Covid-19 contratta “in occasione di lavoro”. Questo articolo, nato per assicurare una copertura economica al lavoratore che contraeva il virus, rischia di tramutarsi in una vera e propria pistola puntata alla testa di quelle migliaia di imprese che hanno tenuto aperto in quanto considerate erogatrici di servizi essenziali. Così come scritto l’articolo infatti rischia di aprire infinite opportunità di contenzioso civile e penale anche per tutti quei datori di lavoro che si sono attenuti scrupolosamente ai protocolli imposti dal Governo. Chi può dire con certezza che l’eventuale covid-19 sia infatti stato contratto sul posto di lavoro? Si tratta di una vera e propria spada di Damocle inaccettabile visto che parliamo di quegli imprenditori che si sono sobbarcati sulle spalle di portare avanti il Paese in una delle sue pagine più buie. Non possiamo lasciare alla soggettività degli organi giudiziari la possibilità di scaricare sul mondo produttivo i costi di una pandemia che neppure l’Oms né l’Iss sapevano come affrontare, avendo più volte cambiato le proprie disposizioni. Il Parlamento deve intervenire per evitare che sull’impresa italiana si abbatta il rischio della presunzione di colpevolezza. D’accordo sull’accertamento dei casi di dolo e colpa grave ma si eviti di martirizzare quella classe imprenditoriale italiana che era già uscita in ginocchio dalla crisi del 2007/2009.

Arcuri distorce la storia paragonando il Coronavirus alla guerra. Alberto De Bernardi de Il Riformista il 26 Aprile 2020. «Tra l’11 giugno 1940 e il 1 maggio 1945 a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale 2 mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morte 11.851 civili, 5 volte di più. Un riferimento numerico clamoroso. Oltre alla solidarietà che dobbiamo ai lombardi e alla consapevolezza della gravità dell’emergenza in quelle terre, dobbiamo anche sapere che stiamo vivendo una grande tragedia, non l’abbiamo ancora sconfitta».  Queste parole la ha pronunciare qualche giorno fa il commissario nazionale Arcuri per rendere evidente la gravità dell’attacco pandemico sulla società lombarda. Che la situazione della pandemia da coronavirus in Lombardia sia gravissima è evidente, anche perché e un caso di studio a livello mondiale, ma non è necessario per colpire la fantasia dei destinatari diffondere un messaggio sbagliato che contiene errori cosi gravi da inficiare il valore stesso del messaggio. Essi derivano dal continuo tentativo delle autorità politiche e degli opinion makers di utilizzare il paragone tra le guerre mondiali e la pandemia, nella convinzione che esse costituiscano di per se una sorta di idealtipo dell’orrore, della violenza, della distruzione, tale da collocare immediatamente, senza altre mediazioni culturali, la tragedia del Covit-19 all’interno di uno spazio simbolico estremo e tragico. Ma come ci ha ricordato Sabino Cassese la pandemia non è una guerra, e quindi da quella comparazione derivano più fraintendimenti che spiegazioni, più confusione che chiarezza, anche perché il passato, al contrario di chi lo usa maldestramente, non ha nessuna autoevidenza immediata. La guerra infatti non è più una esperienza personale per la stragrande maggioranza della popolazione – anche chi ha 80 anni era troppo piccolo tra il ‘40 e il ’45 per avere dei ricordi solidi del conflitto -, che non sa cosa siano i bombardamenti, il razionamento del cibo, lo sfollamento, il coprifuoco. Ormai di quei fatti abbiamo una conoscenza scolastica e appartengono al bagaglio di conoscenze storiche, la cui profondità e rilevo soggettivo derivano dai nostri interessi culturali, dalle memorie familiari, dai media, con una forza evocatrice direttamente proporzionale al senso che quel passato ricopre nella nostra identità soggettiva. Arcuri, ignaro di tutto ciò e maneggiando in maniera maldestra la storia si avventura in una comparazione e già inciampa sui dati, perché mette a confronto i morti dei bombardamenti a Milano con i deceduti di Covit-19 nell’intera Lombardia; lo scopo comunicativo è evidente: fare emergere la forza distruttiva della pandemia assai superiore a quella del “benchmark” guerra mondiale. Ma se si paragonano le pere con le mele lo scopo salta anche perché se si opera sulla scala cittadina le distanze in questa triste contabilità non sono poi così forti. Ma al di la d questo errore statistico è tutta l’operazione a non avere senso. Se paragonare guerra e pandemia ha poco senso paragonare i decessi dei bombardamenti che sono una delle tante cause di morte della II guerra mondiale con quelli totali della pandemia produce un’altra distorsione, perché a Milano in quel quinquennio, mentre 2000 cittadini morivano sotto le bombe, altre migliaia morivano per l’assenza di medicine, di assistenza ospedaliera o di cibo, altri perché vittime innocenti della violenza dei tedeschi o dei fascisti. Inoltre La Milano di allora era una città disabitata perché soprattutto dopo i bombardamenti dell’agosto del ‘43 si era verificato lo sfollamento di massa di centinaia di migliaia di milanesi verso le campagne e in altre regioni per evitare di rimanere travolti dalla guerra. Infine non bisogna dimenticare che lo scopo dei bombardamenti non era uccidere i civili, ma distruggere i centri produttivi e le infrastrutture per colpire le capacità difensive e offensive del nemico: i morti erano un “effetto collaterale”, tragico in sé e per le dimensioni che assunse nell’ultimo biennio della guerra, dovuto alla imprecisione dei lanci. L’unica effettiva comparazione possibile riguarda la mortalità da covid-19 non tanto con quella dovuta alla spagnola aggravata dall’intreccio tra pandemia e Grande Guerra, ma con quella delle ultime due epidemie influenzali in tempo di pace, l’Asiatica del ’57 e quella del ’68-69. Ma questo lavoro avrebbe richiesto troppo lavoro ad Arcuri che si è accontentato di una operazione a grana grossa per stupire un uditorio dal palato poco raffinato.

Concetto Vecchio per “la Repubblica” il 22 aprile 2020. «In questi giorni mi capita spesso di pensare alla guerra. Avevo tredici anni e certe notti per la fame non riuscivo a dormire. Guardavo il soffitto e non mi addormentavo. Poi il conflitto finì, e io sentivo di essere già un uomo. Capivo che avrei dovuto fare uno sforzo immane per uscire da quella notte. E come me lo sapevano anche gli italiani. Tutto attorno a noi era in macerie, però ce l' abbiamo fatta, siamo diventati la quinta potenza nel mondo».

Professore De Rita, come faremo a uscire da questa notte?

«Lavorando duro. Ho quasi 88 anni e vado in ufficio al Censis ogni mattina. In questo momento nessuno dei nostri clienti pensa di affidarci una ricerca, hanno tutti la testa da un' altra parte, però cerchiamo di farci venire delle idee, per fare quei 50-60 contratti che ci danno da campare: altrimenti moriamo».

Bisogna rimboccarsi le maniche?

«Sì. Nel 1945 eravamo straccioni e lo Stato non poteva aiutare nessuno, al massimo qualche pensione di guerra e un po' di edilizia, eppure tutti si rimisero a faticare senza risparmiarsi».

Non è così stavolta? Nessuno vorrebbe dover stare a casa.

«Noto questo: si tende a delegare tutto allo Stato, anche la beneficenza. Mi ha colpito che le grandi imprese abbiano donato in buona parte alla Protezione civile. Abbiamo statalizzato la pandemia».

In una pandemia non deve pensarci lo Stato?

«Ma lo Stato non potrà farsi carico di 60 milioni di italiani».

Ma rischiamo un -15% del Pil.

«Proprio perché è una crisi così profonda, la si risolve con uno scatto di ognuno di noi. Nel 1963, quando lasciai lo Svimez per mettermi in proprio, cominciai a navigare in mare aperto in un settore difficilissimo come quello della ricerca sociale. So io la fatica che ho fatto. Èd è stata la fatica di una generazione».

Ma un ristoratore o un imprenditore che esporta ora che cosa possono fare?

«Li capisco, naturalmente. Ma io parlo in generale: prima o poi questa situazione si attenuerà, e bisognerà farsi venire delle idee. Tutta l'energia psichica è rivolta ai vertici. Non possiamo aspettare anche il bonus vacanze».

Gli italiani sono cambiati?

«C' è una stanchezza che viene da lontano e a cui ha contribuito anche un' élite al potere che non ha incitato alla vitalità dei soggetti: quasi un invito a non correre troppo. Col risultato che il povero si sacrifica e il ceto medio si lamenta o ha paura».

Che Paese stiamo diventando?

«Sovvenzionato ad personam. Era un' idea che non sfiorava la generazione della guerra».

C'è già un tracollo delle entrate fiscali.

«Ma con questa politica tra un anno lo Stato non avrà più un euro in cassa».

Lei conta sulla forza degli italiani. Non è l'ottimismo di un uomo agiato?

«Mi hanno sempre dato dell'ottimista ottuso, veramente. È stata la mia forza. Resto ottimista anche in questi giorni. Questo Paese l'ho visto crescere e sono cresciuto con lui: è un Paese straordinario».

Questa classe dirigente è all' altezza?

«Abbiamo una classe politica che fa le cose in base alle reazioni dei social. Ministri più protesi a fare un tweet azzeccato che a capire a fondo un dossier di dieci pagine: è l' accusa che ci fanno in Europa».

Non teme un' Italia ancora più rancorosa?

«La definizione del Censis sull'Italia del rancore coglieva il lutto per qualcosa che non c'era più: come due sposi che si separano e che litigano furiosamente perché non sono riusciti a salvare il loro amore. Ma il virus non è colpa nostra, stavolta non possiamo avere rancore: manca il coniuge separato».

Da cattolico come valuta la Chiesa?

«Ha dovuto chiudere le chiese, e si è creato un vuoto che pesa».

Cosa l'ha colpita del virus?

«Che non ne sappiamo nulla. All'inizio ci hanno detto di lavarci le mani e di tenere le distanze: due mesi dopo siamo ancora lì».

È una critica agli esperti?

«Non li giudico, ma la loro comunicazione sì. Osservo le conferenze stampa: sono molto autoreferenziali. Ogni esperto cerca di spiegare quanto è bravo».

Lei userà l'app?

«Io no».

E perché?

«Mi sembra un' esperienza inutile, che andava valutata prima. Leggo che è stata partorita da un comitato di esperti di settanta persone. Settanta!».

Conte ha delegato agli esperti?

«Vi colgo una furbizia. Ci si copre le spalle, "sentito il comitato tal dei tali", E poi la politica fa come gli pare».

Pensa che l' Italia ce la farà?

«Sì, ma servirà molto ardore».

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 22 aprile 2020. Va detto con dolore, ma va detto: il miglior modo per salvare il buon nome del Parlamento, che è e deve restare il centro della democrazia, è quello di mostrarlo il meno possibile. Quando, come ieri, le tv ne trasmettono le sedute, il rischio è che chi vede e sente parlare i parlamentari, anche se animato dalla più fervida passione costituzionale, si domandi a che diavolo servano. Raramente avevamo assistito come ieri, prima alla Camera e poi al Senato, a uno spot più devastante contro la democrazia parlamentare. Salvo rare eccezioni, una catena di interventi miseri, sciatti, retorici, propagandistici, quasi sempre avulsi dall' ora drammatica che stiamo vivendo e asincroni rispetto alle urgenze della gente, mai come ora allergica agli autospot, alle bandierine e alle chiacchiere vuote. Quando poi ha preso la parola l' autorevole leghista Bagnai, che ha fatto a pezzi il Mes inaugurato dal terzo governo B. con dentro la Lega e ha descritto l' Italia di oggi come un plumbeo regime autoritario a mezzadria fra "la dittatura del proletariato" e "la dittatura della scienza", è apparso alle sue spalle Totò che, dal wagon lit, lo sbeffeggiava come l'onorevole Cosimo Trombetta: "Ah, lei sta in Parlamento? E la lasciano parlare? Onorevole lei? Ma mi faccia il piacere!". Una gaglioffata eguagliata dagli adepti della setta dell' Innominabile, che invocavano addirittura il "Mes senza condizionalità", con la stessa credibilità con cui Totò vendeva la fontana di Trevi, visto che al momento nessuno conosce le condizionalità del cosiddetto nuovo Mes. In tanta scempiaggine, è mancato purtroppo il contributo dell'italovivo Rosato, che però si era già superato l' altro giorno, ricordando gli attacchi ricevuti da Renzi a fine marzo, quando chiese "ora e subito" la fine del lockdown: "Noi non siamo molto amati dai commentatori, era tutto un diluvio di assalti alla baionetta. Nei giornali di oggi invece tutti parlano di come riaprire, ma nessuno cita la proposta di Renzi". Cioè: se il governo allenterà la quarantena dal 4 maggio, cinque settimane dopo la data indicata dall' Innominabile, è perché l' Innominabile voleva farlo cinque settimane prima. Se non avesse parlato lui, Conte si sarebbe scordato 60 milioni di italiani chiusi in casa per sempre. La tesi implica che Iv abbia depositato alla Siae la fine del lockdown. E non vorremmo che avesse pure il copyright sui solstizi e gli equinozi. Altrimenti il 21 giugno l' estate dovrà chiedere a Iv il permesso per iniziare. E salterà su Rosato a leccare lo Statista di Rignano che l' aveva previsto in tempi non sospetti. Anzi, se fosse stato per Lui, saremmo già a Ferragosto.

Nicola Porro per il Giornale il 7 aprile 2020. «Era un luminoso e freddo giorno di aprile»: così si apre 1984 di George Orwell. E in un luminoso e freddo giorno di aprile, il romanzo distopico (parola oggi molto di moda che banalmente si potrebbe tradurre in «utopia negativa») sembra descrivere la condizione di oggi. Lo scrittore inglese nel 1948 (da cui nasce il titolo, invertendo le cifre, 1984) immagina una Inghilterra dominata da un partito unico socialista. Era la fine della guerra, e l’Urss con la sua pianificazione economica e il controllo dell’informazione, affascinava molti intellettuali. Ma Orwell non ci cade: e ci disegna un mondo orribile. Pensate un po’ voi: in ogni casa c’è uno schermo che controlla e vede ciò che fanno i cittadini; e per strade ci sono i medesimi aggeggi che non si perdono un particolare. E poi pensi ai droni, usati con gusto dai nostri amministratori locali che si sentono sceriffi, per vedere i nostri spostamenti. E pensi a professori di importanti università che sono chiamati, in 76, a fare commissioni presso il ministero dell’Innovazione (Orwell è favoloso nell’inventare ministeri con nomi che evocano bellezza e nascondano tragicità, da quella della Verità a quello dell’Amore) per studiare il modo migliore per controllarci coi nostri telefonini. In fondo 1984 racconta di un’ipotetica terza guerra mondiale, ma cosa è questa nostra battaglia contro il Virus, se non un’emergenza simile? Attraverso i teleschermi il potere, nel romanzo, diffonde la sua verità: beh insomma, a guardare l’informazione unica del virus non siamo molto lontani. Fantastica l’idea del ministero degli Interni, che per Orwell si chiama Ministero dell’Amore che si occupa del nostro bene attraverso la «psicopolizia». Adesso non vogliamo apparire irriguardosi, ma quando ci fermano con il cane e ci chiedono: «Lei dove va? Quanto è in prossimità della sua casa? Quante volte è sceso?» in fondo non lo fanno per il nostro bene? Per l’amore che lo Stato ha per noi affinché non si venga contagiati… E anche oggi siamo pieni di «psicoreati»: dubitate delle mascherine, di cui dubitano anche loro, e siete fritti. Dubitate dell’efficacia del contenimento e siete degli untori. I runner sono diventati dei delinquenti in calzoncini, ma fino a ieri il Ministero della Verità ci aveva spiegato che un po’ di moto ci salvava dalla morte per sedentarietà. Ma, come in Orwell, il passato si cambia a piacimento. Si dimenticano Burioni&Speranza che minimizzavano o Conte che negava l’emergenza: ovviamente non sono i soli. Vale tutto. E chi è contro commette uno «psicoreato». E come per 1984 esiste una neolingua fatta di autocertificazioni, lockdown, assembramenti che hanno sostituito il diritto costituzionale a spostarsi, il diritto a uscire di casa e lavorare. Stiamo esagerando? Forse. Ma a scanso di equivoci, in questa quarantena, dategli una lettura. All’epoca c’era lo stalinismo, oggi la tirannia ha un’altra più garbata forma, ma il risultato non cambia.

Giacomo Amadori per “la Verità” il 17 aprile 2020. Dialogo autentico origliato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio. Usciere al piano: «Dotto', ha visto che cosa c' è disegnato sulle mascherine che ci hanno dato in dotazione?». Funzionario: «No caro. L' ho presa e l' ho messa nel cassetto, senza badarci». Usciere: «C' è un uccellino all' altezza della bocca. Dicono che il modello l' abbia scelto (biiip)». Non sveleremo il nome coperto da omissis di questo colloquio un po' licenzioso, ma dobbiamo riconoscere che chi ha ordinato le protezioni non manca di fantasia e senso dell' umorismo. Prima di Pasqua molti dipendenti dei palazzi del governo hanno ritirato mascherine di tipo chirurgico verdoline e bianche, ma anche un modello molto più fru fru, in tessuto non tessuto bianco e blu con una simpatica fantasia bucolica: api, farfalle, foglie e un paio di leggiadri volatili. Verrebbe da sorridere se non fosse che in nessuna parte del dispositivo di tutela ci sia traccia della provenienza. Non ci sono etichette e neppure l' indispensabile marcatura Ce, simbolo che significa marchio di Conformità europea e garantisce al consumatore la rispondenza del prodotto a tutte le disposizioni dell' Unione europea. Quelle in uso a Roma sono completamente anonime. Un' anomalia soprattutto in considerazione del fatto che dovrebbero far parte di una commessa ufficiale passata al vaglio o della Consip, la centrale acquisti dello Stato, o del Mercato elettronico della pubblica amministrazione (Mepa) e rispettare le norme previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza del lavoro. E, invece, sembra essere un mistero chi le abbia prodotte e dove (ieri da Palazzo Chigi non sono arrivate le risposte richieste). L' unica cosa certa è che ai dipendenti sono stati consegnati questi straccetti bicolori, mentre la stessa presidenza del Consiglio il 2 marzo ha avviato la procedura per 500 mascherine Ffp3, ben più sicure di quelle chirurgiche, essendo dotate di filtro. A chiederle, si apprende da una lettera inviata da Palazzo Chigi al quotidiano Il Tempo, non sarebbe, però, stato il premier Giuseppe Conte, né il suo portavoce Rocco Casalino, bensì la responsabile dell' Ufficio sanitario, Brunella Vercelli, la quale le avrebbe richieste «a protezione» del personale medico e infermieristico della presidenza del Consiglio, per il periodo dell' emergenza. Il fornitore è stato individuato in una ditta di Scorzè (Venezia) e lo stesso avrebbe promesso di farle arrivare a Roma entro 5 giorni lavorativi dalla stipula del contratto «a un prezzo congruo rispetto ai valori attuali del mercato (7,98 euro cadauna, Iva esclusa)». Ieri il portavoce del premier ha, però, precisato che le stesse non sarebbero ancora state consegnate al presidio sanitario. Ma se non c' era così tanta fretta, ci chiediamo se non convenisse attendere qualche giorno per fare rifornimento: ieri su Internet noi abbiamo trovato mascherine dello stesso modello alla più modica cifra di 1,44 euro Iva compresa, quasi sette volte in meno di quanto pagato dai non troppo parsimoniosi uffici governativi. Nei giorni scorsi il responsabile del dipartimento per i servizi strumentali di Palazzo Chigi, Paolo Molinari, che abbiamo contattato inutilmente nella giornata di ieri, attraverso i fornitori accreditati del Mepa, ha anche acquistato 11.600 mascherine chirurgiche, 1.250 litri di gel igienizzante e 310 confezioni da cento di guanti monouso in nitrile. Nell' ordine ufficiale d' acquisto di quest' ultimi si legge che sono stati comprati presso una ditta di Pomezia a «un prezzo congruo rispetto ai valori di mercato», anche se la cifra non è indicata. Tali ordini sono partiti prima delle gare Consip per acquistare i dispositivi di protezione destinati al personale sanitario e a tutti i cittadini italiani. Una decisione che ha suscitato qualche protesta, che Casalino ha prontamente rintuzzato, spiegando che l' approvvigionamento sarebbe stato deciso non su iniziativa della presidenza del Consiglio, ma in ossequio a una direttiva del ministero della Pubblica amministrazione datata 25 febbraio che «ha imposto a tutte le amministrazioni pubbliche l' adozione di misure di igiene e di protezione a beneficio di tutti i dipendenti e di tutti coloro che, a diverso titolo, operano o si trovano presso l' amministrazione». Ma se i vertici di Palazzo Chigi negano di aver deciso di mettere al sicuro i propri dipendenti prima di quelli degli altri ministeri o dell' intera cittadinanza, non possono negare di essere stati i più lesti nell' accaparrarsi le indispensabili forniture anti coronavirus, in attesa di ricevere ulteriori 32.400 mascherine chirurgiche. Una commessa che evidentemente non tiene conto del giudizio di Walter Ricciardi, il consulente del ministero della Sanità, Roberto Speranza, nonché rappresentante italiano presso l' Organizzazione mondiale della sanità, il quale ha dichiarato che quel tipo di protezioni «non servono» perché «il virus penetra attraverso la garza». Nell' attesa delle nuove scorte, a Palazzo Chigi possono sfoggiare i bavaglini con gli uccelli. Per la gioia degli spiriti più goliardici.

Fosca Bincher per “il Tempo” il 14 aprile 2020. L’ultimo ordinativo di mascherine chirurgiche (più di 30 mila) è partito lo scorso 9 aprile da palazzo Chigi, dove continuano a rimpinguare le scorte anche se la maggioranza assoluta dei dipendenti è a casa ad operare con lo smart working. Giuseppe Conte vuole sentirsi tranquillo nel bunker dove è protetto come quasi nessun altro in Italia. E nello stesso momento in cui iniziava a ordinare materiale sanitario di varia natura per quella sorta di San Giuseppi Hospital che ha creato ora all' interno della presidenza del Consiglio dei ministri, si è messo in condizione di lavorare da remoto con le migliori attrezzature presenti sul mercato. Qualcuno lo aveva colto guardando le foto -storie divulgate da Rocco Casalino sui video colloqui del premier con gli altri leader europei, ma c’è stata una sorta di rivoluzione tecnologica nell' ufficio di Conte con una serie mirata di previdenti acquisti ovviamente offerti al comandante capo dalle tasse degli italiani. Con una spesa di 16 mila euro sono stati infatti acquistati dalla Impianti spa «n. 4 sistemi mobili per la diffusione ambientale audio video degli inter venti in conferenza», e con altri 11,016,72 euro più Iva è stata acquisita «una piattaforma di web conference». Con una cifra minore - 1.865 euro oltre Iva - sono stati acquistati 5 televisori LG di ultima generazione da 55 pollici. Non che mancassero monitor e apparecchi, ma insomma per parlare a distanza con Angela Merkel ed Emanuel Macron si è scelto di dotarsi del meglio a disposizione nei magazzini della Consip (che per le forniture ha prezzi fortemente scontati). A trattativa diretta è stato strappato un prezzo di 3.600 euro più Iva per acquistare anche «quattro Poly con SoundStation Duo, cavetteria e adattatori oltre a dieci microfoni omnidirezionali», anche questi utili alle video conferenze di servizio. Poi siccome alcuni incontri si debbo no chiudere con la firma a distanza e non è possibile apporla con la stilografica vecchio stile, sono stati acquistati da Poste Italiane «cinquanta lettori smart cart per FIRMA OK per un importo presunto di spesa di euro 570 oltre Iva». Dalla Vrm Italia poi dopo avere stipulato un preventivo di 9.800 euro più Iva, sono stati acquistati «codec CISCOCS-KIT-K9 Room kit con microfono integrato, altoparlanti e touch10 pollici», «monitor professionale 4k da almeno 49 pollici e non superiore a 60 pollici, con almeno due porte HDMI» e «monitor da 24 pollici con almeno una porta HDMI». E ancora, acquistati dalla Sistemi Hs spa per 3 mila euro più Iva «trenta HPE X130 10G SFP+ LC SR Transceiver». A questo punto si è pensato anche ai dipendenti della presidenza del Consiglio che sono stati tenuti a casa per il lavoro agile a distanza. Nonostante i bilanci faraonici di palazzo Chigi in cui il capitolo informatica non è affatto dei più sottovalutati, si è scoperto che non c' erano a sufficienza le dotazioni tecnologiche necessarie per l' occasione. Così in fretta a furia la presidenza del Consiglio dei ministri ha bussato ai magazzini della Consip acquistando per i suoi dipendenti a casa 150 PC portatili a 1.015 euro l' uno, Iva compresa e 150 licenze di Office professional a 529 euro l' una, anche qui Iva compresa. La spesa totale è stata di 189.862,50 euro più tasse.

Franco Bechis per ''Il Tempo'' il 12 aprile 2020. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dopo avere dichiarato a fine gennaio l'emergenza sanitaria nazionale ha fatto quel che nei manuali era scritto in quei casi: cercare approvvigionamenti di materiale sanitario utile a proteggersi dal coronavirus, dalle mascherine ai guanti al gel, perfino i camici e le bombole di ossigeno. Solo che non ha pensato agli italiani, ma prima di tutti a se stesso e certo anche ai suoi collaboratori. Perché in pieno mese di febbraio, circa due settimane prima che il governo chiedesse a Consip di cercare di fare la stessa cosa per tutti gli altri italiani, sono iniziati con successo gli acquisti di Palazzo Chigi per proteggere Conte e chi lavorava con lui. E pensate. Mentre tutta Italia impazziva a cercare le mascherine che non c'erano in alcuna farmacia e solo per pochi giorni si trovavano on line a prezzi folli, mentre gli ospedali e le case di cura non riuscivano a proteggere medici e infermieri che rischiavano la vita, la presidenza del Consiglio ha messo da parte veri e propri arsenali con cui resistere nel bunker anche per lunghi mesi. Con lettera del 26 febbraio scorso ha acquisito la disponibilità da parte di un'azienda veneta di consegnare entro cinque giorni a trattativa diretta “500 mascherine APVR FFP3”, al prezzo di 7,98 euro cadauna, consegnate secondo programma da un'azienda veneta, la Kit ufficio di Scorzè (Ve). Alla stessa data e con gli identici tempi di consegna (cinque giorni) trovate per Conte & c anche 10 mila mascherine chirurgiche a un ottimo prezzo (0,20 euro l'una) assicurato da un'azienda del bergamasco, la Mediberg di Calcinate. Quindi ai primi di marzo palazzo Chigi aveva già le prime protezioni necessarie, e a quel punto ha potuto pensare anche agli altri italiani, chiedendo a Consip di fare una gara che è stata più o meno disastrosa, visto che una serie di lotti sono stati revocati e secondo il commissario agli approvvigionamenti sanitari, Domenico Arcuri almeno la metà dei quantitativi ordinati arriverà quando il coronavirus se ne sarà andato dall'Italia. Ma mentre gli altri italiani potevano attendere comodamente e medici e infermieri stavano in corsia infettandosi senza protezioni, alla presidenza del Consiglio dei ministri arrivavano altri carichi di ogni tipo di protezione per mettere in sicurezza sia Conte che i suoi collaboratori e ovviamente qualsiasi ospite dovesse presentarsi a palazzo Chigi. La bergamasca Mediberg nell'ultima settimana di marzo ha integrato l'ordine già eseguito a inizio mese con ulteriori 32.400 mascherine chirurgiche sempre al prezzo di 0,20 euro l'una. Sempre la stessa azienda a metà marzo per altro aveva consegnato a palazzo Chigi altre 1.800 mascherine chirurgiche da 0,20 e pure 900 “camici visitatore non chirurgico” al prezzo di 0,80 euro l'uno. Il 10 marzo sono arrivati invece da un'azienda del foggiano – la Cerichem Biopharm di Cerignola- 270 taniche da cinque litri l'una di gel disinfettante al prezzo di 16,50 euro per tanica, e al prezzo di 3 euro l'uno altri 50 “flaconi di sapone antibatterico da 500 ml con dosatore” e 130 “flaconi di gel disinfettante da 500 ml con dosatore”. Il 3 marzo invece a Palazzo Chigi una ditta di Pomezia, la Cipriani Utensiltecnica, ha consegnato 310 confezioni da 100 pezzi l'una di “guanti monouso in nitrile” per un prezzo complessivo di 1.500 euro. Anche le mani del premier e dei suoi così erano protette. Pochi giorno dopo un'altra ditta, la Alse medica di Roma, ha consegnato 330 “camici in TNT idrorepellente con rinforzo” al prezzo di 1.120 euro complessivi. Il primo aprile è arrivato da altri due fornitori non meglio specificato “materiale sanitario” per un totale di 7 mila euro. Con tutto quel gel, mascherine, guanti, camici le riunioni di Conte dovevano sembrare quelle di un gruppo di chirurghi in sala operatoria, e chissà quanti hanno accettato in queste settimane di indossare pure il camice per incontrare il presidente del Consiglio. Naturale che chi è alla guida dell'Italia debba essere protetto dai rischi, ma un po' meno accettabile è stato il fatto di pensare molto prima a chi era chiuso nel bunker di quel palazzo e solo dopo con grave ritardo agli altri italiani che ancora oggi faticano a trovare quelle protezioni. Nel caso di Conte si è pensato perfino al peggio. Tanto che l'ufficio medico chiamato ad assisterlo in caso di problemi, è stato dotato di ogni strumento utile ad affrontare anche l'ipotesi più respinta, quella della infezione del premier. Con grandissima previdenza fin dall'inizio della emergenza sanitaria dichiarata sono state ordinate per l'ufficio medico di Conte “4 bombole da litri 14, più n.7 bombole da litri 2 per fornitura di ossigeno terapia”. E poi 9 mila euro extra di farmaci che non vengono dettagliati nell'ordine, ma che devono essere speciali perché il loro acquisto ne ha comportato anche un altro da 2.500 euro: un ulteriore “frigorifero per la conservazione di farmaci e vaccini”. Con altri 8 mila euro comperati pure “n.2 defibrillatori semiautomatici DAE”, che hanno reso necessaria la stipula di un contratto con la Stryker Italia srl per la loro manutenzione (per 1.300 euro più Iva). Contratto analogo stipulato con la Mortara Instruments per la manutenzione di “n. 1 elettrocardiografo Mortara Eli 230 e n.1 elettrocardiografo modello Cardiette AR 2100 ADV per garantire il funzionamento ordinario dell'attività del servizio di primo soccorso”. Adesso possiamo essere certi: Conte è protetto e curato molto meglio a palazzo Chigi che dentro un qualsiasi ospedale italiano, ed è sicuro come nemmeno è capitato in Cina a Xi Jinping. Molto meno sicuri siamo tutti noi nelle sue mani.

La gestione dell’emergenza fa risaltare tutti i limiti di chi ci governa. Giulio Cavalli de Il Riformista il 7 Aprile 2020. Siamo nell’epoca della politica debole, qui dove la politica è diventata ordinaria amministrazione dell’emergenza nazionale: Covid-19 e i numeri della Protezione Civile sono il timone delle decisioni del governo ed è tutto un inseguire i numeri, i picchi, il plateau (ogni giorno ci regala una parola nuova per descrivere una situazione che appare immobile), l’attesa della discesa, l’attesa delle mascherine, l’attesa dei tamponi, i pochi tamponi, i troppi tamponi, i giri del cane, la distanza sociale (che poi sarebbe una distanza fisica e forse occuparsi dell’ecologia delle parole farebbe meglio a tutti) e tutto il resto. È una politica che si fa politica dopo la conferenza stampa della Protezione Civile, una politica in attesa dei numeri che ci dicano se andiamo meglio di ieri, se andremo peggio di domani. È l’emergenza a guidarci e governare l’emergenza è l’unica qualità richiesta a un governo (e ai governi regionali e comunali) e la tenuta dei cittadini in un’effettiva situazione di cattività (ed è una cattività economica, più che sociale) è qualcosa da maneggiare con cura e con dedizione. Come si conforta un Paese che si ritrova in una situazione sospesa e dal futuro incerto? Con una buona e giusta comunicazione. Sì, lo so, sembra banale, ma mentre abbiamo passato gli anni a ripeterci, sbagliando, che la politica è comunicazione e che la comunicazione è politica, ci accorgiamo oggi, in un contesto che sfiora il panico, che pesare gli atteggiamenti e pesare le parole è una qualità che serve, eccome se serve. Il particolarismo regionale e comunale, ad esempio, con la comparsa di sceriffi che fanno capolino per pescare a strascico un po’ di consenso sui social e confidando di portarselo alle prossime urne è lo spettacolo indecente che affolla queste giornate a aggiunge disagio al disorientamento generale: presidenti di regione che stringono e allargano le maglie dei decreti nazionali rivendicandone le differenze, sindaci che trasmettono dirette Facebook aizzando i cecchini contro i passeggiatori di turno, deputati e senatori che coltivano tra i propri fan dubbi che poi non esprimono in Parlamento e addirittura compagni di governo che hanno dimenticato il telefono e si scrivono via social per aizzare il tifo. Se davvero questo dovrebbe essere il tempo della responsabilità allora i cittadini italiani sono molto più responsabili dei governanti e tutto questo non è confortante. La sensazione è che il Coronavirus sia un nuovo campo di battaglia partitica che ha le stesse regole di ingaggio del pre-quarantena. I toni sono un po’ più sopiti e i modi apparentemente più educati ma le divergenze esibite senza nessuno sforzo di conciliazione sono infantili e fragorose come prima. Ai cittadini si chiede immobilismo, silenzio e trattenuta di respiro e dalle parti del Palazzo e nelle sue diverse sedi regionali c’è quest’aria da liberi tutti che avvilisce. Poi ci sono quelli che tutti i giorni ci ripetono di stare a casa e stare distanti e poi si affollano e si abbuffano per presentare la fanfaronata dell’inaugurazione del nuovo ospedale: in Lombardia il presidente Fontana (che in questo momento è l’ariete della Lega poiché l’ex ministro Salvini si trova relegato a gestire solo un po’ di rabbia sui social) ha puntato tutto su Bertolaso e sul nuovo ospedale in Fiera a Milano. Il Covid Ospedale Fiera di Milano è stato aperto con qualche centinaio di posti che ancora mancano, per ora sono operative qualche decina di posti letto, ma la fretta di mostrarsi fingendo di mostrarlo ci ha regalato l’immagine dell’assembramento che ci hanno detto di evitare. La fame di partecipare e comparire in qualche inquadratura di qualche tg nazionale hanno fatto apparire quei terribili censori dei governanti lombardi come giovinastri impegnati in un aperitivo pirata. Fulminante la risposta dell’assessore Gallera: «se protetti non è necessario restare a distanza» ha detto ai giornali per provare a giustificarsi. La protezione dei presenti consisteva nel semplice uso della mascherina: e quindi? Pessima comunicazione, pessima politica. Poi abbiamo assistito al prevedibile ingolfamento del sito dell’Inps. Ora, al di là del dato tecnico (il sovraffollamento era prevedibile ma la situazione dell’Italia dal punto di vista digitale è disastrosa) sembra che nessuno abbia voluto dare risposta al dato più inquietante: proprio sul sito era comparsa l’informazione che l’ordine cronologico delle domande avrebbe contato per la loro accettazione. Poi, senza nessuna spiegazione, l’avviso sparisce. Ma nessuno smentisce e nessuno riferisce sul perché dell’avviso. Niente. Solo le solite rassicurazioni sul fatto che “i soldi ci sono per tutti” e che al massimo ci sarebbe stato “un nuovo decreto”, puntando sul fatto che la gente in un tempo sospeso sia rassicurata dalle promesse della politica. Anzi, non solo: il presidente dell’Inps Tridico addirittura se l’è quasi presa con i troppi accessi contemporaneamente. Che screanzati i cittadini che corrono per pretendere i soldi! Poi c’è un presidente del Consiglio che convoca una conferenza stampa per chiarire la polemica che nasce su presunte passeggiate con i figli come se fosse una questione di Stato. E per concludere il capo della Protezione Civile Borrelli, in conferenza stampa, ci tiene a dirci che il tampone è stato eseguito a tutti quelli che ne avevano bisogno. E lo dice così, impunemente, in faccia a decine di migliaia di persone che non hanno avuto accesso al tampone nonostante i sintomi. Una dichiarazione come se non esistessero i morti senza tampone che si piangono in Lombardia. Pessima comunicazione. Pessima politica.

Massimo M. Veronese per “il Giornale” il 7 aprile 2020. Ci sono parole che spostano il mondo, frasi che segnano un confine tra ciò che è stato e ciò che non sarà più, discorsi che hanno più forza e potere di un gesto. Mai come oggi, il «Discorso alla nazione», di cui si è da poco celebrata la Giornata internazionale, è diventato la miccia di un futuro prossimo venturo o l' epitaffio che seppellirà carriere di potere, nell' era del nemico invisibile che non conosce confini e delle troppe parole che la civiltà globale disperde ai tempi dei social, demolendo l' impatto del messaggio forte e la sua capacità di trascinare le coscienze. Oggi c' è l' agghiacciante «preparatevi a perdere i vostri cari» di Boris Johnson, l' ansiogeno «l' Europa capisca la gravità del momento o sarà tardi» di Sergio Mattarella, il solenne «è la più grande sfida dalla seconda guerra mondiale a oggi» di Angela Merkel, fino al marziale «siamo un Paese in piedi di fronte a qualunque nemico», sintesi del più difficile discorso mai pronunciato dal giovane re di Spagna. Demolite le autorità istituzionali e morali dal chiacchiericcio quotidiano della rete sarà il tempo a dire cosa resterà degli appelli alla nazione e dei loro destini. Nel «Discorso», con «D» maiuscola, ci sono sempre regole di successo e tempi da rispettare come ha spiegato Christophe Boutin in Les discours qui cont changè le monde, i discorsi che hanno cambiato il mondo: far sentire speciale chi ti ascolta, toccare le corde dell' inconscio collettivo, fare leva più sul sentimento che sulla ragione. Tutto è calcolato anche l' improvvisazione. Poi molto dipende dal carisma, dall' energia nel dare spessore alle parole. Hitler era un mostro anche di oratoria, capace di infiammare le masse solo con la voce. Provava e riprovava gesti e parole davanti allo specchio, il meglio e il peggio di sé lo diede il 30 gennaio 1939, in cui proclamandosi profeta, annunciò per la prima volta in modo esplicito al Reichstag l' annientamento della razza ebraica in Europa. La Storia gli sarebbe crollata addosso. Anche Peron, era un magnifico oratore, capace di adattare le parole al pubblico che lo ascoltava, fiammeggiante e pragmatico, un maestro di retorica a cui gli argentini si ispirano ancora oggi. Prima di essere incarcerato all' isola Martin Garcia, il «peronismo» con un discorso alla radio che lo riporta a furor di popolo alla casa Rosada: «Voglio continuare a essere il colonnello Peron». E così sia. Ci sono luoghi che ispirano discorsi che non si perdono più e uno di questi luoghi è il Muro di Berlino. È qui che John Fitzgerald Kennedy, il 26 giugno 1963, due anni dopo la sua costruzione grida in tedesco il suo «Ich bin sin Berliner», «Io sono berlinese» che segna, più di un confine, la differenza tra il mondo della libertà e quello dell' oppressione. È qui che Ronald Reagan, due anni prima della caduta, scandisce chiare e forti a Gorbachov, allora ancora padrone dell' Urss, le parole «Tear down this wall!», «tiri giù questo muro». Non erano scritte nel testo del discorso ufficiale, si voleva evitare tensioni con il nemico di sempre, Ronnie invece fece di testa sua. Il Muro cominciò a creparsi lì. Altri discorsi diventano un mantra, entrano nel linguaggio comune, fatti a pezzi spesso in mille immagini diverse come il Che Guevara di Andy Warhol. Come l'«I have a dream» di Martin Luther King, Washington 28 agosto 1963, cinque anni prima di morire, 250mila persone: un discorso sull' uguaglianza diventato icona universale e slogan pubblicitario. «È dannatamente bravo» pare abbia commentato Kennedy davanti alla tv. I primi sette paragrafi del discorso erano stati preparati, poi il Reverendo mise da parte i foglietti e a braccio entrò nella Storia. Oppure l' orazione di Winston Churchill che il 13 maggio 1940 davanti alla Camera dei Comuni dove promise «blood, toil, tears and sweat», cioè «sangue, fatica, sudore e lacrime» riuscendo a dare coraggio a un paese spaventato. Non era la prima volta che pronunciava quelle parole, pochi sanno che il papà di quella frase era in realtà Giuseppe Garibaldi. Il giovane Churchill voleva scrivere la sua biografia. Non porta fortuna a Ben Gurion il discorso conciliante e pacifista con cui proclama lo Stato d' Israele a Tel Aviv il 14 maggio 1948: ventiquattr' ore ore dopo scoppia la prima guerra con i vicini arabi. Cambia i destini della guerra il primo discorso di Charles De Gaulle il 18 giugno 1940, appena nominato sottosegretario di Stato per la Difesa nazionale. Sulle onde di Radio Londra comincia L' Appel du 18 Juin con le parole: «Qualunque cosa succeda la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà». Nulla sarà più come prima. Il «Discorso alla nazione» si è fatto cinema, e di successo, con Il discorso del re, la storia, vera, di Giorgio VI, il re balbuziente e del suo logopedista Lionel Logue. E di Charlie Chaplin nel Grande Dittatore, il discorso più famoso della storia del cinema «una sorta di Discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln in inglese hollywoodiano, uno dei messaggi di propaganda più forti che abbia sentito», scrisse George Orwell. Rimane a memoria futura il «siate affamati, siate folli» letto da Steve Jobs ai neolaureati di Stanford. Oppure il «fatti il letto la mattina» dell' ammiraglio William H. McRaven ai laureandi dell' Università del Texas, un cult su internet. «Le piccole cose che cominciate cambieranno il mondo, nulla importa se non la vostra voglia di riuscirci: se non riuscite a fare bene le piccole cose non sarete mai in grado di fare le cose importanti». Sembra scritto per questi tempi reclusi.

Giuseppe Conte è inadeguato a guidare l’Italia (ma è il nostro inadeguato). Christian Rocca il 9 marzo 2020 su linkiesta.it. Nemmeno Mandrake riuscirebbe a gestire l’epidemia di coronavirus, ma il team di Palazzo Chigi non è autorevole, proietta insicurezza e genera ulteriore caos commettendo errori da dilettanti della comunicazione. Ma una volta prese le decisioni, non ci resta che eseguirle (e incrociare le dita). Giuseppe Conte è inadeguato a guidare l’Italia. E con lui Rocco Casalino e quella banda di babbei a Cinque Stelle che gli italiani hanno mandato al governo incuranti del pericolo che ci avrebbero fatto correre. Non c’era bisogno di questa catastrofe sanitaria, sociale ed economica per accorgersi della loro inadeguatezza, bastava l’ordinaria amministrazione. Se a Palazzo Chigi ci fossero Superman e Mandrake, nemmeno loro sarebbero in grado di risolvere la questione. Quindi sia chiaro che, finché c’è in corso l’epidemia, al governo saranno anche babbei, ma sono sempre e comunque i nostri babbei. Ecco, basterebbe che non facessero circolare bozze di decreto da stato di guerra, scomparendo per ore e convocando conferenze stampa alle due di notte. Non gli si chiede molto, gli si chiede di prendere decisioni e di non generare caos e panico ulteriore, tanto più che qualche giorno fa hanno fatto lo stesso patatrac con il decreto sulla chiusura delle scuole, prima diffuso, poi smentito, poi confermato dopo quattro ore di sconcerto generale. Se serve comunicare con i governi locali per definire i dettagli di un decreto restrittivo da zona rossa ci sono modi più istituzionali delle chat di Whatsapp. Mi pare di ricordare che esistano i Prefetti, i rappresentanti del governo centrale, non credo che Casaleggio li abbia ancora sostituiti con Rousseau. Conte è inadeguato perché da un paio di settimane comunica in modo rapsodico ansia e rassegnazione, mobilitazione e calma, prima apre e poi chiude, poi riapre e poi richiude, molto spesso accosta e socchiude, proiettando debolezza e nessuna autorevolezza, lasciando disorientati i cittadini che infatti affollano sia i ristoranti per socializzare sia i treni per scappare. Il suo ministro dello Sport, l’altro grillino Vincenzo Spadafora, non è riuscito a fermare il campionato di calcio, per dire della considerazione e del credito che ha il governo. Un governo che con Luigi Di Maio, ancora martedì scorso, diceva ufficialmente alla Farnesina che non bisognava chiudere le scuole nelle regioni dove non è necessario perché altrimenti si sarebbe comunicato al mondo che c’è un problema laddove non c’è. Contemporaneamente, il guru grillino Davide Casaleggio, che ieri parlava alla Rai di blockchain come Maria Antonietta di brioche, scriveva sul Sole 24 Ore, organo di quegli altri unfit di Confindustria, che il coronavirus «potrebbe, infine, anche essere l’occasione di testare il voto online per i comuni dove non sarà possibile recarsi ai seggi per il referendum di fine marzo». Come no. Stiamo vivendo l’11 settembre, stiamo entrando in depressione economica, affrontiamo inauditi problemi di ordine pubblico e sanitario e siamo nelle mani di Rocco Casalino. Per fortuna, nelle stanze dei bottoni pare che qualche adulto ci sia, da Roberto Gualtieri a Dario Franceschini, ma il problema italiano è quello di avere il governo che ha, un governo tampone, e per non farci mancare niente un’opposizione altrettanto populista e altrettanto inadeguata. La solidarietà nazionale è la strada ovvia e necessaria. Speriamo bene.

La casa brucia ma gli inquilini litigano. L’emergenza mostra l’interpretazione caricaturale che viene data dei ruoli di governo e opposizione da parte degli attori in scena. Montesquieu su ilsole24ore.com l'11 aprile 2020. La casa degli italiani brucia, forsennatamente, senza tregua. Toccherebbe agli amministratori del condominio, rappresentanti di un popolo sempre meno sovrano e solo formalmente responsabile della loro scelta, spegnere questo incendio, anziché continuare, altrettanto forsennatamente, a darsele di santa ragione. Oggi, si tenta di dividere ulteriormente gli italiani tra una opposizione che(come avevamo previsto), dopo avere inscenato una parodia grottesca della solidarietà che si impone quando la casa brucia, non ha mai sotterrato l’ascia di guerra; e un’inopinata guida del governo, incolpevolmente impreparata alla bisogna e non pienamente cosciente della responsabilità di unire e unificare, che il ruolo gli impone. L’occasione, invece, presenta un’unica opportunità, proprio e solo nel mostrare la caricaturale e drammatica interpretazione che viene data da tutti gli attori in scena, dei nobilissimi ruoli, ugualmente nobili e necessari, di governo e opposizione. Poi, a ben guardare, c’è un terzo soggetto, erede delle migliori tradizione della nostra storia repubblicana , per di più al governo con svariati ministri. Ma bisogna guardare con molta attenzione, quasi al microscopio, per accorgersi che sulla scena non ci sono solo questo capo del governo e questa opposizione. Non è difficile immaginare lo stato d’animo di Sergio Mattarella, regista inascoltato della politica italiana, a cui è capitato di dover tenera a bada un cast a tal punto litigioso e incosciente. Una cosa, umilmente, vorremmo che a questo punto facesse, lui difensore infaticabile della Costituzione, oltre a richiamare alle rispettive responsabilità un gruppo gravemente inadeguato. Spiegare agli elettori, anche per il futuro, cosa chiede la costituzione ai loro rappresentanti, oggi divisi in maggioranza e opposizione, svelando per una volta la mediocre trama di questa messa in scena. Così, come sa fare lui, con il suo senso dello Stato e delle istituzioni, con la sua sapiente misura. I cittadini hanno diritto di sapere che della sovranità che gli affida la costituzione sono stati espropriati, e non da oggi, da piccole prepotenti oligarchie.

Ma quale opposizione, questa è un’altra cosa. Da Paolo domenica 12 aprile 2020 su agoravox.it. In qualsiasi consesso civile chi è al governo governa e si assume la responsabilità dei provvedimenti e degli atti politici che compie e chi è all'opposizione fa opposizione, criticando anche aspramente le decisioni che vengono prese, qualora le ritenesse sbagliate. Un banale esercizio di democrazia. In Italia, e non solo al tempo del coronavirus ma anche prima, abbiamo una opposizione che tenta di ribaltare le posizioni costituzionalmente stabilite con tutti i mezzi possibili, anche per nulla leciti come la marea di fake news con le quali inonda i media compiacenti; ovvero tutti salvo eccezioni che si contano sulle dita di una mano. Perché la turbo finanza predatoria nostrana, incidentalmente è anche proprietaria di tutti i mezzi di informazione più importanti e, siccome abituata a favori e prebende, questo governo non piace perché non corrobora le loro aspettative. O meglio non piace il premier Conte, giudicato un parvenu inadeguato, a prescindere da quello che fa, e soprattutto non piace nella coalizione di maggioranza quella a riferimento M5S. Ergo questi soggetti politici devono essere abbattuti secondo la machiavellica prassi che " il fine giustifica i mezzi". Ieri sera alle ore 19,30 circa il premier Conte è comparso, suo malgrado, sugli schermi televisivi per fornire precisazioni sul suo operato a fronte di pesanti attacchi da parte dell'opposizione. E' apparso insolitamente teso e contrariato nel denunciare la massa di fake news che stanno investendo il suo disperato tentativo, per molti ritenuto una "mission impossible", di far digerire gli Eurobond ai recalcitranti tedeschi e compagnia bella. Lo accusano di avere già firmato per accettazione il MES (meccanismo europeo di stabilità) e quindi di alto tradimento e di avere svenduto il paese. Insomma cosucce non da poco. Con voce che tradiva una certa rabbia ha detto "adesso però, questa volta ed in via eccezionale, devo fare nomi e cognomi di chi mette in giro queste fake news". E indovinate un pò chi sono? Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Chi l'avrebbe mai detto. Facendo uno strappo alla suo abituale aplomb da primo ministro, ha incolpato direttamente i due del tentativo di "avvelenare i pozzi", ovvero di tentare di ostacolare il suo tentativo in sede europea, raccontando colossali balle al popolo italiano. In particolare sul MES, smentendo categoricamente le dichiarazioni dei due complottisti che lo accusano di averlo già sottoscritto, e ribadendo la sua ferma posizione sugli Eurobond. Nell'occasione ha ricordato agli italiani che il tanto vituperato MES è stato sottoscritto dal centro destra nel 2011, governo Berlusconi con Giorgia Meloni allora ministro. Infine ha stigmatizzato il fatto che avere una opposizione in perenne stato di guerra, non deponga a favore del suo tentativo in sede europea, che invece richiederebbe una unità nazionale. Parole al vento.

Volete un esempio, eccolo: Gruber su La 7, ospiti tra altri Alessandro Sallusti, condannato al carcere con sentenza 41249 della Suprema Corte con la motivazione "Spiccata capacità a delinquere", successivamente graziato dal presidente Giorgio Napolitano. Sallusti, direttore del Giornale, è notoriamente nemico acerrimo di questo governo sul quale spara a palle incatenate un giorno si e l'altro pure. Altro presente nella trasmissione Gianrico Carofiglio, oggi scrittore ma ex magistrato, politicamente con lo sguardo a sinistra. La discussione subito parte su Conte, la sua azione in Europa e le manovre di disturbo che sta conducendo il centro destra, con metodi diciamo a dir poco disdicevoli. Ad un certo punto Carofiglio, nel disperato tentativo di far capire a Sallusti quello che sta avvenendo, si lancia in un esempio " è come se un guidatore di un autobus (Conte) che procede lungo una discesa piena di curve pericolose, fosse costantemente disturbato da passeggeri indisciplinati ( Salvini- Meloni), lei che farebbe? Risposta incredibile "cambierei autista" . Che chiarisce meglio di ogni cosa l'obiettivo che frulla nella testa, se così possiamo definirla, di questi intemerati fautori dello sfascismo ad ogni costo. Togliere di mezzo Conte. Punto. Nel frattempo il duo Salvini - Meloni, evidentemente piccati dalla reazione di Conte, chiamano il presidente Mattarella, denunciando come " fatto gravissimo "( ?!) le parole del premier e un " vero attacco alla democrazia" (Salvini). E se non bastasse il direttore del TG de La7 Enrico Mentana, uno che si autoproclama pluralista, se ne esce con questa dichiarazione " Se l'avessimo saputo, non avremo mandato in onda quella parte della conferenza stampa". Alla faccia della trasparenza. Insomma a Conte, oggetto di perenni attacchi sgangherati da parte dei suoi avversari, non viene riconosciuto alcun diritto di replica, non si sa bene in virtù di quale principio; neanche quando le accuse a suo carico sono palesemente false. L'informazione, secondo questi "democratici", consiste nel poter infangare il prossimo senza però riconoscergli il diritto di difendersi, soprattutto se oggetto degli attacchi è il capo del governo. Una tesi alquanto bizzarra ma che la dice lunga sul clima politico che stiamo vivendo. Con l'aggravante di un paese sotto schiaffo per il coronavirus e cittadini sull'orlo di una crisi di nervi. Complimenti.

Salvini e Meloni due zombie, invece di infilzare il governo vogliono un posto a tavola. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 11 Aprile 2020. Con queste epidemie, signora mia, non solo non ci sono più le mezze stagioni, ma neanche si sa più che cosa sia una democrazia, avrebbe detto Arbasino.  Giovedì sera il loquace e competente viceministro alla Sanità Pierpaolo Sileri (un medico che ci capisce) diceva quel che diciamo da venti giorni: ci sono quasi ventimila morti, morti non obbligatori, non tutti dovuti al sacrificio umano per il malvagio virus e, – diceva il vice ministro pentastellato – poi faremo i conti, troveremo chi ha commesso errori e che merita di essere punito. Queste parole erano di uno che sta al governo, non all’opposizione. E allora mi sono chiesto che cosa stia facendo l’opposizione di fronte a un disastro mondiale come quello in cui brancola l’Italia col primato assoluto dei morti, mentre si scopre che non c’è nessun picco raggiunto, ma soltanto propaganda e molte bugie. Sarebbe bene che qualcuno ci spiegasse che cosa fa e dove si trova l’opposizione. Provate a immaginare che una disgrazia come questa del Covid19 fosse capitata ai bei tempi dell’Italia rusticana a fronti contrapposti. Vedo i titoli dell’Unità e dell’Avanti urlare: “Via il governo degli incapaci e dei massacratori, dimissioni subito!”. Forte discorso di Palmiro Togliatti, passaggio a Pietro Nenni, raccoglie Saragat che in parte si smarca, interviene Pajetta, si erge Almirante, Moro dice non ci faremo processare sulle piazze per un virus, di notte attacchini fantasma sfuggono alle camionette della Celere di Mario Scelba ministro degli Interni, per incollare manifesti con scritto: “Dimissioni! Via il governo della morte, via il governo che uccide medici, infermieri e anziani. Commissione d’inchiesta subito!”, avrebbero tuonato alla Camera e in Senato, con appello e delegazione dal presidente della Repubblica. E invece? Le belle statuine. Le opposizioni si schierano col governo e si mettono in posizione di raccogli-briciole: abbiamo chiesto più soldi, ma loro non ci vogliono sentire, e non si può andare avanti così, e però che maniere, per poi prendersela tutti insieme cantando il coro del Nabucco con la stramaledetta Europa di Bruxelles che sostituisce la perfida Albione, e poi sempre i tedeschi che si permettono di scrivere che in Italia la mafia è a fauci aperte aspettando la buona pioggia dei provvedimenti a pioggia e allora noi, tiè e vaffanculo, gli diciamo nazisti, siete sempre nazisti, agli olandesi gli strilliamo caciocavallo e tulipano marcio e si fa a chi è più antieuropeo con Paperino Di Maio che strillazza dalla Farnesina mentre la Meloni – come ricordava ieri la nostra Bergamini – dimentica che i suoi amici olandesi sono i nostri peggiori nemici e tutti fanno un casino di mezza tacca, fra brusio e broncio: ci avevate detto che potevamo stare a tavola e invece non c’era per noi neanche la salvietta. Uno spettacolo da democrazia morta ammazzata, finta, inerte, perché hanno vinto quelli che cominciarono con lo spargere merda su Parlamento e parlamentari, gli antipolitici, quelli delle monetine, del popolo dei fax, quelli che solo loro erano i manettari della società civile, quelli che dicono cittadino anziché persona, quelli che i premier li tirano fuori a sorteggio fra gli amici loro e poi li portano a piedi con la valigia al Quirinale, quelli che uno vale zero, quelli che i maiali (Orwell) sono tutti uguali ma in quanto leader sono più uguali degli altri. Hanno vinto loro. Non c’è più non dico la rivoluzione ma l’indignazione non a comando, quella spontanea per sussulto etico. Ma come, nessuno chiede la caduta immediata di un governo che ha fatto da becchino a ventimila cittadini di questa Repubblica e nessuno dice a Mattarella che è ora di far gestire questa crisi in maniera più decente, come hanno fatto i coreani, i tedeschi, quelli di Taiwan. La strage poteva e può essere fermata anziché essere nascosta nelle conferenze stampa alla Kim Il Sung (padre) in cui non si dice subito quanti morti abbiamo avuto oggi ma si blatera sui guariti. Questa classe dirigente che è al governo sta dando di sé uno spettacolo pietoso, tremulo, i democratici schiacciati sui grillini, tutti aggrappati alla cadrega, tutti a far finta che viviamo nella migliore delle epidemie possibili. E l’opposizione? Dov’è l’opposizione a questo governo che sa soltanto far finta di contare i guariti e nascondere i morti? Perché non dice che una intera classe medica, paramedica e ospedaliera è stata mandata a morire senza mascherine dopo aver imposto la balla secondo cui le mascherine non servono, sono antigovernative. E i liberali! dove sono, dove abitano, che fine hanno fatto i liberali? Forse li hanno gasati, non si sa. Salvini, questo gran Capitan Fracassa, ha detto che le chiese dovevano restare aperte per esporre i fedeli al brivido del miracolo. E urla anche lui soltanto contro i tedeschi e l’Europa. Scartato. Ma i liberali, gli uomini liberi, le classi dirigenti che una volta stavano con Craxi, con i comunisti senza tre narici, con i democristiani che guardavano ad Occidente come Cossiga, non hanno discendenti politici? Mai l’aula è stata più sorda e grigia e bivacco dei manipoli nello strame delle parole vaghe e confuse, nell’incertezza dei ministri inadatti, della pazzia di fare come la Cina senza averne i poteri polizieschi e poi fare lo scaricabarile sul pio istituto Trivulzio che è l’ultimo nella catena di comando della catastrofe. Ma nessuno ha da ridire? Politicamente? Tutto è ridotto soltanto al grande dibattito di come riaprire il Paese la cui economia è paralizzata, ma senza il passaggio obbligato del giudizio di Dio e di un governo competente fatto di politiche intelligenze? Chi è di questa classe dirigente che sa provare la propria innocenza camminando sui carboni ardenti? Certo, il tema della ripresa è centrale, la produzione deve ripartire, le aziende fanno benissimo a premere per rimettere in moto la baracca. Ma la politica avrebbe dovuto e ancora dovrebbe istituire presidi sanitari dentro ogni azienda e fabbrica per tutelare sia la produzione che la salute dei cittadini e fare questi maledetti tamponi con le nuove macchine che impiegano un’ora. E invece nessuno dice niente. Dall’opposizione, non un fiato. L’unica cosa che sentiamo è: lasciateci un posto a tavola, ricordate che anche noi teniamo famiglia elettorale e qualche piatto di minestra dobbiamo pur incassare se vogliamo restare vivi. Ascoltate almeno un uomo di questo governo: il viceministro pentastellato Sileri il quale dice poi faremo i conti, verrà il momento in cui qualcuno dovrà rispondere di questo mattatoio, lui, il viceministro in carica, per fortuna multi-gettonato dalle televisioni perché parla con dignitosa competenza e persino con suicida dignità. Il Covid19 (forse) si ritirerà, ma chi troverà fra le tombe senza nome quella della democrazia crepata in qualche abbandonata Rsa (struttura residenziale anziani) della Repubblica italiana?

·         Fase 2? No, 1 ed un quarto.

Alessandro Oppes e Anais Ginori per “la Repubblica” il 28 aprile 2020. È il giorno del déconfinement presentato dal premier francese Edouard Philippe e della desescalada lanciata dal leader spagnolo Pedro Sánchez. I due Paesi, colpiti dall' epidemia dopo l' Italia che ha avuto il lockdown più lungo, avviano oggi la loro Fase 2. La fine del confinamento in Francia prevista l' 11 maggio sarà decisa con un decreto nazionale che potrà essere adattato a seconda delle realtà locali. Anche se la task force che studia il piano aveva ipotizzato un' applicazione per regioni, Emmanuel Macron ha scelto la soluzione giacobina, ovvero un' unica cornice in cui saranno ammesse deroghe a livello territoriale. La cartina dell' epidemia divide la Francia in due, con una linea invisibile che va da Brest a Lione: in alto è profondo rosso di contagi e decessi, sotto un mosaico rosa chiaro, con zone in cui addirittura non si registrano morti come il Cantal, felice provincia famosa per il formaggio. La Spagna, dove non si conosce ancora la data ufficiale d' inizio della desescalada , ha scelto una riapertura "asimmetrica", termine usato dall' esecutivo Psoe-Podemos. La ripartenza sarà scaglionata per province, a seconda dell' andamento dei contagi e della situazione sanitaria. In Andalusia, tra le regioni che hanno sofferto meno la diffusione del contagio, il presidente regionale Juan Manuel Moreno (Partito Popolare) ha chiesto una corsia preferenziale per la riapertura in tutto il territorio, indicando già le date: cerimonie religiose dal 3 maggio, negozi dall' 11, bar e ristoranti il 25. Anche se Italia, Francia e Spagna hanno varato il lockdown a pochi giorni di distanza, l' uscita e la ripresa seguirà tempi e modi diversi, come succede altrove nel mondo, dal Cile che ha cominciato a rilasciare la "patente immunitaria" alla Nuova Zelanda, primo Paese ad aver annunciato ieri "zero nuovi contagi". La Spagna ha adottato dal 14 marzo scorso uno dei regimi più rigidi di confinamento al mondo. Nessun diritto di passeggiata, neppure nelle vicinanze di casa. I bambini e i ragazzi minori di 14 anni hanno finalmente avuto da domenica scorsa il via libera a "un' ora d' aria" al giorno, sempre accompagnati dai genitori. Il 2 maggio sarà possibile per tutti i cittadini riprendere le passeggiate e l' attività sportiva all' aperto, nel rispetto delle norme di distanziamento sociale. Il resto lo definirà il governo a partire da oggi, ma bisognerà attendere almeno l' 11 maggio per l' applicazione delle nuove norme. La Francia ha scelto il 17 marzo un confinamento all' italiana, copiando da noi anche l' autocertificazione per motivare alcuni spostamenti, ma ha cominciato ad allentare le misure già a metà aprile quando è ripresa l' attività in alcune fabbriche. Negli ultimi giorni sta ripartendo il settore edilizio. Un simbolo è il cantiere riaperto ieri a Notre-Dame. Dall' 11 maggio c' è via libera per tutti i negozi, compresi parrucchieri, centri estetici, fiorai. L' attività di ristorazione dovrà invece aspettare ancora, probabilmente a giugno. In Spagna, dopo due settimane di "ibernazione" (come è stata definita dal governo), già il 13 aprile è stata permessa la ripartenza di alcuni settori dell' economia non essenziali, dall' edilizia all' industria e alcuni uffici. Sulle scuole la Francia è l' eccezione nel Club Med. A sorpresa, Emmanuel Macron ha infatti annunciato il ritorno in classe dall' 11 maggio, seguendo Germania e Paesi nordici. Si comincerà con la prima e quinta elementare per proseguire a scaglioni con medie e liceo fino al 25 maggio. Il comitato scientifico era opposto a questa decisione, auspicava la ripresa a settembre come in Italia. Macron ha deciso diversamente, per una volta non ascoltando gli scienziati. Il parere del comitato - pubblicato nel weekend - viene ora usato tra chi si oppone al ritorno in classe, dai sindacati di insegnanti ai genitori, tutti preoccupati dai rischi sanitari. Il governo spagnolo è stato finora più prudente. Il ritorno in classe potrebbe essere volontario, dando la priorità agli studenti più vulnerabili. In particolare a quelli che, in questo mese e mezzo di confinamento, non h anno avuto la possibilità di seguire i corsi online. Per oggi si attendono nuove indicazioni dal premier Sánchez.

Coronavirus Italia, le mascherine sono obbligatorie? Tutto quello che c'è da sapere. Tg24.sky.it il 4 maggio 2020. Tutte le domande e le risposte sui dispositivi di protezione individuale. Le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, quelle del ministero della Salute e le novità dell'ultimo decreto per la Fase 2. In Italia dal 4 maggio è cominciata la fase 2 dell'emergenza coronavirus, un periodo in cui sarà possibile uscire di casa, ma in cui occorrerà anche munirsi di mascherine. Cosa sappiamo di questo dispositivo di protezione? Le mascherine sono obbligatorie oppure no? Quando devono essere usate e come? Quali sono le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità? Ecco tutto quello che c’è da sapere sui dispositivi di protezione, dopo le ultime novità introdotte dal dpcm del 26 aprile 2020.

Le mascherine sono obbligatorie? Secondo quanto riportato all’articolo 3 del dpcm, “ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza”. Quindi sì, c’è l’obbligo in tutti i luoghi chiusi e nelle situazioni in cui non è possibile mantenere la giusta distanza.

I bambini devono indossare la mascherina? Per quanto riguarda i bambini, nella fase 2 la mascherina è obbligatoria solo per i maggiori di 6 anni, anche se quelle per i più piccoli sembrano essere più difficili da trovare in farmacia. Le mascherine pediatriche – che possono essere colorate, sagomate, con i disegni animati - per essere sicure, devono aderire bene al naso e alla bocca del bambino. Hanno dimensioni più piccole rispetto a quelle degli adulti e delle proprietà specifiche indispensabili. 

Qualcuno è esonerato? Sì, il decreto ha stabilito alcune eccezioni: oltre a quella già menzionata per i bambini al di sotto dei sei anni, sono esclusi dall'obbligo anche "i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina ovvero i soggetti che interagiscono con i predetti”.

Ci sono Regioni in cui sono previste regole diverse? Sì, alcune regioni (come ad esempio Toscana, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Calabria e la Provincia autonoma di Bolzano) hanno disposto mediante specifiche Ordinanze regionali l’obbligo di coprire naso e bocca ogni volta che ci si reca fuori dall’abitazione.

Quali mascherine possono essere usate? Su questo punto è concessa ampia flessibilità, purché il dispositivo di protezione assolva correttamente la sua funzione: “Possono essere utilizzate mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili, anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”.

Come devono comportarsi gli esercizi commerciali? Gli esercizi commerciali, in quanto luoghi chiusi, dovranno garantire il rispetto della misura di protezione per tutti i clienti e dunque: “Utilizzo di mascherine nei luoghi o ambienti chiusi e comunque in tutte le possibili fasi lavorative laddove non sia possibile garantire il distanziamento interpersonale”.

Dove sarà possibile acquistarle? Le mascherine saranno disponibili in farmacie, parafarmacie, ma anche supermercati, tabaccai, ferramenta e grandi catene di distribuzione. Si inizia con 50mila punti vendita, ma dalla metà del mese di maggio i punti vendita diventeranno 100mila, uno ogni 600 abitanti. A partire da lunedì 4 maggio è stato fissato un prezzo di vendita a 50 centesimi più Iva per ogni mascherina, in modo che anche una famiglia con figli abbia la possibilità di acquistare mascherine per tutti. Sono stati sottoscritti accordi con le farmacie, le parafarmacie, ma anche i supermercati, i tabaccai e le grandi catene di distribuzione per incrementare i punti vendita in cui saranno disponibili le mascherine al prezzo fissato.

Quali sono le indicazioni dell’Oms? L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda in ogni caso di indossare una mascherina quando c’è anche solo il sospetto di aver contratto il nuovo coronavirus o siano presenti sintomi quali tosse o starnuti. Medesimo discorso per chi si sta prendendo cura di una persona con sospetta infezione da nuovo coronavirus. L'Oms specifica anche che l’uso della mascherina aiuta a limitare la diffusione del virus, ma deve essere adottata in aggiunta ad altre misure di igiene, dai gel ai guanti.

Come mettere e togliere la mascherina? Nelle operazioni per mettere o togliere la mascherina occorre seguire le indicazioni del ministero della Salute: prima di indossarla, lavarsi le mani con acqua e sapone o con una soluzione alcolica; coprirsi bocca e naso con la mascherina assicurandosi che aderisca bene al volto; evitare di toccare la mascherina mentre la si indossa e, se la si tocca, lavarsi le mani; quando diventa umida va sostituita con una nuova; togliere la mascherina prendendola dall’elastico e non toccare la parte anteriore della mascherina; gettarla subito in un sacchetto chiuso e lavarsi le mani.

Cosa si intende con le classificazioni FFP? Oltre a quelle chirurgiche, le mascherine in commercio vengono classificate in tre diversi livelli di protezione: FFP1, FFP2, FFP3. Le FFP1 garantiscono una protezione dall’esterno verso l’interno e viceversa del 72%. Per le FFP2 la capacità filtrante in entrambe le direzioni è del 92%. Le FFP3 infine hanno una capacità filtrante verso l’interno e verso l’esterno pari al 98%.

Meglio le mascherine chirurgiche o le FFP2? In tal senso non sono previsti obblighi, ma le mascherine FFP2 servono per evitare il passaggio del virus in entrata e sono necessarie per il personale medico e per chiunque avesse a che fare con malati covid. In tutti gli altri casi sono sufficienti le semplici mascherine chirurgiche, che evitano il contagio in uscita. Ministero della Salute e Oms specificano inoltre che “non è utile indossare più mascherine sovrapposte”.

La mascherina è obbligatoria per correre? Per chi si reca fuori dall'abitazione per correre non è obbligatorio indossare la mascherina. Alcune regioni, come la Lombardia o il Veneto, specificano però che va indossata prima e dopo l'attività motoria o sportiva. In ogni caso, durante l'attività fisica, ha spiegato il governo, è obbligatorio rispettare la distanza interpersonale di almeno due metri, se si tratta di attività sportiva, e di un metro, se si tratta di semplice attività motoria.

Come non fare appannare gli occhiali indossando la mascherina? Il primo accorgimento consiste nel pulire gli occhiali con acqua e sapone prima di indossare la mascherina, per poi far asciugare le lenti all’aria o tamponandole con un panno, in modo da creare una sorta di “strato protettivo” in grado di evitare l’appannamento per circa due ore. Oppure esistono anche degli appositi spray anti appannamento che permettono di ottenere lo stesso effetto. In alternativa, si può piegare il lembo superiore della mascherina verso l’interno, impedendo così all’aria di salire verso gli occhi oppure applicando una striscia di tessuto o un fazzoletto di carta appena sotto agli occhi. 

Coronavirus, il vademecum sull’uso dell’auto ai tempi del Covid: ecco cosa c’è da sapere Conviventi, famigliari, uso delle mascherine, in quanti in macchina e come ci si deve sedere: cosa si può e non si può fare per evitare le sanzioni. Giampiero Maggio il 9 maggio 2020 su la Stampa. Per i mezzi pubblici il decreto è chiaro: su bus, tram, metro ci si muove solo con l’utilizzo delle mascherine. Non si può assolutamente sgarrare. Ma se ci si muove con la propria auto come ci si deve comportare? E soprattutto: chi possiamo trasportare e come dobbiamo regolarci se all’interno dell’abitacolo trasportiamo nostra madre, congiunta ma non convivente? Facciamo un po’ di chiarezza. Anche perché, con il primo fine settimana della fase 2 post lockdown, la possibilità di utilizzare l’auto per spostarsi cresce moltissimo. Valgono due principi di fondo: fare di tutto per evitare un possibile contagio e rispettare il decreto del governo del 26 aprile. Viene demandata ad ogni regione la possibilità di ulteriori restrizioni: il Piemonte, in questo senso, è allineato al Dpcm firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Norme di comportamento. Detto questo, veniamo al punto. Prima regola, la mascherina, obbligatoria in tutti quei casi in cui non si riesce a mantenere la distanza di almeno un metro tra le persone, anche in auto. «L'obbligo della distanza decade se a a bordo ci sono persone conviventi» fanno sapere della Regione. Ma è ovvio che, anche per una questione comportamentale, è bene indossarla anche se si è conviventi. Motivo: il vigile, il poliziotto o il carabiniere, in quel momento deputato ai controlli, dovrebbe dare per scontato che le persone in auto siano conviventi. Nel dubbio dovrebbe fermarli. Allora, anche per evitare problemi, meglio sempre indossare la mascherina.

Congiunti, conviventi, famigliari e mascherine. Il Decreto indica anche come mantenere la distanza e impone di mantenere libero il posto centrale di ciascuna fila di sedili (sulle comuni automobili la fila posteriore a tre posti), salvo che su una fila ci sia un solo passeggero. Che può mettersi anche sul sedile centrale, a patto che ci sia almeno un metro di distanza dal conducente o da un altro passeggero seduto avanti o dietro. La mascherina va indossata sempre (salvo che nell'abitacolo ci sia solo il guidatore), anche nei casi in cui l'abitacolo è tanto spazioso da consentire agli occupanti di stare a più di un metro di distanza ed è quantomeno consigliabile evitare di sedere su un posto contiguo a uno già occupato. Fin qui, tutto chiaro: ma che succede, ad esempio, se dobbiamo spostarci con una piccola utilitaria (una Fiat Panda, ad esempio o, peggio, una Smart) e, sempre per fare un esempio, siamo costretti per necessità (lavoro o salute) ad avere con noi persone non conviventi (colleghi di lavoro o famigliari)? E’ chiaro che non si potranno rispettare le distanze: basterà la mascherina? 

La moto. Anche in moto la mascherina è obbligatoria se si viaggia con passeggeri. Con il casco integrale si può fare a meno di indossarla se si tiene chiusa la visiera, mentre con i jet è obbligatoria. Non è possibile andare in due in moto, non essendo possibile la distanza minima di un metro, a meno che a bordo non ci siano persone conviventi.

L’autocertificazione. E’ sempre obbligatoria, e chi esce di casa deve essere giustificato tramite una versione aggiornata. Chi va al lavoro può farne a meno, ma dovrà avere un altro documento: un tesserino o l'autorizzazione del datore di lavoro.

Dove si può andare con l’auto o la moto. Vale una regola. Bisogna avere una meta precisa. E' possibile utilizzare l'automobile o la moto per raggiungere le attività commerciali aperte, comprese quelle deputate alla manutenzione del veicolo e al lavaggio. Si può prendere l'auto personale per allontanarsi dal proprio domicilio e fare attività sportiva all'aperto, ad esempio per avvicinarsi ad un parco, purché entro i limiti della propria regione (salvo normative regionali più stringenti). Ma non si può utilizzarla per passeggiare senza una meta chiara: insomma, quei lunghi giri in auto senza sapere dove andare e ascoltando musica a tutto volume non saranno più concessi. Almeno per ora.

Dagospia il 27 aprile 2020. Il testo di Giorgio Croce Nanni. Allora io ho capito questo.

Fase 2. Se potrà uscì di casa solo pè salutà mamma papà e zio. Se sei single e ormonalmente inquieto, devi sperà de trovà na lontana parente, che ne so na cugina de terzo grado e sperà che sia single, piacente e e disponibile. E la vai a trovà. Solo se è dentro la regione però. Altrimenti t'attacchi.

Gli amici li puoi vedè solo correndo. Puoi prende e andà sotto casa loro e correndo li fai uscì di casa, tirà fuori na boccia de prosecco e sempre correndo tipo staffetta ve passate la boccia e fate l'aperitivo. Senza mai fermavve, non ce se po' vedè fermi senza faticà. A un metro de distanza almeno, quindi ricordatevi de pijà i flute, quelli lunghi, sennò diventa complicato versà.

Se po' lavorà in ufficio, ma poi tutti a casa. Non ce se po' divertì, se esce solo pè faticà.

I ristoranti devono sta chiusi un altro mese, ma possono chiedere ai clienti de passà a prende la roba davanti l'ingresso, che culo. Sempre al volo, che so vietati gli assembramenti. Quindi io arrivo in macchina, il tizio del ristorante mi tira al volo la roba, se la prendo bene se non la prendo sarà per la prossima.

Si può andà al parco, ma uno alla volta; all'ingresso gli scoiattoli gestiranno il flusso di ingresso degli umani, villa borghese diventerà come il jimmy'z di Montecarlo, "Ao lo scoiattolo all'ingresso è n'amico mio, tranquilli ce fa entrà e ce da pure l'ingresso omaggio per le cugine de terzo grado".

Parrucchieri chiusi un altro mese, in pratica verso il 28 maggio dall'alto se vedrà na serie de cespugli simili a ceppi di ortiche correre a destra e sinistra come balle de fieno sospinte dal vento. Mascherine sempre e comunque, quindi con la cugina acquisita mi raccomando, solo cose strane, non ve venisse in mente de baciavve l'ala francese, che il Coronavirus perdona il sesso orale, ma la pomiciata no (forse l'unica bbona notizia de sta pandemia).

C'è una buona notizia. Ce se po' incontrà ai funerali. De zio, de nonno. Solo coi parenti però. Se viene a mancà un fidanzato non sposato e vuoi andà al funerale, se te fermano te fanno pure la multa. Cioè il cugino de terzo grado cepo andà, se te ce convivevi, no.

Questo pè la fase due. Uno e mezzo diciamo.

Poi vediamo. Domani magari faccio un'ulteriore mente locale così spiego mejo.

Filippo Facci contro Conte: morire di virus, fame o noia? Come aggirare le norme più assurde. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 30 aprile 2020. Noia, fame o malattia. Che tradotto significa tedio, vita domiciliare, oppure deambulare come automi con in tasca le istruzioni per l' uso; o, ancora, essere condotti al fallimento economico e individuale, in qualche caso ridotti proprio alla fame come impulso primario; infine, terza alternativa, la malattia: intesa proprio come malattia, il coronavirus, ultima delle tre opzioni attraverso cui la famigerata «fase 2» del governo si illude di amministrare la quotidianità degli italiani: non capendo - questo governo virtuale capitanato letteralmente dal primo che passa - che gli italiani la fase due se la governeranno da soli, esattamente come hanno fatto con la fase uno. Perché se c' è una cosa veramente chiara a tutti, è che non c' è nessuna cabina di regia, nessuno che comandi veramente nessuno. C' è soltanto un autoritarismo da multa stradale mischiato a uno Stato che farà ogni cosa per mettere i bastoni tra le ruote a chi vuol lavorare, c' è una burocrazia che soffocherà la minoranza che ancora mantiene questo Paese e che perciò viene e verrà spremuta sino all' abbruttimento, e che perciò dice, dispone, ci annega nel parolame, impone ed espone con tonalità da maestrino elementare - parliamo di lui - che però ha cominciato ad accorgersi che gli scolari se ne stanno fottendo, parlano tra loro, tra un po' si arriverà alle pernacchie. In altre parole, in Italia c' è quello che c' è stato sempre: nella fase zero, uno, due, tre e quattro, ossia da quando in questo Paese non esiste più una classe politica che possa definirsi tale. Gli italiani, come al solito, calcoleranno autonomamente un saldo esistenziale sulla base di leggi e regole che già sanno che rispetteranno a sprazzi, perché l' unico modus, da noi, è l' accomodamento, è un' auto-regolamentazione che costruirà le vere procedure e i veri comportamenti che violeranno le regolette intricate e contraddittorie (e anti-costituzionali, se non disturba) che i pupazzi di Palazzo Chigi si illudono di averci imposto. Gli italiani tireranno avanti non grazie il governo, ma nonostante il governo. Ad arrabattare dignitosamente passato e presente e futuro sarà la consueta arte di arrangiarsi (in un' accezione positiva, per una volta) coadiuvata da una santissima sanità che non è pubblica né privata né mista: è umana, è fatta di carne, sangue, eroi e militi ignoti che fanno quello che hanno fatto sempre, mentre un avvocaticchio di Foggia cincischiava con «esperti» che tutto sapevano tranne come si governa un Paese. Scolaro un po' lento - Certo, è un Paese che andava istruito e che doveva apprendere le basi, le consapevolezze: l' Italia è sempre uno scolaro un po' lento e svogliato. Ma poniamo che da domattina non ci fossero più regole prudenziali sul coronavirus, proprio nessuna norma: credete che gli italiani toglierebbero in massa le mascherine, non manterrebbero le distanze, o si immergerebbero in bagni di folla? Pensate che affollerebbero d' un tratto ristoranti con insopportabili pressioni antropiche o si struscerebbero in discoteca o al concerto di Vasco Rossi? Chi ignorerebbe le regole le ignora già adesso (se può) e chi è un cretino, insomma, lo resterebbe, e non diventerebbe savio per decreto. Insomma, cercheremo di cavarcela nei weekend (magari con qualche trucchetto, come a Pasqua) e cercheremo di tirare avanti nonostante uno Stato vessatore, sanguisuga, che farà di tutto per farti fallire, cercando nel frattempo di non ammalarci di un virus che tra colpi di coda andrà a risolversi e che ha tassi di mortalità comunque bassi. Tutto relativamente normale. È questa la fase due: la normalità a cui un paese era già abituato con le sue multe e punizioni ingiuste, manigoldi che invece la fanno franca, e una certa disinvoltura nel violare le regole entro dei limiti di decenza mentre le forze dell' ordine ti strizzeranno l' occhio: perché l' idiozia al potere, cui talvolta devono assoggettarsi, la sanno riconoscere anche loro. Gli imbecilli, gli ipocondriaci e i complottardi ci sono sempre stati. Anche gli imprenditori che non riescono a pagare gli operai o a sfamare le famiglie. Ci sono sempre state anche un sacco di malattie che tendono a punire gli anziani. L' unica cosa che mancherà completamente è la stessa che è mancata dal gennaio scorso: un governo, una guida, qualcuno o qualcosa che cerchi di darti una mano anziché romperti i coglioni tutte le volte che può. Gli italiani, a un certo punto, sanno adattarsi e possono anche fare da soli: ma non tutti, purtroppo. Ci sono anche quelli che hanno bisogno di credere che una cosa sia vera «perché l' ha detta il telegiornale» o l'ha detta persino un premier imbarazzante e parolaio. Sono loro le prime vittime di un governo che, con le sue inettitudini e i suoi ritardi, è responsabile della morte di migliaia di persone. Vittime - Ma le seconde vittime sono ancora di più, perché sono tutti gli italiani che vedranno precipitare una situazione in cui erano già abituati ad arrabattarsi, certo, ma ora rischiano di non riuscire più a farlo perché questa volta non solo c' è un governo ridicolo e incapace che vèssa gli italiani, ma c' è un governo che si sente investito del sacro dovere di farlo «per la nostra salute». È questo che vogliono: farci morire sani. È questo che stanno facendo: affermando un pensiero unico secondo il quale «polemizzare è follia» e il diritto alla salute divenga il primo e assoluto diritto della persona, mentre ogni altro diritto, comprese la libertà personale ed economica, debbano cedere il passo. L'articolo 13 sacrificato all' articolo 32. Noia, fame o malattia. Ce la caveremo alla faccia loro e sopravviveremo alla faccia loro, in nostra fremente attesa - il signor Giuseppe Conte in particolare - che si disperdano come flatulenze nello spazio.

Annalisa Chirico a Non è l'arena sulla Fase 2: "Il governo Conte è troppo debole, i virologi decidono per la politica". Libero Quotidiano il 27 aprile 2020. “Il governo è troppo debole per decidere, Giuseppe Conte non si assume la responsabilità neanche di esporre le sue idee, non l’ho sentito parlare di una strategia chiara”. Annalisa Chirico è molto critica dopo l’annuncio del premier sulla fase 2, che è stata praticamente delegata al comitato tecnico scientifico. “Per i virologi - ha dichiarato a Non è l’arena su La7 - probabilmente sarà possibile tornare liberi solo quando i contagi saranno pari a 0 o quasi. Questo è un punto di vista che comprendo, però la politica è una cosa diversa, deve assumersi responsabilità e fare scelte, altrimenti eleggeremmo i virologi in Parlamento”. Inoltre la Chirico ritiene che il governo stia commettendo un grosso errore sulla Chiesa: “In tutta Italia le persone non possono andare a messa, credo che sia una violazione di un diritto costituzionale”. 

Nicola Porro, urla e pugni sul tavolo: "Fase 2? Mi vengono i brividi. Conte viola la Costituzione, neanche nella Cina comunista". Libero Quotidiano il 27 aprile 2020. "Mi vengono i brividi", Nicola Porro affida a un video pubblicato sul proprio blog la rabbia e l'indignazione per l'annuncio di Giuseppe Conte che, di fatto, prolunga il lockdown a tempo ancora indefinito. La Fase 2 sulla carta riaprirà il 4 maggio, ma con poche differenze rispetto al regime attuale. "Noi consentiamo, noi permettiamo, noi vietiamo... - gli fa eco il conduttore di Quarta Repubblica -. Ci sarà un momento in cui noi non consentiremo più tutto ciò?". "Noi vietiamo di andare a un funerale in più di 15 quando ieri abbiamo permesso di scendere in piazza per la festa della Liberazione? - ricorda a titolo d'esempio Porro - Non me ne fotte nulla della Liberazione, lascia perdere la polemica: è il principio! "Siamo l'unico paese al mondo, neanche nella Cina comunista il regime degli spostamenti è limitato in questo modo - tuona, alzando la voce -. Io sono moderato, ma bisogna urlare. Caro presidente del Consiglio, che dice "Noi consentiamo, noi permettiamo": siamo noi che permettiamo che tu sia ancora Presidente del Consiglio. Tu rappresenti la  Costituzione e la stai violando in ogni istante!". La furia di Porro è tale da finire a pugni sul tavolo: "Non possiamo dare la nostra libertà a un comitato scientifico di cui non abbiamo la più pallida idea. Care forze dell'opposizione, smettetela di cagarvi sotto, fate una cazzo di riunione in Parlamento e dite chi è che ha deciso questa cosa qua".

L’ideologia paternalista e retrograda della Fase 1 bis. Alberto De Bernardi su Il Riformista il 27 Aprile 2020. Fino a ieri l’operazione contiana era stata racchiusa nello sforzo di costruire un destino comune della nazione nella lotta contro il Covid-19 attorno a tre messaggi centrali. I tre messaggi di Conte – Il primo riguardava la scelta della quarantena di massa come unica strategia contro la pandemia, senza combinarla con quelle derivanti da altre esperienze internazionali basate sull’uso di tecnologie innovative: il “tutti a casa” da risposta rapida e in grande parte inevitabile per contrastare la rapidità del contagio, si trasformava nella proposta sempre meno implicita di un nuovo modello sociale sostanzialmente antimoderno – se per modernità si intende il globalismo, l’apertura, l’individualismo, la volontà di fare, il rischio di intraprendere – fondato sull’immobilità, la chiusura e l’esaltazione dello stato grande elemosiniere. Il secondo messaggio era implicito nel primo e riguardava il primato della salute collettiva come fine superiore sull’altare del quale trovavano giustificazione sia drastiche riduzioni delle libertà personali sancite dalla costituzione, sia una oggettiva contrazione della centralità del parlamento come attore della decisione politica, sia infine il blocco pressoché totale delle attività economiche che per durata e dimensioni non aveva eguali in nessun paese industriale; era un modo per esorcizzare la paura collettiva di fronte a un nemico invisibile non avendo a disposizione nessuna alternativa del chiudersi in casa e attendere. Il terzo era la lotta contro l’Europa matrigna, che non voleva aiutare l’Italia vittima sacrificale della pandemia, riutilizzando qua e là tutto l’armamentario populista antieuropeista: dietro l’assurda discussione sul MES stava l’idea che la UE doveva finanziare “a fondo perduto” questa Italia immobile che lotta contro i runner, contro “il dio denaro”, che demonizza chi rivendica i diritti dei bambini e dei giovani, additati al pubblico ludibrio come moderni “untori”: sono tutte espressioni del “nemico interno” che dagli inizi del secolo scorso è una grande categoria politica della propaganda nazionalista. La finta fase due – Questa narrazione ha indubbiamente funzionato se i consensi nei confronti di Conte sono rimasti in queste settimane molto elevati fino al punto da trasformarlo in un piccolo Churchill agli occhi dell’opinione pubblica che ha e soprattutto di una sinistra alla perenne ricerca di un leader, che la guidi lasciandola ferma. Ora però le pressioni per “riaprire” sono troppe per additarle tutte a espressioni del “nemico interno” e Conte si cimenta con il tentativo di inventarsi una narrazione nuova per la ripartenza ma non ci riesce, non è capace nonostante lo stuolo di commissioni tecniche di cui dispone, per un deficit politico che non può essere camuffato: non è Churchill, non è Aldo Moro, come sentenzia il surreale Scalfari. E’ solo Conte che di fonte alle rete televisive riunite si è presentato con un confuso elenco di provvedimenti contradittori senza pero mettere in evidenza una strategia. E infatti chiaro anche alla “casalinga di Voghera” che per convivere con il virus per tutto il tempo necessario alla scoperta del vaccino e alla vaccinazione di massa la possibilità di riaprire è direttamente legata a una strategia sanitaria innovativa e stringente fatta di individuazione degli asintomatici, di test sierologici, di tracciamento dei contatti, di protocolli di protezione per chi lavora, di regole per l’utilizzazione dei trasporti pubblici, per riaprire le scuole, per tornare in chiesa, nel quadro di una riorganizzazione della sanità pubblica.

Su tema il nostro PdC non ha detto nulla, ma ha annunciato la diffusione di massa delle mascherine a prezzo “politico”, come il pane in tempo di guerra: presidio utile ma del tutto insoddisfacente perché la ripartenza e la riapertura sono possibili solo se si mette in campo un salto di qualità nel controllo della pandemia, che esca dalla cultura dell’emergenza per entrare in quello assai più complesso della progettualità nel quale intervento sanitario e rilancio delle attività economiche sono strettamente collegati. Fuori casa con la mamma e il papà – Se si escludono infatti alcune fondamentali filiere produttive, legate all’esportazioni e alle dinamiche del mercato globale, che hanno gli strumenti per controllare i luoghi di lavoro, impedendo un crollo ancora più vistoso dell’economia nazionale tutto il resto, cioè la vita quotidiana resta chiusa come prima, anche se Conte ha elencato alcune cose che finalmente si potranno fare “fuori casa”: o meglio che si potrebbero fare se fosse chiaro ciò che viene “consentito”. Ma al di la del ridicolo di alcune scelte – si ai funerali con 15 persone al seguito del feretro, ma no a una scampagnata con 15 persone in una giardino pubblico, a una cena 15 persone in un giardino privato, perché ciò e ritenuto “party” e quindi condannabile; si a convivi con i “congiunti”, ma non con gli amici; si a incontrare la mamma o il papà, ma non il fidanzato o la fidanzata (anche se ora lo stuolo degli esperti ha stabilito i confini semantici della parola congiunti per la gioia dei dirigenti del Pd); pizza si, ma solo a domicilio e da soli; bagni si, ma solo per chi abita davanti alla spiaggia – emerge una idea di società vecchia, che ci riporta indietro all’Italia del secondo dopoguerra, familista, maschilista (sono le donne che pagheranno le scuole chiuse e due volte se sono insegnanti), paternalista, ignorante, in cui lo stato è presidio della morale pubblica e si arroga il diritto di stabilire chi i cittadini debbano frequentare: un conto è dire tutti a casa, un conto e stabilire quali rapporti sociali siano leciti a quali no. A questa società Conte promette protezione, costituita da un intreccio di sussidi e di garanzie di controllo “poliziesco” per chi contravviene alle disposizioni a carico del debito pubblico, cioè delle generazioni che verranno, in attesa “di tempi migliori”: un mondo protetto, ma senza futuro.

Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 27 aprile 2020. A distanza di sicurezza e, quasi sempre, con la mascherina. La seconda fase, a partire dal 4 maggio, porterà a un lievissimo allentamento dell' isolamento domiciliare nel quale siamo finiti tutti ormai da settimane, ma comporterà la necessità di seguire con attenzione alcune misure di sicurezza, condizione necessaria per poter riprendere le attività lavorative (non tutte) e quelle sociali (poche) senza rischiare di precipitare nell' incubo di questi ultimi mesi. È la misura principe che, insieme al distanziamento, dovrebbe minimizzare i rischi di contagio. Il presidente dell' Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, nel corso della cabina di regia tra governo, Regioni, Comuni e Province, aveva chiesto che fosse sancita l' obbligatorietà della mascherina in ogni circostanza, sia sui mezzi di trasporto che per strada. Nel governo da giorni si sono confrontate due linee, una più aperturista e una più rigorista, che fa capo ai ministri Francesco Boccia e Roberto Speranza. Alla fine, secondo il Dpcm annunciato dalla conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è passata la linea mediana: si sancisce in generale l' obbligo di indossarla nei luoghi chiusi e tutte le volte che non si riesce a rispettare almeno un metro di distanza. Inoltre, prendendo atto della realtà, con un Paese in affanno nella produzione e distribuzione dei dispositivi, si liberalizzano le mascherine: potranno essere indossate non solo quelle chirurgiche ma anche quelle in stoffa, lavabili e autoprodotte. L'uso delle mascherine dunque è fortemente consigliato in ogni circostanza. Ci saranno però alcuni casi nei quali non si potrà fare a meno delle mascherine, salvo incorrere nella violazione dell' articolo 650 del codice penale, ovvero inosservanza dei provvedimenti dell' autorità. Sui mezzi pubblici, per esempio: metropolitane, autobus, tram, treni, traghetti e aerei. In quei casi, l' ambiente chiuso e stretto rende più facile il contagio e quindi non se ne potrà fare a meno. Dal parrucchiere e dal barbiere la mascherina dovrà essere indossata da entrambi i soggetti, il negoziante e il cliente. Mentre negli esercizi commerciali l' obbligo sarà del commesso, e del cliente soltanto nel caso che non sia possibile, a causa delle ridotte dimensioni del locale, mantenere la distanza minima necessaria: è il criterio che impone l' uso della mascherina come regola generale. Mascherine obbligatorie anche ai funerali, che saranno ripristinati ma con un numero massimo di 15 persone. Le Regioni potranno adottare regole più stringenti di quelle nazionali. È il caso della Campania, dove la mascherina è obbligatoria per chi fa jogging, nonostante le proteste di chi pensa sia impraticabile. Il commissario Domenico Arcuri ha annunciato un accordo con due aziende che consentiranno, a regime, di produrre 25 milioni di mascherine al giorno. Quando accadrà, però, non è chiaro, e non è detto che la produzione riuscirà a stare al passo della richiesta, che sarà ingente, soprattutto nei posti di lavoro dove potrebbero esserne necessarie due al giorno. Per questo si è liberalizzato l' uso di mascherine non chirurgiche. Per quelle chirurgiche ci sarà un prezzo massimo calmierato per legge, di 50 centesimi. Il premier ha anche spiegato che sarà eliminata l' Iva, battaglia vinta e rivendicata dal capogruppo di Leu alla Camera, Federico Fornaro. Dal 4 maggio ben poco tornerà come prima. Innanzitutto perché saranno ancora molte le attività bloccate, a partire da bar, ristoranti, cinema, teatri. E poi perché resterà in vigore il divieto di assembramento. Ma anche la necessità di mantenere le distanze. Regole diverse a seconda delle circostanze. Chi cammina all' aria aperta dovrà stare a un metro di distanza dal vicino. Stessa distanza sulle spiagge, sui mezzi di trasporto, nelle hall delle stazioni e nei gate degli aeroporti, con previsione di flussi per evitare assembramenti. In alcuni mezzi - metro e bus - si sta provvedendo a segnalare i «marker», le postazioni di sicurezza. Due metri sarà invece la distanza minima per chi fa attività motoria, in sostanza, per chi corre all' aria aperta e fa jogging. Ancora da definire la questione dei ristoranti, dove si pensa di richiedere due metri di distanza tra un tavolo e l' altro, mentre nello stesso tavolo potrebbe essere necessaria una separazione di un metro tra le persone (salvo i familiari). Ma se ne riparlerà in vista del primo giugno, perché a oggi, ancora nulla si sa.

Coronavirus e fase 2, Conte: “Sì allo sport individuale e ai funerali. Mascherine a 50 cent”. Le Iene News il 26 aprile 2020. Il 4 maggio via alla fase 2 dell’emergenza coronavirus, ma senza liberi tutti. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato le prime aperture delle attività commerciali. Si potrà fare sport anche allontanandosi da casa, ma rinviata l’apertura di bar, ristoranti e parrucchieri al primo giugno. Sarà necessaria una nuova autocertificazione e almeno sui mezzi pubblici sarà obbligatoria la mascherina. "Adesso inizia la fase di convivenza con il virus, dobbiamo essere consapevoli che la curva potrà risalire. Se vuoi bene all'Italia, devi evitare di diffondere il contagio: mai avvicinarsi, rispettare almeno un metro". Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte introducendo il nuovo decreto che allenta i divieti per contenere i contagi del coronavirus. Via libera alle uscite da casa, per sport individuale, per incontrare parenti pur mantenendo le distanze sociali. Ma soprattutto riprendono le prime attività produttive. L’Italia si avvia alla fase 2 dell’emergenza coronavirus. Dal 4 al 18 maggio "avremo una conferma generalizzata per le misure degli spostamenti solo nelle regioni per comprovate esigenze lavorative, di necessità e per motivi di salute. Aggiungiamo la possibilità di spostamenti mirati a congiunti con adozione di mascherine e divieto di assembramento". Gli spostamenti tra le regioni non sono consentiti se non per esigenze lavorative e di salute. "Per coloro che manifestano febbre superiore ai 37.5 gradi devono rimanere nel proprio domicilio". Riaprono i parchi, ma restano i divieti di assembramenti in luoghi pubblici e privati. I sindaci potranno disporre la chiusura di aree che non rispettano questi vincoli. "Accesso a ville e parchi solo se rispettano le distanze", ha aggiunto Conte. Riprende l’attività motoria. Si potrà fare all’aperto anche allontanandosi dai pressi della propria abitazione, ma comunque garantendo le distanze di almeno un metro tra le persone. Riprenderanno le funzioni religiose interrotte dai primi di marzo, in questo inizio della fase 2 saranno consentiti solo i funerali con un massimo di 15 persone da svolgersi preferibilmente all'aperto. "Non si abbandonerà il criterio dell'autocertificazione, fino a quando ci saranno delle ragioni che dovranno giustificare gli spostamenti", ha detto Conte. Con il nuovo provvedimento non ci sarà il "liberi tutti". "Dovremo adottare tutte le protezioni e i dispositivi. Calmieriamo i prezzi di mercato delle mascherine. Elimineremo l'Iva. Il prezzo dovrebbe essere attorno a 50 centesimi per le mascherine chirurgiche", ha aggiunto Conte. "Con il recovery fund sarà più veloce la strada verso la ripresa". È allo studio anche il rinnovo del bonus a colf e badanti, ma anche alle imprese "con un sostegno poderoso per avere più occupati e meno sussidiati", ha detto Conte. Intanto riprendono anche le attività produttive. Le prime a tornare operative già dal 27 aprile sono quelle del comparto manifatturiero, il commercio all’ingrosso assieme ai cantieri e all’edilizia. I negozi al dettaglio, insieme a musei e biblioteche, potranno riaprire dal 18 maggio. Invece bar e ristoranti, assieme a parrucchieri, barbieri e centri estetici, dovranno attendere il primo giugno. "Penseremo alla programmazione anche delle attività balneari", ha aggiunto Conte. Le scuole invece riapriranno agli studenti solo a settembre. "Ora si dovrà consentire l'esame di stato in conferenza personale in piena sicurezza". Il calendario della fase 2 verrà dettato dalla curva epidemica. Palazzo Chigi assieme alle Regioni ha deciso che l’indice di contagio R0 verrà monitorato ogni venerdì. Insieme valuteranno se proseguire allentando i divieti o se sarà il caso di tornare sui propri passi monitorando anche la capacità delle strutture sanitarie di accogliere nuovi pazienti. “Gli scienziati ci dicono che la causa di un contagiato su quattro è nelle relazioni familiari. Se non rispettiamo queste precauzioni, la curva risalirà andando fuori controllo, aumentando i morti e i danni per la nostra economica. Se ami l'Italia, mantieni le distanze". "Ci aspetta una sfida molto complessa, dopo settimane di rinunce in molti vorrebbero un allentamento delle restrizioni. Possiamo reagire anche negativamente, affidandoci alla rabbia e a ricercare un colpevole, oppure possiamo scacciare via il risentimento e pensare a che cosa possiamo fare per una più rapida ripresa", ha concluso Conte. "Dipenderà da ciascuno di noi. Nelle prossime settimane dobbiamo cercare le basi della ripartenza del Paese. Rimbocchiamoci le maniche, il governo farà la sua parte per cambiare radicalmente tutte quelle cose che nel nostro Paese non vanno da tempo. La fase 3, quella della normalità, tornerà solo con una cura o un vaccino".

Dagospia il 26 aprile 2020. MAIL: Dago, non hanno aperto un bel nulla. Il commercio al dettaglio aprirà il 18 maggio, quando nessuno avrà un euro da spendere. Nel frattempo si potrà andare a visitare i parenti stretti. E chi non li ha? E le compagne/i e fidanzate/i? Per loro nulla. Sepolti in casa senza una pallida idea di quando potranno uscire. Per non parlare dello schifo che sta accadendo nelle banche. Hai postato l'intervista del grande capo di Banca Intesa, che ha soavemente detto che hanno processato (non erogato) 8000 pratiche ricevute da chi chiede di accedere ai prestiti fino a 25.000 euro. 8000? Ma quante centinaia di migliaia di piccole imprese hanno i conti in Banca Intesa? e come mai sono solo 8000 quelle che hanno richiesto il prestito? Forse perché, come potrebbe (eufemismo) star avvenendo in molte banche, non solo in Intesa, gli hanno detto che se avevano fidi concessi in precedenza dovevano prima azzerarli con i soldi che avrebbero ricevuto e poi vedere se rimaneva qualcosa? Ah, saperlo…

Serena Pizzi per Il Giornale.it il 26 aprile 2020. Era l'11 marzo quando Giuseppe Conte estendeva la "zona rossa" a tutta Italia. "L'Italia sarà una zona unica, una zona protetta", diceva di fronte a milioni di telespettatori. E così è stato. Dall'11 marzo a oggi, ci siamo rinchiusi in casa, abbiamo raggiunto il picco di morti, il plateau e il maggior numero di guariti. Le terapie intensive così affollate si sono (quasi) svuotate. Si inizia a intravedere la luce in fondo al tunnel e l'Italia si prepara ad iniziare la fase 2. Virologi, sindaci e governo hanno tanto discusso sulla data d'inizio di questa fase così importante. C'è chi, come Veneto e Liguria, punta ad aprire le prime attività già da domani e chi, come il Sud Italia, teme di essere travolto da una seconda ondata di Covid-19 e per questo "chiude i confini". Ma la macchina del nostro Paese - piano piano - deve essere riaccesa, per questo motivo è arrivato il momento di scaldare il motore. Dopo la lunga riunione in videoconferenza della cabina di regia tra governo, Enti locali e Regioni per la fase 2 dell'emergenza coronavirus, il premier ha annunciato all'Italia intera le nuove misure che dovranno essere adottate. Con una conferenza stampa in diretta da palazzo Chigi Conte ha spiegato come cambierà la nostra vita dal 4 maggio in poi. Il premier, prima di indicare le nuove misure, mette in chiaro le cose: c'è la possibilità di ricadere nell'incubo del Covid-19. Per questo è necessario, mantenere le distanze sociali stabilite (almeno 1 metro). "Se ami l'Italia - dice Conte - mantieni le distanze. Anche il governo dovrà essere pronto ad intervenire se dovesse impennarsi la curva epidemiologica". Inizia, quindi, la fase della "convivenza con il nuovo coronavirus".

Le mascherine? Obbligatorie. Le mascherine diventeranno obbligatorie per prendere i mezzi pubblici, a bordo degli aerei, sui treni, sui bus e nei luoghi chiusi. In ogni caso, quando non è possibile mantenere la distanza di un metro, bisogna sempre avere la mascherina. Quindi pure dal parrucchiere e dall'estetista. Ma anche ai funerali e durante gli incontri. Le mascherine chirurgiche costeranno 50 centesimi. Il premier Conte, quindi, spiega che ci sarà un prezzo calmierato e che il governo toglierà l'Iva sulle mascherine in un prossimo decreto.

Come cambiano gli spostamenti (con l'autocertificazione). Dal 4 maggio, resta l'obbligo dell'autocertificazione per gli spostamenti all'interno del Comune o della Regione. Cambierà il modulo e ci saranno molte più possibilità per muoversi all'interno del proprio Comune e della propria Regione. Non è, invece, ancora possibile spostarsi da una regione all'altra. Novità: è possibile spostarsi dal luogo in cui ci si trova verso quello di domicilio o di residenza. Gli studenti o i lavoratori o chiunque altro rimasto bloccato in un'altra città dal lockdown, quindi, potrà fare ritorno a casa. L'autocertificazione resta. Il motivo? Dal governo temono che i cittadini, vedendo l'allentamento delle misure del prossimo 4 maggio, possano credere che l'emergenza sia finita. L’autocertificazione, quindi, resta per almeno due settimane. Il foglio che permetterà i nostri movimenti, oltre a contenere come "giustificazioni" lavoro, salute, stato di necessità, ne vedrà una quarta: visita a congiunti.

Ritornano gli incontri. Il vedersi e l'abbracciarsi sono (forse) i due gesti che sono più mancati agli italiani durante il periodo di lockdown. Dal 4 maggio ci sarà una prima apertura al ritorno ad incontrarsi. Arriva, infatti, l'autorizzazione a vedere familiari stretti, genitori, sorelle, fratelli e nonni. Ma attenzione: questo non vuole dire che sono consentiti party e riunioni di famiglia. Anzi, bisogna prestare la massima attenzione e portare la mascherina. Concesso l'accesso ai parchi e ville pubbliche. Ma è necessario mantenere le distanze di sicurezza.

Bar e ristoranti (per il momento) solo d'asporto. In attesa della riapertura di bar e ristoranti (probabilmente non prima della fine di maggio/inizio giugno) viene confermata la possibilità di fare ristorazione con le modalità di vendita da asporto oltre che di domicilio. "Ma nessuno pensi che siano consentiti assembramenti davanti" agli esercizi: "Occorrerà mettersi in fila, entrare uno alla volta e il cibo si consumerà a casa, non davanti" al ristorante.

I negozi aspettano ancora. Per gli esercizi commerciali al dettaglio la riapertura è fissata per il 18 maggio. Stessa data per mostre e musei. Su richiesta del Comitato tecnico scientifico si è ritenuto di programmare step di riapertura di 14 giorni per verificare gli effetti di ogni riapertura. I parrucchieri, barbieri ed estiste - in generale tutti i centri per la cura della persona - apriranno non prima del primo giugno.

Ripartono le attività produttive all'ingrosso. Confermato il calendario della ripartenza delle attività produttive. Il 4 maggio si partirà con il comparto manufatturiero, edilizia e cantieri, commercio all'ingrosso funzionale a queste filiere. Dovranno essere rispettate tutte le norme di sicurezza.

Cambiano i funerali. Dal 4 maggio potranno essere nuovamente celebrati i funerali, ma solo con i familiari stretti, non più di 15 persone, e tutti dovranno indossare la mascherina. Non si potranno, invece, celebrare le messe.

Ok allo sport all'aria aperta. Sarà consentita la ripresa dell'attività sportiva non più soltanto nei pressi della propria abitazione, ma anche qualche isolato più in là. È obbligatorio rimanere sempre soli o a distanza l'uno dall'altro di due metri, con la sola eccezione di persone conviventi nella stessa casa. Via libera anche all'attività motoria con i figli o alle passeggiate con persone non autosufficienti. Potranno riprendere ad allenarsi anche gli atleti professionisti delle attività individuate dal Coni, rispettando le norme di distanziamento e allenamenti a porte chiuse. Gli sport di squadra, invece, riprenderanno il 18 maggio.

Conte, poi, ha spiegato che l'intento del governo è quello di "tenere la situazione sotto controllo" in particolare con le "Regioni, con le quali la collaborazione dovrà essere più integrata rispetto al passato" sulle informazioni sanitarie relative ai loro territori al fine di elaborare soluzioni di situazioni critiche. A tre giorni dal decreto, "il ministro della Salute indicherà le soglie sentinella per intervenire su situazioni critiche circoscritte territorialmente e chiudere i rubinetti". Se le cose non dovessero andare, quindi, è possibile un ritorno al lockdown.

Fase 2, chi sono i congiunti che si potranno visitare dal 4 maggio? Laura Pellegrini il 27/04/2020 su Notizie.it. Dal 4 maggio sarà possibile visitare i congiunti restando però all'interno della propria Regione: quali persone rientrano nella categoria? Dal 4 maggio l’Italia entra nella fase 2 di convivenza con il coronavirus: il premier Conte ha annunciato – nella conferenza stampa del 26 aprile – le nuove regole. Per quanto riguarda le attività produttive, già dal 27 aprile potranno riaprire i cantiere e alcune industrie, mentre dal 4 maggio le aperture riguarderanno molti settori. Limitate sono state invece le concessioni per i cittadini e per lo svolgimento della vita sociale. La parola d’ordine è “distanziamento sociale”, come ha più volte ribadito il premier. Sarà però possibile, rimanendo all’interno della propria Regione, visitare i propri congiunti. Questa concessione ha suscitato non poche perplessità: chi sono i congiunti?

Fase 2, chi sono i congiunti? “Dal 4 maggio al 18 maggio rimarranno, per gli spostamenti all’interno della regione, le motivazioni attuali – ha annunciato il premier Conte -. Aggiungiamo solo la possibilità di spostamenti mirati per far visita a congiunti“. Nelle prossime settimane, quindi, i cittadini potranno spostarsi all’interno dei confini regionali per raggiungere i congiunti: ma chi rientra in questa categoria? Molti si sono posti la stessa domanda, non riuscendo a interpretare nel modo corretto le parole del premier. Lontano dal pronunciare la parola “fidanzati”, infatti, il presidente del Consiglio ha fatto riferimento a un concetto diverso.

Stando alla definizione dell’Enciclopedia Treccani, il congiunto è un parente di qualsiasi ordine: marito, moglie, figlio, fratello, madre, padre, nonno, zii, nipoti. E i fidanzati fanno parte dei congiunti? No, non rientrano in questa definizione. Non essendoci un legame di sangue o legale tra i due i fidanzati non si possono considerare congiunti. Il premier ha poi ribadito che non sono consentiti “party privati, familiari. Serviranno mascherine e distanze – ha spiegato, anche quando si vanno a trovare i parenti -. Non sono consentiti gli spostamenti al di fuori della propria regione di appartenenza”.

Chi sono i congiunti, ecco chi potremo visitare nella Fase 2. Redazione de Il Riformista il 27 Aprile 2020. “Sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti, purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento e vengano utilizzate le mascherine”. L’articolo 1 del nuovo Dpcm firmato ieri sera dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scatenato un bel po’ di confusione e polemiche. La decantata Fase 2 è sempre più vicina, così come gli sperati allentamenti, anche se alcuni punti sembrano rimanere nell’ombra lasciando così i cittadini nell’indeterminatezza. Da una prima interpretazione del Dpcm in vigore dal prossimo 4 maggio, a quanto si apprende, con “congiunti” si intendono “parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili”. Le Faq, che saranno pubblicate nei prossimi giorni sul sito di Palazzo Chigi, chiariranno ulteriori dubbi interpretativi sul provvedimento. Secondo quanto elencato dal nuovo decreto, dal 4 maggio restano i divieti di assembramento, sia nei luoghi pubblici che privati ma sarà consentita però la riapertura di parchi pubblici sempre rispettando il distanziamento: “Consentiamo l’accesso a ville, a parchi pubblici ma nel rispetto delle distanze e delle prescrizioni di sicurezza”, ha detto Conte. Per quanto riguarda le celebrazioni religiose, si potranno celebrare i riti funebri ma con regole precise: preferibilmente all’aperto, con non più di 15 persone e mantenendo l’obbligo di indossare le mascherine protettive. Ancora un ‘no’ alla celebrazione delle messe. Resta però il dilemma di chi potremo rincontrare e cosa si intende con la parola “congiunti”.

CHI SONO I CONGIUNTI – In questo periodo di quarantena sono migliaia gli italiani che sono stati divisi dalle proprie famiglie, ma anche dai propri amici e dai propri partner. Con l’avvento della Fase 2 e dei relativi cambiamenti apportati ai regolamenti finora in vigore, molti hanno sperato di poter riabbracciare il proprio fidanzato o la propria fidanzata. Ma secondo quanto riportato dal nuovo decreto affinché questo avvenga bisognerà aspettare ancora. Di “congiunti”, infatti, non esiste una definizione giuridica chiara in alcun testo normativo. L’unico articolo che definisce i congiunti è l‘art. 307 del codice penale, secondo cui i congiunti sono rappresentati da “ascendenti, discendenti, coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, fratelli, sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti”. Ma in questo elenco non sono presenti dunque né i cugini, né gli amici né i fidanzati. Tra di loro non ci sono né legami di sangue né legami giuridici sanciti da un matrimonio o un’unione civile, quindi non sono da intendersi come “congiunti”. Al di fuori della legge penale non c’è nessun’altra descrizione specifica che possa chiarire i dubbi in merito. Per questo, Palazzo Chigi si è affrettato ad anticipare che questo tipo di legami sono compresi, ma dovremo aspettare per gli ulteriori dettagli. Dunque, per ora, i fidanzati e gli amici sembrerebbero ancora succubi del lockdown da coronavirus. Finché non ci sarà una ulteriore specifica da parte del Governo, sono esclusi gli incontri tra persone non aventi legami di parentela. La possibilità di spostarsi per visite mirate ai congiunti viene specificata dal presidente Conte come riferimento alle “famiglie che sono state separate dal lockdown: genitori e figli, nonni e nipoti”. Inoltre, il nuovo decreto afferma che è consentito lo spostamento all’interno della propria Regione ma è vietato viaggiare in regioni che non siano la propria, pur consentendo il rientro nella propria residenza/domicilio di chi era rimasto ‘bloccato’ fuori regioni per lavoro o studio durante il lockdown. Tuttavia, è bene ricordare che in Italia ci sono molte coppie di fatto, tra cui quelle LGBT, non legate da unioni civili e molte persone sole che vivono lontano dai propri parenti e familiari, in regioni spesso differenti. Questo ha scatenato la reazione di moltissime persone sui social e sul web in generale, facendo così pressione sul governo affinché ci siano specifiche in merito ma soprattutto affinchè non vengano dimenticate queste realtà.

Che pasticcio quei “congiunti”: ecco cosa succede a giocare coi diritti in un Dpcm. Giulia Merlo su Il Dubbio il 27 aprile 2020. Per Conte era un allentamento del lockdown, è diventato un boomerang. Ma è il rischio che si corre quando si abusa del Dpcm: in un dibattito d’Aula qualcuno si sarebbe posto il dubbio di questa definizione capestro. Dopo quasi due mesi di lockdown, dal 4 maggio saranno considerati necessari gli spostamenti per incontrare «i congiunti». Quella che sulla carta era una strategia del governo per allentare la quarantena ha scatenato le ire di tutti: dall’Arcigay a Italia Viva, dal Pd alla Lega. Oltre a scatenare alternativamente la rabbia e l’ilarità social degli italiani. Alla base del problema, chi sono da considerarsi “congiunti”. Il termine non è giuridico e si è prestato a ogni sorta di fraintendimenti. Per l’Arcigay è un riferimento “inaccettabile” perché “riferito inequivocabilmente alla dimensione formale della parentela, di sangue o acquisita, e taglia fuori quello che lo stato non vede o non riconosce”. Per la Lega è incomprensibile che “il premier non consideri necessari gli spostamenti per incontrare il proprio fidanzato o la propria fidanzata” e taccia il governo di voler “vietare di amare”. Alla fine di una giornata di passione, dunque, è intervenuta la ministra della Famiglia, Elena Bonetti, che specificato come i “congiunti”, per il governo Conte, siano anche “fidanzati e coppie di fatto”. Da Palazzo Chigi, invece, trapela l’interpretazione di “congiunti” come “affetti stabili”. In ogni caso, il punto di inciampo di questa fase d’emergenza sembra sempre lo stesso: i diritti. O, in questo caso, la loro disparità. Al netto della polemica e delle implicazioni future (più si allarga il capestro, più sarà complicato controllare e potrebbe scattare una sorta di liberi tutti, con i poliziotti che ai posti di blocco cercano di risalire alla “stabilità” del rapporto indicato sul modulo di autocertificazione), il nodo rimane il metodo. I diritti sono un bene prezioso quanto delicato, sono soggetti a precisi bilanciamenti gli uni degli altri in un equilibrio garantito anzitutto dalla gerarchia delle fonti e dalla precisione nella stesura delle norme. Invece, il ricorso continuo al Dpcm, il Decreto del Presidente del Consiglio – atto amministrativo sotto la responsabilità unica di Palazzo Chigi e senza alcun vaglio parlamentare – dimostra tutti i suoi immensi limiti strutturali. Una norma che indica chi i cittadini possano o non possano incontrare e che tocca così intimamente la sfera degli affetti di ogni singolo meritava forse un passaggio più accurato, magari attraverso un’Aula parlamentare in cui qualcuno si sarebbe plausibilmente posto il legittimo dubbio di chi siano i “congiunti” secondo lo Stato italiano. Invece, la scelta (certo più rapida e meno soggetta alle bizze della maggioranza) di adottare uno strumento legislativo più facile da maneggiare proprio perché non soggetto ad alcun vaglio di terzi, mostra di nuovo la sua limitatezza. E la mostra nel modo più doloroso, perchè tocca chi è magari già stato provato in questi mesi dalla distanza dalle persone a cui vuol bene: il doversi chiedere se i suoi affetti più cari cadano nella casella giusta per le visite, secondo la gerarchia del premier Conte.

Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 28 aprile 2020. Un paradossale pasticcio. La prima bufera politica scatenata dal nuovo decreto del presidente del Consiglio si annida proprio nel passaggio del testo su cui gli italiani avevano riposto le loro speranze di libertà ritrovata. All' articolo 1 del Dpcm si legge che (dal 4 maggio) ci si potrà spostare «per incontrare congiunti», purché rispettando le distanze di sicurezza, il divieto di assembramento e indossando «protezioni delle vie respiratorie». Ma è quella parola, «congiunti», che nel giro di poche ore diventa un caso. Destinato a sgonfiarsi solo in parte, quando Palazzo Chigi chiarisce che il termine include «parenti, affini, coniugi, conviventi, ma anche fidanzati e affetti stabili». Nell' attesa che il governo spazzi via incertezze e proteste, migliaia di persone vanno su internet e digitano su Google quelle nove lettere, per scoprire chi potranno riabbracciare durante quelle «visite mirate». Padri, madri, figli, fratelli, nonni, cugini? E perché non amici, compagni, compagne e amori di ogni genere? L' opposizione insorge, ma anche la maggioranza non la prende bene. E mentre su Twitter il giallo dei parenti e degli affini schizza in cima alla classifica delle tendenze, l' Arcigay apre fragorosamente la polemica. «Sconcertati, intervento inaccettabile che taglia fuori ciò che lo Stato non vede o non riconosce», si rammarica a dir poco il segretario generale dell' associazione, Gabriele Piazzoni. Sui social fioriscono i meme, le prese in giro e le vignette sulla stabilità degli affetti. Il leghisti Tiramani e Vigna presentano un' interrogazione parlamentare: «Quale mente disturbata è stata in grado di partorire una perla di queste dimensioni?». In tv, sui siti e in radio non si parla d' altro. Il capogruppo del Pd Graziano Delrio rivela a Un giorno da pecora il suo stupore per un «particolarismo» simile: «Se avrei aperto ai fidanzati? Io sì, a tutti quelli che hanno veri moti d' affetto». A onor del vero domenica pomeriggio, presentando il decreto a sindaci e presidenti di Regione, Conte aveva incluso i fidanzati. Ma poi in tv il premier ha di nuovo ristretto il perimetro e il giorno dopo è scoppiato il caos. Raccontano che la decisione di togliere dal testo ogni riferimento ai conoscenti sia stata presa durante il vertice dei capi delegazione, quando la linea dura di Speranza e Franceschini ha prevalso sugli aperturisti, renziani e non. Finché ieri sera Conte a Milano ha ammesso, che sì, «congiunti è una formula un po' ampia e generica». Che però, ha precisato il premier, «non significa che si può andare dagli amici in casa altrui e fare delle feste». Oltre al dubbio che un incidente lessicale faccia scattare il liberi tutti, resta l' ira delle persone Lgbt, resta la senatrice dem Monica Cirinnà che si preoccupa per «le coppie non conviventi e le famiglie arcobaleno non riconosciute». E resta il video in cui Matteo Renzi annuncia che giovedì, nell' aula del Senato, sfiderà Giuseppe Conte: «Abbiamo fatto le unioni civili, crediamo nella libertà, non possiamo permettere allo Stato di decidere chi dobbiamo vedere».

Monica Guerzoni per il “Corriere della sera” il 28 aprile 2020. L' avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell' associazione matrimonialisti italiani ed esperto di diritto di famiglia, teme che il 4 maggio «tutta Italia uscirà di casa» perché il governo non ha indicato il grado di parentela oltre il quale resta il divieto di incontrarsi. «Il termine congiunti non esiste nei codici italiani, dove si parla invece di parenti e affini - spiega l' avvocato -. Nel Codice civile, in particolare dall' articolo 74 al 77, si delineano i termini di parentela dal primo grado in linea retta genitori-figli, alla linea collaterale tra fratelli, al secondo grado in linea retta tra nonni e nipoti, fino al sesto grado, tra figli di due cugini, oltre il quale non si è più ritenuti parenti. Se con l' autocertificazione potrò andare a trovare mio cugino, allora vuol dire che sarà liberi tutti». E di certo, conclude Gassani, non rientrano nel termine «congiunti» i fidanzati e «le coppie non conviventi e non registrate». Il Codice civile insomma definisce i parenti e gli affini, ma i congiunti no. Quali sono allora le fonti giuridiche alle quali hanno fatto riferimento i tecnici che hanno lavorato alla stesura del decreto? Nel Codice civile all' articolo 572 si legge: «Se qualcuno muore senza lasciare prole, né genitori né altri ascendenti, né fratelli o sorelle o loro discendenti, la successione si apre a favore del parente o dei parenti prossimi, senza distinzione di linea». La seconda fonte giuridica è l' articolo 77, sempre del Codice civile: «Limite della parentela. La legge non riconosce il vincolo di parentela oltre il sesto grado, salvo che per alcuni effetti specialmente determinati». Nell' impostazione che Palazzo Chigi ha scelto di dare al provvedimento, il termine congiunti include i parenti fino al sesto grado, gli affini fino al quarto, il coniuge o il convivente o un' altra persona con cui si ha un rapporto affettivo stabile, pur senza convivenza. E questo potrebbe essere il testo della Faq con cui la Presidenza del Consiglio proverà a chiarire i dubbi dei cittadini e a silenziare le polemiche, includendo nelle «visite mirate» ai congiunti anche le coppie di fatto.

Massimo Arcangeli per “il Giornale” il 28 aprile 2020. «Le virtù patrie e la pietà congiunta». Così scrive il Foscolo nel carme Dei Sepolcri (v. 102), riferendosi alla pietà verso i parenti. I congiunti sono anzitutto loro, i parenti (stretti o strettissimi). I consanguinei. Congiunto non combacia alla perfezione con moglie o marito, ma in italiano è sinonimo di coniuge fin dal Trecento. Possiamo dunque stare tranquilli: dal 4 maggio ci si può spostare anche per incontrare un (o una) consorte. E gli affini, i parenti di un coniuge rispetto all' altro coniuge? Come fai a impedire a tua madre di andare a trovare tua moglie, o a tuo marito di far visita a tuo padre? Via libera dunque anche per recarsi a casa di suoceri e generi, nuore e cognati. Qui però il quadro si complica. Chi si è unito civilmente (Legge n. 76/2016) potrà certo incontrare l' altra metà della coppia di fatto, se ne è al momento lontano, ma i genitori di lui (o di lei) potranno vedere i genitori di lei (o di lui)? Pronto intervento di Palazzo Chigi: con congiunti vanno intesi «parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili». Si rassicurino dunque i piccioncini impossibilitati a frequentarsi perché tenuti distanti, e i trottolini amorosi che, senza essere ufficialmente fidanzati, si vedono con assiduità. Li ha salvati il grande ombrello del premier, che con una mano toglie e con l' altra dà: il loro è senz' altro un «affetto stabile». Potrebbe essere considerata allora stabile, previa approvazione della consorte, anche una relazione extraconiugale di media o lunga durata intrattenuta dal solito vitellone italico: il fedifrago potrà autocertificare che il suo matrimonio è da tempo «inattivo», e la moglie potrà confermarlo. L' amante come una sorta di seconda moglie. Già in latino, d' altronde, coniunx, oltre a significare «coniuge» (moglie o marito), e a riferirsi a fidanzate o future spose, poteva indicare una concubina o un' amante.

Coronavirus, il precedente della Cassazione che ha orientato la nota sui congiunti di Palazzo Chigi. Un incidente stradale a Milano in cui la fidanzata chiede un risarcimento e lo ottiene: "Si è congiunti in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo". Alessandra Ziniti il 28 aprile 2020 su La Repubblica. Un incidente stradale a Milano, un pedone messo sotto da una macchina che perde la vita, la fidanzata che chiede il risarcimento e lo ottiene anche se la coppia non era né sposata né conviveva ma era legata da una “solida relazione affettiva”. Una sentenza della quarta sezione della Corte di Cassazione ( la numero 46351 del 2014) scovata ieri dagli uffici legali del governo ha consentito ieri pomeriggio a Palazzo Chigi di diffondere la nota in cui si chiarisce l’estensione allargata di quel termine “congiunti” che per tutta la giornata è stato in cima alle ricerche di Google, chiavistello di una delle poche libertà che gli italiani riconquisteranno a partire da lunedì prossimo, appunto quella di poter fare visita ad un congiunto. Dunque non solo familiari in linea ascendente o discendente ( dai nonni ai genitori ai figli ai nipoti) o orizzontale ( fratelli, sorelle, cugini) ma anche fidanzati, compagni, insomma persone con cui si sia legati da una solida relazione affettiva anche non in presenza di un legame giuridicamente riconosciuto, dal matrimonio alle unioni civili. Non solo una questione da dibattere dal punto di vista sociologico o filosofico ma in punto di diritto perché, ancora in presenza della necessità di un’autocertificazione per giustificare gli spostamenti e dunque del rischio di essere sanzionati se si va a visitare la persona “sbagliata”, occorre un appiglio giuridico per stabilire chi possa essere considerato congiunto. E i codici, civile e penale, non danno una definizione. Ecco allora la sentenza della Cassazione che viene in aiuto e fa giurisprudenza. Affermando che “ il riferimento ai prossimi congiunti deve essere inteso in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo a prescindere dall’esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali”. La Corte sottolinea poi che anche “la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione quanto piuttosto come stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti”. E ancora indica come riferimento l’articolo 2 della Costituzione che attribuisce rilevanza costituzionale alla sfera relazione della persona per affermare che  lo stabile legame tra due persone  “non debba essere necessariamente strutturato come un rapporto di coniugio” .

“Libera circolazione ai congiunti…” Forse Conte voleva essere tranquillo di poter vedere la sua compagna “illegale”? Il Corriere del Giorno il 29 Aprile 2020. Tutti i retroscena della inesistente separazione del premier Conte con sua ,moglie. E Palazzo Chigi fa una norma per consentire a Conte di frequentare “legalmente” la sua compagna illegale ! Il premier Giuseppe Conte, pochi sanno, risulta ancora oggi regolarmente sposato con Valentina Fico, un’autorevole legale dell’Avvocatura di stato molto apprezzata in ambito giudiziario, dal cui matrimonio è nato un figlio Niccolò. Il padre della moglie di Conte, è il direttore del Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. Molti parlano di fine del loro matrimonio, ma in realtà Valentina Fico e Giuseppe Conte legalmente parlando risultano ancora oggi marito e moglie non avendo mai formalizzato la loro separazione di fatto. E per il momento la vera “signora Conte” non vuole sentire parlare di separazione e divorzio. L’incontro fra i due è avvenuto a seguito delle frequentazioni dei rispettivi figli Nicolò ed Eva la figlia di Olivia Paladino, entrambi undicenni e compagni di scuola. Il colpo di fulmine sarebbe avvenuto durante un colloquio tra genitori ed insegnati. Olivia Paladino separata, ha quasi quarant’anni più giovane di Giuseppe Conte di circa quindici anni è la figlia dell’imprenditore Cesare Paladino, (proprietario dell’ Hotel Plaza di Roma), e dell’attrice Ewa Aulin. Sarà stato questo il motivo per cui Palazzo Chigi ha inteso precisare che nell’ultimo Dpcm firmato dal premier Conte che avrà decorrenza dal prossimo 4 maggio che per “congiunti si intendono parenti, affini, coniugi, conviventi, ma anche fidanzati e affetti stabili”. Adesso Conte potrà “legittimamente” incontrare e frequentare la sua attuale compagna Olivia Paladino per la quale ha abbandonato il tetto coniugale. Il gip Giovanni Giorgianni, del Tribunale di Roma nel giugno 2018 su richiesta della procura, ha provveduto a sequestrare la somma di 2 milioni di euro a Cesare Paladino (padre di Olivia Paladino) il quale aveva intascato la tassa di soggiorno per quattro anni, dal 2014 al 2018, invece di versarla al Comune di Roma. Paladino è stato accusato dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Alberto Pioletti di peculato, quale amministratore unico della società in qualità di amministratore unico della società Unione Esercizi Alberghieri di Lusso s.r.l., che gestisce il Grand Hotel Plaza, struttura alberghiera a 4 stelle nella centralissima via del Corso della Capitale. Albergo in cui lavora anche come manager Olivia, la compagna del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La lista delle violazioni riportate dal capo d’imputazione a carico di Paladino è lunga . Secondo quanto accertato e contestato dagli uomini della Polizia Municipale di Roma Capitale, l’imprenditore si sarebbe illecitamente appropriato di oltre 300mila euro per l’anno 2014, di oltre un milione e 500mila euro per gli anni 2015, 2016 e 2017 e di circa 88mila euro per l’anno in corso per un totale di oltre due milioni di euro. La tassa di soggiorno attivata a Roma dal 2010 e prevede un contributo da applicare secondo criteri di gradualità a carico di chi alloggia nelle strutture alberghiere della Capitale. Nel giugno 2019 la società Unione Esercizi Alberghieri di Lusso s.r.l. ha restituito alla casse del Comune di Roma Capitale i due milioni di euro versati dai turisti per la tassa di soggiorno, che l’imprenditore Paladino aveva trattenuto per sé, ed ha richiesto un accordo con la giustizia, con un profila un patteggiamento a un anno, 2 mesi e 7 giorni di carcere (con sospensione della pena) per Cesare Paladino, 77 anni, il proprietario dell’Hotel Plaza di via del Corso a Roma. Il pm Alberto Pioletti e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, hanno concesso l’accordo giudiziario che a breve dovrebbe essere avallato dal giudice per l’udienza preliminare. Imbarazzo quasi superato, insomma, per il “patron” dell’ Hotel Plaza. Resta aperta solo la questione interessi. Infatti Roma Capitale è decisa a richiedere anche i 300mila euro di interesse maturati nei cinque anni in cui è stata privata della tassa di soggiorno. Somma che potrebbe venire richiesta con un procedimento parallelo, considerando che il patteggiamento esclude le parti civili.

Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 28 aprile 2020. Non sappiamo se a convincerlo sia stata la sua fidanzata, Olivia Paladino - che secondo la norma da lui stesso scritta non avrebbe potuto rivedere neanche con l' autocertificazione, visto che i due vivono in case separate - o se sia stata la sollevazione generale del web contro il permesso benignamente concesso di far visita ai «congiunti» ma non agli innamorati, ai compagni e ai promessi sposi. Fatto sta che dopo 20 ore Giuseppe Conte ha fatto marcia indietro e ha annunciato al popolo rumoreggiante che «le coppie di fatto, i fidanzati e gli affetti stabili vengono assimilati ai congiunti». Saggia decisione, e forse inevitabile, visto che non si trovava nessun giurista disposto a sostenere che il governo avesse il potere - e con un semplice decreto che non passerà né dal Quirinale né dal Parlamento - di tracciare il confine legale tra la famiglia ufficiale e quella di fatto, ammettendo l' incontro con la zia ma vietando quello con la morosa. Adesso però c' è grande attesa per la circolare applicativa, visto che resta fermo anche per i fidanzati il chiarissimo obbligo previsto dall' articolo 1, lettera A, di rispettare nei loro incontri «il distanziamento interpersonale di almeno un metro» e di utilizzare sempre «protezioni delle vie respiratorie». Non è necessario spiegare perché, ma è purtroppo prevedibile una generalizzata tentazione - sentendosi protetti dalle mura di casa - di infrangere queste regole, avvicinandosi l' un l' altro a meno del metro regolamentare e addirittura spogliandosi della preziosa mascherina. Ponendo il presidente del Consiglio - egli stesso soggetto a queste tassative limitazioni - di fronte a un dilemma cornuto: chiudere un occhio o mandare i droni a spiare dietro le finestre. Non è chiaro se abbiano diritto a incontrarsi quelli che su Facebook si definiscono «in una relazione complicata», né quante settimane debbano essere trascorse dal primo appuntamento prima che si possa legittimamente parlare di «affetti stabili». È certo invece che gli amanti resteranno fuorilegge. Gli adulteri, che fino al 3 dicembre 1969 erano puniti dall' articolo 559 del codice penale italiano con due anni di carcere, dopo mezzo secolo di tolleranza legalizzata sono adesso soggetti a un tassativo divieto preventivo, non potendo autocertificare uno status che per sua natura è clandestino, e perciò rischierebbero di essere inseguiti da un elicottero agli ordini della sindaca Raggi o da una coppia di vigili motociclisti di Rimini. Solo i congiunti, dunque (più i fidanzati e gli affetti stabili, d' accordo). Ma chi sono, per la legge, questi congiunti? Vengono citati solo nell' articolo 307 del codice penale, e non per delimitare la sfera familiare ma per specificare chi non può essere condannato per favoreggiamento chi dà rifugio «al componente di una banda armata», nientemeno. Ecco la lista completa: «S' intendono per i prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, la parte di un' unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti: nondimeno, nella denominazione di prossimi congiunti, non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole». Aggiungendovi gli «affetti stabili», potremo dunque finalmente incontrarli. Attenzione però, ha precisato Conte con il tono di un preside che avverte degli scolaretti indisciplinati: «Non si potranno organizzare party privati», né dar luogo ad «assembramenti di persone», espressione che fa venire il dubbio che si infranga la legge già con la contemporanea presenza nella stessa stanza di tre persone, e dunque se il figlio vorrà far incontrare nonni e nipoti farà bene a scaglionare le visite. Uno alla volta. Regola che vale, si capisce, anche per i fidanzati.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 28 aprile 2020. Era immaginabile che un governo dove alcuni ministri hanno problemi con il congiuntivo potesse inciampare sulla parola successiva del dizionario: congiunto. Vocabolo antico, ma per nulla caloroso, che odora di burocrazia e sembra inadatto a circoscrivere quel gomitolo di relazioni dentro al quale ci muoviamo ogni giorno. Dell' imminente fase due, in cui ci sarà concesso uscire di casa per meglio apprezzare le gioie del ritornarci, l' incontro con «i congiunti» rappresenta il momento-clou, la novità più preziosa e fumosa. Ma chi sono le persone care a cui, opportunamente mascherati, ci potremo di nuovo accostare? Soltanto i parenti stretti, alcuni dei quali sopportiamo già a stento nelle feste comandate? Il misterioso Comitato Tecnico-Scientifico, che nella prosa ispirata di Conte incarna il totem dello Scaricabarile da citare all' occorrenza per dare una patente di autorevolezza all' incomprensibile, considera «congiunti» tutti gli affetti stabili. E qui la cosa, invece di semplificarsi, si ingarbuglia. Tra gli affetti stabili ciascuno di noi annovera gli amici di una vita, gli amanti, i fidanzati in carica: qualcuno anche gli ex. Per evitare la multa bisognerà dunque trasferire sull' autocertificazione i brandelli della propria autobiografia? Una cosa sola è sicura: a giudicare dalla scarsa attenzione ancora una volta loro riservata, anche nella fase due i figli andranno considerati disgiunti.

Dagospia il 28 aprile 2020.Da “Un Giorno da Pecora – Radio1”. Il termine congiunto? “Credo che sia stato utilizzato appositamente un termine un po' vago che possa esser dilatato o ristretto a seconda delle interpretazione”. A parlare è Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, che oggi è intervenuto alla trasmissione di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotta da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. E cosa ne pensa della definizione di affetto stabile? “Resta tutto nell'indeterminato. Tutto ciò che è avvenuto attorno al Coronavirus ha scatenato degli tsunami linguistici, sono entrate le parole straniere più stravaganti”. Quali, ad esempio? “Lo stesso termine lockdown che ora è diventato molto famigliare, ma che ad esempio spagnoli e francesi non hanno utilizzato”. In Italiano come lo avremmo potuto tradurre? “Con confinamento, esattamente come hanno fatto, nella loro lingua, spagnoli e francesi”. Come valuta l'italiano del premier Giuseppe Conte in queste ultime comunicazioni? “E' discreto, si può sempre fare peggio”, ha detto a Rai Radio1 Marazzini.

Coronavirus, congiunti, fidanzati e affetti stabili: essere amici è diventata una colpa. Sono 8 milioni gli italiani soli che, senza famiglia e senza una relazione stabile, sono stati esclusi dal decreto del governo e non possono neanche incontrare un amico. Paolo Rosa Adragna il 28 aprile 2020 su La Repubblica. Per ogni parola che si prende la scena, ce n'è un'altra che finisce nel dimenticatoio. Se in poco più di 24 ore "congiunti" (e quale altra, sennò) ha rapito la nostra attenzione, "amici" è invece, quasi, sparita dal nostro vocabolario. O esiste unicamente per indicare qualcosa di sbagliato. Lo ha spiegato lo stesso Giuseppe Conte per placare le rivolte di tutte quelle coppie non ufficializzate dall'anello al dito, omo o eterosessuali che siano, che si sono sentite discriminate dalla scelta di congiunti. Dopo un'intera giornata di pensiero, il premier li ha rassicurati: "È una formula un po' ampia e generica. Per dire che, e lo preciseremo, non significa che si può andare dagli amici in casa altrui e fare dei party. Si andranno a trovare persone con cui ci sono rapporti di parentela o ci sono stabili relazioni affettive". Una vittoria per tutti gli innamorati: nessuno può sminuire un amore - o un affetto stabile per dirla in burocratese - solo perché non c'è un pezzo di carta, nemmeno il governo. Ma come la mettiamo con chi invece un amore adesso non ce l'ha? Perché vive in un'altra parte di mondo che il coronavirus ha reso irraggiungibile, per una serie di sfortunati (o fortunati) eventi o, più semplicemente, per scelta? Ogni anno circa 330 mila italiani decidono di lasciare la loro Regione per un'altra, dicendo arrivederci alla famiglia di origine. Gli universitari fuori sede sono oltre 360 mila. E nelle statistiche non rientrano i lavoratori stagionali o quelli che mantengono la residenza nella città dove sono nati. Se si considera poi che su tutto il territorio nazionale 8 milioni di persone sono "la famiglia di sé stessi", o come le definisce l'Istat famiglie unipersonali, è facile capire la grandezza della fetta di popolazione che il nuovo Dpcm non considera. Queste persone si saranno costruite una rete di affetti che va a sopperire quella tradizionale della famiglia. Non hanno quindi lo stesso diritto di andare a trovare una persona cara, nonostante non ci sia una relazione di sangue, giuridica o romantica? Non hanno lo stesso diritto di uscire da questo isolamento come gli altri? Lo stesso diritto di ricevere affetto, consolazione, vicinanza? Di abbandonare gli schermi e i telefoni e di fare due chiacchiere, tenendosi per mano non si può, ma quantomeno guardandosi negli occhi? Senza che questo incontro significhi, in nessun modo, fare baldoria, una festa, un party. Anche la scelta della parola party è curiosa. Si poteva benissimo dire in italiano, ma Conte ha preferito la variante inglese e la stressa il più possibile: "Non si può andare dagli amici e fare dei party". "Che nessuno pensi che ora sia libero di fare party con gli amici". "No ai party con amici". Il party è qualcosa di estraneo, di pericoloso. E così accostare party ad amico, rende anche amico una parola spaventosa. Di cui diffidare. Se in qualità di adulto, nella modernissima Italia del 2020, non hai una famiglia o una relazione stabile puoi avere un solo unico interesse: fare festa con gli amici. Quindi no, a te non è concesso il conforto di un altro essere umano: stai a casa, ancora da solo, dopo 8 lunghissime settimane. Magari alla prossima pandemia ci arrivi preparato.

Anche gli amici sono affetti stabili: il chiarimento di Sileri. Redazione su Il Riformista il 29 Aprile 2020. “Gli amici? A volte sono affetti più stabili di quelli familiari”. A dirlo non è una massima trovata in un Bacio Perugina ma il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri interrogato sulle nuove norme sociali a Un giorno da pecora su Radio1. “Anche un amico può essere considerato un affetto stabile‘, e quindi si potrà andare a trovarlo dopo il 4 maggio“, chiarisce il vice di Roberto Speranza. “Anche un’amicizia può essere un affetto stabile, come un fidanzato – ha spiegato Sileri – se è considerato un amico vero e non è una scusa. Serve il buonsenso, questo è un periodo di transizione, servono le regole per far capire che non è un liberi tutti”. Per il viceministro non è da escludere che con la fine del lockdown i casi tornino a crescere. “Lo vedremo fra un paio di settimane – ha chiarito- ma è un ipotesi molto probabile”.

"Socrate, siamo solo amici". Così nasce l'amor platonico. Un saggio ricostruisce il lungo legame tra la mente più grande di Atene e Aspasia, compagna di Pericle. Daniele Abbiati, Mercoledì 29/04/2020 su Il Giornale. L'amore platonico ha sempre goduto di buona stampa. Perché? Perché tutti, prima o poi, si sentono Paolo e tutte si sentono Francesca, tutti si sentono Friedrich e tutte si sentono Lou, tutti si sentono Hans e tutte si sentono Clawdia. Non è necessario chiamarsi Alighieri, Nietzsche o Mann, per saperlo (ma per scriverlo come lo scrivono loro, sì). Tuttavia l'amore platonico originario, fondativo, seminale, forse non è morto come un amore a metà, come un amore irrealizzato; al contrario, è nato così, in partenza declassato al rango di amicizia. Si chiama «platonico» perché Platone ci ha costruito sopra un gran teatro intellettuale, com'era solito fare con tutte le sue idee. Ma spesso dimentichiamo che dovrebbe chiamarsi «socratico». Ce lo ricorda un libro dal titolo un po' ruffiano (l'amore è ruffiano per natura): Socrate innamorato (Utet, pagg. 192, euro 15, traduzione di Chiara Baffa, dal 5 maggio nelle librerie). Lo ha scritto Armand D'Angour, londinese, 61 anni, molti dei quali dedicati allo studio della classicità. E che cosa c'è di più classico dell'amore socratico?

Per sommi capi, e detta con crudezza per nulla classica, né con l'eleganza accademica ma coinvolgente di D'Angour, la storia è questa. Ad Atene, verso la metà del V secolo prima di Cristo, in casa di Pericle, il leader incontrastato del Pd (Partito democratico) e padrone di tutta la città, tiene salotto la sua compagna Aspasia, molto bella, molto brillante, molto libera (quasi tutte le fonti antiche ne parlano senza mezzi termini come di una escort d'altissimo bordo) e soprattutto molto intelligente. Fra un drink e una chiacchierata, nel circolo di Aspasia si fa notare un suo coetaneo venticinquenne di nome Socrate: figlio di uno scultore, è di bell'aspetto, ha modi garbati e una mente finissima. Come soldato si è già fatto onore a Coronea, e anche nell'agone filosofico è un emergente. Il caso ha voluto che proprio a Coronea sia morto Clinia, padre di un frugoletto di tre anni, Alcibiade, e che, come da volere del defunto, il piccolo orfano sia stato affidato a Pericle. Il caso vorrà poi che nel 432, durante la battaglia di Potidea, Socrate salvi la vita al diciottenne Alcibiade, con il quale divideva la tenda...

L'artificio retorico dei puntini di sospensione è superfluo, per chi abbia qualche rimembranza del gossip filosofico alimentato da Platone & Co. (nonché del darsi di gomito fra i banchi del liceo). Ma il legame fra il Socrate maestro e l'Alcibiade allievo non sarebbe potuto nascere, senza il consenso di Pericle e della di lui partner, Aspasia. A proposito di quest'ultima, eccoci al sodo. Nel Simposio di Platone, meravigliosa commedia dal tono quasi scespiriano e dall'ambientazione conviviale in cui il tema messo sul tavolo chez Agatone, verso il 416 a.C., è quello dell'Amore, Socrate, ultimo a prendere la parola, innesta la propria dottrina dell'Amore su quella di una tale Diotima, sacerdotessa di Mantinea. Ebbene, il primo e unico al mondo a citare questa Diotima è Platone. Zero riferimenti, zero tracce, al netto del Simposio. Allora, come non risalire a trent'anni prima, a un altro simposio in casa di Pericle, dove a dibattere furono, occhi negli occhi e cuore a cuore, Socrate e Aspasia?

Se lo sono chiesto innumerevoli studiosi, se lo chiede, pur in maniera velata, il prof D'Angour e ce lo chiediamo anche noi. Tutto quadrerebbe: la coppia Pericle-Aspasia diventerebbe un triangolo con l'entrata in scena di Socrate, poi, con Alcibiade adulto, il triangolo diventerebbe un quadrilatero (raddoppiando la gelosia di Pericle, il quale si vedrebbe sorpassato da Socrate sia nelle grazie di Aspasia, sia in quelle di Alcibiade). Infine, troverebbero spiegazione le parole di Socrate nel climax tragico della sua fine quando, condannato a morte dopo la triplice accusa (non riconoscere gli dèi cui Atene è devota, introdurne altri, corrompere i giovani) e costretto a uccidersi bevendo cicuta, afferma: «dobbiamo un gallo ad Asclepio. Pagate questo debito e non dimenticatevene» (Fedone). Sacrificare ad Asclepio era pratica comune dopo una guarigione. E Socrate, morendo, guarirebbe finalmente dalla malattia dell'Amore. Quel morbo che avrebbe contratto da lei, Aspasia alias Diotima, la maestra della quale s'era innamorato da giovane.

Il correttissimo (non politicamente, ché sarebbe un difetto, bensì metodologicamente) D'Angour evidenzia in corsivo le poche pagine romanzate del suo libro in cui affronta il mistero dell'amore socratico indagando in particolare gli anni della formazione del filosofo e facendo balenare ai suoi allievi di un seminario tenutosi a Oxford l'idea di «un film sul Socrate sconosciuto». E in corsivo, appunto, scrive: «Per motivi religiosi gli ateniesi ritardano la sua esecuzione e Socrate trascorre alcuni giorni in carcere, durante i quali gli amici e i familiari possono andare a trovarlo per l'ultima volta. Forse uno di questi amici è proprio la vecchia Aspasia, ormai sempre più spesso vittima di lunghi periodi di malattia». E, subito dopo: «Platone, come anche Critone, avrà saputo di certo a chi stesse pensando Socrate nello scioglimento di questo voto, ma ne omette il nome. Forse perché l'oggetto del voto è proprio Aspasia, la donna che ha sempre amato e ammirato, le cui lezioni di eloquenza e la cui compagnia intellettuale ha ricercato anche negli anni più avanzati».

Nel 399 a.C., quando muore Socrate, sono passati trent'anni dalla morte di Pericle, falciato dalla peste. Anche Alcibiade è morto, nel 404, dopo aver tradito a più riprese la sua patria, dove da poco è stata restaurata la democrazia, archiviati in fretta e furia i Trenta tiranni. Di lì a pochi mesi se ne andrà anche Aspasia. Si chiude quindi una lunghissima storia di amori. Come dicevamo all'inizio, forse quello più tormentato lo provò sulla propria pelle Socrate. Forse Aspasia, di fronte all'alternativa fra potere e amore scelse il primo, dunque Pericle. Sicuramente lei non gradiva il disimpegno in politica di Socrate, pur riconoscendone le motivazioni. E forse la first lady di Atene, in un giorno imprecisato verso la metà del V secolo prima di Cristo, prendendo da parte il filosofo in salotto, mentre gli altri si buttavano sugli aperitivi, gli disse la solita frase che dicono le donne agli uomini che fanno loro la corte e dai quali sono attratte, sì, ma fino a un certo punto, non abbastanza da perderci la testa: «È meglio se restiamo amici».

Sapere che uno con il cervello di Socrate ci ha messo più di quarant'anni per digerirla, sarebbe consolante per tutti noi ometti normali.

Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera” il 3 maggio 2020. Dopo due mesi di lockdown, di isolamento a casa, entra in vigore domani il Dpcm del 26 aprile, che dovrebbe far ripartire una buona parte delle attività produttive e industriali. Ma è un giorno atteso anche e soprattutto dai cittadini, che riponevano molte speranze in un allentamento dei divieti. Qualche misura, in effetti, è stata presa, ma restano forti dubbi interpretativi su molte questioni. Il governo ha scelto la strada di non fidarsi del tutto dei cittadini, mantenendo in piedi una fitta impalcatura di regole, spesso ambigue e di complessa interpretazione, aggravate dalla presenza di ulteriori specifiche nelle regioni. Passeggiare, vedere gli amici, andare a ritirare il proprio pasto, partecipare a una funzione religiosa, spostarsi nella seconda casa, incontrare gli amici: tutte attività normali fino a qualche mese fa, vietate fino a poco fa, e ora riammesse, ma con molti limiti e regole da rispettare. La riapertura di molte attività economiche, comunque, ci imporrà spostamenti nella città ed è prevedibile che ci saranno molte difficoltà sui mezzi di trasporto e che molti ricorreranno all' automobile, provocando un aumento del traffico e dell' inquinamento. Servirebbero provvedimenti drastici e potenti per favorire i trasporti alternativi, con adeguati incentivi per biciclette, bici e motorini elettrici. Ma anche qui, si procede ancora in ordine sparso.

QUANDO C'È OBBLIGO DI MASCHERINA PER GLI ADULTI. Con la fase due non sarà obbligatorio indossare in ogni occasione, quando si esce, la mascherina e i guanti. Ma in alcuni casi sarà necessario, mentre in generale è sempre raccomandato. Con il nuovo decreto, a partire da domani, è obbligatorio l' uso della mascherina nei luoghi chiusi accessibili al pubblico: per esempio, i mezzi di trasporto pubblico e gli esercizi commerciali. È obbligatorio anche in occasione degli incontri con i «congiunti». Le devono indossare anche i commessi di pubblici esercizi e attività commerciali. In questi luoghi devono essere messi a disposizione dei clienti, che devono indossarli, guanti monouso, oltre che gel per disinfettare le mani. Le mascherine sono obbligatorie anche durante le cerimonie funebri, alle quali non possono partecipare più di 15 persone. Queste sono le regole generali, ma alcune Regioni hanno introdotto norme più restrittive. È il caso della Lombardia, dove le mascherine sono obbligatorie anche all' aria aperta, mentre per usare i mezzi pubblici è necessario indossare anche i guanti. A Firenze, l' ordinanza del sindaco Dario Nardella prescrive l' obbligo di guanti sugli autobus, sul tram, negli orti urbani e nei cimiteri, mentre nei parchi e nei giardini è «fortemente raccomandato».

È una delle questioni più controverse e che ha fatto infuriare molti per la sua evidente farraginosità e arbitrarietà: la questione di chi si potrà incontrare a partire da domani. Innanzitutto la questione dei «congiunti». Chi sono? Sono i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado. Non è ancora chiaro? La Presidenza del Consiglio prova a specificare ancor meglio.

Chi sono i parenti fino al sesto grado? Ad esempio «i figli dei cugini tra loro». E gli affini fino al quarto grado? Per esempio, «i cugini del coniuge». E l' incontro, si chiarisce, dovrà avvenire al massimo tra due persone. La nota finale è quella che pone fine, per ora, a una querelle un po' da Ionesco sulla definizione esatta di «affetti stabili»: non rientrano, tra questi, gli amici. Ma non finisce qui. Perché, per questione di privacy, non sarà obbligatorio dire il nome della persona che andiamo a trovare, quando eventualmente saremo fermati. Impossibile, dunque, per le forze dell' ordine verificare che l' autocertificazione sia veritiera.

I BAMBINI QUANDO DEVONO INDOSSARLA. Nei casi che abbiamo visto in cui è stabilito l' obbligo di indossare le mascherine, possono essere esentati i bambini fino a sei anni, che difficilmente riuscirebbero a gestirla. Lo stesso vale per i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l' uso continuativo della mascherina e per i loro accompagnatori. Il commissario straordinario all' emergenza, Domenico Arcuri, ha mostrato durante la conferenza stampa alla Protezione civile i prototipi di alcune mascherine per bambini con supereroi e cartoni animati. Arcuri ha spiegato che appena saranno pronti, i modelli saranno messi sul mercato per far crescere anche nei bambini la consapevolezza dell' importanza dei dispositivi e del distanziamento personale in vista del rientro a scuola. I bambini potranno anche rimettere piede, insieme ai loro genitori, nei parchi e negli spazi verdi che saranno riaperti nelle città, ma non nelle aree giochi, che continueranno a restare chiuse.

Restano consentite le passeggiate e le attività motorie ma non le attività ludiche e ricreative di gruppo. Non sarà facile, ma bisognerà evitare che si creino assembramenti di bambini piccoli, magari senza mascherina perché non obbligati, che giocano insieme in gruppo.

SARÀ CONSENTITO ANDARE NELLE SECONDE CASE? La risposta dopo molte incertezze è no se non per necessità e per un brevissimo periodo. Nel decreto non c' è più il divieto che esisteva prima del 4 maggio, a patto che la seconda casa sia nella regione. Ma nel governo si è consumato uno scontro con un premier più favorevole e il ministro Roberto Speranza che frenava. Alla fine è arrivata una nota interpretativa che dovrebbe chiarire: «I motivi che rendono legittimi gli spostamenti, secondo le previsioni del Dpcm, restano quelli del lavoro, della salute e della necessità. Spostarsi alla seconda casa non è una necessità. In riferimento alle attività sportive e motorie, lo spostamento consentito è quello necessario a effettuare le attività stesse, con la conseguenza che una volta che queste sono concluse è obbligatorio fare immediato ritorno a casa».

GLI AMICI RIENTRANO TRA CONGIUNTI E AFFETTI STABILI? È una delle questioni più controverse e che ha fatto infuriare molti per la sua evidente farraginosità e arbitrarietà: la questione di chi si potrà incontrare a partire da domani. Innanzitutto la questione dei «congiunti». Chi sono? Sono i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado. Non è ancora chiaro? La Presidenza del Consiglio prova a specificare ancor meglio. Chi sono i parenti fino al sesto grado? Ad esempio «i figli dei cugini tra loro». E gli affini fino al quarto grado? Per esempio, «i cugini del coniuge». E l’incontro, si chiarisce, dovrà avvenire al massimo tra due persone. La nota finale è quella che pone fine, per ora, a una querelle un po’ da Ionesco sulla definizione esatta di «affetti stabili»: non rientrano, tra questi, gli amici. Ma non finisce qui. Perché, per questione di privacy, non sarà obbligatorio dire il nome della persona che andiamo a trovare, quando eventualmente saremo fermati. Impossibile, dunque, per le forze dell’ordine verificare che l’autocertificazione sia veritiera.

QUANDO LE MESSE SI CELEBRERANNO CON I FEDELI? Sarà consentito spostarsi nell' ambito della propria regione per far visita nei cimiteri ai defunti, sempre nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro e del divieto di assembramento. Quanto alle messe, è ancora mistero. Resta uno dei temi più divisivi, visto che molti esponenti politici di entrambi gli schieramenti e molti sacerdoti hanno chiesto il ripristino delle cerimonie. Il Pontefice, in realtà, ha frenato implicitamente, ricordando la necessità di rispettare le misure di cautela in questi giorni ancora difficili per il contagio. Ma i vescovi hanno continuato a chiedere con insistenza il ritorno alla normalità. Il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, battendo tutti sul tempo, esprime gratitudine nei confronti del premier Conte per il dialogo «continuo e proficuo di queste settimane e la condivisione delle linee di un accordo che consentirà di riprendere appena possibile anche le messe con i fedeli». Ringrazia anche per la collaborazione il ministro dell' Interno e il Dipartimento per le libertà civili e l' immigrazione. Quale sia l' accordo, però, ancora non si sa. Il quotidiano Avvenire ipotizza che le messe potrebbero essere celebrate di nuovo entro la fine del mese: «Non è improbabile che l' eucaristia con il concorso del popolo possa riprendere già per l' Ascensione o per la Pentecoste». Si ipotizza la ripresa per il 24 o 31 maggio. La Chiesa in Sardegna avrebbe potuto accelerare visto che il governatore Christian Solinas aveva dato l' ok già dal 4 maggio. Ma i vescovi locali frenano e aspettano le indicazioni della Conferenza episcopale italiana.

CI SONO LIMITAZIONI PER LE PASSEGGIATE (ANCHE IN BICI)? Si potrà passeggiare e come? Le regole del governo spiegano: «Si può uscire dal proprio domicilio solo per andare al lavoro, per motivi di salute, per necessità (il decreto include in tale ipotesi quella di visita ai congiunti) o per svolgere attività sportiva o motoria all' aperto. Pertanto, le passeggiate sono ammesse solo se strettamente necessarie a realizzare uno spostamento giustificato da uno dei motivi appena indicati. Ad esempio, è giustificato da ragioni di necessità spostarsi per fare la spesa, per acquistare giornali, per andare in farmacia, o comunque per acquistare beni necessari per la vita quotidiana, ovvero per recarsi presso uno qualsiasi degli esercizi commerciali aperti. Inoltre, è giustificata ogni uscita dal domicilio per l' attività sportiva o motoria all' aperto.

BICICLETTA. Resta inteso che la giustificazione di tutti gli spostamenti ammessi, in caso di eventuali controlli, può essere fornita nelle forme e con le modalità consentite. In ogni caso, tutti gli spostamenti sono soggetti al divieto generale di assembramento, e quindi all' obbligo di rispettare la distanza di sicurezza minima di un metro fra le persone». Ma nelle Faq (le risposte alle domandi più frequenti rilasciate ieri) ce n' è una che fa riferimento a un mezzo alternativo che potrebbe essere uno dei più usati nelle prossime settimane dagli italiani: la bicicletta, nella forma semplice o di quella elettrica, sempre più diffusa negli sharing, almeno nelle grandi città. Spiega la nota di chiarimento: «L' uso della bicicletta è consentito per raggiungere la sede di lavoro, il luogo di residenza o i negozi che proseguono l' attività di vendita. È inoltre consentito utilizzare la bicicletta per svolgere attività motoria all' aperto».

CON QUALI MEZZI SI PUO’ ANDARE A LAVORARE? Sono consentiti tutti i mezzi. Al contrario di quella che è stata la logica fino a ora sarà scoraggiato l' uso dei mezzi pubblici. Perché l' assalto ad autobus e metropolitane può avere gravi conseguenze in termini di sovraffollamento e può rendere impossibile il rispetto delle principali misure di sicurezza, a cominciare dal distanziamento personale. Molti Comuni hanno provveduto a mettere segnali che indicano dove devono stare le persone in piedi, ma già ci sono stati episodi che hanno dimostrato come sia molto difficile ottenere il rispetto della capienza massima, molto ridotta rispetto a quella ordinaria, e quindi delle distanze. L' altro mezzo su cui inevitabilmente potrebbe riversarsi buona parte della cittadinanza è l' automobile privata, con le prevedibili conseguenze in termini di traffico e di smog.

FINO A QUANDO PARCHEGGI GRATIS E ZTL APERTE? Una delle misure più controverse ma anche utili per la lotta all' inquinamento è stata l' istituzione delle aree di zona a traffico limitato (ztl) con divieto di accesso e circolazione per alcune tipologie di veicoli a Milano. Ora la priorità è provare a evitare l' assalto ai mezzi pubblici, che non potrebbe reggere, viste le misure di distanziamento. E quindi per decongestionare il traffico le amministrazioni stanno cominciando a rendere inattive le ztl. Succede a Milano, per esempio, dove Palazzo Marino ha prorogato la sospensione di area B e C e la sosta libera sulle strisce gialle e blu. A Pavia il sindaco ha emanato un' ordinanza che prevede la sosta gratuita nei parcheggi delle zone a sosta regolamentata in gestione all' azienda Asm, dal 4 al 16 maggio e la proroga dei titoli autorizzativi alla circolazione e alla sosta libera in zone a traffico limitato. A Roma ora di punta spalmata su tre fasce (dalle 8.30 alle 11.30), e il Campidoglio punta sullo sharing e sulla mobilità sostenibile con 150 km di percorsi ciclabili. Ztl aperte fino a fine maggio.

CIBO DA ASPORTO, QUALI REGOLE NEI RISTORANTI? Bar, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, pizzerie, birrerie e caffetterie restano chiusi (riapriranno, forse, il 1° giugno) ma oltre al già concesso servizio di consegna a domicilio (delivery) sarà consentito anche l' asporto o take away. Bisognerà sempre rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, ci sarà il divieto di consumare i prodotti all' interno dei locali e il divieto di sostare nelle immediate vicinanze degli stessi. Ogni Regione stabilirà le regole nel dettaglio, ma il personale dovrà sempre indossare guanti e mascherina. Si raccomanda ai clienti l' ordinazione online o telefonica. I clienti devono entrano uno alla volta e devono permanere all' interno dei locali per il tempo strettamente necessario al pagamento e ritiro della merce. Non è consentito per i clienti l' utilizzo dei bagni. Saranno obbligatori invece i corsi sulla sicurezza del lavoro per i dipendenti, che saranno a carico dei ristoratori. Chi decide tra il governo e gli enti locali? È uno dei temi che si è posto più spesso in queste settimane e che ha portato a non pochi conflitti istituzionali e politici. Di norma, il governo ha messo una cornice di regole, mentre alle Regioni era consentito inasprire, ma non rendere più lente le misure. Non sempre è stato così. Il tema si pone anche per gli orari. Uno degli obiettivi da raggiungere sarebbe abolire l' orario di punta. Ovvero, cercare di scaglionare i tempi della vita, le attività lavorative, commerciali e sociali, in modo che non ci siano pericolose sovrapposizioni che finiscono per favorire grandi assembramenti soprattutto sui mezzi di trasporto, oltre che nelle strade. Uno dei metodi è quello di differenziare gli orari. Ma a chi spetta questo compito? C' è una cornice nazionale e ci sono le Regioni che possono intervenire su alcuni orari, così come le aziende locali. I Comuni hanno molti più limiti, dovuti anche alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali sui quali non possono intervenire.

ORARI, CHI DECIDE TRA STATO ED ENTI LOCALI? Chi decide tra il governo e gli enti locali? È uno dei temi che si è posto più spesso in queste settimane e che ha portato a non pochi conflitti istituzionali e politici. Di norma, il governo ha messo una cornice di regole, mentre alle Regioni era consentito inasprire, ma non rendere più lente le misure. Non sempre è stato così. Il tema si pone anche per gli orari. Uno degli obiettivi da raggiungere sarebbe abolire l’orario di punta. Ovvero, cercare di scaglionare i tempi della vita, le attività lavorative, commerciali e sociali, in modo che non ci siano pericolose sovrapposizioni che finiscono per favorire grandi assembramenti soprattutto sui mezzi di trasporto, oltre che nelle strade. Uno dei metodi è quello di differenziare gli orari. Ma a chi spetta questo compito? C’è una cornice nazionale e ci sono le Regioni che possono intervenire su alcuni orari, così come le aziende locali. I Comuni hanno molti più limiti, dovuti anche alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali sui quali non possono intervenire.

CI SONO SCONTI PER NOLEGGIARE MEZZI ECOLOGICI? È in corso una trattativa tra i Comuni e il governo per provare a ottenere incentivi a mezzi di trasporto alternativi. Ma si procede ancora in ordine sparso e ci sono poche certezze. Una delle grandi preoccupazioni del ritorno all' attività è infatti l' uso massivo delle automobili, con un probabile e pericoloso ritorno dell' inquinamento atmosferico. Per questo, non solo i sindaci stanno allestendo nuove piste ciclabili, ma cercano di avere incentivi e aiuti per rendere più facile l' uso di monopattini elettrici e biciclette. Come spiega il sindaco del capoluogo pugliese Antonio Decaro: «L' anno scorso ho fatto acquistare 3.000 biciclette ai cittadini di Bari. Loro acquistavano una bici già scontata e il negoziante chiedeva poi la restituzione dell' incentivo». Secondo il Center for research on energy and clean air (Crea) di Helsinki, il calo dello smog intorno al 40 per cento in questi mesi di contagio da coronavirus, ha risparmiato 11 mila vite umane in tutta Europa. Solo in Italia 1.490. Sono molti i primi cittadini che stanno provvedendo a incentivare l' uso delle biciclette, da quello di Bologna Virginio Merola al napoletano Luigi de Magistris. Dovrà cambiare però anche l' attitudine complessiva nei confronti delle biciclette - uno dei mezzi di trasporto più rubati nelle città - senza un' adeguata risposta delle forze dell' ordine, che evidentemente finora hanno sottovalutato il fenomeno. Ora le biciclette diventano un mezzo di trasporto fondamentale, necessario per non trasformare le città in camere a gas. 

Via al grande esodo: 3 milioni da Nord a Sud. La fase due inizia domani. Secondo le statistiche potrebbero almeno 3 milioni gli italiani che si muoveranno per raggiungere altre regioni per motivi di lavoro, di necessità o per tornare al proprio domicilio o alla propria residenza. Chiara Giannini, Domenica 03/05/2020, su Il Giornale.  La fase due inizia domani. Secondo le statistiche potrebbero almeno 3 milioni gli italiani che si muoveranno per raggiungere altre regioni per motivi di lavoro, di necessità o per tornare al proprio domicilio o alla propria residenza, ma anche quelli che si sposteranno all'interno del territorio in cui abitano per andare a trovare i congiunti. Gli spostamenti avverranno per lo più da e per la Lombardia, cuore pulsante del mondo imprenditoriale italiano, ma ci si muoverà un po' da tutte le aree dello Stivale, anche in considerazione del fatto che proprio domani riapriranno moltissime fabbriche, ma anche che diversi studenti fuori sede potrebbero tornare nel luogo degli studi. I controlli procederanno nelle modalità previste dal Dpcm della presidenza del Consiglio e saranno rimodulati sulla base delle nuove esigenze e del numero di persone in giro, fanno sapere dal Dipartimento della Pubblica sicurezza di Roma. La polizia di Stato, però, non dovrà occuparsi solo del controllo del traffico, ma visto che ci sarà più gente in giro, anche di servizi anti-scippo, anti-borseggio e anti-rapina, con personale anche in borghese. Questo perché è certo che se con la chiusura delle attività era calato anche il numero dei reati, con la ripresa la micro-criminalità tornerà certamente a darsi da fare. Il problema maggiore è costituito dal fatto che l'aumento del numero di persone per le strade potrà portare inevitabili code sia ai caselli autostradali che in entrata e uscita dalle città, soprattutto quelle più grandi. Ecco perché proprio sulle autostrade la Polizia stradale non mancherà non solo di fare le dovute verifiche a campione sulle autocertificazioni, ma anche di cercare di far sì che il traffico non blocchi le strade per ore. Cosa certa è che se fino a oggi ci si è potuti concedere anche posti di blocco per fermare, come è successo anche a Roma con la Polizia municipale, tutte le auto in transito, da oggi sarà più difficile fermare tutti. Le forze dell'ordine, però, saranno in giro anche per controllare il rispetto della distanza tra persone e quello dell'obbligo di indossare dispositivi di protezione. Insomma, chi non indossa la mascherina potrebbe anche rischiare multe salate. Le code maggiori si prospettano non più soltanto di fronte ai supermercati, ma anche in prossimità di ristoranti o attività di somministrazione del cibo che proprio da domani potranno riaprire con la formula del take away. Il monitoraggio non sarà fatto tanto per reprimere, quanto per osservare se le regole saranno rispettate. Questo consentirà agli operatori sul campo di segnalare eventuali criticità da rimodulare e da segnalare alle istituzioni affinché sia «corretto il tiro». Ecco perché ora più che mai è fondamentale rispettare i dettami del Dpcm, affinché eventuali trasgressioni non portino a disastrosi passi indietro. Stessa cosa avverrà nei centri commerciali, nei parchi pubblici, da oggi aperti e in tutti quei luoghi dove le persone potrebbero assembrarsi anche se non consentito. Chi partirà o arriverà troverà più controlli anche in stazione o negli aeroporti, dove la Polizia potrebbe effettuare verifiche della temperatura a campione, con l'uso del termoscanner. Nei giorni scorsi, a causa delle chiusure, alla stazione Termini si è visto il passaggio di non più di 2mila persone al giorno, contro le 500mila dei periodi precedenti. Da domani la circolazione ferroviaria porterà più gente e sarà necessario il potenziamento dell'attività di controllo, anche con un aumento mirato di personale. Da fonti vicine al governo si apprende, però, che sarà lasciata molta più libertà alle persone di auto regolarsi da sole. Insomma, se tutti saremo più responsabili, potremo avere a breve qualche piccola concessione in più.

Allarme Lombardia. Ora in circolazione 300mila a rischio "Subito i controlli". Un caso i familiari dei sospetti-Covid. Paradosso ripartenza: coinvolge di più il Nord e gli over 50. Francesca Angeli, Domenica 03/05/2020, su Il Giornale. In Lombardia almeno 300mila persone sono venute a contatto con un positivo e dunque sono potenzialmente contagiose. E si tratta di una stima ottimistica. Che cosa succederà da domani quando la circolazione riprenderà anche se in modo controllato? La situazione si ripeterà identica in tutte le regioni con numeri diversi a seconda della diffusione dell'epidemia che ha colpito soprattutto il Nord: Lombardia appunto ma anche Emilia Romagna, Piemonte, Veneto. I dati analitici sulla popolazione che riprenderà l'attività rivelano che su 4,4 milioni di lavoratori la maggioranza ha più di 50 anni e si trova al Nord. Ecco il paradosso: torneranno a muoversi le persone più a rischio nelle aree più a rischio. Lo studio messo a punto dalla Fondazione dei Consulenti del Lavoro calcola che il 62 per cento di quelli che erano a casa da domani riprenderà a lavorare. Che cosa succederà? Tutti gli esperti ritengono inevitabile che la curva epidemica si rialzi ma allo stesso tempo sottolineano che in queste settimane di emergenza abbiamo imparato molto sul virus. Ad esempio quanto sia importante il fattore «tempo» sia per contenere i focolai sia per evitare che il paziente si aggravi e insorgano complicazioni. Uno degli ingranaggi che non ha funzionato a dovere è quello della sanità territoriale per una carenza obiettiva di strutture, personale e mancanza di sinergia con gli altri settori della sanità pubblica